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Giorgio Ruffolo

Quando l’Italia era una


superpotenza
Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti

Einaudi
Prefazione

L’Italia è l’unico paese del mondo ad avere attraversato, nella storia, due
epoche di indiscussa superiorità mondiale: politica la prima, nell’antichità:
economica la seconda, nel Medioevo.

Questa «anomalia italiana» è lo spunto da cui parte il libro che mette a


confronto i due fatidici primati: quello conquistato con il ferro dalla Roma
dei re, dei senatori, degli imperatori; e quello acquistato con l’oro dalle
Repubbliche italiane: Amalfi, Pisa, Venezia, Genova, Firenze, Milano, dopo
i secoli bui dell’alto Medioevo.

Dal confronto tra le due epoche emergono tratti caratteristici della


identità italiana. L’identità di un paese, il suo carattere, diceva Benedetto
Croce, criticando ogni forma di determinismo etnico, è la sua storia. La
storia delle sue continuità e la storia delle sue discontinuità. Sono queste
correnti pesanti che il racconto tenta di individuare: le loro origini, le loro
rotture, le loro metamorfosi. Le metamorfosi di Roma da covo di banditi a
grande emporio commerciale dell’Etruria, e poi a «Repubblica imperiale»;
e poi ancora a Impero universale; da massima erede della civiltà greca a
capitale di una nuova religione erede del monoteismo ebraico. Le
metamorfosi dell’Italia, dall’oscurità servile di sei secoli nell’alto Medioevo
alla rinascita delle città costiere e dei Comuni dell’interno; dall’egemonia
mediterranea all’egemonia europea, durata altri sei secoli.
In queste metamorfosi si incontrano grandi questioni insolute: per
esempio, perché Roma, nata come emporio, non fu Cartagine, ma diventò la
sua grande rivale. Perché le sue lotte interne ne alimentarono l’espansione
esterna; perché la schiavitú di massa generò un capitalismo abortito; perché
il cristianesimo fu una grande «rivelazione» etica, ma non una rivoluzione
economica e sociale. E inoltre: come le Repubbliche italiane del Medioevo
si nutrirono delle due grandi civiltà mediterranee, Bisanzio e l’Islam,
sostituendole nell’egemonia; che cosa avevano in comune con le autonomie
municipali italiche i nuovi Comuni italiani del Medioevo; e la questione
madre di tutte le questioni: perché l’Italia, prima fra le nazioni, non diventò
un grande Stato nazionale, ma regredí in una condizione di servitú politica e
di sottosviluppo economico.

La forma è quella del racconto, non quella rigorosa della storia e del
saggio storico: l’autore non è uno storico di professione. È una passeggiata
nella storia. Nella storia delle strutture economiche e delle grandi correnti
sociali, soprattutto: ma contrappuntata dalla evocazione di grandi eventi e
dalle figure di grandi protagonisti. Senza rinunciare ad aneddoti che ne
punteggiano la memoria.

Dunque, un racconto disinibito dalle preoccupazioni del rigore


scientifico e filologico che lo storico di professione deve osservare; ma non
dalla fondatezza dei fatti e delle opinioni. Valendosi di un’ampia libertà di
composizione, come di una sceneggiatura cinematografica, il racconto non
esita a violare la regola secondo la quale la storia non si fa con i «se». E
quindi non esita a sottolineare le occasioni mancate e, talvolta, le alternative
possibili.

Il racconto è diviso in due sezioni: la prima, Il ferro, traccia la grande


parabola di Roma antica, dall’alba sul Tevere, a metà circa dell’VIII secolo
prima di Cristo, fino alla scissione del grande Impero, tra Oriente e
Occidente. La seconda, L’oro, riprende il racconto proprio a Roma, nella
Roma dei Papi e dei secoli bui, per poi seguire il risveglio italiano che fa da
battistrada a quello europeo e fonda una nuova egemonia basata, questa
volta, non sulla forza militare delle legioni, ma sull’intraprendenza di una
nuova classe, audace e spregiudicata.

In qualche modo il libro vuole essere non certo una storia d’Italia, ma un
omaggio alla storia dell’Italia, nei due grandi momenti del suo primato
storico. Privo di autocompiacimenti patriottardi. Ma anche di quella che
Carlo Emilio Gadda chiamava «la porca rogna italiana
dell’autodenigrazione».
È anche un omaggio, senza pretese, ai piú eminenti studiosi della storia
d’Italia. Quelli che hanno inteso «il senso della storia come narrazione,
come romanzo di ampio respiro e in continua evoluzione» 1. Insomma, una
storia, sempre, del presente. Scritta per essere letta non solo dai loro
colleghi: ma anche dagli altri italiani.

1
R. Cowley, Se Lenin non avesse fatto la rivoluzione, Rizzoli, Milano 2002.
 

Devo un caloroso ringraziamento ad Antonella Trezzani per il tempo che ha


generosamente dedicato al paziente e intelligente lavoro di revisione e sistemazione dei
testi.
Quando l’Italia era una superpotenza
Parte prima
Il ferro
Capitolo primo
Alba sul Tevere

I sette colli erano dieci.

Nella notte che cominciava a dileguare dai monti selvosi al mare, lungo
le grandi anse del fiume, non si distinguevano ancora le forme, ma si
levavano già i muggiti e i belati delle mandrie. I pastori latini le
sospingevano all’alba giú per il colle scosceso attraverso la porta Mugonia,
verso i pascoli della pianura. Poteva essere qualunque primavera, a metà
dell’VIII secolo prima di Cristo. Presto si sarebbero stagliate alla luce le
nuove mura, nient’altro che un modesto terrapieno, sul Colle. Cingevano un
gruppo di capanne di paglia e di fango e un tempio di legno che le
sovrastava. Altri borghi si aggruppavano sui colli circostanti, paesaggi di
boschi e di rupi, tane di lupi, divisi da stagni e paludi che il fiume aveva
formato rallentando il suo corso. Roma fu, all’inizio, la federazione di sette
di quei montes (villaggi): il settimonzio. Ce n’erano tre sul colle Palatino
(pare dovesse il suo nome al belato delle greggi): il Palatium, il Germalo e
la Velia. Altri tre sull’Esquilino: il Fagutal, monte dei faggi, il Cispio e
l’Oppio. E il Celio, o Querquetal, monte delle querce: tutti abitati da
popolazioni latine, i ramnenses. Piú tardi vi si unirono il Viminale, colle dei
salici, e il Quirinale, abitati entrambi da sabini, o quiriti o titienses. E
l’Aventino, abitato da gente straniera: albani ed etruschi, i luceres. Tra il
Palatino e il Quirinale si ergeva un colle conteso tra latini e sabini, il
Campidoglio che divenne la rocca della città. Tra il Campidoglio il Palatino
e l’Aventino la pianura, in parte paludosa, prospiciente all’isola Tiberina,
ove si teneva un grande mercato. Quei colli, dopo due secoli circa dal primo
solco di Romolo, che non era quadrato, si saldarono in una sola città, cinta
da sette chilometri di blocchi di tufo: le mura serviane, che non erano di
Servio Tullio, ma piú tarde, e comprendevano una superficie di ben
duecentottantaquattro ettari.

Una leggenda imbarazzante.

La leggenda di quella città, come tutte le leggende che servono a


nobilitare la nascita di città famose, è stata il frutto di una lunga
elaborazione. Il suo nucleo originario era semplice: un figlio di Giove, un
eroe, un tale Romo, l’avrebbe fondata, dandole il suo nome. Era
evidentemente una storia un po’ troppo povera. E quindi si arricchí
progressivamente di racconti che pretendevano, sia pure senza rinunciare
all’origine divina, a radicarla in un mito storico illustre: quello dei greci e
dei troiani. Della grande tragedia di Troia pochissimi erano gli eroi
sopravvissuti. E di questi, due avevano molto viaggiato, dopo la fine della
guerra, Ulisse ed Enea. Ecco i magnifici candidati a un approdo sulle coste
laziali, per annodare le antiche alle nuove glorie: Ulisse sul promontorio di
Circe, Enea un po’ piú su. Ad ambedue fu attribuita una discendenza latina.
Ne emerse vittorioso Enea, forse per la sua piú diretta ascendenza divina
(da Venere). Cosí, quel Romo o Romolo gli fu prima attribuito come figlio;
e poi, quando emerse una chiara incompatibilità cronologica, come
pronipote, attraverso una progenie di re latini e albani. Cosí Virgilio, il
rifinitore della leggenda, poté allacciarsi felicemente a Omero, nel secolo
aureo di Augusto.
Ma la leggenda aurea aveva un risvolto molto meno edificante e piú
psicanalitico, che il meno agiografico e piú scettico Plutarco raccontò senza
complessi. Secondo quella versione, del tutto ignara del pio Enea, il re della
città latina di Albalonga, Tarchezio, una notte è svegliato di soprassalto dai
famigli perché un orrendo membro si libra immenso e pulsante nel tablino,
giú da basso. Il re, che era un latino collaborazionista degli etruschi,
consulta i loro indovini. La risposta è chiara: quello è il grande spirito del
dio del fuoco latino, il grande Marte, che adirato per il comportamento
antinazionale del re, vuole generargli un successore autentico, e ha scelto
questo modo un po’anomalo. Il responso etrusco è astuto, come erano gli
etruschi: il re non frapponga ostacoli, ma, anzi, compiaccia il grande intruso
mandandogli una vergine. Il re è perplesso: forse gli etruschi lo stanno
abbandonando per venire a patti con il dio irato? E per salvare il regno
chiede alla giovane figlia di sacrificarsi per il bene della patria: cosí
diventerà nonno del nascituro, il che potrà ammorbidire il piano di Marte.
La giovane però non ne vuole sapere di quel coso solitario e arrogante, e
convince una schiava a sostituirla. La prova riesce tanto bene che dopo
nove mesi nascono non uno ma due maschietti. Il nonno è costernato, e
anche gli indovini. Chi dei due è il predestinato? Da chi bisogna difendersi?
Come si vede, Marte non è stato meno astuto degli indovini etruschi. Per
non recare offesa al dio, ma neppure correre rischi, Tarchezio decide di
lasciare la decisione al Tevere, facendo depositare i neonati in una cesta
galleggiante sul fiume. Qui le versioni collimano ma per divergere subito
dopo. Infatti, man mano che i due bimbi raccolti da una lupa (cosí si
chiamavano allora le prostitute) crescono, diventa sempre piú evidente che
Remo è il vero predestinato, è il campione latino, il vendicatore della razza,
il liberatore dei latini dal dominio etrusco, il prescelto a fondare sulla riva
sinistra del Tevere la città nuova, che dovrà chiudere agli etruschi la porta
della pianura laziale. Romolo è il piú debole ma anche il piú astuto. Lascia
che sia Remo a sbarazzarsi del re di Albalonga e si mette d’accordo
segretamente con gli etruschi per far fuori subdolamente l’onesto Remo in
una delle piú famose contese fraterne della storia. Ingannandolo sull’esito
della gara concordata (chi avesse visto per primo gli avvoltoi nella Valle
Murcia tra l’Aventino e il Palatino, dove piú tardi sorse il Circo Massimo)
ne provoca l’ira, il fatale passaggio del solco che lo sleale vincitore sta
tracciando e il successivo assassinio, perpetrato da un sicario etrusco con un
colpo di zappa sulla testa.
Come si può capire, questa non era una versione lusinghiera per le
origini della capitale del mondo. Tanto piú che Romolo, protetto     dagli
etruschi, fu praticamente espulso dalla comunità delle altre città latine e
costretto a dare asilo, per popolare la nuova città, a ogni sorta di banditi. I
romani si inventarono un nuovo dio, il Dio Asilo, cui fu dedicato un tempio
eretto esattamente dove è ora la piazza michelangiolesca del Campidoglio,
tra due boschetti, che sono ora il palazzo capitolino e quello senatorio. E
rapirono le fanciulle sabine, perché nessuna ragazza era volontariamente
disponibile a vivere in quella città esecrata.
Lo stesso Romolo, secondo la leggenda, fu vittima di quella sua città
violenta e dissoluta. Insofferenti della sua prepotenza, gli anziani lo fecero a
pezzi; e temendo la reazione della sua gente, si divisero tra loro i pezzi e li
nascosero sotto le toghe, raccontando poi che il re era volato via, assunto in
cielo, dove il dio Marte lo aspettava.
Leggende cosí fosche tradiscono condizioni di particolare turbolenza. E
questa nasce forse dalla posizione nevralgica della nuova città, alle frontiere
di due civiltà – l’etrusca e l’italica – e all’incrocio di due importanti vie
commerciali, quella est-ovest del sale, tra il Tirreno e i monti della Sabina;
e quella nord-sud, dalla Toscana etrusca alla Campania greca, sulla quale
transitavano altre due preziose merci: il ferro e gli schiavi.

Pastori, contadini e mercanti.

I latini non erano autoctoni, come a lungo credettero o finsero di credere


essi stessi. Erano la filiazione di un gruppo etnico, gli italici, giunti dalla
Russia nella grande onda indoeuropea, con il loro ferro, i loro dèi del fuoco,
i loro carri e cavalli: press’a poco nella stessa fase storica nella quale vi
giunsero gli etruschi. Tra etruschi e latini vi fu subito scontro, ma si
annodarono anche i traffici. Latini e sabini, questi ultimi di stirpe albanese,
vennero a contatto con gli etruschi proprio lí, al guado dell’isola tiberina,
sotto al dirupo del Palatino, dove si era fatto il nido Roma, «torva
riguardante sui selvaggi piani». Il guado tiberino era dunque una posizione
di importanza strategica. In quella stessa epoca storica erano poi approdati
alle coste della Sicilia e dell’Italia meridionale i greci. Tutto il
Mediterraneo, insomma, aveva subito un brusco cambiamento di scena, con
uno spostamento del baricentro politico da est a ovest. L’Italia stava al
centro di quel movimento. E la nuova città stava al centro dell’Italia.
Quali possibilità avevano questi romani arroccati sul Palatino di sfruttare
a loro vantaggio quella posizione strategica? In fondo, continuavano a
essere quello che i loro antenati erano stati per secoli: pastori. Ma fu proprio
l’arrivo in Italia dei greci e degli etruschi, e cioè di un’immigrazione
proveniente da civiltà raffinatissime che giovò a Roma, cambiandone
completamente il contesto economico e politico. Il basso Tevere diventò
una zona calda.
Il Tevere stesso era una via commerciale, utilizzata per la fluitazione del
legname proveniente dall’alta valle tiberina. Era navigabile per lunghi tratti
verso la foce e le imbarcazioni dei mercanti greci fenici etruschi lo
risalivano fino all’isola tiberina, dove due antiche strade, la Salaria e la
Campana, convergevano sul guado, piú tardi sostituito dal ponte Sublicio.
In quel luogo si concentrava sin dai tempi arcaici il mercato del sale e il
mercato del bestiame: il Foro Boario. E lí fiorí un grande emporio
commerciale fitto di merci e di uomini provenienti da tutto il Mediterraneo.
Da quel vasto spiazzo lungo la riva sinistra del Tevere, davanti al Palatino e
all’Aventino, si diramavano le strade e i vicoli di un quartiere commerciale
affollatissimo, dove, tra le botteghe e i mercati, sorsero santuari e templi
edificati in onore di dèi indigeni ed esotici.
Con il crescere di quegli scambi anche il paesaggio sociale di Roma si
complicava e si animava. Ai belati delle mandrie si accompagnava il rotolio
dei carri, il battito dei cantieri, il frastuono delle vie bottegaie. Al conflitto
arcaico tra i pastori e i contadini si sovrappose quello, destinato a
svilupparsi in forme violente, tra questi ultimi, raggruppati nelle genti
patrizie, con le loro clientele, e la nuova gentarella dei negozianti, degli
artigiani, dei mediatori. I senza gente: i tanti, i plebei.
I primi erano il frutto di una selezione durissima. L’agricoltura intensiva
si era affermata nel Lazio tra l’VIII e il VI secolo nella pianura strappata con
fatica alle paludi e alle foreste. Il paesaggio del Lazio centrale era ben
diverso da quello odierno. Per la maggior parte, due terzi circa, era coperto
da foreste, paludi, laghi, acquitrini. Un terzo soltanto era lasciato ai pascoli
o coltivato, per lo piú a grano, o con una specie di grano, il farro, dal seme
piú resistente all’umidità. I pascoli cedettero lentamente, nel tempo, alle
coltivazioni. Il fatto è che la terra non era fertile come quella campana o
padana. Lo strato di cenere vulcanica era poco spesso e poggiava su un
pavimento duro di argilla. Bisognava lavorarla a lungo, quella terra, e con
grande fatica; con la zappa prima, e poi con un aratro primitivo. E lasciarla
riposare ad anni alterni.
Da quella lotta contro una terra ardua fu forgiata la stirpe dei patrizi
romani: contadini diventati proprietari individuali dopo l’emancipazione
dalla proprietà collettiva della gens: durissimi, ostinati, infaticabili. Un po’
limitati. E assai prolifici, come attestano i nomi non immaginifici dei loro
rampolli: Primo, Secondo, Terzio… Ottavio, Decimo. Non fu però soltanto
da quella gente che derivò la stirpe di Romolo. Roma era nata come un
crogiuolo, alla confluenza di tre stirpi di origini e culture diverse: i sabini,
prevalentemente montanari e pastori, i piú conservatori; i latini,
prevalentemente agricoltori; e gli etruschi, i piú civilizzati, cosmopoliti,
navigatori, artigiani e mercanti. Nei suoi primi secoli, essa subí
alternativamente l’influenza di tutte e tre queste etnie.

Giunge uno strano principe.

Fu proprio questa la sua grande fortuna. Diversamente dalle città-stato


sumeriche, elleniche e fenicie Roma non si identificò con una nazione. Non
fu mai calata in uno stampo rigido, come un vecchio cliché la raffigura.
Fondata fin dalle origini come un asilo che raccoglie i rifiuti dei popoli
circostanti, non avrebbe mai potuto generare una cultura razzista. La sua
identità non poteva riconoscerla in un sostrato organico. Fu dunque
costretta a costruirla artificialmente, come una creazione della mente. La
sua unità, la sua identità fu lo Stato, la Repubblica. Una struttura
essenzialmente politica. Sulla sponda destra del Tevere, che non passava
propriamente dentro Roma, ma la sfiorava di sguincio, c’era la ricca,
raffinata, crudelissima Etruria. La quale non costituiva uno Stato, ma una
Confederazione di città indipendenti ed opulente. Verso la metà dell’VIII
secolo quella potenza composita era ancora piena di energie che la
spingevano a espandersi a Nord, nella pianura padana, ove si scontrava con
le popolazioni celtiche; e a Sud, verso le ricche pianure e i porti della
Campania, ove doveva vedersela con i greci, alleandosi spesso con i loro
grandi nemici, i fenici di Cartagine. Era inevitabile che gli etruschi
passassero in qualche modo per Roma.
La pressione etrusca su Roma l’abbiamo già incontrata nella leggenda.
Sta di fatto che, dopo un primo periodo storicamente oscuro, identificabile
nei personaggi mitici dei re latini e sabini, Roma si trova a essere dominata
da principi etruschi. Non si tratta però di una conquista militare, di una
invasione di eserciti, ma piuttosto di una infiltrazione. I re etruschi sono
avventurieri che arrivano in una città nuova per sfruttare il suo potenziale di
sviluppo, grazie alla loro intraprendenza e all’esperienza acquisita in una
civiltà superiore. Sono anch’essi uomini nuovi, non figli di re: proprio come
lo erano, a quei tempi, i tiranni greci: Aristodemo di Cuma, Gerone di
Siracusa. Come lo furono, molto piú tardi, i signori delle Repubbliche
medievali italiane.
Consideriamo come Tarquinio il Vecchio, che era un intelligente e
inquieto figlio di un greco di Corinto, un certo Demarato e di una nobile e
ricca signora di Tarquinia. Aveva avuto la buona sorte di sposare Tanaquil,
una ragazza bella e intraprendente come e piú di lui. Quella coppia
considerò Roma come una coppia di coloni bianchi poteva considerare la
Rhodesia o il Far West. È un po’ difficile credere a Tito Livio (come accade
spesso) quando riferisce che quei due erano giunti «nei pressi del Gianicolo
per caso». E per aumentare la sua credibilità ci racconta che lí, in cima al
colle, un’aquila a volo radente strappò il copricapo al giovane, per
rimetterglielo in testa dopo un largo giro in cielo. E cosí – conclude Livio –
Tanaquil abbracciò il marito e lo persuase a entrare a Roma, «dove prese
dimora dichiarando il nome di Lucio Tarquinio Prisco» (eh no! Prisco, cioè
il Vecchio, non poteva esserlo, allora!). Quel che è certo è che Tarquinio e
la moglie, trasferitisi a Roma con un vasto corteo di clienti, continuarono ad
arricchirsi commerciando; e con quella fortuna, e con l’abilità in materia di
relazioni pubbliche di Tanaquil, organizzarono una campagna elettorale
trionfale (i re romani, a differenza degli imperatori piú tardi, erano eletti
democraticamente). Tarquinio diventò re. Era un imprenditore e un
demagogo. Ma anche un politico geniale. Schiacciò tutti i concorrenti,
facendo balenare immagini di potenza e di ricchezza per tutti. Era anche un
audace condottiero. Promosse guerre di rapina, infiammando la gioventú.
Dionigi di Alicarnasso ci racconta diffusamente le sue gesta. Non solo
guidò vittoriosamente i romani contro sabini, equi, volsci, estendendo il
dominio della città a Sud, fino a Terracina. Ma si rivolse a Nord, contro
l’Etruria e riuscí a sottometterla, forse non tutta, ma la sua parte
meridionale, compresa la sua Tarquinia. Dunque, non fu l’Etruria a
sottomettere Roma, ma addirittura Roma a sottomettere, almeno in parte,
l’Etruria. La successiva «etruschizzazione» dell’Urbe sarebbe stata il frutto
della superiorità culturale dei toscani vinti, che vi si infiltrarono e vi
prosperarono, modernizzando i fieri costumi latini.
La grande Roma dei Tarquini.

Fu proprio cosí? Non è possibile troncare di netto la questione, per


mancanza di altre fonti dirette. Ma illustri storici, come Ferrero e
Barbagallo, considerano del tutto verosimile questa ipotesi di Roma capitale
dell’Etruria. Sta di fatto che nei trent’anni del suo regno il figlio del ricco
greco e della nobile toscana fece di Roma una potenza tirrenica: «la grande
Roma dei Tarquini» come l’ha definita un altro storico contemporaneo. Era
certo un uomo privo di scrupoli: quando conquistava una città, deportava le
donne e i figli a Ostia, dove li vendeva ai pirati. Attivò grandi flussi di
commercio con la Sardegna, con la Corsica, con i cartaginesi, con la Sicilia,
la Magna Grecia e persino con l’Oriente ellenico. Riempí Roma di artigiani
che lavoravano il rame, il legno, le pelli, le ceramiche, il ferro; concentrò le
loro officine tra il Palatino e il Campidoglio, ove per secoli il vicus tuscus
conservò la loro memoria. Istituí alla sua corte la pompa e il cerimoniale
etruschi. Grande demagogo, con la sua Tanaquil, di cui fu sposo fedele,
seppe formarsi un robusto partito nel Senato e soprattutto un vasto consenso
tra gli uomini nuovi del commercio, dell’industria, dei mestieri: la
gentarella plebea.
Quell’alleanza, il successore Servio Tullio, che proprio etrusco non era
(si diceva fosse figlio di una nobile latina, schiava della regina e del solito
dio fallico che capitava sempre a sorpresa) la ribadí e la sviluppò quando
nella costituzione sancí il predominio dei ricchi, costringendoli però a
subire il peso prevalente delle tasse. E quando, addirittura, tentò di istituire
una monarchia democratica e rivoluzionaria, suscitando lo sdegno e la
rivolta dei patrizi.
Quella rivolta, fu il secondo Tarquinio a cavalcarla, aizzato dalla figlia
degenere del re, che aveva sposato, e che travolse il padre sanguinante sotto
le ruote del suo cocchio. Ma questo Tarquinio Superbo riprese poi in pieno
la politica democratica espansionistica e mercantile dei predecessori, finché
cadde nella congiura aristocratica guidata dal balbuziente Bruto e dal suo
amico Collatino, per vendicare l’onore di Lucrezia, violentata dal figlio del
re.
La storia è raccontata dai vincitori; e i vincitori erano senza dubbio gli
aristocratici patrizi, latini e sabini, insofferenti della potenza del re etrusco e
della crescente influenza della plebe. La raccontarono demonizzando i re
oppressori della libertà ed esaltando la purezza delle nuove istituzioni
repubblicane. Non si fa fatica a credere che di nefandezze, i re etruschi e i
loro cari ne abbiano compiute. Ma ormai da tempo gli storici
contemporanei hanno rivalutato certe testimonianze (perché non credere a
chi era certo piú di noi informato dei fatti?) dalle quali emerge la brillante
performance della monarchia etrusca. Oggi quella performance può essere
misurata con criteri oggettivi incontestabili. Come Francesco De Martino ha
accuratamente calcolato, alla fine della monarchia latina, all’inizio del VI
secolo, Roma occupava un territorio di 150 chilometri quadrati, con una
popolazione di 10 mila abitanti. Alla fine della monarchia etrusca, cento
anni dopo, il suo territorio si estendeva su 820 chilometri quadrati, con una
popolazione di 50 mila abitanti. Era diventata non solo una delle piú grandi
città italiche (la potente Siracusa contava allora 40 mila abitanti) ma una
rispettabile potenza mediterranea. Ne fa fede il suo primo trattato con
Cartagine – allora regina del Mediterraneo – che, nel determinare la sfera di
influenza della grande città fenicia riconosceva a Roma un ambito riservato
nel Lazio e nei mari circostanti.
Era diventata anche una città grandiosa per i suoi monumenti e le sue
opere pubbliche: la rete fognante, il prosciugamento e la pavimentazione
del Foro, il Circo Massimo edificato nella valle Murcia, tra l’Aventino e il
Palatino, i nuovi templi sul Campidoglio sovrastati da quello dedicato a
Giove Ottimo Massimo, sul cui tetto il dio guidava una enorme quadriga,
con scettro e fulmine in mano.

La catastrofe della prima repubblica.

Se tra la monarchia latina e quella etrusca si era compiuto un vero salto


storico di potenza e di ricchezza, uno altrettanto brusco, ma in senso inverso
si verificò nel passaggio successivo tra la Monarchia e la Repubblica, alla
fine del VI secolo. La fine della monarchia non fu l’esito di una congiura di
palazzo o di alcova – comunque fossero andate le cose con Lucrezia – ma
di un rivolgimento sociale: l’instaurazione di una oligarchia chiusa di
contadini proprietari – i patrizi – e l’emarginazione politica dei ceti
commerciali e artigiani: i plebei. Questo evento, celebrato per secoli come
la trionfale vittoria della libertà sull’oppressione e sull’arbitrio dei potenti
segnò, per la giovane Repubblica, una catastrofe politica ed economica.
Partiti il Superbo e i suoi fedelissimi, l’agro romano fu attaccato e invaso
da tutte le parti. Roma rischiò di essere sommersa dalla vendetta dei latini,
degli equi e dei volsci dal Sud, dalla rappresaglia etrusca dal Nord. Perse
praticamente tutte le sue conquiste. Dovette piegarsi alle ingiunzioni
dell’etrusco Porsenna che tuttavia non aveva alcuna intenzione di favorire il
ritorno del suo rivale Tarquinio. Ma sopravvisse, per il fatidico
congiungimento, a lei congeniale, della fortuna e della virtú.
Dal punto di vista economico, subí quella che oggi definiremmo una
disastrosa recessione. Forse questa non era un fatto locale. Tutta l’Etruria,
in quel tempo, era stata colta da una crisi economica e politica. Fatto sta che
l’effetto combinato di una caduta verticale della domanda estera e del
ritorno al potere dei patrizi determinò la rovina della nascente «borghesia»
plebea e il ritorno dell’economia alle forme chiuse e al livello di vita
modesto di un’economia agricola povera. I plebei si trovarono in balía dei
patrizi. Non disponendo di fonti proprie di reddito dovettero rivolgersi alla
terra. Ma lí non potevano che restare ai margini dell’assetto proprietario
dominato da quelli e, costretti spesso all’indebitamento nei loro confronti,
subirne le angherie.

Patrizi e plebei.

Nacque cosí quel grande conflitto tra patrizi e plebei che segnò due
secoli, il V e il IV : un conflitto che fu piú volte sul punto di precipitare la
giovane Repubblica nella rovina. Non attraverso la guerra civile; i plebei
erano troppo deboli per prendere le armi. Un sociologo nostro
contemporaneo direbbe però che essi, non potendo avere voice,
sperimentarono l’unica via alternativa fornita dall’exit: non essendogli
possibile la partecipazione, minacciarono la secessione. E questo gli tornò
utile e salvò la Repubblica a dispetto dell’aristocrazia e grazie, non tanto
all’apologo del vecchio Menenio – come ci raccontavano a scuola – quanto
all’incombente minaccia dello straniero.
Fu comunque un conflitto lungo, aspro, talvolta feroce, che si svolse
attorno a tre questioni cruciali. C’era anzitutto il problema dei diritti politici
passivi (l’accesso alle magistrature) dei quali i plebei erano privati; e di
alcuni essenziali diritti civili, come quello di contrarre matrimonio con
membri del patriziato. Per risolverlo si dovette passare attraverso la
creazione di una istituzione di classe, il Tribunato della plebe, finché
soltanto alla metà del IV secolo tutte le magistrature furono aperte ai plebei.
C’era il problema dell’assegnazione ai plebei di una parte delle terre
conquistate, confiscate dallo Stato come ager publicus e occupate poi in
possesso perpetuo o in proprietà piena dai patrizi. Ci vollero aspre lotte
civili e molte leggi votate e spesso violate perché si riservassero ai plebei
quote importanti di quelle terre e perché si ponessero limiti (150 ettari
circa) alle proprietà dei piú ricchi. E c’era, infine, l’istituto piú odioso,
quello del nexum, della prigione per debiti. Il regime che lo regolava era
spietato. Il debitore condannato, se lasciava trascorrere trenta giorni senza
pagare, veniva sottoposto alla manus iniectio, un’azione esecutiva. Se non
trovava un vindex, un garante disposto ad impegnarsi per lui, era trascinato
in casa dal creditore e ridotto in catene del peso minimo di quindici libbre.
Il creditore era tenuto a corrispondergli una libbra di farro al giorno, razione
inferiore a quella minima per tenere in vita una persona. La prigionia
durava sessanta giorni e se il debitore si reggeva ancora in piedi il creditore
poteva ucciderlo o venderlo schiavo a Trastevere, vale a dire oltre il confine
della città. Solo nel 368 una legge abolí questa istituzione disumana.

Dopo la crisi, la ripresa.

Può sembrare sorprendente che questa violenta lotta di classe non solo
non abbia pregiudicato l’indipendenza della Repubblica, ma abbia
addirittura favorito la ripresa della sua espansione, quando la grande crisi
del V secolo ebbe termine.
Nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Niccolò Machiavelli
sottolinea questo apparente paradosso:

coloro che dannano i tumulti che per trecento anni, dai Tarquini ai Gracchi, sconvolsero
la scena di Roma, mi pare che biasimino quelle cose che furono la prima causa del
tenere libera Roma; e che considerino piú a’ romori ed alle grida che di tali tumulti
nascevano, che ai buoni effetti che quelli partorivano; e che non considerino come e’
sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello dei grandi; e come
tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come
facilmente si può vedere essere seguito in Roma… 1

Dal conflitto di classe nasceva dunque la lotta per la libertà, ma non solo.
Nasceva anche un impulso alla conquista esterna. L’espansione, infatti,
offriva la possibilità di attenuare quel conflitto attraverso la disponibilità di
nuove terre da distribuire alla plebe romana. All’inizio del IV secolo la
conquista di Veio, che coronava una lotta secolare con la distruzione di
quella prima potente rivale di Roma e il massacro e la riduzione alla servitú
dei suoi abitanti, mise a disposizione di Roma un territorio che era piú vasto
di quello allora controllato dai romani.
Altre cause concorrono però, certamente, a spiegare l’energica ripresa
dell’espansione. Alcuni storici l’hanno attribuita all’esaurimento della
fertilità del suolo povero di humus, a causa delle coltivazioni intensive. La
spiegazione sembra però alquanto anacronistica, se si pensa che ancora nel
XVIII secolo della nostra èra il Lazio era coperto di boschi lussureggianti. Il
suolo era certo piú avaro di quello della Campania felice e della grassa
Padania, ma ben lontano dall’esaurimento. Non c’è invece dubbio che l’alta
fertilità umana e non la bassa fertilità dei terreni creassero problemi di
sovrapopolazione: i quali, uniti alla peculiare aggressività di un popolo
particolarmente inquieto fin dalla sua origine eterogenea, determinavano
una forte propulsione verso la conquista di «spazi vitali».
Questi problemi Roma riuscí a risolverli con la colonizzazione. Ma come
accade sempre nella storia, ne creò degli altri. Che cos’era la deduzione di
colonie? Un certo numero di cittadini romani, o latini, era mobilitato e
inviato a fondare una nuova città nei territori conquistati con un duplice
scopo: quello politico strategico di presidiare e consolidare la conquista, e
quello economico sociale di occupare produttivamente il surplus di
popolazione. Anche i greci e i fenici avevano largamente praticato questa
politica. Ma vi erano importanti differenze. La colonizzazione greca e
fenicia era «diffusiva», quella romana «cumulativa». Mi spiego. Le colonie
greche e fenicie erano fondate di là dal mare e presto si distaccavano
politicamente, se non culturalmente, dalla madre patria. Quelle romane,
invece, segnavano le tappe di una progressiva espansione terrestre e
continua, restando quindi pienamente integrate nella repubblica. Insomma,
la Roma repubblicana non seguí che in parte la traccia della Roma dei
Tarquini. Quella era sembrata ispirarsi allo stesso destino marittimo e
commerciale di Cartagine. Questa conservò la vocazione terragna latina e
italica. Roma non fu Cartagine.
Mentre sia pure lentamente e faticosamente, grazie anche al processo di
colonizzazione, il conflitto tra patrizi e plebei si andava attenuando, la
colonizzazione romana si accompagnava con nuove trasformazioni sociali
gravide di nuovi conflitti. Essa infatti generava altre diseguaglianze. Le
antiche famiglie patrizie si ritagliavano la parte del leone nei nuovi territori.
Con la ripresa dei traffici, come poi vedremo meglio, nuovi ceti di ricchi
plebei si affermavano fondendosi con gli antichi strati del patriziato in una
nuova nobiltà: una élite dominante aperta, a differenza dell’antica, perché
accessibile attraverso le carriere politiche elettive. Nobilitas viene dal verbo
cognoscere (gnobilis). È come dire che i nuovi aristocratici erano ben noti,
piuttosto che ben nati.
Dall’altro lato, il ceto dei coloni piccoli proprietari scompariva
gradatamente, sia a causa dei «prelievi» delle guerre, sia per la pressione
dei grandi proprietari che estendevano i loro domini attraverso l’evizione
dei coloni debitori o l’acquisto dei loro fondi. La struttura sociale quindi
evolveva verso una nuova e piú forte polarizzazione: da una parte l’élite
degli honestiores, una nuova aristocrazia del denaro; dall’altra la nuova
plebe, meglio, il nuovo proletariato degli humiliores, li chiamarono cosí.
Questa polarizzazione fu causa dei conflitti sociali insorti nel II secolo
avanti Cristo, il secolo dei Gracchi e delle rivendicazioni «democratiche».
Rivendicazioni democratiche ma al tempo stesso reazionarie. Sia Tiberio
che Caio Gracco, come altri avevano fatto prima di loro, issarono la
bandiera di tutti gli oppressi: che si trattasse dei proletari esclusi dalla terra
o dei «soci» italici emarginati politicamente dalla conquista. Tentarono
anche, senza successo, di costituire una qualche alleanza tra questa nuova
plebe e i nuovi ceti «borghesi» che si riconoscevano in parte nell’ordine dei
cavalieri, contro i nobili. Ma invece di guardare avanti guardavano indietro,
alla antica proprietà contadina, decimata e agonizzante, che intendevano
anacronisticamente restaurare. Intanto le colonie, appena costituite, si
disfacevano. I contadini, vendute o cedute le loro terre, si mescolavano al
grande proletariato della metropoli. La rabbia dei ceti dominanti, la loro
paura delle riforme democratiche e il terrore sotterraneo che l’allentamento
della disciplina sociale scatenasse gli schiavi, la cui minaccia serpeggiava,
scatenandosi a tratti in grandi terribili rivolte, schiacciò ogni tentativo di
riforma. I Gracchi furono massacrati. Il ruolo di antagonista
dell’aristocrazia non fu assunto dal partito della democrazia rurale, ma da
quello della «democrazia militare». Ma questa è storia dell’epoca
successiva: l’epoca nella quale, padrona dell’Italia, Roma conquistò l’intero
mondo mediterraneo.

1
N. Machiavelli, Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, Einaudi, Torino 1983.
Capitolo secondo
La Repubblica imperiale

Il prodigio della conquista.

Nell’antichità ci sono state due forme di comunità politica: la città-stato


e la Monarchia imperiale. Ma nessuna città-stato è diventata una Monarchia
imperiale: tranne Roma. La metamorfosi è prodigiosa e folgorante.
Prodigiosa perché, alla fine della lotta mortale con Annibale, Roma sembra
stremata, esausta. Invece è proprio di qui che parte la conquista del
Mediterraneo. Dopo esser passata in meno di due secoli, dal 470 al 272
a.C., dal controllo del Lazio a quello della penisola, Roma acquista in poco
piú di altri due secoli (272-52 a.C.) il dominio dell’intero bacino
mediterraneo, con estensioni nell’entroterra, sino all’Eufrate da una parte,
sino alla Gallia atlantica e alla Britannia dall’altra.
Qual è il segreto di questo prodigio? Certo, c’è la spinta demografica.
Ma la ragione fondamentale sta nella forza propulsiva della costituzione
politico-militare romana. Roma è una città basata sostanzialmente sulla
guerra. È una città-esercito, la cui struttura militare coincide con quella
politica. Ambedue sono orientate alla guerra, alla conquista di terre, che
consente – in ultima analisi – di contemperare gli interessi dell’aristocrazia
con quelli della plebe, gli interessi del senato con quelli del popolo romano.
In questa espansione si crea, pur attraverso conflitti di classe violenti, una
solidarietà patriottica che non ha riscontro in nessuna altra città. La guerra,
come è stato detto, era non soltanto il motore dello sviluppo, ma anche il
suo contesto vitale. Per essa Roma aveva costruito uno strumento militare
formidabile: la legione.
La grandezza di Roma, però, non è solo il risultato del successo militare,
ma soprattutto della capacità di tenere insieme un Impero cosí rapidamente
conquistato. Se si fosse limitata al successo militare Roma avrebbe
eguagliato i grandi Imperi orientali: degli assiri, dei persiani. Quelli
durarono molto meno e lasciarono solo grandi tracce di odio. Quando cadde
l’assira Ninive il mondo esultò: era scomparso l’Impero del male. Quando
cadde Roma, il mondo ne fu smarrito. Roma lasciò una traccia
incomparabile rispetto a quelle potenze effimere.
È dunque il successo dell’integrazione politica che spiega la grandezza
di Roma, molto piú della sua potenza militare. Il dominio politico romano
non mancò certo di brutalità. Ma tra quelli dell’antichità e di molti altri dei
secoli successivi, fu di gran lunga il piú capace di suscitare consensi, di
gettare radici, di lasciare segni: nel paesaggio, nella cultura, nella lingua,
nel diritto delle nazioni.
Secoli di riflessione storica si sono concentrati sull’impresa militare,
politica, amministrativa e culturale di Roma. Per esaltarla e anche per
denigrarla.
Un’attenzione minore, anche se via via crescente ai tempi nostri, si è
rivolta all’economia romana. Ciò è dovuto forse – diciamolo
sbrigativamente – al fatto che, mentre il sistema politico romano fu uno
straordinario successo, il sistema economico romano fu un fallimento.
Mentre il primo gettò fondamenta durevoli nella storia d’Europa, il secondo
restò sempre in condizioni di precarietà, per entrare in uno stato di crisi
subito dopo la fine dell’età della conquista.
Naturalmente si tratta di una sentenza retroattiva: nel senso che essa è
formulata con criteri propri della nostra modernità. Nel mondo romano,
come del resto in tutto il mondo antico, l’economia non costituiva un
sistema autonomo, chiaramente distinguibile dal sistema politico. Non era
stato identificato e configurato come tale, in un modello. Come nel corpo
umano il sangue circolava prima che Harvey lo rappresentasse nel suo
modello, cosí l’economia esisteva e funzionava nel mondo antico, senza
essere riconosciuta come sistema relativamente autonomo (la metafora del
sangue è appropriata, perché proprio a quel modello di circolazione si ispirò
il medico di Corte di Luigi XV, il dottor Quesnay, per raffigurare il sistema
economico nel suo Tableau). Come dice Aldo Schiavone l’economia degli
antichi era una «struttura nascosta», che non stava in piedi da sola. I
contemporanei non la percepivano come una realtà da governare, come noi
«moderni», che non solo l’abbiamo districata dalle altre realtà sociali, ma
ne abbiamo fatto addirittura la struttura dominante della società.
Giudicandolo con i nostri criteri di «moderni», il modello economico
romano della maturità è stato rappresentato dagli storici dell’economia
romana in modi che variano tra due estremi: da quello «primitivista» a
quello «modernista». Ci sono quelli (come Rodbertus) che l’hanno
considerata una economia arcaica, tutta racchiusa in forme di produzione e
di consumo autosufficienti, praticamente prive di una rete significativa di
scambi; e quelli, come Rostovčev e Mommsen, che l’hanno raffigurata
come una vera e propria economia capitalistica ante litteram:
un’anticipazione delle nostre economie di mercato.

La critica moderna ha fatto giustizia di queste rappresentazioni estreme,


distinguendo anzitutto tra le epoche dell’economia romana. Abbiamo visto
come neppure il modello patriarcale si possa considerare un’economia
chiusa. E vedremo ora come quello che chiameremo modello della
Repubblica imperiale, pur evolvendo verso forme mercantili
incomparabilmente piú sviluppate, sia restato ben al di qua della soglia di
un capitalismo moderno.
La formula «Repubblica imperiale» è dello storico francese Claude
Nicolet. Essa abbraccia i secoli della conquista e della stabilizzazione
dell’Impero, grosso modo dal II a.C. al II d.C., scavalcando la partizione
politica convenzionale tra repubblica e Impero, che dal punto di vista
dell’evoluzione dell’economia ha scarso significato. Se per questo periodo
si può parlare di «capitalismo», si deve subito aggiungere che si tratta di un
capitalismo mercantilistico abortito. Al capitalismo i romani si avvicinarono
piú di tutte le potenze del mondo antico e da piú di un punto di vista. Ma
restarono ben al di qua di una soglia critica. Per rendercene conto dobbiamo
partire dalle grandi trasformazioni provocate dalla folgorante conquista
mediterranea. È infatti in quel momento storico che si crearono condizioni
di accumulazione tali, potenzialmente, da formare una economia-mondo di
tipo capitalistico: la prima nella storia. Ciò che era avvenuto su piccola
scala e parzialmente nelle città greche e fenicie e nella stessa Roma dei
Tarquini, l’affermazione di una economia mercantilistica, avrebbe potuto
verificarsi sulla scala di un grande Impero. Perché non lo fu?

Le dimensioni dell’Impero.
L’affermazione di Roma come superpotenza sconvolge lo scenario del
mondo antico. Cerchiamo anzitutto di misurare le proporzioni di questo
brusco mutamento di scena.
Da una popolazione di 10 milioni su una superficie di 150 mila
chilometri quadrati alla fine delle guerre puniche, il dominio romano passa,
all’inizio del I secolo della nostra èra, a una popolazione di 55 milioni su
una superficie di 3,3 milioni di chilometri quadrati, lungo un asse di 5 mila
chilometri che corre dalle coste della Britannia alle pendici del Caucaso.
Fermiamo l’obiettivo sulla Repubblica imperiale a metà del suo
percorso, al tempo di Augusto, al momento in cui la conquista si sta
esaurendo: quando svaniscono i sogni, pure accarezzati dal primo
imperatore, di portare le aquile di Roma alle sorgenti del Nilo, lungo la
pista vanamente tentata dalle carovane del console Gallo; di soggiogare
l’indomabile Germania; di raggiungere attraverso la Persia l’India delle
perle e il misterioso paese della seta, la terra dei Seres. L’Impero raggiunge
allora i suoi confini storici. Entro quello spazio esso sembra anche giunto ai
limiti del tempo. Impero senza fine, lo chiamerà Virgilio.
È il piú grande Impero dei suoi tempi, non superato dai suoi
contemporanei, la Persia l’India e la Cina. Resterà la maggiore unità
economica della storia dell’Occidente conservando il suo primato fino al
XIX secolo. Ha una densità, rispetto alle nostre misure, assai bassa: 17
persone in media per chilometro quadrato. I tassi di natalità e mortalità sono
elevati, la vita media non supera i 20 anni: un Impero di giovanissimi. Solo
un decimo della popolazione vive nelle sue 3 mila città, un ventesimo nelle
4 piú grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria) e un milione nella
capitale.
Secondo calcoli eroicamente approssimativi il prodotto interno lordo di
quell’Impero, a quell’epoca, si sarebbe aggirato attorno ai 20 miliardi di
sesterzi, che ancora piú eroicamente ragguaglieremo a 20 miliardi di dollari
di oggi. Certo, il confronto è piú che grossolano, data l’incomparabilità dei
poteri d’acquisto tra strutture economiche cosí difformi! E tuttavia ci serve
a stendere questo «trasparente» sulle nostre carte. Ci accorgiamo cosí che,
con un prodotto pro capite di 375 dollari, l’Impero romano si poneva sulla
media dei paesi sottosviluppati alla metà del secolo XX , superando però
quelli allora piú poveri, come l’India: l’India delle perle.
Dunque, una economia povera, nel complesso, certo, ma con vertiginose
concentrazioni di ricchezze, proprio come l’India. Il reddito annuale del
solo imperatore stava nell’ordine di 15 milioni di dollari e cioè lo 0,1 per
cento del Pil. Quello dei 500 senatori presi insieme ammontava a 100
milioni di dollari, pari allo 0,5 per cento del Pil. L’élite economica
dell’Impero, e cioè il 3 per cento dei percettori di redditi, godeva del 25 per
cento del Pil. Se pensiamo che oggi il 45 per cento del reddito mondiale,
mille volte piú grande di quello romano, è nelle mani del 10 per cento della
popolazione mondiale, dobbiamo dare, dell’iniquità romana, un giudizio
meno scandaloso.
Questa sommaria istantanea della repubblica imperiale all’inizio del I
secolo (nei due secoli seguenti non sembra ci siano state variazioni
rilevanti: il prodotto è aumentato lievemente nel primo per diminuire
lievemente nel secondo) ci fa capire la portata delle trasformazioni che
hanno investito Roma e l’Italia dalla fine delle guerre puniche al Principato
di Augusto. L’apertura di nuovi grandi mercati di approvvigionamento: di
grano, in primo luogo, ma anche di ogni tipo di merci di comfort e di lusso;
e di nuovi mercati di sbocco dei prodotti italici, vino e olio soprattutto.
Disponibilità immense di terre confiscate alle popolazioni sottomesse.
Tributi in moneta e in natura dalle province. Bottini di guerra. Ruberie,
rapine, estorsioni degli eserciti e dei proconsoli. E oro, a tonnellate. E
schiavi, a milioni.
Questa tempesta di ricchezze, questa vera e propria «accumulazione
politica» che investe Roma e l’Italia avrebbe potuto innescare un processo
di sviluppo autopropulsivo. Nel capitolo precedente abbiamo cercato di
rispondere alla domanda: perché Roma non fu Cartagine. Ora cerchiamo di
capire perché non fu né l’Italia del Medioevo né, tanto meno, l’Europa della
rivoluzione industriale. Le risposte a questa domanda le cercheremo lungo
tre processi caratteristici del modello della repubblica imperiale: la
trasformazione dell’agricoltura, lo sviluppo del commercio, il dilagare della
schiavitú.

La rivoluzione agricola.
Fu l’afflusso di grano a basso costo dalle nuove province conquistate,
dalla Sicilia prima, dall’Africa piú tardi, a mettere in crisi la produzione
cerealicola italiana e la piccola proprietà contadina che la sosteneva?
Oppure fu la rovina di quei piccoli proprietari e coltivatori diretti, causata
dalle decimazioni della guerra e del servizio militare a provocare la caduta
della produzione, rendendo necessario il ricorso alle importazioni?
Probabilmente, l’una e l’altra cosa. Il risultato fu, comunque, la restrizione
del mondo dei contadini soldati e della piccola proprietà che costituiva il
nerbo sociale e militare della prima repubblica; e l’avvento delle grandi
culture estensive del latifondo e delle fattorie intensive delle piantagioni,
entrambe basate sulla utilizzazione massiccia degli schiavi.
La piccola proprietà non scompare. Viene confinata soprattutto nelle
zone interne e nel nord della penisola. La terra è lavorata dal proprietario
con l’aiuto di pochi schiavi e di salariati stagionali: si tratta sostanzialmente
di un’economia di autoconsumo. Nel sud e in Sicilia prevalgono i latifondi.
Sono proprietà immense, a coltivazione estensiva e a pascolo, lasciate dai
proprietari inurbati a contadini affittuari poveri e a schiavi.
È soprattutto al centro della penisola, dalla Campania all’Etruria,
probabilmente promossa dalla vicinanza di Roma della sua classe dirigente
ricchissima e del suo enorme mercato, che si afferma, alla fine della
seconda guerra punica, e si sviluppa nei quattro secoli successivi, la forma
piú originale che l’economia romana abbia prodotto, la piú vicina a sfiorare
un modo di produzione propriamente capitalistico: la «villa» romana.
Si tratta di una unità di produzione di estensione media (200-250 ettari
sembrano la misura limite) con produzioni differenziate: piantagioni,
soprattutto di viti e ulivi, altre coltivazioni intensive, orti, pascoli e
allevamenti chiusi, impianti di trasformazione, depositi, mezzi di trasporto:
insomma, una vera fabbrica rurale organizzata. La produzione è destinata
alla vendita, anche su mercati lontani. Il lavoro è affidato a una massa di
schiavi organizzati con disciplina militare in decurie e turmae, inquadrati da
sorveglianti, schiavi anch’essi, sotto la direzione di un vicario del padrone,
il villicus. Il lavoro è diviso e scandito razionalmente, secondo modi e ritmi
che prefigurano un paradigma fordista e taylorista. Il padrone è presente,
almeno per una parte dell’anno, con la sua famiglia. Per rendergli gradevole
quella presenza la villa è concepita fin dall’inizio secondo uno schema
funzionale «bisettoriale» che deve soddisfare due esigenze: l’otium e il
negotium, il godimento (dei padroni e dei loro ospiti) e l’arricchimento (dei
padroni). Di qui la sua struttura, che consta di una parte signorile, sempre
piú ricca, comoda, elegante, amena, talvolta splendida, con sale, logge,
portici, giardini, statue, mosaici e affreschi, come le future ville
rinascimentali; e di una parte rustica, che raggruppa gli strumenti della
produzione: l’instrumentum vocale (cosí sono definiti gli schiavi),
l’instrumentum semivocale (il bestiame) e l’instrumentum mutum (i
depositi, gli attrezzi, i carri; quando la villa è sul mare le banchine, le navi).
Una organizzazione cosí complessa non poteva essere gestita con le
regole empiriche dell’azienda patriarcale. Ed ecco svilupparsi una ricca
scienza agronomica romana, di cui ci sono stati trasmessi alcuni tra i testi
piú famosi. Il piú antico è quello di Marco Porcio Catone, l’irriducibile
nemico di Cartagine che tuttavia, nel suo trattato dell’agricoltura, fa
largamente tesoro dell’insegnamento del cartaginese Magone: ventotto
volumi, tutti perduti. Quello di Catone, personaggio antipaticissimo, è un
grande almanacco farraginoso di precetti, dalle ricette di cucina ai consigli
sulla vendemmia e sulla raccolta delle olive, dalla potatura alle purghe e
alle formule religiose. È la testimonianza preziosa della prima fase di
sviluppo di una agricoltura razionale, che ancora porta la traccia di un
sistema chiuso (comprare il meno possibile all’esterno, è il primo
comandamento), ma già orientato decisamente al mercato (vendere a caro
prezzo, è il secondo). Di poco piú recente il trattatello dialogico di Terenzio
Varrone, un oceanico poligrafo, autore di quattrocentonovanta libri, scritto a
80 anni a uso della moglie, e ispirato all’ideale di una villa perfecta, con
regole ben distinte per la coltivazione e l’allevamento. Nella fase di
massima fioritura della villa si colloca invece l’opera del piú moderno degli
agronomi romani, lo spagnolo Columella, vissuto al tempo di Nerone,
acerrimo nemico del latifondo, animato da una forte vocazione
produttivistica, razionalistica, commercialistica.
Andrea Carandini ci ha dato un magistrale ritratto, economico e
architettonico, della villa romana al tempo della sua massima fioritura:
come quella di Settefinestre ad Ansedonia (allora si chiamava Cosa) che tra
la splendida casa signorile, le costruzioni rustiche, le coltivazioni i boschi
gli stagni e i campi si estendeva su duecentocinquanta ettari, in Maremma,
tra i colli e il mare. Grazie a lavori come il suo è stato possibile riconoscere
l’importanza di una istituzione che anche storici di grande valore, come
l’americano Finley, avevano trascurato, fuorviati da un pregiudizio
primitivista che li induceva a sottovalutare ogni segno di sviluppo in senso
capitalistico dell’economia romana.
Anche respingendo le esagerazioni moderniste, possiamo oggi
riconoscere quegli sviluppi. Possiamo ritenere che nei quattro secoli della
sua fioritura, la repubblica imperiale si sia avvicinata, con la «villa», alle
soglie di una economia capitalistica. Diventa allora tanto piú interessante
chiedersi come mai già al tempo degli Antonini, nello splendido autunno di
Roma, quella istituzione sia entrata in una fase di decadenza fatale. Per
rispondere, dobbiamo occuparci degli altri due aspetti della grande
trasformazione imperiale: la commercializzazione e la schiavizzazione.

L’esplosione mercantile.

Dell’antica diffidenza romana verso i mercanti e i mercati, retaggio forse


di un’arcaica invidiosa ostilità verso la ricca Etruria, abbiamo già detto.
Quella diffidenza si estese poi ai cartaginesi «ingannatori e mentitori»
(Cicerone), ai fenici e siri, ai greci. Riemerse piú tardi nel fondamentalismo
cristiano. Si attenuò invece tra questi due tempi, nell’età della Repubblica
imperiale. Di quel mutato atteggiamento ci sono molte tracce nella
letteratura, nella poesia, nelle epigrafi: il riconoscimento dell’audacia del
mercante che sfida il mare tempestoso (Columella, Plutarco) i suoi meriti
patriottici (l’imperatore Adriano) le invocazioni rituali al dio Mercurio
(«dammi i guadagni, dammi la gioia che viene dal lucro») riportate da
Ovidio, i distinguo di Cicerone tra grandi mercanti rispettabili e piccoli
merciai miserabili, il pathos del mercante brindisino che scrive sulla sua
tomba: «ora non temo le stelle né i nembi, né il mare crudele, né temo piú
che le spese superino i guadagni», fino alla spavalda iscrizione nella casa di
un mercante pompeiano: salve, lucru!
Lo si spiega, questo mutamento di umore, con il mutamento della scena
che si spalanca a una globalizzazione dei mercati, messi in comunicazione
diretta dalla conquista romana. Si gonfiano i traffici, si diffondono le
monete, si sviluppano le transazioni finanziarie.
Il primo impulso viene proprio da Roma, con le sue massicce
importazioni di grano dalle nuove province: Sicilia, Africa, Egitto.
Importazioni finanziate dallo Stato, ma realizzate da privati, con trecento
navi da 250-300 tonnellate in media, che solcano il Mediterraneo. Con
quello del grano cresce anche il commercio di altri prodotti alimentari, vino
e olio anzitutto, che costituiscono dapprima il grosso delle esportazioni
italiane verso le province, la Gallia e la Spagna soprattutto, dalle quali il
flusso, dopo una grave crisi, riprenderà in senso inverso. Un altro
commercio fiorente promosso dall’Italia è quello delle ceramiche, quelle
rosse aretine, quelle nere o azzurre campane, le quali danno impulso a una
delle grandi manifatture di tipo moderno: produzioni in serie, con i
lavoranti disposti a catena che immergono i pezzi in grandi vasche di
vernice.
Cresce il commercio dei beni di lusso, che scavalca i confini
dell’Impero. Roma è, ovviamente, la piú avida consumatrice di prodotti
rari, di oggetti eleganti. Attorno a essa fioriscono gli orti e i giardini che vi
riversano ogni mattina qualunque tipo di squisitezza, legumi verdure e
formaggi speciali, e uova di tortora e piume di pavone, insieme alle
lumache plebee, ma ricercatissime. Non solo, però, dagli orti circostanti
Roma attinge prelibatezze. Sulle grandi strade che dalle province
raggiungono la capitale si possono, per esempio, incontrare torme di oche
delle Fiandre che hanno passato «a piedi» le Alpi, come Annibale.
Queste grandi correnti commerciali si gonfiano già subito dopo le guerre
puniche, per raggiungere la piú ampia portata nel I secolo, grazie alla pace e
alla sicurezza augustea, quando si può calcolare – sempre a spanne – il
valore totale delle merci che affluiscono alle città dell’Impero in un anno, a
un miliardo di dollari circa. Se si aggiungono le esportazioni delle città
verso le campagne e il commercio che si svolge in queste ultime, si giunge
a un totale di 2 miliardi di dollari di commercio interno all’ingrosso. Se poi
si aggiunge ancora il commercio al dettaglio dei mercati cittadini, valutabile
in altri 2 miliardi di dollari, si arriva a un valore aggiunto complessivo del
settore commerciale di 4 miliardi di dollari, un buon quinto del Pil (prodotto
imperiale lordo). È per quei tempi un valore elevatissimo, che mobilita una
ricca economia monetaria.
Non cosí elevata come la quota in valore del commercio è la quota della
popolazione che vi si impegna. All’epoca di Augusto l’80 per cento della
popolazione viveva nelle campagne. Tecnicamente poi, il commercio
romano non conobbe grandi innovazioni. Non quello marittimo: le navi, che
restarono inferiori alle 500 tonnellate (quella Iside di 3200 tonnellate di cui
parla il poeta Luciano nei suoi Dialoghi è molto probabilmente una licenza
poetica), solcavano il Mediterraneo preferibilmente lungo le coste, per non
piú di sette mesi all’anno, guidate dal sole e dalle stelle. Per via di terra le
merci viaggiavano trainate da asini e muli, o nelle carovane che
attraversavano i deserti. Anche la struttura organizzativa del commercio era
piuttosto primitiva. Non c’erano cambiali, non esisteva un diritto marittimo
e niente che somigliasse alle assicurazioni, alle società commerciali e
finanziarie.
Quanto al commercio esterno, una volta raggiunti i suoi limiti l’Impero
si presenta geograficamente come un’area semichiusa. A Occidente c’è
l’Oceano. A sud, il deserto del Sahara. Sulla frontiera settentrionale si apre,
in pratica, tra le foreste e gli acquitrini, una sola porta importante: la via
dell’ambra, attraverso la quale passano anche pellicce, bestiame e schiavi.
Restano aperte le grandi vie commerciali dell’Oriente, verso l’India e verso
la Cina: attraverso il regno dei Parti, o attraverso l’Oceano Indiano (mare
d’Arabia, si chiamava allora) sulle navi che approdano alla costa egiziana
dell’Africa nera. Di lí le merci sono caricate sulle carovane che risalgono
lentamente il deserto raggiungendo, ad Alessandria, il Mediterraneo. Di lí
provenivano le perle indiane, di lí le sete cinesi. E l’ebano e gli unguenti. Le
spezie e i profumi. Le deliciae delle dame romane costavano a Roma, dice
il vecchio Plinio, un milione di dollari all’anno.
Purtroppo, le storie di quei mercanti che affrontarono mondi sconosciuti
e dei loro viaggi avventurosi non ci sono pervenute che in minima parte.
Sappiamo che con l’India i romani hanno intessuto anche rapporti diretti.
Non con la Cina, malgrado che i due grandi Imperi si siano reciprocamente
«cercati». Sappiamo che un dignitario cinese, Kan Ying, giunse in Siria,
sulle rive del Mediterraneo, nel 97 d.C. Mentre stava per imbarcarsi
finalmente alla volta di Roma, i marinai (sobillati da qualcuno che non
vedeva di buon occhio quell’incontro storico: mercanti siriani? funzionari
persiani?) lo sconsigliarono vivamente: quel viaggio che con i venti
favorevoli si può fare in tre mesi, gli dissero, può durare due anni se incappi
nella bonaccia. Forse i venti non erano favorevoli. Forse il cinese, piú che
credulo, era stanco: fatto sta che decise di tornarsene a casa. Un secolo dopo
Marco Aurelio organizzò una spedizione verso il paese dei Seres. Non se ne
seppe mai niente.
Quel che si sa è che il commercio estero dell’Impero era in costante
disavanzo. Le delizie dovevano essere pagate a peso d’oro per i prodotti
dell’Oriente, d’argento per quelli del Nord. Questa costante emorragia
avrebbe determinato, secondo alcuni, addirittura la grande crisi economica
del III secolo. Sembra esagerato. Ma è certo che il disavanzo pagato in oro
eguagliava la sua produzione annua.

