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Balbi Sei. Ricerche Storiche Genovesi, n.

0 (2004) Michela Barbot

Aguagliarsi almen col vestire alla nobilt: leggi suntuarie, gerarchie sociali e congiunture economico-politiche a Milano in Et moderna (secc. XVI-XVIII).
di Michela Barbot

1. Il significato dei consumi di lusso nelle societ di Antico Regime. Le leggi sul lusso, di cui non si conoscono le reali applicazioni, intervengono a doppio titolo nel sistema del consumo. Sul piano sociale, esse stabiliscono i consumi in funzione del rango: i borghesi e le borghesi non hanno il diritto di indossare abiti intessuti doro e dargento, n di possedere perle, n di acquistare vasellame di pregio; la corte e le famiglie aristocratiche urbane appartengono a una sfera autonoma del consumo. Mentre, sul piano economico, la legislazione sul lusso serve a limitare lo spreco1: con queste parole, lo storico Daniel Roche ha efficacemente descritto la duplice valenza assunta dalle leggi suntuarie nel disciplinare i consumi di lusso allinterno delle societ di Antico Regime. Argomento centrale di questo lavoro, che costituisce il primo passo di un percorso di ricerca dedicato al tema della mobilit sociale allinterno del patriziato milanese in Et moderna2, una disamina delle prammatiche sul lusso promulgate dal ceto dirigente ambrosiano tra Cinque e Settecento, con una particolare attenzione al ruolo che
* Sono particolarmente grata a Marco Cattini per i consigli che mi ha elargito nelle diverse fasi di elaborazione di questa ricerca, ed a Luca Giana per i suoi commenti a queste pagine. 1 D. Roche, Histoire des choses banales. Naissance de la consommation dans les socits traditionnelles (XVIIe XIXe sicle), Paris, 1997. 2 Fa parte dello stesso percorso di ricerca anche il seguente lavoro, cui mi permetto di rinviare: M. Barbot, Il patriziato milanese: unlite aperta? Ricambio politico e mobilit sociale nel ceto dirigente ambrosiano (secoli XVI XVIII), di prossima pubblicazione in Cheiron: materiali e strumenti di aggiornamento storiografico. 109

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leggi suntuarie vennero assumendo quali strumenti di regolamentazione di una societ - qualera, per lappunto, anche quella milanese dei secoli XVI-XVIII - gerarchicamente strutturata. Come si vedr, le leggi milanesi presentano, da questo punto di vista, delle significative ed interessanti peculiarit la cui comprensione, tuttavia, richiede di soffermarsi brevemente sul significato rivestito dai consumi di lusso nelle societ aristocratiche di Antico Regime. Come numerosi lavori hanno evidenziato3, allinterno di societ cos fortemente stratificate ed abitate dallhomo hierarchicus la funzione di tali forme di consumo vistoso4 era quella di comunicare, in modo chiaro ed incontrovertibile, la posizione occupata da ciascuno in seno alla gerarchia sociale, distinguendo ogni individuo e ogni famiglia dagli altri, sia eguali, che inferiori. Per le famiglie che gi erano al vertice della societ, un tenore di vita improntato al lusso e allostentazione era considerato un dovere assolutamente imprescindibile: a presidio del rigido ordinamento gerarchico vigente nelle societ aristocratiche di Antico Regime stava infatti un principio costitutivo fondamentale, il concetto di onore, dal quale discendeva non soltanto lorgogliosa coscienza dei propri natali ma anche, e soprattutto, un insieme del tutto peculiare di convenzioni e di regole di condotta - chiaramente attestate dallespressione noblesse oblige - alle quali nessuno poteva sottrarsi, pena la perdita di considerazione sociale da parte dei propri consimili5. Se le casate pi illustri dovevano impegnarsi nel mantenimento di uno stile di vita conforme al proprio prestigio, questa forma di comportamento era, poi, informalmente obbligatoria anche per
3 Cfr. P. Burke, Scene di vita quotidiana nellItalia moderna, Bari, 1988; Id., Res et verba: conspicuous consumption in the early modern world, in Consumption and the world of goods, a cura di K. D. Dilip, London, 1993, pp. 148 161; N. Elias, La societ di corte, Bologna, 1980; L. Stone, Family and fortune. Studies in atistocratic finance in the sixteenth and seventeenth centuries, Oxford, 1973. 4 La prima formulazione del concetto di consumo vistoso [conspicuous consumption] stata compiuta, com noto, dal sociologo T. Veblen, in La teoria della classe agiata, Milano, 1969 [Ed. orig. 1899]. 5 Max Weber, infatti, definisce in questi termini lonore allinterno di una situazione di ceto: lonore di ceto si esprime soprattutto nellesigere una condotta di vita particolare da tutti coloro i quali vogliono appartenere ad una data cerchia. Cfr. M. Weber, Economia e societ, Milano, 1995 [Ed. orig. 1922], vol. II, p. 93.

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qualsiasi nuova famiglia che aspirasse ad entrare nelle file dellaristocrazia6: chi voleva essere ammesso al ceto nobiliare - per condividerne, evidentemente, non soltanto il prestigio sociale, ma anche il potere politico e gli ingenti privilegi economici e fiscali doveva infatti dimostrare di essere in grado di vivere more nobilium e di fare un uso quotidianamente liberale delle proprie ricchezze. Come stato osservato, a questo proposito, da Peter Burke, limitazione di uno stile di vita pi elevato e lesibizione di forme di consumo vistoso furono un importante canale per aumentare il proprio status sociale agli inizi dellEuropa moderna7; bisogna tuttavia osservare che, quanto pi le classi inferiori si avvicinavano al vertice della piramide sociale, conquistando beni in precedenza posseduti in via esclusiva da quelle superiori, tanto pi queste ultime erano indotte ad innovare i loro consumi, in modo da mantenere o ristabilire le distanze che le separavano dai vili parvenus8. In modo solo apparentemente paradossale, inoltre, per le antiche casate le spese di rango dovevano essere il pi possibile oculate, se volevano raggiungere lo scopo di conservazione dello status al quale miravano: il pericolo di cadere in una spirale consumistica i cui esiti potevano rivelarsi auto-distruttivi era, in effetti, sempre in agguato, poich lesigenza di mantenere una vita consona alla propria posizione sociale, in presenza di congiunture economiche sfavorevoli, poteva creare nei patrimoni familiari vere e proprie voragini. Quanto fosse difficile sostenere i costi imposti dal perseguimento delle politiche del prestigio , del resto, chiaramente attestato dalle vicende dei poveri vergognosi, espressione con cui erano abitualmente indicati gli aristocratici decaduti, magari resi tali - come si legge in

6 Cfr. P. Malanima, Leconomia dei nobili a Firenze nei secoli XVII e XVIII, in Societ e storia, 54 (1991), pp. 829-848. 7 P. Burke, Storia e teoria sociale, Bologna, 1995, p. 85. 8 Come sottolinea G. Simmel, nel momento in cui la classe pi bassa si un po pi elevata, la classe pi alta ha perso una parte del suo prestigio, ed avverte cos pi forte la necessit di distinguersi dal mercante che traffica col denaro. Cfr. G. Simmel, La filosofia del denaro, Torino, 1977 [Ed. orig. 1900], p. 580.

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un lavoro espressamente dedicato a questo fenomeno - da quel canale di mobilit discendente che erano le spese di rango9. E evidente, in effetti, che un tenore di vita eccessivamente dispendioso fosse spesso occasione di indebitamento, e che lindebitamento potesse, talora, costituire il preludio al crollo delle fortune familiari; questo, a sua volta, diveniva un meccanismo fondamentale del ricambio sociale, favorendo, da una parte, la mobilit ascendente e, dallaltra, la mobilit discendente10. Di queste dinamiche sociali, variabili da stagione a stagione, ma ben presenti per larga parte dellEt moderna, furono testimoni, per lappunto, le leggi suntuarie, efficacemente definite come veri e propri breviari dei segni della distinzione sociale11. Generalmente, infatti, le minuziose norme riguardanti gli abiti, i mezzi di trasporto, i conviti e le cerimonie funebri tendevano a creare, per usare le parole di Daniel Roche, delle autonome sfere di consumo a favore di soggetti individuati sulla base della condizione sociale e del rango di appartenenza: tra gli obiettivi perseguiti dalle autorit cittadine nel disciplinare le apparenze vi era, quindi, la precisa volont di svolgere unopera di esclusione sociale, riservando a una ristretta cerchia di individui - di fatto ai nobili - i segni esteriori e tangibili della distinzione sociale. In molti casi, dunque, facile intravedere, dietro ai divieti suntuari, un agonismo giocato a colpi di spese sontuose, una rincorsa alleminenza condotta sullo sfoggio dei segni esteriori12: un agonismo ed una rincorsa cui, oltretutto, a partire dal Cinquecento si trovarono a partecipare, grazie ad una felice congiuntura economica,
9 Sulla figura del pauper verecundus dellEt moderna, cfr. G. Ricci, Povert, vergogna, superbia. I declassati fra Medioevo e Et moderna, Bologna, 1996. Parecchi sforzi furono compiuti per occultare questi casi di mobilit sociale discendente, che rappresentavano uninfrazione allordinamento gerarchico della societ: nel XV e nel XVI secolo, in molte citt italiane, si moltiplicarono le istituzioni assistenziali che distribuivano in segreto lelemosina agli aristocratici decaduti, i quali non potevano n lavorare n mendicare senza perdere lonore. 10 P. Malanima, op, cit., pp. 847-848. 11 Cfr. M. Bianchini, Voce Spreco, in Enciclopedia Einaudi, vol. XIII, Torino, 1981, pp. 396-417. Sul concetto di distinzione, si veda lopera del sociologo francese P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, 1983. 12 M. Bianchini, Voce Spreco, cit, p. 398.

