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Trama

Sotto il cielo delle grandi praterie, Tom giura a Lauren amore eterno.
La ragazza però è presto costretta a lasciare il Texas per stabilirsi con la
famiglia in Inghilterra.
Gli anni passano ma Tom non dimentica la promessa, finché non
scopre di aver ereditato da un lontano cugino il titolo di conte di Sachse.
E il suo trasferimento a Londra avrà un solo scopo: ritrovare Lauren e
farla sua per sempre.
Lorraine Heath

Amore per sempre


Con sincera gratitudine
a Robin Rue,
che è tutto ciò che un autore
potrebbe desiderare da un agente letterario
004
Capitolo 1

Londra 1880
— Dicono sia attraente in modo diabolico.
— Dicono sia spaventosamente barbaro!
— Non c'è da sorprendersi. Dopotutto, è americano.
— Non esattamente. Sarà anche cresciuto in America, ma il suo sangue
è inglese, proprio come il vostro e il mio.
— Meno male che il buon Dio gli ha fatto un piccolo favore!
— Ho sentito dire che è più ricco della regina.
— Giurerei che avrà bisogno del suo patrimonio fino all'ultimo penny
per assicurarsi una moglie decente. Onestamente, chi di noi vorrebbe
sposare un selvaggio?
"Chi mai oserebbe?!" Seduta nel salotto del patrigno, senza avere
ancora contribuito con una sola parola all'insulsa conversazione, Lauren
Fairfield non poteva fare a meno di pensare che le quattro ospiti
indesiderate stavano facendo esattamente quello che a parole
protestavano non avrebbero mai fatto nemmeno morte: considerare la
possibilità di sposare un selvaggio. Se non proprio sposarlo, almeno
intrattenersi piacevolmente con lui. I loro occhi brillavano di malizia, le
guance erano arrossate, e la scrutavano tutte come se pensassero che
sapesse per esperienza diretta cosa fosse una violenza carnale, e potesse
consigliar loro gli stratagemmi migliori per esplora re le possibilità. In
realtà lei sapeva a malapena come rispondere a quelle giovani dame, che
erano state fra le prime ad accoglierla nella loro prestigiosa cerchia
ristretta. Note per la loro svenevolezza in certune occasioni, languide
secondo le convenienze, i loro svenimenti artefatti erano degni di
applausi a scena aperta. E perché no, in fondo? Erano avvezze ad andare
in deliquio fin dall'adolescenza e avevano parecchio affinato l'abilità e le
astuzie in quel campo. Dopotutto, era quanto ci si aspettava da loro:
apparire così fragili e delicate da sembrare sempre sul punto di spezzarsi
come fuscelli o di mettersi a piangere, per non lasciare dubbi nella mente
dei gentiluomini che il sesso forte era quello maschile. Era uno sgradevole
modo di vivere, tenendo sempre celate se stesse dietro un paravento di
aspettative che si trasformavano in obblighi.
Quando il silenzio incombente si fece alquanto imbarazzante, lady
Blythe si sporse in avanti e sfiorò la mano di Lauren. — Oh, abbiate la
compiacenza di perdonarci, mia cara, se vi abbiamo offesa riferendoci
alla natura incivile degli americani.
— Non intendevamo ingiuriarvi — soggiunse lady Cassandra. — Dai
vostri modi gentili e affettati nessuno direbbe che siete americana. A
quanto pare dimentichiamo sempre che invece lo siete. Il che è un gran
complimento, debbo dire.
Le altre due giovani dame presenti annuirono, accompagnando il gesto
con dei mormorii di approvazione. Come loro, Lauren indossava un capo
all'ultima moda: una gonna attillata che le accentuava la vita sottile e i
fianchi stretti. Era felice che il bustino fosse scomparso
dall'abbigliamento, ma sospettava che lady Blythe e lady Cassandra lo
rimpiangessero. I loro fianchi non erano per nulla adatti alle nuove gonne
aderenti. Un pensiero brutale che era indegno di Lauren. Forse non aveva
ancora perso i modi rozzi e la schietta mentalità americana, come esse
pensavano. O forse semplicemente era troppo stanca per mostrare una
cortesia adatta alla circostanza. Le sue amiche erano sopraggiunte un
attimo dopo di lei, alla fine di una giornata impegnativa, e Lauren aveva
appena avuto il tempo di salutare il patrigno, il conte di Ravenleigh, che
si era trovata a dover rivestire il ruolo di padrona di casa, dal momento
che la madre e le sorelle erano uscite per delle spese.
— Sono profondamente lusingata che mi teniate in così grande
considerazione — rispose infine, più per abitudine che per altro. Con le
sorelle, si era esercitata per ore a rispondere ai falsi complimenti in modo
da conservare una parvenza di sincerità. A volte aveva la sensazione che
la vita fosse diventata una complicata commedia, scritta, ripetuta,
recitata, con frasi pronunciate solo perché erano la risposta più scontata.
Recentemente aveva preso l'abitudine, in segreto, di proferire la risposta
meno ovvia, e questo le faceva provare un'enorme soddisfazione.
— Dovrebbe ben esserlo — riconobbe lady Cassandra — Oso dire che
non c'è nulla di peggio di un americano grossolano. Mentre voi, cara
amica, passate per un'inglese perfetta senza alcun sforzo.
"Senza alcun sforzo?!" Le gentili signore avevano dimenticato come
spesso l'avevano guardata roteando gli occhi i primi tempi dopo il suo
arrivo a Londra? Che smorfie avevano fatto per la sua pronuncia
strascicata, ridacchiando per la sua scarsa scelta di vocaboli? Quanto
spesso era stata oggetto di dolorosi pettegolezzi perché non conosceva la
differenza fra un conte, un duca o un marchese? Avevano scordato che
una volta, quando le avevano presentato un cavaliere, aveva chiesto se
costui poteva mostrarle la sua armatura? Lady Cassandra aveva idea di
quante volte Lauren si fosse addormentata con il cuscino inondato di
lacrime?
In realtà, ogni aspetto del comportamento di Lauren era frutto di uno
sforzo: sedersi in modo appropriato, camminare in modo appropriato,
parlare in modo appropriato... ricordare titoli e forme corrette di saluto,
sapere quando fare un inchino e quando sorridere a un gentiluomo, come
civettare in modo garbato senza sembrare sfacciata, come reprimere
l'audacia. Comportarsi sempre nella buona società con estrema
raffinatezza, al di sopra di qualsiasi biasimo, diceria o insinuazione.
Si era esercitata, aveva studiato, osservato, emulato fino a quando non
era più stata fonte di imbarazzo per se stessa né per il suo patrigno. Fino a
quando le eccentricità americane erano state sepolte così in profondità da
farle seriamente pensare al rischio di non poterle mai più ritrovare.
Finché era diventata, secondo le allusioni di lady Blythe, così vicina a
essere una perfetta signora inglese che pochi ormai ricordavano l'incolta
famiglia che Ravenleigh aveva avuto l'audacia di portare con sé dal Texas
quando vi si era recato in visita dal suo gemello, Kit Montgomery. Fino a
quando aveva temuto di perdere la sua personalità. Sebbene recentemente
avesse cominciato a correre ai ripari, poteva solo sperare che non fosse
ormai troppo tardi.
— Diteci — la incalzò lady Blythe — avete mai conosciuto l'ultimo
conte di Sachse?
"Ah, finalmente!" Ecco dunque il vero scopo della loro visita: scoprire
cosa avrebbe potuto rivelare dell'uomo da poco approdato sulle coste
inglesi per reclamare il suo legittimo titolo. Lauren si mantenne evasiva
sui particolari. Era stata troppo impegnata nei suoi progetti personali per
dare credito o attenzione alle dicerie. Tuttavia, sapeva che tutta Londra se
la rideva del conte che si era perduto in America e solo di recente era
stato ritrovato. Tutti pensavano che fosse morto di malattia da bambino:
circa vent’anni prima sua madre aveva dato notizia della sua misteriosa
scomparsa, e nessuno aveva avuto motivo di dubitare di lei, soprattutto
alla luce dell'inconsolabile disperazione dimostrata per la perdita
dell'unico figlio. Recentemente però era stata rivelata la sorprendente
verità: il giovanotto era vivo e vegeto, e stava tornando in Inghilterra in
seguito alla morte del padre. Secondo Lauren, il vero miracolo era che
Archibald Warner, il lontano cugino al quale era stato concesso il titolo,
avesse effettivamente avuto il raro merito di assumere degli investigatori
privati per cercare il legittimo erede. Molti lord, dopo avere gustato il
potere, l'influenza e il prestigio accordato loro in virtù della loro nobile
condizione, vi si sarebbero tenuti aggrappati con tenacia a dispetto
perfino del diavolo.
— Non credo di avere mai avuto il piacere di incontrarlo — confessò
Lauren. — Ma in fondo l'America è un Paese talmente vasto! La
possibilità che i nostri sentieri si siano incrociati è assolutamente remota.
— Si mormora che lo abbiano ritrovato nel Texas — osservò lady
Cassandra. — Sicuramente questo aumenta le probabilità che voi lo
abbiate incontrato, considerato che avete vissuto laggiù per un certo
tempo.
— Il Texas è uno Stato immenso, il più grande del Paese — ribatté
Lauren. — Perciò dubito che la località in cui lo hanno scovato cambi
qualcosa sulla possibilità che ci siamo incontrati. E come avete detto voi
stessa, ho vissuto laggiù solo per un breve periodo.
Mentre la conversazione prendeva la piega degli argomenti più
disparati, Lauren si chiese se avessero scommesso sulla sua presunta
conoscenza del ritrovato erede. Sembrava che quella gente scommettesse
su qualsiasi cosa. La precedente stagione mondana il maggior numero di
scommesse era stato incentrato su chi il duca di Kimburton avrebbe scelto
per una proposta di matrimonio. Lady Blythe o Miss Lauren Fairfield?
Alla fine della stagione la sua scelta era caduta su Lauren, ma in
conclusione era poi risultata una decisione alquanto sfortunata.
Davanti alla prospettiva di restare in Inghilterra per sempre, Lauren
non se l'era sentita di accettare la sincera proposta del duca. Da
gentiluomo qual era, Kimburton aveva accolto con grazia il rifiuto,
tuttavia si vociferava che non avesse intenzione di tornare a Londra per la
stagione successiva. Questione di orgoglio. A Lauren rincresceva
sinceramente di averlo ferito e imbarazzato, perché fra tutti i gentiluomini
inglesi conosciuti fino a quel momento il duca di Kimburton era stato
quello che si era avvicinato di più al suo cuore.
Lauren era davvero sorpresa che lady Blythe, non essendo riuscita a
ottenere il favore di lord Kimburton, le avesse fatto visita quel
pomeriggio. Di certo, l'occasione di sapere qualcosa di più in merito al
nuovo conte era un incentivo sufficiente per lei per perdonare quasi tutto
alla rivale. Questo e il fatto che Lauren di sicuro non sarebbe stata un
grosso ostacolo come concorrente per la successiva stagione mondana.
Avendo declinato la proposta del duca, Lauren sapeva che nessun altro
l'avrebbe degnata di attenzione, e pur presumendo che le sarebbero
mancati i corteggiatori, era lieta della prospettiva di una maggiore libertà
per perseguire più seriamente i suoi principali scopi.
— Inoltre, sono passati dieci anni da quando vivevo nel Texas. Se ci
siamo mai incontrati, dubito di ricordarlo, soprattutto perché non si sarà
certo presentato come conte di Sachse.
— Apparentemente non aveva idea di possedere un titolo o che ci fosse
un'eredità ad attenderlo qui in Inghilterra — disse lady Cassandra.
— Vi immaginate vostra madre che vi abbandona in America? —
osservò lady Blythe. — Lasciandovi tra i pagani?
Pronunciò "pagani" come se fosse un delizioso dolce al cioccolato.
— Da quanto ho sentito, la madre in effetti non lo ha abbandonato —
precisò lady Cassandra — ma ha lasciato che fosse allevato presso dei
parenti a New York. E ho letto che New York è una città piuttosto
moderna.
— Malgrado la sua reputazione, non è certo Londra, e di conseguenza
un ambiente poco appropriato per educare un futuro lord. Inoltre gli
investigatori non lo hanno scovato a New York, perciò chissà quali
cattive influenze può avere incontrato crescendo. Mi chiedo a cosa
pensasse sua madre quando lo ha lasciato da solo all'estero.
— Penso che intendesse proteggerlo — disse lady Anne rabbrividendo.
— Richard conosceva il vecchio conte di Sachse e lo sopportava a
malapena.
Richard era il fratello di lady Anne, molto più vecchio di lei. Il duca di
Weddington, un uomo che Lauren aveva incontrato solo in occasione di
un ballo. Apparentemente non sopportava nemmeno i balli. Il suo
prestigio comunque garantiva che la sorella fosse accettata da tutti,
sebbene fosse piuttosto giovane e avesse appena fatto la sua comparsa in
società.
— Ma perché l'America?— sottolineò lady Blythe. — Sicuramente
avrebbe potuto trovare un luogo più vicino a casa, dove il figlio avrebbe
farsi un'idea di tutto quello che avrebbe ereditato.
— Forse non poteva farlo — osservò lady Anne. — Non possiamo
sapere a cosa stesse pensando. Sappiamo solo che agì in quel modo.
— Supponete che sia un essere odioso come il padre? — chiese lady
Blythe.
— Ho sentito dire che non è per niente simile al genitore — annunciò
Lady Priscilla. Era l'amica più intima di lady Anne, dalla quale non si
separava quasi mai, era un'autorità in ogni questione e la sua parola era
considerata come vangelo più che pettegolezzo.
— Qualcuna di voi lo ha mai visto? — chiese lady Blythe.
Le signore si scambiarono degli imbarazzanti sguardi carichi di
curiosità, chiedendosi chi avesse spiato in qualche finestra, eccitate
all'idea che una di loro avesse fatto qualcosa di disdicevole. Il
comportamento era tenuto sotto controllo con estremo rigore e, sebbene
Lauren si fosse ormai abituata da anni all'etichetta inglese, a volte
avrebbe voluto disperatamente infrangere le restrizioni sociali.
— Forse io l'ho visto — dichiarò alla fine lady Priscilla, mentre le
guance le si imporporavano per la confessione.
Tutte le signore, all'infuori di Lauren, boccheggiarono e si sporsero
dalle sedie.
— Dove? — chiese lady Blythe.
— Diteci tutto — incalzò lady Cassandra.
— Sì, presto, prima che muoia dalla curiosità!
— Non ho molto da dire, in verità. É successo ieri mattina in Hyde
Park. Cavalcava uno splendido cavallo nero.
— Non ci importa un fico del suo cavallo. Com'è lui? — chiese lady
Cassandra. — È attraente?
— Non saprei dirlo. Era vestito tutto di nero. Nero il cappotto e nero il
cappello. Un cappello a tese molto larghe, quindi non ho potuto vederlo
bene in faccia. Penso fosse vestito alla maniera dei cowboy, come me
l'hanno descritta. E qui viene il punto più interessante... — Lady
Priscilla si sporse, facendo cenno alle amiche di avvicinarsi, e abbassò
la voce in un bisbiglio da cospiratrice. — Mentre mi passava vicino il suo
cappotto si è aperto e mi è parso di vedere una pistola allacciata alla
coscia!
— No! — esclamò lady Blythe.
— Sì!
— Che cosa intrigante!
"Che cosa ridicola!" pensò Lauren. Insistere tanto su uno sconosciuto
quando c'erano lord a iosa. Il loro interesse scaturiva solo dal fatto che
era una novità, un esemplare non ancora preso in esame. Anche Lauren
si era trovata nella stessa situazione, anni prima. Non lo invidiava per
quello che avrebbe sofferto quando tutta Londra lo avrebbe giudicato.
Senza dubbio sarebbe stato trovato carente. Dopotutto, non era stato
adeguatamente preparato per il ruolo che si pretendeva avrebbe recitato
in società.
— Voi avete confidenza con i cowboy, vero, Lauren? — chiese lady
Blythe.
Lauren provò una fitta inaspettata nel cuore. La domanda risvegliava
ricordi che aveva da tempo relegato in un angolo remoto della memoria.
Fu sorpresa che dopo tutti quegli anni potessero essere ancora così vivi e
suscitare uno struggimento tanto intenso.
— Sì — ammise infine. — Ho conosciuto dei cowboy, ma è stato molti
anni fa. Ero una ragazzina, perciò i miei ricordi possono essere
influenzati dalla giovinezza e dall'inesperienza. Mia madre mi ripete
spesso che in generale c'è la tendenza a ricordare le cose del passato in
modo molto più piacevole di quanto fossero in realtà.
I consigli incessanti di sua madre seguivano sempre le frequenti
dichiarazioni di Lauren di voler ritornare nel Texas.
— Diteci cosa ricordate — la pungolò lady Cassandra.
Lauren ricordava un sorriso sensuale che le aveva fatto accelerare il
battito del cuore, due occhi nocciola che le facevano pensare a un
cucciolo che era stato preso a calci troppe volte e non si fidava più di
nessuno. Un atteggiamento insolente e un'espressione di sfida su un viso
che sarebbe dovuto sembrare più giovane di quello che era.
Ricordava dei capelli neri come il carbone, lunghi e spettinati, sempre
bisognosi di una regolata dal barbiere. Mani sporche e sciupate, vestiti
impolverati, un corpo snello e di buona statura, agile e
sorprendentemente forte.
— Suvvia — incalzò lady Blythe — Non ci torturate così. Spiegateci
com'è un cowboy.
Lauren si addolcì solo perché pensava che sarebbe stato il modo più
rapido per liberare il salotto dalla loro presenza. Avvertiva un inizio di
emicrania e desiderava distendersi prima di prepararsi per la cena.
— È rispettoso — disse, sebbene il suo non lo fosse sempre stato. —
Inclina il cappello all'insù davanti a una signora. — Sebbene il suo non lo
avesse mai fatto. — È di poche parole. — Il suo di solito non lo era. —
Per attraversare la strada, qualsiasi strada, preferirebbe cavalcare che
andare a piedi. — Il suo lo avrebbe fatto se avesse avuto un cavallo. —
Pronto al sorriso, lento all'ira. — Anche se il suo sorriso era sempre stato
lento a mostrarsi. — Adora le donne. — Il suo in modo particolare.
Lauren si abbandonò a una risatina. — È tutto quanto riesco a ricordare
di un cowboy. — Il suo cowboy.
— Oh, mi piace che adorino le donne! — osservò lady Blythe. — I
nostri gentiluomini tendono sempre a darci per scontate. Anche quando
fingono di azzardare qualcosa, lo fanno semplicemente per dovere, non
perché desiderano impegnarsi. Gli uomini si preoccupano solo che una
donna sia in grado di procurare loro una dote e un erede. È
spaventosamente poco romantico!
— D'altra parte, i cowboy non sono raffinati come i gentiluomini
inglesi — ammise Lauren. — I loro regali sono nastri per capelli, fiori
rubati passando davanti al giardino di qualcun altro, o versi di orribili
poesie.
— Ma se i regali provengono dal cuore... — La voce malinconica di
lady Anne si affievolì.
— Bene, oso insinuare che questo lord cowboy non ruberà fiori —
interloquì lady Blythe. — Come ho detto, si mormora che sia
estremamente facoltoso. Anche senza l'eredità, stando alle apparenze,
pare sia da invidiare comunque.
— Da invidiare? — ripeté Lauren. — Da invidiare perché ha raggiunto
il successo con il duro lavoro? Oppure perché deve lasciarsi alle spalle
tutto ciò che conosce e vivere in un Paese lontano da quello che gli è
familiare?
— Noi non siamo poi così diversi — replicò lady Blythe. — Inoltre ciò
che è da invidiare è la sua ricchezza.
— Che si è guadagnata.
— E che la sua fortunata moglie avrà il piacere di spendere.
— Poco fa eravate dell'opinione che avrebbe avuto difficoltà ad
assicurarsi una moglie — le ricordò Lauren.
Lady Blythe sorrise con aria di superiorità. — Non si può mai sapere.
Quando un uomo ha abbastanza denaro nelle tasche e un titolo in
aggiunta, si può sorvolare su molte cose.
— Anche se non si può negare, come Miss Fairfield ci ha ricordato, che
si è guadagnato il denaro con le sue mani — osservò lady Cassandra. —
Che disdetta terribile!
— Ma lo ha guadagnato prima di sapere di essere un conte — fece
notare lady Blythe — perciò sicuramente è un'offesa che si può
perdonare.
Lauren si ritrovò a provare una forte empatia per lo sconosciuto.
Indubbiamente, gli era piombato tra capo e collo un radicale
cambiamento esistenziale, carico di aspettative da parte di tutti.
Esattamente com'era successo a lei dieci anni prima.
Egli udì la sua voce, sorpreso di saperla riconoscere dopo tutti quegli
anni. Era leggermente cambiata, non poteva negarlo. Si era fatta più
dolce e accomodante, con un timbro gentile, molto affascinante.
Ecco come si sentiva Thomas Warner. Affascinato.
E non voleva esserlo affatto. Poco ma sicuro.
Nella vita c'era ben poco che Tom temesse. Eppure aveva temuto
l'incontro che stava per fare dal momento in cui aveva compreso che
prima o poi sarebbe avvenuto. Lo aveva rimandato il più a lungo
possibile, e ora che stava per accadere, era lacerato tra la bramosia che
passasse al più presto e il desiderio che non capitasse mai.
Mentre il maggiordomo, un po' sussiegoso perché Tom non aveva un
biglietto da visita, era andato a informare il conte di Ravenleigh che un
certo Thomas Warner chiedeva di essere ricevuto, Tom era rimasto in
piedi nell'atrio, in spasmodica attesa. Ma non lo aveva fatto
pazientemente. Essendo avvezzo a dare ordini e a essere obbedito senza
domande, non era abituato ad aspettare nessuno.
Poi aveva udito le voci, sebbene parlassero troppo velocemente per
poterle distinguere luna dall'altra... e infine la sua voce. Aveva perso quasi
del tutto la pronuncia lenta e strascicata che un tempo era stata musica
per le sue orecchie. Si era avvicinato in punta di piedi alla porta, si era
appoggiato allo stipite e le aveva... spiate. Un crocchio di donne, talmente
occupate nei loro discorsi da non notare la sua presenza discreta.
Ricordava momenti nella sua vita in cui aveva anelato una particolare
presenza femminile con tale brama da pensare di poter morire di
desiderio. Non solo il suo tocco, ma anche il profumo, la dolcezza, il
conforto che gli avrebbe potuto offrire. Sapeva che era scorretto restare là
a origliare, che avrebbe dovuto annunciare la sua presenza. Però non
sapeva per certo cosa sarebbe accaduto se Lauren lo avesse visto. Si
ricordava ancora di lui?
Quand'era successo che lei gli era entrata nel cuore a tal punto che non
era più stato capace di dimenticarla?
Capitolo 2

Dieci anni prima


— Ho visto cosa hai fatto.
Seduto contro il muro dietro all'emporio, Tom Warner sbirciò a occhi
socchiusi da sotto il malconcio cappello tutto impolverato la ragazzina in
piedi di fronte a lui, a gambe divaricate, con i pugni piantati sui fianchi
quasi inesistenti. Era sicuramente una graziosa monella, con gli occhi di
un azzurro intenso e i capelli di un biondo così chiaro da ricordare la luce
della luna. Lo fissava dall'altro mentre lui sonnecchiava. — E allora?
— Hai rubato quei cracker.
Tom si ficcò in bocca l'ultimo pezzo del suo bottino, masticò svelto e
ingoiò, rimpiangendo di non avere un sorso di latte per annaffiarli. —
Quali cracker?
La ragazzina spalancò la bocca, e sbatté le palpebre su quei
sorprendenti occhi azzurri. — Così sei anche un bugiardo!
— Che cosa ti importa? L'emporio non è tuo.
— Ma è sbagliato rubare e mentire! "Signore liberaci da chi si considera
sempre nel giusto." — È un furto solo quando sgraffigni qualcosa e hai i
soldi per pagare. Inoltre, morivo di fame.
Lei aggrottò le sopracciglia. — Non hai denaro?
— Ne ho un po'. Solo una moneta da un quarto di dollaro, in effetti.
Ma lo tengo da parte per le emergenze.
— Essere affamato è una emergenza.
— No, non lo è. — Si alzò in piedi. Era considerevolmente più alto di
lei, così che la ragazzina dovette piegare indietro la testa per guardarlo
negli occhi. Gli piacque il modo in cui continuava a fissarlo. — Sono
stato affamato un mucchio di volte. È una cosa che mi capita sempre.
— Intendi dire che rubi sempre qualcosa?
— Intendo dire che il Signore provvede.
— Sei un predicatore?
— Che diamine, no.
Lei restò senza fiato, con gli occhi ancora più spalancati. — Non devi
imprecare!
— Bene, dannazione — disse, provando piacere nel vedere la sua
espressione inorridita. — Che cosa resta a un uomo se non può rubare,
mentire o imprecare?
— Tu non sei un uomo — disse lei indignata.
— Ci sono vicino. Ho quasi sedici anni.
Si frugò nel taschino della camicia, vi pescò delle cartine e una borsa
per il tabacco, e lentamente si arrotolò una sigaretta. Se la infilò in bocca.
Mentre lei lo fissava a bocca aperta, strofinò l'unghia del pollice sulla
punta di un fiammifero, accendendolo. Avvicinando la fiamma alla
sigaretta, aspirò a fondo. Fumare gli faceva passare la fame. Certo, rubare
tabacco e cartine non era facile come rubare cracker, ma a volte anche le
sfide servivano a un uomo.
— Non dovresti fumare in presenza di una signora senza chiedere il
permesso — disse lei.
Soffiando il fumo e strizzando gli occhi, lui diede uno sguardo
tutt'intorno. — Non vedo signore qui attorno.
— Io sono una signora.
— Sei solo una ragazzina.
— No. Sono una signorina, quasi del tutto cresciuta.
— Fammi vedere.
Lei sbatté le palpebre rapidamente, il naso non più fisso al cielo. —
Cosa vorresti dire?
— Voglio dire, lascia che ti sbottoni il corsetto. Fammi vedere se sei
completamente cresciuta.
Lei alzò le spalle e sporse il petto verso di lui, con uno sguardo di sfida
che lo sbalordì disse: — Va bene.
"Signore del cielo!" Glielo avrebbe lasciato fare! Gettò la sigaretta per
terra e la spense con la punta dei suoi consunti stivali. La bocca gli era
diventata asciutta come se avesse masticato il tabacco anziché fumarlo. Si
asciugò le mani sudaticce sui pantaloni e le allungò verso il corsetto,
imbarazzato perché tremavano così forte che le dita riuscivano a
malapena ad armeggiare con i bottoni. Era determinato a non fermarsi,
perché voleva disperatamente vedere quello che era diventato sempre più
ansioso di vedere negli ultimi mesi. Il seno di una donna. Be', il seno di
una ragazza in questo caso. Comunque un seno era pur sempre un seno.
— Lauren Fairfield, cosa diavolo sta succedendo qui?
La domanda improvvisa e il tono di voce gli fecero mancare il respiro.
Non appena si riprese dallo spavento, si rese conto che la madre della
ragazza, la donna le somigliava troppo per non esserlo, doveva aver
svoltato l'angolo senza che lui se ne accorgesse, quando lui era a un solo
bottone dal paradiso. L'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento, ma
prima che potesse scansarsi e sfrecciare via, la madre della ragazza gli
fece volare il cappello nella polvere con una sberla e lo agguantò per un
orecchio, tirandoglielo forte.
— Ahi!
— Stavate fumando qui dietro? — chiese la donna.
— No, mamma. Solo lui. Non mi ha chiesto il permesso. E ha
imprecato.
La ragazza interruppe la spiegazione, abbassò lo sguardo, e Tom
avrebbe voluto baciarla per aver taciuto sulla trasgressione peggiore. Se
avesse tenuto la bocca chiusa, lui avrebbe avuto la possibilità di farla
franca e di non finire in prigione. Non arrestavano la gente perché
fumava o imprecava. Ma se la ragazza avesse rivelato che aveva anche
rubato....
— Se tuo padre fosse ancora vivo, picchierebbe questo ragazzo quasi
Ano ad ammazzarlo per essersi preso delle libertà con te. Ma dal
momento che non c'è più, tocca a me risolvere la faccenda — disse la
donna, afferrando la figlia per il braccio e strattonando Tom per
l'orecchio.
La prigione sarebbe stata meglio, dopotutto. Le seguì perché la donna
non gli lasciava altra scelta, almeno se voleva conservare l'orecchio.
Girarono l'angolo dell'emporio. La madre della ragazza avanzò decisa
per strada, trascinandoli entrambi dietro di sé. Svoltarono l'angolo della
costruzione successiva. — Sceriffo!
"Oh, accidenti! Mi poteva andare peggio?" pensò Tom. Lo sceriffo era
appoggiato immobile al muro dell'emporio, con la testa contro il legno.
— È appena mezzogiorno passato e siete già ubriaco — lo rimproverò
la madre della ragazza.
L'uomo si voltò lentamente e alzò lo sguardo su di loro. Tom non
aveva mai visto occhi di un azzurro così chiaro.
— Vi ho visto uscire barcollando dal saloon — proseguì la donna. —
Non capisco perché la gente di questa città vi ritenga degno di fare lo
sceriffo, o perché mi stia rivolgendo a un donnaiolo alcolizzato come voi.
Suppongo perché non ho altra scelta. — Senza mollare l'orecchio di Tom,
fece in modo di spingerlo verso lo sceriffo.
— Ahi, ahi, ahi! — gridò Tom, boccheggiando.
— Voglio che lo mettiate dentro per una notte.
Tom cercò di vedere il lato piacevole della cosa. Almeno avrebbe avuto
un pasto caldo e una branda.
Lo sceriffo finalmente ritrovò la parola. — Le mie scuse, milady —
biascicava in modo così divertente che Tom quasi scoppiò a ridere — ma
non posso proprio...
— Certo che potete, e sarà meglio per voi. Prendetelo in consegna!
Lo sceriffo agguantò Tom per un braccio e lo strappò alla donna. —
Che reato ha commesso?
— Stava sbottonando il corsetto della mia Lauren, cercando di...
approfittare della sua innocenza. Lauren ha solo quattordici anni.
"Quattordici? Santo cielo!" Era davvero una ragazzina. Tom si era
immaginato che fosse più vicina alla sua età, e l'aveva chiamata ragazzina
solo per farla arrabbiare.
Lo sceriffo annuì bruscamente. — Mi occuperò della faccenda al più
presto.
— Badate bene di farlo o vi giuro che vi farò licenziare dal consiglio
cittadino. — La donna si incamminò, tirandosi appresso la figlia, che
guardò Tom da sopra la spalla scoccandogli un'ultima occhiata
rammaricata.
— Chi era quella virago? — Giudicando il tono di voce affettato e
suadente, fin troppo elegante, dello sceriffo, Tom pensò che non fosse di
quelle parti. Sembrava un dandy. Tom era più che sicuro di poter battere
quel damerino, se fosse riuscito a darsela a gambe. Non sapeva
esattamente che cosa fosse una virago, ma basandosi sull'intonazione
usata dall'uomo per chiederlo e il modo con cui la madre di Lauren lo
aveva rimproverato, Tom pensò che lo sceriffo ubriaco non avesse
espresso un complimento.
— La vedova Fairfield — rispose Tom, pensando che fosse il solo
nome appropriato, visto che il marito era morto e che la ragazza si
chiamava Lauren Fairfield.
— Quanti anni hai, ragazzo? — chiese lo sceriffo.
Tom alzò il mento con aria ribelle. — Quindici, e non ho paura della
prigione.
— Non ho intenzione di metterti in cella perché sei curioso. Ma aspetta
almeno di avere sedici anni per sbottonare qualche altro corsetto.
Assicurati che la donna sia un po' più vecchia o un'allegrona che accetta
denaro per soddisfare la tua naturale curiosità. — Lo sceriffo mollò la
presa. — E adesso fila.
Tom non se lo fece dire due volte. Svoltò l'angolo, risalì di corsa la
strada e svoltò l'angolo successivo, fermandosi dietro l'emporio. Raccolse
da terra il cappello, se lo calcò in testa e cercò il mozzicone di sigaretta
che aveva buttato. L'avrebbe finita quella notte, per placare i brontolii
dello stomaco vuoto. A meno che non avesse trovato qualcos'altro da
mangiare. Si chiese se dietro al saloon avessero gettato qualche avanzo.

— Vedo che hai rubato di nuovo.


Tom finì il cracker prima di alzare lo sguardo. Eccola di nuovo. Lauren
Fairfield. Vestita di blu, con una fila di bottoni sul davanti che arrivavano
fino al mento. Il vestito doveva quasi soffocarla.
— Ho cominciato anche a bere — le disse, con un sorriso beffardo.
Gli piaceva il modo in cui gli occhi le diventavano grandi e rotondi
ogni volta che la scioccava.
— Così stai ancora mentendo, vedo.
— Nessuna bugia. Ho trovato una bottiglia mezza piena dietro il
saloon la scorsa settimana. E l'ho finita.
— Che sapore aveva? — chiese Lauren, ovviamente incuriosita.
"Di piscio", pensò Tom, ma non lo disse perché lei gli avrebbe potuto
chiedere come faceva a sapere che gusto avesse l'urina, e non voleva certo
rivelare quel triste aspetto della sua vita. Così decise di dirle
semplicemente: — Ho provato di meglio.
— Dovresti toglierti il cappello in presenza di una signora e alzarti.
— Ti stanno a cuore le buone maniere.
— Tutti lo fanno.
— Io no.
— Com'è possibile?
— Non capisco che vantaggio ci sia.
— Non essere frustato con la cintura è un vantaggio.
— Chi può frustarmi?
— I tuoi genitori.
— Sono morti.
Di tutte le cose che le aveva detto, quella rivelazione parve
sorprenderla più di qualsiasi altra cosa.
— Sei un orfano?
Tom alzò le spalle.
— Dove abiti?
Tom alzò di nuovo le spalle.
— È per questo che rubi?
— Fai un mucchio di domande. — La guardò di sottecchi. — Che cosa
sai dello sceriffo?
— Alla mamma non piace. E nemmeno i suoi amici.
— Parla in modo buffo.
— Viene dall'Inghilterra. Lui e i suoi amici si sono trasferiti qui dopo la
guerra, per dare una mano a raccogliere il cotone, visto che tanti uomini
sono morti.
L'Inghilterra. Non aveva mai conosciuto nessuno che venisse
dall'Inghilterra. Eppure, il modo in cui lo sceriffo gli aveva parlato gli
aveva solleticato qualcosa nei profondi recessi della memoria. Non
riusciva a toglierselo dalla mente. Ma non riusciva a togliersi nemmeno
Lauren dalla mente. Avrebbe voluto portarla a dormire con lui, lei e
quell'unico bottone che non era riuscito a slacciare.
— Perché ti interessa lo sceriffo?
— Sono solo curioso. Qualcosa mi ha stuzzicato la memoria. Non
riesco a ricordare che cosa.
— Mi dispiace che mia madre ti abbia messo nei guai con lui.
Tom sollevò con il pollice il cappello sulla fronte. — Mi ha lasciato
andare appena tua madre se n'è andata. Non ho dovuto passare la notte
in prigione, dopotutto.
Lauren sorrise. — Ne sono felice.
"Signore abbi pietà." Il cuore gli martellava dolorosamente nel petto.
Quando sorrideva diventava proprio bella. — Hai sempre quattordici
anni?
Lauren rise allegramente e qualcosa tolse il respiro a Tom. — Certo,
sciocco. Perché me lo chiedi?
— Perché è il mio compleanno. E voglio comprarmi un regalo.
Gli occhi e il sorriso le si illuminarono. — Che cosa ti comprerai?
— Un corsetto sbottonato.
Lei aggrottò le sopracciglia, socchiuse gli occhi e serrò le labbra. —
Non penso che tu abbia del denaro.
— Ti ho detto che ne ho un po'.
— Credevo che lo stessi risparmiando per un'emergenza.
Il modo in cui il suo cuore batteva... — È un'emergenza.
— Mia madre era infuriata.
— Questo perché non sapevo che dovevo pagare. — Tom si alzò da
terra, si tolse il cappello ed estrasse una moneta da un quarto di dollaro
dalla tasca. — Lo sceriffo ha detto che era tutto a posto se avessi pagato.
— Perché sei così fissato a volermi sbottonare il corsetto?
— Perché non ho mai visto un seno prima d'ora e ho sentito i
compagni parlare di che vista piacevole sia.
Lauren esibì un'espressione testarda, così Tom aprì le dita per mostrarle
che cosa intendeva offrirle.
— Quali compagni? — chiese lei.
— Quelli sul treno degli orfani.
— Hai viaggiato sul treno degli orfani?
Tom annuì. — Per tutto il tragitto da New York. Non fino qui, certo.
Fin qui ho camminato, non mi piaceva molto la famiglia che mi aveva
ospitato.
— Perché?
— Perché no. Allora lo vuoi questo quarto di dollaro, o no? — chiese
impaziente. Non voleva ripensare a tutto quel che era successo dopo la
morte dei suoi. Voleva avere un buon ricordo del suo sedicesimo
compleanno, qualcosa da ricordare piacevolmente se avesse vissuto fino a
cent'anni.
— Vuoi solo sbottonarmi il corsetto e basta?
Tom annuì, e la bocca gli diventò così asciutta che non sarebbe riuscito
a parlare neppure volendo.
— Non puoi toccare niente — precisò lei.
— Non lo farò — si sforzò di dire Tom attraverso il nodo che gli si
formava in gola mentre l'anticipazione cresceva. — Guarderò soltanto.
— Credo che non ci sia alcun pericolo nel guardare soltanto.
— Nessuno.
Lauren allungò la mano e Tom vi depose la moneta. Dopo aver messo
da parte il cappello, si pulì le mani sui calzoni e le maledì perché
iniziavano a tremare di nuovo. Chissà che tremolio le avrebbe prese se
avesse dovuto toccare molto più di un bottone! Non che avrebbe toccato
più di quello che lei gli aveva permesso di fare. Poteva essere un ladro, un
bugiardo, uno che imprecava e di recente anche un ubriacone, ma non
era un farabutto. Be', forse un po' un ribaldo lo era. Il fatto di sbottonarle
il corsetto poteva anche sembrare eccessivo, però non aveva intenzione di
andare oltre. Un vero uomo doveva avere dei principi. Mantenendo lo
sguardo fisso, Tom alzò il mento. Deglutì a fatica, augurandosi che
Lauren non avesse così tanti bottoni. Il primo sembrò metterci un'eternità
a scivolare fuori dalla piccola asola. Mostrò in parte un piccolo tratto
della gola. Tom trattenne il respiro. Poi spostò le dita tremanti sul bottone
successivo.
— Lauren Fairfield!
Prima che Tom avesse il tempo di fare il benché minimo movimento
per darsela a gambe, il suo orecchio restò imprigionato in una morsa
dolorosa, e si trovò in punta di piedi, cercando di fermare l'agonia. Come
poteva una donna infliggere un tale tormento stringendo semplicemente
un orecchio tra due dita?
La madre di Lauren lo trascinò dietro l'edificio prima che trovasse il
modo di protestare.
— Sceriffo Montgomery!
Dardeggiando lo sguardo di lato, perché lei non gli permetteva di girare
la testa, Tom intravide lo sceriffo, in piedi accanto all'ufficio del telegrafo.
La donna gli fece attraversare la strada polverosa.
— Milady...
— Lo stava facendo ancora. Stava sbottonando il corsetto della mia
Lauren.
Lo sceriffo lo fulminò con un'occhiataccia. — Ti avevo avvertito che...
— Compio sedici anni oggi — si affrettò a spiegare Tom — e voi mi
avevate detto che avrei potuto dare una occhiata se la ragazza avesse
accettato del denaro. Le ho dato un quarto di dollaro.
— Gli avete detto che avrebbe potuto sbottonare il corsetto a mia figlia
se l'avesse pagata?
— Non esattamente. Ha frainteso i miei consigli — cercò di spiegare lo
sceriffo.
— Razza di buono a nulla di un figlio di buona donna! — urlò la
madre di Lauren spingendo Tom verso lo sceriffo. — Voglio vederlo in
prigione! E voi insieme a lui! Mi rivolgerò al consiglio cittadino.
Tom la osservò allontanarsi con passo spedito, giustamente indignata.
Lauren seguì mogia la madre infuriata.
— Come ti chiami, ragazzo? — chiese lo sceriffo.
— Tommy. — Preferiva Tom, ma aveva imparato che la gente
mangiava meglio la foglia quando usava un diminutivo che lo faceva
sembrare più giovane e ingenuo.
— Dove sono i tuoi genitori, in nome di Dio?
— Sono morti.
Lo sceriffo emise un sospiro. — Vieni con me.
"Accidenti!" Fino ad allora la tattica del diminutivo gli era sempre
riuscita. Sollevò di scatto il mento con aria ribelle. Bluffando si era tratto
d'impaccio da parecchie disavventure. — Non ho paura della prigione.
— Non ti sto portando in prigione.
Lo sceriffo camminò sulla passerella, facendo rimbombare i passi sulle
assi di legno. Tom sapeva riconoscere la collera. Forse era davvero nei
guai. Pensò di scappare, ma era così stanco di fuggire. E fuggendo non
avrebbe mai più rivisto la ragazza dagli occhi azzurri.
Lo sceriffo spinse la porta del saloon.
— Mentirete e direte che sono abbastanza cresciuto per bere? — chiese
Tom speranzoso.
Lo sceriffo gli rivolse un'occhiata d'acciaio. Quell'uomo non era poi
così dandy come aveva pensato.
Tom alzò le spalle con insolenza.
— Wyndhaven — salutò un uomo avvicinandosi lentamente, curvo su
un bastone. Tom capì che era il proprietario del saloon. Parlava nello
stesso modo buffo dello sceriffo. — Che problema c'è?
— Un ragazzo senza genitori e un sacco di tempo a disposizione. Cosa
possiamo fare per sistemarlo?
Il proprietario del saloon squadrò Tom. Questi strinse nervosamente i
denti, facendo sporgere i muscoli della mascella. Odiava essere
squadrato, soppesato, giudicato.
— Sai qualcosa di bestiame, ragazzo?
— So tutto — rispose Tom sicuro di sé, con aria sprezzante. Sapeva
che cosa accadeva quando uno si mostrava timido e insicuro. Si prendeva
un sacco di botte.
— Tu non sai un accidenti di niente, piccolo bugiardo — ribatté il
proprietario del saloon — ma saprai qualcosa entro la fine del mese.
— Che cosa intendi fare con lui? — chiese lo sceriffo.
— Farlo lavorare per la Texas Lady Cattle Ventures.
Prima ancora di sera, Tom aveva la pancia piena, un morbido
pagliericcio su cui dormire, e per la prima volta da tanto tempo la
speranza di una vita migliore.

Dieci anni dopo era andato a Londra per ringraziare l'uomo che ne era
responsabile. Era stato Ravenleigh, visconte Wyndhaven all'epoca, a
offrirgli una possibilità di riscatto laggiù a Fortune, nel Texas. Per un
gioco del destino, l'inglese a cui la madre di Lauren lo aveva consegnato
per ben due volte per una notte di carcere non era lo sceriffo, bensì il suo
gemello, andato a trovare il fratello. E quando era ripartito da Fortune
aveva portato con sé la madre di Lauren, Lauren e le sue sorelle.
Tom non sapeva se avesse fatto qualche rumore o se Lauren
semplicemente avesse avvertito la sua presenza, tuttavia lei si alzò con
grazia, leggiadramente, e si voltò u guardarlo, dopo di che restò come
paralizzata, come NO si fosse trovata di fronte a un improvviso pericolo.
"Dio del cielo!" pensò Tom. Era diventata ancora più bella di quanto
pensava. E aveva pensato a lungo a lei durante quegli anni. Si rese conto
con chiarezza sbalorditiva che non era venuto a ringraziare Ravenleigh.
Era venuto per tutt'altro. Ma era troppo orgoglioso per chiedere, fin
troppo orgoglioso per ammettere quanto il silenzio di lei in quegli anni lo
avesse ferito. Tuttavia non abbastanza orgoglioso per non prendersi
quanto gli era dovuto.
Lauren aveva udito un piccolissimo fruscio, e aveva pensato che il tè
che aveva richiesto alcuni minuti prima fosse in arrivo. Ma quando si
alzò, rivolgendosi verso la porta, le mancò il respiro. Era vagamente
consapevole delle altre signore presenti rimaste senza fiato. Una di esse
aveva persino emesso una sorta di squittio.
Non era arrivato il tè. Era arrivato un cowboy. E lo avrebbe
riconosciuto ovunque. Alto, magro e slanciato, con il passo indolente ma
sciolto di chi non ha fretta, le venne incontro con audacia, mostrando
maggior confidenza a ogni passo, un uomo determinato. Il tonfo dei
tacchi dei suoi stivali da cowboy risuonava sul lucido parquet,
echeggiando nella stanza. Stringeva il cappello nero nella mano sinistra,
abituata alle intemperie, mentre gli occhi nocciola la tenevano
prigioniera. I suoi capelli, neri come la notte, più curati di quanto Lauren
li avesse mai visti, sfioravano il collo della camicia bianca, quasi nascosta
sotto la semplice giacca nera. Una cravatta di seta nera era annodata al
collo con un nodo a fiocco. I baffi erano un elemento nuovo, folti come i
capelli. Incorniciavano il labbro superiore e gli angoli della bocca, e si
espansero ulteriormente quando le concesse uno dei suoi sorrisi tipici,
lenti e sensuali.
Lauren non pensò che fossero stati il continuo strizzare le palpebre per
il sole accecante e il vento implacabile del Texas ad avergli solcato di
rughe profonde gli angoli degli occhi, tra le sopracciglia. Era stata la vita
dura, e probabilmente innumerevoli difficoltà. Nonostante tutti i
cambiamenti che notò in lui, quel che era rimasto lo rendeva
riconoscibilissimo.
Tom la guardò fissamente come se gli appartenesse.
Una volta forse era stato così. Era l'ultima persona che si sarebbe
aspettata di rivedere. Forse era un miraggio, un frutto della sua
immaginazione, una debole speranza mantenuta nonostante tutto nel
cuore quando tante volte aveva pensato di arrendersi completamente.
Quando le si fermò di fronte, il suo profumo, cuoio, tabacco, una punta
di whisky, un poco di polvere, riportarono in vita ricordi dimenticati di
notti passate insieme a lui sotto le stelle. Era reale, in carne ossa. E
l'aveva davanti. Finalmente, era là. Quasi non credeva ai suoi occhi.
Il cuore le batteva talmente forte che per un attimo fu sicura che tutti i
presenti lo avrebbero udito.
— Tom? — sussurrò infine.
— Salve, Lauren. — La sua voce era un rombo profondo, graffiarne,
sensuale.
— Cosa ci fai qui? — gli chiese.
— Sono venuto a riscuotere un debito.
Un debito? Di che cosa stava parlando?
— Misericordia, Tom, chi ti è debitore?
— Tu, tesoro.
Capitolo 3

Lauren lo fissò, registrando mentalmente le parole, ma non trovandovi


alcun senso logico. L'unica cosa che gli doveva... "Buon Dio!" Dopo tutto
quel tempo era tornato per riscuotere quello che non gli era riuscito nel
Texas? Sbottonarle il corsetto? Era forse fuori di senno?
— Vuoi scherzare, vero?
— Sono mortalmente serio, invece.
Tom la osservò mentre l'incredulità abbandonava adagio i lineamenti
delicati del suo bel viso, prontamente sostituita da un'aria di sfida. Non
avrebbe saputo spiegare perché gli piaceva vedere lo sporgersi ostinato del
mento, le labbra che si serravano con disapprovazione, specie dal
momento che non era venuto a Londra per essere oggetto della sua
disapprovazione. Per qualche motivo lei riusciva sempre a tirargli fuori
un po' del diavolo che c'era in lui.
— Siete voi l'uomo di cui tutta Londra parla, vero? — domandò una
delle signore presenti, prima che Lauren avesse il tempo di ferirlo con una
replica tagliente.
Tom si voltò verso la donna che aveva parlato e si chiese perché non
trovasse i suoi capelli biondi e i suoi occhi azzurri attraenti come quelli di
Lauren. Per certi aspetti era anche più carina di Lauren, ma per quanto lo
riguardava era semplicemente una ragazza mediocre. Comunque, non era
sua abitudine ignorare le donne. Nel Texas erano troppo rare perché la
loro presenza fosse data per scontata. Le rivolse quindi un largo sorriso.
— E chi dovrei essere, tesoro?
— Oh! — All'interpellata sfuggì un risolino da oca, e le ciglia
cominciarono a batterle più velocemente delle ali di un colibrì.
Chiaramente eccitata, trasse un respiro profondo. — Il conte di Sachse.
— Certo che non è lui! — disse Lauren. — Ha rapporti d'affari con il
mio patrigno. Non è questa la vera ragione per cui sei qui, Tom? Per
portare a Ravenleigh le ultime notizie della Texas Lady Ventures?
Tom sapeva che l'impresa si era ingrandita fino a includere molto più
che il bestiame. Ravenleigh era diventato un investitore, in società con
suo fratello e i suoi due amici, Grayson Rhodes e Harrison Bainbridge. I
suoi soci avevano tenuto informato Ravenleigh dei successi della loro
impresa commerciale, e sebbene non fosse mai stato ufficiale, si era
spesso sentito quasi come se i quattro intraprendenti inglesi l'avessero
adottato.
— Ti ho già detto il motivo per cui sono qui — disse a Lauren.
— Di sicuro non hai fatto tutta questa strada per una cosa così banale.
— Lauren si interruppe improvvisamente, ricordando che il salotto era
affollato di signore che potevano considerare il suo motivo a dir poco
scandaloso. Tom sapeva bene quale danno uno scandalo avrebbe potuto
arrecare. Ogni inglese che aveva conosciuto in America aveva una sorta
di scandalo collegato al suo esilio nel Texas.
— Non ho mai considerato banale nulla che ti riguardi — ribatté Tom.
Non aveva impiegato molto a rendersi conto che Lauren non era più la
ragazzina che lo aveva sfidato fuori dall'emporio. Ora possedeva una
compostezza, una calma, una grazia che le erano mancate in gioventù.
Era la quintessenza di una signora di stampo anglosassone, e non era
sicuro di come si sentisse davanti a quel cambiamento.
— Vi prego, unitevi a noi — lo esortò il colibrì, di nuovo prima che
Lauren potesse rispondere, e Tom capì che avrebbe dovuto aspettare
prima di rivendicare il diritto acquisito dieci anni prima con un quarto di
dollaro. Avrebbe dovuto aspettare finché non l'avesse trovata da sola.
Dopo tutti quegli anni, si meritava quella considerazione. Se lo
meritavano entrambi.
— Per favore — implorò un'altra signora — ci farebbe tanto piacere che
vi uniste a noi.
— Apprezzo l'invito. — Tom si sedette su una sedia che gli venne
offerta, alzando una gamba, appoggiando la caviglia sul ginocchio
opposto, deponendo il cappello sulla coscia.
Aggrottando le delicate sopracciglia, Lauren lo fissò come se non
approvasse completamente la sua postura. O forse stentava ancora a
credere che fosse là in carne e ossa. Ma egli stesso faceva fatica a crederlo.
Si chiese se fosse il caso di domandarle di uscire un momento per poterle
parlare in privato. Aveva dieci anni di domande da farle, alle quali forse
non sarebbero bastati dieci anni per rispondere. Ma di sicuro sarebbe
stato scorretto condurla in disparte. L'unica cosa che aveva imparato in
merito alle donne in Inghilterra era che a un uomo non era permesso
restare da solo con una di loro, a prescindere da quanto innocenti
potessero essere le intenzioni.
Con un impercettibile cenno del capo, accettando finalmente la sua
presenza, Lauren fece le presentazioni senza agitarsi, come se cowboy
americani dalle dichiarazioni audaci fossero soliti irrompere nel suo.
salotto ogni pomeriggio della settimana. Il colibrì era lady Blythe. La
donna dai capelli scuri era lady Cassandra. Le due più giovani erano lady
Anne e lady Priscilla.
— Siete un cowboy? — chiese lady Blythe.
— Sì, tesoro, potete dirlo forte.
Lei allungò il collo e lo scrutò, agitando ancora le lunghe ciglia,
mostrando un compiacimento eccessivo.
Chinandosi in avanti, Lauren gli sfiorò la mano, e il desiderio di
toccarla lo trafisse fino ai tacchi degli stivali.
— Queste dame, sai... sono tutte figlie di nobiluomini. Dovresti
rivolgerti a loro con un po' più di formalità — gli suggerì Lauren.
— Per conto mio non m'importa se mi ha chiamata "tesoro" —
cinguettò lady Blythe. — Nessun gentiluomo mi ha mai chiamata così.
Tom le rivolse un sorriso smagliante. — Stento a crederlo, tesoro.
Lady Blythe emise un'altra risatina che era quasi un sospiro sensuale.
— È la verità.
— Allora penso che viviate nel luogo sbagliato: nel Texas i giovanotti
farebbero la fila per chiamarvi "tesoro".
— Davvero?
— Non sono uno che dice bugie.
— Da quando? — chiese Lauren, stizzita.
La collera, travolgente e repentina, ribollì in lui. Le rivolse un'occhiata
furente. — Vuoi che cominci a enumerare le volte in cui hai mancato alla
parola data davanti alle tue amiche? Se è così, sarei più che felice di farti
un favore.
Lauren lo guardò come se le avesse sparato un proiettile dritto nel
cuore, ma Tom non aveva intenzione di scusarsi o di rimangiarsi le
parole. Era lei quella che non aveva mantenuto la promessa che si erano
fatti.
— Tom!
La nota voce colta e gentile risuonò tra le mura del salotto. Tom si alzò
in piedi, porgendo la mano, mentre il conte di Ravenleigh gli andava
incontro. Non sembrava diverso dall'ultima volta che Tom lo aveva visto.
Appena qualche ruga in più tra le sopracciglia. I capelli erano un po'
ingrigiti sulle tempie, ma erano ancora chiaramente visibili le ciocche di
un biondo quasi rossiccio della folta chioma pettinata all'indietro.
L'uomo gli strinse la mano, mentre gli inconfondibili occhi celesti
brillavano. — È bello vederti, ragazzo.
— È un piacere anche per me, signore.
— Non avevo idea che avessi programmato un viaggio nella nostra
parte del mondo. Avresti dovuto avvertirci per lettera, così avrei fatto dei
preparativi per accoglierti degnamente. Hai bisogno di un posto dove
alloggiare?
— No, signore, ho già provveduto.
— Eccellente. — Ravenleigh si rivolse alle dame presenti in salotto. —
Signore, scusate l'interruzione.
— Figuratevi, milord — disse lady Blythe. — È sempre un piacere
incontrarvi.
— È altrettanto piacevole avervi qui in casa nostra. — Ravenleigh si
rivolse poi alla figliastra. — Lauren, per favore, informa Cook che
avremo un ospite a cena. Ti fermi a cena, vero, Tom?
— Volentieri, signore.
— Splendido! — Ravenleigh batté affettuosamente la mano sulla spalla
di Tom. — Accompagnami in biblioteca. Così potremo parlare un po' e
bere qualcosa. Voglio sentire tutte le tue avventure. E voglio un resoconto
di prima mano di cosa stanno facendo mio fratello e i suoi amici in quel
posto del diavolo che chiamate Texas. Le lettere tacciono più di quel che
rivelano.
Tom salutò con un cenno del capo le gentildonne. — Signore, lieto di
aver fatto la vostra conoscenza.
Lady Blythe lo guardò come se le avesse rivolto un complimento
personale, ricambiandolo con un sorriso radioso.
Tom accennò a un lieve inchino col capo verso la ragazza che lo aveva
abbandonato. — Lauren.
Poi seguì il conte fuori dal salotto, chiedendosi cosa provasse Lauren
riguardo al suo invito a cena.
— Dovete raccontarci ogni cosa!
— Come lo avete conosciuto?
— Chi è esattamente? Se non è il conte...
— Tutti i cowboy sono così affascinanti?
— È possibile che sia lui il conte di Sachse? In effetti non lo ha negato.
— Be', non lo ha neppure ammesso.
— Era così interessante. A prescindere da chi sia in realtà, dobbiamo
assicurarci che sia invitato al prossimo ballo.
— Io oso dire che parlerò con mia madre in gran fretta circa la
possibilità...
Lauren era stordita dal fuoco di fila di commenti e domande, e poteva
a malapena capire chi stesse parlando e che cosa stesse dicendo. Non
sembrava che cercassero delle risposte precise, in realtà, finché lady
Blythe chiese in tono mordace: — Lauren, è evidente che avete avuto una
storia sentimentale con quell'uomo. Come vi siete sentita rivedendolo
dopo tanti anni?
Un silenzio soffocante calò intorno a lei. Tom aveva fatto come faceva
sempre in passato: l'aveva confusa, emozionata, eccitata, fatta infuriare.
In tutti quegli anni aveva pensato di aver superato l'effetto che aveva su di
lei. Aveva pensato di averlo ormai dimenticato, così come lui si era
dimenticato di lei. Rivederlo aveva riportato in vita ricordi ed emozioni
indesiderate. Come poteva rispondere alle loro domande?
Si era alzata in piedi quando il patrigno aveva fatto la sua comparsa. A
quel punto voltò le spalle alla porta e finalmente affrontò le sue ospiti,
sperando di riuscire a mascherare il turbinio di emozioni che rischiava di
travolgerla. Aveva avuto anni di tempo per esercitarsi.
— Signore, non vorrei sembrare inospitale, ma la visita era inaspettata,
mia madre è assente per delle commissioni, e io devo dare disposizioni
per la serata in sua vece.
Le dame si alzarono prontamente.
— Sicuro — disse lady Blythe. — Capiamo benissimo. Per favore,
però, rivelateci... qual è il misterioso debito che è venuto a riscuotere?
— Una moneta — si affrettò a rispondere Lauren, nel tentativo di
bloccare la piega che aveva preso la conversazione, e se possibile
allontanare al più presto le signore sue amiche. — Gli devo una moneta.
— Ha fatto tutta questa strada per riscuotere una moneta?
Lauren si sforzò di sorridere. — So che può sembrare ridicolo.
— Lo trovo avvincente. Oso dire che la sua presenza renderà la
stagione mondana più interessante — osservò lady Blythe.
"Oh, cielo, di sicuro Tom non si fermerà abbastanza a lungo per essere
impegolato nella stagione mondana" pensò Lauren. Anche se, ammesso
che fosse in cerca di moglie, dubitava che avrebbe trovato un mercato
matrimoniale migliore al mondo di quello che stava per avere inizio,
come ogni anno, a Londra. Ma quel pensiero la turbò.
— Signore, vi prego, dovete scusarmi. Simpson vi accompagnerà.
Affrettandosi nell'atrio pavimentato di marmo, Lauren attirò
l'attenzione del maggiordomo. — Simpson, per favore, accompagna le
signore alle carrozze, mentre io informo Cook che abbiamo a cena un
ospite inaspettato.
Confidando ciecamente nel fatto che Simpson avrebbe eseguito gli
ordini, non aspettò nessuna conferma, ma percorse come stordita le
stanze a lei familiari, spiegando ai vari domestici che erano necessari
degli aggiustamenti per il pasto serale. Quando fu certa che ogni cosa
sarebbe stata gestita secondo le più alte aspettative del suo patrigno,
chiamò a raccolta quel poco di coraggio che le rimaneva per fronteggiare
ancora una volta il passato.
Attraversò l'atrio fino alla biblioteca, una stanza che aveva sempre
trovato confortevole, un luogo nel quale la famiglia aveva passato molte
sere in lettura.
Era il solo locale che le ricordasse il Texas, perché sua madre aveva
sempre letto per loro quando vivevano a Fortune. Aveva continuato a
godersi quell'abitudine, a parte il fatto che ora aveva una scelta
decisamente più vasta di libri.
Traendo un respiro profondo per calmare i nervi a fior di pelle, Lauren
entrò in biblioteca. La prepotente, Imprevista presenza di Tom cancellava
incredibilmente ogni ricordo piacevole associato alla grande e comoda
sala destinata alla lettura. Come poteva occupare tanto spazio,
semplicemente stando seduto in una poltrona di cuoio, di fronte al suo
patrigno, mentre entrambi reggevano in mano un bicchiere colmo di un
liquido ambrato? Whisky di malto, senza dubbio. Coraggio liquido.
Anche Lauren in quel preciso momento avrebbe avuto bisogno di un
sorso di coraggio.
Appoggiando i bicchieri sui tavolini rotondi a lato di ciascuna poltrona,
i due uomini si alzarono in piedi vedendola entrare. Lauren si sentì
all'improvviso presa dai capogiri, le gambe parvero cederle e temette di
svenire. A stento riusciva a convincersi che lui fosse là, vivo, presente,
reale. Tom. Tom, che aveva promesso di scriverle e non lo aveva mai
fatto. Tom, che aveva promesso di andarla a prendere e alla fine era
arrivato...
Per riscuotere un debito.
Si era fatto ancora più alto, muscoloso e imponente. Però non erano i
cambiamenti fisici che la sconcertavano. Era l'aura di confidenza che lo
circondava, un uomo che era stato forgiato dal fuoco dell'inferno fino a
diventare inequivocabilmente duro come l'acciaio.
— Scusate l'interruzione — riuscì infine a dire, emergendo a stento
dall'incessante vortice di dubbi e interrogativi che la tormentavano.
— Sciocchezze — rispose il patrigno. — Tom mi stava facendo
partecipe di una notizia alquanto affascinante. Ti prego, resta con noi.
Come in una nebbia confusa, Lauren si diresse verso il patrigno e
sedette sulla poltrona accanto a lui, di fronte a Tom. Decisamente, non
era più il ragazzo che aveva lasciato nel Texas. Le sue attenzioni allora,
sebbene scandalose, contenevano ancora una certa dose di giovanile
innocenza. L'uomo vissuto, sciupato dalle intemperie, temprato da anni
di duro lavoro, che aveva davanti non conservava più alcuna traccia di
innocenza.
Eppure era ancora il suo Tom. Qualsiasi cosa l'avesse attratta in lui fin
dall'inizio era ancora presente, forse non del tutto evidente, ma Lauren
sentì subito di essere sempre parte di lui. Pur con tutte le regole che
indubbiamente aveva infranto e i suoi comportamenti al limite dello
scandaloso, possedeva un'innegabile e profonda bontà interiore che
importava più di qualsiasi altra cosa.
— Quale notizia affascinante? — chiese infine.
Tom rivolse un'occhiata a Ravenleigh come se si aspettasse che il conte
facesse l'annuncio in sua vece, qualsiasi cosa fosse, quasi come se per lui
fosse troppo difficile ripeterlo. La paura cominciò a insinuarsi in lei. Che
cosa poteva essere successo di tanto importante per causare una tale
esitazione?
Mentre il patrigno si limitava a studiarli un momento, quasi rendendosi
conto lentamente di aver perso qualcosa di importante strada facendo,
Tom, che appariva incredibilmente a disagio, si sporse in avanti e piantò i
gomiti sulle cosce. Era una postura così tipicamente sua che provocò una
fitta inaspettata nel cuore di Lauren.
Si strofinò le mani, quasi pensasse di poter evocare le parole come un
prestigiatore, poi le congiunse con tale vigore che produssero un udibile
schiocco, cogliendola di soprassalto, e sostenne fermamente il suo
sguardo. — Le gentildonne in salotto hanno indovinato.
— Che sei un cowboy? Non è difficile da indovinare. Non si deve
nemmeno guardare troppo da vicino.
— No — disse interrompendola, con una smorfia. — Il resto. Che io
sono il conte di Sachse.
Lei udì le parole, ma le parvero illogiche. Oh, ne aveva capito il
significato, tuttavia che provenissero da Tom... e, cosa più importante,
che riguardassero Tom... Scosse il capo, incredula. — Tu sei il conte di
Sachse?!
Tom annuì lentamente. — Proprio così, madame.
Lauren pensò alle sue amiche in salotto e al loro interesse morboso nei
riguardi del nuovo conte. Considerò la compassione e l'empatia che
aveva provato per lui, non rendendosi conto che il conte era l'uomo che
conosceva... o almeno che aveva conosciuto in gioventù. Appuntò gli
occhi su di lui, che aveva cullato nei suoi sogni di ragazza da quando
aveva quattordici anni. No, non era lui che aveva cullato. Aveva cullato
un ragazzo di sedici anni. Aveva mai conosciuto quell'uomo? Si era solo
immaginata che una parte di lui sarebbe rimasta la stessa?
Una delusione opprimente la investì in tutto il suo essere mentre
comprendeva il vero motivo del suo arrivo. Non era lei la ragione del suo
recarsi in Inghilterra. Non era venuto per lei. Non era nemmeno venuto
per sbottonarle il corsetto. Era venuto perché aveva degli obblighi. Perché
era un dannato conte inglese! Lei era semplicemente un ripensamento,
semmai. Qualsiasi desiderio disperato avesse conservato in sé che lui un
giorno sarebbe stato di nuovo suo sparì in una conflagrazione,
lasciandola con nient'altro che un pugno di cenere cocente. — Tu sei lord
Sachse? — chiarì di nuovo, la voce aspra e secca.
Tom annuì lentamente.
— Perché non l'hai ammesso quando lady Blythe...
— Perché tu eri così sicura che non lo fossi che è stata la soluzione più
facile. Non volevo spiegare la mia attuale condizione a un pubblico di
estranee.
— La tua attuale condizione? Lo dici come se ti aspettassi che possa
cambiare.
— Mi rendo conto perfettamente che non sarà così. Ma questo non
significa che non lo vorrei.
— Così questo è il motivo per cui sei qui. Per reclamare il tuo titolo, —
La dolorosa consapevolezza che non era tornato per lei le faceva tremare
la voce.
— La ragione per cui sono in Inghilterra. — Tom la tenne sottaciuta,
ma lo sguardo nei suoi occhi le trasmise chiaramente che non era la
ragione per cui in quel momento era là, a palazzo Ravenleigh. Era là per
riscuotere un debito che nessun uomo ragionevole si sarebbe aspettato
che una donna pagasse.
Lauren gli scoccò un'occhiataccia, sperando di trasmettergli tutta la sua
disapprovazione per la sua sfacciataggine. Tom arricciò un angolo della
bocca in un confidenziale sorrisino di sfida.
— Mi avevi detto che i tuoi genitori erano morti — gli ricordò.
— Pensavo che le persone con cui vivevo fossero i miei genitori. Non
mi avevano mai fatto capire che la situazione era ben diversa. Gli ultimi
mesi appena passati hanno... cancellato tutto ciò che credevo. — Tom
scosse la testa. — Non ricordo nulla della mia vita qui, in questo Paese,
dei miei veri genitori. Fisso il ritratto di mia madre... Voglio ricordarla,
ma non ci riesco.
Lauren non capiva come ci si potesse dimenticare dei propri genitori. I
ricordi relativi a suo padre erano vaghi. Era così piccola quando era
partito volontario per la guerra, ciononostante aveva delle immagini sue,
da bambina, scolorite dal tempo, eppure ancora presenti.
— Mi dispiace che la tua vita sia stata stravolta — si udì dire, con
sincera compassione. Conosceva troppo bene l'orribile realtà di trovarsi a
condurre all'improvviso una vita tanto diversa da quella cui si era
abituati, da quella che ci si aspettava. — Mi è difficile immaginare quanto
sia arduo sentirsi piombare addosso all'improvviso tutte queste
responsabilità.
— Le responsabilità non mi danno fastidio. Sono abituato a risolvere
più problemi di quelli che mi si presentano oggi. Il peggio è stato scoprire
che appartengo a un mondo che mi è estraneo e non mi piace. Ho
pensato di ignorare la convocazione, ma secondo quanto mi hanno
spiegato gli investigatori, non ho scelta. Che lo voglia o no, ciò che mi
spetta qui è comunque mio di diritto.
— La legge è molto chiara al riguardo — osservò il patrigno di Lauren.
— Non ci si può ritrarre dalle responsabilità nei riguardi di un titolo.
— Così sei bloccato in Inghilterra — disse Lauren.
— Lo dici come se fosse una brutta cosa — replicò lui.
— Lauren non è mai stata felice qui — spiegò Ravenleigh.
Sbalordita da quel commento, Lauren guardò il patrigno.
— Non essere così sorpresa — disse lui tranquillamente. — È il mio
unico rincrescimento: non essere stato capace di donarti la felicità che
meriti.
Con tutta l'emozione che provava in quel momento, e i sentimenti
ancora in tumulto per l'arrivo di Tom, le parole accorate del patrigno le
suscitarono le lacrime.
Voleva disperatamente esprimergli la sua profonda riconoscenza per la
consolazione, l'amore, l'accoglienza affettuosa che le aveva sempre
riservato. Scosse il capo.
— Non ti devi rimproverare, papà. Non c'è nulla che avresti potuto fare
di più. È solo che non sono portata per questo tipo di vita.
— Ma ti sei adattata, hai imparato, e anche se forse non sei stata felice
come le tue sorelle, sei riuscita a superare con maestria tutte le
complicazioni dello stile di vita dell'aristocrazia inglese. Tom ha bisogno
di qualcuno che gli insegni tutte le esteriorità inglesi, alle quali dovrà per
forza di cose ricorrere. Stavamo discutendo della possibilità che tu possa
fargli da tutrice.
— Perché non scegliere lady Sachse? La vedova del vecchio conte —
propose Lauren. — Ha svolto un compito esemplare insegnando ad
Archibald Warner.
— E nel corso dell'opera si è innamorata di mio cugino — replicò Tom.
— Lo ha sposato di recente.
— Non lo sapevo.
— La cerimonia non ha avuto luogo a Londra. Lei si è lasciata tutto
alle spalle, senza rimpianti.
Una donna che aveva raggiunto ciò che Lauren sognava: lasciarsi tutto
quello alle spalle e non voltarsi più indietro. Sentì all'improvviso
un'affinità con lei. Dal modo in cui lady Sachse si era destreggiata in
società a Londra, Lauren non avrebbe mai indovinato che non era felice
della vita che conduceva. Quante altre gentildonne non lo erano?
— Puoi rivolgerti a mia cugina Lydia. Ora è la duchessa di Harrington,
e adora la vita da aristocratica. Ha perfino pubblicato un libro di buone
maniere. Errori comportamentali da correggere. Pare sia molto popolare fra le
ereditiere americane che desiderano introdursi nella società inglese. Puoi
acquistarlo in qualsiasi libreria.
— Non sono mai stato portato per la lettura. Preferisco che mi si
insegni. E preferirei che fossi tu a istruirmi praticamente sull'etichetta
inglese.
— Temo che i miei impegni mi lascino poco tempo — rispose Lauren.
— Non ci vorrà molto — replicò Tom.
Lauren sorrise mestamente. — Non hai idea, Tom. Ci sono un'infinità
di regole, tante cose da imparare. Ci vorrebbero mesi, e non ho mesi da
dedicarti.
— Che cosa c'è di così urgente che non possa aspettare?
— Da qualche tempo sto facendo progetti per tornare nel Texas.
Capitolo 4

