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A Q B

V G T
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e
hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e
persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.

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Valentina Gogna Tosatti ha tante anime: veste vintage ma adora le
piume, vorrebbe vivere in un’altra epoca ma non sa quale. Le sue
passioni sono il giardinaggio, l’esoterismo e gli occhiali da sole. Le
sue ossessioni sono l’oroscopo e le scarpe col tacco.

Contatti dell’autrice:
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PERSONAGGI:

Villa von Holstein

Eva Baumann (33) regina dei ghiacci e nuova proprietaria di Villa


von Holstein
Manfredi della Gherardesca (35) architetto restauratore e
incantatore dagli zigomi affilati
Stefano Maggiani (29) maldestro tuttofare
La Sonia (30) capo supremo della lavanderia e intenditrice di gossip
casalingo
Gianni (77) custode e pessimista di professione
Julie (28) segretaria di Eva dall’innamoramento facile
Francesco Pastorini (32) bello e impossibile maître di sala
Gualtiero Crimerio (47) chef stellato e artista incompreso
Heidi Kessler-Baumann (52) madre di Eva e diva da spiaggia

Lerici

Mirco Cozzani (26) pescatore arrogante e bellone del Golfo dei


Poeti
Nicla Lanzoni (71) ribelle Signora in Giallo di via Fiascherino
La Mina (71) burbera barista e moderno inquisitore dei turisti in
vacanza
Il Besugo (92) genovese reduce di guerra ignota e cantastorie
locale
Bruno Cozzani (67) padre di Mirco, professione pescatore e
dubitatore scientifico
Dijana Cozzani (46) madre di Mirco, anima fragile confinata a letto

Il Diario

Gertrude von Holstein (19) ingenua fanciulla creduta pazza,


scrittrice di diari
Maria (85) domestica dei Von Holstein e divulgatrice esoterica
Dottor Mazzini (39) medico di Lerici
Günther von Holstein (26) fratello di Gertrude e suo carceriere
INDICE
PROLOGO
CAPITOLO 1
CAPITOLO 2
CAPITOLO 3
CAPITOLO 4
CAPITOLO 5
CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
CAPITOLO 10
CAPITOLO 11
CAPITOLO 12
CAPITOLO 13
CAPITOLO 14
CAPITOLO 15
CAPITOLO 16
CAPITOLO 17
CAPITOLO 18
CAPITOLO 19
CAPITOLO 20
CAPITOLO 21
CAPITOLO 22
CAPITOLO 23
EPILOGO
DOSSIER
PROLOGO

“Arvì i fa ’r fioe, Mażo l’amoe.”1


Aprile fa il fiore, maggio l’amore. Le è sempre piaciuta quella
frase. Sua madre la diceva sottovoce, come un arcano, strizzandole
l’occhio quando gli uomini erano a portata d’orecchio. Faceva tutto
come se fosse un segreto, con gesti piccoli, che gli altri non
notavano: eppure, quante cose sapevano fare quei gesti! Aprile fa il
fiore, maggio l’amore: e si lavorava, e si portava a casa il proprio
frutto. Ed era bello così.
Le dita raggrinzite giocherellano con la sigaretta che sta
fumando, e Nicla Lanzoni sbuffa verso il porticato che le sta sopra la
testa. Due colonne di pietre appena sbozzate la incorniciano,
adagiata com’è sulla sedia a dondolo come una regina in lettiga. Alle
sue spalle, dal riquadro buio della porta aperta, arriva il profumo
dolciastro delle nespole e quello pungente delle erbe aromatiche
appena colte: e con l’odore, una voce acuta, da notiziario locale, che
strepita dal televisore lasciato acceso. Pare che l’estate che si sta
preparando sarà la più rovente di sempre, e gli anziani farebbero
bene a idratarsi e a non uscire di casa nelle ore più calde. Nicla
Lanzoni, con i suoi settant’anni avvolti nel grembiule a roselline,
dondola una ciabatta verso il giardino, verso i fiori sparsi ai piedi
della casa. La bouganville tremola in grappoli di porpora e si stringe
agli acquerelli rosati delle ortensie. Nicla guarda oltre i frutti del suo
lavoro, oltre il cancello in fondo al giardino. In strada, i bagnanti in
fila indiana ciabattano sull’asfalto, in un tripudio di bermuda, cappelli
a tesa larga e asciugamani sottobraccio. È sempre così a Lerici,
quando maggio spalanca le nubi e la brezza rende sopportabile
camminare sotto il sole: si aspetta il sabato, e si inizia l’esodo verso
le calette nascoste e le baie inaccessibili, litigandosi all’ultimo
sangue un ritaglio di sabbia e ciottoli che odora di vacanza. Nicla li
tiene d’occhio divertita, mentre ansimando si guardano intorno, alla
ricerca di quel sentiero che, o belìn, è tutta la vita che ci vanno,
possibile che sia più avanti? Alcuni tengono i figli per mano,
marmocchietti che sbatacchiano secchielli e palette per far passare il
tempo, infilano la testa nel cancello per sbirciare il giardino e poi
ripartono, incuranti delle auto che a tutta velocità sfrecciano lì
accanto.

1 “Aprile fa il fiore, maggio l’amore.”


CAPITOLO 1

I l tassista prende le curve con una disinvoltura folle, quasi


sfiorando i muriccioli dei giardini e imprecando ogni volta che un
ramo più basso degli altri colpisce il parabrezza. La donna, seduta
sul sedile posteriore e avvolta in un elegante completo écru, si regge
alla portiera, con disperazione. Si morde il labbro inferiore, il rossetto
che le macchia i denti, mentre dissimula il panico rimanendo
impassibile come una Venere corrucciata appena riemersa dagli
abissi.
«O signorina, tutto bene lì dietro?»
Due occhi da sotto il bordo del cappello di paglia, due lampi
d’azzurro. Eva Baumann annuisce. I capelli biondi, che hanno
miseramente perso la piega, le danzano attorno al volto con scarso
entusiasmo. Dannata umidità.
Oltre il finestrino, oltre gli insulti che gli automobilisti rivolgono
gesticolando a quel pirata della strada del suo tassista, via
Fiascherino si srotola fra i muretti a secco e i tronchi annodati degli
ulivi. È un alternarsi ruvido, pensa Eva.
Il verde scuro delle erbe aromatiche e degli spini, e poi le
ginestre, con il loro giallo urlato a squarciagola. E ancora le schiene
frastagliate dei tetti, l’argento delle foglie sotto il sole di maggio e
dietro di loro, oltre le chiome dei pini marittimi, la pietra rigogliosa e
severa del Castello di Lerici. E poi, il blu.
I versi accorati dei più nostalgici poeti non saprebbero
descriverlo, pensa Eva mentre tende le dita a toccare l’orizzonte
bianco di foschia.
Tossicchiando, ringrazia il finestrino chiuso e l’aria condizionata
che il premuroso tassista le spara in faccia: non potrebbe sopportare
di sentire così presto l’odore del sale sulla roccia. Non senza essersi
preparata a dovere. E i gabbiani che sfrecciano davanti al taxi e si
gettano dalle scogliere come frecce gettate nel cobalto. Quasi riesce
a udire i loro richiami da neonati lamentosi.
«Di poche parole, eh, signorina? Di dov’è?»
«Amburgo.»
L’uomo annuisce fra sé, come uno che la sa lunga.
«Eh, signorina, lei parla poco, come mio nonno, sa?»
Eva vorrebbe non conoscere così bene l’italiano, almeno non
tanto da offendersi a quell’uscita.
2
«E mi diceva sempre “Ne me stae a rompie ’r belìn!” , ma
quando voleva, quando ne aveva voglia intendo, signorina, faceva il
poeta, sa?»
Stacca una mano dal volante, portandosela sul cuore. Lancia
un’occhiata allo specchietto, per assicurarsi che la donna lo stia
guardando, prima di evitare all’ultimo secondo un passante e
riprendere a parlare.
«O me Lerse, te sen belo con a luna e quei puntin,
te me pai na perla vea tempestà de diamantin!»
Scuote appena la testa, con un sospiro. Eva potrebbe giurare di
averlo sentito tirare su col naso.
«E, signorina, che le devo dire, ma l’ha mai visto un posto così
bello? Di maggio, poi!» Indica alla sua destra, verso la scogliera e il
mare aperto. Dove la roccia si getta nel mare, l’acqua è un mosaico
di azzurri e verdi traslucidi, qua e là interrotti dai profili bianchi delle
barche. Il tassista si sbraccia e Eva si lascia convincere a guardare.
Lontano, quasi all’orizzonte, le isole della Palmaria e del Tino
sorgono dal mare come giocattoli lasciati sul pavimento da un
bambino distratto.
«E che glielo dico a fare, il posto che ha comprato … Sa che
me l’ha detto mio nipote, eh, che fa il cameriere lì da lei …»
L’auto prende un’ultima curva a rotta di collo, poi si getta sulla
destra e, finalmente, si ferma. C’è uno spiazzo di sterrato, un alto
cancello in ferro battuto incastrato fra due colonne di marmo: e poi
alberi, filari di pini marittimi dai tronchi scuri, che svettano verso il
cielo e lo riducono a tessere celesti. «Ha fatto proprio bene, mi
creda, un posto così non si trova mica da tutte le parti, sa.»
Un vecchio, dalla parte opposta del cancello, infila la testa fra le
sbarre, si sistema un paio di occhiali sul naso e scruta i nuovi arrivati
con sospetto.
«Eh, signorina, lo perdoni Gianni, qui i vecchi sono tutti un po’…
Rustici, via.» E senza aspettare risposta, il tassista abbassa il
finestrino e si sporge di fuori. Un’ondata di calore fa irruzione
nell’auto e Eva prende a sventolarsi con il biglietto del treno che ha
in grembo.
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«O schenadrìta! Bei spegeti! » esclama il tassista, a mo’ di
saluto. Il vecchio, che sta aprendo il cancello spingendo una delle
due ante con entrambe le mani, replica con una smorfia. Il taxi si
rimette in moto, e appena fa per passare dal cancello, l’uomo
chiamato Gianni gli va vicino, i pugni premuti sui fianchi. Indossa una
tuta da lavoro che ha visto nascere e morire generazioni intere, a
giudicare da quanto è consunta. Sul cuore, rosso stinto su blu
marcescente, è ricamata la scritta “OTO Melara”.
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«A te dago ’n scciàfo che a müagia la te ’n dà n’àotro! »
borbotta Gianni, chinato verso il tassista. Lancia un’occhiata a Eva,
scuote il capo, le labbra strette in un’unica linea dura di
disapprovazione. «Vah che figure mi fai fare con la signorina.»
«Ma che mi dai schiaffi, facci passare, vecchiaccio» ride il
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tassista. «Che porto alla villa questa bèla fanta !» Il vecchio si fa da
parte e l’auto si infila nel sentiero, alzando una gran nuvola di
polvere rossiccia e aghi di pino.
«È un pezzo di pane, mi creda, signorina.»
«È il custode?»
«Ma sì. Più un giardiniere tuttofare, ecco. Ma è uno che lavora
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sul serio, eh, fabbricava i cannoni anche se i paa a morte cicheta .»
Attorno all’auto, gli alberi scivolano via lentamente, fino ad
aprirsi in una radura dove il sole cade con più dolcezza che sugli
scogli. La villa sorge dal terreno in un trionfo di intonaco amaranto e
bianco dato di fresco. È un edificio grandioso, a ferro di cavallo, con
una scalinata di marmo che dà su un cortile lastricato e recintato da
ulivi bassi, appena potati. Il taxi si ferma proprio davanti all’ingresso:
uno stormo di inservienti si fa avanti, prende l’auto d’assalto per
scaricare le valigie. Il tassista si volta indietro, verso Eva: la donna
stringe a sé la borsa, senza neppure guardare fuori dal finestrino.
Come se temesse di farlo, come se concedersi un’occhiata di
sfuggita, prima di gettarsi a capofitto nel lavoro, potesse renderla più
vulnerabile. La bellezza sa renderci così deboli, se non la
dominiamo.
«Ben arrivata a Lerici, signorina, vedrà che si innamorerà pure
lei!»
Eva alza appena lo sguardo sul tassista. Ha il viso pallido di
una ragazzina, sotto la cipria leggera e quel cipiglio da donna in
carriera.
«E prenda un po’ di sole, che le fa bene, dia retta a me!»
La portiera di Eva si apre. Una mano tesa ad aiutarla. Liscia,
dalle dita lunghe e sottili da pianista. La riconoscerebbe ovunque.
Eva saluta con un cenno il tassista, afferra la mano ed esce
dall’auto con un rapido ticchettio di décolleté. Il sole che riflette sul
lastricato è accecante, lì fuori, e la costringe a coprirsi gli occhi con
le dita.
«Sempre la solita esagerata, Eva.» L’uomo che le sta davanti
ride, e le scosta le dita dal viso con un colpetto. «So di essere bello
come il sole, ma dovresti esserci abituata.»
Eva lo studia con una smorfia, una piega impercettibile
all’angolo della bocca. Manfredi non è cambiato affatto. Certo, c’è
quella lieve sfumatura dorata, che gli scurisce l’incarnato da nobile
toscano e gli schiarisce i capelli biondo cenere; c’è la ruga sottile fra
le sopracciglia, che anni e anni di sarcasmo hanno reso più
profonda; c’è la camicia di seta, stirata a regola d’arte. Ma Manfredi
è rimasto lo stesso, e Eva quasi si stupisce di ritrovare lo stesso
naso dritto, gli stessi zigomi affilati, le stesse labbra sottili e crudeli,
su quel viso diventato estraneo. È solo quando riesce a ingoiare lo
stupore che si degna di guardarlo negli occhi, solo quando è sicura
che quelle pupille di ghiaccio, così chiare da sembrare irreali, non la
pugnaleranno senza pietà. Lo fissa con le sopracciglia aggrottate,
per un istante e poi inforca un paio di occhiali dalle lenti scure, per
schermarsi dal sole e da ogni fragilità.
«Grazie per il taxi.»
Il suo tono è composto, privo di colore. Manfredi, che ancora
non ha lasciato la mano di lei, se la porta alle labbra e vi posa un
rapido bacio. Le sue pupille si stringono, mentre sorride: un sorriso
appuntito, da bestia da preda che per un vezzo momentaneo si fa
lisciare il pelo.
«Vieni, ti porto dentro. Ti piacerà da impazzire.» Le fa strada.
«Ci sono da sistemare solo alcuni dettagli. Una settimana, dieci
giorni al massimo, e sarà pronta.»
Per quanto difficile, la scelta di entrare in affari con Manfredi si è
rivelata quella giusta. La villa, se dall’esterno appare elegante nella
sua imponenza, all’interno svela un calore ricercato, un’eco di antica
dolcezza. I pavimenti, intarsiati di piastrelle policrome, si allungano
sotto i loro piedi come un arazzo dai toni caldi della terra e
dell’argilla. Riccioli di legno chiaro si snodano sui mobili e sulle
librerie che tappezzano le pareti, interrotte soltanto da vedute di
Lerici e dei dintorni dipinte con tutti i vapori dell’alba. E poi più su, sui
soffitti a padiglione, dove il fondale rosa antico è ornato di sirene,
delfini e stemmi nobiliari.
Manfredi le indica i dettagli, l’azzurro vivo di una coda
affrescata, il bordo dorato del mobile che funge da bancone della
reception, il modo in cui la luce filtra dalle alte finestre a tutto sesto.
In ogni cosa c’è una traccia del suo passaggio, del suo gusto, della
sua cura: come se tutti gli anni passati sui libri e sui cantieri altrui
avessero avuto come scopo questo singolo momento. Solo per poter
mostrare a Eva ciò che le sue mani e il suo ingegno, messi al
servizio della pietra e del legno, sono in grado di fare.
«Le camere degli ospiti e la tua, naturalmente, sono da questa
parte.»
Una scalinata di marmo, solcata nel corrimano da intarsi floreali
in diaspro rosso, si arrampica ai piani superiori. Eva e Manfredi
salgono i gradini lentamente, evitando gli inservienti che fanno su e
giù con le braccia colme di lenzuola piegate, spolverini e saponette
incartate.
«Il personale è provvisorio, ma l’abbiamo selezionato fra la
gente del posto. Ci è sembrata una buona scelta. Ci tengono molto a
fare bella figura.»
A Eva non è sfuggito quel “noi” implicito nel discorso di
Manfredi.
«Saprò constatare di persona se saranno all’altezza. Mi aspetto
molto da questo posto e da chi ci lavora.»
«Lo so.»
Manfredi si ferma in cima alla scala, per voltarsi verso la donna.
La scruta per un lungo istante, appoggiato al corrimano. Non c’è
malizia nei suoi occhi, solo una profonda, intima comprensione. Eva
lo raggiunge e lo liquida con un gesto secco, come se scacciasse un
moscerino invadente: poi, con un breve scatto di tacchi sdegnati,
supera Manfredi. Ora è persino più alta di lui, che deve sollevare il
mento per guardarla negli occhi.
«Ciò che è importante è che chiunque lavori con me ci metta la
stessa dedizione che ci metto io. Soprattutto qui.»
La tensione si scioglie e Manfredi si concede un sorrisetto,
mentre riprende a camminare. «È per questo che si lavora bene con
voi tedeschi.»
Un corridoio, che un tempo portava agli alloggi della famiglia, fa
ora da anticamera alle stanze degli ospiti. I passi dei due sono attutiti
da un tappeto. Busti di marmo e antenati a olio sbirciano dalle pareti,
intervallati nella parte orientale da alte vetrate nascoste da tende di
lino ricamato. Eva si avvicina a una finestra e scosta il tendaggio:
oltre il vetro, fra le chiome scure dei pini, un sentiero si insinua fino
alla parte più estrema del promontorio e si getta a capofitto nel mare.
«Arriva fino alla spiaggia. Il sentiero, dico.»
La donna ha un brivido. Non ha sentito Manfredi avvicinarsi fino
a quando non ha parlato, il mento che le sfiora i capelli. Ha l’odore
del cuoio, del dopobarba, della pietra levigata. Eva sente
quell’aroma baciarle le guance, la voce sfiorarle le orecchie: e poi
scivolare sottopelle, lentamente, come l’ago di una siringa piena di
dopamina. Lui posa la mano sulla tenda, fa scorrere le dita lungo
il tessuto.
«È una caletta molto piccola, ma intima. Quando sei lì, non può
vederti nessuno.» Le dita di Manfredi carezzano la mano di Eva,
prima di scivolare oltre. Per un istante il corpo di lui si preme contro
quello della donna, in un contatto elettrico che ha l’effetto di farle
perdere un battito: ma non ha neppure il tempo di decidere che lo
vorrebbe distante, che Manfredi si è già allontanato. Eva chiude la
tenda di scatto, mentre l’uomo, impassibile, le fa segno di seguirlo.
2 “Non mi rompere le palle!”
3 Lett. “schiena dritta”, ovvero “scansafatiche”.
4 “Begli occhiali!”
5 “Ti do uno schiaffo così forte da sbatterti contro il muro!”
6 Bella ragazza.
7 Tanto magro da sembrare uno scheletro.
CAPITOLO 2

Giugno 2002, Genova

D alla stazione non si vedeva il mare, ma se ne avvertiva la


presenza. L’aria si faceva più intensa e l’odore di smog di
Milano si era trasformato in profumo di sale. Era caldo, ma il vento la
accarezzava scompigliando i lembi morbidi del top bianco,
scoprendole di poco l’ombelico. Eva si appoggiò alla valigia e guardò
il treno ripartire. Non le piaceva prendere parte all’ondata di
passeggeri che, una volta scesi, si dirigevano verso Piazza Principe:
le dava l’impressione di essere una piccola particella trascinata dalle
altre, senza controllo. Aspettava sempre cinque minuti prima di
imboccare il sottopasso, lasciava che la massa si dileguasse
guardando il cielo azzurro di Genova, colorato di bianco da qualche
gabbiano. Guardò il cellulare: lui non era ancora arrivato, aveva
trovato traffico. Prese la valigia e si diresse al bar, aveva bisogno di
un caffè. In treno non era riuscita a dormire, non ci riusciva mai,
aveva sempre paura che qualcuno potesse rubarle la valigia o la
borsa, o che potesse succedere qualcosa di imprevisto. Di solito
guardava fuori dal finestrino, ma della tratta Milano-Genova
conosceva i paesaggi a memoria. E allora, nascosta sotto gli occhiali
da sole, studiava i passeggeri: esaminava i loro abiti, i loro capelli,
cosa portavano nella borsa. Una ragazza, seduta davanti a lei,
aveva passato tutto il viaggio con uno specchietto in mano e il
beauty case sulle gambe. Con estrema precisione si era messa
l’eyeliner, aveva sfumato l’ombretto, impregnato le ciglia di mascara.
Si guardava e sorrideva, senza nasconderlo, irradiava la carrozza
della gioia di un’attesa, di un inizio propizio. Sorrideva anche quando
sbirciava le stazioni in cui il treno si fermava, poi riprendeva a
giocherellare con ciocche di lunghi capelli scuri. Leggeva un po’ e di
nuovo si controllava il rossetto, perfezionava il fard, pettinava i
capelli. A Eva la ragazza trasmetteva un’elettricità che prendeva lo
stomaco, un’euforia brillante. Era impossibile non fissarla nel suo
continuo cambiare posizione: accavallava le gambe, le stiracchiava,
tirava giù il vestitino, intrecciava i capelli, li scioglieva. Poi aveva
guardato Eva e ancora aveva sorriso:
«Scusa, hai un fazzoletto?»
Nonostante la padronanza dell’italiano, Eva non sapeva
distinguere gli accenti: di sicuro però quello della ragazza non era
del Nord. Aveva aperto il taschino esterno dello zaino e le aveva
allungato un fazzoletto di carta: «Ecco.»
La ragazza lo aveva usato per sistemare il rossetto all’angolo
destro della bocca:
«Grazie.» Poi aveva sorriso ancora. «Tu dove vai?»
«Genova e tu?»
«Anch’io!» Aveva chiuso il beauty case e aveva iniziato a
giocherellare con il rossetto. «Dici che ci vuole ancora molto? Non ci
sono mai andata.»
«Una mezz’ora credo.»
«Ci vai spesso?»
«Sì, almeno due volte al mese.»
«Non vedo l’ora di arrivare …»
Eva si era spostata una ciocca di capelli dal viso e aveva
osservato la luce irradiarsi negli occhi della ragazza. Le ricordava se
stessa le prime volte che aveva preso quello stesso treno, e
immediatamente aveva ripreso a sentire il sangue formicolare e le
labbra incurvarsi. Si era accarezzata il ciondolo che portava al collo.
«Vacanze?»
«No … Ho un amico lì.»
La ragazza si era morsa dolcemente il labbro inferiore e ne era
scaturito un sorriso sognante. Aveva ripreso a guardare fuori dal
finestrino: probabilmente neppure vedeva i paesaggi, ma scene di
un sogno, immaginava gesti e parole, cercava la speranza di un
inizio. Eva aveva seguito il suo sguardo. Un po’ la invidiava.
Aveva preso un caffè nel solito bar di fianco alla biglietteria.
Nulla da mangiare, nonostante l’ora di pranzo: a furia di ripensare
alla ragazza le farfalle le avevano chiuso lo stomaco. Andò in bagno
e davanti allo specchio si tolse il grande cappello di paglia. Spostò i
capelli sulle spalle e si lavò la faccia con l’acqua fredda: sorrise a
quel riflesso senza trucco e si rivide tremendamente bella, luminosa
nei suoi vent’anni e nel suo amore folle, viscerale. Alla fine era
fortunata, aveva superato la speranza di un inizio. Rimise il cappello
e gli occhiali da sole e uscì, mettendosi nel punto dove lo aspettava
sempre.
Manfredi accostò la Fiat grigia con le quattro frecce e scese. Il
suo volto era disteso e i lineamenti duri si addolcirono mentre il suo
sguardo la accarezzava. Le si avvicinò dandole un bacio e caricò la
valigia nel baule. Poi spinse dolcemente Eva contro la portiera, le
spostò i capelli dietro le spalle e le premette una mano sul collo
attraendola a sé. Solo lui la baciava così: un bacio potente,
travolgente come un flusso incontrollato, a tratti distruttivo nella sua
perenne energia. Uno di quei baci duri, e nella loro durezza
tremendamente dolci: il bacio di chi ti vuole e ti possiede, di
qualcuno di cui sei parte ormai inscindibile. Un bacio di acciaio ma
che sa di cacao.
Poi scostò le labbra e le sussurrò all’orecchio: «Ciao,
Quietscheentchen.»8
Eva spostò la testa all’indietro e rise: «Cosa?»
Manfredi appoggiò le mani sul tetto della macchina,
circondando Eva.
«Non si dice così?»
Lei continuò a ridere: «No.»
Osservò la sua espressione divertita, un sorriso dritto, piegato
di poco in un angolo, un sopracciglio lievemente alzato; i suoi occhi
ghiaccio sembravano brillare di una luce fredda. Lei gli accarezzò la
guancia spigolosa. «Sai cosa vuol dire?»
«Dimmelo tu, Quietscheentchen.»
«Paperella di gomma.» Non riuscì a dirlo seriamente.
Lui si avvicinò di nuovo al suo orecchio e posandole una mano
sul fianco sussurrò: «Lo sapevo già.»
Le diede un piccolo colpetto e si allontanò salendo in macchina.
Lei lo seguì.
«Ho letto in un articolo che è un nomignolo affettivo in
Germania.»
«Be’, allora dovremmo querelare chi l’ha scritto, perché non è
vero.»
Manfredi ridacchiò. Aveva un modo strano di farlo, sembrava un
ghigno corto e leggero, un riso malefico che non si prendeva sul
serio. Poi le poggiò la mano sulla coscia, spostandola solo per
cambiare marcia.
«E come si dice allora?»
«Non posso dirtelo, segreto di Stato.»
Manfredi si girò appena per guardarla: ogni volta che lo faceva,
lei si sentiva inchiodata. Si sporse per baciarlo velocemente sulla
bocca. «Però puoi provare a corrompermi.»
Manfredi stropicciò le labbra e poi sorrise.
«Guarda dietro. C’è una bottiglietta d’acqua e il succo di mela.»
«Grazie, amore.»
Eva aveva visto quelle vie molte volte ma ogni volta le
sembrava di scoprire qualcosa di nuovo. Non avrebbe saputo dire se
per colpa di Manfredi o se perché quella città era accarezzata da
così tanti venti, che finivano per mutarle forma. Sulla coscia sentiva il
calore della sua mano ed apprezzava i piccoli silenzi che c’erano tra
loro, brevi pause che, come balsamo, levigavano la passione che la
investiva quando lui le era vicino. Impazziva sotto il tocco delle sue
mani forti, sotto i suoi sguardi che sembravano scavarle dentro e
sotto l’influenza di quell’aria misteriosa che nonostante il tempo non
svaniva mai. Eva prese la mano di Manfredi e intrecciò le dita alle
sue. Fuori scorreva Genova, quella città che negli ultimi mesi era
diventata casa sua più di quanto lo fosse stato il suo paese di
nascita, quella cornice colorata sulla quale il loro amore si buttava
come onde sugli scogli, con estremo furore e bellezza. Si sentiva
libera, elettrica, quasi pazza. Era come rinascere in uno stato di
travolgente euforia, e poi abbandonarsi. Lui svoltò a destra, non era
più l’itinerario che conosceva Eva. «Dove stiamo andando?»
«A mangiare il pesce in un posto che ho scoperto.» Manfredi la
inondò con lo sguardo. Come nel momento di attesa di un primo
bacio, quando i visi sono vicini, l’esito ancora incerto e il corpo
sembra rispettare quell’attimo di sospensione, smettendo di
respirare. «Ti va?»
«Sì, certo.»
«Guarda, è quella casetta lì.»
Lesse l’insegna sbiadita. «Il pescecane?»
«Esatto, e c’è anche una terrazza sul mare.»
Eva sorrise e strinse più forte la mano dell’uomo: «Sei bravo a
corrompere, tu» gli diede un bacio sulla guancia, «ma io sono brava
a resistere.»
«Aspetta e vedrai.»

Manfredi le riempì il calice svuotando la bottiglia.


Eva chinò leggermente la testa di lato. «Facciamo metà?»
«No, Paperella.»
Trattenne il riso e lasciò che un’espressione dolce le
avvolgesse il viso.
«Continuerai a chiamarmi così?»
«Solo fino a che non mi insegnerai la parola giusta.» Rise.
«Non è male, almeno è originale.»
Eva indossò la sua espressione da bambina orgogliosa, come
quando da piccola si rifiutava di mangiare la frutta, ma lo faceva con
così tanta dolcezza che subito suo padre smetteva di insistere.
«Ho una sorpresa per te, mi hanno preso.» Manfredi si illuminò
e le strinse la mano.
«Davvero? Quando inizi?»
«Settimana prossima, aiuterò nel restauro di una villa d’epoca
fuori città. È solo un contratto a progetto ma fa curriculum.»
«Amore, sono felicissima!»
«Ti piace qui?»
Eva guardò il mare. Nient’altro che una lastra calma e blu. Si
chiese cosa ci trovassero tutti di così affascinante. Era tanto
immenso da annoiarla.«Sì.»
«Ci verremo spesso … Comunque, dicevo, mi lasceranno delle
ore libere quando ho lezione. Credo che i lavori saranno finiti entro
febbraio.»
Eva alzò il calice: «A te!»
Bevve solo un sorso e lo riappoggiò delicatamente sul tavolo.
«Vedi che ogni tanto serve mettere da parte l’orgoglio?»
Anche Manfredi bevve un sorso dal calice di lei. «No, mia
madre non c’entra. I suoi amichetti e le sue raccomandazioni non le
ho nemmeno prese in considerazione. Voglio cavarmela da solo.»
«Manfredi, ne abbiamo già parlato! Non puoi essere così duro
…»
Appoggiò il mento sui pugni e la imprigionò con lo sguardo.
«Eva, non serve. Ho trovato altro, fine.» La sua voce bassa non
ammetteva replica.
Si alzò e andò in bagno.
Eva esaminò il segnaposto a forma di polpo, nel suo irreale
rosa confetto e la sua improbabile espressione felice. Era ridicolo,
ma comunque più interessante del mare. Aveva letto da qualche
parte che i polpi avevano il sangue blu.
Probabilmente Manfredi aveva scelto quel tavolo per bearsi
delle sue origini nobiliari: l’infinita epopea decadente dei Della
Gherardesca, che raccontava agli sconosciuti per rendersi temibile.
Ci aveva terrorizzato sua cugina, con quella storia. E, probabilmente,
i camerieri del ristorante, per non farsi assegnare un tavolo con un
altro pesce-segnaposto. Lui tornò, e seguì un silenzio diverso: non
sembrava una pausa ma più un’attesa, una di quelle logoranti, in cui
guardi nella direzione da dove dovrebbe arrivare un treno, che però
non compare mai.
Lui si passò una mano tra i capelli biondo cenere e serrò la
bocca in una linea severa.
Eva non riuscì a reggerlo: «È solo che vorrei che il vostro
rapporto …»
Manfredi spostò il polpo a bordo del tavolo, lei cercò di sfuggire
al suo sguardo rifugiandosi nel mare.
«Fa niente, raccontami, come l’hai trovato?»
Lui chiese due caffè al cameriere, come se non avesse sentito
la sua domanda, poi le riprese la mano.
«È stato un mio professore a propormelo.»
Eva lo tirò a sé e gli accarezzò i capelli: «Bravo, sono felice per
te, è davvero una bella sorpresa.»
Lui le diede un altro di quei baci, quelli con la mano sul collo,
poi le sussurrò all’orecchio: «Questa non è la tua sorpresa. Bevi il
caffè, poi ti devo bendare, non puoi vedere dove andiamo.»

Con gli occhi bendati tutto è diverso. La voce di Manfredi era


più profonda e il suo tocco più caldo, quasi ustionante. Di solito
sarebbe stata assalita dal panico, ma con lui accanto quel buio
diventava ristoratore. Nel nero della benda tutto poteva accadere: i
problemi erano sassolini da calciare via e i sogni stelle raggiungibili
in ascensore. Il tempo non sembrava scorrere e i rumori della città,
dei motori e i loro respiri sembravano una ninna nanna. Manfredi
non parlava, ma poteva sentirlo sorridere. Ogni tanto le sollevava la
mano e Eva sentiva le labbra di lui appoggiarsi sulle dita, baciandole
dolcemente. Valeva più delle mille parole che lei stessa non sapeva
trovare. Quando sentì la macchina fermarsi, fu quasi dispiaciuta. Per
un attimo desiderò di rimanere così: respirando tenerezza e
scorgendo sogni nel buio.
Sentì le labbra di Manfredi vicino al suo orecchio.
«Pronta per la sorpresa?»
Lei annuì, poi avvertì la mano premere sul collo, le labbra
contro le sue e si lasciò travolgere. Lo sentì staccarsi, allontanarsi
piano, e poi la macchina vuota, la portiera che si apriva.
«Dammi la mano, Paperella.» Risero.
Eva lo seguiva in silenzio, impaziente, trascinata verso un
ignoto che non la spaventava. A un tratto avvertì un rumore
metallico, e poi un odore di cantina. Sentì la mano di Manfredi
abbandonarla e poi riprenderla da dietro, sul fianco, spingendola
delicatamente. Rimase immobile per qualche secondo, percepiva la
presenza di lui nello spazio: poi le mani sulla nuca e la benda che si
allentava. Aprì gli occhi, mentre Manfredi l’abbracciava da dietro.
Davanti a lei c’era una stanza vuota, con le pareti spoglie, se non
fosse stato per qualche mattone rosso a vista. Nella parete davanti,
una grande porta finestra dalla quale entrava la calda luce di un
maggio soffocante. Tutt’intorno non c’era nulla, a parte una grande
libreria di cui due scaffali erano pieni di libri. Eva aprì la porta finestra
che dava sul balcone. C’erano due sedie di vimini, disposte l’una
davanti all’altra, e un pouf ricoperto di una tovaglia di plastica con un
decoro floreale bordeaux, viola e nero. Il parapetto era di cemento e
la ringhiera di ferro battuto: tra i ghirigori Manfredi aveva appeso
delle piccole lanterne e un acchiappa-sogni con astine di metallo.
Soffiò il vento dal mare e riempì l’acchiappa-sogni di tintinnii.
Manfredi l’aveva seguita, a qualche passo di distanza.
«Appena ho saputo del lavoro ho deciso di cercare una casa da
solo. Non avrò il tempo di star dietro anche ai coinquilini. Voglio un
posto dove tornare e rilassarmi, senza dover lavare i piatti se non ne
ho voglia.» Le prese il viso tra le mani. «Vorrei che tu vivessi qui, con
me.»
Eva si sedette su una delle due sedie, guardò la strada: una
striscia incastonata tra palazzi vecchi. Le sarebbe piaciuto vederla di
mattina presto, quando la luce dell’alba è un tocco di fard nel cielo;
ma qualcosa le si strinse nello stomaco: «È che … L’università …»
Le spostò i capelli dietro alle orecchie. «Puoi studiare qui, di
giorno sarai sempre da sola e puoi tornare ad Amburgo per dare gli
esami. Poi a settembre ci pensiamo.»
Si avvicinò alle sue labbra e le tenne salde le guance. Con i
suoi occhi di ghiaccio puntati addosso a Eva sembrò di essere stata
teletrasportata in Antartide.
«A me non basta la carriera, non bastano i bei voti all’università
e la stabilità economica. Io voglio tutto. E tu fai parte del mio tutto.»
La baciò, e Eva si lasciò assorbire dalla mano sul collo. Chiuse gli
occhi, immaginando il profumo del caffè di mattina.
«Ci stai, Paperella?»
«Sì.»
«Allora aspetta qui, ho un regalo per te.»
Manfredi tornò con qualcosa in mano, incartato tra fogli di
giornale e fiocchi rossi. Eva lo aprì. Era una scatola di scarpe e
all’interno c’erano dei pezzi di puzzle, tanti da riempirla a metà.
«Quanti sono?»
«Cinquecento.»
«Ma non c’è l’immagine.»
«È questo il bello, la scoprirai strada facendo. Come hai
scoperto me, come scopriremo la vita insieme.»
Manfredi la abbracciò, risucchiandola in uno di quei baci
schiaccianti.
Stava seduta per terra nella stanza vuota, le gambe incrociate e
la schiena appoggiata alla porta finestra. Giocherellava con i pezzi
del puzzle, illuminati dalla luce rosa del tramonto. Manfredi era nella
piccola cucina, e il sottofondo di padelle e musica jazz
accompagnava la sua ricerca degli abbinamenti tra i pezzi. Aveva
chiamato a casa e aveva chiesto a Klaus, il maggiordomo, di
prepararle una valigia con i suoi vestiti estivi e di spedirla; nel
frattempo Manfredi avrebbe comprato un armadio. Avrebbe rivisto i
suoi genitori direttamente ad agosto, nella casa al mare di Marina di
Cecina.
Dalla cucina arrivava un profumo sconosciuto: intenso e fresco
allo stesso tempo, una nota di terra arida e salmastro. La parete era
così sottile che Eva poteva sentire l’acqua bollire, amalgamandosi
alle note morbide del sax. Disponeva i tasselli per terra senza
sapere come avrebbe trovato le giuste unioni: forse si trattava solo di
continuare a provare senza perdere le speranze, di seguire piccole
intuizioni fatte di forme e colori, per poi contraddirle se si fossero
rivelate sbagliate. Era un eterno divenire, un eterno scoprire,
accompagnato dalla curiosità di vedere il finale che Manfredi aveva
scelto per loro.
Ogni tanto alzava la testa e osservava lo scatolone che
Manfredi aveva sistemato al centro, con sopra una tovaglia e due
calici. Di fianco ci aveva appoggiato due alti candelabri di legno
antico che reggevano due candele rosse dalle fiamme timide e quasi
invisibili. Il sole salutava quella giornata accarezzando il tutto con un
tocco delicato e regalando alla stanza sfumature rossastre. Eva
guardò i tasselli: in uno c’era una sfumatura semicircolare sui toni
del giallo. Frugò tra i pezzi nella scatola e ne trovò uno simile. Li unì,
era una bolla di luce.
Manfredi arrivò con due piatti in mano e li appoggiò sullo
scatolone.
«È pronto!»
Poi si avvicinò a Eva, ancora intenta a studiare le due tesserine
unite. Le alzò il mento e la baciò sulla fronte. Lei obbedì al
movimento.
«Ne ho unite due, è una candela!» Lo seguì al tavolo
improvvisato.
«Credi che sia una candela?»
Eva supplicò per gioco, come da piccoli. «Dai, dimmelo!»
«Ognuno ha i suoi segreti, Paperella.» Si mise il tovagliolo al
collo, infilato nello scollo della camicia. «Buon appetito!»
Eva iniziò a mangiare: la pasta al pesto le era mancata; era
sempre così con lui: conosceva i suoi desideri meglio di quanto li
conoscesse lei, e glieli serviva su un piatto d’argento. Mentre
assaporava quel gusto denso, si girò a guardare la parete sulla
quale avevano appeso il suo quadro.
Nel pomeriggio Manfredi l’aveva portata in una piccola bottega
incastonata tra le case in discesa del porto antico: apparteneva a un
pittore senza pretese, uno di quelli che nelle sere d’estate si mettono
ai margini delle strade per vendere i quadri ai turisti. Manfredi le
aveva detto di scegliere un quadro, che alla casa serviva qualcosa di
lei, qualche dettaglio degno di Eva, del suo gusto per la bellezza
profonda delle cose: serviva la sua aura. Ogni volta che lei avrebbe
dovuto partire per tornare in Germania lui avrebbe potuto guardarlo,
spolverarlo o accarezzarlo, e avrebbe pensato a lei.
Manfredi le tolse il piatto sporco e tornò in cucina.
«Hai ancora un po’ di posto?»
«Dipende.»
Tornò con l’arrosto nei piatti e uno sguardo obliquo che dava
bene a intendere la diffidenza di quella risposta. Eva imitò la sua
espressione stropicciando la bocca rosa pastello.
«Sei riuscita a parlare con i tuoi?»
Eva iniziò a tagliare la carne, impegnandosi a dividerla in
pezzettini uguali tra loro. «No … Ma meglio così, glielo dirà Klaus.»
«Domani tuo padre chiamerà urlando.»
«Non credo, è troppo occupato con l’inizio della stagione estiva,
il Genius è già pieno di prenotazioni.»
«Il Genius qual è?»
«L’hotel di Berlino, l’ultimo che ha aperto.» Eva aveva finito di
tagliuzzare la carne e stava scartando delle foglie ad ago, di un
verde corposo come le olive.
«Non ti piace il rosmarino?»
«Non l’ho mai mangiato.»
«Allora dovresti provarlo, si usa per insaporire la carne.»
«In Germania non si usa, o forse non ad Amburgo.» Eva smise
di scartarlo, e assaggiò un pezzo di carne con sopra uno di quegli
strani aghetti arrotondati.
«È forte …»
«… Però si mischia bene a tutto.»
Eva guardò il ragazzo che amava: lo capiva in momenti come
quello, quando sapeva illuminarla con qualcosa di tremendamente
semplice come un aroma sconosciuto o una casa senza tavolo.
Spazzava via qualsiasi paura con prepotenza, risucchiandola in un
oceano immenso, e lei lo lasciava fare, ansiosa di arrivare nelle più
remote profondità e lasciarsi inghiottire.
Tornò a guardare il quadro che aveva scelto: nell’angolo destro
una scogliera con delle case e un faro spento, illuminata da
un’enorme luna piena, che con il suo bagliore d’argento lasciava
intravedere i diversi colori delle casette, resi opachi dalla notte. Tutto
il resto del disegno era un susseguirsi di onde cupe: la più grande,
spaventosa e magnetica, si infrangeva sulla scogliera, sfumata dalla
luce lunare di un riflesso metallico. La luna era la prima cosa che
saltava all’occhio, relegava tutto il resto al ruolo di dettaglio. Tra gli
spruzzi bianchi della salsedine era nascosta la piccola firma del
pittore.
Eva si alzò e andò a sedersi sulle gambe incrociate di Manfredi,
appoggiandogli una mano sulla spalla quadrata e togliendogli, con
l’altra, il calice che lui stava portando alla bocca.
«Non finisci l’arrosto?»
Eva bevve un sorso. «Preferisco te al rosmarino.»
Bevve ancora e appoggiò il calice a terra, e mentre la bevanda
corposa le riempiva la bocca, Manfredi si alzava e le metteva una
mano sul collo. La trascinava sul balcone, si sedeva su una delle
due sedie e la adagiava a cavalcioni su di lui. Lei chiudeva gli occhi,
gli baciava il collo, gli scompigliava i capelli, vi si aggrappava.
Lui accendeva una sigaretta, soffiava il fumo nell’aria tiepida
della notte, e tra una boccata e l’altra le mordeva i lobi. Eva aprì gli
occhi per un attimo: nella luce arancio delle lanterne ritrovò i colori
della speranza dell’inizio e la solitudine di un rifugio magico e
sconosciuto. Mise la bocca sul suo orecchio, lasciando che i capelli
biondi cadessero di lato.
«Schatz.»9
Lui le premette la mano sulla schiena avvicinandola di più al
suo corpo.
«Cosa vuol dire?»
Lei gli prese la mano e voltandosi di poco gli baciò le dita.
«È la parola che cercavi.» Poi abbassò la voce. «Ti amo, meine
Schatz.»10
Lui le spostò di scatto la testa. La baciava, le toglieva i
pantaloncini, le slegava i capelli, le spalmava il suo tocco tra i fianchi
e la seta del top. Lei si aggrappava alle spalle, gli sbottonava la
camicia, i pantaloni, le incertezze. Lui le toglieva la lingerie, le difese,
abbassava i boxer, la trascinava negli abissi segreti di un piacere
che mutava forma, di una riscoperta, di una nuova tappa. E tra le
stelle e il parapetto Eva sentì ancora il profumo sconosciuto, l’onda,
l’acciaio, il cacao, la speranza dell’inizio, l’ascensore verso i sogni.

8 In tedesco, lett. Paperella di gomma.


9 Tesoro.
10 Tesoro mio.
CAPITOLO 3

Maggio 2019, Lerici

E va entra in camera, e al rumore della porta che si chiude si


accompagna un sospiro profondo. Un cameriere ha posato la
valigia ai piedi ricurvi del mobile antico: tra i ghirigori intagliati nel
legno non c’è traccia di polvere ed è come se l’aria rotolasse giù per
uno scivolo. Nella stanza regna la perfezione dei luoghi intoccati, di
quelli dove non ci vive nessuno. Non vuole scomporla, non vuole
mischiarsi: la prima regola che suo padre le ha insegnato è di non
lasciarsi coinvolgere mai, non perdere il controllo. Tutto è funzionale
all’obbiettivo.
Appende con cura la giacca Chanel nel grande guardaroba
dove qualche principessa teneva gli abiti per il gran ballo. Una
principessa, o qualcosa del genere. È suo il nome, quello che
Manfredi ha fatto incidere su una targhetta di legno rosso,
sull’esterno della porta: “Stanza di Gertrude von Holstein”. Nessuna
riga riguardo a chi fosse, solo il nome al quale la stanza era
appartenuta. Per mantenere l’identità, aveva detto, per «ricreare
l’atmosfera di un’epoca passata con i comfort del 2019».
Uno slogan perfetto.
Anche volendo non si poteva spogliare quel posto: entrando,
l’energia circuiva e assorbiva, portando con sé l’odore di legno e di
dipinti, inchini e merletti. Proprio quello che voleva, Manfredi aveva
fatto un buon lavoro.
Il tramonto accarezza le pareti rosa antico mentre Eva scosta le
tende velate del letto a baldacchino e si siede. La sua stanza ha una
forma rotonda, come a ricordarle il monito di ammorbidirsi un po’.
Seconda regola di suo padre: ammorbidirsi è il primo segnale di
un fallimento.
Avrebbe resistito a Manfredi e ai suoi messaggi subliminali.
Manfredi e il suo sfiorarla di sfuggita come un vento gelido,
Manfredi e il suo sguardo quando le mostrava con orgoglio la
terrazza sul mare. Manfredi e il sorriso storto, Manfredi e il completo
Armani. Manfredi e il corridoio breve che li separa.
Eva si alza dal letto di scatto, afferra il telefono e ordina una
tisana. Si dirige al mobile con la grande specchiera e ne accarezza i
contorni intarsiati di linee curve e sinuose. Quasi riesce a sentire
l’odore della salsedine.
Smette subito. Scioglie lo chignon e si tira la pelle del viso.
Tutto perfetto.
Nessuna ruga, a parte qualche lieve striatura nella fronte fina.
Dicono che il processo di invecchiamento inizi dal venticinquesimo
anno di età; aveva fatto bene a mischiare al pianto la crema
antirughe. Ora i suoi trentatré anni sembrano un muro di serena
freddezza. Nemmeno una macchia da sole, nemmeno del rossore,
la pelle è ancora candida come una perla: grazie al cappello a tesa
larga era sopravvissuta a quel primo giorno di caldo infernale. Ne
avrebbe comprato un altro, il calore di maggio non è che l’inizio. Si
ricordava l’estate a Genova: l’afa era tale da chiudersi in casa, e
uscire solamente coprendo il capo con un foulard e il corpo con una
protezione altissima. Genova e la puzza del porto, Genova e il caffè
sul balcone osservando le minuscole vie, Genova e le attese per
cena.
Bussano.
Eva scuote il capo e si scrolla di dosso i pensieri.
Respira profondamente e apre la porta.
Un ragazzo alto e magro sta di fronte a lei, tenendo un vassoio
d’argento con presa tremolante. Apre la bocca come per dire
qualcosa e subito la richiude. Eva ripercorre quella sagoma
dall’estremità della camicia, fuori dai pantaloni, alle maniche rivoltate
sugli avambracci. Il naso fino, gli occhi scuri, le sopracciglia folte e i
capelli ricci neri.
«È un piacere, un onore conoscerla … signorina Baumann. Mi
chiamo Stefano e prima di venire a lavorare qui, insomma … Io non
sapevo come dare da mangiare ai miei figli, quindi … ecco, quindi,
volevo ringraziarla.»
Eva serra un sorriso in una linea stretta e china leggermente il
capo, è troppo stanca per qualsiasi cosa. «Non mi ringrazi, si
impegni nel lavoro e io sarò lieta di averla nella mia squadra.»
«Lei è un angelo, signorina … lo farò.»
Eva sposta i capelli dal viso .L’appiccicume del sudore sulla
pelle la innervosisce, non vede l’ora di togliersela di dosso con un
bagno. Squadra il ragazzo: vorrebbe dirgli di mettere la camicia nei
pantaloni, srotolare le maniche e togliere l’orecchino invece di
blaterare adulazioni insensate con voce tremante. Ma sa che la
stanchezza la rende irritabile; il viaggio le ha tolto qualsiasi energia,
e insieme al sudore evapora dal corpo la voglia di vivere
Promemoria: stilare una lista di regole ferree da comunicare durante
l’incontro con il personale di domani. L’occhio cade con sdegno su
un foglietto piegato e adagiato tra la tazza e la teiera fumante. Legge
la targhetta dorata sulla camicia, all’altezza del pettorale.
«Stefano, la prego, la prossima volta si ricordi di non tenere i
suoi appunti sul vassoio»
«No, signorina, in realtà è un biglietto per lei. Da parte del
signor della Gherardesca.»
Eva alza il sopracciglio.
«Posso portarle il vassoio in camera, signorina?»
Scuote il capo, afferra il vassoio con la delicatezza che si usa
per gli oggetti di cristallo. Modula la voce e cerca di placare la rabbia
che le si insinua dentro, insieme a quel fastidioso odore di pesce che
arriva dalla finestra aperta. Espira con la bocca.
«Dica al signor Manfredi di avere la decenza di inserire i suoi
biglietti in una busta, per lo meno; quanto a lei, per le prossime volte,
la tisana la prendo con il ghiaccio.»
Si sorprende di quanto sia diventata brava.
Il ragazzo tira fuori penna e taccuino e annota.
«Posso portarglielo, signorina.»
«Sì grazie, lo lasci fuori dalla porta e bussi. E per cortesia,
avvisi lo chef che non cenerò.»
«Fuori a cena, signorina? Posso consigliarle un ristorantino
fantastico, piccolo, sa, ma si mangia che è una favola. Fanno dei
muscoli, pardon, delle cozze che …»
Chiude indice e pollice in un cerchio e li avvicina alla bocca,
scoccandoci sopra un bacio.
«La ringrazio, ma non le compete, a domani.»
Eva chiude e appoggia il vassoio sullo scrittoio. Vorrebbe
essere abbastanza in forze da evitare a se stessa di diventare
brusca, ma l’incontro con Manfredi è stato un getto di acqua gelida.
Lo sapeva, si era preparata, eppure non si aspettava di rimanerne
così turbata. Il corpo ricordava: il modo in cui lo stomaco si chiudeva,
in cui i brividi le salivano fin sulla schiena quando lui la sfiorava; le
coltellate. A questo non era pronta: aveva sperato che il suo corpo,
così come lei, avesse dimenticato. E invece ora si sentiva
prosciugata. Apre la valigia, sistema con estrema precisione gli abiti,
ancora incellofanati: li mette nel guardaroba, con movimenti rigidi. Li
ordina per lunghezza, spostandoli con la foga di un pugile che sferra
colpi ben studiati e la delicatezza di pensiero di uno stratega. Sbuffa
e un’emozione punge sotto la gola: mandare un bigliettino quando
potrebbe benissimo fare due passi e parlarle di persona.
Il tubino rosa vicino al vestito alla Marilyn grigio perla. Ma
soprattutto cosa ci sarà mai da dire in modo così criptico. La gonna
rossa di Guess, non sa neanche perché l’ha portata. Il vestito lungo
nero con le bretelline incrociate di strass, con qualche diamantino
incastonato sul seno. Manfredi e i suoi giochetti, totalmente fuori
luogo. Quasi quanto chiamare le cozze muscoli. Sbircia il bigliettino
e appende il tailleur panna. Ignorarlo, ecco la soluzione. Il vestito da
gala verde smeraldo, con la sua stola leggera e trasparente e il
bustino a cuore. Ci sono cose importanti a cui pensare, c’è
un’inaugurazione da preparare e lui perde tempo a mandare
bigliettini. Il vestito oro pallido lungo fino ai piedi con uno spacco
profondo ma sottile, che su di lei, senza abbronzatura, si adagia
come una colata di liquido luminoso. La naturale evoluzione di un
corpo bianco al chiaro di luna. E un piccolo sussulto le si ferma alla
bocca dello stomaco; si direbbe paura, ma non osa dar voce al suo
pensiero e lo lascia scivolare giù, mentre appende la gruccia.
La regola era semplice: nessun atteggiamento, nessuna
conversazione, nessun minuto passato insieme per ragioni diverse
da quelle lavorative. Non esistono bigliettini di lavoro; esistono mail
di lavoro, messaggi di lavoro, pranzi di lavoro; ma non bigliettini. Si
volta di scatto verso la curva della parete opposta e vede la ragazza
che la fissa dal ritratto dalle tinte cupe: la padrona della stanza prima
di lei, Gertrude. Lei non la capisce, non ha un’agenda piena di cose
da fare, e da fare perfettamente; né tanto meno passa le notti
chiedendo a se stessa se sarà davvero capace a far funzionare la
villa.
Prende il ghiaccio fuori dalla porta e ne mette cinque cubetti
nella tazza, versa la tisana alla verbena, magari così si sentirà meno
stressata, e magari tornerà la donna sicura di sé che è scesa dal
taxi. Ora che è lì, che il suo sogno è fisico, ha la tremenda paura che
così come si è realizzato possa distruggersi. E ancora peggio, teme
che possa distruggerlo lei stessa.
Toglie ciò che rimane del tailleur e si avvolge in un enorme
asciugamano avorio che sa di lavanda, si siede sul letto e intreccia i
capelli, per poi fissarli sulla nuca. Si guarda allo specchio e realizza
che da tanto tempo ha smesso di osservarsi senza vestiti,
un’immagine offuscata torna alla mente. Lei nuda, come ora, e
Manfredi che la abbraccia da dietro, davanti a uno specchio,
sussurrandole che lineamenti avrebbero ereditato i loro figli. E ha la
certezza che il corpo ricorda, soprattutto il dolore, lo sente ancora
nel petto. Apre l’acqua e lascia che scorra, intanto scrive
minuziosamente le istruzioni di lavaggio per il tailleur, e ripone tutto
sul porta biancheria . Regola numero tre: ottimizzare il tempo.
Torna a sedersi sul letto e tutt’un tratto nota il quadro davanti a
lei. Una spiaggia di sassi grigio polveroso, le tinte blu di un mare in
tempesta e la sfumatura più scura di una notte avvolta tra le nuvole.
Sotto il cono di luce della luna piena, occhio di bue improvvisato
sulla sventura, una nave travolta, ormai persa. Il quadro è cosparso
dell’oscurità che si ritrova se si chiudono gli occhi tra le braccia di
qualcuno, con la faccia contro il suo petto. Magari la nave non è in
balia delle onde, magari si lascia cullare con impressionante fiducia
in un mare crudele.
Eva si decide a leggere il biglietto. Qualsiasi cosa sia saprà
affrontarla. La sua grafia tagliente aveva ricopiato una poesia:

“Dov’era la luna? Ché il cielo


notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù …

Le stelle lucevano rare


tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù …”

Giovanni Pascoli, L’assiuolo

Ti prego di non prendere impegni per domani sera, ho una


sorpresa. Vestiti elegante. M.

Eva conosceva quella poesia, non ricordava il titolo ma


ricordava di averla letta tra i libri di Manfredi nelle lunghe giornate
solitarie dell’estate a Genova. Tra i poeti italiani, Pascoli l’aveva
sempre affascinata più di chiunque altro: nelle sue parole, nelle sue
righe, c’era sempre un contorno offuscato di mistero, un significato
da carpire.
Lascia il bigliettino vicino alla teiera, beve un sorso di tisana e
chiude l’acqua della vasca. La tasta con un piede e, dopo aver
piegato l’asciugamano e sistemato le pantofole sul tappeto, ci si
immerge. Nemmeno un punto di domanda! Addirittura la
presunzione che lei non possa rifiutare l’invito. E invece, lui ha
sbagliato i calcoli: domani sera chiamerà la sua assistente su Skype.
Senza le sue direttive Julie non è produttiva. Preparerà una lista.
Quarta regola: dare istruzioni chiare, autoritarie, non
fraintendibili. Deve solo rilassarsi; chiude gli occhi e si lascia
inondare dalla luce che entra dalla parete a vetro di fianco alla
vasca. Sente i muscoli lasciarsi andare al massaggio dell’acqua e al
profumo di rosa della candela. Priorità assoluta: inviare agli ospiti gli
inviti ufficiali. Dovranno arrivare entro e non oltre le sette di sera del
13 giugno.
Richiedere la conferma, tassativa per la partecipazione. A
questo ci penserà Julie, la lista degli ospiti può trovarla sulla sua
scrivania. Lei penserà all’organizzazione in loco. I musicisti d’opera li
ha già trovati, deve solo incontrarli. Julie comprerà i loro biglietti. Il
primo giorno è a posto, è il resto della settimana che la preoccupa.
Per l’inaugurazione del suo primo hotel ha avuto un’idea grandiosa.
Una settimana di eventi, ogni giorno dedicato a un tema diverso, con
ospiti illustri dell’alta società di tutta Europa e clienti affezionati della
catena alberghiera di suo padre. E quel che è peggio: i suoi genitori.
Guarda gli alberi folti fuori dalla stanza, beve un altro sorso di
tisana e cerca di concentrarsi sulle sfumature del verde mentre
abbandona la testa all’indietro. Percepisce l’acqua rigenerare il
corpo. Socchiude di nuovo gli occhi e ascolta le melodie degli
uccellini al tramonto. No, non c’è tempo.
La giornata a tema benessere non dovrebbe essere nulla di
difficile; ma quella al castello? Parlare con il sindaco di Lerici,
domani, assolutamente domani. Anzi, Julie dovrebbe già fare il
bonifico per la cospicua donazione al comune in cambio della
concessione del castello come location dell’aperitivo della terza
giornata. La barca l’ha già affittata: ha un ristorante sul pontile e
un’ampia terrazza in cui i musicisti suoneranno. Jazz o lounge? Non
ha ancora deciso, forse entrambi. Deve solo trovare le barche per la
sfilata dei pescatori, barche rustiche, ma sarà facile. Poi il giorno
della stampa, il gala, la conferenza, qualcosa di speciale che non le
è ancora venuto in mente. E se lo staff non fosse all’altezza?
Devono essere preparati. Un buon albergatore sa che il prestigio
dell’hotel dipende per metà dalla qualità del servizio di chi ci lavora.
È la quinta regola.
No, non c’è tempo per la luna e le stelle. Domani sera chiamerà
Julie. Julie però non conosce il posto, né gli ospiti. Manfredi sì, forse
accetterà il suo invito e sfrutterà la serata per mostrargli il
programma della settimana e affidargli qualche compito. Lui è
influente, riesce a ottenere qualsiasi cosa con la sua eloquenza. La
sua voce bassa quando le sussurrava di rilassarsi … No, niente
luna, niente rumore del mare, niente perdite di tempo. Non può
permetterglielo, non può permetterselo, nemmeno il minimo errore.
Chiamerà Julie, o suo padre. No, si è promessa di farcela da sola,
meglio Julie.
Il maestro di yoga diceva che per rilassarsi si deve sentire
l’energia salire dai piedi; non la sente, ma si impone di immaginare
un flusso che la percorre in modo ordinato. I piedi, le caviglie, poi i
polpacci e le ginocchia, le cosce. Le mani di Manfredi che le
premono la pelle e salgono verso i fianchi … No, non ci andrà. Torna
al flusso. Sale verso le anche, il basso ventre, intorno all’ombelico. E
se indossasse il vestito lilla? È abbastanza bon ton da comunicargli
che accetta l’invito solo per questioni di lavoro. Sull’addome, verso il
seno, le scapole, poi deve staccare perché il flusso scende verso gli
avanbracci, il gomito, le mani. Riprende dalle scapole: il collo, la
testa, fin su, all’attaccatura dei capelli.
Inutile, non funziona. È sicura che alla poesia manchi una
strofa. A Genova, per passare il tempo, imparava a memoria tutte
quelle che le piacevano. Si alza di scatto e si riavvolge
nell’asciugamano, con passo veloce torna ad afferrare il bigliettino e
lo getta nella spazzatura.

Su tutte le lucide vette


tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte …
chiù …

No, le porte non s’aprono più. Ha tolto la strofa apposta.


Manipolatore anche con l’alta letteratura. Domani chiamerà Julie.
Alza l’interfono e appoggia il vassoio fuori dalla porta. La tisana non
le va più, le stoviglie sporche le danno fastidio.
Un paio di ciabatte di gomma sbatacchiano sull’asfalto, secondo un
ritmo dondolante da barca ormeggiata. Nicla Lanzoni si asciuga il
sudore con il dorso della mano, e sbuffando raddrizza il sacchetto
pieno che tiene ben al sicuro sotto l’ascella. Le auto le sfilano di
fianco senza degnarla di uno sguardo, né lei se ne cura: ha il viso
arrossato puntato verso l’alto, verso i rami screpolati dei pini
marittimi. Strizza gli occhi, quasi nascosti dalle rughe e dal grasso
che, da ormai un decennio, si è trasferito in pianta stabile fra le
palpebre e le guance.
Non che le importi. Le bastano un vestito pulito, i capelli con la
piega tinti di un rosso intenso e le mani che odorano di erbe
aromatiche … E che il resto vada pure in malora.
Un suv nero si accosta. Nicla lo squadra con sospetto e
istintivamente stringe a sé l’involto nel sacchetto. Il finestrino del
passeggero si abbassa con un ronzio, e dal bestione di metallo
sbuca un caschetto di capelli lucidi quanto il cofano dell’auto, e dello
stesso colore. Occhiali da sole, rossetto scuro. A Nicla tutta quella
coerenza cromatica non piace affatto.
«Scusi … L’Eco del Mare?»
La donna ha un accento marcato. Nicla non saprebbe dire se è
russo, tedesco o veneto. Per lei quei turisti si assomigliano tutti.
«Sì, guardi, giù di là.»
Le fa segno sventolando la mano, verso la strada.
«Più avanti?»
«Sì sì, vada avanti, vada.»
La turista scompare nel ventre della bestia, e l’auto riparte con il
ringhio irritato di chi è in tremendo ritardo.
Nicla la guarda allontanarsi, si accerta che prenda la prima
curva, e finalmente si decide a lasciare gli ennesimi turisti di lusso al
loro destino. Sistema l’involto sottobraccio e riprende a dondolare,
una ciabattata dopo l’altra.
Raggiunge la sua meta soltanto quando l’odore dei gas di
scappamento che il suv si è lasciato dietro si è ormai dileguato,
diluito nell’aria salmastra. Il cancello di Villa von Holstein l’accoglie
con freddezza, con quella sua vernice data di fresco. Oltre
l’inferriata, Nicla riesce a scorgere il blu decadente della tuta da
lavoro di Gianni, il custode. Ha la schiena appoggiata a un tronco di
pino e gli occhiali impolverati, tiene in mano una pesca già
rosicchiata per metà. Con l’altra mano si sta frugando fra i denti,
disinvolto. Nicla fa una smorfia, fra il disgusto e la risata, e infila la
testa nell’inferriata.
«Sempre coe bale ’n man,11 te, o sfaticato.»
Gianni si volta di scatto e si pulisce rapidamente la mano sui
pantaloni. Nicla scoppia a ridere mentre l’uomo si avvicina
togliendosi gli occhiali. «Ma se lavoro più di te.»
Si passa una manica sulle lenti, articolando bene ogni sillaba:
ma non riesce a cancellarsi dal volto il rossore che lo imporpora.
Neanche ora, neanche dopo tanti anni, riesce a sfuggire a quella
donna. Ma darà la colpa al caldo.
«Uh, sentilo come parla, ti fanno bene i signori, eh?»
Nicla imita il suo tono e solleva in alto il sacchetto. «E su, apri ’n
po’.»
Gianni inforca gli occhiali, più sporchi di prima, si infila la pesca
intera in bocca e caccia entrambe le mani in tasca. Armeggia fra
mazzi di chiavi prima di trovare quello giusto.
Il cancello si spalanca con un cinguettio metallico.
Nicla non accenna a entrare, ma scarica il sacchetto nelle mani
del custode.
«Bada che una è per la signora.»
L’uomo biascica un ringraziamento da dietro la pesca, o almeno
lei si augura sia così.
«E alòa?12 Com’è lei?»
Gianni solleva le sopracciglia, rotea gli occhi di lato, si stringe
nelle spalle.
«Cattiva?»
Scuote la testa, e alza gli occhi al cielo. «Ah. Eh be’, per te son
tutti rompiballe.»
Scuote ancora la testa.
«Ma smètela e leva ’sta pesca, che non ti capisco.»
Il grattare di ruote sullo sterrato li interrompe.
I due si voltano verso la villa, mentre un taxi più simile a una
limousine si avvicina a passo d’uomo. Nicla, per nulla impressionata,
rimane dov’è, mentre il custode le mette fra le braccia l’involto e in
tutta fretta si toglie la pesca di bocca. La nasconde dietro la schiena,
come un bambino colto con le mani nella marmellata, quando l’auto
si ferma davanti a loro.
Il finestrino scivola giù, con lentezza esasperante, e Nicla
avverte un profumo sontuoso uscire dall’abitacolo. Un aroma che sa
di seta nuova, di superfici lucidate: eppure, qualcosa in quel profumo
la riempie di una nota simile alla tristezza. Come se non fosse stato
fatto per una pelle giovane.
«Gianni, quando ha chiuso il cancello vada a dare una mano ai
giardinieri con le torce.»
Nicla allunga il collo per rubare un’occhiata della donna in
macchina. Scorge capelli biondi, un profilo delicato sotto un cappello
a tesa larga e una mano posata su una tempia, come se fosse nel
bel mezzo di un principio di emicrania.
«Quelle per il sentiero sul retro?»
«Sì.»
«Va bene, sì.»
«E chi è questa signora?»
Nicla, sentendosi interpellata, fa un passo verso l’auto. La
donna all’interno si toglie il cappello e si sporge fuori, abbassando
appena gli occhiali da sole. Pelle liscia da spot pubblicitario, le
clavicole che spuntano come lame da sotto la camicetta aperta.
Nicla sente uno sguardo gelido scorrerle addosso: ma se lo scrolla
via, con il sorriso sfrontato di chi ha a che fare con una terra ben più
dura e severa di qualsiasi ricca bionda del Nord.
Tende una mano, l’involto nel sacchetto in bilico sulla sinistra.
«Nicla Lanzoni, signorina. Abito oltre la curva.»
La donna le stringe la mano, con fermezza insospettabile per
quelle sue dita fini.
«Eva Baumann.»
«È un piacere, sa, le ho portato una torta.» Le mostra il
sacchetto, orgogliosa.
«Teh, non faccia complimenti. È di verdura, con le erbe, le
piacciono?»
Eva si concede un sorrisetto, stiracchiato sui denti. «Molto. È
stata davvero gentile. Gianni, la porti dentro.»
Il custode annuisce, prende il sacchetto e ciondolando nella sua
tuta si avvia verso la villa.
«È un brav’uomo, è fortunata, sa? Un po’ vecchio per fare il
custode e farlo bene, ma cosa vuole …»
«Sì, si dà da fare.»
«Eh, lo conosco bene, sa?»
Nicla si ravviva i capelli con la mano, con un sorriso vanitoso
sulle labbra. Riesce a percepire la donna bionda scalpitare
d’impazienza, insieme al motore del taxi.
Ma ha aspettato questo momento da mesi: poter essere la
prima di tutto il vicinato a vedere di persona La Tedesca. Ora che ce
l’ha di fronte, non se la farà sfuggire.
«Un brav’omo, ma un gran manigoldo da giovane. Sposato
presto, ma gli piacevano le belle donne, eh.»
Eva accenna ad aprire bocca, ma l’altra attacca di nuovo a
parlare.
«Ma poi, sa che le dico, s’è innamorato di me, il matto. L’è
diventato matto completo. Lo sa come diciamo noi, eh, signorina?
L’ha mesccià ’r belìn coo serveo.13
S’è mischiato il cervello con il …»
«Molto toccante, ma …»
«Ma mica mi confondo con un maritato, guai! Che portano solo
magagne. E che ci facciamo? Gli porto la torta di riso tutte le
settimane, e sta bene così.»
«Signora Lanzoni, è stato un piacere …»
«E l’era ’n bèl’omo, sa? Ma cosa vuole, con quelli sposati …»
Si avvicina ancora all’auto, e abbassa la voce come per
rivelarle un segreto d’estrema importanza.
«Quelli devono star nel loro, m’ha capito? Lei l’è giovane e
bella, creda a me, si goda la vita, che non sono gli uomini a farci
donne. Dia retta a me che son vecchia.»
Eva si esibisce in un secondo sorrisetto, lo stesso di chi ha
compreso perfettamente ma non ha neanche un minuto libero per
concedersi il lusso di pensarci su. «Mi ha fatto molto piacere,
signora, arrivederci.»
Il finestrino si alza, con un sibilo che taglia definitivamente via
Eva dal mondo esterno. Nicla si scosta, e mentre l’auto riparte, la
saluta con la mano. Si scrolla la polvere dalle gambe con colpetti
decisi; un borbottio ansimante alle sue spalle la avverte che Gianni è
tornato. Nicla lo degna di una smorfia, un ghigno obliquo che ha
perfezionato negli anni e che ha coniato soltanto per lui: un ghigno
furbesco, complice. E lo squadra per un attimo, mentre Gianni
riprende fiato. I capelli grigi hanno ancora l’ostinata voglia di
arricciarsi, il naso è ancora dritto e arrogante. Se lo guarda bene, se
scava fra la pelle cascante delle guance e delle palpebre, riesce
ancora a riconoscerlo. I riccioli che gli cadevano sulle spalle da
nuotatore, la risata da canaglia che faceva innamorare le ragazze
perbene. Dietro gli occhiali e la tuta da lavoro stinta, c’è ancora
quell’uomo scolpito dal sole e dal mare, dalla pelle dorata che la
fabbrica ha fatto avvizzire prima del tempo.
Gianni la guarda con aria interrogativa. Unisce tutte le dita della
mano destra contro il pollice e agita la mano avanti e indietro, in un
gesto che, per i turisti, racchiude l’anima dell’Italia più del Colosseo e
della pizza: “Cosa vuoi?” Nicla sbuffa, e gira ostinata il volto dall’altra
parte, verso la strada. «Ma la fanno mangiare, quella fanta14?»
Scuote la testa, le mani sui fianchi. «La paa quela che l’ha ’nventà a
fame,15 con quelle ossette lì.»
«Ma va, l’è grande, sei mica sa màre.16»
Se fosse sua madre le farebbe da mangiare come si deve tutti i
giorni, tanto per incominciare. E la porterebbe a Fiascherino, a
prendere un po’ d’aria buona, e cercherebbe di capire cosa la spinge
a tenere così contratta quella mascella delicata. Che è proprio un
peccato, con un così bel viso.
«Sai cosa, io gliela porto anche a lei la torta di riso.»

11 “Sempre a far niente.”


12 “Allora.”
13 “Si è innamorato.” Lett.: “Ha mischiato il cervello con i genitali”
14 “Ragazza.”
15 Lett. “Pare quella che ha inventato la fame”, “è magrissima”.
16 “Non sei mica sua madre.”
CAPITOLO 4

T ellaro si estende ai piedi della terrazza con un tripudio di luci


soffuse. Le case si arrampicano sulla scogliera e si addossano
l’una all’altra, strette in un abbraccio come per proteggersi. Stanno
ingobbite e ritratte, sfoggiano timide i loro mattoni a vista, scambiano
effusioni con la brezza marina. Sembrano avere fondamenta nel
mare e lo spirito altrove, con il sole che si adagia nel Mediterraneo.
Tellaro al tramonto si mette a dormire e si lascia guardare, come un
corpo di ninfa dai colori dell’iride che riposa, tra le onde e la spuma
frizzante. Esige lo sguardo, e chiede di non esser toccata, di non
infrangere la sua serenità. All’estremità dello scoglio una chiesetta si
protende a guardare l’orizzonte, fiera nella sua veste maculata: una
pittura rosa frantumata e il grigio di un cemento buttato secoli fa.
Tesa verso la fine del mare, punta la croce del campanile verso le
stelle non ancora comparse e mostra al mare la sua parete rotonda.
Attende un abbraccio, che le onde battano l’esterno dell’abside e
attende che il vento del mare le sibili il suo canto. Poi, canterà alle
case, ai passaggi segreti, alle piccole vie bagnate dalla luce gialla
dei lampioni. Ma lei, la chiesa, sarà la prima; e si affaccia sul mare
con lo stesso rossore di una donna innamorata.
Eva percorre una piccola salita sterrata. Sfila tra il violaceo delle
belle di notte appena aperte, maledicendo l’autista e i tornanti. Si
chiede chi sia il pazzo che gli ha dato l’abilitazione, a chi sia venuta
l’idea di arroccare paesi su rocce così scomode, e perché su quella
piccola salita non ci siano delle scale, ma solo una staccionata di
legno che si improvvisa come corrimano. È agitata, stringe le mani
sull’orlo del vestito e si chiede se abbia fatto bene. Guarda l’orologio
grigio perla: segna le 19.30. È ancora in tempo per tornare alla villa,
Manfredi non lo saprebbe mai, ma deglutisce la paura e si dice che
la donna sicura che si dipinge addosso non scapperebbe. Non
importano i brividi, o quel presentimento di aver preso la strada
sbagliata. Finalmente le Louboutin si appoggiano su un lastricato
scuro.
«Benvenuta alla Terrazza, signorina, è da sola?»
Il ragazzo sta davanti a lei composto nel panciotto di seta nera,
con le mani dietro la schiena e un sorriso falso e cordiale. Dovrebbe
chiedergli quanto prende e offrirgli di più per lavorare alla villa.
Eva scuote il capo.
«Sono con il signor della Gherardesca.» E subito sale un
sussulto.
«È già arrivato, la sta aspettando. Vuole lasciarmi la giacca?»
Eva si lascia sfilare il bolerino leggero permettendo alle braccia
di rimanere nude. Oltre il cameriere, si estende una terrazza
rettangolare incastonata tra una villa e lo strapiombo. Il lato lungo,
sulla destra, è delimitato da un parapetto di vetro trasparente, che
lascia largo alla vista del paesino dall’altro capo della baia e fa
sembrare lo spiazzo sospeso nel cielo. Il cameriere lascia il bolerino
a un sottoposto e, con un cenno, invita la donna verso la terrazza.
Eva lo segue tra tavolini di vimini scuro e poltrone rotonde ricoperte
da cuscini bianchi. È sinuosa nel suo abito lilla: ogni movimento della
stoffa è illuminato da grosse sfere appoggiate a terra, che con
l’imbrunire cominciano a inondare l’atmosfera di luce pallida. Davanti
a loro, appoggiato a un grande bancone bianco la cui luminosità
squarcia il cielo violaceo, Manfredi sembra una colonna greca,
compatta nella sua finezza. Sta parlando con un uomo sulla
quarantina, tozzo e anonimo nel suo completo beige, ravvivato
solamente da una cravatta rossa. Non appena la vede, Manfredi si
sporge sul bancone e sussurra qualcosa al barista. L’uomo tozzo
continua a gesticolare. Il cameriere si ferma a pochi passi da loro,
Eva raddrizza lievemente la schiena e assapora gli sguardi dei due
che con venerazione percorrono il suo fisico asciutto.
«Buon proseguimento, signori.»
Manfredi le posa un baciamano a pochi centimetri dal dorso e
ripercorre le sue dita con i polpastrelli. «È un piacere averti qui.»
Eva si limita ad annuire. «Ti ho ordinato un Sauvignon.»
Sauvignon, la prova che non solo il suo corpo ricorda, ma
anche Manfredi. Vorrebbe sorridere, ma si ripete nella mente che no,
non può concedergli di affascinarla. Non un’altra volta. Dev’essere
fredda per raggiungere l’obbiettivo. Si impettisce, e le parole escono
taglienti : «Un cocktail martini sarebbe stato più appropriato per
l’aperitivo, ma comunque grazie, Manfredi.» E il nome di lui le esce
dalla bocca con una sfumatura aspra e dolorosa.
Manfredi tiene il calice dalla base, non dal gambo di cristallo;
sostiene il disco trasparente con le quattro dita e con il pollice lo
serra nella sua morsa. È per non scaldare il vino, diceva, ma Eva si
dice che probabilmente è l’ennesimo dettaglio studiato per elevarsi
dalla normalità. E si maledice, per aver nascosto a se stessa ciò che
ha sempre saputo. L’uomo tozzo li guarda e sogghigna.
«Mia cara Eva, lascia che ti presenti il nostro chef, Gualtiero
Crimerio. Ha appena lasciato il suo impiego all’Hilton Hotel per
dirigere la tua cucina.»
Il signore tozzo, con un collo taurino e il viso tondo, le stritola la
mano. La sua pelle è indurita dai calli e le dita spesse sono fasciate
da anelli d’argento.
«È un piacere, signorina Baumann.»
«Il piacere è tutto mio, chef. È un onore averla tra noi.»
«Manfredi, se mi avessi detto che la signorina Baumann è così
affascinante, mi avresti strappato uno stipendio più basso.»
Eva allunga le dita verso il calice rimasto sul bancone ma
Manfredi la blocca con una carezza, ride in modo composto, poi
afferra il calice. «Il barista sta preparando il tuo cocktail, non vorrei
mai vedere queste belle mani su qualcosa di inappropriato.»
Eva ritrae la mano e la posa sul fianco.
«Manfredi, tu e il tuo sarcasmo mi siete mancati!»
Lo chef tira fuori dalla tasca un porta sigari di pelle rossa, porge
un sigaro a Manfredi. «Fumi, Eva? Posso darti del tu, vero? Siamo
tra amici!»
«No grazie, non fumo.»
«Inappropriato, Gualtiero.» Manfredi sfodera il sorriso storto ed
espira e la boccata di fumo inonda il collo di Eva, incastonandosi con
il suo aroma di cioccolato tra il collier di pelle.
«È un peccato! Sono cubani, i migliori.»
Eva prende il suo cocktail, afferra il bicchiere dal fine gambo
nero: «Quindi, vi conoscete da molto?»
«Una decina d’anni. Manfredi ha curato l’apertura del mio
ristorante. Posto bellissimo, a Roma. Sei mai stata a Roma?»
Eva scuote il capo.
«Fantastica, uno spettacolo! Però a me piacciono le sfide, e
quando mi sono annoiato l’ho venduto.»
«Fatturava troppo.»
Eva ignora l’ironia. «Ed è andato all’Hilton?»
«L’Hilton è stata una breve parentesi, volevo di nuovo lavorare
su qualcosa di mio … Pausa creativa, diciamo.»
Manfredi posa il sigaro in un posacenere e lo lascia spegnere.
«Quando ho raccontato a Gualtiero i tuoi piani per la villa ne è
rimasto entusiasta. Abbiamo pensato che un posto così meritasse
una cucina unica. Introvabile altrove.»
«Vedrai! Non vedo l’ora di presentarti la linea!»
«Manfredi dev’essersi dimenticato di menzionarlo …»
La donna si volta e gli inchioda gli occhi addosso, mentre lui,
incurante, si bagna le labbra con il vino e rotea il dito con il gesto
che, come Eva ha imparato, si usa per dire dopo.
«… A ogni modo, possiamo fissare per domani a pranzo la
degustazione della linea. Poi ne discuteremo verso le 15.30.»
Metodica, anche a cena. Nessun istante perso. Si farebbe le
congratulazioni da sola, ma si limita ad alzare appena il mento.
«Diamine, perfetto! Manfredi, tu ci sarai?»
«Dipende cosa dicono ai piani alti.» Manfredi la guarda e le
tende il calice in un brindisi mancato.
«Sono spiacente, Gualtiero. Non avendo preventivato la
degustazione, Manfredi dovrà sostituirmi al pranzo con i cantanti
d’opera. Assaggerà la linea direttamente con gli ospiti, una volta
rifinita e approvata.»
Gualtiero picchietta Manfredi su una spalla e riempie l’aria della
sua risata corpulenta: «Vecchio mio, allora ti faremo sapere!
Propongo un brindisi: alle cospicue collaborazioni.»
Il cristallo reagisce al tocco dei bicchieri tintinnando
dolcemente. Manfredi si stira il doppio petto grigio chiaro e piega il
braccio in un angolo retto, lasciandolo sospeso.
«Gualtiero, se non ti dispiace ci accomodiamo al tavolo. A
pensare al pranzo con l’Opera mi è venuta fame.»
«Pensavo non ti piacesse!»
«Oh, no! Manfredi adora il melodramma.» Eva si impettisce,
collo rigido, e poggia la mano sull’avambraccio di Manfredi. Si
appende con una presa leggiadra, un tocco sospeso, quel tanto da
avvertire appena gli impercettibili movimenti del braccio di lui. Il
sangue pulsare, le vene gonfiarsi: e a ogni percezione, lei deglutisce
i sussulti. E ripete a se stessa che non può cedere.
«Grazie per il sigaro, Gualtiero. Salutami Marie.»

Dietro il bancone illuminato, la zona cena è popolata da cinque


tavoli, nascosti sotto baldacchini dalle tende sottili come vele di seta.
Sono disposti sul lato corto della terrazza, circondati da divanetti
avorio talmente puliti da brillare nel buio di una tenue fosforescenza.
Sembrano discostarsi dalla folla del bar e immergersi nella solitudine
di una notte d’estate, su cui soffia la musica lounge. Una sottile
lastra di vetro divide lo spiazzo dalle stelle. Prima del vetro e dei
tavoli, una piscina sdoppia il panorama sformandolo e levigandolo.
Attraversano la passerella di legno, riprodotti nell’acqua in curve dai
colori sfumati e i contorni indecisi. Al di là della baia dorme Tellaro, la
si può vedere arrendersi alla notte e lasciarsi trasformare in un
ammasso di lucciole immerso nel nero. Manfredi si ferma davanti a
uno dei baldacchini, ne apre le tende con un movimento deciso e
tende la mano verso un tavolo ricoperto di petali di rosa. Tra il buio
del cielo e il bagliore perlato della tovaglia, il rosso si tinge di notte. I
petali si lasciano guidare dalla brezza: qualcuno cade sui divanetti ai
due estremi del tavolo, qualcun altro, deciso a raggiungere il cumulo
di lucciole al di là della baia, scavalca il parapetto trasparente e si
getta nel blu, a vorticare tra gli astri e l’odore del mare.
Eva ha di nuovo un sussulto, ripete il suo mantra, starnutisce e
pulisce seccamente il divanetto dai pochi petali rimasti, poi si siede.
Manfredi, seduto davanti a lei, spiega il tovagliolo e lo appoggia sulle
gambe. La penombra gli dona.
Il cameriere posa sul tavolo una piccola sfera bianca e accende
i loro volti di una luce gelida quanto la distanza tra i due divanetti.
«Signori, sono Francesco, sarò al vostro servizio per la cena.
Porto il vino e gli antipasti, signori?»
Annuiscono. Eva si tiene la pochette in grembo e si sistema un
ciuffo di capelli sgattaiolato fuori dallo chignon. Poi raddrizza la
schiena: «Cos’è questa storia, Manfredi?»
«I petali non sono una mia idea, fanno parte dell’allestimento
del locale». Il cameriere appoggia sul tavolo un cestello d’argento
pieno di ghiaccio e Manfredi ringrazia con lo sguardo. Aspetta che
l’uomo se ne vada, prima di replicare. «Il servizio è impeccabile e il
cibo eccellente, ho pensato fosse una buona idea portarti a
conoscere i competitor.»
«Chi assaggia, signori?» chiede il cameriere porgendo la
bottiglia di vino.
«La signorina è l’esperta dei bianchi.»
Il cameriere, con un tovagliolo di stoffa appoggiato
all’avanbraccio, apre la bottiglia e ne versa un dito a Eva. Il vino
rotea nel bicchiere, crea un piccolo vortice di parole mancate e
profumo acido. Perfetto nel suo paradosso: un buon Sauvignon
Blanc deve odorare di pipì di gatto. Lo assaggia e annuisce: il loro
vino, e il brontolio che le invade lo stomaco non ha nulla a che
vedere con la fame.
«Devi licenziare quello chef.»
«Non ne vedo il motivo, non hai ancora assaggiato la linea.»
«Manfredi, pensavo fosse chiaro. Non siamo soci. Avresti
dovuto consultarmi prima di regalare il mio ristorante. Lo ribadisco. È
la mia indipendenza, non ho intenzione di spartirla né con te né con
un cuoco presuntuoso.»
«È uno chef, Eva.»
«Disoccupato, Manfredi.» Lei deglutisce irrigidendo le guance,
si mangia le parole taglienti e la voglia di piantarlo su due piedi con
un assegno in bianco. Sente un altro strascico di dolore, o forse si
sente tradita, ancora. Sesta regola: diplomazia.
«Non credo sia opportuno avere un componente dello staff che
si crede al di sopra della mia autorità.»
«Non essere ridicola, Gualtiero ti stima.»
«Non è questione di stima, l’ha detto lui stesso: l’Hilton è stata
una pausa creativa in attesa di lavorare di nuovo a qualcosa di suo,
cospicue collaborazioni.»
Butta giù del vino, con la speranza che il gusto la calmi.
«È chiaro che pensa che il ristorante della villa sia qualcosa di
suo. Non è così. Gli hai dato troppa libertà.»
«Eva, non essere maniacale. Forse gli ho dato più libertà di
quanta gliene avresti data tu, ma ragiona, è uno chef stellato.
Pretenderà dello spazio, è vero. Ma darà un’impronta personale alla
tua cucina, e questo farà in modo che i tuoi ospiti vivano
un’esperienza diversa dal solito. Ci sono tante ville, tanti hotel, tanti
camerieri più bravi dei nostri. Ma ciò che vivranno alla villa sarà
unico. In più l’apertura del ristorante al pubblico ti porterà un
guadagno ulteriore …»
«Non mi pare avessimo parlato di un’apertura al pubblico.»
«Un pubblico esclusivo, si intende. L’alta società della zona è
entusiasta, il ristorante di Gualtiero a Roma era sempre pieno,
avresti un guadagno assicurato anche se non ci fossero prenotazioni
per l’hotel.»
Manfredi alza il lungo indice e si volta per chiamare il
cameriere.
Sta chiudendo l’argomento. No, non questa volta. Non è più
una ragazzina.
«Prego ,signori, gradite l’antipasto di pesce o di carne?»
Rispondono all’unisono: «Di pesce!» «Di carne!»
Lui non si scompone, nemmeno lei: rimangono perfetti e
impettiti, con il cameriere che li guarda confuso.
«Eva, fidati, devi provare i loro salumi.»
«Manfredi, per piacere, il vino si addice al pesce.»
«Posso farvelo misto, signori.»
Nessuno lo guarda; si scontrano negli occhi azzurri, si puntano
gli sguardi come fossero pistole.
«… E possiamo accompagnarlo con delle bollicine, ideali con
carne e pesce. Ho un Col Vetoraz che val la pena d’essere provato.»
Manfredi le dona il suo profilo, tagliente e sfrontato.
«Sì, la ringrazio Francesco. Lasci anche il Sauvignon, la
signorina non apprezza le bollicine.» Poi torna a guardarla e sguaina
il sorriso: «Sa … i tedeschi.»
La poesia di Pascoli, i petali, la notte stellata, il mistero, il
bigliettino in camera …
Tutto uno stupido piano per studiare un competitor: lei. Invitarla
a cena: un diversivo molto furbo per studiare la preda, prima di
abbatterla. Sente di nuovo lo strappo della disillusione. Si impone di
diventare di marmo, parla senza emozioni, l’avrebbe battuto allo
stesso gioco.
«Avrei valutato la vostra proposta se aveste avuto la decenza di
sottopormela.»
«Puoi valutarla ora. Un buon capo non è chi ha buone idee, ma
chi ha l’umiltà di ascoltarle tutte e il potere di concretizzarle.»
Manfredi si sporge verso di lei e abbassa il tono. «Ti ricorda
qualcosa?»
È una delle regole, la settima del decalogo del grande Herman
Baumann, suo padre, il cui impero è sbucato dal nulla per gettare
nell’ombra tutto il resto, famiglia compresa.
La genesi dei Baumann, come la chiama lui, con aria biblica e
battute annesse, per impressionare le nuove conoscenze. La genesi
di una famiglia patinata e devastata.
A ventidue anni Herman lavorava in banca e, quando un uomo
si era presentato per chiedere un prestito aveva illustrato il progetto:
una catena di hotel di lusso, con le caratteristiche di piccoli
appartamenti. Cameriera personale, palestra, spa, e innumerevoli
comfort. Un residence con gli stessi servizi di un albergo, oppure un
hotel con le cucine in camera; dipendeva dalla prospettiva, come
tutto nella vita, diceva. Herman gli aveva rifiutato il prestito e poco
dopo aveva aperto lui stesso la prima struttura. Ormai erano sette in
tutta la Germania e in procinto di sbarcare oltre confine. Il povero
pazzo si chiamava Roger, ora lavorava per Hermann come
segretario. Suo padre riusciva ad apparire un santo anche
spolverando i suoi scheletri alla luce del sole, e Roger, alla fine, era
un segretario perfetto.
Perché Hermann aveva sempre avuto solo cose perfette,
moglie e figlia incluse. Ma Villa von Holstein non è la Baumann
Luxury Houses, è qualcosa di suo, la concretizzazione del luogo
perfetto. Non le serve uno chef egocentrico, le serve qualcuno in
grado di tenere il suo ego fuori dalla sua cucina. Chiuderà lei
l’argomento, licenzierà lei Gualtiero e non approverà la linea.
«Scusa, Manfredi, vado alla toilette.»
Si alza e percorre la terrazza, fugge dai baldacchini chiusi e
dalle ombre di coppie felici, di mani che si sfiorano, di labbra che si
attendono. Appoggia la pochette sul lavandino e sfuma con le dita il
poco fard rosa rimasto sulle guance. Non importa, ci pensa la rabbia
a ravvivarle il colorito. Si rimette il rossetto e sistema con calma lo
chignon. Che Manfredi aspetti pure. Si stira il tubino lilla. Adora che
la parte superiore, dal collo all’ombelico, sia fatta come una camicia,
con piccoli bottoncini di perla e un cinturino sulla vita. Percorre con
l’indice il collier e poi lo scollo alla coreana, slaccia il primo bottone e
si osserva. No, non venderà la sua indipendenza in nome della
popolarità. È già tutto perfetto come lo ha pensato. I piani sono chiari
e Manfredi può fare il creativo alle dipendenze di qualcun altro, se
crede. Se sta alle sue deve seguire le indicazioni. Riallaccia il
bottone, riprende la pochette e torna al tavolo.
Si siede, accavalla le gambe ben attenta a farsi vedere,
appoggia un gomito sul tavolo. Farà ciò che dice lei, ma nel modo
più furbo possibile. Gualtiero le serve, e Manfredi pure.
«Considererò l’idea di aprire il ristorante al pubblico come tu hai
già promesso a Gualtiero. Ma solo se la linea mi convince.» Infilza
un’oliva carnosa con un bastoncino d’argento, sembra una lancia in
miniatura.
«Sia chiaro, niente olive con il nocciolo alla villa, doverlo
sputare è disgustoso.» Sbuffa, è esausta, non sa se a farla sentire
esausta sia il tentativo di opporsi alla testardaggine di Manfredi o la
vista di quelle tenebre d’acqua salata.
Manfredi si appoggia al gomito e socchiude gli occhi, li riduce a
due fessure calde e penetranti. Non esulta per la vittoria, ci è
abituato. Si gode l’ammissione di lei che sì, lui ha sempre avuto
ragione; e sì, è ancora una ragazzina, anche se ha iniziato a dare
ordini.
Eva sputa il nocciolo in un fazzoletto di carta e lo posa nel piatto
in più.
«Allora brindiamo a questo? Alla magnanimità del mio capo che
esaminerà la mia idea?» Ride. «Rilassati, c’è una vista troppo bella
per rimanere impettita.» Alza il calice: «A noi, Eva!»
Eva scuote il capo a tempo con il braccio che solleva il calice.
«Alla villa, Manfredi.»
«Alla villa!»
I taglieri sono quasi vuoti, l’antipasto di pesce è decorato con
roselline di carpaccio. Non l’ha ancora toccato nessuno.
«Devo alzarmi presto, è meglio che vada.»
«Eva, non abbiamo nemmeno cenato.»
«Sono a posto, Manfredi. Dirò a Julie di girarti via mail i dati
degli artisti. Bisogna capire di che attrezzatura hanno bisogno e le
loro tempistiche per la preparazione, te ne occuperai tu …»
Manfredi si alza e le prende la mano, la blocca con la sua
stretta delicata ma ferma. «Non ti lascio andare via.»
«Manfredi, per piacere …»
Con uno strattone leggero la avvicina a sé di qualche millimetro.
«Hai paura, è normale. Puoi concederti di provare un’emozione, una
volta tanto. Andrà tutto bene, gestirai tutto alla perfezione.» Con
l’altra mano le sistema un ciuffo ribelle, lo rimette con cura al suo
posto, incastonandolo tra gli altri fili biondi. Eva sente le sue dita
accarezzare appena la parte superiore dell’orecchio e il suo
autocontrollo precipita.
No, è solo lavoro.
Lui indietreggia, lasciandole addosso la scia delle dita. Non
ribatte, non può gestire i brividi, i pensieri, i desideri e
contemporaneamente far valere la sua posizione; respira e lascia
fluire. Manfredi sta guardando la baia, si alza e si appoggia al
parapetto mentre lei assaggia gli antipasti di pesce.
«L’hai vista la chiesa? Quella che si affaccia sul mare?»
Eva annuisce.
«Nel Seicento il suo campanile era il posto più alto della baia.
Tutte le notti i soldati si mettevano lì sopra per fare da guardia alla
città, potevano vedere molto lontano da lì, e avrebbero suonato le
campane in caso di pericolo.»
Accende una sigaretta e si volta verso di lei, rimane appoggiato
al parapetto e nella penombra sembra un dio nella sua
manifestazione mortale, con i lineamenti ammorbiditi dalla notte. Le
ricorda la favola di Amore e Psiche, nel momento in cui Amore si
mostra e Psiche rimane ammaliata e incastrata da una triste sorte.
Tutta colpa della curiosità, del troppo pensare, del non riuscire ad
abbandonarsi. Continua a guardarlo, credendo d’essere anche lei
sul punto di prendere fuoco. «Una notte d’estate, come questa, il
guardiano si addormentò. E proprio in quella notte i pirati stavano
per attaccare Tellaro. Mentre le navi si avvicinavano e nessuno dava
l’allarme, successe qualcosa di miracoloso. Un enorme polpo saltò
fuori dall’acqua e si aggrappò al campanile, così le campane
suonarono. I cittadini si svegliarono e poterono sventare l’attacco.»
Eva ride. «E da quando ti piacciono le storie per bambini?»
Manfredi torna a sedersi.
Le sfiora la mano, con un tocco improvviso e fugace come una
folata di vento.
«Da quando ho qualcuno a cui raccontarle.» Manfredi prende la
forchetta e infilza una rondella chiara dal contorno violaceo, un
piccolo tentacolo carnoso. «Da quel giorno gli abitanti di Tellaro
furono sempre grati al polpo e iniziarono a rendergli omaggio.»
Le avvicina la forchetta, illuminato dal basso dalla piccola sfera
luminosa.
«Assaggia.»
Eva socchiude le labbra e lo lascia fare. Con un movimento
lento la imbocca e lei chiude gli occhi, immergendosi in quel sapore
lievemente speziato.
«Che ne dici?»
Non riesce a trattenere un sorriso. «I polpi non saltano fuori
dall’acqua.»
Manfredi ride.
«I signori vogliono ordinare?»
«Francesco, vorrei far assaggiare alla signorina la vostra
specialità.» Poi posa gli occhi di ghiaccio su di lei. «Ti fidi?»
«Sì.»
«Perfetto, signori.»
«Cucinare il polpo mi sembra un modo ironico per rendergli
omaggio.» Ridono ancora. «Mi piace come hai lavorato alla villa, è
perfetta.»
«L’ho fatto per te, Eva, non avresti accettato qualcosa che non
lo fosse.» Manfredi riempie di nuovo i bicchieri, prima quello di lei.
«A proposito, ho trovato delle cose durante i lavori. Ho ristrutturato
gli oggetti antichi e li ho usati come elementi di decoro, ci avrai fatto
caso.»
«Ci ho fatto caso.»
«Questo però volevo che lo avessi tu.» Fa cenno al cameriere
che le porta una scatola di stoffa rossa. Sul coperchio ci sono ricami
floreali, intrecciati gli uni agli altri, che nel buio della notte sfoggiano
uno scintillio dorato.
«Manfredi, non era necessario …»
«Aprilo, a proposito, ho chiesto a Francesco di lavorare per te.»
Eva sorride, solleva il coperchio. C’è un libro dalla copertina di
pelle antica, ruvido e graffiato ma impeccabile nella sua bellezza.
Passa il dito sul bordo delle pagine e accarezza la carta ingiallita dai
secoli. Profuma di cuoio.
«Un libro?»
«Un diario. Apparteneva alla padrona di casa, Gertrude von
Holstein. Era la figlia più giovane di una famiglia di nobili tedeschi.
Non ho letto altro.»
«Mi hai dato la sua camera.»
«Sì.»
Manfredi alza i calici e distende le labbra. «I luoghi hanno una
loro magia, Eva. Dalla vecchia padrona di casa alla nuova.»
«Perché non lo hai letto?»
«Confido che mi racconterai tu …»
Eva accarezza la copertina ancora una volta e richiude la
scatola. Se la posa in grembo, la custodisce e la protegge con le
mani, la abbraccia come fosse una nuova vita. La loro nuova vita.
Guarda il mare e le luci di Tellaro, cerca la sagoma della chiesetta
nell’ombra, continua a stringere la scatola e a far scorrere le dita
sulla stoffa setosa. Incrocia lo sguardo di Manfredi, beve e annuisce.
«Durante la cena in barca vorrei che sfilassero le barchette dei
pescatori, ne ho viste molte, tutte colorate …»
«Posso chiamare un pescatore che conosco e organizzarti un
incontro, domani?»
«Sì, grazie.»
«Potrei accompagnarti … Sai, per trattare con gli autoctoni.»
Sogghigna e anche Eva si lascia scappare la traccia di un sorriso.
Lei annuisce: «Va bene, una mano può farmi comodo.»
CAPITOLO 5

Giugno 1999, Marina di Cecina

E ra distesa su un lettino, e teneva appena accavallate le


chilometriche gambe dorate come una scultura colata nel
bronzo. Un cappello di paglia a tesa larga, tenuto in testa più per
vezzo che per vera necessità, le ombreggiava il platino dei capelli
ondulati. Teneva gli occhi chiusi, le lunghe ciglia ricurve puntate
verso la volta celeste e le labbra tinte di prepotente ciclamino, torte
nel lieve sorriso di chi è consapevole di essere una visione inusuale.
Se a Marina di Pietrasanta e a Porto Cervo le bellezze del suo
stampo dovevano vedersela con il bouquet sempre fresco delle
soubrette e delle mogli degli imprenditori, sulla spiaggia di Marina di
Cecina lei aveva tutta l’aria di un’attrice di Hollywood: scaricata lì da
qualche produttore, per mostrare alle famigliole borghesi e ai
pensionati in costume che volto aveva il bel mondo, del quale
leggevano sulle riviste in sala d’attesa e dal parrucchiere.
La verità era che Marina di Cecina le piaceva sul serio. Come
tutte le attrici , era facile alla noia: e nulla la annoiava più dell’ordine
impeccabile, del tempo perfettamente scandito degli stabilimenti alla
moda.
Lì invece, poteva concedersi di stiracchiarsi e persino di
sbadigliare, se voleva. Poteva godersi il sole, senza preoccuparsi
troppo delle rughe. E i suoi fedeli le sfilavano accanto, in bermuda e
gambe pelose, torcendosi il collo per rubare un istante di più e
imprimersi nella memoria quei suoi zigomi alti, e la curva sinuosa dei
fianchi.
Solo un dettaglio le impediva di credere di essere riuscita a
ritagliarsi un giorno perfetto. Un dettaglio dai capelli corti,
parcheggiato sotto l’ombrellone che qualche energumeno depilato
aveva avuto la gentilezza di aprire per lei. Anche senza guardarla,
riusciva a indovinare che posa avesse sua figlia: seduta
sull’asciugamano, le braccia conserte sopra le ginocchia raccolte in
petto e gli occhi celesti che spuntavano da sotto la frangia, e che
fissavano il mare con ribrezzo. Doveva aver finito il suo puzzle,
abbandonato accanto a lei sull’asciugamano.
«Perché non vieni qui al sole con me, mmm?»
Si ostinava a parlare italiano anche con la figlia, con quelle sue
vocali marcate e le “r” che le roteavano sul palato. Eva avrebbe
voluto che non lo facesse, ma ogni volta che se ne lamentava lei
contraeva appena le labbra e ribatteva con un secco “Non essere
sciocca, amore.”
E allora bisognava tacere.
Perché sua madre era Heidi Kessler-Baumann, la straniera
mozzafiato della fiction Due Cuori e una Caparra in onda su Rete 4.
Quando ti chiamava “amore” non c’era possibilità di replica: e lei
chiamava “amore” chiunque. Soltanto il padre di Eva faceva
eccezione. Nelle straordinarie occasioni in cui ancora gli rivolgeva la
parola, lo chiamava semplicemente per nome. Forse per quello,
nelle rare serate in cui si trovavano a cena allo stesso tavolo, si
respirava un’aria così pesante.
«Mettiti la crema e vieni qui, avanti. Si sta così bene.»
«Ho già la crema» le rispose in tedesco, e Heidi sospirò.
L’una guardava il mare, l’altra lo immaginava da dietro le
palpebre chiuse.
«E allora vieni qui.»
«No, poi mi brucio.»
«Come fai a bruciarti sei hai la crema?»
«Mi brucio lo stesso.»
Italiano, tedesco, sospiro.
Erano sempre così le loro conversazioni: italiano, tedesco,
sospiro.
«Non essere sciocca, amore.»
Fine delle comunicazioni.
Eva si scrollò la sabbia dal piede e lanciò un’occhiata alla buca
che aveva scavato: accanto al suo asciugamano si apriva una
voragine umidiccia.
Poi si alzò di scatto, il naso arricciato spruzzato di lentiggini, e si
sistemò sbuffando il pezzo di sopra del bikini. Il primo ciclo le era
venuto due mesi prima, quando ancora andava a scuola: e la madre,
che di solito relegava alla tata il compito di comprarle i vestiti, l’aveva
personalmente trascinata a scegliere un costume “da signorina”.
Poco importava che il corpo di Eva non sentisse ancora la
particolare necessità di sembrare adulto.
Quando si fu sistemata, la ragazza staccò un cappellino da
baseball dalle stecche dell’ombrellone e se lo calcò sulla testa.
«Vai a fare il bagno?»
«A fare un giro.»
«Non ti allontanare troppo, amore, e metti il cappello.»
Eva non rispose e si allontanò a passi svelti. La spiaggia le
scivolava sotto i piedi. Si affrettò verso il bagnasciuga, dove la
sabbia non scottava e piccoli stormi di bambini costruivano castelli e
fossati. Li guardava con le sopracciglia aggrottate, le mani premute
sui fianchi. Con quelle loro vocette acute da gabbiani di terra, mentre
edificavano monumenti talmente malfatti che sarebbe bastato
passargli accanto, allungare il piede e …
Un torrione crollò su se stesso, in una valanga umida. Eva
nascose un sorrisetto sadico sotto la visiera del cappellino, mentre i
bambini si lamentavano e la struttura del castello franava fra la
schiuma. A dodici anni si sentiva distante da loro quasi quanto si
sentiva lontana dagli anziani.
Eva si allontanò ancora, finché trovò una parte di bagnasciuga
completamente vuota. Si sedette sulla sabbia bagnata, nel punto
dove il mare saliva con il ritmo di una carezza e le avvolgeva le
gambe. Sott’acqua, la sua pelle candida pareva quasi celeste.
Quando un banco di piccoli pesci le si avvicinò, incuriosito, la
ragazza agitò l’acqua con i piedi per mandarli via. Fuggirono
sparpagliandosi, come schegge di vetro colorato contro il
verdazzurro del fondale.
«Eccoti, Casper. Finito di fare i puzzle?»
Eva si voltò di scatto; era già passato un anno dall’ultima volta
in cui aveva sentito quella voce. Sua madre non le aveva detto che i
Della Gherardesca erano già arrivati a Cecina. E ora lui le stava di
fronte, con i bermuda neri e una nuova peluria sotto al mento. Eva
studiò il suo fisico stiracchiato da quindicenne, il ghigno da giovane
volpe, i ricci biondo scuro che gli cadevano fin sulle spalle. Se li era
fatti crescere da quando era morto Kurt Cobain, cinque anni prima. A
nulla erano servite le minacce e le implorazioni di sua madre: e a
giudicare da come rilucevano sotto il sole, farsi crescere i capelli
doveva essere il suo modo di ribellarsi preferito. E poi, sapeva bene
che alla sua amica tedesca i suoi capelli lunghi piacevano un sacco.
Ogni anno qualcosa nel suo volto cambiava, la voce si faceva
più profonda, le spalle più appuntite. Ogni estate, quando Eva
scendeva da Amburgo verso quel paradiso di acqua pulita, sudore e
ustioni, Manfredi della Gherardesca pareva una sempre nuova
versione di se stesso. Solo tre cose rimanevano le stesse: gli occhi
penetranti, da adulto, e il gusto che provava nel prenderla in giro.
«La smetti di chiamarmi così?»
Si finse irritata, e le riuscì bene. In bocca a lei, l’italiano aveva
sempre una sfumatura più aspra.
Manfredi ridacchiò, mentre le si sedeva accanto, nell’acqua
bassa.
«Mai, Casper.»
«Guarda che non bisogna abbronzarsi per forza.»
«Che scherzi, principessina, te devi rimanere bianca, almeno ci
peschiamo i polpi.»
Eva lo guardò come se fosse impazzito di colpo.
«Sei scemo?»
«Te lo giuro. Ma che vuoi saperne te di ’ste cose, è roba da
uomini questa.»
Eva avrebbe scommesso che le dita affusolate di Manfredi non
avessero mai neanche lontanamente sfiorato un polpo vivo, ma non
disse nulla. Quando doveva spiegarle qualcosa, con quella sua aria
da guida turistica, diventava impossibile interromperlo. E poi, quella
faccenda dei polpi non le piaceva affatto.
«Si usa un’esca bianca con degli ami, una zampa di gallina e
uno straccio bianco. Li calano in acqua e il polpo ci si attacca. Gli
piacciono le cose chiare.»
Aveva un forte accento, aspirava le “c ” fino a farle scomparire.
Eva sospettava che calcare la pronuncia toscana fosse un modo
tutto suo per farla sentire ancora più fuori posto.
Manfredi indicò con un cenno della testa le gambe di lei.
«Guarda che rischi a star lì nell’acqua, eh.»
«Rischio cosa?»
«Ma mi ascolti o fai finta? Che ti prenda un polpo. Io poi non ti
salvo, eh, sappilo.»
Eva scattò in piedi, sollevando schizzi e schiuma. Il ragazzo
fece lo stesso.
«Non mi hai detto come stai.»
«Io bene. Il solito. Mi annoio.»
«Senza di me ci credo che ti annoi. E quella gran fi’a di tua
mamma?»
Eva gli tirò un pugno sul braccio, sopra il gomito. Lui si accasciò
nella risacca, ridendo, mentre la ragazza lo schizzava d’acqua.
«Ma che m’affoghi, Casper?»
Eva gli saltò sopra, con tutto l’intento di soffocarlo. Il cappellino
le volò via, mentre Manfredi lottava per tenerla lontana dalla sua
faccia.
«Basta! Basta! Mi arrendo!»
Eva gli fece ingoiare ancora un po’ d’acqua, prima di scivolare
di lato e permettergli di rialzarsi. Manfredi si mise in piedi, tossendo, i
riccioli bagnati che gli sgocciolavano sulla schiena.
«Sei sempre una stronzetta, eh?»
Eva, ancora seduta in acqua, si rimise il cappello e gli fece la
linguaccia.
Quando si fu ricomposto, il ragazzo si accucciò di fronte a lei, i
piedi che affondavano nella sabbia.
Si trovavano sullo stesso piano, adesso, e rimase un istante a
guardarla: le ciglia chiare, da bambola, e il rossore sparso sul naso.
La conosceva da abbastanza tempo per sapere che, nonostante il
tentato omicidio, era felice di rivederlo.
«Dai, principessina, andiamo in pineta. Voglio prendermi un
gelato..»
Eva si sporse oltre la spalla di lui, oltre la fila colorata degli
ombrelloni e dei bagnanti: dietro le ultime dune, un fitto boschetto di
pini marittimi si stiracchiava verso il cielo con la promessa di una
meravigliosa frescura. Qualcuno aveva piantato delle tende, e si
sentiva chiaramente una radio strillare a squarciagola un ritmo latino.
Ricky Martin, senza dubbio.
“Un, dos, tres, un pasito pa’lante María.”
«Andiamo.»
Si incamminò verso la spiaggia, i piedi che calcavano la sabbia
con impronte bagnate. Manfredi la seguì, con passi lunghi da felino
maldestro.
«Non chiedi prima il permesso alla mammina?»
«Tu chiedi mai il permesso di rompere le palle?»
Manfredi le diede un colpetto dietro la nuca, e la superò.
«Brava, Eva. Allora le impari le parolacce.»
«Ah-ah. Vieni a mangiare da noi stasera?»
«Solo se non cucina tua madre.»
«No, cucina la tata. Ha fatto la pizza.»
«Quando saremo sposati la farò io per te, principessina. Giuro.»
«Ma se non sai neanche friggere un uovo!»
I gabbiani, sopra le loro teste, si inseguivano ridendo, come
frecce piumate lanciate nel blu.

