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Origine del termine mafia Oggi il significato del termine Mafia ha assunto unaccezione ben pi vasta di quanto non

accadesse agli albori dellorganizzazione di un fenomeno geograficamente circoscritto al Regno Borbonico. Mafia deriverebbe dalla congiunzione di due parole arabe muafah: Dalla quale se ne ricaverebbe il significato di tutela, immunit, e interpretato come protezione contro le soverchie dei potenti, esenzione da qualunque legge sociale, riparo da qualunque danno, forza, robustezza di corpo, serenit di animo, riconoscenza e gratitudine verso chi faccia dei benefici. Oggi invece la parola mafia usata per indicare una unione di persone di ogni grado e di ogni specie che si danno aiuto, nei reciproci interessi, senza rispetto n a leggi, n a morale. Cos la mafia? Le analisi moderne del fenomeno della mafia la considera, prima ancora che unorganizzazione, una "organizzazione di potere; ci evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attivit illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, e del supporto di certi strati della popolazione. Di conseguenza il termine spesso usato per indicare un modo di fare o meglio di organizzare attivit illecite. Quindi il termine "mafioso" pu essere utilizzato nel linguaggio comune per definire, per esempio, un sindaco che dia concessioni edilizie solo ai suoi "amici" o un professore universitario che fa vincere borse di studio a persone anche valide ma a lui legate, o la nomina da parte di un governo di altissimi dirigenti anche capaci ma"politicamente vicini" alla maggioranza di cui il governo espressione. Il giudice Falcone interrogando frank coppola disse cos la mafia? E il detenuto rispose "Signore giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno intelligentissimo, il secondo haappoggio dei partiti di governo, il terzo un cretino, ma proprio lui otterr il posto. Questa la mafia... ". Struttura della mafia L'organizzazione di Cosa nostra formata da mafiosi che si definiscono uomini d'onore. La sua struttura di vertice e piramidale, essa dipende dalla Cupola mafiosa o Commissione. Alla base dell'organizzazione ci sono le famiglie in cui tutti gli affiliati si conoscono fra loro, governate da un capo-famiglia, di nomina elettiva; altre figure importanti sono il sottocapo e i consiglieri, in numero non superiore a tre. Le famiglie si dividono in gruppi di dieci uomini detti decine comandate da un capo-decina. Tre famiglie dal territorio contiguo formano un mandamento; il capo-mandamento un loro rappresentante, e, almeno fino a un certo periodo, non fu membro di una delle famiglie per evitare di favorire la sua stessa famiglia di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una commissione o cupola provinciale, di cui la pi importante quella di Palermo. Questa commissione provinciale presieduta da un capo-mandamento che, per rilevare il suo ruolo di "primus inter pares", si chiamava in origine segretario, ma sembra che ora abbia preso il titolo di capo. Per lungo tempo non c' stato bisogno di un organismo superiore alla commissione provinciale poich quasi tutte le famiglie risiedevano in quella di Palermo. Quando per l'organizzazione ha messo radici in tutta l'isola, si dovuta creare una cupola regionale detta interprovinciale, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie province e dove il titolo di capo era tenuto dal capo della cupola provinciale pi potente e quindi di Palermo. Negli ultimi anni, dopo la riorganizzazione seguita ai colpi inferti dalle forze dell'ordine, la struttura che era gi molto semplice si fatta ancora meno di vertice e meno localizzata: la citt pi soggetta alle operazioni antimafia stata sicuramente Palermo, dove le famiglie hanno perso moltissimo potere per via dei

