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ELAINE SCARRY

LA SOFFERENZA
DEL CORPO
La distruzione e la costruzione del mondo

IL MULINO
«Il dolore fisico non resiste semplicemente al linguaggio, ma lo di­
strugge attivamente»; procedendo dalla constatazione della diffi­
coltà di esprimere il dolore fisico, l'autrice affronta, da un lato,
l'attività di disfare la corporeità, dall'altro quella del farla e ripro­
durla, attraverso l'immaginazione, la costruzione di artefatti, fino
alla creazione stessa. L'analisi è svolta su più piani intersecanti:
la prospettiva individuale si fonde con quella sociale e politica, tra­
ducendosi quindi nello studio della natura umana. Il concetto di
dolore personale rinvia all'idea di punizione inflitta al prigioniero
e al nemico, con l'intento di distruggere e disarticolare il suo cor­
po ed il suo mondo, i suoi sistemi di riferimento culturale ed i suoi
valori. In questo senso, sia la tortura, che la guerra sono tese alla
«decostruzione», all'«alterazione dei tessuti corporei», alla trasfor­
mazione del corpo in voce, in segno o in silenzio, sottolineando
la presenza del corpo proprio nel momento della sua mutilazione
o annichilimento, fino ad innalzare le «insegne del potere». Ma la
civiltà, al contrario del dolore, privo di contenuti referenziali e ten­
denzialmente muto, è capacità di costruzione e di ricostruzione del
mondo, e avanza attraverso la capacità di vincere e di contrastare
le tendenze al disfacimento. L'approfondita analisi della cultura oc­
cidentale, caratterizzata, secondo l'autrice, da un contesto di cre­
denze religiose giudeo-cristiane e dall'impulso ad esprimere se
stessa materialmente in beni ed oggetti, ricca di originali intuizioni,
offre gli strumenti idonei a cogliere alcuni aspetti cruciali del mon­
do in cui viviamo.

Elaine Scarry è docente di letteratura inglese e americana nella Harvard Uni­


versity. Oltre a questo volume ha pubblicato due raccolte di saggi: «Literature
and the Body: Selected Essays>> (1988) e «Resisting Representation>> (1990).

ISBN 88-15-02683-5

L. 50.000 (i.i.) 9 788815 026835


Le occasioni

XXX.
Elaine Scarry

La sofferenza del corpo


La distruzione e la costruzione del mondo

il Mulino
ISBN 88-15-02683-5

Edizione originale: The Body in Pain. The Making and Unmaking of the
World, New York, Oxford University Press, 1985 . Copyright © 1 985 by
Oxford University Press, Inc., New York. Copyright © 1990 by Società
editrice il Mulino, Bologna. Traduzione di Giovanna Bettini.

È vietata la riproduzione anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,


compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata.
Indice

p. 9 Introduzione all'edizione italiana, di Pier Cesare Bori

17 Introduzione
L'impossibilità di esprimere il dolore fisico. - Le conse­
guenze politiche dell'impossibilità di esprimere il dolore. -
La natura della creazione umana.

Parte prima: La distruzione

49 L La struttura della tortura: la trasformazione del


dolore reale nell'illusione del potere
Il dolore e l'interrogatorio. - L'aggettivazione della dissolu­
zione del mondo nel prigioniero. - La trasformazione del
corpo in voce. - Tre fenomeni simultanei nella struttura
della tortura.

103 IL La struttura della guerra: la contiguità del corpo


sofferente e degli obiettivi astratti della guerra
La guerra significa provocare danni fisici. - La guerra è una
contesa. - La differenza tra l'atto di danneggiare il nemico
e il modello della contesa. - La fine della guerra: il corpo
sofferente e gli obiettivi astratti giacciono fianco a fianco. -
Tortura e guerra: una differenza.

Parte seconda: La costruzione

277 III. Dolore e immaginazione


6 Indice

p. 309 IV. La struttura della fede e la sua trasformazione


nella produzione materiale
Guardate Rebecca: il corpo umano e la voce di Dio nella
gravidanza, nella riproduzione e nella moltiplicazione. - Le
scene di violenza fisica e il problema del dubbio. - La strut­
tura interna dei manufatti. - La creazione e la distruzione
dell'attività produttiva nel mondo materiale.

453 V. La struttura dell'artefatto


Gli artefatti: rendere sensibile il mondo esterno. - L'arte­
fatto come leva: la reciprocità trascende la proiezione.
Introduzione all'edizione italiana
Introduzione all'edizione italiana

Elaine Scarry, la cui impegnativa opera Il Mulino tempesti­


vamente presenta ai lettori italiani, è dal 1989 titolare a Har­
vard di un insegnamento di letteratura inglese e americana.
Nella sostanza E. Scarry va sviluppando, nel suo insegnamento
come in questo suo primo importante libro, una sua riflessione
cosl variegata da essere difficilmente definibile sotto il profilo
delle discipline coinvolte: estetica, medicina, filosofia politica
e del diritto, women 'studies . . . Come introduzione a questo la­
voro, vorrei suggerire al lettore di prestare attenzione, più che
alla molteplicità disciplinare, alle diverse «culture» che vi sono
rappresentate e vi interagiscono liberamente e originalmente.
Il lettore riconoscerà più facilmente anzitutto l'apporto del
marxismo, apporto del resto esplicitato in una sezione apposita
dell'opera, la quarta del quarto capitolo, dopo un' ampia tratta­
zione dedicata alle scritture ebraiche e cristiane. La stessa col­
locazione riflette una tesi fondamentale per questo libro, e che
viene enunciata alla fine appunto della trattazione dedicata al­
le scritture giudaico-cristiane. Posto il ruolo centrale che rive­
ste nella civiltà occidentale la visione ebraico-cristiana caratte­
rizzata dall'idea di creazione, come «costante impulso alla
espressione materiale di sé», la prospettiva in cui la Scarry si ri­
chiama a Marx e ai suoi scritti non è quella del critico delle
strutture economiche (e quindi politiche) dell'occidente, quan­
to appunto quello di «massimo filosofo della natura degli og­
getti materiali», che «accetta entusiasticamente l'impulso occi­
dentale alla autoggettivazione materiale». Integrato con temi
di provenienza varia, il motivo fondamentale che percorre tut­
to il libro, l'alienazione marxiana, è riconoscibile nella sequen­
za fondamentale, enunciata all'inizio del capitolo finale, dedi­
cato alla «struttura dell'artefatto»: sofferenza, immaginazione,
lavoro, oggetto prodotto, con ulteriori sottodistinzioni tra un
lO Introduzione all'edizione italiana

produrre come civiltà e produrre come estraniazione. In questa


prospettiva civiltà è «proiezione della vitalità», è creazione, co­
me espansione del corpo, attraverso oggetti e strumenti, in una
natura intesa come suo prolungamento; come, simmetricamen­
te, «decivilizzazione» è la distruzione del corpo, attraverso la
guerra e la tortura, o meglio la contrazione del corpo a signifi­
care un'ideologia estranea vincente.
Se Hegel e soprattutto Feuerbach fossero più apertamente
richiamati, sarebbe stato ancora più chiaro come questi pensie­
ri rappresentino una nuova organizzazione e un funzionamen­
to invertito di apparati concettuali di provenienza teologica.
Ma è del resto cosa nota. Feuerbach appunto, letto da Marx,
pare sia la premessa con cui E. Scarry legge ampiamente il ma­
teriale biblico ebraico e poi cristiano. Chi poi si aspetta che
questi testi siano presi da un punto di vista teologico sarà mol­
to deluso. Si veda per esempio, all'inizio della quarta parte, la
definizione delle Scritture come narrazioni relative a oggetti
creati in base alle quali il più importante di loro, cioè Dio, può
descrivere la struttura dell'intera creazione. E non mancano al­
la religione durissimi e freddissimi trattamenti: quando essa -
esattamente come la tortura - svuota il mondo di ogni signifi­
cato attraverso una possente distruttiva enfatizzazione del cor­
po, con il dolore inflitto o autoinflitto. E si leggerà anche, alla
fine del secondo capitolo che «se si infligge la tortura per atte­
stare la realtà di Cristo (come nell'Inquisizione), il fatto che l'i­
dea di Cristo sia in sé una concezione buona e bella non modi­
fica il fatto che si tratta esattamente dello stesso atto compiuto
per attestare l'idea intrinsecamente ripugnante della suprema­
Zia anana».
Il punto di vista dal quale Elaine Scarry parte per evocare,
con tanta ricchezza, le scritture ebraiche e cristiane non è tut­
tavia polemico, anzi: è per rivendicarvi il ruolo che in esse vi
hanno la creazione e la produzione materiale. In questo senso
si può stabilire, secondo la Scarry, un parallelismo tra la Bibbia
e Marx: «Se questa analisi è corretta, la relazione di Marx con
l'Occidente non è allora diversa dalla relazione del cristianesi­
mo con l'ebraismo: infatti, nonostante ci sia stato un tempo
lontano in cui il cristianesimo fu percepito come un rifiuto ra­
dicale della fede ebraica, a distanza di duemila anni è evidente
di per sé che il cristianesimo accettò il novanta per cento degli
assunti giudaici e, in virtù del dieci per cento residuo, divenne
Introduzione all'edizione italiana 11

il tramite mediante cui uno sbalorditivo artefatto inventato in


un angolino del Mediterraneo potè essere diffuso su un intero
emisfero, conferendo i suoi benefici non solo alla minuscola
popolazione che era legata per motivi etnici agli ideatori origi­
nari, ma alle popolazioni di diversi continenti». Cosl alla fine
del capitolo terzo, preparando appunto il capitolo quarto, de­
dicato poi alla <(Struttura della fede e la sua trasformazione
nella produzione materiale».
Questo capitolo succede a quello dedicato a <(Dolore e im­
maginazione», preceduto a sua volta da quelli dedicati alla tor­
tura e alla guerra. Questa concatenazione incide sul tono e sui
contenuti del capitolo quarto, dedicato all'analisi della creazio­
ne biblica, del nesso spirito-carne, ovvero voce-corpo, dei se­
gni materiali attraverso cui trova convalida la potenza, altri­
menti astratta, di Dio: il <(braccio» di Dio è spesso anche
un' <(arma» che ferisce il <(corpo aperto», nudo, dell'uomo (arm ,
solo l'inglese consente in realtà questo accostamento di signifi­
cati) . Ma il corpo è anche il luogo cui sono destinati, oltre che
la violenza, anche i benefici di Dio. E cosl anche gli oggetti
materiali: da un lato gli idoli, i manufatti che Dio aborre, dal­
l'altro gli oggetti, come il Tempio, che sono segni del suo pas­
saggio e della sua presenza.
Il Nuovo Testamento viene compreso, lo si è visto, come
sviluppo, potenziamento, diffusione di questa stessa idea di
contiguità tra materialità e materialità: il nesso tra corpo e vo­
ce, vi si sviluppa in quello tra carne e parola, che si fondono in
un modo che era impensabile nell'Antico Testamento dove il
confine tra corpo della reazione e voce (di Dio) era invalicabile
(il vitello d'oro era appunto la trasgressione idolatrica che dava
corpo a Dio stesso) . Se <d'Antico Testamento si apriva con la
genesi, la creazione dell'uomo e del mondo, il Nuovo si apre
con la genesi, la creazione, la nascita di Dio stesso». Al regime
dell'ascolto si sostituisce quello della visione e del contatto (la
resurrezione, e il contatto che guarisce) . Nel Nuovo Testamen­
to Dio è sia onnipotente sia soggetto al dolore e alla fragilità
dell'infanzia.
Una pausa di riflessione su quanto sinora esposto, materia
del grande capitolo quarto. L'autrice sostiene il parallelismo e
la continuità sostanziale dei due Testamenti, al posto dell'abi­
tuale contrapposizione, e sostiene egualmente la coessenzialità
di Marx alla civiltà occidentale, nonostante che ne sia uno dei
12 Introduzione all'edizione italiana

maggiori critici. A completare la simmetria avrebbe dovuto es­


sere probabilmente sviluppato un altro assunto implicito, quel­
lo della continuità sostanziale, al di là della consueta contrap­
posizione in chiave di spiritualismo contro materialismo, tra
concezione ebraico-cristiana e quella civiltà della produzione
materiale, di cui Marx sarebbe appunto massimo esponente.
L'interpretazione «materialistica» della Bibbia irrompe invece
nel libro in maniera alquanto imprevista e spaesante per il let­
tore italiano, già per sé poco familiare con il testo biblico. E
tuttavia nella sostanza credo che E. Scarry abbia molte ragioni
dalla sua parte, e altre ancora avrebbe potuto svilupparne (per
esempio, il ruolo che ha in Paolo lo spogliarsi e il rivestirsi di
una corporeità, quella di Cristo; forse anche qualche spunto
potrebbe essere dato da una riflessione sui sacramenti) . Certo,
se per esempio si considerano i risultati completamente diversi
che Simone Weil (che la Scarry conosce almeno in parte) ricava
dalla meditazione sulle Scritture ebraiche, con strumenti in
parte eguali a quelli della Scarry (la nozione marxiana di lavo­
ro, ad esempio) si rimane colpiti, dinanzi al divario tra le due,
da una impressione di congettura e provvisorietà delle inter­
pretazioni complessive, quali che siano. A ben guardare, si
scorge però che, più propriamente, si tratta di valutazioni, di
segni, positivi o negativi, che vengono attribuiti a questa o
quell'osservazione obiettiva: perché appunto anche la Weil è
molto avvertita del ruolo della violenza e della materialità nella
tradizione ebraica, ma proprio per questo la rigetta e l'oppone
a quella cristiana.
Il ricordo della Weil suggerisce però di proseguire e com­
pletare il quadro dei riferimenti. Un elemento sicuramente av­
vicina la sensibilità della Scarry ad uno dei punti più alti e spe­
cifici della meditazione della Weil: la riflessione sulla violenza
(la «forza») , riflessione che la Scarry riversa nel suo libro facen­
do proprio un filone di cultura «umanitaria» che ha il suo alveo
primario nei recenti movimenti per i diritti umani e per la pa­
ce. Muovendo da osservazioni sulla difficoltà di esprimere il
dolore e sulle fonti possibili in cui la sua espressione, nonostan­
te questa difficoltà, si può reperire (avverte l'autrice che lavo­
rare per la percezione del dolore è «lavorare contro la sua persi­
stente, autoisolante intensità, e perciò contro il dolore stes­
so»), E. Scarry giunge ad esaminare due casi macroscopici di
pratiche il cui carattere distruttivo viene negato grazie appun-
Introduzione all'edizione italiana 13

to a questo difetto di percezione e di comunicazione: la tortura


e la guerra. L'atteggiamento di fondo dell'autrice è espresso
chiaramente all'inizio del capitolo quinto: «Il fatto che la tor­
tura, che può essere definita con precisione solo dalla parola
stupidità, riesca a farsi passare nel mondo esterno come una
"raccolta di informazioni" non è un'ironia insensata, ma indica
l'ampiezza dell'errore che può separare la descrizione di un
evento dall'evento medesimo. La !abilità delle nostre facoltà
percettive e descrittive può essere anche maggiore in situazioni
che non siano cosl semplicemente, desolatamente, radicalmen­
te immorali come questa. Che la guerra, implacabilmente dedi­
cata al danneggiamento reciproco e distinguibile da altri titoli di
contesa soltanto per la natura specifica del danno che infligge,
possa essere stata cosl spesso descritta come se la violenza fos­
se assente indica di nuovo la facilità con cui le nostre facoltà
descrittive vengono meno di fronte a un evento che ci colpi­
sce . . . ». Ciò che vale anche per le scene di violenza dell'Antico
Testamento, che non vengono percepite come «un atto di im­
moralità divina semplice e incontestabile, ma come rivelazione
della superiore moralità di Dio» (e qui ci ricordiamo ancora del­
la protesta della Weil).
L'implicita ripulsa della «forza», la sensibilità al nesso pro­
duzione-violenza, la compassione per gli umani e l'affettuosa
meditazione sugli oggetti percorrono tutto il libro anche se tal­
volta celati dalla freddezza dell'analisi. Non si tratta di una
particolare nota di gentilezza: si tratta del vigoroso apporto di
un punto di vista femminile, che segna tutta la trattazione e
spiega il particolarissimo distacco che assumono le sue indagi­
ni, come si stesse di fronte a un universo costituzionalmente
alieno, iscritto sotto il segno di «for.za e inganno» (Machiavel­
li) . Molto rimane, sotto questo profilo, ancora implicito e ine­
spresso. Bisogna esser grati all'autrice, per non avere semplifi­
cato tutto in facili equazioni: proprio per questo il libro può la­
vorare, suscitando domande impreviste coll'accostare aree che
eravamo abituati a tenere separate.
PIER CESARE Boru
Elaine Scarry

La sofferenza del corpo


Introduzione

Anche se il tema di questo libro è uno solo, quest'unico te­


ma può essere suddiviso in tre argomenti distinti: primo, la dif­
ficoltà di esprimere il dolore fisico; secondo, le complicazioni
politiche e percettive che derivano da questa difficoltà; terzo,
la natura della esprimibilità sia corporea sia verbale, o, più
semplicemente, la natura della creazione umana.
Questi tre argomenti potrebbero essere raffigurati nel mo­
do migliore come tre cerchi concentrici; infatti, quando noi ci
poniamo al centro del primo scopriamo immediatamente di
trovarci già (fosse o meno questa la nostra intenzione) all'inter­
no della più ampia circonferenza del secondo, e non appena ci
accorgiamo di questo, ci rendiamo conto di essere stati fin dal
principio al centro del terzo. Essere al centro di ciascun cer­
chio vuoi dire essere, al tempo stesso, al centro di tutti e tre.
Il dolore fisico non ha voce, ma quando alla fine ne trova
una, questa comincia a raccontare una storia, una storia sul­
l'impossibilità di separare questi tre argomenti, saldamente in­
castrati l'uno nell'altro. Anche se lo scopo di questo libro è rac­
contare questa storia - e quindi mettere in luce le più ampie
strutture che essa implica - può essere utile, in apertura, ac­
cennare separatamente ai singoli argomenti.

L 'impossibilità di esprimere il dolore fisico

Quando si viene a sapere del dolore fisico di un'altra perso­


na, ciò che accade all'interno del corpo di quella persona può
assumere il carattere remoto di un profondo evento sotterra­
neo, un evento appartenente a una geografia invisibile che, per
quanto gravida di conseguenze, non è reale, perché non si è an­
cora manifestata sulla superficie visibile della terra. Oppure
18 Introduzione

può sembrare tanto lontano quanto gli eventi stellari di cui si


occupano gli scienziati, che ci parlano in modo oscuro di sibili
intergalattici di origine ancora ignota 1, o di «galassie Seyfert
lontanissime, una classe di oggetti al cui interno hanno luogo
di tanto in tanto eventi violenti di natura sconosciuta»2•
Vagamente inquietanti ma irreali, gravide di conseguenze
ma tendenti a dissolversi davanti alla nostra mente in quanto
non suscettibili di conferma sensoriale, le classi di oggetti invi­
sibili, come le falde sotterranee, le galassie Seyfert e le soffe­
renze nei corpi altrui guizzano davanti alla mente e poi scom­
paiono.
Ovviamente, il dolore fisico non si trova a molte miglia
sotto di noi o sopra di noi, ma nei corpi di persone che vivono
nel mondo in cui si svolge la nostra vita quotidiana, e che ad
ogni istante possono trovarsi soltanto a qualche centimetro di
distanza da noi. La stessa tentazione di richiamarsi alle analo­
gie con cosmologie lontane (e di tali analogie esiste una lunga
tradizione) è un segno del trionfo del dolore, in quanto il suo
carattere ripugnante è in parte determinato da questa separa­
zione completa tra il senso della propria realtà e la realtà delle
altre persone, che ha luogo anche in un raggio limitato.
Pertanto, quando si parla del «proprio dolore fisico» e del
«dolore fisico di un'altra persona», può quasi sembrare che si
stia parlando di due ordini di eventi completamente distinti.
La persona che soffre coglie il dolore <maturalmente» (cioè,
non può non coglierlo neppure con uno sforzo eroico); mentre
per chi è estraneo al corpo sofferente, ciò che è «naturale» è
non cogliere il dolore (è facile rimanere nella totale inconsape­
volezza della sua esistenza; anche facendo uno sforzo, si può
dubitare della sua esistenza, o si può mantenere la straordina­
ria libertà di negarla; e, alla fine, anche se si riesce ad afferrarla
con il massimo e prolungato sforzo dell'attenzione, l'elemento
di ripugnanza di quel «qualcosa» che si afferra non sarà che
una parte minuscola e vaga di ciò che chiamiamo il vero dolo­
re). Cosl, per la persona che soffre, il proprio dolore è un fatto
talmente incontestabile e indiscutibile che «provare dolore»
può essere pensato come l'esempio più convincente dell' «esse­
re certi»; per l'altra persona, invece, ciò è cosl difficile da af­
ferrare che «sentir parlare del dolore» può costituire il modello
principale dell'«essere in dubbio». Cosl, il dolore si insinua tra
Introduzione 19

di noi, senza che noi possiamo condividerlo, come ciò che non
può essere negato e non può essere provato al tempo stesso.
Qualunque sia l'effetto provocato dal dolore, esso si mani­
festa nell'impossibilità di essere condiviso, e questa impossibi­
lità è assicurata dal fatto che il dolore è refrattario al linguag­
gio. «L'inglese», scrive Virginia Woolf, «che può esprimere i
pensieri di Amleto e la tragedia di Lear, non ha parole per il
tremito o il mal di capo [ . . ]. Quando una qualunque studentes­
.

sa si innamora, può esprimersi con le parole di Shakespeare o


Keats, ma lasciate che chi soffre provi a descrivere quel suo do­
lore di capo a un medico, e non troverà le parole»J . Se è vera
per il mal di capo, l'analisi di Virginia Woolf è ovviamente an­
cora più vera per il dolore intenso e prolungato che può accom­
pagnare un cancro, delle ustioni, un'amputazione o un colpo,
cosl come il dolore intenso e prolungato che si può provare sen­
za che si manifesti alcuna malattia definibile. Il dolore fisico
non resiste semplicemente al linguaggio, ma lo distrugge atti­
vamente, provocando un ritorno immediato ad uno stato ante­
riore al linguaggio, ai suoni e ai gemiti che un essere umano
emette prima di apprenderlo.
Benché Virginia Woolf elabori le sue osservazioni in rela­
zione a una lingua particolare, il problema fondamentale da lei
descritto non è limitato all'inglese, ma è tipico di tutte le lin­
gue. Questo non significa che non si riscontri alcuna variazio­
ne nella esprimibilità del dolore quando si passa da una lingua
all' altra. L'esistenza di risposte al dolore culturalmente deter­
minate - per esempio, la tendenza di una popolazione a dar
sfogo ai lamenti e la tendenza di un'altra a soffocarli - è ben
documentata dalla ricerca antropologica. Cosl, un gruppo par­
ticolare di suoni e di parole, che in una certa lingua consentono
di esprimere le modificazioni cui è soggetta l'esperienza inte­
riore del dolore, può non avere un equivalente in un'altra lin­
gua: per esempio, il tormentato Filottete di Sofocle emette un
diluvio di urla e lamenti diversi, che nell'originale greco vengo­
no resi con una sequenza di termini formali (alcuni lunghi do­
dici sillabe), ma che almeno un traduttore ha ritenuto di poter
rendere in inglese soltanto con la sillaba «Ah», sempre la stes­
sa, seguita da una diversa interpunzione (Ah! Ah!!!!). Ma, an­
che ricorrendo ad ulteriori esempi, tali differenze culturali,
considerate complessivamente, costituirebbero soltanto un
margine di variazione molto ristretto, cosicché, alla fine, riu-
20 Introduzione

scirebbero ad evocare e confermare la generale uniformità del


problema decisivo, un problema che trae origine non tanto dal­
la mancanza di elasticità di una lingua o dalla riservatezza di
una cultura, quanto dall'assoluta rigidità del dolore stesso: la
sua refrattarietà al linguaggio non è semplicemente uno dei
suoi attributi occasionali o secondari, ma è essenziale alla sua
natura.
Il motivo per cui il dolore dovrebbe principalmente com­
portare, o richiedere, questa distruzione del linguaggio, diven­
terà chiaro a poco a poco, procedendo con la lettura; ma è pos­
sibile farsi una prima idea della spiegazione osservando il ca­
rattere insolito del dolore in confronto a tutti i nostri altri stati
interiori. I filosofi contemporanei ci hanno abituato a dare per
scontato che i nostri stati di coscienza interiori sono abitual­
mente accompagnati da oggetti del mondo esterno, che noi
non proviamo semplicemente dei «sentimenti», ma li proviamo
per qualcuno o qualcosa, che l'amore è amore per x, la paura è
paura di y, l'ambiguità è ambiguità rispetto az. Se si dovessero
enumerare tutti gli stati emotivi, percettivi e somatici che si ri­
feriscono ad oggetti - l'odio, la vista, la fame - l'elenco si al­
lungherebbe moltissimo e, pur alternando stati che ci procura­
no piacere e stati che detestiamo, esso costituirebbe, nel com­
plesso, un'affermazione coerente della capacità degli esseri
umani di superare i confini del loro corpo ed entrare in un
mondo esterno, condivisibile 4• Questo elenco, e l' affermazio­
ne che esso implica, si interromperebbe bruscamente nel mo­
mento in cui, passando attraverso gli stati interiori dell'uomo,
si dovesse alla fine arrivare al dolore fisico; infatti, il dolore fi­
sico - diversamente da qualunque altro stato della coscienza
- non ha referenti. Esso non è di o per qualcosa. È proprio
perché non richiede oggetti che esso, più di ogni altro fenome­
no, resiste all'aggettivazione nel linguaggio.
Spesso, uno stato di coscienza diverso dal dolore, se priva­
to del suo oggetto, tende a trasformarsi in uno stato di dolore
fisico; al contrario, quando il dolore fisico viene oggettivato,
esso (o perlomeno qualcosa della sua ripugnanza) viene elimi­
nato. Perciò, è importante inventare strutture linguistiche ca­
paci di penetrare e mettere ordine in questo settore dell'espe­
rienza normalmente cosl inaccessibile al linguaggio; il tentati­
vo dell'uomo di capovolgere la funzione de-oggettivante del
Introduzione 21

dolore imponendo al dolore stesso forme di aggettivazione è un


progetto gravido di conseguenze pratiche ed etiche.
Chi sono gli autori di questo tentativo di capovolgimento, i
creatori o quasi-creatori di un linguaggio adatto al dolore? Poi­
ché questo libro è stato concepito tenendo costantemente con­
to delle parole di cinque gruppi differenti di donne e di uomi­
ni, sarà utile ricordarli qui, benché tutti insieme costituiscano
soltanto un elenco molto parziale di tutti coloro che hanno par­
tecipato alla lunga storia di questa lotta.
In primo luogo, ovviamente, vengono gli individui che
hanno subito un grande dolore, le cui parole sono potute arri­
vare fino a noi o perché essi stessi le ricordano, o perché le ri­
corda un amico, o perché sono state registrate e tramandate,
per esempio, in una storia scritta del caso. Per quanto esiguo
possa essere il numero complessivo delle parole, per quanto
gettate al vento (perché non comprese in affermazioni compiu­
te), da questi frammenti di linguaggio si può apprendere qual­
cosa non solo sul dolore, ma anche sulle capacità degli uomini
di creare delle parole. Essere presenti nel momento in cui il do­
lore provoca un ritorno alla fase pre-linguistica delle grida e dei
gemiti vuoi dire essere testimoni della distruzione del linguag­
gio; ma, al contrario, essere presenti quando una persona ab­
bandona questa fase, e dà forma alla realtà di ciò che sente nel
discorso, è quasi come avere l'opportunità di assistere alla na­
scita del linguaggio stesso.
Poiché la persona che soffre è normalmente priva della ri­
sorsa del discorso, non deve sorprendere che il linguaggio adat­
to al dolore venga talvolta creato da coloro che non soffrono,
ma parlano per conto di chi soffre. Benché sia estremamente
difficoltoso tradurre in parole la prostrazione altrui, vi sono
delle ottime ragioni per valeria fare, e cosl si creano delle vie
attraverso cui questa esperienza, la più privata di ogni altra,
comincia a penetrare nella sfera del discorso comune. Presen­
teremo ora quattro di tali vie.
La più evidente è forse la medicina, perché il successo del
lavoro del medico dipenderà spesso dalla sua sensibilità nel
prestare ascolto al linguaggio frammentario del dolore, di ren­
derlo comprensibile e di interpretarlo. L'elemento di incertez­
za introdotto nella frase precedente - «la più evidente è forse
la medicina» - testimonia il fatto che l'esperienza di molti
membri della professione medica confermerebbe la conclusio-
22 Introduzione

ne opposta, secondo cui i medici non si fidano della voce uma­


na (e quindi non l'ascoltano), e percepiscono in realtà la voce
del paziente come «narratore inaffidabile» di eventi corporei,
una voce da cui distogliere l'attenzione il più velocemente pos­
sibile, in modo da poterla evitare rendendola trascurabile ri­
spetto agli stessi eventi fisici. Ma se l'unico segno esteriore del­
l'esperienza interiore del dolore (che non provoca alterazioni
nei valori ematici, ombre sulle radiografie o anomalie visibili
con la TAc) è il resoconto orale del paziente (comunque inade­
guato), allora ignorare la voce significa ignorare l'evento cor­
poreo, ignorare il paziente, ignorare la persona che soffre. Co­
sl, si può credere alla realtà del cancro individuabile mediante
la radiografia di un paziente, ma non al dolore che l'accompa­
gna, e applicare al dolore un rimedio poco efficace. L'ambito
della medicina, cosl come tutti gli altri ambiti dell'esperienza
umana, fornisce un esempio del fenomeno allarmante, già ac­
cennato: provare un grande dolore significa esserne certi; sen­
tire che un'altra persona prova dolore significa dubitarne. (Il
dubbio dell'altra persona, in questo come in qualunque altro
ambito, amplifica la sofferenza di coloro che stanno già pro­
vando dolore.)
L'ambito della medicina, comunque, fornisce anche molti
esempi opposti; e benché questo sia stato storicamente vero a
lungo (perché sono sempre esistiti singoli medici il cui lavoro
quotidiano implicava un amore profondo per il corpo umano e
un profondo rispetto per la voce umana) è diventato particolar­
mente vero per la medicina dell'epoca attuale, che ha comin­
ciato a dedicare un'attenzione crescente alla natura e alla tera­
pia del dolore.
Ciò che in un primo tempo può apparire come una semplice
coincidenza, illustra nel modo migliore fino a che punto la ri­
cerca medica sul problema fisico del dolore sia al tempo stesso
legata al problema della creazione del linguaggio: lo scopritore
di ciò che ora viene considerato come il modello teorico più
convincente e potenzialmente esatto della fisiologia del dolore
è anche l'inventore di uno strumento diagnostico che mette in
grado i pazienti di esprimere il carattere particolare del loro
dolore con una precisione maggiore di quanto fosse possibile in
precedenza. Ronald Melzack, che insieme al collega Patrick
Wall ha creato la tanto apprezzata e rinomata «teoria del con­
trollo della soglia del dolore», ha anche elaborato, con il collega
Introduzione 23

W.S. Torgerson, il «questionario McGill sul dolore» che, per


quanto meno noto, è tenuto in gran conto nella pratica medica
quotidiana e nella terapia del dolore.
L'invenzione del questionario diagnostico fu in parte do­
vuta al riconoscimento, da parte di Melzack, che la terminolo­
gia medica convenzionale («dolore leggero», «dolore acuto»)
descriveva soltanto un aspetto limitato del dolore: la sua inten­
sità; e che descrivere il dolore soltanto nei termini di quest'u­
nica dimensione equivaleva a descrivere la sfera complessa del­
l' esperienza visiva esclusivamente nei termini di un flusso di
luce5. Cosl, Melzack e Torgerson, dopo aver raccolto le parole
pronunciate più di frequente, in modo apparentemente casua­
le, dai pazienti, cominciarono a ordinarie in gruppi dotati di
una logica unitaria che, mostrando la coerenza interna ad ogni
serie di parole, consentivano di individuare le caratteristiche
del dolore. Udito separatamente, ogni aggettivo come «dolore
lancinante» o «dolore bruciante» può sembrare trasmettere in­
formazioni assai poco precise al di là del fatto generale della
sofferenza di chi parla. Ma quando l'aggettivo «lancinante»
viene inserito in una serie di certe altre parole di uso corrente
(«spasmodicm>, «convulso», «pulsante», «lancinante», «martel­
lante»), è chiaro che tutti e cinque i termini esprimono, con va­
ri gradi di intensità, una sensazione che ricorre a intervalli re­
golari, e cosl è anche chiaro che una dimensione connaturata
all'esperienza del dolore è questa «dimensione temporale». Al­
lo stesso modo, quando l'aggettivo «bruciante» viene collocato
in un contesto di altre tre espressioni («dolore rovente», «dolo­
re bruciante», «dolore cocente», «dolore che scotta»), è chiaro
che tutte e quattro richiamano l'esistenza di una <<dimensione
termica» del dolore, benché, ancora una volta, con un'intensi­
tà molto diversa. Ancora, le espressioni «che punge», «che pre­
me», «che attanaglia», «che provoca crampi», «che schiaccia»
esprimono ciò che Melzack e Torgerson hanno definito «pres­
sione costrittiva». Oltre a queste categorie, se ne possono co­
stituire altre più ampie; infatti, i gruppi «temporale», «termi­
co» e «costrittivo» sono tra quelli che, insieme, esprimono il
contenuto sensoriale del dolore, mentre certi altri raggruppa­
menti di parole esprimono il suo contenuto emotivo, e altri an­
cora quello valutativo e cognitivo.
Anche se la sensibilità di questo strumento diagnostico
verrà stabilita con esattezza soltanto dopo altri anni di verifi-
24 Introduzione

che e di uso, è già assodato che il questionario consente ai pa­


zienti di fornire con maggiore facilità delle descrizioni 6. È an­
che ormai evidente che l'insieme particolare di parole scelte
dal paziente permette di individuare la presenza o l'assenza di
una particolare malattia, cosl come i mezzi più efficaci per di­
minuire il dolore. La scelta delle tre espressioni <<che scotta»,
«che pulsa» e «che dà fitte», per esempio, rivela al medico che
il dolore del paziente è caratterizzato da una dimensione ter­
mica, una temporale e una spaziale. Poiché questa particolare
triade di dimensioni caratterizza alcune malattie e non altre, il
medico sa se deve pensare alla presenza di un'artrite, di un
cancro o di una lesione al sistema nervoso. Inoltre, poiché il
dolore caratterizzato da questa triade particolare di dimensioni
si è inizialmente rivelato (nei primi anni di uso del questiona­
rio) più sensibile ad alcune forme di terapia o di trattamento
che ad altre, il medico sa come avviare nel modo migliore la cu­
ra tanto attesa.
Sarebbe inesatto sostenere che sia il problema medico del
dolore sia il problema dell'espressione del dolore nell'ambito
medico sono stati risolti. Ma grazie alla mediazione esercitata
dalle strutture di questo questionario diagnostico, il linguaggio
(«come se», potrebbe dire T.S. Eliot, «una lanterna magica
proiettasse su uno schermo gli schemi dei nervi») ha acquistato
la capacità di fornire un'immagine esteriore di eventi interiori.
Melzack e Torgerson non hanno scoperto parole nuove, ma
hanno invece portato alla luce una struttura presente nel voca­
bolario limitato, già esistente, creato dai pazienti stessi. Cosl,
perché questo strumento diagnostico fosse inventato, era ne­
cessario l'assunto di Melzack, secondo cui la voce umana non
solo merita fiducia, ma è capace di rivelare con precisione gli
aspetti più refrattari della realtà materiale. La sua profonda fi­
ducia nella capacità della voce umana di dare informazioni di­
venta tuttavia chiara soltanto quando si riconosce che egli ha
trovato nel linguaggio non solo la testimonianza dell'esperien­
za interiore del dolore, i segni della malattia che l'accompagna
e l'invito a un trattamento appropriato (cosl come sono indica­
ti dal questionario McGill), ma vi ha anche trovato i segreti de­
gli stessi meccanismi neurologici e fisiologici; infatti, secondo
il suo stesso resoconto 7, proprio mentre ascoltava il linguaggio
dei suoi pazienti intul per la prima volta ciò che nella sua sue-
Introduzione 25

cessiva formulazione ci divenne noto come la «terapia del con­


trollo della soglia del dolore».
Questa stessa fiducia nel linguaggio caratterizza anche l'at­
tività che ha luogo in vari ambiti diversi da quello medico; e
cosl, alle storie di casi clinici e ai questionari diagnostici, si ag­
giungono altri documenti - le pubblicazioni di Amnesty In­
ternational, le trascrizioni di processi per lesioni personali, le
poesie e le prose di singoli artisti - che testimoniano l'espri­
mibilità del dolore nel linguaggio. Ciascuno di questi tre tipi di
documenti fa sl che il dolore penetri in una sfera dialogica più
ampia e sociale di quella che caratterizza la conversazione rela­
tivamente intima tra il paziente e il medico. Poiché tale sfera
pubblica assume un'importanza cruciale in questo libro, cia­
scuno dei tre tipi di documenti sarà ampiamente utilizzato, e
sarà talvolta l'oggetto principale della discussione, mentre al­
tre volte rimarrà sullo sfondo degli argomenti trattati.
La capacità di Amnesty International di porre fine alle tor­
ture dipende in primo luogo dalla sua capacità di comunicare la
realtà del dolore fisico alle persone che non lo stanno subendo.
Quando, per esempio, si riceve una lettera di Amnesty, le pa­
role che contiene devono in qualche modo trasmettere a chi la
legge il tormento patito dal corpo di qualcuno che può trovarsi
molto lontano dal proprio paese, il cui nome può essere a mala
pena pronunciato e della cui vita quotidiana non si conosce
nulla, salvo che essa non esiste più. Il linguaggio della lettera
deve anche combattere e vincere gli impulsi in esso connatura­
ti a cambiare tono: deve essere un linguaggio caratterizzato al
tempo stesso dal maggior tatto possibile (perché la sfera più in­
tima del corpo di un altro essere umano ne è il tema implicito o
esplicito) e dalla maggiore immediatezza possibile (perché il
fatto decisivo riguardo al dolore è la sua presenza, e il fatto de­
cisivo rispetto alla tortura è che essa c 'è). Normalmente, tatto
e immediatezza si contrappongono; cosl, la difficoltà di rende­
re l'uno o l'altro tono è accresciuta dalla necessità di renderli
entrambi contemporaneamente.
Lo scopo della lettera non è semplicemente mettere chi leg­
ge nella condizione di acquisire passivamente delle informazio­
ni, ma stimolare il suo attivo contributo all'eliminazione della
tortura. «Chi legge la lettera» può diventare, per esempio,
«l'autore di una lettera»; cioè, può cominciare ad usare il suo
linguaggio (benché possa anche servirsi del linguaggio fornito
26 Introduzione

da Amnesty International, cosl come Amnesty International, a


sua volta, si è servita di espressioni tratte dal linguaggio di ex
prigionieri politici) quando si rivolge ai funzionari di governo
competenti o a chiunque abbia il potere di porre fine alla tortu­
ra. Come si può dedurre da questa breve analisi, il presupposto
che l'atto di esprimere il dolore con le parole sia una premessa
necessaria al compito collettivo di ridurre il dolore è parte inte­
grante de}.l 'attività di Amnesty, cosl come della strategia tera­
peutica. E anche vero che qui, come nella medicina, la voce
umana deve aspirare a diventare un riflesso preciso della realtà
materiale: la capacità di Amnesty di porre fine alla tortura di­
pende dalla sua autorità internazionale, e la sua autorità inter­
nazionale dipende dalla sua fama di organizzazione sempre ri­
gorosa; le parole «qualcuno viene torturato» non possono esse­
re, né mai lo sono, pronunciate se non è vero che qualcuno vie­
ne torturato s.
Un quarto luogo in cui il dolore fisico si può esprimere nel
linguaggio è l'aula del tribunale, poiché, talvolta, quando una
persona ha subito lesioni molto gravi, da ciò consegue una
causa civile; e il concetto di risarcimento si estende non soltan­
to al danno corporeo visibile, ma all'esperienza invisibile della
sofferenza fisica. Vista da lontano, una simile causa può sem­
brare priva della chiarezza morale del lavoro compiuto da Am­
nesty International e nell'ambito della medicina. In questo ca­
so, per esempio, non è immediatamente evidente in che modo
l'atto verbale di esprimere il dolore (che può avere come risul­
tato un risarcimento in denaro della parte lesa) contribuiséa
esattamente ad eliminare il fatto fisico del dolore. Inoltre, insi­
ta nella struttura stessa della sua causa è la controversia circa la
corrispondenza tra linguaggio e realtà materiale: l'accuratezza
delle descrizioni dei patimenti fornite dall'avvocato della parte
lesa può essere contestata dall'avvocato dell'imputato (benché
in caso di lesioni molto gravi questo téndenzialmente non av­
venga) . Alla fine, diventerà chiaro il motivo per cui una civiltà
che crea istituzioni mediche e organizzazioni internazionali co­
me Amnesty International dovrebbe creare anche dei «rimedi»
giuridici alla sofferenza del corpo. Per il momento, sarà suffi­
ciente osservare che, qualunque sia la verità, una simile causa
produce una situazione che richiede, ancora una volta, di supe­
rare gli impedimenti all'espressione del dolore. Sotto la pres­
sione di questa esigenza, anche l'avvocato diventa un invento-
Introduzione 27

re di linguaggio, uno che parla per conto di un'altra persona (la


parte lesa) e cerca di comunicare la realtà del dolore fisico di
quella persona e delle persone che non stanno subendo alcun
dolore (i membri della giuria) .
Una quinta ed ultima fonte è l'arte, e cosl torniamo al pas­
so in cui Virginia Woolf lamenta l'assenza (o ciò che dovrebbe
più precisamente essere definito «quasi-assenza») di rappresen­
tazioni letterarie del dolore. Allarmata e costernata per il suo
linguaggio insufficiente, la persona che soffre potrebbe trovare
rassicurante apprendere che persino l'artista - la cui attività e
abitudine quotidiana non possono che affinare ed ampliare l'e­
spre�sività del linguaggio - normalmente ammutolisce di
fronte al dolore. I rari casi in cui questo non accade, tuttavia,
producono una forma di rassicurazione molto più convincente
(perché utilizzabile) - parole analoghe tratte dal linguaggio
letterario, forse interi periodi, che possono essere presi a pre­
stito quando sopraggiunge la crisi di silenzio della vita reale.
Talvolta, nell'ampio panorama di testi letterari, ci si imbat­
te in un dramma isolato, un film eccezionale, un romanzo
straordinario, in cui il tema della natura del dolore corporeo
non è affatto occasionale, ma centrale e costante. Nel Filottete
di Sofocle, la sorte di un'intera civiltà viene lasciata in sospeso
per permettere ai suoi ambasciatori di riflettere sulla natura
del corpo umano, sulla ferita in quel corpo e sul dolore provo­
cato da quella ferita. Sussurri e grida, di Bergman, si apre con le
prime parole del diario di una donna: «È lunedl mattina e io
soffro», e diventa, per tutta la sua durata (una durata che ha
costretto l'operatore a fotografare duecento differenti tonalità
di rosso per creare gli sfondi), un tentativo ininterrotto di
estrarre le sensazioni interne del corpo fuori dal pre-linguaggio
inarticolato dei «sussurri» e delle «grida», e di trasferirle nella
sfera della realtà esterna condivisa.
Più spesso, ma sempre molto raramente, può essere che
questo tema venga brevemente trattato in un singolo luogo di
un testo letterario, e questi passaggi, siano essi formati da una
sola riga o scena, possono riuscire a metterne in luce i diversi
aspetti, anche se lo scrittore ha semplicemente imprecato con­
tro il dolore, ha impiegato attributi denigratori («quell'inutile,
ingiusto, incomprensibile, insulso abominio che è il dolore fisi­
co», scrive Huysmans 9), o l'ha invece definito con un unico
nome: «Ho dato un nome al mio dolore e lo chiamo "cane"»,
28 Introduzione

annuncia Nietzsche in tono solenne, dando magistralmente ad


intendere di averla alla fine spuntata, «esso è tanto fedele,
tanto invadente e spudorato, tanto capace di distrarre, tanto
assennato quanto ogni altro cane, e io posso apostrofarlo e
sfogare su di lui i miei malumori, come altri fanno con i loro
cani, servitori e donne»1o. Nell'isolamento del dolore, anche il
fautore più irriducibile dell'individualismo potrebbe improv­
visamente preferire un mondo popolato da compagni, per
quanto immaginari e, per essere più tranquillo, subordinati.
La rarità con cui il dolore fisico è rappresentato in lettera­
tura è veramente sorprendente se paragonata alla frequenza
con cui l'arte mette in luce altre forme di sofferenza (i dilem­
mi di Amleto, la tragedia di Lear, il patema della «studentessa
qualunque» di Virginia Woolf) . La sofferenza psicologica, pur
essendo spesso difficile da esprimere per chiunque, ha un refe­
reni:e, è suscettibile di aggettivazione verbale, ed è così fre­
quentemente raffigurata nell'arte che, come il Settembrini di
Thomas Mann ci ricorda, non esiste praticamente opera lette­
raria che non tratti il tema della sofferenza, né opera letteraria
che non sia pronta a venirci in aiuto. È ovvio che la questione
«dell'aiuto» non è di per sé evidente: c'è sempre il pericolo
che la sofferenza di un personaggio letterario (sia fisica sia psi­
cologica) distolga la nostra attenzione dalla sorella o dallo zio
in carne ed ossa, che possono �sere aiutati se siamo sensibili
alle loro sofferenze, diversamente dai personaggi letterari; c'è
anche il pericolo che gli artisti, riuscendo ad esprimere così
bene la sofferenza, possano essere collettivamente pensati co­
me la categoria più autentica di sofferenti, e possano così in­
volontariamente sembrare più bisognosi di un aiuto effettivo
di altri.
Queste possibilità, comunque, ripropongono semplice­
mente alla nostra attenzione la questione generale della rela­
zione tra l'espressione del dolore e la sua eliminazione, che
scaturisce in ciascuno degli ambiti di espressione verbale de­
scritti in precedenza. L'importanza di tale questione divente­
rà più evidente soltanto dopo che saremo passati al nostro se­
condo argomento.
Introduzione 29

Le conseguenze politiche dell'impossibilità


di esprimere il dolore

Benché l'argomento palese delle riflessioni precedenti fos­


se la difficoltà di esprimere il dolore fisico, un altro argomento
è stato continuamente sfiorato: le complicazioni politiche che
derivano da questa difficoltà. Quanto intricato sia il rapporto
tra il problema del dolore e quello del potere può essere breve­
mente mostrato tornando ai quattro punti principali emersi in
precedenza e constatando quanto ciascuno sia gravido di con­
seguenze.
In primo luogo, abbiamo osservato quanto spesso due per­
sone possano trovarsi insieme in una stanza, l'una sofferente,
l'altra parzialmente o totalmente inconsapevole del dolore del­
la prima. Ma la domanda che viene spontanea in questo caso:
<(come accade che una persona possa trovarsi alla presenza di
un'altra che soffre e non accorgersi del suo dolore?», conduce
inevitabilmente a una seconda domanda, di cui ci occuperemo
ampiamente in questo libro: <(come accade che una persona
possa trovarsi alla presenza di un'altra che soffre e non accor­
gersi del suo dolore - non accorgersene fino al punto di inflig­
gere essa stessa dolore, e non smettere di infliggerlo?».
In secondo luogo, è stato osservato che non esiste di norma
alcun linguaggio per esprimere il dolore, che questo (più di
qualsiasi altro fenomeno) resiste all'aggettivazione verbale.
Ma la relativa facilità o difficoltà con cui ogni fenomeno dato
può essere rappresentato verbalmente determina anche la facilità
o difficoltà con cui quel fenomeno viene ad essere rappresentato
politicamente. Se, per esempio, fosse più facile esprimere un'a­
spirazione intellettuale piuttosto che la fame, si potrebbe sup­
porre che il problema dell'istruzione sarebbe socialmente rico­
nosciuto più di quello della denutrizione e della fame; o, anco­
ra, se la proprietà (cosl come le minacce alla proprietà) si potes­
se descrivere più facilmente dell'invalidità fisica (o dei pericoli
che corre un invalido), allora non ci sorprenderemmo scopren­
do che una società ha sviluppato delle procedure elaborate per
proteggere i <(diritti di proprietà» molto prima di riuscire a for­
mulare il concetto di <(diritti degli invalidi». Non è soltanto
esatto, ma tautologico rilevare che, dati due fenomeni qualsia­
si, quello più visibile riceverà più attenzione. Ma la sensazione
del dolore fisico non è semplicemente qualcosa che è meno fa-
30 Introduzione

cile esprimere di qualche altro evento, e non è semplicemente


qualcosa meno visibile di qualche altro evento, ma è cosl poco
esprimibile, cosl invisibile, che il problema va oltre la possibili­
tà che quasi ogni altro fenomeno presente nello stesso ambien­
te distolga l'attenzione da essa. In realtà, anche quando il dolo­
re è praticamente la sola cosa che conti in una certa situazione,
sarà possibile descrivere quest'ultima come se il dolore non esi­
stesse. Cosl, per esempio, la tortura finisce per essere descritta
- non soltanto dai regimi che la applicano, ma talvolta dalle
persone che non appartengono a tali regimi - come un modo
di ottenere delle informazioni o (ciò che è ancor più interessan­
te) come un modo di ottenere delle informazioni segrete. Scopri­
re i processi percettivi che rendono possibile questa descrizio­
ne fuorviante sarà il primo passo nell'ampia analisi strutturale
della tortura cui è dedicato il primo capitolo. Analogamente
(ma in un modo che non è affatto lo stesso), mentre l'attività
principale della guerra è infliggere danni fisici e l'obiettivo
principale in guerra è danneggiare il più possibile il nemico, il
fatto di infliggere danni fisici è tendenzialmente assente dalle
analisi strategiche e politiche della guerra: cosl, il secondo ca­
pitolo si aprirà con una rilettura degli scritti di Clausewitz,
Liddell Hart, Churchill, Sokolovsky ed altri teorici della guer­
ra, allo scopo di mostrare in che modo il problema del danno fi­
sico scompaia dalle loro analisi Il fatto che si diano descrizioni
fuorvianti della tortura o della guerra, benché sia in alcuni casi
intenzionale e in altri involontario, è comunque reso in parte
possibile dalla dìfficoltà intrinseca al tentativo di descrivere
con esattezza qualsiasi evento relativo al dolore fisico e alle fe­
rite.
La terza questione emersa in precedenza costituiva un'e­
stensione della seconda: benché di norma non esista alcun lin­
guaggio per esprimere il dolore, sia coloro che lo subiscono sia
coloro che desiderano parlare a nome di altri (nell'urgenza di
eliminare il dolore) hanno a disposizione uno strumento di
espressione verbale a dir poco frammentario. Poiché il dolore
fisico è compatto nell'aggredire il linguaggio, le strategie ver­
bali per respingere questo attacco sono assai poche e riappaio­
no costantemente quando si considerano le parole di un pa­
ziente, di un medico, di un attivista di Amnesty, di un avvoca­
to, di un artista: queste strategie verbali ruotano intorno al
«segno verbale» dell'arma, o su ciò che alla fine chiameremo
Introduzione 31

linguaggio dello «strumento». Ma vedremo anche che questo


segno verbale è cosl intrinsecamente precario che, quando non
sia attentamente controllato (come accade negli ambiti appena
citati) può avere effetti diversi e può anche essere deliberata­
mente utilizzato per fini opposti; si ricorre ad esso non perché
il dolore possa diventare visibile ma per renderlo ancora più in­
visibile, non per favorire l'eliminazione del dolore ma per farlo
subire, non per arricchire la cultura (come accade nella medici­
na, nella giurisprudenza e nell'arte) ma per demolirla. Il fatto
che il linguaggio dello strumento abbia, da un lato, un poten­
ziale profondamente buono e, dall'altro, sadico non deve in­
durre a concludere che tali potenziali siano inseparabili, né che
coloro che lo impiegano nel primo modo siano per qualche mo­
tivo coinvolti nelle azioni di coloro che lo impiegano nel secon­
do modo. Al contrario: i due tipi di impiego non sono sempli­
cemente distinti, ma si escludono a vicenda; in effetti, vedre­
mo come uno dei compiti fondamentali della civiltà sia dare
stabilità a questo segno estremamente elementare.
Il quarto punto importante emerso nelle considerazioni ini­
ziali era l'individuazione del modo in cui il dolore si insinua tra
noi come qualcosa che non può essere negato e, al tempo stes­
so, non può essere provato (per cui viene citato nel discorso fi­
losofico come un caso di convinzione o, all'opposto, come un
caso di scetticismo) . Subire un dolore è essere certi, sentir par­
lare del dolore è essere in dubbio. Ma vedremo che il rapporto
tra dolore e credenze è ancora più problematico di quanto si sia
fino ad ora sostenuto. Se gli attributi interiori del dolore ven­
gono esternati (mediante l'aggettivazione verbale, o qualche
altro mezzo) nel mondo visibile, e se si individua il referente di
questi attributi oggettivati nel corpo umano, allora la sensazione
di sofferenza di una persona potrà essere conosciuta da una se­
conda persona. Tuttavia, può accadere che gli attributi interio­
ri del dolore, una volta esternati nel mondo visibile, abbiano
un referente diverso dal corpo umano. Cosl, le caratteristiche in­
teriori del dolore - tra cui la sua forza indomabile, o la sua
realtà incontestabile, o semplicemente la sua «certezza» -
possono essere sottratte al corpo e presentate come attributi di
qualcos'altro (qualcosa a cui mancano, in quanto tale, simili at­
tributi e che non appare di per sé veemente, reale o certo) .
D'ora in poi, nel corso della nostra esposizione, ci riferiremo a
questo processo con l'espressione «verifica analogica» o «prova
32 Introduzione

analogica». A poco a poco, diventerà palese che, in certi mo­


menti, quando all'interno di una società si manifesta una crisi
di credenze - cioè, quando le persone smettono di credere in
qualche idea centrale, o ideologia, o sistema culturale perché si
rivela palesemente fittizia o perché, per qualche ragione, non è
più confermata nelle forme consuete - la pura e semplice fat­
ticità materiale del corpo umano sarà presa a prestito per con­
ferire a quel dato sistema culturale un'aura di «realtà» e di
«certezza». Nella prima parte di questo libro, mostreremo co­
me questi periodi, durante i quali si verifica un crollo degli as­
sunti strutturali di una civiltà, siano dovuti a questo processo.
Il primo capitolo spiega la natura della verifica analogica, quale
ha luogo nella tortura, mentre il secondo capitolo mostra l'im­
portanza decisiva che essa riveste nella logica strutturale della
guerra. La seconda parte riprende l'argomento e mostra come
ciò appartenga al progetto originario della civiltà, tutt'ora in
corso, di diminuire la fiducia in questo processo di conferma, e
come tale progetto sia collegato, in occidente, con una crescen­
te pressione verso una cultura materiale o un'espressione mate­
riale di sé.
Come risulta evidente anche in questo breve riesame delle
quattro asserzioni iniziali di questo libro (come diventerà mol­
to più evidente) , la difficoltà di esprimere con chiarezza il do­
lore fisico fa sorgere gravissime complicazioni politiche e per­
cettive. Il fatto di non riuscire a esprimere il dolore - si tratti
dell'incapacità di oggettivare i suoi attributi o dell'incapacità,
una volta che siano oggettivati, di riferirli alla loro collocazio­
ne originaria all'interno del corpo umano - avrà sempre l'ef­
fetto di permettere la sua appropriazione da parte di forme de­
gradate di potere, e la sua fusione con esse; al contrario, il fatto
di riuscire ad esprimere il dolore avrà sempre l'effetto di sma­
scherare e rendere impossibile questa appropriazione e questa
fusione.
Scopriremo per quali vie sorgono queste complicazioni po­
litiche e percettive, e le descriveremo ricorrendo in parte alla
terminologia convenzionale (anche perché nessuna terminolo­
gia già esistente può essere utilizzata per descrivere gran parte
di ciò che verrà alla luce su questo tema) . Ogni tanto si renderà
necessario introdurre nell'argomentazione un termine un po'
convenzionale, per far notare come un fenomeno particolare
incontrato in un capitolo precedente si riproponga in uno sue-
Introduzione 33

cessivo. Per esempio, il primo capitolo fornisce un'ampia de­


scrizione del processo mediante il quale gli attributi del dolore
possono venire separati dal dolore stesso e assegnati a un siste­
ma politico, ma non cerca di offrire definizioni più specifiche
di questo processo. Quando però si presentano di nuovo delle
varianti di questo stesso fenomeno, nella IV e V parte del se­
condo capitolo e nelle prime tre parti del quarto capitolo, è uti­
le poter disporre (quasi fosse una specie di segno stenografico)
della definizione <(verifica analogica», allo scopo di poter discu­
tere e valutare sia le somiglianze sia le differenze decisive tra le
diverse varianti. Analogamente, ci sono altre quattro o cinque
espressioni (per esempio, instabilità del referente, oggetto in­
tenzionale) che diventano in certi punti necessarie; ma in cia­
scun caso il fenomeno cui il termine si riferisce sarà già stato
descritto, e cosl il modo particolare in cui esso viene impiegato
(che può coincidere o non coincidere con l'uso di questa termi­
nologia in altri contesti), cosl come la serie particolare di que­
stioni ad esso collegate, sarà chiaro. La sola eccezione è l'e­
spressione <(linguaggio dello strumento»: poiché essa compare
proprio all'inizio di questo libro, sarà utile darne subito una
descrizione e una spiegazione preliminari.
Poiché la terminologia del dolore già esistente contiene sol­
tanto una manciata di aggettivi, si passa con estrema rapidità
alle descrizioni immediate e (come ha osservato V.C. Medvei
nel suo saggio del l948 11 sul dolore) ci si imbatte quasi subito
nel <(come se»: sembra che . . . ; è come se . . . Dall'altra parte della
ellissi ricompaiono continuamente (qualunque sia il contesto
immediato in cui le parole vengono pronunciate: medico, lette­
rario o giuridico) solo due metafore, e si tratta di metafore il
cui intimo funzionamento è molto difficile da cogliere. La pri­
ma denota una causa esterna del dolore, uno strumento d'offe­
sa che viene presentato come ciò che provoca il dolore; la se­
conda denota il danno corporeo, presentato come ciò che ac­
compagna il dolore. Pertanto, una persona può dire: <(È come
se un martello picchiasse sulla spina dorsale», anche se non esi­
ste alcun martello; oppure: <(È come se tutte le giunture del
braccio fossero spezzate e qualcosa di tagliente mi trapanasse
la pelle», anche se le ossa delle braccia sono intatte e la pelle in­
tegra. Il dolore fisico non coincide con lo strumento che lo pro­
voca o con il danno (e spesso si manifesta in loro assenza), ma
34 Introduzione

questi oggetti sono dei referenti; di conseguenza, spesso vi fac­


ciamo ricorso per comunicare l'esperienza del dolore.
Per evitare confusioni su questo punto, dobbiamo rilevare
che, ovviamente, tutte le volte che il dolore si manifesta po­
trebbe effettivamente esserci un'arma (il martello può esistere
davvero) o una ferita (le ossa possono davvero trapassare la
pelle); e l'arma o la ferita possono immediatamente comunica­
re a chiunque sia presente la sensazione di dolore provata dalla
persona che soffre; in realtà, esse comunicheranno cosl bene
questa sensazione, che la persona, anche se non sta effettiva­
mente soffrendo, può avere difficoltà a convincere l'altro di
questo. Nei resoconti di casi clinici di persone il cui dolore è
insorto in seguito a un incidente, le frasi che descrivono l'inci­
dente (il momento in cui il martello, cadendo dalla scala, ha
colpito la spina dorsale) possono riuscire a comunicare il fatto
puro e semplice del tormento del paziente meglio di quanto
non facciano le frasi che tentano di descrivere direttamente il
dolore della persona colpita, anche se l'impatto del martello
(che dura un secondo) e il dolore (che dura un anno) non sono
ovviamente la stessa cosa (e, se chiedessimo al paziente se la
sensazione che prova è quella di un «colpo di martello», egli
potrebbe correggerci e dire che è piuttosto quella di una coltel­
lata) . Il punto centrale, qui, è che per quanto una causa reale
(un chiodo che si conficca nella pianta del piede) e una causa
immaginaria (la frase di una persona «è come se un chiodo si
stesse conficcando nella pianta del piede») comunichino en­
trambi qualcosa dell'esperienza interiore del dolore a chi è
estraneo al corpo di chi soffre, essi agiscono in questo modo
per la stessa ragione: in nessuno dei due casi il chiodo equivale
all'esperienza sensibile del dolore; eppure, poiché esso ha una
forma, una lunghezza e un colore, poiché esiste (nel primo ca­
so) e può essere descritto come se esistesse (nel secondo caso)
fuori dai confini del corpo, comincia a manifestarsi, ad oggetti­
varsi e a diventare condivisibile ciò che in origine è un'espe­
rienza interiore e non condivisibile.
L'arma (reale o immaginaria) e la ferita (reale o immagina­
ria) possono essere usate insieme per esprimere il dolore. In un
certo senso, l'intimo funzionamento delle due metafore (cosl
come le complicazioni percettive che derivano dal loro uso) si
sovrappone, perché la seconda (il danno corporeo) si presenta
talvolta come una variante della prima (lo strumento) . La sen-
Introduzione 35

sazione di dolore comporta la sensazione di subire qualcosa, e


la persona può esprimere guesto sia nei termini di un'azione
subita da oggetti esterni («E come se un coltello,. . . ») sia nei ter­
mini di un'azione scaturita dal proprio corpo («E come se le os­
sa trapassassero . . . ») . Cosl, benché l'espressione <(linguaggio
dello strumento>> si riferisca principalmente all'immagine del­
l'arma, il suo significato si estende anche all'immagine della fe­
rita. Di solito, però, la metafora del danno corporeo implica
anche una serie del tutto diversa di complicazioni percettive; e
queste complicazioni, cosl come i modi in cui esse vengono se­
parate dalla cultura, richiederanno un'analisi a parte e saranno
trattate in un lavoro successivo.
In quanto fatto fisico reale, un'arma è un oggetto che pene­
tra nel corpo e provoca dolore; dal punto di vista della perce­
zione, può portare all'esterno del corpo il dolore e i suoi attri­
buti, e renderli visibili. L'abitudine ad individuare il dolore nel­
l'arma (nonostante un oggetto inanimato non possa <(provare
dolore» né avere alcun' altra esperienza sensibile) è al tempo
stesso antica e costante. Omero, per esempio, parla di una
freccia <(che doveva portare neri dolori», come se la profonda
ferita che la freccia arrecherà fosse già contenuta in essa in mo­
do visibile e trasportata dall'oggetto - come se fosse tangibile
quanto il suo peso e la sua massa 1 2 • Margery Kempe, la mistica
del quattordicesimo secolo, parla di un <(chiodo rumorosa>> co­
me se, oltre al dolore che può essere provocato dal chiodo, gli
strepiti e le urla emessi dalla persona che prova dolore fossero
già udibili nel chiodo stesso u. Nello stesso senso, Wittgen­
stein si domanda se non dovremmo poter parlare della pietra
che causa dolore come se la sua superficie avesse delle <(mac­
chie dolorose» 1 4 . E le implicazioni di tale osservazione si
estendono ad una piccola scultura di Joseph Beuys, una lama di
coltello avvolta nella garza, esposta al museo Guggenheim nel
1979 e intitolata: <(Quando vi tagliate un dito, fasciate il col­
tello».
Il punto essenziale, qui, non è che il dolore può essere colto
nell'immagine dell'arma (o della ferita), ma che può essere qua­
si colto senza di essa: poche persone stenterebbero a compren­
dere l'angosciata affermazione di Michael Walzer: <(Non riesco
a concettualizzare il dolore infinito senza pensare a verghe e
staffili con punte di metallo , ferri roventi e altre persone» 15 , e
il fatto stesso che l'etimo della parola <(dolore» (pain) sia <(poe-
36 Introduzione

na» o «punizione» ci fa pensare che anche l'atto elementare di


attribuire un nome a questi eventi della sfera più intima impli­
chi un subitaneo balzo della mente dal corpo alle condizioni so­
ciali esterne, che può essere indicato come ciò che ha provoca­
to il dolore.
Una volta riconosciuta la capacità espressiva del linguaggio
dello strumento, non deve meravigliare che esso riappaia conti­
nuamente nelle parole di chi cerca di rappresentare oggettiva­
mente ed eliminare il dolore. Molte delle espressioni elementa­
ri elencate nel questionario McGill sul dolore (per esempio,
che brucia, che trafigge, che perfora, che punge, che attana­
glia) sono parti integranti di questo linguaggio poiché, come
chiariscono le parole di Melzack, un paziente può definire il
dolore che sente al braccio come un dolore «che brucia» o dire
invece: «È come se il braccio fosse in fiamme», può definire il
dolore che s�nte negli occhi come un dolore «che perfora» o di­
re invece: «E come se una punta di trapano . . . » (Alcune forme
di terapia del dolore invitano esplicitamente il paziente a con­
cettualizzare un'arma o un oggetto interno al corpo e poi ad
espellerlo mentalmente - un processo che ha dei precedenti in
rimedi molto più antichi, che spesso richiedevano la presenza
di uno sciamano o di uno stregone capace di «far uscire» dal
corpo, mediante la mimica, il dolore, servendosi di qualche og­
getto foggiato in modo adatto all'occorrenza). Anche chi svol­
ge ricerche nel campo della medicina usa il linguaggio dello
strumento quando descrive e rappresenta i meccanismi fisiolo­
gici: ne è un esempio il termine «punti stimolo» (usato per indi­
care i punti del corpo in cui il dolore ha di solito origine o le di­
rezioni in cui si diffonde) .
Anche chi lavora negli ambiti non medici descritti in prece­
denza - Amnesty International, il diritto, l'arte - mostra la
stessa consapevolezza della capacità espressiva contenuta nel
simbolo dell'arma: cosl, Amnesty International si è resa conto
che avrebbe potuto ottenere l'aiuto di uomini e donne in molte
attività quando l'immagine di uno strumento di tortura, pub­
blicata su un quotidiano nel 1963, suscitò un'immediata prote­
sta dei lettori di fronte al messaggio di dolore che l'oggetto fa­
ceva chiaramente intuire 16; il simbolo dell'arma viene messo
ripetutamente in campo in quella parte dell'arringa finale di un
processo per lesioni personali che è esplicitamente dedicata alla
descrizione del «dolore» e della «sofferenza» della parte lesa; e
Introduzione 37

l'iniziale capacità di Ulisse di ignorare completamente il dolore


di Filottete viene annullata dalla comparsa simbolica dell'ar­
ma; infatti, egli alla fine «vede» il dolore di Filottete soltanto
perché nuove circostanze gli impongono di occuparsi dell'arco
- di che altro? - di Filottete.
Questa breve serie di esempi illustra il potenziale buono
del linguaggio dello strumento, il fatto che ad esso ricorrano
coloro che desiderano esprimere il loro dolore (i pazienti di
Melzack) , esprimere il dolore di qualcun'altro (Amnesty, Sofo­
cle), o immaginare il dolore degli altri (Walzer) ; e un esame
dettagliato di ciascuno di questi usi confermerebbe il punto
d'importanza cruciale già messo in evidenza, secondo cui per
esprimere il dolore è necessario sia rendere oggettive le sue ca­
ratteristiche sia avere ben chiaro ciò a cui queste caratteristi­
che si riferiscono. Cioè, l'immagine dell'arma ci consente sol­
tanto di vedere gli attributi del dolore se è chiaro che gli attri­
buti che vediamo sono gli attributi del dolore (e non di qualco­
s'altro) . Il carattere profondamente problematico di questo lin­
guaggio, la sua intrinseca precarietà, sorge proprio perché esso
permette una rottura nell'identificazione del referente e quin­
di un'identificazione errata dell'oggetto cui appartengono gli
attributi. Mentre il vantaggio del simbolo è la sua prossimità al
corpo, il suo svantaggio è la facilità con cui può essere spazial­
mente separato dal corpo.
Dato che le armi vere feriscono le persone piuttosto che
guarirle, sarebbe sorprendente se l'iconografia delle armi aves­
se normalmente l'effetto di aiutare coloro che soffrono, e ov­
viamente non è cosl. Quando, per esempio, il linguaggio dello
strumento si inserisce nel discorso politico, l'uso che se ne fa è
spesso lontanissimo da quello appena accennato, come mostra
l'esempio che segue: si dice che la massima preferita da Ri­
chard Nixon, tutte le volte che aveva la meglio su un giornali­
sta e che perciò lo metteva a disagio, fosse: «Cosl quel cialtro­
ne è davvero liquidato» 17; George W allace disse una volta di
voler offrire al suo nemico un «clistere uncinato» (e quando fu
pubblicamente invitato a scusarsi per la sua frase, sembrava
credere che il problema fosse la sua scatologia piuttosto che la
sua crudeltà) 1 8 ; il linguaggio dello strumento è di nuovo indivi­
duabile nell'abitudine di Lyndon Johnson, durante la guerra
del Vietnam, di descrivere una vittoria militare o politica come
un «inchiodare la pelle di un giallo al muro»; e, confondendo in
38 Introduzione

modo impressionante il grande e il piccolo, Ronald Reagan si


lamentava della reazione sovietica alla decisione americana di
produrre la bomba al neutrone dicendo: «[l russi] strillano co­
me se fossero seduti sulla punta di un chiodo» 1 9 . Si potrebbe
discutere a lungo dell'importanza o dell'irrilevanza di questo
linguaggio (perché, anche se è chiaro che non è innocuo, non è
chiaro fino a che punto sia esattamente dannoso). Ma ciò che è
evidente di per sé e indiscutibile è questo: qualunque cosa
esprimano queste frasi, ciò che non esprimono è il dolore fisi­
co. In nessuna delle quattro il simbolo dell'arma ha l'effetto di
rendere visibile la sgradevolezza del dolore, e in nessuna delle
quattro chi parla ricorre a questo simbolo per suscitare l' atten­
zione e la solidarietà del pubblico nei confronti dell'esperienza
interiore della persona su cui agisce l'oggetto.
Alla fine, diventerà evidente che la particolare confusione
percettiva, favorita dal linguaggio dello strumento, è la fusione
del dolore con il potere. Per ora, è sufficiente rilevare che la
semplice comparsa del simbolo dell'arma in una frase pronun­
ciata, in un breve pezzo scritto o in un immagine visiva (per
esempio, la litania delle armi negli scritti di Sade, la loro pre­
senza saltuaria in una fotografia di moda o in un dipinto) non
significa che si sia verificato qualche tentativo di far vedere il
dolore; al contrario, significa spesso che la natura del dolore è
stata sospinta nell'oscurità più profonda.
Nel capitolo iniziale, mostreremo quale sia l'uso negativo
del linguaggio dello strumento, qui appena accennato, non nel­
le singole frasi, ma nella struttura di eventi più ampi, dove esso
raggiunge il massimo delle sue potenzialità sadiche. Nella tor­
tura, è in parte l'esibizione ossessiva dello strumento a far sl
che il corpo di una persona possa essere trasformato nella voce
di un'altra, e che la realtà del dolore umano possa tradursi nel­
l'illusione del potere di un regime. Il simbolo dell'arma sarà di
nuovo analizzato nel secondo capitolo, poiché la confusione
percettiva favorita dal simbolo rende ancora più difficile iden­
tificare con esattezza l'atto lesivo nella guerra (e quindi rende
più difficile identificare anche il tipo esatto di intervento che
potrebbe essere verosimilmente compiuto al suo posto} .
Se, da un lato, il linguaggio dello strumento occupa una po­
sizione centrale nella tortura e nella guerra - i due eventi in
cui gli assunti culturali consueti vengono sospesi - dall'altro,
le strutture di base della cultura hanno soprattutto lo scopo di
Introduzione 39

rendere stabile questo simbolo. Nella seconda metà del libro


(seconda parte, capitoli III-V) , l'analisi delle modificazioni del­
lo «strumento» via via operate dalle società civili, viene talvol­
ta esplicitamente condotta in termini di mutamento dell'icono­
grafia verbale o visiva (per esempio, il simbolo della croce, o i
simboli sulle bandiere dei diversi paesi) ; altre volte, viene con­
dotta in termini di ristrutturazione non dell'icona o immagine
ma dell' oggetto reale (per esempio, le modificazioni della forma
dell'arma, che permettono di trasformarla in un utensile o in
un semplice artefatto); altre volte ancora, quest'analisi viene
condotta in termini di azioni umane, associate a tali oggetti
(per esempio, il complicato lavorlo mentale con cui, nelle Scrit­
ture ebraiche, viene operata la distinzione tra «atto lesivo» e
«atto creativo». Il linguaggio di quest'ultimo periodo - <mten­
sile», «artefatto», «ristrutturare», «atto creativo» - è indicati­
vo del fatto che esiste un terzo argomento in questo libro, di
cui non ci siamo ancora occupati.

La natura della creazione umana

Abbiamo visto che il dolore fisico è difficile da esprimere,


e che questa inesprimibilità ha delle conseguenze politiche; ma
vedremo anche che queste conseguenze politiche - rendono
palese proprio ciò che è in gioco nella «inesprimibilità» - sve­
lano, operando un'inversione, il carattere fondamentale della
<(esprimibilità», sia verbale sia corporea. Pertanto, cosl come il
nostro primo argomento conduce al secondo, il secondo condu­
ce inevitabilmente al terzo: la natura della creazione umana.
Ciò che il <(distruggere» e il creare sono diventa alla fine
l'oggetto principale delle riflessioni di questo libro, come indi­
cano i titoli delle due parti in cui esso è suddiviso: distruzione e
costruzione. Il modo in cui gli argomenti trattati nella prima
metà spostano necessariamente l'attenzione sul problema della
creazione affrontato nella seconda metà, può essere qui breve­
mente indicato individuando e delineando il tema centrale del­
la tortura e della guerra prima e, successivamente, individuan­
do ciò che all'interno di questo tema suscita l'esigenza di com­
prendere più a fondo la <(Costruzione» stessa.
Basato sui resoconti orali di coloro che erano prigionieri
politici durante gli anni ' 70, il primo capitolo mostra che la
40 Introduzione

tortura è geograficamente tanto diffusa quanto ristretta e com­


patta è la sua struttura. Questa struttura implica la presenza si­
multanea di tre eventi inseparabili che, se descritti nel modo in
cui si susseguono, si presenterebbero in quest'ordine: primo,
infliggere un dolore fisico; secondo, rendere oggettivi gli otto
attributi principali del dolore; e, terzo, tradurre questi attribu­
ti nelle insegne del regime.
Nel capitolo iniziale, cerchiamo esclusivamente di indivi­
duare e di rendere palese questa struttura in tre parti. Ma un
esempio dell'aggettivazione e dell'appropriazione di ciascuno
degli attributi del dolore comincia anche a chiarire il motivo
per cui il libro, molto più avanti, si volgerà necessariamente al
tema della creazione. Il dolore fisico - per citare quello che,
per ora, è il suo attributo meglio conosciuto - distrugge il lin­
guaggio. La tortura infligge un dolore corporeo che è di per sé
distruttivo del linguaggio, ma la tortura mima (cioè oggettiviz­
za nell'ambiente esterno) questa capacità di distruggere il lin­
guaggio anche nell'interrogatorio, il cui scopo non è strappare
le informazioni volute ma, palesemente, decostruire la voce del
prigioniero. Abbiamo usato il termine «decostruire», e non
«distruggere», perché affermare che l'interrogatorio «palese­
mente distrugge» la voce del prigioniero implica soltanto che il
risultato dell'evento è la frantumazione della voce dell'indivi­
duo (e, se l'obiettivo fosse solo questo, non ci sarebbe bisogno
di un interrogatorio perché il solo dolore inflitto condurrebbe
a questo risultato) . In ogni caso, l'interrogatorio prolungato
oggettivizza vividamente anche il graduale movimento a ritro­
so lungo la via per la quale nasce il linguaggio e che qui viene
invertito, distrutto o decostruito. Vedremo che questa stessa
mimica della distruzione riappare costantemente in tutti i det­
tagli fortuiti che accompagnano la tortura - non solo in rela­
zione ai costrutti verbali (per esempio, frasi, nomi) , ma anche
in relazione agli oggetti materiali (per esempio, una sedia, una
tazza) e agli oggetti mentali (per esempio, gli oggetti della co­
scienza) . Cosl, diventa alla fine chiaro che questo non è sempli­
cemente un elemento che si ripresenta più volte all'interno del­
l'evento più ampio che fa da cornice, ma è questo stesso even­
to. In altri termini, non appena l'intera struttura in tre parti
dell'azione compare ai nostri occhi, cominciamo gradualmente
a renderei conto che la stiamo guardando; e ciò che stiamo
Introduzione 41

guardando è la struttura della distruzione. Torneremo sull'im­


portanza di questo fatto dopo il riassunto del secondo capitolo.
Anche la guerra ha una struttura. Come è lecito attendersi
quando si passa da un evento che coinvolge essenzialmente due
persone ad uno che ne coinvolge centinaia di migliaia e, anco­
ra, quando si passa da un evento in cui il danno subito da una
sola delle due parti ad uno in cui il danno è reciproco, la strut­
tura della guerra è più complessa e la sua identificazione richie­
de una serie di argomentazioni complicate. Comunque, il capi­
tolo è diviso in cinque parti e il tema principale viene ripreso in
tutte e cinque.
Le parti I (La gue"a significa provocare danni fisici) e II (La
gue"a è una contesa) costituiscono le due premesse necessarie
per rispondere alla domanda: «Che cosa differenzia il ferimen­
to da qualsiasi altra attività su cui può essere fondata una con­
tesa che ha lo scopo di arrivare a un vincitore e a un perdente?»
Si tratta di una domanda di importanza cruciale, perché se la
sola funzione del ferimento è quella di permettere ad una delle
due parti di nuocere il più possibile all'altra e quindi di stabili­
re il vincitore tra i contendenti, allora si sarebbe potuta rim­
piazzare pressoché con qualsiasi altra attività umana: pertanto,
il ferimento deve avere una seconda funzione. La parte III mo­
stra che la sola risposta che sia stata data a questa domanda
(esplicitamente da Clausewitz e implicitamente dai teorici poli­
tici e militari del ventesimo secolo) - cioè che la guerra ha il
potere di autorafforzarsi - non può in alcun modo essere esat­
ta. (Clausewitz era infastidito dalla palese inattendibilità di
questa spiegazione, anche se i teorici suoi contemporanei sem­
brano meno consapevoli della sua falsità.) La parte IV, la più
lunga e la più importante dell'intera argomentazione, fornisce
una risposta diversa, mostrando come la realtà indiscutibile
delle lesioni corporee venga usata, alla fine della guerra, per
conferire l'aura di realtà materiale al risultato conseguito dal
vincitore (cosl come all'idea stessa del vincitore), prima che i
diversi paesi partecipanti abbiano il tempo di fornire prove più
fondate. La parte V pone a confronto l'uso del corpo umano
nella tortura e nella guerra, allo scopo di illustrare la distanza
morale che separa i loro rispettivi procedimenti di verifica ana­
logica. La base della distinzione è il «consenso»: nella guerra, le
persone i cui corpi vengono utilizzati nel processo di rafforza­
mento hanno dato il loro consenso a quest'uso radicale del cor-
42 Introduzione

po umano, mentre nella tortura non si esercita alcun consenso


di questo tipo. Il capitolo termina mostrando che la guerra nu­
cleare si avvicina più al modello della tortura che a quello della
guerra convenzionale, perché è strutturalmente impossibile
che le popolazioni i cui corpi vengono usati nel processo di raf­
forzamento possano avere in qualche modo acconsentito all'u­
so dei loro corpi.
Come nel capitolo sulla tortura, l'obiettivo principale del
capitolo sulla guerra è individuare la natura dell'evento com­
patto che si sta analizzando, e non svelare la forma interna del­
la «distruzione». Ma, ancora come nel capitolo sulla tortura,
vedremo che l'obiettivo principale non può essere raggiunto
senza affrontare anche il secondo compito, perché «la struttura
della guerra» e «la struttura della distruzione» non sono due ar­
gomenti separati, ma uno solo. Se gli aspetti complessi di que­
sta fusione, allorché si rivelano a noi, hanno talvolta il difetto
di apparire stupefacenti, in ogni istante essi hanno anche la
virtù di confermare ciò che è ovvio; infatti, che la tortura e la
guerra siano atti di distruzione (e quindi in qualche modo l' op­
posto della creazione), che esse implichino la sospensione della
civiltà (e siano in qualche modo l'opposto della civiltà), sono
cose che abbiamo sempre saputo e che si colgono intuitivamen­
te, anche osservando questi due eventi da una grand� distanza;
la sola cosa che non sarebbe possibile prevedere da lontano, ma
che ci si impone come assiomatica non appena penetriamo al­
l'interno di questi due eventi, è che essi sono, nel modo più let­
terale e concreto possibile un'appropriazione, un'imitazione e
un capovolgimento ell'atto stesso della creazione. Una volta
che le strutture della tortura e della guerra siano state descritte
e poste a confronto, diventa chiaro che l'atto umano della co­
struzione comporta due fasi distinte - l'invenzione (la costru­
zione di immagini mentali) e l'attuazione (l'attribuzione di una
forma materiale o verbale all'oggetto mentale) - e che l'ap­
propriazione e la decostruzione dell'atto creativo avvengono
talvolta nel primo e talvolta nel secondo di questi due luoghi.
La seconda parte chiarisce la struttura della creazione che,
nella prima parte, emerge solo in modo schematico ed è capo­
volta. Il terzo capitolo si occupa specificamente della «costru­
zione di immagini mentali» (o di ciò che è stata appena chiama­
ta la fase dell'«invenzione»), e i capitoli quarto e quinto, insie­
me, prendono in esame l'atto della creazione di oggetti verbali
Introduzione 43

e materiali (o ciò che è stata appena chiamata la fase dell' «at­


tuazione») . Poiché gli argomenti principali di questi stessi capi­
toli si basano sulle osservazioni particolareggiate e reali sul do­
lore e sulle lesioni del corpo compiute nei capitoli precedenti,
esse verranno ricapitolate e introdotte nel passaggio dalla pri­
ma alla seconda parte, quando imboccheremo la via che alla fi­
ne ci condurrà oltre Pegaso e i telegrafi, oltre gli altari, le lam­
padine e le giacche, oltre le coperte, i processi per accertare la
responsabilità di un atto compiuto e le canzoni, cosl come i
vaccini della medicina e i sacri testi 20•
Termini come «creazione», «invenzione», <(costruzione»,
<dmmaginazione», non hanno, nel ventesimo secolo, implica­
zioni morali: l' <dmmaginazione», per esempio, viene solita­
mente descritta come un fenomeno eticamente neutro o amo­
rale; analogamente, l'espressione <(Costruzione materiale» è pri­
va di connotazioni particolari e, qualche volta (a causa del suo
fondersi col termine <(materialismo») , è pronunciata persino
con tono di derisione. Tuttavia, nella prima parte, emerge una
domanda tacita, che si potrebbe formulare nel modo seguente:
dato che la decostruzione della creazione è presente nella strut­
tura di un evento che viene ampiamente riconosciuto come
prossimo all'immoralità assoluta (la tortura) , e dato che la de­
costruzione della creazione è di nuovo presente nella struttura
di un secondo evento considerato moralmente dubbio da tutti
e totalmente immorale da alcuni {la guerra), non è singolare
che proprio l'oggetto che viene decostruito - la creazione ­
non abbia nella sua forma integra un diritto morale su di noi
tanto forte quanto quello degli altri è debole; che l'atto della
creazione non sia, per esempio, considerato connesso con la
giustizia nel modo in cui quegli altri eventi sono connessi con
la giustizia, che esso (il processo mentale, verbale o materiale
di costruzione del mondo) non sia considerato implicito e cen­
trale nell'eliminazione del dolore come la distruzione del mon­
do è considerata implicita nell'atto di procurare dolore? Ovvia­
mente, la moralità della creazione non può essere dedotta dal­
l'immoralità della distruzione, e si dimostrerà piuttosto da sé.
Il fatto stesso che noi la percepiamo solitamente come vuota di
contenuto etico, è per noi un segnale di quanto sia imperfetta e
frammentaria la nostra comprensione della creazione, e non
solo riguardo a questo, ma riguardo a molti altri aspetti. L' ele­
mento decisivo non è la valorizzazione della creazione, ma la
44 Introduzione

sua descrizione precisa, poiché se essa è realmente gravida di


conseguenze etiche, allora può essere che una solida compren­
sione di ciò che essa è ci metterà in grado di riconoscere più ve­
locemente ciò che sta accadendo non solo nelle situazioni criti­
che su larga scala, come la tortura o la guerra, ma anche nel ca­
so di altri antichi problemi morali, come l'iniquità della distri­
buzione materiale.
Alla fine, vedremo che la storia del dolore fisico diventa an­
che una storia sulla natura espansiva della facoltà umana di sen­
tire, la sensazione di essere vivi che è spesso una sensazione di
completa felicità, proprio come la storia dell'espressione del do­
lore fisico alla fine si inserisce nella più ampia cornice dell in­ '

venzione. Il primo�diale «come se» della persona che soffre


(«Sembra che . . . », «E come se . . . ») darà accesso alla serie di revi­
sioni controfattuali implicite nella creazione.
Questo libro tratta del modo in cui gli altri diventano visi­
bili ai nostri occhi o smettono di esserlo. Tratta del modo in
cui noi (e le sensazioni originariamente interiori) ci mettiamo a
disposizione l'uno dell'altro con mezzi verbali o materiali, e
anche del modo in cui la mancata percezione di questi mezzi
può impedire la vista dell'altro. Il titolo del libro, La sofferenza
del corpo, indica quale argomento del libro il più ristretto degli
spazi, la piccola sfera della materia vivente; il sottotitolo indica
quale suo argomento l'area più estesa, la distruzione e la costru­
zione del mondo. Ma i due argomenti vanno insieme, perché in
gioco, nel corpo che soffre, sono letteralmente la costruzione e
la distruzione del mondo.

Note all'Introduzione

1 T. Ferris, Crucibles ofthe Cosmos, in «New York Times Magazine)), 14


gennaio 1979.
2 W. Sullivan, Masses o/ Matter That May Help Bind Universe, in «New
York Times)), 1 1 luglio 1977.
3 V. Woolf, On Being Ill, in Collected Essays, vol. IV, New York, Har­
court, 1967, p. 194.
4 L'accento posto qui su «esteriorità)) e «condivisibilità)) non significa
che sia stata formulata qualche ipotesi sulla realtà dell'oggetto; infatti, persi­
no un oggetto immaginario (per esempio, uno spettro, un unicorno) viene so­
litamente vissuto da chi lo immagina come qualcosa che esiste al di fuori dei
confini del corpo; e benché esso sia meno condivisibile di un oggetto reale, è
Introduzione 45

ovviamente più condivisibile (nominabile, descrivibile) dell'assenza di og­


getti.
Anche se possiamo dire, «Lo spettro di cui lei parla esiste soltanto nella
sua mente», il solo fatto che lei ci abbia indotto a pronunciare questa frase si­
gnifica che l'oggetto, benché irreale, è esteriorizzabile e condivisibile: lei ha
reso visibile a coloro che si trovano al di fuori del suo corpo il contenuto non
più interamente nascosto e invisibile della sua mente. Il fatto degno di nota
non è che una persona metta un'altra persona nella condizione di vedere uno
spettro (infatti questo accade raramente), ma che una persona metta abitual­
mente un'altra persona nella condizione di penetrare con lo sguardo nella
propria coscienza.
5 R. Melzack, The Puzzle o/Pain, New York, Basic, 1973, p. 41 (trad. it.
L 'enigma del dolore. Aspetti psicologici, clinici e fisiologici, Bologna, Zanichel­
li, 1976). Si veda anche l'edizione rivista, in collaborazione con Patrick D.
W all, The Challenge ofPain, New York, Basic, 1983.
Questa analogia è sorprendente e stimolante: il fatto che abbia condotto
Melzack ed altri ad importanti intuizioni sugli attributi del dolore piuttosto
che sulla sua intensità è una prova della sua fecondità. In senso stretto, co­
munque, non è quasi certamente vero che l'intensità sia per l'esperienza del
dolore ciò che il flusso di luce è per la visione, perché il dolore (per quanto
variabile e pluridimensionale) tende ad essere più unidimensionale di quanto
non lo sia la visione, e gran parte del suo carattere ripugnante e terrorizzante
deriva da questa unidimensionalità. In effetti, quando noi attribuiamo
un'«intensità» a qualcosa (ciò che facciamo continuamente con il dolore e so­
lo occasionalmente con gli oggetti della vista, dell'udito o del gusto) solita­
mente vogliamo in parte esprimere con ciò il fatto che una dimensione è di­
venuta dominante (per esempio, l'esser rosso del rosso, il suono acuto della
sirena, il dolore del dolore) . Questo vuoi dire che è nella natura dell'intensità
isolarsi completamente, catturare a tal punto l'attenzione da staccarsi da
qualunque contesto rispetto a cui essa potrebbe venire qualificata o misura­
ta. Mediante questo processo percettivo l'intenso diventa l'assoluto.
Benché il paragrafo precedente metta in dubbio l'assoluta esattezza del­
l'analogia di Melzack, al tempo stesso ne conferma la ricchezza di implicazio­
ni. Si potrebbe affermare che se il dolore avesse un obiettivo, se ne percepi­
rebbe e conoscerebbe esclusivamente l'intensità. Coloro che si adoperano
per rendere riconoscibili gli altri suoi attributi, lavorano contro la sua persi­
stente, autoisolante intensità, e perciò contro il dolore stesso.
6 Si possono trovare delle descrizioni del questionario McGill sul dolore
anche nelle riviste mediche, come «Pain: the Journal of the International As­
sociation for the Study of Paim> (dal 1975 ad oggi) . Questi articoli, benché
trattino principalmente della sicurezza delle capacità diagnostiche specifiche
del questionario, descrivono talvolta le reazioni dei pazienti all 'elenco di pa­
role che viene loro sottoposto. Coloro che somministrano il questionario
vengono colpiti dalla facilità con cui i pazienti riconoscono quella che essi
considerano la parola «giusta», dalla «sicurezza» con cui essi distinguono gli
aggettivi appropriati da quelli inappropriati, dal «sollievo» e persino dalla
«felicità» che essi manifestano di fronte alla possibilità di scegliere delle pa­
role che in quel momento essi non sono in grado di trovare da soli.
46 Introduzione

7 Conversazione con Ronald Melzack, Montreal, McGill University, 9


giugno 1977.
8 L'ex direttore della Campagna per l'abolizione della tortura di Amne­
sty International spiega che in ogni caso di sospetta tortura è più probabile
che Amnesty International sia indotta ad assumere erroneamente che essa
stia avvenendo (e perciò a cominciare subito ad adoperarsi perché essa abbia
fine) piuttosto che a cadere nell'errore di attendere una conferma prima di
intervenire (e perciò permettere che essa continui se sta effettivamente avve­
nendo). Ma questo impulso dovrebbe essere combattuto, perché una sola fal­
sa denuncia di tortura potrebbe diminuire la capacità di Amnesty Internatio­
nal di porre fine alla tortura in tutti i casi successivi. (Conversazione con
Sherman Carroll, Direttore della Campagna per l'abolizione della tortura,
Segreteria internazionale di Amnesty International, London, agosto 1977.)
L'«Urgent Action Network» di Amnesty International fornisce chiare
istruzioni a chi scrive le lettere circa l'opportunità di usare o meno la parola
«tortura�> in un appello a favore di un particolare prigioniero.
9 J.K. Huysmans, Controcorrente, Milano, Garzanti, 19856.
1° F. Nietzsche, La gaia scienza, in Idilli di Messina, La gaia scienza e scel­
ta di/rammenti postumi (1 881-1 882), Milano, Mondadori, 197 1, p. 174.
1 1 V.C. Medvei, The Menta! and Phisical Effects of Pain, Ed.inburgh, Li­
vingstone, 1949, p. 40.
12 Omero, Iliade, Milano, Garzanti, 19879, Libro IV, p. 62.
u In una edizione moderna degli scritti di Margery Kempe, il curatore

ha ritenuto che l'aggettivo «rumoroso» fosse impiegato in un modo cosi biz­


zarro da sostituirlo con l'aggettivo «grezzo». Si veda The Book of Margery
Kempe, a cura di W. Butler-Bowdon e con un'introduzione di R. W. Cham­
bers, New York, Devin-Adair, 1944, XXV.
14 L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, Oxford, Blackwell,
1953, trad. it. Ricerchefilosofiche, Torino, Einaudi, 19743, p. 137.
15 M. Walzer, ]ust and Un;ust Wars: A Mora! Argument With Historical
Illustrations, New York, Basic, 1977, p. 24.
16 Interview to Peter Benenson, in <<New Review», 4 (febbraio 1978), p.
29.
1 7 W. Safire, citato in W. Porter Assault on the Media: the Nixon Years,
Ann Arbor, University of Michigan Press, 1976, p. 196.
18 Intervista a George Wallace, in «Sixty Minutes», trasmissione della
C.B.S., 17 aprile 1977.
19 La rencontre Mitterand-Reagan aura lieu les 18 et 1 9 octobre, in «Le
Monde», 15 agosto 198 1 , p. l. Si veda anche «Time Magazine», 24 agosto
198 1 .
2 0 L'autrice si riferisce qui alle analisi compiute nei capitoli successivi
[N.d. T.].
Parte prima

La distruzione
I

La struttura della tortura:


la trasformazione del dolore reale nell'illusione del potere

In nessuna circostanza il potenziale sadico di un linguaggio


basato sulla forza è cosl evidente come nella tortura. La tortura
comprende il linguaggio, parole e suoni umani specifici; al tem­
po stesso, è essa stessa linguaggio, aggettivazione, esteriorizza­
zione. Il dolore autentico, straziante, viene inflitto a una per­
sona; ma la tortura, che comprende degli atti diretti specifica­
mente a provocare dolore, è anche una messa in mostra e
un'amplificazione dell'esperienza interiore del dolore. Provo­
cando scientificamente il dolore nel corpo del prigioniero, essa
rende visibile la struttura e l'intensità di ciò che di solito è pri­
vato e incomunicabile, racchiuso entro i confini del corpo di
chi soffre. La tortura ha poi l'effetto di negare, falsificare la
realtà di ciò che essa stessa ha oggettivato, ricorrendo a un
espediente di carattere percettivo, che trasforma la vista della
sofferenza nello spettacolo totalmente fittizio ma, per i tortu­
ratori e per il regime che essi rappresentano, totalmente con­
vincente del potere. Il dolore fisico è cosl incontestabilmente
reale che sembra attribuire la sua qualità di «realtà incontesta­
bile» a quel potere che l'ha generato. Ovviamente, è proprio
perché la realtà di quel potere è cosl altamente contestabile, il
regime cosl instabile, che si ricorre alla tortura 1 .
Ciò che favorisce l a trasformazione del dolore assoluto nel­
l'illusione di un potere assoluto è l'esibizione ossessiva, inten­
zionale, della forza. Al livello più semplice, lo strumento esibi­
to è l'arma. La testimonianza fornita dalle vittime della tortura
in molti paesi diversi include quasi immancabilmente la descri­
zione di situazioni in cui esse venivano costrette a fissare l' ar­
ma che avrebbe causato loro dolore: i prigionieri sotto la ditta­
tura greca ( 1967- 1971) , per esempio, dovevano guardare una
parete su cui erano stati sistemati fruste, bastoni, mazze e bac­
chette; dovevano esaminare le dimensioni del pugno del tortu-
50 La distruzione

ratore e l'anello con le cifre che <<egli portava, e che rendeva i


suoi colpi più dolorosi»; oppure erano costretti a guardare uno
scudiscio di cuoio ricoperto del sangue rappreso di un altro pri­
gioniero2. Ma qualunque sia l'arma principale di un regime, es­
sa è soltanto una delle tante, e la sua esibizione è solo una delle
innumerevoli forme di esibizione: la tortura è un metodo che
non solo trasforma, ma annuncia la trasformazione di ogni
aspetto immaginabile dell'evento e dell'ambiente in uno stru­
mento capace di provocare dolore. Non è casuale che nell'idio­
ma dei torturatori la stanza in cui veniva perpetrata la brutali­
tà fosse chiamata la «sala di proiezione» nelle Filippine3 la «sa­
la cinematografica» nel Vietnam del Sud 4 e il «palcoscenico
con le luci blu» in Cile5: basata su queste continue esibizioni,
aventi lo scopo di produrre una fantasiosa illusione di potere,
la tortura è un grottesco dramma compensativo.
L'ottusità morale, poi, qui come nelle sue forme meno cru­
deli e ripugnanti, ha una struttura inconscia. In senso generale,
nella tortura si manifestano invariabilmente e contemporanea­
mente tre fenomeni che, se presi separatamente, si succedereb­
bero in quest'ordine: primo, il dolore viene inflitto a una per­
sona aumentandone progressivamente l'intensità; secondo, il
dolore è cosl amplificato nel corpo della persona, da venire og­
gettivato, reso visibile a chi è estraneo al corpo di quella perso­
na; terzo, il dolore oggettivato viene negato in quanto dolore e
interpretato come potere, un'interpretazione resa possibile
dalla mediazione ossessiva dello strumento. Il meccanismo di
questi tre fenomeni emergerà in modo molto graduale durante
la seguente descrizione del posto che occupano il corpo e la vo­
ce nella tortura.