In definitiva, la Repubblica imperiale poteva essere considerata «un


sistema agrario-mercantile a base schiavistica», la formula è di Schiavone.
Era dunque radicalmente cambiata, rispetto al «modello Cincinnato», la sua
struttura economica; ed era cambiata la sua struttura sociale, in particolar
modo per quel che riguarda la composizione dell’élite. Un nuovo ceto di
uomini d’affari si era fatto largo in quella élite, che a sua volta si era
rimescolata e differenziata in forme nuove.
Esauritosi finalmente, alla fine del II secolo a.C. il grande conflitto fra
patrizi e plebei con una fusione dei primi e dello strato piú ricco dei secondi
in una nuova nobilitas, era subentrata – come abbiamo visto – una
contrapposizione economicamente piú semplice e netta tra questa nobiltà
degli honestiores e la grande massa degli humiliores, insomma, tra i ricchi e
i poveri. E nella prima era cresciuta, sotto l’ordine senatorio, l’importanza
di un secondo ordine di cittadini illustri, che traeva origine dai ranghi
militari della cavalleria, e che si reclutava tra i cittadini con un censo
superiore ai 400 mila dollari. Ai nuovi cavalieri, ogni anno, in una
cerimonia solenne, veniva consegnato il cavallo pubblico e un grande
anello d’oro; mentre coloro che abusivamente si insinuavano tra i ranghi,
indossando la toga orlata di una striscia rossa piú sottile di quella
senatoriale, venivano, se scoperti, espulsi con scorno. Ora, furono
soprattutto i cavalieri a profittare della tempesta di ricchezza che investiva
la Repubblica. Certo, non vi fu mai una identificazione tra gli equites e i
nuovi uomini d’affari: ma è altrettanto certo che essi, già ricchi e liberi dai
vincoli che impedivano ai senatori di esercitare attività lucrative non
agricole, si trovavano nella migliore condizione per gettarsi sulle nuove
occasioni di guadagno che si presentavano, soprattutto nel commercio e
nell’appalto delle imposte, delle forniture militari, dei lavori pubblici.
Commercianti (negotiatores), appaltatori (publicani) e banchieri (argentari)
gonfiarono le file e soprattutto le ricchezze di una nuova classe dirigente: di
una classe che avrebbe potuto diventare una vera e propria borghesia, se
avesse voluto e saputo impiegare le sue risorse in forme economicamente
produttive. Di questa nuova classe ci sono rimaste, a partire dal II secolo
a.C., non solo tracce storiografiche e archeologiche, ma anche
prosopografiche e letterarie: immagini di personaggi reali o immaginari,
che per la loro vitalità prorompente si distaccano dall’austero stampo
convenzionale del dignitario romano per avvicinarsi alla nostra percezione.
Dunque, commercianti, appaltatori, banchieri.

Quando si dice commercianti si deve intendere i grandi mercanti


(negotiatores) non i piccoli bottegai (mercatores). La fitta moltitudine di
questi ultimi si accalcava nei giorni di mercato nelle nundinae, le fiere
settimanali, o nelle stradine brulicanti di folla: tra empori, magazzini,
botteghe, dove miriadi di venditori ambulanti offrivano rumorosamente le
loro merci. Quanto ai primi, un esempio tipico, anche se immaginario, è
quello del famoso Trimalcione, del Satyricon petroniano. Paul Veyne ha
ripercorso in un saggio la vita di questo straripante mattatore, collocandolo
nel suo ambiente culturale per dimostrare quanto resti lontano dal ruolo del
capitalista borghese moderno, quanto resti inestricabilmente legato al suo
tempo, e quanto siano vani i tentativi come quelli di Rostovčev di attribuire
a quel mondo strutture capitalistiche totalmente prive di una mentalità
corrispondente. Principe dei liberti, ricchissimo, è stato all’origine un
piccolo schiavo asiatico, esposto con un cartello al collo su un mucchio di
letame, comprato da un gran signore che, conquistato dalla intelligenza del
ragazzo, lo alleva come un figlio. Un figlio particolare, dato che oltre a
imparare – non la geometria e la filosofia o «altre fesserie del genere» ma a
leggere e far di conto –, svolge anche funzioni intimissime, come favorito
delle deliciae del padrone («e intanto, – dice lui, – contentavo anche la
padrona»). Cosí che il padrone in punto di morte lo libera col suo
testamento e gli lascia, dedotto ciò che deve all’imperatore, tutto il suo
patrimonio, con il quale potrebbe vivere come un ricco senatore.

Ma non se ne ha mai abbastanza. Mi prese la smania del commercio. Per farla breve,
feci costruire cinque navi. Le carico di vino, era come oro a quell’epoca, le spedisco a
Roma. Neanche a farlo apposta, tutte le mie navi naufragarono. È stato proprio cosí, non
sono storie: in un giorno Nettuno mi ha mangiato trenta milioni di sesterzi. Credete che
mi persi di coraggio? Per Ercole, questa perdita non mi colpí piú di tanto, come niente
fosse. Feci costruire altre navi, piú grandi e migliori, piú fortunate anche, cosí che tutti
mi chiamavano l’intrepido. Si sa, una nave grande ha una grande capacità. Vi caricai di
nuovo vino, lardo, fave, profumi e schiavi. In questa occasione Fortunata (un nome
appropriato, è la moglie, una ex schiava anche lei) fece un bel gesto: i suoi gioielli, i
suoi vestiti, tutto ella vendette e mi mise in mano cento scudi d’oro. Fu di lí che il mio
peculio cominciò a lievitare. Le cose vanno in fretta, quando lo vogliono gli dei: in un
solo viaggio guadagnai dieci milioni tondi tondi. Immediatamente riscatto tutte le terre
che erano appartenute al mio padrone. Mi faccio costruire un palazzo privato, compro
schiere di schiavi, bestie da soma. Tutto ciò che toccavo cresceva come un favo. Appena
vedo che io, da solo, sono piú ricco di tutti i miei concittadini, passo la mano. Io già non
volevo piú restare nel commercio, ma ebbi la conferma della mia idea dai consigli di un
astrologo.

Cosí, con un solo viaggio Trimalcione (Caio Pompeo Trimalchio al


secolo) compie tutta la traiettoria della classe mercantile romana: esempio
estremo della precarietà di quella classe, sospesa tra plebe e aristocrazia,
senza riuscire a diventare borghesia, e cioè classe non solo in sé ma per sé,
avrebbe detto Marx: e cioè cosciente e orgogliosa del suo ruolo, radicata
nella società attraverso l’organizzazione corporativa, determinata a dirigerla
politicamente. A Trimalcione questo non passa neppure per la testa. Ciò cui
tende massimamente è l’ideale aristocratico di «non far piú niente», di
contemplare dappertutto terre sue, dovesse anche passare il mare e sbarcare
in Africa; e di non comprare nulla, perché tutto «gli nasce in casa».
Insomma, vivere come un aristocratico, ma senza occuparsi di politica, con
qualche patetico sfoggio mimetico, come quello di portare un anello falso
da cavaliere e di tifare nel circo per gli azzurri elegantoni contro i verdi
burini; ma sapendo bene che aristocratico non sarà mai, come il negro ricco
nell’America schiavista sapeva che non sarebbe mai diventato bianco. E per
niente frustrato: «è il mio talento che mi ha portato dove voi vedete, è il
coraggio che fa l’uomo: il resto sono tutte balle». Qui, in questa
«contentezza», sta la differenza specifica del mercante antico: non soltanto
con il capitalista moderno, ma anche con il borghese medievale, sempre
insoddisfatto della sua condizione sociale e politica.
Quando si parla di publicani, possiamo farcene un’idea evocando un
altro personaggio, Rabirio Postumo. Lo ha reso celebre Cicerone, che lo
difese in un processo con una orazione famosa. Era figlio adottivo di un
Caio Curtius, un leader dell’ordine equestre, pubblicano autorevolissimo ed
eminentissimo (fortissimus et maximus). Aveva continuato e sviluppato
l’attività del padre nell’appalto di opere pubbliche e nei prestiti a grandi
personaggi. Cesare gli aveva affidato le forniture alla Sicilia. Aveva prestato
un sacco di soldi, pare qualche cosa come 100 milioni di dollari, a Tolomeo
Aulete d’Egitto quando costui, cacciato dal trono, si era rifugiato a Roma.
Lo aveva seguito quando vi si era reinstallato grazie all’intervento armato di
Roma; ma poiché non se ne fidava gran che si era fatto nominare ministro
delle Finanze del Regno e girava per Alessandria vestito da greco. Poiché,
oltre alla restituzione del suo denaro, pretendeva anche che il re versasse al
procuratore Gabinio, suo protettore, la somma di 10 mila talenti (24 milioni
di dollari) da lui promessa, quello lo fece imprigionare, e dopo averlo
minacciato di morte lo espulse dall’Egitto, ma nudo e crudo. E i suoi guai
non erano finiti perché, una volta a Roma, fu accusato di corruzione per
avere fornito al re il denaro occorrente per «comprare» alcuni senatori
romani. Ma non morí povero: sembra che Cesare, in occasione della guerra
d’Africa, lo avesse indennizzato con «magnifiche forniture militari».

Quando si dice banchiere si definisce impropriamente una figura ben


diversa da quella nostra moderna. L’argentarius nasce come semplice
cambiavalute, con la sua bottega o il suo banco in un vicolo di Roma, tra il
Campidoglio e il Palatino. Mestiere modesto ma che può portare alla
ricchezza attraverso l’esercizio di un credito che si distingue assai poco
dall’usura. E allora può anche farsi una sontuosa villa: come quegli
argentari della gente Domitia, insediatisi sullo splendido promontorio che
dalla loro professione prese il nome, e non da inesistenti miniere d’argento.
I banchieri romani non disponevano di banche. Esercitavano, da privati e
individualmente, il credito, ma non gestivano depositi: tanto meno
finanziavano imprese produttive. Facevano tante altre cose, come quel Tito
Pomponio Attico, compagno di scuola e intimo amico di Cicerone, grande
umanista, erudito editore di libri latini e greci, con l’alta consulenza e
patrocinio di Cicerone, un po’ come il nostro Laterza con Benedetto Croce:
ma anche allevatore di bestiame e padrone di una scuola per gladiatori.
Mercanti, appaltatori, banchieri, appartenenti o no all’ordine equestre,
costituivano dunque una quasi-classe. È certo che essa restò, come tale,
molto al di qua del ruolo rivestito dalla borghesia commerciale del
Medioevo e dalla borghesia industriale moderna: per cui appaiono
fortemente anacronistiche e frutto di sovrapposizioni ideologiche le
interpretazioni moderniste di illustri storici che hanno visto nella fioritura di
quei ceti una anticipazione, se non addirittura una prima edizione del
capitalismo. Non ci addentriamo in quella lunga e non chiusa disputa che
abbiamo già sfiorato. Ma è certo che quei ceti, le cui fortune restarono
legate alla conquista e alla rapina imperialistica, non nel senso economico,
leninista, ma in quello convenzionale e militare, si mescolarono alla classe
dirigente tradizionale, tanto da esercitare una forte influenza politica nella
condotta del governo, specie nell’ultima fase della repubblica. La sferzante
rappresentazione di Bertolt Brecht che nel suo libro incompiuto, Gli affari
del signor Giulio Cesare, raffigura il partito democratico di Pompeo di
Cesare e di Crasso come il comitato d’affari della city romana è certamente
una divertente metafora, che mette in luce il reale inestricabile intreccio tra
soldi e potere. Da una parte uomini d’affari, cavalieri e no, si insinuano per
matrimoni o per favori nell’ordine senatorio; dall’altra senatori, di antico
lignaggio o di fresca nomina, si immischiano tramite intermediari, neppure
tanto copertamente, nei commerci e nei traffici. Il caso di Giunio Bruto,
l’intransigente campione della Repubblica, è tipico di questa doppiezza.
Attraverso due intermediari aveva prestato alla città di Salamina, nell’isola
di Cipro, la somma di 106 talenti dei quali pretendeva la restituzione con un
interesse spropositato, del 48 per cento. I poveracci avevano fatto ricorso al
governatore della Cilicia, che era l’imbarazzatissimo Cicerone, amico di
Bruto, per far rispettare il tasso d’interesse massimo legale del 12 per cento.
L’integerrimo Bruto aveva mobilitato una torma di cavalieri che
assediarono la città. Si disse che cinque senatori fossero morti di fame.
Cicerone fece ritirare le truppe, ma non prese alcuna altra decisione. Non
sappiamo come sia finita. Altro finanziere d’assalto: Licinio Crasso, il
generale che aveva schiacciato la tremenda rivolta di Spartaco, diventando
proprietario di un enorme numero di schiavi e di un patrimonio di 43
milioni di dollari. Cinquecento di quegli schiavi li organizzò
specializzandoli in lavori edilizi. Li sguinzagliava dovunque scoppiasse un
incendio – a Roma non scarseggiavano – dopo aver rilevato con prontezza a
basso prezzo i terreni devastati per riedificarvi in pochi giorni case popolari
in affitto. Sulla porta delle piú modeste, nelle insulae congestionate, uno
schiavo incatenato riscuoteva il denaro dei fitti.

L’economia romana, dunque, nell’epoca della Repubblica imperiale,


conobbe indubbiamente un forte sviluppo mercantile: ben lontano però da
assumere una funzione economica trainante. Tecniche primitive,
organizzazioni deboli e soprattutto mentalità ancorate a una cultura
aristocratica impedirono che quello sviluppo investisse, trasformandola, la
base produttiva della società, e che da quello nascesse una borghesia
produttiva. I negotiatores erano piú compradores che imprenditori; gli
argentari, piú usurai che banchieri; e i publicani piú concussori e
taglieggiatori che gestori di pubblici servizi. Questi ceti non avevano la
forza necessaria per orientare l’economia verso un processo di
accumulazione autopropulsivo. Una economia la quale, d’altra parte, era
invischiata nella trappola della schiavitú.

La trappola della schiavitú.

Se l’economia della Repubblica imperiale deve essere designata con un


solo aggettivo, quell’aggettivo non può che essere «schiavista». È davvero
una massa immensa, quella degli schiavi che affluiscono al seguito delle
legioni vittoriose. Si tratta non di migliaia, ma di milioni di sventurati.
L’Italia di Augusto ne conta 3 milioni circa su 10 milioni di abitanti. Il solo
Cesare ne avrebbe condotto dalle Gallie addirittura un milione, cifra
senz’altro esagerata, ma che ci dà un’idea delle proporzioni del fenomeno.
Nella smisurata metropoli romana, un formicaio che da 500 mila è passato
in due secoli a un milione di abitanti, uno su tre è uno schiavo o una
schiava: percentuale paragonabile soltanto a quella dell’Atene di Pericle,
ma che si manterrà su questi livelli per almeno due secoli in uno spazio ben
piú ampio.
Gli schiavi arrivano dai quattro angoli della terra sottomessa a Roma:
dall’occidente iberico, gallico, britannico; dal Nord germanico; dall’Africa;
dall’Oriente, quello prossimo e quello profondo. Sono in massima parte,
prigionieri di guerra. Ma anche gente razziata dai pirati del mare; o disperati
che si sono venduti per debiti e per fame. Per la maggior parte sono povera
gente: i ricchi, se non si tratta di prede particolarmente ambite per le loro
qualità, hanno potuto riscattarsi. Ma c’è uno strato di schiavi qualificati: le
donne destinate al servizio domestico e allo svago (dei padroni) e i titolari
di mestieri e professioni specializzate: artigiani, mimi e cantori, atleti,
lottatori, gladiatori, architetti, scrivani, contabili e intellettuali; filosofi e
poeti. La massa degli schiavi di fatica, provenienti per lo piú dall’occidente
barbaro, sprofonda nell’inferno delle miniere, da dove nessuno torna, o è
arruolata nei latifondi e nelle aziende agricole. Una élite, originaria
prevalentemente dell’Egitto e dell’Oriente civilizzato, è impiegata nelle
città, a Roma soprattutto: nelle case (anche nelle famiglie con reddito
modesto ce n’è uno o due), nelle botteghe, nelle terme, negli uffici.
Dunque, il vasto mondo della schiavitú urbana comprende condizioni e
situazioni assai diverse, figure disparate: non è ciò che si dice una classe.
Inoltre, è un mondo che non sta fermo, che cambia. Bisogna distinguere
nettamente la schiavitú dell’epoca patriarcale, nei primi secoli della
Repubblica, da quella della Roma trionfante, tardo repubblicana e
imperiale. La prima è sostanzialmente una servitú domestica, integrata nella
famiglia in condizioni che variano con le caratteristiche soggettive del
padrone e della padrona, dal paternalismo affettuoso alla sadica brutalità.
Al tempo della Repubblica imperiale le cose cambiano. Accanto alla
servitú familiare, che resta praticamente la stessa, compare una servitú di
palazzo, che affolla le dimore delle grandi famiglie; e una servitú di massa,
concentrata nelle grandi tenute agricole, nelle miniere, nelle manifatture. Il
numero dei servi delle grandi famiglie varia, ovviamente, in ragione dello
status e della ricchezza di quelle. L’ordine di grandezza, nelle famiglie piú
ricche e nobili, è delle centinaia. Non è, naturalmente, una massa
omogenea. È un insieme differenziato di soggetti specializzati, come quello
che ritroveremo nelle dimore dell’aristocrazia inglese e francese dell’ancien
régime: servitori addetti ai piú minuti bisogni e capricci delle signore e dei
signori, con le mansioni piú varie, da quelle piú banali a quelle piú
strampalate: portatori, paggi, maggiordomi; tagliatori di carni, pettinatori,
accompagnatori, lettori, cameristi, confettieri e pasticcieri. È ovvio che per
molti di questi la vita non era affatto cosí dura, e c’era sempre la possibilità
– l’abbiamo visto con Trimalcione – di entrare nelle grazie del padrone e
della padrona, di raggranellare un peculio, di essere «manomessi», cioè
liberati. Le loro condizioni variavano entro una gamma molto estesa, come
testimoniano i loro prezzi, da pochi dollari a qualche centinaia di migliaia;
una famosa pantomima costò 200 mila dollari, i gladiatori potevano
raggiungere quote da capogiro come i calciatori del nostro tempo. Anche i
piú fortunati restavano comunque esposti agli umori e ai capricci dei
padroni e, per secoli, senza la minima garanzia giuridica. Uno schiavo
colpevole di essere stato infedele alla sposa che il padrone gli aveva
assegnato e che fino a quel momento era stato trattato con grande umanità,
per esempio, fu cosparso di miele e dato in pasto alle formiche, finché
morte non sopraggiunse, dopo che era stato roso nelle carni e nelle viscere.
Gli schiavi potevano essere frustati e tormentati, fatti morir di fame o gettati
in pasto alle belve senza batter ciglio, anche da un padrone «buono e
dolce», come quel mugnaio che li faceva lavorare marchiati e incatenati. E i
padroni potevano essere intellettuali illuminati come Plinio il Giovane, che
esibisce nelle sue lettere grande umanità nei confronti dei suoi famigli; ma
quando un dominus, che egli stesso definisce «uomo crudele», è ucciso dai
suoi schiavi, insorge contro «la scelleratezza del mondo servile dalla quale
non è possibile difendersi con comportamenti benevoli».
La seconda forma della schiavitú romana è l’organizzazione collettiva
del lavoro: ed è quella che ci interessa specificamente qui perché costituisce
il grosso della forza lavoro e la base produttiva dell’economia imperiale:
quella che si concentra nelle miniere, nelle manifatture, nei latifondi, nelle
«ville». Come abbiamo visto, è proprio in queste ultime che
l’organizzazione schiavile assunse forme paracapitalistiche; e raggiunse le
condizioni piú orrende. Questa categoria di schiavi non era contrattata
individualmente, ma per blocchi, che venivano venduti e comprati
all’ingrosso Se ne potevano comprare – dice Diodoro – «interi ergastoli». Il
mercato di schiavi piú importante era quello dell’isola di Delo. Secondo
Strabone, se ne potevano trattare anche diecimila in un giorno. Erano trattati
non metaforicamente, ma letteralmente, come bestie. Venivano marchiati a
fuoco. Le punizioni e i supplizi venivano spesso appaltati a ditte
specializzate per la loro preparazione ed esecuzione. La tariffa dei carnefici
si aggirava sui quattro dollari, poco piú della paga di un salariato di bottega.
Ci si deve chiedere per quale ragione la schiavitú di massa si estese in
modo cosí fulmineo e assunse, in Italia soprattutto, quella particolare
destinazione. Fuori d’Italia, avrà senz’altro contribuito la doppia
circostanza di una scarsità di lavoro nelle campagne, alla fine delle guerre, e
dell’abbondanza dei prigionieri. Ma in Italia? In Italia c’era ancora una
piccola proprietà contadina. E non era scritto da nessuna parte che i
prigionieri di guerra dovessero essere schiavizzati e organizzati
militarmente nella produzione in forme massicce. Altre civiltà avevano
compiuto scelte diverse: li avevano trucidati, o liberati, o arruolati nelle
milizie. Bisogna allora pensare che in Italia, dove affluiva la maggior parte
degli schiavi, proprio questo tipo di organizzazione del lavoro abbia
rappresentato una risposta efficace a una sfida. La sfida era quella della
improvvisa «globalizzazione» dei mercati: le conquiste avevano creato uno
spazio economico vastissimo, assolutamente straordinario; e quindi
possibilità inedite per produzioni di vasta scala. Dal punto di vista
strettamente economico, la produzione di massa, militarmente organizzata,
costituiva la risposta piú razionale.
Si rovescia allora la tesi sostenuta da non pochi studiosi dell’economia
romana, sull’inefficienza e irrazionalità economica della schiavitú, causa
ultima della sua rovina, tesi contestata da altri, come Moses Finley, che si
chiede giustamente perché mai i proprietari terrieri romani avrebbero
espulso dalla terra coltivatori efficienti per sostituirli con schiavi
inefficienti; e, potremmo aggiungere, perché un’organizzazione del lavoro
inefficiente sarebbe durata per piú di due secoli.

Alla scala di un grande Impero, un’organizzazione economica di miriadi


di piccole proprietà avrebbe comportato mediazioni laboriosissime. La
disponibilità massiccia, immediata e incondizionata di milioni di esseri
umani da mettere al lavoro permetteva di produrre e di vendere a una scala
compatibile con le nuove dimensioni. Non solo. Permetteva di organizzare i
lavoratori senza alcun vincolo dovuto alle loro esigenze umane, se non
quello basilare della loro sopravvivenza: quindi, secondo regole di pura
razionalità. L’esercito degli schiavi consentiva la gestione a costi minimi
del latifondo pastorale ed estensivo e la gestione fordista-taylorista
intensiva della «villa», la piú efficiente e razionale forma produttiva che
l’economia romana abbia inventato. Ciò spiega il fulmineo successo della
schiavitú di massa, altrimenti incomprensibile.
È altrettanto vero, però, che non vi fu una evoluzione di quel modello
verso un autentico capitalismo. Esso si fermò, ben al di qua delle due soglie
critiche del capitalismo moderno: il salariato e la meccanizzazione. E
quindi, non ci risparmiò quei mille anni che separano la fine dell’Impero
romano dalla nascita del capitalismo commerciale e quegli ulteriori trecento
anni trascorsi prima della rivoluzione industriale. Non solo: la crisi del
modello schiavistico (non della schiavitú in genere, ma della sua specifica
applicazione alla produzione di massa) intervenne molto prima della rovina
dell’Impero. Cominciò con la fine dell’età delle conquiste, a partire dal II
secolo della nostra era, quando l’afflusso degli schiavi si inaridí, con
l’esaurimento delle sue fonti principali: la guerra e la pirateria.
Fu soltanto questa l’origine della crisi di quel modello? Non è cosí ovvio
come sembra. Certamente, la contrazione dell’offerta esterna di schiavi agí
da freno della produzione. È molto probabile che essa determinasse un
aumento medio dei prezzi degli schiavi: ci sono riscontri di questa tendenza
di lungo periodo nel II e nel III secolo, sebbene non tutti univoci. Ma è
anche molto probabile che vi sia stata una contrazione della domanda di
schiavi, originata da cause economiche ed extraeconomiche. La principale
causa economica, in Italia, era la crescente concorrenza delle province,
soprattutto della Gallia e della Spagna, nella produzione dei piú tipici
prodotti della villa: il vino e l’olio. C’erano poi, e presumibilmente erano le
piú gravi, le cause connesse con le condizioni di latente rivolta della massa
degli schiavi. Per tutto il II e il I secolo avanti Cristo, le rivolte degli schiavi
avevano costituito l’incubo della Repubblica. Nel 135 a.C. l’intera Sicilia
aveva rischiato di cadere in mano ai ribelli. In maggioranza siriani, gli
schiavi in rivolta avevano organizzato un esercito di 200 mila uomini,
conquistato e saccheggiato Taormina, Agrigento, Enna, aggregandosi anche
– ed era il pericolo piú grave – a parte della popolazione libera piú
emarginata. La rivolta era durata fino al 133 e aveva assunto, per la prima
volta, connotazioni ideologiche. Costretto dalle legioni romane del console
Rupilio a rinchiudersi a Enna, Euno, il capo dei ribelli, prima di soccombere
alle legioni e ai massacri che seguirono, era ricorso anche alla guerra
psicologica, organizzando azioni sceniche nelle quali «gli schiavi
rappresentavano l’arroganza e la violenza dei padroni, causa della loro
disperata ribellione». Molto piú famosa è rimasta la rivolta di Spartaco del
73 a.C., per le ripetute vittorie del suo esercito sulle legioni di Roma, per le
sue scorrerie terrorizzanti lungo tutta l’Italia, e per l’alone eroico che
persino gli storici romani, come Sallustio, contribuirono a creargli intorno.
Anche quella, comunque, dopo che l’esercito di Spartaco fu finalmente
circondato e schiacciato dalle legioni congiunte di Crasso e di Pompeo, era
finita con una repressione selvaggia: 6 mila schiavi crocifissi lungo tutta la
via Latina. Dopo di allora, non ci furono piú grandi rivolte. Ma il loro
terrorizzante fantasma aleggiava nella coscienza e nell’inconscio dei
romani: soprattutto dei padroni di grandi aziende schiavili. Il mantenimento
della disciplina, in quelle aziende, comportava un apparato repressivo
permanente e costoso, economicamente e psicologicamente.
Si capisce allora come, con il passare del tempo, si facessero piú
frequenti le manomissioni, e cioè le concessioni della libertà, che
schiudevano agli schiavi un orizzonte di speranza e aprivano al sistema
valvole di sfogo. Si capisce anche come gli imperatori introducessero
gradatamente una legislazione diretta a reprimere i piú ripugnanti aspetti
della condizione degli schiavi: per esempio, il divieto di uccidere i servi
malati, vecchi e inabili (Claudio), il divieto della castrazione (Domiziano),
la vendita delle schiave ai postriboli, la punizione dei maltrattamenti inflitti
dalle matrone alle loro schiave per motivi futili (Adriano), il diritto di asilo
per i fuggitivi nei templi e presso le statue dell’imperatore (Marco Aurelio).
E si capisce, infine, che gli stessi grandi proprietari terrieri cominciassero a
preferire, a un sistema che li obbligava a vivere continuamente nelle loro
terre come su di una molla compressa, la gestione piú distaccata
dell’affittanza a lavoratori liberi che si consolidò poi nella istituzione del
colonato.
Cosí, gradatamente, l’organizzazione schiavista del lavoro si ritirò verso
il fondo della scena. Quella era stata, certamente, la punta piú avanzata del
mondo romano verso una rivoluzione capitalistica. E non sarebbe rimasto
certo un caso isolato nella storia, quello di un’età di progresso generata
dalla piú sordida abiezione. La rivoluzione industriale, molto piú tardi,
nacque nel fango delle miniere, dove i bambini brancolavano raccogliendo i
detriti, nell’oscurità dei cunicoli, per dieci o dodici ore al giorno. Ma
l’abiezione non è sufficiente per generare una rivoluzione. Sono necessarie
altre innovazioni, tecniche e sociali, che permettano di investire
produttivamente l’energia che se ne ricava. Queste erano fuori della portata
della civiltà classica.
La grande fattoria schiavista e fordista, dunque, non ebbe un domani e si
arenò, come tanti esperimenti storici falliti. La schiavitú però non
scomparve, anche se le sue proporzioni, col tempo, furono drasticamente
ridimensionate. La progressiva riduzione della schiavitú di massa dalla base
produttiva del sistema economico determinò una vera e propria mutazione
dell’economia romana. Ne cambiò, progressivamente, la struttura e la
natura. Non era la prima volta, del resto, e non sarebbe stata l’ultima che la
schiavitú subiva trasformazioni profonde, come tutte le istituzioni umane (e
disumane). Per esempio, è vero che essa riapparve nel Medioevo, ma in
forme del tutto diverse. Fu confinata a etnie particolari, come i negri e gli
slavi, dai quali ultimi prese il suo nuovo nome, sclavus; e adibita a funzioni
particolari, come i rematori delle galee (galeotti) o i militari di corpi scelti (i
giannizzeri) o le prostitute e, debitamente castrati, i prostituti degli harem.
Era diventata, dunque, un elemento accessorio e non costituente
dell’organismo sociale.
Nell’antica Roma, invece, era connaturata organicamente,
antropologicamente, alla struttura sociale e mentale di una società maturata
attraverso i secoli del suo passato arcaico, e ordinata attorno ai due poli
estremi della schiavitú e dell’aristocrazia. Due poli simmetrici e
contrapposti, ma anche complementari. «Il lavoro schiavista era simmetrico
alla libertà aristocratica del pensiero». Ma ne era anche la condizione.
Questo secondo aspetto era stato completamente rimosso dalla società
aristocratica greco-romana. Può anche essere vero quel che suggerisce Aldo
Schiavone, nella sua magistrale ricostruzione di quel rapporto: e cioè che
nella storia profonda delle società antiche, quando esse erano impegnate
nella prima grande trasformazione del periodo neolitico, lavoro e tecnica
fossero state al centro dell’evoluzione culturale, e che, in una fase
successiva, a una lunga stagnazione tecnologica avesse corrisposto una
straordinaria accelerazione dell’evoluzione culturale. Fatto sta che la
separazione netta tra otium creativo, appannaggio delle aristocrazie e lavoro
brutale, abbandonato alle classi subalterne, era diventata la cifra della
società greco-romana. Proprio questa separazione era considerata dai suoi
interpreti come la sua piú nobile conquista: l’emancipazione dello spirito
dalle viscere oscure della materia. Era su questo orgoglio che poggiava la
rimozione e il disgusto della produzione materiale, del lavoro, della tecnica,
da abbandonare a uomini che per questo fatto stesso, di coinvolgersi con la
materia, erano caduti in uno stato di inferiorità.
Il fatto è che, per quanto rimosso, quel condizionamento esisteva; e che
esso venne alla luce con la crisi della schiavitú: di una coazione che si
rivelò alla lunga insostenibile economicamente e socialmente.
Quando quella insostenibilità emerse, la società romana cominciò a
sperimentare il costo politico e morale della rimozione: perché la coazione
che si esercitava praticamente, in modo assolutamente preponderante, sugli
schiavi, non aprendosi nessuna altra via produttivistica alla crisi, dovette
ricadere sulla parte libera della popolazione, sui coloni che li sostituivano
nelle campagne, inchiodati alla terra con la costrizione; sui mercanti,
costretti alla disciplina delle corporazioni. E, infine, sulla stessa
aristocrazia. Non disponendo piú direttamente della potenza militare, essa
doveva ricorrere, per inchiodare i coloni alla terra, agli editti e agli eserciti
dell’imperatore. La società romana cadeva, cosí, in una paralizzante
contraddizione: aveva bisogno, per mantenere la sua ricchezza, di rafforzare
quel potere centrale, quel dispotismo che minava la sua libertà. Di qui il
«paradosso apparente» denunciato con grande precisione da Francesco De
Martino: «per un apparente paradosso della storia, la libertà individuale era
assicurata dall’esistenza degli schiavi. Senza di essi la libertà doveva
estinguersi».

A questo punto, possiamo porre una questione davvero fondamentale:


come è possibile che una civiltà cosí spiritualmente intelligente e raffinata e
cosí legata all’idea moderna della libertà del cittadino potesse tollerare, e
tanto a lungo, l’abiezione, la vergogna e l’orrore della schiavitú?
Una giustificazione naturalistica e razzista (gli schiavi sono tali per
natura) evidentemente non reggeva. Chiunque, nero o bianco, poteva essere
schiavizzato. E del resto, l’istituto della manomissione, largamente praticato
dai padroni e favorito dai governi, era lí per smentirla clamorosamente dal
momento che, sulla base di un atto di volontà privato e unilaterale, si poteva
trasformare uno schiavo in un liberto, e suo figlio in un cittadino romano.
Gli antichi si erano posti questo problema? Che se lo siano posto, non vi è
dubbio. Ne fa fede una vasta letteratura. Che abbiano dato risposte
accettabili, proprio no. Le loro giustificazioni etiche non reggono. Esse si
fondano sul principio naturalistico: lo schiavo è tale per natura originaria o
per misteriosa destinazione; ma lo annegano in un brodo di elucubrazioni
sull’oggetto che ha un’anima, sullo strumento che ha una voce, che
farebbero sorridere se non fossero decisamente ripugnanti.
La spiegazione piú franca, nonostante anche lui bizantineggiasse, la
diede Aristotele, con la sua parabola dei tripodi di Efesto, che si recavano
da soli al banchetto degli dèi.

Se ogni attrezzo potesse eseguire su ordinazione, o per suo proprio conto, il compito
che gli è assegnato, l’architetto non avrebbe piú bisogno di manovali, né il padrone di
schiavi. Se la spola potesse correre da sola sulla trama, l’industria non avrebbe bisogno
di operai.

E voleva dire, in questa involontaria e oscuramente presaga profezia


della meccanizzazione che, poiché le spole non possono correre da sole, né
i tripodi incamminarsi verso la sala da pranzo, occorre che quelle cose
qualcuno le faccia. La schiavitú è lí per questo. Della schiavitú, insomma,
non si può fare a meno. Tutt’al piú si può cercare di moderarne le
manifestazioni piú brutali. Ecco allora giungere, sul tardi, dopo le grandi
rivolte schiavili e i grandi massacri, i messaggi di un Plinio, di un Seneca:
anche quelli, però, immersi in un brodo di ipocrisia e in un groviglio di
sofismi.
Del resto, questo fatale «esserci» della schiavitú è talmente radicato nelle
civiltà antiche che non c’è traccia, neppure nelle rivolte degli schiavi, di un
«programma abolizionista». Quando gli schiavi si ribellano, è per liberarsi,
non per liberare. Spesso, è per schiavizzare a loro volta i vinti. Né i cristiani
e la loro Chiesa fecero alcunché per combattere una schiavitú che si stava
lentamente cicatrizzando, ma che sopravviveva – e come! – anche sulle
terre della Chiesa stessa.
Aridità di sentimenti? Ma il mondo antico ne aveva, di pathos
dimostrativo, e di sentimenti gentili. Verso le bestie, per esempio. Ci è
rimasta, sulla tomba di un cane, l’epigrafe di un autore incognito, piena di
una grazia struggente. Dice press’a poco cosí:

Mai latrasti invano: se non per difendere carri e greggi:


ora sei silente; e ti protegge l’ombra frondosa.
Se l’anonimo avesse avuto uno schiavo, certo quello avrebbe desiderato
di essere trattato come un cane.

La spada di Roma.

Abbiamo ripercorso tre aspetti del modello economico della Repubblica


imperiale per ciò che riguarda la produzione delle risorse.
Rivolgiamoci ora al versante dell’impiego delle risorse. Anche qui
emergono tre aspetti caratterizzanti: l’esercito, il «consumo cospicuo» e la
città: la città di Roma.

Una struttura politica ed economica fondata sulle risorse della conquista


doveva ovviamente investire una parte importante di quelle risorse nel
fattore di produzione principale di quel modello: l’esercito. Questo
problema fu risolto brillantemente, nei primi secoli della repubblica, con la
cosiddetta costituzione serviana, che è probabilmente posteriore all’epoca di
Servio Tullio. Una strana costituzione: gli antichi la chiamavano
timocratica, noi la chiameremmo plutocratica o censitaria, perché associava
strettamente il potere politico agli obblighi militari ed entrambi al grado di
ricchezza dei cittadini. In base al censimento i cittadini romani furono divisi
in cinque classi di reddito, dai piú ricchi ai piú poveri. A ogni classe si
assegnarono tanti voti quante erano le centurie che poteva formare e
armare. Alla prima classe fu assegnato il compito di fornire 80 centurie di
fanteria pesante del tipo greco, oplitico. Alla seconda 20 centurie di fanti
con armatura media, senza corazza (la piú costosa) ma con scudo rinforzato.
Alla terza 20 centurie di fanteria senza corazza e senza stivali. Alla quarta
20 centurie di truppe ausiliarie. Alla quinta, la piú povera, toccava il
compito di fornire fanteria leggera, esploratori, volteggiatori (velites),
arcieri. A queste cinque si aggiungeva una sesta classe di censo
comparabile a quello della prima, ma specializzata nel fornire 18 centurie di
cavalieri. Poiché ogni centuria, nei comizi centuriati, poteva esprimere un
voto, è evidente che la prima classe, piú la sesta, cioè i piú ricchi, erano in
grado di controllare la maggioranza dell’assemblea.
Un sistema iniquo? Con i nostri occhi, certo. Molto meno con quelli dei
cittadini romani, che lo accettarono e per lungo tempo lo praticarono, se pur
con successive e importanti correzioni.
Esso riconosceva esplicitamente la guida politica ai nobili e ai ricchi.
L’avevano comunque, nei rapporti di forza economici e sociali. Ma li
obbligava nel contempo a sopportare l’onere, che divenne presto puramente
finanziario, di quell’esercito che doveva difendere soprattutto le loro
ricchezze. Certo, oggi ci ribelleremmo a una distribuzione ineguale dei voti.
Ma non ci ribelliamo a una distribuzione ineguale del carico fiscale.

Comunque la legione, finanziata prevalentemente e senza molto


entusiasmo dai ricchi (come Mommsen ricorda, la riforma non passò senza
conflitti) era formata per la maggior parte da proprietari contadini e
comandata da patrizi, non di rado ricchi, ma contadini anch’essi, come
Cincinnato. Essa traeva la sua forza proprio «dalla perfetta identità tra la
struttura politica e la struttura militare della città-stato». Sostanzialmente, le
posizioni nelle file della società e nei ranghi della legione si
corrispondevano: sicché la partecipazione del cittadino alla vita militare
«piú che un dovere, era un diritto, persino un privilegio». L’esercito si
rispecchiava nella sua città e la città nel suo esercito. Sebbene questo
paradigma sia stato progressivamente perturbato dalle esigenze della
conquista, esso ha dato alla legione romana una impronta originaria che ha
contribuito alla sua forza coesiva.
Abbiamo già visto come il conflitto sociale sia rimasto al di qua, anche
se in qualche caso di poco, del limite che avrebbe compromesso quella
coesione: anzi, come paradossalmente abbia costituito un fattore propulsivo
dell’espansione. Fatto sta che, alle porte dei castra, quel conflitto dileguava.
Il rito solenne del giuramento, del sacramentum – e per i romani i riti erano
essenziali e le parole erano pietre – fondava la legione in un blocco sociale
dominato ad libitum, con diritto di vita e di morte, dal suo comandante.
La struttura militare di quel blocco, di quell’esercito di cittadini, era
semplice. Era «una vecchia falange di tipo premacedone, ed anzi
pretebano», dice Toynbee. E semplice, primitiva era la sua tattica standard.
Essa contava essenzialmente sulla potenza d’urto degli hastati che, lanciato
il giavellotto, il pilum (tre metri di lunghezza, trenta metri circa di gittata) si
precipitano in avanti con gli spadoni nudi, trascinandosi dietro le schiere dei
principi e dei triari. Questa potenza d’urto era anche una «forza politica»:
la forza della coesione sociale e del coraggio collettivo. Non invincibile sul
piano militare questa forza, sconfitta piú volte e gravemente, come
sull’Allia nel 307 o alle Forche Caudine nel 321 a.C., era rinnovata
prontamente dalla Repubblica, che metteva in campo instancabilmente
nuovi eserciti. Fu questa sovrumana ostinazione che permise ai romani di
battere l’uno dopo l’altro i potenti rivali della penisola: i latini, i sanniti, gli
etruschi, i greci. Di conquistare l’Italia. Allo Stato romano mantenere quella
forza, in fondo, costava poco. Erano gli stessi cittadini-soldati a finanziarla,
a proprie spese. Fino alla conquista della penisola.

Fino ad allora Roma non aveva incontrato grandi eserciti professionali e


grandi generali. Non erano emerse le debolezze della legione primitiva.
Mancava di elasticità, fanteria leggera e cavalleria erano scarse e poco
addestrate. Arcieri e frombolieri praticamente inesistenti. La fanteria
pesante era troppo compatta. Già con Pirro le cose si erano fatte piú ardue.
Il coraggio e la tenacia dei legionari l’avevano spuntata a fatica contro la
sua falange greca, che pure soffriva degli stessi difetti di rigidità. Con
Annibale, fu un disastro. Con la sua possente cavalleria, le sue truppe
leggere, le sue armi di getto, la sua fantastica capacità di manovra, di
velocità, di arroccamento, i suoi diabolici tranelli, il cartaginese avvolgeva
la pesante massa romana e la tagliava a pezzi. La mattanza di Canne (70
mila morti, 10 mila prigionieri) segnò la fine dell’esercito cittadino.
Ma non della Repubblica. Conosciamo la sua fermezza feroce. Il ritorno
superstizioso ai sacrifici umani, l’arruolamento degli schiavi: due buone
legioni. Il rifiuto sprezzante di riscattare i prigionieri, che sbalordí
Annibale. La simbolica vendita all’asta dei terreni dai quali le truppe del
nemico, accampate sui colli albani, guardavano la città. La processione
solenne del Senato, che era uscito a incontrare il generale sconfitto per
ringraziarlo di non aver disperato delle sorti della Repubblica: mentre i
cartaginesi, i loro generali battuti sul campo li impalavano. Ma conosciamo
anche e soprattutto la capacità romana di assimilare, di apprendere, di trarre
tutti gli insegnamenti dalla catastrofe.
L’esercito che si presentò a Zama di fronte agli elefanti africani era una
cosa tutta diversa. C’erano i frombolieri balearici e gli arcieri cretesi a
terrorizzare con pietre dardi e danze e grida gli elefanti che si rovesciarono
sulle file della fanteria punica. C’era la formidabile cavalleria numidica che
si sventagliava ai lati delle legioni. C’era la fanteria pesante armata del pilo
e del nuovo gladio spagnolo, ma articolata in manipoli che si muovevano
sotto i comandi autonomi degli ufficiali, su una scacchiera di pieni e di
vuoti, facendo fronte o coprendosi ai fianchi e a tergo. In quei vuoti rifluiva
l’onda della prima carica (il concursus) e si avventava quella della seconda
(l’impetus) tra le urla e le squille. La legione romana, dice il greco Polibio,
aveva superato la falange macedone, i macedoni stessi se ne accorsero,
qualche anno dopo; senza perdere in compattezza aveva acquistato agilità,
era riuscita a coniugare il valore individuale con la potenza collettiva.

Dopo la fine delle guerre puniche la trasformazione dell’organizzazione


militare romana si accelerò. Era impensabile che essa restasse legata
all’arcaico modello cittadino-contadino. Quel piccolo esercito di cittadini
(quattro legioni, ventimila uomini) tornava a casa ogni inverno. Allora non
si vedeva piú un soldato per le strade di Roma. Anche in tempo di guerra i
legionari ruotavano a turno, perché il maggior numero possibile di uomini
restasse nei campi. Lo strumento di mobilitazione era la leva ordinaria,
stabilita dall’ordinamento serviano delle classi di censo. Il segnale della
leva straordinaria, in tempo di guerra, era un vessillo rosso issato sul
Campidoglio, mentre il cigolio dei battenti annunciava l’apertura delle porte
del tempio di Giano, accompagnato dal rauco suono delle trombe di bronzo.
L’esercito era dovere, non mestiere. Non c’erano volontari. Non c’erano
mercenari. Non c’erano che cittadini, scelti per censo, schierati per età: gli
hastati, piú giovani, sulla fronte, e poi i principi e poi i triari: tutti armati a
loro spese. I due consoli si spartivano il comando a giorni alterni.
Già durante le guerre puniche fu necessario allungare indefinitamente la
«ferma», mentre la guerra apriva vuoti paurosi nella gioventú romana; e
ricorrere sempre piú agli «alleati» della penisola, e piú tardi anche a truppe
ausiliarie delle province che integrassero la leva italica. Quando quelle
guerre finirono, altre incominciarono: in Macedonia, in Grecia, in Oriente; e
poi in Spagna, in Numidia, in Gallia: guerre di conquista. Altre guerre di
spietata repressione seguirono, contro i soci italici, contro gli schiavi in
rivolta. Infine, le laceranti guerre civili, tra i generali sediziosi. Il nuovo
esercito imperiale emerse dal sangue di due secoli, durante i quali fu
impegnata nell’esercito il 13 per cento della popolazione maschile al di
sopra dei 17 anni, con punte del 30 per cento.
Quando finalmente, al tempo di Augusto, quel nuovo modello emerse,
era irriconoscibile rispetto all’antico. Era un esercito stanziale e permanente
di volontari arruolati con ferma ventennale, non di contadini ansiosi di
tornare ai loro campi, ma di soldati professionisti attratti non solo dal
salario (3 mila dollari l’anno) ma dal miraggio del bottino e dalla vaga
promessa di una terra, alla fine del servizio. Non era un esercito di
proprietari, ma di proletari usciti dallo sfascio degli antichi ceti rurali e
livellati in una comunità militare ormai nettamente distinta dalla società
civile. Non era un esercito di cittadini, motivati unicamente dal senso del
dovere, ma di militari legati alla deontologia del mestiere, allo spirito di
corpo, alla fedeltà, rotta talvolta dall’infedeltà, al capo.
Quella organizzazione costituí un aspetto peculiare del genio costruttivo
romano, come le strutture materiali dell’architettura e quelle culturali del
diritto. Era un’organizzazione poliedrica. Per cogliere la funzione che essa
svolse nella successiva storia di Roma la si deve osservare da piú punti di
vista. Quello militare ovviamente, anzitutto. Da questo punto di vista
l’esercito romano fu una macchina poderosa. Era un insieme integrato di
formazioni specializzate. Il problema costituito dai suoi punti deboli, la
fanteria leggera e la cavalleria, fu superato con il ricorso permanente agli
ausiliari, alleati e vassalli che costituivano un vero esercito parallelo, di
entità numerica pari a quella delle legioni formate dai cittadini romani – di
Roma, dell’Italia, delle province – e che fornivano arcieri, frombolieri,
esploratori, guastatori e soprattutto cavalleria armata alla leggera e
cavalleria catafratta.
La fanteria pesante fu articolata da Caio Mario in formazioni piú
complesse – coorti, centurie e manipoli – ma senza distinzioni di funzioni e
di armamenti. Erano tutti proletari, da quando Mario aveva aperto le legioni
ai privi di censo. L’insieme delle forze armate ammontava, al tempo di
Augusto, a 340 mila uomini, di cui 140 mila per le 25 legioni: cifra
relativamente bassa in rapporto alla popolazione totale dell’Impero che si
aggirava sui 50 milioni di abitanti; e alla vastità del suo territorio.
Alla fanteria pesante e leggera e alla cavalleria si affiancava l’artiglieria.
Le macchine da getto erano comparse nel 400 a.C. «Che razza di guerra è
questa?» aveva esclamato scandalizzato un generale spartano. Roma le
perfezionò con la tecnica avanzata dei suoi ingegneri e dei suoi architetti
militari. C’erano le armi a tiro teso, le catapulte, capaci di lanciare dardi o
giavellotti o lance infiammate con una gittata da 100 a 500 metri. C’erano
le armi a tiro curvo, le baliste, che funzionavano con la torsione delle corde
ed erano capaci di gettare pietre e proiettili da 300 chili a 600 metri di
distanza. C’erano scorpioni, onagri, cannoncini mobili lanciapietre. Davanti
a Gerusalemme, i romani misero in campo 300 catapulte. Ogni legione era
attrezzata con 55 baliste, servite ciascuna da 11 uomini.
C’erano poi le macchine d’assedio e le tecniche d’assalto alle mura: gli
arieti, le testuggini, le torri, le «gallerie» per lo scavo delle mine. Si
scavavano cunicoli fino alla base delle mura e si inserivano sotto di quelle
blocchi di legno impeciati che, incendiati, si gonfiavano facendole crollare.
L’integrazione degli uomini e delle macchine era assicurata da una
organizzazione economica e logistica di altissimo livello. Le legioni si
spostavano velocemente, malgrado l’enorme peso. A ciò servivano le
grandi strade che i romani irradiarono in tutto l’Impero. E, naturalmente, i
legionari, i «muli di Mario», come li chiamarono, che si spostavano in
colonna per 10 con un armamento e un equipaggiamento di circa 40 chili,
che comprendeva anche un palo per la palizzata del campo; percorrendo
nella marcia circa 24 chilometri al giorno, 40, quando potevano marciare
piú leggeri.
Quei legionari non erano soltanto guerrieri combattenti. Erano anche
operai, manovali, carpentieri, artigiani. Per la maggior parte il loro tempo
non era speso nella battaglia. Perlopiú era impegnato nelle esercitazioni. E
in grandissima parte nella costruzione degli accampamenti, vere e proprie
città militari: dei terrapieni, delle torri, delle «terrazze»; e nelle riparazioni.
Quello romano, dice Luttwak, era soprattutto un esercito di costruttori. La
forza delle legioni stava nel loro «genio», nel loro lavoro oscuro e
massacrante. Il principio su cui Roma basava l’impiego delle sue truppe
non era diverso da quello degli americani di oggi: l’economia del fattore
umano, la sua sicurezza. L’assedio era paziente. A chi gli chiedeva perché
prolungasse tanto il tempo dell’assedio invece di impegnarsi nell’assalto
Scipione, a Numanzia, disse che sua madre aveva generato un capo, non
uno scervellato. Difatti, gli assedi erano compiuti senza risparmio di tempo
e di mezzi. Proprio a Numanzia Scipione fece recingere la città con una
duplice circonvallazione. Nel 147 a.C. l’assedio di Cartagine durò un anno,
durante il quale il porto fu bloccato, da terra con un muro e dal mare con
un’enorme diga. Davanti ad Alesia la doppia circonvallazione edificata da
Cesare raggiunse i 16 chilometri: una linea di trincee continua, costellata di
piccole torri e di forti eretti a intervalli regolari. A Masada, davanti alla
imprendibile fortezza sperduta nel deserto che si ergeva al di là di un
burrone, e in cui si era rinserrato l’ultimo disperato manipolo di guerrieri
giudei, i romani costruirono una terrazza d’assalto lunga 206 metri e alta 84
metri, sormontata da una piattaforma di pietra alta 23 metri e larga
altrettanto. Quando quella gigantesca costruzione giunse al livello delle
mura i combattenti ebrei si suicidarono tutti dopo aver ucciso le loro donne
e i loro figli. Per raggiungere i germani rifugiatisi nel fondo delle foreste, i
romani tagliarono in quelle, col ferro e col fuoco, grandi strade per
consentire il comodo passaggio delle legioni.
Questi soldati-marciatori-costruttori infaticabili si nutrivano quasi solo di
grano, 850 grammi al giorno a testa, piú 150 grammi di lardo, 20 di
formaggio e un po’ di vino acetato, che si chiamava posca. Non amavano la
carne. In Gallia, dove Cesare ne fece distribuire a volontà al posto del
grano, poco mancò che si ammutinassero. Vivevano sotto tende di cuoio, in
tutte le stagioni. Non sempre però quegli accampamenti furono spogli. Ben
presto, nel periodo imperiale le tende furono sostituite da costruzioni in
muratura, con servizi idraulici e igienici elaborati, stanze vere e proprie, un
gabinetto ogni due stanze, e terme e ospedali, con inservienti e specialisti.

Dal punto di vista economico, non c’è neppure bisogno di dirlo,


l’esercito, per la Repubblica, era un grande business. Anche quando non si
autofinanziava piú, le spese per le forze armate, pur incidendo fortemente,
per la metà circa, sulla spesa pubblica complessiva, rappresentavano una
quota pari al 2,5 per cento del Pil. In compenso erano enormi le ricchezze
che grazie alle sue conquiste affluivano allo Stato e soprattutto ai privati:
schiavi, oro, tesori, terre, opere d’arte, tassate, confiscate, predate. Tale era
l’abbondanza di quelle risorse che per molti anni il tributum del 5 per cento
del reddito imponibile, istituito da Augusto per finanziare la difesa
dell’Impero, poté essere abbuonato ai cittadini romani.
L’esercito romano assicurò, dopo la fine dell’era delle conquiste, la
sicurezza dell’Impero, l’ordine interno e la difesa esterna con una
sostanziale economia di forze: 300 mila uomini circa su una popolazione di
50-60 milioni di abitanti, in un territorio di 6 mila chilometri quadrati: un
miracolo di efficienza. Nei primi due secoli del Principato i confini
dell’Impero furono, nell’insieme, piuttosto tranquilli e sicuri. Roma poté
affidarli quindi alla difesa e alla sorveglianza dei regni suoi vassalli – i
cosiddetti soci – che costituivano la sua corona esterna: come la Numidia,
l’Armenia, la Giudea, i Regni dell’Asia Minore. Ciò permetteva di
distribuire le 20-30 legioni disponibili in una larga zona interna, lontana sia
da Roma che dalle frontiere, evitando sia la pressione politica che la
dispersione delle forze militari.
Questo miracolo non poteva essere solo il frutto di un permanente stato
di terrore e di violenza. Come abbiamo già accennato, alcuni autori, storici
e moralisti, hanno denunciato in termini vibranti la «barbarie romana», la
brutalità del dominio di Roma: le violenze, le prepotenze, le sevizie inferte
alle nazioni sottomesse. Hanno ricordato le parole che Tacito mette in bocca
al britanno Calgaco: «víolano le nostre donne, fanno il deserto attorno a
loro e lo chiamano pace». Hanno negato che il dominio di Roma abbia
apportato alle nazioni vinte alcun contributo di civiltà: l’Oriente – hanno
detto – era già civilissimo, l’Occidente restò povero e diventò schiavo.
Simone Weil, in un suo pamphlet appassionato, giunse a configurare
l’Impero romano come il prototipo di quello nazista. Raymond Aron,
rispondendo pacatamente a queste accuse roventi, ricordava la necessità di
distinguere, nel rapporto tra i romani e le nazioni vinte, la fase terrorizzante
dello scontro e della sottomissione da quella successiva, della dominazione.
Nella prima i romani furono una forza distruttiva e oppressiva spietata
(basta vedere il volto protervo dei pretoriani effigiati sulla colonna traiana
per farsi accapponare la pelle): non piú, però, di tutti gli Imperi che li
avevano preceduti; e di molti che li seguirono. Nella seconda essi furono
piú impegnati nelle trasfusioni di sangue che nel suo spargimento. Anche se
capaci di tornare alla spietatezza nella repressione delle rivolte, non c’è
stato dominio nella storia che abbia saputo legare a se stesso tanta parte
della cultura e della classe dirigente dei sudditi: con il consenso, e non solo
con la violenza.
Se l’esercito romano poté assicurare la difesa e l’ordine dell’Impero per
tanto tempo e con tanta economia di forze, lo si deve precisamente a questa
capacità «egemonica»: e alle istituzioni giuridiche e politiche che permisero
di esercitarla.
Finalmente, dal punto di vista politico, l’esercito romano fu il figlio della
polis che finí per rivoltarlesi contro: ma in un lentissimo processo di
differenziazione di distacco e di conflitto, durante il quale la Città poté
valersi della sua forza crescente e al tempo stesso dovette temerla e
difendersene. Un figlio inquieto e terribile: basta leggere le lettere con le
quali Cicerone raccomanda alla moglie e alla figlia di tenersi lontane dalle
legioni. Il punto critico di svolta, in quel processo, fu senz’altro la riforma
di Caio Mario, che aprí le sue porte ai «proletari», travolgendo
definitivamente la costituzione censitaria. Quella decisione è un’astuzia
della storia. Fu il Senato a spingere Mario, negandogli per spirito di parte e
di classe le legioni che gli servivano per vincere la guerra contro Giugurta,
a quel passo. Cosí favorí la nascita di quello che sarebbe stato il suo nuovo
storico rivale.
La contrapposizione tra potere militare e potere politico si mantenne
pericolosamente, attraverso le lotte civili, anche nei primi due secoli
dell’Impero, all’interno di un certo equilibrio. L’equilibrio si spezzò
definitivamente a favore del primo quando, con l’esaurimento delle
conquiste, il peso economico e l’energia politica delle legioni si
rovesciarono all’interno dell’Impero. Da allora, quello che era stato il
fattore principale della potenza economica divenne un peso sempre piú
schiacciante; mentre la sua prepotenza politica diventava una fonte
permanente di anarchia.

Le pietre e le folle di Roma.

Non tutto il surplus veniva impiegato nelle armi o nella dissipazione di


consumi cospicui. Una parte importante di risorse fu destinata a quello che
soltanto impropriamente potremmo definire un investimento improduttivo,
dal momento che i suoi prodotti durarono per secoli: le pietre. Il genio
eminentemente pratico dei romani si estrinsecava nella loro mania
costruttiva, nel loro mal della pietra.

Avete misurato l’intero mondo, avete gettato attraverso i fiumi ponti di ogni genere,
avete scavato le montagne per fare strade piane al viandante, riempito spazi desolati e
reso piú facile la vita col provvedere alle sue necessità nella legge e nell’ordine.
Ovunque sono palestre, fontane, porte e archi trionfali, templi, opifici, scuole, e si
potrebbe dire che il mondo, il quale era stato travagliato dal morbo, è stato restituito alla
salute… Le città sono radiose di splendore e di venustà e l’intero orbe è ordinato come
un giardino.

