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Luigi Copertino

La fede in Abramo e la «Nostra Aetate»


07 Aprile 2008

Con un comunicato della sala stampa vaticana (1) la Santa Sede, di fronte al «dispiacere»
espresso «da alcuni settori del mondo ebraico» verso la revisione della preghiera in latino per
la conversione degli ebrei del Venerdi Santo contenuta nel Messale tridentino di San Pio V,
«assicura che la nuova formulazione non ha inteso nel modo più assoluto manifestare un
cambio nell’atteggiamento che la Chiesa cattolica ha sviluppato verso gli ebrei», soprattutto
dal Concilio Vaticano II in poi.
Il comunicato interviene a seguito del disappunto espresso da diversi esponenti della cultura e
della religione ebraica secondo cui l’‘Oremus et pro Iudaeis’ «non risulterebbe in armonia con
le dichiarazioni e i pronunciamenti ufficiali della Santa Sede, riguardanti il popolo ebreo e la
sua fede, che hanno segnato il progresso nelle relazioni di amicizia tra gli ebrei e la Chiesa
cattolica in questi quaranta anni».
Invece, «assicura la Santa Sede», la nuova formulazione «non è un cambio nell’atteggiamento
che la Chiesa cattolica ha sviluppato verso gli ebrei».

Siamo alle solite: non appena i «fratelli maggiori» starnutiscono, subito da parte della
gerarchia cattolica ci si preoccupa oltre ogni eccesso.
Noi semplici fedeli possiamo capire l’epocale necessità di prudenti relazioni diplomatiche nei
rapporti con gli ebrei, perché in fondo non di altro si tratta nel comunicato di cui sopra che di
diplomazia religiosa, e possiamo capire come anche la «politica religiosa» abbia i suoi diritti e
che la stessa debba essere modulata, nel corso dei tempi, a seconda dei rapporti di forza, i
quali attualmente vedono senza alcun dubbio i «fratelli maggiori» in posizione «dominante»
per via dell’eccessiva centralità di cui godono nell’immaginario degli Stati Uniti e
dell’Europa post-cristiana, persa nella sua irrefrenabile apostasia.

Sappiamo anche molto bene che, e non è il caso che tra noi qualche «infervorato»
tradizionalista lo ricordi in modo esagitato, Sua Santità Benedetto XVI, uomo di grande
spiritualità e saggezza, pur tentando, come sta facendo, di raddrizzare il timone della Barca di
Pietro, non può fare a meno di considerare quei rapporti di forza extraecclesiali ma anche i
rapporti di forza attualmente esistenti all’interno stesso della Chiesa.
Gli attuali rapporti di forza intraecclesiali vedono, infatti, i modernisti, sebbene in questo
momento in difficoltà, conservare ancora un considerevole peso nell’episcopato, come ha
dimostrato la fronda immediatamente scattata all’atto del Motu Proprio per la liberalizzazione
del Rito Tridentino.
Ma, sinceramente, e lo diciamo con il massimo affetto e la massima devozione verso il Santo
Padre, siamo davvero stufi di affronti inammissibili non alle nostre persone in sé, perché
cristianamente siamo disposti a perdonare, ma alla nostra fede di cattolici, che è come dire
alla Santa Chiesa cattolica, sicché sarebbe ora che la gerarchia iniziasse a reagire riassumendo
finalmente le proprie responsabilità connesse al ruolo di custode del gregge ad essa affidato
direttamente da Nostro Signore.

Sono ormai più di quarant’anni che noi cattolici, soprattutto se semplici fedeli, non facciamo
altro che prendere sonori schiaffi da tutti, in particolare dai «fratelli maggiori» verso i quali,
senza ritegno, molta parte della gerarchia si umilia indecorosamente, umiliando in fondo
Nostro Signore stesso.
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Apertura, dunque, da parte cattolica e schiaffi da parte ebraica: e se è vero che il cristiano
deve porgere l’altra guancia e pur vero che di guance il cristiano ne possiede soltanto due e
che perciò, con ogni pur volenteroso sforzo, non gli è possibile fare di più di quanto finora
fatto: ed è molto, anzi davvero troppo oltre ogni limite e decenza.

Per convincersi della becera chiusura fondamentalista da parte ebraica, perlomeno da parte di
alcuni esponenti ufficiali dell’ebraismo italiano, basta leggere le dichiarazioni di certi
personaggi che, credendo di mettere alle strette la Chiesa cattolica, finiscono poi, alla lunga,
per fare immensi danni all’ebraismo stesso, presi come sono da quel senso di «onnipotenza»
che deriva loro dall’acritico accreditamento internazionale, culturale e massmediatico di cui
oggi godono e dall’auto-convincimento che le proprie mal riposte speranze messianiche
[l’egemonia spirituale nel mondo di Israele, popolo sacerdotale a servizio della ‘pace’ globale
e presunto affidatario della missione di portare Dio, senza Cristo, alle genti, a segnare
l’imminente ‘era messianica’ il cui inizio sarebbe da individuare nella nascita dello Stato di
Israele nel 1948, contrastata dal «satanico» Islam] si starebbero avverando.

E così mentre la Santa Sede auspicava che «le precisazioni» del predetto comunicato
«contribuiscano a chiarire i malintesi» e ribadiva «il fermo desiderio che i progressi
verificatisi nella reciproca comprensione e stima tra ebrei e cristiani durante questi anni
crescano ulteriormente», il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo di Segni,
dichiarava all’agenzia Apcom che: «La preghiera per gli ebrei chiede la loro conversione e le
precisazioni
della Santa Sede, purtroppo, eludono completamente questo problema. La questione, dunque,
appare del tutto irrisolta».

Personalmente non nutriamo per il Di Segni alcuna simpatia: infatti lo troviamo di


un’arroganza estrema, persino in certe occasioni maleducata (2), e tuttavia, cristianamente,
non possiamo non amarlo, come del resto deve fare il cristiano nei confronti di ogni uomo.
Dobbiamo comunque riconoscere che il rabbino Di Segni, a differenza di certe gerarchie
cattoliche, perlomeno parla chiaro.
Ed infatti: «Sull’argomento della conversione - egli ha precisato - non c’è stata mai (da parte
della Chiesa cattolica) nessuna chiarezza, ma almeno una certa reticenza progressiva che è
stata interrotta bruscamente dalla nuova forma di preghiera per gli ebrei. Quello che avremmo
voluto sentire nella dichiarazione è che la Chiesa non prega per la conversione degli ebrei o
che almeno rinvia questo desiderio alla fine dei tempi e alla sola decisione divina».
Più chiaro di così si muore.
Il problema da parte ebraica è, dunque, nel fatto stesso che si voglia pregare, al di là delle
formule utilizzate, per la conversione degli ebrei.
Non sfugga neanche quella sottolineatura, fatta dal Di Segni, della mancanza di chiarezza da
parte cattolica, anzi della «progressiva reticenza» di quarant’anni ora bruscamente interrotta
dalla liberalizzazione del Rito Tridentino da parte di Benedetto XVI.
Non va bene ai «fratelli maggiori» neanche l’addolcimento delle formule usate in loro
favore (3).