L'annuncio di Lauren colpì Tom con la forza di un pugno allo


stomaco. II pensiero che lei sparisse di nuovo dalla sua vita poco dopo
che le loro strade si erano finalmente tornate a incrociare lo coglieva del
tutto impreparato.
Anche Ravenleigh parve sorpreso, ma prima che lui o Tom avessero il
tempo di rivolgerle ulteriori domande, uno scroscio di risa risuonò fuori
dalla biblioteca un attimo prima che la porta si aprisse e che tre donne,
sorridenti, raggianti, ovviamente felici, vi facessero irruzione.
Alzandosi contemporaneamente a Ravenleigh, Tom immaginò che la
donna più anziana fosse la madre di Lauren, benché non sembrasse
affatto la donna severa che aveva evitato a tutti i costi a Fortune. Le due
signorine eleganti che la accompagnavano dovevano essere le sorelle di
Lauren. Aveva un vago ricordo di loro, ma le avrebbe riconosciute
comunque per la forte somiglianza con la sorella maggiore: capelli biondi,
occhi di un azzurro intenso e tratti delicati. Le sorelle si erano fatte più
belle, tuttavia impallidivano ancora in confronto a Lauren.
— Deduco che la vostra uscita sia stata un successo — disse
Ravenleigh.
— Proprio così — ammise una delle giovani donne, appuntando gli
occhi azzurri su Tom con evidente interesse.
— Sicuramente ti ricordi di Tom, mamma — disse Lauren.
Per un breve momento Tom pensò di vedere un'ombra di paura riflessa
negli occhi della donna, un attimo prima che questa alzasse il mento con
aria di sfida, un atteggiamento che Lauren da un po' di tempo aveva
inconsciamente cominciato a emulare. — Sì, certamente. Cosa mai ti ha
portato a Londra?
L'ex vedova Fairfield sorprese Tom parlando con una raffinatezza che
non aveva mai avuto nel Texas; non esattamente britannica, ma molto
simile. Si chiese se un giorno si sarebbe sentito così estraneo a se stesso
come tutti quelli che in quel momento gli stavano intorno.
— E venuto a reclamare il suo titolo — spiegò Lauren, prima che lui
potesse rispondere. — Lui è lord Sachse.
La madre di Lauren lo fissò come se gli fossero spuntate un paio di
corna. Imbarazzato, Tom spostò il peso da una gamba all'altra,
augurandosi di non sembrare incredibilmente a disagio durante l'esame.
Quella donna aveva sempre avuto il potere di farlo sentire come se stesse
facendo qualcosa di illecito. Di solito, a ragion veduta.
— Bene, questa sì che è una sorpresa — esclamò in fine la madre di
Lauren con un tono inespressivo.
— Oserei dire che è un'affermazione assolutamente inadeguata —
proclamò una delle sorelle. — Siete l'argomento del giorno in città.
Ovunque siamo andate, oggi, la gente voleva sapere se conoscevamo il
nuovo conte di Sachse. — La ragazza rise con leggerezza. — Non
avevamo idea che fosse proprio così.
— Forse puoi avere l'impressione di conoscerlo — osservò l'altra sorella
— ma debbo confessare che io lo ricordo a fatica. Le mie scuse, milord.
— La ragazza fece un inchino — Io sono Amy, nel caso che i vostri
ricordi nei miei riguardi siano vaghi quanto i miei nei vostri.
Tom chinò leggermente il capo in un accenno di inchino, salutandola e
augurandosi nel contempo di apparire raffinato. — Mi ricordo di voi.
L'altra sorella di Lauren gli rivolse uno sguardo ritroso. — E di me,
milord? Sono Samantha.
— Sì, madame, ma non dovete chiamarmi milord.
Samantha sorrise cordialmente. — Temo non si possa fare altrimenti.
Vedete, è una delle regole. Regola numero tre, credo.
— Le regole d'etichetta hanno un numero? — chiese incredulo.
— Sta scherzando — spiegò Amy. — Le regole d'etichetta sono così
tante che Lauren le ha numerate subito dopo il nostro arrivo. Penso ne
abbia contate trentacinque prima di arrendersi, dichiarando che era
un'impresa impossibile.
— Sapevate di essere un conte quando vi conoscemmo? — chiese
Samantha.
—No.
— Dovete raccontarci ogni cosa! Senza dubbio saremo l'invidia del Set.
A Tom dispiaceva rivelare la propria ignoranza, ma pensò che sarebbe
stato meno imbarazzante mostrarla fra gente che lo aveva conosciuto nel
Texas piuttosto che fra gente che non lo conosceva affatto. — Il Set?
— Le mie scuse, milord. Mi sono dimenticata di quanto sembri strano
all'inizio. Il Set è un abbreviativo di The Marlborough House Set, la
cerchia di persone alla moda che si accompagnano al principe di Galles.
Marlborough House è il palazzo in cui risiede quando è a Londra, e il
cosiddetto Set sono le sue conoscenze più intime. È gente che adora il
pettegolezzo. E ora che noi conosciamo chi siete ho il sospetto che
saremo ancor più ricercate per ogni succosa notiziola che possiamo
fornire.
— L'ultima cosa di cui questa famiglia ha bisogno è altro pettegolezzo
— osservò l'austera madre.
— E proprio questo il punto, mamma — fece notare Samantha. —
Adesso le chiacchiere non gireranno più Intorno a noi.
— Spargere chiacchiere spesso produce l'effetto contrario, Samantha —
sentenziò la madre, lanciando Un'occhiata a Tom e a Lauren. — Scusate,
ma dobbiamo prepararci per la cena.
— Ho invitato Tom a unirsi a noi — annunciò il marito. Stranamente
la madre di Lauren parve d'un tratto sconfitta. Rivolse a Tom un sorriso
inequivocabilmente forzato. — Certo, naturalmente. Saremo felici di
averti con noi. Venite, ragazze, andiamo a cambiarci.
Tom notò che, a differenza delle figlie, la madre di Lauren non si
rivolgeva a lui come si addiceva a un lord inglese. Probabilmente lo
considerava ancora il ragazzo imberbe che aveva conosciuto nel Texas.
Mentre la donna invitava le figlie a uscire dalla biblioteca, Lauren
scoccò a Tom un'occhiata di congedo, simile a quella che gli aveva rivolto
per strada a Fortune.
— Finiamo i nostri bicchieri, ti va? — suggerì Ravenleigh.
Annuendo, Tom tornò a sedersi sulla poltrona, prese il bicchiere e
sorseggiò il whisky che il fratello di Ravenleigh aveva spedito dal Texas.
Era piacevole gustare qualcosa di familiare quando tutto quanto intorno a
lui era fin troppo estraneo. Si sporse in avanti, con i gomiti sulle
ginocchia, reggendo il bicchiere con ambo le mani e osservando il liquido
ambrato. — Mi siete sembrato sorpreso dall'annuncio di Lauren di un
progettato ritorno nel Texas.
— Abbastanza.
Tom alzò lo sguardo, sperando che l'uomo fosse un po' più disponibile
a condividere i suoi pensieri al proposito.
— Spiacente, Tom. — Ravenleigh scosse la testa — o dovrei dire
Sachse. Non riesco a elaborare, non ho idea di cosa stia ideando per
compiere questa impresa.
Tom annuì, sperando di avere l'occasione di parlare a quattr'occhi con
Lauren prima di lasciare il palazzo Ravenleigh.
— Hai avuto occasione di vedere mio fratello di recente? — chiese il
conte, cambiando bruscamente argomento.
Kit Montgomery stava diventando una vera leggenda. Le sue gesta
audaci e l'incessante ricerca della giustizia di cui era un paladino avevano
ben pochi rivali. Un tempo sceriffo di Fortune, era sempre rimasto uno
dei soci della Texas Lady Cattle Ventures, differenziatasi in seguito in
varie attività commerciali e imprese parallele, oltre all'allevamento di
bestiame da carne. Era un uomo per il quale Tom nutriva un immenso
rispetto.
— Non l'ho visto spesso da quando è diventato un Ranger del Texas e
si è trasferito nella parte più a occidente dello Stato — ammise Tom.
— Ha pensato che un clima più asciutto potesse migliorare la salute di
sua moglie — spiegò Ravenleigh. — E ritengo che sia stato così.
— Tutto quello che so sono solo voci. Montgomery si sta facendo una
certa reputazione come uomo di legge. Ho sentito dire che stanno
scrivendo un altro libro su di lui.
Ravenleigh ridacchiò. — È proprio uno scherzo bizzarro del destino
per un uomo che è stato esiliato nel Texas a causa degli scandali che
aveva creato in patria. Mio fratello e i suoi amici hanno ampiamente
dimostrato di essere davvero in gamba.
— Sono pienamente d'accordo.
Ravenleigh lo scrutò per un lungo minuto. — Kit e i suoi amici mi
hanno tenuto informato delle tue attività e dei tuoi successi. Ti sei
comportato molto bene, a | quanto si dice.
Tom annuì, volgendo lo sguardo al bicchiere. — Considerando la piega
imprevista che ha preso la mia vita. Sono a mio agio nel Texas. Non
posso dire lo stesso per questa parte del mondo.
— Ti adatterai e ti abituerai. Non ho dubbi.
— Mi avete aiutato quando ne avevo bisogno. Vi sono molto
riconoscente. E debitore.
— Be', e io ti sono debitore per la mia attuale famiglia. Se non fosse
stato per la tua cattiva condotta, non avrei mai incontrato la mia
Elizabeth.
Tom lo scrutò con attenzione. — È cambiata considerevolmente da
quando l'ho conosciuta.
Ravenleigh sembrò rattristarsi. — Sono tutte cambiate moltissimo,
Tom. Adattarsi al mio stile di vita è stato più difficile di quanto avessi
previsto. Mi aspettavo almeno che Lauren sarebbe stata più comprensiva
verso la tua attuale situazione, ma a quanto pare ha dei progetti personali
di cui occuparsi. Forse Samantha è disponibile ad assisterti
nell'apprendimento del comportamento da tenere in una sala da ballo.
Tom non però voleva che fosse Samantha ad aiutarlo. Voleva Lauren,
voleva avere la possibilità di frequentarla ancora. Desiderava conoscere la
donna che era diventata e voleva farle conoscere l'uomo che era
diventato. Voleva vedere se gli riusciva di farle cambiare idea e
convincerla a restare in Inghilterra, almeno per un po' di tempo.
— Non ho rinunciato completamente all'aiuto di Lauren.
Ravenleigh annuì saggiamente, riconoscendo l'emozione che trapelava
dalla voce di Tom. — Sembra che io non abbia compreso pienamente
quanto sia costato a Lauren trasferirsi qui.
— Quello che è costato a entrambi — dichiarò Tom con calma.
— Sai cosa si dice in giro di Tom? — domandò Samantha.
— Che è attraente in modo diabolico, spaventosamente barbaro e più
ricco della regina — rispose Lauren, guardandosi il vestito. Si chiese
perché mettesse tanta attenzione in quello che avrebbe indossato per la
cena, e perché sentiva un bisogno incontrollabile di fare un'impressione
favorevole su Tom. Tom. Il conte di Sachse. Stentava'ancora a crederlo.
— Lady Blythe e le mie amiche sono passate questo pomeriggio per
vedere che cosa potevo rivelare del nuovo lord.
— Erano qui quando è arrivato?
— Sì.
— E cosa è successo?
— Tu cosa pensi? Indossava i pantaloni, il che è bastato perché lady
Blythe si comportasse da sciocca.
— Lady Cassandra ha dato dimostrazione di uno dei suoi infami
svenimenti?
— No, grazie al cielo.
— Credi che lady Blythe abbia intenzione di posare gli occhi su Tom?
— Non lo so. Ho scoperto che è il conte di Sachse solo dopo che se
n'erano andate. Se lady Blythe l'avesse saputo, sicuramente avrebbe fatto
delle avance ancora più esplicite.
— Cosa provi al riguardo?
— Riguardo a cosa?
— Hai capito benissimo. Non puoi negare che hai sempre cullato la
vaga speranza che sarebbe venuto a cercarti. Hai rifiutato ogni lord che
ha chiesto la tua mano. L'hai fatto perché aspettavi Tom oppure perché
non hai nessun desiderio di sposare un lord.
"Forse un po' tutt'e due" pensò Lauren, allontanandosi dal guardaroba,
sedendosi sulla sponda del letto e contemplando l'idea di non scendere a
cena. Le stava tornando una forte emicrania.
— Lo ami? — chiese Samantha.
Lauren guardò torva la sorella. — Ma se non lo conosco! Non del
tutto, almeno. Vedo un uomo che tanti anni fa era un ragazzo che mi
piaceva, ma mi è difficile giudicare i miei sentimenti al riguardo.
Samantha balzò giù dal letto. — Dimmelo, quando ti deciderai. Ha
tutti i requisiti che io desidero in un marito, e se a te non interessa...
— Quali requisiti?
— Bell'aspetto, fascino, denaro e un titolo nobiliare.
— Questo è incredibilmente superficiale. L'aspetto svanisce con gli
anni, il denaro diminuisce col tempo.
— Ma il fascino e il titolo rimangono per sempre.
Lauren si alzò. — Vuoi solo punzecchiarmi. Di sicuro vorresti sapere
di più su un uomo prima di sposarlo.
— Pensa quello che vuoi — disse Samantha aprendo la porta. — Ma a
differenza di te, cara sorella, io non mi oppongo a un matrimonio con un
lord.

La madre di Lauren aveva dato a Ravenleigh due figlie, Joy e


Christine. Joy aveva nove anni, Christine sei. Chiare di carnagione,
avevano ereditato gli occhi del padre. Erano troppo giovani per cenare
con gli adulti, ma erano scese in biblioteca per conoscere il nuovo conte e
in effetti avevano affascinato Tom. Sembravano già adulti in miniatura.
Tom immaginò che di lì a pochi anni avrebbero avuto una fila di
pretendenti che si sarebbero rigirate come burattini.
Poco dopo, mentre le bambine tornavano di sopra e Ravenleigh si
scusava e saliva a sua volta al primo piano a scoprire che cosa tratteneva
ancora le signore, Tom approfittò del momento di solitudine per uscire in
giardino. L'imbrunire stava ormai cedendo il posto al buio serale, ma con
l'aiuto dei lampioni a gas lungo il sentiero acciottolato si riusciva ancora a
distinguere le siepi e le aiuole, i fiori e le piante dell'elaborato parco
circostante il palazzo. Un aleggiante profumo di rose si diffondeva
nell'aria. "Questa gente adora i giardini" pensò Tom passeggiando. Poi
scosse il capo. "Questa gente, gli inglesi, che mi sembri giusto o no, è la
mia gente."
Estrasse un sigaro dalla tasca interna della giacca e si domandò se non
fosse il caso di congedarsi con una scusa, rinunciando alla cena. Non era
vestito in modo adeguato. Una delle cose che aveva imparato mentre
pranzava con la seconda moglie di suo padre era che ogni pasto era
elegante, e ci si aspettava che un uomo fosse agghindato in modo
appropriato. In quel momento non indossava un panciotto o una costosa
giacca di sartoria, il sarto che aveva assunto aveva promesso di spedirgli
dei capi a giorni, cosicché era certo di non assomigliare a nessuno dei
gentiluomini inglesi conosciuti fino a quel momento. Si sentiva un pesce
fuor d'acqua. La madre di Lauren probabilmente avrebbe usato il suo
abbigliamento inadatto a suo svantaggio. Si chiese perché la sua opinione
gli importasse a tal punto. Anche il suo comportamento lasciava molto a
desiderare. L'incontro con Lauren era stato quasi un disastro. Accennare
al debito, uno sciocco ricordo della loro adolescenza immatura, che in
realtà non si aspettava affatto di riscuotere, era stato davvero
sconveniente, per non dire banale.
Stava ancora assaporando l'aroma del sigaro quando udì un leggero
rumore di passi, e istintivamente capì a chi appartenevano. Aveva
percepito la sua presenza discreta nell'ombra, che lo osservava. Aspirò
profondamente, assorbendo non solo il ricco aroma del sigaro ma anche
la fragranza del profumo dei fiori sospesa nell'aria. In sottofondo c'era il
profumo di Lauren, che come il buon whisky, una volta assaporato, era
impossibile da dimenticare. Soffiò il fumo che aveva trattenuto nei
polmoni e attese, immobile, finché i fili grigi non si arricciolarono,
dissolvendosi adagio nell'oscurità della sera. Spostando semplicemente il
sigaro di lato, domandò — Vuoi provarlo?
— Hai sempre avuto pessime abitudini, Tom.
— Questa non è una risposta, Lauren. Nella tasca della giacca ne ho
uno nuovo, se preferisci.
Lei sospirò con evidente impazienza. — Le vere signore non fumano.
— Le vere signore non bevono e non imprecano. La cosa non ti ha mai
trattenuta, prima.
— Allora ero una bambina — rispose lei. — Tu hai sempre cercato di
corrompermi e io ero sciocca abbastanza da lasciartelo fare. Adesso non
sono più una bambina.
— Questo è fin troppo evidente, Lauren. Lei si spostò di lato fino a
osservare il profilo di Tom con la coda dell'occhio. Illuminata dal
chiarore dei lampioni, era incredibilmente adorabile. Si era cambiata
d'abito, indossandone uno grigio azzurro, con una scollatura quadrata,
guarnita di pizzo. Tom pensò che più luce avrebbe aumentato la
sfumatura dei suoi occhi. Aveva anche cambiato pettinatura. Con ricci e
nastri, i capelli erano raccolti in cima alla testa, lasciando il lungo collo
esile scoperto al suo sguardo e, Tom si augurò, disponibile anche alla sua
bocca. Le inglesi si mettevano nei guai semplicemente preparandosi per
un normale pasto serale.
— Non avevi assolutamente idea che tutto questo fosse qui in
Inghilterra ad attenderti? — chiese lei infine in tono pacato.
Tom aspirò una lunga boccata dal sigaro e soffiò il fumo dai polmoni.
— Macché.
— Sarà stato uno shock.
— È un'affermazione assolutamente inadeguata — rispose in lieve tono
di scherno.
— Hai detto che non ricordi nulla.
— Nulla.
— Tua madre deve averti voluto talmente bene...
— Oppure per niente affatto.
— Oh, Tom, non devi nemmeno pensarlo!
— Mi ha abbandonato, Lauren. Che cosa devo pensare?
— Non conoscevo tuo padre — proseguì lei. — Ma la sua crudeltà era
leggendaria. Penso che tua madre abbia voluto risparmiarti le sofferenze
che avrebbe potuto infliggerti.
— Non riesco a pensare a un modo migliore per farlo.
— Non ebbe modo di sapere che eri rimasto orfano, né che la lettera
che spiegava ciò che aveva fatto sarebbe giunta a una donna che non
sapeva leggere. C'è voluto molto coraggio per lady Sachse per ammettere
che un tempo era illetterata... e ci vuole molto coraggio per te per
accettare il fardello che ti è stato imposto.
Tom scosse il capo. — Ci vuole coraggio per affrontare una mandria in
fuga. Venire qui è solo un disturbo.
— Fra qualche mese potresti pensarla diversamente riguardo al vero
coraggio.
Tom non riusciva a immaginare che ci volesse coraggio a frequentare
balli, cene e opere. Certo, la cena di quella sera sarebbe stata la prima che
avrebbe avuto in compagnia di altre'persone che non fossero la
precedente lady Sachse. Non che pensasse che i suoi modi fossero atroci.
In fondo aveva spesso avuto occasione di cenare con uomini d'affari,
banchieri e proprietari di mandrie.
Lavorando nell'impero del bestiame che faceva parte delle diverse
attività della Texas Lady Ventures era entrato in contatto con figli di
inglesi. I loro modi eleganti lo avevano sempre attratto, e si era
duramente impegnato a emularli, specie nella loro tipica flemma
britannica, così diversa dalla sua natura istintiva.
— Ho una proposta da farti — le disse, sperando di poter ottenere
quello che voleva addolcendo la richiesta.
— Me ne hai fatte tante altre in passato, Tom. Non mi interessa.
— Non l'hai ancora sentita.
— Stai sprecando il fiato.
— Lascia che lo sprechi. Insegnami quel che non so, Lauren. Ti
condonerò il debito.
Lauren si lasciò andare a una risata. — Il debito? Non penserai
seriamente che ti permetterò di sbottonarmi il corsetto, vero?
— O quello o mi restituirai la mia moneta.
Lei lo schernì. — Dove pensi che possa trovare un quarto di dollaro, in
questo Paese, dopo tutti questi anni?
— Il problema è tuo, tesoro. Io intendo riscuotere quello che mi devi,
in un modo o nell'altro.
Alla sua audace affermazione, la vide irrigidirsi.
— Di sicuro a questo punto avrai già sbottonato più . di un corsetto e
avrai soddisfatto la tua curiosità —
disse Lauren.
In quanto a curiosità, Tom ne aveva sbottonati a sufficienza, ma non
aveva mai trovato l'esperienza completamente soddisfacente. Aspirò una
boccata dal sigaro e preferì tacere.
— Mi stai ignorando?
Si girò, fronteggiandola, sostenendo il suo sguardo ombroso, cercando
di capire che cosa vedeva in quel momento nei suoi occhi: paura,
disgusto, delusione? Aveva avuto la speranza poco realistica che il suo
arrivo le avrebbe portato una certa dose di gioia, che lei gli avrebbe
fornito una spiegazione soddisfacente per il suo silenzio totale in tutti
quegli anni.
— Non ti ho mai ignorata, Lauren.
— Per dieci anni mi hai fatto pensare tutt'altro.
— All'inferno, basta! — La sua voce tuonò nella notte. Si accorse di
avere gettato il sigaro e di aver mosso minacciosamente un passo verso di
lei solo quando ella fece un rapido passo all'indietro, sgranando gli occhi
e ansimando, spaventata.
— Ti ho scritto tutte le sere — disse, tenendo a freno la furia che
ribolliva. — Proprio come ti avevo promesso. Ogni sera per i primi due
anni da quando te n'eri andata. Il terzo anno ti ho scritto tutte le
settimane. Poi ogni mese. Non potevo spedirle appena scritte, perché a
volte le città erano poche e distanti da dove portavamo il bestiame, ma
quando arrivavo vicino a una città le portavo all'ufficio postale. Ti ho
scritto, Lauren.
Lei scuoteva la testa, con negli occhi uno stupore evidente. — Non le
ho mai ricevute, Tom. Nemmeno una.
— Le ho scritte — ripeté lui, mentre la rabbia svaniva e cominciava a
capire la vera ragione del suo silenzio in tutti quegli anni.
— Quando hai smesso di scrivermi? — chiese Lauren.
— Non ho mai smesso completamente. Però ho smesso di spedirle. —
Dio, quanto desiderava toccarla!
— Sei un ladro, Tom. E imprechi. E menti...
D'impulso, le andò vicino, le prese il viso tra le mani, le sfiorò con i
pollici le labbra umide. — Non con te, Lauren. Non ti ho mai mentito.
Le salirono le lacrime agli occhi. Impotente, lasciò che sgorgassero
liberamente. — Perché non le ho ricevute?
Tom scosse il capo. — Non lo so, tesoro.
— Controllavo ogni mattina. Ci sono voluti anni perché rinunciassi a
sperare. E anche quando non seppi più nulla di te ho continuato a sperare
che tu saresti venuto da me. Mi sono aggrappata a quella speranza perché
a volte era l'unica cosa che mi permetteva di tirare avanti. Non puoi
nemmeno immaginare quanto mi sia sentita infelice qui a Londra, Tom,
quanto mi sia mancata la vita che ci siamo lasciati alle spalle.
A volte nessuna parola serviva a trattenere le lacrime negli occhi di una
donna. E Tom non cercò nemmeno di provarci.
Cullò tra le mani il suo viso prezioso, godendo del contatto delle dita
sulla sua pelle di seta, facendo quello che avrebbe voluto fare fin dal
pomeriggio, sfiorarla con tenerezza, sentire tutta la dolcezza che troppo
spesso gli era stata negata nella vita. L'azzurro intenso dei suoi occhi persi
nell'ombra, la curva decisa del suo mento, il suo nasino impertinente. In
certo qual modo tutto di lei, esteriormente, gli era estraneo, e per altro
verso gli era penosamente familiare.
Mentre gli occhi di Lauren si chiudevano lentamente, Tom accostò le
labbra alle sue. Avevano lo stesso sapore che ricordava e avvertì una fitta
di rammarico così acuta da farlo quasi piegare in due. La ragazza che
aveva desiderato per tutti quegli anni era diventata una donna in grado di
scatenare la passione di un uomo con un semplice sguardo. Profumava
come i fiori in primavera ed era calda come la terra baciata dal sole. Tom
avrebbe voluto sollevarla tra le braccia e portarla più lontano in giardino,
dove l'intimità avrebbe loro permesso di terminare quel che avevano solo
iniziato dieci anni prima.
Ma non era la conclusione che Tom desiderava in realtà. Era il nuovo
inizio, e non sapeva bene da dove cominciare. Quella lady di stampo
inglese con qualche occasionale parola strascicata alla texana, i modi
perfetti, l'andatura aggraziata, la disinvoltura, il fascino, la conoscenza
dei vezzi per non sfigurare in società era in diretto contrasto con lui, così
grezzo e incolto, così poco flemmatico da rappresentare un pericolo per la
reputazione di chiunque gli fosse andato troppo vicino.
Un tempo l'aveva amata come solo un ragazzo di sedici anni poteva
amare. Francamente non era in grado di dire se l'amasse ancora, se quel
che provava per lei fosse affetto sincero o solo i fantasmi di sensazioni
sedimentate nella memoria. Si sentiva quasi mancare il terreno sotto i
piedi. Era andato in Inghilterra senza sapere bene che cosa aspettarsi, e
l'unica cosa sicura che capiva in quel momento era che si sentiva perduto
come non gli era mai capitato in tutta la vita. E purtroppo di recente
aveva scoperto di aver perso tutta la vita. Fino a quando gli investigatori
privati assunti dall'ex conte di Sachse non si erano presentati alla sua
porta, non aveva mai compreso in quale menzogna fosse vissuto.
Che ironia il fatto che Lauren avesse aspettato che andasse a prenderla
per riportarla nel Texas, mentre lui faceva piani per festeggiare
degnamente il suo ritorno! Si era sempre rifiutato di credere che in un
modo o nell'altro le sue lettere non le fossero mai arrivate, e che quelle di
lei fossero andate perdute. Ma non aveva mai perso completamente la
speranza... non ancora, almeno. Finché il destino non aveva alterato il
corso della sua vita, cambiando geograficamente la sua destinazione
finale.
Finché non aveva assaggiato il dolce nettare della sua bocca condito
con il sale delle lacrime. Lauren era stata infelice per anni in Inghilterra.
Quale uomo avrebbe condannato a una vita intera di infelicità la donna
che un tempo lo aveva fatto perdutamente innamorare?
Capitolo 5

Dieci anni prima


Lauren stentava a credere di essere sdraiata in compagnia di un
ragazzo. Sdraiata accanto a Tom. Sull'erba fresca e verde, nei pressi del
ruscello. Al buio. Non fosse stato per la luna piena, non sarebbe
nemmeno riuscita a vederlo in faccia.
Aveva indosso solo la camicia da notte, ma era convinta di essere
coperta come se fosse vestita di tutto punto. Tom, come sempre, era in
calzoni e camicia. Aveva incominciato a indossare la giacca per portarsi
in giro la borsa del tabacco e le cartine per le sigarette. Lauren sapeva che
il tabacco e le cartine erano là al loro posto, perché vedeva il
rigonfiamento nella tasca della giacca. Tom però non fumava più in sua
presenza.
Arrivava sempre a tarda ora, di notte, dopo che la madre di Lauren era
già andata a letto. Le lanciava dei sassolini alla finestra finché lei si
alzava, scavalcava il davanzale della finestra della camera da letto al
primo piano, e si calava a terra dall'albero vicino per incontrarlo. Poi
correvano al ruscello e si sdraiavano semplicemente là sull'erba, a parlare
di tutto e di niente. Lauren si aspettava sempre che Tom le chiedesse di
sbottonarsi la camicia da notte, invece non lo faceva mai.
Questo la spingeva ad amarlo ancora di più perché voleva stare con lei
mentre era ancora tutta abbottonata.
— Là! — disse Tom all'improvviso, indicando il cielo. — L'hai vista?
— Sì. — Era bravo a guardare nel posto giusto e a individuarle prima
che sparissero. — Che cosa pensi faccia cadere le stelle in quel modo?
— Non so. Forse solo un altro posto nel cielo, in modo che la gente più
in basso sul globo terrestre possa vederle.
— Mamma dice che se esprimi un desiderio quando vedi una stella
cadente, il desiderio si avvererà.
— Io non credo nei desideri.
Lauren si mise seduta e lo guardò dall'alto. Tom aveva le mani giunte
dietro la testa, e il lungo corpo steso sull'erba. Lavorava per la Texas
Lady Cattle Ventures da poche settimane, ma sembrava molto più in
carne e muscoloso di prima. Lauren pensava che fosse colpa del lavoro e
del vitto. Tom non viveva più solo grazie ai cracker rubati di nascosto
all'emporio.
— Che tristezza, Tom, non credere nei desideri! Una persona deve
volere fortemente certe cose.
— Non ho detto che non voglio. Voglio un'infinità di cose. Tuttavia
penso che desiderarle soltanto non me le farà ottenere.
Lauren piegò le gambe tirandosele fino al petto, abbracciò le ginocchia
e posò il mento in mezzo alle rotule. — Il furto invece te le farà ottenere.
È questo che stai dicendo? Non desideri qualcosa, ma ruberai se lo vuoi?
— Non ho più rubato niente da quando ho cominciato a lavorare. Ti
ho già detto che per me rubare è male se lo fai quando hai i soldi e non ne
hai bisogno. Adesso ho qualche spicciolo, perciò non rubo più.
— Sono contenta. Non vorrei che andassi in prigione... o all'inferno.
— L'inferno non mi fa paura. Ci sono già stato.
— Non si va all'inferno se non da morti, e ci si va solo se non sei stato
buono.
— Io ero buono, e sono andato all'inferno da vivo.
Lauren allungò una mano e gli sfiorò il gomito. Avrebbe voluto
accarezzargli il mento, dove qualche pelo aveva preso a crescergli, ma
pensò che lui avrebbe avuto da ridire per quel contatto, perciò preferì
ripiegare sulla stoffa che gli copriva il braccio. — Sul treno degli orfani?
— Con la famiglia che mi accolse in casa. Non sono mai riuscito a
compiacere il capofamiglia, indipendentemente da quanto lavorassi. Di
notte mi rinchiudeva in un capanno per gli attrezzi perché aveva paura
che scappassi.
— E l'hai fatto.
— Già.
— Come sei fuggito? — domandò Lauren.
— Aveva cominciato a picchiarmi, senza alcun motivo. Non era la
prima volta, ma ormai ero più grande e mi ero anche stufato. Perciò
quella volta mi difesi, lo colpii, buttandolo a terra, e me la diedi a gambe.
Correvo molto più forte di lui. Non ho fatto altro che continuare a correre
finché non sono arrivato qui.
— Sono contenta che tu ti sia fermato a Fortune — disse Lauren.
— Non ne avevo l'intenzione, o almeno, non per sempre. Ma poi mi
hanno assunto per fare il mandriano. — Tom si strinse nelle spalle. —
Non ho alcun motivo di trasferirmi altrove, visto che ho trovato vitto e
alloggio.
Lauren rimase un po' delusa di non essere il motivo per cui Tom aveva
deciso di restare. Era solo un'illusione, ma contrariamente a Tom lei
credeva nei desideri.
Lui aveva tante avventure eccitanti da raccontare, era stato ovunque,
lei invece non si era mai allontanata da Fortune. Per un attimo rifletté se
fosse il caso di confidargli che quand'era caduta quella stella aveva
desiderato di fare un bel viaggio e andare in qualche bel posto; ma sua
mamma le aveva detto che i desideri si avveravano soltanto se li si teneva
per sé, senza svelarli, altrimenti si rischiava di rompere l'incantesimo.
— Hai mai baciato un giovanotto? — chiese Tom come se niente fosse.
Lauren non si voltò a guardarlo, mentre scuoteva il capo. — Tu hai
mai baciato qualcuno?
— No.
Lauren sentì frusciare l'erba mentre Tom si metteva a sedere. — Però
ne ho sempre avuto una voglia matta.
Lauren lo sbirciò di sottecchi, sforzandosi di reprimere un sorriso. Il
bello di Tom era che diceva sempre quello che pensava. — Una ragazza
che conosco? — gli chiese.
Il sorriso lento e seducente del ragazzo divenne visibile al chiaro di
luna. — Ho un regalo per te.
— Cosa? — chiese lei, anche se credeva di sapere che cosa avesse da
regalarle. Un bacio.
Le toccò la schiena, le prese in mano la treccia di capelli e gliela sollevò
sulla spalla.
Poi tolse qualcosa dalla tasca della giacca e glielo fece dondolare
davanti agli occhi. — Un nastro per i capelli — disse.
— Col buio non vedo il colore.
— Ha lo stesso colore dei tuoi occhi.
Il cuore le batteva forte quando Tom le avvolse il nastro intorno alla
treccia e lo legò con un fiocchetto un po' sgraziato.
— Lo hai rubato?
— No. È la prima cosa che ho comprato con quello che ho guadagnato
col sudore della fronte.
Stavolta Lauren non riuscì a trattenere un sorriso. — Davvero?
— Già.
— Qual è la seconda cosa che hai comprato?
— Un centesimo di liquirizia, ma non me n'è rimasta più.
— Non fa niente. Tanto la liquirizia non mi piace — disse Lauren,
toccando il fiocco. Nessun ragazzo le aveva mai fatto un dono. Tom
doveva proprio avere un debole per lei per regalarle un nastro. Nemmeno
il signore inglese dall'accento strano che recentemente aveva cominciato a
fare visita a sua madre aveva mai regalato un nastro alla mamma.
— Adesso pensi di voler provare quel bacio?
Lauren lo guardò negli occhi. — È per questo che mi hai regalato un
nastro? Per farti dare un bacio?
— No. L'ho visto e mi sei venuta in mente tu. Anche se non vuoi darmi
un bacio...
Velocemente, Lauren si chinò in avanti, premette le labbra su quelle di
Tom e si tirò subito indietro. Ecco, l'aveva fatto. Prima che lui la sfidasse.
Lauren restò seduta immobile, a mordicchiarsi il labbro inferiore,
aspettando che lui reagisse, che dicesse qualcosa. Qualsiasi cosa.
— Ebbene? — gli domandò infine.
— È stato come una stella cadente nel cielo buio.
— Una cosa bella o brutta?
— Voglio solo dire che è stata una cosa troppo veloce, finita prima
ancora che mi rendessi conto che stava avvenendo. — Tom le prese
dolcemente il mento nella mano, e Lauren si accorse di quanto la sua
pelle fosse ruvida. Le dita e la palma avevano dei calli qui e là. Erano le
mani di un lavoratore. — Proviamo a modo mio.
— Non credevo che sapessi farlo. Pensavo che non lo avessi mai fatto
prima d'ora.
— Questo non vuol dire che non ci abbia pensato un mucchio di volte.
— A chi stavi pensando...
— Silenzio, ragazza. A volte parli troppo.
Poi le labbra di lui, calde e sicure, eppure delicate, sfiorarono le sue,
dopo di che le loro bocche si incollarono. E Lauren pensò di poter amare
quel ragazzo finché avesse avuto fiato in corpo.
— Oh, Tom, è terribile! Partiamo!
Tom fissò Lauren senza capire. La ragazza era in una sorta di frenesia
da panico da quando si era calata dall'albero accanto alla finestra, lo
aveva ghermito per la mano e trascinato nel boschetto vicino casa.
— Partite?!
Lauren annuì, con le lacrime agli occhi. Le brillavano al chiaro di luna.
— Quel signore inglese ha chiesto a mamma di sposarlo e lei ha
accettato. Andremo a vivere in Inghilterra.
Quelle parole lo lasciarono a bocca aperta, sconvolgendolo nell'intimo.
Lauren era il motivo principale per cui lui viveva lì.
La ragazza gli gettò le braccia al collo e si avvinghiò a lui. — Oh,
Tom... Non ti rivedrò mai più!
Lui le cinse i fianchi, stringendola forte a sé, e sentì le sue lacrime
bagnargli le guance. Non era possibile che lei partisse! Era troppo presto.
Non aveva nulla da offrirle.
Lauren si ritrasse e lo guardò come se fosse convinta che avesse chissà
quale potere di aggiustare tutto. — Come faremo adesso?
Tom deglutì a fatica, odiandosi per quello che stava per dirle. —
Lauren, non ho niente da offrirti.
— Pensavo che mi amassi.
Lui distolse gli occhi, puntandoli verso la casa.
— So che non me l'hai mai detto, però pensavo che...
— Non ti sbagliavi — disse Tom, interrompendola bruscamente.
Quella frase era la cosa più vicina a una dichiarazione d'amore di cui era
capace.
— Come faremo? — ripeté Lauren.
Che fosse dannato se lo sapeva! Pensò agli abiti stravaganti indossati
dall'inglese, e al modo in cui parlava. Per quanto sembrasse affettato,
tuttavia, quell'uomo aveva in sé una forza sotterranea che trasmetteva
sicurezza, qualcosa che faceva sì che lo si ascoltasse e gli si obbedisse. Era
autorevole, senza dover ricorrere alle urla o alle percosse. Tom pensò che
se quell'uomo l'avesse accolto in casa prelevandolo dal treno degli orfani,
avrebbe fatto di tutto per farsi voler bene. Forse era quella la ragione per
la quale si spaccava la schiena per la Texas Lady Cattle Ventures. Perché
non voleva deludere quell'uomo, o scoprire che si era fatto un'opinione
sbagliata su di lui e sulle sue capacità. Quell'inglese si sarebbe preso a
cuore la sorte di Lauren finché lui non sarebbe stato in condizione di
chiedere la sua mano.
— Penso che dovresti andare con loro. — Glielo disse come se avesse
scelta, quando invece sospettava che in realtà fosse obbligata a farlo. Se
sua madre voleva che andasse con loro, ci sarebbe andata per forza.
Lauren restò a guardarlo, muta, e Tom comprese che si stava sforzando
di capire quel che le aveva detto, la verità sottesa alle sue parole.
—Verrò a cercarti in sposa, Lauren, non appena potrò. Ti prometto che
non ci vorrà molto. Risparmierò ogni centesimo per comprarci un posto
in cui vivere insieme.
Nelle notti che seguirono, Tom si convinse che sarebbe morto ogni
volta che pensava alla partenza di Lauren. Vicino al ruscello le aveva
fatto descrivere la casa che desiderava, con tutte le piccole cose che
voleva avere. La loro ultima notte insieme, dormirono abbracciati, stretti,
vestiti da capo a piedi, bagnati dal chiaro di luna.
All'alba, quando la riaccompagnò a casa, Lauren sussurrò: — Mi
mancherai tanto. Mi scriverai?
— Ogni giorno — le promise lui.
— E quando verrai a chiedere la mia mano, staremo insieme per
sempre.
— Per sempre — le giurò.
Capitolo 6

Le promesse di Tom di tanti anni prima riecheggiavano nella mente di


Lauren. Ne aveva mantenuta una, ma il destino gli avrebbe impedito di
mantenere l'altra. Erano passati troppi anni. Che cosa sapeva veramente
di quell'uomo? Che ne sapeva Tom di lei? Solo che lui doveva restare e
che lei invece voleva andarsene. In piedi fuori dalla veranda, Lauren non
aveva alcuna volontà di resistere. Quale donna avrebbe voluto resistere
alla tenerezza del suo bacio? Per un attimo Lauren pensò di percepire una
giustificazione. Forse era semplicemente il desiderio di distoglierla dalle
lacrime. Non si era nemmeno accorta che le rigavano le guance finché
Tom non l'aveva baciata, e le lacrime avevano bagnato i loro visi uniti,
per essere lambite dalla lingua assetata di Tom.
Le sue grandi mani, rese ruvide da anni di duro lavoro, le sfiorarono e
accarezzarono le guance. Tom non aveva nessuno scrupolo; non ne
aveva mai avuti. Eppure perfino in giovinezza aveva avuto un innegabile
rispetto nell'incoraggiarla ad arrivare al limite del comportamento
scandaloso, senza mai però costringerla a oltrepassarlo.
Lauren si disse che i suoi sentimenti nei confronti di Tom erano
proprio quelli di cui le parlava sempre sua madre: malaccorti, malriposti,
male interpretati. Era impossibile per una ragazza amare un ragazzo e
vedere , quell'amore immutato nonostante il passare del tempo. Eppure
era innegabile che Tom riuscisse ancora a metterle in subbuglio tutti i
sensi. Era convinta che non si sarebbe mai stancata di guardarlo, di
ascoltare la sua voce, e che non avrebbe mai cercato una scusa per non
farsi baciare o abbracciare da lui.
Eppure non poteva fare a meno di pensare anche che lo conosceva solo
in superficie. Non sapeva come avesse fatto ad avere successo nella vita,
quali strade avesse percorso per farsi una posizione. Non sapeva che cosa
pensassero di lui gli altri uomini. Si era guadagnato il loro rispetto? La
loro fedeltà? L'avrebbero seguito ovunque? E quali donne avevano saputo
farsi amare da lui negli anni della loro forzata separazione? Lauren si era
trastullata con l'idea di sposare Kimburton; aveva apprezzato le sue
attenzioni. Sicuramente almeno una donna si era guadagnata i favori di
Tom. La fitta di invidia mista a gelosia provocata da quel pensiero fu
quasi insopportabile. Conoscere i suoi baci, le sue intime carezze, il suo
corpo. Un tempo aveva creduto che sarebbe stata disposta a vendere
l'anima per quel privilegio. Ma vendere l'anima significava vendere i suoi
sogni. La patria di Tom, la sua dimora, ormai era, e sarebbe sempre stata,
l'Inghilterra.
Lauren si staccò da lui, sottraendosi al suo bacio, con le ginocchia così
vacillanti da riuscire a stento a non perdere l'equilibrio. Il respiro di Tom
si era fatto ansimante come il suo. Era confusa, non sapeva se sarebbe
riuscita a non farsi travolgere dai sensi. Si era mostrata infuriata per
essere sopravvissuta senza le sue lettere, eppure Tom le aveva scritto. Era
arrivata a odiarlo, e ora si rendeva conto che quel sentimento era
ingiustificato. Eppure un residuo d'odio permaneva, non completamente
cancellato dalla verità. Come liberarsi di dieci anni di convinzione che lui
l'avesse abbandonata? Solo perché Tom non le aveva inflitto nessuna
ferita non significava che una ferita non fosse stata inflitta o che si fosse
cicatrizzata.
— Dove ci portano queste novità? — le domandò lui in tono tranquillo,
di nuovo padrone di sé.
— Sinceramente non lo so, Tom. Quello che ho pensato in tutti questi
anni... quello che ho provato... so a malapena come venire a patti con ciò
che ritenevo fosse la verità. Sono sopraffatta. Ho bisogno di un po' di
tempo per venire a capo di questa girandola di emozioni.
Tom annuì, come se avesse conosciuto la risposta prima ancora che
Lauren aprisse bocca.
— Credo sia meglio che non mi trattenga per la cena — disse, con voce
roca. — Porgi le mie scuse alla tua famiglia. Troverò da solo la porta
d'uscita.
Il cuore le suggeriva di richiamarlo a sé, di fermarlo, ma le promesse
non mantenute l'ammutolirono, mentre l'eco dei passi di Tom che si
allontanava si attenuavano come i suoi ricordi non avevano mai fatto.

Mezz'ora dopo che Tom se n'era andato, Lauren si sedette sulla


panchina di pietra in giardino, circondata dalle rose in fiore che sua
madre amava coltivare. Quell'angolo era l'unica concessione di sua
madre, quello che le ricordava la vita di campagna abbandonata in Texas:
lavorare in giardino, zappettare la terra dove crescevano le rose. I
giardinieri curavano la stragrande maggioranza della proprietà, ma
quell'angolo perfetto era il suo regno. Lauren vi aveva trascorso molte
ore, un'infinità di volte, seduta là tranquilla, traendo conforto dalla
bellezza del luogo e dalla fragranza intensa che la circondava. Una volta
partita le sarebbe mancato quel pezzettino d'Inghilterra; ciononostante
doveva andarsene, e al più presto, prima di restare intrappolata in un'altra
lunga permanenza.
Lacrime cocenti le orlarono gli occhi. Non avrebbe mai pensato di
sentire la mancanza di qualcosa di quel posto orribile. Lo aveva odiato
prima ancora di arrivarci, perché l'aveva allontanata da tutto ciò che
amava, da tante persone a cui aveva voluto bene. L'aveva portata via da
Tom. Il ragazzo che le aveva promesso di andare a chiedere la sua
mano... E alla fine era arrivato solo perché l'Inghilterra lo aveva
richiamato in patria.
Certo, era felice di averlo rivisto, di aver saputo che era ancora vivo e
stava bene. Per un momento aveva perfino pensato di accettare la sua
ridicola proposta di fargli da tutrice. Ora capiva che Tom gliel'aveva fatta
non tanto per riuscire a sbottonarle il corsetto, quanto per avere la
possibilità di passare un po' di tempo in sua compagnia. Ma doveva
proteggere il proprio cuore. Era troppo vulnerabile. Non voleva mettersi
nella condizione di doverlo lasciare un'altra volta. Si era adattata e
conformata alle regole della buona società inglese e per anni aveva
recitato la parte di un'aristocratica figliastra; ma non aveva mai mostrato
la sua vera personalità a quella gente. Aveva desiderato essere accettata e
di conseguenza era cambiata. In fondo anche sua madre e le sue sorelle
erano cambiate. Si raccoglievano nella quiete del giardino, a esercitarsi
nella pronuncia. Era molto di più che limare le rozze asperità
dell'americano e l'accento strascicato del Texas. Era apprendere i termini
corretti, le inflessioni giuste, lo stile adatto. Quando un pomeriggio il
patrigno le aveva colte in flagrante, a scambiarsi parole nuove udite in
società, a cercare di decifrarne il significato, a tentare di usarle
correttamente... un'aria dispiaciuta, incredibilmente rattristata, gli aveva a
tal punto incupito l'espressione che per un momento Lauren aveva
temuto, e sperato, che le avrebbe messe tutte su una nave e le avrebbe
rispedite in Texas. Invece, aveva assunto una serie di tutori per insegnare
loro dizione, etichetta, portamento, danza, equitazione, galateo a tavola,
pianoforte, canto, pittura e calligrafia. Nessun aspetto concepibile del loro
comportamento era stato lasciato incolto o trascurato.
Tom voleva che lei gli insegnasse ciò che gli occorreva sapere, ma non
aveva idea di quante cose questo comportava. Ci sarebbero voluti mesi.
Nel suo caso, addirittura anni, forse. Tom era sfrontato, malizioso e
sensuale, un uomo del tutto privo di cultura e buona creanza. E un lato di
lei non aveva alcun desiderio di vederlo addomesticato. Udendo un
fruscio di gonne, lo scalpicciò sommesso di passi aggraziati, non fu
affatto sorpresa quando, un momento dopo, sua madre si sedette accanto
a lei sulla panchina e disse sottovoce: — Mi è sempre piaciuto tanto
quest'angolo del giardino.
— Anche a me.
Sua madre posò una mano sulle sue, giunte in grembo. — La cena è
pronta per essere servita.
— Non ho fame.
— Samantha ha incontrato Tom nell'atrio. Ha fatto le sue scuse:
apparentemente si era ricordato un altro impegno urgente e purtroppo
non ha potuto trattenersi per la cena.
— Apparentemente.
— Hai parlato con lui prima che se ne andasse?
— Prima che si congedasse — la corresse Lauren per semplice
abitudine. — Sì — proseguì poi. — Gli ho parlato.
— Ha detto nulla di interessante?
Lauren non riconobbe il tono di voce adottato da sua madre. Era come
se si aspettasse che Tom le avesse rivelato qualche orrenda verità.
— Vuole che gli insegni a essere un gentiluomo.
— Può assumere qualcuno che si occupi dell'incombenza.
— Ha cercato di assumere me. Naturalmente ho rifiutato.
Sua madre le strinse forte la mano. — So che deve essere difficile per te
rivederlo dopo tutti questi anni...
Lauren non si rese conto finché non alzò la mano e si asciugò le guance
che le lacrime che aveva sentito scendere poco prima non erano cessate.
Deglutì a fatica. — "Difficile" non è l'aggettivo giusto per definire quel
che provo. Il suo posto adesso è qui, mentre io non voglio restare in
Inghilterra.
Sentì la mano di sua madre contrarsi nervosamente.
Voltandosi quel poco che bastava, scrutò sua madre nella luce giallastra
del giardino in ombra. La sua trasformazione da indefessa coltivatrice di
cotone in contessa era avvenuta in modo così lento e graduale che Lauren
talvolta aveva difficoltà a rammentare com'era stata prima di lasciare il
Texas. Quel che ricordava in vece era la sua insistenza nel raccomandarle
di non sprecare tempo con "quell'incorreggibile ragazzo".
Lauren provò una fitta al cuore. — Tom mi ha detto che mi ha scritto,
mamma. Per tutti questi anni. Mi ha scritto.
Sua madre si alzò dalla panchina, si allontanò di qual che passo,
incrociò le braccia sul petto e scrutò l'oscurità.
— Mi hai tenuto nascoste le sue lettere — continuò Lauren, con
un'audacia che traeva linfa dall'innegabile consapevolezza.
Sua madre si voltò. — Eri così infelice...
— E tu hai pensato che nascondermi le sue lettere mi avrebbe reso più
felice?! — domandò incredula, alzandosi a sua volta di scatto e piantando
i pugni sui fianchi, infuriata come non era mai stata in vita sua.
— Ho pensato che evitare di ricordare continua mente chi era rimasto
in Texas ti avrebbe facilitato l'adattamento a questa nuova vita.
— Che assurdità! Non mi hai nascosto le lettere di Lydia! Né quelle di
Gina! — Gina era stata una delle sue più care amiche in Texas. Adesso
era la contessa di Huntingdon, moglie del cugino di Ravenleigh, Devon
Sheridan.
— Era diverso. Non pensavo che le loro lettere servissero come
continui promemoria di quel che ti eri lasciata alle spalle. Non uscivi di
nascosto di notte per incontrarti con loro.
— Non avevi nessun diritto...
— È responsabilità di una madre proteggere i figli.
— Da che cosa credevi di proteggermi?
— Dal crepacuore. Lauren, stavo solo cercando di facilitarti il
cambiamento.
— Be', hai fallito miseramente.
Perfino al buio Lauren ebbe l'impressione di vedere sua madre
sobbalzare. Si pentì subito dell'asprezza delle sue parole, ma riusciva a
malapena a contenere la rabbia che la pervadeva, ribollendo in lei come
un vulcano. Non si era mai sentita così in collera, così ferita. Così tradita.
Spesso aveva sentito dire che la strada per l'inferno era lastricata di
buone intenzioni. Non aveva mai compreso appieno cosa significasse,
fino a quel momento. Era stata sua madre a portarla a quel punto:
intenzionalmente o involontariamente aveva poca importanza. Forse non
aveva mai compreso a fondo che cosa Tom significasse per lei, altrimenti
non le avrebbe nascosto le sue lettere.
— Per piacere, adesso posso avere le lettere? — chiese Lauren in tono
rassegnato. Il danno ormai era fatto. Inveire contro sua madre, che aveva
sempre rispettato e amato, non vi avrebbe posto rimedio.
— Mi dispiace, Lauren. Le ho bruciate.
Lauren ebbe la sensazione di aver ricevuto un pugno nello stomaco. —
Tom dice di avermi scritto ogni giorno per due anni — ribatté in tono
pacato. — Sono più di settecento lettere, mamma. Non ne hai mai letta
nessuna?
Sua madre scosse lentamente la testa. — No, non mi sarei sentita a
posto.
— Mentre sottraimele di nascosto e bruciarle non ti sembrava
sbagliato?
— Non mi sembrava tanto sbagliato perché avevo un buon motivo per
farlo.
— Un motivo l'avevi, ma non sono affatto convinta che fosse buono.
Non ti sei mai sentita in colpa?
— Dopo un po', sì. La perseveranza di quel ragazzo mi sbalordiva, ma
quando scoprii che non era uno che si arrendeva facilmente, ormai era
troppo tardi. Se a un tratto le lettere avessero cominciato a giungerti,
avresti potuto domandarti che ne fosse stato delle precedenti. Pensai che
qualsiasi spiegazione avessi potuto darti sarebbe stata inadeguata.
— Avevi paura che ti avrei odiata per ciò che hai fatto.
— Avevo paura che potessi trovare difficile perdonarmi, sì. Ma
indipendentemente da quante te ne abbia spedite, la ragione per cui te le
ho prese restava la stessa: proteggerti, impedirti di attaccarti a una falsa
speranza. Darti una vita migliore. È troppo buio perché possa farti vedere
le mie mani...
— Conosco le tue mani, mamma. Come se fossero le
mie. Non ricordo una sola volta che non mi abbiano consolata. — "E
mi hanno impedito di ricevere le lettere di Tom."
— Sono tutte segnate, piene di cicatrici, ancora ruvide e scure dopo
tutti questi anni — disse sua madre, come se Lauren avesse bisogno che
glielo ricordasse. — Sai la mortificazione che provo ogni volta che
abbiamo a pranzo o a cena degli ospiti? Signore che non hanno mai
dovuto piegare la schiena per raccogliere il cotone, che non hanno mai
sollevato nulla di più pesante di un ventaglio. Le mie orribili mani la
dicono lunga su di me.
— Non sono orribili, mamma. Rivelano la tua forza, la tua
determinazione. Non devono imbarazzarti. Perché dovresti vergognarti...
— Sono un ricordo costante della vita di un tempo. Amavo tuo padre,
Lauren. Era un brav'uomo. Ma il lavoro era duro e le giornate lunghe, e
mi sentivo vecchia anche da giovane. Tuo padre significava tutto per me,
e a volte mi chiedo come abbia fatto a tirare avanti dopo che morì. Poi
conobbi Christopher Montgomery e mi Innamorai di lui... quando non
avrei mai immaginato che mi sarei più innamorata. Mi ha portata in un
mondo in cui la schiena non mi fa mai male e le mie mani non
sanguinano mai. Ha coccolato me e le mie figlie, e ho imparato ad amare
la vita che mi ha offerto.
Imparato ad amare? Lauren, purtroppo, non aveva mai provato un
sentimento simile.
— Volevo che le mie figlie avessero sempre questo tipo di vita —
proseguì sua madre. — Ho sempre sperato che anche tu avresti imparato
ad amarla. Ricordi come ci esercitavamo, quante volte ripetevamo le
frasi, ridevamo dei nostri tentativi impacciati di apparire colte e raffinate,
l'elenco di parole dal suono elegante che imparavamo a memoria...
Soffocando le lacrime, Lauren girò la testa di lato, fissando il buio.
— Ho sempre voluto una sola cosa per te: che fossi felice — dichiarò
sua madre con serenità.
Lauren sbatté le palpebre per fermare le lacrime e deglutì a fatica. — È
quello che voglio anch'io, ma qui in Inghilterra mi sono sentita talmente
sola! Non appartengo a questo Paese. Non l'ho mai sentito mio. Né mai
lo sarà.
— Il tuo patrigno ha accennato al progetto di fare ritorno in Texas.
Lauren avvertì una profonda tristezza nella voce della madre. — Sì —
confermò. Poi trasse un lungo respiro, sapendo che la rivelazione
successiva non sarebbe stata accolta bene. — Ho lavorato in un negozio,
ho guadagnato dei soldi e ho messo da parte qualcosa, in modo da
potermi pagare il viaggio.
Aveva cercato l'impiego poco tempo dopo che Kimburton le si era
proposto, quando aveva capito di non riuscire a costringersi a sposarlo.
Se non poteva sposare Kimburton, gentile e generoso com'era, non
avrebbe mai sposato nessuno, o almeno, non lì in Inghilterra. Nel Texas
forse sarebbe stato diverso. Laggiù si sentiva più a casa, a suo agio, e
aveva più cose in comune con la gente normale. Non era costretta a darsi
delle arie; poteva essere spontaneamente se stessa. Avrebbe potuto
trovare la felicità che le era mancata in Inghilterra.
— Quando sei riuscita a trovare il tempo libero per lavorare con tutta
l'opera di volontariato che svolgi alla missione, assistendo i poveri? — le
chiese sua madre.
Lauren le rivolse un sorriso mesto, anche se al buio probabilmente non
lo avrebbe notato. — Ho mentito. Non stavo svolgendo lavoro di
volontariato. A quanto pare l'inganno è una caratteristica di famiglia.
Sua madre avanzò di un passo verso di lei. — Ti licenzierai domani
stesso. Avere un impiego non è degno di te e causerà al tuo patrigno un
imbarazzo insopportabile se si dovesse sapere che la sua figlioccia lavora
in un... negozio. Ma cosa t'è venuto in mente?!
— Che se fossi stata costretta a restare qui sarei avvizzita e morta.
Ravenleigh non decide più al posto mio, mamma. E nemmeno tu. Vi
voglio bene, ma non amo la vita che mi avete dato. Andrò nel Texas; se
avrò nostalgia, tornerò in Inghilterra. Perciò, in un certo senso, mi sa che
mi hai fatto un favore. Se mi avessi permesso di ricevere le lettere, forse
ormai sarei sposata con Tom. In tal caso che scelta avrei avuto se non
quella di essere la premurosa moglie di un conte?

