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ABITI NUZIALI

IL MATRIMONIO NELL’ANTICA ROMA

1. la conferreatio: origine e uso del termine

L’origine di questo termine ci viene chiarita da Gaio, le donne cadono sotto la potestà del marito,
con il farro, tramite un certo tipo di sacrificio che viene fatto a Iupiter Farreus: in esso si impiega un
pane di farro, da cui la cerimonia trae il nome di conferratio.
Aveva un ruolo centrale la focaccia di farro offerta a Iupiter. La scelta di questo cereale aveva
significato rituale: si tratta di un tipo di frumento particolare, che aveva un grande ruolo nel culto
accompagnato spesso dall’aggettivo pius.
Catone ci informa che il farro era offerto a Mars e Silvanus, propiziatorie per la rendita del lavoro
dei buoi.
Il verbo con cui si indica l’atto cerimoniale, confarreo, è piuttosto raro. Il flamen Dialis (scelto uno
tra i tre patrizi che avevano genitori uniti in matrimonio) dunque, poteva essere scelto solo tra
coloro che avevano i genitori uniti da confarreatio.
La diffarreatio era invece un genere di sacrificio per mezzo del quale avveniva la separazione tra
uomo e donna, avveniva sempre con l’uso del farro.

2. le tre forme di conventio manum

La confarreatio rientrava nella conventio in manum, aveva lo scopo di porre una donna sotto la
tutela (manus) di un uomo e di equipararla giuridicamente ad una figlia legittima (loco filiae), di
metterla dunque sotto la patria potestas dell’uomo.
Questa conventio poteva avvenire in tre modi: la confarreatio, che si celebrava attraverso una serie
di atti di intonazione religiosa culminanti nell’offerta a Iuppiter di una focaccia di farro; l’usus
uxoris invece consisteva in una convivenza matrimoniale di un anno. La coemptio, che prevedeva
l’acquisto della potestà sulla donna mediante la mancipatio, istituto che serviva al trasferimento
delle proprietà. Essa era compiuta davanti a 5 testimoni, con l’intervento del pensatore ufficiale, che
teneva la bilancia per la formalità della vendita, ma non si trattava di un acquisto effettivo della
donna, diveniva figlia legittima del marito.

3. conventio in manum e matrimonium

Si poteva parlare di legitimae nuptiae quando un uomo e una donna “puberi” (lui non meno di 14
anni e lei non meno di 12) stabilivano fra loro un rapporto coniugale con la volontà di essere uniti
durevolmente in matrimonio. Il matrimonium legitimun esisteva fino a quando ne persistevano gli
elementi: pubertas, conubium e consensus.
La conventio cessava solo con un atto formale, quale la diffarreatio o la remancipatio.
Cicerone rileva le due distinte condizioni giuridiche della donna maritata, quella che, ha compiuto
anche la convetio (mater familias), e quella che è soltanto moglie. Nel secondo caso poteva
conservare l’originario status familiae.
Per Servio usus, conferratio e coemptio sono tre tipi di matrimonio, la conventio in magnum sia un
quarto distinto dalla coemptio.

4. origine e decadenza dell’istituto della confarreatio

Esso si fa risalire ad una cosiddetta lex Romuli riportata da Dionigi di Alicarnasso.


Dionigi dice che le nozze che si svolgevano nella forma sacra e secondo la norma erano dette
“confarreate”, cioè accompagnate dalla confarreatio e dal conseguente cerimoniale religioso.
La vera peculiarità della confarreatio consisteva dunque in un carattere maggiormente religioso.
Era ritenuta la forma di conventio meno soggetta all’annullamento. La decadenza dell’istituto viene
confermata anche da Gaio. La conventio in manum veniva limitata ai soli scopi religiosi.