Maggio 2019, Lerici

Eva allenta il nodo che le chiude la vestaglia.


Impiega più tempo del solito, con il laccio di raso che le si
attorciglia fra le dita. Si sente strana, come se potesse alzarsi in volo
da un momento all’altro, ma qualcosa glielo impedisse col suo peso.
Ha il cuore costretto in una morsa, e a ogni respiro la stretta si fa più
decisa. Scuote la testa, mentre si sfila la vestaglia e la ripiega su una
sedia. Resta con il solo baby-doll di seta, e scivola lentamente sotto
le lenzuola. Forse, se si addormenterà subito, quella sensazione alla
bocca dello stomaco sparirà da sola. Forse domani riuscirà ad
affogarla, nel mare agitato delle cose da fare. Si gira sul fianco,
allunga le dita per spegnere la luce dorata dell’abat-jour: ma il suo
sguardo cade sulla scatola rossa, sui suoi ricami floreali. Lucenti,
sinuosi, che la invitano ad aprirla. Eva spegne la luce, e nel buio si fa
sfuggire uno sbuffo spazientito: poi riaccende la lampada.
La scatola si apre docilmente, la pelle del diario è morbida sotto
le dita.
La curiosità sarà la sua rovina, si convince Eva, e si mette a
sedere prima di aprire il libro e posarlo sulle ginocchia. La grafia è
delicata, inclinata verso destra, con le “g” e le “f” allungate e sottili.
Riesce a immaginare soltanto una bambina, con una scrittura simile:
qualcuno che ha imparato l’eleganza a suon di bacchettate sulle
dita.
Eva inizia a leggere, mentre oltre i vetri il fruscio delle onde
accompagna il suo respiro.

10 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
se tu fossi un vivo intelletto, e non carta rilegata in una
copertina rossa, rideresti così tanto di me! Una donna fatta
e cresciuta, in età da marito, che intinge il pennino nei suoi
dispiaceri e traccia le parole “caro diario” come una
bimbetta. Riderei, oh, riderei di me io stessa, se la mia vita
non fosse un tale scherzo crudele che fa sghignazzare
soltanto chi mi ha mandata qui, fra le reti dei pescatori.
Vorrai perdonare il mio melodramma, ma ne ho ogni
ragione.
Il viaggio è stato infernale, il treno soffocante, il corsetto
troppo stretto.
Maria mi ha aiutata a toglierlo, una volta in camera, non
avrei potuto tollerarlo un istante di più. Quella cara, cara
signora! L’unico volto gradito tra queste quattro mura, ben
più di chi è familiare ma odioso.
Ma andiamo per gradi, ché il disordine mi ha condotta
qui. Il disordine è la mia sventura, il disordine! Andiamo
con ordine, così forse, se leggeranno i miei scritti quando
sarò affogata nell’amarezza, o in quel mare azzurro che mi
tiene d’occhio dalla finestra, forse chi leggerà capirà che
non sono pazza.
Ho detto d’essere in età da marito. Ebbene, io non lo
voglio questo marito. Perché dovrei? Non sono fatta per
esser moglie. La signora madre dice che sono troppo
magra, che non partorirò mai figli sani: e sono magra per
capriccio, dice, non costituzione, e per le strane idee che
ho per la testa. Se non sapessi quanto tutto ciò sia
assurdo, finirei per convincermene io stessa, solo come
riflesso della sua certezza. I figli sono lo specchio dei
genitori, così dicono: ma deve averlo detto chi non ne ha
mai avuti. La signora madre, col suo occhio vigile e le
rughe cattive, non mi somiglia per niente!
E che dire del signor padre, figlio di una baionetta, si
direbbe. Rigido come un bastone, intagliato nel cuoio e
guai ad avvicinarsi quando è in salotto col signor zio, a
parlare dell’imperatore e del cancelliere e della guerra che
chissà se si farà. Sembra quasi gentile, il signor zio,
accanto a quella baionetta di mio padre, quella lama
inflessibile che ha infilzato anche me.
Crisi di nervi! E che altro aspettarsi da chi non ha
alcuno con cui parlare se non Günther, e in cambio si fa
ricoprire d’ingiurie e cattiverie d’ogni sorta? Günther,
l’occhio destro di nostro padre, venuto qui per spiarmi e
tenermi buona.
Vorrei solo esser lasciata in pace con i miei libri.
Studiare, come le inglesi libere, e diventare qualcuno, un
giorno, un medico, un poeta, chissà! Ma per ora ho solo
questa stanza rotonda, questo pennino e queste carte.
Bussano alla porta.

Maria è venuta a controllare che stessi bene. Parla un


tedesco rudimentale, da vecchia governante che ha
imparato la lingua dai bambini degli altri: frasi brevi, dirette,
e sono certa, un mare di profanità.
Mi ha portato un mazzolino di fiori gialli, d’un giallo
prepotente, e mi ha detto di annusarli se dovessi farmi
prendere dal panico.
Ho messo il mazzolino in un vaso di porcellana, sullo
scrittoio. Forse avrei dovuto invitarla a entrare: Maria non
ha neanche atteso il mio ritorno sulla porta, e se ne è
andata senza una parola. Meglio così, anche se avrei
voluto ringraziarla. Ora, mentre sono china su queste
carte, mi domando dove sia. Mi domando dove siano tutti,
in questa casa sconfinata: i domestici, il cuoco, il
giardiniere. Dove sia la cucina, dove la biblioteca. Hanno
spogliato la mia camera di tutti i libri della mia infanzia, e di
quelli lasciati per caso dalla signora madre, quando ancora
leggeva. Il profumo dei fiori ha un calore narcotico, come
una carezza prima di addormentarsi. Ginestra, la chiamano
i manuali di botanica. Forse mi stenderò a letto, e proverò
a riposare.
Fuori dalla finestra, il sole che cade sugli scogli, oltre la
baia, è così tagliente che rischio di ferirmi se lo guardo
troppo a lungo.
Gertrude

Un leggero bussare la distoglie dalle pagine.


Eva alza lo sguardo verso la porta, chiude il diario usando il dito
come segnalibro. Un altro toc toc, sommesso, quasi un sussurro sul
legno. Scivola giù dal letto, attraversa la stanza con le gambe nude
che paiono di cera, nella luce soffusa. Non si dà la pena di rimettere
la vestaglia. Sa chi troverà, dall’altra parte.
«Ti sembra un orario consono per una visita?»
La porta si apre lentamente, rivela Manfredi appoggiato allo
stipite. Ha due bottoni della camicia aperti sul petto, gli occhi stanchi
di chi non riesce a convincersi a dormire. Sorride, di fronte al tono
sostenuto di Eva.
«D’accordo, Vostra maestà. La prossima volta vi farò avere un
biglietto.»
Lei si sorprende a ricambiare il sorriso. Sì, è ancora l’unico in
grado di prendere la sua aria di superiorità e renderla un aereo di
carta velina. Scuote la testa, lentamente.
«Dunque? Che c’è?»
«Dormivi?»
Eva alza la mano che regge il diario. Il sorriso di Manfredi si
allarga.
«Smaniavi così tanto di leggerlo?»
«Non … Non riuscivo a dormire.»
Lui annuisce, come se avesse avuto una conferma. Rimane in
silenzio a guardarla, lascia scorrere gli occhi sulla seta del baby-doll.
Eva avverte quello sguardo come una carezza fisica: scivola sulla
pelle nuda delle spalle, sulla lieve rotondità del seno, sul ventre
liscio. Come un sospiro caldo, sussurrato a fior di labbra.
Eva incrocia le braccia, l’unica armatura che le resta di fronte a
quegli occhi implacabili.
«Sei venuto qui solo per farmi la radiografia?»
«Non ho bisogno di attraversare il corridoio per sapere come
sei quando vai a dormire.» Le sue dita si posano sulla spalla di lei, la
carezzano lentamente.
Sentono la pelle ricoprirsi di brividi, sotto il suo tocco esperto.
Scende, piano, fino al gomito. «Però è sempre una bella visione.»
Le dita scivolano, per un istante le avvolgono il polso sottile: ma
poi procedono oltre, incontrano la pelle ruvida del diario.
«Ti sta piacendo?»
Eva lo guarda con gli occhi spalancati, le labbra socchiuse. Il
cuore le corre nel petto, furibondo, assetato. «… Come?»
«Il diario. Ti sta piacendo?»
Eva annuisce, nervosa. Si schiarisce la gola, prima di
rispondere.
«Interessante. Ma lei è un po’…»
«Lamentosa?»
«Lamentosa. L’hai letto?»
«Quasi tutto.»
Lei lo liquida, scuotendo la testa.
«Comunque lei è già una piaga.»
«Mettiti nei suoi panni, Eva.» Le dita tornano a carezzarle il
polso, disegnano lacci e arabeschi con lentezza insopportabile.
«Una ragazzina tedesca gettata in un mondo che parla un’altra
lingua, tutta sola, confinata in una città di mare … Tu avresti fatto di
peggio.»
«Intanto per incominciare, io non …»
Manfredi afferra il suo polso con fermezza, la attira a sé. Eva,
presa alla sprovvista, si sbilancia in avanti: è il petto di lui a impedirle
di cadere. La accoglie, la sostiene: ne avverte il calore, e il profilo di
ogni muscolo, oltre la sottile barriera dei vestiti. Il viso le va a fuoco,
avvampa a pochi centimetri dalle labbra sottili di lui.
«Vedrai, ti piacerà» sussurra Manfredi. Le solleva il mento con
un dito, la obbliga a sostenere il suo sguardo. Un pugnale di
ghiaccio, pronto a colpirla. «O almeno, ti aiuterà a … distrarti.»
Il suo volto si avvicina a quello di Eva, cala dall’alto come una
promessa mai dimenticata: e mentre lei trattiene appena il respiro, le
posa un bacio leggero sulla fronte. Solo un istante, così lieve da non
lasciare tracce: e poi si ritrae, la libera dalle sue spire prima di
indietreggiare di un passo.
«Buonanotte, Eva. Dormi bene» mormora. Lei non ha il tempo
di replicare.
Manfredi ha appena lasciato le sue ultime parole lì, sulla soglia:
e già la penombra del corridoio lo reclama. Eva attende di sentire i
suoi passi venir inghiottiti dal silenzio della villa: poi, pian piano,
chiude la porta. Gli ingranaggi scattano, e lei appoggia la schiena
contro il legno che la separa dal buio.
Il cuore scalpita nel suo petto, le pare di sentirlo urlare: la incita,
vorrebbe scollarla da lì e gettarla nel corridoio. Vorrebbe sciogliere le
sue catene, scuoterla, sconvolgerla. Si preme la mano libera sul
petto, nel tentativo di tenerlo fermo. Chiude gli occhi, e il sorriso di
Manfredi risplende nella sua mente. Sente ancora la scia delle sue
dita, il suo bacio che arde come un marchio. Le tremano le gambe,
se non ci fosse la porta a sorreggerla cadrebbe sul pavimento … E
quel calore invadente, che le stringe lo stomaco e scende giù, con
una fitta, fra le sue cosce …
Riapre gli occhi, lancia un sospiro che è quasi un ringhio.
Mormora un’imprecazione, prima di staccarsi dalla porta e lanciare il
diario sul letto. Il libro atterra accanto al cuscino, si apre su una
pagina bianca. Ma Eva non lo guarda più. È diretta verso il bagno,
col passo di chi ha intenzione di lavare via ogni pensiero sotto un
getto d’acqua gelida.

Giugno 2004, Marina di Cecina

Quando la porta si aprì, due scarpe col tacco, di pelle rosa cipria, si
fermarono sul tappetino d’ingresso. Parevano indecise sul da farsi,
se avanzare verso il buio della casa o fare dietrofront, sparendo
nell’arancio del tramonto. Un attimo di dubbio, un’esitazione: ma poi,
ticchettando, superarono l’uscio, trascinandosi dietro una valigia. La
porta d’ingresso si chiuse, le scarpe avanzarono nella penombra,
aggirando con aria esperta gli spigoli dei mobili: finché non
raggiunsero le finestre, e la luce si fece largo come un’ospite gradita
e desiderata. Illuminò Eva, che si sfilava le scarpe e si asciugava il
sudore con il dorso della mano. Aveva i capelli raccolti in uno
chignon elegante e orecchini di madreperla che le pendevano dai
lobi. Ben poco era rimasto della ragazzina scontrosa col taglio da
maschiaccio; o almeno, qualunque cosa fosse sopravvissuto allo
scorrere degli anni era ben nascosto, sotto il velo di cipria e la linea
sottile dell’eyeliner. La ragazza aprì tutte le finestre, lasciando che il
tramonto inondasse il piano terra: poi afferrò valigia e beauty case, e
prese a trascinarli su per le scale. A ogni passo, una piccola luce
dotata di sensore si accendeva su uno dei gradini. L’ennesima idea
geniale di sua madre, che ogni volta che rientrava tardi si lamentava
di non riuscire a fare le scale.
«Con queste finalmente non rischieremo l’osso del collo!»
aveva detto.
Nonostante a ogni passo la valigia le sbattesse sulle caviglie,
Eva sorrise fra sé. Ora che il liceo era concluso, ora che era
diplomata, finalmente la casa al mare era tutta per lei: niente dive
della televisione che di notte incespicavano nei gradini, niente ore
morte fra il pranzo e le quattro del pomeriggio in attesa di andare in
spiaggia. Avrebbe fatto ciò che voleva, da quel momento in poi.
Sarebbe stata la sua estate in Italia.
Percorse il corridoio fino alla sua stanza, e aprì la porta con un
sospiro di fatica mista a liberazione. Gettò i bagagli sul letto e corse
ad aprire le persiane. Si sporse fuori, inspirando a fondo l’odore
multicolore del salmastro, della resina dei pini e dell’asfalto.
Il viale alberato correva alla sua destra, con le biciclette che lo
attraversavano in corsa verso il mare; e davanti a lei stava la villa dei
Della Gherardesca, con il suo giardino e gli alberi carichi di limoni, le
persiane chiuse dipinte di rosso e il padrone di casa in persona, che
innaffiava le ortensie in costume da bagno e la pelata che riluceva al
sole.
Eva frugò con lo sguardo nel giardino dei vicini, alla ricerca di
una presenza familiare: ma non trovò nulla. Manfredi doveva essere
rimasto a Genova. Era ancora tempo di sessione d’esami, dopotutto.
Si allontanò dalla finestra, con uno strano groppo in gola che
non riusciva a spiegarsi.
Passò accanto a una scrivania, ingombra di libri, scatole di
puzzle e fotografie: una bella signora con la permanente e le guance
rosse, con in braccio una neonata; un uomo alto, rasato di fresco,
con un levriero al guinzaglio; una bambina con la bandana in testa e
la maglia dei Cavalieri dello Zodiaco, su uno sfondo di sabbia e
borse di paglia.
La ragazza frugò nella tasca della gonna e ne tirò fuori un
Motorola argentato. Lo aprì col pollice e lo schermo si accese:
nessun messaggio, nessuna chiamata. Con le labbra strette, posò il
cellulare sulla scrivania, accanto alla sua fotografia da bambina.
Ventun anni, e quel disgraziato ancora si rifiutava di comprarsi un
telefono e rendersi raggiungibile. La tecnologia gli era nemica,
diceva, e in mano sua quegli aggeggi smettevano misteriosamente
di funzionare. E poi non gli piaceva l’idea di essere sempre a
disposizione.
«Se ti manco tanto» le aveva detto due estati prima, l’ultima
volta che Eva era scesa in Italia, «scrivimi una lettera,
principessina.»
Al ricordo di quelle parole, e del sogghigno che le aveva
accompagnate, la ragazza scosse la testa. Una lettera, figurarsi.
Certi sentimentalismi da romanzetto rosa non le appartenevano,
proprio no.
Iniziò a disfare le valigie, ma si interruppe quasi subito: la
priorità era una doccia, per lavarsi via il viaggio e la calura. Prese il
beauty e andò in bagno. Le piastrelle erano ancora azzurre come le
ricordava, le saponette e i flaconcini degli hotel di suo padre ancora
incartati sul mobile accanto al lavandino. Si guardò allo specchio e
fece una smorfia quando scovò un’impercettibile sbavatura del
mascara: poi scosse la testa e aprì il beauty. Struccante, shampoo,
balsamo, bagnoschiuma, spuma per capelli, crema per il corpo,
idratante per il viso: li mise in fila sul lavandino, nell’ordine in cui li
avrebbe usati. Rimase per un attimo a guardare i flaconi, col loro
design minimal da marchi costosi, e mentre si sbottonava la
camicetta, si domandò che fine avesse fatto la maglietta dei
Cavalieri dello Zodiaco, e quand’era stato che aveva imparato a
usare tanti prodotti per una doccia sola. Rimase nuda, il fisico snello
che in due estati si era finalmente deciso a maturare un accenno di
fianchi e di seno: e, presi fra le braccia i flaconi, si chiese quand’è
che aveva iniziato a somigliare così tanto a sua madre.

Il campanello squillò e la fece sobbalzare.


Si era appena avvolta in un asciugamano, i capelli sciolti e
umidi che le sgocciolavano sulla schiena e il viso arrossato dal
vapore. Eva sbuffò, e si sistemò meglio l’asciugamano, prima di
precipitarsi fuori dal bagno.
Un altro squillo. Un terzo.
Rischiò di scivolare su uno dei gradini, e si aggrappò al
corrimano.
«Arrivo, e basta, arrivo!»
Lanciò un’occhiata al proprio riflesso nello specchio appeso
accanto all’attaccapanni. A giudicare dal suo sguardo furente,
pareva in procinto di dare fuoco al mondo intero. Perfetto. Si
aggrappò alla maniglia e spalancò la porta, pronta a lanciare fulmini
e saette. Ma la voce le morì in gola e lei rimase lì, raggelata
sull’uscio con i piedi nudi.
«Ciao, Eva.»
La voce di Manfredi era più profonda che nei suoi ricordi.
Era cambiato.
Stava poggiato allo stipite della porta, i capelli corti e pettinati
all’indietro. Aveva smesso di portare magliette di gruppi punk e la
camicia aperta sul petto gli fasciava le spalle. Anche il suo viso era
cambiato: più spigoloso, adulto, con il taglio netto della mascella e le
labbra sottili aperte in un sorriso maturo, consapevole.
Ed era bello, dolorosamente bello, come un principe italiano
fuggito da una fiaba medievale.
Eva, con i suoi capelli bagnati, avrebbe voluto sprofondare sotto
il pavimento.
«Hai tagliato i capelli.»
Si pentì subito di quelle parole, le prime che gli rivolgeva dopo
due anni, e si morse la lingua. Possibile che non avesse niente di più
intelligente da dire? Era sempre lui, il solito ragazzino di Firenze che
a ogni estate le impediva di morire di noia, niente di più. Ma che le
era preso?
Il sorriso di lui si allargò, e si passò le dita fra i ricci ormai
domati.
«Sempre molto perspicace, principessina.»
«Sempre pessimo tempismo, Manfredi.»
Il ragazzo la guardò a lungo, con l’ombra del suo ghigno
appesa agli angoli della bocca. Studiò il cipiglio di lei, quel suo
testardo nascondere l’agitazione dietro la piega sfrontata delle
labbra e il battito rapido delle ciglia. Rimase in silenzio, mentre i suoi
occhi di ghiaccio scorrevano sulla curva morbida degli zigomi, sul
collo e più giù, come un rivolo d’acqua gelida. Era sbocciata come
un giglio, in silenzio, senza che lui potesse vederla. Quanto a lungo
l’aveva pensata, negli ultimi inverni che parevano non dover finire
mai. Quante ore passate a immaginarla, a plasmarla a suo
piacimento per creare l’immagine della donna perfetta che sapeva
sarebbe diventata. E ora prolungava l’attesa, col suo silenzio,
consapevole della tensione nelle spalle di Eva: e se la godeva fino in
fondo, mentre misurava lo spazio che li separava con il cuore in
gola.
«Mio padre mi ha detto che ha visto le tue persiane aperte. Ero
coi miei amici in pineta, ma sono corso a salutarti.»
Un calore mai provato pizzicò la gola di Eva e scese giù, fin
dietro lo sterno. Si schiarì la voce mentre spostava il peso da un
piede all’altro. Che situazione inutilmente imbarazzante, perché non
gli chiedeva di entrare e basta …
«Allora ce l’hai un cellulare.»
Lui annuì. «Sono stato costretto. Ma sono contento di averlo
preso.»
Allungò una mano, quel tanto che bastava per sfiorarle il viso.
Le accarezzò la guancia, seguendo la scia bagnata dei capelli umidi.
«Dio, sei la cosa più bella che io abbia mai visto.»
«Se credi di farti perdonare per avermi disturbata a quest’ora
con qualche lusinga ti sba …»
Manfredi la afferrò per le spalle e la attirò a sé: la strinse, la
avvolse con braccia avide, che esigevano di essere accontentate.
Eva gli posò le mani sul petto, gli occhi spalancati fissi su quel volto
che la sovrastava e le toglieva il fiato. Le sollevò il mento e la baciò.
Proprio lì, sulla soglia di casa.
Eva si lasciò catturare. Schiuse le labbra, le mani strette al
tessuto della camicia di lui, e firmò la sua resa. Senza separarsi da
lei, dalla sua bocca da bambina, Manfredi la sollevò da terra e la
prese in braccio.
E tutto fu confuso, un’unica nebulosa che aveva l’odore delle
stanze chiuse da troppo tempo e che anelavano la luce. La porta
chiusa, l’asciugamano sul pavimento, il divano. I capelli di Eva
sparpagliati come alghe marine, e il suo corpo di conchiglia e
alabastro dilaniato da baci furibondi e dita bramose. Manfredi le
stava sopra: si fermava solo per pochi istanti, per godersi i suoi
gemiti e quegli occhi che lo imploravano, che chiedevano di più. Ma
poi la fame si faceva insopportabile e tornava a sbranarla, a
sgualcire i suoi petali.
«Mi farai morire.»
Manfredi la guardò, mentre le sue dita sparivano fra le gambe di
Eva e lei si inarcava sul divano, e con un sospiro gli si offriva.
Totalmente, definitivamente sua.
Si tolse gli ultimi abiti che lo separavano dal suo desiderio. Le
prese il viso in una mano, la distanza di un fiato che lo separava
dalle sue labbra schiuse, dal suo respiro affannato. Fece per
baciarla ancora: ma si fermò, così vicino da riuscire a percepire
l’elettricità correre sulle labbra di Eva. Insopportabile, furibonda: e
capì che mai più avrebbe amato così. Mai più avrebbe desiderato
così tanto prendere quell’elettricità, farla sua per sempre, nutrirsene.
Sussurrò e strinse nel pugno il cuore di Eva.
«Solo se lo vorrai.»
Lei si aggrappò alle sue spalle e gli morse il lobo dell’orecchio.
Quando Manfredi le scivolò dentro, Eva gli affondò le unghie nella
carne, e urlò.
E fiorì, in quella casa finalmente sua, nella penombra di una
sera d’estate.
CAPITOLO 6

E va si sente come se l’avessero riempita di pietre.


La cucina di Gualtiero si fa spazio nello stomaco, ma
quando si smette di mangiare sembra di sentirla fermentare.
D’altronde se lo immaginava: piacevole da spingere all’ingordigia
finché dura, ma distruttiva quando si ha finito. Come una storia
d’amore.
Richiude la porta della camera dietro di sé e si precipita sul
tavolino, alza lo schermo del computer e apre Skype: deve chiamare
Julie e confermarle che vanno acquistati i biglietti del treno per i
musicisti d’opera. Avrebbero anche avuto bisogno di visitare la villa
per capire come montare l’attrezzatura, ma Manfredi ha già fissato
un appuntamento. Se ne occuperà lui.
Julie non risponde, l’auricolare bluetooth continua a sibilarle
nell’orecchio il suo suono metallico come a scandire l’ansia
dell’attesa: può sentirla ribollire a tempo e crescere, con la
consapevolezza che stanno scorrendo minuti preziosi.
Guarda l’ora: le 15.07. L’auricolare smette di sibilare e Eva fa
ripartire la chiamata. A tempo del suono metallico, si lava la faccia
con acqua fredda e concede qualche momento di libertà ai capelli,
poi alza l’aria condizionata.
Julie non risponde, ancora.
Eva si toglie le scarpe: i piedi sono esausti da quando usa le
décolleté anche nella villa: le pantofole sono relegate alla sua
piccola camera, dove nessuno può vederla. Lascia perdere Skype e
le scrive una direttiva fredda e chiara. Si ferma davanti allo specchio
e il suo riflesso la guarda stremato, imperlato da lucide gocce di
sudore. La vestaglia di seta, ricamata con rose delicate, scivola sul
suo corpo nudo in una carezza confortevole.
Apre il frigo bar e riempie il bicchiere d’acqua: ci fa galleggiare
dentro una rondella di zenzero, dicono che aiuti a sgonfiarsi e a
digerire. Poi estrae un piccolo barattolo nero e porta tutto in bagno
con lei, spalma la crema verde acido sul viso, lasciando uno strato
spesso e accurato, copre ogni centimetro eccetto gli occhi. Tra
quella melma che profuma di fresco, lo sguardo si apre un varco e si
mostra brillante.
Sembra felice.
Prende il diario e si siede sul letto, lo apre. Mentre con gli occhi
rimane sulle pagine, con le mani accarezza il grembo gonfio: le
appoggia intorno all’ombelico, condannando il colpo di grazia della
torta alle mandorle.

14 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
la mia vita qui alla villa sta diventando sempre più simile a
un brutto racconto di frontiera.
Ho cercato in lungo e in largo, ho frugato negli angoli
più remoti della casa, mi sono spinta persino nelle cantine,
con un lume in mano e sobbalzando per ogni scricchiolio:
ma niente. Di tutti i libri della mia famiglia, non è rimasta
che l’impronta sugli scaffali. Eppure li ricordo! Ricordo
quando li sfogliavo sulle ginocchia di Maria, e le chiedevo
di insegnarmi a leggere, e lei strizzava gli occhi da dietro
gli occhiali per comprendere quei caratteri gotici a lei così
estranei. Ricordo quando Günther, ancora bambino, per
farmi dispiacere mi strappava le pagine da sotto le mani, e
se riusciva scarabocchiava le copertine. Ricordo le storie
dietro le quali mi rifugiavo, per non ascoltare la voce
cigolante della signora madre che mi ripeteva che a furia di
leggere mi sarei disseccata il cervello!
Tutti spariti! Che fare?
Mi aggiro per queste sale come uno spettro inquieto,
vedo il mio riflesso aleggiare indistinto negli specchi, come
se non avessi forma. Sono sempre più debole, e soltanto
gli intrugli che Maria, non sollecitata, si ostina nel
propinarmi riescono a tenermi in piedi. E sento le ossa
pungolarmi da sotto i vestiti.
Perdo peso, come Günther non manca di ricordarmi,
quando si degna di cenare con me prima di andare a fare
baldoria in paese. Me lo posso figurare, con la sua camicia
a righe e il cappello di paglia storto, che fa il cascamorto
con le locali: mentre io sono relegata qui, ad avvizzire nella
penombra. Mi sento come un fiore pressato fra le pagine di
un vecchio volume: recluso, per preservarlo, ma privo di
ogni linfa.
Che casa è questa, senza un rifugio sicuro?
Chiederò a Maria di aiutarmi. Dovessi anche trascorrere
il resto dei miei giorni a strappare erbacce in giardino,
qualunque cosa sarebbe meglio di questa estenuante
immobilità.
G.

Alza gli occhi, accarezza le pagine; era da tanto che non


passava del tempo a leggere, l’ultimo letto su cui ricorda di essere
stata con un libro in mano era quello di Genova.

Genova, dicembre 2002

Manfredi le aveva comprato una sedia a dondolo, ricoperta di pezza


color mattone, intonata al muro della casa di Genova.
Era bassa, a forma di virgola; prima di lei era stata di una diva
degli anni Quaranta che cullava la sua bellezza disarmante a dieci
centimetri da terra. Il bello del design è che mostra chi vorremmo
essere, come l’abbigliamento.
Manfredi glielo ripeteva portandola a braccetto alle svendite di
antiquariato, e metteva il punto alla frase con un leggero bacio sul
collo.
La casa era molto piccola, ma grande abbastanza da fornire un
perfetto rifugio a Eva e alle pile di libri da studiare a memoria, ai
blocchi di appunti e ai loro fervidi sogni. Grande abbastanza per la
sua solitudine.
Lui passava le giornate fuori, prima di uscire non la svegliava, il
suo bacio glielo lasciava sul tavolo sotto forma di croissant
accompagnato da un bigliettino. Ogni giorno scriveva qualcosa di
diverso, un singolare buongiorno fatto di citazioni, dichiarazioni e
consigli su cosa preparare per cena.
Quel giorno le aveva scritto: “Non vedo l’ora di mostrarti al
mondo, ti amo.” Le lasciava anche una tazza ricolma di caffè già
zuccherato, lo preparava con la moka e ci aggiungeva un pizzico di
cacao, poi lo lasciava a raffreddare nel frigo mentre Eva si cullava
negli ultimi sonni.
Lei si svegliava verso le 9.00, seguiva gli indizi attraverso il
dolce tepore della cannella e lo strascico dei sogni ancora sulla
pelle. Appoggiava tutto sul tavolino vicino alla sedia a dondolo,
davanti all’enorme porta finestra spalancata e si godeva il suo bacio.
Era tornata ad Amburgo alla fine dell’estate, aveva dato
qualche esame, comprato i nuovi libri, per poi tornare a Genova i
primi di ottobre. Da allora le giornate scorrevano lente, tra pagine di
volumi economici ricopiate e sguardi imploranti all’orologio
aspettando le 18.00. Manfredi tornava e la riempiva di tutto: baci,
parole, a volte anche dubbi. Rendeva la sua presenza schiacciante
sul letto e sibilante sulle sue labbra. Poi cenavano, era quasi sempre
lui a cucinare, Eva se ne stava appoggiata al frigorifero a osservare
e gli passava gli ingredienti. Quel giorno però era il 7 dicembre, e la
sera avrebbero festeggiato l’imminenza del Natale a casa di amici di
Manfredi. Eva non li conosceva se non come personaggi secondari
degli aneddoti del primo anno di università.
Gabriele era stato il tutor di Manfredi fino a che non aveva
deciso di spostarsi a Londra. Era sparito dicendo poco e
organizzando una delle feste più belle che Genova avesse mai visto.
Poi era tornato, e quella sera Eva l’avrebbe conosciuto. Aveva
iniziato a provare vestiti dalle quattro di pomeriggio, indecisa su cosa
l’avrebbe mostrata come la compagna degna di approvazione dello
studente più popolare e inarrivabile di architettura. Aveva disfatto la
valigia già pronta sul letto, spiegato e indossato ogni capo: di lì a una
settimana sarebbero andati nella casa di Cecina, avrebbero passato
il Natale insieme, le due famiglie unite sotto il vischio e la patina
dell’alta società.
Le veniva la nausea. Non sapeva cosa mettere.
Si sentiva gonfia. Era rimasta a lungo ferma sul letto,
ricomponendo la valigia con sguardo assente e movimenti
meccanici. Poi era uscita a comprare una bottiglia di vino e delle
focacce, e tornata a casa aveva imbandito la tavola con calici e
taglieri.
Non avrebbe dovuto bere vino.
Si era messa a leggere aspettando una soluzione, che la fata
turchina si manifestasse e le costruisse l’abito perfetto, ma l’unico ad
arrivare era stato Manfredi. Era lì, fermo sulla soglia della porta nel
suo maglione bordeaux e il suo sguardo accigliato. Lei non si era
mossa. Si era avvicinato alla sedia a dondolo e aveva fermato il
movimento ondulatorio, l’aveva baciata tenendole il viso con una
mano e bloccandola contro la sua bocca.
«Cosa c’è, Eva?»
«Nulla, perché?»
«Hai cucinato.»
«No, ho comprato tutto dal panettiere.»
Ridacchiò. «Mmm … Allora non è grave quanto sembra.» La
baciò ancora. «Cosa c’è?»
«Non so cosa mettere.»
Manfredi le tese la mano e la fece alzare, attraendola a sé in un
casquè al contrario.
«È che … Vorrei fare bella figura. È importante per te.»
«Faresti bella figura anche in pigiama, Eva.»
Lei si scostò e andò in cucina a prendere la bottiglia di bianco,
tagliò la chiusura di carta stagnola scoprendo il tappo di sughero.
Si muoveva lenta, come per prendere tempo.
Lui gliela rubò dolcemente di mano.
«Ehi. La donna che ho scelto non può fare brutta figura, ho
troppo buon gusto.»
Sogghignò e infilò l’apribottiglie nel sughero. Iniziò a girare.
«Facciamo un gioco: beviamo un calice di vino e poi scelgo io
cosa metti, e tu lo scegli per me … Che ne dici?»
Manfredi riempì i calici e Eva si avvicinò senza far rumore,
come una gatta selvatica. «Dico che questo maglione è
tremendamente sexy, dovresti tenerlo …» Manfredi la cinse a sé e
appoggiò la guancia al suo collo.
«Non se ne parla, Eva.» Poi le baciò il collo. «Possiamo
toglierlo però.» Lei sentiva le sue labbra che risalivano verso il lobo,
che strisciavano morbide, soffermandosi su un centimetro di pelle
che nemmeno sapeva di avere prima del loro tocco. Si sentiva
immobilizzata, come se quel centimetro pregasse perché la bocca di
lui potesse risucchiarlo. La sua mano le attraversava la schiena, la
schiacciava dal basso all’alto fermandosi alle scapole, il ventre
scoperto poteva sentire la carezza pizzicante della lana. Manfredi
riportò le labbra vicino all’orecchio di lei.
«Bevi il tuo vino, piccola. Poi metti il vestito amaranto.»
Si staccò e andò a sedersi sulla poltrona. Eva si appoggiò al
tavolo, ci si aggrappò come se stesse sprofondando. Guardava il
suo uomo tranquillo sulla sedia a dondolo, per niente scomposto dal
desiderio, immerso nella dignità di un attimo rilassante. Si appoggiò
alla porta finestra e si vide nel riflesso: bramosa e distrutta, con
l’equilibrio confuso. Sul tavolo era rimasto solo un calice pieno.

A casa di Gabriele c’erano una quindicina di persone.


Lui e Manfredi si erano salutati abbracciandosi e Eva lo aveva
seguito come un’ombra in pieno giorno, un pallino troppo piccolo per
essere notato. Lui conosceva tutti in quella stanza. Le era stato
strappato via dopo una veloce stretta di mano.
Valerie era sbucata da dietro, allungandole una coppa martini e
un sorriso complice tra le labbra rosse e carnose. Indossava un
abitino bianco che risaltava la sua abbronzatura perfetta anche
d’inverno, e aveva un viso minuto incorniciato da onde prepotenti di
capelli castani. La casa aveva un alto soffitto e pareti contornate da
colonne di marmo: le venature verdastre si inseguivano, in un eterno
lasciarsi e ritrovarsi, mischiarsi ad altre vie e tornare sui loro passi.
Sembravano rivoli di un fiume verde che, visto dall’alto,
spargeva nel bianco freddo il suo tocco di vita.
Seguì Valerie verso un arco che portava in un salotto con divani
di pelle nera e un enorme lampadario di cristallo. All’angolo un
enorme pino addobbato. Nel baldacchino di gocce trasparenti che
pendevano dal cielo, occupando in larghezza una gran parte del
soffitto, i bagliori si scagliavano sulla luce calda della stanza, come
piccoli momenti di cecità.
Valerie allungò il braccio tonico verso il divano nero, aspettò che
Eva si sedesse per mettersi al suo fianco, accavallando le lunghe
gambe. Le sorrise ancora, mentre portava la sua coppa martini alla
bocca, e la studiava con lo sguardo vispo di chi non teme confronti.
Era lei la regina.
«Quindi sei tu l’ultima preda di Manfredi …»
Eva non riuscì a serrare le labbra, rimase sospesa tra la voglia
di scappare e quella di sformare con un pugno quei lineamenti
perfetti, e segretamente sfacciati.
«La sua ragazza» calcò quella definizione con la stessa tenacia
che usò per appoggiare la coppa martini, intoccata.
Valerie le appoggiò una mano sulla coscia: «Si scherza, chérie,
non te la prendere … Manfredi ci ha parlato molto di te …»
«Pensavo non vi vedeste da anni …»
«Sei mesi, più o meno, maggio …»
«Non siete tornati da poco?»
«Due settimane. In realtà Marco è tornato un po’ prima, io e
Michel lo abbiamo raggiunto quando tutto era pronto.»
«Com’è vivere a Londra?»
«Troppo piovosa, chérie.»
«A me non dispiace.»
Sbuffò con grazia. «L’ho sopportata per un anno, e poi ci siamo
spostati a casa dei miei nella Côte d’Azur. Manfri è venuto a trovarci
lì, ti avremmo invitato ma lui non ci aveva detto che avesse una
ragazza ai tempi.» Con l’accento francese sviava l’attenzione dagli
affronti minuti e pungenti come spilli, la assoggettava con le “r”
mosce e le finali di parola sospese nel fascino. «A dire la verità, non
avrei mai creduto che sopravvivessi tanto a lungo da conoscerti.»
Allungò la mano dalle dita ossute, adornate da unghie color cipria,
piccole mandorle lucide e perfettamente lisce.
Le sistemò un filo biondo che si era appoggiato sul naso.
«Complimenti, Eva, sei riuscita a sorprenderci, sei la prima che porta
a un nostro party di Natale. È una tradizione importante …»
Valerie sorrise mostrando denti smaglianti.
Eva raddrizzò le spalle, poi si tolse il cappotto nero.
«Vado a posarlo, dove posso …?»
Valerie la bloccò afferrandole il polso. «Che sbadata, scusami,
chérie. Ci pensa Marzia.» Alzò il braccio in un gesto leggero appena
accennato e una ragazza con una treccia di lato iniziò ad avanzare
nella loro direzione.
Valerie prese la giacca di Eva e gliela porse.
«Tesoro, mettila pure nel mio guardaroba.» Poi si rivolse di
nuovo a Eva, abbassando di poco la voce. «È la nostra tata, ma
stasera ci dà una mano con gli ospiti. Quindi, di cosa ti occupi,
chérie?»
«Sto studiando economia, ad Amburgo.»
«Io ho studiato beni culturali, ma lasciatelo dire … Sei giovane
e bella, quella laurea non ti servirà se troverai qualcuno più affidabile
di Manfri.» Le accarezzò il viso con tocco civettuolo.
«E tu, Valerie, di cosa ti occupi?»
«Oh, no, io non lavoro più. Ci sono troppe cose da fare da
quando è nato Michel.»
Guardò la radiolina sul tavolo, in un design scintillante e
minimal. Taceva.
Eva ripercorse il suo fisico perfetto, fasciato in un vestito che la
abbracciava come la pelle della serpe che, prima della muta, cerca
di corrompere la sua padrona. Sembrava impossibile quella
perfezione, e lo sembrava ancora di più a seguito di una gravidanza.
Si soffermò sul viso e gli occhi enormi e scuri di Valerie trasudavano
vanto nel lasciarsi ammirare. Si ricompose in una posa plastica
come se nascosto nell’albero di Natale ci fosse un fotografo pronto a
scattare. Pareva la versione mora di sua madre.
«Allora, chérie, vuoi parlarne? Ci sono passata anch’io.»
Eva scosse il capo e sorrise: «Ecco … io …»
«Oh, chérie, conosco Manfredi, so quanto è difficile … Perché
pensi che sia finita tra noi?»
Eva si sentì immobilizzata, come se milioni di cinghie la
incatenassero alla pelle pregiata del divano. E una, più stretta delle
altre, le bloccava il collo, obbligandola a osservare quella dea che
continuava la sua tortura fatta di spilli d’oro conficcati nello stomaco.
«Ah, non lo sapevi … Scusami, chérie.»
Si fece forza e prese il bicchiere, bagnò le labbra sperando che
la secchezza del cocktail scansasse quella della sorpresa. «Sì,
Valerie, me lo aveva accennato, tranquilla.»
«Oh, meno male.»
D’un tratto le girò la testa, fece un respiro e richiamò a sé la
fermezza. Se c’era qualcosa che sua madre le aveva insegnato, era
che il modo migliore per scansare una diva come Valerie è fingersi
alleata nel suo stesso gioco.
«Ne eri innamorata?»
«Oh, chérie … Lo eravamo tutte.»
E sua madre era la regina delle dive, Eva si era allenata per
tutta la vita a spodestarla. Cercò quella parte di Heidi Baumann che
anche solo per questioni di genetica doveva essersi annidata in lei,
anche se nel profondo. Riposò il bicchiere fingendo noncuranza.
«Non me ne ha mai parlato …»
Valerie ricambiò allo stesso modo, ne parlava come di un
trattamento estetico di cui non era rimasta soddisfatta.
«Una liason, breve ma intensa. Lui era pazzo di me, si capisce,
era appena arrivato a Genova e io abitavo nella casa di fianco. Devo
ammetterlo, tu lo sai, chérie, ha sempre avuto il suo fascino. Ci
siamo innamorati scoprendo le piccole vie del centro. È grazie a lui
se ho conosciuto Gabriele, lui e Manfredi uscivano spesso insieme e
io li raggiungevo con delle amiche. Ma poi è dovuta finire, chérie.»
Le piantò addosso lo sguardo magnetico, e le si avvicinò
sussurrando. «Io volevo di più, a ventisette anni non ci si può più
permettere di essere un accessorio da sfoggiare alle feste.»
Eva riprese il bicchiere ma non bevve, lo usò per focalizzare
l’attenzione. Come se tenerlo in bilico la aiutasse a non sprofondare
nel vestito che Manfredi aveva scelto per lei, a sopportare le caviglie
che vacillavano nelle décolleté, il cuore che voleva scappare dalla
costrizione dello scollo a spillo.
Si alzò barcollando.
«Scusami, Valerie. Vado a fumare.»
«Puoi fumare qui, chérie, io ho smesso con la gravidanza ma
non mi dà fastidio.»
«Farei volentieri un giro sul terrazzo in realtà …»
«E allora prego, vado a salutare gli altri ospiti.»
Il terrazzo sembrava una selva: nel buio le piante allungavano
le zampe e sfoderavano gli artigli, si fingevano immobili nel momento
prima di agguantarla. Gli ospiti erano dentro, e dei fili luminosi
percorrevano i rami come occhi nascosti, spie impercettibili di razze
malvagie. Il buio delle colline oltre Genova stava ad attenderla
placido, passo dopo passo. Pochi metri, lo spazio necessario per
due sdraio di vimini e un tavolino.
Eva guardava le foglie che ricoprivano il parapetto e poi
scalavano le mura. Sembravano stritolare la casa in una morsa.
Le cicale cantavano poesie notturne e colmavano il suono della
quiete con il presagio della tempesta. Eva posò le mani sul grembo e
lo sguardo nell’oscurità.
«Eccola la mia Eva.» Manfredi la abbracciò da dietro. «Non hai
freddo?»
Lei non rispose.
«Valerie ha detto che eri fuori a fumare … Che succede?» La
strinse più forte.
«Nulla.»
«Tu non fumi, e a giudicare dal posacenere vuoto non hai
iniziato, quindi “nulla” non è una risposta sincera.»
Eva si divincolò: «Ottimo spirito d’osservazione.» Non smise di
guardare davanti a sé. «Perché non mi hai detto di Valerie?»
«È acqua passata.» Manfredi si sedette sulla sdraio puntando
verso le stelle, come se con i loro raggi potessero sfumare la sua
carnagione.
«Siamo a casa sua, non è acqua passata.» Bevve un sorso dal
bicchiere e lo appoggiò sul parapetto. «Ci sono solo uscito qualche
volta, non c’è nulla da dire.»
«Lei la racconta diversamente.» Eva lo ferì con il suo sguardo
inquisitore, lo sovrastava raggelante in un interrogatorio mentre il
suo imputato rispondeva come se stesse parlando del tempo.
«Dai, entriamo, fa freddo.»
«Sto benissimo, Manfri» calcò il diminuitivo.
«Eva, sei tu quella che le sta dando importanza, non io.» Le
prese la mano e la attirò sul lettino, nell’elegante costrizione di
sedersi di fianco a lui.
Eva si oppose. «Io me ne vado.»
«Non dire sciocchezze.»
Eva girò i tacchi ma la mano di Manfredi le cinse il polso con
prepotenza, arrestando il ticchettio delle Louboutin.
«Vuoi la storia, Eva? Bene. Te la racconto prima di andare a
dormire come si conviene con le favolette senza senso.» Si alzò in
piedi e la costrinse a girarsi.
«Ora però non fare scenate. Siamo a una festa e non è il caso
di dare spettacolo.»
Manfredi afferrò il bicchiere di lei e glielo porse. «Entriamo.»
Eva non lo prese, schivò un bacio, e lo sguardo si posò sul
pettorale di Manfredi. Nel taschino della giacca c’era un fazzoletto
amaranto, ripiegato in modo artificioso. Una nota amaranto in un
mare di nero. Non l’aveva scelto lei, era il tocco personale del suo
ragazzo su una scelta che considerava incompleta. Un tocco
personale perfettamente abbinato al vestito di Eva, l’accessorio
perfetto da mostrare al mondo. Bevve un sorso e fece un passo
indietro.
«Vuoi evitare scenate?» Abbassò la voce di un tono. «Bene.
Allora accompagnami alla porta e chiamami un taxi.» Gli afferrò il
mento e piantò gli occhi nei suoi.
«Digli pure che la tua ragazza è incinta e non è stata bene. Anzi
no, non dirglielo, tanto domani sistemiamo anche questo.»
«Eva, cosa stai dicendo?»
«Quello che ho detto: sono incinta e domani sistemo tutto.»
«Eva, sediamoci.»
Manfredi si tolse la giacca e la appoggiò sulle spalle di lei, poi si
sedette sul lettino, ma lei continuava a sovrastarlo.
«Non devi preoccupartene, ho intenzione di abortire.»
«Eva, per piacere …» Manfredi la tirò verso di lui e lei
acconsentì a sedersi.
«Perché non me l’hai detto?»
Si toccò il grembo con una mano e non rispose. Con l’altra,
riprese il bicchiere e bevve.
«Qualsiasi cosa tu abbia pensato, principessina, io lo voglio.»
«Sono il tuo accessorio?»
Manfredi le prese il bicchiere dalle mani e lo appoggiò sul
tavolino.
«Cosa?»
«Il tuo accessorio da mostrare alle feste?»
Manfredi la sovrastò con il suo bacio, la bloccò con le carezze
sul collo, la ravvivò con la pressione sul fianco. Le infilò le mani tra i
capelli e la girò verso i suoi due fari azzurri, la baciò ancora. Poi la
abbracciò, con il volto rifugiato sul suo addome e la sua schiena
asciutta e muscolosa a farle da scudo.
«Smettila, Eva.»
Le diede un bacio sulla nuca, le prese il bicchiere di mano ed
entrò. Rimase a guardare la sua sagoma tornare verso la luce, una
figurina scura andare verso quello sfarzo rumoroso. Si alzò e si
appoggiò allo stipite della porta finestra, chiamò un cameriere e
chiese dell’acqua. Vide Manfredi circondarsi di persone, come un
bramoso Sole, lasciare che tutti gli gravitassero intorno. Sorrise. Poi
tutti si fermarono, Manfredi si godette quell’impaziente e festosa
platea per qualche secondo e poi fece tintinnare il calice. Dalle
spalle aperte capiva che si stava schiarendo la voce.
«Signori, non tutti avete avuto il piacere di conoscerla perché
stasera la mia Eva è stanca. Mi scuso, anzi, ci scusiamo ma
dobbiamo lasciare la festa presto. Ci saranno altre occasioni.
Quest’anno il Natale è arrivato in anticipo per noi, abbiamo ricevuto
un dono fantastico …» Fece una pausa e la guardò, invitandola con
lo sguardo ad avvicinarsi. Lei sorrise e scosse il capo. Valerie le si
avvicinò, la prese a braccetto, la accompagnò sfilando verso il centro
della stanza. Manfredi le prese la mano e la adagiò sotto il suo
braccio. «Aspettiamo un bambino, e sono felice di poter condividere
la notizia con voi, prima che con chiunque. In una serata come
questa, una tradizione che da anni ci permette di ritrovarci.»
Poi si girò e offrì al suo pubblico un profilo orgoglioso. Le
stampò un bacio leggero sulle labbra. Alzò il calice. «Non sarei più
felice di poter brindare con voi in una delle serate più belle della mia
vita». Cinse le spalle di Eva: «Della nostra vita.»
CAPITOLO 7

Maggio 2018, Lerici

I l telefono squilla e Eva risponde subito.


«Manfredi, a che ora sarai qui?» Il tono è fermo nella sua
impazienza.
«È sempre un piacere sentirti.»
«Lascia stare i convenevoli, sono già le tre passate.»
«Hai letto il messaggio?»
«Ho già avvertito Julie, farà lei i biglietti. Perfetto per la visita
alla villa, fissala quando preferisci, io cercherò di passare per le
presentazioni.» Guarda la melma verde seccata sul volto. «Quando
sarai qui?»
«Non potrò accompagnarti, ma ho già avvertito l’autista che
partirete alle 16.00.»
«Se non ho bisogno di aspettarti posso partire subito, non
servono ulteriori perdite di tempo.»
«Ho sentito un pescatore che conosco, ti aspetta per quell’ora.
Di’ pure che ti mando io. È disposto a mostrarti le barche. Ti aspetta
al porto, l’autista sa già tutto.»
«Avresti dovuto fissarlo alle 15.00.»
«Eva, è l’orario migliore, fidati.»
Lei si arrende, non ha senso discutere. «Perfetto.» Riaggancia.
Si lava via la maschera, mette la crema, ordina un caffè, e posa lo
sguardo sulla copertina rossa del diario

15 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
Maria è la più bizzarra persona che io conosca.
Più tempo passo con lei, più mi accorgo di quanta
vitalità sia racchiusa nel suo corpo incurvato: si alza
all’alba, e prima di prepararmi la colazione si occupa di
certi suoi affari segreti che non vuole assolutamente
spiegarmi; e tutto il giorno è occupata in questa o quella
faccenda, fra la casa e la pineta, sempre curva a
raccogliere qualche erba o a trafficare fra le stoviglie.
Ho deciso di accompagnarla nelle sue faccende
quotidiane, e non ho ben inteso se la cosa sia di suo
gradimento. Il suo tedesco è lento, burbero, e sbaglia la
pronuncia di quasi ogni parola: ma il suo italiano è ancora
peggio, dalla cadenza strascicata e inframmezzato del
dialetto locale. Quando eravamo bambini le era vietato
parlarci in dialetto – ma ora se ne infischia, e cerca di
insegnarmi il suo idioma, e io provo a comprenderla, per
averla più vicina. Parla poco, e il più delle volte non
capisco cosa dice: ascoltarla è come tentare di interpretare
un arcano, come una formula magica.
Adesso attendo la mia colazione, dopodiché inizierò a
seguirla: voglio capire cosa la rende così vivace, cosa le
dona quella strana luce che ogni tanto vedo guizzare nei
suoi occhi scuri. E imparare da lei, se mi riesce.
L’ho seguita per tutto il giorno, e ho potuto constatare
che fa molto più di ciò che ci si aspetta da una domestica
del suo rango. L’ho aiutata a spolverare i lampadari, i
soprammobili, il pianoforte nella Camera dei signori, come
dice lei. Non ha voluto che le dessi una mano mentre
sbatteva gli ingombranti tappeti sul terrazzo, né che
spostassi le pesanti fioriere all’ingresso: ma ha
acconsentito che le portassi l’innaffiatoio, mentre badava
alle piante che fioriscono sul retro, un tappeto odoroso
dalla villa alla pineta. Ed è proprio riguardo alle piante, caro
diario, che ho potuto annotare qualcosa di assolutamente
straordinario. Ho visto una corpulenta vecchina, dalle mani
ruvide e la voce ancor più aspra, diventare simile alla fata
madrina delle favole. Così delicate le sue dita mentre
strappava le foglie malate e carezzava quelle sane, e
ancor più il suo viso pareva distendersi, quasi ringiovanire,
quando si chinava sui petali dei fiori e, sottovoce, parlava
loro nel suo dialetto musicale! Ho teso l’orecchio per
carpire qualche parola, ma era come tentare di distinguere
ciò che il mare sussurra alla costa, quando le onde si
abbattono sugli scogli.
A un tratto dev’essersi accorta del mio interesse, perché
si è voltata verso di me, facendomi cenno di avvicinarmi.
Titubante, con l’innaffiatoio stretto al petto e col vestito
bianco sporco di terra rossastra, mi sono chinata anch’io,
per guardarla negli occhi.
«Parla con loro, se vuoi un aiuto.»
Non potevo credere che mi stesse davvero suggerendo
di parlare con le piante! Ho cercato un barlume di ironia nei
suoi occhi, sperando stesse scherzando: ma non ne ho
trovato alcuno – solo un abisso dai colori del bronzo fuso
che mi fissava con fermezza, come se mi stesse mettendo
alla prova. Ho teso una mano verso la pianta: un cuscino di
fiorellini bianchi, in bilico sopra uno stelo sottile.
Profumava di miele.
«Aiutami … per favore» ho detto, titubante, sbirciando
verso Maria, accanto a me. Lei ha replicato con un lieve
grugnito, divertito oserei dire, e ha estratto un falcetto
ricurvo da sotto il grembiule. Alla vista della lama,
istintivamente, mi sono ritratta: ma lei ha iniziato a tagliare
alcuni steli dei fiori bianchi. Ne ha fatto un mazzo, che ha
infilato nell’incavo del gomito.
«Per l’amore» ha commentato, per poi tornare a vagare
per il giardino.
L’ho seguita, incespicando nelle falde del vestito e con
l’innaffiatoio ancora stretto al petto. Maria si chinava tra i
fiori e le api ronzanti, falciava e borbottava.
«Per guarire» diceva, indicando con il falcetto una
piantina simile al trifoglio.
«Per i cassetti e contro il malocchio» e indicava un fiore
violetto, dal lungo stelo.
«Per il pesto e per il futuro.»
Ho dimenticato buona parte delle piante che ha
indicato, e di nessuna ha voluto dirmi il nome. Ma ha voluto
premiare la mia curiosità: poco fa, giunto il momento di
coricarmi, mi ha portato una tisana per aiutarmi a dormire,
e un mazzolino di quelle piantine simili al trifoglio. Ho
insistito tanto che ha acconsentito a dirmi cosa ha utilizzato
per la tisana, della quale trascrivo la ricetta:

1 cucchiaino di èrbo gianco (la pianta dai fiori viola che ho


visto in giardino)
1 cucchiaino di verbena
1 cucchiaino di camomilla
1 cucchiaino di melissa

Mi ha assicurato che mi farà dormire bene e che mi porterà


sogni tranquilli. Ha aggiunto che un altro ingrediente è
presente nella ricetta, ma che non vuole ancora
rivelarmelo.
Quanto al mazzolino, mi ha suggerito di tenerlo vicino
alla porta. «Contro la malattia» ha aggiunto, e l’ha
chiamata acetosella.
Credo che questa donna abbia molto da insegnarmi.
Mi corico con una strana agitazione nel cuore, come se
stessi ingarbugliandomi in una matassa di profumi nuovi,
vividi colori e strani poteri. Sarò capace di imparare?
Gertrude

Cozzani fuma la pipa al tavolino del bar, sulla sedia che, la Mina
dice, ha ormai preso la forma del suo sedere. Fa rimbalzare lo
sguardo sul bicchiere che, o belìn, non si spiega come possa finire
così velocemente. La stessa domanda da trent’anni. La stessa,
insieme alla vista dei mattoni rossi sfregiati dalla salsedine e l’odore
del porto dietro di lui: un misto di pesce e vernice per barche. Torna
concentrato, sposta il pollice e strofina quelle dannate carte tra le
dita. Ordina un vino bianco annacquato di cui non sa nemmeno il
nome. Non lo sa nemmeno la Mina, lo chiamano il solito, da sempre,
con qualche bestemmia per scandirne l’origine protetta: il vitigno di
Mario.
Guarda le sue carte: nemmeno una briscola, e ne getta una sul
tavolo con disprezzo.
Getta una carta con disprezzo che tanto l’asso di briscola come
al solito ce l’ha il Besugo. Cozzani sbuffa e l’altro ritira il bottino sotto
la mano derubata di una falange: è quella dell’indice a mancare,
come a mettere in guardia che quell’uomo con il naso schiacciato ha
vissuto. Eccome se ha vissuto, una di quelle vite di cui ormai non se
ne sente più parlare.
La falange l’ha persa nella Grande Guerra, il Besugo; non la
Grande Guerra vera, ma la Seconda guerra mondiale, a servire la
patria sulle navi della marina. Lui continua a chiamarla Grande
Guerra, non si è mai capito se per ignoranza o spavalderia. Fatto sta
che la guerra l’ha fatta, il Besugo, mica come Cozzani, e si tocca la
barba bianca arruffata aspettando la mossa del nemico, come sulle
navi.
“A barba canua, a fantinèta a ghe sta dua” 17, che di uno con
l’asso di briscola per forza bisogna guardarsene, specialmente se sa
usare i cannoni.

La fantinèta è Cozzani, ancora nero di capelli con solo qualche


spruzzata di grigio, e getta le carte alzando le mani al cielo.
Il Besugo ridacchia.
La Mina appoggia il bicchiere sul tavolo urlando: «Beati i
ürtimi!»18
«O Mina, che ultimi … È che a lavare la testa dell’asino si perde
il tempo e il sapone.» Cozzani giustifica la resa.
«Belìn, portane ’n altro, che lo paga Cozzani.»
Il Besugo ridacchia sottovoce, un breve salendo di “i” acute e
fastidiose.
«È che questo è fortunato quanto vecchio.»
«O Cozzani, se ti lamenti … Vi porto anche a fügassa19 così
non lagni!»
«Eh, Mina, peccato che la moglie ce l’ho già …» Cozzani
sospira.
Il Besugo scuote la testa: «Mi, no …» Poi si accende la pipa.
«E te l’avevo detto io, che l’era ’na bugna20… E te la là21,
sempre a dormire e te a lavorare …» La Mina se ne va lasciando la
sentenza sul tavolo, quella di una che ha ragione da quarant’anni.
«Eh, Besugo, fortuna nel gioco, sfortuna in amore … Te lo dico
io, sei fortunato anche in amore a non averne …» Cozzani prende
un’aria da proclamatore, si prepara a rivelargli la verità del secolo,
manco fosse il terzo segreto di Fatima: «Di donne, galline e oche,
tienine poche!» Poi batte la mano sul tavolo quando la Mina
appoggia i bicchieri.
«Cozzani, gh’e una fanta22 per te.»
«Una fanta?»
«Ah sì, è la Tedesca!»
«Sì sì portala, Mirco arriva».
Il Besugo spalanca gli occhi quando la bionda e la sua gonna di
pizzo sangallo si avvicinano alla sedia vuota: «O bestia! La
veddieiva ’n orbo!»23
Cozzani gli tira un calcio da sotto il tavolo. Poi si alza, si tira un
po’ la maglia bianca macchiata, e con l’orgoglio di chi le patacche se
l’è fatte lavorando dalle cinque del mattino e da quarant’anni, tende il
braccio una volta possente e si presenta: «Bruno, piacere». Poi si
schiarisce la voce con decisione, davanti allo sguardo confuso che si
nasconde sotto il cappello a tesa larga. «Bruno Cozzani, ho parlato
con il signor Manfredi …»
«Eva Baumann, piacere. E grazie per la disponibilità.»
«Si sieda con noi, mio figlio arriva.»
Lei annuisce guardando perplessa la sedia di plastica verde
scuro, deglutisce e guarda Cozzani, ferma nella sua convinzione di
non sedersi.
«Cozzani! L’è una signora, lei. Vogliam darle una poltrona?»
La Mina, con gesti rudi, ricalca con uno straccio la forma della
sedia, poi se lo ficca nella tasca del grembiule sporco di marmellata.
«Teh! Adesso è pulita. Ché il velluto non ce l’avevamo, oh.»
Eva si arrende e si siede.
«E lui, lui è … in realtà non lo so il suo nome. È il Besugo, sa …
Trent’anni a chiamarlo così …».
Eva annuisce e stringe la mano senza falange. Lui ridacchia
con le “i” e lei si chiede cosa ci possa mai essere di più assurdo di
un vecchio senza una falange e con la risata di Eddie Murphy.
«Belìn lo sa lei che nella Grande Guerra combattevo contro di
voi, eh! E una notte, sul ponte, il capitano …».
Cozzani lo interrompe: «Lo scusi, sa … ottanta anni passati.»
Strizza l’occhio e torna a guardare il suo compagno ridacchiante:
«Niente storiacce, che la signora l’è appena arrivata.»
La Mina mette un piatto di focaccia sul tavolo, parla italiano
sporco di dialetto abbuffandosi di vocali: e che quei tedeschi
imparino la lingua se vogliono venire a prendere il sole.
«E la focaccia, teh! Che Cozzani ci tiene a far bella figura. L’è di
ieri ma tanto questi qui mangian patate tutti i giorni, gli piace lo
stesso.»
Cozzani si mette le mani sugli occhi. Si divincola
dall’imbarazzo.
«Scusi l’attesa, sa … È che mio figlio stava sistemando la
barca, ma arriva, eh.»
«Non si preoccupi.»
La Mina le sbatte un bicchiere sotto il naso: «L’è tedesca, eh?
Di dove?»
«Amburgo.»
«I tedeschi, sa, avevano quei sottomarini del belìno! O forse
erano gli inglesi? Non ricordo sa, che nella Grande Guerra noialtri
cambiavamo i nemici come le mutande …»
Cozzani lo interrompe: «E mi dica, è sposata?»
«No.»
La Mina pulisce il tavolo di fianco con i movimenti leggeri di chi
lo fa per avere una scusa per rimanere.
«E vedi, Cozzani? Che la fanta un qualcosa l’ha capito?»
Appoggia il pugno e lo straccio sul fianco. «E ascolta me, l’amore a
l’è i-na bugna, che vogliono solo che gli lavi i calzini!»
Il Besugo ridacchia.
«O Mina!»
«M’en bato ’r belìn!24 È vero, eh! Si sposano e poi finiscono a
fare le represse in un letto, come la moglie di Cozzani. Sì sì! Le re-
pres-se!»
«Ah, sulla nave, c’era un’infermiera, ’na bellezza, eh. E tra noi
soldati si diceva che …»
«Mina, depressa, non repressa. Ma su, alla signorina non
interessa.»
Beve un sorso dal suo bicchiere, un sorso più profondo,
meditativo. Un attimo solo per Cozzani, lontano dalla Mina che
pulisce il tavolo di fianco e dal Besugo che continua a ridacchiare,
anche se nessuno lo ascolta.
«E com’è allora, questa villa?»
Cozzani parla con lentezza, come a imprimere le sillabe su un
pensiero.
«Ah, ha preso la villa. Ma allora hanno ragione in televisione,
che questi tedeschi sono proprio ricchi.»
La Mina ora fa roteare lo straccio in aria con l’agitazione di un
ninja. «È perché hanno lo spred, eh, signorina, ma me lo fa vedere
questo spred?»
Cozzani la guarda perplessa.
«E informati no?! Vecchio ignorante! E non te lo fanno mica
vedere!» La Mina se ne va, questa volta decisa nel fare ciò che sa
fare meglio: spiare la Tedesca da dietro il bancone.
Il Besugo ridacchia, poi si avvicina a Eva e appoggia il dito
menomato al suo polso: «Allora la villa, eh?! Erano tedeschi anche i
padroni di prima, sa …»
Ridacchia ancora, questa volta più a lungo. Cozzani sembra
essersi rintanato nella sua bolla, mette il muso con lo sguardo perso
nel vuoto.
Di nuovo, la risatina. «Eh, ha fatto bene. Lerici è tranquillo sa,
non rubano, non uccidono. Sì be’, è successo. Ma non è come la
guerra, eh … Ogni tanto ci si ammazza, ma poco … Qualche marito
che se la prende con la moglie … ma tanto lei non è sposata, eh?»
Il Besugo ridacchia come Eddie Murphy.
Mirco entra nella locanda asciugandosi il sudore con l’orlo della
canotta bianca.
Ne è rimasto imperlato, come una colata di olio che fa sì che il
corpo scolpito brilli di luce propria. Si passa la mano tra i capelli
bruni, spettinati dal vento del mare e induriti dall’acqua salata. Li
scompiglia ancora di più con un gesto automatico e disinteressato, di
chi cerca di scrollarsi di dosso una giornata non ancora conclusa. La
Mina è dietro al bancone, come una vedetta.
Al tavolo del dehors suo padre sta parlando con il Besugo e una
ragazza bionda, dev’essere lei.
Mirco va verso la sedia vuota. Si siede e appoggia un gomito
sul tavolo. Studia Eva, quella porzione di viso teutonico sotto il
cappello di paglia, la sua bocca rosea serrata in una linea sottile e
severa. Si passa la mano sui capelli, ancora.
Cozzani si desta all’improvviso: «Oh! A posto la barca?»
Mirco annuisce e ruba al padre il bicchiere, beve un sorso del
solito.
«È lei?»
Cozzani padre la presenta, distendendo il braccio in una linea
retta come si fa con le ballerine sul palco: «Eva Baumann, ha
comprato la villa di Lerici e ti aspettava per …»
Eva tende la mano con il dorso verso l’alto che, come le buone
maniere impongono, aspetta d’esser sfiorato da un bacio invisibile.
«Piacere.»
Mirco la ignora, beve un sorso dal bicchiere, poi si accende una
sigaretta. Si limita ad adempire il suo dovere, con tono deciso:
«Andremo alle barche tra una mezz’ora.» Appoggia il cellulare con il
vetro rigato sul tavolo. «Se non le dispiace.»
Eva ritira il palmo stizzita, con la vergogna di aver atteso
invano.
«Mi dispiace, avrei da fare.»
Cozzani media pacato: «Mirco, la signorina è molto
impegnata.»
Lui le punta gli occhi addosso, sbuffando una nuvola di fumo
azzurrino: sembra che con la loro intensità verde smeraldo riescano
ad alzare la visiera di paglia e penetrare sotto il cappello, dritti nel
cervello di Eva. Rimane in posa con il viso appoggiato al pugno,
l’avambraccio teso che rivela le curve di una muscolatura definita,
possente, il gomito fermo a scavare la superficie sul tavolo. Mirco
rimane immobile: se non fosse per i capelli neri che danzano al ritmo
del vento, sembrerebbe la statua di un lottatore scolpita da un
maestro ellenico.
«Senti, sono sveglio dalle quattro e ho riparato la barca … Sono
sicuro che la signorina ce la fa a capire che ho bisogno di un caffè.»
Dice la signorina ricalcandolo, facendone una caricatura grottesca.
Eva annuisce. Farà leva sul prezzo sfruttando i minuti persi a
causa di questo incontro. Sono già cinquantotto.
«Oh, se lo merita il caffè! Perfino in guerra ce lo davano, prima
degli attacchi lo correggevano con il whisky.»
Cozzani interrompe il Besugo: «Mirco, per piacere …»
«Non si preoccupi, ne approfitterò per fare una chiamata.» Eva
si alza con movimento deciso. «Se volete scusarmi …» Si allontana.
Mirco si distende impettito, lasciando che sia lo schienale della
sedia a sorreggere la fatica.
«Devi sempre essere così scontroso?»
«Non sono scontroso, sono stanco.»
La Mina porta il caffè, non c’è nemmeno bisogno di ordinarlo.
Sa da anni che Mirco, dopo la mattinata in barca, ha bisogno di
qualcosa. Prima il latte, quando aveva ancora il faccino pulito; poi
una Coca-Cola con la comparsa dei primi peli; e poi, quando ha
iniziato a rasarli per impedire al viso di coprirsi di barba, è diventato
un caffè.
«E lascialo in pace, Cozzani, ’sto povero fante!» La Mina
appoggia la tazzina e accarezza la spalla di Mirco. «Che è l’unica
cosa buona che quella foresta25 ti ha dato …»
Mirco sorride ammaliante, si addolcisce.
«Mina!» Cozzani la rimprovera.
«Oh, che c’è? Non si offende mica.» Gli dà un buffetto sulla
guancia. «Che più bravo di così non si può.»
«Mi ricorda un ragazzo di Napoli, aveva solo quindici anni e già
aveva imparato a sparare … povero Uaglione, eh lo chiamavamo
così … e poverino, sapeva sparare ma non parlare italiano, allora
noi …»
«Senti, Mina, non puoi fare così. È sua madre, ed è malata …»
«Oh, malata …» La Mina se ne va, non c’è gusto ad aver
ragione se nessuno se ne accorge.
Mirco si incupisce, rigira un porta tovaglioli tra le mani: «Sì, pa’,
ma te devi smetterla di giustificarla!»
«Mirco, sei giovane ma quando ci si ammala …»
«Ci si cura, cazzo! È dieci anni che non si alza da quel letto, e
tu invece di portarla in terapia la giustifichi …»
«La terapia è una roba per ricchi, per prender soldi … Figurarsi
se si può guarire parlando!»
«Ti chiedo solo di provare!» Sbatte il porta tovaglioli sul tavolo,
un punto sonoro alla conversazione.
«Ne abbiamo già parlato, non è pazza.»
«O be’, normale l’è no.» Il Besugo ridacchia. Smorza il
momento.
Mirco si gira verso il mare, ci si immerge con gli occhi e lascia a
suo padre il profilo dai lineamenti duri, marcati e spigolosi come le
forme delle rocce, quello scoglio che da anni si ostina a voler
ignorare.
Cozzani fa l’ultima boccata di pipa. «Senti, le fai vedere le
barche, va bèn? Quella del nonno, e quelle di Luigi, e poi quella del
Besugo. Se gliene servono altre chiediamo in giro.»
«E chi le porta?»
«Tu, e poi chiedi a qualche tuo amico.» Cozzani si sfrega il
naso con l’indice. «Il figlio di Luigi viene, altri due li troviamo se la
Tedesca paga bene.»
«Ti ho già detto che non sono d’accordo.»
«Qualche soldo in più serve.» Fa per dargli una carezza ma
Mirco la schiva. «È arrivata anche la tassa della casa, e Nino ha
chiuso il ristorante, senza il nostro miglior cliente …»
Mirco scuote la testa e tace. Appoggia il bicchiere con forza ma
senza far rumore.
«Una volta, in guerra, avevamo un ammiraglio … Te l’ho
raccontato?»
Il ragazzo si gira verso il Besugo e sorride, gli accarezza la
mano senza una falange e lo avvolge con lo sguardo, lo invita con
una piega del labbro a raccontare: «No.»
«Era il terzo mese in mare, o forse il quarto. O, belìn, non
ricordo mica più.
Avevamo questo ammiraglio, di …» Il Besugo fissa il vuoto alla
ricerca di un dettaglio. Con la mano buona sventola l’indice come a
disegnare su una tela invisibile, e con l’altra tiene un sigaro ormai
spento.
Mirco lo prende e glielo accende con una boccata, glielo passa:
«Di Milano, no?»
«O sì! Di Milano, che poi, come fai di Milano a essere
ammiraglio? Ma, prima della Repubblica la sua famiglia eran signori,
eh, dei visconti, e quindi, l’era ammiraglio.»
Eva torna al tavolo e Mirco la intima con lo sguardo, la cattura
nella pupilla e la guida verso la sedia, in una retta di sguardi marcata
e intransigente. Lei si siede, aggiunge quindici minuti al conteggio.
«Ecco, e questo ammiraglio qui non era uomo di mare. Era
sempre gentile!» Il Besugo fa un veloce giro del tavolo fissando ogni
partecipante negli occhi. Quelli blu di Eva che scompongono liste di
cose da fare; quelli color castagna di Cozzani che si annacquano e
si spengono; quelli di Mirco, custodi ostinati di una scintilla color
smeraldo. Poi riprende, con ritrovata aria solenne. «Ma poi … Ci ha
venduto ai tedeschi! Quello lì! Non so come …’R belìn che t’anega!26
Ci han fatto prigionieri!» Abbassa la voce. «Ma io sono scappato,
non da solo, eh. Non ho mica lasciato i miei compagni lì a morire.»
Il Besugo ha perso il filo del ricordo.
Mirco gli dà un colpetto sul braccio, sussurra: «Eravate nella
stiva …»
«Ah sì, nella stiva! Abbiamo rotto il vetro dell’oblò, e anche se
mi sono tagliato via il dito mi sono buttato in mare …»
Eva sussurra: «E poi?» Abbassa il cappello, poi repentina,
torna a impettirsi.
«Belìn! Poi ho nuotato fino a riva! E sono scappato nei carretti
nascosto tra i formaggi.»
Mirco la guarda severo, sembra chinare lievemente il capo in
segno di approvazione. Eva non sa dire se sia successo davvero.
Un secondo dopo è ancora la statua del gladiatore fiero, composto
dietro la sua barriera, chiuso tra i lineamenti serrati, e implacabile
nello sguardo di chi non vuole uccidere ma sa come farlo.
Il Besugo ridacchia. «Baxio de’ bucca u che u nu’ tucca, baxio
de man, se nu te futte ancou, u te futte duman!»27
Cozzani esce dalla bolla: «Besugo, parla italiano! Che la
signorina non sa cosa vuol dire!»
Mirco rimette il cellulare in tasca. «Vuol dire che i ricchi prima o
poi ti fottono.» Si alza in piedi, statuario. «Andiamo.»

Il sole si specchia nell’acqua salata, prepotente e vanitoso come


Narciso.
La roccia del molo, piegata da un millennio agli usi dei
pescatori, prende un colore arancio brillante, come un’albicocca
tagliata a metà.
Eva segue Mirco. Sotto il sole i capelli scuri prendono riflessi
brillanti, lucidi, si lasciano baciare come la notte dal luccichio delle
stelle. Eva sta dietro, non tiene il passo: guarda a stento quella
sagoma immersa nel tramonto decadente di uno dei primi pomeriggi
d’estate. Lui non se ne cura, ha già tutto. Cammina, in silenzio, da
solo.
Con il fisico forte che lo sorregge, lo sguardo fiero che sfida il
sole e la scogliera che si butta nel mare pur di guardarlo.
Si ferma e si volta: il suo viso è incontro di bellezza e fatica. Gli
occhi spietati nel giudizio irreversibile di chi ha già avuto il bacio del
mare, e ricorda il sapore di sale e di morte.
Eva guarda a terra, cerca di affrettare il passo e mascherare la
sconfitta.
«Manca molto?»
Non le risponde, si appoggia a un palo di pietra e accende una
sigaretta, a rimarcare un’attesa inutile. Guarda il mare, si volta solo
quando lei è a pochi passi.
«Sì, se cammina così lentamente.»
«È che, dannati sanpietrini! Non capisco perché li abbiano
messi …»
«È lastricato.»
Mirco spegne il mozzicone e se lo mette in tasca, riprende a
camminare.
«A ogni modo, con i tacchi è difficile camminarci.»
La guarda dall’alto del suo metro e ottantasei e del suo viso
senza rughe.
«Avrebbe dovuto indossare scarpe comode.»
Eva si scrolla di dosso il suo sguardo: «Queste sono scarpe
comode.» Proclama il verbo con la stessa elegante ostinazione con
cui nasconde una camminata ondeggiante. «Ed è chiaro che
abbiamo parametri diversi.»
Mirco non risponde: riprende a camminare, più veloce.
Eva lo maledice. Lui, i sanpietrini e quel dannato architetto che
non ha fatto ricoprire un porto d’asfalto. Quella dannata Liguria su
cui è così difficile camminare, e guidare, e respirare. Quel posto che
sembra esser stato creato per metterla alla prova ogni giorno e farle
perdere la pazienza. Maledetta lei, i turisti che vogliono visitarla, le
ricerche di marketing e la decisione di acquistare la villa. E anche
Manfredi, che ha infranto l’ennesima promessa e l’ha lasciata da
sola.
Mirco si ferma e si accovaccia sul molo, tende la mano verso
una barchetta rosso corallo, scalfita dalla mucillaggine e dalle dimore
dei molluschi. È piccola, giusto due metri, nessuna vela, e qualche
rete a coprirne le travi bagnate. Mirco prende la prua e la accarezza,
come fosse il muso di un cavallo, e sussurra parole che Eva non
sente né capisce.
«È questa?»
«Sì, questa è la nostra. E poi quelle tre.» Gliene indica altre dei
colori del mare, azzurri spenti e blu crudeli, bianchi sporchi di
mareggiate e sottili righe del verde delle alghe.
«Tutte con le reti?»
«Sì, perché?»
«Sarebbe bello se a un certo punto gettaste le reti in mare.»
Eva squadra le barche a debita distanza. «I miei ospiti gradirebbero
qualcosa di così inusuale e folcloristico».
Mirco si alza e mette un piede sulla barca, la avvicina al molo e
ci sale sopra.
«Mi permette di salire?»
«Non con quei tacchi». Mirco sposta le reti e sistema i remi, li
adagia sul lato della barca e li copre con un telo verde scuro, come
una colata di petrolio cangiante.
«Ha detto di notte?»
«Verso le 23.00, vi comunicherò un orario preciso il giorno
prima dell’evento.»
«Non getteremo le reti, allora.»
Eva incrocia le braccia sulla camicetta, le gambe in tensione: il
pizzo sangallo sale di poco sulla coscia. Guarda quel ragazzo che
armeggia sulla barca, come se lei non fosse lì. Peccato per lui, lei
c’è.
«Forse non sono stata chiara, non so cosa suo padre le abbia
detto ma siamo già in accordi.»
Toglie il cappello a tesa larga per impedire al vento di
portarglielo via e rovinare la solennità delle istruzioni.
«Le chiarisco il programma: ho bisogno che le barche sfilino
intorno allo yacht, e che siano ricoperte di lucine. Vorrei che voi foste
vestiti in maniera folcloristica; il che non comprende canottiera e
pantaloncini. Dopo di che getterete le reti in mare e verranno fatti
partire i fuochi d’artificio.»
Mirco, si siede sulla barca. «Vanno bene i giullari o preferisce i
pirati? Perché quelli li trova a giugno a Cadimare.» Scuote il capo e
ride con un suono lieve: un ronzio, una piccola mosca fastidiosa
vicino al lobo ingioiellato di Eva. La fissa con le mani sulle ginocchia,
immobile, di nuovo serio: «Lo yacht dovrà essere fermo, e a motore
spento.»
Eva annuisce. «Potrà parlare lei stesso con il capitano.»
«Ma non getteremo le reti.»
Lei domina il respiro e allarga le spalle. «Come le ho detto, ho
preso accordi con suo padre.»
«Mio padre non è qui, e non ci sarà alla sfilata delle barche.»
Mirco non alza la voce, la scandisce, rimarca le sillabe con
inesorabile lentezza. «Non ci sarà il lancio delle reti per motivi di
sicurezza.»
«È ridicolo, mi crede stupida?»
«No.»
«E allora prego, mi illumini.»
«Sarà buio, ed è facile perdere le reti. Per non parlare del fatto
che, se si impigliassero, nel ritirarle qualcuno potrebbe cadere dalla
barca. In mare aperto.
Di notte.» Mirco si alza e scende dalla barca con un salto.
«Forse per lei è tutto uno scherzo, ma non conosce il mare.» Lo
smeraldo prende una nota cupa, invaso dall’ira e da un’ombra negli
occhi, subito coperta dalle dita che stringono le tempie.
Eva alza il mento.
«Parliamo di prezzo, ho già perso abbastanza tempo, e sa cosa
si dice sul tempo che è denaro …»
Mirco si china, assicura il nodo che tiene la barca ancorata
all’ormeggio.
«Vi si richiede un’ora di lavoro. Solitamente in Italia il costo
medio di un’ora di lavoro sono dieci euro, giusto? Ve ne darò
quindici.» Mirco si appoggia all’ormeggio, senza smettere di
guardarla.
«Consideriamo l’utilizzo del vostro proprio mezzo, siccome non
avete spese di benzina o di altro tipo, credo che cinquanta euro per
ognuno di voi possano essere adeguati.»
«Non se ne parla.»
Eva non si scompone, gli si avvicina a passi lenti.
«Come, scusi?»
«È troppo poco.»
Lei non reagisce, non ascolta nemmeno. «Quanti anni ha?»
«Venticinque.»
«Bene, grazie per la visita. Chiamerò suo padre.» Alza il mento
e lo fissa negli occhi. «Lasci che degli affari ce ne occupiamo noi
grandi.»
Eva si gira, allunga i passi e scuote il capo, blocca il nervoso
che scalda le viscere e, con risoluta concentrazione, calcola dove
posizionerà il tacco per evitare che si incastri nel vuoto fra le travi.
«È un gioco secondo lei?»
Si volta, rimane ferma come la statua di una dea adirata, in
posa per evitare di esplodere nelle urla, e impettita nel peplo Chanel.
Lui si avvicina, mani nelle tasche e sguardo fermo.
«Si tratta di mandare delle persone in mare, di notte. Persone
che si sono alzate all’alba e che a quattro ore dalla sua sceneggiata
del cazzo partiranno dal porto per il mare aperto, perché è di questo
che vivono.»
Eva si irrigidisce.
«Persone che a differenza sua e dei suoi ospiti di merda non
hanno giorni liberi. Sta chiedendo a queste persone di dormire tre
ore e di remare in mare aperto, di notte, così voi stronzi potete fare
qualche foto folcloristica.» Dice folcloristica come se stesse
sputando sangue, ogni sillaba un morso sul labbro. La blocca con lo
sguardo: «M’en bato ’r belìn dell’età, sa cosa vuol dire? Che non me
ne frega un cazzo dei suoi quarant’anni. Lo impari, è folcloristico.»
Eva sopporta la vicinanza, il suo viso che incombe a pochi
centimetri. Sibila, risoluta: «Trentatré.»
«Sembra che possiamo occuparci di affari, allora.» Mirco si
scosta, non finisce l’agguato. Le labbra si aprono rivelando un
bianco smagliante, un movimento senza felicità, una pura reazione
fisica alla soddisfazione.
Una smorfia stampata in faccia come un trofeo.
Lei indietreggia di poco, come per non farsi vedere.
Risistema i cocci: «Quanto vuole?»
«Cento. A testa.»
«Bene, ma voglio una barca in più.» Eva tira fuori un porta
biglietti da visita in pelle. «Qua c’è il numero della mia segretaria.
Parla italiano, la chiami, le invierà un contratto.» Gli mette il
bigliettino nella tasca dei jeans, poi si allontana. «La metterà in
contatto con il capitano della nave, chieda tutto ciò che le serve per
garantirvi la maggiore sicurezza.» Eva gli tende la mano, lui la
asseconda e lei la stringe con forza. «Si organizzi per il lancio delle
reti, ne compri delle nuove o le leghi alla barca, non m’importa …
Voglio ciò per cui pago.»
Eva fa per andarsene: ma volta il capo un’ultima volta, e guarda
per un istante la statua d’ombra baciata dal sole. Non vede la sua
espressione: ma il fumo della sigaretta le rivela che ancora una volta
Eva Baumann ha avuto ciò che voleva.
«Ah, scusi la dimenticanza. Vi gradirei vestiti da pirati.»
Poi si volta e sorride.

17 “Da chi ha la barba bianca, la fanciulla stia in guardia.”


18 “Beati gli ultimi!”
19 La focaccia.
20 Un grattacapo
21 E guardala là.
22 “C’è una ragazza per te.”
23 “L’avrebbe vista un cieco!”
24 “Non mi interessa!”
25 Straniera.
26 Esclamazione non traducibile, utilizzata in qualunque contesto per enfatizzare il
discorso, talvolta in senso spregiativo
27 Lett. “Il bacio sulla bocca è innocuo, il baciamano prima o poi ti frega.”
CAPITOLO 8

I n piedi davanti allo specchio, Manfredi della Gherardesca


impugna un pettinino di corno come fosse l’archetto di un violino.
Un vecchio giradischi spande nell’aria una melodia strascicata.
Valzer No. 2, di Dmitri Shostakovich: per Manfredi, ascoltare
musica classica mentre si prepara a uscire è un rituale irrinunciabile.
Ha l’impressione che la sontuosità delle sue scelte musicali gli
rimanga attaccata sulla pelle, legandosi al suo costoso profumo da
boutique.
Posa il pettine, rimirandosi con cipiglio critico.
I capelli hanno preso la piega da lui desiderata, arcuati in
morbide onde rivolte all’indietro. Solo un ricciolo è sfuggito alla sua
mano esperta: il solito, che gli ricade sulla fronte come una parentesi
biondo cenere. Come sempre, una virgola che lo separa dalla
perfezione. Tenta di pareggiarlo agli altri, ma il ricciolo non vuole
saperne. Manfredi si arrende e prende dal tavolo della toeletta il
flacone del suo profumo preferito.
Sono tre le vie che portano a conoscere il successo: e la prima
è riconoscere quando è inutile combattere.
Il motto di Sun Tzu, il generale filosofo, gli risuona nella mente e
gli carezza le spalle come uno spirito rassicurante. Il profumo
fuoriesce dal flacone in una nube di goccioline sottili che si posano
sulla sua pelle.
Questa è una serata decisiva.
Conoscere perfettamente l’avversario ha i suoi vantaggi: se Eva
Baumann ha un difetto, è quello di permettergli sempre di
sorprenderla.
Si dà un’ultima occhiata allo specchio. Il suo riflesso è sfrontato,
aguzzo come una lama. Non un’ombra di peluria sul viso rasato di
fresco, né una traccia di tentennamento nello sguardo gelido.
Appunta i gemelli alle maniche della camicia e raddrizza il
triangolino di stoffa che occhieggia dal taschino. Nessuno usa più il
fazzoletto, al giorno d’oggi, ed è un vero peccato.
Recupera il cellulare e compone un numero privato. Alle sue
spalle, dal giradischi la musica si eleva in un moto trionfale: e con
una feroce nota finale, il Valzer No. 2 si conclude, e l’orchestra si
infrange contro gli affreschi del soffitto.

Dritta e sottile come una lancia, avvolta nel suo abito di seta
color avorio, Eva è uno squarcio luminoso nella tela violetta del
crepuscolo. È in piedi, le mani poggiate sul parapetto ornato di
piccole lanterne rotonde. Offre la nuca e lo chignon alla platea di
sconosciuti, conoscenti e bella società che affolla la terrazza del
Cristobal, immersa nella luce dorata e nella musica classica degli
altoparlanti. A sinistra, il borgo di Lerici, coi suoi lampioni e le sue
insegne tremolanti; a destra il profilo scuro delle isole e la curva
frastagliata della baia, la collana di stelle cadenti che, sfrecciando
sulla strada, si perdono fra i pini marittimi e le siepi. E poi il mare,
sopra il quale la terrazza pare sospesa: se si sporgesse oltre il
parapetto, se solo tendesse le dita, ne sarebbe inghiottita. Ma Eva
non si muove: è ancorata alla ringhiera, agli affari ben calcolati, alla
terra sicura. Non saprebbe che farsene del vento che le fa dondolare
gli orecchini e le arrossa le guance. Non sa neppure come si
chiama, né se, alle barche che sfilano nere contro la linea dura
dell’orizzonte, porterà saraghi, spigole o reti vuote. Non lo sa, e non
le importa. La breve vittoria del pomeriggio la fa sospettare di essere
ben lontana dal vincere la guerra: non riesce a pensare ad altro. Più
si concentra sui rumori ovattati del ricevimento, sul tintinnio di piatti,
bicchieri e sorrisi di circostanza, più le onde che si posano sulla
sabbia la assordano con carezze rumorose. Ogni volta che il libeccio
la colpisce, le pare il bacio beffardo di un avventuriero, il mare la
deride con la voce sprezzante di quel dannato pescatore.
Eva stringe le labbra a quel pensiero. Non sente arrivare
neppure Manfredi, che le ha posato una mano fra le scapole:
sobbalza al suo tocco gelido.
«Guardare il mare non ti ha ancora annoiata?»
Lei si volta, ricacciando in fondo alla gola la vergogna per esser
stata colta di sorpresa. E per di più, da un uomo che ha perso ogni
diritto di prenderla alle spalle. Manfredi le porge una flûte piena a
metà di vino color paglia, con in volto dipinto il suo abituale ghigno
da incantatore di serpenti. Poi alza appena il bicchiere, mimando un
brindisi.
Eva replica bagnandosi appena le labbra, e senza una parola
posa il bicchiere su un carrello porta vivande. Manfredi la imita,
prima di porgerle il braccio.
«Andiamo?»
Gli appoggia la punta delle dita sul braccio ripiegato. È la sua
maniera più sottile di instillargli il dubbio: nessuno saprebbe
indovinare se lo sta toccando con garbo o con disgusto. E, ai suoi
occhi, non merita la cortesia di un chiarimento.
«Devi assolutamente provare la tartare di tonno. E poi, non
vorrai privarti del piacere di controllare che Gualtiero si comporti
come si deve … Sì, è stato invitato anche lui.»
I commensali sono assiepati attorno a un enorme tavolo
circolare, adornato da una tovaglia bianca costellata di vassoi, vasi
di candidi fiori, piatti impilati. Dai vassoi esala un profumo invitante, e
persino lo stomaco riluttante di Eva fa un sussulto.
«Devi fare assolutamente qualcosa per scaricare lo stress, Eva,
sei un fascio di nervi. Sono sinceramente preoccupato.» Manfredi la
scorta verso il tavolo, scartando agilmente gomiti in camicie di seta,
vezzosi foulard e molto rispettabili pance rotonde.
«Questi sono i moscardini al Vermentino» le spiega, mentre con
mano svelta riempie due piatti che un cameriere gli porge, con un
sorriso a trentadue denti.
«Qui la tartare. Ecco, prendine un po’ che finisce subito.»
Eva lo lascia fare, senza aprir bocca. Gli sta riservando il
trattamento del silenzio, come se ai suoi occhi non avesse più
importanza delle assi di legno sulle quali cammina. Che, a proposito,
se dipendesse da lei verrebbero cambiate all’istante. Scricchiolano
troppo.
«Guazzetto di gamberi e cozze, qua le chiamano muscoli …
Oh, buonasera signor sindaco! Assolutamente, una serata magnifica
… Sì, lei è la signorina Baumann.»
«Molto piacere. Ci siamo parlati per telefono.»
Le sue prime parole della serata, e non sono rivolte a Manfredi.
Eva concentra tutta la sua attenzione sul sindaco, come se non vi
fosse al mondo nulla di più interessante del suo completo blu scuro
e il suo piatto di moscardini. Con la coda dell’occhio, nota che
Manfredi ha irrigidito la mascella. Sorride, più radiosa che mai.
Conversa con il sindaco finché questi non decide che il tempo dei
convenevoli è finito, e si congeda con un baciamano per Eva e una
stretta di mano per Manfredi. Lui ne approfitta per chinarsi verso il
suo orecchio, e gli fa cenno di seguirlo in disparte. I due uomini si
allontanano, e Eva volta con decisione il viso dalla parte opposta: se
infastidirla ulteriormente escludendola dalle conversazioni importanti
fa parte del suo gioco, si scontrerà con il suo supremo, abissale
disinteresse. Passa un intero minuto prima che Manfredi, fresco di
una seconda stretta di mano, torni al suo fianco: e porta con sé la
soddisfazione di chi ha ricevuto l’ennesimo benestare di un
personaggio influente. Eva attende un istante prima di tornare a
guardarlo.
«Non hai finito di illustrarmi il menu.»
Una lama di ghiaccio, della stessa temperatura del disprezzo.
Lui le porge il suo piatto, senza commentare.
Sembra ferito, più che offeso.
No, non è da Manfredi.
Le pare di riafferrare un ricordo che risale a Genova, alle notti
frizzanti della prima primavera passata sul balcone. Lui, con l’alcol
nel sangue e in piedi sul pouf, che le recita passi da L’arte della
guerra e si assicura che tutta la città possa sentirlo. Una di quelle
massime, che ancora risuona nelle stanze della sua memoria, ora le
pare così ovvio possa calzare a pennello.
Devi mostrarti debole quando sei forte.
Ed è decisa a scoprire fino a che punto quel fiorentino ritiene di
essere più forte di lei. Raddrizza la schiena, le spalle nude che
fremono sotto la pelle.
«Acciughe e misticanza, questi invece sono bianchetti fritti …
Gualtiero, con tutta la buona volontà, non posso fingere tu sia fatto
d’aria.»
Lo chef si volta verso di loro, esibendo un sorriso spavaldo e un
piatto ricolmo di quelli che Manfredi ha chiamato bianchetti. Eva li
guarda meglio: paiono gocce di pastella, che lo chef del Cristobal ha
riunito in mazzetti con fili d’erba cipollina. «Sempre incantevole,
eh?» erutta lo chef, stritolando la mano di Eva nella sua morsa di
anelli d’acciaio, per poi esibirsi in un unto baciamano. Lei fa una
smorfia, e si domanda se il disinfettante che tiene nella pochette
sarà abbastanza efficiente da toglierle l’odore di fritto che lo chef le
ha lasciato sulla pelle.
«A quanto pare» commenta a denti stretti.
Gualtiero la lascia andare, saluta Manfredi con una manata
sulla schiena e si caccia in bocca una manciata di frittura. «Vanno
mangiati con le mani, vedi? Ma lo sai cosa sono?»
Manfredi pare essere altrove. Tiene in bilico il suo piatto, e Eva
potrebbe giurare di scorgere un tremito d’impazienza nella sua
mascella squadrata.
«No, Gualtiero, mi illumini.»
«Strano che ’sto cantastorie canaglia non te l’ha raccontato!»
Un’altra manata e il fiorentino si irrigidisce appena.
«Sono pesci! Acciughe o sardine, i nati da poco, via, il
novellame. Da crudi sono belli viscidi, ma da cotti … Una delizia!
Tutti interi, così!» Ne separa uno dal suo mazzetto, reggendolo per
la minuscola coda e sventagliandolo sotto il naso di Eva. «Questi
sono surgelati, però. Non li pescano mica a maggio, per legge, o gli
fanno un culo così, eh? Ah-ah!»
«Non comprendo il suo entusiasmo per del pesce surgelato,
allora.» Lei è impassibile, nulla sul suo volto lascia trasparire la
repulsione che le è salita alla gola al pensiero di banchi di piccoli
pesci gelatinosi, strappati all’acqua prima ancora di mettere le
squame. Le pare di vederli agitarsi, sul piatto di Gualtiero e fra i denti
che ancora rimbombano dell’eco della sua grassa risata.
«Ah, sono buoni lo stesso, eh! Ma io li faccio meglio, di’ un po’,
vecchio mio, è vero o no? Col peperoncino, i semi di finocchio e …»
«Davvero illuminante.»
Lo chef ingurgita l’ennesimo mazzetto di bianchetti, felice.
«Senti, Evuccia, posso chiamarti Evuccia ormai, no? Ascolta, ho in
mente di fare qualche cambiamento al menu della villa, nulla di
drastico, solo …»
«Gualtiero, credo sia quanto meno fuori luogo parlarne
adesso.»
La repulsione le è scivolata giù per la trachea, per lasciare
spazio all’irritazione: la stessa che tiene imbottigliata da tutto il
giorno, e che ha il nome di Manfredi e di quell’odioso pescatore
come ingredienti fondamentali. Ora, finalmente, è pronta a
manifestarsi: e se sarà contro quel borioso, tanto meglio. Avrà più
carne da dilaniare, prima di placarsi.
«Potrà richiedere di vedermi domattina, prima della mia visita al
castello, e discutere di ciò che ritiene …»
«In realtà è solo una formalità, è già tutto deciso.»
«Non credo di aver capito.»
In realtà ha capito perfettamente, come testimonia un tremito
improvviso nella sua voce. Se non fosse per le folate del libeccio,
perfino Gualtiero avrebbe la certezza che a imporporarle il viso sia la
collera: la sente strisciare nello stomaco, ed esultare quando avverte
il braccio di Manfredi contro il suo.
«Di che cambiamenti stiamo parlando?»
Gualtiero afferra un bicchiere di vino e si innaffia la gola,
tossicchiando, prima di replicare. «Cucina sperimentale, qualcosa di
innovativo! Non ne posso più di tutto questo pesce, e fritto, e al
vapore, e …»
«Più nel concreto?» lo incalza Manfredi. Contro il suo braccio,
Eva attende il momento per lanciare il suo dardo. Non le importa ciò
che lo chef ha in mente. Fosse anche la trovata del secolo, è una
questione di principio: non può permettersi decidere senza prima
interpellarla.
«Il molecolare! Cucina emozionale, fisica culinaria!» Gualtiero
tossicchia, commosso. Eva stringe il piatto che ha in mano,
dominando l’impulso di scagliarlo contro il volto di quell’energumeno
e trasformarlo in un trionfo alla marinara. Le pare di riuscire a
percepire i pensieri di Manfredi, incrollabile al suo fianco come una
colonna. Lascialo parlare. Aspetta.
«Sì, insomma, quelle menate lì! Cottura sottovuoto, gas
aromatici … I nostri ospiti potranno vivere una vera esperienza,
anziché mangiare e basta! È un’idea eccellente, saremo i primi della
zona!»
«Non hai pensato che dev’esserci una ragione per cui nessuno
cucina così nei dintorni?»
«Via, Manfredi, non fare il guastafeste! Eh-eh, date retta a me,
sarà un successo! Polpo giallo in gelatina sagomato a forma di
ginestra, zuppa al pomodoro azzurro mare … Li stupiremo, vedrai,
Evuccia!»
«Mi domando come farai. Ho visto gli utensili in cucina, dubito si
possa far diventare azzurro il pomodoro con un tegame di rame …»
Manfredi è cauto. Tasta il terreno. Porta il nemico dove è più
insicuro.
«Ma ho pensato a tutto io, via, mi pare logico! Ho preso i
contatti per tutta l’attrezzatura, lo sferificatore, il forno a vapore, tutto
… Arriverà la settimana prossima, e ti dirò quanto …»
«E con quali fondi hai intenzione di finanziare tutta questa
mercanzia?»
«Sono certo che potremo giungere a un accordo vantaggioso
per tutti, se …»
Adesso. Sfodera i denti.
«… Se li pagherà di tasca propria.»
La voce di Eva è chiara e limpida. Un punto fermo.
Vede lo chef vacillare, sotto quella sentenza lapidaria.
«Be’, sì, insomma … Si tratta di un bell’investimento, eh-eh …»
«Dunque lo faccia lei. Io non sborserò un centesimo, per
nessuna idea che non mi sia stata preventivamente sottoposta.»
Addenta un’acciuga, mentre fissa Gualtiero. Quasi le dispiace che
sia già stata privata della testa: avrebbe reso il messaggio ancora
più diretto. «E naturalmente disdirà ogni ordine. E d’ora in poi mi
occuperò personalmente di ogni cosa che entrerà nella sua cucina.
Anche l’acciuga più insignificante, ogni oliva, dovrà essere approvata
da me. Tutto chiaro?»
«Ma dai, tesoro, cerca di aver la mente più aperta …!»
«E d’ora in poi si rivolgerà a me con il dovuto rispetto, come si
conviene al suo capo. Da domani mi occuperò dei suoi ingredienti.
Buona serata.»
Gualtiero rimane incollato a terra, mentre Eva gira i tacchi e va
a consumare la sua vittoria al tavolo del buffet. Manfredi la guarda
allontanarsi, con un fremito d’orgoglio dipinto negli occhi: e con un
gran sorriso, batte la mano sulla spalla imponente dello chef.
«Vecchio mio, “i guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in
guerra: solo gli sconfitti vanno in guerra, e dopo cercano di
vincere”.» «Risparmiami i proverbi.» Gualtiero se lo scrolla via. Ogni
traccia di ilarità è scomparsa dal suo volto rotondo. «E poi sei un
bastardo. Spero che con ’sto bel teatrino ti sei guadagnato almeno
una scopata, eh!»
«Sempre inappropriato, Gualtiero.» Manfredi ridacchia, per
nulla sfiorato dal risentimento dello chef. «Passa una buona serata,
riguardati.» E gli volta le spalle per raggiungere Eva al tavolo
circolare.
Lei gli rivolge un sorriso a mezza bocca, un angolo appena
sollevato.
«Non avevo alcun bisogno d’aiuto, paladino delle cause altrui.»
Manfredi ricambia il sorriso. «Tuttavia, l’hai apprezzato.»
«Non avrei dovuto?» Gli porge un nuovo bicchiere di vino, lo
stelo stretto fra il medio e il pollice. Lui prende il calice in mano: ma
nel farlo, il suo indice scivola sul dorso della mano di Eva. Non si
ritrae e carezza la sua pelle liscia. Percepisce i brividi di lei, vede il
suo fiato sospeso fra le labbra schiuse; come chi, confusa, si dibatte
fra la volontà di fuggire e il desiderio di chiedere qualcosa di più. Lo
sguardo gelido di Manfredi cerca quello di lei, lo arpiona e lo
costringe a sostenere un infinito, immobile istante. La terrazza è
come avvolta in un silenzio irreale: e nello spazio che li divide, si ode
soltanto il suono della risacca, giù, in spiaggia.
Eva ritrae la mano con il bicchiere e manda giù un lungo sorso,
che le brucia la gola e i pensieri. «Perché non mi illustri i primi,
paladino?»
Manfredi abbassa lo sguardo, con il suo solito sorriso storto: e
con un braccio per un istante la stringe a sé, mentre passa in
rassegna le fettuccine alla rana pescatrice e i ravioli neri di gamberi.
«Un ascensore? A quest’ora?»
Eva guarda Manfredi come se la stesse prendendo in giro.
Terminata la cena, fra una girandola di mezzi nobili, politici
locali e un sorprendente sorbetto al pepe nero e pistacchio, lui le ha
fatto assaggiare un vino dal nome così bizzarro da sembrare una
parola inventata: Sciacchetrà. «A te, e al mutare della marea» ha
proclamato, sollevando i bicchierini nel quale il passito roteava coi
suoi riflessi d’ambra. Eva ha vuotato il suo bicchiere, indossando il
primo vero sorriso della serata: e non ha smesso di sorridere
neanche quando il liquido d’ambra le ha inondato il palato di spezie.
Ora inizia a sospettare che la gradazione alcolica dello
Sciacchetrà sia ben più elevata dei diciassette gradi dichiarati. Non
ha protestato quando Manfredi le ha proposto la passeggiata del
lungomare, dal Cristobal al castello, né i piedi fasciati nei tacchi alti
hanno accennato a lamentarsi. Gli ha persino concesso di tenere il
braccio attorno alla sua vita e carezzarle una spalla nuda. Ma
adesso, ai piedi dell’imponente cinta muraria del castello, illuminato
dal basso da fari dorati, Eva si domanda se sia possibile, per lei,
essere ubriaca senza saperlo. In ogni caso, questo spiegherebbe
perché, a ogni passo, sente i piedi più leggeri, e la mente più
sgombra.
«Mi prendi in giro?»
Manfredi scuote la testa, con il suo sogghigno obliquo. Eva ha
la perfetta visuale della sua mandibola, dritta come una coltellata, e
dell’angolo sollevato della sua bocca. E per la prima volta da quando
lo conosce, le pare che non sia mai cambiato: che sia sempre stato
quella versione così crudele, aurea e perfetta di se stesso.
«Prenderti in giro? Ah, no.»
Le indica il punto in cui la pavimentazione liscia del lungomare
si incontra con la viva roccia che sostiene il castello. Guida il suo
sguardo fra le sagome dei ristoranti in chiusura, fra legno chiaro, luci
calde e conchiglie appese che il vento fa tintinnare come un inno
all’estate in arrivo. Entrano in un tunnel, che passa sotto il castello
come una galleria: alla loro sinistra barchette storiche d’esposizione,
e a destra, circondata dall’aria che sa di cantina, come scavata nella
roccia, riluce la porta di metallo cromato di un ascensore.
«Hai proprio una triste opinione di me.»
«Ma non possiamo salire, sarà chiuso!»
Manfredi la sospinge lievemente, la mano al centro della sua
schiena. Si avvicina alla porta, schiaccia un tasto al fianco del
quadrante, e l’ascensore si apre senza un rumore. Una luce accesa
li accoglie all’interno e una voce suadente di donna li informa che sì,
quello è proprio l’ascensore per il Castello di Lerici.
Eva si volta verso Manfredi, i sensi all’erta per captare la
trappola.
«Ammetto che è piuttosto sorprendente che funzioni a
quest’ora, ma mi vengono in mente almeno una decina di motivi per
cui sarebbe una pessima idea farsi sorprendere a entrare al di fuori
dell’orario …»
Manfredi le posa le dita sulla bocca, e lei si interrompe. Le
carezza il labbro inferiore con il pollice, delicatamente, gli occhi
incatenati ai suoi.
«Ho un permesso. Dal sindaco in persona.»
Mentre Eva tenta di prendere il controllo del suo respiro, le
torna in mente la scena al Cristobal: Manfredi che si dice
preoccupato per lei e si allontana per parlare in privato con il sindaco
… Fa per riprendere fiato, ma le dita di lui si sono già allontanate:
trafficano con la pulsantiera interna dell’ascensore e le porte si
chiudono. Eva si domanda come siano entrati senza che se ne
accorgesse, e se non sia davvero più brilla di quanto crede.
«Me l’hai fatto apposta.»
«Cosa avrei fatto apposta?»
Eva non risponde.
Immagina una chiamata prima della cena e poi la premura, la
conversazione con il sindaco, la scenetta con Gualtiero. Tutto per
attirarla nella sua tela.
Ma non ne ha le prove, e si morde l’interno della guancia. E, se
dà ascolto alla piccola fiamma che sente divampare appena sotto lo
sterno, forse preferisce pensare diversamente. Credere che nulla sia
stato progettato e che lui la stia portando al castello soltanto per
concederle un istante di pace.
Manfredi le sta di fronte, una mano affondata nella tasca dei
pantaloni e l’altra che tiene la giacca ripiegata su una spalla. La
camicia gli fascia la schiena come una seconda pelle. Il profilo di
ogni muscolo pare sia stato disegnato dalla mano esperta di un
artista rinascimentale.
Eva si schiarisce la gola. Da quando la sente così secca, come
ricoperta di granelli di sabbia? Vorrebbe dire qualcosa, ma si lascia
sopraffare dal silenzio sospeso tra lei e quella schiena, e dal fruscio
dei macchinari: finché l’ascensore si arresta, e con un delicato
“Arrivederci!” li invita a uscire.
Eva non attende neppure che le porte siano aperte del tutto;
supera Manfredi e i suoi occhi spietati, e si lancia fra le braccia del
libeccio.
La corte del castello è come sospesa a mezz’aria, sopra i vortici
del vento che sibila fra i merli delle mura inferiori. Lei non si guarda
neanche intorno: con un ticchettio nervoso raggiunge il parapetto, si
aggrappa alla pietra e getta lo sguardo davanti a sé, verso il mare
nero come l’abisso che le si apre di fronte. Le pare che il suo cuore
si sia rianimato all’improvviso: un tumulto insopportabile che le
riempie i timpani e che il buio della marea amplifica, spietato. Ha le
labbra schiuse, il fiato corto come se avesse corso per interi
chilometri, inseguita da una schiera di spettri che mai, mai avrebbe
creduto di rivedere. Ma gli spettri sono lì. Sono tornati, l’hanno
inseguita dall’altro capo d’Europa, sulla pietra e sotto le onde: sono
lì, in carne e sangue, in piedi dietro di lei.
«Eva , tesoro …?»
Una mano si posa sulla nuca di Eva, avvolgendola con il suo
gelo. Lei si irrigidisce, mentre le dita scivolano, lente, inesorabili,
sulla sua pelle. Le avverte indugiare sulla prima vertebra, delicate
come un bacio: e poi scorrere, in un rivolo d’acqua e ghiaccio, lungo
la spina dorsale. Inarca la schiena sotto il suo tocco, si morde il
labbro inferiore.
«Eva, meine Schatz …»
Si volta, fulminea, come se quelle parole sussurrate le si
fossero conficcate fra le costole. Manfredi è chino su di lei, una
figura scura contro la luce del castello.
«Mi farai morire …»
Manfredi si fa più vicino, quel tanto che basta per avvertire il
fiato di Eva danzargli sulle labbra. In attesa, alimentato dalla frenesia
viva che sente emanare da lei come una fragranza. Le sue mani le
avvolgono le spalle e risalgono sul collo. Sorride, a lei e al ricordo di
quelle parole che le sono rimaste impigliate nel cuore.
Senza preavviso la assalta, spingendola contro il parapetto. Le
afferra il volto, con forza, e impaziente come un fiume troppo a lungo
trattenuto, affonda dentro la sua bocca. Le sue labbra hanno
cambiato sapore: sanno di pistacchio, chiodi di garofano e della
sfumatura più dolce del panico. Manfredi si preme su di lei, e sotto la
sua ira affamata, come allora, Eva abbandona la costa: e diventa
risacca, furiosa, che si infrange sulla scogliera.
CAPITOLO 9

L a villa è avvolta nel silenzio del primo mattino.


