Sei sulla pagina 1di 13

See discussions, stats, and author profiles for this publication at: https://www.researchgate.

net/publication/257775484

Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso. Un contributo teorico


secondo la prospettiva evolutivo-relazionale

Article  in  RICERCA PSICOANALITICA · June 2013


DOI: 10.3280/RPR2013-002005

CITATIONS READS

2 1,106

1 author:

Giuseppe Craparo
Kore University of Enna
118 PUBLICATIONS   1,421 CITATIONS   

SEE PROFILE

Some of the authors of this publication are also working on these related projects:

Clinical implications of the Dynamic-Maturational Model of attachment and adaptation (DMM) View project

Emotional regulation View project

All content following this page was uploaded by Giuseppe Craparo on 22 May 2014.

The user has requested enhancement of the downloaded file.


Giuseppe Craparo

Giuseppe Craparo

Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso.


Un contributo teorico secondo la prospettiva evolutivo-
relazionale

Introduzione

La dissociazione rappresenta oggi uno dei costrutti chiave per la com-


prensione non solo dei meccanismi psichici alla base delle sindromi post-
traumatiche ma anche, e soprattutto, per una riformulazione della teoria
della mente capace di guardare alla personalità non più in termini unitari,
ma come una struttura che si articola in molteplici stati della mente
(Putnam, 1989; Feldman, 1999; Whitmer, 2001; Anderson, Gold, 2003;
Bromberg, 2008). Proprio su quest’ultimo punto, lo psicoanalista statuni-
tense Philip Bromberg (1998) sostiene che: «vi sono prove sempre più forti
a supporto dell’idea che la psiche non nasce come un tutto integrato che in
seguito, come esito di un processo patologico, diviene frammentato, ma che
fin dall’origine non è unitaria; è una struttura che origina e si sviluppa come
una molteplicità di configurazioni Sé-altro, o “stati comportamentali”, che
con la maturazione sviluppano una coerenza e una continuità vissuta come
un senso coeso di identità personale – un sentimento sovraordinato di “es-
sere un Sé”» (pp. 110-111). L’autore sottolinea inoltre, per la sua rilevanza
clinica, la necessità di considerare la dissociazione sia come uno dei


Giuseppe Craparo è psicologo, psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, dottore di
ricerca in Psicologia e ricercatore presso la facoltà di Scienze umane e sociali dell’Uni-
versità Kore, Cittadella Universitaria, 94100 Enna. E-mail: giuseppe.craparo@unikore.it.

Ricerca Psicoanalitica, n. 2/2013

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

normali processi della mente umana, sia come risposta difensiva al trauma
a cui l’Io fa ricorso con l’obiettivo di garantire un illusorio senso di con-
tinuità contro il pericolo di una dispersione identitaria. Sembra quindi che
la psicoanalisi contemporanea, soprattutto quella relazionale, abbia riabili-
tato Janet e la sua teoria sulla dissociazione (désagrégation; 1889). Le ra-
gioni di questa riabilitazione, a partire dagli anni Sessanta, risiedono nella
diffusione di psicopatologie rispetto alle quali il tradizionale intervento in-
terpretativo ha mostrato tutti i propri limiti (Craparo, 2013a). Mi riferisco
nello specifico a psicopatologie (come ad esempio le tossicomanie, gli at-
tacchi di panico, i disturbi dell’alimentazione ecc.) le cui manifestazioni
sintomatiche sono oggi (Briere, 2004; Vanderlinden et al. 2006; Evren et
al., 2009; Caretti, Craparo, Schimmenti, 2010, 2013) intese come espressio-
ne di una reazione dissociativa (patologica), piuttosto che di una rimozione,
nei confronti di contenuti affettivi non rappresentabili e impossibili da tra-
durre attraverso i normali codici linguistici.
Premesso ciò, non mi trovo d’accordo con quanti affermano che consi-
derazioni del genere portino a un indebolimento della metapsicologia freu-
diana; ritengo piuttosto che si possano far coesistere, da un punto di vista
evolutivo-relazionale (Caretti, Craparo, 2008; Craparo, 2013b), i costrutti di
dissociazione e di rimozione quali processi psichici che assumono rispetti-
vamente un ruolo centrale in momenti differenti dello sviluppo mentale e
che possono, da un certo momento in poi, nella normale crescita di ogni
individuo, agire sul funzionamento psichico in maniera complementare.
Ovvero, la dissociazione rappresenterebbe il meccanismo elettivo di cui
l’infante è biologicamente dotato sin dai suoi primi giorni di vita per la ge-
stione degli stress relazionali: la cronicità di tali stress può portare allo
“strutturarsi” della dissociazione (come vedremo nel paragrafo Inconscio
non rimosso e dissociazione della personalità nelle addiction, in questo
articolo), determinando una divisione della personalità che è tanto grave
quanto intensi sono i correlati emotivi elicitati dalle ricorsive esperienze di
mancato rispecchiamento da parte delle figure di accudimento.
Diversamente dalla dissociazione, la rimozione – espressione di una
mente edipica – va considerata nel suo rapporto con il linguaggio, e il sin-
tomo nevrotico come un’operazione linguistica con una funzione difensiva
di omissione, negazione, rifiuto, misconoscimento di pensieri e sentimenti
inaccettabili, rispetto ai quali l’Io oppone un’ostinata resistenza. Come op-
portunamente affermava Lacan (1966), la rimozione, e con essa il sintomo,
è un discorso che interroga continuamente l’Altro (reale o immaginario). A
mio parere, tale costituzione dialogica e culturale del sintomo impone al
terapeuta di dovere far emergere, attraverso l’interpretazione, quanto in