Si può dubitare che queste entusiastiche parole del retore greco Aristide
fossero dettate da un insopprimibile bisogno di ossequiare il dominatore?
Ma Elio Aristide, che si rivolgeva a Traiano, non era un leccapiedi. Era uno
dei tanti grandi intellettuali greci, come Plutarco, come Polibio, convinti
che il genio greco, prodigioso ma instabile, avesse trovato il suo
compimento e coronamento nella potenza universale di Roma.
Sta di fatto che ovunque passasse, Roma lasciava un suo imperituro
segno. Costruiva città, decine di città meravigliosamente ordinate. Non
certo ad imitazione di Roma, cresciuta caoticamente, ma di un’idea
sublimata di Roma, riflessa nell’accampamento romano. Uno schema
strutturato attorno a due assi ortogonali intersecati, che ordinavano uno
spazio di lotti rettangolari e di intervalli regolari. Città scandite nello spazio
e nel tempo con allineamenti ritmati, destinazioni specializzate e orari
prestabiliti. Un equilibrio tra funzioni pubbliche e private, decisamente
gravitante sulle prime: terme, teatri, anfiteatri, basiliche, giardini:
l’entusiasmo di Aristide non era esagerato.
I romani rifornivano quelle città abbondantemente di acqua mediante
canali sotterranei o acquedotti, immagazzinandola in serbatoi donde poteva
essere distribuita, attraverso tubazioni di piombo, agli abitanti, anche se non
direttamente alle loro case. In molte province il sistema di rifornimento
idrico era migliore al tempo dei romani di quanto sia oggi. Alcuni
acquedotti romani sono tuttora in uso. Il Pont du Gard, presso Nîmes, per
esempio, convoglia l’acqua del Rodano condotta fin lí in canali sotterranei.
È formato da tre ordini di archi sovrapposti e nel punto piú alto raggiunge
un’altezza di 268 metri. L’acquedotto, tuttora esistente, che serviva
Cartagine, era lungo 160 chilometri, con gigantesche opere in galleria o su
alte arcate; quello di Tarragona, in Spagna, 37 chilometri, quello di Lione,
18 chilometri. Gli acquedotti permettevano di alimentare anche mulini e
fontane. La manutenzione era assicurata dallo Stato o dalle autorità
municipali.
I romani collegavano quelle città con strade. Costruita originariamente a
fini militari, la rete stradale si estese sino a servire ogni esigenza di traffico,
militare e civile, di persone e di merci. I geometri romani privilegiavano, in
pianura, le linee rette, ma sapevano tracciare tornanti arditi sulle montagne
piú aspre, sugli Appennini e sulle Alpi; o scavare lunghe gallerie, come a
Cuma e a Napoli, nella roccia vulcanica. La tecnica della costruzione del
fondo stradale era, per quei tempi, sapiente, tanto da assicurare una durata
millenaria; e cosí quella dei canali di scolo e delle fognature.
Dappertutto furono eretti edifici monumentali. Non erano a misura
d’uomo, come si dice dei templi greci, e neppure a misura degli dèi, come
quelli egizi. Erano a misura della collettività cittadina, della polis, e per
abbracciare nello spazio quelle folle gli architetti romani, che costruivano
per l’eternità, in modo massiccio e grandioso, lanciarono verso l’alto le loro
volte, coniugando potenza e altezza.
Costruendo per l’eternità riuscirono a edificare una Città Eterna.
Nessuna altra città al mondo merita questo nome piú di Roma, dal momento
che, unica al mondo, la sua vita, dal solco di Romolo a oggi, non si è mai
interrotta.

Diamo uno sguardo alla città di allora con gli occhi di oggi. Uno sguardo
cinematografico, perché Roma, nell’antichità, non faceva che cambiare, con
ritmo incalzante, grazie a quell’ansia costruttiva, a quel mal della pietra:
con un ritmo paragonabile a quello attuale di New York.

La sua struttura urbanistica si espande continuamente: dalla città palatina


di Romolo a quella del settimonzio dei re latini, a quella serviana, a quella
augustea e a quella aureliana, quando viene alfine compresa entro due cinte
di mura, quella interna serviana e quella esterna aureliana. Al momento in
cui Costantino trasferí a Bisanzio la capitale, l’abitato di Roma aveva un
perimetro di circa 20 chilometri e una popolazione di circa un milione di
abitanti. Contava 11 terme e 856 bagni privati; 37 porte, 29 grandi strade,
centinaia di strade secondarie, 190 granai, 2 grandi mercati (macella), 254
mulini, 11 grandi piazze (fori), 1152 fontane, 28 biblioteche, 2 circhi, 2
anfiteatri, 3 teatri, 2 naumachie, 10 basiliche, 36 archi di marmo.
Per secoli il cuore della Città restò la regione palatina, comprendente il
Foro romano, il Palatino e il Campidoglio. La pianura del Foro, un’antica
palude, si stendeva tra le pendici del Campidoglio e quelle meridionali del
Palatino, la Velia, dove è l’arco di Tito. Era solcato sotto terra dalla cloaca
massima, che l’aveva prosciugata, e in superficie dalla Via Sacra. Sul
Palatino sorgeva la prima zona residenziale, di case e poi di palazzi sempre
piú sontuosi. Sul Campidoglio stava la zona sacrale, attorno al tempio di
Giove Ottimo Massimo, dove sono ora i giardini dell’Aracoeli. Nel Foro
erano i grandi centri della vita politica, l’antica Reggia, la Curia del Senato
e i Comizi popolari. Lí erano i luoghi sacri, come la lastra di marmo, il lapis
niger, con un’iscrizione misteriosa scritta da destra a sinistra; i templi, da
quelli piú antichi di Vulcano, di Saturno, di Castore, di Vesta, a quelli
imperiali: quello che Antonino, marito ampiamente tradito, dedicò
all’adorata Faustina e quello immenso che Adriano dedicò a Venere e
Roma, sulla Velia, facendo poi giustiziare l’architetto Apollodoro che lo
aveva imprudentemente criticato. Lí si svolgevano le processioni rituali, le
parate, i trionfi. E le insurrezioni, le agitazioni, le lotte sanguinose, sotto i
rostri, davanti alla Curia, sullo spiazzo della Grecòstasis, ove gli
ambasciatori stranieri sostavano in attesa di essere ricevuti nella Curia. Lí,
nei primi secoli, sorgevano anche case, e botteghe, quelle piú antiche vicino
al Campidoglio, quelle «nuove» vicino alla Velia, riunite poi nel mercato
coperto: il macellum, dove si poteva trovare di tutto, per nutrirsi, ma anche
per rovinarsi, come diceva Plauto, con sgualdrine e con ogni sorta di
gabbamondo e di pervertiti. Lí c’erano anche spiazzi per esibizioni e giochi
e ludi gladiatori.
Presto le attività commerciali si fecero largo ai lati del Foro, diramandosi
a Sud e a Nord. A Sud, attraverso la valle, una volta paludosa, del Velabro,
sorgevano i mercati generali, il «ventre di Roma», come lo chiamò Orazio,
con i banchi dell’olio, dei vini, dei formaggi. Di lí, i quartieri commerciali
invasero tutta la vasta zona che era stata il primo emporio della città,
dall’isola tiberina fino alle pendici dell’Aventino: con il mercato delle carni
(il Forum boarium) quello delle erbe (il Forum olitorium) e quel Forum
cuppedinis, che era il mercato delle «ghiottonerie»: delle leccornie e dei
prodotti sfiziosi.
A Nord, dove si trovano oggi le strade del quartiere Monti, si
inerpicavano i vicoli dell’Argiletum, occupati dai librai e dai calzolai, e
della Suburra, puzzolente e chiassosa, brulicante di schiavi e di gente dai
mestieri piú vari: barbieri, lanaioli, fabbri ferrai, pettinatrici, scarpai, lenoni
e prostitute. Ci abitavano però anche snob e poeti come Arrunzio Stella, e
futuri dittatori come Caio Giulio Cesare.
A un certo punto l’antico Foro diventò troppo angusto per la pressione
della popolazione. Bisognò prolungarlo con i Fori imperiali, di Cesare di
Augusto di Nerva, finché Traiano concepí il disegno grandioso di
«sbancare» la collina che ostruiva il passaggio verso il campo di Marte,
edificando quel Foro Traiano che fu considerato una delle meraviglie del
mondo e che diventò lo snodo tra gli antichi fori e un nuovo grande centro
monumentale. Campo Marzio, come ancora oggi si chiama una delle sue
strade, copriva la grande ansa del Tevere, oggi tagliata dalla mediana del
corso Vittorio Emanuele: fuori dell’abitato densissimo e opprimente della
città, offriva uno spazio di luce e di verde a un nuovo centro monumentale.
Il poeta Marziale proponeva all’amico di lasciare «le liti feroci e le miserie
del Foro per i vagabondaggi, le chiacchiere, i librai, i giochi del Campo (di
Marte), il Portico, le pergole, l’acqua vergine e le calde piscine». Grazie alle
nuove costruzioni, i teatri, i portici (Saepta), i templi di Iside e di Serapide,
lo stadio di Domiziano (oggi piazza Navona), il Pantheon che sta sempre là,
press’a poco com’era quando fu costruito al tempo di Augusto e restaurato
al tempo di Adriano, il Campo di Marte diventò un nuovo centro elegante e
«moderno», anche se presto il verde scomparve dalle sue rive. La gente
elegante vi andava a passeggio nelle strade ampie e diritte, le signore si
facevano portare in lettiga sotto i portici dei Saepta, dove si aprivano i
negozi piú esclusivi, con le mercanzie piú esotiche: tra via Borgognona, via
Frattina e via Condotti.
La pressione della popolazione non tardò a congestionare anche quegli
spazi. Ma dal centro, antico e nuovo, i ricchi potevano rifugiarsi nei
quartieri residenziali, ove sorgevano i loro palazzi e le loro ville, circondati
da parchi e giardini. Quartieri alti: ce n’era piú d’uno, alternativamente di
moda. Il Palatino per primo, e poi lo diventò l’Aventino, che era stato covo
di briganti nell’età arcaica, asilo di immigrati nella Roma dei re e dimora
della plebe nei primi tempi della Repubblica: e che attorno al tempio di
Diana adunò una corona di splendide ville. E poi il Quirinale, che si
affacciava sulla pianura dal ciglio dell’Alta Semita (quella che è oggi via
XX Settembre e via del Quirinale) e dove abitavano i Flavi e il poeta
Marziale: dove si aprivano i magnifici orti di Sallustio, un parco nel quale il
senatore profondeva il denaro mal guadagnato rubando in Numidia e
scriveva le sue sdegnate pagine contro il lusso e la corruzione di Roma.
Anche il Viminale ebbe la sua stagione di moda quando vi abitava
Giovenale, nei pressi della via Longa (via Nazionale). Anche il Celio, che si
sostituí al Palatino come dimora preferita dai potenti e dove Domiziano
aveva costruito per sé e per pochi amici il suo piccolo Trianon, la sua
«briciola d’oro» (mica aurea) per banchettare in pace con quelli. E persino
il torbido Esquilino, le «nere esquilie», cimitero dei poveri e degli schiavi,
ove si eseguivano le condanne a morte e si seppellivano i cadaveri dei
giustiziati, deserto di giorno, pauroso di notte tra i falò accesi dalle
fattucchiere e i latrati delle cagne fameliche; persino l’Esquilino durante il
primo secolo si trasformò in un quartiere signorile, anzi fastoso. Mecenate
vi costruí un grande parco, vi sorsero tempietti, ville e palazzi, e Nerone vi
fece giungere le propaggini della sua colossale reggia, la Domus Aurea.

Come si presenta Roma, nel suo insieme, all’apogeo della sua gloria, allo
sguardo del passante?
La descrive un giornalista famoso in un reportage d’eccezione. Paolo
Monelli, nella sua Avventura nel primo secolo, si immagina trasferito in un
viaggio nel tempo a Roma, nelle vesti di un giovinetto patrizio. Ecco la sua
prima visione della città.

Usciamo dunque a piedi, che il sole si é levato da poco; traversiamo una specie di
cortile chiuso da un alto muro che fronteggia la strada, nel mezzo della quale
giganteggia una statua marmorea di mio padre; un cortile brulicante, come l’atrio
adiacente, di gente che non capisco che cosa faccia, cosa voglia, taluni di aspetto povero
e squallido, altri con maggiore dignità di atteggiamento; due o tre si chinano a baciarci il
lembo della toga, escono dietro di noi, non ce ne libereremo piú fin tardi, li avremo
sempre attorno, pronti a renderci un servigio, a fendere la calca per farci strada. Ci
mettiamo per una via che prima scende un poco fra macchie di oleandri di pinastri di
ulivi, poi risale un declivio al culmine del quale mi appare improvvisamente la città,
candida, vastissima, distesa sulle alture e dentro le valli, con macchie di prato e di bosco
tra il brulichio degli edifici. Non saprei ridire il mio sentimento di fronte allo spettacolo.
Mi pare nuovo ed antico nello stesso tempo. Riconosco a sinistra i meandri del Tevere
cui varcano due ponti candidi, ma le rive sono dense di edifici, di opere, di una fitta di
barche; e mi é sconosciuto nella valle sottostante un enorme stadio con un arco trionfale
nel mezzo. Ho il senso di aver sempre veduto quei gruppi di case alte che sorgono come
una muraglia compatta di fronte e da destra, bianche e grigie, lisce o balconate con tetti
di tegole, ed i pendii tempestati di abitazioni alternate a ciuffi d’alberi e a densi giardini;
nuovi mi appaiono invece edifici eccelsi, basiliche e templi irti di statue, sfavillanti
d’oro e di rame. Un brusío fitto e continuo sale dal basso, fin quassú la città manda la
sua voce. Lucio mi tiene gli occhi addosso... Eccu Palatinus, ecca domus Augusti, dice
(con accento ciociaro); e poiché ho l’aria di non sapere bene dove guardare mi accenna
dirimpetto un colle alto uscente da un parco dovizioso, dove gli edifici sono piú rari e
sontuosi, lucidi di marmi 1.

Ecco come doveva apparire, nel I secolo, Roma a chi dall’Aventino


abbracciasse nello sguardo il Tevere, il Circo Massimo, il Palatino e il
Campidoglio: «sublime e massima» in un panorama che oggi le rovine di
quella magnificenza colorano al tramonto di una luce e di una suggestione
struggente.

Ma avventurandosi nella valle e poi, attraverso il fiume umano del Foro,


inoltrandosi nei vicoli che di lí si diramavano, emergeva il volto rovescio
della immensa città. Roma era un brulicante labirinto, un formicaio di genti
diversissime e in massima parte miserabili, ammassate in una congestione
promiscua tra abitazioni diseguali spesso fatiscenti, alte tanto da oscurare in
strade sudice la luce del sole.
Vi si ammassava una popolazione per quei tempi immensa, un milione di
abitanti, una calca nella quale ogni nazionalità, ogni interesse, ogni bisogno
si mescolava.

Questa città, – dice Giovenale, – mi è diventata insopportabile. È un pezzo che nel


Tevere si è scaricato l’Oronte (è il fiume siriano che attraversa Antiochia) portando con
sé la lingua e i costumi di quella gente; flautisti, cetre con le corde oblique, timpani, il
loro strumento nazionale, e ragazze piuttosto svelte.

Se la prende, in un impeto di intolleranza, soprattutto con i greci:


ingegno pronto, sfacciataggine senza limiti, parlantina facile... letterati,
retori, geometri, pittori, massaggiatori, àuguri, funamboli, medici, maghi.
Quella continua calca del Foro, quell’umanità equivoca («suonatori di
flauto, ciarlatani accattoni, mime e parassiti») dava sui nervi anche a Orazio
che però verso sera si faceva la sua passeggiatina nel Foro, disturbato
magari da qualche seccatore, ma curioso di fermarsi qua e là per «sentire le
fattucchiere che dicevano la ventura ai gonzi». Nulla lo disponeva meglio a
mangiare con appetito.
Stavano quasi sempre per strada, i romani. Ci mangiavano anche, nelle
friggitorie, nei bar (i termopòli). La folla si apriva alle lettighe dei grandi
signori portate da schiavi orientali o da germani o sàrmati corpulenti e
sfarzosamente vestiti, nelle quali prendevano pose negligenti, dice
Giovenale, sporgendo odiosamente il braccio per mettere in mostra i loro
anelli.
Stavano per strada, i romani, anche perché per la maggior parte di loro la
casa non presentava alcuna attrattiva, era soltanto un riparo, quando la
torrenziale pioggia di Roma sferzava, e un giaciglio. E si capisce: erano
sovraffollate e pericolanti: le insulae, case d’appartamenti come si vedono
oggi soprattutto a Ostia, misuravano in media 300 metri quadri per
un’altezza che poteva giungere a venti metri, e quindi con un peso
tendenzialmente eccessivo. Cosí i crolli erano frequenti, con grande profitto
degli speculatori, come il grande Crasso, il banchiere di Roma, che – lo
abbiamo visto – ne rilevava prontamente le macerie e il terreno per
costruire nuove case pericolanti. Ed erano frequentissimi, come i crolli, gli
incendi, perché la pesante struttura dei pavimenti imponeva che si
adoperassero grosse travi di legno; perché abbondavano le stufe portatili, le
lampade fumose e le torce dell’illuminazione notturna; perché l’acqua, in
quegli appartamenti congestionati, era scarsissima. Infatti i grandi
acquedotti, che pure portavano acque abbondanti nella città, si arrestavano
ai terminali, senza diramazioni domestiche. E cosí le grandi fognature:
cosicché lo smaltimento dei rifiuti costituiva un costante pericolo per il
viandante e una costante fonte di inquinamento per la popolazione.
Questo disordine edilizio era l’effetto di uno sviluppo urbanistico
caotico. È strano. I romani, quando hanno fondato le loro nuove città
nell’Impero, le hanno pianificate secondo uno schema urbanistico magari
non fantasioso, ma rigoroso: ortogonale, simmetrico, funzionale, lo
abbiamo già detto. Ma a casa loro? Dice Cicerone:

Roma posta sui colli e nelle valli, quasi sollevata e sospesa con le sue case a molti
piani, con vie mediocri e vicoli strettissimi…

Dice Tito Livio:


La topografia della città fa pensare che il suolo cittadino sia stato occupato a caso e
non distribuito secondo un piano…

Sembrava quasi che l’ordine imposto all’Orbe i romani lo pagassero con


il disordine dell’Urbe. Roma è informe, o piuttosto multiforme:

tutto vi si confonde, uomini e dei, parchi e orribili palazzoni, grandi spazi disabitati e
piccole zone sovraffollate; il giudice lavora accanto al macellaio, i nomadi dormono
sulla scalinata dell’aristocratico tempio dei Dioscuri, le infime botteghe sfiorano le case
dei principi. I santuari servono da banconi, mentre i postriboli si moltiplicano sotto gli
archi degli edifici pubblici 2.

Tutto ciò fa di Roma un dedalo, con i suoi ottantacinque chilometri di


strade che si avviluppano come un gomitolo. In quel gomitolo chi si orienta
è bravo. Sentite questo dialogo tratto da una commedia di Terenzio:

Siro: Sai dov’è il portico, qua sotto, vicino al mercato?


Demea: Si.
Siro: Bene, prendi per di qua, traversa la piazza difilato e vai su; quando sei arrivato
c’è un poggio che scende dall’altra parte: buttati giú di là; poi da questa mano troverai
un tempietto e lí vicino una stradicciola…
Demea: Quale?
Siro: Ma sí, dove c’è pure un grosso fico selvatico.
Demea: Ho capito.
Siro: Seguita per di là
Demea: Ma quello è un vicolo cieco.
Siro: Oh già, che asino! Ho preso un granchio. Capirai, sono uomo anch’io. Dunque
torniamo al portico. Anzi, falla molto piú corta e c’è meno pericolo di sbagliare. Sai
dov’è la casa di Cratino, quel riccone?
Demea: Eccome!
Siro: Vi passi oltre, poi svolti a sinistra e tagli dritto la piazza; quando sei giunto al
tempio di Diana, prendi a destra. Prima di arrivare alla porta, a due passi dal fossato, c’è
un piccolo muretto e dirimpetto una bottega di falegname: ecco, è là.

Da questo groviglio si levava continuamente un fracasso infernale:


le tabernae coi loro banchi in mostra sulla strada sono affollate non appena aperte; qui i
barbieri radono i loro clienti in mezzo alla strada, là i venditori ambulanti di Trastevere
se ne vanno barattando i loro pacchetti di zolfanelli con oggetti di vetro. Altrove i
bettolieri, arrochiti a forza di chiamare una clientela che fa finta di non sentire,
esibiscono salsicce fumanti nelle casseruole calde. Maestri di scuola e i loro allievi si
sgolano all’aria aperta. Da una parte un cambiavalute fa suonare su di una tavola sudicia
la sua raccolta di monete…; dall’altra un battiloro raddoppia i colpi della sua mazzetta
brillante sulla pietra consunta; al crocicchio, un capannello di curiosi sta rapito attorno a
un incantatore di vipere; dovunque risuonano i martelli dei calderai, tremolano le voci
dei mendicanti, che in nome di Bellona o ricordando le loro disgrazie cercano di
intenerire i passanti… è tutto un mondo, all’ombra o al sole, che va, viene, grida, si
accalca, si spinge, si urta 3.

Si potrebbe pensare che la notte i rumori si spengano. Macché. Per


decongestionare la città, Cesare ha pensato bene di proibirvi con un editto la
circolazione di carri dall’alba al tramonto. Devono sostare fuori delle mura,
o dove si trovano, se non hanno fatto a tempo a uscire. E dunque, per tutta
la notte il romano, nei vicoli angusti, sente il rotolare dei carri, lo zoccolare
delle bestie da soma, le grida dei carrettieri. Sono centinaia di veicoli. Là
dove non passano, si addensano le insidie di una città pericolosa. Assassini
(sicarii) svaligiatori (effractores) grassatori di ogni specie (raptores)
pullulano a Roma. Chi esce di notte per andare a cena dagli amici, meglio
che faccia testamento, dice Giovenale: a meno che non disponga di
un’adeguata scorta armata. Cosí, le carovane notturne incrociano le lettighe
illuminate dalle torce o un funerale, ché a quelli è eccezionalmente
consentito di transitare, purché – dice un decreto del Senato – le donne non
urlino e non si graffino.
Dunque, Roma è la perla dell’Impero, una città magnifica. Ma ne è
anche la discarica. Un deposito di veleni e di violenza. Vi si ammassa un
proletariato ozioso e sedizioso, misero e turbolento. E poiché non vi è
traccia di alcuna forma di solidarietà, come vi sarà nelle città cristiane, non
ci sono monasteri o abbazie, in quella società spietata che lascia ciascuno al
proprio destino; ad evitare che quella massa turbolenta esploda ci deve
pensare lo Stato, con le sue distribuzioni gratuite di grano. Questo è il
welfare dei romani. A Roma, al tempo di Cesare, 320 mila persone
vivevano con le distribuzioni gratuite di pane. Lui le ridusse a 150 mila, ma
risalirono presto a 200 mila. La chiamavano «la plebe frumentaria». Poiché
agli aventi diritto si devono aggiungere le loro famiglie, si può calcolare,
come si è fatto, che, direttamente o indirettamente, tra un terzo e la metà
della popolazione vivesse a carico dello Stato. Roma divenne, passati i
secoli dello splendore, un peso sempre piú opprimente per l’economia
dell’Impero.

Gli ozii di Roma.

Le vere rivoluzioni avvengono nella testa della gente. La vera e profonda


differenza che distingue noi moderni dagli antichi non sta tanto nel modo di
produrre la ricchezza, ma nel modo di concepirla e, naturalmente, di usarla.
Ai romani, per esempio, il concetto di produttività, secondo il quale le
risorse devono essere indirizzate preferibilmente verso gli usi che
permettono di riprodurle e di ampliarle, era totalmente estraneo. L’ideale di
una società aristocratica, come nella sua essenza culturale restò sempre
quella romana, non era il lavoro produttivo, ma l’otium: concetto che sta
dileguando dalla nostra mentalità. Il fatto che gran parte delle risorse che le
classi dirigenti traevano dalla terra e dalla guerra fosse destinata con netta
preferenza a quelli che noi chiamiamo consumi non essenziali o cospicui,
lungi dal suscitare disagio, costituiva ragione di compiacimento. Di piú:
nessuno si sarebbe sognato di chiamare «consumi» le attività rivolte a
generare piaceri, grossolani o raffinati che fossero. Della riproducibilità
delle risorse usate ci si occupava poco: c’erano gli schiavi e i legionari, a
provvedervi. Tanto meno della disuguaglianza della loro distribuzione. La
società romana, come tutte le società antiche, era spietata. Quel che contava
era l’intensità dei piaceri che se ne potevano trarre. E da questo punto di
vista, l’economia romana fu «produttiva» in sommo grado.
Naturalmente – questo è l’altro aspetto che distingue le nostre società da
quelle antiche – l’otium non era un bene pubblico. Era un privilegio
riservato all’élite. Niente era piú estraneo alla mentalità degli antichi del
nostro concetto di eguaglianza. E niente sarebbe apparso piú
incomprensibile del nostro concetto di «consumo di massa» e di welfare.
Alla concentrazione delle ricchezze in poche mani era dunque naturale
che corrispondesse la povertà estrema dei consumi delle masse e l’opulenza
fastosa dei pochissimi.
L’estrema povertà diffusa è perfettamente presente alla coscienza degli
intellettuali romani, ma è rarissimo che susciti una qualche forma di
rimorso o di indignazione. Se ne trovano tracce nei discorsi di Tiberio
Gracco, o in quelli che si dice facesse Catilina, ma sono rare e flebili. «A
Roma si vive a mala pena», scrive Marziale all’amico Sesto,
sconsigliandolo dal venirci ed evocandogli l’immagine delle «folle
intirizzite e lacere, pallide di fame».
Che cosa mangiavano, quando mangiavano, quelle folle? Pane, anche e
soprattutto grazie alle distribuzioni gratuite dell’Annona. Era molto se
potevano aggiungerci un po’ di legumi mal conditi. Neppure una mela,
potevano permettersi i piú. Molti mancavano di una abitazione fissa, e
vagavano dalla mattina alla sera per le strade e le piazze della città per
rifugiarsi la notte, o col maltempo, sotto i portici e gli archi, ce lo dice
Seneca. E aggiunge che tanti rubavano il pane destinato ai cani, non
possedevano che un bastone, una coperta e un pagliericcio, dormivano su
un cuscino sottratto al circo. «Il loro riscatto è la morte in un angolo
solitario». Tutto ciò era detto con «stoica» freddezza, senza pathos. Qualche
volta, con disprezzo. Cicerone, narrando di come Catilina aveva
sguinzagliato i suoi agenti per reclutare seguaci nei loro «covi», li descrive
come rifiuti umani. «Vivono, o sopravvivono, con un asse al giorno (un
quarto di dollaro) grazie a mestieri meschini e a lavori occasionali»: o ai
sussidi frumentari, o alla «sportula»: l’elemosina raccolta davanti alle case
dei ricchi, per le quali ci si accapigliava in frequenti risse.
Professionisti, impiegati, militari, insomma gente del ceto medio
modesto, conducevano una vita molto meno grama. Ma anch’essi dovevano
ingegnarsi per campare. I poeti, dice Marziale, battono i denti, insegnanti e
giudici mangiano poco e male. E racconta di quel giudice che, invitato a
cena, resta in casa dell’ospite per due giorni (come Totò, in Miseria e
nobiltà) e non se ne va, finalmente, se non con un involto di avanzi.
C’erano, naturalmente, i piú fortunati, amici e protetti dei potenti. Come
Orazio, come Virgilio, come Marziale. Non erano ricchi, ma godevano di
una modesta agiatezza. Venuti da famiglie umili (il padre di Virgilio era
vasaio, quello di Orazio agente delle tasse e rosticciere) avevano raggiunto
una tranquilla, «aurea mediocrità»: una casa in città, un pezzetto di terra,
una rendita decorosa, «fuoco acceso e toga rara», cioè pochi affari di cui
preoccuparsi. E pochi amici veri. Questo era l’otium nel suo aspetto piú
umano.
Poi, naturalmente, c’erano gli ozii di lusso dei ricchi, le case con l’atrio e
il giardino, le dispense stracariche di provviste portate dai coloni, il forno
per cuocere il pane, gli ateliers delle donne per tessere, e accanto alla casa i
dormitori degli schiavi e le botteghe dove gli schiavi – da una decina a una
trentina – smerciavano il superfluo.
Finalmente, i potenti, con le loro ricchezze immense. Centinaia di
schiavi. Un esercito di clienti. E quante case, a Roma e fuori? C’erano di
quelli che possedevano interi quartieri. Come quel Massimo, cui Marziale
dedica un epigramma tuttora attuale:

Hai casa all’Esquilino


Hai casa all’Aventino
(Colle di Diana) e nel vico
dei patrizi un tetto è tuo.
Da un lato guardi il santuario
Di Cibele, la vedova; dall’altro
Quello di Vesta; di qua il nuovo
Tempio di Giove, di là il vecchio.
Dove ti posso trovare?
Dove ti debbo cercare?
Massimo! Chi è dappertutto
È un senza tetto.

Di questi peculiari «senza tetto» a Roma, secondo Cicerone, ce n’era un


paio di migliaia, lo 0,2 per cento della popolazione. Le loro dissipazioni e le
loro stravaganze, in fondo, non sono diverse da quelle di tutte le «classi
agiate» della storia. Le incontriamo nelle Mille e una notte e alla corte di
Versailles, press’a poco le stesse: bagnarole d’oro e d’argento, bagni d’olio
e di latte, perle triturate nel vino, fontane di profumi, assortimenti di
pellicce, gioielli, porpore, armature, collezioni di carrozze, bestie esotiche,
uccelli parlanti e canori, l’infinita e monotona serie delle strampalerie e
degli optional dei pescecani. Ma anche le scelte del gusto e della
raffinatezza, del collezionismo prezioso, della passione artistica, della
curiosità culturale, del mecenatismo elegante dei signori.
Per finanziare il consumo cospicuo – quello raffinato come quello kitsch
– occorrono risorse illimitate. E senza limiti sono i debiti dell’aristocrazia
romana. Cesare, a poco piú di trent’anni, ha accumulato debiti per 7 milioni
di dollari, Marco Antonio per 24 milioni. E Milone li batte tutti, con 70
milioni. Per questo non si fanno scrupoli di sorta, nel prendere dove
possono e come possono. Marco Antonio, per esempio, riceve una
delegazione greca, che gli annuncia il proposito della dea Iside di
accoglierlo come suo sposo. È una bella trovata per dei leccapiedi. Ma il
romano ne ha una migliore. Si compiace per la scelta della dea ed esige una
dote: un milione di dollari.
Gran parte delle spese opulente dei grandi erano però non consumi, ma
investimenti politici. Consoli, magistrati, condottieri e dittatori elargivano al
popolo feste e giochi spettacolari, gratifiche straordinarie ai loro legionari e
costruivano per il popolo romano fori, come Cesare, per 24 milioni di
dollari, e teatri, come Pompeo, per 40 milioni. I voti, potevano comprarli
anche direttamente. Pare che in certi periodi e in certi quartieri, il prezzo del
voto fosse affisso nei termopoli (i bar dell’epoca).
La loro «generosità» era ripagata in voti, che gli permettevano di
alimentarla, e non soltanto. Anche – e questo sembra peculiare
dell’esperienza romana – con donativi spontanei di «ammiratori»:
donazioni e, soprattutto, lasciti ereditari. Plinio, per esempio, ricevette una
volta 600 mila dollari da un tizio. «Io non l’avevo mai visto, né mai sentito
parlare di lui», disse. Lucullo, Attico, Cicerone ereditarono da ignoti
somme assai notevoli.
È significativo di una certa scala di valori che in punto di morte la
coscienza suggerisse di beneficare i ricchi: un welfare alla rovescia.

Un capitalismo abortito.

Ora che abbiamo dato uno sguardo fugace a questa Roma trionfante
possiamo riprendere il filo di una questione «vessatissima»: fino a che
punto quella potenza imperiale aveva generato una economia capitalistica
ante litteram? C’è stato un capitalismo romano?
Il campo delle risposte a queste domande, vastissimo – ne abbiamo già
parlato –, è delimitato da due tesi estreme. Quella dei primitivisti, come i
tedeschi Johan Karl Rodbertus e Karl Bucher, economisti della scuola
storica, secondo i quali la forma dominante dell’economia romana rimase
sempre quella dell’unità familiare autosufficiente, cellula di un mondo
senza scambi e senza mercati: un mondo economico chiuso. E quella dei
modernisti, come Eduard Meyer in forma estrema, e Michail Rostovčev in
una versione piú articolata, secondo cui l’economia romana si sviluppò nel
senso di un’economia di mercato moderna e di un capitalismo compiuto.
Né l’una, né l’altra ipotesi colgono la realtà dell’economia romana. Che
Roma e il suo Impero si fossero cristallizzati in un «modello Cincinnato» di
economia chiusa, senza mercati e senza moneta, è cosa che non sta proprio
in piedi. Abbiamo visto come si fossero create attraverso i tempi della storia
alcune importanti premesse e persino certe prove parziali di sviluppo
capitalistico. Per esempio, la portata degli scambi all’interno dell’Impero,
che nel complesso costituivano circa un terzo del prodotto totale; le
dimensioni del capitale mobiliare concentrato in un ceto di affaristi – la City
di Bertolt Brecht – e rappresentato politicamente dall’ordine dei cavalieri;
l’organizzazione fordista-taylorista di masse di schiavi nelle piantagioni
delle «ville». D’altra parte, questi processi non assunsero mai una forma
sistemica: tale, cioè, da investire l’insieme della struttura economica e
sociale, cambiandone i connotati in quelli di una economia capitalistica.
La migliore definizione dell’economia romana come «economia duale»
mi sembra l’abbia data Schiavone: un sistema agrario-mercantile a base
schiavistica, dove i due elementi che lo compongono, l’agricoltura e il
commercio, e la sua base energetica principale, gli schiavi, non si integrano
in un mercato unico, come nell’economia capitalistica, ma restano in gran
parte giustapposti; e l’alimentazione della quale non deriva se non in
piccola parte da un surplus reinvestito nel mercato, ma dall’afflusso di
risorse esterne, frutto della rapina, delle guerre e dello sfruttamento delle
province. E dunque, come dice insistentemente Fusari in un’ottima analisi
delle ragioni che ostacolarono l’avvento di una società dinamica,
un’economia che tende alla stagnazione.
Questo «non sistema», potremmo chiamarlo cosí, era il risultato di
un’impronta genetica: del fatto – lo dice ancora Schiavone – che Roma «era
veloce in politica, lentissima in economia». Da quando decise di non essere
Cartagine, Roma restò sempre, in definitiva, una società dominata da una
aristocrazia votata alla terra e alla guerra. Le aristocrazie legate strettamente
alla terra sanno fare bene la guerra. Roma la sapeva fare benissimo. Molto
meno il gioco dello scambio. Venezia, un’oligarchia di origine commerciale
si rivolse alla terra solo all’inizio della sua decadenza. L’aristocrazia
romana, oltre ad essere impareggiabile nella guerra, sapeva però anche
organizzare sapientemente la pace. Il suo vero merito storico sta nel modo
in cui seppe amministrare i paesi e i popoli sottomessi con un minimo uso
della coazione (fanno eccezione gli ebrei, che erano culturalmente refrattari
al dominio romano). Roma sapeva realizzare il massimo di dominio con il
minimo di costrizione. Abbiamo già visto come il suo esercito permanente
restasse, per lungo tempo, di dimensioni modeste e quanto fosse leggera la
sua burocrazia. I romani erano grandi organizzatori e grandi costruttori, di
pietre e di leggi.
Ma non erano grandi mercanti. Il loro commercio confinava spesso con
la rapina. Il loro credito con l’usura. Ci ricordiamo di Marco Giunio Bruto,
l’inflessibile modello di virtú repubblicane: di come prestasse denaro al 48
per cento di interesse e di come perseguitasse ferocemente i suoi debitori,
fino alla (loro) morte.
Roma restò dunque ben al di qua di un capitalismo commerciale,
all’italiana, e ancor piú di un capitalismo industriale, all’inglese. Una
economia capitalistica si distingue per due aspetti cruciali. Il primo è
un’accumulazione endogena, promossa da fattori che agiscono all’interno
del sistema, non alimentata sistematicamente da ricchezze predate
all’esterno. Il secondo è la formazione di una classe sociale che basa la sua
ricchezza e il suo potere su quel processo e su quello elabora la coscienza
della sua identità, distinta e contrapposta a quella dell’aristocrazia terriera e
guerriera. Niente di tutto questo avvenne nella società romana.
L’economia di mercato non investí che una parte, per quanto rilevante,
della struttura economica: e i mercanti romani non diventarono borghesi,
ma restarono compradores, politicamente poco influenti e culturalmente
subalterni, partecipi degli stessi valori dell’aristocrazia. La maggior parte di
essi aspirava, investendo il «surplus commerciale» nell’acquisto di terre,
come Trimalcione, non a sostituire l’aristocrazia, ma a farne parte. Da parte
sua l’aristocrazia partecipava ampiamente, se pur surrettiziamente, ai giochi
dello scambio, arricchendosi smisuratamente: ma mantenendo il suo
disprezzo per ogni forma di commercio e di lavoro manuale e il suo
supremo ideale dell’otium. La via della trasformazione verso un capitalismo
commerciale, come quello che le Repubbliche italiane costruirono nel
Medioevo, era sbarrata dalla potenza sociale e politica dell’aristocrazia. Del
resto, come vedremo, il successo di quelle Repubbliche maturò proprio
attraverso una crisi dell’aristocrazia feudale.
L’impasse dello sviluppo mercantile si accompagnò con un’altra
impasse, quella del modo di produzione schiavista. Abbiamo visto come
Roma avesse creato nelle grandi piantagioni schiavistiche
un’organizzazione di tipo fordista, che sembrava pronta per la
meccanizzazione. Ma quella restò una incursione nel futuro, riassorbita
dalla crisi del modo di produzione schiavistico. Quella crisi era dovuta in
ultima analisi all’impossibilità di integrare gli schiavi come una forza di
lavoro attiva nella produzione. Il capitalismo ci riuscí grazie a un tour de
force eccezionale; e cioè alla trasformazione in merce, non dei lavoratori
schiavi, ma della forza di lavoro dei lavoratori liberi. È merito di Karl Marx
di avere rivelato questo aspetto, cruciale per la nascita del capitalismo
moderno. Separando la forza di lavoro dal lavoratore e trasformando
soltanto la prima in una merce, con un prezzo determinato dal mercato, si
ottenevano tre grandi risultati. Primo: il capitalista non doveva piú pagare il
tempo improduttivo dello schiavo, né temere le sue rivolte. Secondo: dopo
una fase iniziale brutale della rivoluzione industriale, che schiacciava i
proletari su un salario di pura e semplice sopravvivenza, questi,
organizzandosi collettivamente, ottenevano aumenti salariali che
spingevano i capitalisti a reagire con aumenti di produttività, attraverso le
macchine. Si instaurava cosí un meccanismo dialettico tra capitalisti e
lavoratori, che agiva da molla dinamizzante del sistema. Terzo: superata la
prima fase dell’industrializzazione, i proletari diventavano consumatori e
anche per tale via alimentavano la dinamica del sistema. Gli schiavi delle
ville e dei latifondi romani costituivano invece una merce passiva, che si
consumava in un processo produttivo ripetitivo, privo di stimoli evolutivi.

Insomma: sia dal lato della produzione che da quello della circolazione
l’economia romana della Repubblica imperiale ci appare come imprigionata
in un assetto al tempo stesso ristagnante e squilibrato, dominato da una
classe aristocratica eccezionale nelle sue performance militari, costruttive,
amministrative; e nel contempo incapace anche di concepire una politica
economica in grado di cogliere le occasioni di sviluppo autonome affioranti
nella società: troppo legata alla terra e alla guerra per concepire le
potenzialità dello sviluppo mercantile e del lavoro libero.

La grande età dei torbidi che termina nel I secolo a.C. con le guerre civili
che decimarono le file dell’aristocrazia sarebbe stata forse la piú adatta per
una svolta radicale e innovativa dell’economia e della società romana. Ciò
che in quel tempo emerse chiaramente, anche alla coscienza dei
contemporanei, come Cicerone, come Sallustio, era l’incapacità del «blocco
veteroaristocratico», quello nato dalla fusione fra patrizi e plebei, di
governare la complessità dell’Impero. Sappiamo come quella crisi fu
risolta: con l’avvento del Principato, un compromesso storico in cui l’antica
aristocrazia manteneva i suoi privilegi e le sue ricchezze cedendo di fatto al
principe il potere politico e militare. Torneremo tra poco su questo esito, sul
suo apparente successo e sulle sue profonde contraddizioni. Ma è lecito
chiedersi se non erano disponibili altre alternative. La storia non è fatta con
i «se»? Certo! ma l’indagine storica può essere arricchita con i «se»! A
meno di non cadere in un rigido e sterile determinismo, l’indagine sulle
alternative teoricamente disponibili non è affatto oziosa e futile. Essa fa
risaltare i costi e i benefici delle scelte compiute in certi momenti cruciali,
in certe «biforcazioni» che si aprono alle scelte.
Quella fase di violenta crisi della aristocrazia romana avrebbe, per
esempio, potuto risolversi in senso assolutistico o in senso democratico.
Giulio Cesare, forse, avrebbe potuto cambiare la storia nel primo senso.
Con la vittoria di Giulio Cesare su Pompeo si affacciò una concreta
soluzione di trasformazione radicale dalla Repubblica aristocratica, ormai
ridotta a brandelli, in un assolutismo monarchico che avrebbe anticipato i
tempi e forse permesso di evitare la grande crisi del III secolo e persino di
promuovere l’introduzione nell’economia di forze ed energie nuove,
represse dalla barriera dell’aristocrazia (l’ipotesi è avanzata da Angelo
Fusari).
La seconda ipotesi, di segno opposto, è avanzata da Aldo Schiavone.
Sulla scorta di una intuizione ciceroniana, egli affaccia la possibilità che
alla vecchia nobiltà esausta subentrasse la vasta formazione dei ceti medi,
presente nei municipi italici, in una cornice di solidarietà nazionale che non
era affatto in contrasto con la coesione dell’Impero «universale». Anche in
questa ipotesi democratica e municipale i germi di una economia dinamica
avrebbero trovato un terreno di coltura favorevole.
È probabile che entrambe le vie fossero disponibili. Ed è certo che non
furono percorse. La soluzione alla crisi della Repubblica fu quel
compromesso davvero improbabile che si chiama Principato.

L’Impero nelle mani di un ragazzino.

Come sempre nella storia di Roma erano le vicende della politica a


dominarne il corso: l’economia scorreva sotto, ben nascosta, inconsapevole
di sé. La morte della Repubblica si consumò nell’agonia delle guerre civili.
I generali avventurieri, usciti quasi tutti dalle file dell’aristocrazia, ne
travolsero il potere combattendosi gli uni con gli altri in una spietata
carneficina, nel corso di quella che Ronald Syme ha chiamato, piuttosto
impropriamente, «rivoluzione romana»: impropriamente perché, di solito, le
rivoluzioni si fanno per rovesciare le monarchie, non per instaurarle. Quella
rivoluzione si compie attraverso la selezione di una serie di grandi prove
fallite: da Silla a Crasso a Pompeo e a quella, di gran lunga la piú esaltante,
di Cesare. Finché si giunge all’impresa vittoriosa di un ragazzino (cosí lo
chiamavano Cicerone e Marco Antonio).
Quel che soprattutto colpisce, nella grande sorte di Ottaviano Augusto, è
la sua apparente metamorfosi, dal bandito Ottaviano all’olimpico Augusto.
Apparente, perché nei due volti di questo stupefacente Giano traspare
evidente l’impronta caratteristica dominante dell’ipocrisia. Grande baro, lo
ha definito nella sua biografia Antonio Spinosa. Di solito, dopo di lui, gli
imperatori hanno compiuto la loro metamorfosi nel senso piú ovvio della
patologia del potere: dalla normale virtú alla follia criminale. Lui la
percorse a ritroso: da gangster a padre della patria. Da questa canaglia
sbocciò, infatti, il fondatore di uno dei piú gloriosi regimi della storia.
Sulla ferocia del giovane Ottaviano non si possono nutrire dubbi. Anche
se sull’obiettività di Svetonio non possiamo contare, troppi sono i riscontri
che ne abbiamo. Possiamo dubitare che torturasse personalmente il pretore
Quinto Gallo fino a cavargli gli occhi con le sue proprie mani? Che
giocasse con la testa di Bruto prima di spedirla a Roma, perché fosse fatta
rotolare ai piedi della statua di Cesare? Non possiamo però dubitare delle
stragi, violenze, rapine, abusi, stupri, torture inflitte dopo la vittoria sugli
assassini di Cesare a migliaia di nemici con le proscrizioni, che fecero
impallidire il ricordo di quelle di Silla, e che egli condivideva in pieno con
gli altri due triumviri, in una gara raccapricciante.
Del resto, la ferocia era un aspetto costituente della civiltà antica. Quel
che le era peculiare, rispetto alle esplosioni di ferocia dei nostri tempi, era la
sua caratteristica endemica e la sua assoluta compatibilità con la
raffinatezza culturale. Nell’epoca in cui nacque e crebbe Ottaviano,
discendente diretto, non da Afrodite, come dovettero credergli i romani, ma
da un usuraio di Velletri, violenza e ferocia toccarono un diapason: violenza
e ferocia sugli altri e su se stessi. La terribile Fulvia, moglie prima di
Clodio, poi di Marco Antonio, si fece consegnare la testa di Cicerone,
assassinato dai suoi sicari, per trafiggere la lingua del grande nemico con
uno spillone della sua chioma, mentre Antonio si accontentò di staccargli la
mano, quella che aveva scritto le Filippiche, per conservarla come ricordo.
Porcia, la moglie di Bruto, non volendogli sopravvivere e non riuscendo a
convincere gli schiavi a trafiggerla, ingoiò due pezzi di carbone arroventato
nella brace, morendo fra atroci tormenti.
Una volta sgominati tutti i suoi rivali Ottaviano, rimasto solo vincitore,
diventò Augusto, un titolo del tutto nuovo che si attribuiva ai monumenti e
che il Senato personalizzò per lui. Augusto significa l’accrescitore e ha la
stessa radice di auctoritas, l’impalpabile qualità del comando. La società
romana, estenuata dalle guerre civili e dalle violenze, aveva bisogno di
pace. Quella pace, solo qualcuno che si sollevasse al di sopra delle
istituzioni della Repubblica poteva assicurarla. Il nuovo Augusto rispose a
quel bisogno immenso di pace e di sicurezza senza toccare le istituzioni:
solo avvolgendole nella sua auctoritas. Nel 27 a.C. giunse, in una seduta
solenne del Senato, fino al punto di restituire i poteri straordinari che gli
erano stati conferiti proprio dal Senato. Non aveva bisogno di investiture
formali. Gli bastava l’auctoritas, il potere di fatto. Un giorno, in un’aula di
giustizia si stava processando per qualche soperchieria un suo intimo amico.
Lui entrò nell’aula del tribunale e gli sedette vicino, in silenzio. L’amico fu
assolto, senza che vi fosse bisogno di altro.
Di quell’enorme potere egli, tuttavia, fece normalmente un uso saggio e
moderato. Come politico non era certo all’altezza di Cesare. Come soldato,
nemmeno se ne parla. Le battaglie le vinceva grazie ai suoi alleati, come
Antonio, o ai suoi generali e ammiragli, come Agrippa. A Filippi, prima si
nascose in un canneto, per sfuggire a Bruto, poi si rifugiò in una tenda, con
la scusa della febbre e degli oroscopi sfavorevoli.
Ma come amministratore era superlativo. Riorganizzò l’esercito
articolandolo sul territorio dell’Impero e affiancando alle legioni regolari,
tutte di estrazione italica, un esercito ausiliare di pari entità, reclutato nelle
province. Creò, accanto all’antico erario della repubblica, il fiscus (significa
originariamente il cesto) dell’imperatore, alimentato dal suo immenso
patrimonio, integrando di tasca sua – si fa per dire – le spese crescenti
dell’immenso Impero: primo, credo unico, monarca che abbia finanziato la
sua monarchia. Riordinò il sistema monetario fissando i cambi tra la moneta
aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d’argento e a 100 sesterzi di
rame, che restò praticamente immutato per due secoli. Affermò la posizione
dominante, non di Roma soltanto, ma dell’intera Italia, sulle province
dell’Impero: un’Italia che per la prima volta, con lui, entrò nella storia tutta
intera come domina, e di cui l’amico Virgilio edificherà il mito sacro e
ancestrale. Adornò Roma di monumenti e fori e teatri: e ne razionalizzò la
struttura amministrativa in quelle dodici regiones, che sono ancora oggi i
suoi rioni. Adunò, nel salotto di Mecenate, un’intelligenza non abiettamente
cortigiana, degna dei suoi modelli greci e orgogliosa del suo nome latino.

Certo, nelle pieghe di quel suo governo, si celarono le abiezioni degli


arcana imperii. Basta sentire Svetonio, un Saint Simon ante litteram, per
essere messi al corrente delle storie perverse che correvano sul suo conto,
prima fra tutte il rapporto morboso con la figlia Giulia, provocante e
dissoluta; per non parlare delle nequizie attribuite a Livia, sua moglie
amatissima e temuta. Ma è certo che nell’orizzonte vastissimo che egli
seppe spalancare queste foglie secche sono state spazzate via dal vento della
grande storia.
Augusto fu, infine, il piú grande propagandista di se stesso. La sua
autobiografia orgogliosa e debitamente reticente, la fece fondere in tavole di
bronzo che ci sono fortunatamente rimaste; come ci è rimasta la sua Ara
della Pace, ora al centro di Roma, vicina al suo mausoleo.
Nel suo ultimo giorno, il 14 agosto (il suo mese) Augusto stesso formulò
icasticamente, secondo il costume stoico dell’epoca, una sentenza
conclusiva sulla sua vita. Si fece portare uno specchio, si fece pettinare.
Chiese agli amici: «ho rappresentato bene questo mimo della mia vita?» Ed
egli stesso diede la risposta, con due versi greci: «se vi è piaciuta la
commedia, date il vostro plauso e tutti con gioia accompagnatemi».
Rivolgendosi a Livia, disse poi: Livia, nostri coniugii memor, vive ac vale.
Fu incontestabilmente il fondatore dell’Impero romano, nella sua prima e
strana forma, ambigua e ipocrita, com’era stato lui: il Principato. Una
Monarchia costituzionale? Oppure, meglio forse, un Protettorato
repubblicano? Quella forma era il frutto di un compromesso. Come
abbiamo detto, c’è chi ha immaginato che, con Cesare, la grande stagione
delle guerre civili avrebbe potuto chiudersi con la definitiva rovina
dell’antica aristocrazia e con l’instaurazione di una autentica monarchia
assolutistica. Con Ottaviano Augusto non fu cosí. Egli non schiacciò affatto
l’antica aristocrazia ma le affiancò, in una piú vasta cerchia del privilegio,
quella paleo-borghesia che era costituita dal ceto degli uomini d’affari e dei
funzionari, organizzati nell’ordine equestre. Su quest’ultimo si appoggiava
soprattutto l’imperatore, che, non nelle forme, ma nella sostanza, spogliava
l’aristocrazia tradizionale del potere politico e militare, ma le riconosceva
pienamente quello economico e sociale; e riconosceva a un Senato, che
però aveva epurato degli elementi piú avversi e infidi, gli onori dovuti al
suo immenso prestigio.
In questo compromesso stava il segreto del successo e il germe della
decadenza del Principato. Da una parte, esso ereditava dalla Repubblica
l’arte di integrare le immense conquiste nell’ambito di una struttura
amministrativa «leggera» e fortemente decentrata e flessibile, grazie al
pieno riconoscimento delle autonomie municipali e della libera iniziativa
economica individuale. Augusto razionalizzò quella struttura senza
appesantirla. Dall’altra, riconoscendo all’aristocrazia il controllo economico
delle risorse, delle terre e degli schiavi, esso impediva che un processo
parallelo a quello politico e amministrativo, di evoluzione delle strutture
economiche e sociali, nel senso della mercatizzazione e della
salarizzazione, inserisse nell’economia quei germi dinamizzanti dai quali
avrebbe potuto nascere un meccanismo di sviluppo autopropulsivo.
Questo aspetto è stato particolarmente argomentato da chi – come Fusari
– ha messo a nudo l’intima fatale contraddizione del Principato: tra la sua
struttura politico-amministrativa flessibile e «moderna» dalla quale sarebbe
potuto nascere mille anni prima un capitalismo; e la struttura stagnazionista
di un’economia essenzialmente agricola e schiavistica. Delle due forme
storiche l’una avrebbe finito per prevalere sull’altra. Come vedremo, a
prevalere fu la seconda: nel senso che un’economia stazionaria esige una
struttura politica rigidamente dirigistica e concentrata. Questa tensione,
unita al profilarsi della minaccia barbarica, avrebbe determinato la grande
crisi dell’Impero.

1
P. Monelli, Avventura nel primo secolo, Mondadori, Milano 1961.
2
F. Dupont, La vita quotidiana nella Roma repubblicana, Laterza, Bari 1989.
3
J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero, Laterza, Bari 1967.
Capitolo terzo
La crisi del III secolo

Basso Impero. O Tarda Antichità?

Né il quarantenne Marco Annio Vero, filosofo austero che aveva preso il


nome di Marco Aurelio, né il suo piú giovane collega Lucio Vero, gaudente
spensierato, avevano alcuna esperienza di armi e di soldati quando, una
mattina di primavera del 161, varcarono sul cocchio imperiale la Porta
Viminalis per recarsi a ricevere il giuramento delle truppe pretoriane. A dire
la verità, anche la formidabile guardia imperiale che li attendeva schierata
in un quadrato poderoso nel Castro Pretorio (luogo che porta ancora oggi
quel nome, tra la Biblioteca Nazionale e l’Università) era mai stata
impegnata in combattimento. Da mezzo secolo il tempio di Giano era
chiuso e i confini dell’Impero praticamente inviolati. Impennacchiati e
splendenti nelle loro corazze, avvolti nei loro rossi mantelli, i pretoriani
giurarono con un rombo di tuono.
Il Regno di Marco Aurelio (il giovane collega Lucio scomparve di scena
piú tardi, dopo una poco gloriosa performance) chiudeva quella che la
storiografia classica ha considerato l’età dell’oro di una Roma pacifica e
civile, al colmo della ricchezza e della potenza: l’età degli Antonini, da
Nerva a Marco Aurelio. Quella stessa storiografia, sulla traccia aperta dalla
grande opera di Edward Gibbon, aveva datato proprio dalla morte di Marco
Aurelio la lunga morte del mondo antico. Marco Aurelio e la fine del mondo
antico è il titolo di un famoso libro di Ernest Renan. I piú eminenti storici
furono d’accordo nel considerare i secoli che seguono quell’età dell’oro
degli Antonini come un unico grande dramma della decadenza e della
dissoluzione. Si dividevano soltanto sulla durata dell’agonia e
sull’individuazione delle cause. Quando finí quell’agonia? L’incontestabile
conclusione comune era che, dopo una meravigliosa fioritura, tutta una
grande civiltà era gradatamente sprofondata, regredendo in un’era di
barbarie. A quella lunga fase di sprofondamento era stato dato il nome
significativo di «basso Impero».
Come è stato da molti osservato, non era estraneo a questa
interpretazione un intento ideologico, implicito o scoperto: al tempo
dell’Illuminismo, il monito sulle conseguenze delle tirannie e
dell’oscurantismo (Montesquieu, Rousseau, lo stesso Gibbon); al tempo
delle guerre mondiali del Novecento, i vaticini sul tramonto dell’Occidente
o sulla catastrofe della Rivoluzione russa. Insomma, la caduta dell’Impero
romano era diventata una metafora politica, un «metaracconto» moralistico.
Negli ultimi decenni una critica storica piú libera da pregiudizi e piú
rigorosa sull’uso delle fonti ha sottoposto questa visione a una drastica
revisione. Questa revisione si basa non tanto su rinvenimenti di nuovi testi
che pure ci sono stati, ma sul freddo riesame analitico delle fonti
disponibili; nonché, in parte considerevole, sulle scoperte archeologiche,
che danno voce alle pietre e agli oggetti: mura, iscrizioni, anfore, monete.
E, ovviamente, sul rigetto di ogni presupposto ideologico. È cosí emersa
una visione nuova, piú filologica e meno ideologica, meno compatta e piú
articolata, di quella lunga fase: che non è stata né continua e unidirezionale
nel tempo – un ininterrotto scivolamento nella barbarie – né priva di
differenze rilevantissime tra le città e le regioni del vasto Impero. Piú che
sulla universale decadenza e sulla finale tragica discontinuità storica della
catastrofe imperiale si è posto l’accento sulle differenti vicende e sui germi
di un mondo che nasceva accanto alle rovine di un altro mondo che
tramontava. Bisogna però dire che qualche volta, nello sforzo di
rappresentare una continuità storica di fondo, si è rischiato l’eccesso
opposto della scuola catastrofista: tanto che a un lettore ironico viene fatto
di chiedersi, dopo la lettura dei testi piú revisionisti, se quell’Impero sia
veramente finito. Fatto sta che, al posto della storia del «basso Impero» va
gradatamente emergendo una meno tendenziosa e piú impassibile storia
della «tarda antichità».

Questo nuovo approccio storiografico ha le sue buone ragioni. È giusta


la sua critica alle raffigurazioni troppo catastrofiste che fanno di quel
periodo una metafora di concetti ideologici: l’inevitabile corrompimento del
potere, o l’imbarbarimento delle società aristocratiche quando vengono
investite dalla ribellione delle masse. È giusta la critica alla categoria
storiografica «declino e caduta» applicata disinvoltamente a un periodo
storico incredibilmente esteso: da Marco Aurelio a Romolo Augustolo
corrono tre secoli! E soprattutto è giusta la critica alla generalizzazione di
quella categoria all’Impero romano: il quale cadde certo, in Occidente, ma
sopravvisse in Oriente, addirittura fino alle soglie dell’età moderna.
Un periodo storico – questo è il corretto monito che si può trarre da
simili critiche – non deve essere interpretato secondo criteri che
appartengono ad altri tempi e ad altre culture; ma restando il piú possibile
aderente ai fatti, come appaiono dall’analisi critica delle fonti. In questo
senso, la revisione delle rappresentazioni catastrofiste e moralistiche del
«basso Impero» è salutare.
È però un fatto che alcuni storici di indubbio valore sono andati, nella
loro foga revisionista, al di là del segno. Contestando, con dati
inoppugnabili, l’appiattimento di una storia complessa in un unico dramma
di decadenza e di rovina, non si sono limitati a rilevare l’alternanza delle
crisi e delle riprese, delle fasi di impoverimento e di prosperità nei diversi
tempi e luoghi del grande Impero, o la presenza di robusti elementi di
continuità accanto alle «rotture»; ma hanno finito per sdrammatizzare tutti
gli aspetti obiettivamente negativi – devastazioni, spopolamento, inflazione,
pressione fiscale, fughe, brigantaggio – anche attraverso una puntigliosa
contestazione delle fonti, persino delle testimonianze dei contemporanei,
attribuite a pregiudizi partigiani e religiosi.
Il risultato di queste operazioni revisionistiche radicali è una perdita di
orientamento storico: di quel senso generale dell’evoluzione storica che a
partire dal III secolo, in Occidente, punta, sia pure attraverso tutte le
oscillazioni e le differenziazioni, verso il basso: verso la destrutturazione
politica, verso l’impoverimento economico. Sorge inevitabilmente il
sospetto che proprio questo sia il senso ideologico del revisionismo anti-
ideologico: sostituire al giudizio di peggioramento un giudizio neutrale di
diversità, alle esagerazioni illuministiche che tendono al moralismo una
visione anti-illuministica che tende all’indifferentismo, con una implicita
«rivalutazione della barbarie».
Conviene allora, muovendosi con la cautela del buonsenso su questo
terreno minato, distinguere, nella lunga agonia dell’Impero, tre fasi: quella
dell’inoppugnabile grande crisi del III secolo; quella della restaurazione e
ricostruzione di un ordine nuovo rispetto a quello del Principato: l’ordine
del Dominato; e quella che si chiude con la scissione dell’Impero e con la
biforcazione dei destini, tra l’Occidente e l’Oriente.

Nel pieno della crisi.

Se uno volesse cavarsela raccontando la crisi del III secolo in termini


sbrigativi non avrebbe che da riprodurre l’anonima Chronicon Urbis Romae
dell’anno 334, che riferisce a modo suo gli avvenimenti succedutisi durante
quel fatale cinquantennio, dal 234 al 284.