Non è possibile, come si è detto, negare ai «fratelli maggiori» di avere una posizione di
assoluta chiarezza nei rapporti con noi «fratelli minori».
Sicché, diciamocelo francamente, il problema della «reticenza», spinta a volte ad un punto
tale da rasentare l’apostasia, è tutto nostro, cari cattolici, dimentichi che nell’Apocalisse (3,
14-16) è scritto: «All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone
fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo
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né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca».

Di Segni ha ragione, dal suo punto di vista, ad affermare: «Il Vaticano… sembra tendere la
mano per il dialogo ma il problema è: cosa dialoghiamo a fare se serve la nostra
conversione?».
Il fatto tragico in questa situazione è che ad esser diventati «né freddi né caldi» siamo proprio
noi cattolici.
Ci crogioliamo, ormai da decenni, in una smodata tiepidezza che, sul piano della fede (altro è
il piano delle relazioni diplomatiche che comunque non devono mai essere troppo autonome
dal piano di fede), è condannata dal Cielo.
La Chiesa, in passato, non ha mai nascosto ai discendenti di quella parte del popolo ebraico
che non ha accettato la Divino-Umanità messianica di Cristo (perché invece un’altra parte,
comunque cospicua, di quel popolo, di cui sono esempi massimi la Madonna, le pie donne, gli
apostoli e discepoli, l’hanno riconosciuta) quale è l’invalicabile giudizio cattolico ad essi
relativo.
Giudizio invalicabile perché fondato sulla Rivelazione, nel suo complesso di Tradizione e
Scrittura, e che pertanto nessuna, pur necessaria, strategia pastorale può smentire, né ora né
mai.
Dal canto loro, quegli ebrei che ancora oggi rifiutano Cristo come Messia hanno ben
compreso la questione e onestamente, a differenza di tanti cattolici «ecumenisti», non
nascondono che la pietra di inciampo nel dialogo ebraico-cristiano è la Persona di Cristo.

L’ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff, su Repubblica del 1 agosto 1992 ebbe a dire con
onesta chiarezza: «In che cosa consiste la grande ferita teologica tra cristianesimo ed
ebraismo?
Nel Messia, chiaramente. Loro ci credono e noi no. E non si possono fare passi in questo
senso.
Se noi riconoscessimo la funzione messianica di Gesù, non saremmo più ebrei. Noi siamo
rimasti quel che eravamo anche dopo Cristo. Non ci siamo dissolti, non ci siamo convertiti.
Siamo continuati ad esistere al di là della ‘croce’, non ci siamo accontentati di essere definiti
solo come premessa alla religione cristiana…» (4).
Se, dunque, da parte ebraica c’è assoluta chiarezza, la domanda che inevitabilmente si impone
è la seguente: da dove viene l’ambigua posizione cattolica degli ultimi quarant’anni?

Nel comunicato della sala stampa vaticana di cui sopra, mentre viene ricordato che:
«l’Oremus per gli ebrei contenuto nel messale romano del 1970 resta in pieno vigore, ed è la
forma ordinaria della preghiera dei cattolici», si afferma: «I principi fondamentali della
‘Nostra Aetate’ hanno sostenuto e sostengono anche oggi le relazioni fraterne di stima, di
dialogo, di amore, di solidarietà e collaborazione tra cattolici ed ebrei».
La «Nostra Aetate» - continua poi quel comunicato - «ricorda il vincolo del tutto particolare
con cui il Popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato ALLA STIRPE DI
ABRAMO e respinge ogni atteggiamento di disprezzo e di discriminazione verso gli ebrei,
ripudiando con fermezza qualunque forma di antisemitismo» (5).

Fa così capolino la fonte primaria di tutto questo dialogo tra sordi. La «Nostra Aetate», infatti,
ha finito per creare molti più problemi di quelli che si proponeva di risolvere, perché essa da
documento di un Concilio che si è voluto solo pastorale, e che quindi doveva affrontare
soltanto il problema, per l’appunto squisitamente pastorale, di una corretta prassi di carità e
misericordia verso gli ebrei, quella fortemente raccomandata da San Paolo nella «Lettera ai
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Romani» ed a volte dimenticata nel corso dei secoli da parte cristiana a causa di complicate
vicende storiche e politiche (6), è stata in realtà trasformata in un documento di dottrina
alternativa alla tradizionale teologia della sostituzione di evangelica e patristica origine.
Insomma, il sospetto che il cardinale Agostino Bea, imbeccato dall’esponente del «B’nai
B’rith» Jules Isaac, abbia, non sappiamo se inconsapevolmente (a Dio il giudizio in interiore
homine), innescato sotto il Concilio una bomba ad orologeria che a suo tempo è esplosa
facendo tremare le fondamenta stesse della Chiesa non è, purtroppo, facilmente fugabile.

Infatti, l’espressione ambigua utilizzata, sulla scorta della «Nostra Aetate», dal predetto
comunicato della Santa Sede circa il legame spirituale che tiene unita la Chiesa alla «stirpe di
Abramo» è il nocciolo del problema epocale sul quale la Chiesa stessa sta o cade, proprio
perché un legame spirituale con Abramo effettivamente esiste e sussiste.
Si tratta infatti di capire se quel legame intercorre con la Fede di Abramo intesa come
cristianesimo ante litteram («Prima che Abramo fosse, Io sono» Giovanni, 8,58), e quindi
continuata, adempiuta e superata nella Fede in Cristo Signore (ed in tal senso e solo in tal
senso può parlarsi di «Alleanza non revocata» come del contratto preliminare ricompreso ed
assorbito in quello definitivo) oppure se esso sussiste con la fede abramitica intesa come fede
sostanzialmente identica all’attuale giudaismo post-biblico, talmudico, sicché tra quest’ultimo
e la fede dei Patriarchi e dei Profeti non vi sarebbe differenza e rottura ma continuazione: ed,
in tale ultimo caso, in rottura con la fede di Abramo sarebbe il cristianesimo che, in tal modo,
paleserebbe - affermano gli esegeti giudaizzanti - la sua natura di eresia giudaica di
second’ordine (7).

La soluzione al dilemma l’ha data direttamente Nostro Signore Gesù Cristo quando disse,
polemico, ai sinedriti:«Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo
vide e se ne rallegrò» (Giovanni, 8,56), facendo così intendere che l’antico Patriarca ebbe la
grazia di vedere misticamente, ossia per visione intellettiva come direbbero i mistici, il Messia
venturo, che gli era stato rivelato e nel quale, come hanno insegnato poi anche i Padri della
Chiesa e San Tommaso D’Aquino (8), egli credeva.
San Paolo, a proposito della fede di Abramo in Cristo, unica fede che rende veri israeliti, dice:
«Quelli che hanno fede, sono benedetti con Abramo che credette» (Galati 3, 9).
Ed è in questo credere al Messia venturo, che aveva visto misticamente per una speciale
grazia di Dio, che consisteva, appunto, la Fede di Abramo.
L’ambiguità della «Nostra Aetate» sta nel sostenere un legame spirituale della Chiesa con gli
ebrei intesi come depositari della Fede di Abramo in quanto discendenti carnali del Patriarca
(ma - stranamente, sulla base della logica «naturalistica» di «Nostra Aetate» - non viene
contestualmente rivendicato un analogo legame con gli arabi che pure discendono da Ismaele,
il figlio avuto da Abramo con la schiava Agar).