74

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Giuseppe Craparo

esso c’è di non-detto. Secondo questa formula, il sintomo nevrotico non è


altro che la negazione (non) di contenuti mentali inaccettabili, sfuggiti al
controllo volitivo, e allo stesso tempo un impossibile a dirsi, perché rimos-
so, di ciò che si pone “al di qua” (il passato del paziente) e “al di là” (una
propensione verso il futuro) di qualsiasi concettualizzazione consapevole. Il
trattino che s’interpone fra “non” e “detto” rappresenta il rapporto, così
come lo “scarto” (angoscioso), fra ciò che viene negato e affermato allo
stesso tempo, seppur nella forma di un compromesso (come nel lapsus, nel
motto di spirito, nei sogni ecc.).
Se però pensiamo a una patologia dissociativa, quale ad esempio l’ad-
diction, possiamo supporre che il sintomo (cioè la compulsione ad assume-
re l’oggetto-droga) si ponga su un piano diverso, quello del nondetto: cioè
di qualcosa impossibile da rappresentare perché mai elaborato all’in-terno
delle relazioni primarie caregiver-infante. In questo senso, il nondetto ri-
guarda contenuti mentali (di natura emotiva) formatisi in assenza di lin-
guaggio. Mi riferisco, nello specifico, a quei vissuti stressanti che, nell’am-
bito di un trauma evolutivo (ovvero di ricorsive esperienze di disconosci-
mento sperimentate dal bambino nella relazione con le figure di accudi-
mento), risalgono ai primi tre anni di vita dell’infans: anni cioè in cui non
sono ancora mature le aree cerebrali necessarie per l’elaborazione cosciente
dei vissuti emotivi.

Il ruolo del trauma evolutivo sui sintomi dissociativi delle addiction

Come già precisato in diversi lavori (Caretti, Craparo, 2008; Caretti,


Craparo, Schimmenti, 2013; Craparo, 2012, 2013b), le ricorsive esperienze
di disconoscimento del bambino sono responsabili di un senso di “vuoto”, a
causa della compromissione dei processi di soggettivazione e delle capacità
di identificare, nominare e modulare le emozioni.
È il caso, ad esempio, di Giovanna, una paziente anoressica di trent’anni, secondo-
genita di tre figlie, che sostiene di non aver mai sentito la vicinanza emotiva di una ma-
dre continuamente depressa e di un padre con un atteggiamento più materno che pater-
no. Per l’incapacità dei genitori a svolgere adeguatamente i compiti di accudimento, la
paziente, sin da piccola, si è trovata costretta a prendersi cura della madre, del padre e
delle due sorelle: una vera e propria inversione di ruolo. Sebbene fosse riuscita a fare
appello alle personali quote narcisistiche legate a un Sé grandioso capace di assicurare
l’adeguato sostegno alla famiglia vissuta sotto il proprio controllo, «… mi sentivo di po-
ter reggere le sofferenze di tutti i miei familiari. D’altronde ero io la più forte di tutti lo-
ro», rinunciando però alle personali necessità di essere accudita, saranno la psicosi dia-
gnosticata alla sorella maggiore e gli echi dei cambiamenti psicofisici propri
dell’adolescenza a far emergere nella paziente un profondo senso di vuoto e a incidere

75

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

nello sviluppo di un’anoressia restricter. Chiedendole quale sia lo stato psichico che so-
litamente precede il suo rifiuto compulsivo del cibo, Giovanna afferma di cadere in stati
confusionali e in una dolorosa iperattivazione fisiologica di cui spesso non riconosce la
valenza emotiva: «comincia a battermi il cuore, mi sento particolarmente tesa. A volte,
questo stato viene dopo pensieri tristi sulla mia famiglia; altre volte, mi trovo immersa in
una agitazione senza alcun motivo, così senza preavviso…».