Massimino ha regnato 3 anni 4 mesi e due giorni. Ha elargito 150 denari. Sotto il suo
regno c’è stato un grande scontro tra i romani e i pretoriani. Ucciso ad Aquileia.
I due Gordiani hanno regnato 20 giorni. Morirono in Africa.
Pupieno e Balbino hanno regnato 99 giorni. Elargirono 250 denari. Uccisi a Roma.
Gordiano ha regnato 5 anni 5 mesi 5 giorni. Elargí 350 denari. Sotto il suo regno una
mula ha mangiato un uomo. Ha instaurato i giochi di Minerva. Morí ai confini della
Partia.
I due Filippi hanno regnato 5 anni 5 mesi 29 giorni. Diedero in elargizioni 350
denari. Celebrarono a Roma i veri giochi secolari. Il piú anziano fu ucciso a Verona, il
piú giovane a Roma nel campo pretoriano.
Decio ha regnato 11 mesi 18 giorni. Ha dato in elargizioni 250 denari. Sotto il suo
regno sono state inaugurate le Terme di Commodo. Ucciso in battaglia ad Abritto.
Gallo e Volusiano hanno regnato 2 anni 4 mesi 9 giorni. Hanno elargito 250 denari.
Sotto il loro regno ci fu una grande epidemia. Uccisi a Forum Flaminii.
Emiliano ha regnato 88 giorni. Ucciso al ponte Sanguinario.
Gallieno e Valeriano hanno regnato 14 anni 4 mesi 28 giorni. Valeriano è stato ucciso
in Siria. Gallieno ha elargito 1250 denari e un doppio aureo. Ucciso a Milano.
Claudio ha regnato 1 anno 4 mesi 14 giorni. Ha elargito 250 denari. Morí a Sirmio.
Quintillo ha regnato 77 giorni. Ha promesso un’elargizione ma non l’ha data. Ucciso
ad Aquileia.
Aureliano ha regnato 5 anni 4 mesi 20 giorni. Ha dato in elargizioni 500 denari. Ha
cinto la Città di un muro. Ha dedicato un Tempio al Sole. Ha eretto sui Rostri un Genio
in oro del popolo romano. I portici del tempio di Antonino sono bruciati. Ha fatto
distribuire gratuitamente al popolo pane, olio e sale. Ha instaurato i giochi (agon) del
Sole. Ucciso a Cenofrurium.
Tacito ha regnato 8 mesi e 12 giorni. Ucciso nel Ponto.
Floriano ha regnato 88 giorni. Ucciso a Tarso.
Probo ha regnato 6 anni 2 mesi 12 giorni. Sotto il suo regno i senatori hanno
organizzato quattro corse nel Grande Circo. Ucciso a Sirmio.
Caro ha regnato 10 mesi e 5 giorni. Morí a Seleucia in Babilonia.
Carino e Numeriano hanno regnato 2 anni 11 mesi 2 giorni. Elargirono 500 denari.
Sotto il loro regno ci fu una grande fame e i seguenti edifici pubblici bruciarono: il
Senato, il Foro di Cesare, la basilica Giulia e il Grecostadio. Ucciso nella piana di
Margum.

Dietro questo ruvido e bizzarro elenco – di stile già un po’ medievale –


sta una delle crisi davvero piú drammatiche di tutta la storia. La cosa piú
sorprendente, di questa crisi, è che l’Impero sia riuscito a superarla.
Raccontarla è difficile. Troppi fattori vi precipitano insieme in un
groviglio inestricabile. Bisognerebbe poterli infilare in un modello
matematico («cliometrico»?) che ne cogliesse e sbrogliasse le fitte
interdipendenze. Oppure, in un modo piú divertente, in un gioco da
computer, da giocare a ritroso. Qui dovremo limitarci a ripercorrere in un
solo rapido sguardo i tratti e i momenti piú significativi di quel gioco.

Il rovesciamento delle frontiere.

Il prologo della grande crisi si svolge alla fine del II secolo. Possiamo
definirlo «il rovesciamento delle frontiere».
Da tempo la spinta propulsiva della potenza romana si era esaurita.
L’Impero aveva raggiunto i suoi limiti. Già al tempo di Augusto, aveva di
fatto dovuto rinunciare al grande disegno del primo imperatore, di
conquistare l’intera Germania, accorciando cosí l’arco immenso della
frontiera settentrionale, dalla foce della Vistola a quella del Danubio.
L’ultimo grande «pezzo» aggiunto all’Impero dopo di allora era stata la
Dacia (l’attuale Romania) della conquista traianea, scolpita dalla grande
colonna che ne ripercorre cinematograficamente gli eventi. Poi,
cinquant’anni erano passati senza che il limes, la frontiera segnata dai
grandi fiumi e dalle fortificazioni, i «valli», venisse attraversata né dalle
legioni né dalle torme barbare; se si prescinde da qualche incursione
occasionale di scarsa importanza, prontamente seguita da una rapida e
violenta spedizione punitiva.
Visto da Roma il mondo barbaro appariva come un oceano di popoli
indifferenziato e largamente incognito. Pochi romani erano mossi dalla
curiosità di esplorarlo. I romani, diversamente dai greci, non erano stati
morsi dalla tarantola ulisside dei grandi viaggi. I commercianti, certo,
attraversavano da tempi immemorabili il margine impreciso che divideva la
civiltà dalla barbarie lungo i grandi fiumi, il Reno, l’Elba, la Vistola, il
Danubio; fermandosi di volta in volta nei villaggi che li costeggiavano, con
le loro barche cariche di pelli, di ambra, di argento, di schiavi; con le loro
saccocce piene d’oro destinato ai capi tribú. Ma erano viaggi ormai da
tempo determinati nei tempi e nei percorsi; e tutti concentrati sull’utilità
delle cose, piuttosto che sulla curiosità delle persone. Tacito stesso, il piú
grande osservatore romano dei germani, piú che un’analisi antropologica
oggettiva, ne aveva tracciato un ritratto morale, idealizzandoli e
trasfigurandoli per meglio stigmatizzare la decadenza delle virtú romane.
Al tempo di Tacito i germani erano diventati già da un pezzo agricoltori
sedentari. La loro era una società frammentata in piccole tribú di natura
familiare. Tribú guerriere, certo, poiché la guerra era il modo normale di
selezionare i loro capi, democraticamente eletti. Ogni tanto sommovimenti
generati all’interno o indotti da pressioni esterne convogliavano
quell’aggressività endemica verso i confini di quel grande Impero che
suscitava paura riverenza e cupidigia. Ma l’Impero era troppo forte e le
tribú troppo deboli per poter consolidare quelle incursioni in vere e proprie
campagne militari. Le incursioni erano piuttosto i romani a effettuarle nelle
terre barbare. Gli eserciti imperiali erano letteralmente terrorizzanti: né si
curavano di dissimulare l’atrocità delle loro oppressioni e repressioni, che
sono impressi nei reportage di pietra delle colonne trionfali.
L’ultima vera drammatica invasione di un’orda barbarica, quella dei
cimbri e dei teutoni, era stata stroncata, dopo un momento di terrore e di
panico, da Caio Mario nel 102 e nel 101 a.C. Da quella carneficina solo
pochi drappelli erano scampati: i discendenti di uno di quelli vivono oggi in
alcuni paesi della Carnia. Da allora si può dire che il confine, il limes, si
fosse stabilizzato. L’ultimo tentativo di portarlo molto piú avanti,
inglobando tutta la Germania nell’Impero, era fallito nella selva di
Teutoburgo dove le legioni di Varo erano state massacrate da un ufficiale
romano di nazionalità germanica, Arminio.
L’Impero era comunque, per il suo tempo, immenso: un’area vasta che
copriva tutta l’Europa mediterranea e le sue propaggini, con le sue ricche
città popolose, con le sue campagne coltivate; circondata da lande e da
popolazioni selvatiche: contiguo solo ad un altro Impero, quello partico
minaccioso, ma di gran lunga meno complesso.
Era questa, del resto, la configurazione di tutti i grandi imperi
dell’antichità. Li si potrebbe definire sistemi geopolitici duali: un nucleo di
ordine stabile circondato da una corona turbolenta. Quei sistemi
attraversavano di solito due fasi. Nella prima, centrifuga, era il nucleo a
premere sulla corona. Nella seconda, centripeta, la pressione si rovesciava,
fino a spezzare il nucleo. Questo era stato il destino degli Imperi
mesopotamici. Questo sarebbe stato il destino dell’Impero romano,
persiano, cinese. Le «corone», non avendo confini, potevano entrare in
contatto tra loro, se non vi erano ostacoli di monti o di mari insuperabili.
Era il caso dell’immensa steppa asiatica: un oceano di popoli in perenne
turbolenza. In quello spazio sterminato e monotono trascorrevano le onde
delle migrazioni. Il loro ritmo era collegato a cicli demografici, e questi
forse ad altri cicli ecologici, di fecondità delle terre e delle greggi.
Una di quelle grandi correnti si mosse nel corso del II secolo, dal nord
dell’Europa e dal centro dell’Asia, verso Sud e verso Ovest. Erano i goti
scandinavi, erano i sarmati e i vandali della steppa. Sotto quell’urto
violento, le popolazioni germaniche dell’Europa centrale furono costrette a
ristrutturarsi e ad organizzarsi in sistemi sociali piú robusti e permanenti. Il
mosaico delle tribú si raggruppò in «confederazioni»: come quella degli
alemanni, che significa uomini liberi, e quella dei franchi, che significa
uomini della spada: due nomi che prefiguravano due grandi future nazioni
europee. Anche la loro struttura sociale si modificò. Ai capi democratici
subentrò una aristocrazia guerriera, prefigurazione della futura nobiltà
feudale. Ma la trasformazione non si doveva soltanto alla pressione delle
popolazioni esterne. Essa era anche, se non soprattutto, l’effetto della
vicinanza e del confronto con la civiltà imperiale romana. Con le sue
ricchezze. Con la sua lingua. Con le sue armi. Con la sua organizzazione.
Che cosa decidesse la confederazione dei quadi e dei marcomanni,
formatasi tra i monti dei Carpazi, le foreste del Norico (Austria) e le pianure
danubiane a muovere in forze contro la frontiera dell’Impero, non lo
sappiamo con precisione. Certo è che scelsero il momento piú adatto per
colpire. L’Impero stava subendo un duplice e formidabile assalto: il popolo
dei parti e la peste.
Un cinquantennio sostanzialmente pacifico fu rotto, nel 161, a Oriente,
dai parti. Il loro re, Vologese, aveva lanciato dalla Mesopotamia una duplice
offensiva: verso l’Armenia, alleata di Roma, e verso la Siria, provincia
romana, infliggendo ai romani due sconfitte gravissime. Marco Aurelio si
risolse a inviare sul posto, in tutta fretta, il suo piú giovane collega Lucio
Vero, con almeno tre legioni sottratte al fronte danubiano, al comando
effettivo di un generale valoroso, Avidio Cassio. L’Armenia fu liberata, i
parti ricacciati indietro. Ma i legionari che sfilarono vittoriosi a Roma nel
trionfo celebrato dai due imperatori avevano portato con loro una vendetta
avvelenata: la peste. La peste fu allora una catastrofe demografica
comparabile solo a quella che investí l’Europa un millennio piú tardi, nel
«terribile Trecento».
Erano quindi gravemente indebolite, dall’epidemia e dalla sottrazione di
truppe inviate a Oriente, le difese settentrionali dell’Impero, quando
l’ondata barbarica si mosse attraversando il Danubio. Era stata preceduta da
una scorreria di gente allora quasi ignota, li chiamavano longobardi, «la
nazione piú barbara della barbara Germania», come li aveva definiti uno
scrittore romano, Velleio Patercolo. Li rincontreremo. Questa volta,
l’invasione era condotta con forze possenti. Il panico si impadroní di Roma
quando, infrante le difese di frontiera, le orde dei barbari dilagarono nel
Friuli, fino ad Aquileia. Ma l’imperatore filosofo, che non aveva mai
partecipato a uno scontro, reagí con fulminea energia. Armò due nuove
legioni, arruolando anche gli schiavi, come la Repubblica aveva fatto per
fronteggiare Annibale, e le guidò, insieme con il piú giovane collega, verso
il nemico. Sapeva scegliere i suoi generali: suo genero Claudio Pompeiano,
Elvio Pertinace (futuro e sfortunato imperatore) e quel Valerio Massimo cui
forse si sono ispirati gli sceneggiatori del film Il gladiatore. Ad Aquileia
Lucio Vero morí, falciato dalla peste. Nei sei anni seguenti di una campagna
durissima, condotta in Italia, nel Norico (Austria), in Pannonia (Ungheria),
al di qua e al di là del Danubio, Marco Aurelio dimostrò di che pasta
guerriera può essere fatto un filosofo pacifista.

Imperatori e senatori.

La grande invasione danubiana non era che l’inizio di una tempesta che
infuriò per quasi tutto il III secolo. Da allora la difesa dell’Impero diventò la
massima, se non l’esclusiva, priorità politica.
Abbiamo visto come, nonostante le conquiste prodigiose, la spesa
militare mantenesse durante la Repubblica e nei primi decenni dell’Impero
proporzioni sostenibili, pesando per poco piú di un terzo del bilancio
statale, che era a sua volta un decimo del prodotto lordo totale. Ora, la scena
era radicalmente cambiata. Dal tempo di Augusto a quello di Settimio
Severo le legioni passarono da 20 a 30, i legionari da 100 a 200 mila, e con
gli ausiliari l’esercito raggiunse le 400 mila unità. Il bilancio militare era
salito a 3 miliardi di dollari, e assorbiva i tre quarti del bilancio statale, che
a sua volta contava per il 20 per cento del Pil.
Con l’aumento delle proporzioni era ovviamente aumentata la sua
portata politica: la sua influenza e la sua invadenza. Durante i primi secoli
dell’Impero, i tempi del Principato, il ruolo delle classi dirigenti e delle
istituzioni repubblicane non era mai stato messo in discussione. Il miracolo
di Augusto – l’abbiamo visto – era stato questo: far crescere un governo
autoritario totalmente nuovo entro un guscio costituzionale formalmente
intatto. Ciò valeva specialmente per la piú alta e prestigiosa delle istituzioni,
il Senato. I suoi successori, se si eccettua qualche parentesi trasgressiva,
avevano rispettato ruoli e regole: soprattutto quella che la nomina
dell’imperatore fosse sottoposta comunque all’approvazione del Senato.
In modo particolarmente rispettoso nei riguardi del Senato si era
comportato Marco Aurelio. Ora però i tempi erano cambiati: i pericoli che
lo Stato correva, la dimensione dei problemi che doveva affrontare, i tempi
stretti nei quali si doveva operare in amplissimi spazi esigevano pratiche di
governo meno riguardose delle forme e piú brutalmente rispecchianti la
sostanza del potere. Quanto a brutalità, non se ne poteva avere un interprete
migliore di Commodo, il figlio e successore di Marco.
Fu dunque Commodo a operare una vera e propria rottura nei rapporti
dell’imperatore con il Senato. Circondandosi di consiglieri suoi personali,
di una corte, di un harem, di una folla di gladiatori istrioni giocolieri e
sicofanti (lui stesso gladiatore nelle arene) ostentava il massimo disprezzo
per la aristocrazia senatoria. Un giorno, mentre si produceva nel corso di un
combattimento, tagliò netto il collo a un povero struzzo e stringendone la
testa mozza tra le mani si precipitò davanti al palco dei senatori impietriti
dal terrore, mostrandogliela ghignando: un’allusione che non aveva bisogno
di troppe ermeneutiche.
Da Commodo in poi i rapporti tra gli imperatori e i senatori
attraversarono fasi alterne, ma seguendo una tendenza di fondo che segnava
il sempre piú esplicito strapotere dei primi e la sempre piú evidente
evanescenza degli altri. Dimesso ogni riguardo, diventò cosa ovvia che gli
imperatori fossero eletti, letteralmente innalzati sugli scudi, dalle loro
truppe, dopodiché la conferma del Senato giungeva come un atto dovuto, se
pure era richiesto. Proprio dopo l’assassinio di Commodo i pretoriani – la
potentissima guardia imperiale di Roma – non si fecero scrupolo, dopo aver
massacrato il senatore Pertinace che essi stessi avevano eletto due mesi
prima, di mettere il trono imperiale all’asta. Si presentarono Sulpiciano,
prefetto di Roma, che offrí cinquemila dracme; e un tale Giuliano, senatore,
che offrí seimila duecento dracme e si prese l’Impero: per poi essere
decapitato da un pretoriano due mesi dopo, nel bagno. Intanto, marciavano
su Roma, da tre punti dell’Impero, le legioni della Britannia, quelle della
Siria e quelle della Pannonia, che avevano eletto rispettivamente come
imperatori Clodio Albino, Pescennio Nigro e Settimio Severo.
Quest’ultimo arriva primo (era il piú vicino) e dopo aver persuaso il
Senato con buoni argomenti – era entrato nella Città Eterna con tutte le sue
truppe, un sacrilegio! – a confermare la sua elezione, affronta
successivamente e separatamente i due rivali – come i Curiazi – e li
elimina, restando solo al comando. Memore di quello che era successo ai
suoi predecessori, raduna con un pretesto tutte le coorti pretoriane di Roma
in un vasto spiazzo (forse lo stesso Castro Pretorio) e le fa improvvisamente
circondare dalle sue legioni pannoniche, tenendo a un dipresso questo
discorso:
Voi meritate mille volte la morte per tutto ciò che avete fatto. Avete fatto morire un
vecchio uomo rispettabile… e questo Impero romano glorioso… l’avete
scandalosamente e ignominiosamente barattato con del denaro, come se fosse roba
vostra… Ora vi dico quello che vi aspetta. Io non vi farò uccidere, per non scendere al
vostro livello… Conserverete la vita… Ma io ordino ai miei soldati di spogliarvi delle
vostre divise e insegne e di tutto. E a voi ordino di partire, il piú lontano possibile da
Roma… e vi prevengo che chiunque di voi si faccia vedere al di qua del centesimo
miglio, pagherà con la testa.

Nel lungo confronto tra imperatori e senatori del III secolo Settimio
Severo, africano di origini italiane, qualcuno dice erroneamente di
discendenza cartaginese, segna un momento cruciale, di apparente
conciliazione e stabilizzazione. Certo, aveva chiuso la guerra civile,
ristabilendo l’unità dello Stato. Aveva reso un ruvido omaggio al Senato.
Aveva sostituito i pretoriani turbolenti con truppe fedeli, accampate in
permanenza presso di sé, sui colli albani. Aveva promosso economicamente
e gratificato socialmente l’esercito, accogliendo rivendicazioni, come il
diritto di sposarsi, e concedendo onori, come portare l’anello d’oro. Aveva
ristabilito i confini, e conquistato una nuova grande provincia, la
Mesopotamia, antemurale possente davanti all’Impero dei parti. Aveva
valorizzato il ruolo delle province, rispetto all’Italia; e quello dell’ordine
equestre rispetto alla aristocrazia senatoria. Aveva eretto monumenti
grandiosi a Roma: il Settizonio sul Palatino, il suo arco trionfale nel Foro.
Aveva condotto nella reggia imperiale lo stuolo profumato di quattro
principesse siriache. E si illudeva di avere fondato una dinastia, grazie ai
suoi due figli, cui, trasmettendo il potere, aveva lasciato una sola
raccomandazione: «assicuratevi che stiano bene i soldati, e non vi curate
d’altro».
Ma si illudeva. I suoi figli si odiavano, il maggiore soprattutto, bieco e
geloso, odiava il fratello amato dal popolo: ma era prediletto dai soldati che
lo chiamavano Caracalla, dal suo cappuccio celtico preferito. Caracalla
pugnalò il fratello Geta nelle braccia della madre. Era un nuovo Commodo?
In un certo senso sí: ma accanto alla consueta dote di stravizi crudeltà e
depravazioni dei cattivi imperatori – per i quali ha tuttavia diritto a uno
sconto dovuto alla tendenziosità degli storici, tutti di parte senatoria –
coltivava grandi disegni. Il primo lo realizzò: con un gesto assolutamente
inatteso, concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi
dell’Impero. Per far pagare le tasse a tutti, disse lo storico Dione Cassio.
Ma, invece, probabilmente, per livellare i sudditi, tutti, rispetto alla
monarchia: un altro colpo mortale all’aristocrazia. E per livellare le
province rispetto all’Italia. Il secondo colpo, altrettanto audace, non gli
andò a segno. Si offrí come sposo alla figlia del re dei re dei parti. Con ciò,
avrebbe realizzato il grande disegno del suo eroe, Alessandro il Grande,
unificando i due Imperi eurasiatici e mutando il corso della storia. Ma il re
dei re non abboccò.

Il potere dell’esercito.

Questi eventi drammatici che si svolgono sulla ribalta della storia


bisogna interpretarli cercando di capire quali forze sociali si muovono sullo
sfondo, dietro i protagonisti. In particolare: di quali gruppi sociali era
espressione l’esercito? Le origini dell’ascesa del ceto militare sono evidenti:
stanno nella crescente minaccia esterna. Ma è piú difficile decifrare la sua
base sociale. Su quali ceti, su quali gruppi sociali quel ceto si appoggiava,
di quali classi era l’espressione? In termini gramsciani: quale era il nuovo
«blocco sociale» che si contrapponeva alla vecchia aristocrazia? Questo
problema ha dato luogo a una vivace contesa. Secondo una tesi diventata
famosa nella prima metà del Novecento, quella del grande storico russo
Michail Rostovčev, il ceto militare era l’espressione di una vera e propria
rivoluzione contadina. Di una «ribellione delle masse» contro l’élite
aristocratica: una rivoluzione economica e culturale che avrebbe finito per
travolgere l’intera civiltà del mondo antico. Come tanti hanno osservato,
questa tesi è segnata da una forte impronta ideologica. Rostovčev era tanto
influenzato dall’esperienza della Rivoluzione sovietica (da giovane era
fuggito dalla Russia) da eleggerla a paradigma di una costante storica: il
crollo delle civiltà aristocratiche sotto l’urto poderoso delle masse incolte.
Questa sua tesi fa parte di quelle costruzioni teoriche grandiose e seducenti,
ma false, che nell’opera di grandi storici sono state sovrapposte a una realtà
refrattaria. Non c’è proprio alcun segno di solidarietà di classe tra il mondo
contadino e il ceto militare imperiale, se mai il contrario: i moti di rivolta
nelle campagne, che non mancano di certo, sono stati talvolta provocati
dalle esazioni prepotenze e violenze delle truppe che poi li hanno repressi
con le armi. Solo la cecità ideologica può identificare negli imperatori i
Lenin del mondo antico e nelle legioni l’armata rossa di una rivoluzione
contadina.
Un’altra ipotesi piú fondata ravvisa nell’esercito romano e nei suoi
condottieri il braccio armato di una «borghesia» rappresentata dall’ordine
dei cavalieri. Di questa pseudo-classe abbiamo già parlato e delle ragioni
che sconsigliano di attribuirle un ruolo rivoluzionario nella realtà romana:
una base capitalistica del tutto insufficiente a fondarne il potere sociale,
l’assenza di una «coscienza di classe» necessaria per dotarla di un
protagonismo politico. Anche qui l’anacronismo storico è in agguato. È
però indiscutibile che nella tarda antichità romana l’importanza politica
dell’ordine equestre – che, non bisogna dimenticarlo, faceva parte esso
stesso dell’aristocrazia, sia pure di una aristocrazia cadetta – fosse
fortemente aumentata. Già Augusto, nella sua prudente ma decisa politica
di equilibrio dei poteri, aveva promosso l’ordine equestre nell’accesso alle
magistrature e alle cariche piú alte dello Stato. Molte di queste, tra le quali
la piú importante di tutte, la prefettura del pretorio (il comando generale
delle forze armate) erano diventate appannaggio dei cavalieri. Era naturale
che gli imperatori, nel loro conflitto con l’aristocrazia senatoriale, si
appoggiassero a questi. Ed è giustificato parlare della «inesorabile
emergenza dei cavalieri romani» durante la crisi del III secolo (l’espressione
è di Yves Roman). Ma questa emergenza è molto piú l’effetto dell’azione
degli imperatori che l’origine del loro potere. È il potere militare che si vale
dei cavalieri come manager, ufficiali, giudici, esperti e soprattutto
amministratori. A tenere in mano le redini non sono i cavalieri, ma gli
imperatori.
E allora, alla domanda: su che cosa si regge il potere degli imperatori,
l’unica risposta sensata sembra: su se stesso. Marx coniò il termine «potere
bonapartista» per quelle situazioni nelle quali una classe dominante entra in
crisi, ma non c’è ancora un’altra classe in grado di sostituirla al potere. In
questi casi il vuoto viene riempito da personaggi carismatici e/o da ceti
funzionali autoinvestiti. Questo potere è particolarmente instabile e
vulnerabile, perché non ha vere radici nella società ed è alla costante ricerca
di una legittimazione, nella tradizione umana o nell’investitura divina. Esso
non costituisce un’alternativa stabile all’aristocrazia, ma versa in una
condizione di cronica precarietà e discontinuità. Settimio Severo si era
illuso di aver restaurato l’ordine, ma il suo sogno si era infranto: non solo a
causa della violenza squilibrata del figlio degenere, ma dello squilibrio
permanente e della violenza congenita di un sistema nel quale la vecchia
aristocrazia, sconfitta, non usciva tuttavia di scena, una nuova «borghesia»
non riusciva a emergere, e il potere restava in bilico nelle mani di
condottieri a loro volta «condotti»: legati alla coda del cavallo pazzo delle
legioni.
Gli imperatori erano quindi al tempo stesso strapotenti e precari. Il che
spiega le folli stravaganze dei piú psicolabili tra loro. E spiega anche la
violenta discontinuità fra loro: tra imperatori «buoni» e imperatori «cattivi»,
filosofi e delinquenti. Ciascuno era infatti costretto a ricostruirsi una
legittimazione, a tentare di fondare una stabilità dinastica, disperatamente,
ricominciando da capo: associando i figli al potere e trascinandoli nella
disgrazia. Cosí, all’energico controllo di un Settimio Severo erano
subentrate le smisurate visioni di un Caracalla. E cosí, dopo l’effimera
parentesi di Macrino, l’Impero fu invaso dal clan profumato delle
principesse siriache, che tendevano a trasformare una brutale dittatura
militare in una molle satrapia dell’Oriente. La bella e intelligente Giulia
Domna, piuttosto scostumata, figlia di un grande sacerdote di Emesa, sposa
di Settimio Severo e madre di Caracalla, si era portata a Roma le altre
affascinanti Giulie: la sorella Mesa e le due figlie di lei, Sœmia e Mamea.
Quel clan femminile si era installato al Palatino, radunandovi una corte
raffinata ed eterogenea di filosofi, giuristi divenuti poi famosi (Papiniano,
Paolo, Ulpiano) sacerdoti delle piú diverse credenze e, naturalmente, maghi,
indovini, dame e cavalieri: una Versailles scintillante nella quale erano di
casa anche gravi pensatori cristiani, come Origene, e poeti licenziosi. Le
Giulie erano dotate di uno spavaldo coraggio – avevano affrontato l’esercito
di Macrino in campo aperto, a cavallo, risospingendo le truppe fuggiasche
all’assalto – e di una formidabile capacità d’intrigo. Furono capaci,
soprattutto grazie a Giulia Mesa (la prima si era suicidata, lasciandosi
morire di fame quando era stata esiliata da Macrino) di portare sul trono
imperiale, forti dell’appoggio dei legionari affezionati a Caracalla, del quale
Giulia Semia aveva orgogliosamente confessato di essere stata l’amante
adultera, i due figli e nipoti. Erano due ragazzi, di quattordici e dodici anni,
diversissimi, opposti. Il primo era un fanciullo molle e depravato, affetto da
demenza precoce, l’altro un piccolo Marco Aurelio, saggio e virtuoso oltre
ogni limite, ma irrimediabilmente succube della madre. Si chiamava, il
primo, Antonino per i romani, Bassiano per i suoi, Elagabal, la sacra
montagna raffigurata da un fallo di pietra nera che portava sempre con sé,
per i credenti del suo dio, di cui era sacerdote. Eliogabalo – i greci e i
romani lo chiamarono cosí – fece il suo ingresso in Roma su un cerchio
dorato tirato da quattro cavalli candidi, sempre accanto alla sua adorata
pietra, attorno alla quale danzava, avvolto nella seta, salmodiando con i suoi
preti rasati, con la sua faccia truccata, carico di monili risonanti. Il
popolaccio di Roma gettava fiori e i senatori si inchinavano al passaggio,
colmi di servile vergogna. Presto riuscí a disgustare tutti con le sue
aberranti strampalerie, come il lancio di animali vivi, asini e cammelli e
serpenti, sulla folla; e con i suoi disgustosi delitti, mutilazioni, castrazioni,
torture e, sembra, persino sacrifici umani. Anche la nonna Mesa infine ne
ebbe abbastanza e, persuadendolo ad associare al trono il virtuoso
cuginetto, lo abbandonò di fatto ai pretoriani, che massacrarono lui e la
madre gettandoli prima in una fogna e, poiché quella li restituiva, al Tevere
che tutto accoglie. Il regno del cugino, costantemente guidato dalla madre
Mamea, fu inusitatamente lungo, dodici anni, e, per quei tempi, tranquillo.
Cominciò con una sceneggiata degna di una comica. Il Senato, ormai
ridotto a una solenne assemblea di leccapiedi spaventati, scongiurò il
giovinetto di assumere il nome augusto di Antonino. Lui si schermiva
protestando. «Se accetto il nome di Antonino, dovrò prendere anche quello
di Traiano, di Tito, di Vespasiano… Preferisco che il mio nome sia
reclamato dai miei successori…» «Alessandro Augusto, che gli dèi ti
proteggano. Ricevi, te ne preghiamo, il premio della tua modestia, della tua
saggezza, della tua bontà. Poiché rifiuti il nome di Antonino, accetta
almeno il soprannome di Grande». Finirono per chiamarlo Severo
Alessandro, con generale soddisfazione.
Ecco com’era diventato il Senato di Roma.
Ma questo non impedí a Severo Alessandro, cui alcuni padri della Chiesa
attribuirono una conversione al cristianesimo del tutto improbabile, di fare
anche lui una brutta fine. Avendo regnato bene non riscuoteva, forse proprio
per questo, la simpatia delle truppe. Non era un Caracalla. La sua (e della
madre) deferenza verso il Senato e le sue scarse attitudini militari finirono
per perderli ambedue. Furono sgozzati, lui e la madre, sotto una tenda, in un
accampamento nei pressi di Magonza.
Con una brusca sterzata antisenatoria, le legioni del Reno elevarono
sugli scudi un gigantesco soldato trace, forse di nascita barbara. Massimino
era un bruto, alto piú di due metri, con una forza erculea. Dicevano che
fosse capace di spezzare con un pugno la mascella di un cavallo. E che
fosse dotato di un appetito insaziabile: gli capitava di bere in una giornata
un’anfora capitolina di vino (26 litri circa) e di mangiare una cinquantina di
libbre di carne. Non sapeva fare altro che il soldato. Certo non avrebbe
brillato nella corte delle principesse. Ma come soldato era impareggiabile.
Fatto imperatore dai legionari si guardò bene dal comunicare la sua elezione
al Senato – era la prima volta – e tanto piú dal mettere piede in Roma. Si
affrettò invece ad attraversare il Reno con le legioni, piombando di sorpresa
tra i germani che avevano sprezzantemente respinto le offerte di pace di
Alessandro. Quelli si rifugiarono nelle paludi, dove i romani esitavano a
entrare. Ed ecco che Massimino per primo vi lancia il cavallo, mulinando la
spada. Il resto dell’armata, che vede il suo imperatore in pericolo, si
precipita dietro al suo impetuoso coraggio. «I germani furono fatti a pezzi,
la palude si riempí di cadaveri, gli stagni rossi di sangue sembravano la
scena di una battaglia navale». Cosí racconta lo storico Erodiano.
Massimino non andò a Roma. Ma inviò al Senato un grande quadro che
rappresentava quella battaglia, perché i padri lo appendessero nell’Aula.
Remember!
Il conflitto aperto tra Senatori e Imperatori si trascinò ancora per un
decennio. Dopo di che si scatenò sull’Impero, letteralmente, l’ira di Dio.

L’ira di Dio.

Tutti i conflitti, tutte le disgrazie, esplodono nello stesso tempo da tutte


le parti. C’è una crisi demografica. Una crisi politico-militare. Una crisi
economica. Una crisi religiosa e morale.
La crisi demografica, anzitutto, causata da un’altra grande epidemia di
peste. Un primo assalto – lo abbiamo visto – c’era stato al tempo di Marco
Aurelio, alla fine del II secolo. La seconda ondata dell’epidemia fu ben piú
devastante. Giunta al sèguito delle orde gotiche? Non è dato saperlo.
Sappiamo oggi che fu molto piú disastrosa di quanto per tanto tempo si è
pensato, e che spopolò intere province. Si è calcolato che abbia mietuto
milioni di vittime e che, dopo 15 anni, la popolazione dell’Impero fosse
ridotta da 70 a 50 milioni di abitanti: una contrazione di proporzioni
paragonabili alla peste nera del terribile Trecento.
La crisi militare e politica. In questa precipitano almeno tre grandi
conflitti: quello esterno, innescato dalle invasioni; quello interno, tra
l’aristocrazia senatoria e il nuovo ceto militare; e quello nelle file
dell’esercito tra generali, imperatori e usurpatori.
Le invasioni, anzitutto: perché di invasioni si deve parlare, non piú di
semplici incursioni, come nei secoli precedenti, ma non ancora di
occupazioni permanenti che danno luogo a nuove entità politiche, come
sarebbe avvenuto piú tardi. Stavolta si muovono interi eserciti; talvolta,
addirittura, intere popolazioni che, una volta spezzata la fragile lunghissima
linea di difesa delle frontiere, dilagano nel territorio dell’Impero, devastano
le campagne, prendono d’assalto le città indifese, assediano quelle cinte da
mura. Centinaia di tesori, depositi di monete sepolte da mani tremanti e mai
piú recuperate dai loro proprietari, segnano per noi i percorsi di quei fiumi
cruenti.
Gli assalti si rinnovano continuamente per circa quarant’anni, grosso
modo dalla fine degli anni trenta alla fine degli anni ottanta, su tre fronti.
Sul fronte del Reno si muovono i franchi, a Nord e gli alemanni, a Sud.
Attraversano il Belgio e l’attuale Svizzera, dilagano in Gallia, si spingono
in Spagna, scendono in Italia, minacciano per due volte la stessa Roma. Sul
fronte del Danubio si addensano i nuovi venuti, i goti: quelli d’oriente, gli
ostrogoti, che si attestano nella piú recente provincia romana della Dacia
premendo sulla Mesia (Bulgaria) e sulla Tracia; e quelli d’Occidente, i
visigoti, che dopo aver occupato l’Ucraina si lanciano, attraverso il mare,
sulle coste dell’Asia Minore e della Grecia. Sulla frontiera orientale, tra la
Mesopotamia e la Siria, si rinnova l’offensiva, non dei barbari, ma di un
grande ricco e antico Impero non piú dominato dai Parti, ellenizzati, ma dai
ben piú aggressivi persiani della dinastia sassanide, animati dai furori
religiosi del manicheismo e anelanti a riprendere la marcia sull’ Occidente,
verso le antiche frontiere di Ciro, di Dario, di Serse.
Sotto questa triplice spinta l’Impero resiste valorosamente. Le legioni,
sebbene guidate da imperatori effimeri (quarantacinque in quarant’anni) e
in costante conflitto tra loro, infliggono agli invasori sconfitte memorabili.
Piú volte i goti sono sgominati in battaglie che finiscono con veri e propri
massacri, annientamenti, deportazioni in massa di prigionieri schiavizzati.
A Naisso, nella penisola balcanica, Claudio II, non a caso insignito del
cognomen di Gotico, cosparge il campo di battaglia di 50 mila cadaveri di
nemici e distribuisce tra i soldati le prigioniere in ragione di tre donne a
testa. Gallieno infligge agli alemanni accampati alle porte di Milano, nel
259, una sconfitta altrettanto sanguinosa. Ma le invasioni non si arrestano.
Le ondate si susseguono, alimentate da una fonte che sembra inesauribile. I
romani subiscono anch’essi sconfitte disastrose: come a Piacenza, dagli
alemanni o nella penisola balcanica, dai goti, ad Abritto dove l’esercito è
decimato e l’imperatore Decio scompare nelle paludi. Gli imperatori sono
costretti ad arginare quel torrente con l’oro, piuttosto che con il ferro, o con
l’arruolamento dei barbari nelle legioni, come mercenari federati; o
addirittura con l’installazione di intere popolazioni barbare nei territori di
frontiera: tutte strategie che si riveleranno col tempo fatali.
Il colpo piú tremendo, per l’Impero, non giunge però da una disfatta sul
campo, ma da una scaramuccia. Nel 259, un annus terribilis, l’imperatore
Valeriano, che era sceso in Mesopotamia per contrastare l’offensiva del
nuovo re dei re persiano, il sassanide Shapur I, dopo una serie di
promettenti successi cade in una imboscata ed è fatto prigioniero. Il
prestigio di Roma sembrava scosso irrimediabilmente: tanto piú che
l’imperatore, ormai settantenne, fu sottoposto ai peggiori oltraggi: come
quello di servire da sgabello al re dei re quando quello montava a cavallo.
Alla sua morte la sua pelle, tinta per scherno di rosso porpora, fu esposta in
un tempio. Suo figlio Gallieno, associato al padre sul trono, non aveva
alcuna possibilità di intervenire per riscattarlo e vendicarlo, essendo
impegnato a correre da una parte all’altra a chiudere brecce e ad affrontare
rivali.
Gli imperatori del III secolo non hanno tregua. Si alternano in una serie
fittissima, punteggiata dagli ammazzamenti. Muoiono tutti di morte
violenta, assassinati dai loro generali e dai loro soldati, nel corso di
congiure spicciative. Due cadono o sono fatti prigionieri sul campo. E uno
solo, il Gotico, riesce a morire per conto suo, di peste: contratta, dissero,
dalle vendicative esalazioni dei 50 mila barbari insepolti.
La figura di Gallieno è forse la piú emblematica della grande crisi.
Durante il suo regno, eccezionalmente lungo – quindici anni, dal 253 al 268
– l’Impero, sottoposto alle pressioni esterne e interne piú dirompenti,
sembra sfasciarsi. Si spezza in tre parti, Santo Mazzarino dice: tre «torsi».
A Occidente un generale romano, Postumo, cui Gallieno aveva affidato il
figlio e la tenuta della frontiera renana, uccide il giovane e si mette in
proprio, fondando un vero e proprio Impero minore, che comprende la
Gallia, la Spagna e la Britannia: un Impero romano senza Roma. Non è solo
l’impresa di un generale ambizioso e, in ossequio ai suoi tempi, criminale.
È anche l’esplicita conclusione alla quale si arrivò allora: che l’Impero,
compresso tra le invasioni e le rivolte, non ce la faceva piú. O si
ristrutturava (questo fece piú tardi Diocleziano) oppure si destrutturava.
Gallieno, malgrado la morte del figlio, subí la secessione, giungendo a un
accordo tacito con Postumo.
Intanto un’altra secessione si compiva a Oriente. Dopo il disastro di
Valeriano Roma aveva dovuto delegare la difesa dei suoi confini in
Mesopotamia e in Siria a un alleato, il re Odenato di Palmira, una città ai
margini del deserto, divenuta ricca e potente grazie ai traffici carovanieri.
Odenato aveva svolto il suo compito benissimo, non solo arrestando le
armate di Shapur, ma ricacciandole indietro e, smacco indicibile, catturando
tutto il suo harem. Pare che il re dei re ne fosse sconvolto. Certo, non era
per lui un grande affare, tenersi la pelle di un vecchio imperatore e perdere
tante ragazze. Ma Odenato, che era stato sempre leale con Roma finí, come
si usava anche lí, massacrato in una congiura, della quale si mormorava
avesse fatto parte la moglie Zenobia. Questa affascinante signora, che
assunse la reggenza in nome del figlio, covava grandi ambizioni. Pensava
che a lei sarebbe riuscito il colpo che Cleopatra aveva mancato: quello di
costituire una specie di Impero d’oriente ellenico, senza e contro Roma. E
in effetti riuscí, grazie alla crisi in cui versava l’Impero romano, a riunire
sotto il suo comando l’Egitto, parte della Siria e dell’Asia Minore.
Gallieno si trovò dunque a gestire due secessioni, accettando
temporaneamente la prima e respingendo la seconda, ma senza poter
intervenire immediatamente. Il compito della riunificazione toccò, dieci
anni dopo, ad Aureliano. Ma intanto egli prendeva una decisione storica,
che mutava profondamente l’equilibrio politico e sociale dell’Impero
vibrando un colpo durissimo all’aristocrazia senatoria. Con un editto tolse
ai senatori il diritto al comando delle legioni. In tal modo il conflitto tra
potere militare e potere civile sembrava chiudersi definitivamente a favore
del primo. Restava ai senatori la possibilità di essere designati come
governatori delle province, e quindi la disponibilità indiretta delle legioni;
ma il loro prestigio e la loro influenza politica ne furono devastati. Questo
spiega forse, almeno in parte, il ritratto odioso che gli storici di parte
senatoria ci hanno lasciato di Gallieno: quello di un uomo vile, anzi,
neppure un uomo, per le sue aperte tendenze omosessuali, che lo avevano
indotto a coniare una moneta nella quale compare una sua effigie
femminile, con la scritta Galliena Augusta. Un’altra tradizione di scrittori
greci ce ne offre un’immagine opposta, di sovrano saggio e di soldato
valoroso. Qualunque siano state le sue vocazioni personali, è certo che egli
svolse la sua parte energicamente: affrontando le pressioni disgreganti,
esterne e interne; suggellando l’ormai inevitabile ricambio della classe
dirigente, tra un’aristocrazia politicamente esaurita e un ceto militare e
burocratico sul quale gravava tutto il governo dell’Impero; e riorganizzando
militarmente l’esercito, che aveva il suo punto debole nella cavalleria.
Gallieno capí l’enorme importanza strategica delle «divisioni corazzate»
dell’epoca: le torme della cavalleria catafratta di marca persiana, e –
precorrendo i generali di Hitler – le formidabili opportunità offerte da un
suo impiego autonomo, con comandi separati da quelli della fanteria. Una
potenza che i comandanti della nuova arma non esitarono a usare subito a
danno dello stesso Gallieno, rovesciato e ucciso da un pronunciamento.
Alla sua morte la grande crisi del secolo era al suo colmo, ma anche
all’inizio della sua fase risolutiva. Una nuova terribile ondata di invasioni,
con l’irruzione dalle frontiere del Reno di franchi e alemanni, mise in
ginocchio la Gallia alla fine degli anni settanta, devastandola
selvaggiamente. Ma intanto, una nuova grande forza di resistenza e di
recupero si era creata alla giuntura delle due parti dell’Impero, tra l’Oriente
e l’Occidente, nella regione danubiano-balcanica. Allora si chiamava Illiria:
e illirici furono battezzati gli imperatori che si succedettero tra la fine del III
e l’inizio del IV secolo, quasi in continuità. L’Illiria era la Prussia
dell’Impero romano. Coltivava una tradizione militare, come l’antico Lazio.
Le popolazioni illiriche somigliavano ai latini arcaici anche nella sobrietà,
nel coraggio, nell’ostinazione; e avevano maturato una profonda deferenza
verso una civiltà e verso un mito – quello di Roma – che non era il loro, ma
che essi avevano assimilato fino a farlo proprio, considerandosene
orgogliosi custodi. Proprio da questi contadini-soldati fu salvato l’Impero.
L’Illiria era la prova migliore della capacità di Roma di suscitare il carattere
romano nelle popolazioni vinte. L’Illiria romanizzata non produceva
soltanto buoni soldati, ma anche ottimi generali. Dopo la metà del III secolo
si susseguono sul trono una decina di imperatori illirici ai quali si devono le
cruente vittorie che di tanto in tanto fiaccavano le ondate barbariche; e le
premesse riformatrici di una restaurazione imperiale che viene attribuita
tutta, ingiustamente, a Diocleziano e a Costantino, illirici anch’essi.
Tra questi precursori uno dei piú valorosi fu certamente Aureliano. I
soldati adoravano questo loro rude commilitone. Attorno ai bivacchi, la
notte, cantavano le strofe della sua leggenda. Mille, mille occidit: a migliaia
ne uccise! Fu lui a riunificare l’Impero. A chiudere pacificamente la
secessione gallica, grazie a un accordo con il successore di Postumo, un tale
Tetrico cui, con una generosità che era mancata a Giulio Cesare, restituí il
seggio al Senato e attribuí un governatorato in Lucania. A battere sul campo
l’orgogliosa Zenobia, che dovrà sfilare in catene (d’oro, però) sulla Via
Sacra, ma che potrà passare il resto della sua vita da vera signora, in una
bella villa di Tivoli. Fu Aureliano a cingere con 20 chilometri di possenti
mura, che portano il suo nome, la sacra città di Roma.
Ci fu anche, in quella serie di imperatori, uno strano utopista.
L’imperatore Probo passò la vita a combattere e a vincere sulle frontiere.
Ma si era convinto – forse perché non ne poteva piú – che l’età delle guerre
stesse per tramontare. Presto – pensava e, purtroppo per lui, diceva – i
soldati sarebbero diventati del tutto inutili. E per scongiurarne la
disoccupazione, pretese di impiegarli per alzare dighe e scavare canali.
Quelli avevano idee diverse. E lo ammazzarono.
Alla fine del «terribile Duecento», comunque, l’Impero era di nuovo
uno, e romano. Ma: quantum mutatus ab illo! Quando il capitano della
guardia imperiale, Diocle, dopo aver pugnalato di fronte alle truppe l’ultimo
usurpatore, giunse al potere col nome di Diocleziano, dell’antica repubblica
imperiale cresciuta nelle lotte tra l’aristocrazia e il popolo, conquistatrice
vittoriosa del mondo, tormentata dalle guerre civili, domata da generali
potenti ma deferenti verso le antiche tradizioni e istituzioni, non restavano
che poche tracce. Attraverso la grande crisi si era sviluppata una monarchia
assoluta, fondata su un esercito violento e su una burocrazia invadente.
Della vecchia aristocrazia restavano gli ozî culturali, l’immane ricchezza e
le stridenti ingiustizie. E Roma stava abbandonando Roma: l’immensa città
stava perdendo il suo ruolo di Capitale. Al Principato si stava sostituendo il
Dominato. Per capire quella trasformazione bisogna scendere dai piani alti e
dai ritmi concitati della storia politica e militare ai piani bassi e ai tempi
lunghi dell’economia.
Capitolo quarto
L’inflazione e la crisi fiscale

Si inaridiscono le fonti della ricchezza.

Dalle guerre puniche in poi l’economia romana si era dilatata grazie alle
continue conquiste. Per «economia romana» intendiamo, propriamente, le
risorse di cui Roma, la città conquistatrice, poteva disporre: terre, oro,
schiavi e che si concentrarono soprattutto in Italia.
All’epoca di Augusto l’Impero raggiunse i suoi limiti: le conquiste
ulteriori (la Dacia, la Mesopotamia, la Scozia) si riveleranno, di fatto,
insostenibili. Cosí, il flusso immenso del prelievo esterno che aveva
alimentato le sue risorse si inaridí.
Nei primi due secoli dell’era cristiana l’economia resta in una condizione
di stagnazione: apparentemente, di grande prosperità. Poi, tra la metà del II
e l’inizio del III secolo appaiono i segni di una crisi della produzione, in
agricoltura, e di una contrazione dei grandi flussi commerciali. C’è chi
contesta questa conclusione sulla base di situazioni di prosperità riguardanti
certe zone (come l’Africa o alcune province dell’Oriente) e certi eventi. Ma
la tendenza generale che emerge dalle testimonianze e dai documenti è
inoppugnabile; e l’accanimento polemico dei revisionisti ad ogni costo non
rovescia il quadro che emerge da analisi vaste, oggettive ed equilibrate
come quella di Francesco De Martino: un quadro di crisi produttiva
incontestabile.
C’è poi chi, riconoscendo la crisi, l’attribuisce a cause essenzialmente
politiche. Abbiamo già incontrato la tesi di Rostovčev sulla «ribellione delle
masse» contadine e le ragioni della sua insostenibilità. Altrettanto
insostenibile appare quella di un altro grande studioso, Ortel, che attribuisce
la crisi economica all’avvento di un socialismo di Stato: una variabile
esogena dell’economia, della quale non si vede né il come né il perché.
Come ha osservato De Martino, l’avvento di una economia che oggi
definiremmo dirigistica, e che è innegabile, non può essere la causa, ma
l’effetto di trasformazioni delle strutture economiche e sociali.
Alla base di queste trasformazioni ci sono due ordini di cause. Il primo
l’abbiamo già considerato: le devastazioni immense prodotte dalle guerre,
dalle invasioni, dalle epidemie. Il secondo è la crisi della schiavitú di massa.
Abbiamo già tentato di spiegarci le ragioni della sua enorme espansione,
l’impasse che essa ha rappresentato per l’economia romana, l’impossibilità
culturale e sociale di uscirne attraverso una «rivoluzione industriale».
Anche restare fermi, però, era impossibile. L’offerta di schiavi si era ridotta
a causa dell’inaridimento delle principali fonti: le guerre di conquista e la
pirateria. I costi erano aumentati. Era aumentato il prezzo degli schiavi, a
causa della contrazione dell’offerta. Era aumentato il costo economico del
loro mantenimento, a causa del miglioramento, non certo drastico, ma
neppure insensibile, del loro trattamento, reso un po’ piú umano da una
legislazione influenzata dalle nuove correnti di pensiero. Era aumentato
soprattutto il rischio delle insurrezioni in un Impero ormai esposto alle
invasioni: la minaccia tremenda che il proletariato esterno dei barbari
potesse incontrare il proletariato interno degli schiavi.

Coloni al posto degli schiavi: un progresso?

Dunque non era, come si è affermato, la minore produttività degli schiavi


rispetto ai lavoratori liberi a determinare una caduta della loro domanda.
Non solo non c’è evidenza di questa minore produttività, ma c’è qualche
buona ragione per pensare il contrario. La radice della crisi non stava nella
bassa produttività ma nell’aumento dei costi, soprattutto di quelli politici; e
si traduceva in scarsità di lavoro, contrazione della produzione, abbandono
di terre all’incoltura. I romani parlavano di agri deserti. Non essendo
disponibili le macchine l’unico modo di affrontare la crisi di scarsità di
lavoro e di rimettere in produzione le terre abbandonate era, per i proprietari
di terre, quello di passare a un nuovo rapporto di produzione che non
comportasse i costi della schiavitú ma ne mantenesse i vantaggi. Questo
nuovo rapporto fu il colonato: la sostituzione degli schiavi con lavoratori
«liberi», legati al padrone da un rapporto contrattuale di affittanza, non di
servitú. Una forma piú avanzata dal punto di vista economico? E da quello
civile? Non proprio.
Certo, i coloni erano giuridicamente liberi. Ma bisognava assicurarsi che
non approfittassero della scarsità di lavoro per mettere i proprietari in
concorrenza tra loro riducendo le loro rendite (qualche cosa del genere
avvenne piú tardi, nel Medioevo, dopo la grande peste del Trecento). E ciò
si poteva ottenere soltanto legando obbligatoriamente il colono alla terra:
una condizione che richiedeva un intervento coercitivo dello Stato. Non era
questo, certo, un modo per aumentare la produttività. Né per migliorare la
sorte dei lavoratori.
Il colonato, dunque, non è una forma economicamente e socialmente piú
avanzata rispetto alla schiavitú, come hanno sostenuto studiosi di scuola
marxista, ma è un ripiego, una forma difensiva diretta a garantire le rendite
dei grandi proprietari in condizioni di scarsità di lavoro. Dal punto di vista
economico l’enorme asimmetria del rapporto metteva il colono –
impossibilitato a esercitare il suo potere contrattuale – letteralmente nelle
mani del proprietario il quale, tra il fitto e le obbligazioni di lavoro sul
fondo padronale che il colono doveva assumere, gli sequestrava
praticamente tutto il surplus eccedente il minimo vitale. Quale incentivo
poteva derivare dalla sua libertà ai fini di un aumento della sua
produttività? Dal punto di vista sociale e civile la differenza tra il contadino
schiavo e il contadino colono libero si riduceva a ben poca cosa. I coloni
disponevano sí delle loro persone fisiche, ma i loro margini di libertà, legati
alla terra com’erano con catene invisibili ma non per questo meno
inesorabili, erano scarsissimi. In alcuni casi le loro condizioni risultarono
piú pesanti di quelle degli schiavi, il cui mantenimento era comunque a
carico del padrone. Tra il fitto da pagare al padrone, il lavoro da svolgere
sul fondo signorile e le tasse da corrispondere al fisco – sempre piú pesanti
– non sorprende che essi varcassero spesso la soglia della disperazione. In
tali casi, la sola risorsa era la fuga, che fu sempre piú intensamente praticata
dalle plebi rurali tra il III e il IV secolo. Verso dove? Verso le città, per
mischiarsi con il proletariato urbano, pezzente e turbolento. Verso le terre di
altri proprietari, per porsi sotto il loro patronato: un fenomeno sempre piú
frequente, che anticipava i rapporti di subalternità feudale. Verso il
brigantaggio che divenne, nella tarda antichità, un aspetto endemico della
vita nelle campagne assumendo, in alcune zone, dimensioni di massa: come
in Gallia con i bagaudi, che organizzarono veri e propri eserciti in rivolta;
come in Africa, con i circumcellioni, che trasfusero la loro ribellione sociale
in passione religiosa, fomentando le violenze dei movimenti cristiani
eretici.
Naturalmente le fughe erano represse severamente, crudelmente, con un
largo impiego delle truppe: i fuggiaschi riportati in catene al padrone; i
ribelli, crocifissi. Ma i fenomeni di secessione sociale continuarono, specie
nella parte occidentale dell’Impero, minando lentamente le strutture
dell’autorità statale e gettando le basi dei futuri ordinamenti feudali.

Irrigidimento e dirigismo.

Questo intervento autoritario e repressivo dello Stato nei rapporti tra


padroni e contadini si inquadrava, del resto, in un fenomeno piú ampio:
l’irrigidimento dei rapporti di produzione e l’ingerenza diretta dello Stato
nell’economia, che costituí un aspetto centrale del passaggio dal Principato
al Dominato. Qualcuno ha azzardato: dall’Impero liberale all’Impero
socialista. Certo, un esagerato anacronismo. Ma è altrettanto certo che un
mutamento del quadro ci fu e che abbracciò l’intera struttura dell’economia
romana. Mentre si irrigidivano i rapporti di produzione in agricoltura, con il
colonato obbligatorio, si irreggimentava l’artigianato e il commercio in
collegia corporativi e si restringevano le autonomie delle città. Non si
trattava certo di una inspiegabile opzione politica verso il socialismo da
parte degli imperatori ma di un mutamento profondo delle condizioni
economiche e dei rapporti sociali. Era la stessa aristocrazia a invocare e a
pretendere l’intervento dello Stato per mantenere i suoi privilegi rispetto
alle masse contadine, impigliandosi in una insanabile contraddizione:
perché quell’intervento era pagato con un mutamento dei rapporti di forza
tra il potere militare burocratico e il potere senatorio aristocratico.
Del resto, come De Martino ha spiegato, la crisi della società romana
nella tarda antichità rivelava il suo piú segreto e intimo paradosso. Man
mano che l’esercito di schiavi si assottigliava il costo dell’Impero doveva
essere assunto dai liberi, con una contrazione della loro libertà. La vendetta
degli schiavi era questa.
Svalutazione e inflazione.