Ma le cose, per la Tradizione apostolica, non stanno così: la maggior parte dei figli di Abramo
secondo la carne non accetta la divinità di Cristo e solo «un piccolo resto» (Romani, 9, 27; 11,
15) lo ha accettato come Dio e Messia.
Cristo stesso, dicendo ai sinedriti:«Voi non avete per padre [secondo lo spirito o la fede]
Abramo, ma il diavolo» (Giovanni 8, 44), ha indicato che non è la discendenza etnica a far
entrare o a far rimanere chicchessia nell’Alleanza ma sempre e soltanto la fede in Lui, già
coltivata misticamente da Abramo, Mosé, gli altri Patriarchi ed i Profeti.

Basandosi sulle ambiguità linguistiche e concettuali della «Nostra Aetate», la «Lettera ai


Romani» di San Paolo è oggi oggetto di una esegesi deviante.
Infatti si tende a mettere in evidenza che i gentili sono rami selvatici innestati su Israele ma
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non si spiega cosa si deve intendere per Israele.


Ora, è assolutamente chiaro che nella mente di San Paolo il riferimento era alla Fede di
Israele, dunque alla Fede di Abramo.
Non solo: il fatto che nella stessa Lettera l’Apostolo delle genti dica chiaramente che gli
israeliti sono rami recisi dall’Olivo-Israele dimostra che questo «Olivo» non può essere né
l’Israele «carnale», ossia il popolo ebreo in senso etnico, né, in particolare, il credo talmudico
che è una interpretazione della Torah elaborata dai rabbini, discendenti dei farisei, a partire
sicuramente dal I secolo dopo Cristo, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, ma
risalente addirittura già al I secolo avanti Cristo come sembra testimoniare la dura polemica di
Cristo con il Sinedrio. Ora, proprio questa polemica, nella quale Cristo giunge a dire che
farisei e dottori della Legge si sono assisi sulla cattedra di Mosé e si sono impadroniti della
chiavi del Regno non entrando essi ed impedendo agli altri di entrare (Luca 11, 52 ; Matteo
23, 1-3), sta a dimostrare, ed è qui che la neo-teologia cade, che tra ebraismo
veterotestamentario, la Fede di Abramo, e giudaismo post-biblico non vi è affatto continuità
ma rottura.
La continuità invece vi è tra ebraismo e cristianesimo, tra Antico e Nuovo Testamento
null’unità dell’Alleanza che, come detto, per questo e solo per questo, può dirsi, come ha
affermato Giovanni Paolo II, «non revocata» (9).
Alleanza, quella del Vecchio Testamento, che, appunto, è adempiuta e continuata nel, pertanto
superata e perfezionata dal, cristianesimo.

Al momento il giudaismo post-biblico è fuori da questa continuità: ed ecco perché Paolo parla
di «rami recisi».
Bisogna assolutamente integrare la «Lettera ai Romani» di San Paolo con l’altra, la «Lettera
agli Ebrei», dove si spiega quale relazione intercorra tra il Sacerdozio Universale di Cristo, al
modo di Melchisedek, ed il sacerdozio levitico, definito quest’ultimo, da Paolo, imperfetto e
pertanto ormai abolito.
Ora, non è un caso che la neo-teologia abbia messo da parte la «Lettera agli Ebrei» con la
scusa che essa è certamente di ambiente paolino, e dunque riporta senza dubbio gli
insegnamenti di San Paolo, ma non sarebbe stata scritta direttamente dall’Apostolo (10).
Tuttavia, anche la «Lettera agli Ebrei», che la Tradizione assicura essere di San Paolo (e nella
maggior parte dei casi Essa ci coglie: quante volte certezze «scientifiche» storico-critiche
sono poi state smentite da successivi studi e scoperte?) è stata accolta nel Canone dei libri
sacri ed ispirati. 
Può dunque la Chiesa non farne giusta memoria nella sua funzione docente?

Del resto, pur volendo trascurare - ma si ripete non è possibile né corretto - la «Lettera agli
Ebrei», non può esserci nessuna «Nostra Aetate» interpretata contro quanto afferma san Paolo
nella «Lettera ai Romani» (9, 1-13): « Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia
coscienza me ne da testimonianza nello Spirito Santo; ho nel cuore un grande dolore e una
sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei
miei fratelli, miei consanguinei seconda la carne. Essi sono israeliti e possiedono l’adozione a
figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene
Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen. Tuttavia
la parola di Dio non è venuta meno. INFATTI NON TUTTI I DISCENDENTI DI ISRAELE
SONO ISRAELE, NE’ PER IL FATTO DI ESSERE DISCENDENZA DI ABRAMO SONO
TUTTI SUOI FIGLI. NO, MA: IN ISACCO TI SARA’ DATA UNA DISCENDENZA,
CIOE’: NON SONO CONSIDERATI FIGLI DI DIO I FIGLI DELLA CARNE, MA COME
DISCENDENZA SONO CONSIDERATI SOLO I FIGLI DELLA PROMESSA: ‘Io verrò in
questo tempo e Sara avrà un figlio. E non è tutto; c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo
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uomo, Isacco nostro padre: quando essi ancora non erano nati e nulla avevano fatto di bene o
di male - perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle
opere, ma alla volontà di colui che chiama - le fu dichiarato: ‘Il maggiore sarà sottomesso al
minore’, come sta scritto: ‘Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù’ ».

Questa logica divina, di sovvertimento dell’ordine umano, sicché il fratello minore Giacobbe
è preferito al fratello maggiore Esaù, che troppo ha contato sul suo diritto naturale di
primogenitura, era sicuramente presente a San Giovanni Battista quando, senza finzioni
diplomatiche, ricordava ai sinedriti, i quali affermando di avere Abramo per padre
pretendevano di essere i depositari della Promessa soltanto in virtù della loro appartenenza
etnica, che Dio può far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre (Matteo 3,7-9).
Nella convinzione dei sinedriti (non tutti: si pensi a Giuseppe d’Arimatea ed a Nicodemo,
discepoli di Gesù in incognito, per paura di Caifa e dei suoi) di essere depositari della
Promessa soltanto per appartenenza etnica, si manifestava una esegesi spuria delle Scritture,
quella stessa che anche oggi professa il giudaismo talmudico, e che ieri i farisei ed oggi i
rabbini fanno risalire ad una presunta tradizione orale trasmessa segretamente da Mosé,
insieme alla legge scritta, agli anziani
di Israele.
In realtà, questa presunta tradizione orale, dalla quale discende l’odierno giudaismo
talmudico, nel Vecchio Testamento è condannata da Dio come «esoterica» ed «apostata» in
quanto fossa di raccolta di liquami gnostici originata dal contatto sincretistico di Israele con i
culti pagani delle popolazioni circonvicine.
Emblematico in tal senso il passo di Ezechiele 8,5-13.