Il dolore e l'interrogatorio

La tortura consiste principalmente in un atto fisico, l'in­


fliggere dolore, e in un atto verbale, l'interrogatorio; raramen­
te il primo ha luogo senza il secondo. Come avviene nell'epoca
attuale, anche la maggior parte degli episodi storici di tortura,
come l'Inquisizione, ha inevitabilmente previsto l'interrogato­
rio: il dolore è tradizionalmente accompagnato dalla «Doman­
da». Anche la storia antica conferma la presenza costante di
questo accoppiamento: per esempio, gli stranieri catturati dalle
La struttura della tortura 51

sette yaksha, in India, venivano sacrificati dopo essere stati


sottoposti a una serie di quesiti 6. La connessione tra l'atto fisi­
co e l'atto verbale, tra il corpo e la voce, viene spesso interpre­
tata o definita in modo errato. Benché l'informazione cercata
durante un interrogatorio non sia quasi mai considerata un mo­
tivo valido per torturare, essa è spesso interpretata come il mo­
tivo per cui si tortura. Ma per ogni caso in cui qualcuno in pos­
sesso di informazioni decisive viene interrogato, ci sono centi­
naia di persone interrogate che potrebbero non sapere nulla di
minimamente importante per la stabilità o per l'idea che il re­
gime ha di se stesso 7. Proprio come in un regime precario il
motivo dell'arresto è spesso irrisorio (le uova del pollivendolo
erano troppo piccole - Grecia 8), e proprio come il motivo per
cui si puniscono i prigionieri è spesso una finzione (gli uomini,
benché rinchiusi nelle loro celle, guardavano e applaudivano
mentre alla televisione veniva data la notizia che un aereo mili­
tare si era schiantato al suolo - Cile 9), cosl quello che viene
spacciato come il motivo della tortura è una finzione.
L'idea che il bisogno di informazioni sia il motivo della
crudeltà fisica nasce dal tono e dallo stile dell'interrogatorio,
più che dal suo contenuto: le domande, indipendentemente dal
carattere sprezzantemente irrilevante del loro contenuto, ven­
gono annunciate e vengono poste, come se motivassero la cru­
deltà, come se le risposte fossero d'importanza cruciale. Poche
altre volte il linguaggio umano riesce a fondere insieme cosl be­
ne il tono interrogativo, quello dichiarativo e quello imperati­
vo, cosl come la forma enfatica di ciascuno dei tre, il tono
esclamativo. Ognuno di essi implica una relazione radicalmen­
te diversa tra chi parla e chi ascolta, per cui il rapido susseguir­
si e alternarsi di questi toni e delle relazioni che essi implicano
- di indipendenza nel caso del tono esclamativo, di ambigua
dipendenza nel caso di quello interrogativo, di dominio nel ca­
so di quello imperativo, come se ciascuno, separato e indipen­
dente dagli altri, acquistasse una validità assoluta sotto la pres­
sione del tono esclamativo - indicano un livello di instabilità
cosl alto che l'interrogante sembra coinvolto nell'esito fin nel
profondo del suo essere. In realtà, quando questo genere di fu­
sione ha luogo nel linguaggio umano privato, non politico, e
quando non è accompagnato dalla brutalità fisica - quando,
per esempio, un amante geloso o un genitore spaventato pone
delle domande ed esige delle risposte in un modo che oscilla tra
52 La distruzione

l' assoll)ta certezza di quello che pensa e un bisogno suppliche­


vale di dar fiducia a chi ascolta o di ricevere da questi una con­
ferma - la persona può ben sentirsi coinvolta nella risposta
fin nel profondo del suo essere. Ma una volta che il contenuto
e il contesto delle domande del torturatore siano divenuti chia­
ri, il fatto che si chieda qualcosa come se il conten�to della ri­
sposta fosse importante non significa che lo sia. E essenziale
notare che l'interrogatorio non è esterno all'evento della tortu­
ra, come fosse la sua causa o giustificazione: esso è interno alla
struttura della tortura, a causa delle sue intime connessioni e
interazioni con il dolore fisico.
Il dolore e l'interrogatorio si implicano inevitabilmente,
anche perché il torturatore e il prigioniero si vivono come uno
l'opposto dell'altro. Quella domanda che, nella finzione politi­
ca, è talmente importante per il torturatore da suscitare la sua
grottesca brutalità, sarà cosl trascurabile per il prigioniero che
sta subendo la brutalità da indurlo a dare una risposta. Per i
torturatori, il fatto puro e semplice della profonda sofferenza
di un uomo è reso invisibile - e il fatto morale di imporre
quella sofferenza è reso insignificante - dalla falsa urgenza e
importanza della domanda. Per il prigioniero, il fatto puro,
semplice, schiacciante della propria profonda sofferenza ren­
derà trascurabile e invisibile l'importanza di qualunque do­
manda, cosl come l'importanza del mondo cui tale domanda si
riferisce. Il dolore intenso distrugge il mondo. Costringendo il
prigioniero alla confessione, i torturatori lo costringono a ren­
dere evi�ente e oggettivare il fatto che il dolore distrugge il
mondo. E questa la ragione per cui, mentre il contenuto della
risposta del prigioniero solo raramente è importante per il regi­
me, la forma della risposta, il fatto di dare una risposta, è sem­
pre cruciale.
Non solo tra i torturatori, ma anche tra coloro che riman­
gono sgomenti di fronte agli episodi di tortura e che si sentono
solidali con le sue vittime c'è un tacito disprezzo per la confes­
sione. Questo disprezzo è una delle molte dimostrazioni di
quanto sia inaccessibile la realtà del dolore fisico a chiunque
non ne abbia un'esperienza diretta lO. La natura della confes­
sione viene falsata da un linguaggio basato sulla parola «tradi­
mento»: nella confessione, si tradiscono, con se stessi, tutti
quegli aspetti del mondo - amici, famiglia, paese, causa -
che fanno parte della propria identità. L'inadeguatezza di que-
La struttura della tortura 53

sto linguaggio � immediatamente evidente in qualsiasi contesto


non politico. E un luogo comune che, nel momento in cui il
trapano di un dentista tocca il nervo scoperto, una persona ve­
da le stelle. «Vedere le stelle» significa che i contenuti della co­
scienza, in quei momenti, vengono cancellati, che il nome del
proprio bambino, il ricordo del viso di un amico, sono assenti.
Ma la parola «tradimento» non chiarisce la natura di questa
<�assenza». Non è possibile tradire o ingannare qualcosa che ha
cessato di esistere e, nel senso più letterale possibile, l'intero
universo dei pensieri e dei sentimenti, tutti i contenuti psicolo­
gici e spirituali che costituiscono il proprio io e il proprio mon­
do, e che li creano rendendo possibile il linguaggio, cessa di esi­
stere.
Nella maggior parte dei casi, né i resoconti reali, né quelli
letterari della tortura mettono a fuoco il processo di disintegra­
zione della percezione compiuto dal dolore intenso e oggettiva­
to nella confessione. Il breve racconto di Sartre Il muro è una
descrizione parziale di questo processo. La storia comincia po­
co prima che un prigioniero del governo fascista, in Spagna,
apprenda di essere stato condannato a morte e finisce poco do­
po che egli ha appreso che la sua condanna a morte è stata, al­
meno temporaneamente, revocata. Per un momento, questa
improvvisa sospensione sembra priva di significato: quando il
regime gli aveva offerto la vita in cambio di informazioni sul
nascondiglio di un amico, egli si era assicurato la morte dando
un'indicazione falsa del luogo. Nel paragrafo finale del raccon­
to, egli viene a sapere che il suo amico è stato catturato nel luo­
go da lui indicato.
Da questa descrizione dei fatti si potrebbe dedurre che Il
muro si chiuda con un senso di forte ironia. Il finale è quasi un
paradigma delle strutture ironiche, con la sua serie di rapidi
colpi di scena (l'attesa dell'esecuzione lascia il posto all'im­
provvisa sospensione; il sollievo della sospensione lascia il po­
sto alla consapevolezza dei suoi costi), con la sua sintesi di op­
posti (la gravità del tradimento è determinata dalla banalità
della coincidenza fortuita), e con la sua insistente denuncia dei
limiti della consapevolezza (ciò che il prigioniero pensava di
celare, lo stava rivelando; la sfera in cui la sua volontà poteva
operare, che egli valutava estremamente ristretta, e che accet­
tava come tale, era in effetti molto più ristretta) . Ma il finale è
quasi del tutto privo di impatto ironico: anche se chiunque,
54 La distruxione

leggendo, si renderà probabilmente conto che gli eventi finali,


come se li vedesse da molto lontano, avranno un ritmo che fa­
rebbe normalmente trasalire, contrarre o addirittura, per un
momento, fermare i pensieri, la reazione effettiva sarà proba­
bilmente più vicina a una scrollata di spalle. L'assoluta piattez­
za della chiusura è indicativa - è in realtà un modo per con­
sentirci di vedere la nostra partecipazione - dello stato di co­
scienza che il racconto descrive, uno stato che ha al centro l'u­
nica, schiacciante discrepanza tra un corpo sempre più tangibi­
le e un mondo sempre meno concreto, una discrepanza che fa
sembrare tutte le discrepanze minori, normalmente identifica­
te come «ironiche», tanto distanti ed effimere quanto il mondo
cui appartengono 11.
L'esperienza di Pablo Ibbieta, in Il muro, è vicina, se non
identica, a quella di una persona costretta a subire un grande
dolore. Egli non viene torturato: ad un certo punto, accenna al
fatto che, se venisse torturato, certamente darebbe le informa­
zioni richieste. Ma viene condannato a morte, ed è poi improv­
visamente rilasciato, per cui subisce, in realtà, quella che in an­
ni recenti è stata una forma di tortura comune in luoghi come
il Cile, il Brasile, la Grecia e le Filippine - l' «esecuzione-bef­
fa» o, come era chiamata nelle Filippine, «l'agonia». Ovvia­
mente, non occorre alcuna particolare forma di tortura per ren­
dere visibile la somiglianza tra dolore e morte, entrambi radi­
cali e assoluti, presenti soltanto nelle zone-limite che essi stessi
creano. Il fatto che il dolore sia tanto spesso usato come un so­
stituto simbolico della morte nei riti di iniziazione di molte tri­
bù 12, è certamente da attribuire al riconoscimento intuitivo
che il dolore, nell'esperienza interiore, è l'equivalente di ciò
che nella morte è l'assenza di sensazioni. Entrambi si manife­
stano a causa del corpo. In entrambi, i contenuti della coscien­
za sono distrutti. Essi sono la forma più intensa di negazione,
l'espressione più pura di ciò che è anti-umano, dell'annichili­
mento, della ripugnanza assoluta, benché l'una sia un'assenza
e l'altro una profonda presenza, l'una si manifesti come un ve­
nir meno della sensibilità e l'altro si esprima come un suo grot­
tesco eccesso. Quindi, indipendentemente dal contesto in cui
si manifesta, il dolore fisico mima sempre la morte, e procurare
il dolore fisico è sempre un'esecuzione-beffa.
Il momento in cui Pablo Ibbieta apprende che sarà fucilato
il mattino seguente da un plotone d'esecuzione è il momento
La struttura della tortura 55

che una volta George Eliot ha descritto come quello in cui la


generica consapevolezza di una persona che «tutti gli uomini
devono morire�� viene sostituita dalla consapevolezza che «io
devo morire - e presto». Quando si può dire che la morte so­
praggiungerà «presto», l'agonia è già cominciata. Ibbieta sta
morendo non perché abbia già subito il colpo mortale, ma per­
ché ha cominciato ad avere esperienza del corpo che porrà fine
alla sua vita, il corpo che può essere ucciso, e che una volta uc­
ciso farà venir meno le condizioni che gli permettono di esiste­
re. Nella notte che precede il mattino fissato per l'esecuzione,
il suo corpo mette in atto alternativamente, senza uno scopo
preciso, due modi di richiamare l'attenzione su di sé: a volte si
esprime con un aumento della sensibilità, con un bruciore alle
gote n o con un fastidioso acuirsi del senso dell'olfatto; altre
volte afferma la sua presenza con una grande diminuzione del­
la sensibilità, che non gli segnala più quando suda o quando
urina. Il corpo di Ibbieta è pieno di <<dolori [ . . ] come una
.

quantità di piccole cicatrici». Il corpo è il suo dolore, una sensi­


bilità acuta che fa male, ed è terribilmente spaventato dal suo
sentir male; il corpo è fatto anche delle fitte cicatrici, dimenti­
che, incuranti del suo dolore, incuranti di tutto, mute e insen­
sate. Il corpo, questo aggregato di cellule intensamente - e
talvolta, come quando soffre, impunemente - vive, è anche
ciò che un giorno farà essere Ibbieta, o chiunque, morto.
Ibbieta percepisce il corpo come un «immenso parassita» a
cui egli è legato, un colosso a cui è incatenato, ma che gli è
estraneo. Con la sua immensa, greve presenza, il resto del
mondo diventa leggero, come se tutto fosse stato rovesciato e
svuotato dei suoi contenuti. Ciò che era pieno è ora una sago­
ma, un abbozzo, una caricatura. La Spagna e l'anarchia, le cir­
costanze drammatiche di pochi giorni prima, ora sono prive di
immediatezza e di significato. E il suo senso della patria e della
causa non è vivificato dal confronto diretto con i nemici che lo
interrogano: egli descrive i loro gesti, le loro divise, le loro opi­
nioni e le loro attività come piccoli e ridicoli, «urtanti e buffo­
neschi»: non è tanto irritato dalla loro ideologia o brutalità,
quanto sconcertato dalla loro serietà, dalla loro ignoranza as­
surda e dogmatica del proprio essere mortali. Questa perdita
del senso della patria e delle proprie convinzioni è solo uno dei
molti segni della nuova assenza di peso del mondo e dell'io. La
donna che amava, la donna che solo un giorno prima occupava
56 La distruzione

a tal punto i suoi pensieri da indurlo a farne uh' affettuosa de­


scrizione anche in assenza di ascoltatori adatti, è ora cosl irri­
mediabilmente lontana che egli rifiuta l'opportunità di farle
trasmettere le poche parole di un messaggio d'addio. Anche gli
oggetti materiali nella sua cella, gli oggetti più immediati e
concreti della coscienza, si sono svuotati del loro contenuto,
sono diventati semplici abbozzi: la panca, la lampada e il muc­
chio di carbonella, osserva Ibbieta, avevano «un'aria strana:
erano più cancellati, meno densi del solito».
Anche la narrazione, nel complesso, ha il carattere di un
abbozzo: l'esperienza che descrive è chiarissima nelle sue linee
principali, ma tutti gli stati emotivi più intensi sono stati elimi­
nati, assorbiti in una superficie tanto uniforme e indifferenzia­
ta quanto il mondo di Ibbieta, il muro di Ibbieta. Per il lettore,
all'ansia per la situazione si è sostituita la semplice realtà della
situazione, salvo forse che ai limiti della sua capacità di imma­
ginazione, dove è ancora possibile cogliere, almeno per pochi
secondi alla volta, non semplicemente il puro contorno, ma la
rapidità, la forza e la direzione degli eventi descritti, la crisi
che determina il crollo del mondo. Tutti gli oggetti della co­
scienza, da quello più dilatato a quello più intimo, da quelli che
si trovano ai limiti della capacità di immaginazione a quelli che
si trovano immediatamente al di fuori dei confini del corpo,
dall'Orsa Maggiore fin giù alla Spagna e, attraverso la sfera dei
ricordi personali, fino agli oggetti durevoli dell'amore e della
fede, arrivando alla fine alla panca sotto di lui e al mucchio di
carbonella ai suoi piedi - tuttiyengono sistematicamente pas­
sati in rassegna e annientati. E anche l'orribile momento di
questo contrarsi del mondo che si riflette nell'improvvisa
smorfia di angoscia di una persona sopraffatta da un grande
dolore o dalla consapevolezza della morte imminente.
Il processo percettivo descritto da Sartre, che ovviamente
non dipende da un contesto politico, è legato all'imminenza
della morte, e perciò all'invecchiamento. Assistito talvolta da
esseri umani più giovani, il corpo fa in modo di cancellare il
mondo e l'io della persona anziana. Qualcosa di questa dissolu­
zione è già all'opera anche nella tendenza delle persone di età
abbastanza avanzata, che non lavorano più, a considerare sba­
gliate o insignificanti le loro precedenti occupazioni, le attività
di tutta una vita, le loro scelte; occupazioni, attività e scelte
che non sono probabilmente più insignificanti della Spagna di
La struttura della tortura 57

Ibbieta, ma che sembrano tali in virtù dello stesso processo,


benché sia possibile che queste persone siano solo all'inizio di
ciò che egli ha quasi terminato. Non appena il corpo si indebo­
lisce, diventa sempre più oggetto dell'attenzione, usurpando il
posto di tutti gli altri oggetti, cosicché, alla fine, nelle persone
molto anziane e malate, il mondo può esistere solamente entro
un raggio di pochi centimetri da se stessi; è possibile che gli
unici contenuti della percezione e del discorso diventino quel
che si è mangiato, i problemi legati all'evacuazione, il moltipli­
carsi dei dolori, la comodità o la scomodità di una sedia o di un
letto particolari. Stravinskij una volta ha descritto l'invecchia­
mento come «il progressivo restringersi del perimetro del pia­
cere». Il costante ridursi dello spazio del mondo è quasi assoda­
to nelle rappresentazioni della vecchiaia. Come la panca di !h­
bieta si dissolve sotto di lui, cosl il terreno sotto gli anziani di­
venta immateriale, cessa di avere legami con loro 14. L'Edipo di
Sofocle, a cui è impedito di entrare nella sua patria, Tebe, è
anche colui che viola, che si introduce nel territorio di Colono;
il Lear di Shakespeare che, dopo essere stato a lungo umiliato,
accetta alla fine di condividere il piccolo spazio di una capan­
na, se ne sta invece da solo su un dirupo ai margini di una lan­
da; la Winnie di Beckett, la vittima più letterale del progressi­
vo restringersi del perimetro di cui parla Stravinskij, è circon­
data dalla terra che le ha serrato la vita e che presto la impri­
gionerà fino al collo. Ciascuna di queste opere, benché conten­
gano altri significati, è anche la messa in scena della lotta per
rimanere vivi, per resistere un po' , per mantenere la propria
capacità di espandersi nel mondo, se quel mondo, quell' espan­
dersi, risiede in una scorta numerosa o in una borsa piena di
oggetti familiari, nel bisogno che ha una giovane città della be­
nedizione del più anziano o, più semplicemente, nel vostro bel
bambino 15. In ognuna delle tre, la voce diventa una fonte deci­
siva della propria estensione; purché si parli, l'io si estende al
di là dei confini del corpo, occupa uno spazio molto più ampio
del corpo 16. N on è casuale che una parte considerevole della
forza di ciascuna opera sia il suo virtuosismo verbale, il fatto
che quelle persone anziane parlino cosl tanto, che per ognuna il
tour de force sia più un modo di sopravvivere che un'esibizione
di stile, sia che si tratti del tono passionale con cui Edipo alter­
na il passato ritualizzato a un futuro di confessioni e giuramen­
ti, o degli ordini, delle implorazioni, delle urla, del terribile
58 La distruzione

frastuono di Lear, o del mirabile borbottio di Winnie. Il loro


parlare incessante esprime chiaramente la loro tacita compren­
sione del fatto che solo nel silenzio i confini dell'io coincide­
ranno con i confini del corpo in cui esso morirà.
Come nell'agonia e nella morte, cosl nel dolore intenso le
esigenze del corpo annullano completamente le esigenze del
mondo. Il potere annientatore del dolore è visibile nel sempli­
ce dato dell'esperienza osservato da Karl Marx: «C 'è solo un
antidoto contro la sofferenza spirituale, ed è il dolore fisico» 17,
una dichiarazione i cui presupposti sono solo leggermente alte­
rati nella frase di Oscar Wilde: «Dio mi ha risparmiato il dolo­
re fisico ed io mi occuperò del dolore spirituale» 18• Quasi anti­
cipando un secolo il cui benessere fisico (o il benessere della
sua classe più dotata di capacità espressiva) avrebbe emanato
un fascino infinito, insieme alle minime sfumature del malesse­
re e del disordine psichico, il diciannovesimo secolo ricordava
periodicamente a se stesso e ai suoi eredi i privilegi impliciti
nella follia, sia che il ricordo assumesse la forma di un afori­
sma, come in Marx e in Oscar Wilde, sia che si estendesse a un
racconto, come nell' Arthur Donnithorne di George Eliot, che
afferma in modo. irritante che il dolore fisico potrebbe liberar­
lo dalla noia in cui è immerso abbastanza a lungo da aiutarlo ad
evitare di nuocere a se stesso, a una giovane donna e alle nor­
me gerarchiche della loro comunità l9, o come nel Monsieur
Hennebeau di Emile Zola, il quale riconosce che il rovello per
il suo matrimonio fallito sparirebbe immediatamente se, come
i minatori, la sua «pancia vuota fosse scossa dai tormenti che
gli hanno ottenebrato la mente» 20• Il dolore fisico è in grado di
cancellare il dolore psicologico perché cancella tutti i contenuti
psicologici, dolorosi, piacevoli e neutrali. Il fatto di riconoscer­
gli il potere di porre fine alla follia è uno dei modi in cui noi,
consapevolmente o meno, riconosciamo il suo potere di elimi­
nare tutti gli aspetti significativi dell'io e del mondo.
Un'altra manifestazione di questo potere è il suo continuo
ripresentarsi nell'esperienza religiosa. L'autoflagellazione del­
l'asceta religioso, per esempio, non è (come spesso si afferma)
un atto di negazione del corpo, volto a distogliere l'attenzione
dalle sue esigenze, ma un modo di sottolinearne l'esistenza, co­
sl che i contenuti del mondo scompaiono, svelando l'accesso a
una forza amondana, priva di contenuti. È questa logica della
liberazione dal mondo, dell'aprirsi una via, che spiega in parte
La struttura della tortura 59

la presenza ossessiva del dolore tanto nei rituali delle grandi re­
ligioni ampiamente diffuse quanto nelle immagini delle visioni
che appartengono alla sfera più intima; che spiega in parte il
motivo per cui la crocifissione di Cristo è al cuore del cristiane­
simo; il motivo per cui tante forme primitive in cui si esprime­
va automaticamente il momento culminante dell'adorazione
fossero riti dolorosi; il motivo per cui Wuthering Heights, della
Bronte, si fonda sul principio, affermato per la prima volta nel
sogno di Lockwood, che il bordone del pellegrino è anche un
randello; il motivo per cui anche il celebre dandy di Huysmans
riconosce nei suoi lunghi periodi di grande dolore una predi­
sposizione alla conversione religiosa; il motivo per cui, nei bril­
lanti vaneggiamenti di Artaud, un principio di realtà supremo
e fondamentale può essere costretto a lasciare il cielo per un
palcoscenico di teatro dall'attore che mima la crudeltà; il moti­
vo per cui, benché in contesti e culture molto diversi, ciò che è
metafisica si accompagna costantemente con ciò che è fisico,
con l'esclusione altrettanto costante del termine intermedio, il
mondo.
Ovviamente, la posizione della persona torturata è, sotto
molti aspetti, radicalmente diversa da quella della persona che
sperimenta il dolore in un contesto religioso, o da quella di un
anziano di fronte alla morte, o da quella della persona che sen­
te male nello studio di un dentista. Una differenza semplice e
fondamentale è la durata: anche se il trapano di un dentista
può essere in effetti uno strumento di tortura, esso non tocche­
rà un qervo per il tempo infinito di qualche secondo, ma per il
tempo infinito di un numero incalcolabile di secondi che costi­
tuiscono il periodo della tortura, un periodo che può essere di
diciassette ore in un solo giorno o di quattro ore al giorno per
ventinove giorni. Una seconda differenza è il controllo: la per­
sona torturata non controllerà l'inizio e la fine del suo dolore
come il comunicando durante la meditazione del Venerdl San­
to o come il paziente durante la cura. Una terza differenza è il
fine: la sfera degli oggetti mondani viene svuotata non, come
nella religione, per consentire a qualche forza soprannaturale
di avvicinarsi, né, come nella medicina, o nell'odontoiatria,
per preparare il terreno al ritorno del mondo stesso; nella tor­
tura non c'è neppure un frammento di benevola spiegazione,
come nella vecchiaia, in cui l'assenza del mondo da se stessi
può essere intesa come un capovolgimento sperimentabile del-
60 La distruzione

l'assenza finale (ma non sperimentabile) di se stessi dal mondo.


Forse, soltanto nel dolore prolungato e tormentoso causato da
un incidente, da una malattia o da una crisi nel decorso stesso
del dolore c'è la stessa, brutale mancanza di senso presente nel­
la tortura. Ma si ricorre a questi altri contesti non politici per­
ché essi rendono immediatamente ovvio un fatto decisivo rela­
tivo al dolore che, per quanto vistosamente present� nella tor­
tura, è offuscato dal linguaggio del «tradimento». E il dolore
intenso che distrugge l'io e il mondo di una persona, una di­
struzione sperimentata nella dimensione spaziale, o come con­
trazione dell'universo fino ai confini del corpo o come dilata­
zione del corpo fino a riempire l'intero universo. Il dolore in­
tenso distrugge anche il linguaggio: quando il contenuto del
proprio mondo si disintegra, si disintegra anche il contenuto
del proprio linguaggio; quando l'io si disintegra, ciò che espri­
meva e dava corpo all'io è privato della sua fonte e del suo con­
tenuto.
Il mondo, l'io e la voce vengono distrutti, o quasi distrutti,
dal dolore intenso della tortura e non dalla confessione, come
induce erroneamente a pensare la sua connotazione di tradi­
mento. La confessione del prigioniero rende semplicemente
oggettivo il fatto che essi sono quasi distrutti, rende visibile ai
torturatori la loro invisibile assenza, o prossima assenza. Sot­
toscrivere le parole che durante il supplizio fisico possono esse­
re appena udite, o arrivare a pronunciare a caso il nome di una
persona o di un luogo che abbia quel minimo di coesione neces­
saria perché sembri una parola, senza che abbia alcun legame
con il suo referente materiale, è un modo di dire: «SÌ, ora tutto
è perduto, non è rimasto più nulla; anche questa voce, i suoni
che sto emettendo, non sono più quelli delle mie parole, ma
delle parole di un altro».
La tortura, dunque, ritornando per un istante al punto di
partenza, consiste principalmente in un atto fisico, quello di
infliggere dolore, e in un atto verbale, l'interrogatorio. L'atto
verbale, a sua volta, consiste in due parti, la «domanda» e la
«risposta», entrambe completamente falsate dalle rispettive
connotazioni convenzionali. La «domanda» è erroneamente in­
tesa come il «motivo»; la «risposta» è erroneamente intesa co­
me il «tradimento». Il primo errore va a vantaggio del tortura­
tore, fornendo a lui una giustificazione e alla sua crudeltà una
spiegazione. Il secondo va a svantaggio del prigioniero, poiché
La struttura della tortura 61

trasforma lui piuttosto che il torturatore, e la sua voce piutto­


sto che il suo dolore, nella causa della sua perdita dell'io e del
mondo. Ovviamente, queste due errate interpretazioni non so­
no né casuali né slegate. La prima è una de-responsabilizzazio­
ne; la seconda è un'attribuzione di responsabilità; insieme, ca­
povolgono la realtà morale della tortura. Quasi tutti, di fronte
all'atto fisico della tortura, provereJ:>bero immediatamente or­
rore e repulsione per i torturatori. E difficile pensare a una si­
tuazione umana in cui i confini della responsabilità morale sia­
no tracciati in modo più rigido o più chiaro, in cui vi sia una ra­
gione più convincente per solidarizzare con una persona e re­
spingere le pretese di un'altra. Eppure, non appena il centro
dell'attenzione si sposta sull'aspetto verbale della tortura, quei
confini cominciano a fluttuare e a modificarsi, rivelando la
tendenza a conformarsi e a dar credito ai torturatori 21• Questa
inversione, questa interruzione e deviazione di un riflesso mo­
rale fondamentale è indicativa del genere di interazioni che
hanno luogo tra il corpo e la voce nella tortura, e fa capire il
motivo per cui l'atto di infliggere un dolore fisico acuto è ine­
vitabilmente accompagnato dall'interrogatorio.
Per quanto il torturatore sia vicino al prigioniero, la distan­
za tra le loro realtà fisiche è abissale, poiché il prigioniero è
schiacciato dal dolore fisico mentre il torturatore non prova al­
cun dolore; egli non sente nascere alcun dolore nel proprio cor­
po; non avverte nemmeno il dolore che nasce nel corpo tor­
mentato cosl vicino a lui. Egli è a tal punto privo di qualunque
consapevolezza umana del dolore o della capacità di identifi­
carsi con esso che può non solo sopportare la sua presenza, ma
può continuamente rinnovarlo, infliggerlo, prolungarlo, minu­
to dopo minuto, ora dopo ora. Anche se la distanza che li sepa­
ra è probabilmente la massima distanza possibile tra due esseri
umani, essa è invisibile, perché ciascuna delle realtà fisiche che
separa è invisibile. Il prigioniero sperimenta una negazione an­
nientatrice cosl intensamente avvertita da tutto il corpo che
essa inonda gli spazi davanti ai suoi occhi, nelle sue orecchie e
nella sua bocca; eppure, non è avvertita, non è percepita da
nessun altro. Il torturatore sperimenta l'assenza di questa ne­
gazione annientatrice. Queste realtà fisiche, una negazione an­
nientatrice e un'assenza di negazione, vengono perciò trasfor­
mate in realtà verbali, allo scopo di rendere visibile la distanza
invisibile, di fare del dolore inflitto una questione di potere, di
62 La distruzione

volgere ciò che sta accadendo esclusivamente nella sfera della


sensibilità nell'espressione della propria presenza e del mondo.
Le domande del torturatore - formulate normalmente, grida­
te, insistenti, supplichevoli - rendono oggettivo il fatto che
egli ha un mondo; proclamano, con la loro falsa urgenza, l'im­
portanza cruciale di quel mondo, un mondo la cui pretesa gran­
dezza è confermata dalla crudeltà che è capace di provocare e
di giustificare. Ciò che rende cosl immenso questo mondo è in
parte la continua giustapposizione con il mondo piccolo e
frammentato che si oggettiva nelle risposte del prigioniero, ri­
sposte che esprimono e spiegano la disintegrazione di tutti gli
oggetti cui egli potrebbe essere stato legato per lealtà, per amo­
re, per buon senso o per una lunga dimestichezza. E solo il co­
stante ridursi del terreno del prigioniero che procura al tortu­
ratore il suo crescente senso del territorio. La domanda e la ri­
sposta sono una lunga esibizione comparata, sono come mappe
aperte del mondo.
Questa esibizione di mondi può essere interpretata, alter­
nativamente, come un'esibizione degli io o delle voci, poiché
tutte e tre costituiscono pressoché un unico fenomeno. L'uso
dei termini «motivo» e «tradimento», per esempio, è in se stes­
so l'indicazione di una differenza di personalità già rilevata: at­
tribuire un motivo al torturatore vuoi dire, tra le altre cose, at­
tribuirgli un contenuto psichico, proprio ciò di cui la confessio­
ne del prigioniero riconosce l'assenza e a cui il linguaggio del
«tradimento» gli rimprovera di rinunciare volontariamente. La
domanda e la risposta oggettivano anche il fatto che, mentre il
prigioniero non ha quasi una voce - la sua confessione è a me­
tà strada nella disintegrazione del linguaggio, un' aggettivazio­
ne udibile della prossimità del silenzio - il torturatore e il re­
gime hanno raddoppiato la loro voce, perché ora il prigioniero
sta pronunciando le loro parole.
L'interrogatorio, pertanto, è decisivo per un regime di tor­
turatori. Nell'ambito degli eventi fisici della tortura, il tortura­
tore non «possiede» nulla: possiede soltanto un'assenza, l' as­
senza di dolore. Per avere esperienza della sua distanza dal pri­
gioniero in termini di «possesso», egli trasforma la loro diffe­
renza fisica in differenza verbale: l'assenza di dolore è una pre­
senza del mondo; la presenza di dolore è l'assenza del mondo.
Attraverso questa serie di capovolgimenti il dolore diventa po­
tere. L'equazione diretta «più grande è il dolore del prigionie-
La struttwa della tortura 63

ro, più grande è il mondo del torturatore» è mediata dal termi­


ne intermedio «l'assenza di mondo del prigioniero»: più grande
è il dolore del prigioniero (più piccolo è il mondo del prigionie­
ro e perciò, a confronto) più grande è il mondo del torturatore.
Questa serie di capovolgimenti rende oggettivo e falsa al tem­
po stesso il dolore; rende oggettivo un aspetto cruciale del do­
lore per falsarne tutti gli altri. L'annullamento dei contenuti
della coscienza, l'eliminazione dello spazio - che è una condi­
zione provocata dal dolore e che perciò, una volta resa oggetti­
va (come nella confessione) dovrebbe agire come un segno del
dolore, un'invocazione d'aiuto, un messaggio di bisogno radi­
cale d'attenzione e di aiuto - provoca invece diffidenza nei
confronti di un preteso dolore, impedisce che vi si presti atten­
zione e assicura che il dolore rimanga invisibile e inascoltato. Il
fatto che non solo i torturatori, ma il mondo in generale tenda
ad identificare la confessione con un «tradimento», dimostra
che l'assenza di mondo della persona che soffre non suscita
pietà ma disprezzo. Questo fenomeno, in cui l'affermazione
del proprio dolore viene messa in ombra dalla perdita totale
del mondo che esso ha causato, è una fase cruciale nel processo
complessivo di percezione che permette al dolore fisico di una
persona di essere interpretato come il potere di un'altra.
Quando un essere umano «riconosce» la legittimità incon­
testabile dell'esistenza di un altro essere umano, sta situando
la realtà fondamentale dell'altro in uno dei due possibili luoghi
- nella complessa facoltà di sentire o negli oggetti di tale fa­
coltà, nella realtà della coscienza o negli oggetti della coscien­
za. In contesti normali e favorevoli, i due luoghi coincidono, e
uno implica l'altro: noi rispettiamo gli oggetti della sensibilità,
le forme terrene della nostra presenza, proprio perché essi ci
conducono l'uno nella realtà della sensibilità dell'altro; la con­
tea di Gloucester, la borsa di Winnie, la Spagna di Ibbieta, la
piuma di Lear sono come briciole di pane luminose che indica­
no la strada di casa, tracce, nel mondo esterno, della schiac­
ciante realtà che è al centro. Ma i due luoghi possono anche es­
sere completamente separati. Quando questo accade, l'abitudi­
ne a vedere in uno la prossimità dell'altro favorisce l'errore di
vedere nell'assenza di uno l'assenza dell'altro, di vedere nella
perdita della contea da parte di Gloucester la perdita della sua
sensibilità: un atto di brutalità percettiva che è un modo priva­
to e silenzioso di strappargli gli occhi.
64 La distruzione

Una situazione politica è quasi per definizione una situa­


zione in cui i due luoghi della personalità hanno tra loro un
rapporto distorto o si sono completamente separati e hanno co­
minciato a mettersi, o sono stati messi, l'uno contro l'altro. La
tortura è il caso estremo di questa situazione, perché una per­
sona guadagna sempre più spazio non malgrado la sensibilità
dell'altra, ma a causa di questa: l'equazione globale che ne de­
riva, «più grande è il dolore del prigioniero, più grande è il po­
tere del torturatore» può essere riformulata nel modo seguen­
te: «più sensibile è il prigioniero, più numerosi ed estesi sono
gli oggetti della sensibilità del torturatore»22. I passaggi inter­
medi dell'equazione possono essere anche riscritti in questo
linguaggio: dire «il torturatore infligge dolore per provocare
una confessione» vuoi dire «il torturatore usa la sensibilità del
prigioniero per cancellare gli oggetti della sensibilità di que­
st'ultimo» o «il torturatore usa l'esser vivo del prigioniero per
annullare le cose per cui egli vive». E, infine, l'intero processo
si autoamplifica, perché nello stesso modo in cui la sensibilità
del prigioniero distrugge il suo mondo, cosl ora la sua assenza
di mondo, come è stata descritta in precedenza, distrugge la
sua pretesa alla sensibilità: la confessione, rivelatrice del fatto
che non gli è rimasto nulla per cui vivere, oscura il fatto che
egli è prepotentemente vivo. Più volte, in ogni fase e passag­
gio, la rappresentazione di conquista del mondo da parte del
torturatore si fonda su una dimostrazione dell'assenza di mon­
do del prigioniero. La confessione è una dimostrazione decisi­
va di questa assenza del mondo, ma ve ne sono altre.

L 'aggettivazione della dissoluzione del mondo nel prigioniero

La disintegrazione dei contenuti della coscienza, la contra­


zione e la dissoluzione finale del mondo del prigioniero, resa
evidente e oggettivata nella confessione, si oggettiva anche ne­
gli oggetti fisici che costituiscono le armi del torturatore, nelle
azioni del torturatore e nel suo linguaggio. Le sue armi, i suoi
atti e le sue parole, tutti necessariamente presi dal mondo, ri­
velano la natura del suo rapporto con il mondo, benché in mi­
sura diversa in ciascuna delle tre sfere. Più le armi, gli atti e le
parole sono materiali, più piccolo è il mondo che rappresenta­
no. In quanto oggetti materiali, le armi occupano l'unità spa-
La struttura della tortura 65

ziale, la stanza, e in questo modo rappresentano il mondo nella


sua forma più contratta e distillata. La stanza è proibita, inac­
cessibile, sorvegliata; ben poco del mondo esterno può entrar­
vi; ma il torturatore, nei suoi atti materiali e nelle sue parole,
allude (consentendone l'ingresso) a diversi aspetti del mondo e
alla civiltà, in una forma più ampia. In ognuna delle tre sfere,
come si mostrerà, il torturatore mette in scena la disintegrazio­
ne del mondo, l'annullamento della coscienza che si sta verifi­
cando nel prigioniero. Brutale, selvaggia e barbarica, la tortura
rivela esplicitamente (anche se inconsapevolmente) la sua natu­
ra distruttiva della civiltà, realizza la distruzione dei contenuti
già esistenti della coscienza.
In contesti normali, la stanza, la forma più semplice di ri­
paro, esprime quanto di più piacevole può verificarsi nella vita
di un uomo. Da un lato, essa è un'estensione del corpo: riscal­
da e protegge la persona che ospita, allo stesso modo in cui il
corpo racchiude e protegge la persona cui appartiene; come il
corpo, le sue pareti delimitano l'io, evitandogli un contatto in­
discriminato con il mondo, ma con le sue finestre e le sue por­
te, grezze versioni dei sensi, consente all'io di uscire nel mon­
do e al mondo di entrare. Tuttavia, se la stanza è un amplia­
mento del corpo, essa è al tempo stesso una miniaturizzazione
del mondo, della civiltà. Anche se le sue pareti imitano il ten­
tativo del corpo di assicurare all'individuo uno spazio interno
stabile - stabilizzando la temperatura in modo tale che il cor­
po spenda meno tempo nel farlo da sé; regolando i rapporti con
i vicini in modo tale che il corpo possa smettere di assumere
posizioni rigide e guardinghe; agendo in questi e altri modi co­
me il corpo, cosicché il corpo possa agire meno come un muro
- le pareti sono anche, in tutti questi casi, oggetti indipen­
denti, oggetti separati e liberi dal corpo, oggetti che soddisfa­
no l'impulso degli esseri umani a proiettarsi nello spazio al di là
dei confini del corpo, dove sono possibili atti costruttivi, sia fi­
sici sia verbali, che, moltiplicati, accumulati e condivisi, ven­
gono chiamati civiltà.
Non c'è nessuna contraddizione nel fatto che il riparo sia al
tempo stesso un'immagine cosl vivida del corpo e un esempio
cosl efficace della civiltà: soltanto perché è la prima cosa può
essere la seconda. E solo quando il corpo è a proprio agio,
quando non è più l'oggetto di una percezione e di un interesse
ossessivi, che la coscienza elabora altri oggetti, che per ogni in-
66 La distruzione

dividuo il mondo esterno (in parte già esistente e in parte da


costruire) comincia ad esistere e a svilupparsi. Sia nei partico­
lari della sua struttura oggettiva sia nel suo arredo (jurniture,
da furnir, che significa «dare impulso» o «favorire», proiettare
se stessi all'esterno) la stanza accoglie il corpo umano, disto­
gliendo da esso l'attenzione degli uomini: la semplice triade
formata dal pavimento, da una sedia e da un letto (o quella an­
cora più semplice formata dal pavimento, da uno sgabello e da
una stuoia) rende visibile nello spazio, e perciò costantemente,
la serie di gesti e posizioni del corpo dentro e fuori di essa; ren­
de oggettivi i tre luoghi del corpo che ne reggono abitualmente
il peso; rende oggettivo il bisogno del corpo di spostare conti­
nuamente dentro di sé il luogo del proprio peso, rende oggetti­
vo, infine, il suo bisogno di scordarsi completamente del pro­
prio peso, di approdare senza peso ad una più vasta consapevo­
lezza. Come la stanza originaria si moltiplica in una casa fatta
di stanze e la casa in una città fatta di case, cosl il corpo segue
tutte le successive fasi del progresso della civiltà. Nella cultura
occidentale, intere stanze sono dedicate a singoli eventi riguar­
danti il corpo: la cucina e il pasto, la stanza da bagno e le fun­
zioni fisiologiche, la stanza da letto e il sonno; allo stesso mo­
do, intere città si dedicano a singoli eventi riguardanti il corpo,
come il movimento è visibile nell'industria automobilistica di
Detroit e lo sguardo e la memoria nelle pellicole e nelle ripro­
duzioni di Rochester. Tuttavia, è nell'intimità e nell'isolamen­
to di quell'unica stanza e dei suoi contenuti domestici che si di­
schiude (o, come assai propriamente si dice, «fiorisce») la civil­
tà. Una rappresentazione molto suggestiva di questo fatto è la
scultura a forma di molletta da bucato - un piccolo oggetto
domestico trasformato in una struttura alta più di dodici me­
tri, verticale, coperta da un arco e grandiosa - che Filadelfia
ha collocato all'interno del municipio. L'atto di proteggere, di
«trattenere», della vita domestica è palese nella comune mol­
letta da bucato: un pezzo di legno è fissato ad un altro pezzo di
legno da una barretta di metallo e l'insieme dei tre elementi
funziona come un oggetto capace di unire tra loro e a se stesso
altri oggetti. Nella «Molletta da bucato» di Oldenburg il ripe­
tersi di quest'atto del trattenere inanimato trova la propria ori­
gine e il proprio fine nella capacità di fare intuire l'abbraccio
umano, poiché la struttura rappresenta anche l'abbraccio tene­
ro e deciso di due amanti. Le proporzioni di questa molletta, il
La struttura della tortura 67

suo perfetto armonizzarsi con il municipio, il suo attestare che


ciò che è durevole e grandioso risiede nel quotidiano, la sua
scoperta del piacere che un'intelligenza di ampie vedute prova
per i piccoli effetti dei giochi di parole spiritosi - sono tutte
varianti dell'aspetto principale, decisivo, della vita domestica
(e un suo riconoscimento) : il fatto che la sua azione protettiva
e limitante è il luogo delle più ampie possibilità degli esseri
umani.
Nella tortura, il mondo si riduce ad un'unica stanza o a una
serie di stanze. Chiamate «stanze degli ospiti» in Grecia23 e
«case di sicurezza» nelle Filippine, 24 le stanze della tortura
vengono spesso definite con nomi che riflettono l'impulso alla
generosità e alla civiltà normalmente presente nelle dimore
dell'uomo. Ma esse richiamano l'attenzione su questo impulso
soltanto per anticiparne l'annullamento. La stanza della tortu­
ra non è meramente lo scenario in cui ha luogo la tortura; né è
soltanto lo spazio in cui sono sistemati i vari strumenti usati
per picchiare, ustionare o produrre scosse elettriche. Essa vie­
ne letteralmente trasformata in un altro strumento, in un agen­
te del dolore. Tutti gli elementi di questa struttura essenziale
- mura, soffitto, finestre, porte - subiscono questa trasfor­
mazione. I baschi torturati dagli spagnoli descrivono el cerrojo,
il rapido e ripetuto aprire e chiudere la porta per farli rimanere
costantemente in attesa di essere torturati di nuovo, come uno
degli atti più terrificanti ed esiziali25. Tra gli oggetti apparte­
nuti alla polizia segreta portoghese (PmE) sono stati trovati dei
manoscritti dal linguaggio incomprensibile, che, secondo gli
uomini e le donne brutalizzati in quel paese, venivano letti sul­
la porta delle celle dei prigionieri, privati da giorni del sonno26.
Solzenitzyn racconta come in Russia le guardie venissero adde­
strate a sbattere la porta nel modo più esasperante possibile o a
chiuderla in un silenzio altrettanto snervante27. Coloro che so­
no stati prigionieri nelle Filippine riferiscono di aver avuto la
testa ripetutamente sbattuta contro il muro2B. I soldati israe­
liani detenuti in Siria raccontano di essere stati sospesi al sof­
fitto in un pneumatico che oscillava non appena venivano col­
piti, o di essere stati legati per i genitali alla maniglia di una
porta con una corda che veniva scossa 29. Secondo la testimo­
nianza dei greci torturati sotto il regime dei Colonnelli, l'atto
di guardare dalla finestra forniva l'occasione per infliggere del­
le percosse; i prigionieri venivano portati alla finestra e minac-
68 La distruzione

dati di essere «defenestrati»; venivano fatti stare contro il mu­


ro e costretti a pronunciare oscenità o venivano spinti contro il
muro e costretti a recitare più volte la frase: <(Fammi largo,
muro, che devo passare»; erano costretti a subire l'equivalente
greco del cerro;o; la porta veniva lasciata aperta per far sentire
le conversazioni piene di minacce per il prigioniero, i suoi ami­
ci o la famiglia 30.
Allo stesso modo in cui tutti gli elementi della struttura ve­
ra e propria vengono inevitabilmente assimilati nel processo
della tortura, cosl anche gli oggetti che la stanza contiene, il
suo arredo, vengono trasformati in strumenti d'offesa: l'esem­
pio più comune di questo è la vasca da bagno, cui viene dato
grande rilievo nei resoconti provenienti da numerosi paesi, ma
è solo uno fra i tanti. Uomini e donne torturati durante il pe­
riodo della legge marziale nelle Filippine, per esempio, hanno
riferito di essere rimasti legati o ammanettati in una posizione
rattrappita per ore, giorni e in qualche caso mesi, a una sedia, a
una branda, a uno schedario, a un letto 31; hanno riferito di es­
sere stati picchiati con <(bottiglie di bibite formato famiglia»,
di aver avuto la mano schiacciata da una sedia, di aver avuto la
testa <(ripetutamente sbattuta contro gli spigoli dello sportello
di un refrigeratore» o <(ripetutamente sbattuta contro gli spigo­
li di uno schedario»32• La stanza, sia nella sua struttura sia ne­
gli oggetti che contiene, viene trasformata in un'arma, viene
destrutturata, disfatta. Creati per aver parte nell'annienta­
mento dei prigionieri, creati per dimostrare che ogni cosa è
uno strumento, gli oggetti stessi, e con essi il fatto reale della
civiltà, sono annientati: non c'è nessuna parete, nessuna fine­
stra, nessuna porta, nessuna vasca da bagno, nessun frigorife­
ro, nessuna sedia, nessun letto.
Al di là del fatto schiacciante che un essere umano sta su­
bendo gravi danni, la natura esatta dell'arma o la mimica della
decostruzione della civiltà sono, a dir tanto, secondarie. Ma è
anche decisivo notare che l'una è necessariamente l'espressio­
ne e l'amplificazione dell'altra: la de-aggettivazione degli og­
getti, la distruzione dell'esistente, è un processo che mette in
luce il modo in cui il dolore di una persona provoca la disinte­
grazione del suo mondo; e, al tempo stesso, la disintegrazione
del mondo diventa qui letteralmente dolorosa, diventa la causa
diretta del dolore. In altri termini, nella trasformazione di un
refrigeratore in un randello, il refrigeratore scompare; la sua
La struttura della tortura 69

scomparsa rende oggettiva la scomparsa del mondo (cielo, pa­


tria, panca) sperimentata da una persona costretta a subire un
grande dolore; ed è proprio la sua scomparsa, la sua trasforma­
zione da refrigeratore in randello che provoca il dolore. L'atto
domestico del preservare qualcosa diventa un atto che provoca
dolore, e in questo provocare dolore l'oggetto diventa ciò che
non è, un'espressione del contrarsi dell'individuo, del suo ri­
piegarsi sulle sensazioni umane più profonde e più intime;
mentre invece la vera essenza di questi oggetti consiste nell'e­
sprimere le potenzialità più ampie dell'essere umano, la sua ca­
pacità di proiettarsi al di fuori dei suoi bisogni privati e separa­
ti, in un mondo concreto, oggettivato e perciò condivisibile.
La comparsa di questi oggetti domestici comuni nei resoconti
sulle torture degli anni ' 70, non è più gratuita e accidentale del
fatto che la nostra conoscenza della Germania degli anni '40
sia legata in larga misura alle parole «forni», «docce», «paralu­
mi» e «sapone».
Il mondo fisico del prigioniero è limitato alla stanza e a ciò
che questa contiene; nessun'altra espressione concreta della ci­
viltà varca la soglia. Tuttavia, due istituzioni della civiltà, ben­
ché non presenti fisicamente, costituiscono un riferimento im­
plicito costante nella pratica della tortura, per cui aleggiano
sulla realtà fisica di quella stanza isolata, sovrastandola. Come
gli oggetti domestici, queste istituzioni vengono trasformate in
armi e annientate. La prima è, ovviamente, il processo. Nelle
sue caratteristiche fondamentali, la tortura è il contrario del
processo, un capovolgimento di causa ed effetto. Mentre nel
primo sono analizzate le prove che possono condurre alla puni­
zione, la seconda usa la punizione per creare le prove. Gli slo­
gan dei torturatori sudvietnamiti rivelano ciò che in quel luogo
e in qualsiasi altro è sempre visibile nel corso stesso della tortu­
ra: «Se non sono colpevoli, picchiateli finché non lo saranno»,
<�Se non sei un vietcong, ti picchieremo finché non ammetterai
di esserlo; e se lo ammetterai, ti picchieremo finché non avrai
più l'ardire di esserlo» 33. La seconda istituzione ovunque pre­
sente in modo capovolto è la medicina. Arcipelago Gulag di
Solzenitsyn descrive il processo con cui in Russia il medico di­
venta il «braccio destro» del torturatore34• In Grecia, un uomo
chiamato «Dottor Kofas» era al centro dell'attenzione nel pro­
cesso contro i torturatori che erano stati al servizio del regime
dei Colonnelli35. I resoconti dei prigionieri torturati nelle Fi-
70 La distruzione

lippine contengono riferimenti a una «cura odontoiatrica non


richiesta»36. In Cile, secondo molti, l'applicazione di terapie
mediche inadeguate ha peggiorato le condizioni dei pazienti,
ed esistono resoconti di prigionieri cui sono state somministra­
te dosi eccessive di farmaci letali37. In Portogallo, i medici stu­
diavano le fotografie dei prigionieri menomati, e gli stessi pri­
gionieri, per elaborare ulteriori metodi di tortura38. In Brasile,
c'erano forme di tortura chiamate «il dentista pazzo» e «il ta­
volo operatorio»39. I prigionieri siriani in Israele sostengono di
aver subito amputazioni assolutamente non necessarie, di esse­
re stati medicati con la benzina e di essere stati sottoposti a
prelievi di sangue decisamente eccessivi40• In Uruguay, i medi­
ci aiutavano a somministrare farmaci che provocavano alluci­
nazioni e un'acuta sensazione di dolore e di soffocamento;
quelli che si rifiutavano di aiutare i torturatori sparivano a un
ritmo tale che i programmi uruguaiani per la medicina e la tute­
la della salute entrarono in crisi 41• Non è necessario portare
esempi all'infinito. Sia che la medicina fornisca semplicemente
l'attrezzatura 42 o il nome per una forma di tortura, sia che il
medico sia sempre stato un medico o abbia soltanto assunto un
ruolo 43, sia che egli escogiti la forma di tortura usata, che per­
petri egli stesso la brutalità, che favorisca il processo curando
la persona in modo tale che possa essere di nuovo torturata, o
lo legittimi con la finzione dell'aiuto, l'istituzione della medici­
na, come quella della giustizia, viene decostruita, annientata
dal fatto di essere trasformata immediatamente in un autenti­
co agente del dolore e in una dimostrazione degli effetti del do­
lore sulla coscienza dell'uomo. Sebbene altre istituzioni costi­
tuiscano un riferimento implicito nel processo della tortura, la
loro presenza è sporadica ed è di solito il risultato della siste­
mazione casuale delle stanze o del quartier generale della tortu­
ra, come lo stadio in Cile, il posto di polizia in Paraguay, l'uffi­
cio per il controllo del traffico in Grecia e, qualche decennio
fa, la fabbrica di dolciumi in Algeria 44. Ma è nella natura della
tortura che le due istituzioni ovunque presenti siano la medici­
na e il diritto, la sanità e la giustizia, perché costituiscono le
elaborazioni istituzionali del corpo e dello Stato. Esse erano
anche le due istituzioni quasi sempre presenti in forma capo­
volta nei campi di concentramento, benché fossero definite in
modo leggermente diverso, in conformità con la posizione di
società di massa moderna e industrializzata della Germania: il
La struttura della tortura 71

«corpo» non aveva a che fare con l a medicina, m a con una sua
variante, il laboratorio scientifico; lo «Stato» non aveva a che
fare con l'applicazione della legge, il processo, ma col processo
di produzione, la fabbrica.
Come il torturatore usa lo scenario fisico circostante nella
decostruzione diretta del più piccolo elemento di civiltà, e co­
me le sue azioni si riferiscono implicitamente, rovesciandoli,
agli aspetti della civiltà più ampi (due delle sue forme istituzio­
nali più importanti), cosl le sue parole arrivano a toccare, a rap­
presentare e a distruggere le molteplici e più lontane manife­
stazioni della civiltà. Inframmezzate alle sue domande insi­
stenti e alle sue esclamazioni, ai suoi sberleffi, alle sue espres­
sioni oscure, alle sue oscenità, al suo riso incomprensibile, ai
suoi monosillabi e ai suoi borbottii - perché, se la persona che
soffre regredisce ai suoni precedenti il linguaggio, ai gemiti e
alle urla del dolore umano, allo stesso modo la persona che in­
fligge dolore regredisce a un pre-linguaggio, senza tener conto
dei rumori ricordati nei resoconti degli ex prigionieri politici e
inclusi talvolta nelle descrizioni romanzate delle brutalità, co­
me il ritratto di Bijard fatto da Zola in L 'Assommoir - ci sono
delle parole, parole casuali, definizioni della tortura, definizio­
ni del corpo del prigioniero, e questo linguaggio si sposta conti­
nuamente verso la sfera dell'uomo-fabbricato, il mondo della
tecnologia e dell'artificio. La duplice negazione dell'essere
umano, sia quello specifico che subisce un danno, sia quello
collettivo presente nelle conquiste della civiltà, può essere col­
ta più facilmente ricordando in primo luogo l'esperienza oppri­
mente cui ciascuna di queste definizioni è connessa.

Al centro della stanza c'era una comune vasca da bagno, abba­


stanza grande. Da un buco nella parete pendeva un tubo di plastica
da cui scendeva l'acqua che stava riempendo la vasca. Sulla parete
opposta erano fissati due anelli di ferro, un po' più piccoli di una staf­
fa. Sul lato sinistro c'era una luce grande e rossa, come quella di un
semaforo. Sull ' altro lato, era stata incisa nel muro, e dipinta, .una cro­
ce, di circa 15 centimetri per 30. L'uomo di guardia mi fece guardare
la croce; mentre faceva scorrere il suo dito indice lungo l'incisione,
mi disse: «Questo è il punto in cui morl un sarto lo scorso dicembre,
e tu corri lo stesso rischio se non ci dici quello che sai [. . . ].
Poiché io non dissi niente, mi fecero guardare la luce rossa, che
accesero improvvisamente. Dopo cinque minuti fui abbacinato: da-
72 La distruzione

vanti a me, riuscivo a vedere soltanto una grande ombra, rotonda e


minacciosa, di circa due metri, circondata da una zona semi-oscura.
Mi fecero sedere sul bordo della vasca dalla parte più alta, dopo
avermi legato i piedi con delle corde e le mani dietro la testa. Mi spo­
gliarono.
Improvvisamente, mi afferrarono per le spalle e mi spinsero fino
al fondo della vasca. Trattenni il respiro, mentre facevo sforzi dispe­
rati per tirare fuori la testa dall'acqua e prendere un po' d'aria. Riu­
scii a liberare la testa, ma mi immersero di nuovo, e quando i miei
sforzi per liberarmi divennero violenti, i membri più pesanti del
gruppo mi saltarono sulle spalle. Non potevo sopportare più a lungo
la mancanza d'aria e cominciò a entrarmi l'acqua dalla bocca, dal na­
so e dalle orecchie.
Le orecchie presero a ronzarmi non appena si riempirono d' ac­
qua. Sembravano gonfiarsi come un pallone. Poi venne un sibilo acu­
to, all'inizio molto forte, che non è ancora completamente scomparso
e che sento quando c'è un perfetto silenzio. Più inghiottivo acqua,
più lottavo per respirare, più tutti loro mi spingevano verso il fondo
della vasca - la testa, il torace, le mani [ . . . ].
Devo aver inghiottito 8- 10 litri d'acqua. Quando mi tirarono
fuori e mi stesero per terra, uno di loro premette forte con i piedi sul
mio stomaco: l' acqua fuoruscl dalla bocca e dal naso, sprizzando co­
me un getto da un tubo per innaffiare.
Dopo avermi prosciugato lo stomaco e di nuovo immerso nell' ac­
qua, mi fecero sedere su una sedia. Poiché a quel punto ero stremato,
non usarono l'anello nella parete ma mi frustarono con un nerbo
[ ] 45.
• • •

Collegare ogni definizione, ogni parola all'imposizione de­


liberata di questo supplizio corporale significa coinvolgere il
linguaggio e la civiltà nella loro propria distruzione; le defini­
zioni specifiche scelte non fanno che rendere più palese questo
rovesciamento. Nel linguaggio dei torturatori, la forma di tor­
tura descritta qui, usata negli anni '70 nelle Filippine, in Viet­
nam, in Uruguay, in Brasile e in Paraguay, è quasi ovunque
chiamata il «sottomarino» quando viene usata acqua, acqua sa­
ponata o acqua sporca; in qualche posto è chiamata il «sotto­
marino portoghese» quando l'acqua è attraversata da corrente
elettrica; ed è chiamata il «sottomarino asciutto» se la persona
viene chiusa in un sacco di plastica o immersa nelle feci. È si­
gnificativo che la terminologia relativa alla tortura derivi da
tre sfere della civiltà. In primo luogo, come nell'esempio prece­
dente, il dolore prolungato e intenso del corpo che si contorce
La struttura della tortura 73

dovrebbe imitare un'invenzione particolare o una prodezza


tecnologica: la persona che soffre sarà chiamata il «telefono» in
Brasile, il «volo» in Vietnam, la «motorola» in Grecia e il «pon­
te di San Juanica» nelle Filippine 46. La seconda sfera è quella
degli eventi culturali, delle cerimonie e dei giochi: c'è la «dan­
za» in Argentina, la «festa di compleanno» nelle Filippine e gli
«hors d 'oeuvres», i «tè» e i «rinfreschi» in Grecia47 • Anche se
l'atto primario di mangiare o di muoversi, insieme con gli altri
atti primari del corpo, sarà ad un certo punto introdotto nel
processo della tortura, naturalmente le parole del torturatore
non si riferiranno agli atti di mangiare e di muoversi in quanto
tali, ma alle elaborazioni consapevolmente civilizzate di questi
atti, il pranzo o la danza. La terza sfera è quella della natura o
della natura civilizzata; essa si presenta meno di frequente del­
le prime due e, quando ciò accade, è solitamente limitata a
quella parte della natura che è delicata, minuta o mitizzata, fa­
cilmente assimilata nel contesto umano. Le <(gabbie della tigre»
del Vietnam sono un caso eccezionale. Più caratteristici sono la
<(piccola lepre» della Grecia, il <(trespolo del pappagallo» del
Brasile e dell'Uruguay e la <(sedia del drago» del Brasile4B. In
tutti questi casi, indicare un contorcimento del corpo intensa­
mente doloroso con una parola solitamente riservata a un
esempio di civiltà produce una spirale di negazioni: non c'è al­
cun essere umano che soffre in modo atroce; si tratta solo di un
telefono; non c'è alcun telefono; si tratta solo di uno strumen­
to per distruggere un essere umano che non è un essere umano,
che è solo un telefono, che non è un telefono ma solo uno stru­
mento per distruggere il telefono. La duplice negazione di un
essere umano e di un indizio di civiltà produce una terza area
di negazione, quella del riconoscimento, da parte del tortura­
tore, di ciò che sta accadendo, una negazione che, a sua volta,
consentirà il perpetuarsi delle prime due. Il linguaggio del tor­
turatore non solo rivela, ma favorisce il processo percettivo in
cui l'intera realtà dell'uomo è resa invisibile e non udibile, no­
nostante la sua straordinaria presenza.
Il linguaggio del torturatore, le sue azioni e lo scenario fisi­
co, recano al prigioniero un mondo formato da tre cerchi: le in­
carnazioni casuali, tecnologiche e culturali della civiltà sovra­
stano le due istituzioni sociali principali della medicina e del
diritto, che a loro volta sovrastano l'unità spaziale, la stanza.
Proprio come la confessione del prigioniero rende visibile il
74 La distruzione

contrarsi e il chiudersi del suo universo, cosl il torturatore pro­


voca il ripetersi di questo crollo del mondo. La civiltà è recata al
prigioniero, e in sua presenza viene annientata nello stesso pro­
cesso in cui essa diventa lo strumento del suo annientamento. La
stessa civiltà, col suo linguaggio e la sua letteratura, indica la via
che la tortura, con la sua imitazione consapevole della decostru­
zione della civiltà, segue all'incontrario: gli atti di proteggere, di
recar beneficio, di darsi, impliciti nei termini ospite, ostello,
ospitale e ospedale rimandano tutti a hospes, che a sua volta ri­
manda alla radice hos, che significa casa, asilo o rifugio; ma una
volta risaliti a hos, possiamo mettere tra parentesi il significato
di generosità di questo termine considerandolo, in alternativa,
come la radice di hostis, da cui derivano ostilità, ostaggio e «ospi­
te» - non l'ospite che rinuncia deliberatamente alla sua posizio­
ne di potere in favore dello scambio e della parità, ma l' «ospite»
privato di ogni posizione, l'ospite dell'eucarestia, la vittima sa­
crificale. Persino le rappresentazioni letterarie della tortura, co­
me Nella colonia penale di Kafka, dove l'apparato che provoca la
morte è una macchina da cucire gigantesca e complicata, indica­
no il fatto che la distruzione della civiltà richiede inevitabilmen­
te un ritorno al domestico, la base di ogni costruzione, e la sua
mutilazione. Questa distruzione del mondo, questo annienta­
mento del mondo esistente, che è un'oggettivazione esterna del­
l' esperienza fisica della persona che soffre, diventa essa stessa la
causa del dolore. Anche se il mondo, come nel breve racconto di
Sartre, è ridotto al biancore e all'uniformità opprimente del mu­
ro, esso non è semplicemente, come nel racconto di Sartre, la su­
perficie fredda e indifferenziata contro cui ha luogo l' esecuzio­
ne. Esso è lo strumento stesso del carnefice; è il mondo, il muro,
che giustizia. Nonostante la sua ingenuità politica o i suoi intenti
melodrammatici, Ilpozzo e il pendolo di Poe rivela nel finale l'u­
nica forma distillata di tortura che in molti modi rappresenta
tutte le forme di tortura, i muri che crollano sull'essere umano
che sta tra loro e lo schiacciano vivo.

La trasformazione del corpo in voce

Che il torturatore si appropri del mondo per farne un'arma


del suo arsenale è decisivo nel processo globale della tortura poi­
ché, come ho sostenuto all'inizio di questo capitolo, è in virtù
La struttura della tortura 75

della mediazione ossessiva dello strumento che il dolore del


prigioniero verrà pervertito nell'affermazione ingannevole del
potere49, che il dolore oggettivato viene negato come dolore e
letto come potere. Dapprima, l'arma o l'agente sembrano esse­
re costituiti soltanto da torturatori e da qualunque utensile ser­
ve loro da strumento rudimentale; ora, però, si è aggiunto il
mondo circostante, costretto a partecipare, amplificandolo, al
loro crescente senso di causalità. Tutto, tranne il prigioniero
stesso, è n come un'arma, e alla fine anche lui viene assorbito
nelle strategie percettive dello strumento. Il processo che con­
duce a questo assorbimento finale diventerà chiaro se si ripren­
derà in esame la relazione tra dolore e interrogatorio, la con­
nessione tra atti fisici e verbali, poiché la trasformazione del
dolore in potere è in ultima analisi una trasformazione del cor­
po in voce, che scaturisce in parte dalla loro dissonanza e in
parte dalla loro consonanza.
Gran parte della messinscena del potere deriva dall'opposi­
zione di corpo e voce. Il torturatore ha esperienza del proprio
corpo e della propria voce come opposti; il prigioniero ha espe­
rienza del proprio corpo e della propria voce come opposti; ma
l'esperienza che il prigioniero ha di entrambi è capovolta ri­
spetto a quella del torturatore. Ne derivano quattro serie di
opposizioni. Il dolore è straordinariamente presente per il pri­
gioniero e assente per il torturatore; la domanda, nella finzione
politica, è estremamente significativa per il torturatore e insi­
gnificante per il prigioniero; per il prigioniero, la presenza del
corpo e del suo dolore è schiacciante, mentre la voce, il mondo
e l'io sono assenti; per il torturatore la presenza della voce, del
mondo e dell'io è schiacciante, mentre il corpo e il suo dolore
sono assenti. Queste serie multiple di opposizioni rivelano e
accrescono in ogni istante la distanza tra il torturatore e il pri­
gioniero, e danno in tal modo un'immagine vivida del potere
del primo, perché il potere è sempre basato, nelle sue forme in­
gannevoli come in quelle legittime, sulla distanza dal corpo.
Ma proprio la presenza costante di queste opposizioni tra
corpo e voce significa che essi si rispecchiano l'uno nell'altra.
Poiché vengono loro attribuite posizioni identiche, essi si ri­
flettono e si amplificano l'un l'altra. Proprio come il dolore è
una misura fisica della distanza abissale tra chi viene torturato
e chi tortura (perché per quanto minima sia la loro distanza in
termini spaziali, non esistono due esperienze più distanti tra
76 La distruzione

loro del subire e infliggere dolore), cosl l'interrogatorio e l'ag­


gettivazione verbale di quella distanza abissale. Nel suo rab­
bioso perseguire una risposta alle sue domande, il torturatore
si crogiola nel privilegio o nell'assurdità di possedere un mon­
do che l'altro non ha più. Mai il linguaggio è cosl vicino a costi­
tuire l'agente concreto del dolore come in questo caso, in cui
esso non solo è prossimo al momento in cui verrà levato il ba­
stone o impiegata la corrente elettrica, ma corre anche paralle­
lo all'esibizione della distanza, che in tal modo raddoppia. Pro­
prio come le parole dell'uno sono diventate un'arma, cosl le pa­
role dell'altro sono un'espressione di dolore, che in molti casi
non dice altro al torturatore se non quanto intensamente il pri­
gioniero soffra. La domanda, qualunque sia il suo contenuto, è
un ferimento; la risposta, qualunque sia il suo contenuto, è un
grido. Questa identificazione degli atti fisici e verbali è consa­
pevolmente o inconsapevolmente riconosciuta nel linguaggio
degli stessi torturatori. I più importanti responsabili della tor­
tura sotto il regime dei Colonnelli, in Grecia, si rivolgevano ri­
petutamente ai loro prigionieri esprimendosi con immagini che
accentuavano la connessione tra due forme temute di esposi­
zione, le ferite visibili e la confessione: <�Un giorno, Hazijisis
mi colpl al torace e mi disse: "Ecco, ora dirai tutto. Ti aprirai
come una rosa"»so. Delle molte forme di brutalità usate sotto
questo regime, la più frequente era colpire ripetutamente lo
sterno del prigioniero, spesso fino a fargli vomitare sangue.
Questo genere di danno corporeo forniva ai torturatori il lin­
guaggio da usare per estorcere la confessione: «Adesso vomite­
rai tutto»; «tu sei Mitsii, il tassista cui abbiamo dato la caccia.
Ora sei nelle nostre mani. Sappiamo tutto. Questo è l'EsA. Vo­
miterai sangue e parlerai»51.
Esiste un secondo legame altrettanto decisivo e crudele tra
il dolore fisico e l'interrogatorio, il quale offre un'ulteriore
spiegazione del fatto che questi compaiano inevitabilmente in­
sieme. Proprio come l'interrogatorio, analogamente al dolore,
è un modo di ferire, cosl il dolore, analogamente all'interroga­
torio, è un modo di autotradirsi. La tortura impedisce sistema­
ticamente al prigioniero di essere l'agente di qualunque cosa e
finge, al tempo stesso, che egli sia l'agente di alcune cose. No­
nostante il fatto che, in realtà, egli sia stato interamente priva­
to del controllo sul proprio mondo, le proprie parole e il pro­
prio corpo, e perciò della responsabilità di tutto questo, deve
La struttura della tortura 77

intendere la propria confessione come verrà intesa dagli altri, e


cioè come un atto di autotradimento. Costringendolo a confes­
sare o, come spesso accade, a firmare una confessione senza
averla letta, i torturatori producono una messinscena in cui chi
viene annientato diventa l'agente del proprio annientamento.
Ma questa messinscena, benché sia una menzogna, imita qual­
cosa di reale e già presente nel dolore fisico; essa è l'equivalen­
te visibile di un aspetto invisibile, ma percepito intensamente,
del dolore. Indipendentemente dallo scenario della sofferenza
(casa, ospedale o stanza della tortura) e indipendentemente
dalla causa della sofferenza (malattia, ustioni, tortura o cattivo
funzionamento dello stesso sistema percettivo del dolore) , la
persona che prova un forte dolore vive il proprio corpo come la
causa del proprio tormento. Il segnale incessante che annuncia
il corpo che soffre, al tempo stesso così vuoto e indifferenziato
e così pieno delle grida della sventura, non contiene soltanto la
sensazione «il mio corpo sente dolore», ma anche la sensazione
«il mio corpo mi provoca dolore». Questa parte del dolore, co­
me quasi tutte le altre, è solitamente invisibile a chiunque sia
estraneo al corpo di chi soffre, benché diventi qualche volta vi­
sibile, per esempio quando un bambino o un animale, all'inizio
di un dolore acuto, si mette a correre disperatamente, fuggen­
do dal proprio corpo come se si trattasse di una parte dell' am­
biente da cui allontanarsi. Se l'odio di sé, l'autoalienazione e
l'autotradimento (così come l'odio, l'alienazione e il tradimen­
to di tutto ciò che l'io contiene - amici, famiglia, idee, ideolo­
gia) fossero trasferiti dalla sfera psicologica, dove hanno un
contenuto e sono accessibili al linguaggio, alla sfera indicibile e
priva di contenuti della sensazione fisica, costituirebbero un
dolore intenso.
Questa sensazione invisibile di autotradirsi, nel dolore, che
si oggettiva nella confessione forzata, si oggettiva anche negli
esercizi che rendono il corpo del prigioniero un agente attivo,
una causa effettiva del suo dolore. Egli può essere costretto a
stare rannicchiato in uno spazio limitato per mesi o per anni,
come è successo in Vietnam; può essere costretto a camminare
incessantemente sulle ginocchia, come in Spagna; a chinarsi fi­
no a crollare e a portare una grossa pietra mentre viene percos­
so, come nelle Filippine; può essere costretto a stare in piedi
per undici ore al giorno, come in Argentina; può essere costret­
to a buttare la testa il più possibile all'indietro e, come in Gre-
78 La distruzione

eia, dove questo era chiamato «far nodi», a inghiottire conti­


nuamente la saliva52. La percezione del proprio corpo come
causa di dolore nasce nel momento in cui la sua incapacità di
mantenere la posizione o continuare gli esercizi imposti induce
il torturatore a un'altra forma di punizione; ma, per il prigio­
niero e per i presenti, l'esibizione più vistosa e diretta del fatto
di essere la causa del proprio dolore risiede nell'esercizio stes­
so. Rimanere in piedi, immobili, per undici ore, può provocare
un dolore violento ai muscoli e alla spina dorsale, allo stesso
modo in cui degli strumenti possono provocare un danno. Ma
noi, estranei a questa situazione, abituati come siamo a cam­
biare posizione ogni volta che cominciamo a sentirei un po'
scomodi, possiamo non rendercene conto immediatamente.
W.K. Livingston, una figura di primo piano nella ricerca sulla
fisiologia del dolore, descrive la propria incapacità di compren­
dere il motivo per cui un collega che provava ogni giorno, da
anni, un dolore tale da provocargli la nausea, come conseguen­
za di un'amputazione, attribuisse gran parte del suo tormento
al senso di tensione:
Una volta gli domandai perché si lamentasse tanto del senso di
tensione nella mano. Mi chiese di stringere le dita sul pollice, piegare
il polso, sollevare il braccio portandolo dietro la schiena e tenerlo co­
sl. Mi tenne in questa posizione finché fui in grado di resistere. Dopo
cinque minuti sudavo abbondantemente, la mano e il braccio venne­
ro colti da crampi insopportabili ed io cedetti. «Ma tu puoi muovere
la mano», mi disse 53.

Solo quando una persona butta il corpo all'indietro e deglu­


tisce tre volte comincia a comprendere che cosa comportano
centotré o trecentotré deglutizioni, quali atrocità il proprio
corpo, i propri muscoli e la propria struttura ossea possono in­
fliggerle. Naturalmente, al prigioniero questo viene ricordato
in ogni istante. Ogni fonte di forza e di piacere, ogni mezzo
per entrare nel mondo o per aprirsi al mondo diventa un mezzo
per ripiegare il corpo su se stesso, per costringere il corpo a nu­
trirsi del corpo: gli occhi sono solo punti d'accesso a una luce
accecante, le orecchie a rumori violenti; l'atto di mangiare, co­
sl straordinario e al tempo stesso cosl semplice, in cui il mondo
entra letteralmente nel corpo, viene sostituito da un'inedia
forzata che implica la mancanza di cibo, o del cibo nauseante;
il gusto e l'olfatto, due modalità di percezione sensoriale che si
La struttura della tortura 79

sono sviluppate per controllare l'ingresso del mondo nel corpo,


vengono sistematicamente danneggiati con bruciature e tagli
all'interno del naso e della bocca, e con la somministrazione di
sostanze infestate di insetti o putrefatte; i bisogni normali co­
me l'escrezione e i bisogni particolari come la sessualità diven­
tano, nel momento in cui si esprimono, fonti di oltraggio e di
repulsione. Anche l'atto corporeo più mite e insignificante di­
venta una forma di azione strumentale. In Il primo cerchio, Sol­
zenitzyn descrive come i prigionieri fossero costretti a tenere
le mani sopra le coperte mentre dormivano, e scrive: «Era una
regola diabolica. E un'abitudine umana istintiva, profonda­
mente radicata, cui non si fa caso, nascondere le mani mentre
si dorme, tenerle accostate al corpo» 54 • Il corpo del prigioniero
- con le sue capacità fisiche, le sue facoltà sensoriali, i suoi bi­
sogni e desideri, i suoi modi di provare piacere e infine, come
in questo caso, i suoi piccoli, toccanti gesti di amicizia verso se
stesso - è trasformato, come la voce del prigioniero, in un'ar­
ma contro di lui, è costretto a tradirlo nell'interesse del nemi­
co, è trasformato nel nemico.
Ma la relazione tra corpo e voce, che per il prigioniero è al­
l'inizio un'opposizione (il dolore è cosl reale che la «domanda»
è irreale, priva di significato) e che diventa in seguito un'iden­
tificazione (la domanda, come il dolore, è un modo di ferire; il
dolore, come la domanda, è un modo per tradirsi da sé), alla fi­
ne ritorna ad essere un'opposizione. Infatti, il processo della
tortura divide l'essere umano in due, accentua la distinzione
sempre presente ma, tranne che nel caso estremo della malattia
e della morte, soltanto latente tra un io e un corpo, tra un «me»
e il «mio corpo». L' «io» o il <(fie», vissuto sia come la dimensio­
ne più privata, al centro di tutte le altre, sia come una presenza
attiva al di là del ponte verso il mondo, formato dal corpo, si
<(concretizza» nella voce, nel linguaggio. L'obiettivo del tortu­
ratore è rendere l'uno, il corpo, presente in modo deciso e
schiacciante, distruggendolo, e rendere l'altra, la voce, assente,
distruggendola. È anche questa combinazione che fa della tor­
tura, come ogni altra esperienza di grande dolore fisico, l'imi­
tazione della morte; infatti, nella morte il corpo è drammatica­
mente presente, mentre l'assenza di quella parte sfuggente del­
la nostra esperienza rappresentata dalla voce è cosl allarmante
che gli uomini hanno creato Dio per spiegarne l'origine.
Mediante la sua capacità di proiettare parole e suoni nel-
80 La distruzione

l'ambiente che lo circonda, un essere umano abita, umanizza e


fa proprio uno spazio molto più ampio di quello occupato dal
suo solo corpo. Questo spazio, sempre ristretto sotto i regimi
repressivi, nella tortura viene quasi totalmente eliminato. Il
«lo» dell'espressione «fatelo parlare» non si riferisce soltanto a
un'informazione, ma alla stessa capacità di parlare. La confes­
sione scritta o registrata che può essere trasferita su un pezzo
di carta o su un nastro è solo la dimostrazione più concreta del
tentativo del torturatore di provocare dei suoni che possano
essere separati da chi li ha emessi, asportati e resi proprietà del
regime. Il torturatore cerca di far proprie non solo le parole
della confessione del prigioniero, ma tutte le sue parole e i suoi
suoni. Una forma di tensione imposta ai prigionieri portoghesi
era farli parlare continuamente a voce alta agli altri prigionie­
ri 55. In Grecia, una regola analoga era estesa alle forme di suo­
no non verbali: «[Il poliziotto] non fu soddisfatto della mia ri­
sposta e mi colpl di nuovo [ . . ] . A questo punto la guardia mi
.

ordinò di camminare in modo tale che si udisse il rumore dei


miei passi. Mi disse che dovevo camminare molto velocemen­
te»56. Mentre viene colpito, egli è costretto a parlare, cantare
e, naturalmente, gridare - ed anche quelle grida, i suoni pre­
cedenti il linguaggio, a cui un essere umano ricorre quando è
sopraffatto dal dolore, verranno asportate e rese proprietà dei
torturatori in due modi. In primo luogo, esse forniranno l'oc­
casione per un'altra punizione, diventandone la causa. Allo
stesso modo in cui mette in mostra il suo potere di controllare
la voce dell'altro provocando per prima cosa delle grida, il tor­
turatore manifesta ora lo stesso potere interrompendole: si in­
troduce nella bocca di una persona un cuscino, o una pistola, o
una palla di ferro, o uno straccio sudicio, o un escremento av­
volto nella carta, oppure si sistema accanto al suo capo un mo­
tore rumoroso, oppure si impiega l'elettricità per far contrarre
le sue mascelle57• In secondo luogo, in molti paesi, queste urla,
come le parole della confessione, vengono registrate e poi fatte
ascoltare agli altri prigionieri, agli amici intimi e ai parenti 58.
Spesso le descrizioni fornite da chi è stato incarcerato e tortu­
rato sono piene di implorazioni, di espressioni prive di senso,
di frammenti di discorso di cui non può essere individuata l'o­
rigine - qualcuno singhiozzava, qualcuno gridava, qualcuno
chiamava aiuto. «Basta, lo ucciderai!» Chi è? E sensibile al mio
dolore? Mi può capire? È anche il suo dolore? Anche loro ven-
La struttura della tortura 81

gono brutalizzati? Quelle grida provengono da qualcuno che


sta subendo una tortur�? Sono la registrazione di qualcuno che
è già stato torturato? E la voce di mio marito? Di mio figlio?
Questi suoni cosl convincenti esprimono un autentico dolore
umano oppure sono creati per ingannarmi e tormentarmi?
In questo mondo chiuso, dove l'interrogatorio sostituisce
la conversazione, dove il discorso umano viene troncato con la
confessione e si frantuma in grida umane, dove persino quelle
grida possono essere troncate e trasformate in un'arma in più
contro la persona stessa o contro un amico; in questo mondo di
voci frantumate e troncate non è sorprendente che il momento
più efficace e salutare sia spesso quello in cui una voce umana,
benché spezzata, riesce a raggiungere, fluttuando in libertà,
chi possiede come sola realtà il proprio inconcepibile isolamen­
to e la propria opprimente corporeità. Il prigioniero che, isola­
to in una lunga segregazione cellulare e ripetutamente tortura­
to, ha trovato in una pagnotta una scatola di fiammiferi conte­
nente un piccolo pezzo di carta su cui era stata scritta, come in
un sussurro, la sola parola: «Coraggio! »59; l'uruguaiano che fa­
ceva in modo di ricevere qualche segnale tangibile del fatto che
le sue parole fossero arrivate a destinazione: «Cara, se ricevi
questa lettera metti mezzo pezzo di sapone Boa nel prossimo
paccm>60; le prigioniere cilene che, alla vigilia di Natale, canta­
vano con tutta l'energia che avevano ai loro uomini, in un cam­
po separato, la canzone che avevano scritto: «Fatti coraggio,
Jose, amore mio», e che, nonostante le grida ingiuriose delle
guardie che ordinavano di fare silenzio, udivano, «fievole nel
vento [ ], la canzone di risposta degli uomini»61 - questi atti
. . .

e il loro moltiplicarsi nei tentativi su larga scala che Amnesty


International sta compiendo per restituire ad ogni persona tor­
turata la sua voce, per usare un linguaggio che permetta al do­
lore di descrivere se stesso con esattezza, per offrire ai regimi
che praticano la tortura una grande quantità di lettere e tele­
grammi, una quantità di voci che parlano a nome delle persone
ridotte al silenzio e con la loro voce; questi atti che restituisco­
no al prigioniero il suo spazio politico fondamentale, cosl come
la sua realtà e il suo spessore psichico, sono quasi fisiologici da­
ta la loro capacità di produrre dei mutamenti. Come la tortura
consiste di atti che amplificano il mondo in cui il dolore di­
strugge il mondo, l'io e la voce di una persona, cosl questi atti
che restituiscono la voce diventano non solo una denuncia del
82 La distruzione

dolore, ma quasi una riduzione del dolore, un capovolgimento


parziale del processo della tortura stesso. Un atto comunicati­
vo o di sollecitudine, sia che abbia luogo qui o nell'ambito pri­
vato dell'affettività, fornisce alla persona che soffre la possibi­
lità di esprimersi nel mondo: riconoscendo ed esprimendo il
dolore di un altro, o dando voce a uno dei suoi interessi non
corporei, cosa che l'altro non può fare, un essere umano che sta
bene ed è libero si trasforma prontamente in un'immagine del­
le esigenze psichiche o di sensibilità dell'altro, un'immagine
che si trova nello spazio esterno al corpo di chi soffre, che vie­
ne proiettata nel suo mondo e n mantenuta intatta dalle facoltà
di quella persona, finché lo stesso che soffre non riconquisti la
sua facoltà di esprimersi. Mantenendo quel mondo in ordine,
ossia dando al dolore un posto nel mondo, l'affettività riduce il
potere della malattia e del dolore, agendo in opposizione alla
forza con cui una persona che prova un grande dolore o è gra­
vemente ammalata può essere fagocitata dal corpo.
Ammettere la soggettività radicale del dolore significa am­
mettere l'incompatibilità semplice ed assoluta di dolore e mon­
do. La sopravvivenza di ciascuno dipende dalla reciproca sepa­
razione. Unirli, inserire il dolore nel mondo aggettivandolo nel
linguaggio, significa distruggere l'uno o l'altro: o il dolore, co­
me nel caso di Amnesty International e degli sforzi analoghi in
altri settori, viene oggettivato, espresso, inserito nel mondo in
modo tale da venire ridotto e annullato, oppure, come nella
tortura e nelle forme analoghe di sadismo, il dolore viene al
tempo stesso oggettivato e falsato, espresso solo in riferimento
a qualcos'altro; in questo processo, il mondo, o la rappresenta­
zione che lo sostituisce, viene distrutto. Come ho sostenuto al­
l'inizio di questo capitolo, e come l'analisi precedente ha cerca­
to di mostrare, la tortura è una forma di barbarie e di stupidità
(termini citati qui come definizioni letterali piuttosto che co­
me etichette denigratorie) con una sua struttura. Questa strut­
tura può essere in parte consapevole; ma sembra anche che in
gran parte sia inconscia; in entrambi i casi è basata sulla natura
del dolore, la natura del potere, l'interazione tra i due e l'inte­
razione tra le fonti di ciascuno - il corpo, il luogo del dolore, e
la voce, il luogo del potere. Essa implica l'invariabile e simulta­
neo manifestarsi di tre fenomeni che possono essere descritti e
sintetizzati nel modo migliore se isolati e considerati separata­
mente secondo un ordine sequenziale.
La struttura della tortura 83

Trefenomeni simultanei nella struttura della tortura


1) l'atto di infliggere dolore
2) l 'aggettivazione degli attributi soggettivi del dolore
3) la trasformazione degli attributi oggettivati del dolore nei
simboli del potere

Il primo dei tre fenomeni è l'atto di far subire un grande


dolore fisico a un essere umano. Benché sia la fase più odiosa
del processo, essa non realizzerebbe mai, da sola, l'obiettivo
del torturatore. Un aspetto del dolore profondo - come rico­
nosce chi l'ha subito in differenti contesti politici e privati, co­
me afferma chi l'ha studiato in una prospettiva psicologica, fi­
siologica e, infine, come è ovvio per chi soltanto sia dotato di
buon senso - è che, per l'individuo che lo prova, la sua pre­
senza è schiacciante, la sua realtà più forte di qualunque altra
esperienza umana, mentre è quasi invisibile a tutti gli altri, che
non lo provano né lo conoscono. Anche se prolungate, le grida
umane di disperazione, che opprimono la coscienza di chi le sta
ascoltando quasi come il dolore opprime le coscienza di chi lo
subisce, comunicano solo un aspetto limitato dell'esperienza di
chi soffre. Può essere per questa ragione che le rappresentazio­
ni delle grida umane ricorrono abbastanza spesso nelle arti vi­
sive che, per la maggior parte, evitano di descrivere l'esperien­
za dell'ascolto. Proprio l'incapacità di comunicare il suono ren­
de queste rappresentazioni interessanti e precise; la bocca
aperta e muta che ci colpisce nei disegni e nei quadri di Griine­
wald, Stanzione, Munch e Bacon, e nei film di Bergman e Ei­
senstein - un essere umano che si distrugge a tal punto nel­
l' atto di emettere un suono da non poter più essere udito -
corrisponde al modo in cui il dolore divora colui che soffre, ma
non viene provato da nessun altro. Per il torturatore, non è
sufficiente che il prigioniero provi dolore, la cui realtà, benché
già incontestabile per chi soffre, deve diventare incontestabile
anche per coloro che sono al di fuori di chi soffre. Il dolore vie­
ne perciò reso visibile nei molteplici ed elaborati processi che
sfociano nella sua produzione.
Nella seconda fase della tortura, le caratteristiche soggetti­
ve del dolore vengono oggettivate. Anche se l'esperienza inte­
riore del prigioniero può essere vicina o identica a quella di una
persona che soffre intensamente a causa di ustioni, di un col­
po, di un cancro o di un'amputazione, essa, diversamente da
84 La distruzione

quanto accade in questi casi, viene contemporaneamente este­


riorizzata. I seguenti attributi appartengono tanto all'esperien­
za interiore del paziente quanto a quella del prigioniero, ma è
solo nel secondo contesto (o in qualche altra area di aggettiva­
zione) che essi possono venire colti dall'esterno.
Il primo, fondamentale, aspetto del dolore è la sua assoluta
capacità di suscitare repulsione. Mentre i contenuti di altre
sensazioni possono essere positivi, neutri o negativi, il conte­
nuto del dolore è la negazione in quanto tale. Se una persona
che soffre non considera il proprio dolore repulsivo, e se il do­
lore non suscita subito in lei un senso di ripugnanza, esso non
sarà chiamato dolore né nei dibattiti filosofici, né nelle defini­
zioni psicologiche62. Il dolore è una pura esperienza fisica di
negazione, un'espressione sensoria immediata del «contro», di
qualcosa che ci è contro e di qualcosa cui si deve essere contro.
Anche se si manifesta dentro di sé, esso viene al tempo stesso
riconosciuto come «non sé», come «non me», come qualcosa di
tanto estraneo da doversene sbarazzare subito. Nella tortura,
questa esperienza fisica interiore si accompagna al suo equiva­
lente politico esterno: la presenza, nello spazio esterno al cor­
po, di un «nemico» che si è autoproclamato tale, di qualcuno
che, diventando il nemico, diventa la personificazione della
sgradevolezza; questi perde ogni caratteristica o contenuto psi­
cologici, tranne quella di essere, come il dolore fisico, «non
me», «contro di me». Anche se ci sono molte situazioni politi­
che sgradevoli (per esempio, una città occupata o una prigione,
dove l' «essere contro» è presente in una condizione implicita e
muta di attesa, che non si manifesta «adesso», ma solo come un
futuro sempre imminente) è la natura stessa della tortura che,
in ogni istante, identifica, annuncia, realizza brutalmente, ac­
cusa e sfida la condizione del proprio essere altro da sé, la con­
dizione dell'essere contro, il fatto di essere il proprio nemico.

Un secondo e un terzo aspetto del dolore, strettamente col­


legati al primo, sono costituiti dalla duplice esperienza dello
strumento di tortura. Se il dolore è in parte una profonda
espressione sensoria del «contro», esso è anche un'espressione
del «qualcosa» che è contro, un qualcosa che è al tempo stesso
interno ed esterno. Anche in presenza di un'arma vera, può
prevalere in colui che soffre la percezione di uno strumento in­
terno: è stato spesso osservato che quando un coltello, un chio-
La struttura della tortura 85

do o uno spillo penetrano nel corpo, ciò che si sente non è il


coltello, il chiodo o lo spillo, ma il proprio corpo, il proprio cor­
po che prova dolore. Al contrario, nell'assenza totale di ogni
causa esterna reale, si forma spesso la percezione netta di uno
strumento esterno, una percezione che si manifesta nella ter­
minologia elementare con cui siamo soliti descrivere il dolore:
tagliente, lancinante, perforante, bruciante. Nel dolore fisico,
quindi, il suicidio e l'omicidio si sovrappongono, perché ci si
sente determinati, annullati, allo stesso modo dall'interno e
dall'esterno. La percezione di uno strumento interno, visibile
in molte varianti della tortura, è soprattutto evidente nell'au­
totradimento ritualizzato della confessione e nell'esercizio for­
zato. La percezione di uno strumento esterno si oggettiva nel
fatto che un aspetto della civiltà come un riparo venga sistema­
ticamente compreso nella collezione di armi del torturatore.
Ma l'interno e l'esterno, le due forme di strumento, alla fine si
compenetrano e si confondono: la confessione e le violenze fi­
siche sono una forma di strumento sia esterno sia interno, per­
ché il proprio corpo e la propria voce non appartengono più a
se stessi; e la trasformazione dello scenario fisico e culturale in
uno strumento di tortura è sia interna sia esterna, perché agi­
sce come un'immagine dell'effetto del dolore sulla coscienza
umana.

Questa scomparsa del confine tra interno ed esterno dà ori­


gine a un quarto aspetto dell'esperienza interiore del dolore fi­
sico, un'unione quasi indecente di pubblico e privato. Essa
porta con sé tutta la solitudine del completo isolamento senza
nulla della sua sicurezza, tutta l'esposizione del momento inte­
ramente pubblico senza nulla della sua possibilità di camerati­
smo o di esperienza comune. Le aggettivazioni artistiche del
dolore spesso si concentrano su questa combinazione di isola­
mento ed esposizione. I film di Ingmar Bergman collegano
spesso il dolore fisico a intensi momenti di umiliazione. Nella
sequenza iniziale di Sawdust and Tinse!, per esempio, uno
sciocco che è stato cornificato, bersagliato dalle parole di
scherno dei soldati che stanno ll a guardare, trascina il corpo
nudo e insopportabilmente pesante della sua infedele, amata
moglie per una rigida pietraia che gli taglia i piedi nudi. Il terri­
torio del Filottete di Sofocle - lo sfondo contro il quale vedia­
mo e udiamo il tormentato contorcersi dell'eroe ferito, quel
86 La distruzione

contorcersi a tal punto ripugnante per i suoi compagni di bor­


do da indurii, molto tempo prima, ad abbandonarlo n -è una
piccola isola frastagliata, al tempo stesso completamente taglia­
ta fuori dalla terra natia e dall'umanità, e completamente espo­
sta agli elementi. L'isolamento della figura solitaria, nello sce­
nario tipico di Francis Bacon, è accentuato dalla sua posizione
sul palco, dalla struttura geometrica anomala che la ricopre e
dalla sua nuda presenza su uno sfondo rosso-arancio uniforme
(e nella sua uniformità, quasi perfetto); eppure, mentre è pro­
fondamente separata dallo spettatore (una separatezza che Ba­
con voleva accrescere coprendo gli scenari con il vetro) essa è
al tempo stesso inesorabilmente esposta al nostro sguardo, non
semplicemente perché è svestita, priva della protezione di un
pezzo di stoffa o di un abito, ma perché il suo corpo patetico
viene rivoltato, e rivela le sue parti più intime e segrete. Que­
sta combinazione, solitamente non visibile in queste aggettiva­
zioni a un osservatore esterno, ma sempre presente nell' espe­
rienza interiore del dolore, fa parte dell'azione che si svolge al­
l' esterno del processo stesso della tortura, poiché il prigioniero
è costretto ad occuparsi dei fatti più segreti e intimi del pro­
prio corpo (dolore, fame, nausea, sesso, escrezioni) in un mo­
mento in cui non può godere del beneficio dell'isolamento,
perché è sotto continua sorveglianza, né del favore del pubbli­
co, perché non c'è alcun contatto umano, ma soltanto uno
sgradevole rovesciamento dell'uno e dell'altro.

Una quinta dimensione del dolore fisico è la sua capacità di


distruggere il linguaggio, il suo potere di aggettivazione verba­
le, un punto di partenza notevole per la nostra espansione, un
mezzo con cui il dolore potrebbe essere trasferito nel mondo
ed eliminato. Prima di distruggere il linguaggio, esso lo mono­
polizza, diventa il suo unico oggetto: il lamento, in molti modi
l'equivalente non politico della confessione, diventa il solo mo­
do di parlare. Alla fine, il dolore si fa cosl intenso che alla intel­
ligibilità del lamento si sostituiscono i suoni precedenti il lin­
guaggio appreso. Nella tortura, la tendenza del dolore non solo
a rinunciare all'espressione, ma a distruggere la capacità di par­
lare, si ripropone in forma chiara e macroscopica. Anche quan­
do i torturatori non cancellano per sempre la voce con la muti­
lazione o l'assassinio, essi agiscono come il dolore, interrom­
pendo temporaneamente la voce, facendola propria, facedole
La struttura della tortura 87

pronunciare le loro parole, facendola gridare quando vogliono


che gridi e tacere quando vogliono che taccia, provocandola e
facendola cessare, usando il suo suono per far del male sia a co­
lui cui essa appartiene sia agli altri prigionieri. Anche le ridico­
le connotazioni di «tradimento» che circondano la confessione
rivelano in modo più ampio il processo con cui, nei contesti
non politici, il linguaggio lamentoso, deteriorato o assente di
una persona oscura e rende meno credibili le sue esigenze pro­
prio nel momento in cui esse sono più intense. Persino nel
1976 e 1977, quando i media americani cominciarono a dedica­
re spazio e una sollecita attenzione ai problemi del dolore fisi­
co, non era raro trovare nei giornali titoli come: <<Un dolore è
tale se vi lamentate» e «Il dolore cronico può unirvi»63.

Un sesto elemento del dolore fisico, che si sovrappone par­


zialmente a quelli precedenti, è l'annullamento dei contenuti
della coscienza. Il dolore annulla non soltanto gli oggetti dei
pensieri e dei sentimenti complessi, ma anche gli oggetti degli
atti più elementari della percezione. Può cominciare distrug­
gendo qualche credenza complessa e impegnativa, ma può an­
che (come è implicito nell'espressione «dolore accecante») an­
nullare la semplice capacità di vedere. Nella tortura, questa
dissoluzione del mondo, che si riconosce nella confessione, è
rappresentata dalla trasformazione in strumenti di offesa (e nel
conseguente annullamento) di tutto ciò che è contenuto nella
stanza e di tutto ciò che costituisce il mondo, ad opera dell'a­
zione e del discorso del torturatore.

Un settimo aspetto del dolore, fondato sui primi sei, è la


sua totalità. Il dolore è all'inizio il «non se» e alla fine elimina
tutto ciò che non è dolore. Mentre all'inizio si manifesta sol­
tanto come fatto interiore, terrificante ma limitato, alla fine
occupa l'intero corpo e invade la sfera oltre il corpo stesso, as­
sorbe interamente l'interno e l'esterno, li rende oscenamente
indistinguibili, e distrugge sistematicamente qualunque cosa,
come il linguaggio o il mondo, sia estranea o costituisca una
minaccia alle sue pretese. Benché possa essere terribilmente li­
mitato, esso consuma e sostituisce tutto il resto finché sembra
diventare il solo fatto evidente e onnipresente dell'esistenza.
Da qualunque prospettiva lo si consideri, la sua totalità si ri­
presenta ogni momento. Anche le descrizioni neurologiche e
88 La distruzione

fisiologiche riconoscono costantemente la portata della sua


presenza. Il suo dominio del corpo, per esempio, è dimostrato
dal fallimento dei numerosi tentativi di eliminare chirurgica­
mente le vie del dolore, perché il corpo ne genera rapidamente,
spontaneamente e incessantemente delle altre 64. Riguardo alla
sua collocazione nel cervello, Melzack scrive:

Tradizionalmente, si ritiene che la sensazione di dolore e la rea­


zione ad esso siano provocate da un «centro del dolore» situato nel
cervello. Tuttavia, l'idea di un centro del dolore è totalmente inade­
guata a spiegare la complessità del dolore. In realtà, tale idea è fanta­
sia pura, a meno che non si consideri praticamente l'intero cervello
come il centro del dolore, perché il talamo, l'ipotalamo, la formazio­
ne reticolare del midollo allungato, il sistema limbico, la corteccia pa­
rietale e la corteccia frontale sono tutti implicati nella percezione del
dolore. Ovviamente, gli aspetti emotivi e motori del dolore interessa­
no altre aree del cervello 65.

La medesima totalità descrive allo stesso modo l'esperienza


interiore. Benché altre sensazioni abbiano qualche volta il po­
tere di ridurre il dolore distogliendo l'attenzione della persona,
spesso nel dolore prolungato e intenso il corpo tende ad inter­
pretare tutte le sensazioni come dolore. S .W. Mitchell, un uf­
ficiale medico della Guerra Civile, un romanziere minore ben­
ché prolifico e una figura di primo piano nello studio e nell' os­
servazione medica delle ferite e del dolore da queste provoca­
to, scrive:

Probabilmente solo poche persone ignare di medicina possono


rendersi conto dell'influenza che il dolore prolungato e insopportabi­
le può avere sul corpo e sulla mente. I vecchi libri sono pieni di casi
in cui delle incisioni effettuate con una lancetta provocavano il dolo­
re e gli spasimi locali più terribili. Quando questi duravano giorni o
settimane, tutta la superficie del corpo diventava ipersensibile, e i
sensi si accentuavano fino a diventare null' altro che il tramite di nuo­
ve e sempre peggiori torture, finché ogni vibrazione, ogni cambia­
mento di luce e anche [ . . . ] lo sforzo di leggere procuravano un nuovo
tormento66•

La tortura aspira alla totalità del dolore. Una volta, Anto­


nin Artaud ha descritto come un dolore, «man mano che si in­
tensifica e si approfondisce, moltiplica le sue risorse, e le sue
vie d'accesso a tutti i livelli della sensibilità»67. Allo stesso mo-
La struttura della tortura 89

do i torturatori, come il dolore stesso, moltiplicano in conti­


nuazione le loro risorse e vie d'accesso, finché la stanza e tutto
ciò che essa contiene diventa una gigantesca mappa esterioriz­
zata delle sensazioni del prigioniero. Limitata e ripetitiva in
modo quasi altrettanto ossessivo del dolore su cui si modella, la
tortura può essere vista più facilmente perché ha estensione e
profondità, uno spazio che può essere percorso internamente
anche se non può essere abbandonato. Qui non c'è nulla che
possa essere udito o visto, nulla che possa essere toccato, gu­
stato o odorato che non sia la manifestazione tangibile del do­
lore del prigioniero.

L'ottavo e, per ora, ultimo elemento ci riporta al punto in


cui eravamo subito prima che iniziasse questa enumerazione
degli elementi oggettivati del dolore, e cioè alla sua resistenza
all'aggettivazione, uno dei suoi aspetti che più spaventano.
Benché sia indiscutibilmente reale per chi soffre, esso è irreale
per gli altri, a meno che non sia accompagnato da un danno
corporeo visibile o da un marchio di malattia. Questa profonda
spaccatura antologica raddoppia il potere di annientamento
del dolore: la mancanza di identificazione e di riconoscimento
(che se ci fossero potrebbero agire come una forma di estensio­
ne di sé) diventa una seconda forma di negazione e di rifiuto,
l'equivalente sociale della ripugnanza fisica. Questa terrifican­
te dicotomia (che è anche un raddoppiamento) viene essa stes­
sa raddoppiata, moltiplicata ed amplificata nella tortura, per­
ché il dolore della persona, invece di essere soggettivamente
reale ma non oggettivato e invisibile a tutti gli altri, è ora am­
piamente oggettivato, visibile ovunque, incontestabilmente
presente tanto nel mondo esterno quanto in quello interiore,
eppure, al tempo stesso, recisamente negato.