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anche i membri dei ceti medi ed inferiori, desiderosi, come si legge in un memoriale redatto a Milano nella seconda met del secolo, di aguagliarsi almen col vestire alla nobilt13. Ed , in ultima istanza, proprio questa circostanza - lintensa concorrenza tra i ceti sociali - a spiegare, a parere di molti studiosi che si sono occupati di questo argomento14, la logica sottostante alla maggior parte delle imposizioni legislative via via approntate alla pompa e al lusso: gli autentici pericoli non derivavano tanto dal consumo diffuso di beni voluttuari, quanto, piuttosto, dall ascensione a soglie che non competevano ai rispettivi stati15, con il rischio conseguente di mettere a repentaglio una pace sociale ed un ordine comunitario nel quale il comando sulle cose era fatalmente destinato a tradursi nel comando sulle persone. Non casuale, quindi, che le leggi suntuarie si siano moltiplicate ed inasprite soprattutto nel XVI secolo, epoca in cui, in virt dellintensa fase di vitalit economica vissuta dalle maggiori citt italiane ed europee, le barriere di status divennero pi permeabili e, di conseguenza, anche laccentramento dei simboli del prestigio presso un unico gruppo sociale cominci a lasciare spazio ad una maggiore articolazione e differenziazione.
13 Archivio di Stato di Milano (dora in poi A.S.M.), Araldica parte antica (p.a.), cart. 139, memoriale datato 1566. 14 Cfr. D. Owen Hugues, La moda proibita. La legislazione suntuaria nellItalia rinascimentale, in Memoria. Rivista di storia delle donne, XI - XII (1984), pp. 82105; C. Donati, Lidea di nobilt in Italia. Secoli XIV-XVIII, Bari, 1988; M. G. Muzzarelli, La disciplina delle apparenze. Vesti e ornamenti nella legislazione suntuaria bolognese fra XIII e XV secolo, in Disciplina dellanima, disciplina del corpo, disciplina della societ fra medioevo ed et moderna, a cura di P. Prodi, Bologna, 1994, pp. 757-784; A. Liva, Note sulla legislazione suntuaria nellItalia centro-settentrionale, in Le trame della moda, a cura di A. Cavagna, G. Butazzi, Roma, 1995; A. Hunt, Governance of the consuming passions. A history of sumptuary law, New York, 1996; M. G. Muzzarelli, Prestigio, vesti e discernenza di persone, in I giochi del prestigio. Modelli e pratiche della distinzione sociale, a cura di M. Bianchini, Roma, 1999 (fa parte di Cheiron: materiali e strumenti di aggiornamento storiografico), pp. 171-186; E. Morato, Tra dovere e privilegio: il vestir de patrizi nella legislazione suntuaria veneziana del Settecento, in I giochi del prestigio, cit., pp. 187-202; G. Calvi, Abito, genere, cittadinanza nella Toscana moderna (secoli XVI-XVII), in Quaderni storici, XXXVII (2002), pp. 477-503; Disciplinare il lusso. La legislazione suntuaria in Italia e in Europa tra Medioevo ed Et moderna, a cura di M. G. Muzzarelli-A. Campanini, Roma, 2003. 15 G. Guerzoni, Liberalitas, Magnificentia, Splendor. Le origini classiche del fasto rinascimentale italiano, in I giochi del prestigio, cit., pp. 49-82, in particolare p. 75.

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Si spiega in questi termini, infatti, lo smarrimento e langoscia di molti ceti dirigenti urbani: rappresentanti di un ordine sociale in cui ricchezza, potere e prestigio erano sempre apparsi come elementi indistinguibili ed inscindibili, essi non potevano che mostrare insofferenza di fronte alla mobilit sociale prodotta dalle nuove ricchezze commerciali, dato il non velato timore di decadere dal rango o di vedere altri cittadini condividere i loro privilegi. E per questo motivo che le vicende delle leggi sul lusso finirono sovente collincrociarsi con le questioni attinenti ai processi di mobilit sociale: lo scopo che i legislatori si proponevano di raggiungere attraverso provvedimenti differenziati sulla base del rango era, in definitiva, quello di garantire unapparenza di immutabilit malgrado la mutazione delle ricchezze, di colmare lo scarto tra rappresentazione e realt, tra gerarchie del sangue e gerarchie del denaro, in una cultura tutta improntata alla parata e allostentazione16. 2. Un caso particolare: le leggi suntuarie milanesi in Et moderna. Se quello appena descritto il quadro generale di riferimento, le leggi suntuarie milanesi se ne discostano, invece, in pi di un aspetto. In primo luogo, nella eccezionale e, per certi versi, sorprendente esiguit numerica di tali ordinanze: otto leggi - tale , infatti, la quantit di regolamenti sul lusso pubblicati a Milano tra il 1539 ed il 176917 - costituiscono, evidentemente, unanomalia tuttaltro che irrilevante se paragonate, ad esempio, alle ventuno prammatiche emanate a Firenze o alle oltre ottanta leggi promulgate a Venezia nel solo secolo XVII18. In secondo luogo, nella mancanza tranne che in rarissimi casi di pene specifiche contro gli eventuali trasgressori, quasi a
G. Ricci, op. cit., p. 13. Le date di pubblicazione sono le seguenti: 1539, 1548, 1565, 1584, 1679, 1712, 1749 e 1769. Come si pu vedere, dunque, nel XVII secolo venne pubblicata a Milano una sola legge suntuaria. 18 Si tratta di dati ripresi da. P. Burke, Il consumo di lusso, cit., p. 183.
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testimoniare la scarsa convinzione mostrata dai legislatori sullefficacia delle disposizioni da loro stessi prescritte. In terzo luogo, nel singolare egualitarismo presente in larga parte di queste leggi: ad eccezione di due casi, incarnati dalle ordinanze del 1565 e del 1749 (ed , questa, una ulteriore anomalia nellanomalia cui si cercher di dare spiegazione in queste pagine) non dato di incontrare, nelle prammatiche ambrosiane, alcuna traccia delle preoccupazioni gerarchiche e di conservazione dello status esistenti in larga parte della legislazione suntuaria dellepoca. Le prescrizioni milanesi tendevano infatti a vietare i consumi vistosi a tutte le categorie di individui, senza operare distinzioni di grado et condittione19 e senza, per ci stesso, prevedere speciali norme o esenzioni a favore della nobilt cittadina20. Del resto, leccezionalit delle leggi suntuarie milanesi era gi apparsa con chiarezza anche allo storico Ettore Verga, autore, agli inizi del secolo scorso, di due scritti monografici sulle prammatiche ambrosiane, nel primo dei quali cos si esprimeva: Le leggi suntuarie milanesi nellepoca moderna, sono, a differenza di quelle di altre citt, ben magro contributo alla storia del costume, sia pel loro scarso numero, sia perch, compilate di mala voglia e senza alcuna convinzione, si occupano di pochi fatti e, anche a lunga distanza di tempo, ripetono le medesime cose, trascurando di osservare davvicino il capriccioso avvicendarsi delle mode. Quantunque lintervento dello Stato nella vita intima dei cittadini fosse un concetto comune, se non indiscusso, Milano non aveva alcuna simpatia per questo vano zelo della legislazione: sei leggi in tutto, in quasi due secoli, [], nessun rigore nelle pene, alle quali, salvo una volta, non si accenna neppure, [], nessun indizio di esecuzione, anzi la confessione ingenua da parte delle autorit di non averla neppure tentata21.
E questa, infatti, unespressione ricorrente nelle disposizioni ambrosiane. A questo proposito, bene sottolineare che le prescrizioni suntuarie potevano, talora, assumere una valenza apparentemente anti aristocratica senza, con ci, escludere la volont di discriminare tra chi era nobile e chi non lo era. E questo il caso, ad esempio, dei molti regolamenti veneziani e genovesi che imponevano ai patrizi di indossare ununica veste, lunga sino ai piedi e totalmente priva di ornamenti. 21 E. Verga, Le leggi suntuarie e la decadenza dellindustria in Milano: 1565-1750, in Archivio Storico Lombardo, XXVII (1900), p. 49. E importante sottolineare che
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Pur convenendo pienamente con Verga circa lesistenza di significative peculiarit nella regolamentazione suntuaria ambrosiana, pare, tuttavia, estremamente riduttivo liquidare tali particolarit come il frutto di una presunta, quanto immotivata antipatia milanese nei confronti di questa forma di intervento legislativo: posto che lattenzione accordata alle vesti, agli ornamenti e agli altri simboli del prestigio nobiliare costituisce un prezioso indicatore da cui trarre informazioni sul grado di apertura o di chiusura di una determinata societ22, le anomalie riscontrate nelle ordinanze ambrosiane potrebbero acquisire maggior significato proprio a partire da unanalisi pi approfondita del contesto entro cui tali leggi furono promulgate. Coerentemente con limpostazione adottata in questo lavoro, quindi, nel ricostruire i contenuti della legislazione suntuaria prodotta nel capoluogo lombardo si estender lanalisi sino ad abbracciare lintera societ ambrosiana, focalizzando lattenzione soprattutto su quel ceto patrizio che, per larga parte dellEt moderna, ebbe lincombenza e, nel contempo, il privilegio di decidere dei contenuti da assegnare alle prammatiche in materia di lusso. 2.1. I primordi della legislazione suntuaria in Et spagnola. Come si evince dal preambolo, la prima legge suntuaria pubblicata in Et spagnola - la prammatica del 1539 - fu promulgata al

