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GUERRA CIVILE E ORDINE POLITCO – ALESSANDRO COLOMBO

1. La guerra civile come contrappunto permanente della storia istituzionale europea

Il punto di partenza è il paradosso storico e teorico. La guerra civile scoppia laddove c’è
arretratezza dal punto di vista economico, politico (debolezza e fallimento dello stato) e
arretratezza culturale dal punto di vista di chi ne partecipa e alle rispettive culture di
appartenenza.

Esempio guerre civili che nel corso del Novecento spaccò la Germania, l’Austria, l’Ungheria, l’Italia,
la Francia, Spagna, Russia.

1. La guerra civile prima dello Stato. La stasis greca e il bellum civile romano
L’esperienza greca e romana costituiscono la base per analizzare il concetto di guerra civile. Nel
mondo greco la guerra civile costituì una presenza costante, infatti, dal 500 al 300 a. C, dalle
guerre persiane all’epoca ellenistica, si assistette a quasi 300 guerre civili nel sistema poleis,
raggiungendo il picco nel periodo della guerra del Peloponneso. Vennero colpite le poleis di media
potenza rispetto a quelle più deboli e soprattutto c’è una tendenza nel colpire sempre le stesse
città.

Questo è il motivo per il quale la guerra civile è stata ampiamente analizzata dalla riflessione
politica greca interessata ai problemi e ai mutamenti della polis piuttosto che ai problemi e
mutamenti internazionali. Diedero infatti, un nome del tutto proprio, stasis, diverso dal concetto di
guerra esterna polemos.

 La parola greca stasis è più ampia e definita e viene tradotta in diversi modi: fazione,
rivoluzione, sedizione, discordia.

 Il primo tra questi: guerra civile e fazione, dà l’idea di un nesso originario tra fazione e
disordine politico.

 Dobbiamo inoltre considerare la radicalità del conflitto, lo stasis è la guerra irrazionale e


smisurata che la città rivolge contro sé stessa, una guerra autodistruttiva.

Dal punto di vista etimologico del termine, si è passati dal latino alle lingue neolatine, cioè il verbo
stare, così come stasi, status quo, statuto e il concetto stesso di stato. Inizialmente, stasis
designava l’opposto di quel movimento caotico associato alla guerra civile, dal verbo da cui
deriva, designa l’atto di levarsi, di stare in piedi, dunque stasis designa una posizione che spesso
implica un conflitto.

Come nel caso greco, anche in quello romano venne riconosciuta una tradizione letteraria e
politica, formando una sorta di canone romano della guerra civile. Nell’epoca della guerra tra
Cesare e Pompeo, si nota anche dalle testimonianze di Cesare che si cercò di evitare di impiegare
l’espressione bellum civile. La tradizione romana introdusse almeno 2 particolarità per avere una
riflessione contemporanea della guerra civile, cioè:
 Rapporto essenziale tra la natura delle singole unità politiche e della loro convivenza. In un
sistema internazionale pluralistico come quello greco invece, la guerra civile portava con sé il
“rischio del contagio” da una città all’altra;
 Mentre nella tradizione romana la guerra civile si trasformava immediatamente in una
catastrofe universale.
La sensibilità giuridica del mondo romano, distinse due fenomeni che la cultura greca
raggruppavano sotto il nome stasis. Per i conflitti interni che prevedevano una violenza dal basso si
utilizzavano termini quali seditio, pertubatio, oppure tumultuoso o infine secessio per forme più
istituzionalizzate.

Bellum civile meritava di essere definito un conflitto armato di vaste dimensioni, combattuto con
armi e secondo regole della guerra esterna tra due parti portatrici della stessa pretesa politica di
esercitare la propria autorità.
La confusione tra questi due termini, fa emergere la difficoltà di distinguere la guerra civile dalla
guerra esterna da un lato e dalle altre forme di violenza dall’ altro.

La guerra civile nell’ordinamento politico-giuridico moderno. Alle radici della distinzione tra ordine
interno e ordine internazionale

Con le guerre civili di religione, la rottura del cristianesimo e con la formazione dello stato
moderno venne alimentata una diversa letteratura della guerra civile dando un’accezione ancora
più negativa rispetto alla tradizione greco-romana con la percezione di vedere ogni “politica” come
guerra civile potenziale.
Koselleck riteneva che non fu il progresso a far nascere lo Stato ma la necessità di porre fine alla
guerra civile. Vennero infatti abbandonate le vecchie concezioni dominanti che avevano causato le
guerre civili passate.

Questo comportò la monopolizzazione dell’uso della violenza legittima dello stato. Dal punto di
vista giuridico e culturale, vediamo l’esclusione della morale dalla politica.
Questo evidenziò ancor di più la distinzione tra ordini interni e ordine internazionale, distinguendo
le relazioni che si svolgevano all’interno con i propri cittadini e quelle all’esterno con gli Stati.
Questo permise all’ordinamento moderno di distinguere tra guerre e inimicizie esterne e guerre a
inimicizie interne.

La guerra civile nell’epoca delle rivoluzioni


La guerra civile ispirò il senso dell’ordine politico-giuridico moderno. Sia nel contesto illuministico
che quello della rivoluzione francese, il tema della guerra civile continuò ad essere sottovalutato.
La rivoluzione viene contrapposta alla guerra civile perché è meno violenta e non arbitraria al
mutamento sociale. Successivamente, la violenza della guerra civile fu considerata come tappa
successiva della rivoluzione.
Subentrò così la subordinazione nella natura delle cose secondo cui fino a quando non fosse
cessata la contrapposizione tra ricchi e poveri la guerra civile non avrebbe mai smesso di esistere.
Questo lo ritroviamo più o meno nella teoria di Marx, egli infatti rappresentò la guerra civile come
un fenomeno controrivoluzionario fomentato dalla borghesia contro la sollevazione operaia.
Ma anche questa finì per essere considerata come una pre-condizione della guerra civile, il che
non è corretto.
La lotta di classe elevò a condizione normale dei rapporti tra borghesia e proletariato una
condizione di guerra civile strisciante.
Le guerre ideologiche del Novecento mobilitarono fazioni transnazionali con l’intento di spezzare
la fedeltà politica che gli stati avevano costruito.

Il revival contemporaneo e la retorica della nuove guerre civili


Dalla fine del ‘700 fino alla seconda metà del ‘900 le guerre civili erano intrecciate con i processi
rivoluzionari o controrivoluzionari, ma adesso nella concezione temporanea possiamo parlare di
un vero e proprio divorzio tra guerra civile e rivoluzione, motivo per il quale lo studio della guerra
civile è stato affidato ad esperti.

Il tema della guerra civile è un dato di fatto storico, dal 1945 a oggi si calcolano più o meno un
100-200 guerre civili con un picco di 48 guerre civili solo in un anno, nel 1992. E’ avvenuta per la
maggior parte nell’area Asiatica, Africa sub-sahariana, Nord Africa e Medio Oriente dal 2000 ad
oggi. Anche per quanto riguarda la durata del conflitti essa è aumentata come lo dimostrano le
guerre civili infinite in Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, per non parlare delle ripercussioni
che hanno dal punto di vista umanitario, come un elevato numero di profughi e rifugiati all’interno
o all’esterno dei paesi colpiti.

Dal 1945 non si sono più sfidate dal punto di vista bellico due grandi potenze mondiali, difatti
anche il numero delle guerre interstatali (che si verificano tra stati riconosciuti) e la loro portata si
sono diminuite ad eccezione di alcune (Guerra in Corea 1950-1953; Vietnam 1965-1975, Etiopia ed
Eritrea 1977-1979, Vietnam con Cina 1979, quella tra Iran e Iraq 1980-1988, guerre USA contro
Iraq 1991 e 2003; Afghanistan 2001 fino ad oggi).

Questa diminuzione però non si è verificata dal punto di vista dei conflitti armati. L’analisi
politologia più recente ha introdotto delle particolarità rispetto al passato. Adesso si comincia a
parlare di nuove guerre civili per etichettare specialmente quelle che hanno caratterizzato gli anni
’90 (ex Jugoslavia, ex URSS) e di oggi in Medio Oriente e in Africa Settentrionale. Esse sono definite
tali perché le parti che si combattono sono sempre più eterogenee, non condividono la stessa
struttura organizzativa né un codice di condotta comune.
L’economia centralizzata delle vecchie guerre è sostituita adesso da una guerra decentralizzata,
con una bassa partecipazione al conflitto, un’alta disoccupazione e una forte dipendenza
dall’esterno (traffici illegali, sostegno da governi amici). La struttura passa dal modello gerarchico e
centralizzato a quello decentralizzato, articolato da piccoli gruppi indipendenti ed eterogenei.
Per la storia, le guerre civili sono state considerate fatti centrali relativi agli attori, alle rispettive
epoche, la guerra civile era vista come un pericolo incombente su qualsiasi ordine politico. Nella
riflessione attuale dal punto di vista del contesto storico, le guerre civili sono regredite a fatti
marginali e geopoliticamente periferici, non si tiene più conto della possibilità che anche gli ordini
ben consolidati sono comunque esposti al rischio di una rottura interna.

Il paradigma del consenso, sostiene che le guerre civili siano viste in virtù dei problemi da risolvere
per orientare l’analisi verso le condizioni che permettono di restaurare al più presto una
condizione di normalità.

Capitolo 2.
Un enigma teorico
Dal punto di vista della comprensione teorica, la guerra civile è un oggetto resistente, infatti,
Roman Schnur si lamentava del fatto che effettivamente non esiste un opera scientifica che avesse
come tema centrale quello della guerra civile, motivo per il quale spesso è mal elaborata.
Attorno al tema della guerra civile, si è sviluppata la letteratura storica e politologica con l’intento
di spiegare le cause delle guerre civili, come si verificano, la loro durata, le loro condizioni e le loro
conclusioni.

Le guerre civili sono state ordinate sulla base di criteri:


1. Numero;
2. Natura dei protagonisti;
3. Le caratteristiche del contesto internazionale (globale e regionale)
4. Appartenenza;
5. Grado di sviluppo delle tecnologie militari
6. Impatto sociale e umano del conflitto.

Tuttavia, nonostante sia cresciuta la conoscenza su queste dinamiche, è cresciuta anche la


separazione tra lo studio di queste dinamiche e quelle dei contesti politici pacifici, ordinati o
normali.

E’ però di fondamentale importanza affidare lo studio delle guerre civili agli specialisti, esso infatti,
è stato spaccato in due in quanto il termine guerra è stato affidato agli studiosi di Relazioni
internazionali in quanto si occupano prevalentemente dello studio della “guerra”, mentre il civile è
totalmente scomparso dallo studio e dalla formazione accademico della Scienza politica.

La letteratura politologica sulle guerre civili ha posto l’attenzione su quelle più recenti, con
l’intento di dare un appoggio per una riflessione generale sulla guerra civile.
In virtù di ciò, scaturiscono due problemi:
1. La portata e i limiti della comparazione storica: fino a che punto può essere esteso
l’orizzonte storico nel quale ha senso porsi il problema della guerra civile? Cioè: quanto
ancora ci possono insegnare le guerre civili del passato? In quale misura, sotto quali profili
e rispetto a che cosa sarebbero davvero nuove queste presunte guerre civili?
2. E’ sufficiente universalizzare della forma-Stato per universalizzare l’esperienza e il concetto
di guerra civile?

Nessuna teoria generale può spiegare l’immensità storica delle guerre civili, dal momento che
questa implica sempre un collasso di una civiltà.
1. La natura della guerra civile non può essere indipendente dalla civitas, perché una guerra
civile all’interno di una città-Stato o un impero non può essere la stessa cosa di una guerra
civile all’interno di uno stato.

2. Bisognerebbe considerare le differenze all’interno della forma-Stato , cioè differenze di tipo


costituzionale, il suo grado di consolidamento, natura dei regimi politici (stati autoritari,
democratici e autocratici). 

3. Bisognerebbe inoltre considerare il loro principio organizzativo, come sia distribuito il


potere e se questa distribuzione sia stabile o in via di mutamento, qual è il loro grado di
omogeneità ed eterogeneità ideologica e culturale c’è tra gli attori. 

In virtù di questo ragionamento, ci sono altre distinzioni lessicali nel concetto di guerra civile,
ovvero, guerra intestina e guerra esterna che possono avere significati diversi a seconda dei
contesti storici o geografici. 

Definire l’indefinito. Che cos’è la guerra civile?


La guerra civile non ha un’identità stabile, è un concetto politico che nel corso degli anni è stato
reinterpretato in diversi contesti. E’ un concetto normativo che esprime valori e interpretazioni. 
La guerra civile non si presenta mai da sola ma va spesso insieme alle manifestazioni di violenza
organizzata, infatti, essa è spesso legata alla rivoluzione e in alcuni casi è proprio la rivoluzione che
precipita in un guerra civile (Francia 1798 e Russia 1917) oppure la guerra civile che diventa una
vera e propria rivoluzione (rivolta nei Paesi Bassi spagnoli). 

Allo stesso tempo, la guerra civile è anche intrecciata con la guerra internazionale, anche la guerra
esterna può produrre una guerra civile, lo è nel caso dell’Iraq nel 2003 o in Siria dopo il 2011).
Altre volte, come in Libia in cui l’inizio della guerra civile può suscitare l’attenzione e l’intervento
della comunità internazionale. 

Ha senso parlare di guerra civile come un concetto a se stante o come sottoprodotto di una
rivoluzione o una vicenda che orienta il contesto storico?

Che cos’è civile? L’anomalia rispetto alla guerra esterna


Norberto Bobbio distingue le guerre esterne dalle guerre interne o intestine; 
Guerre esterne: quelle guerre che si svolgono tra Stati sovrani; 
Guerre interne o intestine: quelle guerre che si svolgono all’interno di uno stato o all’interno di
una città, tra partiti, parti, fazioni. 

La guerra civile può essere definita come una guerra anomala, perché ci troviamo in un contesto
nel quale il criterio di comunità non esiste. Ecco perchè per la maggior parte delle volte troviamo
delle vere e proprie “forzature” sul concetto di guerra civile. 

Tuttavia esistono tre condizioni nelle quali la distinzione tra guerra esterna e guerra interna è più
problematica: 
1. La prima problematica comprende tutti i contesti nel quale non vi è una distinzione tra
sfera interna e sfera esterna, può riferirsi ad un contesto storico, ad un contesto moderno
purchè si mischi al processo di integrazione o frammentazione dell’unità politica. Motivo
per il quale la guerra civile può considerarsi come una zona grigia tra politica interna e
politica internazionale luogo in cui si combatte per decidere a quale delle due sfere si
appartiene. Un esempio furono i conflitti armati tra inglesi e scozzesi tra il XV secolo e la
metà del Settecento. 
2. La seconda condizione riguarda le fasi «costituenti» in cui rientrano i principi strutturali sui
quali è fondato qualsiasi modello storico di convivenza internazionale. Una fase costituente
attuale sarebbe quella in cui il sistema interstatale e il principio di sovranità si stanno
sostituendo con forme di organizzazione sovranazionale. Quali in questa fase potrebbero
essere considerati conflitti civili?

