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Stato amorfo

Caratterizzato da assenza di ordine a lunga distanza. Anche nel caso di sostanze a bassa massa molecolare, si
può osservare che liquidi raffreddati bruscamente, danno luogo a formazione di vetri (solidi con assenza di
ordine). Il fenomeno è in genere associato alla presenza di liquidi ad alta viscosità. Lo stato amorfo
gommoso esiste solo per i materiali macromolecolari ed è associato alla formazione di aggrovigliamenti. La
temperatura ti transizione vetrosa è associata a variazioni del modulo elastico di rigidità di vari ordini di
grandezza. La Tg rappresenta la temperatura al di sotto della quale sono congelati i movimenti di contorsione
e rotazione di segmenti di molecole di circa 40-50 atomi, oltre ai movimenti traslazionali dell'intera
molecola, e c'è energia solo per le vibrazioni degli atomi intorno alle posizioni di equilibrio. La temperatura
di transizione vetrosa di un polimero dipende da ogni parametro che possa influire sulla mobilità di catena
(gruppi sostituenti sulla catena principale, presenza di doppi legami nella catena principale) o sul volume
libero (massa molecolare media). La temperatura di transizione vetrosa segna il confine tra lo stato amorfo
vetroso e lo stato amorfo gommoso, liquido molto rigido e caratterizzato da elevata viscosità. La transizione
vetrosa non è una transizione termodinamica, bensì cinetica, alla quale non corrisponde alcun cambiamento
nella disposizione degli atomi/molecole nello spazio, come invece avviene nel passaggio di stato da solido
cristallino a liquido. Mentre le sostanze vetrose inorganiche o minerali, come la silice, possiedono un
determinato valore di Tg, i polimeri termoplastici possono possedere una ulteriore Tg a valore di temperatura
inferiore e al disotto della quale diventano rigidi e fragili assumendo facile tendenza a frantumarsi. Inoltre a
valori di temperatura maggiori di Tg tali polimeri possiedono elasticità e capacità di subire deformazioni
plastiche senza andare incontro a fratture, caratteristica questa che viene sfruttata in ambito tecnologico.
I valori di transizione vetrosa ai quali si fa comunemente riferimento sono in realtà dei valori medi,
dipendendo questa grandezza dal gradiente di temperatura con il quale viene effettuato il raffreddamento e
per i polimeri anche dalla distribuzione dei pesi molecolari medi, e dal grado di cristallinità. Inoltre la
eventuale presenza di additivi è anch'essa in grado di influenzare la Tg. Comuni metodiche utilizzate per la
determinazione della temperatura di transizione vetrosa sono la calorimetria differenziale a scansione (DSC)
e l'analisi meccanica dinamica (DMA). I polimeri amorfi hanno solo la Tg, i polimeri semicristallini hanno
sia la Tg che Tm con Tg<Tm. Esiste un intervallo di temperatura in cui la fase amorfa è flessibile e la fase
cristallina rigida. I parametri che influenzano la Tg sono la natura chimica del polimero (flessibilità,
interazioni intermolecolari, simmetria, costituzione e composizione), la massa molecolare, la presenza di
reticolazioni, la fase cristallina, la presenza di additivi. Lo stato amorfo vetroso (al di sotto della Tg), stato
amorfo gommoso (al di sopra della Tg). Lo stato amorfo reticolato ha basso grado di reticolazioni in polimeri
gommosi. Alto grado di reticolazione (con scomparsa di Tg, stato termoindurente).