lanalisi di Verga parzialmente incompleta, poich si arresta alla prammatica del 1712. 22 La definizione di chiusura e di apertura sociale qui adottata quella classica fornita da Max Weber nel secolo scorso: una relazione sociale deve essere detta aperta nei riguardi dellesterno se, e nella misura in cui, la partecipazione dellagire sociale reciproco, orientato in base al suo contenuto di senso [] non viene impedita a nessun individuo che sia effettivamente in grado di farlo, e disposto a ci. Invece deve essere detta chiusa nei riguardi dellesterno nella misura e nel grado in cui il suo contenuto di senso o gli ordinamenti che per essa valgono escludono una partecipazione del genere, o la limitano, o la subordinano a certe condizioni. Cfr. M. Weber, op. cit., vol. I, p. 42. 116

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fine di togliere le irriverenze nelle Chiese, e gli abusi nel vestir troppo sfarzosamente, e le Pompe de Funerali23. Pi in particolare, riprovando la scarsa deferenza dimostrata dai milanesi nei confronti della Maiest Divina, la prammatica si apre con una disposizione relativa alla consuetudine - peraltro molto diffusa allepoca - di passeggiare allinterno delle Chiese durante la celebrazione degli uffici religiosi. Nei confronti degli eventuali trasgressori il castigo inflitto particolarmente duro, prevedendo persino la condanna esemplare alla gallera per tri anni. Pi o meno improntate agli stessi criteri risultano le prescrizioni relative alle cerimonie funebri, anchesse regolate in maniera molto minuziosa. Il capitolo dedicato alle vesti si caratterizza, invece, per una certa liberalit e tolleranza che paiono non trovare riscontri in altre ordinanze dellepoca: la legge vieta genericamente a tutti i cittadini di portare ricami de niuna sorte e drappi intessuti doro e dargento, consentendo tuttavia unampia libert di scelta per quanto riguarda la foggia dei gioielli, dei copricapi, delle acconciature, delle sottane. Le concessioni presentate sono dunque molto numerose, e nessuna sanzione sembra essere stata prevista al fine di scoraggiare i possibili trasgressori. Lunico riferimento ad una qualche forma di condanna si ritrova nel punto in cui si afferma che se intendeno perse le veste et altre cose in quali si contravvener: si tratta, tuttavia, di un ben misero deterrente se paragonato, ad esempio, alla pratica bolognese di requisire gli abiti proibiti e di iscriverli in un Registro delle vesti bollate tenuto da appositi ufficiali deputati alla bollatura24. In aggiunta a ci, la sensazione che le norme sulle vesti siano destinate a rimanere lettera morta trova conferma in una proroga di nove mesi25 concessa per consentire ai cittadini di utilizzare gli abiti appena acquistati e di adeguare in modo graduale il proprio guardaroba alle nuove prescrizioni. I contenuti e la sostanza complessiva di simili disposizioni inducono dunque a pensare a una certa riluttanza, o quantomeno a una
Archivio Storico Civico di Milano (dora in poi A.S.C.M.), Materie, Araldica, cart. 41. 24 Sui regolamenti bolognesi cfr. M. G. Muzzarelli, Prestigio, vesti, cit. 25 A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 41. 117
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certa cautela, dei legislatori nel regolare la materia in esame: e questo, si badi, in un periodo in cui le prammatiche delle altre citt italiane intervengono a dettare norme molto severe sullabbigliamento, secondo un sistema scalare basato sul ceto sociale e sul censo. Tale impressione, poi, pare rafforzata dal fatto che nella prammatica successiva non compare pi alcuna prescrizione relativa alle vesti. Eliminando ogni riferimento agli abiti, la legge del 154826 sembra per molti versi esasperare i toni ed i contenuti della grida pubblicata dieci anni prima. La dimensione religiosa, infatti, viene qui ulteriormente accentuata, come dimostrano le nuove disposizioni che proibiscono la pratica di inviare ambasciate o di conversare con alcuna monaca o le prescrizioni relative ai giochi dazzardo e alle barattarie, considerati sommamente contrari al decoro e alla moralit pubblica. E da segnalare per la presenza, in questo caso, di specifiche norme relative alle modalit di attuazione della legge: si afferma a questo proposito che sopra le predette cose habbi da esser giudice il capitano di Giustitia,, e che il procedimento possa avere luogo cosi per gli Giudici ex officio, come ad instantia de accusatori. A garanzia del rispetto della legge, inoltre, si stabilisce che qualora uno dei magistrati non proceda entro i termini stabiliti, si debba adire direttamente il Senato, al quale viene riservata la facolt di far pagare ai giudici negligenti la pena prevista contro i trasgressori. Non bisogna, tuttavia, farsi impressionare dalla apparente scrupolosit di queste prescrizioni: mentre in altre citt, come ad esempio Venezia, i tentativi di un pi rigoroso controllo suntuario vengono accompagnati dallistituzione di apposite Magistrature alle Pompe27, i provvedimenti milanesi non predispongono invece alcuno specifico strumento di sorveglianza, affidandosi ad autorit gi esistenti e, oltretutto, dedite a numerosi altri incarichi. In ultima analisi, limpressione che si ricava dalla lettura delle due prammatiche che, come gi sottolineato, ad ispirarle siano state
Ibidem, Prammatica del 12 maggio 1548. Cfr. A. Liva, op. cit., p. 41: la Magistratura dei Provveditori alle Pompe veneziana fu istituita nel febbraio del 1512. Ad essa si aggiunse poi, nel 1559, lulteriore organo di sorveglianza costituito dai Sovraprovveditori.
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preoccupazioni di ordine morale pi che gerarchico. Non dato di sapere, in virt del silenzio che a questo proposito caratterizza i documenti, se via sia stato dietro tali norme linflusso della Chiesa, la quale, soprattutto in epoca medievale, ebbe un ruolo attivo nella compilazione degli statuti suntuari di molte citt italiane: non avrebbe infatti destato alcuna sorpresa ravvisare anche nel caso milanese un legame diretto tra i toni di queste ordinanze e gli ammonimenti dei predicatori e dei confessori contro la degenerazione morale provocata dal lusso e dalla luxuria.28 2.2. Una prima eccezione: le differenze di status nella legge del 1565. A differenza delle due gride precedenti, lordinanza del 21 novembre 156529 presenta norme piuttosto minuziose e severe, candidandosi ad essere, a parere del gi citato Ettore Verga, lunica che possa reggere al confronto con le prammatiche delle altre citt30. La legge contiene, in effetti, distinte e differenziate disposizioni per uomini e donne nobili, artefici et bottegari, contadini e contadine, cortegiane e forestieri31, di cui si disciplinano in modo particolare labbigliamento e gli ornamenti esteriori, i quali, esclusi dalla normativa precedente, ritornano qui ad essere gli oggetti privilegiati della regolamentazione suntuaria. Tanto per gli uomini che per le donne nobili (sia quelle maritate che quelle da marito32) le proibizioni, peraltro molto
S. Carlo Borromeo ad esempio, si espresse a pi riprese contro labitudine dei milanesi di utilizzare inginocchiatoi eccessivamente preziosi ed intarsiati: su questo punto, cfr. P. Burke, Scene di vita quotidiana, cit., p. 181. 29 A.S.C.M., Materie, Araldica, cart.41, prammatica del 21 novembre 1565. 30 E. Verga, op. cit., p. 54. 31 In Et moderna, le prescrizioni contenute nelle leggi suntuarie ebbero anche la funzione di definire i diritti di cittadinanza e, con essi, lo status giuridico dei cittadini rispetto ai forestieri: su questo punto cfr. G. Calvi, op. cit. 32 Ponendo sullo stesso piano donne da marito e donne maritate, Milano costituisce unulteriore, significativa eccezione rispetto alle altre citt: molte prammatiche italiane dellepoca prevedono, infatti, norme differenziate per le donne nubili e per quelle sposate, poich il matrimonio era considerato un momento di passaggio da uno status santuario a un altro: cfr. D. Owen Hughes, op. cit., e G. Calvi, op. cit. 119
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attente ai dettagli della moda, colpiscono soprattutto luso dei drappi doro o dargento, dei gioielli, delle acconciature e delle pellicce, dei cavalli e delle carrozze. A testimonianza del ruolo svolto dallimpiego della servit quale strumento di affermazione e di prestigio sociale33, la prammatica interviene poi a disciplinare un abuso contrastato con vigore anche nelle ordinanze successive, costituito dalla pratica di farsi accompagnare in occasione di ogni pubblica uscita da un nutrito seguito di servi in livrea. Ma le prescrizioni pi interessanti sono, senza dubbio, quelle che riguardano gli artigiani e i bottegai. La differenza fondamentale tra labbigliamento nobiliare e quello del ceto medio istituita dai legislatori di fatto sembra sostanziarsi in una minore ricchezza delle stoffe ed in una maggior modestia degli ornamenti consentiti: si stabilisce infatti che coloro che lavorano, et si esserciscono con le proprie persone, et le loro moglie et figliuoli non possano portare abiti di seta - concessi invece ai nobili -, pellicce, medaglie o gioielli, ad eccezione di una collana o di qualche anello di valore limitato. Occorre a questo punto ricordare che, se fatte rigorosamente rispettare, le restrizioni relative alle vesti e agli ornamenti avrebbero duramente colpito lindustria ed il commercio cittadini: non si deve dimenticare, infatti, che durante il Cinquecento Milano fu sede delle pi importanti manifatture di tessuti auroserici, configurandosi dunque non solo come centro di consumo, ma anche come luogo di produzione di articoli di lusso34. Era dunque inevitabile che i pi penalizzati da uneventuale applicazione della prammatica, tanto in veste di consumatori quanto di produttori, fossero proprio quegli artefici et bottegari di cui si appena detto: ed infatti questi ultimi,
33 Su questo argomento cfr. R. Sarti, Comparir con equipaggio di scena. Personale domestico e prestigio nobiliare (Bologna, fine XVII inizio XX secolo), in I giochi del prestigio, cit., pp. 133-170. 34 Sulleconomia milanese del Cinquecento cfr. D. Sella, Leconomia lombarda durante la dominazione spagnola, Bologna, 1982, e G. Aleati-C.M. Cipolla, Aspetti e problemi delleconomia milanese e lombarda nei secoli XVI e XVII, in Storia di Milano (dora in poi SdM), Roma, 1953 - 1966, vol. XI, pp. 377-399; sullimportanza delle manifatture auroseriche, A. De Maddalena, Tra seta, oro e argento a Milano a mezzo il Cinquecento, in Id., Dalla citt al borgo. Avvio di una metamorfosi economica e sociale nella Lombardia spagnola, Milano, 1982, pp. 16-46.