Che cos’è guerra? Lo stacco rispetto alla violenza più diffusa


La guerra che sia interna o esterna è qualcosa in più della violenza, non è tutta violenza anche se è
in stretto rapporto con la guerra.
La violenza precede la guerra, ma allo stesso tempo quest’ultima non può esaurirsi nella semplice
e pura violenza. 
La tensione è presente in tutte le culture, nei contesti storici, ma quando parliamo di guerra diamo
spesso per scontato delle presenza della violenza. Quando parliamo di violenza non è sempre
detto che parliamo di guerra perché quest’ultima fa parte di uno scenario più grande della
violenza. 
Ma quindi qual è la differenza tra le due?
Le culture della guerra ritengono che la distinzione tra guerra e violenza debba essere analizzata
sotto un punto di vista cerimoniale, sostenendo appunto come la guerra si trovi in uno stato di
ostilità, tenendola per l’appunto separata dalle altre forme solenni di violenza. Infatti, proprio in
virtù della cerimonialità, viene riservato solo ad alcuni soggetti di rispettare determinate formalità
per aprire e chiudere la contesa tra le parti. 

Nelle società arcaiche si parlava di veri e propri riti, accompagnati spesso da cerimonie religiose.
Ma quando la violenza diventa un atto di guerra? E’ possibile individuare una soglia comunemente
riconosciuta dalle parti?
Il fatto che esisti una soglia non è detto che queste la rispettino, ci sono moltissime guerre che
sono iniziate prima della dichiarazione formale di guerra o diversi casi in cui una volta chiusa la
dichiarazione formale si sono susseguiti diversi strumenti di coercizione (embargo alla Germania
anche dopo il 1918), che sono percepiti come una continuazione della guerra ma con altri mezzi. 
Nelle guerre civili la guerra esplode come conseguenza di un collasso dell’ordinamento politico-
giuridico. Ma qual è la soglia (se esiste) secondo cui la diffusione della violenza sfoci in una vera e
propria guerra civile? 
La guerra civile, essendo una guerra non si può limitare ad un susseguirsi di scontri tra singoli
esseri umani, ma come uno scontro di gruppi ben organizzati. La natura di questi ultimi può
cambiare nel corso della storia sotto un punto di vista organizzativo, sotto un punto di vista
motivazionale. Ma c’è una riflessione comune a tutti i gruppi, cioè quello secondo cui questi
incanalano in una sola direzione la violenza di tutti contro un solo nemico «esterno». 

Prima però, i gruppi non erano così ben organizzati, dunque questi atti di violenza non possono
minimamente avvicinarsi al concetto di «guerra». 
Inoltre, i gruppi politici sono costruiti attorno a un oggetto indeterminato e globale, cioè è
evidente come nell’antica Grecia, la polis assumeva un senso di totalità sia per i singoli che per la
collettività perché rappresentava un’identità comune della polis. 
Nei gruppi politici, la forza viene impiegata per la creazione di ordinamenti o nel caso dei
movimenti radicali di fondarne di nuovi. 

La guerra civile si combatte proprio per conquistare lo Stato, richiede uno scontro tra due parti per
un obiettivo uguale ad entrambe con il fine di controllare lo Stato. 

La guerra è un’azione reciproca e consiste sempre «nell’urto di due forze attive contrapposte».
Questo vale anche per la guerra civile che richiede alla violenza di una parte la risposta della
violenza dall’altra parte.

Purché si tratti di guerra civile occorre che la violenza superi una certa soglia e abbia un certo
sviluppo nel tempo. Occorre che ciascuna delle parti sia organizzata, e a differenza della guerra
esterna che richiede che abbia un inizio e una fine riconosciuti, la guerra civile è circondata da una
penombra storica e geografica. 

2. L’ira lo spettro dell’anacronismo e le sirene della rivoluzione. La marginalizzazione della guerra


civile nel lessico e nella temporalità moderni. 
Proprio per le tre ragioni illustrate nel paragrafo precedente, sono state introdotte delle forme di
marginalizzazione:
1. Coloro che idearono l’ordine politico-giuridico moderno si preoccuparono più di creare una
teoria del suo superamento e non una teoria sulla guerra civile. Il declassamento dei
conflitti armati interni a violenza criminale comportò al ricorso legittimo dell’uso della
forza. Reinhart Koselleck sostiene che il concetto di stato si sia formato come un
superamento del concetto di guerra civile e questo passaggio della violenza politica interna
da guerra civile a lesione dell’ordine pubblico condannò tutti i portatori di violenza politica
indicati come «banditi, ribelli, briganti, terroristi»
2. Questa seconda marginalizzazione venne fuori per la diffusione del concetto di
«rivoluzione» intesa con un significato positivo. Il concetto comparve attorno al 1700 e
assunse sin dall’inizio un significato opposto al concetto di guerra civile. La guerra civile
stava ad indicare un conflitto tra cittadini titolari di diritti politici, con l’obiettivo del colpo
di stato. La rivoluzione invece, stava ad indicare un rivolgimento totale, esteso a tutti i
sudditi, con l’obiettivo di toccare tutti gli aspetti della vita associata: economico,
istituzionale e culturale era quello di trasformazione, un mondo del tutto nuovo mai visto
prima. La rivoluzione si presentava come il risultato di un processo strategico perché
presupponeva un soggetto in grado di porre la propria volontà. Comparvero
successivamente nuovi termini: rivoluzionamento e rivoluzionare che indicavano l’azione a
produrla. Dalla rivoluzione francese emerse la figura «rivoluzionario di professione»
caratterizzato da un forte attivismo. 
In merito al concetto di rivoluzione, emerse proprio l’idea che riguardasse un mutamento
benefico ed essenzialmente pacifico in contrapposizione al fanatismo sanguinario delle
guerre civili di religione. La rivoluzione e la guerra civile si presentano spesso quasi in
maniera intrecciata, in particolare a partire dalla Rivoluzione francese in cui la seconda fu
assorbita dalla prima con il senso storico e politico dell’altra.

3 La dimensione polemico-politica. Una guerra civile sul nome 


La dimensione polemico-politica ha intralciato lo sviluppo teorico della guerra civile. Nominare la
guerra civile infatti, appare spesso denigratorio ed un ulteriore aggravamento lo ritroviamo
nell’ideologia Novecentesca al quale, al concetto di «guerra civile» veniva dato un significato quasi
scettico, motivo per il quale questa nozione ha cessato di esistere nei conflitti interni agli Stati
consolidati. 
Questa dimensione (polemico-politica) ha impedito addirittura di avere un’analisi valutativa del
fenomeno. Il concetto di guerra civile è quasi sempre dotato di un significato polemico, quindi per
coloro che si ritengono i difensori dell’ordine la violenza legittima dello Stato non può essere mai
messa sullo stesso piano della violenza di coloro che la sfidano. 

In altri casi, l’evocazione della guerra civile può assumere un carattere opposto, come nel caso in
cui una parte pretende o ha il diritto di conquistare l’indipendenza da un’unità politica
preesistente. 

Definire un conflitto come guerra civile vuol dire dichiarare una chiara sospensione dello Stato
mettendo in discussione il: principio di non-ingerenza.

Su questa dimensione lo scenario si divide in due: chi sostiene dall’esterno uno stato in carica ha
interesse nel sostenere lo status quo, quindi come se si dovesse scegliere tra NEUTRALITA’ E
GUERRA CIVILE; o chi si intromette dall’esterno ha interesse nel collasso dello stato e quindi
sostiene la guerra civile. 
Nella storia, lo scontro sulla natura che sia legittima o illegittima o civile o internazionale del
conflitto, tende a radicalizzarsi ed un primo modo per poter affrontare questa radicalizzazione è
quello di dimenticarlo, cioè rimuovere totalmente la memoria del conflitto. 

Origine violenta dell’ordine politico


Nel pensiero moderno, l’ordine politico è formato dall’esperienza del conflitto originario (classico);
per esempio nel pensiero classico (greco e romano), l’origine violenta richiede di essere rimossa
attraverso l’assimilazione con l’intento di costruire una convivenza pacifica sull’obbligo del non
ricordare o comunque di non far un cattivo uso della memoria. 
Tuttavia, dimenticare non è sempre possibile e non può essere neanche politicamente auspicabile,
infatti, se la guerra civile è antecedente alla formazione di un nuovo regime politico, diventa
problematico per chi tende a paragonare la guerra civile come semplice ribellione o rivoluzione. 

In secondo luogo, la «guerra civile» che conduce alla «legittimazione» di un ordine politico
successivo, spiega anche la durata e la forza della sua ricostruzione tramite la memoria collettiva e
dalla sua “sacralizzazione” che si esplicano attraverso pratiche e valori comuni.

Dunque il problema polemico-politico è diventato un problema storiografico perché una volta che
si è consolidata la memoria storica di un evento, non è facile riattingere alle verità storiche solo
tramite la ripetizione nel corso della storia.  

4. Bellum civile, stasis e guerra di tutti contro tutti. Le tre matrici della rappresentazione
occidentale della guerra civile

PRIMA TRADIZIONE: ROMANA BELLUM CIVILE


La nozione di guerra civile ha al suo interno ambiguità di tipo lessicale, difatti all’interno della
stessa coesistono 3 rappresentazioni diverse.
Nelle lingue occidentali contemporanee la nozione «guerra civile» fa parte della tradizione romana
(bellum civile) in cui ci sono due elementi caratteristici:
1. Innanzitutto la guerra civile è rappresentata come una guerra bellum, quindi come una
guerra in senso proprio e non come tumultus, seditio pertubatio o rebellio.
Il bellum etimologicamente è duellum, duello di vasta scala di una parte contro un’altra. E’
inoltre un fenomeno riconoscibile, cioè deve avere un inizio e una fine riconosciuta;
2. In secondo luogo, il bellum è riconoscibile e separato da ciò che bellum non è (si può
guardare per esempio al numero di vittime, entità delle distruzioni ecc.). Il bellum deve
avere un inizio e una fine riconosciuti e non deve lasciare “strascichi”.

Dal punto di vista dell’aggettivo civile, esso presuppone un rapporto civico tra due cives, cioè
sostanzialmente tra il titolare dei diritti politici che combatte un altro titolare di diritti politici.
La concezione stasis non ha lo stesso carattere della nozione romana di bellum civile. I greci non
impiegano per la guerra intestina lo stesso termine impiegato per la guerra esterna ovvero
polemos.

La nozione stasis non possiede i caratteri di solennità, discrezione della tradizione bellum civile
romano, cioè le parti si scontrano raramente in campo aperto ma ricorrono spesso ad agguati,
tradimenti, imboscate. 
Nella maggior parte dei casi, ciò che si intende nella tradizione greca con il concetto di stasis non è
una guerra civile ma è pur sempre qualcosa che potrebbe diventarlo.

La nozione greca stasis è stata rappresentata come una sorta di «guerra civile strisciante»,
composta da una frattura irrimediabile dell’unità politica, in cui non c’è riconoscimento della
legittimità. La violenza non inizia e non finisce in un momento preciso ma è intermittente e genera
disordine. 

Tuttavia anche in condizioni normali, c’è sempre la possibilità che scoppi la guerra civile e allo
stesso tempo, neanche l’affermazione di una parte sull’altra era sufficiente per neutralizzare il
conflitto e ristabilire l’ordine.

La tradizione romana si addice alle guerre civile ordinate in senso militare e giuridico di quelle
americane (1861-65) sottoposte a regole di condotta comune. 
Le guerre civili dell’ultimo secolo sono più vicine al mondo greco, cioè la guerra civile è una guerra
senza formalità, senza regole, una guerra brutale, indifferente a tutte le distinzioni (combattenti,
non combattenti, campi di battaglia e spazi riparati) e capace di diffondersi con la rapidità di un
fulmine e di distruggere tutta la società. Dunque, in virtù di ciò, l’esperienza della guerra civile ha
un nome romano ma un immaginario greco.

Tuttavia però, la tradizione romana e greca hanno dei tratti in comune, cioè quello secondo cui la
guerra civile è uno scontro tra due sole parti e che possono definirsi tali all’interno di una
comunità. Perché comunità? La guerra civile presuppone l’esistenza di una comunità e che questa
nel conflitto si spacchi in due. 

Infine, abbiamo l’ultima tradizione, ovvero quella moderna, che a differenza delle precedenti non
presuppone l’esistenza di una comunità politica ma è la manifestazione violenta della sua assenza
e del suo venir meno, cioè quello esplicato da Hobbes come “stato di natura”, in cui gli esseri
umani sono condannati all’autodifesa, lo stato viene dissolto e ognuno deve proteggere se stesso.
Stato nel quale non esiste la proprietà privata e chi ha bisogno di protezione può cercarla
ovunque.
Se nel bellum civile romano e stasis civile greco la comunità politica si spaccava in due, adesso
nella terza tradizione la guerra civile riemerge ogni qualvolta non ci sia più posto per una comunità
politica. 
Nella visione hobbesiana la violenza è un prodotto intenzionale della mancanza di governo, è una
guerra di tutti contro tutti. Questo è il significato di guerra civile nella tradizione moderna, ma è
errato definirla come una sola perché nella guerra civile convivono vicende eterogenee, coerenti
con alcune delle suddette tradizioni ma non è corretto imporre la propria immagine sulle altre. 

3. Noi e gli altri. L’origine e la reversibilità della distinzione tra interno ed esterno

Innanzitutto, è importantissimo fare una distinzione tra politica interna e politica internazionale. 
→ Politica interna: è ordinata in modo gerarchico secondo criteri di superiorità e subordinazione.
Essa è composta da un’architettura istituzionale e la violenza è impiegata per difendere la propria
coesione. 
→ Politica internazionale: è priva di governo e le parti si coordinano tra loro. Gli attori sono
considerati tutti uguali dal punto di vista funzionale ma sono diversi dal punto di vista del potere e
del prestigio.

In politica internazionale i nemici possono essere combattuti legittimamente attraverso l’uso della
forza. La guerra civile sposta il criterio distintivo tra interno/esterno-amico/nemico-noi/loro, cioè
le relazioni tra parti interne assumono caratteri simili a quelle delle relazioni internazionali, mentre
queste ultime assumono più caratteri vicini alle relazioni interne. 

In questo senso, la guerra civile è il conflitto costituente dell’identità politica, cioè quando
l’identità politica non viene ricomposta, la guerra civile è più basata su un punto di vista interno. 

Cosa significa avere un’identità politica? E cosa succede quando questa identità di spezza?

1. L’identità politica e la distinzione tra interno ed esterno


Unità e gruppi politici cambiano la loro natura da un’epoca all’altra, ma non si può assolutamente
rinunciare all’identità comune coesa in grado di potersi distinguere da comunità politiche esterne. 

Identità ed esclusività. I due versanti dell’unità politica


Il alcuni casi, «amici» vengono considerati coloro che condividono gli stessi «nemici», perché l’
«amicizia» indica la pace, mentre l’ «inimicizia» indica la negazione della pace. 
All’interno di una comunità, gli individui si sentono legati tra loro tale da considerarsi e
riconoscersi come diversi dagli altri. 
Proprio amicizia-inimicizia è stato oggetto di analisi di Carl Schmitt, sostenendo come in una
politica mal fondata come quella moderna, il legame di amicizia deve discendere da una decisione
sovrana, cioè quella che determina chi è il nemico.

AMICIZIA: implica pace, protezione e sicurezza;


INIMICIZIA: negazione della pace

Tutti i gruppi politici (stati, federazione di stati) sono gruppi fondati da un rapporto di associazione
e dissociazione, ma ciò non vuol dire che chi è all’esterno del gruppo non abbia la possibilità di
poterne fare parte e chi è all’interno non possa essere più escluso. Ciò vuol dire che il passaggio
tra il farne parte e il venire esclusi avviene secondo procedure a cui non è possibile svincolarsi a
proprio piacimento e senza autorizzazione.