numerosi arresti; si cos creata una situazione di maggiore divisione tra le province, a causa dell'indebolimento della Cupola, il che ha comportato la crescita del ruolo criminale di citt come Trapani, Agrigento, Catania e Messina, non pi totalmente sottoposte a un controllo dei palermitani. La strategia criminosa di Cosa nostra duplice: da una parte cerca di garantirsi il controllo del territorio in cui risiede, attraverso unimposizione fiscale alle attivit commerciali e industriali della zona (il pizzo o racket) e la feroce e immediata punizione di chiunque osa contravvenire alle disposizioni che essa dirama, mentre dall'altra cerca di corrompere il potere politico e i funzionari dello Stato attraverso l'offerta di denaro e voti, per ottenere l'impunit e una sponda all'interno del sistema, da poter usare a proprio vantaggio. Questo connubio dimpunit e controllo garantiscono ai mafiosi la possibilit di affrontare qualunque nemico, sia esso malavitoso o istituzionale, da una posizione di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e degli amici cui ricorrere: a volte sfruttando perfino le forze dello Stato stesso. Prima guerra di mafia La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di una partita di eroina nel 1962: il boss Calcedonio Di Pisa, inviato a Brooklyn dalla Sicilia per consegnare una partita di droga, fu accusato di averne sottratta una parte e fu ucciso. Dopo questo episodio, all'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni: da una parte i Greco di Ciaculli e dall'altra i fratelli La Barbera, appoggiati dal boss dell'Uditore Torretta. Dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera fu fatto sparire. Il 13 febbraio 1963 Angelo La Barbera rispose distruggendo con un'autobomba la casa di Salvatore Greco, boss della famiglia rivale, che per si salv. La sua risposta non si fece attendere e il 19 aprile un gruppo di quattro uomini apr il fuoco su una pescheria in via Empedocle Restivo a Palermo che apparteneva ad alcuni soldati di La Barbera. Nello scontro persero la vita due uomini di La Barbera e due restarono feriti. Pochi giorni dopo Cesare Manzella, il boss di Cinisi fedele alleato dei Greco, fu dilaniato dall'esplosione di una Giulietta'episodio che mise fine alla guerra, ebbe luogo in viale Regina Giovanna a Milano, il 25 maggio 1963, quando l'automobile di Angelo La Barbera fu crivellata di proiettili dai sicari dei Greco, ferendolo gravemente. Poco tempo dopo l'attentato, La Barbera fu arrestato in un ospedale milanese e fin definitivamente in carcere, zittendolo cos per sempre. Il 30 giugno 1963 in localit Ciaculli, nei dintorni di Palermo, un contadino chiam i Carabinieri per segnalare la strana presenza di una Giulietta abbandonata con una gomma bucata. All'arrivo i Carabinieri si accorsero subito che era un'autobomba e furono chiamati cos gli uomini del genio militare. Mentre essi toglievano la bomba, il tenente dei Carabinieri Mario Malausa apr il bagagliaio innescando un'altra bomba, che uccise due uomini del genio militare e cinque Carabinieri. Questattentato provoc l'indignazione nazionale e centinaia di arresti operati dalle forze dell'ordine nei confronti dei mafiosi. Per questo motivo numerosi capi mafiosi, come Giuseppe Genco Russo e Michele Cavataio, finirono in carcere e la Commissione mafiosa fu sciolta. Seconda guerra di mafia La seconda guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa nostra scoppiato nel 1978 in Sicilia e finitosi nel 1983 circa, durante il quale stato commesso oltre mille omicidi. Inizi con un cambiamento nella struttura e nei metodi di Cosa nostra: il passaggio dal contrabbando di sigarette al traffico di stupefacenti, molto pi redditizio. La struttura di comando tradizionale si indebol e nel 1978 scoppi una guerra interna alla mafia, tra la vecchia mafia storica composta principalmente dalle famiglie affiliate a bontade, agli Inzerillo, ai Badalamenti e ai Buscetta, e quella dei Corleonesi (i cui esponenti di spicco erano Luciano Leggio detto Liggio, allora in carcere, Bernardo

Provenzano, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella), che si basavano su un vero e proprio potere militare. I Corleonesi furono un gruppo dirigente molto feroce e violento, che per affermare il suo potere non esit a compiere una serie di omicidi eccellenti eliminando anche uomini dei vertici dello Stato che potevano costituire un ostacolo; fu assassinato ad esempio il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, eroe della lotta al terrorismo, ucciso con la giovane moglie a Palermo esattamente cento giorni dopo il suo insediamento; furono uccisi Pio La Torre, Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Ninni Cassar, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Boris Giuliano, Beppe Montana, Mario Francese e altri ancora. In questi anni oper al soldo dei Corleonesi e della Cupola mafiosa la "squadra della morte", vari killer della mafia, tra cui c'erano: Leoluca Bagarella, Pino Greco, Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Vincenzo Puccio, Gianbattista Pullar, Giuseppe Lucchese Micciche', Giuseppe Giacomo Gambino e Antonino Madonia. Ciascuno di questi killer fece dozzine di morti, ma i pi spietati furono Leoluca Bagarella (oltre 100 omicidi) e Pino Greco "Scarpuzzedda" (oltre sessanta omicidi).Risalgono a questo periodo anche le filiazioni (nuclei locali) mafiose in Lombardia, Lazio, Marche. Una campagna di sterminio si detta, e non si potrebbe chiamarla altrimenti perch in appena due anni (1979-1980), morirono in questa guerra che aveva trasformato Palermo e tutta la Sicilia in un vero e proprio campo di battaglia pi di mille uomini e tutti appartenenti a uno schieramento, quello dei gruppi che si erano arricchiti con la pizza connection. Si pu quindi parlare di due schieramenti, un palermitano che deteneva il potere finanziario ed economico e un cortonese che deteneva quello militare; vinse la guerra quest'ultimo nel 1983 circa. I reduci delle famiglie sconfitte scapparono in America.