Lasciata casa Ravenleigh più di un'ora prima, Tom era seduto nella
sfarzosa biblioteca di casa sua, circondato da oggetti appartenuti ai suoi
predecessori. Le uniche cose con cui aveva contribuito personalmente alla
sala erano diverse bottiglie di whisky che aveva portato dal Texas.
L'ultima stappata era in quel momento accostata alla sua bocca mentre
tracannava il liquore.
Con il passare degli anni i capelli di Lauren si erano scuriti e avevano
assunto il colore intenso e lucente del miele. Tom avrebbe voluto
scioglierglieli dalle forcine che li tenevano a posto in una crocchia dorata
e affondarvi le mani liberamente. Avrebbe voluto tenere la bocca incollata
alla sua. Avrebbe voluto tenerla fra le braccia e non lasciarla andare più.
Lauren invece aveva in programma di tornare nel Texas, e a quanto
pareva non le importava granché che lui non fosse più là ad attenderla.
Come poteva competere con quello che il Texas aveva da offrirle quando
nemmeno lui avrebbe voluto lasciarlo?
Era stato assurdo illudersi che Lauren lo stesse ancora aspettando,
eppure l'aveva fatto. Nelle lettere, aveva descritto i suoi progetti, i suoi
sogni, e Lauren ne aveva fatto parte integrante. Dato che lei non aveva
mai risposto, avrebbe dovuto imbarcarsi su una nave e andare a scoprire
perché lo stesse ignorando. Non che sarebbe stato economicamente in
condizione di andare da qualche parte. Aveva trascorso dieci anni a
lavorare sodo, a risparmiare denaro e a fare progetti per il giorno in cui
finalmente sarebbe potuto andare da lei. Aveva sistemato ogni cosa,
aveva programmato il suo viaggio in Inghilterra, quando un investigatore
privato lo aveva trovato. E a un tratto tutti i suoi preparativi erano
sembrati inutili. Aveva fatto tutto per niente. Nulla aveva più importanza.
Nulla sarebbe sfociato in qualcosa. Sarebbe stato costretto a lasciare il suo
lavoro di allevatore di bestiame nelle mani capaci di qualcun altro. La
casa che aveva costruito di recente era disabitata. La sua terra, il suo
ranch, i suoi sogni... appartenevano tutti a un'altra persona, al cowboy
che credeva di essere. E ora Tom era là, a sforzarsi disperatamente di
immaginare chi fosse in realtà, nell'angolo di mondo che era suo per
diritto di nascita.
Il conte di Sachse.
Immaginava di non avere né l'aria né l'aspetto di un conte. E non aveva
nemmeno il comportamento di un conte. Non che la cosa lo
imbarazzasse. Era abituato a essere giudicato in base al carattere, alla
forza della stretta di mano, all'integrità della parola data. Non in base a
come si esprimeva, al suo abbigliamento o alla sua capacità di
destreggiarsi con una tazza da tè. Un uomo poteva puzzare come un
letamaio, ma se manteneva la parola data valeva tant'oro quanto pesava.
Affidabilità. Buon senso. Integrità. Portò di nuovo la bottiglia alla bocca e
bevve a canna il liquido ambrato, godendosi la fiammata rovente che gli
procurava quando scendeva in gola, scaldandolo fin nell'intimo. Aveva
una voglia matta di fare i bagagli e di prendere la prima nave a vapore in
partenza. Non biasimava Lauren perché voleva fare la stessa cosa.
Era quasi estate, ma aveva il caminetto acceso. La notte era satura di
gelo e di umidità. Si domandò se si sarebbe mai scaldato vivendo in
Inghilterra; si chiese se l'avrebbe mai amata come amava il Texas.
A volte pensava che la cosa più crudele che sua madre aveva fatto fosse
stata quella di fargli intravedere una vita alla quale non avrebbe potuto
tenersi aggrappato per sempre. Si era fatto dei sogni e delle illusioni senza
sapere che un giorno avrebbe dovuto tradirli per un dovere prestabilito fin
dal suo concepimento.
Lui non aveva bisogno di tutto ciò, ma quella vita, quella società, quel
Paese avevano bisogno di lui. Pensavano che il barbaro americano non
capisse, invece lo capiva fin troppo bene. Era inglese di nascita,
americano d'educazione. Qualcosa entro quelle mura lo chiamava a voce
alta. Qualcosa oltre quelle mura lo toccava nell'intimo. Non sapeva
spiegarlo. Essere parte di due Paesi diversi, amarne uno e desiderare di
amare anche l'altro. Voler appartenere a una patria e sapere che, in fondo
in fondo, non le apparteneva. E probabilmente non le sarebbe mai
appartenuto.
Capitolo 7

Lauren era seduta vicino alla finestra della camera da letto, con le
tende socchiuse solo quanto bastava per guardar fuori la strada invasa di
nebbia, e vedere il fioco bagliore dei lampioni a gas. Una lampada a
cherosene, con la fiamma bassa, su un tavolino accanto al letto, forniva
alla stanza l'unica luce tremolante e serviva benissimo alla malinconia
che provava. In tutti quegli anni si era sentita abbandonata. E invece per
tutti quegli anni Tom aveva mantenuto la sua promessa. Ricevere le sue
lettere avrebbe cambiato qualcosa? Leggere le sue parole avrebbe alleviato
la sua solitudine? La sua infelicità traeva origine dall'avere lasciato il
Texas o solo dall'avere lasciato lui?Ricordava di aver pianto fino a
addormentarsi esausta tante di quelle notti, sentendo la mancanza di
Tom; ma quando le sue lettere non erano mai arrivate, aveva cominciato
a rivolgere i suoi pensieri più al Texas, a tutte le cose di cui aveva
profonda nostalgia. Era molto più facile struggersi per qualcosa che non
avrebbe mai potuto tradirla che rischiare in continuazione di stare male
desiderando ardentemente qualcuno che l'aveva già fatto.
Solo che Tom non l'aveva affatto tradita. Era l'ironia alla base di tutta
la situazione. Aveva vissuto gli ultimi dieci anni guardando attraverso la
lente distorta dell'inganno.
Più concentrata su se stessa che sull'ambiente esterno, a un tratto si rese
conto che stava tendendo involontariamente l'orecchio in attesa di udire il
tonfo sordo dei sassolini sul vetro della finestra. Tom era sempre andato a
cercarla di notte, dopo che tutti si erano coricati, e Lauren scavalcava in
silenzio il davanzale della finestra e si calava a terra sul tronco nodoso del
vecchio albero.
Al suo arrivo in Inghilterra dieci anni prima aveva scelto quella camera
da letto proprio per la presenza di un grande albero davanti alla finestra,
come se sperasse una notte o l'altra di trovarsi Tom là fuori in piedi, al
chiaro di luna, ad attirare la sua attenzione. Non avrebbe saputo dire
quando avesse rinunciato all'idea di Tom che andava da lei in Inghilterra.
Era stato come se a un certo punto si fosse resa conto improvvisamente
che la speranza si era esaurita e non c'era più, lasciando dietro sé soltanto
una voragine di solitudine che disperava di poter colmare. Non poteva
fare a meno di credere che Tom avesse provato lo stesso senso di perdita.
Una promessa non mantenuta non per colpa sua ma per mano di un'altra
persona. Era stata un'ingiustizia per entrambi.
Il colpo al vetro della finestra le provocò quasi un mancamento.
Guardò in strada. Tom era là! Il suo cowboy, con lo spolverino nero che
gli arrivava alle caviglie e il cappello in mano. Un cowboy nelle vie di
Londra.
Lauren scostò maggiormente le tende, in modo da fargli capire che
l'aveva visto, gli fece un breve cenno di saluto agitando la mano e gli
mostrò il pollice, era sicura che lui avrebbe notato il gesto nonostante il
buio, per segnalargli che sarebbe scesa subito a raggiungerlo. Poi chiuse le
tende e si affrettò ad andare nel guardaroba, dove scelse un vestito
semplice che non richiedeva alcun bustino. Si sciolse la treccia, spazzolò i
capelli, quindi li tirò indietro a coda di cavallo, usando un nastro di seta
per legarli. Di sicuro non aveva un aspetto elegante, ma non potè fare a
meno di notare che aveva l'aria di chi sta pregustando qualcosa. Stare con
Tom. A un'ora di notte a dir poco scandalosa. Dopo così tanti anni. Per
un istante si sentì una ragazzina spensierata.
Aperta la porta della camera, spiò nel corridoio decorato di ritratti a
olio, piante in vaso e tavolini adornati con soprammobili e tanti di quegli
oggetti da tenere le domestiche impegnate a spolverare per la maggior
parte di ogni mattina. Non c'era in giro nessuno. Sgattaiolò nel corridoio
senza fare rumore, scese le scale, lieta di scoprire che il maggiordomo non
era di guardia nell'ingresso.
Con il cuore che le batteva forte per l'emozione e l'aspettativa,
attraversò l'ampio atrio verso la pesante porta di mogano, l'aprì, uscì di
casa e si chiuse la porta alle spalle.
Poi, in punta di piedi, scese i gradini davanti all'ingresso, percorse un
tratto di marciapiede e raggiunse Tom.
— Cosa ci fai qui? — gli sussurrò.
— Ero seduto nella soffocante biblioteca di casa mia, a bere whisky, e
mi è venuta l'idea che avrei potuto portarti in dono un pochino di Texas.
— E come accidenti pensi di... Oh!
Lesto, mettendole un braccio sotto le ginocchia e l'altro intorno alle
spalle, Tom l'aveva presa in braccio.
— Zitta! — le ordinò, tenendola stretta.
Lauren non potè impedirsi di sorridere contenta, mettendogli le braccia
al collo e appoggiando la testa alla sua spalla. Cielo! Si era fatto
considerevolmente più forte e muscoloso in quei dieci anni!
— Cosa accidenti hai intenzione di fare? — gli domandò.
— Portarti alla mia carrozza.
— Non è il modo più corretto per farlo — lo ammonì, mentre in poche
falcate la portava via.
— Mi mostrerai più tardi il modo più corretto. Adesso voglio solo che
ci allontaniamo prima che qualcuno dei vostri domestici venga fuori a
fermarci.
Un valletto con la livrea della famiglia Sachse aprì lo sportello della
carrozza non appena furono vicini. Con una scioltezza che insospettì
Lauren, Tom la infilò nella carrozza deponendola sul sedile, e salì a sua
volta mentre lei si accomodava. Le si sedette di fronte, avvolto nel la
penombra, ma Lauren sentì che la fissava intensa mente. La carrozza
partì.
— Come facevi a sapere qual era la mia camera da | letto? — domandò
Lauren per rompere l'imbarazzante Silenzio calato tra di loro.
— L'ho scoperto pagando generosamente uno di casa vostra.
— Spero tu sia stato veramente generoso. Se il mio patrigno lo verrà a
sapere, quel poveruomo sarà licenziato.
— Ammesso che fosse un uomo.
Tom sembrava così diabolicamente astuto e compiaciuto di sé.
— Hai in mente una destinazione?
— Sì.
— Hai intenzione di dirmelo?
— Preferisco farti una sorpresa.
Lauren guardò fuori dal finestrino. — Dopo che te ne sei andato ho
avuto una discussione con mia madre. Ha ammesso di avermi sottratto le
lettere.
— Ero sicuro che l'avesse fatto.
— Le ha bruciate. — Lauren abbassò un momento lo sguardo sulle
mani. Poi fu folgorata da un pensiero. — Hai ricevuto le lettere che ti ho
spedito? — D'un tratto le era venuto in mente di essere rimasta talmente
stupita di apprendere che Tom le aveva scritto da non pensare di
domandarglielo.
— No.
Lauren sospirò, piena di rammarico. — Suppongo che mia madre
abbia preso anche quelle. Le lasciavo sempre in un bacile d'argento
nell'atrio d'ingresso, in modo che un valletto provvedesse a farle spedire
con la posta del mattino. Non ho mai pensato che... — Lauren non riuscì
a completare la frase.
Tom si chinò in avanti e le prese le mani. Le sue erano ruvide, callose,
ben diverse da quelle di un gentiluomo. Si sarebbe trovato in imbarazzo
come sua madre per ciò che le mani rivelavano di lui?
— Non ha più importanza, Lauren.
Invece l'aveva eccome. Tutto quello che lui le aveva scritto in tanti anni
era irrimediabilmente perduto.
Tom non disse più nulla. Forse non era necessario. Per il momento,
stare semplicemente con lei era più che sufficiente.

Christopher Montgomery osservava la sofferenza di sua moglie con il


cuore affranto.
— Allontanati dalla finestra, Elizabeth.
— Avresti potuto impedirle di andarsene.
— Ha ventiquattro anni. È abbastanza adulta da decidere da sola.
Sua moglie si voltò di scatto, con le lacrime agli occhi. — Hai avuto
tempo più che a sufficienza per scendere in strada e affrontarlo.
Christopher le rivolse un sorrisino mesto. — Pensa vo mi avessi detto
che porta sempre con sé la pistola.
Sua moglie non apprezzò il suo debole tentativo di umorismo. Lui
l'abbracciò e la tenne stretta. Stava male ; a vederla soffrire così. Si era
presa cura con lui delle sue figlie di primo letto e poi lo aveva benedetto
con altre due. Diversamente dalla maggior parte degli aristocratici, lui
non aveva mai desiderato un figlio maschio. Il suo gemello avrebbe
dovuto essere di diritto il conte di Ravenleigh, ma quel segreto era noto
solo a loro due. Con la coscienza pulita, Christopher avrebbe trasmesso il
titolo a suo nipote. Per il momento, l'unica sua preoccupazione era
consolare la donna che amava oltre ogni ragione.
— Se gli impedissimo di vedersi, troverebbero comunque il modo di
farlo, indipendentemente da quanto desideri che non accada.
Sua moglie piegò indietro la testa. — Lui non capisce le regole imposte
dall'etichetta dell'aristocrazia e dell'alta società britannica. Finirà per
rovinarla. Christopher le asciugò una lacrima sulla guancia. — Oppure
potrebbe riuscire a darle quello che a noi è stato impossibile: la felicità.
— Ma a quale prezzo?
— A volte l'unica cosa che possiamo fare è essere presenti per aiutare i
nostri figli a rialzarsi da terra quando cadono.
— E se siamo responsabili della loro caduta?
Le erano salite agli occhi altre lacrime, più di quelle che lui poteva
sperare di asciugare. ; — Elizabeth...
— Oh, Christopher... ho fatto una cosa orribile, e non so come fare per
rimediare.
Lui se la strinse di nuovo al petto. — Dimmi solo di che si tratta,
amore, e rimedieremo insieme.
In riva al Tamigi, appena fuori Londra, c'era una pace inimmaginabile.
Il terreno era freddo sotto la schiena di Lauren, malgrado fosse stesa sullo
spolverino di Tom, ad annusare il suo profumo mentre fissava le stelle
sopra di sé.
— Non è mai chiaro come il cielo del Texas. Qui non ho mai visto una
stella cadente.
— Se l'avessi vista, che desiderio avresti espresso? — le chiese Tom,
accarezzandole il braccio con un dito.
Lauren girò la testa per guardarlo negli occhi. Era sollevato su un
gomito e la stava fissando rapito. Lauren aveva pensato che nella
carrozza avrebbe fatto qualcosa di più che tenerle semplicemente le mani
nelle sue, invece si era sbagliata. E forse era quello il motivo per cui lei
aveva sentito una stretta al cuore e poi un grande calore, perché Tom era
con lei non per un corsetto sbottonato, ma per qualcosa di più. Una
piccola parte di ciò che entrambi avevano lasciato nel Texas, insieme alla
gioventù.
— Non lo so. Non sono nemmeno sicura che avrei espresso un
desiderio.
— Hai smesso di credere nei desideri che si avverano?
Lauren si concesse una risatina. — No, ci credo ancora. Purtroppo
però quando il mio si è avverato, non è stato nel modo in cui me l'ero
aspettato.
— Che cosa hai desiderato che non hai più voluto?
— È stato una delle notti in cui eravamo insieme al ruscello. Mi sono
scoperta a invidiare la vita che avevi condotto. Nel bene e nel male ti
aveva portato in tanti posti diversi, ti aveva fatto fare tante esperienze. Io
mi sentivo fiacca e annoiata. Quella sera espressi un desiderio vedendo
una stella cadente. Desiderai di poter viaggiare. Solo che non pensai che
sarei andata così lontano, o che sarei stata via così a lungo.
— Questo mi è sempre piaciuto di te. Che credevi nei desideri.
— E io che pensavo che lo ritenessi solo una cosa sciocca!
— No, Lauren. Solo perché io non riuscivo a crederci, non significava
che non apprezzassi che tu lo facessi. De testo sapere che non credi più
nei desideri. Penso che dovresti assolutamente riprendere questa
abitudine. Potresti stupirti nel vedere come i tuoi desideri possono
avverarsi. _ — Se avessi visto una stella cadente, e se avessi espresso un
desiderio, credo che avrei desiderato riavere indietro tutte le tue lettere.
Che cosa mi scrivevi?
— Be', vediamo se riesco a ricordare. — Tom girò la testa all'insù,
verso il cielo scuro, come se potesse leggere nelle stelle le parole che le
aveva scritto.
— Cara Lauren, oggi mi sono per caso imbattuto in tre vitelli smarriti.
Non avevano nessun marchio, perciò li ho marchiati e li ho aggiunti alla
mandria. Il tuo Tom.
Lauren scoppiò a ridere. — Spaventosamente romantico!
Tom le rivolse di nuovo l'attenzione e Lauren vide che sorrideva. —
Vediamo di migliorarci. Cara Lauren, oggi mi sono dannato per tirar
fuori da un tremendo pantano un manzo testardo. Mi sono quasi
spezzato la schiena. Mi manchi tanto. Se tu fossi stata qui, avresti potuto
aiutar mi spingendolo da dietro mentre io lo tiravo. Il tuo Tom.
Ridendo più forte, Lauren gli allungò uno spintone. — Questo non è
ciò che mi hai scritto!
Tom ridacchiò divertito. — Puoi giurarci! Non sono uno che scrive
lunghe lettere. Per la maggior parte era no molto brevi. Solo una frase o
due, quanto bastava, insomma, per poter mantenere la promessa che ti
avevo fatto di scriverti ogni giorno.
Lauren allungò la mano e gli toccò la guancia, accarezzandogli con il
pollice i baffi che stava cominciando a adorare. Gli stavano bene. — E
pensare che per tutto questo tempo non l'ho mai saputo! — Come aveva
potuto sua madre distruggere le sue lettere? — Se hai scritto così spesso
come hai detto, devi avermi spedito più di mille lettere.
— Dubiti di quel che dico?
— No. Ma permettimi di dubitare che hai scritto solo di bestiame e
lavoro.
Tom rivolse lo sguardo altrove e Lauren si chiese che cosa stesse
fissando in lontananza.
— Qualche mese dopo la tua partenza, non ricevendo risposta, ho
pensato che ti fossi stancata di quel che scrivevo, e così cercai di scriverti
qualcos'altro oltre alle solite cose da cowboy. Ti scrivevo di quanto mi
sentissi solo.
Lauren provò una dolorosa fitta al cuore per la solitudine che entrambi
avevano provato per anni.
Prendendole la mano, Tom cominciò ad accarezzarle la palma con il
pollice, ruotandolo in cerchio. — E tu ti ricordi che cosa mi scrivevi nelle
lettere che non ho mai ricevuto?
— Di preciso no, ma quanto basta per darti un'idea. Caro Tom, tutte le
ragazze che conosco sono lady qui e lady là. Io non so come si fa a fare la
signora. La tua Lauren.
— Tu sei una signora, Lauren. Lo sei sempre stata.
— Una signora non si sarebbe offerta di lasciare che un ragazzo le
sbottonasse il corsetto, così che dieci anni dopo sta ancora chiedendo il
permesso di farlo.
— Non puoi biasimarmi perché lo desidero. Se ti facessi un regalo tutto
avvolto nella carta e ti lasciassi soltanto slacciare il nastro, dieci anni
dopo non vorresti ancora vedere cosa c'è dentro il pacchetto?
La fece di nuovo ridere di gusto. Lauren si ravviò i folti capelli biondi
con le dita. — Oh, Tom, tu vedi le cose in termini così semplici quando i
problemi sono molto più complicati!
— I bottoni del tuo vestito mi sembrano facili da slacciare. Non credo
che sarebbe così complicato.
— E invece potrebbero crearti problemi. E se tu mi guardassi ma non
riuscissi a resistere alla tentazione di toccare?
Tom chinò leggermente la testa, abbassando la voce. — Temo piuttosto
che tu abbia paura di non volere che io resistessi alla tentazione.
In effetti Tom non aveva tutti i torti, e forse Lauren temeva proprio che
sbottonare il vestito potesse bastare per lui, ma di certo non era
abbastanza per lei. Se solo accarezzandole il braccio, o la mano, la
scaldava a tal punto, che cosa sarebbe successo se fosse andato oltre?
Era necessario distrarlo, e distrarsi, dalla piega potenzialmente
pericolosa che aveva preso il discorso. Lauren deglutì a fatica, decisa a far
sì che il loro comportamento in quel frangente restasse irreprensibile. I —
Ho scritto altre lettere.
— L'hai fatto adesso?
C'era una nota divertita nella voce di Tom, come se sapesse
precisamente perché Lauren aveva cambiato argo mento tornando alle
lettere. Come se fosse pienamente consapevole di averla tentata come
non avrebbe dovuto.
— Caro Tom, tutti i giovanotti che incontro sono lord qui e lord là.
Non mi piacciono tanto. La tua Lauren.
Tom ridacchiò a bassa voce. — Sono contento che tu non abbia fatto la
smorfiosa con nessuno dei ragazzi conosciuti qui.
Per un attimo Lauren pensò di dirgli di Kimburton. Ma a quale scopo?
Quel risvolto della sua vita era finito.
— Penso di aver scritto un paio di lettere lunghe sui miei vestiti — disse
invece — specie dopo il mio primo viaggio a Parigi per una gonna di
Worth. Nel Texas indossavo un vestito la mattina e me lo toglievo alla
sera prima di andare a letto. Qui mi cambio d'abito tre o quattro volte al
giorno, a seconda delle attività svolte o di dove vado o chi vado a trovare.
A volte mi sento in colpa perché non sono felice nonostante mi sia stato
dato così tanto, e c'è gente che non ha niente. — Sei stata davvero tanto
infelice qui in Inghilterra?
Lauren scosse lentamente la testa. — Non riesco a spiegarlo, Tom. Mi
mancava tutto. Gli odori nell'emporio quando andavamo in paese il
sabato. La franca cordialità della gente, tutti che ti salutavano a
prescindere da chi eri o da chi potevano essere i tuoi genitori. Qui hanno
leggi per chi può sedersi accanto a chi a cena. Le presentazioni sono così
formali. Perfino quando ti imbatti in qualcuno che conosci devi attenerti
al modo corretto di salutarlo o di salutarla. È talmente tedioso.
— Allora dimmi, tesoro, come tornerai nel Texas?
— Con la nave.
— Questo l'avevo capito da me. Ma un viaggio per nave costa
parecchio. I soldi te li darà Ravenleigh?
— Credo che non gli chiederò nulla. È stato un padre meraviglioso e
non ho alcun desiderio di metterlo in una situazione imbarazzante. Mia
madre vuole disperatamente che resti qui. È convinta che la vita nel
Texas sia troppo dura, che abbia dimenticato com'è in realtà.
— Ha ragione, Lauren. È durissima.
— Qui c'è un tipo di durezza diversa, Tom, ma è dura ugualmente.
Non pensare che non lo sia.
— Non lo metto in dubbio. Ma non hai ancora risposto alla mia
domanda. Come farai a pagarti il viaggio?
— È scandaloso, e devi promettermi di non dirlo a nessuno.
— E a chi mai lo dovrei dire?
— Ho accettato un impiego in un negozio.
— In un negozio? Che genere di articoli vende per essere scandaloso?
— Lo scandalo non c'entra nulla con il negozio in sé, ma in ciò che
rappresenta il mio lavoro in quel negozio. Il mio patrigno è un Pari,
membro della Camera dei Lord. Se si sapesse in giro che lavoro lo
metterei in imbarazzo. Con grande fatica ho localizzato un negozio in
una zona di Londra dove è altamente improbabile che passi la gente
importante.
— Ravenleigh sembrava sorpreso che tu avessi in programma di
tornare nel Texas.
— Avevo detto a lui e a mia madre che avrei trascorso le mie giornate
svolgendo opere di carità.
— Gli hai mentito?
— Non credevo di avere scelta se volevo raggiungere il mio scopo, cioè
quello di tornare a Fortune. Perché perfino stasera mia madre mi ha
ordinato di licenziarmi.
— Lo farai?
— Come posso farlo quando mi servono i soldi? — Sospirando, Lauren
scosse risolutamente la testa. — Ci rifletterò domani. Adesso sono stanca
di parlare di me. Raccontami di te, piuttosto. Che cosa hai fatto in tutti
questi anni?
— Ho sempre fatto il cowboy — rispose Tom. — Nulla di
straordinario.
Lauren non potè fare a meno di allungare ancora la mano, di
prendergli il mento e di accarezzargli i folti baffi col pollice. — Perché hai
deciso di farti crescere i baffi?
— Non ti piacciono?
— Al contrario. Li adoro.
— Il secondo anno di transumanza del bestiame mi fecero guida di
pista. Avevo solo diciassette anni, davo ordini a uomini molto più vecchi
di me, così pensai che se mi fossi fatto crescere i baffi sarei potuto
sembrare più grande, un po' più duro, di modo che mi prendessero più sul
serio.
— Caspita, Tom, devi essere stato il più giovane!
— Durante la guerra ce n'erano di molto più giovani. Comunque non è
poi tanto difficile.
Da quando Thomas Warner era diventato così modesto? Era cambiato,
almeno quanto era cambiata lei. Non erano più le stesse persone. Lauren
era dilaniata tra il desiderio di conoscerlo meglio e il timore che così
facendo si sarebbe solo fatta del male.
— È una grossa responsabilità — gli disse.
— Significava che mi pagavano più degli altri, e che avrei potuto
ottenere ciò che volevo più in fretta.
— E che cos'è che volevi?
— Il mio ranch. Un cowboy che lavora per una compagnia ha ben
poche possibilità di metter su casa e famiglia, e nessuna possibilità
qualsivoglia di provvedere ai suoi famigliari come vorrebbe.
— Adesso ce l'hai il tuo ranch?
— Certamente. Ho appena finito di costruire la casa. Ho piantato
un'infinità di chiodi io stesso. Ho voluto farlo per lasciarvi un segno
personale. Ho sempre desiderato qualcosa di permanente, qualcosa di
solido che durasse più di me. Da quando sono in Inghilterra trovo una
certa ironia nella mia preoccupazione. Qui ho proprietà di cui non ho
mai saputo nulla.
— Questo non sminuisce quello che hai fatto nel Texas. Come hai
chiamato il ranch?
— Lonesome Heart. Cuore Solitario.
Lauren sentì una fitta allo stomaco, un groppo in gola. Non c'erano
parole da aggiungere a quella rivelazione, nulla che potesse dire a
commento. Il nome del ranch asseriva già tutto per quanto riguardava
entrambi. Il silenzio calò tra loro, consolante, familiare.
— Qual è il ricordo più remoto che hai? — le domandò Tom in tono
solenne.
— Quando ti vidi per la prima volta dietro l'emporio.
— Non che riguardi me — ribatté lui a bassa voce.
— Il ricordo più lontano che hai nella memoria, prima ancora di
conoscere me.
— Caspita! — Lauren chiuse gli occhi, rifletté un momento, li riaprì. —
Dovrebbe essere quello di mio padre, vestito di grigio, che si inginocchia
davanti a me, mi dice che mi vuole bene, e mi promette che tornerà a
casa. — Con strabiliante chiarezza, Lauren si rese conto di avere avuto
più di una promessa non mantenuta nella sua vita.
— Una promessa che non fu in grado di mantenere.
— Se non calcolo male, avevi solo quattro anni.
Lauren annuì, anche se probabilmente Tom non poteva vedere i suoi
movimenti nell'oscurità. — Più o meno. Non so con certezza da quanto
tempo fosse scoppiata la guerra prima che lui andasse a combattere.
— Avevo pochi anni più di te quando mia madre mi portò via da qui, e
non ho nessun ricordo, Lauren. Non ricordo di aver salutato nessuno.
Non ricordo nessun abbraccio, nessuna lacrima. Non ricordo se fossi
eccitato o spaventato, se pensassi che ci stavamo imbarcando in una bella
avventura. Quando faccio degli sforzi di memoria, gli unici ricordi che ho
sono relativi a New York.
— E se avessero commesso un errore, Tom? E se tu non fossi il conte
di Sachse?
— Hai mai messo piede a palazzo Sachse a Londra? — le chiese lui,
evidentemente disinteressato ad approfondire la questione.
Era come tutti gli altri uomini che aveva conosciuto? Così innamorato
del titolo nobiliare da non volere neppure prendere in considerazione la
semplice ipotesi che non fosse suo? O stava forse pensando di rinunciarvi?
— L'ho visto dall'esterno, ma non vi sono mai entrata — ammise
finalmente. — Non ricordo che lady Sachse abbia mai dato una festa da
ballo. E se ha mai organizzato un ricevimento, io non sono stata invitata.
Tom si mise improvvisamente seduto. — Voglio mostrarti una cosa,
ma si trova a palazzo Sachse.
— Tom...
— So che per te è sconveniente recarti a casa di un gentiluomo senza
uno chaperon, ma anche quello che stiamo facendo qui, in fondo, è
sconveniente. L'unico che a quest'ora di notte sarà ancora sveglio è il mio
maggiordomo, e Matthews non lo dirà a nessuno. Da quando sono
arrivato, ho imparato che i servitori tengono per sé quel che avviene tra le
mura domestiche.
— A meno che qualcuno non li paghi generosamente — gli rammentò
Lauren.
— Nessuno lo saprà mai, Lauren. Vieni a palazzo Sachse con me.
— È mezzanotte passata — disse Lauren, un po' a disagio all'idea di
andare a casa sua a un'ora così indecente. Il che in fondo era sciocco. Nel
palazzo di Tom non poteva succedere nulla che non potesse accadere
anche là, in riva al Tamigi.
— Non ci vorrà molto — la rassicurò lui. — Ti riaccompagnerò a casa
prima del levare del sole. E poi nessuno si è accorto che ti sei assentata.
La curiosità ebbe il sopravvento sull'esitazione. Inoltre non voleva
rinunciare a stare ancora un po' con lui — Va bene.
Capitolo 8

Lauren ammirò il ritratto a olio dell'ultimo conte di Sachse. Poi spostò


lo sguardo sull'uomo in piedi accanto alla tela. La rassomiglianza era
inquietante. — Avete gli stessi occhi. Lo stesso sguardo.
Tom guardò di sottecchi l'immagine sorprendente di suo padre.
Sebbene non fosse il quadro a olio più grande della galleria di ritratti in
cornice che circondava la balconata sovrastante l'ampio ingresso, la tela
richiamava ugualmente attenzione. La posa, l'espressione dell'uomo
dipinto a olio lo pretendeva. — Era un demonio di bell'aspetto — ammise
Tom.
Lauren rise. — Tale padre, tale figlio.
— Dio santo, spero di no.
Il riso di Lauren si spense bruscamente quando riconobbe il peso
dell'eredità paterna riflesso negli occhi tristi di Tom. Questi si allontanò
dal muro, incrociò le braccia sul petto poderoso e si appoggiò alla
balaustra della balconata. Aveva levato lo spolverino appena entrato in
casa, e Lauren vedeva chiaramente i grossi bicipiti guizzare sotto le
maniche della giacca. Erano muscoli che si era fatto lavorando sodo e
onestamente.
— Sono a Londra solo da pochi giorni — spiegò Tom, distraendola
dalla contemplazione dei muscoli. — Ho visitato un club per
gentiluomini, il mio procuratore legale, un direttore commerciale, la
banca e la tua famiglia. — Sostenendo lo sguardo di Lauren, Tom scosse
lentamente la testa. — Nessuna delle persone che ho incontrato finora'ha
espresso rammarico per la morte di mio padre. Nessuna parola gentile o
d'apprezzamento è stata mai associata al suo nome. Lo stesso vale
quando sono qui nella dimora di famiglia. Tutti mi guardano come se si
aspettassero una randellata in testa. Questo pomeriggio nel salotto di casa
tua è stata la prima volta che mi sono sentito bene accolto da qualcuno
con cui non ho legami di parentela. L'unico parente che ho conosciuto
finora è Archibald Warner. E un distinto gentiluomo, ma la sua parentela
di sangue è talmente remota da avermi risparmiato il solito esame
sospettoso.
— Tom, sono sicura che interpreti erroneamente le reazioni della gente
qui in Inghilterra.
— Sai perché sono così facoltoso?
La domanda fu fatta in tono pratico, senza alcuna vanteria. Ma Lauren
la trovò ugualmente una domanda strana. Scosse il capo e rispose la cosa
più ovvia: — Perché hai allevato e venduto bestiame.
Tom sorrise di fronte a tanta ingenuità. — Se fosse stato così facile,
tutti nel Texas sarebbero ricchi.
— Allora qual è il tuo segreto?
— So giudicare l'onestà, l'affidabilità di un uomo al primo sguardo. So
concludere un affare con un commerciante con una semplice stretta di
mano, sicuro di avergli fatto capire la mia onestà. So guardare dritto negli
occhi un uomo e capire che opinione ha di me. Quando incrocio lo
sguardo con certa gente, qui, capisco subito che si stanno chiedendo
come ho fatto a diventare così ricco.
Lauren non riuscì a evitarlo. Il suo sguardo tornò al quadro e fu
percorsa da un brivido. C'era qualcosa di agghiacciante nell'uomo ritratto.
Non era soltanto arroganza. Era pervaso da un'aria di diritto, come se si
ritenesse molto al di sopra di chiunque altro.
— Due cose giocano a mio sfavore: mio padre e la mia educazione
americana.
Lauren riportò lo sguardo su Tom, in attesa. Era evidente che aveva
riflettuto a fondo su tutto ciò che le stava dicendo. Si ricordò le giovani
dame dell'alta società in salotto, che si riferivano ai suoi modi rozzi e
barbari...
— So che mi considerano un selvaggio, Lauren — concluse Tom, come
leggendole nel pensiero. — Assomiglio abbastanza a mio padre da
impedire alla gente di pensare altrimenti nei miei confronti. Si aspettano
che mi comporti come lui. Tutti sanno che sono cresciuto in un Paese
selvaggio e mi guardano come se fossi una specie di somaro, attendendosi
che agisca di conseguenza, come un'attrazione da circo. A mio modo di
vedere ho solo una cosa che gioca a mio favore.
Lauren aspettò che Tom continuasse, invece lui si limitò a sostenere il
suo sguardo senza aggiungere altro. Alla fine, gli chiese: — E che cos'è,
Tom?
— Tu.
Lauren si sentì come se la balconata le fosse crollata sotto i piedi. —
Come puoi pensare una cosa del genere?
— Perché tu conosci questa gente, sai come soddisfare le loro
aspettative. E sebbene non ti sia piaciuto farlo, come ha detto Ravenleigh
nel pomeriggio, ti sei adattata. Io ho frequentato riunioni di lavoro, sono
andato a cena e mi sono impegnato in affari esclusivamente con magnati
del bestiame da carne. Che diavolo, io stesso sono un allevatore, per
essere del tutto sincero. Voglio... mi occorre... dimostrare a questa gente
che qui posso reggere il confronto con chiunque. — Tom abbassò lo
sguardo, si fissò gli stivali, poi alzò di nuovo gli occhi su di lei, e per la
prima volta Lauren vide le sue vulnerabilità. — Forse ho bisogno anche
di aprirmi di più e di mostrarmi per quello che sono.
Lauren provò una fitta lancinante al cuore di fronte alla sua
confessione, espressa in modo così semplice e sereno. Vide il suo
atteggiamento fiero e quel che gli era costato rivelarle le sue insicurezze.
Le tornò in mente la risolutezza che aveva ostentato entrando nel salotto
di casa Ravenleigh quando si era presentato. Ricordò quanto fosse
apparso a disagio in biblioteca spiegando lo scherzo del destino che gli
aveva portato fortuna e cambiato radicalmente la vita. Era un uomo
complesso, e lei lo conosceva a malapena. Sebbene nessuno se lo
immaginasse, Tom comprendeva appieno l'entità di tutto ciò che aveva
ereditato.
Lauren non sapeva come rispondere; non sapeva esattamente che cosa
le avesse chiesto.
— Per realizzare quel che devo fare, mi serve una mano, cara. Vuoi
tornare nel Texas? Io laggiù possiedo quattromila acri di ottima terra per
allevare bestiame, ranch e mandrie comprese. È tutto tuo. In cambio
aiutami a essere il lord che non è stato mio padre.
Le espresse questa implorante richiesta in tutta sincerità, fissandola
negli occhi con serietà, senza smargiassate, senza sfidarla, semplicemente
chiedendo. Thomas Warner le aveva mai chiesto aiuto per qualcosa in
tutta la vita?
— Tom, c'è così tanto che...
— Non sto chiedendo per sempre, Lauren. Solo per la cosiddetta
"stagione". — Le rivolse un rapido cenno col mento. — Già, so cos'è la
stagione mondana. — I lord non dicono "già".
La punta di uno dei baffi si incurvò in un sorrisino. — Certe abitudini
saranno difficili da perdere. Mi aiuterai a eliminarle?
Fargli perdere le sue abitudini americane e strada facendo forse
cambiarlo radicalmente? Per anni Tom aveva lasciato che la sua
impetuosità avesse libero sfogo, la società inglese avrebbe cercato invece
di costringerlo ad attenersi alle sue regole, alle sue usanze, alla sua rigida
etichetta. Avrebbe lentamente distrutto in lui tutto ciò che un tempo
l'aveva attratta. Lo avrebbe trasformato da un uomo che non aveva mai
conosciuto restrizioni in un uomo colto e raffinato. Forse era quello il
motivo per cui si era rifiutata in prima battuta di fargli da tutrice. Non
voleva essere responsabile della sua trasformazione in un tipo d'uomo che
non avrebbe mai potuto amare. Non voleva vederlo cambiare. Perché
sarebbe cambiato. Era inevitabile. Lauren sapeva fin troppo bene cosa
volesse dire resistere, e sapeva che cosa volesse dire alla fine accettare una
nuova vita, anche se l'aborriva. Era il motivo per cui aveva deciso di
partire, la ragione per cui non poteva restare adesso che lui era lì. Perché
Tom non aveva altra scelta. Doveva rimanere in Inghilterra. Era un lord.
Rimanendo lì avrebbe cessato di essere il suo Tom.
— So di chiederti molto...
Lauren alzò le mani; Tom ammutolì. Chiedere molto? Tom non ne
aveva la più pallida idea. Lauren sentì crollare gli ultimi barlumi di
speranza che le restavano. Aveva sperato di contare ancora moltissimo
per lui. Ma se Tom aveva mai pensato di poterla avere ancora,
sicuramente non le avrebbe offerto i mezzi per andarsene dall'Inghilterra,
per sostentarsi nel Texas, per essere una donna indipendente lontano da
lui. Deglutendo a fatica, assentì. — Il denaro per il viaggio di ritorno nel
Texas. È l'unica cosa che voglio, Tom.
Così non avrebbe dovuto restare ad assistere a ciò che avrebbe creato.
Tom fece un brusco cenno d'assenso col capo, di nuovo senza
arroganza, come se avesse temuto che Lauren potesse declinare l'offerta,
e provasse un enorme sollievo perché non l'aveva fatto.
— Dirò al mio avvocato di redigere un regolare contratto.
— Non è necessario. Hai detto che concludevi affari con una semplice
stretta di mano. — Lauren trasse un respiro profondo, si fece avanti e tese
la mano.
Tom la prese con le sue lunghe dita affusolate, ma invece di
stringergliela la usò per attirarla a sé. — Quando concludo un accordo
con una donna agisco in un modo leggermente diverso — disse, usando
la mano libera per sollevarle delicatamente il mento. Con il pollice, le
accarezzò l'angolo della bocca. Anche se era un gesto dall'apparenza
innocente, Lauren si sentì sciogliere nella parte più intima della sua
femminilità.
— Davvero? — domandò, con un filo di voce. Le bastava sfiorarla per
farle mancare il respiro?
Tom accostò la bocca alla sua, e per quanto fosse inopportuno, Lauren
accolse il suo bacio, socchiudendo leggermente le labbra quando la lingua
di lui insistette per farsi strada tra le labbra umide. Con un profondo
gemito che li fece rabbrividire entrambi, Tom approfondì il bacio,
affamato d'intimità. Lauren non ricordava di aver fatto un passo in
avanti, ma a un tratto si rese conto di aver premuto i seni contro il suo
petto e di avere le dita della mano libera impigliate nei suoi capelli sulla
nuca, mentre la passione e il desiderio le sconvolgevano i sensi.
Tom l'aveva portata al fiume per ritrovare la confidenza di un tempo,
per ricordarle i bei giorni felici trascorsi insieme. L'aveva portata a
palazzo Sachse, perché capisse che cosa doveva affrontare come erede di
un lord inglese. E ora le stava dando un assaggio di quello che avrebbe
potuto avere, giorno dopo giorno, alla presenza di un uomo capace di
farle cedere le ginocchia. Non sapeva se avere paura o lasciarsi prendere
dalla vertigine.
Tom si ritrasse. Il desiderio era evidente nello sguardo infuocato che la
scrutava. La debolezza che Lauren sentiva nelle ginocchia si diffuse in
tutto il corpo. — Con quante donne hai concluso affari? — domandò,
bisognosa di collera, gelosia, disappunto, qualsiasi cosa pur di far cessare
quelle sensazioni.
Un sorriso sensuale illuminò il bel volto misterioso di Tom. — Questa
è stata la prima volta, tesoro.
Lauren non seppe trattenersi. Rise della sfrontatezza di Tom. Rise
perché se non l'avesse fatto forse avrebbe pianto. — Sarà necessario
stabilire delle regole...
— Tesoro, ho già abbastanza regole da imparare. Non mi occorre che
tu ne aggiunga altre. Mi comporterò bene. — Il suo sorriso si fece
smagliante. — Nei limiti del possibile.
Mantenendo la parola data, la riaccompagnò a casa molto prima che
sorgesse il sole. Una volta giunti, l'aiutò a scendere dalla carrozza e la
scortò fino alla porta.
— Ho già preso l'abitudine di farmi una galoppata a Hyde Park la
mattina presto — le disse.
— Così ho sentito. Lady Priscilla ti ha visto là.
— Probabilmente ho sbagliato tutto. Vieni con me domattina e
insegnami come farlo nel modo giusto.
— Vai a cavallo, Tom. Sono sicura che sai come farlo nel modo giusto.
— Il problema non è cavalcare. È sapere a chi posso rivolgere la parola
e a chi no.
— D'accordo. Ci vediamo domani alle undici in Rotten Row.
— Buonanotte, Lauren.
Mentre lui fece per andarsene lei lo richiamò: — Tom?
Quando lui si girò, gli sorrise. — Mi raccomando: lascia la pistola a
casa.
Capitolo 9

— Tom è il conte di Sachse.


Seduta nel salottino privato di sua cugina, Lauren lasciò che le parole
che aveva appena pronunciato aleggiassero un po' nel silenzio per
colmare il vuoto che le separava. Si era svegliata di buon'ora, sebbene con
poche ore di sonno alle spalle, dopo una notte agitata, piena di sogni nei
quali la nave su cui viaggiava alla volta dell'America veniva
continuamente respinta sulle coste inglesi da onde immense. A un certo
punto, aveva perfino cercato di attraversare a nuoto l'Atlantico, ma si era
ritrovata al punto di partenza. Al risveglio, in effetti, era sfinita per le
tribolazioni sognate.
Aveva sentito il bisogno di parlare con una persona di cui aveva piena
fiducia, qualcuno che avrebbe capito. Perciò, non appena la sua
cameriera personale, Molly, l'aveva aiutata a vestirsi, Lauren l'aveva
mandata a sollecitare la carrozza, anche se l'ora era quasi antelucana.
Fortunatamente, il suo rapporto con Lydia andava oltre i semplici legami
di sangue, comprendeva una sincera e devota amicizia e non era
governato dalle lancette dell'orologio.
— Il tuo Tom? — domandò Lydia, sbadigliando, accomodandosi a
piedi nudi su una poltrona vicina. Era ancora in vestaglia, un capo in raso
color smeraldo.
Resistendo all'impulso di far crocchiare le nocche delle dita (perché le
signore non permettevano che il loro corpo emettesse rumori inopportuni
e sgradevoli) Lauren lanciò un'occhiataccia alla cugina. Naturalmente, il
fatto che si fosse appena svegliata poteva influire sulla sua reazione.
— Non è il "mio" Tom. Comunque è "quel" Tom. Quello che
conoscevi anche tu quando eravamo nel Texas.
— È incredibile. Com'è accaduto?
— Perché è figlio di...
— Questo l'ho capito da sola, e ho sentito un sacco di storie sul defunto
lord, ma parola mia, Lauren, Tom è un uomo che conosciamo bene. Ho
ballato con lui laggiù nel Texas alla festa per il mio compleanno quando
compii diciotto anni.
Lauren si stupì della fitta di gelosia scatenata dall'osservazione della
cugina. — Non me l'avevi mai detto.
— Sapevo che ti struggevi per lui...
— Non mi struggevo affatto per lui!
— Invece sì, eccome. Questo però non c'entra, adesso. Dunque, Tom è
lord Sachse. — Lydia scosse la testa. — Non sono sicura che Londra sia
pronta ad accogliere un lord abituato a fare le cose come le fa Tom.
— Posso assicurarti che non è affatto pronta. Il che mi porta al motivo
della mia visita. Mi serve il tuo aiuto.
— Certo. Che cosa ti serve?
Lauren si alzò e cominciò a passeggiare davanti al caminetto, dove un
fuoco tranquillo scaldava il salottino privato, scacciando il freddo della
mattina. Era contenta che il marito di Lydia, Rhys Rhodes, duca di
Harrington, avesse avuto la decenza di battere tatticamente in ritirata
dopo che Lauren li aveva rassicurati che non era successo nulla di
orribile.
— Ho accettato di insegnare a Tom quel che gli occorre per poter
sopravvivere qui in Inghilterra. — Lauren smise di andare avanti e
indietro e si voltò verso la cugina. — So che il preavviso è breve, ma ho
deciso che la prima lezione riguarderà un invito a cena, e speravo che tu
potessi fare in modo di liberarti da altri impegni e dare un piccolo
ricevimento con cena stasera.
— Quanto piccolo?
— Noi quattro, più Gina e Devon.
— Consideralo fatto.
Lauren tornò a sedersi sulla poltrona di broccato dorato. — Grazie. Ho
pensato che se si tratta di una cenetta intima Tom si sentirà più a suo agio
e non proverà imbarazzo se commetterà qualche errore.
— Non ce lo vedo proprio il Tom che conobbi nel Texas imbarazzato
per qualche cosa.
— Non si finisce mai di imparare.
Lydia la scrutò in faccia un momento. — Comunque non è questo che
ti preoccupa. Che cos'altro vuoi dirmi?
Lauren si sentì salire le lacrime agli occhi. — Per tutti questi anni Tom
mi ha scritto. Mia madre ha intercettato e distrutto tutte le lettere prima
che avessi la possibilità di vederle. E ha distrutto anche le lettere che io gli
scrivevo prima che venissero spedite.
— Stento a credere che zia Elizabeth sarebbe capace di una cosa del
genere. Perché mai l'avrebbe fatto? — Pensava di facilitarmi
l'ambientamento qui in Inghilterra se avessi evitato i ricordi della vita nel
Texas.
— Ma ti consegnava le lettere che io ti spedivo.
— Esatto. Probabilmente aveva paura che potessi scappar via per
tornare da Tom.
Lydia sorrise dolcemente. — Hai intenzione di farlo adesso che è qui?
— Ieri sera sono uscita di nascosto di casa per stare con lui.
Lydia inarcò un sopracciglio. — E cosa avete fatto?
— Abbiamo gironzolato sulla sua carrozza per le vie di Londra,
abbiamo guardato le stelle per un po' e poi abbiamo concluso un accordo
in base al quale gli farò da tutrice. Alla fine della stagione mondana, Tom
mi fornirà i mezzi per pagarmi il viaggio di ritorno nel Texas.
— Che idea è mai questa?
— Me l'ha offerto, e io ho accettato.
— Mi sorprende che tu abbia accettato. Hai sempre desiderato fare
ritorno nel Texas, ma sospettavo che Tom fosse il motivo principale.
Adesso che anche lui è qui in Inghilterra, immaginavo che...
— Che avrei rinunciato al mio sogno di tornare nel Texas? No, Lydia.
Qui non mi sono mai sentita a mio agio. Non mi sono mai sentita una del
posto.
— Lo hai celato benissimo, Lauren. Dio mio, sei stata tu a farmi da
guida paziente nel labirinto intricato dell'etichetta inglese. Non so cosa
avrei fatto se non mi avessi tenuta per mano tu.
— Avresti imparato comunque benissimo. Hai pubblicato un libro
sull'argomento.
— Un manuale di buone maniere per il quale ho attinto
abbondantemente dalle lettere che mi hai scritto per anni.
Lauren emise un sospiro. — Non ti senti mai come se stessi vivendo in
una gabbia dorata, qui? Io non mi sono mai aspettata di trascorrere il
resto dei miei giorni in Inghilterra.
— Non capisco che cosa ci trovi di tanto sbagliato.
Una cameriera apparve sulla soglia del salottino ed entrò
rispettosamente in silenzio per deporre un servizio da tè sul tavolino
accanto a Lydia. — Grazie — disse Lydia.
Lauren restò in silenzio mentre la cameriera si congedava, e Lydia
cominciò a preparare una tazza di tè per la sua ospite. Era quasi
raggiante.
— Ti piace vivere qui, vero, Lydia? — le chiese Lauren.
Sua cugina la guardò di sottecchi e sorrise con dolcezza. — Sì. Tanto.
Perdona l'audacia, ma credo che la differenza fra te e me è che io qui ho
qualcuno che amo con tutto il cuore. E penso che tu abbia avuto difficoltà
a adattarti allo stile di vita inglese perché hai lasciato il tuo cuore nel
Texas.
— Pensi che abbia lasciato il mio cuore con Tom?
Lydia le rivolse un'occhiata penetrante. — Non è così?
— È stato tanto tempo fa, eravamo persone talmente diverse. L'ho
capito con maggiore chiarezza quand'ero con Tom ieri sera. Quando mi
ha baciata, non era il bacio che mi avrebbe dato da giovane.
La tazza da tè tintinnò tremolante quando Lydia la depose sul vassoio.
— Cosa?! Hai completamente trascurato questo particolare piccante.
Quando ti ha baciata?
— Nel pomeriggio, in giardino, poi più tardi per suggellare il nostro
accordo. E ho anche un debito con lui che sicuramente vorrà riscuotere
prima che io parta per il Texas.
— Quale debito?
Solo a Lydia sarebbe stata capace di confidare i comportamenti non
troppo appropriati della sua giovinezza e la proposta audace di Tom. —
Prima di lasciare il Texas Tom mi diede un quarto di dollaro per
sbottonarmi il corsetto, e non ho mai ottemperato alla mia parte del
contratto.
— Mi stai dicendo che si aspetta di poterti sbottonare il corsetto? —
Lydia sorrideva allegramente.
— Non è divertente — ribatté Lauren in tono mordace.
— Non sto dicendo che lo sia, ma avevi quattordici anni! Ho sempre
pensato che Tom fosse un tipo intelligente, però questa cosa è talmente
sciocca!
— A quanto pare Tom non la pensa così. Quando è venuto da noi nel
pomeriggio gli ho chiesto: "Cosa ci fai qui, Tom?". "Sono venuto a
riscuotere un debito" ha avuto la sfrontatezza di annunciare ad alta voce,
in modo che tutti sentissero.
— Forse si riferiva a un debito da riscuotere da Ravenleigh.
— No. Se tu fossi stata presente e avessi visto l'intensità del suo
sguardo, non avresti avuto alcun dubbio sul tipo di debito a cui si riferiva.
— Tua madre lo ha sempre considerato una cattiva influenza per te.
Comincio a capire perché. Anche se forse lo troverà più accettabile
adesso che ha un titolo.
— Buffo, eh? Mia madre lo trova più accettabile mentre per me è
cambiato tutto.
— Perché è cambiato tutto?
— La sua vita sta per diventare tutto quello che non mi è mai piaciuto.
— Non ti piacciono i balli, le feste, i ricevimenti e la vita mondana...
— Dove una donna non può dire la sua, esprimendo liberamente la sua
opinione personale, politica o religiosa che sia. Dove una donna viene
gentilmente invitata a uscire dalla sala, in modo che gli uomini abbiano
l'opportunità di impegnarsi in attività tipicamente maschili, come fumare
o bere alcolici. Dove ogni comportamento è osservato e commentato.
— E se tu scoprissi di avere ancora posto nel cuore di Tom?
— È altamente improbabile. È stato lui stesso a offrirmi i mezzi per
andarmene. Perché l'avrebbe fatto se mi avesse voluto con sé?
— Oh, Lauren, ma non capisci? È un uomo, e se assomiglia un tantino
al mio Rhys, trova incredibilmente difficile esprimere i suoi sentimenti.
Forse teme un rifiuto chiedendoti di restare.
— E perciò mi ha dato i mezzi per partire?
Lydia fece spallucce. — Chi sa decifrare la logica maschile?
— E che cosa ne dici dello sciocco debito che ritiene gli debba?
Uno sguardo malizioso si impadronì degli occhi di sua cugina. — Digli
che se si comporta bene, forse puoi anche pagarglielo.
Essendosi persa la cena la sera prima, Lauren aveva una fame da lupi.
Tornata a casa, dopo la visita a Lydia, si recò nella sala da pranzo più
piccola, dove veniva sempre servita un'abbondante colazione su un tavolo
di servizio.
Prese un piatto e si servì uova al burro con pomodori, salmone
affumicato e pane tostato con marmellata d'arance. Un cameriere la fece
accomodare su una sedia e Lauren prese posto a tavola. Era alquanto
sorpresa che i suoi genitori non si trovassero già lì. Il giornale del suo
patrigno era ancora accanto alle sue stoviglie intatte, perciò capì che non
era ancora sceso per la colazione.
Si chiese se sua madre avesse avuto problemi a addormentarsi com'era
stato per lei. In tal caso probabilmente il suo patrigno le aveva tenuto
compagnia.
Fissò il piatto, e all'improvviso perse l'appetito. Sicuramente Lydia la
stava solo prendendo in giro riguardo la sua promessa a Tom, benché
l'idea fosse certamente allettante. Perché non mantenerla? Una volta
lasciata l'Inghilterra, la sua vita sarebbe ricominciata da zero, proprio
com'era successo quando era partita dal Texas.
Lydia aveva capito benissimo che Lauren in realtà non conosceva
Tom, almeno non il Tom spuntato come dal nulla il giorno prima. Anche
ammesso che fosse andato in Inghilterra per lei, francamente non sapeva
dire se avrebbe accettato di partire con lui. Lady Blythe aveva centrato la
verità. Chi mai poteva sapere che genere di influenze avesse avuto Tom
nel corso degli anni?
Sapeva che il fratello del suo patrigno e i suoi amici avevano svolto una
parte importante nel cambiamento adulto di Tom. Non si poteva evitarlo.
Dopotutto, aveva lavorato per loro. Ma la stessa cosa avevano fatto molti
altri uomini. Era puerile pensare di sapere che genere d'uomo Tom fosse
diventato.
Alzando lo sguardo dal piatto a un improvviso scalpiccio di tacchi,
Lauren vide entrare sua madre e il patrigno. Nessuno dei due aveva l'aria
riposata. Nessuno dei due andò a servirsi la colazione al tavolo di
servizio. Sua madre prese posto sulla sedia accanto a lei, mentre il suo
patrigno si sedette di fronte a sua madre. In tutti gli anni di permanenza
in Inghilterra, Ravenleigh aveva sempre fornito una solidarietà totale a
sua moglie. Lauren non ricordava una sola volta in cui non avesse dato
alla moglie il suo pieno appoggio in materia di educazione delle figlie. Si
chiese se avrebbe approvato il furto delle lettere scambiate tra due giovani
innamorati.
— Ti sei alzata presto — esordì sua madre.
— Dovevo occuparmi di questioni importanti.
Sua madre annuì con gravità, come se sapesse con precisione cosa
fossero in verità quelle questioni. I tempi in cui Lauren confidava a sua
madre le proprie preoccupazioni, ansie e progetti erano finiti.
— Ti devo delle scuse. Dieci anni di sotterfugi. Pensavo che fosse la
cosa giusta per te.
— Mamma, sono certa che un giorno riuscirò a perdonarti.
Sfortunatamente però non è oggi.
— Non me lo aspetto, Lauren. Se potessi tornare indietro... — A sua
madre mancò la voce.
Ravenleigh posò dolcemente la mano sul pugno della moglie quando
quest'ultima lo poggiò sul piano del tavolo. Il suo amore era evidente, e si
rifletteva nel suo sguardo tenero. Sua madre fece cenno di sì con la testa
come se Ravenleigh le avesse trasmesso i suoi pensieri.
— Prima che lasciassimo il Texas — disse sua madre — ho venduto la
fattoria e depositato il denaro in un fondo fiduciario che il tuo patrigno ha
custodito con cura in questi dieci anni. Era mia intenzione darti la parte
che ti spetta il giorno in cui saresti stata sposata, come un dono finale di
tuo padre. Ho deciso di dartela prima, in modo che tu abbia i mezzi di
sostentamento che ti serviranno, almeno per un po', dopo che sarai
tornata nel Texas. Il tuo patrigno si è offerto di pagarti il biglietto e il
viaggio in nave. Ritiene di poter sistemare ogni cosa in modo che tu possa
partire entro una settimana.
Lauren si sentì salire le lacrime agli occhi. Le faceva male vedere
quanto costasse a sua madre lasciarla andare. La prova evidente
dell'amore incondizionato della madre, ma anche del suo patrigno, le
procurò una dolorosa fitta al cuore. Ravenleigh era sempre stato così
buono con lei, ed era sicura che più che le sue parole rabbiose rivolte alla
madre fosse stata la dolce influenza di Ravenleigh a capovolgere la
situazione. Si asciugò le lacrime con il tovagliolo di lino, a malapena
capace di trovare le parole adatte a esprimere la sua gratitudine. Sostenne
lo sguardo di Ravenleigh quando balbettò: — Non so dirti cosa significhi
per me la tua generosità, come abbia sempre significato tanto. Avrò la
massima cura della mia parte dell'eredità paterna, e per quanto sia
generosa la tua offerta di pagarmi il viaggio, ho già provveduto in altro
modo a trovare...
— Non è necessario che tu lavori in quel negozio — la interruppe sua
madre.
— Lo so. Ho intenzione di licenziarmi stamattina stessa. Ho fatto un
accordo con Tom. Pagherà lui il mio viaggio di ritorno. In cambio gli farò
da tutrice per insegnargli tutto quel che gli occorre sapere.
Sua madre restò sbalordita. Ravenleigh non sembrava altrettanto
sorpreso, e Lauren si domandò di che cosa avessero discusso lui e Tom
da soli in biblioteca.
— Capisco — concesse finalmente la madre. — Bene...
— Bene — ripeté Lauren. — Non appena sarò andata al negozio, ho in
programma di vedermi con Tom al parco. Stasera ceneremo insieme da
Lydia. Gli dirò di passarmi a prendere qui, se non avete obiezioni.
— Nessuna obiezione — disse il suo patrigno, prima che sua madre
avesse il tempo di rispondere. Poi si alzò da tavola e batté le mani una
volta, sfregandosele. — Adesso che è tutto sistemato mi sento morire di
fame.
E si diresse al tavolo di servizio.
Sua madre si guardò le mani rovinate dalle cicatrici.
— Apprezzo molto che tu non abbia rischiato il collo cercando di
calarti dall'albero davanti alla tua finestra, quando Tom è venuto stanotte.
Presumo che questo non diventerà un rito serale.
— Mamma, la vita è mia e devi lasciarmela vivere come meglio credo,
commettendo i miei errori da sola.
— Allora ammetti che Tom è un errore.
Come poteva sua madre offrirle l'indipendenza da un lato e incatenarla
dall'altro?
— Ammetto che non lo saprò mai se mi tarpi continuamente le ali.
Sua madre parve a corto di parole, ma Lauren non aveva nient'altro da
aggiungere all'argomento.
Una fragranza soffocante di rose fluttuò nella stanza. Lauren girò il
capo e vide entrare il maggiordomo, tallonato da due valletti che
portavano un grande mazzo di rose, una bianca e tutte le altre gialle.
— Milady — annunciò Simpson, accennando a un inchino — sono
state appena consegnate con la disposizione che la rosa bianca fosse per la
signora di casa e le rose gialle per la figlia maggiore.
Porgendo le rose a Lauren e a sua madre, Simpson consegnò a
ciascuna anche una piccola busta. All'interno della sua Lauren trovò un
biglietto che diceva semplicemente: "Un pochino di Texas". Affondando
il naso nel profumatissimo mazzo floreale, che comprendeva almeno due
dozzine di rose gialle a gambo lungo, Lauren sbirciò sua madre. — Il tuo
biglietto cosa dice?
— Senza rancore.
Molto texano e dritto al punto.
— Per quel che vale, Tom mi ha detto di aver scritto non più di un paio
di frasi in ciascuna lettera — osservò Lauren.
Sua madre si schiarì la voce e si alzò da tavola. — Be', se le sue parole
erano espresse con la stessa franchezza di queste, forse non gli occorreva
dire di più. Devo andare a dare disposizione che quelle rose siano messe
in un vaso con acqua fresca.
Sua madre uscì dalla sala e Lauren guardò a capotavola, dove il
patrigno si era tranquillamente accomodato al suo posto, anche se
apparentemente non aveva ancora iniziato a mangiare. — In tutti questi
anni è sempre stata convinta di fare bene — osservò Ravenleigh con la
solita pacatezza.
— Lo so — disse Lauren. Ancora con il mazzo di rose appoggiato nelle
piega del braccio, si alzò e andò in fondo al tavolo. Chinandosi, lo baciò
affettuosamente sulla guancia. — Ti voglio bene, papà.