Questo ci porta ad introdurre un quadruplice meccanismo di sconfinamento della violenza che si


verifica in occasioni della guerra civile: 
→ Il primo meccanismo è la pacificazione che il gruppo persegue al proprio interno. Essa può
essere più o meno estesa e può riguardare la:
- Violenza privata (che pregiudica l’interesse militare del gruppo politico)
- Assicurazione di una pace durevole: tutti i gruppi politici sono accomunati dallo sforzo di
mettere il proprio spazio al riparo dalla violenza. 

→ Il secondo meccanismo è l’espulsione di ogni margine di violenza incontrollata e incontrollabile,


cioè cercare in qualche modo di reindirizzare le ostilità per evitare che l’aggressività si sfoghi su
individui esterni. 

→ Il terzo meccanismo è quello della polarizzazione esterna per aumentare le coesione interna.
Spesso le unità politiche generano una sorta di ossessione per il nemico che viene allontanato
all’esterno con il timore che questo emerga al proprio interno dando una sorta di «pugnalata alle
spalle». Se il nemico esterno ha il vantaggio di fissare i confini del gruppo, il nemico interno li
confonde o li aggira.

1.2 L’integrazione politica e i suoi limiti


L’identità comune presuppone il rispetto delle leggi, di contribuire alle spese comuni. Le unità
politiche, nella creazione di una identità comune si sforzano di diffondere un patrimonio simbolico
cancellando tutte quelle che sono considerate come appartenenze alternative parziali o
subnazionali che potrebbero spaccare il gruppo interno. All’interno del patrimonio comune
troviamo le tradizioni, le bandiere, credo, inni, cerimonie pubbliche ma il ruolo più importante lo
ha la lingua che unisce il popolo. Quindi, l’integrazione del popolo è essenziale per l’ordine
pubblico creando un immaginario nazionale come lo sviluppo dei linguaggi amministrativi,
l’introduzione della coscrizione obbligatoria, la televisione di stato ecc. cioè pratiche che esaltano
il senso di appartenenza a quella nazione.
Nell’insieme di queste tradizioni si fonda l’integrazione politica, campo di battaglia della guerra
civile. Il ruolo dell’unità politica consiste nel creare uno spazio tale da essere considerato come
una realtà costruita da opere pubbliche, reti di comunicazione, strade, luoghi che possono essere
utilizzate dai singoli della comunità, cioè ridisegnare uno spazio in modo tale che esso non sia solo
vissuto ma anche pensato costruendo così l’amministrazione politica. L’unità politica è costruita da
una serie di pratiche sociali che variano a seconda del contesto storico e che mutano nel tempo e
che servono a rimarcare il «senso di appartenenza». 

I casi estremi, cioè quelli degli Stati totalitari creano una comunità «forzata» e cancellano le
piccole tradizioni, i loro linguaggi a vantaggio di una lingua che è fissa e standardizzata. A volte,
alcune lingue locali vengono anche tollerate ma a condizioni che vengano neutralizzate
politicamente.

L’integrazione, anche quando è riuscita può rimanere allo stesso tempo incompleta perché alcuni
settori sociali e minoranze nazionali non sono ben integrate, lo è il caso dell’Irlanda con la Gran
Bretagna per esempio, nel quale possono ci sono delle evidenti differenze dal punto di vista
economico, sociale e culturale. Le differenze possono emergere anche tra Centro e Periferia in
quanto il primo non è quasi mai carente di risorse economiche o di sistema mentre al contrario del
secondo che invece, si ritrova svantaggiato dal punto di vista economico. Le periferie, proprio per
le loro differenze con il centro rimangono subordinate dal punto di vista politico e amministrativo.

Anche quando parliamo della stessa unità politica, possono esserci delle differenze di rapporto con
l’economia internazionale, regionale o nazionale, questo perché molti territori sono molto più
coinvolti di altri nelle economie internazionali e quindi più orientate al mercato globale, altre
invece sono più orientate al mercato nazionale o regionale.

Le lotte per il potere statale avvengono per la maggior parte delle volte in quelle popolazioni
oppresse, motivo per il quale pluralità territoriale e integrazione si alimentano.
L’integrazione territoriale non solo incoraggia la formazione e la rivendicazione di gruppi minori
ma mostra anche i vantaggi del controllare un proprio stato. Tuttavia la resistenza delle periferie è
allo stesso tempo fondamentale perché influenza elementi fondamentali come il sistema dei
partiti e i risultati elettorali.

2. Il riorientamento dell’appartenenza
La proiezione nel futuro dell’ordine politico che nasconde dietro di sé un sistema codificato di
significati, si traduce in diritti e doveri. Subentra così la definizione di Stato, entità politica
articolata sulla base della gerarchizzazione.
2.1 Crisi dell’integrazione e riflusso delle identità parziali
La guerra civile compare quando:
 Tutti i processi di integrazione sono in una fase iniziale e l’identità di gruppo non è ancora
tanto forte;
 Quando il carattere arbitrario dello Stato non riesce ad essere nascosto
 Quando non sono stati ancora consolidati i meccanismi centrali di controllo e repressione e
spesso, soprattutto nella formazione dell’unità coincide la distruzione di posizioni
precedenti. 

Il rischio della guerra civile subentra ogni volta che l’integrazione politica fallisce, un esempio
potrebbe essere la Libia che dopo il 2011 è stato considerata uno stato fallito, perché il potere
centrale non è stato in grado di mantenere e garantire l’ordine e la pace sociale. 

Quindi l’integrazione politica è a rischio per mutamenti sia interni che internazionali di carattere
politico, economico o culturale, può essere messa a rischio da fratture sociali nazionali o etniche,
o dall’ emergere di situazioni nei quali le parti di una unità politica maturarono rapporti di
interdipendenza economica e sociale. 

Come dicevo prima, l’integrazione politica può essere messa a rischio anche da mutamenti
internazionali, come mutamenti culturali, ideologici o religiosi→ es: Riforma protestante all’inizio
del ‘500, oppure la diffusione del radicalismo islamico. 
Essa può essere messa a rischio inoltre, anche dalla rottura dell’ordine internazionale nel suo
complesso, cioè ciò a cui stiamo essenzialmente assistendo oggi, che ha portato ad una forte
crescita di sfiducia nel potere centrale e nei suoi rappresentati. Emerge così anche l’indifferenza o
il cinismo nei confronti dei simboli, delle memorie e delle pratiche comuni generando una vera e
propria diffusione dell’idea di un mondo falso, caratterizzato dalla diffusione di dicerie e dalle
innumerevoli fake news. 

Il rifiuto repentino delle pratiche sociali comuni può portare allo sviluppo di pratiche sociali
alternative, pensiamo per esempio i fenomeni di diserzione di massa che decimarono l’esercito
russo nei mesi precedenti o successivi alla rivoluzione di febbraio del 1917; oppure la diffusione e
l’invenzione di liturgie politiche di partito che proliferarono tra la prima e la seconda guerra
mondiale; oppure ancora il cambio di atteggiamento in Spagna sull’orlo della guerra civile; oppure
il caso Polacco che non è stato in grado di reprimere gli scioperi in Slesia nel 1918, in cui la
popolazione non si è riconosciuta nelle istituzioni militari e ha trasgredito dei provvedimenti
militari. 

Dietro tutto ciò ci sono anche altri mutamenti importanti che riguardano principalmente lo Stato e
l’identità comune: 
1. Allentamento della presa dello Stato, cioè un vero e proprio indebolimento delle sue
funzioni; 
2. L’altro mutamento riguarda proprio l’identità → cioè nel senso che le classi, gli individui di
una collettività non si lasciano più organizzare, pacificare o subordinare politicamente
perché non si riconoscono più nell’Unità politica vigente. 

2.2 Verso la guerra civile: la politicizzazione delle appartenenze alternative


Questo non riconoscersi in una identità comune è una premessa della guerra civile, la fedeltà
politica deve essere riorganizzata e ancor di più riorientata, ovvero occorre che coloro che si
riconoscono in una identità alternativa diversa da quella comune di «politicizzino». 
Per questo viene presa in considerazione la figura del “partigiano” o “partito”, esso infatti divide
tutti gli altri uomini in amici/nemici. Viene attribuita alla figura l’origine della politica per
eccellenza, una figura “positiva” che esprime in maniera sublime la dimensione politica. 

Tutte le unità politiche quindi, devono essere fondate sulla coppia amico/nemico, difatti,
l’opposizione indica proprio una minaccia a disgregare le unità politiche. A riguardo di ciò Carl
Schmitt voleva comprendere la sfida che la Germania e l’Europa avevano prima e dopo la prima
guerra mondiale ed emerse che il contrasto tra il concetto di “politico” e “statale” e di “guerra” e
“nemico” non era più un contrasto risolvibile in maniera razionale tra partiti, ma era piuttosto
“radicale”. 

Lo Stato ha perso la sua figura di “unificante” e non è più in grado di legare i cittadini come lo
faceva invece il partito che si impegnava nella lotta rivoluzionaria. Allo scoppio della guerra le
appartenenze nazionali erano divenute più importanti di quelle di classe tanto da indurre i partiti
socialisti di sostenere i rispettivi stati. Ma la frattura però, si era riaperta allo scoppio della grande
guerra e allo spaccamento del concetto di stato e politica tanto che la nazione non riusciva più ad
essere controllata. 

Schmitt riconosce nel politico la cosiddetta inimicizia rispetto alla guerra esterna, perché nel senso
letterale la guerra la si intende con qualcuno di esterno, cioè verso qualcuno che intendiamo
estraneo a noi. L’inimicizia non smette però di esistere, difatti anche nella guerra interstatale le
inimicizie esistono, e anzi addirittura sono ancora più intense di prima. 

Schmitt sostiene che ci sono degli individui all’interno della società che abbiano diritto di
impiegare legittimamente la violenza in difesa dei cosiddetti diritti inviolabili. Ma tutte le divisioni
che l’unità politica aveva realizzato e tutte le guerre che avevano privatizzato riacquistano la loro
portata politica, ecco che subentra il primato della politica interna. 

3. Scendere a raggrupparsi. I tre movimenti del riorientamento


Il primo movimento è quello di dis-integrazione, cioè quello in cui avviene un collasso dell’identità
politica comune. Lo si può vedere tramite lo smantellamento al patrimonio simbolico comune,
infatti, i simboli dell’appartenenza comune (bandiere, monumenti) vengono distrutti.
L’abbigliamento, la lingua, l’alfabeto sono sostituiti da “equivalenti di parte”. Le distruzioni su
vasta scala del patrimonio storico e artistico si sono verificati in tutte le guerre civili, dalle guerre di
religione del 500-600 alla rivoluzione francese fino alle guerre del novecento. 

Questo porta successivamente ad un collasso delle istituzioni e delle pratiche sociali comuni come
le assemblee, i corpi rappresentativi, le istituzioni di governo nazionale, locale. 
Nel punto più estremo della dis-integrazione politica abbiamo quel comportamento delle
istituzioni che sono chiamate a reprimere, incanalare o punire gli eccessi, cioè la polizia, l’esercito,
poichè in particolare quest’ultimo può perdere del tutto il suo assetto organizzativo. Può
addirittura spaccarsi lungo fratture etniche o nazionali come nel caso della ex Jugoslavia. Ciò sfocia
in una inversione del potere centrale attraverso la perdita dei poteri moderatori, come quelle delle
forze armate, che invece di continuare a controllare e combattere la contrapposizione esterna,
diventano uno strumento di contrapposizione interna. 

Infine come ultimo carattere, la degradazione della violenza comune a violenza di parte può
avvenire come prodotto intenzionale della fine dell’integrazione. 

3.2 Il secondo movimento: frammentazione, anarchia e ri-localizzazione


Il secondo movimento è la corsa disordinata, cioè la fase hobbesiana della dis-integrazione
politica, ovvero una frammentazione. Già dalla parola stessa di frammentazione si può intendere
qualcosa che porti ad una suddivisione irregolare o fortuita, cioè dalla frammentazione di un
oggetto non rimane più nulla della sua forma originaria. 

La frammentazione del complesso comune è un processo indeterminato che elimina del tutto il
percorso dell’integrazione. La frammentazione può avere esiti nazionali, sociali, etnici, religiosi o
locali dei soggetti coinvolti. 

Esempi: nei mesi di disgregazione dell’URSS, diverse imprese di stato cominciarono a considerare i
beni dell’impresa come propri e istituire autonomamente rapporti con l’estero, mentre altri, più
ricchi cessarono di pagare le imposte a Mosca. 
Un altro esempio è la vicenda di Fikret Abdic, lui musulmano bosniaco direttore dell’impresa
agricola Agrokomerc proclamò la parte settentrionale dell’énclave occupata dai serbi di Croazia e
di Bosnia come regione autonoma della Bosnia occidentale, formando così un esercito privato che
combatté a fianco dei serbi di Bosnia e di Croazia a Bihac. 

Quindi, la politicizzazione delle parti porta con sé uno spiccato senso di individualismo, nel quale
ciascun gruppo pensa ai propri interessi.
Le diverse nazionalità o minoranze nazionali si raggruppano nel proprio spazio e i partiti e
movimenti politici inaugurano una propria politica autonoma.
Emergono così milizie, bande criminali e anche i reparti dell’esercito, spesso operano nella difesa
del proprio gruppo e non come un organismo comune.
Pian piano che procede l’integrazione politica ed economica anche le mobilitazioni politiche
tendono a trasformarsi da locali a nazionali. Emergeranno così le rivendicazioni locali fondate sulla
connessione diretta tra gli attori, tra chi si mobilita per primo e chi successivamente.
Ma quali sono le ragioni che mobilitano gli attori?
1. Opportunità: il collasso dell’ordine politico lo rende possibile, altrimenti questo sarebbe
impossibile. Quando le istituzioni non sono “bloccate” i gruppi e i movimenti possono
pensare di sovvertire il sistema e quindi l’ordine politico e sociale;
2. La seconda ha un carattere difensivo: molti individui, in virtù di ciò cercano di appropriarsi
di quello che non possiedono. Emergono così individui che sono in grado di offrire la
“protezione” dovuta.
3. La terza viene fuori dalle prime due, proprio per la mancanza di autorità per tutelare,
promuovere e ristabilire i propri diritti porta ciascuno a preoccuparsi delle intenzioni degli
altri. Questo emerge nel cosiddetto “dilemma della sicurezza”. Il senso di incertezza che
prevale in questo clima, spinge tutti i gruppi a mobilitarsi in anticipo (per paura di essere
attaccati). Quindi si genera un meccanismo a catena per il quale ognuno si mobilita per
primo per paura di essere attaccati dagli altri.
4. Questo genera o libera sempre nuove fazioni, la frammentazione è una condizione
instabile e spesso non stabilizzabile. Questo porta a riscoprire o inventare altre
appartenenze, infatti, esistono sempre “periferie della periferia”. I greci, proprio perché
tormentati dalla discordia civile, arrivarono a riunire nel termine stasis il significato di
fazione o di guerra civile. Si instaura un circolo vizioso, cioè le fazioni producono la guerra
civile e la guerra civile produce sempre nuove fazioni.