Questa negazione, la terza delle tre fasi principali nella se­


quenza in cui si sviluppa la tortura, si compie nella trasforma­
zione di tutti gli elementi oggettivati del dolore nei simboli del
potere, la conversione della grande mappa della sofferenza
umana in un emblema della forza del regime. Questa trasfor­
mazione è resa possibile dal fenomeno comune al potere e al
dolore, la presenza dello strumento, e passa attraverso di esso.
Il generatore di corrente, le fruste e le canne, i pugni del tortu­
ratore, le pareti, le porte, la sessualità del prigioniero, le do-
90 La distruzione

mande del torturatore, la medicina istituzionale, le urla del pri­


gioniero, sua moglie e i suoi figli, il telefono, la sedia, un'an­
gheria, un sottomarino, i timpani del prigioniero - tutto que­
sto e molto di più (qualunque cosa umana e non umana sia pre­
sente fisicamente o verbalmente, realmente o allusivamente) è
diventato parte del vasto regno delle armi, armi che possono
essere messe in relazione allo stesso modo con il dolore o con il
potere. Ciò che uno vive come una continua contrazione, per
l'altro è una continua estensione di sé, poiché il crescente sen­
so di sé del torturatore si trasferisce all'esterno, sul dolore sem­
pre più forte del prigioniero. Come fatto fisico reale, un'arma
è un oggetto che penetra nel corpo e produce dolore. Da un
punto di vista percettivo, essa trae il dolore fuori dal corpo e lo
rende visibile, o, più precisamente, agisce come un ponte o un
meccanismo attraverso il quale alcuni attributi del dolore - la
sua incontestabile realtà, la sua totalità, la sua capacità di eclis­
sare tutto il resto, il suo potere di alterare profondamente o
dissolvere il mondo - possono venire allontanati dalla loro
origine, separati da colui che soffre e messi in relazione con il
potere, staccati dal corpo e attribuiti invece al regime. Ora, al­
meno per la durata di questo dramma indecente e patetico,
non è il dolore ma il regime ad essere incontestabilmente reale,
non il dolore ma il regime ad essere totale, non il dolore ma il
regime a poter eclissare tutto il resto, non il dolore ma il regi­
me a poter dissolvere il mondo.
Ingannevole e spietato, questo genere di potere rivendica
gli attributi del dolore come propri e disconosce il dolore stes­
so. L'atto di disconosc�re è indispensabile al potere, come lo è
l'atto di rivendicare. E evidente che esso aiuta il torturatore
sul piano pratico. Questi dapprima infligge il dolore, poi lo og­
gettiva e infine lo nega - e solamente questo atto conclusivo
di autoaccecamento gli permette di ritornare alla prima fase, di
infliggere ancor più dolore; infatti, se lasciasse penetrare nella
propria coscienza la realtà della sofferenza dell'altro, sarebbe
immediatamente costretto a interrompere la tortura. Ma il le­
game tra la cecità e il potere va molto oltre gli ambiti pratici
dell'estensione di sé. Non si tratta meramente del fatto che il
potere renda cieco il torturatore, o sia accompagnato dalla ce­
cità, o richieda la cecità; molto semplicemente, piuttosto, la
sua cecità, la sua deliberata amoralità, è il suo potere, o un'am­
pia parte di esso. Questa identificazione diventa quasi assia-
La struttura della tortura 91

matica quando le forme sadiche di potere vengano considerate


in relazione alle forme di potere buone e legittime su cui si ba­
sa la civiltà. Ogni atto di civiltà è un modo di trascendere il
corpo conformemente alle esigenze del corpo: quando si co­
struisce un muro o si torna da un vecchio amico, si supera il
corpo, ci si proietta al di là dei confini del corpo, ma in un mo­
do che esprime e soddisfa il bisogno del corpo di mantenere
una certa temperatura. I momenti più elevati di civiltà, le for­
me più elaborate di estensione di sé, sono più distanti dal cor­
po: il telefono o l'aeroplano sono un esempio di superamento
dei limiti del corpo umano più evidente di quanto non lo sia il
carro. Eppure, anche in casi come questo, in cui la civiltà costi­
tuisce la più stimolante sfida al corpo, essa ha come sua parte
integrante la fedeltà assoluta al corpo, perché soltanto prestan­
do attenzione si può suscitare attenzione. La tortura è la ver­
sione schematica dell'atto di «superare» il corpo presente nelle
forme buone di potere. Benché il torturatore domini il prigio­
niero sia negli atti fisici sia in quelli verbali, il massimo domi­
nio richiede che il terreno del prigioniero divenga sempre più
fisico e quello del torturatore sempre più verbale, che il prigio­
niero divenga un corpo completamente privato di voce e il tor­
turatore una voce ancora più grande (una voce composta di due
voci) senza corpo, che alla fine il prigioniero si viva esclusiva­
mente in termini di sensibilità e il torturatore esclusivamente
in termini di estensione di sé. Tutti quei modi in cui il tortura­
tore accentua la sua opposizione e la sua distanza dal prigionie­
ro sono modi di accentuare la sua distanza dal corpo. L'atto
più radicale di distanziamento risiede nel suo disconoscimento
della sofferenza dell'altro. Nell'ambito delle strategie di potere
basate sulla negazione c'è, come nelle forme di potere afferma­
tive e civili, una scala di effetti, di successive intensificazioni
basate sull'aumentare della distanza dal corpo, sulla sempre
maggiore trascendenza del corpo: il rifiuto, da parte di un regi­
me, di riconoscere i diritti di ciò che è normale e sano equivale
al carro; il suo rifiuto di riconoscere e prendersi cura di coloro
che soffrono grandi pene equivale all'aeroplano.
Questa esibizione della messinscena del potere, il prodotto
finale e il risultato della tortura, dovrebbe alla fine essere con­
siderato in relazione alla sua origine, il motivo che è supposto
essere il suo punto di partenza: il bisogno di informazioni. La
tortura non rappresenta un caso eccezionale rispetto alla ten-
92 La distruzione

denza di attribuire tanta importanza a un motivo cosl falso, per­


ché, come è stato osservato in precedenza, altri atti di violenza
politica tipici di questi stessi regimi, come l'arresto e la pena in­
giustificata, sono spesso accompagnati da spiegazioni cosl arbi­
trarie da sembrare delle mere dimostrazioni di disprezzo. Le
analisi di altri episodi storici di brutalità, come quello della
Francia di cui parla Camus e della Germania hitleriana di cui
parla Hannah Arendt, sottolineano quasi inevitabilmente l'evi­
dente erroneità del motivo addotto: lo scopo di un'esecuzione
non può essere la deterrenza se l'esecuzione non viene mai nem­
meno annunciata pubblicamente; la guerra non ha provocato
ma favorito le esecuzioni in massa di Hitler 68 . Questa sindrome
del falso motivo non è adeguatamente spiegata dai termini che
esprimono <<giustificazione» e «razionalizzazione», e il fatto che
essa si ripresenti di frequente sta ad indicare che ha un posto
fisso nella logica convenzionale della brutalità. Il motivo della
tortura è, in larga misura, l'equivalente, benché in una dimen­
sione temporale differente, della finzione del potere; cioè, uno
è la falsificazione del dolore prima del dolore e uno la falsifica­
zione dopo il dolore. Insieme, formano un circolo chiuso che as­
sicura l'esclusione delle esigenze umane del prigioniero. Pro­
prio come l'esibizione dell'arma (o dell'agente o della causa)
rende possibile separare gli attributi del dolore dal dolore, cosl
l'esibizione del motivo fornisce allo strumento uno strumento,
alla causa una causa, allontanando perciò ulteriormente gli at­
tributi del dolore dalla loro origine. Quando l'esibizione delle
armi comincia a trasformare il dolore del prigioniero nel potere
del torturatore, l'esibizione del motivo (e i mezzi con cui viene
condotto l'interrogatorio, che vengono continuamente e aper­
tamente messi in mostra) fa sl che il potere del torturatore ven­
ga inteso nei termini della sua vulnerabilità e delle sue esigenze.
Un motivo di ciò è ovviamente distogliere la naturale reazione
di solidarietà dal vero sofferente. Secondo quanto afferma
Hannah Arendt in La banalità del male, i discorsi di Himmler
contenevano espressioni come: «L'ordine di risolvere la que­
stione ebraica era l'ordine più spaventoso che un'organizzazio­
ne potesse ricevere», e spiega:
Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della
loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo
normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usa­
to da Himmler (che a quanto pare era lui stesso vittima di queste rea-
La struttura della tortura 93

zioni istintive) era molto semplice e, come si vide, molto efficace:


consisteva nel deviare questi istinti, per cosl dire, verso l'io. E cosl,
invece di pensare: «che cose orribili faccio alla gente!», gli assassini
pensavano: <<che orribili cose devo vedere nell'adempimento dei miei
doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle»69•

Le guardie dei campi di concentramento, secondo Bruno


Bettelheim, ripetevano ai loro prigionieri: «Ti sparerei con
questo fucile, ma tu non vali i tre pfennig della pallottola»,
un'affermazione che faceva cosl poca impressione sui prigio­
nieri da rendere incomprensibile a Bettelheim il motivo per cui
veniva ripetuta di continuo, finché non si rese conto che essa
era stata parte integrante dell'addestramento delle SS, dato il
suo effetto sulle guardie stesse 70.
Poiché si riferisce a un'arma reale, quest'ultimo esempio è
paradigmatico della struttura percettiva in cui rientra il falso
motivo anche quando non sia presente alcuna immagine evi­
dente dell'arma. Ogni arma rappresenta due poli. Trasforman­
do il dolore dell'altra persona nel proprio potere, il torturatore
esperisce l'intero processo esclusivamente dal polo non vulne­
rabile dell'arma. Se la sua attenzione comincia a scivolare lun­
go l'arma verso l'estremità vulnerabile, se gli attributi separati
del dolore cominciano a scivolare verso l'origine della facoltà
di sentire del prigioniero, la loro regressione può essere ferma­
ta, essi possono essere tratti fuori ancora una volta dall'eviden­
za del motivo. Se la consapevolezza della guardia comincia a
seguire la traiettoria della pallottola, la traiettoria stessa può
essere deviata in modo tale che sia la guardia, e non il prigio­
niero, il bersaglio della pallottola: il suo cammino verso un ri­
conoscimento dell'esperienza interiore di una crisi che esplode
e della perdita della vita viene interrotto e deviato verso un ri­
conoscimento della perdita, da parte sua, di tre pfennig. Non
importa che ci sia sempre un divario enorme tra i due livelli di
bisogno - tra l'essere ucciso con un fucile e il perdere tre
pfennig, tra l'essere la vittima della violenza di massa del cam­
po di concentramento e l'essere costretto a guardare quelle vio­
lenze, tra il dolore fisico estremo e prolungato della tortura e
l'aver bisogno di un'informazione - perché il falso motivo
funziona in modo formale, non effettivo; esso impedisce alla
mente di trovare il luogo in cui dovrebbe effettuare tali con­
fronti. Il potere è prudente. Si nasconde. Trova il suo posto
94 La distrulione

nel dolore di un altro e impedisce di riconoscere che c'è un «al­


tro» mediante i circoli viziosi che rendono sicuro il suo solipsi­
smo.

Note al capitolo primo

1 Il modo in cui funziona la natura compensativa della tortura, che è al­


l'origine del suo continuo ripresentarsi nei paesi instabili, è soprattutto visi­
bile nelle situazioni di conflitto internazionale. Secondo Bruno Bettelheim,
fino al 1940, in Germania, i periodi in cui i prigionieri ebrei venivano rila­
sciati se potevano emigrare, si alternavano a periodi in cui venivano uccisi in
gran numero; il verificarsi dell'una o dell' altra eventualità dipendeva dalla
forza del governo nazista e dall'immagine che esso aveva di sé. Scrive Bettel­
heim: «Cosl, i prigionieri ebrei dovevano affrontare questa alternativa: desi­
deravano ardentemente la distruzione del nemico, ma allo stesso tempo (e
questo fino al 1940) desideravano che esso rimanesse ancora abbastanza for­
te, almeno fino al momento in cui avrebbero potuto emigrare, o addirittura
(e questo più tardi) che non soffrisse alcun danno, per evitare la distruzione
in massa e la strage delle loro famiglie» (The Informed Heart: Autonomy in a
Mass Age, New York, Free Press, 1960, trad. i t. Il prezzo della vita, Milano,
Bompiani, 1976, p. 175). Ancora oggi, una delegazione di Amnesty Interna­
donai inviata in Medio Oriente per indagare sulle accuse di tortura relative
alla guerra dell'ottobre 1973, è giunta alla conclusione che «in guerra, esiste
normalmente una profonda ostilità nei confronti dei soldati nemici catturati.
Questa ostilità è particolarmente forte durante i periodi di guerra più intensi
e il comportamento verso il soldato nemico catturato deve essere in molti ca­
si spiegato come una (sproporzionata) vendetta contro l'attività militare
svolta dal nemico. Per esempio, quando una delle parti effettua dei bombar­
damenti contro le città della parte avversa, è possibile che i soldati catturati
della prima delle due parti vengano sottoposti a brutali maltrattamenti» (Re­
port of an Amnesty International Mission to Israel an the Syrian Arab Republic
to Investigate Allegations of Ill Treatment and Torture, London, Amnesty In­
ternational Publications, 1975, p. 6, d'ora in poi citato come Israel and the
Syrian Arab Republic).
2 Trascrizione inedita, a cura di Amnesty lnternational, del processo
svoltosi in Germania nel 1975 contro quei torturatori che avevano servito il
regime dei Colonnelli; tradotta e ricavata dai resoconti sia letterali sia ap­
prossimativi messi quotidianamente agli atti e pubblicati sui giornali greci
«Vima», «Kathimerini», «Ta Nea•> e <(Avghh>, pp. 13, 65, 100, 77; d'ora in
poi citata come <(Trascrizione del processo ai torturatorh>. Molti particolari
utilizzati in questo capitolo sono tratti dalle pubblicazioni e dal materiale
inedito di Amnesty International (trascrizione del processo, rapporti medici,
deposizioni di ex prigionieri), conservato al Research Department della Se­
greteria internazionale di Amnesty International, a Londra. Come Amnesty
International spesso avverte, c'è un triste paradosso nel fatto che un rappor­
to esauriente delle brutalità perpetrate in un paese particolare significhi che
quel paese ha almeno consentito un'indagine di Amnesty International,
La struttura della tortura 95

mentre altri paesi respingono tali indagini o uccidono regolarmente le vitti­


me della tortura, eliminando cosl la possibilità che si venga a conoscenza del­
la violenza. In questo capitolo, moltissimi particolari faranno riferimento al­
la tortura in Grecia, poiché il processo del l975 rende accessibili delle infor­
mazioni su certi aspetti del sistema che altrimenti non avremmo potuto co­
noscere.
J Report of an Amnesty Intemational Mission to the Republic of Philippi­
nes: 22 november-5 december 1 975, London, Amnesty lnternational Publica­
tions, 19762, p. 37, d'ora in poi citato come Philippines.
4 South Vietnam, in Amnesty Intemational Report on Torture, New York,
Farrar, Straus and Giroux, 1975, p. 167.
5 Appendix: Special Report on Chile by Rose Styron, in Amnesty Intema­

tiona!Report on Torture, cit., p. 257.


6 D.D. Kosambi, The Culture and Civilization ofAncient India in Histori­
ca! Outline, London, Routledge and Kegan Paul, 1965, p. 1 10.
7 Benché, com'è ovvio, non ci sia modo di dimostrare che il bisogno di
informazioni è un pretesto per l'interrogatorio, si possono citare moltissimi
esempi di domande non pertinenti. Nel l974, un irlandese si sentl rivolgere
questa domanda: «Che cosa faresti se i protestanti violentassero tua figlia da­
vanti a te? [ . . . ] Staresti n a goderti la scena, immagino» (lettera inedita invia­
ta da un pastore protestante a vari governi e gruppi impegnati nella lotta per
il rispetto dei diritti umani, conservata negli archivi di Amnesty lnternatio­
nal) . Nel 1978, molti scolari etiopici furono uccisi dopo che erano stati co­
stretti a fornire i nomi di altri scolari che potevano far parte del movimento
clandestino antigovernativo: «"Stiamo parlando di bambini" , disse un diplo­
matico, "hanno 10, 1 1, 13 anni. Si ingraziano un bambino, e lui dà i nomi di
altri bambini - magari qualcuno con cui si è preso a botte a scuola quel gior­
no"» (J. Darnton, Ethiopia Uses Terror to Contro! Capita!, in «New York Ti­
mes», 9 febbraio 1979, ultima edizione cittadina, Sez, l , l , 9). Che le infor­
mazioni estorte in Etiopia, in Vietnam o in Cile siano qualche volta, in real­
tà, la causa della sequenza di arresti e della tortura può solo significare che,
qualche volta, la possibilità dei governi di fornire una struttura arbitraria alla
loro brutalità dipende dai loro oppositori. Anche coloro che riconoscono che
il motivo della tortura è il bisogno di informazioni tendono a dubitarne in
modi indiretti. Le pubblicazioni di Amnesty lnternational, per esempio, ri­
chiamano qualche volta l'attenzione sul fatto che la tortura è estremamente
inefficace come mezzo per raccogliere informazioni, benché la sua inefficacia
non costituisca certamente il motivo per cui viene condannata. Ancora, nel
suo studio sulla tortura ad Algeri, Alistair Horne sembra assumere che essa
venga usata per estorcere informazioni, ma poi osserva che i servizi addetti
all a verifica di un paese che usa la tortura sono <<sepolti sotto montagne di
false informazioni ottenute da vittime che avevano disperatamente cercato
di salvarsi da un ulteriore supplizio» (A Savage War of Peace: Algeria 1954-
1 962, London, MacMillan, 1977, p. 205). Nel suo saggio, Torture, in <<Philo­
sophy and Public Affairs», 7 (inverno 1978), pp. 124-143, Henry Shue ana­
lizza e riconosce sia una «tortura terroristica» (dove è evidente che lo scopo
non è ricavare informazioni) sia una «tortura basata sull'interrogatorio» (do­
ve può sembrare che lo scopo sia ricavare informazioni) . Tut,tavia, introduce
l'analisi della seconda categoria con questa osservazione: «E assolutamente
96 La distruzione

necessario sottolineare che, probabilmente, pochissimi casi reali di tortura ri­


cadono interamente nella categoria della tortura basata sull'interrogatorio»
(p. 134).
8 «Trascrizione del processo ai torturatori», cit., p. 155.
9 Testimonianza inedita di un ex prigioniero cileno, archivi di Amnesty
lnternational.
10 Se quelli che resistono alla tortura dovrebbero essere onorati, quelli

che confessano non devono essere disonorati dall'atto compiuto, né dovreb­


bero essere disprezzati per il loro comportamento. Molti aspetti della nostra
cultura rivelano il nostro atteggiamento di disprezzo nei confronti della con­
fessione. Un'opera così intensa e vigorosa come I Cenci di Shelley è grave­
mente danneggiata dalla condanna sentenziosa e rozza pronunciata da Bea­
trice contro il fratello e la madre per aver confessato sotto la tortura. Conce­
pita per nobilitare l'eroina, la scena dovrebbe imbarazzare il pubblico. La
cultura popolare rivela lo stesso atteggiamento. Film degli anni '40 e '50 co­
me Purple Heart e Bataan, mostravano così spesso l'eroe impassibile e muto
che il pubblico americano rimase scioccato quando Gary Powers [Pilota ame­
ricano fatto prigioniero dai russi nel 1960. N.d. T.] «parlò» invece di uccider­
si, e le leggi militari riguardanti la confessione sono state cambiate solo molto
lentamente nei vent'anni successivi. Che il pubblico civile, in virtù di questo
atteggiamento, si allei involontariamente con i torturatori, divenne evidente
durante il processo ai torturatori greci del 1975, durante il quale questi si
dissero convinti, con fare compiaciuto, che l'unico potere loro rimasto sugli
ex prigionieri che ora testimoniavano contro di loro era conoscere chi aveva
e chi non aveva confessato. Analogamente, un giudice israeliano, il giudice
Etzioni, parlando all'ambasciata d'Israele a Londra, replicò ai rapporti sulla
tortura praticata nel West Bank, pubblicati dal «Times» di Londra n,.el giu­
gno 1 977, dicendo: «Noi non abbiamo bisogno di torturare gli arabi. E nella
loro natura confessare». Benché chi aveva parlato in queste due occasioni
fosse stato immediatamente corretto mediante una pubblica reprimenda
(nell'aula del tribunale nel primo caso e sui media nel secondo), c'è una ragio­
ne per cui i torturatori greci e il giudice israeliano pensavano che le loro os­
servazioni fossero giuste. Il segno più triste dell'atteggiamento negativo del
pubblico verso la confessione è l'imbarazzo degli ex prigionieri nel momento
in cui ammettono di aver confessato. Anche se la scheda medica di Amnesty
lnternational contiene una sezione intitolata «Interrogatorio e tortura», i
membri delle sue delegazioni non chiedono mai ai prigionieri che cosa doves­
sero confessare o se avevano confessato. Comunque, le testimonianze vengo­
no talvolta raccolte da persone non appartenenti ad Amnesty, e in questi casi
vengono talvolta poste domande sulla confessione.
11
Questa relazione tra dolore fisico ed ironia sarà di nuovo evidente nel­
la descrizione della tortura che segue. Per ora, si dovrebbe osservare che il
luogo dell'ironia, nel breve racconto di Sartre, è anche quello che essa occupa
in gran parte della letteratura dell'olocausto. La struttura narrativa di questa
letteratura è formata da innumerevoli ironie (si veda, per esempio, una qual­
siasi pagina di This Way for the Gas, Ladies and Gentlemen, di Borowski),
nessuna delle quali è percepita come ironia a causa del fatto schiacciante che
sta al centro. In La notte, di Elie Wiesel, un padre e un figlio, su un treno che
li sta portando in un campo di concentramento, sono di fronte a una donna
La struttura della tortura 97

che continua a vedere forni e fiamme. Gli altri pensano che sia pazza benché
ella neghi, com'è ovvio, di essere mai stata una visionaria. Il momento in cui
si vedono i veri forni e il destino di tutti si chiarisce improvvisamente, sareb­
be, nella normale struttura dell'esperienza, il momento che rivela la posizio­
ne ironica della visionaria e di tutti quelli che l'avevano erroneamente giudi­
cata; ma al di là del fatto del forno, sembra irrilevante in che modo la fine
fosse o non fosse anticipata. Al di là dello spaventoso fatto centrale, non ci
sono fatti periferici, nessuna relazione tra la periferia e il centro, nessuna iro­
nia, perché in ogni direzione c'è soltanto ironia.
12 Si veda, per esempio, Mircea Eliade, Shamanism: Archaic Techniques
o/Ecstasy, trad. ing. W. Trask, Bollingten Series, vol. 76, Princeton, Prince­
ton University Press, 1964, p. 33 (trad. i t. Lo sciamanismo e le tecniche dell'e­
stasi, Roma, Edizioni Mediterranee, 1983).
13 J.P. Sartre, Le mur, in «Nouvelle revue Française», luglio 1937, trad.
it. Il Muro, Milano, Mondadori, 198712, p. 32, 35, 36, 42, 43, 44, 48.
14 Ciò che dall'interno viene vissuto come un modello sempre più imma­
teriale, dall'esterno può sembrare integro, mentre è la persona a diventare
sempre più immateriale, e cosi l'esperienza è spesso rappresentata come il
terreno concreto su cui la persona non ha più un posto. Dall'interno, cioè, la
panca di Ibbieta sembra sottile e porosa; ma il modo in cui questo stesso fe­
nomeno è percepito da un osservatore esterno sarebbe rappresentato con
maggior precisione (ed è, ovviamente, molto più spesso rappresentato) come
proibizione fatta ad Ibbieta di sedere sulla panca. Quando il proprio mondo
viene cancellato, lo stesso accade al proprio io esteriorizzato e perciò alla pro­
pria visibilità. Questo è in parte perché la «proprietà» e l' «individualità» si
confondono facilmente.
15 Naturalmente Cordelia muore, come forse era stabilito nel suo desti­
no. Benché la sua morte sia terribilmente crudele, non sembra costituire il
passaggio inconsueto e gratuito in cui si rivela la crudeltà dell'autore che tal­
volta i critici dell'opera pretendono che sia. Normalmente, noi vediamo la
morte rappresentata dall'esterno; la vediamo come sopravvissuti; vediamo la
sedia dell'uomo Van Gogh dipinta da Van Gogh, diversamente dal modo in
cui lui, in punto di morte, ne aveva avuto probabilmente esperienza, non la
sedia o il mondo vuoti di sé, ma se stesso vuoto della sedia e del mondo. Le
scene tradizionali del letto di morte, con il giovane al capezzale del vecchio
moribondo, sono rappresentazioni dall'esterno, ma dall'interno . . . ? Forse il
padre che sta per morire non ha la sensazione di perdere se stesso, perché è
ancora presso di sé, ma di perdere il figlio. Noi cogliamo l'angoscia della
morte solo nell'acuto senso di perdita di chi rimane. Quando vediamo chi sta
morendo reagire alla morte della propria figlia, vediamo quanto costa all'io la
propria morte.
16 Lear, in particolare, comprende questo potere della voce. L'opera si
apre con la sua richiesta che ciascuno dei figli, che sono già la sua estensione
fisica, faccia di lui il solo contenuto di quanto dirà, aumentando in questo
modo ulteriormente la sua estensione nel mondo. Gran parte dell'energia
travolgente di quest'opera si sviluppa intorno alla sua mutevole idea della vo­
ce. Questo risulta chiaro nella giustapposizione delle scene iniziale e finale:
un padre che sovrasta una figlia chiedendole di parlare col cuore, e un padre
98 La distruzione

che si inginocchia accanto a lei invocando, in modo metonimico, la parte più


piccola di lei, la sua modesta opera di autoestensione.
1 7 K. Marx, Herr Vogt, citato e tradotto da S.E. Hyman, The Tangled
Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as Imaginative Writers, New York,
Grosset and Dunlap, Universal Library Edition, 1966, p. 1 18 .
1 8 François Truffaut attribuisce questo aforisma a Wilde, in ]ules and
fim (Paris, Seuil, 1971). L'espressione francese di Truffaut viene riportata in
varie versioni leggermente differenti della traduzione inglese della sceneggia­
tura e del sottotitolo del film.
1 9 G. Eliot, Adam Bede, New York, Signet, 1961, p. 140 (trad. it. Adam

Bede, Torino, Edizioni Paoline, 1984).


20 E. Zola, Germinale, Milano, Mondadori, 19763, p. 366.
2 1 Questo non vuoi dire che le nostre simpatie vadano soprattutto al tor­
turatore, perché noi solidarizziamo ancora, com'è ovvio, con il prigioniero;
ma il fatto che una piccola parte di simpatia, per quanto piccola, sia stata ri­
volta al torturatore in situazioni morali estremamente chiare, è un segno no­
tevole e spaventoso della capacità di sedurre che hanno anche le forme più
degradate di potere, ed indica quanto sbagliate potrebbero essere le nostre
reazioni morali in situazioni più complesse.
22 Questa stessa struttura è presente in molte situazioni. Un gruppo pri­
vilegiato di persone, per esempio, in questo o in un altro secolo precedente,
probabilmente non giustificherebbe mai in modo esplicito i propri privilegi
con la maggior sofferenza, fame e frustrazione delle classi inferiori, ma in
modo mediato, con il fatto che queste ultime hanno meno proprie, conoscen­
za, ambizione, talento, stile, professionalità, e cosl via. Naturalmente, in
molti casi sono la loro sofferenza e la loro fame a dissolvere la loro estensione
nel mondo, ed è la loro mancanza di estensione nel mondo a oscurare la loro
sofferenza e la loro fame.
23 «Greek Nr. 5», rapporto medico inedito, archivi di Amnesty Interna­
donai.
2 4 Philippines, cit., pp. 24, 26, 3 1, 38.
25 Report of an Amnesty International Mission to Spain: ]uly 1 975, Lon­
don, Amnesty International Publications, 1975, pp. 7, 9, d'ora in poi citato
come Spain.
26 Workshop on Human Rights: Report and Recommendations, November
29-1 December 1975, London, Amnesty International Publications, 1975, p.
4, d'ora in poi citato come Workshop on Human Rights.
27 A.l. Solzenitsyn, The First Circle, trad. ing. T.P. Whitney, New
York, Bantam, 1969, pp. 6 14-6 15 (trad.it. Il primo cerchio, Milano, Monda­
dori, 19812.
28 Philippines, cit., p. 5 1 .
29 Israel and the Syrian Arab Republic, cit . , p. 12 .
30 <<Trascrizione del processo ai torturatori», cit., pp. 1 1 , 156, 32, 1 1 ,
64, 109.
3 1 Philippines, cit., pp. 24, 49, 28, 38, 27.
3 2 Ibidem, pp. 23,39, 27, 28.
La struttura della tortura 99

33 Politica! Prisoners in South Vietnam, London, Amnesty International


Publications, senza data (dopo il gennaio 1974), pp. 27, 28, d'ora in poi cita­
to come Vietnam. Le connessioni e le inversioni tra processo e tortura sono
troppo evidenti perché si renda necessario un approfondimento; la «Trascri­
zione del processo ai torturatori» diventa in molti punti un contrappunto
prolungato ad entrambe.
34 A.I. Solzenitsyn, The Gulag Archipelago 1 9 1 8-1956: An Experiment in
Literary Investigation, 2 voli., trad ing. H. Willetts, New York, Harper &
Row, 1974, p. 208 (trad. it. Arcipelago Gulag, Milano, Mondadori, 19847).
35 «Trascrizione del processo ai torturatorh>, cit., pp. 70, 76, 1 15.
36 Philippines, cit., p. 39.
3 7 L.A. Sagan e A. Jonsen, Medica! Ethics and Torture, in «The New En­
gland Journal of Medicim:», vol. 294 N. 26 (1976), 1428. Si veda anche Chi­
le: an Amnesty International Report, London, Amnesty International Publica­
tions, 1974, p. 63.
38 Ibidem.
39 Report on Allegations of Torture in Brazil, London, Amnesty Interna-
donai Publications, 1972, 1976, pp. 25, 65, d'ora in poi citato come Brazil.
4 0 Israel and The Syrian Arab Republic, cit., pp. 20-27.
4 1 Repression en Uruguay, in <(Le Monde», 20 giugno 1978.

42 Questa possibilità si è sempre verificata. Secondo quanto afferma


Jack Lindsay, in Blastpower and Ballistic: Concepts of Force and Energy in the
Ancient World, New York, Harper & Row, 1974, p. 346, l'antico autore di
un trattato medico sulle articolazioni avverte che i congegni messi a punto
per guarire le lussazioni danno una forza spaventosa a chiunque voglia farne
un uso improprio; e gli strumenti di tortura del Rinascimento <(erano imita­
zioni precise dell'apparato di Ippocrate».
43 La partecipazione volontaria e forzata dei medici è cosl diffusa che va­
rie associazioni mediche internazionali riunitesi tra il 1975 e il 1 977 hanno
approvato documenti che esortano i medici di tutti i paesi ad astenersi da
forme sia attive sia passive di assistenza ai torturatori. Benché venga certa­
mente fatto il possibile per eliminare tale assistenza, è possibile che la degra­
dazione della medicina nella tortura non dipenda dalla partecipazione di veri
medici più di quanto il capovolgimento del processo dipenda dalla presenza
di giudici e avvocati.
44 A. Horne, A Savage War ofPeace: Algeria 1 954-1 962, cit., p. 201.
45 Lettera di un ex prigioniero paraguaiano, archivi di Amnesty Interna­
tional. La descrizione di quest'uomo è in qualche misura inconsueta rispetto
ai resoconti delle torture fatti dagli ex prigionieri, in quanto include le sensa­
zioni interiori che egli provava.
4 6 Brazil, cit., p. 64; Vietnam, cit., p. 28; <(Trascrizione del processo ai
torturatori», cit., p. 53, Philippines, cit., p. 23.
47 Report of an Amnesty International Mission to Argentina: 6-1 5 Novem­
brer 1 976, London, Amnesty International Publications, 1977, p. 24, d'ora
in poi citato come Argentina; Philippines, cit., p. 29; <(Trascrizione del proces­
so ai torturatori», cit., pp. 9, 48.
48 <(Trascrizione del processo ai torturatori», cit., p. 46; A.I. Handout
100 La distruzione

sull'Uruguay; Brazil, cit., p. 64. I nomi forniti in questo paragrafo sono i no­
mi di forme specifiche di tortura. Quando sia possibile disporre di una docu­
mentazione più compieta dei modelli linguistici dei tortura tori, come nel ca­
so di quelli che sono stati al servizio della Giunta greca, è chiaro che la termi­
nologia dei torturatori deriva anche da questi tre ambiti: poteva accadere che
il prigioniero venisse trattato come se stesse partecipando a una partita di
calcio, poiché gli uomini che li interrogavano accompagnavano ogni colpo
gridando «fuorigioco», «rete», «fallo»; ci si riferiva continuamente all'intero
processo, con i suoi numerosi atti imposti e con il prigioniero che si avvicina­
va gradualmente al crollo totale, come a una «maturazione»; venivano fatte
dichiarazioni del tipo: «chiunque entri all'ETA deve uscirne candido come
una farfalla» (pp. 30, 1 1, 45, 97, 156, 241).
49 L'uso dei termini «ingannevole», «falso» e «fittizio» per descrivere il

potere del torturatore verrà chiarito nella quarta parte di questo capitolo e
soprattutto nel secondo capitolo, che istituisce un confronto tra il luogo delle
finzioni verbali nella tortura e nella guerra. Mentre il potere fisico del tortu­
ratore sul prigioniero è tanto <<reale» quanto lo è il dolore che provoca, ciò
che non è «reale» nello stesso senso è la trasformazione degli attributi del do­
lore nei simboli culturali di un regime, un regime che l'assenza di forme legit­
time di autorità e convalidazione ha reso un fenomeno illusorio. In questo
modo, viene fatta una distinzione tra il singolo uomo che tortura e il suo ruo­
lo di rappresentante di un dato insieme di strutture politiche e culturali. (Si
potrebbe anche richiamare l'attenzione sul fatto che, mentre il potere fisico
del torturatore in quanto singolo individuo può essere identificato con esat­
tezza come «reale», il grado di quel potere non può essere dedotto dall'inten­
sità del dolore del prigioniero: cioè, esso non richiede né forza né abilità per
provocare una ferita su un corpo umano completamente indifeso; un bambino,
per quanto debole, sarebbe fisicamente in grado di provocare una ferita simi­
le se solo avesse le armi adatte e lo stimolo a farlo.)
5o «Trascrizione del processo ai torturatori», cit., p. 48.
51 Ibidem, pp. 6, 62.
52 Vietnam, cit., passim; Spain, cit., p. 9; Philippines, cit., pp. 25, 28; Ar­
gentina, cit., p. 2 1 ; «Trascrizione del processo ai tortura tori», cit., p. 68.
53 W. K. Livingston, Pain Mechanisms, New York, MacMillan, 1943, p.
2.
54 A.l. Solzenitsyn, Il primo cerchio, cit.
55 Workshop on Human Rights, cit., p. 5 .
56 «Trascrizione del processo ai torturatori», cit . , p. 34.
57 Argentina, cit., p. 38; Philippines, cit., pp. 45, 49, 50; «Trascrizione
del processo ai torturatori», cit., p. 65; rapporto medico inedito di un ex pri­
gioniero greco; rapporto medico inedito di un ex priginiero cileno.
58 «Trascrizione del processo ai torturatori», cit., pp. 54, 70, 77; rappor­
to medico inedito di un ex prigioniero cileno; Workshop on Human Rights,
cit., p. 4 (situazione in Portogallo) . Ex prigionieri di diversi paesi affermano
di essere stati costretti a guardare o ad ascoltare un'altra persona mentre ve­
niva brutalizzata. Casi simili sono descritti da Reza Baraheni in Terrore in
Iran, in <<The New York Review of Books», 26 ottobre 1976, p. 24.
La struttura della tortura 101

59 Il titolo del giornale di Amnesty lnternational, «Matchbox», è stato


ispirato da questo episodio.
60 Lettera di un ex prigioniero uruguaiano, archivi di Amnesty lnterna­
tional.
61 S. Cassidy, The Ordeal ofSheila Cassidy, in «The Observer», London,
26 agosto 1977.
62 Per esempio, Ronald Melzack, uno studioso eminente di fisiologia del
dolore, scrive: «Se il danno fisico o qualche altro input nocivo non riesce a
suscitare un sentimento di rifiuto e un moto di ripugnanza (come nei casi de­
scritti in precedenza del giocatore di football, del soldato al fronte o dei cani
di Pavlov), l'esperienza non può essere chiamata dolore» (The Puzzle ofPain,
New York, Basic, 1973, p. 47). Si veda anche J.S. Brown, A Behavioural
Analysis of Masochism, in Punishment, a cura di R.H. Walters, J.A. Cheyne,
R.K., Banks, Harmondsworth, Penguin, 1972, pp. 230-239, specialmente p.
23 1 . Nel suo brillante libretto, Disease, Pain and Sacri/ice: Toward a Psycho­
logy of Suffering, Chicago, University of Chicago, 1968, pp. 77, 79, David
Bakan osserva che il carattere ripugnante del dolore in certe situazioni ha un
effetto benefico, perché è l'unica cosa che possa rendere tollerabile la separa­
zione, altrimenti intollerabile, di un essere umano dal suo arto e, forse, di
una donna dal suo bambino.
63 «The Chronicle», Willimantic, Conn., UPI, 10 febbraio 1977, p. 7;
UPI, 2 1 giugno 1976, p. 10. Gli articoli in sé non hanno nulla della crudeltà
dei loro titoli.
64 R. Melzack, The Puzzle of Pain, cit., pp. 19, 20, 72.
65 Ibidem, p. 93; si veda anche p. 76.

66 S.W. Mitchell, Iniuries of Nerves and Their Consequences, Philadel­


phia, Lippincott, 1872, p. 196.
67 A. Artaud, Le thédtre et son double, Paris, Gallimard, 1964, trad. it. Il
teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi, 1968, p. 1 4 1 .
68 A. Camus, Ré/lexions sur la peine capitale (1957), trad. ing. Resistance,
Rebellion and Death, New York, Random-Vintage, 19742, p. 180 e H.
Arendt, Totalitarianism, New York, Harcourt-Harvest, 195 1 , pp. 45, 108,
120 (trad. it. Le origini del totalitarismo, Milano, Comunità, 19893, parte ter­
za, Il totalitarismo).
69 H. Arendt, Eichmann in ]erusalem: A Report on the Banality of Evil,
Harmondsworth, Penguin, 19772, trad. it. La banalità del male. Eichmann a
Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1964, pp. 1 13-1 14.
70 B. Bettelheim, Il prezzo della vita, cit., p. 2 10 .
II

La struttura della guerra: la contiguità del corpo sofferente


e degli obiettivi astratti della guerra

La tortura è un evento cosl estremo che costruire delle ge­


neralizzazioni in base ad essa appare inopportuno. La sua im­
moralità è cosl assoluta e il dolore che provoca cosl reale che si
è riluttanti a farne un oggetto di conversazione come tanti. Ma
questa riluttanza e il profondo senso di rispetto da cui trae ori­
gine aumentano la nostra vulnerabilità al potere, poiché le no­
stre intuizioni e i nostri impulsi morali, che si fanno avanti con
tanta prontezza in nome della sensibilità umana, finiscono per
!asciarci indifesi: noi siamo molto riservati quando si tratta
delle cose in cui crediamo di più, anche perché, come gli anti­
chi, che erano restii a parlare di Dio, il nostro istinto rispetta
l'incommensurabilità del dolore impedendogli di entrare nel
linguaggio terreno. Il risultato è che proprio quelle intuizioni
morali, che potrebbero agire in nome della sensibilità umana,
rimangono quasi altrettanto segrete e inespresse della stessa fa­
coltà di sentire.
La facilità con cui il potere può essere mescolato con quasi
ogni altro argomento spiega il fatto che esso possa propagarsi,
moltiplicarsi all'infinito in strategie e teorie che - verosimil­
mente valide o palesemente assurde che siano - proprio per la
loro forma, proprio per il fatto di rientrare nel linguaggio uma­
no, aumentano la pretesa del potere di essere rappresentato nel
mondo. Al contrario, solo uno dei due aspetti è vero del dolo­
re. O esso rimane inespresso o, nel momento in cui comincia
ad esprimersi, fa tacere tutto il resto: nel momento in cui il lin­
guaggio dà corpo alla realtà del dolore, fa sembrare ogni ulte­
riore affermazione e interpretazione ridicola e inappropriata,
tanto falsa quanto il contenuto del mondo che scompare nella
testa della persona che soffre. Rispetto al fatto iniziale del do­
lore, tutte le ulteriori elaborazioni - il fatto che esso violi
questo o quel principio umano, che possa essere oggettivato in
104 La distruzione

questo o quel modo, che venga qui amplificato o dissimulato


- sembrano banalizzazioni, modi di scansare il dolore evitan­
do di cogliere il punto. Ma il risultato di ciò è che, nel momen­
to in cui il dolore viene tratto fuori dall'intimità inespugnabile
del corpo e trasferito nel linguaggio, immediatamente vi rica­
de. Nulla mantiene la sua immagine nel mondo; nulla ci segna­
la il posto che ha lasciato vuoto. Fino a un certo punto, esso
emerge dal silenzio al linguaggio e poi, ancora una volta, rece­
de rapidamente. Invisibile in parte a causa della sua resistenza
al linguaggio, esso è invisibile anche perché la sua stessa poten­
za protegge il suo isolamento, facendo in modo che esso non
venga visto nel contesto degli altri eventi, che abbandoni il lin­
guaggio appena raggiunto e rimanga capace di distruggere. Il
suo bisogno assoluto di riconoscimento contribuisce, in ultima
analisi, a far sl che esso non venga riconosciuto.
Benché non esista un evento umano cosl ingiustificabile
come la tortura, altri provocano la stessa domanda fondamen­
tale - per quale processo percettivo può accadere che un esse­
re umano possa stare accanto ad un altro essere umano che sof­
fre terribilmente e non esserne consapevole, non esserlo fino al
punto di procurargli egli stesso dolore? - e ancora una volta
conducono a una risposta centrata sulle interazioni tra il corpo
e la voce rese possibili da un linguaggio dello strumento.
La guerra è il fatto analogo alla tortura più evidente. Quel­
la forma di tortura in cui il prigioniero non viene nemmeno
sfiorato dal torturatore, ma in cui i prigionieri si storpiano a vi­
cenda, rende visibile la relazione tra guerra e tortura. Alcune
delle evidenti differenze devono essere in parte attribuite al
fatto che il simbolico e l'immaginario sono molto più impor­
tanti nella tortura. La guerra scoppia più spesso quando il ne­
mico è esterno, occupa uno spazio separato, quando l'impulso
a cancellare una popolazione rivale e la sua civiltà non è (o non
ha bisogno di essere percepita inizialmente come tale) un'auto­
distruzione. La tortura ha luogo solitamente quando il nemico
è interno e la distruzione di una razza e della sua civiltà sareb­
be un' autodistruzione, una cancellazione del proprio paese.
Ecco dove ha origine l'elemento scenico della tortura; la di­
struzione deve essere compiuta simbolicamente 1 in pochi luo­
ghi.
La guerra e la tortura hanno gli stessi due bersagli, un po­
polo e la sua civiltà (o, come sono stati chiamati in precedenza,
La struttura della guerra 105

le due sfere della facoltà di sentire e dell'estensione di sé); in


entrambe le sfere, è decisivo l'aspetto simbolico della tortura.
Sia nella guerra sia nella tortura, c'è una distruzione della «ci­
viltà» nella sua forma più elementare. Quando Berlino viene
bombardata, quando Dresda viene data alle fiamme, c'è una
distruzione non soltanto di una particolare ideologia ma della
prova incontestabile della capacità umana di estendersi nel
mondo; bombardando Berlino non si distruggono soltanto gli
intenti, i gesti e i pensieri culturalmente condivisi, ma gli in­
tenti, i gesti e i pensieri umani, non gli edifici di Dresda o l' ar­
chitettura tedesca, ma una dimora dell'uomo. La tortura è un
atto di distruzione analogo. Essa imita il potere distruttivo del­
la guerra: invece di distruggere il fatto fisico concreto delle
strade, delle case, delle fabbriche e delle scuole, le distrugge
come esistono nella mente del prigioniero, le distrugge come
esistono nell'arredamento di una stanza: trasformare un tavolo
in un'arma equivale a bruciare una fabbrica; ascoltare una con­
fessione equivale a guardare dall'alto l'esplosione di un grande
edificio. La stessa forma di sostituzione è attuata nel caso del
secondo bersaglio, che è la fonte della facoltà di sentire del pri­
mo, lo stesso corpo umano. Mentre l'obiettivo della guerra è
uccidere delle persone, la tortura solitamente imita l'uccisione
delle persone provocando dolore, l'equivalente sensoriale della
morte, che sostituisce all'esecuzione l'esecuzione-beffa. Il di­
verso numero di persone coinvolte rafforza l'impressione di
una distinzione tra la realtà e la messinscena. Benché le diverse
migliaia di prigionieri politici torturati durante gli anni '70 e
'80 abbiano indotto Amnesty lnternational a chiamare la tor­
tura un' «epidemia», la quantità di persone ferite è ovviamente
molto più grande nella guerra. Nella tortura, il singolo prende
il posto dei molti - il grande numero è sostituito dalla prossi­
mità, mantenuta per ore, giorni o settimane; essere a stretto
contatto con il dolore della vittima sostituisce il senso di «enor­
mità» che è ottenuto in guerra dai grandi numeri.
Ma se la tortura si basa sulla messinscena molto più di
quanto non faccia la guerra, anche la guerra - come viene
tranquillamente mostrato nel linguaggio dei teatri di battaglia,
dei dialoghi, dei programmi e degli scenari internazionali - ha
in sé molto di simbolico e, in ultima analisi, come la tortura, si
fonda su un miscuglio semplice e sconcertante di reale e di im­
maginario. In ciascun caso, la realtà incontestabile del corpo
106 La distruzione

- il corpo che soffre, il corpo mutilato, il corpo senza vita di


cui è difficile sbarazzarsi - è separata dalla sua fonte e attri­
buita ad un'ideologia, una questione o un caso di autorità poli­
tica, che non tollera, o non ha più a disposizione, fonti innocue
di legittimazione. Non c'è alcun vantaggio a risolvere una con­
troversia internazionale con la guerra invece che con una gara
canora o una partita a scacchi, se non fosse per il fatto che nel
momento in cui i contendenti terminano la gara canora, è im­
mediatamente evidente che il risultato è stato ottenuto grazie
a certe regole condivise che ora possono essere rifiutate, una
serie di regole la cui forza della realtà non può sopravvivere al­
la fine della lotta, perché quella realtà è stata provocata da atti
umani di partecipazione e si dissolve quando la partecipazione
cessa. Le regole della guerra sono ugualmente arbitrarie e di­
pendono anch'esse dalla convenzione, dall'accordo e dalla par­
tecipazione; ma la legittimità del risultato sopravvive alla fine
della lotta perché un numero cosl alto di uomini che vi parteci­
pano è paralizzato in un atto permanente di partecipazione; in
alti termini, la questione o l'ideologia della vittoria riceve per
un momento la forza e lo status di «fatto» materiale dal peso
puramente materiale di un gran numero di corpi feriti o muti­
lati.
In seguito, questa breve caratterizzazione della struttura
della guerra verrà sviluppata in modo più graduale, e sarà di­
stinta da un'analisi della guerra ampiamente accettata ed erro­
nea, con cui altrimenti potrebbe venire confusa. A poco a po­
co, diventerà visibile il parallelo tra ciò che accade all'interno e
ciò che accade all'esterno della guerra, cosl come diventerà vi­
sibile anche un elemento decisivo di differenziazione tra l'in­
terno e l'esterno, che attribuisce alla guerra un'ambiguità mo­
rale del tutto assente dalla tortura. Diventerà chiaro il motivo
per cui coloro che vogliono proibire la tortura non hanno mai
avuto difficoltà a trovare un'espressione «assoluta» della loro
proibizione, mentre coloro che, con uguale passione, si adope­
rano per scongiurare lo scoppio di una guerra sono rimasti tan­
to spesso senza un'espressione assoluta da essere indotti a pen­
sare che una proibizione «assoluta» possa essere essa stessa mo­
ralmente indifendibile2.
Una differenza formale semplice e importante sarà eviden­
te fin dall'inizio. Benché la tortura e la guerra siano struttural­
mente analoghe, i loro modelli fondamentali si trovano in luo-
La struttura della guerra 107

ghi diversi: la struttura della tortura risiede, e si concretizza,


nelle interazioni fisiche e verbali tra due persone, un torturato­
re e un prigioniero; la struttura della guerra sarà anch'essa cen­
trata su una singolare relazione tra corpo e voce, ma quella re­
lazione non sarà collocabile all'interno di una relazione tra due
persone - due soldati, un soldato e un ufficiale, un soldato e
un civile - né nella relazione tra due gruppi numerosi di perso­
ne, come le centinaia di migliaia di persone che si affrontano e
si sfigurano sul campo di battaglia 3 . La struttura fondamentale
della guerra, la sua giustapposizione delle realtà estreme del
corpo e della voce, risiede nella relazione tra le sue parti più
ampie, la relazione tra i caduti in massa nell'ambito della guer­
ra e gli obiettivi nominali (la libertà, la sovranità nazionale, il
diritto a un territorio conteso, l'autorità extraterritoriale di
una particolare ideologia) fuori della guerra, che esistono prima
che la guerra abbia inizio e dopo che è finita, che le popolazioni
in guerra ritengono essere il motivo e la giustificazione della
guerra stessa, e che verranno riconosciuti dopo la sua fine co­
me ciò che l'attività bellica ha legittimato (se si è dalla parte
dei perdenti) o meno. La domanda principale che viene posta
qui - qual è la relazione tra l'atto ossessivo di ferire e l'obiet­
tivo in nome del quale quell'atto è compiuto - è una domanda
sulla relazione tra ciò che è interno della guerra e ciò che sta
fuori di essa. Per rispondere a questa domanda, tuttavia, è ne­
cessario fare un passo indietro e definire la relazione tra due
realtà interne alla guerra: la prima, il fatto che l'attività imme­
diata è infliggere danni fisici; la seconda, che l'attività bellica
immediata è una contesa. Chi prende parte a una guerra non
prende parte semplicemente a un ferimento, ma a un'attività
di reciproco ferimento, in cui l'obiettivo è infliggere il più pos­
sibile danni fisici all'avversario. L'espressione «la guerra è X»
ha ispirato, nel corso dei secoli, una serie di predicati nominali;
ma non esistono due predicati nominali che siano più precisi o
più esaustivi di quelli scelti qui, ed è partendo dall'esatta com­
prensione delle loro relazioni che sarà possibile arrivare a una
comprensione della seconda e più importante questione della
relazione tra il concreto danno inflitto al corpo e le definizioni
puramente nominali che si accompagnano ad esso.
Il nostro punto di partenza è l'assunto che la guerra appar­
tenga a due categorie più ampie dell'esperienza umana (più am­
pie nel senso che ciascuna contiene la guerra solo come uno dei
108 La distruzione

suoi termini) . In primo luogo, è una forma di violenza; appar­


tiene a una classe di eventi che consistono nell' «infliggere dan­
ni fisici». In secondo luogo, appartiene a una classe di eventi
che costituiscono delle contese. La natura della guerra risiede
nella relazione tra queste due categorie, piuttosto che in una
soltanto, ma per il momento è necessario tenerle distinte l'una
dall'altra perché ciascuna sa come celarsi allo sguardo. Cosl,
dobbiamo fare un altro passo indietro ed accertarci che le no­
stre due premesse siano corrette.

La guerra significa provocare danni fisici

L'obiettivo principale e il risultato della guerra è provocare


danni fisici. Anche se questo fatto è fin troppo ovvio ed esteso
per essere contestato direttamente, può essere contestato indi­
rettamente e scomparire dalla vista in vari modi. Può scompa­
rire dalla vista semplicemente perché non viene individuato: si
possono leggere molte pagine di un resoconto storico o strate­
gico di una particolare campagna militare, o si può ascoltare
una lunga serie di trasmissioni sugli eventi in un conflitto con­
temporaneo, senza mai riconoscere che l'obiettivo dell'evento
descritto è modificare (bruciare, danneggiare, colpire con un
proiettile, mutilare) il corpo umano, come pure modificare la
superficie, la forma e l'integrità profonda degli oggetti che gli
esseri umani riconoscono come estensioni di se stessi. In ognu­
no di questi casi, l'omissione può essere indipendente dall'opi­
nione che questa attività è troppo ovvia perché abbia bisogno
di essere espressa; può invece avere origine nella scarsa capaci­
tà percettiva di colui che descrive i fatti; oppure, ancora, può
derivare da un attivo desiderio di travisare il contenuto fonda­
mentale dell'attività bellica (e questo tentativo cosciente di
travisare può a sua volta suddividersi in una serie di motivi, al­
cuni cattivi, alcuni relativamente buoni) .
Il nostro obiettivo sarà individuare le modalità in cui l'atto
di provocare dei danni fisici scompare dalla vista, e non il mo­
tivo, perché è probabile che ogni modalità sia dovuta a diversi
motivi, ed elencarli tutti in un'analisi cosl breve sarebbe tanto
impossibile quanto sarebbe fuorviante descriverne nei partico­
lari uno o due. Molto più importante, indipendentemente dai
motivi particolari, è il fatto che la stessa struttura della guerra
La struttura della guerra 109

richiederà di essere parzialmente nascosta alla vista e provo­


cherà inevitabilmente quell'occultamento mediante una qual­
che serie di motivi. In altri termini, proprio come la tortura
può essere interpretata come una struttura composta da tre fa­
si distinte - l'atto di infliggere dolore, l'aggettivazione del
dolore, il disconoscimento del dolore e il trasferimento dei suoi
attribuiti in un altro luogo - allo stesso modo risulterà a poco
a poco evidente che la guerra implica un'analoga struttura di
eventi fisici e percettivi; essa richiede sia dei danni reciproci e
su larga scala sia il disconoscimento finale del danno fisico, co­
sicché le sue caratteristiche possono venire trasferite altrove,
mentre ciò non è possibile se si permette loro di rimanere con­
nesse al luogo originario del danno fisico, il corpo umano.
Andrebbe anche osservato fin dall'inizio che mentre la per­
petuazione della guerra sarebbe impossibile senza il disconosci­
mento della ferita, questo disconoscimento non è necessaria­
mente da attribuire (in ogni caso non esclusivamente) a coloro i
quali desiderano perpetuare la guerra. Anche se non sarebbe
inesatto dire che, in generale, l'immediatezza fisica dei corpi
umani danneggiati è più visibile nelle parole di chi si adopera
per rendere illegale una certa arma, per fermare una certa guer­
ra, o per eliminare quella forma universale di guerra che si cela
nelle parole di chi, a causa della propria attività politica, mili­
tare o filosofica, contribuisce alla sua continuazione, la genera­
lizzazione sarebbe cosl complicata da limitazioni ed eccezioni
che finirebbe per sembrare inutile, o addirittura falsa. Le limi­
tazioni provengono da tre direzioni. In primo luogo, l'opposi­
zione attiva alla guerra non richiede necessariamente una per­
cezione o descrizione precisa della relazione tra il ferimento e
gli obiettivi politici; in secondo luogo e al contrario, l'accetta­
zione della guerra, o anche il sostegno attivo alla guerra, come
nel caso del lavoro svolto da un capo di Stato, da un primo mi­
nistro o da un uomo politico per garantire la partecipazione co­
stante della popolazione del suo paese a un certo conflitto, può
in realtà implicare (come si può vedere negli scritti politici di
Henry Kissinger e Wiston Churchill, o anche negli scritti sulle
questioni strategiche di Klausewitz, Liddell Hart o Sokolov­
skiy) vari gradi di attenzione alla centralità dell'atto di ferire, e
differenti valutazioni della stessa. In terzo luogo, la guerra
convenzionale implica la partecipazione di un numero enorme
di persone, ma solo di una piccola parte di coloro che sono atti-
1 10 La distruzione

v amente impegnati a difendere verbalmente l'abolizione o la


continuazione della guerra; e se il ferimento scompare, la cosa
più importante diventa forse la sua assenza nelle loro conversa­
zioni informali.
Un resoconto pieno di tatto, partecipe e accurato delle alte­
razioni che hanno luogo nel corpo umano, come il verbale del­
l'International Peace Research Institute di Stoccolma, e un re­
soconto visivo degli effetti delle armi incendiarie in Vietnam, a
Dresda, a Hiroshima o a N agasaki possono porre il corpo ferito
a pochi centimetri dai nostri occhi, fissare l'immagine sulla
carne ferita e impedire al lettare di distogliere lo sguardo4• Nel
loro tentativo di arrivare all'abolizione di tali armi (le armi
possono essere differenziate non in base al fatto che esse pro­
vochino o meno ferite, e neppure in base alla gravità della le­
sione provocata, poiché per lo più uccidono, ma in base all'in­
tensità e alla durata della sofferenza che precede la morte), tali
descrizioni sono decisive; infatti, benché per comprendere la
natura della guerra lo strazio del viso e delle braccia ustionati
della bambina vietnamita - o, in seguito, il suo sguardo di ter­
rore quando vede riflessa sui vetri della finestra, sul fiume o
sul cucchiaio d'importazione la propria immagine deformata
- debba essere moltiplicato per le migliaia e i milioni di abi­
tanti di paesi diversi, a un certo punto la ferita deve essere
considerata come un fatto individuale, perché il dolore, come
tutte le forme di sensibilità, si prova dentro, «accade» dentro il
corpo dell'individuo. Una simile indagine, tuttavia, non può
specificare se tale ferita sia stata l'effetto intenzionale o acci­
dentale del bombardamento, se rientrasse o meno nei progetti
del chimico o della società che ha scoperto o messo in commer­
cio il napalm e, ciò che più conta, se le popolazioni favorevoli
alla guerra fossero favorevoli a questo o a qualcos' altro.
E possibile che una risposta molto più precisa a queste do­
mande si trovi negli scritti favorevoli alla guerra, o che almeno
l'accettano. Tra tutti questi - siano essi politici, strategici,
storici, medici - non esiste probabilmente una sola opera che
riesca a mettere tanto bene in evidenza la centralità strutturale
dell'atto di ferire come Della guerra di Clausewitz. Nella sua
descrizione dell'invasione, per esempio, egli dirà: «Lo scopo
immediato non è né la conquista del paese né la distruzione
della sua forza militare, ma solamente il danno del nemico, in
senso generico», mentre altrove specificherà spesso che lo sco-
La struttura della guerra 111

po è <�accrescere il dispendio di forze del nemico»5 • In batta­


glia, per esempio, l'obiettivo principale del soldato non è, co­
me si sottintende erroneamente tanto spesso, la protezione o la
«difesa» dei suoi compagni (se cosl fosse, egli avrebbe guidato
quei compagni verso un'altra posizione) : il suo scopo principa­
le è il ferimento dei soldati nemici; conservare le sue forze ha
lo scopo importante, ma solo secondario e «negativo», di neu­
tralizzare il disegno dell' avversario6 • Se la visibilità del fatto
centrale del danno, e l'indicazione precisa del tipo particolare
di danno che ogni specifica tattica esige, ha erroneamente con­
tribuito a procurare a Clausewitz la fama di «spietato», al tem­
po stesso essa ha giustamente contribuito alla sua fama di stu­
dioso straordinariamente brillante: ad ogni pagina ci si rende
conto di essere di fronte ad un'enorme intelligenza, anche per­
ché egli non perde mai la sua capacità analitica. I resoconti di
guerra scritti e orali, nel corso dei secoli, dimostrano la facilità
con cui le capacità analitiche vengono meno di fronte alla bat­
taglia, la rapidità con cui gli uomini smettono di occuparsi del­
l' atto di ferire e cominciano a osservare le attività più seconda­
rie o insignificanti, invece di concentrarsi su quanto sta acca­
dendo al centro e ai bordi del campo di battaglia. L'elenco dei
modi mediante cui il ferimento scompare dalla vista comincia
proprio con quello già citato qui: l'omissione. Gli altri modi
verranno illustrati in seguito, con brani tratti dai classici; ma
essi sono soprattutto significativi nella misura in cui si ricono­
sce che sono complementari alle conversazioni informali e non
scritte della gente comune, poiché l'argomento della guerra pe­
netra nelle nostre attività quotidiane e ci accompagna mentre
camminiamo per la strada, mentre sediamo a tavola per la cena
o restituiamo un libro o un oggetto preso in prestito da un
atnlCO.
Un secondo modo in cui il ferimento scompare è la ridescri­
zione attiva dell'evento: l'atto di ferire, il corpo che è stato fe­
rito, o l'arma che ha causato la ferita vengono ridefiniti. Il silos
che in America contiene i missili è chiamato «raccoglitore di ci­
liegie» 7, mentre le missioni americane che comportavano lo
sgancio massiccio di bombe incendiarie sul Vietnam del Nord
erano chiamate <�foresta di Sherwood» e «rosa color rosa» s ; du­
rante la seconda guerra mondiale, i kamikaze giapponesi veni­
vano chiamati «boccioli notturni» 9, mentre i prigionieri sotto­
posti ad esperimenti medici nei campi giapponesi erano i
1 12 La distruzione

<(tronchi» lO; infine, durante la prima guerra mondiale, il giorno


in cui trentamila russi e tredicimila tedeschi morirono a Tan­
nenberg fu chiamato il <(giorno del raccolto» 11 . Il ricorso a un
linguaggio tratto dal regno vegetale si spiega col fatto che le
cellule vegetali, benché vive, sono ritenute insensibili al dolo­
re; cosl, il danno può essere registrato nel linguaggio evitando
di inserire nella descrizione la realtà della sofferenza. Le cellu­
le vegetali vive appartengono a una particolare categoria della
sensibilità che è vicina all'insensibilità, quando non coincide
con questa; più spesso, il linguaggio è tratto dalla indiscutibile
insensibilità dell'acciaio, del legno, del ferro e dell'alluminio, i
metalli e i materiali di cui sono fatte le armi e che possono esse­
re chiamati in causa per neutralizzare un evento che comporta
due fatti profondamente traumatici: provocare una ferita e ri­
manere feriti 12. Gli stessi termini <meutralizzare» o <(render
neutro» (o le loro numerose varianti, come <(pulire», <(far piaz­
za pulita», <(ripulire» u, o altre espressioni che indicano un mu­
tamento in una caratteristica fondamentale del metallo, per
esempio la <diquefazione») sono i più diffusi nella ridescrizione
dell'atto di ferire o di uccidere. In un primo tempo, essi vengo­
no applicati soltanto alle armi: è la potenza di fuoco degli altri
popoli (fucili, razzi, carri armati) a dover essere «neutralizza­
ta», ma poi vengono trasferiti a chi porta il fucile, fa partire il
razzo o guida il carro armato, come anche alla sorella del pri­
mo, allo zio del secondo, al figlio del terzo, esseri umani che
non devono essere feriti, ustionati, mutilati o uccisi, ma <meu­
tralizzati», <(eliminati», <(liquidati».
Benché un'arma sia un prolungamento del corpo umano ­
come indica il termine inglese arm (arma, braccio) , che le defi­
nisce entrambe - in questa terminologia è invece il corpo
umano a diventare un'estensione dell'arma. Un diciannovenne
che porti la pistola ha un braccio lungo circa un metro, dalla
spalla alla punta dell'arma (se l'arma sta sparando, la misura
cambia da un metro a quattrocentocinquanta metri) . I primi
novanta centimetri sono fatti di cellule sensibili, gli ultimi die­
ci centimetri sono fatti di materiale privo di sensibilità. Per de­
scrivere un movimento del braccio del ragazzo si ricorre a un
linguaggio adatto a un mutamento nella superficie metallica
del fucile, mentre, al contrario, per descrivere un mutamento
non voluto nella superficie del braccio, si estenderà all'arma un
linguaggio inventato ex novo: cosl un avversario si troverà nel-
La struttura della guerra 1 13

la posizione particolare di dover «neutralizzare» il ragazzo e


«colpire» (to wound) il fucile. Applicare il linguaggio del «dan­
no fisico» (wounding) ad armi e braccia - che gli elicotteri
vengano danneggiati (iniured) sulle spiagge dell'Iran; che lo
Sheffield riceva un colpo (wound) mortale nelle acque al largo
delle isole Falkland - non sarebbe in sé del tutto inappropria­
to, perché questi oggetti, come le biblioteche e le città, sono
estensioni della persona umana; ma il linguaggio viene applica­
to alle armi proprio nel momento in cui si sta separando dall'o­
rigine sensibile di quelle estensioni. Il linguaggio dell'uccisione
e del ferimento non ha più una portata morale perché il feri­
mento o l'uccisione dei corpi di migliaia di soldati tedeschi
adolescenti può essere chiamato «produrre risultati» 14 e la
morte dei civili per inedia o malattie, conseguenti a un boicot­
taggio economico, è chiamata «effetti collaterali» 15, proprio
nel momento in cui si accende la radio e si apprende che un ar­
senale di carri armati ha ricevuto un danno (iniury) enorme,
oppure si apre un libro e si legge della speranza del governo di
<(liquidare (to kil!) una base nascosta» 1 6. Una volta che le popo­
lazioni di due nazioni cominciano a danneggiarsi l'un l'altra, la
dissoluzione del loro linguaggio può non essere moralmente di­
sastrosa; essa può venire percepita come inevitabile e forse
persino <mecessaria». Tali difficili questioni non vengono solle­
vate né risolte in questa sede, dove l'obiettivo è quello relati­
vamente modesto di mostrare due fatti: che il danneggiarsi re­
ciprocamente è il contenuto ossessivo della guerra e che la sua
importanza strategica viene spesso persa di vista 17.
L'atteggiamento mentale che qui viene individuato in
espressioni e frasi tipiche, è un atteggiamento consolidato, che
non caratterizza frammenti isolati, ma prende la forma di un
modo convenzionale di percepire gli eventi bellici. L'inversio­
ne linguistica tra armi e corpi ha la sua manifestazione più
preoccupante nel fatto che in molte situazioni differenti 18 il
nucleo dell'attività bellica viene inteso come (o viene descritto
come se fosse) una <meutralizzazione», invece di un concreto
danno inferto ai corpi. Benché il primo termine sia qualche
volta inteso semplicemente come sinonimo del secondo 19, altre
volte viene chiaramente usato per distinguere l'iniziativa inno­
cua di eliminare le armi da quella che viene presentata come
una semplice conseguenza fortuita e sfortunata delle operazio­
ni, e cioè il ferimento o l'uccisione di esseri umani. Cosl, ci im-
1 14 La distru1.ione

battiamo ripetutamente in descrizioni della guerra che, con la


loro palese avversione a parlare di armi, arrivano quasi a farci
credere di avere un intento non semplicemente «protettivo»,
ma quasi «pacifista». Se questa confusione ha raggiunto pro­
porzioni enormi nel dibattito sulla guerra nucleare, è perché la
nostra stessa concezione della guerra nucleare può essere intesa
come il culmine della storia di questa confusione: è logico che
proprio nel momento in cui le armi sono in grado di distrugge­
re i corpi umani come mai prima (trecento milioni di persone
nel primo attacco reciproco), e non possono in realtà non pro­
curare un danno gigantesco (se fatte partire dal proprio territo­
rio, esse finiranno nel paese di qualcuno) - è logico che pro­
prio in questo momento quelle armi debbano essere definite
(per esempio, missile anti-missile) e vengano coerentemente
descritte in modo tale che il loro unico bersaglio, il solo bersa­
glio cui sono destinate, o l'unico bersaglio immediato, sembri
essere un'altra arma: che il loro effetto sia «neutralizzare»
piuttosto che uccidere20• Dovrebbe essere chiaro che l'associa­
zione dei due atti non è una circostanza fortuita ed ironica, ma
la manifestazione di una profonda confusione rispetto a una
storia lunga e complessa. Nella storia delle riflessioni sulla
guerra esistono probabilmente solo un paio di altri errori al
tempo stesso cosl persistenti, cosl diffusi e cosl gravi.
Ovviamente, proprio perché la guerra convenzionale com­
prende attività di neutralizzazione (un soldato morto può esse­
re chiamato un soldato «neutralizzato» anche se il suo fucile
funziona ancora, e qualsiasi guerra prevede molte missioni spe­
cifiche che hanno lo scopo di distruggere una fabbrica di muni­
zioni o di trattori, o uno stabilimento della Opel), questa parti­
colare confusione è più difficile da eliminare di quanto non lo
sia la confusione analoga che induce ad includere nella guerra
un evento che è esterno ad essa. In altri termini, qualcuno che
crede (forse anche a ragione) che la conseguenza di una guerra
particolare sarà una maggiore libertà politica per una certa po­
polazione, può pensare a torto che l'attività intrinseca a una
guerra sia la «liberazione». Ma se gli si chiedesse di guardare
alcune centinaia di persone in una foresta mentre scivolano
dietro gli alberi, strisciano allo scoperto, raccolgono un fucile,
si nascondono, riappaiono, sanguinano e cadono, sarebbe pro­
babilmente d'accordo sul fatto che l'attività bellica immediata
non è esattamente la «liberazione» ma la reciproca uccisione.
La struttura della guerra 1 15

Benché una descrizione <(dall'esterno» possa dar luogo a una


descrizione di ciò che avviene dentro un certo evento (possia­
mo cominciare descrivendo una guerra come <(liberazione», ma
poi comprendere che quegli uomini di cui descriviamo le azioni
come «oppressive» stanno compiendo una serie di gesti quasi
identici), nondimeno tale evento può venire chiaramente sepa­
rato e reso nuovamente astratto da quanto accade proprio al
suo interno. Ma qualsiasi attività che abbia effettivamente luo­
go all'interno della guerra sarà molto più difficile da valutare
per la mente dell'uomo. Poiché nella guerra la neutralizzazione
e il concreto danno fisico vanno insieme, è più difficile per una
persona che osservi gli uomini (mentre essi ancora scivolano
tra luci ed ombre della foresta, sparandosi l'un l'altro e cercan­
do di conquistare quel paio di depositi di munizioni che ognu­
na delle due parti sa che l'altra possiede) comprendere quale
attività sia centrale e fin dove arrivi quel centro. Se l'osserva­
tore dovesse individuare l'atto centrale nel <(ferimento» o nel­
l'uccisione, l'esattezza di questa identificazione verrebbe con­
fermata dalla somiglianza tra l'atto del ferimento in guerra ed
ogni altro caso di ferimento esterno alla guerra: potrebbe esse­
re un'automobile invece di un carro armato; un coltello invece
di un fucile; scendere dalle scale invece che da un dirupo; da
soli invece che in compagnia di migliaia di persone che compio­
no lo stesso atto, punibile in quanto crimine o giustificato in
quanto autodifesa, piuttosto che accettato in quanto attività
quotidiana priva di interesse: ma in ogni caso un corpo viene
danneggiato da un altro corpo, che è esso stesso in pericolo nel
momento in cui cerca di rimanere immune. Se l'osservatore
dovesse invece individuare il nucleo dell'attività nella «neutra­
lizzazione», scoprirebbe una ben piccola somiglianza tra l'atti­
vità immediata degli uomini nella foresta e la firma di un trat­
tato per il disarmo tra le nazioni, o la firma di un contratto tra
vicini di casa in conflitto.
Proprio come il primo osservatore potrebbe descrivere l'at­
tività bellica in termini di <(liberazione» (o <(liberazione, me­
diante il ricorso alla violenza fisica, di coloro che sono oppressi
dalla violenza fisica», oppure <(reciproco ricorso alla violenza
fisica per ottenere risultati non reciproci»), cosl il secondo os­
servatore potrebbe chiamare l'attività <meutralizzazione», se
usasse la definizione «neutralizzazione mediante violenza fisi­
ca» e spiegasse in questo modo la profonda differenza tra ciò
1 16 La distruzione

che accade in guerra e in un accordo per il disarmo, dove è pro­


prio la rinuncia alla violenza fisica a costituire la forza moti­
vante e il risultato della trattativa. Ma poi, a meno che i due
termini non vengano intesi come sinonimi, l'espressione «neu­
tralizzazione mediante la violenza» travisa ancora l'attività di
guerra facendo della violenza fisica una mera attività seconda­
ria. L'espressione più precisa per indicare sia l'essenza sia lo
scopo della guerra non è «neutralizzazione mediante la violen­
za» ma «provocare il maggior danno possibile mediante la vio­
lenza e la neutralizzazione». Ciascuna delle due parti cerca cioè
di danneggiare l'altra il più possibile e lo fa in due modi: pri­
mo, danneggiando i corpi dei nemici; secondo, cercando di non
subire danni, sia evitando i proiettili (correndo, chinandosi,
gettandosi dietro gli alberi, tutti atti che possono essere chia­
mati di neutralizzazione o di annullamento degli effetti delle
armi nemiche) sia distruggendo le fabbriche o i depositi di mu­
nizioni. Quando si afferma che ciascuna delle due parti in una
guerra desidera neutralizzare l'altra si afferma semplicemente
che essa desidera accrescere la propria immunità e al tempo
stesso vuoi recar danno all'altra 21• Questa particolare confu­
sione è a tal punto fondamentale che un chiarimento si renderà
più volte necessario nel corso di questa analisi. Ne parliamo
ora perché definire la concreta violenza sugli uomini «neutra­
lizzazione» è uno dei tanti modi per ridescriverla e renderla in­
visibile.
I primi due modi in cui provocare dei danni agli uomini di­
venta invisibile - omissione e ridescrizione - sono, ovvia­
mente, quasi inseparabili; l'uno appare come la dimostrazione
dell'altro. La ridescrizione, per esempio, può venire interpre­
tata semplicemente come una forma più efficace di omissione:
invece di omettere il fatto del danno corporeo, lo si include e
lo si neutralizza attivamente introducendolo nel discorso o ri­
portandolo per iscritto. L'omissione può essere invece inter­
pretata semplicemente come la forma meglio riuscita o estrema
di ridescrizione, in cui il fatto della ferita si dispiega così bene
all'interno del linguaggio da impedirci di percepire la sua pre­
senza sotto la superficie di quel linguaggio, o di indicare l'e­
spressione o la frase in cui (come nella ridescrizione) essa è
quasi affiorata per poi essere ricacciata ancora una volta al suo
posto. La difficoltà di distinguere l'un modo dall'altro può es-
La struttura della guerra 1 17

sere illustrata dalla particolare convenzione formale usata nei


testi che trattano di strategia.
Con l'eccezione del calcolo periodico dei caduti (o «propor­
zioni delle uccisioni»22), la complessità delle innumerevoli in­
terazioni sul terreno che hanno luogo nelle zone d'operazione
tra due eserciti di nazioni avversarie viene tendenzialmente
rappresentata senza un riferimento costante ai danni fisici reali
subiti dalle centinaia di migliaia di soldati coinvolti: i movi­
menti e le azioni degli eserciti vengono svuotati dei contenuti
umani e si svolgono come una rarefatta coreografia di eventi
astratti. Ma la qualità dell'astrazione e, soprattutto, la distan­
za evidente di questi eventi della sfera del dolore umano non
possono essere semplicemente attribuite a una rigorosa esclu­
sione del corpo dal testo; infatti, al corpo, messo al bando nella
sua forma comune, viene consentito di rientrare in gioco, ma
in una posizione leggermente imprevista. Periodicamente, cia­
scuno dei due eserciti diventa l'incarnazione di un singolo
combattente, dotato della duplice, fondamentale capacità del
vero corpo umano di procurare una ferita e di riceverla. Invece
di essere composto da individui dotati di normali caratteristi­
che fisiche, come una statura media, l'esercito diventa ora un
colosso con, per esempio, un piede in Italia, un altro nell'Afri­
ca settentrionale, la testa in Svezia, un braccio ripiegato verso
la costa francese, improvvisamente proiettato verso la Germa­
nia. La traversata di un fiume non è ora un atto compiuto da
molti individui - tra cui ve ne sono alcuni che sanno nuotare
ed altri no, alcuni che avvertono le conseguenze dell'acqua
fredda e altri che ne sono relativamente immuni, alcuni il cui
sogno peggiore è quello di essere catturati su un ponte tra le
due sponde, e altri che hanno atteso proprio questo momento
di prova - ma viene piuttosto compiuto da un'unica creatura
che, se avesse un nome, si chiamerebbe come la divisione o co­
me il comandante, e che compie la traversata d'un sol balzo,
come quando Ornar Bradley scrive: «Simpson si era in prece­
denza lagnato degli ordini di Monty, che gli aveva intimato di
arrestarsi sulla sponda occidentale del Reno quando egli avreb­
be potuto balzare dall'altra parte senza incontrare una forte re­
sistenza»23, o, analogamente, «Avvicinandosi a noi di soppiat­
to attraverso le Ardenne, il nemico non aveva potuto evitare di
esporsi al nostro fuoco, in particolare all' esplosione devastante
delle nostre mine. Alla 4 a divisione, che si stava ancora curan-
1 18 La distruzione

do le ferite riportate nella battaglia della Foresta di Huertgen,


questa inversione dei ruoli procurò una sardonica soddisfazio­
ne»24. Se tali descrizioni venissero continuate per pagine o an­
che per interi paragrafi, il testo diventerebbe la descrizione mi­
tologica di giganti che attraversano i fiumi muovendosi in mo­
do pesante e goffo, e che camminano a lunghi passi attraverso
le foreste, ma, ovviamente, esso passa dall'astrazione a questo
genere di descrizione solo ciclicamente e momentaneamente.
Proprio perché questo tipo di descrizione è una convenzio­
ne ampiamente condivisa, non ha bisogno di continuare per un
intero passo ma può invece essere richiamato con una singola
parola o espressione che allude ai frammenti di una storia i cui
punti principali sono ben noti a tutti. In questo modo, il pro­
prio esercito può diventare un'unica arma gigantesca, una
«punta di lancia» e un «martello»; un certo territorio o una cer­
ta parte dell'esercito possono diventare un' «appendice» o un
«ventre molle»; ciascun esercito ha un «tallone d'Achille», o
una «articolazione», una «giuntura», una «parte posteriore»
doppio senso del termine rear che può significare sia «parte po­
steriore», «retro», sia «retroguardia» (N .d.T.), vulnerabili at­
traverso cui «penetrare»; due divisioni possono venire attacca­
te nel punto in cui sono «spalla a spalla», e cosl via. Benché si
tratti di una convenzione ampiamente condivisa invece che di
una interpretazione introdotta da un singolo autore, alcuni la
padroneggiano meglio di altri. Per esempio, è usata spesso e
con grande destrezza da B.H. Liddell Hart. L' <ddea a lungo
coltivata [da Ludendorff] di un colpo decisivo contro gli inglesi
in Belgio», in La prima guerra mondiale, diventa un colpo che
vibrerà o non vibrerà con le sue mani gigantesche: «Egli non
era riuscito a metter le mani sul caposaldo di Campiègne, a
Ovest [ . . . ]. Il successo tattico dei suoi colpi era stato la rovina
di Ludendorff [ . . . ] . Egli li aveva diretti in tre grandi cunei, ma
nessuno era penetrato abbastanza a fondo da recidere un'arte­
ria vitale»25 . Che stia descrivendo la strategia di Alessandro, di
Napoleone o la battaglia della Marna, egli presenta i grandi
combattenti nell'atto di eseguire, con tutta la grazia di una pel­
licola al rallentatore, una danza in cui spostano il peso da una
parte all'altra, alzando o abbassando membra gigantesche:
<(Egli dapprima attirò l'attenzione e i mezzi dei nemici verso il
loro fianco sinistro; poi li incalzò da vicino sulla loro destra e al
centro [ . . . ] volse questo insuccesso in un vantaggio definitivo
La strnttura della guerra 1 19

fingendo di spostare il peso ancora più a sinistra, mentre in


realtà lo spostava verso la loro destra e verso il centro» 26.
Occorre sottolineare che questa convenzione (che può
comparire in opere di carattere strategico, militare o politico)
non scaturisce da un tentativo di nascondere il dolore umano
ma dagli scopi assegnati a queste opere. La convenzione espri­
me il fatto che la distruzione dell'esercito nel suo insieme o
della popolazione nel suo insieme, e non la morte dei singoli,
sarà il fatto determinante; essa ha anche la virtù di rendere vi­
sibili degli eventi che, data la loro portata, sono del tutto al di
fuori dell'esperienza visiva. Si tratta comunque di una conven­
zione che favorisce la scomparsa del corpo umano dalle descri­
zioni di quell'evento, che pure rappresenta l'atto di esposizio­
ne corporea più radicale cui gli esseri umani abbiano mai preso
parte. Non è che la «ferita» sia del tutto ignorata o, anche se
cosl fosse, parlando in senso stretto, ridescritta, ma viene ri­
collocata in un luogo (il corpo immaginario di un colosso) in cui
non può più essere riconosciuta o interpretata. Noi reagiremo
alla ferita (un'arteria recisa in un gigante, innumerevoli morsi
di sanguisuga in un altro27) come a una ferita immaginaria in
un corpo immaginario, anche se quel corpo immaginario è
composto di migliaia di corpi umani veri, e perciò composto di
vere (e quindi vulnerabili) cellule umane.
Il danno fisico diventa cosl un modo per esprimere e «vivi­
ficare» (letteralmente, dotare di vita) l'idea della vulnerabilità
strategica di un esercito e, nella maggior parte dei casi, sarà ac­
cettato, se notato, cosl come si vuole che sia, semplicemente
come una forma <(pittoresca» di descrizione: una gigantesca ar­
teria recisa, se mai, riesce a distogliere l'attenzione, non a ti­
chiamarla, su ciò che quasi certamente si trova appena sotto la
superficie di quell'immagine, una spaventosa quantità di corpi
con le arterie davvero recise. In effetti, quando la convenzione
descrittiva è molto vicina a un'espressione che fa riferimento a
un danno corporeo reale, tende a distogliere l'attenzione da
quell'espressione, poiché essa, per le sue stesse proporzioni, è
estremamente convincente da un punto di vista visivo e, al
tempo stesso, estremamente facile da guardare. Diversamente
da una vera ferita, essa, per quanto la sua vista ci faccia sussul­
tare, non ci farà piombare in un silenzio doloroso, né ci farà
provare vergogna per la nostra incapacità di avvicinarci ad un
corpo umano ferito e farlo tornare quello di prima. Descriven-
120 La distruzione

do la prima volta in cui i tedeschi fecero uso di gas tossici, a


Ypres, il 22 aprile 1915, Liddell Hart scrive che esso lasciò una
zona di quattro miglia «piena soltanto dei morti e dei feriti che
giacevano soffocando tra gli spasimi dovuti all'avvelenamento
da cloro». Una frase dopo, quel tratto di quattro miglia diventa
un vuoto nella mascella di un gigante, e i soldati sono solo den­
ti in quella mascella:
Con l'aiuto del gas i tedeschi avevano eliminato i difensori sl.Ù
fianco nord del Saliente con la stessa velocità con cui avrebbero po­
tuto estrarre i denti posteriori da un lato di una mascella. I denti re­
stanti, davanti o sul fianco sud del Saliente, erano formati dalla divi­
sione canadese (Alderson) , più vicina allo spazio vuoto, dalla 28a di­
visione (Bwfin) e dalla 27a divisione (Snow), che insieme costituiva­
no il 5° corpo d'armata di Plumer. I tedeschi dovevano solo spingersi
a sud per quattro miglia per raggiungere Ypres e far cadere tutti quei
denti premendo dal retro 28 •

Analogamente, quando Churchill, nel suo discorso alla ca­


mera dei Comuni del 6 giugno 1 944, annuncia e commenta la
liberazione di Roma, indica 20.000 caduti da una parte e
25.000 dall'altra. Ma se la nostra attenzione (o l'attenzione di
coloro cui era originariamente diretto il discorso) non si sposta
sui 45 .000 morti, può essere perché è ancora concentrata sul­
l'immagine straordinaria che precedeva immediatamente quel­
la del numero dei caduti, l'immagine degli otto o nove giganti
tedeschi, le otto o nove divisioni che furono dirottate in Italia
e «respinte, e i loro denti spezzati, grazie alla vittoriosa resi­
stenza della testa di ponte di Anzio nell'importante battaglia
che si svolse alla metà di febbraio»29. Una caratteristica del co­
losso mutilato è quella di non provocare la nostra compassione,
la nostra rabbia o la nostra vergogna, e spesso, come in questo
caso, viene fatto sembrare un po' ridicolo mentre si sta com­
piendo la sua immane tragedia 3°.
In queste due prime forme di descrizione, l'azione del feri­
mento e la ferita che essa procura sono invisibili, assenti dalla
vista nel caso dell'omissione e attivamente condotti fuori dalla
vista nel caso della ridescrizione. Ma esse non riescono sempre
a diventare e a mantenersi invisibili - per esempio, alla fine
della prima guerra mondiale i morti erano trentacinque milioni
e alla fine della seconda tra quarantasette e cinquantacinque
milioni - e, forse, più straordinarie di quelle forme di descri-
La struttura della guerra 121

zione già considerate sono le particolari terminologie che na­


scono dall'esame dei danni fisici e che assegnano loro una posi­
zione accidentale, secondaria o subordinata: le ferite umane
non sono, come in precedenza, messe fuori dalla vista, ma sono
invece accompagnate dal centro della vista ai margini. Sono
quattro i modi in cui il ferimento può venire relegato in una
posizione ancora visibile ma marginale.
Nel primo, ci si riferisce alle ferite, alla morte e ai danni fi­
sici in generale come a «sottoprodotti» della guerra: il termine
è solitamente accompagnato da un aggettivo («terribile», «ne­
cessario», «accettabile», «inevitabile», «inaccettabile»); quale
di questi compaia in un dato caso dipende dall'argomento par­
ticolare in discussione. Ma se la ferita è definita «il sottopro­
dotto», qual è il prodotto? La ferita è ciò che ogni strategia di
logoramento e ogni singola arma sono destinate a produrre:
non è qualcosa che venga causato inavvertitamente nel corso
della produzione di_ qualcos'altro, ma lo scopo costante di tutta
l'attività militare. E possibile che ci perdiamo di fronte a que­
stioni complicate come la capacità di restare sospeso in volo di
un elicottero e il particolare tipo di radar montato su un altro,
o la capacità degli M 1 13 di percorrere oltre cinquecento metri
in un certo numero di secondi in meno rispetto agli M 150, ma
ciò che ci appare immancabilmente chiaro è il potere relativo
di provocare dei danni di quell'oggetto (avvistare l'avversario,
avvicinarsi, raggiungere l'avversario e colpirlo), oppure il suo
potere relativo di rimanere intatto mentre colpisce, cosl da po­
ter continuare a ferire (per cui: avvistare l'avversario, avvici­
narsi all'avversario, colpire l'avversario e continuare a colpirlo
per quanto più tempo possibile prima di venire esso stesso mes­
so fuori combattimento) . Allo stesso modo, gli aspetti compli­
cati delle decisioni strategiche sono quelli che riguardano il
punto migliore (non necessariamente in assoluto) e il modo mi­
gliore (non necessariamente in assoluto) per colpire, oppure il
luogo e il momento, pur conservando intatte le forze per non
perdere le proprie capacità di provocare dei danni. Qui, non
sono il linguaggio della «produzione» o della «creazione» ad es­
sere falsi, perché questa terminologia riconosce che qualcosa di
non esistente, qualcosa che non ha luogo spontaneamente, è
stato creato dall'intervento deliberato dell'uomo e dalla sua in­
ventiva. Né, se si volessero includere nella metafora della pro­
duzione gli obiettivi «esteriori» della guerra (per esempio, la li-
122 La distruzione

bertà politicaH, le pretese territoriali, la rivendicazione del­


l'autorità in un emisfero) sarebbe falso definire il danno fisico
inflitto agli uomini un «prodotto intermedio» che, in un modo
o nell'altro (questo «in un modo o nell' altro» verrà preso in
esame più avanti), diventerà un giorno un prodotto diverso, ad
esempio la libertà politica. Ma se è esatto definire il danno fisi­
co il «prodotto» dell'attività militare immediata o, in questo
secondo caso, il «prodotto intermedio» nei risultati a lungo ter­
mine, non è affatto esatto considerarla un sottoprodotto. Per
esempio, si potrebbe dire che il proprio intento è fabbricare
carta e non distruggere alberi, ma allora gli alberi abbattuti so­
no un prodotto intermedio (attivamente ottenuto con un in­
tenso lavoro), non un sottoprodotto.
Il termine «sottoprodotto» implica qualcosa di «accidenta­
le», di «non voluto», «non intenzionale», «non previsto» e
«inutile»32. L'ultimo significato è il più pesante, perché mentre
gli altri esprimono soltanto una rinuncia alla responsabilità,
l'ultimo sta ad indicare che per nessuna delle due parti le morti
costituiscono uno strumento fondamentale per raggiungere l'o­
biettivo dell'attività bellica, qualunque esso sia. L'aspetto più
insopportabile del fatto che una comunità umana dovrebbe
usare la morte, l' «uso» estremo indicato dalla sostituzione di «è
necessario» con «si deve» (e i soldati si rendono conto che è a
quest 'uso che sono stati chiamati, a questo che hanno acconsen­
tito: che essi stanno o <<per morire per il loro paese», o «per uc­
cidere per il loro paese») - il solo aspetto più insopportabile
del fatto che la comunità umana userà in questo modo la morte
è che poi disconoscerà quell'uso e chiamerà quelle morti «inuti­
li». La massa di persone che si trovavano per le strade di Naga­
saki e di Dresda, i venti milioni di russi morti nella seconda
guerra mondiale, la generazione di francesi e di inglesi che la­
sciarono la vita nella prima guerra mondiale, i cinquantasette­
mila americani caduti in Vietnam - qualunque sia l'uso della
guerra, qualunque siano i suoi obiettivi, i suoi risultati, le sue
azioni e le sue conseguenze, tutto questo non ha alcuna relazio­
ne fondamentale con i morti e i feriti, che sono il sottoprodot­
to della guerra.
Una seconda metafora importante, d'altro canto, pone l'ac­
cento sull'idea accidentale e del non previsto trascendendo la
terminologia della produzione: in questo caso le ferite e i danni
fisici sono visti come se fossero occorsi lungo la strada che por-
La struttura della guerra 123

ta ad un altro obiettivo. Mentre la prima terminologia fa del


danneggiamento fisico il risultato non intenzionale di un certo
processo di raggiungimento degli obiettivi, la seconda ne fa un
intralcio imprevisto. Lungo la strada che porta a X (libertà, au­
torità), ci siamo improvvisamente accorti che molte persone
l'avevano percorsa (oppure la strada si era allargata ed era in
tal modo penetrata nel campo in cui essi operavano) ed erano
stati superati. Descrivere coloro che muoiono come una <�con­
seguenza fortuita�> è tanto denigratorio quanto affermare, co­
me fa la prima terminolog_ia, che essi non sono un sottoprodot­
to particolarmente utile. E interessante il fatto che nella meta­
fora della strada, come in quella della produzione, la mente
umana arrivi vicinissima a formulare e a comprendere la natura
della ferita in guerra, ma poi cambi il senso della metafora, co­
sicché proprio ciò che era stato intuito quando la mente aveva
afferrato la metafora, ora viene perso di vista. Se si sta parlan­
do dell'attività intrinseca alla guerra, allora ferire o uccidere
non è qualcosa che si trova sulla strada che porta al fine, ma è il
fine stesso. Se si includono nella metafora della strada obietti­
vi esterni all'attività bellica (libertà, sovranità territoriale), al­
lora è appropriato designarli come il fine o la meta che trascen­
dono l'atto di ferire e di uccidere; ma è decisivo rendersi conto
che, in quest'uso della metafora, i corpi feriti non sono qualco­
sa che si trova sulla strada che porta al fine, ma sono essi stessi
la strada che porta al fine. Se i dirigenti di un paese decidono
che non c'è modo di conseguire un risultato auspicato se non
con la guerra, essi stanno parlando come qualcuno che voglia
raggiungere una città in un territorio lontano, collegata al suo
territorio attuale dell'individuo da un'unica via obbligata. I
corpi feriti sono il materiale con cui è costruita la strada (e, an­
cora una volta, stiamo rinviando la questione del modo in cui
la strada, costituita dall'uccidere e dal ferire, possa terminare
nella città della libertà, proprio come è stato necessario rinvia­
re l'analisi del modo in cui la ferita può costituire un prodotto
intermedio che si trasforma successivamente nel prodotto fina­
le, la libertà) . Proprio come i corpi feriti erano il prodotto o il
prodotto intermedio, ma non il sottoprodotto, allo stesso mo­
do essi sono la meta alla fine della strada o la strada per cui ci si
può avviare verso una meta, ma non sono qualcosa che si sia
venuto a trovare involontariamente sul cammino.
Le metafore della produzione e della strada vengono rap-
124 La distruzione

presentate qui come se la guerra fosse un fenomeno diffuso,


universale; ma ciascuna metafora opera all'interno, e quindi
può essere riconosciuta all'interno, di specifiche descrizioni di
momenti specifici in guerre particolari. L'idea del ferire e del­
l'uccidere come «accidentali» è presente in ogni descrizione di
guerra. La metafora spaziale della strada, per esempio, con il
suo sottolineare le conseguenze accidentali e le mere collisioni
spaziali, diventa nel bombardamento aereo l'espansione non
prevista del terreno nel punto di impatto della bomba. Quando
si passa da un'immagine lineare ad una circolare, la meta alla
fine della strada è l'esatto centro del cerchio, e la collisione in­
volontaria con persone ed oggetti che si trovano sulla strada di­
venta il dilatarsi involontario del cerchio, fino ad includere
grandi quantità di terreno animato e inanimato. Esistono in­
numerevoli esempi concreti che illustrano questa abitudine
mentale. Nel suo studio su John Kennedy, per esempio, Theo­
dore Sorensen racconta come durante la crisi dei missili a Cuba
i consiglieri militari si riferissero ripetutamente a un «interven­
to chirurgico» come a una scelta, ma alla fine divenne chiaro
che la precisione richiamata dalla parola <(chirurgico» era im­
possibile; Kennedy si rese conto che, agendo in base alla logica
militare dell' «intervento chirurgico» avrebbe potuto provocare
una catastrofe enorme e terribile 33. Analogamente, Michael
Walzer rivela che gli aerei degli alleati, durante la seconda
guerra mondiale, non erano in grado di puntare le loro bombe
a meno di cinque miglia dall'obiettivo; eppure, il termine fuor­
viante <(bombardamento strategico» veniva usato abitualmente
e il danno imponente, al bersaglio sbagliato, veniva successiva­
mente definito «involontario», anche se era in tutti i casi <(pre­
vedibile»34. In entrambi questi esempi, le espressioni formali
usate per il bombardamento, <dntervento chirurgico» e «bom­
bardamento strategico», contengono già una descrizione che
anticipa i danni che esso provocherà come qualcosa che va ol­
tre gli scopi di chi effettua il bombardamento. Un esempio par­
ticolarmente evidente di questo è la definizione di città, popo­
lazioni civili e obiettivi economici come <(bersagli indiretti»35,
un'espressione resa legittima dal fatto di differenziare questi
bersagli da quelli esclusivamente militari (i campi di battaglia
della prima guerra mondiale, rigorosamente riservati ai non ci­
vili) ; nondimeno, è un'espressione che crea la situazione parti­
colare in cui i responsabili del danno sono tenuti a mirare di-
La struttura della gue"a 125

rettamente al bersaglio indiretto (provocando ferite che, per


quanto terribili, non saranno, non sono o non erano precisa­
mente, dopo tutto, lo scopo dei militari) . Questi momenti pa­
ralleli, hanno infiniti equivalenti in qualsiasi combattimento e
qui non occorre ricordarne altri. E decisivo comprendere che,
proprio come qualunque forma di danno inferto agli uomini
può essere intesa come prodotta casualmente «lungo la strada»
che porta a colpire in qualche altro luogo (lungo la strada che
porta a colpire i soldati, sono stati massacrati alcuni civili; lun­
go la strada che porta a colpire i civili, sono stati uccisi acci­
dentalmente alcuni bambini), cosl tutti i danni fisici in com­
plesso, quelli inferti ai soldati, ai civili, agli adulti e ai bambini,
in virtù di questa metafora sono intesi in ultima analisi come
danni prodotti lungo la strada che non considerava né come
obiettivo né come mezzo l'atto di ferire e uccidere degli esseri
umani.
Una terza terminologia è quella del prezzo: la ferita è il
prezzo, per completare la metafora, di ciò che è stato acquista­
to. Questo linguaggio ha molto in comune con la terminologia
economica della «produzione», poiché entrambe appartengono
alla più ampia terminologia della produzione e dello scambio.
Se si considera la ferita come «il prodotto intermedio», che sa­
rà alla fine trasformato (una volta che si sia attraversato il con­
fine della guerra per entrare nel territorio degli obiettivi ester­
ni alla guerra) nel prodotto finale (la libertà), allora il «prezzo»
è un equivalente strutturale quasi esatto. Proprio come gli al­
beri abbattuti sono un prodotto intermedio che sarà trasforma­
to in carta, cosl si possono «fare i soldi» (ossia, per esempio, si
può fabbricare stoffa come lavoro quotidiano, che sarà poi tra­
sformato in denaro) con cui acquistare poi la carta. In questo
acquisto, il denaro è stato trasformato nel prodotto finale: la
carta. Il denaro, come gli alberi, è un prodotto intermedio. Co­
sl, allo stesso modo in cui si va nella fabbrica di stoffa e si fan­
no i soldi che saranno trasformati in carta, cosl si va in guerra e
si producono le ferite che, in un modo o nell'altro, saranno tra­
sformate in libertà (di nuovo, questa insistenza problematica
ma, in ultima analisi, fondata su una trasformazione, verrà
spiegata più avanti) . Questo linguaggio è cosl affine al prece­
dente che non ci sarebbe ragione di parlarne qui come termino­
logia distinta, se non fosse per il fatto che la sua applicazione
rivela una caratteristica che non è stata riscontrata nella meta-
126 La distruxione

fora della produzione. Ciò che la caratterizza è che i danni inflit­


ti agli esseri umani (ed altre conseguenze negative della guerra)
continuano a perdere importanza fino a diventare il «prezzo» di
un'unità sempre più piccola; ciò che si acquista con l'atto di feri­
re e di uccidere si riduce sempre più. Possiamo iniziare citando la
generale pretesa che <da guerra (la ferita) sia il prezzo della liber­
tà (o di un miglioramento dei confini o di qualsiasi fine per cui i
partecipanti credono di combattere)». Ma può essere che questa
pretesa cominci subito a ridimensionarsi, cosicché «La guerra»
stessa, in un primo tempo concepita come un prezzo, diventa ora
ciò che viene acquisito, per esempio, con la battaglia. Può essere
che si distolga sgomenti lo sguardo dallo spettacolo di innumere­
voli corpi mutilati e uccisi e, accorgendosi di non aver compreso
fino in fondo ciò che si è visto dicendo <(La guerra è il prezzo del­
la libertà», subito si tenti un'altra definizione, si sospiri e ci si
consoli: <(Ah, bene, la battaglia è il prezzo della guerra». La pri­
ma parola in ognuna delle due frasi significa <(danno fisico», poi­
ché questa espressione particolare, <J( è il prezzo di Y», viene
usata proprio nel momento in cui si mette a fuoco, e si spiega a se
stessi o ad altri, uno spettacolo angoscioso. (Cioè, quando si rie­
vocano momenti di camaraderie, o l'intervento risolutore di un
medico o un atto eroico, non ci si ferma mai, e si ricorre all'e­
spressione <J( - la camaraderie - è il prezzo di Y».) Ma, nella se­
conda frase, alla ferita è stato assegnato un posto meno impor­
tante: non è più la guerra, bensl il prezzo della guerra. Ora succe­
de che il primo termine nella nostra seconda frase diventi l'ulti­
mo in una terza, come nella frase: <(Bene, la strage è il prezzo del­
la guerra». E, successivamente, il primo termine in questa terza
frase diventerà l'ultimo in una quarta, come nella frase <dl san­
gue è il prezzo della strage»36. Non è che ogni persona passi di
frase in frase; piuttosto, un intero gruppo di persone, ognuna
con il suo parlottio separato, continua a formulare questa serie
completa di frasi muovendosi avanti e indietro in tutta la sua
estensione, come per mantenere le parole nell'aria, impedendo
loro di posarsi dove possono essere viste e valutate.
Cosl la terminologia del prezzo permette e favorisce la se­
guente serie in ordine discendente:

La guerra (il danno fisico) è il prezzo della libertà.