Il lettore più avveduto potrebbe pensare che il mancato riconoscimento


della dote emotiva o la difficoltà nella modulazione di un’emozione (soli-
tamente si tratta di un’emozione primaria come la paura, la rabbia, il disgu-
sto, l’inadeguatezza), durante tali stati d’iperattivazione fisiologica (arou-
sal), siano dovuti all’operare di una rimozione; posso assicurare che dai
colloqui è invece emersa una condizione alessitimica (Taylor, Bagby, Par-
ker, 1997), cioè la presenza di un analfabetismo emotivo che inficia la pos-
sibilità di legare una rappresentazione psichica alla reazione emotiva del
corpo (Solano, 2013).
Un’altra paziente, Marzia, una giovane di ventisette anni, si presenta al mio studio
per una conclamata dipendenza da cocaina. Molto ricercata nel linguaggio e dall’aspetto
attraente, sin dalla prima seduta si atteggia in maniera seduttiva con continui elogi alle
mie capacità di terapeuta. Dichiara di aver deciso di uscire dalla dipendenza dopo aver
notato che la sua “immagine” stava cominciando ad incrinarsi soprattutto tra i colleghi, i
quali, nonostante la stima per le sue indubbie attitudini lavorative, si mostravano restii a
causa delle sue frequenti crisi di rabbia, oltre che per le dicerie sulla sua tossicodipen-
denza. Dai nostri colloqui, in merito alle motivazioni implicate nel bisogno di assumere
la sostanza, non ho rinvenuto la presenza di contenuti rimossi, ma, come per Giovanna,
una tensione inspiegabile che attiva pensieri, sensazioni, bisogni rispetto ai quali Marzia
dichiara di non avere alcun controllo: “In quei momenti percepisco quello che sta acca-
dendo dentro di me, ma non riesco a frenarmi”. Il riferimento al “frenare” evoca un au-
tomatismo che agisce sotto (nonostante) la piena coscienza di Marzia. Un elemento im-
portante riguarda anche la sua confusione sullo stato emotivo che precede questo biso-
gno di assumere la sostanza: «Sento una strana eccitazione, una tensione che m’induce a
correre verso la stanza per farmi la mia striscia di coca»; Terapeuta: «Potrebbe essere
più precisa su questa tensione che avverte? Potrebbe trattarsi di una particolare emozio-
ne?»; Paziente: «Si, ma non riesco a comprendere il tipo di emozione. È il mio corpo a
reagire, a richiedere [...] avverto una tensione così forte da farmi stare male».

Anche in questo caso, potremmo essere indotti a pensare che la tensione


fisica, avvertita da Marzia prima di assumere cocaina, abbia a che fare con
un sentimento rimosso che sfugge alla consapevolezza in seguito alla rimo-
zione della componente ideativa e alla conversione somatica della parte
affettiva, così che quest’ultima possa accedere senza alcun freno alla co-
scienza attraverso la percezione delle sensazioni corporee da essa (la parte
affettiva) evocate. A tal proposito ritorna alla memoria quanto scritto da
Freud nel 1901 discutendo il caso di Dora: «Chi tace con le labbra chiac-

76

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Giuseppe Craparo

chiera con la punta delle dita, si tradisce attraverso tutti i pori» (p. 364).
Non credo però che qui le cose stiano così. Per giustificare questa mia con-
vinzione è essenziale riferirsi alla differenza, proposta tra gli altri da Anto-
nio Damasio (2003), fra emozione (componente biologica) e sentimento
(rappresentazione psichica di un’emozione)1: in ragione di ciò, il sentimen-
to inconscio si riferisce a contenuti emotivi simbolizzati andati successiva-
mente incontro alla rimozione. Nel caso di Marzia, invece, la tensione fisi-
ca è sì prodotta da una “emozione”, rimasta però nello status di nondetto.
Inoltre, affermazioni come “non riesco a frenarmi...”, “è come se agisse
qualcun altro...” sono proprie di un funzionamento dissociativo, nel quale si
attivano configurazioni mentali che mettono a dura prova le capacità voliti-
ve della paziente. Generalmente, la dissociazione opera contro contenuti
emotivi intensi che l’addicts non riesce a regolare, se non attraverso l’og-
getto-droga. Come in Giovanna, anche in Marzia la disregolazione degli
affetti è in stretto rapporto con traumi relazionali precoci (Caretti, La Bar-
bera, 2010; Schore, 2003). Ragion per cui non rimane che comprendere
cosa resta di queste esperienze nella mente dell’infante ancora in sviluppo.
Sembra essere oramai accreditata l’idea che delle relazioni primarie il bam-
bino mantenga una memoria emotiva strettamente correlata alle sensazioni
corporee (van der Kolk,1994). Sono convinto, in virtù di ciò, che delle ri-
corsive relazioni primarie di mancato rispecchiamento della soggettività del
bambino rimangano i precipitati emotivi di quanto «ha conosciuto ma non
pensato» (Bollas, 1987). Si tratta di contenuti emotivi non simbolizzabili
perché originariamente non simbolizzati nella relazione con figure di accu-
dimento incapaci, spesso per problematiche psichiche (in alcuni casi ho
potuto costatare la presenza di una depressione post-partum materna), a
fornire un adeguato sostegno e a rispecchiare le richieste emotive del bam-
bino: possiamo definire questi contenuti emotivi, emozioni traumatiche
(Craparo, 2012, 2013b). Si tratta di emozioni che, in virtù della loro manca-
ta traduzione in rappresentazioni mentali (sentimenti), mantenendosi per
questo nella condizione di nondetto, sono vissute unicamente come espe-
rienze fisiologiche. La mia ipotesi è che tali emozioni siano responsabili di
una sostanziale difficoltà del soggetto a far fronte a situazioni stressanti,
oltre a renderlo a rischio di sviluppare una qualsiasi sindrome post-
traumatica, come appunto l’addiction.