Cosa nostra e il traffico internazionale Negli anni settanta la mafia siciliana si era assicurata una grossa fetta del traffico di eroina destinata agli Stati Uniti, ma, anche nel periodo di maggior espansione del traffico, Cosa Nostra in quanto tale non era coinvolta direttamente. I mafiosi e le famiglie che se ne occupavano lo facevano a titolo personale. Ci significa che potevano utilizzare nel traffico un certo numero di non-mafiosi e perfino di non-italiani, mentre per tutte le altre attivit Cosa Nostra tende a servirsi solo di uomini d'onore.Il traffico di stupefacenti, in altri termini, era un'impresa che non differiva in modo sostanziale da qualsiasi altra attivit commerciale. Ciascun uomo d'onore poteva occuparsene a titolo personale, trattandosi, per cos dire, di un'attivit privata. Nella famiglia di Santa Maria di Ges, Stefano Bontade e suo fratello Giovanni lavoravano entrambi nel campo della droga, ma separatamente.I mafiosi siciliani hanno cominciato a intrattenere rapporti commerciali con gli americani, soprattutto perch negli Stati Uniti potevano contare su affidabili teste di ponte affiliate alle grandi famiglie isolane. Si affidarono inoltre a chimici marsigliesi di riconosciuta competenza che hanno accettato di raffinare morfina-base a Palermo, certamente perch erano pagati profumatamente e sapevano di non correre grossi rischi, ma soprattutto perch i mafiosi avevano il pieno controllo del mercato della produzione e del commercio della droga. Il lavoro rimaneva sempre molto parcellizzato e non vi era un solo uomo d'onore che non sovraintendesse ad acquisto, raffinazione ed esportazione negli Stati Uniti.Numerose persone erano impiegate a diversi livelli: dell'acquisto erano incaricati coloro che conoscevano meglio le rotte dei contrabbandieri di sigarette dal Medio Oriente e mantenevano rapporti diretti con i produttori; della raffinazione quelli gi dotati di una certa specializzazione in materia, coadiuvati da tecnici stranieri; della vendita le persone pi svariate. Il coinvolgimento della mafia estremamente mutevole, dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Mentre negli anni ottanta Cosa Nostra gestiva il 30% del traffico mondiale di eroina verso gli Stati Uniti, nel 1991, secondo stime americane, la quota scesa al 5%. Altri gruppi sembrano prevalere adesso: cinesi, portoricani, curdi, turchi, armeni.Il progressivo distacco di Cosa Nostra dal traffico di eroina confermato da fatti oggettivi: dal 1985, dalla

scoperta del laboratorio di Alcamo, presso Palermo, non sono stati scoperti altri laboratori n in Sicilia n in altre parti d'Italia; i sequestri di partite di eroina provenienti dalla Sicilia sono diminuiti di pari passo con gli arresti di mafiosi direttamente coinvolti nel traffico.