La battaglia (il danno fisico) è il prezzo della guerra (prece­
dentemente, del danno fisico) .
La struttura della guerra 127

La strage (il danno fisico) è il prezzo della battaglia (prece­


dentemente, del danno fisico).
Il sangue (il danno fisico) è il prezzo della strage (preceden­
temente, del danno fisico) .

Questa serie non soltanto genera una tautologia (leggendo­


la a ritroso, il danno fisico è il prezzo del danno fisico, che è il
prezzo del danno fisico, che è il prezzo del danno fisico, che è
il prezzo della libertà; oppure, con il danno fisico si può otte­
nere il danno fisico con cui si può ottenere il danno fisico con
cui si può ottenere il danno fisico con cui si può ottenere la li­
bertà), ma lo fa in modo tale che proprio quella centralità tau­
tologicamente assiomatica dell'atto di danneggiare un corpo
sarà costantemente ridotta. Il danneggiamento che nella prima
frase è riconosciuto come esteso (per analogia, la distruzione di
una città), è ripiegato su se stesso finché, nella seconda espres­
sione, sembra soltanto una casa distrutta nella città rimasta in­
vece in piedi; nella terza espressione, soltanto un ripostiglio in
quella casa; infine, nella quarta espressione, una mensola nel
ripostiglio. Non è che noi cosl facendo smettiamo di percepire
e riconoscere il potere dell'atto di danneggiare. Lo squarcio
sulla mensola, una testa lesa, un braccio dilaniato, un ventre
aperto, farà distogliere lo sguardo a chi guarderà dalla porta
del ripostiglio e gli darà la nausea per lo sgomento ed il terrore,
lo opprimerà, tenendolo in pugno come se si trattasse di un fu­
cile invece che di uno squarcio sospeso davanti a lui. Ma alme­
no costui sa che se riuscisse a smettere di guardare fissamente,
se riuscisse a spostare lo sguardo verso l'alto o verso il basso,
creando una prospettiva più ampia, ci sarebbero molti altri og­
getti sulle mensole, e altri ripostigli, e altre stanze con la luce
del sole, dei giornali e un gatto addormentato; in questo caso
non saprebbe soltanto che la ferita è qui e là e là e là e in ogni
luogo egli volga lo sguardo, che tutte le mensole, tutte le stanze
e tutte le strade che attraversano la città sono insanguinate dal­
la strage, dalla battaglia e dalla guerra.
Come in questa terminologia l'atto di ferire può scompari­
re progressivamente dalla vista suddividendosi in elementi
sempre più piccoli, cosl c'è una quarta terminologia che disloca
l'atto di ferire mediante un'azione continua di estensione, co­
me se si trattasse di un ombrello con un manico che continua
ad allungarsi n . L'atto di ferire e di uccidere diventa l'estensio-
128 La distruzione

ne o la continuazione di qualcos'altro che è in sé innocuo. La


celebre affermazione di Clausewitz: «La guerra è la continua­
zione della politica con altri mezzi», deriva la sua autorità e
fondatezza dal modo brillante e disinvolto con cui ci pone di
fronte ad un fenomeno complesso e difficile da afferrare, come
se questo fosse sempre stato evidente di per sé38. Nondimeno,
si tratta di una frase che, citata da sola, come spesso accade,
sembra talvolta voler dire che «la guerra è la continuazione del­
la pace (o delle attività in tempo di pace) con altri mezzi»; cioè,
sembra associare la guerra, in questo modo eliminandola, con
un'attività innocua. La sua continuità con la pace, il predicato
nominale, domina, dal punto di vista grammaticale, l'attributo
del danno di ferire «con altri mezzi». Si direbbe che una tale
affermazione voglia sollecitare, come suo equivalente, null'al­
tro che una raffinata parodia: morire è vivere, solo in forma di­
versa; sanguinare è respirare, ma non proprio. Ma il suo equi­
valente non risiede in tali malinconici non sequitur, bensl in
pretese molto serie, spesso molto intelligenti, benché meno fa­
mose. Proprio la stessa struttura, per esempio, è implicita nella
straordinaria definizione di strategia militare fornita da Lid­
dell Hart: lo scopo della strategia, scrive, è determinare una si­
tuazione talmente vantaggiosa «che, se non sarà capace di pro­
durre in quanto tale la vittoria, potrà produrla mediante la sua
continuazione, la battaglia»39. Si tratta di una definizione sba­
lorditiva: la frase, con il suo elegante mutamento di pensiero e
con il ben noto ritmo clausewitziano, può avere l'effetto di so­
spendere il pensiero critico, dando l'impressione di essere essa
stessa perfettamente riuscita a esprimere un pensiero. Ma è
una frase che, per quanto non sia in se stessa sbagliata - dopo
tutto riassume una tradizione di strategia 40 - può trarci in in­
ganno in vari modi. Presa alla lettera, può sembrare che descri­
va l'atto di ferire e di uccidere come una forma non riuscita o
secondaria di strategia, e quindi che definisca una strage del
ventesimo secolo non soltanto come un resoconto di ciò che in
Clausewitz sarebbe politica obsoleta, ma anche di ciò che ora
in Liddell Hart diventa strategia militare obsoleta o inadegua­
ta. Tannenberg, la Marna, Gallipoli, Varsavia cessano di esse­
re l'opera dell'esercito e diventano il fallimento o lo sfacelo
dell'esercito. Mentre è ragionevole descrivere un reato civile
- l'omicidio, lo stupro, il furto - come effetti del deteriora­
mento dei sistemi giudiziario o poliziesco, non è altrettanto ra-
La struttura della gutma 129

gionevole intendere la battaglia come la dissoluzione del siste­


ma militare, come ciò che è avvenuto nonostante la sua esisten­
za, invece che a causa della sua esistenza.
Benché tale definizione sembri separare la strategia milita­
re dalla realtà delle ferite, si può naturalmente e giustamente
obiettare che essa riesce soltanto a separare la strategia dalla
battaglia, a separare la strategia del reciproco atto di ferirsi e di
uccidersi, e che essa assume certamente l'evento unidireziona­
le della resa, della prigionia e anche del danno fisico. Il sempli­
ce fatto che un avversario ripieghi, si ritiri o abbandoni il com­
battimento non comporta in quanto tale alcun vantaggio mili­
tare, come Clausewitz sottolinea:
Il vantaggio ottenuto sull'avversario col metterlo in situazione ta­
le che egli debba rinunziare al combattimento non conta in se stesso
nulla [perché nessuno sta segnando i punti], e non può quindi nem­
meno entrare nella definizione di scopo. Non resta dunque che il
vantaggio immediato ottenuto con l'atto di distruzione. Tuttavia, il
bilancio non si stabilisce soltanto sulle perdite prodottesi nel corso
stesso del combattimento, ma anche su quelle che seguono come con­
seguenza immediata la ritirata del vinto 41•

Affermare che la strategia vincente è quella in cui la deci­


sione si determina senza una battaglia, equivale dunque ad af­
fermare che la strategia vincente è quella in cui l' atto di colpire
l'avversario avviene soltanto in una direzione: la forza di com­
battimento meno importante e sussidiaria (la battaglia) è quella
in cui l'atto di colpire è reciproco, bidirezionale, e soltanto
quando alla fine una delle due parti causerà il maggior danno
possibile all'altra, la battaglia si avvicinerà alla sua forma per­
fetta, che consiste nel colpire univocamente l'avversario. Cosl,
la definizione originaria, che sembra contrapporre l'atto di col­
pire alle situazioni in cui ciò non avviene, contrappone invece
l'atto di colpire unidirezionale a quello reciproco. Se questo è
il significato che la definizione di Liddell Hart aveva fin dall'i­
nizio, esso è estremamente preciso; ma si dovrebbe notare che
questa nuova formulazione non suona altrettanto bene né ha la
stessa eleganza di quella originaria, ed è certamente per ottene­
re tale eleganza formale che è stata coniata la definizione origi­
naria.
Un terzo modo di valutare sia la forza sia la debolezza della
prima formulazione (che qui viene usata come modello dell'a-
130 La distruzione

bitudine molto più diffusa di descrivere l'atto di colpire come


un'estensione di qualche attività più innocua) è occuparsi delle
variazioni temporali che la strategia scopre nell'atto di colpire
l'avversario. Un modo comunemente accettato di interpretare
ciò che accade alla fine della guerra è dire, come Paul J. Kec­
skemeti fa in modo tanto efficace, che i partecipanti rinuncia­
no di comune accordo al round successivo, che ciascuno può
immaginarsi l'esito abbastanza bene da non aver bisogno di at­
tuarlo: uno dei due soccombe 42• Questa definizione si applica
allo stesso modo a un evento interno alla guerra come la batta­
glia: le due parti possono rinunciare all'ultimo round, diciamo
alle ultime cinque ore di combattimento. Ma questa valutazio­
ne temporale può essere spinta sempre più indietro nella batta­
glia, cosicché i partecipanti rinunciano di comune accordo al­
l'intera seconda metà della battaglia (due giorni, per esempio),
o agli ultimi tre quarti (tre giorni), finché, alla fine, arriviamo
alla posizione di Liddell Hart: prima che la battaglia abbia ini­
zio, i partecipanti valutano le loro rispettive situazioni e rinun­
ciano a prendere realmente, materialmente, le armi, perché l'e­
sito è scontato. Sopraffatta dall'evidenza della superiore capa­
cità di colpire degli avversari, una delle parti si arrende. Ciò
che è decisivo comprendere è che questa situazione corrispon­
de a una delle due relazioni temporali fondamentali che posso­
no esistere tra l'infliggere un danno a un avversario e la perce­
zione di tale possibilità da parte dell'avversario. Nella situazio­
ne descritta qui, la percezione precede e prevede il danno (e,
senza eliminare assolutamente il fatto del danno, ne varia la
forma, perché coloro che si arrendono non tornano a casa, ma
vengono comunque colpiti o presi prigionieri) . Il danno previ­
sto trova il suo opposto strategico nel danno imprevisto. Nel
primo caso, la capacità di colpire di una delle parti viene mo­
strata all'altra prima dell'atto reale, cosicché l'avversario si ar­
renderà; nel secondo caso, la capacità di colpire viene tenuta
nascosta all'avversario, che non deve coglierla prima che essa
venga messa in atto e che, in teoria, non la coglierà neppure
mentre viene messa in atto (o, almeno, non nei primi, pochi mi­
nuti in cui essa viene messa in atto: dovrebbe esserci almeno
qualche minuto tra l'atto di colpire e la consapevolezza della
parte colpita di essere tale), ma potrà coglierla soltanto dopo
che essa abbia cominciato ad essere messa in atto. È importan­
te riconoscere il <<danno previsto» (a cui è attribuito il massimo
La struttura della guerra 131

effetto s e atteso) e il <(danno imprevisto» (a cui viene attribuito


il massimo effetto se del tutto inatteso) come complementari,
perché ciò sottolinea ancora una volta il fatto che una strategia
cosl superba da eliminare la battaglia non è una strategia che
elimina assolutamente i danni fisici, ma che comporta una va­
riante temporale di danno, e cioè quello previsto.
La descrizione della fine della guerra, che è stata spostata
alla fine della battaglia ed è stata poi spinta indietro fino alla
sua metà e al suo inizio, adesso può essere spostata di nuovo al­
la guerra. Anche in questo caso, la rinuncia al round successivo
può essere spinta indietro fase dopo fase, fino ad eliminare una
battaglia dopo l'altra e ad arrivare, alla fine, a una situazione
in cui la guerra stessa non ha mai inizio: ciascun contendente
non fa altro che esibire le sue armi, le sue capacità di colpire (la
corsa agli armamenti), ed uno dei due, si ritira, cede all'altro
prima che si verifichi il danno fisico 43. E di nuovo decisivo sot­
tolineare che il danno previsto è reale, che la situazione ipote­
tica richiamata qui è una situazione in cui una delle due parti
ha ceduto una fetta di territorio, o si è arresa all'ideologia del­
l'altra perché superiore, e cosl via. Se, per esempio, un paese
fosse l'unico a possedere un'arma nucleare, e in virtù di questo
fatto esigesse dai suoi avversari l'accoglimento di tutte le sue
richieste, si eviterebbe il danneggiamento reciproco (la batta­
glia, la guerra), che sarebbe sostituito non dalla pace, ma dall'i­
potesi di un danno previsto e unidirezionale. Questa situazio­
ne sarebbe molto diversa da quella in cui le due parti possiedo­
no armi uguali e decidono entrambe di ritirarsi, perché in que­
sto caso il conflitto sarebbe evitato non dalla resa unilaterale,
ma dalla ritirata simultanea. Essa si differenzierebbe anche
dalla situazione in cui nessuna delle due parti possiede armi,
dove non solo non c'è una vera guerra fisica, né il vero danno
della capitolazione quando l'esito è previsto, ma c'è invece il
comune rifiuto persino dell'esibizione della capacità offensiva;
entrambe le parti si astengono dal prendere in considerazione
il proprio e l'altrui danneggiamento. Queste due situazioni so­
no radicalmente diverse da quella in cui un solo paese raggiun­
ge e mantiene una cospicua superiorità negli armamenti, e l'a­
spirazione del paese rivale alla parità viene disprezzata dal pri­
mo in quanto guerrafondaia (un'arma sola assicura la pace; due
provocano la guerra) o viene rifiutata in quanto motivata da
un'invidia puerile assurda (noi abbiamo un'arma, cosl adesso
132 La distruzione

anche loro devono averne una). Il sogno di possedere una capa­


cità assoluta, unidirezionale di colpire coloro che si trovano al
di fuori dei propri confini territoriali (si tratti di una democra­
zia o di una dittatura), può essere accostato al sogno del tortu­
ratore di una non-reciprocità assoluta; l'illusione di non avere
un corpo, mentre il proprio nemico viene mantenuto nella pro­
fonda consapevolezza della sua corporeità, conseguente alla
consapevolezza di poter essere in ogni momento gravemente
ferito.

L'importanza decisiva dell'atto di colpire, nella guerra,


può scomparire - la centralità del corpo umano può essere di­
sconosciuta - in ognuno dei sei modi visti in precedenza. In
primo luogo, il danno fisico può essere omesso dai resoconti sia
ufficiali sia occasionali della guerra. In secondo luogo, può ve­
nire ridescritto, e quindi diventare invisibile come se venisse
omesso: le cellule vive possono diventare materiale semi-ani­
mato (vegetale) o inanimato (metallo), immune dalla sofferen­
za che le cellule sensibili devono sopportare; oppure la sovrap­
posizione delle terminologie dell'animato e dell'inanimato può
consentire modificazioni nel metallo fino a monopolizzare l' at­
tenzione, come nella attribuzione di una posizione centrale al­
l' atto di «neutralizzare»; oppure il concetto di danno fisico può
venire modificato attribuendolo al corpo immaginario di un
colosso. In terzo luogo, può non venire né omesso né ridescrit­
to, bensl riconosciuto come un danno reale nelle cellule sensi­
bili dei corpi umani; tuttavia, ora, è mantenuto in una posizione
visibile ma marginale da quattro metafore che lo definiscono co­
me un sottoprodotto, oppure come qualcosa che si trova sulla
strada che conduce al fine, o qualcosa che si ripiega continua­
mente di per sé come nella terminologia del prezzo, o qualcosa
che si estende in quanto prolungamento di qualche altro even­
to più innocuo.
Decisivo, per l'analisi che segue, non è l'intrico dei modi in
cui l'evento del danno fisico scompare, ma il fatto molto più
semplice e fondamentale che procurare dei danni fisici è in
realtà l'attività più importante della guerra. Visibile o invisibi­
le, omesso, messo tra parentesi e in tal modo trasformato, de­
scritto o ridescritto, il danno è il prodotto della guerra e il suo
prezzo, è il fine cui tende tutta l'attività e la strada per cui si
perviene a questo fine: esso si trova nei reconditi recessi della
La struttura della guerra 133

guerra, ma anche dove le azioni si trasformano nelle più ampie


unità di combattimento. Pur essendo la premessa principale al­
l' analisi, la centralità del danno è una premessa estremamente
semplice, perché è evidente di per sé e cosl elementare da pre­
cedere una serie di questioni difficili e moralmente complesse
che spesso vengono poste sulla guerra e alle quali qui non si ac­
cennerà neppure. Bertrand Russell, per esempio, richiama l'at­
tenzione sull'abitudine moralmente discutibile di dire: «Sto
per morire per il mio paese», invece di ammettere: «Sto per uc­
cidere per il mio paese»44, proprio come Mouloud Feraoun sin­
tetizza la descrizione di sé comune a tutti coloro che partecipa­
no a una guerra: «difendere una causa giusta, uccidere per una
causa giusta e rischiare una morte ingiusta» 45 . Tuttavia, in
questo lavoro non ci occuperemo delle differenze, difficili da
analizzare, tra queste espressioni, ma soltanto di quello che, da
questo punto in poi, verrà assunto come loro comune denomi­
natore. Sia che un ragazzo dichiari di stare per <�morire» per il
suo paese o di stare per «uccidere» per il suo paese, sta dicendo
che sta per <�alterare la struttura di un corpo» (proprio o altrui)
per il suo paese, e l'obiettivo ultimo, in questo caso, è com­
prendere la logica strutturale di un evento in cui le modifica­
zioni del corpo umano possono essere trasformate in questioni
come la libertà, l'autonomia ideologica o la legittimità morale
di un paese. Per ora, il dato è costituito esclusivamente dalla
centralità del danno fisico. «La guerra uccide; e questo è tut­
to», scrive Michael W alzer nel mezzo di una complicata analisi
delle guerre giuste e ingiuste 46. «Subire un bombardamento è
il lavoro principale del soldato di fanteria», scrive Louis Sim­
pson sulla seconda guerra mondiale; «Ognuno ha il suo modo
di farlo. In generale, esso consiste nello stendersi a terra e ran­
nicchiarsi in modo tale da occupare il minor spazio possibi­
le»47. Se questa premessa può venire rifiutata in tanti modi,
può anche venire rivalutata, sia osservando direttamente la
guerra sia prestando attenzione alle parole di coloro che l'han­
no osservata; il filosofo morale, il soldato di fanteria, il poeta,
lo stratega, il generale, il pittore. «Ma guardate» comincia Leo­
nardo da Vinci nell'ultima frase delle lunghe istruzioni ai pitto­
ri sul modo di rappresentare una battaglia, una dissertazione
orale che consente di visualizzare in un grande quadro polvere
e sole, corpi di cavalli e di uomini, facce sofferenti e facce con­
tratte in una smorfia di sfinitezza - «Ma guardate», egli con-
134 La distruzione

elude, mentre improvvisamente lo abbandonava l'eccitazione


dell'insegnamento, «non c'è un punto del terreno che non ab­
biate coperto di sangue» 48.
La guerra trasforma inesorabilmente l'intimo contenuto
del corpo umano ferito e lacerato nel proprio intimo conte­
nuto.

La guerra è una contesa

La nostra seconda premessa, secondo cui la guerra è una


«contesa», ricorre a un predicato molto meno sconvolgente di
«atto di uccidere o ferire», e quindi evoca un fatto che è molto
meno difficile mantenere costantemente davanti ai propri oc­
chi. Per quanto si sia restii a identificare la guerra con una con­
tesa, questa riluttanza deriva da un impulso quasi opposto a
quello che induce a celare l'atto di ferire o di uccidere: quando
l'identificazione viene evitata o esplicitamente rifiutata, ciò
accade perché il termine «contesa» è sempre accompagnato da
quelli, pressoché sinonimi, di «competizione» e «gioco», ciò
che consente di combinare la guerra non soltanto con un'atti­
vità pacifica ma con quella particolare attività del tempo di pa­
ce che meno di tutte comporta delle conseguenze nel contenu­
to e nell'esito. In effetti, insistendo sull'esattezza e l'importan­
za del fatto di identificare la guerra con una contesa, questa
analisi può dare l'impressione di contraddirsi, poiché soltanto
un momento prima sottolineava l'errore delle convenzioni de­
scrittive che permettono e favoriscono tali combinazioni. Pri­
ma di procedere, tratteremo brevemente dei pericoli di questa
identificazione, per spiegare il motivo per cui, nonostante que­
sti pericoli, essa debba essere fatta.
Il fatto che sia del tutto inappropriato attribuire alla guerra
significati ludici non puo' essere spiegato adeguatamente sol­
tanto insistendo sulla «serietà» della guerra e sulla contrapposi­
zione di «gioco» e «guerra», poiché una contrapposizione tota­
le gioco-lavoro esiste già nell'ambito della pace. Ma attraverso
questa contrapposizione, familiare in tempo di pace, è possibi­
le esprimere chiaramente il caso estremo della distanza di tono
persino maggiore che separa i giochi e la guerra. Sebbene il gio­
co sia spesso legato alle sensazioni fisiche (perché nel gioco i
sensi divengono oggetto di esperienza), il lavoro implica un'e-
La struttura della guerra 135

sperienza corporea più profonda: l'essere umano è immerso


nella sua interazione con il mondo, troppo immerso per poter­
sene liberare (puo' morire se si ferma); cosi, quasi senza inter­
ruzione, egli compie una serie continua di movimenti, giorno
dopo giorno e anno dopo anno. Al contrario, la natura stessa
del gioco esige che la persona sia solo parzialmente annullata
nel mondo dell'attività che svolge, che sia in grado di entrarvi
ed uscirne liberamente: tale attività, anche se non ci si è mai
dedicati prima, può essere intrapresa nel giro di qualche istan­
te, o abbandonata altrettanto velocemente. La persona intenta
nel gioco, protetta dalla possibilità di abbandonare quando
vuole l'attività, non è in una situazione di rischio: essa agisce
sul mondo al di fuori del suo corpo con minore intensità della
persona intenta in un lavoro, e se talvolta provoca dei rischi in
quel mondo, ciò avviene perché il suo stesso essere immune dal
rischio la rende disattenta alle alterazioni che sta determinan­
do. È nella natura stessa del lavoro - come è palese nelle for­
me di attività fisica e di arte manuale come l'estrazione del car­
bone, l'agricoltura, l'edilizia o la progettazione tecnica - che
il lavoratore «lavora» per indurre profonde modificazioni nel
mondo (spostare una pietra, costruire un pianoforte, spianare
un campo o costruire una casa dove non c'era nulla) e che indu­
ce queste modificazioni soltanto acconsentendo a subire egli
stesso profonde modificazioni (che i suoi muscoli, il suo porta­
mento e la sua andatura si modificheranno è certo; che egli su­
birà una più grave modificazione, come un danno fisico, è al­
meno un rischio) .
L'attività della guerra, vista alla luce di questa contrapposi­
zione, è la forma di lavoro più costantemente radicale e rigoro­
sa 49. La sopravvivenza del soldato non è in gioco nel modo rea­
le ma diffuso in cui lo è per il lavoratore, che con il suo lavoro
crea il proprio sostentamento e che, se si ferma, rischia di mo­
rire di fame; è in gioco in modo più immediato e acuto; ucci­
derlo è l'obiettivo immediato dell'altro soldato, ed essere per
l'altro un bersaglio cercando di rimanere vivo è il suo lavoro.
La forma di alterazione del mondo a cui egli si dedica non im­
plica semplicemente la possibilità del ferimento, ma è il feri­
mento stesso, ed è questa forma di auto-alterazione che il suo
corpo subisce in ogni momento. Egli non può decidere ogni
giorno di cominciare e terminare la sua attività. Alla fine della
giornata, quando ha il permesso di compiere una serie di gesti
136 La distruzione

completamente differenti, non c'è, come invece accade per i


lavoratori, una piccola pausa di libertà; il momento della sua
uscita definitiva sarà determinato non dalla sua volontà ma
dalla fine della guerra, sia che si tratti di giorni, mesi o anni, e
la probabilità che anche quando la guerra sarà finita egli non
riuscirà ad uscirne è ovviamente molto alta. Sebbene in tutte le
forme di lavoro il lavoratore si mescoli con i materiali della sua
attività e alla fine non possa separarsi da essi (una impossibilità
di separarsi il cui segno immediato sono i residui che ricoprono
il suo corpo, il carbone sotto la pelle delle braccia, la spiga di
grano nei capelli, l'inchiostro sulle dita), il soldato in guerra è
inestricabilmente legato agli uomini e ai materiali della sua at­
tività come non succede in quasi nessun'altra forma di lavoro:
egli imparerà a percepire se stesso come gli altri lo percepiran­
no, indistinguibile dagli uomini della sua unità, del suo reggi­
mento, della sua divisione e soprattutto del suo paese (di cui
tutti condivideranno lo stesso nome: è tedesco) . Al tempo stes­
so, è inestricabilmente legato anche alle caratteristiche e alle
condizioni del terreno - cosparso di bacche o di neve - su
cui cammina, corre o striscia, e con cui egli brama e cerca l'i­
dentificazione., come mostrano la divisa mimetica che indossa
e le posizioni mimetiche che assume, talvolta correndo ricurvo
fino a trovarsi in parallelo con il terreno con cui deve confon­
dersi, talvolta curvandosi in avanti in modo da far corrispon­
dere la curva della sua schiena con quella di un masso, talvolta
rimanendo fermo - eretto, immobile e sottile come l'albero
slanciato dietro cui si nasconde. Egli è l'olmo e il fango, è uno
dei tanti, è una piccola zolla di terra strappata alla Germania
che vaga pericolosamente per i boschi della Francia. E un pez­
zetto di terra americana conficcato nel fianco aperto di un col­
le di Corea, reso di nuovo fertile dal sole insopportabil� e dalla
pioggia di questo paese. E blu scu_ro come il mare. E grigio
chiaro come l'aria in cui si ,libra. E grondante d'acqua nelle
verdi penombre della terra. E un vaso marrone chiaro di rosso
sangue australiano, che presto verrà aperto e vuotato sulle roc­
ce e i crinali di Gallipoli, da cui non potrà mai separarsi.
Il fatto che la possibilità di distogliersi dalla propria attivi­
tà vari moltissimo nel gioco, nel lavoro e nella guerra è una di­
mostrazione della distanza che separa tali attività. La profonda
discrepanza nella gamma delle conseguenze rende il confronto
tra la guerra e il gioco quasi osceno, poiché l'analogia o banaliz-
La struttura della guerra 137

za la prima o, al contrario, eleva il secondo a causa o a conse­


guenza, attribuendogli un peso che esso non può reggere. La
fusione può consistere in una pura e semplice affermazione di
uguaglianza - la guerra è un gioco, i giochi sono guerra - o,
più spesso, nell'assegnazione degli attributi di uno alla realtà
dell'altro. Lo spostamento può avvenire in entrambe le dire­
zioni. L'odio che in guerra non concede nulla a un avversario,
viene talvolta introdotto per analogia nelle descrizioni dei gio­
chi e delle controversie del tempo di pace, che ora diventano,
con la loro spinta e ossessione competitiva, forme camuffate di
un forte desiderio di distruggere gli altri. Al contrario, l'inter­
pretazione ottimistica (qual è, per esempio, quella data dal dar­
winismo sociale) della competizione nei giochi del tempo di pa­
ce come contributo al «progresso» umano, può essere a sua vol­
ta introdotta nelle descrizioni della guerra, che ora permettono
alla guerra stessa di diventare - un fatto, questo, degno della
massima considerazione - un agente del progresso e dell'evo­
luzione dell'uomo5°. Come indica la non appropriatezza di
questi spostamenti, esistono ragioni profondamente legittime
per evitare il linguaggio della «contesa», o per usarlo malvolen­
tieri e con estrema attenzione.
Ciò nonostante, a questo punto, un'equivalenza dev'essere
stabilita, perché la guerra, con la sua struttura complessiva di
azione, è una contesa. La sana riluttanza ad usare questo lin­
guaggio implica la possibilità che i fatti più importanti dell' at­
tività bellica rimangano nascosti: che cioè gli uomini descritti
sopra come inestricabilmente vincolati ai materiali e alla fatica
del loro compito attraversino il terreno che li separa da altri
che, ugualmente vincolati, si dirigono verso di loro e, come lo­
ro, cerchino di far meglio dell'altro nel lavoro ad essi assegnato
(o lavoro decostruito, dal momento che si dedicano alla distru­
zione del mondo piuttosto che alla sua costruzione) . Il linguag­
gio della «contesa» è decisivo perché mostra il fatto centrale
della reciprocità, afferma che il reciproco e il non reciproco,
l'unidirezionale e il bidirezionale sono categorie importanti
della descrizione: senza di esso, come è stato mostrato in pre­
cedenza, è possibile che l'alternativa tra l'atto di uccidere o fe­
rire reciproco e univoco venga erroneamente rappresentato o
interpretato come una contrapposizione tra l'atto di uccidere e
la pace. I problemi interpretativi che accompagnano la valenza
dello strumento offensivo (di cui abbiamo parlato nel primo ca-
138 La distruzione

pitolo) sono qui molto più ampi, perché la valenza risulta rad­
doppiata e capovolta dal fatto che due armi si trovano l'una di
fronte all'altra, e le complicazioni possono venire risolte sol­
tanto mostrando fin dall'inizio la cornice complessiva in suì si
svolge l'azione reciproca e capovolta. Perciò, l'analisi che se­
gue insisterà sul fatto strutturale della contesa e, al tempo stes­
so, escluderà il problema specifico del «giocare».
Si dovrebbe osservare che, sebbene gioco, competizione e
contesa abbiano abbastanza in comune da poter essere consi­
derati come sinonimi, i primi due termini si differenziano per
il grado di formalizzazione dell'attività cui si riferiscono, e i se­
condi due per l'area di tale attività formalizzata su cui viene
posto l'accento. Il termine «gioco» indica soltanto la possibilità
di una persona di separarsi dalla propria attività, ma non esige
la presenza o l'assenza di un struttura formale - i giocatori
possono essere uno o molti, le regole possono esserci o non es­
serci, il gioco può avere un inizio e una fine precisi o può venir
fuori dal nulla e finire in modo altrettanto impercettibile nel
nulla. Il termine <<competizione» indica il gioco formalizzato, il
gioco in cui esiste un determinato grado di organizzazione (un
avvio, una fine e un momento centrale regolato da norme spe­
cifiche) e, nell'uso più comune della parola, comporta due con­
correnti che condividono un'attività ma non il risultato (per
esempio, entrambi correranno, ma soltanto uno sarà chiamato
«il miglior corridore») . Il termine «contesa» implica di nuovo
un'attività reciproca diretta a un risultato non reciproco, ma
nello spostamento da «competizione» a «contesa» l'accento si
sposta dall'«attività reciproca» messa in rilievo dal primo ter­
mine al «risultato non reciproco» messo in rilievo dal secondo.
Per la struttura della sua attività, la guerra è una contesa, per­
ché implica un'attività reciproca diretta a un risultato non reci­
proco, dove l'importanza dell'intento e della causa risiede ne­
gli eventi finali, il risultato non reciproco, la sola forma di
<<conclusione» che, più di ogni altra parte della guerra, fa di es­
sa ciò che è e costringe le persone a ricorrervi come ad una for­
ma di arbitrato quando tutte le altre hanno fallito.
Quando le descrizioni formali e informali della guerra con­
tengono (come spesso accade) allusioni o a specifiche competi­
zioni del tempo di pace o agli attributi generici della forma uni­
versale delle competizioni, ciò che viene indirettamente rico­
nosciuto e che può essere interpretato come la causa del con-
La struttura della guerra 139

fronto è la <�struttura analoga alla contesa» della guerra. Tali al­


lusioni si trovano di solito - come spesso emerge dalla descri­
zione di Paul Fussel delle forme di consapevolezza e di memo­
ria nella prima guerra mondiale - nel linguaggio e nelle azioni
dei giovani combattenti stessi. Accanto al pallone un tempo
calciato nella terra di nessuno, sulla Somme, ora conservato in
un museo inglese, può ancora sembrare che si libri come un
fantasma l'immagine isolata, fermata, di un balzo esultante
nell'aria, il calcio ardito di un giovane inglese che, solo, dà ini­
zio alla battaglia; oppure, la sua superficie di cuoio può essere
legata non a questa immagine isolata, ma alle grida e agli atteg­
giamenti, ai frammenti di discorso e agli atteggiamenti di cen­
tinaia di giovani come quello, che, in certi momenti non conse­
gnati alla storia della battaglia sul fronte occidentale, come an­
che contro le linee turche presso Beersheba o Gallipoli, si ser­
vivano delle espressioni familiari tratte dal calcio, dal cricket o
dall'atletica51; oppure può sembrare che leghi a quello stesso
calcio inglese le immagini di centinaia di migliaia di giovani -
quasi bambini - di ogni paese ed epoca che, con il linguaggio
verbale o gestuale - un proiettile schivato, un forte desiderio
di «vincere» - intuitivamente cercano di raggiungere e sco­
prono la valenza (anche se inappropriata nel caso specifico) di
competizione della guerra. Se si è favorevoli alla guerra e la si
guarda da una certa distanza, si riconoscerà l' «innocenza» del­
l'imitazione analogica, come nella toccante descrizione di Fus­
sell della prima guerra mondiale; se non si è favorevoli alla
guerra, la stessa gamma di gesti può apparire allo «spettatore»,
giustamente o ingiustamente, crudele, rozza, oscena, come nei
combattimenti in Vietnam, in cui il lancio deifrisbees si mesco­
lava con il lancio delle bombe 52; oppure la diversità delle rea­
zioni può esprimersi come nel caso delle persone che si diverti­
vano mentre altre fremevano per la vergogna quando, durante
le prime settimane del confronto tra Iran e Stati Uniti, nel
1979-80, il fotografo di un'agenzia di stampa diffuse l'immagi­
ne di un manifesto in un teatro che presentava i fatti occorsi
quel giorno tra i due paesi come fossero dei punti a favore del­
l'uno o dell'altro in una partita di calcio.
Cosl come le allusioni sono presenti nel linguaggio e nei ge­
sti di coloro che partecipano direttamente, allo stesso modo vi
fanno ricorso gli strateghi militari, come quando Liddell Hart
si serve della differenza, nel gioco degli scacchi, tra muovere
140 La distruzione

un cavaliere e muovere la regina per descrivere la differenza


tra la mobilità aerea e il tipo di attacco mobile avviato con un
carro armato53, un esempio che mostra come la particolare
competizione citata non sia sempre, come in precedenza, una
gara tra squadre ma possa invece essere un gioco di simulazio­
ne, cosl come può anche essere un duello o, specialmente se i
rischi non sono calcolabili, un gioco d'azzardo (l'espressione
«rischio nucleare» o «sfida nucleare» è diventata familiare negli
ultimi anni54) . Un modo per mostrare l'analogia tra la guerra e
altre forme di contesa, senza farla ricadere nelle connotazioni
riduttive di queste altre contese o contaminare da esse, consi­
ste nell'usarla in una <mon» spiegazione, che permette sia di ri­
correre all'allusione sia di rifiutarla, come quando, 1'8 giugno
1944, Churchill chiede ai membri della Camera di mettere in
guardia il popolo inglese «contro l'eccesso di ottimismo, contro
l'idea che queste cose si sistemeranno rapidamente»55. Un'al­
tra versione di questa «non» spiegazione è l'uso dell'allusione
solo nel caso in cui la forma dello scontro militare sia scredita­
ta, come quando, secondo la storica della prima guerra mon­
diale Barbara Tuchman, un collega del generale russo Jilinsky
descrisse la strategia di Jilinsky nella battaglia di Tannenberg
come una strategia «adatta alla versione russa della dama, chia­
mata Poddavki, in cui l'obiettivo è perdere tutti i propri uomi­
ni»56. Benché gli uomini politici, avvertendo il tono inappro­
priato di questa terminologia, tendano ad evitare riferimenti a
competizioni specifiche, le loro descrizioni della guerra com­
prendono inevitabilmente frammenti degli attributi generici
delle competizioni, «avversari», «antagonisti», «sconfitta»,
«vittoria»: <dl prezzo della vittoria»: cosl comincia un discorso
di Alexander Haig57; <(Si riteneva che il controllo fosse nelle
mani di uno degli antagonisti», scrive Kissinger del conflitto in
Vietnam5B; <(Dobbiamo ancora battere i giapponesi», ricorda
Churchill agli elettori inglesi nella primavera del 1945 59. L'uso
di tali termini è inevitabile, perché essi indicano le caratteristi­
che intrinseche tanto della guerra quanto di ogni altra competi­
zione. Se il linguaggio comune al soldato, allo stratega e all'uo­
mo politico esprime il fatto che la guerra è una contesa, ciò non
equivale necessariamente a un'attestazione di tale fatto: iden­
tificare la guerra con un contesa soltanto perché il linguaggio
dei partecipanti o degli osservatori si serve del linguaggio fami­
liare tratto dalle competizioni del tempo di pace equivarrebbe
La struttura della guerra 141

a dimostrare che le Alpi sono montagne soltanto perché si sono


scdperti dei riferimenti verbali agli Allegheny nei nomi di certi
passi e valli alpini, piuttosto che per l'imponenza e la forma
delle Alpi stesse. Per l'imponenza della sua struttura, la guerra
è una contesa. Perciò, anche in quelle definizioni in cui si è
tentato (molto probabilmente mossi da profondo tatto) di evi­
tare questa identificazione sostituendo il predicato, <�La guerra
è una contesa o una lotta in cui . . . » con una circonlocuzione
(«La guerra è una condizione in cui . . . », «La guerra è uno stato
in cui . . . », persino «La guerra è un'istituzione in cui . . . ») , la
proposizione che segue il predicato nominale ci riporta quasi
subito all'idea della competizione, come quando Huig van
Groot, il padre del diritto internazionale, scrive che la guerra
non è una competizione, ma «uno stato di rivalità [antagoni­
smo]»60.
Proprio come l'identificazione dell'attività principale della
guerra con l'atto di procurare dei danni al nemico è una pre­
messa modesta perché così semplice, così totalmente chiara, e
precedente le complicazioni delle altre caratteristiche della
guerra, allo stesso modo l'identificazione della struttura for­
male della guerra con una contesa è elementare e modesta, poi­
ché non richiede che si penetri nel groviglio della struttura for­
male della guerra, né che si compiano complicate valutazioni.
Qui non è necessario, per esempio, determinare se la contesa
(sia nella sua forma «ideale» sia in quella «comune») assume la
forma di uno scontro diverso dalla battaglia, quella di una bat­
taglia decisiva o quella di molte battaglie (seicentoquindici nel­
la prima guerra mondiale; cento nella guerra civile spagnola de­
gli anni 1936-39; otto nella guerra d'Etiopia del 1935-36; zero
nella guerra del Rif degli anni 192 1-25 , e così via61) . Né si pon­
gono qui le complesse e importanti questioni sullo status parti­
colare delle varie forme di norme internazionali in vigore per
tutta la durata del conflitto62. Né c'è un tentativo di identifi­
care gli elementi modificabili della sua struttura formale con
ogni nuova rivoluzione - la mitragliatrice, il carro armato, l'e­
licottero - nella tecnologia delle armi (come nel caso delle ar­
mi nucleari, che non solo contraggono visibilmente la durata
temporale, ma modificano anche radicalmente, secondo l'e­
sperto di strategia militare sovietico Sokolovskiy, la configura­
zione spaziale della guerra, eliminando del tutto la distinzione
convenzionale tra fronte e retrovie; o, ancora, modificano ra-
142 La distruzione

dicalmente ciò che era stato in precedenza considerato come


un attributo universale della guerra, eliminando uno dei più
importanti compiti dell'esercito, la concentrazione di una for­
za massiccia, dal momento che ora quella stessa concentrazio­
ne si trova bell'e pronta all'interno dell'arma 63) . Né c'è alcun
tentativo di valutare le complesse relazioni tra due qualsiasi
delle sue parti, la relazione tra la forma della dichiarazione ini­
ziale e quella di resa, o quella tra la forma della dichiarazione
di resa e la natura del trattato 64. L'unica caratteristica struttu­
rale della guerra qui ravvisata, il fatto che essa sia una contesa,
è una caratteristica elementare e costante, indipendente dalla
forma: ciò che viene descritto qui sarà vero sia che la guerra as­
suma la forma della battaglia o di qualche altra situazione in
cui si uccide e si ferisce, sia che duri ore o anni, sia che utilizzi
armi convenzionali o nucleari, sia che abbia luogo nel territo­
rio di uno dei due antagonisti, in una zona neutrale di terra o
di mare, o nella stratosfera, sia che proceda secondo le norme e
le convenzioni internazionali o le ignori, rendendo ancor più
consistente il suo già attivo contributo alla dissoluzione della
civiltà.
Riconoscere che la guerra ha la struttura di una contesa si­
gnifica riconoscere soltanto un piccolo gruppo di attributi, sin­
tetizzati nella frase: la guerra è una contesa in cui i partecipan­
ti si dividono in due squadre e si dedicano ad un'attività che
alla fine permetterà di designare la squadra vittoriosa e quella
sconfitta (o, più precisamente, permetterà alla squadra sconfit­
ta di riconoscersi come tale cosicché l'altra si riconoscerà come
vittoriosa, per abbandono) . In altre parole, quando decidono
di prender parte alla guerra, i partecipanti entrano in una
struttura che possiamo descrivere come una dualità il cui senso
è l' autoannullamento. Essi entrano in una dualità formale, ma
uno ha capito che essa è temporanea e insopportabile, una dua­
lità formale che, proprio con la forza della sua continua insi­
stenza sulla duplicità, fornisce gli strumenti per la propria eli­
minazione e sostituzione con la condizione dell'unicità (poiché
alla fine avrà legittimato il diritto di una delle due parti di de­
terminare la natura di certi fini) . Un primo attributo importan­
te, qui, è il passaggio, nel momento dell'entrata in guerra, dalla
condizione della molteplicità a quella della dualità; un secondo
attributo è il passaggio, nel momento in cui la guerra ha termi­
ne, dalla condizione della dualità a quella dell'unità. Per esem-
La struttura della guerra 143

pio, durante le fasi iniziali della guerra, non ci sono più i milio­
ni di persone, progetti e interessi sparsi che esistevano imme­
diatamente prima del suo inizio, perché quei milioni di identi­
tà separate si sono improvvisamente cristallizzati in due identi­
tà distinte, la russa e l'americana; e anche se il numero delle
identità nazionali è superiore a due o (come nella Guerra Civi­
le65) inferiore a due (dodici nella sollevazione provocata dai
Boxer, nel 1900- 1901; quattro nella guerra venezuelana del
1 902- 1903 ; due nella guerra russo-giapponese del 1904- 1 905;
quattro nella guerra centroamericana del 1906-1 907; due nella
rivoluzione messicana del 19 10- 1920; due nella guerra itala­
turca del 191 1-1912; cinque nella prima guerra balcanica del
1 9 12- 1913; trentotto nella prima guerra mondiale; una nelle
guerre civili cinesi del 1916-1936; due nella ribellione irlande­
se del 1916; sei nella rivoluzione russa del 1917- 1920 e cosl via
anno dopo anno, fino alle cinquantacinque nazioni che hanno
preso parte alla seconda guerra mondiale66), diventeranno due
durante la guerra. Anche i fini, all'inizio, possono essere o no
più di uno: una parte può avanzare sei o sessanta rivendicazio­
ni e l'altra due, delle quali nessuna si sovrappone a due della
prima, o vi si sovrappongono entrambe; oppure, può esserci un
unico fine condiviso. Ma in ogni caso, la molteplicità o la natu­
ra unitaria dei fini si trasformerà nel corso della guerra in du­
plicità, perché il punto sarà il diritto di ciascuna parte di perse­
guire i propri fini. Fino alla fine della guerra, regnerà lo stato
della duplicità. La distinzione tra «amico» e «nemico» - che
Cari Schmitt identifica con la distinzione fondamentale in po­
litica, equivalente a quella tra bene e male in filosofia morale e
tra bello e brutto in estetica 67 - in guerra viene trasformata in
una polarità assoluta, sia che tale polarità sia espressa con qual­
che versione del linguaggio del noi-loro (ciò che Henry Kissin­
ger chiama la formula del «con noi o contro di noi», evidente
nelle coppie ben note di termini militari quali offesa-difesa o
aggressore-aggredito, poiché nessuno dei partecipanti a una
guerra si identifica con l'aggressore) sia che venga invece
espressa con la più neutra designazione di coppie (i colori rosso
e bianco oppure blu e grigio; l'Est e l'Ovest della guerra fred­
da; il Nord e il Sud degli Stati Uniti, della Corea, del Vietnam;
l'Unione e la Confederazione; le duplici coalizioni tra alleati e
potenze centrali e alleati e potenze dell'Asse), e la duplicità di­
venterà anche un'ampia visione del mondo, applicabile non
144 La distruzione

soltanto a tutte le persone che appartengono all'universo degli


amici e dei nemici, ma a tutti gli oggetti e i luoghi, come nella
descrizione di Paul Fussell delle onnipresenti categorie binarie
della prima guerra mondiale, l'amico visibile e il nemico invisi­
bile, il normale (noi) e il grottesco (loro), la divisione del pae­
saggio in noto ed ignoto, sicuro ed ostile 6B. Questa persistente
dualità regnerà fino alla fine della guerra, quando diventerà
chiaro che questo stato sorprendente di duplicità ha sempre
coinciso con la propria progressiva eliminazione, che i due ten­
devano a diventare uno, che l'uguaglianza belligerante si stava
trasformando nella disuguaglianza pacifica che la designazione
di un «vincitore» comporta.

Fatte queste due opportune premesse - che l'attività prin­


cipale della guerra è infliggere danni fisici; che la guerra, nella
sua struttura formale, è una contesa - possiamo dedicarci ad
accertare la natura della guerra, partendo dalla domanda: che
cosa distingue la guerra da altri generi di contesa? In ogni con­
tesa, i partecipanti69 eseguono un'attività X e devono superarsi
l'un l'altro in questa attività - nuotare, dibattere, cucinare,
scrivere, pensare. (Si può osservare che i partecipanti non sem­
pre eseguono la stessa attività, come nelle competizioni tra
persone dotate di un particolare talento, in cui una canta,
un'altra danza, un'altra recita un monologo, ma tutte queste
azioni possono essere interpretate come la stessa X, l' esibizio­
ne del talento, e i partecipanti devono superarsi l'un l'altro in
questa esibizione, o in talento.) In guerra, l'attività comune,
l'attività X, è procurare danni fisici al nemico, e i partecipanti
devono cercare di farlo quanto più possibile. Benché i danni
vengano inferti da entrambe le parti, la parte che procura per
prima il danno più grave sarà quella vittoriosa; oppure, in altri
termini, la parte danneggiata in maniera più grave o che crede
di esserlo, sarà quella sconfitta. Quest'ultima precisazione è
importante, perché i paesi si distingueranno per la gravità dei
danni subiti, che rappresenta la linea di confine tra le perdite
tollerabili e quelle intollerabili. Talvolta, in guerra, accade che
la parte meno gravemente colpita, in termini assoluti, raggiun­
ga il suo limite massimo di tolleranza del danno fisico prima
che la parte avversa (in termini assoluti colpita più gravemen­
te) raggiunga il proprio; in tal caso quest'ultima è vittoriosa.
Come osserva Clausewitz, in guerra ciascun contendente è più
La struttura della guerra 145

oppresso dall'intensità e della gravità del danno che dal sacrifi­


cio di territori e ideologie che l'altro pretende 70 . Ciascuna del­
le parti comincia la guerra con la percezione che i danni fisici
siano accettabili e relativi, e i sacrifici territoriali inaccettabili;
per tutta la durata della guerra ciascuna delle parti cerca di de­
terminare nell'altra il fondamentale capovolgimento di tale
punto di vista, secondo cui il danno è inaccettabile e i sacrifici
sono accettabili. Cosl, per poter applicare questa descrizione al
grandissimo numero di guerre vere, si dovrebbe comprendere
che le espressioni «danneggiare il più possibile» o «ciascuna
parte cerca di danneggiare quanto più possibile l'altra» signifi­
cano esattamente che «ciascuna parte cerca di condurre l'altra
a quello che viene inteso come il suo limite massimo di intolle­
ranza del danno fisico, più velocemente di quanto la prima non
raggiunga il proprio».
Ovviamente, la guerra comporta migliaia di altre capacità
(fabbricare armi, procurarsi il combustibile e il cibo, prendersi
cura degli ammalati); ma per quanto ciascuna ne determini in
parte l'esito, nessuna costituisce una condizione della contesa;
cioè, nessuna equivale alla capacità di danneggiare l'avversa­
rio, il mezzo per stabilire chi vince e chi perde. Se si trattasse
della capacità di procurare il cibo mediante la coltivazione dei
campi, per esempio, una primavera e un'estate, o forse sette
primavere e sette estati, potrebbero essere considerate come il
periodo di tempo concesso agli alleati e alle potenze dell'Asse
per dedicarsi alla coltivazione: la parte che dimostrasse di aver
avuto, complessivamente, il miglior raccolto sarebbe la vinci­
trice e avrebbe il diritto di imporre al mondo in attesa la pro­
pria soluzione di determinati problemi. Allo stesso modo, se si
trattasse di cure mediche, si potrebbero escogitare un modo
per porre a confronto due sistemi contrapposti, un modo che
riguardi soltanto la cura delle malattie dovute a cause naturali
o la guarigione di ferite riportate in tempo di pace, e che non
richieda di perpetrare un massacro per dimostrare l'esistenza
di capacità terapeutiche. Se si trattasse di strategia, le due par­
ti potrebbero semplicemente presentare i loro piani di guerra:
si potrebbero scegliere la manovra più elegante e la serie di
mosse più brillante e nominare un vincitore, senza aver mai
avuto l'opportunità di mettere in atto tali piani. Un raccolto
abbondante, un sistema medico umano ed efficace, strategie
tanto solide quanto ingegnose, costituiranno un contributo alla
146 La distruzione

guerra proprio perché accrescono la capacità della propria par­


te di colpire più dell'altra, mantenendola quanto più possibile
in buona salute e incolume, ben nutrita e integra dal punto di
vista medico; ma l'atto sostanziale e determinante è costituito
dall'attività di danneggiare e, ovviamente, la parte che dan­
neggia di più può ben aver avuto il raccolto minore, cosl come
la strategia meno elegante dal punto di vista teorico. Come è
stato osservato in precedenza, è allettante ma del tutto inesat­
to descrivere l'attività determinante della contesa in termini di
obiettivi esterni (gli uomini non cercano di superarsi cercando
di dimostrare chi è più libero, o gareggiando nell'atto della li­
berazione, o dimostrando l'uno all'altro la legittimità del dirit­
to storico della propria parte a una fetta di terra) proprio come
è allettante ma inesatto descriverla nei termini di un'attività
interna alla guerra ma non decisiva (gli uomini non cercano di
superarsi mettendo in mostra reciprocamente la capacità di
estrarre il carbone; né disarmandosi l'un l'altro, se non nella
misura in cui ciò equivale a colpire più dell'altro; né cercano di
superarsi nel credere in Dio o nel rivolgere pensieri affettuosi
alle famiglie che hanno lasciato, benché tutti questi atti e
aspetti possano essere presenti, e possano certamente accresce­
re la loro capacità di provocare dei danni all'avversario e di
sopportare quelli riportati) . Ancora una volta, quindi, ciò che è
decisivo è la profondità, l'estensione, la gravità o la velocità
dell'atto di colpire il nemico, e ciò che decide chi vince è la ca­
paci!à di colpire più dell'altro.
E molto importante rendersi conto che fino a questo punto
la guerra non si distingue in nulla da qualsiasi altra forma di
contesa. L'atto di colpire ha consentito di arrivare a un vinci­
tore e a un perdente; ma l'attività con cui si giunge a stabilire
un vincitore e un perdente costituisce un'impresa comune ad
ogni atto e aspetto su cui si sono sempre basate le contese, allo
stesso modo in cui, per esempio, prendere un vitello al laccio
permette di stabilire chi vince e chi perde in una contesa in cui
si debbano prendere vitelli al laccio, o progettare un grandioso
edificio consente di distinguere un vincitore da un perdente in
una competizione tra architetti, o il numero dei canestri con­
sente di stabilire un vincitore e un perdente in una partita di
pallacanestro. Se, allora, partecipare alla guerra ha l'unica fun­
zione di fornire gli strumenti per decidere chi è il vincitore e
chi il perdente, questo compito potrebbe essere facilmente ese-
La struttura della guerra 147

guito prendendo i vitelli al laccio, progettando edifici magnifi­


ci o lanciando in alto dei palloni per farli cadere all'interno di
un anello sospeso in aria.
Dobbiamo ora identificare una seconda funzione dell'atto
di offendere più della parte avversa, una funzione diversa dalla
designazione di un vincitore e di un perdente, e cosl risponde­
remo alla domanda: c'è qualcosa che rende la guerra diversa da
tutte le altre contese, c'è qualcosa che rende l'atto di danneg­
giare l'avversario diverso da ogni altro atto su cui può essere
fondata tma contesa? Solo una delle due possibilità è vera: o
non c'è nulla o c'è qualcosa. Se non c'è nulla, allora un' altra
forma di contesa potrebbe svolgere la funzione della guerra al­
trettanto bene, e recando molto meno dolore: anche se ciò im­
plicherebbe necessariamente la dolorosa constatazione che tut­
te le guerre precedenti si sarebbero potute evitare, cosl come
tutte le guerre future. D'altro canto, se c'è «qualcosa», allora
una delle due cose sarà vera. Possiamo essere costretti a con­
cludere che le guerre, del passato e del futuro, sono necessarie
e devono essere accettate come un'attività che non ha e non
può avere alcun equivalente in nessuna altra forma di attività.
Oppure, può essere invece che la capacità di identificare e de­
finire quel «qualcosa» ci possa mettere in grado di individuare
un equivalente che forse solo in un primo tempo sembrava non
esistere, o di inventario (una volta che il <(qualcosa» sia stato
definito con precisione e compreso) se non ne esiste ancora
nessuno. Quindi, se la domanda: <(che cosa rende l'atto di col­
pire l'avversario diverso da ogni altro atto su cui si può fondare
una contesa?» non è una domanda cui si possa rispondere facil­
mente, essa non è neppure una domanda che possa essere facil­
mente elusa.

La differenza tra l'atto di danneggiare il nemico


e il modello della contesa

Un elemento semplice che, forse più di ogni altro, rende


difficile rispondere a questa domanda è la discrepanza tra il
numero limitato di partecipanti nella maggior parte delle con­
tese che si svolgono in tempo di pace e l'enorme numero di
persone che prendono parte alla guerra71• Come diventerà evi­
dente in seguito, l'errore più diffuso nel rispondere a questa
148 La distruzione

domanda può consistere in realtà nel fatto di prendere come


modello concettuale della guerra l'immagine di singoli combat­
tenti: cioè, nell'immaginare come attività decisiva l'atto di of­
fendere il nemico, riducendo a due il numero estremamente
ampio delle persone coinvolte nello scontro. L'inadeguatezza
di questo modello si rivelerà in un secondo momento, ma inve­
ce di iniziare con le complicazioni che sorgono dal fatto di
adattare la guerra alla scala ridotta degli altri tipi di contesa,
sarà utile procedere in senso contrario e immaginare una forma
comune di contesa fondata su qualche attività diversa dall'atto
di offendere il nemico; questa forma è ora ingrandita, fino ad
includere le dimensioni della guerra.
Benché la discrepanza numerica costituisca una differenza
importante tra la guerra e altri modi di stabilire un vincitore e
un perdente, non è in quanto tale l'elemento decisivo di diffe­
renziazione (per cui non è in sé e da sola sostitutiva della guer­
ra, benché possa, combinata con altri elementi, costituire una
forma di sostituzione). E cioè possibile immaginare una conte­
sa fondata su qualche attività relativamente innocua, in cui si
impegnano due popolazioni rivali: tutti i membri di ciascuna
società - o un'ampia porzione, ad esempio tutti i giovani
adulti tra i diciotto e i trentacinque anni - potrebbero forma­
re delle coppie e giocare una serie lunghissima di partite a scac­
chi o di tennis, una serie di accoppiamenti che richiederebbe
oltre mille giorni, e forse più, durante i quali le vittorie e le
sconfitte registrate si sommerebbero ai successi e ai fallimenti
complessivi annunciati ad intervalli frequenti ma piuttosto ir­
regolari (tre giorni, dieci giorni o trenta giorni), cosicché è pos­
sibile immaginare le due popolazioni sempre e interamente
coinvolte nella contesa. Oppure, se una singola capacità - gli
scacchi, il tennis - dovesse raggiungere in una popolazione un
livello straordinariamente omogeneo (persino più omogeneo di
quello delle limitate e uniformi capacità che una popolazione è
tenuta ad avere in tempo di guerra) potrà essere invece istitui­
ta un'ampia serie di contese: si potrebbe dare a tutti i cittadini
reclutati la possibilità di scegliere un terreno su cui misurarsi
- l'abilità meccanica, il ricamo, il pugilato, il canto, il nuoto,
lo sci, gli scacchi, la danza, e cosl via n - e l'attività scelta da
ciascuno potrebbe venire coordinata con quella di un partner
proveniente dal paese nemico, con uno sforzo organizzativo
che non sarebbe probabilmente molto più grande di quello ri-
La struttura della guerra 149

chiesto dalla guerra. Questa forte esigenza di organizzazione


sarebbe, in realtà, uno dei suoi vantaggi, poiché, di nuovo, au­
menterebbe il livello di coinvolgimento di tutta la popolazione.
Le energie dei cittadini non impegnati direttamente verrebbe­
ro in gran parte assorbite da attività di sostegno, come l'assi­
stenza dei concorrenti, o la loro sostituzione al lavoro durante i
periodi di intenso allenamento, di partecipazione alle rispetti­
ve competizioni o di recupero fisico. La partecipazione massic­
cia (non solo nei termini delle persone direttamente impegnate
o meno nelle contese, ma anche di profondità dell'attenzione
che ogni giorno, per una serie infinita di giorni, dovrebbe e�se­
re rivolta a questo processo estenuante) sarebbe decisiva. E la
coscienza nazionale piuttosto che quella individuale ad essere
in gioco e a dover subire (in un caso certamente, e probabil­
mente in larga misura in entrambi i casi) durante il susseguirsi
degli eventi delle modificazioni, e a non poter essere modifica­
ta per procura, a non poter essere modificata in base alla sorte
di un esiguo numero di partecipanti, ad esempio coloro che
prendono parte ai giochi olimpici.
Durante la guerra, almeno una delle parti deve passare at­
traverso un capovolgimento di carattere percettivo (ciò che
Paul Kecskemeti chiama un «riorientamento politico» 73) in cui
pretese, obiettivi o elementi di autocomprensione che erano
sembrati in precedenza una parte integrante e fondamentale
dell'identità nazionale finiranno per sembrare a poco a poco
superflui e modificabili, senza dare l'impressione (come una
volta sarebbe stato} di cancellare, dissolvere o compromettere
irreparabilmente l'identità nazionale. La forma sostitutiva di
contesa che ci siamo immaginati si distingue dalla guerra per il
fatto che nessun danno fisico viene procurato ai corpi delle
persone, né alle città, né agli edifici, né ai ponti, né alle fabbri­
che, né alle case, e cioè ai segni materiali e ai prolungamenti
dell'individualità. Si può quindi affermare che la decostruzio­
ne del mondo, cosl indispensabile alla guerra, può essere sosti­
tuita con un'attività neutrale (un'attività che certamente osta­
cola, o quanto meno rinvia, ulteriori progetti di costruzione
del mondo, a causa dell'assorbimento dell'energia della nazio­
ne nella contesa, ma che non distrugge attivamente ciò che è
stato fin qui concepito e trasformato in realtà dalla civiltà) . Ma
perché l'opera della guerra si compia, la decostruzione del
mondo deve ancora verificarsi in un luogo, nell'intimo della
150 L a distruxione

stessa coscienza umana, perché quegli aspetti dell' autodescri­


zione di un paese di cui era sembrato non si potesse fare a me­
no, devono ora venire disconosciuti senza che questo provochi
la dissoluzione del paese. La guerra distrugge le persone, la cul­
tura materiale e gli elementi della coscienza (o la cultura inte­
riore) : anche nella forma innocua della competizione il terzo
elemento di questa triade deve essere distrutto, anche se gli al­
tri due vengono lasciati intatti. Il paese sconfitto deve cancel­
lare parte del passato e cominciare ad immaginare di nuovo se
stesso, a credere di nuovo in se stesso, a comprendere di nuovo
se stesso, ad avere una nuova esperienza di sé come entità inte­
gra, ma priva di alcuni degli attributi di carattere territoriale o
ideologico che aveva in precedenza (compresi, talvolta, il suo
stesso nome o la sua forma di governo). Di conseguenza, senza
un impegno profondo e massiccio da parte delle due popolazio­
ni nella contesa - cioè, in quel processo di cui la raison d'etre è
far sl che una delle parti subisca questa forma di sconfitta e de­
cidere a quale delle due ciò accadrà - la contesa immaginaria
non può mai cominciare a sostituire la contesa militare.
Ma anche se questa contesa sostitutiva dovesse cominciare
a sostituire la contesa militare, essa non finirà per sostituire la
guerra, perché il modo in cui questa termina la rende eccezio­
nale tra le contese, eccezionale per la sua capacità di pervenire
a un risultato in un genere di attività (il danneggiamento del­
l'avversario) che è capace di tradurre in termini completamen­
te differenti, come il diritto di stabilire certi obiettivi territo­
riali ed extra-territoriali. Anche se entrambi i paesi acconsen­
tissero a giocare a scacchi, o a tennis, o a confrontarsi in
un'ampia gamma di attività, è quasi inconcepibile che nel mo­
mento in cui il risultato finale fosse evidente, la parte sconfitta
lasciasse a questo stesso risultato il compito di stabilire chi ha
più diritto a un certo gruppo di isole, o chi ha il diritto di deci­
dere la forma di governo che dovrebbe prevalere nel paese
sconfitto. Potrebbe accadere che i paesi partecipassero e poi si
rifiutassero improvvisamente e decisamente di rispettare l'esi­
to; oppure, come sarebbe più realistico dal punto di vista psi­
cologico, potrebbero sollevare, a metà della competizione, la
questione della legittimità, per esempio, dell'uso del «canto»
come fondamento ragionevole della contesa; oppure potrebbe­
ro accusare l'avversario di somministrare ai propri atleti ormo­
ni vietati dalla legge o di riscaldare i pattini delle slitte, o di es-
La struttura della guerra 1 51

sersi fatto l'idea che i boschi della parte avversa (o quelli di un


terzo paese che fornisce legno al rivale) permettano di fabbri­
care violini migliori e quindi rendano impossibile qualsiasi con­
fronto tra le capacità delle due popolazioni di suonare il violi­
no; oppure potrebbero avanzare il sospetto che le partite a
scacchi siano a vantaggio dell'avversario in virtù della sua su­
periore tecnologia informatica, e cosl via. Indipendentemente
dalla forma particolare assunta dal rifiuto, gli attributi stessi
della contesa diventerebbero gli elementi e gli obiettivi proprio
di quella controversia che la contesa avrebbe dovuto risolvere:
un giorno, essi potrebbero venire elencati proprio tra gli obiet­
tivi per cui i due paesi hanno finito per combattersi 74. Al con­
trario, si accetta la designazione di un vincitore e di un perden­
te in guerra come ciò che determina la natura degli obiettivi
esterni.
La totale mancanza di nesso tra l'intima natura dell'attività
agonistica e quella dell'obiettivo esterno non è importante qui.
In altri termini, se è certamente vero che in una popolazione i
cui atleti abbiano conquistato il titolo di «migliori nuotatori
nazionali» non c'è nulla che sia intrinsecamente pertinente al
fatto che ora possiede <mn maggior diritto di ottenere quello
che vuole nell'ambito dei contratti petroliferi internaziona­
li», allo stesso modo non c'è alcuna intima connessione tra la
definizione di «migliore nell'attività di danneggiare il nemico»
e il diritto di stabilire analoghi obiettivi. Lo stesso atto di dan­
neggiare il nemico non è più appropriato rispetto agli obiettivi
(ed è perciò meno desiderabile) di ogni altro atto, evento o at­
titudine su cui si può fondare una contesa allo scopo di arrivare
a un vincitore e a un perdente. Soltanto quando l'obiettivo è la
forza, l'atto di danneggiare il nemico diventa intrinsecamente
appropriato; ma ciò è fuorviante e tautologico, poiché nel mo­
mento in cui si stabilisce che l'obiettivo è il potere fisico si è
già penetrati in una dimensione centrata sull'obiettivo di dan­
neggiare il nemico. Due paesi potrebbero in realtà scoprire che
un'attività o un'attributo su cui si fonda una competizione so­
no essenziali per i reciproci concetti di nazionalità: all'inizio,
potrebbe sembrare che tale attributo fornisca un'intima con­
nessione tra l'essenza della contesa e l'essenza dell'obiettivo
esterno. Per esempio, in un conflitto tra gli Stati Uniti e l'U­
nione Sovietica, sarebbe inaccettabile fondare una competizio­
ne su un'analisi comparativa del grado di «differenziazione tra
152 La distruzione

gli individui» nelle due popolazioni, perché tale aspetto sareb­


be consono alla filosofia politica fondamentale di un paese più
che dell'altro. Tuttavia, entrambe le forme di governo, quella
democratica e quella socialista, concepiscono l'accumulazione
e la distribuzione di risorse come attività fondamentali, e la
propria forma di distribuzione come moralmente superiore:
perciò, la contesa fondata sul raccolto, che abbiamo immagina­
to in precedenza, potrebbe sembrare un modo legittimo di sta­
bilire chi sia il vincitore e chi il perdente, e quale governo ab­
bia un'autorità maggiore per definire determinati obiettivi.
Inoltre, entrambi i paesi considerano fondamentale la creazio­
ne di una struttura politica che fornisca una risposta alla do­
manda che sia gli scritti federalisti sia le opere di Marx hanno
posto, sebbene in modo differente: «Che genere di struttura
politica creerà un popolo nobile e generoso?». Di conseguenza,
essi potrebbero accordarsi su una forma di competizione che
permetta di giudicare queste qualità, come il confronto tra i si­
stemi sanitari, il confronto tra le quantità di risorse destinate
ai feriti, il confronto tra i livelli di criminalità violenta (si pre­
sume che una popolazione nobile e generosa non si darà al cri­
mine), il confronto tra i loro rispettivi mezzi di distribuzione e
di condivisione della ricchezza con altre popolazioni, e cosl
v1a.
Qui sono possibili tre interpretazioni alternative. Secondo
la prima, in una contesa simile il titolo di vincitore assegnato a
un paese dipenderebbe dall'autorità ora accordatagli di decide­
re determinate questioni, per esempio se una terza nazione
debba assumere, in conseguenza della contesa, una forma di
governo democratica o socialista. Può cioè sembrare appro­
priato che la forma di governo che si sia appena dimostrata ef­
ficace nell'accumulare risorse, o la più generosa, venga adotta­
ta nel paese in cui resta aperto e in discussione il problema del
governo ottimale. In alternativa, si potrebbe sostenere che la
possibilità di conciliare la contesa con gli obiettivi esterni, non
è maggiore qui di quella presente in una gara di nuoto del tutto
irrilevante (per quale motivo il fatto di avere più risorse di tut­
ti dovrebbe rendere legittimo annettersi un certo territorio,
che aumenterebbe ulteriormente il benessere economico e la
ricchezza del vincitore?); in effetti, c'è una contraddizione in­
terna nel fatto di assumere un carattere distintivo di generosità
e di bontà (la quantità di risorse, le cure mediche) e usarlo per
La struttura della guerra 153

negare la legittimità della posizione di un'altra popolazione in


una controversia. O, ancora, si potrebbe assumere una terza
posizione e sostenere che un attributo simile, essenziale per un
concetto di nazionalità condiviso sulla scena internazionale, è
intimamente connesso con un obiettivo in discussione, ma non
più di quanto lo sia «l'atto di offendere il nemico», perché an­
che la capacità di ferire o, come si dice più comunemente, la
presenza di un esercito, è essenziale per un concetto di «sovra­
nità» e di «nazionalità» condiviso sulla scena internazionale.
Tuttavia, non importa quale di queste tre posizioni venga rite­
nuta la più esatta, perché in ogni evento l'esito di una tale for­
ma di contesa non sarebbe rispettato dai concorrenti più di
quanto non lo sia quello delle contese già viste, fondate su
qualche tipo di attività del tutto arbitraria, come la corsa: al
pari di quelle, essa risolverebbe la controversia semplicemente
ampliando il numero di obiettivi che sarebbero alla fine stabili­
ti dalla guerra. Il titolo di «miglior fornitore» verrebbe conse­
guito grazie all'abbondanza di un prodotto base o alla quantità
e varietà delle risorse? La cosa importante è la mera quantità, o
l'alto potere nutritivo, e come questo viene misurato? La for­
ma più equa, più efficace e più generosa di distribuzione è
quella che permette il maggiore surplus a una parte della popo­
lazione, e in base alla quale una percentuale sempre più ampia
di popolazione si procura una quota di surplus, o trova invece
espressione in un margine di crescita piccolo ma in costante au­
mento, diffuso in modo uniforme e pressoché invisibile nell'in­
tera popolazione? La capacità dei medici si esprime nel numero
di malattie rare che riescono a guarire o nella percentuale di
popolazione cui garantiscono un minimo di cure? Come le con­
tese già considerate, è più probabile che anche quelle nuove
producano materia di controversia invece di fornire gli stru­
menti per «scegliere» tra i contendenti. La validità intrinseca
dell'attività che è alla base della contesa non è dunque necessa­
riamente una virtù: in realtà, si potrebbe sostenere che la vera
virtù di una contesa come il danneggiamento del nemico o il
nuoto consiste nel fatto che la sua attività principale è del tutto
insignificante per l'obiettivo esterno, e quindi permette di evi­
tare le difficoltà sempre crescenti della controversia, e mette a
disposizione un sistema del tutto arbitrario ma convenuto per
scegliere i contendenti.
L'utilità dell'atto di danneggiare il nemico si manifesta sol-
154 La distruzione

tanto alla fine della guerra. La risposta alla domanda principale


qui - in che cosa la guerra si distingue da tutte le altre conte­
se? - è che la designazione di un vincitore e di un perdente
viene accettata dai due antagonisti come definitiva e conduce
quindi alla realizzazione degli obiettivi del vincitore. Qualun­
que sia la durata temporale della «vittoria» (il momento in cui
la condizione dell'uguaglianza e della dualità si trasforma im­
provvisamente nella condizione dell'univocità e della disugua­
glianza), sia che duri un giorno, un'ora o un minuto, è un risul­
tato che dura molto di più del breve momento di passaggio che
è la «fine» della guerra, attraversa l'ultimo confine temporale e
si oggettiva nel modo in cui vengono stabiliti gli obiettivi del
dopoguerra, che ne perpetuano la memoria. Ma dire questo
vuol dire soltanto sostituire la prima domanda con una secon­
da, o permettere che la prima domanda ricompaia in forma leg­
germente diversa: che cosa, nella natura dell'atto di danneggia­
re il nemico, garantisce la durata del suo risultato? Questo non
aiuta a identificare gli <mbiettivi» come l'equivalente struttura­
le di ciò che in una comune contesa del tempo di pace viene
chiamato il «premio» 75, per il fatto che introduce soltanto una
terminologia un po' diversa, ciò che esige ancora una volta che
si ripeta la stessa domanda: perché in una contesa internazio­
nale fondata sul danneggiamento del nemico lo sconfitto am­
mette la possibilità che il vincitore riceva un premio, mentre
certamente non lo avrebbe fatto se la contesa fosse stata fon­
data sulla quantità di risorse, sul tennis, sulle cure mediche o
sulla progettualità artistica? Dopo essere stato sconfitto, in un
modo o nell'altro avrebbe disconosciuto la contesa piuttosto
che acconsentire e disconoscere degli elementi presenti nel
proprio sistema di credenze soggettive. Ogni nuova terminolo­
gia, ogni nuova costruzione metaforica, non fa che riproporre
lo stesso problema: nella frase «chiunque vinca, ottiene di sta­
bilire gli obiettivi», che cosa spiega il passaggio dal secondo al
terzo termine, e il nesso tra «vincere» e «ottenere»? Che cosa
permette alla forza dell'atto di danneggiare il nemico di so­
pravvivere anche quando l'atto è cessato? Che cosa permette
(per ritornare a problemi già incontrati nel corso della nostra
analisi) di trasformare la concreta distruzione dei corpi umani
in obiettivi nominali, come la libertà? Come accade che la via
della distruzione fisica conduca alla città della libertà, o che il
La struttura della guerra 155

prodotto intermedio di tale distruzione si trasformi nel prodot­


to finale della libertà?
Fondamentalmente, esiste una sola risposta (formulata
esplicitamente, come negli scritti di Clausewitz, o semplice­
mente data per vera, come in molte altre analisi storiche e poli­
tiche della guerra 76) : una contesa militare si distingue dalle al­
tre contese per il fatto che il suo risultato riesce ad imporre la
propria logica; il vincitore può realizzare i propri obiettivi per­
ché il perdente non ha il potere di ricominciare la battaglia,
non ha la facoltà ulteriore di contestare gli obiettivi o di conte­
stare la natura della contesa, il suo risultato o le conseguenze
politiche di quel risultato. Pertanto, il danneggiamento del ne­
mico come essenza di una contesa non solo designa un vincito­
re e un perdente, e cessa in questo modo di essere un'attività
(una descrizione valida, fino a questo punto, per la maggior
parte delle contese), ma (diversamente dalle altre contese) assi­
cura anche che uno dei due partecipanti non avrà più la capaci­
tà di svolgere quell'attività. Se questo fosse vero, fare la guerra
sarebbe in effetti necessario, perché tale attività non potrebbe
essere sostituita, né avere equivalenti. Avrebbe un equivalente
soltanto se esistesse un'altra contesa in grado di distruggere la
capacità relativa all'attività essenziale della contesa, cosl come
tutte le altre possibilità di esercitare una forma qualsiasi di
contestazione: sarebbe come se il perdente in una gara canora
non potesse chiedere di esibirsi di nuovo perché, come conse­
guenza della competizione, egli non è più in grado di cantare 77;
oppure, come se la capacità di rappresentazione spaziale del
giocatore di scacchi sconfitto fosse d'ora in poi compromessa;
oppure, come se la concorrente impegnata nel ricamo perdesse
per sempre la capacità di muovere abilmente le punte delle dita
o di armonizzare le tinte delicate; oppure, come se una balleri­
na, durante una competizione, dovesse muoversi sulla pista fi­
no al momento conclusivo e, uscendo di scena, dovesse entrare
non solo nella dimensione della sconfitta, ma in una dimensio­
ne in cui perderebbe la capacità di camminare. Ovviamente,
questa descrizione non è la descrizione fedele della gara di can­
to, della partita a scacchi, della gara di cucito o di danza, ma
forse non è nemmeno la descrizione fedele della guerra.
La nostra comprensione della guerra è profondamente con­
dizionata da questo modo di vedere, che permea non soltanto
il linguaggio formale della strategia, ma anche quello della de-
156 La distruzione

scrizione incidentale. Certamente la storia registra guerre par­


ticolari in cui gli sconfitti venivano interamente privati del po­
tere di rivalersi, o perché, come nell'antica Grecia, tutta la po­
polazione veniva talvolta annientata o ridotta in schiavitù, o
perché, come nell'Europa settentrionale del Medioevo, la po­
polazione era talvolta troppo dispersa per creare un nuovo
esercito dopo la battaglia (che era quindi decisiva) 78• Ma de­
scrizioni di questo genere sono eccezionali. Lo stesso Clause­
witz, nella sua brillante fenomenologia della guerra, ha indica­
to questa condizione come la caratteristica fondamentale della
guerra, per poi scoprire che essa non era presente in un numero
elevato di casi. Per esempio, egli scrive nel secondo capitolo
del libro primo:
Ma lo scopo della riduzione dell'avversario all'impotenza (lo scopo
della guerra ideale, questo mezzo estremo di conseguire lo scopo poli­
tico che deve comprendere tutti gli altri) non è in pratica sempre per­
seguito e non è nemmeno la condizione necessaria della pace; non
può quindi essere innalzato a legge dalla teoria. Numerosissimi sono i
trattati di pace conclusi prima che l'una delle parti contraenti potesse
considerarsi fuori combattimento ed anche prima che l'equilibrio
delle forze fosse seriamente turbato. Di più, quando consideriamo i
casi concreti, dobbiamo dirci che tutta una classe di questi non com­
porta l'idea di abbattere l'avversario che come vaga astrazione: e cioè,
quando l'avversario è molto più forte [ . . . ]. Se la guerra fosse ciò che
risulta dalla sua concezione astratta, una guerra sarebbe assurda tra
Stati di potenza notevolmente differente, e perciò impossibile; per lo
meno, l'ineguaglianza delle forze materiali dovrebbe essere compen­
sabile da uno squilibrio inverso nelle forze morali; ora, questo ele­
mento compensatore non avrebbe molto valore nella situazione so­
ciale odierna in Europa. Se dunque abbiamo visto svolgersi guerre
tra Stati di potenza ineguale, ciò proviene dal fatto che la guerra reale
si allontana molto spesso dal suo concetto originario 79•

A queste categorie di guerre problematiche - quelle che


finiscono prima che gli sconfitti siano fuori combattimento,
quelle che finiscono prima che l'equilibrio delle forze sia turba­
to gravemente, quelle iniziate contro un avversario chiaramen­
te più forte, quelle combattute tra Stati di potenza notevol­
mente dispari - egli aggiunge altre descrizioni nel corso della
sua lunga analisi, che screditano ulteriormente la pretesa
dell'«ideale». Fino alla ritirata, per esempio, è possibile che le
perdite dei vincitori e degli sconfitti non siano molto diverse;
La struttura della guerra 157

qualche volta, sono più gravi le perdite dei vincitori so . Alla fi­
ne, anche quando l'esercito del perdente abbia in effetti subito
una sconfitta inequivocabile, questa è inequivocabile soltanto
se tratta fuori dal tempo, e può invece venir percepita chiara­
mente dagli sconfitti come un «male temporaneo», fino a quan­
do non divenga loro possibile riprendere o ricreare le forze B1.
In questi passi, Clausewitz si dimostra a disagio: benché egli
definisca ripetutamente il problema come l'incapacità del reale
di raggiungere l'ideale B2, può essere che egli riconosca nell'«i­
deale» e nel «reale» la presenza di una falsa definizione e di una
vera definizione, e riconosca anche che non è in gioco la discre­
panza della pratica rispetto alla teoria, ma l'infondatezza del­
l'intera essenza intelligibile della guerra, l'infondatezza dei
singoli elementi che la differenziano dalle altre forme di gara e
ne legittimano l'uso rispetto alle sue alternative. Può essere
che il tono preoccupato di questi passi esprima il suo riconosci­
mento del fatto che se la guerra non riesce ad imporre la pro­
pria logica, qualunque attributo dia senso alla sua pratica, o
che addirittura la giustifichi, cessa di esistere.
Le battaglie e le guerre del ventesimo secolo avrebbero for­
nito a Clausewitz molti esempi delle sue categorie problemati­
che, come è successo per quelle del suo secolo. Per esempio,
nella prima guerra mondiale ci furono molte battaglie che è dif­
ficile considerare decisive, e nella guerra russo-giapponese ci fu
il famoso assedio di Port Arthur, in cui i russi sconfitti ebbero
3 1 .306 morti, feriti e dispersi, mentre i giapponesi vittoriosi
ne ebbero 5 7 . 780, più 33. 769 malati di beri-beri; o, ancora, ci
fu la battaglia di Mukden, in cui la Russia ebbe 60.000 morti e
feriti (e 25.000 prigionieri dopo la resa) , mentre i giapponesi
ne ebbero 7 1 .000, quando entrambe le parti erano entrate in
guerra con 300.000 uomini circa83. Ma ciò che più conta è che
la fine della grande guerra fornisca esempi attuali di qualcosa
che già Clausewitz pensava: quanto sia dubbio che il fonda­
mento della guerra sia costituito dalla capacità di imporre la
propria logica.
Le posizioni degli sconfitti, nella guerra del Vietnam e nel­
la seconda guerra mondiale (che per molte persone sono le due
guerre più familiari), illustrano l'assenza di questo fondamento
in modi notevolmente diversi. La sconfitta degli Stati Uniti da
parte del Nord Vietnam non implica l'incapacità del perdente
di continuare o riprendere le azioni di guerra: in quel periodo,
158 La distruzione

la sua abilità militare consisteva innanzitutto nell'annullare ri­


petutamente quella del Nord Vietnam. Benché la posizione de­
gli Stati Uniti sembri anomala, essa si conforma ad alcune cate­
gorie di Clausewitz (una guerra tra potenze profondamente
ineguali, una guerra conclusa prima che si verificasse un drasti­
co spostamento di forze, una guerra conclusa prima che gli
sconfitti fossero fuori combattimento) , e ha dei paralleli non
soltanto nelle guerre discusse da Clausewitz, ma anche nelle
guerre contemporanee, come la sconfitta della Francia in Viet­
nam nel 1954, la sconfitta della Francia in Algeria nel 1962, il
ritiro della Gran Bretagna da Suez nel 1956. Benché tutti que­
sti conflitti possano essere raggruppati a loro volta in una cate­
goria anomala, sotto una voce a parte (per esempio, «guerre co­
loniali»), quanto è accaduto in questi casi può essere interpre­
tato più esattamente come l'estensione di un esito comune
piuttosto che come un'eccezione. La situazione della Germa­
nia, alla fine della seconda guerra mondiale, è molto lontana da
quella dell'America alla fine della guerra del Vietnam; e, forse,
tra tutte le guerre recenti, la seconda guerra mondiale termina
in un modo che più di tutti si avvicina alla completa neutraliz­
zazione della capacità offensiva dell'avversario, una caratteri­
stica che la guerra, nella sua forma ideale, deve possedere.
Benché la resa incondizionata pretesa dagli alleati non sia con­
siderata insolita dalla maggior parte degli americani (anche
perché era già un obiettivo nella Guerra Civile), essa è di fatto
una forma non frequente di resas4• Ma anche qui, nel caso
estremo di una sconfitta seguita dall'occupazione e dalla ridu­
zione del nemico all'impotenza, il concetto di inequivocabile,
come Clausewitz ha anticipato, viene eliminato se la cornice
temporale viene fatta consistere in settimane e mesi invece che
in giorni e settimane. Ciò che sorprende della fine di questa
guerra non è soltanto la velocità con cui gli sconfitti si sono
mobilitati per tornare all'antico benessere, ma anche l' atteg­
giamento dei vincitori nei confronti di questa mobilitazione.
Tra le molte cose per cui il Piano Marshall, sia come fatto sto­
rico sia come schema astratto, merita considerazione, è il mo­
do in cui esso chiarisce la struttura della guerra e chiarisce co­
me questa non implichi necessariamente che gli sconfitti siano
privati della forza di riprendersi. Il discorso di Marshall davan­
ti alla Commissione per le relazioni internazionali del Senato
(8 gennaio 1 948) e il messaggio di Truman al Congresso (19 di-
La struttura della guerra 159

cembre 1947) sono permeati del rifiuto di assecondare o di ac­


cettare l'idea che includere la Germania occidentale nel pro­
gramma per la ricostruzione economica dell'Europa sia perico­
loso, assurdo e persino bizzarro 85. La questione non viene trat­
tata in maniera esplicita, ma solo sfiorata verso la fine del di­
scorso di Truman 86. Forse, ancora più significativo è il fatto
che questi due discorsi - che (come atti di persuasione piutto­
sto che come analisi) non includono, pur tenendone conto, nes­
suna delle informazioni concrete e particolareggiate reperibili
nei resoconti tecnici del Comitato per la cooperazione econo­
mica europea - contengano, insieme a molti concetti generali,
soltanto un dato specifico, un dato fornito allo scopo di illu­
strare la possibilità della ripresa collettiva. Quell'unico, labile
dettaglio che, per quanto isolato, ha una straordinaria risonan­
za, non riguarda uno degli stati alleati (Regno Unito, Francia,
Belgio, Olanda, Lussemburgo, Norvegia, Grecia) , né un paese
neutrale (Svizzera, Svezia, Turchia, Danimarca, Islanda) , e
neppure una delle potenze minori dell'Asse (l'Italia), ma la
Germania: «Negli ultimi mesi, la produzione di carbone nella
regione della Ruhr, nella Germania occidentale, è aumentata
da 230.000 a 290.000 tonnellate al giorno» 87. Piuttosto che
identificare la propria vittoria con l'impotenza dell'ex avversa­
rio, o anche fondare la propria sicurezza postbellica sulla pro­
pria superiorità economica rispetto a quell'avversario, viene
elaborato un piano per favorire il recupero totale della forza da
parte del nemico e, cosa ancor più sorprendente, si guarda alla
sua forza attuale con ammirazione esplicita, quasi fosse una ga­
rl;lnzia del successo del piano per tutti i paesi interessati 88. La
conclusione di questa guerra, come la conclusione radicalmen­
te diversa della guerra del Vietnam e, in modi differenti, come
la conclusione di altre guerre del ventesimo secolo, è indicativa
del fatto che anche se vi sono stati momenti storici in cui la
guerra è riuscita ad imporre la propria logica, ciò non è fonda­
mentale per la sua struttura.
Tali conclusioni, come quelle di cui si è servito Clausewitz,
mostrano che la natura dell'atto di danneggiare il nemico subi­
sce una modificazione quando si passa da una situazione carat­
terizzata dalla presenza di due persone a una caratterizzata
dalla presenza di due gruppi numerosi di persone, e che la pri­
ma non è un modello esatto della seconda. Può essere cioè che
l'assunto ampiamente condiviso secondo cui la guerra riesce ad
160 La distruzione

imporre la propria logica derivi non solo dal fatto di pensare


automaticamente alla guerra come a una contesa fondata sulla
capacità di danneggiare il nemico, ma anche di ritenere che ta­
le attività si svolga tra due persone che cercano di uccidersi
l'un l'altra. Nella lotta mortale tra due persone, l'esito riesce
davvero ad imporre la propria logica; inoltre, la designazione di
un vincitore e di un perdente permane nell'attuazione dell'o­
biettivo anche dopo la fine della lotta, perché la gara ha annul­
lato la capacità del perdente di protestare o anche di interro­
garsi sul proprio modo di vedere quegli obiettivi che - questo
è l'importante - sono scomparsi con lui. Se si immagina un
tratto di terra illuminato dalla luna, in cui l'oscurità si tinge
d'argento, abitato soltanto da due persone, ciascuna intenta a
rivendicare il proprio diritto su una certa pietra o un certo al­
bero (che sono perciò contesi), o ciascuna con una concezione
della divinità che un tempo pensava, e ora cerca, di far condi­
videre all'altra, rimarrà, una volta che esse si siano battute fisi­
camente per l'obiettivo, soltanto un uomo, un solo diritto sulla
pietra, una sola idea di Dio. Il diritto e la visione del mondo
sopravvivono insieme al sopravvissuto: il secondo diritto, la se­
conda visione e il secondo combattente non esistono più 89. In
questo caso nessuno dubiterà delle ragioni per cui è rimasto
soltanto un obiettivo, perché l'altro obiettivo esisteva solo in
quanto incarnava alcuni aspetti della consapevolezza del mon­
do, frammenti della presenza del mondo della persona, attac­
cati ad essa, apparsi quando essa è apparsa e scomparsi quando
essa è scomparsa. La situazione è radicalmente diversa, e quin­
di il modello diventa inservibile, quando si immagina lo stesso
tratto di terra, su cui si proiettano le ombre della notte, abitato
da due gruppi di persone, ciascuno intento a rivendicare il pro­
prio diritto su una penisola contesa che non vuole spartire con
l'altro, o ciascuno con una concezione della divinità o un'uto­
pia politica che cerca di far condividere all'altro. Alla fine della
loro lotta, ci sarà, come nel primo scenario, una sola serie di
obiettivi dominanti, un diritto non più conteso sulla penisola,
una filosofia politica indiscussa; ma ora, diversamente dal pri­
mo modello, il fatto che gli obiettivi siano unici non può essere
attribuito alla natura unitaria del gruppo di persone sopravvis­
suto, perché ci saranno sopravvissuti in entrambi i gruppi, an­
che se in numero diverso.
Se le due situazioni dovessero venire riassunte in una far-
La struttura della guerra 1 61

mula in cui le persone fossero rappresentate con una lettera (X,


Y) e l'oggetto della contesa - le idee, la cultura, gli obiettivi,
le forme di presenza nel mondo, le idee sulla proprietà, la terra
o il cielo - con una lettera seguita da un apice (X', Y') , allora
nella prima situazione gli elementi presenti prima della guerra
sarebbero X + X' + Y + Y' e dopo la guerra X + X', mentre
nella seconda situazione gli elementi presenti prima della guer­
ra sarebbero X + X' + Y + Y' e dopo la guerra X + X' + Y.
La scomparsa di Y' non può essere spiegata (come avviene nel­
l'argomentazione basata sulla logica autonoma della guerra, e
come avveniva nel primo modello) con la scomparsa di Y. Sol­
tanto se la guerra comportasse regolarmente il genocidio (o la
riduzione in schiavitù) la seconda situazione sarebbe conforme
alla prima, e la prima sarebbe un modello appropriato per la se­
conda. Senonché, questo è talmente lontano dalla verità che la
guerra non solo non comprende il genocidio (con l'esclusione
di poche eccezioni storiche), ma atti simili a questo (quando si
sono verificati) sono stati considerati come estranei alla guerra
e fatti ricadere nella sfera dell'atrocità. Di conseguenza, anche
la possibilità del genocidio legata alle armi nucleari ha condot­
to l'umanità a chiederne a gran voce l'eliminazione. In altri
termini, il genocidio (o l'eliminazione definitiva della capacità
offensiva dell'avversario) è così poco un'esigenza strutturale
della guerra da sembrare in realtà una minaccia per la guerra,
una decostruzione della distruzione.
La possibilità che l'interpretazione errata e ampiamente
condivisa della guerra, espressa con la massima chiarezza da
Clausewitz, si basi sul modello a due persone si fonda su tre
fattori: primo, sul fatto che questa descrizione è precisa quan­
do si riferisce a due figure isolate; secondo, sul fatto che anche
in una guerra relativamente limitata, gli eventi accadono su
scala ben superiore a quella dell'esperienza visiva e sensibile e
rendono perciò necessario il ricorso a modelli, mappe e analo­
ghe semplificazioni; terzo (un caso che rientra nel secondo, e
ad esso direttamente collegato), sull'esistenza della convenzio­
ne descrittiva - elaborata con cura da strateghi, storici, filo­
sofi politici e forse da tutti coloro cui si presenti l'opportunità
di parlare della guerra - secondo la quale due eserciti naziona­
li sono due singoli, giganteschi combattenti. Perciò, la conven­
zione, che esiste in primo lue>go per permettere di rappresenta­
re concretamente i movimenti e le azioni dei militari durante la
162 La distruzione

guerra, viene utilizzata (in modo inappropriato) nel momento


in cui si comincia a riflettere sulla natura dell'esito della guerra.
Talvolta, ovviamente, il nesso con il modello dei singoli com­
battenti può essere esplicito, come quando Freud, in Perché la
guerra?, scrive che «Questo scopo [costringere la parte avversa
a desistere dalle proprie rivendicazioni] è ottenuto nel modo
più radicale quando la violenza toglie di mezzo l'avversario de­
finitivamente, cioè lo uccide», e, più avanti, che «Tali guerre
[tra differenti unità: città, regioni, gruppi etnici, Stati, imperi]
si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, con­
quista dell'una parte ad opera dell'altra»9o. Ovviamente, ciò
che riveste un'importanza cruciale è l'idea erronea relativa alla
logica autonoma della guerra, e non la questione se essa derivi
o meno dal modello dei singoli combattenti.
Forse Clausewitz è isolato quando formula con tanta chia­
rezza e lucidità la sua concezione della struttura formale della
guerra e poi la sua preoccupazione per l'assenza di questa pro­
prietà formale in molti differenti tipi di guerra. Ma è isolato
solo quanto a lucidità; non lo è quando ritiene che l'assunto sia
errato, perché sembra esistere una tendenza ampiamente dif­
fusa - quasi a tutta l'umanità - a credere e non credere al
tempo stesso che la guerra sia capace di imporre la propria logi­
ca, a riconoscere che deve essere certamente cosl (altrimenti
potrebbe e dovrebbe essere sos�tituita con qualche contesa in­
nocua), ma anche a sapere che quasi certamente non è cosl, a
crederlo abbastanza da permettere che vengano scatenate delle
vere guerre e che la nozione di guerra appaia legittima, ma non
fino al punto che questo elemento decisivo possa venire inclu­
so nelle descrizioni postfactum della guerra. L'atto complesso
di credere e non credere non è normalmente compiuto, come
avviene nel caso di Clausewitz, da un'unica persona, ma è in­
vece suddiviso in cinque o sei diverse posizioni, ciascuna adot­
tata da una singola persona, ciò che permette al problema glo­
bale di apparire e scomparire, di mostrare ora un aspetto, ora
molti aspetti, di essere ora evidente e ora nascosto con tutto il
suo significato. Prima di tutto, l'idea che la guerra sia capace di
imporre la propria logica, può essere semplicemente attribuita
alle parole di uno scrittore o di una persona che racconta, ma
non può essere espressa in quanto tale; oppure, in secondo luo­
go, può essere esplicitamente formulata in quanto tale; in terzo
luogo, dopo essere stata chiaramente formulata da una perso-
La struttura della guerra 163

na, può essere riconosciuta da un'altra persona come totalmen­


te falsa (sia che questa persona riconosca o meno che la possibi­
lità di comprendere la guerra si è appena disintegrata tra le sue
mani); in quarto luogo, una persona può osservare che una logi­
ca autonoma è assente da una guerra particolare o anche da un
genere particolare di guerra ma, piuttosto che cominciare a so­
spettare la sua assenza dalla guerra in generale, questa persona
può attribuire tale assenza alle caratteristiche geografiche, po­
litiche o militari specifiche di quella guerra (la guerra particola­
re, e non l'idea della guerra è percepita come inadeguata); in
quinto luogo, per il fatto che essa è generalmente assente, si
può proporre una spiegazione alternativa dell'esito della guer­
ra, senza chiedersi se questa spiegazione sostitutiva non metta
in dubbio la necessità del danno inferto al nemico - cioè, se ci
deve essere un'alternativa, perché applicarla soltanto nei mo­
menti conclusivi e non eliminare invece del tutto l'atto di dan­
neggiare il nemico?
Ciascuna di queste posizioni è sostenuta da un numero cosl
elevato di persone, e le infinite complicazioni e sfumature del­
l'interazione tra le diverse posizioni creano in ogni momento
della vita di un'intera popolazione una trama cosl fitta di rela­
zioni, che può essere vano rappresentarle con altrettanti esem­
pi, anche se portare degli esempi specifici può far comprendere
immediatamente quanto siano familiari le varie posizioni. La
prima, in cui il principio è supposto ma non espresso, è spesso
presente nell'analisi strategica, dove è possibile esaminare i
vantaggi dell' ottenimento di un certo risultato - come l'alter­
nativa di Hans Delbriick tra la disfatta e l'esaurimento - sen­
za mai prendere in esame o riferirsi con esattezza al risultato,
che si presume semplicemente esistere come obiettivo raggiun­
gibile. Che sia possibile un risultato netto e indiscutibile costi­
tuisce una premessa, mentre ciò che viene realmente analizza­
to, esaminato, discusso, è il modo di attenerlo. Il fatto che il
conseguimento del risultato non sia evidente ma ipotetico non
si limita ovviamente alle questioni di strategia, ma può appari­
re in qualsiasi forma di indagine culturale o filosofica: per
esempio, nel saggio di Freud cui abbiamo già fatto riferimento,
l'argomento dell'autore non è né la natura problematica della
conclusione della guerra né l'idea della sua logica autonoma; è
invece, come mostra il passo citato, un'idea parentetica assun­
ta come vera.
164 La distruzione