1
A questa distinzione è opportuno aggiungere il costrutto di affetto, ovvero di quell’e-
sperienza relazionale e sociale che si compone sia della percezione fisiologica che si
accompagna all’emozione sia della rappresentazione mentale dell’emozione (sentimento).

77

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

Secondo questo modello, un evento stressante attuale può determinare


l’attivazione delle emozioni traumatiche, che, una volta attivatesi, provoca-
no un senso di confusione emotiva che può associarsi, nei casi più gravi,
alla paura che il Sé possa dis-integrarsi. Eventi quali la perdita di una per-
sona cara, la separazione da un partner o da altre figure affettivamente si-
gnificative, un incidente eccetera possono diventare così punti di fissazione
traumatica, proprio in virtù della loro capacità di evocare i primitivi conte-
nuti emotivi (le emozioni traumatiche) rimasti fuori dai circuiti propri della
simbolizzazione e della consapevolezza. La componente emotiva inconsa-
pevole, che soggiace al vissuto doloroso elicitato dagli stressors attuali, as-
sume così le caratteristiche di un’esperienza non modulabile e non comuni-
cabile all’esterno in una richiesta di aiuto: se volessimo utilizzare un’esem-
plificazione mitologica, potremmo sostenere che questi soggetti si trovano
nella condizione di Polifemo che i fratelli non riuscirono a soccorrere poi-
ché dichiarava di essere stato accecato da Nessuno/Ulisse (è questa la con-
dizione di nondetto delle emozioni traumatiche).
Ritornando quindi alla distinzione fra sintomo nevrotico (non-detto) e
sintomo dissociativo, tipico delle addiction (nondetto), possiamo sintetizza-
re ipotizzando che il primo si caratterizzi per la sua natura metaforica e lin-
guistica di rappresentante di contenuti rimossi; diversamente, il sintomo
additivo (in cui la dissociazione ha un ruolo centrale) si porrebbe in stretta
relazione con contenuti emotivi impossibili da identificare e di conseguenza
da regolare (le emozioni traumatiche): non credo infatti che si possa inter-
pretare l’assunzione della sostanza alla stregua, ad esempio, di un’azione
sintomatica (Freud, 1901). Con ciò non sostengo neppure che in un pazien-
te del genere non possano coesistere, assieme ai sintomi dissociativi, sin-
tomi di natura nevrotica. Sarebbe infatti riduttivo relegare il funzionamento
mentale di questi pazienti al solo meccanismo dissociativo senza tener con-
to della complessità del funzionamento psichico in cui temperamento, ses-
sualità, altri meccanismi di difesa, dinamiche intrapsichiche, apprendimenti
sociali e struttura di personalità incidono sulla costruzione dei sintomi di
un’addiction.

Quale inconscio per quale sintomo

Il passaggio ulteriore verso la comprensione dei sintomi additivi riguar-


da il loro rapporto con l’inconscio. Nonostante la dissociazione si qualifichi
per la rottura dei nessi associativi fra stati mentali normalmente integrati,
non si può certo negare che i contenuti dissociati abbiano a che fare con
l’inconscio. Ma con quale tipo d’inconscio? Una risposta esaustiva a questo

78

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Giuseppe Craparo

interrogativo richiederebbe una teoria della mente capace di articolare


quanto i diversi contributi teorici in seno alla psicoanalisi, alle teorie cogni-
tive, alle neuroscienze e all’attuale epistemologia (mi riferisco nello speci-
fico all’epistemologia della complessità) sostengono sul funzionamento
della mente. Per conto mio, cercherò di proporre una riflessione, legata alla
mia attività di ricercatore e di clinico, sul rapporto fra sintomi dissociativi e
inconscio nei casi di addiction. Nonostante si tratti di una specifica tipolo-
gia di pazienti, credo che tale riflessione si possa estendere ad altre patolo-
gie dissociative, come ad esempio la patologia borderline, le perversioni
ecc.

