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Spazi atmosferici

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Dopo gli straordinari esordi nel campo degli allestimenti e i lavori firmati in
collaborazione, il primo edificio che Franco Albini progetta e realizza autonomamente è
la Villa Pestarini in piazza Tripoli a Milano, terminata nel La casa è impostata su una pianta
rettangolare ripetuta su due piani fuori terra e si affaccia sulla strada con una grande
parete intonacata di bianco sulla quale sono impaginati, perfettamente “a filo”, il
rettangolo in vetrocemento, i tagli orizzontali delle finestre e il basamento rivestito in
lastre di beola. Mentre il fronte sul giardino è scandito a cinque aperture modulari che al
livello superiore sono unite da un ballatoio inquadrato da un telaio in legno tinteggiato in
rosa e pannelli di rete metallica di colore verde. Nella Villa Pestarini la lirica albiniana è
tutta concentrata nelle intime scenografie domestiche: il candido ambiente di soggiorno
aperto verso il giardino è definito dalla scala a rampa unica, posta sullo sfondo della
parete in vetrocemento affacciata verso la strada, e da una serie di oggetti che lo
contrappuntano con accese tonalità cromatiche. Dopo il suo completamento, la villa è
presentata sulle pagine di “Casabella”, nel numero di ottobre 1939, in un lungo articolo
firmato da Giuseppe Pagano, che così commenta l'opera del più giovane collega milanese:
“Anche se ogni realizzazione plastica è in diretta dipendenza da considerazioni utilitarie,
anche se tutto il gioco dei volumi, dei colori e delle luci è razionalmente motivato da
argomenti apparentemente estranei alle necessità dello spirito, in Franco Albini queste
necessità utilitarie si trasfigurano, si sublimano, si sottilizzano in rapporti lirici e in
vibrazioni poetiche dove la stessa scarna e nitida soluzione utilitaria ottiene nella originale
elementarietà dell'essenziale il suo più alto sigillo artistico. Quello che il borghese viziato
dall’estetica del ‘salotto buono’ giudica come ambiente da clinica, diventa per noi, come
per Franco Albini, ricerca di purezza, amore di sincerità e di schiettezza, liberazione da
ogni pleonasmo, da ogni banalità, da ogni convenzionalismo”. La spettacolare spazialità
albiniana, così ben descritta da Pagano, tocca il suo vertice, sempre a Milano, nel nuovo
appartamento che Franco Albini progetta per sé e per la sua famiglia nel 1940, all'interno
del palazzo costruito da Gio Ponti in via De Togni, poco distante dallo studio di via Panizza.
In questa casa, la realtà della vita quotidiana procede tra oggetti nuovi e antichi disposti
abilmente lungo la sezione verticale della stanza. Nel soggiorno troviamo, collocati ad