La seconda posizione, il riconoscimento palese del princi­


pio, rende più semplice riconoscerne la falsità, come quando il
Segretario di Stato Alexander Haig, in un discorso al Center
far Strategie and International Studies, annunciò che, storica­
mente, le società avrebbero sempre rischiato la «totale distru­
zione se il prezzo della vittoria fosse stato troppo alto o la con­
seguenza della sottomissione troppo grave» 91, un'osservazione
che un commentatore, Theodore Draper (anticipando la terza
posizione), chiama una «sciocchezza», facendo rilevare che
«Non c'è stata una sola guerra di distruzione totale dai tempi
della terza guerra punica del 146 a.C .»92. Chi sostiene la se­
conda posizione, chi crede che la guerra implichi la distruzione
totale dell'avversario, può certo essere arrivato a tale conclu­
sione perché è ignorante della storia, oppure (come i sostenito­
ri della terza posizione spesso insinuano) perché spietato, ma
può essere stato anche spinto dal fatto di riconoscere, consape­
volmente o no, che senza questa distruzione totale la guerra
stessa è una brutale sciocchezza, perché non solo il danno scon­
volgente che ha provocato non si sarebbe avuto in nessun'altra
contesa alternativa, ma al tempo stesso, in realtà, essa non ha
raggiunto alcun risultato che non potesse essere raggiunto da
un'altra contesa. Al contrario, chi sostiene la terza posizione
può ben vedere l'errore del suo avversario senza vedere come
vada in pezzi l'idea della gue;-ra come evento privilegiato. La
complessità della seconda e della terza posizione, e il ritmo con
cui esse si alternano, sono visibili, per esempio, nei dibattiti
sulla resa incondizionata e sulle forme più moderate di resa, e
pervadono i dibattiti sulla guerra illimitata e su quella limitata,
sia che si svolgano su un piano accademico o teorico, sia che
vengano invece innescati da una forma particolare di guerra
(nucleare, per esempio), oppure da una guerra reale (per esem­
pio, il profondo disaccordo su questo tema tra le autorità civili
e militari durante la guerra di Corea93) .
Gli esempi consueti della quarta posizione, in cui l'assenza
di un risultato capace di «imporre la propria logica» viene attri­
buita alle caratteristiche di una guerra particolare, comprendo­
no le analisi della guerra del Vietnam, che spiegano la sua for­
ma aberrante con le caratteristiche del Sud-Est asiatico, la
struttura della vita nei villaggi e la natura della guerriglia94; o,
ancora, le analisi della guerra di Corea, sfociate nella famosa
dichiarazione del generale MacArthur, nella lettera alla Carne-
La struttura della guerra 165

ra dei Deputati degli Stati Uniti del 5 aprile 195 1 : «Non esi­
stono alternative alla vittoria», una dichiarazione diventata fa­
mosa nella letteratura militare, anche perché in Corea non ci
fu una «vittoria» nel senso di MacArthur, ma, in effetti,
un'<�alternativa»95. Ancora, Liddell Hart, che sperimentò di
persona la sofferenza e l'incertezza della guerra di trincea nella
prima guerra mondiale, disse che l'idea di Clausewitz di una
«vittoria certa sul campo di battaglia» era errata, ma invece di
sospettare che l'errore risiedesse nell'idea contenuta nelle pri­
me due parole, «vittoria certa», egli concluse che erano errate
le ultime quattro, «sul campo di battaglia», continuando perciò
a difendere l'idea della vittoria certa ottenuta mediante il
bombardamento degli obiettivi economici e industriali96. Ov­
viamente, proprio la medesima problematica incertezza può
caratterizzare la nuova dimensione in cui si tenta di colpire il
nemico. Alcuni sostengono che lo scoppio della bomba atomica
a Hiroshima e Nagasaki non solo non è l'evento che ha deter­
minato la vittoria sul Giappone, ma non ha nemmeno accelera­
to tale vittoria 97 (e benché questa posizione sia essa stessa di­
scutibile, il fatto che la questione possa essere vista in entram­
be le prospettive dimostra l'assenza di chiarezza riguardo allo
stesso evento); allo stesso modo, si è sostenuto che il peggior
bombardamento sulle città tedesche è avvenuto a vittoria or­
mai certa 98 . Possiamo immaginare di applicare la soluzione
escogitata da Liddell Hart per l'incertezza della guerra di trin­
cea ad una serie di scene alternative ordinate cronologicamen­
te, ciascuna tanto incerta quanto l'ultima, ma ciascuna capace
ogni volta di indurre l'osservatore alla conclusione che è la sce­
na ad impedire (o, perlomeno, a non favorire) il risultato deci­
sivo, e non un errore nella stessa idea di incertezza, e quindi
ciascuna capace ogni volta di indicare un nuovo bersaglio che,
a sua volta, verrà un giorno riconosciuto come incerto, e non
come appartenente ad una serie, e che sarà perciò esso stesso
una ragione per porre fine alla guerra.
Come indicano le diverse varianti della quarta posizione,
l'evento particolare, storicamente problematico, può essere
che una determinata guerra manchi, complessivamente, di una
conclusione certa (per esempio, in Corea); oppure, la guerra ha
una conclusione certa, ma è impossibile individuare il genere
di evento (per esempio, una battaglia) che ha prodotto questa
conclusione certa; oppure, poiché la certezza non è visibile in
166 La distruzione

un evento osservato (per esempio, nella guerra di trincea), vie­


ne attribuita a un evento osservato meno da vicino (per esem­
pio, essa non ha a che fare con la guerra di trincea, e quindi
deve essere st,ata causata dalla sofferenza inflitta alla popola­
zione civile) . E decisivo sottolineare il fatto che mentre questi
esempi, nel loro insieme, mettono ripetutamente in dubbio
l'esistenza di una logica autonoma, non è vero il contrario:
cioè, lo svolgersi di battaglie o di una guerra con un'ampia
possibilità di vittoria decisiva non proverebbe l'esistenza del
fenomeno. A meno che il «margine di vittoria», o la «vittoria
certa», non corrisponda parzialmente a una situazione in cui la
parte sconfitta viene per sempre privata dalla capacità di of­
fendere (perché annientata o ridotta in schiavitù o perenne­
mente occupata e sottoposta a un regime poliziesco), queste
espressioni non hanno nulla in comune con il fenomeno in
questione: che una guerra abbia una conclusione certa o una
conclusione riconosciuta grazie al fenomeno della sua logica
autonoma non è la stessa cosa, benché l'assenza sia molto più
visibile in un risultato solo parzialmente certo. Inoltre, è certo
che nemmeno l'esistenza di una guerra che termini con una
vittoria cosl inequivocabile da corrispondere, anche parzial­
mente, alla condizione della «capacità di imporre la propria lo­
gica», dimostrerebbe che tale condizione è fondamentale per
la guerra - semplicemente, mostrerebbe che essa è una carat­
teristica della guerra, un attributo casuale o secondario, ma
non strutturalmente necessario. La struttura di un fenomeno
- in questo caso, la guerra - è costituita dagli elementi co­
muni a tutti, o quasi tutti, gli esempi di quel fenomeno, gli ele­
menti minimi che devono essere presenti perché quel fenome­
no sia ciò che è, una guerra.
La quinta posizione, la proposta di una spiegazione alterna­
tiva della fine della guerra, mette in luce più di ogni altra la du­
plice tendenza a credere e non credere al tempo stesso al feno­
meno della logica autonoma della guerra. L'alternativa più fre­
quente è il morale, o l'elemento morale (di solito, intimamente
uniti) . Fin qui, abbiamo sostenuto che l'attività di danneggiare
il nemico designa un vincitore e un perdente, ma non trova in
se stessa la forza autonoma di imporsi (e quindi è priva di un
attributo che la contraddistingue e la rende preferibile a un'al­
tra contesa); ma ora, affermando che la vittoria è determinata
dal morale, si nega che il danneggiamento del nemico in quan-
La struttura della guerra 167

to tale abbia mai svolto la funzione di designare un vincitore e


un perdente (una ragione in più per sostituire fin dall'inizio il
danneggiamento del nemico con qualche attività innocua, an­
che se, incredibilmente, coloro che sostengono l'importanza
del morale non sono mai pervenuti a questa conclusione) . Nel­
la vittoria, la proporzione tra fattori morali e fattori materiali,
secondo la celebre massima di Napoleone, è di tre a uno, una
valutazione che, specialmente negli scritti di carattere milita­
re99, è largamente accolta nelle sue linee generali, anche se la
vera proporzione spesso diminuisce o, in certe occasioni, au­
menta, come nell'affermazione del maresciallo Montgomery:
«Ritengo che in guerra il morale sia il solo fattore davvero im­
portante» 1 oo . Benché nessuno possa negare che i soldati - sia
quelli sconfitti sia quelli vittoriosi - debbano mostrare una
forza, un coraggio, un cameratismo, una prontezza, uno spirito
di sacrificio, un orgoglio, una capacità di infondere allegria,
un'intera serie di autentiche virtù e qualità spirituali al di là di
ogni immaginazione, e benché nessuno possa dubitare che que­
ste qualità e il livello generale della fiducia che i soldati hanno
in se stessi varino in modo considerevole, questi due dati di
fatto non equivalgono all'affermazione molto più problematica
secondo cui la vittoria spetterà alla parte con il morale più alto.
Esistono quattro obiezioni a quest'affermazione, l'ultima delle
quali è la più importante per l'analisi che stiamo facendo.
In primo luogo, si tratta di un'affermazione incoerente. Di
solito, è caratteristica degli storici militari o dei retori politici
che appartengono alla parte vittoriosa, non a quella sconfitta, e
non è quasi mai sorretta da esempi, che mostrino immediata­
mente la facilità con cui il valore militare si trasforma in mora­
le e, ciò che è peggio, in moralità. Benché, per esempio, sia
concepibile da un punto di vista teorico che nella prima metà
degli anni '40 lo spirito degli alleati possa essere stato moral­
mente più elevato di quello del popolo tedesco, ci si dovrebbe
limitare a dire che la stessa vittoria militare degli alleati fu l' ag­
gettivazione di una diversità di morale o di moralità se si fosse
disposti a parlare della vittoria fulminea della Germania sulla
Polonia, della rapidità con cui essa costrinse la Francia alla ca­
pitolazione e dell'internamento quasi incontrastato degli ebrei
come una manifestazione della superiorità tedesca su queste
tre popolazioni in termini di morale - un punto di vista che
Hitler, a quell'epoca il vincitore, avrebbe accettato con entu-
168 La distruzione

siasmo. Analogamente, identificare la fine della guerra civile


americana con l'espressione del morale più elevato o della mag­
giore moralità delle truppe dell'Unione obbligherebbe a vedere
nell'originario assoggettamento dei neri del Sud una manife­
stazione del più elevato morale dei bianchi, di nuovo un'inter­
pretazione che i leader schiavisti del Sud avrebbero accettato.
Questo non vuoi dire che la moralità del Nord non fosse supe­
riore, perché almeno su un punto di importanza cruciale lo era;
significa soltanto che la vittoria militare non è mai la prova né
l'espressione di tale supremazia. In guerra come in pace la se­
duzione esercitata dal potere materiale e politico si manifesta
soprattutto nella sua capacità di obbligare gli osservatori a d­
descriverlo come superiorità morale.
La seconda obiezione si basa su un aspetto altrettanto pro­
blematico, e implicito nel primo, dell'affermazione che stiamo
considerando: le sue stesse caratteristiche interne. Anche se
riuscissimo a separare l'aspetto del <(morale» da quello della
<(moralità» e ad esigere che venga riconosciuto soltanto il pri­
mo (poiché è possibile che essi non abbiano nulla a che fare l'u­
no con l'altro e persino che perseguano fini contrastanti; per
esempio, la certezza della propria rettitudine implicita nel mo­
rale elevato può essere indebolita da alcuni fattori attinenti la
moralità, come la contemplazione introspettiva dei meriti rela­
tivi delle due parti o del valote degli atti cui si prende parte du­
rante la guerra), la nozione di «morale» continuerebbe ad avere
un'aura di spiritualità, a segnalare l'esistenza della capacità di
trascendere se stessi o di una forma di consapevolezza diversa
da quella degli eventi fisici. I modi di esprimersi più comuni,
come quello di Napoleone, la preferiscono, in quanto rappre­
senta qualcosa che può essere separato dagli atti materiali, ed
anche rivolto contro di essi. Ma se si fosse costretti ad assistere
alle ultime ore di battaglia, con entrambi i gruppi di uomini
spossati da un confronto ininterrotto di trentasei ore, affama­
ti, alcuni feriti, quasi tutti con l'acuta sensazione di perdita do­
vuta al fatto di aver assistito nelle ultime ore alla morte dei
compagni, i cui corpi senza vita giacciano ancora Il accanto, e
se un gruppo di uomini fosse visibilmente in grado di resistere
più dell'altro, la superiorità sarebbe effettivamente e letteral­
mente descritta in questo modo: la capacità di continuare a
colpire anche quando tu stesso sei gravemente colpito. Anche
se può essere che si desideri avere la capacità di far questo,
La struttura della guerra 169

«questo» non è separabile dall'attività di colpire l'avversario,


ma è solo un modo di definire la capacità prolungata di colpire.
Né sembra che ciò abbia un'aura di autotrascendenza, la capa­
cità di vivere al di là delle pressioni e delle paure del corpo, di
svolgere un'attività libera da esse, che potrebbe venire attri­
buita a una persona capace di prendersi cura di un'altra nono­
stante stia provando essa stessa un grande dolore, o a una per­
sona capace di continuare a comporre musica anche dopo aver
perduto la capacità di udire, o, più semplicemente, alle persone
che compiono gli atti della vita quotidiana nonostante abbiano
subito, loro o i membri delle loro famiglie, delle gravi le­
sioni 101.
La terza obiezione al fatto che l'assunto in questione sia
una forma di spiegazione, si basa sulla sua indimostrabilità.
Benché i rapporti militari dal fronte, specialmente quelli che
chiedono rinforzi o un mutamento del piano d'azione, com­
prendano di solito delle informazioni sul morale, l' affermazio­
ne secondo cui il risultato finale è stato determinato dal morale
non è comunemente accompagnata da un confronto tra i reso­
conti di coloro che sono stati testimoni del morale dell'una o
dell'altra parte 102. In realtà, ciò che viene tendenzialmente ci­
tato come dimostrazione è l'assenza di qualsiasi evento mate­
riale (come una profonda discrepanza tra le due parti per ciò
che concerne il numero delle morti), che potrebbe spiegare il
motivo per cui una delle due parti ha vinto. Indicare nel mora­
le il fattore determinante della vittoria è un esempio sempre
valido di circolo vizioso: la sua presenza attiva viene dedotta
dall'esistenza di una vittoria quando non è disponibile un evi­
dente fattore esplicativo della vittoria.
La quarta e più importante obiezione concerne l'aspetto
strutturale 103. Se per «morale» si intende la capacità di colpire
di un esercito, il fatto di considerarlo una spiegazione non crea
alcun problema particolare nella logica strutturale della guerra;
ma se si afferma che il morale è qualcosa di separato da tale ca­
pacità, qualcosa che è propriamente legato alla <(moralità», al­
lora esso produce una struttura che si confuta da sé, in cui l' at­
to di credere e non credere al tempo stesso viene incorporato
nella forma stessa della guerra. Per visualizzare ciò che questa
spiegazione comporta, possiamo trasformare il <(morale» da
diffuso attributo ad attività: ne abbiamo parlato come di qual­
cosa che è separato dall ' attività di colpire il nemico, e raffigu-
1 70 La distruzione

rarlo come un'attività separata consente di vedere chiaramente


la realtà di questa separazione. Poiché le caratteristiche del
morale richiamano quelle dello spirito umano, la capacità di vi­
vere oltre il corpo, di dimorare nella sfera dei simboli e dei so­
stituti piuttosto che nei rozzi eventi materiali della sopravvi­
venza, esso viene associato alla costruzione del mondo almeno
tanto spesso quanto alla sua distruzione, alla creazione come
all'uccisione; di conseguenza, può indurre a credere che risieda
nelle altre attività innocue citate in precedenza - comporre
musica, cantare, prendersi cura di qualcuno, costruire case,
giocare a scacchi e cento altre - e può essere rappresentato da
ciascuna di esse, per esempio dal canto. Quando si descrive la
guerra assumendo che il morale sia l'elemento decisivo nella fa­
se finale (separabile dall'atto di danneggiare il nemico in quan­
to tale) , si ottiene un modello di guerra conforme a quello che
appare nella storia che segue. Tra due popolazioni sorge una
disputa. Allo scopo di designare un vincitore, decidono di co­
mune accordo di impegnarsi in una competizione. Potrebbero
scegliere tra una bizzarra gara di canto della durata di tre anni
e una guerra lunga tre anni. Scelgono la seconda, perché, pur
permettendo entrambe di designare un vincitore e un perden­
te, l'atto di colpire l'avversario - diversamente dal canto -
sarà capace di imporre la propria logica. Senonché, trascorsi
tre autunni, tre inverni, tre primavere e due estati a massacrar­
si l'un l'altra (se il termine è brutto, gli atti che rappresenta lo
sono molto di più), alla soglia della terza estate esse si rendono
conto che non solo il danneggiamento reciproco non riuscirà
ad imporre la propria logica, ma non consentirà neppure di di­
stinguere il vincitore dal perdente: nonostante le continue va­
riazioni, il numero delle vittime delle due parti tende a rimane­
re più o meno lo stesso, e quindi a riconfermare continuamente
la loro parità invece di mostrare la disparità. Di conseguenza, a
questo punto, alla fine della guerra, proprio nel momento in
cui avrebbe dovuto realizzarsi il valore o il significato straordi­
nario dei danni inferti al nemico (significato in nome del quale
la guerra era stata scelta tra tutte le possibili alternative) , si
rende inaspettatamente necessario provvedere ad inserire una
gara di canto all'interno dello schema dominante della guerra.
Come un dettaglio architettonico di una certa epoca ripreso
nell'edificio di un'altra, essa diventa il portale attraverso cui
passerà il risultato finale della guerra. Questo esempio è l'equi-
La struttura della guerra 171

valente dell'argomentazione basata sul morale: l'accettazione


delle brutalità della guerra con l'inserimento, all'ultimo mo­
mento, della partita a scacchi, della partita di tennis o della
competizione tra persone versate in una particolare attività, ri­
dotta ai pochi istanti che precedono immediatamente la fine
della guerra stessa; la competizione abbreviata non sostituisce
la guerra, poiché innumerevoli danni sono già stati inferti e
continueranno ad essere inferti nelle ultime settimane; sosti­
tuisce invece l'unico elemento che si pensava richiedesse la
guerra, e quindi la giustificasse. La delicata gara di canto (che
nessuno ha davvero visto, benché tutti sostengano di aver udi­
to delle voci) è come un minuscolo gioiello incastonato in mez­
zo a tre anni di massacri e sul quale si fa affidamento per porta­
re a termine quella stessa opera nel cui interesse la gara di can­
to era stata in origine esclusa.
Cosl, la quinta posizione, la descrizione alternativa della fi­
ne della guerra, è importante - specialmente quando sia ac­
compagnata dalle altre quattro - come manifestazione della
nostra capacità collettiva di credere e non credere al tempo
stesso al fenomeno della logica autonoma della guerra, che non
sembra costituire la risposta alla domanda principale posta qui,
e che ci riporta alla domanda iniziale.
Può sembrare che le conclusioni che emergono dal confron­
to della guerra con altri tipi di contesa siano in contraddizione
tra loro. Da un lato, la guerra continua a non avere equivalenti,
e quindi a non poter essere sostituita: il risultato della guerra
non può essere riprodotto né ingrandendo qualche altra contesa
in sé innocua fino a farle raggiungere le dimensioni della guerra,
né restringendo l'ambito del reciproco danneggiamento fino a
ridurlo alle dimensioni familiari delle contese che si svolgono in
tempo di pace (i due modi in cui può avvenire la sostituzione) .
Dall'altro lato, ciò che la distingue dai possibili sostituti è diffi­
cile da afferrare, perché sembra che consista soltanto nel riusci­
re a designare un vincitore e un perdente, e non un perdente in­
capace di rimettersi eventualmente a lottare per l'obiettivo. Ma
tutto questo è meno contraddittorio di quanto possa sembrare
in un primo momento; infatti, la caratteristica distintiva, il fat­
to che i perdenti e i vincitori rispettino l'esito come non fareb­
bero in nessun'altra contesa, non è stata messa in discussione.
Tutto ciò che è stato messo in dubbio è la descrizione di tale de­
signazione come di qualcosa che è potuto avvenire in virtù del
172 La distruzione

principio della logica autonoma della guerra, la spiegazione se­


condo cui i perdenti la rispettano perché non possono fare diver­
samente. Non che la rispettino, ma che siano costretti a rispettarla
è falso. Inoltre, benché il principio della logica autonoma della
guerra non funzioni nel modo in cui si crede comunemente, pro­
prio il fatto che si creda comunemente che esso funzioni può esse­
re alla fine l'elemento che gli permette di funzionare. Se la gente
ritiene che ciò sia vero (si tratti di un'opinione condivisa, di un
giudizio consapevole o di un impulso e un'intuizione spontanei)
sarà vero non perché doveva esserlo, ma perché si credeva che do­
vesse esserlo. Il risultato della guerra dura molto più a lungo del
momento in cui si determina, e si trasforma in una serie di obietti­
vi postbellici, perché si crede che esso riesca (e quindi gli sia per­
messo di riuscire) ad imporre la propria logica.
Benché questo principio in sé non esista in senso letterale, es­
so dà vita, in senso letterale, a un effetto, per il fatto di essere rite­
nuto vero, di non essere messo in dubbio, di essere riaffermato se
messo in dubbio e, ciò che è più importante, di essere seguito.
Perciò, la domanda cui dobbiamo rispondere non è in che modo
l'atto di colpire il nemico (una volta esteso da due persone a due
gruppi di persone) determini un risultato incontestabile, ma in
che modo - o per quale motivo - esso dia origine all'illusione
che il suo risultato non possa essere (o non dovrebbe o non debba
assolutamente essere) contestato. Sia che il margine di vittoria sia
ampio o stretto, una volta che la guerra sia terminata sarà come se
essa riuscisse a imporre la propria logica, ed è il meccanismo, l' au­
tomatismo del come se che può alla fine rivelare le spaventose po­
tenzialità della guerra nel momento in cui due popolazioni assu­
mono le reciproche definizioni di «vincitore» e di «perdente», su­
perano l'ultimo confine e se ne stanno sullo stretto lembo di terra
che separa l'azione di distruzione del mondo appena compiuta da
quella di ricostruzione del mondo che sta per cominciare.
Questa funzione del «come-se» è l'oggetto del paragrafo che
segue.

La fine della guerra: il corpo sofferente


e gli obiettivi astratti giacciono fianco a fianco
È difficile stabilire fino a che punto, durante la normale atti­
vità del tempo di pace, l'identità nazionale risieda, senza essere
La struttura della guerra 173

riconosciuta, nei complicati recessi dell'individualità, penetri


negli strati più profondi della coscienza e si riveli nel corpo; in­
fatti, se è difficile avvertire la sua presenza in questi luoghi in
ogni momento, spesso, per quanto con difficoltà, la si avverte
lì, nel misterioso metabolismo del corpo affamato di generi cul­
turalmente condivisi di cibo e di bevande, gli oggetti esterni
che si desidera di solito trasferire dentro di sé; con difficoltà ma
lì, nelle pose, nei gesti e nell'andatura appresi, nella facilità o
nella difficoltà con cui si sorride; lì, nella pronuncia, nel modo
di emettere dei suoni, di muovere la bocca e di usare la gola;
nel gioco elaborato e complesso dei piccoli muscoli, che può
anche essere ripetuto, in grande, in tutto il corpo, come quan­
do un uomo attraversa una stanza e la riempie della storia della
sua infanzia in Georgia e della sua adolescenza a Manhattan,
che le sue spalle, il suo capo, i suoi fianchi, le sue gambe e le
sue braccia raccontano per lui.
La presenza della cultura appresa nel corpo viene descritta
talvolta come un'imposizione dall'esterno: i termini polis e po­
lite (raffinato) sono, come ci ricorda Pierre Bourdieu, etimolo­
gicamente collegati, e «il riconoscimento della raffinatezza im­
plica sempre un riconoscimento politico» 104• Tuttavia, tale cul­
tura deve essere considerata come proveniente, almeno in par­
te, dall'interno del corpo, e attribuita al rifiuto del corpo di di­
sconoscere la sua situazione originaria, alla muta e spesso ma­
gnifica ostinazione con cui esso cerca di assorbire nei suoi ritmi
e nei suoi atteggiamenti i segni del suo abitare uno spazio pre­
ciso in un tempo preciso. L'animale umano, nei suoi primi an­
ni, viene <<civilizzato»: apprende a stare eretto, a camminare,
ad indicare qualcosa con un gesto della mano, ad ascoltare, a
parlare, e, in generale, questo processo di «civilizzazione» ha
luogo entro particolari ambiti «civili», un emisfero particolare,
una nazione particolare, uno stato particolare, una regione par­
ticolare. Sia che la fedeltà del corpo a queste sfere politiche
venga individuata con maggior precisione in un solo gesto o in
mille, è probabile che essa vi sia radicata, e sia più duratura e
meno effimera di quanto lo siano quelle forme di patriottismo
astratte che caratterizzano i discorsi abituali o le riflessioni sul­
la propria identità nazionale. Di solito, l'identità politica del
corpo si apprende in modo inconsapevole, senza sforzo e molto
presto - si dice che i neonati inglesi imparino ad inarcare le
sopracciglia in pochi mesi. Cosl, questa può anche essere l'ulti-
1 74 La distruzione

ma forma di patriottismo che si perde; da studi compiuti sulla


terza e la quarta generazione di immigrati negli Stati Uniti ri­
sulta che, quando si siano ormai perdute o disconosciute tutte
le altre abitudini culturali (linguaggio, tradizioni, celebrazioni
di giorni festivi), permangono espressioni culturalmente condi­
vise del dolore fisico, in base a cui è possibile distinguere l'a­
mericano di origine irlandese da quello di origine ebraica o ita­
liana 105.
Quello che il corpo «ricorda», lo ricorda bene. Quando una
ragazza di quindici anni scende dalla sua bicicletta e vi risale a
venticinque, la facilità con cui ella recupera la sua abilità, può
solo far pensare che il suo corpo abbia dimenticato l'intervallo
di dieci anni - il suo corpo, comunque snello, si slancia ele­
gante sopra l'argenteo movimento delle ruote sottili. Allo stes­
so modo, le sue dita, appoggiate sui tasti del pianoforte, posso­
no recuperare una canzone perduta, una canzone che non ha
più ascoltato e che sembra tornare a vivere nelle sue dita stes­
se, scaturire con facilità dopo le prime due o tre note incerte,
come se non si trattasse che di un'altro modo di respirare. Per­
sino questi esempi privati non sono del tutto apolitici, perché
nel corpo della ragazza è perlomeno registrato il fatto di vivere
in un'epoca di cui condivide con altri la cultura (dopo l'inven­
zione delle biciclette e dei pianoforti) e il luogo (un paese in cui
questi oggetti sono a disposizione dell'intera popolazione, e
non di pochi soltanto, perché non è una principessa); qualcuno
che provenga da un secolo precedente o da un paese senza og­
getti materiali potrebbe pensare - ascoltando la descrizione
di una ragazza che scivola sul terreno con ali rotonde ai piedi o
le cui dita sfiorano asticciole d'avorio che creano musica non
appena le muove - che si tratti di un angelo o di una dea. Ov­
viamente, esistono forme di memoria corporea che, negli ambi­
ti normali del tempo di pace, sfuggono all'influenza della cul­
tura, rispetto a cui sono anteriori e più radicate. Il sistema im­
munitario elaborato dall'organismo viene descritto come un si­
stema mnemonico: poiché l'organismo una volta si è imbattuto
in determinati corpi estranei, la volta successiva li riconoscerà,
li ricorderà e metterà in atto le proprie difese. Analogamente,
sempre nell'ambito della genetica, i meccanismi di autoripro­
duzione del DNA e del RNA sono considerati entrambi una
forma di memoria corporea 106.
Quello che il corpo ricorda, lo ricorda bene. Non è possibi-
La struttura della guerra 175

le costringere una persona a disimparare come si va in biciclet­


ta, o a dimenticare una canzone che, per cosl dire, è sempre
stata nei suoi polpastrelli, o ad annullare la memoria degli anti­
corpi o dell' autoriproduzione senza penetrare direttamente nel
corpo, modificarlo, ferirlo 107• Allo stesso modo, nemmeno l'i­
dentità politica del corpo può essere facilmente cambiata: se
agli inglesi viene mostrata un'altra bandiera, essi la guarderan­
no o rivolgeranno lo sguardo altrove, inarcando le sopracciglia.
Nella misura in cui il corpo è politico, esso tende ad esserlo ad
un livello costante ed acquista cosl un chiaro carattere apoliti­
co: questo, proprio perché esso è refrattario - si sottrae - a
qualsiasi nuova imposizione politica 1os . Non deve sorprender­
ci, per esempio, che gli obiettivi nazionali della Cina relativi al
controllo delle nascite non siano stati facilmente accettati, <dn­
corporati», dagli abitanti della provincia di Guandong, dove la
concezione feudale della gravidanza, vecchia di settemila anni,
rende spesso inefficace l'appello verbale a limitare la procrea­
zione a un figlio per coppia, anche dopo dieci, venti o cento vi­
site alla coppia da parte dei consulenti familiari, cosl come ren­
de inefficaci i piani basati sull'elargizione di doni, la promessa
di premi in denaro alle coppie conformi alle direttive del go­
verno e la minaccia di espropriazione alle coppie inadempienti,
per esempio la minaccia di privare la famiglia di una macchina
da cucire o di qualche altro bene importante 109. Se la popola­
zione di un paese deve assimilare una nuova filosofia politica,
saranno coloro che non hanno ancora assimilato quella vecchia
ad impadronirsene più facilmente: cioè, essa verrà appresa con
estrema facilità dai bambini di quel paese, sia che il cambia­
mento avvenga in direzione di una giustizia radicale (l'insegna­
mento dell'uguaglianza razziale ai bambini statunitensi me­
diante l'integrazione scolastica 110) sia che avvenga in direzione
di un'ingiustizia radicale (l'insegnamento dell'odio razziale ai
bambini tedeschi nel Corpo della gioventù hitleriana). Come
scrive Bourdieu a proposito della trasmissione delle «usanze»
culturali da una generazione alla successiva,
I principi cosl in-corporati sfuggono al controllo della coscienza,
e quindi non possono essere oggetto di una trasformazione volonta­
ria, deliberata, né possono essere mai resi espliciti; nulla sembra più
ineffabile, più incomunicabile, più inimitabile, e perciò più prezioso,
dei valori che hanno un corpo, /atti corpo dalla transustanziazione ot­
tenuta dalla pedagogia nascosta, capace di inculcare tutta una cosmo-
176 La distruzione

logia, un'etica, una metafisica, una filosofia politica, mediante in­


giunzioni insignificanti, come «stai diritto» o «non tenere il coltello
con la mano sinistra» 111•

Delle molte cose che si possono dire a proposito della natu­


ra delle lesioni corporee in guerra, alcune possono indirizzarci
verso una spiegazione del problema più importante cui, a que­
sto punto, ci troviamo di fronte: il problema del modo in cui
colpire fisicamente il nemico crea un risultato rispettato, un ri­
sultato che funziona <(come se» i perdenti fossero privati della
capacità di riprendere a colpire, anche se la parte sconfitta non
si trova quasi mai in questa situazione. In primo luogo, non è
vero che il corpo sia normalmente apolitico e che diventi politi­
co soltanto in guerra. La nazione di appartenenza non costitui­
sce soltanto una cultura specifica assimilata nella prima infan­
zia da coloro che combattono entro i suoi confini, ma (in parti­
colare se non c'è alcun mutamento nella filosofia politica), con­
tinuerà a interagire giorno dopo giorno,senza che ciò appaia,
con i s"uoi cittadini, che rimarranno sempre incorporati in essa.
Si potrebbe anche sostenere che le caratteristiche di una filoso­
fia politica particolare, i suoi atti nobili e i suoi fallimenti, sono
soprattutto evidenti in quei luoghi in cui essa interseca - dan­
neggia o rinuncia a danneggiare- il corpo umano: nella prati­
ca terapeutica che essa, formalmente o informalmente, legitti­
ma, determinando anche quali corpi curare e quali no; nelle ga­
ranzie che fornisce o rifiuta di fornire sulla qualità e la consi­
stenza dei cibi e dei medicinali che il corpo assorbirà; nel com­
plesso delle leggi che individuano quegli atti compiuti da una
persona sul corpo di un'altra che lo stato designerà come <dm­
politici» (asociali, incivili, illegali, criminali) e che provoche­
ranno di conseguenza il dominio dello Stato sul corpo del reo e
la separazione di quella presenza impolitica o incivile dagli altri
cittadini.
Ci si può rendere immediatamente conto di quanto il corpo
e lo Stato siano intrecciati l'uno con l'altro osservando la mani­
festazione più evidente e più frequente di questo rapporto,
cioè il fatto che la cittadinanza comporti normalmente la pre­
senza fisica entro i confini di un determinato paese, un rappor­
to tra il corpo e lo Stato talmente ovvio da passare inosservato.
Oppure, si possono considerare alcuni esempi, scelti a caso, dei
punti di contatto, complessi e specifici, esistenti tra loro. Cosl,
La struttura della guerra 177

negli Stati Uniti, le norme di legge sulla responsabilità dei pro­


duttori si limitavano in un primo tempo agli oggetti destinati a
penetrare nel corpo umano (cibo, bevande) o a venire applicati
sulla sua superficie (cosmetici, saponi); successivamente, sono
state estese ad oggetti che hanno un rapporto meno diretto con
il corpo (il contenitore per alimenti; le luci nell'area di parcheg­
gio di un centro di vendita al dettaglio, messe Il per consentire
agli acquirenti di vedere) 112. Nel diritto penale statunitense, le
persone accusate di aver commesso un crimine non possono es­
sere costrette ad accusarsi verbalmente, ma possono essere co­
strette a farlo fisicamente (per esempio, ad essere fisicamente
presenti nell'aula del tribunale per l'identificazione, o a fornire
un campione del proprio sangue o dei propri capelli, per stabi­
lire se si tratta delle sostanze trovate accanto alla vittima 113 ) .
Nel diritto costituzionale degli Stati Uniti, per fare ancora una
volta un esempio specifico, i casi in cui la Corte Suprema ha in­
vocato il «diritto alla privacy» riguardavano per lo più argo­
menti direttamente connessi con il corpo umano (il concepi­
mento, la contraccezione, la definizione di relazioni incestuo­
se) piuttosto che questioni di psicologia, di religione o relative
al mondo professionale 114• Questa interazione, specifica e
complessa, tra corpo e stato avrebbe degli equivalenti in ogni
nazione. Proprio perché l'apprendimento politico è, anche in
tempo di pace, profondamente radicato nel corpo, la modifica­
zione della configurazione politica di un paese, di un continen­
te o di un emisfero sembra richiedere tanto spesso la modifica­
zione dei corpi umani mediante la guerra.
Tuttavia, il fatto che il corpo umano sia politico in pace co­
me in guerra (e qui arriviamo a un secondo punto, più impor­
tante del precedente) non significa che, nelle due condizioni, il
rapporto corpo-Stato rimanga inalterato. Nella vita quotidia­
na, questo rapporto, lungi dal rendere normale ciò che accade
in guerra, mette inevitabilmente in luce, per contrasto, il ca­
rattere eccezionale dell'entrare in guerra. Innanzitutto, mette
in luce fino a che punto o quanto alla lettera la nazione si in­
scriva nel corpo; oppure (per esprimerci in modo tale da far
emergere il fatto straordinario del consenso delle popolazioni
partecipanti alla guerra convenzionale), quanto alla lettera il
corpo umano si apra e permetta alla «nazione» di inserirsi Il,
nella ferita. Mentre in tempo di pace una persona può letteral­
mente assorbire nel suo corpo la realtà politica dello stato al-
1 78 La distruzione

zando le sopracciglia - modificando, in nome della sua appar­


tenenza alla più ampia comunità politica, ammessa inconsape­
volmente, il movimento di alcuni muscoli sulla sua fronte -
ora, in guerra, essa acconsente, penetrando in un determinato
territorio e compiendo determinati atti, a farsi colpire alla
fronte, alle sopracciglia e agli occhi. Cioè, benché in pace e in
guerra la sua esistenza in quanto essere politico comprenda
(non semplicemente credenze, pensieri e idee incorporei, ma
anche) modificazioni fisiche e concrete di sé, la forma e il gra­
do della modificazione non sono paragonabili, cosl come non
lo è la durata temporale della modificazione. Normalmente, l'i­
dentità nazionale può venire espressa dal suo corpo con una
stretta di mano o un saluto particolari, della durata di pochi se­
condi al giorno; oppure può venire assorbita dalle sue gambe e
dalla sua schiena mediante una danza regionale eseguita parec­
chie volte all'anno. Tuttavia, le stesse braccia e gambe date in
prestito allo Stato per qualche secondo o minuto, e poi recupe­
rate, in guerra possono essere cedute per sempre, se ferite o
amputate. Che normalmente nessuna filosofia politica che si
imponga verbalmente possa «modificare» fisicamente l'essere
umano adulto senza il suo consenso, rende ancor più degno di
nota, davvero terrificante, il fatto che, talvolta, egli acconsen­
ta a prender parte alla guerra, permetta che il suo corpo subisca
questa profonda modificazione. Persino in mezzo alla barbarie
e alla stupidità collettiva della guerra, il linguaggio dell' «eroi­
smo», del «sacrificio», della «dedizione» e dell' «audacia», cui ci
si richiama per convenzione per descrivere l'azione individuale
con cui il soldato offre il suo corpo, non è né inappropriato né
falso.
La risposta alla domanda sulla durata del risultato della
guerra risiede in parte nella durata dell'attività su cui si fonda
la contesa. Quello che il corpo ricorda, lo ricorda bene; i corpi
di moltissimi partecipanti vengono profondamente modificati;
queste nuove modificazioni permangono anche in tempo di pa­
ce. Cosl, per esempio, la storia della partecipazione degli Stati
Uniti a un certo numero di guerre scoppiate nel ventesimo se­
colo si rivela tacitamente nei membri sopravvissuti di ogni fa­
miglia americana - un nonno con i piedi storpiati, che richia­
mano continuamente alla mente la zona e il luogo preciso in cui
cadde uno shrapnel, in Francia, e a cui si collega sempre il rac­
conto di una marcia difficile attraverso i campi di stoppie; un
La struttura della guerra 179

padre cardiopatico a causa della febbre reumatica che imper­


versò in un campo d'addestramento militare, nel 1942, al tem­
po stesso all'origine della sua esenzione dall'attività militare e
della sua fatale predisposizione ad essere facilmente colpito
dall'influenza «asiatica», che l'avrebbe ucciso qualche decen­
nio dopo; un cugino zoppo, il cui modo di camminare appare
come la declinazione della parola «Vietnam», e che, insieme al­
le ferite subite da migliaia di suoi coetanei, stanno ad indicare
che la guerra, sia che venga o meno rievocata nei discorsi, so­
pravvive nei corpi, vivi e non vivi, di coloro i quali hanno subi­
to un danno mentre vi prendevano parte. Se la guerra coinvol­
ge l'intera popolazione di un paese o il suo territorio, la storia
può avere un'eco molto più ampia. Berlino, città dai toni aran­
cio e bruno-fulvi, scintillante, moderna, architettonicamente
«nuova», rivela la sua originaria devastazione proprio nel «nuo­
vo» di cui tale devastazione ha avuto bisogno, oltre che nella
discrepanza temporale tra le facciate esterne degli edifici che si
snodano lungo i viali, nei quali essa è straordinariamente «at­
tuale», e i cortili nella parte posteriore di questi edifici, in cui il
tempo, come fosse tenuto fermo dai buchi ancora visibili dei
proiettili, sembra essersi fermato al 1945. Berlino, bombarda­
ta dall'alto e conquistata isolato dopo isolato. Oppure, ancora,
Parigi, architettonicamente antica, dai toni bianco-argento e
blu-viola, rivela proprio nell'integrità delle sue vecchie vie e
dei suoi vecchi edifici (le cui maestose facciate esterne sono
passate indenni attraverso la guerra, salvo che per l'inserimen­
to, qua e là, di targhe commemorative di un caduto della Resi­
stenza) la sua sopravvivenza, la sua resa; esattamente come
nella storia, molto diversa, della prima guerra mondiale, in cui
due giovani francesi su tre o morivano o perdevano un arto, è
ancora visibile su tutti i finestrini delle carrozze della metropo­
litana un'iscrizione che corre ogni giorno sotto la città, come
facesse da contrappunto alla storia più recente ricordata sopra,
e ne costituisse la parziale spiegazione: <<Le places numérotées
1 ° sont réservées par priorité au mutilés de guerre . . . . »
I segni fisici citati qui sono quelli che sopravvivono all'atti­
vità fisica che li ha prodotti a distanza di dieci, quaranta o ses­
sant'anni. Essi indicano solamente, in modo vago e angoscio­
so, quanto profonda, quotidiana e diffusa sia l'esperienza che
una popolazione ha di ciò che rimane della guerra nelle sue im­
mediate conseguenze, nei primi due anni, nei primi quattro
1 80 La distruzione

mesi, quando i sopravvissuti sono immersi, 1mpng10nat1 m


questi segni. Questo periodo immediatamente successivo alla
guerra - è stata appena dichiarata la fine delle ostilità, è stato
appena stabilito chi è il «vincitore» e chi lo «sconfitto», si stan­
no negoziando e stanno per essere accettate e messe in atto le
condizioni di pace e le disposizioni post-belliche - è l'oggetto
della nostra analisi.
Nella guerra, come abbiamo già osservato, esistono tre am­
biti in cui può essere arrecato un danno, in cui possono avveni­
re delle modificazioni: primo, le persone in carne e ossa; secon­
do, la cultura materiale o gli effetti della presenza nel mondo
delle persone; terzo, la cultura immateriale, certi aspetti della
coscienza nazionale, della fede politica e dell'immagine che si
ha di sé. Nella guerra (come in tutte le contese sostitutive con
cui si potrebbe immaginare di risolvere una controversia inter­
nazionale), l'obiettivo è la terza forma di danno; infatti, sono
le immagini di sé come nazioni che hanno i paesi in lotta a
scontrarsi, e la controversia scompare se almeno uno acconsen­
te a tirarsi indietro, a rinunciare, o a modificare la forma in cui
si esprime la propria concezione di sé, la propria presenza nel
mondo. Entrambe le parti subiranno il primo e il secondo ge­
nere di danno, ma solo una subirà il terzo, e sarà la designazio­
ne del «vincitore» e del «perdente» a determinare quale parte
subirà quel tipo di modificazione appartenente al terzo ambi­
to. Ma, inoltre, una volta che sia dichiarata la fine della guerra,
il primo e il secondo ambito di danno costituiscono una testi­
monianza duratura dell'esistenza del terzo, poiché sopravvivo­
no a lungo dopo il giorno in cui è terminata la gara del recipro­
co danneggiarsi, oggettivano il fatto che tale gara si è svolta,
che c'è stata una guerra, che ci sono stati un vincitore e uno
sconfitto. E fondamentale osservare, a questo punto, che il
danno non oggettiva o specifica chi ha vinto e chi ha perso, ma
solo che c 'è stata una guerra, che ci sono stati un vincitore e un
perdente. Proprio il carattere duraturo della testimonianza
spiega in parte il motivo per cui il risultato viene rispettato. In
altri termini, non è che l'atto di danneggiare il nemico provo­
chi un risultato che non possa essere esso stesso contestato:
non solo ci sono, tra gli sconfitti, molte persone che, benché
ferite, sono ancora in grado di maneggiare un fucile, ma i loro
fratelli, che avevano tredici, quattordici o quindici anni allo
scoppio della guerra, hanno ora diciotto, diciannove o vent' an-
La struttura della guerra 181

ni - la popolazione composta dai soldati s i rinnova anche nel


mezzo della devastazione. Ma dopo che si sia accettato il risul­
tato finale, il fatto che ci sia stata la guerra e che sia stata ac­
cettata la sua fine sono già incisi nei loro corpi e nella loro cul­
tura materiale.
Nelle ipotetiche competizioni alternative cui si accennava
in precedenza, nulla produceva l'equivalente della rievocazio­
ne. Immaginando di sostituire alla guerra una partita di tennis
su larga scala, sarebbe necessario fornire anche un tramite per
la rievocazione. Non basterebbe costruire un campo da tennis
in miniatura (o, nel caso di una gara di tessitura, un telaio) nel­
lo spiazzo erboso di ogni città o villaggio in ciascuno dei due
paesi; infatti, questo sarebbe soltanto l'equivalente delle sta­
tue e delle steli commemorative della guerra tradizionalmente
situate negli spazi erbosi, e non della rievocazione sensibile che
avviene nei corpi danneggiati e in generale in un paese. Sareb­
be necessario un segno tangibile più vicino al corpo, a contatto
con esso, per esempio una fascia azzurra legata intorno al brac­
cio di tutti i partecipanti per un periodo di otto anni. La fascia
sarebbe azzurra tanto per i vincitori quanto per gli sconfitti,
perché, di nuovo, il danno fisico, in guerra, rievoca senza spe­
cificare - (dopo una guerra) non è che i vincitori siano vivi e
gli sconfitti morti; né che i vincitori siano vivi e incolumi e gli
sconfitti vivi ma feriti; né che i vincitori feriti abbiano tutti
perso una gamba e gli sconfitti feriti una mano o un occhio.
Pertanto, qualsiasi forma sostitutiva di aggettivazione dovreb­
be anche essere la stessa nelle due popolazioni, ed attestare
semplicemente che ha avuto luogo un processo in cui è stata in­
trapresa un'attività reciproca per conseguire un risultato uni­
voco. Oppure, invece che da una fascia, il ricordo di tale pro­
cesso potrebbe essere espresso da un piccolo gesto del corpo
entrato nella vita quotidiana, e da questo oggettivato: tutti i
membri delle due popolazioni potrebbero imparare a ruotare il
piede verso l'esterno subito prima di cominciare a camminare e
subito prima di fermarsi; il gesto diventerebbe abituale e ver­
rebbe riportato inconsapevolmente nelle attività del tempo di
pace; sarebbe notato solo di tanto in tanto, ma li accompagne­
rebbe in tutte le loro nuove attività di costruzione del mondo.
È ovvio che i segni cui abbiamo pensato, la fascia di un az­
zurro delicato o il piccolo arco formato dalla rotazione del pie­
de verso l'esterno, sono equivalenti inadeguati dei «segni» del-
182 La distruzione

la guerra, ma, proprio per la loro inadeguatezza, possono riu­


scire a chiarire la natura delle ferite di cui sono cattivi sostituti
e arrivare cosl ad indicare quale sarebbe un equivalente «ade­
guato», un sostituto al tempo stesso innocuo e convincente.
Perciò, ne abbiamo parlato a ragion veduta; infatti, se è inop­
portuno, persino imbarazzante, riflettere su simili sostituti, è
molto più inopportuno umanamente non rilevare che l'unico
vantaggio della guerra sulle altre contese è che il suo risultato
viene rispettato, che il danno fisico agisce in parte mediante i
segni duraturi che produce; oppure, sarebbe molto più inop­
portuno, umanamente imbarazzante, rendersi conto che il ri­
sultato della guerra perdura grazie al processo di rievocazione,
e non riuscire a trovare o a inventare una serie di segni che
adempiano alla stessa funzione al suo posto. Non solo si accon­
sente alla raccapricciante attività intrinseca alla guerra, colpire
ed essere colpiti, ma si acconsente alla sua fine, al fatto che sia
finita; e la capacità umana di acconsentire, di raggiungere ac­
cordi, di impegnarsi solennemente, di fare promesse, di esegui­
re operazioni che conducano a risultati che saranno rispettati
(come fossero una necessità fisica) - e in particolare il modo
in cui tale capacità di fare promesse o di produrre risultati che
saranno rispettati viene favorita dalla natura del danno fisico
- è stato l'argomento implicito della nostra analisi fin dall ' ini­
zio, e sarà l'argomento del tutto esplicito nella parte conclusiva
di questo capitolo m .
È necessario considerare più attentamente la caratteristica
del ferimento cui si è accennato sopra - il fatto che le ferite
rievochino senza specificare chi ha vinto o chi ha perso; infat­
ti, la natura del ferimento in guerra è importante non solo per
l'intensità e la durata del rapporto tra corpo e credenze ma, al
tempo stesso, per l'assoluta fluidità del rapporto con il referen­
te. Questa terza caratteristica del ferimento è forse decisiva
per comprendere la fase risolutiva della guerra. L'attività su
cui è fondata la contesa bellica, l'atto di ferire, non ha rappor­
to con gli obiettivi disputati: se i corpi feriti di un soldato del­
l'Unione e di uno della Confederazione, durante la Gerra Civi­
le americana, fossero stati adagiati fianco a fianco, nulla avreb­
be indicato nelle loro ferite le diverse fedi politiche delle due
parti; analogamente, durante la seconda guerra mondiale, nul­
la, nei tre corpi di un soldato russo ferito, di un ebreo interna­
to in un campo di concentramento e di un civile di Hiroshima,
La struttura della guerra 183

avrebbe permesso di distinguere la natura degli obiettivi degli


alleati da quella degli obiettivi dell'Asse. Ma quelle ferite non
avrebbero neppure permesso di distinguere chi aveva vinto e
chi aveva perso. Negli esempi citati in precedenza, nulla, nelle
ossa deformi dei piedi del nonno americano e nell'anca del cu­
gino americano, mostra che gli Stati Uniti furono tra i vincitori
della prima guerra mondiale o furono sconfitti nella guerra del
Vietnam; ancora, le ferite nei corpi di una generazione di fran­
cesi o di danni visibili nelle vie di Berlino non indicano se la
Francia vinse o perse nel 1918, se la Germania vinse o perse
nel 1945 ; infine, nulla , nei crateri che ricoprono il suolo viet­
namita, indica il luogo della vittoria. In ciascun caso, l'unica
cosa chiara è che c'è stata una «guerra», che c'è stato il «reci­
proco ferimento in nome di un risultato univoco».
Nella guerr�, l'atto di colpire il nemico ha quindi due fun­
zioni distinte. E l'attività mediante cui si arriva a determinare
un vincitore e un perdente. Inoltre, dopo la guerra, esso lascia
una testimonianza della propria esistenza. Nella prima di que­
ste due funzioni, i danni fisici costituiscono il referente: la co­
sa importante è sapere quale delle due parti è stata ferita e dan­
neggiata, dopo di che i contendenti e i paesi neutrali si dedi­
cheranno a «contare le vittime» 116. Tuttavia, nella seconda
funzione, il luogo delle ferite non sarà più duplice e proverà in
questo modo che c'è stata la guerra, e che ora essa è finita. La
differenza nel rapporto con il referente, nelle due funzioni,
può essere compresa osservando il posto diverso che le vittime
occupano durante e dopo un conflitto. Se nel bel mezzo della
Guerra Civile americana si viene a sapere che si sta svolgendo
una battaglia in cui si sono avute finora 20.000 vittime, sarà
molto importante sapere se le perdite del Nord ammontano a
duemila uomini e quelle del Sud a diciottomila, o se invece le
perdite del Sud ammontano a duemila uomini e quelle del
Nord a diciottomila, o se invece il Nord e il Sud hanno perso
ciascuno diecimila uomini. Tali differenze decideranno chi sa­
rà il vincitore della battaglia e, alla fine delle varie battaglie,
decideranno quale delle due parti avrà ferito «di più» l'altra 117,
e quindi quale delle due «ha vinto» e quale <�ha perso». Tutta­
via, una volta che queste etichette siano state attribuite defini­
tivamente e la guerra sia terminata, il modo in cui erano ripar­
tite le vittime di quella battaglia (o della guerra nell'insieme)
non sarà più importante, e tutte e 20.000, indipendentemente
184 La distruzione

dal fatto che in origine la loro sofferenza sia stata molto diver­
sa o quasi uguale, dimostreranno ora l'esistenza del vincitore e
degli obiettivi del vincitore, ovvero dimostreranno, nel com­
plesso, la non esistenza o la scomparsa dell'obiettivo della par­
te sconfitta. Alla fine della Guerra Civile, una famiglia del Sud
potrebbe dire: «L'autonomia del Sud, la sopravvivenza delle
sue idee economiche e razziali, è decisiva per noi: per dimo­
strarlo sono morti in 94.000»; oppure, una famiglia del Nord
potrebbe dire: «L'unità del paese, la supremazia del Nord in­
dustriale e le sue certezze sulla giustizia degli uomini sono de­
cisivi: il prezzo di queste certezze sono le vite di 1 10.000 dei
nostri ragazzi». Ma una volta finita la guerra, queste espressio­
ni tenderanno ad essere sostituite da una sola, in cui l'insieme
delle vittime - non più 94.000 e 1 10.000, ma 204.000 (o
543 .000 se si considerano anche le morti per malattia) - di­
mostra (o viene percepito come il prezzo di) un solo risultato:
«La giustizia razziale e l'unità nazionale dovevano essere deci­
sivi per gli Stati Uniti in quanto nazione: sono morti 534.000
uomini nella Guerra Civile», oppure: «La giovane America era
come menomata a causa della schiavitù, di cui doveva sbaraz­
zarsi con decisione: sono morti 534.000 uomini nella Guerra
Civile». Cosl, un giovane del Sud che ha creduto di dover ri­
schiare e causare dei danni fisici per un sistema agricolo feuda­
le, e che fino alla fine della guerra ha molto sofferto ed è morto
per difendere ciò in cui credeva, una volta finita la guerra sarà
morto a dimostrazione della scomparsa di quel sistema feudale
e della disuguaglianza razziale su cui si basava.
Qui, la fluidità del rapporto tra referente e corpo ferito si
palesa nella consuetudine linguistica, una volta terminata la
guerra, secondo cui ci si riferisce ai caduti come a un fenomeno
unitario. Un'analoga consuetudine linguistica è quella di rife­
rirsi alle perdite delle due parti come a due fenomeni distinti,
salvo citare quelle che ha subito una parte o per rendere palese
il fatto che quella parte ha vinto o per rendere palese che ha
perso. In altri termini, l'affermazione secondo cui un paese ha
vinto o ha perso è giustapposta alla definizione della quantità
delle ferite inferte, ciò che sta ad indicare che le ferite vengono
percepite come «prova» dimostrabile o della vittoria o della
sconfitta: «Hanno vinto: hanno avuto diecimila morti!» e
«Hanno perso: hanno avuto diecimila morti!» sono espressioni
che ricorrono quasi con la stessa frequenza, come nelle due fra-
La struttura della guerra 185

si: «< russi hanno perso la battaglia di Tannenberg: in quell'oc­


casione sono morti trentamila russi», e «Sono stati i russi a vin­
cere la seconda grande guerra con la Germania: nella seconda
guerra mondiale sono morti venti milioni di russi». Queste
espressioni non si neutralizzano l'un l'altra; entrambe sono af­
fermazioni significative, ma la natura particolare della ferita si
rivela nel fatto che può essere percepita ( e perciò definita) co­
me ciò che dà fondamento a fenomeni disparati, anche al pun­
to tale da essere contrapposti, come avviene per il «vincitore» e
il «perdente». Il fatto di parlare del complesso delle vittime co­
me di una realtà unica e delle vittime di una delle parti come
prova della sua vittoria o della sua sconfitta, deriva dall'insta­
bilità del referente del corpo, che permette ad esso di prestare
la propria realtà a qualunque risultato sia stato raggiunto. In
parte, può essere che ciò accada proprio perché, a guerra con­
clusa, le modificazioni fisiche non appartengono più alle due
parti, ma sembrano al tempo stesso non appartenere a nessuna
delle due e appartenere ad entrambe, cosicché può nascere l'i­
dea sbagliata che colpire il nemico, durante la guerra, non fosse
l'attività principale, o che non fosse determinante ai fini della
designazione di un vincitore e di un perdente; di conseguenza,
nelle analisi della guerra, finisce per essere ignorata (come nelle
categorie dell'omissione e della ridescrizione cui si è accennato
in precedenza) e erroneamente rappresentata (come nelle me­
tafore del sottoprodotto, del coinvolgimento accidentale, della
diminuzione di prezzo o dell'estensione di un'attività inno­
cua) .
Cosl, il rapporto tra corpo e fede politica, in guerra, non
salò è molto più intenso e duraturo (e perciò più «concreto»,
più fortemente «reale» ed esperibile) di quanto non lo sia in pa­
ce, ma è anche molto meno specifico dal punto di vista cultura­
le - e questa caratteristica del ferimento è responsabile quan­
to l'altra del fenomeno del «come se» che si manifesta alla fine
della guerra. Per esempio, benché l'alterazione di sé che avvie­
ne quando una persona offre gli occhi e la fronte «al suo paese»
sia molto più profonda di quella che avviene quando la stessa
persona solleva inconsapevolmente le sopracciglia «per il suo
paese», essa è sostanzialmente priva di qualsiasi riferimento a
quel paese: non è più britannica che greca o americana o russa
di quanto sia più britannico che greco, americano o russo man­
tenere le sopracciglia in una data posizione abituale. Benché.
186 La distruzione

l'instabilità del referente del corpo raggiunga il suo punto mas­


simo nell'atto di colpire il nemico, essa è tipica anche del corpo
che passa indenne attraverso la guerra. Per esempio, nella sua
indagine sui mutamenti tecnologici che hanno luogo nel setto­
re militare col progredire della civiltà, William McNeill defini­
sce la creazione dell'esercito moderno nel diciassettesimo seco­
lo come «a modo suo altrettanto rilevante della nascita della
scienza o di qualsiasi altra conquista di quell'epoca»118, ed in­
clude tra le principali conseguenze dell'istruzione - il movi­
mento ritmico determinato dalla marcia al passo di molti uomi­
ni o dai colpi di fucile sparati in una sequenza precisa di qua­
rantadue tiri identici da tutti i partecipanti- la scomparsa dal
corpo dei soldati dei segni di una data regione o di un dato pae­
se: «la forza psichica dell'istruzione e delle nuove routines era
tale da rendere le origini e l'esperienza precedente di una re­
cluta ampiamente irrilevanti per il suo comportamento da sol­
datm>119. Tali esercitazioni e routines, come i concetti fonda­
mentali della strategia 12o, tendono a diventare internazionali e
quindi ad essere condivisi in ogni guerra dalle due nazioni.
Questo stesso processo, per cui il corpo è svuotato di con­
tenuti culturali, è ancora più evidente nel caso delle ferite, per­
ché non c'è nulla, all'interno di quello che era il viso di un ra­
gazzo, nulla all'interno di quello che era un torace, ora squar­
ciato, che renda la ferita nordcoreana, tedesca, argentina,
israeliana. Benché un momento prima egli si vantasse di avere
un'identità nazionale- cinese, britannica, americana o russa
- le sue ossa, i suoi polmoni e il suo sangue, divenuti visibili,
non prendono la forma di cinque stelle gialle in campo rosso,
né la forma della bandiera britannica, né quella di stelle e stri­
sce o di falce e martello; e neppure vi si può leggere la prima ri­
ga di qualche inno nazionale, anche se egli può averlo conti­
nuamente cantato fino a poco prima. Ma cantava soltanto da
vivo: cioè, soltanto da vivo decideva e controllava il rapporto
tra il suo corpo e il referente, decideva le idee e i credi di cui la
propria persona ed esistenza avrebbero provato la validità.
La ferita è priva di referenti, benché un suo referente possa
essere dedotto dall'uniforme su cui ora scorre il sangue, o da
qualche altro simbolo culturale, un simbolo e un frammento di
una identificazione nazionale astratta. In questo momento, gli
estremi del corpo (il corpo sempre concreto) e della cultura (le
forme di solito in parte concrete e in parte astratte di presenza
La struttura della guerra 1 87

nel mondo, ora del tutto astratte) , gli estremi del corpo e della
polis, gli estremi della sensibilità e della presenza, sono cosl vi­
cini da non poter evitare di interagire, una vicinanza che non è
quella tra corpo e suolo (perché il soldato ferito può essere un
iraniano in territorio iracheno, un americano in territorio
nordcoreano), ma tra corpo e uniforme, tra corpo e bandiera, o
tra corpo e affermazione verbale, come quando un compagno
lo trova nella boscaglia, si china su di lui e individuando alcuni
frammenti utili al riconoscimento annuncia a quelli che gli
stanno accanto: «È americano».
Ma quando il rapporto con il referente è determinato dalla
vicinanza o dalla giustapposizione, ciò che è vicino, ciò che è
giustapposto, può essere cambiato: un equivalente simbolico
diverso o un diverso frammento culturale possono essere af­
fiancati alla ferita, la cui realtà opprimente può ora funzionare
in nome della diversa costellazione di credi che si aggrappano a
quel nuovo frammento. Questo cambiamento diventa palese
quando il nemico viene a sapere della morte di un nemico, che
interpreta non come una morte ma come un'uccisione riuscita,
qualcosa che spetta alla propria parte, che conferisce validità
alla propria causa. Si può desiderare di credere che la ferita sia
specificamente «francese», perché si trova nel corpo di un gio­
vane francese, ma è conforme alla natura della ferita che i suoi
attributi possano essere tratti fuori dal loro luogo, come se la
ferita nel torace rappresentasse lo spezzarsi del rapporto tra
quella parte e il resto del corpo. Se in seguito alla ferita egli
muore, tutto il suo corpo ne risente profondamente, si modifi­
ca radicalmente; la ferita è ora tutto il suo corpo. Questo corpo
privo di vita del ragazzo «appartiene» alla sua parte, la parte
«per cui» egli è morto, o «appartiene» alla parte «per cui» qual­
cuno lo ha ucciso, la parte che se lo è «portato via»? Il fatto che
appartenga ad entrambe o a nessuna delle due rende evidente
l'assenza di referenti del corpo privo di vita, che comincerà a
funzionare a guerra finita, un'assenza che invece di eliminare
tutta l'attività fondata sul rapporto con il referente gli offre
una spaventosa libertà di azione di questo tipo, la cui direzione
non è più limitata e controllata dall'individualità e dalla causa
originarie e che determina quindi l'aumento delle direzioni che
potrà seguire alla fine della guerra. Se il ragazzo ferito soprav­
vive, il dolore profondamente reale che sente nel petto può as­
sorbire per un po' tutta la sua attenzione e nascondere in que-
188 La distruzione

sto modo le sue credenze; ma può anche, non appena egli co­
mincia a riprendersi, confermare quelle credenze, conferire la
sua profonda realtà a quelle convinzioni. Se muore, lo spetta­
colo opprimente del corpo aperto può conferire il suo carattere
opprimente ai credi politici o alla fedeltà alla nazione dei com­
pagni che lo trovano: è possibile che, non appena essi vedono
con orrore ciò che gli avversari hanno fatto alla sua carne, si
dedichino con maggiore impegno al compito cui sono chiamati.
La sua morte - unita forse a quella di molti altri, a formare
un'unica figura - può anche accrescere la fiducia in se stessi
dei nemici: «Dieci inglesi sono morti nell'esplosione - lunga
vita all'Irlanda! Tutta Dresda brucia - lunga vita agli alleati!»
Gli estremi del corpo e della cultura sono ancora situati fianco
a fianco in queste frasi, come in origine erano situati fianco a
fianco nel sangue che scorreva sull'uniforme.
La fluidità del rapporto con il referente nell'esperienza del
giovane isolato e ferito, o nell'esperienza che gli altri hanno di
lui, diventa del tutto evidente se considerata come fenomeno
globale, come nell'esempio fatto in precedenza delle vittime
complessive della Guerra Civile, che conferiscono validità a un
solo risuJtato. Questo sarebbe ugualmente vero per ogni altra
guerra. E più facile che i cinquanta milioni di morti della se­
conda guerra mondiale, convalidino, dopo la guerra, i risultati
stabiliti dai vincitori, piuttosto che la metà di essi convalidi gli
obiettivi un tempo semplicemente «desiderati» o la <(fiducia
nelle proprie credenze» un tempo posseduta dai perdenti 12 1 .
Insieme, esse confermano la realtà duratura di una serie di
obiettivi e la scomparsa di un'altra. Anche nelle guerre con­
temporanee in corso - come quella tra Iraq e Iran o tra Israele
e i paesi arabi - le vittime appartengono alle due parti, e la lo­
ro distribuzione, il fatto che si trovino in luoghi distinti, serve
a designare un vincitore e un perdente; ma quando, a loro vol­
ta, queste guerre un giorno finiranno, le persone dell'una e del­
l' altra parte si riuniranno e conferiranno collettivamente vali­
dità al risultato.
Si tratta ora di collocare le caratteristiche dell'atto di colpi­
re il nemico, divenute nel frattempo parzialmente visibili, al­
l'interno dell'analisi globale, che verrà qui brevemente ricapito­
lata; queste stesse caratteristiche verranno poi esaminate più
dettagliatamente. L'instabilità del referente del corpo ferito
può essere così sgradevole da osservare - in particolare perché
La struttura della guerra 1 89

nega la capacità della popolazione di garantire ciò che alla fine


verrà confermato dall'esibizione violenta e fisicamente costosa
della sua volontà - che si può avere la tentazione di sostenere
che la funzione del danno inflitto al nemico cessa con la fine
della contesa. Ma questa tentazione deve essere superata, per­
ché ciò che induce a sostenere è falso. Se fosse vero, se l'atto di
colpire il nemico servisse soltanto a fornire uno strumento per
designare un vincitore e un perdente, potrebbe essere sostituito
da qualsiasi altra attività agonistica, perché ognuna sarebbe
ugualmente in grado di fornire uno strumento per decidere chi
sia il vincitore e chi il perdente. Sostenere che esso ha solamen­
te questa funzione, rende inspiegabile l'incapacità degli esseri
umani di trovare un'attività sostitutiva della guerra, perché
questa potrebbe essere riprodotta con facilità e senza provocare
danni. Ma, diversamente dall'atto di danneggiare fisicamente il
nemico, l'attività sostituiva fornirebbe soltanto delle «designa­
zioni» e non delle designazioni vincolanti, «durature» - delle
designazioni «rispettate». Essa non potrebbe porsi un obiettivo
ritenuto incontrovertibile, «incontestabile». Di conseguenza,
la domanda è: in che modo, precisamente, il ferimento del ne­
mico provoca tutto ciò? Come è stato sottolineato, esso non pri­
va la parte sconfitta della forza di battersi, ma determina un ri­
sultato cosl reale, cosl certo, cosl incontestabile, che è come se i
perdenti non avessero più la forza di battersi, ed è la natura del­
la funzione del «come se» che stiamo esaminando qui.
Complessivamente, l'analisi è dunque costituita da quattro
parti principali. La prima e la seconda concernono le due fun­
zioni del ferimento: la prima funzione è determinare quale po­
polazione e quale complesso di credenze prevarranno sugli altri
e quali soccomberanno; la seconda funzione è dimostrare qual­
siasi risultato la prima funzione abbia determinato. Una volta
chiaro che queste due funzioni sono molto diverse, del tutto di­
stinguibili l'una dall'altra, è possibile comprendere - tornando
per un istante all'argomentazione erronea della «logica autono­
ma della guerra», in cui gli sconfitti non posseggono più la capa­
cità di colpire - che l'errore, qui, sta nell'imputare tutta l'effi­
cacia dei danni inflitti al nemico alla prima delle due funzioni e
nel credere a torto che ciò che distingue l'atto di colpire il nemi­
co da qualsiasi altra attività agonistica sia l'assolutezza con cui
esso stabilisce le categorie di vincitore e perdente, attribuendo
in pratica al termine «vincitori» il significato di «vivi» e a quello
190 La distruzione

di «perdenti» il significato di «morti». Il danneggiamento del


nemico ha invece una seconda funzione completamente diver­
sa, che consiste nel far sembrare assoluto il risultato determina­
to dalla prima funzione, nel farlo sembrare reale finché gli obiet­
tivi non siano stati universalmente attuati, rendendo/o in questo
modo reale. Le ferite, in quanto segni, parlano tanto del passato
quanto del futuro. Da un lato, rendono per sempre visibile
un'attività che appartiene al passato, e quindi svolgono una
funzione rievocativa. Dall'altro, sono connesse con il futuro,
con ciò che non è ancora accaduto, e quindi svolgono la funzio­
ne del «come se». Questa potrebbe essere definita una funzione
di «produzione di una realtà fittizia» o di «conferimento di real­
tà»; infatti, esse agiscono come una fonte di realtà evidente per
ciò che altrimenti sarebbe un risultato inconsistente, sostenen­
dolo con decisione finché il mondo postbellico non ricostruisca
quel mondo fittizio basandosi sul generico progetto dei vincito­
ri della guerra. Che questa funzione implichi un carattere fitti­
zio non significa che comporti un inganno: ciò a cui dà luogo
non è né vero néfalso: precisamente, non è ancora vero. L'effica­
cia di questa seconda funzione di conferimento di realtà dipen­
de a sua volta da due caratteristiche della ferita, che costituisco­
no la terza e la quarta delle conclusioni fondamentali cui siamo
giunti qui, il terzo e il quarto degli elementi che abbiamo giudi­
cato costituire la struttura essenziale della guerra. In primo luo­
go, la modificazione visibile ed esperibile della ferita ha una
realtà opprimente e vivida, perché si trova nel corpo umano, il
luogo originario della realtà, e più specificamente per il caratte­
re «estremo» e «duraturo» della modificazione. In secondo luo­
go, questa realtà può essere conferita sia a una serie di obiettivi
contesi (o, come accade talvolta, a una mescolanza di obiettivi
dell'una e dell'altra parte), a causa dell'assenza di specificità del
referente, sia alla instabilità del re/erente del corpo ferito. Svi­
lupperemo ora l'uno e l'altro caso, in modo tale da chiarire gra­
dualmente sia la forma dell'attività militare nel suo insieme, sia
quella di ogni sua possibile attività sostitutiva.

L'instabilità del referente

Il carattere non referenziale del corpo ferito, o l'instabilità


del referente del corpo ferito (si tratta infatti dello stesso feno-
La struttura della guerra 191

meno) , può essere compreso tornando a ciò che ogni soldato di­
chiara, cioè di stare per «morire per il suo paese» o «uccidere
per il suo paese». Se ci si sofferma su queste espressioni -
«morire», «uccidere» e «per il mio paese» - diventerà chiaro
che, nelle prime due, c'è una svalutazione del riferimento al
proprio paese, successivamente recuperato mediante l'aggiunta
della terza espressione. Il rapporto con il referente, che si dis­
solve nell'atto di «morire» e in quello di <mccidere», viene sal­
vato o ricostituito aggiungendo l'espressione «per il paese». Se
alla fine della guerra la persona si trova dalla parte dei perden­
ti, i suoi atti non avranno dato una forma concreta al paese che
aveva indicato quando aveva dichiarato inizialmente la sua
motivazione. Il modo migliore per comprendere come questo
accada, è esaminare tale dichiarazione.
Uccidere. Spesso, è stato osservato che il carattere eccezio­
nale della guerra, nell'esperienza umana, è dato dal fatto che
essa legittima l'atto dell'uccisione, che in tempo di pace tutte
le nazioni considerano un atto «criminale». Questa osservazio­
ne, oltre che essere esatta, testimonia che l'atto di uccidere,
motivato dal senso di responsabilità «per il proprio paese», è
una decostruzione della sfera pubblica, come comunemente si
esprime nel corpo. In altri termini, consentendo l'uccisione
l'uomo consente che si compia (per il proprio paese) l'atto che
in tempo di pace rivelerebbe la sua impoliticità e lo colloche­
rebbe al di fuori della sfera morale della nazione. Quello che
fa, uccidendo, è distorcere i suoi principi fondamentali relativi
all'intangibilità di un'altra persona appartenente al mondo ci­
vile (in particolare alla sua stessa tradizione, quella del paese
da cui proviene); egli si spoglia di ogni connotazione civile, si
imbarbarisce, capovolge non un' <ddea» o un «credo», ma una
serie di impulsi fisici e di gesti appresi e profondamente radica­
ti che riguardano il suo rapporto con il corpo di un'altra perso­
na. Egli distrugge ciò che il suo corpo ha appreso, in modo cosl
radicale da sembrare improvvisamente costretto ad abbando­
nare la posizione eretta e a muoversi carponi, come nella sua
infanzia pre-civile. Egli consente che lo si «distrugga», lo si de­
costruisca, lo si svuoti di ogni connotazione di civiltà, e ciò
«per il suo paese». Che questo venga effettivamente fatto «per
il suo paese» non è qui messo in dubbio, né, certamente, sotto­
valutato. Ci limitiamo a dire che ciò che è per il suo paese (per la
civiltà, per quella particolare civiltà che il suo paese incarna)
192 La distruzione

non è chiaramente intrinseco all'atto stesso, non è intrinseco ai


gesti che egli compie. Quando, in tempo di pace, egli sfiora ap­
pena il suo vicino, o mantiene una certa distanza tra sé e un co­
noscente incontrato per strada, è possibile «vedere» la civiltà
nei gesti e negli atteggiamenti, vedere come essa si trovi lette­
ralmente dentro di lui, e come si manifesti, in modo particola­
re, quando egli si ritrae di fronte a una persona per cui prova
una profonda avversione, e che non distrugge ma evita. Egli
non deve scegliere di compiere questi atti e specificare che è
cosl grazie alla civiltà, perché farlo sarebbe superfluo. Poiché
nell'atto di uccidere che egli compie la civiltà scompare, il fatto
che esso venga compiuto per una particolare civiltà, il referen­
te di tale atto, viene rifondato e confermato dall'aggiunta del­
l' affermazione (che può assumere una forma verbale o materia­
le, come nel caso dell'uniforme) «per il mio paese».
Morire. La «distruzione» dell'essere umano, il fatto che il
suo corpo venga svuotato della sua identità civile, riguarda allo
stesso modo il morire e l'essere ferito; infatti, il corpo viene
decostruito sia nella parte naturalmente «data» sia in quella
«costruita». Quando il torace di un irlandese viene dilaniato,
quando il ragazzo armeno viene colpito alle gambe e all'ingui­
ne, quando una donna russa muore nell'incendio di un villag­
gio, quando un soldato di sanità americano viene scagliato via
in un angolo del campo di battaglia, le loro ferite non sono ir­
landesi, armene, russe o americane; infatti, questo è accaduto:
la distruzione di un irlandese, di un ragazzo armeno, di una
donna russa e di un soldato americano, cosl come la distruzio­
ne, in ciascun caso, della civiltà che ognuno di quei corpi rac­
chiude in sé. Le braccia, che avevano imparato a compiere de­
terminati gesti, vengono distrutte; le mani, che racchiudevano
non sangue e ossa ma i movimenti che rendevano loro possibile
suonare il pianoforte, vengono distrutte; le dita e le palme, che
sapevano determinare con esattezza il peso di un particolare
strumento, e riconoscerlo al tatto, vengono distrutte; i piedi,
che conoscono «a memoria» (come se si trattasse di un'abitudi­
ne corporea radicata) il modo di pedalare una bicicletta, vengo­
no distrutti; la testa, le braccia, la schiena e le gambe, che rac­
chiudevano una complicata sequenza di passi di una certa dan­
za, vengono distrutti; tutto viene decostruito insieme alle cel­
lule stesse, l'origine sensibile e il luogo di tutto l'apprendi­
mento.
La struttura del!IJ guerra 1 93

Cosl, il cupo richiamo della morte dovrebbe essere sempre


inteso come lo intese per primo Omero, nel racconto della
guerra che segna l'inizio della civiltà occidentale. Qui, ogni
morte, sia da parte troiana che greca, presenta quattro aspetti:
il nome della persona; l'avvicinarsi dell'arma («che doveva por­
tare neri dolori») al corpo; il punto in cui questa si conficca nel
corpo e il lento estendersi della ferita (infatti, dobbiamo ren­
derei conto che ciò che si sta verificando è la distruzione del
tessuto sensibile, e che questa distruzione segue sempre un
percorso preciso); infine, una caratteristica della civiltà come si
incarna in quella persona, oppure in un genitore o in un com­
pagno di quella persona, perché la capacità di essere bravi geni­
tori e l'amicizia sono esse stesse attribuzioni fondamentali del­
la civiltà 122• Ogni caratteristica viene chiamata in causa dalla
ferita, perché è implicita in essa e in essa viene distrutta: cosl,
la lancia che trafigge la nuca di Pedeo, passando tra i denti e
tagliandogli la lingua, passa anche attraverso l'opera della bella
Teanò, che «lo allevava con ogni cura, alla pari dei suoi figlio­
li»; la punta bronzea che penetra nella natica destra di Fereclo,
trapassando la vescica e le ossa, trapassa anche l'abilità di car­
pentiere di questo figlio di Tettone l'Armonide; nella caduta
mortale di Assilo dal suo carro c'è la caduta di Arisbe «dalle
belle costruzioni», con la sua casa sulla strada in cui tutti trova­
vano ospitalità; il macigno frastagliato che piomba sul corag­
gioso Epicle sfracellandogli le ossa della testa, manda in fran­
tumi anche il suo sodalizio con Sarpedone 123 . La litania delle
morti in guerra non è diversa nel ventesimo secolo: per gli Sta­
ti Uniti, la guerra del Vietnam non è 57 .000 nomi, ma dei no­
mi, dei corpi e una cultura - non Robert Gilray ma quel Ro­
bert Gilray, colpito da un proiettile sparato dalla sua sinistra
ed esploso dentro il suo corpo, insieme all'immagine della folla
immobile che ogni settimana seguiva la sua corsa veloce attra­
verso i campi da gioco di Chathnam; non Manuel Font ma quel
Manuel Font, la cui fragile figura è stata circondata dal fuoco,
che ha lasciato il suo segno indelebile sulla pelle e nel cervello,
ma anche negli angoli remoti e oscuri in cui si rifugiava a stu­
diare, a scuola. Si potrebbero citare decine di migliaia di casi
come questi. Che le morti in guerra avvengano in nome di un
luogo in cui si possano suonare i pianoforti e pedalare le bici­
clette, in cui le scuole siano frequentate ogni giorno tanto dai
bambini riservati quando da quelli eccitati, deve essere segna-
194 La distruzione

lato specificando la motivazione, aggiungendo l'espressione


«per il mio paese», perché le morti stesse sono la distruzione
del luogo concreto dei pianoforti e delle biciclette, dei compa­
gni di classe, degli amici e delle scuole.
Per il mio paese. Cosl, <mccidere e morire» - oppure, nel
linguaggio che li comprende entrambi, «provocare un danno fi­
sico» (al proprio corpo o al corpo di un avversario) o «alterare i
tessuti corporei» - sono atti simili: infatti, nessuno dei due ha
un referente interiore e, se lo avesse, dovrebbe venire specifi­
cato separatamente. Ma proprio perché non c'è nulla di <<inte­
riore» che stabilisca e perciò limiti il suo referente, l'atto di
«morire» o di «uccidere» può essere associato a un referente di­
verso. Ciò che era <(per il suo paese» può alla fine essere «per il
paese dell'avversaria>> o «per il mondo postbellico, in cui con­
vivono entrambi i paesi e le cui caratteristiche (per esempio, i
confini) sono determinate dall'uno piuttosto che dall'altro».
Forse, nulla prova in modo cosl evidente che una civiltà è di­
strutta come il fatto che le motivazioni patriottiche dei parte­
cipanti possono essere decostruite e sostituite da risultati che
si contrappongono profondamente a quelle motivazioni. Tut­
tavia, al tempo .stesso, è chiaro che ciò che i corpi di quei cadu­
ti, in ultima analisi, proveranno, non sarà in contraddizione
(anche se essi si trovano dalla parte degli sconfitti) con le loro
motivazioni iniziali se l'espressione <mccidere e morire per il
mio paese», sta a significare «uccidere e morire a dimostrazio­
ne dell'impegno del mio paese in un processo atto a risolvere
una disputa che esige da entrambe le parti lo svolgimento di
un'attività reciproca e l'accettazione di un risultato univoco».
Cosl, se alla fine i corpi distrutti verranno accostati al diritto
di un paese a un certo territorio (sia che il «diritto» venga ri­
vendicato sulla base di un precedente storico, di una norma in­
ternazionale o della particolare concezione della divinità
espressa da una cultura), essi lo renderanno saldo e inoppugna­
bile; se verranno accostati all'ideologia di un privilegio inter­
nazionale di una potenza colonizzatrice, conferiranno ad essa
validità; se invece verranno accostati al diritto di autodetermi­
nazione, conferiranno validità a quest'ultimo, e cosl di seguito.
In ogni caso, ad essere convalidata è la struttura della guerra
stessa che, dal giorno in cui è cominciata, ha richiesto a en­
trambe le parti lo svolgimento di un'attività non reciproca e
l'accettazione di un risultato univoco.
La struttura della guerra 195

Il conferimento di realtà

Cosl, l'attività consistente nel danneggiare il nemico, nella


sua seconda funzione, rappresenta una forma di legittimazio­
ne, perché, nonostante manchi di connessioni interne con gli
obiettivi, ha la capacità di rivelare una fonte di realtà che può
conferire all ' obiettivo forza e un saldo potere. In altri termini,
il valore del risultato della guerra risiede non nella totale inca­
pacità degli sconfitti di opporsi ad esso, ma nel processo per­
cettivo in base al quale le caratteristiche estreme del corpo
vengono tradotte in un' altra lingua, staccate dal corpo e risi­
stemate altrove nel momento in cui il corpo stesso viene disco­
nosciuto, fatto sparire, nei sei modi descritti in precedenza. La
forza del mondo materiale viene separata dai cinquantasette­
mila o cinquanta milioni di corpi feriti o uccisi e conferita non
solo alle ideologie e agli obiettivi dichiarati vittoriosi in conse­
guenza della prima funzione, ma anche all'idea stessa di vitto­
ria 124.
Le difficoltà connaturate al processo di trasferimento che
permette alla realtà incontestabile del corpo fisico di trasformarsi
nella caratteristica di un obiettivo che in quel momento non pos­
siede una propria realtà indipendente sono già state esaminate,
nella loro forma più radicale e decostruita, nel capitolo sulla
tortura; nei capitoli successivi, vedremo come esse si manife­
stino nella vita civile, in condizioni molto differenti e innocue.
Ciò che diventa a poco a poco visibile è il processo mediante il
quale un mondo culturalmente elaborato acquista le caratteri­
stiche della «realtà» (nella tortura e nella guerra, mediante un
capovolgimento nella sua forma decostruita; nel mondo civile,
semplicemente nella sua forma non decostruita) : un processo
percettivo che consente alle idee, alle credenze e agli oggetti
inventati, di venire accettati e di entrare nel mondo natural­
mente dato come se avessero il suo stesso status antologico.
Una volta al suo posto, il mondo cosl elaborato sarà divenuto
legittimamente «sostanziale», nei modi che ci sono familiari 125.
Il carattere «reale» di un'invenzione potrà essere accertato me­
diante il fatto materiale immediatamente evidente di per sé: la
città (non la città invisibile che si afferma esistere al di là della
prossima duna di sabbia, ma quella percepita con i sensi) esiste
materialmente, come può essere constatato con la vista, il tat­
to, l'udito, l'olfatto; la sua realtà è accessibile a tutti i sensi; la
196 La distruzione

sua esistenza viene in questo modo confermata nei corpi degli


stessi osservatori. Un prodotto ideale, al contrario, può non
prendere una forma materiale e quindi fisicamente esperibile
(l'idea di giustizia, una teoria della gravità, una descrizione
dell'elettricità); tuttavia, ciò che è <(reale» o <(vero» verrà atte­
stato dagli esempi materialmente esistenti od esperibili di esso,
dai fatti che ne testimoniano l'esistenza (la teoria della gravità
non può essere vista, ma può esserlo la mela che cade) . Ma pro­
prio nei primi istanti dell'invenzione (oppure quando, come in
guerra, una crisi nelle sue credenze riporta una popolazione al­
lo stadio iniziale perché il mondo deve essere velocemente
reinventato), un'idea astratta che non ha fondamento nel mon­
do materiale (o perché la sua forma materiale non è stata anco­
ra scoperta e quindi è non-ancora vera o perché essa non può
avere una forma materiale essendo fondamentalmente non ve­
ra) può prendere in prestito l'evidenza propria della realtà dal­
la sfera che ha una realtà vincolante per la mente umana, lo
stesso corpo fisico.
In altri termini, invece del consueto processo convalidante,
in cui l'osservatore attesta l'esistenza dell'oggetto facendone
esperienza nel proprio corpo (vedendolo, toccandolo), egli ve­
de e tocca il corpo ferito di un'altra persona (o di un animale)
giustapposto all'idea astratta, e crede, avendo avuto un'espe­
rienza sensibile della realtà det primo, di aver avuto esperienza
della realtà della seconda. Cosl, per esempio, una città, benché
inventata, è reale; un progetto di città è ancora esperibile me­
diante i sensi, ma molto meno della città costruita, per cui è
giudicato meno reale - di primo acchito è visto più come
un'invenzione; ma, alla fine, la città potrebbe esistere soltanto
come affermazione del fatto che il prossimo anno esisterà una
città proprio in quel luogo. L'indovino, mentre pronuncia que­
ste parole, può aprire un corpo e leggere nei visceri la data esat­
ta in cui la città comparirà: si può credere alla comparsa della
città, la si può accogliere come una verità incontestabile, per­
ché il corpo aperto ha conferito ad essa la sua verità. Perciò,
anche un'idea di dio, o una spiegazione del fulmine, o il pre­
sunto potere sui venti, potrebbero essere accostati a una parte
del corpo che <(dimostri» o <(renda sostanziale» la verità dell'af­
fermazione, possedendo essa stessa una <(sostanza» inconfuta­
bile che, in un modo o nell'altro, viene attribuita all'elemento
che le corrisponde. È come se la mente umana, di fronte allo
La struttura della guerra 197

stesso corpo aperto (sia umano sia animale), non potesse evita­
re di percepirne la realtà, di farsi invadere attraverso gli occhi,
incessantemente, da essa; eppure, la mente cerca di fuggire da
ciò che vede, tanto che eseguirà quasi con la stessa velocità
l'atto corrispondente di attribuire quella caratteristica a qual­
cos'altro, in particolare se avrà a portata di mano qualcosa che
sia immediatamente disponibile ad assumere la caratteristica
rifiutata, disponibile ad agire come suo referente. Il motivo
per cui il corpo, ad un certo punto del processo di creazione,
dovrebbe possedere questo tremendo potere di conferire real­
tà, qualche volta potrà essere conosciuto, ma che esso possegga
questo potere può essere dimostrato in molti ambiti differenti,
alcuni dei quali sono antichi e altri contemporanei.
Anche se per il momento il nostro obiettivo è mostrare co­
me questo fenomeno si manifesti durante la guerra, sarà utile
ricordare qui la differenza tra questa forma di trasformazione
corporea e quella che ne costituisce l'antitesi e che ha luogo
nella vita civile 126. Talvolta, l'una e l'altra hanno luogo nello
stesso momento culturale, la qual cosa permette di coglierne la
differenza. Per esempio, dopo che nella religione braminica, in
India, il sacrificio ebbe perso la sua importanza decisiva, esso
fu ripetuto soltanto occasionalmente, perché era necessario per
rendere saldi alcuni punti chiave della città: il corpo dell'ucci­
so, nel sacrificio, veniva sepolto nelle fondamenta di una por­
ta, di un bastione o di una diga di importanza strategica 1 27. Se
l'atto del sacrificio comporta una trasformazione del fatto ma­
teriale del corpo in una produzione culturale astratta (l' affer­
mazione di inespugnabilità della difesa militare), lo stesso acca­
de per l'edificio della città stessa: certe caratteristiche fonda­
mentali del corpo umano vengono concretate nella struttura
definitiva del muro e della porta, e da essa protette; inoltre, la
costruzione scaturisce letteralmente dalla trasformazione este­
riore del corpo in artefatto, mediante il lavoro. Ma la trasfor­
mazione che avviene nel sacrificio si distingue dall'altra in tre
modi. Primo, richiede che qualcuno riporti dei danni fisici. Se­
condo, c'è confusione sui termini. La caratteristica del corpo
prima della trasformazione è l'opposto di ciò che essa diventa
dopo tale trasformazione: perciò, dal dolore dipende il realiz­
zarsi del potere, dalla mortalità il realizzarsi dell'immortalità,
dalla vulnerabilità il realizzarsi dell'inespugnabilità. Solo in
quanto il corpo privo di vita e la difesa inespugnabile godono
198 L a distruzione

entrambi di una sorta di insensibilità che li protegge da ulterio­


ri danni fisici, posseggono attributi equivalenti di invincibili­
tà l2B. Terzo, questa trasformazione è una versione ridotta di
quanto accade nella vita civile. Il nucleo della corporeità -
non qualche sua caratteristica (la rigidità e il carattere difensi­
vo nel caso del muro) o qualche sua capacità (come calcolare
l'energia che richiede un lavoro) ma il corpo stesso, il cadavere
- è contiguo a un'astrazione estrema, non a un'affermazione
diventata parzialmente concreta, e che quindi si autoconvali­
da, ma a una pretesa di inespugnabilità del tutto nominale e
astratta.
Questo terzo fattore, la contiguità degli estremi dell'ele­
mento materiale e di quello immateriale, non è, quando sia se­
parato dai primi due, necessariamente negativo. Esso è presen­
te in molte forme di pensiero antico, come se l'accostamento
diretto del corpo e della voce costituisse una convalida o (come
nella città indiana di cui ho parlato sopra) una rievocazione
della capacità di autotrasformazione del corpo da qualcosa di
privato a forme ampiamente mediate di cultura. Per esempio,
certe forme antiche di giuramento rivelano spesso una sorta di
contratto implìcito che è importante per comprendere la guer­
ra, perché la guerra, al pari di una promessa solenne, implica la
capacità di rispettare un determinato risultato non ancora con­
validato. Mentre giura riguardo alla scelta di una moglie per
!sacco, il servo di Abramo mette la mano sotto la sua coscia 129.
Un'affermazione non convalidata (in quanto la sua concretiz­
zazione appartiene al futuro) diventa valida quando viene col­
locata immediatamente accanto alla realtà materiale del corpo.
Il posto toccato dal servo è cosl intimo da essere quasi interno
al corpo, e, nei giuramenti, è spesso l'interno del corpo a veni­
re esposto, di solito mediante qualche forma di ferimento, nel
tentativo di conferire la forza del mondo materiale a ciò che è
immateriale 130• La dichiarazione dell'arabo era accompagnata
dall'immersione della mano nel sangue di un cammello; per fa­
re il giuramento america bisognava montare su un cavallo ma­
cellato; mentre il romano pronunciava le sue parole, veniva uc­
ciso un maiale; due naga che si giuravano reciprocamente qual­
cosa, tenevano tra loro un cane che veniva tagliato in due m .
Talvolta, per rafforzare il giuramento, veniva usato il corpo
stesso di chi giurava, come nel caso degli indiani zuni, che gli
infilavano una freccia in gola per mostrare che le parole che
La struttura della guerra 199

uscivano dalla sua bocca provenivano dal regno della mate­


ria 132; oppure, il corpo di chi giurava poteva venire ferito,
aperto, come nel caso dei naga sema, che gli staccavano con un
morso il dito indice mentre pronunciava la formula di giura­
mento D J .
Ciò che colpisce in queste giustapposizioni dirette, e che si
collega al modo in cui alla fine della guerra corpi feriti e defini­
zioni astratte vengono a trovarsi fianco a fianco, è il fatto che,
nella maggior parte dei casi, l'affermazione verbale non ha al­
tra fonte di convalida che il corpo. La verità rivendicata nel­
l'affermazione verbale è remota, o perché - come nell'esem­
pio dell'indovino che deriva la sua profezia dal modo in cui so­
no disposti i visceri - essa trae origine in una sfera religiosa
inaccessibile ai sensi, o perché - come nei riti dei fratelli di
sangue, che aprendosi il corpo e mescolando il loro sangue isti­
tuiscono tra loro un legame che normalmente può essere isti­
tuito soltanto in virtù di meccanismi biologici interni - il rito
stesso viene esplicitamente riconosciuto come ciò che crea,
piuttosto che ciò che conferma, la verità dell'affermazione ver­
bale che lo accompagna (<<Ora noi siamo fratelli») . Il corpo vie­
ne tendenzialmente messo in mostra nella sua forma più intima
e assoluta solo in quanto rappresenta un artefatto culturale, un
elemento simbolico o qualcosa di costruito (un'espressione)
che non ha alcun altro fondamento nella realtà materiale: cioè,
viene messo in mostra soltanto quando c'è una crisi di fonda­
tezza. Come conseguenza di questa caratteristica incostante,
l'elemento culturale disincarnato possiede una fluidità che non
condivide con il suo corrispondente fisico - in guerra, il dan­
no arrecato ai corpi non è modificabile, mentre le rivendicazio­
ni o gli obiettivi simbolici mutano con estrema facilità. In qual­
siasi guerra, possono esistere delle ragioni precise che spiegano
il carattere incostante dell'obiettivo. Come nel giuramento,
può essere che la sua convalida appartenga al futuro: il regime,
una volta conquistato il potere, otterrà l'appoggio del popolo;
la guerra, una volta terminata, avrà creato le condizioni per
una solida democrazia mondiale. Oppure, come nell'arte della
divinazione, la sua pretesa convalida può avere origine in una
sfera metafisica o storicamente inaccessibile: la sanzione divi­
na di un diritto a una terra contesa può scaturire da una fonte
non consultabile, o può dipendere dalla mistica inaccessibilità
della dialettica storica. Oppure, come nei patti dei fratelli di
200 La distruzione

sangue (fondati sulla credenza che il rituale occasionale, duran­


te il quale il sangue si mescola interamente, abbia reso identico
il sangue dell'uno e dell'altro), esso può rappresentare se stesso
come un'universalizzazione dell'attività in cui consiste: questa
guerra è tutte le guerre e la fine di questa guerra particolare è
la fine di tutte le guerre. Oppure, infine, può essere incostante
perché - come è stato sottolineato in molte diverse analisi
delle guerre del diciannovesimo e del ventesimo secolo - è
semplicemente falso: le affermazioni, le rivendicazioni, gli
obiettivi po!;ìsono essere delle menzogne. In realtà, in guerra, è
l'assenza di fondatezza anche degli obiettivi più legittimi che li
rende difficilmente distinguibili dalle menzogne, e perciò tan­
to facilmente rimpiazzabili da queste.
Qualunque siano le cause specifiche di questa infondatez­
za, possiamo trovare sempre una causa generale. La controver­
sia che conduce alla guerra implica un processo con cui ciascuna
parte mette in dubbio la legittimità, e quindi mina la realtà, degli
obiettivi, delle credenze, delle idee e dell'immagine di sé dell'altro
paese. Tale controversia conduce inesorabilmente alla guerra non
soltanto perché la guerra è una sua estensione e intensificazione,
ma perché è una sua variante e il suo rovescio. In altri termini,
l'atto di danneggiare il nemico non solo fornisce uno strumento
per scegliere tra i contendenti, ma fornisce anche, con la sua ca­
pacità di incidere su innumerevoli corpi umani, un modo per ri­
congiungere le credenze prive di realtà e disincarnate alla forza e al
potere del mondo materiale.
Nella contesa che conduce alla guerra, una credenza che,
da una parte o dall'altra, abbia una «realtà culturale», appare
alla popolazione di quella parte come una «finzione culturale»:
cioè, essendo continuamente messa in dubbio, essa comincia a
venire riconosciuta dalla popolazione cui appartiene come una
«struttura inventata» piuttosto che esistente, come invece ac­
cadeva in tempo di pace, quando {benché, a pensarci bene, fos­
se sempre inventata), poteva venire inconsapevolmente assimi­
lata, come se si fosse trattato di un <(dato di fatto» naturalmen­
te presente nel mondo. Poiché la contesa si aggrava e perdura,
può sembrare che la <(finzione culturale» corra il pericolo di
scadere in un <dnganno culturale», di trasformarsi da qualcosa
che viene faticosamente riconosciuto come <(costruito», in
qualcosa che può essere potenzialmente identificato come «ir­
reale», <(falso», <mon legittimo», «arbitrario». Più il processo di
La struttura della guerra 201

perdita di realtà procede, più intenso è lo sforzo con cui ciascu­


na parte cerca di riattestare e riaffermare verbalmente la legit­
timità e la realtà delle sue costruzioni culturali. Anche se, par­
lando in generale, gli esseri umani sono orgogliosi di essere la
sola specie che incessantemente ricostituisce il mondo, ed è ca­
pace di inventare la propria cultura, arrivare a prendere atto di
aver inconsapevolmente vissuto nel bel mezzo della propria
creazione per assistere alla de-realizzazione di ciò che è stato
fatto costituisce un processo terribile di autonegazione.
Le caratteristiche generali di questo processo sono visibili
in qualsiasi resoconto storico del conflitto che precede una de­
terminata guerra. Non è che la popolazione di un paese deside­
ri attivamente screditare le forme di fede e di autorappresenta­
zione di un'altra popolazione, ma, piuttosto, le sue stesse cre­
denze e rappresentazioni si contrappongono a quelle dell'altra;
di conseguenza, continuando semplicemente a credere nelle
proprie interpretazioni, e a riaffermarle, contribuisce inevita­
bilmente a decostruire le creazioni dell'altra parte. Qualunque
siano le rappresentazioni che hanno finito per contrapporsi,
ciò che si è sempre contrapposto è il diritto di ciascuna popola­
zione di produrre proprie forme di autorappresentazione. Pri­
ma della prima guerra mondiale, per esempio, la Germania può
credere che la serie di trattati tra Gran Bretagna, Belgio, Fran­
cia e Russia costituisca un «accerchiamento» della Germania,
mentre questi altri paesi possono credere che sia l' «accerchia­
mento» della Francia da parte della Germania ad essere impe­
dito dai trattati; la Francia può considerare l' Alzazia-Lorena
come una parte stabile e radicata della sua identità nazionale,
temporaneamente separata da essa a Versailles, nel 187 1 , men­
tre la Germania può vedere nella bramosia con cui la Francia
guarda all'Alsazia-Lorena un ardente desiderio di possedere la
terra che ha a lungo e legittimamente fatto parte della Germa­
nia, e una pericolosa estensione della presenza francese verso il
cuore della nazione tedesca 134. Cosl, mentre riafferma la pro­
pria rappresentazione, ogni paese nega l'autenticità della rap­
presentazione del paese confinante; per entrambi, inoltre, ri­
vedere la propria concezione delle alleanze e dei diritti territo­
riali equivale a rinunciare alle proprie rappresentazioni e cre­
denze autonome. Benché tutti gli uomini siano capaci di inven­
tare, ciò che essi inventano è diverso da paese a paese, e quan­
do le invenzioni in concorrenza tra loro si scontrano, la rivela-
202 La distruzione

zione del fatto che si trattava «soltantm> di invenzioni è insop­


portabile. Non importa quanto profondamente un evento sem­
bri radicato nella vita di un paese: esso sarà comunque letto in
modo molto diverso nell'interpretazione autonoma del paese
confinante: quando in futuro la Germania Est e la Germania
Ovest si riuniranno, nessuno potrà negare che l'impulso a com­
piere questo passo è scaturito dal profondo della coscienza na­
zionale tedesca; ma nemmeno si potrà negare che tale evento,
anche se non comporterà rischi, in quanto avrà luogo entro i
confini ricostituiti della Germania, eserciterà una profonda in­
fluenza sull'identità nazionale della Francia e della Russia.
Cosl, in una contesa, ciascuna parte riafferma che le pro­
prie interpretazioni sono «reali» e che quelle dell'altra sono
<dnvenzioni» (e, per estensione, «finzioni», <(menzogne») . Nel­
l' attestare la <(realtà» delle proprie rappresentazioni, ognuna
presenterà e mostrerà alla parte avversa e, ciò che più conta, al­
la propria popolazione, tutti gli elementi di verifica di cui di­
spone. Per esempio, nel conflitto tra Iran e Stati Uniti degli
anni 1979-80, ognuno credeva profondamente non solo che le
proprie rappresentazioni fossero esatte e quelle dell'avversario
errate, ma anche che le proprie rappresentazioni fossero <(rea­
li» e quelle dell'avversario <dmmaginarie». Non capiva l'Iran
- protestavano sorpresi gli Stati Uniti - quanto era evidente
di per sé, che prendere ostaggi era sbagliato, che la garanzia
dell'immunità dell'ambasciata aveva una realtà internazionale?
Non capivano gli Stati Uniti - protestava sorpreso l'Iran -
quanto era evidente di per sé, che fornire un rifugio a un uomo
che aveva fatto del male al popolo iraniano, e che avrebbe po­
tuto farlo ancora, era sbagliato, che il danno fatto al popolo
iraniano era reale e sarebbe stato reale anche in seguito? La ri­
sposta alla domanda degli Stati Uniti fu <mo». La risposta alla
domanda dell'Iran fu <mo». Di conseguenza, ebbe luogo per
qualche tempo un conflitto tra realtà, in cui ciascuna delle due
parti cercava di mostrare all'altra quanti più segni possibile
dell'intensità, del peso, della portata - in una parola, della
fondatezza - delle proprie credenze.
Contrapponendosi, i motivi addotti a sostegno delle rispet­
tive verità tendono a moltiplicarsi: gli Stati Uniti citano il di­
ritto internazionale, richiamando l'attenzione sul fatto che tale
normativa è stata resa possibile (creata e investita di realtà)
non solo dal loro popolo, ma dai popoli di molti paesi; l'Iran, a
La struttura della guerra 203

sua volta, mostra alle telecamere di tutto il mondo l'immagine


di migliaia di iraniani che accusano lo scià; gli Stati Uniti chie­
dono che altri paesi si richiamino alle norme internazionali,
mettendo in luce il fatto che l'accordo su queste norme non è
scaduto, ma che esse (nonostante l'azione iraniana) sono tutto­
ra in vigore; a sua volta, l'Iran mostra alle stesse telecamere
non soltanto gli iraniani, ma gli americani residenti in Iran ed
altri residenti stranieri (cioè, internazionali) che, al pari dei
primi, testimoniano le colpe dello scià spodestato. Ciascuna
delle due parti chiama in causa la storia per convalidare le pro­
prie rappresentazioni: gli Stati Uniti ricordano al loro popolo il
significato del diritto d'asilo durante le rivoluzioni; l'Iran ri­
corda al suo popolo l'appoggio dato dagli Stati Uniti allo scià,
nel 1 95 1 , per giustificare i timori di un suo possibile ritorno al
potere. Nessuna delle due parti ricorda al proprio popolo quei
precedenti storici in cui l'autorappresentazione dell'avversario
potrebbe trovare una corrispondenza - la rivolta dei Boxer
non entra spesso nelle conversazioni degli americani; il dato di
fatto storico (e proclamato dai profeti) secondo cui i pii mullah
sono capaci quanto gli scià filo-occidentali di portare il dolore e
seminare il terrore tra le persone, non entra nella conversazio­
ne degli iraniani.
Soprattutto, viene continuamente chiamata in causa da en­
trambe le parti la realtà incontestabile del corpo m . Quest'uo­
mo [lo scià] sta morendo di cancro; ecco i rapporti dei medici;
forse gli iraniani non credono alla realtà del corpo? Migliaia di
persone sono state torturate dallo scià; ecco le testimonianze
dirette e i resoconti di Amnesty International, che tutti i paesi
del mondo rispettano; forse gli americani non credono alla
realtà del corpo? Le cifre danno ragione all'Iran: voi state par­
lando del dolore di un uomo; noi del dolore di migliaia di uomi­
ni. No, le cifre danno ragione agli Stati Uniti: voi state parlan­
do di norme che valgono entro i confini del vostro paese; noi
stiamo parlando di norme che valgono in tutti i paesi della co­
munità internazionale. In una prospettiva temporale, sono fa­
vorite le credenze degli americani: voi state parlando di danni
fisici inflitti nel passato; noi ci stiamo semplicemente occupan­
do di una malattia che si sta manifestando adesso. No, in una
prospettiva temporale ad essere favoriti sono gli iraniani: ecco
i corpi irrimediabilmente lesi di coloro che il regime dello scià
ha torturato, e che torturerà di nuovo se egli, o un suo sostitu-
204 La distruzione

to mandato dall'Occidente, ritornerà. Mentre cerca di dimo­


strare la fondatezza della propria rappresentazione, ciascuna
parte cerca anche di svalutare quella dell'altra. Se la storia del
regime dello scià in Iran e della responsabilità degli Stati Uniti
in quella storia non trova posto nell' autorappresentazione de­
gli Stati Uniti, allora le norme internazionali che proteggono il
potere di autorappresentazione degli Stati Uniti devono essere
destituite di ogni realtà: gli ostaggi vengono presi in Iran. Di
conseguenza, se in Iran le norme internazionali non hanno
realtà (la qualità di un'autorità cogente), allora l'Iran deve es­
sere privato di realtà: il congelamento dei beni iraniani e l'im­
prigionamento degli studenti iraniani in visita è un modo per
dire che, da quel momento, il denaro e i cittadini iraniani ver­
ranno provvisoriamente privati di realtà entro i confini degli
Stati Uniti. Eventi fondamentali sono lasciati alla capacità di
comprensione autonoma di ciascuna parte: soprattutto, gli
ostaggi «appartengono» a ciascuna parte. Per gli Stati Uniti, si
tratta di cittadini americani maltrattati in Iran. Per gli irania­
ni, si tratta di iraniani vicari: cioè, di americani residenti in
Iran della cui sofferenza gli Stati Uniti dovranno occuparsi e
che richiameranno indirettamente l'attenzione sulle sofferen­
ze, altrimenti ignorate, degli iraniani torturati sotto lo scià.
Cosl, negli Stati Uniti, tutti i giorni, a mezzogiorno, le campa­
ne delle chiese suonano per commemorare gli ostaggi americani
lontani; e l'Ayatollah Khomeini offre un messaggio natalizio di
un'intera pagina sul «New York Times», osservando che il suo­
no di quelle campane di chiesa commemora tutti quegli irania­
ni che hanno sofferto sotto il regime precedente. La gara a chi
produce migliori rappresentazioni continua.
Questa controversia non ha condotto alla guerra, perché
ciascuna delle due parti è riuscita a dimostrare la fondatezza
delle proprie interpretazioni mentre acquistavano gradualmen­
te credito anche quelle della parte avversa 136. Tuttavia, nei pri­
mi giorni di tensione, molti americani hanno confessato di es­
sere pronti a parteciparvi, persino di desiderarlo. Cosa c'è alla
base del sentimento per cui si desidera partecipare alla guerra?
Ricorrere alla psicologia e alla ricerca di motivazioni, in parti­
colare a termini come «aggressività» od «orgoglio», non aiuta a
trovare una risposta, ma introduce soltanto una terminologia
alternativa che ripropone la medesima domanda. Il momento e
il contesto in cui tali sentimenti si manifestano, in questa e in
La struttura della guerra 205

altre controversie internazionali, indica che quando il sistema


di fiducia in se stessa di una nazione ha come unica fonte con­
vincente di convalida l'esistenza materiale dei corpi di coloro
che hanno fiducia in se stessi (i patrioti) m e l'intensità del sen­
timento che dimora in quei corpi, allora scaturiscono i senti­
menti bellicosi. In altri termini, quando un paese è diventato
una realtà fittizia per il suo popolo, allora comincia la guerra, per
quanto grande sia l'amore del popolo per tale realtà fittizia.
Per comprendere questo fatto, è decisivo comprendere la
differenza di status antologico del termine «paese» nelle
espressioni «nutrire un ardente desiderio per il proprio paese»
e «uccidere per il proprio paese», allo scopo di mettere in luce
il fatto che l'oggetto, nella prima espressione, possiede una
realtà oggettiva indipendente dallo stato intenzionale che non
ha nella seconda espressione. Se si è lontani dal proprio paese e
si ha nostalgia dell'Irlanda o si desidera Israele, l'Irlanda e
Israele hanno un'esistenza indipendente dal desiderio (per
quanto possano venire profondamente modificati - esaltati o
sminuiti - dall'immagine che il cittadino ha di loro) . Ma i due
paesi non hanno un'esistenza indipendente quando si muore
per l'Irlanda o si uccide per Israele: se l'Irlanda «per cui si
muore» esistesse, un'Irlanda indipendente dal dominio inglese,
non si morirebbe; se l'Israele «per cui si uccide» esistesse, un
Israele protetto da confini accettabili per il suo popolo e per i
popoli dei paesi limitrofi, non si ucciderebbe. Se la Gran Bre­
tagna per cui si muore esistesse, un paese il cui territorio inclu­
desse le isole Falkland, non si morirebbe. Se la Germania per
cui si uccide esistesse, una Germania con una popolazione aria­
na omogenea, una Germania riconosciuta a livello internazio­
nale como lo stato dominante in Europa, una Germania che
avesse superato l'umiliazione provata in una guerra preceden­
te, non si ucciderebbe. Se la democrazia per cui si muore esi­
stesse in un mondo sicuro per la democrazia, non si morirebbe
per costruire un mondo sicuro per la democrazia. Se il paese
per cui si uccide esistesse in un mondo in cui ci fosse un modo
per porre termine alle guerre, non si ucciderebbe per fare una
guerra che ponga termine a tutte le guerre. Proprio quando
l'oggetto non esiste, o quando si intuisce che sta per cessare di
esistere, diventa necessario alterare la realtà corporea (ciò che,
nella morte e nell'uccisione, si dice di fare in nome di quell'og­
getto); si ritiene che l'oggetto emani da questo atto. La Russia
206 La distru:cione

per cui «si sente nostalgia» esiste; lo Zimbabwe per cui «si pa­
gano le tasse» esiste; gli Stati Uniti <<per cui si muore» nel
1861, una nazione geograficamente e moralmente unificata,
non esistono; il ragazzo del Nord uccide perché non esistono;
egli li fa esistere con i suoi atti, che producono l'oggetto; allo
stesso modo, il paese per cui muore il ragazzo del Sud, separato
dal Nord e autonomo, non esiste, ed egli lo fa esistere con la
sua morte. In questa come in ogni altra guerra, la gara in cui ci
si colpisce reciprocamente è una gara per vedere quale dei pae­
si non ancora esistenti verrà prodotto come risultato.
Cosl, il processo di privazione di realtà, nella controversia
che conduce alla guerra, prosegue in essa e da essa viene capo­
volto. Da un lato, l'opera incessante con cui le interpretazioni
culturali concorrenti vengono private di realtà, si intensifica
nel momento in cui ogni popolo lotta attivamente per elimina­
re le credenze dell'altro che hanno finito per contrapporsi alle
proprie: non è eliminando, privando di realtà o annientando
l'avversario che si potrà salvare la propria identità nazionale,
ma vincendo da soli la gara e conquistando, con la designazio­
ne di vincitori il diritto di legittimare le proprie interpretazio­
ni. In questo modo, la prima funzione del danno fisico inflitto
al nemico (l'istituzione delle categorie di vincitore e di sconfit­
to, quella che può essere sostituita con ogni altra attività agoni­
stica) costituisce il proseguimento del processo di privazione di
realtà della controversia. Ma il danneggiamento del nemico
(nella sua seconda funzione) è un capovolgimento della contro­
versia, perché le ferite costituiscono la base materiale fonda­
mentale degli obiettivi del vincitore, in quanto assegnano loro
l'attributo corporeo della realtà nel tempo a disposizione di en­
trambe le popolazioni per accettarli, legittimarli, renderli reali.
Nei primi momenti, giorni e settimane che segnano la fine
della guerra, le realtà fittizie contrapposte (sia quelle della par­
te sconfitta, che ora è ufficialmente priva di realtà, sia quelle
della parte vincitrice, che viene riconosciuta d'ora in avanti co­
me reale) hanno persino meno realtà di quanta ne avessero pri­
ma che la guerra avesse inizio; inoltre, l'improvvisa, e recisa,
affermazione: «Ora una di queste costellazioni di credenze
verrà riconosciuta come vera», sarebbe un'assurdità (come si è
visto in precedenza, quando si immaginava che questa affer­
mazione venisse fatta alla fine di una delle gare pacifiche) se
qualcosa non le conferisse una qualità cogente, non soltanto ri-
La struttura della guerra 207

chiamando alla memoria lo svolgersi indiscutibile di un proces­


so risolutivo, ma attribuendo anche al risultato le caratteristi­
che di «realtà cogente» e «fatticità indiscutibile» 138. Cosl, le al­
terazioni fisiche continue e inusuali che avvengono durante la
guerra, sono racchiuse, da una parte e dall'altra, all'inizio della
guerra come alla fine, entro una cornice di definizioni prive di
fondamento e di realtà: questa mancanza di realtà delle inter­
pretazioni esteriori si impadronisce anche del contenuto in­
trinseco alla guerra; la relazione tra interno ed esterno è la stes­
sa che, per esempio, esiste in forma molto semplificata nei giu­
ramenti visti in precedenza, tra gli estremi giustapposti della
materialità del corpo e delle mere asserzioni verbali.