3.3 Il terzo movimento: la ri-polarizzazione della violenza e la divisione della società in due parti
La guerra civile è violenza riunificata, volta ad una direzione comune, dunque il riorientamento
della violenza esplosa in una sola direzione è l’impresa dei gruppi politici organizzati e dei loro
leader, impresa che senza il gruppo non è possibile realizzarla. Questo ci porta al termine di
“popolo”, che può essere inteso in due modi:
1. Quantità più o meno grande di esseri umani, privi di qualunque obbligo e disinteressati
nell’ esprimere una volontà comune, cioè una moltitudine disunita.
2. Il popolo è un corpo qualificato, una unità politica dotata di volontà comune, questa si
verifica nel caso delle unità politiche istituzionalizzate. Il gruppo politico dunque potrebbe
trasformare questa moltitudine di individui in un soggetto unitario.

Secondo Frantz Fanon, l’unificazione della violenza non è solo il prodotto dell’unificazione del
gruppo, ma è l’unificazione del gruppo a essere un prodotto dell’unificazione della violenza. La sua
riflessione è del tutto ispirata alla guerra civile in Algeria, in cui durante il periodo coloniale, gli
algerini si derubavano, si uccidevano tra di loro e proprio in virtù di ciò, riemerge quel che è l’atto
di “riorientarsi”.
Lo stesso avviene nel 1922, quando all’indomani della guerra civile russa, in cui si era riusciti ad
imprimere la “giusta direzione” in contrapposizione al lungo odio del proletariato per i suoi
oppressori.

Tuttavia però neanche il riorientamento della violenza in una sola direzione è sufficiente, perché
nonostante il caos della frammentazione venga incanalato nella guerra civile, è necessaria una
iniziativa dell’altra parte. Si può aspirare a restaurare lo status quo ante, oppure trasformarlo in
una direzione diversa dall’altra; oppure essere una terza parte emersa dalle rovine dell’ordine
politico. Quali siano le motivazioni individuali dei soggetti coinvolti, ciò che conta è che una parte
impedica all’altra di prendersi ciò che desidera senza combattere.

MERCANTI E GUERRIERI
Il testo ha lo scopo di analizzare le contraddizioni tra logica economica e politica nello scenario
internazionale. L’argomento del libro è proprio il rapporto tra relazioni commerciali e relazioni
politiche, entrambe visioni di estrema importanza. Già nei tempi antichi e passati all’interno del
sistema internazionale veniva riconosciuta una importante relazione esistente tra politica ed
economia internazionale. Il proconsole olandese a capo della compagnia delle indie orientali
affermava come il commercio in Asia dovesse essere protetto e sviluppato attraverso la guerra e le
armi e che queste dovessero essere fondamentalmente acquistate con i profitti del commercio
così da non avere guerra senza commercio e commercio senza guerra.

Questa visione fa a capo a quelle che era l’ideologia vincente nel periodo dei grandi imperi
coloniali, Il mercantilismo che si basava su 3 principali elementi:
1. Proteggere e sviluppare le imprese a livello nazionale
2. Concentrarsi sull’esportazione di prodotti finiti per far sì che vi fosse un surplus positivo
nella bilancia dei pagamenti dello stato
3. Avere sempre e costantemente nelle casse dello stato ingenti quantità di metalli preziosi in
modo tale da aver sempre l’opportunità di rispondere alle emergenze e per far sempre
fronte a investimenti di tipo militare.

Il mercantilismo si fonda su una non differenziazione tra logica politica ed economica per cui,
secondo la teoria la potenza è utile alla ricchezza e viceversa: in questa situazione non si
consigliano politiche di tipo isolazionistico ma anzi si propongono elementi che diventeranno poi
punti cardine della specializzazione del lavoro, attraverso la creazione di imperi coloniali con lo
scopo di ottenere la più alta quantità possibile di materie prime esotiche o rare; in un contesto
simile quindi si può concludere che l’unico modo esistente per una potenza del sistema
internazionale per aumentare la propria ricchezza è quello di evitare che altre potenze potessero
inserirsi nella costruzione di nuove reti commerciali, era quello quindi di impoverire gli stati.

Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo, le idee mercantiliste vennero smentite
dall’analisi liberale, ritenendo di fondamentale importanza la visione politica. Il liberalismo
afferma perciò che uno stato non deve concentrare tutta la produzione a livello nazionale ma deve
produrre al suo interno solo quei beni che garantiscono maggiore efficienza allocati a e quindi
maggiori vantaggi comparati, lasciando il resto alle importazioni cosicché attraverso la
specializzazione del lavoro all’interno del sistema, gli stati stessi possano crescere più velocemente
a livello di sviluppo economico ed accumulazione della ricchezza. Per quanto riguarda la relazione
tra economia e politica internazionale, né la filosofia politica, né l’economia se ne sono interessate
particolarmente perché la prima tende a non tener conto degli aspetti economici e la seconda a
non considerare i conflitti che non abbiano al loro interno chiari elementi economici.

Solo negli ultimi trent’anni grazie alla International Political Economy si è studiato il legame tra le
due logiche in modo più profondo, cercando di conoscere le cause politiche degli effetti economici
e le cause economiche degli effetti politici. Questa teoria riconosce la differenza tra economia e
politica nella diversa concezione di identità, che per gli economisti classici e neoclassici esso è un
concetto vuoto perché l’impresa, sappiamo che ha come unico obiettivo quello della massima
efficienza e non importa quindi l’appartenenza politica, religiosa o nazionale.
Per la politica invece, l’identità è fondamentale in quanto gli individui non sono privi di identità,
motivo per il quale concetto è legato non solo allo sviluppo di ruoli e risorse, ma anche la loro
allocazione.

Questa interferenza della politica nell’economia ha due conseguenze:


1. Fa sì che l’interdipendenza interna allo stato sia sempre maggiore rispetto a quella
esistente tra economie di stati diversi
2. Fa capire come il ‘900 non sia un secolo più pacifico e rispetto all’800 e ciò fa concludere
che l’economia non è riuscita a limitare l’influenza politica nelle decisioni e comportamenti
degli attori nel sistema internazionale.

Una soluzione è stata proposta in merito da Lionel Robbins che afferma la necessità di creare un
governo unico e globale. Sappiamo però che un governo mondiale non esiste perché il sistema
internazionale è anarchico all’interno della quale nessuno svolge un ruolo da sovrano ma è
costituito da un insieme di potenze categorizzate secondo chiaramente la loro sfera di influenza.
Ciò scaturisce appunto l’impossibilità di stabilire una gerarchia a livello mondiale, al contrario della
politica interna in cui la gerarchia è fondamentale.

Altri studiosi criticano questa posizione, tra cui Kant, che predisse come l’autorità di questo tipo
potesse essere più tirannica che democratica e portatrice di armonia.

Dunque a livello internazionale, economia e politica rimangono in un rapporto dialettico, sono


complementari ma hanno allo stesso tempo visioni contrapposte.
A tal proposito emersero due idee:
1. Idea liberale: che ha una visione ottimistica ed evidenza l’assenza cooperativa delle
relazioni economiche e i suoi benefici effetti sul sistema politico, quindi in questo caso la
logica economica prevale su quella politica;
2. Idea realista: visione pessimistica dell’economia, sottolinea la debolezza dei vincoli
economici ed il loro potenziale conflittuale per stati in competizione su risorse scarse. In
questo caso la logica politica prevale su quella economica.

Sono tre quindi gli effetti negativi dell’interdipendenza verso la sicurezza statale:
1. L’economia capitalista fatta da fasi di espansione e contrazione genera conseguenze
incontrollabili per l’economia globale che rendono le relazioni incerte e alimentano
atteggiamenti vulnerabili e conseguenze negative per le relazioni internazionali
2. Il termine interdipendenza presuppone una simmetria di dotazioni tra le controparti che
nella realtà poche volte si verifica; ciò fa si che in una potenziale interruzione
dell’interazione una parte sarà più debole e avrà maggiori costi mentre la parte più forte
utilizzerà la sua minor dipendenza dall’altra per manipolare a fini politici la relazione che
quindi diventa di dipendenza;
3. La dipendenza da fattori esterni può essere vista da altri stati come sinonimo di maggior
vulnerabilità dato che l’interruzione dei flussi dai quali l’economia è dipendente
comporterebbe dei costi significativi.

L’interdipendenza ha un’origine economica ma le sue conseguenze sono meramente politiche, e


causano differenze tra il comportamenti di stati interdipendenti e stati non interdipendenti.
Essa è il frutto di diverse condizioni politiche:
- Gli stati potrebbero aprire la propria autonomia quando il livello di tensione internazionale
è basso, minimizzando le ricadute politiche;
- Gli stati potrebbero aprire la propria economia in una situazione opposta, quando il livello
di tensione è alto con il fine di mantenere la propria efficienza in vista di uno scontro
militare. Questa motivazione potrebbe spingere gli stati ad intrattenere rapporti
commerciali anche con un potenziale avversario evitando “catastrofi”.

Gli effetti politici dell’interdipendenza, dipenderanno dunque dal contesto politico. Essa produce
essenzialmente due o tre effetti politici:
1. Interdipendenza neutrale: se il sistema internazionale è pacifico, ne seguiranno logiche
economiche e si rafforzerà la cooperazione tra gli stati.
2. Interdipendenza di tipo “polarizzato”: se invece c’è una situazione di tensione, si baserà su
rapporti bilaterali, come nel caso della guerra fredda.
Se inoltre in questa interdipendenza polarizzata non fosse possibile identificare gli
allineamenti, l’interdipendenza sarà scollegata dalla rete di alleanze e in questo caso
prenderà il nome di interdipendenza diffusa.
4.incertezza identitaria e violenza senza limiti. La guerra civile come “paesaggio di tradimento”

Secondo la nozione comune di "guerra", questa dovrebbe consentire di delineare i due


schieramenti contrapposti, di distinguere ciò che è interno e ciò che esterno, di racchiudere lo
scontro in un campo di battaglia dal quale non è possibile entrare o uscire senza varcare una soglia
riconoscibile. Nella guerra civile tutte queste determinazioni restano aperte e vulnerabili. Prima
che sia fissato l'esito dello scontro, la distinzione interno-esterno rimane avvolta in una nebbia di
incertezze, diffidenze e paure reciproche al riparo della quale accade sempre che, alla prima
occasione, qualcuno si tiri indietro o salti dall'altra parte della barricata - e che molti altri siano
sospettati di seguirlo o di prepararsi a farlo. Questa fluidità delle appartenenze ha una parentela
con la diffusione della violenza.

4.1  Dalla guerra-duello alla guerra-peste


Tutti i testimoni e gli storici sembrano concordi nel sottolineare il carattere brutale, selvaggio e
barbarico del conflitto; anche il racconto convenzionale della GC propone sempre lo stesso
repertorio di orrori: fratelli uccisi dai fratelli, padri uccisi dai figli, prigionieri umiliati e torturati ecc.
In questo topos della GC come la "peggiore di tutte le guerre" l'ipocrisia vuole la sua parte.
Associare la GC alle barbarie può servire a suggerire un'immagine irrealisticamente civile della
guerra esterna e interstatale. Sfumare le differenze tra le due non significa cancellarle. Il massacro,
nella GC, assume una forma particolare; a differenza di quanto accade nelle guerre tra i principali
stati, qui la violenza è eccessiva: non in termini quantitativi ma nel senso letterale che qui la
violenza eccede la misura politica della guerra. La violenza è smisurata e i partigiani del "fino in
fondo" hanno la meglio su chi preferisce la moderazione. Come spiegare questa eccedenza? La
tentazione è quella di ricondurre tutto all'eccedenza della passione e dell'intensità politica: in una
guerra nella quale il nemico è intimamente sentito e pubblicamente rappresentato come
l'incarnazione del Male non c'è spazio per le regole. La GC è per sua natura una GUERRA DI
ANNIENTAMENO: non solo la peggiore, quindi, ma anche la più vera di tutte le guerre, almeno nel
senso che nessuno scrupolo può trattenere le due parti dal perseguire fino in fondo l'obiettivo,
ovvero costringere l'avversario a piegarsi alla propria volontà abbattendolo e rendendogli
impossibile ogni ulteriore resistenza. E' la ragione per la quale, sin dall'antichità, la sregolatezza
della guerra civile è comunemente assimilata alla sregolatezza delle guerre contro estranei assoluti
quali i barbari o i selvaggi - tutte guerre che non servono a rafforzare la propria
posizione di fronte agli altri, bensì a fare piazza pulita degli altri come tali. E' la ragione per la quale
la guerra civile e ancora più spesso ricondotta al linguaggio e ai modi della "guerra giusta", una
guerra in cui ciascuna delle due parti è convinta di combattere in nome della giustizia e, per questa
ragione, non è disposta a riconoscere quale dignità e uguale diritti all'altra. L'intensità politica,
però, non spiega ancora l'immenso resto di violenza che è rivolta contro tutti gli altri (neutrali,
indifferenti, indecisi): è proprio questo resto a dare alla guerra civile l'immagine che le è più
caratteristica di "guerra tentacolare", contagiosa, capace di attraversare o erodere qualunque
soglia. Diversi elementi concorrono a spiegare questa deriva: 'abbassamento della soglia di
accesso alla guerra, la mancanza /debolezza dei meccanismi disciplinari, la frequente dispersione
in piccoli gruppi in larga parte indipendenti gli uni dagli altri ecc. Il più importante di questi fattori è
l'analogia tra guerra e duello perché, unita ai concetti di onore e dovere cavalleresco, è stata fra le
fonti di ispirazione del diritto internazionale moderno; inoltre, l'estetica del duello ha continuato a
permeare l'ethos e l'immaginario del ceto degli ufficiali, tanto da costruire una sorta di modello
normativo valido nel racconto e nella memoria della guerra. Soprattutto, l'analogia col duello ha
contribuito a formare e consolidare i nostri giudizi su cosa sia o cosa dovrebbe essere una guerra
normale/convenzionale, e quindi anche su quale sia quella illegittima/indegna.
 Cosa suggerisce questa analogia? Così come il duello, la guerra si presenta come uno stato
solenne di ostilità generale distinto dalla contesta individuale. Guerra e duelli si stagliano come
una "rissa differita". In secondo luogo, questa analogia implica una qualche forma di reciprocità
tra i contendenti, in senso materiale (la reciprocità consiste nella interazione tra azione e reazione,
offesa e difesa, e comporta il non poter sapere in anticipo quale dei due finirà per abbattere l'altro;
significa uguale vulnerabilità e visibilità: colpire sapendo di poter essere colpiti e vedere il nemico
sapendo di essere visti) e normativo (eguaglianza giuridica tra i contendenti: il riconoscimento
reciproco dello ius belli che implica la rinuncia a porre la questione di chi fosse nel giusto). A ciò si
collega il terzo elemento. Attraverso questa analogia la guerra si definisce come un fenomeno
discreto nel tempo e nello spazio: per prevenire/indebolire la tendenza contaminante della
violenza, la nozione di guerra non si limita a riservare uno spazio ai terzi (testimoni, neutrali) ma
prescrive che il confine tra il luogo dove c'è la guerra e quello dove c'è la pace non può essere
attraversato senza passare dalle stesse solennità dalle quali sono passati i contendenti all'inizio
della sfida. Grazie a ciò, la posizione dei terzi diventa quella di testimoni nel duello, il cui compito è
pronunciarsi alla fine delle ostilità, per tratte le conclusioni politiche dall'esito di un conflitto già
terminato.
C'è anche un altro elemento: perché la guerra possa essere rappresentata come un duello su vasta
scala, le parti devono essere concepiti come attori, ovvero soggetti dotati di una identità, di
interessi propri, chiaramente visibili gli uni agli altri e sottratti a qualunque confusione con i
testimoni esterni. In questa rappresentazione, l'universo della violenza si presenta spopolato e
definito: la scena è occupata da due soli protagonisti capaci di addomesticare i propri sentimenti
in intenzioni ostili, sicuri ciascuno di possedere una propria figura chiaramente distinguibile da
quella del nemico.
Proprio questa contrapposizione tra due duellanti ben definiti è quello che manca alla GC. risulta
quasi sempre inconcepibile raffigurare la GC come un duello, non solo perché le mancano la
solennità e la moderazione ma perché le mancano i duellanti. Al posto dei due lottatori isolati, vi è
uno spazio saturo di essere umani mischiati gli uni agli altri, impossibilitati a tenersene fuori
(perché in assenza di un recinto, nessuna distinzione tra dentro e fuori può impedire alla violenza
di rincorrere anche i testimoni). La GC ha trovato, come equivalente metaforico, l'immagine del
FUOCO e della PESTE, entrambi simbolo della perdita di differenze. Invece di convergersi e
esaurirsi in unico punto, incendio e contagio sono spinti da una forza irresistibile di dispersione: si
diffondono in tutte le direzioni e, là dove arrivano, divorano tutto, Come la GC.
Quindi, quello che spiega l'eccedenza di violenza e GC non è solo l'intensità della distinzione tra
amici e nemici ma è anche, all'opposto, il cedimento del sistema organizzato di differenze che, in
condizioni normali, conferisce agli individui la propria identità e permette loro di situarsi gli uni
rispetto agli altri. Se la violenza non incontra più limiti è perché tutti i limiti hanno già ceduto:
quelli tra violenza legittima e illegittima, tra combattenti e non, tra interno e esterno, noi e altri,
amici e nemici. Nell'abisso di questa indistinzione, anche la violenza è destinata a riprecipitare al
suo stato originario. Più gli uomini si sforzano di dominarla epiù le danno alimento