Cosa nostra e appalti Il cosiddetto Sacco di Palermo fu una delle pi grandi speculazioni edilizie della storia siciliana, avvenuta tra gli anni cinquanta e settanta.Durante tale periodo alcune borgate vennero inglobate da un'espansione edilizia dissennata e abnorme, spesso promossa dalle collusioni tra mafia e politica (ne sono un chiaro esempio le relazioni tra il sindaco di allora Salvo Lima e l'assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, entrambi democristiani, e l'emergente mafia corleonese) e furono letteralmente distrutti numerosi reperti artistici e architettonici di grande interesse.Sono da menzionare, tra le vittime di quello sfortunato periodo, le splendide ville in stile Liberty, che costeggiavano via Libert, come Villa Deliella, e che hanno fatto posto ad enormi palazzi di cemento, grattacieli e strutture moderne. Dei moltissimi villini Liberty resta oggi solo qualche esempio. Vito Alfio Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924 Roma, 19 novembre 2002) stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana, membro di Cosa Nostra e, secondo documenti resi pubblici dal figlio Massimo, affiliato di Gladio[2]. Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica "Primavera", guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti.Durante gli anni della speculazione edilizia palermitana, sotto il sindaco Ciancimino, venne emesso il numero record di licenze edilizie, gestite dalla mafia di Corleone, ma che risultavano intestate invece a tre persone nullatenenti (cosiddetti prestanome). Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo defin "organico" alla cosca dei corleonesi, riferendo a Giovanni Falcone che "Ciancimino nelle mani dei corleonesi di Riina e Provenzano"[3]. Nello stesso anno Ciancimino venne arrestato[3].Il partito della Democrazia Cristiana lo espulse[4]. Nel 1993 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione[5]. Fu condannato inoltre a 3 anni e due mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d' ufficio, falsit in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva pi cariche pubbliche.[senza fonte] Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli present un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette[3].I magistrati che indagarono su di lui lo definirono la pi esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica[6].

Il clan dei corleonesi Dopo la seconda guerra mondiale, il medico Michele Navarra riorganizza la cosca di Corleone, decimata dagli arresti condotti dal prefetto Cesare Mori negli anni venti, diventandone definitivamente il boss indiscusso il 29 aprile 1946. Nel 1948 Navarra ordin l'uccisione del sindacalista Placido Rizzotto, che fu sequestrato e ucciso da Luciano Liggio, nipote di Leoluca Leggio, detto u' zu Luca, che era il consigliere mafioso dello stesso Navarra.Non mai stato accertato, ma sembra che dietro l'omicidio del famoso bandito Salvatore Giuliano e il suo vice Gaspare Pisciotta, i due leader della banda Giuliano, ci siano proprio i Corleonesi, e in particolare lo stesso Liggio. Questa una delle ipotesi mai scartate dagli inquirenti. Nel 1958 scoppi all'interno