— Milord?
Tom rivolse lo sguardo al maggiordomo che non aveva udito entrare in
sala da pranzo. Trovava ancora sconcertante con quanta discrezione e
silenzio i domestici si aggirassero in casa, come fantasmi. C'era di che
saltar su dalla sedia ogni volta per la paura o la sorpresa. Era una delle
ragioni per cui Tom aveva smesso di portare la pistola prima ancora del
consiglio di Lauren. Un valletto il giorno prima lo aveva colto di sorpresa
e lui aveva estratto l'arma puntandogliela contro, provocando
un'immediata reazione. Il poveretto si era accasciato sul pavimento,
svenuto.
Tom guardò il vassoio d'argento che il maggiordomo gli porgeva. Vi
campeggiava un biglietto da visita elegantemente goffrato. Tom lesse il
nome. Evidentemente in città si stava diffondendo la voce che il conte di
Sachse era a Londra.
— Falli accomodare.
Il maggiordomo fece un accenno di inchino. — Come desiderate,
milord.
Tom si pulì la bocca e le dita con un tovagliolo di lino, gettò il
tovagliolo sul tavolo, spinse indietro la sedia e si alzò. Non indossava la
giacca, il che era sconveniente ricevendo degli ospiti, ma immaginò che
quegli ospiti particolari l'avrebbero perdonato. Una donna molto più
elegante di come la ricordava, Con un sorriso radioso che rivaleggiava in
splendore col sole, entrò con grazia da ballerina in sala da pranzo. Un
gentiluomo dai capelli neri, agghindato precisamente come Tom sapeva
che avrebbe dovuto vestire, la tallonava.
— Thomas Warner! Ma guardati! — esclamò Lydia, allungando le
braccia, prendendogli entrambe le mani con le sue inguantate e
stringendogliele cordialmente. — Perché non ci hai fatto sapere che eri in
città?
— Sono arrivato da pochi giorni soltanto. Non sapevo ancora nulla di
questa usanza di invitare la gente e di farsi visita.
Tom fu sorpreso di notare che Lydia sembrava eccessivamente
contenta dalla sua risposta.
— Desidero presentarti mio marito — disse Lydia, facendosi
leggermente da parte, con negli occhi una dose incredibile di amore e di
orgoglio. — Rhys Rhodes, duca di Harrington. Thomas Warner, conte di
Sachse.
A Tom piacque subito quel che vide in Harrington. I suoi occhi di un
grigio metallico riflettevano una schiettezza con cui Tom si sentiva affine,
suscitando il suo rispetto. Era un uomo con cui Tom immaginò di poter
parlare senza falsi pudori, di cui avere piena fiducia, e con cui bastava
una stretta di mano per essere certi che la parola data sarebbe stata
mantenuta.
— Sachse — disse Harrington, con un raffinato tono tenorile.
— Harrington — gli fece eco Tom. — Devo ammettere che trovo
bizzarra questa usanza di non chiamare un uomo per nome.
— Credimi, ti abituerai presto a usare i titoli al posto dei nomi — disse
Lydia. — Dopo un po' ti verrà naturale. Il mio patrigno sa della fortuna
che ti è capitata?
Il patrigno di Lydia, Grayson Rhodes, era un altro degli inglesi giunti a
suo tempo nel Texas dopo la guerra di Secessione. Tom era andato a
trovarlo quando questi era tornato nel Texas dopo un viaggio in
Inghilterra, un anno prima. Di conseguenza Tom sapeva che il marito di
Lydia era il fratellastro di Rhodes, il legittimo erede del ducato, mentre
Rhodes era il figlio illegittimo del vecchio duca. Primogenito in effetti,
ma illegittimo, non aveva ereditato ciò che suo padre aveva lasciato.
— Prima di partire da Fortune non ho avvertito nessuno. Non ne
vedevo l'utilità. Continuavo a pensare che, una volta arrivato qui, forse
avrei scoperto che era stato tutto un equivoco.
— Questo è assolutamente incredibile.
— Non potrei essere più d'accordo.
— Non ne avevi idea?
— Per niente. — Tom non sapeva se fosse educato o meno, ma
propose ugualmente: — Se volete far colazione con me siete i benvenuti.
— Ne sarei felicissimo — ribatté prontamente Harrington. — Non
appena ha saputo che vi conosceva, Lydia non è stata contenta finché
non l'ho portata qui. E per tutto il tragitto in carrozza il mio stomaco ha
brontolato.
— Servitevi pure — offrì Tom.
Quando i piatti furono colmi e si furono accomodati a tavola, Lydia
rivolse a Tom un'occhiata critica e gli chiese: — Allora, quali sono i tuoi
piani con Lauren?
Tom per poco non si strozzò con il primo boccone di salsiccia cotta in
salsa piccante. Deglutì a fatica, si terse la bocca con il tovagliolo, sostenne
lo sguardo di Lydia e rispose con la franchezza che gli era tipica. — Non
ho ancora deciso.
Solo che questo non era affatto vero.
— È lei il motivo per cui hai saputo che sono qui? — le domandò.
Lydia annuì.
— Sai dei suoi piani per tornare nel Texas?
Lydia parve esitare, come se non sapesse bene che cosa poteva rivelare
e quanto. — I primi anni — si decise a spiegare alla fine — dopo che
Lauren era venuta qui, mi scriveva spesso. Le lettere erano sempre
segnate da grosse lacrime. Faceva fatica a adattarsi alla società inglese,
ma ultimamente sembrava più sicura di sé, non si lamentava mai...
Francamente, ho capito solo di recente che sogna ancora di tornare nel
Texas.
Tom fece un cenno d'assenso col capo.
— So che ti aiuterà per tutta la stagione mondana — proseguì Lydia.
— In questo periodo, forse, potresti convincerla a restare.
Tom sostenne il suo sguardo, e rispose schiettamente: — Non so se
desidero farlo.
Non solo perché sembrava crudele trattenerla in Inghilterra se non
voleva restare, ma perché non era più sicuro dei sentimenti che provava
nei suoi confronti.

— Perché non è ancora arrivato?


— Sicuramente sarà qui da un momento all'altro.
— Forse è già passato.
— Stamattina è andato a cavallo prestissimo.
— Miss Fairfield... Avreste potuto dircelo prima!
Anche se Rotten Row era il percorso d'equitazione preferito dalle
signore che desideravano andare al galoppo, le quattro signore che erano
state nel salotto del patrigno di Lauren il giorno prima sembravano
esitanti ad andare per i fatti loro. Quando Lauren era arrivata le aveva
trovate ad attenderla. Non c'era bisogno di essere un genio per capire chi
stavano aspettando.
— Stento a credere che vi siate appostata davanti a palazzo Sachse per
osservarlo a distanza — disse lady Cassandra.
— Ero certa che l'uomo che si è presentato a palazzo Ravenleigh fosse
il conte di Sachse. Quanti uomini vestiti da cowboy circolano nelle strade
di Londra? Volevo solo una conferma.
Lady Blythe fece seguire alla dichiarazione un'occhiata severa scoccata
alla volta di Lauren, il cuore della quale aveva accelerato il battito al
pensiero che la donna si sarebbe potuta trovare nascosta dietro i cespugli
quando Tom l'aveva riaccompagnata a casa.
— Avreste anche potuto confermarmi di averlo identificato
correttamente. Mi avrebbe risparmiato ore d'attesa seduta davanti a
palazzo Sachse — l'ammonì lady Blythe.
— Francamente ho saputo che si trattava di Sachse solo più tardi — si
schermì Lauren, cercando disperatamente di apparire contrita, quando in
verità avrebbe voluto tempestare lady Blythe di domande relative al suo
appostamento spionistico.
— Lui vi ha vista? — domandò lady Priscilla.
— No. Ero nascosta in carrozza. Quando è tornato a casa era già
l'imbrunire. Anche se onestamente avevo previsto di aspettare più a
lungo. Deve aver lasciato il vostro palazzo subito dopo cena.
— Se ne andato presto — interloquì Lauren, un po' seccata perché le
signore si dimostravano così interessate a Tom.
— Oh, cielo! È lui? — domandò lady Cassandra. Tutti gli occhi si
voltarono nella direzione in cui stava guardando.
— Deve essere lui — annunciò lady Blythe. — Ma stamattina non
indossa la sua palandrana.
— È uno spolverino — spiegò Lauren, spazientita.
— Porta la pistola? — chiese lady Cassandra.
— Non saprei dirlo — disse lady Priscilla. — Ma sembrerebbe di sì.
— Credete che l'abbia mai usata?
— State pensando se ha mai ucciso qualcuno? — precisò lady Blythe.
— Sarebbe sconveniente chiederlo — osservò lady Cassandra.
— Trovo così affascinanti gli americani! — disse lady Anne. —
Disgraziatamente, Richard non ha alcuna pazienza con loro. —
Arrossendo, dardeggiò un'occhiata verso Lauren. — Scusatemi. Non
intendevo offendervi.
— Vi assicuro che non c'è bisogno di scusarsi. — Lauren aveva sempre
trovato lady Anne la più sincera e gentile del gruppo. Si voltò e rivolse un
sorriso radioso all'indirizzo di Tom. — Buon mattino, milord.
Contraccambiando con un sorriso smagliante, Tom si levò il cappello
con un gesto estremamente galante.
—Signore.
Lady Blythe cominciò a battere rapidamente le ciglia come se le fosse
entrato un moscerino nell'occhio e stesse cercando di liberarsene; lady
Cassandra prese a battersi il petto con la mano libera come se si sentisse
mancare; lady Priscilla ridacchiò come un'oca; lady
Anne sorrise. Se non le avesse conosciute bene, Lauren avrebbe
pensato che non avessero mai visto un uomo prima di allora. La cosa
cominciava a darle sui nervi.
— Milord — esordì lady Blythe, ridendo con leggerezza. — Che
birichinata terribile da parte vostra non confermare chi siete quando io
l'avevo supposto correttamente mentre eravamo tutte riunite nel salotto di
Miss Fairfield.
— Vi chiedo scusa, tesoro. Non sono ancora abituato a essere un lord.
E poiché Ravenleigh e la sua famiglia non lo sapevano ancora... be',
desideravo comunicarglielo in privato.
— Mi azzardo a dire che vi perdonerò solo se mi permetterete di
cavalcare al vostro fianco.
— Be', sapete, avevo promesso a Miss Fairfield che stamattina le avrei
fatto compagnia a cavallo, perciò sono obbligato a mantenere la
promessa. — Tom ammiccò a lady Blythe. — Comunque sarei
compiaciuto di offrirvi l'altro fianco.
Lauren dovette ammettere che Tom aveva risolto molto cortesemente e
con diplomazia quella che poteva diventare una situazione imbarazzante,
e si chiese con quante donne nel Texas si fosse impratichito nell'arte della
galanteria. Era ben diverso dal ragazzo conosciuto davanti all'emporio di
Fortune.
— Sarà mio piacere accettare — tubò lady Blythe, eccedendo in
smancerie.
Stizzita, Lauren fece avanzare il cavallo a fianco di quello di Tom
mentre lady Blythe guidò il proprio sull'altro fianco, impegnando
immediatamente Tom in una conversazione. Lady Cassandra si sistemò
di fianco a Lauren.
— Sapete — bisbigliò lady Cassandra — contrariamente a quello che
avevamo supposto all'inizio, non credo che per lui sarà difficile trovare
una moglie.
— Non credo che stia cercando una moglie — ribatté Lauren
sottovoce, stupita dalla scintilla di gelosia accesa da quel pensiero. Tom
avrebbe trovato di certo una moglie. Gli occorreva un erede, per avere
sollievo dalla solitudine e qualcuno che lo aiutasse a dirigere la servitù
nelle varie tenute di sua proprietà. Non poteva biasimare nessuna signora
che desiderasse occupare quel posto. — Perché non dovrebbe? —
domandò lady Cassandra. — Dopotutto gli serve un erede. — Prima deve
abituarsi alle usanze locali. — A quanto vedo si è già ambientato
piuttosto bene. A parte l'abbigliamento, naturalmente. — Mi piace come
si veste — osservò lady Priscilla in un sussurro da cospiratrice, all'altro
fianco di lady Cassandra. — Lo trovo piacevolmente briccone. In effetti,
Tom aveva proprio l'aria del bel furfante, con la camicia che aderiva al
torace, senza giacca che nascondesse il guizzare dei muscoli a ogni
movenza. Lauren abbassò lo sguardo sulle sue mani senza guanti, rese
ruvide e forti dal duro lavoro. Tenevano le redini con la facilità di un
cavallerizzo esperto. Per un attimo si sforzò di reprimere la fantasia,
immaginando quelle dita lunghe e robuste sbottonarle il corsetto,
scostando il cotone... Sarebbero state tremanti come quando era ancora
un ragazzo? Lei sarebbe stata travolta da brividi di desiderio? Le sue
nocche avrebbero sfiorato delicatamente le curve interne dei suoi seni
turgidi? Seni che Lauren aveva avuto a malapena abbozzati al tempo in
cui Tom le aveva fatto la sua proposta indecente. Il suo sguardo si
sarebbe acceso di desiderio struggente per ciò che il loro patto gli avrebbe
negato: il tocco carnale? Lauren distolse lo sguardo dalle mani di Tom,
chiedendosi come mai la mattina si fosse fatta a un tratto così
irragionevolmente calda, e come mai respirare le sembrasse
all'improvviso tanto difficile. Le risa gaie di lady Blythe risuonavano nel
parco, più irritanti della sua voce. Una signora avrebbe dovuto ridere con
maggiore decoro.
— Non è giusto — sussurrò lady Priscilla. — Non possiamo sentire
quello che stanno dicendo. — Poi disse ad alta voce: — Lady Blythe, che
cosa c'è di così divertente? Raccontate anche a noi.
Lady Blythe si chinò in avanti, sfiorando il torso muscoloso di Tom. —
Sua eccellenza mi stava spiegando che porta un cappello da cinquanta
litri. I cappelli nel Texas hanno varie dimensioni, calcolate in base a
quanta acqua possono contenere. Ve lo immaginate?
— Perché mai dovrebbe mettere dell'acqua nel cappello? — chiese lady
Priscilla. Ma lady Blythe aveva già rivolto di nuovo la sua attenzione a
Tom.

— Lo usano come catino per lavarsi o per dare da bere al cavallo —


spiegò Lauren.
— Che strana vita si conduce laggiù nel Texas. È orribilmente barbaro
— osservò lady Cassandra.
— Spaventosamente, almeno all'apparenza — commentò lady Priscilla.
Abbassando la voce soggiunse: — È proprio ingiusto che lady Blythe stia
monopolizzando tutta l'attenzione del conte. — Poi si sporse di nuovo in
avanti sulla sella. — Milord, vi piace fare il cowboy?
Sorridendo, Tom distolse lo sguardo da lady Blythe e Lauren fu di
nuovo colpita da quanto si fosse fatto bello. Aveva un'aria un po' da
birbante, sì, ma con molto di più, qualcosa di estremamente mascolino.
Appariva forte e capace, sicura di sé.
— Moltissimo — rispose Tom a lady Priscilla — anche se sono più che
un semplice cowboy. Possiedo un ranch e lo dirigo. Allevo bestiame. Ho
la mia terra, le mie mandrie e molti uomini che lavorano per me.
— È in questo modo che siete diventato così favolosamente facoltoso?
— domandò lady Priscilla.
La risata spontanea e profonda di Tom trasmise un fremito alla spina
dorsale e a tutte le terminazioni nervose di Lauren, arrivandole al cuore.
Non parve affatto risentito che lady Priscilla avesse fatto una domanda
tanto indiscreta. — Be', mia cara, chi ha messo in giro queste sgradevoli
voci su di me?
— Non c'è nulla di sgradevole a essere ricchi.
— È decisamente sgradevole parlarne, però — affermò lady Cassandra.
— Ero solo curiosa di sapere come un uomo possa acquisire il
benessere materiale. Mio padre ha ereditato
tutte le ricchezze che ha, perciò non ho mai neppure
pensato a quello che un uomo deve fare se parte da zero.
"Deve lavorare, sodo e a lungo" pensò Lauren. "Farsi i muscoli finché
sono come fasci d'acciaio, restando sotto il sole finché la pelle diventa
scura."
— Allevare bestiame è stato l'inizio — riconobbe Tom. — Poi ho fatto
alcuni investimenti azzeccati e ho avuto fortuna.
Vedendolo arrossire leggermente, Lauren si chiese se Tom fosse
imbarazzato nel parlare del suo successo. Se stesse dipingendo un
modesto ritratto dei suoi sforzi. Le parve contraddittorio che un uomo
robusto seduto così fiero in sella a un cavallo tradisse una punta di
imbarazzo. Ma in fondo il Tom che aveva conosciuto da giovane era
sempre stato un uomo di poche parole. Forse era soltanto a disagio per la
domanda indiscreta sulle sue doti.
— Che cosa ne pensate di Londra? — domandò lady Anne.
— È un posto un bel po' più affollato di quello a cui sono abituato.
— A parte la folla — si intromise lady Blythe — che idea vi siete fatto?
— Non ne ho ancora vista abbastanza per formarmi un'opinione. Fino
a un paio di giorni fa ero a Sachse Hall.
E si era quasi immediatamente presentato alla sua porta. Lauren non
potè fare a meno di sentirsi un po' lusingata che fosse andato subito a far
visita alla sua famiglia. Ed era entrato in salotto a salutarle prima di
recarsi nello studio del suo patrigno.Erano giunti in fondo al percorso.
Mentre fermava no i cavalli, Lauren ebbe l'impressione che lady Blythe
stesse ideando qualcos'altro.
— Pensavo di fare due passi, se vi va di farmi compagnia, milord —
propose infatti quella.
— Mi farebbe tanto piacere, mia cara — rispose Tom — ma ho
promesso a Ravenleigh di accompagnare a casa Miss Fairfield.
— Oh, sì, certo — mormorò lady Blythe. — Magari un'altra volta.
Tom si levò il cappello in segno di saluto prima di rivolgere l'attenzione
a Lauren. — Pronta, mia cara?
Lauren era più che pronta e spronò il cavallo in avanti per mettersi al
passo a fianco del cavallo di Tom. Questi cavalcava con estremo agio e
con autorità, seduto su una sella americana anziché su una sella inglese.
Tom girò la testa e la rimirò, scrutandola a fondo con il suo sguardo
penetrante, come se stesse tentando di familiarizzarsi con ogni tratto del
suo viso, e cercando qualcosa di nascosto. — Sei terribilmente silenziosa
stamattina. Non hai dormito bene?
— Cosa c'entra il silenzio con il sonno? — ribatté Lauren.
— Ho solo pensato che fossi stanca, e che fosse questo il motivo del tuo
mutismo.
— Non ho detto nulla perché non avevo nulla da dire. Contrariamente
a lady Blythe, non credo nelle insulse celie.
— Non sarai gelosa perché le ho prestato attenzione?
— Certo che no! — L'irritazione non era gelosia e Lauren aveva tutto il
diritto di essere seccata che l'intrusione di lady Blythe le avesse impedito
di dare a Tom la sua prima lezione di buone maniere.
Tom ridacchiò sommessamente, anzi ebbe l'audacia di strizzarle
l'occhio, allungare una mano e darle un buffetto sotto il mento. — Lydia
ti manda i suoi saluti.
Non fosse stato per le due dita sotto il mento, Lauren sarebbe rimasta a
bocca aperta. — Hai visto Lydia?!
— Già, allegra e pimpante alle prime ore dell'alba. Più presto di
quando ti sei alzata tu, a quanto pare. Lei e suo marito mi hanno fatto
compagnia a colazione. Mi piace Harrington.
Lauren sollevò leggermente il mento per sottrarsi all'imbarazzante
contatto. Da come circolavano i pettegolezzi a Londra, immaginava a
malapena di cosa avrebbero spettegolato entro sera riguardo a quali parti
del corpo le aveva toccato. — Non sono affatto sorpresa che tu e
Harrington andiate d'accordo. Era un bel ribaldo prima che Lydia lo
mettesse al suo posto.
— Mi ritieni un ribaldo? — Non puoi negare che hai avuto i tuoi
momenti, comunque sembra che tu abbia messo da parte le maniere da
zoticone, almeno considerando come ti sei comportato con queste
signore. Te la sei cavata benissimo. — Avrei preferito cavalcare da solo
con te — osservò Lauren indossava un abito da amazzone blu scuro,
abbottonato fino al collo, dove un cravattino azzurro completava
l'immagine da fanciulla casta e virtuosa. Un velo di garza della stessa
tinta azzurra del cravattino era avvolto intorno al cappellino blu scuro. I
capelli erano raccolti a crocchia sul capo, sotto il cappellino. Aveva
un'aria elegante, composta, per nulla informale com'era stata la sera
prima, stesa sull'erba accanto a lui in riva al Tamigi. Tom non avrebbe
saputo dire quale aspetto di lei preferisse fra tanti. Li trovava tutti
interessanti così com'era stato in gioventù. Anzi, per la verità, ancor di
più. A sedici anni quello che aveva provato per Lauren, cominciava a
capirlo solo in quel momento, aveva avuto una forza proporzionata a
quella di un adolescente. Ciò che sentiva un uomo adulto poteva essere
molto più intenso, più profondo, e cominciava a credere che forse aveva
solo sfiorato la superficie riguardo a quel che era capace di provare per
lei. — È stata una bella delicatezza mandare quella rosa mia madre
stamattina — disse Lauren. — Sto cercando di rendermi simpatico.
— Perché?
— Mi ha sempre detestato da quando ci siamo conosciuti, e dal
momento che mi farai da tutrice immagino sia destino che ci
incontreremo spesso. — Tom si strinse nelle spalle. — Perciò le ho
mandato la rosa per preparare il terreno a un briciolo di comprensione in
più.
— Se cambiassi idea e preferissi non vedertela tra i piedi, lei e
Ravenleigh mi hanno reso possibile tornare nel Texas senza il tuo aiuto.
Tom avvertì un crampo allo stomaco talmente forte da rischiare di
cadere da cavallo. — Tu e io abbiamo fatto un patto.
Tom represse la smorfia perché la sua voce era già uscita più roca e
dura di quel che intendeva essere.
— Ne sono perfettamente consapevole e intendo ottemperare al mio
impegno sino alla fine della stagione. Ma volevo solo farti sapere che se ti
andava di assumere qualcun altro...
— No.
Lauren sorrise. — Tom, ripensandoci con più calma, la tua offerta è fin
troppo generosa...
— Mi rende felice.
Lauren annuì. — D'accordo. Stasera ceneremo da Lydia.
— Me l'ha detto.
— Ci andremo insieme — precisò Lauren. — Passa a prendermi con la
carrozza alle sette.
Tom corrugò la fronte. — Ma Lydia ha detto che la cena è alle sette.
Il sorriso di Lauren si fece smagliante. — Certo, naturalmente. Però si
deve sempre arrivare tardi. È alla moda. A stasera, allora.
Lauren spronò il cavallo al piccolo galoppo. Tom fu tentato di seguirla,
invece preferì fermare il suo cavallo e stare semplicemente a osservarla
mentre si allontanava. Anche se vederla allontanarsi gli faceva sempre
male.
Capitolo 10

— Non posso credere che tu esca con un gentiluomo questa sera senza
chaperon. Papà ti aspetterà sicuramente nell'atrio con una pistola da
duello...
— No, non lo farà — ribatté Lauren, bloccando la diatriba di Amy ed
esaminando con occhio critico il proprio riflesso nello specchio.
Indossava un abito bianco con una scollatura modesta e con la gonna che
seguiva la linea delle gambe, pieghettata sulla parte posteriore e
impreziosita da un corto strascico. Un bordo di raso rosa aggiungeva una
punta di colore. Era il terzo vestito che si cambiava. Molly cominciava a
spazientirsi, perciò Lauren le aveva permesso di congedarsi. Però ora si
chiedeva se la scollatura fosse troppo bassa oppure non abbastanza bassa.
Sulla pettorina non C'erano bottoni. Già quello era un bel vantaggio. Se
non altro Tom non si sarebbe fatto distrarre dai bottoni e, di
conseguenza, sarebbe stato in grado di concentrarsi sulle lezioni di
etichetta che aveva in mente di impartirgli.
— Potrebbe esserci mamma... — Non ci sarà — la interruppe Lauren
in tono seccato. Improvvisamente ebbe l'impressione che i lacci del
bustino fossero stati stretti eccessivamente. E, santo cielo, perché l'estate
era così calda?!
— Stai arrossendo?
— No, ho solo caldo. Comunque ho già parlato con mamma e papà,
perciò non ci saranno fraintendimenti in merito a stasera. Lauren aveva
chiesto ai genitori di non farsi vedere, perché non voleva che Tom
cominciasse la serata sentendosi a disagio. La maggior parte delle
famiglie, domestici compresi, avrebbero accolto con piacere un lord, ma
Lauren sapeva che sua madre aveva molti pregiudizi su Tom, pregiudizi
che dubitava si potesse ro cancellare con dei fiori.
Amy fece scricchiolare i denti. — Sei sicura che non vuoi che ti
accompagni?
— Sono sicura.
— È un comportamento scandaloso, Lauren.
— Sarò in compagnia di Tom, Amy. E ceneremo a casa di Lydia.
— È proprio questo il punto. So che ti fidi di lui, ma è un uomo, e le
signore sotto i trenta non viaggiano da sole in compagnia di un uomo
che non sia il padre o un fratello. Non si fa e basta. È disdicevole.
— Parli come un manuale di buone maniere.
— Ho dovuto imparare a memoria un mucchio di regole d'etichetta.
Tanto vale che le mettiamo a buon frutto per non crearci imbarazzi. E
sono seria quando dico di venire con voi. Per decoro.
— Se non ce ne fossimo mai andate dal Texas, saremmo cresciute
senza chaperon. Sai che spesso, specie nelle zone più disabitate, capita
che una donna viaggi tutto il giorno e tutta la notte con un uomo che non
è né suo marito né suo fratello solo perché possano partecipare a un
ballo? E nessuno pensa male. Qui invece sono tutti talmente sospettosi!
Lauren si voltò a guardare Amy, allungata bocconi sul suo letto. Aveva
le mani giunte sotto il mento e la fissava con i suoi occhi azzurri. Tutte le
sue sorelle avevano gli occhi azzurri, ma quelle nate nel Texas avevano
gli occhi di un azzurro molto intenso, quasi blu, mentre le due più
giovani, figlie di Ravenleigh, avevano ereditato l'azzurro più chiaro del
padre.
— Qui è come se tutti ritenessero che nessuno è capace di resistere alla
tentazione di comportarsi male, e di conseguenza si proteggono con
regole d'etichetta e chaperon — spiegò Lauren. — Nel Texas gli uomini
sono così rispettosi con le donne e le tengono in così alta considerazione
che non c'è affatto bisogno di chaperon, e l'etichetta non è indispensabile.
Prevale il buon senso. Gli uomini non approfittano delle donne. Perciò,
per questa sera, farò finta di vivere nel Texas.
— Il ragionamento fila poco. Tom sarà anche vissuto nel Texas, ma il
suo sangue è inglese e lady Angelina ha sentito da lady Caroline, che l'ha
sentito da lady Deborah, che il pomeriggio in cui è venuto a casa nostra
per la prima volta ti ha abbracciata in un modo disdicevole che ha fatto
praticamente perdere i sensi a lady Blythe.
Lauren roteò gli occhi. I pettegolezzi a Londra erano una cosa da non
credere. — Mi stupisce che le voci in circolazione dicano che avevo
ancora i vestiti addosso quando Tom è uscito dal salotto con papà.
Amy fece una smorfia maliziosa. — In effetti c'è chi lo mette in dubbio.
Lauren scoppiò a ridere. — Con un pubblico di signore bene attente,
Tom mi ha spogliata!
— La cosa è interessante! Allora, Tom ti ha presa davvero fra le
braccia?
— No. Non ha fatto altro che salutarmi, dopo tanti anni che non ci
vedevamo. — "E ricordarmi che ero in debito con lui."
— Ti ama, lo sai?
— Chi? Papà?
— Sì, papà, naturalmente. Ma io mi riferivo a Tom.
— Dovresti chiamarlo Sachse.
— Non ha l'aria di un Sachse. Sembra più un Tom.
Lauren andò alla toletta, prese una bottiglietta di cristallo, si mise
qualche goccia di costoso profumo francese dietro le orecchie e, sperando
che la sorella non stesse guardando, tra i seni. Il taglio dell'abito lungo
non era abbastanza scollato da offrire qualcosa di più di un vago accenno
delle sue rotondità, ma l'aderenza non lasciava dubbi circa il fatto che
Lauren non fosse più piatta come un'asse di legno. Poi prevalse la
curiosità, che le fece chiedere: — Perché dici che mi ama?
— Per come ti guarda. Ieri in biblioteca non ti ha quasi mai staccato gli
occhi di dosso.
La porta si spalancò all'improvviso e comparve Samantha, che
respirava affannosamente per la scale fatte di corsa. — È appena arrivato.
Mio Dio, Lauren, sei sicura di non correre rischi con lui?
— Certo che sono sicura. Perché non dovrei?
— Be', perché si è dato un tocco da damerino. Credo che persino la
mamma sia rimasta scioccata.
Lauren si sentì nel panico. — La mamma è di sotto?
Sua madre e il suo patrigno sarebbero dovuti restare nelle rispettive
camere o in biblioteca. Non avrebbero dovuto salutare Tom.
— Lei e papà — confermò Samantha.
— Cielo, pensavo che avessero capito che non li vo levo intorno —
disse Lauren precipitandosi fuori dalla stanza e correndo verso le scale.
— Be', questa è casa loro — osservò Amy, tallonandola da vicino.
— Lo so, e sta diventando un inconveniente terribile.
— Solo perché sei convinta che la vita nel Texas fosse più attraente di
questa.
— Lo era.
Lauren si affrettò a scendere le scale.
— Ma...
— Piantala, Amy. Non ho voglia delle solite discussioni e non è
proprio il momento. Ho questioni molto più urgenti da...
A momenti Lauren inciampò vedendo Tom da metà scala.. O almeno
pensava che fosse Tom. Sicuramente lo era. Sì. Decisamente. I suoi occhi
erano inconfondibili, così come unico era lo sguardo penetrante che le
rivolgeva sempre, fino ad arrivarle al cuore. Era quello lo sguardo che
induceva Amy a pensare che l'amasse? L'aveva sempre guardata in quel
modo dal momento in cui si erano visti per la prima volta dietro
l'emporio di Fortune.
— Cielo, che bel damerino! — mormorò Amy.
— Sta' zitta — sibilò Lauren.
Non aveva mai trovato nulla di sbagliato nel suo aspetto esteriore.
Vestito da cowboy era bello, forte e sicuro di sé. Ma quella sera...
Non c'era più traccia del cowboy. Tom indossava pantaloni e marsina
grigio perla a doppiopetto, con gilet color borgogna. Un fiocco di seta
nera adornava la camicia plissettata grigio chiaro. Gli stivali erano stati
sostituiti da scarpe nere, lucidate a specchio. E nella mano sinistra
inguantata reggeva un cappello a cilindro nero.
I capelli color ebano erano ben pettinati, ravviati all'indietro. I suoi
occhi scuri brillarono quando accennò a uno dei suoi tipici sorrisi lenti e
sensuali. Era l'unico particolare personale che ricordava ancora a Lauren
il suo bel cowboy spudorato.
— Ciao, tesoro — la salutò lui, facendo riecheggiare la voce sui muri.
— Hai un aspetto... — Lauren rise — molto... rispettabile e decoroso.
— A dispetto delle voci, non sono di certo un pagano.
— A proposito delle voci — intervenne la madre di Lauren. — Se
insistete ad andare senza chaperon...
— Mamma — disse Lauren, interrompendoli» bruscamente. — Ne
abbiamo già discusso. Le uniche persone che sapranno che cosa faccio
stasera sono i domestici di casa nostra e quelli a casa di Lydia. Se
circoleranno delle voci al riguardo saprò esattamente dove cercare. E non
sarò troppo gentile. Sua madre lanciò un'occhiataccia a Tom. — Se
dovesse approfittare...
— Le darò io stesso il frustino — la interruppe Tom. Sua madre trasalì
vistosamente, buttando indietro la testa e battendo ripetutamente le
palpebre, come se in quel momento avesse visto qualcosa di Tom che non
aveva mai notato prima. Abbassò il mento e stirò le labbra. — Ero venuta
a ringraziarvi dei fiori. È stato Un gesto squisito. — Piacer mio, madame.
Lauren represse un sorriso. — Che aspettiamo? — annunciò poi,
dirigendosi verso la porta d'ingresso. Il maggiordomo aprì la porta e
Lauren varcò la soglia, indugiando il tempo necessario perché Tom la
raggi ungesse.
— Immagino che sarebbe potuta andar peggio — osservò Lauren. Poi
diede un'occhiata da vicino a Tom e Sorrise. — Avevo in programma di
chiedere a Harrington di discutere d'abbigliamento maschile con te, ma a
quanto pare hai già risolto il dilemma.
— Lady Sachse mi ha portato da un sarto. Non gli ci è voluto molto
per confezionarmi un vestito su misura. Approvi il suo lavoro?
Lauren non capì bene se stesse cercando dei complimenti o delle
rassicurazioni. — Ha fatto un lavoro magnifico. Sei elegantissimo.
— Volevo essere degno di avere la donna più bella di Londra al mio
fianco.
— Questi sono discorsi pericolosi, Tom. Continua così e non saprò
resisterti. E potrei pentirmi di non aver insistito per avere uno chaperon.
Arrivarono alla carrozza. Tom le offrì la mano per aiutarla a salire.
— Il nostro accordo prevedeva solo che ti facessi da tutrice, non che
fossi sedotta da te. — Lauren lo guardò negli occhi e capì che le sue
parole non avevano fatto altro che incitare ulteriormente il desiderio di
Tom. Era sempre stato pronto a raccogliere le sfide.
— Devi imparare a non essere così franco nell'esprimere i tuoi...
pensieri — gli disse.
— Sai a cosa sto pensando?
Lauren si affrettò ad annuire. — Credo proprio di sì.
— E ti disturba?
— Ne sono lusingata — ammise Lauren. — Ma devi essere prudente.
Un gentiluomo non cercherebbe mai di mettere a disagio una signora.
Salita sulla carrozza, Lauren fu sorpresa di trovare un mazzo di rose
rosa sul sedile di fronte al suo. Il profumo saturava l'abitacolo.
— Per chi sono? — domandò mentre Tom prendeva posto di fronte a
lei.
— Per la padrona di casa.
— È un pensiero premuroso — disse Lauren.
— Mi sembrava il meno che potessi fare.
Lauren si rammaricò di averlo avvertito di celare le emozioni. Tom era
riuscito a padroneggiare perfettamente quella regola della buona società.
Seduta là in carrozza, si rese sgradevolmente conto di non avere il benché
minimo indizio riguardo a ciò che Tom stava pensando in quel momento.
Guardò fuori da finestrino, già pentita dell'accordo con cui in pratica
aveva accettato di trasformarlo nel tipo d'uomo che non avrebbe mai
potuto amare.

Mentre la comoda carrozza procedeva verso la loro destinazione, Tom


finse di prestare orecchio ai consigli di Lauren sull'uso delle innumerevoli
posate (almeno una dozzina), sui vari piatti che sarebbero stati serviti in
tavola, su quando si doveva iniziare a mangiare (appena si aveva davanti
il piatto colmo, senza attendere che tutti fossero serviti), su quando si
doveva smettere (prima che il piatto fosse completamente vuoto e senza
chiedere una porzione supplementare), su cosa aspettarsi (set
te o otto portate) e su quello che ci si sarebbe aspettato da lui (una
piacevole conversazione). La sua Lauren gli stava impartendo
esattamente le noiose regole mondane della buona società per cui le
aveva chiesto aiuto.
La cosa strana era che ciò che le aveva domandato di fare non era
quello che desiderava veramente. Sì, voleva mostrarsi all'altezza di quella
gente, ma si rendeva conto anche che desiderava maggiormente
dimostrare a Lauren che era degno di lei. L'approvazione che le aveva
letto nello sguardo quand'era scesa dalle scale e lo aveva visto nell'atrio lo
aveva talmente soddisfatto e gonfiato d'orgoglio da rischiare di fargli
saltare i bottoni di perla dalla camicia. Le aveva letto negli occhi un vivo
desiderio, che corrispondeva al suo. Ma evidente mente in Inghilterra era
un'emozione che non si doveva affatto lasciare trasparire. Una vergogna.
Come faceva una donna a sapere che un uomo la desiderava ardente
mente se si era costretti a tenere a freno la passione?
— Non sei obbligata a insegnarmi tutto in un'unica lezione — le disse,
interrompendo il suo noioso soliloquio. — C'è così tanto da imparare e
da ricordare. Dovresti anche goderti la serata.
— Non mi paghi per godermi la serata — ribatté
Lauren, rivolgendo di nuovo lo sguardo su di lui. — Mi paghi
profumatamente perché sovrintenda alla tua trasformazione in un
raffinato uomo di mondo.
Cominciava a irritarlo che Lauren prendesse così a cuore il loro
accordo. Desiderava la sua assistenza.
Non poteva negarlo. Ma gradiva molto anche l'opportunità di
trascorrere del tempo insieme a lei.
— Chi ci sarà con noi stasera? — le domandò.
— Ti ricordi Gina? — Pierce?
— Sì. Adesso è la moglie del conte di Huntingdon. Ci saranno anche
loro due. In tutto saremo in sei. Ho pensato di limitare gli ospiti in modo
che se tu dovessi annaspare sulle regole della buona creanza non sarai
troppo imbarazzato. Lydia e Gina si sono trovate nelle tue stesse
condizioni, venendo in Inghilterra anni fa, e i loro mariti capiscono
benissimo che ci vuole un po' di tempo per imparare tutto. Perciò nessuno
farà caso agli errori che potresti commettere, e nessuno fuori dalle mura
della casa saprà mai delle tue inadeguatezze.
Più Tom conosceva il duca di Harrington, più questi gli piaceva. Forse
perché, proprio come lui, Harrington si era ritrovato inaspettatamente
erede di un titolo nobiliare. Magari non al livello di Tom, e non del tutto
inaspettatamente. Era il legittimo secondogenito del vecchio duca, e in
fondo, contrariamente a Tom, era cresciuto con la consapevolezza di
avere pur sempre una remota possibilità di diventare duca. Mentre Tom
non aveva mai avuto il benché minimo sospetto di ciò che lo attendeva.
Harrington era tutt’altro che pretenzioso, e si era attirato un'occhiata
fulminante da Lauren quando aveva detto a Tom di chiamarlo
semplicemente Rhys.
— Tom dovrebbe imparare come rivolgersi alle persone in modo
adeguato — lo aveva rimproverato Lauren.
— Gli regalerò uno dei manuali di galateo di Lydia — aveva promesso
Rhys.
Tom aveva anche preso subito in simpatia Huntingdon, forse perché
quando si era tolto i guanti prima di cena era risultato evidente che aveva
le mani di un contadino, e da quanto Tom aveva saputo fino a quel
momento gli aristocratici non avrebbero dovuto impegnarsi mai in lavori
manuali. Ma a quanto pareva i tempi stavano cambiando.
La cena era stata molto divertente, la conversazione piacevole, e
nessuno lo aveva sottoposto a un esame in merito a come si comportava.
Tutto sommato c'era un metodo razionale alla follia di tante posate a
disposizione di ciascuno, da utilizzare a coppie partendo sempre
dall'esterno. Per padroneggiare l'uso della forchetta sempre con la mano
sinistra c'era voluto del tempo, visto che era abituato a usarla con la
destra, ma, come gli aveva spiegato Lauren, usare esclusivamente la
sinistra era un segno di buona educazione. La mano destra era riservata
soltanto all'uso del coltello (o del cucchiaio).

Seduta al suo fianco, Lauren aveva cercato gentilmente di guidarlo nel


corso della lunga cena con discreti sussurri sottovoce e leggere gomitate,
perdendo la pazienza solo in un paio di occasioni e riprendendolo
apertamente perché non si sforzava più di tanto di usare la forchetta con
la sinistra. Francamente Tom non vi trovava alcuna utilità.
Il fatto che Lauren gli fosse seduta a fianco era stata invece una
gradevole sorpresa. In quel modo sentiva il suo profumo e il calore
irradiato dal suo corpo, e questo era di gran lunga più piacevole che
averla seduta di fronte a lui, come sarebbe stato in Texas.
— Grazie al cielo è finita — esclamò Rhys, non appena le signore si
ritirarono in salotto, lasciando soli gli uomini per un brandy e qualche
chiacchiera presumibilmente maschile. — Sopporto a malapena le cene
formali.
La cena era terminata dopo otto portate. Le signore, com'era
consuetudine, si erano appartate per stare solo tra donne. Tom non
voleva fare la figura dell'ingrato, ma avrebbe preferito avere le signore
presenti. Riteneva che in Inghilterra non fossero apprezzate abbastanza, e
non vedeva alcuna necessità di cacciarle via per poter parlare liberamente
tra uomini. Tuttavia Lauren aveva insistito.
— Formali? — ripeté Huntingdon. — Dio del cielo, una cena formale è
quando si è in presenza di almeno un centinaio di invitati. Questa cena è
stata semplicemente una piacevole serata.
Rhys guardò Tom negli occhi e indicò Huntingdon con un cenno del
capo. — Contrariamente a voi e a me, lui non ha mai avuto il lusso di
conoscere nient'altro che la vita del nobiluomo.
— Sì? Quand'è stata l'ultima volta che avete mietuto frumento? —
domandò Huntingdon.
— Devo confessare che il lavoro manuale più vicino alla mietitura del
frumento che abbia fatto in vita mia è stato caricare bastimenti. E quello,
amico mio, è un lavoro massacrante.
Ridacchiando, Tom attirò l'attenzione dei due inglesi. — Pensavo che i
nobili dovessero fingere di non avere mai alzato un dito in vita loro.
— Infatti — ammise Huntingdon. — Perdonatemi il lapsus.
— Allora come stanno mio fratello e la sua famiglia? — domandò
Rhys, mentre il cameriere gli versava un bicchiere di brandy.
— L'ultima volta che li ho visti stavano tutti bene — rispose Tom. —
Stanno costruendo una casa nuova. Hanno anche fatto qualche viaggio.
— Sono felice di sentirlo. Grayson ha avuto una vita difficile da
giovane qui in Inghilterra, essendo un figlio illegittimo e tutto quel che
comporta. Si è disapprovati da tutti. E poi mio fratello Quentin non era il
più cordiale dei fratelli.
— La crudeltà è diffusa tra gli aristocratici? — domandò Tom. —
Perché ho sentito anche delle cose terribili riguardo a mio padre.
— In realtà no. Per la maggior parte l'aristocrazia è composta di brave
persone, uomini e donne di buon animo che prendono la loro condizione
privilegiata e i loro doveri con la massima serietà e con molto onore e
nobiltà. Ma come ogni aspetto della società, le eccezioni abbondano, e
anche noi abbiamo le nostre mele marce. — Rhys gustò un sorso di
brandy. — Credo che questa sia la parte della serata in cui è previsto che
vi istruisca sulle maniere che seguono la cena. Prima di ritirarsi con le
altre signore Lauren mi ha sussurrato all'orecchio che voi avete... sono
parole di Lauren, non mie... il "brutto vizio del fumo". Perciò, ecco quali
sono le regole, come le conosco. Se decidete di gustarvi un sigaro o una
sigaretta, non potete riunirvi alle signore. Non è educazione star loro
intorno con l'abbigliamento impregnato di fumo. Naturalmente se chi vi
ospita ha un salotto da fumo e vi può offrire una giacca da fumo, allora è
permesso. Io non ho né l'uno né l'altra.
— Peccato. Nella tasca interna della giacca ho dei sigari di qualità
sopraffina.
— Davvero? Ai tanti vizi che ho già non ho ancora aggiunto il fumo.
Pensate che uscire in giardino dalla veranda servirebbe a impedire al
fumo di impregnare i nostri vestiti?
Tom sorrise. — È il posto che sceglierei anch'io.
Rhys fece servire altro brandy dal cameriere prima di accompagnare
Tom e Huntingdon in veranda. Poco dopo, i tre stavano fumando
beatamente i sigari e godendosi il brandy.
— Credo che questo per me sia l'inizio di una cattiva abitudine —
osservò Rhys.
— Mi vengono in mente abitudini peggiori — disse Tom. — Confesso
di averne avuta anche qualcuna.
— Anch'io, temo, sebbene il matrimonio abbia diminuito
considerevolmente il numero delle cattive abitudini.
— Se ho ben capito avete conosciuto Gina nel Texas — disse
Huntingdon a Tom.
— Non così bene come conosco Lydia, dato che la famiglia di Gina ha
lasciato il Texas da anni. Non dice mai di aver voglia di tornarci?
— No. Ritengo che qui sia molto felice.
— Ditemi: quant'è importante in realtà tutta questa roba che Lauren
ritiene così dannatamente fondamentale?
— Intendete dire la stagione mondana? — domandò Rhys.
— La stagione mondana, le buone maniere, l'etichetta, il fare buona
impressione. Tutto quanto, insomma.
Scrutando a fondo Tom, Rhys aspirò una boccata dal sigaro. — In
effetti è molto importante. Amplia o limita le vostre opzioni, in
proporzione alla vostra bravura di... esecuzione. Che ci crediate o no, il
vostro compito più urgente è quello di prendere moglie e di procreare un
erede al quale affidare i vostri titoli.
Tom non potè farne a meno. Scoppiò a ridere. — State scherzando,
vero?
— Purtroppo no. Dico sul serio. Se ho ben capito, in base alle voci che
corrono, la vostra situazione finanziaria è florida. Naturalmente dovete
ancora controllare di persona le proprietà e le tenute di campagna, ma in
gran parte è un lavoro che potete delegare ad altri. Potrete fare
personalmente un sopralluogo in seguito per assicurarvi che il lavoro sia
stato fatto in modo corretto.
"Tuttavia, gran parte dei vostri sforzi vanno nella ricerca di una
consorte adatta, e questo, amico mio, è il vero scopo della stagione
mondana. Ogni ballo è un mercato matrimoniale. Voi date un'occhiata
alle offerte, fate la vostra scelta, affascinate e corteggiate la candidata
probabile, cosicché per la fine della cosiddetta "stagione" la prescelta
porta al dito il vostro anello piuttosto che quello di un altro pretendente."
— Perciò se non vado in cerca di una consorte potrei risparmiarmi tutte
queste sciocchezze.
— Pensavo che Lauren avesse in progetto di tornare nel Texas.
— Così è, infatti. — Questo non significava che Tom avesse rinunciato
del tutto a lei. — So che qui è infelice — soggiunse, aspirando una
boccata dal sigaro.
— A questo proposito non so dirvi nulla. L'ho conosciuta soltanto la
stagione scorsa. Prima di allora ero una sorta di... emarginato.
Tom ridusse gli occhi a due fessure, esaminando attentamente Rhys. —
Come si diventa un emarginato?
— Con un piccolo scandalo di famiglia, il che, a mio modesto modo di
vedere, non mi rende la scelta ideale per istruirvi nel comportamento
appropriato. Tuttavia, nel mio caso, presumibilmente mi è stato tutto
perdonato e ho riconquistato il mio rango. Ma solo per merito di Lydia.
— Lei si trova benissimo ed è felice qui.
— Incredibilmente.
— Come siete riuscito a farlo accadere?
— Non pensate che io c'entri qualcosa, a parte l'amore che ci lega.
Lydia semplicemente si bea di tutti i cerimoniali che io trovo invece
tediosi, e sui quali prospera.
— Se li trovate tediosi, allora perché vivete a Londra?
— Perché Lydia adora abitarci, e io amo mia moglie. Inoltre, devo
cominciare a porre le fondamenta perché i nostri figli, quando verranno,
siano accettati e benvoluti da chiunque li conosca.
Tom fece una smorfia. — Io sono abituato al fatto che un uomo viene
giudicato in base ai suoi meriti personali.
— Un uomo si può risollevare dagli scandali di famiglia. Gli scandali
personali possono invece influire negativamente sul casato di chi lo
commette, facendolo cadere in disgrazia. Un comportamento scorretto
non è tollerato, specie dai ranghi più anziani della classe sociale a cui si
appartiene. Anche se vorrei tanto che le cose funzionassero diversamente,
vi consiglierei di prendere con la massima serietà le lezioni di galateo di
Lauren. Una reputazione macchiata non è facile da pulire.
— Lauren dice che ci vuole coraggio per prosperare, qui.
— Ha perfettamente ragione, ed è probabile che sia un genere di
coraggio al quale voi non siete abituato. Sospetto che i pericoli che avete
sempre affrontato laggiù nel Texas fossero estremamente chiari, visibili,
senza problemi. Qui invece non sono sempre vistosamente ovvi.
— Ho pensato che se riuscissi a capire che cosa rende veramente
infelice Lauren potrei sistemarlo in modo che decida di rimanere.
Ah! E poi affermate di non essere in cerca di moglie!
Tom appuntò lo sguardo sul giardino avvolto dal buio. — Come si può
sposare una persona che non si ama?
— Mio padre l'ha fatto. Lui e mia madre trascorsero gran parte della
loro vita nella più completa tristezza, e questo ha influito parecchio sui
loro figli, di modo che anche noi abbiamo vissuto nell'infelicità.
— Sì — concluse Tom sottovoce. — Avevo capito che questo stato di
cose poteva rendere infelici una quantità di persone.
— Parlando per esperienza — intervenne Huntingdon — un
matrimonio di convenienza non è necessariamente sempre infelice. Io mi
sono sposato per questioni economiche e sono stato così fortunato da
trovare anche l'amore.
— Tuttavia dovete ammettere che nell'aristocrazia sposarsi per motivi
diversi dall'amore di solito è la regola — dichiarò Rhys. — Politica,
prestigio, denaro... Suppongo sia per questo che tante persone si fanno
l'amante.
— Non riesco neppure a immaginare di sposarmi per una di queste
ragioni — affermò Tom.
— Non vorrete dirmi che l'amore è l'unico motivo per cui la gente si
sposa nel Texas, vero?
Tom finì il brandy e scrollò il capo. — No. Agli uomini occorre una
valida collaboratrice, alle donne serve sicurezza e protezione. A volte è
per combattere la solitudine. Suppongo che, almeno all'apparenza, le
nostre ragioni siano più oneste delle vostre.
Rhys sogghignò. — Dovrete smetterla di pensare a voi stesso come a
un uomo che non è uno di noi. Questo atteggiamento non sarà accolto
per niente bene dalle persone del vostro rango.
— E voi pensate che questa sia una cosa di cui dovrei preoccuparmi?
Di che cosa mi rende accettabile alle persone del mio rango?
— Se un giorno doveste prender moglie, se un giorno doveste aver dei
figli, allora sì, fareste meglio a preoccuparvi che i vostri pari abbiano
un'ottima opinione di voi. Questo non è per dire che non potete essere voi
stesso. Ma semplicemente che lo fate entro i confini della nostra società.
Tom credeva di capire perché Lauren non fosse pienamente soddisfatta
di vivere in Inghilterra. Non era un posto in cui una ragazza avrebbe
permesso a un ragazzo di sbottonarle il corsetto. Non era un posto in cui
un ragazzo probabilmente l'avrebbe mai chiesto.
Tre lord dai capelli scuri si erano seduti a tavola a cena. Osservandoli,
in base al loro comportamento, Lauren doveva ammettere di non saper
distinguere i due cresciuti in Inghilterra da quello cresciuto in America.
Solo quando Tom parlava emergeva in superficie che aveva fatto un
lungo viaggio a serpentina per giungere a destinazione.
Eppure persino il suo strascicato accento americano non era marcato
come al solito, come se si stesse sforzando di mantenere al minimo le
differenze.
— Stavo dicendo che la cena è andata benissimo — esordì Lydia,
quando le signore si accomodarono in salotto a bere una tazza di tè
mentre gli uomini sorseggiavano un brandy in sala da pranzo. — Non sei
d'accordo, Lauren?
— Cosa? Ah, sì — ribatté lei, cercando di concentrare l'attenzione sulla
conversazione in corso anziché sulle sue riflessioni personali. Sapeva che
Lydia e Gina probabilmente avrebbero dissentito, ma aveva più volte
pensato che Tom fosse il più bello ed elegante dei tre, e che badare a lui
non era certamente stata un'impresa.
— Tom sembrava perfettamente a suo agio in nostra compagnia
durante la cena — osservò Gina. — Oltre tutto a me e a Devon piace
evitare i ricevimenti in cui vige una formalità eccessiva.
Lauren ritenne interessante che le due donne nelle quali riponeva più
fiducia in assoluto avessero idee così diverse sull'etichetta. Gina aborriva
qualsiasi cosa avesse a che fare con l'etichetta, mentre Lydia se ne beava.
— Te ne preoccupi troppo — commentò Lydia.
— Strano che lo dica proprio tu che la ritieni così importante da
scriverci un libro — replicò Gina.
L'unica cosa che le due amiche avevano in comune era che nessuna
aveva peli sulla lingua; entrambe esprimevano le loro opinioni senza falsi
pudori.
— Lauren, dove hai la testa? Sembri così distante! — disse Lydia.
Lauren guardò sua cugina, poi fissò l'amica e scosse il capo. — Sono
sbalordita, tutto qui.
— Da cosa? — chiese Gina.
— Temo di essere colpevole come le signore di mezza Londra per aver
pensato che Tom si comporterà come un barbaro.
— Nel corso di una cena non ci sono poi così tanti errori che si
possono commettere — disse Lydia.
— Specie se si è un gentiluomo, in ogni caso — osservò Gina. — La
disposizione dei posti, le portate da servire, qualsiasi cosa abbia
importanza a cena è compito delle donne. Gli uomini non devono fare
altro che sedersi dove gli viene detto e mangiare quello che viene messo
loro davanti.
— Sì, immagino che sia abbastanza vero — disse Lauren. — Solo
che... Tom sembrava così sicuro di sé!
— Perché non avrebbe dovuto? Era tra amici.
— Non gli hai dato una lezione di buone maniere quando sei andata a
trovarlo stamattina?
— No. Volevo solo farlo sentire bene accolto.
— Che importanza ha se prende lezioni altrove? — chiese Gina.
— Non ne ha, se non per il fatto che potrei già essere in viaggio per il
Texas, non fosse per la mia promessa di fargli da tutrice.
— Stento a credere che saresti disposta a perdere la stagione mondana
— disse Lydia.
— Solo perché la adori a tal punto! — le fece eco Gina.
Lauren scosse il capo. — Dopo aver rifiutato il corteggiamento di
Kimburton la mia stagione sarà una noia mortale. Ho il sospetto che ben
pochi cavalieri mi inviteranno a ballare.
— Sei un'ereditiera, Lauren — le ricordò Gina. — Andrai a un'infinità
di balli e avrai una sequela di cavalieri. Gli amici di Kimburton forse gli
saranno solidali, ma a Londra non c'è lord che non sarebbe felice di
sapere che ha l'occasione di riempire i forzieri di famiglia con la tua dote.
Credi a me, so tutto sulla brama che certi signori hanno di riempire le
casse di famiglia.
Era stata la necessità di riempire i forzieri degli Huntingdon a portare
Gina al matrimonio con Devon. Un matrimonio di interesse che
imprevedibilmente si era trasformato in un solido matrimonio basato
sull'amore. Mentre se Lauren avesse sposato Tom qualche anno prima il
loro matrimonio dettato dall'amore sarebbe diventato un matrimonio
d'interesse.
— Allora che piani hai riguardo a Tom? — domandò Lydia.
Deglutendo a fatica, Lauren fissò la cugina. — Scusa?
— Tom. Quali altre lezioni ti riprometti di insegnargli?
— Oh, lezioni, sì. Ehm... be', c'è il ballo che darai settimana prossima,
naturalmente. Sarà opportuno rivedere insieme a Tom il protocollo
relativo ai balli in società.
— Vuoi che dia un ballo a limitata partecipazione, in modo che voi due
vi esercitiate? — chiese Lydia.
Lauren rise. — No, non sarà necessario. Posso spiegargli quello che gli
occorre sapere. Tom non vuole essere considerato un barbaro incivile.
Immagino che una serata a teatro possa essere sufficiente.
— Hai davvero intenzione di tornare in Texas? — domandò Gina,
cambiando argomento prima che Lauren avesse il tempo di compilare
oralmente un elenco di lezioni di galateo.
Lauren sorrise allegramente. — Certo! Sei rosa dall'invidia?
— Stranamente no. Tornare in Texas significherebbe abbandonare
Devon. Non riesco a immaginare una vita senza di lui. Un tempo eri
innamorata di Tom e sai...
— Ero solo una bambina. Siamo cambiati entrambi
considerevolmente.
— E se trascorrendo del tempo insieme ti innamorassi di nuovo di lui?
— domandò Lydia.
Ignorando la domanda della cugina, Lauren si alzò, andò alla finestra e
guardò in giardino. — A quanto pare i gentiluomini sono usciti a fumarsi
un sigaro.
— Non dovremmo unirci a loro? — chiese Gina. — Sono sempre stata
convinta che separare i due sessi dopo cena fosse una sciocchezza.
— Tu sei convinta che sia tutto una sciocchezza — commentò Lydia.
— Perché la maggior parte delle buone maniere sono una sciocchezza.
— Di che cosa pensate parlino gli uomini quando ci bandiscono dalla
loro presenza? — domandò Lauren quasi sottovoce.
— Rhys mi ha assicurato che generalmente non parlano di nulla di
importante — rispose Lydia.
— Potremmo sempre andare a ficcanasare e a origliare — propose
Gina.
— Questo sarebbe scorrettissimo e sconveniente — rammentò loro
Lauren.
— Siamo ragazze del Texas — dichiarò Gina. — Ci siamo guadagnate
il diritto di essere sconvenienti.
Lauren girò i tacchi, voltando le spalle alla finestra, col sorriso sulle
labbra. — "Guadagnate il diritto?"
Gina si strinse nelle spalle. — Forse "guadagnate" non è la parola
giusta. Qualunque sia il temine più adatto, non ha nessuna importanza.
Se vogliamo sapere di che cosa stanno discutendo, basta andare là e
ascoltare.
— Sto cercando di insegnare a Tom il comportamento corretto in
società.
— Un comportamento barboso, se vuoi il mio parere.
— Non te l'ho chiesto! — scattò Lauren. — Pensi forse che voglia stare
a guardare Tom che cambia? Pensi che voglia essere proprio io a chiudere
in gabbia tutto ciò che un tempo amavo in lui? — Lauren si prese il viso
tra le mani, reprimendo le lacrime che le erano salite all'improvviso agli
occhi.
— Lauren?!
Le sue amiche furono subito al suo fianco. Tirando inelegantemente su
col naso, Lauren abbandonò le braccia lungo i fianchi. — Scusate. Tom
non vuole essere in imbarazzo in società e io gli ho promesso di
insegnarglielo, e so che è sciocco, ma mi manca tanto il ragazzo che era
un tempo.
— Sarebbe così anche se non gli facessi da maestrina — commentò
Lydia. — Ha smesso tanto tempo fa di essere il ragazzo che ricordi. Forse
è ora che tu dia una bella occhiata all'uomo che è diventato.