Il sole non riesce a raggiungerla: ancora si arrampica sulle
rocce, sulle creste d’avorio e bronzo della baia. Solo il vento
spadroneggia, implacabile come un marchese che visita il suo feudo.
Strapazza la bouganville che si accalca sul muro e risale, fra gli
intrecci della ringhiera e nelle corolle dei gerani. Rimane fermo un
istante, per contare i loro petali e raccontare storie di una terra più
aspra, oltre il mare. E poi li scavalca, e gonfia con il suo impeto le
bianche tende, alla porta finestra.
La brezza inciampa sulla soglia: si scrolla via le tende, esulta, si
infila fra le pieghe di un abito abbandonato sul pavimento. Lo agita,
come un gatto frenetico, si stanca, si getta sul letto.
Si stiracchia sulla schiena nuda dell’uomo, e ride di lui quando
la vede ricoprirsi di brividi. Sibila fra i suoi ricci biondi, rotola sul
cuscino: e si avvolge al collo della donna, come un gioiello che
odora di sale, evaporato sugli scogli e sulle ali dei gabbiani.
Quando apre gli occhi, Eva ha l’impressione di vederlo, quel
vento.
Distende le gambe intorpidite, lentamente, riprende il controllo
delle mani: e con la vista, gli altri sensi iniziano a ricomporre i loro
ricordi. L’olfatto è il primo. Un aroma d’uomo e di spezie, di pelle
levigata e lenzuola stropicciate: è intorno a lei, sotto di lei, dentro di
lei. Sì, dentro: riesce a percepirlo, annidato nel suo corpo come una
piantina cresciuta al buio e che all’improvviso ha deciso di fiorire.
Eva si strofina gli occhi con la mano. Ha ancora nelle orecchie il
fruscio della seta che cade a terra, il tintinnare della cintura; i gemiti
acuti del suo desiderio, e l’ansimare profondo del cacciatore
soddisfatto; l’orologio del Settecento, acquattato sulla cassettiera,
che scandisce il tempo di ogni nuovo respiro. Tic. Un colpo. Toc. Le
vertebre arcuate. Tic. Le unghie nel materasso. Toc. Le dita sui suoi
fianchi. Tic. La luna che tramonta. Toc. Il cuore che trema.
Eva si mette a sedere e il lenzuolo le scivola addosso come
rugiada su un petalo: la sua pelle è bianca come sempre, intoccata.
Si volta, posa su Manfredi uno sguardo accigliato. Stringe il cuscino
con una mano e i muscoli sottili e definiti del suo torace si
confondono con le pieghe del lenzuolo. Ha il volto disteso.
Eva allunga le dita verso quel volto, verso le ciglia sospese nel
sonno come fili d’oro: ma poi ritira la mano, senza toccarlo. Si morde
il labbro, e cercando di non far rumore, scende dal letto. Indolenzita,
si getta addosso una vestaglia, ripiegata su una sedia accanto allo
specchio della toeletta. Recupera da terra il vestito, le scarpe e la
pochette finita sotto al letto. I suoi passi nudi sono impercettibili. Si
muove rapida, con gli occhi fissi a terra, e senza un suono scivola
fuori dalla porta. Forse, se sarà abbastanza veloce a raggiungere la
sua camera e ad affogare l’odore di spezie sotto la doccia, riuscirà a
impedire a se stessa di pensare.
Almeno per qualche minuto.

Molto si può dire di Stefano Maggiani, ma non che non impari in


fretta.
Porta una cesta ricolma di asciugamani ben impilati. Ha il petto
gonfio e la falcata che, a ogni passo, rischia di inciampare sulle
pieghe dei tappeti. Ma non incespica, nossignori: fa le scale d’un
fiato, in punta di scarpe, come se ad attenderlo in cima ci fosse la
promessa di una promozione. È ben contento, Stefano Maggiani. La
Sonia, giù in lavanderia, gli ha piegato personalmente gli
asciugamani, anziché abbandonarlo al suo destino in balia della
biancheria fresca di asciugatrice. E quando è uscito dalla lavanderia,
col nuovo passo sicuro di sé imparato spiando il signor della
Gherardesca, avrebbe potuto giurare di sentirla sospirare, mentre
arrotolava i calzini che qualcuno ha lasciato di straforo nella
lavatrice.
Ha ben ragione di sospirare, la Sonia. Con i ricci incollati dal
gel, la targhetta dorata ben lucidata e la camicia infilata nei
pantaloni, Stefano fa proprio la sua figura. Ogni superficie riflettente
gli restituisce uno sguardo stupefatto, di chi vede se stesso ma non
si riconosce davvero: e allo stupore segue un sopracciglio alzato, un
ghigno furbesco, e poco ci manca che si faccia da solo l’occhiolino.
Si infila nel corridoio, badando bene di non far rumore. Si volta a
sinistra, verso le colonnine di diaspro rosso e lo specchio dalla
cornice dorata. Stupore, sopracciglio alzato, ghigno da seduttore.
L’orecchino brilla nella cornice. Sì, fa proprio la sua figura.
Uno scatto metallico lo distoglie dalla sua contemplazione, e
per poco la cesta non gli scivola dalle mani. A metà del corridoio, la
signorina Baumann sta chiudendo la porta della sua camera. Si volta
a guardarlo, per un lungo momento carico di tensione. È in bilico su
un paio di zeppe e si è avvolta in un prendisole cucito all’uncinetto.
Un foulard le copre i capelli e un paio di occhiali da sole le nasconde
buona metà del volto. Sembra un grosso insetto con un generoso
conto in banca: nella fattispecie, a giudicare dalla linea secca delle
labbra, una mantide religiosa pronta a staccargli la testa. Stefano
deglutisce: poi, fulmineo, si porta la mano all’orecchio, toglie l’anello
e lo fa sparire in fondo a una tasca.
«Buongiorno, signorina Baumann!» E solleva la cesta come per
mostrarle che sì, sta proprio lavorando. Lei non risponde, gli rivolge
un cenno e con andatura solenne lo supera. Stefano stringe la cesta.
Non si sarà ingellato i capelli per niente. Eh, no.
«Signorina Baumann, aspetti, mi dica!»
La mantide si volta, lentamente. Il sorriso di Stefano si scontra
con le lenti curve degli occhiali, in un oblò deformato. Visto così, non
sembra più tanto affascinante.
«Sì, mi scusi, volevo solo ringraziarla per …»
«Dopo.» La mantide sibila, in un tono che non ammette
repliche.
«D’accordo, sì, ecco … È davvero radiosa stamattina!»
La mantide inclina la testa e abbassa appena gli occhiali. Ha gli
occhi gonfi di chi non ha dormito a sufficienza, si prepara ad
attaccare.
«Volevo chiederle se potevo fare qualcosa per lei, qualsiasi …»
«Dopo.»
«… Potrei portarle una tisana, con ghiaccio giusto? Sta
andando in spiaggia? Posso …»
Una porta si apre, alle sue spalle.
«Oh, bene, sono già arrivati!» Il signor della Gherardesca
appoggia un braccio sullo stipite della porta, sbadigliando. Ha i
capelli arruffati ed è completamente nudo, eccezion fatta per un telo
da mare drappeggiato attorno ai fianchi. Stefano si rianima e gli
porge due asciugamani puliti, con mille cerimonie. «Visto, Eva che
personale efficiente?»
La signorina Baumann gli scocca un sorriso tirato. Stefano ha
visto lo stesso sorriso agghiacciante sulla bocca degli squali. Regge
la cesta, lo sguardo che scatta fra l’uomo in telo da mare e la donna
mantide: i nervi tesi di lei, la soddisfazione appesa alle palpebre di
lui. E Stefano, alla fine, capisce.
Perché lui per certe cose ha un sesto senso.
Certe cose le sente.
«Simone!»
La mantide ha la voce stridula, e non lo guarda neanche.
«Stefano, signorina …»
«Quello che vuole. Ci sono i miei vestiti da lavare.»
«Sì, sì, signorina Baumann!»
«E aspetto il mio completo pervinca entro le 11:00. Lo vada a
ritirare.»
Stefano non ha idea di che colore sia il pervinca, ma non ha il
tempo di chiederlo: la mantide gira i tacchi, e con uno scatto le sue
gambe bianche sono già nel pianerottolo. Alle sue spalle, il signor
della Gherardesca sta ridacchiando.

Le zeppe di Eva calcano la roccia dei gradini come se volessero


scavarla. Si regge al corrimano con la mano destra, mentre nella
sinistra stringe il diario di Gertrude. Non sa neanche perché l’ha
preso, solo un miracolo riuscirebbe a calmarle i nervi. Scende la
ripida scala che, dalla pineta, costeggia la viva roccia del
promontorio. Un centinaio di gradini, racchiusi tra una ringhiera di
legno e le piante coraggiose arrampicate sulla pietra: cespugli
variegati di ginestre, borragini e campanule, che tendono le piccole
dita delle loro corolle gialle, violette, rosate verso il mare. Ma Eva
non ha occhi per il mare, né per l’alternarsi di verde, ceruleo e blu
cobalto che scintilla nella promessa dell’ennesima giornata di sole.
Tiene lo sguardo fisso a terra, concentrata sui suoi passi e
sull’agitarsi confuso dei suoi pensieri. È talmente concentrata che
inizia a sudare. Le pare che ogni gradino la porti più in profondità
nella sua mente, verso quella zona buia che in tutti questi anni ha
evitato accuratamente di toccare: come una stanza chiusa a chiave,
nel tentativo di dimenticarla. E invece, eccola lì: aggrappata a una
scaletta sdrucciolevole come una capretta di montagna, che si finge
sicura nell’avanzare nonostante si senta frastornata. Perché di
quella stanza chiusa ha gettato la chiave, ma ha permesso che un
vecchio ospite entrasse dalla finestra. Scuote la testa, raddrizza gli
occhiali, si sistema il foulard. Suda, e medita di toglierlo non appena
sarà in fondo a quella dannata scala.
Sotto di lei, la spiaggia è una mezzaluna di ciottoli lisci, bianchi
come brina. Si lancia verso l’acqua, con le spalle coperte dalla roccia
rossa del promontorio: e la pietra non la lascia andare, ma la
circonda, in un abbraccio che termina in una manciata di scogli dalla
sommità rotonda. Davanti alla spiaggia, una porzione di mare è
racchiusa nella baia, e l’acqua riflette, più scura, la chioma pigra dei
pini marittimi: ma poi, oltre la pietra screziata d’argento e rame, il
Mediterraneo è una gemma preziosa, dai riflessi vivi e cangianti.
Eva approda alla spiaggia, sbuffando.
Si toglie il foulard e gli occhiali, si asciuga il sudore dalla fronte
e posa i suoi averi contro la parete rocciosa, dove gli inservienti
hanno impilato sdraio e ombrelloni chiusi. Si guarda intorno, il pugno
destro premuto sul fianco e le sopracciglia aggrottate. Ha fatto bene i
suoi calcoli: la caletta non è ancora toccata dai raggi solari, e ora
che non deve più misurare ogni passo per evitare di andare incontro
a una poco onorevole caduta, può godersi il refrigerio del mattino.
La risacca, a riva, è un quieto mormorio. Solleva il viso e
guarda su, verso la pineta, il naso arricciato e le labbra stropicciate:
una lieve brezza scuote i rami dei pini, che sussurrano in mille voci
armoniose. Da qualche parte, fra le foglie fragranti, un merlo
compone il suo canto melodioso e una cicala inizia a frinire, fra i fiori.
Eva scuote il capo. Proprio un bel quadretto, non c’è che dire. Va
verso il mare, verso gli scogli che la attendono come mani tese. La
brezza scende dalla parete e la prende alle spalle, scompigliandole i
capelli. Eva perlustra lo specchio di mare, alla ricerca di pericoli
sommersi: il fondale sembra placido, nell’acqua così trasparente che
può contare ogni roccia, ogni alga, ogni pesciolino sospeso. Si siede
su uno scoglio e, lentamente, si toglie le scarpe. Le lascia dietro di
sé, le ginocchia strette al petto, e si sporge verso quel verde fresco e
invitante. Pietre rotonde, alghe, un granchio grosso quanto una
falange. Innocuo.
«Oh, insomma!» esclama, non sa se rivolta al granchio o a se
stessa.
Avvicina un piede all’acqua: è fredda, ma non abbastanza da
tirarsi indietro.
Anzi, è gradevole.
Immerge entrambi i piedi, finché il mare le lambisce le
ginocchia. Se si tende appena, riesce a sentire la superficie ruvida
delle pietre del fondale. La frescura la avvolge, risale dai piedi per
donare un brivido piacevole a tutto il corpo. Eva rovescia il capo
all’indietro, e la sua smorfia truce accenna a distendersi. In fondo,
non è così male. Passa le dita sullo scoglio, i polpastrelli che
seguono ogni crepa. Chiude gli occhi, concentrandosi sulla brezza
che le si strofina contro la guancia. Concentra ogni fibra del suo
corpo nel tatto: sente il freddo, il caldo, il ruvido, come presenze vive

Inspira profondamente, prima di aprire il diario e posarlo sulle
ginocchia. Alla luce del sole, la grafia sottile di Gertrude pare un
merletto d’inchiostro …

17 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
Maria mi riempie di tisane amare, fatte con una pianta dai
fiori rosa, e le sue lezioni si fanno sempre più ardue. La
seguo costantemente, e lei, spiega, racconta … a volte
persino mi sgrida. Mi fa quasi paura, con quelle sue parole
taglienti che non comprendo: ma subito mi rassicura, mi
prende le mani e con la pazienza di una madre mi insegna
il modo corretto di raccogliere le piante, sminuzzarle,
curarle. Per ognuna ha una cura profonda – ma nessuna
sembra amare quanto una pianta cespugliosa, che cresce
all’entrata del suo giardino. Una pianta odorosa, che Maria
ama inserire in quasi tutti i suoi piatti: le parla, la carezza
quando le passa accanto, le sussurra parole in dialetto che
non riesco ad afferrare … e guai se io mi avvicino! Dice
che solo lei può toccarla e usarla: e la chiama
rimembransa, cioè ricordo, perché, dice, è la custode dei
suoi ricordi.
Sto imparando così tanto, eppure è così difficile tenere il
passo! Capiamo ognuna la metà di ciò che dice l’altra, e
per di più di tante piante non vuole rivelarmi il nome! Ma io
voglio sapere, e senza libri di botanica in tedesco posso
solo affidarmi alla mia memoria. E com’è sfocata, la mia
memoria! Ogni volta che mi sforzo di ricordare com’era
vivere lontano da qui, a Berlino, coi miei libri e i miei
manuali – ogni volta sento che mi si annebbia la vista e
rischio di svenire!
No, meglio non pensare. Ignorare i ricordi e gettarmi a
capofitto in questa assurda realtà a due passi dal mare
crudele.

Erba rissa Usare il succo contro le ferite. Tenere in mano


per calmare le paure e aumentare il coraggio.
Appenderne un mazzolino sopra al letto per far durare
l’amore almeno sette anni.

Èrbo gianco Bruciare i fiori contro l’insonnia. Annusare per


allontanare la melancolia. Ingrediente per attirare l’amore.
Indossare per protezione dal malocchio. Mettere sotto al
cuscino per far esaudire i desideri.

Camomilla In infuso per dormire meglio, fare il bagno nei


fiori per attirare l’amore e il denaro.

Erba limonina In infuso scaccia la melancolia e l’insonnia.


Qualche foglia nel vino rosso fa innamorare, bruciata
richiama l’amore.

La Salvatrice Non ho ancora scoperto il suo vero nome,


Maria la chiama sempre così. Strofinare le foglie sui denti
per renderli bianchi e sulle punture di insetto per alleviare il
prurito. Bruciata allontana il male, in tisana aiuta contro i
dolori mestruali. Maria la usa con le verdure e la carne per
il ripieno dei raviei, quadratini di pasta.

… Ma qualcosa, in quel momento , decide di impedirle di


imparare la ricetta di quei raviei.
E lo fa aggrappandosi al piede di Eva.
Una sensazione improvvisa, di risucchio, come una ventosa.
Eva si ridesta, spalanca gli occhi, agita il piede sommerso.
Il risucchio aumenta, le risale la caviglia.
Eva scalcia, getta le gambe in aria: e dagli abissi, così
strettamente avvinghiato al suo piede da sembrare uno stivale di
pessimo gusto, il misterioso risucchio mostra il suo volto. Ed eccolo,
l’antico terrore dei marinai, il signore dei racconti, dei miti e delle
sagre di paese: un polpo, viscido e violaceo di collera.
E saldamente ancorato al suo piede.
Fra i tentacoli, il suo occhio fissa Eva: e lei, riversa sullo scoglio
con la bestia che la giudica maligna, si concede il più acuto strillo
della sua vita.
La bestia, per nulla impressionata, le stritola la caviglia. Lei
rotola giù dallo scoglio, scrolla il piede, afferra una zeppa. Il diario
cade sui ciottoli, pericolosamente vicino all’acqua. Eva minaccia il
polpo, cambia idea, tenta di forzare i tentacoli. Le scappano via,
lasciandole le dita viscide. La bestia la sfida, la tiene più stretta. «È
solo uno schifo di mollusco!» grida Eva, a se stessa e al piede che,
per quanto lo scrolli, non vuol sapere di liberarsene. Lo sbatte a
terra, i ciottoli schizzano in ogni dove: ma il cefalopode ha già
raggiunto il ginocchio. La guarda, col suo occhio immobile. Un
pensiero si accende nella mente di Eva, un lampo nel cielo estivo:
non è fra i tentacoli che i polpi hanno il loro becco?
Si prepara a urlare una seconda volta.
«Cos’è, s’è dimenticata la polpara?»
Una voce riecheggia nella baia. Una voce profonda, che
nasconde, e neanche troppo bene, una risata. Eva si mette a
sedere, i capelli scarmigliati e gli occhi spalancati. La testa di Mirco
Cozzani affiora dalle acque, seguita dai ricci e da tutto il resto. I
capelli gocciolanti e il mare che gli imperla il torace nudo: le sue
membra scolpite emergono dall’azzurro con disinvoltura, come se
fossero figlie di quelle acque e dei suoi fondali. Ha solo un paio di
bermuda, a coprirlo, e nella mano destra stringe qualcosa di molto
simile a un fucile. Eva impallidisce quando, nel guardarlo meglio,
nota che quell’arnese termina in una punta acuminata. «Lasci, ci
penso io.»
Mirco impugna la fiocina e la solleva lentamente. Chiude un
occhio, l’altro che prende la mira: un lampo di smeraldo,
ammaliatore e letale.
«Fermo! Non ci provi neanche!»
Eva scalcia con la forza della disperazione, e afferra di nuovo
una delle zeppe. Non le importa del prendisole, che è salito talmente
tanto oltre le ginocchia che ormai è quasi come non averlo: se
quell’energumeno marittimo ha intenzione di fare fuoco, lei saprà
fargli male. Polpo o non polpo.
Mirco abbassa la fiocina, ed esplode in una risata. Non è più il
riso sommesso del pomeriggio al molo, quel suono fastidioso e
canzonatorio: è una vera risata, di chi non ha mai visto niente di più
spassoso di quella tedesca coi capelli arruffati, un cefalopode
avvinghiato a una gamba e una zeppa in mano.
«Ma cosa ride! Faccia qualcosa!»
Il ragazzo avanza di qualche passo, spostando le acque al suo
passaggio. Lascia la fiocina sugli scogli (Eva allenta lievemente la
presa sulla scarpa) e si avvicina a lei e al suo aggressore. Nessuna
esitazione, nei suoi occhi di smeraldo, solo il mare ad adornargli le
ciglia scure. Si accovaccia a terra e guarda Eva con un mezzo
sorriso che gli aleggia sulle labbra. Lei conosce bene
quell’espressione: commiserazione.
«Se la smette di scalciare glielo levo.»
«Sì, e se mi morde?!»
«Non la morde. Lo tolgo io.»
Eva si immobilizza e gli punta dritto in faccia il piede ricoperto di
viva gelatina.
«Ma in fretta!»
Mirco le afferra il piede con una mano. Scosta gli ultimi
tentacoli, le stringe la caviglia, attira la gamba a sé: poi si china,
fulmineo, il viso contro il polpaccio di Eva. Lei non ha il tempo di
ritrarsi che il polpo ha un brivido: immediatamente lascia la presa e
scivola giù, molle come un sacco vuoto. Eva si divincola dalla stretta
di Mirco: non ha visto cos’ha fatto, ma intende essere a distanza di
sicurezza prima di scoprirlo.
«Toh. Ecco fatto.» Il ragazzo afferra il polpo, lo tiene per la
testa. Lo sta esaminando da vicino, con interesse, e analizza uno a
uno i lunghi tentacoli afflosciati. «È stata brava, era bello grosso!»
Poi si volta verso di lei. I suoi occhi risalgono la caviglia
arrossata, i segni rotondi delle ventose, le cosce pallide e toniche.
Eva segue quello sguardo, così penetrante da farla sentire ben più
nuda di com’ è. Con un moto di orgoglio ferito, abbassa il prendisole
e si alza in piedi, barcollante.
«Sì, insomma …» Si passa una mano fra i capelli, e troppo tardi
si accorge di aver ancora fra le dita la sensazione viscida del polpo.
Ha un brivido. «Come ha fatto?»
Mirco tira su: il cefalopode penzola nella brezza. «Un morso in
mezzo agli occhi.» Glielo indica, orgoglioso. «Proprio qui.»
Lei lo guarda come se venisse da Marte «Lei ha fatto cosa …?!
No anzi, guardi, non me lo ripeta.»
Mirco ride di nuovo, ancora quella risata strafottente. «Se non
ha altre bestie da farmi ammazzare, vado.»
«Scusi dov’è che va?!»
«Alla mia barca.»
«E dove ce l’ha la barca?»
Indica con il polpo il mare aperto, lo spicchio celeste oltre le
rocce della baia. I tentacoli ondeggiano come festoni.
«E mi vorrebbe dire che è venuto fin qui a nuoto? Con
quell’affare?»
Eva punta la fiocina, innocua e inerte sullo scoglio. Solo in quel
momento si rende conto di avere ancora la zeppa in mano.
«Eh sa, stavo pescando.»
«Ma lo sa che fino a quegli scogli là è proprietà privata?!»
«E lei lo sa che l’ho sentita gridare da là fuori?»
Il polpo fluttua ancora a mezz’aria, verso il mare aperto. Eva
ammutolisce, si preme una mano sul petto, tossicchia nervosa.
Guarda a terra, fra i sassolini bianchi, alla ricerca di qualche altra
scusa per far passare all’energumeno la voglia di razzolare con
un’arma nei paraggi delle proprietà altrui.
Mirco si volta, fa per andarsene. «Ah, dimenticavo. Teh.»
Eva sta ancora pensando a una rispostaccia da indirizzare a
quel bestione, quando un’ormai familiare sensazione di viscido le
viene scaraventata addosso. Sobbalza, e per poco urla di nuovo
quando si ritrova il polpo tra le braccia. Si volta verso Mirco, e con un
tuffo al cuore lo vede inoltrarsi nelle acque.
«Ma come osa … Torni subito qui!» grida, e tenta un passo sui
ciottoli: ma incespica, e per poco il cefalopode non le sfugge di
mano. Mirco si gira verso di lei, già quasi totalmente immerso
nell’acqua. Emergono solo le spalle possenti, i capelli umidi, e quei
dannati occhi da canaglia impunita.
«Eh, no, l’ha pescato lei!»
«E cosa dovrei farci con questa roba?!»
Eva non si è mai sentita così vicina a una crisi di nervi.
Mirco sghignazza, prima di tuffarsi. «Be’, veda un po’ lei! Lo
mangi!»
E scompare, reclamato dalle onde come un dio marino.
Eva batte un piede a terra, furiosa, le labbra strette in una muta
dichiarazione di guerra. Rimane ancora un momento a fissare il
punto in cui lo screanzato è sparito, e prega intensamente che un
cefalopode di stazza e fame superiori lo abbia trascinato negli abissi.
Poi recupera il diario, infila i piedi nelle zeppe, e con la sua preda
molliccia stretta in pugno e il passo di chi è pronta a radere al suolo
l’intera Riviera di Levante, si incammina verso la scala scavata nella
roccia.
Riprende il foulard e se lo avvolge alla meno peggio attorno al
collo, e cela lo sguardo iniettato di sangue dietro le lenti degli
occhiali.
Storti.
Spera davvero che, quando sarà in cima, quell’incapace
dell’inserviente (Stefano, Salomone o come si chiama) le si pari
davanti con la sua tisana con ghiaccio. Ci sarà pur un buon pretesto
per scaraventargli addosso un cefalopode appena pescato.

Agosto 2012, Mar Mediterraneo

Il mare mosso seguiva la nave come un dragone.


Il ragazzo stava sul ponte, seduto sui barili.
Il piede appoggiato al parapetto, quello che li separava
dall’oceano: centinaia di vite accucciate sulle poltrone, tra le loro
valigie e le loro coperte. Teneva lo sguardo davanti a sé, sulla
distesa possente, sul dragone che ammiccava e sulla luna che, alta
nel cielo, ascoltava le foreste ululare e l’acqua danzare.
La dea e il suo rituale, il dragone impegnato nella parata in suo
onore dietro la nave che portava i turisti da Ancona alla Grecia. Solo
se la Luna l’avesse permesso: perché se lo avesse ordinato, il mare
avrebbe potuto inghiottirla, tra la spuma che nelle onde scure
diventava fosforescente. La città galleggiante taceva dormiente, tra i
sonni nelle cabine e i sacchi a pelo nei corridoi, le tende sul ponte
scosse dall’aria gelida.
I capelli del ragazzo erano lunghi fino alle spalle, mossi e scuri,
ingarbugliati in un codino precario. La barba, lunga di qualche
centimetro, gli scuriva il volto già abbronzato. Con i piedi sulla
ringhiera, la schiena appoggiata sul cumulo di barili e un taccuino tra
le mani, guardava il cielo. Venere benediceva la notte, con un bacio
sottile poco più in là della luna: Mirco quel bacio lo sentiva sulla
pelle. L’eco di amori passati in porti ormai lontani , donne alla
finestra che guardavano la sua stessa luna, il suo stesso mare; che
cullano il ricordo di quell’abbraccio senza vincoli. Un abbraccio che
sa di valere per poco, e per questo stringe più forte, a proteggersi
dall’alba che lo scioglierà.
«Ehi, marinaio». Un accento greco lo distrasse. «Ti ho portato il
whisky.»
La mano delicata gli allungò un bicchiere tozzo, il liquido scuro
nella luce soffusa del ponte conservava le sue sfumature ambrate.
Mirco lo prese e si girò verso la ragazza: si era seduta per terra, di
fianco ai barili, con la schiena appoggiata al parapetto della nave e
le spalle sottili rivolte all’oceano.
«Grazie». Ne sentì il profumo, secco e caldo, come una
carezza rude. «Pausa sigaretta?»
Lei annuisce, scuote il caschetto rossiccio e sbottona il gilet
verde scuro sopra alla camicia.
«C’è un’umidità da paura.»
«Non più del solito.»
«Allora sarà perché faccio cocktail dalle sei di pomeriggio.»
Lasciò andare la testa all’indietro.
«È agosto … A che ora stacchi?»
«Tempo di chiudere, un’oretta, se la smettono di alcolizzarsi …
Questi cazzo di italiani.» Gli rivolse una risata sbarazzina.
«Sono i greci che tornano! Belìn!» Risero. Lui le passò
l’accendino.
«Sai, un po’ mi mancherà …»
Lui le diede una mezza noce di cocco piena di mozziconi. «Fare
cocktail dalle sei?»
«No, il belìn!» L’aveva imparato male, lo diceva con le labbra
impettite come se fossero arrabbiate. Si era rassegnata e se ne
fregava, anche lui.
«Sei senza speranza.»
«Sai, forse ho un pessimo maestro …» Distese le labbra
carnose in un sorriso e chinò la testa di lato, aspettò.
Lui si accarezzò il mento. «Secondo me è talmente bravo che
non gli stai dietro …»
Lei tornò a guardare la parete della nave, davanti a sé, di un
bianco ormai diventato grigio. «… Insomma, la stagione. Trovarsi sul
ponte, sempre nello stesso posto …» Si accarezzò i capelli e spostò
la frangetta, la lisciò all’indietro. «Il cielo …»
«… Rubare le bottiglie a metà e sbronzarci …»
«Shhh! Mirco!» Si coprì la bocca con l’indice.
«I cellulari che prendono solo al porto …»
Lei alzò gli occhi al cielo. «È tutto così anni Novanta, sembra
non ci sia il tempo.»
Mirco illuminò la loro penombra con un sorriso. «Puoi rimanere
in nave …»
Spense il mozzicone nella mezza noce di cocco. «No, inizia
l’università …» Si alzò di scatto e si riabbottonò il gilet. «Ti trovo qua,
dopo?»
«Tu prova.» Piegò le dita, reclamando il suo posacenere
improvvisato.
Lei gli diede una pacca sulla spalla, uno schiaffetto scherzoso,
poi lo accontentò:
«Se tutto va bene ci sono un sacco di bottiglie stasera,
facciamo scorta per l’ultimo mese!»
Lui rise, silenzioso, ma la risata faceva tremare le spalle e
l’estremità del codino.
Le prese la mano tirandola leggermente verso di sé. Lei gli
sorrise: «Mirco! Sto lavorando!» Si sistemò il papillon: «A dopo!»
Mirco la guardò andar via.
Studiava il profilo che delle donne aveva sempre conosciuto
meglio: quello di quando le lascia andare, libere, le osserva in
lontananza mentre i motori si accendono e il mare si agita sotto la
stiva.
Bevve un sorso di whisky mentre guardava il cielo. Marte
ricambiò lo sguardo, rosso come il mozzicone della sua Winston blu
negli attimi poco prima di spegnersi: un rosso atroce, cupo,
insanguinato.
Il whisky invase la lingua con il suo gusto di ferro e caramello, o
così lo sentì lui. Si chiese come lo avrebbe descritto suo nonno, se
lo ricordava con il bicchiere in mano, appena tornati dalla pesca.
Diceva che andava bevuto senza ghiaccio, che era rude, non nobile,
che serviva per scaldarsi nelle lunghe notti di navigazione. Lui, però,
con la faccia squadrata e l’espressione austera, lo beveva anche a
terra. Perché fino a che la Luna è coricata i marinai stanno in piedi, e
a terra o in mare, sono pur sempre marinai.
Guardò la distesa cupa e il dragone agitato e rivide la barca.
Rivide il volto di suo nonno ancora nero di capelli, con le
braccia forti e i baffi folti a renderlo più severo. Poi si scioglieva in un
sorriso.
Rivide il Besugo che aiutava il nonno a gettare le reti e poi a
ritirarle, tutti e due che si sporgevano dalla barchetta color corallo ad
armeggiare con l’incrocio delle grosse funi bianche. Vide i pesci,
ancora argentei ed energici, agitarsi sulle travi di legno rovinate. E
poi rivide il bambino, con i capelli neri e gli occhi verde smeraldo, la
maglia a righe bianche e blu macchiata, il cappellino logoro messo
storto.
Sentì il suo corpo minuto, la voce di sua madre ancora radiosa
che nel grembiule rosso lo svegliava alle prime luci. Rivide la
marmellata sul tavolo, prima di partire, il nonno che per mano lo
portava al porto e poi lo sollevava e lo metteva sulla barchetta,
nominandolo capitano. Sentì le storie delle sirene, dei pirati, delle
isole perdute e delle città lontane. Del mare che è la rovina e
l’amore, ma era come il buon whisky, irrinunciabile. Seguì il bambino
sedersi in braccio al nonno, appoggiare le due mani troppo piccole al
grosso remo e seguirlo nel suo movimento.
Poi rivide il posto, dove di orate ce n’erano tante. E allora
bisognava fare silenzio, stare seduti e attendere che i grandi
facessero il resto. Rivide il cielo nero di quel giorno, sentì l’umidità
mista all’impazienza di aiutarli, di gettare le reti e di battere i pesci.
Di renderli orgogliosi. Risentì il tonfo della rete piena sulla barchetta
precaria, e poi la sua stessa voce, un po’ meno cupa: «Nonno, ne
manca uno! Guardalo è ancora lì che nuota.»
Poi la voce del nonno, l’accento lericino roboante: «Lo
prendiamo la prossima volta, ora bisogna tornare.»
«No, nonno, lo prendo io!»
Risentì l’aria carica di presentimento e incombenza, il sapore di
vuoto del silenzio.
Risentì la prima goccia cadere sul naso.
Rivide il nonno prendere i remi, e il Besugo mettere i pesci nei
contenitori frigorifero.
Risentì la rabbia di non essere ascoltato, l’impazienza di
diventare grande, di essere finalmente un capitano, come il nonno.
Di essere forte, di poterlo mostrare, di condurre la barchetta in terre
inesplorate mentre il nonno e il Besugo remavano e lui guidava la
rotta con il cannocchiale.
«Nonno, lo prendo io.»
Risentì il peso delle corde tra le mani, l’enorme rete che striscia
sul lato della barca, le gocce scendere più velocemente e la
burrasca alzarsi. Rivide la luce dei fulmini nel grigio.
Si risentì cadere, trascinato dal peso, impigliato come il suo
pesce che nel frattempo era scappato. L’acqua entrare nella bocca,
nel naso, la gola stringersi in una morsa salata, il panico agitarsi tra
le vene.
Poi sentì il torace riaffiorare, delle mani che lo prendono e lo
rimettono sulla barca, il Besugo che veloce riprende i remi. La rete
scomparire, i tuoni sfondare le orecchie, le onde alzarsi e la pioggia
graffiare il viso. Risentì la sensazione di essere vivo, e poi quella di
aver perso qualcosa.
Si guardò intorno, ma il Besugo portava la barca da solo.
Mirco si scansò dal ricordo, bevve il whisky di un fiato. Sapeva
di sale, morte e lacrime.
CAPITOLO 10

Maggio 2019, Lerici

U n raggio di sole penetra tra le tapparelle e bacia la fronte di


Eva, scuote il sonno e costringe gli occhi a schiudersi come
girasoli. Si sveglia, stropiccia il viso e, con la mano ancora
indolenzita, fruga sotto il cuscino di fianco. Trova il cellulare, e la
prima cosa che i suoi occhi vedono con distinzione sono i numeri sul
display. Le 11.00, tre ore di ritardo; e un sms. È arrivata.
Getta il lenzuolo di lato e si alza. Accende il computer sulla
specchiera. Si dirige in bagno frenetica e si getta l’acqua fredda sul
viso, poi lo scrub leggero, l’idratante e un elastico cattura i capelli in
uno chignon sgangherato. Con lo spazzolino in bocca torna al
computer: strofina i denti mentre controlla le mail, torna in bagno a
sputare il dentifricio. Toglie la camicia da notte, la lascia sul letto,
vicino al diario, a giocare con i raggi che si intrufolano nella
penombra. Chiama con il telefono di servizio, chiede che venga
sistemata la sua stanza: oggi lei non ha tempo.
E che le venga portato il caffè.
Subito.
Dall’attaccapanni prende la vestaglia rosa, ci si avvolge, la lega
in vita. Fissa le borse sotto gli occhi, nel riflesso dietro al pc: ha
decisamente dormito troppo. Guarda il quadro di Gertrude: colpa di
quella tisana. Lei e la curiosità malsana di provare ricette trovate in
un diario vecchio di un secolo, quando quelle piante ancora non
erano guastate dall’inquinamento e dai pesticidi. Colpa di quello
Stefano, o come si chiama, che le ha spiegato che l’erba limonina è
la melissa, e l’erba persega la maggiorana, ed è corso in cucina a
prenderle, per mischiarle con la camomilla.
«Così si calma, signorina, si dimentica di tutto ciò che è
successo oggi e dorme come una bimba, garantito! La faccio
sempre alle mie figlie!»
Al diavolo.
Mette il balsamo labbra e fissa la doccia; dopo, meglio andare
prima da lei, altrimenti si perde la mattinata. Asciuga il sudore lucido
dal viso, si mette le ciabatte, quelle con pochi centimetri di tacco e
un pon-pon di pelo davanti.
Sente bussare.
Apre la porta.
«Buongiorno, signorina, allora, dormito bene? Ha funzionato la
tisana, eh? … Il suo americano!»
Prende la tazza ed esce schivando il faccione di Stefano
Maggiani, gli molla in mano l’asciugamano senza che lui se lo aspetti
o si ritragga; lui sobbalza, eppure ormai dovrebbe essersi abituato.
Si dirige alla terza camera del corridoio. Entra e lei è lì, seduta a una
delle scrivanie del piccolo ufficio, contornato da pareti di libri antichi.
«Buongiorno, Julie. Ben arrivata.»
Julie alza lo sguardo dal computer, sembra ringiovanita di dieci
anni. Indossa una longuette color perla che le arriva fin sotto le
ginocchia e una camicia con le maniche a sbuffo ricamate. I capelli
sono più scuri del solito, tenuti in un groviglio dietro la nuca, fermato
da una bacchetta simile a quelle che si usano nei ristoranti cinesi. Gli
occhiali sono rossi, rettangolari e fini. Sorride.
Eva si avvicina alla scrivania, Julie si alza e le stringe la mano.
«Vedo che si è già ambientata, le faccio portare un caffè?» Julie
si risiede e Eva si appoggia allo schienale della sedia. Tiene la sua
tazza sollevata con garbo, come se fosse lo scettro del potere. Con
un dito armeggia con il telefono sulla scrivania.
«Le basta digitare interno 1 e può chiedere tutto ciò che le
serve, Simone è il mio cameriere personale, a sua totale
disposizione».
«Stefano …» Julie arrossisce e sposta lo sguardo sulla pila di
fogli. «Ho fatto colazione qui …»
Eva dà un’occhiata all’orologio. «Mmm … Sì … giusto». Beve
un sorso dalla tazza.
«È andato bene il viaggio?»
Julie annuisce, non stacca lo sguardo dal pc.
«Avrebbe dovuto farmi svegliare … Abbiamo perso una
mattinata di lavoro.»
Julie alza lo sguardo, mentre in sottofondo si sente il rumore di
una stampante in funzione.
«Mi scusi, ma Stefano mi ha detto che ha avuto una giornata …
ecco, l’ha definita traumatica.» Gli occhi verdi sono teneri, in quel
viso da bambina, di chi la cattiveria l’ha conosciuta solo nelle streghe
delle favole. Sorride senza mostrare i denti, le guance si gonfiano e
diventano rosse. «Spero nulla di grave, se ha bisogno di parlare lo
sa, io sono …»
Eva corruga le labbra e mostra un palmo: «Julie ho bisogno
solo che faccia il suo lavoro.»
Julie abbassa il capo.
«Come va con l’italiano?».
«Ho passato il livello B2.» Arrossisce e con gli occhi brillanti
indica il dizionario sul tavolo. «Gliel’ho riportato.»
«Lo tenga, continui a studiare, qua avrà modo di mettere in
pratica la lingua, e mi chieda pure …» Eva distende le labbra, poi il
sorriso svanisce in un sorso di caffè.
«Le ho comprato un’agenda, la trova nel cassetto.»
Julie la prende, accarezza la pelle rossa e la sistema al centro
del tavolo. Si prepara: penna, evidenziatore, fogli di carta riciclata.
Tiene il gomito appoggiato sul piano, con il viso chinato di lato,
disteso sul pugno. L’espressione speranzosa di chi sta aspettando
una storia.
Eva cammina da una parte all’altra della scrivania, con la sua
tazza di caffè ormai freddo. «Per prima cosa ho bisogno che invii un
omaggio alla famiglia Cozzani, poi prepari un biglietto. Voglio ci sia
un sentito ringraziamento da parte mia. E gli comunichi che da oggi
in poi compreremo il pesce da loro, se saranno in grado di
garantircene abbastanza. Se necessario li chiami nel pomeriggio.»
«Signorine!» Stefano sta sul ciglio della porta con il vassoio in
mano, il papillon storto e l’impazienza che anima le gambe, facendo
rimbalzare il peso da un ginocchio all’altro.
Eva si ferma e alza gli occhi al cielo: «Prego, entri, cosa
aspetta?!»
«Ecco … Mi sono permesso di portare dei cantucci! Così, sa
come si dice, per addolcire il lavoro.»
Lei espira profondamente, si passa la mano sulla fronte,
sistema qualche filo biondo all’indietro. Julie sorride e picchietta sulla
scrivania, sposta un foglio per fare spazio. Stefano appoggia il piatto
dei biscotti.
«Grazie mille.»
Stefano sorride, ha un canino di un bianco diverso dagli altri, le
sopracciglia folte fanno sembrare la faccia lunga il muso di un
coniglio simpatico.
Eva fa un inchino con il capo: «Si sistemi il papillon e la prego,
stia concentrato.»
Stefano si porta una mano sulla fronte.
«Concentratissimo! Ho notato che si è svegliata tardi e non ha
mangiato nulla per colazione.» Eva appoggia la tazza di caffè e
stringe i pugni, non saprebbe dire se si sente più stordita dal sonno o
turbata da tutto ciò che sta succedendo. Si sente nevrotica, tesa
come la corda di un arco, pronta a scagliare la prossima freccia.
«E vede? Ho provveduto! Sa, è il pasto più importante della
giornata!» Stefano indica i cantucci con orgoglio patriottico e un
sorriso trionfante.
Eva lo fissa, non muove nemmeno un muscolo, solo le corde
vocali: «Sono il suo superiore, e come tale esigo rispetto, non
biscotti.»
«Ma …»
«Nessun ma. Non è affar suo quando e cosa mangio.» Eva si
avvicina, gli occhi di Stefano sono talmente dilatati che, tra la nube di
rabbia, una piccola parte di lei inizia a chiedersi come la stiano
vedendo in quel momento. «E ancor di più non è affar suo insinuare
mie eventuali mancanze.»
«Non … non volevo …»
«Non ribatta! E si tolga quell’orecchino piuttosto, non tollererò di
vederlo una volta di più!» Julie lo guarda con occhi giganti e sereni,
ingenui nel colore delle foglie appena spuntate. Con le dita corte
arriccia una ciocca di capelli bruni che cade dietro l’orecchio.
Stefano si volta verso la porta, trema in una serie di passi
piccoli e ridicoli. Eva appoggia una mano sulla fronte: «Aspetti,
Simone, stia qui …» Lui si ferma, non osa correggere il nome, a
guardarla è quasi sicuro che le storie sui tedeschi che mangiano
carne umana siano vere. Si volta, lei ha di nuovo l’espressione della
mantide. «Se lei aiutasse una persona in un momento di grande
difficoltà … cosa vorrebbe in cambio?»
Stefano ora sembra uno spaventapasseri, impettito e sbigottito
con il vassoio in mano e gli occhi gonfi a cercare un significato che
proprio non trova.
«Nulla, si-signorina, anzi sarei o-onora-to …»
«O santo cielo, la prego non …» Eva ributta tutto giù, insieme
all’aria. «Non importa.» Riprende a camminare: «Mi sono spiegata
male. Facciamo finta che lei non lavori per me. Ad esempio, se mi
salvasse, non so, da una macchina che sta per investirmi …»
Ora le sopracciglia sembrano unirsi all’attaccatura del naso, la
fronte alta si piega in tante grosse “v”: «Un grazie … presumo.»
«Forse potremmo mandare dei fiori.» Julie sembra una
bambina che mostra il disegno alla mamma.
«Però magari del cibo … In Italia lo apprezzate, no?!» Guarda
Stefano.
«Sì … S-signorina.»
«Molto bene, Julie, chiedi allo chef di farti un cesto con i prodotti
migliori che ha.»
Julie appunta. Eva prende una piccola busta dal mobile dietro la
scrivania, ne estrae un foglio, lo firma alla fine. Un piccolo vezzo di
grafia dalle linee taglienti e risolute. «Ecco, così il biglietto è già
pronto, deve solo scriverci il ringraziamento, si inventi qualcosa, non
troppo emotivo per piacere.»
Julie appoggia la busta sulla tastiera del pc, il posto delle
priorità. «L’indirizzo?»
«Dovrebbe averlo sul contratto.» Julie la guarda perplessa,
schiaccia ripetutamente il tappino della penna producendo un
nervoso ticchettio.
«Julie, il contratto delle barche, per la sfilata … Mirco Cozzani
…»
«Non mi ha ancora chiamato, posso chiamarlo io ma …»
Il tono si impenna di colpo. «E stia ferma con la penna!» Poi
torna alla normalità:
«… Non abbiamo il numero, non importa.» Guarda Stefano,
immobile come se fosse una guardia svizzera: «La prego! Non stia lì
impalato! Vada pure … anzi no, lei è di Lerici, giusto?»
Stefano allarga le spalle e abbassa il mento di un colpo, sembra
un soldato in parata: «’R belìn che t’anega!»28
Eva lo inchioda con lo sguardo. A giudicare dal terrore del suo
volto, deve vederla come qualcosa di ben più mostruoso.
«Scu-scusi, è che … sa-sa …»
«Dove abitano i Cozzani?»
«Mah vi-vicino al porticciolo, pe-però …»
Eva sbuffa. «La prego, respiri.» Ora ne è certa, la vede come
un lupo che scuote i canini a pochi centimetri dal suo naso.
«È che tanto non apre nessuno. Loro sono in barca fino al po-
pomeriggio.» Pausa, aria. «La signora, ah … quella là vi-ve con le fi-
finestre sprangate, po-poveraccia.»
«Julie, non importa come, trovi un modo per far arrivare quel
pacco.»
«Può-può portarlo al ba-bar … ci va-vanno sempre.» Stefano
picchietta con la mano sul cuore. «Lo po-porto io!».
«Grazie, potrà finire un quarto d’ora prima, così non perde del
tempo libero.» Eva lo liquida con la mano, fa aria roteando il polso e
stendendo le dita.
Julie tira una linea secca sotto gli appunti. «Sehr gut! Ah, scusi
… Lo troverà pronto nel pomeriggio.» Stefano sorride e se ne va
frettoloso, prima che la tedesca si accorga che è ora di pranzo e
decida di farlo cucinare.
Eva si siede: «… Una causa persa.»
Julie si alza e va verso la stampante: «A proposito …» Torna
con dei fogli che appoggia sotto il naso di Eva: «Ecco, die
Arbeitsvertrag?»
«Contratto di assunzione.»
«Sì, il contratto di assunzione di Francesco Pastorini.»
Eva sgrana gli occhi, sfoglia le pagine con sguardo perso. Non
ricorda; che a continuare a leggere quel diario e pensare a tutte
quelle erbe stia perdendo la concentrazione?
«Il cameriere della Terrazza Martini, il signor Manfredi gli ha
proposto di coordinare la sala, si ricorda? Passerà a firmare oggi
pomeriggio.»
«Sì, giusto …» Eva firma dove Julie le indica e le riconsegna i
fogli: «Chissà che riesca a istruire questo barbaro, fa tutto storto.»
«Ma si impegna.»
Eva allarga gli occhi blu e alza il mento. Nel suo linguaggio, è il
segnale che è appena stato sorpassato un limite invalicabile.
«È arrivata stamattina, le ricordo.» Eva prende un biscotto:
«Com’è la situazione ad Amburgo?»
«La donna delle pulizie passerà una volta a settimana.»
«Molto bene. Subito dopo l’inaugurazione tornerò lì. Lei starà
qui, Julie, e veda di imparare bene il suo lavoro che vorrei tornare il
meno possibile in questa gabbia di matti.» Eva si alza dalla sedia, ci
si appoggia in una posa svenevole come una diva del cinema muto.
«Bene, cos’abbiamo in programma oggi? Reperire il signor Cozzani
per le barche, poi?»
Julie apre l’agenda: «Ha un pranzo con il signor della
Gherardesca, tra un’ora.»
«Ah, l’ha conosciuto?»
«No, mi ha mandato una mail. Ha detto che glielo avrebbe fatto
sapere, ma per sicurezza lo diceva anche a me …»
Eva va verso la finestra, nasconde il sorriso da adolescente, si
sistema il nodo che chiude la vestaglia. È sicura di non aver visto
bigliettini o inviti criptici, e di fianco al pc non c’era nulla. Non come il
giorno prima. Era tornata dalla spiaggia, e dopo aver sbattuto quel
dannato polpo in braccio a Stefano, Simone, o come si chiama,
aveva chiuso la porta con forza e si era gettata in doccia. Ci era
stata mezz’ora sperando di liberarsi dalla sensazione di viscido e
gelatina, dal sudore, e dall’eco della risata del pescatore. Poi si era
sdraiata sul letto; aveva gioito nel vedere le lenzuola intonse, non
ancora toccate dalle donne delle pulizie, né dal suo corpo stordito
dall’alcol la sera prima. Sul suo comodino c’era una scatolina di
cartone: il braccialetto che indossava al gala, doveva averlo lasciato
in camera di Manfredi in preda alla fretta. Di fianco un vassoio
d’argento, con la colazione e il riflesso del suo viso, ancora
sconvolto. Il caffè era freddo ma profumava di cacao, e aveva
sorriso: non lo beveva così dai tempi di Genova. Per un attimo, il
pensiero di Manfredi che, con il suo fazzoletto nella tasca della
giacca e ancora fresco di dopobarba, se ne andava in cucina ad
armeggiare con cacao e caffettiere l’aveva distratta dalla sadica
barzelletta della mattina. Poi aveva assaggiato il croissant, e sotto il
piattino aveva trovato una busta di carta avorio e la sua scrittura:
“Stamattina l’alba augurava un buon inizio, qui è più rosea che a
Marina di Cecina. A stasera.” Ma la sera lui era ancora fuori. Lei si
era messa a leggere il diario, e dopo la tisana era crollata in un
sonno pesante. Immaginava Manfredi entrare nella stanza, vederla
dormire e baciarle la guancia, con cura di non turbare i suoi sogni.
Lo immaginava lasciare il biglietto sul comodino e poi baciarla
ancora. Ma la mattina, in ritardo, lei non aveva guardato il comodino
e si era precipitata da Julie … Eva si tocca la guancia, ripercorre le
orme di un tocco. Il biglietto sarà sicuramente sul comodino. Si volta
e va verso la porta: «… Sarà meglio che vada a prepararmi, dove?»
«Oh, non è necessario, dice che è un pranzo informale, qui in
villa.»
«Manfredi? Un pranzo informale?»
Si ricompone, ha pensato ad alta voce. Nasconde i dubbi e lo
sguardo frivolo dalla sua segretaria, risedendosi e appoggiando le
mani sul tavolo.
«Bene, visto che abbiamo tempo … potrebbe aiutarmi a
risolvere un buco nell’organizzazione di sabato 15.»
«C’è l’aperitivo al castello alle 18.30. A proposito, ho ottenuto il
permesso di farle visitare la sala …»
«Molto bene, quando?»
«Oggi alle 18.30, ho pensato che vederlo alla stessa ora le
avrebbe permesso di avere un’idea chiara, anche per l’illuminazione
…»
«La terrazza non è illuminata, magari delle lanterne …»
Julie sorride e annuisce, poi deglutisce. Eva può vedere il collo
gonfiarsi e poi tornare sottile. «Ma …?»
Julie la guarda fissa, inizia a picchiettare le dita sulla scrivania,
l’unica parte mobile di un corpo altrimenti di marmo: «Avevo chiesto
una guida … Ho pensato che le avrebbe fatto piacere conoscere la
storia e tutto ciò che riguarda il castello. Sa, anche per i suoi ospiti
…»
Eva annuisce.
«Solo che … Non c’è.»
«Faccia delle ricerche. Anzi, sul folclore locale in generale,
vende.»
Julie sposta lo sguardo sul pc, schiva quello di Eva puntando il
nasino alla francese verso l’alto. Sputa fuori le parole: «Ho chiesto al
signor Manfredi …»
Lei si raddrizza.
«Ho risposto alla mail del pranzo e gli ho chiesto di
accompagnarla.»
Eva si alza, la guarda dall’alto, di nuovo quello schizzo del
mento.
«Le ricerche erano inconcludenti, e … mi sembrava idoneo che
il signor Manfredi la accompagnasse …»
«Ci mancava, sarà fiero della replica!» Eva si mangia le parole.
«Intendo, che ci è già stato, a visitare … sa, l’arte …» Si volta,
nasconde una maschera vacillante di nervi tesi. «A ogni modo,
prenda qualche ora libera se ha bisogno di disfare le valigie.»
«E il buco organizzativo?»
«Mi verrà in mente qualcosa … Lei intanto continui con le
ricerche.»

28 Esclamazione non traducibile, utilizzata in qualunque contesto per enfatizzare il


discorso, talvolta in senso spregiativo
CAPITOLO 11

E va percorre il corridoio svelta, falcate rigide fanno svolazzare il


pon-pon rosa. Fa la lista mentale: ciò che deve dire, i dubbi da
nascondere, le definizioni da scartare, quelle da mettere in forse.
Ripercorre istante per istante la serata di gala, il castello di notte.
Analizza e studia ogni gesto, ogni espressione, passa sotto la lente
di ingrandimento ogni comportamento che possa avvicinarla a una
qualsiasi deduzione. Quelli che si sono salvati dall’oblio alcolico, le
poche reliquie scintillanti di una serata confusa. Prepara le frasi, le
scompone, le sistema, ripete il discorso senza voce alla platea di
neuroni in subbuglio e pensieri in rivoluzione. Respira, e cerca di
staccare. Se c’è qualcosa che sa è che con Manfredi è inutile
provare a prevenire: non lascia altra scelta che curare. Cerca di
visualizzare il comodino, scaccia il pensiero di averlo vista di sfuggita
al risveglio, di legno scuro senza nulla sopra se non l’abat-jour. Apre
la porta, decisa: sul comodino non c’è niente. Guarda di lato, dietro,
nella piccola fessura che lo separa dal muro con la speranza che la
sbadataggine del risveglio l’abbia fatto cadere. Magari l’hanno
buttato, quel Simone, Stefano, sbadato inconcludente.
Prende il telefono di servizio, meglio di no.
Riaggancia.
Apre l’armadio e si chiede cosa possa indossare per un pranzo
informale. Rimanere in vestaglia? Non ci sarà nessun pranzo
informale, usciranno. Non vuole ricascare a piedi pari nel solito
errore, non deve. Prende il vestito anni Cinquanta, di stoffa leggera,
verde smeraldo, con il busto stretto, lo scollo a cuore e le maniche a
tre quarti. Lo lascia scivolare addosso, annoda i lembi di stoffa in un
fiocco sotto la vita e osserva la gonna a ruota. È morbida, cade
leggera fin sopra le ginocchia e nasconde la sua immensità nelle
pieghe flessuose. Solo con i passi, i movimenti, le giravolte rivela
tutta la sua complessità. Sistema lo chignon e si spolvera di
fondotinta e cipria leggera, rifinisce le labbra con un rossetto color
carne, ridefinisce gli occhi con nuance rosa e champagne. Un tocco
di mascara, uno sguardo, e una considerazione tra sé e sé: così
tanto tempo per sembrare struccata. Ma più luminosa. Sceglie la
borsa avorio di Chanel, calza le scarpe ed esce dalla stanza.
Arriva davanti alla porta e bussa.
Manfredi ha i pantaloni del completo grigio e la camicia
abbottonata solo negli ultimi quattro bottoni. Si appoggia alla porta e
la percorre con lo sguardo, poi avvicina la bocca alla sua. Lei si
scansa e con un passo lungo entra nella stanza.
Lui chiude la porta e ci rimane appoggiato.
«Sistemati, pranzeremo fuori.»
«E io che pensavo di averti ammorbidita.» Si avvicina e le
prende la mano, ci avvicina le labbra guardandola dritta negli occhi,
come inchinandosi. «Eva.» Ci appoggia un bacio, asciutto e leggero
come polvere.
Lei sposta lo sguardo, si passa la mano vicino all’orecchio:
cerca di scrollarsela di dosso, quella polvere, di perderne la
percezione.
Lui le si avvicina, appoggia le mani sul tavolo intrappolandola
contro il suo busto. «Mangeremo qui.» Le bacia lentamente il lobo:
«Perché uscire?»
Eva può sentire il suo ventre, la pelle nuda che fa capolino tra i
bottoni e schiaccia la seta verde. Può sentirne il profumo, inebriante
d’estasi e note speziate. Le torna in mente il sorbetto al pistacchio e
pepe nero. Può sentire i brividi arrampicarsi dietro all’orecchio sul
ritmo delle sillabe pronunciate dalla sua voce bassa. Non può, non
deve. Guarda la carta da parati, conta i simboli in rilievo, non stacca
lo sguardo dai gigli marrone scuro. Uno, due, tre.
«Sono libero fino alle 16.00, vorrei passare un po’ di tempo con
te.»
Non si muove, rimane immobile a farle da prigione. Lei può
sentire il suo respiro, profondo: aspira tutti i suoi sforzi di reagire, tutti
i suoi pensieri quadrati e butta fuori fascino, assuefazione. Sette,
otto, nove. Sono gli stessi gigli che i re di Francia e i fiorentini
usavano come stemma: tre punte arrotondate che nascono dallo
stesso corto busto. È quasi sicura che li abbia aggiunti lui. Con
modestia, chiaramente. Dieci, undici. Eva gonfia i polmoni: «Gradirei
pranzare in un posto adeguato, non in una stanza da letto.»
Manfredi si allontana di poco, le prende il mento tra le dita,
direziona lo sguardo nel suo, lo catalizza. Nella luce della camera,
nel color mattone delle pareti, il suo sguardo ghiaccio assume una
nota esotica: «Non è una stanza da letto. È il salotto della stanza da
letto.»
Avvicina le labbra.
Eva gli blocca la mano.
«È stato un errore.»
Si avvicina alla cristalliera, appoggiata al muro oltre al quale c’è
la piccola stanza di Manfredi. Può sentirla chiamare, con le sue
lenzuola di seta ad accarezzarle le gambe e la luce calda delle
candele: e il materasso che soccombeva sotto i suoi tremiti, le pareti
che ascoltavano silenziose i suoi acuti, la voce che si liberava.
Scosta il ricordo, cerca di arginarlo oltre il muro. «Non so
esattamente perché tu sia qui, ma io sono qui per lavorare. Non
voglio distrazioni.»
Manfredi ghigna, quella definizione spinge la bocca in una linea
verso l’alto.
Soddisfazione. Si versa un bicchiere di vino.
«Forse è il caso di dare il via allo chef, sono già le 13.30.»
«Non voglio che si creino malumori, non è maturo. È bene che
la vita privata sia separata dal lavoro.»
Manfredi si avvicina al telefono di servizio, sulla libreria
appoggiata alla parete opposta della cristalliera: «Sì, è arrivata.
Siamo pronti. Grazie.»
«E non voglio, in alcun modo, che lo staff sia distratto da
chiacchiere e pettegolezzi.»
«Eva, ci saranno sempre pettegolezzi o ragioni per distrarsi …
A meno che tu non voglia assumere dei robot.» Ride, scuote il capo.
Eva sbuffa, non si lascia distrarre. Non questa volta. Non un
altro errore. «È stato bello, non lo nego. Ma non ricapiterà.»
Lui si avvicina a passi lenti e sicuri, i due calici nelle mani fermi
come braccia di una bilancia in perfetto equilibrio. Rimane fermo a
pochi passi da lei, le tende il calice. Eva prende il bicchiere, il vino
ondeggia tra i vetri, emana il suo profumo acido.
«Assaggialo.» Manfredi le prende la mano, guida il calice verso
la bocca di lei. Le sta vicino, a meno di una spanna dalle pieghe
della gonna che nascondono i brividi, il sangue che si scalda.
Non la tocca. Lascia che l’aria si surriscaldi e le particelle
impazziscano nei dieci centimetri di vuoto tra i loro corpi. «È
Sauvignon Blanc.»
Eva lo lascia scendere attraverso la gola, sfugge dagli occhi
ghiaccio che ora sembrano vetro di Murano: e poi si rifugia
osservando il bicchiere, bevendo un sorso più lungo. Sente il suo
sguardo addosso come il gelo di due raggi laser.
«Sapevi che cresce su terreni poco fertili?»
La sua voce è una nuvola di fumo oppiaceo, entra e la trascina
in mondi lontani e viaggi annebbiati di odore di spezie, caffè e
cioccolato. Le particelle sono euforiche, solleticano Eva in ogni
angolo della pelle.
«Ha bisogno di molto tempo per la maturazione … E terreno
scomodo.»
Manfredi accorcia la distanza di qualche centimetro, le particelle
si agitano talmente tanto da susseguirsi in una danza di piccole
esplosioni. Eva può sentirle sulle gambe, picchiettare come piccoli
schizzi di cera calda.
«Alcuni dicono che le varietà migliori siano dovute a un fungo
che infesta le piante, un difetto, insomma, che lo rende unico …»
Eva respira, torna alla parete oltre alla spalla di lui. Torna ai gigli
di Firenze, inquadra una parte di muro: uno, due, tre … beve un altro
sorso, respira.
«Manfredi … questo posto è importante per me, non posso
mettere a rischio il rapporto con il mio collaboratore più fidato.»
Manfredi ora può quasi sfiorarla, le particelle sono compresse in
meno di cinque centimetri. Minacciano l’attacco, compatte, come
una legione di fanteria.
Manfredi tiene la bocca a distanza di millimetri da quella di lei,
le soffia le parole tra i denti:
«Sono il tuo collaboratore più fidato?»
«Sì.»
«E allora fidati …»
Le mette la mano sul collo e la bacia. Le particelle la prendono,
le tirano il vestito e le girano intorno frenetiche come le luci della città
di notte viste da una trottola impazzita. Sente tutto vorticare, il collo
abbandonarsi alla stretta, la mano appoggiare il calice sulla
cristalliera, il calice cadere, infrangersi, lo Sauvignon rinfrescarle le
gambe nude. Sente il profumo di Manfredi sopra di lei, dentro di lei,
le particelle sussurrare frasi diverse, i dubbi scappare, la passione
ergersi, rinata e sontuosa, da un cumulo di ceneri. Sente un suono
legnoso ripetersi più volte, fuori, ovattato, in un altro universo inabile
a comunicare.
Bussano alla porta. Manfredi si stacca. Lei rimane lì, sente le
ginocchia cedere ma si ritrova immobile, sistema il ciuffo di lato e
schiarisce la voce. Beve un sorso dal calice di Manfredi.
Lui apre e Stefano Maggiani sorride dietro un carrellino
imbandito. Guarda la camicia sbottonata, l’espressione marmorea di
Eva. Lascia il carrellino vicino al tavolo, fa un inchino con il capo e se
ne va con un sorriso cospiratore.
Eva si siede, Manfredi versa il vino in un altro calice, più
rotondo: «È da rosso, ma ce lo faremo andar bene … Sua maestà è
maldestra.» Glielo porge sogghignando, la stessa espressione che
aveva quando scherniva la sua carnagione bianca. Se sapesse del
polpo non la lascerebbe più in pace.
Eva ride. Manfredi appoggia sul tavolo un piatto di crostini
ricoperti da una marmellata artigianale, nera e opaca come l’onice:
«Niente olive con il nocciolo, solo paté.»
«Perché non mi hai detto nulla?»
«Riguardo a cosa?»
«Al pranzo.» Eva prende un crostino: «Hai scritto a Julie che
me lo avresti fatto sapere, ma …»
«Ero sicuro che te lo avrebbe detto. Julie è perfetta.»
«È giovane, e ha molto da imparare … Ma è un grande aiuto.»
«A proposito, mi ha chiesto per il castello … Oggi pomeriggio?»
«Oh, sì … Gentile da parte tua …»
«Purtroppo non posso accompagnarti, Eva.»
Gli occhi blu si allargano, come caverne gelide. «Cosa?»
«Scusami, non posso.» Manfredi le prende la mano, le
accarezza il palmo. «A mia discolpa posso dire che per fortuna vi ho
battuto sui tempi.» Ci stampa un bacio, e un lieve morso, pungente
quanto la scintilla che l’occhio gelido getta su di lei.
Lei ha un brivido, ci beve su.
«Riuscirai a perdonarmi?»
Eva accarezza la mano di lui, ancora adagiata sulla sua.
Corruga le labbra e lascia che una ciocca ribelle ondeggi sulla
spalla, che il busto si protenda in avanti, verso l’intreccio di dita sul
tavolo. Sbatte le ciglia. «Si dà il caso che io abbia una richiesta
alternativa …» sorride, scanzonata.
«Sono sempre favorevole ai perdoni alternativi.»
«Avevi ragione, ero un fascio di nervi …»
Manfredi socchiude gli occhi: può vederlo irrigidirsi, i muscoli in
un immediato risveglio da un caldo torpore, lo sente nella sua mano
adagiata sulla tovaglia.
«Mi sono rilassata l’altra sera.» La accarezza con l’indice, la
percorre con la lunga unghia laccata di un rosa antico, segue la scia
dei brividi negli occhi di Manfredi.
«Mi ha ricordato la notte in spiaggia. Nella tenda, tra fiumi di
vino, e i baci …»
Eva lo percorre con lo sguardo, si gode i tremori nascosti da un
sorriso storto e uno sguardo affamato: «C’è una serata di
beneficienza, la settimana prossima. Potremmo replicare.» Lui
sposta la mano, prende il calice e lo porta alla bocca:
«Ecco, Eva, forse hai ragione tu …»
«Questo è indubbio.» Lei si nasconde dietro un sorriso teso,
imita ironia: «A che proposito?»
«Sul creare distrazioni, non gioverebbero. Dovremmo tenerlo
nascosto. Ciò che c’è tra noi.»
«Intendevo con lo staff, qui in villa …»
Manfredi si alza e inizia a camminare intorno al tavolo: «Sì, ma
anche fuori.» Si ferma vicino al carrellino, estrae la bottiglia dal
cestello di ghiaccio e riempie entrambi i bicchieri, la tiene sospesa e
osserva l’etichetta. Piccole gocce cadono sul pavimento a scandire
la perplessità di lei, che lo osserva in attesa con la tempia sorretta
da un dito.
«Sai com’è l’alta società, Eva. Ti conoscono appena, sei
pervasa dal mistero della straniera di classe che ha deciso di
investire qui, stai entrando in punta di piedi. Mi conoscono tutti,
sanno che lavoro per te. Non credo che palesare una relazione con
un tuo collaboratore ti gioverebbe.»
«Nessuno ha parlato di una relazione, né tanto meno di
palesarla.»
Manfredi appoggia la bottiglia e si ferma dietro la sedia di lei,
appoggia le mani sullo schienale e avvicina il viso al suo orecchio.
«Se andassimo su quella spiaggia insieme, dopo ciò che sta
succedendo tra noi … Saresti fasciata in un abito da sera. Brilleresti,
più del solito. Lo sai che non ho mai saputo resisterti.» Si avvicina
ancora un po’, la voce diventa quasi solida, condensa sull’orecchino
pendente: «Prima avevamo un freno, ma ora … Non riuscirei a
resistere alla tentazione di baciarti, anche solo per togliere tutti quelli
sguardi di dosso alla mia accompagnatrice.»
Eva volta il capo di poco, si bagna le labbra di Sauvignon e
disinteresse:
«Accompagnatrice, o relazione, Manfredi?»
Lui le tende una mano, la accompagna nell’alzarsi, la posiziona
davanti a lui. Avvolge le mani fini, la guarda: «Chiamala come vuoi,
Eva, non abbiamo mai smesso di rincorrerci … Io …»
Lei sibila: «Dillo.»
«Ti amo, come sempre.»
Eva lo spinge contro la parete, contro la sua bocca, contro una
parte di lei finalmente uscita dalla gabbia. Lui si prende i baci, i
morsi, il silenzio che sembra roteare insieme ai loro corpi in
subbuglio. Lei gli slaccia la camicia, percorre il suo petto con mani,
bocca, occhi bramosi e selvaggi. Tace, nel garbuglio di pelle e vestiti
sudati contro i gigli di Firenze che non vede nemmeno più. Ne copre
uno con la mano. Si scosta, di poco. Gli prende il collo, lo tiene a
portata di bocca, e con l’altra sfila da sotto il vestito le mutande di
pizzo nero. Lo guarda, le scansa con un colpo di tacco, gli si butta
addosso come un lampo di pazzia, un impulso irrefrenabile. Si
spalma sul suo torace forte, muove la bocca sul pettorale sodo e
apre il bottone dei pantaloni con uno schiocco di dita sulla tela. Lui la
solleva, la appoggia al bordo del tavolo, spinge il carrellino lontano di
pochi metri. E i pantaloni per terra si mischiano ai cocci, il silenzio
viene scansato dalle stoviglie che cadono, le pieghe della gonna che
si animano, e si alzano fin sopra al petto che sulla tovaglia freme. Lui
si prende tutto: la bocca avida, le unghie agguerrite, le mani che gli
affondano tra le scapole spietate. Si prende i polpacci di lei che
cingono il collo. Il seno scoperto, le maniche che penzolano nel
movimento di un corpo che reclama, che si offre, che si inarca tra il
tavolo e il suo sguardo di vetro. Si prende la briga di accontentarlo,
di esplorarlo, di soffocare i gemiti di quella bocca rosea con mano
ferma: e poi catturarli con il palmo, e lasciarli impigliare tra le dita. Si
gode Eva che soffoca nel suo stesso piacere, la scintilla nei suoi
occhi che si accende ogni volta che lui preme di più, lo chignon che
si disfa e si sparge sulla tovaglia rosso cupo. Un rantolo profondo,
un ruggito sommesso, le gambe sulle spalle di lui che si distendono
lasciandosi sorreggere. E tutto si ferma, in un fotogramma di donna:
una corona dorata intorno al viso senza espressione, la bocca
aperta a reclamare l’aria perduta e le braccia spalancate, distesa su
un talamo rosso sanguigno.
Manfredi le bacia una caviglia, Eva sorride.

Lei si sciacqua la faccia e si guarda allo specchio. Sorride nel


vedere il dopobarba, lo stesso che a Genova scansava irritata per
fare spazio alla sua crema anti-age, quella che Manfredi diceva che
non le serviva, mentre a lui il dopobarba sì. Lo prende, ancora
stordita, e attraversa la camera per affacciarsi al salotto,
sventolandolo come un trofeo.
«Prevedibile.» Ride.
Manfredi ricambia. «Dove l’hai preso?»
«Secondo te?» Eva si appoggia allo stipite della porta, ci
rimane appesa, con il peso su una gamba e il fianco appoggiato al
legno. Ha messo una camicia di Manfredi e lavato la macchia sul
vestito, sperando che si asciughi per quando dovrà ripercorrere il
corridoio. Ha legato i capelli, la coda le penzola di lato
appoggiandosi alla spalla.
Manfredi è seduto su una sedia antica, di nuovo con i pantaloni
addosso e con i piedi appoggiati sul tavolo. Si alza e la raggiunge, le
schiocca un bacio sulla guancia e le prende il dopobarba dalla
mano. «Grazie, lo stavo dimenticando.»
Supera la soglia e la ragazza luminosa che le sta incollata e si
dirige verso il letto.
Si volta e lo segue con lo sguardo. Sulle lenzuola perfettamente
lisciate, è appoggiata una valigia aperta. Le sembra che due giorni
prima non ci fosse, ma tra la fretta di spogliarsi e lo Sciacchetrà a
spasso per le vene non può esserne sicura. «Forse è il caso di
disfarla …»
«Non direi.»
Lei va a sedersi sul letto, di fianco alla valigia e di fronte al suo
ghigno storto. «Ho il treno tra due ore.» Lui guarda l’orologio sulla
parete: «Alle quattro e mezza.»
Uno scatto del mento, le gambe si accavallano, le braccia si
incrociano sul seno.
«È un viaggio di affari, solo qualche giorno, il tempo di …»
Eva liquida le sue parole: «E quando pensavi di informarmi? Un
bigliettino d’addio domani mattina?»
«Eva …»
«No, giusto. Magari una mail a Julie.»
Manfredi le accarezza una guancia, lei scuote il viso
scostandosi del suo tocco.
«L’ho saputo ieri sera, ma dormivi. Ti avevo invitato a pranzo
per parlartene, ma …» Manfredi sorride e alza un sopracciglio. Eva
si alza e va in cucina, torna con le scarpe in mano.
«Meine Schatz, è per lavoro.»
Gli occhi di Eva si dilatano, gli lanciano una freccia mortale.
Scuote la testa con tanta foga che la coda si sposta sull’altra spalla.
Va verso il bagno, non vuole sentire altro. Quando esce, con l’alone
più scuro nascosto tra le pieghe del vestito, e il viso indurito dall’alto
del suo tacco a spillo, Manfredi è seduto sul letto, imperturbabile. Lei
gli si para davanti, ermetica come una colonna e forte della
freddezza del marmo. «Abbiamo un contratto, mi faccia avere le sue
dimissioni. In una forma legale, possibilmente. Eviti pagliacciate
romantiche, se ne è capace.»
«Hai intenzione di ascoltarmi o devo mandare un messaggero
sul tuo piedistallo?»
Eva deglutisce.
«Il nostro contratto scade alla fine dell’estate, dopo di che non
avrai più bisogno di me. Non sto dando le dimissioni, devo solo
assentarmi per qualche giorno.»
Manfredi si alza, è di nuovo nei suoi occhi: «Mi hanno proposto
un restauro, a Pisa. I lavori partirebbero a novembre, ma vorrei
vedere il posto e iniziare a pensare a qualche progetto.» Lui le
accarezza i capelli, le sposta un ciuffo dietro l’orecchio. «Se vuoi
allontanarmi non serve fare teatrini, sono io quello
melodrammatico.» La tiene per il collo, abbassa la voce: «Ma tu non
vuoi. E nemmeno io.» Eva lo lascia sibilare, si incanta, tiene lo
sguardo fisso su quei lineamenti taglienti: fino a che lui si volta,
verso il salotto. «Vedi, Eva, noi distruggiamo tutto quando siamo
insieme.» Le alza il mento, lo punta sul soffitto con le travi a vista,
lavorate nel legno scuro tra ghirigori e spruzzi d’oro. «Ma guarda
cosa sappiamo creare.» Poi si avvicina al suo orecchio, la cinge da
dietro mentre entrambi volgono gli sguardi in alto, tra la magia del
soffitto adornato:
«Tenebre e oro, meine Schatz. Se li dividi, uno è triste e l’altro
pacchiano, ma insieme sono magnifici.»
La volta e le prende il viso tra le mani: «Non c’è bisogno di
avere paura, io ci sono per te, se ti lasci andare tutto è magnifico, lo
sai …»
Eva gli stampa un bacio sulla bocca, si attacca a fatica: «Avresti
dovuto dirmelo, però …»
«Sì, scusa.» Manfredi la stringe, culla il capo di lei tra le braccia
forti. «Allora niente dimissioni?» La sua voce è tornata quella del
ragazzo di Cecina, che la spruzza d’acqua con insolenza dopo
averle rubato il cappello.
«Suppongo che tu abbia diritto a dei giorni liberi.» Eva si
divincola, sorride: anche lei è tornata la ragazza che si intrufolava
dal vicino di casa per parlare di libri e scampare al pomeriggio sotto
il sole. «Sarai reperibile?»
«Solo su appuntamento.» Lei alza un sopracciglio, lui le porge il
braccio: «Sono serio, meine Schatz ti chiamo io. Tu puoi solo
scrivermi lettere, che leggerò volentieri al mio ritorno.»
«Mi ricorda qualcosa …»
«A proposito, stai leggendo il diario?»
«Sì, pensavo … è pieno di ricette … Secondo te sarebbe una
buona idea inserirle nel menù? Sai, magari creare un libricino che
spieghi da dove vengono …»
Manfredi sorride, le carezza la guancia: «Sapevo che ne avresti
trovato il potenziale nascosto.» Le sfiora le labbra con il dito: «È ciò
che amo di te.»
Lei prende la mano di lui, la bacia.
«Però, Eva, dovresti parlarne con Gualtiero.»
«È una mia decisione.»
«Ma è lui che cucina. Potresti mandargli una lettera.»
Manfredi sogghigna.
Lei alza gli occhi al cielo, si siede davanti al tavolo e parla
dondolando il capo:
«Caro diario, il signor della Gherardesca è talmente antiquato
che invece dei libri sospetto che legga dalle tavolette di argilla.
Immagino le tenga sotto il letto insieme agli scheletri dei suoi operai
e ai libri di citazioni criptiche.» Manfredi le lancia un tovagliolo, lei
continua, con il tono di chi recita una filastrocca: «Credo davvero che
dovrebbe raccogliere i cocci in salotto, se entrasse la signora madre
direbbe che c’è stata una battaglia … Credo di aver vinto io.»
Con un sorriso, lui inizia a raccogliere cocci.

18 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
sento che Maria è inquieta, e con lei anche il resto della
servitù. Li vedo confabulare in continuazione, e subito
zittirsi non appena si accorgono della mia presenza: come
se si stessero preparando per chissà che. In quanto a
Maria, per tutto il giorno ha trafficato con le sue erbe, quasi
senza rivolgermi la parola … Eppure avverto come mi
guarda in silenzio, coi suoi occhi da rapace, in
continuazione. Come se stesse tentando la soluzione a un
suo enigma, e la stesse cercando sul mio volto. Le chiedo
quali siano i suoi pensieri e per tutta risposta mi fa reggere
il cestino, mentre lei taglia a più non posso col falcetto.
Ho intenzione di scoprire cosa la turba, ma sono troppo
stanca per andare a cercare. Attenderò che il sole sia
calato e che lei stessa venga a chiamarmi per la cena.
Fino ad allora, proverò a riposare. Ho posto in segreto un
rametto di èrbo gianco sotto al cuscino, dentro la federa.
Non sento alcun desiderio dentro al cuore, ma mi dà
conforto pensare che, se solo volessi, quella cara piccola
pianta profumata saprebbe prodigarsi per avverare i miei
sogni …

Erba pérsega Contro la tosse e il raffreddore. Fare un


infuso contro l’insonnia e l’ansia. Maria la impasta con il
timo, un’altra pianta e con altri ingredienti ne fa un ripieno
per i pesci e i molluschi (Günther mi ha detto che i locali li
chiamano acciughe e muscoli).

Prezzemolo Mantiene giovani e attira l’amore. Maria lo


chiama erba delle streghe e non vuole assolutamente che
sia io a raccoglierlo. Lo trita fino fino e lo usa per cucinare
dei polpetti grandi quanto un palmo.

Non so più raccapezzarmi. Maria è stata elusiva per tutta


la sera, e soltanto quando mi ha portato la tisana ha
ceduto alle mie pressioni e ha acconsentito a concedermi
qualche parola.
E cosa ho scoperto! Un dottore!
Me l’ha detto a denti stretti, come se l’idea
profondamente la riempisse di disgusto: un dottore sarà
qui per visitarmi, domani di buon’ora. L’idea è stata di
Günther, naturalmente. A cena era insolitamente gentile,
quasi sinceramente preoccupato mentre mi sollevava il
polso e lo circondava con sole due dita.
«Siete troppo magra» ha detto. «Un colpo di vento dal
promontorio rischia di farvi volare via.»
Maria dice che il Signorino, come lo chiama lei, non
capisce niente. Che non sono ammalata – che non mangio
perché sono triste, perché sono rinchiusa qui come in una
prigione. Quella donna, quanto è acuta la sua vista! Sono
scoppiata in lacrime e mi sono gettata fra le sue braccia.
Mi ha tenuta stretta a sé finché la vertigine mi ha colta, e
ho dovuto sedermi su letto.
Un dottore! Li ho conosciuti, oh, se li ho conosciuti: con i
loro termini accademici complessi, che mi fasciano la testa
di domande, e con una smorfia mi incollano sulla fronte il
giudizio finale – la signorina è pazza!
Mentre sedevo con una mano sugli occhi, Maria mi ha
messo fra le mani la solita tisana amara, e in grembo un
rametto di erba rissa: l’ha colto per me, per farmi coraggio
quando domani sarò visitata. L’ho ringraziata, e
asciugandomi le lacrime le ho chiesto perché, fra le erbe
che coltiva in giardino, così tante servono per portare
l’amore. Ha sorriso, e col suo tedesco ruvido ha detto,
pressappoco: «Perché tutto vuole che si ami.»
E se n’è andata, dicendomi che domani sarà una
giornata importante per tutt’e due. Non ho le forze di
interrogarmi sulla ragione per cui anche per lei domani
sarà una giornata peculiare: ma le sue parole riguardo
all’amore mi hanno profondamente colpita. Io che l’amore
l’ho vissuto soltanto nei libri, posso desiderarne un po’
anche per me? Ma che dubbi mi vengono, così,
all’improvviso? Mi metto a letto, con l’erba rissa sul
comodino e l’èrbo gianco ancora sotto il cuscino.
Spero che la notte rischiari questa mia mente confusa.

Erba amàa Fatta a tisana, dovrebbe risanare l’appetito.


Amarissima, Maria la chiama anche cacciafebbre.
CAPITOLO 12

L a Sonia aveva appena finito di piegare le lenzuola quando


Stefano Maggiani l’aveva chiamata. Si era affacciato alla porta
e aveva interrotto un lavoro perfetto: dieci corredi pronti e freschi di
bucato, bianchi come il latte e i ricami in rilievo morbidi al tatto.
Piegati e stirati, pronti per il cambio della mattina dopo. Li aveva
mollati lì senza pensarci un secondo, che tanto cinque minuti dopo
sarebbe andata in pausa pranzo. Il camice blu ancora addosso e la
bandana legata con un grosso fiocco sopra la fronte, dai colori vivaci
abbozzati tra loro, animati dal passo svelto e macchiati dal sudore.
Sembra una scienziata naïf, la Sonia, una combinazione nata da
solidi imperativi morali: quello di uscire vestita come si deve, e quello
di non sporcarsi.
L’aveva spiegato, con voce flebile, a quello Stefano che tutte le
mattine si presentava in lavanderia con un sorriso smagliante, una
tazza di caffelatte e un pezzo di focaccia. Così, un pretesto per
chiacchierare, che si sa che il sessanta per cento delle storie
d’amore nascono sul posto di lavoro.
L’aveva letto su Donna Ri-vista, fonte autorevole d’ispirazione
per una donna come lei, senza figli né marito. E Stefano Maggiani,
insomma, non si poteva dire che fosse bello, ma era simpatico,
brillante, talmente interessante che un pensierino ce lo si faceva.
Carismatico, ecco, proprio come doveva essere l’uomo del duemila,
che porta ancora i pantaloni ma ha iniziato a depilarsi le sopracciglia;
citazione letterale. E la Sonia si informava, perché trovare un marito
è un lavoro, una scelta da compiere sapientemente. E la Sonia di
pretendenti ne aveva: vuoi mettere il fascino dei trent’anni e nessuna
ruga, la pelle luminosa, i capelli biondi che con il calore diventano
una corona di riccioli. Per quello doveva usare la bandana, che
altrimenti sembrava una selvaggia dopo la prima stiratura. Anche se
Stefano diceva che era bella lo stesso, e aveva ragione, perché lei
era bella. Di una bellezza ruspante e fiera, con il naso dritto come
Carrie Bradshaw e le gote paffute come Bridget Jones. E due borse
sotto gli occhi, sì, ma lei le sapeva portare. Come avrebbe saputo
portare quella di Gucci che c’era sui cartelloni alla fermata del bus,
ne era certa. Non come quella tedesca: un così bel visino, un così
bel fisichino, un portafoglio così capiente, e poi sempre impettita in
tailleur smorti e boriosi. Di qualità, sì, ma senza gusto. Anonimi.
Perché lei li vedeva, leggeva tutte le etichette prima di lavarli, e
qualche volta, quando era sicura che nessuno si aggirasse per i
corridoi, bloccava la porta con un pezzo di carta piegata e li provava.
Era un peccato non avere uno specchio, ma lei si guardava nella
finestra. Anche Stefano aveva il suo perché, quell’orecchino gli dava
una luce diversa, da mascalzone, con i capelli ingellati e l’andatura
salda. Peccato che l’ha tolto, sembra comunque uscito da Grease,
ma con la divisa sbagliata.
Stefano cammina veloce davanti alla Sonia fino a quando
arrivano al corridoio principale, quello delle camere. Si gira e si porta
l’indice alla bocca. Sonia capisce il segnale: attivare la modalità spia.
Di certo, si dice, c’è intesa tra loro. Vanno nella direzione della
camera del signor della Gherardesca, con passo felpato e aria
indifferente.
«Ciao, ragazzi! Andate a mangiare anche voi?»
Un accento tedesco li sorprende alle spalle. Non può essere lei,
troppo allegro. Si girano all’unisono, è Julie. Portano gli indici alla
bocca.
«Oh, che bello! Siamo tutti insieme!» Julie ha la voce sottile,
batte le mani davanti al petto in una preghiera ridente e frenetica.
Stefano e Sonia si guardano, quella lì non ha capito nulla. Lui le
si avvicina con un passo lungo e silenzioso, la prende sottobraccio:
«Signora Julie, faccia silenzio, stiamo andando a vedere una cosa.»
Le sorride, il mascalzone.
Lei arrossisce: «Oh, ma non mi chiami signora …»
Stefano ammicca: «Non è sposata?»
«No, no …»
La Sonia li aspetta pochi passi più avanti, guarda i calzini velati
che fuoriescono dalle décolleté … Ma che problemi hanno i tedeschi
con la moda?
Stefano prende sottobraccio anche lei: «Mi raccomando,
silenzio … Missione segreta.»
Julie ridacchia come se le avessero fatto il solletico, la Sonia si
maledice per non aver portato gli occhiali da sole, sarebbero stati
adatti. Davanti alla porta Stefano si stacca, si piazza davanti alle
ragazze e con movimenti muti delle labbra dà qualche informazione,
sembra un report in codice morse. È la camera del signor Manfredi.
C’è anche la tedesca. Lui l’ha vista. Oltre la porta si sente qualche
mormorio, strascichi di voci e nemmeno un passo; sembrano spiriti
di una dimensione lontana. Poi cripta un messaggio solo per la
Sonia: avevo ragione io. Si riferisce alla scommessa: il giorno prima,
dopo aver consegnato gli asciugamani puliti, il mascalzone era
tornato giù con un sorriso furbo. Secondo lui c’era qualcosa in ballo,
secondo la Sonia era impossibile. Figurarsi, come può il signor della
Gherardesca, così eccentrico e di classe, trovare qualcosa nella
tedesca che non sa di nulla? Stefano diceva che certe cose le sente,
e lei diceva di conoscere gli uomini. Si erano stretti la mano. In palio
una cena. Stefano allarga le labbra e cripta un altro messaggio:
paghi tu. La Sonia sbuffa. Che poi non è detto, stanno solo parlando.
«Ragazzi, ma non dovremmo stare qui …» Julie parla
sottovoce, ha l’aria di tirarsi indietro, solo che non sa dove andare.
«Shhh!» Di nuovo, all’unisono.
Stefano riprende Julie sottobraccio, lei si rassicura, continua a
guardare in tutte le direzioni con gli occhi vigili della paura. D’un
tratto la stanza si anima. Prima un rumore sordo, poi quello di
stoviglie che cadono e si spezzano. Stefano sorride.
La Sonia lo manda al diavolo con una mano.
«Oh, mio Dio! La sta aggredendo!»
Loro si guardano. Julie si muove agitata: «Non dovremmo
intervenire?»
Dalla stanza esce un rantolio, una sillaba bassa e tonica, dal
tono caldo e umido.
Qualcuno ansima.
Julie diventa paonazza. Stefano ride e la tiene a braccetto, alza
un pugno in segno di vittoria. La Sonia ficca le mani in tasca e un
broncio sul viso.
Mah, si dice che la vita è proprio come quel programma tv in cui
si va per trovare l’anima gemella, ma poi scelgono tutti a caso e
l’unica luminare, la presentatrice, non la ascolta mai nessuno. Ecco
sì, si sente come la presentatrice.
Per lo meno il suo alter ego televisivo è una signora con
charme: non quella ragazzina con la frangetta e gli occhiali, che può
al massimo paragonarsi ad Arisa. Le dispiace di non poter portare
un boa al lavoro. Mentre cammina verso la sala da pranzo le
verrebbe proprio voglia di gettarselo sulla spalla.

Si siedono al tavolo, ognuno con il proprio piatto pieno di pasta


al ragù. Stefano ha portato una bottiglia d’acqua e una brocca di vino
per festeggiare. Mancano una ventina di giorni alla settimana di
inaugurazione, dopo mangeranno a orari diversi nella veranda del
personale, proprio dietro la cucina.
Stefano si siede per ultimo, appoggia il cestino del pane al
centro del tavolo:
«Allora, ti piace, Julie? Questa è la sala ristorante … solo per i
clienti.»
«Oh, ma possiamo stare qui?»
La Sonia deglutisce un maccherone: «No, sai, dobbiamo stare
attenti che se la signorina Eva ci becca …» Si avvicina a Stefano e
sussurra: «Lo scherzo di benvenuto, dai, reggimi il gioco.»
«Tanto sappiamo che la signorina ha altro da fare.» Stefano
ride.
Julie si porta una mano alla bocca, perlustra i dintorni con lo
sguardo: «Sicuri che non arrivi?»
La Sonia scoppia in una risata fragorosa, si porta la mano alla
bandana: «Oh, santo cielo!» Ride talmente tanto che gli occhi si
inumidiscono.
Stefano scuote il capo.
Un giovanotto in jeans e camicia entra dalla porta alle spalle di
Julie, i capelli scuri e una sfumatura di pizzetto intorno alla bocca
morbida. Gli occhi azzurri nel centro del viso ovale, appuntito sul
mento, si posano di tavolo in tavolo.
Sorride quando vede la Sonia, e lei se ne accorge, si sistema i
capelli alla bell’e meglio mentre sorseggia un po’ di vino rosso. Eva è
con lui, impettita e con i capelli arruffati in una coda di lato. Il vestito
verde fa capolino sotto una vestaglia, ha il viso luminoso ed esausto;
un’opera di Dalì tra il fondotinta ormai lucido e il mascara colato.
«… E questa è la sala da pranzo …»
Julie sussulta sulla sedia, si volta verso la voce: «Signorina
Eva! È che noi …»
Stefano cerca di fermare le parole di Julie con una pacca sul
braccio.
Continua a scompigliare la frangetta, lei, movimenti frettolosi e
compulsivi: «Ci scusi, ma volevano farmi vedere la sala da pranzo …
Insomma il mio pranzo di benvenuto …»
Eva sembra confusa: «Qual è il problema, Julie?»
La Sonia e Stefano cercano di comunicare con Julie: si
passano la palla a seconda del lato in cui si volta Eva e appena si
liberano dal suo sguardo si sbracciano, scuotono la testa, muovono
le dita nel segno che no, non deve dire nulla. Ma Julie non li guarda,
è troppo impegnata a evitare una tirata di orecchie: «So che non
potremmo stare qui ma …»
Eva guarda Stefano, poi Sonia, allarga gli occhi e stringe le
labbra.
Stefano si impettisce, è l’unico uomo, sarà lui a difenderle dalla
furia della mantide, non ci saranno teste decapitate. Non con lui
presente: «Signorina Eva, è colpa mia, ho detto a Julie che non
potevamo stare qui …»
Stefano respira e si prepara al peggio, può vedere il grosso
insetto trafficare con le zampe assassine: «Era … era solo … un
innocente sche-scherzo di be-benvenuto.» La Sonia vorrebbe
lapidarlo, prima regola: negare.
Julie li guarda, sembra che stia per piangere.
Eva scoppia in una risata fragorosa: «Bravo Stefano, è bello
sapere che ha senso dell’umorismo, almeno l’estate non sarà
noiosa!» Si ricompone di colpo, è radiosa.
«Mi fa piacere che siate tutti qui, vi presento il nuovo maître, lui
è Francesco.»
Francesco Pastorini china il capo, accarezza tutti con lo
sguardo azzurro, tiene le mani dietro la schiena.
«Oh, mio dio, mi scusi. Pensavo che arrivava più tardi.» Julie si
alza dal tavolo. Eva sorride, mostra i denti, le labbra distese. Stefano
si stupisce di non poterla paragonare a nessun animale assassino
questa volta. «Non c’è problema! Stavo passeggiando per il giardino,
l’ho accolto volentieri. Abbiamo già fatto il giro della villa … e una
chiacchierata.»
Stefano è ancora a bocca aperta, si chiede se stia sognando o
abbia davvero sentito la parola magica che inizia con la “b”: e poi un
sorriso, uno che non sa di morte imminente. Si dà uno schiaffetto
sulla guancia e si guarda intorno: è tutto vero. Julie si risiede, la
Sonia si ficca in bocca un altro maccherone con noncuranza.
«Bene, Julie, allora, ti occupi tu di fargli firmare il contratto e di
spiegarglielo?»
«Certo!»
«Ma mi raccomando, prima godetevi il pranzo.» Eva sorride,
ancora. Poi allunga la mano a Francesco: «Allora, io la saluto. Mi
chiami per qualsiasi problema. Se vuole può pranzare anche lei,
prego si sieda.»
«Grazie mille.» Lui si siede, la Sonia può giurare che le ha
sorriso un’altra volta.
«Stefano, per piacere, gli faccia vedere dove prendere da
mangiare.»
«Grazie, ma ho già mangiato. Mi unisco volentieri per il caffè.»
«Va benissimo, chieda pure a Stefano, conosce bene la
cucina.» Eva sorride, china il capo ed esce con grazia dalla loro
visuale.
Stefano ha gli occhi spalancati: «Belìn … Mi ha chiamato
Stefano? Mi ha chiamato Stefano!»
La Sonia inizia a fare la scarpetta: «E non ti montare la testa
eh, che è solo di buon umore.»
«Ma allora ride, sa anche ridere …»
«Con me è stata molto gentile.»
Francesco ha una voce calda, sembra venire da una caverna
sotterranea e promettere il paese dei balocchi.
Julie ha finito i maccheroni, si è incantata a guardarlo. Stefano
scuote la testa e alza un sopracciglio: «Non ti illudere che è solo
fortuna, di solito è …»
La Sonia tira fuori uno specchietto, pulisce la bocca e poi si
mette il rossetto. Lo tiene sempre in tasca, che un rosso scarlatto va
bene in tutte le occasioni. «Oh, Stefano, è che tu la fai arrabbiare, a
me non dice mai nulla …»
«Belìn! Perché non scende in lavanderia!»
Francesco la incalza con lo sguardo: «Lavandaia?» Si protende
con il viso verso di lei, un movimento leggero. È ora, deve
assolutamente giocare le carte migliori:
«Eh … come stiro le camicie io … E nemmeno un bianco
scolorito, o macchiato …»
Lei sorride, compiaciuta: che gli uomini, oggi, si prendono per il
colletto, mica più per la gola.
«Siamo fortunati.» Francesco le scocca un sorriso, poi si gira
verso Julie: «Tu? Cameriera?»
Julie sussulta, diventa rossa e si rimette in posizione: «No, io …
sono la segretaria della signorina …»
Stefano scruta il quadretto. Conosce quello sguardo, quella
postura dritta e sicura: lo studio e la conquista. Quello non è un
pranzo con qualche chiacchiera di cortesia, ma un tentativo di
usurpare il suo trono, ecco che cos’è. E non oggi, non oggi che
anche la mantide si è vista soccombere sotto il prode cavaliere.
«Vieni, Julie, ti faccio vedere dove prendere il caffè.»
La Sonia rimane al tavolo: «E lei, Francesco, quanti anni ha?»
«Trentadue, ma a lei non lo chiedo … Provo a indovinare …
Ventisei?»
La Sonia vorrebbe avere in mano una di quelle sigarette
lunghe, quelle delle dive:
«Direi che si è guadagnato il premesso di darmi del tu …»
Francesco sorride, il canino spunta fra le labbra Stefano torna
con un vassoio, Julie ha due piatti di tiramisù. Li serve orgogliosa
alla Sonia e a Francesco:
«Festeggiamo, il mio primo giorno e il tuo contratto!» Prende gli
altri due dal vassoio e li serve sui posti vacanti, li appoggia con una
riverenza del mignolo.
«Sei portata per la sala, se in ufficio dovessi annoiarti …»
Francesco scocca un altro sorriso: «Sarebbe un piacere averti in
squadra.»
Stefano appoggia il caffè davanti alle signore, poi porge la
tazzina a Francesco con tremolio calcolato, il poco che basta far
versare la sua dichiarazione di guerra tra la tovaglia e la camicia del
suo nuovo capo. Francesco lo guarda, ricambia lo sguardo affilato
come spade sguainate, si tocca la camicia macchiata: «Noi ne
abbiamo invece di lavoro da fare …»
«Scusa, ma sai, l’emozione.» Stefano ride tra sé, nessuno lo
vede ma la risata gli rimbomba in testa.
La Sonia sbottona il camice: «Non preoccuparti, te la lavo io la
camicia.»
CAPITOLO 13

E va è in terrazza. Distende le gambe sulla chaise-longue di


vimini, si bea della bolla d’ombra che avvolge la postazione
relax. La caviglia ancora rossa, dei pantaloncini di tela e una canotta
semplice, i muscoli che ancora tremano sotto la chioma del pino.
Libera le caviglie dalla morsa del sandalo, prende il bloc-notes, rigira
tra le dita una penna lilla. Ogni tanto la batte ritmicamente su un
blocco a righe, ancora vuoto. Rilassa il capo: sul foglio ha scritto solo
“sabato 15”, poi ha lasciato un grande spazio vuoto e solo sulla
penultima riga la grafia dice “ore 18.30 aperitivo al castello – cena in
barca – sfilata pescatori”. Ci sarà pure qualcosa per riempire quello
spazio. Ha colmato vuoti ben più grandi, sembra nata per questo: il
bambino e la pozzanghera, le giornate noiose con i genitori distratti
da specchi ed email, gli ultimi pezzi dei puzzle, l’imponenza
dell’uomo che ama, amava. O forse ama. Torna allo spazio bianco,
come può mandarla in panico?! È così insulso, ma di quel sabato
qualcosa le sfugge. Beve un sorso di vino e socchiude gli occhi. No,
di questo passo non combinerà niente. Posa il bloc-notes sul tavolo,
al suo posto le sue mani trovano l’ormai familiare diario dalla
copertina rossa. Lo tiene in grembo, ne accarezza distrattamente la
copertina mentre guarda davanti a sé. Poi scuote la testa, come se
avesse un ripensamento.

19 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
il sole è appena sorto oltre il promontorio, e io non riesco a
riprendere sonno. Ho aperto la finestra della mia camera,
per consentire alla brezza mattutina di inondarla e
spazzare via i miei sogni notturni. Che sogni! Confusi,
agitati, una massa roteante di immagini e volti sconosciuti.
Finirò di scrivere queste poche righe, mi renderò
presentabile e andrò a cercare Maria, prima che vada alla
messa con gli inservienti. Con lei deciderò il da farsi, e
magari avrà qualche erba per aiutarmi. Forse, se riesco a
mostrarmi abbastanza in forze, questo medico troverà
inutile tornare.

19 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

(lo stesso giorno, continuazione)


Scrivo queste parole mentre stringo al petto il rametto
d’erba rissa, che, ormai prossima a seccarsi, mi dissemina
la gonna di fiorellini bianchi. Ah, di quanto coraggio ho
avuto bisogno!
Ma procediamo con ordine.
Il dottor Alberto Mazzini, che parlava un tedesco
impeccabile, mi ha visitata qui, nella mia camera. Si è
presentato puntuale, prima della messa, e ha acconsentito
che Maria assistesse alla visita. Oh, mio caro diario, vorrei
saper disegnare bene, o possedere una fotocamera, per
serbare il suo volto fra le tue pagine! Così gentili i suoi
occhi, dello stesso calore dell’ebano, ombreggiati da
lunghe ciglia scure! Così regale la curva del suo naso
romano! E con quanta premura sorrideva, nella sua barba
rossiccia! Non so dirti come sia stato lasciare che Maria mi
sbottonasse la camicia sulla schiena, per poi sentire la
carezza gelida dello stetoscopio fra le scapole. Me ne
stavo lì, incurvata come un uccellino ferito, con il cuore che
batteva impazzito –e sapevo che lui, l’uomo che parlava
con quella voce profonda e morbida alle mie spalle, poteva
sentirlo!
Ha controllato il mio stato di salute, e poi mi ha posto
alcune domande: sul perché fossi qui, se mi sento a casa,
se mangio con regolarità. Avrei voluto trattenermi, ma non
ho potuto: e come un fiume in piena mi sono confessata,
totalmente, senza riserbo.
Avrei voluto che la nostra ora non finisse mai: ma da un
campanile lontano, le dieci sono scoccate inesorabili, e
hanno interrotto l’incantesimo.
Il dottor Mazzini mi ha prescritto alcune gocce da
prendere prima di coricarmi, da qui ai prossimi tre giorni.
Maria si è occupata di prendere la fiala, e l’ha fatta
scivolare nella tasca del grembiule – con un’espressione
che le ho visto riservare soltanto alle radici imputridite,
mangiate dai vermi.
«Tornerete?» ho chiesto, mentre il dottore si rimetteva il
soprabito.
E lui si è voltato verso di me, e con un sorriso ha
risposto: «Tornerò ogni volta che avrete bisogno.»
Ah, che sobbalzo il mio cuore a quelle parole! E che
confusione, adesso, al solo ripensarci!
Non so cosa si sia impadronito di me: se la colpa sia da
ricercarsi nel mio precedente terrore, che mi ha resa così
vulnerabile –o se, invece, nell’assoluta novità di un uomo
che non deride i miei crucci, né li condanna.
Attenderò che Maria ritorni, e mi consulterò con lei.
Avrò poco tempo: nel tardo pomeriggio si assenterà,
insieme a molti degli inservienti, e non farà ritorno che alle
prime luci di domani. Dice che domani sarà l’Equinozio, ha
parlato di fuochi, di falò nei boschi … che bizzarria! Ha
detto anche che, dopo la funzione, preparerà i dolci di San
Giuseppe – non ricordo il termine in dialetto che ha
utilizzato, ma da come li ha descritti … potrebbero farmi
tornare la fame!
Ah, d’improvviso, caro diario, mi sento animata da una
così strana vertigine!
Cosa mi sta accadendo?

Eva sbuffa, chiude seccamente il diario. Se potesse, vorrebbe


prendere Gertrude per le spalle e darle una bella scrollata. Possibile
non capisca un accidente di una situazione così chiara?
«Come va la gamba?»
Eva sussulta nel sentire quella voce calda. Mirco è lì,
appoggiato a una colonna del porticato con il solito sorriso
strafottente. Si avvicina, sovrasta la poltroncina vuota di fianco a lei:
«Posso sedermi?»
«Già che è qui, dovrebbe passare dalla mia segretaria, ha il
contratto per lei.»
«Già fatto, è stata lei a dirmi dove trovarla.» Mirco si siede.
«Sono passato a portare il pesce e volevo ringraziarla per il cesto
…»
«Non c’è di che.» Eva annuisce, continua a sbirciare le foglie
del pino sopra di loro: le scruta con le sopracciglia aggrottate, come
se d’un tratto le si potessero riversare addosso. «Lasci che le offra
un bicchiere di vino.»
Mirco si serve da solo: «Blocco dello scrittore?»
Lei sembra svegliarsi d’un tratto. Si volta: Mirco tiene il calice
saldo, più pieno della razione che il garbo raccomanda, e punta gli
occhi smeraldo sul suo ventre, sul diario. Eva abbassa il viso.
«Non immaginavo scrivesse …»
«Infatti, non scrivo. È lavoro.»
«Sembra che abbia qualche problema.»
Eva lo fulmina, apre le labbra in un sorriso di cemento.
«Assolutamente no.»
«Quindi non do fastidio se mi fermo qui, non la distraggo.»
Sfiora con il suo calice quello di lei ancora sul tavolino, poi si
abbandona alla poltroncina, lo sguardo dritto davanti a sé. Recupera
un tono solenne con la scintilla smeraldo puntata sulla distesa
d’acqua e sulla nave da crociera che, come ogni giorno, saluta la
riva. «Qui non si spreca mai niente, sa. E due cose è un crimine
sprecare: il buon vino e la bella vista!» Volta solo il mento, si insinua
nello sguardo di lei. «Mi riferisco al panorama.» E torna a guardare il
mare.
Eva si infila gli occhiali da sole, distende le gambe sulla chaise-
longue, riprende il bloc-notes e ci batte sopra con la penna. Sente lo
sguardo di lui schiacciarle la spalla, il braccio, la mano; è talmente
prepotente che potrebbe scriverci qualcosa. Cerca di concentrarsi, ci
deve pur essere qualcosa da far fare a una compagnia di ricchi
annoiati. Sente Mirco premerle addosso, sente l’energia che lei ha
perso urlare, e lui aveva ragione, ancora. Può quasi sentirlo
sghignazzare, con lo stesso suono che accompagna il ricordo del
polpo sventolato nell’aria.
«Si può fumare, vero?»
Eva sbuffa, alza lo sguardo, lui ha dipinto addosso quel solito
sorrisetto: e non solo, ha anche appoggiato i piedi sul tavolino. Non
gli risponde, tanto lui ha già acceso la sigaretta: «Quando non riesco
a scrivere io faccio altro.»
Eva corruga le labbra, il buon umore del pranzo si sta
convertendo in irritazione.
«Certo, molto maturo …»
«Non c’è modo: bisogna accendere la sigaretta della pagina
bianca, guardare il vuoto, e se quando si spegne non si hanno idee
bisogna fare altro.» Mirco sbuffa il fumo in aria: «Poi vengono da
sole …»
Lei tira un respiro profondo. «Io non fumo, come vede.»
«Per questo deve fare altro …» Mirco ha lo sguardo perso
davanti a lui, sembra accarezzare la nave da crociera.
Eva mette il bloc-notes da parte, prende il calice. «Quindi
scrive?»
«Ogni tanto, sa, le notti in mare sono tremendamente noiose.»
Un sorriso gli si distende sulle labbra, a cullare ricordi che gli danno
un bacio sulla fronte e, rapidi, sgusciano via. «E va bene che siano
così.»
«Cosa scrive?» Eva si gira verso di lui. E per la prima volta le
sembra di vedere cosa c’è sotto la maschera di arroganza. Un
bellissimo ragazzo, un profilo tagliente e infrangibile, un’aura di
salsedine e polvere, quasi oscura, che non sa identificare.
«Tutto ciò che mi va di scrivere … Poesie, parole, cose sui
muri.»
Uno scatto del mento e Eva torna a guardare avanti: nessuna
speranza di redenzione, un teppistello arrogante utile solo per
uccidere molluschi assassini.
Ecco tutto. «Senta, io devo lavorare … Perché ci tiene tanto ad
aiutarmi?»
«Amore per l’arte?» Ride, con quella risata sonora che sa di
presa in giro.
«Non è arte, è organizzazione.»
«Giusto … allora non m’importa.» Mirco toglie i piedi dal tavolo,
si siede con il viso verso di lei, come se non aspettasse altro che
questo momento. «Vorrei pescare nella sua proprietà.»
Lei porta le braccia lungo i fianchi, stringe i pugni:
«Assolutamente no.» Di nuovo il sorriso di cemento.
«Guardi che le converrebbe.» Di nuovo il ghigno, la sua pelle
abbronzata ora sembra l’oro minaccioso delle armature giapponesi.
«Se si sapesse ciò che le è successo … Vorrà mica vedere quei
ricchi del belìno scappare per paura dei polpi!»
Ride, immaginando la scena.
Gli occhi di Eva si allargano, sembrano esplodere: «Mi faccia
capire bene, intende pagarmi o mi sta ricattando?»
«È uno scambio, noi peschiamo la mattina presto, gli ospiti
sono al sicuro dagli attacchi dei kraken …» Ride, ancora, si direbbe
che gli occhi siano commossi da immagini così divertenti: «È come
se fossimo la sua impresa di pulizia marittima, e ci guadagniamo
tutti.»
Eva torna a guardare gli aghi di pino, li fissa come per dir loro
che lei lo sapeva, l’aveva capito subito che le si sarebbero gettati
addosso. Traditori. Guarda il ragazzo con la coda dell’occhio: beve
un vino pregiato che non sa nemmeno apprezzare. Preferirebbe
comprare il suo silenzio con l’omicidio. Diplomazia, furbizia, respira.
Tutto può essere usato a proprio vantaggio: «Va bene.»
Mirco alza il calice.
Lei lo ignora: «Ovviamente si tratta di uno scambio di favori. E
glielo concedo perché apprezzo lo spirito d’iniziativa nei ragazzini.»
Eva beve un sorso, giusto per godersi l’espressione di lui: la
mascella si scava ancor di più a osservare la vittoria come la nave
da crociera. Lontana come mai. «In cambio lei mi aiuterà, e
ovviamente mi sconterà il pesce del venti per cento.» Eva si alza e
sorride. Questa volta non mostra i denti, e sbircia Mirco da sotto gli
occhiali da sole: è talmente rigido da sembrare la statua di un
gladiatore ferito. Gli porge la mano e lui la stringe, ha un occhio
divertito e l’altro assetato di sangue. Può sentirlo nella scossa
sottopelle.
Eva appoggia il suo calice. «Iniziamo subito, mi accompagnerà
al castello.» Volta i tacchi: «Vado a cambiarmi, può aspettarmi qua.»