Stato semicristallino
A causa della struttura dei polimeri esiste sempre una frazione significativa di fase amorfa nei materiali
semicristallini. I pezzi di una stessa macromolecola attraversano molte celle elementari, possono far parte di
cristalli differenti. Per motivi cinetici i materiali polimerici danno luogo a cristalli molto piccoli. Meyer e
Mark stabilirono il principio che una molecola non deve essere confinata in una cella elementare ma può
attraversarne molte nella direzione dell’asse della catena. Le morfologie più comuni nei polimeri
semicristallini sono: lamellare, sferulitica, fibrillare, Shish-kebab. In quello lamellare si ottengono per
cristallizzazioni da soluzioni diluite, costituito da ripiegamenti adiacenti e regolari. Hanno uno spessore di
poche decine di nm. I difetti presenti possono riguardare il ripiegamento adiacente e non regolare o il
ripiegamento non adiacente. La morfologia sferulitica è quella più comunemente ottenuta per
cristallizzazione dal fuso o da soluzioni concatenate. Sono disposti radialmente e ramificati. Quella fibrillare
è caratterizzata da fibrilli stirati, aventi morfologia microporosa e disorientate. Sono formate da fibrille
cristalline parallele tenute insieme e rese flessibili dalla fase amorfa. La morfologia shish-kebab è una
morfologia costituita da fibrille più lamelle, ottenute in genere per cristallizzazioni da fusi sotto
deformazione.
Stato cristallino
Un polimero regolare dal punto di vista della costituzione e dalla configurazione è in grado di dare luogo a
regolarità conformazionale. Le conformazioni delle macromolecole nello stato cristallino sono
principalmente determinate da interazioni intramolecolari. Materiali cristallini danno luogo a fenomeni di
diffrazione dei raggi X che consentono l’individuazione e la determinazione strutturale. Per la
cristallizzazione delle molecole è necessaria la ripetizione di unità identiche lungo l’asse di catena. In
particolare per pezzi di catena lunghi sono necessari regolarità di costituzione e regolarità di configurazione.
Le irregolarità possono riguardare copolimerizzazioni statistiche di monomeri differenti, polietilene e
polipropilene, copolimeri etilene/propilene amorfi; differenti unità costituzionali corrispondenti ad uno stesso
monomero, una stessa unità costituzionale ma concatenamento irregolare. Un polimero regolare può essere
irregolare nella configurazione cioè nella disposizione dei legami nello spazio. Se nell’unità costituzionale è
presente un doppio legame si possono avere polimeri stereoirregolari che contengono unità cis o trans.

Tecniche infrarosse polimeri


Il confronto dello spettro con banche dati disponibili nello strumento permette di determinare il tipo di
polimero, evidenziare reazioni di polimeri, ad esempio funzionalizzazioni o reazioni di termoindurenti. Sulla
base delle intensità dei picchi cristallini è possibile valutare dei gradi di cristallinità. Studi sofisticati
consentono di determinare i modi vibrazionali associati a ciascun picco. È possibile anche osservare la
cristallizzazione di polimeri amorfi mediante IR a seguito di trattamenti con opportuni solventi. In alcuni
spettri NMR come quello del polietilene è possibile osservare il rapporto tra ramificazioni lunghe e butiliche.
Gli NMR sono utili anche nell’osservare anche il tipo di struttura dei copolimeri a blocchi, alternati ecc, la
tatticità delle macromolecole, inserzioni irregolari.

Viscosimetria in soluzione diluita


I polimeri agiscono in un certo modo quando vengono sciolti in un solvente. Rendono la soluzione viscosa. I
polimeri vengono utilizzati come addensanti in prodotti come shampoo e persino nei gelati. Questo effetto
addensante può essere utilizzato per stimare il peso molecolare di un polimero. Prima di tutto i polimeri si
muovono molto lentamente. Quando sciogliamo un polimero in un solvente il loro moto molto lento rende
l'intera soluzione molto più viscosa. Quando un polimero ha un peso molecolare maggiore, ha un maggiore
volume idrodinamico, ovvero il volume che il polimero avvolto a spirale acquista nella soluzione. Essendo
più grande la molecola del polimero può bloccare maggiormente il movimento delle molecole di solvente.
Per la maggior parte dei polimeri esiste una relazione ben definita tra il peso molecolare e la viscosità.
Misurando la viscosità otterremo il peso molecolare. La viscosità di una soluzione polimerica si misura in
modo semplice. Si prende un tubo con una strana forma e si misura quanto tempo è necessario ad un volume
fisso di soluzione per passare nel tubo. Lasciamo fluire la soluzione polimerica in un tubo come questo e
registriamo il tempo che impiega il livello del fluido per passare dalla linea “a” alla linea “b”. il metodo può
essere applicato con costi bassi in ogni laboratorio, può essere automatizzato. Il metodo è relativo e non
assoluto e richiede operazioni di taratura per la determinazione delle costanti K (Mark-Houwink).

