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ci potrà tornare ad appartenere.

Come un'origine da rimpia1;gere o un destino da prefigurare


secondo la perfetta s'.mmetna c_~e,colleg~ ~rche e t_efo_s. In ogni caso, come il nostro pm
proprio . Che c1 s1 debba appropriare del no~tro c?mune (per comunismi e comunitarismi), 0
~omurucare il nostro proprio (per le etiche comunicative) ilpr~dotto non ca1:1bia: la comunità
resta legata a dopp10 filo ali~ semantica del proprium. Non occorre, a questo p~opos1to,
neanche arrivare al manierismo postromant1co della Gemeinschaft tonnesiana, opposta alla
Gesellschaft a~punto in base ali' appropriazione originaria d_~lla propria essenza. Basta
richiamare la piu sobria, e gia largament~ secol~izzata,_ comunità weberiana per vedere
campeggiare, sia pure m forma denaturalizzata la medesima figura dell'appartenenza: « Una
relazione ~ociale deve essere definita 'comunità' (Vergemeinschaf tung)_ se, e nella, misura in
cui la disposizione dell'agire poggia( ... ) su una comune appartenenza soggettivamente sentita
(affettiva o tradizionale), degli individui che ad essa partecipano»'. Che tale possesso sia qui
riferito soprattutto al territorio' non sposta le cose dal momento che il :er~itorio è definito
appunto dalla categoria cli «appropriaz10ne» come matrice originaria di ogni altra proprietà
successiva'. Se ci si ferma solo un attimo ariflettere fuori dagli schemi correnti, il dato piu
paradossale della questione è che il 'comune' è identificato esattamente con il suo piu
evidente contrario: è comune ciò c?e 1:nisce it; ?11 'unica identità la proprietà - etnica,
terntorial~, spmtuale - di ciascuno dei suoi membri. Essi hanno m comune il loro proprio; sono
i proprietari del loro comune. 2. L'intenzione prima cli questo lavoro sta in una netta presa di
distanza da tale dialettica. Ma se come s'è . . . . . ' visto, essa \ner_1sce c_ost1tut1vamente al
linguaggio concettuale della filosofia politica moderna l'unica maniera cli sfug~irle sta nel
reperimento cli u; punto cli partenza - d1 un puntello ermeneutico - esterno ed indi- X
INTRODUZIONE pendente rispetto a questa. Tale punto l'ho cercato, per cosi dire, all'origine
della cosa stessa. E cioè nell'etimologia del termine latino communitas. Per farlo ho dovuto
procedere lungo un percorso tutt'altro che agevole, disseminato di insidie lessicali e di
difficoltà interpretative, ma che potrà condurre - chi abbia la pazienza di seguirlo per qualche
pagina senza smarrire la direzione di marcia e la finalità complessiva della ricerca - ad una
nozione di comunità radicalmente diversa da quelle finora tratteggiate. E infatti il primo
significato che i dizionari attestano del sostantivo communitas - e dell'aggettivo corrispondente
communis - è quello che assume senso dal!' opposizione a 'proprio'. In tutte le lingue
neolatine, ma non solo, 'comune' (commun, comun, common, kommun) è ciò che non è
proprio; che comincia là dove il proprio finisce: Quod commune cum alio est desinit esse
proprium (Quint., Inst., 7,3,24). Esso è ciò che pertiene a piri di uno, a molti o a tutti - e dunque
che è 'pubblico' in contrapposizione a 'privato', o 'generale' (ma anche 'collettivo') in contrasto
con 'particolare'. A questo primo significato canonico, già rinvenibile nel greco koinos - e
translato anche nel gotico gemein e nei suoi derivati Gemeinde, Gemeinschaft,
Vergemeinscha/tung-tutta':'ia, se ne aggiunge un altro meno pacifico perché trasfensce al
proprio interno la maggiore complessità semantica del termine da cui proviene: munus (are.
moinus, moenus), composto dalla radice *mei- e dal suffisso -nes, che indica una
caratterizzazione 'sociale' 10 • Tale termine, infatti, oscilla a sua volta fra tre significati non del
tutto omogenei tra loro che sembrano spingere fuori campo, o almeno ridurre di rilievo, la
giustapposizione iniziale 'pubblico'f'privato' - munus dicitur tum de privatis, tum de publicis - a
favore di un'altra area concettuale complessivamente riconducibile all'idea di 'dovere'". Essi
sono onus, officium e donum (Paul., Dig. 50.r6.r8). In verità se per i primi due l'accezione di
'dovere' - donde 'obbligo', 'ufficio', 'carica', 'impiego', 'posto' - risulta NIENTE IN COMUNE XI
immediatamente evidente, per il terzo appare a prima vista piu problematica. In che senso un
dono sarebbe un dovere? Non si configura, al contrario, come qualcosa di spontaneo e dunque
di eminentemente facoltativo? Ma la specificità del dono espresso dal vocabolo munus -
rispetto all'uso del piu generale donum - ha appunto l'effetto di ridurre la distanza iniziale e di
riallineare anche questa significazione alla semantica del dovere. Il munus, infatti, sta al donum
coÌne la «specie al genere» (Ulp., Dig. 50.r6.r94), perché significa si 'dono', ma un dono
particolare, «distinto dal suo carattere obbligatorio, implicito nella radice *mei- che denota
'scambio'»". Circa la relazione circolare dono-scambio non si può che rinviare alle note ricerche
in materia di ~enveniste" e prima ancora al celebre saggio di Mauss m argomento". Ma
restiamo ali' elemento della 'doverosità': una volta che qualcuno abbia accettato il munus è
posto in obbligo (onus) di ricambiarlo o in termini di beni o di servizio (of/icium). Ritorna la
sovrapposizione tra 'dono' e 'ufficio', peral

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