— È stato molto più piacevole di quel che mi aspettavo — disse Tom


mentre la carrozza attraversava le vie silenziose di Londra.
Era seduto di fronte a Lauren, ma lei riusciva a sentire il vago aroma
del sigaro che aveva fumato e una punta di odore del brandy che aveva
bevuto, oltre alla meravigliosa fragranza incredibilmente mascolina che
emanava. Tom occupava molto spazio all'interno della carrozza, non
perché fosse grasso, ma per le gambe lunghe, i muscoli ben sviluppati,
l'ampio torace e le spalle larghe. "Dai una bella occhiata all'uomo" le
aveva suggerito sua cugina. Come se avesse scelta! Come se ogni
particolare del suo aspetto esteriore non attirasse già la sua attenzione, o
non fosse piacevole a vedersi!
— A cosa stai pensando? — le domandò.
— La settimana prossima... — Lauren si schiarì la voce sperando di
riuscire a controllarla — Lydia darà il primo ballo della stagione. Stavo
semplicemente elencando mentalmente tutto quello che dobbiamo curare
in te prima di allora. — "Bugiarda! Bugiarda!" — Suppongo che dovremo
prendere accordi con una persona competente che ti dia delle lezioni di
ballo...
— So come si fa a ballare.
Lauren rise allegramente. — Qui in Inghilterra i balli sono un po'
diversi da quelli a cui sei abituato, Tom.
— So come ballano gli inglesi. Il patrigno di Lydia qualche anno fa
diede alcune lezioni di ballo e di buona creanza a un gruppo di cowboy,
me compreso, prima che Lydia compisse i diciotto anni. Penso che fosse
un ulteriore regalo di compleanno: assicurarsi che nessuno le avrebbe
pestato i piedi.
— Sì, so che avevi ballato con lei. Ma mi ha precisato che eri
bravissimo.
— Non so perché avrebbe dovuto farlo.
Perché era un lato di lui che Lauren voleva conoscere. Era avida di
qualsiasi informazione sul suo conto, per quanto minima o insignificante.
Per un attimo provò una fitta di gelosia nei confronti della cugina,
immaginandola mentre ballava col suo Tom, tra le sue braccia, col calore
del suo corpo contro il suo...
Armeggiando nervosamente con la stoffa della gonna, rifletté su ciò che
non sapeva. Alla fine, disse: — Prima di venire qui avresti potuto
chiedere a Grayson Rhodes di insegnarti quel che volevi sapere.
— Non ne ho avuto il tempo. In men che non si dica mi sono ritrovato
su una nave a vapore a immaginare chissà cosa di questa faccenda.
Inoltre, pensavo che forse sarei arrivato qui solo per scoprire che si
trattava di un equivoco. In tal caso non avrei fatto la figura dell'idiota ad
andare in giro dicendo a tutti che ero un conte mentre in effetti non lo
ero?
Lauren non si era mai resa conto veramente, prima di quella domanda,
di quanto a Tom importasse l'impressione che faceva sulla gente.
— Dunque pensi di saper affrontare un ballo in società senza problemi?
— gli chiese.
— Credo di sì.
— Allora provvederò a organizzare qualche altra uscita da qui al
giorno del ballo. È importante farsi vedere, e se Lydia e Rhys ci
accompagnano, dovresti riuscire a farti presentare a diverse persone
prima di allora, in modo da non sentirti un pesce fuor d'acqua.
— Mi piace Rhys — disse Tom.
— Lydia ne è talmente innamorata!
— Sono convinto che il sentimento sia reciproco.
— La stagione scorsa Rhys ha tentato di allontanarla da Londra per
non imbarazzarla per la sua situazione, ma Lydia ha rifiutato di andar
via. È stata al suo fianco quando nessun altro lo avrebbe fatto.
— Per essere una città che ha così tante leggi e regole di galateo,
Londra abbonda di scandali.
— Immagina quanti ne avremmo se non avessimo nessuna regola.
— Forse è proprio averne troppe che provoca tanti problemi. Certa
gente sente il bisogno di infrangerle, o almeno di vedere fino a che punto
riesce a forzarle.
— È quello che fai tu? Vedere fino a che punto riesci ad arrivare?
— Non mi conosci abbastanza, Lauren, da sapere che non mi
accontento di forzare le regole? Preferisco di gran lunga infrangerle.
— E se qualcuno si fa male?
— Non vedo come usare la forchetta con la destra possa far male a
qualcuno.
— Ci sono regole che infrangeresti?
— Certamente.
— Dovrei dirlo a mia madre. Questo la tranquillizzerebbe proprio.
—Ne dubito.
Qualcosa suggerì a Lauren di cambiare argomento. — Sai che in
Inghilterra ci si aspetta che le signore svengano? Lady Blythe una volta
ha dato un party dedicato agli svenimenti, in cui tutte le ragazze, un po'
di tempo fa, dovevano esercitarsi a svenire e scambiarsi consigli su come
renderlo più convincente.
Tom ridacchiò. — Non ti ci vedo a fare la svenevole.
— Forse scriverò un libro come ha fatto Lydia. Lo intitolerò Manuale
per signore su come addomesticare un cowboy. Dovrebbe vendere bene finché
non ti sposi e ogni lady in età da marito a Londra pensa di avere la
possibilità di conquistare il tuo cuore.
— Rhys dice che qui non ci si sposa necessariamente per amore.
— Questo non significa che non si cerchi di fare innamorare. Fa parte
del gioco. E tu dovrai sposarti prima o poi, Tom. Dovrai fornire un erede
al tuo casato.
— Ravenleigh non l'ha fatto. La cosa lo preoccupa?
— È una situazione un po' particolare. Comunque non ha mai insistito
perché mia madre gli desse un figlio maschio. Almeno non che io sappia.
Anzi, sembra molto felice di trasmettere i suoi titoli al nipote. — Lauren
sbadigliò. Tutto sommato, ti sei comportato benissimo stasera.
— Non volevo metterti in imbarazzo.
— È questo il bello di cenare a casa di Lydia. A nessuno sarebbe
importato nulla.
— Penso di poter considerare Rhys un amico.
— Sì, può darsi, visto che entrambi possedete un pizzico di malizia.
— Sono convinto che ti piaccia la malizia. — Non indurmi a
dimostrarti che ti sbagli, Tom. — Credo invece che tu tema di dimostrare
che ho ragione.
Tom le si sedette accanto.
— Un gentiluomo non dovrebbe sedersi accanto a una signora, in
carrozza...
— Lo so. — Con un dito le sfiorò le labbra. Senza guanti. Quando si
era tolto i guanti?
— Non sei stanca di declamare regole a getto continuo? — le
domandò.
— È per questo che mi paghi.
— Quando siamo soli non mi importa un accidente delle regole del
galateo.
Prima che Lauren avesse anche solo il tempo di pensare a come
obiettare, la bocca di Tom fu sulla sua, e la sua lingua le esplorò le labbra
dischiuse, profondamente, in modo famelico. Lauren sentì il gusto di
brandy che Tom aveva bevuto un'ora prima, e il gusto unico della sua
bocca. Avrebbe dovuto respingerlo, insistere che si fermasse... E lo
avrebbe fatto sicuramente di lì a qualche secondo. Gli avrebbe concesso
un altro bacio, un altro gemito mal represso, un altro sospiro, un altro...
La carrozza si fermò con un lieve sobbalzo, costringendoli a separarsi.
— Non hai dimostrato niente.
Tom si limitò a sorriderle. Un sorrisino beffardo.
Lo sportello della carrozza si aprì e il valletto aiutò Laurea a scendere.
Tom la seguì e l'accompagnò su per i gradini antistanti la porta d'ingresso.
Arrivati in cima, Lauren appoggiò la mano sulla maniglia della porta.
— Allora? Qual è il prossimo appuntamento? — le chiese lui.
— Parlerò con Lydia, vedrò quando è disponibile e ti farò sapere.
Lui le accarezzò con un dito il lato del collo e il desiderio la percorse
tutta dalla punta dei piedi ai capelli. — Era solo un bacio — le disse
sottovoce.
"Solo un bacio?!" Era come dire che i gioielli della Corona erano solo
gioielli, o che il Big Ben era solo un orologio.
— Situazioni come quella di poc'anzi mi renderanno soltanto le cose
più difficili quando per me verrà il momento di partire.
— Quindi preferisci non avere dei ricordi da portare via con te?
Lauren lo guardò di sottecchi. — Preferirei che ci attenessimo
all'accordo concluso.
— Come vuoi. — Tom le prese la mano, con lentezza esasperante le
sfilò il guanto e le depose un bacio appassionato sulle nocche. — Solo
vedi di ricordarti che abbiamo concluso due accordi, ed entrambi devono
essere mantenuti.
Prima che Lauren avesse il tempo di ribattere che il patto concluso da
ragazzi non sarebbe mai stato mantenuto, Tom si voltò e scese i gradini
del palazzo.
Mentre entrava in casa, Lauren decise che l'indomani mattina avrebbe
dato disposizione a Molly di scartare tutti i vestiti o gli abiti lunghi con i
bottoni sul davanti che aveva in guardaroba. Non pensava che Tom
avrebbe approfittato di lei senza permesso, ma perché la verità era che lui
aveva ragione. Temeva che fosse una tentazione alla quale non avrebbe
saputo resistere.

Seduto in carrozza, Tom accarezzava il guanto di Lauren, tenendolo


delicatamente tra le mani e chiedendosi quando si sarebbe accorta che
non glielo aveva restituito. Ogni momento trascorso con lei era puro
tormento; esserle vicino e non toccarla, cedere alla tentazione e baciarla,
ma non farla sua.
Non sapeva esattamente quando fossero cambiati i suoi piani riguardo
a lei, quando cioè avesse deciso che non la voleva tanto come tutrice
quanto per dimostrarle la passione e il fuoco che potevano accendersi tra
loro.
Non voleva lasciarla partire senza aver esplorato tutto tra di loro. E
questo significava fare tutto ciò che era in suo potere per trovare un varco
nella facciata riservata di Lauren. Rovinare tutti gli anni in cui si era
addestrata a resistere.
Farle desiderare di possederlo con la stessa disperazione con cui lui
desiderava farla sua.
Capitolo 11

— Mi sono informata. È stato invitato.


— Allora sicuramente verrà.
— Si può solo sperare.
— Potrebbe non comprendere appieno l'importanza della questione.
— E il primo ballo della stagione mondana. Certamente ne capisce
l'importanza. È qui da quanto basta per imparare ad apprezzare alcune
delle nostre usanze.
— Spero che non abbiate in programma di accaparrarvelo tutto per voi
questa sera, come apparentemente avete fatto da quando è arrivato.
In piedi in compagnia delle quattro solite dame, Lauren non potè
impedirsi di arrossire quando lady Blythe le indirizzò l'ultima
dichiarazione con evidente disapprovazione. Lo sguardo della giovane
dama era duro, le labbra serrate e le sopracciglia inarcate. Il ballo non era
ancora iniziato e le signore erano impegnate nel solito conciliabolo di
pettegolezzi. Il fatto che fosse davvero il primo ballo della stagione, dato
niente meno che dalla duchessa di Harrington, significava anche che la
maggior parte degli invitati avrebbero avuto moltissimo su cui
spettegolare, e che altre gentildonne stavano sgomitando con la loro
cerchia ristretta, nello sforzo di scoprire quali notiziole piccanti si fossero
perse.
— Per tutto il tempo che ho trascorso con lui, la sua attenzione è stata
più concentrata sull'apprendimento dei vostri rituali sociali che su di me
— spiegò Lauren, irritata di sentirsi in qualche modo in dovere di fornire
spiegazioni sulle proprie azioni o sul tempo passato con Tom. Nel corso
della settimana appena conclusa, accompagnati da Lydia e Rhys, lei e
Tom avevano assistito a un'opera all'Albert Hall, dato un'occhiata alla
National Portrait Gallery, visitato il Crystal Palace e passeggiato nel
giardino zoologico. Ovunque erano andati, Lydia si era affrettata a
presentare il nuovo conte a qualsiasi personaggio di rango elevato, il che
era il vantaggio di andarsene in giro per Londra accompagnati da un duca
e da una duchessa: c'erano ben poche persone alle quali non potessero
imporre la propria presenza per fare le presentazioni.
Tom era sempre affascinante con gli uomini e conturbante con le
donne, e abbagliava le signore con il suo sorriso ribaldo. Persino il suo
accento strascicato da americano sembrava non dare sui nervi a nessuno,
al contrario di quello che era successo a Lauren da giovane. Lady Blythe
aveva detto la verità: quando uno era facoltoso e con un titolo nobiliare
venivano facilmente tollerate una quantità di pecche. A dire il vero Tom
si stava comportando talmente bene e con tale galanteria che Lauren
cominciava a dubitare di avere in realtà un altro scopo preciso, a parte
fornirgli assistenza, tenerlo a braccetto e fargli compagnia conversando le
rare volte che restavano un momento da soli.
Di tanto in tanto certi piccoli particolari lo sconcertavano, come la
pratica di dare la mancia agli spazzini per strada perché scopassero il
selciato davanti a loro in modo da fargli attraversare la strada senza
pestare escrementi di cavallo, o restare seduto in un negozio in modo che
i commessi o le commesse potessero presentargli gli articoli (aveva
comprato dei ventagli per tutte le signore di casa Ravenleigh, servitù
compresa). Piccoli particolari. Cose che avrebbe potuto imparare
semplicemente osservando. Era estremamente generoso...
— Mi ha mandato dei fiori, sapete? — annunciò lady Blythe. — Dopo
che siamo state a cavallo nel parco con lui la settimana scorsa. Un mazzo
di rose rosa.
"Troppo generoso, forse" pensò Lauren, tutt'a un tratto irrazionalmente
seccata che Tom stesse mostrando interesse per...
— Quelle che ha mandato a me erano bianche — osservò lady
Cassandra.
— Le mie erano rosse — disse lady Priscilla ridacchiando come un'oca.
Tutti gli occhi si rivolsero a lady Anne. Che arrossì. — Le mie erano un
assortimento di rose rosse, rosa e bianche. — "Ho molto gradito il
caloroso benvenuto" era scritto sul biglietto che le accompagnava. Ho
pensato che fosse dolcissimo da parte sua.
Ma nessuna aveva ricevuto delle rose gialle, non potè fare a meno di
notare Lauren, deliziandosi della consapevolezza che quelle erano state
riservate a lei sola. Un piccolo tocco di Texas.
Le gentildonne annuirono, mormorando che Sachse aveva espresso gli
stessi sentimenti per ognuna di loro. Un bel tatto da parte sua non
scegliere alcuna da coprire di maggiori attenzioni e nel contempo facendo
sentire speciale ognuna di loro. Pieno di tatto, furbo ed esperto.
— E il colore delle vostre rose? — domandò a Lauren lady Blythe con
un tono leggermente sprezzante che a Lauren diede parecchio fastidio.
— Non ho ricevuto fiori dopo la passeggiata a cavallo nel parco —
disse, restia a rivelare che i suoi le erano stati mandati in precedenza. Le
signore sue amiche sapevano già abbastanza dei suoi momenti pubblici
con Tom. Intendeva tenere per sé quelli privati. Non che ne avessero
molti, tuttavia...
— Pensate che stasera verrà vestito da cowboy? — domandò lady
Cassandra.
— Oso insinuare che sarebbe scandaloso — proferì lady Blythe.
— Quando ha fatto la sua comparsa a palazzo Ravenleigh non portava
i guanti, e neppure la mattina in cui siamo andati insieme a cavallo nel
parco. — Agitando freneticamente il ventaglio davanti al viso, lady
Cassandra parve sul punto di avere uno dei suoi svenimenti. — Non ho
mai toccato la mano nuda di un uomo prima d'ora. Spero tanto che mi
inviti a ballare.
— E se non sapesse ballare? — fece notare lady Priscilla.
— Oh, è capace, è capace — le rassicurò Lauren.
— Gli avete insegnato voi? — chiese lady Priscilla.
— No, ci si è dedicato nel Texas, in tutti i suoi...
— Oh, parola mia, penso sia lui — le interruppe lady Blythe
bisbigliando senza fiato.
— Credo abbiate ragione — disse lady Cassandra. — Oso dire che
sono in imbarazzo a stabilire se lo preferisco vestito da cowboy o da
gentiluomo. Sebbene debbo confessarvi che non ricordo di averlo mai
visto così straordinariamente bello ed elegante.
— Ha un'aria eccessivamente pericolosa, però. Un lupo vestito da
agnello. Cielo, riesco a malapena a re spirare — disse lady Blythe.
"Forse ha i lacci del bustino troppo stretti" pensò Lauren, ma si
trattenne dal dirlo, perché anche lei aveva difficoltà a respirare.
Tom era semplicemente magnifico. Ogni goccia del sangue inglese che
aveva nelle vene era in bella mostra. Aveva un residuo di andatura
spavalda, ma il suo atteggiamento irradiava fiducia e sicurezza. La giacca
a doppiopetto nera a coda di rondine, aperta per mettere in mostra il
panciotto di seta bianca, faceva ben poco per nascondere l'ampiezza del
torace e la larghezza delle spalle muscolose. Una cravatta a fiocco di seta
bianca adornava la camicia di lino bianca, e metteva ulteriormente in
risalto la carnagione profondamente abbronzata. La pelle scura era in
stridente contrasto con il colorito pallido e bianchiccio di molti degli altri
uomini che partecipavano al ballo. Ma non fu solo quello a far girare ogni
testa verso di lui. Fu il modo in cui entrò nella sala gremita, camminando
con passo deciso e flessuoso, oscuro e ferale, come certe belve feroci che
si potevano catturare ma mai domare. Non era un lupo, bensì qualcosa di
più regale: un leone, forse, una tigre, una pantera. Una creatura che
vagava in cerca di preda nella foresta di notte.
A dispetto delle recenti lezioni e consigli impartiti gli, Lauren non era
riuscita a addomesticarlo. E quella consapevolezza le piaceva
immensamente.
Prima che Tom la raggiungesse, la musica segnalò che il primo ballo
della serata, un valzer, sarebbe iniziato a momenti. Il carnet di ballo di
Lauren era quasi completo, ma aveva lasciato di proposito il primo ballo
libero. Solo in quel momento comprese perché.
Tom andò a fermarsi di fronte a lei, esaminandola da capo a piedi con
un'aria d'apprezzamento che la fece avvampare, accelerandole i battiti del
cuore.
— Buonasera, tesoro — disse con un basso mormorio tenorile.
— Ciao, Tom. — Lauren scosse la testa e gli fece una graziosa
riverenza. — Salve, milord — ripeté, correggendosi.
Lui le sorrise. — Non è necessario che tu sia così formale, Lauren.
Prima che lei avesse il tempo di replicare, Tom si rivolse alle altre
signore presenti. — Buonasera, signore. Non ricordo di avere mai visto
tanta bellezza in un posto solo.
Lauren udì una serie di piccoli strilli e un sospiro malinconico.
— Spero di non essere arrivato troppo tardi per prenotare un ballo con
ognuna di voi.
Lady Blythe ridacchiò fastidiosamente e alzò la mano, mostrandogli il
suo carnet. — Credo che il quinto sia disponibile. È un valzer.
Tom prese la matitina che lei gli offrì e scrisse il suo nome sul carnet.
Poi rivolse lo sguardo a lady Cassandra. — E voi come siete messa,
tesoro? Avete un ballo libero da riservarmi?
Lady Cassandra cominciò a farsi aria freneticamente con il ventaglio e
Lauren temette che stesse per dare dimostrazione di uno dei suoi infami
svenimenti.
— Il numero otto — squittì, come se anche il suo bustino fosse stato
legato troppo stretto.
Lauren si sentì ribollire. Non le piaceva vederlo flirtare con le signore
sue amiche, sebbene sapesse che era sua disposizione naturale corteggiare
innocuamente qualsiasi cosa portasse la gonna.
Tom firmò il carnet di ballo di lady Cassandra, poi quelli di lady Anne
e di lady Priscilla. E quando alcune altre giovani dame che si erano
raccolte intorno a loro lo invitarono a prenotarsi, firmò anche i loro
carnet. Poi strizzò l'occhio, riuscendo chissà come a rivolgere il gesto
all'intero gruppo di donne. — Ora, se le signore mi vogliono scusare, ho
promesso il primo ballo a Miss Fairfield.
Tom fece per prendere Lauren per mano, ma prima di riuscire a
toccarla lei gli poggiò la mano sul braccio.
— Alle signore si offre il braccio — gli sussurrò.
— Grazie — disse lui sottovoce, accompagnandola verso la pista da
ballo, dove le cinse la vita e alzò il braccio libero, iniziando il valzer.
— Devo ammettere che stai incantando le dame di Londra — disse
Lauren.
— Ci provo. Harrington mi ha spiegato che il compito più importante
che ho è di trovare una moglie.
Lauren inciampò.
— Ehi — esclamò Tom, sorreggendola. — Tutto bene?
— Sì. — Lauren rise imbarazzata. — Non avevo capito che eri già a
caccia di una consorte.
— Parlare di "caccia" la fa sembrare una cosa un po' barbara.
— Sì, immagino di sì. Comunque non avevo capito che fossi già in
cerca di moglie.
— Per il momento non lo sto facendo seriamente. Tengo solo aperta la
porta alle possibilità. — Lo sguardo di Tom si appuntò sulle spalle nude
di Lauren. — Di sicuro apprezzo molto il tuo vestito.
— Mi sa che Charles Worth rabbrividirebbe sentendotelo chiamare
"vestito". È un abito lungo da sera.
— Ti sta a pennello.
— Worth ha la misteriosa capacità di conoscere lo stile e il colore che
dona maggiormente a una donna. I suoi abiti da sera sono considerati
opere d'arte.
Tom rise.
— Sembra che tu ti sia adattato bene. Non credo che avrai bisogno di
me tutta la sera.
— Oh, tesoro, non dirlo mai. Ho bisogno di te. Non dubitarne neppure
per un attimo.
Nelle sue parole c'era una forza nascosta, qualcosa di più di una futile
celia. Lauren avrebbe voluto accarezzargli la guancia, ravviargli i capelli
all'indietro. Mentre continuava a vorticare nella vasta sala ballando il
valzer, si perse nel calore del suo sguardo tenebroso. Non voleva neppure
pensare a Tom che guardava un'altra donna nello stesso modo in cui la
stava fissando in quel momento: come se fosse ancora sua.
La musica terminò e per un attimo calò di nuovo il silenzio; subito
dopo i mormorii e il tranquillo brusio della gente occuparono lo spazio
vuoto lasciato mentre tutti cercavano il compagno di ballo successivo.
Lauren non aveva mai avuto occasione di ballare con Tom nel Texas. Era
felice di sapere che sarebbe partita dall'Inghilterra dopo aver ballato
almeno una volta con lui.
Tom le si avvicinò, chinando leggermente il capo. — È stato un piacere
danzare con te, tesoro. Spero tu abbia lasciato libero almeno un altro
ballo per me.
Lauren provò un tuffo al cuore, come se avesse messo le ali. Annuì, a
malapena capace di dar fiato alla voce. — L'ultimo — sussurrò.
— Conterò ogni minuto che ci separa.
Mentre la riaccompagnava fuori dalla pista da ballo, Lauren comprese
che li avrebbe contati anche lei.

— Smettila di fissarla.
Tom distolse lo sguardo da Lauren e lo appuntò su Lydia. Erano
entrambi migliorati moltissimo dall'ultima volta che avevano ballato
insieme nel fienile di famiglia in occasione del compleanno di Lydia. —
Non apprezzo per niente la regola limitativa di due balli al massimo con
la stessa persona — le disse.
Lydia gli rivolse un'occhiata maliziosa. — Se non l'avessimo, Lauren
non avrebbe sicuramente la possibilità di ballare con nessun altro.
Sbaglio?
No, non si sbagliava. Nel corso della settimana appena conclusa,
durante le loro uscite in pubblico, Lauren era stata educata e riservata
impartendogli istruzioni, spiegazioni, consigli ed esempi su ciò che era
considerato corretto e ciò che era considerato sbagliato. Tom non poteva
negare di avere imparato moltissimo, o che Lauren non stesse facendo
precisamente quello che le aveva chiesto di fare: insegnargli a esibire la
lustra patina d'eleganza di un uomo civilizzato. Ma di rado avevano
avuto dei momenti da soli, per parlare senza fronzoli, per esplorare
possibilità.
Tom aveva fatto fatica a reprimersi, costringendosi a non uscire di casa
ogni notte per andare a lanciarle dei sassolini alla finestra.
— Come sei pensieroso!
Tom riportò lo sguardo su Lydia. — Scusa tanto. Stavo solo riflettendo
sulla settimana appena trascorsa e su tutte le cose che abbiamo fatto. Io e
Lauren però non abbiamo avuto nessun momento libero per... — La '
frase gli morì in bocca. Per cosa? Per imparare di nuovo a conoscersi?
— È risaputo che la stagione mondana è un vortice incessante di
attività.
— E tu la adori.
— Certamente. E ti avverto fin d'ora che diventerà molto più febbrile,
adesso che il primo ballo è stato tenuto.
Più febbrile? Non riusciva neanche a immaginarlo. Desiderava
abbracciare quello stile di vita, ma si ritrovava già a bramare la quiete di
una notte stellata nella prateria.
— Se qualche altra signora dovesse attirare la tua simpatia, e gradissi
una presentazione, fammelo sapere e organizzerò l'incontro — propose
Lydia.
— Ti sono grato della gentilezza.
Il brano di musica si concluse e per un attimo calò il silenzio.
Sorprendendo Tom, Lydia si alzò in punta di piedi e gli sussurrò
all'orecchio: — So da fonte sicura che lei ha l'abitudine di fare una pausa e
di uscire sempre a fare un giretto in giardino tra il dodicesimo e il
tredicesimo ballo.
Tom la ringraziò con un sorriso. — Ti sono grato per questa
informazione più della presentazione appena offerta.
Lydia ricambiò il sorriso. — Ne ero più che sicura.
La promessa di un appuntamento a tu per tu con Lauren echeggiò nella
mente di Tom mentre ballava con lady Blythe, probabilmente seconda
solo a Lauren in quanto a bellezza tra tutte le giovani dame presenti.
Lady Blythe era civettuola e provocante, e Tom doveva ammettere che gli
piaceva molto il modo in cui gli sorrideva ogni volta che la chiamava
"tesoro". Tuttavia non riusciva a monopolizzare la sua attenzione.
L'unica donna che ne aveva il potere era Lauren.
Lauren, alla quale aveva promesso di pagare il viaggio di ritorno nel
Texas alla fine della stagione mondana. Non avrebbe potuto concludere
un patto peggiore neppure col diavolo.
Tom uscì alla chetichella sulla terrazza durante l'undicesimo ballo e si
celò nell'ombra, a osservare gli altri invitati, alcuni con discrezione, altri
più chiassosi, avventurarsi in giardino lungo il vialetto che si addentrava
nel parco circostante la villa. Alcuni lampioni a gas illuminavano certi
punti tra gli alberi.
Si domandò fino a quando avrebbe sentito quel bisogno di fare buona
impressione, per quanto tempo si sarebbe sentito in dovere di dimostrare
a chiunque di essere degno di lode e di ammirazione, migliore di suo
padre.
Udendo la musica sfumare adagio fino al silenzio, rivolse l'attenzione
alle porte-finestre, immaginando l'ultimo compagno di ballo di Lauren
che la riaccompagnava alla sua cerchia di amiche, e chiedendosi quanto
avrebbe aspettato prima di uscire a prendere aria in giardino. Non dovette
attendere a lungo.
Un sorriso gli illuminò il volto quando Lauren comparve sulla soglia di
una porta-finestra, scomparendo nell'ombra con tale rapidità che se non
fosse stato in agguato ad attenderla sarebbe potuta passare del tutto
inosservata. Si fece avanti, facendola trasalire.
— Cosa ci fai qui? — volle sapere.
Tom ridacchiò sotto i baffi. — Hai idea di quante volte me l'hai
domandato da quando sono a Londra?
— Ovviamente continuerò a domandartelo ogni volta che spunterai
fuori all'improvviso senza che me l'aspetti.
— Non hai chiesto tu a Lydia di dirmi che saresti uscita a passeggiare
in giardino?
— No. A quanto pare mia cugina ne ha combinata una delle sue. Non
sapevo che fosse così al corrente delle mie abitudini.
Nella sua voce c'era una nota scherzosa, come se non fosse affatto
seccata che Lydia avesse rivelato a Tom il suo piccolo rito.
— Perché esci sempre a passeggiare in giardino durante le feste da
ballo?
— Ho bisogno di stare un po' di tempo lontana dalla confusione e
l'abitudine di uscire a sedermi all'aperto durante i balli funziona bene.
— Allora ti dà fastidio se ti faccio compagnia?
— No, a patto che ti comporti bene.
— Così ci perdiamo il più bello. — Alzò il gomito e lei lo prese a
braccetto.
— Dai l'impressione di divertirti molto al ballo — disse Lauren dopo
che si furono avviati lungo il vialetto.
— Ci sono troppe regole di buona creanza che diminuiscono un po' il
divertimento.
Lauren gli rivolse un sorriso. — Non sono mai riuscita a stabilire con
precisione cosa mi disturba di più. Forse è questo. Non posso negare che
mi piace ballare e i giovanotti sono sempre simpatici...
— Forse troppo simpatici.
Prima che Lauren avesse il tempo di capire che intenzioni avesse, Tom
le aveva cinto la vita con un braccio e l'aveva sospinta fuori dal vialetto,
nella penombra cupa dietro un graticcio di rose rampicanti. Lauren si
ritrovò con la schiena a ridosso di un muro, con Tom vicinissimo. Non la
toccava, ma riusciva ugualmente ad avvertire il calore del suo corpo
irradiarsi nel proprio.
— Ammettilo, Lauren. Quel che non ti piace è che qui sono troppo
raffinati, e non ti inducono alla trasgressione.
Le accarezzò la guancia con le dita nude. Quando si era levato il
guanto? Doveva sempre sfilarselo prima di accarezzarla?
— Sono sempre corretti.
Le percorse il collo con un dito, scendendo adagio fino alla clavicola,
privandola della capacità di parlare quando le sfiorò la gola.
— Sono addomesticati — proseguì Tom, mentre il contatto delle dita
scendeva ulteriormente, restando in sospeso appena sopra l'attaccatura
dei seni, facendole inturgidire i capezzoli d'eccitata aspettativa.
— E tu, tesoro, sei sempre stata troppo selvatica per essere
addomesticata.
Famelico, Tom incollò le labbra alle sue, alzando la mano per
accarezzarle la guancia, il mento, la gola... sconvenientemente in un certo
qual modo corretto. Di sicuro avrebbe potuto farsi più audace, e Lauren
era talmente persa nella passione sensuale scatenata dalla sua lingua
dardeggiante nel bacio che li avvinceva che non avrebbe obiettato.
Avrebbe potuto sbottonarle il corsetto e spogliarla, esponendola al suo
sguardo fosco, e Lauren non avrebbe avuto nulla da dire.
Tom prese soltanto ciò che Lauren sarebbe stata disposta a concedergli.
Lei invece aveva perso completamente la testa e rispose al suo bacio
ribaldo con altrettanta voluttà, afferrandolo appassionatamente per i
capelli, trattenendolo, avvinghiandosi a lui, quasi temendo che senza il
suo sostegno sarebbe crollata a terra.
Le sue braccia possenti la strinsero, attirandola a sé mentre cambiava
angolazione alla bocca per aumentare l'intimità del bacio. Il calore dei
loro corpi uniti e il desiderio erotico la sconvolsero completamente,
rischiando di sopraffarla.
Bramarlo con tale ardore da sentire l'esigenza che la sua bocca famelica
si fondesse con la propria, altrettanto esigente. Desiderarlo a tal punto da
avere il bisogno impellente che le sue braccia la stringessero fino a
toglierle il respiro. Desiderio appassionato e necessità naturale, un
alternarsi continuo di bramosia e di bisogno irreprimibile, come una
pallina su un campo da tennis. Desiderio. Necessità. Desiderio.
Necessità.
A un tratto la bocca di Tom si staccò bruscamente dalla sua, e Lauren
si ritrovò con la guancia premuta tra la spalla e il collo del suo tentatore,
dove potè sentire il battito accelerato del suo cuore, come il proprio, e il
respiro affannoso, come il proprio, riempire la notte intera, soffocando
qualsiasi altro suono o rumore.
Da quanto tempo erano là? Quanti balli erano passati? Era stata notata
la loro assenza?
Lauren sentì qualcosa solleticarle vagamente il collo e la spalla nuda;
fece per scostarlo e si rese conto che erano i suoi capelli, parzialmente
sciolti. Presa dal panico, si divincolò, sciogliendosi dall'abbraccio,
respingendo Tom, e alzò le mani per controllare l'acconciatura,
comprendendo di essere ormai quasi del tutto spettinata. Non poteva
rientrare nella sala da ballo con le labbra tumide e i capelli in disordine.
— C'è una porta laterale che conduce nella parte riservata al personale
di famiglia — disse a Tom. — Rientreremo da quella parte, sperando che
nessuno ci noti, così da avere il tempo di rimetterci in ordine.
Lauren sentì che lui le accarezzava ancora le ciocche sciolte dei capelli
e nel buio intravide il lampo del suo sorriso, dei suoi denti bianchi.
— Mi piaci come sei adesso — le disse lui.
— Al buio puoi vedere molto poco. — Quel che basta.
Lauren si augurò che il basso mormorio tenorile della sua voce non la
spingesse a baciarlo di nuovo con passione travolgente. Era proprio una
selvaggia. Fece per passargli accanto e Tom le afferrò il braccio per
fermarla.
— Non andare a riassettarti per rientrare — le sussurrò. — Andiamo
via dal ballo.
— Andarcene? Per fare cosa? Credo che questa piccola scorreria
indecente al riparo delle rose abbia chiaramente dimostrato che né tu né
io siamo civilizzati come dovremmo essere.
— Dimostra anche che non siamo così selvaggi come potremmo
arrivare a essere. Sei ancora vestita.
Assolutamente, da capo a piedi, la qual cosa Lauren riteneva una sorta
di miracolo, visto che il suo corpo era bollente come il Texas a ferragosto.
— Tom, sarebbe scandaloso che me ne andassi via insieme a te.
— Anche se nessuno ci vedesse?
— I miei genitori mi cercheranno, come pure i gentiluomini a cui ho
promesso i balli successivi. No, mi dispiace. Non posso rischiare di
rovinarmi la reputazione.
— Tra poco partirai, Lauren. Nel Texas, la tua reputazione sarà
qualsiasi cosa tu voglia che sia.
— Ma non sono ancora in Texas, e devo tenere in considerazione la
mia famiglia. Non voglio procurare ai miei cari un imbarazzo vergognoso
solo perché tu e io non abbiamo la forza di comportarci da persone civili.
Tom le lasciò andare il braccio e le baciò la punta delle dita. —
L'ultimo ballo è mio. Ci vediamo allora.
Lauren sbirciò fuori da dietro l'angolo del graticcio di rose rampicanti,
non vide nessuno a zonzo e si affrettò a raggiungere il lato della villa,
grata di conoscere il palazzo della cugina come fosse casa sua e di poter
rientrare senza farsi notare da nessuno.
Grata di potersi riparare dove era più facile resistere alle tentazioni
offerte da Thomas Warner. Che non solo l'aveva tentata ad andarsene dal
ballo insieme a lui, ma l'aveva anche sedotta a restare dietro il graticcio.

Tom non si stava godendo il secondo ballo con lady Blythe tanto
quanto si era deliziato durante il primo, principalmente per il fatto che lo
considerava un semplice passatempo in attesa dell'ultimo ballo sella sera,
quando avrebbe di nuovo avuto Lauren tra le braccia.
— Milord — cinguettò lady Blythe.
Tom chino leggermente il capo, chiedendosi che cosa si aspettasse da
lui. — Sì, tesoro?
La giovane dama emise una delle sue brevi risatine sospirose. — Adoro
che mi chiamiate così. — Lady Blythe si mordicchiò nervosamente il
labbro inferiore, dardeggiò lo sguardo intorno a sé con circospezione e
alzò di nuovo gli occhi, scrutandolo a fondo. — Milord, non ho potuto
fare a meno di notare che rivolgete una buona dose di attenzioni a Miss
Fairfield.
Tom si sforzò di non irrigidirsi per la collera o di risponderle che la
cosa non la riguardava affatto. Fu orgoglioso del sorriso diplomatico che
le riservò e del tono pacato con cui le si rivolse. — Già, si dà il caso che lo
faccia.
— Spero che non mi consideriate troppo presuntuosa. Lungi da me
parlare male di qualcuno, poiché di regola non tollero il pettegolezzo e il
male potenziale che può causare. Ma siccome siete arrivato solo di
recente a Londra, può darsi che non sappiate ancora che Miss Fairfield si
è fatta la reputazione di una signora che adesca un uomo solo per
umiliarlo. Il povero duca di Kimburton la stagione scorsa ha cercato i
favori di Miss Fairfield, e lei glieli ha concessi, fermamente, fino a
quando il duca era ormai certo di averla conquistata. Quando poi ha
chiesto la sua mano, lei lo ha umiliato rifiutando di sposarlo.
Tom strinse i denti, facendo sporgere i muscoli della mascella. — Forse
il duca aveva frainteso...
— Oh, no. Potete chiederlo a chiunque in questa sala. Miss Fairfield ha
civettato sfacciatamente con Kimburton. Una signora non dovrebbe
incoraggiare un uomo per il quale non prova alcun sentimento. Non si fa
e basta. Il risultato è disastroso, per il cuore del malcapitato, per la fiducia
che ha in se stesso. Tutti erano convinti che ne fosse innamorata.
Nessuno si è sorpreso quando lui l'ha chiesta in moglie, ma sono rimasti
tutti sbalorditi, scioccati, in effetti, quando lei ha rifiutato la proposta di
matrimonio senza dare spiegazioni o il benché minimo sentore in merito
alle ragioni del rifiuto.
— Kimburton è qui al ballo questa sera?
Tom voleva conoscere questo duca, sentire la sua versione dei fatti.
— Oh, cielo, no! È stato mortificato. Ha preferito non venire a Londra
questa stagione e io per prima non so dargli torto. Vi sto dicendo tutto
questo per semplice precauzione. Miss Fairfield mi è sempre piaciuta e la
considero ancora una cara amica, ma proprio come amica non posso
approvare il suo impudente sprezzo per l'onore del povero duca, e temo
che possa farvi fare la sua stessa fine.
Lady Blythe batté le palpebre, sorrise e bamboleggiò di nuovo,
sfarfallando con le ciglia. Tom non era mai a corto di parole, ma in quel
momento non seppe proprio cosa dire, più che altro perché stava ancora
assorbendo mentalmente l'idea che un altro uomo avesse chiesto la mano
di Lauren, e che lei lo avesse in effetti incoraggiato.
— Io non incoraggerei mai un uomo che non desiderassi sposare —
disse lady Blythe, forse stanca del silenzio prolungato di Tom. — Mi
parrebbe una crudeltà.
— Ritengo impossibile che il duca abbia equivocato il comportamento
di Miss...
— Oh, no! In diverse occasioni lo ha provocato piuttosto audacemente,
e tutti hanno attribuito la sua franchezza alla sua educazione americana.
Ma ora c'è da chiedersi se non avesse qualche altro motivo inerente alla
sua natura.
La musica dell'orchestrina terminò. Lady Blythe gli posò sul braccio la
mano inguantata, con occhi colmi di sconcerto. — Vi scongiuro, fate
attenzione con lei. È evidente che voi siete vulnerabile alle sue astuzie. E
come vi ho già detto, per me sarebbe molto penoso vedervi soffrire.
Anche se sono stata poco tempo in vostra compagnia, mi sono alquanto
affezionata a voi.
— Vi sono grato del riguardo.
La bugia gli uscì di bocca con facilità, quando in verità avrebbe voluto
schiaffeggiarla per le cose che gli aveva detto. Molto teso e irritato,
ammutolito, l'accompagnò ai bordi della pista da ballo verso un gruppo di
giovani dame che si stavano beando di risolini soffocati. Di colpo
provava fastidio per qualsiasi cosa.
Le lasciò ai loro pettegolezzi, e non aveva dubbi che avrebbero
spettegolato: su di lui, su Lauren.
Si chiese come mai Lauren non avesse mai neppure nominato
Kimburton, e soprattutto quali fossero esattamente i suoi sentimenti nei
confronti del duca. A quanto pareva lui e Lauren dovevano discutere di
un bel po' di cosette. Avrebbe voluto andare subito a cercarla e...
— ... Stento a credere che abbia avuto la sfrontatezza di partecipare a
questo ballo.
— La duchessa di Harrington è sua cugina. Non poteva non venire.
— Al contrario. Ritengo che avrebbe dovuto avere la decenza di non
farsi vedere, a prescindere dai suoi rapporti di parentela con la padrona di
casa.
— Oso dire che a quanto pare ha attirato l'attenzione del conte di
Sachse.
— Poveretto! Il buono a nulla non ha la più pallida idea
dell'umiliazione che quella ragazza è capace di infliggere.
— Forse dovremmo farcelo presentare, in modo da spiegargli la verità e
risparmiargli la disgrazia di rendersi ridicolo con quella sfacciata.
— Non c'è nessun bisogno di fare le presentazioni — intervenne Tom,
alle spalle dei tre uomini in piedi al margine della pista da ballo. Non
fosse stato d'umore pericolosamente pessimo dopo le rivelazioni di lady
Blythe, prima di sentire senza volerlo i loro discorsi boriosi, avrebbe
anche potuto mettersi a ridere del modo in cui si atteggiavano come
marionette appese ai fili.
— Sachse, direi, ma non credo che ci abbiano presentati formalmente
— disse il più allampanato dei tre.
— Permettetemi di fare gli onori di casa — proseguì lo spaventapasseri
mentre Tom si trincerava nel silenzio. — Sono il conte di Whithaven e i
miei nobili compagni — risatina, risatina — sono il marchese di Kingston
e il visconte Reynolds.
— Stavate spettegolando su Miss Fairfield — disse Tom in tono critico.
— Oh, no, no, no, caro mio — ribatté Whithaven. — Le donne
spettegolano. Noi stavano solo... conversando, scambiandoci opinioni,
speculando sull'inevitabilità di una stagione mondana andata di traverso.
Non abbiamo potuto fare a meno di notare che sembravate alquanto
coinvolto da Miss Fairfield...
— Non vedo come questi siano affari vostri.
— Forse no, ma ci sentiamo in dovere di avvertirvi che la stagione
scorsa Miss Fairfield ha trattato alquanto malamente uno dei nostri
amici. Un tipo molto simpatico e attraente, Kimburton, e non ha
nemmeno preso in considerazione il prestigio del suo titolo, per il quale la
signora ha dimostrato un impudente sprezzo.
— Solo perché ha detto di no?
— Perché, caro mio, aveva lasciato intendere a chiunque che avrebbe
detto di sì. Ho perso una fortuna in scommesse. Una bella cafonaggine da
parte sua abbindolarci tutti.
— Una bella cafonaggine da parte vostra scommettere sul risultato di
un corteggiamento. — Tom pronunciò la frase con un accento britannico
così perfetto che fece strabuzzare gli occhi a tutti e tre i suoi interlocutori.
Poi avanzò di un passo verso l'uomo che sembrava detenere la
maggiore autorità. — Se fossi in voi, smetterei di chiacchierare di Miss
Fairfield, o scommetterò con voi se siete abbastanza svelto da schivare un
mio pugno.
— Non osereste mai.
Tom scosse sconsolatamente il capo, fece per andarsene, ma qualcosa
lo trattenne...
Il suo pugno centrò Whithaven in piena faccia prima ancora che Tom
se ne rendesse conto. Avesse scommesso, Whithaven avrebbe perso. Non
era stato abbastanza svelto da schivare il pugno. Barcollò all'indietro,
andando a urtare una coppia che ballava, e stramazzò sul pavimento con
un tonfo sordo.
Qualcuno gridò, Tom udì alcuni gemiti di trasalimento, uno strillo
acuto, la musica che si fermava all'improvviso, Reynolds che rantolava
sputacchiando.
— Cos'avete fatto! — esclamò Kingston. — Era del tutto ingiustificato!
Tom sentì una mano sul braccio, girò la testa e vide Lauren che lo
fissava accigliata, inorridita. — Tom! Ma cosa credi di fare?
— Il barbaro texano che tutti si aspettano.
— Che problema c'è? — domandò Harrington, intervenendo.
Tom si voltò verso l'uomo con cui aveva pensato di poter sviluppare
un'amicizia. — Mi scuso per avervi rovinato la festa. Avrei dovuto
invitarlo a uscire.
— Forse dovreste venire in biblioteca...
— No, grazie. Credo che sarebbe meglio che me ne andassi. — Tom
lanciò un'occhiata in direzione di Whithaven. Una donna dai capelli
biondi e gli occhi verdi era inginocchiata accanto a lui; Kingston e
Reynolds stavano mormorando qualcosa tra di loro e cercando di
tamponare il sangue che gli sgorgava dal naso.
A quel punto si affrettò a precipitarsi fuori dalla sala prima di
combinare altri guai. Se voleva dimostrare di essere diverso da suo padre,
aveva fallito miseramente.
Capitolo 12