5. cerimoniale ed uso del velo

Riguardo al numero dei testimoni vi sono molte incertezze: si è ipotizzato che fossero 5 per parte.
Al centro della cerimonia stava il sacrificio di Iuppiter di un pane di farro alla presenza di dieci
testimoni e del pontefice massimo e del flamen Dialis. Sappiamo che venivano anche pronunciate
parole solenni. Il rito della confarreatio prevedeva anche l’impiego dell’acqua e del fuoco, due
elementi simboleggianti rispettivamente la fertilità femminile e la potenza fecondante maschile:
rappresentano l’unione degli sposi.
Durante l’offerta i celebranti stavano seduti su seggi uniti sui quali era posta una pelle di pecora
sacrificata, erano ricoperti da un velo. La confarreatio fu la più antica forma di matrimonio e
conventio del mondo latino e che diede origine all’uso del velo nella cerimonia.
Con il flammeum si ricopre il capo di chi si sposa, che gli antichi chiamarono obnubere. Isidoro dice
che le nuptae sono chiamate in questo modo perché velano il proprio volto, nome che deriva da
quello delle nubi che coprono in cielo. Da qui anche il fatto che si parli di nuptiae, perché in
occasione di esse si vela per la prima volta il capo delle future spose: ubnebere significa coprire. Il
contrario di sposa è innuba, ossia non sposata, non vela ancora il proprio volto.
Il velo nelle cerimonie nuziali è utilizzato in maniera differente: o come copertura esclusiva del
capo, o come mantello che avvolge l’intera persona, infine come drappo che sovrasta entrambi gli
sposi, fu elemento precipuo dei riti matrimoniali del centro Italia, della confarreatio che sembra
accomunare il mondo romano a quello etrusco.

