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Chi viene in Sardegna ha la straordinaria possibilit di fare un viaggio particolarissimo, ricco di sorprese e di suggestione. E' un viaggio attraverso il tempo, dentro l'anima e l'origine misteriosa di un popolo semplice, eppure cos ricco di creativit e di fantasia. E' un viaggio alla scoperta degli antichi modi di vestire, alla ricerca dei mille segreti nascosti negli antichi costumi tradizionali. Ce ne sono un'infinit, diversissimi tra loro. Nessun'altra regione italiana ne ha un numero uguale. In Sardegna praticamente ogni paese ha i suoi costumi e li difende con orgoglio, perch l'antico modo di vestire nasconde l'identit stessa di ciascun paese, rappresenta la testimonianza vivente della sua cultura e del modo di intendere il divertimento, il lavoro, il dolore.

L'abito, nei tempi passati, sottolineava i diversi momenti del ciclo della vita: semplice nella vita quotidiana, sfarzoso nei giorni della festa, sobrio e composto nei momenti del lutto. Per questa ragione ogni paese geloso del suo abito tradizionale e ne conserva con cura la memoria storica. E' cos ancora oggi in ciascuno dei 370 comuni esistenti nell'Isola. Naturalmente quasi nessuno indossa pi gli antichi costumi nella vita quotidiana, anche se ci sono molti centri dell'interno nei quali le donne e qualche vecchio continuano a vestire gli abiti della tradizione.

Perci il turista che capitasse in un giorno qualunque a Busachi, in provincia di Oristano, oppure a Desulo, Tonara ed Orgosolo, in provincia di Nuoro, troverebbe ancora molte persone anziane vestite come duecento anni fa. Da questo punto di vista il tempo sembra proprio essersi fermato.

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A parte queste eccezioni, per, la circostanza in cui il costume viene tirato fuori dagli armadi e indossato con fierezza da vecchi e giovani, la festa popolare. Ogni paese ne ha una tutta sua, generalmente quella dedicata al santo patrono. Impossibile farne l'elenco. Queste feste si svolgono perlopi in estate, in coincidenza con il periodo del raccolto. In una societ povera come quella sarda, che viveva soprattutto di pastorizia e di agricoltura, infatti, l'occasione pi attesa per far festa era proprio quella in cui la terra dava finalmente i suoi frutti, offrendo cos a tutti qualche giorno di abbondanza.

Un altro periodo propizio alla festa era quello del mese di settembre, quando incominciava l'anno agrario ed i contadini affidavano ai campi le speranze per un futuro di benessere. Allora, in campagna, si svolgevano i riti propiziatori. La gente celebrava l'inizio di un nuovo anno di lavoro ed invocava l'aiuto e la protezione della divinit affinch concedesse agli uomini gli elementi indispensabili alla vita: il sole e l'acqua. Tutto questo, in buona parte, ancora accade, soprattutto nei piccoli centri ed in occasione della festa del santo protettore. In questo giorno, molti indossano i costumi tradizionali per andare in chiesa, partecipare alle processioni religiose o ritrovarsi in piazza per dare vita ai balli.

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Vi sono poi in Sardegna almeno tre grandi occasioni in cui possibile ammirare, tutti insieme, i costumi dei paesi delle quattro province: il primo maggio a Cagliari, per la Sagra di Sant'Efisio; la terza domenica di maggio a Sassari, per la Cavalcata Sarda, e l'ultima domenica di agosto a Nuoro, in occasione della Sagra del Redentore. Senza far torto a nessuno, crediamo di poter dire che la festa pi importante quella che si svolge a Cagliari il 1 maggio: perch intitolata al Patrono della Sardegna, perch la pi antica e perch rappresenta la pi imponente sfilata di costumi tradizionali esistente al mondo. Lo spettacolo di colori, di tessuti, di manufatti artigianali, di gioielli antichi e di modi di vestire offerti dalla grande sfilata di Sant'Efisio veramente incredibile. Per rendere onore al santo, che fu decapitato nel 303 dopo Cristo e che i sardi venerano perch, nel 1657, li liber da una terribile pestilenza, ogni anno arrivano da tutte le parti dell'Isola migliaia di uomini, donne e bambini: tutti vestiti in costume tradizionale.