del clan una faida organizzata e capeggiata da Liggio, che gi contendeva al boss la leadership della cosca. Perci il boss Navarra fu ucciso il 2 agosto 1958 dagli uomini di Liggio. Nel periodo successivo ci furono 140 omicidi a Corleone fino al settembre 1963, quando anche Francesco Paolo Streva, considerato il "successore" di Navarra alla guida della cosca, fu assassinato dagli uomini di Liggio.La nuova generazione dei Corleonesi, detti spregiativamente viddani ("contadini") dai boss palermitani, era abile, feroce e ambiziosa. Era composta dal boss Luciano Liggio e dai suoi luogotenenti Tot Riina, Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giuseppe Ruffino, Giovanni Provenzano (cugino di Bernardo) e Giacomo Riina (zio di Tot).A met degli anni sessanta Liggio e Tot Riina furono arrestati. Nel 1969 64 affiliati alla cosca corleonese, tra cui gli stessi Liggio e Riina, furono assolti dall'accusa di aver commesso i delitti avvenuti dal 1955 al 1963 a Corleone per insufficienza di prove, nel processo tenutosi a Bari e istruito dal pubblico ministero Cesare Terranova. Tornati in libert, i Corleonesi organizzarono la strage di Viale Lazio (10 dicembre 1969) insieme al boss palermitano Stefano Bontate e a Giuseppe Di Cristina, boss di Riesi. Lo scopo della strage era di eliminare il boss Michele Cavataio ma, durante lo scontro a fuoco, perse la vita Calogero Bagarella, uno dei Corleonesi.Fino al 1969, la cosca di Corleone aveva un ruolo marginale all'interno di Cosa Nostra, ma ben presto Luciano Liggio e i suoi uomini divennero sempre pi potenti, grazie anche all'appoggio politico di Vito Ciancimino, anchegli originario di Corleone che divent sindaco di Palermo nel 1970. Nel 1970, Luciano Liggio, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti costituirono un triumvirato provvisorio che ricre la Commissione mafiosa scioltasi con la mafia. Il 24 febbraio 1971 i Corleonesi rapirono a Palermo Antonino Caruso, figlio dellindustriale Giacomo, e per la sua liberazione saranno pagati 300 milioni di lire. Il 5 maggio 1971 un commando dei Corleonesi, composto da Luciano Liggio, Tot Riina e altri mafiosi, uccise il procuratore Pietro Scaglione: per la prima volta nel dopoguerra la mafia colpiva un magistrato in Sicilia'8 giugno dello stesso anno Tot Riina fece rapire Pino Vassallo, figlio del costruttore edile Francesco, e fu pagato un riscatto di 400 milioni di lire. Il 16 agosto 1972 i Corleonesi rapirono Luciano Cassina, figlio dellimprenditore Arturo, e per la sua liberazione saranno pagato un miliardo e 300 milioni di lire. In seguito a questi rapimenti, la Commissione mafiosa viet a tutti i boss di partecipare a sequestri di persona in Sicilia. Per questo motivo Liggio si trasfer in Lombardia, dove si alle con Mico Tripodo, boss della 'Ndrangheta.Nel 1974, con l'arresto definitivo di Luciano Liggio a Milano, il boss dei Corleonesi divenne Tot Riina, insieme a Bernardo Provenzano e a Leoluca Bagarella.Il 17 luglio 1975 Riina fece sequestrare Luigi Corleo, considerato luomo pi ricco della Sicilia e suocero dellesattore Nino Salvo. Il suo corpo non sar mai pi ritrovato. Dall'inizio della Seconda guerra di mafia all'arresto di Bernardo Provenzano (2006) la storia della Mafia siciliana s'intreccia strettamente con quella dei Corleonesi. negli anni ottanta che la magistratura riesce a rispondere con maggiore forza: protagonisti di questa lotta alla mafia furono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rocco Chinnici, proprio quest'ultimo istitu il Pool antimafia che port al Maxiprocesso del 1987.Nei primi anni novanta, i Corleonesi, messi alle strette dal pool e dal maxiprocesso, attaccarono, con la ferocia che li contraddistinse, lo Stato. Organizzarono, innanzitutto, la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di via d'Amelio (19 luglio 1992), in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Seguirono diverse stragi: la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Sempre nei primi anni novanta avvennero omicidi celebri come quello di Salvo Lima (1992) e don Pino Puglisi (1993) Il clan stato ritenuto scomparso dopo l'arresto di Provenzano, ultimo padrino di Cosa Nostra e capo della cosca corleonese. Lultimo padrino Matteo Messina Denaro (Castelvetrano, 26 aprile 1962) un criminale italiano. Soprannominato Diabolik, attualmente il quarto ricercato tra i pi pericolosi criminali del mondo.[1] considerato attualmente al vertice della cupola mafiosa di "Cosa nostra". figlio di Francesco Messina Denaro

(soprannominato don Ciccio), storico capo del mandamento di Castelvetrano che, prima della latitanza, risultava lavorare come campiere nelle terre di una delle pi potenti famiglie di imprenditori siciliani: la famiglia D'Al Staiti. Il giovane Matteo impara in fretta le abitudini mafiose. Sin da quattordici anni inizia ad usare le armi da fuoco e a diciotto uccide quella che sar la prima vittima di una sconfinata serie di omicidi. All'et di 20 anni incomincia a entrare nei veri affari di Cosa Nostra, un paio di ragazzi lo fiancheggiano: Giuseppe Clemente e Francesco Geraci, che verranno arrestati in seguito. Famosa a questo proposito la confidenza fatta ad un amico: "Con le persone che ho ammazzato, io potrei fare un cimitero". Secondo alcune fonti sarebbero almeno 50 gli omicidi compiuti da Messina Denaro. Ha una figlia, che non ha mai visto (notizia appresa da una confidenza trovata nei pizzini destinati a Provenzano). La carriera mafiosa di Matteo Messina Denaro inizia ufficialmente nel 1989 quando viene denunciato per associazione mafiosa. Dal 1993 Matteo e suo padre si danno alla latitanza. Da quel momento in poi egli sar prima il reggente e dal 1998 (in seguito alla morte per arresto cardiaco del padre, la cui salma stata ritrovata gi adagiata dentro una bara e pronta per la tumulazione) il capo ufficiale del mandamento di Castelvetrano. In seguito alla cattura di Vincenzo Virga avr il controllo dell'intera provincia di Trapani. E si ritiene essere, dopo l'arresto di Salvatore e Sandro Lo Piccolo (avvenuto nel 2007), il nuovo capo di Cosa Nostra.Sin da piccolo dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, Messina Denaro pu vantare importanti contatti con i cartelli sudamericani ed considerato dall'FBI uno dei maggiori attori nel commercio mondiale della droga. I suoi interessi si muovono per anche nell'ambito del traffico di armi e della macellazione clandestina, nonch nello sfruttamento di importanti cave di sabbia del trapanese.