Inconscio rimosso e inconscio non rimosso

Le speculazioni psicoanalitiche sull’inconscio, soprattutto da parte dei


post-freudiani, nonostante la forte impronta legata al meccanismo della ri-
mozione, hanno portato a individuare l’esistenza di contenuti psichici non
assimilabili a vissuti consapevoli e successivamente rimossi.
Joseph e Anna-Marie Sandler (1987) hanno proposto l’esistenza, in ogni
individuo, di due diversi tipi di inconscio: l’inconscio passato, costituito da
contenuti emotivi “non pensabili”, in quanto privi di una rappresentazione
mentale; l’inconscio presente, sede dei contenuti rimossi. Le due tipologie
di inconscio si pongono in un rapporto evolutivo, in cui l’inconscio passato
rappresenta ciò di cui l’infante è già dotato. L’inconscio presente richiede
invece l’acquisizione di una maturazione cerebrale implicata nella produ-
zione linguistica, nella costruzione di simboli e in quella che oggi definia-
mo capacità di mentalizzare (Allen, 2013). Secondo alcuni autori, come
Peter Fonagy, Allan Schore e gli stessi Sandler ecc., le patologie gravi (qua-
li ad esempio la patologia borderline, le psicosi, le perversioni, le dipen-
denze) risentono della particolare influenza della prima forma di inconscio,
costituito da contenuti psichici non pensabili, sui comportamenti e sulla
percezione di sé e dell’ambiente.
Altri autori, come ad esempio Mauro Mancia (2006), preferiscono ri-
proporre la distinzione freudiana fra inconscio rimosso e inconscio non ri-
mosso2: il primo si riferisce all’inconscio dinamico (ampiamente descritto
da Freud), mentre il secondo è in stretto rapporto con le esperienze senso-
riali dei vissuti emotivi (potremmo definirlo un inconscio implicito; Schac-
ter, 1987; Bucci, 1997; Lyons-Ruth, 1998; Stern, 1998; Tronick, 1998;

2
Per un approfondimento sull’inconscio non rimosso s’invita alla lettura di un volume, che
uscirà a breve, dal titolo “L’inconscio non rimosso”.

79

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

Beebe, Lachmann, 2002; Modell, 2008). Nonostante qualche accenno,


Freud non sviluppò il costrutto di inconscio non rimosso, limitandosi ad
affermare che nonostante la rimozione sia inconscia non tutto l’inconscio è
rimosso. Un vero peccato visto che l’approfondimento di tale intuizione gli
avrebbe permesso di comprendere ed intervenire in maniera adeguata in
tutti quei casi che definì non analizzabili perché privi della produzione di
un transfert nevrotico, ovvero di quello che considerava l’anello essenziale
per poter cogliere, attraverso l’interpretazione, la verità inconscia del pa-
ziente.
Fra gli autori più sensibili a questo tema, Franco De Masi, nella sua ul-
tima pubblicazione dal titolo Lavorare con i pazienti difficili, riprendendo
quanto sostenuto da Bion (1959, 1962) in merito ad un inconscio emotivo-
ricettivo (costituito da proto-emozioni), delinea le peculiarità di questo in-
conscio a partire dal quale, in ambienti supportivi, si organizza una mente
capace di rimuovere, nell’inconscio dinamico, i contenuti affettivi intolle-
rabili. Cosa che, sempre secondo l’autore, non si riscontra nelle patologie
gravi. Scrive al riguardo De Masi:
È mia convinzione che alla base delle psicopatologie più complesse esistono deterio-
ramenti delle funzioni inconsce, in particolare di quelle della consapevolezza emotiva.
Se la nevrosi è il risultato di un funzionamento non armonico dell’inconscio dinamico,
le strutture borderline o psicotiche traggono alimento da un’alterazione dell’inconscio
emotivo-ricettivo, ossia dell’apparato mentale capace di simbolizzare gli affetti e di uti-
lizzare la funzione emotiva di comunicazione intrapsichica e relazionale (2012, p. 99).

