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Annalisa Di Clemente Dai principi contabili nazionali a quelli internazionali

La prassi internazionale (principi contabili Ias 32, 39 e 40) è orientata all’abbandono


del criterio del costo storico in favore del fair value. Quest’ultimo è definito “il corrispettivo
al quale un’attività può essere scambiata, o una passività estinta, tra parti consapevoli e
disponibili, in un’operazione fra terzi.” Le variazioni nel fair value possono annualmente
confluire, a seconda dei casi, nello stato patrimoniale o nel conto economico. Con il
mutamento evidenziato si passa da una situazione attuale dove, grazie al prevalere della
prudenza sulla competenza, si giunge a determinare il “reddito distribuibile”, ad una
situazione futura nella quale prevale il principio di competenza che giunge a determinare
il “reddito prodotto” e/o atteso o potenziale. Le norme Ias e Ifrs dell’International
Accounting Standards Board tendono di fatto ad abbandonare il principio di prudenza a
favore di quello di competenza in alcuni specifici casi, oltre a quelli indicati, e cioè:
- rilevazione degli utili (oltre alle perdite) sui cambi, sulla base dei cambi esistenti alla
data di chiusura dell’esercizio;
- rilevazione degli strumenti finanziari destinati alla vendita in base al fair value;
- rilevazione al fair value degli investimenti immobiliari e di quelli dell’agricoltura.
Queste regole devono essere eseguite dal 2005 o dal 2006 dalle società obbligate ad
applicare i principi contabili internazionali, o che li applicano per scelta propria, in quanto
autorizzate a scegliere di adottarli (D.Lgs. 38/2005). Per il momento il legislatore del
D.Lgs. 6/2003 ha già recepito il criterio del fair value con riferimento alla valutazione delle
attività e passività in valuta.
g) Conformità del processo di formazione del bilancio ai principi contabili.
h) Verificabilità dell’informazione del bilancio di esercizio. La verificabilità è postulata dal fatto
che il bilancio di esercizio è destinato all’esterno dell’azienda La legge prevede infatti
organi e forme di controllo quali le Società di revisione dei bilanci.
Vi sono infine i principi applicati di bilancio. Questi principi riguardano sia le
regole di rappresentazione (regole formali) che quelle di valutazione (regole sostanziali).
Il redattore del bilancio deve rispettare la gerarchia dei principi che vede, quali
criteri ispiratori, i principi fondamentali da cui derivano i principi generali o di redazione
del bilancio. In subordine vi sono i principi applicati, sia di ordine formale (regole di
rappresentazione) che sostanziale (regole di valutazione). In altri termini, se vi sono dei
contrasti fra i vari principi, devono prevalere i principi fondamentali o postulati del

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bilancio (chiarezza e rappresentazione veritiera e corretta della realtà aziendale e dei suoi
equilibri, economico, finanziario e patrimoniale). Questo concetto è chiaramente espresso
dal quarto comma dell’art. 2423 c.c., che richiede la deroga obbligatoria alle regole legali
specifiche qualora contrastino con i principi fondamentali.

3. Bilancio civilistico e bilancio secondo le regole internazionali IAS/IFRS


Attualmente in Italia si hanno, di fatto, due bilanci distinti:
- quelli redatti secondo la normativa della IV Direttiva comunitaria, del codice civile e
dei principi nazionali;
- quelli redatti secondo le regole internazionali Ias/Ifrs.
Una prima rilevante conseguenza dell’adozione dei principi contabili internazionali IAS-
IFRS è l’abbandono del criterio del costo che è superato dal principio del fair value. Da ciò
deriva che, mentre il bilancio redatto secondo i principi nazionali tende a determinare il
reddito distribuibile (prevale di solito il principio di prudenza su quello di competenza),
quello Ias/Ifrs tende a determinare il reddito prodotto e, in parte, il reddito potenziale,
con la conseguente prevalenza del principio di competenza o, almeno, la parità fra i due
principi. E’ pertanto indispensabile precisare, in nota integrativa, i principi in base ai quali
è stato redatto il bilancio. Quanto precede deriva dall’importanza che è data ai destinatari
dell’informativa di bilancio. Per i principi nazionali sono prevalenti gli interessi dei soci-
proprietari, secondo quelli Ias/Ifrs sono privilegiati gli interessi degli investitori.