L'infondatezza linguistica intrinseca alla guerra

Benché qui la questione importante sia l'infondatezza delle


definizioni esteriori che fanno da cornice alla guerra, non si do­
vrebbe dimenticare che tutte le forme di linguaggio intrinseche
alla guerra manifestano tendenzialmente la stessa infondatez­
za. Sulla completa mancanza di realtà semantica del linguaggio
della guerra, sulla presenza di finzioni o, più drasticamente, di
«menzogne», ci siamo soffermati spesso. La strategia, per ini­
ziare con una delle più importanti forme linguistiche tipiche
della guerra, non comporta semplicemente delle menzogne, ma
è fondamentalmente e principalmente un atto che consiste nel
mentire - l'obiettivo di ogni progetto strategico è nascondere
attivamente il significato delle proprie azioni all'avversario,
come riassume in modo conciso e persuasivo Stonewall Jack­
son: «Confondere. Ingannare. Sorprendere». Il nemico deve
credere che si stia dicendo la verità mentre si sta mentendo e,
fatto ugualmente importante, deve credere che si stia menten­
do mentre si sta dicendo la verità 139. La strategia, o linguaggio
militare, è un fenomeno ampio, composto da molti fatti più
circoscritti, molti dei quali vengono chiamati con nomi che de­
notano la funzione specifica di occultare il significato. Il lin­
guaggio in codice, per esempio, è il tentativo di rendere il signi­
ficato imperscrutabile, o, almeno, di confonderlo in serie com­
poste da segni disposti a caso, perché l'avversario sprechi le
sue energie in lunghi ed inutili sforzi di interpretazione. Nel
camuffamento, il principio della menzogna viene trasferito nel-
208 La distruzione

l'atto di fornire un'immagine corporea di sé mediante il tipo di


abbigliamento, di rifugio e altre strutture: voi vi mimetizzate
perché il nemico deve credere che non ci siete quando ci siete;
oppure deve credere di avervi visto provenire da est mentre
voi stavate venendo da ovest. Il camuffamento funziona anche
nel linguaggio: i carri armati, come sottolinea Liddell Hart, fu­
rono chiamati in origine tanks (serbatoi) per camuffarli verbal­
mente da «cisterne» fino alla loro prima utilizzazione nella pri­
ma guerra mondiale (Cosa sono tutti quegli affari? Serba­
toi) 14°. Anche il nome bluff rende visibile la centralità della
finzione linguistica. Nell'attacco a sorpresa o inaspettato, l'av­
versario deve percepire il vostro potere diretto su di lui come
molto meno o molto più distante di quanto non lo sia in realtà;
al contrario, nell'attacco previsto (quando una delle parti pro­
voca la resa dell'altra senza che abbia luogo una battaglia) ,
spesso l'avversario è indotto a credere che la vostra capacità di
colpirlo sia molto più grande o molto più vicina di quanto non
lo sia in realtà. Il ruolo decisivo dell' <(astuzia» e del <(raggiro»
nella strategia militare è riconosciuto in ogni parte di Della
guerra, di Clausewitz 141. Napoleone, d'altra parte, ha definito
l'interruzione delle linee di comunicazione del nemico come il
singolo atto più importante per il conseguimento della vittoria.
Cosl, all'interno della guerra stessa, la realtà indiscutibil­
mente fisica delle ferite crescenti ha come equivalente verbale
la crescente mancanza di realtà del linguaggio. Questi due
aspetti - il contenuto fisico autentico e il contenuto verbale
inautentico - sono cosl immancabilmente equivalenti da esse­
re stati spesso considerati quasi come sinonimi. Machiavelli as­
sociava continuamente <(forza e inganno», come se fossero
pressoché indistinguibili 142; e Schopenhauer diceva <(violenza
e menzogne», come se fossero termini irlseparabili 143. Pertan­
to, il fatto che l'uno sia provocato dall'altra, che il danno fisico
richieda la strategia, che il ferimento richieda la menzogna,
non deve suscitare meraviglia. Ma la dissoluzione del linguag­
gio è presente anche all'irlterno di altri ambiti linguistici: pri­
mo, le alleanze basate su accordi verbali; secondo, i resoconti
orali della storia degli avvenimenti bellici; terzo, le conversa­
zioni quotidiane dei partecipanti. È cosl frequente che lo scop­
pio della guerra sia accompagnato da trattati segreti - allean­
ze tra i governi di due paesi ignote alle popolazioni di quei pae­
si, oppure ignote al governo e alla popolazione di un terzo pae-
La struttura della guerra 209

se - che la maggior parte dei piani di pace ha dovuto include­


re tra le clausole principali la loro proibizione. Il trattato di
Kant sul governo internazionale, Per la pace perpetua, si apre
con l'Articolo l, la clausola secondo cui i trattati non devono
includere alcuna condizione segreta; il piano di pace di Ben­
tham proibiva la diplomazia segreta; i Quattordici Punti che
precedettero la Società delle Nazioni esigevano la proibizione
dei trattati segreti 144• Clausole simili esistono negli accordi re­
datti dalla Società fabiana, dalla Lega per la pace nel «Victory
Program», dall'Union of Democratic Contrai inglese e dal Co­
mitato contro la guerra olandese 145. Anche gli autori di accordi
come il Trattato che vieta gli esperimenti nucleari hanno dovu­
to contemplare la possibilità che l'accordo fosse segretamente
violato, tanto da ritenere necessario l'inserimento di una clau­
sola che precluda questa possibilità, una clausola «di sicurez­
za», che stabilisce i modi per accertare che le affermazioni di
un paese sulla consistenza dei propri arsenali siano fondate 146.
Il fatto che tutti questi accordi finalizzati ad aumentare al mas­
simo la possibilità di conseguire la pace, vietino con tanta insi­
stenza di «segreti», la «dissimulazione degli obiettivi», le «fin­
zioni» e le «menzogne», indica quanto sia fondamentale in
guerra adottare tali pratiche.
Se la falsità diventa un'importante caratteristica linguistica
che viene prima dei danni fisici (il linguaggio strumentale della
strategia e dell'alleanza che provocherà il danno), allo stesso
modo diventa una caratteristica importante del linguaggio che
segue l'attività bellica, il linguaggio che riferisce gli avveni­
menti che si sono susseguiti quel dato giorno. Il fatto consueto
della discrepanza tra la pura e semplice fatticità dei corpi privi
di vita e la falsità del «conto delle vittime» è diventato familia­
re in seguito a tutte le guerre recenti. Analogamente, le analisi
del risultato e l'importanza di un combattimento particolare ri­
mangono spesso in ombra: benché Stalingrado sia stata subito
riconosciuta come un punto di svolta nella seconda guerra
mondiale, la deliberata falsificazione operata da entrambe le
parti è stata cosl profonda da impedire per qualche tempo
qualsiasi analisi coerente 147; allo stesso modo, discutere del ri­
sultato della battaglia di Midway è stato per un po' quasi come
un atto di tradimento agli occhi di chiunque facesse parte della
marina giapponese 148; la resa della flotta italiana, nel luogo e
nel momento decisi dalle autorità navali italiane, è stata mitiz-
210 La distruzione

zata dagli alleati, i quali hanno dichiarato che fu direttamente


provocata dalle loro trasmissioni radio 149; la sorte delle truppe
britanniche a Dunkerque è stata analizzata fino agli anni '70
dando per scontato che fosse appropriato e conforme alla tra­
dizione interpretare l'atto di fuggire dall'avversario come eroi­
smo militare 150; il combattimento casa per casa dell'esercito di
Eisenhower per tutta la valle della Ruhr, alla fine della seconda
guerra mondiale, ripetutamente citato dagli Stati Uniti come
un esempio di brillante strategia, fu visto come un incompren­
sibile rallentamento tanto da un allarmato comando militare
inglese, quanto da un compiaciuto comando militare tede­
sco 151. Di conseguenza, in ogni battaglia, campagna o guerra,
si possono perdere più uomini di quanto risulti dai documenti;
una situazione di equilibrio, persino una ritirata, può essere ri­
cordata come una vittoria; una «sconfitta» può essere reinter­
pretata come una «tattica diversiva» 152; infine, una «tesa in­
condizionata» può essere ridefinita «tesa onorevole» 153. Allo
stesso modo è possibile che la natura di ogni specifico combat­
timento venga rappresentata erroneamente; come è possibile
che siano adottate modalità generiche di spiegazione o inter­
pretazione storic11 che sono false: per esempio, il paradigma del
<�grand'uomo» della storia militare, diffuso durante le guerre
napoleoniche del diciannovesimo secolo e non del tutto assente
nel ventesimo secolo, è stato descritto nei dettagli da Tolstoj,
nei suoi scritti sulla guerra 154, come una finzione sistematica.
Queste tre categorie linguistiche - strategia, alleanza, sto­
ria - possono far pensare erroneamente che l'infondatezza sia
esclusivamente una caratteristica del linguaggio burocratico;
ma la dissoluzione si diffonde in tutte le direzioni e penetra
nella vita quotidiana dei civili che sono rimasti a casa e dei sol­
dati al fronte. Freud, nelle Considerazioni sulla guerra e la mor­
te, parla del «totale collasso» in cui cadono coloro che sono ri­
masti a casa, e lo attribuisce in parte a un improvviso cedimen­
to alle menzogne 1 55. Analogamente, il soldato comune - come
nel ritratto fornito in Memoirs of War da Mare Bloch - vive
ogni giorno tra ferite ben definite e un significato indefinibile.
Non sono certo i frammenti di linguaggio, ma è ogni suono,
ogni rumore, ad avere al tempo stesso delle caratteristiche pre­
cise e un significato totalmente inafferrabile: l'innocente <�tic­
chettio delle gocce di pioggia sulle foglie» può essere invece «il
susseguirsi ritmato di passi distanti»; il «fruscio metallico delle
La struttura della guerra 211

foglie secche che cadono sul tappeto di foglie morte nel bosco»
viene scambiato continuamente per il «clic di un caricatore au­
tomatico che viene inserito in un fucile tedesco a retrocari­
ca» 156. Mentre il soldato osserva l'incontestabile foro di una
pallottola sulla sua borraccia, un colonnello gli passa accanto
annunciando una vittoria francese; il soldato si sente venir me­
no dalla gioia; soltanto più tardi si rende conto che le parole
che ha udito non hanno la stessa sostanza del dolore che sente
nel braccio, si rende conto che in quel momento, in realtà, non
conosceva la distanza o la posizione dei soldati tedeschi, la cui
presunta assenza lo aveva fatto tanto gioire 157. Il linguaggio si
separa sempre più dalla sostanza materiale e, come sostiene
Bloch in Les Fausses Nouvelles de la Guerre, affermazioni infon­
date, falsi resoconti, notizie incontrollate ed eventi immagina­
ri cominciano ad entrare nei discorsi dei soldati, in particolare
quando piccoli gruppi di uomini in movimento ne incrociano
altri con cui scambiano frettolosamente qualche parola 158. Co­
me il linguaggio della strategia, dell'alleanza e della storia, cosl
il linguaggio della conversazione quotidiana non è necessaria­
mente falso; infatti, ciò che esso vuole esprimere è più chiaro
del linguaggio stesso: ogni frase che si ascolti offre infinite pos­
sibilità; ogni espressione verbale possiede sempre la duplicità
esplosiva che le conferisce il fatto di essere al tempo stesso
molto probabilmente vera e molto probabilmente falsa - e,
naturalmente, ci saranno molti momenti in cui l'esattezza della
supposizione circa la sua verità o la sua falsità determinerà la
vita o la morte.
Se la fluidità del linguaggio tipico della guerra venisse ana­
lizzata non dal punto di vista di chi parla - come avviene im­
plicitamente nelle categorie, qui utilizzate, di strategia, allean­
za, storia e conversazione quotidiana - ma invece dal punto
di vista del contenuto, o dell'argomento, l'elenco dei punti in
questione sarebbe molto lungo. Finirebbero per non essere
rappresentati, o per essere rappresentati erroneamente, aspetti
come le ragioni degli individui, dei governi, degli eserciti, la
direzione e la posizione di migliaia di uomini, il luogo e la por­
tata del proprio potere di infliggere danni fisici (i sottomarini
scendono al di sotto della superficie visibile dell'acqua, i carri
armati imitano l'innocua pesantezza delle cisterne, i fucili si
ramificano come frasche, e i missili si librano in volo verso
luoghi segreti, come uccelli portati dal vento), l'ordine con cui
2 12 La distruzione

si susseguono gli eventi nelle battaglie, il destino dei corpi di


innumerevoli soldati. Ma, tra tutti i modi in cui un contenuto
semantico può dissolversi, fondamentale è quello visto all'ini­
zio di questo capitolo: l'evacuazione delle ferite stesse da ogni
sfera linguistica, si tratti della sfera della strategia, della storia
o della conversazione. L'assoluta infondatezza del linguaggio
della guerra è soprattutto visibile nella sua separazione da
quello che (l'alterazione delle mani, del cuore, dei polmoni,
del cervello) , in mezzo a tanta falsità, non solo è il fenomeno
indiscutibilmente e invariabilmente reale, ma anche quello a
cui, con ripetitività ossessiva e accanita, viene conferita realtà
centinaia di volte al giorno, giorno dopo giorno. Il trasferi­
mento finale degli attributi delle ferite alla realtà fittizia costi­
tuita dal paese vittorioso richiede come atto preliminare la se­
parazione di tali attributi dall'origine, un atto di separazione e
di disconoscimento la cui responsabilità è molto ampia, forse
collettiva.
Di primaria importanza, per l'analisi che stiamo conducen­
do qui, è la mancanza di fondamento delle questioni linguisti­
che che fanno da cornice alla guerra, e il rapporto tra questa cor­
nice linguistica priva di fondamenti e il contenuto inesorabil­
mente fisico della modificazione corporea che caratterizza la
guerra. Ma è importante anche riconoscere e cercare di com­
prendere il rapporto che esiste tra la mancanza di fondamento
di tali questioni e la dissoluzione della coerenza e del significa­
to delle parole intrinseche alla guerra. Il linguaggio della guerra
aspira alla condizione di linguaggio capace di dar senso alla
guerra. Può essere che le finzioni che caratterizzano la guerra
vengano interpretate - come tradizionalmente avviene - co­
me appartenenti all'ambito della causa e del bisogno immedia­
ti: qualcuno (uno stratega) decostruisce i corpi degli avversari
separandoli innanzitutto dalla comunità di uomini in cui le pa­
role hanno un significato uguale per tutti; qualcun altro (un ca­
po di governo) rappresenta in modo errato gli eventi che sono
occorsi sul campo di battaglia, perché per assicurare la parteci­
pazione costante della popolazione è necessario impedire che
essa abbia una comprensione di ciò che accade; un altro ancora
(un soldato) ripete un racconto completamente inventato di
atrocità perpetrate dal nemico, oppure cerca invano di ripetere
un racconto completamente vero di tali atrocità, perché ora
egli sta attraversando, con il fucile in mano, un territorio svuo-
La struttura della guerra 213

tato di ogni possibilità di espressione linguistica. Ma per quan­


to sia esatto analizzare questi eventi dal punto di vista delle lo­
ro cause locali, tutti dovrebbero anche venire inseriti nel fatto
globale della guerra, all'interno della struttura predominante
costituita dalla guerra.
La guerra è un fenomeno schiacciante, un'immensa strut­
tura che ha la funzione di de-realizzare le costruzioni culturali
e, contemporaneamente, di ricostituirle. Lo scopo della guerra
è pervenire a un risultato che stabilisca a quale delle due co­
struzioni culturali in competizione le due parti consentiranno
di diventare reale, quale delle due (dopo la guerra) dominerà
nello spazio comune in cui (prima della guerra) esse si scontra­
vano. Pertanto, dichiarare la guerra equivale a dichiarare che
la «realtà» è ora ufficialmente «a disposizione del miglior offe­
rente», pronta per essere non solo sospesa, ma sistematicamen­
te decostruita, una decostruzione che entrambe le parti con­
durranno fino al punto in cui quella dichiarata perdente avrà
meno difficoltà a ricostruire un'immagine di sé «priva» degli
aspetti contesi della propria identità di quante non ne avesse
immediatamente prima della guerra. Benché le menzogne, le
finzioni, le falsificazioni connaturate alla guerra siano da attri­
buirsi in ogni caso specifico a tipi particolari di parlanti (fun­
zionari statali, giornalisti, generali, soldati, operai), tutti insie­
me rendono oggettivo ed estendono il fatto formale della guer­
ra, la sospensione della realtà delle interpretazioni, il ritrarsi si­
stematico di tutte le forme innocue di materia dagli artefatti
della civiltà e, contemporaneamente, l'estrazione della materia
ultima, la fonte ultima di convalida, l'estrazione della base fisi­
ca della realtà dal suo luogo imperscrutabile nascosto nel cor­
po, e il suo trasferimento alla luce del giorno, l'atto di mettere
a disposizione il metallo prezioso della conferma, il contenuto
interiore dei corpi, dei polmoni, delle arterie, del sangue, dei
cervelli dell'uomo, il filone principale che andrà alla fine a d­
congiungersi all'obiettivo vincente, al quale conferirà la sua es­
senza, la sua realtà cogente, dolorosa, finché non esisteranno
forme innocue di convalida.

Nella guerra, quindi, il danneggiamento fisico del nemico


esplica due funzioni distinte: in primo luogo, serve come base
per una competizione, uno strumento che non fornisce alcun
vantaggio rispetto ad altri per ciò che riguarda la designazione
2 14 La distruzione

di un vincitore e di un perdente; in secondo luogo, costituisce


una fonte di convalida per gli obiettivi dichiarati vincenti in
seguito all'esplicarsi della prima funzione. Poiché queste due
funzioni profondamente differenti sono contenute in un unico
atto, sono di solito indistinguibili: al massimo, si percepisce il
ferimento come ciò che esplica la prima funzione, quella che
serve a designare un vincitore; inoltre, talvolta, l'instabilità del
referente che caratterizza la seconda funzione, provoca anche
la scomparsa retroattiva della prima. Di conseguenza, la ferita
finisce per essere considerata <�priva di funzione», come in tut­
te quelle analisi che la definiscono un inutile «sottoprodotto» o
un «risultato fortuito» della guerra. Soltanto quando alle due
diverse funzioni vengono letteralmente assegnati spazi separa­
ti - come nella Germania di Hitler, quando il danneggiamen­
to fisico inteso come competizione poteva essere considerato
come qualcosa che aveva luogo nello spazio esterno del con­
fronto con i paesi alleati, e il danneggiamento fisico inteso co­
me convalida come qualcosa che aveva luogo nello spazio inter­
no dei campi di concentramento - la struttura della guerra si
manifesta. Questo doppio spazio non è una caratteristica limi­
tata alla Germanja (le guerre in Medio Oriente, in Vietnam e
in Corea, per esempio, comprendono talvolta uno spazio ester­
no, dove si combatte, e uno spazio interno, dove si torturano i
soldati fatti prigionieri); inoltre, ciò che più importa, anche
quando le due cose si verificano nell'unico spazio del conflitto
esterno, ci sarà sempre un «secondo uso» molto simile (anche
se non identico 159) del corpo umano. In altri termini, le vittime
complessive della seconda guerra mondiale - i corpi feriti e
uccisi dei soldati e dei civili alleati, dei soldati e dei civili del­
l' Asse, e dei civili neutrali - favoriscono la «funzione di rievo­
cazione» (oggettivando il processo che ha avuto luogo) o la
«funzione del come se» (attestando la realtà degli obiettivi non
ancora realizzati dei vincitori) e lo stesso sarebbe accaduto sia
in caso di vittoria delle potenze alleate, come effettivamente è
stato, sia in caso di vittoria delle potenze dell'Asse. Questo
non significa affatto che gli obiettivi siano gli stessi da una par­
te e dall'altra; infatti, può imporsi, come è avvenuto, una ma­
nifestazione della giustizia che li pone su piani diversi; ma si­
gnifica invece che lo stesso processo di convalida, la funzione
collettiva svolta dai corpi feriti o uccisi nello spazio esterno del
conflitto, è indipendente da ciò che convalida, è lo stesso sia
La struttura della guerra 2 15

che convalidi un'interpretazione permeata di bellezza e di giu­


stizia sia che ne convalidi una con le caratteristiche opposte.
Se il Sud, in America, avesse vinto la Guerra Civile, ciò che
avrebbe convalidato sarebbe stato completamente differente
da ciò che, con la vittoria del Nord, fu invece convalidato; ma
il contributo della guerra al processo di convalida sarebbe stato
identico in entrambi i casi. Cosl, per esempio, la rivoluzione
americana convalidò il diritto di secessione; la guerra civile
americana convalidò il diritto dell'Unione di impedire la seces­
stone.
Il fondersi delle due funzioni aumenta la nostra confusione
intorno all'atto di ferire e di uccidere e al ruolo che assegniamo
ad esso. Se si volessero separare le due funzioni e sostituirle
con forme più stilizzate e razionalizzate, accorrerebbero due
diversi tipi di sostituti. In primo luogo, si dovrebbe elaborare
un modo relativamente innocuo di arrivare a un vincitore e a
un perdente, un modo al tempo stesso capace di durare e com­
plicato - basato indifferentemente su una particolare inclina­
zione o sulla sorte. Esso non può comunque consistere nel lan­
cio di una moneta, benché possa verosimilmente attuarsi in un
procedimento straordinariamente lungo e complesso in cui
vengono ideate e coniate delle monete, a cui viene attribuito
un valore, e che infine vengono lanciate in aria in gran quanti­
tà - ciò che darebbe luogo a complicate combinazioni mate­
matiche - un procedimento tale da richiedere costantemente
un'attenzione tanto profonda quanto quella alla fine richiesta
dal riorientamento fittizio attuato dal perdente. In secondo
luogo, con l'avvicinarsi della settimana in cui si verificheranno
i confronti finali e decisivi, i popoli dei paesi contendenti e
quelli dei paesi comunque influenzati dal risultato, non solo
dovrebbero mostrare o creare segni concordati che oggettivino
il fatto che si è svolta una competizione (la componente della
«rievocazione» presente nella funzione di convalida), ma do­
vrebbero anche (in conformità alla componente del «come se»
presente nella funzione di convalida) provvedere ad una siste­
mazione preventiva suddividendosi in ampi gruppi nei rispetti­
vi paesi; alla fine, masse di individui solleverebbero ciascuno,
o si limiterebbero a tenere ben stretti, un organo o i visceri di
un animale, a conferma dell'idea della vittoria e dell'obiettivo
che la vittoria doveva provocare e che sarà d'ora in poi «reale».
La seconda forma di sostituzione (benché inserita qui sol-
216 La distruzione

tanto a scopo di chiarimento strutturale) non può che incutere


orrore: il fatto di raffigurare noi stessi impegnati in un rituale
cosl atavico, cosl primitivo, susciterebbe indubbiamente un
senso di vergogna universalmente condiviso. Tuttavia, per
quanto primitivo possa essere un simile sostituto, dando l'im­
pressione di farci retrocedere di migliaia di anni, costituirebbe
un grande progresso verso le forme di convalida innocue e fa­
miliari del mondo civile rispetto al processo di produzione di
realtà fittizie su cui ora si fa assegnamento nella guerra. In altri
termini, in quasi tutte le situazioni della creazione umana, l'o­
pera di convalida, compiuta in origine dall'interno del corpo
umano, è passata attraverso innumerevoli fasi di trasformazio­
ne, ma la prima fase, il primo passo, è stata la sostituzione del
corpo umano con un corpo di animale. La guerra è una delle
poche strutture, fra quelle che determinano la privazione di
realtà e la ricostituzione delle interpretazioni, in cui questa pri­
ma forma di sostituzione non è mai stata presente. Pertanto,
alla voce che dall'intimo protesta per il fatto che il rituale im­
maginato ci riporta indietro di migliaia di anni, occorre ricor­
dare che la guerra ci riporta ancora più indietro.

Tortura e guerra: una differenza

Insomma, la guerra, come la tortura, è (nella sua seconda


funzione) una struttura mediante cui le caratteristiche del cor­
po leso sono connesse a costruzioni linguistiche prive di fonda­
mento: quello che all'interno della tortura accade tra due perso­
ne - il corpo di un prigioniero privato della sua voce e le co­
struzioni verbali del torturatore che effettua l'interrogatorio,
egli stesso privo di realtà corporea per effetto della sua imper­
meabilità al dolore - è un fenomeno di trasferimento che in
guerra si manifesta su vasta scala, tra il complesso delle vittime
e il complesso delle interpretazioni collettive. Si tratta di strut­
ture analoghe. Come la tortura, la guerra pretende di appro­
priarsi degli attributi del dolore, mentre disconosce il dolore
stesso. Tuttavia, esiste un'elemento decisivo che distingue la
funzione di convalida nei due casi e che spiega in parte il moti­
vo per cui la guerra ha un'ambiguità morale che la tortura sem­
plicemente non ha.
Prima di occuparci di questo elemento di differenziazione,
La struttura della guerra 217

è utile ricordare che la differenza tra la tortura e la guerra vie­


ne ovviamente alla luce al di fuori della terminologia particola­
re e dell'analisi strutturale che abbiamo condotto qui. Benché
non sia mai esistita un'argomentazione intelligente a favore
della tortura (e una simile argomentazione costituisce un'im­
possibilità concettuale 160), ne esistono molte a favore della
guerra. Tali argomentazioni ricadono almeno in tre categorie.
In primo luogo, la «difesa» è ritenuta un motivo legittimo per
entrare in guerra quando il proprio paese è attaccato: una lun­
ga tradizione filosofica identifica la base autentica della legitti­
mità politica con la capacità di servirsi solo delle proprie forze,
di difendersi da sé 161; questo principio è stato esplicitamente
accolto, per esempio, dagli artefici della costituzione america­
na, e permea i Federalist Papers 162• Comunque, anche se con il
termine «guerra» si intende non una risposta ma un'iniziativa
- non l'organizzazione della propria difesa, ma anche un at­
tacco vero e proprio - almeno altre due categorie di argomen­
tazioni non sono del tutto non convincenti, sebbene mai del
tutto convincenti. La prima si serve tendenzialmente del lin­
guaggio psicologico, benché la psicologia impiegata sia qualche
volta quella dell'individuo, qualche volta quella della classe e
qualche volta quella della nazione. Mentre si sviluppa passan­
do attraverso queste sfere, la validità dell'argomentazione psi­
cologica diventa sempre più difficile da accertare - da soste­
nere o da negare. Di conseguenza, coloro che si rifiutano di an­
dare in guerra possono essere definiti dai sostenitori della
guerra come motivati da «codardia». A questo livello indivi­
duale, l'argomentazione sembra soprattutto un'accusa arbitra­
ria. Non è molto convincente perché è chiaro che rifiutarsi di
partecipare alla guerra può richiedere tanto coraggio quanto
parteciparvi: quelli che partivano per il Vietnam e quelli che
restavano a casa per protesta conferivano validità a due diffe­
renti concezioni della nazione, e usavano due diverse forme di
convalida. Tuttavia, una volta che il quadro muti e si passi alla
classe, la stessa argomentazione assume una forma molto più
interessante e potenzialmente convincente. Il saggio di Cari
Schmitt del 1 928 Il concetto di «politico», contiene un'analisi
dell'impulso pacifista come privilegio di classe: egli attribuisce
ad Hegel l'uso del termine bourgeois come sinonimo di «pacifi­
sta»; un borghese è «un uomo che non vuole abbandonare la
sfera del privato, politicamente non rischiosa», un uomo con-
218 La distruzione

vinto che la proprietà lo esoneri dal partecipare a conflitti che


avranno luogo nonostante la sua assenza 163. L'argomentazione
psicologica, inaccettabile se riferita all'individuo, meno inac­
cettabile se riferita alla classe 164, è forse ancor meno inaccetta­
bile se riferita alla nazione (nel qual caso tende ad essere evita­
ta, piuttosto che contestata, dagli avversari) . La struttura
esplicativa che il termine «scandinavizzazione» implica è tale
per cui caratteristiche nazionali desiderabili, come la <meutrali­
tà» e il «pacifismo» sono lette come i «segni» delle caratteristi­
che nazionali negative cui si presume si accompagnino: la deca­
denza, la fine della fiducia in sé, lo svuotarsi dell'idea di nazio­
nalità, la rinuncia a partecipare ai conflitti e alla rigenerazione
nazionale da parte dei possidenti.
Entrambe le importanti categorie di argomentazioni fin
qui esaminate concordano implicitamente sul fatto che la guer­
ra è un processo che genera realtà fittizie, oppure un processo
che conferisce realtà alle interpretazioni (anche se non tengono
in alcun conto che si tratta della forma più atavica di creazio­
ne) . In altri termini, l'argomentazione della difesa, l'equazione
della «legittimità» o «sovranità» politica con la capacità di ser­
virsi solo delle proprie forze, può essere riformulata come la
capacità di un popolo di conferire realtà - prima «inventando­
le» e poi «attribuendo loro realtà» - alle proprie credenze, alla
propria identità territoriale e ideologica. Analogamente, poi­
ché l'argomentazione psicologica parte dalla «codardia» del­
l'individuo per arrivare, passando attraverso la rinuncia come
espressione di un privilegio di classe, allo «svuotamento» della
nazione, diventa chiaro che ciò che viene messo in discussione
fin dal principio è la capacità di rigenerazione autonoma, che
in questione non sono tanto gli attributi «morali» quanto gli at­
tributi che la «creazione» richiede. Tocqueville, per esempio,
sosteneva che la creatività intellettuale di un popolo e la sua di­
sponibilità a partecipare alla guerra sono correlate: il rifiuto
della guerra o della rivoluzione determinato dall'uguaglianza
delle condizioni si associa al rifiuto di qualunque rivoluzione
nelle idee e al soffocamento del genio individuale; o il genio
non emergerà entro i confini in cui quel popolo vive o, se emer­
gerà, non verrà riconosciuto 165. Analogamente, è stato spesso
osservato che la creazione artistica si associa a un profondo in­
teresse per le questioni militari, sia nella sfera del singolo arti­
sta (Leonardo da Vinci è l'esempio più noto) 166 sia nella sfera
La struttura della guerra 219

dello Stato - la storia della supremazia nazionale nel campo


dell'arte (che appartiene ora a un paese, ora a un altro) ricalca
tendenzialmente la storia della supremazia politica 167. Ancora,
importanti ricerche svolte nell'ambito della storia della tecno­
logia, come quelle di Siegfried Giedion, Lewis Mumford e
William McNeill 168, dimostrano che la creatività tecnologica è
stimata dalla guerra. Ritorneremo su questo punto dopo aver
esaminato la terza forma di argomentazione a favore della
guerra.
Si tratta di un'argomentazione relativa alla «giustizia» e
che non cerca di autolegittimarsi: cioè non cerca di dimostrare
che la <igiustizia» è un attributo dell'ideologia in nome della
quale si combatte (<ila causa del mio paese è giusta») ma, piut­
tosto, che la <igiustizia», come attributo della sfera internazio­
nale (l'intera terra), è possibile soltanto se tale sfera compren­
de la possibilità di partecipare alla guerra. In altri termini, l' ar­
gomentazione di cui stiamo per occuparci non dovrebbe essere
confusa con la pretesa che nell'entrata in guerra di un certo
paese vi sia giustizia, perché rappresenta invece la pretesa mol­
to meno specifica e molto più radicale che il mondo permanen­
temente in pace sia <imeno giusto» di quello in cui la pace può
essere interrotta dalla guerra. Clausewitz osservava che è sem­
pre il paese più potente ad «amare la pace»; il mantenimento di
determinati obiettivi e confini in virtù della pace dominante
inevitabilmente lo favorisce. Allo stesso modo, è il paese meno
potente (quello che in certe analisi viene chiamato lo <isfidante
europeo») a concepire se stesso o come direttamente soffocato
dall'altro paese o, forse in modo altrettanto drastico, come do­
tato di un potenziale di mutamento e di sviluppo indirettamen­
te soffocato dall'attuale distribuzione delle forze, che la pace
dominante mantiene inalterata. Né la validità di questa argo­
mentazione può essere attestata dal fatto che certi leader o
paesi l'abbiano fatta propria: che a Lenin, per esempio, piaces­
se questo passaggio in Clausewitz 169 indica soltanto che una si­
mile intuizione può essere più <mtile» a chi desidera partecipa­
re alla guerra che «vera». Invece, sono gli artefici dei vari piani
di pace ad indicare la sua possibile validità; originariamente
motivati dal desiderio di liberare il mondo dalla guerra, essi so­
no giunti talvolta alla conclusione che un mondo senza guerra
può essere un mondo ingiusto: bandire completamente la guer­
ra, ammesso che sia possibile, non sarebbe davvero desiderabi-
220 La distruzione

le moralmente, perché quello che fino a quel momento era sta­


to un mondo caratterizzato dall'«elasticità» dei confini, dagli
accordi commerciali, dai mercati e dai modelli ideologici ver­
rebbe improvvisamente «congelato», e in un modo che favori­
rebbe certi gruppi di persone a scapito di certi altri. Cosl, an­
che se alcuni piani di pace (per esempio, quello di Bentham, o
quello di Kant) hanno insistito sulla necessità di abolire com­
pletamente gli eserciti permanenti, altri, come quello della So­
cietà fabiana, includono esplicitamente una clausola che per­
mette ai paesi di partecipare alla guerra dopo un certo periodo
di attesa 170• Passando da piani di pace generali (e caratterizzati
da un interesse non egoistico) a specifici «trattati di pace» tra
gruppi di paesi, l'inserimento di <�eccezioni» (la difesa del «pri­
vilegia>> di entrare in guerra) è cosl abituale da indurre a soste­
nere che tali trattati, lungi dal ridurre al minimo la possibilità
di guerra, indicano invece esattamente la successiva causa di
guerra; in effetti, essi diventano modelli profetici o progetti
veri e propri della guerra successiva 171•
Questa terza forma di argomentazione, come le prime due,
sembra assumere che l'elemento decisivo, nella questione della
guerra, è la capacità di «produrre realtà fittizie»: in questo ca­
so, tuttavia, non si tratta tanto della difesa della rigenerazione
nazionale, quanto di quella della terra intera. Questa argomen­
tazione si fonda sulla consapevolezza che la configurazione glo­
bale delle costruzioni politiche, territoriali e culturali dell'inte­
ra terra viene continuamertte reinventata, ricreata, e che la
guerra - la gara tra chi infligge più danni fisici - è decisiva in
questo processo.
Se i tre tipi di argomentazione a favore della guerra siano o
no validi, è una questione troppo complessa per essere risolta
qui. Ciò che invece è decisivo comprendere è che anche se que­
steforme fossero valide, esse non avrebbero mostrato la necessi­
tà della guerra, ma soltanto la necessità di una <�contesa fonda­
ta su un'attività reciproca che produca un risultato rispettato
da tutti» 1 72. In altri termini, anche se la rigenerazione di un
paese, di un continente o del mondo nel suo insieme richiede
un processo che permette la periodica privazione di realtà delle
costruzioni culturali e, al tempo stesso, la loro ricostituzione
mediante forme di convalida che le sostituiscano fino al mo­
mento della loro piena realizzazione, non occorre che il proces­
so di produzione delle realtà fittizie rimanga congelato nella
La struttura della guerra 22 1

sua forma più elementare (la guerra), ma può venire anch'esso


privato di realtà e sostituito con una sua versione ricostituita.
E proprio perché la capacità di invenzione e rigenerazione au­
tonoma è universalmente ritenuta tanto preziosa che le argo­
mentazioni a favore della guerra legittimamente più allettanti
sono quelle che sostengono (in modi differenti) che la guerra
contribuisce al processo di rigenerazione; ma, alla fine, il rico­
noscimento universale dell'importanza dell'invenzione segnala
l'importanza di subordinare il processo di legittimazione (la
guerra) allo stesso processo di rigenerazione. Il surrogato della
guerra, nella sfera internazionale, sarebbe costituito da un
meccanismo in grado di assicurare la possibilità di mutamenti
periodici, equivalente al meccanismo delle elezioni nello Stato,
che assicura la fluidità delle prospettive politiche nell'ambito
dei confini nazionali. Forse, piuttosto che sulla guerra successi­
va, i paesi in lotta potrebbero accordarsi su una gara in cui cia­
scuno inventi un surrogato della guerra, un surrogato che pos­
sieda tutti gli attributi strutturali della guerra; il paese capace
di escogitare il miglior surrogato vincerebbe la gara internazio­
nale, anche se il risultato conseguito (l'attribuzione di realtà a
certi obiettivi) potrebbe essere privato di realtà soltanto qual­
che generazione dopo, quando il paese, a sua volta, fosse co­
stretto a prender parte al processo di risoluzione della contro­
versia precedentemente inventato. Ad ogni modo, per quanto
ipotetica (e perciò «infondata», non ancora vera) sia l'idea di
un sostituto della guerra, la dimostrazione che tale reinvenzio­
ne è possibile risiede nel fatto incontestabile che la civiltà (in
sfere diverse dalla guerra) è riuscita a sostituire la forma più
antica di convalida con forme ugualmente impegnative ma
molto più innocue. La reinvenzione del processo di legittima­
zione è l'argomento della seconda metà di questo libro.
Ma prima di dedicarci a questo argomento, dobbiamo tor­
nare al punto di partenza di quest'ultima parte, per insistere
ancora sull'elemento che distingue la struttura della tortura da
quella della guerra. Anche se nessun sostituto prendesse mai il
posto della guerra, si dovrebbe ammettere che la guerra non è
l'equivalente della tortura. Forse, questo è intuitivamente ov­
vio: nessuno concepisce i «soldati>> come «torturatori», la loro
attività collettiva come qualcosa su cui grava il peso morale as­
soluto della tortura, anche se la quantità e la gravità dei danni
fisici, cosl come la quantità di sofferenza che precede la morte,
222 La distruzione

sono molto più pesanti nella guerra che nella tortura. La diffe­
renza decisiva tra la tortura e la guerra dovrebbe trovare
espressione non in un'apologia della guerra, ma nelle seguenti
tre ragioni. Primo, più la natura della guerra viene descritta
con precisione, più alte sono le probabilità che un giorno essa
venga sostituita con un surrogato. Secondo, per quanto la
guerra venga già continuamente reinventata, essa o sarà sem­
pre orientata in direzione del modello innocuo di convalida
scoperto all'interno del mondo civile, o invece degenererà sem­
pre in una decostruzione più radicale, di cui il modello assoluto
è la tortura. Terzo, una volta che la guerra e la tortura siano
state distinte, diventerà chiaro che la «guerra nucleare» è più
vicina al modello della tortura che a quello della guerra con­
venzionale.
Sia nella guerra sia nella tortura, la normale relazione tra
corpo e voce viene decostruita, e sostituita con una in cui gli
estremi del corpo danneggiato e delle affermazioni verbali pri­
ve di fondamento (il dolore e l'interrogatorio nella tortura; i
caduti e gli obiettivi nominali nella guerra) si collocano l'uno
accanto all'altro. In ciascuno di essi si produce una finzione,
che consiste in una proiezione del corpo: la realtà del dolore è
ora la realtà del regime; la realtà fisica dei cadaveri è ora la fat­
tualità di un'ideologia o di un'identità territoriale. Ma la natu­
ra della «finzione» è molto diversa nei due casi. Questa diversi­
tà non dipende dal contenuto della finzione, poiché tale conte­
nuto (se separato dal dolore umano che viene usato per confer­
marlo) può essere (sia nella guerra sia nella tortura) buono o
cattivo, giusto o ingiusto. L'obiettivo della guerra può essere
l' «uguaglianza degli uomini», oppure la «schiavitù». Ancora, se
si infligge la tortura per attestare la realtà di Cristo (come nel­
l'Inquisizione), il fatto che l'idea di Cristo sia in sé una conce­
zione buona e bella non modifica il fatto che si tratta esatta­
mente dello stesso atto compiuto per attestare l'idea intrinse­
camente ripugnante della supremazia ariana. Che la distinzio­
ne tra il «carattere fittizio» della tortura e quello della guerra
sia indipendente dal contenuto della finzione è facilmente de­
ducibile dal fatto che le due forme di convalida possono essere
applicate alla medesima costruzione: legittimare la costituzio­
ne di uno Stato mediante la guerra sarebbe diverso dalla legit­
timazione della stessa costituzione mediante la tortura, anche
se il contenuto di ciò che viene legittimato è il medesimo m. La
La struttura della guerra 223

differenza tra il «carattere fittizio» della guerra e quello della


tortura è molto più profonda di quanto indichi l'impiego del
termine negativo «inganno» in riferimento alla prima e quello
del termine neutrale ed ambiguo <�realtà fittizia» in riferimento
alla seconda; inoltre, tale differenza si fonda sul fatto che, pur
essendo le concezioni di entrambe prive di possibilità positive
di legittimazione, l'una è fondamentalmente «non vera», men­
tre l'altra è «non ancora vera»: in altri termini, la prima ha bi­
sogno della forza convalidante del corpo danneggiato proprio
perché non ha il consenso, mentre la seconda ha il consenso di
entrambe le popolazioni, ma ha bisogno di tempo per tradurlo
in realtà.
In un primo tempo, potrebbe sembrare che la funzione
convalidante, nella guerra, abbia soltanto la metà del consenso
della popolazione globale, poiché le vittime della parte sconfit­
ta attestano risultati opposti alle sue convinzioni iniziali; ma
tutti i partecipanti di entrambe le parti, benché abbiano com­
battuto per obiettivi diversi, hanno acconsentito a mettere i
loro corpi a disposizione di un processo che presuppone, nelle
sue fasi iniziali, l'univocità del risultato; un processo che con­
tiene, fin dall'inizio, la certezza che solo gli obiettivi di una
parte saranno alla fine dichiarati reali, ed è l'opera di ogni sol­
dato a spingere in direzione di questa ineguaglianza concorda­
ta. Pertanto, è profondamente inesatto affermare che, parteci­
pando alla guerra, essi acconsentono a convalidare i loro obiet­
tivi e non quelli degli altri. Andando in guerra, essi hanno ac­
consentito a convalidare, se non i loro obiettivi, quelli degli altri.
Trascorso un certo periodo di tempo, il loro assenso sarà più
attivo e specifico: dopo la guerra di indipendenza americana, il
popolo inglese finisce non solo per accettare, ma anche per ap­
provare entusiasticamente l'atto di secessione degli Stati Uni­
ti; dopo la guerra civile americana, la popolazione del Sud fini­
sce non solo per accettare, ma anche per inorgoglirsi della pro­
pria presenza all'interno della più ampia Unione, e lo stesso ac­
cade per la scomparsa della schiavitù dal proprio territorio. La
vittima della tortura non ha mai acconsentito a mettere il suo
corpo a disposizione della finzione del potere del regime pro­
dotta con il suo dolore. Nella tortura, la rappresentazione del
potere è <�fittizia» in quanto «irreale», mentre nella guerra gli
obiettivi del vincitore sono «fittizi» in quanto sono «non anco­
ra reali». Nel primo caso «carattere fittizio» significa «mentire
224 La distruzione

sulla realtà», mentre nel secondo caso significa «prevedere la


realtà».
La relazione tra tortura e guerra diventa più chiara se collo­
cata all'interno di uno schema più ampio di differenziazione
tra la convalida nella sua decostruzione estrema (la tortura), da
un lato, e la convalida nel mondo civile dall'altro; infatti, si
trova a metà tra queste due forme di convalida. Come abbiamo
accennato in precedenza 1 74, e come spiegheremo meglio nei ca­
pitoli successivi, nelle forme buone di creazione una caratteri­
stica corporea viene trasferita nell'artefatto (un'invenzione,
una costruzione), che assume il lavoro del corpo e libera in que­
sto modo la persona in carne e ossa da un fastidio, permetten­
dole di penetrare in una sfera più ampia di presenza nel mon­
do. La sedia, per esempio, imita la spina dorsale: si accolla il
suo lavoro, liberando la persona dalla noia di cambiare conti­
nuamente posizione; evita che la persona pensi continuamente
al suo mal di schiena, permettendole invece di conversare con
un amico oppure di concentrarsi sulla fabbricazione di una
coppa di creta. Nella tortura avviene il contrario. Invece di li­
berare il corpo da un fastidio, si infligge un dolore estremo; in­
vece di mettere in grado una persona di estendere i suoi movi­
menti dal corpo a una sfera condivisa, essa provoca una contra­
zione continua e un crollo dei contenuti relativi alla consape­
volezza del mondo; invece di «costruire oggetti che alleviano il
dolore» essa decostruisce gli oggetti già esistenti, allo scopo di
infliggere dolore. Essa capovolge e, al tempo stesso, scimmiot­
ta l'innocuo processo di invenzione di una realtà fittizia, per­
ché il dolore diventa l' «artefatto» intermedio, la condizione
corporea prodotta, le cui caratteristiche vengono trasferite al
potere del regime, che le fa proprie. Se questi due eventi anti­
tetici vengono considerati, da un lato, come modelli della
struttura della creazione e, dall'altro, come la decostruzione
della struttura della creazione, allora diventa chiaro che la
guerra appartiene allo stesso genere della tortura; infatti, an­
che nella tortura, ciò che viene <(prodotto» è la prostrazione fi­
sica e l'alterazione corporea, e non un artefatto che elimina il
dolore; la guerra richiede la contrazione dei contenuti relativi
alla consapevolezza del mondo {come la mente del prigioniero
si satura di dolore fisico, cosl la mente del soldato è ossessiona­
ta dagli eventi corporei della morte e dell'uccisione); essa ri-
La struttura della guerra 225

chiede anche che le caratteristiche del corpo sofferente venga­


no separate dal corpo e trasferite in realtà fittizie.
La distanza che separa il modello della creazione da quello
della distruzione è grande. Poiché certe parole - come «pro­
durre», «corpo», «trasferire», «artefatto» - sono comuni alle
analisi di entrambi, può sembrare che essi siano meno radical­
merrte opposti di quanto non accada in realtà. Ma la stessa ter­
minologia comune sta ad indicare quanto sia assoluta la diffe­
renza tra loro; infatti, essi condividono le stesse espressioni
soltanto perché l'uno è la decostruzione dell'altro, un'inversio­
ne del percorso che va dalla creazione alla distruzione. In altri
termini, la tortura comincia proprio nel punto in cui il modello
opposto finisce: si appropria degli artefatti che sono il prodot­
to della creazione e li decostruisce - la parete, la finestra, la
porta, la stanza, lo scaffale, la medicina, la legge, l'amico, il
paese: ogni cosa esiste sia nella sua forma materiale sia come
creazione della coscienza m . La tortura finisce nel punto in cui
il modello opposto ha inizio: «produce» il dolore che non solo è
stato eliminato dall'atto della creazione, ma la cui esistenza
stessa è stata la condizione che ha determinato all'inizio l'atto
della creazione. Nel primo modello, il dolore viene decostruito
e sostituito con un artefatto; nel secondo, l'artefatto viene de­
costruito per produrre dolore. Cosl, la tortura non solo deco­
struisce i «prodotti» dell'immaginazione, ma decostruisce l'at­
to stesso di immaginare. La struttura dell'azione, nei due mo­
delli, è tale per cui l'azione segue un percorso comune ad en­
trambi; tuttavia, essi seguono direzioni opposte, per cui solo
uno può esser presente su quel percorso in un dato momento.
Il linguaggio comune ad entrambi indica che l'uno e l'altro
aspirano ad occupare lo spazio che, in un determinato momen­
to, può essere occupato soltanto da uno dei due; di conseguen­
za, essi non sono semplicemente <<contrapposti», ma «si esclu­
dono l'un l'altro»; essi non sono semplicemente «accerrimi ne­
mici», ma l'esistenza di ciascuno esige l'eliminazione dell'altro.
La civiltà e la sua decostruzione (ciò che in mancanza di un
termine appropriato verrà indicato con l'espressione un po'
sgraziata «de-civilizzazione») sono, in questi due modelli, com­
pletamente distinte; poiché non possono avere alcun punto in
comune, esse sono separate da una distanza incolmabile. Ma
c'è un momento concettualmente (non sempre cronologica­
mente) precedente in cui la distanza che le separa è minore, un
226 La distruxione

momento in cui esse non sono ancora radicalmente separate,


ma solo in via di separazione. In questo momento precedente
della creazione, l'oggetto fabbricato, l'artefatto, non ha ancora
assunto (come nel caso della sedia) una forma materiale, e
quindi non è ancora capace di autoconvalidarsi. Una sedia è un
«oggetto inventato», eppure è anche un «oggetto reale». La sua
realtà viene confermata esattamente come viene confermata la
realtà di un oggetto che esiste in natura, per esempio un albe­
ro: l'una e l'altro possono essere oggetto di esperienza sensibile
da parte del corpo di colui che li percepisce. Ovviamente, le ca­
ratteristiche (il colore, la forma, il rumore) degli oggetti nel
mondo fisico (alberi, sedie) variano a seçonda del grado di real­
tà intuitivamente attribuito loro, perché variano a seconda del
numero degli organi di senso che ne hanno esperienza. Alle ca­
ratteristiche confermate sia dalla vista che dal tatto viene ten­
denzialmente attribuita una realtà maggiore rispetto a quelle di
cui si ha avuto esperienza usando uno soltanto dei due sensi,
oppure uno degli altri sensi diversi da questi. Cosl, per esem­
pio, è possibile che la famosa distinzione di Locke tra qualità
primarie e qualità secondarie dipenda dai sensi mediante i qua­
li una certa qualità viene percepita; le qualità primarie (la for­
ma, la massa) sono caratteristiche accessibili sia alla vista che al
tatto; le qualità secondarie sono accessibili soltanto ad uno dei
due sensi (il colore può essere visto, ma non toccato) o a nessu­
no dei due (i rumori e gli odori sono uditi e sentiti, ma non pos­
sono essere nè visti nè toccati) . Ma nel processo della creazio­
ne, c'è una fase in cui l'oggetto inventato non ha alcuna pre­
senza materiale del mondo, non è accessibile ad alcuno dei sen­
si, e perciò è ritenuto privo di realtà, irreale, o non ancora rea­
le. Avere una forma materiale significa avere una forma capace
di confermare la propria realtà; non avere una forma materiale
significa non avere alcun potere autonomo di conferma. La
creazione della sedia può essere divisa in due fasi di «fabbrica­
zione»: in primo luogo, l' «ideazione» della sedia (l'invenzione
dell'idea o dell'immagine della sedia); secondo, la «fabbricazio­
ne» della sedia (l'invenzione della forma materiale della sedia) .
In entrambe le fasi l'oggetto è <dnventato», ma soltanto nella
seconda è anche <(reale», capace cioè di convalidare la propria
realtà. In entrambi i casi sarà chiamato <(oggetto creato», ma il
termine <(fittizio», che costituisce quasi un sinonimo di <(crea­
to», tende ad essere applicato soltanto al primo, perché il se-
La struttura della guerra 227

condo è reale. La città nella mente del poeta è una finzione; la


città sull'isola di Manhattan è un fatto reale. Inoltre, benché i
termini «finzione» e «fatto» derivino da termini che significa­
no «fare» (jingere/fictum efacere/factum), la differenza tra loro
nell'uso quotidiano testimonia che, nel caso del «fatto», è in­
tervenuta una fase ulteriore di invenzione - la realizzazione
materiale. Cosl, come spiegheremo meglio in un capitolo suc­
cessivo, l'intero processo di «fabbricazione» nel mondo civile
comprende le due fasi concettualmente distinte dell'«invenzio­
ne» e dell'«attribuzione di realtà»: l'immaginazione considera
terminata la sua opera soltanto quando la sua attività non è più
riconoscibile nell'oggetto che ha prodotto.
Nella distinzione, vista sopra, tra modello della civiltà e
modello della «de-civilizzazione», il modello buono era quello
in cui la creazione non aveva solo <(fatto» qualcosa, ma gli ave­
va anche <(conferito realtà». Ma, nella prima fase della creaziq_­
ne, il <(conferimento della realtà» non ha ancora avuto luogo. E
a questo punto, quando la creazione è giunta soltanto alla fase
dell'<dnvenzione», che la distinzione tra modello della creazio­
ne e modello della distruzione è più confusa; i due modelli non
sono ancora completamente separati, ma si stanno separando.
In altri termini, la <(realtà» delle invenzioni, nella prima fase,
pone un problema, se ciò che viene inventato costituisca l'im­
magine di una sedia, l'idea di Dio o un'intuizione profetica
della futura comparsa di una città. L'immagine immaginata, o
la fede in cui si crede, può avere in quanto tale la capacità di
assumere una futura forma autoconvalidante (come nel caso
della sedia) o può esserne fondamentalmente priva. Ma, in en­
trambi i casi, quando l'oggetto fabbricato è soltanto un'idea o
un'immagine o una credenza (senza alcuna estensione verbale
o materiale), non possedendo alcuna realtà, sarà reale soltanto
nella mente della persona in carne ed ossa che lo immagina,
nella persona che in quel preciso istante lo sta immaginando o
crede nella sua esistenza. Esso non avrà r�altà per nessuno al di
fuori dei confini del corpo di chi crede. E fondamentale osser­
vare, a questo punto, che anche per colui che lo immagina esso
ha <(meno realtà» di quanta ne abbiano i contenuti della sua
percezione. L'immagine della sedia, per quanto magnifica, sarà
meno tangibile e definita dell'albero a cui ci appoggiamo, che
vediamo e che tocchiamo; infatti, il suo tronco regge il nostro
peso, le foglie sfiorano il nostro viso e frusciano quando si
228 La distruzione

muovono. Coloro che hanno tentato di analizzare la differenza


tra un'«immagine» e una «percezione» - Hume, Jaspers, Sar­
tre - hanno concordamente ritenuto che la percezione possie­
de una «vitalità» (vivacity, dal latino vivere - l'esperienza sen­
sorialmente «viva» di vedere, odorare, toccare, gustare; in que­
sto modo, il proprio essere vivi è oggetto d'esperienza e sem­
bra attestare la realtà dell'oggetto, la sua «vitalità» 176) che
l' «immagine» semplicemente non ha. Per esempio, nell'analisi
di Sartre, l'immagine è «piatta», «bidimensionale», «impoveri­
ta», «arida», «sbiadita» 177• La differenza individuata da questi
autori può essere osservata da chiunque chiuda gli occhi, im­
magini per qualche minuto di trovarsi in un altro luogo cercan­
do di fissare il maggior numero possibile di particolari, riapra
gli occhi e guardi la stanza in cui si trova: anche se il luogo im­
maginato si conosce più profondamente della stessa stanza rea­
le, quest'ultima avrà una realtà immediatamente riconoscibile,
che il luogo immaginato non ha, una vividezza di colori, forme
e presenze cosl soverchianti da impedire la minima confusione
circa il luogo in cui ci si trova realmente in quel dato momen­
to 178. Soltanto quando dei contenuti percettivi non sono in
concorrenza, come nel sonno e nei sogni, l'oggetto immaginato
avrà la «vividezza» del mondo reale, e la «vividezza» si dissol­
verà rapidamente quando il sognatore si sveglierà e si troverà
improvvisamente di fronte a un contenuto mentale molto più
<�vivido» !79. Quindi, anche per lui che immagina, l'immagine è
meno reale della percezione, mentre per chiunque non stia im­
maginando, essa non ha realtà alcuna.
Quando, come in questo caso, l'oggetto inventato, la fin­
zione, non ha in sé alcuna fonte autonoma di convalida, questa
può essere ottenuta mediante un'analogia: per esempio, l'idea
di Dio, di cui non esistono prove materiali, della cui realtà di­
chiarata non si può avere esperienza, può essere confermata,
per analogia, dalla bellezza degli alberi, di cui si può avere
un'esperienza sensibile - la presenza di un dio è «avvertita»
nella realtà, «conoscibile» con i sensi, degli alberi, del fiume,
del vento, delle montagne. Tuttavia, non sono soltanto gli
aspetti gradevoli della natura, come i paesaggi, che vengono
usati alla fine come fonte di convalida analogica, ma anche la
presenza e l'esperienza sensibile del dolore, oppure lo spettaco­
lo e l'esperienza dell'alterazione corporea che si manifesta nel
danno fisico. Possiamo tracciare una linea di separazione tra
La struttura della guerra 229

civiltà e «de-civilizzazione» distinguendo tra una conferma


analogica che richiede sensazioni che non comportano dolore
(vista, udito, tatto) e una conferma analogica che richiede in­
vece la sensazione di dolore. Ma anche all'interno della sfera
del dolore, è possibile tracciare una linea di separazione tra do­
lore umano e dolore animale; infatti, la sostituzione del sacrifi­
cio umano con il sacrificio animale (e la conseguente, implicita
designazione del corpo umano come spazio privilegiato che
non può essere usato nell'importante processo di conferimento
di realtà) è sempre stato riconosciuto come un momento parti­
colare dell'infanzia della civiltà. Se questa viene considerata
come una prima linea di separazione tra la civiltà e la sua anti­
tesi, è chiaro che sia la tortura sia la guerra appartengono anco­
ra entrambe alla civiltà, poiché ciascuna richiede un dolore
umano nella verifica analogica delle sue finzioni.
Ma ora, finalmente, possiamo penetrare ancora una volta
nella sfera della sofferenza umana. Anche qui esistono due ca­
tegorie distinte, di cui una soltanto permette di procedere gra­
dualmente verso l'assenza di dolore, passando attraverso il do­
lore dell'uomo prima e quello dell'animale poi lBO. In altri ter­
mini, all'interno di questa sfera complessivamente negativa si
può fare una distinzione tra una situazione relativamente buona
- in cui la sofferenza del corpo umano serve a convalidare le
credenze che appartengono al credente stesso (come quando,
per esempio, una tribù sceglie di interpretare le proprie soffe­
renze fisiche come verifica sensibile dell'esistenza di un dio) ­
e una situazione profondamente diversa, in cui la credenza non
appartiene alla persona il cui corpo soffre per convalidarla (co­
me quando un non credente viene sacrificato o torturato per
«dimostrare» l' autentiticità della costruzione fittizia, sia que­
sta politica, religiosa o qualcos'altro, per esempio l'affermazio­
ne secondo cui una certa difesa è inespugnabile, oppure quella
secondo cui la tribù il prossimo anno metterà le ali e sarà capa­
ce di volare) . La prima relazione tra corpo e credenza - in cui
sia il corpo sia la credenza (oppure, sia il dolore sia l'immagine)
appartengono alla stessa persona - è l'equivalente strutturale
fondamentale della forma più innocua e familiare di conferma,
che si ha, per esempio, quando un osservatore prova l'esistenza
di un albero perché <<vede un albero». Proprio come in questo
caso l'intera struttura percettiva - sia l'atto di percezione
(quello di vedere) sia l'oggetto della percezione (l'albero che
230 La distruzione

costituisce il contenuto dell'atto di vedere) - è presente nel


corpo dell'osservatore, cosl, in questa forma iniziale, sia l'espe­
rienza sensibile del dolore (non più <�vedere» ma «soffrire») sia
l'oggetto (non più l'albero, ma l'albero immaginato, oppure,
per rendere più chiara la distinzione, il dio-albero) si trovano
entrambi in un ciclo chiuso di esperienza mentale interiore.
Inoltre, quando la persona interpreta la <�realtà» del dolore che
sente nella mano come un attributo dell'idea del dio-albero
nella sua immaginazione, in realtà decostruisce il dolore men­
tre dà realtà all'artificio (come nel modello successivo della
creazione). A seconda dell'importanza del dio-albero, egli può
anche aumentare volontariamente il dolore nella sua mano, co­
sicché può ancora decostruirlo, trasferendo i suoi attributi al
dio-albero immaginato; oppure, può avere esperienza del dolo­
re come qualcosa di cosl tormentoso da indurlo a curarsi la ma­
no ed eliminare il dolore, e accettare cosl che il dio-albero sia
meno vivo ai suoi occhi. Poiché entrambe le possibilità si veri­
ficano nell'ambito della sua esperienza corporea, egli stesso
può paragonare lo svantaggio di subire l'attacco del dolore al
vantaggio di avere in mente un'idea più vivida di dio-albero;
inoltre, può disporre su piani diversi le due esperienze e sce­
gliere tra loro. Infine, può anche accadere che in lui convivano
la vividezza del dio-albero e l'assenza di dolore; egli cercherà,
cioè, di scoprire fonti buone di conferma, ad esempio attri­
buendo una forma concreta all'immagine del dio-albero, che
diventa cosl accessibile ai suoi sensi, come un oggetto autono­
mo del mondo esterno: in questo modo, non dovrà più dipen­
dere dal dolore per garantirne l'immagine vivida.
Ma l'altro modello, la relazione interamente decostruita
tra corpo e credenza - in cui il corpo convalidante appartiene
a una persona e la credenza convalidata a un'altra persona -
non contiene alcuna di queste tre possibilità moderatamente li­
beratorie. La sensibilità e la presenza nel mondo sono ora com­
pletamente separate e operano l'una contro l'altra. Infatti, il
male che una persona sente in una mano e l'immagine di un
dio-albero nella mente di un'altra persona non costituiscono
un'imitazione che anticipa la struttura della percezione su cui
alla fine si fa assegnamento per convalidare le realtà presenti
nel mondo esterno. In questo caso, un equivalente esisterebbe
soltanto se esistesse una persona che potesse fare l'esperienza
sensibile di «vedere» senza che vi fosse alcun contenuto (se,
La struttura della guerra 231

per esempio, un flusso di luce investisse improvvisamente i


suoi occhi) e, al tempo stesso, un'altra persona avesse esperien­
za dell'oggetto della percezione senza compiere l'atto della vi­
sione (un'immagine vivida dell'albero potrebbe presentarsi im­
provvisamente alla sua mente anche se fosse cieco). In secondo
luogo, la decostruzione del dolore, nel corpo della vittima, non
avviene in relazione all'artefatto, poiché l'artefatto per lui non
esiste; egli non crede alla sua esistenza. In terzo luogo, poiché
il dolore e l'oggetto immaginario si trovano in luoghi diversi,
poiché non esiste un'unica consapevolezza che li comprenda
entrambi, non c'è alcuna possibilità di giudicare i loro rispetti­
vi vantaggi e svantaggi, di regolarne l'interazione e di scegliere
tra loro. Per il fatto che colui che crede è separato dal carattere
ripugnante del dolore, è meno probabile che egli inventi modi
più innocui di rendere il suo dio-albero più vivido e reale (come
il tipo di credente di cui ci siamo occupati prima).
Quindi, la differenza tra i due modelli è questa: in uno la
credenza appartiene alla persona il cui corpo viene usato per la
sua convalida; nell'altro, la credenza appartiene a una persona
diversa da quella il cui corpo viene usato per convalidarla. For­
se non è opportuno esprimere una differenza cosl rilevante in
un'unica frase, perché la problematicità e la brevità di queste
espressioni non possono essere adeguate all'importanza della
differenza che esse cercano di spiegare: un'espressione comin­
cia e finisce, viene pronunciata, e poi scompare. Il suo signifi­
cato può essere colto o meno, può essere difeso o, come la frase
stessa, può passare inosservato. La difficoltà di mantenere visi­
bile tale significato sorge in parte dal fatto che, per quanto nel
ventesimo secolo l'umanità si sia costantemente impegnata in
atti creativi a un livello mai raggiunto prima, e per quanto sia
stata sempre alle prese con il problema di individuare l'inter­
vento dell'uomo nelle costruzioni che non sempre, nei secoli
precedenti, venivano riconosciute come creazioni umane (non
solo Dio è una finzione, e la legge è una finzione, ma l'infanzia
è una finzione 181, la sessualità è una finzione 182, persino il <(de­
serto» è stato identificato in modo convincente con una costru­
zione immaginaria 183 ) sulla natura delle finzioni sono state con­
dotte indagini veramente limitate, e quindi la creazione- cui
alla fine verrà riconosciuta un'importanza morale ed etica al­
meno equivalente a quella che nei secoli precedenti veniva at­
tribuita alle questioni che attenevano alla <(verità» - è com-
232 La distruzione

presa a stento anche nelle sue forme più elementari. Quando


un giorno la natura della creazione umana sarà interamente
svelata, un nuovo linguaggio fornirà una lunga serie di distin­
zioni che ora sono quasi invisibili, e che si limitano alla profon­
da differenza tra una creazione e una menzogna, tra una .fin­
zione e un inganno 184. Diventerà chiaro che la creazione non è
un evento unitario, ma un processo in cui si succedono varie
fasi, e che nuovi problemi sorgono in ogni fase successiva; di­
venterà chiaro che il valore morale ed estetico di una data crea­
zione non dipende affatto dal contenuto della <(realtà» immagi­
nata, ma dalla natura delle prove impiegate per convalidarla
nella fase transitoria in cui essa è già stata inventata ma non è
stata ancora resa reale; infine, analizzando la forma più atavica
di conferma in cui sia stato impiegato il corpo umano sofferen­
te, diventerà straordinariamente chiaro che la relazione fonda­
mentale tra corpo e credenza si fonda sulla questione se una
persona usi il proprio corpo per convalidare una sua sostituzio­
ne simbolica, o usi invece il corpo di qualcuno che non può go­
dere i benefici di una realtà fittizia e poi confermata. Anche se
questa distinzione diventerà più chiara in seguito, è necessario
citarla a questo punto; infatti, la tortura e la guerra, cosl pro­
fondamente simili, si distinguono almeno per questo elemento
decisivo. Se ognuna di esse ha bisogno del tipo più atavico di
conferimento di realtà, in una è il corpo del non credente e nel­
l' altra quello del credente ad essere utilizzato quando è neces­
sario affrontare il problema dell'infondatezza.
Questa distinzione permette anche di misurare l'abisso
morale che separa la guerra convenzionale da quella nucleare.
Fino a questo punto, ne abbiamo parlato come se fossero la
stessa cosa (e le abbiamo definite genericamente «guerra») per­
ché i loro caratteri strutturali - la reciproca attività di dan­
neggiamento allo scopo di ottenere un risultato univoco, ri­
spettato da tutti in virtù della capacità di conferma prodotta
dalla distruzione dei corpi umani 185 - erano uguali per en­
trambe. Ma ora occorre considerare una differenza strutturale
decisiva: nella guerra convenzionale le credenze convalidate
dalle ferite riguardano i feriti, mentre nella guerra nucleare le
credenze non appartengono a coloro i cui corpi sono stati usati
per convalidare le realtà fittizie. In altri termini, la natura stes­
sa dell'arma nucleare elimina la possibilità che gli uomini colpi­
ti possano aver acconsentito a mettere i loro corpi a disposizio-
La struttura della guerra 233

ne del processo di legittimazione; essi non hanno possibilità di


decidere se gli svantaggi della sofferenza fisica e i vantaggi del­
le credenze che devono essere convalidate siano in rapporto ta­
le da giustificare una guerra (in quanto il carattere ripugnante
del dolore è inferiore ai vantaggi che possono essere tratti dal­
l'invenzione della realtà fittizia) o invece tale da non giustifi­
carla (in quanto il carattere ripugnante del dolore è maggiore
dei vantaggi che possono essere tratti dalle due diverse versio­
ni della realtà) . Poiché i popoli dei paesi in guerra non possono
essere consultati quando arriva il momento di lanciare i missili,
la guerra nucleare ha le stesse proporzioni della guerra conven­
zionale (piuttosto che della struttura binaria della tortura) ma,
nonostante la sua estensione, è conforme al modello della tor­
tura piuttosto che a quello della guerra convenzionale.
Le rivoluzioni verificatesi nel campo della tecnologia delle
armi hanno sempre cercato di facilitare il compito ai combat­
tenti. Quando, per esempio, in La Certosa di Parma di Stend­
hal il giovane eroe, Fabrizio, arriva nei luoghi in cui combatte
l'esercito napoleonico, un'anziana vivandiera lo avverte: «Non
hai ancora il pugno abbastanza fermo per i colpi di spada che
oggi si scambieranno. Avessi un fucile, non dico; allora potre­
sti sparare il tuo colpo al pari di un altro» 186. L'anziana donna
riconosce che un tipo di arma richiede anni di pratica - anni
dedicati a preparare la propria effettiva partecipazione -
mentre un altro permette di cominciare a partecipare, di entra­
re nel processo di legittimazione, nel momento stesso in cui la
guerra ha effettivamente inizio. Quindi, uno richiede una par­
tecipazione molto più duratura ed intensa. L'importanza di
questa differenza è ampiamente testimoniata al di fuori della
letteratura. Nella sua ricerca sulle armi nel Giappone feudale,
Noel Perrin osserva la stessa differenza tra la spada e il fucile;
le caratteristiche tecniche del combattimento con la spada ob­
bligavano i samurai a dedicare le loro vite a conquistare l'abili­
tà necessaria per poterla usare, ed essere cosl in grado di difen­
dere le loro credenze, una volta che se ne fosse presentata l'oc­
casione; di conseguenza essi furono turbati quando l'introdu­
zione del fucile mise i contadini (incapaci di usare le armi bian­
che) in grado di uccidere con la stessa facilità con cui il samurai
poteva farlo solo dopo anni di pratica 187• In conseguenza di ta­
le rivoluzione tecnologica, il combattimento assume in effetti
un carattere democratico, eliminando, come nel caso dei samu-
234 La distruzione

rai, la necessità di una classe di guerrieri. Analogamente, Wil­


liam McNeill mostra come, in Europa, l'introduzione della ba­
lestra abbia eliminato la necessità di una classe di cavalieri188.
Più tardi, l'introduzione del fucile avrebbe esteso ulteriormen­
te l'effetto della balestra: e ancora più tardi, armi da fuoco
sempre più simili dal punto di vista tecnico avrebbero diminui­
to la quantità di pratica richiesta per il loro uso, perché il sol­
dato non avrebbe più dovuto imparare a puntare e a sparare in
modo diverso a seconda dell'arma189. In ognuna di queste fasi
storiche, l'abilità precedentemente richiesta dall'uso di un'ar­
ma viene sempre più incorporata nella nuova arma, con la con­
seguenza di liberare sempre più il combattente dalla necessità
di dedicare una porzione della sua vita a prepararsi al combat­
timento. Possiamo sostenere19° che, col succedersi di queste
invenzioni, i popoli si liberano sempre più dalla guerra: non oc­
corre che una persona dedichi una vita intera (come i samurai e
i cavalieri) a prepararsi per il momento in cui dovrà effettiva­
mente confermare nell'azione le proprie credenze; basta sol­
tanto che intervenga quando la crisi ha realmente luogo. Quin­
di, i popoli sono liberati dalla necessità di dedicarsi alla costru­
zione del mondo nel periodo in cui non esistono controversie.
Tuttavia, si dovrebbe tenere presente che, anche se l'«abilità»
implicata nell'atto di infliggere un danno fisico viene sempre
più incorporata nell'arma, liberando in questo modo il corpo
umano dalla necessità di conseguirla, un certo grado di abilità è
sempre necessario al corpo: i fucili non avanzano da soli sul
campo di battaglia - ognuno ha bisogno di un corpo umano
che lo trasporti, lo punti in una data direzione e lo faccia spara­
re in quella stessa direzione. Questa esigenza minima, natural­
mente, scompare con l'avvento delle testate nucleari.
Le armi nucleari possono apparire a prima vista come un'e­
stensione radicale della libertà: grazie ad esse, le persone non
sono soltanto libere dalla continua preparazione necessaria per
imparare a padroneggiare un'arma, ma non dovranno nemme­
no essere presenti per aprire il fuoco quando la guerra avrà
davvero inizio. L'abilità, precedentemente incorporata, nell'u­
so dell'arma, è stata cosl totalmente assorbita dall'arma stessa
che nessuna abilità dell'uomo è più necessaria; inoltre, poiché
la necessità della perizia umana è eliminata, scompare anche il
bisogno di una presenza umana per sparare; e poiché la presen­
za umana è eliminata, è eliminato il consenso. L'incorporazione
La struttura della guerra 235

dell'abilità raggiunge cosl il suo massimo obiettivo, quello di


trasformarsi nella dissoluzione del consenso. Ovviamente, la
presenza dell'uomo è eliminata soltanto dalla parte dell'arma
«che spara»: dalla parte opposta, la presenza di corpi umani è
ancora indispensabile.
In altri termini, il danno fisico avrà ancora le stesse due
funzioni che aveva nella guerra convenzionale: è quando una
delle due parti infligge il danno fisico maggiore che si arriva a
un vincitore e a uno sconfitto; i danni riportati da una parte e
dall'altra ricorderanno che ha avuto luogo questo genere di at­
tività reciproca e, probabilmente, attesteranno la realtà degli
obiettivi fino ad allora fittizi. Tutto ciò che è cambiato è il pri­
mo, decisivo presupposto della guerra e della struttura di ogni
attività agonistica, secondo cui le credenze appartengono a un
dato popolo, i corpi usati per convalidare le credenze apparten­
gono a un dato popolo, e quest'uso estremo della sensibilità
delle cellule del corpo può essere confermato soltanto da coloro
cui esse appartengono 191. Anche se la terminologia del «con­
senso» ha elaborato solo recentemente il concetto di democra­
zia, motivo per cui ci è tanto familiare, essa è molto più vec­
chia della democrazia; ciò che viene decostruito nella tortura e
nella guerra nucleare non è l'impulso democratico, ma l'impul­
so fondamentale della civiltà, l'integrità fondamentale della re­
lazione tra corpo e credenza esistente già agli albori del pensie­
ro simbolico. Forse, eliminando dalla guerra questo primo pre­
supposto si eliminerà la seconda funzione del danno fisico: an­
che se la guerra nucleare provocherà un danno senza preceden­
ti, questo danno non può condurre a un risultato durevole,
perché ricorderà che ha avuto luogo una contesa, ma non una
contesa cui si potesse partecipare volontariamente. L'esperien­
za che le popolazioni possono avere dei danni fisici è l'espe­
rienza di qualcosa che «è stato fatto loro» da due governi, che
possono venire disconosciuti. Ciò che il corpo ricorda, lo ricor­
da bene, e il fatto che non sia stato dato alcun consenso a que­
sta immensa alterazione fisica fa parte probabilmente di ciò
che viene ricordato. Cosl, è possibile che, invece dell'accetta­
zione del risultato, ci sia stata indifferenza per il risultato e
ostilità per il governo esistente: è ovvio che, se tale disconosci­
mento deve aver luogo, sarebbe preferibile che avvenisse pri­
ma dell'uso delle armi nucleari.
Si potrebbe sostenere che anche nella guerra convenzionale
236 La distmzione

i fattori decisivi della guerra sono «i re e i ministri», piuttosto


che le popolazioni, dei paesi avversari: Rousseau, per esempio,
è uno dei molti ad averlo detto; e l'esistenza di una «leva» ob­
bligatoria è stata interpretata come l'abolizione della parteci­
pazione volontaria. Tuttavia, rispetto alla guerra nucleare que­
sta affermazione è semplicemente falsa; infatti, se esistesse, in
teoria, una scala del consenso da zero a cento, nella guerra nu­
cleare il livello sarebbe zero, mentre nella guerra convenziona­
le potrebbe fluttuare, per esempio, tra ottantotto e cento. Sup­
poniamo che nella prima guerra mondiale un giovane america­
no venga reclutato e che, benché poco sicuro di sé, scelga di
partire, piuttosto che venire imprigionato o doversi nasconde­
re. Benché si tratti di un atto imposto, esiste un certo livello di
consenso. Egli ora va sul posto di lavoro ad annunciare la sua
partenza, mette in ordine le sue carte, saluta gli amici e, in par­
ticolare, la sorella Margaret. Ognuno di questi piccoli atti fa
crescere il livello del suo consenso e della sua partecipazione.
Egli si dirige verso la nave, imbraccia un fucile, indossa un'u­
niforme - non una volta, ma ogni mattina, giorno dopo gior­
no - rinnovando ogni volta il suo atto di consenso. Poteva ti­
fiutarsi di partire il primo giorno; oppure potrebbe ora, dopo
un anno, fingere di essere ferito, di avere l'appendicite, e cosl
via - per una volta, potrebbe esimersi dal combattere; potreb­
be essere al fronte e sparare al nemico, oppure essere al fronte
e sparare in aria. Il fatto che sia lui a decidere la propria parte­
cipazione non si è manifestato il primo giorno, ma il terzo, il
quarto o il cinquecentesimo; e per questa ragione i capi di go­
verno, i comandanti militari e i compagni cercheranno di raf­
forzare il suo «consenso», di tenergli alto il morale, durante
giorni interminabili. In lui, la relazione fondamentale tra cor­
po e credenza si esprime a molti livelli e si esprime in migliaia
di piccoli atti. Forse lo scopo <�per cui» egli rischia il suo corpo
non è lo stesso del governo: può essere che egli offra il suo cor­
po per dare realtà a una sua idea di coraggio o di ambizione,
oppure a un mondo capace di garantire la democrazia; ma cer­
tamente avrà qualche credenza per cui compie la sua opera,
qualche credenza che ne riconferma quotidianamente l'impor­
tanza.
Può essere stato «fuorviato», e combattere per l'ingiustizia
invece che per la giustizia; ma almeno il suo governo doveva il­
lustrargli il proprio «argomento» contro l'avversario, piuttosto
La struttura della guerra 237

che considerare le proprie azioni militari come indipendenti


dal popolo inteso come giuria. (Che una giuria possa essere ma­
le informata è una cosa, l'abolizione del sistema giuridico fon­
dato sulla giuria è un'altra cosa.) La guerra non può aver luogo
senza il suo consenso: essa è compiuta dal popolo - nel senso
che non può essere attuata senza la sua <<autorizzazione». Si
potrebbe obiettare che, pur avendo egli dato il consenso con il
suo corpo, deve privare della vita un altro corpo per il quale
non ha il potere di dare alcun consenso. Benché questo sia cer­
tamente vero, è anche vero che il nemico che gli si fa incontro
attraversando le trincee, per il fatto stesso di trovarsi su quel
terreno ha dato a sua volta il suo consenso. Inoltre, il rapporto
tra le due parti dell'arma è di uno a uno: il corpo di un soldato
è rischiato contemporaneamente al corpo di un avversario. Ov­
viamente, se si tratta di un buon soldato, infliggerà un danno
fisico maggiore di quello dell'avversario, e cosl il rapporto sarà
di uno a cinque, oppure di uno a venti; ma ci sono buoni solda­
ti an-che dall'altra parte, per cui il rapporto strutturale fonda­
mentale tra forza e rischio è mantenuto. In ogni dato momen­
to, un corpo dell'avversario può essere usato per convalidare le
credenze del giovane e, al contrario, il giovane mette a disposi­
zione del nemico un corpo, il proprio. Questo rapporto di uno
a uno - al di là del fatto di sembrare semplicemente <<giusto»
- ha la funzione decisiva di assicurare che le credenze flut­
tuanti non possono essere completamente separate dalla consa­
pevolezza dell'orrore delle ferite e dei danni fisici, né dalla co­
noscenza dei costi che esse hanno per coloro che le possiedono.
Nella guerra nucleare, il rapporto tra le persone che si trovano
da una parte e dall'altra dell'arma, tra l'autorizzazione e il ri­
schio, cambia da uno a uno (o da uno a tre, o da uno a venti, a
seconda della guerra) a uno a milioni, una proporzione che può
essere stabilita con maggiore precisione contando il numero
dei politici e dei militari coinvolti nella decisione, e il numero
delle vittime.
Il consenso, nella guerra nucleare, è strutturalmente impos­
sibile. La volontà della popolazione, rispetto alla sua partecipa­
zione, non ha alcun peso, come si può constatare prendendo in
esame questi tre momenti distinti: primo, il periodo preceden­
te la guerra; secondo, il momento in cui scoppia la guerra; ter­
zo, la successione temporale che costituisce la durata della
guerra.
238 L a distruzione

Iniziamo con il periodo di tempo che precede la guerra. Si


potrebbe sostenere che l'esistenza di un arsenale nucleare, pa­
gato con le imposte dei cittadini, contiene un atto implicito di
consenso, che esiste un accordo rinnovato il 15 aprile di ogni
anno (o in altra data negli altri paesi) . Questa argomentazione
è sbagliata per due motivi. In primo luogo, le imposte vengono
pagate per consentire la realizzazione di una serie di program­
mi e di obiettivi sociali, e non c'è alcuna disposizione nel siste­
ma delle imposte che permetta di destinare del denaro agli sti­
pendi dei membri del Congresso e alla costruzione di scuole
piuttosto che alle armi. Probabilmente, tuttavia, potrebbe es­
sere inventata un'imposta che offrisse al contribuente il potere
di distinguere tra i due impieghi. Ma, anche in questo caso, il
problema non sarebbe risolto. Anche se i cittadini decidessero
di comune accordo di finanziare una guerra nucleare, questo
non costituirebbe una legittimazione della guerra. Un'analogia
potrebbe essere un'elezione in cui i cittadini votassero per per­
dere tutte le successive elezioni; in altri termini, essi si accor­
dano non semplicemente per modificare, mediante una dispo­
sizione contenuta nella costituzione, la costituzione stessa, ma
si accordano per rinunciare a qualunque successivo potere di
modificare la costituzione. Un'analogia ancora più precisa po­
trebbe essere l'invenzione di una macchina che eliminasse il bi­
sogno dei cittadini di recarsi ai seggi elettorali, in quanto il po­
tere di stabilire la volontà delle persone sarebbe incorporato
nella macchina stessa. Se l'ideazione e la fabbricazione della
macchina fossero pagate con il denaro delle imposte, il voto
misterioso non sarebbe ancora il voto dei cittadini. L'esisten­
za, negli Stati Uniti del 1858, di un arsenale di armi da fuoco
non autorizza il Presidente Lincoln, un giorno del 1861, a pri­
vare cinquecentomila persone dei sistemi di sopravvivenza
(senza ricorrere ad alcuna consultazione); infatti, l'esistenza e
l'uso delle armi richiedono due distinti atti di consenso. In al­
tri termini, l'esistenza delle armi e l'uso delle armi - l' «inven­
zione» e la «realizzazione» della capacità di infliggere danni fi­
sici - sono due fatti radicalmente diversi. Riconoscere l'esi­
stenza delle armi equivale a dire: <(Si può pensare che un gior­
no potrebbero essere usate in una guerra», e non a dire: <(L'esi­
stenza ipotetica di una possibilità di impiego legittima qualsia­
si impiego».
In secondo luogo, consideriamo il momento in cui scoppia
La struttura della guerra 239

la guerra. Supponiamo che fosse possibile consultare la popola­


zione mondiale nelle ore che precedono l'impiego delle armi
nucleari; supponiamo anche che l'improbabile voto della popo­
lazione consultata sia «SÌ». Che importanza avrebbe? Se la ri­
sposta certa e precisa alla domanda fosse «SÌ», ciò avrebbe im­
portanza. Tuttavia, è decisivo comprendere che non solo il «SÌ»
del voto è improbabile, ma che il voto stesso è impossibile. Il
fatto che si tratti di un'impossibilità strutturale assoluta non è
certo una caratteristica sgradevole e fortuita delle armi nuclea­
ri; è essenziale per la loro esistenza, è la loro essenza. Il missile
è l'incorporamento di una capacità senza precedenti di inflig­
gere danni fisici e la dissoluzione del consenso, lo sgretolarsi
del rapporto tra autorizzazione concessa e rischio accettato a
causa del numero di persone coinvolte.
In terzo luogo, se il «consenso» fosse dato da un impossibile
voto mondiale preliminare, questo fatto contribuirebbe ampia­
mente a convalidare la pretesa secondo cui la guerra nucleare
ha un suo posto legittimo all'interno del mondo civile; ma, an­
che in quel caso, saremmo ben lontani dal grado di consenso
esistente nella guerra convenzionale. Si ritiene che la durata
della guerra nucleare vada tendenzialmente da qualche ora a
qualche mese. Si è affermato che il numero di vittime, nello
scontro iniziale, potrebbe aggirarsi intorno ai cinquanta milio­
ni di persone, approssimativamente il numero dei morti duran­
te i cinque anni di combattimenti della seconda guerra mondia­
le. In che cosa le due guerre si distinguono? Come abbiamo os­
servato in precedenza, in una guerra convenzionale il singolo
soldato non decide di offrire o negare la sua partecipazione una
volta per tutte: egli deve continuamente rinnovare la sua pre­
senza per ogni giorno che si sussegue. La sua buona volontà
può dissolversi quando vede per la prima volta il campo di bat­
taglia; oppure può resistere anche dopo che egli ha visto, il pri­
mo giorno, il campo di battaglia, finché, alla fine del secondo
giorno, non scopre un foro da pallottola sul suo zaino; oppure,
può rimanere indifferente di fronte al foro da pallottola sullo
zaino scoperto il secondo giorno, ma diventare restio il terzo
giorno, quando riceve una ferita non mortale alla spalla; oppu­
re, può essere disponibile in quel terzo giorno e diventare «ri­
luttante» soltanto il quarto, quando riceve una seconda ferita,
questa volta mortale, e muore. Questa oscillazione continua e
imprevedibile del consenso riguarda un'intera popolazione.
240 La distruzione

Ogni parte cerca di danneggiare di più l'altra: cioè, come è già


stato spiegato, ogni parte cerca di portare l'altra al suo massi­
mo livello di tolleranza del danno più velocemente di quanto
l'altra la porti al suo. Ogni parte cerca di provocare nella parte
avversa un capovolgimento percettivo: invece di percepire il
danno corporeo come accettabile e la perdita dell'identità ter­
ritoriale e ideologica come inaccettabile, essa finirà col perce­
pire come inaccettabile un danno ulteriore e come accettabile
la perdita dell'identità nazionale. Questo significa che nel mo­
mento in cui una delle due parti subisce questo capovolgimen­
to e accetta di essere definita «sconfitta», l'altra cessa di inflig­
gere danni fisici. In altri termini, ogni parte tiene sotto con­
trollo la quantità di danno fisico subito e può porre fine ogni
giorno alla reciproca attività offensiva, annunciando la propria
sconfitta. Un paese può decidere questo dopo tre giorni e cen­
toventi morti; oppure dopo cinquanta giorni e novantamila
perdite; oppure dopo trecento giorni e undici milioni di morti;
oppure dopo cinque anni e cinqpanta milioni di morti. Ogni
giorno ha la possibilità di dire: «E abbastanza». Di conseguen­
za, i cinquanta milioni di morti in un giorno di guerra nucleare
e i cinquanta milioni di morti nei cinque anni della seconda
guerra mondiale sono incommensurabili. Anche se la guerra
nucleare fosse cominciata grazie al voto della popolazione
(un'affermazione in sé impossibile), anche in questo caso sa­
rebbe uguale alla seconda guerra mondiale solo se nella secon­
da guerra mondiale i governi e i popoli nemici avessero avuto
una possibilità di dire «sl» o «no» in un giorno del 1939, e non
fossero ancora stati privati della possibilità di dire «sl» o «no»
fino ad un giorno del 1945 . Invece, settimana dopo settimana,
per trecento settimane, giorno dopo giorno, per quasi duemila
giorni, tutti i popoli acconsentivano a subire danni fisici sem­
pre più estesi (come in altre guerre - in Corea, in Vietnam, al­
le Isole Falkland - i partecipanti delle singole nazioni hanno
consentito danni molto più limitati, per quanto terribili) . Poi­
ché nella guerra nucleare le perdite complessive sono quasi
contemporanee, i popoli colpiti non hanno il potere di autoriz­
zare il grado e il livello del danno fisico: se nel momento in cui
un missile si abbatte su una certa città, devastando un'area di
quattro miglia di diametro, si pronunciano le parole «Ci arren­
diamo», esse non impediranno al calore e alle fiamme prodotti
dall'esplosione di estendersi per altre venti miglia; e non appe-
La struttura della guerra 241

na il raggio dell'esplosione raggiungerà le venti miglia, le paro­


le «Ci arrendiamo» non impediranno alle radiazioni di esten­
dersi per altre centinaia di miglia. Pertanto, proprio come l'at­
to del consenso viene dissolto dal lancio del missile, cosl esso
viene eliminato dall'immenso raggio d'azione del suo impatto.
Se scoppiasse una guerra nucleare, agli occhi dei popoli del­
le generazioni future le differenze con le precedenti guerre
convenzionali apparirebbero probabilmente molto più grandi
di quanto non appaiano ai nostri oggi. Esse potranno guardare
alla nostra attuale situazione nel modo in cui noi guardiamo
agli schiavi che costruivano le piramidi d'Egitto, come a perso­
ne che avevano destituito di autonomia politica la loro più inti­
ma proprietà, il loro corpo. Ovviamente, l'analogia non è per­
fetta 192, perché la prostrazione fisica del lavoro forzato speso
per confermare la realtà di una costruzione culturale come le
piramidi non equivale alla resa assoluta dell'autonomia fisica
che ha luogo quando i corpi vengono mutilati e bruciati per
convalidare delle ideologie nazionali, né equivale all'elimina­
zione del consenso incarnato presente nell'una e nell'altra cir­
costanza in eguale misura; infatti, lo schiavo autorizza ancora i
movimenti del suo corpo, quando ogni giorno si sveglia, rag­
giunge le piramidi, pone le sue mani sulle pietre e comincia a
sollevarle e a trasportarle. Forse egli crede che il bellissimo ar­
tefatto cui contribuisce con il suo lavoro lo renda tacitamente
parte della sua civiltà, lo renda uno dei suoi artefici. Forse, in­
vece, egli si percepisce come un escluso, ma sceglie (insieme
con gli altri della sua generazione) di dedicare la sua vita a que­
sto progetto privo di scopo, piuttosto che al progetto di più
breve durata della ribellione. Eppure, a distanza di molti seco­
li, noi ci chiediamo spesso perché abbiano permesso tutto ciò;
infatti, è un destino universale di coloro cui è stato tolto il po­
tere di essere gli artefici del loro destino, che le generazioni
successive riattribuiscano loro questo potere e parlino di loro
come se avessero <(permesso» tale privazione. Questa domanda
non riguarda soltanto, retrospettivamente, gli schiavi di qua­
ranta secoli fa, ma anche i prigionieri dei campi di concentra­
mento di quarant'anni fa. La stessa domanda, per quanto ciò
sia sgradevole, riguarderà noi stessi. Se è possibile dare una ri­
sposta all'umanità futura, potrà essere fornita soltanto dalle
parole dei leader militari e politici contemporanei, parole che
dovranno essere dette molto chiaramente e molto presto.
242 La distruzione

Note al capitolo secondo

l L'uso dell'avverbio «simbolicamente», qui e altrove, non significa che

sia stato creato un sostituto del corpo umano, né che sia stato creato un sosti­
tuto del dolore reale. Si riferisce piuttosto al fatto che c'è una sola persona
invece di molte. In questo caso, può essere utile usare la parola «campione»
per indicare una sorta di «simbolO>�, come fa Nelson Goodman (Ways of
Worldmaking, Indiana, Hackett, 1968, pp. 63-70).
2 Per esempio, l'Articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti

dell'Uomo delle Nazioni Unite afferma inequivocabilmente: <<Nessun indivi­


duo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli,
inumani o degradanti». Anche gli accordi internazionali sui diritti civili e po­
litici sono inequivocabili: benché alcuni «diritti» possano essere sospesi du­
rante uno stato d'emergenza, nessuna condizione del genere autorizza la tor­
tura. n carattere inequivocabile della proibizione è palese anche nel fatto che
la tortura, in seguito alla sentenza contenuta in Filartiga v. Pena-Ira/a, 630 F.
2d 876 (1980), viene considerata un reato giudicabile anche al di fuori della
giurisdizione in cui viene compiuto: il reato di tortura può essere giudicato
negli Stati Uniti anche se la tortura non è stata inflitta entro i confini degli
Stati Uniti, e né la vittima né il torturatore sono cittadini statunitensi. Ha­
roldJ. Berman scrive che questa è «forse l'estensione più audace dell'applica­
zione extraterritoriale di norme giuridiche» e che tale estensione è stata deci­
sa sulla base del carattere universale della condanna. «La corte ha ritenuto
che, essendo la tortura condannata in tutti i paesi del mondo, e trattandosi di
una violazione degli accordi internazionali sui diritti umani, il colpevole po­
tesse essere perseguito da qualsiasi Stato lo tenesse prigioniero» (The Extra­
territorial Reach of Unites States Laws, Report to the Legai Committee of the
U.S.-U.S.S.R. Trade and Economie Council, Moscow, 17 novembre 1982,
12).
AI contrario, le proibizioni della guerra sono spesso caratterizzate da am­
biguità. Sulle eccezioni, nei trattati di pace specifici come negli accordi inter­
nazionali di pace, si veda più avanti.
3 Come è implicito in questa distinzione, la struttura della tortura si ri­

vela nel momento in cui l'evento viene esperito, ed è perciò corretto, ai fini
di un'analisi di tale struttura, richiamarsi ai resoconti dei protagonisti, sia
reali sia immaginari. Poiché la struttura della guerra non risiede nella realtà
immediatamente esperibile della guerra, è possibile che, in questo capitolo, si
tengano in minor conto i resoconti personali - reali o immaginari - anche
se la sofferenza della guerra si esprime sempre all'interno dell'esperienza sen­
sibile individuale.
Nella guerra, può aver luogo l'evento della tortura (un soldato può lette­
ralmente torturare un prigioniero nemico) o un genere di evento che si avvi­
cina alla tortura più di qualsiasi altro (un unico bombardiere sopra la città e
la gente sotto di lui, a cui lo unisce un'estensione verticale dell'immensa ar­
ma; infatti, nel caso di una bomba, le due estremità dell'arma sono il luogo
da cui cade e il luogo in cui atterra). Nella guerra, quanto più un danno fisico
è univoco e non reciproco, tanto più l'evento che lo ha provocato si avvicine­
rà alla tortura. Benché il pilota stesso, in questo esempio, sia esposto al ri­
schio di venire ferito, il suo potere di infliggere danni fisici è molto alto ri-
La struttura della guerra 243

spetto al rischio che corre, diversamente da quanto avviene per i soldati sul
campo di battaglia, dove le possibilità di infliggere e di subire danni fisici so­
no pressoché le stesse. Comunque, il suo atto si inserisce ancora in una strut­
tura complessiva di reciprocità, una struttura di cui chiariremo in seguito il
significato. Per ora, la questione decisiva (sia in pace sia in guerra) è la se­
guente: mentre può verificarsi un singolo evento esperibile che è corretto
identificare come «tortura», non esiste alcun evento esperibile che possa es­
sere identificato come «guerra». La sua struttura assume la forma di molte­
plici (e pertanto non esperibili a livello individuale) interazioni.
4 Stockholm lnternational Peace Research lnstitute, Incendiary Wea­
pons, di Malvern Lumsden, Cambridge, Mass., M.I.T. Press, 1975. Questa
ricerca particolare è una complessa analisi di fatti politici, commerciali e mi­
litari, benché al centro del libro sia una descrizione e un'analisi delle forme
di danno fisico implicate. Altri lavori altrettanto benintenzionati non sem­
pre pervengono a risultati cosi soddisfacenti.
5 C. von Clausewitz, Von Kriege (1832-34), trad. it. Della guerra, 2 voll.,
Milano, Mondadori, 19702, vol. l, p. 47. Le espressioni «accrescere il di­
spendio di forze del nemico» e «distruggere» o «annientare la forza militare
del nemico» vengono ripetute passim. Esse si riferiscono a un'azione identifi­
cata in modo esplicito come strutturalmente centrale: «Pertanto, la distinzio­
ne delle forze armate nemiche è in guerra la base di ogni azione, il caposaldo
finale di tutte le combinazioni, le quali vi si appoggiano come la volta sui pila­
stri» (p. 53, corsivo mio) . Benché il concetto di danno fisico non si limiti alla
sola forza fisica, ma si estenda anche a quella morale, esso include sempre la
forza fisica, anche quando non si limita ad essa (p. 54) .
6 Ibidem, p. 55.
7 Conversazione con M.F. Tweed, John Pennman Wood Library of Na­
tional Defense, University of Pennsylvania, agosto 1984.
8 SIPRI, Incendiary Weapons, cit., p. 82. Secondo la ricerca del SIPRI,
lo scopo di questi bombardamenti massicci era provocare una tempesta di
fuoco; ma la ricerca fa anche rilevare che il portavoce del ministero della Di­
fesa degli Stati Uniti andava invece sostenendo che si trattava di defoliazio­
ne (in «New York Times», 24 luglio 1972) .
9 «Kamikaze: Flower-of-Death», VI Episodio in World War II: G.I.
Diary (New York, Time-Life Films, 1978), trasmesso dalla P.B.S., North
Carolina, primavera 1980.
1 0 R. Whymant, The Bruta! Truth about Japan, in «Manchester Guardian
Weekly», 22 agosto 1982.
1 1 Per una descrizione della battaglia e delle sue vittime, si veda N. Go­
lovine, The Russian Campaign of 1914: The Beginning of the War and Opera­
tions in East Prussia, trad. ing. A.G . S . Muntz, introd. M. Foch, London,
Hugh Rees, 1933, specialmente il capitolo 9, The Death Throes of Center
Corps o/the Second Army, pp. 290-327.
12 Sulla differenza tra la modificazione di superfici sensibili e insensibili
si vedano questo capitolo, pp. 197-199, e il prossimo, pp. 292-294.
1 3 Per esempio, dopo i massacri del settembre 1982 nei campi di Shatila
e Sabra a Beirut, in Libano, nel tentativo di accertare il grado di responsabi­
lità di Israele nella strage perpetrata dalle Milizie cristiane libanesi, i quoti-
244 La distruzione

diani citavano il Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon, che aveva
spiegato la sua opposizione a una forza multinazionale in Libano come un
modo per impedire operazioni di rastrellamento dopo la partenza da Beirut
dell'OLP; riportavano inoltre le dichiarazioni fatte dal capo di stato maggio­
re, tenente generale Rafael Eytan: «<ndividueremo i terroristi e tutti i loro
capi. Ripuliremo la zona•> (D. Shipler, Israelis Disclaim Any Responsability, in
«New York Tirnes», 19 settembre 1982). Analogamente, alcune comunica­
zioni intercorse tra i generali americani, alla fine della seconda guerra mon­
diale, facevano riferimento alla campagna condotta nella Ruhr come a una
«ripulitura della Ruhr•> (telegramma di D.D. Eisenhower, citato in J. Straw­
son, The Battle /or Berlin, New York, Scribners, 1974, p. 105). Ancora,
Churchill , esortando la popolazione inglese a sostenere le truppe negli ultimi
mesi di guerra, quando il Giappone non era stato ancora conquistato, il 13
maggio 1945 pronuncia alla radio queste parole: <Ni ho promesso momenti
difficili all'inizio di questi ultimi cinque anni; voi non vi siete tirati indietro,
ed io non sarei degno della vostra fiducia e generosità se non vi gridassi anco­
ra : avanti! Risoluti, fermi, indomiti, finché il compito non sarà portato a
termine e il mondo intero reso sicuro e pulito.> (Cfr. C. Eade, Victory: War
5peeches by the Right Hon. Winston 5. Churchill O.M., C.H., M.P. , Boston,
Little, Brown, 1946, p. 1 17). L'uso di questo linguaggio da parte di Hitler,
nei suoi progetti razzisti, è fin troppo noto per richiedere delle citazioni.
1 4 Un'espressione, questa, presente nel discorso radiofonico tenuto da
Churchill il 26 marzo 1944 «L'ora dei nostri sforzi più grandi si avvicina•>
(cfr. C.E. Eade, The Dawn of Liberation: War 5peeches by the Right Hon.
Winston 5. Churchill, C.H., M.P. , Boston, Little, Brown, 1945, p. 135). Le
indicazioni precise delle fonti hanno solo lo scopo di fornire degli esempi del­
l'uso generale di questo linguaggio. A meno che non venga specificato nel te­
sto del capitolo, questo linguaggio non va considerato come tipico dell'auto­
re citato. Benché Churchill, per esempio, usi spesso un linguaggio «neutra­
le•>, e «ridescriva•> spesso il danneggiamento fisico, altre volte egli afferma di­
rettamente che l'obiettivo è infliggere danni fisici al nemico. Nel suo discor­
so del 6 giugno 1944 alla Carnera dei Comuni sulla liberazione di Roma, egli
celebra questo evento, ma poi entra nel merito dicendo che «l'obiettivo prio­
ritario del generale Alexander non è mai stato la liberazione di Roma [ . . . ].
L'unico obiettivo è sempre stato la distruzione dell'esercito nemico, che ora
è impegnato lungo tutto il fronte e cerca, al tempo stesso, di ripiegare al
Nord•> (p. 135). Ancora, nel discorso pronunciato alla radio il 26 marzo
1944, egli dice: «Noi tutti eravamo certi della vittoria, ma non sapevamo che
in meno di due mesi il nemico sarebbe stato cacciato dal continente africano
al prezzo di un massacro, lasciando in mano nostra 335.000 uomini tra pri­
gionieri e morti•> (p. 5 1) ; infine, �;>arlando nella stessa occasione di Burma e
della guerra nel Pacifico, dice: «E troppo presto per parlare di risultati in
questa vasta area coperta di montagne e di giungle, ma noi, quasi in ogni
combattimento, arriviamo a contare fino a tre o quattro volte più morti tra i
giapponesi, ed è questo che conta, di quanti siano i nostri soldati uccisi, feriti
e dispersi complessivamente•> (p. 56).
15 H.A. Kissinger, Editor's Introduction, in Problems o/National 5trategy:

A Book ofReadings, New York, Praeger, 1965, p. 4.