A una estensione e intensificazione dell’intervento pubblico nella


economia dava, d’altra parte, possente impulso un altro fenomeno: la crisi
fiscale.
L’insorgenza delle pressioni esterne alle frontiere ingigantiva, come
abbiamo visto, il costo della difesa. Ciò non provocava soltanto l’aumento
del potere dell’esercito ma anche quello del suo costo per lo Stato.
Nell’epoca del Principato questo costo era stato relativamente basso e
relativamente modesta era rimasta la quota delle spese pubbliche sul reddito
lordo complessivo (attorno al 10 per cento); quindi, la pressione fiscale. Le
cose cambiarono radicalmente nel III secolo. Mentre la crisi produttiva
contraeva le risorse, le esigenze militari del fisco aumentavano il prelievo
dello Stato su quelle. Queste tendenze diventarono evidenti al tempo degli
ultimi Antonini e dei Severi. Ma gli imperatori non ricorsero
immediatamente a un’intensificazione della pressione fiscale. C’erano altri
modi per spremere risorse dalla comunità. Per esempio, le confische dei
redditi e delle ricchezze dei nemici politici. Gli imperatori, a cominciare da
Commodo, da Caracalla, da Settimio Severo, abusarono di quest’arma su
vasta scala. Ma non bastava. C’era un marchingegno che sembrava piú
indolore e piú efficace: la manipolazione monetaria.
Prima di allora, per lunghi secoli, la moneta romana aveva mantenuto un
alto grado di virtú. Lungi dall’appassionarsi a pratiche di manipolazione
monetaria i romani, per un tempo sorprendentemente lungo, avevano fatto a
meno addirittura di coniarle, le monete. Fino al secolo IV a.C. si erano
chiusi, dopo la fine del dominio etrusco e con la vittoria dell’aristocrazia
terriera sui ceti mercantili, in una economia quasi «naturale», nella quale gli
scambi erano scarsi e per la maggior parte effettuati attraverso il baratto.
Solo per una quota molto modesta di transazioni si ricorreva a un pezzo di
bronzo di una libbra circa, su cui rozzamente era impresso un marchio, la
figura di un animale o di una ruota: l’asse librale, si chiamava. Quando
inviò le sue legioni in Campania Roma dovette misurarsi con le monete
greche d’argento; e affidò all’alleata Cuma, che disponeva di una zecca, il
compito di coniare per suo conto una moneta d’argento.
Fu solo nel III secolo a.C. che Roma cominciò a battere moneta. Una
valuta salda e forte, come tutto ciò che era romano: era, insieme con il
sistema giuridico e con l’esercito, uno dei tre pilastri sui quali poggiava la
potenza romana. Era accettata entro un’area superiore a quella di qualsiasi
sistema precedente e successivo fino al XIX secolo. Il suo successo non era
soltanto davvero formidabile, e cioè basato sulla potenza e sul timore di
Roma, ma era dovuto anche alla semplicità del sistema monetario romano:
era un sistema bimetallico costituito fondamentalmente da due tagli, l’aureo
di quasi otto grammi d’oro e il denaro di quasi quattro grammi d’argento,
integrate da una moneta di rame, il sesterzio, che diventò presto una
semplice moneta di conto; e da un certo numero di monete divisionali. La
Repubblica aveva sempre preferito il sistema bimetallico anche quando era
rappresentato da una moneta di rame, l’arcaico asse, e da una di argento, la
di-dracma che poi diventò il denarius. Questo sistema presentava un grado
elevato di elasticità: la moneta di minor valore era usata per le transazioni
dell’economia interna e la moneta piú preziosa per le transazioni esterne. I
due sottosistemi erano quindi parzialmente isolati; le vicende dell’economia
domestica non erano direttamente influenzate da quelle della grande
economia, delle transazioni e dei traffici internazionali e finanziari. La
coerenza dell’insieme era assicurata da cambi fissi (un aureo = 25 denari =
100 sesterzi = 400 assi) e dallo Stato, che garantiva il peso e il titolo delle
diverse monete e provvedeva alla coniazione. La quantità delle coniazioni,
il peso e il titolo erano dunque i regolatori del sistema; e la sua regolazione
era stata sempre ispirata a prudenza e saggezza.
I romani, certo, non avevano formulato la teoria quantitativa della
moneta e l’equazione di Fisher che stabilisce l’equilibrio tra la quantità e la
velocità di circolazione della moneta da una parte e la somma della
produzione moltiplicata per i suoi prezzi dall’altra; ma si erano accorti che
quando Giulio Cesare aveva inondato Roma dell’oro delle Gallie e Traiano
di quello della Dacia i prezzi erano saliti, bruscamente. Si erano accorti
anche che, quando il flusso della moneta si inaridiva, gli scambi languivano
e le merci si accumulavano marcendo nei magazzini. E cosí cercavano di
regolare le coniazioni, in modo da mantenere la circolazione monetaria né
troppo abbondante né troppo scarsa.
Non conoscevano certo neppure la legge di Gresham (il consigliere
finanziario della grande Elisabetta) secondo la quale la moneta malata
scaccia quella sana; ma s’erano accorti che, quando il valore intrinseco
dell’aureo, o quello del denaro (il valore di mercato del loro contenuto in
oro e in argento) stava troppo al di sopra o al di sotto del suo valore
nominale una delle due monete era accettata di malavoglia mentre l’altra
veniva tesoreggiata. E perciò tendevano a mantenere in equilibrio il valore
intrinseco delle monete e il loro rapporto.
Questo sistema saldo ed equilibrato cominciò a disgregarsi nella seconda
metà del II secolo, e sappiamo il motivo: il tremendo bisogno di denaro da
parte dello Stato per finanziare l’esercito impegnato su tutti i fronti. Com’è
ovvio questo bisogno avrebbe potuto essere soddisfatto attraverso un
aumento della pressione fiscale. Ma, com’è altrettanto ovvio, questa era la
via piú lenta, piú macchinosa e piú politicamente costosa. Molto piú
agevole sembrava quella ampia e lastricata che però, com’è noto, porta
all’inferno: la via della svalutazione della moneta, che consente allo Stato di
aumentare il suo potere d’acquisto con lo stesso ammontare di metallo
prezioso. Ci sono tre modi di percorrere questa strada inflazionistica. Il
primo – quello di aumentare la circolazione fiduciaria stampando carta
moneta – non era disponibile, per la semplice ragione che non c’era la carta
moneta (l’avevano inventata i cinesi, che però erano lontani). Il secondo,
consistente nella diminuzione del peso della moneta, aveva un
inconveniente evidente: era immediatamente percepibile. Il terzo, praticato
da tempo immemorabile (di fatto, da quando i governanti avevano
cominciato a coniare moneta) consisteva nel ridurre, a peso costante, la
quantità di metallo fine contenuto nella moneta, variandone la lega: per
esempio, diminuendo la proporzione di argento a vantaggio del rame nel
denarius. Questo era il modo che, se praticato con qualche moderazione,
poteva piú facilmente passare inosservato grazie a una «illusione
monetaria». Se ne accorgevano subito solo i nummulari, esperti che
tastavano, addentavano e annusavano le monete. E questo fu il modo che gli
imperatori del II e del III secolo scelsero. Per oltre un secolo l’illusione
monetaria funzionò: non sembra infatti che i prezzi siano aumentati di
molto fin addentro il terzo secolo.
Tuttavia, si può ingannare pochi per molto tempo o molti per poco; ma
non si può ingannare tutti per sempre. Inoltre, una volta imboccata questa
china scivolosa gli imperatori del III secolo la percorsero con sempre minor
ritegno: cosicché la proporzione dell’argento nel denaro passò in meno di
un secolo da un quasi virtuoso 90 a un vergognoso 1 per cento. Al tempo di
Gallieno la moneta d’argento era diventata un biglione di rame
superficialmente argentato e la svalutazione si era trasformata in inflazione.
Ci furono, prima che l’inflazione esplodesse, almeno due tentativi di
stabilizzare la moneta. Caracalla prima, Aureliano poi avevano affiancato il
denarius con un nuovo pezzo argentato, rispettivamente l’antoniniano
(Antonino era il nome ufficiale di Caracalla) e l’aureliano, ambedue con un
contenuto di argento piú alto. Ma questi tentativi fallirono a causa
dell’incapacità dello Stato di frenare le sue spese che lo costringevano ad
aumentare continuamente le emissioni e/o a svilire continuamente il
contenuto di fino delle monete emesse.
Tuttavia quella che oggi chiameremmo la risposta del mercato non fu,
come ci si aspetterebbe, un immediato aumento dei prezzi, e cioè una
svalutazione della moneta in termini di merci parallela alla svalutazione in
termini di contenuto metallico: insomma, una inflazione. I prezzi, che si
erano mantenuti assolutamente stabili sino all’età di Commodo,
aumentarono subito dopo sí, ma per tornare stabili per qualche decennio,
anche durante gli anni centrali, i piú critici politicamente, del III secolo.
L’inflazione scattò improvvisamente e drasticamente, con un aumento
violento del livello dei prezzi, di otto-dieci volte, negli ultimi anni settanta
del III secolo. Svilimento della moneta e aumento dei prezzi, dunque, non
sembravano meccanicamente legati nell’economia del tardo Impero: e ciò,
sostanzialmente perché l’economia monetaria di mercato non era che una
parte della economia complessiva e il mercato era ben lontano da quella
struttura elastica e reattiva che oggi conosciamo. Questo non significa che
non ci sia stata risposta alle manipolazioni monetarie. La risposta venne con
la progressiva sparizione dell’oro, anzitutto; poi, sia pure in ritardo, con
l’inflazione dei prezzi. E infine – paradossalmente un’autorisposta – con il
rifiuto, da parte dello Stato, di accettare dai contribuenti la sua cattiva
moneta. Proprio il fisco infatti, per assicurarsi le entrate necessarie a
fronteggiare le spese, pretese dai contribuenti che pagassero le tasse,
soprattutto quelle direttamente legate alla spesa militare, in buon grano
anziché in cattiva moneta. Questa era tuttavia una misura estrema,
indicativa del punto di rottura cui era giunta la crisi. Non si poteva
continuare su questa strada perversa: bisognava stabilizzare moneta e
prezzi.
Questo compresero i due grandi imperatori che chiudono la crisi del III
secolo: il restauratore Diocleziano e il rivoluzionario Costantino. Le risorse
per finanziare l’esercito bisognava procurarsele nel modo piú aperto e
doloroso: con il ricorso alla pressione fiscale.

Il pasticcio fiscale.

Diversamente dal sistema monetario il sistema fiscale romano non era


affatto chiaro e distinto. La scelta politica di mantenere per quanto possibile
in vigore nei territori conquistati il sistema di tassazione precedente la
conquista facilitava certamente la raccolta fiscale ma a prezzo
dell’incoerenza. All’epoca di Augusto, comunque, l’ordinamento tributario
aveva assunto una sua configurazione abbastanza stabile e generale. Il
tributum, dal quale era esentata l’Italia, veniva riscosso sotto due forme,
una imposta fondiaria (tributum solis) e una imposta personale (tributum
capitis). Fiere dispute si sono accese tra gli storici sul rapporto tra queste
due forme di tassazione: se veramente si trattasse di due forme di
imposizione distinte, la prima che si applicava allo jugum, un’estensione di
terra arabile in un giorno da un contadino con un aratro aggiogato a due
buoi; la seconda al caput, l’equivalente del coltivatore con la moglie e gli
schiavi. O se l’imposta fosse col tempo divenuta unica, riferita a due misure
di imposizione equivalenti tra loro. La prima tesi è piú probabile: ma non è
questo, dell’ordinamento, il punto che qui ci interessa di piú. Il punto
essenziale è di valutare il peso delle tasse sull’economia dell’Impero.
È certo che durante i secoli della Repubblica e del Principato quel peso
restò relativamente modesto. Al tempo di Augusto la spesa pubblica
complessiva del governo centrale e delle amministrazioni locali non
superava un miliardo di dollari, il 5 per cento circa del prodotto interno
lordo. All’interno di questa, la spesa del governo centrale poteva aggirarsi
tra 600 e 800 milioni di dollari, metà dei quali all’incirca per l’esercito. Le
imposte dirette (fondiaria e personale) la finanziavano per poco meno di un
terzo (tra 200 e 250 milioni di dollari). Il resto era coperto dalle imposte
indirette, dai dazi e dai redditi dei patrimoni imperiali. Dunque, la pressione
fiscale si riduceva a un invidiabile (per noi) 4 per cento del Pil.
Questi livelli cominciarono a lievitare già nel I e nel II secolo per
impennarsi decisamente nel III secolo. Tra la fine del III e gli inizi del IV
secolo aumentarono in modo enorme. Di quanto? Quadruplicarono, dice
Lattanzio e conferma Jones, sotto la spinta di un eccezionale boom
dell’esercito, che aveva raggiunto un milione di uomini permanentemente
sotto le armi. Ma anche se, come altri pensano, fosse stato solo di 400 mila
uomini, avrebbe costituito un aumento formidabile della spesa pubblica e
della pressione fiscale. Purtroppo, non disponiamo di valutazioni
quantitative affidabili per misurarlo. Ciò che ci resta è il grido di dolore
delle popolazioni, non solo per le razzie dei barbari, ma per le prepotenze
delle armate imperiali, spesso non meno devastanti delle prime. Un indice
quantitativo indiretto del fenomeno della crisi fiscale comunque c’è: ed è
costituito dai reliquia, dagli arretrati delle tasse, che documentano una
impossibilità di pagare o una incapacità di incassare. Questi arretrati
aumentarono lungo tutto il II e il III secolo, persino nell’Italia che godeva di
generose esenzioni per toccare, nel IV e nel V secolo, alla vigilia del crollo,
valori assolutamente irriscuotibili.
Il mondo della tarda antichità romana risuona, come un girone
dell’inferno dantesco, delle grida dei debitori insolventi. Ci giungono da
ogni parte. La donna cui gli agenti del fisco hanno strappato il marito,
picchiato e incarcerato per due anni, e che ha dovuto vendere i figli per
pagare gli arretrati. Il Codice Teodosiano, di un imperatore cristianissimo,
che prescrive per i debitori insolventi l’uso delle verghe piombate. Le
invocazioni di città e villaggi esasperati e disperati agli imperatori: come
quella rivolta a Filippo l’Arabo, «principe piissimo e benedettissimo» da
parte dei cittadini di un villaggio della Tracia, che hanno il coraggio di
denunciare le vessazioni delle truppe, dei magistrati, degli impiegati, di
«tutti coloro che dovrebbero proteggerci e invece vengono nel nostro
villaggio, ci impediscono di lavorare, requisiscono le nostre bestie da
lavoro, ci depredano…». Per sfuggire a queste persecuzioni gli abitanti di
certi villaggi decisero di mettersi d’accordo con le guarnigioni del posto,
versandogli adeguati tributi in oro e in vettovaglie; e diventarono essi stessi
persecutori e rapinatori dei loro vicini sotto la protezione delle truppe.
Libanio di Antiochia racconta cosí, rivolgendosi proprio a Teodosio, quello
delle verghe di piombo:

ed eccoli piombare nei campi, sradicando gli alberi, sgozzando gli animali,
saccheggiando, ... alle proteste e ai pianti rispondono ingozzandosi e sghignazzando e,
ascolta, imperatore, il peggio, senza impedirsi di afferrare le donne…

L’aspetto piú drammatico della crisi fiscale non stava nell’introduzione


di nuove tasse (ce ne furono: sulle dogane, sul commercio, sulla liberazione
degli schiavi, sulle prestazioni personali, ivi comprese quelle delle
prostitute e degli efebi; sulla gioia per gli avventi al trono di un nuovo
imperatore, frequentissimi) e neppure nell’aumento delle aliquote; ma nei
modi della riscossione, affidata dapprima ai famelici publicani, e poi, per
sottrarsi alle esazioni di quelli, ai funzionari imperiali, i quali non furono da
meno: e approfittando dell’ampia discrezionalità che le sconnessioni del
sistema permettevano, alimentarono un regime di vessazione e di
corruzione indecente: come nel caso di quel prefetto della Gallia che – se ne
accorse l’imperatore Giuliano – alzava sistematicamente le somme richieste
a titolo d’imposta di tre volte e mezzo rispetto a quelle cui era autorizzato.
Questo crescente peso tributario, su quali classi sociali veniva caricato?
Sull’aristocrazia, senatoria ed equestre, certamente. Non c’è dubbio che,
diversamente dalla nobiltà francese al tempo della rivoluzione, i grandi
proprietari terrieri erano sottoposti alla scure del fisco: e talvolta a quella
vera, quando imperatori particolarmente pressati da esigenze finanziarie
decidevano di prendere due piccioni con una fava, eliminando un nemico e
confiscando i suoi beni. Questo sport l’avevano largamente praticato anche
quelli che erano considerati dallo stesso Senato «buoni imperatori», come
Settimio Severo. Ma, come disse autorevolmente uno che certamente se ne
intendeva, l’imperatore Costantino, i potentiores potevano agevolmente
trasferire il peso delle tasse sugli inferiores. Si formavano, talvolta, vere e
proprie lobby collusive: come quando, nel 384, l’intero corpus dei senatori
di Tracia e di Macedonia riuscí a farsi esentare dal pagamento di qualunque
tassa sui suoi terreni.
La crisi municipale.

Una categoria sociale sulla quale il fisco premeva direttamente e molto


energicamente era quella dei decurioni. I decurioni erano i magistrati delle
città, i componenti dei consigli comunali. Una delle caratteristiche piú
originali e felici del sistema politico romano era rappresentato
dall’autonomia dei municipia, dell’amministrazione cittadina. Roma aveva
lasciato il governo delle città nelle mani delle élite cittadine riconoscendo e
rispettando i loro piú alti esponenti, i decurioni appunto e le loro strutture e
regole amministrative, cosí come aveva rispettato e in molti casi recepito i
loro dèi, le loro feste, i loro costumi. La libertà delle città era la base del
consenso politico. In cambio i governi delle città erano garanti dei loro
obblighi verso Roma: di quelli fiscali, innanzi tutto; e assumevano
personalmente, oltre alle responsabilità del bilancio ordinario, anche l’onere
delle spese straordinarie: delle grandi opere, delle grandi feste, dei grandi
giochi. Quell’onere era considerato, nei tempi belli della Repubblica
imperiale, un onore. Si chiamava evergetismo l’attività munifica svolta dai
piú illustri magistrati della città. Essi gareggiavano nel dotare la loro città di
templi, terme, circhi, teatri; e nell’allestimento di gare, di giochi, di feste.
Molti di loro, trascinati da una irresistibile vanità, finivano per rovinarsi,
dissipando i propri patrimoni. Eccone uno, mentre entra nel palco imperiale
dell’arena, accolto da una ovazione oceanica.

Quando l’uomo generoso che li ha radunati fa il suo ingresso si alzano subito tutti
insieme e ad una sola voce elevano un’acclamazione unica, chiamandolo all’unisono
protettore e benefattore dell’intera città e tendendogli le mani… Egli si inclina verso di
loro e, dopo averli salutati con il gesto, si siede felicitato da tutti… egli è al culmine dei
suoi desideri come una persona ebbra di vanagloria, a tal punto che spenderebbe anche
se stesso, non può avere che una pallida idea di ciò che va perdendo. Ma quando è a
casa… allora capisce che non era fantasia ma realtà in denaro contante…

I decurioni erano, per lo piú, ricchi proprietari terrieri; ma poiché non


valevano per essi i divieti posti ai senatori, di esercitare attività
commerciali, erano reclutati anche nel ceto dei mercanti e degli uomini
d’affari, come i cavalieri a Roma. Insomma rappresentavano l’agiata
borghesia provinciale: una formazione che avrebbe potuto costituire una
riserva preziosa per l’Impero. Invece l’Impero, sempre piú a corto di
denaro, inasprí il carico fiscale sui municipia e irrigidí la garanzia dei
decurioni sulla riscossione delle tasse fino a renderli penalmente e
personalmente responsabili. Inoltre, ciò che era un munifico e magnifico
vanto, l’evergetismo, diventò sempre piú una obbligazione imposta dal
governo centrale. La carica di decurione, prima ambitissima per l’autorità e
il prestigio che conferiva, diventò una sciagura da evitare a ogni costo:
sottraendosi, partendo, fuggendo, inseguiti dalle leggi e dagli agenti
imperiali, che intimavano di accettare quell’alto onore, pena la morte!
Non ci si deve stupire se quelli che, una volta caduti cosí in alto, non
potevano sottrarsi, cercavano poi con ogni mezzo di angariare i contribuenti
– cittadini e contadini – trasformandosi da vittime in aguzzini. Tutti i salmi
finiscono in gloria. Quasi tutto il peso, sempre crescente, del fisco, finiva
sulle spalle dei poveracci, soprattutto dei contadini (coloni e piccoli
proprietari) non tosati ma scorticati, secondo l’efficace metafora
dell’imperatore Vespasiano.
Tra il III e il IV secolo il fenomeno della fuga di cui abbiamo parlato a
proposito della crisi dell’agricoltura, divenne generale. Fuggivano i coloni
abbandonando le campagne, fuggivano i decurioni, abbandonando le città.
Un mondo in fuga, sembra questa tarda antichità romana: non solo dalle
violenze dei barbari, ma anche dalle persecuzioni degli imperatori. Talvolta
queste ultime risultavano tanto piú pesanti delle prime da determinare
addirittura una fuga verso i barbari, preferiti agli agenti del fisco. Non pochi
erano i sudditi dell’Impero che avevano attraversato le frontiere per
sistemarsi in terra «nemica», per esempio tra i goti, in Dacia. Molti,
all’interno dell’Impero, avevano cominciato a considerare l’arrivo dei
barbari non una minaccia, ma una liberazione.
Il fatto è che, soprattutto nella parte occidentale dell’Impero, si era
scavato un solco profondo tra lo Stato e la società. Uno Stato sempre piú
invadente e prepotente. Una società profondamente divisa, tra una
minoranza di privilegiati, di honestiores, e una massa di povera gente, di
humiliores; ma tutta sottoposta alla pressione dell’esercito e della
burocrazia imperiale. Nella grande crisi fiscale della tarda antichità il
conflitto tra lo Stato e la società finí per assumere l’aspetto centrale e
dominante del conflitto sociale. Fino a che, in Occidente, uno Stato privo
ormai di consenso crollò sotto il nuovo urto dei barbari.
Prima, però, ci fu un estremo tentativo di stabilizzazione dei prezzi e di
razionalizzazione del sistema fiscale. Furono i due grandi imperatori del
Dominato, Diocleziano e Costantino, a provarci.
Capitolo quinto
La rivelazione cristiana

Rivoluzione o rivelazione?

Chi furono gli assassini dell’Impero romano? I barbari? I cristiani? Il


lusso dei ricchi? Il piombo delle condutture? Ci sono nella storia dispute
che, una volta aperte, non si chiudono piú. Il giallo della fine dell’Impero
romano è una di queste. È probabile che, dietro questo delitto, se poi fu tale,
ci sia una responsabilità collettiva, una congiura: qui sta la difficoltà e il
fascino della sua soluzione. È comunque certo che, per quanto riguarda il
cristianesimo, interpretare il suo ruolo come quello di killer di un Impero è
quanto meno esagerato e riduttivo al tempo stesso.
Il cristianesimo è stato la piú grande rivoluzione religiosa della storia.
Basterebbe questo per rivalutare la partitura del «basso Impero». Non una
rivoluzione sociale, dal momento che la struttura sociale dell’Impero restò
piú o meno inalterata, ma qualche cosa di piú: una vera e propria
rivelazione, non solo dal punto di vista religioso, che è ovvio, ma proprio
sociale, nel senso che portava alla luce della storia, scopriva, un mondo
muto, oscuro, passivo, le masse degli umili, delle vittime, dei vinti. Un
mondo di dolore e senza speranza, escluso dalla gioia, potenzialmente
carico di una immensa domanda di giustizia.
La rivelazione cristiana non è comunque un fenomeno solitario. Essa
nasce all’interno di un movimento vasto di rinascita religiosa che investe il
mondo antico fin dall’inizio della nuova era.
Secondo l’interpretazione proposta dallo storico Marrou la storia delle
religioni dell’antichità mediterranea attraversa tre fasi. Nella prima, arcaica,
il soggetto dell’esperienza religiosa è la città, la polis, con le sue divinità
ancestrali, molteplici, rappresentative di forze naturali sacralizzate. Nella
seconda, ellenistica, la sacralità della natura e della città lascia il posto a una
concezione piú profana, centrata sull’uomo e sulla ricerca della felicità
terrena. Nella terza il sacro ritorna, ma tutto rivolto e teso verso un Dio,
dominante e trascendente. Questo rivolgimento è l’espressione di una
società di massa generata nell’ambito del grande Impero, le cui passioni
non trovano risposta né nell’aristocratico individualismo della filosofia né
nelle ingenue mitologie dei culti arcaici.
Si spiega cosí la persistente e rinnovata forza del monoteismo ebraico,
sradicato dalla violenza della repressione romana ma tenacissimo nella
molteplice esperienza della diaspora. Si spiega la fortuna dei cosiddetti culti
misterici, quelli antichi di Dioniso e di Eleusi, e quelli cresciuti nell’Oriente
e importati con la conquista, di Iside, di Cibele, di Mitra. Si spiega come la
stessa religione tradizionale greco-romana si sia progressivamente piegata
al culto di un Dio supremo che colmasse il bisogno di trascendenza e al
tempo stesso garantisse l’unità spirituale dell’Impero. Tale era la
venerazione di una divinità solare, introdotta dagli imperatori siriaci,
ribadita da Aureliano, giunta fino a Costantino.
La questione piú intrigante è: perché la risposta cristiana a questa
rinnovata domanda religiosa fu cosí clamorosamente vittoriosa? Renan ha
evocato un esito controfattuale: se, per qualsiasi ragione, il cristianesimo
avesse fallito, sarebbe stato con ogni probabilità Mitra a prendere il posto di
Gesú. Come dire: le offerte, in fondo si equivalevano. Ma, invece, no: non
si equivalevano. Senza giungere a conclusioni deterministiche si può
tranquillamente affermare che la risposta cristiana, rispetto alle altre, era di
una qualità e profondità nettamente superiori.
Anzitutto, per la sua genesi. L’originalità della risposta cristiana sta nel
fatto che essa non nasce nel vuoto, come un dio che scende dalla machina,
ma sul ceppo vigoroso e resistente del giudaismo, l’unica grande religione
monoteistica del tempo, che opponeva al politeismo pagano la forza di
un’etica rigorosa. A differenza del giudaismo, però, tutto chiuso nel suo
nazionalismo geloso e nel formalismo esclusivo delle sue regole, il
messaggio cristiano si rivolgeva a tutti i popoli dell’Impero, e oltre. Questa
scelta ecumenica non è legata alla persona di Cristo, il profeta, ma a quella
di Saulo-Paolo, il fondatore. Compiuta consapevolmente e sanzionata in un
incontro drammatico, a Gerusalemme, tra i seguaci di Paolo, tutti protesi
verso un proselitismo universale, e quelli, tradizionalisti e conservatori, di
Giacomo, detto «fratello del Signore», questa scelta sta alla radice
dell’esplosione cristiana, Essa consente l’incontro fertile delle due grandi
culture dell’Impero, quella giudaica e quella ellenistica, fino allora
fieramente contrapposte. Si nutre della razionalità della prima e della
moralità della seconda. Pone il messaggio di Gesú a disposizione di tutte le
donne e di tutti gli uomini del mondo: non solo giudei, ma anche greci; non
solo greci, ma anche romani; non solo romani, ma anche barbari.
Ovviamente, la forza della rivelazione cristiana sta nel contenuto del suo
messaggio, della sua buona novella. È un messaggio di certezza e di verità
in un mondo disorientato e confuso. Colui che la rivela è un Dio che si è
fatto uomo per testimoniarlo con il suo sacrificio, nel piú feroce e abietto
dei tormenti. È un messaggio di salvezza: la promessa di una vita futura
eterna, nella quale tutte le ingiustizie saranno riscattate; l’immortalità piena,
con la resurrezione dei corpi, non una umbratile processione di malinconici
fantasmi, ma la vita sterminata e gioiosa nella gloria del Signore. È un
messaggio di imminenza che svaluta ogni bene terreno, vanifica ogni
piacere mondano, annulla nell’attesa della liberazione ogni dolore. Il
compiersi dei tempi è vicino. Tutti i regni della terra vacillano. Tutti i
reggitori tremano. È un messaggio di fraternità. Questa, che accomuna
donne e uomini, padroni e servi, grandi e umili, non è per il dopo. È una
gioia immediata, il trovarsi uniti e solidali. Ed è una forza immensa,
irresistibile, che esalta i fedeli e sbalordisce i nemici. È lo scandalo della
fraternità.
Quale altra favola, rito, credenza degli antichi miti olimpici, dei nuovi
culti misterici poteva competere con la violenza prorompente di questo
messaggio di pace? Il cristiano poteva davvero dire – e per questo non c’era
troppo bisogno di miracoli e di guarigioni, che ci furono, ma non furono
mai decisivi – «io vi ho capito». Il cristianesimo rispondeva al «silenzioso
lamento» delle moltitudini. Offriva a quella sofferenza «la promessa della
pace, la salvezza della resurrezione dopo la morte, la consapevolezza della
dignità» 1.
Come osservarono sia Tacito che Plinio, quella dei cristiani era una
predicazione per contagio. Non avevano bisogno di piazze e di comizi, né
di riti esoterici. Il contagio attecchiva nell’ombra del focolare, nelle
conversazioni bisbigliate tra moglie e marito, con i figli, tra padrone e
schiavo: nelle quali avevano tanta parte le donne, che furono attivissime
protagoniste nella fase eroica del proselitismo; e vi si mischiavano i
fanciulli, cosa inaudita, accolti con tenerezza nelle prime comunità
cristiane. Ricevevano il battesimo, partecipavano alle preghiere. Nelle
botteghe e nei mercati il contagio proliferava nelle chiacchiere degli
artigiani e dei commercianti: quelli che – come riferisce Origene – in
presenza di gente seria e colta si guardano dall’aprir bocca, ma «se
incontrano fanciulli e donne di casa ignoranti come loro si sgolano per
esporre le loro meraviglie». Dunque, i primi portatori del virus cristiano
sono ignoranti, analfabeti, umili: gentarella. Lo riferisce Celso, filosofo
pagano, con il disprezzo dell’intellettuale, senza capire che quella era la
pobre semilla, l’umile seminagione di un raccolto prodigioso. Presto il
contagio passò dai tessitori, dai conciatori, dalle casalinghe e dai bottegai
agli avvocati e ai rètori del Foro e delle basiliche, per penetrare infine nei
palazzi dei potenti, nelle aule del Senato, fino alla corte imperiale.

Non c’era niente di misterioso e di clandestino in questa propagazione.


Né di esoterico.

I cristiani – dice uno di loro per difendersi dalle calunnie che circolano tra i pagani
sulle teste d’asino e sulle partouzes – non differiscono dagli altri uomini, né per i paesi
di provenienza, né per le lingue, né per l’abbigliamento. Non abitano quartieri
particolari, non si servono di dialetti propri, il loro genere di vita non ha niente di strano.

Si vestono come tutti gli altri: forse, sí, evitando le eccentricità e le


ricercatezze; anche le donne, che si concedono solo qualche eleganza nel
taglio e nella scelta dei tessuti. Certo, non portano «coturni persiani ed
etruschi»; tanto meno quelle scarpine chiodate che le ragazze di poca virtú
facevano risuonare sul selciato, per attirare l’attenzione. Ma Clemente
d’Alessandria, cristiano e puritano, osserva con scandalo che, a guardarle
passare, seduti davanti alle taverne, ci sono anche non pochi cristiani.
Anche il «fanatico» Tertulliano respinge ogni accusa di «diversità»: «siamo
come voi, viviamo come voi, andiamo al mercato, alle terme….» 2. Sta di
fatto che i cristiani furono in grado di sfruttare al massimo la forza di
propagazione molecolare del loro messaggio quando erano piú deboli e
vulnerabili, anche perché restarono per molto tempo indistinguibili dalle
comunità ebraiche, che avevano già ottenuto licenze e privilegi speciali,
proprio per la loro conclamata diversità. A differenza degli ebrei essi
cercarono però di immergersi nella società. E lí incontrarono la reazione
della società pagana e del potere imperiale. Tuttavia, per tutto il I secolo, se
si prescinde dalla persecuzione neroniana, violenta ma breve e ristretta alla
città di Roma, il proselitismo cristiano poté svilupparsi in condizioni
relativamente pacifiche.

La persecuzione e la resistenza.

Il conflitto, comunque, era inevitabile, data l’ampiezza e la profondità


della sfida. Né i cristiani fecero molto per evitarlo. Come in tutti i
movimenti rivoluzionari c’erano tra loro gli estremisti intransigenti che
consideravano il disprezzo aperto degli idoli e dei riti pagani un dovere
imprescindibile e la provocazione una santa battaglia. Simmetricamente,
nella società pagana il cristianesimo ebbe l’effetto di un revulsivo: sotto
l’attacco della nuova religione, i «patrioti» riaprivano i templi, ridestavano
le immagini delle divinità languenti, riesumavano i riti arcaici; e soprattutto,
attizzavano l’indignazione e il sarcasmo contro i seguaci di questo «Cresto»
giudaico, profeta miserabile, nudo e bestemmiatore. Non c’è alcuna
sorpresa nella constatazione che, parallelamente alla esplosione del
cristianesimo, vi fu una rinascita del paganesimo, sia a livello popolare, sia
negli strati colti: e un raffinamento della cultura religiosa pagana sotto
l’influsso delle nuove filosofie, dello stoicismo e del neoplatonismo, ma
anche dello stesso cristianesimo che nel frattempo stava formando la sua
intellighenzia. Tra la fine del III e la prima metà del IV secolo scorse, tra
cristiani e pagani, piú inchiostro che sangue. Poi, le cose precipitarono. La
lotta tra paganesimo e cristianesimo fu durissima e lunga. È del tutto
sbagliata l’idea di un cristianesimo trionfante e di un paganesimo languente
e rassegnato. Vi fu non solo la violenza delle persecuzioni e dei pogrom; ma
anche la reazione di un’antica cultura che aveva nella aristocrazia
senatoriale di Roma la sua fortezza; e che affondava le sue radici nel vasto
mondo contadino, il quale oppose all’avanzata cristiana una ostinata
resistenza passiva. Vi furono anche, tra i cristiani, cedimenti e angosce, nei
momenti piú duri della persecuzione. E vi furono, da una parte e dall’altra,
tentativi, non certo di compromesso, ma di reciproca comunicazione
comprensione e dialogo. Conserviamo il ricordo dell’affascinante
imperatrice, Giulia Domna, che si fa condurre al Palatino il filosofo
cristiano Origene sotto scorta armata, per una lunga conversazione. E quello
dei soldati romani che arrestano Clemente di Alessandria per portarlo a
Roma e lo lasciano parlare alle folle e intrattenersi con la gente in tutte le
città dove passa e stanno ad ascoltarlo attenti. E di quei gitanti, tre amici
che un giorno si trovano a passeggiare sulla spiaggia di Ostia, uno pagano e
due cristiani, uno dei quali funge da moderatore e intavolano una disputa
religiosa durissima, che però finisce con un affettuoso accordo (il racconto è
di Minucio Felice).
La reazione della società greco-romana alla sfida del cristianesimo non
fu, comunque, né totale, né omogenea, né continua. La straordinaria
capacità di penetrazione della nuova religione in quella società dipende
certo dalla forza del suo messaggio ma anche dalle peculiari condizioni
nelle quali precipitò la società imperiale del III secolo. La formidabile crisi
di quel secolo l’aveva scossa dalle fondamenta lesionando le sue strutture,
incrinando i suoi ordini tradizionali, favorendo l’ascesa sociale di nuovi ceti
che si inserivano tra quelle faglie. L’ordine senatorio, sempre ricchissimo,
aveva dovuto, sotto la pressione degli imperatori, cedere parte della sua
potenza al piú fluido ed eterogeneo ordine dei cavalieri; la burocrazia
militare e civile si era imposta all’aristocrazia del sangue. Le élite cittadine
si disgregavano sotto la pressione fiscale. Negli strati inferiori i coloni
sostituiti agli schiavi tentavano di sottrarsi alle esazioni dei signori e del
fisco con la fuga. Insomma, «il mutamento religioso coincise con un
mutamento sociale che portò nelle prime file uomini appartenenti ai ceti
medi e bassi». Non era però una pura coincidenza: il primo trovava nel
secondo, nell’aumento della fluidità e della mobilità sociale, un potente
fattore di accelerazione: gli uomini nuovi erano aperti a nuove idee. Sta di
fatto che quel IV secolo tumultuoso segnò il salto di quantità e di qualità del
cristianesimo: alla fine del III secolo i cristiani subirono l’inevitabile
decisivo impatto con il potere imperiale.
Nei due secoli precedenti e nella prima parte del terzo secolo i rapporti
tra gli imperatori e i cristiani erano stati contraddittori e discontinui. Fasi di
indifferenza si erano alternate con periodi, brevi, di persecuzione e con
lunghe tregue. La linea seguita dal potere imperiale nei riguardi del
cristianesimo era stata incerta e discontinua. In parte perché lo stesso potere
imperiale era diventato freneticamente discontinuo; ma in parte, per
l’assoluta novità del fenomeno. Con gli ebrei, era diverso. Essi sfidavano
apertamente il potere politico di Roma battendosi per l’indipendenza
nazionale, mentre non mettevano in causa la sua, anzi le sue religioni: si
limitavano a difendere gelosamente la propria. Roma aveva risposto
schiacciando spietatamente le rivolte e concedendo facilmente lo statuto di
religio licita alla religione giudaica, anche se ne disprezzava il fanatico
monoteismo. Con i cristiani era tutto il contrario. Questi accettavano il
dominio romano ma contestavano apertamente i suoi miti e i suoi riti.
Ponevano dunque un problema inedito, che poteva essere affrontato in due
modi: tentando di integrarli, come si era fatto con gli altri culti; o di
schiacciarli, come seguaci di una religio illicita. Gli imperatori
ondeggiarono tra queste due strategie senza mai scegliere una «soluzione
finale». Ci furono gli imperatori molli, come Alessandro Severo e Filippo
l’Arabo. Ci furono gli imperatori duri, come Domiziano e Decio. Lo stesso
Diocleziano esitò per ben diciotto anni prima di scatenare la sua
persecuzione, la piú violenta e crudele, ma brevissima. Molti storici, anche
cristiani, sono convinti che si sia fatto trascinare, quando era stanco e
malato, dal suo giovane collega Galerio, un sadico violento. La reazione nel
complesso esitante del potere imperiale, naturalmente, favorí la
propagazione cristiana, che si giovava sia degli spazi di proselitismo aperti
dalle tregue, sia delle glorie del martirio offerte dalle persecuzioni. Ciò non
significa affatto che queste ultime non fossero abiette e crudelissime. Una
certa storiografia di stampo illuministico – valga per tutte la grande opera di
Gibbon – le ha ingiustamente sdrammatizzate. Che le vittime si contassero
in migliaia e non in milioni non attenua l’orrore. Questo era l’ordine di
grandezza di tante grandi angherie della storia. Solo al nostro tempo è
toccato il record quantitativo dei mega-massacri. Non mancarono certo le
torture, le efferatezze, le atrocità: le canne appuntite sotto le unghie, il
piombo fuso ardente versato sulle schiene, le membra intime bruciate, le
ragazze gettate nei postriboli, i prigionieri dilaniati dalle belve. E queste
violenze «legali», comminate da giudici e da scherani sadici, erano praticate
«illegalmente», su larga scala, nei pogrom, dalle plebaglie inferocite. La
crudeltà dei tempi era disinibita, e soprattutto non scientifica. Il confine tra
sadismo e giustizia, nella società schiavista, era labile.
Quel che è certo è che, dal punto di vista dell’efficacia, le persecuzioni
furono un grande fallimento. Naturalmente, come accade in tutte le
persecuzioni, ci furono gli apostati, i lapsi (quelli che cedevano) i traditores
(quelli che consegnavano i libri sacri: e qualcuno cercava di trarre in
inganno la polizia rifilandole prontuari di ricette mediche). Ma la vittoria fu
della minoranza degli impavidi: dei martiri che affrontavano i piú orribili
tormenti con una sbalorditiva serenità. Gli antichi conoscevano bene il
coraggio attivo della lotta, l’eroismo del combattimento. Ma non erano
preparati a quello totalmente passivo. I martiri cristiani, semplicemente, non
avevano paura. Perciò, la incutevano nei loro persecutori. Sembravano
protetti da quella forza misteriosa che invocavano con sempre maggiore
credibilità. Pregavano. Cantavano. Si stringevano gli uni agli altri.
Perdonavano!

La forza materiale del cristianesimo.

Dalla constatazione scandalosa che non combattessero non bisogna però


trarre la convinzione che fossero inoffensivi. Il cristianesimo assume fin
dall’inizio la forma di una potenza. Potenza morale, ma non solo. Potenza
sociale. Potenza economica e finanziaria. È, fin dall’inizio, un movimento
ben organizzato. Il momento fluido e rovente, lo stato nascente (stato di
fusione, direbbe Sartre) si intreccia subito con quello dell’istituzione, fredda
e articolata. Se si vuole stabilire un raffronto con una realtà a noi molto piú
vicina si può pensare all’organizzazione comunista al suo nascere: una
combinazione peculiare di devozione incondizionata e di disciplina ferrea,
il che non esclude, anzi favorisce, per contrasto, le deviazioni settarie. Nella
sua prima fase di maturazione il cristianesimo è un movimento-istituzione
essenzialmente cittadino. È nelle città che le famiglie e i singoli fedeli
organizzano la loro comunità, l’ecclesia, sulla base della solidarietà
orizzontale e della gerarchia verticale. Solidarietà e gerarchia si intrecciano
in una vera croce. La solidarietà non si spinge fino alla comunità dei beni,
come in certe sette ebraiche: condizione difficilissima da mantenere per
tempi prolungati, ma si pratica attraverso il mutuo sostegno. Una fitta rete
di rapporti di assistenza reciproca realizza per i fedeli una garanzia minima
ma affidabile di welfare, basata sulle prestazioni volontarie di tutti e sul
finanziamento dei fratelli, e soprattutto delle sorelle piú ricche. Spiccano
infatti tra i piú forti contribuenti le clarissimae feminae, spesso vedove di
personaggi dell’ordine senatorio. Non c’era cristiano che, da dovunque
giungesse, non potesse contare sulla comunità per il suo vitto, per il suo
alloggio, per le cure e i consigli di cui aveva bisogno, per un riparo. Le
comunità comunicavano tra loro, anche le piú lontane, come Lione,
Cartagine, Antiochia, sfruttando la meravigliosa rete logistica dell’Impero:
le sue strade, le sue poste. Circolavano, in quella rete, gli uomini e i codici,
che avevano sostituito gli ingombranti rotoli e che i fedeli ricopiavano e
diffondevano.
Questa vera e propria società nella società si era costruita molto presto la
sua organizzazione economica e finanziaria: una forza sulla quale la
giovane Chiesa fondava la sua autonomia e che si alimentava di elargizioni
in vita e soprattutto di eredità in punto di morte, quando il cristiano si
apprestava a comparire di fronte al giudizio di Dio. La Chiesa cristiana non
fu mai povera. Il suo patrimonio comprendeva beni mobili e soprattutto
immobili: terre, fattorie, con il loro corredo di schiavi. Era gestita
managerialmente, in forme talvolta spregiudicate, attraverso vere e proprie
«banche cristiane»: come quella di Callisto, una specie di Marcinkus
dell’epoca, schiavo, banchiere e finalmente papa. Mazzarino ha ragione nel
vedere in questa storia avventurosa un intreccio peculiare di abnegazione e
di rapacità, che ci permette di gettare uno sguardo sulle contraddizioni della
Chiesa nascente.
Callisto era lo schiavo cristiano di un certo Carpoforo, liberto, cristiano
anch’esso, che viveva alla corte di Commodo, e che gli aveva affidato una
grossa somma con l’incarico di aprire una banca nella zona della piscina
pubblica, dove sorsero poi le terme di Caracalla. Callisto riceveva depositi
soprattutto dai cristiani e concedeva prestiti, soprattutto a ebrei. Deve essere
stato imprudente o piuttosto sfortunato, fu forse l’improvviso balzo
dell’inflazione a metterlo nei guai. Fatto sta che la banca fallí e lo schiavo
Callisto piantò tutti, padrone e clienti, in asso. Riacciuffato
avventurosamente mentre tentava di fuggire a nuoto, fu gettato
dall’inferocito padrone nel pistrinum, un inferno dei vivi dove gli schiavi
giravano la mola mescolando la farina. Sbollita l’ira, Carpoforo lo libera,
perché abbia modo di restituire il denaro ai poveri che glielo avevano
affidato. Ma lui non trova di meglio che andare in sinagoga a insultare i
suoi clienti, e per giunta di sabato. Quelli lo bastonano e lo trascinano in
tribunale, dove viene condannato ad metalla, in una miniera in Sardegna.
Qui interviene il deus, anzi la dea ex machina, nella persona di Marcia, la
concubina di Commodo, segretamente cristiana o comunque amica dei
cristiani, che ottiene dall’amante di liberare quelli delle miniere sarde, sulla
base di una lista compilata dal papa Vittore, nella quale, però, Callisto non
compare. Lui, comunque, riesce a persuadere l’inviato di Roma, l’eunuco
Giacinto, a liberarlo. Il papa Vittore non è affatto contento di vederselo
ricomparire – c’è anche una disputa teologica di mezzo – e per levarselo di
torno lo manda ad Anzio con un assegno mensile. Da lí lo richiama il nuovo
papa, Zefirino, che addirittura gli affida la gestione del patrimonio di Pietro
nonché la sovrintendenza del grande cimitero cristiano della via Appia che
porta ancora il suo nome. Callisto, reinserito nel circuito, fa rapidamente
carriera, fino al soglio supremo.
La vicenda di Callisto documenta l’importanza dell’economia
ecclesiastica già nella prima metà del III secolo, al tempo di Commodo e dei
Severi. Questa economia può già contare su uno strato sociale di manager.
Callisto non è un caso isolato. Egli rappresenta un ceto che inserisce nel
cristianesimo una corrente di idee piú mondana, aperta ai compromessi con
le realtà sociali e culturali del mondo non cristiano, piú flessibile nella
applicazione dei principî. Non era un caso che il banchiere Callisto, una
volta papa, diventasse sostenitore della validità del battesimo amministrato
da cristiani eretici, o da cristiani lapsi (colpevoli di apostasia durante la
persecuzione) e persino delle unioni concubinarie tra ricche matrone
cristiane e i loro schiavi. E non è un caso che gli si contrapponesse
fermamente l’antipapa Ippolito, esponente di quel partito degli intransigenti
che aveva trovato nell’Africa di Tertulliano un terreno di coltura ricco di
passionalità. Santo Mazzarino, ancora una volta, ha ragione di soffermarsi
su questo duello, che rappresenta icasticamente il travaglio del
cristianesimo, tra estremisti e moderati, nella fase di maturazione del potere
terreno della Chiesa.
È certo che la potenza finanziaria della Chiesa svolse un ruolo non
secondario in quel travaglio. La principale fonte di ricchezza della Chiesa,
comunque, non era costituita dalle banche cristiane; ma, di gran lunga,
dall’economia del dono: dalle piú semplici elemosine alle elargizioni in vita
di denari e di terre (nelle quali si distinguevano le clarissimae feminae,
nobildonne particolarmente esposte alla pressione psicologica dei vescovi,
eloquenti nel rappresentare a matrone non piú giovani i vantaggi delle
somme investite nella salvezza delle anime rispetto a quelle consumate nei
capricci della vanità); e, soprattutto, ai lasciti testamentari che potevano
raggiungere dimensioni macroscopiche: tenute agricole, ville, latifondi, di
cui l’anima si liberava volentieri in punto di morte per salire piú leggera in
cielo. Una formidabile spinta all’accumulazione di questa ricchezza fu
impressa dalla decisione di Costantino di concedere alle proprietà
ecclesiastiche, praticamente, una generale immunità dalle imposte. In
cambio della promessa del paradiso celeste la Chiesa ottenne su questa terra
un paradiso fiscale.
In conclusione. Non ci fu l’apocalisse. La vittoria del cristianesimo non
adempí il messaggio dell’avvento della città di Dio. E non ci fu la fuga dei
cristiani dal mondo. Al contrario, la vittoria cristiana, suggellata dalla
clamorosa conversione imperiale di Costantino, fondò il formidabile potere
mondano della Chiesa. Ma: quantum mutata ab illa! Altro che fuga dal
potere: la Chiesa si identificò con il potere imperiale a Oriente, e fronteggiò
da rivale il potere dei successivi imperi e monarchie in Occidente.

1
M. Le Glay, Rome: grandeur et déclin de l’Empire, Perrin, Paris 1992.
2
Ibidem.
Capitolo sesto
Il miracolo del IV secolo

Chi fece il miracolo.

Polibio racconta la premonizione di Scipione Emiliano alla notizia della


rovina di Cartagine.

Mi prese la destra e mi disse: Polibio, sí, ciò è bello; ma non so come, io ho timore e
presentimento che un altro abbia a dare per la nostra patria la stessa notizia.

Quella notizia fatale, mancò pochissimo che non fosse data alla metà del
III secolo d.C., quattro secoli dopo. Ma l’Impero, allora, si salvò. Un
miracolo. All’inizio del IV secolo esso sembrava restituito alla sua integrità
e al suo splendore. Come mai non fu travolto? Chi lo salvò? Una risposta
precisa, naturalmente, è impossibile. Tuttavia nel percorrere quella crisi
tremenda non si può non riconoscere la parte fondamentale che vi svolsero
gli imperatori. E k k dd . Quella degli imperatori
romani è una galleria particolarmente ricca di pazzi, di squilibrati, di veri
delinquenti o comunque, di eccentrici. Caligola parlava con la luna, Nerone
cantava accompagnandosi con la cetra davanti a un mare di fuoco.
Commodo combatteva nell’arena vestito da gladiatore, anche se
opportunamente corazzato. Eliogabalo, travestito da donna, danzava attorno
a una pietra nera, badando a non rivolgerle mai la schiena. Massimino il
Trace, due metri e piú di altezza, si divertiva a spezzare le mascelle di un
cavallo con un pugno.
Ciò che però non si può negare è che, con poche eccezioni, fossero
formidabili soldati. Anche nei tempi piú oscuri della crisi l’Impero non
cadde nelle mani di dinastie merovingie infrollite: i suoi imperatori, quasi
tutti, stavano alla testa delle legioni; affrontavano le orde dei barbari, la
cavalleria corazzata persiana, le legioni dei loro rivali, schizzando
continuamente da una parte all’altra dell’immenso Impero. Con poche
eccezioni, non si può dire – come di tante altre dinastie – che annegassero
in una vergognosa ignavia. E dunque, la prima ragione della riscossa
dell’Impero sta nella bravura dei suoi generali e nel valore dei suoi soldati.
Ci fu, in secondo luogo, un esaurimento della grande spinta generata
all’esterno, al di là delle foreste e delle steppe, dei barbari verso le frontiere
dell’Impero. Quella spinta perse parte notevole del suo vigore verso la fine
del III secolo. Del resto i barbari, allora, non miravano alla conquista ma al
saccheggio o al pacifico inserimento nelle terre di frontiera dell’Impero.
Ci fu infine, una attenuazione dell’anarchia interna. Anche le onde
dell’anarchia tendono ad esaurirsi con il tempo. Anche il disordine tende
alla stanchezza. Le società turbolente o si dissolvono o generano attraverso
il disgusto verso il disordine una nuova domanda di ordine. Questa
domanda può essere alimentata, per cosí dire, dal basso: per esempio, da
nuove energie derivanti da un forte rilancio economico. Oppure dall’alto: da
radicali riforme politiche delle istituzioni.
Ci fu, all’inizio del IV secolo, una grande ripresa dell’economia? La
storiografia revisionista piú recente lo afferma con un vigore polemico che
nasce dal rifiuto del paradigma della decadenza, nato nell’Illuminismo dalle
grandi opere di Montesquieu e di Gibbon, e fino ai tempi nostri dominante.
Abbiamo già visto come le nuove correnti storiografiche abbiano contestato
la criticità drammatica del III secolo: al punto di parlare, con frivola
esagerazione, di «presunta crisi». Qualcuno si è spinto a domandarsi
polemicamente: ma quale crisi? Allo stesso modo, esse esaltano la nuova
prosperità economica del IV secolo.
Vediamo se si può trarre da una visione panoramica un giudizio
equilibrato. Effettivamente, bastò il respiro dato dagli invasori, al tramonto
del terribile Duecento, perché l’attività economica dell’Impero recuperasse
forze. La portata di questo recupero non si può stabilirla con precisione
soddisfacente, data la scarsità e l’inaffidabilità delle fonti. Quel che è certo
è che ci fu una ripresa. In generale, essa fu molto piú vigorosa nelle
province meridionali e orientali, mentre quelle occidentali e settentrionali, o
stentavano a recuperare o decadevano irrevocabilmente. Ma anche qui il
quadro risulta incerto e confuso, a chiazze. Accanto a città spopolate e a
campagne abbandonate fiorivano nuovi centri e si sviluppavano nuove
attività produttive e nuovi commerci.
Procedendo a volo in senso orario, il quadro piú desolante lo
presentavano le Gallie, specialmente nella loro parte orientale, prossima ai
confini piú volte violati (non l’Aquitania atlantica, dove attorno a Bordeaux
fiorivano le ville) e la Spagna centrale e settentrionale (non la Betica,
l’Andalusia di oggi, che continuava a rifornire Roma della sua salsa di
pesce). In Spagna la produzione di olio andò diminuendo lungo tutto il
secolo IV, mentre le grandi miniere, ove si accalcavano migliaia di schiavi,
chiusero verso la fine del secolo. Com’è ovvio, le regioni adiacenti alla
frontiera settentrionale centrale, l’odierna Svizzera, che avevano subito il
primo urto delle invasioni, si erano spopolate, le radure si erano
inselvatichite e impaludate, la gente si era rifugiata sulle alture, sulle rive
alte dei fiumi, o addirittura nelle grotte. Però Treviri, città imperiale, non
era mai stata cosí ricca e bella. E cosí Arles, mentre la grande magnifica
Lione sprofondava nella decadenza. Verso Est, i territori tra il Reno e il
Danubio erano stati praticamente abbandonati: mentre in Pannonia, l’attuale
Ungheria, sono stati scoperti i resti di ben 167 ville, intorno al lago Balaton,
53 delle quali costruite proprio nel corso del IV secolo. Una di esse, a
Valcum, l’attuale Fenékpuszta, era una tenuta imperiale. Erano comunque
quasi tutte fortificate, cinte di mura, con torri angolari, e provviste di grandi
depositi per il grano: indizio quanto meno di ansia. Un’ansia che doveva
essere giustificata se sono emersi, proprio nelle vicinanze di una villa,
manufatti unni della fine del IV secolo. Questo quadro contrastato può
essere in parte spiegato dal fatto che per quelle vaste pianure trascorrevano
sí, le onde devastatrici dei barbari, ma si insediavano anche, e per lunghi
periodi, gli eserciti degli imperatori, con i loro turbolenti soldati-
consumatori, con il loro oro da spendere, con il loro codazzo di mercanti. In
Occidente, una condizione particolare era quella della Britannia, che non fu
neppure sfiorata dalla crisi durante il III secolo e che continuò a popolarsi di
ricche residenze rurali agglomerate attorno a Londra, fino alla fine del
secolo, quando intervennero i disordini che in pochi decenni le devastarono.
Procedendo verso Oriente la Grecia, saccheggiata da goti e sarmati,
appariva stremata e soltanto verso la metà del secolo Atene e Corinto,
sostenute con affetto dagli imperatori, avevano recuperato parte della loro
vitalità, soprattutto le grandi istituzioni culturali: le accademie, le
università.
Procedendo ancora verso Oriente, il quadro cambiava decisamente in
meglio. L’Asia minore (l’attuale Turchia) restava popolosa, costellata di
aziende agricole gestite da piccoli proprietari indipendenti, fitta di porti e
ricca di città tra le quali due, Nicomedia e Bisanzio, erano votate a un
destino imperiale. Gli scavi di Efeso e di Sardi dimostrano la larga
disponibilità di denaro, la vivacità degli scambi, oltre che la bellezza degli
edifici, delle strade, dei fori, delle terme. In Siria, Antiochia era una
metropoli superba. La Palestina, dice Ammiano Marcellino, ed è
confermato sia dalle fonti scritte che dagli scavi, era fitta di villaggi
prosperi: e quella prosperità, dovuta alla «abbondanza di campi coltivati e
ubertosi», ma anche alle spese dei militari romani e all’attività edilizia
legata all’esercito, continuò per tutto il resto del secolo. Dell’Egitto sembra
si possa dire che, dopo una storia di splendore sotto i Tolomei, abbia
attraversato proprio all’inizio del IV secolo una fase di declino, economico e
demografico. Non se ne sa molto. Quel che sembra certo è che la sua
splendida capitale, Alessandria, avesse conservato le sue grandi dimensioni,
piú di mezzo milione di abitanti per tutto il secolo.

La conclamata prosperità dell’Africa proconsolare, Tripolitania,


Numidia e Mauritania (Libia, Tunisia, Algeria e Marocco) – qualcuno ha
parlato addirittura di ricchezza «sfacciata» – deve essere ridimensionata.
Terremoti e scorrerie beduine concorsero a offuscarla. Ma è certo che essa
dimostrò una grande forza economica nella rapidità del recupero. La
maggiore ricchezza derivava dall’olio. La metà delle terre apparteneva a
una decina di grandi latifondisti. Cartagine era ridiventata, all’ombra della
sua storica rivale, la terza città dell’Impero. Nel 411 un sinodo vi riuní 650
vescovi africani: un indice eloquente dell’ingente numero di città esistenti
nella regione.

Al centro, l’Italia non era piú la signora incontrastata, la Domina


onnipotente di Augusto e neppure la piú ricca regione dell’Impero. Era
ormai, essa stessa, una provincia, con privilegi che a poco a poco
scomparvero. Era stata investita dal turbine delle invasioni e, soprattutto,
delle guerre interne. La popolazione era drammaticamente calata. La
proprietà si era concentrata nelle mani di pochi potenti. Vaste terre erano
state abbandonate. Al tempo stesso le ricchezze della sua superba
aristocrazia erano enormemente aumentate. Nel IV secolo le case piú ricche
di Ostia si fecero piú lussuose che in ogni altra epoca. Costantino, forse per
indennizzare Roma della perdita del suo ruolo di capitale, la arricchí di
nuove sontuose basiliche. Nella città si continuarono a costruire grandi
edifici persino dopo il sacco del 410. I suoi plurimilionari senatori
organizzavano spettacoli smisuratamente dispendiosi, con migliaia di belve
e centinaia di gladiatori, nei suoi circhi e anfiteatri. Le sue plebi straccione
erano nutrite dall’Annona, che faceva approdare a Ostia intere flotte e
affluire sulle strade consolari lunghe file di carri. Non si può proprio dire
che Roma non vivesse al di sopra delle sue risorse; e che l’Italia non stesse
diventando, malgrado il livello ancora elevato della sua produzione, la
prima vittima di quello squilibrio.
Nel complesso, alla metà del IV secolo il Mediterraneo restava l’asse
principale di un commercio vivace. Chiuso alla navigazione a partire da
novembre, si animava a marzo, lungo rotte che lo attraversavano in tutti i
sensi. Da Narbona a Cartagine, in senso verticale, si impiegavano cinque
giorni in media di navigazione. Da Marsiglia ad Alessandria, in senso
trasversale, se ne impiegavano trenta. Il traffico era molto piú fitto nella
parte orientale, dove il commercio era dominato dai mercanti ebrei e siriani.
Le navi, giudicate secondo le nostre misure, erano piccole, dei barconi che
si addensavano nei numerosi porti del levante: Seleucia, il porto di
Antiochia, Alessandria, Efeso, Corinto. Viaggiavano a vela, di giorno,
costeggiando. Il loro carico era soprattutto costituito da generi alimentari: il
grano dell’Africa occidentale, dell’Egitto, della Sicilia, della Tessaglia; il
vino dell’Italia, di Creta, della Numidia; l’olio di oliva dell’Africa e della
Spagna, il lardo della Lucania, il miele dell’Attica, il formaggio della
Dalmazia, i datteri di Gerico, le prugne di Damasco. Ma si trasportavano
anche la lana e i cavalli siciliani e numidici, lo stagno britannico, il ferro
spagnolo, il piombo sardo; e i marmi, quelli ordinari e quelli preziosi, che
affluivano a Roma un po’ dappertutto: dalla Grecia, Asia Minore, Egitto, e
anche dal mar di Marmara e dai Pirenei. Solo nel Medioevo avanzato,
quando la tempesta delle conquiste arabe si fu placata, il Mediterraneo
riprese a vivere con una intensità paragonabile a questa, dopo un lungo
letargo.

Torniamo ora al problema che abbiamo evocato: il supposto miracolo


economico del IV secolo. E azzardiamo un giudizio. Qualunque sia stata la
portata del recupero dell’economia dopo la violenta crisi del III secolo, le
conseguenze della crisi non furono riassorbite «dal basso»: dall’economia
stessa. Se vi erano, come vi erano, province prospere e province depresse, il
quadro generale restava quello di una economia stagnante, incapace di
generare uno sviluppo autopropulsivo, di compensare i danni e di ridare
vigore a un sistema infiacchito. Al contrario. La popolazione diminuiva. La
crisi della schiavitú e la sua progressiva sostituzione con il colonato non
comportava affatto un progresso della produttività agricola. La borghesia
urbana, schiacciata dalla pressione fiscale, era incapace di generare
qualcosa di simile a un capitalismo commerciale. Su questo sistema
infiacchito continuava sempre piú pesantemente a gravare l’onere delle
spese militari, che aveva generato l’inflazione e la crisi fiscale. Il respiro
concesso alla ricostituzione della compagine imperiale dal temporaneo
indebolirsi della pressione barbarica doveva essere utilizzato a riformare
«dall’alto», e profondamente, la struttura politica, militare, economica e
amministrativa dell’immenso Impero. Questo fu l’immane compito
affrontato dagli imperatori del Dominato: dal conservatore Diocleziano e
dal rivoluzionario Costantino.

I due imperatori.

Come tipi umani non avrebbero potuto essere piú diversi.