E’ il passo scritturale nel quale Ezechiele è portato in spirito da Dio nel Tempio per vedere le
abominazioni dei sacerdoti: «Figlio dell’uomo, vedi ciò che fanno costoro? Vedi le
grandiabominazioni che la casa di Israele fa proprio qui per allontanarmi dal mio santuario?
Ma voltati, e vedrai abominazioni ancora più grandi. E mi portò all’ingresso dell’atrio, e
guardando, vidi un buco alla parete. E mi disse: Figlio dell’uomo, guarda. E apparve una
porta. Entra, mi disse, e guarda le perfide abominazioni che costoro fanno. Entrai, guardai, e
vidi ogni sorta di immagini di rettili e bestie abominevoli e tutti gli idoli della casa di Israele
dipinti in circuito nella parete. E settanta uomini degli anziani della casa di Israele, tra essi
Jozonias, figlio di Safén, stavano in piedi davanti ad essi, ognuno col suo incensiere in mano,
dai quali saliva una nube d’incenso. E mi disse: Figlio dell’uomo, hai veduto ciò che fanno IN
SEGRETO gli anziani di Israele, ognuno nella sua sala, piena d’immagini? Poiché dicono a se
stessi: Yahvé non ci vede, si è allontanato dalla terra. E mi disse: ebbene vedrai abominazioni
ancora maggiori di questa».

In proposito Julio Meinvielle osserva: «Il linguaggio allegorico è semplice: le immagini di


mostri, rettili, ecc., presenti nelle stanze di ciascuno dei dottori, indicano soggetti geroglifici
egiziani, e quindi un vero e proprio linguaggio allegorico. Quello che è assolutamente certo, è
che Ezechiele si riferisce al Supremo Tribunale d’Israele, in seguito chiamato ‘Sanhedrin’,
vale a dire Sinedrio. EZECHIELE ACCUSA IL SINEDRIO, SUPREMA AUTORITA’
GIUDAICA, DI IDOLATRIA ED APOSTASIA» (11).

Lo stesso Meinvielle collega le sue osservazioni alle parole di Gesù, rivolte ai sinedriti, in
Marco, 7,8: «Lasciando da parte il precetto di Dio, vi afferrate alla tradizione umana. IN
VERITA’ ANNULLATE IL PRECETTO DI DIO PER INSEDIARE LA VOSTRA
TRADIZIONE» (12).  
Come, dunque, si può uscire dalla problematica teologica ed esegetica aperta dalla «Nostra
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Aetate» e che rischia, se non si interviene per tempo, di sfociare in palese maggioritaria
apostasia nella Chiesa?
Un rischio che deve preoccupare tutti i buoni cattolici benché, come da promessa divina, un
«piccolo gregge» sussisterà sempre: un «resto di cristiani» forse destinato ad incontrarsi con il
«resto di Israele» che accoglierà Cristo alla fine dei tempi (concetto, quest’ultimo, che, stando
a Luca, 21, 24, non sembra dover per forza coincidere con quello di fine del mondo).
L’unica via, a viste umane, è quella di correggere l’esegesi oggi diventata prevalente della
«Nostra Aetate», perché chiaramente infondata alla luce della Tradizione e della Fede di
sempre della Chiesa.
Una correzione esegetica del tutto possibile dal momento che trattasi di documento di un
Concilio pastorale e dunque non dogmatico.

E’ noto che dopo ogni Concilio vi è una inevitabile fase di ricezione delle decisioni dello
stesso.
Ciò vale a maggior ragione per un Concilio meramente pastorale come il Vaticano II.
Ora, è evidente che, come lo stesso Ratzinger, ancora cardinale, ha più volte affermato, nella
ricezione del Vaticano II qualcosa non ha funzionato e che qualcosa, o «qualcuno»?, è
intervenuto a bloccarne una corretta ricezione sicché si è potuto opporre un presunto «spirito
del Concilio» al Concilio stesso, anche, va pur detto, a causa delle ambiguità presenti in certe
espressioni dei documenti conciliari, le quali, pertanto, è necessario precisare, passata la
tempesta immediatamente post-conciliare, quanto prima.

A chi compete guidare, anche con incontestabili atti di magistero, la corretta ricezione e la
corretta esegesi dei documenti di un Concilio?
La risposta, notoria, è: al Papa.
Perché, anche per il Vaticano II come per il Vaticano I e tutti i precedenti Concilii, mentre la
giurisdizione, compresa quella docente, del Pontefice romano è piena, ossia può esercitarsi
anche senza il collegio apostolico episcopale, non è vero il contrario ossia non è possibile ai
vescovi, né singolarmente né collettivamente, esercitare un magistero infallibile se non in
unione con il Papa. Quello della collegialità, non a caso, è stato uno dei grandi problemi che
hanno travagliato prima
il Concilio Vaticano II e poi la Chiesa nel post-concilio.
Ma Benedetto XVI sembra essersi posto sulla via di una chiara riaffermazione della
supremazia del Papa sulla collegialità male intesa propria di certe interpretazioni
«democratiche» della costituzione della Chiesa.
E ha dimostrato tale volontà di riaffermazione dell’Autorità Pontificale proprio in occasione
del Motu Proprio per la liberalizzazione del Rito Tridentino.
In tale occasione, il Papa regnante, pur avendo rispettosamente ascoltato gli episcopati, alla
fine, e nonostante l’aperta contrarietà di molti vescovi, in particolari di quelli francesi, ha
deciso con atto incontestabile del Pontefice, sorvolando su ogni fronda o malumore
intraecclesiale.
Dunque: è questa la via da praticare anche per quel che riguarda la corretta interpretazione dei
documenti del Concilio Vaticano II, ad iniziare dalla «Nostra Aetate».

Per un tale atto di coraggio di Benedetto XVI, o di un suo successore, noi preghiamo ogni
giorno affinché anche le decisioni pastorali di un Concilio non dogmatico come il Vaticano II
siano riportate, come deve essere e come era nelle intenzioni della maggior parte dei padri
conciliari (salvo quelli con riserve fraudolente come, forse, lo stesso cardinale Bea),
nell’alveo
della ininterrotta Tradizione della Chiesa.
8

Il continuo ripetere, ad iniziare da Papa Giovanni XXIII, in ambito cattolico, anche in


relazione al dialogo ebraico-cristiano, che bisogna guardare più a quel che ci unisce che a quel
che ci divide, fa cogliere la misura drammatica della crisi di fede interna alla
Chiesa (13) perché quel che ci divide è niente di meno che Cristo ossia l’essenziale
riconoscimento o disconoscimento della Sua Divino-Umanità Messianica.
I cattolici sembrano averlo dimenticato, ma i «fratelli maggiori» no.
Giustamente Elio Toaff, nella citazione di cui sopra, ha ricordato l’esistenza di una «ferita
teologica» tra cristianesimo e giudaismo.
Nel confronto tra cattolicesimo e giudaismo post-biblico la «pietra d’inciampo» resta sempre
e comunque Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.
«La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo» (Sal. 118,22-23; Is.
28,16; Matteo 21,42; Atti 4,11;) e quindi invano si affaticano tutti coloro che pretendono di
costruire il Tempio senza quella pietra.