Eva sale un altro gradino, si appoggia al muro di roccia, e sotto i


capelli arruffati lo guarda in cagnesco. Rivaluta l’idea dell’omicidio:
trovare un sicario sarebbe comunque più facile di arrivare in cima a
quella scalinata. Prende un fazzoletto dalla borsa, si asciuga il
sudore dalla fronte, privando la pelle di una porzione di fondotinta. A
lunga durata, certo, come no. Avrebbe fatto causa a quella
profumeria, e alla sua commessa troppo ottimista. E anche a quel
ragazzo, e a Manfredi che l’aveva abbandonata in balia di quei
barbari. Alza di poco lo sguardo, raggiunge Mirco una decina di
gradini più in alto. Lui si gira, braccia conserte e occhi divertiti.
Sicario, altro che business, altro che “è un piacere fare affari con lei,
Mirco”. Le sta portando solo male ai piedi. Cerca nella borsa e tira
fuori il ventaglio: l’aria afosa si appiccica alla pelle sotto la camicia
blu notte, dello stesso colore del pantaloncino. Lo sventola, cerca di
produrre aria fredda, si asciuga la base del collo. Come può essere
che vestirsi di scuro funzioni nel Sahara ma non in quel buco di
Lerici? “Temperatura mite, clima mediterraneo” un corno, deve
essere sfuggito qualcosa a Wikipedia. Dovrebbe proprio far causa
anche a loro. Nasconde il viso dietro il ventaglio e continua a salire
la scala, gradini bassi e lunghi, incastonati tra archi improvvisati e
case con le pareti scrostate. Lui riprende a camminare, sembra una
capra. Una bestiaccia unta e fetida. Eva vorrebbe avere un fucile e
una buona mira.
Il pavimento pietroso compare all’orizzonte come un miraggio.
Mirco è già arrivato, appostato dietro il parapetto con le corna dritte
verso il sole e il mento in balia della brezza. Eva lo raggiunge. Ignora
gli uccelli marini che si inseguono sopra la sua testa, e i gruppetti di
turisti variopinti che circolano nella piazzetta, coi loro berretti e le
bandane da pirata. Si accascia sul muretto, tra i tremori alle
ginocchia, la pianta del piede come piena di aghi. Guarda su, verso
le mura che si stagliano sopra la sua testa, verso il cancelletto di
ferro battuto di fianco a loro: non ci può credere, altre scale. Prende
fiato.
Lerici, sotto di loro, saluta il suo re con trame geometriche e
incroci cromatici. Sul mare, azzurro torbido sfumato di verde, si
incastonano piccoli ovali bianchi, disposti in linea, come piccole
mandorle su una tovaglia azzurra. Formano una freccia che si
dirama dal porto verso il mare, con la punta dritta verso l’isola della
Palmaria. Sulla pineta, le sagome delle case formano un enorme
letto, con lenzuola color mattone, sfumate sui toni del rosa e del
rosso, a tratti stropicciate. Un giaciglio morbido e odoroso, un rifugio
per gli amanti. Mirco passa a Eva una bottiglietta d’acqua: «Ne vale
la pena, no?»
«C’era un dannato ascensore!» Eva la apre con un gesto
scocciato.
«Per nulla al mondo mi sarei perso il piacere di vederla salire
180 gradini.» Lui le
guarda le scarpe, incrocia i suoi occhi e le ride in faccia.
«Abbiamo perso tempo inutilmente!»
«No. Se non fosse stanca non avrebbe degnato Lerici di uno
sguardo, sarebbe già dentro a prendere le misure per il suo aperitivo
del cazzo.»
Eva alza il sopracciglio, poi le spalle. «Sono solo case. Non c’è
molto da vedere se non il castello …»
«È questo che dirà ai suoi ospiti?»
Eva gli schiaccia la bottiglietta tra le mani, si appoggia al
parapetto.
«Il punto è ciò che c’è dentro alle case, il folclore …» Mirco lo
dice con tono sprezzante, lo ricalca con una punta acida. Le sembra
di risentire il tono della prima volta che l’ha incontrato. «C’è qualcosa
da visitare?»
Mirco si volta, il suo viso è disteso, come le labbra, nell’orgoglio
e nella soddisfazione. Gli occhi verdi la accarezzano come sirene,
incitano il suo lato più profondo ad abbandonarsi a un canto
remissivo, a continuare, a dimenticare ogni sentore di pericolo.
«Dipende se lei glielo saprà far vedere …»
Eva ascolta la melodia, scioglie il sorriso senza saperlo.
«Lei può farlo con me?»
Mirco si avvicina, di poco, il canto la sta pian piano legando al
palo, i pensieri fuggono e inseguono la melodia.
Lui annuisce, poi ride. Si accende una sigaretta.
Eva scuote il capo, distoglie le orecchie ormai rapite, non
bisogna ascoltare. Torna al concreto, riempie il vuoto, annota
mentalmente: visita a Lerici. Sorride: quelle case, in fondo, sono il
tesoro che ha da offrire. «La pago, ovviamente. Una parte prima e
una parte dopo il tour, le va bene?»
Mirco ride.
«Potremmo fare domani.»
Lui giocherella con la sigaretta a metà, la rotea nell’aria:
«Dammi del tu, belìn! Mi fai sentire vecchio.»
Eva scuote la testa, gira i tacchi, va verso l’entrata del castello.
Ha perso abbastanza tempo. Mirco si volta, ora dà la schiena al
panorama: «Ci sono altri gradini!»
«Lo so …»
«Ehi! Stai attenta al fantasma di Madì!»
«A chi?»
Mirco scuote la testa, un dondolio in lontananza. «Te lo spiego
domani.» Lei non può vederlo ma sta ridendo, ancora: e indica il
graffito di una lavandaia con la bandana, dipinta sul muro giallo di
una casupola davanti alla piazza. Poi alza la sigaretta accesa:
«Finisco e arrivo!»
Eva si fa forza e inizia a salire altre scale.

Se c’è una cosa di cui va fiero Gianni, è la sua assoluta, abissale


incapacità di sorprendersi. Se si sta a sentire lui, l’intero universo
segue un percorso ben programmato, ben scandito come il mutare
delle stagioni. E naturalmente, tale percorso lui lo vede benissimo.
Pure senza occhiali. È un uomo di certezze Gianni. I politici rubano,
le foglie cadono in autunno e la Nicla viene a portare la torta di riso
una volta a settimana. Certezze solide come scogli, immutabili come
la marea.
Quindi, cosa ci faccia al cancello quella strega in gonnellone a
fiori, per la seconda volta in una settimana, Gianni proprio non lo sa.
Anzi, sobbalza, quando la sente strepitare.
«O, scarabelòn!»29
Eh sì, è proprio lei. E sì che si fa vedere, con quei capelli.
Gianni arranca verso il cancello, sbuffando e borbottando come
una pentola sul fuoco. Trascina più del solito la gamba destra, il
ginocchio leggermente piegato come la zampa secca di un airone.
La Nicla, da oltre le sbarre, scuote la testa, contrariata: la sommità
dei suoi riccioli rosso semaforo ondeggia a destra e a sinistra,
giudicante.
«Sempre più sciancato te?»
«È il tempo» replica Gianni, infilando occhiali e rughe in mezzo
alle sbarre. «Va che viene a piovere.»
La Nicla scuote ancora la testa. Ha le labbra contorte in una
smorfia color ciclamino, e nel guardarle meglio l’irreprensibile Gianni
si stupisce per la seconda volta nel giro di pochi minuti: quella
scellerata si è messa addirittura il rossetto. Stessa tonalità della sua
couperose.
«Cosa viene a piovere, ma smétela.» Gli agita di fronte un
sacchetto dell’Ipercoop, bianco, frusciante e che lascia sfuggire il
profumo delicato di una torta di riso. «È che sei vecchio. Vecchio.»
Sottolinea le “c” contro il palato, il mento e la sua fossetta puntati
contro gli occhiali torvi di Gianni. «E aprimi, che qui invecchio anca
mì, e c’ho la roba per la signora.»
«Mia che chì no l’è a ca do Lecia30, che ci entra chi gli pare.»
Di nuovo quella smorfia color ciclamino, implacabile.
«Ah be’, questo è tutto da vedere. E su, e sbrigati!»
Gianni si getta un’occhiata alle spalle, aggrotta le sopracciglia,
si torce le mani. Ma sì, che sarà mai, tanto la signora non c’è. E poi,
vuole proprio capire perché la Nicla è lì. Mai stata così gentile con
quelli da fuori, i foresti, mai: figurarsi portare due torte alla settimana.
La gamba zoppa indietreggia, mentre Gianni cava la chiave dalla
tuta dell’OTO Melara e apre il cancello: lentamente, un cigolio
metallico alla volta … e non appena il passaggio raggiunge
un’ampiezza sufficiente, la Nicla ne approfitta. Scivola oltre la
cancellata, con l’agilità di una ballerina e l’irruenza di un carro
armato. «Toh!» esclama, e scarica sulle braccia di Gianni il suo
sacchetto dell’Ipercoop: e senza degnarlo di un secondo sguardo, si
incammina verso la villa. Il custode la guarda allontanarsi a passo
spedito, poi fissa il sacchetto. Nicla, sacchetto, Nicla: finché,
trattenendo una profanità fra i denti, si lancia al suo inseguimento.
«Ma che fai?!» le urla dietro, mentre la gamba d’airone arranca.
La donna si gira di scatto, lo fulmina, si preme un dito sulle labbra.
«Shhh!» sibila. I suoi fianchi ondeggiano minacciosi, da sotto la
gonna. La villa emerge fra gli alberi, e la bocca color ciclamino della
Nicla si distende in un sorriso furbesco. Si sfregherebbe le mani, se
non fosse così concentrata a tenere le distanze da quella vecchia
canaglia di Gianni. E sì che ha un bel borbottare, quello lì, con quella
gambetta sciancata. Lei ha altro a cui badare, sissignori.
Trattiene il respiro quando vede in lontananza un paio di
giardinieri. Con uno scatto dei fianchi si getta a capofitto dietro il
tronco di un albero, fra le siepi basse. Gianni la raggiunge, e non ha
il tempo di chiederle cosa diavolo stia facendo, che la sua mano
grassoccia lo arpiona per la tuta e lo trascina dietro il tronco.
«Ma cos’ te fè?!»31
«Shhh! E smètela di seguirmi, che mi rallenti, con quella gamba
lì!»
«L’è mègio avée a ganba che a testa stranba!»32
I due giardinieri passano loro di fronte, e con una risata
salutano i ciuffi spettinati dei capelli di Gianni, e buona parte del
posteriore della Nicla.
«Ciao, Gianni! Buonasera, signora Lanzoni!»
Lei si sporge oltre il tronco, sfodera il suo sorriso migliore e
agita una mano: poi attende che i due se ne siano andati, e sguscia
fuori dal suo nascondiglio.
«Mi vuoi dire che stai facendo?»
«Tàsi!33 Conduco un’indagine!»
«Cosa conduci te …?!»
Ma la Nicla non ha tempo per lui. Raggiunge il piazzale della
villa, le mani premute sui fianchi. Lancia sguardi circospetti in ogni
direzione, la fronte corrugata e le labbra contratte in una smorfia
indagatrice. E quando Gianni le si avvicina, con il sacchetto
dell’Ipercoop ancora in braccio, la sente mugugnare fra sé un
motivetto. Una canzoncina familiare, deve averla sentita alla
televisione.
«Mi rispondi?!»
Lei lo liquida con un gesto, senza neanche guardarlo. Controlla
le auto parcheggiate nei box, si china a leggere tutte le targhe,
segue con lo sguardo la scia lasciata sulla ghiaia da quelle
mancanti. Canticchia fa sé, soddisfatta.
«Ah-ha! Lo sapevo!»
«Cosa sapevi?»
«Quello di Firense, l’è lü che è andato via!»
«Della Gherardesca? Ma sì, è uscito alle quattro …»
«Eh, lo sapevo, io!»
«Ma come lo sapevi?»
«L’ho visto andar via, dal giardino.»
«Ma tu sei matta …»
«Non osare, sai! Perché io mi informo!»
«Ma su che ti informi, o Nicla!»
«Eh, m’informo, m’informo … Te, piuttosto!»
Si raddrizza sbuffando, una mano premuta sul fondoschiena, e
pianta addosso a Gianni un’espressione sospettosa. «La signora
dov’è?»
«L’è uscita.»
La Nicla porta un dito sotto l’occhio: come per dire che lei, con
quell’occhio lì, ci vede lungo. «L’è andata via in macchina?»
«Ah, boh, credo di sì.»
«Come credi?»
«E boh, via, m’ero ’n ca.»34 Indica col capo una casetta di
legno, che dista una ventina di metri dal lato orientale della villa.
La Nicla sospira. Lo sapeva, se lo sentiva quand’è uscita di
casa: da quello lì non si cava un ragno dal buco, e fare da sola è
l’unica maniera di capirci qualcosa. Meno male che lei è
un’investigatrice nata. «Che macchina era? Tipo furgone, vecchia,
grigia?»
«Mmm … Sì, sì, esatto!»
«Eccoci! Avevo ragione mi!»
La Nicla si batte la mano aperta sulla coscia, poi si esibisce in
un sorriso trionfale: quello di chi ha passato le ultime giornate a
spiare, dall’alto della sua sdraio. E Gianni non avrà mica capito
niente, ma lei, oh, lei ha capito sì: le manca solo di un bel paio di
baffi a manubrio per sentirsi Hercule Poirot. O una pipa, per sentirsi
Sherlock Holmes.
Elementare, Gianni.
«Si può sapere che sta succedendo?»
«Eh, Gianni caro, a te digo mi cóse l’entravegne, chì.»35
Lo abbranca per un braccio, abbassa la voce, controlla
guardinga alle spalle del custode. «Là lì se la fa con Cozzani!»
Gianni inciampa sulla ghiaia, impreca, il sacchetto protesta.
«Ma là lì chi?»
La Nicla alza gli occhi al cielo, e lo trascina verso la casetta.
Proprio vero, ’sti uomini, più invecchiano più si fanno abelìnati.
«E svegéte! La facendína! 36La signora!»
«Ma vaaa … Ma Cozzani chi poi, ne conosco dieci …»
«Ma cosa Cozzani chi, Mirco! Del porto!»
«Ma Mirco di Bruno?»
«Eh!»
«Ma figurati ’n po’…»
La Nicla si arresta all’improvviso, e con uno strattone
immobilizza anche Gianni. Non si è mica fatta installare il decoder di
Sky per guardare Top Crime per niente. «Sentimi ’n po’, te.» Mani
puntate sui fianchi, permanente rosso Furia assassina. «Il fiorentino
se ne va. Vero o no? Ecco, allora sentimi bene. Arriva il furgone di
Bruno, e io lo conosco bene, eh! Che mi portava il pesce quando
c’avevo la gamba rotta.»
«Eh, m’arecordo.»
«Tàsi! Che perdo il filo. Alòa, sì, il furgone. Quindi, se c’è il
furgone vuol dire che scaricano qualcosa, no? Ecco, quindi i Cozzani
portano il pesce alla signora. No, uno solo dei Cozzani, che in
macchina all’andata ne ho visto solo uno.»
Gianni si appoggia allo stipite della porta della casetta. Sempre
stata tutta matta, quella lì. Forse per questo gli piace ancora così
tanto.
«Ma poi all’andata sono due, eh-eh, li ho visti io! Quindi la
signora è con un Cozzani. Ma quale? Eh, Gianni, Bruno non c’ha
mica voglia di venir fin qua su! Sta al bar della scòrpena37, lui.
Quindi, la signora se ne va a Lerse con quel bel fante di Mirco, eh!»
Sorriso color ciclamino, sgargiante e fiero.
«Mah, sarà a travagiae.»38
«Se se, t’a digo mi39 a travagiare …»
Un lampo di malizia, una risatina fra i denti. Gianni arrossisce
violentemente. Sempre la solita spudorata.
«Fidasse l’è ben, ne fidasse l’è mei40. Ma poi, te t’immagini?»
La malizia diventa tenerezza, e unisce le mani all’altezza del petto.
«A Lerse, a quest’ora … che poi c’è il tramonto, e il mare …»
Sospira, sognante. «E poi le campane della chiesa, e le luci, e …
Ah, ma che perdo tempo a dir ’ste cose a te, come dae i fenocéti a
l’àse.»41
«Ma non è vero!»
«Ah, no, te mi ci porti mai a Lerse a vedere il tramonto, eh,
legèra42?!»
«Ma se quando va giù il sole te dormi …»
«Non è mica vero!»
«E poi perché ti sei conciata così?»
«E che c’entra?»
«Niente ma, il rossetto?»
La Nicla sbuffa. «Ma che credi, che le indagini si fanno in
disordine? Non ti ha insegnato niente la Signora in Giallo?» Poi
sorride, civettuola. «Ti piace?» Gianni vorrebbe rispondere che la
Nicla, alla Signora in Giallo, non ci somiglia neanche da lontano; e
che sì, quel rossetto gli piace proprio tanto: ma non ha il tempo di
dire né l’una né l’altra cosa. Il rombo sputacchiante di un vecchio
motore si avvicina lungo il vialetto, e oltre la spalla tonda della Nicla,
il custode intravede il profilo di un furgoncino grigio. E trasalisce.
«Oh, bene!» esclama la Nicla, voltandosi verso il furgoncino.
«Andiamo a vedere che ho ragione!»
«No, che … Ma dove vai!»
Ma lei non lo sta ascoltando, e punta con passo da bersagliere
verso il piazzale della villa. Completamente matta. Gianni le va
dietro, incontro al suo licenziamento, e il sacchetto dell’Ipercoop
chiede pietà.

«Signorina! Signorina Baumann!»


Eva, impegnatissima a maledire l’inventore degli Arbre Magique
al pestilenziale aroma di pino, ha solo il tempo di aprire la portiera e
farsi investire dall’aria salmastra. Soltanto un istante di sollievo, solo
uno, per fingere di scordare la fatica. Perché, a quanto pare,
quell’assurda giornata è ben lontana dall’essere conclusa.
«Signorina Baumann, si ricorda di me?»
Come dimenticare. Eva squadra la donna che le corre incontro,
con un sorriso splendente e avvolta in un tripudio di stoffa a fiori rosa
e violetto. Fiori grossi come un piatto da portata.
«Buonasera, signora Lanzoni, non immagino proprio chi l’abbia
fatta entrare.»
Eva alza lo sguardo oltre l’abito fiorito della Nicla, per scoccare
un’occhiata gelida al custode. Che pare più zoppicante e arcigno che
mai.
«Ciao, Nicla!»
Mirco compare alle spalle di Eva, e la donna a fiori gli si lancia
incontro. È una collisione curiosa a vedersi, come un enorme budino
alle fragole scaraventato contro un bronzo di Riace. Mirco regge a
fatica l’assalto, e ricambia l’abbraccio ridendo come un bambino.
«O Nicla, mia che cado!»
«O ninin43, ma cosa cadi!»
Lo strapazza, gli stringe la guancia abbronzata in una ruvida
morsa affettuosa. Gianni assiste alla scena in silenzio, cercando di
nascondersi dietro al sacchetto dell’Ipercoop; e Eva si domanda se
tutte le vecchie signore di Lerici trovino appropriato trattare come un
nipotino modello quell’energumeno ammazza cefalopodi. O se
stropicciargli la faccia con mille moine sia un loro particolare modo di
esprimere dominanza, di marcare il territorio.
«L’è de lüngo ch’a ne vedo te mae!»44
«Eh, Nicla, sta a ca.»
«Ma fatti mirare, va’ che bello che sei!»
Si volta verso Eva, le indica il ragazzo con un gesto eloquente:
come se le stesse mostrando un tappeto pregiato, o chissà che
pianta esotica. «L’è vero o no?» Lui le avvolge le spalle con il
braccio possente, il viso sparso di un vago rossore imbarazzato.
Guarda Eva, e lei si rende conto di non averlo mai visto indossare
quell’espressione: quella di un bambino tornato a casa dopo tanto
tempo e che non è più abituato alle carezze. Si sorprende a
ricambiare il suo sguardo, e un angolo della sua bocca si lascia
sfuggire l’accenno di un sorriso … Ma si ricompone
immediatamente. I piedi le fanno troppo male per poter stare lì, in
piedi, fra le smancerie, i paesani e tutto il teatrino.
«E lei?» sbotta, voltandosi verso Gianni, ormai diventato un
tutt’uno col sacchetto. «Cosa fa? Cos’ha lì?»
Il custode si rianima, strabuzza gli occhi e fa per aprir bocca:
ma la Nicla è più lesta di lui. Si stacca da Mirco, afferra il sacchetto e
lo consegna a Eva con un sorriso al ciclamino. «Torta di riso. Eh, l’è
piaciuta quella di verdure?»
Eva prende il sacchetto, con un sospiro. Non ha cuore di dirle
che non l’ha neanche vista da lontano, quella torta. Se n’è
completamente dimenticata, e qualcuno del personale l’avrà fatta
sparire. Probabilmente quello scansafatiche di Simone, Stefano,
quello là insomma.
«Moltissimo. Ma non doveva disturbarsi.»
«Ma che disturbo, signorina! Però, sa, se proprio vuole …»
Fa una pausa a effetto, si porta una mano sul cuore, incurva le
sopracciglia in un’espressione sognante. Gianni la fissa, ammaliato.
Sempre stata una donna di spettacolo. «Sarebbe così bello averla
da me per un tè, quando vuole, eh!»
«Un tè?»
«Sì, un tè caldo, una tisana! Con gli erbi del mio orto, o quello
che le fa piacere!»
Eva si passa una mano sugli occhi, ignora la vocina nella sua
testa che le vorrebbe impedire di farlo e rovinare definitivamente il
mascara. No, è decisamente troppo stanca per pensare anche a
questo. Un tè caldo, a maggio, con quel microclima tropicale? Ma
perché è così spossata, devono esser stati gli scalini … Il sole …
Manfredi …
«Ah … Sì, perché no.» Sì, è decisamente esausta.
La Nicla non nasconde il suo trionfo. «Ah, mi fa proprio
contenta, sa!» Afferra di nuovo il braccio di Mirco, lo brandisce come
fosse lo scettro del potere. «La nostra è una terra dura, sa, e le
poche cose buone che fa bisogna coglierle, eh, e condividerle con
chi le apprezza!»
La malizia nel suo tono non sfugge a Eva: ma le si insinua
sottopelle, come un tarlo, e le rosicchia il cuore facendogli fare uno
strano sobbalzo. Tossicchia, abbassa lo sguardo, lo getta oltre quei
lericini male assortiti alla ricerca di una via di fuga. E la Nicla, che
non si perde una mossa di quella tedesca facendìna,45 lancia uno
sguardo eloquente a Gianni: un inequivocabile, vittorioso “te l’avevo
detto”. Lui scuote la testa, si trincera dietro un incomprensibile
borbottio in dialetto. È Mirco a mettere fine all’immobilità: e lo fa
divincolandosi dalla presa della Nicla, le fa una carezza sulla
guancia e poi si rivolge a Eva. «Allora sarà il caso che andiamo.
Accompagno io la signora.» Tende una mano alla ragazza,
guardandola fissa. I suoi occhi hanno perso ogni traccia di
tenerezza: la obbligano all’attenzione, a tenersi pronta a fuggire o a
sfoderare gli artigli, se ne è capace.
«Ci vediamo domani? Qui?»
Eva gli stringe la punta delle dita, con l’ultimo residuo di forza
che ha in corpo. Il ricordo del fetore dell’Arbre Magique le stringe lo
stomaco. «Assolutamente no. Verrò in taxi, Julie ti chiamerà in
serata per i dettagli.»
Mirco risponde alla stretta, con più delicatezza di quanto Eva si
aspettasse. Ma le sue pupille verdi la avvertono di non lasciarsi
ingannare. Se solo lo volesse, se solo fosse meno cortese, quelle
dita delicate potrebbero spezzarsi.
«Allora a domani, Eva.»
Un cenno di lei in risposta, uno scatto del mento, e Mirco lascia
andare la sua mano. Saluta Gianni, e con passo svelto si avvia
verso il furgoncino. «Dai, Nicla, vieni! Stai davanti?»
«Davanti, davanti!» La Nicla è raggiante. «Signorina Baumann,
io la saluto e spero di rivederla presto!»
Eva annuisce, non ricambia l’entusiasmo. Non ne ha l’energia.
Basta convenevoli. «Grazie ancora per la torta.» E si incammina
verso la villa, pregando fra sé che qualcuno fra gli inservienti abbia il
buonsenso di toglierle il sacchetto e il suo contenuto dalle mani.
La Nicla e Gianni la guardano andare via, una macchia blu con
un’aureola di capelli biondi scarmigliati: così diversa dalla diva
intoccabile che si sventagliava irritata sui taxi. «Te lo dicevo, mì!» La
Nicla dà una manata sulla spalla del custode: non può mica distrarsi,
quando lei ha ragione!
Gianni borbotta, si massaggia la spalla: «Ma mi dicevi cosa!»
«Come cosa? Ma sei orbo? L’hai visto come se la guarda?»
«Mah, ’n so mica …»
«Ma cosa sai e non sai, tì!»
Alle spalle della Nicla, Mirco si sporge dal finestrino. Sta
ridendo, i capelli scompigliati dalla brezza che, dal mare, si intrufola
fra gli alberi della pineta. «Se avete finito di raccontarvi i segreti da
fidanzati …»
La Nicla si gira e lo minaccia con un dito, macchiato col succo
violaceo delle ciliegie. «Non essere impertinente, ninin!» Poi si gira
verso Gianni. «E tu tienimela d’occhio, eh! Che poi devo fare tutto
io.»
Si avvia verso il furgoncino, verso la portiera aperta dal lato
passeggero. Il custode la segue, zoppicante. Mirco tende una mano
da dentro il veicolo, e la Nicla la afferra per issarsi sul sedile: non
prima di aver scoccato un’occhiata perentoria a Gianni, che si è fatto
avanti per aiutarla. Fermo lì. Non ci provare. Quando la Nicla è
installata sul sedile, come una regina in carrozza, Mirco saluta il
vecchio con la mano e mette finalmente in moto. Lei si infila la
cintura, ravviva i capelli, e con disinvoltura si sporge fuori dal
finestrino. «Ciao, Gianni.»
«Se, ciao Nicla.»
«E sentimi, fatti controllare quella gamba, eh.»
Lui si raddrizza gli occhiali, e scocciato raspa il terreno con la
gamba buona. Non è la prima volta che la vede andar via con un
altro uomo, e non sarà certo l’ultima. Quella lì mica l’ha mai presa la
patente.
«O Nicla, cosa controllo!» borbotta. «La capisci o no che i semo
veci?»46
Il furgoncino inizia la retromarcia: ma la Nicla l’ha sentito, e
caccia di nuovo fuori la testa. «Vecchia io?!» I suoi occhi furibondi
lanciano saette, mentre Mirco ingrana e il furgoncino si allontana da
Gianni e dalla villa. «…’R belìn che t’anega!» strepita la Nicla, oltre il
baccano delle ruote sulla ghiaia.

29 Lett. fico secco.


30 Lett. “Guarda che qui non è la casa di Lecia”, ovvero un luogo dove entra chiunque, un
porto di mare.
31 “Ma cosa fai?!”
32 Lett. “Meglio aver la gamba malfunzionante che aver la testa matta.”
33 “Taci!”
34 “Ero in casa”
35 “Te lo dico io cosa succede, qui.”
36 “E svegliati! Quella che lavora sempre!”
37 Scorfana, donna bruttissima
38 Lavorare.
39 “Te lo dico io.”
40 “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.”
41 Lett. “Dare i confetti all’asino”, le perle ai porci.
42 Insulto, persona poco affidabile.
43 Vezzeggiativo per bambini.
44 “È da tanto che non vedo tua madre.”
45 Lett: una persona che lavora tanto, sempre affaccendata
46 “Siamo vecchi.”
CAPITOLO 14

Ottobre 2007, Genova

E va si riparò sotto un portone semi aperto. Se ne stava lì,


accucciata sulla valigia, a rifugiarsi nelle fibre morbide di una
pashmina color senape. Stretta nel suo giaciglio improvvisato,
fissava i piccoli semi di ghiaccio abbattersi sulla via di sanpietrini. Il
cielo di inizio ottobre in pochi minuti aveva continuato a travestirsi da
agosto si era coperto all’improvviso, di un grigio polveroso e aveva
iniziato a grandinare, ma Eva aveva trovato un rifugio giusto in
tempo per non bagnarsi. Giornata fortunata.
Il freddo le si infilava sotto l’abito da viaggio a righe, troppo
inaspettato per il corpo abituato all’afa e alla calura, e le venne
voglia d’inverno. Delle sere passate con la coperta sulle spalle, dei
maglioni larghi, del gatto appisolato sulle ginocchia nella vibrazione
delle fusa. Non aveva un gatto ma ne avrebbe preso uno. Avrebbe
detto anche questo a Manfredi. Smise di grandinare come aveva
iniziato, di botto, come un colpo d’accetta.
Arrivò nella via di casa con fatica.
Al peso della valigia si aggiungeva quello straziante dei ricordi
ogni volta che si imbatteva in una pozzanghera scura. Macchie cupe
e senza nome, del nero catramoso dell’asfalto e la profondità di un
dito. Pensò alla lista di cose da fare. Mettere in carica il cellulare,
dare il regalo a Manfredi, mandare un messaggio a sua madre,
andare a comprare gli assorbenti. Eppure la pozzanghera rimaneva
lì, e quando lei la scansava ne compariva un’altra, l’ennesima
macchia viscida e l’ennesima fitta di dolore che come un effetto
domino ripercorreva i suoi organi. Le veniva da vomitare ma sapeva
bene che era solo una sensazione, che in quel ventre vuoto non era
rimasto nulla da buttar fuori se non le noccioline mangiate in aereo.
Guardò la pozzanghera, ricordava un fagiolo.
Deglutì una lacrima. Erano passati sei mesi da quando si era
svegliata in preda a dolori atroci, una notte di maggio nella casa a
Marina di Cecina. Era corsa in bagno, con sua madre nella lunga
vestaglia nera e i bigodini come corona, e aveva iniziato a piangere
per il dolore. Heidi stava appoggiata al lavandino, con la bocca
corrugata e gli occhi stropicciati dal fastidio per la luce; la guardava
senza fare nulla, come temendo di comprometterla. Si era avvicinata
solo quando Eva aveva cercato di rialzarsi, senza forze, barcollando
di nuovo verso il wc e con la testa fra le mani. Allora Heidi l’aveva
sollevata e riportata sul letto, senza dire una parola. Ma Eva aveva
visto, entrambe avevano visto. Quel liquido denso e scuro colarle tra
le gambe e annidarsi sul pavimento chiaro. Poi Heidi aveva
chiamato l’ambulanza e svegliato la governante, le aveva chiesto di
badare a Eva mentre disfaceva la corona e si infilava in un vestitino
colorato. Era uscita con i capelli mossi e del lucidalabbra abbozzato:
e quella, per quanto riguardava sua madre, era la prova del vero
amore.
Al suo risveglio in ospedale, tra le pareti tanto bianche da
accecarla e l’odore di disinfettante, aveva trovato Manfredi con dei
fiori. Poi il medico glielo aveva detto: aveva abortito in una notte di
primavera, con le stelle nascoste dai fumi dei boschi che sulle colline
si davano al fuoco spontaneo. Lei aveva detto solo che era stanca,
che sì, stava bene, che no, non sarebbe tornata dai suoi, e no,
nemmeno da Manfredi. Che voleva stare sola. Aveva chiesto che le
prenotassero una stanza in un hotel lì vicino e poi aveva smesso di
parlare. Manfredi le aveva portato una torta al cioccolato e aveva
passato la giornata con lei, sulla poltrona di fianco al letto.
Le aveva detto che non era che un mucchio di piccole cellule,
che non era morto, solo che probabilmente non era il momento
giusto.
Sapeva che non era vero, e non le importava.
Sua mamma aveva voluto farle la manicure, almeno quando
avrebbe ritirato le chiavi della stanza avrebbe fatto una bella figura, e
addirittura, per l’occasione, Heidi le aveva concesso il suo smalto
preferito.
Non le importava.
Suo padre era rimasto ad Amburgo, le avrebbe raggiunte un
mese dopo, aveva chiamato ma Eva aveva fatto finta di dormire.
Non importava, aveva fallito, la fioca rassegnazione era l’unica
nuova componente di quella famiglia morta sul nascere. Forse era
meglio così, lei avrebbe preferito troncare le romanticherie familiari
di Manfredi non appena visto il test. Sarebbe stato meglio
interrompere subito, piuttosto che iniziarle per poi lasciarle a metà.
Irrimediabilmente a metà.

Si decise a sorpassare la pozzanghera, ci lasciò lì anche un


sospiro nascosto: con il primo sole sarebbero evaporati entrambi.
Appoggiò la valigia al muro e cercò le chiavi. Dopo qualche giorno in
solitudine nell’hotel di Amburgo, era tornata a vivere a Genova, e
aveva trovato tutto come se quella piccola parentesi di vita fosse
rimasta tra i grumi di sangue nel wc. Spazzata via con lo
sciacquone.
Manfredi lavorava di più e Eva studiava più a lungo, ogni tanto
lui cenava fuori e lei evitava di farlo. Non era cambiato molto,
sembrava solo che la loro bolla si fosse dilatata, che avesse creato
un terzo piccolo spazio, ma poi si era dimenticata di ricolmarlo. O,
per lo meno, eliminarlo.
Nel week-end Eva era tornata ad Amburgo, voleva salutare suo
padre prima che partisse. Avrebbe passato due mesi in Thailandia
per seguire l’apertura di una nuova struttura come consulente.
Manfredi non era potuto andare con lei, un improvviso e incurabile
mal di pancia di venerdì sera. Indigestione, aveva detto. Fece due
giri di chiave e il portone si aprì.
Nello specchio dell’ascensore guardò il suo riflesso: era fresco,
luminoso. Appoggiò le scarpe fuori dalla porta e sollevò la valigia,
cambiò idea e la lasciò sul pianerottolo; non si può rovinare una
sorpresa all’ultimo momento per colpa del rumore di una valigia. Aprì
e le pupille si abituarono veloci alla luce grigia emanata dalle pareti
bianche in ombra. L’appartamento era pieno del rumore della doccia,
l’acqua scrosciante accompagnava i movimenti di Eva. Fuori dalla
porta finestra aperta si poteva vedere il sole del tramonto farsi
spazio tra le nubi ormai scariche, la sua aura rimbalzava su due
calici vuoti posati sul tavolo della cucina. Eva li prese e li appoggiò
nel lavandino, si muoveva leggiadra sulle punte con impercettibili
carezze al pavimento.
La porta della camera da letto era socchiusa.
Appoggiò i calici e l’occhio cadde sul bordo di uno dei due: una
macchia di rossetto rosa chiaro, in controluce, lo decorava di una
ghirlanda amara. Eva guardò in camera. Nell’aria una nota di Chanel
N°5, e una torbida consapevolezza. Poteva vedere poco di ciò che
c’era sul letto, solo due lunghe gambe, una porzione di coperta
stropicciata, e un tono di abbronzatura bronzea a deturpare le sue
candide lenzuola.
Si spostò velocemente in cucina e cercò una bottiglia di vino, la
aprì con cura e con foga allo stesso tempo. Un’energia sconosciuta
saliva e la strattonava, e più la strattonava più stava attenta a non
scomporla, uno schiaffo in faccia e una carezza per sistemare il
ciuffo; un’ira controllata, come nel sesso. Versò il vino sulla poltrona
a virgola, e sulla tela comparve una grossa macchia scura, d’un
rosso denso, indelebile. Versò l’ultima parte sulla camicia gettata a
terra e il tubino Chanel, una bianca, l’altro beige. Giornata fortunata.
Lo scroscio dell’acqua finì.
Eva prese il quadro con l’onda e lo squarciò con un coltello, lo
lasciò sul tavolo. Si avvicinò alla porta della camera, di soppiatto, a
ogni passo si sentiva più rigida, si impettiva, si sentiva diventare più
grande, estendersi verso l’apice di un grido straziante e terribile.
Sciolse i capelli nella penombra e rimase ad ascoltare. Bastò un
accento francese levigato, e Eva se ne andò. Prese le chiavi di
Manfredi sul mobiletto di fianco alla porta e le mise in borsa, relegate
in una tasca remota. Uscì e chiuse con le sue: quattro giri, un
secondino e due prigionieri, e la vendetta ancora calda sulla pelle.

25 Aprile 1908,
Villa von Holstein
Lerici, Italia
Caro diario,
sono uscita! Sono uscita dalla mia prigione, per una
mattina soltanto, e l’ho veduto! Ah, quanto ancora palpita il
mio cuore! Ma mi calmerò, e con in mano la mia ormai
abituale tisana d’erbi, ritroverò la lucidità necessaria per
raccontare ogni cosa.
Questa mattina mi sono svegliata di buon’ora, e
scendendo nelle cucine vi ho trovato Maria intenta, al
solito, a trafficare. Stava cavando da una pentola qualcosa
di bagnato e gocciolante, per poi versarla in una ciotola di
coccio. «Granfaro» ha detto quando mi sono avvicinata a
lei, mostrandomi un gran numero di semini simili al riso,
ma più grossi e di color più scuro. Quando ha finito di
trasferire tutto il granfaro nella ciotola, vi ha aggiunto
alcune uova, olio, sale, pepe e rimembransa. Mentre
stendeva la pasta, presa da un’altra ciotola, mi ha detto
che mi stava mostrando la ricetta per una torta. «Torte pe a
Madona» ha precisato, la torta per la Madonna. Perché
oggi è un giorno speciale, e le campane che squillavano
oltre il promontorio le davano ragione. I locali la chiamano
Madonna di Maralunga, e mentre infornava la torta e si
puliva le mani su un canovaccio Maria mi ha raccontato la
sua storia. Una mattina di secoli fa, tre pescatori di nome
Ambrogio, Francesco e Pietro trovarono tre tavole fra gli
scogli: ma esse erano dipinte, e una volta insieme
creavano due immagini della Madonna: provenivano
certamente da una nave naufragata chissà dove, ma il
mare le aveva salvate e donate alla città. Un vero miracolo,
affermava Maria piena d’orgoglio: e lei lo sapeva bene
perché, a quanto pare, Pietro Muzio è un suo antenato!
Non so spiegarmi perché, ma sentirla raccontare del
miracolo del dipinto ha acceso in me una vitalità che
credevo perduta: e mentre nelle cucine si spandeva il
profumo della torta che cuoceva, ho preso la decisione di
accompagnarla alla messa.
Mi sono agghindata meglio che ho potuto, e Maria mi ha
prestato un velo nero con il quale coprire i miei capelli:
riesci a indovinare, caro diario, quanto sentissi
prepotentemente il cuore in gola, mentre salivo sulla
carrozza con la mia cara insegnante? Sì, in carrozza,
perché Maria ha un invincibile terrore delle nuove
automobili, e teme a ogni sobbalzo che possano saltare in
aria!
Abbiamo fatto un viaggio tranquillo, che ho passato
sporgendo il capo fuori dal finestrino e tendendo le dita
verso la brezza che, dal mare, agitava le cime dei pini
marittimi: quasi non mi sono accorta di essere giunta a
destinazione, almeno finché il conducente non mi ha
aiutata a scendere dalla carrozza. E che visione: la chiesa
di San Francesco risuonava a festa, la facciata color pesca
che impallidiva sotto il sole e il piazzale gremito di fedeli
variopinti – in abito buono e alla moda o in vesti popolari.
Non avevo mai assistito a una messa in Italia, e non saprei
descriverne la commovente solennità: le navate ombrose
di pietra rosso scuro, illuminate da centinaia di candele che
spandevano una luce dorata e tremula; i grandi drappi
bianchi che, come Maria mi ha spiegato sottovoce,
coprivano le croci nel dì dell’Annunciazione; l’odore
pungente dell’incenso, e quello morbido dei fiori che
ornavano l’altare; la voce solenne del sacerdote, che
salmodiava in latino, e il coro dei fedeli che rispondevano
in un affascinante linguaggio che del latino, ormai,
conservava solo il vago profumo. Nulla capivo, e tenevo le
mani giunte e il capo chino: ma il mio sguardo sempre si
alzava, da sotto il velo nero, e si posava sul dipinto che
troneggiava sull’altare. Eccola lì, la Madonna di Maralunga!
Il miracolo dipinto, con in braccio il bambino, pallida e
serena come una regina: fra le mani stringeva una rosa, e
negli occhi aveva tutto l’amore che cantano i poeti … Non
riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, e quando sono
uscita dalla chiesa ho impiegato qualche minuto per
riabituarmi alla luce. E ne ho avuto ben ragione! Ah, caro
diario, il paese, il paese!
Le case abbracciate le une alle altre, un tripudio di
sgargianti macchie dai colori agrumati –e le lenzuola
appese a ogni terrazza, che scintillavano al sole come
candidi specchi –e le bancarelle, e gli odori di spezie, erbe,
pesce fresco –e ovunque le signore ben vestite coi loro
cappellini alla moda, e le popolane con i cesti in testa –e le
voci, il ciarlare dei banditori e gli strilli acuti dei bambini che
ci scorrazzavano fra le gambe! Ah, che dirti, caro diario! Un
sogno confuso, chiassoso, di quelli che nascono quando
l’alba spande le sue prime luci sul mare orientale …
Maria si chinava su un canestro di frutta, indicava una
radice, storceva la bocca di fronte all’arma inquietante di
un pesce spada; si fermava, contrattava, e di tanto in tanto
mi stringeva il gomito: e mi diceva di stare attenta, di
prestare attenzione, ché è al mercato che si impara a
guardare il mondo negli occhi … Io ubbidivo, cercavo di
non perdermi neppure una parola nel suo dialetto
musicale: finché, mentre Maria si fermava a discorrere con
un venditore di torta di riso, qualcosa mi ha distratta. Non
saprei dire se una folata di brezza troppo audace, o la
corsa di un ragazzino che si è impigliata nelle mie gonne:
ma mi sono voltata, e fra i muri rosati e il ghignare di un
vecchio marinaio … Riesci a indovinare? Sì! L’ho veduto!
Lui, il dottor Mazzini! E lui ha veduto me!
Con quale gentilezza mi ha sorriso, come brillavano i
suoi occhi scuri!
Si è avvicinato, e quando mi ha rivolto un lieve inchino
non sono riuscita a resistere al suo sguardo. «Vi trovo
bene, radiosa perfino!» ha detto, mentre arrossivo e
chinavo il capo. «Le medicine iniziano ad avere gli effetti
sperati!» Ah, come dirgli che non erano le medicine? Come
dirgli che il mio colorito era merito suo, del gran
turbamento che averlo così vicino portava nel mio animo?
Non lo indovinava, forse, mentre con voce tremante
rispondevo alle sue domande garbate, e intorno a noi il
gran chiasso del mercato si riduceva al battito fragoroso
del mio cuore?
E tu, caro diario, non lo indovini ancora?

Sono rientrata senza forze, esausta e paonazza come


dopo una corsa.
Maria non mi ha parlato per tutto il viaggio, appollaiata
sul suo sedile come un vecchio gabbiano iracondo. Non
capisco cosa le sia preso, né lo sguardo carico di astio che
ha scoccato al dottor Mazzini, quando si è avvicinata a noi.
Se non la conoscessi, se non sapessi che è un’anima
buona, penserei gli abbia lanciato quello che i popolani
chiamano malocchio.
Nel pomeriggio ho desiderato mettermi a letto, e ho
pregato Maria di portarmi una delle sue tisane e un rametto
fresco di èrbo gianco. Ora so bene cosa desiderare,
quando lo metterò sotto al cuscino prima di
addormentarmi! Maria ha chiuso le persiane, e nella
penombra è rimasta accanto a me finché la stanchezza ha
avuto la meglio. Le ho chiesto di raccontarmi ancora della
Madonna venuta dal mare, e di cosa fanno lei e i domestici
nei boschi la notte di San Giuseppe: e mi ha parlato di
fuochi al tramonto, e balli, e di un luogo segreto sui monti,
sopra al paese … Dove uomini antichi hanno creato cerchi
di pietre, e dove una farfalla dorata distende le sue ali nelle
sere d’estate … Ho creduto di potermeli figurare, di sentire
le loro voci cantare in una lingua più antica dell’italiano, più
vecchia persino del latino, che forse soltanto gli alberi e le
erbe conoscono ancora … E prima di scivolare nella
tenebra, ho stretto forte l’èrbo gianco, sotto al cuscino.

Maggio 2019, Lerici

Il malumore le pesa addosso come un’armatura di piombo. Eva lo


sente sulle spalle, la abbassa di dieci centimetri con gli occhi
schiacciati sulle pagine del diario. Lo sente nello stomaco chiuso,
raggrinzito su se stesso come un fazzoletto usato. Lo sente nei
muscoli della mascella, ermetici.
L’alba imperversa nella stanza, e sono passate già due ore da
quando l’insonnia l’ha strattonata. Si è messa a leggere il diario, ma
invece di stimolare il sonno l’ha fatto scappare via, come il buio dalla
stanza. Tiene il segno strisciando l’unghia laccata, con la vana
speranza che lo smalto rosso possa macchiare le parole.
Quella ricetta l’ha già incontrata da qualche parte, non sa dire
dove, ma il corpo, nel suo lungo rigenerarsi, forse ricorda meglio.
Guarda fuori dalla finestra: il solito raggio di sole colpisce colpisce un
occhio. Le gote appassite e ritratte in una posizione immobile, gli
occhi umidi; il diario di cui, senza rendersi conto, sta graffiando la
copertina. Si alza, gira per la stanza. Non sa come ma quel pensiero
sconosciuto la sta risucchiando, si impone di sottofondo come una
canzone orribile che immancabilmente rimane in testa. Eppure c’è
altro a cui pensare, ma un groppo le scende nello stomaco e ci si
siede sopra, indigesto.
Le cade lo sguardo sul cellulare: da quando se n’è andato
Manfredi non ha scritto né chiamato; troppo occupato. Ingordo, il
groppo continua a mangiare, sfonda lo stomaco e ci si sdraia. Lo
cerca nella rubrica. I nomi scendono sul display in una sfilata di
fantasmi nel bosco dei ricordi. È lì, nelle sue otto lettere sostituite
mille volte: Amore, Stronzo, Non rispondere. Ora è solo Manfredi.
Solo?
Fa un respiro e getta il cellulare di lato. Le ha detto di non
chiamare. Il groppo è ancora lì, può sentirlo diventare sempre più
grosso. Lo stomaco brontola, si direbbe che stia per vomitare se non
fosse che non ha ancora mangiato. Ha bisogno di camminare.
Niente aria però, niente sole che l’acceca e vento che la
schiaffeggia. Prende i panni sporchi ed esce in ciabatte.

La Sonia stira una camicia, e sbuffa, mentre lotta contro una piega
rinsecchita. Questi uomini, se le lavano da soli anche se non ne
sono capaci, e poi il cotone diventa ispido e sciatto. Meno male che
da oggi ci pensa lei, e almeno si salva il salvabile. Si sa, il ferro non
si appoggia mai direttamente sulla stoffa, bisogna usare un panno,
così che sulla camicia arriva il calore ma non il ferro rovente. Era il
trucco di sua mamma, e la personale versione della Sonia
comprende un panno zebrato che prima era un foulard, e musica
dance di sottofondo. È arrivata mezz’ora prima di proposito, che
nelle ore di lavoro non si può permettere distrazioni, ha già il suo bel
da fare con le lenzuola e lo studio approfondito dei tailleur della
tedesca. Ma se l’è portata, che per lo meno gliela prepara perfetta,
con il ferro professionale.
E una camicia stirata, senza pieghe né macchie, è il filtro
d’amore del Ventunesimo secolo.
Si è portata anche il cd nuovo, se l’è fatto preparare da
quell’informatico che abita sopra di lei, corrotto furbamente con un
cesto di cupcake sperimentali decorati con una glassa orribile. E un
sorriso rosso scarlatto, che sulla sua cucina non può davvero farci
affidamento. Nel cd solo canzoni degli anni Ottanta, che la musica di
oggi sono solo lagne con tunz tunz di sottofondo. Istruzioni chiare, o
i maschi vanno in panico, quella razza di sciattoni. Anche gli
informatici. Se lo sarebbe fatta da sola il cd, peccato che lei, della
tecnologia, ha capito soltanto come usare il bancomat nei giorni di
saldi. Alza il volume sulle prime note di Simply The Best, e con il
ferro da stiro premuto sul panno, sculetta muovendo chiome di
riccioli e le labbra nel playback.
«Belìn! Lavori già?»
La Sonia appoggia il ferro da stiro, si gira di scatto e si
appoggia all’asse. Nasconde per bene la camicia dietro i suoi fianchi
alla Beyoncé. Si tira un ricciolo con le dita: «No, no. Provavo il cd.»
«Ma se ti ho visto che stiravi!»
«Ma che, Stefano! Provavo il ferro … Ma che ne sai tu di come
si fa!». Lancia la mano in aria in perfetta sintonia con il ritornello.
Sventola il panno zebrato.
Stefano si appoggia al mobiletto, aggrotta le sopracciglia e si
gratta il mento: c’è qualcosa che non lo convince.
«Be’! Che c’è? Non hai mai visto una donna che si prepara a
stirare e ascolta Tina Turner?!»
«Belìn, ecco a chi somigli! A Tina Turner … ma bianca!»
La Sonia diventa tutta rossa, che una cosa così non gliel’ha mai
detta nessuno. Si lancia il panno intorno al collo, la caricatura della
mossa di una diva. China la testa di lato: «Ma tu hai visto che hai la
camicia abbottonata storta?» Inizia a camminare, con il collo fasciato
di animalier e le anche che oscillano sotto il grembiule azzurro.
Dovrebbe fare burlesque, ne è sempre stata convinta. Stefano si
guarda la pancia: «Oh, belìn! È che non ho ancora bevuto il caffè.»
La Sonia è a pochi passi da lui, appoggia un dito su un bottone: «E
sistematela, che poi ti lamenti che la Tedesca ce l’ha con te.»
«Ti ricordi che mi devi una cena, eh?»
Lei gli punta il dito all’altezza del pettorale: «Ne parliamo
quando mi porti la colazione.»
«Pronti!»
Stefano sgattaiola nel corridoio: la Sonia rimane qualche minuto
sulla soglia, e sventola il foulard zebrato come un fazzoletto che
saluta i soldati dal treno. Appena lo vede scomparire torna dentro,
veloce, finisce di stirare la manica mancante. Che fatica la vita da
single, dover essere attraente ogni volta che si esce di casa perché,
insomma, non si sa mai cosa può succedere. Dover attaccare su
tutti i fronti, perché ogni cretino può essere l’uomo della vita, e ogni
uomo della vita può essere un cretino; non si sa mai. Fortuna per lei,
sono trent’anni che si allena. Deve sbrigarsi, che se Stefano vede la
camicia di Francesco Pastorini si gioca la cena, e pure la colazione
ogni mattina, e tutte quelle piccole attenzioni riservate solo a lei. Che
li conosce gli uomini: sempre a poltrire sul divano e a farsi accudire,
fino a quando non c’è da marchiare il territorio: allora pisciano e
danno fastidio, un po’ come i gatti.
Con qualche passo spedito ricontrolla il corridoio: via libera.
Mette la camicia sulla gruccia e poi via, nell’armadietto insieme alla
biancheria da camera. Inizia a stirare i corredi, che quello lì a fare il
caffelatte ci mette un’eternità.
«Eccoci!»
«Oh, bene! Ho proprio fame!»
Stefano appoggia il vassoio: un caffelatte, una focaccia, un tè
caldo e dei biscotti.
«E da quando ti bevi il tè caldo?»
Stefano sorride, i muscoli sono tesi in una maschera facciale:
«Ma no! È per la Tedesca.»
«E tu?»
«No, io ho già fatto, oggi arriva Pastorini e sono l’unico in
turno.» Stefano appoggia la focaccia e il caffelatte sul mobiletto. «Ma
me lo fai il nodo alla cravatta?»
«Da’ qui!»
Fannulloni, esattamente come i gatti. La Sonia prende la
cravatta, gliela avvolge intorno al collo come in uno spettacolo
erotico. Una pantera che accarezza con le zampe un enorme
siamese stordito. Sta facendo il nodo finale quando un tonfo di
asciugamani nella cesta di plastica li fa sussultare.
«Buongiorno, signorina Baumann!» Stefano si scansa
velocemente con il terrore negli occhi.
«Sarebbe il caso di imparare a fare il nodo della cravatta da
soli, non le pare?»
Ha il pigiama abbinato alle ciabatte, sbuca dalla vestaglia nei
suoi pizzi leggeri.
Ha più stile per andare a dormire che per uscire di casa: questa
la Sonia proprio non se l’aspettava.
«Eh ’sti uomini! Cosa farebbero senza di noi …»
Eva si chiede con quale forza quella donna sia già truccata alle
7.30 di mattina.
«Stefano, grazie mille per la colazione, ma l’ho riportata in
cucina.»
La Sonia guarda il vassoio con tè e biscotti, aggrotta le
sopracciglia: «Non vuole farla con noi? C’è qui il suo tè.»
Stefano saltella sul posto, come se così facendo potesse aprire
un varco temporale e scappare da quel pasticcio. «Allora queste le
riporto in cucina, eh …»
Eva rimane immobile:. «Stefano, mi ha portato la colazione un
quarto d’ora fa! È Julie quella che beve il tè … Se iniziamo a far
confusione tra i dipendenti, non voglio immaginare quando ci
saranno gli ospiti.»
Può giurare di aver sentito quel tono neutro e quella voce
gracchiante in uno dei film horror che ha guardato da bambino. Lo
sguardo della Sonia, poi, è ancora peggio. Ha gli occhi a fessura che
lo infilzano come aghi di una tortura medievale.
«Belìn, Stefano, fai sempre confusione, sarà per qualcun altro
…»
Può giurare che dietro la tazza Sonia stia sorridendo tipo il
pagliaccio di quel film terrificante.
Le guarda, così diverse eppure unite nella brama di uccidere.
Gli ricordano sua mamma che come l’ha fatto, così lo disfa. E il
battipanni sul sedere. Tutta quella rabbia può provenire da una sola
cosa: ciclo. Si sa che si sintonizzano come macchine assassine.
Scappare, subito. Cammina all’indietro verso la porta, con il vassoio
stretto tra le mani: «Be’, vado a lavorare.»
Scappa via, la Sonia accende il ferro da stiro quasi rompendo il
pulsante: attenzioni solo per lei, certo. Avrebbe dovuto sbattergliela
in faccia la camicia di Pastorini a quel mascalzone!
«Li vede?! Scappano!»
Eva scuote il capo, è troppo presto, lo stomaco non smette di
brontolare.
«Sa che c’è, signorina Baumann, e mi scusi, eh … Che donne
come lei, come noi, li fanno scappare … preferiscono le belle
statuine!»
La Sonia si volta e si appoggia al piano da stiro, tiene il ferro
sollevato con aria minacciosa e se la sghignazza come una strega
della Disney: «Ma sa cosa, da donna a donna, che scappino! Perché
io mi diverto a rincorrerli.» Appoggia il ferro da stiro, guarda con
orgoglio lo stereo che diffonde nell’aria Girls Just Wanna Have Fun.
«Noi, siamo predatrici.»
«Ha ragione, Sonia. E sa cosa le dico? È sprecata con quel
camice! Dovremmo trovarle una divisa più bella.»
Eva torna in camera, si getta sul cellulare. La segreteria le
riempie l’orecchio, starà ancora dormendo. Riproverà più tardi.

Gualtiero si guarda allo specchio nel piccolo bagno dietro la cucina:


quel nome ricamato sul taschino della divisa gli piace proprio.
“Mastro Gualtiero, l’artigiano della cucina sperimentale”: lo sente
rimbombare sulle prime pagine dei giornali nazionali. “Il ritorno dello
chef”, con una stella che brilla quanto il suo sorriso sornione.
Potrebbe aprire un canale su YouTube, con il suo faccione
fotogenico che ricorda un Ratatouille ingrassato. Alle dipendenze
della Tedesca è sprecato, deve fare di testa sua o il suo guizzo di
vita rimane nascosto tra pentole che sfavillano e ricette che
marciscono. E dov’è la novità? E la rivoluzione? E quel fervore
intellettuale di innovazione? Si sente Baudelaire, e lui non le ha mai
rispettate le regole. Se l’avesse fatto avrebbe privato l’umanità dei
Fiori del Male, dell’Albatros, e dello stereotipo affascinante del poeta
maledetto. E tutti quei giovani, quei poeti improvvisati che mettono a
capo a casaccio in una prosa senza verbi, e che declamano nei bar
parole al vento; ecco, dove sarebbero? Come si vestirebbero? Quale
arte profanerebbero, se Baudelaire avesse seguito le regole?
Perché prima che un poeta, è un’ispirazione da imitare,
un’aspirazione da seguire. Un nome da pronunciare per imbrillantare
l’incapacità sociale e l’alcolismo. E lui lo deve al mondo, con il suo
talento e la sua personalità dovrebbe proprio creare il nuovo, ispirare
casalinghe a sentirsi chef, e ogni mestolo a sentirsi una perla di
design. Il Baudelaire della ristorazione, a portata di tutti grazie a un
clic, perché l’arte non si comanda, nemmeno con un portafoglio
straripante. Si aggiusta la cuffia da cucina, la piega di lato, un po’
storta; come si conviene a ogni artista. Oggi ordinerà dell’assenzio!

«Chef! Buongiorno.» Eva è seduta di fianco ai fornelli spenti, una


macchia verde pisello sui suoi acciai lucidi che guarda il cellulare e
profana il suo regno.
«Evuccia! Sei raggiante oggi!»
«Ho una proposta da farle, Gualtiero …»
Lui prende in mano una padella, la sventola in aria e ci si
specchia: «Hai visto che bellezza? Sono arrivate ieri, alta qualità!»
Ancora il tu, ma oggi non ha voglia di discutere, ha dormito
troppo poco.
«Eh, già, ti capisco … hanno lasciato senza parole anche me!»
«Veramente …»
«A proposito, Eva cara …» Le sbatte il gomito grasso sul
braccio. «Lo sai che ci hanno regalato un tablet?»
Eva appoggia la tazza di caffè sull’acciaio: «E perché?»
«Be’, un grande ordine, e ci riforniremo da loro …»
«Mi scusi, Gualtiero, e questo chi l’avrebbe detto?»
«Oh, diamine! È naturale! Sono i migliori … Capisco che voi
tedeschi, insomma, la pasta col ketchup … ma se si rompe una
padella chi vuoi chiamare? Il falegname?» ride, una serie di “a”
roboanti e grasse come lui.
Eva stringe la tazza, vorrebbe rovesciargliela sulla divisa:
«Lasciamo perdere, volevo dirle …»
«So già tutto, ottima idea il pesce fresco … E comunque il tablet
posso tenerlo?»
Le poggia il braccio attorno alle spalle, glielo staccherebbe a
morsi pur di tenere lontano quel tocco appiccicoso. «Sì, lo tenga,
basta che mi lascia parlare.»
«Allora Manfri te l’ha detto, eh! Che ne dici?».
«Come? Ha sentito Manfredi?»
«Certo! Un’ora fa … Insomma con una novità del genere …»
Eva ringhia, lo stomaco ha smesso di brontolare per iniziare a
implodere nella sensazione di essere stata messa da parte ancora
una volta. Respira, magari Manfredi ha solo voluto sondare il terreno
per l’idea di riproporre le ricette di Gertrude.
«Sono felice che ne sia entusiasta, Gualtiero. Temevo che l’idea
delle ricette del diario …»
«Mia cara, no! Intendevo lo sferificatore, ah, ma forse Singfrido
non ha ancora fatto in tempo a chiamarti …» Gualtiero alza un
sopracciglio, ha colpito dove voleva, continua: «Sai, tesoro, per il
molecolare … Mi avevi detto di trovare dei fondi, ho fatto di meglio!
Ho trovato uno sferificatore, in comodato d’uso!»
«Nessuna azienda attuerebbe una politica del genere, ci sarà
una truffa in ballo Gual …»
«O suvvia! Evuccia, vuoi scherzare? Ho i miei contatti.»
Gualtiero sorride,
«Manfredi è entusiasta, non vede l’ora del pranzo di prova …
ah, sarà il 10!»
Di nuovo una fitta, getta un occhio al cellulare: nulla. «Lo dica a
Julie lo metterà in agenda.»
«Oh, ma chiaro! Mia cara ci sarà anche lei, Manfredi … Tutto lo
staff a …»
«Ora stia zitto e ascolti! E mi dia del lei.» Eva si sorprende del
tono brusco, si chiede da quando abbia iniziato a sfogare il dolore
nella rabbia.
Gualtiero si zittisce, gonfia le guance come un criceto a cui
hanno improvvisamente fermato la ruota.
Gli sbatte il diario sotto il naso, vediamo di farla finita subito
prima che si lasci tentare nel provare i coltelli nuovi: «Ecco, qui ci
sono delle ricette. Sono tradizionali e le abbiamo solo noi …»
Lui agita le braccia verso il cielo, sembra uno di quei gonfiabili
enormi che vibrano davanti ai benzinai. «Oh certo, adesso prendo
ispirazione da un romanzo rosa!»
«Non è un romanzo rosa, è un diario storico. Lo chieda a
Manfredi, visto che a lei risponde!»
«Eva, amica mia, non voglio offenderti, ma lavi la moka con il
sapone.»
Si chiede se ci sia un tritacarne, sarebbe proprio il caso di
testarlo: «Mi scusi?»
«Non prenderò consigli da una che non sa nemmeno che a
lavarla con il detersivo si infetta l’aroma!»
«Non sono consigli, sono ordini. Le voglio provare domani.»
«Senti, Eva, capisco che sei giovane e che non sai da che parte
girarti, ma ci penso io … Tu ti occupi dei tuoi bilanci e io della mia
cucina.»
Getta la tazza nel lavandino, l’isteria le fa prudere le mani:
«Punto primo, questa non è la sua cucina, è la mia cucina.» Lo
guarda, potrebbe cavargli quegli occhi da pesce senza il minimo
sforzo. «E il bilancio dice che non pagherò qualcuno che pretende di
fare ciò che vuole senza stare alle mie direttive, tanto meno le sue
cianfrusaglie, le è chiaro?»
Gualtiero sfoglia il diario, legge in silenzio per qualche minuto.
«Mia cara, non è il caso di scaldarci e rovinare la giornata,
no?!»
Le mostra la pagina: «È che vedi, so che non sei pratica, ma
qui non ci sono dosi … e non è che si può buttare tutto in un
pentolone e la ricetta esce per magia!» Una mezzaluna gli si apre tra
le labbra, mostra i denti ingialliti.
«Bene, se le dosi sono un problema gliele farò avere.»
«E il dialetto … Magari non lo sai, ma gli ingredienti non sono
scritti in italiano.»
«Bene, avrà anche una traduzione.»
«Se riesci, sai, richiede tempo … e ne hai di cose da fare.»
«Non si preoccupi, Gualtiero, so perfettamente gestire le mie
giornate. Si preoccupi delle sue, piuttosto. Non tollererò altre
scenate di impertinenza.» Eva riprende il diario. Si volta e si ferma
davanti alla porta, impettita e fiera, come una regina celeste a
reclamare i suoi morti: «Le farò avere le ricette complete il prima
possibile, le voglio provare il 10, insieme alla cucina molecolare …
Ah, e il tablet lo prendo io.»
CAPITOLO 15

F uori dal cancello grigio, sotto il cappello di paglia e gli occhiali


da sole, Eva stringe un sacchetto tra le mani. Si guarda intorno
tra il giardino: un groviglio di colori e qualche albero che sbuca; e il
ciglio della strada, senza guardrail né macchine. Le tonalità
eccentriche dei fiori si mostrano fino a far male, e ancora di più fa
male il profumo: si infila nel naso, in un concerto stonato di aromi
che fanno a cazzotti. La bouganville si arrampica sulla staccionata,
allunga le sue braccia piene di polline fin sopra il suo cappello. Le
sussurra che l’estate, quella vera, sta arrivando e che la calura che
le riempie la schiena di gocce appiccicose non è che l’inizio. Non c’è
un citofono, o forse è nascosto sotto quella rampicante malefica. A
ogni modo, non ha intenzione di scoprirlo. La casa le ricorda quella
fatta di dolci di Hänsel e Gretel, con le pareti di legno, i fiori che
cadono dai vasi e tutte quelle cianfrusaglie di conchiglie e reti che
penzolano dal tetto della veranda, i ninnoli che infestano la parete
intorno alla porta aperta. Con un rapido passaggio di informazioni i
neuroni si chiedono come sia finita sul ciglio di una strada, davanti a
una catapecchia adornata a festa, senza nemmeno aver portato il
power bank. Rispondono con fotogrammi: lei che esce dalla cucina
furibonda, che guarda il telefono che non ne vuole sapere di
squillare, che va da Gianni con sguardo inquisitore e cerca di
interpretare le indicazioni in lericino. Non c’è nemmeno la targhetta
con il nome, magari non è nemmeno la casa giusta. Ma come fanno
esattamente? Urlano? Non si stupirebbe.
Cerca di spostare un ramo di bouganville, gli insetti che gli
gironzolano intorno la fanno rabbrividire. Prende il cellulare, chiama
Manfredi. Non risponde. Al diavolo, schiarisce la voce.
«Signora Nicla!»
Se ne pente subito, meglio andarsene e lasciar perdere questa
storia delle ricette. Guarderà meglio su internet.
Una matassa di capelli rossi sbuca dalla porta. Sorride, che lei
lo sapeva che quella facendìna prima o poi sarebbe venuta. Toh! Chi
è che ha ragione? E non c’è momento più propizio, che ha ancora
addosso le scarpe della domenica, rosse di vernice con un tacchetto
microscopico, e un enorme vestito giallo a fiori. Che sì, quelli van
sempre bene: tutto in pendant con il giardino.
Le indagini devono essere organizzate, e naturalmente ha già
un piano: non lo ricorda con esattezza, ma di certo bisogna iniziare
con il farla entrare. Si lancia in giardino, una palla che rimbalza verso
il cancelletto.
«È venuta, mi fa proprio contenta!».
Traffica tra la bouganville, sotto lo sguardo inorridito di Eva, ed
estrae una chiavetta attaccata a una corda. Proprio una fàcia tià,47
poverina, e quello scansafatiche di Gianni poteva dirglielo che gliela
mandava stanca e magra come uno scheletro. Le toccherà farle il
caffè e darle da mangiare se vuole informazioni, che con lo stomaco
pieno si ottiene sempre tutto. Apre il cancello e nasconde la
chiavetta di nuovo.
«Ha visto, eh! Qui, così quando poi viene fa da sola.»
Prima e ultima volta, decisamente. «Grazie, signora.»
La prende sottobraccio: «Ho proprio la fugassa48in forno! L’ha
già mangiata quella di Lerse?»
«Sì, in un bar al porto.»
«No, no … è buona la mia! Quella là non sa cucinare!»
Eva non capisce la metà delle parole, e nemmeno chi sia quella
là. L’unica cosa chiara è che non sarà facile spiegarle che non può
mangiare per via dello stomaco.
La Nicla la conduce sul vialetto, la tiene stretta con il braccio
molliccio. «Tanto ci vuole ancora un po’, la porto a vedere il mio
orto!»
Eva vorrebbe dire che è di fretta, ma non fa in tempo ad aprire
bocca che la Nicla è già china sui fiori. «Ecco qua, guardi che belli
…» Estrae una forbicina dal tascone del vestito: mentre parla taglia i
gambi, toglie le foglie secche, tasta la terra con le dita. Eva storce il
labbro, scaccia con la mano un’ape che ronza a pochi centimetri dal
suo viso.
«Vede, qui?» E mostra orgogliosa un pugno pieno di fiori.
«Adesso facciamo un mazzolino che così se lo porta a casa!» Glielo
piazza in mano e Eva può sentire un brivido che le sale su per la
schiena. All’idea che quei gambi erano a contatto con vermi e terra
fino a pochi minuti prima, e ora sono a contatto con le sue dita, il
brontolio nello stomaco aumenta.
«Grazie ma …»
«Lo mette in un vaso, che così le colora la camera! È vero o
no?!»
Le passa un altro fiore, uno grande e giallo.
«Dopo devo andare in paese, non passerò dalla villa …»
«Ah ben, glielo porto io, eh?»
Davanti alle labbra colorate di ciclamino, che si schiudono in un
sorriso, non riesce proprio a rifiutare. Si chiede quando sia diventata
così emotiva. Alza gli occhi, e la Nicla è scomparsa dietro all’angolo
della casa, dove il vialetto finisce.
«Alòa! Venga … che qua ci sono i miei erbi!»
Eva guarda il prato, l’ultima cosa di cui aveva bisogno era
sporcare le zeppe di pelle marrone, quelle comode. Quando
succede, è solo il primo segnale di una giornata apocalittica. Guarda
il cellulare, nulla. Ma sì, peggio di così …
«C’è l’alloro, il rosmarino, il basilico … E ci faccio il pesto, dighe
a Gianni com’è con il basilico del mio orto … Le piace il pesto, eh?»
«Sì, molto.»
«Ecco! E allora poi viene a mangiarlo, e l’ü come sta? Con
quella gambetta lì …»
«Sta bene …»
«Alòa, andiamo … che così mangi la focaccia, si può dare del
tu?»
«Sì, certo. Però mi scusi, signora Lanzoni ho un po’ di mal di
pancia … Non credo …»
Le punta il dito, che non si permetta quella facendìna!
Una volta che viene a trovarla, e non mangia la fugassa? pensa
di fregarla così?
Strappa mazzetti di erbe, foglie, rametti e ficca tutto nel tascone
del vestito. Eh no, eh! Che poi come fa a scoprire le cose? Che chi
non mangia non parla, lo sa bene lei!
«No, signorina, che mi offendo … Adesso ci penso io, faccio un
bella tisana!»

La tavola è pronta, bella pulita, con la tovaglia ricamata da lei.


Ci ha messo sopra un blocco di carta, gli occhiali per leggere, il
mazzolino di fiori, e ha socchiuso le persiane. Perché gli interrogatori
si fanno così, con la luce un po’ scura, e grazie al cielo che le pareti
sono di legno e la stanza si riempie di penombra rossastra. Ha pure
spostato il tavolo, che così la sedia della Tedesca va proprio a finire
sotto la lampada che pende, e la illumina proprio bene. Appoggia la
tazza fumante davanti alla bionda nel cono di luce. «Ecco qua, c’è
l’alloro, la camomilla, la melissa e i semi di finocchio. E occhio che
scotta, eh!»
Dalla padella alla brace, oltre alle scarpe sul prato, adesso
anche una bevanda bollente a mezzogiorno. Come se non fosse
abbastanza caldo … «Grazie …»
Lei si siede, sfrega le mani e infila gli occhiali. Il piano, ecco, se
l’è ricordato: l’investigatore per prima cosa deve far capire di sapere.
«Allora ti piace? Eh … I tramonti, il mare … Sai quante volte le
ho fatte io, queste cose …» La malizia brilla sulle labbra quanto il
rossetto. «Ma mica con Gianni, quello là è uno sfaticato.» Aspetta
una risposta, la facendina sembra perplessa, forse non capisce così
bene l’italiano. Deve essere più diretta, che mica è una che le
manda a dire, lei.
«Eh, ma il tuo, l’è bello, forte, giovane … ah …» Abbassa gli
occhiali, fa un occhiolino: «Eh, Mirco … Ha preso tutto dal papà, ma
lo sai che aveva due fidanzate?»
Eva beve un sorso di tisana, è troppo concentrata a sopportare
il calore nella bocca.
«Era bello sai, il papà di Mirco! E si teneva la Scorpena, quella
del bar, e l’altra, la foresta. Poi si è sposato con l’altra … ma perché
è una megera quella Mina del bar, una scorpena! E non sa cucinare!
Anche se prima eravamo amiche, ma sai, poi si è ficcata in quella
testa bacata che ero stata io a farla lasciare con Cozzani …» Getta
una mano all’indietro. «Pensava che glielo volevo rubare, eh, perché
lo volevano tutte in paese, ma mi no! A me non sono mai piaciuti
quelli belli.» Le dà un colpetto con il piede, sotto il tavolo. «Ma a te
sì! E fai bene, eh, perché siete giovani …»
«No, non è come pensa, Nicla …»
Nega, ma non la inganna, eh no! Crimini sotto scacco. «Ma io
non dico niente, eh!
Non giudico … Ai miei tempi non potevamo fare tutto» abbassa
la voce, «ma m’en bato ’r belìn, io facevo quel che volevo e li
lasciavo parlare! E come parlavano, soprattutto la Scorpena! Ma
adesso potete, e fate bene! Bisogna goderselo! Ecco!»
«Sono qui per lavoro, Nicla.»
Non gliela racconta, nossignore! Sbircia la focaccia sotto il
panno, è ancora calda.
«E ma ci si può anche divertire! Che Mirco è proprio un
gioiellino, eh. L’abbiamo tirato su a mareggiate e caponada49, ma
c’ha la poesia nel sangue, eh sì!»
Un gioiellino, l’energumeno impertinente che le ha fatto fare 180
gradini ridendole in faccia?
«Mareggiate e cosa, mi scusi?»
«Caponada! Il mangiare dei pescatori, sai. Gallette ammollate,
acciugame … Mai sentito?»
Eva scuote la testa, e lo stomaco le si chiude di nuovo all’idea
di quello che sta immaginando come un pastone molliccio. No,
meglio non replicare, vorrebbe tanto poter incolpare la barriera
linguistica. Le tende il sacchetto: «Le ho portato un regalo.»
La Nicla lo afferra, ci infila lo sguardo in un’ispezione minuziosa.
Mette un guanto da cucina ed estrae la scatola, magari è una prova.
«Ma grazie, che gentile …»
«È un tablet …»
«Eh …»
Eva la osserva, ma quando le è venuto in mente di regalare un
tablet a una settantenne?
«Sa che cos’è?»
«Ma certo!»
Non lo sa, ma in questi casi bisogna bluffare. Non si farà
depistare da una buona mossa.
«Nicla forse può darmi una mano, lei è di Lerici, giusto?!»
«Me a son de ca come a spassedóa!»50 E allora sfodera il
dialetto, che la tedesca sarà pure furba ma qui le domande le fa lei.
«Presumo sia un sì.» Sorride, tesa e magra come le turiste di
lusso, ma senza abbronzatura. «Dovrei tradurre delle ricette, sono in
dialetto.»
«Leggimele, che c’è poca luce. Te le detto.»
«Erba rissa: usare il succo contro le ferite. Tenere in mano per
calmare le paure e aumentare il coraggio. Appenderne un mazzolino
sopra al letto per far durare l’amore almeno sette anni.»
«Alòa, scrivi! Che questa ti serve eh, l’è l’achillea, e poi se vuoi
l’amore, se vuoi tenertelo» fa un occhiolino da sotto gli occhiali, «La
devi usare con l’èrbo gianco, che è la lavanda, e con anche un po’ di
prezzemolo … Li triti bene e ci fai i sacchetti. E li metti in borsa,
vicino al letto, che così altro che tramonti …»
Eva sbuffa, prende appunti, si chiede se sia una tradizione
cercare di maritare le nuove arrivate. «Poi c’è la salvatrice …»
«Ah, sarà la salvia … Eh no! La salvia per l’amore no, eh! La
salvia la lasci seccare, e poi la lanci in faccia alle megere! Ecco, ma
forte, eh …» Si alza con uno sbalzo del gonnellone, apre un
armadietto e tira fuori due sacchetti di stoffa verde scura. Se ne ficca
uno nel tascone e allunga l’altro a Eva.
«Anzi, tèh! Un bel sacchettino da mettere in borsa … C’è anche
un pizzico di pepe, che la cattiveria l’è brutta, va combattuta!»
Eva lo mette in borsa, figurarsi se dell’erbetta allontana il male,
ma di certo farà prudere gli occhi di Gualtiero: «Qua dice che si usa
nel ripieno dei ra … raviei?»
«Belìn, che domande …» Si porta una mano alla fronte: «Scrivi!
Che al Cozzani gli piacciono. Alòa, triti una cipolla, uno spicchietto
d’aglio, una carota, un rametto di prezzemolo e di salvia, poi metti in
un tegame e fai rosolare. Scritto? Bèn, adesso cuoci a parte la carne
di manzo, fai … Mezzo chilo, tèh. Mettici un bicchiere di vino bianco,
che evapora. Poi sbollenti delle bietole, le strizzi e tagli a pezzetti.
Unisci alla carne e cuoci insieme per una decina di minuti. Una
volta finito, triti bene il tutto e mescoli con tre uova e tre cucchiai di
parmigiano. Poi prendi la pasta, la stendi per bene e con un
cucchiaio ci metti il ripieno. A mucchietti, e non troppo vicini, eh!
Quando hai finito con un altro strato di pasta ricopri e tagli i ravioli
con la rotella a mano …»
«Sì, mi scusi, e la pasta? Vanno bene gli spaghetti?»
«Ma non quella pasta! Quella che si stende!»
«In che senso?»
«O Madona! Mi fai mezzo chilo di farina, tre … Anzi, quattro
uova, che voi siete ricchi, eh! Impasti insieme e poi la stiri. Con la
macchina a manovella, ce l’hai la macchina a manovella?»
Eva annota le ultime direttive e annuisce, anche se non ne ha
idea. Sicuramente Gualtiero saprà cos’è quella benedetta macchina
a manovella. Figurarsi se gli manca, in quel suo arsenale
paramilitare.
«Altro?»
«No … Anzi, sì … Sa che cos’è la rimembransa?»
«Il ricordo.»
«Ma è anche il nome di una pianta, qua dice che cresce in
cespugli … C’è in quasi tutte le ricette, sembra fondamentale …»
«Ah no … Questa non la conosco.» E per un momento, tutte le
certezze della Nicla crollano. «Se le viene in mente sa dove
trovarmi, ci tengo, le ricette devono essere riprodotte fedelmente …
grazie di tutto, signora Nicla.» Sta per alzarsi, ma viene bloccata da
un sorriso impiastricciato e mani nodose che le mettono sotto il naso
un pezzo di focaccia e un piatto di prosciutto. Si chiede come faccia
con la sua stazza a essere così veloce.
«Ti è passato il mal di pancia, è vero o no?»
Le è passato, sì, anche se vorrebbe dire di no per sottrarsi al
pranzo e sbattere immediatamente le ricette in faccia a Gualtiero.
Sta per dirlo, ma negli occhi di quella signora c’è qualcosa che la
trattiene. Un misto di orgoglio, desiderio e intransigenza. Spezza la
focaccia, sbuffa, si chiede quando e come sia diventata così
sensibile. Colpa dell’aria di mare.
E ci ha visto bene, perché la Nicla è proprio orgogliosa, fiera,
addirittura, di aver trattenuto la prigioniera così a lungo e mai
potrebbe lasciarla andar via senza aver assaggiato la fugassa, o
spifferato qualcosa. È un dovere morale, come quello di farsi
ammirare da Gianni una volta a settimana e quello di andare al bar
dalla Mina a fae vedé bisse e bagi.51 L’importanza della tradizione,
ecco. E se la Tedesca non parla, cosa ci vuoi fare, dovrà usare altri
metodi. Da un sacchetto di stoffa nera tira fuori un mazzo di carte
sgualcite. Lo rotea tra le mani, mentre si gode quell’esserino dalla
faccia tirata che finalmente mangia qualcosa.
«E adesso prendi quattro carte, va ben?»
Se proprio le tocca, userà i metodi di una volta.
Eva deglutisce, le sembra assurdo, ma il cibo e la tisana le
hanno fatto tornare il buon umore; quattro carte non hanno mai
ucciso nessuno. Le sceglie a caso, non degna di uno sguardo il
dorso bordeaux raggrinzito dal tempo.
La Nicla le dispone sul tavolo, e con le unghie pitturate di rosso
bruno, inizia a girarle. La facendina potrà anche negare, ma le carte
sono il metodo d’investigazione più antico dell’universo. E lei saprà.
«Alòa, questa Luna qui non è che mi piace molto, sai. Ti
ruberanno qualcosa di importante … eh, be’, che con un custode
zoppo non ci servivano le carte per saperlo. Dighelo a Gianni, di
stare con-cen-tra-to! Però farai un bel viaggio in barca, sa …»
Figurarsi, lei che le barche non le sopporta nemmeno al sushi.
Gira un’altra carta: toh! Il Mago al contrario. L’ha sempre detto
lei, che i foresti son brutta gente. «E devi stare attenta, che c’è una
persona grama nella villa. Un uomo, e lui vuole solo avere, è un
imbroglione, inaffidabile. Un traditore. Ma meno male che ti ho dato
la salvia, eh! Lü i è uno di quelli che se ne approfitta, te lo dico io …
una legèra.»
Gualtiero, lei lo sapeva. L’aveva sempre saputo; ma com’è
possibile che se ne accorgano delle stupide carte ma non Manfredi?
Ovvio, chiaro, limpido: usare i suoi soldi, i suoi ospiti, la sua villa solo
per poter aprire un ristorante che altrimenti non potrebbe
permettersi.
La Nicla gira la terza, quella in basso. E tela lì, la prova, quella
del fatto che ci vede lungo. Un bel fante di spade: giovane, forte,
bruno di capelli, che è proprio un bel fante. E che con la Luna lì che
lo guarda, che lavoro potrà mai fare? Qualcosa legato all’acqua, no?
Il pescatore. «E ma non sei da sola, gh’è un bel fante che ti aiuta. Lü
i è uno intelligente, che osserva, che scopre. Giovane e forte. E ti
protegge, sai.»
Manfredi. Eva guarda la borsetta, il cellulare non ha suonato.
Non dovrebbe cedere alla paranoia. Sarà al lavoro, o avrà
dimenticato di caricarlo. Di certo avrà chiamato Gualtiero per tenerlo
d’occhio, quella storia di tenere più vicini i nemici, per proteggerla.
Non serve che lei vada in crisi, non succedeva quando aveva
diciott’anni, perché farlo a trenta? E per cosa, poi? Per un giorno di
assenza, lui che da trent’anni non fa altro che tornare nella sua vita
ogni qual volta ne ha bisogno. Arrossisce.
Ecco, un segnale. Ha sempre avuto ragione, la Nicla, e se
quella Tedesca, tutta marmo e occhiali da sole diventa tutta rossa, è
un po’ come se stesse confessando.
«Eh, sì! Un bel periodo di sorprese, è vero o no?»
Ridacchia e, ’r belìn che t’anega, altro che prova, altro che
confessione! Sotto l’ultima carta c’è il manifesto delle sue abilità
investigative. Il riconoscimento universale del fatto che alla Nicla non
sfugge proprio nulla. Un bel dieci di bastoni rosso e verde: «Ecco,
qua a Lerse, guarda che bello, troverà l’amore. Ma uno italiano, eh,
non tedesco. E inizierà una nuova vita in terra straniera.»
Eva sorride, saranno anche solo carte ma le hanno dato più
risposte di quante se n’è saputa dare da sola. Lo ama, l’ha sempre
amato. E lui la ama, non ha mai smesso. È solo che ogni tanto
all’amore piace giocare a nascondino. È come una ricetta: se non
hai tutti gli ingredienti esce qualcosa di diverso. Una torta un po’ più
gonfia, una pasta un po’ meno saporita, una salsa troppo densa.
Magari è buona, ma non è la stessa, non è quella vera. E ogni tanto
non ti accorgi, pensi di avere tutti gli ingredienti, ma quando li metti
nella ciotola te ne rendi conto: ne hai dimenticato uno. E allora esci,
vai al supermercato, dal fruttivendolo, al negozio di spezie, e compri
ciò che ti serve. E la ciotola, con gli ingredienti più o meno mischiati,
ti aspetta lì, immobile sul tavolo. Ogni tanto serve tempo, perché
quell’ingrediente è qualcosa di segreto, introvabile, esotico. O tutti i
negozi l’hanno finito. Si nasconde, insieme all’amore. Ogni tanto,
quando torni, nella ciotola trovi una mosca e devi buttare tutto, la
ricetta è rovinata. Ma lui è tornato, e lei è tornata. E ora, e qui, in una
villa arroccata c’è l’ultimo ingrediente; lei lo sa, deve solo fidarsi.
Ogni tanto torni, finisci, e la ricetta riesce perfetta.
Il pugno destro ben piantato sul fianco e la mano sinistra che le
copre la fronte, la Nicla scruta le barche ormeggiate come un alcione
pronto a calare sulla preda. La brezza, con respiro delicato e
regolare, le scompiglia la sommità dei riccioli: ma un moto più
disordinato, alla sua destra, la sferza con più forza. Eva si sventaglia
a più non posso, con un ventaglio di pizzo bianco che la Nicla
custodisce gelosamente dal matrimonio di chissà quale conoscente.
Sbuffa, sventaglia, strizza gli occhi dietro le lenti scure degli occhiali:
e poi si sporge appena verso il mare, dondola sul posto, con più
apprensione di quella accettabile per via del caldo. La Nicla la tiene
d’occhio, con un sorrisetto che si stiracchia soddisfatto fra le rughe
d’espressione: ha un bel dire, Gianni. Lei ha capito tutto come al
solito. Poco ma sicuro.
Sono ritte sul molo, due macchie di colori complementari sorte
fra l’asfalto e le reti aggrovigliate dei pescatori. Gli uomini, chini sul
loro lavoro, le circondano come fossero una specie rara, una strana
mutazione di saraghi: ma neppure le guardano, mentre rammendano
reti, scaricano casse piene di ghiaccio e pesci dalle squame blu,
gettano di lato conchiglie verdi di alghe. L’odore pungente del
pescato esala dalle loro mani, dai loro abiti da lavoro. Perfino il loro
sudore ne è impregnato: e brilla al sole prima che, con un rapido
colpo, se lo asciughino via.
«Ma si può sapere che fine ha fatto? Doveva essere qui per le
15.00!»
Eva batte un piede nervoso sull’asfalto, poi si morde il labbro
inferiore. Come per punirsi per quell’imperdonabile esternazione
d’impazienza. Dev’essere colpa del sole, del caldo insopportabile,
che la rende malleabile quanto un frutto lasciato ad appassire sotto
gli spietati raggi italiani.
La Nicla storce la bocca. Ma è solo un istante e alza il mento,
trionfale: «Tèh! Guardalo lì!» Indica oltre la prima fila di pescherecci,
verso l’acqua verdastra del porto: ci mette tanto entusiasmo che
pure la pelle del suo braccio tremola, come l’ala di un gabbiano.
Mirco è in piedi nello specchio di poppa di un motoscafo, una
cicatrice bianco sporco sulla schiena liscia del mare. Dirige il timone
con gesti lenti e misurati, come un valzer che ha lo sputacchiare di
un motore subacqueo a fargli da orchestra. Ha indosso una
maglietta bianca, con stampato sopra il simbolo nero sbiadito di una
squadra di calcio, e sotto il logo della Carispezia: Eva ha quasi
l’impressione che corrisponda all’idea che quel villico ha
dell’eleganza. Si raddrizza gli occhiali da sole, mentre il motoscafo si
avvicina al molo. Avverte appena un muscolo irrigidirsi nella
mascella, quando riesce a decifrare la scritta a caratteri cubitali sulla
fiancata di quella bagnarola. Un gigantesco “Va’ lentina, mi amor”,
stampigliato in caratteri da manifesto elettorale. Che pessimo gusto.
Ma sì, tanto quella barchetta non è la sua. Quella di Mirco è rossa.
Se lo ricorda.
«Oh, Nicla!» saluta il ragazzo, agitando una mano. Mette il
motore in folle, e salta giù dal motoscafo con una cima stretta in
mano. Posa lo sguardo su Eva e le dedica uno scatto del mento, a
mo’ di saluto: per poi chinarsi e legare la cima a uno degli ormeggi.
Lei incrocia le braccia, continuando a sventagliarsi. Il solito
cafone. Non ci si abituerà mai. E poi, perché dovrebbe abituarsi?
Mirco spegne il motore e torna sul molo, e lei abbassa lo sguardo,
irritata: non l’ha notato prima, ma qualcuno ha dipinto una scritta
sull’asfalto. Uno smisurato “Vietato pescare pesci e polpi.” L’ultima
“p” si estende proprio sotto i suoi piedi, tracciata in un innocente
azzurro cielo. Eva aggrotta le sopracciglia, e per buona misura fa un
passo di lato.
«Buongiorno anche a te, Eva.»
Mirco si asciuga la mano sulla maglietta, prima di tendergliela.
Lei lo scruta da dietro il frenetico agitarsi del ventaglio, e stringe
quelle dita forti con tutto il vigore che riesce a trovare. Resta
concentrata. È solo il caldo.
«Sì, salve. Inizio a sospettare che il ritardo sia una tradizione
regionale. Andiamo?»
Mirco ignora l’imbeccata e annuisce, poi circonda con un
braccio le spalle della Nicla. «Te che dici, la portiamo al borgo
vecchio?»
La donna pare pensarci su. Eva potrebbe giurare di aver visto
un’ombra calare all’improvviso sul suo sguardo: come il
presentimento di qualcosa di sgradevole, come una spina conficcata
nella pianta del piede. «Mah, dai, sì.»
Guarda la Tedesca, che a ogni istante che passa sembra
sciogliersi sotto il sole come una statuetta di ghiaccio. «Ma
muoviamoci, che la signorina a vien da patìe.»52
Mirco ride, i denti di un bianco accecante che scintillano nell’afa
dorata.

Via Revellino si arrampica sul fianco della collina, con lenti


passi di lisci mattoni rosso scuro. Si piega in docili curve, in ampi
gradini, e scorre fra le case come un pigro ruscello: pare salutarle,
una a una, con la flemma di un anziano di paese che si attarda sotto
le finestre delle sue amanti di un tempo. Le case lo tengono
d’occhio, e arrossiscono al suo passaggio con i toni morbidi
dell’ocra, del rosa antico, del rosso porpora: rampicanti si
aggrappano ai loro muri, vasi di gerani si sporgono dai davanzali,
lenzuola appese alle ringhiere rivaleggiano fra loro. Eva Eva a furia
di asciugarsi la fronte ha trasferito quasi tutto il fondotinta sul dorso
della mano … Arranca sulle zeppe, il ventaglio esausto abbandonato
lungo il fianco. La precede la Nicla, che ballonzola su per via
Revellino come se la pendenza fosse quella piacevole di una
pianura.
«Questa salita è niente, eh!» sottolinea, voltandosi appena
verso la Tedesca. «Sono abituata io, sai!» Eva stiracchia un sorriso,
più simile al ringhio trattenuto di un dobermann. «Eh, cosa vuoi! Si
impara!»
Si ferma, aspetta che Eva la raggiunga. Mirco, davanti a loro, le
guarda con tutto il peso del biasimo, un piede su un gradino e l’altro
in attesa.
«C’ho le gambe dure, io, eh!»
Le porge il braccio, e Eva ci si appende senza fare storie. Le
pare che il mal di pancia della mattina, momentaneamente scacciato
dalla tisana, sia ritornato, e abbia deciso di risalire alla bocca dello
stomaco per trasformarsi in una nausea feroce. Forse, se si
concentra abbastanza sulle parole della Nicla, riuscirà a tenerlo a
bada.
«Sai, da piccola … Ecco, così, tanto andiamo piano.» Rivolge
un gesto sbrigativo a Mirco, come a dire che arrivano, sì, ci pensa
lei. «I miei vivevano a Tellaro, eh. E pure Gianni, una bella famiglia
sai, tutte femmine tranne Gianni. Ecco, sì, non è tanto dura, vero?»
Eva sbatte rapidamente le palpebre, per scacciare i puntini
luminosi che, nonostante gli occhiali, le si affollano davanti.
«E sopra Tellaro c’è una strada … Un sentiero, anzi.
Ripidissimo, eh, tutto di pietra, che d’estate ci son le bisce. E io e
Gianni e le sorelle di Gianni andavamo su per quella strada … Una
fatica, eh! Ma una volta su, eh, ci infilavamo nel bosco, e sai cosa
c’era?»
Un passo, un altro. Pare che la terra voglia trattenere le sue
scarpe, mentre la nausea le risale lungo la gola.
«Un paese fantasma! Barbazzano, si chiama. Eh belìn, vedessi,
ti piacerebbe sai!
Case di pietra, senza tetto e senza porte, in mezzo alle piante!
C’era pure la chiesa, ma cosa vuoi, è passato tanto tempo, sarà
crollata …». Fa una pausa, riprende fiato: non per la fatica, ma
perché la nostalgia le ha acceso un pizzicore agli occhi.
«E ci nascondevamo fra le case, e giocavamo per ore, ore, eh,
finché il sole non andava giù … E quando siamo un po’ cresciuti …»
Abbassa la voce e si china verso l’orecchio di Eva. Tiene
d’occhio Mirco, ritto in cima alla via, perché non senta: sono cosa
private, quelle. Cose fra donne.
«Le sorelle non sono più venute … E allora, un pomeriggio
come questo … Che vuoi farci! Quel mascalzone mi ha dato un
bacio!»
Eva avverte la voce della Nicla come se arrivasse da una
grande distanza. Si aggrappa con più forza al suo braccio, mentre
da sotto le zeppe la terra pare scivolarle via. Trattiene il respiro, i
puntini luminosi impazziscono.
«Eh, lo so, non te l’aspettavi, vero?»
La Nicla sorride, con il ricordo che le agita le ali sotto al naso, e
quasi la fa starnutire. È talmente vivido, con la sua luminosità estiva,
che rischia di accecarla: e quasi non si accorge della Tedesca che
perde l’equilibrio, e le scivola giù dal braccio.
«Oimé!» esclama la Nicla, afferrando Eva appena un istante
prima che si accasci a terra. La stringe fra le braccia, e sbuffa
contrariata quando gli occhiali della Tedesca le scivolano giù dal
viso.
«Che c’è? Sta male?» Mirco è corso verso di loro.
«Eh fa’ te, l’è svenuta!»
Sbatacchia la borsetta che tiene a tracolla, la tende a Mirco.
«Piglia la bottiglia e bagnala, che si riprende.»
Lui rovista nella borsa, trova la bottiglia e versa l’acqua sul viso
di Eva. La inzuppa totalmente, per poi prenderle il volto fra le mani.
Ha le sopracciglia aggrottate, i muscoli del collo in tensione. La fruga
con gli occhi, nervoso, alla ricerca di un segno di risveglio. E
trattiene il respiro: ma si accorge di averlo fatto soltanto quando Eva
riapre gli occhi, e subito alza una mano per ripararsi dalla luce. Mirco
si lascia scappare un sospiro di sollievo, e per poco anche
un’imprecazione.
«Stai meglio? Come ti senti?»
«Eh, ma fa caldo, Signorina, dai che ora va meglio …»
«Eva?»
Lei tenta di alzarsi, ma il capogiro decide diversamente. E si
accascia, ancora, fra le braccia della Nicla. Forse riposarsi le farà
bene. Non è così male, profuma di fiori.
Mirco storce la bocca, guarda la Nicla con aria solenne.
«Questa non ce la fa mica.»
«Eh, ma no, che ora si riposa …»
«O Nicla, vah che la dobbiamo far bere.»
«Eh io c’avevo una bottiglia sola …»
«Portiamola su.»
La Nicla si irrigidisce. Ancora una volta l’ombra del molo le si
spande sul volto, e fulmina Mirco come se avesse bestemmiato ad
alta voce. «A far che?»
«Come a far che, a riposarsi e a bere.»
Si sente tradita, la donna: glielo si legge negli occhi, che
scrutano il pescatore come se stesse suggerendo una gita
all’Inferno. O peggio ancora, all’estero.
«Io da quella là non ce la porto.»
«Eh, per forza Nicla, è la più vicina.»
«Torniamo giù, alòa!»
«Ma vah, ci mettiamo una vita, e poi ci sviene di nuovo.»
Si china ancora verso Eva, le braccia tese. «Vieni, ti tiro su.»
La Tedesca scuote il capo, biascica qualcosa che suona come
un “ce la faccio da sola”: ma appena cerca di mettersi a sedere il
mondo le si oscura davanti, ancora una volta. Mirco scuote la testa,
quella è più cocciuta di suo padre. Il che è tutto dire.
«E piantala, vieni qui.»
La stringe fra le braccia, la costringe a mettere il viso fra il suo
collo e la spalla. Ha appena il tempo di avvertire il suo profumo,
morbido e prepotente, da ricca, che gli si insinua fra le narici come
un sospiro: ma lo scaccia via, sbuffando, mentre si mette in piedi, e
Eva con lui. «Andiamo da una persona, così ti riprendi.»
Eva annuisce, gli occhi semichiusi che si nascondono dietro ai
capelli scompigliati. Mirco li sposta, con un colpetto delicato: e la
guarda, così da vicino da poterle vedere una a una le ciglia
socchiuse, e le lentiggini dorate sparse sul naso. È la prima volta
che le nota: e si prende un momento per contarle, prima che lei apra
gli occhi.
«Sì.»
Eva ha la voce rauca di chi ha assoluto bisogno di un bicchier
d’acqua.
«Nicla, dai, vieni.»
La donna si alza, e con le mani sui fianchi affronta lo sguardo di
smeraldo di Mirco.
«Se, vieni, vieni.» Gli agita un dito sotto al naso. «Da quella
murena io non ci vado!»
Mirco ridacchia, le braccia che ancora circondano le spalle
delicate di Eva.
«Ma che murena, o Nicla.» Le accarezza una guancia paffuta,
con un sorriso in grado di far sciogliere tutti i muri delle case del
borgo vecchio. «Guarda che le murene mica c’han la lingua.»
La Nicla sbuffa. «Eh! già! E quella di lingua ce n’ha fin troppa!»
E poi li sorpassa, col passo svelto e pesante di chi si appresta a
invadere un Paese nemico.
La lama del coltello scintilla con ferocia, prima di calare nell’aria
immobile della cucina. Si infrange sul legno del tagliere, e affonda
nella mortadella come un giudizio divino. La Mina tagliuzza, dà colpi
di polso precisi quanto quelli di un chirurgo arrabbiato. Raduna i
cubetti e li trasferisce in una ciotola di coccio con un unico gesto,
tutti insieme. Alla sua destra, sui fornelli, il macinato sta sfrigolando
in padella, e spande nella stanza un profumo pungente di carne, olio
d’oliva e maggiorana. La Mina posa il coltello e, con un mestolo di
legno, rimesta nella padella. Si distrae solo un attimo, quel tanto che
le basta per sporgersi oltre la parete e lanciare un’occhiata affilata
verso il salotto. Dalla sua postazione scorge soltanto un tavolino
basso ingombro di fotografie, un angolo del televisore e il bracciolo
della poltrona. Se guarda meglio, sul bracciolo riesce a vedere pure
una mano rugosa, con qualche falange in meno. Il televisore strepita
a tutto volume, ma non abbastanza da superare i suoni della cucina.
«Che è ’sto bordèlo?»53
Il Besugo, affondato nella poltrona con la barba appoggiata al
petto, borbotta.
«Eh?»
La Mina strilla, oltre il padellame. «Còse l’entravegne?»54
«I s’eno becà.»55
«E perché?»
«Pe na question de palanche.»56
La Mina liquida la questione calando ancora il coltello, stavolta
per decapitare delle bietole, ancora molli d’acqua. Se glielo
chiedessero neanche lei saprebbe dire quand’è che si è stabilita la
consuetudine che il Besugo, tutte le domeniche dopo pranzo, venga
a casa sua a guardare la televisione. Da trent’anni lui sale su per via
Revellino e si installa sulla sua poltrona, sempre alla stessa ora, per
guardare La signora del West. È quasi parte integrante
dell’arredamento del salotto, insieme alle foto dei nipoti e al
quadretto con la Madonna di Maralunga. Non si è nemmeno mai
chiesta perché proprio La signora del West. È così e basta, a sentire
lei. Ci sono cose che non hanno bisogno di una spiegazione:
accadono e punto, come la marea che ritorna e la verdura del
supermercato che ogni anno fa sempre più schifo e non sa di
gnente. Fortuna che la vendono giù sotto i portici, quella buona. Ce
l’avrebbe pure l’orto, lei: ma figurati se si mette a zappare, con i
reumatismi e tutto il resto. Che poi la terra, i vermi e quella roba lì le
fanno proprio orrore. Ad averci le unghie sporche non ci tiene
proprio: è roba da strie, da megere che se ne stanno acquattate in
collina a spiare i tedeschi e a farsi la permanente.
Le bietole raggiungono la mortadella, e le segue la carne
macinata ancora calda.
La Mina ci affonda le mani, impasta per amalgamare bene il
tutto … finché, all’improvviso, si immobilizza. Non sa perché, ma un
brivido le è sceso giù per la nuca. Un fastidio sottile, venuto dal
nulla. Resta immobile, le mani affondate nel ripieno, con le
sparatorie che provengono dal salotto insieme alla risata del
Besugo: finché le arriva, dalla porta alla sua sinistra, un insistente
bussare.
La Mina si rianima, si pulisce le mani su un panno.
Dal salotto le risate si interrompono.
«Cos’ te dìsi?»57
«Gnente!»
«Eh?»
«Gnente! Picano aa porte!»58
«Eh mia ben ch’i eno59, che se sono i servizi segreti … L’i son
furbi, sai! E mi devo scappare dalla finestra, eh! come nel ’37 a
Malta, che il segretario del Fürer faceva finta di vender capperi
sott’olio …»
«O Besugo, sito e bò!»60
La Mina attraversa il salotto, si lancia sulla porta. «O rivo!
Rivo!»61
La maniglia non fa resistenza, e la Mina spalanca l’uscio:
proprio mentre Mirco sta per bussare ancora, con il pugno alzato a
mezz’aria. «O ninìn!» lo saluta lei, scagliandogli un bacio sulla
guancia: ci mette tanta foga da non accorgersi quasi di Eva,
appoggiata alla sua spalla come a una colonna di marmo. «Deh, ti
sei portato la Tedesca?»
«Sta male.»
Eva alza appena la testa, accenna un sorriso cordiale, tenta di
nascondere la macchia umida che ha sul petto.
«Eh, povera fanta.» Lo dice con una smorfia, sottolinea il
termine in dialetto come se fosse un insulto. «Ti credo che ti sviene,
a portarsi tutto quello spred! Vah che pesa, eh! Fila, su, portala in
cucina.»
Mirco e il suo carico superano la Mina, scompaiono nella
penombra fresca della casa: e sulla soglia, fiammeggiante di rivalità
antica, rimane solo la Nicla. Proprio lei, quella spudorata, e proprio lì,
sulla sua soglia. Dev’essere impazzita del tutto, a furia di ravanare la
terra e vivere da sola.
Si fissano in cagnesco per un lungo istante, in una sfida
silenziosa che nessuna delle due ha intenzione di perdere: si
direbbe che neanche sbattano le palpebre.
«Nicla.»
«Mina.»
Un saluto che ha la cordialità di una coltellata.
«Che fàcia tià che te gh’è.»62
«Ah, te sì che stai ben» replica la Nicla, agitando i riccioli di
fuoco. «Ti mancano i lacci e te me pai ’n fangòto.»63
La Mina stringe il bordo del grembiule, alza un indice pronto a
colpire, apre la bocca per ribattere.
«Mina? Dove c’hai i bicchieri?»
Lei abbassa la mano, dedica un’ultima occhiata velenosa alla
Nicla: che significa che ci sono ospiti, gente importante, e che le
rivalità sono solo sospese, non dimenticate. Si volta, le libera il
passaggio e raggiunge Mirco. Lui è in piedi vicino al lavello, fruga fra
gli sportelli; ha fatto sedere la Tedesca sulla sua sedia preferita,
quella con il topo. L’ha inciso lui, a sei anni, durante un pranzo di
Natale che non voleva saperne di terminare: un topolino stilizzato
sullo schienale di legno azzurro. Un roditore sorridente, con lo
stesso ghigno storto che già da bambino Mirco esibiva quando
prendeva in giro qualcuno.
Alle sue spalle, la Mina sente la Nicla chiudere la porta.
«O nemìgo i avansa»64 borbotta la padrona di casa, badando
bene che quella là la senta. Il nemico avanza.
«O bèlin! Mina, òcio! Veloce! Nel rifugio antiatomico! E daghe
me il fucile che ci penso io! Lo faccio secco, eh, come quello che mi
rubava le razioni di …»
Mirco si sporge verso il salotto: «Ciao, Besugo, tranquillo,
scherzava.»
Lui ci pensa su un attimo: poi alza la mano senza una falange,
si fa una risatina e torna a concentrarsi sul telefilm. Almeno lì si
spara.
La Mina estrae un bicchiere da una sporta, dà una pulita col
grembiule e lo riempie d’acqua del rubinetto.
«Tèh!» E lo sventola sotto al naso di Eva. Lei accenna un
ringraziamento, prende il bicchiere, si tiene la fronte con una mano.
A vederla così sembra un’alga sgualcita. Le fa quasi pena,
nonostante abbia ben pensato di piombarle in casa mentre faceva la
cima.
«Che ci fate qui?»
Mirco ha preso un altro bicchiere, l’ha riempito per la Nicla.
Guarda le tre donne, una a una, poggiato all’anta del frigorifero. E
pare in procinto di mettersi a ridacchiare.
«Abbiamo affari importanti, noi» si pavoneggia la Nicla, le
sopracciglia inarcate.
Fruga nel tascone dell’abito a fiori e ne estrae il sacchettino di
salvia e pepe. Fa un passo indietro, mentre traffica e borbotta fra sé.
Mirco scuote la testa, con un sorrisetto. «Aiutiamo lei» e indica
Eva. «Vuole vedere Lerse. Quella vera.»
«Ah be’, qui l’è a posto.» Dal salotto, il Besugo commenta
l’ennesimo stacco pubblicitario, in un tripudio di profanità in un
dialetto che non è lericino, né genovese. Sembra una lingua
straniera, o una lingua inventata. Parla così forte che nessuno sente
i borbottii della Nicla. Eva la guarda con la coda dell’occhio, e per
qualche ragione non la stupisce vederla gettare pepe nero e salvia
agli angoli della cucina, facendo gli scongiuri sottovoce. Come se
avesse perfettamente senso, quella battaglia a suon di polveri
stregonesche contro la padrona di casa.
La ragione e le forze devono proprio averla abbandonata.
La Mina riprende possesso della cucina, allontana Mirco dal
frigo con un colpetto di grembiule. Eva alza lo sguardo su di lei, la
scruta mentre rovista nel frigo e ne estrae un sacchetto di carta
marrone. Le pare di star tornando alla vita, nella frescura di quella
casa: si chiede come faccia a mantenere una temperatura simile,
senza un climatizzatore. La Nicla finisce gli scongiuri, nasconde gli
ultimi grani di pepe.
«Alòa? Cos’è che vuole lei?»
La voce della Mina è imperiosa.
Eva lancia uno sguardo alla sua borsa.
Ma sì, tentare non nuoce.
«Mi chiedevo … Sì, lei sa cos’è la rimembransa?»
«Oh via, non lo so io, sta’ a vedere che lo sa la pefana …»65
La Mina supera i borbotti della Nicla con uno sprezzante colpo
di fianchi.
«Ah, ora gli interessa il dialetto, eh? L’è il ricordo.»
«L’ho trovato scritto riferito a una pianta …»
«Una pianta? A chi è saltato in mente di chiamare una pianta
ricordo, eh? L’è una mattata di questa stria?»
«In realtà l’ho letto in un diario antico.»
«E io le sembro un antiquario? Dai, via, che qui si lavora.»
La Mina prende due uova dal sacchetto, le rompe sul bordo di
un piatto fondo, lo sbatte sotto il naso di Eva: e poi la guarda, come
una specie esotica di volatile che ha fatto il nido proprio nella sua
cucina.
«Finito con le domande? Sì? Ben, mi dia ‘n po’ ‘na mano, che
qui si fa notte.»
La bionda cerca gli occhi di Mirco, lui accenna un sorriso: di
certo, non la tirerà fuori da quell’impiccio, una lezione di cucina a
casa di una settantenne scorbutica.
«La volevi vedere la vera Lerse sì o no?»
Il sorriso di Mirco si fa più ampio, le fa un cenno con la mano.
Dev’esserci una sorta di legge non scritta, in quella casa: se la
padrona ti aiuta, tu aiuti la padrona.
E un bicchiere d’acqua è evidentemente considerato un debito
da saldare assolutamente. Peccato che Eva non abbia mai fatto
neanche una pasta.
Dannazione a lui, le toccherà sul serio? Forse, se si impegna,
riesce a far finta di aver un altro svenimento …
«Be’? Si sbrighi, eh, che c’ho la cena da preparare!»
«Sì, signora.»
La Mina la squadra, controlla le sue dita affusolate, le unghie
corte e tagliate a mandorla.
«Sa cos’è questa?» Le sventola davanti un piatto di ceramica,
dove ha adagiato la tasca per la cima. Tre lati sono già cuciti dal
macellaio, con un bel filo bianco. Eva si tira indietro, quasi le
arrivano addosso gli schizzi di sangue crudo. Magnifico, da
MasterChef a un film horror in meno di un minuto.
«Carne?»
«Eh, direi, lattughino non l’è no.» La Mina si gira verso Mirco,
verso il suo profilo arrogante: ma chi mi hai portato in casa, da dove
è uscita questa? «Si chiama panséta, la cima!» Sottolinea la cosa
con il dito, premendo la tasca di carne. «Sto facendo il ripieno.»
Solleva il piatto con le uova, le mostra i tuorli che navigano nel mare
trasparente degli albumi. E guarda oltre la sua spalla, verso la Nicla
che, colta con la mano a mezz’aria, sembra le stia per gettare
qualcosa. «Solo due, eh? Che una volta si era poveri, e due uova
l’eran già tante! Che qui, c’è chi fa la sprecona …»
Aggiunge un pizzico di sale, un pizzico di noce moscata e,
forchetta alla mano, inizia a sbattere le uova. Eva la osserva,
attenta. Prende appunti mentalmente: se la ricetta le parrà
ragionevolmente priva di ingredienti viscidi potrebbe pensare di
proporla a Gualtiero. Imporla, si corregge. La Mina smette di
sbattere le uova, le versa in una ciotola già piena. «Macinato,
mortadella, bietole, maggiorana» spiega, prima di iniziare ad
amalgamare il tutto con le mani. Eva storce il naso, ma non dice
nulla.
«Deh, me la dà una mano o mi sta a guardare? Che l’acqua qui
è preziosa, sa! Te, ninìn, prendimi il pangrattato. Nel paniere.»
Mirco allunga a Eva un contenitore di plastica. Fa per darglielo,
ma prima che lei possa prenderlo gli toglie il tappo ermetico. Lei, che
potrebbe giurare di aver sentito la Nicla ridacchiare alle sue spalle,
non lo ringrazia.
«Ecco, versi! Un pugnetto, vah faccia due, che con ste manine
da fantinèta, cosa vuol fare?!»
Eva vorrebbe fuggire da quella Gordon Ramsey in gonnella e
dalla sua cucina degli orrori, dal pangrattato e dalla cima: ma
ubbidisce, versa il pangrattato a brevi manciate schifate, mentre la
Mina impasta. L’aspetto non è affatto invitante, ma il profumo del
macinato abbrustolito e delle spezie compensa. «Teh, ora ci va il
parmigiano.»
Mirco porge a Eva un piattino pieno di formaggio grattugiato: lei
lo afferra, e non riesce a fare a meno di chiedersi cosa stiano
vedendo i suoi occhi verde veleno. Se una donna forte costretta alla
resa, o una ragazzina sciocca che non ha mai cucinato in vita sua,
con il vestito ancora umido, il trucco sciolto e le mani che tra poco
odoreranno di parmigiano.
«Ecco, sì, versi, versi. Rapida, eh, che si fa notte! Ora i piselli.»
«Eh no! Lo sapevo!» La Nicla compare da dietro la spalla di
Eva, col cipiglio di un moderno inquisitore. Lo sapeva, lei, quella là
mica sa come si cucina. «Non ci si mette i piselli nella pansèta!»
«Ma tasi, te! E lei versi!»
I piselli raggiungono il resto del ripieno, sotto lo sguardo feroce
della Nicla.
«Lo sa, ’sta fanta, perché ce li metto? Eh, glielo racconto, và.»
Impasta, sfida con lo sguardo la Nicla a intromettersi. «Me l’ha
insegnato la mia mamma. Tanti anni fa, trent … quarant …»
«… Pure sessanta.»
Le due matrone si lanciano dardi avvelenati, oltre le teste di Eva
e di Mirco.
«Parli te che t’ei più dinosauro di quelli al castello! Comunque.
Quando ero piccola, lei andava a travagiare66 a Genova, da dei
signori, eh … E là la pansèta la fanno coi piselli, ma era roba da
ricchi, qui non ne avevamo …»
La Mina impasta, compiaciuta nel notare come quella biondina
straniera se ne sta zitta, con le maniche del vestito arrotolate, ad
ascoltare lei. Si batterebbe da sola le mani, se non fossero piene di
ripieno.
«E doveva vederla, la mia mamma! Era una signora, lei, mica
come quella lì dietro …» La Nicla la sfida con le braccia conserte e
lo sguardo imperturbabile «Si preparava tre giorni prima di andare!
La capitale, la chiamava. E partiva con il cappellino e la veletta, e i
guanti della nonna rammendati per bene … E quando tornava ci
faceva la cima, ma senza i piselli, che non ce li potevamo permettere
… E le mancavano, sa? Anche perché qui fuori non crescono.» Si
gratta un sopracciglio col dorso di una mano, e indica col capo il
salotto. Eva sbircia oltre il vano della porta, oltre la poltrona e la
sommità candida della testa del Besugo: sul fondo della stanza
intravede una porta finestra, aperta. E un terrazzino dai mattoni
bordeaux, e ancora più in là un fazzoletto di prato, e la sagoma
grigia e severa del castello. Non si era neanche accorta di essere
arrivata così in alto.
«Poi ci metto un’altra cosa.»
Le indica un barattolino di vetro, accanto al frigorifero. Eva lo
prende, lo apre: dentro vi sono ammassate alcune foglie verde
chiaro. Ne annusa a fondo l’aroma fresco, prima di prenderne fra le
dita un paio di foglie.
«’Sta qua l’è salvia. La spezzetti, via, così.» Le foglioline
scompaiono nel ripieno, un mosaico ormai incomprensibile, rosato,
giallo e verdognolo. «Io ce la metto, che dà odore. Ben, adesso si
riempie la pansèta.»
La Mina preleva il ripieno a manciate, e lo spinge dentro la
tasca di carne. Lavora con gesti esperti ma carezzevoli, come se
stesse creando una scultura. Aggiunge una carota, la infila proprio al
centro. «E poi fa bene, sa? La salvia, dico. A volte la mia mamma la
bruciava, per far uscire gli spiriti grami e mandarli via … Ma ogni
tanto arrivano lo stesso!»
Eva si volta appena, verso la Nicla che commenta scuotendo i
ricci. Se non l’avesse vista coi suoi occhi spargere salvia secca
come se fosse un incensiere da chiesa, sembrerebbe del tutto
innocente.
«Eh, quelle cose che si fanno, quando si sanno! Se si sanno!»
«… Che fate voi strie67, eh, Mina.»
Mirco ridacchia, quando la Mina finge di gettargli in faccia una
manciata del ripieno. «Tasi, te, mascalzone!» Poi si volta verso Eva,
che aspetta delucidazioni, ancora tenendo in mano il vasetto di
salvia. «Però l’è vero. Siamo tutte un po’ streghe qui. Ma strie per
bene, eh. Quasi tutte.»
«L’è vero, quasi tutte» incalza la Nicla, arrotolandosi un ricciolo
sul dito. «Te, ad esempio, sei ’na pefana.»
La Mina si pulisce le mani sullo strofinaccio: poi lo lancia oltre la
testa di Eva, dritto in faccia alla Nicla.
«Adesso si cuce, guardi, eh. Che figurati se ha mai cucito
qualcosa, voialtri che i vestiti li ricomprate!»
Sventola un enorme ago da lana sotto gli occhi della Tedesca, e
poi lo usa per bucare il lato aperto della cima. Lo fa con meticolosità,
tutti i buchi alla stessa distanza: poi infila uno spago di cotone nella
cruna, e prende a cucire la carne.
Quando ha finito lo esibisce con una mano sola, come un trofeo
d’arte chirurgica.
«E ora in pentola.» Fa scivolare la cima nella pentola, con un
tonfo bagnato. Fa cenno a Eva di sbirciare dentro, dove galleggiano
una carota, un gambo di sedano, una cipolla e un gambo di
prezzemolo. «Che ci vogliono due ore per cuocere. Così per stasera
è pronta, che viene mia nuora coi bambini.»
Eva si sente esausta, nel guardare la Mina che accende il
fornello. Le è inconcepibile che qualcuno possa, volontariamente,
decidere di spendere un intero pomeriggio nel preparare qualcosa di
così complicato. Sì, Gualtiero avrà pane per i suoi denti.
«La ringrazio per avermi mostrato la sua ricetta, signora, è stata
gentilissima.»
«Ma sì, capirai. Almeno se la impara non muore di fame, che
voialtri mangiate proprio male …»
«Ma smètela, non lo vedi che la signorina a gh’ha manea?68
Glielo preparano, a lei!»
«Ecco, a proposito …»
Eva si guarda intorno, alla ricerca della borsa. La vede in fondo
al tavolo, ben chiusa e posata con cura. Come spinti da una forza
irresistibile, i suoi occhi si intrecciano ancora con quelli di Mirco: e lui
ricambia lo sguardo, per dirle che sì, è stato lui a posarla lì, con
garbo, proprio come ha deposto lei sulla sua sedia preferita.
Eva si slaccia dallo sguardo, e recupera la borsa insieme alla
lucidità. La apre, alla ricerca di carta e penna. Ma non trova il
taccuino, e neppure un mozzicone di matita. Da quando per lei è
diventato così complicato trovare qualcosa?
«Segni la ricetta, che è mezza morta, mica si ricorda poi!» La
Mina la anticipa, passa oltre la Nicla con uno sprezzante colpo di
fianchi. «Gliela scrivo! Che io ci vedo bene, eh! Ci vedo lungo! Con
le dosi per benino, eh! Che poi i suoi cuochi non capiscono gnente!»
Prende un tovagliolo e cava una penna da chissà dove: si china
sul tavolo, e dopo qualche scarabocchio consegna a Eva una ricetta
scritta in stampatello. Lei ringrazia, ripiega il tovagliolo e lo infila in
una tasca interna della borsa: poi se la appende alla spalla, come se
avesse intenzione di andarsene.
«Ma lei è sicura che sta bene?» La Mina la guarda come se
temesse un altro malore, che stavolta potrebbe costringerla a
raccattare una tedesca dal pavimento.
«Sì, non si preoccupi, sto bene adesso.»
Si sistema le maniche della camicetta, riallaccia i bottoni: uno,
riprende il controllo della situazione. Due, passa in rassegna i suoi
appunti mentali. Tre, è di nuovo l’imprenditrice sicura di sé e ben
salda sulle gambe. «Ma la ringrazio per l’acqua, per l’ospitalità e …»
«Tornate fuori, quindi?»
La Mina si volta verso Mirco e la Nicla, il suo ninìn e il nemìgo
per eccellenza. E si sente un po’ tradita da quel mascalzone, che ha
scelto la sua nemesi come accompagnatrice per la Tedesca. Proprio
la copia sputata di suo padre, eh.
«E certo, la signorina mica ha del tempo da perdere.»
E guardala come si liscia le penne, quella vecchia megera
scarlatta! Tutta impettita, come un semaforo, al fianco del suo
Cozzani di turno …
«Ma dove andate, poi?»
Mirco si stringe nelle spalle. «Facciamo un giro in paese.»
Lancia un’occhiata a Eva, alla sua ricomposta facciata liscia e
intoccabile. Fortuna che non si è ancora accorta di aver il mascara
colato, che si allarga sotto il suo occhio come una lacrima scura
d’inchiostro. La preferisce di gran lunga così che quando ha il trucco
perfetto, da pubblicità di una farmacia, gli fa venir voglia di gettarla in
mare, per lavarglielo via. O scrollarla per le spalle, spettinarla tutta

Si raschia la gola, con un suono simile a un ringhio.
«Comunque un giro veloce.
Sarà stanca.» La guarda come ad ammonirla. «Sei stanca,
Eva?»
Lei solleva appena il mento.
«Posso farcela. Voglio ancora vedere la piazza, quella dal molo
…»
Sembra frugare nella memoria, alla ricerca del nome.
«… Garibaldi?»
«Garibaldi.»
La Mina pare soppesare diverse opzioni, dietro la fronte
raggrinzita. Ma le basta un’occhiata verso la Nicla, tutta tronfia
com’è, per decidersi.
«Ah ben, vengo anch’io.»
«Ma, Mina, dai, cosa vieni a fare?»
«Eh, vi accompagno.»
«O ben, e la pansèta?»
«C’è il Besugo.»
«Chi mi vuole a me?»
Come evocato dalle parole della Mina, il Besugo riemerge dal
salotto. Neanche si accorge della presenza di ospiti, neppure di
quelle ingombranti di Mirco e della Nicla. Le palpebre cascanti
dimostrano che, nonostante le sparatorie, si è addormentato, a un
certo punto: e proprio non riesce a perdonarselo. Non le fanno mica
sempre le repliche!
«Nessuno ti vuole, Besugo! Ma già che sei qui …»
La Mina scatta in avanti, lo spinge verso i fornelli.
«Tèh, vedi che c’è la cima che bolle?»
«E che ci faccio, la guardo?»
«O ben, certo che la guardi!»
«Vah che cuoce lo stesso se non la guardo.»
La Mina trattiene un sospiro, sotto il mento tremulo.
«Sì, bravo, ma poi la devi girare … Col mestolo, Besugo, non
col dito eh.»
Lui sbuffa, inarca le sopracciglia cespugliose: ma afferra il
mestolo di legno, ubbidiente.
«Ben, che aspettate voialtri?»
«Ma no, signora, non si disturbi a venire …»
«O ben, mi faccio una passeggiata.»
«Ma te lo lasci a guardarti la pansèta?»
La Mina si volta a guardare il Besugo. Sta rovistando nella
pentola, con lo sguardo concentrato di un cacciatore di balene.
«Oh via, se è sopravvissuto alla guerra!»
«Alla Grande Guerra! Quella Grande, che si sparava eh, belìn!
E in quanti son morti, con quel tedesco sanababiccio!»69
La Mina passa oltre la Nicla, puntando verso la porta con un
sorrisetto: se lo scorda che la lascerà da sola a farsi gli affari altrui.
La Tedesca è venuta in casa sua, ha bevuto l’acqua del suo
rubinetto. Ora per nulla al mondo la lascerà andar via così, con
quella vipera in gonnellone. Nossignori.