4.2  L'insicurezza sui confini del proprio gruppo Sospettare, tradire, compromettersi e
compromettere

Questa incertezza identitaria riguarda, prima di tutto, il "noi": quanto ci si può fidare gli uni degli
altri e soprattutto, quanto ci si può fidare di se stessi, della propria determinazione, della propria
disponibilità ad accettare la sconfitta o la morte pur di non tradire la causa. Non c'è riparo dalla
paura perché non ci sono aspettative salde; non ci sono aspettative salde perché qualunque
aspettativa finisce vittima della paura. È la forza che scava dall'interno la coesione dei gruppi ogni
qualvolta le sorti del conflitto non si sono ancora decise/decise a loro sfavore. Questa insicurezza
generale genera un'ossessione del tradimento; è una delle regolarità delle GC: la minaccia
aumento all'aumentare della prossimità - perché è l'amico più prossimo che, tradendo, può
venderci al nemico per avere salva la vita o ottenere qualche ricompensa, Al contrario di quello
che pensiamo, l'identità del gruppo è minacciata meno da chi tradisce apertamente che da chi è
sospettato di essere sul punto di tradire. È il crescendo della confusione che Coser nelle figure
dell'apostata, dell'eretico e del dissidente:

- APOSTATA  è chi tradisce fino in fondo; diventa totalmente estraneo al gruppo e, per
questo, rafforza l'identità e la coesione interna al gruppo; costituisce una minaccia non solo
in quanto contribuisce a rafforza il nemico a cui trasferisce la sua fedeltà, ma poiché da
questo momento considererà come suo scopo impegnarsi in una catena di atti di vendetta
contro il passato;
- ERETICO qui la minaccia è meno diretta ma più subdola; continuando a professare
dall'esterno gli stessi valori del gruppo, l'eretico continua a battersi per fare proseliti al suo
interno e, per questo, minaccia di scindere il gruppo in fazioni; l'eretico confonde i confini
del gruppo, quindi le sue azioni sono considerate minacce all'identità comune;
- DISSIDENTE è temuto non in quanto estraneo ma come potenziale rinnegato; crea una
confusione maggiore perché non rinuncia all'appartenenza al gruppo anzi, minaccia di
spezzarlo dall'interno; il suo comportamento è imprevedibile e crea confusione.
Questa confusione è all'origine di due meccanismi di propagazione della violenza. Il primo è il
SOSPETTO e la CACCIA AI SOSPETTI, Ma a trascinare una volta per tutte gli esseri umani sotto
l'effetto della pratica di violenza è il secondo meccanismo (quelle che nelle intenzioni dovrebbe
spezzare la spirale del sospetto).

Mano a mano che crescono confusione e insicurezza sui confini del gruppo, cresce anche l'incentivo
a scavare un SOLCO invalicabile attorno a esso, qualcosa che impedisca di entrare e uscire dal
gruppo. Nel caso di piccoli gruppi, questo obiettivo viene raggiunto facendo coincidere il gruppo
politico con quello extra-politico (es, amici stretti, famiglia). Ma, nella maggior parte dei casi, può
significare fare qualcosa che impedisca, da quel momento, di tirarsi indietro; quest'azione può
consistere marcarsi/farsi marcare il corpo, fare un giuramento solenne. Compromettersi, dunque,
e compromettere i proprio affiliati: questa pratica ricorre in tutti i contesti storici, anche i più
distanti fra loro. Quindi si ritorna al circolo vizioso tra incertezza identitaria e violenza. Grazie alla
mediazione della violenza i membri del gruppo si chiudono definitivamente dentro un microcosmo
accerchiato e senza sbocchi.

4.3  L'insicurezza sull'identità del nemico. Lo spettro della contaminazione e le pratiche di


separazione

La stessa incertezza che riguarda il "noi" riguarda anche gli "altri", Mentre nella guerra esterna
prima di essere il nemico il nemico è un estraneo, nella GC il nemico, non essendo estraneo alla
comunità, è quasi sempre irriconoscibile in anticipo. Questa "scomparsa nel buio", come la
definisce Schmitt, aggiunge alla superficie geometrica e trasparente della guerra tradizionale
un'altra dimensione più oscura: il partigiano fornisce nel campo terrestre una inattesa, come un
sottomarino. Nessuna chiara distinzione può sopravvivere a questa discesa nell'abisso perché tutte
le distinzioni che regolano la vita associata possono esistere solo come "res pubblica" e vengono
messe in discussione ogni volta che in essa si crea uno spazio di non-pubblicità. Due elementi
concorrono a portare l'indistinzione fino all'estremo. Il primo è l'effetto contaminante che la
guerra irregolare esercita su quello che resta della guerra regolare. Anche quando una
delle due parti è composta da forze di polizia ecc. anche questi finiscono per degradarsi in qualcosa
di simile a "partigiani in divisa". L'elemento decisivo è che l'indebolimento della guerra irregolare
produce una distinzione tra combattenti e non. I partigiani, in genere, non colpiscono i civili; nel
farlo, però, inducono i nemici a farlo. Rifiutando di abbracciare l'identità di combattenti o non o
passando da un'identità all'altra, partigiani rendono difficile ai loro nemici accordare status e diritti
diversi agli uni e agli altri. In una situazione in cui i combattenti possono trasformarsi in non
combattenti e viceversa, nessuno può essere risparmiato dal sospetto e quindi dalla violenza . Da
qui deriva una seconda dialettica della sicurezza. L'insicurezza sull'identità del nemico genera
un'ossessione per l'eventualità che egli si trovi all'interno del gruppo. La minaccia cresce al
crescere della prossimità. È il senso dell'espressione "quinta colonna". Il massimo della minaccia
coincide con il massimo della confusione, che sopravviene quando a essere contaminata non è la
città ma l'identità del singolo. È lo stato di indifferenziazione che accomuna tutti i soggetti che,
passando continuamente da un'identità all'altra, costituiscono un pericolo che trasmettono agli
altri. È ciò che avvicina la figura del "nemico interno" a quella del MOSTRO: un soggetto che sfugge
all'odine normale delle cose in quanto ha l'aspetto da amico ma in realtà è un nemico,
Come cercare di spezzare questo problema? La demarcazione degli "altri" richiede l'opposto della
demarcazione del "noi": l'ossessione del nemico interno richiede di identificare chi sta mentendo
sull'appartenenza per poterlo allontanare. Qui torna in gioco il ruolo della violenza: tocca alla
violenza buttare oltre il solco gli intrusi o gli infiltrati. È un altro dei paradossi della GC: ciascuna
delle due parti deve impegnarsi a confinare all'esterno dal gruppo chi è integralmente al suo
interno. Più cresce l'incubo della contaminazione, più prendono piede anche le pratiche di
separazione. La più elementare è l'ESPULSIONE dei possibili nemici fuori dal gruppo. La seconda
modalità prevede la SEGREGAZIONE all'intero, come è diventato consueto nell'universo spaziale
chiuso dello Stato moderno e come si è ripetuto nell'ultimo secolo, attraverso la reclusione di
individui o di interi gruppi etnici, religiosi o nazionali sospettati di collaborare con il nemico. La
logica dell'espulsione non cambia: il possibile nemico è prima reso visibile e poi messo da parte,
per essere colpito in un caso e reso impotente nell'altro. Ma la forma più brutale di separazione è
l'ALLONTANAMENTO FORZATO DEL GRUPPO DAI NEMICI; questo allontanamento passa dalla
conquista al pieno controllo sulla parte di un territorio, che aumenta l'incentivo a collaborare con
l'occupante e aumenta i costi della collaborazione con il nemico. Quando questo è impraticabile, la
seconda strada è quella di CONFINARE LA POPOLAZIONE CIVILE IN SPAZI PROTETTI, non infiltrabili
dall'esterno. In questi casi, il legame violento tra contaminazione e separazione non è spezzato,
ma cambia segno: invece di
allontanare gli agenti dell'infezione, questa volta sono i potenziali contaminati a mettersi in
quarantena.

4.4  VAE NEUTRIS, La stigmatizzazione dell'indifferenza e la caccia ai neutrali

Il più micidiale conduttore della G è la presenza di una enorme riserva di individui disinteressati
o
indisponibili a unirsi a ciascuna delle due parti. In questa "zona grigia" ci sono uomini e donne
spinti da diverse motivazioni. La motivazione principale dell'estraniazione è la paura, per altri
qualche forma di opportunismo, indifferenza o l'equidistanza verso le ragioni delle due parti.
Soprattutto negli strati più periferici della società, a tenere lontani dall'impegno collettivo possono
essere la passività ai quali i deboli sono condannati da sempre. In alcuni casi, questa estraneazione
non è una loro scelta: non sono i marginali, spesso, a rifiutare la GC ma è la GC a rifiutare loro. A
differenza delle guerre esterne dove neutralità e immunità sono status giuridicamente riconosciuti
e accettati, nella GC essere neutrali risulta insostenibile. In un'epoca di estremi quale la GC, la
pretesa di non abbracciare nessuna delle due identità in lotta cade nel sospetto nel quale cade
l'indifferenza ogni volta che è in gioco il bene e il male. Il diritto a rimanere neutrali finisce
soppiantato dal dovere di non esserlo; tanto che proprio la violazione di questo dovere è destinata
a essere rimproverata, all'indomani del conflitto, a tutti quelli che hanno aggirato la scelta.
L'indifferenza nei confronti delle due identità in lotta può essere denunciata come un'indifferenza
ancora più scandalosa nei confronti di ciò che resta dell'identità comun.

CAPITOLO 4: L'ambivalenza radicale della guerra civile


La GC fonde insieme quelle che categorie che dovrebbero risultare come opposti, ma solo per
sospingerli tutti all'estremo. Sebbene la GC sia "civile", cioè presuppone l'esistenza di una
comunità politica, essa è il prodotto del disfarsi di quella comunità e dell'emergere di identità
parziali più forti di quella comune.

1. Guerra fratricida o guerra contro i barbari? La dialettica tra prossimità e estraneità?


In quanto "guerra interna", la GC è sentita e rappresentata come "guerra fratricida'"; una guerra
destinata a mettere gli uni contro gli altri i membri della stessa famiglia (in senso politico e
letterale).
Nello stesso momento in cui le due parti in lotta affermano la propria co-appartenenza, la negano
in modo assoluto. Invece di "fratello", Il nemico è sentito come " cospiratore", "barbaro",
"traditore". È la condizione perché possa essergli scatenata contro la violenza omicida: non è mai
rivolta contro chi fa parte del "noi" ma sempre contro estranei che un giorno si son fatti passare
con l'inganno come "dei nostri", Qui sta un altro paradosso della GC: quella che, in termini
giuridici, dovrebbe valere come guerra interna, diventa in termini emotivi la più esterna delle
guerre esterne.
Da questa situazione discendono due tratti più caratteristici della GC. Il primo rimanda ancora alla
dialettica tra unificazione e divisione. Per la stessa ragione per la quale è il massimo prodotto della
rottura interna, la GC produce per compensazione una vera e propria ossessione per l'unità, che si
scarica in un senso di minaccia verso chiunque sia sospettabile di reintrodurre possibili fattori di
disgregazione. La GC aumenta il terrore della GC, terrore che conduce allo sviluppo di procedure e
regole di esclusione dirette a ricostruire con la forza l'unità del gruppo, recidere ogni legame di
fratellanza con quelli che erano amici ma adesso nemici da esorcizzare, grazie a ciò, l'occorrenza
stessa della rottura interna.
La seconda conseguenza è l'altra faccia della precedente. Per completare l'opera e ricomporre il
fantasma dell'unità, la fratellanza spezzata in un luogo deve poter essere reinventata in un altro
luogo: offrendo la cittadinanza agli stranieri solidali con la propria causa; oppure forzando i
tradizionali confini della cittadinanza per ammettere nello scontro intere categorie di estranei o
esclusi. Quindi, spostando i confini della fratellanza politica, la GC reinventa già il popolo nel
pieno del conflitto: alcuni di coloro che ne facevano parte ne sono esclusi, mentre alcuni di coloro
che ne erano esclusi sono chiamati a farne parte.