Cromatrografia SEC
La separazione è basata sulle dimensioni molecolari in soluzione. La soluzione polimerica viene fatta fluire
attraverso una colonna riempita con piccole particelle porose.Nnella GPC la distribuzione tra fasi stazionaria
e mobile è determinata da differenze entropiche anziché entalpiche. Le particelle i cui volumi idrodinamici
sono più grandi delle dimensioni dei pori attraversano la colonna più rapidamente, negli interstizi tra i grani.
Più piccole sono le particelle e più tempo spendono nei pori ed il loro passaggio attraverso la colonna è
ritardato. Si usano di solito come rivelatori dei rifrattometri differenziali. Picchi positivi o negativi
dipendono dall’essere l’indice di rifrazione del soluto maggiore o minore di quello del solvente.
Cromatografia GPC
La cromatografia a permeazione di gel (GPC) è una tecnica di separazione fisica utilizzata per l'analisi di
materiali polimerici ad alto peso molecolare. I gel utilizzati oggi per l'impaccamento delle colonne lavorano
con il principio del "setaccio molecolare": il soluto che passa attraverso la colonna subisce un rallentamento
proporzionale alle dimensioni delle particelle e alle dimensioni dei pori. Poiché non vi è alcun tipo di legame
chimico tra soluto e gel, l'ordine dei picchi in uscita andrà dalle molecole a peso molecolare maggiore a
quelle di peso inferiore, le quali - percorrendo i percorsi creati dalla porosità del gel - impiegheranno un
tempo maggiore a percorre la colonna. Il metodo di analisi dei campioni si basa sulla creazione di curve di
taratura attraverso standard di polimeri a peso noto e su una successiva analisi per confronto. Un parametro
molto importante da tenere sempre presente è il volume utile del percorso: esso rappresenta la frazione di
volume di gel contenuto nella colonna che è effettivamente raggiungibile dal solvente e in seguito dal soluto.

Tecnica Maldi
La tecnica MALDI è normalmente condotta sotto vuoto ma è possibile anche lavorare a pressione ambiente
perdendo però sensibilità e restringendo l'intervallo di rivelabilità. La tecnica MALDI è indicata per l'analisi
di composti termolabili e ad alto peso molecolare, ad esempio alcune classi di molecole di origine biologica
(biopolimeri quali proteine, peptidi e zuccheri). La tecnica consiste nell'assorbire il campione su di una
matrice, che può essere realizzata in vari materiali, specialmente organici e una volta portata in soluzione
viene successivamente bombardata con un fascio laser (spesso un laser ad azoto). La matrice deve possedere
determinate caratteristiche chimico-fisiche, tra le quali: deve essere facilmente evaporabile, deve avere un
certo carattere acido, possedere un forte assorbimento ottico nella regione deve infine possedere gruppi
polari ed essere idrosolubile. Grazie al fenomeno del desorbimento, il campione viene rilasciato in forma
"clusterizzata", ovvero complessato con la matrice. La matrice smorza gli effetti del fascio laser assicurando
un'adeguata protezione all'analita che viene ionizzato. Vengono così ottenuti ioni quasi molecolari
generalmente a singola carica, come quelli creati dall'acquisizione o dalla perdita di un protone. Molto
spesso la tecnica MALDI viene abbinata a spettrometri dotati di analizzatore a tempo di volo.