Maxi processi Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982) in cui Carlo Alberto Dalla Chiesa (prefetto del capoluogo siciliano), Emanuela Setti Carraro (moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa), Domenico Russo (agente di polizia) furono uccisi dalla mafia, lo stato italiano prese le misure adeguate, facendo votare leggi per accedere ai conti bancari di Cosa nostra.Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, per, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo stato (legge sui pentiti). Fra questi c'era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontr per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominci a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team - il famoso Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici - istruirono contro Cosa nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina). Il 30 luglio 1991 la sentenza d'appello ridimension le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconferm tutte le condanne del primo grado che divennero realt giudiziarie.

Attacco allo stato Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni ottanta, riorganizz ci che restava di Cosa nostra e, dopo l'introduzione dell'articolo 41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, nel 1993 inizi una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili (5 vittime) a Firenze, la strage al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano (5 vittime) e i due

attentati al patrimonio artistico di Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Infine il 16 ottobre 1993 ci fu l'ultimo tentativo (fallito) di fare un attentato allo Stato da parte di Cosa nostra: venne parcheggiata un'autobomba in via dei gladiatori a Roma, fuori dallo Stadio Olimpico durante la partita Lazio-Udinese per colpire i Carabinieri impegnati nel servizio di Ordine Pubblico per la partita. Fortunatamente la bomba non esplose.I pi famosi e terribili attentati restano per le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d'Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell'Ufficio Affari Penali per espressa volont dell'allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo citt, all'altezza di Capaci. L'esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Circa quattro anni dopo fu arrestato colui che quel giorno premette il pulsante del detonatore, Giovanni Brusca detto "Scannacristiani".Paolo Borsellino mor in circostanze analoghe, a seguito dell'esplosione di un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre in via D'Amelio, fatta esplodere con un radiocomando, probabilmente azionato dal Castello Utveggio, sito sul Monte Pellegrino che sovrasta la citt di Palermo. L'autobomba esplose facendo morire pure cinque uomini della scorta.Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D'Amelio, ha rappresentato l'alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino prosegu freneticamente l'opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria.Sul luogo dell'attentato fu rinvenuta una borsa che Borsellino portava sempre con s e probabilmente contenente appunti e atti d'indagine che furono trafugati (la famosa "agenda rossa"). Una indagine tuttora in corso, e coinvolge presunti servizi segreti deviati.

Lotta alla mafia

All'indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c' stato un risveglio della societ civile che ha portato ad una durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La paura, l'omert e la tradizionale veste di Cosa nostra sembravano essere scomparse per la maggior parte della gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli contro la mafia, la cosiddetta "rivolta dei lenzuoli". Quasi ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c'erano lezioni sulla legalit e di educazione civica, nelle quali il posto da insegnante era preso da magistrati e giudici antimafia o da parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta militare dello stato che con l'operazione "Vespri Siciliani" invi nell'isola ben 20.000 soldati (dal 25 luglio 1992 all'8 luglio 1998) per presidiare gli obiettivi sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti e porti. Il ruolo svolto dall'esercito, nonostante le numerose critiche di aver "militarizzato" l'isola, fu ampiamente positivo nel campo della sicurezza urbana. Ci fu una riduzione dei crimini e anche alcuni arresti eccellenti come quelli di Toto Riina e Leoluca Bagarella. Inoltre la presenza dell'esercito liberava la polizia da compiti di sorveglianza in modo che tutte le unit fossero usate per le indagini. A tutto questo va aggiunto l'arrivo a Palermo di Gian Carlo Caselli come procuratore della Repubblica lo stesso giorno dell'arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. L'azione della procura venne rilanciata, oltre che per i motivi gi citati (sostegno popolare e presenza dell'esercito) anche grazie all'azione di questo