Fatta in discesa, la strada lastricata rivela tutta la sua dolce


pendenza. Eva segue le due matrone, cammina davanti a Mirco che
le sta dietro come un cane da pastore: e sebbene si sia sistemata
trucco e capelli, nonostante l’abito sia già asciugato, di fronte a quel
ridicolo dislivello non può fare a meno di vergognarsi
profondamente. Sudare, avere i piedi doloranti, perfino i crampi ai
polpacci sarebbero ancora accettabili: ma svenire? In quel modo,
poi, fra le braccia di una fioraia in pensione e sotto gli occhi di un
pescatore cafone! Mostrarsi debole, senza spina dorsale, proprio nel
luogo che tanto disperatamente sta tentando di domare!
Inaccettabile. Cammina a distanza, ma riesce quasi ad avvertire sul
collo il fiato di Mirco.
Eva si raddrizza gli occhiali da sole, sistema meglio la borsa
sulla spalla e si avvicina con passi rapidi alle due donne. Si
concentra su di loro, sulle loro voci gracchianti da improbabili guide
turistiche.
«Ma lo sa, lei, signorina, quante volte ce l’hanno venduta
Lerse?»
«Venduta?»
«’R belìn che t’anega, nel Medioevo facevan presto, eh!»
«C’erano ’sti nobili, i Malaspina, sa …»
«… Ci hanno venduti per dieci lire!»
«… Dieci lire te mae, erano ventinove!»
«Ma tasi, te, t’ei ignoante come na pata d’àncoa!70 L’eran
dieci!»
Eva è certa che non lo saprà mai. La strada si snoda fra le case
come un filo di Arianna color mattone, e i muri la avvolgono in un
abbraccio protettivo, non claustrofobico. Se sbircia fra i terrazzi, fra i
comignoli e le arcate che nascondono altri ingressi e altri vasi di fiori,
riesce a scorgere fazzoletti azzurri di cielo terso, e al di sotto la
distesa sfavillante del mare …
«Non ci si crede che l’hanno bruciato, eh?»
Mirco le si è fatto più vicino, tanto da poter avvertire la presenza
solida del suo torace contro la schiena.
«Cosa hanno bruciato?» chiede Eva guardandolo.
«Il borgo.»
Fa un passo, uno soltanto, per portarsi al suo fianco. Non la
guarda, ma lascia vagare le pupille fra le porte lasciate aperte e i
giocattoli abbandonati nei cortili dai bambini. Sembra che davanti ai
suoi occhi scorrano immagini dolorose, che gli disegnano una ruga
fra le sopracciglia scure.
«Si sono fatti la guerra per questo posto. Pisani, genovesi … Il
castello, quello volevano. Strategia militare, ovviamente. Cosa gliene
fregava del bel panorama.»
C’è disprezzo, ora, agli angoli della sua bocca. Come se non
fosse dei pisani che parla, né di quelle guerre che nessuno, del
gruppo, ha mai visto di persona.
«E pur di averlo, hanno bruciato il borgo. Due volte. Ma gli
abitanti non hanno ceduto, e il castello non è mai caduto. Li abbiamo
scacciati, noi pescatori analfabeti.»
Ora Eva guarda davanti a sé, senza saper bene cosa dire.
Forse sarebbe più a suo agio, se Mirco non avesse tutta l’aria di
stare accusando anche lei dei passati dolori della città. Quasi quasi
lo preferisce in versione cafoncello in canottiera: non era in
programma che si trasformasse in uno storico armato di fiocina.
«… Quindi, signorina, dammi retta.» La Nicla sta continuando
un discorso che si è perso nella brezza, prima di poter raggiungere
anche Eva. «Se vuoi stare simpatica ai locali, lamentati. Mugugni,
eh. Perché ai liguri ci piace proprio mugugnare, tu mugugni di tutto e
loro saran contenti!»
Ha un modo curioso di parlare dei suoi compaesani, e dei liguri
in generale. Sembra quasi credere di non farne parte, convinta che
al mondo esistano soltanto due categorie: lei stessa, e tutti gli altri.
Scendono ancora, e i palazzi antichi si fanno da parte per
rivelare Piazza Garibaldi. Eva si ferma un istante, fruga nella borsa
alla ricerca del cellulare per fare una foto.
Davanti a lei, dove la pendenza finisce e inizia la piazza, la
pavimentazione diventa grigio chiaro, attraversata da rivoli di marmo
bianco dalle morbide spire. Un’imponente magnolia ombreggia il lato
orientale, e un folto gruppo di vecchietti si gode la frescura, coi
cappelli bianchi e i bastoni da passeggio. Alcune panchine d’acciaio
lucido, incurvate quanto i ghirigori di marmo, ospitano stormi festanti
di turisti: alcuni con ombrellini aperti, altri a piedi nudi e il volto
reclinato verso il sole. E ancora oltre, sulla destra, la schiera ordinata
dei ristoranti, con i tavolini di legno dipinto e le insegne che
richiamano il mare come versi di un poema; una chiesetta e il suo
campanile, al centro, che tengono d’occhio la piazza e i gabbiani che
si librano sui tetti; e la passeggiata, sulla sinistra, che si perde nelle
chiome verde scuro dei pini marittimi, nel rosa timido degli scogli e
nell’invitante velo iridescente del mare.
«… Tèh! Guarda! La borgata … che mica ce l’avete voi
montanari!»
La Mina indica a destra, sdegnosa, mentre superano un
palazzo rosso e ocra. Un recinto di legno circonda una porticina di
legno chiusa, adornata da reti da pesca e salvagenti. Sull’architrave
troneggia l’insegna rossa: “Borgata marinara Lerici.” Mirco, al fianco
di Eva, sorride. «È un bel posto. Ci vengo spesso.»
«E al mio bar non ci vieni mai!»
«Fa bene che lo avveleni! Legera!»
«Ma no, Mina. Al bar di giorno e alla borgata di sera.»
«È un locale?»
«Un circolo arci.» Sembra riflettere fra sé un istante, mentre
superano il recinto e attraversano la piazza, con gran sconcerto dei
gabbiani che razzolano come uccelli da cortile. «Magari una sera ti ci
porto.» Si schiarisce la gola, la ruga fra le sopracciglia più profonda
che mai. «Magari.»
«… E quello l’è l’oratorio!»
La Nicla è passata alla testa del gruppo, agita un dito per aria
come se fosse la guida di un sito archeologico. La Mina le sta dietro,
si fa vento con la mano.
«Lo vuole vedere?»
Eva guarda il cellulare: quasi le 17.00, e nessuna chiamata.
Batteria quasi scarica. Ricaccia il telefono nella borsa, con più forza
di quanta sia necessaria. Mirco la osserva in silenzio, come se
stesse tentando di decifrare un indovinello scritto in una lingua
sconosciuta.

Da dentro, la chiesetta è piccola quanto un appartamento. Il


pavimento è una scacchiera bicolore di marmo liscio, le pareti color
menta sono avvolte nella penombra e negli stucchi bianchi. Eva
guarda in alto, verso le volte lisce e prive di decorazioni, che
sovrastano il severo legno scuro delle panche. Al centro della
navata, un leggio è sormontato da lumini rossi, accesi dalle tremule
manine di uno sparuto gruppo di vecchiette. Le studia in silenzio,
così simili fra loro da sembrare sorelle con un diverso parrucchiere:
in quel gruppetto, la Mina e la Nicla spiccano come girasoli in un
campo di margherite. Si salutano sottovoce, prima che le vecchiette
vadano a sedersi sulle panche.
«C’è una messa tra poco?» chiede Eva a Mirco, in piedi
accanto a lei.
«No, no. Sono qui per pregare.»
Anche la Nicla e la Mina accendono un lume, ma restano
accanto ai due più giovani: si guardano attorno, frugano lungo le
pareti con gli occhi, come per assicurarsi l’aneddoto migliore da
raccontare alla Tedesca.
Lo sguardo di Eva le segue, poi scorre sulle vecchiette sedute.
Le guarda farsi il segno della croce, con le dita piegate dall’artrite, e
mormorare a filo di labbra. «E per cosa pregano?»
«Dipende. Di solito per la salute. Per i loro cari. O per i morti.»
«A proposito di salute!» La Nicla bisbiglia, vicino all’orecchio di
Eva. «Vedi quella statua là?» Indica un santo di pietra, sulla destra.
Regge un bastone, ha un cappello a tesa larga sulla testa e solleva il
bordo della veste per mostrare una gamba. Ci crede che è conciato
così, con tutto quel caldo e quelle salite.
«L’è san Rocco. Protettore degli ammalati, venivano tutti qui per
farsi guarire, sai?»
«E dovrebbero continuare, anziché venir da te!»
«Ma tasi, scorpèna velenosa!» La Nicla torna a parlare a Eva.
«E protegge i pellegrini, pure, quello lì. I vagabondi.»
Mirco sorride: «Come Madì.»
Per la seconda volta, Eva lo sente pronunciare quel nome.
Vorrebbe chiedere qualcosa a riguardo, ma un nodo alla gola le
opprime le parole. Non sa spiegarsi perché: come se lì, in quel luogo
dove sopravvivono le superstizioni di un’umanità fragile, che chiede
la grazia a una statua silenziosa, lei fosse totalmente fuori posto.
«Eh, lo sa lei cos’è quello?»
La Mina è tornata accanto alla Nicla, picchietta il braccio di Eva
per attirare la sua attenzione. Lei segue lo sguardo della donna, e
scorge, sulla parete a sinistra, un bassorilievo semi nascosto dalla
penombra: un teschio bianco, con le tibie incrociate, ai piedi di una
croce. Le vengono i brividi, di fronte a quelle orbite vuote.
«No, cos’è?»
«La compagnia Morti e orazioni.»
«Te t’ei proprio ignoante, era Mortis et orationis.»
«O bella, adesso pure il latino sa …!»
Mirco fa da paciere, posa una mano sulla spalla di entrambe:
«Ragazze, fate le brave.»
«Comunque, durante la peste venivano a portar via i morti dalle
case.»
«Ma poi, la Compagnia di Sant’Erasmo …»
«Ci sto arrivando! Eh, Sant’Erasmo, si sono stabiliti qui, eh.
Erano loro che facevano i funerali per i morti in mare, per i marinai
…»
«Eva, tutto bene?»
«Signorina, ma l’è pallidina sa?»
«No, eh, che a casa non ce la riporto, che sviene di nuovo!»

«Non mi hai ancora detto chi era questa Madì.»


Eva è seduta su una delle panchine di Piazza Garibaldi, con
una coppetta di gelato che le si scioglie in mano. Mirco è seduto
accanto a lei, le braccia abbronzate distese sullo schienale della
panchina, gli occhi chiusi e il volto reclinato verso il cielo. Poco
distanti, la Nicla e la Mina discutono davanti a un’esasperata
gelataia, e brandelli delle loro arringhe arrivano fino alla panchina,
portati dall’aria salmastra.
«Uno dei simboli di Lerse.»
Mirco sorride appena: gli aleggia fra le ciglia scure l’immagine di
suo nonno, che si carezzava la barba raccontando della volta in cui
lui, la Madì, l’ha conosciuta per davvero. «La chiamavamo in tanti
modi. La Farfalla. La Regina del Castello. La Regina dei
Vagabondi.»
Apre gli occhi, si volta verso Eva. Studia il suo profilo delicato,
da bambolina di cera, e il cipiglio duro che la fa sembrare più
vecchia.
«Era venuta ad abitare nel castello. Nessuno la conosceva, né
sapeva da dove venisse. È comparsa così, come una fioritura
improvvisa.»
Eva porta alla bocca la palettina piena di gelato. Una goccia di
vaniglia le brilla sulle labbra, prima che la pulisca con un tovagliolino.
«Mentre ci abitava lei, il castello è diventato un ostello per
vagabondi. Venivano da tutto il mondo, tanti solo per conoscere lei.
Li ospitava, ballava per loro, gli leggeva la mano … C’è venuto pure
Hemingway, sai?»
«Leggeva la mano?»
Mirco ridacchia: «Già. Era anche lei un po’ stria.»
Chissà, forse lei sarebbe stata in grado di decifrare gli strani
ingredienti del diario di Gertrude. Si lascia scappare un sorrisetto,
Eva, subito affogato in una dose generosa di gelato: se qualcuno le
avesse raccontato che sarebbe finita così, in un paesino di mare alla
ricerca di streghe e piante magiche, gli avrebbe di certo riso in
faccia.
«Allora, che ne dici?»
«Di cosa?»
«Di Lerici.»
Mirco la guarda attentamente, come se la risposta lo potesse
toccare nel vivo. Lei lascia vagare lo sguardo sulla piazza, sui raggi
del sole più mite, che si inseguono sull’ardesia e sugli alberi delle
barche del molo. Da qualche parte, sulle loro teste, si intrecciano le
strida delle rondini e il canto di gola dei gabbiani. E nell’aria dorata
del pomeriggio, quasi non si distinguono più i turisti dai locali, come
se la luce li rendesse uniformi. Un’unica colata di umanità, che si
gode le ultime ore del giorno.
«Inizio a capire molte cose.»
«Ad esempio?»
«Ad esempio perché la gente vuole venire a viverci.»
Mirco storce la bocca. «Purtroppo non è che basti.»
Indica con uno scatto del mento un gruppetto di vecchietti,
seduti al tavolino di un bar. Tengono il cappello ben calcato sulla
testa, le maniche delle camicie a quadretti ben arrotolate, e si
sfidano a carte con gran concerto di imprecazioni in dialetto.
«Sono pochi quelli che vivono qui davvero. Le case costano
troppo, e i giovani si trasferiscono fuori. Verso Spezia, soprattutto.»
«Non tutti.»
Mirco torna a guardarla, le dedica un sorriso appena accennato.
«Già, non tutti.
Ma siamo in pochi. Colpa degli stranieri ricchi, eh. Comprano le
case e le occupano solo d’estate. Una casa su tre rimane vuota. E
così per tutti gli altri i prezzi salgono.»
Di nuovo quel groppo alla gola, quell’inspiegabile, irrazionale
senso di responsabilità.
«Il comune sta cercando di porre rimedio, comunque. Sta
stanziando dei fondi per le giovani coppie che vogliono mettere su
famiglia qui. A condizione che abbiano un legame con Lerici, che
siano figli o nipoti, o che sposino qualcuno del posto.»
Il gelato tradisce Eva, e una goccia impavida le scivola sul
mento.
Mirco allunga una mano, e con un colpetto delicato delle dita
pulisce la goccia alla vaniglia. Per un istante sembra indugiare,
carezzare il labbro semi aperto di Eva: ma poi il suo sguardo risale,
si allaccia con quello azzurro di lei.
«Alòa! Finito il turr?»
La Mina è tornata con la sua coppetta, mentre la Nicla esibisce
orgogliosa un cono due gusti.
Eva si riscuote, finisce rapidamente il gelato sciolto sul fondo
della coppetta. «Sì, per oggi basta. Devo tornare alla villa.»
La Nicla le lancia uno sguardo eloquente: «La può
accompagnare Mirco, no?»
«No, la signorina preferisce il taxi.»
Lui si è alzato in piedi, le braccia conserte che disegnano con
precisione ogni muscolo, ogni vena in rilievo. Eva infila la palettina
fra le labbra, la succhia sovrappensiero.
«Ben, comunque sia …»
«Ma poi, te!» La Nicla sventola il cono verso la Mina, come la
lancia di un cavaliere medievale. «Ma non son passate due ore? Ma
la pansèta?»
La Mina trasalisce: si batte una mano sulla fronte, le pupille
dilatate come se stesse assistendo all’orrendo spettacolo del
Besugo in balia dei fornelli e della cima. Si volta verso la Tedesca e il
suo ninìn, soppesando le due possibilità: se lasciarli in balia della
megera dai capelli rossi, o se trovare al suo ritorno la cucina
allagata, incendiata o peggio. Inevitabilmente, vince la cima.
«Ben, io me ne vado alòa!» Si allunga verso Mirco, gli regala un
buffetto sulla guancia che gli lascia un marchio rosso fuoco.
«Signorina, non svenire eh! Che stasera ho gente a cena!» E le
rivolge un cenno del capo. «Nicla.» E le lancia l’ultima stilettata della
giornata: e poi si incammina verso la salita nascosta dal tronco
ruvido della magnolia.
Eva la guarda andare via, prima di estrarre il cellulare per
chiamare il taxi.
«Ah, ma se ne va quindi?»
«Sì, signora, è stata una bella giornata ma devo proprio
rientrare … Mi scusi.» E si alza, per andare a telefonare poco
lontano. La Nicla la tiene d’occhio, e appena ritiene che sia fuori
portata d’orecchio, afferra il braccio di Mirco, per attirarlo a sé.
«Alòa? Che combiniamo?»
Mirco scoppia a ridere: «Ma che combiniamo cosa, o Nicla!»
«Se se, non fare il furbone con me!» Prende a rosicchiare il
cono, con l’aria di chi la sa lunga, lunghissima. «Che ti ho distratto la
Scorpena di proposito, per lasciarvi da soli, voi due …»
«Non capisco cosa stai insinuando.»
«Oh va là, hai capito benissimo!» Gli dà un colpetto sul petto,
dove la maglietta è più tirata e abbraccia ogni linea del suo corpo
come acqua trasparente. «Che t’ei propio in bona con la là!»71
«Ma t’ei mata72, Nicla, non son in bona proprio con nessuno
io!»
«Mia che non m’angàni73, te.» Appallottola il tovagliolino, e lo
consegna a Mirco come se fosse una pepita d’oro. «Ma sei testardo,
eh? Come tuo padre. Fa gnente. Son qui apposta.»
«Per far che, sentiamo.»
La Nicla solleva gli occhi al cielo, gonfia le guance sospirando:
«Uomini.» Alle spalle di Mirco, Eva sta rimettendo il cellulare in
borsa. «E vai con lei al mare, no?»
Lui storce la bocca. «Ad ammazzarsi sugli scogli? Con quelle
scarpe?»
«Oh via, le scarpe si levano! Che dici, però, una bella visita non
turistica …»
«E “non turistica” sarebbe?»
«O ninìn, non sei un fantèlo74, ti devo spiegar tutto?» Il suo
sguardo si accende di malizia, sbatte le ciglia.
Mirco fa per replicare, ma ammutolisce quando Eva li
raggiunge.
La Nicla cambia immediatamente espressione, e si esibisce in
un sorriso a trentadue denti. «A posto col taxi?»
Lei sospira, sembra stremata: «Batteria scarica, si è spento.
Avete …» Guarda la Nicla, fa una smorfia e si rivolge a Mirco. «Hai
un cellulare?»
La Nicla lancia una lunga occhiata al ragazzo, come a
suggerirgli che è proprio quello l’istante propizio. Dai la zampata,
lupo di mare.
«Sì, senti, Eva …» Si gratta la nuca, guarda la Tedesca
all’altezza del mento.
«Prima, per il pagamento …»
Lei vorrebbe chiudere l’argomento con un gesto della mano:
«Sì, scusami, è vero, me ne stavo dimenticando. Andiamo un attimo
a prelevare …»
«No, ’scolta.» Mirco ha ripreso il controllo di sé, e i suoi occhi le
squarciano le pupille. «Non voglio i tuoi soldi per una gita in paese.»
«Ma mi hai reso un servizio, non sarebbe corretto …»
«Ma infatti lo voglio un compenso. Ma non in denaro.» Fa una
pausa, Eva lo fissa a metà fra la non comprensione e la speranza di
aver frainteso.
«È stato un piacere vederti svenire in balia di quelle due …»
Lei arrossisce, ora vorrebbe proprio avere dei contanti per
ficcarglieli in bocca.
«Mi ripagherai non facendo domande, il giro non è ancora
finito.»
Eva deglutisce: «Va bene.» Così, semplicemente: se lo lascia
sfuggire dalle labbra senza neppure accorgersene. L’ha colta alla
sprovvista: talmente tanto che le è sfuggito anche la Nicla che se n’è
andata. I suoi fianchi ondeggiano ormai distanti, fra i muri delle case
di via Pisacane, ed esibisce un sorrisetto color ciclamino fra le
guance e il doppiomento.
Mirco ha un sorriso stirato, non sembra nemmeno soddisfatto:
«Perfetto, allora faccio un salto a casa e ti passo a prendere tra una
mezz’ora.»
«Vengo anch’io.»
«No, devo … Cucinare per me mae. Non le piacciono gli
estranei.»
Eva guarda la panchina dove si erano seduti poco prima:
adesso è occupata da una coppia orientale che si fa i selfie, e da un
gabbiano grande quanto un microonde che punta i loro coni gelato.
Vorrebbe avere il cellulare carico, o per lo meno ancora il tablet con
sé.
Mirco annuisce: «Allora a tra poco.» Ha smesso di guardarla,
ora fissa il lastricato. «… Scusami.»
Il gabbiano strilla, pure gli orientali strillano, come a sottolineare
la parola che Eva non si sarebbe mai aspettata da
quell’energumeno.
E mentre Mirco si allontana, a lei viene in mente di avere
ancora il diario. Lo tira fuori dalla borsa: d’altronde una mezz’ora di
pausa non può che farle bene.
Sempre che il gabbiano decida di risparmiarla.
Sfoglia le pagine, riprende da dove aveva lasciato Gertrude.
27 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
scrivo con la mano che trema, la mente in subbuglio e il
cuore che mi corre nel petto in preda a un’euforia che mai,
mai ho conosciuto prima! Così tanto da dire, così tanto per
cui vorrei smettere di scrivere e gridare al mare intero la
mia gioia! Lui, lui!
Oggi era giorno di visita, e dopo il nostro incontro in
paese non sapevo che aspettarmi da me stessa: avrei riso
nervosamente a vederlo? Avrei pianto, sarei svenuta al
tocco della sua mano?
E invece sono stata così calma, così in me, da stupire
persino me stessa. Ho lasciato che si sedesse di fronte a
me, qui in camera, e che mi ponesse le sue domande con
la tranquillità di un gatto che desidera farsi accarezzare.
Eppure, e mi freme il cuore nel dirlo – eppure fin da subito
mi è parso che anche in lui fosse avvenuto un
cambiamento radicale.
Sorrideva, e il suo sguardo si posava sulle mie mani
posate in grembo, sui miei capelli acconciati in onde
morbide –e poi scendeva sul mio collo, e risaliva, e
incrociava i miei occhi con tutta l’intensità del suo sguardo
d’ebano … E lì rimaneva, mi teneva legata ai pozzi neri
delle sue pupille come se volesse dirmi qualcosa di
segreto, come una formula magica …
Terminata la nostra ora, il dottor Mazzini ha chiesto un
bicchiere d’acqua a Maria, sempre presente nella stanza
come un mastino da guardia. Ha atteso che lei si
allontanasse, per poi rivolgersi a me con quei suoi occhi
incantatori. Una passeggiata, niente di più mi ha
domandato: un giro fra le aiuole sotto la pineta, fra i fiori
che ha visto venendo da me l’ultima volta. Come potevo
non accettare! Gli ho posato una mano sul braccio
ripiegato, tremante come se stessi toccando una divinità: e
lui ha sorriso, di fronte al mio rossore, di fronte alle mie
ciglia abbassate. Ah, caro diario, il mio cuore! Ha mai
osato sperare tanto?
Bussano alla porta.

Era Maria, con la mia tisana notturna. Le ho domandato di


rimanere un poco in mia compagnia, prima di coricarmi,
ma lei ha preferito lasciarmi riposare sola. Da qualche
giorno mi sembra strana, come se mi tenesse d’occhio in
maniera differente. Ma non fa domande, e io gliene sono
grata. Se solo avesse veduto ciò che è accaduto in
giardino! Se solo sapesse!
Io e il dottor Mazzini (vedi? Ancora non oso chiamarlo
per nome!) abbiamo attraversato le aiuole, incuranti dei
giardinieri che lavoravano poco lontano, verso l’ombra
della pineta. Si chinava verso di me, di tanto in tanto, per
rivelarmi all’orecchio il nome di questo e di quel fiore. Si è
molto stupito quando gli ho risposto per le rime,
elencandogli gli stessi nomi in dialetto! Mi ha chiesto come
li conoscessi, e io, titubante gli ho rivelato che sapevo
molto di più di quanto apparisse: che le piante guariscono
e avvelenano, e che, se glielo si chiede nel modo corretto,
fanno avverare i desideri. Come sarebbe stata fiera di me,
Maria, se avesse sentito! Lui ha riso, di fronte alla mia
sicurezza. «Vero è ciò che dite riguardo alle proprietà
medicinali delle piante» ha affermato, il viso voltato verso i
cespugli aromatici della rimembransa. «Ma attribuir loro
proprietà sovrannaturali? Siete sveglia, non credete alle
chiacchere delle vecchie signore.»
A quelle parole, una punta acuta di stizza mi ha colpita
allo sterno. Mi sono arrestata e ho lasciato il suo braccio,
guardandolo con rimprovero. «Eppure, ciò che dicono è
vero!» Il dottor Mazzini si è avvicinato, con il sorriso che
ancora gli aleggiava fra la barba.
«Come fate a essere così sicura?» Istintivamente ho
fatto un passo indietro, quando qualcosa mi ha punto la
schiena: solo allora mi sono resa conto di essere finita nel
roseto, che da qualche settimana sboccia in anticipo sotto
il cielo di marzo. «Lo avete testato voi stessa?»
«Sì, è così.»
«E che desideri hanno avverato per voi?»
Ho abbassato lo sguardo, troppo intimorita per poterlo
guardare negli occhi. Era così bello, con i raggi del sole
che gli colavano sul viso come a ricoprirlo d’oro! E così
vicino, così spaventosamente vicino! Sentivo il cuore
battere disperatamente le ali, desiderava fuggire, e invece
era costretto lì dalle mie gambe – incapace di muoversi, in
trappola fra gli spini aguzzi delle rose! Ho alzato lo
sguardo: lui mi sovrastava, una divinità classica come
quella dei libri che avevo letto da bambina … E che,
dall’alto dell’Olimpo, era scesa per guardare me!
«È un segreto …»
«E se lo conoscessi già?»
Ha allungato una mano alla mia sinistra, ha strappato
una rosa dal suo fusto. I petali, rossi come il sangue erano
ricoperti di una peluria fine, come il velluto. Non osavo
muovermi, e lui ha liberato la rosa delle sue spine, per poi
appuntarmela fra i capelli. Le sue mani poi sono scese,
posate come una carezza ai lati del mio viso: e prima che
potessi rispondere, prima ancora che potessi prendere un
respiro … Mi ha baciata! Sulle labbra, sulle mie labbra
schiuse come in una muta preghiera per lui, che così tanto,
così tremendamente amo!
Sì, lo amo, lo amo più di qualunque cosa esista!
Mi ha baciata, mi ha stretta a sé così forte che temevo
potesse spezzarmi –e le mie mani intrecciate sul suo collo,
i nostri corpi uniti in un abbraccio disperato all’ombra delle
rose, e il mare che oltre il promontorio accompagnava il
rombo del mio sangue!
Ha promesso che tornerà da me, fra una settimana: e
che desidera vedermi in forze, e felice. Potrei non esserlo?
Sono mai stata così felice? Ho mai sentito la vita in me più
fortemente di così?
Ed esiste, d’altronde, vita al di fuori di lui?
Lo vedi? Lo vedi quanto già lo amo?

47 Lett: faccia tirata; si dice di una persona che ha il viso stanco e sciupato
48 “Focaccia”
49 Piatto tipico di Lerici, inventato dai pescatori
50 “Son di casa come la scopa.”
51 Lett. “A far vedere bisce e rospi”, a far danni
52 “Non sta bene.”
53 Chiasso, rumore.
54 “Cosa succede?”
55 “Si sono picchiati.”
56 “Per una questione di soldi.”
57 “Cosa dici?”
58 “Bussano alla porta!”
59 “Chi sono.”
60 “Stai zitto e buono!”
61 “Arrivo!”
62 “Che faccia tirata che hai”, brutto aspetto.
63 “Ti mancano i lacci per sembrare un fagotto”, di persona con gli abiti larghi, vestita male.
64 “Il nemico avanza.”
65 Befana.
66 Lavorare.
67 Streghe.
68 “È di buone maniere”, è raffinata.
69 “Figlio di puttana”, insulto in genovese.
70 “Sei ignorante come una testa d’ancora!”
71 “Che sei proprio in buona luce con quella là!”
72 “Sei matta.”
73 “Guarda che non mi inganni.”
74 Bambino, ragazzino.
CAPITOLO 16

U n’ora dopo è il molo a far da cornice a Eva: stanca e irritata


dal gabbiano che non l’ha lasciata leggere in pace. Mirco è
arrivato in ritardo, e l’ha condotta alle barchette. Lei si abbina male a
quell’ambiente, come uno schizzo di magenta su uno sfondo giallo.
Mirco invece ci si perde, ci sguazza, si confonde tra
pescherecci e reti lasciate a terra, come un puntino nei quadri di
Monet. Se in quei quadri ci fosse una linea sarebbe Eva, spessa e
grossolana, fuori luogo, che inciampa nelle conchiglie strappate al
mare la mattina. Lui salta sulla barchetta corallo: e lei sta lì, a pochi
centimetri dalla fine della banchina, a guardare in cagnesco il rivolo
d’acqua che la separa dalla barca.
Lui svetta, in posa, sul suo personale piedistallo: «Che c’è?»
Eva non risponde, si concede un passo in avanti. Sta davvero per
salire, non ci può credere. Le parole della Nicla le tornano in testa,
esita un attimo. Che queste cose funzionino?
«Belìn, non avrai mica paura!»
Lei guarda la distesa d’acqua baciata da un sole indeciso: i
raggi iniziano a indossare sfumature brune, ancora dritti sul mare,
ma bassi nel cielo, poco sopra la Palmaria. Si gettano nell’acqua
calda che li accoglie con dorati scintillii.
Mirco le tende la mano: «Allora?»
«Non credo sia una buona idea …»
Lui ride, sprezzante: «Ne hai di migliori?»
«Tornare al lavoro, ad esempio.»
Mirco indica con il mento la mano tesa. «E quindi devi salire.»
Appoggia i pugni sui fianchi, la maglia bianca si ritrae in piccole
pieghe, la stoffa si acquatta tra le fessure degli addominali.
«Signora Baumann, in quanto suo consulente turistico deve
fidarsi di me.»
Eva sbuffa ma poi sorride. Gli molla in mano la borsa.
«Signorina, prego!» ricalca la parola con la stessa ostinazione che
usa per rimanere rigida.
Ancora la solita risata, arrogante come l’acqua salata negli
occhi. Lei si accovaccia, slaccia il cinturino delle zeppe marroni.
Schiarisce la voce, lui le tende di nuovo la mano e nel tempo di uno
strattone Eva è sulla barca.
I piedi cercano di abituarsi all’appiccicare del sale sull’incavato
del pavimento, fa una smorfia, la trave dove ci si siede è anche
peggio: «Posso stare in piedi, vero?!»
«Non si può remare in piedi.»
«Io non remo.»
«E allora la barca non si muove, e quei ricconi ti rinfacceranno
di non aver inserito Portovenere nel programma.»
Eva si siede, cerca di pensare ad altro, sistema i sandali e la
borsa di fianco a lei.
Quel teppista non le lascia altra scelta che bluffare. «Tu starai di
spalle, no?»
«No, remerò all’indietro, così vedo cosa fai.»
«E come fai a sapere dove andiamo?»
«È tutto dritto per otto chilometri, non è difficile. Ogni tanto mi
giro e fine.»
Eva deglutisce, il suo piano è appena fallito: «No, è folle!»
«Perché hai tolto le scarpe?»
Eva aggrotta le sopracciglia. La prima volta che l’ha visto le ha
impedito di salire con i tacchi, e ora che i suoi piedi sopportano la
salsedine rinsecchita osa dimenticarsene. Scuote il capo, non gli
darà tutta questa attenzione. Alza le spalle:
«Sono più comoda.»
Lui posa gli occhi sui suoi piedi, le lancia uno sguardo storto e
incredulo:
«Grazie.»
Eva china il capo: allora forse si ricorda.
Poi Mirco afferra i remi: «Allora, devi tenerli all’estremità e farli
ruotare … Ne useremo uno a testa.» Li incastra in un ferro di cavallo
sul bordo della barchetta, li appoggia nell’acqua e inizia a muoverli
lentamente. Compiono cerchi nell’aria e ritornano da dove sono
venuti. Lei guarda le scarpe e la borsa, questo è ancora peggio di
gettarle su un lastricato durante uno svenimento.
«Hai un sacchetto?»
«Un sacchetto?»
«Sì, di plastica … Per proteggere le mie cose dagli schizzi.»
Mirco scuote il capo, i capelli si scompigliano e si arruffano, ma
alla fine sembrano perfetti nel loro disordine. «Possiamo lasciarle al
bar della Mina, c’è ancora suo figlio. Tanto non ti servono.»
Eva non sa se è peggio l’ipotesi di lasciare i suoi sandali in
quell’assurda bettola, o la certezza che si sta lasciando condurre in
un luogo dove le scarpe non servono. Pensa di scappare e andare
via con scarpe, borse e cappello tra le braccia, quando lui le getta un
remo in mano con un sorriso beffardo. Poi riprende a roteare il suo:
«Vedi? Dentro e fuori … Devi solo sforzarti di avere il mio stesso
ritmo, se no ci capottiamo.» I suoi occhi smeraldo si stanno
divertendo, lo vede dalla piega del labbro. Quelli di Eva sono gonfi di
panico, li sente allargarsi e dimenarsi per scappare. Orizzonte, remi,
piedi, orizzonte; la voce di Mirco li sottrae dal loro vagare impazzito:
«Prova, è ancorata.»
Eva alza le sopracciglia e distende le labbra. Modula il respiro.
Ricorda le lezioni di yoga: può farcela, se è riuscita a diventare la più
giovane imprenditrice di Amburgo non saranno due pezzi di legno a
spaventarla. E nemmeno dell’acquetta puzzolente. Raddrizza la
schiena, stringe le estremità del remo troppo grande per le sue mani.
Lo spinge in avanti per far fuoriuscire l’estremità dall’acqua, non si
muove, la forza sembra fermarsi nelle spalle e non avere la minima
ripercussione sullo stupido pezzo di faggio. Mirco accarezza il suo
remo, rilassato come se fosse una naturale estensione del suo
essere. No, deve farcela. Spinge più forte, il remo esce dal mare,
compie un semicerchio in aria, ma fugge ogni controllo e torna in
acqua, trascinato dal suo stesso peso. Eva irrigidisce i muscoli del
viso, si morde un labbro. Dannato teppista.
Lui ride, forte, sembra che la barchetta tremi al suono della sua
voce: «’R belìn che t’anega!» E si batte una mano sul ginocchio.
«Sei negata!»
«È la prima volta!»
Mirco toglie i remi, li riappoggia sul lato della barca.
Eva scatta in piedi, ormai è una questione d’orgoglio: «Oh,
santo cielo! Fammi riprovare almeno! Non puoi pretendere che …»
Lui le si para davanti: senza i tacchi la sovrasta di almeno dieci
centimetri. Si trova davanti i suoi pettorali, alza lo sguardo e la
scintilla smeraldo è distesa e rilassata: «Ho un motoscafo, me lo
presta un amico. Quello di oggi, sai.»
Eva apre le braccia a indicare la barca, i sandali abbandonati, i
dannati remi che hanno avuto la meglio: «E quindi questo?»
Lui si passa una mano tra i capelli. «Solo per divertirmi!» La
sorpassa sulle note della sua risata folta, e con un salto è sul molo.
Lei rimane sulla barca, con lo sguardo fisso su di lui e la bocca
aperta a far uscire un urlo silenzioso.
«Guarda il lato positivo, ora so che stai bene senza tacchi,
anche se sei bassa.»
Eva si risiede di scatto, prende i sandali con la tentazione di
lanciarglieli, e chissenefrega se sono troppo costosi: ma ciò che la
ferma è l’idea dei piedi nudi sulla roccia del molo, tra molluschi morti
e macchie di chissà che. Li rimette. Con la borsa sulla spalla si dirige
alla prua della barchetta. Mirco la guarda divertito, tiene la mano
tesa per aiutarla a scendere.
La voce di lei sembra spremuta da un ghiacciaio, la sente
pizzicare nella gola e graffiare le corde vocali, tanto è aspra: «Non
ne ho bisogno, grazie.»
Nell’appoggiare il piede sul molo la pianta scivola di lato e se
non fosse per il braccio di Mirco a sorreggerle la schiena, cadrebbe
in quella piccola porzione di mare tra la barca e il molo.
Invece si trova lì, sospesa nella caricatura di un casquè, con il
sorriso beffardo di lui troppo vicino alla sua bocca corrugata.
Sente la sua mano sulla schiena, la sorregge con una forza
talmente calda che il vestito potrebbe sciogliersi. E poi un brivido,
che la ripercorre fino al collo, si dirama tra le vertebre, drizza i
capelli. La mano di lui la accompagna nel ritorno alla posizione
normale, lei si allontana, spolvera il vestito con le mani. Si toglie di
dosso la sensazione di goffaggine che questo pescatore riesce a
farle provare, ogni volta, come un’invasione di formiche che le
cammina addosso. Milioni di zampine che generano una scossa tale
da irrigidirla e ingobbirla. Lui sta sorridendo, tra i denti smaglianti
fuma una sigaretta. C’è qualcosa che sfugge ai suoi calcoli: tra polpi,
remi e svenimenti, il disagio continua ad arrampicarlesi addosso.

Il mare e il cielo si mischiano l’uno all’altro come un quadro ad


acquarello. Il sole sta seduto sul suo trono di azzurri, separato dal
blu cobalto delle onde dalla sagoma nera dell’isola Palmaria. È rosso
e immenso, come un rubino perfettamente levigato, infuocato da una
lieve corona arancione. Gli azzurri si inchinano, fanno spazio, si
sbiadiscono e lo lasciano brillare. Le acque si fanno cupe, si piegano
a un riflesso di terra bruciata, che si trascina sulle onde in sfumature
violacee. Nell’angolo del cielo, sopra i monti verdastri, la notte si
insinua con una pennellata di blu. Pallido, come di carta velina, uno
spicchio di Luna fa capolino, strizza l’occhio al signore del giorno in
attesa che lo scettro passi di mano.
Eva è seduta di spalle alla prua, con una mano immobile e
salda sul cappello, per non farselo rubare dal vento. Guarda Mirco
stretto al timone, sotto il tettuccio di cerata verde. Il suo sguardo
dialoga, non sa dire se con le onde mansuete o con il vento tiepido
che batte i pochi chilometri che dividono Lerici da Portovenere. Lei
non ha nulla da dire, invece, con l’altra mano si regge alla ringhiera e
conta i respiri per trattenere la nausea.
«Tutto bene?»
Non risponde, schiaccia gli occhiali da sole sul naso e
annuisce. Mirco rallenta, nel giro di pochi istanti la barca dondola
senza movimento. La raggiunge, le tende una mano: «È meglio
stare in piedi, ci si abitua prima. E se stai male guarda verso terra.»
Eva si alza da sola aggrappandosi alla ringhiera, ci manca solo il
contatto fisico per farla vomitare definitivamente. Lo segue sotto il
tettuccio e si regge alla ringhiera d’acciaio intorno ai comandi. Mirco
le sta davanti, appoggiato al timone, preme in avanti una leva e le
onde riprendono ad agitarsi e il vento ad attaccare, spostare e
gonfiare la sua maglia bianca. Scopre un lembo di pelle abbronzata
e tonica: la spina dorsale culmina in due fossette, piccole virgole
verso l’interno, immerse tra l’ombreggiatura dei muscoli lombari. Il
lembo di maglia danza al ritmo del vento, a braccetto con le note del
suo profumo, profondo ed effimero. Noce moscata e bergamotto, e
del pepe, forse: Sauvage, Eva potrebbe giurarci. O forse è solo
l’odore della sua pelle. Si perde tra le fossette e l’aroma. Vorrebbe
tendere la mano e coprirgli la schiena, ma la ficca in tasca cercando
di nascondere la vibrazione: quella dei muscoli, quella che le sale su
per la schiena, quella della maglia che continua a dibattersi tra il
vento e i suoi pensieri. Sposta una ciocca di capelli che le arriva
dritta sugli occhi, ne approfitta per respirare. Lui tiene lo sguardo
fisso all’orizzonte, gli occhiali da sole fermi sulla testa, come un
cerchietto, a domare i ciuffi neri. Si volta di sfuggita: «Meglio?»
Lei annuisce.
«Pensa che c’è chi lo fa a nuoto …»
Dal collo lievemente chinato di lato, Eva può capire che sta
sorridendo.
«L’hai mai fatto?»
«Belìn! Sono un marinaio, non un nuotatore.» Le dita nodose
percorrono il timone, il rivestimento di cuoio lo fa sembrare
inaspettatamente il volante di un’auto d’epoca. Mirco guida con
movimenti lenti, come carezze levigate sulla gota di un bambino.
«Pensavo fosse di legno …»
Mirco vira di poco a sinistra. Da quando sono partiti il suo tono
è leggero come la spuma: «Magari nell’Ottocento!»
Lei si sporge sopra la sua spalla per guardarlo: nel mezzo del
blu, il profilo di lui non sembra più così tagliente e sfacciato, i
lineamenti si lasciano accarezzare da un dolce chiaroscuro, le
pieghe sembrano tornare morbide: «Vuoi provare?»
Eva scuote il capo vivacemente, torna a nascondersi dietro la
linea quadrata delle sue spalle, con lo sguardo di lato ad annoiarsi
tra le onde.

Le onde arrossiscono, si colorano di un rosa acceso e


imbarazzato, sotto un cielo vermiglio che esplode negli ultimi minuti
del giorno. Il vento ha cambiato rotta, ora batte contro di loro. Spinge
Eva con centinaia di braccia, appiattisce la maglia di Mirco che si
affossa sulla colonna vertebrale, si spalma sui dorsali come se fosse
bagnata. Porta spruzzi di salsedine, i capelli di lei si increspano, la
maglia di lui si adorna di pois trasparenti dai quali spicca la durezza
del corpo e dell’abbronzatura. Lei indietreggia, ma un dondolio
improvviso la costringe a tornare esattamente dov’era.
Mirco non se ne accorge, accoglie i dispetti del vento e gioca
con loro: «Penso che prima o poi lo farò …»
«Cosa?»
«La traversata a nuoto.» Si volta: e lei può giurare di non aver
mai visto quel sorriso, di non aver visto quel ragazzo. Lo smeraldo è
abbagliante e il bianco dei denti sembra aver lasciato a terra la sua
solita sfumatura minacciosa. L’ombra dura della superbia lascia
posto all’ombra di un sole che esplode, una pennellata di rosa sulla
pelle olivastra.
«L’ha fatta Lord Byron, per andare a trovare Shelley che stava a
Sant’Enso. San Terenzo, sai.» Abbassa il tono della voce, ormai
quasi coperto tra le onde e i motori.
«I poeti?»
«Cos’hai detto?» Indietreggia un poco con la schiena.
Eva si avvicina al suo orecchio, a Sauvage, alla spalla scolpita
e tesa. «Shelley e Byron … I poeti?»
«Sì.»
Il suo volto è accovacciato nell’incavo della spalla, senza
toccarlo, può sentire le particelle di profumo evaporare dritte sulla
sua pelle, impigliarsi tra le ciglia incurvate di mascara: «È per questo
quindi?»
«Che vorrei farlo?»
«No. Che lo chiamano Golfo dei Poeti.»
Mirco si gira di nuovo, di pochi gradi.
Sussurra al viso di Eva: «No.»
Si rivolge all’orizzonte in una fugace indicazione.

Portovenere li attende a braccia aperte, cattura la vista come un


arazzo; sorride, nelle sue sfumature di rosa, nei tocchi d’azzurro,
nelle luci arancio sul molo. Il sole, nascosto dietro il promontorio,
abbraccia la montagna con una cornice di rossi infuocati, si insinua
con effimeri riflessi, si disperde in un cielo pallido di violetto. Le case,
piccoli tasselli quadrati, si sfidano nei toni del ciclamino, sfoggiano
l’ocra e il magenta, si improvvisano azzurre, e ammiccano.
Civettuole, si abbronzano nell’acqua rosa, in una versione
ambrata del loro riflesso.
Alla loro estremità, su un braccio teso di roccia, la chiesa di San
Pietro si bea della sua corona, saluta il regno, sovrasta le rocce
imponendosi alla vista con una sagoma regale. Si erge, come un
muro, tra la notte e il tramonto.
Il motoscafo ora va più lento, modera i passi e la voce come un
visitatore al museo.
«Andiamo lì?»
Mirco scuote il capo.
«E dove?»
«Hai promesso di non fare domande.»
Sono quasi fermi sulle acque. Mirco si gira, si appoggia alla
ringhiera e china il capo verso il paese: «Non vuoi fare una foto? È
folcloristico.»
«No, è bello così …» Eva lo imita, il sangue si scalda e inizia a
dimenarsi, può sentirlo risalire e poi scendere a un ritmo sussultante.
Non sa dire se per la vicinanza del paesino o per quella di Mirco,
mutato dalle luci del tramonto.
Chiude gli occhi, sembra ascoltare con attenzione il canto di
una brezza divertita, che muove piccole dita sotto i loro menti. Eva la
lascia entrare, se la gode. Sorride.
Lui le prende le spalle, la guida verso il timone: «Se non devi
fare foto, allora puoi guidare.»
«Non se ne parla, non ho la patente nautica.»
Mirco la guida da dietro, con le mani sulle spalle la spinge come
se fosse un carrello della spesa. Eva si arrende: getta il capo
indietro, finalmente vuota, sospinta come da un’onda cauta. Davanti
al timone, le mani di lui abbandonano le sue spalle. Le prendono i
fianchi: «Intanto devi andare più vicina.» La voce le danza
nell’orecchio.
La sospinge a pochi centimetri dal timone: «Ora prendi il
timone, non ti mangia.»
Per la prima volta la voce di lei sembra ultraterrena,
inafferrabile: «Il volante …?»
«Il volante, come vuoi.» Una piccola risata le entra
nell’orecchio, per un attimo il suo mento la sfiora.
Eva sorride, appoggia una mano, con l’altra punta l’indice verso
il tronco pieno di pulsanti: «Quale schiaccio?»
Mirco afferra il timone, le mani accanto a quelle di lei, indici e
mignoli si sfiorano.
«Lascia perdere i pulsanti. Spingi la leva rossa.»
La barca riprende a gorgogliare in avanti. «Adesso?»
Mirco toglie una mano e schiaccia un pulsante. Le si avvicina
all’orecchio: «Non ti preoccupare, ti dico io cosa fare.» Eva si rilassa,
sente i muscoli leggeri. L’aria nel suo corpo si distende e volteggia,
inafferrabile, senza più nessun peso. Sente il calore di lui, pur senza
contatto può percepirlo. Mirco si sbilancia, le sfiora un fianco, con
l’altra mano preme un altro pulsante. Poi torna in posizione, come
prima, ma un po’ più vicino. Lo sente disteso, senza più ringhiare.
Portovenere li saluta per affidarli a nuove scogliere. Sorpassano
il promontorio con la chiesa.
«Gira un po’ a destra» guida il movimento. «Senza scatti, piano.
Così, brava.»
Li accolgono il grigio della roccia e il verde dei pini, chiazze di
blu li spiano dalle miriadi di grotte.
Il sole si getta nel mare e esplode di rossa impazienza per
baciare le onde; arrossiscono come ragazze imbarazzate. Venere
ammicca nel nome della notte che verrà, che lascerà germinare i
misteri, coprirà i segreti, congiungerà gli amanti del cielo.
Eva tace, si sente intontita: ubriaca senza barcollare,
addormentata senza dormire. Il tremolio del timone la scuote, la
barca sussulta quando incontra un’onda più severa delle altre. Mirco
la allontana: «Adesso guido io.»
Eva si acciglia, mentre si scosta, e la voce esce più acuta del
previsto: «Perché?» «La vedi quella grotta? Entriamo lì.»
Accosta il motoscafo sotto le rocce, uno spiano di pietre
levigate li attende, qualche metro più in là, come un molo millenario.
Mirco mette in folle il motore, si volta verso Eva. «Vai al timone, stai
attenta che non andiamo a sbattere.» Poi corre verso la parte destra
dello scafo, getta verso l’esterno i parabordi bianchi e blu.
Colpiscono lo scafo, tendono le corde alle quali sono appesi.
«Tira giù l’ancora!»
Eva guarda la pulsantiera che ha di fronte, si morde il labbro.
«Come faccio?»
Mirco è già a prua, accovacciato in equilibrio sui talloni nudi.
«Tieni premuto il tasto dove c’è disegnata!»
Non è il momento di pensare alla sintassi: preme il pulsante, e
la barca emette un suono metallico. Lentamente, l’ancora cala dalla
prua, affonda in acqua senza sollevare schiuma. «Ferma!»
Mirco torna al timone, la scansa di lato. Riaccende il motore, si
assicura che la barca sia ben ancorata prima di togliere le chiavi dal
quadro comandi.
«Bene.»
Si volta verso Eva, le mani sui fianchi e il petto gonfio di chi sta
per assistere a uno spettacolo molto divertente che pregusta da tutto
il giorno. Gli mancano solo i popcorn. «Ora si rema.»
Eva alza gli occhi al cielo. «Questo scherzo inizia a diventare
monotono.»
«Nessuno scherzo. Guarda lì.»
Indica oltre lo specchio di poppa, dove il motore riposa
silenzioso. Eva si sporge e si chiede come abbia fatto a non notare
un gommone appeso al retro della barca, assicurato a una plancetta
di metallo. «Non dirai sul serio.»
«Preferisci fartela a nuoto, Miss Maglietta Bagnata?»
Lei si volta, in tempo per intercettare il remo che l’infame le sta
lanciando addosso.

Una corda assicura il gommone a una roccia, lo lascia


dondolare sull’acqua tranquilla. Mirco è saltato giù, tende la mano a
Eva e lei lo imita. Costeggiano una striscia d’acqua, lui le fa strada
con un asciugamano sulla spalla e una mano appoggiata alla parete
rocciosa. Lei barcolla, il ritmo delle onde le è rimasto addosso, si è
appropriato delle gambe e del cervello.
La grotta è piccola, abitata da una luce bluastra e un odore
umido, ricorda quello di un prato appena tagliato e poi bagnato da
una pioggia tropicale. Le rocce sono tiepide Mirco si ferma, getta
l’asciugamano a terra. Nell’apertura della montagna, come da una
finestra irregolare, si vede una fetta di mare. La luce del tramonto
entra con loro, una colata d’oro che si acquatta sulla parete rocciosa
di destra.
Sempre dalla finestra, la loro barca li sbircia silenziosa, come
un fidato destriero. Il soffitto spigoloso li avvolge in un arco di carta
increspata.
Mirco allarga le braccia, gonfia il petto: «Benvenuta alla Grotta
Byron!» Si è seduto sull’asciugamano, la attende a gambe
incrociate, giocherellando con qualche sasso. Eva si siede:
«Grazie.»
«Non c’è di che …» Mirco si volta verso di lei. «Direi che è ora
di mangiare!»
«Qui?»
«Sì, qui.»
«C’è un ristorante nascosto?» L’ironia le incurva le sopracciglia
sottili.
«In un certo senso …» E indica delle protuberanze sulla roccia.
«Sono patelle, si mangiano crude.»
«Non dirai sul serio …»
Lui tira fuori dalla tasca un piccolo limone, lo taglia a metà con
un coltellino svizzero: «Le stacchi, ci spremi sopra il limone e poi le
succhi.»
Eva immagina il sapore viscido di quell’organismo che le muore
in bocca.
«Che schifo!»
«Non puoi saperlo, non si trovano nei ristoranti, vanno mangiate
così, appena raccolte. Sono buonissime. Volevi la cucina
tradizionale, no?!»
Le sopracciglia sono ormai immobili nei loro archi perplessi: «Le
patelle?»
«’R belìn che t’anega!»
Una sola parola le passa per la mente: cavernicoli. Disgustosi
cavernicoli che succhiano organismi molli da conchiglie su cui
mezza Liguria avrà messo i piedi. Fa una smorfia.
«Coraggio!» Mirco le passa il coltellino: «Si attaccano bene alla
roccia, quindi devi sollevare i bordi con la lama, ma delicatamente.
Sono vive, se si spaventano diventano amare.»
Eva fissa la colonia di patelle in mezzo a loro, le più grandi
saranno una decina.
«No.»
Mirco si alza, i suoi lineamenti sono tornati taglienti come il
coltellino che lei tiene tra le mani: «E allora andiamo, tanta strada
per niente!» Inizia a camminare verso
la barca.
«Mirco …»
«Muoviti, andiamo. Non ha senso stare qui, tanto non ti importa
conoscere l’anima di questo posto. Ti importa solo arricchirti, e qua
dentro non farai soldi.»
Eva fa un respiro profondo: «Ok, va bene.» Mirco si gira, la
sovrasta con le braccia conserte e uno sguardo inquisitore. Eva
inizia a passare la lama sulla patella, cerca di staccarla dalla roccia
senza convinzione. È incredibile, cosa le tocca fare. La sua
concentrazione viene scossa da una risata. È sonora, rimbomba tra
le pareti e il soffitto, rimbalza e le sbatte sulla testa. Si alza, lo
guarda, ha già visto quell’espressione. Appoggia il coltellino
sull’asciugamano, la tentazione di lanciarglielo addosso è troppo
forte. L’ilarità frammenta la voce, la frase esce a scatti tra parole e
risa: «Te che ravani le patelle, è ancora meglio del polpo!»
Va verso il gommone, Eva lo attende imbronciata mentre
abbraccia le ginocchia e guarda la finestra sul mare. È chiaro che
nessuno mangia le patelle crude, staccandole da uno scoglio e
mettendoci sopra delle gocce di limone.
Probabilmente non lo fanno neanche gli animali. Come ha fatto
a cascarci? Una laurea, un master, eppure riesce sempre a farsi
fregare da quel cavernicolo. Si sente di nuovo adolescente, con
Manfredi che rideva del suo pallore. Non ci può credere: se l’è
addirittura preparata, con tanto di oggetti di scena. L’avrà portata lì
solo per quello.
Mirco torna con una borsa frigo, la appoggia di fianco a lui e la
apre, armeggia con una bottiglia di champagne: «Mi fai morire,
Baumann! Ti sei meritata l’onore di aprirla!»
Le allunga la bottiglia.
«Onore, eh … Da me lo fanno i camerieri …» Fa volare il tappo
di sughero, si inginocchia verso di lui che regge nelle mani due flûte
di plastica. Poggia il pollice sul collo della bottiglia come fosse un
tappo a metà, lascia una piccola mezzaluna di vuoto e con un
movimento felino la agita e la punta addosso a Mirco. Ride, lo
inonda di champagne mentre lui lancia i calici, si ripara con le mani e
volta il capo. Dopo le patelle, questo è il minimo. Le prende le spalle:
«Basta! Mi è costato una follia!»
Lei serra le labbra: «Te lo rimborso» E gli schizza in faccia.
Lui la attira a sé, prepotente: e la bacia. Le invade la bocca con
il suo sapore di champagne, le preme le mani sulle scapole, la serra
tra le dita. Lei si sente sgretolare: inopponibile, irrefrenabile,
impetuoso, le toglie il fiato e ogni spiraglio di iniziativa. Si lascia
guidare.
Mirco si stacca, ghigna, il tono è fermo: «Non costringermi a
rifarlo, la bottiglia la prendo io.» E poi guarda il mare, non sorride:
l’ha baciata come se le avesse tirato un pugno.
Eva beve un sorso di spumante e nasconde la bottiglia dietro la
schiena. Si sente calda, stordita. Non sa se è colpa della barca o
della bottiglia che sta bevendo da sola. Guarda il sole ormai
immerso per metà. Li ha visti solo lui; forse quel bacio può portarselo
via, insieme a quella ragazza confusa, alle chiamate non ricevute.
Forse può prenderseli, e abbandonarli tra alghe e granchi nella
profondità degli abissi.
Vorrebbe dire qualcosa, ma affoga le parole in un altro sorso di
champagne. Mirco le passa un sacchetto di carta unto, Eva lo
ricambia con la bottiglia. Riconosce quel gusto, non lo sentiva da
molto, i piccoli aghi rotondi del rosmarino si fanno riconoscere con
una sterzata di sapore sulla focaccia morbida. Mangiano in silenzio,
spiando il sole che si immerge, le acque che festeggiano, e le
sfumature rosse che lo seguono giù, sparendo alla vista.
Mirco ha portato una torcia, la accende, poi butta il sacchetto di
carta nella borsa frigo.
«Si dice che Byron venisse qui a cercare ispirazione, forse è un
falso storico, ma mi piace credere che sia vero. È il mio preferito.»
Le passa la bottiglia.
Eva beve dal collo di vetro scuro.
«Lo immagino seduto a guardare il mare, in pausa da quella
vita avventurosa … Belìn! Che vita.» Fissa un punto indistinto, è
come se vedesse il poeta di fianco a loro; fa un cenno col capo.
«Anch’io cerco ispirazione qui, quando devo scrivere …»
«Immagino serva ispirazione per fare graffiti.»
Dopo la sceneggiata con il limone il rancore è dovuto.
La grotta inizia a scurirsi, la notte sfuma le rocce
concretizzandosi in uno spiraglio freddo e sottile.
«Non è pericoloso tornare col buio?»
«No. Guido barche da tutta la vita.» Si accende una sigaretta.
«Però se vuoi andare, andiamo …»
Già, lui ha già avuto ciò che voleva. Tanto vale costringerlo ad
altre due ore di frecciatine acide. Eva scuote la testa, si stringe a sé
con le braccia incrociate sul petto: «No, no. Ho solo freddo.»
Mirco si alza e fruga in una borsa; non si era neanche accorta
che ce ne fosse un’altra. Le allunga una coperta leggera.
«Non avrei mai detto che sapessi essere organizzato.»
«Non diresti tante cose.» Il fumo si addensa in piccole nubi
grigie, gioca a girotondo tra le sporgenze rocciose. «Tu ragioni per
caricature.»
«Non sai nulla di come ragiono.»
«Ti sei convinta che faccio graffiti.»
«Tu mi hai detto che scrivi sui muri!»
«E tu non hai nemmeno chiesto cosa.» Il suo sguardo ora è
cattivo, la mette al muro. «Sono una caricatura che pesca acciughe
per vivere, una bomboletta in mano per protestare contro la società
ci calza a pennello.»
Il suo tono è fermo, Eva fissa i suoi piedi accucciati nella
coperta. Il silenzio picchia in testa, come il martello di un giudice che
impone la sua sentenza: colpevole. Beve un altro sorso dalla
bottiglia. La voce le esce zoppicante, striscia come il senso di colpa,
un basso strascico di parole: «Cosa scrivi sui muri?» Mirco alza le
sopracciglia, si gode l’ammissione di colpa. «A casa, nella mia
stanza, scrivo tutto ciò che mi passa per la mente. È liberatorio.»
Eva chiude gli occhi, lo immagina in piedi su un letto a
deturpare il bianco con un indelebile nero. È una bella visione.
«A volte escono delle poesie, allora le trascrivo.»
«Io amo Pascoli.»
«Banale.»
Gli tira uno schiaffetto sul braccio, se ne pente subito: «Me ne
fai leggere una?»
«No.»
«Perché?»
Mirco si passa una mano tra i capelli, sbircia da qualche parte
di fianco a loro, poi modula la voce. Esce calda e sinuosa come una
ballerina, e Eva non sa dire se abbia già passato quella linea sottile
in cui lo champagne prende il controllo, o se è ancora sballottata dal
mare. Appoggia il gomito sul ginocchio, adagia sul pugno chiuso la
testa chinata. Ascolta.

È questa l’ora, quando su tra i rami


suona la nota acuta d’usignoli;
è l’ora – quando i voti degli amanti
in ogni sussurrar sembrano dolci;
e brezze miti ed acque, lì vicino,
fan musica per solitari orecchi.
Ed ogni fior è dolcemente rorido,
e su nel ciel s’incontrano le stelle,
e sopra l’onda il blu si fa profondo,
e sulla foglia imbruna più il colore,
e là nei Ciel quella tenebra chiara,
così, così morbidamente oscura,
e oscuramente pura, che tien dietro
al declinar del dì, mentre dilegua
la luce del crepuscolo alla luna.

«Bellissima.»
Mirco ride: «Lord Byron.»
Eva piega la bocca, l’ha battuta per la terza volta nel giro di due
ore. Gli spruzza l’ultimo goccio di champagne sulla maglia. Lui la
ferma, stringe la mano attorno al suo polso fine. Le toglie la bottiglia,
la getta di lato.
La bacia, impavido: e nulla possono le frecce contro il guerriero
di marmo. Le mani si stringono, le dita si sfidano in un braccio di
ferro, calde, pressanti, stritolanti; piante carnivore che le si chiudono
attorno. Lo lascia vincere, la lotta si adagia sull’asciugamano, con le
braccia di Eva abbandonate sulla roccia e quelle di lui che le
ripercorrono i fianchi. Sbottona il vestito, e al posto dei bottoni lascia
piccoli morsi arrossiti di una cura inaudita. Glielo toglie, e con esso
toglie ogni pensiero; si spoglia, e getta l’arroganza e i jeans di lato,
vicino alla borsa frigo.
Si ferma, la guarda, lì distesa come una sirena del Nord, senza
più coda, senza più squame. Così morbidamente oscura, e
oscuramente pura.
Toglie la maglia e Eva ripercorre le linee degli addominali,
segue i solchi con le dita.
Lui appallottola la t-shirt, si avvicina alle sue labbra, quasi a
toccarle, e sussurra:
«Alza la testa.» Obbedisce, e lui le posa sotto il collo il cuscino
improvvisato.
Respira, ascolta, e brezze miti ed acque, lì vicino, fan musica
per solitari orecchi.
E poi di nuovo la percorre con tocchi caldi, forti.
Mirco accarezza con la lingua ripercorrendo il collo, la pancia,
l’ombelico.

Affonda la testa nei suoi capelli, ci si appoggia, la sopprime;


un’energia primordiale pronta a scoppiare. Prende le mani di lei, le
preme sui suoi pettorali, e lei può sentirli pulsare al ritmo di un cuore
sfrenato e stremato, la morde e Eva sente il corpo di lui ovunque:
nella roccia sotto la schiena; nel profumo selvatico che annebbia i
pensieri; tra le gambe, nei brividi umidi che spasimano, colpiscono,
la assuefanno come un’estasi improvvisa.
La mano di lui tra i suoi capelli, quelle di lei sulle spalle come
appigli per non cadere nel vuoto. E lui la bacia, ancora, e lei si sente
liquida, sparsa in mille gocce d’olio che scivolano sul suo viso, che
permeano l’asciugamano, che soccombono sotto i muscoli ricoperti
della stessa sostanza.
La bottiglia vuota per terra, la maglia bianca accartocciata sotto
la testa, il vestito di lei mischiato ai jeans di lui, abbandonati vicino
alla borsa frigo. E le gocce si spargono, mentre lui la bacia e la
preme, e la guida negli abissi a raggiungere il sole. E i baci, le urla di
piacere, i tremori della pelle rimangono in quella grotta; insieme a
calici mai usati e due corpi che si fondono, come gocce d’olio;
mentre dilegua, la luce del crepuscolo alla luna.
CAPITOLO 17

L a prima cosa che Julie fa, quando arriva in ufficio, è dedicarsi


al suo momento felice: preparare la mente. Apre l’agenda sulla
pagina vuota, e con aria sognante la fissa scuotendo il caschetto.
Come una sfera di cristallo, si dice, che ti mostra qualsiasi cosa
tu voglia. E a lei mostra un viso, preciso e fine, con gli occhi azzurri e
i capelli biondo cenere. Francesco Pastorini, e lei immediatamente
sorride. Non ci sono capi lì, e nemmeno direttive, nessun orario,
nessuna scadenza, nessuna regola.
Non ci sarebbe nemmeno la timidezza: potrebbero leggere lo
stesso libro, giocare col fumo della stessa candela. Non ci sarebbe
la paura: venderebbe l’anima, darebbe ogni sua parte per abitare per
sempre nell’illusione di mattoni rossi e quattro gambe incrociate
sotto la stessa coperta. Smetterebbe di mangiare perché è sicura
che quella cosa, quella che brontola nello stomaco come il motore a
scoppio di un sorriso, potrebbe saziarla.
Lì, può guardarlo, non deve nascondere lo sguardo sulle
scartoffie come quando lui entra in ufficio. Può vederlo: così perfetto,
la ricompensa a ogni giorno orribile, e ne avrebbe voluti altri pur di
averlo. Il suo principe azzurro. Che poi perché azzurro? Lei lo vede
rosso, lei si sente rossa, lui la rende rossa: di imbarazzo nelle
guance, di vergogna nei pensieri, di invidia negli occhi che si
inumidiscono quando le serve il caffè.
Ma nella sua stanza, in quei dieci minuti sulla pagina bianca, lei
può allungare la mano con fermezza, lì non trema: e infilarla in quel
ciuffo ondulato. Può spostargli le ciocche, raggiungere le tempie con
un dito che le sfiora. Nelle sue braccia lei potrebbe germogliare,
diventare più bella e brillante: da serva a principessa con un solo
“sei mia” sussurrato come una formula magica. Sì, sua. Sua come la
pelle, da restarci sempre addosso, morire a pezzettini ogni mese per
poi rigenerarsi e nutrirlo, proteggerlo, in nuove spoglie, più se stesso
di quanto lo sia lui.
Niente lavandaie e architetti intorno: solo loro nel tramonto del
tempo.
Il bip del computer la riporta alla realtà. Scarabocchia le cose
da fare sull’agenda, deturpa il suo mondo con frasi iniziate in
tedesco e finite in italiano. Le cancella, riscrive tutto nell’ultima
lingua. Deve impararla, se no lui non la capisce. Non che voglia
parlarci, non ne sarebbe mai capace, ma vuole capire quando lui,
con la sua voce bassa e delicata, le sfiora l’orecchio. E lei non sa
cosa dice, sa solo che sembra il canto di una fata quando la notte è
oscura e fa paura. E chiude gli occhi.
Li riapre al suono di una mail arrivata. Scuote la testa, è ora di
iniziare. Ticchetta una risposta sulla tastiera e invia. Apre il cassetto,
prende il diario che Eva le ha affidato la sera prima. Sente un brivido
nelle mani, ha improvvisamente paura di romperlo. Accarezza i
pezzettini di carta inseriti per indicare le pagine da fotocopiare.
Respira: è di carta, non di vetro. Ha la tentazione di sfogliarlo, lo
apre a caso. Sembra scritto in un’altra lingua, e la calligrafia la
confonde. Eppure sembra che le pagine la chiamino …

30 Marzo 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
ho scoperto che non sono l’unica alla quale Maria offre
consigli e insegnamenti. Soltanto a me fa la grazia di
spiegazioni, come se mi considerasse la sua allieva
prediletta: ma anche altre fanno uso del suo sapere. Me ne
sono accorta poco fa, mentre appena sveglia attraversavo
il corridoio per recarmi nelle cucine. Davanti alla camera di
Günther, che ancora dorme dopo l’ennesima notte brava,
ho sentito Maria bisbigliare in dialetto. Mi sono nascosta
dietro una colonna, e sporgendomi appena ho potuto
scorgere una delle domestiche più giovani, che la
ascoltava col capo chino. È quasi una bambina, e l’ho vista
spesso portare gli abiti puliti a mio fratello: una creatura
delicata, con occhi enormi e un fazzoletto sempre legato a
coprire i capelli. Annuiva, mentre Maria le dava istruzioni
per un rituale che, finora, non mi ha ancora insegnato. Lo
riporto qui sotto, perché non voglio scordarmelo.

• Raccogliere èrbo gianco, prezzemolo, trifoglio, erba


limonina, fiore d’arancio
• Far seccare l’erba limonina: durante la luna piena,
bruciarla. Nel frattempo preparare un trito con èrbo
gianco, prezzemolo, trifoglio, cannella e rimembransa
• Versare le erbe in un recipiente pieno d’acqua,
insieme ai fiori d’arancio pensando all’amato
• Lasciare il recipiente sotto i raggi della luna per tutta la
notte, e toglierlo appena prima dell’alba
• Usare l’acqua per aspergere gli abiti dell’amato

Allora la ragazza ha ringraziato, tutta felice, e se n’è


andata insieme a Maria. Sono corsa qui per trascrivere
tutto, prima che potessi dimenticare qualcosa. Ora
scenderò nelle cucine, sento i morsi della fame.
Finalmente, una vera fame! Dopo tanto tempo!

È così strana Maria! So di averlo già detto più volte, ma mi


sento così a disagio, ultimamente, sotto il suo occhio vigile!
Mi guarda come se, in qualche modo, l’avessi tradita, e
non ne scorgo la ragione.
Sono stata in cucina, e l’ho trovata seduta accanto al
forno a legna. Teneva un rametto di basèrco fra le mani, e
guardava dentro al forno con le sopracciglia aggrottate.
Quando le ho domandato cosa stesse facendo, mi ha
invitato a sbirciare dentro. Ho obbedito, e lei ha allungato
una mano verso i carboni ardenti. Ha lasciato cadere due
foglie di basèrco sopra al carbone: e in men che non si
dica, esse hanno preso fuoco, crepitando e sbriciolandosi
in brandelli, prima di disperdersi fra le fiamme. «Brutto
presagio» ha borbottato Maria.
«Brutto presagio per chi?»
«Una bambina ingenua.»
Si è alzata dalla sedia, mi ha dato in mano il rametto
superstite e ha afferrato una pala da fornaio, che stava
appoggiata alla parete. «Se le foglie rimangono dove sono
e bruciano bene, sarà un matrimonio felice. Se si rompono,
ci saranno bugne. Litigi.»
Ha infilato la pala nel forno, per cavarne una fugassa
dorata e spessa.
Si è voltata, per posarla su un canovaccio steso sul
tavolo. Ho controllato che fosse di spalle, e rapidamente ho
staccato due foglie di basèrco: non so cosa mi sia preso,
ma il desiderio di sapere è stato più forte di me. Il calore mi
ha aggredito la mano, mentre pensavo intensamente al
dottor Mazzini e posavo le foglie sui carboni: e l’ho ritratta,
prima di controllare il mio destino con il cuore in gola. Solo
un istante, e il basèrco si è annerito, come tramutato in
fuliggine: e le due foglie sono volate via, sul fondo del
forno, come mosse da un vento invisibile.
La mano ossuta di Maria si è posata sulla mia spalla, e
sono sobbalzata. Mi sono girata di scatto, per incontrare il
suo sguardo da rapace che, in silenzio, mi sgridava: e in
quell’istante mi sono pentita di aver chiesto alle fiamme, di
aver osato sbirciare dove lei non avrebbe voluto.
«Cosa significa, Maria?» Mi sono resa conto che non
volevo saperlo davvero, nello stesso istante in cui le parole
fuggivano dalla mia bocca.
Lei ha scosso la testa, le labbra tese e sottili come la
ferita di un coltello.
«Tragedia.»

Non riesco a scrollarmi di dosso gli occhi di Maria, mentre


il basèrco spariva fra le braci.
Non riesco a dormire, né a bere la mia tisana.
Quella parola mi è rimasta aggrappata alla gola per
tutto il giorno, lapidaria come una sentenza. Tragedia?
Come può essere tragedia qualcosa che mi ha resa e mi
rende tanto felice e piena del desiderio di vedere un altro
giorno, solo per passarlo insieme a lui? Come può esservi
male, laddove non scorgo che bellezza e amore?
E se fosse il dottor Mazzini ad aver ragione? Se fosse
lui il mio insegnante, lui che crede nell’evidenza della
scienza e della ragione?
Se ciò che è successo, il mio desiderio avverato con
l’èrbo gianco, l’amore che è comparso con l’erba rissa – se
tutto non fosse che una coincidenza, che doveva portarmi
a lui e solo a lui?
Se le erbe potessero curare solo il corpo, e non rendere
reale la volontà?
Sono così confusa, caro diario …
Voglio solo rivederlo …

«Julie, hai finito?»


Alza la testa di scatto, il diario scivola sulla scrivania in un tonfo
sordo.
«Per piacere, stai attenta. È un pezzo d’epoca …» Occhiaie,
capelli arruffati, felicità pallida.
«Scusa, Eva, sì, ho finito.»
Corruga il labbro, ficca le mani nella vestaglia.
«Stai bene, Eva? Sembri bianca …»
«Non ho dormito. Senti, Julie, c’è da inserire la visita di Lerici
nel programma, e prenota un pullmino … poi …»
Julie prende l’agenda: «Archiviare le fatture, spedire l’invito agli
ospiti, ordinare le brochure, sentire i giornalisti …»
«Puoi fare a meno di me, torno in camera, non voglio essere
disturbata. Faremo un meeting alle 18.00.»
«Certo.»
«Se hai finito con le fotocopie dammi pure il diario, meno sta in
giro, meglio è.»
Annuisce e le passa il diario «Signorina Eva …»
«Sì?»
«Si ricorda di stasera? Il gala sarà alle 21.00, meno male che è
arrivata una mail, l’invito cartaceo non l’abbiamo mai ricevuto.»
«L’evento non era alle 20.00?»
«Sono due eventi diversi. Ma ho fatto qualche ricerca: è più
conveniente andare al gala, ci saranno personalità importanti. Si
tratta di …»
Eva annuisce e va verso la porta, si volta con un ultimo sguardo
strascicato: «Va bene, mi fido. Ti ho lasciato anche il blocco, vero?»
«Sì.»
«Ci sono dei fogli con delle ricette. Quelle non mi servono,
tienile pure, battile al pc e stampale. È la prima cosa da fare. Portale
in cucina.»
«Le lascio nell’ufficetto?»
«Le dai a Gualtiero.»
«È il suo giorno libero.»
«Dalle a Pastorini.»
Cade sulla sedia, una caduta silenziosa in cui la gonna a pois si
gonfia per poi tornare piatta. Proprio oggi. Oggi che ha i brufoli, che i
capelli si sono incurvati, che la camicetta non l’ha nemmeno stirata.
Oggi che le ballerine che ha messo non le piacciono e che si sente
gonfia. La testa le gira, in un mappamondo di situazioni e risvolti
dalle mille sfumature che esplodono nella foresta incantata o in
quella delle tenebre. Oggi deve parlarci. Lei, che ora non sa
nemmeno stare in piedi, che sente la voce rifugiarsi nell’esofago e gli
occhi schizzare in giro a ogni angolo del soffitto. E se si sciogliesse,
sotto quello sguardo azzurro che le si appoggia addosso? E se
cadesse, quando la sua mano delicata prenderà i fogli? E se
vomitasse?
Non può. Si alza, inizia a fare le fotocopie delle ricette scritte a
mano: non si sa mai. La luce accecante sotto il coperchio della
fotocopiatrice le rimbomba in testa come in quel capodanno in cui si
è scolata un bicchiere di champagne pensando che fosse acqua
frizzante. E se fosse un po’ come quel bagliore, se arrivasse
all’improvviso? E se lui, a vederla sorridere, capisse che sono
perfetti insieme? E se fosse vero che le cose meravigliose nascono
da qualcosa di terrificante? Deve andare, ma prima bisogna fare
qualcosa per la camicia.
Dalla lavanderia, Enola Gay invade il corridoio. La Sonia è seduta
sulla lavatrice con una rivista tra le mani e i piedi che dondolano a
ritmo di musica. Julie bussa sulla soglia.
La Sonia non la guarda neanche: «E ti sembra l’ora, legèra! Ho
finito di stirare da un’eternità!» Muove la mano indicando il cesto di
vestiti puliti e piegati: «E te l’ho detto a cena, no?! Che non puoi
arrivare alle 10.00 perché stai a bighellonare con quella tedesca
sciattina!».
Alza la testa, vede Julie.
«Oh, pensavo fossi Stefano.» Deve dissimulare, una signora
non fa figuracce, salta giù dalla lavatrice. «Non ti sei offesa, eh? Che
la sciattina è la Tedesca» fa un segno indistinto con la mano, «… sì,
beh, l’altra tedesca!»
«Cosa vuol dire scia … sciatina?»
Si passa una mano tra i capelli: l’universo è proprio dalla parte
degli audaci … E se è audace lei! «Sciattina, con due “t”. Elegante,
sì, Eva è elegante. Non che tu non lo sia …»
La guarda: una camicetta bianca con qualche ricamo databile
all’Ottocento, una gonna a palloncino a pois rossi e neri fino alle
ginocchia. Dei collant, a giugno? E per di più un calzino bianco che
sale fin sulla caviglia, facendo capolino dalle ballerine di un rosso
diverso da quello della gonna. Un misto tra Dorothy e una coccinella
allucinata che crede di essere a dicembre.
«Be’! Avevi bisogno?»
«Posso stirare la camicia? Si è sgualcita e … devo andare su in
cucina …»
Bene, bene, bene. La Sonia si sfrega le mani, e chi abbiamo
qui? Un’ammissione di colpa fresca fresca. Quale occasione
perfetta, che quel mascalzone lo deve imparare che a lei non gliela
racconta mica. Che anche se lui l’ha negato per tutta la sera, e
anche se le ha regalato una rosa e alla fine ha pagato il conto lei l’ha
capito: a Julie piace Stefano, e lui … Be’, lui fa l’uomo, tiene i piedi
ovunque ci sia una piastrella.
«Ma certo! Anzi, te la stiro io … così la facciamo perfetta!»
«Grazie!»
«Ti trovo una maglietta, così la togli e via …»
Julie inizia a sbottonarsi: «No, grazie. Ho sotto …» indica la
canottiera bianca.
«Come si chiama in italiano?»
Scempio, ecco come si chiama la canottiera della salute, in
qualsiasi lingua del mondo! Prende la camicia e la stende sull’asse,
non può farsi distrarre.
«Canottiera, allora …» Improvvisa un occhiolino. «Chi è lui?»
Julie arrossisce, rigira i fogli tra le dita.
«No, nessuno … È che mi piace essere a posto.»
«Eh … La signorina li ha scelti bene i nostri camerieri!»
Niente, non demorde, continua a stare zitta e fissare il ferro con
un sorriso beota.
È il momento dell’artiglieria pesante. Tira fuori il rossetto, se lo
sparge sulle labbra. «Vuoi?»
Julie lo prende, cerca uno specchio con lo sguardo.
«Da’ qua, te lo metto io. E guarda, come ti sta bene il ciclamino,
eh? Un’altra persona!» Aveva ragione: una donna che ritocca il
rossetto sta sicuramente andando da un uomo che le piace, e
guarda caso quell’uomo è in cucina. Magari alto, magro, con i capelli
neri e quello charme un po’ impacciato. Magari che si chiama proprio
Stefano!
«Grazie, Sonia!»
«E di che? Ma allora, il signor Manfredi è tornato?»
«No.»
«Ma come no?»
Ecco, due piccioni con una fava! Lo diceva lei che quel
completo che aveva lavato e stirato il giorno prima era di una taglia
più grande! E poi, Manfredi è troppo eccentrico per portare un
gessato nero. Lo avrà comprato la Tedesca, con il suo gusto
anonimo e la sua ignoranza in materia. O che sia di qualcun altro …
«Ma son già cinque giorni, non è che si è licenziato?»
«Ha chiesto una settimana.»
La verità verrà a lei, oh se verrà a lei; le allunga la camicia:
«Ecco qua, ora mettila e vedi che figurone! Poi mi dici …»
Julie appoggia i fogli delle ricette sul piano da stiro, si risistema
lentamente. «E questi?»
«Sono ricette, devo portarli in cucina. Eva sta cercando di
tradurle da un diario d’epoca, vuole inserirle nel menù …»
«In che senso tradurre?»
«Sono in dialetto … »
Ma vuoi lasciarmi i fogli? Tanto Pastorini passa di qui finito il
turno.»
«Forse … No, Eva ha detto che è urgente.»
E se non fosse il mascalzone, ma quel bellone di Pastorini? Ma
no, a giudicare dall’outfit a quella sciattina non piacciono le cose
belle.
«Bèn , come ti pare. Se avete bisogno conosco il dialetto e mia
nonna era cuoca, quindi …»
«Sonia … posso dirti un segreto? »
Si sfrega le mani, sorride. Finalmente la risposta chiara al suo
dilemma, finalmente la prova: Stefano che tiene i piedi in due
scarpe, lei e Julie. E non appena ne ha la certezza quel mascalzone
lo strozza con la cravatta.
«Dimmi, Julie …»
«Ecco, da quel poco che ho capito … Non ci sono solo ricette
ma parla anche di erbe, di magia … è possibile?»
«Si, bèn le piante si usavano per guarire … E poi sai, in paesini
come questi siamo un po’ tutte strìe, a superstizione è di casa …
Non tutte sono strìe glamour però »
«E funzionano queste … magie …?»
«Dipende, io ho tolto il malocchio a qualcuno …» La Sonia
sventola i fogli: «Ma queste sono solo ricette: raviei, torta … Nulla di
magico.»
«Sì, però nel diario …»
«E dov’è, belìn?»
«Ce l’ha Eva, ma tu mi aiuteresti?»
«Oh signore, sì. Va bene!»

Eva ripercorre il corridoio, testa basta e passo svelto, finché la


strada è sgombra. Si sporge di poco sulla porta della cucina: via
libera, entra alla svelta. Che poi, se anche qualcuno la vedesse, è lei
che paga gli stipendi, lei che si aggira per la villa come e quando
vuole. Può anche vestirsi da Fantasma dell’Opera, se le va. È solo
che gli sguardi la infastidiscono, con la loro smania di sapere e
aiutare, come se la sua vita dovesse essere alla portata di tutti. Oggi
proprio non ne ha voglia. Prende un vassoio, mette una moka sul
fuoco, due tazze grandi ancora vuote, dell’acqua a bollire. Apre gli
armadietti, cerca il cesto del pane che dovrebbe essere arrivato in
villa già da un’ora. Eccolo: prende un pezzo di focaccia, fa una
smorfia a sentire l’odore dell’olio così presto. Guarda la moka sul
fuoco: Manfredi e il caffè al cacao, la fatica di stare ai fornelli prima
ancora della colazione. Lui l’ha sempre fatto, e ora è lei a fare quella
fatica, per la prima volta nella sua vita. Nella penombra grigia della
cucina silenziosa il suo profumo costoso la abbraccia, effimero. Può
sentire il petto di lui contro la schiena, e le loro quattro mani a
cingere una caffettiera, nella luce chiara della casa di Genova. La
sua voce che le spiega, la guida.
La moka brontola e la nuvola che esce dal beccuccio le ricorda
che deve tornare in camera. Versa il caffè nelle tazze, in una lo
allunga con il latte e nell’altra con l’acqua calda. Prende anche
qualche biscotto, copre il vassoio con un panno, e si avvia verso la
sua camera.
Lui è sul letto, il petto scoperto e le lenzuola a coprire sotto
l’ombelico, come un tritone che risale da un abisso di seta bianca
ricamata. Traffica con il cellulare, lo alza e scatta una foto: «Belìn!
Non avevi dei camerieri?» Ride.
Lei sbuffa, è diventata la colonna sonora degli ultimi cinque
giorni: la risata sprezzante e le urla di piacere. Ma cosa le è preso?
Appoggia il vassoio sul letto e si siede. «Non mi va che ti vedano i
dipendenti, non avrei dovuto portarti qui …» «Ieri sera la pensavi
diversamente.»
Nasconde il rossore in un sorso di caffè: il sesso nella
spiaggetta sotto il castello, nella grotta, lui che le legge un libro nel
B&B a Tellaro, e poi ancora il sesso nella vasca da bagno, e sotto la
notte tiepida, e nella pineta … Loro due sdraiati sul prato a leggere il
diario di Gertrude: Mirco a spiegarle le vecchie tradizioni e Eva a
segnare le traduzioni dal dialetto, e poi ancora baci, carezze, corpi
nudi tra i fili d’erba. La verità è che ha raggiunto il limite, non è più
un’adolescente da un pezzo: è un’adulta, con svariate case.
«La focaccia nel caffelatte?»
Mirco annuisce, e infila in bocca il pezzo bagnato e gocciolante.
Eva fa una smorfia: ma cosa ci ha visto in quello lì? Lo stress, si
dice, è capace di manipolare il cervello. E la mancanza di Manfredi
la sta mandando fuori di testa. Le rare chiamate si diluiscono nelle
giornate come i momenti della vera se stessa, quella che fa l’amore
con l’uomo che ama, e non l’adolescente cresciuta che si dà agli atti
osceni in luogo pubblico con uno che adolescente lo è ancora.
Si alza, non vuole vedere oltre.
«Bene, per stasera … Dobbiamo lavorarci su … Ah, alle 21.00
non alle 20.00.»
Se ne pente subito: portarlo alla serata di gala potrebbe essere
un suicidio sociale, ma da sola sarebbe peggio. D’altronde non
aveva immaginato che fosse una serata così sofisticata, ma trovare
un accompagnatore all’ultimo momento sarebbe difficile anche per
lei. Si guarda allo specchio nella sua mise da notte di pizzo: bella,
fiera, giovane, proprietaria di una villa d’epoca e straniera. Se
urlasse all’alta società anche la sua indipendenza sarebbe troppo.
Sarebbero intimoriti, e risponderebbero con un attacco: non può
permetterselo.
Lo guarda: sta spezzando la focaccia con le mani e ne rotea un
pezzo nella tazza. Lascia l’unto sulle lenzuola.
Un pescatore burbero. Che scrive poesie, sempre che sia vero.
E che la porta sul molo, raccoglie una conchiglia bianca di
quelle che sembrano il corno di un cavallo alato, ma con le punte
alla base. Lei gli racconta che le sono sempre piaciute, le conchiglie,
che da piccola le cercava, ma non ne ha mai trovata una così
grossa. Gliela mostra, lei sorride. È bellissima, lunga quanto un
mignolo, sembra uscita da un dépliant turistico dei Caraibi. La
osserva, e nella cavità vede qualcosa di bianco. Chiede cos’è e
Mirco controlla: nulla di che, dice. Prende un legnetto e ce lo infila
dentro, trascina qualcosa, sbuca una puntina che sotto la luce del
sole più che bianca sembra del colore di un uovo sodo andato a
male. Lui la prende con le dita, come fossero una pinzetta, e con
un’espressione a metà tra l’orgoglio e la supremazia, estrae quello
che sembra un confetto giallognolo con delle zampe lunghe e inermi.
La puzza le si scaglia nel naso, e il paguro ciondolante nella mano di
lui è morto e stecchito come la passione di Eva per le conchiglie.
Che sia stata ubriaca per cinque giorni di fila? Ubriaca di salsedine,
forse. È possibile?
«Diremo che studi legge, sei un aspirante avvocato …»
«Belìn, legge …»
«Niente belìn, o dialetto, o parole del genere!»
Mirco prende l’ultimo pezzo di focaccia, lo schiaccia nella tazza
e lei può vedere le briciole staccarsi e galleggiare nel latte imbrunito.
«Oddio, puoi smetterla con quella focaccia?»
«Guarda che è legale.» Beve un sorso di latte, si pulisce la
bocca con la mano.
«Fidati, studio legge.»
L’ironia accusatoria le pizzica nell’orecchio. Eva apre l’armadio:
ha ragione, ci sarà sicuramente qualche avvocato che smania per
smascherarlo. «Studierai lettere, allora.»
«Magari letteratura cinese, nessuno ne sa niente …»
«Murakami?»
«È giapponese.»
«E non parlare con la bocca piena!» Eva studia i suoi vestiti,
dovrà essere impeccabile, almeno lei. «Anzi, non parlare affatto.»
Lui appoggia i pugni sul letto, alza la schiena, di nuovo quello
sguardo. «Sai cosa? Vacci da sola!»
«Mirco, ti prego …» Mostra un vestito verde smeraldo, lungo
con un sottilissimo spacco sulla destra: «Questo, che ne dici?»
«Vuoi che mi fingo il tuo amico gay, adesso?»
«Voglio un consiglio …»
«Da un acciugaio che mangia focaccia a colazione? Cazzi tuoi,
fai da sola.»
Immediatamente si sente colpevole di tutto: di aver venduto
Lerici, di averla bruciata, di aver fatto alzare i prezzi delle case.
Lui appoggia il braccio sotto la nuca, lo sguardo al soffitto: se ne
sta lì, disteso sul letto nei suoi toni di bronzo e smeraldo, idolatrato
come un dio dalle pieghe delle lenzuola. Un Marte che, nella sua più
dura manifestazione, attende i riti di sangue a lui dedicati. Eva si
siede sul bordo, a distanza dall’iroso essere che giace nel suo letto.
Il profilo rilassato nella sua crudeltà, e il corpo che nella crudeltà è
stato forgiato.
«Ce l’ho! Diremo che fai il modello!»
«E tu la velina?»
«Cosa?»
«Lascia perdere.»
«Il mio testimonial principale per la pubblicità della villa.»
«Ci penserò …»
Eva gli accarezza il braccio disteso sul lato, una piuma leggera
su un pezzo d’ambra: ha la stessa consistenza, la stessa freddezza
della pietra nuda.
«Non posso andare da sola …»
«E …?»
Sbuffa. «Ho bisogno di te.»
«Per la quarta volta in una settimana, ma è sempre bello
sentirtelo dire.» Sorride, si appoggia sul fianco, le accarezza i capelli
delicatamente. Lei incrocia le gambe, si scansa e si appoggia allo
schienale.
«Bene, allora, ti ho preso uno smoking e una camicia … Ho
pensato a tutto io.
Ricordati, dare sempre del lei e parlare a voce bassa,
lentamente. Non sbottonare la camicia, è poco di classe.»
Mirco si mette a sedere, fruga sul comodino, prende il diario.
«Posso mettere la catena d’oro?»
Eva allarga gli occhi, sembrano espandersi come macchie di
detersivo blu su un pavimento bianco.
«Al collo, quella da rapper … è oro vero!»
«No!»
Ride, si sbellica con le braccia incrociate sul petto. «Sono così
credibile?»
Lei scuote la testa, non è il momento di scherzare.
«Non potrei mai permettermi una catena d’oro» continua, la
risata riempie la camera e scuote i quadri. «A meno che tu non
intenda regalarmela per aver tradotto tutte le ricette.»
«Vedremo, manca ancora quella rimembransa …»
«Te l’ho detto, Eva, non è nulla di importante. Ho controllato nei
libri, ho chiesto in giro: non c’è nessuna pianta con quel nome.»
Eva guarda il diario: tra tutti quei termini, quelle piante, quei
piccoli riti dimenticati c’è ancora qualcosa che le sfugge. Quella
parola a cui non riesce a venire a capo.
«C’è in quasi tutte le ricette, dev’essere una pianta molto
comune …»
«Certo che, Eva, vuol dire ricordo eppure non ce lo ricordiamo.»
Mirco ride, stranamente entusiasta di quel gioco di parole senza
ironia. Eva scuote il capo, a volte anche lui le sembra un mistero,
come quella rimembransa.
«E non fare ’sto casino! E stasera non si ride, si sorride, e
neanche troppo. Se ti chiedono dei servizi che hai fatto, di’ che posi
per collezioni private. E non hai i bigliettini da visita perché sei in
esclusiva. Per me.»
«Wow.» Mirco apre il diario e studia la prima pagina.
«Ascoltami! Lascia il diario, non è il momento. Non riempire
troppo il piatto, mangia poco alla volta ma durante tutta la serata. E,
importante, se ti chiedono di assaggiare il vino di’ sempre che è
singolare, con tono ambiguo. Nessuno ti chiederà cosa intendi.»
«Il palo da mettere in culo me l’hai preso?»
«No, ma lo farò se sarà necessario.» Lo guarda, sta ancora
giocando con il diario.
«Ricordati: non si parla di politica, calcio, e religione. Creano
discussioni.»
Ha girato qualche pagina, accarezza la calligrafia con il dito: «Ci
sono stato in questo posto …»
Eva lo guarda: lui si scompiglia i capelli con la mano mentre con
l’altra tiene il diario aperto, bisbiglia le parole di Gertrude con
movimenti impercettibili delle labbra. Appoggia il libro sulle gambe,
indica due righe: «… E di un luogo segreto sui monti, sopra al paese
… Dove uomini antichi hanno creato cerchi di pietre, e dove una
farfalla dorata distende le sue ali nelle sere d’estate …» Preme il dito
sulle pagine. «Lo conosco, ci sono stato!»
«Non stavamo …»
«No, ascoltami! Sul promontorio del Caprione, nei giorni del
solstizio d’estate i raggi del sole passano attraverso un … come si
chiamano, tipo un dolmen, no? E formano una farfalla dorata … La
vedi su un masso, sembra proprio d’oro. Belìn che spettacolo!»
«Si può andare?»
«Il mese prossimo … Ti ci porto! La adorerai …»Lui la guarda,
ed è come se nei suoi occhi quella farfalla che brilla potesse vederla
anche lei. Se la immagina enorme, con ali che scintillano tra i toni
dell’ocra e che spargono polvere dorata.
C’è qualcosa che non riesce a farla staccare da quel ragazzo,
qualcosa di sconosciuto, per niente razionale; che ogni tanto si fa
vedere, si fa sentire e poi svanisce tutto d’un tratto. Non sa cosa, se
la scintilla smeraldo o quel sorriso stropicciato dal sonno; se la voglia
di mostrarle il mondo come lo vede lui, se le scoperte inattese, tra le
lenzuola, di posti e usanze magiche. Se la magia esistesse forse
sarebbe quell’attrazione inspiegabile, inattesa, che si mostra quando
ne ha voglia e si traduce in migliaia di brividi sul collo. È come se
qualcosa in lei trovasse uno spiraglio di uscita, e tra immagini
antiche si sentisse di nuovo se stessa, di nuovo leggera. Lo bacia e
si lascia attrarre, un essere cosmico che non può sfidare la sua
stessa natura, attratto da canti antichi, da fasci di luce e cerchi di
pietra sui monti. Lui le morde il labbro. «Immagino che stasera
questo non potrò farlo.»
«Non puoi nemmeno sfiorarmi.» Gli parla sul filo delle labbra,
con un fiato di voce.
«Ok, a una condizione …»
Eva si allontana, l’incanto è svanito nel nulla, di nuovo.
«Assaggi la focaccia con il latte.»
«No.» Si scansa.
«Te ne ho lasciato un pezzo.»
«Mirco, no!»
«C’è scritto anche qui …» Le poggia una mano sul collo, guida
la testa di lei verso il diario, ancora appoggiato sulle gambe di lui.
«Leggi!» Eva prova a resistere, ma la presa sul collo è potente e la
spinge con lo sguardo a pochi centimetri dalle pagine.
«Non c’è scritto!»
La tiene in quella posizione, accarezzando la parte superiore
del collo, roteandole dolcemente tra l’attaccatura dei capelli. Sposta
il diario, e tutto ciò che separa la bocca di lei dall’erezione di lui sono
le lenzuola di seta. Lui le posa un bacio sul capo, e lei ha un brivido:
può sentire la voglia sciogliersi, liquefarsi, come un’estrema dose di
assenzio in giro per le vene. Che le brucia, le raschia, le libera. Ora
è solo voglia, non più incanto. Sposta le lenzuola e inizia a baciarlo,
lo avvolge con la bocca, con le mani, con la lingua. Si sposta
sull’ombelico e abbandona un morso leggero, uno di quelli invisibili,
che non lasciano il segno. Lo accarezza, e poi scende, di nuovo,
bacia le estremità, rincara la dose a ogni gemito. Sbircia il suo viso,
rivolto al soffitto con la bocca semi aperta. Si gode la sua mano che
le scompiglia i capelli. Lo bacia con più foga, e ogni volta il bacio si
fa più grande e la sua bocca più piena. Continua, più veloce, ogni
tanto si ferma, e poi riprende. Si stacca, lingua, bacio, bocca, lo
avvolge; lo sente sempre più teso e la mano di Mirco più debole,
arresa, imperturbabile sulla nuca bionda che sale e scende tra
tremori leggeri. I sospiri sembrano scendere nel sottosuolo, sempre
più profondi, sono quasi solidi.
Un rumore. Di legno.
Guarda Mirco, ha aperto gli occhi: «Sei stata tu?»
Eva si porta l’indice alla bocca. Shhh.
Di nuovo, un rumore sordo, Mirco guarda la porta di ingresso.
Lei è immobile, a pochi centimetri dal basso ventre di lui.
«Eva! Sono io …»
Riconosce la voce. Lui e il suo dannato tempismo.
Immediatamente si sente sporca.
Scatta, risolleva la testa, si aggrappa alle spalle di Mirco e gli
sussurra di stare zitto, di andare in bagno. Si rimette in piedi e corre
verso lo scrittoio. Prende i vestiti di lui, lo rincorre in bagno, glieli
piazza in mano. Grazie al cielo è sempre stata ordinata.
«Belìn! Quando li hai piegati?»
«Shhh!»
Punta il dito verso il pavimento, deve aspettarla lì. Si mette
l’accappatoio. Esce.
«Un attimo!»
Rientra in bagno, si getta dell’acqua sul viso, poi un po’ sul
corpo e sui capelli, a caso. Lo fulmina con lo sguardo, alza l’indice:
ora zitto.
Manfredi è alla porta, distorto in un’espressione perplessa e
nella sua personale idea di casual: un jeans, una camicia beige e
una cravatta scura. Ha ancora gli occhiali da sole e il ghigno è
accasciato tra le mascelle spigolose.
La attira a sé, la bacia, le risucchia l’anima. E lei si sente vuota,
in una bolla in cui oltre a lui non esiste nessun altro. Si stacca,
prende fiato. Il ricordo di quei baci torna vivido come se non si
fossero mai interrotti.
«Scusa, stavo facendo la doccia …»
«Con il pigiama?»
«Sì, cioè, no … È che stavo per farla.»
Fa un passo verso di lei. «Posso entrare?»
«No.» Chiude la porta dietro di sé. Grande idea quella di
insonorizzare la camera, anche per questo lo ama.
«No?»
«Cioè sì, certo … Solo che sta arrivando l’idraulico.»
Lui toglie gli occhiali, li inserisce nel taschino con una cerimonia
delle dita lunghe: le stesse che scorrevano veloci sul pianoforte nei
pomeriggi assolati di Marina di Cecina, quando si rifugiava nella
casa desolata tra sonate classiche e libri da leggere. Lei, lui, il letto, i
germogli di qualcosa che solo ora riesce a decifrare.
«Eva, cosa succede? Perché parli a bassa voce?»
«Stefano dorme, non sta benissimo.» Indica la stanza di fianco,
si sorprende della sua abilità di dissimulare. «Comunque … Stavo
facendo la doccia, cioè stavo per farla … E il tubo ha iniziato a
perdere acqua, e ha schizzato ovunque.»
«Vuoi che dia un’occhiata?»
Quei cinque giorni gli hanno disteso i muscoli e hanno rivelato
qualcosa tra le sottilissime rughe d’espressione: un enigma, rimasto
addosso come una polvere fine. Lei appoggia il braccio all’uscio, non
sa se per bloccare il passaggio o per evitare di accasciarsi. «Non
importa, tanto sta arrivando … Sei tornato prima …»
Non ghigna più, la sua bocca è contratta, gli occhi attraversati
da un’espressione incomprensibile. Criptica, come quando chiudeva
a chiave la porta e la guardava, e poi il cuscino sulla bocca e i baci
sul collo per non deturpare il silenzio della casa. Per tenere
l’orecchio teso, e sentire lo scatto della serratura e la voce sottile dei
signori della Gherardesca che rientravano dal mare.
Le gira la testa, il respiro sobbalza, la voce trema: ed è come se
sulla schiena le stesse scivolando un cubetto di ghiaccio. Lui la attira
a sé. «Mi sei mancata, non ce la facevo più.»
Lei lo allontana, perlustra il corridoio con lo sguardo: e gli
appoggia un bacio sulle labbra, come una bambina inesperta. Quel
tocco la strappa dalla realtà, si sente volteggiare tra i soffitti
barocchi. «Potevi chiamare più spesso.»
«Lo sai che detesto i cellulari.»
«Ma hai chiamato Gualtiero.»
«Tieni i nemici …»
Sorride, aveva ragione. «Sì lo so. Ah, mi sono presa il tablet.
L’ho regalato alla vicina …»
«Quella di settant’anni?»
«Poi ti racconto, mi aspetti da te?»
Annuisce, i suoi occhi oggi sembrano grigi. «Ti ho portato una
cosa.»
La avvicina, la adagia tra il suo corpo e la parete, la bacia. Lo
stomaco le si contorce e un bacio avido le divora la saliva, le scava
la gola. Il cuore in preda a un’agitazione compulsiva, si dimena come
un animale in gabbia. Mirco in bagno, Manfredi addosso. Uno che da
un momento all’altro potrebbe uscire e l’altro che potrebbe svanire,
come polline in un soffio di vento.
Afferra il capo di lui e se lo tiene più vicino, lo preme sul viso.
Se la porta si aprisse potrebbe richiuderla, ma se lui evaporasse, se
si ritrovasse in un battito di ciglia ad abbracciare l’aria,
un’allucinazione assurda e corrotta? Non ora che è vero, solido, nel
loro qui e ora. Non può lasciare che ritorni un ricordo. Le tornano in
mente le carte: il suo fante di non sa cosa. Sì, è proprio bello. Lo
scosta, sorride: «Arrivo.»
Guarda la sagoma allontanarsi, l’ultimo ingrediente che le
manda un bacio volante e scompare oltre la porta alla fine del
corridoio.
Rientra in camera, si siede sul letto, per qualche minuto la testa
rimane abbandonata tra le sue stesse mani. E ora? Ha combinato un
pasticcio, lei che calcola anche quando lavare i capelli in base agli
impegni che ha.
Dal bagno arriva un rumore d’acqua. Si alza, entra: Mirco è
seduto sul bordo della vasca in mutande, sembra la statua del
pensatore.
«Continuiamo?» Le lancia un sorriso in codice.
Eva si toglie l’accappatoio, lega i capelli in uno chignon. «Mirco,
scusami. Hanno dei problemi in cucina, devo andare a vedere.» Si
piazza davanti allo specchio, lo sguardo dritto su se stessa e le dita
che ispezionano la pelle.
«Posso aspettare. Ormai ho preso la giornata libera … Vado da
Gianni, a lui non ho ancora chiesto della rimembransa.»
«Lo apprezzo, davvero, ma ci vorrà un po’, non funziona
l’abbattitore, dovremo chiamare la casa di produzione in Germania
… Sarà lunga.»
Apre il barattolo di crema, ne prende un po’ con l’indice. Ne
mette piccole porzioni sul viso, in punti sparsi, come ciuffi di panna
montata. Si gira, lui ha rimesso i jeans ed è appoggiato al davanzale
della finestra. Diametralmente alla sua destra.
«Tanto ci vediamo stasera, che ore sono?»
Guarda il cellulare: «Mezzogiorno e mezzo, circa.»
Si spalma la crema con movimenti lenti e circolari. «Bene, allora
adesso ti accompagno in lavanderia, tanto è pausa pranzo. Prendi il
completo ed esci dal retro …»
«Come un ladro.»
«Mirco, puoi smetterla di complicare le cose?»
«Dipende se tu la smetti …»
Alza un braccio, gli mostra il palmo con un gesto rigido. «Ora
basta, devo lavorare! Ah, e ti sarei grata se non andassi da Gianni,
deve lavorare anche lui e non tollero distrazioni.»
Mirco esce dal bagno, sbatte la porta. Eva torna in camera, lui
non c’è più. Facile, veloce, indolore? Non con gli acciugai. Toglie il
pigiama e infila un prendisole nero. Sì, si dice, abbinato alla sua
anima.