Conseguentemente, il grado di deterioramento dell’inconscio dinamico è


in stretto rapporto con la gravità dell’alterazione dell’inconscio non rimosso
(o emotivo-ricettivo). Fonte di quest’alterazione sono le ricorsive esperien-
ze traumatiche (a volte aggravate da abusi fisici e/o sessuali) di mancata
sintonizzazione emotiva vissute dal bambino nel rapporto con i suoi caregi-
ver. A conferma di ciò, gli studi neuroscientifici hanno recentemente dimo-
strato che nei primi tre anni di vita del bambino non sono ancora mature
quelle aree del cervello deputate all’elaborazione cognitiva e metacognitiva
dei vissuti emotivi (Bennett, Hacker, 2005); matura è invece l’amigdala, il
centro di elaborazione delle emozioni per eccellenza (LeDoux, 2000) e sede
della memoria implicita. Tali ricerche hanno inoltre permesso di osservare
gli effetti negativi delle ricorsive esperienze traumatiche nel senso di una
riduzione della volumetria dell’ippocampo, a causa dell’effetto tossico del
cortisolo, con conseguente alterazione dei circuiti della memoria esplicita e
compromissione delle capacità di nominazione e di regolazione degli affet-
ti.

80

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Giuseppe Craparo

Le neuroscienze sembrano quindi confermare la compromissione del-


l’inconscio implicito (non rimosso) a causa di traumi relazionali. La mia
ipotesi è che, proprio per la natura emotiva dell’inconscio non rimosso, le
emozioni traumatiche incidano negativamente sul suo sviluppo e conse-
guentemente su quello dell’inconscio rimosso (e con esso sulla maturazione
delle competenze cognitive e metacognitive legate alla traduzione dei vis-
suti interni in stati della mente). In questo si spiegherebbe la debolezza de-
gli addicts nel controllo degli impulsi, la loro particolare inclinazione a tra-
sgredire le regole, un deficit della coscienza morale e una condizione ales-
sitimica associata a una difficoltà nella regolazione degli affetti.

Inconscio non rimosso e dissociazione della personalità nelle addiction

In una recente pubblicazione sul tema delle addiction (Craparo, 2012),


ho ripreso quanto scritto da van der Hart, Nijenhuis e Steele (2006) sulla
scissione della personalità in una parte emozionale (EP) e in una parte ap-
parentemente normale (ANP): si tratta di una dissociazione strutturale del-
la personalità (che può caratterizzarsi per ulteriori divisioni di gruppi psi-
chici, come nei casi di personalità multipla) causata, in maniera rilevante,
da intense esperienze traumatiche. Proprio per il ruolo predominante della
dissociazione nelle patologie additive, ho formulato l’ipotesi che le emo-
zioni traumatiche risiedano nella EP e che siano implicate nel mantenere
dissociate le due parti (ANP e EP). Nello specifico, l’attivarsi delle emo-
zioni traumatiche, come risposta a uno stress attuale procurerebbe una ten-
sione fisiologica così dolorosa da indurre la ANP a mettere in atto una dis-
sociazione difensiva, ovvero una disconnessione dei normali processi co-
gnitivi, attraverso l’assunzione di un qualsiasi oggetto-droga (sostanza, in-
ternet, gioco, sesso ecc.). La dissociazione strutturale della personalità si
porrebbe quindi alla base della maggiore inclinazione degli addicts a rifu-
giarsi ossessivamente e compulsivamente in stati alterati di coscienza (la
dissociazione intesa in termini difensivi).

Obiettivi della psicoterapia

Considerate le premesse teoriche su esposte, a cosa deve mirare la


psicoterapia nei casi di addiction? Credo che l’obiettivo primario sia quello
di favorire un processo di ricostruzione dell’inconscio non rimosso3, e

3
La ricostruzione dell’inconscio non rimosso si pone a sua volta in stretto rapporto con la
maturazione dell’inconscio rimosso, che negli addicts risulta compromesso.

81

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

questo a partire da una relazione terapeutica capace di fornire il giusto con-


tenimento alle angosce di disintegrazione avvertite dalla ANP in rapporto
all’attivazione delle emozioni traumatiche presenti nella EP. Si tratta di
garantire al paziente l’esperienza di un Sé coeso nella relazione con un
terapeuta capace di funzionare, in una prima fase, come un inconscio non
rimosso in grado di registrare le emozioni comunicate, in maniera verbale e
non verbale, dal paziente, facendogli così vivere esperienze di contenimen-
to emotivo e di riconoscimento del Sé. Il buon funzionamento del proprio
inconscio non rimosso rende il terapeuta ricettivo nei confronti di quelle
esperienze emotive che il paziente vive attraverso il corpo, spesso senza
alcuna consapevolezza. In questo percorso di ricostruzione dell’inconscio
non rimosso del paziente, il corpo assume quindi un ruolo centrale. È esso
infatti a essere interessato in prima istanza nella relazione con un terapeuta
contenitivo: in questi casi il paziente viene incoraggiato a vivere il proprio
corpo non come oggetto da violentare, violare o da ostentare in una ricerca
seduttiva e aggressiva dello sguardo dell’altro, ma come parte costitutiva
del proprio Sé, nell’ambito di una crescita soggettiva che necessita della
sensazione di abitare il proprio corpo (così come ci ha insegnato Donald
Winnicott, 1965, 1971). Fungendo da buon ricettore delle emozioni del
paziente, il terapeuta favorisce non solo il depotenziamento delle emozioni
traumatiche ma anche l’inizio di un processo d’integrazione delle parti
dissociate della personalità (EP e ANP). Una volta che la ricostruzione
dell’inconscio non rimosso è in itinere il passo successivo sarà quello di
aiutare il paziente a maturare le capacità di simbolizzare e di mentalizzare
(mentalizing), cosicché possa accedere alla consapevolezza emotiva di
quanto avverte nel proprio corpo (si tratta di saper tradurre le emozioni in
sentimenti), quale condizione necessaria per la successiva elaborazione
degli affetti, ovvero per l’elaborazione dell’esperienza emotiva che egli fa
del proprio corpo, come di un corpo in relazione con l’ambiente.