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ritenendosi danneggiati da una normativa che, oltre a colpirli vietando loro di portare capi riservati ai nobili, avrebbe causato un generale calo delle vendite dei loro prodotti, non esitarono a reclamare presso il Governatore, come dimostra il testo di una protesta datata 156635. Lindustria, si legge in tale documento, la vera essenza et lanima di Milano, ed il lusso che si vorrebbe proibire, di conseguenza, lungi dal costituire una causa di depauperamento e di rovina, rappresenta invece una preziosa fonte di lavoro, di guadagno e di valuta per lintera citt. Le arti connesse alla lavorazione delloro e della seta, precisano gli autori, mantengono un terzo degli abitanti della capitale lombarda: obbedire alle prescrizioni della legge significherebbe, perci, ridurre in povert un parte molto consistente della popolazione. Quanto, poi, ai nobili posti in difficolt dallesigenza di esibire un tenore di vita conforme al proprio rango, ammesso e non concesso che la prammatica possa in qualche modo risollevarne le sorti, il danno de tanti non sarebbe comunque da compararsi col beneficio che ne potrebbe conseguir qualche particular gentilhomo. Eccoci cos arrivati al cuore del problema: non le vesti, puntualizzano gli estensori del piato, ma gli atti virtuosi contribuiscono a distinguere tra le diverse categorie di individui. Si deve anzi convenire che non giova per nulla alla reputazione di una citt il voler far conoscere li nobili col vestirli altramente che li ignobili, quasi che o la nobilt dipenda dalle vesti o essi nobili non sappiano per altra via farsi conoscere. Quanto affermato nelloccasione lascia intuire lesistenza di una societ in fermento, nellambito della quale le distanze tra i diversi ceti sembrano essersi a tal punto accorciate da aver indotto le autorit a realizzare una prammatica severa per tentare di ristabilire, quantomeno sul piano delle apparenze, lordine costituito: ed, in effetti, il contrasto con le leggi suntuarie pubblicate ventanni prima nelle quali, come si visto, non dato di rintracciare alcuna preoccupazione di ordine gerarchico - non potrebbe essere pi stridente. Cosera dunque accaduto allinterno della societ milanese?

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A.S.M., Araldica p. a., cart. 139. 121

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Come numerose ricerche sullet spagnola hanno mostrato, dal 1540 alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento si assistette a Milano ad unintensa ripresa economica36; i vuoti demografici provocati dalla mortalit della prima parte del secolo vennero totalmente colmati37, favorendo lespansione sia del settore agricolo che di quello industriale e commerciale. Ma ben pi consistente fu lincremento dei consumi di beni di lusso e di merci di elevata qualit, la cui crescita fu facilitata dal fatto che il reddito della popolazione urbana si era venuto distribuendo in maniera eccezionalmente estesa e diffusa38. In aggiunta a ci, la felice congiuntura economica attraversata dalla capitale lombarda ebbe leffetto di accrescere sensibilmente le opportunit di promozione sociale e politica, come dimostrano i numerosi esempi di homines novi che, proprio in quei decenni, riuscirono ad avere accesso ai pi alti ranghi della societ e delle istituzioni cittadine grazie allindustria e al commercio39. La rapida formazione di nuove fortune consent dunque a molti esponenti del ceto mercantile di giungere a condividere la considerazione politica e, con essa, il genere di vita e le aspirazioni delle famiglie dellaristocrazia pi antica. Era quindi inevitabile, in un simile clima economico e sociale, che lostentazione dei simboli del prestigio nobiliare dovesse essere, da parte dei membri delllite dominante, difesa e garantita con ogni mezzo.
Cfr. D. Sella, op. cit; G. Aleati-C.M. Cipolla, op. cit.; A De Maddalena, Dalla citt al borgo, cit. 37 La popolazione pass dai 60.000 abitanti del 1541 ai 108.000 del 1580: si tratta di un dato ripreso da S. DAmico, Le contrade e le citt. Sistema produttivo e spazio urbano a Milano fra Cinque e Seicento, Milano, 1994, pp. 48-50. 38 Cfr. G. Aleati-C. M. Cipolla, op. cit., in particolare p. 386. 39 Si vedano, a questo proposito, gli esempi riportati da G. De Luca, Commercio del denaro e crescita economica a Milano tra Cinquecento e Seicento, Milano, 1996. Il caso di Milano non , del resto, isolato: gran parte delle citt dellItalia centro settentrionale, infatti, conobbero negli stessi anni analoghi processi di mobilit sociale: per la realt emiliana si veda M. Cattini, Alla ricerca delle congiunture sociali: i ritmi del ricambio politico nei ceti dirigenti urbani e rurali dellEmilia Moderna, in I ceti dirigenti in Italia in et moderna e contemporanea, a cura di A. Tagliaferri, Cividale del Friuli, 1983; sul caso toscano cfr. F. Angiolini-P. Malanima, Problemi della mobilit sociale a Firenze tra la met del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, in Societ e Storia, 4 (1979), pp. 17 47. Per la realt veronese si rimanda invece a P. Lanaro, Unoligarchia urbana nel Cinquecento veneto. Istituzioni, economia, societ, Torino, 1992. 122
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2.3. Lultima legge cinquecentesca: la prammatica del 1584. Con riferimento alla prammatica del 1584, si avuta la possibilit di consultare un ampio materiale documentario, che ha consentito anche di gettare uno sguardo sulle trame che hanno portato alla stesura definitiva di quella ordinanza, venuta alla luce soltanto dopo tre anni di laboriose consultazioni. Risale infatti al 1581 un memoriale anonimo40 contenente una supplica con la quale si invocano severe misure repressive contro i consumi voluttuari. Tale memoriale riveste un grande interesse poich sembra costituire una sorta di contro risposta nobiliare alle proteste dei bottegari che si avuto modo di analizzare nella pagine precedenti. A causa delle eccessive spese suntuarie, ci informa il memoriale, molti cittadini per haver consumato quasi tutto il patrimonio [] sono sforzati ritirarsi alla villa, di donde ne nasce la solitudine della Citt. In aggiunta a ci, dalla diffusione del lusso discenderebbero altre nefaste conseguenze, tra le quali, ad esempio, il dilagare dei prestiti usurai, cui le famiglie sempre pi spesso ricorrono per sostenere le smisurate spese di rappresentanza imposte dal rango, o la caduta degli investimenti agricoli, determinata dal fatto che i proprietari terrieri, dissipando in tali attivit le proprie rendite, non possono fare le debite culture, et miglioramenti alle loro possessioni, tal che le Terre non rendono il frutto consueto. Di qui la richiesta urgente di una nuova prammatica, cos da eliminare la causa madre di tutte le sventure, ovvero la propensione, comune ormai a molti, a far maggior spese di quello comportano le loro sostanze. Come gi ricordato, il memoriale purtroppo privo di firme: tuttavia, leggendolo, si ha la sensazione che ad ispirarlo siano state le esigenze di quei gentiluomini in difficolt di cui si gi detto in precedenza, preoccupati dalle ripercussioni che il dilagare del lusso avrebbe avuto sui propri esangui patrimoni. Chiamato in causa da tali suppliche, nel marzo del 1581 il Re di Spagna invi una lettera al Governatore di Milano esortandolo a
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redigere una nuova ordinanza repressiva del lusso41. A partire da quel momento, lincombenza della compilazione della legge venne assunta, come nel caso delle ordinanze precedenti, dal Consiglio dei Sessanta Decurioni, uno dei supremi organi del sistema di governo cittadino creato dal patriziato ambrosiano42. Eletta al suo interno una commissione ad hoc di dieci membri ed ascoltati i pareri di alcuni eminenti cittadini, il Consiglio diede inizio, nel dicembre 1581, alle sessioni per la prammatica: i verbali delle riunioni ci informano che i dieci Decurioni, prima di procedere, affrontarono anzitutto limportante questione se si debba fare differenza fr la qualit delle persone nobile ignobile43. Dopo lunghe consultazioni, si giunse alla decisione di non operare alcuna distinzione, ma di sottoporre indiscriminatamente tutti i cittadini allobbligo di osservanza della legge, cercando allo stesso tempo di far s che ben si levasse leccesso, m per anco si ritenesse il decoro et il debito splendore della citt, et le cose si riducessero tal moderanza che n le arti patissero troppa strettezza, n restassero senza il freno di legge il disordinato gusto et le immoderate spese44. Da queste poche righe pare emergere il duplice criterio che deve aver guidato gli estensori della legge: imponendo norme uguali per tutti, ma non eccessivamente restrittive o rigorose, essi tentarono di conciliare lesigenza di salvaguardare il prestigio della parte economicamente pi debole della nobilt ambrosiana45 con la necessit di non compromettere gli interessi dei mercanti e dei produttori di articoli di lusso, poco disposti a subire remissivamente i danni che una nuova prammatica avrebbe cagionato alle loro attivit46.