Calorimetria a scansione differenziale


La calorimetria differenziale a scansione, nota anche con la sigla DSC è l’insieme all'analisi termica
differenziale (DTA. Il principio di base di queste tecnica consiste nel ricavare informazioni sul materiale
riscaldandolo o raffreddandolo in maniera controllata. In particolare il DSC si basa sulla misura della
differenza di flusso termico tra il campione in esame e uno di riferimento mentre i due sono vincolati a una
temperatura variabile definita da un programma prestabilito. La misura differenziale del sistema è
estremamente importante sia dal lato teorico che dal lato pratico. Nell'industria farmaceutica l'analisi termica
è utilizzata per stimare la purezza di un materiale, oltre che la sua stabilità e la presenza di polimorfismi. La
variazione di flusso di calore fornito dalla capsulina è proporzionale alla variazione di calore specifico che si
ha nel passaggio dalla fase amorfa vetrosa a quella gommosa.

Termogravimetria
Il termogravimetro è un particolare strumento che misura la variazione di peso di un materiale, quando
esso viene riscaldato, in conseguenza delle eventuali decomposizioni che esso subisce in seguito a sviluppo
di prodotti gassosi. La termogravimetria è una tecnica di analisi termica largamente impiegata nel caso dei
materiali polimerici. È una tecnica classica che consente un’analisi termica quantitativa di un campione,
senza però identificare la natura dei componenti, ma solo misurando quanto peso viene perso dal campione
ad una certa temperatura. Da questa analisi si ottengono dei grafici (massa in funzione della temperatura)
detti curve termogravimetriche. La strumentazione è concettualmente semplice, in sostanza è una bilancia di
estrema precisione in cui il campione viene riscaldato progressivamente dalla temperatura ambiente fino ad
oltre 1000 °C con rampe di salita in temperatura programmabili. Componenti:
-Bilancia analitica sensibile (di portata compresa tra 5 e 20mg)
-Fornace (temperatura dai 25 ai 1500 °C)
-Sistema di gas di spurgo che assicura un’atmosfera inerte e la diffusione del calore in ogni punto
-Elaboratore per il controllo dello strumento, l’acquisizione e la visualizzazione dei dati

Misure di densità
La densità del campione si misura mediante misure di flottazione. Si utilizzano due liquidi immiscibili tra di
loro e che non sciolgano o degradano il polimero. Si pesa un volume della miscela utilizzando un
picnometro. La fase amorfa è completamente disordinata quella cristallina ordinata. Devono essere note oltre
alla densità, anche la densità della fase amorfa e quella cristallina ricavate sperimentalmente. Attraverso la
diffrazione a raggi X è possibile rilevare se il polimero è amorfo o semicristallino, e in quale forma esso è
presente, in base ai picchi.