2. Guerra senza regole o guerra di polizia? Il diritto tra argine e arma della guerra civile

La confusione tra fratellanza ed estraneità possiede una traduzione sul terreno giuridico. Nello
stesso modo in cui le due parti in lotta al tempo stesso affermano e negano la loro appartenenza
alla stessa comunità politica, entrambe tolgono il diritto all'avversario in nome del diritto.
Schmitt  "la GC non è una guerra priva di forma (al contrario, si serve delle forme del diritto e
della giustizia), bensì è la più atroce distruzione della forma mediante la forma".
Ecco quindi dove il rapporto col diritto finisce per rispecchiare l'ambivalenza tra estraneità e
prossimità. Da un lato, è quasi sempre vero per la GC il detto "silent leges inter arma" (no nelle
guerre internazionali). Ciò dipende dal fatto che la guerra civile è, di per sé, la parentesi e lo
scontro fra due ordinamenti, il che solleva due problemi: come deve comportarsi nei confronti del
vecchio ordinamento chi si trova coinvolto in una GC? E come deve comportarsi il nuovo
ordinamento nei confronti della GC, una volta che è conclusa? In parte ancora maggiore, la
resistenza della GC al diritto deriva dal fatto che, essendo vissuta da entrambi le
parti come un bellum con justa causa, entrambe le parti sono convinte di combattere contro un
nemico al quale non ha senso riconoscere pari legittimità. Dall'altro lato, la stessa finzione
dell'unità che conduceva a rappresentare il nemico come traditore della comunità richiede di
trattarlo non come qualcuno che è nato estraneo ma come qualcuno che si è reso tale: un fuori
legge nei confronti del quale la guerra diventa una sanzione penale su vasta scala. Quindi si tratta
di una guerra che è un'operazione di polizia. Mentre, con una mano, il diritto è rimesso al centro
dello scontro, con l'altra è privato del suo statuto di neutralità: da argine della violenza è
degradato a strumento supplementare. Attraverso il diritto non solo è sconfitto ma è anche
spogliato della sua identità di nemico politico: da sfidante posto sullo stesso piano di chi lo ha
portat in giudizio è degradato pubblicamente a semplice criminale

3. Una guerra o più guerre? La guerra civile come contenitore di conflitti

Un terzo motivo di ambivalenza riguarda il carattere di divisione proprio di ogni guerra. La GC


nasconde al proprio interno un aggrovigliarsi di finalità e moventi plurimi, che penetrano nel solco
della corrente principale tanto da spezzarne di continuo gli argini. Molto più che nella guerra
esterna, qui la polarizzazione noi-loro, dentro-fuori, amico-nemico ecc. non si realizza fino in
fondo: rimangono incongruenze, eccedenze, intrecci tra conflitti diversi e tra diversi attori in
conflitto, ai quali può capitare di non concordare neppure su quale meriti di essere considerato il
principale. Il modo più sbrigativo di spiegare questa eterogeneità è ricondurre tutto alla scala
geografica alla quale il conflitto è condotto. Questo vale prima di tutto, per il rapporto tra
protagonisti "interni" del conflitto e le fazioni/attori che li appoggiano dall'esterno. Persino dove
allineamenti esterni e interni sembrano coincidere, questa coincidenza si può rivelare un'illusione;
è l'esperienza che registrano i testimoni e gli storici di tutti i principali conflitti intestini degli ultimi
secoli.
Questa compresenza di attori che, ai diversi livelli ai quali operano, si alleano solo per sfruttarsi
reciprocamente si ripete anche all'interno delle singole unità politiche investite, dove le
contrapposizioni e le animosità locali tendo a resistere alla forza semplificatrice e polarizzante
della GC fino a indebolirla, piegarla ai propri scopi.
Questo labirinto di conflitti possiede, a propria volta, una caratteristica trascrizione spaziale.
Quella della GC è quasi sempre una geografia caotica, a macchia di leopardo, priva di
demarcazioni nette tra territori pubblici e domini privati o tra sfera interna e sfera esterna. Quale
che sia il criterio che queste carte pretendono di adottare (situazione militare, composizione
etnica, differenze religiose/culturali), non è mai possibile ricavarne linee di demarcazione nette tra
gli attori: le parti sono divise spesso tra loro, ma le frontiere politiche sono mal definite e meno
marcato. E' il passaggio che i geografi esprimono nella distinzione tra "limiti lineari"
(corrispondono ai confini) e "limiti zonali" (l'area delimitata non è la sede di una sovranità fissata e
destinata a esaurirsi là dove comincia un'altra sovranità, ma è il luogo di un'attività economica,
culturale, politica che degrada poco a poco fino a dove emerge altrettanto gradualmente il
controllo di qualcun altro).

Per quanto rilevante, la tensione tra dimensione nazionale e locale non spiega tutte le differenze.
Altre fratture possono emergere dalle diverse finalità dei protagonisti. Accade a livello locale,
dove i motivi particolaristici si intrecciano fra loro e con quello che resta della frattura comune
generatrice di conflitto.
Avviene anche a un livello geograficamente più comprensivo (es. nazionale); un caso esemplare è
quello della guerra civile italiana del 1f143-1f145: alla guerra di liberazione nazionali contro i
tedeschi si mischia una guerra ideologica tra fascisti e antifascisti e una guerra rivoluzionaria
promossa dai comunisti; a queste si aggiungono altre fratture quali cattolicesimo-laicità, identità
nazionale-particolarismi regionali ecc.
Quindi, contrariamente all'immagine elegante ma superficiale che i protagonisti si sforzano di
imporle, la guerra civile si gioca su 3 fronti:

1. Monumentale, che oppone le due parti in conflitto; è il fronte attorno al quale si


organizzano tutti i racconti e le retoriche politiche del conflitto, sul quale si costruisce la
memoria; è anche il repertorio a partire dal quale viene allestita la scena e distribuite le
maschere fra gli attori (fazioni in lotta, criminali, milizie di autodifesa ecc.); tutti gli attori
recitano la parte del dramma principale, per ottenere sostegno/darsi un tono/ottenere
rispettabilità;
2. Non ha una traccia ben definita, oppone le diverse possibili fazioni fra loro; persino
quando un fronte si presenta unitario nell'obiettivo, nel suo alveo confluiscono tutte le
divisioni che la società ha accumulato nel temo: divisioni sociali, etniche, religiose,
nazionali, ideologiche, di carattere storico o, persino, clanico-familiari. Il conflitto politico
più radicale è il conflitto su quale di questi conflitti merita di essere considerato il
conflitto principale e quali altri possano essere accantonati: prima di contrapporsi a chi
prende posizione dall'altra parte, chi si impossessa di un confine si contrappone a tutti
quelli che vorrebbero attivare un confine diverso. Quello che è impossibile fare, dopo, è
rimuovere la pressione delle differenze mosse: una volta spaccata in due, all'interno della
società nascono conflitti ulteriori;
3. Ultimo fronte che si installa all'interno di ciascun gruppo, Gli schieramenti politici non
sono entità date una volta per tutte, bensi il terreno di scontro fra obiettivi diversi adottati
da diverse organizzazioni, partiti ecc. ciascuno dei quali cerca di prendere la guida del
gruppo e di monopolizzare la sua rappresentanza. Questa competizione verte poi su che
cosa rivendicare: concessioni di diritti, abbattere l'élite al potere, indipendenza ecc. Prima
di esprimersi in queste rivendicazioni, la competizione riguarda se percepirsi e
rappresentarsi come gruppo a sé o, invece, come semplice parte di un complesso (e di
quale complesso fare parte).
Questa compresenza di conflitti e motivazioni può tradursi, al livello dei singoli esseri umani,
nella più radicale delle lacerazioni. Il primo problema di chi si trova coinvolto in una GC non è
quasi mai se prendere posizione, ma su quale confine prenderla, dove tracciare la distinzione tra
interno e esterno e, solo una volta che lo si è fatto, su quale dei due versanti prendere posizione.
Questa lacerazione può non essere mai risolta del tutto. L'incertezza può portare alla completa
paralisi esistenziale e politica o alla scelta di prendere posizione lungo un confine ma con
l'impegno a riposizionarsi, una volta ottenuta la vittoria, lungo un altro confine. Ma esiste, anche
qui, una soglia di non ritorno: quella di chi, non riuscendo a scegliere quale guerra combattere,
pretende di combatterne più di una contemporaneamente.

4. La più politica o la meno politica delle guerre? La crisi della distinzione tra "pubblico" e
"privato"
Qui l'ambivalenza della GC raggiunge il proprio apice; perché tale distinzione sprofonda nella
distinzione tra "violenza pubblica" e "violenza privata". Una volta che non esiste più un'autorità
riconosciuta in grado di imporre la chiara distinzione tra "forza pubblica", impiegata in suo nome, e
la "violenza privata", impiegata da tutti illegittimamente, diventa impossibile trovare criteri
condivisi per determinare chi abbia diritto, a quali condizioni e con quali finalità di rappresentare
solo la propria come "violenza pubblica", ovvero legittima. Il collasso dell'autorità comune non ha
solo l'effetto di privatizzare la violenza pubblica ma, allo stesso tempo, ha anche l'effetto di
politicizzare la violenza privata, innescando un arrembaggio della parola
"pubblico". Da un lato, ci sono diverse ragioni affinché venga considerata come la più politica e
vera delle guerre: perché chi vi partecipa lo fa per una scelta individuale dettata da una passione
politica senza limiti; il nemico è assoluto, ingiusto; l'esito è 'annientamento dello sconfitto; per
ottenere questo scopo, qualunque mezzo è lecito. Dall'altro lato, questo eccesso di politicità
finisce per varcare la soglia di indifferenza tra violenza pubblica e violenza privata: il politico si
dissolve. Come risultato, la GC penetra fin dentro la parentela; è la compenetrazione catastrofica
tra fratello-nerico, dentro-fuori, città-casa. Una volta scomparsa qualunque distinzione tra violenza
legittima e illegittima, la violenza riacquista la sua natura pre-politica di cosa comunicabile, perché
produce a ogni suo manifestarsi altra violenza ma, soprattutto, perché in questo moltiplicarsi ogni
vendetta politica rischia di innescare vendette private, che possono innescare vendette politiche.

Questa dissoluzione del confine tra pubblico e privato può esprimersi in diverse direzioni e
secondo diversi registri. Il PRIMO è il "travestimento". Dietro lo schermo politico della GC, singoli
individui o interi gruppi trovano l'occasione per regolare i conti delle proprie inimicizie private. La
SECONDA forma di commistione tra pubblico e privato procede nella direzione opposta. Invece
che motivazioni e finalità private che si nascondono dietro la maschera di motivazioni e finalità
politiche, questa volta sono motivazioni e finalità politiche a degenerare in motivazioni e finalità
private. Conflittualità e persino odi scaturiti dal terreno pubblico delle divisioni sociali, ideologiche
e religiose possono sempre degradarsi in vendette private in seguito all'uccisione di un familiare,
un amico o un commilitone. La perversione della violenza pubblica che, nelle guerre interstatali, è
controbilanciata dai meccanismi disciplinari propri degli eserciti regolari, non trova freno nelle GC.
Spesso, persino i più radicali protagonisti della guerra civile si
tengono in bilico tra l'abisso dell'utopia e quello del banditismo, piegando a fini privati il
finanziamento illecito della lotta armata o trasformando la grande impresa collettiva della guerra
in uno scontro tra bande, alimentato da moventi quali la solidarietà interna al piccolo gruppo, la
ricerca di riconoscimento o la volontà di vendicare un compagno ucciso. Al punto estremo di
questo percorso, le motivazioni e i rancori individuali
o di gruppo possono arrivare a perdere qualunque ancoraggio in senso politico. La TERZA corrente
accentua questi elementi di confusione. Se, in quanto contenitore di conflitti, la GC contiene ogni
tipo di conflitti, allora tra questi non ci sono solo quelli politici ma anche quelli nei quali inimicizie e
rancori individuali o di gruppo si esprimono senza mediazioni organizzative o narrative, sfondando
in tutte le direzioni la sacra rappresentazione del conflitto.
La confusione più estrema di tutte è quella che deriva dall'effettiva compresenza di ragioni
politiche e ragioni private, o meglio dalla concreta impossibilità di districare le une dalle altre . E
qui che la distinzione tra pubblico e privato cade: mano a mano che si alza la febbre politica, odio
personale e odio politico tendono a fondersi e quindi l'odio politico diventa odio personale e
viceversa. E' la condizione psicologica di tutte le guerre ideologiche, comprese quelle
internazionali tipo WW2 o la guerra contro l'ISIS. Ma è quello che spinge ogni guerra civile sul
piano inclinato della violenza senza limiti. Se quella civile è, per definizione, una guerra senza
quartiere, è perché nella GC un quartiere non c'è più: persino chi non riconosce l'esistenza del
conflitto o vorrebbe tenersene alla larga ci è trascinato dentro a forza.

5. Guerra interna o soglia di indeterminazione tra interno e esterno? Lo sprofondamento


della distinzione tra politica interna e politica internazionale

L'ultima ambivalenza investe gli aggettivi civile, interno o intestino che compongono i lemmi
guerra civile, guerra interna o guerra intestina. Sia la prima che la seconda presuppongono
l'esistenza di un'unità politica coesa: mentre la guerra internazionale si svolge tra due o diverse
unità, la GC si svolge all'interno di una stessa unità politica tra fazioni costituite tra i suoi membri.
Tutto ciò non basta a tenere ferma la distinzione; fattori interni e fattori internazionali finiscono
quasi sempre per intrecciarsi fino a fondersi del tutto fra loro. Questo è vero già per il
meccanismo scatenante dei conflitti. In alcuni casi, sono le guerre civili a fare da innesco alle
guerre internazionali. In altri casi, più numerosi, sono le guerre internazionali a dare origine alle
guerre civili. Però, la condizione più frequente è che le guerre civili traggano alimento dalle guerre
interazionali e, reciprocamente, le guerre internazionali si complichino o si sfoghino in una
epidemia di guerre civili. Anche una volta che la GC è in corso, fattori interni e fattori internazionali
interagiscono e si alimentano reciprocamente. In un senso, sono i fattori interni a contagiare
l'ambiente internazionale (a partire dal contesto più vicino a livello geografico/culturale). Il
contagio può essere un effetto intenzionale del conflitto (es. catastrofi ambientali, spostamenti di
intere popolazioni) o un effetto dell'azione preordinata di almeno una delle parti in conflitto.
La stessa porosità che conduce dall’interno verso l’esterno conduce anche dall'esterno verso
l'interno.
Per la stessa ragione per la quale i fenomeni e gli attori interni tendono a contagiare l'ambiente
internazionale, gli attori internazionali intervengono quasi sempre nella GC interna (quelli
geograficamente e culturalmente più prossimi, quelli che hanno o da guadagnare o da perdere
dall'esito del conflitto). Quindi cambia, da un caso all'altro, l'identità dei TERZI INTERESSATI: Stati
limitrofi, potenze regionali, grandi potenze, organizzazioni internazionale, movimenti politici
transnazionali. Analogamente, cambiano le loro motivazioni politico-strategiche. In alcuni casi si
interviene per prevenire o contenere il contagio, mentre altri lo fanno per promuovere i propri
interessi e favori un esito del conflitto (seminatore di discordia).
Cambiano da un caso all'altro anche le strategie di legittimazione dell'intervento, dal semplice
interesse nazionale a qualche forma di solidarietà ideologica o etnica o religiosa, fino alle
motivazioni umanitarie in difesa dei diritti umani o contro il rischio di genocidi. Anche le modalità e
i tempi dell'intervento cambiano.
In un caso l'intervento esterno può risultare unilaterale o multilaterale e, con conseguenze
politiche più profonde, comune o competitivo (es. bipolarismo GF). In un caso o nell'altro,
l'ingerenza esterna può risultare più o meno pronunciata: grado minimo di sostegno verbale,
riconoscimento giuridico, offerta di aiuti fino alla costituzione o addestramento di milizie alleate
inviate a sostegno di una parte. Infine, variano anche i tempi dell'intervento. In certi casi
l'intervento si esaurisce con 'esaurimento della GC; più spesso, il terzo esterno ha voce in capitolo
anche sui termini del passaggio dalla guerra alla pace; in altri, il terzo continua anche dopo a
procurare un ancoraggio esterno ai vincitori della GC attraverso il prolungamento della propria
presenza militare, istituzione di un'alleanza e la formazione di classi dirigenti.
Quello che conta è che il confine non riesce mai a trattenere il conflitto. Persino quando non ha
cessato di essere riconoscibile, il confine viene attraversato di continuo sia dall'interno verso
l'estero che al contrario, per la semplice ragione che non esiste più nessuno in grado di impedire o
regolare il passaggio. Ma dove la GC scopre fino in fondo la propria radicalità è in tutti i casi nei
quali il confine viene attraversato proprio perché non viene più riconosciuto: qui la GC si
trasforma nella soglia di indeterminazione tra guerra interna e guerra internazionale, La G ha
l'effetto di riattivare anche politicamente tutti i legami economici, sociali, culturali e religiosi (che
gli esseri umani intrattengono al di sopra della cittadinanza) a scapito di quelli interni alla città
divisa. Proprio questa riattivazione è ciò che conferisce un significato storico-concreto alla nozione
di "G europea", impiegata da molti studiosi per rappresentare l'epidemia di conflitti susseguitisi in
Europa nel '900: come dice Aron,"i cittadini delle due parti non vogliono la vittoria della propria
patria se questa deve coincidere con la sconfitta dell'idea alla quale aderiscono e della quale il
nemico è l'incarnazione". In conseguenza di ciò, tutte le guerre finiscono per acquisire una
dimensione di
'"GC transnazionale", una dimensione destinata a svuotare di significato la distinzione tra pace e
guerra e quella tra interno e esterno. Quindi, contrariamente a ciò che sembra suggerire la
retorica delle "nuove guerre civili", 'internazionalizzazione delle GC non è un semplice prodotto
della fine e della debolezza dello Stato, o del fanatismo religioso o di qualche anacronismo etnico e
culturale. Le GC si internazionalizzano perché in esse la distinzione interno-esterno non ha più
senso, perché sono altre le distinzioni (ideologiche, culturali, religiose o etniche) capaci di spingere
gli esseri umani a riconoscersi tra di loro (come simili- estranei, amici-nemici, affiliati-esclusi).
Quindi parlare di "violenza di confine" è un puro atto formale in quanto il confine scompare.