Ibidem, Lettera datata 6 marzo 1581. Sulle funzioni del Consiglio dei LX Decurioni si veda F. Pino, Patriziato e Decurionato a Milano nel secolo XVIII, in Societ e storia, 5, 1979, pp. 339-378. 43 Ibidem, Prima sessione per la prammatica, datata 6 dicembre 1561. 44 Ibidem, Diversi appuntamenti e ricordi dati dalli Signori eletti sopra la prammatica, 1581. 45 In effetti, coerentemente con quanto stabilito in occasione dei primi incontri per la stesura della prammatica, in essa non dato di rintracciare alcuna distinzione di status tra i destinatari delle norme suntuarie. 46 Ibidem. Gli artigiani ed i bottegai protestarono infatti anche in occasione della stesura della legge del 1584, come dimostra il contenuto di una lettera del Magistrato
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2.4. La crisi seicentesca e la prammatica del 1679. Diversi segnali inducono a ritenere che la legge del 1584 non abbia avuto, nei fatti, alcuna applicazione; dal momento, tuttavia, che i disordini cagionati dal lusso non accennavano a diminuire, nel 1596 una supplica anonima venne inoltrata alle autorit cittadine affinch fossero realizzati con urgenza nuovi provvedimenti suntuari. Simili lamentele non caddero nel vuoto: non appena ottenuto lordine reale, infatti, la commissione degli eletti alla prammatica diede inizio ai lavori preparatori. Sino alla fine del 1599 si tennero diverse sessioni di lavoro, ma non si giunse mai alla stesura definitiva di una nuova legge: altri pi urgenti problemi, che un provvedimento del genere avrebbe potuto ulteriormente aggravare, si stavano infatti profilando allorizzonte. Come noto, lintensa prosperit economica di cui il Ducato di Milano aveva beneficiato nella seconda met del secolo XVI rappresent, in realt, il preludio di una lunga fase depressiva. E questo, daltra parte, un fenomeno ben conosciuto ed ampiamente studiato da coloro che si sono occupati delleconomia lombarda del XVII secolo47; ci che in questa sede preme maggiormente sottolineare, sono le ripercussioni che questo periodo di crisi demografica e di paralisi del commercio e dei traffici ebbe sullassetto complessivo della societ ambrosiana. Gi nel Cinquecento, nella fase di grande prosperit economica conosciuta dallo Stato di Milano, una rilevante percentuale della popolazione urbana era costituita da mendicanti; ma nel Seicento il fenomeno del pauperismo non fece che estendersi, fino ad assumere dimensioni ben pi allarmanti rispetto al secolo precedente48. Ad
Ordinario al Governatore in cui si accenna ad alcuni reclami che hanno avuto per protagonisti gli artigiani e i daziari della mercanzia. 47 Cfr. D. Sella, op. cit.; L. Faccini, La Lombardia fra 600 e 700. Riconversione economica e mutamenti sociali, Milano, 1988; A De Maddalena, Prezzi e aspetti di mercato in Milano durante il secolo XVII, Milano, 1950; Id., Leconomia milanese in et spagnola, in Storia illustrata di Milano, a cura di F. Della Peruta, Milano, 1997. 48 Su questo punto, cfr. B. Caizzi, Le classi sociali nella vita milanese, in SdM, vol. XI, pp. 337-374, in particolare p. 359. 125

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infittire la schiera dei miserabili si aggiunsero infatti artigiani ed operai che la crisi delle manifatture ambrosiane aveva privato di stabili prospettive occupazionali, degradandoli lentamente verso uno stato di sempre maggiore povert ed indigenza. A commento di questa grave situazione, utile citare un passaggio della Storia di Milano in cui viene operato un confronto tra le carte topografiche della seconda met del XVI secolo ed i documenti compilati negli anni successivi alla peste del 1630: Le strade, in quei documenti [ovvero nelle carte cinquecentesche], presentavano tutte, ancora, sui loro fianchi, casette di svariatissimi proprietari, che i censimenti ci dimostrano popolate di molte famiglie dalle svariate professioni e dalla varia fortuna; c ancora, l dentro, un ceto medio, c un numeroso ceto artigiano a cui si affida la vita economica della citt []. Ma se si osservano, nelle carte topografiche della citt dopo il 1635, le strade che erano dianzi occupate dalle affollate casette popolari, si constata [] lingrandirsi di una serie di palazzi patrizi, destinati ad aumentare nei decenni49. Negli anni della crisi, dunque, il volto del capoluogo lombardo and completamente modificandosi, riflettendo un nuovo assetto sociale: un assetto nel quale il dinamismo del Cinquecento sembr cedere il passo, negli anni centrali del Seicento, ad una maggiore staticit, facendo s che la societ milanese finisse col trovarsi sempre pi polarizzata tra una ristretta cerchia di ricchi aristocratici ed un numero crescente di poveri e di indigenti50. Considerate attentamente queste circostanze, non sorprende che, per pi di cinquantanni, non sia stata in alcun modo avvertita, da parte delle autorit cittadine, la necessit di pubblicare una nuova legge suntuaria: i simboli del prestigio nobiliare, infatti, erano
Cfr. F. Arese Lucini-G. P. Bognetti, Introduzione allet patrizia, in SdM, Vol XI, pp. 16 e 36. 50 Tale polarizzazione emerge chiaramente anche dallanalisi del ricambio sociale allinterno del patriziato cittadino: se nella seconda met del Cinquecento la mobilit sociale sembra acquistare un ritmo piuttosto elevato, il Seicento ed i primi anni del secolo successivo sono invece caratterizzati da unaccentuata chiusura e da un progressivo irrigidimento delle gerarchie sociali, che mostrano di attenuarsi in misura apprezzabile soltanto a partire dagli anni Trenta del XVIII secolo. Su questo punto, mi permetto di rimandare ancora a M. Barbot, Il patriziato milanese, cit. 126
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saldamente riposti nelle mani del patriziato, e nessuna minaccia di indebite usurpazioni poteva giungere da un ceto medio duramente colpito dalla crisi economica e dalla pestilenza. Con la pace dei Pirenei del 1659 si chiuse uno dei periodi pi tormentati nella storia dello Stato di Milano, e si apr un trentennio di pace durante il quale si manifestarono i segni di una graduale ripresa. Non a caso, fu proprio in quel periodo che si ricominci a parlare di leggi suntuarie. Risalgono infatti al marzo 1679 le prime votazioni, effettuate in seno al Consiglio dei Sessanta Decurioni, per eleggere una commissione deputata alla stesura di una prammatica sul lusso51. Dei ventisei capitoli elaborati dai deputati alla prammatica, ben nove non vennero accolti dal Consiglio, ed interessante notare che i provvedimenti bocciati erano, in larga misura, quelli che contenevano limitazioni o divieti alluso di abiti e ricami preziosi, molti dei quali, non bisogna dimenticarlo, venivano prodotti proprio a Milano52. Del resto, il Consiglio dei Sessanta Decurioni non fece mistero del fatto che, oltre a limitare gli sprechi, era parimenti necessario evitare di peggiorare ulteriormente lo stato deplorabile del Mercimonio, et delle arti di questa Citt. Nonostante la fase di acuta emergenza provocata dalla crisi fosse cessata, la produzione manifatturiera ambrosiana, com noto, non sarebbe pi riuscita a riguadagnare i livelli raggiunti prima della recessione. E di queste difficolt dovettero essere coscienti gli estensori della prammatica, i quali cercarono di risollevare le precarie condizioni delle industrie cittadine attraverso ladozione di rimedi apertamente protezionistici: nel testo della legge, infatti, accanto alle consuete disposizioni relative alla servit, ai conviti, ai gioielli, trovano posto norme che proibiscono di valersi de drappi doro, argento et seta, che sijno forastieri e che, specularmente, impongono a tutti i cittadini di portare solo bindelli nostrani53. Al di l di queste considerazioni di carattere economico, la precisa volont di porre un freno ai consumi vistosi costituisce anche un importante segnale del fatto che, una volta superato lo stato di
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A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 42, verbali della votazione del 21 marzo 1679. Ibidem, relazione dei Decurioni al Consiglio Generale. 53 Ibidem, prammatica del 16 aprile 1679. 127