Riflessivo e prudente il primo (il cristiano Lattanzio, suo grande
denigratore, lo definisce addirittura vile: una sciocchezza), entusiasta e
impulsivo il secondo. Religioso ritualistico l’uno, religioso mistico l’altro.
Superstiziosi, entrambi.
Com’è comprensibile, non si amavano, anzi. Però si stimavano.
Costantino apprezzava in Diocleziano la capacità di governo, Diocleziano
in Costantino la foga e il coraggio. Non si può dire che non lo mettesse alla
prova. Gli affidava missioni difficili in posti pericolosi. Lo consegnava al
geloso Galerio, il suo Cesare, che lo detestava fino al punto da invitarlo
provocatoriamente ad affrontare le belve nel circo. Costantino ripagava
Diocleziano, nipote di schiavi, di un aristocratico disprezzo. Pur essendo
figlio di una serva di locanda, Elena, la futura santa, vantava inesistenti
ascendenze imperiali da parte di padre. I maligni sussurravano che
mancasse di rispetto all’imperatore fino al punto di tessere una tresca
amorosa con la moglie Prisca, cristiana: ma mancano riscontri. Della
famiglia di Diocleziano non sappiamo niente. Di quella di Costantino, tutto.
Amava il padre, il nobile Costanzo Cloro (il pallido). Per sottrarsi a Galerio
e accorrere sotto il suo comando era fuggito da Nicomedia e aveva montato
ininterrottamente i cavalli della posta imperiale, sgarrettandoli a ogni tappa
per seminare i possibili inseguitori fino a raggiungere le legioni di
Costanzo, in Gallia. Diocleziano non aveva figli e non gli si conoscono
grandi avventure. Costantino ne seminava un po’ dappertutto da mogli e
concubine diverse. Il suo adorato Crispo, un principe affascinante, un
guerriero travolgente, aveva incapricciato Fausta, la bella imperatrice
matrigna. Delusa dal giovane, lei lo aveva calunniato col padre, che in un
impeto di folle rabbia lo fece decapitare. Poi, assalito dal rimorso e forse
consapevole della verità, aveva fatto preparare alla moglie un bagno: di
acqua bollente.
Quanto a crudeltà, Diocleziano non era da meno. Basta pensare ai
tormenti inflitti ai cristiani. Ma era una ferocia fredda, tutta di testa. Per
diciotto anni, i cristiani li aveva lasciati tranquilli, non era un fanatico. Poi,
aveva cominciato a considerare la loro religione per quello che
effettivamente era: una sfida all’Impero. Quando i cristiani gli avevano
costruito a Nicomedia la loro Chiesa proprio davanti al palazzo imperiale
aveva giudicato – forse anche istigato dall’anticristiano viscerale Galerio –
che fosse venuto il momento di stroncarli. La sua devozione all’ideale della
romanità era sincera; anche se detestava la città di Roma, con la sua plebe
parassita e rissosa, al punto da mettervi piede solo alla vigilia della sua
abdicazione, per celebrare i venti anni del suo Regno. Considerava la
restaurazione dell’Impero una missione che egli anteponeva anche al suo
personale interesse. Non si spiegherebbe altrimenti la sua decisione di
abdicare, al culmine del suo potere, per ritirarsi solitario nella sua splendida
villa di Spalato, dedicandosi al giardinaggio e all’orticoltura. Ci sono, nella
storia di Roma, solo altri due esempi di questo improvviso disgusto del
potere: quello di Silla e quello di Nerva. Pure, quel potere lo aveva cercato
con impavida determinazione. Un’ombra gravava sul modo in cui l’aveva
conquistato: trafiggendo, di fronte alle truppe schierate, l’assassino
dell’imperatore Caro di cui si diceva che fosse complice. Quello si
chiamava Aper, cinghiale: e a Diocleziano una pitonessa aveva predetto che
avrebbe rivestito la porpora solo dopo aver ucciso un cinghiale. Le truppe lo
avevano acclamato. Con la sua energia aveva tenuto fermamente in pugno
le redini dell’Impero per ventun anni dopo una sfilza di imperatori effimeri,
quasi tutti ammazzati. La fortuna lo aveva assistito. Il suo rivale, il dissoluto
Carino, famoso per le sue nove mogli (tre in piú di Enrico VIII) ma sposate
e ripudiate in un solo anno, e per le innumerevoli altre vittime sessuali,
mogli e figlie di senatori sedotte e poi regalate ai soldati, stava per vincerlo
in battaglia quando fu trafitto da un marito tradito. Si era trovato cosí, solo,
alla testa di un Impero. Forse, nella sua grande opera restauratrice una
profonda malinconia della vita si era infiltrata nel suo spirito scettico,
rivelandogli la vanità del potere. Nel suo esilio volontario, invitato a
riassumerlo dal suo collega Massimiano diede una risposta famosa: se tu
gustassi le mie lattughe non mi faresti questa proposta. Ma dovettero
essergli amare, le sue lattughe, negli ultimi anni della sua vita, nei quali
dovette assistere al totale fallimento del suo disegno politico e religioso; e
non gli fu risparmiata da uno dei suoi successori l’onta di vedersi rifiutata la
richiesta di avere con sé la moglie Prisca e la figlia Valeria, ambedue
trattenute in Asia e piú tardi uccise.
Nessuna malinconia, ma solo violenti soprassalti di rimorso presto
riassorbiti dal successo scorgiamo nella vita di Costantino, che trascorse di
vittoria in vittoria, di trionfo in trionfo. Costantino, avrebbe detto Thomas
Mann, era un beniamino della vita. Tutto gli andava sempre bene: tanto che
egli non poté non nutrire in sé la naturale convinzione che un Dio lo
guidasse nel mondo. Un dio che fu prima il Sole e poi il dio dei cristiani.
L’eterna disputa costantiniana – fu cristiano per calcolo o per fede? – può
essere tranquillamente risolta convincendosi che nel suo sterminato
ottimismo esistenziale c’era posto per l’uno e per l’altra, in trionfale
armonia. Quella fiducia lo accompagnò fino alla fine: fino a quando,
deposta la porpora, si rivestí della toga bianca del catecumeno, per farsi
battezzare dal vescovo Eusebio, cristiano di fede ariana, e presentarsi a Dio
senza peccato.
La divinizzazione dell’imperatore.

Sotto Diocleziano e Costantino, dopo mezzo secolo di tempeste e di


torbidi, si entra in una nuova fase di relativa stabilità, che durerà un altro
mezzo secolo. Venti anni con Diocleziano e i suoi colleghi tetrarchi,
raffigurati simbolicamente nello splendido gruppo in porfido dei quattro
imperatori, incastrato nelle mura del palazzo ducale veneziano. Trent’anni
con Costantino, circondato dai suoi quattro figli. A questa nuova fase gli
storici hanno dato il nome di Dominato: un che di mezzo tra la precedente
Repubblica imperiale del Principato e la successiva monarchia assoluta di
Bisanzio.
Diocleziano e Costantino sono i fondatori e protagonisti supremi del
Dominato. Ambedue «riformatori». Il primo, nel segno della restaurazione
della gloria passata; il secondo, tutto proteso alla fondazione di una nuova
storia. Ci sono, nella loro opera riformatrice, forti elementi di continuità e
altrettanto vistosi elementi di rottura e di contrapposizione. Essi affrontano
il disordine e perseguono la stabilizzazione dell’Impero sulle stesse piste
ma con metodi diversi, talora opposti.
La prima pista è la divinizzazione dell’imperatore. La condizione
preliminare di una potenza stabile è che egli diventi non solo indiscutibile,
ma remoto. La distanza che lo separa dai comuni mortali è la garanzia,
anzitutto fisica, della sua sopravvivenza (gli imperatori soldati vivevano in
mezzo alle truppe, continuamente esposti alle loro insolenze e turbolenze);
ma soprattutto della sua sacralità. Pochi possono avvicinarlo, pochissimi
parlargli e solo attraverso un rituale che prescrive atti inequivocabili di
contrizione: come la prosternazione (proskínesis), come il bacio del lembo
del suo mantello. Non parla quasi mai. Si muove il meno possibile (pare che
i romani, per loro natura irriverenti, si fossero divertiti non poco al
passaggio di Costanzo II, figlio di Costantino, che incedeva senza muovere
la testa e senza battere le palpebre, come un imbranato). Quando si mostra
in pubblico lo fa in una cornice di magnificenza e di possanza che deve
irradiare splendore e incutere terrore. Naturalmente queste sceneggiate non
risolvevano il problema angoscioso di una regolare e legittima successione,
che continuava a essere il punto debole del Dominato, come lo era stato del
Principato. Diocleziano e Costantino dovevano affrontarlo insieme a quello
di una ormai imprescindibile collegialità nella gestione di un Impero fuori
misura rispetto alle capacità di governo e di comunicazione. Il primo pensò
di risolverlo col complicato marchingegno della tetrarchia: un sistema di
adozione abbinata e rotativa, che non funzionò neppure alla prima prova.
Costantino tornò al principio dinastico, radicato nelle tradizioni, ma non per
questo al riparo dei tradimenti. I suoi stessi figli erano tanto diffidenti della
sua applicazione da ritardare l’annuncio ufficiale della sua morte fino a un
difficile accordo sulla successione. Il che costrinse ministri e dignitari di
corte a fingere che non fosse morto e a recarsi ogni mattina al suo catafalco
per fare rapporto e attendere istruzioni.

La riorganizzazione militare.

La seconda pista, essenziale per scongiurare un’altra serie di invasioni,


era la riorganizzazione dell’esercito. Ancora alla fine del Principato
l’esercito romano, questa formidabile macchina da guerra, era
sorprendentemente piccolo rispetto ai 40 mila chilometri quadrati, ai 9000
chilometri di confine e ai 50 milioni di abitanti che doveva controllare e
difendere. Da Augusto a Settimio Severo esso contava circa 30 legioni, con
effettivi varianti nel tempo dalle 6 mila alle 10 mila unità ciascuna:
complessivamente, tra i 180 e i 300 mila soldati.
Tra la Repubblica e l’Impero quell’esercito aveva subito una radicale
«mutazione», di struttura e di natura. All’inizio era quella nazione in armi,
piccola e tosta, che abbiamo visto, votata e temprata alla guerra, attaccata
con patriottismo terragno, tenacissimo, alle mura della sua città bastarda,
diversa da ogni altra città del Mediterraneo. Era una nazione contadina di
piccoli proprietari terrieri, coscritti in guerra, reduci ai loro campi in pace.

Attraverso le folgoranti conquiste quella nazione si era gradatamente


dispersa, disciolta nel suo Impero. Roma non era piú la patria compatta di
quei contadini soldati, ma una metropoli smisurata, accampamento caotico
di un popolo di artigiani e commercianti dai mille mestieri e negozi, e di un
proletariato in grande parte ozioso, parassita, mantenuto dalla pubblica
assistenza. Scenario superbo di monumenti e di ville meravigliose. Sede di
una élite dominatrice ricca e ricchissima, intrisa di cultura. Ma militarmente
inerte, indifesa, fino a quando Aureliano la cinse delle sue mura. Tra la
classe dominatrice e il proletariato c’era il vuoto.

L’esercito si era presto distaccato da Roma. Non era piú formato da


cittadini coscritti ma da soldati di mestiere, che avevano la loro sede e non
di rado la famiglia nei quartieri delle loro legioni; e quel mestiere
trasmettevano spesso ai figli. Parafrasando Cicerone, si può dire che ove era
la loro legione era la loro patria, che spesso si identificava con un territorio
di frontiera: le legioni pannoniche, le legioni britanniche, le legioni
africane, le legioni siriache. Avevano nomi travolgenti, la Vendicatrice, la
Terribile, l’Aquilana. Avevano i loro canti, le loro insegne e bandiere, le
loro leggende, la loro storia. Per molto tempo si distinsero le legioni dei
cittadini «romani», ormai soprattutto italici e provinciali, dagli ausiliari
delle coorti e delle alae di cavalleria leggera. Ma nel 202 il decreto di
Caracalla, con l’estensione della cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero,
aveva gettato tutto l’esercito in un unico stampo.

Nella capitale, dunque, non era rimasta che una guarnigione scelta e
privilegiata: i legionari posti sotto il comando del prefetto del pretorio, gli
onnipotenti pretoriani, accampati nella parte meridionale della città, là dove
le mura portano ancora il loro nome. Nella maggior parte dell’Impero, nelle
città e nelle regioni lontane dal confine, in particolare, la presenza
dell’esercito era minima. La pace romana, nell’età della Repubblica
imperiale, non era un’espressione retorica. Era una condizione di normalità
e di sicurezza che permetteva ai commerci di fiorire, alle città di abbellirsi,
alla cultura di irradiarsi lungo la fitta rete delle grandi strade. Roma
produceva cultura molto piú di quanta ne distruggesse. Da questo punto di
vista la sua bilancia era in netto avanzo. Si era lasciata invadere dalla
Grecia a partire dal tempo della gigantesca avventura cartaginese. «Durante
la seconda guerra punica – scrisse il poeta Nevio – la Musa, con passo
alato, scivolò tra la gente selvatica di Romolo».

Dunque, l’esercito imperiale, rispetto all’esercito repubblicano, è


tutt’altra cosa. Fino a un certo punto l’esercito aveva servito l’espansione di
Roma. Da quel punto in poi, esso è tutto impegnato nella difesa
dell’Impero. Esso diventa non piú una voce attiva, ma un peso crescente per
l’Impero: per le sue finanze, per la sua economia. E al tempo stesso, un
fattore decisivo del suo potere politico.

Anzitutto, crescono le sue dimensioni. C’è chi quasi certamente esagera,


parlando di un milione di uomini sotto Costantino. C’è chi calcola, con
maggiore prudenza, un aumento, da circa 200 a circa 400 mila uomini, sotto
Diocleziano, e un successivo salto del 50 per cento con Costantino, fino a
600 mila uomini. Comunque, certo, una crescita violenta del suo peso, del
suo costo, della sua invadenza.

Cambia la sua struttura, lo abbiamo già visto. La fanteria, nucleo


essenziale delle legioni, cede il primato, fin dalla riforma militare di
Gallieno, alla cavalleria, piú mobile, piú capace di affrontare in velocità le
armate a cavallo dei goti e dei persiani.

Cambia la dislocazione delle truppe sul vasto teatro dell’Impero. Da un


esercito di frontiera, limitaneo, quasi tutto schierato lungo l’interminabile
limes, rafforzato dagli imperatori, da Diocleziano soprattutto, con mura e
fortezze e camminamenti e gallerie, in profondità, per arrestare e poi
respingere immediatamente l’impeto del nemico, lungo i fiumi, attraverso
monti e deserti; a un esercito articolato in masse strategiche, accampato
attorno alle città dell’interno, pronto a scattare verso le zone critiche, dove
le orde barbare facessero irruzione. Un esercito comitatense, che tende a
superare l’altro non solo e non tanto nel numero, ma anche nella qualità
delle truppe: nel loro armamento e nel loro addestramento.
Sia a causa del numero, sia a causa della dislocazione questo tipo di
esercito è molto piú pesante e ingombrante per la vita civile e per le finanze
dell’Impero. I suoi frequenti passaggi, durante gli spostamenti delle truppe,
impegnate a fronteggiare le invasioni o a scontrarsi con gli eserciti rivali
nelle guerre interne, costituiscono dei veri e propri flagelli per le
popolazioni che si trovano sul percorso: requisizioni, distruzioni,
prepotenze, talvolta non minori di quelle che infliggono gli invasori. Da
arma dei romani, è diventato quasi un loro nemico.
Viene poi il momento in cui, a causa della contrazione della popolazione
e della resistenza alle coscrizioni, gli abitanti dell’Impero non sono piú in
grado di provvedere al reclutamento delle truppe nelle dimensioni richieste
dalla crescente pressione ai confini e dalla frequenza delle irruzioni. E
allora non c’è altro modo che ricorrere al reclutamento dei barbari,
soprattutto dei germani delle diverse etnie: goti e burgundi, franchi,
alemanni. Dapprima, in contingenti mercenari che si integrano nelle legioni,
ne assumono l’addestramento, non di rado le regole di vita e i costumi. Ma
poi, in forme sempre piú massicce, come federati: intere popolazioni che
conservano i loro modi nazionali di vivere e di fare la guerra, e i loro capi e
le loro armi, diventando parte integrante (e disgregante) delle armate
imperiali.
Insomma: la strategia militare dei due grandi imperatori, diversa nei
metodi, risulta comunque efficacissima nel breve periodo e suicida quanto
ai suoi effetti finali. L’onda barbarica fu tenuta a freno. Ma l’esercito
romano, il formidabile esercito romano, da presidio della potenza di Roma,
divenne la piú immediata minaccia alla sua sopravvivenza.

L’insuccesso monetario e fiscale.

Il terzo fronte della restaurazione vedeva impegnati gli imperatori del


Dominato con la crisi economica e con la stabilizzazione della moneta. E
qui il successo fu molto piú relativo e precario. Il III secolo era stato
sconvolto, oltre che dall’anarchia militare e politica, anche dall’anarchia
monetaria e fiscale. Ora, passata la bufera militare e politica, stabilizzate
temporaneamente le frontiere, l’economia conobbe, come abbiamo visto,
una ripresa rapida e vivace anche se geograficamente molto diseguale.
Questa, però, era insidiata dal permanere di condizioni gravi di instabilità
monetaria e dal caos fiscale. Occorreva dunque stabilizzare la moneta e
riordinare il sistema tributario. A questo si dedicarono successivamente
Diocleziano e Costantino con metodi e con esiti molto diversi.
Diocleziano non era certo un economista. Era sinceramente convinto che
il disordine monetario fosse dovuto a una perversa combinazione di una
moneta e di uomini entrambi cattivi. Una volta messe in circolazione delle
buone monete e ristabilite le condizioni oggettive della fiducia occorreva
castigare gli uomini cattivi con le maniere forti: quelle sulle quali in ultima
analisi, da soldato rude, contava. Cosí, nel 286, radunato tutto l’oro sul
quale poteva mettere le mani dopo il recupero all’Impero delle regioni
aurifere, fece coniare una buona moneta d’oro, l’aureus, pari a un
sessantesimo di libbra d’oro, e una buona moneta d’argento, l’argenteus,
pari a un quarantesimo di una libbra d’argento; nonché due monete di rame
argentato, per le transazioni piú correnti, l’una con valore doppio dell’altra.
I mercati però non reagirono come lui si aspettava. Evidentemente, gli
uomini cattivi non si fidavano della moneta buona. Imboscavano l’oro,
soprattutto (le emissioni di argento erano molto meno importanti) per
tesoreggiarlo o per fonderlo, e lasciavano che circolassero, in sempre
maggiore abbondanza, le monete di rame, i cosiddetti biglioni, appena
argentati. Evidentemente, produzione e scambi non erano cosí prosperi da
alimentare un clima di fiducia; e si verificava cosí quella classica situazione
inflazionistica nella quale «molta moneta va a caccia di pochi beni». Le
nuove monete d’oro sparirono. I prezzi in follis – le nuove monete di rame –
ricominciarono, dopo un breve periodo, a salire. Diocleziano si infuriò. E
reagí da vero soldato. Ordinò ai prezzi di rientrare nei ranghi, pena la morte.
L’editto dei prezzi del 298 è un testo prezioso per l’insegnamento
dell’economia politica. Una specie di compendio della cultura anti-
economica, rivestita dell’ampollosità di un linguaggio dispotico e
moralistico ancorché esteticamente fiorito.

Noi avevamo elaborato progetti e predisposto rimedi nella speranza che, secondo le
leggi della natura, i responsabili dei piú gravi delitti si emendassero da soli… con un
comportamento piú saggio… di quello che li aveva ciecamente indotti ai crimini contro
lo Stato divenendo, per violenta iniquità e pervicace barbarie, avversari di ciascuno e
nemici di tutti… (Ma) chi è cosí cieco da non rendersi conto che le merci hanno
conosciuto un rincaro dei prezzi tanto eccessivo? Tanto che la passione sfrenata del
guadagno non è temperata né dalla dovizia delle cose, né dalla abbondanza dei
raccolti?… I trafficanti seguono con spirito inquieto il corso degli astri, spiano i venti e
le perturbazioni atmosferiche e, nella loro malvagità, non possono tollerare che i campi
fertili inondati dalle piogge celesti lascino sperare raccolti futuri, ma considerano come
un personale pregiudizio l’abbondanza dei beni procurata dalla clemenza del cielo…
Benché ciascuno di essi rigurgiti di un’immensa fortuna… corrono dietro a qualunque
profitto, esigendo tangenti disumane… con prezzi piú elevati non di quattro o di otto
volte, ma di tanto da non poter essere espressi… e cosí il soldato finisce per essere
privato del suo soldo a profitto di questi predoni
Ecco il vero assillo di Diocleziano!
L’Editto continua:

giustamente e legittimamente indignati da queste pratiche abbiamo deciso non, come


pareva supplicarci il mondo intero, di fissare i prezzi di tutte le merci, perché ciò
avrebbe ingiustamente impedito a un gran numero delle province di valersi di prezzi piú
bassi, ma di fissare un massimo affinché, se una spinta in alto dei prezzi (che a Dio non
piaccia!) si manifesti, la cupidigia smisurata di taluni sia contenuta dai limiti del nostro
decreto… (E poiché) la promulgazione delle leggi deve accompagnarsi all’enunciazione
delle sanzioni dirette a reprimerne gli abusi; e che è ben raro che l’uomo accetti
spontaneamente una misura pur destinata a essergli utile; e che solo la paura è la guida
migliore al dovere; ci è piaciuto disporre che colui che contravverrà ai termini di questo
decreto sia condannato, per la sua audacia, alla pena capitale.

Seguono questa terrificante e un po’ ridicola sentenza trentadue


categorie di prezzi massimi per derrate e oggetti diversi, dalla tettina di
scrofa al foie gras, alle ostriche, al formaggio. Ai salari degli operai, agli
stipendi dei maestri di scuola, ai noli delle navi… mille articoli in tutto.
Lattanzio, una delle poche fonti di cui disponiamo sugli effetti
dell’Editto, non era certo un testimone oggettivo. Era un cristiano e aveva il
dente avvelenato con Diocleziano. Ma non si stenta a credergli quando ci
dice che fu un fiasco clamoroso. Sappiamo che la stessa amministrazione
delle finanze, poco tempo dopo, pagò per certe forniture prezzi ben
superiori a quelli prescritti. L’Editto scomparve silenziosamente. Non siamo
sicuri che qualcuno non ci abbia lasciato la pelle. Sappiamo che da allora in
poi gli imperatori non ci provarono piú. I mercati si possono eliminare, non
si possono comandare.
Il governo di Diocleziano, per non pagare prezzi inflazionati con moneta
svalutata, finí per esigere il pagamento delle imposte in natura. Cosí, nella
lotta di Diocleziano contro l’inflazione, fu questa a vincere.

Neppure Costantino era un economista. Ma si comportò come tale. Cioè,


con realistica crudeltà. Da autentico rivoluzionario osò fare ciò che fino
allora era stato disperatamente evitato. Abbandonò ai «mercati» la moneta
cattiva, di rame argentato, sganciandola dal corso forzoso con l’oro. Dopo
essersi procurato, anche lui, una buona scorta di oro con la spoliazione dei
templi pagani, coniò una sua moneta d’oro, forte anche nel nome, il solidus,
che era destinato a durare per altri otto secoli come la sola grande moneta
del mondo occidentale; e a diventare, nel linguaggio normale, fino a oggi,
sinonimo di moneta: i soldi.
Cosí si abbandonava il tradizionale bimetallismo romano e si adottava
quello che noi avremmo chiamato il gold standard.
Le conseguenze economiche furono sconvolgenti. Quelle sociali
catastrofiche. Tutti coloro che non avevano accesso alla nuova moneta
d’oro dovettero subire le conseguenze di una nuova inflazione, a causa di
una svalutazione rispetto al solidus della moneta di rame, cui il governo non
dava piú alcuna protezione. Alla stabilizzazione deflazionistica degli
scambi e delle remunerazioni nelle alte zone dell’economia corrispondeva
l’anarchia monetaria nelle zone basse.
Anche in queste ultime, tuttavia, non scomparve la moneta. Il governo,
infatti, aveva ricominciato a pretendere di essere pagato non piú in derrate,
ma nella nuova moneta buona. E bisognava comunque procurarsela. Si
instaurò cosí una specie di economia «duale». Nelle zone basse si tendeva a
sostituire lo scambio in natura agli scambi in moneta ipersvalutata. Nelle
zone alte – versamenti allo Stato, pagamenti dei soldati, commercio
internazionale di merci di lusso, tributi pagati sotto qualunque forma ai
barbari – si usava la moneta d’oro. Tra le due zone c’erano due esili ponti:
la cosiddetta aderatio, e cioè il controvalore in beni reali delle imposte
pagate in monete auree dai contribuenti; e la cosiddetta coemptio, e cioè il
prezzo pagato dal governo per le requisizioni di derrate decise d’autorità.
Insomma, il sistema duale aveva due perni, due cambi fluttuanti ad arbitrio
del governo, che ne regolavano la sregolatezza.
La conseguenza sul piano sociale fu un drammatico impoverimento della
povera gente. In fin dei conti, dunque, il Dominato, con Diocleziano, fallí
nel tentativo di stabilizzare il sistema monetario bimetallico, difendendo il
potere d’acquisto dei ricchi senza rovinare i poveri. Con Costantino riuscí
nel tentativo di stabilizzare il valore della moneta forte, preservando il
potere d’acquisto dei ricchi e abbandonando al suo destino quello dei
poveri. I suoi successori tentarono di porre qualche riparo alle conseguenze
sociali di questo distacco. Ma non poterono evitare una ulteriore grave
polarizzazione della società. Mentre nuove pressioni si addensavano contro
le mura esterne dell’Impero, un solco si scavava all’interno a dividere in
due parti la sua compagine sociale. Nei secoli precedenti una spaccatura
aveva separato gli schiavi dai liberi. Ora, una nuova, altrettanto
insuperabile, si elevava tra i liberi ricchi e i liberi poveri.

Non era però, questa, la sola frattura sociale emergente nel sistema
politico del Dominato. Come abbiamo già visto la svalutazione monetaria,
una volta sboccata in inflazione aperta, non aveva piú potuto essere
utilizzata come una imposta indolore. Il peso delle crescenti spese,
soprattutto di quelle militari, aveva dovuto essere caricato esplicitamente
sul fisco. All’aumento del peso si era accompagnata una crescita del
disordine del sistema fiscale, già abbastanza notevole anche al tempo della
Repubblica imperiale. Diocleziano affrontò anche questo formidabile
problema con il solito piglio grandioso e autoritario.
Il vecchio sistema, come sappiamo, si basava, come tutti i sistemi fiscali
dell’antichità mediterranea, sull’imposizione personale (per caput) e
sull’imposizione fondiaria (per jugum), non si sa bene se tenute distinte o
fungibili tra loro: questione intricata e irrisolta dagli storici per mancanza di
informazioni chiare e attendibili. È certo che anche per i contemporanei il
sistema doveva essere tutt’altro che chiaro e distinto: misure e criteri
variavano nel tempo e, soprattutto, nello spazio. In una provincia si usava
per misura lo jugum, in un’altra il caput, in un’altra ancora tutt’e due.
L’Italia era esentata dalle imposte dirette: privilegio significativo di una
superiorità che non era mai stata discussa. Di imposte indirette ce n’erano
svariate; e c’erano i dazi, i portoria. Nei secoli della Repubblica imperiale e
del Principato, comunque, l’onere fiscale complessivo era stato piú che
sopportabile: tanto che gli imperatori spesso condonavano, anche con
qualche imprudenza, le pendenze e addirittura, in certe fauste occasioni,
concedevano un bonus fiscale. Non durò molto. Già al tempo di
Diocleziano la pressione fiscale si era fatta, specie in certe zone
dell’Impero, assai pesante. Si parla di un aumento da una media del 10 a
una del 33 per cento circa, che doveva poi salire, a metà del IV secolo, a
circa la metà del Pil: ma sono misure quanto mai opinabili, data l’incertezza
e la variabilità delle fonti. Il disordine fiscale era stato esaltato, durante la
crisi, dall’inflazione e, soprattutto, dalla necessità di provvedere al
sostentamento delle legioni nei tempi brevi imposti dalle emergenze. E
dunque, con requisizioni, con confische, con oblazioni piú o meno
volontarie. Queste forme di finanza straordinaria, diventate col tempo molto
ordinarie, davano ovviamente luogo a decisioni arbitrarie e a
comportamenti iniqui.
Diocleziano tentò di razionalizzare questa congerie in un insieme
organico. Dispose la fusione di tutte le imposte dirette, fondiarie e
personali, in un’unica imposta prelevata sull’insieme dei fattori produttivi:
uomini, bestie, terre. L’imponibile doveva essere stabilito sulla base di un
gigantesco catasto della ricchezza dell’Impero, e ripartito per unità fiscali
convenzionali: i capita (di qui la definizione di imposta capitaria) sulla base
di un altrettanto gigantesco censimento dei contribuenti, da compiere ogni
cinque anni (Costantino li portò a quindici). Quanto alla determinazione
delle aliquote, Diocleziano rovesciò letteralmente il sistema, che era
tradizionalmente basato su aliquote fisse, e quindi entrate variabili con il
reddito complessivo. Instaurò l’indizione, una specie di «finanziaria»
annuale, sulla base della quale erano calcolate le spese che l’Impero
avrebbe dovuto sostenere l’anno seguente, e quindi le entrate delle quali
aveva bisogno. Questa somma era ripartita per diocesi, province e città e
assegnata pro-quota agli amministratori, responsabili delle diocesi, delle
province, delle città, come obiettivo imperativo da realizzare. Come è stato
detto, il sistema sembrava disegnato da un ufficiale giudiziario, non da un
ministro delle Finanze.
Si capisce come questo sistema desse luogo a un immenso scaricabarile
di responsabilità e a una vasta zona di arbitrio e di prepotenza. Il tutto finiva
per gravare, naturalmente, verso il basso senza che nessuno si preoccupasse
della sostenibilità dell’onere fiscale. Una riforma pensata per razionalizzare
il sistema finiva per determinare le condizioni della sua disgregazione.

La pietrificazione sociale.

La pressione fiscale fu certamente uno dei fattori della rovina


dell’Impero nella sua parte piú debole, l’Occidente. Essa introduceva nella
compagine sociale un conflitto insanabile tra governanti e governati, tra
fisco e contribuenti: un conflitto verticale, che doveva finalmente
concludersi con la disgregazione della compagine statale stessa nel
Medioevo.
A questo si affiancava l’altro conflitto per cosí dire convenzionale e
orizzontale, il conflitto di classe tra privilegiati e deprivati, tra ricchi e
poveri: allora, essenzialmente, tra proprietari terrieri e coloni. Un conflitto
aggravato, soprattutto per questi ultimi, dalla decadenza demografica e dalla
stagnazione economica.
Il «combinato disposto» di questi due conflitti determina nella tarda
antichità romana una condizione di violenza endemica, non esplosiva.
L’abbiamo già visto: la gente non sapeva o non poteva ribellarsi, ma si
sottraeva alle prepotenze del fisco e dei padroni con l’evasione e con la
fuga. Il potere politico si impegnava a reprimere l’evasione fiscale con la
persecuzione della burocrazia e l’evasione personale con la pietrificazione
della società.
Non c’è dubbio che una delle principali ragioni dell’enorme espansione
della burocrazia, dopo i primi due secoli dell’Impero, sta nella necessità di
spremere risorse sempre crescenti per finanziare, soprattutto e dapprima, la
spesa militare; e poi, sempre piú, la burocrazia stessa, che cresceva
alimentata dal ben noto meccanismo dell’autoespansione parkinsoniana.
Perché questo sforzo abbia successo; perché i cittadini non si sottraggano
ai loro obblighi, in un’economia stazionaria, conviene che siano il piú
possibile stazionari essi stessi, legati al loro lavoro: la coltivazione della
terra, le attività commerciali, le produzioni artigianali o il mestiere delle
armi: di padre in figlio. Cosí, i contadini devono fare tutt’uno con le
fattorie, perché non si aprano falle nelle rendite dei proprietari e nelle
entrate del fisco. Si devono conteggiare e registrare insieme ettari, uomini e
bestie; e per assicurare questa continuità, si deve mobilitare un forte
apparato repressivo, fondato su leggi severissime, fino alla pena capitale –
sempre piú all’ordine del giorno – e su guardiani spietati, che anche quelli
costano e aggravano l’onere fiscale.
Cosí, per assicurare la continuità della produzione e dei tributi di
commercianti e di artigiani si rendono vincolanti gli antichi collegia, le
associazioni di mestiere a base volontaria e a scopo assistenziale: le si
trasforma in corporazioni rigide, dalle quali non si può uscire se non con
speciali autorizzazioni e permessi.
Cosí, per garantire il reclutamento si adotta, prima tacitamente, poi
esplicitamente, la regola dell’ereditarietà militare: legionario il padre,
legionario il figlio.
Insomma, per impedire la disgregazione di una compagine sociale non
piú irrorata da un’economia prospera, la si inchioda: o meglio, la si
pietrifica. Stazionaria l’economia, stazionaria la società: questa era la ricetta
del Dominato.

Questa ricetta non riesce però ad evitare, almeno in Occidente, una


disgregazione che si verifica attraverso la polarizzazione sociale. Abbiamo
visto le conseguenze devastanti dell’inflazione e della successiva
stabilizzazione monetaria, in termini di distanza economica tra le classi
ricche e le classi povere, separate da un fossato che si allarga. Ora, la natura
stessa di quelle classi muta. Quelle che erano distinzioni di fatto, stabilite
dalla fortuna, diventano distinzioni di diritto, fissate dalla legge.
Certo: anche nei secoli della Repubblica e del Principato ad ogni strato
sociale, identificato attraverso gli «ordini», corrispondevano prerogative,
titoli onorifici, privilegi corrispondenti alle sue funzioni. Ai senatori era
stato attribuito da Adriano il titolo nobiliare di clarissimi, ai cavalieri da
Marco Aurelio quello di eminentissimi, mentre ai notabili dei municipi
cittadini, per distinguerli dal volgo, restava la qualifica di ornati. Era però
una questione di titoli, di prestigio, non di diritti. Nel III secolo le cose
cambiano. Ulpiano, il grande giureconsulto dell’età dei Severi, distingue
per la prima volta in un testo giuridico la gentarella (gli humiliores) dai
potenti (i potentiores). In testi successivi, questi ultimi diventano
honestiores: insomma, la fortuna diventa virtú. Nel IV secolo, i privilegi
stabiliti dal costume sono precisati e sanzionati dalla legge, civile e
addirittura penale. In una raccolta di sentenze dell’inizio del secolo appare
la distinzione, scandalosa per noi, ma lo sarebbe stata anche per Cicerone,
di pene differenti tra honestiores e humiliores, per i quattro quinti dei delitti
considerati. Per uno stesso reato, i cittadini della prima categoria sono
puniti con l’esilio, quelli della seconda con la morte. Il diritto romano è
diventato un «diritto d’ineguaglianza».

Una società che ai tempi della Repubblica e del Principato, schiavitú a


parte (bisogna sottolineare tre volte questo inciso!), appariva articolata e
relativamente mobile, si compatta in alto e in basso in due mondi
apparentemente incomunicabili. In alto gli antichi ordini, senatoriale ed
equestre, finiscono per fondersi nella classe degli onesti, chiarissimi e
perfettissimi. Quanto alla nobiltà cittadina, o decade per l’impoverimento
nell’abisso della nullità, o si aggrega alla classe unica dominante. Ma la
novità maggiore, ai piani alti, non sta nel compattamento delle aristocrazie.
Sta nella loro sostituzione, al potere, con la burocrazia. Al principio del
sangue, con l’ascesa della burocrazia militare e civile, si sostituisce quello
del merito. Alle procedure di cooptazione regolate dagli antichi ordini al
loro interno o con passaggi sorvegliati dall’uno all’altro, subentrano le
promozioni e le nomine, disposte con sovrana discrezionalità
dall’imperatore.
Tra antiche aristocrazie e nuove burocrazie, militari e civili, si verifica
un avvicendamento del potere politico che passa gradatamente dalle prime
alle seconde; mentre queste ultime conservano o addirittura accrescono la
loro ricchezza. Ciò avviene senza conflitti aperti. Si costituisce dunque,
nella sostanziale convergenza degli interessi delle une e delle altre, quello
che Gramsci avrebbe definito un nuovo blocco sociale. Non che manchino
differenti gradazioni di ricchezza, prestigio e privilegio al suo interno. Ma
essi generano attriti competitivi, non conflitti sociali.

Come la ricchezza in alto, cosí anche la povertà, in basso, rende meno


evidenti le distanze economiche, le diversità di qualificazione e di
gratificazione sociale all’interno dei due «poli» sociali. Non le elimina,
certo, ma le attenua. Le condizioni economiche dello schiavo e del colono
non sono poi cosí abissalmente diverse come prima. Né cosí netta è la
distinzione un tempo fondamentale tra il contadino e il cittadino, a causa
della decadenza delle città e delle classi urbane. Quella che cresce è la
fascia dei proletari, degli sradicati, dei senza niente, che si ammassano nelle
grandi città, e soprattutto in Roma.

Prima abbiamo parlato di relativa incomunicabilità tra i due mondi,


quello alto e quello basso. Bisogna ora chiarire quella parola. In realtà,
anche nel cosiddetto basso Impero ci sono degli «ascensori». C’è
l’ascensore della carriera militare, anzitutto. Come accade anche al nostro
tempo in tanti Stati del Terzo mondo, la carriera militare costituiva la via
privilegiata dell’avanzamento sociale. Ci furono contadini che da soldati
semplici giunsero alle piú alte cariche militari: come Arlasione, generale di
fanteria (magister peditum) di Costanzo II, e Graziano, padre di due
imperatori, Valentiniano e Valente, comes rei militaris. C’è l’ascensore della
carriera burocratica, sempre piú importante man mano che si infittiscono i
ranghi dell’amministrazione. Una particolare forma di ascensione era quella
degli avvocati e dei notai: quelli in particolare, impiegati
nell’amministrazione imperiale. «Che età è mai questa, – esclamava
indignato Liborio, – in cui uno stenografo diventa prefetto del pretorio e
altri quattro diventano senatori!» C’erano dunque stenografi che
diventavano senatori. Lo stesso Liborio ci riferisce scandalizzato che un
senatore era figlio di un guardarobiere delle terme e un altro di Filippo il
salsicciaio.
Diventa poi importantissimo, con la rivoluzione religiosa di Costantino,
l’ascensore della carriera ecclesiastica, un ascensore che porta addirittura al
cielo: ma, prima di quello, può fermarsi ai piani piú alti del potere terreno.
Dunque, c’è mobilità non piú organicamente generata dalla dinamica
sociale, ma regolata autoritariamente dall’alto. È questa che assicura quel
minimo di ricambio senza il quale la società si disgregherebbe in tempi
brevi o cadrebbe in un letargo storico; mentre la società del Dominato
conserva, nonostante il gigantesco sforzo di pietrificazione, una vitalità che
ne spiega la resistenza.

Le tensioni tuttavia ci sono; e crescono, nel secolo e mezzo del


Dominato. Non si manifestano però sotto forma di grandi movimenti sociali
ma piuttosto in quella di un lento processo corrosivo delle strutture
pubbliche, politiche e morali. Di corruzione. Di privatizzazione dello Stato.
Dobbiamo a uno studioso americano, MacMullen, una indagine accurata
che ci permette di scoprire, dietro la facciata delle istituzioni, la realtà dei
poteri di fatto; e sotto il tappeto dei tanti panegirici del buon governo la
realtà della prepotenza e della corruzione. Queste non sono certo
prerogative esclusive del basso Impero. Anche i tempi d’oro della
Repubblica e del principato risuonano di lamentazioni. Si lamentava
Catone. Si lamentava Properzio: «oggi è morta le fede e tutti adorano
l’oro». Si lamentava Pisone: «che possono ormai le leggi?» Solo Ovidio,
pare, era proprio contento di vivere nel suo tempo: «non lo cambierei con
nessun altro», diceva: e fu proprio lui a dover scontare un amaro esilio!
La corruzione c’era anche prima, eccome. Basta evocare Gaio Verre, il
proconsole di Sicilia. La violenza pubblica al servizio della prepotenza
privata pure. Basta pensare alle sudicerie e alle proscrizioni di Antonio e di
Ottaviano. Ma, anche nella loro enormità, queste non avevano mai assunto
caratteristiche di ordinaria amministrazione, di sistematicità, di continuità.
Appartenevano pur sempre all’ordine dei fatti eccezionali, della criminalità
e della guerra: per quanto frequenti e vergognose.
La specificità della corruzione tardoimperiale sta, oltre che nelle sue
dimensioni, nella sua caratteristica strutturale, propriamente sistemica. Essa
nasce dall’allungamento delle linee di comunicazione tra governanti e
governati, che è a sua volta un aspetto dell’insostenibilità amministrativa
dell’immenso Impero. Per affrontare il sovraccarico di decisioni che le
dimensioni dell’Impero comportava senza disporre di strumenti tecnici di
comunicazione moderni, gli imperatori erano costretti ad aumentare il peso
delle leggi e soprattutto la massa degli amministratori che dovevano
applicarle; quindi, in definitiva, ad aumentare il sovraccarico stesso. Da
questo cerchio infernale non c’era scampo. Diocleziano tentò di ripartire il
sovraccarico col sistema della direzione collegiale, la tetrarchia. Costantino,
dividendolo con i suoi figli. Ma la complessità dell’Impero era diventata
troppo vasta perché si potesse ridurla con questi strumenti semplici anche se
ingegnosi e, in parte e per un certo tempo, efficaci.

Quel vuoto di potere legale era colmato dai poteri reali, di fatto. Il
linguaggio nel quale questi poteri comunicavano è icasticamente illustrato
da una imperativa sentenza con la quale un potente governatore chiude la
sua lettera di raccomandazione di un suo protetto a un procuratore: «agirai
dunque giustamente se accoglierai le sue richieste» 1. La rete dei favori
avvolgeva l’intero apparato burocratico come una ragnatela paralizzante.
Lungi dall’essere semplicemente tollerata e dissimulata, la pratica dei favori
era ostentata e acclamata: «tu eri solito superare cittadini di ogni rango ed
età in favori (beneficia) di qualunque tipo», scrive un panegirista spagnolo
al giovane imperatore Teodosio: «tu eri d’aiuto all’interesse dei tuoi
amici… con la tua attenzione, il tuo consiglio, il tuo sostegno finanziario».
Dai grandi ai piccoli favori, la rete si dipana dal centro alla periferia:
«mandagli (al governatore) un’artaba di olive e qualche pesce – scrive un
mercante al fratello, – perché intendiamo servirci di lui».
Ma non si trattava solo di pesci e di piccoli favori. I poteri di fatto erano
gestiti da una vera e propria mafia: uomini di rispetto, «di panza», la
governavano con efficienza e spietatezza. In Palestina li chiamavano
protopolites, primi cittadini, o semplicemente, primi. A Roma, maiores, o
priores. I mafiosi compravano e vendevano tutto; e uccidevano (come
oggi). Tutto aveva un prezzo. C’era un vero mercato dei favori e dei delitti.
Un verdetto di esilio costava 300 mila dollari. Uno strangolamento in
carcere, 700 mila. Questo mercato era diventato tanto vasto e ramificato da
sostituire in certe zone lo Stato, privatizzandolo. La rete dei poteri di fatto
riusciva spesso a neutralizzare l’intervento correttivo dei funzionari e dello
stesso imperatore. Per squarciarla erano necessari atti di vera e propria
temerità romanzesca: come nel caso, raccontato da Ammiano Marcellino, di
quel funzionario ingiustamente accusato di crimini inesistenti, per non aver
pagato il pizzo, che riuscí a irrompere nientemeno che nel Concistoro,
proclamando la propria innocenza di fronte all’imperatore Costanzo. Non
tutti, ovviamente, potevano permettersi queste imprese cinematografiche.
Agenti principali della corruzione erano gli esattori: quelli pubblici
(publicani) e quelli semiprivati: per esempio, i «feroci centurioni» incaricati
di requisizioni e confische, specializzati nella pratica sistematica
dell’estorsione. «Richiedevano barche, cibo, cavalli; molestavano le
spose» 2. Arruolavano abusivamente contadini inermi, d’autorità, o
intascavano il prezzo del mancato arruolamento. «Viziosi, venali, faziosi,
avidi, imbroglioni».

Come si vede, il quadro generale della società romana nel Dominato è


affollato di contraddizioni, di ombre e di luci. Non è la Sodoma e Gomorra
che una certa storiografia e mitografia romantica ha accreditato per tanto
tempo. Ma neppure quella tranquilla visione di un buongoverno che quasi
per dispettosa reazione emerge dalle pagine del revisionismo piú
puntiglioso. La ripresa economica di certe zone contrasta con la decadenza
di altre. La ricchezza smisurata dei latifondisti con la brutale miseria delle
masse contadine e proletarie. L’eroismo delle legioni combattenti con il
sadismo persecutorio dei militari corrotti. La maestà degli editti imperiali
con l’abiezione delle esazioni mafiose. Ci sono segni di incivilimento: lo
abbiamo visto a proposito del trattamento piú umano degli schiavi. E di
imbarbarimento evidente, per esempio, nell’inasprimento generale delle
pene dei liberi: colature di piombo fuso nelle orecchie, squartamenti,
tormenti elaboratissimi comminati da giudici cristianissimi. Potremmo
cavarcela, nel giudizio finale, con una sentenza convenzionale: il Dominato
è un’età di transizione. Ma verso che cosa? La verità è che sí, il Dominato è
un’età di transizione (come pressoché tutte le età della storia, quando muta
il suo corso) e di trasformazione: ma verso due realtà storiche diverse, due
contrapposti destini che si compiranno l’uno nell’Oriente, nel nuovo Impero
bizantino potente, ricco, colto, raffinato, solido, come la sua moneta,
destinato a durare ancora, con alterne vicende, un buon millennio; l’altra
nell’Occidente che, sotto l’urto rinnovato dei barbari, vedrà sprofondare
l’Impero in una barbarie da cui, molto piú tardi, germoglierà una civiltà
nuovissima.

1
R. MacMullen, La corruzione e il declino di Roma, il Mulino, Bologna 1991.
2
Ibidem.
Capitolo settimo
La grande scissione

Emerge la frattura fra Oriente e Occidente.

Diceva ironicamente un grande storico italiano, Arnaldo Momigliano,


introducendo un suo saggio famoso:

Possiamo forse cominciare con una buona notizia: in quest’anno di grazia 1959 è
ancora possibile considerare verità storica il fatto che l’Impero romano declinò e
cadde 1.

Realtà inoppugnabile, certo: a patto però che si precisi che cadde in due
pezzi: e l’uno a distanza di un millennio circa dall’altro, sempre che si
mantengano le date convenzionali: l’Impero di Occidente nel V secolo,
quello di Oriente nel XV della nostra era. Non è una precisazione da niente,
perché introduce immediatamente una domanda imbarazzante. Perché il
primo cadde e l’altro no? Seguita da un’altra: non è strano che l’attenzione
degli storici si sia concentrata prevalentemente sulla parte occidentale,
mentre quella degli imperatori si concentrò manifestamente sulla parte
orientale?
Naturalmente il quesito è stato posto e sono state date, come al solito,
tante risposte. Tentiamo di orientarci, cominciando dalla conclusione del
capitolo precedente. Abbiamo constatato che il cosiddetto Dominato era
una formazione storica instabile e che causa principale di questa instabilità
era un rapporto critico, una vera e propria frattura tra lo Stato e la società.
Ora, dobbiamo precisare questa affermazione, nel senso che la frattura
c’era: ma era incomparabilmente piú grave in Occidente che in Oriente.
Questa frattura, la cui origine era insita nella storia profonda delle due parti
dell’Impero, era stata, per cosí dire, «governata» al tempo del Principato,
mentre era emersa con evidenza durante la crisi del III secolo. Essa era
destinata a segnare, con una definitiva scissione, il tracollo del grande
Impero nel suo insieme e il passaggio dall’antichità al Medioevo.
In Oriente, sia pure attraverso tensioni e fasi critiche, Stato e società, tra
il IV e il V secolo, continuano a costituire parti integranti di uno stesso
organismo, che «tiene»: anzi, con gli imperatori del Dominato, si rafforza.
La risposta delle province orientali alle loro riforme è, tutto sommato,
positiva. Ciò è dovuto, in primo luogo, a un’economia, nell’insieme, molto
piú prospera di quella delle province occidentali. Concorre a questa
maggiore prosperità la vivacità degli scambi commerciali che è favorita
dalla continuità geografica con le grandi correnti commerciali dell’Oriente
profondo: l’Oriente della seta delle perle e delle spezie cui si accede
attraverso le strade che solcano l’Impero o attraverso le rotte che
costeggiano il golfo arabico e l’Oceano. Inoltre, sia l’Asia minore che
l’Egitto non hanno conosciuto né lo sviluppo dell’economia schiavile di
massa, con l’estensione del latifondo, e quindi neppure la sua crisi; e
conservano invece un ceto di piccoli proprietari radicati nella terra, che
costituiscono una garanzia di continuità produttiva e di stabilità sociale.
Hanno cosí evitato una concentrazione della ricchezza in poche mani come
quella verificatasi in Occidente e le tensioni che ne risultano. Ancora: la
vita cittadina sopravviveva meglio e i contadini non erano sottoposti ad
angherie cosí gravi. Non c’erano state rivolte endemiche e devastanti come
quelle dei bagaudi in Gallia e dei circumcellioni in Africa. Infine, una
millenaria tradizione sviluppata dai grandi imperi fluviali di Egitto e di
Mesopotamia aveva inserito nel Dna sociale delle popolazioni mediorientali
i geni della deferenza e addirittura della adorazione sacrale del potere
supremo. Esse erano quindi preparate a ricevere il messaggio autoritario e
totalitario dei nuovi imperatori.
L’Occidente, nel suo insieme, era piú povero. Piú lontano dalle grandi
correnti commerciali del resto del mondo: sul suo fianco si stendeva
l’Oceano; al nord e nord-est le foreste, le steppe della barbarie e i mari
freddi, al sud i deserti del Sahara. La sua struttura sociale si era polarizzata
tra ricchissimi e poverissimi, con la distruzione del ceto contadino; mentre i
ceti medi urbani erano meno fitti e meno influenti. E tuttavia, sotto quello
strato assai meno prospero l’Occidente covava l’uovo della libertà:
un’antica e per tanti aspetti misteriosa vocazione all’individualismo e
all’autogoverno che, nata in Grecia, si era estesa all’Italia e, favorita dal
municipalismo romano, alle province occidentali. Era questa forza che
opponeva una resistenza tenace alla centralizzazione del potere: forza di
ceti e di istituzioni generate e vissute in una libertà orgogliosa: l’antica
aristocrazia, i vecchi ordini, le borghesie municipali. Ora, mentre le classi
urbane, colpite dalla decadenza economica, non avevano trincee nelle quali
riparare, l’aristocrazia terriera aveva la possibilità di ritirarsi nelle sue
campagne. Questa regressione assunse in Occidente dimensioni e ritmi man
mano piú rilevanti, opponendo al governo centrale un crescente potere
diffuso e disegnando già a matita, sullo sfondo dell’imponente scenario
dello Stato imperiale in lenta dissolvenza, il paesaggio frastagliato del
feudalesimo.

Già alla fine del III secolo il divario tra le due parti dell’Impero si era
approfondito. Ma un colpo possente di accelerazione lo diede il
rivoluzionario Costantino quando, nel 324, dopo aver eliminato Licinio, il
suo ultimo rivale e riunificato una volta ancora l’Impero, decise di trasferire
la capitale nella piccola città di Bisanzio, sul Bosforo.
L’intenzione di Costantino non era certo quella di spaccare in due
l’Impero, ma solo di spostarne il centro di gravità. Le ragioni erano le stesse
che da Diocleziano in poi avevano indotto gli imperatori a non risiedere piú
in Roma se non per brevi periodi, eleggendo di volta in volta sedi piú
periferiche: Sirmio, nell’attuale Serbia, Milano, Tessalonica (Salonicco),
Serica (Sòfia), Treviri. Ragioni militari: Bisanzio, in particolare, era
centrale rispetto all’arco critico delle pressioni esterne che si tendeva dal
Danubio inferiore all’alto Eufrate. Ragioni politiche: sottrarsi all’influenza
invadente e irritante del Senato. Ragioni psicologiche: per dei parvenu
come erano Diocleziano e Costantino, era comprensibile la tendenza a
tenersi lontani dal clima culturale e mondano di un’aristocrazia arrogante e
supponente che disprezzava quei soldatacci. Quanto a Costantino, si
aggiungevano due fattori: il suo fresco cristianesimo, religione invisa a una
Roma ancora in massima parte pagana e – dice Eusebio – i cattivi ricordi:
durante il suo viaggio romano si erano consumati i suoi piú atroci delitti:
l’assassinio del figlio e della moglie.
Questa volta non si trattava di una decisione provvisoria, ma di una
scelta storica esplicita, cui Costantino voleva dare una grande solennità; e di
un’impresa edilizia gigantesca. Si trattava di ampliare la cinta costruita da
Settimio Severo fino a coprire una superficie quattro volte piú vasta.
Costantino stesso si era incamminato solennemente dalle vecchie mura con
una lancia in mano, marciando per due chilometri e mezzo prima di
arrestarsi – su consiglio di Dio – per fissare il nuovo limite della città.
Questa gigantesca impresa fu compiuta in nove anni, dal 321 al 330: una
trentina di meno di quelli occorsi alla Roma odierna per dotarsi di un
Auditorium.
Alla città fu dato il nome di Nuova Roma. Nell’impianto, infatti, voleva
essere proprio una fotocopia dell’antica: la sua figlia maggiore, disse
Costantino. C’era il Campidoglio, c’era il Foro, c’erano persino i sette colli
sui quali si adagiava la nuova città; e l’ippodromo, allargato alle dimensioni
del Circo Massimo, al centro del quale si ergeva la colonna di porfido
dedicata sincreticamente a un Apollo cristianizzato, con in cima la statua
dell’imperatore coronato del serto radiante.
La città era splendida. Nelle sue frenetiche visioni, al monaco santo
Antonio, quello delle tentazioni, apparve cosí:

Dietro, su un promontorio, si estende la città nuova progettata dai romani, con le


cupole di pietra, i tetti conici, i marmi rosa e blu, e una profusione di bronzi che
rivestono le volute dei capitelli, gli angoli delle case, gli spigoli dei cornicioni. Un bosco
di cipressi la domina. Il colore del suo mare è piú verde, piú frizzante l’aria.
All’orizzonte, si scorge sulle montagne la neve 2.

Il colpo, per Roma, non poteva essere piú fiero. Costantino aveva fornito
alle forze centrifughe dell’Oriente romano il perno attorno al quale
aggregarsi. Certamente non previde di avere fondato la capitale di un
Impero nuovo, non piú romano.
Toccò comunque a lui di aprire una grande porta sul Medioevo. A lui
toccò anche di dare corso all’altro evento fatidico destinato a chiudere l’età
antica: l’ascesa al potere del cristianesimo. Quando, entrato trionfalmente a
Roma dalla porta Flaminia dopo la vittoria di Saxa Rubra, aveva fatto dono
allo sconcertato papa Silvestro nientemeno che dello splendido Palazzo
Laterano, che era di proprietà della moglie Fausta, l’ancor giovane
Costantino non immaginava di effettuare un cambio della guardia storico.
Ma è un fatto che l’imperatore romano consegnava praticamente al papa
romano la città di Roma. «Ahi Costantin, di quanto mal fu matre!» avrebbe
esclamato Dante dieci secoli piú tardi.
Perché Costantino si risolse a questa decisione davvero fatidica?
Opportunismo? Conversione autentica? Torniamo per un attimo su questo
problema. L’occasione di salire sul carro del vincitore, proprio no. In quel
momento il cristianesimo era ben lontano dalla vittoria e tutt’altro che
sicuro di vincere. Esso costituiva sí, ormai, una grande forza in Oriente, ma
non certo maggioritaria. In Occidente, era decisamente minoritario. Aveva
superato appena una grande repressione. Ma le forze tradizionali
dell’Impero, l’aristocrazia, il clero pagano ovviamente, la maggior parte
dell’intellighenzia, le municipalità gli restavano, talora fieramente, ostili.
L’esercito, nell’insieme, era passivo e diffidente. Le grandi masse dei
contadini e dei coloni sembravano insensibili al suo messaggio. Non solo:
proprio la predicazione cristiana aveva suscitato, per reazione, una riscossa
culturale pagana vivacissima, che si prolungò per tutto il IV secolo. Dunque,
nel 312 tutto poteva essere, il gesto di Costantino, meno che un atto privo di
rischio. Era invece, secondo il suo stile, una scommessa temeraria: secondo
alcuni suoi contemporanei, oltre che empia, folle.
Conversione sincera? C’è da crederlo, anche se Costantino non si fece
battezzare fino alla morte. Fu comunque una decisione personalissima, non
suggerita o promossa dalla sua famiglia: il padre non era affatto cristiano,
come poi Costantino lasciò credere, anche se aveva dimostrato ampia
tolleranza verso i cristiani; ed Elena, la madre, propendeva per la religione
ebraica: alla notizia della conversione cristiana del figlio era rimasta, in un
primo tempo, delusa.
Fu comunque una decisione convinta e matura, non superficiale e
occasionale. Costantino era nato e vissuto in gioventú in un clima di ardente
fermento religioso, emotivo, anche mistico. Era passato attraverso il culto
dell’Exsuperantissimus, il dio solare verso cui inclinava una parte
dell’intelligenza romana. Aveva avuto esperienze visionarie, due delle quali
ci sono state riferite con precisione: la prima presso un tempio di Apollo, in
Gallia; l’altra, famosa, prima della battaglia di Saxa Rubra quando,
folgorato dall’immagine celeste, lui stesso aveva disegnato il monogramma
con il nome di Cristo, facendone un vessillo e una parola d’ordine per il suo
esercito. Pur essendo una conversione autentica, non toglie che
rispecchiasse un suo vasto disegno politico. Conversione personale e atto
politico rivoluzionario si congiungono in Costantino in un unico progetto.
Un progetto che, si potrebbe dire, è lo stesso di quello di Diocleziano: solo,
simmetricamente rovesciato. Diocleziano, consapevole del decadimento
dell’antico culto romano come base morale e religiosa dell’Impero, si era
illuso di restaurarlo, rimettendo sui loro piedistalli gli dèi di Roma e le altre
divinità che Roma aveva accolto nel suo Pantheon. La persecuzione dei
cristiani era il risvolto necessario di questo disegno. Ma la persecuzione era
clamorosamente fallita. Come affermò l’esultante Lattanzio: «Coloro che
insultarono Dio sono a terra, coloro che distrussero il tempio santo caddero
con questa rovina, coloro che torturarono i giusti persero la loro perfida vita
tra le piaghe e i giusti tormenti» (alludeva certo a Galerio, agonizzante tra i
suoi escrementi; Diocleziano invece era morto naturaliter). La sconfitta
cosí clamorosa di Diocleziano aveva dovuto persuadere Costantino che
l’Impero aveva bisogno estremo di una nuova base morale che la religione
tradizionale era incapace di offrirgli. C’era una forza nuova e indomita,
giovane e vigorosa, temprata dal dolore e da una resistenza eroica, che
avrebbe potuto costruire la nuova infrastruttura morale dell’Impero romano.
Quali enormi risorse avevano evocato i cristiani, scavando nell’humus
profondo dell’Impero, suscitando alla speranza masse inerti, armando di
fede spiriti inquieti! Quale nuovo capitale di capacità organizzative avevano
accumulato con le loro istituzioni ricalcate sul modello di quelle imperiali,
ma con dentro una prorompente fresca forza di vita! Bisognava trasformare
questa forza potenzialmente disgregante in una forza di coesione.
Bisognava che una rivelazione religiosa diventasse una rivoluzione politica.
Questo è il senso profondo della famosa svolta costantiniana.
Anche qui Costantino agí con la sua foga impetuosa. Come aveva
fondato una nuova capitale fondò, lui, una nuova Chiesa. Perché fu proprio
lui a fondarla. Non c’è dubbio che egli chiudesse la fase movimentista del
cristianesimo trascendente e aprisse quella istituzionale del cristianesimo
trionfante. Non credo sia esagerato dire che, come Gesú fu l’autore del
messaggio cristiano, e Paolo il fondatore della teologia cristiana, Costantino
fu il fondatore del potere politico della Chiesa, non strappato all’Impero, ma
consegnatole con un atto di devoluzione.
Subito, appena dopo che la religione cristiana era diventata religio licita
e molto prima che assurgesse a culto di Stato, i cristiani furono inseriti nei
gangli vitali del potere imperiale. A loro furono affidate le scuole per
formare la gioventú, a cominciare dai figli dell’imperatore. Alla Chiesa
cristiana, già alimentata cospicuamente dal flusso delle contribuzioni
spontanee dei fedeli, furono concesse inaudite esenzioni e privilegi fiscali,
moltiplicandone la ricchezza.
Nel suo lungo regno Costantino, nonostante le gravi preoccupazioni che
i violenti conflitti insorti nel seno della Chiesa gli creavano maturò, da
impenitente ottimista qual era, la certezza che il suo grande disegno politico
si stesse felicemente compiendo. Certo, l’antica religione si difendeva
accanitamente, mentre la nuova trionfava, ma ancora nell’ambito di un
regime generale di tolleranza, ch’egli seppe assicurare fino alla sua fine,
attraverso miracoli di equilibrismo di seduzione e di ambiguità. I nuovi
conflitti intercristiani, suscitati dai donatisti in Africa e poi dagli ariani in
Egitto egli era riuscito, con la sua indiscussa autorità, a governarli. Il
Concilio che l’imperatore convocò a Nicea nel 326, per sbrogliare la
questione ariana, dovette sembrare a lui la consacrazione della sua
rivoluzione. Ai trecento vescovi convenuti da tutto l’Oriente e da parte
dell’Occidente (il papa si era prudentemente astenuto per non essere
sovrastato) parve un prodigio della giustizia divina il giorno in cui essi
passarono tra due fila di corazzieri schierati a presentare le loro armi
scintillanti: quelle stesse che fino a qualche anno prima avevano fatto a
pezzi i loro fratelli. Poco dopo l’imperatore, avvolto nel manto di porpora,
incedeva verso il centro della sala immensa; e prima di sedersi sul trono,
invitava tutti con un ampio gesto a prendere posto nei loro scanni. Si faceva
chiamare, con studiata modestia, «il vescovo di quelli di fuori»: insomma,
dei non ecclesiastici, dei laici, dei cittadini comuni, ma sapeva
perfettamente che il Dio in terra era, incontestabilmente, lui. La Chiesa
cristiana stava diventando, dopo l’esercito, il secondo pilastro dell’Impero.
Lo sapeva. O lo credeva. In realtà, le cose non andarono proprio cosí. O
almeno: ci andarono molto vicino in Oriente. E in modo del tutto diverso in
Occidente. Nella parte orientale dell’Impero la grande rivelazione cristiana,
riuscendo a fondere una rinnovata tradizione ebraica con una rinnovata
cultura ellenistica, costituí qualche cosa di simile a un movimento nazionale
che si opponeva decisamente ai barbari e costituiva una forza di consenso
per l’imperatore. Bisogna considerare che la classe dirigente di Bisanzio era
di formazione nuova e fresca; doveva all’imperatore e non alle antiche
tradizioni aristocratiche, romane e pagane, le proprie fortune, e trovava
nella nuova fede una legittimazione morale e spirituale. Su quella forza si
fondò una Chiesa potente e devota all’imperatore: una vera e propria
alleanza tra il trono e l’altare. A Bisanzio la vera e propria metamorfosi del
cristianesimo da movimento a istituzione e della Chiesa da istituzione
perseguitata a istituzione dominante, fu immediata e sorprendente. Tanto
immediata e tanto sorprendente da suscitare, in una parte del mondo
cristiano, una reazione fondamentalista, che si manifestò con particolare
violenza nelle sette eretiche e nel movimento dei monaci, questi scarruffati
fanatici dagli occhi di fuoco, persecutori scatenati dell’onnipresente
demonio.
In Occidente, l’abbiamo già detto, il fondamento tradizionale
dell’autorità imperiale era assai meno solido; e soprattutto, l’imperatore si
era allontanato, lasciando vasto spazio alle antiche aristocrazie da una parte
e alla nuova Chiesa dall’altra. Di quello spazio fu soprattutto quest’ultima
ad approfittare. Essa si sganciò presto dall’abbraccio di Costantino, che
sarebbe divenuto soffocante. Perfettamente leale con i suoi successori
cristiani, intensamente impegnata nella loro educazione spirituale, badò
però a rafforzare la sua autorità autonoma fino ai limiti della critica e della
condanna aperta. Con ciò essa non solo si procurava una posizione di pari
dignità rispetto agli imperatori, ma, grazie a questa, diventava capace di
dialogare con le nuove nazioni barbare; e, nella piú vasta prospettiva
storica, diventava punto di riferimento ideale per le nuove forze sociali che
il caos feudale avrebbe generato nei secoli bui.
Altro è chiedersi se nella rivoluzione cristiana si fosse persa l’ispirazione
altissima, morale e spirituale, della sua rivelazione. È un fatto innegabile
che il trionfo cristiano non comportò certo un incivilimento generale dei
costumi. Si potrebbe persino sostenere il contrario. Da questo punto di vista
le sue conseguenze devono essere osservate nel lunghissimo periodo. Ma
già il solo fatto che la Chiesa di Roma abbia aperto e tuttora gestisca un
lunghissimo periodo è un argomento piú che eloquente in suo favore.