Bibliografia
Allen J. (2013). Il mentalizzare nello sviluppo e nel trattamento psicoterapeutico dell’attac-
camento traumatico. In: Caretti V., Craparo G., Schimmenti A., a cura di. Memorie
traumatiche e mentalizzazione. Teoria, ricerca, clinica. Roma: Astrolabio.
Anderson F.S., Gold J. (2003). Trauma, Dissociation, and Conflict: The Space Where
Neuroscience, Cognitive Science, and Psychoanalysis Overlap. Psychoanalytic Psycho-
logy, 20: 536-541, doi: 10.1037/0736-9735.20.3.536.
Beebe B., Lachmann F. (2002). Infant research e trattamento degli adulti. Milano: Raffaello
Cortina, 2003.
Bennett M.R., Hacker P.M.S. (2005). Emotion and cortical-subcortical function: conceptual
developments. Progress in Neurobiology, 29-52, doi: 10.1016/j.pneurobio.2004.11.002.

82

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Giuseppe Craparo

Bion W. (1959). Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Roma: Armando, 1970.
Bion W. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando, 1972.
Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Borla: Roma, 1989.
Briere J. (2004). Psychological Assessment of Adult Posttraumatic States: Phenomenology,
Diagnosis, and Measurement. Washington, DC: American Psychological Association.
Bromberg P.M. (1998). Clinica del trauma e della dissociazione. Milano: Raffaello Cortina.
Bromberg P.M. (2008). Shrinking the Tsunami: Affect Regulation, Dissociation, and the
Shadow of the Flood. Contemporary Psychoanalysis, 44: 329-350.
Bucci W. (1997). Psicoanalisi e scienza cognitiva: una teoria del codice multiplo. Roma:
Fioriti, 1999.
Caretti V., Craparo G. (2008). Trauma e psicopatologia. Un approccio evolutivo-relazionale.
Roma: Astrolabio.
Caretti V., Craparo G., Schimmenti A. (2010). Fattori evolutivo-relazionali dell’addiction.
Uno studio sulla dipendenza da eroina. In Caretti V., La Barbera D. (a cura di).
Addiction. Milano: Raffaello Cortina.
Caretti V., Craparo G., Schimmenti A. (2013). Memorie traumatiche e mentalizzazione.
Teoria, ricerca, clinica. Roma: Astrolabio.
Caretti V., La Barbera D., a cura di (2010). Addiction. Milano: Raffaello Cortina.
Craparo G. (2012). Simbolizzazione, mentalizzazione e trattamento gruppale per le addi-
ction. Quaderni di Gestalt, 1: 73-86.
Craparo G. (2013a). Postfazione. In: Janet P. L’automatismo psicologico. Saggio di
psicologia sperimentale sulle forme inferiori dell’attività umana. Milano: Raffaello
Cortina, 2013.
Craparo G. (2013b). Il disturbo post-traumatico da stress. Roma: Carocci.
Damasio A. (2003). Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello. Milano:
Adelphi, 2003.
De Masi F. (2012). Lavorare con i pazienti difficili. Torino: Bollati Boringhieri.
Evren C., Sar V., Dalbudak E., Oncu F., Cakmak D. (2009). Social anxiety and dissociation
among male patients with alcohol dependency. Psychiatry research, 165: 273-280, doi:
10.1016/j.psychres.2007.10.016.
Feldman G.C. (1999). Dissociation, Repetition-Compulsion, and the Art of Frida Kahlo. The
Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 27: 387-396.
Freud S. (1901). Frammento di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora). In OSF, vol. 4.
Freud S. (1924). Autobiografia. OSF, vol. 10.
Janet P. (1889). L’automatismo psicologico. Saggio di psicologia sperimentale sulle forme
inferiori dell’attività umana. Milano: Raffaello Cortina, 2013.
Lacan J. (1966). Scritti. Vol. I. Torino: Einaudi, 2002.
LeDoux J. (2000). Emotion Circuits in the Brain. Annual Review of Neuroscience, 23: 155-
184, doi: 10.1146/annurev.neuro.23.1.155.
Lyons-Ruth K. (1998). Implicit relational knowing: Its role in development and psycho-
analytic treatment. Infant Mental Health Journal, 19: 282-289, doi: 10.1002/(SICI)1097-
0355(199823)19:3<282::AID-IMHJ3>3.0.CO;2-O.
Mancia M. (2006). Memoria implicita e inconscio precoce non rimosso: loro ruolo nel
transfert e nel sogno. Rivista di psicoanalisi, 52: 629-655.
Modell A.H. (2008). Implicit or Unconscious? Psychoanalytic Dialogues, 18: 162-167, doi:
10.1080/10481880801909534.
Putnam F.W. (1989). The switch process in multiple personality disorder and other state-
change disorders. Dissociation, 1: 24-32.