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emergenza prodotto dalla crisi, la smania del lusso - e, con essa, i pericoli della indistinzione tra i diversi ceti sociali - era ormai ampiamente tornata ad affacciarsi nella societ milanese. A conferma di ci, valgano le testimonianze dei contemporanei, prima fra tutte quella dellinglese G. Burnet il quale, di passaggio nel capoluogo lombardo negli anni 80 del secolo, non pot fare a meno di notare che i gentiluomini ostentano gran lusso tanto negli abiti, quanto negli equipaggi e nel seguito54. Ma ancora pi suggestivo , a questo proposito, il ritratto della societ ambrosiana offerto dal celebre poeta Carlo Maria Maggi, il quale fa dire ad un protagonista delle sue commedie:
Siamo cinque fratelli e tre da collocar figlie mature; dalle liti, da i debiti, da i tempi il patrimonio travagliato e scemo. La nobilt, che in povertade peso, ancor sopra le forze a far ci sforza. Si vorria pur co i pari andar del pari, bench soverchie le pompe sieno. Gran dolor tra glillustri spender meno. Lambizion ci detta propositi si fatti, e siam costretti a gareggiar coi matti55.

Oltre a questi versi, certamente assai eloquenti, diversi altri indizi indicono a ritenere che il fenomeno del depauperamento di molte casate nobiliari non abbia riguardato unicamente la realt cinquecentesca: se, infatti, il ricco patriziato sembr uscire sostanzialmente indenne dalla lunga recessione seicentesca, lo stesso non pu dirsi della piccola nobilt terriera, le cui rendite fondiarie, non sorrette da entrate di altra natura, si rivelarono in molti casi insufficienti a garantire quel decoro cittadino e quella larghezza nello spendere che si addiceva al loro prestigio. Nel corso del Seicento non mancarono, in effetti, casi di appartenenti allaristocrazia che, sia per avversa fortuna, sia per condotta di vita sregolata, finirono col vendere, previa autorizzazione del Senato, i propri possedimenti, di regola vincolati ad una sorta di semi-inalienabilit dagli istituti del maggiorascato e del
54 Citazione tratta da G. Signorotto, Milano nellet spagnola, in Storia illustrata di Milano, cit., p. 1292. 55 C. M. Maggi , I consigli di Meneghino, Atto Primo, Scena Prima.

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fedecommesso. Ad un simile processo si aggiunsero, poi, gli effetti di unordinanza promulgata nel 1647 dal re Filippo IV, espressamente volta a favorire lalienazione dei beni feudali nonch di titoli nobiliari da parte della Camera Regia. Come dimostra una recente ricerca su questo specifico argomento, tra gli acquirenti dei possedimenti e dei titoli gentilizi messi in vendita nel periodo compreso tra il 1636 e il 1678, accanto ad alcuni membri dellaristocrazia ambrosiana figurano anche numerosi esponenti delle classi borghesi56: quale conseguenza di un simile fenomeno, negli ultimi decenni del Seicento si verific, come si legge nella Storia di Milano, la sostituzione di una nuova nobilt, per cos dire, borghese, alla vecchia feudalit indebitatasi e non pi in grado di mantenere le sue posizioni. Queste dinamiche sociali, cos brevemente riassunte, non dovettero essere totalmente estranee alla decisione di emanare, proprio in quegli anni, un nuovo provvedimento suntuario: un provvedimento con il quale si cerc forse di ripristinare lo status quo malgrado i mutamenti, per il momento forse ancora poco visibili, che si stavano frattanto producendo nella societ milanese. 2.5. La prammatica del 1712 ed il ristoro del mercimonio. Quella del 1679 rappresent lultima legge suntuaria pubblicata durante la dominazione spagnola; quando, tuttavia, lepoca degli Austrias iberici stava ormai per volgere al termine, nel 1693 giunse a Milano un dispaccio reale contenente alcune proposte per la realizzazione di una pragmatica para Milan57. Nel contempo il Consiglio decurionale, essendo giunto in possesso di una Nota del personale che restar ozioso nella citt quando si introducesse la prammatica58, ritenne opportuno non
56 A. De Maddalena, Nello Stato di Milano in tarda et spagnola (1636-1678): cessioni e acquisizioni di beni feudali, inedito gentilmente mostratomi dallAutore, che ringrazio. 57 A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 42. 58 Ibidem. Da questa nota risulta che, qualora fosse stata realizzata e, soprattutto, rigorosamente applicata una nuova prammatica, sarebbero rimasti privi di impiego 15.942 artigiani occupati presso lUniversit dei mercanti doro, 1.371 maestre, e

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procedere ulteriormente nella stesura di una nuova ordinanza al fine di evitare, in questo modo, di lasciare gran parte di questo popolo, che vive sopra simili arti, senzindustria, senza forma di sostenersi, et molto pi senza modo di mantenere le loro povere famiglie59. Si gi avuto modo di accennare - e la scelta delle autorit cittadine di non pubblicare una nuova legge ne unulteriore riprova alle difficolt che, una volta superata la fase acuta della crisi seicentesca, le manifatture cittadine incontrarono nel tentativo di riassestarsi sui livelli produttivi raggiunti prima della recessione. Se dalla fine del Seicento ci si spinge ad analizzare la situazione dei primi anni del secolo successivo, non dato di riscontrare alcun segnale positivo: per unanime riconoscimento degli studiosi che si sono occupati delleconomia ambrosiana del primo Settecento, infatti, le condizioni delle industrie urbane non fecero altro che peggiorare rispetto ai livelli, peraltro depressi, del secolo precedente60. Fu presumibilmente per porre rimedio a tale situazione che il neo - imperatore Carlo VI invi a Milano un dispaccio con il quale ordinava al Senato ambrosiano di procedere alla compilazione di una nuova prammatica suntuaria: una norma, bene sottolinearlo, per molti aspetti sui generis, dal momento che, su preciso ordine imperiale, avrebbe dovuto essere improntata non soltanto alla repressione del lusso, ma anche, e soprattutto, al risarcimento del Mercimonio, et proibizione di merci forastiere61. Lesito finale dei lavori preparatori, svoltisi ancora una volta in seno al Consiglio dei Sessanta Decurioni, fu la pubblicazione di una lunga ed articolata ordinanza, espressamente suddivisa in tre distinte

donne che lavorano pizzi, un numero imprecisato di staffieri, e circa 8.000 lavoratori occupati in esercizi diversi nel servizio presso i nobili. 59 Ibidem, Risposta del S.r Vicario in nome della Cameretta sopra la Prematica ordinata lanno 1693, 10 settembre 1693. 60 Si veda, per tutti, M. Romani, Leconomia milanese nel Settecento, in SdM, vol. XII, pp. 481-550. 61 A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 43, Dispaccio reale datato del 7 giugno 1712. 130

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sezioni: Per la Prammatica; Per il risarcimento del Mercimonio; Quanto al ristoro del Serificio62. Linsieme delle disposizioni contenute nel primo capitolo costituisce, per molti aspetti, una fedele riproduzione dellordinanza del 1679, anche se bisogna riconoscere la presenza di alcune significative innovazioni, imposte dalla diversa circonstanza e variet de tempi63. Cos, se il numero dei servitori consentiti viene considerevolmente accresciuto (presumibilmente per evitare, in una situazione economica gi depressa, di privare la popolazione di una importante opportunit di impiego64), per quanto concerne le disposizioni relative alle carrozze si assiste invece ad un sensibile inasprimento dei divieti: non solo, infatti, si proibisce a tutti i cittadini di condurre seconda carrozza, ma si dettano anche specifiche norme in merito ai finimenti, agli intagli, alle coperte, persino alle indorature de chiodi. Ma le prescrizioni di gran lunga pi numerose ed articolate, ancora una volta, riguardano labbigliamento e gli ornamenti esteriori, che vengono qui regolati con gran dovizia di particolari; al di l degli specifici dettagli sulla moda, tuttavia, laspetto pi significativo di queste norme dato senza dubbio dal fatto che i divieti paiono orientati a colpire, pi che il lusso in se stesso, linveterata e sempre pi diffusa abitudine dei cittadini milanesi ad acquistare articoli stranieri, anzich prodotti ambrosiani. Tutte le disposizioni relative alle vesti, infatti, proibiscono di portare sciarpe, scossalini, fazzoletti che siano forastieri, e nemeno fabricati in Milano con ori, ed argenti filati in Paesi forastieri, invitando, allo stesso tempo, i Ministri e le persone nobili

62 Ibidem, Prammatica del 29 dicembre 1712. Di tale ordinanza si tralascia qui di analizzare il versante economico, per esaminare soltanto la parte pi propriamente suntuaria, ovvero il capitolo intitolato Per la prammatica. 63 Ibidem, documento datato 19 dicembre 1712. 64 Lo si desume chiaramente dalla stesse parole degli eletti alla prammatica: Attese le circostanze dei tempi non si consulti limitazione de servitori, mentre, rimesso che sar il Mercimonio, si potr dare sopra ci provvidenza adeguata.