Compositi
Sono formati di solito da due componenti: la matrice che di solito è termoindurente e può essere resina
fenolica, poliestere, epossidica o anche termoplastica. Dalla carica o rinforzo, meno costosa e migliora la
rigidità e la resistenza; spesso si tratta di fibre di vetro, Kevlar, fibra di carbonio o polietilene. Le fibre nei
compositi possono essere disposte secondo la loro anisotropia e in relazione alle loro proprietà meccaniche
che danno maggiore resistenza e rigidità nella direzione dello stiro. Le fibre tessute rendono il composito
resistente in più direzioni. In alternativa, per avere manufatti quasi isotropi le fibre vengono disposte in modo
disordinato. Un nanocomposito è un materiale solido multifase dove una delle fasi ha una, due o tre
dimensioni minori di 100 nanometri (nm). Esempi utilizzati sono quelli in cui la carica sia un materiale
cristallino a strati, soprattutto le argille naturali e sintetiche (montmorillonite). Essa è un argilla cationica. Gli
strati sono carichi negativamente. Le cariche negative sono bilanciate da ioni positivi interstrato. Esempio di
argilla anionica, l’idrocalcite. L’avvenuta intercalazione è facilmente rilevabile attraverso raggi X sulla base
degli angoli di diffrazione relativi alla distanza tra gli stati strutturali dell’argilla. A seconda degli angoli di
diffrazione avremo la montmorillonite non intercalata e intercalata. Questa distanza è determinata tramite la
legge di Bragg. I polimeri sono caratterizzati da bassa rigidità e resistenza rispetto ai materiali metallici. La
progettazione di una forma in grado di migliorare la rigidità e la resistenza si fa mediante nervature o altri
particolari design. La resina epossidica con inglobate fibre di Kevlar e fibre di carbonio ha notevoli vantaggi,
costo economico, resistente alla corrosione, leggero, migliore resistenza e tenacità sottoposto a pesi. Per
applicazioni meno sofisticate si usano resine poliestere e utilizzo di fibre di vetro. Attraverso l’uso di
injection moulding si ottengono oggetti geometricamente complessi, si utilizza una matrice polimerica di
nylon 6,6 rinforzata con fibre di carbonio. Problemi collegati posso riguardare la lunghezza e la flessibilità
della parte laterale dei pneumatici. Le gomme non hanno una resistenza meccanica all’invecchiamento e
quindi si rinforzano su più livelli: a livello microscopico con particelle di carbone, a livello macroscopico
fibre poliestere o metalliche. I rinforzanti devono avere delle caratteristiche specifiche: maggiore rigidità,
mantenimento delle qualità della matrice, bassi costi. Il parametro che caratterizza l’efficacia del rinforzo è il
rapporto superficie/volume che deve essere il più alto possibile. Vantaggi dei materiali termoindurenti come
le resine epossidiche hanno bassa viscosità, costo economico ed elevati punti di rammollimento del materiale
finale. I poliesteri termoindurenti sono versatili, hanno un basso costo. Il rinforzo fibroso mantiene le fibre in
un fascio, protegge dai danni ambientali, lega chimicamente la fibra alla matrice nel prodotto finito. Le fibre
di vetro non devono avere cristallinità che causa indebolimento della fibra, e si procede al raffreddamento
sotto la transizione vetrosa. È resistente ad alte temperature, trasparenza alla luce, isotropico. Vi sono anche
fibre di carbonio, di polimeri orientati, compositi ibridi. Il talco e la mica sono molto usati per aumentare il
modulo o la sola resistenza senza aumentare il costo del materiale finale. L’azione di rinforzo si esplica su
tutte le direzioni e non solo in una direzione come nel rinforzo fibroso. La formatura delle plastiche
rinforzate può essere a poltrusione (è un processo continuo utilizzato per produrre profilati polimerici
rinforzati)e può essere uniassiale, a strati angolati e strati incrociati. Il meccanismo del rinforzo può essere
con fibre continue o in parallelo.
Tecnopolimeri
I tecnopolimeri, polimeri per ingegneria o engineering plastics sono polimeri dotati di elevate caratteristiche
fisico-meccaniche (rigidità, tenacità, duttilità, lavorabilità, resistenza a temperature elevate, a carichi statici e
dinamici e all'invecchiamento) tali da consentirne l'utilizzo in sostituzione dei tradizionali metalli. I
tecnopolimeri, principalmente termoplastici, presentano struttura cristallina o amorfa e possono diventare
trasparenti se sottoposti a stiramento. Le poliammidi (PA) sono macromolecole caratterizzate dal gruppo
ammidico CO-NH, da cui dipendono molte proprietà di questo tipo di compositi. Le poliammidi possono
essere sintetizzate tramite polimerizzazione per condensazione di un acido dicarbossilico e di una diammina
oppure tramite polimerizzazione per apertura d'anello di un lattame. La sigla utilizzata nell'etichettatura
tessile per identificare le poliammidi è "PA". Le caratteristiche dei singoli tipi di poliammide non
differiscono molto: peso specifico relativamente basso, resistenza agli urti e all'usura, discreto isolamento
elettrico, resistenza ai solventi, agli oli, ai grassi e ai carburanti. Auto estinguenti, hanno un elevato
assorbimento di umidità, quindi non sono indicate a contatto con l'acqua o quando si vogliono mantenere
tolleranze impegnative. Alle poliammidi appartengono due tipi di materiali:

- nylon: poliammidi alifatiche e semi aromatiche.