Molti vengono a cavallo, altri su carri addobbati a festa e trainati dai buoi. Sono almeno 5.000 le persone che il 1 maggio passano per le vie della citt, dando vita ad uno straordinario dfil che mostra non solo i diversi modi di vestire della Sardegna pi antica, ma anche gli elementi pi preziosi che adornano i costumi: trine, merletti, pizzi, decorazioni, ricami. Tutti fatti a mano, pazientemente, utilizzando un' arte sapiente e difficile tramandata attraverso i secoli da madre in figlia.

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Spesso il fazzoletto o lo scialle che ricopre le spalle delle donne il risultato di un lavoro di anni ed , anche questa, una viva testimonianza di un' arte antica. Un'arte che la moderna tecnologia va piano piano sostituendo e che perci rischia di scomparire. Fortunatamente i suoi frutti possono ancora essere ammirati alla Sagra di Sant' Efisio, alla Cavalcata di Sassari, alla Festa del Redentore di Nuoro, ed in altre circostanze come ad esempio durante il sontuoso "Matrimonio Selargino" che si svolge ogni anno nel mese di settembre a Selargius, paese contiguo a Cagliari. In queste occasioni possibile osservare costumi autentici indossati cento e pi anni fa nelle feste popolari.

I nipoti degli antichi possessori li hanno custoditi con grande devozione ed ora li indossano con fierezza nelle occasioni pi importanti: per sentire l'orgoglio di portare gli abiti che furono dei propri avi e per offrire la testimonianza di un'arte che utilizzava, oltre all'abilit delle mani, una tecnica di fabbricazione antichissima e misteriosa. Tanto tempo fa, ad esempio, i tessuti venivano colorati usando erbe naturali ed applicando formule di trattamento che ognuno creava da s e teneva gelosamente segrete, confidandole poi ad un componente della famiglia e cos di generazione in generazione. Il nostro viaggio attraverso i segreti di questi abiti riserva ancora molte sorprese. L'osservatore pi curioso infatti potrebbe divertirsi a notare le differenze esistenti tra i costumi che vengono dalla montagna e quelli che arrivano dai paesi vicini al mare; potrebbe tentare di distinguere, tra le migliaia di abiti femminili, quelli che venivano messi il giorno delle nozze e quelli che, invece, venivano indossati dalle vedove; potrebbe cercare di capire se un certo costume apparteneva ad una persona benestante oppure ad una di modesta condizione sociale.

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Non sempre la distinzione facile. Ad esempio, sbagliato ritenere che la vedova vestisse sempre di nero. In qualche paese, infatti, la donna che perdeva il marito indossava un busto di broccato verde e oro. La differenza poi tra donne povere e donne ricche, un tempo si notava facilmente perch le signore di ceto abbiente vestivano con abiti di colore rosso scuro, mentre le donne pi povere dovevano accontentarsi di vesti di orbace grigio non tinto. La differente condizione sociale era rimarcata anche dalla qualit dei bottoni che ornavano il gilet: d'oro se appartenevano a persona facoltosa, d'argento se si trattava di persona del ceto medio e di metallo non prezioso se il giubbetto era indossato da persona di umile condizione sociale. In alcune zone dell'isola le donne portavano alle dita fino a sette anelli, ma quelle pi povere non potevano indossarne pi di tre.

Le donne ricche, inoltre, potevano fregiarsi di un rosario tutto d'oro e con i grani fatti di rubini. Altre differenze importanti riguardavano il diverso uso cui erano destinati i costumi: alcuni erano abiti da lavoro e perci dovevano essere molto pratici, facili da indossare e dotati di grandi tasche; altri venivano utilizzati in circostanze pi importanti ed allora erano pi eleganti, tagliati in maniera da valorizzare le forme del corpo e dare risalto alla bellezza del viso. Le donne, a volte, complicavano le cose perch arrivavano a mettere in testa anche cinque fazzoletti di colore diverso e ad indossare sette gonne: una sull'altra. Agli uomini, invece, bastava poco per trasformare l'abito da lavoro in abito della festa.

Era sufficiente aggiungere un bordo di velluto sul colletto ed un ornamento al berretto ed ai calzari per assumere un aspetto pi elegante. Per le donne, come si detto, il discorso era pi complesso, perch bisognava fare i conti con una certa civetteria che, anche in tempi molto lontani, sembrava caratterizzare il comportamento delle donne sarde. C', ad esempio, un piccolo capo di vestiario femminile che ha una storia un p "pettegola". Una storia che, centocinquant'anni fa, scaten una vera e propria guerra tra popolani, parroci ed autorevoli personaggi dell'epoca. Il capo in questione si chiama "parapettu" e, come facile intuire, si tratta di un velo che serve a nascondere le nudit del seno.