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a vestirsi de Panni nostrani, nella speranza che la loro condotta possa essere seguita da tutti gli Abitatori di questa Metropoli65. Anche la parte pi propriamente suntuaria della legge del 1712, dunque, pare animata da intenti dichiaratamente protezionistici: circostanza, questa, che non desta eccessiva sorpresa, poich lintera prammatica avrebbe dovuto costituire latto iniziale di un pi vasto progetto di risanamento delle manifatture cittadine, destinato a culminare con la promulgazione (avvenuta, in effetti, lanno successivo) di un nuovo editto proibitivo contro lintroduzione di stoffe e bindelli stranieri66. Nonostante gli sforzi profusi da parte delle autorit cittadine per far rispettare la legge - coadiuvate, in questo frangente, dai produttori manifatturieri, decisi a porre fine allillecita attivit di contrabbando di prodotti esteri svolta dai mercanti ambrosiani -, simili provvedimenti non raggiunsero, nel complesso, i risultati sperati. Alla luce di ci, si comprende pi facilmente il motivo per cui gli accorati appelli lanciati dal Governo austriaco nel 1718 e, ancora, nel 172767 affinch si emanassero nuovi provvedimenti suntuari siano stati, da parte delle autorit locali, del tutto inascoltati: ci che si voleva evitare, come si legge in una lettera inviata nel 1718 dal Vicario di Provvisione al Senato, era di pregiudicare, adottando misure restrittive, le attivit di quelle poche industrie di gioielli e di beni di lusso che, a differenza di molte altre manifatture, si erano dimostrate in grado di reggere alla concorrenza dei prodotti esteri.

E da sottolineare che, nonostante nei lavori preparatori fosse stata avanzata la proposta di porre norme differenziate a seconda del rango (non dovendo, come si legge nellennesimo memoriale anonimo recapitato al Consiglio dei LX Decurioni, li Plebei vestire egualmente come li Cavalieri), le prescrizioni colpiscono, ancora una volta, tutti i cittadini senza alcuna discriminazione. 66 Sulleditto del 1713, cfr. L. Trezzi, Ristabilire e restaurare il mercimonio. Pubblici poteri e attivit manifatturiere a Milano negli anni di Carlo VI, Milano, 1986. 67 A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 43, documenti datati 23 maggio 1718 e 24 febbraio 1727. Nel 1718, in particolare, vi fu anche un accenno di ripresa dei lavori per la stesura di una nuova prammatica, che non venne per mai realizzata. 132

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2.6. La seconda eccezione: la legge del 1749 e gli esordi delle riforme teresiane. La genesi della prammatica del 1749 da porre in relazione alla stesura, da parte di Maria Teresa dAustria, di una serie di lettere edittali pubblicate, quasi in specie di leggi suntuarie, in tutti i possedimenti asburgici allo scopo di frenare da una parte il lusso e dallaltra parte incoragiare le Manifatture delle Nostre Provincie, e cos far fiorire, ed aumentare il Commercio68. Allinterno della prammatica, promulgata al termine di un lungo iter di consultazioni (al quale non mancarono di partecipare, come dabitudine, anche le principali congregazioni mercantili ed artigiane), particolarmente severe risultano le raccomandazioni rivolte a coloro che, inclinati alla prodigalit e dediti al vivere rilasciato, si sono dati a far debiti, arrivando persino ad ingannare i loro Creditori, o ad abusare del pubblico credito per soddisfare le proprie esigenza di spesa. Nei confronti di tali individui, liberamente aggravati di debiti infatti previsto che i tribunali competenti procedano con la forza della pi rigorosa esecuzione. Non si pu fare a meno di osservare, con riferimento a questa disposizione, lesistenza di un mutato atteggiamento dei legislatori nei confronti del problema dei cosiddetti poveri vergognosi: le istanze di tutela degli interessi dei gentiluomini ridotti in povert a causa del lusso e delle spese di rango, in effetti, sembrano aver ceduto il passo alla concessione di una minore indulgenza, se non addirittura ad un atteggiamento di aperta condanna, da parte delle autorit cittadine. Non questa, del resto, la sola novit offerta dalla prammatica considerata: ben pi rilevanti e significativi paiono infatti i cambiamenti introdotti nelle disposizioni relative alle cerimonie funebri e agli ornamenti esteriori.
Ibidem, dispaccio reale datato 20 settembre 1749. E importante sottolineare che il contenuto di tali lettere si sostanziava, di fatto, in un insieme di generiche prescrizioni, destinate ad essere opportunamente adattate e specificate in relazione alle diverse esigenze locali: non a caso, infatti, la stessa Maria Teresa si era raccomandata di coinvolgere nella stesura della legge il Senato, e finalmente coloro che possono avere interesse in causa, e dar consiglio in questa materia [...]. 133
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Per quanto riguarda gli apparati da lutto, la grida riprende molte delle prescrizioni contenute in una legge del 1748, dedicata a questo specifico argomento. Laspetto pi interessante di tali prescrizioni , senza dubbio, lintroduzione di speciali aree di esenzione a favore degli appartenenti al ceto Cavalleresco e de Nobili; un analogo trattamento di favore chiaramente visibile in molte delle disposizioni relative allabbigliamento - il cui criterio ispiratore pare quello di evitare di privare questa Nostra nobilt di quanto conviene per vestirsi convenientemente al suo rango -, nonch nelle norme in materia di Cuscini, e Borse per i Libri divoti nelle Chiese, il cui uso riservato in via esclusiva alle sole Dame, ed infine nelle prescrizioni relative alle carrozze, in cui si impone che soltanto a quelle Persone, alle quali conviene il Titolo di Eccellenza sia consentito portare fiocchi alle teste de Cavalli. Lintera prammatica sembra dunque ispirata da preoccupazioni di ordine gerarchico, e questo, si badi, dopo che, per pi di due secoli, le autorit milanesi si erano mostrate inclini a concedere norme marcatamente egualitarie, senza operare alcuna distinzione di rango. Non pare azzardato, a questo proposito, porre in relazione tale cambiamento di prospettiva con i pi ampi rivolgimenti che in quel periodo andavano compiendosi allinterno della societ milanese: com noto, infatti, gli anni in cui la prammatica in questione fu concepita coincisero con lattuarsi di un processo di riforme destinato ad incidere profondamente sulle forme della secolare egemonia detenuta dal patriziato milanese. Ci vale, anzitutto, per quanto concerne la riforma del sistema censuario, che costitu la premessa per una radicale opera di riordinamento e di perequazione della politica tributaria, la cui definizione era stata, sino a quel momento, una tradizionale prerogativa del ceto dominante ambrosiano69. Quella del censimento non fu, del resto, lunica azione di disturbo che intervenne a modificare equilibri da tempo consolidati: basti pensare, infatti, alla

Sulle diverse fasi della riforma censuaria cfr. C. Mozzarelli, Sovrano, societ e amministrazione locale nella Lombardia teresiana (1749-1758), Bologna, 1982. 134

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riforma delle magistrature operata da Pallavicini70, cui bisogna aggiungere alcuni interventi governativi, quali la cosiddetta Ferma Generale e listituzione del Monte di Santa Teresa71, entrambi destinati a tradursi in una progressiva limitazione dei tradizionali poteri detenuti dalllite ambrosiana. Con un editto emanato nel 1750, infine, il Governo austriaco intervenne direttamente a regolare la materia nobiliare, istituendo a tal fine un apposito organo, lUfficio Araldico, e sancendo il principio per cui sarebbe stato diritto esclusivo del sovrano - e non pi dei membri del patriziato - identificare e legittimare i nobili esistenti nello Stato. Si spiega sulla base di tali cambiamenti il marcato ostruzionismo compiuto dalle magistrature e dai corpi civici milanesi, preoccupati che leditto di Maria Teresa, se rigorosamente applicato, potesse in qualche modo confondere le gerarchie72. E si spiega, presumibilmente, sulla base di analoghe esigenze di difesa dei tradizionali privilegi del vecchio ceto dirigente anche la presenza di distinzioni di rango allinterno della legge suntuaria del 1749: limposizione, seppur soltanto sul piano delle apparenze, di autonome gerarchie, indipendenti dalla volont centralizzatrice del governo austriaco, rientrava forse in una pi ampia strategia di riaffermazione del potere patrizio a fronte di una pressione statale che andava ormai facendosi sempre pi attiva ed estesa. 2.7 Lultima legge suntuaria milanese: leditto del 1769. Il patriziato ambrosiano sembr uscire complessivamente vittorioso dalle riforme dei primi anni Cinquanta: solo in parte, infatti,
70 Per unanalisi dettagliata di tale riforma, cfr. C. Capra, La Lombardia austriaca nellet delle Riforme (1706-1796), Torino, 1987, pp. 127 e ss. 71 Ibidem. La creazione di tale organismo consent al governo di riordinare le complesse partite del debito pubblico, avviandone la progressiva estinzione, ma, soprattutto, lo mise in grado di esercitare un controllo sullamministrazione del Banco di SantAmbrogio, agile strumento di evasioni finanziarie nelle mani del patriziato. 72 Con queste parole si espresse, infatti, il Senato ambrosiano, chiamato a pronunciarsi in merito allapplicazione delleditto in questione: cfr. C. Mozzarelli, Impero e citt. La riforma della nobilt nella Lombardia del Settecento, in LEuropa delle corti alla fine dellantico Regime, Roma, 1991, pp. 495 e ss.