- aramidi (Kevlar e Nomex): poliammidi aromatiche.

Esistono inoltre numerosi tipi di poliammidi ottenute facendo reagire tra loro le molecole più diverse che
contengono le funzioni adatte alla formazione di tale legame caratteristico. Ad esempio, dal punto di vista
chimico, anche le proteine sono sistemi poliammidici, poiché sono caratterizzate dal legame tra un gruppo
acido -CO e un gruppo amminico -NH. Una classe particolare di nylon speciali, detti poliaramidi è ottenuta
da diammine aromatiche e acidi aromatici. I più conosciuti sono il Nomex ed il Kevlar. Il Nomex deriva
dalla policondensazione dell'acido isoftalico e della m-fenilendiammina. Presenta una grossa capacità
antifiamma e viene usato per la realizzazione delle tute dei Vigili del Fuoco. Il Kevlar deriva dalla
policondensazione dell'acido tereftalico e della p-fenilendiammina. La sua caratteristica principale è la
grossa resistenza alle trazioni e agli urti. Viene usato in svariati campi, dalle corde per gli alpinisti ai
giubbotti antiproiettile.

Polifenilenossido
Il polifenilenossido è un polimero termoplastico altamente amorfo. Presenta ottima stabilità dimensionale,
rigidezza, resistenza al calore e agli attacchi chimici (acidi minerali, soluzioni alcaline, grassi e oli, alcool). È
un discreto isolante elettrico con buone caratteristiche dielettriche (indipendenti dalla frequenza) ed è molto
resistente alla corrente strisciante. Reagisce al fuoco con autoestinguenza senza gocciolamento. Viene
utilizzato per realizzare particolari che devono possedere resistenza all'impatto (anche a basse temperature),
all'abrasione e all'invecchiamento unite ad una buona elasticità quali pannelli per tetti e pannelli solari,
pompe, articoli elettrici e canaline, computer (chassis e componenti). Il polimero si ottiene tramite
polimerizzazione di condensazione per accoppiamento ossidativo catalizzata da rame e piridina. I costi di
produzione e di lavorazione sono elevati. Il polifenilenossido presenta alta viscosità del fuso e a temperatura
di fusione, è interessato da fenomeni degradativi come l'ossidazione del gruppo metile, ciò limita lo
sfruttamento delle ottime proprietà del PPO solo a casi specifici dove altri termoplastici più economici non
possono competere. Per questo motivo è molto difficile trovare applicazioni in cui si usi il PPO
omopolimero, lo si trova soprattutto legato al polistirene a formare una lega che prende il nome commerciale
di NORYL.
Poliparafenilensolfuro
Il poliparafenilensolfuro o PPS è un tecnopolimero termoplastico per alte prestazioni con notevoli proprietà
di resistenza agli agenti chimici, alla fiamma ed al vapore acqueo, particolarmente adatto per lo stampaggio
ad iniezione. Ne esistono varie qualità, contenenti differenti cariche che ne migliorano sia le proprietà
inerenti come la resistenza chimica, sia le proprietà meccaniche anche a temperature elevate, ad esempio
stabilità dimensionale e stampabilità, sia le proprietà elettriche non influenzate dalla umidità Il PPS è
utilizzato per componenti dell'industria automobilistica, parti elettriche ed elettroniche, componenti di
elettrodomestici, corpi e giranti di pompe, valvole ed elettrovalvole specialmente quando sia richiesta
resistenza ad agenti chimici, vapore e temperature elevate, nonché a fluidi liquidi e gassosi corrosivi, e
numerosi altri impieghi.