CAPITOLO 5  Alle radici dell'ordine politico. La guerra civile come fonte e come pericolo

Quello che è vero per tutte le guerre lo è, a maggior ragione, per la GC; non solo perché in nessun
altro caso il nesso originario tra ordinamento e non ordinamento si rivela più stretto che in questo,
poiché qui ancora più che nella guerra esterna non è possibile nascondere sia il fatto "che l'ord.
giuridico non può né porsi né togliersi da solo, sia che nella GC si dà coazione alla creazione". La
ragione più importante è che, persino una volta conclusa, la GC non smette mai di attraversare e
inquietare l'ordine successivo, determinando gli strumenti (giuridici, politici e culturali) grazie ai
quali quell'ordine può essere positivamente consolidato; suggerendo come tessere le trame del
sipario retorico e istituzionale dietro il quale nascondere l'apertura al caos originario; insinuando
sempre all'interno dell'ordine quella possibilità di ostilità, di accesso al disordine che finirà per
strappare la maschera e irrompere in superficie. Questa coappartenenza di GC e ordine politico si
compone di tre elementi. Il PRIMO è quello della PACIFICAZIONE.
Se l'ambivalenza della GC è il caos da cui si solleva l'ordine politico, allora la prima prestazione
dell'ordine è addomesticare il caos ponendo finzioni, distinzioni e facendo in modo che queste,
una volta poste, stiano. Il SECONDO elemento. Nato dalla violenza, l'ordine politico deve sapersi
mettere al riparo dal re-irrompere della violenza: negando di essere nato in quel modo o, più
spesso, istituendo una separazione abissale tra violenza buona e cattiva, legittima e illegittima,
rigeneratrice e criminale. Da questa finzione dipende, in ultima istanza, la tenuta e la pretesa di
legittimità dell'intero edificio (tanto che la sua buona salute può essere misurata da quanto le
persone che vivono al suo interno siano disposti a credere che la violenza che
l'ha edificato sia diversa da quella che lo minaccia e che lo spazzerà via). Il TERZO elemento è
quello per il quale il "coappartenersi di violenza, diritto e politica" non smette mai di incombere
sull'ordine politico, neppure una volta che esso appare costituito o consolidato, al punto da fare
della GC il sottinteso negato
ma, ogni tanto evocato. Il "pericolo" della GC può essere impiegato a difesa dello status quo:
conferenza un ritmo solenne alla normalità; legittimando il ricorso a misure di emergenza, di
sorveglianza e di prevenzione. Può essere impiegato anche nella direzione opposta: per concedere
diritti, per aprire la realtà a qualche possibile alternativa - per intaccare lo status quo.

1. Dalla guerra alla pace. L'addomesticamento delle ambivalenza

Tutte le guerre hanno una portata costituente. Nel caso della GC questo nesso si radicalizza. Si
viene a creare una Costituzione che detta il contenuto politico, economico e ideologico dell'ordine
successivo, contenuto che è investito di un principio di stabilità, La pacificazione che segue una GC
è resa problematica e mai del tutto compiuta, però, per la natura del conflitto: la parte sconfitta è
squalificata politicamente, giuridicamente e moralmente. Nonostante ciò, questi devono trovare
un posto nell'ordine successivo.

1.1La reinvenzione del popolo

Il problema della riunificazione permane anche in tutti i contesti storici successivi, come il nostro.
Una volta che la GG, spezzando la coesione sociale, ha lacerato il popolo in senso politico, nessun
nuovo ordine può imporsi saldamente senza riuscire prima a ricostruire il popolo nella sua unità.
La riunificazione non riesce mai a ricomporre in realtà l'unità che esisteva prima della rottura: o
perché non è l'intenzione del nuovo ordine, che preferisce porsi come deviazione o rottura
rispetto al passato; o perché, anche quando pretenderebbe di essere una restaurazione dell'unità
precedente, l'ordine restaurato non riesce mai a essere quello originario. Perciò la ricostruzione
del popolo si rivela sempre una re-invenzione, che passa prima di tutto da una forzatura in tutti e
due i sensi dei suoi limiti: alcuni di coloro che facevano parte del popolo ne sono esclusi mentre
altri che non ne facevano parte vengono inclusi,
PRIMO GESTO  escludere alcuni di coloro che erano cittadini ma ai quali non viene più
riconosciuto il diritto di esserlo. Questi atti di esclusione possono riguardare singoli individui o
interi segmenti della popolazione selezionati in base a criteri diversi. L'esclusione può limitarsi
all'imposizione di qualche forma di cittadinanza diminuita o può comportare la collocazione fuori
della città e la dichiarazione di nemico
pubblico. Questa espulsione dell'inimicizia fuori di sé è ciò che accomuna la cacciata dalla città
decretata all'epilogo di molte GC greche, la dichiarazione di hostis del diritto romano, le messe al
bando dei Comuni medievali, della Rivoluzione Francese e, come nelle guerre contemporanee, le
pulizie etniche e le pratiche genocidarie.

La ricostruzione dell'identità passa sempre attraverso una nuova distinzione tra dentro-fuori,
interno- esterno, amici-nemici. Questa estraneazione ha un prezzo dalla parte sconfitta: coloro che
si trovano espulsi dalla città città/nazione/popolo possono replicare dichiarandosi la vera
città/nazione/popolo (oggi è la proliferazione di governi in esilio, sostenuti o riconosciuti da altri
stati).
SECONDO GESTO a questa espulsione verso l'esterno può corrispondere una apertura verso
l'interno. Questo può avvenire attraverso, ad es. la sostituzione dei vecchi cittadini con nuovi
cittadini; si può esprimere in qualche estensione dei diritti politici e sociali della cittadinanza a
segmenti della popolazione precedentemente esclusi.
Il problema più intrattabile riguarda chi continua a essere incluso per essendo stato ffo
essendosi da sé) intimamente escluso: gli sconfitti rimasti all'interno, i loro eredi, gli espulsi che
poi vengono riammessi. Qui ci sono diverse soluzioni. Una PRIMA possibilità è quella di dettare le
condizioni ai quali gli sconfitti devono sottostare per essere riammessi nella comunità: condizioni
rivolte a riannodare un rapporto di fedeltà politicamente asimmetrico, in quanto fondato su una
pratica e, a volte, persino un atto solenne di sottomissione. La SECONDA soluzione completa a
prima. Nello stesso momento in cui invita gli sconfitti a un teatro pubblico della riconciliazione e
della sottomissione, il nuovo ordine riserva loro degli spazi privati dove continuare a coltivare le
proprie convinzioni, orgoglio e risentimento. EQULIBRIO DI ESTRANEAZIONE:
gli sconfitti sono lasciati liberi di esprimersi in spazi politicamente sterili affinché non si sentano
esclusi dalla nuova comunità politica (che continua a vigilare nel timore che il nuovo ordine venga
rimesso in discussione). La TERZA soluzione, invece, si propone di colmare la divisione tra le parti
"riaffratellandoli" cioè coinvolgendo vincitori e vinti in un processo di ricostruzione dell'identità
comune edificato sull'elaborazione di una memoria comune. La QUARTA soluzione vede la
conflittualità tra le parti riorientata verso l'esterno, richiedendo il contributo di tutti contro
qualche minaccia reale o immaginaria; oppure incanalandolo in qualche guerra estera nella quale
coloro che si sono appena combattuti nella GC possono tornare a combattere fianco a fianco
contro un nemico comune.

1.2 Vendetta, giustizia politica e amnistia


La reinvenzione del popolo non è un processo indolore, anzi; quello che si presenta come
pacificazione in realtà passa quasi sempre da una nuova ondata di violenza indirizzata
unilateralmente dai vincitori contro i vinti. La dimensione di questa dipende da una serie di fattori;
alcuni affondano le proprie radici nella rottura preesistente: durata e intensità del conflitto; il
grado di eterogeneità ideologica tra vincitori e vinti ecc.; dipende anche dal numero di coloro che,
essendosi uniti ai vincitori solo alla fine non trovano mezzi migliori per conquistarsi una
reputazione; altri fattori dipendono dalla natura della coesione dell'ordine successivo:
la capacità del nuovo regime di prendere il controllo della situazione e dettare regole comuni, il
grado di interiorizzazione di queste norme all'interno della popolazione ecc. Quali che siano le
dimensioni di questa escalation della vendetta, la pacificazione vera richiede che il cerchio della
reciprocità delle rappresaglie venga spezzato. Per ottenere questo obiettivo è necessario che
qualcosa sia sottratto alla confusione catastrofica: l'oggetto della rappresaglia, grazie
all'isolamento di una parte dei colpevoli per scagionare tutti gli altri; il titolare della rappresaglia; il
luogo e il modo della rappresaglia.
Proprio le procedure giudiziarie o la "giustizia politica" sono la prima forma di addomesticamento
della vendetta. È "giustizia". Da un lato, è una giustizia impegnata a sollevare tutti dal dovere della
vendetta (non a rinunciare a essa ma ad accettare che venga monopolizzata da un terzo legittimo).
Questa "messa in forma" della violenza opera contemporaneamente in due sensi. Nel primo, il suo
obiettivo è sfogare tutta la vendetta in un recinto per impedirle di propagarsi: innalzandosi al di
sopra delle parti, il sistema giudiziario esercita una vendetta che sia definitiva. Nell'altro senso,
significa, oltre che dare ordine, anche mascherare.
La giustizia politica è anche "politica". Nelle condizioni di debolezza nelle quali normalmente versa
il sistema giudiziario all'indomani di una GC, la sua autonomia è intaccata dalla subordinazione al
neonato potere politico; dalla pressione di un pubblico che si mobilita ancora; dalla debolezza
della difesa; dalle istanze provenienti da attori esterni. Il risultato è una giustizia politica che non
vuole eliminare i nemici, ma portare all'estremo il loro annientamento fino a farne
l'incarnazione delle tendenze ostili alla società/umanità; non è più un punire ma un dare
l'esempio; è fissare i limiti della pace futura. Forme più o meno estese di giustizia politica hanno
seguito tutte le guerre civili della storia; anche i principali capitoli della giustizia politica tendono a
restare sempre gli stessi. Il capitolo principale è quello della PUNIZIONE DEGLI SCONFITTI
considerati i maggiori responsabili della guerra/insurrezione/repressione. Nella maggior parte dei
casi, l'obiettivo di spezzare il cerchio delle vendette suggerisce di concentrare le punizioni più
severe su un gruppo ristretto di individui, riservando agli altri punizioni minori. L'altro grande
capitolo della giustizia politica è quello delle RIPARAZIONI, che comprende l'insieme delle misure
relative alla restituzione e ai risarcimenti per i beni confiscati o sottratti durante il conflitto. Qui il
problema è a chi riconoscere e a chi no un diritto alla restituzione e, in caso positivo, come
conciliare questo diritto con quello di proprietà ormai maturato dai nuovi titolari. In sostanza,
attraverso le riparazioni la giustizia politica si impegna a rimettere in piedi la distinzione tra
pubblico e privato; le riparazioni vogliono chiudere il discorso nascondendo il fatto che non
esistono diritti privati che non abbiano un'origine o una garanzia politica, ovvero che non siano
frutto di appropriazione/restituzione di ciò che si era preso illegittimamente.
Questa difficoltà a sgombrare una volta per tutte i diritti dall'ombra della loro origine segnala già i
problemi e i limiti della giustizia politica. I più immediati discendo dall'eredità stessa che la giustizia
politica aspirerebbe a sanare: la GC lascia sempre dietro di sé una "cultura della diffidenza e
dell'isolamento dei gruppi" che rende difficile avviare il processo di riconciliazione, a maggior
ragione quando la riorganizzazione dell'amministrazione privilegia la parte vittoriosa rispetto a
quella sconfitta e quindi possono essere denunciati da quest'ultima come "continuazione della
guerra con altri mezzi. Ma i maggiori problemi derivano dall'impatto stesso che la giustizia politica
può avere sull'ordine successivo. Invece che un effetto stabilizzatore, la giustizia politica può
avere un effetto di moltiplicatore delle fratture preesistenti, incoraggiando la perpetuazione
delle vendette private e spingendo gli sconfitti a riprendere le armi.
Proprio per evitare ciò, l’addomesticamento della violenza e delle sue ambivalenze dispone di
un'alternativa ancora più potente; DIMENTICARE TUTTO, di rinunciare di impiegare la memoria gli
uni contro gli altri, renderla politicamente sterile per impedirle di riattizzare il fuoco del conflitto .
Questa è stata la soluzione adottata all'indomani di molte delle più note GC della storia (es. le
amnistie seguite alla restaurazione monarchica in FR del 1814 e 1815, dopo la tempesta
rivoluzionaria e la parentesi napoleonica), Diversi fattori possono spingere a privilegiare
'AMNISTIA rispetto alla giustizia politica (anche se persino le amnistie più estese escludono un
piccolo gruppo di colpevoli che diventano capro espiatorio per la salvezza di tutti gli altri):
mancanza di un'affermazione decisiva di una parte sull'altra, che può suggerire a tutte le
élites di rinunciare a colpirsi (amnistia che diventa armistizio); la presenza di un numero troppo
alto di individui che avevano sostenuto la parte sconfitta; la volontà di impedire la concentrazione
dei poteri in una sorta di "tirannia dei vendicatori"; la presenza di una qualche potenza esterna
che, dopo averli sostenuti, può avere un interesse a moderare i vincitori. Un altro potente
argomento a favore dell'amnistia è la necessità di garantire la continuità delle istituzioni pubbliche
e private, evitando di perdere in una serie di processi il personale più competente. Infine, ancora
di più della giustizia politica, l'amnistia non si limita a chiudere i conti col passato ma, chiudendoli,
consente di rimettere in piedi e sottrarre alla discussione proprio le distinzioni che la GC aveva
confuso o dissolto: cittadini-non cittadini, interno-esterno ecc.
Attraverso 'amnistia, il popolo riunificato aspira a rimettersi in pace con sé stesso e lo fa non
necessariamente rinunciando al ricordo (sebbene solo l'oblio è in grado di spezzare il cerchio di
violenza). Quello che connota 'amnistia è l'impegno a non brandire il ricordo in modo offensivo.
Non è un'amnesia ma una spoliticizzazione della memoria o una politicizzazione fondata sull'invito
opposto a dimenticare i misfatti degli altri e la propria collera per rinnovare il legame della vita
cittadina. È la ragione per la quale ogni infrazione a questo impegno a dimenticare merita di essere
punito come un attentato all'ordine
pubblico.