Cammina veloce, non sa cosa stia succedendo ma sente un prurito


nelle dita.
Romperebbe qualcosa, se solo ci fosse un vaso a portata di
mano. Negli impettiti scaffali d’epoca che adornano i corridoi ci sono
solo libri, l’unica cosa su cui non sfogherebbe mai la rabbia che gli
monta addosso. Tutto ciò che si può rompere è in alto, a più di due
metri d’altezza. Statuette, vecchie lampade, vasi e gingilli di vetro.
Inarrivabili, di sicuro un’idea partorita da una mente malata che nel
cuore della notte, dopo una scopata epocale, si mette a piegare i
vestiti. Solo quelli di lui: quelli di lei, conoscendola, li avrà lavati nella
vasca con il sapone di Marsiglia che tiene sotto il letto, insieme agli
scheletri dei sentimenti. O meglio, l’avrebbe fatto, se non fosse una
viziata del belìno abituata a farseli lavare, i vestiti. Il modello, la bella
statuina: se ci fosse un bagno con il dispenser di sapone lo
distruggerebbe a pugni, come quelle volte dalla Mina, dopo le litigate
con suo padre. E la ragazzina di turno che provava a calmarlo, ma
poi finiva a piangere sul water mentre lui sbatteva la porta. La Mina
non ha più comprato i dispensatori di sapone, dice che le saponette
costano di meno. E non ci è mai riuscita nessuna a calmarlo,
scappavano a piangere. E le litigate arrivavano puntuali come i giorni
di festa, quando di nascosto pagava lo psichiatra a domicilio di sua
madre. E in quel teatro degli orrori, suo padre diceva che a parlare
non si guarisce, e che se ne poteva andare a vivere da qualche altra
parte se non era d’accordo. E lui ribatteva che se fosse andato via
da casa non avrebbe avuto i soldi per pagare lo psichiatra, e gli
psicofarmaci che puntualmente suo padre buttava nel cesso. E lui
diceva che era proprio quello il punto. E allora lui rompeva i piatti, la
panchina di legno in giardino, le foto delle gite alla Palmaria,
lanciava il cellulare per terra e andava al molo. Chiamava la ragazza
del momento e la scopava, eiaculava tutta la rabbia che aveva in
corpo. E andava bene, ma poi volevano parlare, e lui raccontava, e
l’ira risaliva come l’onda che aveva spazzato via suo nonno e loro
con le mani sulle sue spalle tese. Ci provavano ma lui finiva sempre
per andarsene, peggio di prima: e loro rimanevano lì, a piangere, sul
molo, sul cesso, sedute per terra con le spalle al muro.
Eva non si è rintanata a piangere, probabilmente non sa
nemmeno come si fa.
Sente il ticchettio dei tacchi, chiude i pugni.
«Mirco! Non sai dov’è la lavanderia.»
Non la guarda, va avanti.
Sente i tacchi frenetici, sempre più vicini.
Lei gli si para davanti.
Mirco tira un pugno sordo sul muro. Eva guarda la mano
colpevole: nemmeno una goccia tra le ciglia, un lieve ansimare o un
passo indietro. Prende l’altra mano di lui in una carezza decisa. Lui
vorrebbe scansarla, immediatamente, potrebbe stritolargliela con il
minimo sforzo: ma è calda, piccola, lo tiene lì in un solletico di
particelle. Le guarda le ciabatte, anche quelle hanno il tacco. Sente
che sta per urlare, lo sente che si prepara nel torace. Tira un altro
pugno, ma lei piazza la sua manina sul muro, proprio dove il colpo
sta per atterrare. Lui si ferma, il pugno rigido a mezz’aria.
«Non fare il bambino, Mirco.» È struccata, con uno chignon
disordinato, e vorrebbe solo disfarglielo. Gli prende anche l’altra
mano. «Senti, mi dispiace.» Si avvicina, i suoi occhi celesti
sembrano tremare. «Non volevo bruciare Lerici …»
«Non hai bruciato Lerici.»
«Hai capito cosa intendo …»
Lui si guarda intorno, le pareti di legno scuro accarezzano il
leone che vorrebbe sbranarla, profanare quella bellezza gracile,
farne brandelli.
«Non volevo trattarti così, è che sono stressata, l’inaugurazione
è alle porte e io …» Guarda per terra e Mirco può vedere una crepa:
per un istante vorrebbe colmarla, con l’oro fuso come fanno in
Giappone. Però vorrebbe averla fatta lui quella crepa, e poi, forse, la
riparerebbe a modo suo.
«Sono stata benissimo, mi hai fatto tornare bambina … però poi
bisogna crescere.»
Gli accarezza una guancia. «Ho dormito poco, e questa storia
proprio non ci voleva. Preferirei passare la giornata con te, credimi.»
Mirco respira, sotto il suo palmo Eva può sentire la mascella
ammorbidirsi, la saliva tornare a inumidirgli le labbra.
Falsa, si dice, deve avere ereditato la predisposizione alle bugie
da sua madre: nel riflesso grigiastro, sulla finestra accanto a loro,
può vedere la sagoma di una diva di ghiaccio sporco. Una saetta le
trafigge lo stomaco: e se il modello paterno che ha rincorso per tutta
la vita alla fine l’avesse portata a somigliare al genitore sbagliato? Si
morde il labbro, nello smeraldo vede una scintilla di compassione.
Forse è tutto ciò che si merita.
«Raccontami della farfalla dorata, prima quando ne parlavi …»
«Levati!»
«Dai, Mirco …»
La scansa con una spinta lieve, non ha più paura di romperla,
ha solo paura di desiderarlo.
«Ok, me lo merito ma …»
Si volta, nel suo volto spigoloso l’ombra si è fatta più scura.
«So essere davvero difficile …»
«Difficile?»
«Crudele. Va bene. Scusami.»
Sta fermo, lei potrebbe giurare che per qualche minuto non
abbia né respirato né mosso nulla. Nemmeno una cellula.
Fa un passo avanti: «Puoi essere arrabbiato, ma … senza il tuo
entusiasmo sono solo un pezzo di legno …» Sa che è vero, ora non
sta mentendo. Lo strascico dell’incantesimo le è di nuovo addosso, e
non sa come, non sa perché vorrebbe rimangiare ogni bugia e
ritornare in camera.
Lui la guarda: ora ne vede di crepe, ne vede un milione
diramarsi come fili di una ragnatela asimmetrica. Eva non chiede
cos’ha, lo fissa con occhi enormi che nelle notti di passione ha
sempre visto chiusi. Si avvicina, come a un oggetto sacro,
reverenziale e timorosa. Si alza sulle punte, si sporge verso la sua
bocca, lui con la mano le prende il mento, lo allontana piano: «Non
vorrei che ci vedesse qualcuno.»
Lei sorride.
«E comunque so dov’è la lavanderia.»
«Non è vero.»
«Sì, quando ho firmato il contratto Julie mi ha fatto fare un giro
…»
«Allora aspettami lì, preparo un caffè.»
Ha comprato uno specchio, uno di quelli con il piedistallo e l’ha
messo sulla lavatrice. Nelle pause si mette a posto, che la vendetta
va gustata fredda, ma con un look impeccabile. Proprio come un
Cosmopolitan. Allora si incipria il naso, ma quando la lavatrice è
spenta, che se cade per terra i sette anni di sfiga lei proprio non li
vuole. È già abbastanza sfortunata. E la prova è Stefano che dopo
un appuntamento con i fiocchi ha deciso di sparire. Butterebbe via
tutto quel ben di Dio per quello sgorbietto con gli occhiali. Un insulto
allo stile! Ma roba da matti! È scomparso, la evita: tutti la vogliono e
nessuno la piglia; scartata per gli scarti. E non è sfiga questa? Meno
male che siamo nel 2018 e che le donne iniziano a essere tutelate,
con la possibilità di selezionare gli uomini sulle app in base alla foto
profilo. E se non gli metti like loro non ti possono scrivere. Altro che i
marpioni da combattimento che ti suonano il clacson mentre
cammini!
E, ciliegina sulla torta, punto più alto del progresso sociale,
adesso la parola ghosting è stata inserita nel vocabolario
dell’Accademia della Crusca. Ora sì, che è libertà! Glielo vorrebbe
scrivere sulla divisa: “mi hai fatto ghosting”, e pure in maiuscole! E
soprattutto può praticarlo, che se va così di moda sarà una filosofia
di vita, un po’ come il buddismo, e magari le toglie pure un po’ di
sfiga.
Ha fatto proprio bene a portarsi il pranzo da casa: le ha
preparato il panino il panettiere, quello bello, personalmente. E la
fede al dito, sì, capirai, giusto una scelta di stile banale, una di quelle
sciatterie che stanno bene con tutto; che non le è sfuggito come l’ha
guardata, e lo sconto che le ha fatto. E quindi mangia in lavanderia,
senza dire nulla a nessuno. E il telefono di servizio ha suonato due
volte, guarda caso proprio dalla cucina. Poverino. Ma non finisce qui,
adesso sistema il trucco e poi va a rovinare il loro pranzetto.
Vendetta, ecco, e se nella pace bisogna essere belle, nella guerra
bisogna esserlo tremendamente: schiacciarli come un mozzicone di
sigaretta sotto una Louboutin tacco dodici.
Qualcuno le tocca la spalla, lei incespica con le mani facendo
volare il mascara e per poco cadere lo specchio.
«Belìn! Ma sta atento!»
Si volta, spalanca gli occhi.
Stenta a crederci, dopo anni di sofferenze, dopo le sfighe che la
perseguitano come le mosche sulla merda, ecco la manna dal cielo,
caduta sulla sua spalla con un tocco forte e deciso. Un colpo di
fortuna uscito dalla pubblicità di Dolce & Gabbana, quella del
profumo, ai faraglioni. E per di più, le sembra di conoscerlo.
«Scusa.»
«Oh, no be’… quando vuoi, magari ci organizziamo eh, che mi
sono spaventata belìn!»
Lui accenna un sorriso, e lei si appoggia alla lavatrice, getta
un’occhiata allo specchio: su un occhio c’è meno mascara e le ciglia
sembrano più corte di qualche millimetro. Be’, che ci vuoi fare, saprà
sfruttarlo. «Piacere, Sonia!»
«Mirco.»
Una stretta di mano robusta, come un guanto appena
comprato. L’abbronzatura, le mani grandi … Potrebbe innamorarsi. Il
piatto principale, il più succulento, del menù della fortuna. E lei mica
ci sputa sopra. Eh no!
«Ma ti ho già visto io, no?!»
«Forse.»
Scuote i riccioli in una mossa del capo, lo china, e lentamente
inizia a sbottonare il camice. Meno male che ha messo la maglia
scollata, con sotto il pizzo, che lo diceva lei che la sete di vendetta
poi ti fa arrivare un vodka martini.
Lui la osserva, si scompiglia i capelli: «Sei di qui?»
E se fa domande è sicuramente un buon segno. Si toglie il
camice e lo getta all’indietro, nel cesto della biancheria da lavare.
Brava, scenografico!
«Di Sant’Enso.»
«Ho amici lì, magari ci siamo incrociati.»
Impossibile, se si fossero incrociati se lo sarebbe portato a casa
con la forza uno così, bello da fare venir voglia di divorziare a tutte le
sue amiche sposate, e pure alla megera del piano di sotto.
«Posso aiutarti?»
«No, grazie.»
«Sono a tua disposizione.» Schiaccia l’occhio, Mirco sorride. È
diventata davvero brava. «Ma se non hai bisogno, allora finisco di
mettere il mascara, se non ti spiace.»
Mirco si passa una mano tra i capelli, ha il petto gonfio e i piedi
puntati verso di lei, si sa che un uomo fa così per mostrare interesse.
Come i pavoni.
La Sonia si china a novanta gradi sulla lavatrice davanti allo
specchietto. Schiena rigida e sedere un po’ all’infuori, fa
un’oscillazione quasi impercettibile con il bacino. Lo chiamano
twerking, e ai ragazzi di oggi piace, bisogna adeguarsi. Ma giusto un
movimento piccolo, che non sta bene ballonzolare davanti a una
lavatrice, non da soli almeno. Si mette il mascara, Mirco si
guarda intorno come chi non ha idea di dove sia capitato. E ora il
colpo finale, che se le esce, altro che Maga Magò: se lo porta in
cucina a bere il caffè, e che guardino quei due. Li lascerà lì in balia
della Legge delle tre R: Rantolare, Rosicare, Rotolare.
«Sono in pausa ancora mezz’ora, potrem …»
Eva entra dalla porta con in mano una tazzina e il passo svelto
di chi ha appena incontrato qualcuno che vorrebbe evitare. Si ferma
di fianco al sedere della Sonia, guarda Mirco, torna a guardare lei
che si mette il mascara. Beve un sorso di caffè, minuscolo:
ossessiva attenzione ai dettagli, anche nelle menzogne.
«Be’, allora? Che fa lì impalato?» Fa un cenno del capo alla
lavandaia, che nel frattempo si è alzata e ricomposta, e li guarda
come se parlassero una lingua straniera. «Mi pareva di averle detto
di prendere gli asciugamani puliti, non di disturbare la nostra Sonia
che per di più è in pausa pranzo!»
Mirco tace, la Sonia si volta per aprire un armadietto. Eva gli fa
dei segni, guizza con gli occhi da tutte le parti.
La Sonia allunga a Eva una pila di asciugamani puliti.
«Ah, ma potevi dirmelo che volevi gli asciugamani, te li davo,
eh! Chiedi e ti sarà dato, tutto ciò che vuoi …» Guarda Eva,
apprezza davvero i suoi criteri di selezione. «Ma non si preoccupi,
signorina, che è sempre un piacere …»
«Grazie, Sonia, mi scusi, ma è in prova.» Si avvicina, e schiaffa
tra le braccia di Mirco la pila di stoffe spumose.
«Eva, cosa …»
«Esigo rispetto dai miei dipendenti, e …»
«Devi darle del lei.» La Sonia fa un occhiolino un po’ storto, ben
attenta a non farsi vedere dalla Tedesca. «Aspetti, signorina, se ci dà
dieci minuti da soli gli spiego tutto in dialetto, magari non ha capito
…»
«Non andiamo bene, esigo velocità e precisione, e che si
capisca l’italiano. Non che si stia a bighellonare sotto le mie
dipendenze! Li porti nelle camere, per piacere, dopo di che per
quanto mi riguarda può andare a casa.»
«Mi scusi se mi permetto, ma da donna a donna, sarebbe
proprio un peccato …»
«Sonia, non è affar suo.»
Sfiga, ecco, se lo diceva.
Eva si avvicina alla porta, stende un braccio: «Prego.»
Lui le passa davanti, la aspetta nel corridoio, qualche metro
prima della porta sul retro. Lei si avvicina: «Non potevo rischiare, ti
porto il completo stasera quan …» Gli asciugamani le arrivano dritti
sulla pancia, quando meno se lo aspetta, con la pressione di massi
che cadono dal cielo. Un po’ di caffè le si rovescia sulla mano.
«Complimenti per l’improvvisazione, Baumann!»
«Ti ho tenuto il caffè.» Lui prende la tazzina, lo butta giù come
fosse un chupito. Le dà un bacio nascosto, fugace, apre la porticina.
«Dovresti pensare di fare l’attrice.»
Mirco sguscia nella luce del giorno, Eva chiude la porta
appoggiandocisi.
CAPITOLO 18

M anfredi della Gherardesca scioglie il nodo della cravatta, la


appoggia sullo schienale della sedia di fianco alla specchiera
datata fine Ottocento. I ghirigori dall’oro sfacciato si sciolgono in un
nero d’ebano, mentre nella lastra riflettente la figura ha contorni
annebbiati.
Manfredi sistema i capelli e accarezza lo specchio. Distende gli
zigomi, e come un assetato si beve l’anima di quel pezzo di legno.
Un atrio buio, un folle che scriveva sullo spartito. Al lume di una
lampada a olio, riscaldato da una bottiglia di liquore.
Di ogni pezzo d’arredo lui sente l’essenza, la rievoca, come un
medium richiama a sé i fantasmi. Ne vede l’aura, lui solo, ed è nera,
come quel suonatore squattrinato che di notte divorava prostitute e
ispirazioni, fino all’ultimo barlume di incoscienza. Per questo ha
tenuto lo specchio per sé, per osservarsi nel silenzio, per ascoltarlo.
Ci scava dentro, con inquietudine, e il ritratto con le linee corrose lo
guarda.
Stasera si vestirà di grigio, pallido come le nubi da neve nel
momento prima che cali l’oscurità.
Eva sarà alla serata per l’apertura della stagione alberghiera,
alle otto, lui altrove, tutto secondo i piani. Stende le labbra, china la
testa e guarda se stesso, scontornato e ingrigito nel vetro: un
moderno Dorian Gray che osserva il quadro della sua anima, e nella
decadenza degli squarci, se ne innamora.
Apre la valigia posata sul pavimento, ne estrae un sacchetto di
stoffa rossa. Lo schiude e lo appoggia sul comodino: uno scrigno di
legno scuro con un coperchio intagliato e un cassettino. Si sdraia sul
letto, il soffitto gli si specchia negli occhi come una verità nascosta.
Eva entra in camera, attraversa l’atrio, gli si siede accanto e lo
bacia con cura. Lui le fa spazio, e anche lei si adagia sullo schienale
del letto con il braccio di lui come cuscino. Le posa un bacio sulla
fronte.
«Allora hai regalato il tablet alla signora Lanzoni?»
«La conosci?»
Lui ride, sommesso, giusto un accenno tra le labbra. «Veniva a
vedere cosa facevamo, durante i lavori.»
«È … interessata, diciamo … Comunque credo non sappia
minimamente cosa sia un tablet.»
«Ma piuttosto che lasciarlo a Gualtiero …»
«No, è solo che …»
La interrompe con un bacio, con quella mano che il collo di lei
non sentiva da tanto tempo. Quel collo che, solo ora, si rende conto
di essersi sentito scoperto: indifeso, abbandonato sotto la chioma
biondo platino, come un eremita nella grotta. E la nostalgia le si infila
in bocca, insieme alla lingua di lui.
Si stacca, la guarda. «Sì, è vero, piuttosto che lasciarlo a
Gualtiero l’ho dato a una vecchietta mezza pazza.» Quella frase le
suona nelle orecchie come una canzone dimenticata che torna alla
radio: porta con sé la consapevolezza che sì, lui riesce a vederla più
di quanto si veda da sola. E sì, che forse si è sentita persa. Sorride,
gli posa un piccolo bacio sulla guancia. «E poi comunque lei mi sta
aiutando con le ricette …»
«Gualtiero mi ha scritto un messaggio a tal proposito. È
furioso.»
Lei sogghigna. «Fammi leggere il messaggio»
«È solo uno sfogo senza senso, a cui ho risposto che invece è
un’idea geniale e che sei tu il capo.» Le accarezza una guancia.
«Piccola, perché vuoi discutere? Mi sei mancata troppo per
sprecare il pomeriggio a parlare di quel pallone gonfiato.»
«In tutti i sensi …»
Manfredi ridacchia: «Crudele, Eva. Forse per questo ti amo.»
Poi le posa un bacio sulla mano, accarezza con le labbra quelle dita
minute: «Allora, hai tradotto tutte le ricette? »
«Sì, tutte. Vorrei chiederti una cosa … Tu credi alla magia?»
Lui si acciglia: «Perché?»
«Ho trovato altre cose nel diario: usi delle erbe, diciamo …
Particolari … C’è anche un filtro d’amore …»
L’ironia di Manfredi la sbeffeggia: «E hai intenzione di usarlo?»
Lei ridacchia: «Puoi dormire sonni tranquilli, mi manca un
ingrediente … Non riesco a tradurlo.»
Manfredi sospira e Eva torna seria, pensare a quel dettaglio le
dà la sensazione di lasciare qualcosa in sospeso.
«Rimembransa … So solo che vuol dire ricordo, ma non che
pianta è …»
«Eva, davvero, sono solo favolette. Non occupare la mente,
devi essere vigile.»
«Ma, sai … La signora Ni … Lanzoni, mi ha fatto le carte e …»
Immediatamente si rende conto che lui non la sta prendendo sul
serio, vorrebbe spiegare: la farfalla dorata, i turbinii di eventi strani,
la predizione della gita in barca. Ma non si sente capita, si sente
derisa, e vorrebbe solo andarsene.
«Piccola, davvero, capisco che pensare all’inaugurazione sia
stressante, ma queste sono solo suggestioni, non dovresti perderci
tempo. Hai Villa von Holstein da aprire. Non sei una ragazzina che si
interroga su come fare una pozione, tu sei un’imprenditrice:
razionale, concreta. Dov’è finita quella donna?»
La stessa domanda che la tormenta da giorni. Lei continua a
guardare il soffitto, e si dice che anche se quell’oro e quel nero
insieme stanno benissimo, forse sono più distanti di quanto
sembrino. Forse ormai troppo distanti.
Manfredi si avvicina al suo orecchio, sussurra: «Forse la
rimembransa non è un’erba, forse è solo ciò che dice di essere.» Si
avvicina, di più: «Non scervellarti, forse l’ingrediente per l’amore è
semplicemente il ricordo.» Lei si ammorbidisce, appoggia la mano
su quella di Manfredi, ancora sopra la sua guancia. La ripercorre con
piccole carezze, segue le dita sottili. Lui la bacia, ancora, in una scia
di piccoli tocchi che si poggiano sulle labbra, sulle guance, sulla
mano. Uno sfiorarla a singhiozzi, con una bocca che ha dimenticato
la bramosia per fare spazio alla tenerezza.
La voce di Manfredi le si lega attorno al collo come un leggero
collier di perle:
«Stiamo a letto, ti va? Non sto troppo bene.»
«Cos’hai?»
«Nulla, Eva, credo di aver preso uno strappo alla schiena.»
Lei gli si avvicina all’orecchio: «Vuoi che ti faccia un
massaggio?»
«No, piccola. Voglio solo stare con te e sentire cosa mi sono
perso … »
Le accarezza la guancia, la sistema sul suo petto, le sposta i
capelli. C’è qualcosa di già sentito, in quel gesto, profuma di
qualcosa di antico che ritrovi sul fondo dell’armadio. Un ricordo
confortevole, da cui non si è mai staccata, e ora è solido nel letto di
fianco a lei.
«So che stasera sei impegnata …»
«Sì, ma posso disdire, se non stai bene …»
«Non è necessario, Eva. Non presentarti sarebbe una pessima
idea …»
Le posa un bacio dove l’orecchio si attacca alla guancia.
Rimane lì, con le labbra sulla pelle di Eva che profuma di crema. Lei
una principessa ammutolita dal sonno, lui il cuscino di velluto rosso.
Non può fare altro che lasciarla dormire, sorreggerle la testa nel
torpore di un sonno che è una bugia. Mentre lei sogna ,lui rimarrà
vigile, nella realtà dove il vento lancia ciottoli sulla bara di cristallo.
La stessa notte, due luoghi diversi. In villa sono arrivati due inviti:
due eventi sociali la stessa sera indirizzati alla signorina Baumann,
ma uno l’ha buttato lui stesso, prima ancora che le venisse
consegnato. Per proteggerla, affinché niente e nessuno possa
infrangere il cristallo che li separa dal mondo, affinché nessuno
possa irrompere nel loro universo.
«… E poi, ti ho già comprato il vestito …»
Lei alza il capo.
«Dov’è?»
«In lavanderia, in valigia si è spiegazzato.»
«Descrivimelo.»
«No.»
«Manfredi …»
«E poi, domani, spero tu possa prendere un giorno di pausa
…»
«Sai che non posso.»
«Immagino che tu voglia provare le tue terme, domani saranno
pronte per l’uso …»
«Julie si è dimenticata di dirmelo.»
«Colpa mia.» Lui sta ghignando, ripercorre la spalla di lei con le
dita, un girotondo di brividi caldi. «Le ho chiesto io di non dirtelo, e
ho chiesto anche di tenerti libero il pomeriggio per i test.»
Lei gli bacia una guancia, parla vicino alla pelle, quasi
sfiorandola: «Vuoi usarmi come cavia?»
«Ma mi assicurerò che vengano rispettate le norme di
sicurezza.»
«Bene, se è così, mi procurerò un costume.»
«Non ti servirà un costume.»
Lei gli posa un piccolo morso sul labbro, poi gli scompiglia i
capelli, e torna ad accoccolarsi sul suo petto. Prende il telefono di
servizio, Manfredi le blocca la mano.
«Cosa fai?»
«Chiedo di vedere il vestito.»
Sorride. «E mi abbandoni per un vestito?»
«No, lo faccio portare qui …»
«Mentre siamo insieme?»
«Un vecchio saggio mi ha detto che tanto avranno sempre
qualcosa di cui parlare …» Lancia un’occhiata a Manfredi, e non sa
dire se è fiero di essere stato citato, o se è pentito. «Tanto vale che
parlino di te, ti piace stare al centro dell’attenzione.» Afferra il
telefono, lo china sotto l’orecchio: «Vuoi anche una tisana? Un
antidolorifico?»
«Ho già tutto quello che mi serve». Allunga un braccio, la riporta
con delicatezza sul suo petto, la adagia come fosse una statuetta di
vetro. Prende il telefono, lo getta sull’altro comodino, dal suo lato.
«Lascia stare, è una sorpresa.»
«Dimmi almeno il colore!»
Lui le poggia l’indice sulla bocca, liscia le labbra contratte:
«No.»
«Odio le sorprese.»
Le sibila nell’orecchio, in un sussurro che si appende al lobo
come un orecchino di diamanti: «Non è vero, lo sai. Chiudi gli
occhi.»
Eva ubbidisce, si sdraia. Sente la presenza di lui distaccarsi
piano, i piedi che si appoggiano a terra. E poi passi leggeri sul
parquet, uno scricchiolio di legno alla sua destra. «Non aprirli fino a
che non lo dico io.»
Annuisce, immersa nel suo buio personale. Sente lo scattare di
un ingranaggio e Manfredi che torna a sedersi accanto a lei. Un
attimo di silenzio e l’odore di legno ricoperto di vernice le gioca sul
viso. Vede un sipario chiuso. Si apre al ritmo delle prime note che si
spandono attorno a lei, profonde e insicure, come passi di uno
sventurato nel buio. Con il tintinnio di note acute, un salendo di suoni
che sembrano colpetti lievi sul cristallo, la Danza della Fata Confetto
di Tchaikovsky la prende per mano, e con il suo profumo di zenzero
e cannella la conduce in un passato speziato. Ricorda …

8 dicembre 2006, il giorno dopo la festa di Marco e Valerie.


Manfredi che le portava la colazione a letto. Tre brioche sul
vassoio: una per lui, una per lei, e una per quella piccola
noce che tra nove mesi avrebbero chiamato figlio. Manfredi
che le accarezzava i capelli, che le baciava la pancia, che
sussurrava all’ombelico che ha comprato l’albero di Natale
per addobbarlo insieme. Lei, a cui quella festività è
indifferente, e lui che dice che dovranno farsela piacere,
che non si nega a un bambino quella magia. E dice che
dovevano solo ricordare perché, quando erano piccoli,
aspettavano quella notte tutto l’anno e probabilmente il loro
amore era nato lì, quando avevano desiderato una vita
fantastica, e allora qualcosa li aveva fatti piombare l’uno
nella vita dell’altro.
La musica le sibila nell’orecchio e Eva immagina una
ragazza in tutù. Il salendo di note acute, sottili come aghi di
un pino e sorprendenti come i canditi d’arancia, si dilata; e
la scala su cui la ballerina appoggia le punte svela altri
gradini, si allunga. Più veloce, Eva la segue, e Manfredi,
ora, le sta stringendo la mano. Con un tremore di flauti il
passato la richiama, e Eva può vederli aprire l’albero.
Decorarlo con stelle a otto punte bianche, sottili, brillanti.
Può vederli srotolare i fili di per annodare i fiocchi ai rami,
appendere le stecche di cannella. Stringe la mano di
Manfredi e, ancora con gli occhi chiusi, si cosparge le
palpebre di ricordi inafferrabili come i fiocchi di neve che in
quella giornata cadevano su Genova. E loro, sul balcone,
con la coperta in spalla a sistemare le lucine. E lui che le
accendeva, e lo scintillio argenteo che schioccava baci al
cielo.
Si concentra di nuovo sulla melodia e il salendo di
tintinnii prende una piega cupa, sembra una goccia che si
trascina nell’acqua, fa i cerchi, e poi risale, di nuovo, come
tante piccole campanelle. E la ballerina è tornata: la vede
sul palco, e loro due sui balconcini, con la volta di vetro
che il lampadario della Scala di Milano spargeva sulle loro
teste. Ricorda che a lei sembrava neve, quel 18 dicembre,
nel pellicciotto bianco adagiato sulle spalle, l’orchestra che
cullava gli strumenti, e la voce di lui a sussurrarle se
iniziava a ricordarla, la magia del Natale. Se riusciva a
sentirlo, che tutto poteva accadere. E lei che annuiva, con
la storia dello Schiaccianoci sul bugiardino, il binocolo sugli
occhi, e la mano di Manfredi sempre più salda sul vestito
rosso di seta. E ricorda che i ballerini sembravano neve,
nel loro bianco che spruzzava il buio, nei loro movimenti
che sembravano affidarsi a un vento leggero come una
carezza, e vorticavano tra il nero e le luci calde sotto il
palco, come candele. Plié.
E lei e Manfredi tornavano in albergo, passavano vicino
l’enorme albero del duomo, e lì sotto Manfredi, in
ginocchio, le dava un regalo. E lei camminava tra gli archi
illuminati a festa, tra i bagliori bianchi, tenendo il cofanetto
stretto sotto il pellicciotto. E in camera lo apriva: quel
vecchio carillon di legno scuro, che dentro c’era una
ballerina d’avorio bianca, con i piedi incrociati e il braccio
teso che roteava sulla superficie lucida. E quella melodia.
E il bigliettino: così se la sarebbero ricordati per sempre, la
magia, ed avrebbero potuto insegnarla al loro
piccolo amore.
«Eva, apri gli occhi.» La sua voce le striscia nell’orecchio e solo
in quel momento realizza che la melodia è finita. Apre gli occhi ed è
di nuovo lì: nel presente, mentre lui bacia una lacrima silenziosa che
le percorre la guancia. La stringe, come se con quella stretta
potesse inglobarla nel petto, tenersela lì fino alla morte, senza
separarsi mai più. Il carillon è sul letto, di fianco a lei, aperto, con la
ballerina bianca in posa. Eva lo prende, lo chiude, lo stringe tra i loro
corpi come il bambino che non hanno mai visto. Il ricordo è vivido,
nei loro occhi, e Manfredi la tiene lì, la blocca, come se con le mani
potesse fermare quel sussulto di un pianto silenzioso. Le alza il
mento, le sistema i capelli dietro le orecchie. «Il vestito è rosso,
come quello …»
La voce gli si strozza in gola, anche a lei: ma la supplica ed
esce in un rantolo frammentato. «Sì, ricordo. Sarà perfetto.»

3 Aprile 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
scrivo mentre attendo il dottor Mazzini per la visita delle
16.00. Ho qui con me la torta di riso che mi ha portato
Maria (riporto più sotto la ricetta), ma non sono riuscita a
mandarne giù che un misero boccone. Non so
spiegarmelo: sento nell’aria una vibrazione sconcertante,
come un avvertimento. Un’atmosfera di preparazione,
come se si stessero mettendo in moto forze invisibili volte
a uno scopo che ancora non mi è chiaro. Non mi resta che
attendere che si manifestino, e scrivere nel frattempo per
calmare i miei nervi. Questa mattina ho rivisto la ragazza
che chiedeva consiglio a Maria: mi è sembrata più distesa,
più rosea addirittura, e mi ha salutata con più entusiasmo
che mai. Che il filtro d’amore abbia funzionato? Se così
fosse, non posso che gioire insieme a lei!
Quanto ti cambia l’amore! E in meglio.
Ora non temo più gli specchi, non mi disgusta più il mio
riflesso emaciato. Ho ripreso peso, e mi sento più sana.
Che medicina, che pozione meravigliosa! Non vedo l’ora
che sia qui!

Torta di riso:

• Far cuocere il riso nel latte con qualche scorza di


limone
• Sbattere insieme uova e zucchero, aggiungere altro
latte il composto di riso e due cucchiai di liquore
• Versare in una teglia, e lasciare in forno per un’ora

Solo poche righe prima di coricarmi, sono talmente


stremata da non poter reggere la penna, e talmente mi
tremano le mani …! Ancora, ancora adesso …!
Lui è venuto. Mi ha visitato, abbiamo avuto la solita
chiacchierata. E credimi, credimi, caro diario, era più
affascinante che mai, con la barba ordinata e il profumo di
colonia che emanavano i suoi vestiti … Mi parlava con la
tranquillità di un amico di vecchia data, premuroso come
un confidente, attento come un maestro: e mi ascoltava, e
sapevo, sapevo che anche lui pensava al nostro ultimo
incontro! Sapevo che ricordava le mie labbra sulle sue, le
sue mani fra i miei capelli, e fra noi l’aroma inebriante delle
rose …! A un tratto l’emozione ha avuto la meglio, e sono
ammutolita, abbassando lo sguardo. Lui ha capito, si è
alzato e si è avvicinato alla mia sedia: poi si è
inginocchiato e, guardandomi negli occhi, mi ha preso le
mani. Quanto ardore nelle sue pupille! Quanta gentilezza
nel suo tocco, che stringeva a sé le mie fragili dita!
E la sua voce, la sua voce profonda, che mi confessava
il suo cuore, proprio lì, ai miei piedi!
Mi ama! Egli mi ama!
Le lacrime sono sgorgate da me senza freno, mentre lui
stringeva a sé le mie mani e le ricopriva di baci. E io che
potevo fare, se non implorarlo di non abbandonarmi mai
più e prolungare all’infinito quell’istante così perfetto?
Da quel momento tutto si è fatto più confuso, un turbinio
di sospiri ed estasi che non saprei raccontare a parole. Ha
sollevato le mie gonne, per baciarmi le gambe e
carezzarmi come nessuno ha mai fatto prima d’ora: e poi
mi ha presa fra le braccia, e … Mi ha amata, così
fortemente mi ha amata! Credevo sarei morta, sotto il
fuoco dei suoi baci e delle sue mani!
Ha promesso che tornerà, che mi renderà sua di fronte
al mondo: e mi ha donato un anello in pegno, da
conservare fino ad allora. L’ho appeso sulla testiera del
letto, accanto al mazzolino ormai secco di erba rissa: è lì,
che attende come una promessa dorata.
Ah, caro diario! Sono esausta, svuotata, e così
follemente felice!
A che servono i filtri d’amore, quando le anime si
riconoscono, si desiderano e, contro ogni cosa, si
prendono? Cosa possono la scienza, e anche la magia,
quando due cuori si amano così tanto?

Appeso al muro color guscio d’uovo, sotto al numero 33 blu scuro,


c’è solo un nome accanto al citofono: “Cozzani.” Sette lettere,
lapidarie come un marchio a fuoco. Come se in tutto l’edificio non ci
fossero che loro. Non avrai altro cognome all’infuori di me.
Eva preme il dito sul campanello, per la terza volta, e sottolinea
la cosa con uno sbuffo più sonoro dei precedenti. Ha la chioma
costretta in uno chignon alto, ogni capello sistemato al millimetro, e
sulla fronte solo una sottile ruga d’irritazione.
Vorrebbe cancellarsela di dosso, come è riuscita a nascondere
le lacrime con il correttore e il mascara; lacrime di bambina, figlie di
una gioia troppo a lungo costretta al silenzio.
Scuote la testa, sbircia in aria, verso il terrazzino che si sporge
dal secondo piano. La ringhiera ha la vernice scrostata, sostiene
vasi pieni che hanno tutta l’aria di contenere terra vecchia e radici
seccate.
Eva sistema meglio la borsa per abiti, la incastra fra la spalla
nuda e le scapole. È talmente ingombrante da chiedersi se,
all’interno, non ci sia qualcosa in più di un completo e un paio di
scarpe. Un groppo alla gola, forse, un sasso più pesante del
previsto, di quelli che non si riesce a calciare lontano dalla propria
strada. Ma lei i sassi non li calcia. Mai rischierebbe di rovinare i
sandali d’oro pallido che porta sotto l’orlo dell’abito scarlatto. No, lei i
sassi li scansa. E se capita, ci sale sopra: e diventa più alta, e riesce
a vedere più lontano di chiunque altro.
«Oh, sei te.»
Eva alza ancora il viso verso il terrazzino, al suono di quella
voce screanzata. Mirco ha una mano appoggiata alla ringhiera, e la
guarda dall’alto del suo petto gocciolante e del misero asciugamano
che gli cinge i fianchi. La sua pelle pare brillare, immersa nella luce
liquida che dal mare si spande verso le case affacciate sul porto. Se
ne sta lì, incurante dei passanti e dei turisti che scorrono nei vicoli: e
si gode l’inizio lento del tramonto, e lo sguardo imbronciato di Eva.
«Be’? Che fai lì?»
«Secondo te?» Eva scuote la borsa nera, con il braccio
dolorante. «Hai intenzione di aprire prima di notte?»
«Guarda che è aperto.»
Lei lancia un’occhiata dietro di sé, verso i portici animati e la
strada, poco più in là. Stenta a credere che si possa considerare
così sicuro lasciare la porta di casa aperta, perfino in un paesino
piccolo come Lerici. Forse è solo l’arroganza del padrone di casa:
l’ennesima prova di come si senta su un trono, al di sopra di ogni
pericolo, dominatore incontrastato del suo regno. Dev’essere così,
decide Eva mentre spinge la porta d’ingresso con la mano libera. È
solo presunzione. Entra nell’androne in penombra, fresco come una
grotta in pieno giorno. Il suo sguardo corre a destra e a sinistra,
lungo le pareti spoglie e interrotte soltanto da due porte di legno
verde scuro: finché si posa affranto su una rampa di scale, che sale
stretta e lucida in un trionfo di marmo e gradini ripidi. I tacchi di Eva
rimbombano nell’androne, rimbalzano amplificati sulle pareti
intonacate.
«Cos’hai lì dentro, il cadavere dei tuoi nemici?»
Mirco è comparso in cima alle scale, ha aggiunto un paio di
infradito al suo outfit casalingo. Eva ticchetta verso di lui, poggia il
piede destro sul primo gradino e aspetta che sia a portata di braccio.
«Potrebbe essere.» Gli scarica in mano la borsa, sbrigativa.
«Muoviti, ti aspetto al taxi. È in fondo alla strada.»
«Ma che taxi.»
Mirco sistema la borsa sulla spalla, i muscoli sottopelle che si
contraggono: è quasi imbarazzante come, a ogni movimento, il suo
corpo pare volersi mettere al centro della scena; e lei si costringe a
guardare altrove, nello spazio fra il suo naso e il labbro superiore.
«Vieni su mentre mi vesto.»
«Mirco non è il caso, non voglio disturbare …»
«Ma che disturbo.»
Prende a salire le scale, le fa cenno di seguirlo con la mano
libera. Eva ingoia un sospiro insofferente, pianta gli occhi sulla spina
dorsale di Mirco che, davanti a lei, ondeggia lenta nella penombra
come un serpente a sonagli.
«L’unica cosa …» In cima alle scale, lui imbocca un corridoio,
dove le pareti bianche incontrano un pavimento a scacchi. «Quando
entri in casa parla piano. La mamma dorme.» Svolta a sinistra, uno
stretto pianerottolo li accoglie: è illuminato da una finestra dai vetri
spessi, che una mano pietosa ha ornato con un vaso di piante
grasse. Eva lancia un’occhiata verso quella manciata di fogliame
verdastro: sono avvizzite, come se qualcuno si fosse dimenticato da
tempo di innaffiarle.
«Te l’ho detto, non voglio dare fastidio …»
«Ma smètela.»
Mirco tiene aperta la porta in fondo al pianerottolo, le fa segno
con il capo di entrare. Dall’interno dell’appartamento esala uno
strano odore, una miscela improbabile di cibo per gatti e lavanda.
Eva supera Mirco, con ostinazione evita di incrociare il suo sguardo
o anche solo sfiorare la sua pelle nuda.
«Vai, vai tranquilla.»
Davanti ai suoi occhi, una piccola stanza quadrata è rischiarata
da una porta finestra, sulla sinistra. Al centro troneggia un tavolo
coperto da una tovaglia bianca, e tre sedie lo circondano, accostate
al legno scuro: tutte tranne una, abbandonata vicino al lavello e al
frigorifero. Eva si guarda intorno con una smorfia impercettibile,
all’angolo della bocca. Mirco sembra così fuori posto, lì dentro: come
se fosse cresciuto troppo in fretta fra muri che non hanno saputo
stargli dietro. Lo tiene d’occhio, un gigante in una casetta per
bambini: sproporzionato rispetto a sedie che sposta con mani troppo
grandi, lentamente, per non far rumore.
«Vieni, siediti. Vuoi qualcosa?»
Posa la borsa sul tavolo, si volta verso Eva che, nel sedersi,
solleva leggermente l’orlo del vestito. «Solo un po’ d’acqua, grazie.»
Mirco mugugna un sì, con un passo è già accanto al frigorifero.
Le pareti gli si stringono addosso, gli depositano sulle spalle tornite
la luce ambrata che filtra fra le tende bianche. Eva tamburella le
unghie sul tavolo: ma smette immediatamente, non appena incrocia
lo sguardo di lui che le porge un bicchiere colmo d’acqua. Ringrazia
sottovoce, e dopo il primo sorso torna a guardarlo. È poggiato al
bordo del tavolo, una gamba a cavalcioni del ripiano e
l’asciugamano che si drappeggia con arroganza fra le cosce. Ha le
braccia conserte, e i suoi occhi paiono volerla misurare, un
centimetro alla volta. Scorrono sulle sue braccia nude, sullo scollo
profondo dell’abito e sulla stoffa leggera che tutto lascia indovinare,
senza svelare nulla. La scruta, con un’aspra espressione nelle
pupille, alla ricerca della soluzione del suo ultimo enigma.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«E allora perché mi guardi così?»
Un altro sorso. «Sei ancora arrabbiato per stamattina?»
Lui scuote la testa, si schiarisce la gola.
«No. Niente.» Si porta una mano alle labbra, mentre continua la
sua severa ispezione. Indugia sul profilo delle sue gambe e sulle
caviglie sottili fasciate dai sandali: e si morde appena il dorso della
mano, prima di portarla sotto al mento e appoggiarvisi sopra. «Sei
bella.»
«Cosa?»
«Sei bella, Baumann.»
Eva sbatte rapidamente le palpebre, sente il vetro del bicchiere
stridere sotto ai denti. Si aggrappa a quella durezza, alla lieve fitta
che le attraversa i molari.
Come se fosse la misura dell’espiazione, per aver infranto la
prima, sacra regola del grande Hermann Baumann. Mai farsi
coinvolgere, se lo ripete come un mantra. «Grazie.»
«E di che.»
Quando ha finito di bere, lui le prende il bicchiere di mano. E
mentre ancora la guarda, passa il pollice sul segno scarlatto del
rossetto, distrattamente, fino a renderlo una macchia sbavata. «Mi
hai portato i vestiti, eh?»
Posa il bicchiere sul tavolo, si volta per aprire la cerniera della
borsa per abiti. Offre a Eva la visione completa del suo fianco,
un’unica colata di bronzo fuso interrotta soltanto dal candore
dell’asciugamano.
«Dovrei aver azzeccato le taglie.»
«Dovresti?» Tira fuori le scarpe. «Scommetto che mi hai preso
le misure mentre dormivo.» Le tiene sollevate come se fossero un
cucciolo di un animale sconosciuto: le ispeziona, passa le dita sulle
cuciture quasi invisibili e sulla punta squadrata. «Ti piacciono?»
«Sono troppo.»
Eva si raddrizza contro lo schienale, accavalla le gambe con
uno scatto. «Come sarebbe a dire?»
«Non sono in grado di portarle.»
«Non essere ridicolo.» Mirco si volta, e lei abbassa lo sguardo.
Si è accorta troppo tardi di aver pronunciato quelle tre parole con un
timbro troppo acuto, con il cipiglio di una diva abituata a sentirsi dire
soltanto sì e prego. Per un istante è come se avesse evocato sua
madre, in quella cucina già abbastanza piccola. «Ti staranno
benissimo.»
«Lo credi davvero?» Mirco ispeziona la borsa, carezza la stoffa
fresca della camicia.
«Certo.»
Ancora una volta si gira a guardarla, le sfiora il viso con i suoi
occhi di smeraldo. E sorride, schiude le labbra in una silenziosa
amnistia. Eva, contro lo schienale, avverte qualcosa sciogliersi nei
nervi in tensione: c’è gratitudine, in quegli occhi selvatici.
«Allora vado a cambiarmi. Mi aspetti qui?»
Annuisce, accavalla l’altra gamba, lentamente. Avverte gli occhi
di lui seguire il movimento, come una colata di lava che le scorre
sulla pelle nuda della caviglia, e risale verso le cosce. Mirco si alza
in piedi, si mette la borsa su una spalla. La guarda dritta negli occhi.
Lei lo sfida con il suo gelo, con il taglio severo del mento. «Sì.
Fai presto, per piacere.»
Lui annuisce e interrompe il contatto, uscendo dalla stanza.
Eva si lascia sfuggire un sospiro, appoggia il gomito sul tavolo:
solo adesso si rende conto di aver trattenuto il respiro per tutto il
tempo. Ora che Mirco se n’è andato, e dalla parete alla sua destra
sente provenire lo scroscio di un lavandino aperto, le sembra che
qualcosa si sia spezzato: come un elastico teso fra loro, che una
mano invisibile ha reciso con un paio di forbici.
Un altro sospiro, alza lo sguardo davanti a sé. Dalla sua sedia,
riesce a scorgere alcune fotografie attaccate al frigorifero con dei
magneti a forma di conchiglia. Si alza lentamente, fa attenzione a
non fare nemmeno uno scricchiolio. Si avvicina, incontra il sorriso di
un bambino in piedi su uno scoglio. Guarda meglio: retino in mano,
capelli neri e arruffati, gli manca un dente davanti. Cambia fotografia:
il bambino è più piccolo, ha pochi mesi e gli stessi capelli, e sta in
braccio a un uomo coi baffi e un cappello da marinaio. Lo guarda
con occhi spalancati, mentre l’uomo sorride verso di lui, e non si
cura dell’obbiettivo. C’è la foto di un gatto, una palla di pelo tricolore
sdraiata pancia all’aria, come fanno i cani. Ancora il bambino
arruffato, che solleva orgoglioso un remo spesso quanto il suo
braccio, e poi ancora il gatto, che gli cammina accanto sul molo …
«Lei deve essere Eva.»
Una voce roca, di donna, la prende alle spalle. Eva sobbalza,
col cuore in gola come se fosse stata scoperta in un luogo proibito.
Si volta verso la voce. Nel vano della porta dove è sparito Mirco, ora
c’è una figura sottile, avvolta in una candida camicia da notte. Lunghi
capelli scuri le avvolgono le spalle, e tiene fra le braccia lo stesso
gatto delle fotografie.
«Sì, sono io … Mi scusi se l’ho disturbata, non …»
La figura scuote la testa, le fa segno di lasciar perdere. Esce
dalla penombra, si avvicina a piccoli passi senza emettere il minimo
rumore. Da sotto la veste fanno capolino i piedi nudi. «Sono Dijana,
la mamma di Mirco.»
La donna posa a terra il gatto e porge a Eva una mano dalle
lunghe dita scheletriche. La prende, le pare di afferrare un fascio di
ramoscelli ricoperti di seta. «È un piacere conoscerla.» Cerca
qualcos’altro da dire, mentre la donna la guarda in silenzio. Ha gli
stessi occhi del figlio, la stessa aria da animale in gabbia: ma i suoi
sono contornati da occhiaie scure, incassati nelle orbite e sofferenti.
«Suo … suo figlio mi ha parlato di lei.»
Un sorrisetto incurva le labbra piene della donna, le disegna
una ruga d’espressione accanto al naso. «Ma davvero?» Lascia la
mano di Eva, le scocca l’occhiata di chi si diverte a smascherare le
bugie altrui e, per qualche talento naturale, ci riesce sempre. Va
verso il lavandino, apre uno sportello accanto al lavello. «Parla un
sacco, ultimamente. Parla anche di lei, sa?» Tintinnare di stoviglie.
Eva la studia, segue gli intrecci involontari dei capelli che le
scivolano fino al centro della schiena, come una rete di alghe
malate.
«Sì, ecco, vede, lavora per me, le avrà parlato della villa …»
«Mmm, sì, ascolti, mio figlio le ha offerto qualcosa?»
«Sì, un bicchier d’acqua, non …»
«La vuole una tisana?»
«Oh no, sto benissimo così.»
«Non faccia complimenti, se vuole gliela preparo.»
«No, davvero, grazie mille.»
A questo punto, Eva inizia a sospettare che siano tutti
imparentati. La Nicla, i Cozzani … Dev’esserci una spiegazione,
dietro questa smania di offrire tisane alla prima occasione.
«È davvero come me la immaginavo.»
Dijana si volta verso Eva, le scocca un altro dei suoi sorrisi
enigmatici. Vista di profilo, mette in risalto il mento sottile e la gobba
del naso romano. Ha la pelle pallida, quasi più della tedesca: ma è il
colorito malsano delle piante avvizzite, costrette a crescere al buio,
sotto le rocce.
«E come mi immaginava?»
«Oh, bellissima. Appariscente, sa, ma silenziosa.»
Il gatto si avvolge attorno alle sue caviglie, miagola
un’implorazione suadente mentre la donna toglie la tisana dal fuoco.
«Sì, somiglia a un gatto. Ma non come la mia Minni.» Rovescia
l’acqua calda in una tazza, e nella cucina si spande il profumo delle
erbe aromatiche. Afferra la tazza per il manico, e con la mano libera
prende in braccio la gatta come fosse un neonato. La bestiola si
acquatta nell’incavo del suo gomito, e punta su Eva il lampo
sospettoso dei suoi occhi arancioni. «Lei è un gatto di razza. Ha il
carattere di un Sacro di Birmania, non di un gattino da compagnia.»
Si siede al tavolo, con la gatta che le fa le fusa in grembo. Fa
un cenno alla bionda e la invita a prendere posto davanti a lei: Eva
esegue, si appoggia appena allo schienale. «È una veterinaria?»
«Ero. Ora non sarei in grado di curare nessuno.» Allunga
appena la tazza verso Eva, la guarda dritta negli occhi. «Živeli!»75 e
prende un sorso della sua tisana, incurante del vapore bollente.
Beve altri due sorsi e posa la tazza sul tavolo, punta il gomito
sul legno e appoggia il mento sul pugno chiuso. Osserva Eva e si
lascia osservare, senza scomporsi. Eva non ha mai visto un viso
come il suo, neppure in Italia: non riesce a dare un’età a quella pelle
quasi del tutto priva di rughe, ma tesa sugli zigomi e gonfia sotto gli
occhi. Sembra più giovane di suo marito, un corpo gracile che non è
riuscito a contenere un male troppo pesante. Ed è ancora bella, si
dice Eva, ma di una bellezza sciupata e messa in un cassetto.
Quella donna ha in sé la Bestia che vive anche in Mirco: ma vista
così, con il volto incorniciato da quella selva di capelli scuri, pare un
animale al quale hanno strappato le zanne, e che si trascina in
silenzio lungo le pareti della sua gabbia.
«Mi dica, come va alla villa? È tutto pronto per inaugurare?»
Eva si riscuote, si rende conto di averla fissata in silenzio molto
più a lungo di quanto sarebbe socialmente accettato. «Sì, ormai …
Direi di sì, siamo a cavallo.»
«Sarà emozionata, è il suo primo albergo, vero?»
«Sì, la mia prima struttura indipendente …»
«Dev’essere molto fiera di se stessa, è così giovane …»
«Onestamente, non credo d’esserlo molto più di lei, Dijana.»
La donna ridacchia, sottovoce, con la gatta che si stiracchia sul
suo grembo.
«Secondo lei quanti anni ho?»
Eva sbatte rapidamente le palpebre, si sorprende a pregare
mentalmente che Mirco sia già al punto in cui infila le scarpe e la
esorta a scappare da quell’impiccio. Dijana ridacchia ancora,
accosta la tazza alle labbra. «Ne ho quarantasei.» Finisce la tisana
con un lungo sorso. «Sorpresa?» Le lunghe ciglia, così folte da
sembrare finte, ombreggiano i suoi smeraldi divertiti. «È per Mirco,
eh? Lo so. L’ho avuto giovane.»
Si volta verso il frigorifero, i capelli che le scivolano sulle spalle
come la chioma di un’innocua Medusa. «Vent’anni, pensi un po’.
Una bambina. Mio marito, vede lì» e indica una foto sull’angolo
destro del frigorifero, un Bruno Cozzani con in mano un grongo
lungo almeno un metro e mezzo, «era più vecchio di me, sa. Il
doppio dei miei anni. Nato per fare lo scapolo, lui.»
Torna a guardare Eva, accarezza distrattamente il ventre lanoso
della gatta.
«Immagini che scandalo! La fantinèta foresta che si sposa un
vero Cozzani!» Ancora quel sorriso da tigre bastonata.
Eva ha già sentito quel termine fino alla nausea, affibbiato a
chiunque non venga da Lerici: che sia toscano, piemontese o
francese, poco importa. Sono tutti foresti, tutti stranieri. Anche lei,
soprattutto lei. «Mi scusi, foresta di dove?»
Dijana inclina la testa di lato. «Belgrado. Mi hanno adottata.»
Sposta la tazza alla sua sinistra, come per liberare lo spazio che la
divide dalla tedesca: toglie le barriere, la invita a entrare nel suo
recinto personale.
«E dunque Mirco le ha parlato di me.»
«Sì, in qualche occasione …»
«Il mio regalo più grande, lui.»
Si volta nuovamente verso il frigorifero, lo indica a Eva.
«Ha un caratteraccio, non lo dica a me! Ma è un tesoro.
Premuroso, sì.»
Un ricordo le aleggia sul viso, le getta fra le labbra carnose un
velo di sabbia dorata. «Sa come sono i bambini … A volte prendono
le meduse e le lasciano sulla spiaggia, così, a seccare. Lui si
arrabbiava tanto, uno scricciolo alto così! E arrivava fino alla Venere
Azzurra per ributtarle tutte in mare.»
Eva non riesce a vedere il lato umanitario di reimmettere
nell’ecosistema degli animali urticanti e potenzialmente pericolosi:
ma non dice nulla e si limita ad annuire. In fondo, l’idea di un Mirco
bambino che salva le meduse la diverte. «E scrive, lo sa? Cose
bellissime, mi creda … anche se è da tanto che non vado in camera
sua … E mi è stato tanto di conforto, sempre, anche quando …»
L’ala oscura di una vecchia ferita scaccia via la sabbia dorata,
la ricaccia in fondo agli angoli allungati dei suoi occhi: e Dijana porta
le mani in grembo, simili ad artigli che frugano, che tentano di
stringere qualcosa che non è mai esistita. Eva riconosce quel gesto.
L’ha ripetuto mille volte, senza pensarci, nei lunghi mesi in cui la vita
sulla Terra si rinnovava, e dentro di lei la voragine divorava il suo
cuore. Fa per dire qualcosa, ma la voce le muore in gola. Qualcosa
le impedisce di parlare, un laccio legato alla bocca dello stomaco.
Dijana scuote piano il capo, fissa i suoi occhi in quelli azzurri della
tedesca: e le dice che lei, di altre parole, non ha bisogno. E che
capisce, capisce ogni cosa: il vuoto, la voragine, e il groppo dentro la
trachea di Eva che si scioglie, e scivola via.
«Cosa la porta qui?»
«Ho portato un completo per suo figlio. Abbiamo un evento
importante …»
«All’Eco del Mare, giusto?»
«Sì, esatto.»
«Mi creda, anche se non lo dà a vedere, sarà felicissimo.»
«Lei dice?»
«Glielo chieda, ha sempre sognato di andarci!»
La gatta le salta giù dalle ginocchia, si avvia verso la porta con
la coda ritta come un piumino per la polvere: Dijana la guarda uscire
dalla cucina, e nasconde dietro una mano un sonoro sbadiglio. Eva
pensa al cellulare abbandonato in taxi insieme alla borsa, al tempo
che passa, al ritardo che stanno accumulando.
«Mi dispiace molto di averla svegliata.»
«Oh ma non stavo dormendo.» Si volta ancora verso Eva, posa
di nuovo il capo sulla mano. «Qualcosa mi ha detto che avrei fatto
bene ad alzarmi. Le erbe, forse. Sa, anche loro parlano un sacco.»
Rigira il dito sul bordo della tazza, ci sbircia dentro come a
interrogare le briciole verdi che sono rimaste sul fondo. «Questa qui
a Lerici la chiamano erba limonina. È la verbena, la conosce? E
l’èrbo gianco …»
Eva la interrompe: «… È la lavanda!» Ci mette più entusiasmo
di quanto avrebbe voluto, e la donna replica con un cenno.
«Bravissima! Ha imparato il dialetto?»
«Veramente l’ho letto in un vecchio diario, apparteneva a …
Senta, ma lei sa per caso cos’è la rimembransa? Non riesco a
venirne a capo …»
Dijana apre la bocca per rispondere, ma poi si gira, verso la
porta. Anche Eva guarda l’uscio vuoto, per qualche istante senza
capire: finché lo spazio viene riempito dalla figura imponente di
Mirco, fasciato nel suo impeccabile completo da sera.
La stoffa lo avvolge alla perfezione, sembra che un sarto
temerario abbia osato la titanica impresa di vestire un dio marino:
seta al posto della schiuma e degli alisei, e una giacca Armani al
posto della salsedine. Si è persino sistemato i capelli, domati in
morbide onde spettinate. Eva lo studia con apprensione, alla ricerca
di una cucitura pericolante o un bottone troppo tirato: ma non ne
trova nessuno. È perfetto, semplicemente perfetto.
Mirco ricambia il suo sguardo per un istante, ma i suoi occhi
scivolano presto altrove: si posano su sua madre, sul suo sorriso
stanco, e si allargano in due pozze incredule.
«Mamma, sei in piedi?»
Lei si alza dalla sua sedia, gli va incontro con le braccia tese.
«Fatti guardare!» Gli prende il viso tra le mani, gli accarezza i capelli
con lo stesso orgoglio dello scultore di fronte al suo più grande
capolavoro.
«Mamma, cosa ci fai in cucina?» Lui le afferra i polsi, lancia uno
sguardo frenetico verso il tavolo e la tazza. «Ti sei fatta da bere? Da
sola?!»
«Quanto sei bello, quanto sei bello dušo moja!»76
Mirco la abbraccia, la avvolge in una stretta che quasi la fa
scomparire: e le accarezza la schiena, la bacia fra i capelli, e ancora
la guarda come se fosse di fronte a un miracolo. E poi alza lo
sguardo su Eva, che è scivolata oltre il tavolo come un’apparizione
nel crepuscolo: e con un battito di ciglia le fa capire che
quell’abbraccio disperato, quel furibondo trionfo della vita, è un po’
anche per lei.

«Sono felice di averla conosciuta.»


Mirco fa le scale davanti a lei, una mano affondata nella tasca
dei pantaloni e l’altra che scivola sul corrimano. Eva gli sta dietro con
gran frastuono di tacchi, che rimbombano contro il soffitto arcuato.
Lui si volta a guardarla, si ferma a metà di un gradino per piantarle in
viso uno sguardo che non le ha mai dedicato prima: così simile a
quello di un leopardo cresciuto in cattività, che ha scoperto che, solo
muovendo un passo oltre le sbarre, lo attendono infinite praterie e un
mondo immerso nel verde e nell’oro.
«Tu non hai idea, no credimi, zero.» Aspetta che Eva faccia un
altro gradino, che sia al suo fianco, prima di ricominciare a scendere
le scale. «Sono anni che non usciva da sola dalla camera.»
«Ma non mangia?»
«Non fuori dal suo letto. E ha il bagno privato.»
Cammina con il viso lievemente levato verso il soffitto, come se
ancora non riuscisse a credere a ciò che è accaduto e stesse
chiedendo conferme a un cielo che ancora non vede.
«Di cosa soffre?»
«Depressione.»
Eva annuisce. Ancora quel laccio, ancora la voce che si perde
da qualche parte nel buio del suo corpo, delle sue viscere.
Raddrizza le spalle, controlla la postura e il modo in cui i suoi piedi si
posano a terra. Deve riprendere il controllo, ricordare a se stessa il
suo obbiettivo. Il suo qui e ora, come direbbe Manfredi.
«Non mi hai detto cosa te ne pare del vestito.» Mirco si ferma
nell’atrio, aspetta che Eva scenda l’ultimo gradino e possa
squadrarlo per bene. Lei lo accontenta, gli regala la sua occhiata più
analitica. Se vuole sentirsi sotto esame, peggio per lui. Rimane in
silenzio, le braccia conserte, mentre passa in rassegna a ogni
centimetro del suo corpo.
«Sistema meglio la cintura, la fibbia non è al centro.»
Mirco esegue, armeggia senza distogliere lo sguardo da lei.
«E il polsino destro è leggermente piegato.»
Eva continua il suo esame, lo controlla mentre si sistema dietro
le sue direttive. La sfida con gli occhi, adesso: tornato pienamente in
sé, non si sottrae a quel gioco del quale nemmeno lei riesce ad
afferrare pienamente le regole.
«Il colletto, e … Mirco, santo Cielo, la cravatta.»
«Cosa?»
«Il nodo. È tutto storto, va rifatto.»
Mirco scioglie la cravatta, la tiene in bilico penzolante su un
dito. «Mai messo cravatte. Mi dovrai insegnare.»
«Non ci credo.»
«Credici.»
Eva sbuffa, tende una mano con il palmo verso l’alto. Mirco fa
per darle la cravatta, ma all’ultimo secondo ha un ripensamento: e
prima che lei possa risentirsi, le stringe la mano e spinge Eva contro
al muro.
«Mirco …! Non è il moment …»
La preme contro la parete, le afferra entrambi i polsi con una
mano: e la bacia, violentemente, come se volesse sbranarla. Il laccio
nello stomaco è sciolto, la stringe al corpo di marmo di lui: e Eva
vorrebbe protestare, riportarlo al suo posto … Ma poi le sue mani,
che le stringono i polsi … E la sua bocca, che scende in baci
furibondi sul suo collo, e più giù, fra la scollatura … E il rombo del
sangue nelle sue orecchie, il frastuono dei maremoti che si
abbattono sulla costa e sulle barriere di cemento … Chiude gli occhi,
si morde il labbro inferiore per impedire ai suoi gemiti di sfuggirle. Lui
le scosta una spallina, rivela la candida curva del seno: e lo bacia, e
lo morde, mentre la sua mano solleva l’orlo del suo vestito. Le
afferra la coscia, la tira contro il bacino: Eva avverte la sua erezione
premerle addosso, la minaccia, esige la sua preda più ambita. Mirco
le stringe il fianco, le dita scivolano bramose verso il suo centro. «Mi
fai diventare pazzo, Eva.» La squarcia, la costringe a schiudersi con
un gemito subito soffocato. La tortura, si gode le sue pareti contratte
e gli occhi serrati di fronte al conquistatore: e poi toglie la mano,
l’indice e il medio bagnati e lucenti. «Non ce la facciamo a stare
lontani, eh?» Lei non risponde, il suo seno scoperto sussulta. Mirco
si china, stringe fra i denti la carne morbida. Sente la scarica elettrica
attraversare il suo corpo d’avorio, la avverte diramarsi in un
singhiozzo di piacere e dolore insieme. «Dillo che è vero.» Le sue
dita tornano fra le gambe di lei, trovano la via fra la pelle madida di
umori. «Dillo, porca troia!»
«Sì …! Sì, ah! … È vero …!»
Eva si lascia sfuggire la sua condanna, e lui sprofonda in lei con
un ringhio. Le bacia l’orecchio, morde come se cercasse l’aria fra la
sua pelle e i capelli sfatti. Ma lascia solo presagire un appetito più
forte, che li farà ardere entrambi: due fiaccole gemelle che imitano il
sole. E Eva già brucia, già si consuma, e ogni cellula del suo corpo è
tesa in un estremo, elettrico sentire: avverte il muro ruvido che le si
imprime nella schiena; il fiato torrido di lui; e le sue dita dentro di lei,
che le strappano i gemiti di un piacere disperato, dilaniato, implorato
… Eva inarca la schiena, spinge il bacino contro le dita di Mirco: lui
che scavalca gli argini, che travolge ogni controllo, che spazza via le
regole e persino i ricordi … Lo lascia fare, lascia che imprima in lei la
sua impronta: e con la bocca di lui incollata alla propria, si lascia
annientare ancora una volta.

Mirco, poggiato contro al sedile, distende le gambe con un


sospiro soddisfatto. Si passa le mani su petto, mentre il taxista si
arrampica su per la salita di via Matteotti a una velocità illegale in
metà del mondo civile.
«Dovresti mettere la cravatta, ti ricordo.»
Si volta verso Eva, che al suo fianco ritocca il rossetto
guardandosi nello specchietto microscopico di un portacipria.
Delinea le labbra, picchietta con un dito all’angolo della bocca per far
sparire una macchiolina inesistente: le riderebbe in faccia, ma
stranamente non ne ha alcuna voglia. Gli suscita uno strano istinto,
tutta rigida e impettita, con i capelli raccolti in un groviglio disordinato
e il trucco miracolosamente impeccabile: accarezzarle la nuca, e
dirle che andrà tutto bene. Che ciò che gli altri vedono, in fondo, non
è così importante. Che c’è vita, oltre gli abiti costosi e quell’auto, e la
sua gelida aria condizionata: e quella vita è in una cucina che si
prepara una tisana, è nella penombra di un pianerottolo ancora
pieno dell’eco del sesso.
«Mah.»
«Mah cosa?»
«Mi sa che resto così.»
Il suo proposito di non ridere si annienta, non appena Eva gli
pianta addosso un’occhiata mortale. «E non mi guardare così!»
Si sistema il colletto della camicia. «Tanto hai detto che faccio il
modello, no? Ci sta che un modello faccia un po’ quel che vuole, eh.
Tanto siamo troppo belli, no?» Le rivolge un sorrisetto strafottente.
Lei fa una smorfia, soppesa il sorriso di lui fra almeno dieci possibili
finali disastrosi.
«Come vuoi.» E chiude il portacipria con uno scatto. Lo infila
nella borsa, torna a guardare davanti a sé con l’aria di chi sta
andando al patibolo. Mirco allenta la sua cintura, scivola sul sedile
verso di lei. Eva gli rivolge una stilettata d’azzurro, quasi alza le mani
per ripararsi da un nuovo assalto.
«E sta’ calma, mica ti mangio.»
Gli occhi di Mirco si allacciano ai suoi, acqua torbida che sfida il
ghiaccio, mentre abbassa la voce in un sussurro: «A quello ci
penserò dopocena.» Allunga una mano, sembra volerle carezzare
una tempia: ma prende a toglierle le forcine che tengono in piedi lo
chignon di fortuna.
Eva gli schiaffeggia la mano. «Ma sei pazzo?! Stai fermo!»
«Ma tasi, che ti faccio un favore.»
Lei cerca di divincolarsi, ma il danno è fatto: i capelli le crollano
sulle spalle, come le sue difese nella penombra del numero 33. «Stai
fermo, o ti faccio scendere!» Mirco trattiene l’ennesima risata,
mentre Eva prende a cercare affannata il portacipria. «Guarda che
casino hai fatto!» Si controlla nello specchietto, pare volerlo gettare
contro al finestrino insieme alla borsa, a Mirco e a tutto il resto.
Invece, butta le sue cose sul sedile, accanto a Mirco, e si porta una
mano alla fronte. Sembra così stanca, a vederla così, con il profilo
delicato quasi nascosto dal velo dei capelli biondi.
«Eva, ti vuoi fidare di me ’na volta?»
Le solleva il viso con un dito, le accarezza la mandibola con il
pollice. Non ride più, mentre le pettina le ciocche con le mani: la
scriminatura sulla destra, la forcina appuntata dietro l’orecchio, i
capelli liberi che le accarezzano le spalle nude. Mirco rimira il suo
lavoro, prima di porgerle il portacipria aperto. «Guarda qui.»
Lei glielo strappa di mano, si getta a capofitto nella sua
contemplazione: e più si guarda e si passa le dita fra i capelli, più il
suo volto pare distendersi, e i suoi lineamenti si fanno più morbidi.
«Stai molto meglio così.»
Alza lo sguardo su di lui, si scioglie in un’occhiata carica di
speranza: «Sei sicuro? Non è poco professionale?»
Mirco scuote la testa, le accarezza il viso con il dorso della
mano. Sei al sicuro, Eva.
Anche con i capelli sciolti. «Sei bellissima.»
Lei accenna un sorriso. Lancia una rapida occhiata verso
l’autista, si assicura che non stia guardando: e poi, con un
movimento tremante, prende la mano di Mirco. La stringe piano, le
sue dita bianche scompaiono fra quelle forti di lui. Il ragazzo
ricambia la stretta, le carezza il dorso con il pollice. E sorride, di
fronte al lieve rossore che si sparge sulle guance di Eva, mentre le
pinete e le case a strapiombo sulla costa si lanciano in mare.
Un’unica, folle corsa verso la notte che avanza.

L’ultimo velo violetto del giorno è posato sul mare, avvolge le


rocce con i suoi vapori e si lancia verso l’orizzonte. Il sole è
scomparso: se lo immagina oltre le pareti della baia, oltre le ombre
simili ad animali degli scogli, infuocato nella sua culla sospesa tra
Portovenere e le isole. Sospirano le onde, con increspature sottili
come voci: quasi riesce a distinguere le loro parole. E sotto la
superficie, il canto multiforme degli animali marini: sardine, seppie,
ricci acuminati, e l’intera fauna della bassa costa che si prepara a
una lunga notte tormentosa. Strisciano sul fondale le stelle marine e
le piovre, e le murene voraci si acquattano fra le alghe e gli anemoni:
e la leccia, che muove lenta le pinne a mezz’acqua, controlla il suo
regno che ammutolisce e trema sotto la sua ombra nera …
«Mirco?»
Il ragazzo torna in sé, realizza di esser rimasto in silenzio a
guardare il mare senza quasi respirare. Eva gli ha messo un
bicchiere in mano, ma neanche la sensazione del vetro gelido è
riuscito a rianimarlo: solo la voce di lei, una nota chiara come una
lama di coltello in quegli abissi di tenebra. «Sì, no, scusa. Ci sono.»
Eva è alla sua destra, guarda il mare anche lei: una tela
macchiata di tutti i toni del blu e del nero, e un taglio rosso scuro
all’orizzonte. Sulla spiaggia, che si estende oltre i parquet della
terrazza, una manciata di torce accese illumina quel cielo cupo con
corte fiamme dorate.
«Non c’eri mai stato?»
«No, mai nella vita.» Prende un sorso dal suo bicchiere, non gli
viene in mente nessun aggettivo da sommelier con cui descriverlo.
«L’ho sempre visto da fuori. Dalla strada.»
«Tua madre mi ha detto che avresti sempre voluto venirci.»
«Eh, da bambino mi portava in spiaggia a Fiascherino. Più
avanti verso Tellaro, sai no? E ogni volta che passavamo di qui mi
diceva di fare silenzio. C’erano pure i cartelli. Che sotto la strada
c’era l’Eco del Mare.»
Un altro sorso. I suoi timpani non sono più pieni dei rumori
sottomarini: ma ora sente distintamente le voci soffuse degli invitati,
alle sue spalle, e i toni pizzicati dell’orchestra. «La spiaggia dei
ricchi. Era una sorta di … luogo sacro, ecco. Dove non si poteva
entrare. Bisognava solo passarci di fianco in silenzio. Mi sembra
stranissimo essere qui e poter parlare ad alta voce.»
«E ora? Che ne pensi?»
Mirco finisce il suo champagne, si volta verso i tavoli e gli ospiti
che fluttuano lì davanti. I suoi occhi scivolano oltre le colonne che
delimitano la terrazza, scorrono sul parquet; risalgono le gambe di
legno grezzo di sedie e tavolate; si arrampicano sulle tovaglie
candide che il vento dal mare fa gonfiare come vele; si soffermano
sui candelabri d’argento, sui petali delle rose bianche usate come
centrotavola. Saltano da un tavolo all’altro, sui vassoi pieni di
crostacei e sui piatti che i camerieri porgono a figure eleganti
fasciate in abiti da sera. Sono proprio lì, davanti a lui, mentre si
fanno moine, mangiano e brindano a chissà che: sono loro, le
divinità da non disturbare con i suoi giochi di bambino, i ricchi che
reclamano il silenzio. Sono proprio lì, così vicini da poterli toccare:
eppure, a Mirco paiono più distanti dei pesci e delle piante marine
alle sue spalle, sepolti dai gorghi e dall’alta marea.
«Bello.»
Il profilo di Eva è accarezzato dalla luce, si staglia contro la
notte come una lampada d’alabastro. «Bello? E basta?» Fa una
smorfia. «Non dovresti essere una sorta di poeta?»
Mirco si volta, la inchioda a una colonna con lo sguardo. «E tu
non dovresti essere una sorta di donna tutta d’un pezzo che non si
fa sbattere sul pianerottolo di un poveraccio come me, eh?»
La bionda si aggrappa al suo bicchiere, avvampa nell’abito
scarlatto. Sibila, mortifera: «Non un’altra parola a riguardo.»
«Agli ordini, madame.»
Mirco accenna un inchino: ma le pianta in viso il ghigno di chi
non aspetta che il dopocena per strapparle di dosso quell’aria
altezzosa, insieme ai vestiti. Eva se lo scrolla via, mantiene in
tensione ogni nervo nel collo sottile. «Sbrigati, sto morendo di
fame.» E si dirige verso i tavoli con passo deciso.

«Signorina Baumann! Che piacere vederla!»


«Il piacere è mio, assessore.»
«Mi dica, come va la villa?»
«Siamo quasi pronti all’inaugurazione.»
«Sarà a breve, se ricordo bene.»
«Sì, settimana prossima. Ha ricevuto il mio invito?»
«Certo, un paio di giorni fa! Non vedo l’ora di vedere il suo
lavoro finito, mi creda.»
«Anche noi di averla in villa, è anche grazie a lei se il nostro
progetto è andato a buon fine …»
Toccano i bicchieri, in un brindisi cordiale.
«A proposito, c’è anche Manfredi? Vorrei salutarlo.»
«Purtroppo si è sentito poco bene.»
«Capisco. Volevo chiederle, il suo accompagnatore? È un suo
collaboratore?»
Eva sbircia oltre la spalla dell’assessore. Mirco, a una manciata
di ospiti da lei, fa roteare il liquido paglierino che ha nel bicchiere,
prima di assaggiarlo. Due uomini attendono un responso, con un
piatto ciascuno in mano. Eva riconosce il sindaco, fra loro. Lo
sguardo della bionda si assottiglia, anche a quella distanza sa
leggere perfettamente il labiale: un’abilità che va sviluppata, quando
si è temuti dai sottoposti.
«Un vino, sì …» Mirco fa una pausa d’effetto, giurerebbe di
poterlo vedere sghignazzare. «… Lo definirei filosofico.»
Eva trattiene un sospiro irritato, mentre Mirco viene acclamato a
sproposito per la sua trovata brillante. «Sì, sarà il testimonial della
campagna marketing, fa il modello, e …»
L’assessore si volta verso di lui, che tiene banco con il sindaco
come se fossero vecchi amici. «Sembra un volto familiare. È di
Lerici?»
Eva fa per replicare: ma qualcuno le sfiora il braccio sinistro. Si
volta, pianta gli occhi addosso a un uomo sulla sessantina, ha capelli
bianchi, pettinati all’indietro, e un paio di occhiali dalla montatura di
corno. Eva ingoia la nevrosi, si costringe a un sorriso mentre l’uomo
le porge una mano inanellata con simboli astrologici: perché quello è
Alberto Baldini, l’eccentrico e inafferrabile fotografo dello star system
italiano. Ha tentato di contattarlo per mesi, pur di averlo per la
campagna pubblicitaria dell’hotel: ma si è sempre negato, chiuso nel
suo studio sulle Alpi svizzere come in un bunker. Trovarselo davanti,
adesso, ha l’aria di un miracolo.
«Finalmente ci conosciamo, signorina Baumann.»
«Finalmente, già! Vedo che alla fine ha ricevuto le mie mail.»
Baldini non commenta, rivolge un saluto all’assessore. «Cara,
sempre charmant. Posso rubarti la signorina Baumann per un
minuto?»
La donna annuisce, saluta Eva con un sorriso e alza appena il
bicchiere, prima di andarsene. Il fotografo porge il braccio alla
bionda, attende che abbia posato le dita sulla giacca di seta verde
smeraldo prima di dirigersi verso i tavoli.
«Curioso, non trova? Stasera siamo complementari. Magnifico
abito.»
Eva non è sicura se si stia riferendo al suo vestito rosso o se
stia parlando, piuttosto, del suo completo accecante. Si limita ad
annuire.
«L’ho disturbata per parlare d’affari, in ogni caso. I suoi colleghi
mi hanno insegnato che non c’è momento in cui non parlereste
d’affari, dico bene?»
«Dice benissimo, maestro Baldini.»
Il fotografo le rivolge un’occhiata compiaciuta.
«Sarò molto diretto.» E con un cenno della mano invita Eva a
guardare alla loro destra. Mirco è chinato verso una bella donna
abbronzata, fasciata in un abito bianco: riconosce la proprietaria
dell’Eco del Mare, nella sua forte risata.
«Il ragazzo lavora per lei?»
«Sì.»
«Sa posare?»
«È un modello professionista.»
«Ha un’agenzia?»
Eva sente il profumo della vittoria aleggiare nell’aria, sovrasta
quello del carpaccio di spada e delle fragranze Gucci e D&G.
«Certo. La mia.»
«Non mi dica!»
«Di questi tempi è bene espandersi in più campi, non trova?»
«Molto saggia.» Baldini annuisce, la sua fronte si corruga
mentre fissa Mirco imbastire una nuova battuta e riderne in modo
composto. «Quanto vuole?»
Il profumo si dimena, fra le sue narici e il bordo della flûte.
«Prego?»
«Per il ragazzo, quanto vuole?»
«Non è possibile, è in esclusiva per me per tutta la durata della
campagna marketing per la villa.»
«Le faccio una proposta.» Tira fuori dal taschino un biglietto da
visita, lo porge a Eva. Lei lo prende in punta di dita: è romboidale,
nero e satinato, con il suo cognome stampato in caratteri in rilievo.
«La ascolto.»
«Qui c’è il mio numero di telefono privato. Ce l’hanno solo le
personalità, mi spiego?»
«Qual è la sua offerta?»
«Il cachet del ragazzo, più il suo.»
«Mirco.»
«Come vuole lei.»
«C’è una lunga lista d’attesa. Nomi importanti in tutta Europa,
capisce?»
«Posso aspettare.»
«Si parla di mesi, forse un anno. Certo è un peccato, i primi
prenotati avranno il merito di averlo lanciato …»
Baldini le pianta in volto uno sguardo deciso: quello di chi ha
appena trovato la sua nemesi, e la detesta tanto quanto la rispetta.
«Lei è una vera tedesca, eh?»
Eva sorride, trionfale: «Vergine ascendente Ariete.»
«Acquario ascendente Capricorno» ribatte Baldini. Geniale
quanto testardo, e che si sappia. «Bene, gli raddoppi il cachet. E se
me lo dà per primo, vedremo cosa si può fare anche per il suo
hotel.»
Lei sorride, mentre gli stringe la mano. «Le farò avere il suo
portfolio.»
«Sì, bene. Mi chiami, mi chiami lei.» E l’uomo se ne va,
portandosi dietro la scia del suo ambrato profumo creato su misura.
Eva lo guarda allontanarsi, stringe in mano il bigliettino da visita
come se fosse la soluzione insperata caduta dal cielo. Gli farà
scattare un servizio professionale, sarà il suo compenso: e lo
manderà a Baldini, che lo lancerà nello show business con uno
schiocco di dita. In un colpo solo se lo toglierà dai piedi, otterrà un
collaboratore d’eccezione e farà la figura della benefattrice: la mano
caritatevole che toglie un così bel ragazzo dalla strada, o meglio, da
un porto puzzolente e dalle reti sgocciolanti. Immacolata, e con il
massimo guadagno. Perfino suo padre le farebbe i complimenti.
«Oh, eccoti.»
Mirco le posa una mano fra le scapole nude, la fa trasalire con il
suo tocco caldo.
Eva si gira verso di lui, lo fulmina insieme al piatto che ha in
mano.
«Che facevi con quel vecchio?»
«Abbassa la voce. Si dà il caso che ti abbia trovato un lavoro.»
«Tipo quello che mi dai te?»
«Tipo uno vero.»
«Quel tizio vuole disinfestare casa dai polpi?»
Lei fa una smorfia, mentre fa scivolare il bigliettino nella
pochette che le penzola dalla spalla. Quell’incivile davvero non
merita la fortuna che sta per riversargli su quella testaccia dura. «Ne
parleremo dopo. Che hai lì?»
Mirco rimesta nel suo piatto. «Tonno panato, maionese di
scalogno, peperoni e miele. E qualcos’altro, non me lo chiedere.»
«Cosa te ne pare?»
«Sincero? Buono, eh, ma ’ste porzioni fanno ridere.»
Addenta il tonno, poi posa la forchetta nel piatto. «Vieni qui,
devo dirti una cosa.» Eva gli porge l’orecchio, sbatte le palpebre
nervosa quando avverte il suo respiro pizzicarle la pelle sottile del
collo.
«Spero che questa cena finisca il prima possibile.» Non la sfiora
neanche, ma Eva sente i brividi scivolarle addosso, e la voce
profonda di Mirco penetrarle sotto la pelle, come il riverbero di uno
schiaffo in pieno volto. Rimane immobile, ma le manca il fiato. «Ho
voglia di tornare nel tuo letto, o dove ti pare, e finire il discorso di
oggi.»
«Mirco, non è il momento …»
«Perché, sei già bagnata?» Le posa una mano sul fianco, le
labbra a un respiro dal suo orecchio. Una scarica elettrica la
attraversa, nel punto in cui le dita di Mirco la stanno toccando: uno
strattone ai suoi nervi, un pugno diretto ai polmoni. E gli occhi
guizzano via, lo vedono. Le manca la presa sulla flûte, e il pavimento
sotto ai tacchi. «È tutta la sera che ti immagino a cavalcioni sul mio
…»
La flûte cade a terra.
Si infrange sul parquet, con uno strillo di cristallo.
Eva non si sposta neppure: ha gli occhi altrove, oltre i camerieri,
su una coppia appena entrata in terrazza. Lei ha l’aria di un’attrice
sul red carpet, avvolta com’è in un abito d’alta sartoria color
pervinca: e sorride radiosa, un fiore stretto al braccio di Manfredi. Lui
le posa un rapido bacio sulle labbra, sorride e le carezza il viso di
porcellana. Eva calca con il tacco i vetri rotti, mentre lo guarda. Li
sente scricchiolare, polverizzarsi uno a uno: finché lui alza gli occhi,
verso la sala. E la vede, una ferita aperta nel bel volto dell’alta
società. Ricambia lo sguardo di Eva, senza un tremito, senza
esitazione. Spavaldo anche di fronte all’evidenza, mentre allontana
la donna dal suo fianco con un colpetto delle dita.
«Eva, vieni via, ti fai male ai piedi!»
Mirco la sospinge delicatamente di lato, ma lei scosta la sua
mano, seccamente. Non sbatte neppure le palpebre, le pupille fisse
in quelle di Manfredi. E gli sembra di vederlo per la prima volta.
Cammina sugli anni buttati via, insieme al complesso puzzle che
credeva di aver completato: lui è lì, nella sua vera forma. Ha gettato
di lato i ricordi, insieme alla sua vecchia pelle: ed eccolo, nel suo
scintillante abito di serpe, con accanto un’altra donna assuefatta al
suo veleno. Vorrebbe girare i tacchi e andarsene, vorrebbe incolpare
il cameriere che Mirco ha chiamato per pulire i cocci, vorrebbe
gridare e squarciare il mondo intero: ma rimane immobile, come un
animale di fronte ai fanali di un’auto. Attende che si avvicini, che le si
schianti addosso. Non farà neppure un lamento.
«Buonasera, Eva.»
Mirco è accanto a lei, lo avverte lontano come le colonne della
terrazza. Le tiene una mano posata sull’avambraccio, la protegge da
un pericolo che ancora non vede. Ma lei non lo sente. Deglutisce, la
saliva ha il sapore dell’arsenico.
«Manfredi.»
«Tesoro, non mi presenti?» La donna vestita di pervinca
sembra un fiore, sorride, muove le labbra fuori sincrono. La sua voce
è ovattata. Eva non la sente, legge il labiale. Ha i capelli rossi
raccolti in uno chignon, e le tende una manina da bimba. La fede
brilla come un occhio maligno, scintillante sul fondo buio di una
caverna.
«Tanto piacere, sono Lucia.»
«È la ragazza con cui lavoro alla villa.» Lingua di serpe sibila,
non sussurra.
La polvere di vetro scricchiola sotto la sua scarpa. «Alla mia
villa.» Tende la mano verso la donna, la stritola: «Eva Baumann. Il
capo di Manfredi.» Lo guarda, impassibile accanto alla donna.
«E lei? Tanto piacere! Lavora anche lei per la signorina?»
La manina scompare in quella di Mirco. Lui si volta verso Eva,
cerca approvazione ma si scontra con un muro di ghiaccio.
«Io, sì, sono …»
«Dà una mano ogni tanto» lo interrompe. Lo riporta al suo
posto, qualunque esso sia, mentre gli adulti parlano.
«Che bello, è di Lerici?»
«Sì, signorina, sono nato …»
«Fa il pescatore.»
Manfredi fa una smorfia, un ghigno che sa di presa in giro.
«Bene, tesoro, ora andiamo.»
«Aspetta, sono curiosa! Tu non mi racconti mai niente del
vostro hotel …»
«Il mio non è un hotel, è una villa. Strano che Manfredi non si
sia pavoneggiato per il suo eccellente lavoro di restauro, solitamente
lo fa con tutti …» Raddrizza le spalle. Il vetro crepita, un’ultima volta.
«Non mi hai nemmeno fatto vedere una foto!» Torna a guardare
Eva. «Una residenza antica sul mare, dev’essere un sogno …»
«E invece l’ho resa realtà.» Afferra un lembo del vestito rosso, e
se lo posa sul fianco, e sa che Manfredi sta guardando.
«La vedrai di persona, Lucia. Ora …»
«Mi spiace non poterla invitare alla cena di gala, se Manfredi mi
avesse parlato di lei le avrei fatto avere un invito, ma siamo pieni.»
Si volta verso Mirco. «Per piacere, prendimi un altro bicchiere di
champagne.»
«Tesoro, anch’io ne vorrei uno.»
Manfredi non guarda Lucia, ha gli occhi puntati su Eva. «Credo
che il tuo assistente possa essere così gentile da prenderne due,
vero?»
Eva annuisce.
«Chiedo scusa, ma sono interessato alla conversazione.
Quindi, Manfredi, di cosa si occupa oltre a riesumare diari di
ricette?»
«Restauro.» Lo dice come fosse una minaccia di morte.
Mirco ghigna.
La donna fiore guarda suo marito. «Diari di ricette?»
Eva sorride, una linea spezzata. «Oh, non lo sa? Manfredi mi
ha regalato un vecchio diario di ricette tradizionali. L’ha trovato
durante i lavori, vero?»
Lui annuisce, l’espressione messa al muro. E lei lo guarda: sì,
potrebbe dire tutto da un momento all’altro, e fa bene a reggerle il
gioco se vuole evitare scenate.
«Ho selezionato i migliori produttori locali, ho tradotto le ricette
io stessa.»
«Ricette della nonna? Sarà come mangiare a casa,
meraviglioso! Sono così stufa di questa cucina moderna, di queste
porzioni minuscole …»
«Assolutamente.»
«E ci sarà una sfilata con le barche, giusto per rimanere fedeli
alla pantomima.»
Manfredi ride ed è un colpo sui denti.
La donna si rivolge a Mirco, con un cinguettio da uccellino
ingenuo che non sente gli artigli del falco sulla spalla. «Sfilerà anche
lei?»
«Anche quella di mio …»
«Ho affittato dodici barche, sì.» Eva alza il mento. «Sarà molto
folcloristico. La prego, venga anche lei, Lucia. Potrà vedere la sfilata
dal porto.»
Mirco, accanto a lei, emana rabbia a ondate, come una sbarra
di ferro rovente: ma il calore non la tocca. Non riesce a penetrare le
pareti della sua fortezza, del gelo che la avvolge come una cupola e
le impedisce di spezzarsi. Per ora.
«Sono certa che saprà apprezzare il mio lavoro.»
«Con piacere, cara! Manfredi, sei proprio un farabutto, perché
non mi inviti mai a questi eventi?»
Lui non la guarda. Fissa Eva, come la vipera attende fra l’erba
che la sua preda, dopo il morso, smetta di dibattersi. Ma non la avrà.
Non lì. Avrà la sua agonia in privato, e a caro prezzo.
«Vi prego di scusarmi, ho bisogno del bagno.»
«Oh, si sente poco bene, cara? Ho un Oki in borsa, se le serve,
o un Moment, o …»
«Non si preoccupi, Lucia, devo solo sciacquarmi i polsi.»
«Anche lei soffre il caldo? Come la capisco, vero, Manfredi?
D’estate svengo in continuazione …»
«Sì, davvero atroce.»

L’acqua sgocciola dalle sue dita tremanti, in rivoli simili a


lacrime sulla pelle arrossata. Eva tiene le mani aggrappate al bordo
del lavandino, una vasca di pietra grezza poggiata a un ripiano di
legno. Lo specchio, nella sua cornice rustica, le rivolge un’occhiata
sprezzante: giudica aspro i suoi capelli sciolti, la macchia di mascara
sulla palpebra destra. Controlla che taccia, che le sue labbra
rimangano serrate di fronte alla marea che sale, e sale, dietro al suo
sterno. Come un giudice, lo specchio soppesa la sentenza, gliela
sussurra all’orecchio in attesa che cali la ghigliottina.
«Eva?»
Il tremito alle dita si ferma, le unghie vorrebbero scavare la
pietra. Eva inarca appena la schiena, pronta ad attaccare.
«Bellissima tua moglie.»
Passi ovattati che si avvicinano, fruscio di un completo di lino.
«Eva, non fare così …»
Si volta, lentamente. Ha gli occhi arrossati, lucidi: ma la fortezza
resiste, nessuna inondazione avrà la meglio. Non questa volta, non
di nuovo.
«Cosa dovrei fare, allora, grande stratega?» Sputa il sarcasmo,
spera che possa liquefare Manfredi e la sua aria da innocente santo
caduto. «Farti le congratulazioni? Da quanto …»
«Non alzare la voce, per favore.»
Si ricompone: «Da quanto va avanti, Manfredi?!»
È a un passo da lei. La luce dorata del bagno gli scava il viso, lo
rende più vecchio.
«Tre anni.»
Un altro colpo allo stomaco, secco, di taglio. «Tre anni.» Le dita
si rivolgono all’indietro, cercano il bordo del lavandino. «Tre anni.»
«Eva, te l’avrei detto. Io e Lucia stiamo per divorziare.»
«Stammi lontano, non mi toccare.»
«No, ascolta.» Le afferra le braccia, stringe il tremore nelle sue
spire. «Non potevo dirtelo. Eri talmente stressata per la villa, e
neanche io immaginavo che saremmo tornati a essere …»
«Cosa? A essere cosa?» Vorrebbe scrollarselo di dosso, e
riuscire a respirare …
«Eva, tra me e lei non c’è più niente!»
«Per questo te la porti alle serate? Lasciami!»
«No, non ti lascio.» È chino su di lei, la preme contro al
lavandino. «Ho dovuto farlo, non mi ha dato scelta. Ma dopo
l’inaugurazione la lascerò, ho pronte le carte. Voglio solo te, amo
solo te, e lo sai che è la verità.»
«Non parlare di verità. Non sai neanche come si scrive, la
verità!»
«Ah, è così? Proprio tu parli?»
Lei si divincola, spinge Manfredi nel tentativo di liberarsi: ma la
sua stretta si fa più forte, la inchioda contro la superficie curva.
Sente le sue dita affondare nella carne: le lascerà i lividi, come
ultimo regalo.
«Credi che non abbia notato quella bestia che ti porti dietro?
Eh? Credi che non abbia visto come ti metteva le mani addosso e
come ti guardava?»
«Non osare …!»
«Credi che mi sia bevuto la stronzata della doccia? Pensi che
sia stupido, eh, Eva?»
Le afferra il mento, la costringe a guardarlo negli occhi. I suoi
lineamenti, seppur sotto le lampade, sono offuscati: come quelli di
un uomo di cera che, di fronte alla luce prepotente del sole, inizia a
sciogliersi e rivela la sua impalcatura interna di metallo. O forse,
sono solo le lacrime di Eva: che lottano per non sgorgare, furibonde,
e le velano la vista per impedirle di vedere la disfatta.
«Lo so benissimo che è il tuo amante. Come credi che mi senta
io, eh? Come credi che mi sia sentito quando sono tornato e ti ho
sentito addosso l’odore di un altro? Siamo uguali, io e te …»
«No, tu sei licenziato.»
«Cosa?»
«E non ti voglio più ved …»
Manfredi le stringe più forte la mandibola, la obbliga al silenzio.
Scuote la testa, lentamente, recuperando il controllo. «Non ti lascio
andare.» E le preme un bacio sulle labbra. Prepotente, invasivo: un
marchio a fuoco, che sancisce che lei non appartiene a nessun altro.
E che potrà fuggire dove vuole, potrà farlo aspettare per altri dieci
anni di silenzio e rancore: ma lui la troverà, e sarà ancora sua.
Tornerà sempre a lei, come una malattia cronica, come un
morbo ereditario per il quale non c’è cura.
Si avvicina, sussurra alle sue labbra: «Non sei meno colpevole
di quanto lo sia io, siamo fatti della stessa pasta e per questo ci
amiamo, meine Schatz.»
Eva soccombe al bacio, la travolge per un istante: ma la rabbia
trova una crepa, nella sua fortezza di ghiaccio. E afferra coi denti il
labbro di Manfredi, morde più forte che può. Il sapore del sangue le
inonda il palato, le dà forza.
Lui si stacca con un gemito di dolore, si porta inorridito una
mano alla bocca.
«Ma sei pazza?»
«E ora vai a spiegarlo a tua moglie.»
Eva si lancia verso la porta, vorrebbe fuggire da lui con le
gambe che tremano: ma i suoi occhi ne incrociano altri, sull’uscio.
Occhi verdi, furenti, che le rivolgono una pugnalata silenziosa. Corre
verso Mirco, le parole che vorrebbe dirgli aggrappate sul fondo della
gola: ma lui se ne va, sparisce nel brusio degli ospiti, della musica
da camera e delle onde, nella baia.

75 “Salute!” in serbo.
76 “Anima mia”, “Tesoro mio”.
CAPITOLO 19

E va è seduta davanti alla specchiera da un’ora, con il caffè che


le fuma accanto e il viso ancora struccato. Le mani in grembo,
i piedi poggiati sul pavimento freddo, il corpo avvolto nella vestaglia
di seta. Composta: schiena dritta come una regina sul trono. Il volto
è immobile, si direbbe che le vene non stiano pompando nemmeno
sangue. Come se qualcuno l’avesse prosciugata, lasciandole la
sembianza di una foglia secca.
Fiera, temibile e rispettata da non attirare alcun tocco, ma alla
fine, potrebbe essere ridotta a pezzetti anche dalla mano di un
bambino.
Ha dormito, non ha pianto. Ha solo disintegrato ogni sua
camicia, cravatta, completo da sera. Si è seduta sul letto di Manfredi
e li ha tagliuzzati, senza urla, senza ansimare, solo con metodo. Un
mosaico di triangolini di stoffa pregiata a ornare il parquet scuro. Lui
non è rientrato. Mirco non ha chiamato. Lei non ha avuto alcun
ripensamento, li ha spazzati via nello sgabuzzino dei pensieri e delle
cose da fare. O almeno così si è detta, così si è ripromessa: se c’è
una cosa che non può fare è crollare. Piuttosto farà crollare tutto
intorno a sé, lo farà sprofondare di svariati metri: così, se lei dovesse
cedere di qualche centimetro, sarebbe comunque in grado di
sovrastarlo. Sembra un suggerimento familiare, può sentirne la
cadenza soave, e la sua testa si lascia sedurre da un capogiro, i
ricordi le si ficcano nella carne come in una caduta su un cespuglio
di spine. Si guarda: impassibile e immobile e se fosse per lei
rimarrebbe lì tutto il giorno, ma non può. Il pranzo con lo staff, le
ultime direttive, il molecolare, le ricette … Si volta, il diario è sul
comodino. Lo afferra: di tutto ciò che ha trovato a Lerici è l’unica
cosa rimasta, e sente un groppo alla gola, un tremore sotto la
palpebra. L’unica cosa che è sempre rimasta al suo fianco, che non
ha tentato di distruggerla. Afferra il diario, lo accarezza con le dita, lo
apre.