L’ABBIGLIAMENTO DELLA SPOSA

1. il flammeum

L’importanza rivestita dal velo nel matrimonio romano è testimoniata dal suo valore fortemente
sacrale, che ne determina l’uso da parte della flaminica.
Sin dall’epoca arcaica, il velo era ornatus indispensabile delle cerimonie religiose. Plutarco
rammenta che è usanza tipica dei romani coprirsi la testa quando rivolgono preghiere a un dio e
Varrone conferma che le donne, si devono velare la testa.
L’uso di questo accessorio era particolarmente rispettato nelle consacrazioni alle divinità. Il velo era
tipico dei riti sacri, era particolarmente adatto ad una cerimonia dall’impronta fortemente religiosa
quale era la conferreatio, in cui i due sposi si consacravano agli dei chiedendone la protezione. È
altrettanto probabile che il costume passò successivamente a forme di matrimonio e conventio più
laiche.
L’uso del flammeum ricorre per antitesi anche in situazioni blasfeme, quando si intende celebrare
unioni scandalose, quella di Nerone con l’amico Pitagora.
La presenza del flammeum era fortemente dissonante con la situazione rappresentata, suona come
una tragica condanna della corruzione presentata ai tempi di Nerone.
In base alla testimonianza di Nonio il flammeus è una veste o un indumento con cui coprono le teste
delle matrone, colore che osavano uscire in pubblico prive di copertura divenivano oggetto di
biasimo o venivano ripudiate. In epoca storica il flammeum veniva ancora usato ma solo in
occasione del matrimonio, a testimonianza dell’onestà della sposa. Esso non era bianco, strano
poiché il bianco è il colore della castità e sarebbe stato molto appropriato a questa situazione,
perché serviva a proteggere la fidanzata dagli influssi negativi, provenienti dal mondo esterno.
Motivo per il quale esso avvolgeva tutta la persona o almeno il viso della sposa. La componente
apotropaica giocava un ruolo fondamentale nel corso di tutti i festeggiamenti, l’intera coppia
doveva essere protetta dagli influssi negativi provenienti da coloro che provavano invidia, dunque
era necessario chiedere la protezione divina.
All’imbrunire un corteo accompagnava la sposa nella casa del marito: si tratta della deductio in
domum, un rito di passaggio che assemblava componenti apotropaiche e propiziatorie. Sia gli
invitati che i passanti improvvisavano versi e canti licenziosi rivolti alla coppia al fine di allontanare
il malocchio.
Un’altra ipotesi è che il costume abbia funzioni apotropaiche, in quanto si temeva che la sposa
inciampasse sulla soglia, evento che sarebbe stato di cattivo auspicio. Ella ungeva gli stipiti delle
porte con grasso di maiale e li ornava con bende di lana. Prima veniva usato grasso di lupo allo
scopo di allontanare gli influssi maligni dalla casa utilizzando proprio le forze malefiche
provenienti da un animale feroce. La scelta delle bende serviva a purificare la casa. Era usanza per
la sposa portare con sé tre assi: uno lo gettava all’incrocio più vicino a casa, uno era consegnato al
marito e l’ultimo era depositato sul focolare, questo segna l’integrazione graduale della sposa nel
mondo del marito.
Era necessario inoltre, per scongiurare ogni cattivo augurio, impetrare la protezione delle divinità, a
ciascuna delle quali era dedicato un culto specifico.
Anche il colore fulvo del flammeum avvalorerebbe la tesi di una sua valenza scaramantica: nel
Satyricon di Petronio il rosso ha una funzione apotropaica. Per lo stesso motivo le toghe dei
bambini erano bordate di rosso e così le praetextae degli uomini politici.
Il rosso poi ricordava il colore del sangue a cui erano attribuite virtù magiche.
Inoltre, il flammeum fa riferimento al potere fecondante del fuoco. Esso è considerato elemento
maschile, come l’aria, essendo elementi attivi, la terra e l’acqua sono elementi femminili essendo
freddi e passivi.
Il fuoco fecondante aveva un ruolo fondamentale anche nel corso di tutta la cerimonia
matrimoniale, vi erano le torce che guidavano il corteo nuziale che era sempre preceduto da fiaccole
che avevano una funzione apotropaica. Il fuoco simboleggiava la purificazione dagli influssi nefasti,
ma anche il potere fecondante. Il numero delle fiaccole non era casuale: Plutarco ci informa che
erano 5 e da altri fonti sappiamo che il numero dispari ha virtù benefiche. La torcia biancospino
veniva accesa dalla sposa e diventava oggetto di contesa fra i suoi amici e quelli dello sposo, se
avesse vinto la donna la avrebbe messa sotto il letto nuziale, se vinceva il marito la faceva
consumare su una tomba.
Vi era la presenza delle noci, consuetudine affine al lancio del riso ad oggi. Infine, la moglie veniva
spruzzata con l’acqua per simboleggiare la purificazione, o le venissero lavati i piedi, gesto tipico di
accoglienza. L’uomo accendeva la torcia al suo focolare per accogliere la donna nel proprio mondo.
Si può ipotizzare che, per il velo nuziale, al valore del colore rosso si sia sovrapposto un senso di
purezza e onestà, derivato dal ruolo particolare rivestito dalle spose e dalla flaminica che lo
indossavano. Quando con l’avvento del Cristianesimo si dette maggior rilievo alla verginità della
sposa, si optò per la scelta del velo bianco.
La cerimonia di consacrazione si arricchì di particolari: il vescovo metteva alla fanciulla non solo il
velo, ma anche l’anello ed una corona, dei quali si sentiva l’esigenza dal momento che il velo aveva
perso, con il colore, anche la prerogativa di rappresentare simbolicamente le nozze con Cristo.

2. la corona

Sotto il velo la sposa indossava una corona, fatta di fiori da lei raccolti. Era fatta di verbena e di
foglie. Plinio il Vecchio dice che le corone erano destinate inizialmente ai Lari. Anche i materiali di
cui essa era costituita avvalorerebbero la tesi che inizialmente questo ornatus avesse esclusivamente
un significato religioso, la verbena infatti era una pianta sacra che spesso diveniva dono per gli dei.
La maggiorana era impiegata per confezionare le corone nuziali, la pianta era di qualità e effondeva
un odore gradevole, la tinta inoltre era molto vicina a quella del rosso. In epoca imperiale viene
sostituita nell’uso del mirto e dai fiori di arancio. Il primo si trattava della pianta sacra di Venere, i
fiori d’arancio hanno un significato di rigoglio e fecondità.
La corona veniva usata nei funerali e nelle occasioni gioiose. Essi erano considerati riti di
passaggio, il primo dalla vita terrena a quella dell’aldilà, il secondo segnando l’ingresso ad un
diverso status. La indossavano lo sposo e la sposa, ma anche tutti coloro che partecipavano alla
festa.
La sua forma circolare le conferiva un potere apotropaico di cui beneficiavano tutti gli invitati,
simbolo di fertilità. Doveva essere confezionata dalla nupta per motivi scaramantici: si temeva
l’invidia altrui.
Quando veniva intrecciata con foglie d’ulivo annunciava la nascita di un figlio maschio e quando,
indossata nei banchetti, serve, a prevenire l’ebrezza.