Gli israeliti nell’economia del Vecchio Testamento erano i costruttori del Tempio.
Ma il Tempio di Gerusalemme, quello che come da promessa divina avrebbe visto, come in
effetti ha visto, l’avvento del Messia, era soltanto la figura del Vero Tempio, ossia di Cristo
Dio-Uomo («Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» così Gesù,
identificando Sé stesso con il Vero Tempio, in Giovanni 2,19), nel quale sono entrate tutte le
nazioni affinché si adempissero le promesse fatte da Dio ad Abramo: «Il Signore disse ad
Abram: ‘Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che Io
ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai
una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e
in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’ » (Gen. 12, 1-3); «Poi lo condusse fuori
e gli disse: ‘Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle’ e soggiunse: ‘Tale sarà la tua
discendenza’ » (Gen. 15, 5); «Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
‘Eccomi la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai
più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò’ »
(Gen. 17, 3-5) (14).

I costruttori veterotestamentari non hanno compreso che stavano costruendo soltanto un


tempio di pietra prefigurazione del Vero Tempio ed hanno finito, non riconoscendo Cristo
Signore, per privare il loro tempio della Sekinah, della Presenza di Dio, base sicura e roccia
indefettibile sulla quale poggiare tutto l’edificio, che, infatti, abbandonato dalla Sekinah,
nell’anno 70 è stato distrutto. Evento che sarebbe stato impossibile se in quel tempio di pietra
avesse ancora dimorato, in quell’anno, la Gloria di Dio, quella che, invece, il 7 aprile
dell’anno 30, primo Venerdì Santo, subito dopo che Cristo in Croce esalò il suo ultimo
respiro, allo squarciarsi del velo di ingresso del Sancta Santorum, lo abbandonò.
Ma quella roccia indefettibile, quella pietra scartata dai costruttori, è diventata la testata
d’angolo del Nuovo e Vero Tempio di Dio, la Chiesa cattolica che è il Corpo Mistico di Gesù
Cristo.
E su di essa gli inferi non prevarranno, nonostante ogni possibile, ma sempre temporaneo,
sbandamento storico.

Infatti, nonostante tutto il fumo luciferino attualmente penetratovi, il Vero Tempio non sarà
mai sostituito né dall’eventualmente ricostruito tempio di pietra in Gerusalemme né dalla
presunta ricostruzione simbolico-iniziatica che la massoneria, istituzione noachide di origine
cabalista, afferma da secoli di voler realizzare secondo la dottrina della gnosi sefirotica e
panteista espressa nel culto al Grande Architetto dell’Universo.
Nel Vero Tempio, di cui Cristo è la portante testata d’angolo, un giorno anche gli israeliti
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(come gli islamici, del resto) entreranno, finalmente innamorati del Verbo di Dio Incarnato.
Ma questa divina promessa non può, checché ne dica rabbi Riccardo Di Segni, impedire a noi
cristiani di pregare sin d’ora per la conversione degli ebrei.
Anzi è proprio quella promessa a sollecitare questa preghiera, senza se e senza
ma (15).            

Luigi Copertino

1) Confronta «Il Vaticano e la nuova preghiera in latino del Venerdì Santo per la conversione
degli ebrei: ‘No all’antisemitismo, non cambia nulla rispetto al Concilio’. Ma Di Segni
attacca: ‘Questione irrisolta’ » di Gianluca Barile in www.papanews.it.
2) Come quando, ad esempio, qualche anno fa si rifiutò in malo modo di partecipare alla
commemorazione del quarantennale della «Nostra Aetate» a causa della presenza, da parte
vaticana, del, ora defunto, cardinale di Parigi Lustiger, ebreo convertito, ma, aggiungiamo noi,
molto giudaizzante, (come si veda quella della conversione, pur spontanea, è per il Di Segni e
l’attuale ebraismo una vera ossessione) oppure come quando, in un intervista di diversi mesi
fa a proposito dei «privilegi fiscali della Chiesa e delle pressioni ecclesiali nella vita politica
italiana», ebbe a pontificare, dall’alto della sua indiscussa «santità» per appartenenza etnica al
popolo che si crede ancora eletto, che i cattolici devono una volta per tutte capire che i tempi
del regime di cristianità sono passati ed imparare a non pretendere favori o posizioni di
privilegio ma accontentarsi di condurre una vita moralmente buona per sperare, era sottinteso
nelle sue parole, di essere ammessi un giorno da Jahvé nel regno messianico (perché come
ebbe a ricordare in altra occasione - si veda Shalom numero 2/2002 - non è detto che i
cristiani, in quanto idolatri per aver divinizzato un uomo, saranno sicuramente ammessi nel
regno di Dio in terra, che gli ebrei aspettano). Da parte nostra vogliamo dire al dottor
Riccardo Di Segni che ai nostri peccati, nei riguardi dell’Altissimo, ci pensiamo noi
affidandoci alla Sua Infinita Misericordia, al Suo Amore Eterno manifestato con la propria
Offerta Olocaustica sulla Croce (l’unico Vero Olocausto): lui, piuttosto, pensi ai suoi peccati
ed a quelli dei suoi correligionari e, soprattutto, al sangue innocente di cui Israele, alla faccia
anche dello sdegno religioso di purtroppo minoritari settori dello stesso mondo ebraico, sta
macchiando la santissima Terra di Dio.
3) Anche quelle antiche, infatti, erano formule in loro favore a differenza di quelle delle
«benedizioni ebraiche» (birkat ha-minim), in realtà vere maledizioni, contro i cristiani: a
proposito delle quali lo stesso Di Segni ha affermato, giorni fa, che gli ebrei hanno già nel
corso dei secoli addolcito quelle «benedizioni», dimenticandosi però di dire che, anche nella
versione più «dolce» del Talmud babilonese, esse sempre maledizioni rimangono e che
l’addolcimento fu dovuto, nel corso del medioevo, dalla necessità di non urtare apertamente la
sensibilità cristiana, mano a mano che i convertiti riferivano il contenuto di certe preghiere, ed
evitare così problemi con le autorità cristiane del tempo.
4) A proposto di questa dichiarazione di Toaff, va osservato che non è affatto vero che essi,
gli ebrei, sono rimasti quel che erano anche dopo Cristo. L’ammonimento di Cristo in
10