83

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
Addiction, dissociazione e inconscio non rimosso

Sandler J., Sandler A.M. (1984). The Past Unconscious, the Present Unconscious, and Inter-
pretation of the Transference. Psychoanalytic Inquiry, 4: 367-399, doi: 10.1080/07351-
698409533552.
Schacter D.L. (1987). Implicit memory: History and current status. Journal Experimental
Psychology: Learning, Memory and Cognition, 13: 501-518, doi: 10.1037/0278-
7393.13.3.501.
Schore A.N. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Roma: Astrolabio,
2009.
Solano L. (2013). Tra mente e corpo. Milano: Raffaello Cortina.
Stern D. (1998). The process of therapeutic change involving implicit knowledge: Some
implications of developmental observations for adult psychotherapy. Infant Mental
Health Journal, 19: 300-308, doi: 10.1002/(SICI)1097-0355(199823)19:3<300::AID-
IMHJ5>3.0.CO;2-P.
Taylor G.J., Bagby R.M., Parker J.D.A. (1997). I disturbi della regolazione affettiva. Roma:
Fioriti, 2000.
Tronick E.Z. (1998). Dyadically expanded states of consciousness and the process of
therapeutic change. International Journal of Psychoanalysis, 19: 290-299.
Van der Hart O., Nijenhuis E., Steele K. (2006). Fantasmi nel Sé. Milano: Raffaello Cortina.
Van der Kolk (1994). The Body Keeps the Score, Memory and Evolving Psychobiology of
Post-Traumatic Stress. Harvard Review of Psychiatry, 5: 253-265.
Vanderlinden J., Vandereycken W., van Dyck R., Vertommen H. (1993). Dissociative
experiences and trauma in eating disorders. International Journal of Eating Disorders,
13: 187-193, doi: 10.1002/1098-108X(199303)13:2<187::AID-EAT2260130206>3.0.
CO;2-9.
Whitmer G. (2001). On the Nature of Dissociation. Psychoanalytic Quarterly, 70: 807-837,
doi: 10.1002/j.2167-4086.2001.tb00622.x.
Winnicott D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando, 1970.
Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando, 1974.

Riassunto. Partendo dall’analisi teorico-clinica della dissociazione patologica implicata nelle


addiction, l’autore propone una rilettura dei sintomi additivi (la compulsione ad assumere un
qualsiasi oggetto-droga) alla luce della distinzione fra inconscio rimosso e inconscio non
rimosso. L’ipotesi è che, in coloro che soffrono di una qualsiasi addiction (dal sesso, da
internet, da sostanze psicotrope, dal cibo ecc.), la natura dissociativa dei loro comportamenti
compulsivi sia associata ad un’alterazione dell’inconscio non rimosso a causa di esperienze
relazionali traumatiche vissute sin dall’infanzia. [PAROLE CHIAVE: Addiction, dissociazio-
ne, inconscio non rimosso, inconscio rimosso, trauma, rimozione]

Abstract. ADDICTION, DISSOCIATION AND THE UNREPRESSED UNCONSCIOUS. A


THEORETICAL CONTRIBUTION FROM A DEVELOPMENTAL-RELATIONAL
PERSPECTIVE. Starting from the theoretical-clinical analysis of the pathological
dissociation implied in addictions, the author suggests a new view of addictive symptoms
(compulsion to assume any substance-object) with the help of the distinction between
repressed and non repressed unconscious. The assumption is that in persons affected by an
addiction (from sex to the Internet, to psychotropic substances to food, etc.), the dissociative
nature of compulsive behaviours is associated to an alteration of the unrepressed
unconscious caused by traumatic relational experiences suffered early on in life. [KEY
WORDS: Addiction, dissociation, unrepressed unconscious, repressed unconscious, trauma,
repression]

84

Copyright © FrancoAngeli
N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi
mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.

View publication stats

Potrebbero piacerti anche