3.1. I principi di base internazionali per la redazione del bilancio Ias/Ifrs


Nel principio contabile internazionale Ias 1 e nel piano sistematico (Framework) per
la preparazione e la presentazione del bilancio sono indicati i principi di base per la
redazione suddivisi in:
- finalità del bilancio;
- assunzioni contabili sottostanti la redazione del bilancio;
- caratteristiche qualitative del bilancio.
Relativamente alla finalità del bilancio, gli utilizzatori del bilancio richiedono una stima
sulla capacità dell’impresa di generare disponibilità liquide e mezzi equivalenti, sulla
relativa tempistica e sul loro grado di certezza. Gli utilizzatori sono in grado di stimare

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meglio la capacità di generare flussi se hanno a disposizione informazioni che fanno


particolare riferimento alla situazione patrimoniale e finanziaria e ai suoi cambiamenti,
così come all’andamento economico della società. I tre ordini d’informazione sono
rispettivamente forniti dallo stato patrimoniale, dal prospetto denominato rendiconto
finanziario e dal conto economico. Rispetto al dettato del codice civile italiano si nota
l’orientamento al futuro che devono avere le informazioni fornite tramite bilancio.
Le assunzioni contabili sottostanti la redazione del bilancio IAS/IFRS, il cui
significato è sostanzialmente corrispondente a quello degli analoghi principi civilistici
italiani, sono:
a) competenza;
b) continuità aziendale.
Le caratteristiche qualitative del bilancio IAS/IFRS che rendono l’informazione contenuta
nel bilancio utile per i destinatari sono:
a) la comprensibilità: le informazioni contenute nel bilancio devono essere prontamente
comprensibili da parte degli utilizzatori che hanno ragionevole conoscenza dell’attività
d’impresa e delle regole contabili oltre che una normale diligenza (si tratta della
chiarezza).
b) Significatività (o rilevanza): l’informazione è efficace quando è in grado di influenzare
le decisioni degli utilizzatori. La significatività è influenzata dalla sua natura e dalla
rilevanza. L’informazione è rilevante se la sua omissione o errata presentazione può
influenzare le decisioni economiche degli utilizzatori prese sulla base del bilancio.
c) Attendibilità (o affidabilità): l’informazione è attendibile se è scevra da errori e
distorsioni rilevanti e quando gli utilizzatori possono fare affidamento su di essa per
prendere le decisioni, perché rappresenta fedelmente ciò che intende rappresentare.
All’attendibilità si possono ricondurre il principio della prevalenza della sostanza sulla
forma, la neutralità, in base alla quale le informazioni devono essere scevre da
distorsioni preconcette, la prudenza, la completezza, nei limiti della rilevanza.
d) Comparabilità. La comparabilità deve riguardare i bilanci della stessa società, nel
tempo, e di società diverse, nello spazio. E’ molto importante, a questo riguardo, che i
principi contabili applicati siano sempre dichiarati, così come gli eventuali
cambiamenti e gli effetti di tali cambiamenti.

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Gli ostacoli alla rappresentazione corretta e veritiera sono il raggiungimento di:


- un corretto trade-off tra tempestività e attendibilità delle informazioni, privilegiando
ciò che meglio soddisfa le esigenze informative degli utilizzatori del bilancio;
- di un equilibrio tra benefici e costi (i benefici derivanti dalle informazioni devono
essere maggiori dei costi necessari per fornire le dette informazioni).
La maggiore “innovazione” introdotta dagli IAS è rappresentata dal cosiddetto “principio
di prevalenza della sostanza sulla forma”; ciò implica che, ove possibile, sia introdotta per
le attività e per le passività la “valutazione a fair value”. Il principio del fair value è un
metodo di valutazione che si basa sul presupposto che i valori espressi in bilancio debbano
riflettere il loro valore di scambio (o di mercato), per non permettere il mantenimento in
bilancio di valori “non più reali”. Talvolta, però, una valutazione a fair value risulta
difficoltosa in particolare per quelle attività, es. quelle immateriali, per le quali non c’è un
mercato attivo di scambio, né quotazioni disponibili con frequenza.

4. Il reddito d’esercizio e il capitale di funzionamento


Abbiamo già precisato come il bilancio d’esercizio sia un sistema di valori ordinati al
calcolo del reddito d’esercizio e del derivato capitale di funzionamento. Il bilancio è infatti
composto da due sottosistemi contabili: quello reddituale, che fornisce informazioni sul
reddito attribuito all’esercizio; quello patrimoniale, che fornisce i valori in rimanenza per
la produzione dei redditi futuri.
Per definizione il reddito è l’incremento che subisce il patrimonio netto per effetto
delle operazioni della gestione, incremento che corrisponde quindi alla somma algebrica
dei costi e dei ricavi (la diminuzione viene definita “perdita”). Il reddito, essendo il
risultato delle operazioni della gestione, deve essere legato al tempo. Si parla quindi di
reddito globale o totale se si prendono in considerazione tutte le operazioni compiute
durante la vita dell’azienda. Si parla di reddito d’esercizio se si prendono in
considerazione le sole operazioni attribuibili ad un periodo amministrativo.
Per quanto attiene al reddito globale va segnalato che vengono di norma previsti due
procedimenti di calcolo e precisamente:
- il procedimento sintetico, quando si fa la somma algebrica tra il patrimonio netto
esistente al termine della vita dell’azienda e quello all’inizio. Ovviamente il