3. l’acconciatura

I riti di passaggio prevedevano non solo un cambiamento d’abito, ma anche di acconciatura: la


sposa, trovandosi in uno stato di transizione tra la categoria delle virgines e quella delle matrones,
aveva un’acconciatura che richiamava entrambi gli status.
La fanciulla nubile portava per lo più i capelli sciolti o raccolti in trecce, mentre la donna li legava
in uno chignon detto tutulus o annodava in alto le trecce con le vittae. Questo permetteva di
classificarla come occupata.
La nubenda portava i seni crines, ovvero delle trecce che non venivano legate, ma cadevano sulle
spalle a gruppi di tre.
L’acconciatura diveniva un deterrente nei confronti dei potenziali seduttori, in quanto identificava
la donna come intangibile.
Secondo Torelli, le statue ritrovate a Lavinio testimonierebbero una certa evoluzione delle
pettinature nuziali. Fino al VII secolo a.C. questa acconciatura consisteva in piccole trecce fermare
da heliches, ovvero spirali con funzione di perline. Si passò all’uso di grandi boccoli, infine la
pettinatura divenne più complessa, con riccioli tenuti insieme da diademi.
In epoca storica i seni crines erano stati superati e le donne il giorno delle nozze di pettinava
secondo la tipologia che da allora in poi le sarebbe stata propria.
Si spiega così la presenza delle vittae, le bende sacre che tenevano fermi i capelli raccolti. Esse
simboleggiavano la purezza della nupta: la madre legava delle bende alla torcia del biancospino che
precedeva la figlia nella deductio, e la sposa stessa le appendeva alla porta della sua nuova casa,
esse proteggevano dagli influssi negativi.
Si può constatare che anticamente alle spose venivano tagliati i capelli, era un rito di iniziazione
all’età adulta, successivamente inglobato nelle cerimonie nuziali. Anche ai fanciulli, in occasione di
tali riti, veniva praticata la medesima tonsio, un taglio fino alla nuca. Invece a Sparta alle spose
venivano completamente rasati i capelli.
Sembra che con i capelli tagliati si realizzassero le trecce che poi venivano adattate in testa alle
spose, i seni crines comunque erano un’acconciatura matrimoniale, con o senza tonsura.
Nel suo testo Arnobio parla di hasta che è il simbolo dell’unione degli sposi, perché essa, essendo
tratta dal corpo del gladiatore morto, rappresenta il connubio sessuale.
I critici moderni hanno dato tre diverse interpunzioni di hasta: uno strumento per pettinare, un’arma
vera e propria, un oggetto puramente allusivo.
Secondo Torelli l’hasta caelibaris originariamente veniva usata per pettinare le spose, in quanto era
un ferro arcuato che permetteva di fissare alle trecce le helikes.
Torelli pensa che l’autore latino alluda ad uncini che servivano a portar via dall’arena i cadaveri dei
gladiatori morti.
Sensi ipotizza che l’hasta fosse un fermaglio ricurvo per fermare i capelli da sposa. Ovidio
conferma che l’oggetto era di quella forma.
Quanto all’interpretazione di hasta come arma vera e propria, essa è identificata con lo sparum e
sparus, un giavellotto usato prevalentemente nelle campagne per la caccia o come arma offensiva.
Lo sparum aveva il manico di legno e la punta di ferro e ricurva, probabilmente di forma uncinata.
Ma non ci sono fonti che lo colleghino all’acconciatura nuziale.
Si può dunque constatare un’evoluzione dell’acconciatura nuziale che perde, nel corso dei secoli, la
sua peculiarità e viene assimilata a quella delle matrone.