Tom era talmente in collera da rodersi le unghie, cosa che però non
fece. Infuriato con se stesso per aver perso il controllo, furibondo con
Whithaven per aver osato sfidarlo, inviperito con Lauren per aver
mostrato interesse per un altro uomo, nonostante quell'interesse fosse
terminato.
Arrabbiato con se stesso per essersi precipitato fuori dal palazzo, in
collera con Lauren per non averlo seguito. Fuori di sé perché aveva una
patina di civiltà e decoro, ma si trattava solo di una maschera esteriore.
Una mano di vernice lucida che sembrava bella esteriormente, la cui
brillantezza tuttavia nascondeva alla vista il legno marcio sottostante.
Avrebbe tanto voluto che non fossero mai andati a cercarlo. Avrebbe
tanto voluto che il sangue di suo padre non gli scorresse nelle vene.
L'ira che lo sconvolgeva riguardava soprattutto quest'ultimo
particolare.
L'idea di non dover essere l'uomo che suo padre era diventato.
Era seduto su una pesante poltrona di broccato nella sua vasta camera
da letto. Il fuoco era acceso nel caminetto perché non riusciva ad
abituarsi alla fredda umidità notturna e al gelo intrappolato in quelle
mura di mattoni. Perfino il whisky che stava tracannando direttamente
dalla bottiglia sembrava incapace di scaldarlo.
Udì la porta aprirsi e poi richiudersi. "Dannato valletto!" pensò.
Quell'uomo pareva convinto di dover controllare molto più dei suoi
vestiti: si riteneva responsabile della sua vita. — Pensavo di averti
ordinato di andare a letto e che stasera potevo spogliarmi da solo.
— Veramente non ricordo proprio che tu me l'abbia detto.
Lauren...
Tom balzò in piedi dalla poltrona talmente in fretta e si voltò così
rapidamente, che gli vennero i capogiri, e per un attimo pensò che
avrebbe vomitato tutto il whisky già bevuto.
In piedi appena oltre la soglia della camera, Lauren indossava un
vestito semplice, senza alcuna balza, nastro o fiocco. Un abito che
avrebbe potuto benissimo indossare da sola, senza cameriera, molto
simile al vestito che aveva avuto la prima notte in cui erano andati
insieme al fiume. Aveva i capelli raccolti sulla testa, e Tom avrebbe tanto
voluto vederglieli sciolti sulle spalle, ondeggianti sulla schiena.
Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Lauren colmò in pochi passi
la distanza che li separava, aggirando un tavolino finché non gli fu vicina
e nulla li separava più, tranne i ricordi che li univano.
Aveva negli occhi una tristezza che fece desiderare a Tom di allungare
le mani, prenderla tra le braccia e consolarla, assicurandole che tutto
sarebbe andato bene. Ma non era un uomo che faceva promesse che non
era in grado di mantenere.
— Sono venuta a pagarti il debito — gli disse lei, quasi sottovoce.
Tom si sentì stringere la bocca dello stomaco. Le sue parole erano le
ultime che si sarebbe aspettato di sentire.
— E quando il debito sarà pagato, voglio essere libera dal patto che
abbiamo stipulato.
Tom non poteva di certo biasimarla per quella richiesta. Il suo
comportamento al ballo l'aveva svergognata. Annuì. — Va bene.
— Ti ricordi le condizioni dell'accordo, Tom? Le condizioni che ti
imposi all'epoca?
Lui deglutì a fatica. — Guardare, ma non toccare.
— Voglio la tua parola che rispetterai i termini dell'accordo.
La sua parola? Di non sfiorare ciò che desiderava disperatamente
toccare? Di voltar le spalle a ciò che desiderava disperatamente
rivendicare? Lauren aveva una vaga idea di che cosa gli stava chiedendo e
di quanto gli sarebbe costato rispettare i termini dell'accordo?
Le mani gli stavano tremando già a tal punto che probabilmente ci
sarebbe voluta tutta la notte per riuscire a sbottonarle l'abito. — Non ti
sfiorerò neppure con un dito, ma dovrai essere tu a sbottonarti.
Lauren annuì, brusca. — E con questa piccola variante nell'accordo
considererai il debito pagato a tutti gli effetti?
Annuendo, Tom fece un passo indietro. — Paga quel che devi, Lauren.
Pochi bottoncini e avrebbe potuto lasciarla libera da entrambi i patti.
Pochi bottoncini e le avrebbe pagato il viaggio in nave per tornare in
Texas l'indomani stesso. Pochi bottoncini e non sarebbe più stata
costretta a trascorrere un solo minuto con un uomo che non sapeva
comportarsi bene in una sala da ballo, che aveva agito come se si fosse
trovato in un saloon. Non se la meritava. Non se l'era mai meritata. Per il
suo bene, voleva che fuggisse da lui a gambe levate.
Lauren abbassò lo sguardo sul pavimento, si umettò nervosamente le
labbra, trasse un respiro profondo...
E restò là immobile.
— Non ho intenzione di considerare il debito pagato finché quei
bottoni non saranno sbottonati — disse Tom.
— Quanti?
— Tutti fino alla vita.
Ebbe l'impressione che Lauren vacillasse, le vide le guance diventare
rosse come due fragole d'estate, pensò per un istante di considerare il
debito pagato, ma quando quello scherzo si sarebbe consumato, non
sarebbe rimasto più nulla tra loro. — Forza, vedi di sbrigarti...
— Smettila di farmi fretta! Non l'ho mai fatto prima d'ora.
— Non ti sei mai sbottonata il corsetto?
— Non davanti a un uomo.
— Non è diverso.
— Certo che è diverso! Come l'avresti presa se ti avessi chiesto di
sbottonarti i pantaloni?
Tom non potè impedirsi di sorridere maliziosamente. — Sarei felice di
accontentarti se servisse a farti sentire più a tuo agio.
Un accenno di sorriso le piegò leggermente le labbra. — Cerchi sempre
di corrompermi, Tom.
— Continua a prenderti gioco di me, Lauren, e deciderò che, perché
l'accordo sia valido, devo essere io a sbottonarti.
— Non farmi fretta, Tom.
— Non farti fretta?! Diavolo, donna, ho aspettato dieci anni! Adesso
fallo!
"Prima che perda quel poco di pazienza che mi è rimasta."
— Lauren...
Lei alzò lo sguardo. La tenerezza nella sua voce, nei suoi occhi, era
stata quasi la sua rovina.
— Prendi il tempo che vuoi — le disse in tono suadente, senza la
collera né l'impazienza che avevano caratterizzato la frase precedente.
Era strano trovarsi a vivere davvero un momento su cui aveva
fantasticato per anni. Lauren lo stava prendendo in giro, di proposito,
facendolo aspettare proprio come era stata costretta lei ad attendere per
tutti quegli anni.
Non aveva paura di lui. Non ne aveva mai avuta. Fin dal primo
momento che gli aveva posato gli occhi addosso. Ma lui faceva appello
sulla parte più libera e selvaggia che c'era in lei, sulla parte oscura che
bramava trasgredire ogni regola, e fare cose che sapeva sbagliate.
A volte si sentiva come se fosse stata soffocata nel profondo, plasmata e
modellata nella ragazza che sua madre voleva vedere in lei, quella che la
buona società inglese riteneva dovesse essere, anziché la donna che era
veramente. Solo con Tom aveva sempre sentito di avere la possibilità di
essere se stessa.
La qual cosa era precisamente il motivo per cui si trovava là. Perché in
lei c'era un lato trasgressivo e peccaminoso che voleva farle sbottonare il
corsetto davanti a lui... una parte pressoché terrorizzata che temeva di
vederlo deluso di ciò che avrebbe visto.
Tom non aveva mai pronunciato una sola parola riguardo all'amore.
Lei gli interessava per il debito che gli doveva ancora pagare, un patto da
rispettare. Ed era tempo di mantenere la parola data. Di liberare entrambi
dal passato.
Non l'avrebbe toccata. Non avrebbe visto più di quanto sarebbe stato
rivelato dall'abito da sera più immodesto che aveva nel suo guardaroba.
Era solo l'idea... che lei avrebbe svelato lentamente ciò che al momento
era nascosto. E molto lentamente era proprio come Lauren intendeva
farlo. Farlo aspettare ancora un po'. Ancora un po' di più.
Strinse le mani a pugno per impedire che tremassero come stavano
facendo e inspirò a fondo una boccata d'aria per cercare di interrompere il
tremore che la scuoteva da capo a piedi. Aveva la pelle d'oca ovunque.
Alzò le mani e sfiorò il primo bottoncino. Il fatto di riuscire a farlo
scivolare fuori dall'asola così facilmente fu incoraggiante, perché
significava che il suo nervosismo non trapelava troppo. Al secondo
bottone si aspettò che lo sguardo di Tom cedesse, e che lui abbassasse gli
occhi, ma non fu così. Restò a fissarla, perdendosi nel suo sguardo fisso.
Al quarto bottone Tom strinse i pugni, con le braccia abbandonate lungo i
fianchi. Al quinto allungò una mano e si aggrappò alla mensola del
caminetto, stringendo così forte che le nocche gli diventarono bianche.
Una leggera patina di sudore gli comparve sulla fronte lucida e Lauren
ebbe l'impressione che faticasse a respirare. Quando slacciò l'ultimo
bottone, Lauren infilò le dita lentamente tra la stoffa socchiusa e scostò le
due falde per svelare il cotone bianco della camiciola sottostante. Sebbene
la biancheria la stesse ancora coprendo pudicamente, ebbe l'impressione
di essere completamente nuda.
A quel punto Tom abbassò lo sguardo.
Le voltò le spalle, tenendosi aggrappato con ambo le mai alla mensola
di marmo nero del caminetto, chinò il capo e fissò le fiamme. — Il debito
è pagato — mormorò con voce rauca. — Puoi andare.
Era quello che Lauren voleva, essere libera del debito, non avere più
nulla tra di loro che potesse separarli. Avanzò di un passo verso di lui...
— Esci subito di qui, Lauren — brontolò Tom a denti stretti senza
guardarla — prima che faccia qualcosa di cui ci pentiremmo entrambi.
Stasera ho già ampiamente dimostrato che sono ancora ben lungi dal
lasciarmi alle spalle il barbaro che sono.
E anche quello era il motivo per cui lei era andata là. Perché lo aveva
visto in faccia dopo che aveva sferrato il pugno a Whithaven, gli aveva
letto negli occhi la vergogna e la mortificazione che aveva provato un
attimo prima di mascherarla lestamente. Aveva visto un uomo che voleva
dimostrare di essere diverso da colui che lo aveva preceduto come conte,
diverso da suo padre, e che dallo sguardo dei presenti aveva capito invece
di essere giudicato uguale a lui.
— Un barbaro mi avrebbe già sbattuta sopra il letto — ribatté Lauren
tranquillamente.
Tom si voltò a guardarla, e nei suoi occhi Lauren non vide più il
ragazzo che era stato un tempo, bensì l'uomo che era diventato, un uomo
che tratteneva a stento le sue passioni. — Ti avverto... È meglio che te ne
vai.
— I barbari non danno avvertimenti. — Lauren avanzò di un altro
passo. — Perché hai dato un pugno a Whithaven? Aveva detto qualcosa
di...
— Aveva detto parecchie cose.
— Su di te?
Lauren gli vide sporgere i muscoli della mascella.
— Su di me — disse lei sottovoce. — Che cosa ha detto di preciso?
— Che avevi avuto un pretendente. Io mi spacco la schiena da anni
laggiù nel Texas e tu amoreggi con un altro...
— Non ho mai ricevuto le tue lettere — ribatté Lauren con calma. —
Per dieci anni. Non crederai che in tutto questo tempo nessun gentiluomo
mi abbia mai rivolto le sue attenzioni, o che io non abbia mai trovato
qualcuno interessante, vero? Non verrai a dirmi che non hai mai avuto
una donna...
— Le mie erano pagate per essere gentili. Né mai una sola di loro ha
pensato di essere importante per me, Lauren. Nessuna si è mai aspettata
una proposta di matrimonio, nessuna ha mai creduto neppure
lontanamente che le avrei fatto l'onore di concederle il mio cognome.
Nessuna ha mai avuto una sola probabilità di prendere il tuo posto nel
mio cuore.
Nel suo cuore. Aveva un posto nel suo cuore. E lei? Cosa provava per
lui?
Lauren gli si avvicinò ancora. — Qui è diverso, Tom, molto diverso per
una donna. Il valore di una donna si basa sulle doti che può portare in un
matrimonio. Dal momento in cui è maggiorenne, l'unico scopo
accettabile è quello di sposarsi. È in bella mostra di continuo, ovunque
vada: a passeggio nel parco, a un concerto, a un ballo, a cena. Si fanno
commenti su com'è vestita, il suo comportamento è argomento di
conversazione. Ogni aspetto della sua vita è sotto esame. Ha le amicizie
giuste? Balla troppo spesso con gli stessi pretendenti?
"Perciò, sì, quando Kimburton mi fece oggetto delle sue attenzioni, lo
ricambiai. La sensazione di dover compiacere un solo uomo anziché
cento era assolutamente meravigliosa. E il duca era estremamente dolce e
ammodo, e per un po' non fui più sola. Per un po'
non mi coricai ogni sera pensando a te."
— Perché hai rifiutato di sposarlo?
Lauren fece uno sforzo sovrumano per non piangere, ma le lacrime le
sfuggirono lo stesso, rigandole le guance. — Perché mi resi conto che se
l'avessi sposato sarei stata costretta a vivere per sempre in Inghilterra,
mentre non potevo promettergli di stare con lui per sempre. È allora che
mi sono decisa a cercare un lavo ro, e che ho cominciato a fare progetti
per tornare in Texas. Dovevo sapere se mi avevi dimenticata.
— Ah, tesoro! — Con un passo Tom colmò la distanza che li separava
ancora, l'attirò a sé con un braccio e con l'altra mano le asciugò
teneramente le lacrime dagli occhi. — Non potrei mai dimenticarti,
Lauren. Buon Dio, ragazza, come hai potuto pensare anche per un solo
istante che avrei potuto?
Chinò la testa e le sfiorò le labbra con le sue, con la leggerezza di un
soffio di vento che aleggiava sulla prima fioritura di primavera. Il
desiderio struggente le fece quasi cedere le gambe; non fosse stato per il
braccio muscoloso che la sorreggeva, si sarebbe accasciata sul pavimento.
Tom la baciò delicatamente, stringendola a sé, e Lauren rispose con
dolcezza al bacio, felice di poter concludere quel che avevano iniziato
tanto tempo prima, quando erano troppo giovani per tenere in
considerazione nessun'altra cosa se non se stessi e i loro desideri.
Lui le mordicchiò le labbra, poi lenì ogni dolce morso con la lingua
come per guarirla da ferite immaginarie. Quando lei dischiuse le labbra,
accogliendolo, Tom ne approfittò immediatamente, ricorrendo alla lingua
per esplorare, solleticare, lambire. Nessun altro l'aveva mai baciata come
faceva Tom, e Lauren si rese conto con chiarezza strabiliante che non
avrebbe mai voluto che un altro uomo fosse così in intimità con lei.
Baciare Tom, premere il corpo contro il suo, riconoscere il suo impellente
desiderio, le era naturale come respirare.
Non c'era alcun senso di vergogna in quelle sensazioni, nessun
disonore in quella vicinanza fisica. Lauren desiderava far di più che
sbottonarsi semplicemente il corsetto dell'abito. Voleva spogliarsi
completamente, slacciargli i pantaloni e sfilargli ogni indumento.
Tom approfondì il bacio, godendosi la sensazione delle sue braccia
intorno al collo, del corpo di lei appiattito contro il suo. La ragazzina
flessuosa che si calava dalla finestra della camera da letto per fargli
compagnia accanto al ruscello era sbocciata in una donna che ogni uomo
avrebbe voluto abbracciare. Aderivano perfettamente l'uno all'altra, e
Tom dovette trattenersi per non scoprire quanto ancora potessero fondere
i loro corpi in un sensuale abbraccio che li completasse.
Con un gemito, staccò la bocca dalla sua, la sollevò con le braccia e la
portò verso il letto. Dolcemente, la depose sulle coltri prima di seguirla e
distendersi accanto a lei. La scrutò negli occhi, mentre lei lo esaminava a
sua volta, ma non vide nessuna paura. Vide solo un desiderio
appassionato che rivaleggiava con il suo, e qualcosa di ancor più
profondo.
Le baciò il mento, la mandibola e ricoprì di baci il collo, scendendo
sulla gola, liscia come seta. Un sentiero in discesa verso altre morbidezze.
Tom si alzò sul gomito e afferrò tra il pollice e l'indice un'estremità del
fiocchetto che teneva chiusa la camiciola. Un pezzettino di raso delicato
per un compito così importante.
La guardò negli occhi, beandosi della consistenza li scia e lattea della
sua pelle, del lieve rossore che le imporporava le gote e i punti in cui
l'aveva accarezzata con il mento un po' ruvido di barba. O forse erano
stati i baffi. Se Lauren gliel'avesse chiesto, li avrebbe taglia ti più che
volentieri.
Mantenne lo sguardo appuntato nei suoi occhi, ansimando
leggermente, in attesa che reagisse alla sua velata richiesta, e la sua
risposta giunse come aveva sperato, con un semplice calar di ciglia.
Deglutì a fatica, sentendo la bocca improvvisamente asciutta, respirando
a brevi ansimi sonori. Tirò il na strino di raso, osservò il fiocchetto
sciogliersi. Reprimendo il fremito delle dita, completò l'opera sfilando il
nastro dalle asole, e fissò la stoffa scostarsi lentamente per rivelare la
pelle.
Con la mano aperta, più delicatamente che potè, scostò maggiormente
il cotone per metterle a nudo i seni, completamente, i capezzoli di un rosa
pallido, le delicate venature azzurrine. Provò un nodo allo stomaco e un
ulteriore inturgidimento all'inguine quasi doloroso. — Sei così bella.
— In realtà non sono ancora pienamente sviluppata — gli sussurrò lei.
Con una certa fatica, Tom distolse lo sguardo dai suoi seni nudi e la
fissò negli occhi. Le sue guance erano color porpora.
— Non come lady Blythe o lady…
Tom la mise a tacere posandole un dito sulla bocca.
— Sei perfetta.
— Non sono tanto grossi. — Il suo alito aleggiò sulla mano di Tom.
— Sei perfetta. — Tom abbassò la testa e la baciò, muovendo nel
contempo la mano verso il basso, accarezzandola con delicatezza e
curvando le dita sulla sua perfezione.
Lauren cominciava a chiedersi se il fuoco fosse uscito dal caminetto e
le fiamme stessero divampando intorno a loro, là sul letto. Non si era mai
sentita così calda e arrossata in tutta la sua vita. Il bacio di Tom fu
selvaggio e possessivo al pari della sua mano che le esplorava i seni
turgidi. Deliziata, per un attimo pensò che sarebbe morta per le dolci
sensazioni che lui le stava trasmettendo con la lingua e con le dita.
Quando scese lentamente con la bocca a baciarle il collo e la gola, non
si fermò alle clavicole che per un breve istante, deponendo un bacio
nell'incavatura alla base del collo; poi proseguì, baciandola dolcemente
tra i seni e poi dedicandosi a baciare e a stuzzicare con la lingua quello
che aveva spudoratamente pagato per vedere. Lauren gli affondò le dita
nei capelli, carezzandoglieli e ravviandoglieli, ancora troppo lunghi,
ancora così folti, ancora nerissimi e bellissimi, lucidi alla luce tremolante
del fuoco nel caminetto.
E poi fu come se lui avesse liberato qualsiasi cosa avesse tenuto a freno
fino a quel momento. Con un gemito profondo, risalì al suo viso per
baciarla nuovamente, con maggiore intensità, più possessivo di quanto
fosse stato fino a quel momento. Era il preludio a una promessa che
Lauren non era certa di poter mantenere.
D'un tratto, entrambi scatenati, furono mani, bocche, lingue, carezze,
baci, frizioni, pressioni. Il corpo di Tom fu sopra il suo. Un peso
piacevole. Lauren aveva immaginato che la sua altezza, il vigore, le spalle
larghe, l'avrebbero fatta sentire come se stesse soffocando; invece, avvertì
solo aumentare vertiginosamente la passione, il desiderio erotico di
sentirlo ancora più vicino, il più vicino possibile.
Si accorse a malapena di un lieve spostamento del suo corpo sopra il
proprio, e poi avvertì la sua mano sotto la gonna, che risaliva lentamente
lungo la coscia... pelle ruvida sulla pelle liscia e vellutata. Mani che
avevano domato cavalli, guidato mandrie, trascinato manzi, marchiato a
fuoco, legato con il laccio, contrastato fughe precipitose erano all'opera
per addomesticarla, e addomesticandola stavano scatenando in lei il suo
lato più selvaggio e indomabile.
Lauren gli posò le mani sulle spalle, respingendolo. Respirando con
affanno, Tom si immobilizzò, fissandola negli occhi. L'intensità con cui
la guardava le trasmise un desidero passionale, caldo e travolgente.
— Mi sono sbottonata da sola — gli sussurrò con voce roca, stupita da
quel suono. — Il minimo che puoi fare è sbottonarti da solo la camicia e i
pantaloni.
— Se lo faccio, Lauren, il tuo vestito e la biancheria seguiranno il resto.
Completamente.
Lauren annuì.
Tom si alzò fino a sedersi sulla sponda del letto. Fissandola dall'alto, si
sbottonò frettolosamente camicia e pantaloni con tale rapidità da farla
quasi ridere. Poi lei si mise a sua volta seduta, allungò le mani e gli tenne
fermo un polsino della camicia, slacciandoglielo. Fece la stessa cosa con
l'altro. Quindi si ritrasse, sedendosi sulle caviglie, e lo osservò sfilarsi la
camicia dalla testa, scoprendo il torace muscoloso.
Allungata una mano, gli accarezzò una vecchia cicatrice verticale sul
costato. — Come te la sei fatta? — Non ottenendo risposta, lo guardò
negli occhi e capì che si trattava di un ricordo doloroso che lo tormenta
va ancora. — È stato l'uomo che ti aveva accolto in casa sua togliendoti
dall'orfanotrofio?
Tom scosse lentamente il capo, poi biascicò: — No.
— Come te la sei fatta?
— È stato mio padre — rispose lui a denti stretti.
Suo padre?! L'orrore di quella dichiarazione dovette trasparirle dal viso,
perché Tom si sentì in dovere di proseguire. — Ricordo molto vagamente
certe cose della mia infanzia, Lauren, e vorrei tanto aver dimenticato
tutto. Come vorrei non aver colpito Whithaven con un pugno...
Lauren lo zittì sfiorandogli la bocca con un dito. — Lo so. Ma
possiamo rimediare. Possiamo benissimo, Tom. — Chinò il capo e gli
baciò con tenerezza la cicatrice. Tom rimase senza fiato e Lauren lo senti
irrigidirsi.
— Lauren?
Lei alzò lo sguardo, notò il pomo d'Adamo sollevarsi e scendere
mentre deglutiva un filo di saliva.
— Stanotte non voglio ricordare il mio passato — riuscì finalmente a
dire. Poi le sorrise, rianimandosi.
— Hai intenzione di sbottonarmi i pantaloni? Lauren si sentì ardere di
una passione intensa che la percorse da capo a piedi. Avrebbe voluto
dimostrarsi sfrontata, coraggiosa, impudica... una ragazza del Texas, non
una signorina inglese... ma alla fine deluse se stessa e sicuramente anche
lui scuotendo il capo.
Senza scomporsi, Tom cominciò a slacciarseli da solo. Mentre lo
osservava, Lauren fece scivolare dalle spalle il vestito lungo e la
camiciola. Quando Tom ebbe finito di togliersi i calzoni, mettendo allo
scoperto senza pudori la sua virilità, anche lei si era ormai spogliata
completamente.
Lauren deglutì, sorrise e sostenne lo sguardo di lui.
— Cielo, Tom! Tu sì che sei pienamente sviluppato! Ridendo, Tom si
tuffò sul letto, avvinghiandosi a lei, baciandola all'impazzata, toccandola
appassionatamente. Famelico, con avidità, gustando, accarezzando,
esplorando... ogni aspetto del suo corpo. Le tolse le forcine dai capelli,
sciogliendoglieli sul cuscino, accarezzandoglieli e affondando il viso
nell'abbondanza di quelle ciocche d'oro, annusando il suo profumo.
Lauren gli accarezzò la schiena, le spalle, i fianchi, notando con le dita
qualche cicatrice minore qui e là. Se sua madre non l'avesse portato via
da piccolo dall'Inghilterra, se non lo avesse mai abbandonato perché fosse
allevato da degli estranei, Lauren dubitava che sarebbe diventato il tipo
d'uomo che lei amava così profondamente, così intensamente. Perché lo
amava con tutto il cuore. Lo aveva sempre amato.
Poteva cercare tutti i motivi al mondo per cui aveva rifiutato l'offerta di
matrimonio di Kimburton, ma la verità era che, semplicemente, lui non
era Tom. Non era il suo cowboy. Non era il ragazzo che le aveva rubato
il cuore sotto il vasto cielo notturno del Texas trapuntato di stelle.
Sua madre aveva sempre definito Tom un ladro. Ma come si poteva
rubare ciò che si possedeva già?
Tom si accomodò dolcemente tra le sue cosce e Lauren avvertì la prima
pressione urgente del suo corpo contro il proprio, durezza contro
morbidezza. Era pronta ad accoglierlo dentro di sé, questo lo sapeva
bene, ma c'era un certo disagio e si irrigidì.
— Non essere così tesa.
— Scusa — ribatté lei in un sospiro.
Tom ridacchiò sommessamente. — Non scusarti, tesoro. È una buona
cosa. Almeno per me.
— C'è proprio bisogno di parlare in questo momento?
Tom si sollevò sui gomiti, prendendole il viso tra le mani ruvide e
callose. — Quando si arriva a questo punto, Lauren, non c'è più nessuna
regola, nessun "sì" o "no" o "se" o "ma", a parte assicurarsi che non faccia
troppo male e che poi sia bello. Non so proprio come impedirmi di farti
un po' di male, tesoro. La prima volta, almeno. In seguito, dovrebbe
essere meglio. Molto meglio. O almeno, così ho sentito.
— Mi fiderò di te e della promessa che la seconda volta non farà più
male.
— La manterrò.
Tom abbassò la bocca sulla sua, sondandola avidamente con la lingua,
stuzzicandola, blandendola, quasi distraendola...
Poi inghiottì l'urlo dell'amata quando unì di colpo il corpo al suo.
Lauren lo avvinghiò strettamente, trattenendolo, stringendolo come per
fermarlo, sentendo il tremore dei suoi muscoli mentre lottava per restare
padrone di sé. Le lambì una lacrima che le scese all'angolo di un occhio.
— Mi dispiace, tesoro.
— Non mi hai fatto tanto male, Tom. È solo...
Tom sollevò la testa, la guardò negli occhi, con un'espressione
interrogativa nello sguardo fisso... dubbio, preoccupazione, ansia. Tutte
emozioni che di rado lasciava trapelare in mezzo agli altri, che non
temeva di mostrare solo quando era con lei. II suo rozzo cowboy, che
sapeva scioglierla con un bacio, che portava una pistola nella fondina, il
suo rude cowboy aveva un cuore tenero.
— L'ho desiderato così a lungo... Per tanti anni ti ho immaginato così...
vicino — gli bisbigliò all'orecchio lei.
Tom le chiuse la bocca con un altro bacio mentre cominciava il lento
movimento delle anche contro le sue, poco a fondo e più in profondità,
movimenti lunghi e brevi, alternati, lenti e rapidi, finché non trovarono
insieme un ritmo unico. Lauren sentì aumentare il piacere gradualmente,
farsi sempre più intenso, fino a quando affondò con forza le dita nei glutei
del suo Tom, incoraggiandolo a non fermarsi. Lui la portò più in alto, più
lontano...
Finché il piacere fluì in lei come una scarica, urlò e gemette, ansimante,
invocando il suo nome. I gemiti gutturali di Tom si fusero alle sue grida
mentre inarcava la schiena, affondando in lei nella spinta conclusiva, e
Lauren sentì il calore del suo seme riversarsi in lei.
Respirando affannosamente, Tom si lasciò andare addosso a lei,
entrambi i corpi nudi ricoperti da un sottile velo di sudore.
— È stato come una stella cadente — mormorò Lauren.
Tom ridacchiò sottovoce. — Così veloce che a momenti la perdevi?
Lauren lo abbracciò con forza. — No, Tom. Così bella che è valsa la
pena di cercarla.
Capitolo 13

Quando Tom si svegliò la trovò seduta per terra di fronte al caminetto,


avvolta nella coperta, i vestiti ancora sparsi sul pavimento accanto ai
suoi. Pensò di dirle che l'amava, che l'aveva sempre amata, ma gli
sembrava una crudeltà inutile, atroce come invitarla a entrare nel suo
letto senza avere l'intenzione di trattenerla.
Si alzò dal letto, raccolse i pantaloni, se li infilò, abbottonandoli.
Lauren non diede segno di averlo udito; stava seduta con lo sguardo fisso
al fuoco che si stava quasi estinguendo. Tom si chiese se avesse dei
rimpianti.
Non avrebbe barattato per niente al mondo il tempo trascorso con lei,
ma non era sicuro che lei potesse dire altrettanto. Lei voleva il Texas, e
lui poteva offrirgliene solo una piccola parte. Probabilmente non era
sufficiente per una donna che si era presa l'impegno di lavorare in un
negozio per poter fare ritorno nei luoghi che più amava.
Si accucciò accanto a lei, con una gamba alzata e un polso sul
ginocchio, guardandola con intensità perché non sapeva quanto tempo gli
restasse prima di non vederla più.
— A cosa stai pensando? — le chiese.
— A quanto sia buffa la vita. Quando pensi di avere progettato ogni
cosa, di essere sicura di quello che desideri, all'improvviso, schioccò le
dita, non ne sei più certa.
Prese tra le dita ruvide una ciocca dei suoi capelli, accarezzandola,
fissandone la consistenza nella memoria per i giorni a venire, quando non
avrebbe più potuto toccarla.
— Di cosa non sei più certa, tesoro?
Lei lo guardò, con tanta tristezza in fondo agli occhi da far pensare a
Tom che non ci fosse niente al mondo che avrebbe potuto fare per
liberarla da quel peso. — Non so che cosa devo fare, Tom. Se tornerò nel
Texas tu non sarai là al mio fianco.
— Potrei esserci solo di tanto in tanto. Ho degli affari che mi tengono
impegnato. Non posso abbandonarli.
Lauren gli scivolò accanto, reclinando il capo sulla sua spalla, il braccio
appoggiato al petto. Lui la strinse a sé.
— Verrai a cercarmi se tornerai nel Texas?
A quelle parole il suo cuore gli trasmise una fitta dolorosa, perché il
Texas significava molto di più per lei che per lui stesso. — Sì, verrò.
— Per quanto tempo?
— Per sempre.
— Oh, Tom, non puoi promettere per sempre. Non è una promessa che
sei in grado di mantenere. Tu ti sposerai...
— Invece te lo prometto. E aggiungo questa promessa all'altra che ti ho
fatto poco fa: che sarebbe stato ancor più bello la seconda volta. Hai
dovuto attendere parecchi anni perché riuscissi a mantenere la prima
promessa che ti avevo fatto, e non sono riuscito a mantenerla come avevo
sperato. Penso che manterrò questa molto più in fretta. Se non hai
obiezioni.
Lauren sollevò il viso, socchiuse le labbra, e fu tutto ciò di cui lui aveva
bisogno. Si sfilò i calzoni che si era appena messo, e accostò la bocca a
quella di lei. Affondò una mano nel folto dei suoi capelli, tenendola
stretta, mentre con l'altra mano le fece scivolare la coperta dalle spalle,
che le cadde ai piedi. La distese sulla schiena e cominciò a baciarla
ovunque. Una parte di lui avrebbe voluto lusingarla con parole adatte per
convincerla a restare in Inghilterra. Parole sincere. Avrebbe voluto dirle
che l'amava. Che l'aveva sempre amata.
La ragazzina che lo aveva sgridato per il suo cattivo comportamento.
La lady elegante che lo rimproverava per i suoi modi da zotico. La
ragazza che si preoccupava delle buone maniere; la donna che aveva a
cuore l'etichetta. La ragazza che usciva a incontrarlo nel buio della notte;
la donna che faceva la stessa cosa. La ragazza che gli aveva rubato il
cuore con un semplice sorriso; la donna che glielo teneva prigioniero con
una semplice risata. La ragazzina audace che gli aveva offerto il suo
corsetto da sbottonare. La donna seducente che aveva mantenuto la
promessa. La ragazza che lo aveva abbandonato. La donna che dopo
dieci anni lo aveva accolto tra le braccia.
Le percorse tutto il corpo con la mano, accarezzandola, scendendo fino
ai fianchi e oltre, sulle cosce. Seta delicata. Raso. Se sua madre non
l'avesse mai portato via lontano dall'Inghilterra, le sue mani non
sarebbero state così ruvide sulla sua pelle. Ma non sarebbero state
nemmeno così forti. Nel Texas le sue mani l'avrebbero pro tetta,
avrebbero lavorato sodo, le avrebbero dato una vita soddisfacente. In
Inghilterra gli sembravano inutili.
Gemendo piano, la baciò appassionatamente, quasi a perdersi in lei,
sperando che anche Lauren si perdesse nelle sensazioni che avrebbero
potuto suscitare insieme. Erano in perfetto equilibrio. Lo erano sempre
stati. Lui sfidandola a comportarsi male, lei sfidandolo ad agire per il
meglio.
Si completavano l'un l'altra. Tessere di un mosaico diverse, ma non
opposte. Poteva solo sperare di poter restare sempre insieme a lei con la
stessa facilità con cui erano uniti in quel momento.
Le mani di Lauren lo accarezzavano e lo stuzzicava no, lo stringevano
e lo pizzicavano, mentre le sue labbra calde gli percorrevano la gola e
scendevano sul petto. La sua lingua di velluto incandescente si lasciava
dietro una traccia di saliva.
Le insinuò un ginocchio tra le cosce. La coperta sul pavimento non era
quanto di più soffice ci potesse essere, ma era troppo perso nella crescente
frenesia del desiderio per sollevarla e portarla sul suo letto.
Fece scivolare le mani sotto di lei, abbracciandola; rotolarono insieme
finché Tom fu sdraiato sulla schiena con il pavimento duro sotto di sé,
mentre lei si ritrovò a cavalcioni sopra di lui. Sorpresa, Lauren lanciò un
gridolino, tutta rossa e madida, il respiro ansimante e accelerato, gli occhi
accesi di passione travolgente.
Tom fece uno sforzo per trattenersi, per non trovar sollievo subito, in
quello stesso istante, prima ancora della conclusione. Era mai stata più
discinta e scarmigliata... più bella di così? L'aveva mai desiderata tanto
come in quel momento?
— Muoviti tu, tesoro — le suggerì con voce roca.
Lentamente, facendo qualche tentativo, Lauren cominciò a ondeggiare
adagio i fianchi, muovendoli come in una danza, scendendo e risalendo
su di lui.
Tom serrò la mascella, con la fronte imperlata di sudore. Lei chinò il
capo baciandogli il torace, si alzò lentamente e gli cercò la bocca con la
sua, esplorandone i confini con la lingua. Tom fece scorrere le mani
sensualmente sul suo corpo, su ogni parte raggiungibile, anche la più
piccola, tenendola stretta, accompagnando i suoi movimenti estatici...
Lei si staccò dalla sua bocca. — Oh, Dio, Tom!
Poi emise un grido, tremando, inarcandosi all'indietro, e il corpo di lui
trasmise al suo un profondo brivido inconsulto, seguendola dove lo stava
portando... Si abbandonò sopra di lui, libera, completamente sciolta in
ogni muscolo, e Tom la cinse con le braccia mentre il loro cuore e il loro
respiro tornavano alla normalità.
Come avrebbe potuto, in nome di Dio, trovare la forza di rinunciare a
tutto quello, di rinunciare a lei?

Lauren si ridestò, accoccolata accanto a Tom che le accarezzava il


braccio pigramente. Piegò adagio il capo di lato e vide che Tom la
fissava.
— Partirò presto — gli disse.
— Lo so.
Allungando la mano, gli sfiorò la cicatrice che aveva baciato poco
prima. Ce n'erano parecchie altre. — Quando hai cominciato a ricordare?
— gli chiese sottovoce.
Scuotendo la testa, lui alzò lo sguardo verso il baldacchino del letto. —
I ricordi tornano all'improvviso. A lampi.
— Ma tu eri il suo erede.
— Però non ero perfetto. — La guardò e sostenne il suo sguardo. —
Voglio andare via da Londra. Vieni con me.
— Dove?
— Alla tenuta dei miei avi.
Tenendo le lenzuola strette attorno a sé, Lauren si alzò. — La mia
famiglia darà un ballo la settimana prossima. E io voglio essere presente.
Che tu lo creda o no, organizzare un ballo rende ancora mia madre molto
nervosa.
— Pensi che mi inviterà?
— Sicuramente.
— In questo caso potrò fare pubblicamente le mie scuse a Whithaven.
Nel frattempo, andiamocene via per qualche giorno.
— Dovrò avere uno chaperon.
— D'accordo.
— Mi ci vorrà un giorno per fare i preparativi — gli disse.
— Allora partiremo dopodomani.
Allungandosi verso di lui, Lauren lo baciò. — Ora devo vestirmi e me
ne devo andare.
— Ti accompagno a casa — ribatté Tom. Poi le cinse la vita con un
braccio e la fece di nuovo sdraiare, salendo sopra di lei. — Fra un
momento.
Lei allungò la mano, gli afferrò la nuca e lo attirò a sé. Ancora un
momento. Poi avrebbe passato una settimana con Tom.
L'avrebbe condotta in paradiso o dritta all'inferno?
Capitolo 14

Tom voleva andare via da Londra. Voleva passare del tempo insieme a
Lauren. Lo desiderava in modo talmente disperato da soffocare il proprio
orgoglio, indossare gli abiti migliori, armarsi di belle maniere e recarsi in
visita da Lydia nel primo pomeriggio, com'era usanza.
Presentò il suo biglietto da visita al maggiordomo e rimase nell'atrio,
sapendo che c'erano buone probabilità che non volesse riceverlo, e non la
biasimava certo. Sapeva di dover esprimere una sequela di scuse, e
intendeva farlo senza scappatoie, anche se la sua preoccupazione
maggiore era trovare il modo per passare più tempo con Lauren. La sera
precedente lei aveva ideato uno stratagemma per sgattaiolare fuori di casa
e restare sola con lui, ma Tom aveva bisogno di molto di più. Era
convinto che ne avessero bisogno entrambi.
Il maggiordomo ritornò. — Sua grazia vi può ricevere. Se volete avere
la cortesia di seguirmi.
Tom seguì il maggiordomo lungo un corridoio che non aveva mai
percorso, fino a un salotto, dove trovò Lydia seduta su un divano. Stava
versando il tè in una tazza di porcellana, mentre Rhys era accanto alla
finestra. Lydia alzò lo sguardo e gli sorrise dolcemente. — Milord, vi
prego, unitevi a noi. Gradisci una tazza di tè, Tom?
— No, grazie. Per prima cosa voglio porgere le mie scure per ieri sera.
La mia indole irascibile ha prevalso.
— Accettiamo le tue scuse. Presumo che anche lord Whithaven abbia
fatto lo stesso.
Tom fece una smorfia. — Non mi sono ancora scusato con lui. Penso
che le mie scuse debbano essere fatte in pubblico.
Lydia inarcò un sopracciglio come se si aspettasse qualche
precisazione.
— Sto riflettendo su quale sia il modo migliore.
— Capisco. Prego, accomodati. Rischi di farmi venire il torcicollo.
Tom spostò la pesante sedia di broccato accanto a Lydia, per tenere
d'occhio Rhys e permettergli di fare altrettanto. Aveva il sospetto che il
duca di Harrington fosse ancora in collera con lui.
— Presumo che tu non sia venuto qui solo per offrire le tue scuse —
osservò Lydia.
Tom, annuì. — Stamattina ho acquistato il tuo libro.
Lydia sorrise con evidente piacere. — Davvero? Lo trovi divertente?
— Non penso che sia stato ideato per divertire.
— Immagino di no. Ti occorre qualche ragguaglio?
— Gli chaperon. Hai scritto che una cugina sposata o la madre di solito
possono fungere da chaperon.
— È corretto.
— Tu sei cugina di Lauren, e sei sposata.
— Esatto. Per questa ragione ho accompagnato te e Lauren nelle vostre
uscite pubbliche a Londra.
— E se si trattasse di un'escursione più lunga?
Lydia gli rivolse un sorriso malizioso. — Intendi andare fuori città per
un giorno?
Tom non potè fare a meno di sporgersi in avanti e di giungere le mani,
trasferendo la forza della presa nelle parole. — Più che un'escursione e
per più di un giorno. Vorrei condurre Lauren a Sachse Hall per un breve
periodo. Una settimana o più... So di chiederti molto, ma ti
ricompenserò.
— Esattamente quanto pensi valga la felicità di mia cugina?
Tom la osservò attentamente, cercando di capire a cosa mirava con
quella domanda e che cosa nascondeva nella voce: biasimo o
approvazione? — Stabilisci tu il prezzo.
Ridendo, Lydia alzò la tazza e cominciò a centellinare il tè,
osservandolo da sopra il bordo. Quando depose la tazza sul piattino,
disse: — Peccato che tu non sia arrivato prima.
— Perché? Hai già altri progetti?
Lydia annuì. — Temo di sì. Lauren è venuta qui presto stamattina e mi
ha chiesto di farle da chaperon. Sembra che voglia accompagnare un
certo lord a Sachse Hall. E io ho accettato solo per amor suo, senza alcun
beneficio finanziario.
— Lei è già stata qui?
— Sì. Mi ha fatto alzare presto, ero ancora assonnata, e alquanto
entusiasta mi ha elencato cosa avrei dovuto fare per farle lasciare Londra.
Dal momento che anche Rhys e io desideriamo andarcene per qualche
giorno, sono stata felice di soddisfare le sue richieste.
Con un sospiro di sollievo, Tom si abbandonò contro lo schienale della
poltrona. — Allora sarai il nostro chaperon?
— Proprio così.
— Avresti potuto dirlo subito.
— Mi piace tenerti un pochino sulle spine. Comunque non
fraintendermi: prenderò molto seriamente il mio impegno. Sul "Punch"
ho visto delle vignette che mostravano giovani che cercavano di eludere i
loro chaperon. Non mi lascerò prendere in giro da voi.
— Non me ne approfitterò.
Rhys tossì e si schiarì la voce, come per sottolineare che non credeva
alle parole di Tom più di quanto vi credesse Tom stesso. Lui non aveva
intenzione di prendersi gioco di Lydia, ma se Lauren fosse stata
disponibile...
— Saremo pronti per partire domattina — affermò Lydia.
— La mia carrozza passerà alle sette.
— Bontà divina! — esclamò Rhys. — Abbiate pietà, amico mio, e
scegliete un orario più decente.
— Le dieci?
— Mezzogiorno.
— Le undici.
— Vada per le undici.
Lydia allungò una mano e batté sul ginocchio a Tom. — Adesso, se
Lauren riuscirà nell'impresa di convincere zia Elisabeth che potrei essere
uno chaperon accettabile per recarci in campagna, tutto sarà sistemato.

Lauren stava osservando la madre intenta ad affondare la paletta nel


terreno intorno ai suoi preziosi cespugli di rose, zappettando il terreno,
estraendo le sporadiche radici che cercavano di invadere la sua proprietà.
Aveva il sospetto che i minuti successivi sarebbero stati difficili da
affrontare, ma aveva ventiquattro anni, abbastanza per prendere delle
decisioni. Era pronta a rivendicare la sua indipendenza.
Allora perché stava tremando? Perché sapeva di essere in procinto di
affrontare una battaglia che poteva anche non vincere, sebbene le sue
argomentazioni fossero come soldatini bene allineati in fila. Respirò a
pieni polmoni, si accovacciò accanto a sua madre, allungò la mano e
strappò una radice, gettandola di lato. — Le rose hanno fatto una
fioritura splendida quest'anno.
— Davvero magnifica. Sono proprio soddisfatta.
— Te lo meriti. Dedichi loro tanta attenzione. Giuri > che non ho mai
visto un giardino più bello.
— È passato molto tempo dall'ultima volta che mi hai rivolto tante
lusinghe. — Sua madre si sedette, appoggiò a terra la zappetta, strofinò le
mani per togliere lo sporco dai guanti e lentamente li sfilò. — Il rimorso è
un fardello duro da sopportare.
Il rossore si diffuse sul viso di Lauren. Si chiese se sua madre avesse la
capacità di scrutarla così a fondo da intuire esattamente cos'era avvenuto
tra lei e Tom la notte precedente. — Non mi sento colpevole — si
schermì.
— Mi riferivo a me stessa — precisò sua madre.
— Oh, sì, naturalmente.
— Continuo a ripetermi che se zappo il giardino un numero di volte
sufficienti, tutto funzionerà di nuovo, che la perfezione è tale in qualsiasi
luogo. In realtà non so se tutto tornerà di nuovo perfetto.
— Non sono certa che tutto fosse perfetto nemmeno in passato.
Semplicemente non era così brutto come avrebbe potuto essere.
Sua madre si voltò a guardarla. Appariva straordinariamente giovane e
incredibilmente vulnerabile, con la terra che le sporcava il naso. Lauren
resistette all'impulso di pulirla, ma alla fine cedette, solo perché non
poteva permettere che i domestici la vedessero in quel modo, che sua
madre non apparisse degna del suo rango di contessa. — Ti sei sporcata il
naso.
La donna rise leggermente. — A volte penso che mi piaccia più il
profumo della terra che quello delle rose.
— Deve essere la ragazza di campagna che c'è in te.
— Probabilmente. Allora, cosa ti ha spinto in questo angolo del
giardino?
— Tom mi ha invitata a Sachse Hall, Lydia ha acconsentito a farmi da
chaperon e io voglio andare. — Le parole le uscirono in fretta, d'un sol
fiato.
— Pensi che sia una decisione saggia? — le domandò sua madre con
dolcezza.
Lauren osservò il pollice sporco di terra. — Probabilmente no.
— Bene, allora sii cauta mentre sarai lontana.
Lauren alzò lo sguardo bruscamente, ma sua madre aveva rivolto di
nuovo l'attenzione alla terra, che cominciò ad assestare senza guanti.
— Mi dai il permesso di andare?
Lauren si chiese se sua madre avesse davvero indovinato che cos'era
successo la notte precedente.
— Almeno in questo modo — proseguì sua madre — saprò dove sei e
posso pretendere che Lydia dimostri di essere un adeguato chaperon. Il
fatto che lei sia presente salverà le apparenze. Non posso sperare di
meglio.
— Lydia sarà un eccellente chaperon — la rassicurò Lauren, sentendo
il bisogno di difendere la cugina. — Lei, più di chiunque altro, conosce il
prezzo dello scandalo.
— Non mi devi convincere — disse sua madre. — Hai la mia
benedizione.
Una battaglia vinta facilmente era certamente una battaglia non
conclusa.
— Partiremo domani — annunciò Lauren con cautela, aspettando un
indizio che sua madre le stesse giocando una burla maliziosa.
Le mani della madre continuarono nei loro movimenti frenetici. — Stai
attenta al cuore.
Lauren abbracciò sua madre, stringendola con forza, senza curarsi di
potersi sporcare di terra. — Grazie per non aver reso difficile questo
momento. — La baciò sulla guancia, notando che sul suo viso c'era
dell'altro sporco, come una scia lasciata da una lacrima sulla polvere.
Sussurrò: — Ti voglio tanto bene. — Poi si alzò e andò a prepararsi per il
viaggio.

Dal momento che Tom e Rhys erano uomini ben piantati e poiché le
signore, anche se per un breve soggiorno in campagna, avevano preteso
due bauli di abiti ciascuna, viaggiarono in due carrozze separate. E anche
se era decisamente sconveniente, Lauren fu lasciata da sola in carrozza
con Tom.
— Sei molto silenziosa — disse lui, quando furono fuori Londra.
— Mia madre è stata troppo condiscendente su questo viaggio. Non mi
fido del modo in cui si è arresa.
La risata di Tom non la sorprese. — Forse pensa che un po' di tempo in
mia compagnia ti convincerà che non hai più tanto interesse né in me né
nel Texas.
Mentre lo osservava seduto davanti a sé in giacca grigia con il collo di
velluto nero e i pantaloni grigi, il panciotto blu e la cravatta rossa, si rese
conto che non si aspettava più di vederlo nel suo abbigliamento da
cowboy, che non riusciva più a immaginarlo come un cowboy. Fu
sorpresa, rattristata, e in un certo modo soddisfatta. Non riusciva a
credere completamente alla sua trasformazione. Il più era cominciato
prima che lei acconsentisse ad aiutarlo, ma se avesse ritoccato i baffi e
fosse rimasto in silenzio, nessuno si sarebbe accorto che non era nato in
Inghilterra.
— Potresti considerare la possibilità di accorciare un poco i baffi — gli
consigliò. — Sono molto in stile "selvaggio West".
Tom si accarezzò lentamente i baffi dal centro alle estremità. — Dici di
arricciarli sulle punte?
Lei annuì. Lui fece una smorfia, facendola ridere. — Era solo una
proposta.
— Mi piacciono così come sono.
— Forse potresti tagliarli completamente.
— Sembrerei troppo giovane.
— Tu sei giovane.
— Negli anni, Lauren, ma non in esperienza. Per alcuni aspetti sono
più vecchio di tanti gentiluomini che ho incontrato. Molti sono viziati
dalla nascita.
— Una vita di eccessi può invecchiare allo stesso modo.
— Può darsi.
Lauren lasciò che il silenzio calasse tra di loro prima di osservare: —
Non sono mai stata a Sachse Hall.
— Ha bisogno di essere ristrutturata da cima a fondo.
— Non pensavo che avesse bisogno di un restauro.
— Non di restauro, ma di una sistemazione. A mio padre piacevano...
— Tom guardò fuori dal finestrino come per cercare la parole adatte, e
Lauren colse un certo imbarazzo.
— Che cosa gli piaceva?
— Statue di uomini e donne nude, cose del genere. Ho pensato di
cambiare tutto, ma poi ho deciso che dovrei lasciar fare a mia moglie,
lasciare che sistemi secondo il suo gusto.
Lauren sentì un nodo allo stomaco sentendolo parlare di prendere
moglie. Accennava a quell'argomento apposta o senza intenzione?
Sperava di ottenere qualche sorta di reazione da parte sua, di renderla
gelosa?
— È un pensiero delicato — disse, sforzandosi di non permettere a quel
momento di rovinare una serie di ricordi meravigliosi che sperava di
conservare a lungo.
— Penso sia una sorta di... educata decisione.
Il perfetto accento inglese di Tom la sbalordì. Spalancò gli occhi. —
Misericordia, Tom, sei quasi convincente quando parli senza accento!
— Solo quando mi concentro.
— Penso che tu abbia imparato il trucco. Ogni aspetto di questa vita
richiede concentrazione.
Lui rise ancora e Lauren si rese conto che rideva con maggiore facilità
di tanti uomini che le erano ronzati intorno negli anni passati. — Non
significa solo sbarazzarsi della parlata strascicata — affermò lui. —
Significa usare vocaboli che non ho mai usato prima. — Le rivolse
un'occhiata arguta. — È... alquanto barboso.
Lauren sorrise calorosamente. — Spaventosamente noioso.
— Oso insinuare che hai ragione.
Lei emise una leggera risatina. — Se tu imparassi un linguaggio
ammodo sarei felice come un'allodola.
— Felice come un'allodola — ripeté Tom. — È un'immagine ben
diversa da quella di un maiale in una pozzanghera.
Lauren rise più forte. — Oh, Tom, ma è atroce! Non è per niente la
stessa cosa. Una è raffinata, l'altra è rozza.
— Quale delle due precisamente?
— Lo sai benissimo! Se non stai attento, sarò molto contrariata con te.
Tom scosse il capo. — Molto contrariata non è poi granché.
Arrabbiata, inviperita, furibonda: questo sì che mi può intimidire.
— Non sottovalutare quanto sia sgradevole trattare con una donna
molto irritata. Ti assicuro che le parole usate possono dare una
impressione molto più civile, ma possono mascherare un carattere
tremendo.
— Ho sempre pensato che parlare inglese significasse parlare inglese.
— Non proprio, comunque tu parli straordinariamente bene, e stai
cogliendo con notevole facilità tutte le sfumature.
— Non è per niente facile. È difficile come stare seduto da questo lato
della carrozza mentre tu mi sei di fronte.
— Ho intenzione di comportarmi con un buon grado di decoro mentre
saremo lontani da Londra. Non voglio mettere Lydia in una posizione
scomoda.
Allungandosi verso di lei, Tom prese le sue mani inguantate. —
Dammi una definizione di decoro.
— Non rientra nei miei piani lasciarmi sedurre.
Tom aggrottò la fronte. — Com'è possibile fare programmi per non
lasciarsi sedurre? Si possono fare progetti per sedurre...
— Dico semplicemente che sarò molto attenta a ogni proposta
sconveniente che potresti avanzare. — Non si sarebbe introdotta di
soppiatto nel suo letto. Era decisa a evitarlo.
Lui sorrise, sapendo che non sarebbe stata capace di resistergli, sciolse
la stretta dalle sue mani e scivolò in un angolo della carrozza a guardare
fuori dal finestrino.
— Che cosa fai? — gli domandò.
— Sto osservando la campagna. È così verde.
— C'è del verde anche nel Texas.
— Non a Fortune. Là non c'è. Non come qui. All'arrivo dell'estate,
tutto diventa marrone. — Le lanciò un'occhiata. — Non ti ricordi?
— Ho un ricordo vago... — Molto vago.
— Non penso che qui tutto si seccherà.
— Sei come mia madre con il suo roseto. Ha un piccolo pezzo di terra
che è tutto suo da coltivare...
— Sachse Hall si estende su qualcosa di più vasto di un piccolo pezzo
di terra. Gli affittuari sono agricoltori. Sarai la benvenuta se mi vorrai
accompagnare quando andrò a far loro visita.
— Tu appartieni alla terra, non è vero, Tom?
— Credo che la terra, ovunque sia, in Inghilterra come nel Texas, mi
chiami.
Poi diventò silenzioso come se ascoltasse quello che la terra, verde o
marrone che fosse, pareva sussurrargli mentre la vedeva scorrere fuori dal
finestrino. Lauren si chiese se suo padre avesse cavalcato con lui su quelle
terre, se gli avesse instillato l'amore per la terra... di proposito oppure no.
Sicuramente dovevano esserci delle prove dell'influenza paterna, oltre
alle cicatrici.
Era sorprendente osservare la luce che gli illuminava gli occhi mentre
dal finestrino guardava scorrere il paesaggio, come se non ne fosse mai
stanco, ammirandolo come se fosse la prima volta, anche se lo aveva già
visto nel suo primo viaggio verso Londra.
— Ti ricordi se tuo padre ti abbia portato a cavallo sulle sue terre?
La sua mascella si irrigidì. — No, tra i ricordi che riaffiorano talvolta
non ce n'è uno solo al quale vorrei aggrapparmi.
— Se non altro non hai brutti ricordi collegati alla terra.
Lauren si spostò vicino al finestrino per avere una vista simile a quella
che lo stava affascinando così intensamente. La campagna inglese non
l'aveva mai interessata; l'aveva sempre guardata con risentimento perché
non era il Texas. Le ondulate colline dell'Inghilterra le sembravano
estranee perché Fortune non era nient'altro che buon terreno coltivabile e
pianeggiante, non lontano dalla costa. Non aveva mai visto nulla di
simile che glielo potesse ricordare, cosicché in quella campagna trovava
difetti ovunque.
Solo in quel momento, osservandola con gli occhi di Tom, i prati
lussureggianti e i verdi pascoli sembravano giustificare la sua
approvazione e la facevano sentire un po' in colpa per tanti anni di duro
giudizio.
Tom si alzò e si portò sul suo sedile, sedendosi accanto a lei,
sporgendosi per guardare dal finestrino, sfiorando con il petto la sua
spalla. — Preferisco guardare verso dove sto andando che guardare
indietro da dove sono venuto — dichiarò con calma. Il calore del suo
respiro aleggiò sulla pelle sensibile del collo di Lauren, trasmettendole dei
brividi che la percorsero da capo a piedi.
— Vuoi che mi sposti sul sedile opposto in modo da lasciarti spaziare
con la vista?
— No, qui mi piace.
— Non ho mai guardato la campagna inglese senza una punta di
risentimento. Tu provi rancore?
— Come potrei, dal momento che mi appartiene?
Lauren si guardò intorno. — Questa è la tua proprietà?
— No, non ancora. Ci vorrà ancora qualche ora di viaggio. Non
intendevo dire che la possiedo. Volevo solo dire che è... bella. Non puoi
provare rancore per la terra solo perché esiste. Non si può, dal momento
che ci dona così tanto.
— Ce l'hai nel sangue — disse Lauren, affascinata dalla scoperta.
— A volte mi sembra di sì. Quando la guardo non ho molta nostalgia
del Texas.

Osservare il paesaggio con il profilo di Lauren inciso come un cammeo


nella coda dell'occhio probabilmente faceva sì che Tom non provasse
troppa nostalgia del Texas. Il cielo si era fatto scuro di nubi
temporalesche, aveva cominciato a cadere una pioggerella fine, e il
ticchettio delle gocce sul tetto della carrozza aveva cullato Lauren fino a
farla addormentare, con il capo chino nell'incavo della spalla di Tom.
Questi aveva avvolto la sua giacca intorno a lei per proteggerla dal
freddo. Il braccio con cui l'aveva cinta per sorreggerla cominciava a
intorpidirsi, ma era un inconveniente da poco se paragonato al piacere di
sentire contro di sé la pressione del suo corpo, la fragranza dei suoi
capelli, il profumo che lo invitava a inspirare a fondo per godere di quella
sensazione unica, per ricordarla quando non gli sarebbe stata più vicino.
La gita in campagna era un'occasione per allontanarsi per un po' da
Londra e per fare tesoro di ricordi di momenti passati insieme a Lauren.
Tom aveva degli affari da sbrigare nella sua tenuta, ma aveva progettato
di trovare del tempo da dedicarle: per passeggiare, cavalcare, sedersi in
giardino. E anche per cercare di persuaderla a trovare in quei luoghi
ameni un pochino di Texas, e così facendo, convincerla a restare con lui.
A Sachse Hall Lauren avrebbe avuto una visione più reale della sua
vita. Non esistevano solo balli, cene, opere e cavalcate mattutine nei
parchi. Di fatto, ben poco di tutto ciò esisteva là in campagna. Sperava
che Lauren lo avrebbe apprezzato e avrebbe cominciato a considerare lui
non un cowboy o un lord, ma semplicemente un uomo.
La pioggia per fortuna era ormai cessata quando giunsero a Sachse
Hall. Tom trattenne il fiato osservando la reazione di Lauren alla vista
della dimora dei suoi avi. Il suo diritto di proprietà derivava solo dalla
nascita; tuttavia provava un innegabile orgoglio per essere parte di
qualcosa di cui fino a pochi mesi prima ignorava l'esistenza. Non aveva
piantato un solo chiodo in quel palazzo, né assunto un solo domestico
che si aggirava nei suoi venerati corridoi, né riempito le cantine o
acquistato un solo oggetto d'arte che vi era esposto; eppure doveva
ammettere che desiderava che lei ne fosse... impressionata.
Voleva che guardasse tutto ciò allo stesso modo in cui lo guardava lui,
per vedere quel che era al momento e quello che sarebbe potuto
diventare.
Solo quando le carrozze si fermarono si rese conto che Lauren stava
osservando lui e non il paesaggio dal finestrino. Si era tolta la giacca dalle
spalle e gliela stava porgendo.
— Sei nervoso — disse dolcemente.
— Non essere ridicola. — Afferrò la giacca e se la buttò sulle spalle.
— Non avrei mai pensato che ti curassi di qualcosa che non avevi
acquisito con il tuo lavoro.
— Nemmeno io — le rispose sinceramente. — Ma osservo tutto quanto
ho ereditato e mi rende umile riconoscere che c'è una storia vecchia di sei
generazioni. Quel che possiedo in Texas l'ho costruito io e confesso di
esserne molto fiero. Ma mi piace pensare che tra qualche generazione chi
erediterà quel che ho cominciato possa avvertire un senso di riverenza e
di sincero apprezzamento per la storia che rappresenta. Loro non mi
conosceranno e non sapranno che cosa ho passato per dare l'avvio a
questa eredità, così come io non conosco gli uomini che hanno trasmesso
tutto questo di generazione in generazione fino a me. Ciò non significa
che non rispetti quel che hanno compiuto.
Gli occhi di Lauren si fecero più scuri, mostrando qualcosa di simile
all'apprezzamento, e mentre lo stava fissando intensamente...
La porta della carrozza si aprì. Il valletto l'aiutò a scendere dalla vettura
e Tom la seguì.
— È impressionante — esclamò Lauren.
Tom non potè che essere d'accordo. Un palazzo di tre piani, uno
seminterrato, ciascuno alto il doppio dei piani della casa che si era
costruito nel Texas.
Gli veniva spontaneo pensare che i suoi antenati si ritenessero dei
giganti e avessero voluto una dimora che riflettesse quell'atteggiamento.
Rhys e Lydia si avvicinarono, e i valletti e le domestiche che avevano
viaggiato a bordo di una terza carrozza si stavano già dirigendo verso il
maniero, dove Tom presumeva che la servitù avrebbe cominciato
immediatamente a provvedere alle necessità dei loro padroni.
— La precedente lady Sachse l'anno scorso diede una festa di
campagna qui — disse Lydia. — Aveva un modo tutto suo di mettere gli
ospiti a loro agio e di farli sentire i benvenuti.
— Tutti eccetto te, mia cara — rimarcò Rhys.
— Solo finché si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta a sedurti.
Tom batté le mani e le sfregò insieme. Il cielo plumbeo cominciava a
scurirsi adagio con l'approssimarsi della notte. — Entriamo a sistemarci.
Non ci sarebbe voluto molto, poiché i valletti avevano già portato i
bauli e le borse all'interno. — Dal momento che non ho mai avuto ospiti
qui — esordì Tom, non contando la precedente lady Sachse poiché in
effetti vi aveva risieduto prima di lui — e che per me è una novità fare gli
onori di casa, sentitevi liberi di fare come se foste a casa vostra.
— Ci troveremo perfettamente a nostro agio, Tom. — lo rassicurò
Lydia. — Non sentirti in obbligo di impressionarci con delle formalità.
— Non farmi prendere delle pessime abitudini che non possa
mantenere in seguito — replicò Tom. — Devo imparare a fare le cose nel
modo giusto.
— La strada più semplice è quella di scegliere una moglie capace di
occuparsi di tutto questo al posto vostro — osservò Rhys, guadagnandosi
una pacca sul braccio da Lydia.
— Cosa c'è? Ho solo detto la verità — esclamò Rhys.
— Gli affari domestici sono responsabilità della moglie.
— Ma non è una ragione sufficiente per sposarsi. Ci si sposa per amore.
Rhys incontrò lo sguardo di Tom. — Come non detto.
Salirono i gradini di pietra davanti all'ingresso. Un domestico aprì la
porta. Le signore entrarono, Tom e Rhys le seguirono.
il maggiordomo, rigido e formale, li attendeva impettito. — Milord,
benvenuto a casa.
— Grazie, Smythe. — Tom lo aveva fatto avvertire che avrebbe avuto
ospiti.
— Ho fatto preparare delle camere per il duca e la duchessa e Miss
Fairfield nell'ala occupata dalla precedente contessa. Mi auguro che
trovino soddisfacente la sistemazione.
— Grazie. La cena...
— Sarà servita alle sette come sempre. Suggerisco che vi accomodiate
in biblioteca, dove mi sono preso la libertà di rifornire gli armadietti con il
miglior porto, brandy e whisky di malto.
Tom si rivolse agli ospiti. — A quanto pare non è stato trascurato
nulla.
— Non c'è niente di meglio di un personale competente — osservò
Lydia. — Non vedo l'ora di rinfrescarmi. Ci vediamo tra un'ora in
biblioteca, che ne dite?
— Benissimo.
Lydia prese Lauren per il braccio. — Vieni, Lauren. Non so tu, ma io
ho bisogno di levarmi gli abiti da viaggio e di cambiarmi.
— Vi accompagno nelle vostre stanze, vostre grazie — si offrì Smythe.
Mentre le signore salivano le scale, Rhys si attardò un momento
nell'atrio con il padrone di casa. — Non desiderate cambiare gli abiti da
viaggio? — chiese Tom all'ospite.
— Sì, ma prima lasciate che vi avverta che Lydia sta prendendo con
molta serietà la responsabilità di farvi da chaperon. Tuttavia, in qualità di
uno che è riuscito egregiamente a evitare simili controlli, ho compassione
della vostra situazione e farò tutto ciò che mi è possibile per distrarre la
mia adorata consorte all'approssimarsi della notte.
Tom sorrise. — Lo apprezzo molto.
— È il minimo che possa fare. Riconosco a un miglio di distanza un
uomo innamorato, e poiché io stesso ho rischiato di perdere l'amore della
mia vita, so cosa si prova. — Rhys sostenne lo sguardo di Tom. — E
visto che non abbiamo ancora avuto l'occasione di parlare a quattr'occhi
dal malaugurato incidente con Whithaven...
— Ne sono davvero desolato — lo interruppe Tom.
— Whithaven è un pomposo e un arrogante bastardo.
Tom fu preso alla sprovvista dalle parole di Rhys.
— Mi ha fatto molto piacere vedere che l'avete mandato a gambe
all'aria con un bel cazzotto, visto e considerato che tempo fa lui prese a
pugni me.
— Vi ha aggredito?
— Me ne diede tanti da ridurmi a una maschera di sangue. Sappiate
che mentre il tempo e il luogo possono essere stati una scelta infelice,
sono sicuro invece che il pugno era ben meritato.
Tom scosse il capo. — No, penso che tutte e tre le scelte fossero
sbagliate.
— Come preferite. — Rhys rivolse un'occhiata intorno a sé nel vasto
atrio. — Interessanti opere d'arte.
— Penso che dovrei mettere degli abiti su qualcuna di queste statue —
ammise Tom.
— Se fossi in voi le lascerei così. Le forme nude sono alquanto
provocanti.
— Non sono abituato a vedere così tanto in esposizione.
— È arte, amico mio. E le signore tendono ad apprezzare l'arte.
Capitolo 15

Lauren stava ammirando dalla finestra il parco e i magnifici giardini


all'italiana. Pensò che a sua madre avrebbe fatto piacere vederli. Era
ovvio che avevano richiesto un lavoro immenso, e si domandò se la
progettazione fosse stata influenzata dalla madre di Tom oppure dal
padre. Dalla madre, decise. Erano troppo sontuosi e ben curati per essere
scaturiti dal desiderio di qualcuno con una reputazione scorbutica e
inelegante come quella del padre di Tom. Tutte le statue erano coppie
nude in atteggiamenti provocanti: quelle senza dubbio risentivano
dell'influenza paterna.
— Rhys e io siamo giusto in fondo al corridoio — disse Lydia. —
Verremo a prenderti in camera tra un'ora per accompagnarti di sotto e...
— Non ce n'è bisogno. Penso che scenderò prima.
— Quanto tempo prima? Devo ritoccare il mio programma.
Lauren volse le spalle alla finestra per guardare in viso la cugina. —
Lydia, il tuo incarico di chaperon è a beneficio di mia madre e della
società, non mio — dichiarò. Poi andò verso il letto e osservò il vestito
lungo che la sua cameriera le aveva preparato. Sarebbe andato benissimo
per la serata.
— Non ti aspetterai che faccia finta di non vedere mentre adotti un
comportamento sconveniente, vero? — chiese Lydia.
— No di certo — replicò Lauren allegramente. — Mi aspetto che tu ti
aspetti un comportamento sconveniente. Perciò, non ci sarà bisogno che
tu mi controlli troppo da vicino. Puoi stare tranquilla, goderti il tempo qui
con Rhys, e se saremo tutti insieme, sarà piacevole... e se non sarà così,
non voglio che ti preoccupi.
— Non hai in programma di comportarti in modo decente, vero?
— Io non ho pianificato di comportarmi in modo indecente, ma se
capitasse l'occasione, sono certa che non la rifiuterei.
Lydia sospirò. — Zia Elizabeth mi ucciderà se ti troverai in una
situazione compromettente.
Lauren sorrise. — Ti ucciderò io se non mi ci troverò.
— Oh, cielo, in che guaio mi sono cacciata? — Lydia alzò le mani in
un gesto di resa. — Lo prometto. Sarò il miglior chaperon possibile, ma
non diligente come avevo pensato. Rhys senza dubbio vedrà la cosa in
modo diverso. Lo terrò occupato con qualcos'altro quando si avvicinerà
la notte.
— Ottimo piano.

Tom osservava la sua immagine allo specchio, chiedendosi quando il


buon senso lo avesse abbandonato.
— Posso sfoltire ancora un poco, milord — disse il suo valletto
personale.
— No — rispose Tom, sporgendo il labbro superiore per vedere se
poteva rendere i baffi ancor più presentabili. — Penso siano sfoltiti a
sufficienza.
— Possiamo arricciare un po' di più le punte.
— No, sono abbastanza arricciate. — Forse avrebbe fatto meglio a
farseli radere completamente, ma sapeva che se lo avesse fatto non
sarebbe più sembrato abbastanza vecchio per dare ordini, e ancor meno
per dirigere una tenuta di quella grandezza. Resistette alla voglia di
lisciarsi i baffi con le dita per cercare di raddrizzarli. Non era convinto di
sembrare più inglese. Sembrava invece... chiuse gli occhi. Non voleva
vedere quello che sembrava. La volta successiva che avesse voluto
rendersi gradito a Lauren le avrebbe semplicemente regalato dei fiori,
senza cercare di cambiare aspetto.
— Finiremo in tempo per la cena?
— Ci conto.
— Avete un aspetto davvero seducente, milord.
— Grazie.