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il programma di intervento elaborato dalle autorit austriache aveva potuto sortire gli effetti sperati. Tuttavia, se indubitabile che le prime azioni riformistiche non furono sufficienti ad abbattere definitivamente lautonomia delllite ambrosiana, altrettanto vero che esse costituirono le necessarie e significative premesse73 delle pi radicali innovazioni realizzate a partire dai primi anni Sessanta. Il processo di riforma sub poi unulteriore accelerazione in corrispondenza del soggiorno in Lombardia di Giuseppe II: pochi mesi dopo la partenza del futuro imperatore, infatti, venne pubblicato un editto di grande importanza, destinato a tradursi nella principale sistemazione organica in materia di nobilt compiuta dal governo austriaco74, nonch a rappresentare, di fatto, lultima ordinanza suntuaria promulgata nello Stato di Milano. Rispetto al clima esistente agli inizi degli anni Cinquanta, i tempi erano radicalmente mutati75: quando, perci, due dispacci regi nel 1767 e 1768 ordinarono di mettere in attivit lUfficio Araldico gi istituito nel 1750 e di disporre un libro in cui venissero registrati i nomi di tutti quelli che dal Tribunale Araldico saranno riconosciuti per nobili con le opportune distinzioni76, da quel momento scattarono con una successione quasi meccanica, come osserva C. Mozzarelli, tutte le conseguenze che il patriziato milanese aveva saputo e potuto evitare quindici anni prima, quando il riformismo asburgico muoveva solo i primi passi, e la sua integrazione imperiale era molto minore, il suo ruolo locale del tutto pacifico77. Data limportanza e la complessit dei temi trattati, furono necessari pi di due anni per rivedere leditto del 1750, e giungere cos ad una nuova stesura delle Regole relative alla nobilt. La legge del 20 novembre 1769, frutto di simili riflessioni, si apre con un capitolo intitolato Persone che saranno considerate Nobili, mentre nel capitolo successivo, relativo alla Pompa Esterna Onorifica gli

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C. Capra, op. cit., p. 138. C. Mozzarelli, Impero e citt, cit., p. 512. 75 Cfr. C. Capra, op. cit. 76 Cfr. C. Donati, op. cit., pp. 347-348. 77 C. Mozzarelli, Impero e citt., cit., p. 508. 136

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estensori si preoccupano di riservare le espressioni del lusso pi spettacolare alle Persone Nobili appena identificate78. Cos, la legge prescrive che alle sole Moglj, vedove, Figlie e Sorelle de Nobili nominati al Capo primo sia consentito luso de Sgabelletti e Cassette dargento, nonch luso del Guardinfante alla moda di Corte, e il farsi sostenere le Code agli Abiti, come pure il servirsi delle Torchie nellingresso, et uscita del Teatro79. Soltanto ai nobili ed ai Ministri regi, inoltre, attribuita la facolt di farsi accompagnare in pubblico da un nutrito corteo di domestici e lacch, vestiti con Livree a pi colori, guarnite Nastri doro, e dargento, mentre a coloro che sono dun grado inferiore a Regi Ministri viene pi modestamente concesso di vestire i propri domestici con livree con guarnizioni di Lavorini di semplice lana, o Seta. Non bisogna, tuttavia, farsi ingannare dalla presenza, allinterno dellordinanza in questione, di speciali esenzioni a favore della nobilt cittadina, poich il punto della questione un altro. Per la prima volta, dopo pi di due secoli, llite locale non aveva potuto esercitare alcun controllo sulla definizione delle regole da applicare in materia di lusso: nessuna apposita commissione decurionale, infatti, era stata istituita per discutere dei contenuti da dare a tali regole; nessuna consultazione era stata effettuata, tra i principali corpi civici, per valutare leffettiva opportunit di introdurre nuovi provvedimenti suntuari. E quanto ricco di significato fosse lintervento regio in materia araldica e nobiliare, di nuovo non il caso di dire, tanto pi considerando che, di l a poco, il patriziato milanese sarebbe stato privato, in seguito alla riforma delle magistrature lombarde, anche del proprio secolare monopolio del governo locale. 3. Conclusioni Al termine di questo breve esame delle prammatiche milanesi, non resta che evidenziare lesistenza di un legame evidente tra i modi e i tempi della regolamentazione legislativa dei consumi di lusso, da
A.S.C.M., Materie, Araldica, cart. 43. Sui dettagli di storia del costume contenuti nelleditto del 1769, cfr. C. A. Vianello, Il Settecento milanese, Milano, 1934, pp. 64 e ss.
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un lato, e le diverse congiunture socio - economiche e politiche attraversate dalla societ cittadina, dallaltro. Posto che, come stato acutamente osservato, il prestigio dellaristocrazia diventa palpabile - e, di conseguenza, deve essere difeso anche per mezzo della salvaguardia dei suoi simboli esteriori proprio nel momento in cui i nuovi ceti commerciali fanno di tutto per entrare a farne parte80, non un caso che le uniche prammatiche ambrosiane chiaramente animate da preoccupazioni di ordine gerarchico - le leggi del 1565 e del 1749 - siano state promulgate in corrispondenza di due periodi di singolare fermento sociale, economico e politico quali sono stati, per lappunto, il Cinquecento e la seconda met del Settecento; allo stesso modo, estremamente significativo che durante il XVII secolo, a fronte delle distanze abissali che separavano i ceti economici urbani dalloligarchia patrizia, questultima non abbia per nulla avvertito la necessit di pubblicare nuove ordinanze suntuarie. Ma vi sono anche altri elementi che concorrono a rendere ragione delle caratteristiche della legislazione ambrosiana in materia di lusso. Lanalisi documentaria compiuta, in effetti, induce a ritenere che la volont delle autorit cittadine di sottoporre tutti gli individui allobbligo di osservanza della legge sia stata anche, e soprattutto, dettata dallesigenza di tutelare gli interessi della parte economicamente pi debole dellaristocrazia milanese; quanto ai motivi che avrebbero spinto i membri dellalta nobilt a tutelare gli interessi dei poveri vergognosi, si pu presumere, oltre allesistenza di una sorta di solidariet interna di ceto (rafforzata forse da legami di parentela o di vicinato con le vittime del declassamento)81, che un ruolo affatto trascurabile labbia giocato anche la necessit di preservare un ordine gerarchico sul quale la societ ambrosiana al pari di ogni altra societ strutturata per ceti si fondava.

80 T. Maccabelli, Economia e sociologia del prestigio: il dibattito nelle scienze sociali tra Otto e Novecento, in I giochi del prestigio, cit., p. 312. 81 Si tratta, per il momento, di una pura ipotesi di lavoro: questa ricerca, come gi ricordato, costituisce una prima tappa di un percorso pi vasto, che prevede, quale passo successivo, la ricostruzione di singole traiettorie di ascesa e di caduta sociale.

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Vi , infine, un ultimo aspetto di cui indispensabile tenere conto per comprendere le caratteristiche delle prammatiche ambrosiane: si pi volte accennato, nel corso del presente lavoro, al fatto che il capoluogo lombardo fu, per larga parte dellEt moderna, un importante centro di produzione di articoli di lusso. Senza dubbio anche questa circostanza contribuisce a spiegare la cautela dimostrata dalllite dirigente nel reprimere i consumi vistosi: limitare luso delle vesti e degli ornamenti preziosi con provvedimenti eccessivamente restrittivi avrebbe infatti significato recare un grave danno alla manifattura ed al commercio ambrosiani, lasciando per di pi come ebbero modo di osservare le stesse autorit cittadine gran parte di questo popolo senzindustria, senza forma di sostenersi, et molto pi senza modo di mantenere le loro povere famiglie. Forse sta proprio in ci, in definitiva, il segreto della eccezionale durata dellegemonia sociale e politica delllite milanese e, con esso, la ragione della sua scarsa propensione a disciplinare le spese suntuarie degli abitanti del capoluogo lombardo: nella sua capacit di mostrarsi quale portatrice degli interessi di tutti i cittadini (ivi compresa anche quella ricca borghesia che, a fronte dellesclusione dalle maggiori cariche civiche, si sarebbe dovuta accontentare, come si legge nella Storia di Milano, del tenore di vita sul modulo della nobilt, con il seguito numeroso di servi in livrea82), e nel riuscire a presentarsi agli occhi degli abitanti del capoluogo lombardo non come una oligarchia irresponsabile ed animata da egoismi di casta, ma come un insieme di ottimati partecipi dei destini della comunit, llite dominante seppe mantenere il consenso ed il controllo sulla societ ambrosiana senza dover ricorrere, se non in rari casi, alla salvaguardia del proprio prestigio attraverso la repressione legislativa del lusso e del consumo vistoso .
G. Vismara, Le istituzioni del patriziato, in SdM, vol. XI, pp. 225-284; la citazione tratta da pag. 252.
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