La struttura della guerra 245

16
A. Waskow, The Theory and Practice of Deterrence, in Problems o/ Na­
tional Strategy, cit., p. 6 7.
[Occorre tenere presente che, in inglese, to kill significa sia uccidere sia
distruggere, e che to iniure e to wound significano sia ferire sia danneggiare.
Per rendere questo doppio senso, che non può essere colto nella traduzione
italiana, abbiamo messo tra parentesi i termini usati di volta in volta dall'au­
trice. N.d. T.].
Waskow, che scrive anche «La bomba H distruggerà [will kil!J le città»
(p. 80), illustra i pericoli e le complicazioni che derivano dall'equilibrio del
terrore. Egli contesta qui l'ipotesi della scuola di Wohlstetter, secondo cui
l' «equilibrio del terrore» agisce da deterrente, e cerca di mostrare come esso
aumenti invece la possibilità di una guerra. Che quest'uso bizzarro del lin­
guaggio sia entrato anche in questo tentativo appassionato di chiarire il pro­
prio pensiero sulla corsa agli armamenti è un indizio della sua onnipresenza.
Inoltre, questo esempio mostra che, a meno che non sia indicato nel testo del
capitolo, non è possibile dedurre la posizione di un autore dall'uso che egli fa
di questo linguaggio. Le citazioni hanno l'unico scopo di fornire alcuni esem­
pi del suo uso formale.
Talvolta, il fatto che il termine inglese kill venga usato in modo bizzarro,
in riferimento a un oggetto inanimato, è segnalato dalla presenza delle virgo­
lette: per esempio, <(Furono gli Harrier ad abbattere [to kit!J il maggior nu­
mero di aerei argentini» e <(Un'arma come quella di difesa aerea ad ampio
raggio Sea Dart può essere efficace se il nemico si tiene al di fuori della sua
portata - ma questo ridurrà il numero di aerei nemici da essa abbattuti [kil­
ledl» (L. Freedman, The War o/ the Falkland Islands, 1 982, in ((Foreign Af­
fairs» 16 (1982), pp. 206, 207, 208.
17 Che l'importanza del danno fisico venga spesso persa di vista, è mo­

strato anche dalle descrizioni letterarie della guerra, ricche di scene in cui la
realtà di un corpo ferito è presentata sia al lettore sia al protagonista come
una <(sorpresa». Paul Fussell, in The Great War and Modern Memory, London,
Oxford University Press, 1975, trad. it. La grande guerra e la memoria moder­
na, Bologna, n Mulino, 1984, scrive che una ((Scena originaria», nelle descri­
zioni letterarie della prima guerra mondiale, è una scena in cui <mn uomo or­
rendamente ferito viene "confortato" da un amico ignaro dell'effettiva gra­
vità delle sue ferite» (p. 41) portando ad esempio l'atto III, scena III del
dramma di R. C . Sheriff ]ourney's End e la scena emozionante in Comma-22,
di J. Heller, in cui Yossarian crede che Snowden stia soffrendo a causa della
profonda ed orribile ferita alla coscia, ma poi, aprendo la tuta di Snowden,
vede le sue budella scivolare sul pavimento. Altre opere che contengono una
scena in cui l'eroe rimane <(Sorpresm> dal tipo di ferita sono Niente di nuovo
sul fronte occidentale, di Remarque, Il segno rosso del coraggio, di C rane e La
Certosa di Parma, di Stendhal. Mentre la frequenza di queste scene indica
che si è persa di vista l'importanza del ferimento nella guerra (altrimenti non
avrebbe la forza di <(sorprendere»), si può anche affermare che l'immediatez­
za visiva di un corpo ferito è in sé cosl schiacciante da conservare la capacità
di <(sorprendere» e di <(turbare profondamente» anche se l'osservatore è già
perfettamente consapevole del fatto che il ferimento è l'attività principale
della guerra.
Altre opere letterarie in cui la ferita è sempre in primo piano sono l'Ilia-
246 La distruzione

de, di Omero, La débacle, di Zola, Guerra e pace, di Tolstoj e Il nudo e il mor­


to, di Mailer.
IB Quando, nelle analisi formali e informali della guerra, si presenta la

necessità di illustrare un'attività «tipica», il tipo di attività spesso scelto è la


«neutralizzazione». Questa tendenza, che si manifesta in molti contesti di­
versi (per esempio, nella strategia formale da un lato, nella scelta delle sce­
neggiature televisive dall'altro) può essere rappresentata qui con la teoria dei
giochi. Per esempio, nell'analisi di Anatol Rapoport sul mascheramento delle
informazioni in situazioni di strategia mista, egli utilizza la seguente situa­
zione militare: «Un camion che trasporta munizioni percorre ogni giorno o
l'una o l'altra di due possibili strade. La strada n. l è sicura, la strada n. 2 no.
Il nemico invia un distaccamento per tendere un'imboscata al camion. Il di­
staccamento può scegliere di bloccare la strada n. l o la strada n. 2. Ciascuno
dei due avversari ha due strategie» e cosl di seguito (Fights, Games, and Deba­
tes, Ann Arbor, University of Michigan Press, 1960, pp. 159 ss.). Non è che
situazioni del genere non si verifichino in guerra, al contrario; inoltre, è pos­
sibile che l'analisi, che ha il pregio di suscitare interesse e stimolare delle ri­
flessioni, risulterebbe meno gradevole se l'esempio illustrativo trattasse di
un gruppo di uomini che cercano di uccidere sessanta altri uomini che stanno
passando o sulla strada n. l o su quella n. 2. Tuttavia, se questo, e non quello
basato sul ferimento, è il solo tipo di modello continuamente riportato, esso
condurrà a individuare nella neutralizzazione l'azione principale. Spesso il
modello di azione usato è la conquista di un forte o di un passo. Si vedano,
per esempio, le analisi di un dilemma classico della strategia militare, chiama­
to «Colonel Biotto» (]. McDonald e J. W. Tukey, Colone! Blotto: A Problem
ofMilitary Strategy, in Readings in Game Theory and Politica! Behavior, a cura
di M. Shubik, Garden City, N.Y., Doubleday, 1954, pp. 54-56). L'idea del
«forte» è l'idea di uno «spazio armato» e quindi un modello per l'azione di
«neutralizzazione». Anche se la conquista di un territorio e la sua difesa ri­
chiedono di «infliggere il maggior danno fisico», e anche se tale difesa è essa
stessa un'aggettivazione visiva delle discrepanze esistenti nella capacità di
infliggere danni fisici, non si darà rilievo a questo tipo di descrizioni. Per
un'analisi dei tipi di modelli militari (modelli matematici, modelli verbali,
mappe, analogie, simulazione mediante elaboratore), di molti modelli speci­
fici (per esempio, TEMPER, CARMONETTE, TIN SOLDIER) e della rela­
zione tra modelli simulati e resoconti storici, si veda G.D. Brewer e M. Shu­
bik, The War Game: A Critique o/ Military Problem Solving, Cambridge,
Mass., Harvard University Press, 1979. In nessuno di questi modelli il feri­
mento viene identificato come l'evento centrale, benché, ovviamente, si pos­
sa di nuovo sostenere che è proprio cosl.
19 B.H. Liddell Hart, in Strategy, New York, Preager, 1954, osserva che

il termine di Clausewitz «neutralizzazione» viene usato spesso senza tener


conto dello spargimento di sangue che implica (p. 73). Clausewitz stesso usa
il termine quasi come sinonimo di ferimento, e raramente lo inserisce senza
inserire anche delle descrizioni di uccisioni e ferimenti; inoltre, egli descrive
il luogo del ferimento in modo molto più dettagliato di quanto non faccia
Liddell Hart. Tuttavia, il punto di vista di quest'ultimo è importante per due
ragioni: in primo luogo, Clausewitz (come fa rilevare Liddell Hart) è citato
molto spesso a sproposito; in secondo luogo, nonostante vi sia in Clausewitz
una sovrapposizione di «neutralizzazione» e «ferimento», è l'uso del primo
La struttura della guerra 247

termine ad apparire particolarmente ambiguo, come verrà spiegato meglio


più avanti e nelle note 82 e 90.
20 Per esempio, lo storico e consulente governativo Richard Pipes con­
cluse un'intervista condotta per la PBS da William Buckley con la seguente
osservazione: <<Stiamo costruendo un deterrente che, in caso di aggressione
sovietica, non colpirebbe le città e i cittadini sovietici, ma le armi sovietiche»
(Is Communism Evolving?, in «Firing Line», 9 dicembre 1982) .
21 Proprio come il fatto di mettere insieme materiali animati e inanimati
conduce alla confusione percettiva che è alla base della ridefinizione del feri­
mento come «neutralizzazione», cosl l'idea di protezione implicita nel termi­
ne «neutralizzazione» può favorire la confusione relativa ai concetti di «offe­
sa» e di «difesa». Clausewitz richiama l'attenzione sull'errore più grave a cui
può indurre il fondersi dell'idea di difesa (protezione) con la distinzione tec­
nica tra posizioni offensive e difensive in battaglia. Thomas Nagel mette im­
plicitamente in discussione l'autorizzazione morale concessa dal termine «di­
fesa�> quando in War and Massacre (in War and Mora/ Responsability, a cura di
M. Cohen, T. Nagel e T. Scanlon, Princeton, Princeton University Press,
1974, p. 2 1 , n. 1 1) scrive: «Non sono affatto sicuro della validità dei motivi
che ci autorizzano ad uccidere coloro che cercano di uccidere noi (invece di
autorizzarci soltanto a fermarli con la forza, il che può anche sfociare nella
loro morte)». Può darsi anche che sia impossibile inventare un'arma di difesa
neutralizzante-ma-relativamente-innocua, ma poiché nessun tentativo è sta­
to fatto in questa direzione, il fatto che sia possibile o impossibile farlo non
può essere discusso. Le connotazioni buone del termine «difesa» non hanno
mai spronato alla ricerca e alla scoperta di un'arma simile.
22 Oppure, come Henry Kissinger li ha chiamati una volta, le «cosiddet­
te proporzioni delle uccisioni» (American Foreign Policy: Three Essays, New
York, Norton, 1969, p. 105) . La precisazione costituisce un esempio interes­
sante della perdita di realtà del ferimento. L'espressione proporzione delle
uccisioni è una definizione precisa e letterale dei confronti attuati in ogni
guerra dalle due parti per stabilire quale abbia subito il maggior numero di
perdite. Anteporre ad essa l'aggettivo «cosiddette» appare come un tentativo
di mitigare la brutalità del linguaggio, come se l'espressione stessa, e non il
fenomeno che essa descrive in modo letterale, si associasse a una sensibilità
grossolana. In altri termini, poiché l'uccisione è scomparsa dalla nostra per­
cezione dell'evento, viviamo la sua improvvisa comparsa nel linguaggio (pro­
porzioni delle uccisioni) come una rozzezza ripugnante, deliberatamente in­
serita nella descrizione.
23 O.N. Bradley, A So!dier's Story, New York, Holt, 1 95 1 , p. 5 19.
24 Ibidem, p. 495 .
25 B.H. Liddell Hart, Strategy, cit., p. 212. Si vedano anche le pp. 187,

2 10, 228, 232, 243, 244, 358, 359.


26 Ibidem, p. 2 9 1 . Anche Clausewitz si riferisce in alcuni passi a questa

danza, benché in modo più sfumato.


2 7 B.H. Liddell Hart, Strategy, cit., pp. 212, 1 87.
28 B.H. Liddell Hart, History of the First Wor!d War, London, Pan
Books, 1972, pp. 183, 185 (trad. it. La prima guerra mondiale, Milano, Rizzo­
li, 19695).
248 La distruzione

29 W.S. Churchill, Dawn o/Liberation, cit. p. 135.


30 Applicare il linguaggio del ferimento a un territorio geografico o al
complesso delle forze armate non distoglie necessariamente l'attenzione, co­
m'è ovvio, dal fatto reale della ferita nel corpo dell'uomo. Quest'uso può es­
sere perfettamente compatibile - favorendola, persino - con una percezio­
ne della natura della ferita vera e propria, come quando, alla fine di The
Guns ofAugust (New York, MacMillan, 1962), Barbara Tuchman riassume il
lungo periodo di guerra di trincea: «Né Mons né la Marna, ma Ypres è stata
il vero monumento al valore britannico, come pure la tomba di quarantacin­
que dei primi corpi di spedizione inglesi. Dopo di essa, con il sopraggiungere
dell'inverno, si cominciò a sprofondare lentamente, inesorabilmente, nel­
l' impasse della guerra di trincea. Estendendosi come una ferita in cancrena
dalla Svizzera alla Manica, attraverso i territori francese e belga, le trincee
determinarono la guerra di posizione e di logoramento, quella follia brutale,
torbida e assassina nota col nome di Fronte Occidentale, destinata a durare
per più di quattro anni» (p. 438).
Benché il modello dei singoli combattenti compaia in quasi tutti gli scrit­
ti strategici, politici e storici - minimo, l'esercito avrà dei «fianchi» e delle
«ali» - esso si impone soprattutto nella propaganda di guerra. In altri termi­
ni, negli eccessi retorici determinati dal rapporto quotidiano e diretto con la
guerra, questo modello viene isolato dal tessuto analitico in cui i suoi effetti
sono parzialmente assorbiti dalla densità stilistica della scrittura, e vengono
ingigantiti e messi in caricatura nelle vignette politiche, nei resoconti giorna­
listici e nei discorsi politici. Per esempio, nel suo discorso radiofonico del l
gennaio 1945, rivolto alla resistenza danese, Churchill esorta i suoi ascoltato­
ri ad andare avanti dicendo: «La belva nazista è in trappola [ . . . ]; le ferite in­
ferte dalla potenza armata della Grande Alleanza sono mortali» (Victory,
cit., p. 1 17). Anche se nessuno potrebbe dire che questo fosse il momento
adatto per chiedere alla popolazione di rendersi conto che, benché il colosso
nazista avesse la faccia di Hitler, era fatto di esseri umani straordinariamen­
te comuni, è anche chiaro che il modello, nella sua forma più eccessiva e reto­
rica, hon solo occulta la percezione della ferita esistente, ma favorisce il feri­
mento vero e proprio (a causa del ruolo che spesso ha nell'indurre una popo­
lazione a impegnarsi in nuove azioni di guerra).
3 1 Qui, come nelle riflessioni che seguono, tutte le volte che st parlerà di
obiettivo esterno della guerra, si userà come esempio la «libertà». E evidente
che ci sono molti obiettivi, nelle guerre, meno nobili e chiari di questo. Tut­
tavia useremo questo, in realtà per lasciare agli immaginari protagonisti di
una guerra «il beneficio del dubbio». La logica sottintesa qui potrebbe essere
riassunta nel modo seguente: immaginiamo una guerra, cominciata per rag­
giungere uno scopo per il quale la maggior parte delle persone ritiene valga la
pena combattere, e chiediamoci quale sia la relazione tra quell'obiettivo e
l'atto del ferimento. Se la risposta non è soddisfacente, ancora meno lo sarà
se gli obiettivi stessi sonq ambigui o addirittura (come accade) inequivocabil­
mente di scarso valore. E verso una comprensione della relazione tra l'atto
del ferimento e l'obbiettivo esterno (indipendentemente dal contenuto) che
ci stiamo muovendo.
32 Benché si possa trovare un «USO» per un determinato sottoprodotto,

in origine esso è «inutile» e persino «da eliminare» (waste). Sull'uso del termi-
La struttura della guerra 249

ne wasted («distrutto») al posto di killed («ucciso») si veda M. Walzer, Just


and Unjust Wars: A Mora! Argument with Historical Illustrations, New York,
Basic, 1977, p. 109.
H T.C. Sorensen, Kennedy, New York, Harper, 1965, pp. 684, 687.

34 M. Walzer, World War Il: Why Was this War Different, in War and
MoralResponsability, cit., p. 97.
35 L'idea dei bersagli indiretti fu sostenuta, per esempio, da Liddell
Hart in Paris, or the Future o/ the War, New York, Dutton, 1925 , e in diversi
articoli che hanno preceduto il libro. Egli spiega, in Strategy, di essere stato
indotto a questo dallo spettacolo dei bagni di sangue e dell'impasse nelle trin­
cee. Quando, più tardi, si rese conto che anche gli obiettivi civili ed econo­
mici «indiretti» implicavano innumerevoli perdite, vide che non riusciva a
persuadere l'Aviazione del suo errore con la stessa facilità con cui l'aveva
persuasa della validità della sua precedente posizione (pp. 363 ss.) . Comun­
que, anche negli ultimi lavori, come quello in cui si trova questa spiegazione,
egli parla talvolta di bersagli civili ed economici definendoli <<indiretti», co­
me se implicassero qualcosa di diverso dalla sofferenza inflitta ad esseri uma­
ni (p. 357).
36 Prese separatamente, ciascuna di queste tre fasi può sembrare ragio­
nevole, come nel caso ,dell'uso che Clausewitz fa della frase «il sangue è il
prezzo della strage»: «E sempre vero che il carattere della battaglia, come il
suo nome, è la strage [Schlact], e che il sangue ne è il prezzo; e l'uomo si riaf­
faccia nel condottiero, quando questo pensiero lo spaventa» (Della guerra
cit., p. 298) .
37 Le stesse metafore della produzione e della strada, elaborate in prece­
denza, possono essere interpretate come esempi di descrizione che opera in
termini di «estensione». Tuttavia, l'estensione può assumere molte altre
forme.
3B Come ogni definizione ampiamente citata, quella di Clausewitz viene
tradotta e interpretata in molti modi diversi. Di solito, viene letta come se
stesse a significare che la politica o la strategia politica nazionale vengono at­
tuate mediante la guerra, che la guerra è la continuazione della «politica» con
altri mezzi (per esempio, Liddell Hart, Strategy, cit., p. 366). Altre volte, vie­
ne letta come ciò che, in primo luogo, solleva la questione se durante la guer­
ra predomini l'autorità politica civile o invece l'autorità militare: per esem­
pio, attingendo dagli scritti di Engels e di Lenin, V.D. Sokolovskiy sostiene
che la strategia militare può essere talvolta determinata dalla politica di un
paese, mentre altre volte la situazione politica ed economica di quest'ultimo
può derivare da una necessità strategica, come quando, durante la guerra,
una nazione si allea con un'altra che in periodo di pace aveva creduto nemica
(Soviet Military Strategy, a cura di H.F. Scott, trad. ing. dal russo, New York,
Crane, Russak, 1968, 1975, pp. 19-20). Talvolta, l'importanza di tale defini­
zione viene individuata nella percezione della guerra come di una continua­
zione di forme di conflitto meno apertamente aggressive (come nella parafra­
si di Anatol Rapoport) - una continuazione di una controversia con altri
mezzi. In altri contesti ancora, la sua importanza viene attribuita al fatto che
la politica è sempre operante, anche nelle sfere da cui sembra assente, come,
per esempio, nella critica letteraria (W.]. Mitchell, Editors Introduction: The
Politics of Interpretation, in «Criticai Inquiry» 9 (estate 1982), III). Tutte
250 La distruzione

queste interpretazioni si conciliano con la definizione introdotta da Clause­


witz, benché la sua sia la più efficace. La guerra, egli sostiene, è un fenomeno
in cui convivono tre tendenze: in primo luogo, la violenza primordiale; in se­
condo luogo, il gioco delle possibilità e del caso, che interagiscono con lo spi­
rito creativo; in terzo luogo, un elemento di razionalità parzialmente regola­
tore. In particolare, è dalla sua spiegazione della terza tendenza che traggono
origine le sue riflessioni sulla parziale subordinazione della guerra alla strate­
gia politica nazionale. (Benché la tripartizione compaia solo alla fine del capi­
tolo l, Libro primo, l'intero capitolo procede sistematicamente e con estrema
chiarezza attraverso le tre tendenze.)
>9 B .H. Liddell Hart, Strategy, cit., p. 339.

40 Liddell Hart richiama l'attenzione su una serie di modi di dire legati


alla strategia, i quali desrivono il fatto per cui quando una delle due parti
crea una situazione che le consente di seguire due vie alternative per arrivare
alla vittoria, all'altra non resta che la resa: il precetto di Bourcet, «la strate­
gia deve avere due diramazioni�>, di cui l'una o l'altra non può fallire; quello
di Napoleone, «/aire son thème en deux façons»; quello di Sherman, <<porre il
nemico dinanzi a un dilemma» (Ibidem, p. 343) .
41 C. von Clausewitz, Della guerra, cit., p. 257. Un momento storico che
illustra il punto di vista di Clausewitz è la ritirata di Lee nella battaglia di
Antietam. Lincoln telegrafa a McClellan: «Non lasci che se ne vada incolu­
me» (Lord Charnwood, Abraham Lincoln, New York, Holt, 1917, p. 306,
trad. it. Lincoln, Milano, Dall'Oglio, 19646). Lincoln interpretò il rifiuto di
McClellan di inseguire e colpire le truppe confederate durante la ritirata co­
me disaccordo con la causa dell'Unione e tolse a McClellan il comando (pp.
307-309).
4 2 P. Kecskemeti, Strategie Surrender: The Politics o/ Victory and Defeat,
Stanford, Ca., Stanford University Press, 1958, p. 8 .
4 ' S i veda l a ricerca del Brookings lnstitute relativa a i 2 15 casi verifica­
tisi tra il 1946 e il 1975, in cui l'esibizione delle armi o dell'esercito è stata
utilizzata dagli Stati Uniti per scopi politici (B.M. Blechrnan e S.S. Kaplan,
Force Without War: U.S. Armed Forces as a Politica! Instrument, Washington,
D . C . , The Brookings Institute, 1978). Tra i casi esaminati sono: la guerra
laotiana, 1962; la guerra indo-pakistana, 1971; il Libano, 1958; la Giorda­
nia, 1970; la Repubblica Dominicana, 196 1-1966; la crisi di Berlino, 1958-
59, 196 1 ; la Yugoslavia, 195 1; la Cecoslovacchia, 1968. Benché la ricerca
analizzi i diversi casi nei loro molteplici aspetti (specificando, per esempio,
se siano state usate armi nucleari o convenzionali, se lo scopo sia stato «rin­
saldare, imporre, ostacolare o favorire» la popolarità del presidente degli Sta­
ti Uniti, ecc.), essa non affronta la questione che abbiamo posto qui, se l'esi­
bizione di una forza si opponga all'esibizione di un'altra, se sia univoca o re­
ciproca, e se debba essere interpretata come un'alternativa positiva alla guer­
ra o invece come un'alternativa negativa alla non aggressione. Fino a un cer­
to punto, tuttavia, le risposte a queste domande possono essere ricavate dal
contesto.
44 B. Russell, Has Man a Future?, New York, Simon and Schuster, 1962,
p. 78, trad. it. Has Man a Future?, Torino, SEI, 1979.
45 M. Feraoun, ]ournal 1 955-1 962, Paris, 1962, citato in A. Horne, A
Savage War ofPeace: Algeria 1 954-1 962, London, Macrnillan, 1977, p. 208.
La struttura della guerra 25 1

4 6 M. Walzer, Just and Unjust Wars, cit . , p. 109. La voce di Walzer si


unisce qui a quella di Randall Jarrell; in tali questioni, i due scrittori sono ac­
comunati dalla consapevolezza e dalla triste stanchezza della «voce».
47 L. Simpson, Air With Armed Men, London, London Magazine Edi­
tions, 1972, p. 1 14.
4 8 Leonardo da Vinci, The Way to Represent a Battle, in The Notebooks
of Leonardo da Vinci, trad. ing. e introd. E. MacCurdy, New York, Reynal
and Hitchcock, 1938, vol. II, pp. 269-27 1 .
4 9 Lavoro e guerra non sono simmetrici, perché uno costruisce il mondo
e l'al tra lo distrugge.
Proprio come nella tortura la decostruzione del mondo si rivela talvolta
nel linguaggio usato durante il processo stesso, cosl la terminologia tipica del­
la guerra rivela qualche volta la medesima relazione con i comuni progetti di
costruzione: per esempio, un tipo di carro armato M 1 1 3 è chiamato bulldozer
(spianatrice) e un altro bridgelayer (costruttore di ponti), proprio come c'è un
complesso lanciamissili che (forse a causa dei suoi numerosi dispositivi) ha il
nomignolo ufficiale di kitchen (cucina) (C .P. Foss, ]ane's World Armoured Fi­
ghting Vehicles, New York, St. Martins, 1976, pp. 294-305). Che la guerra
implichi la distruzione sistematica del mondo costruito colpisce in modo par­
ticolare coloro che sono testimoni di una guerra combattuta in una città. Per
esempio, di ritorno da Berlino, nel 1945, il corrispondente dell'Armata Ros­
sa, tenente colonnello Pavel Troyanovsky descrisse con stupore la trasforma­
zione di ogni casa, giardino, strada e piazza in un luogo fortificato, e osserva
che Berlino non ricorda più Berlino: non è più una città, ma un «incubo di
fuoco e acciaio» (citato in J. Strawson, The Battle for Berlin, cit. , pp. 152-
153). Analogamente, Victor Hugo fornisce una descrizione ossessionante
della lenta distruzione, oggetto per oggetto, di Parigi, durante la rivoluzione
del 1848, quando frammenti casuali di vita democratica - porte, grate, pa­
ravooti, letti, marmitte, casseruole, stracci, infissi, tegole, camini, carretti,
tavoli - finivano uno ad uno nella barricata di Saint-Antoine, una «costru­
zione» alta tre piani e lunga duecento metri (I Miserabili, Milano, Garzanti,
19847 ) .
5 o È sulla base d i questo problema particolare che Quincy Wright, per
esempio, è contrario all'identificazione della guerra con un gioco. Si veda la
sua analisi in A Study of War, Chicago, University of Chicago, 1942, vol. Il,
pp. 1 146ss., specialmente la nota 2, in cui egli dimostra il nesso tra l'idea di
«lotta» e quello di <(progresso» negli scritti di W alter Bagehot, Ernest Renan,
Karl Pearson, Herbert Spencer, e in quelli dei darwinisti socialisti tedeschi,
di Gumplowicz, di Ratzenhoffer, di Treitschke e di Steinmetz.
5 1 P. Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, cit . , pp. 32-36.
52 Anche il fatto che i soldati americani potessero lasciare le zone di
combattimento e passare la sera in circoli ricreativi attrezzati con docce,
ping-pong e altro, turbava molti degli americani rimasti a casa. In altri termi­
ni, il <(lavoro» del soldato, come si è visto in precedenza, prevedeva in questa
guerra delle soste, dal momento che, come nelle forme comuni di lavoro, i ge­
sti e le situazioni potevano essere temporaneamente abbandonati alla fine di
ogni giornata.
53 B.H. Liddell Hart, Strategy, cit., p. 358. Analogamente, quando fu
chiesto a Robert E. Lee che cosa avrebbe fatto se il Nord avesse preso
252 La distruzione

Richmond, egli rispose: «Scambieremo le regine)), intendendo dire che il Sud


avrebbe preso Washington (Lord Charnwood, Abraham Lincoln, cit. p. 302).
54 Per esempio, Arthur M. Schlesinger Jr. riassume cosl il modo in cui
l'amministrazione Kennedy interpretava le ragioni di Nikita Krushchev du­
rante la crisi dei missili di Cuba: «Con un solo lancio dei dadi nucleari, Kru­
shchev poteva ristabilire l'equilibrio strategico, umiliare gli americani, libe­
rare i cubani, ridurre al silenzio gli stalinisti e i generali, disorientare i cinesi
e acquisire un forte potere di contrattazione quando scelse di replicare Berli­
no. n rischio sembrava medio; il vantaggio enorme)) (L. H. Gelb, 20 Years Al­
ter Missile Crisis, Riddles Remain, in «New York Times», 23 ottobre 1982) .
55 W.S. Churchill, Dawn o/Liberation, cit., p. 138.
56 B . Tuchman, The Guns ofAugust, cit., p. 295 .
57 A. Haig, «Pace e deterrenza», discorso pronunciato al Center for
Strategie and lnternational Studies, Georgetown University, 6 aprile 1982.
58 H. Kissinger, American Foreign Policy, cit., p. 103.
59 W.S. Churchill, Victory, cit., p. 240. È interessante osservare che il
linguaggio della «gara», usato prima dai soldati, poi dagli strateghi e infine
dai politici, diventa via via sempre più astratto (nel primo caso, cita dei gio­
chi per i quali occorrono giocatori in carne ed ossa, nel secondo, usa giochi di
simulazione con giocatori simbolici, come la dama e gli scacchi; nel terzo,
spesso usa solamente strutture linguistiche astratte) . Evidentemente, questi
livelli successivi di astrazione corrispondono alla distanza che separa chi par­
la dalla reale partecipazione alla guerra.
60 H. van Groot,. The Rights of War and Peace, trad. ing. A.C. Campbell,
intr. D.J. Hill, Washington, D.C., M. W alter Dunne, 1901, p. 18.
6 ! Q .Wright, A Study o/ War, cit., vol. l, tabella 41, p. 646.
62 Come le ricerche che prendono in esame o la «legalità» (per esempio
gli scritti di Wright) o invece la «giustezza» e la «moralità» (per esempio, gli
scritti di Nagel e Walzer) dei vari aspetti della guerra.
6J V.D. Sokolovskij, Soviet Military Strategy, cit., pp. 33, 12.
64 P. Kecskemeti, per esempio, propone di classificare la guerra secondo
tre criteri: l) la simmetria o l'asimmetria del risultato militare; 2) il grado di
totalità; 3) la simmetria o l'asimmetria del risultato politico (p. 17 e passim).
65 Questa insistenza sul carattere «duale)) della guerra civile pareva biz­
zarra a Lincoln. Lord Charnwood scriveva: «Lincoln sussultò alla parola
d'ordine di Meade: "cacciare l'invasore dalla nostra terra"; "Riusciranno
mai i nostri generali," esclamò in privato, "a togliersi dalla testa quest'idea?
L'intero paese è la nostra terra"» (p. 358).
66 Q. Wright, A Study of War, cit., vol. l, tabella 41, p. 646.
67 C . Schmitt, Begriff des Politischen (1927), trad. it. Le categorie del «po­
litico», Bologna, n Mulino, 1972.
68 P. Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, cit.

69 Anche se i concorrenti sono più di due, e non vengono suddivisi in


due fazioni ma partecipano alla competizione ognuno per proprio conto, può
ancora essere ravvisata una struttura duale. Per esempio, in una competizio­
ne tra persone dotate di un particolare talento, il gruppo dei partecipanti può
La struttura della guerra 253

essere immaginato dapprima come suddiviso in due gruppi approssimativi,


quelli che certamente non si aggiudicheranno il premio e quelli che hanno la
possibilità di aggiudicarselo; questo secondo gruppo viene a sua volta suddi­
viso in due sottogruppi, quelli che non possono più aggiudicarsi il premio e
quelli che possono ancora farlo, e cosl per altre successive selezioni, finché
alla fine si dovranno giudicare le due persone rimaste, il vincitore e colui che
era quasi il vincitore, ma che è invece il perdente (o il secondo classificato).
Questa procedura può essere applicata anche ad altre competizioni, per
esempio a una gara di nuoto.
7° C. von Clausewitz, Della gue"a, cit. Un esempio di guerra il cui risul­
tato non dipese dai livelli relativi di danno fisico ma dai livelli relativi di dan­
no intollerabile è la guerra del Vietnam. Henry Kissinger scrive che i rappor·
ti tra perdite statunitensi e nordvietnemite «divennero indici altamente inat·
tendibili. Essi erano falsati dal fatto che il livello di "intolleranza" per gli
americani che combatterono a migliaia di chilometri dal loro paese risultava
molto più basso di quello dei soldati di Hanoi, che combattevano in terra
vietnarnita» (Foreign Policy, cit., p. 105) .
71 n rapporto tra partecipanti e popolazione globale è molto più alto nel
ventesimo secolo che in passato (secondo Quincy Wright, oscilla tra l' l e il
5% nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, è del 14% nella prima guerra
mondiale e quasi del 100% nella seconda (A Study of War, cit., pp. 232 n.
32, 234, 242-244, 570; per le cifre relative alla seconda guerra mondiale si
veda l'edizione del 1965); tuttavia, anche nei secoli in cui la percentuale di
popolazione partecipante era molto più bassa, era ovviamente molto più alta
che in altre forme di gara.
72 In questi vari generi di competizione, la procedura per arrivare al ver­
detto può essere di due tipi. Nel primo tipo (che si applica alla danza, al can­
to, all'invenzione meccanica, alla scoperta scientifica), il verdetto è pronun­
ciato da una terza persona, una persona fuori gara. Nel secondo (che si appli­
ca agli scacchi, al nuoto, alla corsa e anche alla guerra), i fattori determinanti
per la vittoria sono incorporati nella struttura interna della gara stessa; il vin­
citore si conosce alla fine della gara, oppure (come forse è più esatto dire) la
gara termina nel momento in cui si conosce il vincitore. Non occorrono giu­
dizi o decisioni esterni. In realtà, può essere che uno dei motivi per cui è dif­
ficile sostituire la guerra con l'arbitrato e la mediazione è che il secondo tipo
di procedura (in cui il giudizio è incorporato nella struttura dell'evento) è so·
stituito dal primo (che richiede una valutazione esterna) .
n secondo tipo di procedura, in cui il verdetto è raggiunto all'interno del
processo stesso della competizione, comporta un'ulteriore designazione tra
quei modi di procedere in cui è il vincitore ad essere individuato, dopo di che
viene individuato il perdente (come in una gara di velocità in cui il primo ar­
rivato è il «vincitore» e la designazione dei «perdenti» consegue logicamente
dal fatto che il titolo di «vincitore<< è già stato assegnato a qualcun altro), e
quei modi di procedere in cui è il perdente ad essere individuato per primo e
la designazione del vincitore a derivare da ciò (come nella guerra) . Sebbene
la guerra non sembri corrispondere normalmente al secondo modello, tutta·
via questa non è un'evenienza eccezionale: anche il pugilato e un duello al­
l'ultimo sangue sembrerebbero corrispondere a questo modello, il che sta ad
indicare che le contese di qualunque portata basate sul danno fisico tenden·
254 La distruzione

zialmente rientrano in esso. Lo stesso si potrebbe dire di forme meno imme­


diatamente riconoscibili di danno fisico, come le gare di resistenza: nelle ma­
ratone di ballo degli anni '30, per esempio, il «vincitore» era l'ultimo a crolla­
re; cioè, la progressiva individuazione dei «perdenti» conduceva alla fine al­
l'individuazione del vincitore.
73 P. Kecskemeti, Strategie Surrender, cit., p. 23.
74 Naturalmente, è anche vero che proprio come queste contese immagi­
narie condurrebbero alla guerra, cosi la guerra stessa porta altra guerra; la
guerra alimenta se stessa. Da una parte e dall'altra, si fornisce una versione
dei fatti in cui si spiega la propria aggressione con le azioni di guerra compiu­
te dalla parte avversa: loro hanno bombardato Londra, cosi noi abbiamo
bombardato Berlino. Ogni successiva operazione diventa una ritorsione con­
tro l'ultima operazione avviata dall'avversario, come indica il concetto di
escalation. Analogamente, l'inizio della guerra può essere spiegato come con­
seguente a un'iniziativa del nemico: se gli Stati Uniti avessero dato inizio a
una guerra all'epoca della crisi dei missili di Cuba, essa sarebbe stata spiegata
con il fatto che il nemico aveva creato le condizioni perché fosse dichiarata.
Ancora, è stato detto che l'espressione «guerra per le materie prime» è tauto­
logica, perché quelle stesse materie prime per cui una guerra viene combattu­
ta sono indispensabili al benessere delle nazioni solo in quanto sono necessa­
rie alla produzione di armi e macchine.
75 In una contesa normale, il rapporto tra premio e vittoria può essere di
due tipi. Primo, una persona che in una gara vince il titolo di «miglior can­
tante» può ricevere in premio un invito a cantare con la compagnia dell'opera
di Berlino o la nomina a professore di canto aJuillard. In questo caso, c'è una
relazione intrinseca tra l'attributo conteso e il premio, cosl profonda che la
«gara» può essere stata in realtà un'«audizione» per I'!!ttribuzione di quel
premio; si tratta di un'anticipazione formale della posizione attribuita in pre­
mio. Secondo, il «miglior cantante» può invece ricevere in premio del denaro
o una vacanza. La vacanza non ha nulla a che vedere con il titolo, se non che
permette al vincitore di esperire per il periodo di tempo di una settimana, ag­
gettivandola, una vittoria della durata effettiva di qualche istante (per esem­
pio, il tempo dell'annuncio del vincitore e dell'applauso può essere stato di
cinque minuti). La relazione tra la vittoria di una nazione alla fine della guer­
ra e il suo diritto di stabilire determinati obiettivi postbellici può corrispon­
dere al primo modello o al secondo: il diritto di stabilire degli obiettivi è
un'estensione degli attributi intrinseci che si manifestano (come la posizione
nella compagnia dell'opera) o è invece un prolungamento temporale e un'ag­
gettivazione del momento della vittoria (come il denaro e la vacanza)? Ci
sembra che sia quasi sempre la seconda cosa.
76 Questo non vuoi dire che Clausewitz o altri sostenitori dell'argomen­
tazione basata sulla logica autonoma della guerra enuncino la questione come
viene enunciata qui. Ma il contesto dell'enunciazione è implicito: vale a dire,
si cerca di descrivere che cosa sia la guerra e quindi (implicitamente) che cosa
la distingua da altri fenomeni che potrebbero sostituirla; inoltre, si intuisce
che qualunque cosa essa sia, ciò che la distingue è connesso al modo in cui la
guerra finisce.
77 Come Tamiri il tracio nel Libro II dell'Iliade.
78 P. Kecskemeti, Strategie Surrender, cit., pp. 13, 22.
La struttura della guerra 255

79 C . von Clausewitz, Della guerra, cit., pp. 43-44.


80 Ibidem, p. 109. Qui, la nozione di <(eguaglianza» mette in crisi Clause­
witz, precisamente a causa dell'eguaglianza delle perdite. Comunque, si do­
vrebbe tenere presente che i concetti di <(eguaglianza» e <dneguaglianza» ten­
dono ad essere problematici nelle analisi della guerra. Poiché l'attività di
guerra presuppone almeno una parità di forza militare temporanea, e termina
(in teoria) soltanto col sopraggiungere di un'ineguaglianza anche minima,
molte ricerche imperniate sul problema della prevenzione della guerra affer­
mano che la previsione di un danno uguale impedisce che essa scoppi. Que­
sto assunto è alla base dell'idea dell' <(equilibrio del potere» o <(equilibrio del
terrore» come mezzo per prevenire la guerra, proprio come, per molti anni, si
è parlato della <(distruzione reciproca certa» (M.A.D., mutually assured de­
struction), cioè del fatto di prevedere un danno uguale, come di un mezzo per
prevenire la guerra nucleare. Un'assunto analogo era diffuso nel periodo pre­
cedente la prima guerra mondiale. La grande illusione, di Normal Angeli -
che <(dimostrava» come la guerra fosse in quel momento impossibile perché
l'interdipendenza finanziaria dei paesi significava che tutti i partecipanti
avrebbero sofferto in egual misura del danno economico e finanziario che sa­
rebbe derivato dalla guerra - fu, secondo Barbara Tuchrnan (The Guns of
August, cit., pp. 24-25), un libro di grande successo, tradotto in undici lin­
gue. Che questo assunto sia sbagliato lo dimostrano sia la realtà storica (a di­
spetto delle previsioni, la prima guerra mondiale ci fu) sia le osservazioni ge­
nerali sull'eguaglianza delle perdite (come quelle di Clausewitz). Benché il
raggiungimento di un'ineguaglianza del danno possa essere indicato quale
obbiettivo della guerra (se non il risultato effettivo), esiste tuttavia la prova
antropologica del fatto che certi popoli cercano esplicitamente di raggiunge­
re una <(parità» mediante il conflitto armato; presso questi popoli, la guerra
cessa quando le due parti sono appagate dal fatto di aver avuto lo stesso nu­
mero di perdite (1. Eibl-Eibesfeld, Krieg und Frieden aus der Sicht der Verhal­
tensforschung (1975), trad. it. Etologia della guerra, Torino, Boringhieri,
1983).
Sul problematico concetto di eguaglianza, si vedano anche le riflessioni
di Quincy Wright sull' <(eguaglianza e l'ineguaglianza giuridica dei belligeran­
ti», che tendono a corrispondere alla relativa eguaglianza o ineguaglianza fi­
sica dei partecipanti (A Study o/ War, cit. , vol. II, pp. 1393, 981) e di Mi­
chael Walzer sull'<(eguaglianza morale» dei soldati (]ust and Un;ust Wars, cit.,
pp. 35-4 1, 127, 137).
81 C . von Clausewitz, Della guerra, cit., Bernard Brodie, in A Guide to

the Reading o/ «On War», sottolinea che questo era vero per la Prussia di
Clausewitz, <(di fatto annullata come potenza militare» nella campagna di Je­
na del 1806, ma di n11ovo forte nelle campagne del 1 8 1 3 , 1814 e 1 8 15 (in
Della guerra, cit.). Potrebbe essere anche vero per la Francia, che si riprese
velocemente nei tre anni successivi alle pesanti riparazioni impostele nel
1 87 1 . E potrebbe essere vero per la Germania, sconfitta alla fine della prima
guerra mondiale e di nuovo protagonista nella seconda (alcune analisi attri­
buiscono il suo ritorno all'incompiutezza della sconfitta subita nella prima
guerra mondiale, mentre altre alla pesantezza della sconfitta e della punizio­
ne precedenti) . TI conflitto armato tra Israele e i Paesi Arabi è visto talvolta
come una sequenza di guerre (per esempio, cinque in trent'anni) e talvolta
come una guerra ininterrotta. Eric Rouleau lo definisce <(guerra permanen-
256 La distruzione

te», e un economista statunitense, Oscar Gass, prevede che continuerà alme­


no fino alla fine del secolo (A. Fontaine, La «pax ebraica», in ((Le Monde», 14
giugno 1982).
Comunque, tutto questo non significa che non sia esatto distinguere la
guerra dalle altre contese sulla base della durata del suo risultato, il quale è
<<duraturo», se non <<eterno».
82 Le categorie di Clausewitz del <<reale» e dell' ((ideale», o del ((Reale» e
dell' ((Assoluto», sono riprese negli studi generali sulla sua opera e sono ana­
lizzate da W.B. Gallie in Philosophers of Peace and War: Kant, Clausewitz,
Marx, Engels and Tolstoj, Cambridge, Cambridge University Press, 1979, pp.
37-66.
È possibile che la tensione tra guerra illimitata (assoluta) e limitata (rea­
le), un punto che Clausewitz affronta spesso in modo esplicito, derivi da una
precedente ambiguità concettuale che egli non affronta con la stessa fran­
chezza. In altri termini, le tendenze in conflitto della distruzione ((totale» e
<<parziale�> del nemico riflettono un'ambiguità presente nel concetto da esse
precisato di ((distruzione del nemico». All'inizio del libro, Clausewitz scrive:
<<La forza militare deve essere distrutta, ridotta cioè in tali condizioni che non
possa più continuare la lotta. Questo soltanto intenderemo d'ora in poi con
l'espressione "distruzione della forza nemica"» (Della guerra, cit . , p. 42).
Questa premessa sta erroneamente ad indicare che ((la distruzione della forza
nemica», o ((la distruzione della capacità del nemico di infliggere danni fisici»
(sia parziali sia totali) può essere interpretata come qualcosa di distinto dalla
((distruzione del nemico stesso» (sia parziale sia totale). Ma questo non è ve­
ro, perché un nemico in carne e ossa possiede, come caratteristica fondamen­
tale del suo essere vivo, la capacità di infliggere un danno fisico (per esempio,
se privato delle sue armi, può inventarne delle nuove) . Benché Clausewitz
tenti di conservare la specificazione - usando raramente l'espressione ((di­
struzione (o annientamento) del nemico» senza inserire quasi subito l'espres­
sione alternativa ((distruzione (o annientamento) della forza nemica» - egli
non spiega mai che cosa significhi la seconda in quanto distinta dalla prima.
Per esempio, egli scrive: ((Che cosa intendiamo per sconfitta del nemico?
Semplicemente la distruzione della sua forza, con la morte, il ferimento o
qualsiasi altro mezzo»: il ((mezzo» diverso dalla morte o dal ferimento rimane
imprecisato.
83 J.F.C. Fuller, A Military History of the Western Wor/d, vol. III, New
York, Funk and Wagnalls, 1956.
84 P.Kecskemeti, Strategie Surrender, cit., vol. l, pp. 2 16, 237, 239.
Quindi, tendiamo a interpretare la pesantezza della sconfitta subita dalla
Germania alla fine della seconda guerra mondiale come tipica, mentre può in
realtà essere anomala; al contrario, tendiamo a interpretare l'assenza di una
sconfitta pesante, come per gli americani in Vietnam, come anomala, mentre
può essere normale o un'amplificazione di ciò che è normale. L'importante
studio di Kecskemeti è inusuale nella letteratura della guerra, in quanto si
sofferma a lungo sul modo in cui si caratterizza la fine della guerra.
65 H. S. Truman, The President's Message to the Congress: A Program for
United States Aid to European Recovery (19 dicembre 1947) e G.C. Marshall,
Assistence to European Economie Recovery: Statement be/ore Senate Commit-
La struttura della guerra 257

tee o n Foreign Relations ( 8 gennaio 1948), Departement of State, Publication


3022, Economie Cooperation Series 2, Washington, D.C., GPO, 1948.
86 H.S. Truman, The President's Message to the Congress, cit., p. 16. In

realtà, gli Stati Uniti non avevano affatto intenzioni punitive, tanto che
Marshall, in un altro discorso, riconosce che «Spesso, gli Stati Uniti sono sta­
ti accusati di aver cercato di attuare una politica che privilegiasse la ricostru­
zione della Germania rispetto a quella degli altri paesi» (Tbe Problems of Eu­
ropean Revival and German and Austrian Peace Settlements, discorso del 18
novembre 1947 al convegno patrocinato dal Chicago Council on Foreign Re­
lations e dalla Camera di Commercio di Chicago, e diffuso in tutto il paese,
Dept. of State, Pub. 2990, Eur. Series 3 1 , Washington, D.C., GPO, 1947,
p. 13). Benché il punto fosse la ripresa economica e non quella militare, non
si ignorava che la prima poteva trasformarsi abbastanza rapidamente nella
seconda. Una volta, Churchill osservò che il paese sconfitto sarebbe partito
avvantaggiato in una guerra futura: «La nazione sconfitta e disarmata in que­
sta guerra mondiale affronterà la prossima con un vantaggio, perché proget­
terà nuove armi, mentre noi cercheremo di arrangiarci con quelle vecchie»
(citato in O.N. Bradley, A Soldier Study, cit., p. 497). Alla punizione dei po­
poli dell'Asse erano contrari sia i leader inglesi sia quelli americani: nel suo
discorso alla radio del 13 maggio 1945, Churchill dice: «Sarebbe inutile pu­
nire gli hitleriani per i loro crimini se non si potesse contare sulla legge e sulla
giustizia, e se governi totalitari o polizieschi dovessero prendere il posto de­
gli invasori tedeschi�>, un argomento che può essere esteso alla Germania
stessa (Victory, cit . , p. 1 79).
87 H. S . Truman, The President's Message to the Congress, cit., p. 12. L'u­

nico altro paese indicato è la Gran Bretagna, ma in questo caso il riferimento


è molto più vago e non riesce a comunicare l'idea di una ripresa decisa. Subi­
to dopo aver citato l'aumento della produzione di carbone in Germania da
230.000 a 290.000 tonnellate, egli aggiunge: «Analogamente, la produzione
di carbone nel Regno Unito è notevolmente cresciuta nelle ultime setti­
mane».
L'importanza del carbone per la ripresa dell'Europa è sottolineata non
solo nei rapporti tecnici sulle risorse (Appendix C: Summaries of Technical
Committee Reports del Committee ofEuropean Economie Co-Operation Gene­
rai Report, Paris, 12 settembre 1947, vol. I, pp. 80-86), ma anche nella Histo­
rical Introduction al Generai Report: la ripresa dell'Europa fu impressionante
subito dopo la guerra, ma subl un arresto durante l'inverno 1946-47 a causa
della scarsità di carbone, particolarmente dannosa per il freddo intenso che
caratterizzò quell'inverno (p. 7) .
Dai vari rapporti e discorsi che accompagnano il Piano Marshall, risulta
chiaro che gli Stati Uniti considerano dannoso impedire una rapida crescita
economica della Germania per tre motivi. In primo luogo, perché questo im­
pedirà alla Germania di diventare autosufficiente, e perciò renderà necessa­
rio un'aumento dei contributi finanziari da parte dell'America (G. C. Mar­
shall, The Problems of European Revival, cit., p. 13). In secondo luogo, per­
ché impedirà all'Europa di riprendersi pienamente, dal momento che il con­
tributo della Germania è fondamentale per tale ripresa; e il benessere del­
l'Europa è una condizione necessaria per il benessere degli Stati Uniti. In
terzo luogo, perché la ripresa economica e industriale della Germania è con­
siderata anche un modo per ostacolare il militarismo tedesco. Nel discorso
258 La distru:r.ione

pronunciato da Marshall il 5 giugno 194 7 aç Harvard, la stabilità politica e il


benessere economico vengono equiparati: «E logico che gli Stati Uniti faccia­
no tutto quello che è in loro potere fare per favorire il ritorno a una normale
prosperità economica nel mondo, senza la quale non ci può essere stabilità
politica, né una pace sicura. La nostra politica non è diretta contro qualche
paese o dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il disordi­
ne» (European Initiative Essential to Economie Recovery, Dept. of State, Pub­
lication 2882, Eur. , Series, Washington, D.C., GPO, 1947, p. 4). Nelle ri­
flessioni successive su questo punto, la stabilità politica della Germania (e,
per estensione, la sua impossibilità di nuocere militarmente) viene ancora
fatta dipendere dal suo benessere economico, ma da un benessere economico
controllato dall'interno, in quanto condiviso dal resto dell'Europa. In The
Problems o/ European Revival and German and Austrian Peace Settlements,
Marshall dichiara che vi sono due modi per scongiurare un futuro intervento
militare della Germania: primo, il disarmo; secondo, la condivisione del car­
bone estratto nella valle della Ruhr con altre comunità, per evitare che possa
di nuovo trasformarsi in un colosso economico (pp. 12, 13). Analogamente,
nel Genera! Report, il contributo dei bacini carboniferi della Ruhr alla ripresa
dell'Europa viene esplicitamente indicato come un modo per evitare che l'e­
conomia tedesca «si sviluppi a detrimento degli altri paesi Europei» (p. 69).
Visto alla luce di queste considerazioni, l'accenno di Truman al balzo della
Germania dalle 230.000 alle 290.000 tonnellate di carbone al giorno è una
celebrazione della probabile ripresa della Germania, una celebrazione della
probabile ripresa della comunità europea nel suo insieme, e una celebrazione
della probabile scomparsa dal continente di paesi liberi di assoggettare i paesi
confinanti. Che gli alleati occidentali si siano dovuti assicurare della futura
innocuità della Germania è scontato; invece, è degno di nota il fatto che ab­
biano escogitato una forma di autoassicurazione che non solo prevedeva il
benessere della Germania, ma che di fatto si basava su di esso.
88 La maggior parte degli scritti sulla ricostruzione dell'Europa non par­

la nemmeno della Germania come paese separato dal resto dell'Europa; cioè,
il linguaggio del <<noi e loro», necessariamente cosl efficace in guerra, è ora
scomparso. Poiché la Germania non era rappresentata agli incontri di Parigi,
il Genera! Report prende atto della differenza usando espressioni che conten­
gono due soggetti, come, ad esempio, <d partecipanti e la Germania Occiden­
tale». Marshall, d'altro canto (anche in The Problems ofEuropean Revival and
German and Austrian Peace Settlements), tende a parlare semplicemente e col­
lettivamente di Europa. Nella misura in cui questi scritti fanno uso del lin­
guaggio del «noi e loro», il <<loro» non è la Germania, ma l'Unione Sovietica.
(Si veda l'articolo classico di Arthur Schlesinger Jr., Origins of the Cold War,
in «Foreing Affairs» 46 (ottobre 1967), pp. 22-52.) La cosa più importante,
rispetto alla diversità dei punti di vista sulle questioni emerse nel corso di
questa analisi, è che il contrasto tra U.s.A e U.R.s.s. è rappresentato in questi
scritti come fondato sull'esistenza di due diverse concezioni della struttura
della guerra - cioè, sull'assunto dell'Unione Sovietica che la guerra sia capa­
ce di imporre la propria logica e che, quasi fosse una necessità strutturale, gli
sconfitti non abbiano la forza di riprendersi. Anche nel discorso di Harvard,
Marshall dice: «Ogni governo che si adoperi per ostacolare la ripresa degli al­
tri paesi non può aspettarsi da noi alcun aiuto. Inoltre, i governi, i partiti po­
litici o i gruppi che cercano di perpetuare la miseria umana per trarre profitto
La struttura della guerra 259

politicamente o in altro modo, incontreranno l'opposizione degli Stati Uniti»


(p. 4) . Nel suo discorso dell' 8 gennaio 1948 davanti alla Commissione del Se­
nato per le Relazioni con l'Estero, egli è più esplicito, in quanto presenta la
Russia come un paese che favorisce la «crisi economica» piuttosto che la ri­
presa (p. 7); infine, analisi simili si trovano in The Problems o/ European Re­
viva!, cit., pp. 4, 8, 9, 10.
89 Sul modello dei singoli combattenti si vedano le note 70-72, e sul mo­
dello binario le note 87-88. I concetti di «duplice» e di «binario» sono distin­
ti, benché collegati; infatti, il concetto di «duplice» possiede attributi che
quello di «binario» non ha. Anche se «binario» è necessariamente una carat­
teristica psicologica e strutturale della guerra, «duplice» non lo è assoluta­
mente, e la sovrapposizione dei due termini è fuori luogo.
Rispetto al modello dei singoli combattenti, è interessante che van Groot
individui l'etimo di bellum in duellum nella sua descrizione della guerra come
condizione fondamentale di separatezza e della pace come condizione fonda­
mentale di unità (The Rights o/ War and Peace, cit., p. 18).
90 S. Freud, Zeitgemiisses iiber Krieg und Tod (1915), trad. it. Considera­
:doni attuali sulla guerra e la morte, in Il disagio della civiltà e altri saggi, Tori­
no, Boringhieri, 19752, pp. 288, 2 9 1 .
Della guerra, d i Clausewitz, s i apre proponendo un modello a due perso­
ne: «Non daremo della guerra una grave definizione scientifica; ci atterremo
alla sua forma elementare: il combattimento singolare, il duello. La guerra
non è che un duello su vasta scala. La moltitudine di duelli particolari di cui
si compone, considerata nel suo insieme, può rappresentarsi con l'azione di
due lottatori» (p. 19). n suo uso del modello a due persone risulta complicato
dal fatto che egli alterna una versione del modello in cui l'avversario viene
ucciso (il duello) a una versione in cui l'avversario viene neutralizzato ma
non ucciso (l'incontro tra due lottatori), rivelando in questo modo l'ambigui­
tà della distinzione tra «distruzione della capacità del nemico di infliggere
danni fisici» e «distruzione del nemico stesso» (si veda la nota 82) In altri ter­
mini, Clausewitz è consapevole del problema della trasformazione del model­
lo a due persone nel modello a due gruppi, e in questo capitolo particolar­
mente curato della sua opera attribuisce retroattivamente un carattere ambi­
guo al suo modello a due persone modificato.
91 A. Haig, Peace end Deterrence, citato in T. Draper, How Not to Think
About Nuclear War, in <(New York Review of Books», 15 luglio 1982, p. 38.
92 Ibidem.
93 Si veda, per esempio, W. Millis , Truman and MacArthur, e M.H. Hal­

perin, The Limiting Process in The Korean War, in Korea: Co/d War and Limi­
ted War, a cura di A. Guttmann, Lexington, Mass. , D.C. Heath, 1967, pp.
69-78, 18 1-201.
94 H. Kissinger, American Foreign Policy, cit., pp. 193ss. Per esempio,
mentre le mappe statunitensi del Vietnam, secondo Kissinger, erano netta­
mente divise in tre parti colorate diversamente, di cui una rappresentava i
territori del governo, una quelli contesi ed una quelli controllati dai Viet
Cong, queste divisioni territoriali non avevano alcuna importanza per Hanoi
e per la strategia della guerriglia. Inoltre, la loro validità era messa in crisi
dalla divisione temporale effettiva dei territori, che si sottraevano al control-
260 La distruzione

lo degli Stati Uniti: infatti, Saigon manteneva il controllo dei villaggi nelle
ore diurne e Hanoi dal calar della sera e per tutta la notte.
95 D. MacArthur, No Substitute /or Victory, lettera al Deputato Joseph
W. Martin, 5 aprile 195 1 , citato in A. Guttmann, Korea, cit., p. 20.
96 B.H. Liddell Hart, Paris, or the Future of War, New York, Dutton,
1 925, pp. 41-43 e passim. Si veda anche Strategy, cit., p. 363.
97 P. Kecskemeti, Strategie Surrender, cit., pp. 19 1-206. Le conclusioni di
Kecskemeti sono basate su un'analisi di molti fattori, tra cui le interviste agli
strateghi politici giapponesi da parte del gruppo denominato United States
Strategie Bombing Service.
98 M. Walzer, World War II: Why Was this War Dif/erent, in War and
Mora! Responsability, cit., p. 1 0 1 . Si veda anche D. Irving, The Destruction of
Dresden, New York, Holt, 1964.
99 Per esempio, Liddell Hart Scrive che «Tutti i soldati riconoscono la
verità generale delle parole di Napoleone» (Strategy, cit., p. 24); e Sokolov­
skiy prima cita Engels e Lenin quali sostenitori dell'importanza fondamenta­
le dell'elemento «morale», e poi numerose fonti occidentali, per concludere
che «i moderni teorici militari borghesi» tendono a sopravvalutare nei loro
scritti l'importanza di questo elemento (pp. 33-35).
100 Sia nei discorsi sia nelle memorie, Montgomery parla più volte del

morale come del «solo fattore davvero importante» (Forward From Wictory:
Speeches and Addresses, London, Hutchinson, 1948, pp. 76, 97, 204, 237,
270, 273; e The Memoirs of Field-Marshal Montgomery, Cleveland, World Pu­
blishing, 1958, pp. 77, 8 1 , 1 12, 388). Benché questa osservazione ricorrente
scaturisca talvolta da considerazioni autenticamente umane (come quando
egli sostiene la necessità di migliorare le cure mediche somministrate ai sol­
dati), molte volte compare nel bel mezzo del circolo vizioso secondo cui il
morale è il solo fattore davvero importante per la vittoria, e la vittoria il fat­
tore più importante per il morale.
1°1 La verità di quest'ultimo punto è discutibile: si può certamente soste­

nere che la capacità di continuare ad infliggere danni fisici e di provocare la


resa dell'avversario sia una manifestazione dello «spirito» (esattamente come
nel caso in cui una persona si prende cura di un'altra persona pur essendo es­
sa stessa sofferente) . Questa, per esempio, è una tesi centrale nell' analisi di
Hegel della relazione tra padrone e schiavo. Ma il punto principale e decisi­
vo, qui, è che, sia o meno questa una manifestazione dello spirito, non è in
alcun senso separata dall'attività del ferimento, anche se nelle analisi militari
se ne parla come di qualcosa di distinto da questa azione materiale.
102 L'immagine visiva del <cmorale elevato» deriva talvolta dalle immagi­

ni dei soldati esultanti dopo la «vittoria» effettiva o virtuale - l'entusiasmo


dei soldati americani ed inglesi nella valle della Ruhr, quando videro svento­
lare dalle finestre delle case lenzuola da letto bianche in segno di resa (cfr.,
per esempio, O.N. Bradley, A Soldier Story, cit., p. 494), o l'entusiasmo di
Zhukov e dei soldati russi a Berlino, quando videro issare la bandiera rossa
sul Reichstag (cfr. ]. Strawson, The Battle/or Berlin, cit., p. 155).
Per le immagini visive del terrore, della paura e della spossatezza durante
la battaglia, si veda L. Da Vinci, op. cit. , pp. 269-2 7 1 e E. V. Water, Theories
of Terrorism and the Classica! Tradition, in Politica/ Theory and Social Change,
La struttura della guerra 261

a cura di D. Spitz, New York, Atherton, 1967, pp. 133-160; s i veda anche
C . von Clausewitz, Della guerra, cit., l , IV, «ll pericolo in guerra».
10'
Mentre le prime tre obiezioni concernono le connotazioni di <(morali­
tà» e di <(morale», l'ultima è strutturale e si riferisce ad altre spiegazioni, che
inseriscono nell'ultima fase della guerra un'attività diversa dal ferimento.
Può essere riferita alla spiegazione di Clausewitz, relativa alla problematicità
della fine della guerra per quella parte che, valutata la situazione, giudichi la
vittoria irraggiungibile e il danno che potrebbe subire nel tentativo di conse­
guirla troppo grande. Qui, l'atto di <(ferire» viene sostituito dall'atto di <(pen­
sare»; ma se deve esserci questa sostituzione, perché farla soltanto all'ultimo
momento e non sostituire invece del tutto il ferimento con il pensiero?
104 P. Bourdieu, Esquisse d'une théorie de la pratique, Paris, Genéve,

Droz, 1972 trad. ing. Outline ofa Theory ofPractice, Cambridge, Cambridge
University Press, 1977, p. 95.
105 M. Zborowski, Cultura! Components in Response to Pain, in <�ournal

of Social Issues» 8 (1952), pp. 16-30; M.K. Opler, Culture and Menta!
Health, New York, Macmillan, 1959, e Ethnic Differences in Behavior and
Health Practices, in The Family: A Focal Point for Health Education, Glad­
ston, New York Academy of Medicine, 196 1 .
106 F . Jacob, The Logic of Li/e: A History of Heredity, trad. ing. B.E.

Spillmann, New York, Pantheon, 1973, pp. 75-81 e passim (trad. it . La logica
del vivente. Storia dell'ereditarietà, Torino, Einaudi, 1971).
107 Sull'implicazione del sistema immunitario nella guerra, si veda W.H.

McNeill, Plagues and Peoples, New York, Anchor-Doubleday, 1977, trad. it.
La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall'antichità all'età contempo­
ranea, Torino, Einaudi, 1981 e, sul suo uso deliberato, si veda la letteratura
sulla guerra batteriologica. Sulla manipolazione del patrimonio genetico si
vedano, per esempio, gli studi sulle strategie relative ai matrimoni tra con­
sanguinei messe in atto in Africa da differenti paesi europei colonizzatori.
108 Molti letterati e saggisti hanno attribuito a questo punto una grande

importanza. Per esempio, la resistenza del corpo allo Stato, anche quando
tutti gli altri aspetti dell'individualità siano diventati modificabili, è sempre
visibile nelle opere di Bertold Brecht, i cui personaggi, anche quando abbia­
no ceduto tutti gli aspetti della coscienza a qualche entità politica estranea ad
essi, continuano ad avere corpi incapaci di prendere ordini: <(Smetti di zoppi­
care», grida un caporale a un soldato semplice, per il resto obbediente, men­
tre attraversano le montagne, in Il cerchio di gesso del Caucaso, «Ti ordino di
smettere di zoppicare!» - un ordine che non viene eseguito. Analogamente,
nel linguaggio più aspro di Un uomo è un uomo, in cui i personaggi militari
possono scambiarsi il nome, l'uniforme e gli atti verbali di autoannullamento
(un personaggio di nome Galy Gay diventa un personaggio di nome Jeriah
Jip e poi un altro di nome Bloody Five), il corpo continua a caratterizzare in
modo grottesco (dal punto di vista di una perfetta utopia militare) l'indivi­
duo: Jeriah Jip è riconoscibile per il suo vomito, Bloody Five per le sue incon­
trollabili erezioni, Galy Gay per il suo grande appetito. Questi attributi cor­
porei rimangono al di fuori della sfera modificabile dall'esercito, a salvaguar­
dia del fatto che ci sono tre distinti individui.
Analogamente, il dolore fisico, sia che si manifesti spontaneamente sia
che venga inflitto, viene rappresentato spesso come un estremo tentativo
262 La distruzione

dell'individuo di conservare la propria identità prima di cedere a una forza o


a un sistema estremi: in La lezione, di lonesco, una ragazza può compiere un
atto di resistenza nei confronti del suo insegnante-dittatore soltanto in virtù
di un mal di denti che la costringe ad urlare, proprio come in alcuni film po­
polari, come La pratica Ipcress o Thirty-Six Hours, è ancora il dolore fisico ­
lo squarcio provocato da un chiodo nel primo caso, un piccolo taglio provoca­
to da un foglio di carta nel secondo - a rendere possibile una resistenza.
Ovviamente, se è lo Stato stesso a infliggere e a gestire il dolore, come nella
tortura e nella guerra, esso controllerà tanto il corpo quanto tutti gli aspetti
della coscienza.
Ciò che viene rappresentato nella letteratura è particolarmente impor­
tante nella misura in cui riflette ciò che effettivamente avviene in una realtà
storica in cui la fedeltà del corpo ai propri impulsi e alle proprie origini è an­
cora più chiaramente visibile. Bruno Bettelheim, per esempio, descrive un
episodio di resistenza accaduto in un campo di concentramento, la volta in
cui una guardia tedesca riconobbe tra le donne in fila per entrare nelle docce
una ex ballerina. Egli le ordinò di uscire dalla fila e di danzare per lui. Lei lo
fece, e si lasciò andare ai consueti ritmi e movimenti del corpo, da cui era sta­
ta bruscamente separata; riacquistò familiarità con la persona (se stessa) con
cui aveva perso i contatti; recuperando se stessa nella propria trasformazio­
ne, ella si ricordò di chi fosse, si avvicinò danzando all'ufficiale, accostò con
gesti aggraziati le mani alla sua pistola, la prese e gli sparò. Benché natural­
mente ella fosse a sua volta uccisa subito dopo, Bettelheim cita questo episo­
dio per il coraggio che vi è mostrato, e perché costitul uno straordinario atto
di resistenza, straordinario proprio perché, nei campi, lo Stato era riuscito ad
impadronirsi di gran parte del corpo umano. Non è casuale che il consiglio
più prezioso per la sopravvivenza ricevuto da Bettelheim nei campi fu di
mantenere il controllo del corpo quanto più possibile, stabilendo il momento
della giornata in cui avrebbe ingoiato del cibo (o anche della stoffa, qualun­
que cosa gli avesse permesso di imitare la masticazione di cibo e di far entra­
re il mondo esterno nel corpo), e anche il momento della giornata dedicato
alla deiezione, in modo da salvaguare, mediante questi atti evidentemente
modesti, la propria capacità di gestire autonomamente una sfera intima, te­
nendola fuori dalla portata dello Stato. Cfr. The Informed Heart: Autonomy
in a Mass Age, New York, Free Press, 1960, pp. 264, 265, 132, 133, 148
(trad. it. Il prezzo della vita, Milano, Bompiani, 1976).
l09 C.S. Wren, China 's Birth Goals Meet Regional Resistance, in «New
York Times», 15 maggio 1982.
1 1 0 Benché molte delle obiezioni sollevate contro l'integrazione scolasti­
ca fossero dovute a impulsi razzisti, altre si fondavano sulla considerazione
che fosse ingiusto attribuire ai,bambini la responsabilità di una giustizia che
toccava agli adulti garantire. E su questa considerazione, per esempio, che
Hannah Arendt fonda la sua opposizione nel saggio Reflection on Litt/e Rock
(E. Young-Bruehl, Hannah Arendt: For,Love of World, New Haven, Yale
University Press, 1982, pp. 309-3 13). E significativo che Hannah Arendt
pensasse che l'integrazione dovesse avere quale obbiettivo primario l'abroga­
zione delle leggi sull'incrocio tra razze diverse: questo voleva dire che il cor­
po umano adulto diventava, attraverso il matrimonio misto, il luogo in cui
apprendere l'uguaglianza razziale.
La struttura della guerra 263

I l ! P. Bourdieu, Outline o/ a Theory o/Practice, cit., p. 94.

1 12 American Law Institute, Second Restatement o/ the Law o/ Torts, St.


Paul, Minn. , American Law Institute Publishers, 1966, vol. II, Sez. 402A
(Rapporto di W .L. Prosser), pp. 349ss. e Appendice, vol. III, pp. 1ss.
113 V. Bugliosi e C. Gentry, Helter Skelter: The True Story o/The Manson
Murders, New York, Norton, 1974; rist. New York, Bantam, 1975, p. 383.
Bugliosi, l'accusatore nei processi Tate-La Bianca, si sofferma qui sulla re­
quisizione delle carte di Manson, con la sua scrittura, disposta dai difensori.
1!4 Intervista a David Ogden, assistente del Giudice della Corte Supre­
ma H.A. Blackmun, 5 agosto 1982 .
1 !5 Per comprendere il tipo di processo di formazione del consenso che
ha luogo nella guerra occorre un modello del tutto diverso da quello che com­
porta, per esempio, una votazione. Il risultato di una votazione è sl un risul­
tato cui si è acconsentito, ma è anche un'aggettivazione di ciò che si voleva
come risultato: pertanto, l'accettazione del risultato conseguito con una vo­
tazione non è problematica; soltanto il suo rifiuto sarebbe un fatto singolare.
Il risultato della guerra, al contrario, viene accettato quando è del tutto anti­
tetico a ciò che la popolazione voleva.
1 !6 Per esempio, Churchill affermò nel marzo 1944 che nella guerra del
Pacifico venivano colpiti tre o quattro giapponesi per ogni soldato alleato
(The Dawn o/ Liberation, cit., p. 56), oppure, ancora, il Presente Lyndon
Johnson, nella conferenza stampa sul Vietnam del 18 giugno 1966, osserva:
«Dal 1 ° gennaio 1966 abbiamo perso 2.200 uomini; i sudvietnamiti ne han­
no persi 4.300, e i nostri alleati 250. Ma i Viet Cong e i nordvietnarniti han­
no avuto il triplo delle nostre perdite complessive. Loro hanno perso 22.500
uomini» (in Documents on American Foreign Relations: 1 966, a cura di R.P.
Stebbins e E.P. Adam New York, Harper Council on Foreign Relations,
196 7, p. 225). I «calcoli delle vittime» ci sono fin troppo noti a questo punto
per richiedere ulteriori esempi.
1 1 7 Per il significato dell'espressione «ferire di più», si vedano le pp. 198-
200.
us
W.H. McNeill, The Pursuit of Power: Technolop;y, Armed Force, and
Society since A.D. 1 000, Chicago, University of Chicago Press, 1982, p. 133
(trad. it. Caccia al potere, Milano, Feltrinelli, 1984).
1!9 Ibidem, pp. 138n., 132, 129.
120 McNeill analizza tanto il diffondersi della tecnologia quanto, per
esempio, dei manuali (Ibidem, p. 1 35). Anche la strategia tende ad essere in­
ternazionale. Se questo è ovviamente vero per Clausewitz (la cui opera, du·
rante la seconda guerra mondiale, era ben nota sia agli alleati sia ai leader
dell'Asse, cosl come ora è ben nota ai teorici militari contemporanei america­
ni e sovietici), è vero anche per testi meno classici. Il generale israeliano Yi­
gael Yadin illustra l'uso che fece di Stratep;y of Indirect Approach, di Liddell
Hart, nella guerra arabo-israeliana del 1948-49, ricordando che tra i docu­
menti appartenenti a un comandante egiziano catturato c'era questo stesso
libro, che fu conservato come ricordo. In una nota in calce, egli aggiunge che
gli egiziani «non avevano afferrato l'essenza del libro», e questo è il motivo
per cui potevano essere colti di sorpresa dall'uso strategico che gli israeliani
facevano delle idee in esso contenute (Y. Yadin, «Por By Wise Counsel Thou
264 La distruzione

Shalt Make Thy Wan>. A Strategica! Analysis of the Arab-Israel War, in Stra­
tegy, cit., pp. 386-404, in particolare la p. 396).
La cultura della guerra è una cultura condivisa. Durante la prima guerra
mondiale, avvicinandosi a una batteria rumena, Erwin Rommell scopre che
si tratta di «Fucili Krupp! Fabbricazione tedesca!» come scrive nella sua ana­
lisi strategica di quella guerra, Infantry Attacks (trad. ing. G.E. Kiddé, Pot­
sdam, Ludwig Voggenreiter Verlag, 1937; Washington, D.C., in «The In­
fantry Journal», 1944, p. 93). Durante la seconda guerra mondiale, il genera­
le americano Patton legge il libro di Rommel subito prima della campagna
della Saar (Diary, 8 November 1 944, in M. Blumenson, The Patton Papers:
1 940-1 945, Boston, Houghton Mifflin, 1974, p. 5 7 1), un evento rievocato
per il pubblico americano nel film Patton, in cui George C . Scott, la voce rau­
ca per l'eccitazione, guarda col binocolo il suo nemico immaginario e grida
con fare trionfante: «Rommel! ! Magnifico bastardo! ! ! HO LETTO IL TUO
LIBRO ! ! ! !
121 Qui e in ogni altro punto, l'analisi si riferisce alla perdita delle cre­
denze nazionali, le sole cui ci si riferisce quando si parla di «credenze conte­
se», quelle che sono in discussione in guerra. Nella maggior parte dei casi, es­
se rappresentano solo una piccola parte delle credenze su cui si fonda l'imma­
gine di sé di una nazione (benché grande abbastanza da giustificare una
guerra) .
122 Il fatto che Omero inserisca continuamente qualche caratteristica
buona della civiltà quando descrive la morte di un uomo, è stato spesso inter­
pretato come un modo di onorare il soldato nel momento della sua morte; e
poiché ciò accade in egual misura nelle descrizioni dei greci e dei troiani, è ri­
tenuto anche un fatto indicativo della sua equanimità. Si veda, per esempio,
l'analisi di Simone Weil sullo «straordinario senso di equità» di Omero, in
The Iliad, or The Poem of Force, trad. ing. M. McCarty, Wallingford, Pa. ,
Pendle Hill, 1956, pp. 32ss. , e molti altri studi sull'oggettività dell'epica.
L'interpretazione fornita qui deve essere considerata come una spiegazione
ulteriore, piuttosto che alternativa, dell'inserimento da parte di Omero di
questi dettagli nel momento della morte del guerriero.
m Omero, Iliade, Milano, Garzanti, 1987 9 , Libro V, pp. 76, 77; Libro

VI, p. 101; Libro XII, p. 2 16.


124 Come è stato sottolineato in precedenza, e come sarà ripetuto nei
prossimi capitoli, questo processo di trasformazione è facilitato dal simbolo
dell'arma, e passa per esso.
125 Queste diverse forme di convalida sono esaminate brevemente alla

fine di questo capitolo, e sviluppate nella seconda metà del libro.


126 Questa distinzione è analizzata più a fondo nel primo capitolo, pp.

64-67; 9 1-93, nel quarto capitolo e nella seconda parte del quinto.
127 D.D. Kosambi, The Culture and Civilization ofAncient India in Histo­
rical Outline, London, Rutledge & Kegan Paul, 1965, p. 102.
128 La confusione tra l'invincibilità conseguita mediante la non-mortali­
tà della morte da un lato, e mediante la non-mortalità dell'immortalità dal­
l'altro, forse ha un parallelo nella storia complessa della confusione tra atem­
poralità ed eternità, una confusione insorta perché entrambe sono non-tem­
porali.
La struttura della guerra 265

È interessante notare, a questo proposito, che l'architettura e la tecnolo­


gia della «protezione)), nella guerra, tendono a seguire due direzioni diverse.
La prima (visibile, per esempio, negli elmetti e nei rifugi antiaerei) consiste
nell'immagine materializzata di una diminuita sensibilità: essa (sia che abbia
le dimensioni di un elmetto o invece di un rifugio di cemento) tende ad ave­
re spesse superfici uniformi, prive di aperture sul mondo esterno, le quali
appaiono difensive, intrise di terrore e (dall'esterno) totalizzanti. n secondo
tipo di meccanismo protettivo è «ipersensibile)); vale a dire, l'oggetto dispo­
ne di molti strumenti per estendersi, i quali amplificano il lavoro dei sensi
mediante dispositivi enormemente sensibili al calore, alla vista e all'olfatto
(si vedano, per esempio, le immagini visive in K. Mallory e A. Ottar, The
Architecture of War, New York, Pantheon-Random, 1973, pp. 215, 2 16,
2 19, 229, 275) .
129 Genesi, 24:2-9; anche 47:29.
1 30 Benché l'esposizione della parte interna del corpo raggiunga la sua
forma estrema e più letterale nel ferimento, almeno come imitazione è pre­
sente anche in altri generi di rituali: mentre giura, il naga angami indossa le
sue vesti alla rovescia, con le cuciture rivolte all'esterno O.H. Hutton, The
Angami Nagas, London, Oxford University Press, 1969, p. 144). La cosa im­
portante, in tutti questi esempi, è che il corpo viene reso un oggetto signifi­
cativo e imprescindibile della percezione. Il fatto di «aprire)) letteralmente il
corpo, di esporre la sua parte interna, è proprio un modo di arrivare a questo:
pertanto l'espressione spesso usata qui, «corpo aperto)), può essere general­
mente considerata come equivalente a <<corpo di cui non si può non tener
conto)).
1 3 1 Questi e molti esempi analoghi si trovano in A.E. Crawley, Oaths, in
Encyclopedia of Religion and Ethics, a cura di J. Hastings, J.A. Selbie e L.H.
Gray, New York, Scribners, 1928, vol. IX, p. 43 1, e sono stati tratti da fon­
ti diverse.
132 Bureau of American Ethnology Annua! Report, Washington, D.C.,
GPo, 1881-1933, vol. XXIII, pp. 485, 511, 5 13 , 514, Dennis Tedlock affer­
ma che questi atti denotano l' «onestà)) di chi giura, provano che egli sta «par­
lando col cuore», perché l'estremità letale dell'arma è all'interno del corpo, e
l'alito che fa muovere la piuma all'altra estremità rappresenta la voce (In
Search o/ the Miraculous at Zuni, in The Realm o/The Extra-Human: Ideas and
Actions, a cura di A. Bharati, The Hague, Mouton, 1976, pp. 273-283) .
1 3 3 J.H. Hutton, The Sem Nagas, (London, Oxford University Press,
1968, p. 165). Tra i naga lhota, i giuramenti importanti sono talvolta accom­
pagnati dalla preparazione di una mistura composta anche da sostanze prove­
nienti dalla latrina, e quindi dall'interno del corpo umano G.P. Milis, The
Lhota Nagas, London, Macmillan, 1922, p. 102); invece, tra i naga ao, i giu­
ramenti più importanti venivano fatti su un teschio umano G.P. Milis, The
Ao Nagas, London, Macmill an, 1926, p. 126).
In queste due opere su alcune popolazioni contemporanee, e nella descri­
zione, fatta da Crawley, dei giuramenti presso alcune popolazioni antiche, vi
sono esempi in cui nessun corpo vero, di uomo o di animale, viene aperto; ma
l'immagine del corpo aperto viene evocata da un'immagine verbale che l'ac­
compagna: «Se le mie parole non sono vere, possa io essere dilaniato da un
266 La distruzione

animale selvatico», e così via. Pertanto, l'opera di convalida materiale è qui


compiuta mediante l'uso di immagini.
1 34 Queste ed altre differenze nelle autorappresentazioni nazionali, nel
periodo che precedette la prima guerra mondiale, sono illustrate da B. Tu­
chman, The Guns ofAugust, cit., pp. 17-43.
1 35 Spesso, la controversia sul riconoscimento della realtà politica di que­
sto o quel paese si trasforma in una controversia sul riconoscimento della sua
realtà fisica - cioè, sul riconoscimento della sofferenza dell'una o dell' altra
parte. Così, per esempio, la durata della controversia arabo-israeliana è stata
talvolta attribuita al fatto che ciascuna parte si percepisce come la vittima, e
insiste per essere riconosciuta come tale dagli altri paesi. Analogamente, che
l'azione di una nazione, in un conflitto internazionale, venga condannata o
appoggiata dalle altre nazioni, spesso dipende dalla percezione che queste ne
hanno, se di un'azione scaturita dalla forza o dalla vulnerabilità: mentre per
esempio, l'invasione russa in Afghanistan è stata universalmente riconosciu­
ta come un atto di aggressione piuttosto che di difesa, essa è stata condanna­
ta meno duramente dai paesi che sostenevano fosse una manifestazione della
perenne preoccupazione della Russia circa la mancanza di difesa dei propri
confini. Poiché il riconoscimento della propria «sofferenza», anche «fisica»,
ha un posto così importante nella struttura della controversia, lo scontro Sta­
ti Uniti-Iran può essere considerato come un modello di questo aspetto del
conflitto; da una parte c'era la realtà della sofferenza individuale dello scià;
dall' altra la realtà della sofferenza dei molti iraniani torturati; e la sofferenza
degli ostaggi divenne un terzo elemento intermedio (intermedio sia dal pun­
to di vista numerico che della nazionalità), di cui ciascuna della due parti si è
servita per sostenere la legittimità della propria posizione.
1 36 Che ciascuna delle due parti riconoscesse la realtà della rivendicazio­
ne dell'altra era visibile non soltanto negli avvenimenti principali (il trasferi­
mento dello scià morente dal contin�te americano; il rientro dei cittadini
statunitensi) ma anche in molti episodi secondari. Il fatto che gli Stati Uniti
volessero rendere pubbliche, con trasmissioni televisive quotidiane, le riven­
dicazioni degli iraniani costitutiva in sé un importante atto di riconoscimen­
to del diritto degli iraniani all'autorappresentazione (mentre di solito, in una
controversia, la comunicazione con la parte avversa viene interrotta). Il rico­
noscimento iraniano della realtà culturale e politica degli Stati Uniti era visi­
bile nel tentativo, cui naturalmente veniva dato un grande risalto, di trovare
un portavoce che fosse «credibile» agli occhi degli americani, non un mullah
avvolto nel suo caratteristico abito, né il semi-occidentalizzato Ghotbzadeh,
ma l'elegante figura europea, completamente occidentalizzata, di Bani-Sadr.
Si può esprimere questo concetto anche dicendo che ciascuna parte si rende
conto che certi aspetti della propria identità sarebbero «irreali�> all'interno
dei confini dell'altra, che un portavoce religioso non funzionerebbe alla TV
americana, proprio come la tecnologia americana (gli elicotteri) non funzio­
nerebbe sui terreni sabbiosi dell'Iran.
1 37 Sul rapporto tra l'atto psicologico di «credere», che deve essere rin­
novato ogni giorno, e l'aggettivazione materiale della credenza, che solleva
coloro che credono dalla necessità di rinnovare l'atto di «credere», si vedano
il terzo capitolo, pp. 291-293 e il quarto capitolo, pp. 360-392.
Come la materializzazione può sollevare dall'atto di credere, così, al con-
La struttura della guerra 267

trario, la dissoluzione dell'aggettivazione esterna può richiedere un ritorno


ad esso. Pertanto, i sentimenti di fiducia nella nazione, o «patriottismm>,
tendono a diventare più profondi nel momento in cui le forme esterne sono
in pericolo.
138 Cosl, è possibile tornare brevemente alle metafore usate per descrive­
re il danno fisico, e comprendere il motivo per cui ciascuna di esse afferma
che il corpo ferito si trasforma nell'obiettivo esterno; il motivo per cui (se si
include nella metafora l'obiettivo esterno) il danno fisico è il prodotto inter­
medio che si trasformerà nella libertà; il motivo per cui il danno fisico è il
prezzo o il denaro che verrà alla fine scambiato, interamente o parzialmente,
con la libertà, o trasformato in essa; il motivo per cui il danno fisico è la stra­
da alla fine della quale appare improvvisamente (come se si trattasse di un
inevitabile proseguimento della strada stessa) la città della libertà. Nella mi­
sura in cui ciascuna di queste metafore richiama l'attenzione su un fenomeno
di trasformazione o di trasferimento, essa la richiama su qualcosa che si veri­
fica proprio in questi termini in guerra; infatti, le caratteristiche del corpo
ferito vengono «trasferite�> agli obiettivi, vengono «trasformate» in caratteri­
stiche degli obiettivi.
Ma l'infondatezza dell'obiettivo esterno della guerra dimostra che tali
metafore vengono spesso usate impropriamente. Per esempio, i tentativi di
valutare gli obiettivi della guerra mediante la metafora del «prezzo» assumo­
no spesso la forma della frase (<L'obiettivo X vale questo?» (una forma che
può essere usata sia per giustificare i danni fisici sia per deplorarli). Ma l'e­
spressione falsa la relazione tra l' <<X» e il (<questo». L'obiettivo X non vale la
morte e il danno fisico; l'obiettivo X non vale alcunché - o, perlomeno, il
suo valore é stato messo seriamente in dubbio da un ampio gruppo di persone
(l'avversario) . I sostenitori dell'obiettivo X stanno cercando di attribuire ad
esso un valore mediante il processo della guerra. Pertanto, l'obiettivo non
vale il danno fisico; piuttosto, il danno fisico conferisce valore all'obiettivo
(altrimenti privo di valore).
139 Proprio come in una controversia ciascuna parte tende a percepire la
propria rappresentazione come (<reale» e quella della parte avversa come
un'invenzione, cosl, nel momento del conflitto vero e proprio, ciascuna parte
si rende apertamente conto che l'altra sta mentendo, ma evita di definire le
sue azioni strategiche come menzogne. Per esempio, nell'analisi della crisi di
Berlino del 1958, 1959 e 1961, contenuta in Force Without War, a cura del
Brookings lnstitute, gli autori spiegano che la situazione era complicata dal
fatto che Khrushchev, nel 1958, aveva insinuato che i sovietici stessero (<pro­
ducendo regolarmente missili intercontinentali». Gli Stati Uniti sapevano
che si trattava di una menzogna, di un bluff, ma non potevano rivelarlo, per­
ché questa informazione era stata ottenuta con gli (<apparecchi d'alta quota
U-2�>, inaugurati nel 1956. Soltanto quando questi apparecchi furono (<Ca­
sualmente scoperti, nel maggio 1960, allorché l'Unione Sovietica riusd ad
abbatterne uno», gli Stati Uniti poterono mettere in guardia il pubblico con­
tro la millanteria di Khrushchev. Nel corso dell'analisi, le azioni dei due pae­
si vengono presentate come se fossero asimmetriche: sono i sovietici a «men­
tire», e gli Stati Uniti sembrano essere alla mercé della disonestà dell'avver­
sario, a dispetto del fatto che sono abbastanza forti da sapere che l'avversa­
rio mente. Ma quanto a «sincerità» i due paesi sono sullo stesso piano: gli
Stati uniti non possono denunciare il bluff di Khrushchev perché essi stessi
268 La distruzione

mentono, essendo impegnati in un'attività segreta di sorveglianza ignota al­


l' avversario o agli stessi americani. Pertanto, si verificano due tipi di altera­
zione dei fatti: l'Unione Sovietica rivendica più di quanto non abbia, mentre
gli Stati Uniti riconoscono meno di quanto non abbiano (p. 348).
1 40 B.H. Liddell Hart, History of the First World War, cit., pp. 259.

1 41 C . von Clausewitz, Della guerra, cit.

142 N. Machiavelli, Il Principe (15 13), Milano, Feltrinelli, 19868•

14' A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung (1819), trad. it.

Il mondo come volontà e rappresentazione, Bari, Laterza, 19864, pp. 439-448.