Perché cadde l’Impero d’Occidente.


Ci stiamo avvicinando al centro della questione che ci siamo posti
all’inizio di questo capitolo. Perché cadde l’Impero d’Occidente?
Poche domande hanno avuto, come questa, una gamma cosí ampia di
risposte. Forse nessun momento della storia ha suscitato un’attenzione tanto
appassionata. Poiché l’Impero di Roma ha segnato profondamente il
passato di tutte le nazioni dell’Occidente, la sua fine non poteva non
lasciare nel loro inconscio, almeno in Europa, il senso oscuro di un presagio
e di un mònito. Ciò che è successo nel V secolo, si sono dovuti domandare i
«contemporanei», non potrebbe accadere al nostro? Mai, forse, il concetto
crociano di una storia che è sempre, in qualche modo, storia
contemporanea, ha trovato una sua piú puntuale corrispondenza.
Lasciando da parte le risposte piú superficiali o strampalate – il decadere
dei costumi severi di Roma nella dissolutezza; la selezione darwiniana a
rovescio dei peggiori (lo sosteneva uno studioso serio come Otto Seeck) o
addirittura dei piú brutti e fisicamente degenerati (un’idea di Burckhardt); le
esalazioni sterilizzanti del piombo con il quale i romani delle classi elevate
rivestivano le loro condutture, eccetera – le teorie piú famose sulla fine
dell’Impero ne rendono responsabili rispettivamente i cristiani e i barbari
(gli assassini dell’Impero, li definisce Piganiol).

La prima di queste due risposte si lega alla tradizione dei grandi storici
illuministi del XVIII secolo: Montesquieu, Voltaire e, soprattutto, Gibbon.
Gli strani assassini inermi dell’Impero erano, secondo loro, i cristiani. Il
cristianesimo, contestandone clamorosamente miti, riti e culti ne aveva
fiaccato il nerbo. È un’accusa sulla quale si è tornati tante volte nelle
epoche successive per riaffermarla o per confutarla. Ora, abbiamo visto
quanto fossero diverse le condizioni oggettive delle due parti dell’Impero.
Ma sembra piuttosto azzardato concluderne che una forza che agí nel senso
della coesione nell’una abbia agito nel senso della disgregazione nell’altra.
Dove stanno i segni evidenti di questa azione disgregatrice? È vero: ci sono
le testimonianze di un’aperta esultanza di cristiani eminenti, come
Tertulliano, come Salviano di Marsiglia, di fronte alle disfatte e alle
invasioni. Ma ci sono altrettante testimonianze di dolore e di amarezza –
famosa quella di san Gerolamo – ed espressioni ferventi di patriottismo. Ci
sono persino le memorie documentate di vescovi che guidarono la
resistenza armata ai barbari, sostituendosi alle milizie romane in fuga.
Sembra potersi dire con una formula moderna che, nell’insieme, in
Occidente, i cristiani né combatterono né sabotarono. Sant’Agostino, per
difendere i cristiani dall’accusa di disfattismo e di tradimento, rivendicava
la loro vera e sola patria celeste: le città degli uomini rovinano non per
colpa dei cristiani, ma per effetto delle nequizie dei loro reggitori. Quella
dei cristiani è la città di Dio. Certo, questo non è il linguaggio di un
assassino. Ciò che però si può dire, e che resta come nucleo di verità
nell’«accusa» degli storici illuministi, è che in Occidente, diversamente che
in Oriente, i cristiani, nell’insieme, non contribuirono attivamente alla
difesa dell’Impero. Dunque, non assassini, ma, al piú, spettatori piú o meno
indifferenti.
La seconda posizione, che attribuisce ai barbari, e soltanto ai barbari, la
responsabilità della caduta dell’Impero, sostenuta da tanti, da Flavio Biondo
nel Quattrocento a Piganiol ai tempi nostri, è altrettanto discutibile. Furono
proprio le province orientali a subire per prime l’urto dei goti, dilaganti dal
Danubio all’Egeo, nella Grecia e nei Balcani. Ma quelle province non si
disgregarono sotto quell’urto. Furono capaci di respingerlo o di inglobarlo,
per poi dirottarlo verso Occidente; mentre l’Occidente, nel V secolo, sotto
quell’urto si sfasciò. Dice bene Santo Mazzarino. Perché l’urto mandi in
frantumi una struttura politica e sociale, bisogna che quella sia già rosa e
sgretolata. La parte orientale dell’Impero non lo era, quella occidentale sí.
Allora il problema vero è la vulnerabilità dell’Occidente che nel V secolo
si sfasciò quasi al primo urto, mentre era stato capace di battersi e di
resistere vittoriosamente due secoli prima.
Qui non si tratta di scoprire l’assassino, l’agente esterno, barbari o
cristiani, che piomba da oltre i confini spaziali e culturali della società civile
romana. Si tratta di individuare le grandi correnti profonde del mutamento
sociale che hanno investito le strutture economiche e le istituzioni politiche,
dando ragione del loro concatenarsi in una sequenza tragica.
Marx, Toynbee, Weber, Rostovčev, Ortega y Gasset hanno tracciato
visioni interpretative grandiose e affascinanti della decadenza e rovina
dell’Impero d’Occidente. È facile oggi criticarle e confutarle per le
deformazioni che l’unilateralità dei loro rispettivi punti di vista fa subire
alla realtà, sempre piú complessa e problematica delle loro teorie. Tuttavia,
quelle grandi visioni hanno il merito di aver drammatizzato aspetti
essenziali di quella realtà: Marx, il modo di produzione schiavistico; Weber,
la regressione dall’economia monetaria all’economia naturale; Toynbee, la
crisi delle grandi opzioni etiche valutative della civiltà ellenistica;
Rostovčev e Ortega y Gasset, pur da punti di vista diversi, la rebelion de las
masas contadine alle élite cittadine. Aspetti di una crisi complessa che
resiste a ogni tentativo di semplificazione, di riduzione monocausale. Come
davanti a un massiccio roccioso, si possono seguire vie diverse per giungere
in vetta. La ricerca di queste vie, l’indagine sulle ragioni della caduta
dell’Impero, possiamo esserne certi, continuerà chi sa per quanto tempo nel
futuro. Comprendiamo quindi la grande diffidenza di Santo Mazzarino per
le costruzioni teoriche astratte e la sua preferenza per le narrazioni, rispetto
ai modelli: «La storia preferisce la narrazione alla teoria, la concreta
ricostruzione all’ipotesi metafisica». Ma apprezziamo anche il fatto che,
senza il timore di cadere in contraddizione, egli non abbia rinunciato a
esporre le sue proposte interpretative, le sue ipotesi teoriche, la sua via.
Parto proprio da quella per illustrare brevemente un altro possibile
approccio al problema. Mazzarino, com’è nel suo stile, lascia intravedere,
sfiorandole appena, due ipotesi fulminanti. La prima è che emergessero
progressivamente, sotto la superficie apparentemente omogenea della
civiltà greco-romana, le antiche nazionalità compresse. Gli effetti
disgreganti di questa spinta si manifestarono soprattutto nel V secolo in
Occidente, in Gallia, in Spagna, in Africa; e soltanto nel VII secolo in
Oriente, in Siria e in Egitto. Quel sollevamento sismico ci potrebbe spiegare
la facilità con la quale le popolazioni romanizzate dell’Occidente si fusero
con i conquistatori germanici e l’ancora piú sorprendente rapidità con la
quale, piú tardi, le popolazioni della Siria e dell’Egitto si abbandonarono
nelle mani del conquistatore arabo, scomparendo dalla storia.
Ancora piú illuminante è la seconda ipotesi: «lo squilibrio tra
produttività ed esigenze di centralizzazione». Soltanto una formula, con
quel tanto di astratto e discutibile che è proprio delle formule, come dice lo
stesso Mazzarino, diffidente anche verso le sue stesse ipotesi? Oppure una
intuizione che coglie un punto nevralgico del problema? In questo caso è
necessario porla al centro dell’indagine storica, per svilupparla. È quanto ha
fatto brillantemente uno studioso, Angelo Fusari, in una sua affascinante
carrellata niente di meno che sulla «avventura umana: una indagine sul
cammino dei popoli e delle civiltà» 3. Affrontando il problema della
decadenza romana, egli ne cerca le radici nelle contraddizioni di
quell’epoca assolutamente originale che fu il Principato. In quell’epoca
«felice» si aprí – come abbiamo già detto – e andò man mano crescendo, un
divario fatale tra la «modernità» delle strutture politiche e amministrative
dell’Impero, flessibili, decentrate, «leggere», ereditate dalla Repubblica e
razionalizzate da Augusto, e il ristagno di un’economia che portava in sé le
premesse di un possibile sviluppo in senso dinamico, addirittura
capitalistico; e che invece si arrestò in una fase di quasi stagnazione. Quel
divario non era alla lunga sostenibile. Economie quasi-stazionarie esigono
istituzioni centralizzate e «pesanti». Scampato alla tremenda crisi del terzo
secolo, alla duplice morsa dell’assalto esterno e dei conflitti interni,
l’Impero sopravvisse solo al costo di una trasformazione radicale. C’è da
stupirsi che analisi storiche pur giustamente famose abbiano trascurato
l’enorme differenza che corre tra il Principato, «liberista» e decentrato e il
Dominato, dirigista e centralizzatore. Incapace, per tutte le ragioni che
abbiamo già considerato – tecniche, politiche e soprattutto culturali – di
evolvere verso un’economia dinamica, l’Impero abbandonò l’arditissima
via che aveva intrapreso, una scommessa con troppo largo anticipo sui
tempi della storia, e tornò sulla via maestra di tutti gli imperi universali: il
dirigismo economico, la centralizzazione amministrativa,
l’irregimentazione sociale.
Anche qui, però, la sua sorte fu diversa, unica: perché la ricetta totalitaria
del Dominato fu accolta nella parte orientale dell’Impero e sostanzialmente
«rigettata» nella parte occidentale. Nella prima prevalsero le forze
centripete: l’attrazione esercitata dalla presenza dell’imperatore, della sua
Corte, del comando generale delle armate e delle flotte; la identificazione
della Chiesa bizantina con il potere imperiale di cui costituiva un baluardo
potente; la deferenza di un’aristocrazia giovane, che tutto doveva
all’imperatore, la presenza di una fitta rete di piccoli proprietari contadini,
garanzia di stabilità sociale: fattori tutti che si innestavano sulla millenaria
tradizione del dispotismo orientale. In Occidente, Roma era stata
abbandonata dagli imperatori. Le altre capitali, Milano, Ravenna, erano ben
lontane dall’esercitare una forza di gravitazione paragonabile a quella di
Bisanzio. L’antica aristocrazia romana, curva sotto il peso smisurato delle
sue ricchezze, non esercitava piú ormai una funzione politica attiva e
responsabile, ma era in grado di mettersi di traverso al potere imperiale. E
ancor piú lo era la Chiesa di Roma che, libera dalla presenza immediata
degli imperatori, svolgeva spesso una funzione di vero e proprio
contropotere. Se guardiamo questi fattori politici sullo sfondo di
un’economia impoverita dallo spopolamento e dalla grande fuga, dei coloni
dalle campagne, dei borghesi dalle città, di tutti da un fisco spietato, si
capisce perché la società romana d’Italia e delle province occidentali non
riuscisse a ritrovare un livello di stabilità. Era come se, partito l’imperatore
da Roma, si fossero sciolti i vincoli di quel minimo di solidarietà tra i
gruppi sociali che permette a una società di stare in piedi. Il sostanziale
rigetto del centralismo si manifestava in un movimento di defezione
generale, in una guerra di tutti contro tutti; la vecchia aristocrazia romana
contro i generali di un esercito ormai barbarizzato, i proprietari contro i
coloni che cercavano di sottrarsi alla servitú del fondo, cittadini e contadini
indistintamente contro il fisco. O contro l’esercito che, barbarizzandosi,
costituiva sempre piú un corpo estraneo. Il disfacimento dei legami sociali
produceva fatti paradossali: come quella vera e propria secessione dei
contadini di Pannonia, che per sottrarsi alla rapacità del fisco uscirono dai
confini dell’Impero attraverso il Danubio per aggregarsi ai barbari, e con
quelli fecero irruzione nell’Impero da un’altra parte, in Gallia, attraversando
il confine del Reno come invasori.
Ecco una possibile soluzione dell’enigma, già intravista all’inizio di
questo capitolo: la rovina dell’Impero di Occidente come effetto combinato
della debolezza dell’autorità centrale e della reazione «separatista» dei
gruppi sociali alla pretesa dei grandi imperatori del Dominato, di
ricentralizzare il potere. Questa reazione disgregante provocò una
condizione di anarchia endemica, che indebolí la resistenza dell’Impero alla
rinnovata pressione esterna. In questo senso deve essere intesa la sentenza
di Polibio secondo la quale due cause di morte colpiscono gli stati: la causa
interna e la causa esterna. Ambedue erano applicabili all’Impero di Roma; e
concomitanti. Infatti se è vero che «solo le strutture cigolanti si
abbandonano stanche sotto l’urto che le colpisce con violenza» 4 è anche
vero che senza quell’urto la struttura cigolante dell’Impero d’Occidente
avrebbe potuto continuare a cigolare per chi sa quanto tempo. La spallata
finale, furono i popoli della foresta a darla.
L’ultima decisiva spallata.

Ancora una volta, come a metà del terzo secolo, il tornado si genera
nella smisurata steppa dell’Asia centrale. Di lí parte la grande spinta degli
unni. Nel 374 si addensano come cavallette, piombando, insieme con gli
alani, attorno al Mar Caspio, sui goti che, terrorizzati, si riversano ad ovest,
schiacciando le altre popolazioni germaniche sulla frontiera romana del
Reno e del Danubio. Si levano due grandi onde anomale. La prima, sul
Danubio inferiore. Duecentomila goti chiedono e ottengono di passare il
fiume ponendosi al servizio dell’Impero. Poi, maltrattati dai generali e dai
funzionari romani, si ribellano e infliggono all’imperatore Valente, ad
Adrianopoli, una delle piú cocenti e devastanti sconfitte che Roma abbia
mai subito. Tra i quarantamila cadaveri c’è quello dello stesso imperatore.
L’onda si disperde tra i Balcani e la Grecia, finché una parte consistente di
milizie gotiche trova nel suo duce Alarico un capo avveduto. Convinto di
non poter piegare l’Impero d’Oriente e la sua capitale, e forse anche
incoraggiato dal nuovo imperatore Arcadio, Alarico piega verso la parte piú
debole dell’Impero: l’Italia. Dopo anni di trattative vane (vorrebbe essere
investito del comando supremo dell’esercito romano) perde la pazienza ed
espugna Roma: è il 410.
La seconda ondata, un amalgama di nazioni germaniche – svevi,
alemanni, franchi, burgundi, vandali – si riversa sulla Gallia. La notte del 31
dicembre 406 è molto fredda, il Reno è ghiacciato. Nell’oscurità una massa
immensa – guerrieri, cavalli, carriaggi carichi di donne di vecchi di bambini
– attraversa il fiume a Strasburgo (allora si chiamava Argentoratum)
irrompe nella città e di lí dilaga a ventaglio, senza incontrare praticamente
resistenza, in tutta la Gallia. Stavolta non si ritireranno dopo aver
saccheggiato. Stavolta resteranno in Gallia e passeranno oltre la Gallia. Gli
svevi nella Spagna nord occidentale, i vandali addirittura in Africa, i
burgundi tra la Svizzera e le terre centrali dell’attuale Francia che
prenderanno il loro nome; e i franchi nella Gallia del nord. Gli alemanni si
disperderanno, aggregandosi agli altri popoli.
Una terza ondata si avventa dal mare sulla Britannia: sono gli angli, i
sassoni, i pitti, gli scoti.
Quella dell’Impero di Occidente, però, non è una catastrofe subitanea. È
un lungo trapasso. Anche dopo le due grandi spallate, gli eserciti-popoli
barbari si insediano nelle loro nuove terre, quasi sempre chiedendo e quasi
sempre ottenendo l’approvazione formale dell’imperatore d’Oriente e, fin
che dura, d’Occidente. Quei patti solenni e vuoti hanno un nome: foedus.
Significano che gli invasori, come tutti i nuovi venuti, hanno bisogno di una
legittimazione da parte dell’unica entità sovrana del mondo: l’Impero di
Roma. Non è che non incontrino resistenze in quel che resta, e talvolta non
è poco, dell’esercito romano. Ci si scontra ancora, in battaglia, tra romani e
barbari. In realtà, però, tra barbari e barbari: ché anche i generali romani e
le legioni romane sono ormai barbari e barbarizzate. Talvolta, «romani» e
barbari si coalizzano e combattono insieme altri barbari, come nella
battaglia dei Campi Catalauni, l’ultima grande vittoria combattuta in nome
dell’Impero, nella quale gli unni di Attila sono schiacciati da un esercito
romano germanico comandato dal generale Ezio.
Quasi tutto il secolo V si svolge in Occidente all’insegna di questa
ipocrisia imperiale: che serve agli imperatori per illudersi nella speranza di
una riscossa e per gli invasori a consolidare le basi della loro occupazione,
utilizzando i quadri dell’amministrazione imperiale. A mano a mano, però,
le ipocrisie cadono e si formano i nuovi regni. Nella Gallia settentrionale,
dove il franco Childerico si era posto come generale romano al servizio di
un improbabile Regno gallo-romano, il figlio depone finalmente il reuccio,
tale Siagrio, e si incorona da sé. Ha un nome che resterà per sempre scolpito
nella storia della nuova Francia: Clodoveo. In Italia, dopo che i visigoti
sono partiti dalla penisola per andare a soppiantare vandali e svevi in
Spagna, un esercito romano composto di milizie barbare elegge a suo capo,
in un golpe, uno dei suoi ufficiali, un Odoacre che, desideroso di
un’investitura diretta da parte dell’unico imperatore provvisto di un Impero,
quello di Oriente, toglie di mezzo il giovane Romolo Augustolo, con quel
nome derisorio, imperatore ormai senza Impero. L’evento non fa notizia.
L’imperatore d’Oriente ha altre idee. Manda in Italia, per liberarsi della sua
scomoda presenza, come si era fatto con Alarico, il capo di un’altra nazione
gotica dell’Est (ostrogoti), Teodorico, a soppiantare l’usurpatore e a reggere
la penisola per suo conto. Anche in Italia, dunque, come in Francia, in
Spagna, in Africa, si forma un nuovo regno barbarico. Con Teodorico
l’Italia avrebbe potuto condividere la sorte delle altre province occidentali:
un Regno unitario, basato sulla fusione della minoranza germanica con la
maggioranza italica. Teodorico mostrò di volere e sembrò capace di
realizzare quel destino. Riuní tutta l’Italia e anche le isole sotto la sua
sovranità, allargò il Regno alla Provenza e a parte del Norico (Austria).
Concluse trattati vantaggiosi con gli altri giovani regni, acquistando rispetto
e prestigio internazionale. Cercò e in parte ottenne la cooperazione di parte
dell’aristocrazia, mantenne intatta la struttura dell’amministrazione romana.
Pur essendo ariano, strinse rapporti reciprocamente rispettosi con la Chiesa
di Roma.
Ma era destino, una volta ancora, che l’Italia seguisse un’altra strada.
Essere anomala in Europa sembra sia la sua sorte. A Bisanzio era salito al
trono un imperatore che si era prefisso come scopo supremo della sua vita
la riunificazione dell’antico Impero. Se Costantino era stato un grande
rivoluzionario, Giustiniano fu certamente un grande reazionario. La
«riconquista» imperiale dell’Italia fu, lo si può giudicare ora con la
prospettiva di una storia piú che millenaria, la rovina dell’Italia. Dapprima
l’ostilità verso Teodorico e la sponda che essa trovò nella vecchia
aristocrazia romana avvelenarono il disegno d’integrazione coltivato dal re.
Poi, la guerra combattuta dagli eserciti gotici e imperiali per venti anni
tremendi sul suolo d’Italia la devastò nelle sue ricchezze e nelle sue città e
ne massacrò la popolazione. Infine, quella stessa guerra attirò sulla penisola
l’invasione dei longobardi, una popolazione totalmente estranea al mondo e
alla civiltà romana, che occupò due terzi della penisola, determinando una
spaccatura storica tra il Nord e il Sud del paese e cancellando per secoli il
nome stesso degli italiani.

Che ne fu allora di Roma? In base alle stime piú recenti di cui possiamo
disporre, ancora nel IV secolo gli abitanti di Roma oscillavano tra i 600 mila
e il milione, e il paesaggio urbano era restato molto simile a quello dei
secoli immediatamente precedenti. Se uno vuole vederla oggi, Roma, come
era e come Costantino la vide, può farlo agevolmente visitando il grandioso
plastico conservato nel Museo dell’Eur. Il grande Gregorovius ce la
descrive in tutta la sua magnificenza, anche se già ferita dal diroccamento di
alcuni dei suoi monumenti utilizzati dall’imperatore per arricchire Bisanzio;
ma anche dotata di nuovi, come la basilica di Massenzio, portata a termine
da Costantino, e l’arco innalzato in suo onore, quasi intatto, oggi, a distanza
di 1700 anni. Una Roma ancora risuonante di clamori, del tumulto delle
bighe nel Circo, degli schiamazzi delle folle adunate negli anfiteatri, per
godere – molti cristiani compresi – dello spettacolo delle belve e dei
gladiatori; o al Campo di Marte per le distribuzioni annonarie.
La popolazione era drammaticamente scesa a 100 mila abitanti all’inizio
del VI secolo quando Teodorico, tutto preso dalla missione di restauratore
delle glorie romane, dispose una serie di grandi opere destinate a
ripristinare l’antico splendore dell’Urbe: mura, granai, acquedotti, e lo
stesso palazzo imperiale, abbandonato, sul Palatino.
Ma questi sogni erano destinati a sprofondare nella realtà di lutto e di
devastazione della guerra gotica, durante la quale la grande città fu tre volte
assediata e due volte presa dagli eserciti contrapposti, E una volta,
addirittura, abbandonata. Ci fu infatti un momento, nel dicembre del 546, in
cui la città restò letteralmente deserta, dopo la sua riconquista da parte del
re Totila. «Totila – racconta lo storico Procopio – condusse i romani (erano
rimasti in poche migliaia) in cattività in Campania; e Roma ne rimase piú
che quaranta giorni deserta, senza che uomo di entro muovesse». Scena
davvero spettrale e spettacolare, la grande metropoli deserta sotto la luna.
Si ripopolò lentamente, Roma, ma fino a non piú di 10 mila, massimo 20
mila abitanti: poco piú di quelli che abbiamo sorpreso, all’inizio di questa
storia, accampati nelle loro capanne sul colle del Palatino, tra le mandrie
muggenti. Questa volta, abbandonate le alture e i Fori, si addensavano
nell’ansa del Tevere, o poco al di là, attorno alla basilica di San Pietro.
Come Atene, Roma sembrava ridotta al destino di un villaggio. E con
essa, l’Italia, a un’oscurità servile. Invece, la storia avrebbe svoltato, dopo
una lunga curva. E proprio in Italia, avrebbe scelto il luogo di un nuovo
inizio.

1
A. Momigliano, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV , Einaudi, Torino 1968.
2
G. Flaubert, La tentazione di Sant’Antonio, Edizioni Novecento, Palermo 1986.
3
A. Fusari, L’avventura umana, Seam, Formello 2000.
4
S. Mazzarino, L’Impero romano, Laterza, Bari 1976.
Parte seconda
L’oro
Capitolo primo
Roma nei secoli bui

Nell’estate del 1574, a Venezia, la Repubblica Serenissima offriva a un


ospite illustre, durante una cerimonia solenne, uno spettacolo inconsueto.
L’ospite era il giovane re di Francia, Enrico III di Valois. Lo spettacolo era
il montaggio, in poche ore appena, di una galea di guerra. Un prodigio
tecnico del piú grande cantiere del mondo: quell’Arsenale che aveva
suscitato l’immaginifica ammirazione di Dante Alighieri. Un esempio di
organizzazione fordista ante litteram. Venezia splendeva ancora di una
gloria che si avviava tuttavia a declinare in un luminoso tramonto: unica a
conservare una reale indipendenza in una Italia ancora ricca – il piú ricco
paese d’Europa – ma entrata ormai, dopo la fine della guerra combattuta sul
suo suolo, nell’orbita del dominio spagnolo. A Cateau-Cambrésis era
tramontata la libertà italiana. Era tramontata dopo cinque secoli di
ricchezza, di potenza, di gloria.
Nella seconda parte di questo libro concentreremo la nostra attenzione su
quei cinque secoli, grosso modo dall’anno 100 al 1500 (dall’XI al XVI
secolo), nei quali si svolge la storia del secondo primato italiano. Che
relazione ha, questo secondo primato, con quello dell’antica Roma? C’è
qualche traccia di continuità, o c’è una discontinuità totale tra i due? C’è
una storia d’Italia, o ce ne sono due?
Per dare una risposta a questa domanda dobbiamo attraversare al volo un
altro periodo, di cinque secoli anch’esso: i secoli bui – cosí li chiama
Montanelli nella sua Storia – dal 500 al 1000 (dal VI al X secolo). Bisogna
aguzzare lo sguardo. Forse, non sono cosí bui come sembra. Riprendiamo il
filo del racconto dove l’abbiamo interrotto: a Roma.

Come si era ridotta Roma.


Alla fine della guerra gotica Roma era un villaggio povero accampato al
centro di una metropoli vastissima e deserta. Anche quando si ripopolò,
dopo lo spettrale abbandono del dicembre 546, non superò per lungo tempo
la soglia dei 30 mila abitanti. Forse restò molto al di sotto di quella. In tutta
Italia, del resto, la popolazione aveva subito un tracollo. Dal tempo di
Augusto, quando contava 8 milioni di abitanti, si era dimezzata; e si era
drammaticamente impoverita. La desolazione italiana, dopo 18 anni di
guerra gotica, è raccontata da Procopio il memorialista, degno di Saint
Simon per maldicenza, ma grande giornalista:

in Emilia gran parte della popolazione era costretta ad abbandonare le proprie case e a
migrare sulla riva del mare, sperando di trovare di che sfamarsi. In Toscana gli abitanti
andavano sui monti a raccogliere ghiande per macinarle e farne un surrogato del pane.
Quelli che si ammalavano diventavano pallidi e smunti, la pelle si inaridiva e si
contraeva sulle ossa. Le loro facce assumevano un’espressione stupefatta, gli occhi si
dilatavano in una specie di spaventosa follia. I piú erano talmente dilaniati dalla fame
che, se vedevano un ciuffo d’erba, si precipitavano a sradicarla. Quando erano troppo
deboli per riuscirci si buttavano bocconi per terra, con le mani contratte sulle zolle.

Fame e peste infuriavano anche a Roma. Quanto all’aspetto della città,


lasciamo la parola alla prosa fiorita di Ferdinando Gregorovius:

la caduta del reame dei goti dà principio al decadimento universale del mondo antico e
alla ruina di Roma. Le istituzioni, i monumenti, le stesse tradizioni storiche del vecchio
tempo, poco a poco, vanno in dimenticanza. I templi vanno crollando. Dalla sua deserta
collina il Campidoglio eleva nell’aere muto uno splendore meraviglioso di colonne e di
monumenti, il cui silenzio di sepolcri è rotto soltanto dal gemito lugubre del gufo; a
quella vista ben avrebbe potuto commuoversi al pianto il piú fiero cuore di romano.
L’immenso palazzo degli imperatori, che pur serba incolumi le maggiori sue moli,
simile ad un labirinto di vuote sale, ancora adorne dei marmi piú preziosi, e qua e là
coperte di tappeti trapunti in oro, va anch’esso decadendo ed è una rocca fatata, quasi
residenza di popoli defunti; soltanto una sua piccola parte è stanza del duce bizantino di
Roma, che è un eunuco della corte dell’imperatore greco od un generale di origine e di
costumi quasi asiatici. I fori pomposi dei Cesari e del popolo romano sono cadenti di
vecchiezza e diventano argomento di leggenda. Nei teatri e nel Circo Massimo, dove
non si rinnovellano piú le corse di carri, ultimo e prediletto sollazzo dei Romani,
s’alzano monti di ruine e cresce l’ortica. L’anfiteatro colossale di Tito sostiensi ancora
nella sua saldezza ma, messo a ruba, ha perduto il decoro degli ornati; le grandi terme
non sono piú liete di correnti d’acqua, non servono piú al bagno e somigliano a città
deserte su cui l’edera comincia a inerpicarsi. I rivestimenti di marmo prezioso, che
coprivano le loro muraglie, cadono o sono divelti per bisogno di materiali, e i pavimenti
di musaico si dissolvono in pezzi. Ancora in splendide camere trovansi sedili da bagno
di marmo bianco o nero e preziose vasche di porfido o di alabastro orientale; ma i preti
di Roma poco a poco tolgono di là quelli e queste per farne, nei santuari delle loro
chiese, cattedre vescovili, o urne, per raccogliere nelle confessioni le ossa di qualche
santo, o bacini pei battisteri; le statue che in gran numero adornano le terme vi
rimangono abbandonate finché qualche muraglia cadendo le infrange e il cumulo dei
ruderi per secoli li seppellisce. Il completo abbandono di quei magnifici monumenti di
Roma, altra volta animata di tanta vita, ha qualche cosa che mette ribrezzo; ed era col
terrore che destano gli spettri che il discendente dell’antica Roma guardava i portici
bene dipinti e le ombrose gallerie, simili a grotte di viva roccia gradatamente bagnate
dalle acque, e il ladro e l’assassino, il falso monetario, il negromante, il settario, ivi
ponevano loro nascoste dimore.

In quella Roma desolata si installa Narsete, il grande generale eunuco


che resterà in Italia per 12 anni. Sotto di lui, dice il Liber pontificalis, «tutta
l’Italia è lieta». In realtà non c’è proprio di che stare allegri. Dopo di lui è
ancora peggio. Due flagelli si abbattono sull’Italia, quasi
contemporaneamente, tra il 568 e il 569: una pestilenza che finisce di
decimare la popolazione dell’Italia settentrionale; e i 300 mila ferocissimi
longobardi, «lupi rapaci» che irrompono dalla tormentata porta del Friuli
dilagando in tutta la penisola. I bizantini si rinserrano nelle città cinte di
mura, approfittando della scarsa dotazione di macchine ed esperienza di
assedi di quei barbari. Roma e Ravenna si salvano, mentre l’onda
dell’invasione perde impeto man mano che l’esercito degli invasori, presto
diviso in tante masnade anelanti al saccheggio, avanza verso il sud della
penisola. Cosí si sanziona, lungo la frastagliata frontiera tra longobardi e
bizantini, per i secoli a venire, quella divisione politica fra Nord e Sud
d’Italia che costituirà un segno distintivo della nostra storia.

Lo stato fisico della città.


Roma diventa un semplice Ducato bizantino, come Ravenna, come
Napoli? No, non è cosí e sarà sempre meno cosí. Nei fatti Roma sta per
diventare il centro di un nuovo strano Impero, di un potere storicamente
inedito, ma non per questo meno reale. Prima di chiederci che cosa avviene
del suo profilo politico, però, vediamo che cosa avviene della sua struttura
urbana. La degradazione che Gregorovius ci presenta con accenti cosí
commossi si accompagna infatti con una trasformazione generale della
città, che si compie tra il VII e il IX secolo. I colli, che erano le zone piú
salubri della città, si spopolano in seguito alla degradazione del grande
sistema idrico (fogne, acquedotti, canali) che li aveva resi abitabili e la
popolazione residua, poche decine di migliaia di abitanti, si affolla nell’ansa
del Tevere, in una pianura dove di acqua ce n’è fin troppa, per le frequenti e
devastanti inondazioni del fiume e per gli stagni puzzolenti che emanano i
miasmi della malaria. La condotta residua dell’Acqua Vergine che entrava
in città da Oriente e correva sotto il suolo per gran parte del suo tracciato,
stimola l’addensamento residenziale nel Campo Marzio, che era stato zona
monumentale e commerciale di lusso e che diventa ora quartiere
residenziale popolare; mentre l’Aventino, che in epoca repubblicana era
stato un quartiere plebeo diventa, tra l’VIII e il IX secolo, sede di famiglie
dell’antica nobiltà. Mentre al di là del Tevere i papi fortificano l’area della
basilica di San Pietro e dei monasteri, fino a farne una città esterna e
distinta da Roma, la maggior parte delle famiglie, anche di quelle nobili, si
concentra nell’ansa paludosa. Non sorprende che Roma diventasse una
trappola malsana, mortale, soprattutto per i pellegrini e i visitatori non
acclimatati. Umili ed illustri. Vi morirono di malaria Ottone II nel 983, a
ventotto anni e Ottone III, ventunenne, nel 1002.
I grandi monumenti, come ci racconta Gregorovius, si deterioravano non
solo per l’assenza di manutenzione, ma anche per le spoliazioni operate dai
nuovi padroni. Non i barbari, che durante i brevi saccheggi badavano a
caricarsi di oro, di oggetti preziosi e di prigionieri, soprattutto donne, e non
avevano il tempo per lavori edilizi di ampia portata: ma i bizantini e i papi.
L’imperatore Costante II si distinse per una sistematica asportazione di
tegole, greffe e ganasce metalliche dagli edifici pubblici, esposti cosí alle
intemperie. La rovina delle opere di contenimento e imbrigliamento del
Tevere – scarpate, argini, dighe – moltiplicava la furia delle acque durante
le alluvioni che si abbattevano sulla città: come nel 791, quando le acque
del fiume, irrompendo dalla Porta Flaminia (Porta del Popolo) inondarono il
Corso e vaste zone del Campo Marzio superando persino in alcuni punti le
mura e corrodendo le fondazioni delle case che crollavano miseramente. Il
papa Adriano, ingegnere infaticabile, riuscí a costruire a protezione delle
zone piú basse un argine, il primo lungotevere della storia, impiegando
dodicimila blocchi di tufo. Ma sforzi come questi restavano isolati.
Mancavano le braccia. Mancavano i materiali. Mancava la forza politica
poderosa che aveva mobilitato tutte le risorse dell’Impero per costruire
quella immensa città, che ora lentamente si disfaceva.
A quel generale deterioramento davano il loro valido contributo i papi;
ma, almeno, distruggendo in un posto per costruire in un altro. Dovevano
subire gli oltraggi degli imperatori d’Oriente, che avevano tutto il tempo:
come quella canaglia di Costante II che fa svellere il tetto dorato del
Pantheon per portarselo a Costantinopoli insieme a un bottino immenso, piú
ricco di quello dei barbari. Si rifacevano diroccando i templi pagani per
adornare le loro chiese. Onorio II, per esempio, fa scoperchiare il tempio
adrianeo di Venere e Roma per usarne le tegole d’oro nella copertura della
basilica di San Pietro.

Nasce il potere dei papi.

Lo stesso lavoro di distruzione e di ricostruzione, i papi lo effettuavano,


metaforicamente, nell’edificazione del loro potere politico. All’inizio
dell’insediamento bizantino a Roma il papa è formalmente sottoposto al
potere civile del duca. Solo formalmente, però. In realtà non conosciamo
neppure i nomi dei Duchi bizantini di Roma. L’imperatore è lontano, il papa
è lí. Il popolo romano si stringe attorno al papa, non al duca. Lentamente il
papa erode il potere dell’imperatore all’interno della città mentre aumenta il
suo prestigio all’esterno. All’interno il papa di Roma finisce per svolgere
funzioni di sindaco e di capo militare. Lo dice chiaramente, anche se
sommessamente, Gregorio I il Grande.

Nella regione di Ravenna Sua Pietà l’imperatore dispone di un funzionario pagatore


che controlla la spesa giornaliera. Ebbene, a Roma io stesso sono il funzionario
pagatore.

Paga gli impiegati, paga i militari dell’esercito. C’erano sí, oltre al duca
innominato, altri funzionari imperiali, i tribuni. Ma non dovevano godere di
molta stima se il discepolo di un abate, un certo Anastasio romano,
processato per non si sa quale ragione a Costantinopoli, apostrofa i giudici
con sarcasmo:

Ma come, fate entrare questo Costantino nella segreteria del palazzo? Ma non è né
prete né monaco, è un buffone di tribuno e tutti i romani sanno quante ragazze lasciò
incinte da quando fece la sua comparsa.

Il processo di emancipazione politica della Chiesa abbraccia due secoli,


il VII e l’VIII , durante i quali i papi devono al tempo stesso scongiurare la
minaccia costante dei longobardi, che si presentano a piú riprese sotto le
mura di Roma, e sottrarsi alla soggezione dell’imperatore bizantino, che
pretende obbedienza politica e conformismo teologico. È un processo
lungo, faticoso, tortuoso, esposto costantemente al rischio del fallimento;
l’esito del quale – la formazione di una grande potenza universale – non
può non apparire, trattandosi di una potenza religiosa, miracoloso.
Non rischiamo di sbagliare se colleghiamo l’inizio di questo processo
con la persona di papa Gregorio il Grande. È in lui che vediamo riunite le
tre grandi forze – la fede, la romanità, la potenza finanziaria – dalle quali
scaturisce il successo della Chiesa medievale.
Gregorio è un romano di antica famiglia patrizia, forse legata agli Anicii,
che da un secolo aveva servito la città ricoprendo cariche sia civili sia
ecclesiastiche. Famiglia cristianissima: il bisnonno è un papa, Felice III; il
padre, Gordiano, un uomo ricco con un palazzo sul Celio, amministratore
dei beni della Chiesa; la madre Silvia, siciliana, donna pia e benefattrice,
ritiratasi dopo la morte del marito nell’eremo di Cella Nova, accanto alla
basilica di San Paolo. E tre zie monache, la terza delle quali però, allegra e
carina, non ce la fa proprio in quell’atmosfera devotissima e fugge,
sposandosi, scandalosamente, con il fattore delle sue tenute. Anche
Gregorio ha la vocazione monastica, che non potrà mai appagare. Non da
giovane, però. Intriso di cultura classica (Cicerone, Virgilio, Seneca)
conduce una vita brillante e mondana. Gregorio di Tours ce lo presenta
mentre passeggia per le vie di Roma «vestito di seta e adorno di gemme».
Avviato alla carriera amministrativa ne raggiunge presto, a meno di
trent’anni, l’apice, come prefetto della città. Pochi anni dopo, la svolta:
abbandona la carriera e costituisce una comunità monastica nella casa
paterna («cercavo ogni giorno di estraniarmi dal mondo e dalla carne»,
spiegherà poi). Ma il ritiro dura pochissimo, perché il papa Pelagio,
nell’imminenza del pericolo longobardo, lo manda come suo ambasciatore
a Costantinopoli per sollecitare l’intervento dell’imperatore, a salvezza di
Roma. Vi resterà sette anni, in contatto continuo e intimo con la corte e con
due successivi imperatori, Tiberio e Maurizio, offrendo consigli preziosi,
ma non riuscendo a dissimulare la sua invincibile antipatia nei riguardi del
mondo bizantino.

Quando torna da Bisanzio vorrebbe rinchiudersi nel suo convento. Ma,


morto il papa Pelagio, il popolo romano, che ha imparato a conoscerlo e ad
amarlo, elegge papa lui, recalcitrante, «in una entusiastica esplosione di
consenso collettivo» 1. Tanto recalcitrante da nascondersi, dice la leggenda,
in una cesta: invano, perché la cesta si illumina di luce astrale, segno che
Dio lo vuole, non c’è niente da fare.
Leggenda a parte, Gregorio fece di tutto per allontanare da sé l’amaro
calice del potere. Però, una volta rassegnato, lo esercitò in modo da
giustificare in pieno l’appellativo di Grande. Le condizioni nelle quali lo
assunse non potevano essere peggiori. A Roma, scomparsa ormai quasi del
tutto la vecchia aristocrazia, c’era una nobiltà zotica, di ladroni. C’era una
plebe turbolenta, che non esitava a inseguire il suo papa con schiamazzi
indecorosi e lancio di sassi, come fece con Vigilio, accompagnandolo alla
nave che doveva trasportarlo prigioniero a Costantinopoli. I longobardi
erano alle porte della città. I funzionari bizantini, incapaci di difenderla,
costantemente intenti a opprimerla. Lui stesso si lasciò andare a uno sfogo
amaro:

Non saprei piú dire né scrivere quante tribolazioni sopporto per le guerre longobarde,
per le iniquità dei magistrati bizantini, per l’insolenza e la noia delle liti, per le
preoccupazioni dei miei dipendenti, per le sofferenze fisiche.
Pure, questo monaco debole e infermo disponeva di risorse formidabili.
La fede, anzitutto. La sua era una fede limpida e profonda. Fede in Dio e
nella forza morale del Cristianesimo, che alimentava una volontà di
giustizia e di carità inesauribile. La fede, in quel tempo, era un sentimento
potente e universale. Che nascesse dallo slancio dello spirito, dal rifiuto di
un mondo violento o dalla paura della perdizione nell’imminenza del
giudizio universale, essa costituiva non solo un conforto dell’anima, ma una
poderosa forza politica.
La seconda grande forza di Gregorio era la sua romanità. Non che egli
fosse legato – se non in gioventú – alla cultura classica della Roma pagana:
ché, anzi, dimostrò sempre – dopo la sua crisi spirituale – una cristianissima
antipatia per quella tradizione. E tuttavia, di autenticamente romano era
rimasta in lui una pragmatica capacità di governare, di amministrare, di
gestire: che si trattasse di chiudere in Sicilia gli allevamenti di cavalli, non
piú remunerativi, riconvertendo i pastori in contadini, ridistribuendoli come
coloni tra le fattorie deserte; o di riorganizzare il servizio dei pasti gratuiti
per i poveri a Roma. Non poteva dissimulare l’orgoglio di appartenere a una
civiltà razionale e quadrata, cui era estranea non soltanto la rozzezza dei
barbari ma anche la raffinatezza efferata dei bizantini. Sentite quello che
dice, con fierezza, a un dignitario bizantino: «noi romani non conosciamo le
vostre sottigliezze, ma neppure le vostre nequizie». La romanità è un legato
storico che è stato consegnato intero e una volta per sempre da Costantino
alla Chiesa di Roma: la quale lo ha capitalizzato e investito nella dignità e
nel prestigio della nuova Roma cristiana.
C’è poi una forza materiale immensa: la ricchezza che la Chiesa riceve
dal mondo. Roma pagana la accumulava con la rapina dei popoli
sottomessi. A Roma cristiana le ricchezze affluiscono spontaneamente dalle
donazioni, dalle eredità, dalle offerte dei fedeli. La Chiesa di Roma nell’alto
Medioevo è la sola potenza ricca dell’Occidente. Il patrimonio di Pietro non
è una metafora. Gregorio se ne varrà ampiamente e virtuosamente: per
assistere la plebe di Roma e per allontanare la minaccia barbara.
Queste tre forze, combinate tra loro in un’abile azione di governo,
generano un nuovo grande potere. Questa azione Gregorio seppe esplicarla
dettando le linee lungo le quali si sviluppò, molto al di là delle sue
intenzioni, nel VII e nell’VIII secolo, il potere della Chiesa: un potere che
Gregorio pensava dovesse rivolgersi alle anime; e che i suoi successori
dirottarono largamente sui beni di questo mondo.
Si trattava ovviamente, anzitutto, di emancipare la Chiesa dalla
dominazione bizantina. Fu questo un processo durato all’incirca due secoli:
tormentato, tortuoso, cruento e difficilmente decifrabile, perché il conflitto
politico era avvolto nelle pieghe oscure delle dispute teologiche. All’inizio
la posizione di Gregorio rispetto a Bisanzio era chiara e distinta,
riassumibile nella massima evangelica: «date a Cesare quel che è di
Cesare», con quel che segue. Gregorio era, e lo diceva, un suddito leale
dell’Impero, del quale non si sognava di contestare la legittimità e la
sovranità. La sua devozione verso l’imperatore era autentica. Ma era
altrettanto attento a salvaguardare il primato di Pietro in fatto di fede; e
soprattutto di sottrarre la sobrietà teologica della Chiesa occidentale alle
capziose innovazioni, alle insidiose «sottigliezze» delle Chiese orientali.
Fin dai primi tempi del cristianesimo si era prodotto un varco, una faglia,
tra il cristianesimo occidentale e quello orientale, che si rinnovava e si
approfondiva producendo sempre nuovi conflitti teologici. Non possiamo
neppure alla lontana seguire queste intricatissime vicende. Limitiamoci a
segnare due tappe critiche di quel processo, destinato a chiudersi con il
tramonto del dominio bizantino a Roma.

Il conflitto teologico e politico con Bisanzio.

La prima è la questione monotelica. Si fa fatica, oggi, a spiegarla. Si


tratta di una variante della questione monofisita, che aveva infiammato il
mondo cristiano ai tempi di Giustiniano. Cristo aveva due nature, una
divina e una umana, o una sola? A favore della prima tesi si era schierato in
larga maggioranza il cristianesimo occidentale, mentre in Oriente i
monofisiti contavano su una minoranza potente. Al di là delle sottigliezze
teologiche in Oriente era forte, tra i cristiani, la preoccupazione di non
lasciare aperta, attraverso l’esaltazione della natura divina del Figlio, la
porta a un pluralismo che avrebbe intaccato il principio monoteista, base
fondamentale del cristianesimo, come della religione ebraica (e poi, di
quella islamica). La questione, dopo lotte e dispute anche molto violente,
era stata definitivamente risolta dal Concilio di Calcedonia, nel 451. Ora
però risorgeva in altra forma. Sí, affermavano i monotelici, Cristo ha due
nature, ma una sola volontà. Senza scandagliare queste acque profonde, si
può forse dire che la passione destata da questa disputa largamente
incomprensibile per noi, dipendesse, in parte almeno, dalla minaccia portata
al cristianesimo dal diffondersi fulmineo della nuova fede islamica e dalla
attrazione che quel monoteismo monolitico (Allah non ha né Figli, né
Spiriti Santi) esercitava sulle masse, soprattutto in Oriente. A quella
preoccupazione si rispondeva ridimensionando, in qualche misura, lo status
teologico del Figlio. In Occidente, quella minaccia era meno
immediatamente percepita; mentre era proprio il ruolo del Figlio,
dell’incarnazione di Dio in lui, che aveva umanizzato il rapporto con Dio:
un ruolo dunque, cui né la Chiesa di Roma, né la maggioranza degli
«occidentali» intendeva rinunciare. Quale che fosse la radice religiosa del
conflitto, essa traduceva poi una rivalità politica sottesa tra le due parti
dell’antico Impero. La pretesa degli imperatori d’Oriente – manifestata
attraverso due editti successivi – di imporre una disciplina teologica unica,
sostanzialmente favorevole al monotelismo, suscitò dunque una reazione
violenta, a Roma e in Italia in particolare. Papa Onorio I, che si era
dimostrato troppo duttile (forse non aveva ben capito il problema) fu
sconfessato dai suoi successori uno dei quali, Martino I, convocò addirittura
un Concilio che condannò i decreti dell’imperatore. Era ribellione aperta.
L’imperatore, a quel tempo, era un poco di buono, una canaglia, addirittura,
dice lo storico Gabriele Pepe. Costante II – lo abbiamo già incontrato –
incaricò il suo Esarca di Ravenna di uccidere il papa mentre diceva messa,
cosa che non gli riuscí; poi, di rapirlo con un commando, infilarlo
febbricitante, di nascosto e di notte, in una nave e trasportarlo a
Costantinopoli, dove fu gettato in carcere, interrogato per mesi con metodi
che noi definiremmo staliniani e addirittura incatenato al suo carceriere. Il
processo che gli fu intentato fu una farsa, come quelli di Mosca. Tuttavia
Martino riuscí a confondere cosí apertamente i suoi accusatori che questi lo
esiliarono, senza processo, in Crimea, dove morí di fame e di stenti. Ma i
bizantini rinunciarono all’applicazione in Italia dei loro editti.

Settant’anni dopo il «prelevamento» di Martino (un vero romano, si


disse, anche se era umbro, di Todi), dopo che una ventina di papi si erano
succeduti alla cattedra di San Pietro, scoppiò l’altro e ancor piú grave
conflitto teologico.
Questo nuovo scontro tra la Chiesa romana e l’Impero d’Oriente si aprí
alla fine del secolo VII . Nel 692 l’imperatore Giustiniano II, un mostro di
crudeltà, convocò a Costantinopoli un sinodo per affermare solennemente il
primato della Chiesa bizantina in materia canonica. Il papa di allora, Sergio
(che, tra parentesi, era stato costretto a comprare la sua conferma versando
cento libbre d’oro all’esarca) rifiutò di ratificarne gli atti. Giustiniano reagí
inviando a Roma un suo scherano con il compito di arrestare il papa e
deportarlo a Costantinopoli, come si era fatto col povero Martino. Questa
volta, però, il colpo non riuscí, perché le stesse milizie bizantine – composte
ormai quasi completamente di italiani – si ammutinarono, quando furono
condotte a Roma per vincere la resistenza dei romani schierati a difesa del
papa. Per sfuggire alla plebe romana che voleva accopparlo, al sicario
imperiale non restò che trovare scampo in Laterano, presso il papa, e
precisamente sotto il suo letto. Giustiniano non poté reagire perché fu
deposto durante una sommossa, gli fu tagliato il naso (di qui il soprannome
di Rinòmeto: si faceva cosí per impedire agli imperatori deposti di tornare
sul trono, non parendo possibile che uno potesse fare l’imperatore senza
naso) e fu mandato in esilio in Crimea. Ma dieci anni dopo un’altra
sommossa lo riportò, con un posticcio naso d’oro, sul trono. Le sue vendette
provocarono, pare, migliaia di morti suppliziati nella capitale. E poiché i
ravennati erano stati implicati nella sua disgrazia, il piú eminente di loro, un
tale Giovanniccio, venne arrestato e, condotto a Costantinopoli, fu
accompagnato al supplizio per le strade della città, preceduto da un
banditore che annunciava stentoreamente tutte le nefandezze che avrebbe
subito prima di morire. Il figlio Giorgio, però, si mise a capo di una
insurrezione che si propagò da Ravenna a tutte le milizie dell’Italia centrale,
le quali si riconoscevano ormai nella loro nazionalità italiana e nella
obbedienza al papa di Roma. Se ci soffermiamo su questi episodi è perché
essi gettano, attraverso il buio di quei secoli, un fascio di luce sulla genesi
di una cosa che si può ben chiamare la coscienza nazionale italiana.
L’imperatore armò una spedizione punitiva. Giorgio la affrontò tra
Ravenna e Roma. «Egli si allontanò da Ravenna – racconta il Liber
Pontificalis – sul suo cavallo grigio…» «Non volgeremo le spalle a questi
tronfi greci, – esclamò in un suo proclama alle truppe. – Abbiate fiducia…
Tutte le forze di Ravenna daranno battaglia… e quando i nostri alleati le
vedranno, saranno disposti a combattere». Cosí fu effettivamente. Gli
italiani (possiamo cominciare a chiamarli cosí) vinsero, e lo stesso
Giustiniano fu costretto al mite consiglio di fare pace col papa, invitato
solennemente e colmato di onori a Costantinopoli. Era solo un assaggio
della rivolta che sarebbe esplosa poco tempo dopo, proprio a Roma. Era
successo questo: a Bisanzio era salito sul trono un valoroso generale,
l’isaurico Leone III, che era riuscito a stroncare vittoriosamente la marcia
degli eserciti arabi su Costantinopoli. Bravissimo in guerra, non si dimostrò
altrettanto intelligente quando, pressato dai suoi consiglieri ecclesiastici,
scatenò un putiferio religioso con un suo editto che proibiva in tutto
l’Impero il culto delle immagini: il famoso editto iconoclastico.
Non si può dire che quell’atto fosse privo di valide motivazioni, non solo
religiose, ma anche politiche. Il culto delle immagini e l’altro, strettamente
connesso, dei santi, era andato tanto oltre, in Occidente, da intaccare il
monoteismo cristiano, rischiando di trasformarlo in un politeismo
idolatrico. Questo era il prezzo che la Chiesa pagava per convertire piú
facilmente le plebi rurali dell’Impero e i popoli barbari, sensibili alla
concretezza dei loro oggetti devozionali. Ma come abbiamo visto per la
disputa monofisita sulla natura del Cristo, questa deriva politeista
minacciava di indebolire la resistenza all’impeto di una religione, quella
islamica, fanaticamente monoteista e intransigentemente iconoclastica.
Leone III non aveva calcolato però la forza della passione religiosa che si
incarnava ormai, in Occidente, in quelle immagini: e soprattutto
l’esasperazione diffusa contro l’oppressione fiscale e la prepotenza del
dominio bizantino in Italia. La distruzione delle immagini sacre era un
colpo all’identità popolare. Non ci voleva altro per fare esplodere la
serpeggiante rivolta degli italiani contro il dominio greco.
Quando l’imperatore intimò al papa, che era Gregorio II, di obbedire al
suo editto minacciando di deporlo in caso contrario, si ribellò Venezia, si
ribellò Ravenna, si ribellarono le città della pentapoli umbro-marchigiana.
Furono cacciati i duchi bizantini, alcune città si diedero addirittura ai
Longobardi pur di liberarsi da Bisanzio: il tutto, come si usava allora, tra
accecamenti e sevizie ingegnose. A Roma, scomparso ormai da tempo il
Senato, il popolo cacciò il duca bizantino ed elesse un suo duce, un tale
Stefano. Quanto al papa – racconta il Liber Pontificalis – «Gregorio II,
dispregiando l’ordine del principe, si armò contro l’imperatore come contro
il nemico». Cosí che, quando Leone inviò una nuova spedizione punitiva, le
sue truppe incontrarono alle porte di Roma, sul ponte Salario, un piccolo
ma risoluto esercito formato dalle milizie romane e da contingenti umbri,
toscani e (anatèma!) longobardi che sbarravano la via. Alla testa di quello,
il papa stesso, elmo e corazza, anticipava di ottocento anni le gesta di un
altro pontefice guerriero, Giulio II.
I bizantini, respinti, tentarono di tornare a Roma alleandosi loro, questa
volta, con i longobardi, ma invano. Questi erano divisi e ormai, dopo la
conversione al cattolicesimo, soggiogati dal timore reverenziale che
emanava dal trono di San Pietro, oltre che sensibili alle risorse che
provenivano dal suo patrimonio. Quello dei rapporti tra la Chiesa e i
longobardi è l’altro grande fattore della strategia di emancipazione politica
della Chiesa.

Il conflitto con i longobardi.