Polifenilenossido
Presenta ottima stabilità dimensionale, rigidezza, resistenza al calore e agli attacchi chimici (acidi minerali,
soluzioni alcaline, grassi e oli, alcool). È un discreto isolante elettrico con buone caratteristiche dielettriche
(indipendenti dalla frequenza) ed è molto resistente alla corrente strisciante. Reagisce al fuoco con
autoestinguenza senza gocciolamento. Viene utilizzato per realizzare particolari che devono possedere
resistenza all'impatto (anche a basse temperature), all'abrasione e all'invecchiamento unite ad una buona
elasticità quali pannelli per tetti e pannelli solari, pompe, articoli elettrici e canaline, computer (chassis e
componenti). Il polimero si ottiene tramite polimerizzazione di condensazione per accoppiamento ossidativo
catalizzata da rame e piridina. I costi di produzione e di lavorazione sono elevati. Il polifenilenossido
presenta alta viscosità del fuso e a temperatura di fusione, è interessato da fenomeni degradativi come
l'ossidazione del gruppo metile, ciò limita lo sfruttamento delle ottime proprietà del PPO solo a casi specifici
dove altri termoplastici più economici non possono competere. Per questo motivo è molto difficile trovare
applicazioni in cui si usi il PPO omopolimero, lo si trova soprattutto legato al polistirene a formare una lega
che prende il nome commerciale di NORYL.

Politetrafluoroetilene
Il politetrafluoroetilene (PTFE) è il polimero del tetrafluoroetene appartenente al gruppo delle olefiniche.
Normalmente è più conosciuto attraverso le sue denominazioni commerciali Teflon, Fluon, Algoflon,
Hostaflon, in cui al polimero vengono aggiunti altri componenti stabilizzanti e fluidificanti per migliorarne le
possibilità applicative. È una materia plastica liscia al tatto e resistente alle alte temperature (fino a 300 °C),
usata nell'industria per ricoprire superfici sottoposte ad alte temperature alle quali si richiede una
"antiaderenza" e una buona inerzia chimica. Le padelle da cucina definite "antiaderenti", sono tali perché
ricoperte all'interno di uno strato di PTFE (Teflon). La polimerizzazione a catena avviene per via radicalica
in presenza di un opportuno iniziatore - spesso un ossidante quale l'acqua ossigenata, un persolfato o un
perossido organico - in condizioni di temperatura e pressione che dipendono dal catalizzatore scelto. La
reazione può essere condotta per polimerizzazione in sospensione o per polimerizzazione in emulsione
acquosa (considerando l'insolubilità del PTFE in qualsiasi solvente organico). La polimerizzazione è una
reazione fortemente esotermica, si accompagna cioè ad un grande sviluppo di calore; sono quindi necessari
accorgimenti per controllare la temperatura della reazione e impedirle di raggiungere livelli troppo elevati
(maggiori di 80 °C), oltre i quali la reazione diventa esplosiva sviluppando tetrafluorometano e carbonio. Il
PTFE presenta una serie di caratteristiche peculiari che lo avevano portato ad essere considerato materiale
strategico fino agli anni settanta. Le notevoli caratteristiche del PTFE ne hanno fatto uno dei materiali più
utilizzati in campo tecnico. Nell'industria chimica è utilizzato per la realizzazione di guarnizioni e parti
destinate al contatto con agenti corrosivi (ad esempio l'acido solforico concentrato). Viene usato nei motori,
per abbattere l'attrito cilindro-pistone. Viene utilizzato anche nei tergicristalli dei veicoli. Nell'industria
elettrica è un utile materiale isolante.
Vernici
Una vernice convenzionale è costituita da un componente filmogeno con caratteristiche adesive meglio
denominate come “legante” da un solvente che lo rende fluido e infine, da un agente plastificante che ne
migliora le caratteristiche elastiche una volta essiccata. Il legante, chiamato resina, è il componente
filmogeno della vernice. È l'unico componente che deve essere presente. Vi possono essere componenti
facoltativi a seconda delle proprietà desiderate del film polimerizzato. Il legante conferisce adesione e
influenza fortemente alcune proprietà quali brillantezza, resistenza, flessibilità e resistenza. I leganti
includono resine sintetiche o naturali come alchiliche, acriliche, vinilacetato / etilene, poliuretani, poliesteri,
resine epossidiche. I leganti possono essere classificati in base al meccanismo per l'essiccazione o
l’indurimento. Sebbene l’essiccazione può riferirsi ad evaporazione del solvente o diluente, si riferisce di
solito ossidativo reticolazione dei leganti ed è indistinguibile da curare. Alcune vernici formano soltanto
evaporazione del solvente, ma la maggior parte si basano su processi di reticolazione.