25 Aprile 1908
Villa von Holstein,
Lerici, Italia

Caro diario,
il mio cuore è trafitto da un dolore così grande, così
angosciante, così bruciante che vorrei soltanto gettarmi a
letto, nascondere il volto nei cuscini e addormentarmi –
addormentarmi e risvegliarmi solo all’alba di un miracolo.
Lo indovini?
Non è tornato. Non è tornato, mi ha abbandonata! Si è
trasferito, dicono. L’hanno chiamato in città, a La Spezia, e
non tornerà che all’inizio dell’estate. Così dicono, queste le
voci che girano fra i paesani … Anche loro, anche loro
lamentano la partenza del loro dottore!
A La Spezia! Sembra così lontana, troppo per poter
pensare di affrontare il viaggio per raggiungerla … Eppure
lo farei, lo farei, anche da sola, pur di rivederlo …!
Ma poi mi sovviene che neanche una parola è venuta
da lui, neppure un biglietto, una spiegazione, nulla! Nulla!
Se n’è andato come un sogno che scompare alle prime
luci, mi ha lasciata qui ad avvizzire, al buio delle mie
stanze chiuse …
Non ho con chi parlarne: Maria sembra così sollevata,
da quando non ha più nessuno che interferisca ed è
tornata l’unico punto di riferimento per l’intera villa. Se
anche solo provo ad accennare al mio tormento, lei replica
con un gesto della mano, imita qualcosa che vola via e si
limita a dire: «La tragedia, la tragedia!», come se il destino
fosse stato buono e allontanando lui avesse allontanato
anche una catastrofe.
Ah, ma io non lo credo! Non lo credo!
Credo che la tragedia sia questa, il mio marcire qui,
lontana da lui, lontana dal mio sole! Ma non rimarrò a
guardare. Non questa volta, non dopo aver assaggiato
finalmente la primavera. Se sono ancora troppo debole per
viaggiare, e se Maria si rifiuta di accompagnarmi e Günther
non mi permette di uscire, mi rivolgerò a chi non mi ha mai
tradito. Al mondo vegetale, alle forze misteriose che mi
hanno fatto avvicinare al mio destino, e che adesso mi
aiuteranno a riprenderlo.

Ho radunato tutti gli ingredienti necessari per il filtro.


Stanotte, durante la luna piena, le erbe mi aiuteranno a
riprendere il controllo del mio destino: tutto è pronto, anche
il prezzemolo e la rimembransa, che ho raccolto
nonostante Maria me l’abbia sempre vietato. Sono nel
cassetto della mia scrivania, attendono di essere utilizzate.
Tengo fra le mani il suo anello, che immergerò nel filtro.
Non scriverò oltre, voglio mantenere le forze: e se anche
queste mi abbandoneranno, basterà il mio desiderio per
rimanere in piedi, e impedire a colui che amo sopra ogni
cosa di sfuggirmi fra le dita. Augurami buona fortuna, caro
diario: se fallirò, che possa il mare inghiottirmi. Lo sento, lo
sento gridare sulle pareti del promontorio, lo sento
infrangersi contro la pietra: sarà laggiù, fra i flutti, il mio
letto, se dovessi fallire.
Gertrude von Holstein

Getta un’ultima occhiata alla pagina, tende l’orecchio: anche lei


può sentirlo, quel mare, gridare sulle pareti del promontorio. Anche
lei, sola, distrutta, imprigionata come Gertrude. Attanagliata dai
dubbi, dalle mancanze, da tutto ciò che non ha saputo vedere, dalle
profezie che non ha saputo ascoltare. Le tornano in mente le carte, e
quell’uomo gramo, opportunista e doppiogiochista: Manfredi che l’ha
tradita, Mirco che l’ha abbandonata; e non si torna indietro. E quel
fante che forse era semplicemente lei, quel monito di proteggersi
che non ha mai voluto ascoltare. E ricorda: ha già messo a Manfredi
la maschera dell’innocente fin troppe volte. Ha già visto la freddezza
che ora vede sul suo stesso viso: a Genova, nel suo riflesso, mentre
versava il vino sui vestiti di Manfredi e Valerie. E anche il corpo
ricorda, e le fitte nel suo stomaco sembrano pugni che da dentro la
stritolano, la dissanguano e vorrebbe solo urlare. Ricorda le liti, il
bambino che le muore dentro e ora la donna fiore. Non è il ricordo a
fare l’amore, non è quello l’ingrediente: se lei l’avesse ascoltato, il
ricordo, si sarebbe tenuta a distanza; non avrebbe nutrito nuove
speranze. Si morde un labbro e l’amarezza si traduce in una rabbia
che monta, che le scalda le viscere, come se invece che parole dalla
sua bocca potesse uscire fuoco. Si alza, indossa un abito al volo,
lascia i capelli indomati. Getta uno sguardo al quadro di Gertrude, fa
un piccolo inchino con il capo: troverà quella rimembransa, lo deve a
entrambe.

Stefano si stiracchia, con la cravatta slegata che pende dal collo


come le sciarpe dei preti. Oggi non ha proprio voglia di lavorare.
Guarda l’orologio: ancora cinque minuti, e il nodo non gli riesce
e basta. La verità è che non è molto pratico: mai usate, lui, quelle
robe eleganti. E forse non ci si sta impegnando davvero, perché una
volta riuscito dovrebbe uscire dagli spogliatoi, e allora il turno
inizierebbe. E oggi davvero non ce la fa. Tutta la notte a riordinare,
abbracciare e consolare. Non sa se è peggio il pensiero di Pastorini
che urla, della Tedesca con lo sguardo da mostro marino, o del
ritorno del signor Manfredi, che gli si mostra come la cima di una
montagna agli occhi di uno con la gamba ingessata.
Come ad agosto, quando la bacheca di Facebook esplode di
foto degli amici in costume, tra cocktail e spiagge: mentre lui è lì, tra
pianti, urla e capricci insensati. Per questo ha eliminato il profilo, per
evitare quel disgustoso manuale di come la sua vita dovrebbe
essere, a ventinove anni. E chi gliel’ha fatto fare, gli chiedono. E se
lo chiede anche lui, che poi non è stata proprio una scelta. I lembi
della cravatta si incrociano, il coniglietto fa un salto ed entra nella
tana, ed ecco il nodo è fatto. Sistema il triangolino di stoffa sotto il
collo: ora è solo Stefano, dei coniglietti se ne può dimenticare. Se ne
deve dimenticare. Un pensiero gli sfiora l’orecchio, nel vedere quel
nodo fatto male. Deglutisce, spolvera il panciotto con le mani, forse è
per quello che non vuole uscire dalla stanza. C’è qualcosa di ben
peggiore di Pastorini, la Tedesca e il signor Manfredi, tutti insieme
alle prese con la cucina molecolare.
Ed è la Sonia, con il vestitino attillato ai fianchi prosperosi, tutta
soffice, davanti alla pizzeria campione del mondo, La Gerla, giù in
paese. Che poi alla fine non l’ha lasciata pagare, non le ha lasciato
nemmeno tirare fuori il portafogli. Più per lui, forse, che ogni tanto
più che un uomo si sente una vecchia governante in grembiule. E
allora quando esce, quelle poche volte, si ingella i capelli e mette
l’orecchino, con la camicia, e i jeans con i risvoltini: e sembra un
ragazzino che ha marinato la scuola.
Sguscia nel corridoio, con passi lunghi e leggeri, per non far
rumore. Passa davanti alla lavanderia e ci butta un’occhiata veloce.
La Sonia è di spalle e non l’ha sentito. È abituato, lui, a spostarsi
senza far rumore, una delle cose che ha dovuto imparare negli ultimi
anni, per tutelare la poca tranquillità rimasta. Si ferma un attimo, la
guarda china sul ferro da stiro. No, non se lo può permettere.
Riprende a camminare.
Il corridoio si estende in un silenzio grigio, nella compattezza
intoccabile dell’aria di un posto appena imbiancato. È nuovo, come
tutto lì dentro. Vecchio ma nuovo, un po’ come lui da cinque anni a
questa parte. Sale le scale, e la luce giallognola filtra tra le tende
sottili. Le porte bianche sulla sinistra e il giardino che sbircia il
corridoio dalle finestre.
Si infila una mano nei capelli, spettina le morbide onde nere e
affretta il passo davanti alla porta di Eva particolarmente silenziosa.
Né un soffio, né uno sfrigolare di fogli accartocciati.
E non è un buon segno. Quasi corre, che non si sa mai, prima
che la Tedesca esca con quell’espressione da piranha affamato; e
ciò che è triste è che sarebbe la cosa più esotica che abbia mai
visto.
Eva è in cucina, sta fissando l’orologio a parete: «Cinque minuti
di ritardo, Stefano.»
Lui le si avvicina: lei ha lo sguardo cosparso di venature rosse,
come un vampiro.
Forse preferiva quando non ricordava il suo nome.
«Si … signorina, buo … buongiorno.»
«Non è un buongiorno. Dov’è Pastorini?»
«In … in sala, cre … credo.»
«Il credo lo dica in chiesa, qui abbiamo già abbastanza
incertezze.» Lo scansa, si dirige verso i fornelli. «Lo chiami. E
sistemi immediatamente quella camicia nel pantalone, con due figlie
a carico non le conviene sfidare la mia pazienza.»
Lo vede scappare come un animale impaurito, lo immagina
dietro il cespuglio a leccarsi la zampa. E quasi sorride, si sorprende
di quanto ogni imbeccata le provochi qualche secondo di sollievo.
Stefano torna insieme a Pastorini.
«Buongiorno Eva, siamo perfetti con la tabella di marcia: io ho
disposto la sala, selezionato i vini, ora Stefano pulirà gli acciai e si
occuperà di apparecchiare, come se fosse per il servizio degli ospiti
…»
Stefano, si chiede come faccia quel ragazzo a sopportarsi da
solo, così preciso, pressante come un martello pneumatico.
«Fai un caffè, Stefano, per cortesia …» Francesco si appoggia
al fornello, si specchia nell’acciaio, e si tira le guance con le mani.
Eva ha una voce gelida: «Gualtiero?»
Francesco si impettisce: «Gualtiero è già al lavoro, tra circa due
ore sarà tutto pronto.»
Eva annuisce.
«Bene, vorrei che per ognuno di noi ci sia un’erba come
segnaposto: un rametto, con magari un nastrino, puoi chiedere a
Julie, ha un elenco.»
Entrambi annuiscono.
«E vorrei le ricette tradizionali e molecolari ben impaginate e
stampate, poi scegliamo il design insieme. In questo pranzo vi
parlerò di diverse cose, falle fare a Julie … Te ne occupi tu?»
Pastorini beve l’ultimo sorso di caffè: «Certo! Stefano, saremo
la signorina, Julie, Sonia, io e te, e il signor Manf ….»
«Il Signor Manfredi non ci sarà … Se dovesse presentarsi può
dirgli cortesemente che è esentato dalla prova del menu e che i suoi
servizi non sono più richiesti. A tal proposito, Francesco, da oggi in
poi sarà lei il mio secondo.»
Francesco e Stefano tacciono, non è il caso di fare domande
quando le parole della Tedesca hanno il ritmo delle gocce che
cadono dalle stalattiti.
«Vuo … vuole un caffè a … anche lei, signorina?» Eva scuote
la testa e Stefano guarda Pastorini. «Si ricorda che oggi devo uscire
un’ora prima?»
Eva è ferrea: «Mi spiace, non credo sarà possibile. Mancano
due giorni all’apertura, dobbiamo perfezionarvi ora.» A ogni risposta,
a ogni espressione triste sul volto di qualcun altro sembra che il
vuoto dentro di lei si calmi.
Stefano vorrebbe lanciarle il caffè direttamente in faccia, non
oggi, belìn! Oggi che l’aveva promesso che sarebbe andato, che
quella festa sembrava essere diventata la ragione di vita degli ultimi
mesi. E ora? Dovrà di nuovo chiedere a sua madre, e già la sente
che gli urla nell’orecchio, e i pianti, le lagne … l’apoteosi del fastidio.
«Non possiamo trovare una soluzione? È importante.»
«Ne riparliamo.»
La tazzina gli cade dalle mani, l’ultimo goccio di caffè gli si
stampa sulla camicia come un bollino di cattivo gusto, la sua
personale lettera scarlatta. Francesco lo fissa, si aspettava anche
quello.
«Complimenti, vedo che non facciamo alcun passo …»
«’R belìn che t’anega! Almeno la tazzina non si è rotta.»
Francesco appoggia la sua nel lavandino. Stefano può vedere i
suoi occhi azzurri scannerizzare ogni cellula del suo viso, eppure
l’orecchino l’ha tolto, ne è sicuro. «Stefano, dovrebbe dormire di più
invece che passare le notti a fare baldoria, poi il risultato è la
sbadataggine come vede. Se questo è il livello è chiaro che non
posso farla uscire prima: ha bisogno di impratichirsi.»
Pastorini scuote il capo, ha la rinuncia negli occhi: «Vai in
lavanderia, fatti dare una camicia pulita, cambiati, già che ci sei
prendi tovaglia e tovaglioli.»
«Bene, io torno in camera, gradirei non essere disturbata.»
Stefano si avvia verso la porta dove la sagoma di Pastorini si
sta diluendo con la luce del corridoio. Lo sapeva, il silenzio non è
mai un buon segno. Sbianca, per un attimo, torna indietro e prende
un vassoio. Giusto in tempo per incrociare la Tedesca che gli passa
di lato con lo sguardo di chi ha messo un muro con il mondo.
Prepara un caffè e un pezzo di focaccia e del cioccolato. Arriva
in lavanderia e bussa alla porta anche se è aperta, con un tocco
leggero, che visto come sta andando la giornata non può nemmeno
sperare che la Sonia sia da qualche altra parte. Deglutisce e si
prepara alla ghigliottina.
Lei si volta, e sorride: può giurare di aver già visto
quell’espressione nei cartoni della Disney, quando il cattivo crede di
aver vinto. Non sa dire che tortura vorrebbe infliggergli,
conoscendola alla sua anima preferirebbe un collier di perle. La
riccia lo sta ancora guardando, sistema il camice con gesti bruschi.
E lui spera che tra tutte le pene gli tocchi il sonno eterno, per lo
meno si riposerebbe.
«Ciao … Sonia …»
«Be’, chi non muore si rivede.» Si appoggia alla lavatrice.
«Vorrei poter dire si risente, ma non hai più risposto.»
Stefano alza il vassoio. «Ti ho portato il caffè …»
Si avvicina, sfila verso di lui come una Bond Girl che gli sta
puntando la pistola alla tempia. Prende la tazzina di caffè. Se la
porta alla bocca lentamente, sempre con lo sguardo fisso nel suo,
beve un piccolo sorso.
«Te lo verserei addosso se non fossi già patetico da solo!»
Lancia uno sguardo alla macchia e beve un altro sorso, ben attenta
a lasciare un alone di rossetto sulla ceramica bianca. Appoggia la
tazzina vuota sul vassoio calcando il movimento. Gli lancia un’ultima
occhiata, più vicina, poi si volta, sventolando una mano in aria e
tornando verso il ferro da stiro. «Quelli portali pure alla sciattina! Il
cioccolato si dà ai bambini.»
Rimane di spalle, riprende a stirare le lenzuola. Che faccia
tosta, comportarsi come se nulla fosse successo, come se non fosse
sparito dopo una cena magnifica e se non l’avesse ignorata per le
ultime due settimane. Scuote il capo. Quei poverini tornano sempre.
Ma di prima mattina è davvero un affronto. Almeno che lo facciano in
orario aperitivo!
«Sonia …»
«Che vuoi?»
«Una tovaglia e … Ho la camicia macchiata …»
«Sai dove sono quelle pulite.»
Annuisce, appoggia il vassoio, si dirige verso un armadietto di
ferro scuro che gli ricorda quelli dello spogliatoio di quando giocava
a calcio. Lo apre, senza far rumore, come quando cercava di non
farsi vedere dai compagni più grandi dopo aver sbagliato un rigore.
«Le tovaglie sono quelle beige?»
Sbuffa, se sta cercando di farsi notare da lei avrà soltanto
indifferenza, che non c’è arma migliore. E ghosting sia.
Stefano si morde il labbro, sa di meritarselo. È che se lei
sapesse … ecco, di certo sarebbero nella stessa identica situazione:
solo che invece di essere uno stronzo, ai suoi occhi, sarebbe una
macchietta per cui provare compassione. E lui non vuole essere
compatito, e nemmeno trattato così: con lei vorrebbe solo ridere,
come quella sera quando si è macchiato col sugo. Lui sta in silenzio
qualche minuto, mentre velocemente snoda la cravatta e toglie la
camicia. La lascia nel cesto delle cose da lavare, mette quella pulita
e annoda la cravatta. È patetico, tutto questo dissimulare per poi
sentirsi comunque accusare di incoerenza. Magari dovrebbe togliere
la maschera, dirlo: è complicato, ho due figlie, sono un padre single.
La guarda, e lei sta piegando un lenzuolo, lo accarezza
delicatamente per sciogliere le pieghe e poi lo lascia di lato. Si passa
una mano tra i riccioli, sistema la fascia, e recupera un vestito della
Tedesca. Lungo, nero, con qualche piccola linea di strass sui fianchi.
Lei legge l’etichetta, e lui se la immagina vestita così, con i capelli
sciolti e indomati, e quel rossetto che le accende lo sguardo come
una lampadina.
«Dai, Sonia, come stai?»
Si volta, ha i pugni stretti sui fianchi.
«Ah davvero? E tu credi che basti presentarsi qui con un caffè e
fare come se nulla fosse successo?»
«È che … Vo … volevo invitarti, vie … vieni al pranzo di o …
oggi?»
«Diamine, Stefano! Vai a balbettare fuori di qui che se no ti
lancio il ferro da stiro!
E comunque, è inutile invitarmi a un pranzo a cui sono obbligata
ad andare!»
Apre i primi bottoni del camice, l’ha sempre chiesto al Signore
di darle la pazienza che se le dà la forza li ammazza tutti. Stefano
prende la tovaglia, con la testa bassa si dirige verso il corridoio:
«Be’, allora ci vediamo dopo.»

Julie si è rifugiata in bagno, davanti allo specchio a lisciare i capelli


con le mani. Le tremano le ginocchia, ed è talmente agitata da
essersi dimenticata gli occhiali sulla scrivania. Li ha tolti non appena
l’ha visto arrivare, sperando che la miopia potesse salvarla, o per lo
meno illuderla che quella sagoma non fosse lui. Ma poi ha sentito la
voce e allora ha fatto cadere l’agenda, ha urtato il computer con un
gomito, e per poco non ha sbattuto la testa contro la libreria dietro la
scrivania. Si è alzata, è andata verso i contorni sfocati della porticina
e ha blaterato velocemente qualcosa tipo “Scusa vado in bagno”,
solo che non è riuscita a dirlo, e il risultato è stato un patetico “Vado
in stagno”. Stagno, quello con le rane, la melma, e tutto il resto.
Apre l’acqua del rubinetto, mette i polsi sotto il gelido getto che
scorre via come la sua dignità. Magari così non sviene, o almeno
sembra che stia rimanendo lì dentro per una ragione. Deve
inventarsi qualcosa, sono passati già dieci minuti, ed è riuscita a
rendersi più ridicola di quando gli ha portato le ricette ed è
inciampata in cucina, finendo a terra in una macchia di detersivo. Lui
è stato carino, l’ha sollevata e ha detto che le donne delle pulizie
avrebbero dovuto lasciare il cartello con la scritta “pavimento
bagnato”. E che non era colpa sua, sarebbe potuto succedere a
chiunque. Lei ha annuito ed è scappata via, paonazza, rischiando un
altro scivolone vicino alla porta. Ora non ha alibi, però, nessun
pavimento bagnato, eppure è stata più maldestra di una marionetta
con i fili ingarbugliati. Fa per afferrare la maniglia ma ritrae la mano
come se scottasse. Torna allo specchio, sistema due ciuffi che era
meglio non toccare. Non importa, tanto non ci vede. Sorride, lui è nel
suo ufficio, e lei è un’adulta, con una buona posizione, una scrivania
tutta sua, e la facoltà di dare ordini, quando Eva non c’è. Ordini
anche a lui, che è così …
«Julie? Stai male?»
Sente bussare, non può continuare a stare lì dentro. Si strofina
l’indice su un sorriso stiracchiato, come fosse uno spazzolino da
borsetta. Afferra la maniglia, niente panico.
«Scusa, è che …»
La sagoma è fuori dalla porta, molto vicina a lei, può sentirne il
profumo ricercato. Le si sta avvicinando con le mani, e a un tratto
riesce a vederla, di nuovo con i contorni, mentre lui sorride e le
mette gli occhiali da vista.
«Ho pensato ti servissero …»
Julie sorride, e si divincola da quella vicinanza con un piccolo
passo di lato, e con l’equilibrio di una ballerina incapace, si dirige
verso la scrivania. Si siede, lo guarda di sfuggita, e abbassa la faccia
sul foglio.
«Avrei bisogno dell’elenco delle erbe, Eva mi ha detto che lo hai
tu. »
«Sì, te lo stampo.» Julie si nasconde dietro al pc e la stampante
inizia a emettere il suo rumore d’ingranaggi.
«E poi mi ha chiesto di dirti di impaginare le ricette tradizionali,
scegli due o tre template e stampa, porta tutto al pranzo … ah, e
anche quelle molecolari.»
Julie gli passa l’elenco delle erbe, lo lancia sulla scrivania e
abbassa lo sguardo su un cassetto, fruga compulsivamente
tirandone fuori fogli a caso.
«Va bene ma … Non ho le ricette molecolari, insomma …»
«Le chiedo a Gualtiero e te le porto.»
«No! Non serve! Può mandarmi una foto, sulla mail della
reception …»
Pastorini ha uno sguardo perplesso: «È strano Julie, ma … ok.
Sicura di star bene?»
«Sì sì, è solo che … sono allergica alla salsedine, e … devo
tornare in bagno!»
Si alza, la gonna si impiglia nella sedia, gli occhiali le scivolano
sul naso, si ricompone e velocemente scappa in bagno, lasciando
sulla scrivania il foglio con l’elenco delle erbe.
CAPITOLO 20

S ulla tovaglia beige, davanti a ogni sedia, sono disposti rametti


appena colti, adornati con un nastrino lilla legato a fiocco. Un
rosmarino con aghi tondi del verde del bosco, un rametto di salvia
bianca come il sale seccato sugli scogli, una ginestra che irrompe
con il suo giallo potente. Un tocco di lilla nella lavanda, della menta
color speranza e un ciuffetto di prezzemolo. I profumi aleggiano sul
tavolo come i sorrisi dei tre che ammirano l’insieme di piatti e
bellezza, ancora senza sedersi. Stefano sta mangiucchiando un
pezzo pane, Julie osserva incantata Francesco che liscia le ultime
invisibili pieghe dei tovaglioli, ripiegati in barchette sui piatti.
La Sonia entra nella stanza, si ferma vicino a Julie: «Belìn!
Allora, l’hai portato?» Julie si volta: «Shhh! Non ce l’ho io.»
Eva entra dalla porta, il suo viso è un muro di fredda
accondiscendenza. «Bene, grazie a tutti per essere venuti.» Sbircia
il tavolo: «Ottimo lavoro, prego. Sediamoci.»
La Sonia si avvicina a una sedia, Stefano la segue deglutendo il
pezzo di pane:
«Sonia, sarebbe il mio posto, ma se vuoi mi metto sull’altra
sedia …»
«’R belìn che t’anega! Adesso poligamo pure con le sedie!»
«Era che … ecco … vo … volevo metterti dove c’è il fiore giallo,
ra … raggiante.»
«E piantala, Stefano! Che il giallo mi sbatte!» La Sonia si siede
davanti alla salvia e Stefano di fianco a lei, dove c’è la ginestra.
Anche Julie e Pastorini si siedono, Eva rimane in piedi, davanti
al posto con il rosmarino. Anche Gualtiero è uscito dalla cucina, sta
di fianco a Eva con un sorriso trionfante stampato sulle guance
paffute.
«Si sieda pure, Gualtiero.» E gli indica la sedia vuota, davanti a
lei.
«Suvvia, Eva cara, un vero chef sta sempre in piedi mentre gli
altri mangiano, e in un giorno così, poi … Legge della cucina,
ognuno ha le sue.»
«Per cortesia, preferirei che si sedesse mentre parlo cinque
minuti.»
Le tira una pacca sulla spalla: «Devo ascoltare i fornelli che
sfrigolano! Cosa credi? Che ho un elfo magico che mi aiuta?»
Ridacchia, stingendo con la mano la spalla di lei e Eva vorrebbe
staccargli le dita a morsi, il suo umore è decisamente in bilico oggi.
Eva fa un respiro, cerca di distendere i nervi e stiracchia un
sorriso sul viso. «Come sapete tengo tantissimo a questa villa, è il
primo progetto solo mio, e quest’apertura significa molto per me.
Possiamo sbagliare, ma questo staff deve sempre rimanere unito
come lo è stato in questo mese, e aiutarsi.»
Butta giù una nota di amarezza, riprende fiato: «Iniziamo con le
informazioni di servizio: il signor della Gherardesca non lavorerà più
qui per …» Si morde il labbro, può giurare di essersi sentita
sciogliere per un breve attimo. «… Motivi personali. »
«Un motivo personale dai capelli rossi, eh? Cara?!
Estremamente gelosa, e fa bene perché Manfredi non è ciò che si
dice fedele. Però lei è adorabile, pensa che la conosco da …»
«Gualtiero, mi scusi?! Le sembra il caso? Le do io la risposta se
non ci arriva da solo: no» sbotta, e si rende conto che tutti hanno
iniziato a fissare le proprie ginocchia. Cerca di riprendere la calma.
«Quindi da oggi in poi sarà Francesco a farmi da braccio destro.
Vada pure in cucina a fare i piatti. Non ho più nulla da dire.» Si siede
e posa il diario al centro del tavolo.
«Cucinare, tesoro, mica fabbrico stoviglie, eh …» Gualtiero si
allontana, mentre lei stritola il tovagliolo tra le mani.
Nessuno parla, tutti fissano i piatti vuoti.
Stefano si sporge verso la Sonia: «Hai fatto la tinta?»
«Sono colpi di sole, ignorante!»
«Sta … stai bene.»
Julie si butta nella conversazione come se parlare possa farle
dimenticare la vicinanza di Pastorini: «Sì è vero, stai bene.»
Pastorini versa l’acqua a tutti, e sussurra a Julie: «Secondo me
stava meglio prima …»
Julie per poco non si rovescia il bicchiere addosso.
«Eh … la mia hair stylist è brava, ti ci devo portare, Julie,
perché quel caschetto è un po’ passato …»
Francesco sibila nell’orecchio di Julie: «Non ascoltarla, stai
benissimo.» E lei sente i brividi salirle su per la schiena, lo guarda e
sta sorridendo e Julie si versa del vino, lo butta giù tutto d’un sorso.
Eva schiarisce la voce: «Non voglio fare la guastafeste, ma
torniamo al lavoro.» Fa segno a Julie di passarle qualcosa. «Ho
imparato a mie spese che nella vita bisogna prendere delle scelte
nette a volte, che con il piede in due scarpe si finisce per
inciampare.» Julie le passa i fogli. «Quindi, oggi assaggeremo due
tipologie di piatti: delle ricette antiche prese da questo diario, e delle
ricette di cucina molecolare.» Fa una pausa, Gualtiero è ancora in
cucina, il solo sentirlo spadellare la irrita. «Non credo che una cucina
tradizionale possa mischiarsi con qualcosa di tanto innovativo: quindi
oggi il vostro compito sarà aiutarmi a decidere da che parte andrà la
nostra cucina. Se innovativa, o tradizionale.»
Tutti tacciono.
Stefano sussurra: «Belìn, che roba …»
La Sonia lo zittisce con una mano, come si fa per scacciare una
mosca.
«Alcuni di voi sapranno che questo diario mi ha accompagnato
da quando sono arrivata qui, è stato trovato nella villa e …»
Una suoneria neomelodica la interrompe, Stefano si agita,
sbandiera un cellulare.
«Scusate, devo rispondere. Posso?»
«Non dovresti portare il telefono in turno!»
«Eh ma, signorina, se non posso uscire prima, per lo meno mi
devo organizzare, Pastorini mi ha detto che potevo …»
Pastorini annuisce, Eva agita la mano, Stefano risponde: «Ciao,
amore! Dimmi, veloce, veloce … Che sono al lavoro.»
La Sonia guarda inferocita la tovaglia.
«Tesoro, no. Non devi piangere, non sarete mica da sole … E
poi mi racconti tutto … Lo so, ma non sempre si può fare quello che
si vuole … Sofia, mi senti?» La Sonia volge il mento di lato: ah,
giusto, ecco il nome del biasimo. O meglio, uno dei nomi di una
collezione tutta da scoprire, altro che figurine. Ma com’è possibile
che quello lì abbia tutto quel traffico? Peggio della tangenziale. Con
una mano scuote dei riccioli.
«Ecco, brava! Così mi piaci … Ora devo chiudere, ciao,
amore.» Stefano si rivolge di nuovo a Eva: «Mi scusi …»
«Sì, bene, tutto a posto?» Lui annuisce, la Sonia scuote il capo,
Eva modera la voce: «Dicevo … Vi ho chiesto di mettere i
segnaposti con le erbe perché richiamano il diario …»
La Sonia si sporge verso il centro del tavolo: «Ma posso
vederlo, signorina?» Eva annuisce.
La Sonia lo accarezza, lo apre: «Sa, mi ricorda una cosa …»
Sfoglia le pagine con reverenza, e per un attimo le sembra di
rivedere l’album di fotografie in bianco e nero che sua nonna
custodiva. Pagine spesse, dure al tatto come cartone, e quell’aura
da oggetto magico. Lo mostrava solo alla vigilia di Natale, perché
era la notte delle tradizioni, diceva.
«La mia nonna, era del Sud lei, poi è venuta a Sant’Enso con
mio nonno … Aveva un portafoto così, e sotto le foto ci aveva scritto
tutte le sue cose … nascoste, diciamo.»
«Signorina Eva, sa cos’ho letto?» Julie ha la voce squillante,
gesticola in modo nevrotico, forse i bicchieri di vino iniziano a farle
effetto: «Che si usano tutte quelle cose, soprattutto al Sud, vero,
Sonia? Le persone le fanno ancora …»
Eva sembra tornare da una dimensione ultraterrena: «Cosa
intendi, Julie?»
«E, la … Magia.»
Francesco ride, mentre Stefano usa una forchetta come fosse
una bacchetta magica.
Julie diventa paonazza.
«E piantatela! Legére!» La Sonia ricorda sua nonna, se non
fosse stato per l’accento tutti l’avrebbero scambiata per una lericina
di nascita. Ma alla vigilia di Natale cambiava, in quella notte tornava
della sua terra, davanti al fuoco i suoi fianchi sembravano più tondi,
e i suoi occhi pieni di spiriti. Sorride: «È vero, sa,
signorina? Io porto un limone in borsa per assorbire le cose
brutte, metto il sale agli angoli delle stanze.»
«Ecco come fai a far sparire le macchie sulle tovaglie … puff!»
Francesco ridacchia, e Stefano si dice che avrebbe dovuto capirlo
prima, che adesso quella lì chissà cosa gli manda.
A Julie esce un filo di voce: «Ho letto qualcosa mentre facevo le
fotocopie … Tu hai mai provato, Eva?»
Scuote il capo: «Solo una tisana per dormire.»
Stefano si rigira la ginestra tra le mani: «Be’… ha funzionato!
Anch’io la faccio sempre alle mie … Lasciamo perdere!»
«Eh, Stefano, se sei maldestro come a servire ti conviene sì
addormentarle le donne!» Francesco ride. «Se solo avessi Julie in
sala …» e le fa un occhiolino mentre lei fa cadere il tovagliolo.
La Sonia è assorta. Rivede l’albero addobbato di rosso, e sua
nonna seduta in poltrona, vicino al camino che la chiama con un
dito. Le sussurra qualcosa all’orecchio e lei risponde che sì, può
farcela a stare sveglia fino alla mezzanotte. E poi si siede sull’altra
poltrona, con l’album fotografico in mano e il fuoco che sfrigola
sembra la voce di quelle foto. Risente il pendolo che con i suoi
rintocchi le sobbalza nel cuore, dodici battiti esatti e sua nonna che
la prende con sé, sotto il suo scialle, e la porta in cucina. Dice che le
insegna una cosa, una di quelle segrete che si può insegnare solo
alle donne, solo in quella notte.
Julie continua: «… E dicevo, ho letto che sono molto popolari le
carte, e ho letto qualcosa sul ma … non ricordo come si chiama.»
«Malocchio? Belìn, io devo proprio averlo!»
Pastorini sussurra a Julie: «È la sfortuna, ma la sfortuna che ti
manda qualcun altro.» Lei scoppia in una risata sconclusionata.
La Sonia sorride: «Io so toglierlo, ma a te, Stefano, te lo lascio,
che te lo meriti! … E lei ci crede, signorina?»
«Al malocchio?»
«Ma no, in generale, belìn … Alla magia.»
Eva riflette un attimo, è la prima volta che rivolge quella
domanda a sé stessa:
«Non lo so … Cioè, prima no … Ma forse …»
La Sonia le allunga il diario: «Mia nonna diceva che c’è sempre
un momento adatto a imparare qualcosa, non si può imparare
sempre solo quando siamo pronti. Ci sarà un motivo se questo diario
è arrivato a lei …»
Il rumore di piatti che tintinnano sull’acciaio li interrompe. Lo
sguardo di Eva si rivolge alla porta della cucina: e incrocia quello di
Gualtiero, che spinge un carrello portavivande come fosse un carro
armato.
«Benissimo, metta pure i piatti in tavola.» Lo chef non la degna
di una seconda occhiata, mentre deposita le portate davanti allo
staff. Sei piatti, divisi in due schieramenti, che si guardano in
cagnesco: i primi dai colori vivaci e dalle geometrie complesse, gli
altri che emanano il profumo della cucina casalinga.
«Ecco! Ecco qui!»
Gualtiero indica il primo schieramento, sventola il dito sulle sue
ardite composizioni.
«Antipasto, primo e secondo!» L’indice si ferma sul primo piatto
fondo: al centro, un parallelepipedo trasparente racchiude l’arancio
acceso di un’unica cozza; sulla cima, uno sbuffetto di schiuma
rosata spolverata di granelli verdi; tutt’attorno, le valve nere di altre
cozze, disposte a petalo. «Cozze ripiene destrutturate!»
Lo dice come fosse la soluzione a tutti i mali del mondo, e non
si accorge del brivido di disgusto che attraversa la Sonia, Stefano e
Francesco al suono stridente della parola cozze. «Gelo d’uovo che
racchiude la cozza, sormontata da aria di mortadella e polvere di
prezzemolo! Attorno, gusci di pangrattato al nero di seppia! E di qui»
e rivolge un gesto distratto a un piatto del secondo schieramento, «la
stessa ricetta, trita e ritrita, non ve la spiego neanche.»
Torna alla prima schiera, indica il secondo piatto: una macchia
liquida, azzurro cloro, dalla quale emergono piccoli tentacoli,
filamenti gialli e nuvolette bianche di spuma. «Il primo, zuppa di
mare: succo di pomodoro azzurro, moscardini all’aglio, coralli
all’acqua di verdure e curcuma, aria di scampi!»
Stefano si sporge verso l’antipasto, spalanca gli occhi: e decide
che nessuno potrà mai convincerlo che quella roba azzurra abbia il
sapore del pomodoro.
«Sempre zuppa di mare» continua Gualtiero, si rivolge al
secondo schieramento e a una ciotola di coccio: dentro, in un mare
di passata, flottano tocchetti di pesce e frutti di mare. «Alla maniera
… vostra.»
Guarda Eva, le dedica un risolino.
«E infine, il mio capolavoro!»
L’indice circumnaviga quello che ha tutta l’aria di essere un
rametto fiorito, al centro dell’ultimo piatto. «Polpo alla tellarese:
carne di polpo allo zafferano sferificato a forma di ginestra, con
ramificazioni all’acqua di rosmarino e prezzemolo e aria di patate!»
Il piatto di polpo e patate tradizionale giace inerme, ignorato
dallo chef.
«Che dire, mi pare che qui la lotta sia impari, non …»
È Eva a mettere il punto alla sua presentazione.
«Gualtiero, si sieda pure.» Lui ubbidisce scuotendo il capo. «Ho
chiesto a Julie di impaginare le ricette, mi piacerebbe che gli ospiti
potessero leggere le storie a cui sono collegate. O le tue …
composizioni fantasiose.»
«Bazzecole, Eva! Assolutamente fuori discussione! La cucina è
come l’alchimia, non esiste che gente qualunque possa leggere i
miei segreti.»
Eva guarda i fogli che ha in mano: «Julie, perché non hai
stampato quelle molecolari?»
«Ecco …»
«Mi sono categoricamente rifiutato! Queste pacchianate io non
le faccio, Eva!»
«Gualtiero, mi dia del lei, per prima cosa.»
«Non ci formalizziamo, è una questione di arte, non di prodotti
di massa e io mi dissocio in ogni modo …» Gualtiero si zittisce,
rimane a bocca aperta e guarda dietro Eva come se ci fosse un
fantasma.
«Ciao, amore.»
Heidi Kessler-Baumann sta in piedi di fianco al tavolo come
sulla fine di una passerella della settimana della moda. La posa
rigida di una statua greca che ha lasciato il panneggio altrove, per
sostituirlo con un abito striminzito. Le gambe lunghe, oro pallido, una
leggermente piegata e l’altra dritta sul tacco dodici. I capelli che
scendono in morbide onde sulle spalle scoperte, e un braccio sul
fianco a sottolineare una curva perfetta, in estremo contrasto con la
linea retta della pancia piatta. Gli occhiali a forma di occhio di gatto,
con lenti dorate, nascondono le poche rughe d’espressione che i
suoi cinquant’anni le hanno lasciato addosso, e che le creme
costose non sono riuscite a debellare.
La bocca contorta nell’espressione stropicciata di chi non è
abituato a rimanere nell’ombra.
Eva si alza: «Ciao, mamma.»
Figlia? Madre? La Sonia non ha nemmeno il tempo di chiedersi
cosa sbagli la genetica che balza in piedi, saltella come una
bambina con le mani al petto. Heidi le concede una posa di tre quarti
del viso, alza gli occhiali e sfodera quello sguardo azzurro grigio che
ha sfondato milioni di televisori.
«Lei è …!»
«Stefano, per cortesia, aggiungi un posto.» Abbassa la voce:
«Pensavo arrivassi domani, con papà …»
«Oh, no, amore. Lui arriva tra qualche giorno.» Una piccola
ombra si sparge negli occhi, un’insinuazione di umanità, come
l’avanzo di una vita normale:
«… Impegni di lavoro, come sempre.»
Heidi scuote il capo, si avvicina a Julie: «Julie, giusto? Ci siamo
già incontrate in ufficio, ad Amburgo.» Le si avvicina, le posa un
bacio color pesca sulla guancia. La Sonia ha le mani alla bocca e gli
occhi vicini a un’esplosione di pianto.
«Ommiodio!» Non sa se a sorprenderla sia il fatto che la Diva
per eccellenza sia lì, davanti a lei, o che stia baciando quella
sciattina, in un contatto che le ricorda quello di una principessa e un
rospo.
Heidi sorride, lascia il suo lato migliore alla Sonia, le porge una
mano.
«Piacere …»
«Sì, lo so! Lei è il mio idolo, una dea! Io la adorooo. Belìn!
Amavo Due cuori e una caparra! Ho visto ogni puntata!»
Gualtiero le tende una mano appiccicosa: «Oh finalmente! Lei
che è una stella del cinema saprà apprezzare la modernità
culinaria!»
Heidi sorride, prende un tovagliolo ed estrae la penna dal
taschino di Pastorini.
«Come ti chiami?»
«Belìn! Belìn! Non lo so più.»
«… Si chiama Sonia, mamma, ti prego stiamo lav …»
«Un attimo, amore.»
Si prende il suo momento di celebrità: almeno due al giorno da
trent’anni, prima o dopo i pasti, un elisir per rimanere magnifica.
Allunga il tovagliolo a Sonia con uno scarabocchio e un cuore: “A
Sonia, con amore.” E una firma imbellettata come lei.
Stefano arriva con la sedia, la posiziona vicino a Heidi: quello
stesso volto che da ragazzino si portava nel letto, nei sogni, nel
bagno da solo. E vorrebbe scapparci anche adesso. Lei, che lo
guardava dal poster sull’armadio, ora è davanti a lui, con lo stesso
sguardo. Non sa cosa dire, le prende la mano e gliela bacia con un
inchino.
«È il s … sogno della mia a … adolescenza.»
Heidi alza il mento e si lascia ammirare in una prepotente scia
di vanità.
«Be’, legèra! Almeno allora avevi buon gusto!»
Eva si risiede: «Finisco io le presentazioni, prima che vi lasciate
distrarre dallo charme della mia cara mamma, vero, Stefano?» Gli
lancia un’occhiataccia: «Heidi Kessler-Baumann: mia madre.
Gualtiero, il mio chef. Francesco, il mio vice.»
Heidi sorride, una copertina patinata che sventola davanti a loro
nei suoi colori pastello e gli ombretti mat sul viso. «Sei sempre così
dura, amore. E Manfredi dov’è?»
«Se n’è andato. Problemi personali.» Schiva lo sguardo di sua
madre, torna a rivolgersi ai suoi dipendenti: «Dicevo, le ricette …
Come hai risolto con la rimembransa, Gualtiero?»
«Ancora con le favolette, Eva? Non so cos’è e non l’ho usata,
che poi … Cosa sarà mai un’erba in più o una in meno.»
«Che cosa, amore?»
Eva serra le labbra, cerca di trattenere un ringhio.
La Sonia allunga il diario a Heidi: «Abbiamo tradotto delle
ricette tradizionali dal dialetto, per riprodurle … Ma, belìn! Non
capiamo che erba è questa rimembransa! E c’è in quasi tutte le
ricette.»
Stefano è ancora a bocca aperta, Julie sussurra a Heidi in un
tedesco barcollante:
«E non ci sono solo ricette, anche … Un filtro d’amore in grado
di far tornare …» Eva la zittisce: «Veniamo al dunque, come ho
detto, non credo che molecolare e tradizionale possano mischiarsi
bene, credo che dobbiamo scegliere una delle due cose.»
«Ben detto, mia cara! Non si mischiano merda e cioccolato!»
«Quindi ora le metteremo ai voti.»
Gualtiero sbianca: «Non se ne parla! Lasciare la scelta a degli
ignoranti in materia?»
«È la democrazia, Gualtiero.»
«Io cucino, io decido!»
«Non urlare, per piacere.»
«È inaccettabile! Incredibile, non siamo mica a un programma
tv! Gente che non ne capisce niente che viene a decidere della mia
cucina.»
«Credevo di essere stata chiara» sibila Eva, gelida e risoluta
come il veleno di una vipera. «Di suo, qui, non c’è niente.»
Francesco alza la mano: «Scusa, Eva, forse Gualtiero ha
ragione, dovremmo riflettere un po’ di più, magari sondare il mercato
…»
Eva lo fulmina, poi si rivolge a Gualtiero: «Vorrei ricordarle che i
clienti di questo ristorante saranno persone normali, ignoranti, come
lei le definisce … Quindi, avete tutti assaggiato, chi ha preferito il
molecolare? Io mi asterrò, non voglio influenzarvi con la mia
opinione.»
Gualtiero e Julie alzano timidamente la mano.
«Bene, chi per il tradizionale?»
Stefano, Francesco e Sonia alzano la mano. Stefano si alza,
raccoglie i piatti vuoti, conosce bene quello sguardo sul volto della
Tedesca e lui non sarà lì quando proclamerà l’inizio dell’apocalisse.
C’è già la Sonia, decisa a farlo fuori, ci manca di servirle un alleato
sul piatto d’argento. Italia e Germania unite contro di lui:
storicamente non promette bene. Meglio andare a fare la Svizzera in
cucina. Eva sembra un robot, nemmeno una linea di soddisfazione
tra le labbra, rimane imperturbabile: «Deduco che prenderemo la
direzione della cucina tradizionale, Gual …»
Lui balza in piedi, sbraita: «Io mi oppongo! Mi licenzio! Non se
ne parla assolutamente, questi metodi beceri. Io, sono uno chef
stellato …»
«Gualtiero non …»
Francesco si alza: «Eva, Gualtiero. Calmatevi, possiamo
trovare un compromesso. Sono sicuro che la signorina non
intendeva … Magari dedichiamo un giorno a settimana al molecolare
… Possiamo parlarne, venirti incontro …»
«Non ti compete, Francesco. Abbiamo scelto, non ci sono
compromessi.»
«E tu, mia cara , sei solo una puttanella viziata!»
Gli occhi si assottigliano, si alza, sibila: «Non si permetta.»
«Ma smettila! Lo sai anche tu che non saresti mai arrivata fin
qui senza entrare nel letto di Manfredi.»
Eva deglutisce, può sentire gli occhi di tutti attaccarsi alla pelle
come zanzare. Sua madre, specialmente, sente che la scruta e
immagina i suoi occhi con quel velo di compassione e il “te l’avevo
detto” sulla punta della lingua. Iniziata, finita, ancora. Tradita,
ancora. La fitta al cuore è talmente forte che per un momento si
chiede se possa d’un tratto cadere per terra inerme. Heidi si alza,
una Venere degli anni 2000, potente, fiera e distruttiva, che con un
battito di ciglia potrebbe far esplodere l’universo. Le poggia una
mano sulla spalla, sta per parlare ma Eva la blocca con un gesto. Fa
un respiro, dev’essere forte: «Ha perfettamente ragione, Gualtiero.
Se non fossi entrata nel letto di Manfredi non mi sarei mai fatta
convincere ad assumere un pallone gonfiato come lei, per di più
fallito.» Alza il mento, soffoca le lacrime che sente annidarsi sotto le
ciglia. Non cedere, attacca. «E siccome il suo amico Manfredi non
entrerà più nel mio letto, non ho motivo di trattenerla. È licenziato.»
Gualtiero è diventato talmente rosso da sembrare più grosso:
sul punto di esplodere.
«Presuntuosa, eh! Senza uno chef, a un giorno
dall’inaugurazione! Sei pazza.»
«A costo di cucinare io stessa. Sparisca.» Gualtiero le getta in
faccia il grembiule, se ne va. Lei guarda il tavolo, china la testa:
«Scusatemi, finite pure il pranzo con calma.» Ha lo sguardo perso
altrove.
«Io non mangio, amore. Sono in dieta liquida. Vengo con te.»
Eva annuisce: «Ti mostro la tua camera.» Lancia un’occhiata a
Francesco: «Dopo parliamo. Julie, occupati dei documenti per il
licenziamento.» E suona come una minaccia.

Non parla. Il viso contratto in una maschera di rabbia e i capelli che


sobbalzano sulle spalle, impauriti, ogni volta che il tacco si appoggia
sul pavimento come per distruggerlo. Nel corridoio non ci sono voci,
se non il rumore dei suoi passi che risuona come un annuncio di
guerra. Ha lasciato sua madre in camera, accucciata davanti alla
specchiera in una nube di fard, mentre si ritoccava il trucco e si
lamentava di suo padre. La solita routine, come chiacchiere dal
parrucchiere davanti alle stesse riviste, anche se questa volta c’era
un’ombra diversa. Heidi si era legata i capelli, una coda fatta a caso
per tenere le mani occupate mentre parlava. E lei li tiene sempre
sciolti, anche in piscina, anche in palestra, niente code; solo
chignon, per i capelli vale lo stesso mantra della sua vita: o eleganza
ricercata, o libertà selvaggia. Niente vie di mezzo. Sicuramente con
quella coda voleva dirle qualcosa, ma non l’ha nemmeno lasciata
finire di parlare: subito dopo averle mostrato la camera si è fiondata
in corridoio, come un comandante di fanteria.
Sguardo dritto, anche davanti alla porta di Manfredi, deglutisce
per mandare giù quella sensazione dell’ombelico che si squarcia.
Tende i muscoli della mascella e continua a camminare, si lascia
dietro i dolori come cellule morte sulla spugna della doccia.
Si appoggia all’acciaio, la moka lasciata sul fornello la guarda
come un gatto trascurato, lasciato lì per giorni senza nemmeno una
carezza.
Attende e lancia un altro sguardo alla caffettiera, blocca lo
spiffero dei ricordi con due dita strette sulle tempie. Francesco entra
in cucina.
«Francesco, le chiarisco una cosa: non si permetta mai più di
contraddirmi in pubblico. Esigo rispetto, sarò sempre felice di
ascoltarla e di discutere con lei, ma in privato. È chiaro?»
Prende la moka, la stringe come se potesse romperla.
«Soprattutto su questioni così delicate, dobbiamo fare fronte comune
altrimenti non mi aiuta. Ha mai visto me e il signor Manfredi
discutere?» Sente una stretta allo stomaco, e sbatte la caffettiera sul
piano cucina
«Impari a essere professionale, Francesco. Non siamo una
trattoria di paese.» Incrocia le mani sul petto e si gode i brividi di lui,
glieli vede salire addosso con le loro mani scheletriche. Poi abbassa
lo sguardo: nessuna replica, e quasi le dispiace.
«Mi scusi.»
«Non si scusi, trovi una soluzione per lo chef.»
«Ho chiamato un amico, non è uno chef stellato ma è molto
bravo …»
«Non m’importa. È disponibile?»
«Sì, ma dalla prossima settimana, dopo l’inaugurazione …»
«Cerchi meglio.» Gli scaraventa la moka tra le mani. «E abbiate
la decenza di sistemarla, se fate il caffè. Non ho tempo di scrivere
lettere di richiamo, né abbastanza personale per potervi licenziare.
Quindi datevi una regolata.»
Lo squadra: vede il timore negli occhi, e per un attimo sta
meglio. Come se le ferite di qualcun altro potessero rimarginare le
sue. Ne vuole ancora, come una droga, sente il bisogno di dilaniarlo,
come un lupo addomesticato da troppo tempo.
«Voglio una soluzione entro stasera, non m’importa se deve
vendere l’anima al diavolo. Glielo assicuro, con la terra bruciata che
le farò attorno l’anima non le servirà.»
Prende una bottiglia d’acqua e riempie un bicchiere, un punto
gelido alla conversazione. Pastorini tace, nel silenzio un rumore di
passi arriva dal corridoio, Eva si volta.
Mirco entra dalla porta, ha un contenitore frigorifero in mano.
Incrocia lo sguardo di lei e sottolinea il fastidio con uno sbuffo
crudele, quasi un ringhio.
«Buongiorno, Francesco.»
Non la guarda nemmeno, appoggia il contenitore sul piano
cucina.
Eva lo squadra, quell’essere che ha osato abbandonarla come
un cane e oggi non ha nemmeno la decenza di salutare. Bene, pane
per i suoi denti. «Vai, Francesco, me ne occupo io …»
Lui apre il cesto, dispone i pesci sull’acciaio. Sembrano una
minaccia, con gli occhi spalancati e le bocche ancora aperte: quasi a
dire che potrebbe fare lo stesso anche a lei, se volesse. E a
giudicare dai suoi gesti bruschi, ora lo vuole.
«Quindi? Hai intenzione di non parlarmi?»
«È inutile che ti dica che pesci sono, tanto non ne capisci un
cazzo.»
«Sul serio? Niente da dire?»
«C’è anche un polpo. Contenta?» Le sbatte il cefalopode vicino,
lo fa scivolare sul piano lasciando una macchia di viscidume. Eva
può quasi risentirlo intorno alla caviglia.
«Sei pazzo. E irriconoscente.»
Lui ride, senza gioia.
«Sono seria. Ti atteggi a uomo maturo ma la verità è che sei
solo un bambino capriccioso.»
«Belìn, ma che cazzo vuoi?»
«Primo, che non mi si parli in questo modo. Secondo, che non
mi si abbandoni come un cane in autostrada.»
«Mi sembrava che ti stessi divertendo …» La guarda, ed è
come uno sputo dritto in fronte.
«Fai sempre così! Lanci veleno a chiunque ti si avvicini, e ci
credo che poi tua madre si chiude in una stanza.»
Lui si irrigidisce, e ciò che si imbuca nel verde smeraldo non è
rabbia: è sangue, di una ferita che lei è andata a scovare e ha
riaperto a mani nude. Butta la testa di un pesce spada sul tavolo, e
lo sguardo vitreo si posa su Eva. Sembra uno specchio nero e
opaco, e il suo riflesso, nell’occhio senza vita, si sforma in una sottile
linea pallida.
«Toh, tieniti pure il contenitore!» Lo getta per terra, ormai vuoto,
in un tonfo che squarcia la quiete della cucina. E poi se ne va con
passo pesante, un titano furioso pronto a scatenare catastrofi e
spazzare via l’umanità.
«Adesso scappi? Complimenti, davvero.»
Eh no, non esiste, farle un affronto del genere e poi andarsene.
Di nuovo. Non glielo permette, oggi no. Lo segue per tutto il
corridoio, senza parlare, solo disintegrandogli la schiena con gli
occhi. E poi in giardino, i pochi metri sterrati prima del furgoncino,
tutto che brucia sotto l’incendio azzurro chiaro. Lui apre la portiera,
lei lo sorpassa, va dall’altro lato e sale.
«Scendi.»
«Non vado da nessuna parte finché non ti scusi.»
Mirco scuote la testa, inserisce la chiave, ingrana la prima e
parte.
«Allora?»
«Non ho un cazzo da dirti, Eva.»
«Mi hai lasciato lì! Sei sparito! Mi hai umiliato.»
Si ferma davanti al cancello della villa. «Fatti un favore,
scendi.»
«No!»
«Come vedi, ti umili da sola.»
Riparte, imbocca via Fiascherino e i suoi tornanti a strapiombo
sul mare. Guida veloce e la nausea si insinua nella pancia di lei.
«Mi vuoi dire cos’ho fatto per meritare una sparizione?»
L’Arbre Magique le strapazza le narici, e ora sì che vorrebbe
scendere: ma si trattiene, e l’unico favore che deve fare a se stessa
è sparare a raffica. «Sapevi quant’era importante quella serata! Hai
idea di che figura mi hai fatto fare?»
Eva gli colpisce il braccio, mette tutta la forza che sente rifluire
negli organi. «Mi vuoi rispondere almeno?»
Mirco sbanda, inchioda in una piazzola sul ciglio della strada,
un piccolo balcone sterrato affacciato sul mare smeraldo.
«Eva, scendi da quel cazzo di piedistallo! Sei talmente priva di
argomenti da rinfacciarmi la depressione di mia madre.»
Sente il vomito salire, le si agita in gola in una sensazione
acida, una mano liquida che le afferra la trachea. Ma non vuole
uscire, non preme, e si dice che forse non è vomito, forse è
qualcos’altro. «Non intendevo …»
«Belìn! È esattamente quello che intendevi. E non ho un cazzo
da dirti, che sei una stronza viziata lo sai già!»
Si guarda le ginocchia. «Mi devi una spiegazione. Hai idea di
cos’abbia voluto dire rimanere lì da sola? E non trovarti più, e
dovermi allontanare come un ladro per evitare domande?» Alza il
viso, e caccia giù i tremori della voce: «Mi sono sentita …»
«Umiliata? Perfetto!» La fissa, e lei può sentire quello sguardo
prenderla a cazzotti. «Sono stato conciato come una bambola, e poi
sputtanato davanti a sconosciuti.»
«Mirco, avevamo …»
«No, adesso stai zitta e ascolti! Perché ho mandato giù, ti ho
lasciato fare, solo per aiutare te, ma non ti è bastato! Sei dovuta
scappare in bagno!»
«Non è assolutamente …»
«Porca troia! Non mi trattare come un idiota!»
Lei afferra la manopola e abbassa il finestrino, un movimento
ossessivo, continua a girare la manovella anche dopo l’apertura.
Continua, come se ripetendo quel gesto potesse riportare indietro il
tempo, o portarlo avanti, aprire un portale e scappare da ogni cosa.
Da quel bacio, e dai suoi denti che squarciano il labbro di Manfredi.
Vorrebbe scoppiare in un urlo famelico, prendere il cielo e
squarciarlo con le mani, come fosse un foglio di carta velina.
«Eva, io non sono la tua puttana!»
«Mirco, non …»
«Stai zitta! Credi di poter usare tutti a tuo piacimento, come
stuzzicadenti. Non hai rispetto di un cazzo! Irriconoscente io, eh?!
Ho raccontato stronzate per due ore, ti ho parato il culo, perché
altrimenti ti avrebbero visto per quello che sei: sola, fallita e noiosa.
E tu come mi ringrazi?»
Lei sente la testa scoppiare e gli occhi appesantirsi. «Non
osare.»
«Non osare cosa, Eva? Dirti ciò che vedo? Perché è questo che
vedo, un’incapace che si circonda di fantocci invece che di persone.
Perché le persone vanno gestite.» Le prende il mento. «Se hai avuto
una parvenza di umanità, ieri sera, è solo grazie a me.» Le alza il
viso. «Guardami, e rispondimi: come mi hai ringraziato?»
Si divincola, fissa il suo riflesso nello specchietto. «Lui mi ha
baciato, lui. È una cosa vecchia, ormai … chiusa …» non finisce la
frase e lo stomaco si ribella, può sentirlo nella gola, come un
demone allunga le braccia e con unghie affilate le graffia la trachea.
«Non me ne frega un cazzo.»
«Se non mi avessi mollato lì, avresti visto che mi sono
allontanata!»
«Ah, quindi tu superi i traumi passati limonando nei bagni, e io
dovrei aspettarti per chiederti com’è andata?»
«Sto solo dicendo che avresti potuto chiedere spiegazioni prima
di fare gesti estremi!»
Le prende il mento, di nuovo, e questa volta lo blocca con le
dita e la punta con lo sguardo. «Tu non hai idea dei miei gesti
estremi.»
«Ah certo, adesso abbandonare una donna a una serata è stato
aggiunto alle reazioni normali, ma certo …»
Le spinge il viso all’indietro, con fermezza.
«Ti ho detto di stare zitta.»
Si avvicina, e la divora in un bacio che sa di percosse. La
spinge contro il finestrino e placa la sua fame. La bacia, le
scompiglia i capelli, ed è come se sfregasse la ruggine per mostrare
un metallo più bello. Ritrova lei, la ragazza che voleva uccidere un
polpo con una zeppa. Si stacca e la guarda: stropicciata, con
l’ombretto frantumato in pochi glitter e il rossetto che ormai non c’è
più. La cinge dai fianchi, la guida tra il suo corpo e il volante. Lei gli
cinge il collo, ha il viso accucciato sopra la sua spalla. «Mirco …»
«Zitta.»
«… Oh, ma smettila.»
Lui la stringe, ed è come una parete montuosa che abbraccia
un campo di grano. Un abbraccio duro, ruvido, che la costringe sul
suo petto. E il viso di lei esce dal suo nascondiglio, e lo bacia, e gli
toglie la maglia. Lui le alza il vestito, le sfila lo slip da un solo lato,
rimane a penzolarle sulla caviglia come un gioiello di cattivo gusto.
Si slaccia i pantaloni, abbassa le mutande e lei si adagia sopra, e si
lascia invadere da lui, dai suoi insulti, dal suo tocco, da tutto ciò che
si sono fatti. E abbandona la testa, si muove più veloce, e inarca la
schiena. Inaspettato, il suono del clacson riempie l’abitacolo.
Si fermano, ancora l’uno nell’altra, e ridono, corpo contro corpo.
Poi riprendono, e la montagna diventa mare, e il sesso diventa
placebo, e l’abbandono, ogni abbandono, si sbiadisce come un
brutto sogno.
Mirco fuma una sigaretta. Con l’altro braccio cinge la spalla di
Eva. Lei si divincola, si risiede sul suo sedile con lo sguardo nel
vuoto blu sotto di loro. Tutto ci si butta dentro, come in un’enorme
pattumiera, e sparisce, per sempre rifiutato alla vista. Gli scogli, le
radici dei pini marittimi, le spiagge: tutto ci entra e si nasconde. Si
chiede se lo possa fare anche lei, potrebbe buttarci dentro le ultime
ventiquattro ore, e quelle estati a Marina di Cecina, e Genova.
Restare così, per sempre, in un furgone in cui il problema più grande
è la puzza di pesce. Scuote il capo, magari non per sempre.
«Oh, guarda qui.»
Mirco ha il viso verso l’alto e le labbra schiuse, come i pesci di
marmo delle fontane. Aspira una boccata di sigaretta, gonfia le
guance e le ritrae, fino a che dalla sua bocca esce un piccolo cerchio
di fumo. Lui sorride, e continua a guardarlo mentre sale verso il
tettuccio dell’abitacolo, si allarga in aria come un bruco che si morde
la coda. Fino a che si annoia e l’anello si rompe, il bruco si distende
e sguscia via tra l’aria salmastra.
«Dovresti metterlo nel curriculum …»
«Lo farei solo per inserircelo, belìn.»
«Non hai un curriculum?»
Scuote la testa. «Mio padre mi ha assunto sulla fiducia.» Ride,
e lo sguardo gli si posa sul mare, a miglia di distanza da loro.
«E non hai mai fatto altro?»
«Mmm sì … Qualche stagione sui traghetti.»
«E com’è?»
«Lunga, e solitaria … Sono sei mesi in mare, almeno … Una
noia mortale.»
«E se lo dici tu …»
«Tu ci moriresti. Nelle grandi navi più che altro stai nelle stive, il
mare manco lo vedi, e non lo tocchi …» Le allunga una carezza sulla
guancia. «Ho bisogno del contatto, di sentirlo, il mare.»
«Il brivido delle barchette selvagge.» Le parole strisciano fuori
dalla bocca di Eva con una sottile punta di disgusto. Mirco ritrae la
mano, se la mette in tasca: quella frase è un pizzicotto fastidioso.
«Oh senti, ci sono cresciuto con le barchette. Ma quelle grandi
sembrano più città. E odio le città. Però avevo bisogno di soldi, e a
vent’anni si vuole scappare …»
«Sì, lo capisco.» E i suoi vent’anni le tornano all’orecchio come
un urlo straziato. Il balcone di Genova e l’odore del sale, e del caffè,
e può sentirlo come se le si versasse sul petto, urticante e
ustionante; la corrode e sente le cellule bollire, infiammarsi, cedere.

«Belìn, pagano un casino. Ma io non sono riuscito a metter via


un cazzo.»
«Perché sei immaturo.»
Mirco la guarda, una steccata verde smeraldo sulle dita.
«Perché ci pagavo lo psichiatra di me mae.»
«Da quanto è …?»
«Depressa? Difficile dirlo, avevo dieci anni quando ha perso il
bambino. Ha smesso di accompagnarmi a scuola, mi ci portava la
vicina di casa. Però almeno girava per casa, stava nel cortile del
palazzo …»
La voragine si dilata, si chiede se possa finire per divorare
anche lei. «Poi è successo qualcos’altro?»
«No. È solo che venivano tutti a casa, a vedere come stava e
cos’aveva, e mia mamma è riservata. E si chiudeva in camera, e ha
finito per rimanerci tutta la vita.» Guarda fuori dal finestrino, la parete
rocciosa è del colore di una torta bruciata. Mirco appoggia la testa
sulla mano, si scompiglia i capelli neri sulla fronte.
«Però l’altra sera è uscita … Non so più se è una scelta o una
malattia.»
«Non si sceglie un aborto spontaneo.»
Si morde il labbro, passa in rassegna tutte le cose che si è detta
per convincersi che non è colpa sua, e questa, probabilmente, non è
nemmeno la migliore. Lui accende un’altra sigaretta, e Eva sa che
non deve chiedere altro. Si guarda nello specchietto, potrebbe
essere lei, chiudersi nella sua gabbia dorata e non uscirne mai più.
Stare da sola con quel bambino mai nato.
«Senti, perché non stai qui?»
«Ho troppo lavoro, Mirco, stasera c’è …»
«No, intendo tutta l’estate, invece di tornare in Germania.»
«Meglio di no.»
Mirco ha aperto la portiera e butta il fumo fuori. Le dà le spalle,
con il viso immerso nella brezza che gli si spande tra i lineamenti
taglienti. Eva inizia a sospettare che evitarle un’overdose di tabacco
e arbre magique sia il suo personale modo di scusarsi.
«A parte tutto, è bello l’Eco del Mare …»
Si concede un respiro, fortuna che ha cambiato discorso. «Ed
essere un modello ti è piaciuto?»
«Belìn! Il sindaco mi ha parlato per un’ora!» Butta la cenere e
sghignazza. «Mi ha anche detto che vorrebbe portarmi a parlare
nelle scuole.»
«Oddio.»
Imita una voce cavernosa: «Per mostrare ai ragazzi che fare i
modelli non vuol dire per forza lasciare da parte la cultura, eh,
queste nuove generazioni …» Ridono.
«Hai detto di sì?»
«’R belìn che t’anega! No!» Lancia il mozzicone con forza,
come se stesse giocando a freccette e il bersaglio fosse sul lato
della montagna.
«Peccato. Ti ci vedo a gestire mandrie di adolescenti.»
Si volta. «Non posso, sono in esclusiva.» Le posa un piccolo
bacio sulla fronte. «E poi, non sono un modello.»
«Non ancora …»
Appoggia un gomito sul volante, le dona un fotogramma con le
sopracciglia inarcate.
«Ho ricevuto una proposta, per te, dal fotografo migliore in
Italia, vorrebbe …»
«No.»
«Aspetta, fammi finire, ha offerto …»
«Ho già detto di no, non mi interessa quanto offre.»
«Sei giovane, devi essere disposto ai cambiamenti o rimarrai
sempre relegato qui.»
«Voglio stare qui, io.»
«Devi andare oltre i tuoi limiti, o vuoi passare la vita su quelle
dannate barchette?»
«Forse tu devi andare oltre i tuoi limiti, e toglierti quei cazzo di
paraocchi!»
«Io non ho i paraocchi.»
«Ah no? E perché non vuoi stare a Lerici, sentiamo …»
«Non cambiare discorso. Vedi? È questo il punto: scappi.»
Chiude la portiera, come a mettere un accento a quello che sta
per dire: un accento forte, che sbatte con un rumore metallico.
«Non sono io quello che vuole rifugiarsi oltralpe.»
«Mirco, qual è il tuo problema?»
«Qual è il mio problema?» Dà uno schiaffo al volante, talmente
forte che potrebbe scardinarlo.
«Sì! Non capisco!»
«Che ti voglio! Cazzo! Ti ho visto, mentre lo baciavi, e l’avrei
picchiato.» Le prende i polsi, la avvicina a sé. «Ti voglio solo per
me.»
«Penso …»
«No, Eva. Voglio provarci, ma non possiamo se sei a ore di
distanza.»
«Non possiamo se fai sempre di testa tua! Se accettassi
quest’occasione non saresti bloccato qui, potresti viaggiare, vedere il
mondo … Chiunque pagherebbe per un’occasione del genere e tu?
Scegli di limitarti a questo.»
Molla i polsi, li spinge via. «Io sono questo.»
«Non è vero.»
«Sì, invece. Sono un pescatore, e amo Lerici, se vuoi altro non
lo troverai qui. Puoi andartene.»
«Mirco, non intendevo … Senti, sono un sacco di soldi …
Potresti avere l’armadio pieno di completi come quello di ieri, pagare
le cure …»
«Oh che cazzo! Ti ho detto di no … M’en bato el belìn dei vestiti
e delle tue stronzate! Non ho bisogno di ’sta merda per essere
felice.»
«È questione di ambizione, non di felicità.»
«Appunto. Io scelgo la felicità. Non sono te, e non voglio
diventarlo.»
Scandisce l’ultima parola con lo schifo. Ha le mani strette sul
volante, lo stritola, e lo sguardo dritto davanti a sé, la mascella
serrata in un morso silenzioso.
«Siamo già tornati a questo punto?» Eva apre la portiera. «Me
ne vado.»
«Ma dove cazzo vuoi andare?»
«Se mi disprezzi così tanto non ha senso che resti in questo
sudiciume.»
«Sei in mezzo a una strada, te ne rendi conto?»
«Chiamo un taxi, sai, non ho bisogno di dipendere dal tuo
rottame.» Sbatte la portiera e cerca il cellulare nella borsa.
«Giusto, vai dietro l’albero, magari ci trovi un trauma del
passato da superare!»
Mette in moto, e in una manovra e uno scoppiettio del motore,
Mirco sparisce dietro un tornante.
Il cellulare di Eva squilla, il nome di Francesco rimbalza sullo
schermo, fa un respiro prima di rispondere.
«Notizie dello chef?» La sua voce è più brusca di quanto
immaginasse, quella di chi non parla da giorni.
«Amore, sono io.»
Le risponde in tedesco: «Non puoi usarlo, è il telefono
aziendale di Francesco.»
Italiano: «Certo che posso, basta chiedere con gentilezza …»
Sospiro. «Se no tu non mi rispondi!»
«Non è giornata.»
«Italiano, amore.»
Ubbidisce, è esausta: «Hai capito.»
«Sono stata a prendere il sole, ma sai che è proprio bella la
spiaggia della Venere Azzurra, amore?»
«Mamma …»
«Ok, va bene. Io sarò fuori a cena con degli amici che non vedo
da tanto. Il mio agente mi ha proposto di partecipare a un cast e
stasera conoscerò il regista, sai, in via confidenziale …»
«Mmm. Perché mi hai chiamato?»
«Amore, sono preoccupata. Non hai più voluto parlare dopo il
pranzo …»
«Non c’è nulla da dire.»
«Vedo te e Manfredi rincorrervi da quando siete bambini … Lo
ami ancora, vero?»
Eva tace, le lacrime sgorgano sulle guance con compostezza.
Non lo sa più, non sa più se ama lui, o qualcun altro. Non sa
nemmeno se ama se stessa.
«Tra quanto torni? Potremmo fare una sauna per eliminare le
tossine e i cattivi pensieri …»
«Non ho tempo … Devo assolutamente capire che cos’è quella
rimembransa …»
«Ma perché, amore? Non è meglio dedicare del tempo a te
stessa?»
«Ho bisogno di un miracolo, mamma. Un dettaglio che cambi le
cose.» Una riuscita in un mare di insuccessi, si dice, trasformare
l’ennesima cosa che non sa in una delle poche che sa.
«Senti, amore … Tuo padre ha chiesto la separazione, non c’è
modo di farlo ragionare …»
«Tu come …»
La voce è roca, sembra un sasso strofinato su una roccia:
«Amore, scusa, è arrivato il mio agente. Ci vediamo dopo.»
Eva asciuga le lacrime, compone il numero dei taxi. Una voce
da centralino risponde, lei mugugna il nome della via in un tremore di
lettere, come se avesse appena ripreso a respirare. Si guarda
intorno mentre chiede che si possa pagare la corsa con il bancomat.
Non ha idea di dove si trovi, non ci sono case, né numeri civici, né
un’indicazione dell’altezza a cui si trova. Lei, da una parte lo
strapiombo sul mare, e dall’altra un’infinita parete di roccia. Un punto
fermo, dove non si può né salire né scendere, o si affoga, o si muore
soffocati per il caldo. Liquida la voce con un “mi vede sulla strada”, e
immediatamente sprofonda. Il suono di quelle quattro parole la
percorre come unghie che strisciano su una specchiera. Si lascia
sfuggire dei singhiozzi, finalmente dà voce al pianto rimanendo
immobile nel mezzo dello spiazzo. Anche le cime dei pini sono
immobili, sembrano guardarla come boia incappucciati, tenderle la
lama sulla testa senza decidersi a decapitarla. E il bilancio le piomba
addosso come l’ascia sul collo. Dà voce al dolore, e al canto si
accodano gli strilli dei gabbiani, il ringhio delle onde, gli schiaffi del
vento. Si siede, con le spalle appoggiate al guardrail e si dice di non
esser mai caduta così in basso: sul ciglio di una strada, con i tacchi
e l’abito azzurro, a prostituire la sua miseria al miglior offerente. Eva
Baumann: proprietaria di Villa von Holstein, donna in carriera,
presidentessa dell’associazione dei giovani imprenditori. Eva:
fidanzata tradita, madre mancata, derisa perfino da un’erba di cui
non sa il nome. Guarda il mare, e si chiede se Gertrude si sia
buttata, se lei abbia ceduto al dolore che preme sulla schiena, e
sembra un invito a raggiungere gli abissi. Eva Baumann, e basta.
Sola, stanca, albergatrice senza uno chef, con una famiglia che le
crolla sulla testa, amante senza amore. Un’anima lucciola, che
piange, accucciata, gelata nell’inverno remoto di sé stessa.

Il volto della Nicla emerge da dietro la pila di rametti di lavanda,


sparsi sul tavolo. Il profumo è penetrante, rende l’aria quasi solida:
lei sforbicia, accorcia i fiori in pezzetti lunghi un dito; poi li raccoglie
in sacchetti di cotone bianco, e li chiude con un nastrino dello stesso
violetto della lavanda. Pare andare molto fiera della sua scelta
cromatica, a giudicare da come li rimira uno a uno, in punta di dita,
prima di deporli in un cestino ai piedi del tavolo.
«T’éi zù de padela,77 eh?»
Eva trattiene un sospiro, non ha le forze neanche per tentare di
interpretare il dialetto. Tiene il mento posato su una mano, segue col
dito il contorno della sua tazza: riesce quasi a percepire il calore
della tisana che si disperde, l’aroma farsi più flebile. «Che vuol
dire?»
La Nicla tagliuzza, con le sopracciglia inarcate. «Sei giù.
Triste.»
«Da cosa lo deduce?»
Sospira: «Non hai portato il diario o un altro tablett, quindi non
vuoi le ricette.» Un altro sacchetto finisce nel cestino, senza un
rumore. «Sei tutta truccata per benino ma non ti sei fatta le
sopracciglia. E la tisana l’è ancora lì.»
Eva si porta una mano alla fronte, improvvisamente si sente
nuda. «Sì, ha ragione, mi scusi.»
«Ma cosa scusi e scusi.» Le forbici crepitano, impazienti.
«Dimmi tutto, piuttosto!»
«Non le si nasconde niente, eh?»
«Gnente.»
La Nicla sorride, da dietro la pila di lavanda. Non ha neanche
avuto bisogno di portare la torta a Gianni per sapere che, in quella
casa di matti, qualcosa non va per il verso giusto. Se lo sente da
quando si è alzata e ha infilato i piedi nelle ciabatte. Per primo, il
piede sinistro. Se lo sentiva in cucina, quando nel recuperare le
forbici ha fatto cadere la saliera. Se lo sentiva nell’orto, quando ha
trovato le bietole assalite dalle lumache, e un gavaròne78 grosso
come un dirigibile ha iniziato a ronzarle attorno mentre raccoglieva le
nespole. E ora la Tedesca in persona le si è installata in sala da
pranzo, con le sue sopracciglia trasparenti da fantasma e il muso
talmente lungo che tocca quasi il tavolo. Quando una giornata inizia
col piede sinistro, nell’aria c’è qualcosa che non va: e la Nicla i
segnali li coglie come nessun altro. Sorride ancora. Finalmente,
anche la facendìna inizia a capire con chi ha a che fare. Meglio tardi
che mai.
Eva si decide a bere dalla sua tazza: è il segno della resa, e la
Nicla si prepara alla confessione. Fortuna che non ha dovuto usare
le maniere forti, quelle che le hanno insegnato certi marinai russi nel
’74. Che non c’è da scherzare, con una nubile per scelta da
quarant’anni che lancia il pepe alle strie. Quelle cattive, sia chiaro.
«Abbiamo problemi col personale.»
Solleva un sopracciglio, la Nicla. Vorrebbe avere una sigaretta
sottomano, per tenerla fra indice e medio come le dive della vecchia
Hollywood, e dedicare al quella biondina il migliore dei suoi sguardi
carichi di rimprovero: che non la frega, nossignore, e se le sta
consentendo di girarci intorno è solo per pura bontà d’animo. Ma ci
arriverà, oh se ci arriverà. I problemi di cuore, lei, li fiuta appena
varcano la soglia.
«Tipo?»
«Lo chef. L’ho licenziato.»
Beve, Eva, annega la gola nella tisana tiepida. Pare uno degli
avventori della bettola della Mina, uno di quei lupi di vecchio pelo
che attraccano solo per scolarsi un bicchiere: ma a terra si sentono
talmente fuori posto che, alla prima occasione, si riempiono la gola
fino a perdere la ragione.
«Come licenziato?»
«Già. A meno di una settimana dall’inaugurazione, ma non
potevo accettare …»
Un altro sacchetto cade nel cestino. «È un bel guaio.»
«Non me lo dica.»
«E adesso come fate?»
«Vuole la verità? Non lo so, non lo so come facciamo.»
L’ultimo sorso, poi Eva posa la tazza: ma non la lascia andare,
vi avvolge intorno entrambe le mani. La Nicla la sbircia, oltre la
lavanda. Segue il suo sguardo perso nel vuoto, in un punto
imprecisato fra i nodi e le nervature del legno del tavolo. E tiene
d’occhio le sue spalle incurvate e sottili, da uccellino ferito che ha
dimenticato come si vola: e che solo adesso si rende conto di essere
perduto, senza le correnti d’aria che gli tengono le ali in equilibrio. La
giornata del piede sinistro ha colpito duramente, giù alla villa dei
tedeschi: ora, fra gli ingranaggi della perfetta macchina della
facendìna, non si è incastrato un granello, ma un macigno. È rotolato
giù dal promontorio, senza avvertire, ed è pronto a travolgere
qualunque cosa. Resta solo da capire come si chiama, quel
macigno. Alla fine, tutte le grandi catastrofi naturali hanno un nome.
«Per caso conosce qualcuno? Anche solo un cuoco qualsiasi, a
questo punto non pretendo uno chef stellato …»
«Eh ninìn, le uniche stelle che conosco sono quelle che guardo
la notte.» Scuote la testa, raduna gli ultimi rametti rimasti sul tavolo.
«Che guardavo, eh. Adesso son orba.» Alza lo sguardo su Eva,
mentre giocherella con i fiorellini caduti. «Però …» La ragazza
ricambia l’occhiata, sente un velo di inquietudine scivolarle lungo la
gola e sciogliere il sapore dolce lasciato dalla tisana. La Nicla la sta
guardando come se avesse passato gli ultimi mesi a pianificare il
crimine del secolo, e fosse pronta a chiedere proprio a lei di
diventare sua complice. «… Però?»
Eccola che si appoggia al tavolo, il doppiomento posato su un
pugno, mentre con l’altra mano disegna per aria i collegamenti del
suo schema mentale perfetto.
«Però in questa stanza c’è qualcuno che, guarda caso, cucina
proprio bene, eh! L’hai provato tu stessa, eh, ninìn?»
Eva apre la bocca per rispondere, la richiude, vorrebbe
inventarsi una maniera di rifiutare il più rapida e indolore possibile.
Fissa la tazza, cerca al suo interno una soluzione: ma dal fondo le
fanno l’occhiolino soltanto i rimasugli verde scuro delle erbe. Guarda
ancora la Nicla, la rivede distintamente mentre dissemina la casa
della Mina di miscele di spezie e chissà che altro; ripensa alle torte
di verdura e di riso, delle quali ha sentito solo l’odore e che non è
mai riuscita ad assaggiare; e se la ricorda nel pieno della sua
aggressiva ospitalità, con le dita profumate di rosmarino e cariche di
fiori.
«Va bene, io … Sì, va bene.»
Non riesce a fermare le parole che le sfuggono fra le labbra: le
ha appena pensate, che già se ne vanno libere, nell’aria profumata.
Ma non si dà nessuna pena per riportarle indietro: forse, neanche le
importa. Tanto, peggio di così. Ma sì, che provi. Farà sempre in
tempo a sbarazzarsene, se Pastorini si rivelerà qualcosa di più di un
soprammobile con uno stipendio, e le troverà per tempo qualcuno di
più qualificato. Qualcuno che non infila le mani nella terra, ad
esempio.
«Sei d’accordo?»
«Sì, Nicla. Avrà qualcuno ad aiutarla, naturalmente, e …»
«Sì sì, non ti preoccupare, ci penso io! Che poi, mica c’ho
bisogno della ricetta, eh! Che cucino a modo mio, come una volta!
Che ti piacciono le cose di una volta, eh?»
Rimane un istante sovrappensiero, poi si alza. Eva la segue
con lo sguardo, la guarda trafficare fra gli sportelli sospesi sopra al
lavandino: potrebbe giurare di averla sentita ridacchiare, come uno
scienziato folle che si prepara a un esperimento nel suo laboratorio
degli orrori. La sua mente scivola oltre, si allontana per un attimo
dalla Nicla e dagli sportelli: non saprebbe dire dove stia andando,
perché non riesce a starle dietro. Corre a perdifiato, fra memorie
remote e ricordi recenti; e cerca di riprendere il controllo, oltre al
pulsare delle nuove ferite … Ma i pensieri sono più veloci, quando il
corpo e il cuore sono esausti. La Nicla fa ritorno, cancella ogni fuga
di Eva con il rumore sordo di qualcosa di molto pesante posato sul
tavolo. Fiera come una madre, le mostra un mortaio bianco e agita
un pestello di legno chiaro come la bacchetta di un direttore
d’orchestra. «Marmo di Carrara!» E sottolinea la cosa sventolando il
pestello come se fosse fatto di carta.
«Fa il pesto?»
«Brava! Esatto! Allora vedi che le impari le cose importanti!»
Lo dice con il sorriso sulle labbra, che da parte sua i
complimenti sono rari e sinceri: ruvidi, forse, ma autentici. Come le
sue mani, e tutto il resto. Raduna gli ingredienti, li mette sul tavolo
accanto ai superstiti della lavanda: uno spicchio d’aglio chiuso in un
fazzoletto, una bottiglia d’olio avvolta nella carta stagnola, formaggio
e una grattugia, un barattolino azzurro e un contenitore con su scritto
“sale grosso”. «Te stai qui da brava, eh, rivo subito.»
Eva annuisce, la segue con lo sguardo mentre si dirige verso la
porta. Si ferma sulla soglia per un istante, come se un’idea l’avesse
colpita all’improvviso: e sporge la testa all’indietro, verso la Tedesca
seduta. «Fai ’na cosa. Prendi il libro lì sulla credenza.» Glielo indica
col dito, la invita a eseguire con sguardo fermo.
Eva si allunga alla sua sinistra, verso la credenza che sembra
attenderla, contro la parete. I piatti la tengono d’occhio, dietro ai
vetri, i fiori nei vasi la salutano con una cacofonia di colori
discordanti. Vede il libro, posato accanto a un tablet: la copertina
verde fa contrasto con il legno ramato del mobile. «Questo?» «Sì, sì,
te leggi.» E se ne va, la lascia sola con il libro in mano.
Eva si concentra sul titolo, stampato in caratteri argentati, breve
e conciso: Tarocchi. Sbuffa, mentre lo apre e si risiede. L’ultima volta
in cui ha dato ascolto a certe cose, si è ritrovata con una manciata di
illusioni a raccontarle le favole prima di addormentarsi: solo per
aspettare il suo sonno, e regalarle un colpo alla testa. Il libro si apre
su un pezzo di cartone usato come segnalibro: Eva lo sposta di lato,
dà un’occhiata alla carta disegnata al centro della pagina. Un uomo
con un cappello a tesa larga è in piedi dietro a un tavolo, tiene una
bacchetta nella mano sinistra. Sul tavolo ci sono dadi, un coltello, e
altri oggetti troppo piccoli per essere identificati nella stampa. L’ha
già visto rovesciato, glielo conferma il titolo in grassetto: “Arcano
numero Uno, il Mago.” Scorre le colonne scritte in caratteri
minuscoli, si chiede come faccia la Nicla a leggerli: forse per questo
le è calata la vista. Forse sbirciare nel futuro per troppo tempo ha
quest’effetto. Scorre, fino a dove l’autore del libro dà
un’interpretazione della carta rovesciata. Strizza gli occhi, una fitta la
colpisce allo sterno. Eccola lì, nero su bianco, la previsione della
sconfitta: un inganno, un traditore. Nascosto in pieno sole, dove
meno lei avrebbe creduto di poterlo trovare.
Posa il libro aperto sul tavolo, si appoggia alla sedia con un
tonfo sordo.
«Oh bene, ci sei ancora.»
La Nicla rientra accompagnata dalla porta che cigola. Tiene il
grembiule sollevato, a fagotto, ed emana un profumo fresco e
penetrante di basilico: Eva lo riconosce, l’ha sentito così tante volte
in Liguria da rivoltarle lo stomaco.
«Che leggi?»
Solleva il libro, le mostra le pagine mentre le passa di fianco. La
Nicla scuote la testa, fa una smorfia disgustata. «Ah be’. Mia lì, la
bestia grama.» Si eclissa al lavandino, fa scorrere l’acqua. «E che mi
dici? Chi è il farabutto?»
Eva si passa le dita sugli occhi, non le importa neanche più del
mascara o di qualsiasi altra cosa le sia rimasta impigliata fra le ciglia.
L’acqua scorre, ma sa che nessun rumore sta impedendo alla Nicla
di tendere l’orecchio, alla ricerca di una confessione che tarda ad
arrivare. E si chiede perché sia lì, innanzi tutto. Perché, quando il
tassista l’ha caricata in macchina, non abbia semplicemente lasciato
che la portasse in villa; perché non se ne sia stata zitta, anziché
fermarlo e chiedergli di lasciarla davanti ai rampicanti del cancello
della Nicla. Si schiarisce la gola, al pensiero della villa: all’idea di
Manfredi che torna per parlarle, o anche solo per riprendersi i vestiti,
o quello che ne resta; all’ipotesi di dover dare ordini e sentirsi
accompagnare dal disprezzo e dal timore dei suoi dipendenti. O
peggio, quella di incrociare sua madre in corridoio, con le sue
tragedie private che svaniscono di fronte all’opportunità di rimanere
famosa e acclamata. Forse sta semplicemente scappando, forse è
lei quella che fugge, dopotutto. E di fronte all’ostilità del mondo, la
casetta di legno, pietra e odori d’orto è l’unico porto accogliente.
«Non credo lo conosca.»
Crede di aver sentito una risatina scettica, oltre lo scroscio
d’acqua. La Nicla chiude il rubinetto, asciuga il basilico con la carta
assorbente. «Oh, te dimmi, poi vediamo se lo conosco.» Torna verso
il tavolo, dispone il basilico su un panno pulito: ogni ciuffetto, uno a
uno, con le sue sei foglie raggruppate attorno al picciolo.
«Manf … L’architetto della villa. Della Gherardesca.»
«Quello di Firense?»
Eva sbuffa, tamburella le dita sul tavolo. «Sì, quello di Firenze.»
«Eh, ’sti foresti …! Senza offesa, eh.»
La Nicla disapprova, mentre armeggia con l’aglio: leva la parte
interna, l’anima, come se stesse estraendo il cuore di un malfattore.
Poi ne prende un pezzetto, lo mette nel mortaio e controlla che la
ragazza la stia guardando attentamente: che le sta dando una
grande lezione, visto che il pesto i foresti non lo sanno proprio fare.
«Mai piaciuto quello là. ‘Na pèle grama79. Che ha fatto?»
Inizia a roteare il pestello nel mortaio, lentamente, spalma
l’aglio su tutte le pareti. Eva smette di tamburellare, distende le dita,
segue le venature del legno come se potesse modificarle: cambiare
la direzione, il colore, lo spessore. «È sposato.»
«Sposato? E tu …»
«Lo amavo. Credevo fosse la volta buona. Già.»
La Nicla estrae il pestello, toglie l’aglio col dito e lo lascia su un
piattino: poi punta il pestello verso Eva, lo brandisce come la lancia
di un cavaliere medievale.
«Sai come l’avrebbe chiamato ‘l me nòno80 ? Figio de sento pai
e de na mae sola81! E non sto a ridire cosa vuol dire, eh, che siamo
tutte signore qui!»
Scuote i ricci, schifata. Preleva dei pinoli dal barattolino azzurro,
ne getta nel mortaio due cucchiai colmi. «È questo il problema di
noiaòtre, eh sì.» Ripete i gesti che ha fatto con l’aglio, struscia il
pestello con un moto circolare. «A semo signore. Li metèmo a l’onòe
der mondo82, ci fidiamo, e loro ci meteno a perde83.»
Eva non è totalmente sicura di ciò che ha detto, ma il senso lo
afferra: e non avrebbe saputo spiegare meglio ciò che prova, la
vertigine data dal fallimento, l’ennesimo e più bruciante. L’aver
frainteso ogni cosa, le carte, le intenzioni, le parole: l’aver sentito
carezze al posto di coltellate, aver visto l’oro dove non c’era che
tenebra.
«Eh, ninìn, così è la vita. Ogni bei po’ 84 ci si pia ’na scùfia85 per
la persona sbagliata.» I pinoli sono diventati una crema, che la Nicla
depone sul piattino. Poi grattugia i formaggi, che seguono lo stesso
destino dell’aglio e dei pinoli. «L’importante è capire dove c’è puzza
di marcio, e non andare a ravanarci più.» Alza lo sguardo su Eva, i
suoi occhi castani sono quelli eloquenti di chi ha visto tanto, forse
tutto, e che immagina ciò che non ha visto. La ragazza lascia che la
sentenza le scivoli in petto. «Che poi non c’è bisogno di qualcuno
per essere felici.»
E Eva annuisce, lentamente. Perché sa che è vero.
Le basta vederla, quella signora che vive sola e bada al suo
orto senza aver bisogno di nessuno: nessuno che le prepara il caffè
la mattina, nessuno a cui rimboccare le coperte o preparare il
pranzo. E se vuole fare qualcosa per qualcun altro, un dolce o un
mazzolino di fiori come pegno d’affetto, lo fa: non è la vita a
obbligarla alle convenzioni, sposarsi o fare figli, ma tutto decide
quella capigliatura rosso semaforo. La guarda staccare le foglioline
di basilico, una a una per privarle del picciolo, con pazienza e
metodo: e ammette a se stessa che la ammira. Sotto quello strato di
pasta frolla si nasconde un cuore che sa di miele, ma che ha la
consistenza dell’acciaio. E si chiede se sarà anche il suo destino.
Scegliere la solitudine, e lasciare quei maldestri tentativi d’amore a
chi sente il bisogno di un anello al dito per ritrovare l’equilibrio.
La Nicla alza ancora gli occhi su Eva, le sorride.
«Non credo che finirai così, comunque.»
Lei trasalisce. Non riesce ad abituarsi all’idea che quella donna
potrebbe effettivamente essere in grado di usare la telepatia.
«Come dice?»
«Da sola, dico.» Altre foglie finiscono nel mortaio, creano una
montagnola verde brillante. «A volte si aspetta la persona giusta
come se dovesse cascare giù dal pero. E non ci rendiamo conto che
ce l’abbiamo di fianco, eh.»
Eva non si trattiene, fa una smorfia che viene intercettata dalla
Nicla.
«Il fante di spade, te lo ricordi, il fante? Un bel tipo intelligente,
con la Luna che lo guarda, e il mare …»
Rivede Mirco, avverte di nuovo i polsi tenuti fermi dalla sua
stretta, e il verde folgorante dei suoi occhi mentre le confessava che
la voleva, che la voleva lì con lui fra la terra arida e il mare. E ancora
la sua mano che la trattiene dal cadere nel baratro, di fronte a
Manfredi e all’abisso del suo tradimento; Lord Byron e le prese in
giro, e quel bacio furibondo al sapore di champagne, e lo sguardo di
gratitudine di un figlio che ritrova sua madre. Mirco, l’odioso
ammazza polpi in canottiera, che la tiene fra le braccia svenuta, che
le pettina i capelli e le dice che per lui, coi capelli sciolti, è davvero
bellissima.
«Sì, lo ricordo …»
«Ecco. E ora sta’ attenta, che è importante.» Afferra il pestello,
aggrotta le sopracciglia, posa il pestello. «Eh no, qua ci vuole la
musica. Se no non mi concentro.»
Si dirige verso la credenza, prende il tablet e un paio di occhiali
dal cassetto.
«Vuole che faccia io, che sta cucinando?»
«Assolutamente no, ninìn, sta’ seduta.» Inforca gli occhiali,
accende il tablet, armeggia con il touch screen: a ogni movimento
corrisponde un bip soddisfatto, a tutto volume. Che già non ci vede,
almeno sentire vuole farlo come si deve. «Hai visto, eh? Ho imparato
subito! Proprio un bel regalo, ’sto tablett. Ma lo sai, te, che ci sono
’ste cose su internet, le plailiss con le canzoni?»
«Le cosa, scusi?»
«Oh, ecco qua!»
Clicca su un video di YouTube, una base distorta anni Ottanta
riempie l’ambiente e supera gli odori delle piante aromatiche. Eva
non ha il tempo di riflettere che la voce profonda di David Bowie le
arriva all’orecchio come una carezza inaspettata.

You remind me of the babe ( What babe?)


The babe with the power …

La Nicla posa il tablet sulla credenza, torna ancheggiando verso


il tavolo.
Canticchia sottovoce, storpiando l’inglese in una lingua mista
che sa di dialetto e strane formule magiche. Non sarebbe sorpresa
se lo fossero, riflette Eva.

My baby’s love had gone


And left my baby blue
Nobody knew /
What kind of magic spell to use …

«Ah che roba! Che bella voce! E che bel’òmo!» Sospira,


riprende il pestello in mano. «Ma te t’ei giovane, eh, magari non lo
conosci …»
«Guardi, Nicla, Bowie è abbastanza famoso, mi creda.»
«Bene, bene!» Si accarezza i capelli, li arrotola fra le dita in un
gesto smaliziato, da ragazzina alla sua prima cotta. «Sai, quando è
diventato famoso anche qui, che lo passavano in radio … Eh, che ci
vuoi fare, mi sono innamorata! Ed ero già grande, eh, avevo quasi la
tua età … E mi sono fatta i capelli come lui! E mi truccavo come lui,
che bei tempi!»
Eva si lascia sfuggire una risata fra le labbra, all’idea della
giovane Nicla che attraversava impunemente il paese vestita come
un alieno androgino. Alla donna non sfugge quell’accenno di
ritrovato buonumore, e riprende soddisfatta a ballonzolare a ritmo di
musica. «Guarda, guarda bene, che ti faccio vedere una magia
vera.»
Eva si sporge verso di lei, verso il mortaio ricolmo di basilico.
«Ci metto due grani di sale …» Ed esegue, prendendolo dalla
scatola. «Ma due, eh! che altrimenti si rovina tutto. Ecco qua. E ora
si gira, piano piano.»
«Perché non pesta?»
«Perché stiamo facendo una crema, chi pesta è perduto!» La
Nicla scuote la testa, si finge indignata. «Che altrimenti rimangono i
grumi.»
Aggiunge l’aglio e i pinoli, li incorpora con movimenti circolari.
«Ci vuole mano gentile, eh! Ci vogliono le carezze per far le magie,
che mica si fanno gridando, sai? Piano piano, per cambiare le cose
e trasformarle in qualcosa di più buono …» Il pestello rotea,
lentamente, amalgama gli ingredienti con sapienza ereditata da
secoli. Eva non riesce a smettere di guardarlo, si concentra sul
movimento armonioso come se questo potesse curare anche le sue
ferite.
Dal tablet, la canzone sfuma in un breve silenzio: finché viene
sostituita da un’intro di note delicate e ammalianti, come gocce di
cristallo. La Nicla sospira, sognante. «Ninìn, te lo sai l’inglese?»
«Sì, Nicla.»
«Fammi un piacere, da brava. Mi dici cosa vuol dire ’sta
canzone?»
«Ma … tutta?»
Lei annuisce, con gli occhi semichiusi mentre lavora il basilico.
Eva rimane in ascolto, il mento poggiato a entrambi i pugni chiusi.
«C’è un amore così triste in fondo ai tuoi occhi, come un pallido
gioiello, aperto e chiuso, dentro ai tuoi occhi … Metterò il cielo …
dentro ai tuoi occhi.»
Si schiarisce la gola, si domanda se la Nicla non abbia
premeditato tutto.
«C’è un cuore così … mmm, ingannato, che batte così forte,
alla ricerca di … nuovi sogni, un amore che duri … Dentro al tuo
cuore, metterò la luna dentro al tuo cuore.»
Ora ne ha la certezza. Chiude gli occhi, si trincera nel buio,
mentre deglutisce un boccone amaro. «Mentre il dolore dilaga, non
ha senso per te … ogni brivido se n’è andato, non è stato affatto
divertente … Ma …» Prende un respiro, Bowie continua a cantare
senza pietà. «Ma ci sarò per te, mentre il mondo crolla …»
«Che bella, vero, ninìn?»
Eva annuisce, si passa il dorso della mano sotto al naso: non
riesce a dire nulla, non osa. Riapre gli occhi, si concentra sul
mortaio. Il basilico è diventato una crema morbida verde scuro,
sprigiona tutto il suo profumo in maniera diversa da quello appena
colto: è più variegato, più maturo.
«Adesso ci metto il parmigiano e il pecorino. Vedi, come si
amalgamano bene? E senz’acqua! L’avresti mai detto, di’ ’n po’?»
«Effettivamente no …»
«Anche la gente l’è così, è vero o no? Non diresti mai che certi
vanno bene insieme … E non diresti mai che alcuni siano cattivi, e
altri siano buoni.»
La Nicla posa il pestello, prende un cucchiaino e vi versa l’olio:
poi lo fa cadere nel mortaio, goccia a goccia, prima di girare il tutto.
«Tipo il basèrco, sai, il basilico. Se lo raccogli troppo presto, quando
è ancora piccolo, è tossico. E anche se lo cuoci, eh! Perché non è la
sua natura, ninìn. Non lo puoi snaturare, si rovinerà e farà male
anche a te.» La crema è vellutata, sotto al cucchiaino, sprigiona un
aroma che, perfino allo stomaco chiuso di Eva, fa sentire la voglia di
averne un po’. Anche solo un assaggio, tutto per sé. «Ma se aspetti,
se lo lasci crescere …» Riempie il cucchiaino, lo porge alla tedesca.
«E se hai rispetto e lo usi crudo, vero, così com’è … Senti, senti
cosa diventa!»
Eva prende il cucchiaino, assaggia in punta di lingua: e nella
sua bocca si sprigiona un sapore nuovo, per nulla paragonabile a
quello che ha più volte assaggiato nei ristoranti. Un bouquet
armonico, nel quale ogni sapore ha la sua voce limpida che si fonde
nel successivo. Riuscirebbe a elencare tutti gli ingredienti, a
riconoscere l’identità di ognuno: eppure insieme creano qualcosa di
compiuto, perfetto, senza fronzoli. Un’opera d’arte, paziente e
sincera, un quadro impressionista che non ha bisogno delle linee di
contorno per essere completo.
«È … È fantastico, Nicla. Buonissimo.»
Lei agita il pestello, guarda la sua facendìna come se avesse
appena imparato le tabelline. «E certo che è buono! Te lo faccio pure
alla villa, eh, sta’ serena.»
«Grazie mille, veramente …»
«E di che! Via, prendine ancora un po’!»
«Solo un po’…»
La guarda far sparire un secondo cucchiaino, chiudere gli occhi
per godersi il sapore.
«Adesso però devo andare …» Eva restituisce la posata.
Un’ombra le è calata sullo sguardo, al pensiero di tornare alle
priorità: e ancor di più, un dubbio le zampetta sulla fronte, la fa
tentennare mentre si alza dalla sedia.
«Così presto?» La Nicla ha preso un barattolo, lo sta
riempiendo a cucchiaiate col pesto appena fatto. «Teh, questo te lo
porti. Ti basta?»
«Ma, Nicla, no, cioè sì, ma davvero, non doveva …»
«Via, via. Teh, posso fare altro per te?»
«Ha fatto fin troppo, mi creda …»
«Sicura? Niente che le erbe possano sistemare?» Le fa
l’occhiolino, mentre pulisce le mani sul grembiule. Eva stringe il
barattolo del pesto, legge negli occhi della donna la risposta ai suoi
dubbi: una risposta chiara, un nome irritante ma autentico, come il
basilico. «Sai, anche se non sappiamo cos’è quella rimembransa,
magari riusciamo a farlo funzionare, quel filtro là …»
E Eva si sorprende a sorridere, debolmente, la fiammella di una
candela nel pieno della tempesta. «Grazie, Nicla, ma … No, non ce
ne sarà bisogno. Farò da sola.» Lei annuisce, la guarda con
dolcezza: quella foresta che se ne sta lì, ritta vicino al suo tavolo,
con in mano il frutto di secoli di ricette, sapere e piccoli gesti che
parlano d’amore. E lo stringe, come se si stesse aggrappando a
quella terra che aveva intenzione di conquistare, che l’ha calpestata
e, adesso, la sta rimettendo in piedi.
«Va bene, va bene. Allora ci vediamo in villa domani, eh!»
Eva sorride ancora, spazza via le ombre e abbassa lo sguardo:
sul tavolo, sul mortaio, sui rametti di lavanda rimasti abbandonati,
come spighe di grano violetto. Lo guarda, quell’èrbo giànco, che
promette ai desideri di realizzarsi: e pensa al diario, all’ingenuità di
Gertrude, alla lavanda sotto al cuscino … E al dottor Mazzini, e a
Lerici in festa, e all’amore nel giardino delle rose … Allunga una
mano, le sue dita si richiudono su un rametto. Alza lo sguardo sulla
Nicla: non una parola, dalle sue labbra sottili. Perché i suoi occhi
parlano ancora, e le assicurano che nulla è perduto, per chi crede.
Nella magia, nelle erbe o nel domani, non importa. Finché
brilleranno le stelle, il cielo non sarà mai completamente buio. Eva
scuote la testa, scaccia un pensiero razionale: e prende la lavanda,
e la stringe al petto, vicino al barattolo.
«Grazie di tutto, Nicla.»
«Buona fortuna, ninìn.»

77 “Sei giù di morale.”


78 Calabrone.
79 Lett. “Pelle grama”, cattiva persona.
80 “Mio nonno.”
81 Lett. “Figlio di cento padri e di una sola madre”, bastardo.
82 “Li innalziamo, idealizziamo.”
83 “Ci fanno dannare, penare.”
84 “Spesso.”
85 “Ci si innamora.”
CAPITOLO 21

L a costellazione di Orione sbircia dalla finestra: semina nel buio


la sua polvere celeste come piccoli cristalli che squarciano la
tenebra notturna. Il vento si sparge come un suono di cetra, con il
suo monito di non dimenticare ciò che le stelle sanno. Perché sanno,
sono state vive, hanno amato.
Eva dorme, rannicchiata, con la mano sotto il cuscino e un
lembo di lenzuolo timido che si allunga sulla spalla. Forse sogna tra
le pieghe di seta, con i capelli disfatti che si annodano tra loro. Ogni
tanto sussulta, le lenzuola si riempiono di bisce d’aria, cambiano
posizione, si adagiano di nuovo. La penombra della stanza le
accarezza gli occhi, si perde tra le ciglia, scivola sulle gote.
E lei si scansa, muove delicatamente i piedi, si sveglia.
Si alza, versa un bicchiere d’acqua dalla bottiglia sul comodino
e va verso la finestra aperta. Ha un brivido, si ripara con le braccia.
L’aria fresca le gironzola tra i pizzi come una mano delicata: e il
profumo d’estate si sfida con la brezza vergine, non ancora scaldata
dal sole.
Da quando ha deciso di rinunciare all’aria condizionata?
Dannata escursione termica. Chiude l’anta, rimane per un attimo a
fissare il cielo ancora nero. Si corica di nuovo e si copre fino al collo
con le lenzuola morbide, un bagno di latte da cui solo la testa rimane
esclusa. Colpa di Mirco, gliel’ha fatta spegnere quando ha dormito lì.
«Si sta meglio con la finestra aperta» e chissà perché lei non l’ha più
accesa. Si rigira, chiude gli occhi, e sotto le palpebre il buio pesto le
crolla addosso come la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Li
riapre, sbircia oltre il vetro. Sbuffa, l’insonnia le ride nell’orecchio. Si
gira su un lato, piega le ginocchia, e infila una mano sotto il cuscino.
Una sensazione di piccoli semi ruvidi sorprende il tatto. Si mette a
sedere, alza il cuscino: un rametto di lavanda giace sgretolato sul
bianco ingrigito dalla notte. Sorride, non ricordava nemmeno di
averlo fatto: di averlo stretto al petto, di averci posato sopra le labbra
e di aver desiderato, a bassa voce. E ora il rametto è lì, coricato, che
le parla, le dice che è stato lui, sì, proprio lui, a svegliarla ed è stato
proprio bravo perché le ha anche lasciato un’oretta per prepararsi.
Tra poco il sole esploderà, e lei deve andare. Non c’è tempo,
nemmeno lui può esaudire i desideri se chi li desidera non è
disposto a corrergli incontro.
Corre veloce nel giardino della villa, con le zeppe comode a cui
non ha saputo rinunciare nemmeno ora. La prima maglia che ha
trovato, troppo grande per essere sua, è annodata in vita con un
nodo grosso e rotondo come la coda di un coniglio. Un pantaloncino
di cotone, che sembra quello di un pigiama, finge di coprire le gambe
nude, con il cordino che stringe la vita; non avrebbe mai pensato di
indossarli per uscire dalla sua camera, figurarsi per andare da
qualche parte. Tanto è buio, si dice, e scansa un tronco d’albero
addentrandosi nel parco della villa.
Chiamare un taxi è fuori discussione, non farebbe in tempo
nemmeno nella più rosea prospettiva. Raggiunge la casetta di legno,
la scritta “Custode” le piomba sotto gli occhi come la
raccomandazione di qualcosa da non fare. E in effetti non dovrebbe
farlo. Cammina sul perimetro della casupola, e sbircia da una
finestrella sul lato: Gianni dorme con la bocca aperta e un’abat-jour
accesa, fa un rumore talmente forte che potrebbe giurare che sia lui
a scuotere le cime dei pini, e non la brezza ibrida tra notte e giorno.
Torna indietro, preme sulla maniglia, ma la porta non si apre. Prova
a bussare. Sbuffa, non può finire così. Proverà a forzarla.
Si dirige dietro la casetta, e il pandino quattro per quattro di
Gianni sembra una scatoletta di latta colorata di verde per
mimetizzarsi nella pineta, con spruzzi di fango secco a seguito e
aghi di pino che infestano il parabrezza. Vecchia quanto lei, con il
finestrino semi aperto e il portapacchi che la fa sembrare una slitta
girata al contrario. Esita, si avvicina, squadra la portiera: ma tutto ciò
che trova è un enorme bottone nero, che a giudicare dal buco
striminzito al centro è probabilmente la preistoria dell’apertura con
l’impronta digitale. Lo schiaccia, con un fracasso metallico la portiera
si apre. Le chiavi penzolano sul cruscotto e si chiede quale
sequenza logica suggerisca di chiudersi a chiave in casa ma di
lasciare aperta la macchina. Le vengono in mente le carte, e quella
che, non ricorda quale, indicava il furto. Ridacchia, e pensa che sì,
aveva ragione la Nicla, che con un custode come il Gianni c’era da
aspettarselo.
Sistema il sedile e lancia un’ultima occhiata intorno.
Gira la chiave e il motore si avvia con lo starnazzo di uno
stormo di anatre arrabbiate.
Mette la prima, e il volante è talmente duro che le sembra di
girare il tappo di uno di quei barattoli incarogniti dal tempo. Respira,
e con lo sforzo di entrambe le braccia finalmente lo sterzo le
obbedisce. Se qualcuno gliel’avesse raccontato, che avrebbe rubato
l’auto dei Flintstones, in piena notte, a un vecchietto zoppo,
probabilmente, gli avrebbe consigliato di andare da uno psicologo.
La macchina arranca vicino al cancellone della villa e per poco non
si trova con la faccia sbattuta sul volante; ha messo la quarta al
posto della seconda, colpa del cambio che si muove da solo. La
spegne, scende, apre l’inferriata liberty e risale in macchina. Raduna
la forza, mette la prima e sterza a destra su via Fiascherino; tra il
servosterzo mancante e il santino di san Cristoforo attaccato alle
bocchette dell’aria con sguardo di pietà, sarebbe stato meno
traumatico andare a piedi. L’auto scende tra i tornanti a sessanta
all’ora, lasciando una scia rumorosa che ricorda quella delle lattine di
fagioli vuote attaccate dietro le macchine degli sposi.
Afferra la manopola del finestrino, gira a vuoto e rimane aperto,
le sbuffa l’aria in faccia come i tombini che fanno alzare le gonne. Il
cielo insinua squarci di chiaro sopra il mare violetto: Eva mette la
quinta e si sorprende a pregare il santino di arrivare viva, in tempo, e
di trovarlo lì.