Lauren giunse in biblioteca prima degli altri, trovando la strada dopo


averla chiesta a diversi valletti e servitori. Essendo stata allevata a palazzo
Ravenleigh, non era intimidita dal lusso o dalla servitù com'era successo i
primi tempi dopo il suo arrivo in Inghilterra; tuttavia immaginava che
Tom all'inizio lo avrebbe trovato opprimente. La biblioteca era una sala
imponente con librerie dal pavimento al soffitto e in un angolo una scala
a chiocciola che portava a un altro piano di scaffali alti fino al soffitto e a
un salottino illuminato da una bella finestra.
Una bella scrivania di rovere massiccio era posizionata davanti a un
grande caminetto, e vi immaginò Tom seduto al lavoro, a esaminare
registri e conti. Si vedeva raggomitolata nella poltrona accanto, a leggere
Dickens, Austen o Alcott. Era un locale tranquillo e confortevole, come
se non avesse serbato nulla della violenza o della crudeltà per le quali era
tristemente noto il proprietario precedente. Forse vi aveva soggiornato
raramente. Forse era stata la sala preferita dalla madre di Tom. Di certo
non era stata la prediletta dall'ultima lady Sachse, che solo di recente
aveva imparato a leggere.
Udì la porta aprirsi silenziosamente. Si riscosse dai suoi pensieri e restò
a guardare Tom, il signore del maniero, entrare a grandi passi in
biblioteca, indossando un frac e dei pantaloni neri, mentre il resto, il
panciotto, la camicia, la cravatta a fiocco, erano di un bianco immacolato
che facevano risaltare la sua carnagione scura. Si chiese se, con il tempo,
il colore bronzeo della sua pelle sarebbe scomparso a furia di trascorrere
ore e ore chiuso in casa, o se sarebbe rimasto un uomo da spazi aperti
anche a Sachse Hall. Mentre Tom si avvicinava, si rese conto di qualcosa
di diverso.
La sorpresa rischiò di farla ridere, ma si trattenne in tempo per non
offenderlo.
I suoi baffi, sfoltiti e arricciati alle punte, si contrassero; le labbra
serrate le suggerirono che non era soddisfatto del risultato. Era stato un
errore gravissimo consigliarlelo. Che cosa le era venuto in mente? Non lo
facevano sembrare più inglese o meno occidentale; lo facevano
semplicemente sembrare meno Tom.
Mordicchiandosi il labbro inferiore, si astenne dal fare alcuna sorta di
commento che lo avrebbe reso consapevole della sua disapprovazione.
Era già alquanto imbarazzato.
— Dove sono gli altri? — le domandò lui.
— Immagino si stiano ancora preparando.
Tom camminò oltrepassandola, diretto verso un tavolo sul quale erano
allineati diversi bicchieri e bicchierini di cristallo. — Un brandy? — le
chiese.
— Solo un dito.
Gli si avvicinò, osservando con quanta forza stringesse il bicchiere
mentre vi versava il brandy. Quando ripose la bottiglia, gli toccò il
braccio, costringendolo a voltarsi verso di lei. — Non sono poi tanto male
— commentò.
— Sono orribili. Mi rendono ridicolo. Adesso so come si sentì Sansone
quando gli tagliarono i capelli: debole e...
— Tu non sei debole, Tom. La tua forza non ha niente a che vedere
con i peli sul tuo viso. — Sporgendosi, gli sfiorò i baffi con la punta delle
dita. Percepì il suo respiro caldo sulle nocche mentre lentamente tracciava
il contorno di quel che restava dei suoi baffi finché giunse alle punte
arricciate e, cautamente, le piegò fino a quando seguirono di nuovo il
contorno della bocca. Osservò il suo pomo d'Adamo andare su e giù
mentre deglutiva. Gli sorrise, alzò lo sguardo nei suoi occhi e li vide
ottenebrarsi.
— Non ci vorrà molto perché tornino come prima, non è vero? — gli
chiese, sorpresa dal tono roco della sua voce.
— No. — La voce di lui era molto bassa. — Non avere uno chaperon
farebbe piacere in questo momento.
Lei si allontanò di un passo, il profumo di Tom era inebriante come il
liquore che aveva appena versato. — Purtroppo mi aspetto che compaia
da un momento all'altro.
Annuendo, Tom afferrò il bicchiere, bevve il contenuto in un solo sorso
e si preparò a versarsene un altro. — Che ne pensi della casa? — le
domandò. Riempì di nuovo il suo bicchiere e versò un dito di brandy in
un altro. Sollevandoli entrambi, gliene porse uno.
— "Casa" non mi sembra il termine più adeguato per questo posto.
Maniero, palazzo, residenza padronale...
— Ma non casa nel senso di focolare domestico — sottolineò lui,
andando verso la finestra come se si rendesse conto del rischio di starle
vicino troppo a lungo. I suoi ospiti potevano irrompere nella stanza e
scoprire Lauren in una situazione inopportuna e imbarazzante.
— No, non è una casa in quel senso. Anche se potrebbe diventarlo,
credo.
— È fredda. C'è sempre umidità nell'aria.
— È normale nei vecchi manieri. È come se assorbissero l'aria
invernale e la rilasciassero lentamente in estate. A palazzo Ravenleigh
sono sempre andata in giro con uno scialle o una coperta sulle spalle, e
più di un caminetto era acceso nei palazzo anche in estate. — Lauren
sorseggiò il brandy. — Hai un parco incantevole.
— Non è certo merito mio. Non è merito mio di nulla qui.
— Non puoi attribuirti il merito per quel che è stato finora, ma potrai
certamente avere un merito per quello che diventerà nelle tue mani
esperte.
Tom la scrutò con tale intensità che Lauren si chiese che cosa gli
avessero suggerito le sue parole. Poi comprese: mani esperte. Sì, aveva
mani molto esperte, e lo sapeva bene. E di certo stava ricordando quel
che lei non avrebbe mai potuto dimenticare.
— Quello è un ritratto di tua madre? — chiese Lauren, riferendosi a un
quadro in una cornice dorata, appeso al muro sopra il caminetto dietro la
scrivania. Cercava di distrarre la mente dai pensieri che l'avrebbero
riportata facilmente sulla via della seduzione.
— Sì.
— Era molto graziosa.
— Ma tanto triste, non pensi?
— La gente di solito non sorride quando le si fa il ritratto, Tom.
— Non è la mancanza del sorriso; sono gli occhi. Sembra infelice. Mi
domando perché non lo abbia lasciato, perché non sia rimasta in
America. Perché sia ritornata.
— Forse le piaceva vivere qui e pensava che le sarebbe mancato troppo.
— Lauren scrollò il capo e soggiunse: — Non posso pensare che le
mancasse qualcosa di più di suo figlio.
— Così pensi che avrebbe dovuto scegliere me piuttosto che
l'Inghilterra?
La voce di Tom conteneva una strana corrente sotterranea, e Lauren
sentì di essersi messa in trappola, una trappola che lei stessa aveva
contribuito a creare e si era tesa. Scegliere un luogo invece che una
persona? Scegliere uno stile di vita...
Scosse il capo. Stavano parlando della madre di Tom. Non di lei. —
Forse aveva paura che tuo padre vi avrebbe inseguiti. Mio Dio, Tom, lei
ha detto a tutti che tu eri morto. Ha cercato il modo di farti scomparire
dalla vita di tuo padre, ma non da se stessa. — Guardò di nuovo il
ritratto. — Tu hai i suoi occhi, ma senza la sua tristezza.
— Mi aspetto di avere meno motivi per essere triste.
Lei lo scrutò, i suoi occhi, di un bel nocciola scuro, sempre intensi,
erano fissi su di lei. — Mi ricordo il primo giorno che ti ho incontrato a
Fortune. Mi sono sembrati tristi allora.
— Perché tua madre è sbucata come dal nulla dietro l'angolo del
negozio e non sono riuscito a sbottonarti il corsetto.
— No, Tom, erano già tristi quando eravamo ancora soli. Quanti anni
avevi quando ti hanno messo sul treno degli orfani?
— Quattordici. Avevo sempre chiamato mamma e papà le persone che
si erano prese cura di me. Adesso mi sento uno stupido, ma non mi resi
mai conto che il fatto di avere cognomi differenti significasse qualcosa.
Pensavo solo di essere particolare.
— Tu sei particolare — gli confermò Lauren.
— Be', questo è discutibile. Comunque, quando morirono, nessuno
sapeva che farne di me. Non avevano altri parenti. Così la Children's Aid
Society mi diede una valigia di cartone dove mettere tutto quel che
possedevo. Ciò che ricordo in seguito è di essere salito su un treno. La
maggior parte dei bambini era più giovane, molto più giovane, Lauren.
Piangevano, impauriti, non sapendo che cosa sarebbe successo loro.
— Mi dicesti di essere arrivato a piedi a Fortune, ma non ti ho mai
chiesto da dove venivi.
— Ti ricordi molte cose di ciò che ti raccontai.
— Penso di ricordarmi tutto. Dove ti portò il treno degli orfani? — gli
chiese lei, pensando che stesse cercando di evitare la domanda. Ne aveva
tante di domande, voleva chiedergli quello che aveva sempre voluto
conoscere: la sua vita in ogni particolare.
— Una famiglia mi prese nell'Arkansas.
— Ti "prese"?
— È il modo migliore per dirlo. Fu umiliante. Ci misero su una pedana
di legno traballante. La gente veni va vicino, ci tastava le braccia per
vedere quanto fossi mo forti, ci apriva la bocca per esaminare i denti,
come se fossimo degli animali da acquistare. E se penso a certe persone,
questo era esattamente quello che eravamo. Penso che la Children's Aid
Society avesse buone intenzioni nel cercare di trovare delle buone case
per i bambini abbandonati, ma tanta gente ha visto nei bambini del treno
nient'altro che braccia da lavoro a buon mercato.
"Dopo che finivano di ispezionarci, quando erano soddisfatti,
trascinavano un bambino o una bambina giù dal palco. Era brutto quanto
viaggiare sul treno degli orfani, molti scendevano dal palco scalciando e
urlando."
Gli occhi di Tom avevano ormai uno sguardo assente, perso in
lontananza, e Lauren pensò che non si rendesse conto di stringere il
bicchiere così forte che le nocche gli erano diventate quasi bianche.
— Ma tu fuggisti e andasti in Texas.
Le lanciò un'occhiata triste. — Sì, ho fatto così.
— Mi dispiace che ti abbiano trattato così malamente, Tom. Che tu
abbia avuto una vita tanto difficile.
La tristezza abbandonò il suo sguardo, che si fece più appassionato. —
Se non lo avessi fatto, non ti avrei mai conosciuta. Ne è valsa la pena,
tesoro, per una notte fra le tue braccia. E non mi dispiacerebbe passarne
un'altra.
Prima che lei avesse il tempo di replicare, le mise una mano a coppa
sotto il mento, si chinò in avanti, e la baciò, appassionatamente.
La porta si aprì, e lei e Tom si ritrassero di scatto mentre Lydia e Rhys
facevano il loro ingresso in biblioteca, tenendosi a braccetto, del tutto
ignari della tensione che aveva cominciato a irradiarsi solo pochi secondi
prima. Forse Lauren si era sbagliata sulla sua capacità di tenere a bada
Tom senza ricorrere a uno chaperon. A giudicare dalle gocce di sudore
che le bagnavano la parte interna della scollatura, mentre il corpo le
bruciava di desiderio, doveva aver bisogno di molto di più di
un'accompagnatrice.
— Perdona il ritardo, Tom — disse Lydia. — Ho deciso di fare un
sonnellino e Rhys non ha avuto cuore di svegliarmi quando avrebbe
dovuto.
— Desiderate qualcosa da bere? — chiese Tom. La sua voce sembrava
normale, con appena una punta di raucedine.
— Io prendo del brandy, grazie — rispose Rhys, dirigendosi verso il
tavolo dei bicchieri, dove Tom lo seguì.
Lauren andò vicino a Lydia.
— Stai arrossendo — notò Lydia, la bocca contratta, per evitare di
ridere smaccatamente.
— È il brandy — replicò Lauren. — Mi ha accaldata.
— Considerando il balzo che avete fatto quando siamo entrati, sospetto
che qualcosa d'altro ti abbia scaldata.
Lauren si chinò verso di lei e sussurrò in tono brusco: — Be', io non
credo nemmeno per un momento che tu stessi facendo un sonnellino.
— Credi quello che ti pare.
— Non sono la sola qui con un po' di colore sulle guance.
— Certo, cara cugina, ma la differenza è che io sono sposata, così un
po' di rossore sulla mia carnagione è perfettamente accettabile.
Lauren scosse il capo. — Non riesco a credere che un tempo ti credevo
un'amica, oltre che una cugina.
— Comincio a sospettare che così come non si dovrebbero chiedere
soldi in prestito a un amico, non si dovrebbe chiedere a un'amica di fare
da chaperon. Dovrei includere questo consiglio nella prossima edizione
del mio libro.
Le risate degli uomini echeggiavano nella sala. — Pensi che stiano
parlando del nostro stesso argomento? — chiese Lauren.
— No di certo. Non c'è motivo di ridere di ciò che è trapelato.
Staranno ridendo semplicemente per una storiella divertente.
— Forse dovremmo unirci a loro — suggerì Lauren.
— Forse sì.
La cena fu piacevole, i piatti serviti come se Tom avesse vissuto nella
residenza dei suoi avi fin dalla nascita. Era un'ulteriore prova di quanto la
precedente lady Sachse avesse istruito e diretto bene la servitù.
Comunque, quando con discrezione il maggiordomo lo informò, mentre
si preparavano a lasciare la sala da pranzo, che il cuoco desiderava
discutere i menù del giorno seguente per prima cosa la mattina, Tom si
sentì annaspare. Che cosa ne sapeva della preparazione anticipata dei
pasti e delle portate quando per la maggior parte della vita aveva
mangiato una bistecca e una scatola di fagioli?
— Va tutto bene? — chiese Lauren quando la prese un momento in
disparte nell'atrio.
— Si aspettano che io discuta di ricette e di vivande con il cuoco
domattina. — Tom allungò il braccio verso di lei.
— Questo è un compito che di solito spetta alla padrona di casa. Anche
se non lo sono affatto, sospetto di essere più preparata di te per
occuparmene. Vuoi che ci pensi io?
— Ti dispiacerebbe?
— Vediamo... Siamo sicuri che non andremo incontro a dei rischi se
serviremo solo manzo e fagioli? — Lauren si toccò il mento con le dita,
poi scosse la testa. — No, non mi dispiacerebbe.
— Te ne sono molto grato.
— Lo saranno anche le papille gustative di Lydia e Rhys.
— Come sai che preferisco il manzo?
— Per prima cosa perché sei un mandriano, non un allevatore di
pollame o un pescatore. Secondo, è la sola occasione in cui il tuo piatto è
praticamente ripulito.
— Penso di avere dei gusti semplici.
— Dovresti essere più avventuroso. Non si può mai sapere quali nuovi
piaceri può portarti.
— E tu, Lauren? Sei avventurosa?
— Sono qui, non ti pare?
Non potè negare l'evidenza o la scintilla di piacere che gli dava l'averla
lì, volonterosa di aiutarlo prendendosi cura di alcune faccende
domestiche. Era un vantaggio avere una lady in casa, specialmente quella
lady. Si chiese se sarebbe riuscito a percepire la sua fragranza floreale in
quei corridoi dopo che se ne fosse andata, se si fosse gettato fra i cuscini
del letto dove aveva dormito. Se vi avesse dormito, sarebbe stato come
avere accanto a lei?
— Sembra che tu sappia dove andare — le disse.
— Poiché Lydia è già stata qui in precedenza e ha familiarità con la
disposizione della casa, mi ha dato delle indicazioni prima che lei e Rhys
ci precedessero. Questo corridoio porta ai giardini. Abbiamo pensato di
fare una passeggiata serale. Lydia e Rhys ci stanno aspettando fuori.
Li stavano aspettando in fondo alla veranda; parlottavano a bassa voce
e si interruppero di colpo, voltandosi verso di loro quando si
avvicinarono.
— Sarà meglio che vi seguiamo, immagino — disse Lydia — così potrò
tenervi d'occhio più facilmente.
Alzando gli occhi al cielo, Tom condusse Lauren fuori e sul vialetto. —
Non so come questa gente riesca a immaginare anche solo di desiderare
di sposarsi con qualcuno sempre alle calcagna a osservare ogni loro
movimento.
— Trovano astuti stratagemmi per eludere gli chaperon. Sebbene
l'usanza di avere un accompagnatore o un'accompagnatrice non sia così
rigida come in passato. Molte gentildonne stanno cominciando a
ribellarsi all'opinione secondo cui non ci si può fidare di loro per garantire
che gli uomini si comportino correttamente.
Tom rise. — Così è sempre l'uomo a non comportarsi correttamente?
Lauren lo guardò con attenzione, e nonostante la penombra del
giardino riuscì a distinguere la linea del suo sorriso, il brillio dei suoi
occhi. — Certamente. Le lady sono sempre al di sopra di ogni
rimprovero. La donna ha una volontà più forte, può resistere più
facilmente alla tentazione di comportarsi in modo sconveniente.
— E che cosa consideri sconveniente?
— Non ho bisogno di spiegartelo, Tom. Sai esattamente che cosa sia.
— Fumare il sigaro?
— Certamente.
— Bere?
— Alcolici? Eccedere nel bere? Di sicuro.
— Baciare?
— Se non è sulla mano e sulla guancia, sì, senza dubbio.
— Non mi ricordo che tu abbia obiettato a nessun bacio che ti ho dato.
— Mi hai colta di sorpresa, prima che potessi obiettare.
Di sorpresa? Il ricordo di ciascun bacio gli fece perdere giustamente
tempo, rammentandosene lentamente, assaporandone ogni istante. A che
sorta di gioco stava giocando Lauren?
Tom annusò il profumo della pioggia imminente nell'aria solo pochi
secondi prima che cominciasse a piovere. Lauren e Lydia strillarono, e
Rhys gridò: — Rientriamo in casa!
Tom ebbe la visione dei loro chaperon che correvano nella direzione
dalla quale erano venuti. Afferrò Lauren per la mano, fermando la sua
fuga nella stessa direzione. — Da questa parte!
Lei alternava risate e strilli finché non giunsero al riparo di un gazebo.
Tom si scrollò come un cane uscito da un fiume, pensando che avrebbe
dovuto fare la stessa cosa anche lei. La distanza dei lampioni a gas dal
vialetto permetteva al gazebo di avere una parvenza di penombra
piuttosto che la completa oscurità, e riuscì a vedere Lauren in piedi, le
braccia incrociate sul petto, la testa in qualche modo deformata...
Sorrise. I capelli le si erano sciolti. La pioggia era riuscita a fare quello
che lui aveva cercato di fare per tutta la sera, liberare le trecce bionde
dalle forcine, dai nastri e dai fiocchi di seta. Si tolse la giacca inzuppata di
pioggia.
— Tieni — le disse, offrendole le giacca. — È bagnata, ma l'interno è
ancora caldo. — Gliela avvolse intorno alle spalle e la sentì rabbrividire
sotto le sue dita.
— Dov'è andata Lydia? — chiese.
— Ho udito Rhys gridare di tornare a casa, così penso che siano
rientrati.
— E perché non l'abbiamo fatto anche noi?
— Il gazebo era più vicino.
— A parte il fatto che a casa ho dei vestiti asciutti. Qui non ho niente.
— Hai me — disse con calma lui.
— Ma sei bagnato quanto me. — La sua voce ebbe un tremito, e Tom
non fu sicuro se fosse dovuto al freddo o alle sue parole.
Le si avvicinò finché quasi si toccarono. — Se stiamo vicini, possiamo
riscaldarci.
— Suppongo che tu voglia suggerire che se ci togliamo i vestiti avremo
ancora più caldo.
— I tuoi pensieri prendono una piega che... Non sono pensieri
"sconvenienti" per una lady?
Tom udì uno sbuffo non del tutto signorile e fece una smorfia. La
bocca gli sembrò buffa senza il peso dei suoi baffi. Che cosa gli era venuto
in mente di sfoltirli?
— C'è un disastro qui — le disse, cercando lentamente e con cautela di
rimuovere le forcine dai suoi capelli, con la faccia così vicina a quella di
lei che il calore del suo alito le accarezzava la guancia.
— Li stai ingarbugliando. — Lauren sembrava senza fiato ma non fece
nulla per fermarlo.
— Spazzolerò i nodi quando torneremo a casa.
— E quando pensi di tornare?
— Non appena smette di piovere.
— Il temporale potrebbe durare ore.
"Se sono fortunato" pensò, mentre toglieva l'ultima forcina e i capelli
sciolti le ricadevano sulle spalle. Sentì il bisogno di schernirla, per provare
che poteva restare vicino a lei senza sfiorarla. Sentì il desiderio diabolico
di spingerla al punto in cui non avrebbe resistito alla tentazione di
toccarlo, per il gusto di dimostrare che non era sempre l'uomo a rendere
necessarie le attenzioni di uno chaperon. Le signore erano responsabili
allo stesso modo. Una donna tentava in continuazione l'uomo, mettendo
in mostra collo, spalle e décolleté, in modo che lui non potesse fare a
meno di pensare a baciare e mordicchiare quella pelle delicata; metteva
gocce di profumo in posti provocanti, cosicché l'uomo non potesse fare
altro che avvicinarsi e annusare la fragranza conturbante; si umettava
sensualmente le labbra con la lingua, per indurlo a pensare di gustarla
come un frutto succulento...
Tom le era così vicino da sentire il calore che irradiava dal suo corpo e
respirare il suo profumo inebriante. Solo un sospiro separava la bocca di
Lauren dalla sua e le sue mani erano imprigionate nei capelli!
Udiva ogni brivido del suo respiro, e non era certo se fosse il suo o
quello di lei. La pioggia continuava a cadere, tamburellando sul tetto del
gazebo, rovesciandosi a terra attorno alla struttura, rinchiudendolo in un
bozzolo di intimità. Resistette all'impulso di sporgersi e di prendere quello
che voleva disperatamente e che Io stava tormentando fin quasi
all'agonia. Perfino nella penombra oscura la vide che si umettava le
labbra lentamente, e per poco non perse l'ultimo briciolo di controllo che
gli rimaneva.
Avrebbe voluto una prova tangibile che lei lo desiderava con la stessa
lussuria con cui la voleva lui, che diminuisse la distanza che li separava,
che si gettasse ai suoi piedi con ardente bramosia. Lauren si passò di
nuovo la punta della lingua tra le labbra e il suo respiro parve farsi ancora
più affannoso. A un tratto sentì le dita di lei scivolare sotto il suo
panciotto, ghermirgli la camicia.
— Le mie dita sono fredde — ansimò — e tu sei così caldo. Come puoi
essere tanto accaldato?
Perché lei aveva l'abilità di accendere un fuoco dentro di lui che
minacciava di consumarlo. Deglutendo a fatica, Tom chiuse gli occhi.
Stava per cedere, maledizione! Non ce la faceva più a resistere... Avvertì
lo strofinio leggero delle labbra della sua tentatrice sulle sue, come un
vento delicato che disperde i semi alati di un dente di leone.
— Milord?
Tom spalancò gli occhi e lanciò un'occhiata in direzione della voce.
Smythe si affacciò all'entrata del gazebo, un ombrello lo proteggeva dalla
pioggia scrosciante.
— La duchessa mi ha mandato con un ombrello per assicurarsi che voi
e milady poteste ritornare a palazzo senza il rischio di ammalarvi.
Non era la pioggia a fargli rischiare una malattia. Erano il suo orgoglio
e la vanità, il suo bisogno di dimostrare una pericolosa sciocchezza come
quella che anche le donne sapevano lasciarsi andare. Trasse un respiro
profondo, sforzandosi di staccarsi da Lauren e di calmarsi per riuscire a
pensare in modo chiaro a qualcosa di diverso da lei. Il suo corpo doleva
dal desiderio, si diresse verso Smythe e prese i due ombrelli che gli
porgeva. — Grazie.
— La duchessa dice che si aspetta che torniate immediatamente;
altrimenti, il duca sarà costretto a cercarvi per assicurarsi che stiate bene.
Tom trattenne la sua impazienza. — Informa la duchessa che saremo
di ritorno al più presto.
— Molto bene, signore. Il tempo è terribile quest'anno. Oso consigliarvi
di camminare lentamente per non rischiare che Miss Fairfield si sloghi
una caviglia.
— Lo faremo.
— Informerò la duchessa che arriverete con un piccolo ritardo.
Prima che Tom avesse il tempo di ribattere, il maggiordomo si stava
già affrettando lungo il vialetto del giardino che conduceva verso casa.
Voltandosi di nuovo verso Lauren, Tom la sentì battere i denti. Senza il
tepore della sua vicinanza, il calore della loro passione, il gelo e l'umidità
si facevano sentire. Aprì l'ombrello e lo sorresse con una mano. — Vieni.
Lei gli andò vicino. Tenendo stretta con una mano la giacca in cui era
avvolta, allungò quella libera verso l'ombrello.
— Lo tengo io — disse lui. — Tu rimani sotto.
— Non so se riusciremo a starci entrambi, e abbiamo un altro
ombrello.
— Non ti preoccupare se mi bagno. — Le cinse il collo con la mano
libera per attirarla a sé e le sussurrò all'orecchio: — Buon per te che sia
intervenuta tua cugina nella sua veste di premuroso chaperon. Sono certo
che la tua resistenza stava per venire meno. — Poi le piantò un bacio
sulla bocca per farla rammaricare di non aver rinunciato agli ultimi
baluardi della sua resistenza.
Con un sospiro di sollievo, Lauren si immerse nell'acqua calda che i
domestici avevano versato nella lucida vasca d'ottone. Sentì il gelo
lasciare le sue ossa per essere rimpiazzato da un senso di euforia, simile
alla sensazione che aveva provato quando si era sporta in avanti per
baciare Tom. Aveva maledetto l'interruzione, anche se in quel momento
ne era grata. Non capiva che cosa gli fosse capitato, per restare immobile
come una delle statue che adornavano il suo maniero: capiva solo che lui
era vestito e lei si era augurata che non lo fosse, per avere la possibilità di
guardare le sue forme scultoree nel gazebo con la pioggia che scrosciava
intorno a loro e la pallida luce che sollecitava le ombre a ritrarsi.
Sorseggiò il tè che Lydia aveva preparato per lei, chiedendosi se le
sembrava così dolce per lo zucchero che Lydia aveva aggiunto in
abbondanza o perché il gusto di Tom indugiava ancora sulla sua bocca.
Aveva appena sfiorato le sue labbra, ma era stato sufficiente per rendersi
conto che aveva il sapore della deliziosa torta alle nocciole che avevano
servito per dessert. Comunque, anche senza la dolcezza del dessert servito
al termine del pranzo, Tom avrebbe avuto un sapore divino: perché lo
aveva sempre avuto, dalla prima volta che l'aveva baciata, e lo avrebbe
avuto sempre.
— Spero che tu non sia in collera con me per aver mandato Smythe
con gli ombrelli — disse Lydia, distraendo Lauren dalle sue fantasticherie
— ma conosco in prima persona i pericoli che possono sorgere entro i
confini di un gazebo. — La cugina era seduta su una sedia, dalla parte
opposta di un paravento, come se pensasse che anche in camera sua
Lauren avesse bisogno di protezione.
Lauren posò da parte la tazza da tè e prese il sapone. — Spero che tu
non stia pensando di dormire nel mio letto.
— No di certo.
Un lungo silenzio calò tra di loro.
— Hai Tatto qualcosa di sconveniente? — chiese alla fine Lydia.
Lauren decise che il silenzio fosse la migliore risposta. Sempre meglio
di una bugia. Non c'era bisogno di mettere Lydia in all'erta più di quanto
non fosse già. Onestamente, era sorpresa dalla vigilanza della cugina. Si
era aspettata che Lydia servisse da chaperon solo di nome, specie dopo le
istruzioni che le aveva impartito prima di cena.
— Lauren?
— No, nulla di sconveniente. — Terminò di lavarsi, uscì dalla vasca e
si avvolse nella salvietta, scaldandosi davanti al fuoco nel caminetto. Si
sentiva divinamente. Tutto quanto in quel luogo sembrava adatto a
viziarla.
Si diresse verso lo sgabello e sedette alla toletta. La sua cameriera,
Molly, cominciò subito a districare i nodi dai capelli, e Lauren fu sorpresa
di sentire un briciolo di rincrescimento che non fosse Tom a spazzolarli.
— Spero che non piova per tutto il tempo che staremo qui. Rhys
sperava di poter cavalcare un poco domani — disse Lydia.
— Sono sicura che avremo qualche giorno di sole. Parlami della tua
esperienza nel gazebo.
Riflessa nello specchio vide Lydia abbassare il capo e sorseggiare il tè,
come se pensasse che il gesto fosse sufficiente per evitare la
conversazione.
— Credo di immaginare che fosse Rhys.
Lydia annuì. — È accaduto nella sua residenza di famiglia, poco dopo
il nostro incontro. Mi ha baciata.
Lauren batté sulla mano di Molly quando si fermò sulla sua spalla. —
Grazie. Finirò da sola di prepararmi per la notte.
Molly annuì e uscì dalla stanza. Quando la porta si chiuse alle sue
spalle, Lauren si girò sullo sgabello per guardare in viso la cugina. —
Allora abbi un po' di pietà per me, Lydia. Giuro che sei peggio di mia
madre. Tom non si prenderà delle libertà a meno che io non gli dia il
permesso di farlo. Puoi forse pensare onestamente che se ho deciso di
permetterglielo, tu possa fare qualcosa per impedire che accada?
— Allora perché sono qui?
— Apparenza. Sono sempre stata convinta che l'idea degli chaperon sia
sciocca. Voglio passare questo tempo con Tom, per conoscerlo di nuovo,
per avere qualche ricordo da portare con me nel Texas. — Facendosi
seria, Lauren si piegò in avanti, incrociando le braccia sulle gambe. — Mi
ricordo una volta quando stavi da noi, prima che tu ti sposassi, che Rhys
si precipitò in camera tua, si sedette sul letto e ti confortò perché eri
malata. Tu non sembrasti né sorpresa né vergognosa, come se averlo così
vicino al tuo letto non fosse tanto insolito. — Lauren guardò la cugina
mentre questa chinava il capo e le guance le si imporporavano. — Tu lo
sai cosa significa essere giovani e... curiose. Sai cosa sia il chiedersi come
sarebbe avere un poco più di intimità con un uomo. Se mi sorvegli così da
vicino perché temi che io possa percorrere il sentiero sul quale tu stessa
mi hai preceduta, fallo solo se credi veramente che la tua vita sarebbe
migliore se non lo avessi mai intrapreso.
Lydia alzò lo sguardo. — Gli inglesi usano molte parole per esprimere
cose che possono essere dette con poche. Basta solo che tu dica: "Stai
lontana da me".
Lauren si alzò in piedi. — Stai lontana da me. Sei qui per accontentare
mia madre e la società. Non me né certamente Tom.
— Lo ami, Lauren?
— Non lo so. A volte vedo l'ombra del ragazzo di un tempo... ma non
è sufficiente per farmi capire se l'amo davvero. Sto cercando di seguire il
tuo consiglio e di scoprire l'uomo che è diventato. Se mi sorvegli, come
farò a sapere se sono al sicuro con lui?
Lydia sospirò. — Va bene. Rhys e io troveremo il modo di tenerci
occupati mentre siamo qui.
— Non dovete estraniarvi o evitarci completamente. Soltanto non farci
seguire dal maggiordomo quando siamo soli.

Era mezzanotte passata quando si decise ad avventurarsi fuori dalla sua


camera, sicura che Lydia, se non dormiva, almeno non avrebbe
perlustrato i corridoi. Il temporale era aumentato d'intensità, i tuoni
rimbombavano con tale forza che a volte la facevano sobbalzare. Scivolò
lungo il corridoio, giù per le scale, e si fermò di colpo alla vista di Smythe
che stava spegnendo le candele all'ingresso. Era davvero un
maggiordomo dedito al suo lavoro fino a tarda ora.
Lauren strinse la cintura della vestaglia. Scoccò a Smythe un vago
sorriso e si affrettò a sorpassarlo, dirigendosi verso le scale che portavano
nell'altra ala del palazzo.
— Sua grazia è in biblioteca — la informò Smythe, con una voce che
risuonò rumorosa quanto il Big Ben.
Lauren eseguì un rapido dietrofront e si diresse nella direzione opposta.
Aveva intenzione di stare al gioco di Tom, in modo da costringerlo a fare
la prima mossa. Stavolta sarebbe rimasta immobile come una statua,
tentandolo, così vicina da fargli sentire il suo profumo...
Si era rigirata nel letto, in agitazione per il desiderio insoddisfatto, e se
Tom era ancora sveglio e in biblioteca, forse provava la sua stessa
smania. Solo non sapeva come potesse rimanere immobile e riuscire
ancora a leggere.
Non c'era in giro nessun altro valletto, grazie a Dio. Aprì la porta della
biblioteca ed entrò in una sala nera come un abisso. Un brivido la
percorse tutta. Ovviamente Tom non c'era. Si stava voltando per
andarsene quando un fulmine all'improvviso illuminò la sala, disegnando
i contorni di ogni cosa, compreso l'uomo che stava in piedi sul ballatoio
davanti a una grande vetrata. Avrebbe riconosciuto la sua figura e il suo
atteggiamento ovunque.
Tom stava scrutando la notte, e Lauren pensò che non si fosse accorto
della sua presenza. Attraversò in punta di piedi la sala e in silenzio salì la
scala a chiocciola fino al pianerottolo che segnava l'inizio del secondo
livello di scaffali. Il profumo familiare di antiche pergamene e di cuoio
invecchiato l'accolsero. Aveva sempre trovato rassicurante quella
fragranza.
Una folgore illuminò di nuovo la stanza, provvedendo a fornirle una
chiara visione di Tom. Non indossava né la giacca né il panciotto, solo la
camicia e i pantaloni, e fissava il temporale di fuori. Lo raggiunse e gli
cinse il braccio con la mano. — Ti senti bene?
— Sto solo ricordando altre tempeste.
Guardando fuori dalla finestra Lauren osservò i lampi fendere
l'oscurità. — È una visione magnifica.
— Litigarono qui. Nella biblioteca — disse lui sottovoce.
— Chi?
— Mia madre e mio padre. Mi ero intrufolato di soppiatto per leggere;
mi piaceva stare in mezzo ai libri. Lui stava gridando con lei. Voleva un
altro figlio. La obbligò a...
Tom si interruppe senza finire la frase, e Lauren lo sentì digrignare i
denti.
— Era sua moglie, e non le lasciò scelta.
— Quanti anni avevi?
Ora che gli era più vicina, vedeva il suo profilo nella penombra e lo
vide scuotere il capo. — Non molti. Avevo appena imparato a leggere.
Penso che da quel giorno non lessi più un libro se non vi fossi obbligato.
Lauren si ricordò che le aveva detto che preferiva imparare da
qualcuno, e si chiese se prima di quella notte avesse mai avuto il sospetto
del motivo per cui aveva avversione per la lettura.
— Perché tornò in Inghilterra? — le chiese.
— Per proteggerti. È l'unica spiegazione possibile. Ti amava. Lo credo
con tutto il cuore.
— E se fossi uguale a lui, Lauren?
— Non lo sei.
— Ti ho costretta — lo udì deglutire — a sbottonarti il corsetto.
— Hai solo scherzato con me inducendomi a sbottonarlo. Pensi
francamente che mi sarei presa la briga di farlo se non avessi voluto? Mio
Dio, Tom, è stato come se fossi salita su una carrozza e avessi dato
istruzione al cocchiere su dove portarmi. Non potevi essere più sorpreso
se mi avessi vista completamente nuda.
— Perché sei venuta da me quella notte?
— Perché avevo visto che cosa avevi provato colpendo Whithaven con
un pugno, il rimorso e l'umiliazione che sentivi, la trepidazione di
assomigliare a tuo padre. — Gli accarezzò i capelli e gli rivolse un
sorriso, presa dalla tenerezza. — E perché ti volevo offrire conforto, e non
pensavo che avresti apprezzato le rose gialle.
— Hai detto che avevi deciso di comportarti con decoro mentre eri qui.
— E tu hai avuto la flemma di stare al tuo posto. Come, in nome di
Dio, puoi pensare di assomigliare in qualche modo a tuo padre?
— Il suo sangue scorre nelle mie vene, Lauren.
Allungandosi, lei gli gettò le braccia al collo e premette il corpo contro
il suo. — Forse il suo sangue, ma non la sua anima. Tu sei un uomo
diverso, Thomas Warner. Tua madre si è assicurata che tu lo fossi, e per
questo, le sono estremamente grata.
La baciò delicatamente, con estrema dolcezza, come se continuasse a
trattenersi, come se avesse paura di scatenare la fame che li aveva già
divorati una volta. Lei non avrebbe permesso che i ricordi distruggessero
la passione che Tom era capace di dimostrare. Non l'aveva mai forzata,
non avrebbe mai voluto, perché non era nella sua natura essere crudele,
fare del male senza motivo. E se fosse stato l'ultimo dono che poteva
fargli, avrebbe cancellato tutti i dubbi dalla sua mente.
Lauren avrebbe fatto la parte dell'aggressore. Sebbene non potesse
negare di avere preso l'iniziativa anche la sera in cui si era presentata a
casa sua. Poteva essere timida, ma non aveva fatto nulla che non avesse
voluto fare.
Prese a sbottonargli la camicia. Era cosciente delle sue dita che
annaspavano con i bottoni. Le dava un senso di soddisfazione, di potere,
sapere di riuscire a farlo tremare. La vestaglia le scivolò da una spalla.
Tom mise una mano a coppa attorno al seno scoperto. Con la lingua, le
lambì il capezzolo, facendolo corrugare e indurire. Prendendoglielo in
bocca, succhiò dapprima con decisione, poi dolcemente. Lei gli aprì la
camicia e con ambo le mani gli accarezzò i muscoli del petto e
dell'addome. Un fulmine lampeggiò crepitante, illuminandolo quasi come
se la natura approvasse il modello. Lauren lo baciò ripetutamente alla
base del collo imperlato di sudore e sul torace.
— Mi dispiace, tesoro, ma non posso aspettare.
Prima che lei si rendesse conto del perché si scusasse, la spinse contro
uno scaffale con l'orlo della camicia da notte sollevato fino alla vita, i
pantaloni sbottonati.
E affondò nella sua intimità umida e calda.
Solo una piccola parte del suo grido risuonò prima che egli le coprisse
la bocca, catturando il resto, con la lingua che si agitava con la stessa
forza e la stessa impazienza dei suoi fianchi.
Mentre prima era stato paziente, a quel punto era impaziente,
insofferente quanto lei. Lauren gli cinse le spalle con le braccia,
sollevando le gambe e stringendolo alla vita, mentre lui aumentava il
ritmo delle spinte.
La sensazione crebbe irradiandosi in tutto il corpo, aumentando
d'intensità, sempre di più, finché Lauren rabbrividì nell'abbandono,
tremando fra le sue braccia. Tom staccò la bocca dalla sua, affondò il viso
fra i suoi capelli, nella curva del collo, mentre il suo corpo era scosso
dagli spasimi e il suo gemito roco risuonava tra loro.
Il suo respiro affannoso li circondò mentre le baciava le tempie, gli
angoli della bocca, il mento. — La prossima volta sarà più lento, tesoro,
te lo prometto.
Lei si rannicchiò con il viso contro il suo collo. — Ah, Tom, ti
costringerò a mantenere la promessa.
Con la luce della luna che si diffondeva nella stanza, Tom sorrise a
Lauren che giaceva addormentata, rifugiata contro il suo fianco, la testa
nell'incavo della spalla, le mani curvate appena sotto il suo cuore
palpitante. Mantenendo la promessa, l'aveva portata nel suo letto e aveva
fatto l'amore con lei lentamente una seconda volta, togliendole la camicia
da notte senza fretta, mentre lei lo spogliava.
Accarezzò con le dita la curva del seno. Sospirando, Lauren gli si
rannicchiò contro ancora di più. Tom non si sarebbe mai stancato di
udire i piccoli sospiri che emetteva mentre dormiva, il modo in cui
strofinava l'incavo del piede sul suo polpaccio prima di abbandonarsi al
sonno. Come un bambino che aveva bisogno di essere cullato per
addormentarsi.
Non che fosse una bambina. Tutt'altro.
Era un vero peccato che non amasse l'Inghilterra. Sarebbe potuta
diventare una contessa esemplare. Avrebbe potuto rappresentare
un'ottima scelta come moglie, come compagna. Ma la vita con lui le
avrebbe spento il sorriso, diminuito le risate fino a renderli entrambi
infelici. Non poteva farle questo.
Lei aprì gli occhi sbattendo le palpebre e le labbra si atteggiarono in un
sorriso ancora assonnato. — Cosa stai facendo? — gli chiese dolcemente.
—Ti guardavo dormire.
— Non sei stanco?
— Posso dormire più tardi. — Quando solo il ricordo di lei gli avrebbe
tenuto compagnia.
Lauren sbadigliò. — Dovrei tornare in camera mia.
— Rimani ancora un po'.
Lei cominciò a tamburellare le dita sul suo petto. — Ho detto a Amy
che in Texas non hanno bisogno di chaperon perché tutti si comportano
bene. Non si comportano bene, non è vero?
— Dipende dalla definizione di cattivo comportamento, immagino.
— Questo mi sembra un cattivo comportamento.
Parlò con un accento strascicato che divertì Tom. — Mi piaci quando
non parli in modo appropriato.
— Come adesso?
— Certo, mi piace anche quando parli in modo corretto. Specialmente
quando mi fai il verso. Mi fai irritare così facilmente.
— Tu fai di tutto per farmi irritare.
Tom le strinse un seno. — Che ne dici se faccio qualcosa che di sicuro
non ti farà arrabbiare?
Lei si stirò languidamente contro di lui. — Sei insaziabile, lo sai?
— È un problema per te?
Rise piano. — Suppongo di no, visto che lo sono anch'io. — Smise di
ridere. — Non l'avevo mai saputo prima d'ora.
— Questo perché sono un amante esperto.
— Amante. Penso che tu sia il mio amante. Fa apparire tutto così
sbagliato.
— Siamo i soli a saperlo, cara.
Si girò verso di lui, gli baciò il petto, si mosse lentamente e gli solleticò
il capezzolo con la lingua. Mugolando di piacere, lui le accarezzò la
schiena fino in fondo, indugiando sulle natiche. Lanciò uno sguardo alla
finestra, vide una striscia di luce, sorrise. Il temporale era passato,
lasciando dietro di sé un cielo sereno.
Le batté la mano sulle natiche. — Vieni qui, tesoro.
Lei alzò il capo. — Sono qui.
— Voglio dire staccati da me.
— No. Sono sveglia adesso. Voglio un po' d'amore.
Lui le batté di nuovo sulle natiche. — E io voglio dartelo, ma prima
alziamoci dal letto.
— Stavolta lo faremo contro il muro invece che contro uno scaffale?
— Non esattamente. Vieni, Lauren.
— Tom...
— Guarda dalla finestra.
Lei si drizzò e girò il capo. — Era una stella cadente?
— Credo di sì.
Lauren si alzò dal letto, fece pochi passi fino alla finestra e guardò
all'esterno. — Oh, Tom, il cielo è così limpido che le stelle sembrano
diamanti sparsi sul velluto. Oh, guarda! Un'altra stella cadente! Perché ce
ne sono così tante?
Lui la raggiunse e si mise alle sue spalle. — Non so se ce ne siano di
più. In campagna è così buio che è più facile vederle.
Con la mano, le raccolse i capelli e li scostò, sciogliendoli sulle spalle e
facendoli cadere sul petto, lasciandole la schiena completamente
scoperta. Poi le impresse un bacio sulla nuca. Lei sospirò, girandosi.
Tom le mise le mani sulle spalle. — No, continua a guardare le stelle.
— Cosa vuoi fare?
— Solo guardare le stelle.
— Ma io voglio toccare.
— Buona. Potremmo non avere mai più un momento come questo.
Quando Tom accostò la sua bocca bollente e aperta sul suo collo, e le
mani a coppa intorno ai seni sodi, Lauren smise di protestare. Era così
abile nel convincerla a fare quello che voleva.
Lei spinse la testa all'indietro.
— Tieni gli occhi aperti — le suggerì.
— Lo farò... oh, ce n'è... un'altra!
Tom fece scorrere la bocca lungo la spina dorsale, tracciando una linea
con la lingua, giù, poi su, di traverso alle spalle, ancora lungo la schiena,
ogni tocco della lingua, ogni morso dei suoi denti la facevano contorcere.
Le sue mani si muovevano in modo provocante sui suoi seni, sul ventre.
Lauren rimase lì, accettando stoicamente la tortura che lui le infliggeva,
gemendo, fremendo, desiderando voltarsi per potere a sua volta
infliggergliene qualcuna.
Avrebbe voluto ricambiarlo. Far scorrere le mani lentamente avanti e
indietro sulle sue gambe. Baciargli i polpacci, le cosce, le natiche.
Avrebbe potuto accarezzargli il petto, stuzzicargli i capezzoli, portare le
mani più in basso...
— Sei così bagnata e bollente — ansimò lui. — Così pronta. Tieni gli
occhi aperti.
Lei emise un piccolo gemito e sperò che capisse che accettava il suo
ordine. Sentendo la sua spinta, si aggrappò ai lati della finestra, anche se
avrebbe voluto girarsi e aggrapparsi a lui. Tenerlo stretto come la teneva
lui. Toccarlo come la toccava lui. Stringerlo fra le cosce e cavalcarlo come
la cavalcava lui.
Sentì la pressione, il piacere che aumentava... avvistò una stella
cadente...
— Oh, là! Là! Sì! Oh, Dio!
Tom la baciò alla base del collo e si allacciò a lei, avvinghiandola
stretta, mentre il piacere la percorreva da capo a piedi. La sua spinta
finale arrivò dura e profonda. Lui la strinse convulsamente, ansimando
vicino al suo orecchio. Lauren non riuscì a capire come entrambi
potessero restare in piedi.
— C'erano stelle nel cielo e stelle nel mio corpo — sussurrò senza fiato.
— Quel desiderio si dovrà avverare.
Tom ridacchiò sommessamente. — Spero che sia un buon desiderio.
— Lo è — lo rassicurò Lauren, chiedendosi perché prima di quella
notte non avesse mai visto una stella cadente in quella parte del mondo.
Quali altre cose non aveva mai visto?
Capitolo 16

Si svegliò al suono di un ticchettio irritante. Era ancora buio quando


Tom l'aveva accompagnata nella sua camera, ed era piombata in un
sonno profondo senza sogni.
Guardando con attenzione da sotto il cuscino, vide un raggio di sole
che filtrava attraverso i tendaggi socchiusi. Il ticchettio sembrava
provenire da quella parte. Buttando da parte le coperte, si alzò dal letto e
andò alla finestra a piedi scalzi. Sbirciò fuori...
C'era Tom, che l'attendeva, con due cavalli sellati. Aveva un'aria
piuttosto affascinante in tenuta da equitazione. Lauren lo salutò con la
mano, poi corse verso il letto e diede uno strattone al campanello. Non
pensò che fosse necessario essere vestita e fuori di casa prima che Lydia si
alzasse. Pensava di aver già chiarito perfettamente la sua posizione la sera
precedente.
Molly arrivò subito e aiutò Lauren a vestirsi con il suo abito da
equitazione preferito.
— Sai se il duca e la duchessa si sono già svegliati? — chiese Lauren,
mettendosi il cappello.
— Non hanno ancora chiamato la domestica o il valletto, perciò
sospetto che siano ancora a letto.
Lauren non potè impedirsi di sorridere. — Bene.
In corridoio incontrò solo una domestica che stava sistemando fiori
freschi sui vari tavoli ai due lati dell'ampio corridoio. La ragazza fece un
inchino, Lauren annuì e proseguì in punta di piedi sulla passatoia che
copriva gran parte del pavimento. Raggiunte le scale, fece una smorfia al
primo rumore dei suoi stivali da cavallerizza sul marmo. Perché mettere
passatoie e tappeti in corridoio al primo piano se poi lo scalone di marmo
restava spoglio?
Più leggermente e silenziosamente che potè, scese le scale e uscì dalla
porta, apparentemente senza aver disturbato Lydia. Tom aveva portato i
cavalli sul retro del palazzo. Le sorrise; era evidente che la sera prima
aveva rovinato i suoi baffi.
— Buongiorno, tesoro. Dormito bene?
— Benissimo, grazie. — Infilandosi i guanti, Lauren si diresse verso il
più piccolo dei due cavalli. — Aiutami a montare in sella, Tom, prima
che il mio chaperon ci scopra.
Il sorriso di Tom si allargò come se anticipasse le piacevoli
conseguenze della giornata. — E se ci scoprisse?
Le diede un bacio per dirle che non gli sarebbe importato nulla se li
avessero scoperti. Respingendolo lentamente, Lauren disse: — Se
verremo scoperti, Lydia comincerà a dormire nel mio letto e come potrò
mai fare ritorno nel tuo?
— Hai intenzione di ritornare nel mio?
— Certo.
Si aspettava che Tom mettesse le mani a coppa pei poter appoggiare il
piede. Invece le strinse la vita con lesile mani poderose e la alzò in sella
senza problemi. Si sistemò mentre lui le metteva a posto la gonna. —
Dove andiamo?
— A visitare il mio regno.
— Lo consideri proprio un regno? — Osservò con quanta facilità Tom
montò a cavallo, ammirando i movimenti agili, il guizzare sottile dei
muscoli mentre alzava le gambe sulla sella, controllando il cavallo con le
cosce tanto facilmente quanto lei faceva con le redini.
— Come ti spieghi il fatto che tutti si rivolgono a me per avere delle
risposte?
Lauren diede un colpetto con il frustino alla groppa del cavallo per
metterlo in movimento. — Ci sono persone che hanno bisogno di risposte
oggi?
La sua risata esplose con fragore nel silenzio del primo mattino. — C'è
sempre qualcuno che ha bisogno di risposte. Adesso facciamo solo una
cavalcata e lasciamo che i fittavoli sappiano che sono tornato a casa —
pronunciò l'ultima parola con il più delicato accento britannico — giusto
nel caso che qualcuno abbia bisogno di un consiglio o sia nei guai.
— Hai molti fittavoli? — chiese Lauren, mentre lui la guidava lungo il
fangoso vialetto bordato di olmi che portava alla strada.
— Non quanti ne avevano i lord precedenti, a guardare dai registri che
hanno tenuto. Erano soliti avere una solida impresa, ma l'agricoltura qui
non è più come una volta. Sono rimaste solo dieci famiglie.
— Li hai conosciuti tutti?
Tom si girò a guardarla, e poiché non portava il cappello, nessuna
ombra nascose il suo sguardo animato. — Sì, li ho conosciuti tutti.
Aveva fatto qualcosa di più che andare a conoscerli. Lauren lo scopri
presto visitando una fattoria dopo l'altra. Tom ricordava i loro nomi, i
particolari delle loro colture e qualsiasi guaio avessero avuto in passato.
Si rivolgeva loro non come il lord del maniero, l'uomo che controllava il
loro destino, ma come fossero soci. Smontava da cavallo, parlava con
loro faccia a faccia, camminava accanto a loro, ascoltando con attenzione
le loro lamentele sul tempo come se avesse il potere di fare qualcosa per
risolvere la situazione, informandoli che avrebbe pagato di tasca sua per
aggiustare carretti rotti, tetti rovinati e bestiame malato.
E poiché voleva stare vicino a Tom, Lauren gli camminava accanto
come un'ombra, sentendo non solo le conversazioni ma anche il rispetto
che i contadini nutrivano per il nuovo lord, il rispetto che egli portava
loro, la loro esperienza, le loro opinioni e la loro conoscenza. "Sono qui
se avete bisogno di me, anche se non mi aspetto che ne abbiate" sembrava
dicesse loro, rincuorandoli con il coraggio di cui avevano bisogno per
portare i loro fardelli.
Lauren aveva creduto di conoscere la strada che Tom aveva percorso
per arrivare a essere l'uomo che era diventato, ma cominciava a pensare
di non avere nessun indizio.
Presso una fattoria, una donna dai capelli bianchi e le guance rosate si
affrettò a uscire di casa, andandogli incontro con un sorriso radioso. —
Abbiamo ricevuto una lettera dai nostri ragazzi, milord — annunciò,
prima ancora che Tom avesse il tempo di smontare da cavallo. — Gli
piace il lavoro che gli avete procurato.
— Sono contento di sentirlo, signora Whipple — rispose Tom, mentre
l'allampanato marito della donna usciva dal fienile. — Ero sicuro che gli
sarebbe piaciuto.
— Dicono che hanno la possibilità di comprare della terra. Proprietari
terrieri — la donna scosse la testa, mentre le lacrime le luccicavano negli
occhi. Cercò di asciugarle con l'angolo del grembiule. — Non ho mai
neppure pensato che un giorno avrei visto i miei ragazzi diventare dei
proprietari terrieri.
— Non lo sono ancora, Maude, e sua grazia non ha bisogno di vederti
frignare. Altrimenti rimpiangerà di averli mandati laggiù, se dovrà
sopportarti così.
— Meglio che sentire te che non apprezzi quello che ha fatto.
— Io lo apprezzo e lo ringrazio lavorando la sua terra con cura.
— Non ti farebbe male dire che gli sei grato — sbuffò lei, imbronciata.
— Milord, gradireste delle focaccine? Sono calde, appena tolte dal forno.
Tom sorrise. — Possiamo prenderle con noi? Ho parecchie cose ancora
da fare.
— Sicuro. — La donna si rivolse a Lauren. — E voi, milady?
Lauren sorrise. — Sono la signorina Fairfield. E mi piacerebbe
assaggiare le vostre focaccine.
— Se venite dentro ve ne avvolgo qualcuna in un tovagliolo.
Lauren la seguì dentro casa mentre Tom rimase fuori con il marito
scontroso. La casa era semplice, ordinata e pulita e vi aleggiava un'aria di
calore e di contentezza. La donna stese un tovagliolo pulito sul tavolo
della cucina e cominciò a mettervi le focaccine.
— Avete parlato di qualcosa che sua grazia ha fatto per i vostri figli? —
La curiosità di Lauren era al colmo e sentì che sarebbe stato più facile
ottenere informazioni lì piuttosto che da Tom.
La donna chinò la testa. — Ha mandato i miei due ragazzi nelle sue
terre nel Texas. E ha pagato di tasca sua. Ha detto che era a corto di
uomini nel suo ranch. I miei ragazzi sono belli forti, ve lo dico io. — La
signora Whipple sollevò i quattro lembi del tovagliolo, li annodò, e porse
il fagotto a Lauren. — Giuro che abbiamo benedetto il giorno che sua
grazia è arrivato. L'altro lord, quello che si occupava di tutto prima che
arrivasse lui, era un buon uomo. Non abbiamo da lamentarci, ma lui è
nato per essere un lord.
Le parole le rimasero in mente mentre si sedeva su un muretto di pietra
ormai sbriciolata, quello che restava di antiche fortificazioni, accanto a
un torrente, l'acqua che lambiva le pietre sulla riva, facendo un vivace ma
rassicurante rumore. Tom ovviamente aveva programmato la mattinata
in modo da includere mollo più che la visita ai fittavoli, perché aveva
portato con sé crostatine alla marmellata di fragole e una borraccia di
caffè caldo. In più avevano le focaccine.
Seduto vicino a lei, sembrava un uomo senza la minima
preoccupazione al mondo.
— La signora Whipple ha detto che hai mandato i suoi figli nelle tue
terre nel Texas — disse Lauren addentando una crostatina, e masticando
lentamente.
Tom volse la sua attenzione dal ruscello a lei. — Molti giovani se ne
vanno dalla campagna per lavorare nelle fabbriche nelle città. Non
capiscono che così rinunciano alla vera vita.
Leccandosi la marmellata dalle dita, Lauren sorrise. — Perché in
fabbrica il lavoro si svolge all'interno?
— Già. Niente sole, né aria fresca, né terra sotto i piedi.
— Anche se tu godi poco della terra. Vai a cavallo ogni volta che puoi.
— Va bene. Niente sole, né aria, né odore di bestiame.
— Non ho mai considerato desiderabile l'odore delle mucche.
— Meglio che la puzza delle macchine.
— Non hai mai pensato a come sarebbe stata diversa la tua vita se non
fossi cresciuto qui?
— Ogni giorno.
— Avresti apprezzato cose diverse.
— Dormire fino a tardi invece di alzarsi all'alba, sedersi a una scrivania
invece di cavalcare nella prateria... — scrollò il capo. — Non riesco a
immaginarlo, Lauren.
— In effetti non puoi negare di possedere una cosa che manca a molti
tuoi pari: una vera comprensione per i lavoratori.
Lauren si era tolta i guanti per mangiare, e in quel momento lui le
sfiorò con le dita la mano posata sul muretto per sorreggersi.
— Pensi sia un vantaggio?
— Penso che ti renda unico.
Tom le rivolse uno dei suoi lenti sguardi sensuali. — Sarei comunque
comprensivo. Non mi dirai che non hai mai conosciuto nessuno come me
prima d'ora?
— No, non ho mai conosciuto nessuno come te.
Cingendole il collo con le mani, l'attirò a sé finché
sentì il profumo di fragola del suo respiro che si mescolava al proprio.
— Nessuno chaperon tra i piedi, e io mi sto comportando bene. Ma sai
a cosa sto pensando?
Non sapeva come fosse possibile che occhi così scuri potessero
sembrare ancora più scuri, come il suo tocco dal collo si stendesse fino
alla punta dei piedi, come il timbro profondo della sua voce le facesse
fremere i nervi per l'aspettativa, come potesse di colpo avere un desiderio
così intenso di mordicchiare le sue labbra come aveva appena morso la
focaccina. Era tanto distratta dalla confusione che la sua vicinanza
causava al suo corpo che poteva appena dar retta alle parole che aveva
detto. A cosa stava pensando? Non ne aveva la minima idea, ma le
sembrava che l'avessero derubata della parola e potè solo scrollare il capo.
— Penso che comportarsi bene sia noioso.
— Sono proprio d'accordo — le riuscì di dire con fatica. — Perché
credi che abbia detto a Lydia di smettere di tenerci d'occhio così da
vicino?
Gli occhi di Tom riuscirono a diventare ancora più scuri, il suo sorriso
più provocante e sensuale. L'invito fu evidente prima ancora che aprisse
bocca.
— Se vuoi, tesoro, puoi venire a prenderlo.
— Volere cosa? — sussurrò appena. Ma sapeva esattamente a cosa si
riferiva, con che cosa la tentava. L'aveva sempre corrotta. Poteva resistere
ai sigari, alle imprecazioni, al whisky... Ma come resistere al richiamo del
suo bacio?
Perché in nome del cielo avrebbe dovuto resistere?
Il suo mormorio di soddisfazione risuonò prima ancora prima che
Lauren finisse di unire la bocca alla sua. E il suo desiderio di resistere non
era così forte come aveva mostrato. Le dita di lui le si strinsero intorno al
collo, mentre la lingua si insinuava nella sua bocca, prima di ritrarsi e
permettere a quella di lei di ricambiare il favore. A dispetto dei suoi sforzi
migliori, delle sue parole, dei suoi proponimenti, Tom non potè essere più
passivo di una tigre nella giungla che ha avvistato la preda. Il tremito
intenso dei suoi muscoli le disse quanto la desiderava.
La baciò nello stesso modo in cui viveva la vita: con intenzione,
determinazione, con precisione.
E il suo trattenersi rendeva Lauren più audace. Gli affondò una mano
nei capelli, chiedendosi perché avesse scelto di non portare un cappello.
Sentì il bruciore della passione entrare in lei, vorticando, suscitandole il
desiderio, la voglia, la bramosia. Pensò che si sarebbe sciolta attraverso il
muro per essere assorbita dalla terra, che avrebbe potuto correre nuda nel
torrente per non bruciare tra le fiamme dell'ardore che la stavano
consumando.
Staccando bruscamente la bocca da quella di lei, Tom le percorse con
la lingua la gola e la linea del mento fino all'orecchio, lasciando dietro di
sé una scia ardente. Lauren udiva il suo respiro affannoso. — Sai che non
posso guardarti senza desiderarti.
Lei aprì gli occhi per vedere le foglie che si agitavano sopra di loro. —
Possono scoprirci da un momento all'altro.
— Dimmi di fermarmi, e io mi fermerò.
Se lei non glielo avesse ordinato, fino a che punto si sarebbe spinto? Si
sarebbe spogliato e l'avrebbe denudata completamente? L'avrebbe fatta
sua là sotto i raggi del sole? Lauren girò la testa lentamente e lesse nei
suoi occhi la delusione perché lei voleva fermarsi e non andare oltre. Era
una sensazione inebriante avere tanto potere, sapere che la sua opinione,
la sua volontà e i suoi desideri contavano molto per lui. Che le avrebbe
dato quello che lei avesse voluto e che avrebbe trattenuto ciò che lei non
era pronta a ricevere.
Sporgendosi e prendendogli il mento con una mano, passò il pollice
sopra i suoi baffi. — Mi dispiace di non essere selvaggia come vorresti. —
Ritrasse la mano. — Ma non posso proprio... qui fuori all'aperto.
— Tu sei selvaggia quanto ho bisogno che tu sia, Lauren.
«
I giorni che seguirono fecero apprezzare a Lauren le sue doti come
lord, che amministrava i suoi fittavoli. Una delle abitazioni aveva subito
danni durante l'acquazzone; il tetto era crollato. Tom e Rhys lavorarono,
aiutando a inchiodare un nuovo tetto mentre Lauren e Lydia
preparavano il pasto per i lavoranti. Tom era esperto nell'allevare
bestiame, conosceva il duro lavoro, come dimostravano i calli delle sue
mani.
Le notti erano il paradiso. Tom era un amante premuroso e generoso.
Lauren cominciava a temere il passare dei giorni, perché significava che il
tempo in sua compagnia sarebbe presto finito. Tom le fece alcune
promesse. Sarebbe tornato nel Texas, l'avrebbe scovata ovunque fosse,
ma sapeva che le sole promesse che poteva mantenere erano quelle più
immediate. Pensava di averlo perso quando se n'era andata dal Texas, ma
i sentimenti che aveva nutrito per lui a quel tempo erano insignificanti
paragonati a quello che ora provava per lui.
Sarebbe stato più facile se non fosse andata da lui quella notte, se non
fossero mai andati a Sachse Hall, se non avessero rinnovato la loro
conoscenza in modo così intimo e approfondito come avevano fatto. Non
riusciva a pensare a un giorno o una notte senza di lui. Non sapeva se
sarebbe sopravvissuta quando sarebbe stato il momento di separarsi. E
così faceva tesoro di ogni momento, di ogni dettaglio del tempo trascorso
insieme.
II modo in cui i suoi capelli ribelli ricadevano sulla fronte. A un certo
punto della vita doveva essersi rassegnato al fatto di non riuscire a
pettinarli perché non li ravviava mai all'indietro. Così cominciò a farlo
lei. Spesso, solo per il piacere che le dava il contatto, e in pubblico. Era
un gesto innocente eppure intimo allo stesso tempo, perché i suoi occhi
nocciola si scurivano ancora di più dal momento che quel gesto gli
ricordava quando lei glieli pettinava indietro dopo che avevano fatto
l'amore.
Il modo in cui si abbottonava la camicia, dal sotto in su, il modo in cui
la sbottonava, allentando solo qualche bottone per riuscire a toglierla da
sopra la testa, per spogliarsi più in fretta e andare a letto con lei. La sua
impazienza nel toglierle i vestiti. La sua pazienza una volta che l'aveva
spogliata. Il modo in cui la teneva stretta mentre dormivano, finché non
era tempo di fare ritorno in camera sua. Il modo in cui si svegliava e lo
trovava in piedi accanto alla finestra, a fissare il cielo di notte. E come le
sorrideva e ritornava a letto quando si accorgeva che lei era sveglia.
I loro sussurri nel buio, i loro mormorii al chiaro di luna. Gli infiniti
sorrisi, le abbondanti risate, la gioia, la gioia assoluta che era stata assente
dalla loro vita per troppo tempo, tanto che Lauren aveva disperato di
poterla trovare ancora...
L'aveva trovata molto prima di fare ritorno nel Texas. E si chiedeva
come sarebbe sopravvissuta quando non avrebbero più condiviso i giorni
e le notti.