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patrimonio netto iniziale deve essere corretto per tener conto delle operazioni che
hanno modificato il capitale pur non derivando dalla gestione (incrementi e
prelievi) e per tener conto del fenomeno dell’inflazione;
- il procedimento analitico, quando si fa la somma algebrica di tutti i costi e ricavi.
Per il calcolo del reddito d’esercizio si ricorre solo al metodo analitico. Il reddito d’esercizio è
dato dalla differenza tra i costi ed i ricavi attribuibili per competenza ad un determinato
periodo amministrativo. La questione risulta particolarmente complessa per l’esistenza di:
- investimenti durevoli, il cui costo va ripartito durante i vari periodi amministrativi
di utilizzo (di “consumo”) con la tecnica dell’ammortamento;
- investimenti effettuati in un periodo di tempo, ma consumati in un periodo
amministrativo successivo (rimanenze attive) o precedente (ratei passivi);
- fonti ottenute in un periodo, ma consumate in un periodo successivo (rimanenze
passive);
- fonti consumate in anticipo rispetto al loro ottenimento (ratei attivi).
E’ questa situazione che obbliga ad inserire nel bilancio di esercizio valori stimati e
congetturati. Determinare il reddito d’esercizio significa calcolare la differenza fra i ricavi
della produzione realizzata ed i costi dei fattori consumati per ottenere tale produzione.
Ne deriva che il reddito d’esercizio, lungi dall’essere un dato oggettivo, è un dato che
soffre di tutta una serie di limitazioni.
Ricordiamo come i valori consumati formino il conto economico, mentre i residui
valori, quelli in essere, formino lo stato patrimoniale. Lo stato patrimoniale evidenzia
perciò:
- il capitale lordo di funzionamento o capitale investito, inteso come la sommatoria
degli impieghi in essere (attività totali);
- le passività, intese in senso stretto come fonti di terzi;
- il capitale netto o patrimonio netto, dato dalla differenza fra le attività e le passività
(in senso stretto).
Il capitale netto di funzionamento o di bilancio o di esercizio (le tre denominazioni si
equivalgono) è quindi un dato derivato dalle congetture, dalle stime e dalle ipotesi assunte
nel calcolo del reddito d’esercizio. Di conseguenza, i limiti rinvenibili nel reddito

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d’esercizio riguardano anche il patrimonio netto contabile che presenta le seguenti


caratteristiche:
- è una rappresentazione convenzionale della ricchezza aziendale esistente in un
determinato momento;
- i valori attribuiti agli elementi attivi e passivi sono determinati sulla base della loro
presunta capacità di partecipare alla gestione e quindi ai redditi futuri;
- tutte le valutazioni risentono del condizionamento rappresentato dalle misurazioni
effettuate per il calcolo del reddito d’esercizio.
Inoltre, il capitale di funzionamento non è in grado di esprimere tutti i valori dell’azienda,
ad esempio, il suo grado di organizzazione, la capacità manageriale ecc. La nozione di
capitale di funzionamento non deve essere confusa con altre nozioni di largo impiego e,
precisamente, con quelle di: capitale economico e capitale di liquidazione.
Il capitale economico, o valore economico del capitale, è considerato un valore unico,
determinato in funzione delle prospettive di redditività o di flussi finanziari futuri
dell’impresa, tenendo conto delle alternative di investimento esistenti, ed è definito in
occasione di operazioni straordinarie aziendali, quali la fusione, la cessione, lo scorporo
ecc. Il capitale economico, normalmente assunto quale valore teorico dell’azienda
considerata nel suo complesso, tiene conto di elementi immateriali dell’azienda (il nome
sul mercato, l’avviamento, le potenzialità future) che non sono riflessi nel bilancio
d’esercizio.
Il capitale di liquidazione è il valore del patrimonio netto aziendale nell’ipotesi che si
preveda la cessazione dell’attività e che si ritenga di dover cedere per stralcio tutti i beni
dell’azienda. Si tratta quindi di una stima della somma che dovrebbe residuare in un
processo di liquidazione, dopo aver venduto isolatamente tutti i beni e aver estinto le
passività. Anche il capitale di liquidazione non può essere espresso dal bilancio
d’esercizio. Vi sono però dei punti di contatto fra le tre nozioni principali di capitale. Il
valore del capitale di funzionamento non dovrebbe mai essere superiore al capitale
economico (qualora ciò si verificasse, si avrebbe una distruzione di valore). Difficilmente il
capitale netto di funzionamento risulta inferiore al capitale di liquidazione, anche se
ipotesi del genere possono verificarsi in presenza all’interno dell’azienda di beni che
tendono a rivalutarsi (ad esempio i fabbricati ed i terreni).

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