Giovanni 5, 45-47 sta lì a sancirlo:«Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è
già chi vi accusa, Mosé, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credete infatti a Mosé,
credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come
potrete credere alle mie parole?». Dunque, qui Nostro Signore attesta senza dubbio che la fede
nutrita dai sinedriti, predecessori degli attuali rabbini, non era più la fede mosaica ma una
interpretazione sviata e deviante della stessa. Per quanto, poi, riguarda il fatto che la
conversione per l’ebreo significhi necessariamente apostasia dalla propria ebraicità un
predecessore di Toaff nell’ufficio di rabbino capo di Roma, Eugenio Zolli, dopo il battesimo,
ha sempre asserito che per lui, ebreo, non si era trattato di «conversione» in senso tecnico ma
del naturale compimento della propria ebraicità (dove per ebraicità egli  intendeva la fede di
Abramo, ritrovata adempiuta e perfezionata in Cristo, e non la deviazione talmudica o
l’appartenenza etnica). Bisogna comunque dare atto ad Elio Toaff che  in questi giorni,
mentre il Di Segni si esibiva nelle dichiarazioni sopra viste, contrariamente al suo successore
alla carica di rabbino capo di Roma, si è detto assolutamente contrario alle polemiche
scatenate sulla preghiera pro judaeis ed ha riconosciuto come non storiche e strumentali le
polemiche contro Pio XII. Confronta in proposito l’intervista di Bruno Volpe e Ilona Malysz, 
in www.papanews.it, «Il Rabbino Elio Toaff e il ricordo di Giovanni Paolo II: ‘Anche per me
è stato un Santo’ ». Particolarmente forti le espressioni usate in questa intervista da Toaff e,
pertanto, è bene riportarle testualmente «Domanda: gli ebrei, in particolare l’attuale Rabbino
Capo di Roma, Riccardo Di Segni, hanno manifestato dei malumori sulla revisione, da parte
di Benedetto XVI, della preghiera del Venerdì Santo per la conversione dei giudei contenuta
nel Messale tridentino  di San Pio V… Risposta ‘Ma siamo seri! Ognuno è libero di pregare
come crede, certe polemiche non le capisco affatto’. Domanda: In conclusione, un accenno ad
un altro Papa: Papa Pio XII,  a Suo avviso, fu davvero antisemita? Risposta: ‘Penso
assolutamente di no. Anzi, a me risulta, anche grazie a delle testimonianze dirette, che quel
Papa salvò molti ebrei dalla morte. La storia di Pio XII antisemita è solo una leggenda nera,
bisognerebbe studiare di più per conoscere la storia vera delle epoche e delle persone». Ecco,
appunto: cari «fratelli maggiori» studiate di più la storia delle epoche e delle persone. E non
solo a proposito di Pio XII!
5) Diciamo subito, a scanso di ogni equivoco ed a prevenzione di ogni interessato
fraintendimento, che se si trattasse soltanto di respingere l’antisemitismo, dopo aver
chiaramente fatto le debite differenze teologiche e storiche tra la tradizionale teologia
cattolica sull’ebraismo post-biblico e l’antisemitismo razziale anticristiano, nulla ci sarebbe da
osservare né in merito al comunicato in questione né in merito alla «Nostra Aetate». Ma come
vedremo non è questo l’oggetto vero
di una certa interpretazione di quel documento conciliare. Per quanto ci riguarda
personalmente, l’antisemitismo, che - ripetiamo - è solo quello a base razziale, è agli antipodi
della nostra prospettiva cattolica. Ed è per questo che ogni giorno l’autore del presente
articolo, «fratello minore» al modo di Giacobbe, prega affinché i suoi «fratelli maggiori», al
modo di Esaù, abbandonino la loro ostinazione ed aprano il cuore alla Verità che è solo
Cristo. E prega persino per quel Riccardo Di Segni per il quale umanamente, come detto, non
prova simpatia ma che si sforza di amare, in Cristo, come fratello, anche se sa che da lui, e da
quelli come, lui continuerà a ricevere schiaffi. Ciò non ci farà mai desistere dal ricordare, ad
ogni occasione propizia, ai «fratelli maggiori» che, avendo essi rifiutato Cristo, la loro
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posizione nei confronti del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è attualmente equivoca. Il
giusto ordine delle cose infatti è quello che pone prima la Verità e poi la Carità, sicché le due
devono darsi sempre congiuntamente, e mai separatamente, ma nell’ordine suddetto. Perché
se la Verità senza Carità è impotente tuttavia la Carità senza Verità è cieca.
6) San Paolo nella «Lettera ai Romani» ammonisce severamente i cristiani, gli oleastri
selvatici innestati sull’Olivo santo al posto degli israeliti rami recisi, affinché essi non si
insuperbiscano contro gli ebrei facendo loro violenza ma, al contrario, pur non dimenticandosi
mai di ricordare a questi la situazione equivoca nella quale si sono posti con il rifiuto di
Cristo, li trattino con la massima carità e misericordia. Ciò perché altrimenti anche loro, i
cristiani, rischiano di essere divelti dall’Olivo santo, ossia, in altri termini, di essere
condannati alle pene del purgatorio o, peggio, dell’inferno, per mancanza di amore e carità
verso il prossimo, ebreo o greco che sia.
7) «Trascendente fioritura messianica del giudaismo del primo secolo» definisce, per
l’appunto, il cristianesimo un esegeta giudaizzante come il Rossi De Gasperis, maestro del
cardinal Martini. 
In base a questa aberrazione esegetica Corrado Augias e Mauro Pesce hanno potuto parlare
del Cristo «ebreo» e «non cristiano» facendo propria l’idea, nata nel XVIII-XIX secolo in
clima illuminista, idealista-razionalista e storicista, di Gesù come un errabondo predicatore
giudeo ellenizzante, successivamente divinizzato dalla comunità cristiana primitiva. E questa,
non a caso, è la stessa accusa che il mondo ebraico rivolge alla fede cristiana, sia quando esso
rigetta Nostro Signore Gesù Cristo sia quando, in alcuni suoi settori, i cosiddetti «ebrei per
Gesù», esso tenta di riassorbirlo all’interno del giudaismo alla stregua, appunto, di un mero
profeta ebreo.
8) Così l’Aquinate: «Non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la fede
nella Trinità: poiché il mistero di Cristo implica l’assunzione della carne da parte del Figlio di
Dio (…). Perciò prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero
dell’Incarnazione, e cioè esplicitamente dai maggiorenti e in maniera semplice e quasi velata
dalle persone semplici» (Summa Theol., II - II, q. 2, a. 8).
9) Le Alleanze sono due o una? Intorno a questa domanda si è sviluppata una querelle
teologica che, per la verità, da un lato è priva di senso effettivo e dall’altra è stata utilizzata
dall’esegesi modernista e giudaizzante per confondere le acque. Infatti, i modernisti
giudaizzanti hanno approfittato di quelle tendenze teologiche che mettono l’accento sul fatto
che l’Alleanza di Dio con l’umanità, prima in Adamo, poi in Abramo e infine definitivamente
in Cristo, sia essenzialmente una unica alleanza, che si sviluppa nella storia universale del
genere umano, per sostenere, abusivamente ed indebitamente, contro, ad esempio, le lettere di
San Paolo, che l’Israele post-biblico sarebbe ancora all’interno di quell’unica Alleanza e non,
come invece è nell’effettiva realtà teologica e storica, temporaneamente sospeso dall’Alleanza
in attesa di esservi reinserito a pieno titolo alla fine dei tempi. E questa indebita ed abusiva
conclusione i modernisti giudaizzanti la affermano anche forzando il senso di quanto detto da
Giovanni Paolo II a proposito dell’«Alleanza non revocata» (che al di là delle personali
intenzioni di quel Papa, che tuttavia non ha mai usato quell’espressione ex cathedra, non può
essere interpretata mai e giammai contro la consolidata tradizione apostolica e patristica, per
la quale può parlarsi di non revocazione solo in funzione dell’adempimento e riassorbimento
definitivo dell’Antica Alleanza in Cristo). In realtà, laddove non si bari, come fanno i
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modernisti giudaizzanti, non c’è alcuna differenza concettuale e teologica, se non nella sola
forma terminologica, tra il dire che le Alleanze sono due, l’Antica provvisoria e la Nuova
Eterna, ed il dire che l’Alleanza è una in due Testamenti o Patti, l’Antico preliminare ed il
Nuovo Definitivo, che riassorbe il primo perché lo perfeziona, lo adempie e lo supera. In un
caso e nell’altro, sulla base di quanto ammoniva Cristo ai sinedriti («Perciò Io vi dico: vi sarà
tolto il regno e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare», Matteo 21,43: dove il
nuovo popolo di Dio non è inteso in senso etnico ma in senso spirituale ed universale come è,
appunto, la Chiesa cattolica, Madre che accoglie in Cristo, facendone spiritualmente Uno, tutti
i popoli intesi in senso etnico) e sulla base dell’insegnamento apostolico (lettere di San Paolo,
ai Romani ed agli ebrei) nonché di quello patristico, che si fonda sul Vangelo e sulla
predicazione apostolica, l’Israele post-biblico è, temporaneamente, fuori dall’Alleanza, sia
che essa venga colta nella sua essenziale unità, sia che venga considerata, tradizionalmente,
nella sua duplicità. Infatti, la teologia tradizionale quando parlava di due Alleanze, l’Antica e
la Nuova, sempre, tuttavia, ne parlava come di Alleanze tra loro interconnesse ed inseparabili
in quanto la sostituzione della Nuova ed Eterna Alleanza all’Antica, provvisoria, è avvenuta
non abolendo ma ricomprendendo, ossia portando a compimento e perfezionamento,
quest’ultima nella prima. Che l’Israele post-biblico sia fuori dall’Alleanza, sia che la si voglia
intendere una sia che la si intenda duplice, è testimoniato dallo stesso giudaismo post-biblico:
infatti è comune convinzione del rabbinato che il Talmud, il commento rabbinico della Torah,
ossia della Legge veterotestamentaria, sia superiore alla Torah stessa. Alcuni rabbini
esprimono questa convinzione con la metafora per la quale mentre la Torah è acqua il Talmud
è vino. Dunque è insostenibile, persino volendo adottare il punto di vista talmudico, come
fanno i modernisti giudaizzanti, affermare che l’Israele post-biblico sia ancora,  a pieno titolo,
all’interno dell’Alleanza. Sono gli stessi ebrei talmudici a riconoscerlo. Quindi a proposito
dell’Israele post-biblico può parlarsi di «popolo dell’Alleanza non revocata», come ha fatto
Giovanni Paolo II, non nel senso inteso dai modernisti giudaizzanti di popolo tuttora fedele
all’Alleanza non revocata ma solo nel senso, perfettamente conforme, pur nel nuovo
linguaggio utilizzato dal Papa, alla Tradizione, di «popolo che fu un tempo quello per primo
chiamato all’Alleanza non revocata (ed oggi definitivamente compiuta in Cristo) ma che ora
non è più, temporaneamente, nel solco di questa unica ed unitaria Alleanza». Al di là di ogni
querelle teologica, ciò che non si deve mai dimenticare da parte dei cristiani è che la loro fede
è fondata sull’unità della Rivelazione in prospettiva cristologica. Né talmudismo/cabalismo né
marcionismo/gnosticismo: è questa l’unica posizione esegetica autenticamente cristiana.
10) In merito alla paternità paolina della «Lettera agli Ebrei», l’autore del presente articolo ha
avuto, a suo tempo, modo di chiedere, in occasione di una discussione in argomento apertasi
con un amico, di sicura fede cattolica e di ottima impostazione teologica tomista, esperto
ricercatore universitario di esegesi e di fonti cristiane, del quale non possiamo rivelare il nome
per evitargli problemi con certi suoi docenti «razionalisti» (eh sì, a questo è ridotta la libertà
«occidentale» anche nell’ambito accademico!), un parere. Questo amico, di notevole
competenza in materia, alla nostra richiesta ha fornito puntuali e chiarificanti notizie nel testo
che riportiamo, integralmente, qui di seguito a comune beneficio di tutti quei buoni cattolici
spesso fuorviati, anche in ambito ecclesiale, dalle apodittiche «sentenze» di certi soloni del
criticismo storicista: «E’ un tema delicatissimo, non soltanto da un punto di vista teologico,
ma anche da un punto di vista storico-esegetico. Posso aggiungere qualche nota alle
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osservazioni di Luigi Copertino. Che la Lettera agli Ebrei sia o non sia da attribuire alla mano
di Paolo, non ha troppa importanza. Quasi nessuno, oggi, ne difende l’attribuzione diretta
all’apostolo. Anzi, viene spesso ripetuta la battuta di apertura di un commentario del gesuita
Albert Vanhoye: ‘La lettera di Paolo agli Ebrei? Non è una lettera, non è di Paolo, e non è
indirizzata agli Ebrei…’. Dubbi sul suo autore ce ne furono fin dall’antichità. Tertulliano la
attribuiva all’apostolo Barnaba (compagno di Paolo nelle prime missioni da Antiochia).
Clemente Alessandrino († prima del 215), la riteneva composta da Paolo  ’in lingua ebraica’,
da Luca successivamente tradotta con cura e diffusa presso i Greci (un’ipotesi sulla quale ho
iniziato a scrivere qualcosa, tempo fa: in effetti il testo presenta parecchie affinità con lo stile
e il lessico dell’autore degli Atti degli apostoli, che fu discepolo di Paolo). Origene († nel
253-254) ci informa invece che, ‘secondo la tradizione che è giunta a noi, alcuni sostengono
che la abbia scritta Clemente, colui che fu vescovo di Roma, secondo altri invece a scriverla
fu Luca, l’autore del Vangelo e degli Atti’. Anche se, precisa sempre Origene, ‘i pensieri sono
dell’Apostolo: se dunque qualche chiesa considera questa lettera veramente di Paolo, essa
stessa si rallegri anche di questo. Non è un caso, infatti, che gli antichi l’abbiano tramandata
come se fosse di Paolo’. Ma, ribadisco, questo non toglie nulla all’importanza, all’antichità e
alla canonicità dello scritto, né al suo profondo accordo con la teologia di Paolo. Sull’identità
dei suoi destinatari, e sulle intenzioni profonde del testo, ho delle ipotesi molto particolari, che
sarebbe troppo complicato riassumere. Come Paolo argomentava che la fede di Abramo (che
non era un ‘circonciso’) precedette il Patto di Mosè sul Sinai (nella lettera ai Galati, al
capitolo 3, e in quella ai Romani, capitolo 4), così la Lettera agli Ebrei presenta Cristo come
mediatore di una Nuova Alleanza, secondo l’ordine universale di Melchisedek, che precedeva
il sacerdozio levitico. Cosa significa? Significa innanzitutto che l’Alleanza di Cristo abbatte i
confini dell’Israele ‘secondo la carne’, e porta a compimento le promesse che Dio fece per
mezzo di Abramo a tutti i popoli, e non solo a quello ebraico. Il culto del Tempio di
Gerusalemme e la Legge mosaica sono ‘copia e ombra’ di ciò ch’è stato rivelato per mezzo di
Cristo, e come tali sono destinati all’annullamento (vedi, molto chiaramente, Ebrei 8,13). 
Così, secondo la metafora dell’olivo-Israele, chi crede
in Gesù entra automaticamente a far parte di Israele, che sia circonciso o incirconciso.
Ai destinatari delle lettere ai Corinzi, che furono in maggioranza non ebrei, l’apostolo può
scrivere tranquillamente: ‘voi che un tempo eravate Gentili’ (ethne: ‘non ebrei’, pagani). I
convertiti, così, non sono ‘cristiani’ (in Paolo il termine non esiste ancora), ma proprio Israele.
E gli israeliti che non credono in Gesù? Ad essi è dedicata appunto, in modo speciale, una
sezione della Lettera ai Romani (capitoli 9-11), dove l’indurimento parziale di Israele, di
quell’Israele che non riconosce Gesù Cristo, è presentato come un ‘mistero’ (il termine greco
mysterion, in Paolo, è riservato
a realtà inafferrabili da parte della ragione, che fanno parte del piano misterioso di Dio per la
storia).  ‘Che diremo, dunque? - scrive l’apostolo - I Gentili, che non cercavano la giustizia,
raggiunsero la giustizia, quella derivante dalla fede [di Abramo!], mentre Israele, che
perseguiva una legge di giustizia, non la raggiunse. E perché? Perché non la cercava dalla
fede [di Abramo] ma dalle opere [della Legge mosaica]. Inciamparono nella pietra d’inciampo
[Gesù Cristo]’ (Romani 9,30-32). E continua: ‘Inciamparono per cadere per sempre? No! Ma
a motivo della loro caduta la salvezza è giunta ai Gentili, per spingerli alla gelosia [cioè al
desiderio di emularli]’ (11,11).».
14