magistrato esperto. In questo modo fu spezzato il sistema grazie al quale la mafia poteva svolgere le sue attivit indisturbata. Giovanni Falcone (Palermo, 20 maggio 1939[1] Capaci, 23 maggio 1992) stato un magistrato italiano. Assassinato insieme alla moglie e alla scorta dalla mafia, considerato un eroe italiano, come Paolo Borsellino, di cui fu amico e collega. Falcone vinse il concorso in Magistratura nel 1964 e per breve tempo fu pretore a Lentini. Fu poi sostituto procuratore al tribunale di Trapani per dodici anni. Qui, a poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale.[3]Fu trasferito a Palermo nel luglio 1978. Dopo l'omicidio del giudice Cesare Terranova fece domanda ed ottenne di lavorare all'Ufficio istruzione, che sotto la successiva guida di Rocco Chinnici, diviene un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiam al suo fianco anche Paolo Borsellino che divenne collega di Falcone nello sbrigare il lavoro arretrato di oltre cinquecento processi[4]. Nel maggio 1980 Chinnici affid a Falcone le indagini contro Rosario Spatola: un lavoro che coinvolgeva anche criminali negli Stati Uniti e all'epoca osteggiato da alcuni altri magistrati.Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie. Ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici ed avere un quadro complessivo del fenomeno. Not che gli stupefacenti venivano venduti negli Stati Uniti cos chiese a tutti i direttori delle banche di Palermo e provincia di mandargli le distinte di cambio valuta estera dal 1975 in poi. Alcuni telefonarono personalmente a Falcone per capire che intenzione avesse e lui rimase fermo sulle sue richieste[5]. Grazie ad un attento controllo di tutte le carte richieste, una volta superate le reticenze delle banche, e "seguendo i soldi" riusc ad iniziare a vedere il quadro di una gigantesca organizzazione criminale: i confini di Cosa nostra. Grazie ad un assegno dell'importo di centomila dollari cambiato presso la Cassa di Risparmio di piazza Borsa di Palermo, Falcone, trov la prova che Michele Sindona si trovava in Sicilia smascherando quindi il finto sequestro organizzato a suo favore dalla mafia siculo-americana alla vigilia del suo giudizio[5]. Nei primi giorni del mese di dicembre 1980 Giovanni Falcone si rec per la prima volta a New York per discutere di mafia e stringere una collaborazione con Victor Rocco, investigatore del distretto est[6].Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente ascesa dei Corleonesi, i quali impongono il proprio feudo criminale insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano L'Ora, che arriver a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre (che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa), e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo stesso Chinnici, al quale succedette Antonino Caponnetto. Caponnetto si insedia concependo la creazione di un "pool" di pochi magistrati che, cos come sperimentato contro il terrorismo, potessero occuparsi dei processi di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare cos i rischi personali, che per garantire in ogni momento una visione pi ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso.Nello scegliere i suoi uomini, Caponnetto pensa subito a Falcone per l'esperienza ed il prestigio gi da lui acquisiti, ed a Giuseppe Di Lello, pupillo di Chinnici. Lo stesso Falcone sugger poi l'introduzione di Borsellino, mentre la scelta dell'ultimo membro ricadde sul giudice pi anziano, Leonardo Guarnotta. La validit del nuovo sistema investigativo si dimostra subito indiscutibile, e sar fondamentale per ogni successiva indagine, negli anni a venire.Ma una vera e propria svolta epocale alla lotta alla mafia sarebbe stata impressa con l'arresto di Tommaso Buscetta, il quale, dopo una drammatica sequenza di eventi, decise di collaborare con la Giustizia. Il suo interrogatorio, iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro del Nucleo operativo della Criminalpol, si riveler determinante per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell'organizzazione definita Cosa nostra. Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e di tutto il pool portarono cos a costituire il primo grande processo contro la mafia.

Questa reag bruciando il terreno attorno ai giudici: dopo l'omicidio di Giuseppe Montana e Ninni Cassar nell'estate 1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si cominci a temere per l'incolumit anche dei due magistrati, che furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara (incredibilmente dovettero pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande, come ricord Borsellino in un'intervista), dove gettarono le basi dell'istruttoria.Ma il 16 novembre 1987 diventa una data storica e insieme un momento fondamentale per il Paese, che per la prima volta inchioda la mafia traducendola alla Giustizia. Il Maxiprocesso sentenzia 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia.[8]Nel dicembre 1986, Borsellino viene nominato Procuratore della Repubblica di Marsala e lascia il pool. Come ricorder Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includono ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono cos a far parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.