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altezze diverse, due quadri settecenteschi appoggiati “schiena a schiena” e sospesi da
un’asta metallica verniciata di bianco, l’apparecchio radio compresso tra due lastre di
cristallo con le parti meccaniche a vista, le poltrone in legno di castagno ricoperte di
tessuto azzurro e soprattutto i libri, che sembrano galleggiare nello spazio sui ripiani in
vetro temperato della libreria Veliero, fissati da tiranti d’acciaio e da due pennoni
diagonali in frassino. E nella camera da letto, sono ancora due aste metalliche bianche,
puntate sul pavimento e il soffitto, a reggere i quadri e il mobile-toeletta con gli specchi
girevoli. Albini così porge nel vuoto dei suoi "spazi atmosferici" gli oggetti e li esibisce
insieme all’esilissima gabbia costruttiva. Intanto la guerra è cominciata e alla VII Triennale
di Milano, aperta nel 1940 in un clima di roventi polemiche, Albini progetta l’ambiente
della Stanza di soggiorno in una villa, in cui è il richiamo alla natura a delineare i caratteri
dello spazio, attraverso la mediazione di cromatismi che ne accentuano la visione
impressionista. Anche in questo caso Albini porge all’abitante della sua “stanza” una serie
di oggetti a differenti altezze: a terra il prato fiorito protetto dalle lastre di cristallo e i
pavimenti di beola grigia e di larice con il tappeto rosso, e progressivamente, dal basso
verso l’alto, il tavolo-mosaico di Del Bon, la scultura in cemento rosa di Genni Mucchi, le
poltrone in legno (le stesse della sua casa) che anticipano la produzione della “Fiorenza”,
nel dopoguerra, le due altalene a righe bianche e azzurre, la voliera, l’albero e infine le
scale appese a fili. Contemporaneamente, per il restauro e l’arredamento della Villa
Neuffer ad Ispra, una vecchia casa sulle rive del Lago Maggiore, Albini disegna una serie
di ambienti unici divisi da pareti colorate aperte sui lati, in cui trovano posto due grandi
stufe di ceramica, e vi aggiunge un elemento architettonico nuovo, lo spazio occupato
dalla scala, la cui centralità è chiaramente riconoscibile nelle planimetrie dei progetti
residenziali del dopoguerra. All’interno, infatti, il vano d’ingresso accoglie una grande
scala elicoidale con i gradini in noce e il corrimano in legno laccato di rosso, appesa con
bulloni d’ottone a un fitto reticolo di tondini d’acciaio verniciati di bianco. Il virtuosismo
strutturale, accentuato dalla diversa sezione dei tondini che reggono i gradini al corrimano
e quest’ultimo al plafone, è ben visibile dal giardino, al primo piano attraverso una grande
vetrata a tutt’altezza e al secondo piano dietro il balcone. Sono tutti elementi di una
trasfigurazione estetica quelli che Albini mette in scena nella razionalità dello spazio
domestico. Gli oggetti si smaterializzano, i loro caratteri costruttivi si dissolvono nella
luce e nel colore. E il colore, impreziosito da accostamenti di grande effetto, rappresenta
l’indizio migliore per cogliere i caratteri originali del razionalismo poetico di Albini, rivolto
ai caratteri estetici e morali della “vita dell’uomo moderno”. In questi anni “difficili”, tra

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la guerra e la caduta del Fascismo, Albini realizza un altro capolavoro: l’allestimento della
Mostra di Scipione e di disegni contemporanei, aperta a Milano, presso la Pinacoteca di
Brera, nel marzo del 1941. Albini sospende in un’atmosfera incantata i tormentati lavori
del pittore Gino Bonichi, detto Scipione, morto nel 1933 a soli 29 anni. Negli storici locali
della Pinacoteca di Brera, una maglia quadrata di cavi d’acciaio ad un’altezza di tre metri
sostiene una serie di montanti in legno a forma di fuso appoggiati al pavimento. Questi
ultimi reggono, oltre alle lampade, tre tipi di supporti: fondali di stoffa bianca o color
nocciola con telai staccati per i quadri, doppie lastre di vetro per i disegni e, per i “disegni
contemporanei”, piani inclinati protetti da vetri con fondo a graticcio. Sopra il reticolo
dei tiranti, un nastro di carta da disegno unisce visivamente le quattro sale della mostra
e diffonde la luce dei riflettori in tutto l’ambiente, mentre le pareti sono rivestite da teli
di carta da tappezzeria. Infine, in un ricercato contrasto con le diafane stanze, le tre più
importanti opere di Scipione sono collocate contro esedre di mattoni a vista, unico
elemento di affinità con il sofferto cromatismo tellurico dei dipinti. Ma c'è poco tempo
per apprezzare tanta bellezza: il 24 ottobre 1942 Milano subisce il primo grande
bombardamento, preludio alle distruzioni aeree dell'agosto 1943, che colpiscono
pesantemente il centro storico e la periferia industriale. La guerra porta il suo carico di
morte, fino alla caduta del nazifascismo, nell'aprile 1945.

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