1.3 La rifondazione della neutralità

Il passo più importante, però, verso la pacificazione, perché chiamato a riconsolidare la pace nel
tempo, è la ricostruzione di uno spazio neutrale e comune che la GC aveva temporaneamente
distrutto. La neutralizzazione però continua a riflettere, come in uno specchio, la GC che
pretenderebbe di sormontare e nella quale rischia di precipitare. La neutralità ricava il proprio
valore dalla non-neutralità che è chiamata a placare: più sono aspri e profondi i conflitti tra le
parti, più è intensa l'aspirazione a una sfera neutrale, e più è intensa aspirazione a una sfera
neutrale e più sono delegittimati i conflitti tra le parti. Questa coappartenenza di ordine e
disordine traspare dall'identità dei protagonisti. Ogni volta che la GC si conclude, tocca al vincitore
nascondere o trasfigurare la propria natura di parte, trasformando ad es. i nemici sconfitti in
stranieri per esorcizzare la GC come guerra esterna, o erigendosi a interprete di qualche istanza
superiore e intangibile (es. cristianità, umanità ecc.) in rapporto alla quale gli sconfitti sono
degradati a eretici, barbari o criminali. Questo però può essere problematico, quindi la
neutralizzazione del conflitto
risulta plausibile ogni volta che il "terzo" è sin da subito il "terzo"; ogni volta che il terzo riesce a
presentarsi come egualmente ostile o egualmente distante da entrambi i belligeranti, può arrivare
a imporsi su tutti e due.

2. Riseppellire l'Acheronte. Il mito originario della guerra per porre fine a tutte le guerre
Nessuna meccanica istituzionale basta da sola a recidere il legame originario dell'ordine politico
con la violenza. Sorti da una corrente di violenza senza limiti, gli ordini politici devono sapersi
sollevare al di sopra di questa corrente: screditare come illegittimo/criminale qualunque tentativo
di rimettere in discussione gli ordini interni o internazionale con la violenza, ma senza trascinare
nello stesso giudizio anche la VIOLENZA GENETRATICE che li ha costituiti. Nella retorica politica e
giuridica degli ultimi due secoli, la traduzione pura di questa finzione è il mito della GUERRA PER
PORRE FINE A TUTTE LE GUERRE. In questo mito convivono tutti e due gli argomenti più scontati in
difesa dello status quo: che la violenza non è ammissibile in quanto ricorrervi diventa
anacronistico/illegittimo; che, nonostante ciò, l'ultima querra merita di essere celebrato
come la migliore delle guerre perché ha spalancato le porte a un mondo senza guerra.

2.1"La revolution est finie". L'argine positivistico della legalità

La prima e più scontata possibilità di recidere il rapporto dell'ordine esistente con la violenza è
cancellare il problema. Dichiarazione di Napoleone : "La Rivoluzione è finita". Significa che la
corrente della contestazione e della violenza deve considerarsi prosciugata: che c'è un prima nel
quale la violenza era giusta e un poi nel quale non più esserlo. Bisogna chiudere una volta per tutte
la discussione: bisogna tornare ai tempi normali. Questa richiusura politica, giuridica e
intellettuale sospende la disputa che aveva condotto alla GC e si sforza di impedire che altre
dispute possano causarne una nuova. E' il nesso tra positivismo e GC: se il positivismo legale è
solito imporsi dopo periodi di lotta per i valori materiali è perché solo una forma giuridica rigorosa
può placare la lotta sui valori. Questo imperativo è più stringente quando l'ordinamento scaturito
dalla GC si presenta come nuovo: perché il nuovo ordinamento sia messo a riparo
dal sopraggiungere di altre "novità", occorre mette fuori discussione le sue fondamenta.
L'effetto complementare di questa richiusura politica è quello di rendere impensabile lo
sfondamento verso l'alto e verso il basso - dell'ordimento esistente. Questa inclinazione ha una
lunga tradizione nel pensiero giuridico. Il suo orientamento positivistico non solo non consente la
posizione di determinati problemi, espellendoli fuori di sé come problemi extragiuridici, ma
sottrae l'ordine esistente a qualunque discussione di legittimità. Il diritto positivo si sottrae a
qualunque interrogazione sui suoi fondamenti; è in virtù di questo ripiegamento che, una volta
risollevatasi la catastrofe, la società può tornare a pensarsi come spoliticizzata e la politica, a sua
volta, viene di nuovo pensata come interna allo Stato, il cui comando supremo - la sovranità -
sanziona politicamente un ordine pienamente giuridificato.

2.2  Ethos e kratos. L'argine solenne della legittimità

Per sollevare in modo decisivo l'ordine politico al di sopra della violenza che lo ha generato ci
vuole l’ancoraggio a un principio sentito come "superiore" e di cui quell'ordine possa
rappresentarsi come pura espressione. Questa aspirazione a radicarsi in un principio più alto
tradisce la fragilità intrinseca di qualunque relazione di potere. È l'ammonimento di Rousseau che
"il più forte non è mai abbastanza forte per essere sempre il padrone, a meno che non trasformi la
sua forza in diritto e 'obbedienza in dovere" (sul piano filosofico). Sul piano sociologico, la stessa
vulnerabilità è alla base di ciò che Gaetano Mosca esprime con il concetto di "formula politica", a
partire dal riconoscimento che "ogni classe governante tende a giustificare il suo potere
appoggiandolo a un principio morale di ordine generale". Questo è un altro dei contrasti della GC:
per la stessa ragione per la quale è un luogo di contaminazioni, è anche un luogo di sacralizzazioni.
Perché 'Acheronte della guerra originaria possa essere riseppellito, la dissoluzione e il
travalicamento di tutte le distinzioni devono poter essere contrastati attraverso l'erezione di
separazione solenni (es. targhe commemorative), la pronuncia di un giuramento irrevocabile o la
costruzione di una Memoria intangibile. È lo scarto che separa la semplice legalità dall'attribuzione
di legittimità: l'ordine politico scaturito dalla GC viene elevato al di sopra del flusso normale delle
cose e sottratto al potere di disposizione degli individui e dei gruppi. È lo stesso motivo che ricorre
in tutti i principali interpreti del concetto di legittimità dell'epoca della Restaurazione e dell'ultimo
secolo. Il potere legittimo, scrive Ortega y Gasset, è "la forza consacrata da un principio"; "l'anello
di congiunzione tra ethos e kratos", aggiunge Friedrich Meinecke, cioè tra l'agire secondo una
responsabilità morale e l'agire secondo l'istinto di potenza.
Weber arriva a definire la legittimità del potere (intesa come la possibilità che esso sia ritenuto
tale in una misura rilevante e che da ciò derivi una corrispondente azione pratica) come una "fede-
la credenza nel 'prestigio' di colui o di coloro che detengono il potere". L'attribuzione della
legittimità intrattiene una relazione di opposizione e di specularità con il conflitto politico
originario. In primo luogo, essa gli oppone un'impresa solenne di velamento: il rapporto tra
legittimità e velamento, e il rapporto tra s-velamento e GC.
Se l'attribuzione di legittimità coincide con un'affermazione di indisponibilità, questa affermazione
richiede il silenzio o il segreto o la perdita della memoria sull'origine. A propria volta, questa opera
di velamento trascina con sé un'analoga manipolazione del tempo. Infatti il secondo punto è: la
legittimità aspira a fermare il tempo, o sulla base della finzione che "ciò che è che sembra sempre
sia stato", "ciò che è che sempre sarà". In un caso o nell'altro, come dice Habermas, la
legittimazione di ordinamenti di potere e norme di base svolge una funzione di attribuzione di
senso e stabilizzazione del mondo; il suo obiettivo consiste nell'evitare il caos, affermando
solennemente che la violenza ha esaurito tutte le sue possibili consiste nell'evitare il caos,
affermando solennemente che la violenza ha esaurito tutte le sue possibili giustificazioni nel
momento in cui ha dato origine all'ordine politico esistente. È proprio questo il passo decisivo:
come ogni atto di sacralizzazione, anche l'attribuzione della legittimità equivale a una dichiarazione
di indisponibilità. "Potere legittimo" non significa potere consentito; la legittimità opera come un
freno, almeno in quanto fissa una soglia oltre la quale neppure il consenso di può spingere. Joseph
de Maistre: "La legge non è propriamente legge e non possiede un'autentica sanzione se non la si
suppone emanata da una volontà superiore: così come il suo carattere essenziale è di non essere la
volontà di tutti". Questa polarità fra legittimità e consenso non scompare nel contesto di una
cultura secolarizzata e di un ordine democratico. Anche al loro interno, alcuni principi e norme
fondamentali sono sottratti dalla volontà di tutti: dai diritti umani a certe norme dello Stato di
diritto, fino alla Costituzione e alla stabilità dell'ordine politico.
Qui 'innalzamento dell'ordine politico sopra il disordine originario raggiunge il punto culminante,
anche se questa pretesa non è sufficiente a chiudere la questione alla lunga.

3. La guerra civile dopo la guerra civile. La produttività politica del pericolo

Anche una volta che è istituito l'ordine politico-giuridico non cessa mai, come scrive Schmitt, di
restare esposto al pericolo del politico. È la dimensione negativa e perturbante della persistenza
della GC nell'ordine successivo. Per quanto l'ordine si sforzi di elevarsi al di sopra della violenza
originaria e di integrarla (trasformandola in forza legittima al servizio dello Stato), questa rimane
sempre qualcosa di non pienamente integrabile.

3.1  Sillani, terroristes, anarchici e fascisti. Il pericolo della guerra civile nelle pratiche
della sorveglianza e dell'emergenza

La GC non permane solo come negazione dell'ordine, Accanto a ciò, essa possiede una non meno
invadente produttività politica, che si esprime in termini di pericolo che puntella l'ordine. La sua
espressione più caratteristica è la dichiarazione dello "stato d'eccezione" o "d'emergenza", di cui la
guerra è il caso di applicazione per antonomasia. Questa eccezione ha diverse possibili gradazioni.
Al livello più basso, può comportare l'introduzione di deroghe più o meno significative ad alcuni
diritti (es. anni '70 Italia: contro la diffusione della violenza politica e terroristica vennero
introdotte misure quali il fermo preventivo di 48 ore e 'allungamento dei tempi di carcerazione
preventiva). In una versione più radicale, può alterare l'equilibrio costituzionale fra i poteri dello
Stato, in virtù dell'espansione dei poteri dell'esecutivo attraverso l'impiego di decreti aventi forza
di legge, fino all'assunzione dei pieni poteri, cioè del cumulo di poteri legislativi ed esecutivi in
mano ad un organo. Infine, lo stato d'eccezione può comportare la sospensione delle norme
previste dal diritto consuetudinario, dal diritto positivo o dalla Costituzione, in nome di " poteri di
necessità”, “sicurezza pubblica", "bene comune", "interesse nazionale".
Attraverso la decretazione d'emergenza, il disordine e l'eccezione restano, all'interno dell'ordine,
come potenzialità sempre presenti, come significato ultimo del potere sovrano: il potere di
annullare la legge vigente per "salvare lo Stato". Quello che nello stato di eccezione si esaurisce
in una decisione, può tradursi anche al di fuori del "caso estremo" nella diffusione di pratiche di
routine di sorveglianza, dirette a colpire in anticipo qualunque possibile minaccia alla pace e alla
stabilità interna e internazionale. Lungo questo crinale, la GC diventa qualcosa di più di una forza
che minaccia il potere stabilito dall'esterno; diventa ciò che lo ossessiona, ma non nel senso della
paura ma nel senso che la GC arriva ad abitare e investire il potere da ogni parte. Ne vediamo i
segni proprio in questa sorveglianza, questa minaccia, in tutti gli strumenti di coercizione che il
potere detiene per esercitarla; all'interno del linguaggio, nell'uso metaforico di espressioni che
evocano la guerra civile pur senza poterla definire (es. estremismo, odio radicalizzazione: parole la
cui funzione politica è quella di legittimare misure preventive di ogni tipo); segni altrettanto precisi
di questo nesso tra evocazione della GC e pratiche della sorveglianza sono presenti nell'uso ancora
più frequente di designazioni proprie della GC più recente: sillano, terroristes, anarchici. Non può
stupire che anche la crisi attuale dell'ordine liberale si stia trascinando dietro uni reviviscenza della
retorica e della memoria della GC tra fascismo e antifascismo - con l'obiettivo screditare gli
avversari e di risacralizzare l'ordine esistente, sottraendolo dal pericolo di essere rimesso in
discussione dalle fondamenta. Questo uso conservatore dell'ultima GC quale strumento per
prevenire altri possibili e futuri conflitti civili si combina con cerimonie di rinnovo della fondazione
originaria: dalle grandi liturgie collettive alla ripresa del patrimonio simbolico delle origini, fino alla
riapertura di "processi tardivi" diretti a tenere vivo lo spettro del "nemico interno" e, con esso, la
disponibilità alla mobilitazione collettiva in difesa dell'ordine vigente.

3.2  Il pericolo della guerra civile nella concessione dei diritti

Ultima forma di produttività politica della GC: non più al servizio dei difensori dell'ordine esistente
ma di coloro che da quell'ordine sono esclusi o marginalizzati ; non a sostegno dello status quo ma
come argomento in favore di una sua trasformazione. Prevenire il pericolo della GC, infatti, non
porta necessariamente a rafforzare le pratiche della sorveglianza o dell'emergenza, ma può
suggerire invece di fare concessioni per "salvare la pace" interna. È la regola di prudenza che
compare già nel primo trattato di poliorcetica della storia europea di Enea Tattico: per evitare
che la città cada vittima di qualche tradimento interno, occorre spingere il più possibile verso la
concordia, con una serie di misure quali, dapprima, la riduzione o la cancellazione totale degli
interessi sui debiti contratti. Questa pratica si ripete costantemente nelle città greche nei casi
d'emergenza, anche a Gerusalemme nell'epoca giudaica. La stessa dialettica è riconoscibile anche
nella storia degli ultimi 200 anni; stagione di distribuzione di diritti sociali di fine '800 ecc. Qui la
GC, persino quando non è apparentata alla rivoluzione, si scopre FONTE DI DIRITTI: in primis di
diritti o almeno di quei diritti che non è possibile strappare senza minacciare o ricorrere all'impiego
della violenza; persino un equilibrio di poteri, che emana dalla stasi di due schieramenti già pronti
alla battaglia.

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