Schopenhauer scrive: «In tutti i casi nei quali io ho un diritto di coerci­
zione, un pieno diritto di usar violenza contro gli altri, posso ugualmente, se­
condo le circostanze, opporre all'altrui violenza anche l'astuzia, senza com­
mettere ingiustizia, e ho quindi un vero e proprio diritto alla menzogna, nella
stessa misura in cui ho diritto alla coercizione violenta [ . . . ] Chi ciò volesse nega­
re, dovrebbe ancor più negare la legittimità dell'insidia guerresca, la quale è
addirittura una menzogna in azione» (pp. 447-448).
1 44 Le sintesi dei contenuti di questi vari piani di pace si trovano in S.J.
Hembleben, Pian for World Peace through Six Centuries, Chicago, University
of Chicago, 1943, pp. 84, 70, 93.
1 4 5 Ibidem, pp. 163, 158, 165, 172-174.

1 4 6 Articolo III: <<Norme principali del Trattato sulla non-proliferazione

della armi nucleari» (Testo del Trattato ratificato a Washington, Londra e


Mosca, l 0 luglio 1968), in Progress in Arms Contro!?, introd. B.M. Russett e
B. G. Blair, San Francisco, W.H. Freeman, 1969, p. 230.
1 4 7 F. Pratt, The Battles That Changed History, New York, Doubleday,

1 956, p. 3 16.
1 48 Ibidem, p. 336.
1 49 P. Kecksemeti, Strategie Surrender, cit . , pp. 104- 105.
15° Cfr. N. Harman, Dunkirk: The Patriotic Myth, New York, Simon and

Shuster, 1980.
151 Per esempio, Ornar Bradley, nelle sue memorie, esalta la precisione

della campagna a occidente del Reno, che la rese un modello di strategia (A


Soldier's Story, cit., p. 506), e valuta positivamente la logica strategica del­
l'attestamento nella Ruhr, benché riconosca anche che il mito della capacità
di difendersi fino all'ultimo della Germania avesse avuto una parte in questa
decisione (pp. 536, 537). Il feldmaresciallo Albert Kesselring, al contrario,
scrive nelle sue memorie che i tedeschi ritenevano che, dal punto di vista del­
la strategia, «la Ruhr non avesse alcun interesse per Eisenhower, in quanto il
suo obiettivo era ad est». Pertanto, quando Eisenhower decise di concentrar­
si sulla Ruhr, si realizzò la «speranza che avevo appena osato concepire -
che il forte esercito americano si facesse attirare tra le montagne dalle nostre
deboli truppe» piuttosto che procedere alla volta di Berlino (Kesselring: A
Soldier's Record, trad. ing. L. Hudson, introd. S .A.L. Marshall, New York,
Morrow, 1954, pp. 300, 303, 3 13 , 3 14, 3 15, 3 17) . Quindi, dal punto di vista
di Kesselring, la decisione di fermarsi nella Ruhr favoriva gli obbiettivi tede­
schi piuttosto che quelli degli alleati (pp. 328, 330; per esempio, «l russi ave­
v.ano sfondato e sarebbero arrivati alle porte di Berlino alla fine di aprile.
La struttura della guerra 269

Mentre si stava aspettando di combattere ll la battaglia decisiva della guerra,


le forze inglesi e americane rimanevano incredibilmente inerti. Si aveva l'im­
pressione che volessero andarsene»). Nel settembre 1944, Eisenhower aveva
pensato a Berlino come all'obiettivo più importante Q. Strawson, The Battle
/or Berlin, cit. , p. 103), ma nella primavera del 1 945 egli comunica via radio a
Montgomery che «Quel posto è diventato, per quel che mi riguarda, nient'al­
tro che una località geografica, ed io non ho mai avuto interesse per queste
cose» (citato in ]. Tolland, The Last 1 00 Days, New York, Random House,
1965). Sull'annuncio di Eisenhower a Stalin (piuttosto che alle autorità in­
glesi o americane) che si sarebbe attestato nella Ruhr, sulla reazione compia­
ciuta di Stalin, sulla reazione inizialmente allarmata e poi d'appoggio dell'al­
to comando americano, e sullo shock, la rabbia, e l'incomprensione di Chur­
chill, si vedano ]. Tolland, The Last 1 00 Days, cit., pp. 327ss. , ]. Strawson,
The Battlefor Berlin, cit., pp. 85, 1 1 1 , 1 19, 160. Sulle dichiarazioni di Stalin
circa l'importanza strategica di Berlino, si vedano le stesse opere; infine, sul­
la rivalità tra i marescialli sovietici Zhukov e Konev circa la conquista di Ber­
lino, si veda anche C. Ryan, The Last Battle, New York, Simn and Schuster,
1966, pp. 249ss.
152 B. H. Liddell Hart, Strategy, cit., p. 396.
153 P. Kecskemeti, Strategie Surrender, cit . , p. 8 1 .
154 L. Tolstoj, Guerra e pace, Torino Einaudi, 1968 1 0, Libri III e IV; se­
condo epilogo. Per una sintesi e un'analisi delle argomentazioni di Tolstoj
contro «la teoria dei grandi uomini», si veda W.B. Gallie, Philosophers of
Peace and War, cit., cap. 5 .
155 S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, cit. , p. 5 1 .
156 M. Bloch, Memoirs of War, trad. ing. e introd. C . Fink, Ithaca, New
York, Cornell University Press, 1980, p. 126.
157 Ibidem, p. 34.
15B M. Bloch, Ré/lexions d'un historien sur !es fausses nouvelles de la guer­
re, in «Revue de Synthese Historique», 33 ( 192 1), pp. 2-35.
159 Un elemento decisivo di differenziazione della «tortura» (per esem­
pio, nei campi di concentramento) dalla seconda funzione del ferimento in
guerra è analizzato nella quarta parte.
160 Per un'analisi delle argomentazioni relative alla tortura, si veda H .
Shue, Torture, i n «Philosophy and Public Affairs», 7 (inverno 1978), pp.
124- 143. Nei dibattiti sulla tortura, particolarmente perniciosa è l'argomen­
tazione secondo cui è possibile immaginare un caso ipotetico in cui, per
esempio, la salvezza di una città dalla bomba atomica potrebbe dipendere
dalla tortura del pazzo che l'ha piazzata e che sa dove è nascosta (Ibidem, p.
141; mentre, come esempio di ricorso a questa argomentazione, si veda M.
Levin, My Turn: The Case/or Torture, in «Newsweek�>, 7 giugno 1 982, p. 13).
Introdurre un caso in cui la tortura è «concepibile», privo di una qualsiasi
corrispondenza con le migliaia di casi che si verificano realmente, ha l'effetto
di indurre a scambiare la tortura per un atto suscettibile di approvazione.
Come fa rilevare Shue, occorre mantenere il divieto assoluto della tortura; e
se mai dovesse aver luogo davvero l'improbabile caso <<concepibile», il tortu­
ratore dovrebbe fare assegnamento sul fatto che una giuria di pari si convin­
ca che il contesto in cui egli ha agito era eccezionale (p. 55). Si può andare ol-
270 La distruzione

tre, e rilevare che chiunque avesse la possibilità di scegliere tra la tortura e la


salvezza della città, da un lato, e, dall'altro, tra il rifiuto della tortura e la di­
struzione della città, sceglierebbe quasi certamente la prima possibilità; ma
anche che chiunque potesse scegliere tra salvare la città ed essere egli stesso
imprigionato e forse condannato a morte, da un lato e, dall'altro, non salvare
la città e non essere imprigionato o condannato a morte, sceglierebbe quasi
certamente la prima possibilità. In altri termini, l'atto della tortura dovrebbe
suscitare la stessa profonda avversione che suscita la propria colpevolezza
giuridica e la propria morte; e mentre è sicuramente possibile e desiderabile
che una giuria assolverebbe chiunque si venisse a trovare in questa situazio­
ne, da ciò non consegue che qualche garanzia del genere verrebbe fornita pri­
ma del fatto. Che un giorno si possa essere costretti a fare qualcosa di mal,e
non significa che l'atto abbia cessato di essere «riprovevole» e punibile. E
improbabile che qualche salvatore della città sarebbe davvero inibito dalla
man,�anza di precedenti assicurazioni di immunità morale e giuridica.
E tipico di queste argomentazioni ipotetiche a favore della tortura che i
loro sostenitori possano sempre «immaginare» qualche persona coraggiosa
che superi (in nome della popolazione di una città) la sua avversione per la
tortura, ma non cosl coraggiosa da poter anche accettare la propria colpevo­
lezza giuridica.
161 Si veda lo studio di Q. Wright sulla connessione tra potenza militare
e sovranità in Machiavelli, Bodin, van Groot e altri (A Study of War, cit.,
cap. 24, «Sovereignty and War�>, pp. 895-922); si veda anche M. Walzer, ]u­
st and Un;ust Wars, cit., pp. 60ss. , 98ss.
Talvolta il concetto di «sovranità�> è interpretato come esenzione di un
paese dall'obbligo di stipulare trattati e accordi finalizzati al mantenimento
della pace. Henry Kissinger, per esempio, scrive: «Un governo cosl acuto co­
me Hanoi doveva sapere che non esistono atti "incondizionati" nelle rela­
zioni tra Stati sovrani, se non altro perché la sovranità implica il diritto di ri­
considerare in modo unilaterale le condizioni che mutano» (American Foreign
Policy, p. 1 19); e Cari Schmitt, nel suo saggio del 1928, esprime un'opinione
analoga: «Finché esiste uno stato indipendente, è questo a decidere da sé in
forza della propria indipendenza, se sussista o meno il caso di una delle riser­
ve indicate (autodifesa, attacco da parte del nemico, violazione dei trattati
precedenti» (Le categorie del <<Politico», cit., p. 135).
162 Si veda A. Hamilton, Federalist Papers, i nn. 23, 24, 25, 26, 27, 28,
29, in cui si discute se il controllo dell'esercito debba avvenire da parte de­
gli Stati o, piuttosto, del governo federale, e in cui si afferma «il diritto ori­
ginario di autodifesa, che è superiore ad ogni forma positiva di governo»
(The Federalist Papers, ediz. McLean, indici e introd. a cura di C . Rossiter,
New York, Mentor-New American, 1961, p. 180; trad. it. Il Federalista,
Bologna, il Mulino, 1980, p. 222).
163 C . Schmitt, Le categorie del <<Politico>>, cit.
164 Per esempio, dopo la guerra del Vietnam, di tutti i fatti verificatisi
in patria o nel Sud-Est asiatico che possono aver indotto la generazione che
ha rifiutato di partecipare alla guerra ad interrogarsi, forse nulla ha suscita­
to maggior incertezza (perlomeno temporaneamente) dell'improvviso, diffu.
so riconoscimento del fatto (forse «riconoscibile» durante la guerra ma non
attivamente «riconosciuto» fino al termine della stessa) che coloro i quali
La struttura della gue"a 271

erano partiti per l a guerra e coloro i quali erano rimasti a casa per protesta,
appartenevano a due distinti gruppi economici.
n fatto di scoprire che la protesta era dovuta in parte alla condizione di
privilegio economico, ha colpito soprattutto perché essa si svolgeva in dife­
sa del principio secondo cui il potere economico non può essere usato per
determinare la realtà politica o l'emergere di un gruppo meno privilegiato
in termini economici.
1 65 A. de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique (1935), trad. it.
La democrazia in America, in Scritti politici, vol. II, Torino, UTET, 19732).
1 66 Per esempio, Erik Erikson descrive il giovane Adolf Hitler mentre,
passeggiando con il compagno di scuola August Kubizek, distrugge e rico­
struisce mentalmente ogni casa e fila di case che incontra, mentre l'Hitler
maturo è descritto nel suo bunker, dotato di una stanza piena di libri e co­
struita nello stile dei teatri d'opera. Erikson conclude, in modo poco chia­
ro: «Può darsi, ma può darsi soltanto, che se non gli fosse stato permesso di
costruire, egli non avrebbe distrutto» ( Young Man Luther: A Study in
Psycoanalysis and History, New York, Norton, 1958, pp. 105, 107, 108) .
Non è chiaro qui che cosa Erikson intenda con l'espressione «Se non gli fos­
se stato permesso di costruire�>; fa parte del lavoro di ogni costruttore o ar­
tista creare le condizioni in cui poter fare quel lavoro; inoltre, il senso della
riflessione un po' problematica, di Erikson sarebbe intuitivo se essa suonas­
se cosl: «Può darsi, ma può darsi soltanto, che se avesse trovato la forza, il
coraggio e l'ostinazione per costruire, egli non avrebbe distrutto».
1 67 Se questa corrispondenza esista o meno si può discutere. Se esiste,
ci sono almeno due spiegazioni antitetiche della sua esistenza: la prima è
che a un paese militarmente ed economicamente potente corrisponde anche
una cultura artisticamente viva (Ezra Pound è forse il rappresentante più
noto di questa interpretazione); la seconda, che l' «eccellenza artistica» è
una categoria instabile ed arbitraria, e coloro che possiedono il potere poli­
tico in altre forme, avranno anche il potere di decidere che la loro forma
d'arte è la migliore della loro epoca.
168 S. Giedeon, Mechanization Takes Command: A Contribution to
Anonymous History, New York, Norton, 1969; L. Mumford, Technics and
Civilization, New York, Harbinger-Harcourt, 1934; W. McNeill, The Pur­
suit of Power, cit.
1 69 W.B. Gallie, Philosophers of Peace and War, cit . , p. 63.
170 L.S. Woolf, International Government: Two Reports, Prepared for the
Fabian Research Department, Together with a Pro;ect by a Fabian Committee
for a Supernational Authority that Will Prevent War, New York, Brentano,
1 9 16, pp. 378, 379.
1 71 Per esempio, Schmitt sostiene questo a proposito del patto Kellogg
del 1928 e della Società delle nazioni di Ginevra (Le categorie del <<Politico»,
cit . , pp. 134ss.).
172 Questo potrebbe sembrare in un primo momento inapplicabile al­
l'argomentazione della «difesa». Ma la difesa presuppone che un altro paese
abbia dato inizio alla guerra; pertanto, se viene trovato un sostituto per le
due circostanze che permettono l'inizio, eliminando l'inizio si eliminerà an­
che la difesa.
2 72 La distruzione

m Questo non vuoi dire, com'è ovvio, che il contenuto dell'artefatto

sia in sé una questione insignificante, perché ha, naturalmente, un'impor­


tanza decisiva. Esso cessa di avere importanza se la tortura viene praticata
nel suo nome; in questo caso, il modo di convalidare l'artefatto rende su­
perflua e senza importanza qualsiasi valutazione del contenuto. Tuttavia, la
natura del contenuto di una costruzione eserciterà noqnalmente una grande
influenza sul metodo con cui esso verrà convalidato. E molto meno proba­
bile che una costituzione intrinsecamente buona, rispetto ad una che non lo
è, induca alla pratica della tortura, perché la prima otterrà spontaneamente
il consenso del popolo, producendo in questo modo forme innocue eli con­
valida.
A questo proposito, è significativo rilevare che il contenuto dell'oggetto
della guerra ricade in due categorie: ciò che è materiale (terra, ricchezza) e
ciò che è immateriale (idee, analisi, credenze religiose, ideologie, e cosl
via) . Questa divisione è importante per il seguente fatto particolare. L'og­
getto, nella prima categoria, è conteso perché non può essere condiviso: cia­
scun contendente lo vuole e, al tempo stesso, non vuole che lo abbia l'altro.
Nella seconda categoria, succede il contrario: ora l'oggetto tende ad essere
conteso perché si insiste sul fatto che dovrebbe essere condiviso; una della par­
ti, per esempio, ha una certa credenza ideologica o religiosa e insiste perché
sia accolta anche dall'altro popolo. Questo indica che livelli successivi di
perdita di coscienza o di smaterializzazione della cultura permettono (favo­
riscono, alla fine richiedono) atti sempre più ampi eli condivisione. Cioè, un
oggetto materiale permette che un attributo del corpo incondivisibile esi­
sta, con caratteristiche diverse, nel mondo esterno condivisibile; ma tale at­
tributo non può essere condiviso oltre certi limiti (benché più condivisibile
del corpo, esso lo è meno di tutti gli artefatti, i linguaggi, le idee, i sistemi
di credenze, e cosl via) . L'impulso a condividere la sfera smaterializzata è
cosl grande che quando essa non viene condivisa può causare la catastrofe
della guerra, determinata dalla ragione esattamente opposta nella sfera ma­
teriale.
1 74 Si veda il primo capitolo, pp. 64-68, 90-92; il secondo capitolo, pp.
197-2QO; e i capitoli quarto e quinto.
175 Si veda il primo capitolo, pp. 64-7 4.
1 76 La parola di Hume vivacity è forse, usata in questo contesto, la più
interessante. Cfr. A Treatise of Human Nature, 1739, a cura eli L.A. Selby­
Bigge, Oxford, Claredon, 1906, pp. 150, 154, 629 (trad. it. Trattato sulla
natura umana, Bari, Laterza, 1982). Benché per alcuni versi si tratti eli un
sostantivo problematico (si veda l'analisi eli Mary Warnock in Imagining,
Berkeley, University of California, 1976, pp. 134-135), esso è anche estre­
mamente significativo, in virtù della sua etimologia nel verbo latino vivere
(comune anche all'aggettivo «vivido))) . Nella descrizione eli un albero perce­
pito come vivido o come dotato eli vitalità, quella che può venire effettiva­
mente descritta è la condizione vivida, o eli percezione intensa, del «vede­
re)); in altri termini, in quel momento si ha esperienza del proprio esser vivi
(proprio come una sensibilità scarsa o neutrale impedisce una profonda con­
sapevolezza dell'esperienza della percezione). In questo modo non è l'esser
vivo dell'albero (o del montante eli un cancello), ma il proprio esser vivi ad
essere esperito, e quindi attribuito all'oggetto o contenuto dell'atto della
La struttura della guerra 273

percezione. L'importanza di questo punto si chiarirà in seguito, questa for­


ma comune di convalida verrà confrontata con forme di verifica analogica.
Diventerà evidente che la relazione tra l'atto della percezione e l'oggetto,
tra il vedere e l'albero, ha un equivalente nella relazione tra la sensazione
di dolore (il sentir male) e un oggetto immaginario. Proprio come nel primo
caso l' «esser vivo» o l' «esser reale» viene trasferito nell'oggetto (come indi­
ca il termine descrittivo «vitalità»), cosi nel secondo ha luogo un trasferi­
mento dell'«esser viva» o «esser reale» dell'esperienza del dolore nell'ogget­
to immaginato.
1 77 J-P. Sartre, L 'imaginaire. Psychologie phénoménologique de l'imagina­
tion (1940), trad. it. Immagine e coscienza. Psicologia fenomenologica dell'im­
maginazione, Torino, Einaudi, 19812. Alcuni di questi attributi sono de­
scritti da Kar! Jaspers in Allgemeine Psychopathologie (1913), trad. it. Psico­
patologia generale, Roma, Il pensiero scientifico ed., 19802.
178 J.Davis, conferenza sulla «Convinzione», University of Connecti­
cut, febbraio 1974.
179 M. Warnock, Imagining, cit., p. 166. I contenuti percettivi in con­
correnza, nel momento del risveglio, non sono soltanto visivi, me anche so­
matici. Cosi, è stato osservato che è molto facile ricordare, o «prolungare»,
un sogno se quando ci si sveglia si rimane immobili. Se ci si gira dall'altra
parte o si tende un braccio, il sogno si dissolve col gesto. Lo stesso fenome­
no si ripete con i sogni a occhi aperti. Coloro per cui una fantasticheria co­
mincia a diventare troppo reale o vivida, sogliono ·dire che si stanno «ri­
scuotendo» da essa: in realtà, ciò che stanno facendo in quel momento con
quel breve tremito, è introdurre un contenuto percettivo (somatico) che la
annulli.
180 Quella che qui è descritta come una progressione dal dolore dell'uo­
mo al dolore dell'animale, e dal dolore dell'animale all'assenza di dolore,
potrebbe invece essere descritta come una progressione dal dolore dell'uo­
mo al dolore dell'animale, e dal dolore dell'animale al dolore della pianta, se
si vuole sostenere che la realizzazione della sedia ideata richiede l'intaglio
del legno, e quindi il «danneggiamento dell'alberm>. L'importanza di questa
descrizione alternativa viene chiarita nel terzo capitolo.
181 P. Ariès, L 'enfant et la vie familiale dans l'ancien régime, Paris, Pian,
1960, trad. it. Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Bari, Laterza,
19863.
182 M. Foucault, Histoire de la sexualité, I, La volonté de savoir, Paris,
Gallirnard, 1976, trad. it. Storia della sessualità, voi I, La volontà di sapere,
Milano, Feltrinelli, 19854•
183 S.J. Pyne, Fire in America: A Cultura! History of Wildland and Rural
Fire, Princeton, Princeton University Press, 1982.
184 N. Goodman, in Ways o/ Worldmaking, insiste sulla possibilità di
distinguere tra finzioni e inganni (cit., p. 94 e passim) .
18' Anche un attacco «preventivo» ha il suo equivalente strutturale nel­
la guerra, convenzionale, come suggerisce Liddell Hart definendolo «una
strategia cosl superba da eliminare la battaglia». In entrambi i generi di
guerra, sia il ferimento univoco sia quello reciproco sono possibilità strate­
giche.
274 La distruzione

186 Stendhal, La Certosa di Parma, Torino, Einaudi, 19724, p. 39.


187 N . Perrin, Giving Up the Gun: Japan 's Reversion to the Sword, 1543-
1 8 79, Boulder, Shambhala, 1980, p. 25.
188 W. McNeill, The Pursuit of Power, cit., p. 67, 68, 94.
1 89 Ibidem, pp. 167-170.
190 È anche possibile che sia vero il contrario, cioè che Io spostamento

di abilità dall'«uso» alla <<fabbricazione» delle armi stia ad indicare che que­
ste possono essere usate più facilmente, e quindi più velocemente. Pertan­
to, piuttosto che liberare gli uomini dalla guerra, li rendono loro schiavi.
Mentre in precedenza si sarebbe potuto scegliere se dedicare la propria vita
a prepararsi alla guerra o astenersi totalmente dall'attività bellica, ora non
occorre più alcuna decisione. Se questo mutamento sia liberatorio o limita­
tivo, dipende da come ci si immagina in quell'epoca precedente, se come un
sarnurai-cavaliere o un agricoltore.
19 1 John Locke, in 0/ Civil Government, trad. it. Due trattati sul gover­
no, Torino, UTET, 1982 (cap. 5), osserva che la nostra idea fondamentale
di «proprietà» deriva dal modo in cui una persona percepisce il suo rappor­
to con il proprio corpo. Anche i filosofi che rifiutano l'idea di «proprietà»
accettano l'idea del proprio corpo come proprietà. Per esempio, l'opposizio­
ne fondamentale di Marx al capitalismo era fondata sul fatto che esso si ap­
propriava del corpo del lavoratore.
192 Le strategie politiche del corpo, nella schiavitù, sono meno estreme
di quelle che vengono messe in atto nella tortura. Ciò che corrisponde me­
glio alla guerra nucleare è la tortura, non la schiavitù. Queste differenze di­
pendono dalla natura della relazione tra lavoro e dolore, e verranno svilup­
pate nei capitoli terzo, quarto e quinto.
Parte seconda

La costruzione
III

Dolore e immaginazione

La seconda parte di questo studio sarà dedicata a un argo­


mento opposto a quello trattato nella prima parte: non ci occu­
peremo più della distruzione del mondo, ma della sua costru­
zione e ricostruzione. Quindi, la particolare struttura d'attivi­
tà che prenderemo qui in esame non è quella del distruggere,
ma quella del costruire. Come diventerà gradualmente eviden­
te nel corso dei prossimi capitoli, l'atto della creazione possie­
de una struttura identificabile. Per riconoscere tale struttura
occorre compiere un primo passo, e cioè individuare la relazio­
ne tra dolore fisico e immaginazione. In questa relazione, che
verrà descritta tra poco, riecheggia l'argomento che abbiamo
trattato in precedenza, perché nella struttura della tortura e
nella struttur� della guerra si manifesta la forma invertita di ta­
le relazione. E impossibile parlare di tortura o di guerra senza
trattare della distruzione degli artefatti culturali, nella loro
forma interiore e mentale, o in quella esteriore e materializza­
ta; ancora più significativo è il fatto che infliggere il dolore con
la tortura è inestricabilmente connesso alla produzione di una
«finzione» politica, cosl come il danneggiamento bellico è in­
trecciato con un processo di conferimento di fatticità a «co­
struzioni» culturali prive di referenti reali. Poiché questi fatti
comportano l'appropriazione, l'imitazione e la distruzione del­
l' ambito della creazione, essi contengono appunto alcuni degli
elementi di cui ora ci occuperemo, considerandoli nella loro
forma benigna. Quando la relazione fra dolore fisico e immagi­
nazione si dà nella sua forma costruttiva, essa assume necessa­
riamente l'aspetto di una conformazione determinata dal luogo
eccezionale che ognuno dei due termini occupa all'interno del­
le configurazioni psichiche formate dagli stati intenzionali e
dai loro oggetti.
In precedenza abbiamo osservato che il dolore fisico occu-
278 La costruzione

pa una posizione eccezionale nell'intero tessuto degli stati psi­


chici, somatici e percettivi, poiché è l'unico stato privo di un
oggetto. Sebbene la capacità di esperire il dolore fisico sia per
gli essere umani un fatto altrettanto importante quanto la ca­
pacità di udire, toccare, desiderare, temere, aver fame, il dolo­
re si distingue da questi eventi e da ogni altro evento somatico
e psichico, poiché non ha un proprio oggetto nel mondo ester­
no. Si odono e si toccano oggetti posti al di fuori dei confini
del corpo, un desiderio è un desiderio di x, la paura è paura di
y, la fame è fame di z: ma il dolore non è <(di» o <(per>> qualcosa
- è soltanto se stesso. Questa mancanza di oggetto, la totale
assenza di un referente, impedisce di solito la sua espressione
linguistica: privo di oggetto, non può essere facilmente oggetti­
vato in alcuna forma, materiale o verbale. Ma questa mancan­
za di oggetto può anche dare origine all'immaginazione, met­
tendo innanzitutto in moto il processo che alla fine porta alla
luce la marea di artefatti e di simboli che produciamo e fra cui
ci muoviamo. Tutti gli altri stati, proprio perché assumono un
oggetto, da principio ci invitano soltanto a entrare nel mondo
naturale, piuttosto che ad accrescerlo. L'uomo <(desiderante»
può vedere la pioggia, e conoscere la speranza che essa finisca,
cosl come può uscire e trovare i frutti di bosco di cui ha fame,
prima che scenda la notte di cui ha paura. A causa dell'inevita­
bile collegamento fra i suoi stati interni e gli oggetti di riferi­
mento nel mondo esterno, egli si colloca facilmente in quel
mondo esterno e non ha bisogno di inventare un mondo per
poi estendere la sua presenza in esso. L'oggetto è un'estensio­
ne o un'espressione dello stato interiore: la pioggia è in relazio­
ne con il desiderio che essa finisca, i frutti di bosco con la sua
fame, la notte con la sua paura. Ma non c'è nulla che esprima il
suo dolore fisico. Qualsiasi stato che sia permanentemente pri­
vo di oggetto darà senz' altro inizio al processo inventivo. Ma
ciò che-soprattutto importa qui è che lo stato essenziale in cui
egli è assolutamente privo di oggetto è anche, fra tutti gli stati,
quello che per l'avversione che suscita rende estremamente
pressante la necessità di uscire e allontanarsi dal corpo.
L'unico stato che è anomalo quanto il dolore è l'immagina­
zione. Mentre il dolore è uno stato particolare in quanto è del
tutto privo di oggetto, l'immaginazione è degna di nota poiché
è l'unico stato interamente costituito dai suoi oggetti. Nell'im­
maginazione non si dà alcuna attività, alcuno <(stato», alcuna
Dolore e immaginazione 279

condizione esperibile o alcun evento avvertito come separato


dagli oggetti: l'unica prova che qualcuno stia <dmmaginando» è
il fatto che nella mente appaiono oggetti immaginari. Perciò,
mentre il dolore è simile al vedete o al desiderare, ma non a ve­
dere x o a desiderare y, all'immaginazione compete la caratteri­
stica opposta, ma altrettanto straordinaria. L'immaginazione è
simile alla x o alla y che sono gli oggetti della visione o del desi­
derio, ma è dissimile dagli eventi del vedere o del desiderare.
Quindi, mentre il dolore è come le altre forme di sensibilità,
ma privo della estensione del sé che è in genere il complemento
della sensibilità, l'immaginazione è come le altre forme della
facoltà di estensione del sé, ma priva della sensazione esperibi­
le su cui essa generalmente si fonda. Può certo fornire un og­
getto ad altre forme di sensibilità, un oggetto uditivo immagi­
nario (come la musica canticchiata interiormente di Ryle 1), o
un oggetto tattile immaginario (come il profumo della lettera
di Annie che, per un breve istante, evoca a Sartre la prossimità
quasi palpabile della stessa Annie2), ma essa non fornisce mai
questo oggetto in vista di qualche forma di sensazione esperi­
bile unicamente per se stessa 3 .
Nonostante il gerundio «immaginando» presupponga
un'attività e nonostante in qualche contesto filosofico questa
venga descritta come se fosse costituita da un atto e da un og­
getto, entrambi intenzionali 4, in realtà (come si è riconosciuto
intuitivamente da molto tempo, in questo secolare gioco che
giocano i bambini cosl come i filosofi) è impossibile immagina­
re senza immaginare qualcosa. Gli attributi che vengono asse­
gnati correntemente all'attività dell'immaginare, invisibile e di
per sé (quando separata dai suoi oggetti) inesperibile, tendono
a essere ricavati dagli attributi di qualche «oggetto immagina­
to» a cui è toccato di venire assunto come un esempio raffigu­
rabile di immaginazione. Se, per esempio, in una discussione
sull'immaginazione si prendono Pegaso o un unicorno come
esempio dell'oggetto immaginato, allora la stessa immaginazio­
ne risulterà probabilmente caratterizzata dalle qualità di quella
particolare immagine. Nonostante l'unicorno o Pegaso espri­
mano la libertà dell'immaginazione rispetto agli eventi naturali
(la capacità di combinare ali e zampe in nuove figurazioni) e
sebbene esprimano anche la reale capacità dell'immaginazione
di creare al di là del «bisogno» (poiché né l'unicorno né Pegaso
sono utili agli uomini nel ventesimo secolo), una tale immagi-
280 La costruzione

ne, proprio per la sua futilità, spinge erroneamente a ritenere


che l'attività medesima sia banale o marginale: in altre parole,
le discussioni in cui viene chiamato in causa questo tipo di im­
magine tendono a sottovalutare la centralità e il significato del­
l'immaginazione nella vita quotidiana. Un simile oggetto è par­
ticolarmente fuorviante, perché suggerisce erroneamente che
l'immaginazione manifesti se stessa - che essa agisca solamen­
te quando il suo oggetto è immediatamente riconoscibile come
«inventato».
Chi assuma come oggetto indicativo qualcosa che ha impli­
cazioni più ricche per la vita quotidiana giungerà a conclusioni
assai differenti sulla natura dell'immaginazione. Se, come Sar­
tre, si contempla non un Pegaso immaginato, ma un Pierre im­
maginato, non un unicorno, ma una Annie, allora la relazione
dell'immaginazione con gli atti percettivi compiuti ogni gior­
no, come pure il suo ruolo negli eventi più profondi della per­
dita, dell'amore e dell'amicizia, risulteranno con tutta probabi­
lità più immediatamente riconoscibili 5. Tuttavia, anche in
questo caso le conclusioni sulla natura dell'attività che ha pro­
dotto tali oggetti deriveranno dagli attributi degli oggetti scel­
ti, subendo delle limitazioni. Sartre, ad esempio, trae alcune
conclusioni dal fatto che il suo Pierre immaginato è immiserito
rispetto all'amico reale Pierre, che la sua Annie immaginata
non ha nulla dell'intensità, della spontaneità e dell'infinita
profondità della Annie reale. Ma, naturalmente, se avesse con­
frontato i suoi amici immaginati non con i suoi amici reali e
presenti, bensl con i suoi amici completamente assenti, le sue
conclusioni si sarebbero integrate con altre conclusioni, assai
differenti. Ovvero, il Pierre immaginato è umbratile, scarno e
scarsamente presente rispetto al Pierre reale, ma la sua presen­
za è assai più vibrante di quella del Pierre assente: ed è stata
questa assenza che ha provocato l'attività immaginativa, sia
nella vita mentale di Sartre, sia nel suo resoconto filosofico di
quella vita. Egli ha iniziato a immaginare Pierre solamente per­
ché Pierre era lontano, perduto per lui, perché a Berlino cam­
minava per strade che erano al di là della portata sensoriale e
percettiva di Sartre: perciò, la sua scelta non è avvenuta fra un
Pierre bidimensionale e un Pierre reale, ma fra un Pierre bidi­
mensionale e un mondo completamente privo della presenza di
quell'amico. Inoltre, colui che immagina, che può raffigurare,
che è in grado di rendere presente un amico assente, è capace
Dolore e immaginazione 281

anche di inventare sia l'idea, sia la forma materializzata del te­


legrafo, cioè può anche concepire il messaggio specifico «Torna
immediatamente a casa», come pure è in grado di escogitare
molti altri artifici meccanici che trasformano la condizione di
assenza in presenza (telefono, treno, aereo), artifici che hanno
tutti la medesima origine dell'oggetto dell'immaginazione.
L'oggetto scelto come esempio dell'attività immaginativa,
dunque, può variare da un'analisi all' altra; e gli attribuiti che
per generalizzazione vengono estesi all'attività tendono a esse­
re derivati dagli attributi dell'oggetto modello. Torneremo in
seguito sull'appropriatezza dei vari tipi di oggetto modello; per
ora, il punto di importanza fondamentale è il fatto che l'imma­
ginazione viene esperita solamente nelle immagini che produce
e che anche le discussioni sulle sue caratteristiche in quanto
stato tendono invece ad essere discussioni sulle caratteristiche
dell'oggetto invocato. L'immaginazione non viene pressoché
mai «immaginata» senza un oggetto, nonostante le Scritture
ebraiche richiedano quasi che i fedeli facciano proprio questo,
che apprendano la facoltà di creare priva di ogni contenuto
rappresentabile: attribuire a Dio una forma raffigurabile viene
esplicitamente proibito, sebbene gli oggetti della creazione
mentale possano in questo caso essere contemplati come gli og­
getti prodotti da Dio stesso, come l'universo e i suoi abitanti.
Gli immensi problemi che circondano tale comandamento e la
graduale trasformazione che conduce a uscire da questo co­
mandamento sia nelle Scritture ebraiche sia in quelle cristiane,
verranno trattati diffusamente nel prossimo capitolo. Per ades­
so, che l'oggetto immaginato sia Dio, l'immaginazione medesi­
ma, Pegaso, Pierre, Annie, un unicorno, un telegramma, o un
aereo, l'attività che produce l'oggetto tende a coincidere con
quell'oggetto e a essere conoscibile solo per mezzo di esso.
Il dolore fisico, dunque, è uno stato intenzionale privo di
oggetto intenzionale; l'immaginazione è un oggetto intenzio­
nale privo di uno stato intenzionale esperibile. Può darsi, per­
ciò, che in qualche senso particolare sia appropriato pensare al
dolore come allo stato intenzionale dell'immaginare e definire
l'immaginazione come l'oggetto intenzionale del dolore. Cer­
to, probabilmente è inesatto definire uno stato essenzialmente
privo di oggetto come uno <istato intenzionale senza un ogget­
to» poiché questo esiste come stato intenzionale solo posseden­
do un oggetto: di per sé, il dolore non «intende» nulla: è del
2 82 La costruzione

tutto passivo; è «soffertm>, piuttosto che voluto o diretto. Per


essere più precisi, si può dire che il dolore diventa uno stato in­
tenzionale solamente quando è messo in relazione con il potere
oggettivante dell'immaginazione: cosl correlato, il dolore verrà
trasformato da un'occorrenza del tutto passiva e impotente in
un evento automodificantesi e, nei casi di maggior successo,
autoeliminantesi. Ma sostenere che il dolore fisico e l'immagi­
nazione si co-appartengano in quanto l'uno è il complemento
intenzionale mancante all'altra sembra significare soltanto che
«provare dolore e un x immaginato» abbiano luogo insieme, in
uno stretto legame di concomitanza interiore che è struttural­
mente analogo ad altri atti intenzionali come «udire una voce»,
«toccare il vetro di una finestra» - mentre può essere che qui
avvenga qualcosa di molto più importante. Può darsi che «do­
lore» e <dmmaginazione» costituiscano condizioni estreme del­
l'intenzionalità in quanto stato, da una parte, e, dall'altra, del­
l'intenzionalità in quanto autooggettivazione; può essere, inol­
tre, che tra queste due condizioni limite si collochino tutte le
altre, più familiari, di tipo binario, secondo lo schema «atti-og­
getti». In altre parole, dolore e immaginazione sono gli «even­
ti-cornice» entro i cui confini hanno luogo tutti gli altri eventi
percettivi, somatici ed emotivi; perciò, tra questi due estremi
può essere tracciata una mappa di tutto l'ambito della psiche
umana.
Che questa maniera di comprendere la relazione fra dolore
e immaginazione sia adeguata e utile è indicato da un certo nu­
mero di fenomeni osservabili. Quanto più è la forma di perce­
zione abituale ad essere esperita, e non il suo oggetto esterno,
tanto più essa si avvicina al dolore; inversamente, quanto più
uno stato viene esperito come coincidente con il suo oggetto,
tanto più si avvicina alla autotrasformazione immaginativa.
Cosl, una donna (magari di nome Ruth) che lavora nei campi e
tocca il grano, sente non solo il grano, ma anche le sue dita che
lo toccano. Il tatto, nelle descrizioni tradizionali dei sensi, è
più vicino al dolore di quanto lo sia la vista. Guardando attra­
verso i campi, ella si riempie delle immagini del grano: sebbene
fino a un certo punto l'evento percettivo venga avvertito come
qualcosa che ha luogo in una zona orizzontale posta fra i suoi
zigomi e la sua fronte, ella tende qui a «esperire» i covoni di
grano, piuttosto che un qualche stato di sensazione autoco­
sciente nei suoi occhi. Questo avviene perché la vista e l'udito,
Dolore e immaginazione 283

in condizioni normali, sono legati in maniera tanto esclusiva al


loro oggetto, piuttosto che alla loro collocazione somatica, da
essere i sensi più frequentemente invocati dai poeti come ana­
loghi sensoriali dell'immaginazione. Per mezzo di essi ci si sen­
te disincarnati, o perché sembra di essere stati trasportati mol­
to al di là dei confini del corpo, nel mondo esterno, oppure
perché le immagini degli oggetti provenienti dal mondo ester­
no sono penetrate all'interno del corpo come contenuti percet­
tivi, sostituendosi alla sua densa materia.
Tuttavia, mentre le forme di percezione come il tatto e la
vista possono essere distinte in base all'accento diverso posto
sullo stato di sensazione, oppure sull'oggetto, ognuna di esse
presa di per sé può essere potenzialmente esperita come stato,
oppure come oggetto: perciò, al suo interno è abbastanza flui­
da per avvicinarsi ora al soffrire, ora all'immaginare. Nono­
stante la vista e l'udito siano normalmente contigui all'aggetti­
vazione, se qualcuno esperisce i propri occhi o le proprie orec­
chie - se la donna che lavora alza lo sguardo al sole in modo
troppo brusco e i suoi occhi sono invasi da una luce accecante
- allora la vista si riavvicina al dolore. Oppure, se gli oggetti
nel campo, esteriori - il grano, le figure degli altri operai, gli
alberi all'orizzonte - iniziano un giorno ad apparirle distorti o
confusi (se cioè gli oggetti cominciano a diventare per lei qual­
cosa di perduto), ella smetterà di esperire la vista come un sem­
plice contenuto interiore oggettivato e inizierà a diventare più
autocosciente rispetto allo stesso evento del «vedere»: adesso
non esperisce più le immagini del grano, delle persone e degli
alberi senza esperire, insieme, anche il proprio corpo nella mo­
dalità dell'avversione e della privazione (una deprivazione che,
nella sua forma più estrema, diventa dolore fisico) . Cosl, anco­
ra, nonostante il tatto abbia sempre un contenuto somatico e
esterno insieme, può essere esperito ora più come l'uno, ora
più come l'altro; e quanto più viene esperito nella prima ma­
niera, tanto più è vicino al dolore; quanto più è esperito nell'al­
tra, tanto più si sposta e si avvicina alla trasformazione. Per­
ciò, se una spina si conficca nella pelle del dito della donna, ella
non sente la spina, ma il suo corpo che le fa male. Se, invece,
attraverso la pelle delle dita non esperisce la coscienza della
sensazione di quelle dita, ma la sensazione del fine tessuto la­
vorato da un'altra donna, oppure se percorre con le dita le let­
tere di un messaggio inciso sulla pietra, e pensa non a ciò che
284 La costruzione

avviene nella sua mano, ma alla forma e alla forza motivante


dei segni, oppure se quella notte esperisce le intense sensazioni
che attraversano la pelle del suo corpo non come il suo proprio
corpo, ma come la presenza intensamente avvertibile del suo
amato, in ognuno di questi momenti ella esperisce la sensazio­
ne del «toccare» non come sensazione corporea, ma come
un'aggettivazione che si sposta e si trasforma; e questi momen­
ti sono cosl distanti dal dolore fisico che se vengono nominati
in quanto eventi somatici saranno chiamati «piacere» - una
parola che si riserva solitamente o a momenti in cui il corpo
svanisce del tutto, oppure, come in questo caso, a momenti in
cui acute sensazioni corporee vengono esperite come qualcosa
di differente dal proprio corpo6.
La relazione tra atto e oggetto nella sensazione e nella per­
cezione può essere riconosciuta ancor più immediatamente co­
me una descrizione di stati emotivi e somatici. Uno stato di co­
scienza diverso dal dolore - come la fame, o il desiderio -
inizierà, se privato del suo oggetto, ad avvicinarsi al dolore, ad
esempio nella fame lunga e insoddisfatta, o in una bramosia
prolungata e priva di oggetto; inversamente, quando a un tale
stato viene fornito un oggetto, esso viene esperito di per sé co­
me un'occorrenza fisica 7 piacevole e con un proprio decorso
(o, più esattamente, piacevole perché ha un proprio decorso) .
Gli stati interiori della fame fisica e del desiderio psicologico
non hanno nulla di ripugnante, di temibile o spiacevole in se
stessi, se la persona che li esperisce abita un mondo in cui il ci­
bo è abbondante e un compagno è vicino.
Se questi esempi mostrano come sia appropriato definire lo
stato di coscienza privo di oggetto come uno stato che si avvi­
cina alla condizione del dolore 8, definire lo stato oggettivato
come l'opposto limite strutturale dell'immaginare può non
sembrare altrettanto appropriato, poiché (negli esempi addot­
ti) le fonti di aggettivazione (il grano da mangiare, un altro es­
sere umano da amare, campi dorati da guardare) hanno origine
nel mondo naturale 9• La correttezza di tale identificazione,
tuttavia, deriva dal fatto che al di là del vasto ambito costituito
dagli oggetti comuni, che si danno in modo naturale, esiste
l'ulteriore ambito, più ristretto, degli oggetti immaginati, men­
tre, al di là di questo, non vi sono altri oggetti. L'immaginazio­
ne, in effetti, è l'ambito che costituisce l'ultima risorsa dispo­
nibile. In altre parole, quando il mondo non può fornire un og-
Dolore e immaginazione 285

getto, rimane l'immaginazione, per lo più come una riserva


d'emergenza, come un'ultima risorsa per generare oggetti. Se
mancano, essi verranno inventati; e nonostante possano talvol­
ta essere inferiori agli oggetti che si danno in modo naturale,
saranno sempre superiori alla mancanza di oggetti che si ha na­
turalmente. Se non c'è del cibo, immaginare del grano o dei
frutti di bosco permetterà, per lo meno temporaneamente, di
provare la fame come qualcosa di potenzialmente positivo, in­
vece che del tutto spiacevole; e l'immagine cosl evocata può
spingere la persona affamata ad attraversare la collina vicina
per trovare del grano e dei frutti di bosco reali. Il passaggio
dalla fame all'assunzione di cibo (un passaggio che è letteral­
mente una dislocazione della sensazione di fame, passiva e
sgradevole, mediante l'attivo incorporamento degli oggetti
esterni dentro di sé) non richiede più che gli oggetti siano pre­
senti e manifesti, poiché se essi non sono di per sé presenti sen­
sibilmente alla vista, si presenteranno all'immaginazione e mo­
tiveranno o un'attività di ricerca (una modificazione dell'am­
bito mondano), o un atto di invenzione materiale (l'introdu­
zione di un oggetto nuovo nell'ambito mondano) . Analoga­
mente, immaginare di avere un compagno nel mondo non ci dà
alcun compagno, ma può evitarci (per lo meno temporanea­
mente) di desiderare di essere un complesso di eventi fisici ed
emotivi che esperisce unicamente se stesso e che, svuotato di
ogni contenuto referenziale, esiste sotto forma di meri males­
seri interiori. Può darsi che anche «sognare» vada intero in
questo modo, poiché tale attività prolunga i poteri oggettivanti
delle persone nelle ore in cui sono escluse dalla fonte naturale
degli oggetti, cosicché durante il sonno non vengono fagocitate
dal loro corpo. In altre parole, il contenuto particolare delle
immagini oniriche (ora terrificanti, ora piacevoli; ora colme di
un misterioso sapere segreto relativo al sognatore, ora insipien­
ti, arbitrarie e insensate) è di per sé insignificante al di là del
fatto generale del sognare, dell'opera di soccorso svolta dal­
l'immaginazione, consistente nel fornire un oggetto - questo
oggetto, quell'oggetto, qualsiasi oggetto - per prolungare ed
esercitare la capacità di autooggettivazione durante le ore
riempite dal sonno, dal dolce e pericoloso assorbimento corpo­
reo.
La legittimità di una definizione dell'immaginazione come
condizione limite dell'intenzionalità può essere allora ricono-
286 La costruzione

sciuta nel fatto che l'immaginazione fornisce un ambito ogget­


tuale ulteriore e straordinario che si colloca al di là dell'ambito
che si dà naturalmente; essa «vuole», <Krea», o «favorisce» atti­
vamente l'esistenza degli oggetti quando questi non siano pas­
sivamente disponibili come un «dato» già esistente. Ma la legit­
timità di tale identificazione può essere colta anche esprimen­
do la relazione in direzione opposta: piuttosto che considerare
l'immaginazione come una mimesi estrema delle condizioni da­
te ordinariamente in altre forme di coscienza, le altre forme di
coscienza possono essere interpretate come comprendenti atti
autoritativi più moderati e più modesti, atti di automodifica­
zione e di artificio che nell'immaginazione operano in modo
abituale e drammatico. Se si considerano «il soffrire e un og­
getto immaginato» (ad esempio, <(la sete acuta e un bicchiere
d'acqua immaginato») come complementi intenzionali e se li si
considerano insieme, unitariamente, in una serie di eventi in­
tenzionali - la sete acuta e un bicchiere d'acqua immaginato,
toccare un fiore, udire un bimbo che piange, guardare un tre­
no, temere una tempesta -, può sembrare di primo acchito
che tale relazione essenziale fra stato e oggetto (dove l'oggetto
viene ad esistere specificamente per eliminare la condizione)
differisca fondamentalmente dalla relazione fra stato e oggetto
in tutti gli altri esempi, in ognuno dei quali stato e oggetto so­
no complementari. Ma anche questi altri atti comuni, percetti­
vi e emozionali, contengono automodificazione e artificio.
Benché nel <(vedere un campo» il <(campo» non sia <(afferrato»
per annullare l'atto del <(vedere» (cosl come l'acqua è immagi­
nata per eliminare la sete, o una coperta viene immaginata allo
scopo di eliminare la sensazione di freddo), la persona può ben
mutare la direzione del suo sguardo e quindi <wedere la città»
alla sua sinistra, al fine di dislocare, eliminare, il suo <(vedere il
campo». La percezione ordinaria modifica se stessa perché, alla
fin fine, altera ed annulla il proprio contenuto, scambiando
continuamente un oggetto con un altro, esercitando un con­
trollo sulla direzione e sul contenuto del tatto, dell'udito, della
vista, dell'odorato e del gusto. Perciò, la trasformazione radi­
cale che ha luogo nel panorama del mondo naturale nel <(prova­
re dolore e immaginare» - <(trovarsi in un deserto e credere di
vedere un'oasi fitta di alberi», <(morire di sete e "vedere" del­
l' acqua sulla prossima duna sabbiosa» - viene abitualmente
mimata negli atti quotidiani dello spostare il proprio sguardo
Dolore e immaginazione 287

verso est piuttosto che verso ovest, allungare un braccio per


toccare gli oggetti a sinistra piuttosto che a destra, ascoltare i
suoni provenienti dalla stanza di sopra piuttosto che da quella
di sotto. Inoltre, può darsi che la cancellazione non solo del­
l'oggetto, ma anche del medesimo stato interno, nella perce­
zione normale avvenga perché la persona tende a modificare
l'oggetto del tatto, della vista, o del gusto proprio nel momen­
to in cui diventa autocosciente dello stesso stato corporeo -
ovvero, quando l'oggetto già dato non permette più che l' ac­
quisizione di autooggettivazione prosegua, riportando la sua
attenzione sul corpo. Se il sole è troppo luminoso per gli occhi
di una donna, questa si sposta all'ombra e, quando lo fa, i suoi
occhi tornano a riempirsi di oggetti visibili, invece che di una
sensazione spiacevole; se invece l'ombra diventa troppo scura
perché lei distingua senza sforzo i semi di cui sta facendo una
scelta, torna a uscire alla luce; può spostare il suo sguardo su al­
cuni bambini n accanto per trovare sollievo al suo sconforto
mentre ricorda il suo bimbo perduto; oppure, se ciò la <<tende»
soltanto più acutamente cosciente della sua perdita, può guar­
dare, invece dei bambini, degli uccelli. Tramite la sua relazione
con questi oggetti, ella modifica continuamente il grado in cui
sostituisce l'autocoscienza con un contenuto oggettivato non
autocosciente. Cosl, anche negli stati somatici ed emotivi co­
me la fame e il desiderio, una persona può modificare conti­
nuamente lo stato medesimo - ora minimizzandolo, ora elimi­
nandolo del tutto - tramite la modificazione e la regolazione
continua della sua relazione con l'oggetto.
Una terza caratteristica della relazione fra oggetti immagi­
nari e reali - che rivela quanto sia corretto definire l' «immagi­
nare» come uno stato-cornice dell'intenzionalità situato al li­
mite del mondo umano, opposto all'altro confine costituito dal
dolore fisico -è il fatto che l'immaginazione sembra fornire
un metro per giudicare l'accettabilità degli oggetti nel mondo
che ci è dato in modo naturale. Quanto più esattamente l'og­
getto del desiderio o della fame o della paura si accorda a uno
stato interiore o lo esprime, quanto più precisamente è una
proiezione di quello stato, tanto più sembrerà essere stato ge­
nerato dallo stato interiore medesimo e sarà considerato una
soluzione immaginaria. In altre parole, uno dei tratti distintivi
del mondo artificiale, in quanto opposto al mondo naturale,
consiste nel fatto di venire creato allo scopo preciso di costitui-
288 La costruzione

re gli oggetti di questi stati, di adattarvisi perfettamente; per­


ciò, quando un evento che ha luogo in maniera naturale sem­
bra possedere questa adattabilità, esso sembra appartenere a
un mondo artificiale.
Al contrario, quanto meno l'oggetto si adatta ai requisiti
interni della fame, del desiderio, della paura, quanto meno li
esprime, quanto meno si dà un oggetto per lo stato e solamente
per esso, tanto più quest'ultimo si avvicinerà alla condizione
del dolore. Quanto più perfettamente Boaz si adatta alla forma
interna del desiderio di Ruth, tanto più sembrerà un amico e
compagno datole non da una terra benigna, ma da un cielo be­
nigno (ovvero da un artificio volontario). Quanto meno ella
soddisfa quelle esigenze interiori, tanto più si fisserà su quelle
esigenze interiori e tanto più soffrirà. Che l'immaginazione sia
in qualche modo implicata nelle valutazioni dell' aggettivazio­
ne non significa che gli «oggetti artificiali» siano preferibili a
quelli naturali, poiché si possono preferire di gran lunga gli og-­
getti <(dati» (carne cruda, frutti di bosco) a quelli «artificiali»
(pane di grano, marmellata, budino e torta di frutti di bosco,
whisky, succo di frutti di bosco, ecc.); ma questo non vuoi dire
che l'assoluta preferibilità degli oggetti naturali in un determi­
nato momento appaia riconoscibile perché il criterio di «adat­
tamento perfetto» è stato stabilito dall'insieme completo degli
oggetti naturali e immaginati che collettivamente soddisfano la
fame in tutti i vari gradi della sua intensità. Questo vale anche
per la maggior parte degli altri stati, per cui siamo soliti udire
persone che esprimono il loro stupore per il mondo naturale ri­
ferendosi implicitamente a un criterio immaginario: «Questa
pietra è come se fosse stata fatta da una mano umana», «Non
riesco a immaginare una persona più gentile», «<l vento fra gli
alberi sembra il principio dell'intelligenza», «Non potrebbe
esistere un pianeta più bello della terra».
Che il dolore e l'immaginazione siano ognuno il comple­
mento mancante dell'altro e che forniscano insieme una corni­
ce all'identità dell'uomo in quanto creatore, all'interno della
quale hanno luogo tutti gli altri eventi intimamente percettivi,
psicologici, emotivi e somatici, viene forse suggerito nel modo
più sintetico dal fatto che qui un medesimo elemento del lin­
guaggio viene adoperato - in molte lingue differenti - sia
per riferirsi al dolore, sia per riferirsi all'oggetto creato: si trat­
ta della parola «lavoro». La profonda ambivalenza del signifi-
Dolore e immaginazione 289

cato di «lavora>>- nella civiltà occidentale è stata spesso oggetto


di riflessione; infatti, il lavoro è stato tendenzialmente associa­
to al dolore e, al tempo stesso, percepito come suo opposto:
nelle sue origini etimologiche ebraiche e greche, nei nostri miti
orali e nelle nostre intuizioni inespresse, nella nostra tradizio­
ne religiosa e filosofica, è stato continuamente considerato co­
me una forma di sofferenza fisica, ma, allo stesso tempo e qua­
si altrettanto frequentemente, è stato associato al piacere, al­
l'arte, all'immaginazione, alla cultura - fenomeni che espri­
mono in diversa misura la possibilità che l'uomo ha di estende­
re la propria presenza nel mondo, contrapposta al potere di
contrarre del dolore lO. La sensazione che questo dualismo sia
arbitrario si dissolve quando il lavoro viene inteso sullo sfondo
dell'intero panorama degli atti e degli oggetti intenzionali: in­
fatti, il lavoro (come tutti gli stati intenzionali sopra considera­
ti, ma in un grado molto maggiore di quanto sia stato possibile
cogliere in quei casi) si conforma a questo stesso ordine. Quan­
to più si rende conto di sé e si trasforma nel suo oggetto, tanto
più si avvicina all'immaginazione, all'arte, alla cultura; quanto
meno riesce a produrre un oggetto o, producendolo, viene alie­
nato dal suo oggetto, tanto più si avvicina alla condizione del
dolore. Cosl, un esempio relativo al primo estremo è dato dal
fatto che agli artefatti collettivi della civiltà - ai suoi dipinti,
alle sue poesie, ai suoi edifici - ci si riferisce individualmente
come a dei <ilavori». Indicativo dell'estremo opposto è il fatto
che i momenti storici in cui il lavoro è stato identificato con la
sofferenza sono stati momenti in cui i lavoratori sono stati se­
parati dai benefici apportati dagli oggetti prodotti dalla loro at­
tività. La schiavitù, sia nell'antico Egitto, sia nel Sud degli
Stati Uniti fino al XIX secolo, era una condizione in cui il la­
voro fisico veniva svolto da popolazioni i cui membri erano
esclusi dalla proprietà, dal controllo e dal godimento dei pro­
dotti che fornivano. Ancora, il mondo della fabbrica inglese
del XIX secolo è un mondo in cui il lavoro viene descritto co­
me vicino alla condizione del dolore, non solo negli scritti di
Marx, ma anche negli atti parlamentari inglesi a cui egli attin­
geva abbondantemente. La prossimità del lavoro al dolore è
qui attribuita specificamente alla fame, agli infortuni, alle ma­
lattie, alla mancanza d'aria e allo sfinimento patiti dai lavora­
tori delle industrie, ma tutte queste condizioni vengono a loro
volta attribuite alla più fondamentale frattura dell'integrità at-
290 La costruzione

te-oggetto, essenziale alla psiche umana; infatti, il corpo che


lavorava veniva separato dagli oggetti del suo lavoro; gli uomi­
ni, le donne e i bambini che producevano con la loro fatica un
gran numero di oggetti (carbone, pizzi, mattoni, camicie, oro­
logi, chiodi, carta, paglia intrecciata) abitavano uno spazio
completamente estraneo alla sfera che da quegli oggetti traeva
dei benefici, una sfera che apparteneva a un gruppo di persone
che non avevano partecipato direttamente alla produzione de­
gli oggetti u .
Molto più che a ogni altro stato intenzionale, il lavoro è
prossimo agli eventi-cornice del dolore e dell'immaginazione,
poiché consiste sia di un atto fisico reso estremamente corpo­
reo (un atto che impegna l'intera psiche, anche quando la fati­
ca non è di tipo fisico), sia di un oggetto che prima non esisteva
nel mondo - una rete da pesca o un pizzo che prima non c'e­
rano, o una rete ricucita o un pizzo riaggiustato mentre prima
ne esistevano solo dei brandelli, o una frase, o un periodo, o
una poesia dove prima c'era il silenzio. Il lavoro e il suo «lavo­
ro» (ovvero il lavoro e il suo oggetto, l'artefatto) sono i nomi
dati ai fenomeni del dolore e dell'immaginazione quando que­
sti cominciano a trasformarsi da un vincolo interiore al corpo a
un legame equivalente, ma proiettato ora nel mondo esterno.
In virtù di questa esteriorizzazione l'estrema privatezza dell'e­
vento (sia il dolore, sia l'immaginazione sono invisibili a chiun­
que sia estraneo al corpo della persona) comincia a diventare
condivisibile, la sensazione diventa sociale e acquista con ciò la
sua forma specificamente umana.
In questo processo di esteriorizzazione, ognuna delle due
componenti viene ridotta, il che per un verso è un grande van­
taggio, per l'altro è una perdita soltanto apparente. Nonostan­
te il lavoro possa essere in qualsiasi momento storico cosl sgra­
devole da sembrare identico al dolore fisico 12, esso non è affat­
to intrinsecamente e necessariamente tale, e infatti normal­
mente non lo è. Tuttavia, in ogni circostanza e indipendente­
mente dal fatto che si tratti di lavoro principalmente fisico o
mentale, esso è caratterizzato da un genere di sgradevolezza
assai più moderata (e ora voluta, diretta e controllata), provo­
cata dalla fatica, dallo sforzo prolungato e dalla stanchezza.
Lavorare fa soffrire. La sofferenza del tutto passiva e acuta del
dolore fisico diventa cosl la sofferenza autoregolata e modesta
del lavoro. Il lavoro, quindi, è una diminuzione del dolore: il
Dolore e immaginazione 291

carattere profondamente repulsivo del dolore diventa nel lavoro


malessere controllato. In questo modo, inoltre, l'immaginazione
si trasforma, moderandosi, negli artefatti materiali e verbali
che sono gli oggetti del lavoro. Se, per esempio, una persona
che sta in un campo immagina di stare, invece, sulla riva del
mare, essa ha apportato nel mondo (nella sua immaginazione)
un grande cambiamento, scambiando l'intero contesto «dato»
fisicamente con un contesto inventato. Se, per contro, trasfor­
ma l'argilla del suolo in una tazza e inserisce questo oggetto
«nuovo» nel medesimo campo, ha sempre apportato una modi­
ficazione nel mondo «dato» fisicamente, ma assai più modesta
che nel primo caso. Mentre l'immaginazione può comportare
una rivoluzione dell'intero ordine delle cose, l'eclissarsi di ciò
che è dato tramite una reinvenzione totale del mondo, un arte­
fatto (un pezzo di carbone spostato, una frase, una tazza, un
pezzo di merletto) è un frammento di trasformazione del mondo.
Immaginando una città, l'essere umano «fa» una casa; immagi­
nando un'utopia politica, contribuisce invece a costruire una
comunità politica; immaginando l'eliminazione della sofferen­
za dal mondo, restituisce la salute a un amico. Tuttavia, sebbe­
ne l'artificio sia più modesto e frammentario dell'immagina­
zione, i suoi oggetti possiedono rispetto agli oggetti immagina­
ti l'immenso vantaggio di essere reali e, in quanto reali, condi­
visibili; inoltre, poiché gli oggetti sono comuni, alla fine l'arti­
ficio ha una portata ampia quanto quella dell'immaginazione,
giacché il suo risultato è per la prima volta collettivo.
Ciò significa che se ci fossero cento individui e ognuno im­
maginasse se stesso come inventore di una città, ognuno sco­
prirebbe che in una data settimana potrebbe, invece, «fabbri­
care» solamente qualche centinaio di mattoni, o costruire parte
di un carro, o aprire un tratto di strada. Ma poiché gli oggetti
prodotti da ognuno verrebbero ora a trovarsi nello spazio con­
divisibile esterno al suo corpo, accessibile a tutti, gli oggetti
che ognuno produce possono essere associati a quelli prodotti
dalla seconda persona e poi dalla terza, cosl che la grande città
immaginata viene effettivamente costruita. Immaginando la
città, ogni individuo dovrebbe inventare e mantenere l'imma­
gine individualmente, per cui i cento individui moltiplichereb­
bero continuamente l'uno gli sforzi dell'altro. Inoltre, ognuno,
per avere la città continuamente a propria disposizione, do­
vrebbe dedicare l'intera giornata a mantenerne l'immagine,
292 La costruzione

poi la giornata successiva (e cosl via, giorno dopo giorno), rein­


ventandola ulteriormente. Nell'opera collettiva artificiale, in­
vece, la città diventa un oggetto autonomo: la sua esistenza
non dipende più dal lavoro mentale della reinvenzione quoti­
diana. Perciò, coloro che immaginano possono rivolgersi ad al­
tri progetti. Può essere che nel corso dell'anno in cui la città
venisse costruita, fosse richiesto uno sforzo più concentrato e
prolungato di quello che dovrebbero sostenere cento persone
che sognano a occhi aperti una città giorno dopo giorno per
trecentosessantacinque giorni; ma, nel lungo periodo, lo sforzo
richiesto per perpetuare la città immaginaria sarebbe assai più
grande, poiché l'atto dovrebbe essere prolungato e rinnovato
per cinquant'anni, mentre coloro che hanno costruito la città
saranno stati liberi dal reinventarla quotidianamente per qua­
rantanove di quegli anni, tr�nne quando, ogni tanto, avrà biso­
gno di qualche intervento. E difficile esagerare il vantaggio di
una cultura materiale rispetto a una cultura fondata sulla fede,
una questione, questa, che verrà sviluppata nel prossimo capi­
tolo. Nel lavoro, dunque, il dolore viene attenuato e trasfor­
mato in disagio costante; inoltre, gli oggetti dell'immaginazio­
ne, sebbene singolarmente vengano ridotti ad artefatti fram­
mentari, collettivamente sono trasformati nelle strutture della
civiltà, che non sono certamente poca cosa.
Negli ultimi capitoli, allo scopo di scoprire qual è la strut­
tura della creazione, il presupposto di partenza sarà costituito
dalla relazione di intenzionalità, descritta come «dolore e im­
maginazione», o come «il lavoro e i suoi artefatti». C'è un altro
termine che si trasforma, nell'oscillazione fra queste due serie
di termini connessi e, prima di iniziare, dovrà essere breve­
mente chiarito. La posizione fondamentale dell'immagine
dell' «arma» nella prima serie di termini è la medesima posizio­
ne dell' «utensile» nella seconda serie: la proiezione nell'inten­
zionalità con la mediazione dello «strumento» nella configura­
zione «dolore-arma-oggetto immaginato» (che nella sua forma
decostruita è la configurazione «dolore-arma-potere») diventa
ora la configurazione «lavoro-utensile-artefatto». La trasfor­
mazione dell'arma nell'utensile è in qualche misura simile alla
trasformazione dell'esperienza fisica del dolore nell'attività fi­
sica del lavoro, o alla trasformazione di un oggetto immaginato
in un artefatto materializzato o verbalizzato - ma possiede
anche altre caratteristiche.
Dolore e immaginazione 293

Che il segno dell'arma abbia un ruolo fondamentale nella


trasformazione del dolore nell'immagine proiettata è stato af­
fermato in precedenza; inoltre, tale evento è stato descritto sia
nella sua forma benigna sia, in modo più elaborato, in quella
decostruita u. Benché nella sua forma benigna la sostituzione
della sensazione sgradevole con il contenuto astratto delle im­
magini oggettivate contenga in effetti un complesso di immagi­
ni infinito, e benché sia impossibile ritornare alle origini del­
l'immaginazione umana e registrare la sequenza cronologica in
cui tali immagini sono apparse per la prima volta, vi sono nu­
merose prove evidenti del fatto che l'immagine dell'arma non
sia soltanto un segno tra migliaia di altri, ma un segno che oc­
cupa una posizione primaria nel momento originario della tra­
sformazione. Di tali indicazioni esteriori, la più importante da
citare qui è forse la centralità di questa immagine nel linguag­
gio delle persone che provano un dolore fisico. Il dolore fisico
noh soltanto resiste di per sé al linguaggio, ma oltre a ciò dis­
solve il linguaggio in maniera attiva, decostruendolo nel pre­
linguaggio delle grida e dei gemiti. Udire tali grida significa as­
sistere alla frantumazione del linguaggio. Per contro, essere
presenti quando la persona che soffre riscopre la parola e ricon­
quista cosl il suo potere di autooggettivazione è quasi un pre­
senziare alla nascita, o alla rinascita, del linguaggio. Il fatto che
sia tipico della persona sofferente passare da una manciata di
termini descrittivi a una costruzione del «come se» - e una co­
struzione del «come se» che ha come termine opposto un'arma
- indica il primato del segno nella fondamentale attività di
costruzione delle metafore. Descrivere il proprio dolore con
l'immagine di uno strumento equivale a proiettarlo in un og­
getto che, nonostante sia inizialmente concepito come muo­
ventesi verso il corpo, proprio per la sua separabilità dal corpo
diventa un'immagine che può essere allontanata, portando con
sé alcuni degli attributi del dolore 14. Nel prossimo capitolo ci
occuperemo più a fondo del primato di quel segno in quanto
proiezione del dolore umano nella volontà immaginativa disin­
carnata, cosl come lo si ritrova nelle Scritture ebraiche, dove la
relazione fra il popolo e il suo oggetto immaginato (Dio) viene
continuamente rappresentata come una relazione fra un essere
umano in carne ed ossa profondamente sofferente e un princi­
pio della creazione completamente disincarnato (cioè immune
dal dolore), mediata dall'immagine ricorrente di un'arma gi-
294 La costruzione

gantesca che attraversa lo spazio fra di loro. L'unica via che


collega il corpo con il potere creativo è la linea verticale che
corre lungo un'arma, un estremo della quale termina nella terra
e l'altro nel cielo; inoltre, si assume che al di là dell'immagine
concreta e immagin�bile esista un creatore inimmaginabile e
privo di contenuto. E anche utile ricordare che, di solito, si ri­
tiene che l'arma come artefatto materializzato esistesse già agli
albori della cultura. Assai prima che l'uomo estenda la propria
presenza nel mondo producendo ulteriori artefatti, egli la
estende sollevando un oggetto trovato (un ramo, una pietra)
che accresce la forza e aumenta la lunghezza del suo braccio.
Quest'arma può essere a sua volta tramutata in un utensile e
l'utensile di nuovo in un'arma: ed è l'identità fra i due, insieme
alla profonda distanza mentale che li separa, che prenderemo
brevemente in esame.
Talvolta l'arma e l'utensile sembrano indistinguibili, poi­
ché entrambi possono risiedere in un unico oggetto fisico (per­
sino una mano stretta a pugno può essere sia un'arma sia un
utensile) e possono essere rapidamente trasformati ora nell'u­
no, ora nell'altra. Allo stesso tempo, tuttavia, sono separati da
un abisso quanto a significati, fini, connotazioni e caratteristi­
che. Se ce li poniamo mentalmente di fronte l'uno accanto al­
l'altra - una mano come arma e una mano come utensile, un
coltello come arma e un coltello come utensile, un martello e
un martello, un'ascia e un'ascia - risulta chiaro che ciò che li
differenzia non sta nell'oggetto, bensl nella superficie su cui
cadono. Ciò che chiamiamo «arma» quando agisce su una su­
perficie sensibile, lo chiamiamo «utensile» quando agisce su
una superficie non sensibile. La mano che colpisce un volto
umano è un'arma, una mano che batte della pasta per fare del
pane o dell'argilla per ricavarne una tazza è un utensile. Il col­
tello che penetra nella vacca o nel cavallo è un'arma, il coltello
che a pranzo ne taglia la carne non più viva è un utensile. L'a­
scia che spezza la schiena di un lupo è un'arma, l'ascia che ta­
glia un albero è un utensile. Il martello che inchioda un uomo
su una croce è un'arma, il martello adoperato per costruire la
medesima croce è un utensile.
Nonostante si possano concepire eccezioni a questa distin­
zione di fondo, le eccezioni tendono a riaffermare la distinzio­
ne, oltre che a richiamare l'attenzione sulla sua complessità.
Se, ad esempio, qualcuno obiettasse che l'ascia, quando taglia
Dolore e immaginazione 295

l'albero (come nell'esempio precedente), dovrebbe essere chia­


mata arma, invece che utensile, costui risulterebbe quasi certa­
mente essere una persona che crede che il mondo vegetale è
sensibile e capace di provare una qualche forma di dolore; per
contro, se qualcuno obiettasse che il coltello che squarta la vac­
ca è un utensile, costui sarebbe qualcuno che ha negato al mon­
do animale i privilegi della sensibilità e pensa a una vacca come
a qualcosa che è già del cibo e, quindi, non del tutto viva (cosl
come noi siamo soliti pensare agli alberi come a qualcosa che
non è del tutto vivo) . Se un'ascia colpisce la parete di una casa,
quell'ascia sarà percepita - specialmente dagli abitanti di
quella casa - come un'arma, anche se agisce su una superficie
insensibile; ma questa stessa identificazione mette in luce il
fatto che noi pensiamo agli artefatti umani come estensioni de­
gli esseri umani sensibili, anch'essi protetti dai privilegi accor­
dati alla sensibilità. Inoltre, vi sono certi strumenti (come quel­
li adoperati da medici e dentisti) che chiamiamo «utensili» no­
nostante penetrino nel corpo umano; ma bisognerebbe notare
che questa identificazione è «appresa» e che persino dopo che è
stata appresa c'è bisogno di un atto mentale conscio per mante­
nere costante la percezione dell'oggetto come utensile, perce­
zione che è contro la logica. Tutti i bambini lo riconoscono co­
me un'arma e reagiscono di conseguenza. Persino gli adulti
tendono a guardare un coltello che si avvicina a un braccio con
totale tranquillità se soltanto sanno che il tessuto del braccio è
stato anestetizzato e quindi reso pressoché insensibile. Analo­
gamente, le attuali discussioni sull'aborto - la questione se sia
appropriato considerarlo come un'operazione medica (utensile)
oppure come un omicidio (arma) - si sono talvolta trasforma­
te nella questione se il feto sia o no in grado di esperire il dolo­
re 15.
Questi esempi concreti, insieme con molti altri, operano
nel senso di ribadire la distanza mentale e morale che separa le
superfici sensibili da quelle non sensibili, una distanza tanto
grande che l'oggetto che agisce su di esse viene percepito e
chiamato come due oggetti differenti. Immaginiamo di ritro­
varci in una fase iniziale della cultura, in cui un grande coltello
sta sospeso sopra un essere umano indifeso (!sacco, Ifigenia,
un bambino qualunque): se, prima che il coltello colpisca, il
bambino viene spostato e sostituito con un animale, una capra
o un agnello, il momento di quella sostituzione verrà ricono-
296 La costruzione

sciuto sempre (nel resoconto retrospettivo datone dalla cultura


che ne è seguita) come una rivoluzione nella crescita della co­
scienza morale. Ma se ora fissiamo non due, ma tre scene - il
bambino e il coltello che incombe, poi l'agnello e il coltello che
incombe, infine un blocco di legno al posto dell'agnello, sem­
pre sotto il coltello che continua a incombere - passando dalla
seconda alla terza scena la rivoluzione della coscienza è tanto
grande che lo stesso oggetto viene ora percepito in modo nuo­
vo, come un oggetto completamente diverso, come un utensile
piuttosto che un'arma, mentre l'azione che si prevede compie­
re dall'oggetto non è più l'atto di <(colpire a morte», ma l'atto
di <(creare».
Torneremo su questa differenza dopo aver preso breve­
mente in esame la caratteristica che rimane comune ai due og­
getti. La facoltà di modificare risiede ugualmente nelle armi e
negli utensili. Per ognuno è tremendamente diverso ciò che ac­
cade alle sue due estremità, non soltanto perché un'estremità è
attiva e l'altra passiva, ma perché un'alterazione abbastanza ir­
rilevante a un'estremità viene amplificata in un evento carico
di conseguenze che ha luogo all'altra estremità. Un piccolo mo­
vimento del corpo da una parte del fucile (tanto piccolo da es­
sere quasi impercettibile: ciò che cambia è soltanto la posizio­
ne di un dito) può distruggere completamente un corpo all'al­
tra estremità. La pressione di una mano sul manico del coltello,
di per sé troppo debole per alterare (ammaccare, graffiare) an­
che lievemente la superficie del manico, appena comincerà a
venire trasmessa dal manico spesso un centimetro alla sottilis­
sima superficie del filo della lama, sarà amplificata nell'enorme
potere di modificare qualsiasi superficie tocchi a quest'altra
estremità. Perciò l'oggetto, arma o utensile, è una leva median­
te la quale un mutamento relativamente piccolo nel corpo a
un'estremità viene amplificato in un grandissimo mutamento
nell'oggetto, animato o inanimato, che si trova all'estremità
opposta. Una persona che usa un'arma o un utensile può quin­
di attribuirsi il merito di <(esperire» una profonda modificazio­
ne senza <(esperire» da parte sua alcuna modificazione imme­
diatamente corporea; essa esperisce la modificazione senza ri­
schiare di provare il senso di repulsione che solitamente ac­
compagna la modificazione di sé; oggettiva la propria presenza
nel mondo in virtù della modificabilità del suo mondo. La dif­
ferenza tra i mutamenti che hanno luogo alle due estremità
Dolore e immaginazione 297

dell'arma o dell'utensile non è soltanto una differenza di gran­


dezza, ma anche di durata. Il taglio eseguito con una spada o
con una falce non è soltanto un cambiamento assai più grande
di quello del movimento del braccio levato che l'ha prodotto,
ma dura anche assai più a lungo del movimento del braccio.
Oltre a qualsivoglia beneficio pratico che venga ottenuto fe­
rendo un nemico o falciando il grano, ha luogo un'espansione
dell'attore, poiché questi ha apportato un cambiamento che
non solo è più grande di quello da lui esperito, ma ha una dura­
ta assai maggiore. Qualsiasi affermazione di sé possa consegui­
re sollevando e facendo oscillare cosl il suo braccio, una volta e
un'altra ancora, in una sequenza ininterrotta per tutta una set­
timana, il medesimo risultato può essere invece conseguito (te­
nendo in mano un utensile o un'arma) con un unico movimen­
to del braccio, poiché adesso la stessa trasformazione, il grano
tagliato o la ferita micidiale, è il segno autonomo di quel movi­
mento istantaneo che potrebbe durare una settimana. L' ogget­
to alterato diventa una registrazione che evita di dover ripete­
re l'azione all'infinito; la presenza viene registrata e non occor­
re più tradurla continuamente in realtà.
Anche se la differenza fondamentale tra un'arma e un
utensile consiste nel fatto che l'una agisce su una superficie
sensibile e l'altro su una superficie non sensibile, sarebbe più
esatto dire che anche l'utensile agisce su una superficie sensibi­
le, ma in modo differito. Produrre un artefatto è un atto socia­
le, poiché tale oggetto (sia esso un'opera d'arte, o un oggetto
d'uso quotidiano) viene inteso come qualcosa che entrerà in
contatto con la reattività umana e, insieme, la produrrà. Nono­
stante l'utensile, a differenza dell'arma, non agisca diretta­
mente sul corpo umano, esso lo fa dopo due o tre passaggi. Del­
le tacche su una serie di alberi indicano la presenza di chi le ha
incise, come se egli stesse in tutti quei luoghi: esse gli permet­
tono di occupare uno spazio molto più ampio della zona che
circonda i suoi sensi corporei. Quelle tacche sono ora parte del
campo visivo di chiunque si avvicini alla fila di alberi. Invece
di usare un'arma sugli occhi di qualcuno, il mondo viene ri-co­
struito o ti-presentato (anche alterandolo solo in una misura
modesta) in maniera tale che debba essere visto in modo nuo­
vo. In altre parole, invece di alterare direttamente la sensazio­
ne (come avviene nell'uso di un'arma su un corpo vivente), l'u­
tensile altera la sensazione fornendo «oggetti» di sensazione.
298 La costruzione

Altera senza far soffrire (e spesso provoca la diminuzione della


sofferenza) . Per mezzo degli utensili e degli atti produttivi, gli
esseri umani vengono implicati ognuno nella sensazione dell'al­
tro. Vedere è vedere una x, e chi ha prodotto quella x è entrato
nella visione di un'altra persona, è entrato nell'oggetto della
sua percezione. Gli oggetti dell'udito, del desiderio, della fa­
me, del tatto non sono soltanto afferrati passivamente dagli
stati intenzionali dati: gli oggetti medesimi agiscono sullo sta­
to, talvolta dando inizio allo stato, talvolta modificandolo, au­
mentandolo, riducendolo, o eliminandolo. Perciò, quando gli
oggetti intenzionali arrivano a comprendere non solo la piog­
gia, i frutti di bosco, le pietre e la notte, ma anche il pane, le
scodelle, i campanili e i radiatori, si dà un'interazione continua
con il centro della sensazione umana, il quale prima era priva­
to: non solo le sensazioni interiori, proiettate esteriormente
nell'artefatto al momento della sua produzione, ma anche que­
gli artefatti entrano adesso a loro volta all'interno di altre per­
sone, come contenuto percettivo ed emotivo. Quindi, nella
trasformazione di un'arma in un utensile nulla va perduto; an­
zi, tutto è guadagnato.
Un ultimo attributo dell'utensile nella costellazione «lavo­
ro-utensile-artefatto» è questo: esso è in quanto tale la registra­
zione concreta del nesso fra il lavoratore e l'oggetto del suo la­
voro; è la via che riporta dall'oggetto alla sua origine sensibile;
è la via che, se ignorata, permette che l'oggetto venga separato
dalla sua origine. Questa particolare posizione dell'utensile di­
venta evidente quando il lavoro viene considerato all'interno
della struttura dell'intenzionalità: il lavoro è un atto intenzio­
nale; il suo oggetto (che sia una statua scolpita, o un pezzo di
carbone cavato dalle viscere della terra) è un oggetto intenzio­
nale. L'utensile, poiché è visibile in tutte e due le estremità,
condivide le caratteristiche di entrambe. Atto e oggetto al
tempo stesso, può essere assimilato in entrambe le direzioni:
appartiene al corpo ed è un'estensione della mano umana; è an­
che un oggetto (il primo oggetto prodotto, forse preceduto sol­
tanto dall'arma) che deve essere costruito prima di poter aver
parte nella produzione di altri oggetti 16. L'utensile, quindi, oc­
cupa una posizione importante all'interno della struttura in­
tenzionale. Pressoché in tutti gli stati intenzionali diversi dal
lavoro, il nesso fra atto e oggetto è invisibile e magico, segnala­
to soltanto da una preposizione (il «di» nella paura di x, nella
Dolore e immaginazione 299

fame di y) , un «segnaposto», un «grado zero». Mediante il lavo­


ro, il luogo del nesso diventa per la prima volta palpabile e con­
creto nell'utensile. Attraverso la sua superficie concreta, l'atto
interiore e l'oggetto esteriore diventano un continuo; il «di»
medesimo diventa soggetto alla direzione e al controllo. I van­
taggi per la sensazione sono incalcolabili.

Nei capitoli successivi, verrà fornita una spiegazione più


completa della struttura interiore dell'atto del creare, del mo­
do in cui viene oggettivato e reso conoscibile nell'interno na­
scosto dell'oggetto creato. Appena la natura dell'atto creativo
diventerà chiara, anche il significato dell'atto di distruggere ­
preso in considerazione nella prima metà di questo libro -
verrà compreso più pienamente. Uno dei problemi decisivi nel­
l'analisi dell'aspetto interno del creare (che verrà chiamato qui
«immaginare» quando l'attività e il suo oggetto sono interiori e
«fare» o «creare» quando l'attività viene estesa al mondo ester­
no e ha come suo risultato un artefatto materiale o verbale) ri­
siede, come già accennato, nella scelta di un <mggetto modello»
appropriato. Il distruggere consiste in due eventi relativamen­
te circoscritti che lo possono quindi rappresentare, la tortura e
la guerra, il primo dei quali è il più completo e quindi lo rap­
presenta nel modo più perfetto. Ma dov'è un analogo rappre­
sentante del «fare», che si manifesta ovunque, che sembra da
un lato completamente presente anche nel più fragile e singola­
re dei suoi risultati (una matita, una camicia bianca, uno spillo,
una stanza, una tenda) e d'altra parte sembra essere pienamen­
te presente soltanto nelle strutture generali della civiltà, le cui
dimensioni sono tali da impedirne la percezione e, forse, anche
la comprensione? Qualsiasi «oggetto modello» sarà inadeguato,
o perché troppo minuscolo e specifico, o perché troppo ampio
per essere descritto; e l'analisi che segue ridurrà questo proble­
ma semplicemente distribuendo l'errore in entrambe le dire­
zioni, ora dalla parte del troppo grande, ora dalla parte del
troppo piccolo, oscillando quindi fra ciò che è pienamente rap­
presentativo, ma non rappresentabile, e ciò che è facilmente
rappresentabile, ma non veramente rappresentativo. Inoltre,
questa alternanza è resa più praticabile dal fatto che la struttu­
ra del produrre sembra rimanere costante attraverso tali cam­
biamenti di scala.
La logica che governa la scelta di singoli artefatti materiali
300 La costruzione

come oggetti modello risulterà evidente, poiché quegli oggetti


sono citati occasionalmente nel quarto capitolo e con una fun­
zione centrale nel quinto capitolo. Tali oggetti (ora una coper­
ta, ora un altare, ora una sedia, o un cappotto, o una lampadi­
na) saranno presentati nel contesto delle loro caratteristiche
evidenti di per sé, come pure delle caratteristiche attribuite lo­
ro coscientemente o inconsciamente, ad esempio nella lettera­
tura e nel diritto (un artefatto verbale, come un racconto o un
argomento giuridico, può commentare o esporre la natura di
un artefatto materiale, come una città, o un fischietto, o un
cuore artificiale) . Perciò, non è necessario anticipare qui la lo­
gica specifica con cui sarà chiamato in causa ognuno di essi. La
logica soggiacente alla selezione dei frammenti della struttura
globale della cultura, invece, potrebbe non essere evidente di
per sé quando la si incontrerà nel quarto capitolo, per cui la si
esporrà molto in breve qui.
Poiché la decostruzione dell'atto creativo assume forme
specificamente politiche (tortura, guerra), potrebbe sembrare
del tutto appropriato tracciare anche il profilo dell'evento op­
posto in una forma specificamente politica, come ad esempio il
momento in cui. viene concepito o costruito (inventato, reso
reale) un nuovo paese, o quello in cui un paese già esistente, es­
sendo stato parzialmente distrutto, viene reimmaginato e rico­
struito (reinventato) . In effetti, l'immaginazione umana ha
fornito una spiegazione di se stessa abbastanza completa per
entrambi i momenti. La «creazione» di un paese, per esempio
gli Stati Uniti, risulta conoscibile dopo l'evento nell'artefatto
autonomo che ne è il risultato, ovvero gli Stati Uniti medesimi
e, più in particolare, la loro costituzione; ma, oltre a ciò, come
si vede in questo esempio, l'attività attuale e concreta del crea­
re ha prodotto non soltanto un oggetto (una costituzione, un
paese), ma anche una testimonianza della propria azione attua­
le. Nelle pagine dei Federalist Papers è possibile scorgere il pro­
filo dell'atto della creazione, anche perché Madison, Hamilton
e Jay riconoscono di essere impegnati nell'atto dell' «invenzio­
ne» in maniera cosl consapevole, che quando Madison cessa di
distinguere gli uomini dagli angeli lo fa argomentando che en­
trambi governano se stessi, ma solo i primi lo fanno attraverso
un progetto materializzato 17; oppure Hamilton, richiamando
l'attenzione sulla «struttura interiore dell'edificio che siamo
chiamati a erigere» 18, si riferisce esplicitamente alla nazione
Dolore e immaginazione 301

come a un oggetto costruito. Analogamente, la «creazione in


forma nuova» o la «ricostruzione» delle nazioni parzialmente
distrutte sopravvive nella testimonianza - sia del momento
iniziale del suo concepimento, sia delle sue modificazioni suc­
cessive - nei documenti scritti e nella storia orale relativi al
Piano Marshall, al Piano per la ripresa economica europea e al
Mercato comune europeo. Se il periodo fra il 1939 e il 1945 è
solitamente definito come uno dei più oscuri della civiltà occi­
dentale, allora può essere considerato come uno dei più lumi­
nosi quello degli anni in cui l'Europa fu ricostruita e, in parti­
colare, un arco di tempo di quarantotto ore iniziato il 5 giugno
1947, quando un discorso pacato tenuto davanti a un piccolo
uditorio in un'Università americana fu causa, nel cuore della
notte e in un continente lontano, di una serie di telefonate fra
vari capi di stato che, in un improvviso crescendo di stupore,
incredulità e fede utopica, si ritrovarono a «immaginare» (no­
nostante fossero in mezzo a un cumulo di macerie, nella mise­
ria, tra la fame e l'attesa dell'inverno) un'Europa ricostruita,
immaginando contemporaneamente la via ancora soltanto im­
maginaria attraverso cui vi sarebbero giunti; forse, si resero
anche vagamente conto del fatto che il Segretario di stato degli
Stati Uniti poteva aver parlato soltanto ipoteticamente, poteva
aver solo introdotto una clausola ipotetica per i suoi uditori;
ma certamente compresero (come in un complotto di per sé in­
nocuo, frutto di un'immaginazione più vasta, «intercontinen­
tale») che l'Europa poteva invocare la propria clausola ipoteti­
ca alla presenza dei propri uditori e che, agendo come se gli
Stati Uniti volessero proprio dire semplicemente ciò che dice­
vano, l'ipotesi sarebbe diventata reale, qualunque fosse stata
l'intenzione originaria l9. In ogni caso, in quelle quarantotto
ore gli Stati Uniti avevano «supposto» e l'Europa aveva inizia­
to ad agire sulla base di quella supposizione.
Sia nei Federalist Papers, sia nel Piano per la ripresa econo­
mica europea, il lavoro dell'immaginazione umana per costrui­
re unità più ampie di civiltà (poiché in questo caso l'unità spa­
ziale della dimora dell'uomo non è una camera, o una casa, ma
un paese, o un continente) si manifesta talvolta persino nella
fondamentale relazione tra «dolore e immaginazione» che fa da
cornice; infatti, nei primi gli Stati Uniti vengono descritti nella
loro infanzia concettuale, per cui la fragilità dell'unione e la lo­
ro forza prevista sono entrambe presenti in ogni pagina; analo-
3 02 La costruzione

gamente, il successo della ripresa europea fu dovuto alla volon­


tà quasi senza precedenti, da parte di ognuno dei partecipanti,
di mettere in mostra la propria fragilità interna («Per la prima
volta nella storia moderna», osservò Marshall, «i rappresentan­
ti di sedici nazioni hanno rivelato collettivamente le proprie
condizioni economiche interne e, sottomettendosi alle condi­
zioni stabilite, hanno intrapreso una serie di iniziative per il re­
ciproco vantaggio»2D) . Comunque, entrare nei meandri dei Fe­
deralist Papers come anche del Piano per la ripresa economica
europea significa muoversi all'interno di un processo di civiliz­
zazione in un momento in cui parecchi dei suoi presupposti
fondamentali sono già saldi e non hanno perciò bisogno di es­
sere enunciati. Ma c'è ancora un punto, altrettanto importan­
te: sebbene l'impulso civilizzatore si opponga agli eventi gene­
rici della tortura e della guerra persino quando tale impulso ha
una collocazione specifica e limitata - manifestandosi in qual­
cosa di isolato, come ad esempio una tavola - e nonostante,
quindi, si opponga ad essi anche la costruzione di qualcosa di
più vasto, come una nazione, o un gruppo di nazioni, è tuttavia
fuorviante fissarsi su un paese o un continente particolare in
un dato momento storico, poiché nella misura in cui tortura e
guerra incontrano una vera opposizione è all'opera la «civiltà»
senza ulteriori qualificazioni.
Se la civiltà occidentale è caratterizzata da una lunga serie
di attributi, due di essi occupano una posizione centrale: la sua
struttura di credenza giudaico-cristiana e il suo impulso costan­
te verso l'espressione materiale di sé. Queste due caratteristi­
che hanno in parte guidato la scelta dei due testi chiamati in
causa nel quarto capitolo, le Scritture giudaico-cristiane e gli
scritti di Marx, in ognuno dei quali ci si arrovella sulla natura
del creare - la relazione fra corpo e immagine, fra corpo e fe­
de, fra corpo e artefatto - e si considera questo tema ora da
un lato e ora dall'altro, ora dal basso e ora dall'alto, lo si tiene
fermo e lo si volta e rivolta in modo tale che possano divenire
visibili tutti i suoi intrichi e i suoi confini. Se la logica con cui
si chiamano in causa gli scritti biblici può apparire evidente di
per sé, la logica con cui ci si richiama agli scritti di Marx può
non apparire tale; in effetti, negli Stati Uniti, accade cosl spes­
so che Marx venga preso in esame soltanto come critico delle
strutture economiche occidentali, che talvolta si dimentica che
egli è il nostro massimo filosofo della natura degli oggetti ma-
Dolore e immaginazione 303

teriali, che egli non solo accetta, ma accetta entusiasticamente


l'impulso occidentale alla autooggettivazione materiale e che
egli stesso, nonostante fosse un deciso oppositore di quelle che
percepiva come ingiustizie, accettò forse il novanta per cento
delle sue premesse materialistiche. Persino la parte rivoluzio­
naria della sua opera andrebbe forse meglio considerata come
quella che Jacob Talmon ha chiamato «eresia occidentale»2 1,
un'eresia che ha esportato i presupposti materialistici occiden­
tali in culture non occidentali, un veicolo attraverso il quale
una costellazione di premesse contenute nel materialismo è sta­
ta trasposta in quelle che erano originariamente società meno
centrate sulla materialità, o non materiali, o per alcuni aspetti
addirittura antimateriali. Se questa analisi è corretta, la rela­
zione di Marx con l'Occidente non è allora diversa dalla rela­
zione del cristianesimo con l'ebraismo; infatti, nonostante ci
sia stato un tempo lontano in cui il cristianesimo fu percepito
come un rifiuto radicale della fede ebraica, a distanza di due­
mila anni è evidente di per sé che il cristianesimo accettò il no­
vanta per cento degli assunti giudaici e, in virtù del dieci per
cento residuo, divenne il tramite mediante cui uno sbalorditi­
vo artefatto inventato in un angolino del Mediterraneo poté
essere diffuso su un intero emisfero, a vantaggio non solo della
minuscola popolazione che era legata per motivi etnici agli
ideatori originari, ma anche delle popolazioni di diversi conti­
nenti, poiché la relazione fra il credente e l'oggetto di fede non
dipendeva più dalla disposizione del materiale genetico che ri­
siedeva nel corpo del credente.
Nonostante uno di questi scritti compaia relativamente
presto nella civiltà che aiutò a promuovere e l'altro relativa­
mente tardi, in entrambi vengono messi in luce gli attributi
fondamentali della natura del creare, perché a questo proposi­
to in nessuno dei due viene sottinteso nulla. In entrambi,
un'ampia meditazione sulla natura della costruzione umana
muove dal riconoscimento di un problema che si dà nel regno
dell'artificio già esistente: il sommo oggetto della creazione
(Dio in un caso, le grandi strutture economiche e ideologiche
della società nell'altro) viene concepito o come un artefatto
che ci ricambia in modo insufficiente, o come incapace di con­
validare sufficientemente se stesso e, quindi, viene sottoposto
a un processo di modificazione nel corso della meditazione. In
entrambe le opere, si riconosce che le strategie del «provocare
304 La costruzione

danni fisici» e del «creare» sono entrate in conflitto, e che la lo­


ro differenziazione e netta separazione nella mente dipendono
da un controllo e da una riorganizzazione dell'attività referen­
ziale del segno nell'arma e nell'utensile, il segno che proprio
per la sua intrinseca instabilità ha permesso di decostruire par­
zialmente l'atto di creare, trasformandolo in distruzione. An­
che se, dato il punto di partenza dell'analisi che segue, incon­
treremo di nuovo problemi analoghi a quelli incontrati nei ca­
pitoli precedenti, questi testi ci porteranno assai rapidamente
in un nuovo ambito di conoscenza. Il linguaggio delle riflessio­
ni svolte nelle Scritture e nell'opera di Marx non ha bisogno di
essere tradotto nei termini che sono di interesse fondamentale
in questo lavoro, poiché in ognuna di esse la «creazione», il
«cteatore», il «corpo», l' <(artefatto», il «lavoro», il «provocare
danni fisici», la <(costruzione», l' <(artefice» costituiscono aspet­
ti di un tema chiaro ed esplicito. L'unico termine nuovo intro­
dotto in questa serie, del resto ormai familiare, è la parola <Kre­
dere» che, nel suo contesto biblico, è quasi un sinonimo di ciò
che è stato chiamato qui <dmmaginare»: <(credere» significa
perpetuare l'oggetto immaginato nei giorni, nelle settimane e
negli anni; la <(fede» è la capacità di mantenere l'oggetto imma­
ginato (o appreso) nella propria psiche, persino quando non è
disponibile alcuna conferma sensoriale del fatto che quell' og­
getto possieda una qualche esistenza indipendente dalla nostra
attività mentale interiore. Poiché entrambi questi testi assu­
mono il «fare» come loro tema centrale e poiché entrambi at­
traversano cosl regolarmente tutto lo spazio che separa la con­
dizione corporea estrema del dolore fisico dall'opposta condi­
zione dell' autooggettivazione che ha luogo nel più esteso e più
ampio degli artefatti, le narrazioni giudeo-cristiana e marxiana
diventano - forse a un livello non eguagliato da alcun altro te­
sto occidentale - analisi epiche dell'immaginazione umana.

Note al capitolo terzo


1
G. Ryle, The Concept ofMind, London, Hutchinson, 1949, pp. 267 ss.
2 ].P. Sartre, L 'imaginaire. Psychologie phénoménologique de l'imagina­
tion (1 940), tradu. it. Immagine e coscienza. Psicologia fenomenologica dell'im­
maginazione, Torino, Einaudi, 198 12.
3 Non soltanto non esiste alcuna forma di sensazione specifica per
l' «immaginare», ma, a differenza di altre forme di sensazione, questa non
Dolore e immaginazione 305

sembra essere ancorata a nessuna parte del corpo. Anche se si pensa che il
luogo delle «immagini» sia la testa, basta un minimo sforzo per «spingere»
l'immagine in un'altra parte del corpo: far sorgere un fiore azzurro immagi­
nato all'interno del polpaccio è facile quasi quanto farlo sorgere dentro la te­
sta; allo stesso modo, la scena di una corsa può svolgersi lungo l'avambraccio,
con il punto di partenza situato al gomito e quello di arrivo al polso. La <<na­
turale» collocazione nella testa (che in parte può avvenire per l'analogia con
il contenuto oggettivato dell'udito e della vista) diventa abituale, ma è un'a­
bitudine soggetta a mutamento.
4 La sua analisi in entrambi i sensi, come atto e come oggetto, può essere
soltanto implicita, o può essere invece esplicita, come in E . S . Casey, Imagi­
ning: A Phenomenological Study, Bloomington, Indiana University Press,
1979. Estremamente importante è il fatto che, sia che il linguaggio dell'in­
tenzionalità venga usato oppure no, tale analisi tende sempre a includere la
specificazione di un oggetto. Casey (p. 49) cita Ryle (pp. 25 1 e 254), quando
questi afferma che nell'immaginazione non vi è oggetto, ma in questo conte­
sto Ryle sembra voler dire soltanto che non vi sia un oggetto percettivo o
realmente percepito: l'intera analisi di Ryle procede necessariamente attra­
verso una serie di oggetti evocati.
5 J.P. Sartre, Immagine e coscienza, cit.
6
In alcune tradizioni, il «piacere» è stato concepito come l'assenza di
dolore, piuttosto che come una condizione esperibile attivamente per se stes­
sa, mentre in altre è stato concepito come un fenomeno sensitivo separato, la
cui esperienza non dipende dalla precedente presenza (o addirittura dalla
presenza prevista) del dolore. Anche nel secondo caso, tuttavia, esso è stato
tendenzialmente concepito come uno stato corporeo in cui viene esperito
qualcosa di diverso dal corpo: si veda ad esempio come Eugene Minkowski
descrive il <<piacere)) o la «soddisfazione»: il sentimento che accompagna il
movimento di espansione verso l'esterno, nel mondo, che si prova compien­
do un atto, o prendendo una decisione (Findings in a Case of Schizophrenic
Depression, trad. ing. B . Bliss, in Existence: A New Dimension in Psychiatry
and Psychology, a cura di R. May, E. Angel e H.P. Ellenberger, New York,
Basic, 1958, rist. New York, Simon-Touchstone s.d., p. 134). Perciò, le due
concezioni del piacere non sono cosl profondamente in conflitto fra loro co­
me potrebbe sembrare a prima vista, poiché in ognuna (apertamente nel pri­
mo caso, meno evidentemente, ma in maniera esplicitabile nel secondo) si
tratta di una condizione collegata con la vita al di là del corpo fisico, o con
l'esperienza delle sensazioni corporee nei termini di un contenuto oggetti­
vato.
7
A prima vista potrebbe sembrare che questa descrizione sia inapplica­
bile a uno stato intenzionale come la paura, poiché lo stato stesso viene susci­
tato, piuttosto che eliminato, dal suo oggetto. Tuttavia, come è stato spesso
osservato, la paura senza oggetto può essere molto più sgradevole della paura
associata a un oggetto, poiché nel secondo caso l'esistenza dell'oggetto forni­
sce alla persona una strategia di azione: essa può agire per eliminare l'ogget­
to, allontanarsi dall'oggetto o neutralizzarlo; tutti modi, questi, per modifi­
care lo stato di paura (cui la persona non può ricorrere se la paura è senza og­
getto, trovandosi piuttosto nella condizione sgradevole di passività della per­
sona che soffre).
306 La costruzione

Questa argomentazione, tuttavia, non risponde in modo soddisfacente


ali' obiezione, poiché la paura senza oggetto è una condizione insolita (tranne
che nelle descrizioni dello stato d'ansia moderno, in quanto stato continuo di
paura diffusa e