Sta davanti alla barchetta corallo, saltella su se stessa e guarda


verso il bar della Mina, verso il castello, verso lo scorcio di piazza
popolato solo da gabbiani e lucine arancioni. Sembrano stelle più
vicine, più grosse, pronte a esplodere, del colore della buccia di
mandarino.
I pescatori stanno sul molo, agghindano le barche con reti di
ogni dimensione. Maglie larghe, maglie piccole, e poi cime legate
con gassa d’amante, nodo bandiera, e Eva si incanta a guardare la
barca vicina, e le corde che le si sciolgono di dosso come serpenti
che si allontanano in direzioni opposte.
Mirco non c’è ancora, e forse non verrà, forse l’ha vista da
lontano e si è nascosto da qualche parte. Forse, dovrebbe fare
fagotto del briciolo di dignità rimasta e tornarsene a casa. In villa, ad
Amburgo, una casa qualsiasi. Ha anche dimenticato gli occhiali da
sole. Guarda il cielo, e il colore sembra richiamare quel rametto
ancora sotto al suo cuscino, lì, abbandonato in un dormiveglia tra
verità e magia. Può aspettare ancora un po’. Si volta, e Mirco è
ancora solo un puntino sulla pietra grigia, ma lei sente i suoi organi
fermarsi.
«I taxi vanno a quest’ora?»
«Sono in macchina.» Indica il pandino di Gianni, posteggiato
sullo spiano di fianco al porticciolo, sotto le mura del castello. Un
fiore all’occhiello dell’abusivismo.
Sotto la luce timida, uno spasimo di ceruleo con ondate porose
pervinca, gli occhi smeraldo sembrano petrolio, densi e lucidi come
onice levigata. I lineamenti sono ancora più marcati, contornati di un
grigio scuro come le ombreggiature nei tratti nel marmo. Ridacchia
sommesso.
«Sono seria.»
«’R belìn che t’anega!» La guarda come se proprio lì, in un
porto di mare, si fosse presentata con uno snowboard. «Non puoi
parcheggiare lì, ti fanno la multa.»
«Figurati, a quest’ora.»
Fissa la t-shirt di lei, si tira un colpetto sulla guancia, quella
scena è più irreale dei racconti di guerra del Besugo. «Mi hai portato
la maglia?»
Lei si guarda, ora ricorda. «Scusa, sì, poi te la do …»
Lui annuisce, è chino sulle corde. È freddo, gelido, le parole
sono sassi lanciati contro di lei: «Tienitela.»
«Volevo portarti una brioche, ma è tutto chiuso …»
«Belìn, sono le cinque di mattino!» Lancia la cima sulla barca.
«Senti, ora arriva mio padre. Cosa vuoi?»
«Niente, è che tutto va male, sono stressata. Ho licenziato lo
chef, stiamo per aprire … Volevo vederti.»
È gelido, distante: «Non ho tempo di scoparti ora, devo
lavorare.»
Improvvisamente si vede: su un porto, più trasandata di quelle
catapecchie marittime, i capelli raccolti in un mollettone trovato per
caso nella borsa; senza trucco, senza motivo, con alle spalle il furto
di un catorcio del secolo scorso.
Vorrebbe sprofondare, dà un’ultima occhiata al cielo violetto. Fa
un respiro: se potesse cambiare il desiderio, chiederebbe che uno
tsunami spazzasse via lei e quella scena pietosa.
«Hai ragione, non dovevo.» Guarda per terra, e a pochi metri
c’è quella scritta: “vietato pescare pesci e polpi.” Ora non le sembra
più tanto orrenda: nelle prime luci, l’azzurro delle lettere non sembra
nemmeno così fastidioso. E si rende conto che è ufficiale, da oggi
può definirsi la criminale più ridicola dell’universo, lei che in qualche
modo un polpo l’ha pescato. Tutte le emozioni delle ultime ore, la
rabbia, la tristezza, l’ansia, la speranza, l’angoscia, la stanchezza
fluiscono in unico fiume e sfociano in isteria. Ride. A crepapelle,
acuta, quasi lacrima.
Mirco la fissa e non capisce se ciò a cui sta assistendo sia una
risata isterica o una molla impazzita. Le ricorda i pesci, quando li tira
in barca e si dibattono fuori dall’acqua. «Che ti prende?»
Lei indica la scritta, e la risata si impenna, si accascia, si tiene
le braccia intorno alla pancia e sussulta in respiri trattenuti.
«Cazzo. Sei pazza.»
Eva si asciuga gli occhi con il dorso della mano e un gemito
esausto di sollievo. Ringrazia di non avere il mascara. «Mi ha
ricordato quando sono stata attaccata.» Ha ancora la risata che le
striscia sul volto, come una lumaca, e lascia una scia di muscoli
rilassati e un’espressione beota. È più carina così, distrutta da mille
emozioni.
Sorride, o forse è solo il primo raggio che gli accarezza la pelle
olivastra. «Sai cos’altro fanno i polpi?»
«No.» Anche lei sorride, e si dice che la lavanda aveva ragione,
che se ci si corre incontro velocemente si finisce per inciampare, ma
almeno ci si ride sopra.
Insieme.
«Muoiono.» Ha un tono leggero, da finale di una freddura.
«Mirco, tutti muoiono.»
«Dopo l’accoppiamento. Il maschio rimane stecchito, e la
femmina si lascia morire. Hanno capito tutto.»
Una leggerezza crudele: e lei capisce che non è uno spiraglio,
non è speranza, ma un solo un attacco, uno studiato come una
freccia il cui lancio è stato ponderato e la mira preparata per arrivare
dritta al cuore.
Rimane di sasso, appiattita, una delle pietre su cui sta
camminando; e non sa se sia il tono di noncuranza a torturarla o il
fatto che, anche se nulla in lui lo mostra, vorrebbe morire. E anche
lei vorrebbe morire. E se fossero un’altra specie, una di quelle che
popola il suo regno da ragazzo abisso, oltre a volerlo, dovrebbero
farlo. Lo starebbero facendo proprio ora.
Mirco si appoggia all’attracco dell’ormeggio, accende una
sigaretta e lei si chiede se le stia per gettare addosso la fiamma viva.
Per un attimo spera di sì. «Non abbiamo più niente da dirci, Eva, non
sono ciò che vuoi. Vattene.»
«Mirco …»
«Sai cosa? Avrei dovuto lasciartelo addosso quel cazzo di
polpo! Almeno una volta tanto ti saresti sporcata le mani!»
Le parole sono un colpo sul viso, e lei si ingobbisce, sente di
nuovo la nausea. Si volta e se ne va, come un animale ferito che ha
smesso di ribellarsi alla morte. Vorrebbe piangere, maledire quella
decisione insensata di esporsi, fregarsene, arrabbiarsi, eppure si
ripete nella testa le parole di Mirco, una a una.
È come una strega che volontariamente si trascina sulla pira;
da sola, per sua stessa condanna, e la brezza di prima mattina
gonfia il fuoco come fosse una vela, lo alimenta e lui si nutre. Si
sente esplodere nell’impotenza, e il dolore è un incendio: divorata
dalle scintille che scappano, impaurite, elettrizzate. Le sente sul
collo, sulle spalle; si siede sul sedile del pandino e chiude gli occhi:
quel fuoco può immaginarlo, tanto le fa male, e può già vedere le
mani diventare nere. Di terra, di sabbia, pizzicano: di pepe? E una
scintilla le arriva in testa, è un guizzo, lei brucia. Si dice che il fuoco
prima o poi si spegne, quando non ha più nulla da divorare, e nelle
fiamme ha covato qualcosa. Pensa all’inaugurazione, alla lista di
cose da fare, alla lista dei problemi … riapre gli occhi ora coperti di
lacrime sottili: e, al posto della cenere, rimane un’idea.
CAPITOLO 22

L a Nicla varca il cancellone della villa, finalmente, è la prima


volta che ci va con un invito ufficiale. Cammina orgogliosa,
fresca di permanente: impettita e gonfia come una vela, con il
gonnellone giallo e la camicia bianca con sopra i girasoli; che quella
mattina se lo sentiva che era una giornata da giallo. Attraversa il
giardino e alza una mano: «Teh, bel’òmo!»
Incurva le labbra di un arancione rossastro, certe cose vanno
sbandierate, così, per movimentare la vita degli altri. E quello là, a
giudicare dalla tuta che indossa da quarant’anni, ne ha da
movimentare.
«Nicla! On’ te vè 86?! Ma chi ti ha fatto entrare?»
«Eh no, eh! Oggi sono un’in-vi-ta-ta!» Lo scandisce per bene,
che lo capisca, che è stata capace di intrufolarsi anche nell’alta
società a suon di torte di riso; e adesso, la facendina, quella che gli
paga la casupola, l’ha fatta diventare una scieff! E lei deve
vantarsene, che non si è fatta i capelli rossi per passare inosservata,
è questione di coerenza.
«Me a son en bóna87 con la Tedesca!» Si avvicina, qualche
passo in punta di piedi.
«Sono diventata scieff!»
Gianni bofonchia, getta una mano all’aria e si china
sull’automobile, la guarda, le gira intorno con uno strisciare della
gamba perpetuo. Ha gli occhi fissi sul metallo verde pino, e si infila
nell’abitacolo a frugare tra i sedili.
Sembra una gallina, quando girano per il pollaio tutte confuse.
«Te, cosa fai tutto engainà88?»
«San Cristoforo …»
«E ben! Che c’entra?»
«La ne gh’è89.»
«Mia che i santi non c’han più le gambe, l’avrai tolto!»
«C’era ma non c’è più.»
Si infila nell’abitacolo, non c’è posto per i misteri, dove cammina
lei: «E spostati!» Lancia un’occhiata veloce e tira fuori dalla borsa un
mazzo di chiavi a cui è attaccata una piccola torcia. La accende, la
punta sul volante, poi sui pedali.
«Eh … la ne gh’è!»
Lui borbotta, chiude la portiera.
«Ben, lascia perdere queste scemate!» Gli si avvicina con un
saltello scomposto.
«Sbande e oéce90 e ascolta bene … è morto Gecc! Ti ricordi?»
«Belìn, se mi ricordo, Gennaro! »
«Un infarto! Sempre detto io che a mangiare tutti quei sughi
pronti …»
«Oh, Nicla, che sughi, anché en fegùa, domàn en seportùa91…
a semo veci92!»
Lei si gira di scatto e lo lascia lì, con un gesto della mano: che
ci creda pure, a quelle belìnate dell’età, che lei lo sa che quelle cose
chimiche sono il male del mondo.
Stringe la borsa sotto l’avanbraccio: un sacchetto di tela bianca
su cui ha attaccato i pizzi lei stessa, di un bel filo beige glitterato
diventato un bordino shabby chic grazie all’uncinetto e alle notti in
cui dorme poco. Si è portata il suo tablett, avvolto per benino in un
panno, che si sa che quegli aggeggi al sole scoppiano. Eva la
attende sulla scalinata, fasciata in un tailleur di pantaloni capri e
giacca beige.
«Nicla, buongiorno, prego! È mai entrata?»
Scuote la testa e sbircia sotto gli occhiali di Eva e si compiace
della statura più piccola di quella della Tedesca, da sotto si vedono
un sacco di cose. Gli occhi vispi, ad esempio, spogliati del rossore
lucido del giorno prima. «L’hai usata la lavanda, eh?»
Annuisce.
«E come stai?»
«Divinamente.»
«Ben, allora è andata bene!» Si sporge un po’, aspetta che la
guardi e scocca un occhiolino: «… Con il fante, eh.»
«Malissimo.» Lì dentro, sotto la luce scaldata dal legno, la
facendìna le sembra uno stelo di rosa che cammina, tutto dritto e
pieno di spine. Nessuna traccia dello stelo di grano, piegato dal
vento, del pomeriggio prima.
«Nicla, avrei bisogno di altra lavanda, achillea e camomilla. Le
ha? Gliele pago, naturalmente.»
«Oh, ben, ma cosa vuoi pagarmi per qualche rametto secco!»
«Mi servirà più di qualche rametto. Vorrei metterle in tutte le
camere, in totale sono venticinque.» Anche questa volta si è meritata
il premio di consolazione: la pazzia della mattina l’ha calpestata
come sta facendo lei con il tappeto dell’atrio, ma per lo meno le sono
venute delle idee. E forse, e non osa dirlo ad alta voce, il problema
dello chef non intaccherà la sua inaugurazione. “Comunicazione di
rischio”, viene definita così in ambito accademico: quando qualcosa
va male, fai in modo che guardino dall’altra parte, verso ciò che va
bene; attirali con il profumo di cibo come si fa con gli animali. E in
questo specifico caso, il profumo non è di cibo ma di erbe
aromatiche. Li vede già: sale e camomilla da usare durante il bagno,
per portare amore e successo, immagina i barattolini ricoperti di
stoffa, appoggiati sul bordo della vasca di ogni camera. E foglie di
salvia, vicino al lavandino, da strofinare sui denti per un sorriso
bianchissimo. E poi vicino al letto, in un piccolo vasetto di rame,
achillea e lavanda da usare all’occorrenza, per sollevare le lenzuola
e, sotto, ritrovarci l’amore. Nastrini, bigliettini, pensieri da abbinarci.
Ingredienti tutti da scoprire, come ha fatto lei, con tanto di descrizioni
e nomi in dialetto. Ha fatto la prova con sua mamma poco prima, e
l’ha lasciata a strillare attaccando il mazzolino di achillea sopra il
letto matrimoniale.
«Oh, be’. Son piena di èrbi!»
«E poi pensavo …» Soppesa le parole: ma sì, è una buona
idea, non ha intenzione di rifletterci ancora. «Un corso di cucina …»
La Nicla si ferma, punta le mani sui fianchi. «Eh no!» Che non
osi insinuare, quella facendìna, che è come dirle che le servono le
stampelle! Punta un dito contro gli occhiali da sole. «Non ne ho
bisogno, io! Son mica una di quelle che mette i piselli nella cima!»
«Forse non mi sono spiegata bene, intendo per gli ospiti.»
«Eh …»
«Cioè, domani pomeriggio, potresti fargli un corso di cucina, e
ciò che preparerete verrà poi servito a cena, con le ricette del posto
…»
«A modo mio?»
«Insomma … Sì, Nicla … A modo tuo.»
Ed eccola, la sua veggenza! Se l’era detto che aveva fatto bene
a portare il grembiule nuovo, quello tutto verde con sopra ricamato il
suo nome in un corsivo ondulato, bianco. E sì, anche quel bagno
nella camomilla la sera prima era stata un’ottima idea. Che dopo una
vita a ravanare i fiori in un paese di bigotti, quando ci vuole ci vuole.
E finalmente: te lo lì, il successo, e la fama! Il prossimo passo è un
programma in tv!
«Be’, allora andiamo in cucina, che c’è da fare! Su!»

Tamburella le dita sul tavolo. Smette e tende l’orecchio: il corridoio


tace da dieci minuti, da quando se n’è andata con quei suoi
tacchettini da foresta, sottili come stuzzicadenti. Bene. Un ultimo
sguardo sugli acciai perfettamente lucidi, e può iniziare. Proprio da lì,
dagli sportelli sotto il piano cucina. Che i favori, a quei venditori di
salsicce bianche, lei non li fa. Non è mica una venduta che coglie gli
uomini come erbi dall’orto. Però vuole trovarlo, è curiosa, deve
trovarlo! Apre un’anta lucida e ci sposta le padelle, ringhia quasi, a
vederle candide e intoccate.
Fannulloni, gente che non fa gnente tutto il giorno, mica come
lei che un lavoro ce l’ha, uno vero. Cambia armadietto, e il frullatore
è riposto di fianco a una decina di lattine metalliche impilate. Legge
con la vista che funziona ancora perfettamente: “crauti.” Scuote la
testa, è proprio vero che certe cose non cambiano mai. Che poi ci
pensa bene: quei foresti sono talmente furbi da non aver mai rivelato
che forma avesse, nemmeno di che colore fosse. A l’è ’na bugna, e
che bugna! E adesso come lo trova? Si alza, circumnaviga il piano
cottura con passi che più che altro sono tonfi. Un giro, due giri, e sul
piano di marmo vicino al frigorifero vede un oggetto mai visto,
oscuro: di plastica, una caraffa bianca con una striscia trasparente e
che, però, ha un coperchio verde e una base attaccata a una presa.
Il manico è cosparso da malefici bottoni. Che sia quello, lo spred?
«Eccoci.»
Eva è di nuovo sul ciglio della porta, e la Nicla al suo fianco: un
grosso limone, aspro e gramo. Le dedica il suo sguardo peggiore,
quello che lancia ai bordi dei raviei, ogni volta che non le si
chiudono.
«Nicla.»
«Mina.»
Stanno immobili, agli estremi della stanza, si fissano: pandoro e
panettone sulla tavola imbandita a Natale.
«Intanto, grazie a entrambe per essere venute.» Eva entra in
cucina, occupa la zona franca tra i due eserciti. La Nicla è ancora sul
ciglio della porta. «Nicla, vieni.»
Ha incrociato le braccia sul petto, all’altezza del girasole. «Chi
l’ha chiamata quella strìa?»
«Qualcuno sano di mente, ecco chi l’ha chiamata! Megera!»
«Signore, vi prego, siamo qui per lavorare.»
«Ah ben, tanto io sono lo scieff.» Guarda la sua rivale come
una macchia incrostata sul lavello. «Tu lavi i piatti!»
«C’è la lavastoviglie, son signori! Ignoante!»
«E allora le padelle.»
Eva si dice che ha fatto male a lanciare il santino di san
Chissàche fuori dal finestrino, questa situazione dev’essere la sua
punizione divina. «Bene, come dicevo … Domani gli ospiti avranno il
check-in fino alle 13.00.»
«Ah ben, fate anche il ciupin, ma poi perché glielo levate?!»
«Il cecchìn, non il ciupin, gli fanno la visita! Legera!»
Eva sbuffa: «Facciamo così, gli ospiti arriveranno entro le
13.00. Poi ci sarà un aperitivo di benvenuto con focaccia e prodotti
tipici, quindi per il pranzo non dovete preoccuparvi. Alle 17.00, per
chi vorrà, inizierà il corso di cucina, e qui entrate in scena voi.»
«Ben!»
«Ben lo dico io!»
«Allora vi lascio, ho un’intervista in programma tra mezz’ora.
Avete bisogno di qualcosa?»
«Eh! La musica che se no non mi concentro!»
«Oh, che almeno non la sento ciarabelae93!»
«Sita e bo94, te! Che se no non ti faccio usare il tablett!»
«Certo, ci sono le casse e lì dovrebbe esserci il jack.»
«Ma non era morto, Gecc!?»
«Eh no eh! Prima mi rubi la mia cucina e poi i miei morti!»
«Stria! L’era amico mio, sai!»
Eva mostra un cavo nero con uno spinotto metallico. «Il jack,
questo … Nicla, dammi il tablet, te lo attacco io.»
La Nicla lancia alla Mina uno sguardo fugace, come quando da
bambine la maestra chiamava lei, e tutta tronfia andava alla lavagna.
«Teh, ninìn, mettimi David Bowie.»
«Ah be’, te solo quelli tutti strani puoi ascoltare, eh! Con tutto
quel trucco …»
«Si dice meikapp, vecia!»
La Mina le risponde con una manata metaforica, come per
lavare via dalle piastrelle quella chiazza gialla parlante, fin troppo
parlante. «Te, giovane, metti ’n po’ il Polpo d’Amor, che non la
sopporto più!»
«Eh no, non ce la voglio quella roba spagnola nella mia
cucina!»
«È Capossela, bestia!»
Eva le guarda, visto l’ultima steccata che le ha lanciato su
David Bowie non ha intenzione di dargli un’altra possibilità, e quella
canzone del polpo, nonostante l’ironia, non può essere peggio.

Troppe braccia per non abbracciarti


tentacoli senza tentazioni …

Le note lugubri invadono la cucina, con la voce roca che ricorda


un lamento uscito dagli abissi. Doveva aspettarselo, si dice, e quel
Santo dev’essere tra i preferiti del Creatore, se ha davvero tutto
questo potere.

Troppe braccia per non abbracciarti


tentacoli per cercarti
Rivede tutto, ancora, come un sogno ricorrente che la notte ti
strattona e ti lascia a boccheggiare. E si sente senza fiato, con il
mare negli occhi, una mareggiata che si prepara a spazzare via le
guance, densa e crudele, perfino salata, come il Mediterraneo.

Spettri danzano negli abissi


negli abissi danzano
vascelli fantasma
e non ti trovo compagna

E non lo trova, non lo vede più. Lui l’ha mandata via, come una
mosca con una manata. E si dice che è solo colpa sua, colpa del
suo aggrapparsi al passato e rifiutare il futuro. E forse, solo i
fantasmi possono trovare ciò che ha smesso di mostrarsi.
Abbassa la voce, prende la Nicla a braccetto. «Ho bisogno di
una mano.»
«Vuoi che la metto fuori combattimento? Ho delle tecniche, sai,
te ne libero subito …»
«No, non c’entra la Mina … Anzi, credo dovresti essere un po’
più gentile …»
«Gentile?! L’è già gentile che le parlo, a quella scorpèna …!»
«Stamattina … al porto, ecco. Non credo che ci sia speranza,
con il fante …»
«Mirco, eh?»
«Sì, Nicla, Mirco.» Fa un respiro profondo, sussurra: «È folle, lo
so, ma io lo …
Non importa. Ho capito delle cose, e forse ho bisogno di un
aiuto … non convenzionale, diciamo …»
La Nicla schiude un sorriso a trentasei denti: «Vuoi provare con
il filtro, eh?»
Eva soppesa i pensieri, non avrebbe mai pensato di arrivare a
questa decisione, ma si sente come se il mondo di prima, la donna
di prima, fosse stata immersa nella nebbia senza mai vedere cosa
c’era intorno a lei.
«… Sì.»
«Anche senza la rimembransa?»
«Hai detto che potevamo farlo funzionare …»
La Nicla annuisce e Eva la scorta verso l’angolo a destra, sotto
la finestra, dove c’è più luce. «Aspettami qui, torno subito. Prendo il
diario, così potete accordarvi sulle ricette.» Lascia la vecchietta
nell’angolo, a guardare incarognita la Mina che ondeggia a ritmo di
musica, come una boa invasa dalle alghe. Si affaccia ancora un
secondo: «E niente tecniche!» E sparisce nel corridoio.
La Nicla sbuffa, delusa da quell’improvvisa mancanza di spirito
bellico. Aspetta che il ticchettio si sia allontanato e torna alla sua
postazione, dove ha lasciato la borsa. Fruga, con gran tintinnio di
barattoli di spezie ammucchiati dentro alla rinfusa. La Mina tende
l’orecchio, sdegnata da quel fracasso che la distoglie dai tenebrosi
sussurri di Capossela. «Belìn, ti sei portata l’artiglieria?»
L’altra la ignora, estrae il grembiule verde. «Tasi te, e mettiti il
grembiule, che qui si lavora!» Lo indossa, orgogliosa come se fosse
un manto d’ermellino.
«E smètela! Guardati lì, che sembri un semaforo!»
Il ticchettio rimbomba nuovamente nel corridoio, e la Nicla si
fionda sotto alla finestra, coi pugni sui fianchi e il petto gonfio.
Eva fa il suo ingresso nella cucina, il capo chinato sulle pagine
aperte del diario.
«Non ci credo.»
«Eh, dillo a me! Te l’avevo detto, manco il grembiule s’è
portata!»
«No, non c’è la pagina.»
«Eh?»
«La pagina del filtro!» Si avvicina alla Nicla, le mette il diario
sotto al naso. «È strappata!»
«Da’ qua!» E la Nicla le prende il diario.
Lo regge con entrambe le mani, strizza gli occhi, lo esamina
sotto la luce dalla finestra. Segue col polpastrello i bordi frastagliati:
e, una volta constatato l’avvenuto misfatto, con la furia di un carro
armato e l’indice puntato come uno spadino, si dirige a gran passi
dall’altro lato della stanza, verso la Mina: «Tu!»
«Eh, te, non urlare che io ci sento bene!»
«Ridammi la pagina! Ti ho vista!»
«Ma che vista e vista, che t’ei orba come ’n pomo!95»
«Nicla, è fisicamente impossibile che sia stata lei. Il diario era in
camera mia.»
La Nicla abbassa l’indice che minaccia la Mina, si rivolge a Eva
con gli occhi che brillano. «Quindi siamo di fronte a …» Fa una
pausa teatrale, prende un respiro profondo. «… Una scena del
crimine!»
«L’unico crimine è che sei ancora qua, pefàna!»
«Tasi te, lascia fare ai professionisti!»
Eva si stringe la radice del naso, esausta. «Nicla, non agitarti,
va bene lo stesso.
Anzi, forse è meglio. Ora concentratevi sul lavoro, io devo
assolutamente andare.»
Fa per riprendersi il diario, ma la Nicla lo sta già passando alla
Mina.
«Teh, mettilo in un sacchetto, che è l’unica prova che
abbiamo!» La Mina lo prende e lo appoggia sul lavello, sbuffando.
«Hai visto, eh?! Ninin, l’avevano detto le carte che ti avrebbero
rubato qualcosa! Quella Luna lì, eh! Io me lo ricordo …»
Eva annuisce, e se dopo la barca si è avverato anche il furto,
forse allora anche quella promessa di amore era vera, quell’ultima
carta, di un amore che nasce in terra straniera. E se quel mondo
magico, un po’ nascosto, e imprevedibile la sta inghiottendo
davvero, allora forse quel diario le è arrivato per un motivo. Allora
forse quel filtro deve usarlo, forse tutto aveva lo scopo di portarla
qui.
«Nicla, ma come facciamo a trovare la pagina?»
«Ben, aloa, quand’è stata vista la pagina l’ultima volta?»
«Non so ieri l’ho letto, c’era … Prima del pranzo.»
«Toh! Abbiamo una pista! E al pranzo ha portato il diario è vero
o no?»
«Sì. »
«E chi l’ha toccato, eh?»
«Pastorini no, era lontano … Stefano stava sparecchiando,
forse mia mamma, Sonia e Julie sicuramente.»
La Nicla afferra le mani di Eva e le tiene all’altezza del cuore.
Nei suoi occhi brilla la commozione: non sa se per l’empatia con una
perdita così grande, o perché è tutta la vita che sogna questo
momento.
«Non si preoccupi, signora, faremo il possibile per ritrovarlo!»
Eva non ha le forze di notare che l’ha appena chiamata
“signora”: accenna un sorrisetto e gira i tacchi, lasciandosi alle spalle
una Nicla più euforica che mai. Si volta ancora un istante, prima di
sparire fuori dalla porta, e pronuncia la condanna: «Per qualsiasi
cosa abbiate bisogno, Stefano è a vostra totale disposizione.»

Sul tavolo della cucina, di acciaio lucido come uno specchio, ha fatto
portare un abat-jour rococò. Non le è importato che quel poverino
abbia dovuto rubarla da una stanza rischiando il licenziamento: è
stato il capo supremo a dire che era a sua totale disposizione. Capo
e vittima, in questo caso: Eva Baumann, trentatré anni, razza
caucasica; il suo diario, il corpo del reato, riporta una ferita da arma
da taglio, probabilmente un taglierino. Ha fatto portare anche tre
sedie: due per loro, inflessibili forze dell’ordine della villa della
Tedesca, e una per l’imprendibile colpevole. Imprendibile per ora:
che anche se è appena stata reclutata meriterebbe già una stella da
sceriffo. Finisce di esaminare la pagina tagliata, chiude il diario e si
rivolge alla sua aiutante: «Ben! Dammi un sacchetto!»
«Te lo vuoi mettere in testa?»
Sbuffa, dopo Scuola di polizia queste nuove reclute vanno
sempre peggiorando. Apre qualche armadietto a caso, trova un
sacchetto trasparente per surgelati e lo porta verso il tavolo
tenendolo con la punta delle dita. Prende il diario a piene mani, ce lo
ficca dentro. Va verso la Mina, ancora intenta a capire come si usa
quell’aggeggio piatto che conosce tutte le canzoni di Capossela.
Le schiaffa il sacchetto tra le braccia. «Toh! Adesso lo diamo
alla scientifica.»
«E chi è la scientifica?»
Sta ancora frugando nella sua borsa, dà le spalle alla Mina: poi
si volta e infila solennemente un guanto di gomma giallo. «Io!»
«Ma perché ti sei portata i guanti?»
Infila anche l’altro. «E ti sembrano domande da fare quando c’è
un criminale a piede libero?»
«T’ei mata, te.»
La Nicla la ignora, si va a sedere alla sua postazione da
interrogatorio. Le fa cenno di muoversi, che il crimine non dorme mai
e chi cincischia è perduto. La Mina la raggiunge bofonchiando: se
proprio deve sopportare quello strazio, almeno che sia seduta.
«Ah no!» La Nicla si alza, con una corsetta goffa recupera il
tablet e torna a sedersi.
«E vai piano! Te pai ’na gaina!96»
«Alòa, ’scolta, eh! Tu fai il poliziotto buono, e io quello cattivo,
va ben?»
«Mia, se arriva davvero il criminale io gli do un coltello, una
buona volta magari …»
«No, te pai quela ch’i ha mangià o riso a Cristo!97 Fai tu quello
cattivo.» Si avvicina con la punta del naso, a pochi centimetri da
quello della Mina. «E facciamo una tregua, va ben? Temporanea,
eh!» Fa roteare il dito, e continua con aria solenne:
«Tocca unire le forze, in ballo c’è la sicurezza di Lerse e tutta la
Liguria!»
«Ah, se tasi va bene.»
Un rumore di passi dal corridoio le interrompe. La Nicla si tira in
piedi, fa segno alla Mina di imitarla. L’altra la squadra con astio, si
picchietta l’indice sulla tempia. «C’hai i bagi ner serveo, te98» sibila.
Stefano compare sulla porta. Rivolge alle due uno sguardo a
metà fra l’interrogativo e il preoccupato: la cucina, in mano loro,
sembra la caricatura da ospizio di quella di Hannibal Lecter. «La
signorina Julie!»
Evocata dalle sue parole, la segretaria entra in punta di piedi,
lanciandosi attorno sguardi spaesati: ma viene bloccata dall’urlo
indignato della Nicla.
«Ma cosa fa?! Lascia l’indiziata a piede libero?! La scorti qui!»
Stefano obbedisce, non si aspettava di esser appena stato
promosso, o degradato, al ruolo di secondino. Deposita Julie, e
attende un ordine: ma le implacabili vecchine non lo guardano più.
Anche l’indiziata resta immobile.
«E alòa? Siediti, eh!» La Mina le fa un brusco cenno, indica la
sedia. «Niente cerimonie da ricchi, che già si perde tempo qui!»
«Sì, esatto! Niente cerimonie, che è un interrogatorio, non un
picnic!»
Con un lieve tremore, Julie esegue. Stefano ne approfitta per
dileguarsi nel corridoio, prima che qualcuno gli chieda di fare da
stenografo, torturare la malcapitata, o peggio.
«Dammi!» La rossa lo dice in tono brusco, senza che si capisca
con chi sta parlando perché il tablet è davanti a lei sul tavolo: poi lo
afferra con un guizzo delle mani, sotto lo sguardo confuso della
Mina. Segue una lunga scia di bip, e poi lo posiziona in orizzontale.
Lo guarda con gli occhi strizzati.
«Ma metti gli occhiali!»
«Torda! Ma tu avresti paura di un poliziotto con gli occhiali?»
«Se sembra un pagliaccio no!»
Scatta una foto, e il suono dell’otturatore sembra un foglio
accartocciato.
«Scusate, cosa sta succedendo? Non …»
La Mina sbraita: «E tasi te! Che questa stria mi ha già fatto
venire mal di testa!»
L’altra le si avvicina all’orecchio. «Brava!» sussurra. Torna a
parlare a voce alta:
«Ben, alòa, è stato rinvenuto un diario senza una pagina.»
Cammina, con il dito verso l’alto come ha visto fare ai migliori
investigatori, da Sherlock a Jessica Fletcher. «E, guarda caso,
proprio la pagina con il filtro d’amore.» La Nicla parla con un italiano
lento, sillabato come quando si ripete una filastrocca. Pausa
d’effetto, mani appoggiate sul tavolo, si sporge in avanti di scatto:
«Allora! Dov’eri ieri sera?»
«E rispondi, eh! Che se continua con l’italiano perfetto la
copo!99»
«Ero … in camera.»
«Qualcuno può confermare il suo alibi?»
«Mmm, no …»
«Ah, e questo puzza di movente …»
La Mina è ancora seduta, con gli occhi al cielo e una mano sulla
fronte.
«Anzi, sì. Posso provarlo!» Julie tira fuori il cellulare e
arrossisce, lo tende alla Nicla: «Ecco, tengo un video diario. Se va
nella galleria …»
«Ah scordatelo, che già è difficile sopportarla da seduta!
Camminare proprio no!» La Nicla afferra il cellulare con un
movimento d’istinto, lo guarda tenendolo lontano dalla faccia.
«Ma cosa glielo dai che non ci vede! Ma voi tedeschi, cosa vi
insegnano a scuola?»
La Mina le strappa il cellulare di mano, lo ridà a Julie: «Fai te!
Che almeno i tasti li sai pigiare, e veloce, che se no facciamo notte!»
Julie traffica e poi appoggia il video sul tavolo.
«’Spetta!» La Nicla prende un bicchiere, ci infila un occhio e lo
punta sul cellulare, che la lente d’ingrandimento se l’è dimenticata a
casa.
«Ecco. E questo è un movente! È stata lei!»
«Ma no, io …»
Tira fuori la torcia, gliela punta in faccia. «Eh no, eh! Che è una
confessione quel video lì! Allora, glielo dico io, com’è andata! A lei le
piace Pastorini, è vero o no?» Julie, tutta rossa, annuisce.
«Ben! Ma lui non la guarda, è vero o no?»
«Oh bestia! Questo non è investigare! È ripetere quello che ha
detto nel video!»
«Shhh! E non mettere in discussioni le mie doti!» Si rivolge alla
sospettata, con l’occhiata più severa di cui è capace: «E quindi?»
«Sì, ma non l’ho presa io!»
«E sentiamo, qual è il suo alibi?»
«Il filtro è in dialetto!»
«E allora vede che l’ha letto?»
«Sì, ho ricopiato le ricette per la signorina, sono tutte in dialetto
e, non lo capisco!»
«Dammi qua!» La Mina prende il diario e lo tira fuori dalla busta,
poi lo apre: tutte le ricette sono in dialetto, la nuova tedesca ha
ragione e forse potrebbe essere una buona tattica per scoprire cos’è
quel dannato oggetto segreto. «Stria, c’ha ragione!» Si rivolge a
Julie: «Senti, tu mi fai vedere lo spred e io ti insegno il dialetto, va
ben?»
Julie è sempre più confusa, sta per mettersi a piangere.
La Nicla la guarda. «Mmm! Signorina Julie … Un’ultima cosa: A
gaina petesèa, aa sea la se despea …100»
Julie è confusa, si guarda intorno, non ha capito nulla. Qualche
lacrima si annida sopra le palpebre. La Nicla le si avvicina, le
squadra la punta del naso. «Può andare, ma la terremo d’occhio!»

Heidi Kessler-Baumann sta seduta con le gambe accavallate tra lo


spacco di un vestito lungo da giorno, intarsiato di pizzi sangallo
azzurro Tiffany. Sotto le spalle, sul petto, un cordino blu scuro regge
la stoffa, annodato con un fiocchetto. Tutta lucida, di olio solare e
abbronzatura appena sbocciata, si unge le labbra di burro cacao
sotto la luce fredda della cappa.
Si guarda intorno, nella cucina che sembra essere diventata
una spiaggia mal assortita, grazie alla farina che la Nicla ha
cosparso sul pavimento: lo sta ispezionando, con la torcia e il
bicchiere sull’occhio, alla ricerca di impronte digitali.
La Mina invece è seduta davanti alla bionda, la studia fin sotto i
capelli. Vede il suo riflesso negli occhiali da sole a specchio dorato,
fa un rapido confronto e si dice che sì, quella tedesca di spred deve
averne davvero tanto. «Ma mi dica un po’, è quello?»
Indica la caraffa di plastica che stava esaminando prima di
essere trascinata in quella assurda pantomima.
«Cosa, amore?»
«Lo spred.»
Abbassa di poco gli occhiali da sole. «Intende il bollitore?»
La Mina accende l’abat-jour e glielo punta addosso. «Mi dica la
verità!»
Ancora un sibilo nell’orecchio: «Brava!»
La Nicla è di nuovo accanto a lei, in piedi, con la sua presenza
goffa che, lo può immaginare, morirebbe dalla voglia di avere dei
baffi solo per arricciarli. «Ecco, sì, come diceva la mia collega, siamo
sulle tracce di un tremendo criminale e, mi spiace dirglielo perché
sa, alla sua ninìn le voglio proprio bene, ma sospettiamo possa
essere lei, signora Kesse Baumal.»
«Kessler-Baumann, amore.»
«Shhh! Che potrei farla arrestare per corruzione di pubblico
ufficiale!»
«Eh, pubblico ufficiale! Ti devi rinchiudere al Tinetto, te!»
«Amore, vorrei tornare a prendere il sole, se non le dispiace,
quello dopo le cinque è il migliore.»
«Passione per l’abbronzatura, annoti, ufficiale!» Riprende a
gironzolare per la cucina, con un indice appoggiato sotto il mento.
«E questo vuol dire che le piace farsi guardare … l’è vero o no?»
«È naturale, è il mio lavoro.»
«E quindi vuole essere ammirata, mmm … scriva, scriva,
sottotenente Mina! E lo sa come si chiama questo?»
«Fama?»
«No! Movente! E si tolga quella presunzione che le domande
qui le faccio io!»
La Mina ha il viso appoggiato sul pugno e lo sguardo fisso,
soppesa quelle quattro sillabe: bol-li-to-re. Ma va là, quella foresta
mica la inganna.
«Senta, ho già un marito, non ho bisogno di un filtro d’amore.»
Si ascolta, e le sembra una battuta che uno sceneggiatore ha scritto
per lei.
«A meno che …»
«Ma lei l’ascolta? Che questa la imbelìna! Piuttosto, ma quella
cosa che lei chiama bollitore …»
«Shhh! Che sto ragionando!» Si sporge verso quella diva, che
se anche l’ha già vista da qualche parte nella sua caserma non si fa
alcun favoritismo. «Ma suo marito non è qui …»
Heidi tace, abbassa il viso.
«Ecco! E allora posso dedurre che avete qualche problema,
vero o no?»
«Ma no, ma si figuri se …» Vede il suo riflesso negli acciai, non
le serve togliere gli occhiali da sole per scorgere gli occhi vacui, finti.
Una Barbie.
Una diva del cinema che tutti chiamano come i suoi personaggi,
ma, alla fine, in quanti conoscono davvero il suo nome?
Basta, è stufa: «Sì, ha ragione! Lui ha chiesto il divorzio!»
«Signorina, glielo dico io, colpa delle donnacce come ’sta qui!»
«Shhh! E non la ascolti, che io sono una signora perbene.
Quindi, il divorzio, ma lei non lo vuole, eh?»
«Certo che no, insomma, dopo trent’anni … L’amore finisce, è
vero … Ma rimangono altre cose. Hermann è stato l’unico uomo
della mia vita.»
«Mmm.»
«Amore, senta, io sono un disastro in amore, mi creda. Ma se
c’è una cosa che ho imparato è che non si può decidere chi ci ama
… E quando si prova a forzarlo è pericoloso.» Sospira e pensa a
Eva, e quell’amore ossessivo per Manfredi mai abbandonato, difeso
come un figlio, con le unghie e con i denti. Contro ogni previsione,
contro ogni avvertimento e consiglio materno. Loro l’amore l’hanno
forzato, anche ora, ora che era rimasto sepolto per anni ma hanno
deciso di riesumarlo, come il fantasma di un caro mancato. Stringe
la borsetta sulle ginocchia e fa ciò che sa fare meglio: «Guardi, ho
recitato in una sitcom poliziesca, che ne dice se le fornisco un alibi?
Lei è felice e io torno a prendere il sole.»
«Toh! Ecco chi mi ricordava! Su canale 5, eh?» La Nicla si
illumina, tira fuori un pezzo di carta e una penna dalla borsa, li
striscia sul tavolo e li passa a Heidi.
«Ecco, mi faccia una firma qui …»
«Ma te sei proprio una legera! La firma, adesso!»
«E non ci provi, maresciallo! Ad accusarmi di favoritismo! Che
ci serve, eh, per … l’archiviazione! Ignoante!»
«E sentiamo, dove lo archivi?»
«Ben! Torniamo a noi, che non c’è tempo da perdere quando il
crimine serpeggia … Dicevamo …»
«Il mio alibi, amore.»
«Prego.»
«Sono arrivata ieri mattina, e sono stata alla Venere Azzurra a
prendere il sole. Lo può vedere dalla mia abbronzatura, e dal mio
profilo Instagram.»
«Ah, e aspetti eh! Che le devo fare la foto.»
«Ma la foto si fa in galera! Mica agli interrogatori!»
Recupera il tablet, trova la giusta luce e la inquadra. Sembra
una modella sulla copertina di una rivista di moda in fallimento, con
quelle gambe quasi scoperte, la testa abbandonata all’indietro sullo
sfondo di mestoli appesi al muro.
«Eh no! Dritta, e triste eh! Che se no mica sembra un’indiziata.»
Heidi si mette composta, la guarda come se fosse uscita da un
tombino tutta sporca di fango, storce la bocca. Lei scatta.
«Perfetto!»
«Oh! Sant’Erasmo! Aiutami, portala in barca con te!»
Heidi sorride, si alza e tende una mano verso la Nicla.
«Buona fortuna per le indagini.»
«Non si preoccupi, alla sua ninìn quel filtro serve» sussurra.
«Problemi di cuore, di quelli grossi sa … è nostro dovere nei
confronti della patria aiutarla a recuperarlo!»
La Nicla le stringe la mano come per non lasciarla più andar
via, che non capita tutti i giorni di poter toccare Michelle, la poliziotta
infiltrata di Amore a piede libero. Heidi sospira, esce dalla stanza
tenendo la borsetta stretta a sé.
La Mina sospira, «Oh ben! Abbiamo finito?»
«Eh no eh! Agli armadietti!»

La Sonia osserva la Nicla aprire ogni anta: ci infila prima la testa,


sposta qualche barattolo e punta una pinzetta per le sopracciglia
contro aggeggi, pacchi di pasta e bottiglie d’olio. Che poi si chiede
perché ce l’abbia, una pinzetta, quella vecchietta con le sopracciglia
spudoratamente disegnate.
«Belìn, allora? Dai che non ho ancora trovato l’outfit per il
gala!»
«Shhh! Tasi te! Che se non c’hai un Aulin non ho nulla da dirti.»
La Mina è ancora seduta, sempre al suo posto, solo che adesso
tiene la testa tra le mani come se da un momento all’altro potesse
caderle.
«Mia ’n po onde a son andà a refenie.101» La Sonia lo dice in
dialetto, che devono aver presente che con lei si gioca ad armi pari;
e che se c’è un vestito da scegliere, per di più per un’occasione chic,
non ha paura a sguainare il folclore e sbrigarsi a chiudere la
faccenda.
La Nicla le punta la pinzetta, si avvicina come uno schermidore.
«Ah! Sai il dialetto!» Sussurra veloce alla Mina: «È stata lei,
dàghe do dito soto!102 Bisogna farla crollare!»
La Sonia si svacca, che la criminale ha imparato a farla alle
superiori, quando entrava nei locali fingendosi maggiorenne .
La Mina sbuffa: «E farla crollare, te lo faccio crollare a te! Un
muro addosso!»
«Sai il dialetto, e sai cucinare eh … Quanti piselli ci metti nella
cima?»
«Non ci metto i piselli nella cima.»
La Nicla annuisce, si accascia sulla Mina e sbotta: «Hai visto?
Scòrpena!»
«Eh gnente, gnente! Sei una capra anche con le indagini.»
«Tasi! E scrivi!»
Cammina, in un arco che circonda il tavolo: dalla sua sedia a
quella della sospettata, che si è messa a masticare una cicca in
modo vistoso.
«Allora sai cucinare, e sai il dialetto, e hai accesso alla cucina
…»
«Ma non ci vengo in cucina, che c’è Stefano!»
«Ah-ah!»
È rimasta ferma, nella caricatura del guerriero del sole, un ninja
rotondetto e vistoso, con un ginocchio piegato e l’altra gamba
distesa, e il dito puntato contro la riccia che si sta togliendo la
bandana. Sta ferma, immobile, un momento di silenzio permea i muri
bianchi della cucina.
«Oh Sant’Erasmo! Grazie, grazie che ascolti le mie preghiere!»
La Nicla si ricompone. «Ma smetèla di interrogare i santi e
interroga ’sta qui! Piuttosto.» Si abbassa, sibila: «Che è un osso
duro!»
Riprende a camminare, arriva dietro alla sedia della Sonia, la
voce le aleggia dietro alle spalle: «Allora Stefano, il secondino …»
Le piomba addosso con il dito accusatore. «Le piace eh?!»
«Ma mi ha visto? Io?» E si ripercorre il fisico con il dito. «… Con
quello lì?»
La Mina la squadra, segue il movimento e rimane sulla maglia
leopardata. «Con quella roba lì a macchie? Va a contae ste còse
soto a grade!103»
La Nicla è ancora lì, incurvata a fissarla come il manico di un
ombrello. «Alòa?»
«Va bene, sì.» La Sonia ripensa al pranzo, voleva quasi
perdonarlo, ma poi c’è stata quella telefonata … «Mi piace. Ma tanto
lui è sempre impegnato con Sofia, e quell’altra …»
La Mina bofonchia: «Giulia?»
«Julie …?»
«Ma no! Si chiama Giulia! Guardi che io le conosco bene le
bambine di Stefano … giocano sempre coi miei nipotini …»
La Sonia si zittisce, e non sa dire se è lo sguardo delle due
vecchiette a farla sentire nuda o la consapevolezza di non aver
capito nulla: altro che un mascalzone con il piede in più scarpe,
Stefano è un padre single. E lei è ancora lì a bocca aperta.
La Nicla le apre il diario sotto il naso, picchietta il dito sul bordo
tagliato della pagina: «Dov’è?»
«Cosa?»
«Non fare la finta tonta! Dàghe na bòta!104»
«Te la do io na bòta.»
«È tagliata …»
«Allora lo ammetti!»
«No … Non sono così precisa, io l’avrei strappata! E
comunque, nemmeno io so che cos’è la rimembransa e quindi non
avrei potuto usarlo.»
«Provalo!» Dà un colpetto con il gomito alla collega. «Sta ben
atenta, Watson!»
Si rivolge di nuovo alla Sonia: «Mmm … E dimmi, hai una
schinchè?»
«Eh, schinchè, schinchè! Che belìnate c’hai in testa!»
«Intende skin care?»
«Eh, non fare finta di non capire!»
«Ma si figuri, dipende! Se sono stanca manco mi strucco.»
Indica l’ombretto sfumato d’azzurro: «Guardi, questo è il trucco di
ieri.»
La Nicla è seduta sulla sedia, mento appoggiato al pugno e
un’arancia nell’altra mano. La lancia in aria e attende che torni giù,
per riprenderla al volo.
«Senti, schenadrìta!105 Allora organizziamoci: domani facciamo
il ciupìn?»
L’arancia vortica verso il soffitto bianco e poi ricade giù; lei non
riesce ad afferrarla, la lascia cadere. E lei quel filtro, per la
facendìna, vuole proprio farglielo, che l’ha vista triste. E quando l’ha
seguita, per dirle che le indagini erano a un punto morto ma non
avrebbero perso le speranze, l’ha vista chiudersi in camera. E poi ha
ascoltato, e si sa che il silenzio di tomba è peggio dei singhiozzi. E
ha sbirciato, e l’ha vista lì: sdraiata sul letto con lo sguardo fisso sul
soffitto.
Immobile. Le si è stretto il cuore. Ma come si fa, ad aiutarla?
Come se non sa che erbi usare? Passi non usare la rimembransa,
ma tutto il resto?
Guarda la Mina, sta cambiando l’ordine dei coltelli nel ceppo.
«Ma cosa fai? Non si tocca una scena del crimine!»
«Oh! Ancora? Eh mia che mica son ’na sciagurata come te!»
Indica la sua opera in corso: sta riordinando i manici dei coltelli per
colore. «A me piacciono le cose per benino, a me!»
La Nicla si alza di scatto, toglie il grembiule, prende un paio di
occhiali da sole: e a questo punto la Mina si chiede se, la borsa,
quella legera non l’abbia rubata a Mary Poppins.
Li inforca, si dirige verso la porta.
«Nicla! On’te vè?»
«Non chiamarmi per nome! Sono in borghese.» Si riaffaccia un
secondo: «E se non torno, ricordati di me!»
Ballonzola veloce, ben attenta a non farsi vedere da nessuno, e
quasi può sentirlo quel “Eh, per sfortuna sì, che mi ricordo”,
mugugnato a bassa voce nel concerto di lame spostate. Aguzza la
vista annerita dalle grosse lenti rotonde: Stefano è in fondo alla sala,
lei si infila dietro un séparé, aspetta che passi e lo agguanta per un
braccio.
Lui sobbalza, e non tanto per la mano che lo trascina nella
penombra: ma per la faccia a cui appartiene, con quei riccioli rossi e
le lenti spropositate gli sembra una vamp stagionata con un ghigno
assassino
«Oh belìn!»
«Shhh!»
«Mi ha spaventato!»
«E parla piano che ci sentono.»
Si guarda intorno: non importa, sta al gioco prima che si ritrovi a
servire dessert con le manette, che già non è bravo senza.
«Dimmi un po’, ma per caso hai visto qualcuno aggirarsi in
cucina?» Lo tira verso di sé, e può vedersi sformato negli occhiali
scuri. «… Fur-ti-va-men-te?»
«Oggi?»
«No! St’atento! Ieri …»
«Mi faccia pensare!»
La Nicla mette una mano nella tasca della gonna, tira fuori un
pugno pieno di qualcosa. «Puoi pensare meglio con un po’ di …» Gli
porge il pugno e scarica il contenuto nella sua mano. «… Queste?»
«Caramelle?»
«Shhh! E concentrati! Magari, la Sonia …?»
«No, lei no. Me lo ricorderei.»
Gli picchietta il gomito, abbassa gli occhiali e fa un occhiolino.
«Adesso vai, e mi raccomando, espressione insospettabile.
Fischietta, va ben?»
Torna in cucina, tutta tronfia, toglie gli occhiali. Si siede davanti
alla Mina, le prende le mani: «Eh, te l’ho detto che l’era il
maggiordomo!»
«Ma non l’hai detto, pefàna!»
«Ma l’ho pensato!»
Si alza, raddrizza la schiena e se lo sente, le manca solo un
cilindro per sentirsi completa.
«St’atenta, è stato il maggiordomo!»
«Ma chi, Gianni?»
«Ma che Gianni, che quello non sa nemmeno lui cosa fa!»
Piega un braccio davanti al petto, scuote la testa. «Intendevo, che è
sempre il più insospettabile.»
Batte il piede, come in un flamenco di trionfo: «Abbiamo il
colpevole!»
«Ma davero?»
«Elementare, Mina!»

Eva ha il mento appoggiato alla mano, gli occhi rivolti alle cime
lamentose dei pini marittimi. Il vento dal mare ingarbuglia le chiome,
le fa cantare in un tramestio sussurrato: ma lei non riesce a
distinguere le loro parole, non afferra neanche una sillaba. Si limita
ad ascoltare passivamente, assordata dal rumore dei suoi stessi
pensieri: le affollano la mente, confusi, agitati, come le grida dei
gabbiani che il vento scompiglia sulla sua testa.
Il giornalista se n’è andato, e ora che la terrazza è libera dalla
sua presenza e dalle sue domande, a Eva sembra uno spazio
infinito: troppo grande per lei, seduta com’è, per tutti gli altri tavoli
che gli inservienti le hanno sparso attorno in previsione della serata
di gala di domani.
Ha dimenticato che sua madre si sta abbronzando a pochi metri
da lei, e il profumo esotico del suo olio solare. Ha persino
dimenticato il cappello, e il sole le scende sul viso come una coperta
liquida, dorata.
«Ce l’abbiamo! E bostìchete na vòta! 106»
L’urlo di guerra della Nicla distoglie Eva dal suo silenzio, le
lascia soltanto una manciata di secondi per prepararsi all’irruzione.
La ragazza si volta, abbassa appena gli occhiali da sole: trattiene
una risatina, non sa se di nervosismo o di autentica incredulità. La
Nicla le corre incontro, col tablet sottobraccio: indossa un paio di
guanti di gomma gialli e regge in punta di dita un sacchetto per
surgelati. Lo tiene in alto sopra la testa, come lo stendardo della
vittoria. «Ce l’abbiamo, ninìn!»
La segue la Mina, si preme una mano sul petto mentre sbuffa
come un toro inferocito: sembra reduce da una folle corsa su per le
scale alle calcagna della Nicla e, a giudicare da come le punta
addosso uno sguardo omicida, probabilmente è così che è andata.
«Cos’hai lì, Nicla?»
Lei le si para davanti, e con un unico gesto afferra una sedia da
un altro tavolo e ci si fionda sopra. «La confessione! L’ho trascritta!
Ce l’ho!» La Mina, borbottando, si accascia contro al muro alle loro
spalle, mentre riprende fiato. La Nicla tende il sacchetto a Eva:
all’interno c’è un foglio di carta a quadretti, scritto in stampatello
grande. Lei lo estrae, non si accorge che sua madre ha alzato la
testa e sta studiando le sue mosse, dalla sdraio.
Eva assottiglia lo sguardo, il sole sulla carta bianca è
accecante.
«Julie?!»
«Incredibile, eh, ninìn? Sono sempre i più insospettabili, eh!»
«Ma qui c’è scritto che … È una “m” o una “n”, questa?»
«Una “p”!»
«… Si è messa a piangere?»
La Mina bofonchia, dalla sua sedia. «E cosa vuole che faccia,
pure io piangerei con questa qui …»
«Un’ammissione di colpa! Ecco cos’è! Lacrime di coccodrillo!»
«Ma, Nicla, vi ha dato la pagina del filtro?»
«Eh … Non siamo ancora riuscite a scoprire dove l’ha
nascosta, ma cederà, vedrai!»
«Nicla, non mi sembra plausibile che Julie …»
L’aroma del cocco raggiunge le tre donne come una carezza
impaziente.
«Oh, insomma! Sono stata io!»
Heidi è in piedi dietro la Nicla, stringe fra le mani la sua borsetta
fatta all’uncinetto. La Nicla la guarda, si volta verso Eva: e ancora
Heidi, e poi sua figlia, incapace di raccapezzarsi. «Ma …! Signora
Ballmall! Il suo alibi! L’abbronzatura …!»
«Via, io sono sempre abbronzata.»
La donna estrae un’agenda dalla borsetta, la apre: e prende fra
le dita la pagina perduta, ingiallita e intatta. La tende a Eva, sorda ai
borbottii della Nicla. Lei la prende in mano, rimane a guardarla per
un attimo, in silenzio. La accarezza in punta di dita, segue le righe
sottili di Gertrude. Trifoglio, lavanda, fiori d’arancio: e quella
rimembransa che ancora non sa cosa sia, che ancora si porta dietro
il suo mistero … Scuote la testa, torna a squadrare sua madre: e lei
se ne sta lì, in silenzio, come l’enigma più ingarbugliato di tutti.
Ha gli occhiali da sole in bilico sulla testa, guarda Eva dritta
negli occhi: l’azzurro fiordaliso che ha ereditato da lei, le pagliuzze
dorate di suo padre. Occhi che tanto spesso ha evitato di incrociare,
per non doverle dire la verità: che il mondo a volte è crudele, che la
vita è inspiegabile, che l’amore è capace di mentire. Occhi che ora le
rivolgono una domanda, la solita, che rimandano da troppi anni.
«Perché, mamma?»
«Già, perché?» le fa eco la Nicla.
«Eh a ’sto punto lo voglio sapere anch’io …» ribatte la Mina.
Heidi mette via l’agenda, ostenta sicurezza di fronte a
quell’inedita platea. Potrebbe scrollarsi di dosso gli sguardi delle due
signore, sarebbe facile: ma non quello di Eva. Ha imparato la
tenacia, e l’ha imparata bene.
«Come perché, non è ovvio?»
Sistema la borsa a tracolla, sua figlia non la molla un istante.
«L’ho fatto per te. Per evitarti un errore …»
«Oh ti prego, risparmiami la messa in scena …»
«Dico sul serio, Eva!» Heidi alza appena la voce, le esce più
stridula di quanto vorrebbe. «Sapevo … Me lo sentivo che l’avresti
usato, e io non …»
Batte un piede a terra, spazientita da quell’inedito copione che
la mette tanto in difficoltà. E inizia a parlarle in tedesco, con
quell’accento che Eva quasi non ricorda più. «Non potevo stare a
guardare! Non di nuovo, non adesso che sei arrivata così lontano
…!»
Eva non muove un muscolo: solo la brezza dalla baia le
scompiglia appena i capelli, li anima di un moto morbido.
«Non potevo lasciarti tornare da lui, che … Quell’uomo è una
malattia, e io devo proteggerti, lo sai …»
«Devi?» La voce di Eva è un sussurro.
Heidi muove un passo verso di lei, vorrebbe spazzare via i
centimetri che le separano con un abbraccio: ma solleva una mano,
carezza la guancia di sua figlia come se temesse di romperla. «Non
devo, voglio. Voglio proteggerti, tesoro.»
Eva ingoia qualcosa che sa di lacrime, mentre sua madre si
ritrae e si cala sul viso gli occhiali da sole. La guarda ricomporsi,
tornare l’idolo da spiaggia che è sempre stata: ma sa che non la
vedrà più alla stessa maniera.
«Non l’avrei usato per Manfredi …»
«Tesoro, non …»
«No, mamma, davvero. Non gli permetterò di entrare un’altra
volta nella mia vita. Ogni volta porta solo distruzione, l’ho imparato.»
Sua madre sembra confusa, risolleva gli occhiali da sole, si
passa una mano tra i capelli: «Non importa per chi, Eva, non si può
forzare l’amore, il ritorno …
Quando scelgono di andarsene bisogna lasciarli liberi, non vuoi
qualcuno che rimanga per costrizione.» Heidi si rimette gli occhiali
da sole e Eva può giurare di aver visto un luccichio insolito nei suoi
occhi, fatto di piccole lacrime appena nate.
«Mi dispiace per te e papà …»
Poi si rivolge alla Nicla, si volta appena verso la Mina che se ne
sta torva alla parete come un grosso pipistrello dal sonno disturbato.
«E grazie anche a voi. Ho apprezzato molto i vostri sforzi.»
«E sarà meglio! Che ’sta pazza mi ha fatto dannare!»
«E figurati ninìn! Alòa, che facciamo con ’sta roba?» Estrae il
tablet da sotto il braccio, inizia ad armeggiare con lo schermo
riparandolo dal sole con la mano. Bip, bip, ancora bip. «Ci vuole la
luna piena, eh? Vediamo, oggi è il 14…»
«Non sarà necessario, Nicla.»
«Oh, ecco! Ora è gibbosa crescente, ma sì che va bene, gli
facciamo fare quello che vogliamo, a quella luna lì …»
«Nicla? Ho detto che non serve.»
Lei solleva la testa dal tablet, si sistema meglio gli occhiali sul
naso. «Come dici?» Eva guarda sua madre, le rivolge un sorriso
senza rughe: e poi posa una mano sull’avambraccio della Nicla, la
stringe appena. «Va bene così.»
«Ma …! Ma il fante!»
Un’altra stretta. «Me l’ha insegnato lei, si ricorda? Non c’è
bisogno di un fante per essere felici.»
La Nicla rimane dubbiosa ancora un secondo: ma poi il suo
volto si distende, posa la mano su quella di Eva. La guarda come se,
per la prima volta, vedesse un’adulta: una donna che sa di brillare di
luce propria, anche sotto la luce diretta del sole. «
«Sei proprio brava, ninìn.»
«Sì, tesoro.» La voce di Heidi si confonde con il fruscio del
vento, giù nella pineta. «Sei proprio brava.»

I versi scritti a pennarello si affollano sui muri, lo spazio della camera


sembra troppo poco per contenerli tutti. Si litigano i ritagli vuoti e in
alcuni punti, rabbiosi, si sovrappongono: si inseguono, scrosciano in
cascate nere fra I Malavoglia, I Fiori del Male e Il Gattopardo,
secondo un ritmo scandito dalle irregolarità del muro. Mirco ha lo
sguardo spento. Siede sul letto con una sigaretta fra i denti e le
gambe incrociate: sembra esausto, dalla sommità dei ricci fino alle
dita dei piedi nudi. Si sdraierebbe, se non sentisse ancora
l’adrenalina pompare nel sangue.
È sempre così quando scrive: risponde a un’urgenza, alla voglia
di squarciarsi il petto con il pennarello e tirarsi fuori il cuore. E
quell’urgenza lo fa scattare in piedi, gli fa riempire i muri e gli dilata le
pupille: finché, quando la frenesia passa e le parole sono incise fuori
dalla sua mente, i muscoli si rilassano e lo costringono a sedersi. Ma
l’effetto continua, gli fa formicolare le mani ancora a lungo: lo tiene
vigile, perché quando ci si libera dalle parole si perde un po’ di se
stessi. E si diventa vulnerabili, anche solo per un poco.
Mirco fa una boccata di sigaretta. Tiene gli occhi fissi sul suo
ultimo sfogo, sul suo ultimo pezzo di cuore appeso alla parete come
uno stendardo: ma non legge. Attende che torni la calma, che si
plachi la fiamma.
«Dušo moja?»
Sobbalza, quasi la sigaretta gli cade di bocca quando si volta
verso la porta. Sua madre è lì in piedi: ha la gatta fra le braccia e i
capelli raccolti in una treccia scura, spessa come una corda che le
scivola sulla spalla destra.
«M … mamma?» Si toglie la sigaretta di bocca, la nasconde
dietro la schiena.
«Eh sì, sono io.» Lei ridacchia, appoggia la gatta a terra e
lascia che corra verso il letto. «Posso entrare?»
«Eh? No, cioè sì, certo!»
Getta il mozzicone in un posacenere, fa aria con le mani per
disperdere il fumo. Dijana finge di non vederlo, scuote appena la
testa, divertita: e muove qualche passo nella stanza, gli occhi verdi
fissi sulle pareti. Salta da una poesia all’altra, da un verso all’altro: li
recita fra sé, muove soltanto le labbra senza voce.
«Mmm, dai, vieni, siediti …»
Dijana non lo ascolta, si avvicina alla parete alla destra del letto.
Sfiora le lettere col dito, l’inchiostro ancora fresco lo macchia di nero:
ma lei non se ne cura, ne segue il contorno mormorando fra sé,
come se fosse in chiesa. Mirco attende in silenzio, con le mani
affondate nel bordo del materasso. Si regge al copriletto, si trattiene
dal correre ad abbracciarla ancora, a stringerla al petto e piangere,
come non consente a se stesso di fare da troppo tempo: e invece
resta lì, in attesa sul bordo, a guardare l’ennesimo piccolo miracolo
che gli fluttua davanti, in punta di piedi. E che non si lamenta per la
puzza di fumo, né per i vestiti abbandonati a terra e sulla scrivania:
non vede l’armadio lasciato aperto, col cassetto delle mutande
penzoloni, né il letto da rifare. Ha occhi solo per quel cuore appeso
al muro, per la più autentica sfumatura di suo figlio: come se lì ci
fosse il riassunto di tutti gli anni perduti, di tutte le parole sentite
dall’altra parte del muro. Una soluzione fra la rabbia e l’abbandono,
un suggerimento per il futuro.
«Mamma?»
«Sì?»
«Va tutto bene? Hai bisogno di qualcosa?»
Dijana si volta lentamente, ha gli occhi arrossati e il sorriso dei
sopravvissuti a un maremoto. «Volevo vederti, dušo moja.»
«Potevi chiamarmi, sarei venuto di là …»
«No, no. Volevo vederti per bene.»
Mirco apre la bocca per dire qualcosa, la richiude, conferma a
sua madre che è rimasta l’unica donna al mondo che riesce a farlo
rimanere senza parole; anche se quella mattina, con quella sua
improvvisata al molo e la maglietta annodata e la voglia di rimediare,
anche la Tedesca c’è andata molto vicina. Gli cala un’ombra sullo
sguardo, se la scrolla via passandosi una mano sugli occhi: e poi la
tende verso Dijana, cerca di attirarla a sé senza dire niente. Lei la
afferra, si siede accanto a lui. Gli posa la mano sulla spalla, la
stringe.
«Sei diventato bravo. Lo sei sempre stato, sia chiaro, ma
adesso …»
Sorride, gli posa un bacio sulla tempia. «Potresti farle
pubblicare.»
«No, non … Non lo so, non me la sento.»
«Perché no?»
«Non mi va che le vedano altri.»
«Non le fai mai leggere a nessuno?»
«No.»
Dijana scuote la testa, piano, constata che la testardaggine non
gli è passata.
«È un peccato.»
«Ma a te piacciono?»
«Certo, tesoro.»
«Allora sono contento.»
Tengono lo sguardo puntato sul muro, sulla poesia più fresca
sbocciata dall’intonaco.
«Hai discusso con tuo padre?»
Mirco sospira, incrocia le braccia sulle ginocchia e vi appoggia il
mento. Da tempo, ormai, si è convinto che quella donna sia in grado
di sentire ciò che avviene non solo oltre ai muri, ma oltre alle strade,
oltre alle case. Tutti i rumori, tutte le voci del mondo: e tra loro, più
chiara di ogni altra, quella di suo figlio.
Qualsiasi cosa dica o faccia, lei lo sa. Qualsiasi avvenimento gli
rimane attaccato alla pelle, e porta l’eco fino alla porta di Dijana,
perché lei possa ascoltarlo.
«Niente di che.»
«E allora perché sei così …»
Lui incalza: «Così?»
«Svuotato. Ecco, sì, svuotato.» Fa una pausa, non lo guarda.
«Comunque come vuoi, Mirco. Se non è niente va bene.»
Lui rimane in silenzio un istante. Si morde la pelle del polso, la
incide coi denti, vi lascia un solco rosso scuro. E poi sbuffa e si
scompiglia i ricci sulla nuca con una mano. «Gli ho detto che voglio
imbarcarmi. A papà.»
«Quando?»
«A ottobre. Non so ancora dove. Ho chiamato il capitano del
Nettuno.»
«Ti ha preso?»
«No, sono pieni. Ma ha chiamato un altro, ha detto che c’è
posto. Domani è lunedì, mi chiederà conferma.»
«È ciò che vuoi?»
«Partire?»
«Scappare.»
Il suo sguardo si indurisce, aggrotta le sopracciglia. «Non sto
scappando.»
«Allora perché hai paura?»
Mirco si alza di scatto, qualcosa di simile a un ringhio gli sale
dalla gola. Sua madre lo guarda, gli pianta gli occhi in mezzo alla
schiena mentre prende a fare avanti e indietro, con le mani affondate
nei capelli. «Paura? Io?!» Lei non dice nulla, si limita al suo sguardo
silenzioso: e Mirco la sente, che gli brucia la carne con quegli occhi
verdi e implacabili come quelli dei gatti. «Io non ho paura proprio di
niente, cazzo!»
Sente qualcosa ardere nel suo petto, una piccola brace accesa,
che gli buca i tessuti e le cellule e permette alla luce di fuori di
entrare: vorrebbe coprirsi con le mani, ma non riesce a smettere di
camminare, frenetico, con le dita fra i ricci.
«Dušo moja, stai tremando.»
Mirco la guarda, finalmente si ferma: e si inginocchia a terra,
senza una parola, e le posa la testa in grembo. Dijana gli accarezza i
capelli, una Madonna ortodossa che con delicatezza lenisce la sua
pena.
«Quando non hai vie d’uscita, è come ti inventi una fuga che
definisce chi sei.»
«… E la mia non ti piace, eh?»
Dijana si concede un sorrisetto che sa di presa in giro, per un
attimo si cancellano le rughe profonde agli angoli degli occhi. «È
banale. Troppo facile, e le cose facili non piacciono a nessuno dei
due, lo sai.»
«E allora che dovrei fare?»
Lei smette di carezzargli i capelli, gli tiene la mano sulla nuca.
Lui solleva la testa, la guarda in cerca di una risposta. «Torna dove
sei stato vulnerabile, tesoro mio.»
«Che stai dicendo?»
Dijana si rivolge alla parete, nei suoi occhi si riflettono i versi di
Mirco, ogni parola incisa nella carne bianca del muro. «Credo che il
tuo orgoglio ti abbia nascosto bene.» Lui trattiene uno sbuffo di
impazienza, ha sempre avuto un rapporto di odio e amore con il
modo di parlare per enigmi di sua madre. «Lo sai, no? C’è una bella
differenza tra questo» e indica le pareti con la mano, «e il tuo fare lo
spaccone, non trovi?»
«Io non faccio lo spaccone» mugugna Mirco, e torna il
tredicenne che attaccava briga a scuola pur di farsi fare la
ramanzina da suo padre. Pur di ricevere un briciolo di attenzione,
uno sguardo, una parola in più.
Ancora quell’occhiata beffarda, che dolcemente lo riporta al suo
posto. «Torna come sei stato, dušo moja. Come ti ho visto io, quella
sera in cucina.»
«Non capisco un cazzo quando parli così.»
Dijana ricomincia a carezzargli i capelli, ha il tocco delicato ma
fermo di chi ha il compito di rimettere in piedi un malato. «Sai che è
amore quando mostrarti vulnerabile ti fa paura, ma riesci a metterla
da parte. Quando fai entrare qualcuno nel tuo spazio, quando
desideri che gli piaccia davvero. Perché lì ci sei tu.»
E Mirco capisce. E ricorda. Ogni parola, ogni gesto compiuto
per farle piacere, per mostrarle uno spiraglio di mare fra i muri delle
case. E lei, che soltanto alla fine, soltanto prima del suo ultimo “no”,
quello squarcio di mare gliel’ha donato sul serio. La maglietta alle
quattro della mattina, la corsa solo per prendere un’ultima pugnalata
in pieno volto … E si sente in difetto: Eva quella paura di essere
vulnerabile l’ha messa da parte. Mentre lui è lì, nella sua camera, a
farsi scivolare addosso l’ennesima cosa bella e terribile che il mare
gli ha portato.
«Quando ho conosciuto tuo padre … Ah, volevo così tanto che
scegliesse me, che mi conoscesse a fondo! Che mi vedesse sul
serio, e scegliesse di restare. Ma avevo una paura tremenda …»
«Papà sarebbe stato un cretino a non restare.»
«Ma avrebbe potuto. E io ho combattuto, sai?»
Un pensiero velenoso si insinua fra le dita di Mirco: che la
voglia di combattere sia annegata insieme a suo nonno, che sia
scomparsa con il fratello che non ha mai visto. Da quando si è
chiusa in camera, gli riesce davvero difficile credere in ciò che dice:
come se le sue parole non fossero più fatte per il mondo reale. Che
è sbagliato, che segue le sue regole: dove è l’orgoglio a vincere, e a
mostrarsi vulnerabili ti gettano dagli scogli.
«Non per tenerlo a me, no. Ma per non scappare. Ho
combattuto contro me stessa e contro la mia codardia.» Il ricordo le
accende lo sguardo, lo trasforma in quello di chi ripensa a una
battaglia vinta contro il mondo intero. «Lascia che la paura ti spinga
nella direzione giusta. Me lo diceva sempre tua nonna, sai?»
Il pensiero della madre adottiva colpisce Dijana, come gli
abbracci ruvidi che era solita regalarle all’improvviso. La rivede
chiaramente, coi suoi modi da strega di paese, da stria: in camera
sua, mentre appendeva alla testiera del suo letto un mazzo di fiori
bianchi; in cucina, mentre preparava qualche intruglio per farle
tornare l’appetito e il coraggio; al cimitero, su in collina, mentre
facevano visita ai suoi genitori e deponevano, sulle lapidi di marmo,
mazzolini odorosi di rosmarino. Perché il rosmarino era la pianta del
ricordo, della rimembransa, e dell’amore che non dimentica …
«Mamma?»
«Sì, Mirco?»
«A cosa pensi?»
Dijana sbatte rapidamente le ciglia, collega i pezzi. «Mi è
venuta in mente una cosa. Dovrò fare una telefonata.» Poi guarda
Mirco.
Lui si alza in piedi, per poco inciampa nel posacenere. Lo
prende in mano, lo svuota nel cestino sotto alla scrivania.

86 “Dove vai?”
87 “Sono in buoni rapporti.”
88 Lett. “ingallinato”, confuso come le galline.
89 “Non c’è.”
90 “Apri le orecchie.”
91 “Un giorno si è vivi, quello dopo nella tomba.”
92 “Siamo vecchi!”
93 “Chiacchierare.”
94 “Zitta e buona.”
95 “Sei cieca come una mela.”
96 “Sembri una gallina.”
97 Lett. “Sembri quella che ha mangiato il riso a Cristo”, si dice di una persona molto
cattiva.
98 Lett. “Hai i rospi nel cervello”, sei pazza.
99 “La ammazzo.”
100 Lett. “La gallina chiacchierona la sera si dispera”, chi di giorno chiacchiera e non fa
nulla, la sera si dispera perché non ha fatto ciò che doveva.
101 “Guarda un po’ dove sono andata a finire.”
102 “Darle sotto col dito”, farla parlare.
103 “Vai a raccontarla a qualcun altro!”
104 Lett. “dalle una botta”, sbrigati.
105 Sfaticata.
106 “E sbrigati!”
CAPITOLO 23

«GEvarazie per essere tutti qui.»


è in piedi accanto al bancone d’acciaio, si rivolge alla sua
platea con un sorriso da presentatrice tv. Sua madre, dall’ultimo
tavolo, le fa l’occhiolino.
«Sono molto felice che abbiate accolto con tanto entusiasmo
questa iniziativa. Avrete anche voi l’opportunità di conoscere la vera
Lerici, come l’ho conosciuta io.»
Davanti a Eva, una ventina di ospiti attendono istruzioni: alcuni,
tra quelli in prima fila, allungano il collo per sbirciare cosa ci sia sul
tavolo alle sue spalle. Altri guardano la Mina e la Nicla, in postazione
ai due capi del bancone: l’una che squadra i nuovi arrivati come se
temesse un attentato e l’altra che si pavoneggia scuotendo i ricci
rosso fuoco sotto la cuffietta. Dietro di loro, Stefano sta lottando con i
guanti di lattice che Eva lo ha obbligato a indossare, e cerca di non
pensare troppo alla reticella che ha sulla testa.
«Come sapete, lo scopo di queste lezioni sarà insegnarvi a
preparare autentici piatti della cucina locale, che verranno poi serviti
a cena. Per farlo, sarete seguiti da due … navigate esperte nel
settore della ristorazione.» Alla parola esperte, il borbottio della Nicla
la raggiunge come un lieve ronzio contrariato. «Vi presento le vostre
due insegnanti, Mina e Nicla! E se seguire le istruzioni in italiano
fosse troppo ostico, chiedete al vostro traduttore, Stefano Maggiani!»
Qualche applauso li accoglie e il pavoneggiare si trasforma in un
saluto da reale in visita ai civili. «Vi lascio nelle loro abili mani, sarò a
disposizione per …» fa una breve pausa, lancia un’occhiata alla
Mina che allunga le mani verso il ceppo dei coltelli, «… qualsiasi
perplessità. Vi auguro un buon lavoro!»
Altri applausi, Eva approfitta del momento per voltarsi verso le
due donne:
«Signore, buon lavoro anche a voi. E vi prego» abbassa la
voce, «… niente indagini e niente dialetto.» Non dice nulla a
Stefano, si limita a raddrizzargli la reticella con un’occhiata tagliente.
«Belìn, sta’ tranquilla, ninìn!»
«T’ha appena detto gnente dialetto, ignoante!»
Eva decide di ignorare il battibecco, si dilegua con la massima
velocità consentitale dai tacchi e dalla buona educazione.
«Alòa!»
«Niente dialetto, bestia!»
«Shhh, sita te!»
Stefano si torce le mani, si schiarisce la gola. Si sente sotto
esame, di fronte a quegli sconosciuti. «Ehm! Sì! Iniziamo con …»
«Il ciupin!»
«Sì, il ciupin. Allora signore, ehm … Cosa abbiamo qui?»
La Mina afferra un coltello, lo usa per indicare gli ingredienti che
la Nicla solleva in aria, perché tutti vedano. «Qui ci sono le verdure:
pomodori maturi, cipolla, carota, sedano senza foglie, una costa
bella grossa, eh … Prezzemolo, un mazzetto. E poi spicchi d’aglio …
e tira su, che non vedono!»
Gli invitati si sporgono in avanti, guardano la Nicla come se
fosse un prestigiatore.
«E poi il vino bianco, l’olio, quello buono, eh, mica quello turco!»
La Nicla solleva la bottiglia d’olio, poi recupera un vassoio
ricolmo di pescato: è così fresco che quasi non se ne sente l’odore.
«E qui ci sono i pesci per il brodeto! Tira su, te, fai vedere bene!» Il
coltello punzecchia un pesce rosato. «Questo l’è il dèntése! Quello il
sàrago! E poi la scòrpena …»
«T’ei te a scòrpena!»
«Signore, scusate io …»
«E te non devi tradurre? Alòa, doi fagòli, trègia de scògio …»
«Ehm sì, due granchi, signori … Una triglia di scoglio …»
«E i muscoleti! Per gusto, eh, mica per belessa …»
Una voce, dal fondo della stanza, lamenta di non vederci:
«Cosa sono quelli?»
Un’altra voce risponde: «Sono cozze!»
La Mina e la Nicla si voltano simultaneamente, hanno negli
occhi la furia di chi ha appena ricevuto un’offesa mortale. «Chi ha
parlato?! Chi ha osato?!»
«Cozze ’r belìn che t’anega!»
«Ehm, signore, devo tradurre anche questo …?»
Dal corridoio si sente un lieve brusio giungere dalla porta chiusa
della cucina. Un mormorio appena accennato, quasi piacevole: ma
appena si apre la porta, il brusio diventa un concerto di idiomi
diversi, tintinnio di piatti e borbottii di pentole sul fuoco. Eva entra in
cucina, e ha immediatamente l’impressione di trovarsi in un circo:
con gli ospiti al posto degli animali ammaestrati e dei trapezisti, e le
suppellettili e i mobili come spettatori. La coppia dei baronetti del
Devonshire sta rimestando in un tegame di terracotta, alla ricerca di
un orecchino che ha ben pensato di abbandonare la signora per
tuffarsi nel ciupin; il banchiere col tupè sta facendo selezionare le
piante aromatiche a una modella di Vogue Russia e al suo
parrucchiere, decanta i nomi di ognuna sbagliandone la metà;
Stefano è vicino alla finestra, sta spiegando a una sudatissima
ereditiera e alle sue guardie del corpo che la scòrpena va aggiunta
per ultima, tagliata a tocchetti, perché con la sua consistenza
morbida fa proprio la sua figura. Eva individua anche la Nicla e la
Mina: sono accerchiate dagli altri ospiti, le guardano attentamente
come studenti a un corso di medicina. Hanno entrambe un mestolo
in mano, si fronteggiano come se potessero iniziare un duello da un
momento all’altro: e si lanciano insulti coloriti, tutte prese dalla
difficile missione di decretare quale sia la maniera migliore di
cuocere i pesci del ciupin.
«Vanno tagliati! Pefàna!»
«Interi! Scòrpena!»
Eva decide di non intervenire: ovunque si giri non vede che
sguardi intrigati, ammaliati, felici. Si respira l’aria di una cucina
casalinga, aleggia il profumo del pesce, delle spezie e del soffritto
insieme a quello dei momenti distesi, in cui non si pensa che a ciò
che si può creare con le proprie mani. Resta in un angolo, li guarda
inseguire cipolle rotolate a terra e analizzare i muscoli come se
fossero creature aliene: tutti presi dalla loro missione, senza un
problema al mondo al di fuori di regolare la fiamma dei fornelli. Tutti
tranne la Mina e la Nicla, ovviamente.
«Eccoti, amore!»
La voce di sua madre le arriva all’orecchio, pronuncia il tedesco
con una dolcezza impensabile. Eva si volta, se la trova davanti con
la messa in piega ancora perfetta e fra le mani un piatto con un solo
pomodoro spellato. La studia meglio: ha i vestiti inzaccherati di semi
di pomodoro, altri le stanno attaccati ai capelli; eppure sembra felice,
il volto disteso come dopo una giornata passata a rosolarsi al sole di
Marina di Cecina. «Mamma, ma che hai fatto?»
«Ho fatto un po’… fatica a spellare i pomodori … Ma guarda
che bello!» E lo solleva orgogliosa, unico superstite della sua
incapacità manuale: la sua personale mela d’oro, il premio alla più
bella e imbranata delle dee. Le sorride, la guarda con occhi che
brillano per i vapori e per l’aspettativa.
«È … bellissimo, mamma. Brava.»
Heidi si stringe nelle spalle, con un sorriso imbarazzato, strizza
appena le palpebre: un’espressione che Eva le ha visto solo nelle
sue rare foto da bambina, quando i suoi genitori le regalavano un
giocattolo nuovo o quando la sorprendevano con le mani nella
marmellata.
«Sei stata tu a esser brava, amore! Sono tutti felicissimi di
questa iniziativa.»
Le posa un bacio sulla tempia, la avvolge con il suo profumo
Dior contaminato dal soffritto e dalla maggiorana: e se ne va verso i
fornelli, con i capelli che le saltellano sulla schiena.

Il tintinnio dei bicchieri risuona cristallino nella baia, la invita


all’ennesimo brindisi in onore della padrona di casa. Gli ospiti
affollano la terrazza, la colorano con i loro abiti eleganti e i loro
sorrisi distesi: anche tra chi ha cucinato la cena, e ha ricevuto i
complimenti del personale e dei propri commensali, è prepotente la
sensazione di essere in vacanza. Anzi: di aver trovato una casa, su
quel promontorio dal quale si può vedere, a oriente, il profilo
frastagliato del Castello di Lerici. Una casa antica, un rifugio con
infinite storie da raccontare: dai rametti di achillea e lavanda nelle
camere, ai tendaggi pesanti che conoscono segreti sussurrati
sottovoce. E ora, mentre la serata si è spostata dal salone della
cena alla terrazza dei ricevimenti, a fare da sottofondo a quelle storie
sono i pini marittimi, arruffati dalla brezza della sera, e le onde
dell’alta marea.
Julie si fa strada fra loro, li ispeziona uno a uno con sguardi
furtivi. Ha indossato il suo abito preferito, rosa antico: e ha legato i
capelli in un nastrino, ha persino tolto gli occhiali per provare, per la
prima volta, le lenti a contatto. Adesso, barcollante nei suoi tacchi
nuovi, ha deciso di prendere il coraggio a piene mani. Guardarlo in
faccia e, come dice suo padre, “darsi una svegliata”. Lancia
un’occhiata veloce al suo riflesso, deformato dal vassoio lucido di un
cameriere: ma poi scuote la testa, perché lo sa, per una volta, di
essere davvero carina. Poco più di una bambina, che col suo abito
più bello indossato come un’armatura, decide di mettere via lo
specchio e fare il primo passo nel mondo dei grandi.
Ignora il tremito alle mani, quando vede Eva splendente come
una dea lunare nel suo abito oro pallido. Julie le sorride, il suo capo
sembra raggiante: luminosa, persino, nel suo leggero make-up.
«Julie! Stai benissimo!»
Lei annuisce, si tormenta le mani di fronte a quel complimento
inaspettato.
«Grazie, Eva … Ecco, volevo … Sì, per il disguido di oggi, mi
dispiace averti fatto perdere tempo …»
La bionda scuote la testa. «Non è stato tempo perso, stai
tranquilla.»
«Ma quindi il …» Si schiarisce la voce, il suo sguardo fugge da
quello di Eva. «Sì, insomma … Il filtro?»
«Non ne avremo bisogno, vedrai.»
Julie sbatte le palpebre, confusa. «Avremo?»
Le labbra di Eva si deformano in un sorrisetto, quello di chi ha
capito tutto da tempo e finalmente può permettersi il lusso di farlo
sapere. Con un cenno, indica l’angolo bar. Julie si sente scoperta,
quasi non osa guardare …
«Avanti, vai a parlargli.»
«Io … Dici che posso …?»
Eva non risponde: le rivolge un ultimo sorriso, e un’occhiata che
è una spinta, prima di sparire fra gli invitati. Julie ha un attimo di
esitazione: poi, con uno scatto dei piedi nervosi, si avvicina
all’angolo bar.
Francesco se ne sta in un disparte, controlla il lavoro dei
camerieri. Troppo bello per starsene lì, in penombra: dove nessuno
può indovinare l’esatta sfumatura dei suoi occhi, anzi, forse nessuno
se ne cura. Ma lei non ha bisogno della luce, per vederla. Uovo di
pettirosso: ha passato ore intere a cercare il nome di quel colore, per
imprimerlo nella mente. I suoi occhi sono azzurri come le uova dei
pettirossi, e mentre gli si avvicina e accenna un sorriso timido, lei si
sente dello stesso colore: sottile, tanto fragile che basterebbe una
crepa per spezzarla e rivelare il suo cuore.
«Julie! Ti stai divertendo?»
Lei annuisce, solleva lo sguardo con somma fatica.
Così da vicino, riesce a sentire il suo profumo.
«Ho sentito che ci sono state delle questioni con le nostre …
cuoche.» Francesco ridacchia, una fossetta sul mento completa il
quadro già perfetto del suo volto.
«Ehm, sì, ecco … Vorrei raccontartelo con calma un’altra volta
…»
«Allora è una cosa seria!» Fa una pausa, la squadra da capo a
piedi prima di sorridere. «Sei bellissima stasera!»
«Lo … lo pensi davvero?»
«Lo penso sempre, sai.»
Julie torna a guardarsi i piedi, arrossisce, si attorciglia le mani.
«Ma va tutto bene? Mi sembri agitata.»
Lei mormora a se stessa, combatte la voglia di svenire: «No,
non adesso … Mi devo dare una svegliata …»
«Come dici? Non ho sentito.» Francesco si china su di lei, le
posa le mani sulle spalle. «Dai, che succede?»
«Io … Ecco …» Stringe i pugni, ingoia il panico. «…
Isoninnmordté!»
Francesco aggrotta le sopracciglia, si chiede da quando abbia
iniziato a parlare in aramaico. Le avvicina l’orecchio alle labbra, forse
è colpa del brusio degli ospiti: «Non ho capito, ripeti più piano.»
Un respiro profondo, come prima di un tuffo dalla scogliera: «S
… sono innamorata di te, Francesco.»
Lui si tira indietro, la guarda per un lungo istante: e poi la
stringe fra le braccia, così forte da mozzarle il respiro. Julie si lascia
travolgere, non muove un muscolo mentre il suo profumo la
stordisce. Le sussurra all’orecchio, la sua voce è profonda: «Julie, io
… Sono lusingatissimo, credimi, vorrei poter ricambiare ma … Sono
gay.»
Le sue parole affondano nel cuore di Julie, si depositano come
un macigno: per un istante le manca il respiro, lì, fra le sue braccia.
Deglutisce, una lacrima di troppo va a pizzicarle le palpebre: ma poi
si scioglie dall’abbraccio, lentamente. Lo guarda negli occhi,
finalmente, senza paura.
«Io … Va bene.»
«Julie, davvero, mi dispiace un sacco …»
«No, va bene. Dico sul serio, va bene.»
Ed è vero. Ora che lo ha di fronte, con quell’espressione
preoccupata che sta dedicando soltanto a lei, sa che va bene così.
Che dice la verità, e che nei suoi occhi c’è un affetto più sincero di
qualsiasi dichiarazione abbia mai ricevuto in vita sua.
«Mi … Mi dai qualcosa da bere?»
Lui sorride, si direbbe quasi imbarazzato. «Ma certo, ma certo
che ti do da bere, tutto quello che vuoi.» Le mette un braccio attorno
alle spalle, la conduce verso il pianobar. «Qualcosa di dolce, direi.»
Le versa un Moscato, le tende il bicchiere in punta di dita. «Lo
sai? Sei la prima persona a cui l’ho detto, qui in villa.»
«Dici sul serio?»
«Giuro. È strano, mi è venuto spontaneo.» Si versa un
bicchiere, tocca il bordo di quello di Julie. «Devo ancora
metabolizzare, ma … In qualche modo sento di poterti dire tutto di
me.»
Julie sorride, beve un altro sorso. «Magari farà bene a entrambi
avere un amico, qui.» Lui annuisce, ridacchia: «Dai, sei troppo bella
per rimaner sprecata stasera. Troviamo qualcuno a cui piaccia il rosa
antico.» Guarda verso la sala, il suo sguardo si assottiglia. «Strano
che il signor Manfredi sia tornato.»
«Il signor Manfredi? Dov’è?»
«Laggiù, è appena entrato.»
«Forse la signorina l’ha invitato …»
«Certo che sta proprio bene con quel completo …»
Julie lo guarda con un sorrisetto malizioso. «Qualcuno ha una
cotta, qui?»
Francesco le dà una lieve spinta, scuote la testa. «Tu vedi
proprio amore ovunque, eh?»
«Qualcuno deve pur farlo, no?»

Heidi sta seduta su una poltroncina di vimini, davanti al parapetto


affollato di lanterne in ferro battuto. Una stola di seta sulle spalle, del
bianco dell’opale, e il vestito color vaniglia che fascia la pelle,
baciata dallo sfrigolio arancio delle fiamme dei lumini. Lo sguardo
fisso sul mare, senza le ciglia finte, e uno chignon costretto da
diamantini con un boccolo biondo che danza sul lato sinistro del
viso. Una Maria Maddalena che si bea delle luci a lei offerte.
Un momento di solitudine tra le chiacchiere con il sindaco, i
brindisi con l’ambasciatore e lo schiamazzo di qualche soubrette da
poco maggiorenne, al braccio dell’ennesimo uomo già grigio di
capelli, che l’indica come tutto ciò che vorrebbe diventare e cerca di
strapparle il nome del suo agente a suon di discorsi sulla manicure.
Lì, tra gli scuri del mare e del cielo che si fondono, si sente
finalmente sola; ma non è la solitudine amara del camerino, delle
stanze della casa di Amburgo, del tapis roulant, o perfino dei set,
dove fotografi eccitati rubano pezzi della sua patina brillante.
Sembra una preghiera, quella solitudine. È completa, come il
raccoglimento delle lanterne cinesi che si alzano nel cielo, e come
mongolfiere rincorrono le stelle.
Eva si siede nella sedia accanto a lei, in silenzio.
Heidi sorride all’orizzonte: «È una serata magnifica, tesoro.»
Lei annuisce.
«Il corso di cucina è piaciuto a tutti, ci siamo divertiti. Poi quelle
due signore sono state proprio brave.»
«Sono … singolari, diciamo.» Eva lancia un’occhiata alla
terrazza, si sente su una vetta che non credeva nemmeno di
raggiungere.
«Ce l’hai fatta, tesoro.»
«Mamma, senti, volevo ringraziarti» le posa una mano sul
braccio, «per il filtro, ci ho riflettuto … Grazie.»
Sua madre si volta e forse per la prima volta nella sua vita Eva
la vede umana, con quello sguardo commosso così lontano da
quello dello schermo tv. La vede forte, fiera, affranta ma composta
nel suo dolore come una regina sul trono. Sta soffrendo, anche lei, e
Eva si chiede come possa resistere: se il vuoto che sente lei dopo
solo un mese è così grande, si chiede come possa essere dopo
trentacinque anni di matrimonio.
«È difficile, tesoro, ma possiamo farcela. Col tempo si
dimentica.» Continua a fissare l’orizzonte, e sorride. «Hai detto che il
filtro non ti serviva per Manfredi, e allora per chi?»
«Mirco.» E quel nome la ritrascina giù, per un attimo, e si
sorprende a cercarlo tra la folla con lo sguardo. «È una storia lunga,
ma con lui … Mi sono sentita viva.
Nuova.» Lui non c’è, e la delusione graffia la bocca dello
stomaco.
«Lavora per te?»
«No, però mi ha aiutato a scoprire … Tutto.»
E si rende conto che quel tutto non è Lerici, non sono le ricette,
non sono le grotte nascoste tra le onde. Quel tutto è lei, quella che si
allontana dalle ossessioni malate, quella che sa lottare e leccarsi le
ferite. Quella che vede in una vecchietta stramba una cuoca, in una
ricetta antica una nuova possibilità. Quella che crede, di nuovo, non
importa in cosa ma crede: in se stessa, nel futuro, nelle cose piccole
e all’apparenza inutili, come le erbe.
«Mamma, volevo dirti che puoi fermarti quanto vuoi, se dovessi
aver bisogno di …»
La voce di Stefano la interrompe: «Eva, scusi, è arrivato
l’assessore.»
Eva si alza, Heidi le sorride, e rimane lì. Le mani in grembo e il
calice appoggiato al parapetto, e quella sensazione pesante, che se
non fosse seduta è sicura si frantumerebbe in mille pezzi. Una
carezza di vento le percorre la gota, e lei respira, lascia che l’aria
diventi panacea mentre lo stomaco si stritola nell’angoscia.
«Immaginavo fossi vestita di chiaro.»
Si volta, Hermann le sorride.
«Nelle occasioni eleganti tutti si vestono di nero, ma tu no. Tu
brilli.»
Il tedesco le risuona nell’orecchio, tintinna tra i pendenti di
Swarovski come il vento tra gli acchiappasogni. Si alza, e afferra
l’avanbraccio che l’uomo brizzolato le porge. Gli allunga un bacio
sulla guancia, tra lo zigomo alto e la mascella quadrata.
«Quando sei arrivato?»
«Un’ora fa, ci sono stati ritardi con i voli.»
«Non sapevo che avessi chiesto le camere separate.»
«Mi è sembrato adeguato, per non sentirci forzati. Dopotutto è
una vacanza, no?»
Lei annuisce. «È magnifico, sono fiero di lei.»
«Anch’io.» Sorride. «Ha organizzato delle cose bellissime. Oggi
ho cucinato!»
Lo guarda, e quegli occhi quasi grigi sotto l’ombra della sera
sembrano neri, una sfumatura che lui non aveva mai notato prima.
«Tu?»
Lei ride: «Sì, ho imparato a fare il ciupin e ho combinato un
disastro con il brodo, ma mi è piaciuto. Dovrei farlo più spesso.»
Sistema il boccolo cadente e il tono si addolcisce in quello di un riso
leggero.
«Incredibile i lati di te che riesci a scoprire imbrattata di
pomodoro. Dovresti provare.»
«Non sapevo che Eva fosse interessata dalla cucina.»
«Evidentemente c’è molto di lei che non sappiamo.» Lancia un
rapido sguardo dall’altro lato della terrazza: gli ospiti compaiono e
scompaiono alla vista, nei loro sfarzi e nelle conversazioni
imbrillantate; per un attimo le sembra di vedere la versione fancy del
carillon sull’orologio di Monaco. E Eva ne è la punta, gotica e
frastagliata, che si erge tra i fari gialli della sera. La guglia più alta,
che si destreggia tra le nuvole con gesti lenti e sorrisi cordiali.
Coperta di un lieve panneggio oro pallido, fino ai piedi, allacciato
dietro il collo con un filo d’oro sottile: le lascia la schiena totalmente
scoperta e mostra, con fierezza, il seno poco cresciuto.
Heidi non si rende nemmeno conto che mentre la guarda una
lacrima silenziosa striscia sulla guancia e la mano stringe lievemente
l’avambraccio di Hermann. Lui le lascia una carezza sulle dita .
«Guardala, ha preso tutto da te.»
Sorride. «Fortunatamente no.»
Passa un dito sotto l’occhio, riprende il controllo dei muscoli del
viso; li sente, distendersi sulle ossa e cingerle in un abbraccio rigido.
«Ti fermi per un po’?»
«Solo per il week-end, devo tornare a Hong Kong.»
«Non c’entra il lavoro, vero?!»
Tace.
«Non importa.» Gli stringe il braccio. «Pensavo di fermarmi qui,
per l’estate. E firmerò le carte, ma a settembre. Ora ho bisogno di
tempo.»
«Certo.»
Lei si divincola, lo guarda. È una sagoma che non conosce più,
ma nei suoi occhi, ora, vede un riflesso che conosce molto bene;
forse se n’era solo dimenticata.
«Posso essere il tuo accompagnatore, stasera?»
Sorride, maliziosa, un lieve ondeggiare di capelli. «Sì, ma solo
per stasera.»
Lui si china, le bacia la mano, e lei alza gli occhi al cielo. La
costellazione del cigno brilla sulla sua testa come un’aureola: e le
stelle sussurrano che lei, Heidi Kessler, è ancora una di loro.

Si guarda intorno e appoggia il calice vuoto su un tavolo. Schiocca le


dita lunghe e il cameriere si ferma in un’impennata goffa,
producendo un’onda che si infrange sul cristallo dei bicchieri. Lui
ghigna. «Stefano.»
«Signor Manfredi, buo … buona sera.»
«Raggiungimi tra poco, ho una cosa da darti.»
Manfredi afferra un calice e adagia il dischetto sul palmo
bloccandolo con il pollice, lo alza al cielo come per brindare da solo.
Stefano china il capo e se ne va, e potrebbe giurare che stava
tremando.
Se ne compiace, e strofina il panciotto dello stesso colore dello
champagne. Un tocco di bordeaux nel taschino, e una scintilla che
squarcia l’azzurro quando li vede: il tempo non li ha scalfiti, non più
di tanto; si mostra timido in un indizio di occhiaie e rughe
d’espressione sotto gli occhi di Hermann. Heidi, invece, ha forse un
accenno di fianchi in più, e si dice che è come le cattedrali che, con il
passare degli anni, acquistano pregio e fascino. Eva è lontana, parla
con Francesco e tiene la schiena dritta, fiera e feroce. Manfredi si
nasconde tra la folla, attraversa la terrazza con passo deciso, una
mano scivola tra i capelli per cercare di sistemare il solito ricciolo.

Stefano si avvicina a Eva; le luci attraversano la terrazza con


centinaia di lampadine, attaccate a fili sospesi sulle loro teste: una
miriade di lucciole danzanti nell’ingarbugliato cespuglio della notte.
Le si piazza di lato, composto e con le mani dietro la schiena;
mentre lei sta raccontando, raggiante, la storia del diario a una
signora che sembra una regale inglese tutta veletti e cappelli.
Si avvicina all’orecchio: «Signorina …»
Lei alza un palmo, si divincola con un inchino e si direbbe che è
lei, tra le due, l’alto grado della corona. Si volta, e l’espressione
cordiale dedicata all’ospite non è cambiata.
«Può venire un attimo?»
«Sì, Stefano.»
E si spostano dai tentacoli della folla, giusto di qualche metro,
sul ciglio della terrazza dove la luce si sfuma di nero.
«Ecco …» Deglutisce.
«Stefano, non si preoccupi, so che ha rotto una bottiglia
pregiata ma può capitare … Stia attento a non farlo ricapitare, ma
per stasera …»
Scuote la testa: «No, no, è che …»
«Davvero, stia tranquillo. È una serata di festa anche per voi,
finché il servizio è ottimo non …»
Continua a scuotere la testa e toglie da dietro la schiena un
pacco regalo. Glielo porge, in un gesto brusco, come quando ci si
toglie una spina dalla pelle. Lo lascia a mezz’aria, con le braccia
tese, finché lei lo afferra.
«Ma non doveva! Grazie, Stefano.»
«No, non è da parte mia.»
Eva serra le labbra, e un presentimento la colpisce e le si
spande sulla pelle come un livido violaceo. Soppesa il pacco: è
leggero, quadrato, incartato con carta marrone e un sottile fiocchetto
avorio. Per un momento, anche qualcos’altro le si insinua dentro:
una piccola speranza che può sentire scalpitare come un cavallino
nella sabbia. «E di chi è?»
Stefano scuote la bocca, sembra che tra le guance gonfie stia
contenendo dell’acqua.
Lei fa un respiro, e per un secondo le torna alla vista il rametto
lilla sotto il cuscino: chissà se le donne delle pulizie l’hanno gettato
via. Ovunque esso sia, ovunque l’abbia lasciato, spera che possa
sentirla, quella sua preghiera silenziosa con le dita premute sulla
carta. Scioglie il fiocchetto. A ogni movimento cerca di visualizzare
una poesia di Mirco scritta su un pannello di legno, o una poesia a
caso, o un pezzo di cartone; purché sia suo. Toglie la carta e ciò che
le rimane in mano è un quadro: quello che Manfredi le aveva fatto
scegliere per la casa di Genova, quello che lei ha squarciato quando
ha trovato lui e Valerie nel letto. Lo stringe tra le mani e si sente
cadere, è come se il solo tocco la bruciasse, come se stesse
cingendo un tizzone ardente.
«La sta aspettando.»
Eva rimane in silenzio.
«Io … io non vo … volevo, ma lo sa c … che no … non riesco a
dire di no, e lu … lui …» Recupera la voce dalla trachea che sente
infestata dai rovi. «Non si preoccupi Stefano, so che non è colpa
sua.» Alza il mento. «Dov’è?»
E lui glielo indica, un tavolino nell’ombra con piccoli lumini a
renderlo un contorno definito. Guarda di nuovo il quadro e l’onda
assassina, che la trascina negli abissi, si mangia la roccia e se la
ride sotto alle case che dalla scogliera si ritraggono spaventate. Le
torna all’orecchio la voce di Valerie, i passi nel buio oltre alla porta
della camera socchiusa, e la sensazione del coltello che squarcia la
tela, del vino sui loro vestiti, e di Manfredi che le spezza il cuore.
Cammina, e a ogni passo si chiede se sarà capace di compiere
quello successivo. Schiva gli ospiti, supera i buffet, e da vicino riesce
a scorgere una sagoma sottile. E sì, lui è un’onda, e si chiede che
cosa possa fermarlo.
Appoggia con garbo il quadro sul tavolo. «Credevo di averlo
squarciato.»
«Eva, sei splendida.»
«Mai quanto le tue pantomime.»
«L’ho fatto riparare, le cose si aggiustano, perché …»
«Goditi la serata, Manfredi.» Si gira appena. «Sei troppo
insignificante per essere cacciato.»
«Meine Schatz, aspetta.»
Si volta, e capisce che quella è la sua condanna: l’attimo di
esitazione davanti alla bellezza di una catastrofe naturale. Indica il
quadro: inerme, una carcassa ricucita in modo impeccabile. «Devo
ricordarti in quale frangente l’ho squartato? Sarebbe troppo ironico,
perfino per te.»
«Ma abbiamo riparato anche quello, e anche … il bambino …»
Le guarda la pancia, e Eva può sentire uno strappo che si trascina la
pelle, il vuoto che le si dimena dentro. Si sente scuoiata, e si tocca il
grembo, per sapere se c’è ancora. L’unico modo per fermare
un’onda, è un’onda più grande.
«So che non ci sono parole, e ho sbagliato.» Le si avvicina con
passo silenzioso:
«Abbiamo firmato la separazione, io e Lucia. Lo sai, no, io
voglio tutto, Eva.» Le sibila nell’orecchio, le accarezza il mento; e lei
può sentirlo, quel nuovo rivolo di sangue ravvivarle la mascella.
Ripercorrerla, insieme ai ricordi che le sfilano davanti. «Ti ho
rincorsa per tutta la vita … Sei tu il mio tutto, lo sei sempre stata.»
E c’è Manfredi bambino che la chiama Casper, Manfredi
ragazzo che le legge Tolstoj, Manfredi che compra una macchina
sgangherata per ribellarsi, Manfredi che inizia a indossare i completi,
Manfredi che le accarezza il grembo mentre guardano in silenzio il
soffitto di Genova. E sente la prima volta, e l’ultima, e può sentire già
la risacca in lontananza.
Il braccio di lui le stringe la vita. Lei china il capo all’indietro, lo
chignon trema, e la bocca di Manfredi le si poggia addosso come
una goccia di veleno. Sente l’odore della paura, quella di un nuovo
capitolo della vita in cui l’unica presenza di Manfredi sarà la sua
assenza. Si sente traballare, e l’unica cosa che quel bacio con il
passato le ricorda, è un bicchiere che si infrange, la donna fiore e il
sapore del sangue. E allora si stacca.
Lui rimane accigliato. «Hai scelto il cavernicolo? Hai più
ambizione di così.»
E quella parola, quella definizione, le brucia più del sale
dell’acqua di mare. Può sentire stralci di ricordi sussurrarle
all’orecchio, e l’eco della voce di Mirco, quasi solido, ripetere frasi
passate: «Ho scelto la serenità, Manfredi. Non lui.»
«Sei impazzita, Eva, a furia di stare tra questa gentaglia a
rincorrere favolette hai perso te stessa.»
Lui ringhia, mentre Eva si sta già allontanando.
Lei gli dedica un’ultima occhiata «O forse l’ho appena trovata.»
E se ne va con un sospiro, lo lascia indietro, nella parte buia
della terrazza. E si sente leggera, quasi inconsistente come l’aria,
finalmente di nuovo sulla terra ferma. Cammina e si ferma a
guardare il mare: e si dice che anche lei è stata un’onda, una di
quella che accarezza i granelli e si prende i sassi, e tutta la spiaggia
che vuole; e ogni tanto, si è presa anche le case. Ma è stata anche
una di quelle onde che ha donato conchiglie, alghe, e qualche volta
un lieve solletico per i piedi arroventati. Si è scagliata, ha divorato,
ha corroso; e con lui, con l’onda di Manfredi, avrebbe potuto giocarci
in eterno, a trascinarsi l’un l’altra negli abissi, a farsi male, a
spingersi fino a un’overdose. Con Manfredi e per Manfredi è stata
scura, spietata, ha visitato gli inferi: e poi è tornata su, e non era più
un’onda.
Accarezza un cespuglio di belle di notte, si sono schiuse solo
da qualche ora per lasciarsi baciare dalla luna, e si dice che è
sbocciata anche lei e la salsedine ora le sembra un profumo.
Improvvisamente qualcosa si è acceso, e ha preso colore, ha preso
consistenza: ha smesso di essere un’onda per diventare una
lanterna, e dalle sue pareti di carta di riso ora non travolge, ora
illumina.
Ripensa a Mirco, e il vento le suggerisce che forse quella
lanterna si è impigliata. E sta a lei salvarsi, sta a lei amarsi, non a
Mirco o a Manfredi, sta a lei combattere le sue battaglie: vincerle,
perderle e non condannarsi per questo. Ora è lei che deve bruciare:
bruciare più forte, arrivare ad ardere, per librarsi in aria.
Alimentarsi da sola: e solo quando la fiamma sarà abbastanza
vigorosa si potrà affidare ai venti, per coricarsi tra le nuvole.

La cantante lirica si pavoneggia in un vestito a balze turchese, della


circonferenza di un tavolo e la leggerezza della neve in montagna.
Stefano si prende un momento, appoggia il vassoio sul tavolo di
servizio e la ascolta. Le vengono in mente le sue bambine, le ha
dovute lasciare a casa. Sofia direbbe che la cantante ha lo stesso
vestito di Frozen, e Giulia le farebbe notare che la gonna della
cantante è gonfia, mentre quella di Elsa è stretta, non lo vede che è
la Fata Turchina? Battibeccherebbero, e per un attimo gli sembra di
sentirle.
Le immagina ballare tra il pubblico e poi, il giorno dopo, dire a
tutti i loro compagni di essere andate a un ballo delle principesse;
soprattutto a Marilena, quella che detestano. L’unica cosa su cui
sono d’accordo.
Ripone sul vassoio dei bicchieri da grappa ricolmi di vino
ambrato, e un piatto di cantucci; lo solleva e torna tra gli ospiti.
Donne con unghie laccate dei colori dei fiori, uomini in cravatta che
si accompagnano all’odore del sigaro, tintinnii di braccialetti di perle,
e sventolii d’aria dei ventagli. A ognuno di loro un sorriso, una
parola, ma solo una e mai di troppo.
«È sciacchetrà, un vino tipico. Lo prenda, signora. Lo provi con i
cantucci.»
Gemelli nei polsini, gesti arricciati, strascichi di vestiti su cui per
poco non inciampa. «Certo, certo che sono fatti in casa. Sì, è
alcolico. No, non è una grappa, tecnicamente è un passito.» Si dice
che, a considerare da tutti quei visi rilassati e dalle mani che visitano
il suo vassoio, non sta andando così male. «Le piace, eh? Ne sono
contento, signora Schmidt.» E poi si ricorda già i nomi.
Eva prende un bicchierino dal vassoio.
«Ha ri … risolto con il signor Ma … Manfredi?»
Lei sorride, sembra so