Come si vede, nessun dubbio, neanche alla luce delle ricerche attuali, sulla sostanziale
paternità paolina della «Lettera agli Ebrei». Benché essa nel testo pervenutoci non possa
essere attribuita direttamente a Paolo, ossia benché essa non sarebbe stata scritta direttamente
in greco dall’Apostolo (ma probabilmente solo in ebraico e poi tradotta in greco da San Luca
evangelista), riporta senza alcun dubbio il magistero, indefettibile e canonico, di Saulo di
Tarso.
11) Confronta J. Meinvielle «Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano», Sacra
Fraternitas Aurigarum, Roma, 1995, pagina 61.
12) Confronta J. Meinvielle «Influsso …» opera citata.
13) La drammatica crisi di Fede che travaglia attualmente la Chiesa è una realtà innegabile ma
non può giustificare alcun «sedevacantismo». Questo atteggiamento, infatti, oltre a rischiare
di sfociare nel settarismo, è palesemente contrario alle stesse promesse di Cristo: «Tu sei
Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa» (Matteo 16,18); «Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
(Matteo 28, 20).
14) E’ questa, infatti, la corretta esegesi di questi passi biblici. Anzi l’unica esegesi possibile,
ossia quella cristologica, senza la quale tali passi diventano, come sono diventati per
l’appunto nella lettura rabbinica, l’assurda pretesa di una supremazia, e poco importa che i
rabbini più moderati parlino di «supremazia spirituale», di un popolo che si attribuisce una
missione universale: messe così le cose è impossibile sfuggire ad un esito etnocentrico,
sebbene con pretese universalistiche
(il che diventa poi un’aggravante dell’etnocentrismo), che fa di un popolo, di una nazione
particolare anche se si proclama «santa», un soggetto superiore agli altri popoli. Ora, passare
da una superiorità spirituale ad una superiorità politica, e perfino razziale, è molto facile,
come la storia del sionismo, quella del fondamentalismo dei coloni e dei rabbini ortodossi e le
vicende mediorientali stanno lì a dimostrare irrefutabilmente. Al contrario, l’Apostolo delle
genti, vero israelita, afferma «in Gesù Cristo la benedizione di Abramo passa alle Genti»
(Galati 3, 14). Ciò significa che il vero passaggio dal tribalismo veterotestamentario, nel quale
era comunque già presente ed annunciato il successivo universalismo cristiano,
all’Universalità cattolica si è potuto realizzare storicamente soltanto con l’Incarnazione del
Verbo di Dio in Nostro Signore Gesù Cristo, preparata già da secoli nell’incontro ellenistico
tra Gerusalemme ed Atene. Passaggio all’Universalità che, sotto la guida dello Spirito Santo,
trovò il suo sigillo nel fissarsi della sede del Vicario di Cristo a Roma, città dalla chiara e
provvidenziale vocazione universalista votata, per questo, al superamento giuridico degli
ethoi tribali per un più grande Ethos universale.
15) Chi scrive quando prega per i «fratelli maggiori» si appella alla Infinita Misericordia di
Dio nella speranza che Egli abbia sempre concesso e conceda tuttora a ciascuno di essi, al
momento decisivo del trapasso, un intimo moto d’amore verso Cristo che possa salvarli. A
proposito di preghiera, vogliamo lanciare una sfida ai «fratelli maggiori». Invece di
lamentarvi per il fatto che noi «fratelli minori» preghiamo per la vostra conversione, perché,
se siete così sicuri della verità della vostra fede post-biblica, non iniziate anche voi a pregare,
invece di maledirci nelle vostre talmudiche «benedizioni», per la nostra salvezza? Abbiamo
tutti, voi e noi, un esempio storico eccezionale. Il medioevo fu un’età di grandissima
tolleranza religiosa di fatto (non certo di diritto), perlomeno al vertice, ossia tra dotti, teologi e
15