Lacche
Le vernici che asciugano mediante evaporazione del solvente e contenenti il legante solido disciolto si
chiamano lacche. Si forma una pellicola solida quando il solvente evapora, e perché il film può ristampare
dissolve in solvente. Vi sono lacche di nitrocellulosa o a base acrilica. La prestazione varia a seconda della
formulazione, in genere tendono ad avere una migliore resistenza ai raggi UV e potenza alla corrosione.
Attualmente si usano lacche a base di polimetilmetacrilato, un termoplastico amorfo, prodotto tramite
polimerizzazione radicalica vinilica di metil metacrilato. È usato come emulsionante nelle lacche, come
additivo ecc. La caratteristica più importante è la trasparenza unita alla resistenza.

Proprietà meccaniche: modulo elastico


Il modulo di elasticità è una grandezza caratteristica di un materiale che esprime il rapporto tra tensione e
deformazione nel caso di condizioni di carico mono-assiale ed in caso di comportamento del materiale di
tipo "elastico". È definito come il rapporto tra lo sforzo applicato e la deformazione che ne deriva. Si hanno
tre distinti moduli di elasticità:
-modulo di elasticità longitudinale
-modulo di comprimibilità
-modulo di elasticità tangenziale

Il modulo di elasticità longitudinale, o modulo di Young, è definito a partire dalla legge di Hooke:

Il modulo di Young viene determinato dal diagramma sforzo-deformazione, mediante la formula appena
vista, nel tratto in cui il materiale subisce una deformazione elastica lineare (ovvero rimuovendo lo sforzo il
materiale deve essere in grado di ritornare alle dimensioni iniziali).

Tenacità
La tenacità di un materiale ne indica la capacità di assorbire energia di deformazione. È definita come l'area
sottostante alla zona plastica della curva sforzo/deformazione di una prova di trazione, la zona elastica è il
tratto rettilineo iniziale della curva, quindi non tutta la curva fino a rottura. In questo senso è utile anche a
valutare la duttilità del materiale. Il valore è determinato dall'integrazione dell'energia di deformazione per la
curva (che è una retta), tracciando una retta verticale dal punto finale della curva fino all'asse delle ascisse.
La scarsa tenacità di un materiale può portare ad una rottura di tipo fragile che si svolge nelle seguenti fasi:
innesco di una cricca (rottura locale), propagazione della rottura (se il materiale è privo di tenacità la rottura
procede rapidamente e con un minimo dispendio di energia). La tenacità di un materiale non è una sua
caratteristica intrinseca ma dipende dalle condizioni di prova (ad esempio dalla velocità di deformazione e
dalla temperatura) e dai difetti presenti nel campione (ad esempio gli intagli). Le grandezze che
caratterizzano il comportamento dei materiali sono la rigidità, la resistenza, la tenacità, la duttilità.

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