II tempo a Sachse Hall stava giungendo alla fine, e mentre sedevano


tutti intorno a un tavolo nella veranda, gustando il tè del pomeriggio e
sbocconcellando tartine, Lauren desiderò che potessero avere ancora un
giorno, ancora una notte, lontani da Londra. Ma l'indomani si sarebbe
augurata la stessa cosa. E il giorno seguente ancora.
Era strano come negli ultimi giorni non avesse pensato una sola volta
al Texas, o ne avesse avuto voglia. Era contenta solo di essere vicino a
Tom. Di guardarlo mentre lavorava o giocava. Di godere le serate e i
giorni e le notti.
— Così domani lasceremo questo santuario idilliaco e torneremo alla
realtà della stagione mondana — disse Rhys.
— Stai cominciando a farmi sentire colpevole perché ti sottopongo ai
rigori della "stagione" — ribatté Lydia.
Rhys le prese la mano, impresse un bacio sulle nocche e sorrise. —
Finché sono con te, posso sopportare ogni cosa.
— Forse faremmo meglio a partire di buon'ora domani mattina, così
avremo tutto il tempo di prepararvi per il ballo di zia Elizabeth — disse
Lydia.
— Mamma si innervosisce sempre a tal punto! — confessò Lauren.
— A guardarla non si direbbe.
— Impareremo mai a capire quello che una persona pensa davvero solo
guardandola?
— Ho il sospetto che sapremo perfettamente come la pensa Whithaven
— osservò Lydia.
— Risolverò io la situazione con Whithaven — disse Tom.
— Ci avete già pensato, vero? — volle sapere Rhys.
— In ogni minimo particolare.
— Che cosa hai intenzione di fare? — domandò Lauren.
Tom le strizzò l'occhio. — Fidati di me. È una cosa che mio padre non
avrebbe mai fatto.
Capitolo 17

Quando Lauren arrivò a casa, vi regnavano il nervosismo e la


confusione. Dopo che si era accomiatata da Tom con la promessa di
concedergli il primo ballo, e che i servitori avevano trasportato i suoi
bagagli al piano di sopra, andò in cerca di sua madre e la trovò nel salone
da ballo che sovrintendeva la disposizione dei fiori.
Rose gialle. Un'enorme quantità di rose gialle.
Diede a sua madre un abbraccio affettuoso prima di guardarsi intorno.
— Che cosa ti è venuto in mente di scegliere rose gialle?
— Tom ha provveduto a farcele pervenire.
Lauren guardò la madre con stupore. — Tutte quante?
La donna annuì. — Ha pensato che avresti desiderato un po' di Texas
al tuo ritorno. Com'è andata la vacanza?
— In modo confuso. — Lauren si avvicinò a un tavolo, prese da un
vaso una rosa a gambo lungo e ne annusò il delicato profumo. — Quando
Ravenleigh ti chiese di lasciare il Texas, non hai avuto il dubbio che non
fosse la decisione giusta?
— Certo che ho avuto dei dubbi.
Lauren guardò sua madre negli occhi. — Quando sei davanti a un
bivio, come puoi sapere quale strada ti condurrà alla felicità?
— Non puoi saperlo. Devi semplicemente prendere la migliore
decisione possibile e sperare per il meglio. E qualche volta si scelgono
decisioni assai sbagliate, con le quali poi si deve convivere.
Lauren annuì, annusando di nuovo la rosa. — Ho imparato molto
riguardo a Tom mentre ero via. E molto anche riguardo a me stessa.
— E a quale conclusione sei giunta?
— Ancora non lo so.

Fermo nella notte all'ombra di un albero maestoso dove il bagliore dei


lampioni a gas non lo scopriva, Tom si augurò di avere una bottiglia di
whisky da portare alle labbra anziché un sigaro spento. Inveì contro
Lauren per avergli accuratamente predetto che avrebbe affrontato un
momento come quello, una situazione che avrebbe richiesto tutto il
coraggio che poteva racimolare.
Tom era arrivato con una carrozza, una vettura che assomigliava a
tante altre che transitavano sull'acciottolato in quel momento, e si era
fermato di fronte alla dimora dei Ravenleigh, prima di allontanarsi per
parcheggiare. Il corteo proseguiva a fila serrata. Osservò le persone nei
loro abiti eleganti scendere dalle carrozze. Ascoltò le risate rilassate. Notò
come salivano senza esitazione gli ampi scalini e varcavano la soglia di
quello che, per lui, era di certo l'inferno. La musica si diffuse nell'aria e si
rese conto di non poter rimandare oltre l'inevitabile.
Estrasse il sigaro dalla bocca, lo alzò verso la luce e lo osservò. Lo
aveva quasi morsicato tutto, rendendolo troppo sgradevole per rimetterlo
nella tasca della giacca. Fu dispiaciuto per la perdita, ma lo gettò oltre
una siepe dietro di sé. Ripensò alla prima volta che aveva affrontato una
fuga precipitosa di bestiame imbizzarrito, a quanta paura aveva avuto,
perché non sapeva cosa fare. Alla fine aveva lasciato che il suo istinto lo
guidasse. Giunse alla conclusione che avrebbe dovuto fare la stessa cosa
con il ballo. Trasse il respiro più profondo che potè; non era molto,
considerando l'abito attillato che indossava.
Lauren si trovava oltre quella porta. Stava facendo tutto quello tanto
per lei quanto per se stesso.
L'ultima volta che aveva preso parte a un ballo, si era comportato come
un cowboy. Quella sera intendeva agire da perfetto gentiluomo.

Lauren stava cominciando a pensare che Tom non sarebbe arrivato, e


non Io biasimò del tutto. Sapeva cosa significasse partecipare a un ballo
ed essere l'oggetto principale dei pettegolezzi, e sebbene nel pomeriggio
Tom avesse aggiustato le cose con Whithaven, non aveva garanzie che
qualcun altro avesse udito le sue scuse.
Era accanto a sua madre e al patrigno ai piedi dell'ampio scalone che
conduceva al luccicante salone sottostante. Il salone era affollato. Ormai
era passato un po' di tempo da quando gli ultimi ritardatari erano arrivati
e avevano sceso le scale.
— Bene, suppongo possiamo unirci agli ospiti — disse sua madre.
— So che Tom verrà — osservò Lauren.
— Sono sicura che ci saprà trovare appena arriverà.
Poi Lauren notò la calma: nella sala si formò un silenzio imbarazzante,
la musica cessò, la gente si voltò. Guardò verso lo scalone ed eccolo
fermo là in cima: orgoglioso, coraggioso, regale. Lo sguardo che non
esitava. Concesse sufficiente tempo a ognuno di notarlo prima di
cominciare a scendere lentamente le scale.
Quando arrivò in fondo allo scalone, si inchinò davanti al suo patrigno,
poi prese la mano di sua madre e impresse un bacio sul dorso. —
Apprezzo molto l'accoglienza in casa vostra.
— Sono certa che non mi rincrescerà.
Un angolo della sua bocca si alzò. — Se dovesse succedere, vi porgerò
io stesso la frusta.
Si diresse verso Lauren e le baciò la mano.
— Tom, se avessi saputo che volevi stare lassù da solo!
— Non ho ancora finito, tesoro — ammiccò. — Salva l'ultimo ballo per
me.
Nessuno si era ancora mosso, ma Lauren udì il primo cenno di
sussurro quando Tom si allontanò da lei. La gente fece ala in silenzio
mentre egli fendeva la folla di invitati, puntando dritto verso un
gentiluomo alto e allampanato. Si immaginò che Whithaven avrebbe
girato i tacchi e se ne sarebbe andato. Ma non lo fece. Con sua sorpresa,
restò immobile in attesa, anche se un po' nervoso, e in quel momento
Lauren pensò di riconsiderare il rispetto che nutriva nei suoi confronti.
Quei nobiluomini avevano vissuto una vita molto meno dura di quella
dell'uomo che aveva conosciuto in Texas, ed era sempre facile trascurare
il fatto che avevano comunque una spina dorsale d'acciaio. Pensò di
percepire un po' di ammirazione per il conte riflessa nell'espressione di
Tom quando questi si fermò davanti a lui. Il naso del poveruomo era
leggermente gonfio, e il livido attorno all'occhio era diventato di un giallo
pallido.
— Whithaven — esclamò Tom, alzando la voce perché tutti potessero
udire. — Vi devo delle scuse.
— Oserei dire che mi siete in obbligo.
— Non avevo motivo per colpirvi, ma questo è il modo che si usa nel
Texas. I cowboy sono uomini d'azione più che di parole, e non tollerano
che le loro signore vengano insultate.
— Bene, di certo non era mia intenzione offendere. Volevo
risparmiarvi... non mi sono reso conto che voi la consideravate già... be'...
la vostra lady — farfugliò Whithaven. — Vi porgo a mia volta le mie
scuse.
Tom allungò la mano. — Le accetto.
Simile a un procione malconcio e impaurito, Whithaven strinse la
mano di Tom. — Alla nostra riconciliazione.
Ci fu un mormorio generale mentre Whithaven si voltava e si
allontanava, con sul volto un sorriso compiaciuto come se in qualche
modo l'avesse avuta vinta.
L'orchestrina riprese a suonare e, con le lacrime agli occhi, Lauren non
aspettò che Tom tornasse vicino a lei. Si fece strada fra la folla finché lo
raggiunse, l'uomo che sentiva di dover provare qualcosa e lo aveva
appena dimostrato a tutti. Lo studiò, scrutando il viso che conosceva così
bene, l'uomo che credeva di conoscere, che l'aveva stretta fra le sue
braccia, baciata appassionatamente, che aveva fatto l'amore con lei...
Non avrebbe potuto provare maggiore ammirazione per lui.
— Posso avere l'onore di questo ballo, milord?
Tom sogghignò. — Mia cara, potete averne quanti ne volete.
— Considerando che sarai oggetto di congetture e di pettegolezzi per
tutta la serata, posso concedertene più di due.
Ridendo, la prese fra le braccia.
— Hai gestito benissimo e con grande diplomazia la situazione, Tom.
— La sola cosa che ho sempre saputo di dover fare è essere onesto con
gli altri. Questi gentiluomini non si meritano di meno.
— Ho udito bene quel che hai detto? Sono la tua lady?
— Come puoi dubitarne, Lauren? Finché rimarrai qui.
"E poi?" si chiese lei. Sarebbe mai stata la signora di qualcuno?
Danzarono quattro balli di seguito, scandalizzando i presenti. Tom non
si curava delle regole. Non si curava dell'opinione degli invitati. Sarebbe
partita presto, e come le aveva detto ripetutamente, voleva avere dei
ricordi per quando fosse andata via.
Era stanca di discutere con lui.
— Almeno balla con mia madre e le mie sorelle — insistette Lauren. —
Ho bisogno di un momento per sistemare la mia toilette.
— Non assentarti troppo a lungo.
— Non lo farò. — Voleva alzarsi in punta di piedi e baciarlo sulla
guancia per rassicurarlo. Invece, si limitò a battergli sul braccio.
Salì le scale fino al salone principale e passando salutò alcune dame
mentre si faceva strada verso l'atrio all'entrata principale. Salì l'ampio
scalone che portava al piano superiore. Il suo carnet di ballo restò vuoto,
ma non le importava. Aveva il sospetto che tutti i suoi balli sarebbero
stati con Tom, e per quanto lo rimproverasse, davvero non le importava.
Desiderava come lui fare tesoro dei momenti trascorsi insieme per
quando sarebbe partita. Raggiunse il pianerottolo e sorrise a una donna
che l'aveva individuata e aspettava il suo arrivo prima di iniziare a
scendere.
— Salve, lady Blythe.
— Non è leale — sussurrò quella con cattiveria.
— Cosa intendete dire? — domandò Lauren, sporgendosi verso la
dama.
— Mi avete rubato Kimburton. L'ho sempre amato, e ora non viene
neppure a Londra per la stagione mondana. Sachse mostra un po' di
interesse nei miei riguardi, e voi me lo sottraete allo stesso modo.
— Il suo interesse?
— Era per me. Mi ha chiamata ripetutamente "tesoro".
— Tom chiama tutte le signore "tesoro", alla maniera texana. Non
significa nulla.
— Significa tutto. Voi pensate che le sue scuse a Whithaven sistemino
tutto. Ma come vi sentirete quando tutta Londra saprà che vi siete
trattenuta nella sua residenza per una notte intera?
Fissandola, Lauren scosse la testa. — Voi non potete...
— Sapere? Lo so benissimo. Stavo guardando dalla carrozza dopo il
ballo dagli Harrington. Poi siete andata in campagna con lui.
— Lo stavate spiando?
— Spiare è una cosa innocente se paragonata a quello che stavate
facendo voi.
— Voi non avete idea di cosa stavamo facendo, e comunque non è
affar vostro.
Fece per allontanarsi, ma lady Blythe le afferrò il braccio. — Vi
rovinerò. Lo farò cosicché nessun gentiluomo oserà mai più considerare
di sposarvi. Nemmeno Sachse. Avete avuto la vostra occasione con
Kimburton. Sachse appartiene a me.
— Voi lo volete solo per il suo denaro e per il titolo che porta. Io lo
voglio perché lo amo... — Lauren si interruppe. Buon Dio, ma lei lo
amava! Tutti i progetti fatti fino a quel momento non erano per tornare
nel Texas, ma per tornare da Tom. Si era semplicemente rifiutata di
ammetterlo, perché per un certo tempo aveva creduto che lui l'avesse
abbandonata. Ma non era così. In un certo senso, non avendo fiducia in
lui, era stata lei ad abbandonarlo.
Doveva dirglielo. Doveva fargli sapere cosa sentiva per lui. Non voleva
più partire per il Texas. Voleva rimanere in Inghilterra.
Si voltò verso le scale. Doveva trovarlo. Immediatamente.
— No, non potete averlo!
Udì l'urlo stridulo, sentì la spinta di una mano nella schiena, perse
l'equilibrio, gridò mentre cadeva rotolando sui gradini di marmo, mentre
il dolore le rimbalzava nella testa e l'oscurità calava.
Capitolo 18

— Milord, devo chiedervi di andarvene.


Tom non si preoccupò nemmeno di guardare il dottore che avevano
mandato a chiamare. Seduto sulla sedia si era avvicinato al letto, e teneva
lo sguardo fisso su Lauren, stringendole le mani. Perché non si svegliava?
Era appena arrivato ai piedi delle scale quando aveva udito l'eco del
suo grido e l'aveva vista cadere, senza poter fare niente per evitarlo. Tutto
quello che aveva potuto fare era stato di sollevarla con cautela tra le
braccia e portarla nella sua camera.
— Non intendo lasciarla — dichiarò con decisione.
— Tom — cominciò a dire la madre di Lauren.
Tom volse leggermente il capo e la fissò. — Non intendo lasciarla.
Mise abbastanza determinazione nelle parole per non lasciare dubbi sul
loro significato. La madre di Lauren e il dottore si scambiarono
un'occhiata, e il dottore acconsentì. — Molto bene.
Tom riportò la sua attenzione su Lauren, accarezzandole con il pollice
il dorso della mano. Non reagiva: non un movimento, un mormorio.
Niente. Giaceva, fredda al tocco e incredibilmente pallida.
Udì i passi della madre che si avvicinavano alla finestra. Il dottore si
schiarì la voce. — Veramente, milord, potrei esaminarla meglio e più
velocemente se foste abbastanza gentile da farvi da parte. Vogliamo fare
quello che è meglio per lei in questo momento, non è vero?
Se avessero voluto quello che era meglio per lei, avrebbe dovuto già
essere nel Texas. Perché non le aveva semplicemente pagato la traversata,
per lasciarla partire al più presto? Perché aveva insistito per trattenerla
quando non era ciò che lei desiderava? Perché era stato così egoista? Non
era diverso da suo padre: curarsi dei propri bisogni e al diavolo tutti gli
altri. Tutte le domande incessanti e i dubbi servivano solo a tormentarlo e
frustrarlo.
Con un cenno di assenso al dottore, Tom si alzò, andò alla finestra e
appoggiò le spalle al muro. Con i tendaggi scostati la madre di Lauren
stava guardando fuori, nella notte. Non si curò di lui, continuò a fissare
fuori.
— Si riprenderà — le disse Tom, sentendo il desiderio di confortarla
quanto avrebbe voluto essere confortato a sua volta. Ma senza Lauren,
non trovava alcun conforto. Lei sola sapeva scrutarlo fin nell'anima,
superare le tenebre per vedere la luce.
— Non puoi saperlo — disse la madre di Lauren.
No, non poteva saperlo, ma poteva sperare... dannazione, poteva
desiderarlo! Se solo avesse potuto trovare una stella...
Sapeva che se ne potevano trovare un'infinità, e che una donna poteva
esprimere desideri per una notte intera. — Riporterò Lauren nel Texas.
La madre lo guardò, e prima che potesse replicare.
Tom soggiunse: — Sia che si svegli oppure no, la riporterò nel Texas.
La sua voce aveva assunto un tono di comando e d'autorità, aveva
emesso ordini per anni, per anni era stato obbedito senza domande, per
anni era stato la persona che poteva dare risposte, la persona a cui
rivolgersi per qualsiasi richiesta.
Gli occhi della madre si riempirono di lacrime. — Ho fatto quello che
credevo fosse meglio per lei.
Tom annuì con comprensione. — Lo so, ma ora è tempo che quello
che è meglio per lei lo faccia io.
Si voltò verso il dottore, in piedi alle loro spalle. — Sicuramente ha
battuto la testa.
Tom aveva dovuto scostarsi dal letto perché il dottore facesse una
diagnosi banale come quella?
— Che cosa significa esattamente?
— Significa che dobbiamo attendere.
— Attendere che cosa? — domandò Tom con impazienza.
— Il suo risveglio. Può succedere in qualsiasi momento. Può non
succedere del tutto. È impossibile prevederlo. E nel caso si svegli,
francamente, non posso dirvi prima che sorta di danno sia stato
provocato.
— Ci deve pur essere qualcosa che possa fare — implorò la madre di
Lauren.
— Temo di no, purtroppo. L'unica buona notizia è che sembra non ci
sia niente di rotto o lesionato. Vi suggerisco che qualcuno le stia accanto
e che mi mandiate immediatamente a chiamare se riscontrate qualsiasi
cambiamento.
La madre di Lauren si asciugò le lacrime dalle guance. — Faremo tutto
quanto dobbiamo.
— Comincerei con il chiamare la cameriera per svestirla e metterle una
camicia da notte perché sia più comoda.
— Provvederò che sia fatto — disse la madre.
— Ritornerò in mattinata per un controllo.
La madre di Lauren annuì. — Grazie, dottore.
Si volse verso Tom. — Non c'è nessuna ragione perché resti. Ti
manderò notizie non appena si sarà svegliata.
Tom scosse la testa. — Voi non mi avete ascoltato. Io non me ne vado.
E non se ne andò. Per salvare la decenza, diede le spalle al letto, con lo
sguardo fisso fuori della finestra in cerca di quella vaga stella che si
augurava di trovare mentre la cameriera di Lauren la spogliava e le
metteva una camicia da notte. Quando Molly ebbe finito Tom si girò,
Lauren era sotto le coperte, con le mani giunte sopra il petto. Un brivido
lo attraversò. Non poteva perderla.
La madre non aveva lasciato la stanza, ma sedeva vigile ai piedi del
letto, a braccia conserte, vigile come un angelo custode a guardia contro
l'arrivo dell'angelo della morte. Tom si rassegnò a dividere la camera con
lei. Si sedette su una sedia accanto al letto, prese la mano di Lauren e la
circondò con le sue.
— Non so se puoi sentirmi, tesoro — disse in un sussurro — ma ti ho
mentito. Quella notte quando eravamo stesi accanto al Tamigi e ti ho
detto che nelle lettere ti avevo parlato del bestiame... non era vero, io
rammento ogni parola che ti ho scritto. — Quindi cominciò a ricordare:
— "Mia cara Lauren, oggi la vista del vagone che ti portava via mi ha
quasi ucciso. So che non mi hai visto in piedi accanto al treno, davanti al
tuo finestrino, ma io ero là in stazione. Avevo paura che se tua madre mi
avesse visto, si sarebbe infuriata con te. Ho pensato che partire era già
abbastanza duro per te senza avere anche i rimproveri di tua madre. Così
ti ho guardata di nascosto. Ti ho visto nei capelli il nastro che ti avevo
regalato. Uno di questi giorni te ne comprerò un altro, più elegante. Mio
Dio, mi manchi già così tanto che non so come farò ad arrivare a
domani. Ma se non lo faccio, non ti vedrò mai più, così credo che troverò
il modo di sopravvivere. Tuo per sempre. Tom."
Allungò una mano e spostò alcune ciocche di capelli dal suo viso.
— "Mia cara Lauren, c'è una fitta nel mio cuore che so non sparirà
finché non saremo di nuovo insieme. Rende lunga la giornata e la notte
ancor di più. Anche se pensare a te mi fa sorridere, fa male lo stesso. Non
so capire perché mi faccia così male quando mi piace tanto pensare a te.
Stanotte sono sdraiato vicino al nostro ruscello, da solo. Ho visto una
stella cadente. Se credessi nei desideri, dovrei credere che tu ritornerai da
me Ma so che non succederà, così è inutile desiderarlo. Comunque verrò
io da te, te lo prometto. Non è necessario che lo desideri, perché accadrà
senza aver bisogno di esprimere nessun desiderio. Tuo per sempre. Tom."
Non alzò lo sguardo quando sua madre si sedette dalla parte opposta
del letto. — Ha pianto tutte le notti durante il viaggio — disse piano. —
Ma anche Amy e Samantha hanno fatto lo stesso. Sradicarle è stato
difficile, però conoscevo abbastanza le mie figliole e sapevo che si
sarebbero adattate. I bambini hanno una buona capacità di recupero. Un
genitore fa quello che crede sia meglio.
— Non vi ho serbato rancore per averla portata qui.
— Se insisti per restare in questa camera fino a quando riprenderà
conoscenza, dovrai sposarla.
Tom sapeva che sua madre stava di nuovo pensando al bene migliore
per Lauren, perfino lasciandogli intendere che approvava il loro
matrimonio.
— Rimango — le confermò.
Lei si alzò. — Informerò mio marito che hai chiesto la sua mano...
— Non intendo chiederla in moglie.
Lei lo guardò come se fosse sul punto di mettersi a cercare una pistola
per potergli sparare.
— Chi Lauren sposerà sarà una decisione che dovrà prendere lei e
soltanto lei, non vostra e neppure mia — spiegò semplicemente.
— Quanto tempo pensi di rimanere qui?
— Finché non si sveglierà.

— "Mia cara Lauren, oggi ho comprato un pezzo di terra. Mi porta un


passo più vicino a te. Ora quello che mi serve è del bestiame, alcune
costruzioni e qualche bravo mandriano. Immagino che fra un anno, forse
due, potrò venire da te. La mia paura più grande è che ti stanchi di
aspettare. Che ti sposi. Non so perché insisto a scriverti, perché insisto a
pensare a te. In un certo senso non sembra che siano passati così tanti
anni. In un altro sembra che tu te ne sia andata per sempre. Comunque
sia, sei ancora padrona del mio cuore..."
Lauren udì la voce roca. Le sembrava che fosse là da sempre, sparendo
e ricomparendo. Voleva rispondere, dirgli di continuare con quelle parole
suadenti, ma sia che rispondesse o meno, lui continuava. Era sempre là
quando si svegliava brevemente e quando si riaddormentava. Anche se
c'erano solo piccoli cambiamenti fra un'azione e l'altra, perché non apriva
mai gli occhi. Era così debole e la testa le doleva ferocemente.
Cercò di sforzarsi di aprire gli occhi, di emettere un suono. "Non
fermarti" pensava. "Non fermarti. Finché mi parli ho qualcosa a cui
aggrapparmi..."
— Non le sarai di nessun aiuto se ti ammali. Hai un aspetto terribile e
una voce spaventosa.
Passandosi una mano sul viso non rasato, Tom alzò lo sguardo verso
Lydia. Lei, le sorelle di Lauren, la madre e il patrigno si erano
avvicendati a turno nella stanza. Ma lui non si era ancora allontanato dal
letto, eccetto che per brevi momenti per mangiare o per rinfrescarsi il viso
con un po' d'acqua fredda. La voce era ruvida come carta vetrata, ma
aveva paura che se la camera si fosse riempita di silenzio, Lauren se ne
sarebbe andata.
Si alzò in piedi e andò verso la finestra. Era di nuovo notte. Non si era
nemmeno accorto che Lydia era entrata nella stanza. Era la seconda o la
terza notte?
— Dovresti andare a casa per qualche ora — suggerì Lydia.
— No.
— Almeno stenditi a riposare un po'. Ravenleigh ha a disposizione
alcune camere per gli ospiti.
— No.
— Sei più testardo di Rhys — ribatté Lydia.
Tom scrutò la strada. — Non c'è nebbia questa notte.
— Ha importanza?
— Le stelle saranno più visibili.
— Ebbene?
Si mosse rapidamente. — Devo portarla vicino al fiume.
— Zia Elizabeth non lo permetterà...
— Non glielo diremo.
Attraversò la stanza, si inginocchiò davanti a Lydia e le prese le mani.
Si rendeva conto di essere vicino al crollo, così debole da riuscire a
trattenere a stento le lacrime. — Significherà molto per Lauren.
— Tom, lei non è presente.
— Non lo sappiamo. Aiutami a coprirla e a metterla su una carrozza.
Puoi venire con noi se vuoi. Facci ancora una volta da chaperon.
— Anche se non sono mai stata un buon chaperon. Non credere che
non sappia cos'è successo a Sachse Hall.
— Io l'amo, Lydia. L'ho sempre amata. Mandarla nel Texas è come
uccidermi. Tuttavia lo farò. Però deve riuscire a svegliarsi. Fidati, so di
cosa ha bisogno.
— Zia Elizabeth mi ucciderà.
— Solo dopo aver ucciso me.
— Se questa cosa non funziona, Thomas Warner, devi promettermi
che andrai a casa a riposare prima di crollare.
Tom guardò Lauren, così in pace, così immobile. Scosse la testa. — È
una promessa che non posso mantenere.
— Sei l'uomo più ostinato della terra. — Ma mentre lo rimproverava, si
alzò e lo aiutò ad avvolgere Lauren in una coperta.
Quando lui l'ebbe presa tra le braccia, gli fece strada in corridoio e sulle
scale, scovò il maggiordomo e si fece mandare una carrozza.
Tom sapeva di essere disperato, ma non sapeva che cos'altro fare.

Lydia aveva deciso che sarebbero restati nella carrozza, Tom invece
volle scendere a tutti i costi portando Lauren tra le braccia. Tenendola
stretta, si incamminò verso il fiume, si fermò accanto a un albero poco
lontano, e con la massima attenzione si sedette per terra con la schiena
contro il tronco. Cullò Lauren tra le braccia con dolcezza. Aveva un'aria
così fragile. Erano passati tre o quattro giorni. Aveva perso il conto.
— Non è il Texas, tesoro, ma c'è il fiume e le stelle sono sopra di noi.
Sai che avevo terrore di essere come mio padre, ma tu mi hai fatto
comprendere che non lo sono affatto, perché lui non era il tipo d'uomo
che sa amare così profondamente come io amo te.
Alzò lo sguardo verso il cielo, tanto immenso e nero...
— C'è una stella, Lauren. Una stella cadente. E io desidero tanto che tu
ti svegli.
— Tu non credi ai desideri.
Il cuore gli sobbalzò nel petto e guardò la donna che aveva tra le
braccia, avvolta dall'oscurità. — Lauren?
— Ciao, Tom.
Ridendo, sentì le lacrime bruciargli gli occhi. — Ciao, tesoro —
singhiozzò.

C'erano molte cose che Lauren non ricordava. Non ricordava di essere
caduta e di avere battuto la testa. Non ricordava nessun dolore. Ma
ricordava la voce roca, le parole, e l'amore. Soprattutto l'amore. Così fu
sorpresa quando, una settimana dopo il suo risveglio, si ritrovò con un
biglietto per la traversata su una nave a vapore che l'avrebbe portata a
New York, da dove si sarebbe imbarcata su una nave diretta a Galveston.
— Mi hai insegnato tutto ciò che avevo bisogno di sapere — disse
Tom, seduto di fronte a lei, abbigliato in modo estremamente formale,
all'inglese, con il cappello a cilindro posato sulla coscia. — Non vedo
nessuna ragione perché tu debba restare fino alla fine della stagione
mondana. Il dottore ha detto che sei forte abbastanza per viaggiare.
— Hai detto a Lydia che la mia partenza ti avrebbe ucciso.
La guardò fissa. — Lo hai sentito?
— Ho sentito parecchie cose. Le hai detto che mi ami. Dimmi che mi
ami, Tom.
Con sua grande sorpresa, lui si alzò, andò verso di lei, le si inginocchiò
di fronte e le prese la mano. — Ti amo, tesoro. Ti ho sempre amata e ti
amerò sempre. Posso solo offrirti un pochino di Texas, ma ti posso da re
tutto il mio cuore. Ti chiederei di sposarmi se pensassi che è ciò che vuoi.
— È quello che voglio.
— Ne sei sicura?
— Ne ero sicura prima della caduta. Solo che non ho avuto il tempo
per dirtelo. — Lauren prese fra le mani il suo viso adorato. — Ti amo,
Thomas Warner. Ti ho sempre amato.
All'improvviso si trovò tra le sue braccia forti, tenuta stretta, mentre lui
la baciava con passione. E capì che lui era la sola parte del Texas di cui
avesse mai avuto veramente bisogno.
Capitolo 19

— Si dice che si innamorarono quando erano ancora ragazzi in Texas.


— Ho sentito dire che lui le ha scritto una lettera ogni giorno, per tutti
gli anni che sono stati separati.
— Lo trovo incredibilmente romantico.
— Avete notato il modo in cui la guarda? Può a malapena staccare gli
occhi da lei.
— Mi piacerebbe che un gentiluomo mi guardasse con la stessa
intensità.
— Non la guarda come farebbe un gentiluomo. Francamente la guarda
come se stesse fantasticando con dei pensieri illeciti su di lei.
— Per mia fortuna — disse Lauren.
Le tre gentildonne si voltarono di scatto, gli occhi spalancati, a bocca
aperta. Era curioso vederle senza lady Blythe, ma i genitori l'avevano
accompagnata fuori dal Paese con grande vergogna e imbarazzo per il
comportamento scorretto che aveva tenuto al ballo offerto dai
Ravenleigh. Lauren si sentiva sinceramente dispiaciuta per lady Blythe:
era molto improbabile che avrebbe attirato le attenzioni di un gentiluomo
a scopo matrimoniale. Lauren le aveva perfino spedito un mazzo di fiori
con una dedica: "Senza rancore".
Poteva permettersi di essere magnanima nel perdonare. Dopotutto,
senza la condotta di lady Blythe, non sarebbe mai venuta a conoscenza
delle parole sincere che Tom le aveva scritto nelle sue lettere, non avrebbe
mai saputo con quanta forza e costanza si era mantenuto intatto l'amore
di Tom per tanti anni.
— Lady Sachse, non vi abbiamo udita avvicinarvi — disse lady
Cassandra. — Non era nostra intenzione insultarvi, cara amica, ma non
si può fare a meno di notare... be', quanto vostro marito sia impaziente
che il pranzo di nozze finisca per poter dare inizio alla luna di miele.
Lauren sorrise, senza curarsi di nascondere la grande aspettativa che
nutriva. — Sono ancora più fortunata.
Il suo matrimonio era stato l'evento più chiacchierato della stagione
mondana. Non era rimasto un solo posto vuoto in chiesa, e il sagrato era
affollato di persone che volevano dare un'occhiata alla nuova coppia di
sposi.
Le sue sorelle avevano sparso petali di fiori dalla chiesa fino alla
carrozza che aveva portato Lauren e Tom alla dimora dei genitori della
sposa. Poi era seguito il pranzo di nozze. Dopo gli innumerevoli auguri,
le sorelle l'avevano lasciata sola perché potesse cambiarsi e indossare un
abito da viaggio. Era appena scesa nell'atrio, dove aveva pensato di
cominciare ad accomiatarsi dagli invitati. Ma le pettegole avevano
catturato la sua attenzione. Non nutriva alcun risentimento. Era il giorno
più felice della sua vita, e voleva che tutti fossero colmi di felicità quanto
lo era lei.
— Dove vi recherete in viaggio di nozze? — chiese lady Anne.
— Andremo in Texas per qualche mese. — Era il regalo di nozze di
Tom, anche se non c'era bisogno di nessun regalo da parte sua.
— Oh, che felicità! — esclamò lady Priscilla.
— Passeremo di sicuro buona parte del nostro tempo là, dal momento
che mio marito ha un ranch e parecchi altri affari da sbrigare. Dovete
venire a farci visita un giorno o l'altro. Potrei farvi conoscere qualche
cowboy.
— Oh, cielo! Davvero? Sarebbe piacevole — mormorò lady Cassandra,
come una gatta in brodo di giuggiole.
— Se volete scusarmi, care signore, io e mio marito dobbiamo
cominciare a prepararci per la partenza. Vi ringrazio per essere
intervenute al matrimonio e al pranzo. Ho sempre fatto tesoro della
vostra amicizia. — Lauren si chinò in avanti con aria da cospiratrice; le
dame fecero altrettanto. — Penso che mi guardi come se intendesse
strapazzarmi senza pietà — sussurrò in tono confidenziale.
— Poco ma sicuro — ammise lady Cassandra, senza fiato.
Sorridendo, Lauren ammiccò. — Signore, non posso più aspettare.
Erano tutte senza fiato e si facevano aria coi ventagli mentre Lauren
raggiungeva il marito, in piedi all'altro lato della sala che conversava con i
genitori. Sua madre faceva larghi sorrisi e rideva. Sembrava che lei e Tom
fossero riusciti a mettere da parte le loro diffidenze. Non era certa che
tutto fosse stato chiarito nella sua camera da letto quando era rimasta
priva di conoscenza per tre giorni, ma ovviamente sua madre aveva
imparato ad apprezzare Tom in quel frangente.
Era strano, ma ora che il momento tanto atteso alla fine era arrivato,
Lauren non era certa di essere pronta a partire, dopotutto. Tom le cinse la
vita con un braccio, tirandola a sé. — Va tutto bene, cara?
Lauren annuì, sorpresa dalla raucedine della sua voce quando disse: —
Non sono ancora pronta per partire, anche se so che dobbiamo farlo.
— Lauren, è il tuo matrimonio. Se vuoi che rimaniamo tutto il giorno,
lo faremo.
— Finirai col viziarmi, Tom, lasciandomi fare tutto ciò che desidero.
Lui parve di colpo incredibilmente serio. — È mia precisa intenzione,
tesoro.
Alzandosi in punta di piedi, gli baciò la guancia. —
Mi piacciono le tue intenzioni. — Gli strinse il braccio. — Sono pronta.
Lauren si rivolse a sua madre. — Te lo immagini? Andrò a casa,
domani.
Sua madre sorrise tristemente, carezzandola sulla guancia. — Spero
che tu scopra che la casa non è un luogo. È dovunque si trova il tuo
cuore. — Lanciò un occhiata a Tom, e poi a Lauren. — Pensavo che
foste troppo giovani per lasciare il vostro cuore in Texas, e me ne
dispiace.
— Mamma — Lauren toccò con la mano inguantata le labbra di sua
madre e scosse la testa. — Tutto questo è passato. Oggi sono più felice di
quanto sia mai stata. E so già che hai ragione. Che la mia casa sia in
Texas o in Inghilterra dipenderà solo dal fatto che Tom sia accanto a me.
— Sei pronta per partire? — chiese Amy.
Lauren guardò le sorelle alle sue spalle, chiedendosi da quanto tempo si
fossero avvicinate di soppiatto.
— Si, sono pronta.
— Non ti mancherà tutto questo? — chiese Amy. — I balli, le feste...
Ritorneremo — la rassicurò Lauren. — Prima della prossima
"stagione". Ora che mi sono sposata, tocca a Samantha.
Scoccò un'occhiata a Samantha, ma la sorella reagì a malapena alla sua
dichiarazione.
Penso che lei abbia già qualcuno.
— E io penso che l'articolo in prima pagina del giornale di domani
riporterà l'avvenimento sottolineando quanto fosse fuori moda il tempo
impiegato dalla sposa per dire adieu — replicò Samantha.
Dopo un giro di abbracci e un'ulteriore aggiunta di auguri, Lauren lottò
per ricacciare indietro le lacrime. Era sicura fossero lacrime di felicità
piuttosto che di tristezza. Era quello che voleva, che aveva voluto sempre.
Non poteva essere triste, anche se la morsa nel suo petto sembrava
proprio sofferenza.
Si volse verso la madre e sentì che le lacrime che si affacciavano nei
suoi occhi erano lacrime di infelicità.
— Ho sempre desiderato il meglio per te — le disse.
Lauren la strinse forte a sé. — Lo so.
— Chi avrebbe mai pensato che il meglio per te sarebbe stato diventare
una mandriana?
Ridendo, Lauren strinse ancor più forte sua madre, prima di fare un
passo indietro. — Un cowboy e un lord. Sono così felice di non aver
dovuto scegliere tra i due. Ti voglio bene mamma e mi mancherai tanto.
— Lauren, mia cara, dovremmo proprio partire. La gente sembra
stanca di aspettare — la esortò Tom.
Lauren si voltò di scatto, con un ultimo saluto. Gettò le braccia al collo
del patrigno. — Grazie per la vita che mi hai dato, papà.
— È stato solo un piacere.
— Non lasciare che Samantha si sposi prima del mio ritorno.
Ravenleigh rise. — Se mi riuscirà di fermare una delle mie figlie dal
fare quello che ha in mente. — Le carezzò la guancia. — Anche tu sei
mia figlia, non del mio sangue, ma del mio cuore.
Lauren avvertì le lacrime scorrerle sulle guance, Tom le mise in mano
un fazzoletto. — Ti voglio bene, papà.
Lo abbracciò di nuovo, abbracciò ancora sua madre e le sorelle. Gli
ospiti si fecero intorno, per porgere gli ultimi auguri. Mise la sua mano
sul braccio di Tom, permettendogli di guidarla attraverso la ressa. Quanti
visi sorridenti, quante persone che porgevano gli auguri più calorosi! Era
veramente strano accorgersi, ora che stava per partire, di quanto fosse
appartenuta a tutti loro.

Giunsero alla dimora di Tom nel tardo pomeriggio. Mentre i bagagli di


Lauren venivano portati in casa e sistemati nella camera da letto, lei e
Tom fecero una breve passeggiata in giardino facendo progetti per la luna
di miele. Il giorno seguente sarebbero partiti alla volta di Liverpool, dove
si sarebbero imbarcati sulla nave a vapore che li avrebbe portati negli Stati
Uniti.
Destinazione finale: Texas. Solo per pochi mesi. Nell'eventualità che
rimanesse incinta dell'erede dei Sachse, Tom voleva che il bimbo nascesse
in Inghilterra, e in base a come avrebbero trascorso la maggior parte del
loro tempo, Lauren non potè fare a meno di pensare che gli avrebbe
presto presentato un erede. Sapeva che niente lo avrebbe reso più felice.
Dopo cena, si ritirarono nelle rispettive camere, e Lauren non riusciva
a fare a meno di sentire uno sfarfallio nello stomaco alla prospettiva della
sua prima notte con Tom. Sapeva che cosa aspettarsi e, come aveva
confidato alle signore sue amiche, era impaziente.
Seduta alla toletta, dopo aver licenziato Molly che l'aveva aiutata a
prepararsi per la notte, si spazzolò i capelli, ricordando i discorsi di quel
pomeriggio ormai lontano su come il lord inglese cresciuto in America
non avrebbe apprezzato la sua eredità. Lauren stava imparando che Tom
invece apprezzava molto le tradizioni, sia che avessero a che fare con i
suoi nobili natali sia con il modo in cui era stato allevato. Era un uomo
complesso, una combinazione di tutto quanto aveva vissuto, di tutto
quanto aveva perduto e di tutto quanto aveva riottenuto. Un uomo che
non dava nulla per scontato. Lo amava per quello e per molto altro
ancora. Perché era l'uomo che era, un uomo che non aveva mai
rinunciato al loro amore. La umiliava il fatto che avesse continuato a
scrivere con speranza anche dopo che lei aveva smesso. Sperava solo di
riuscire a dimostrargli che era degna di lui.
Riponendo la spazzola, allungò la mano verso il cofanetto dei gioielli.
Se lo mise in grembo. Lentamente aprì la scatola di legno lucidato e
sorrise al contenuto che vi era nascosto. Forse anche lei aveva nutrito una
speranza, ma aveva scelto un altro modo per esprimerla.
Alzando lo sguardo, vide Tom, che indossava una vestaglia di seta
nera, in piedi dietro di lei, riflesso nello specchio. La camicia da notte che
lei portava non somigliava a quella che aveva avuto addosso quando
aveva scavalcato la finestra ogni sera tanti anni prima. Era di una stoffa
trasparente che lasciava intravedere molto più di quanto copriva, e, a
giudicare dalla passione negli occhi di Tom, non l'avrebbe indossata
ancora a lungo.
— Che cos'hai lì dentro? — le chiese lui.
Piegando l'indice a uncino, lo agitò per attirare il marito a sé. — Vieni
qui.
Le si inginocchiò accanto, carezzandole il viso con lo sguardo come se
faticasse a credere che lei era realmente presente, come se tutto quello che
aveva sempre desiderato fosse in pericolo di scomparire. Come se avesse
paura che il tempo a loro disposizione fosse di breve durata com'era stato
tutto quanto nella sua vita.
Aveva cominciato la sua esistenza in quegli stessi luoghi e ne era stato
allontanato. Aveva avuto una vita a New York ma non era durata.
Un'altra vita nell'Arkansas che seppure breve gli era parsa interminabile.
Alla fine, una vita nel Texas con una ragazza che lo aveva lasciato. Poi
una fattoria che aveva dovuto abbandonare per fare ritorno a qualcosa
che non aveva mai saputo di avere. Aveva trascorso tutta la vita a
ricominciare, e lei voleva disperatamente fargli capire che ciò che
avevano ora sarebbe durato per sempre. Che non lo avrebbe mai
abbandonato. Che non si sarebbero persi mai più.
Affondò le dita nei suoi folti capelli neri. — Ti amo, Thomas Warner.
Ti ho sempre amato.
Inclinò il cofanetto perché potesse vedere cosa conteneva. Lo guardò
arricciare un angolo della bocca in uno dei suoi tipici sorrisi.
— È quello che credo? — le chiese. Alzò lo sguardo verso di lei. —
Avevi detto che...
— Non ti avevo detto di non averlo conservato. Ti ho chiesto
semplicemente dove pensavi che ne avrei trovato uno in questo Paese.
Tom affondò la mano nel cofanetto, ne estrasse la vecchia moneta da
un quarto di dollaro e la posò sul palmo della mano. Sembrava così
piccola e insignificante, eppure rappresentava così tanto. — È quella che
ti avevo dato? — chiese.
— Certamente. — Lauren pescò nel cofanetto un liso nastro blu sopra
il quale era deposta la moneta. — E ho conservato anche questo.
Sorridendo apertamente, Tom strinse la moneta tra le dita. — Avresti
potuto restituirmelo. In qualsiasi momento, avresti potuto cancellare il
debito.
Sorridendo con calore, Lauren gli sottrasse la moneta e inarcò un
sopracciglio. — Avrei potuto, ma quale donna avrebbe scelto di ridarti un
quarto di dollaro quando poteva invece farsi sbottonare il corsetto da te?
Una risata fragorosa risuonò all'intorno mentre riponeva la moneta e il
nastro di nuovo nel cofanetto e lo posava sulla toletta. Tom allungò il suo
corpo forte, snello e slanciato, e la sollevò tra le braccia.
Lei gli mise le braccia al collo. — Sei quello che ho sempre desiderato,
Tom. Non so perché mi ci sia voluto tanto tempo per capire che eri tu la
parte del Texas che mi era sempre mancata. Non la terra o i ruscelli o i
profumi. Nemmeno le stelle nella notte. Solo tu.
Lui la condusse vicino al letto, la depose su una poltroncina. Poi fece
qualcosa di inaspettato e di notevole. Si sedette in fondo al letto, si
allungò sulla soffice trapunta di raso, incrociò le braccia e sollevò un
angolo della bocca. — Sbottonati la camicia da notte.
Lo guardò allibita. — Tom, non solo ho pagato il debito e sbottonato il
corsetto, ma ti ho dimostrato che ti potevo restituire la moneta.
— Non farlo per debito, ma perché mi dà tanto piacere osservarti,
osservare come il rossore si diffonde sulla tua pelle, come i tuoi occhi
diventano più scuri a ogni bottone successivo, come le tue labbra si
dischiudono, e il respiro diventa affannoso nell'anticipazione del tuo
rivelarti a me, di me che alla fine posso toccarti.
Lauren deglutì a fatica. — Vuoi abbassare la luce?
Entrambi gli angoli della bocca si alzarono. — No.
— Tom...
— Lauren, lo sai che la tua vista mi mozza il fiato? — le domandò con
calma, solennemente. — È sempre stato così.
Lauren sbottonò il primo bottoncino.
— Mi fai fremere nel profondo.
Lei sciolse dall'asola un altro bottone.
— Mi terrorizza il pensiero che tu possa lasciarmi.
— Non lo farò, Tom. Non ti lascerò mai.
Bottone. Bottone. Bottone.
Lo guardò con soddisfazione mentre si avvicinava lentamente ai suoi
piedi, allentava la cintura della vestaglia e si spogliava. La seta lucida
brillò sul suo corpo scivolando a terra.
Bottone. Bottone.
Lauren lasciò cadere la camicia da notte dalle spalle, la sentì scivolare
sul suo corpo, e raccogliersi ai suoi piedi. Lui la guardò a lungo;
l'ammirazione gli infiammava gli occhi.
— Penso che non mi stancherò mai di guardarti — le disse.
— Io sono certa che non mi stancherò mai di guardarti.
— Sei mia moglie, Lauren.
Lei annuì, non sapendo cosa rispondere, mentre lui prendeva più
tempo di quanto lei si aspettasse prima di adagiarla sul letto. Era un altro
dei suoi trucchi per provare di avere più volontà di quanta non ne avesse
lei?
Ovviamente no. Stava semplicemente pregustando il momento. Le si
avvicinò, prendendole il viso fra le mani. — Non puoi nemmeno
immaginare quanto ho sognato questo momento. Che sarebbe arrivato il
tempo in cui avrei passato ogni notte insieme a te. Non volevo ci fossero
notti nella mia vita senza di te. Non volevo altri giorni senza poterti
vedere ogni volta che avessi voluto. D'ora in poi, niente ci separerà. D'ora
in poi, saremo insieme per sempre. Ti do la mia parola.
— Dobbiamo stringerci la mano?
— Tesoro, sai già come concludo un affare con una signora.
— Allora spicciati, cowboy.
La bocca di Tom scese sulla sua. La cinse con un braccio e l'attirò a sé,
coscia contro coscia, il petto contro il suo seno, nel tumulto della
passione, consumati dall'ardore, cominciato da una scintilla e acceso fino
a diventare un fuoco divampante. La bocca di lui, bollente e umida, si
staccò dalle sue labbra scendendo lungo il collo. La sua bocca si spinse
più in basso, affondando il viso tra i suoi seni turgidi, passando con la
lingua da una rotondità all'altra, lentamente, con il suo respiro che le
soffiava sulla carne ardente.
Lauren si sorprese a gemere, mentre abbandonava il capo all'indietro e
le sue dita affondavano nelle spalle del suo uomo. Un punto di appoggio.
Aveva bisogno di appoggiarsi prima di svenire.
Pur essendo conscio dei suoi pensieri, Tom la sollevò tra le braccia e la
pose sul letto prima di stendersi sopra di lei, le anche fra le cosce
spalancate. A Lauren piaceva immensamente sentirlo sopra di sé, sentire
il suo peso, la sua robustezza, i suoi muscoli guizzanti e la sua forza.
Se non fosse mai andata in Inghilterra, sarebbe stata una moglie
inadeguata per un lord inglese. Invece, possedeva la confidenza e i mezzi
per stare con compostezza e sicurezza al suo fianco. Tutte le lezioni di
buone maniere ora non le apparivano noiose, inutili o irritanti. L'avevano
preparata all'arrivo di Tom molto tempo prima che entrambi venissero a
conoscenza del destino e della vita incredibile che li attendeva. Insieme.
Tom fece scivolare la mano lungo il suo corpo, fino alle anche, e
ancora su, cullando i suoi seni, modellandoli e accarezzandoli,
sollevandoli uno alla volta per offrire i capezzoli turgidi alla sua bocca
vogliosa. Lauren gemette piano mentre il desiderio cominciò a
travolgerla, dalla punta dei piedi fino alla testa e di nuovo giù fino ai
piedi. Tendendosi languidamente, gli carezzò i polpacci con la pianta dei
piedi e godette nel sentire la ruvidezza dei peli che gli coprivano le
gambe.
Non c'era niente di morbido nel corpo di quell'uomo mentre agitava la
sua passione con la lingua in modo esperto e con dita abilissime. Tutti gli
anni che gli erano stati negati per celebrare il loro amore impallidivano se
paragonati agli anni che li aspettavano. Tom le sussurrò con voce roca
tutto il suo amore, la sua bellezza, il suo desiderio ardente... e lei trasalì di
piacere e di felicità.
Lauren gli bisbigliò il suo amore, la sua forza e la sua volontà, il suo
desiderio... e lui gemette e fu scosso da brividi profondi. Si sollevò sopra
di lei come un conquistatore, quello che i suoi antenati dovevano essere
stati, e affondò in lei con la sicurezza di un uomo che confida nella sua
abilità di guerriero. Le circondò il viso con le mani e la baciò
appassionatamente mentre i loro corpi avvinghiati cominciavano a
muoversi a un ritmo ondulante che liberava i loro istinti selvaggi.
Tutto in lei era accentrato su di lui, sulle sensazioni incredibili che le
stava suscitando, sulla follia...
Lei si dimenava e urlava.
All'improvviso Tom la fece girare sopra di lui, riuscendo a rimanere
profondamente immerso dentro di lei, con le dita affondate nei suoi
fianchi morbidi. — Cavalcami, tesoro — le ordinò, la voce resa roca dal
desiderio, il corpo madido di sudore, i muscoli frementi nello sforzo di
trattenere il proprio piacere prima di essere sicuro che lei avesse raggiunto
il suo. Londra lo considerava un selvaggio, un uomo che era invece
sempre così cortese da anteporre le necessità di lei alle proprie.
Lauren pensava fosse impossibile amarlo più di quanto già lo amava,
eppure anche se lo aveva pensato, si rese conto di non poter quantificare
quello che provava per lui, un sentimento ricco quanto la storia
d'Inghilterra e vasto e ribelle quanto il Texas.
Lei dondolò i fianchi contro i suoi, sentì aumentare la pressione,
rovesciò il capo all'indietro mentre lui le afferrava i seni con le mani,
tormentandole i capezzoli, provocandole scariche di piacere in tutto il
corpo... come se stesse cavalcando una stella cadente, finché si sentì
esplodere in un migliaio di luci sfolgoranti.
Tom si dibatté sotto di lei al limite del parossismo, il suo profondo
mugolio gutturale era musica per le sue orecchie, con le dita che si
schiudevano e si stringevano di nuovo, mentre sussultava un'ultima volta.
Lauren si abbandonò, rifugiando il capo nell'incavo della sua spalla,
ascoltando il battito furioso del suo cuore, respirando il profumo di
muschio del loro amore. Non potè fare a meno di sorridere. Avrebbe
sempre fatto tesoro di quel miracolo e di ciò che avevano condiviso... per
sempre. Finché fosse diventata debole e canuta. Finché il suo passo non
sarebbe stato più così audace o i suoi muscoli così compatti. Ma il loro
amore sarebbe sempre stato forte.
Finalmente, Tom sollevò la mano per accarezzarle la schiena in modo
quasi ipnotico.
— Ogni volta che succede, mi sembra di vedere il cielo scuro del Texas
punteggiato di stelle cadenti — confessò lei con profonda soddisfazione.
— Tesoro, questo è un pochino di Texas che sarò sempre felice di
concederti ogni volta che me lo chiederai.
Ridendo sommessamente, Lauren lo strinse forte a sé. Si era sbagliata
con sua madre. Non sarebbe tornata a casa l'indomani.
La sua casa era lì, in quel momento, proprio sotto di lei.
Epilogo

Nei pressi di Fortune, Texas 1889


— Tu sei inglese!
— No che non lo sono!
— Sei inglese!
— No che non lo sono!
— Lo sei!
— No, non sono inglese!
— Ragazzi, ne ho abbastanza! — sbottò Lauren, esasperata.
Scoccò un'occhiata a Tom, che era sdraiato accanto a lei su una coperta
sotto una maestosa quercia, in riva a un ruscello. Stava sogghignando e
gongolando, rifiutandosi di intromettersi in una disputa incandescente fin
troppo discussa dai suoi figli. Le rivolse solo un'alzatina di spalle che
sembrava dire: "Sono solo ragazzi".
— Mamma, diglielo, diglielo, per favore, che non sono inglese. Sono
nato qui, quindi sono texano.
— Sam...
— Non sono inglese. Non lo voglio essere.
— Se non sei inglese non puoi essere la riserva — dichiarò Edward in
tono altezzoso, con un'aria già così spaventosamente inglese all'età di otto
anni.
— Posso lo stesso. Comunque non mi importa, perché io non voglio
essere una riserva. Quando diventeremo grandi, tu sarai il conte, e io avrò
un ranch — gli rispose Sam. Era di due anni più giovane di Edward, e
quando erano nel Texas cercava di lasciarsi alle spalle tutto quanto era
inglese, compresa la remota possibilità di essere destinato a una buona
educazione.
Sam si buttò a terra accanto a Tom. — Io terrò il ranch, non è vero,
papà?
Allungando una mano, Tom arruffò i capelli neri del figlio. — Contaci.
Edward deve essere il conte perché è nato per primo, ma tu puoi essere
quello che desideri.
Sam inarcò un sopracciglio. — Non è giusto che Edward non possa
avere scelta.
Lauren roteava gli occhi mentre il ragazzo continuava a massacrare la
lingua inglese.
— Non m'importa — disse Edward, sedendosi sulla coperta, non
dimenticando nemmeno per un momento di essere il giovane lord che un
giorno avrebbe preso il posto del padre. — Io voglio essere il conte. E
posso fare molto altro ancora. Come papà. Non è detto che debba essere
solo un conte. Non è così?
— Giusto. Non devi essere solo un conte, e Sam non deve diventare solo
un allevatore di bestiame. Tutti e due potete fare tutto quello che volete,
dannazione! — sentenziò Tom, strizzando l'occhio ai figli.
Buttandosi all'indietro in modo drammatico, i ragazzi risero,
dimenticando le loro divergenze e trovando qualcosa su cui essere
d'accordo. Il loro papà si stava mettendo nei guai con la mamma per aver
usato quel linguaggio irriverente.
— Anch'io posso fare tutto quello che voglio.
Sorridendo con tutto l'amore che nutriva per la sua bimba di quattro
anni che gli si rispecchiava negli occhi, Tom le strizzò l'occhio. — Tutto
quello che potrai, tesoro.
La piccola gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte. — Ti voglio
bene, papà.
— Ti voglio bene anch'io, tesoro. Voglio bene a tutti voi.
— Forza, dobbiamo andare a pesca — li incitò Edward, avvertendo
che si stavano commuovendo. Succedeva sempre quando stavano per far
ritorno in Inghilterra.
Raccattando le loro canne guidò il fratello minore e la sorellina verso il
ruscello.
Tom si tirò su e appoggiò la schiena all'albero. Poi batté le mani due o
tre volte sul terreno tra le gambe, in un gesto di invito. Lauren si spostò e
si sedette fra le sue braccia, la testa sul suo petto, gustando la sensazione
delle sue labbra premute contro la pelle delicata dietro l'orecchio.
— Sei dispiaciuta per la nostra partenza di domani? — Le chiese,
sussurrando.
— È solo per pochi mesi. Presto saremo di ritorno.
Era diventata loro abitudine ormai, qualche mese qui e qualche mese
là.
— Se vuoi rimanere più a lungo...
Lauren scosse il capo. — Non sarebbe giusto per Edward. Lui è
innamorato dell'Inghilterra. Diventerà un perfetto lord.
— Sam finirà per essere un buon allevatore.
Lei si girò lentamente fino a guardarlo negli occhi. — Grazie, Tom,
perché mi concedi un pezzettino di Texas ogni tanto.
— Grazie a te, tesoro, perché mi dai sempre un pezzettino del tuo
cuore.
— Oh, Tom, tu ne hai molto più di un pezzettino, e lo sai bene,
dannazione!
Tom interruppe la sua risata per quell'imprecazione con un bacio che li
avrebbe portati a ben altro se i bambini non fossero stati nei dintorni. Era
stupita che, dopo tutti quegli anni, i lenti e pigri baci di lui avessero
ancora il potere di farle sciogliere le ossa e rimescolare il desiderio.
Quando lei si staccò, lui disse: — Ci vediamo qui più tardi questa notte
per cercare qualche stella cadente.
— Non mi è rimasto nessun desiderio. Ho tutto quello che era possibile
desiderare.
— Incontriamoci ugualmente — replicò Tom. — Anch'io ho qualche
desiderio da esprimere.
— Che cosa puoi desiderare ancora?
Lui le scoccò un'occhiata maliziosa. — Un corsetto sbottonato.
Sospirando, Lauren gli si rannicchiò accanto. — Quello puoi averlo
senza dover esprimere nessun desiderio.
— Ma, tesoro, sei stata tu a insegnarmelo: che un uomo deve credere
nei desideri.

Negli anni che seguirono, Tom e Lauren divisero il loro tempo tra
l'Inghilterra e il Texas. Metà dei loro figli nacquero nel Texas. E poiché
Lonesome Heart Ranch fu distribuito equamente tra tutti i loro figli,
rimase intatto, passando di generazione in generazione.
Durante le due guerre mondiali, i loro discendenti, in base al luogo di
nascita, servirono nell'esercito britannico e in quello americano. Parecchi
di loro ricevettero onorificenze per le loro imprese, inclusa la Victoria
Cross e la Medaglia d'Onore del Congresso.
Sessantadue anni dopo il loro matrimonio, Tom riportò Lauren
definitivamente nel Texas, per riposare per sempre nel fertile suolo
texano, vicino al ruscello dove si erano innamorati. Le fece visita ogni
giorno, finché sei mesi dopo fu messo a riposare accanto a lei. Sulle lapidi
unite, sotto i precetti chiave delle loro vite, furono incise le parole: PER
SEMPRE.
Tom aveva promesso alla sua Lauren che sarebbe stato per sempre. E
aveva mantenuto la promessa.
Lorraine Heath

Nel ricevere la laurea in psicologia presso l'Università del Texas,


Lorraine Heath non immaginava di aver anche acquisito quelle basi che
successivamente le sarebbero state utili per creare personaggi credibili nei
suoi romanzi, personaggi spesso definiti "gente vera". Questa abilità le ha
permesso di conseguire diversi riconoscimenti letterari e affermarsi con il
grande pubblico. Lorraine è nata a Watford, in Inghilterra, ma si è presto
trasferita nel Texas, e queste due eredità fanno da costante sfondo alle sue
storie.