filosofi. La metafora di quella tolleranza fu


la cosiddetta favola delle tre anella. Un Padre, prima di partire, consegnò a ciascuno dei suoi
tre figli un anello dicendo loro che uno solo degli anelli era quello autentico ma che la loro
missione non era quella di scoprire quale fosse l’anello autentico ma di custodire fedelmente
l’anello avuto in consegna. Al suo ritorno il Padre avrebbe rivelato quale era l’anello autentico
ma ciascuno dei figli sarebbe stato giudicato in base, non al possesso del vero anello, ma alla
sua fedeltà alla consegna ricevuta. Fuor di metafora, il Padre è Dio, i figli sono gli ebrei, i
cristiani e gli islamici, gli anelli le loro tre fedi. Orbene, fermo rimanendo il diritto di
apostolato e quello di convertirsi alla fede cristiana e fermo rimanendo che la prima, doverosa
ed irrinunciabile, forma di carità cristiana è quella spirituale della predicazione di Cristo ai
non cristiani, l’autore di questo articolo è così convinto che la Chiesa cattolica, cui egli
appartiene, abbia avuto in consegna l’anello autentico, l’unico anello autentico!, da non
temere nulla se, mentre da parte nostra si prega per la conversione degli ebrei a Cristo, noi
cristiani diventassimo l’oggetto della eventuale preghiera dei «fratelli maggiori» in nostro
favore. Cari «fratelli maggiori», vogliamo scommettere su chi vincerà alla fine? Fatevi sotto!

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