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Anticamente, infatti, sembra che le donne sarde non si facessero pregare troppo quando si trattava di mostrare le rotondit del petto. Forse in questo atteggiamento, come sostengono molti storici, non c'era malizia ma soltanto la necessit di rassodare quella parte del corpo che, dovendo provvedere all'allattamento, era ritenuta di fondamentale importanza nell'economia domestica, soprattutto se in casa c'erano bambini da crescere. Proprio per questa ragione, in passato, le balie sarde erano tenute in grande considerazione.

Comunque stessero le cose, questa abitudine di ostentare il seno non piaceva ai gesuiti che, nel 1825, decisero di mettere un freno ad una forma di esibizione che, a loro modo di vedere, rappresentava una tentazione troppo esplicita e, di conseguenza, una istigazione al peccato. Perci, con l'aiuto di alcuni parroci bigotti, i padri gesuiti imposero alle popolane di coprire il seno con un apposito indumento. Nacque cos "su parapettu". Gesuiti e parroci, per, cantarono vittoria troppo presto, non avendo fatto i conti con la furbizia delle donne che obbedirono soltanto in apparenza. Infatti inventarono un parapetto mobile che, con l'ondeggiare del corpo, si spostava lateralmente lasciando vedere molto di pi di quanto si potesse ammirare in precedenza. D'altronde sembra che le donne sarde d'allora avessero un'abilit particolare nell'ostentare le proprie virt fisiche e che sapessero valorizzare adeguatamente il proprio sexappeal. Uno dei modi era quello di distribuire sapientemente sul corpo i meravigliosi gioielli che fanno parte del corredo di ogni costume.

Quelle qui raffigurate, come curiosit e divagazione sul tema "Costumi di Sardegna", sono delle cartoline degli anni '30 riproducenti due tempere del disegnatore Tarquinio Sini (1891 - 1943). Sassarese di nascita e cagliaritano d'adozione, Tarquinio Sini, vignettista umoristico, caricaturista, cartellonista e grafico, realizza nel 1927 una serie di 25 tempere intitolate "I Contrasti", poi riprodotte in cartolina, nelle quali ironizza sul contrasto tra le austere tradizioni sarde e le disinibitte usanze moderne. In queste due tempere "La toilette della padrona" e "Le gambine nude" si pu cogliere facilmente non solo il contrasto nell'abbigliamento, ma anche lo

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stupore e la perplessit della ragazza in costume di fronte all'abbigliamento "moderno".

Sono oggetti in oro, argento, filigrana finissima che, nelle forme rotonde o allungate, contengono spesso sottintesi di tipo sessuale. Cos avviene ad esempio, per i bottoni di forma mammellare, per i campanellini, per i pendenti. Le tecniche di realizzazione sono arcaiche e si ricollegano al sottile significato magico di antichi rituali che richiamano la vita, la fertilit e l'amore. Certo che la grande variet di monili, reliquari, medaglioni, anelli, spille, braccialetti e collane, rappresentano uno spettacolo nello spettacolo, una rassegna straordinaria di arte orafa che conferisce alle donne fascino particolare.

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Lo scrittore Paolo Orano annotava: "le donne nuoresi hanno l'incedere delle Messaline", mentre un altro storico che visit a lungo la Sardegna, il Valery, nel 1836 scrisse "le contadine romane e napoletane, cos decantate, non sono affatto degne di essere le cameriere delle giovinette della Sardegna per la ricchezza e la variet degli ornamenti". Giudizi sicuramente un po' troppo generosi ma che testimoniano una cosa molto importante: il costume femminile dell'800 si era evoluto notevolmente rispetto a quello, molto pi castigato, che veniva indossato nei secoli precedenti, quando, secondo alcuni studiosi, l'abito delle donne sarde era identico a quello indossato da Briseide, la virtuosa e fedele schiava del mitico eroe greco Achille.

COSTUMI DI TEMPIO - REGNO DI SARDEGNA Incisione in rame (cm 29x21) di Bartolomeo Pinelli - 1828 (Bartolomeo Pinelli - Raccolta di costumi italiani i pi interessanti... Roma 1828 - 50 tavole senza testo)

L'incisione qui riprodotta di particolare interesse in quanto una delle due tavole dedicate alle Sardegna da uno degli artisti pi famosi dell'800, in una delle sue prime "Raccolte di costumi italiani". Riveste un interesse ancora maggiore se si considera che una delle prime incisioni riguardanti la Sardegna eseguite nel secolo XIX.

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