4. toga pura e tunica recta

Il giorno della cerimonia le fanciulle indossavano un abito che doveva avere, lo stesso valore del
nostro vestito da sposa. Più comunemente si ritiene che le nuptae indossassero la tunica recta sotto
la stola, che era l’indumento delle matrone romane. In questo caso l’uso della toga pura sarebbe
riferito esclusivamente ai tirones. Altri studiosi suppongono che Plinio intenda dire che le spose
portavano contemporaneamente la toga pura e la tunica recta come i tirones. Gaia Caecilia, moglie
di Tarquinio Prisco, divenne il simbolo delle virtù femminili, per la sua dedizione alla famiglia. Ella
aveva tessuto le toghe di Servio Tullio, ed aveva inventato la tunica recta. La sua protezione era
invocata più volte dalle spose durante la deductio. Quella di lanifica era l’attività che identificava la
matrona onesta. La toga e la tunica erano entrambe tipiche del sesso maschile. La tunica viene
catalogata da Festo come vestimentum virile. La toga, a partire dall’epoca storica, era
esclusivamente indossata dagli uomini. Solo anticamente, era indumento comune ai due sessi. Le
donne continuavano a portare la toga solo in determinate occasioni.
A sua volta la tunica recta veniva fatta confezionare dai padri per i figli per scongiurare i cattivi
presagi in occasione dell’assunzione della toga virile. Le coincidenze tra le due cerimonie di
iniziazione delle vergini e dei fanciulli erano numerose: si può ipotizzare che, come i fanciulli
indossavano le tuniche al di sotto della toga pura, allo stesso modo avveniva per le spose. Una
conferma di tale teoria verrebbe da Arnobio.
La toga era parte integrante anche dei riti prematrimoniali. La consacrazione degli abiti ad una
divinità e l’assunzione di un nuovo vestiario è tipico dei riti di passaggio ad un’altra età o ad una
diversa classe sociale.
Essa doveva essere allo stesso tempo pura, ma anche undulata, era fornita di alcune pieghe,
differenti sia dall’antica toga etrusca dritta, sia dalla più ampia e moderna toga romana.
I riti di travestimento sono tipici delle cerimonie nuziali: ad Argo sappiamo che le donne portavano
una falsa barba la prima notte di nozze. Questo costume serviva per trasmettere prerogative
reciproche dei due sessi, lo scambio d’abito rappresenta l’unione totale e prolifica della coppia. È
evidente l’importanza assunta dalla toga nell’arco di tutta la cerimonia: essa ricorre in ogni tappa
che segna il cammino di iniziazione della sposa. La toga è inoltre garante di fertilità. La toga è uno
degli indumenti indossati durante la celebrazione del matrimonio sopra la tunica recta.
Quest’ultima almeno in origine, nasceva come indumento intimo, i Romani avevano iniziato ad
usarla da sola.
La tunica era posta a contatto diretto con il corpo e di solito era ornata con varie applicazioni
addirittura d’oro, ma la tunica recta si distingueva proprio perché monocroma e priva di ogni
fregio, l’aggettivo recta avrebbe proprio la funzione di sottolineare la semplicità dell’indumento.
Si può affermare che fosse bianco, in base all’analogia con la toga pura. Il bianco è simbolo di
purezza e ben si adattava all’occasione. La veste è detta anche regilla, reale.

5. il nodus herculeus

La tunica della fanciulla era stretta ai fianchi da una cintura: essa aveva dei poteri magici. Per Festo
era il simbolo dell’unione degli sposi. È possibile che rappresentasse la verginità della sposa, di cui
essa era protettrice: infatti solo il marito, al momento dell’unione nella camera nuziale, poteva
scioglierla.
La cintura era tenuta stretta da un nodus herculeus. Secondo Festo esso stava a simboleggiare la
prolificità dell’eroe greco a scopo propiziatorio. Macrobio identifica il nodo erculeo con l’intreccio
di due serpenti sul caduceo di Mercurius, l’unione dell’uomo e della donna e il loro amore. Plinio il
vecchio infine asserisce che esso ha poteri miracolosi, perché se si stringe il nodo attorno ad una
ferita guarisce. Era formato da 4 avvolgimenti ed è facile capire che in questo modo esso evitasse
l’espandersi della ferita, lo si considerava un effetto magico.

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