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Con la seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento, ebbe inizio un periodo di

radicali cambiamenti socio-economici nei paesi coinvolti. L’Italia post-unitaria,


seppur non fosse tra i più sviluppati, era tra gli Stati europei che più si stavano
aprendo alla modernità, ma a differenza di Francia, Germania o Inghilterra, il “bel
paese” conservò una serie di disuguaglianze anche nello sviluppo dell’attività
industriale, con netti differenze in particolare tra Nord e Sud.

La corrente verista di fine Ottocento, che trova in Verga il suo massimo esponente,
risulta essere un vero e proprio “documento umano”, in quanto ritraendo la realtà
dell’epoca senza alcun filtro letterario permette di approfondire le condizioni sociali
ed economiche determinate dallo sviluppo industriale nella loro integrità, senza
alcuna contaminazione letteraria.

All’interno de “I Malavoglia” Verga offre una fedele rappresentazione del mondo del
lavoro dell’epoca. Descrivendo la quotidianità di questa famiglia di pescatori in un
arco di tempo che va dal 1863 al 1878 circa, il nostro ritrae la condizione dell’Italia
post-unitaria, concentrandosi maggiormente sui suoi risvolti umanamente
impoveriti quali il brigantaggio, il lavoro minorile, il servizio militare e le tasse. Il
tema di fondo dell’opera rappresenta un fenomeno piuttosto nuovo per quegli anni:
si tratta della rottura di un equilibrio dato dalla tradizione immobile e abitudinaria di
una semplice famiglia di pescatori, dovuta all’irrompere di nuove forze, la “fiumana
del progresso”. In questo contesto il lavoro assume un significato fondamentale : la
famiglia dei Malavoglia è infatti radicata a un patrimonio di valori e sentimenti di cui
il lavoro è il principale rappresentante, un valore sacro che migliora le relazioni tra
gli uomini e umanizza l’individuo, permettendogli di avere cura degli affetti familiari.
Al contrario ‘Ntoni, il nipote di Padron ‘Ntoni, incarna i nuovi valori dell’utile
personale, del benessere materiale ed economico, dell’egoismo individuale
piuttosto che del sacrificio e del lavoro per il bene degli affetti. In questo modo
Verga ritrae le due visioni opposte riguardanti la cultura del lavoro di fine Ottocento:
la prima di stampo tradizionale, legata ancora ai valori del bene spirituale, la
seconda di stampo moderno, propensa unicamente all’utile personale.

Una delle tematiche descritte da Verga in tale contesto è quella dello sfruttamento
minorile, particolarmente approfondita in “Rosso Malpelo”. Il protagonista della
novella è un ragazzino chiamato da tutti Rosso Malpelo, un fanciullo debole e fragile,
continuamente emarginato a causa dei pregiudizi che la mentalità popolare siciliana
attribuisce a chi ha i capelli rossi. Non riceve affetto né dalla madre né dalla sorella,
resta invece molto legato al padre con cui lavora in una cava. In seguito alla sua
tragica morte, che lo segna profondamente, Malpelo assume un carattere sempre
più indisposto e scorbutico, tramutando la sua fragilità in cattiveria. Per racimolare
qualche soldo in più viene incaricato di esplorare una galleria abbandonata :
attrezzato di tutto ciò che gli serve, indossa i vestiti del padre deceduto e si addentra
nella galleria da cui non uscirà mai più. Il chiaro intento di Verga è di denunciare
mediante questa novella tematiche quali la povertà e lo sfruttamento minorile, in
particolare nelle classi sociali più disagiate del Sud Italia (in questo casa della Sicilia)
alla fine del XIX secolo. Il filo conduttore tra Malpelo e l’unica persona che lo ama, il
padre, è il durissimo lavoro a cui sono sottoposti nelle cave e la tragica fine a cui
vanno incontro : sono entrambi due vinti senza alcuna possibilità di sottrarsi al loro
chiaro destino.

Al giorno la problematica dello sfruttamento minorile è ancora tristemente attuale.


Secondo i dati diffusi nel 2004 dall’OIL sono milioni i bambini sfruttati nel settore
agricolo, nella pesca, nelle industrie e nei laboratori artigianali per produrre tappeti,
scarpe, palloni e altro. Ciò accade specialmente nei Paesi più poveri e
sottosviluppati, come l’Africa subsahariana, alcune regioni dell’America Latina, del
Medio Oriente e del Nord Africa. La povertà infatti è la principale causa del
problema : i minori sono costretti a lavorare per contribuire al sostentamento della
famiglia ai fini della sopravvivenza, a causa di malattie dovute alla scarsa igiene,
dell’indebitamento della famiglia, o di nuovi neonati da sfamare. Le conseguenze a
cui si va incontro sono tragiche : il bambino costretto a lavorare viene privato della
giusta istruzione, crescendo incapace di leggere e scrivere e soprattutto incosciente
dei propri diritti, il che lo esclude automaticamente dalla partecipazione attiva alla
vita politica e sociale del proprio Paese e lo condanna a vivere per sempre in
minorità. In Italia la problematica è stata ufficialmente risolta con l’entrata in vigore
della Costituzione Repubblicana : essa riconosce e garantisce al lavoro prestato dai
minori una speciale tutela mediante gli articoli 34 e 37, in cui si stabiliscono i principi
di parità di retribuzione a parità di lavoro fra adulto e minore e di obbligo
dell’assolvimento scolastico. L’età minima per l’accesso al lavoro coincide quindi con
il momento in cui il minore ha concluso il periodo di istruzione obbligatoria e non
può essere inferiore a 16 anni compiuti.

ART 37 : La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato .


La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla
parità di retribuzione 
ART 34 : La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più
alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie
ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

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