I longobardi incombettero su Roma per tutto il tempo del loro dominio in


Italia, e i papi la difesero impavidamente. La strategia della Chiesa verso di
loro fu fermissima, ma anche intelligente e duttile. Essa usò ampiamente il
ricorso a poteri contrapposti: quello dei bizantini naturalmente, dapprima; e
poi quello degli stessi duchi longobardi, sempre ribelli al loro re; e infine
quello dei franchi. Al tempo stesso, dopo essere riusciti nella loro
conversione al cattolicesimo, grazie alla seduzione della loro regina
Teodolinda, al tempo di Gregorio il Grande, i Papi seppero utilizzare
magistralmente l’influenza esercitata sulle menti superstiziose di quei
barbari dal prestigio del successore di San Pietro e dal terrore della eterna
dannazione. Seppero organizzare ottimamente la resistenza armata di una
immensa città spopolata e aggrappata alle sue poderose mura. E infine, last
but not least, seppero spendere bene e al momento opportuno l’oro che
possedevano.
La storia dei rapporti tormentati tra la Chiesa e i longobardi si fa intensa
dopo la prima fase dell’invasione durante la quale sono le forze militari
bizantine, soprattutto, a fronteggiarli nel Ducato romano. Verso la fine del
secolo VI , però, diventava chiaro che l’imperatore bizantino, Maurizio, e il
suo esarca, Romano, non erano piú in grado di arginare la pressione
longobarda. Nel 593 un giovane e ambizioso re, Agilulfo, provocato da
un’incursione bizantina in Toscana, si presentò sotto le mura di Roma con
l’orrendo spettacolo dei prigionieri catturati nelle campagne e nelle città
saccheggiate, spinti davanti alle truppe con le mani mozzate. Gregorio era
solo. In un linguaggio fiorito aveva esclamato: «L’aquila (cioè, l’Impero) è
nuda di piumaggio… perde anche le penne delle ali». E Roma? «dov’è il
Senato? Dove il popolo? L’uno se n’è andato, l’altro si è dissolto».
L’imperatore era lontano e impotente. Pochi e scorati, i difensori
guardavano dall’alto delle mura l’esercito nemico avvicinarsi alle porte.
Gregorio fece l’unica cosa che c’era da fare. Seguí il consiglio della pia
Teodolinda, la moglie di Agilulfo. Si incontrò con il re, portandogli cento
libbre d’oro, attinte in parte dal suo patrimonio personale. Furono
sufficienti. L’esercito longobardo si ritirò, Gregorio tornò entro le mura,
benedetto dal popolo romano.
Ci furono dopo di allora almeno altre tre grandi crisi che videro l’uno di
fronte all’altro, come quella prima volta, un papa romano e un re
longobardo accampato sotto le mura di Roma. La prima, al tempo del piú
prestigioso e civile dei re longobardi, il grande Liutprando, che regnò per
piú di trent’anni, dal 712 al 744. Quegli anni sono una successione
spasmodica di guerre e di tregue. Per tre volte Liutprando mette in marcia
l’esercito verso la Città. Nel 742 il papa Zaccaria, un greco coraggioso e
astuto, esce da Roma con tutta la Corte per raggiungerlo, a piedi, un sabato
mattina, a Terni, dove il re, sbalordito, lo riceve reverente sulla soglia della
basilica di San Valentino. Il papa lo invita ad assistere alla messa della
domenica, durante la quale ordina un nuovo vescovo, e dopo di quella ad un
banchetto allestito presto e bene dai fedeli umbri che anche allora dovevano
essere maestri in queste cose. Il re rimane affascinato e commosso dal
«dolce canto» che poi si chiamò gregoriano e dal rito solenne; e, non meno,
dal banchetto, tanto da dichiarare poi, lo dicono i Libri dei Pontefici, di non
poterne ricordare uno cosí piacevole, gustoso e gaio.
Sventato, dopo molte altre complicate vicende, il pericolo Liutprando, la
minaccia si rinnova con il secondo dei suoi successori, che è sí cattolico
anche lui, ma fieramente nazionalista e impegnato esplicitamente nel
grande disegno fino allora fallito, dell’unificazione di tutta la penisola sotto
lo scettro longobardo. Il re Astolfo non sembra sensibile al fascino della
Chiesa di Roma. Nel 752, dopo un trattato di tregua quarantennale firmato
con il papa Stefano II – un romano di Roma – víola il trattato ed esige un
tributo spropositato, minacciando di assaltare la Città. A questo punto
Stefano si rivolge, come aveva fatto in precedenza, ma invano, un suo
predecessore, al popolo e al re dei franchi. Un anno prima, con
lungimiranza e senza preoccuparsi minimamente del «diritto
internazionale», il papa aveva consentito alla richiesta del maggiordomo di
palazzo, il carolingio Pipino, di legittimare l’usurpazione del potere da lui
compiuta in danno dell’esautorato re merovingio. La sua lettera avrebbe
deliziato Niccolò Machiavelli: chi esercita di fatto il potere, diceva il buon
pastore, deve vederselo riconosciuto anche di diritto. Con ciò, si era
conquistato la sempiterna gratitudine dei nuovi padroni di Francia. È
dunque a Pipino che si rivolge Stefano, scongiurandolo di intervenire. Si
mette in viaggio per il paese che si chiama ora Francia, accompagnato da un
vasto stuolo di popolo romano piangente fino al confine longobardo dove,
per attraversare il regno, è scortato da nobili franchi che hanno strappato ad
Astolfo un lasciapassare. Dopo una sosta a Pavia, dove si svolge un
tempestoso incontro con il re, Stefano e la carovana attraversano le Alpi
(Alessandro Manzoni ci ha lasciato nell’Adelchi il racconto della traversata
di un immaginario diacono Martino) per i passi innevati, e dopo mesi
raggiungono stremati a Ponthion, presso Parigi, la corte franca. Il re Pipino
li aspetta per accompagnare solennemente il papa, ammalato, a Saint-Denis.
Quando lui guarisce, il re convoca un’assemblea della nazione franca a
Quierzy. È un nome che nella storia della Chiesa resterà imperituro: perché
è lí che il re dei franchi, nominato da Stefano «patrizio dei romani» (un
titolo inventato), si impegna non solo a difendere Roma, San Pietro e il
papa, ma a «restituirgli» tutte le terre che Astolfo aveva strappato ai
bizantini, Ravenna compresa. Senza neppure accennare a Costantinopoli e
all’imperatore! Di questo atto non è rimasta traccia, e nessuno può dire
quale fosse effettivamente l’estensione e il contenuto di quella promessa.
Ma la diplomazia lateranense, insistendo sulla parola «restituzione», ha
fabbricato, con una falsificazione che solo nel XVI secolo sarà smascherata
dall’umanista Lorenzo Valla, la famosissima Donazione di Costantino: un
falso storico che diventò la base giuridica del governo pontificio per tutto il
Medioevo.
Pipino era a capo di un esercito formidabile per quei tempi. Sceso
insieme con il papa dalle Alpi nella valle padana, sgominò facilmente le
avanguardie longobarde e giunto a Pavia persuase Astolfo ad accettare un
diktat, che gli imponeva di «restituire» al papa le terre che fino allora erano
state dell’imperatore. Astolfo firmò, giurò, e subito dopo spergiurò.
Nell’autunno del 755 si presentò, come aveva fatto Agilulfo, come aveva
fatto Liutprando, sotto le mura di Roma, tentando invano di superare la
resistenza disperata dei romani alle porte e sottoponendo la Città a un
assedio stringente e i paesi e le campagne circostanti al saccheggio e alla
devastazione. A Stefano, che era intanto rientrato a Roma, non restava che
rivolgersi di nuovo al re dei franchi, questa volta con tre drammatiche
lettere, una delle quali era firmata addirittura da san Pietro in persona. Vi si
raccontava delle minacce di Astolfo al papa («rovescerò le tue mura, ti
truciderò di mia mano») e degli orrori perpetrati:

Devastarono, incendiarono... trafissero le immagini dei santi con le loro spade…


dissacrarono i sacri vasi servendosene per mangiare… rapirono e malmenarono le suore
e le vergini di clausura… catturato il bestiame, sradicate le vigne, distrutte le messi,
tutto divorarono; bambini innocenti furono strappati dal seno materno e le madri furono
violentate e i piccoli venduti schiavi…

San Pietro scongiurava il re di intervenire, anche a nome della Vergine


Maria. «Currite, currite!» gridava in un latino involgarito. Pipino fu di
parola. Quando con tutto l’esercito scese nuovamente dalle Alpi e giunse a
Pavia, il feroce Astolfo si arrese, concesse tutto quello che gli si chiedeva e
anche la presenza di un presidio franco e di un garante, l’abate di Saint-
Denis, della consegna dei territori al papa di Roma.
Cosí si compiva un processo durante il quale il Papato non solo si
emancipava dalla sovranità bizantina, non solo si liberava della minaccia
perenne dei longobardi, ma si installava da sovrano a Roma e in buona
parte dell’Italia centrale, per restarvi per altri mille e cento anni.
La parte restante della storia – il quarto e ultimo confronto tra un re
longobardo e un papa romano – è una coda della vicenda: una replica in
tono minore. Il velleitario Desiderio non aveva la stoffa del suo
predecessore. Il suo tentativo di ripetere il copione, ripresentandosi, dopo
un breve periodo di appeasement, davanti alle fatidiche mura di Roma,
obbligò un nuovo grande papa, Adriano, a mobilitare Roma e le città
dell’Italia centrale poste ormai sotto il suo dominio, a difendere e ad
affrontare ancora una volta il re, minacciandolo di scomunica, e
inducendolo a ritirarsi. Obbligò anche il successore di Pipino, Carlo, che
non era ancora il Grande, a seguire il copione anche lui: discesa in Italia,
sconfitta dei longobardi. Questa volta, però, con un finale diverso: la fine
del loro dominio sulla penisola.

La Chiesa poteva respirare. Libera dalla pressione longobarda che


l’aveva soffocata e terrorizzata per due secoli. Padrona di fatto, anche se su
basi giuridiche discutibili, di una parte rilevante d’Italia (anche i longobardi
spoletini avevano fatto atto di sottomissione, tagliandosi la barba e i capelli
«alla romana»). Appoggiata a un alleato forte, ma sufficientemente lontano
per non schiacciarla con la sua presenza; e, questa volta, a un rapporto
personale, quello tra il papa Adriano e il re Carlo, che piú leale e affettuoso
non avrebbe potuto essere. Tutto congiurava per una lunga era di pace.

Guerre incivili a Roma.

E invece no. Il punto debole del grande potere papale stava nel suo
centro, a Roma. Stava nella sproporzione tra quel potere che andava
facendosi universale e la sua debole investitura cittadina, di una città
dilaniata da lotte civili: proprio come nella Roma repubblicana, ma senza il
suo patriottismo e senza le sue legioni. Le vicende tempestose della prima
metà del secolo VIII di una Roma stretta tra bizantini e longobardi avevano
modificato l’equilibrio delle forze sociali all’interno della Città. Sparita
l’antica aristocrazia del sangue, due classi si contendevano l’influenza sul
potere papale: una nuova aristocrazia militare, l’exercitus romanus, generata
dalle esigenze della difesa; e un nuovo ceto sacerdotale, il clericorum ordo
costituito dalla burocrazia pontificia e dagli ordini monastici. Si capisce che
la prospettiva di condizionare un potere immenso, rinnovata a scadenze
ravvicinate, a ogni elezione papale, generasse nell’elettorato, costituito dalla
nobiltà, dal clero e dal popolo, in quei tempi non proprio illuminati, episodi
di inaudita ferocia. Come quello che si svolge tra milizia e clero, la prima
guidata da un certo duca Toto (Teodoro) e dai suoi tre fratelli da una parte, e
il primicerio Cristoforo dall’altra. Una vicenda romanzesca di agguati,
assassinii, mutilazioni e tormenti efferati, degna di un Grand Guignol, che si
svolge alla morte del pontefice Paolo I e alla fine della quale, dopo un
effimero Costantino – uno dei fratelli di Toto – il trono papale torna nelle
mani della Curia, rappresentata da papi energici. Forse proprio per
assicurare il loro potere contro i disordini interni (ormai i longobardi sono
spacciati) e contro il possibile ritorno dei bizantini, i papi rafforzano i loro
legami con i potenti re franchi che soli potevano garantirli contro gli uni e
contro gli altri. Per ben due volte il nuovo imperatore Carlo scende a Roma
vestito della tunica bianca del patrizio; la prima per farla finita con
Desiderio e col suo regno, la seconda per liberare il papa Leone, successore
di Adriano, da una sommossa. È in questa circostanza che un Leone III
terrorizzato dallo scampato pericolo ha una pensata storica. Durante la
messa di Natale Carlo, mentre stava in preghiera davanti alla confessio di
San Pietro, fu sorpreso da Leone che repentinamente comparve per porre
una corona sul suo capo, e dal papa e dal popolo romano fu acclamato
imperatore. Era la notte di Natale dell’800. Nessuno può dire, a distanza di
dodici secoli, se quella fu veramente una improvvisata che contrariò Carlo o
una sceneggiata concordata fra i due. Sta di fatto che cambiò la storia: la
quale tesse disegni ignoti ai suoi stessi tessitori.

Riapparivano cosí, su una scena assai diversa, i due Imperi della tarda
antichità, quello carolingio d’Occidente e quello bizantino d’Oriente. Si
istituzionalizzava un equilibrio che vedeva la Chiesa di Roma al centro
della scena, potente come non mai: grazie alla logica dei poteri
contrapposti, al monopolio delle chiavi del paradiso e alla sua grande
ricchezza. La fonte di quest’ultima era costituita dai tributi delle donazioni
dei fedeli e dalle rendite del vastissimo patrimonio terriero. Ma anche
dall’afflusso costante dei pellegrini. Quella romana era un’economia di
servizi, spirituali ma anche materiali, con una bilancia dei pagamenti
nettamente attiva grazie al turismo religioso e all’afflusso di rendite e di
capitali. Per una popolazione di non piú di 30-40 mila abitanti l’afflusso
costante di migliaia di pellegrini costituiva una enorme risorsa. Venivano da
tutto il mondo, dall’Oriente e dall’Occidente: franchi, batavi, frisoni, angli;
persino ungari; e greci e siriani, di tutte le razze, di tutte le fogge; e di tutte
le condizioni sociali: monaci scarmigliati e dignitari dell’Impero e dei regni
barbari, fuggiaschi perseguitati e re potenti. Come quel Caduallo di
Sassonia, capelluto e biancovestito, giunto per farsi battezzare dal papa.
Come Corrado di Merca e Offe di Essex, che arrivarono «con buona copia
di oro» – calici, cibori, patére – per farsi monaci e sparire in un monastero.
Per accogliere tutta quella gente la Chiesa dovette costruire una vera e
propria struttura alberghiera e assistenziale. Gli alberghi si chiamavano
xenodochi ed erano sparsi su tutto il territorio della città e dei suoi dintorni.
Come la Roma dei consoli e degli imperatori, anche quella dei papi aveva
un aspetto cosmopolita: non solo per lo sciamare dei pellegrini, ma anche
per la presenza di vere e proprie colonie straniere, le scholae, che vi si
insediavano stabilmente. I re anglosassoni, per esempio, avevano fondato
una catena di ostelli accanto a San Pietro. Li chiamavano, nella loro difficile
lingua, boroughs, borghi (il nome è rimasto a quel quartiere romano). C’era
la schola dei greci, quella dei longobardi, quella dei frisoni. I membri di
queste comunità parteciparono insieme con i romani alla difesa della Città.
Combinavano anche dei guai: per ben due volte scoppiarono nel Borgo
incendi per la negligenza di alcuni sassoni, conseguenza probabile della
preferenza per le case di legno della loro terra nativa. Gli xenodochi erano
tenuti non soltanto a ospitare ma ad assistere i pellegrini, fornendo non solo
il cibo e il letto, ma anche le coperte e le cure mediche, se si ammalavano.
Papa Martino, durante un interrogatorio, al suo carceriere che avanzava dei
dubbi sulla qualità del cibo fornito ai pellegrini, rispondeva
orgogliosamente:

Non conosci la Chiesa romana, mio buon signore. Ti dico che quando un uomo
sfortunato, chiunque sia, chiede ospitalità, tutto viene messo a sua disposizione, e san
Pietro non lascia che nessuno se ne vada senza i suoi doni: pane e vini dei migliori sono
serviti non solo a lui ma a tutta la sua compagnia.

Non tutto filava liscio, naturalmente. Con grande scandalo fu raccontata


la storia del vescovo Amando di Maastricht che, trovato dagli uomini delle
pulizie in una piccola chiesa nella quale pretendeva di passare la notte in
preghiera, era stato buttato fuori a pugni e calci. Oppure di quell’oste che
aveva servito un vino sospetto al vescovo Ansovino, ma quello aveva
benedetto la brocca, e il vino si era separato dall’acqua. Oppure di quelle
prostitute inglesi che pare fossero giunte al seguito di pellegrini esigenti.
I pellegrini, dunque, costituivano una voce attiva della bilancia dei
pagamenti romana: e a ciò contribuivano sostanzialmente due forme di
commercio. Una infame, quella degli schiavi. Non era un commercio
proibito, solo mal visto dalla Chiesa; mercanti greci e veneziani senza
scrupoli lo praticavano, procurandosi la merce a Roma e dintorni, e
rivendendola ai pirati saraceni. Gregorio Magno si decise a ricomprare, per
liberarli, un certo numero di quegli sventurati.
La seconda forma di commercio anomalo, a differenza del primo non
solo tollerato ma incoraggiato, era il commercio dei corpi dei santi. Era
credenza diffusa che i santi facessero miracoli dopo morti, ma quasi sempre
in prossimità delle loro spoglie. C’erano santi piú o meno miracolosi; e
quindi piú o meno apprezzati sul mercato legale e sul mercato nero. Re,
città e monasteri facevano a gara per procurarsi i piú efficienti. Ne
nascevano conflitti e risse e trafugamenti. La Chiesa interveniva
severamente, come unica autorità competente ad autenticare le salme e a
consentirne il prelievo. Ma molte transazioni sfuggivano al suo controllo.
Troppo forte era il desiderio di ospitare i resti di un santo illustre e
miracoloso da parte di una città o di un sovrano, per ragioni di prestigio. Il
monaco Radoino, per esempio, fu inviato dal potente Lodovico di Sassonia
al papa Eugenio per chiedergli di prelevare i resti mortali di san Sebastiano,
in cambio di una speciale benevolenza. Era una richiesta scandalosa, perché
san Sebastiano era il terzo protettore di Roma, dopo i santi Pietro e Paolo.
Quando il popolo romano lo seppe insorse e inviò una deputazione al papa,
che era ammalato e fu costretto a dibattere la questione mentre stava a letto,
tra alte grida e minacce. Si raggiunse un compromesso: consegnare
all’imperatore non tutto il santo, ma solo un suo braccio. Ma gli inviati
dell’imperatore rifiutarono e alla fine san Sebastiano partí tutto intero.
Diversamente andò con san Tiburzio, che era ridotto in polvere. Fu diviso in
due pinte. Ma alla fine, giunto a destinazione, al monastero di Seligenstadt
nella sua parte maggiore – una pinta e mezza – si scoprí con orrore che
l’urna era stata manomessa: chissà di chi erano quelle polveri? Chissà
dov’era il santo?
Di queste macabre e grottesche storie sono piene le cronache medievali:
di un Medioevo che sapeva essere sublime e rozzo, causidico fino allo
spasimo dell’intelligenza e credulo fino agli estremi della piú volgare beffa.

Tre conclusioni.

La storia di Roma è intrinsecamente legata a quella della Chiesa. La


storia della Chiesa è parte integrante (e disintegrante) della storia d’Italia.
Ci sono tre considerazioni conclusive che possiamo desumere dallo sguardo
che abbiamo dato alle vicende di queste storie nel primo Medioevo, nei
secoli bui.
La prima riguarda il popolo di Roma. Con quell’immane tetto sulla testa
– la Chiesa – la sua spinta verso l’emancipazione dal dominio e verso
l’autogoverno non poteva non essere assai differente da quella che si
impresse sulla storia degli altri Comuni e Repubbliche italiane. Pure, quella
spinta ci fu, e a tratti altrettanto vigorosa. Ci fu una milizia romana, non piú
certo il popolo in armi delle legioni, ma un ordine professionale non
mercenario, parte organica del regime politico della città. Ci fu un Comune
romano, anche se all’inizio marcato dal suggello ecclesiastico di sancta
respublica e profondamente segnato dai superiori interessi ecclesiastici. Era
comunque una delle forze tra le quali si doveva muovere la politica della
Chiesa. Come nelle altre città d’Italia era attraversato da conflitti violenti
tra gli ordini sociali, nobili e plebei (di nuovo!), chierici e laici, militari e
civili, borghesia e popolo minuto. Era animato da una forte aggressività (di
nuovo!) verso i suoi vicini. E da una comprensibile e talvolta patetica
magniloquenza retorica sul suo patrimonio storico. Ma quel tetto era il
limite del suo sviluppo e della sua evoluzione verso le forme dello Stato
civico sbocciate nelle altre parti d’Italia. La storia della Roma popolare
resta sempre, in parte determinante, una storia popolana alquanto rozza:
anche nella sua aristocrazia, orgogliosa quanto le altre, ma meno raffinata:
un po’ búttera.
La seconda riguarda il rapporto fatidico tra l’ascesa del potere della
Chiesa di Roma e la genesi della nazione italiana. Fu un fattore propulsivo
o un intralcio? Fu certamente l’uno e l’altro. Piú precisamente, fu un
potente enzima della formazione della nazione italiana e della sua coscienza
identitaria e un punto di riferimento decisivo per l’aggregazione delle spinte
all’indipendenza dagli stranieri, dai «barbari», generatesi già nella
profondità dei secoli bui. E al tempo stesso un macigno posto sulla strada
dello sviluppo di uno Stato nazionale.
La terza conclusione riguarda la natura civile e morale della Chiesa.
Abbiamo constatato quanto poco, dopo il «ribaltone» di Costantino, la
Chiesa trionfante avesse mantenuto delle sue premesse morali, quanto
scarsa fosse diventata la sua potenziale capacità di trasformazione e di
incivilimento umano dei costumi, con il pieno suo coinvolgimento nelle
vicende politiche e mondane. Questa scissione morale non fece che
accentuarsi nel primo Medioevo. La sua eredità spirituale passò in parte
preminente nel movimento monastico, serbatoio prezioso per la vitalità
dell’istituzione, ma alone esterno e spesso minaccioso del suo potere e della
sua politica. La quale si calò in pieno nelle ragioni e passioni del mondo di
qui, usando ampiamente della sua autorità sull’«altro mondo» per
rafforzarle.

1
G. Pepe, Il Medio Evo barbarico d’Italia, Einaudi, Torino 1941.
Capitolo secondo
L’Italia longobarda

Chi erano i longobardi.

L’origine dei Longobardi è avvolta nell’oscurità dei secoli e delle lande


scandinave da cui pare provenissero. Erano alti, biondi, rasati sulla nuca, le
trecce spioventi e, come dice la parola, portavano lunghe barbe. «Chi sono
quei giganti con quelle barbe lunghe?» pare avesse chiesto alla moglie il dio
Odino affacciandosi dal Walhalla e scorgendo quelli che allora si
chiamavano Winnili e che da allora si chiamarono, in omaggio al Dio,
«lunghe barbe» (o lunghe alabarde?). Erano nomadi. Erano pastori. Erano
feroci. Per la prima volta non venivano in Italia come mercenari ammutinati
dell’esercito romano, già sommariamente latinizzati, come i goti. Venivano
da nemici, da predoni, da invasori. Massacravano, incendiavano,
violentavano. Si rovesciarono sulla penisola dalla porta aperta del Friuli, dal
passo sovrastato da quella vetta del Matayur da cui dilagarono nel
novembre del 1917, a Caporetto, le truppe del giovane capitano Rommel. Si
trascinavano dietro i loro greggi di maiali, rotolavano sui loro carri di legno
con dentro le loro donne e i loro prefabbricati. Davanti a loro sciamavano
terrorizzati gli abitanti delle ricche città latine: Aquileia, Altino, Eraclea.
Fuggivano verso le lagune con le loro reliquie, i loro vescovi, le inutili armi
impugnate da mani tremanti. Cosí avevano fatto cinquant’anni prima
davanti a quelle bestie degli unni, che ora ricomparivano aggregati ai nuovi
invasori. Allora erano tornati nelle loro città a ricostruirle, dopo la tempesta.
Questa volta invece restarono aggrappati agli isolotti, accampati tra i
canneti della laguna, per fondare un altro Impero millenario.
La classe dirigente, l’aristocrazia senatoriale romana dei grandi
proprietari latifondisti fu letteralmente spazzata via, al punto che non
sappiamo che fine abbia fatto. Paolo Diacono ci dice che fu in parte
eliminata fisicamente e in parte resa tributaria dei nuovi padroni. I nuovi
venuti non coltivavano la terra. Allevavano maiali. Ignoravano l’uso della
moneta. Con una popolazione dimezzata, in una natura inselvatichita, con
scambi ridotti al minimo, l’economia dell’Italia settentrionale ricadde nelle
condizioni di un’agricoltura di sussistenza, tecnicamente primitiva. Se si
eccettuano i grandi duchi, che si installarono nelle antiche città romane, i
nuovi padroni si insediarono in castelli fortificati, in tenute divise tra una
parte dominicale, il sundrio, coltivata dai servi del signore e una parte
tributaria – la massa – coltivata da coloni (i massari) che consegnavano al
padrone parte del prodotto e si obbligavano a lavorare sulle sue terre per
una parte dell’anno. La terra coltivata, dominicale o tributaria, si era ridotta
comunque in spazi ristretti, tra boschi brughiere e paludi: regno preferito
dei signori longobardi, delle loro cacce e delle loro cavalcate, tra nugoli di
cani latranti e di maiali grufolanti.

La condizione dei vinti.

Quale fu la condizione dei vinti romani? È un enigma della storia che


forse non sarà mai risolto. Ci sono in proposito due passi, nella storia di
Paolo Diacono, ambigui e tormentatissimi. Tutti liberi? Tutti servi?
Probabilmente bisogna distinguere tra le condizioni sociali. Come s’è
detto, la grande aristocrazia romana, nella sua massima parte, non fu né
libera né serva. Fu semplicemente distrutta. Gli uomini furono uccisi o
fuggirono, o si rifugiarono in seno alla Chiesa e ai suoi monasteri. Forse le
loro donne furono ridotte in schiavitú, nei primi anni dopo la conquista.
Non sappiamo. Non è rimasto di tutti loro neppure un gemito.
Diversa doveva essere la condizione degli «umili» che ebbero, se si può
dire, miglior sorte. I longobardi non erano venuti in massa: erano 2 o 300
mila al massimo su una popolazione italiana di 4 milioni. Non sufficienti
per coltivare le terre di cui si erano appropriati. Inoltre, non ci pensavano
proprio. Erano venuti per spadroneggiare, rapinare, sfruttare il lavoro dei
vinti, non certo per lavorare. Si erano riservati la caccia, l’allevamento dei
maiali e, naturalmente, il mestiere delle armi. Dunque, la manodopera
disponibile, su una popolazione scarsa, era preziosa. Conveniva non solo
lasciarli vivere, ma lasciarli lavorare, come coloni o come servi,
mantenendoli in condizioni sociali immutate e limitandosi a percepire i
frutti del loro lavoro sotto forma di rendite, di tributi e di prestazioni
d’opera. Insomma, la condizione dei contadini, che costituivano la parte di
gran lunga piú numerosa della popolazione, non mutò gran che: forse,
migliorò persino, per il minor gravame fiscale rispetto a quello della
soffocante amministrazione bizantina. Il popolo degli humiliores non
diventò muto: restò tale, come era sempre stato.
Quanto all’intellighenzia laica, sparí insieme con l’aristocrazia. O si
trasferí sotto il riparo della Chiesa. È da quella parte che riceviamo le scarse
notizie di cui disponiamo su quel «popol disperso che nome non ha». La
sorte della Chiesa, infatti, fu diversa. Certamente, essa pure ebbe le sue
vittime, soprattutto nella prima fase selvaggia dell’invasione. Molti vescovi
furono trucidati. Molti dovettero abbandonare le loro sedi. Ma, pur essendo
ariani, e sostanzialmente per lungo tempo ancora pagani, i longobardi in
genere rispettarono le gerarchie ecclesiastiche, risparmiarono le loro chiese,
non perseguitarono i fedeli. La Chiesa di Roma, salvo che in momenti
critici, poté mantenere i contatti con i suoi vescovi nell’Italia longobarda.
Dopo il 603, l’anno della conversione al cattolicesimo, i rapporti tra i
dominatori e il clero migliorarono, sia – come abbiamo già visto – a livello
della grande politica, tra il Papato e il Regno, sia, all’interno del Regno, tra
i dominatori e il clero. Vescovi e abati, già all’arrivo dei longobardi, erano
proprietari di vastissime zone del paese. Se, come tutto lascia credere, i
nuovi padroni d’Italia non le espropriarono sistematicamente, una buona
parte del territorio della penisola era dunque sottratto alla loro presa diretta.
E certamente quel patrimonio si accrebbe. Sia durante, sia subito dopo
l’invasione, in mezzo ai torbidi dell’occupazione militare, le donazioni
aumentarono, come aumentarono le vocazioni monastiche. I monasteri,
quelli benedettini soprattutto, avevano assunto proporzioni grandiose.
Famosi quelli di Montecassino, di Subiaco, di Cava dei Tirreni, di San
Vincenzo al Volturno. Alcuni di essi, come Farfa, Bobbio, Nonantola, Santa
Giulia di Brescia, erano in territorio longobardo. Al loro interno vigeva una
organizzazione del lavoro e regole di vita rigorose che disciplinavano
un’economia razionale, ben diversa dall’anarchia barbarica. Oltre che
pregare, i monaci lavoravano, per cinque ore in autunno e in inverno e da
sei ore e mezzo a otto ore e mezzo in primavera e in estate: lavori agricoli,
soprattutto, ma anche artigianali, per il consumo interno, soprattutto, ma
anche per la vendita, nei modesti mercati delle città.
Queste ultime non sparirono. Certo, i capi preferivano vivere nelle
campagne, nelle loro fare, che erano delle fattorie fortificate. Ma, a parte
Pavia, dove viveva la Corte del re, in altre città si erano insediati i duchi
longobardi, che vi tenevano corti rivaleggianti con quella, e vi mantenevano
le loro famiglie e le loro milizie, alimentando un flusso di consumi che
consentiva la sopravvivenza di un ceto di mercatores.
Fino a Rotari, comunque, l’Italia longobarda restò immersa in uno stato
di barbarie. Non ci fu alcuna fusione tra vincitori e vinti. Anche quando la
violenza sistematica si attenuò, un solco profondo divideva i longobardi
dagli italiani. Gli uni e gli altri conservavano le loro consuetudini. Il
disprezzo che i primi nutrivano per i secondi è ben testimoniato dalle parole
del vescovo longobardo Liutprando di Cremona all’imperatore bizantino
che gli aveva contestato arrogantemente di non essere romano. «Romano? –
rispose quello. – Quando noi vogliamo dire di qualcuno che mente, che è
vile, che è infido e spregevole, noi diciamo: è un romano».
Eguale disprezzo manifestavano, quando potevano, soprattutto attraverso
il clero, nel quale avevano trovato rifugio, i romani: anzi, come ormai si
deve chiamarli, gli italiani. Fino a Rotari, la condizione degli italiani fu
pesantissima. Nell’editto di Rotari non se ne fa neppure menzione: come se
non esistessero. Esso è scritto per i longobardi: e costituisce un tentativo di
codificare la barbarie.

Rotari e la barbarie codificata.

Rotari è, tra i re longobardi, il piú autentico esponente della corrente


nazionalista ariana, contraria alla commistione con la civiltà romana. Egli si
preoccupa di mantenere vive le tradizioni del popolo longobardo
raccogliendone le consuetudini giuridiche. Il suo editto, emanato nel 643, è
dedicato per piú della metà dei suoi 383 articoli a codificare, in un latino
grossolano e scorretto, le norme del diritto penale. Per larga parte queste
norme consistono nella determinazione delle tariffe con cui si fissano i
compensi in denaro (guidrigildi) destinati a sostituire le vendette private
(faide). Poiché tali compensi sono differenziati secondo lo status delle
persone, l’editto getta una certa luce sulla struttura della società longobarda:
sui valori relativi che essa attribuiva alle persone e alle cose, valori espressi
in soldi d’oro.

È del tutto impossibile istituire confronti, anche alla lontana, tra il valore
del soldo longobardo e quello del nostro euro. Formalmente, si potrebbe
dire che, poiché il soldo contiene 4 grammi d’oro, e l’oro vale oggi circa 10
euro al grammo, il soldo longobardo valeva 40 euro. Ma questa equivalenza
ci dice assai poco se si considera: la scarsezza della circolazione monetaria,
l’esiguità degli scambi, la povertà del «paniere» dei beni acquistabili con
moneta, la diversità abissale tra il paniere dei ricchi – una minoranza
esigua, che poteva permettersi di comprare beni e servizi usando la moneta
– e quello dei poveri, la grande maggioranza, che la moneta neppure la
vedeva.
La traduzione in euro delle tariffe rotariane, che usiamo, è dunque una
trasposizione pura e semplice che serve solo ad avvicinare con un binocolo
moderno un’epoca antica: proprio come si fa con gli anacronismi teatrali e
cinematografici, drammi antichi recitati in costumi moderni. Quel che le
tariffe dei guidrigildi ci dicono non riguarda il confronto impossibile tra
quella società e la nostra, ma il confronto interno al loro mondo, sui valori
relativi della loro società. Da questo confronto risulta anzitutto l’alto valore
del soldo rispetto alla media dei beni e dei servizi considerati, ivi compresi
gli uomini e le donne, cui allora si dava un prezzo: dato comprensibile se si
considera la scarsità della moneta e lo scarso valore di ciò cui noi non
diamo piú un prezzo: la vita umana. Altra osservazione: il basso valore
della terra, che era abbondante, rispetto a una popolazione rada e
inselvatichita. Con un soldo, diciamo 40 euro, si poteva comprare un
pezzetto modesto ma coltivabile di terra, forse un ettaro o due. E
naturalmente, il prezzo saliva con la qualità e l’estensione, fino ad arrivare
al limite piú alto che conosciamo: un latifondo pagato 3850 soldi, 154 mila
euro. Dai guidrigildi appare un ventaglio vastissimo di prezzi di indennizzo
per il danneggiamento o la perdita dei beni considerati: per esempio, il
basso valore degli schiavi giovani: 12 soldi per un fanciullo, 480 euro. Poco
meno del doppio per una donna col suo bambino, cum infantulo suo, 21
soldi (840 euro). Il valore dei cavalli, invece, era molto alto: nel 764 un tale
dà per un cavallo 10 moggi di terreno, metà di una chiesa, una vigna e un
uliveto. I cavalli erano protetti anche da danneggiamenti dolosi. Chi
causava l’aborto traumatico di una cavalla era tenuto a versare al
proprietario 1 soldo (40 euro) e 3 doveva sborsarne chi aveva tagliato la
coda a un cavallo, diminuendone la bellezza e oltraggiando il padrone. Si
comminavano poi multe elevatissime, praticamente impossibili da
sostenere, per i reati piú gravi: 900 soldi per l’effrazione di un sepolcro, la
stessa somma per l’omicidio e per l’oltraggio a una donna libera: 36 mila
euro.
Che cosa succedeva quando il condannato non era in grado di pagare,
caso che si sarà presentato certamente con frequenza? In questo caso, egli
era consegnato al creditore, che, al di sotto di un debito di 20 soldi, poteva
farlo lavorare fino ad esaurimento del dovuto: al di sopra, poteva renderlo
schiavo o, semplicemente, ucciderlo. Roba da barbari? Certo: ma forse
ricorderete che lo stesso trattamento era riservato ai debitori insolventi nella
Roma della prima Repubblica.

Dall’editto di Rotari traspare l’immagine di una società barbara, priva di


quella trasfigurazione con la quale una letteratura moralistica ha
rappresentato la barbarie: rozza, ma leale, autentica, virtuosa. I barbari veri
non avevano niente a che fare con gli eroi di Tacito. Erano proprio barbari.
Non solo rozzi e violenti, quanto piú è possibile, specie quelli che erano
stati piú lontani dall’influenza romana come i longobardi: ma mentitori,
spergiuri, traditori, in costante invidiosa lotta fra loro. E terribilmente
spacconi e pomposi. Per niente simpatici.
Gabriele Pepe ne ha offerto un ritratto vivacissimo, soprattutto per ciò
che riguarda le loro istituzioni piú peculiari, piú lontane dalla complessità e
dalla «modernità» del diritto romano: il giuramento e il giudizio di Dio.
Certo, entrambe quelle istituzioni rappresentarono – ed era l’intenzione dei
re, sulla quale fece leva la Chiesa, dopo la conversione – un progresso sulla
condizione naturale del diritto, che si riduceva alla faida, al farsi giustizia
da sé. Ma se l’intenzione era quella, le sue procedure rivelano una mentalità
permeata di superstizione e di infantilismo. Anche i romani erano
superstiziosi, ma avevano razionalizzato la superstizione in rituali di
scongiuri formali, che la rendevano innocua: come si fa tra noi, quando
qualcuno mette il cappello sul letto o passa il sale al vicino senza prima
posarlo in tavola. Quanto alle contese, le avevano governate attraverso una
poderosa costruzione legislativa e giudiziaria. La mentalità barbarica non
era capace di understatement rituali e non aveva alcuna idea di un diritto
basato sulla ricerca della verità oggettiva: del «fatto». Essa pretendeva il
coinvolgimento soggettivo dell’onore e della vita intera dell’individuo nella
«scommessa» del giuramento e la presenza riscontrabile della divinità come
unica valida prova del giudizio. Di qui le aberrazioni logiche e le procedure
crudeli e grottesche. La possibilità, per esempio, condannata dall’editto di
Rotari, ma largamente praticata, come l’editto stesso afferma, di annullare
con un giuramento anche la confessione del reato. L’insistenza
nell’accompagnare la pena con una ritrattazione:

Se qualcuno nell’ira chiama un altro arga (che vuol dire zuccone, un’offesa terribile,
sembra) affermi pubblicamente che non gli consta che quello sia un arga e gli paghi 12
soldi. Se invece insiste, dimostri che quello è un arga con un duello.

Quanto ai giudizi di Dio, sono un’enciclopedia di assurdità che la Chiesa


ha finito per accettare formalizzandole in rituali complicati grazie ai quali
manteneva il controllo delle emozioni popolari. I giudizi di Dio, dopo la
conversione, furono infatti affidati alla Chiesa che li giustificava
storicamente ricordando che anche il papa Leone III si era sottoposto a un
giudizio di Dio. La Chiesa li formalizzò con la consueta precisione e
solennità rituale. Ci sono rimasti i resoconti di alcune di queste sacre
rappresentazioni nelle quali il sacerdote officiante, di solito il vescovo, tra
canti e processioni, interveniva piú volte, prima durante e dopo la messa,
mentre sacerdoti e diaconi preparavano i marchingegni: caldaie di acqua
bollente, vasche di acqua gelata, tappeti di chiodi roventi o semplicemente
sudari per il cadavere, che all’avvicinarsi dell’accusato, se colpevole,
avrebbe dovuto riaprire le sue piaghe. Si rivolgeva, con l’adiuratio, alla
caldaia, alla vasca, ai chiodi, al cadavere scongiurandoli di conformarsi al
giudizio di Dio («ti scongiuro, caldaia, in nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo, della Santa resurrezione, dei quattro evangelisti») rendendolo
palese, e invocavano Dio stesso:

e perché non sia condannato ingiustamente l’innocente e perché il colpevole non sfugga
a noi che cerchiamo la verità in Te, vera luce, cui non sono oscure le tenebre e che
illumini le tenebre nostre, mostrando e chiarendo Tu, cui nulla passa occulto, la Tua vera
virtú, venga la cognizione del vero a noi che in Te crediamo.
Alla categoria dei giudizi di Dio appartenevano i duelli: al soccombente,
oltre allo scorno e ai danni fisici dello scontro, mozzavano una mano.
Anche gli ecclesiastici non si sottraevano: ma gli era concesso di non
partecipare direttamente, ma di farsi rappresentare da loro campioni (da
campus, la spianata ove si svolgeva il duello). Questi riti, che si snoderanno
ben al di là di quel tempo, attraverso tutta la storia della cristianità, fino e
ben oltre l’Inquisizione, sono il legato della barbarie trasmesso alla
religione di Gesú. Il prezzo pagato dalla Chiesa per acquistare le anime dei
barbari era, insomma, l’imbarbarimento del cristianesimo.

Che cosa resta dei longobardi?

Le cose mutarono, comunque, dopo la conversione; e dopo l’editto di


Rotari; anche grazie alla lunga tregua con i bizantini. Gli italiani
riemergono dal silenzio. Liutprando e Astolfo nei loro editti parlano di
romani che vivono liberi secondo le loro leggi; le città e i castelli si aprono
alle correnti di traffico del Mediterraneo orientale, e la ristabilita unità del
potere vescovile costituisce il piú efficace strumento per il riavvicinamento
dei due popoli. Si anima un certo traffico fra i porti adriatici e le città
interne lungo il corso del Po, si pratica un uso piú frequente della moneta.
Ricompaiono i negotiatores, nominati esplicitamente da Astolfo come una
classe di persone pienamente libere, tenuta in notevole considerazione e
ammessa anche nell’esercito. Ricompare il mercatum, una fiera che si tiene
davanti alla chiesa e dove si espongono non i soliti prodotti domestici, ma
quelli piú preziosi, stoffe, abiti di seta, spezie, pellicce, gioielli, che i
mercanti sono riusciti a trascinare di paese in paese, in mezzo a immensi
rischi e difficoltà. Ricompaiono gli artigiani, residenti in città,
probabilmente attorno al mercato: orefici, dipintori, ramai, calzolai, sarti,
saponai, liberi anche quelli, che lavorano su commissione del cliente; e fra
questi, i maestri comacini, detti cosí perché vengono da Como o perché
lavorano cum machina, l’impalcatura sulla quale si arrampicano
impavidamente?

Insomma, un certo risveglio economico, nell’VIII secolo, si manifestava


contemporaneamente ai tentativi dei piú grandi re longobardi, come
Liutprando e Astolfo, di attuare l’impresa incompiuta dell’unificazione
della penisola. Ma entrambi i tentativi erano destinati a fallire. I terribili
Longobardi sono ormai devoti cattolici, anche se divisi tra una corrente
tradizionalista e nazionalista e una romanizzante. Di quest’ultima è
esponente eminentissimo il grande Liutprando, che abbiamo già incontrato
a Terni, a banchetto con il papa. Anche lui entra in conflitto con il pontefice
e per tre volte minaccia la stessa Roma con le sue truppe: ma, come altri
illustri predecessori, è fermato, piú che dalle milizie romane, dalle
«divisioni del papa», dalla sua stessa reverenza verso l’autorità spirituale
del Pontefice. Anche Astolfo è cattolico, ma è anche esponente del partito
nazionalista. Ed è il re longobardo che, avendo espugnato Ravenna e
sottomesso i potenti duchi di Spoleto e di Benevento, va piú vicino al sogno
dell’unificazione d’Italia sotto il suo dominio. Porta Pia è a un passo,
quando, stavolta, non il timore reverenziale verso il papa, ma l’intervento
armato dei franchi di Pipino, rompe il suo disegno. Sarà un altro grande
franco, Carlo, a seppellire definitivamente le speranze dei longobardi e lo
stesso loro dominio, alle chiuse di Susa, nel 754. Come si spiega questo
clamoroso e rapido fallimento longobardo? Con ragioni militari: la
superiorità numerica e bellica dei franchi? Ma i goti avevano resistito per
decenni a un potente esercito invasore! Forse bisogna pensare a due ragioni
piú profonde. La prima è interna al popolo longobardo. Diversamente dai
franchi e dai goti, questo, per tanto tempo estraneo all’influenza della civiltà
romana, era totalmente privo di senso dello Stato: incapace, tranne che in
brevi momenti, di sottostare a un’autorità permanente. La rissosità dei suoi
duchi costituiva la sua intrinseca debolezza. L’altra era l’arrogante
disprezzo verso i vinti, che impedí per un lungo secolo una fusione dei due
popoli e quindi la costituzione di un regno del tipo di quelli che si stavano
formando e sviluppando nelle altre parti dell’Europa occidentale. La
nazione longobarda fu incapace sia di unirsi che di essere assimilata. Fu un
aborto storico. Finí per essere ingoiata da un popolo molto piú numeroso e
molto piú civile, che emergeva dall’ombra che l’aveva avvolto, e
riacquistava lentamente il suo nome e il sentimento della sua identità,
proprio mentre i dominatori longobardi la perdevano, diventando, loro, «un
popol disperso che nome non ha».
Possiamo chiederci: che cosa resta, nel Dna italiano, di quel popolo? Che
cosa vi hanno depositato i longobardi, di bene e di male? Poco, anche
perché erano pochi: ma non niente. Resta in eredità il nome, che passerà a
sinonimo dell’italiano intraprendente in tutto il Medioevo, e sarà acquisito
dalla piú ricca regione d’Italia. Restano tracce marcate nella lingua italiana.
Tante parole del suo lessico: come guardare, guarire, guarnire; ricco,
scherzo, stracco; guerra, baruffa e spacco. Resta, soprattutto, una
aristocrazia guerriera orgogliosa e valorosa che nei territori occupati dai
longobardi continuerà, insieme ai Conti franchi, a costituire il nerbo della
nuova nobiltà italiana. E resta, insieme con la fatale spaccatura (ancora un
termine longobardo) tra il Nord e il Sud del paese, che è l’eredità oggettiva
di quell’invasione, l’altra eredità, della frammentazione, del privatismo
politico, dell’indifferenza e diffidenza verso lo Stato: un sentimento che
diventerà una radice avvelenata del carattere nazionale, e che sta in aperto
contrasto sia con la grande tradizione romana, sia con le esperienze che in
quello stesso tempo accumulano negli altri paesi europei un patrimonio
prezioso di coesione collettiva. Non è poi cosí poco.
Capitolo terzo
La frontiera mediterranea

Dove passa la nuova frontiera.

I longobardi non riuscirono a occupare tutta la penisola. Perché? Erano


pochi, scendendo si assottigliavano. Erano divisi tra loro. Le popolazioni
fuggiasche si addensavano nelle città munite, come sulla costa campana.
Oppure nelle lagune, come sulla costa veneta. Non potevano essere
assediate. Il mare le proteggeva. Sul mare i longobardi non erano a loro
agio. Non avevano navi. Non avevano marinai.

All’occupazione totale ci andarono vicino, quando caddero nelle loro


mani Ravenna al Nord e Taranto e Bari al Sud. Ma l’Italia rimase bizantina
nell’estremo lembo della Puglia, a Gallipoli, nella parte meridionale del
Brutium, che si chiama ora Calabria, nella costa campana, da Gaeta a
Napoli e nella laguna veneta. E per piú di un secolo ancora, in Sicilia.

Si stabilizzò una frontiera che fu fatale per il destino dell’Italia: nel senso
che la deviò da quello degli altri paesi dell’Occidente europeo, quasi tutti
gravitanti verso un potere politico centrale. La cesura che si creò, a quel
tempo, non divideva tanto il Nord dal Sud (il Ducato longobardo di
Benevento occupava grande parte del Sud, Venezia stava a Nord). Si
manifestava allora, piú che altro, come una frontiera tra l’Italia
mediterranea e l’Italia continentale.

Quella frontiera diventò fatale anche per tutta l’Europa. Quasi soltanto
lungo di essa, infatti, si incontravano, e si scontravano, il mondo
occidentale e quello orientale. Le altre penisole che avrebbero potuto fare
da ponte, quella iberica e quella balcanica, erano tutte comprese in una delle
due sfere di potenza, quella araba e quella bizantina.
Fare da ponte? Secondo la famosa tesi di un grande storico belga, Henri
Pirenne, fu l’invasione araba ad aprire una frattura tra l’Oriente e
l’Occidente e a separare il mondo antico dal Medioevo. Quella tesi è stata
ampiamente contestata. E si potrebbe persino provare a rovesciarla: nel
senso che furono le invasioni germaniche a separare l’Occidente europeo
dall’Oriente mediterraneo. E fu proprio la presenza delle due grandi potenze
mediterranee, la bizantina e la saracena, a stimolare, dopo una parentesi
buia, la ripresa dei traffici. Le levatrici di quella ripresa furono le città
costiere italiane, drammaticamente aggrappate all’orlo dell’Europa, di
fronte al grande mare che era stato di Roma. Proviamo ad esplorare questa
ipotesi.

Non si può negare la devastazione delle invasioni germaniche e


l’impoverimento da esse provocato nella economia dell’Occidente. La
tendenza dominante era il ritorno a una economia naturale. L’indice piú
eloquente della depressione era la scomparsa della moneta d’oro, sostituita
da quella d’argento. Segno di esaurimento delle scorte? Sembra, piuttosto,
segno di scarsa abbondanza di merci ricche, e di restringimento del
commercio a merci povere, che si deprezzano nei confronti della moneta
forte: e che esigono, quindi, monete meno «preziose» con cui scambiarsi.

D’altra parte, le correnti di traffico tra le due sponde del Mediterraneo


non si interrompono mai del tutto. Un segno eloquente è il rapporto fisso
che si stabilizza tra il contenuto dell’argento nel soldo carolingio e il
rapporto di cambio tra il dirham d’argento e il dinhar d’oro nei domini del
califfo. Merci, dunque, poche. Uomini e donne-merce, invece (schiavi)
tanti. Si comprano, si vendono e si marchiano soprattutto sul mercato di
Verdun.

Seconda certezza. All’impoverimento del traffico intramediterraneo


corrisponde una fioritura del traffico tra il Vicino e l’Estremo Oriente: delle
vie dell’India e della Cina. Le vie di terra che passano attraverso la Persia.
Quelle che la costeggiano nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, e che la
Persia può controllare. Quelle che si inoltrano nel Mar Rosso verso
l’Oceano indiano. E infine quelle tentate, per sfuggire al controllo sia dei
persiani, sia, poi, degli arabi, che si snodano attraverso le steppe del Mar
Nero e del Mar Caspio. I mercanti bizantini, specie i siriaci, si avventurano
lungo queste strade, lungo queste rotte, non solo per trasportare le merci,
ma anche per carpire i segreti della loro produzione. L’esempio piú
avvincente è quello della seta. Fu proprio una principessa cinese sposa
promessa a un re asiatico a nascondere tra i suoi bigodini i semi dei preziosi
bachi? Oppure, come sembra piú probabile, i monaci greci a dissimularli
nelle pieghe delle loro vesti sudicie, dopo aver mandato a memoria la
tecnica della loro coltivazione? Fatto sta che il segreto fu violato già al
tempo del grande Giustiniano. E subito l’imperatore si preoccupò di
dichiarare monopolio di stato la fabbricazione della seta, che si organizzò
rapidamente ad Antiochia, ad Alessandria e nella stessa Costantinopoli.

I bizantini: la potenza antica.

Questa, «la grande città mondana», era la terza incontestabile certezza.


Mentre l’Europa sprofondava nella barbarie e nella povertà, Costantinopoli
diventava la metropoli sordida e meravigliosa che Charles Diehl descrive
con prosa dickensiana.
Il flusso di ricchezze che affluiva verso Costantinopoli dal piú lontano
Oriente rischiò di prosciugarsi nei primi decenni del VII secolo, quando una
buona parte, e tra le piú ricche province, la Siria e la Palestina, se ne staccò,
sommerse dall’onda islamica. Il paradosso piú amaro, per Bisanzio, fu che
questo cataclisma avvenne a pochi anni di distanza dal piú strepitoso dei
suoi trionfi: quello sul rivale di sempre, sull’Impero persiano, che Roma
non era riuscita mai a piegare, e che l’imperatore Eraclio, il «Dio biondo»,
aveva definitivamente prostrato, sgominando i suoi eserciti davanti alla
capitale persiana e sfidando a singolar tenzone il loro comandante, contro
cui si lanciò a cavallo roteando lo spadone e tagliandogli la testa, come in
una chanson de geste (l’imperatore persiano Cosroe, fattosi condurre
davanti il cadavere del suo generale sconfitto, lo frustò spietatamente).
Pochi anni dopo che Eraclio aveva celebrato a Costantinopoli il suo
trionfo, riportandovi il legno della Vera Croce, trafugato dai persiani a
Gerusalemme, si scatenava la tempesta nel deserto. Sotto gli zoccoli della
cavalleria beduina il sisma islamico si propagava verso Oriente e verso
Occidente, verso Nord e verso Sud. Trent’anni dopo l’inizio dell’invasione
un immenso esercito comandato dal califfo ommyade di Damasco compare
davanti a Costantinopoli. Gli arabi hanno le baliste, hanno le catapulte.
Assediano e bombardano la capitale per cinque anni, dal 674 al 679. I
bizantini guidati da un Costantino – il quarto della serie – resistono
coraggiosamente. La loro arma segreta, il fuoco greco, una miscela
incendiaria a base di petrolio e di salnitro, lanciata da sifoni, i missili di
allora, sparge la morte e il terrore nell’esercito nemico che alla fine si ritira.
Ma la vera arma vincente è costituita dalle poderose bianche mura della
capitale. Queste salvarono l’Occidente. «Se i saraceni avessero conquistato
Costantinopoli nel VII , anziché nel XV secolo, forse tutta l’Europa e anche
l’America oggi sarebbero musulmane» 1. Invece, da allora comincia un
duello secolare tra due delle tre piú grandi potenze del Medioevo, Bisanzio
e l’Islam.

Qual è la natura di queste due grandi potenze medievali? Quale fu il


senso del loro duello? Chi lo vinse? E come mai lasciarono tanto spazio a
un terzo attore – le Repubbliche italiane – che finí per essere il vero
vincitore?
Cominciamo con la potenza bizantina.
Nella successione degli eventi la storia bizantina appare, a prima vista,
come una realtà romanzesca carica di colpi di scena, di suspence, di
avventure guerresche ed erotiche, di imprese spericolate, di miracoli
edificanti, di splendori estatici. Tanto ricca di eventi straordinari e di
passioni, di eroismi sublimi e di crudeltà efferate, da apparire, nella sua
lunghissima sgranatura, piuttosto monotona e, alla fine, un po’ noiosa. Le
Teodore e le Eudossie, i Costantini e i Giustiniani, i basileis dai calzari di
porpora e i patriarchi dal manto dorato finiscono per rassomigliarsi troppo,
nei nomi e negli atti, nelle processioni musaiche dalle quali i loro occhi ci
guardano con triste e implacabile fissità. Da qui forse è nato quel
pregiudizio sulla storia di Bisanzio, alimentato da grandi autori come
Gibbon e Montesquieu, che la considerano in fondo come la prosecuzione
estenuata del Dominato romano: una lunghissima, interminabile decadenza.
E invece hanno ragione coloro che, come Diehl, come Ostrogorsky vi
riconoscono una realtà originale specifica, vissuta attraverso fasi alterne di
splendore e di decadenza: un centro di civiltà meravigliosa, «la piú raffinata
ed elegante che il Medioevo abbia conosciuto». Per cercare di cogliere,
avvolgendo in uno sguardo d’insieme i suoi dieci secoli, la natura di quella
sua autenticità, la si può forse individuare in uno sforzo mai veramente
realizzato di sintesi tra due grandi forze storiche dell’antichità: la razionalità
ellenistica e il misticismo asiatico. Questa formula «improbabile» la
distingue e la contrappone sia alle civiltà piú autenticamente razionalistiche
dell’Occidente, sia a quelle piú autenticamente mistiche dell’Oriente. Essa
costituisce l’intimo tormento dell’anima bizantina. Prima la questione
monofisita, poi quella del Filioque (lo Spirito Santo promana solo dal Padre
o anche dal Figlio?) e poi ancora quella, che squassò l’Impero per un secolo
circa, dell’iconoclastia, sono l’espressione simbolica di un conflitto
profondo tra due grandi forze spirituali, la prima prevalente in Occidente, la
seconda in Oriente. A rischio di banalizzarlo, il significato di quel conflitto
si può riassumere nella forma usata da Roberto Lopez: «gli occidentali
preferivano le teorie che piú avvicinavano Dio agli uomini, gli orientali
respingevano ogni compromesso che rischiasse di abbassare la spiritualità
divina» 2. Non c’è, al fondo di queste preferenze, una secolare vocazione
degli uni alla libertà e degli altri al dispotismo?

Comunque, quella bizantina non fu la storia di una lunga ritirata, ma


dell’alternarsi di fasi di ripiegamento e di avanzata. Dopo il grande sforzo
di Giustiniano, di restaurazione militare e politica del grande Impero di
Roma, c’è una fase di spossatezza e di ripiegamento che minaccia di
precipitare in catastrofe nel VII secolo, con l’invasione araba e con quella
slava. Vengono poi gli anni della resistenza e della difesa vittoriosa, nel
secolo VIII , sotto la guida degli imperatori isaurici che però scatenano la
debilitante guerra religiosa sul culto delle immagini. E poi ancora, un secolo
e mezzo di splendore, sotto i basileis della dinastia macedone: Basilio I,
Niceforo Foca, Giovanni Zimisce; e quel Basilio II che governò per tutta la
seconda metà del X secolo, e si guadagnò il nome di bulgaroctono per aver
annegato il popolo dei bulgari in un mare di sangue. Nel 1025, quando egli
morí, «l’Impero bizantino era all’apice della potenza della prosperità e della
gloria».

Il suo territorio era stato piú che raddoppiato. L’orgoglio dei grandi baroni feudali era
stato abbattuto. Il Tesoro era colmo di riserve. In tutto l’Oriente, la Monarchia era
circondata da un prestigio sfolgorante 3.

Ma appena cinquant’anni dopo, nel pieno di una turbolenza anarchica


attorno al trono, una nuova catastrofe si abbatteva sull’Impero. Non piú i
califfi arabi, ma i sultani turchi invadevano le province interne dell’Anatolia
e a Manzikert, nel 1071, infliggevano una tremenda disfatta alle truppe
dell’Imperatore Romano IV. Dall’altro lato si profilava la potenza
minacciosa dei Normanni.

I musulmani, la potenza nuova.

Fermiamoci a quest’epoca con Bisanzio, perché proprio l’anno Mille


segna simbolicamente l’inizio della riscossa dell’Occidente europeo e
l’emergere del nuovo potere delle Repubbliche italiane, che apre una nuova
fase. Se ora ci volgiamo, nello stesso orizzonte di tempo (grosso modo dal
secolo VII al X ) alla seconda potenza, quella islamica, constatiamo una
evoluzione comprensibilmente simmetrica del grafico della potenza:
l’esplosione della jihad e il dilagare dell’Islam con i califfi ommyadi di
Damasco dall’India all’Atlantico nel secolo VII , una certa stabilizzazione e
consolidamento istituzionale con l’avvento dei califfi abbassidi di Baghdad
nel secolo VIII ; e la ripresa dell’offensiva islamica, a Oriente con i fatimidi
d’Egitto e i selgiuchidi turchi e a Occidente con gli almohadi e con gli
almoravidi in Marocco e in Spagna, e con gli aglabiti in Sicilia e in Italia,
nel nono secolo.

Tra le due potenze non c’è solo l’alternanza delle fortune reciproche,
politiche e militari. C’è anche il confronto tra le loro economie. E qui non si
gioca a somma zero. Certo, nelle fasi acute delle invasioni, degli assedi,
della guerra, produzione e scambi sono colpiti. Ma non c’è traccia di quella
cesura secolare che Pirenne ha denunciato; anzi, le correnti di scambio, mai
del tutto interrotte, si rafforzano, anche tra bizantini e arabi, se pure
attraverso l’intermediazione dei mercanti siriani e di quelli ebrei. Si
sviluppano anche quelle che ambedue le potenze intrattengono con il
lontano Oriente attraverso le vie delle Indie. Si va ancora piú in là: gli arabi,
molto prima di Marco Polo, stabiliscono rapporti diretti con il mondo
misterioso del Catai, la Cina.

Sia i bizantini che gli islamici testimoniano di questa vivacità e densità


dei flussi commerciali con la ricchezza delle loro capitali. Costantinopoli
non è soltanto la metropoli magnifica e tumultuosa dei grandi monumenti,
dei quartieri sovrappopolati, formicolanti di genti di tutte le razze, e dei
quartieri signorili, silenziosi e verdeggianti sul mare. È anche una grande
città industriale e commerciale.

Tra la piazza dell’Augusteo e quella del Toro il quartiere dei bazar si estendeva lungo
la grande via della Mesa.

Su questa grande direttrice che spartiva in due la città, dalle mura


all’ippodromo, si affacciavano nel pittoresco disordine dell’Oriente

le botteghe disposte sotto i portici, i banchi presso i quali gli orefici lavoravano
all’aperto, i tavoli dei cambiavalute tutti coperti di monete, le mostre dei droghieri che
vendevano per la strada le carni e i pesci salati, la farina e il formaggio e i legumi, l’olio
il burro e il miele; e quelle dei mercanti di profumi, installati sulla piazza del Palazzo.
Nei dintorni del Lungo portico, tra il Toro e il Foro di Costantino i mercanti di sete e
di tele avevano un quartiere apposta per ogni specialità; altrove c’era la Casa delle
lampade… Al Toro, allo Strategion si vendevano montoni e porci, all’Amastrion i
cavalli, sulle banchine del Corno d’Oro i pesci. Sotto l’attenta sorveglianza dello Stato,
corporazioni ermeticamente chiuse, minuziosamente regolamentate, fabbricavano quei
prodotti di lusso che formavano il vanto e la fama di Bisanzio 4.

Che cosa accadeva, intanto, nel mondo islamico?

Con l’avvento degli Abassidi, la tempesta islamica sembra placarsi, per


dar luogo a una configurazione piú cosmopolita e piú simile a quella degli
imperi tradizionali, come quello persiano, distrutto, e quello bizantino, vivo
e rivale.
La centralità del nucleo originale, arabo, si sfalda. Viene sostituita da una
classe dirigente cosmopolita, che fa largo alle nazionalità sottomesse,
soprattutto a quella persiana in Oriente e a quella berbera in Occidente.
Questa classe si appoggia su una struttura amministrativa burocratica, come
avviene negli imperi tradizionali, e su un esercito mercenario permanente
formato in prevalenza da turchi e da negri: non piú dalle bande cammellate
dei soldati di Allah, reclutate prevalentemente tra sudditi di nazionalità
araba. Scompaiono le tendenze egualitarie proprie dell’islamismo originario
e si instaurano le regole e i costumi di un dispotismo orientale di marca
prevalentemente persiana.
La capitale dell’Impero si sposta piú a Oriente, nel cuore di quella
Mesopotamia che reca le tracce di un’antica grandezza asiatica. Si colloca
in una città del tutto nuova, Baghdad, che molto presto assume
caratteristiche di metropoli burocratica, commerciale, culturale, insomma
costantinopolitana: nonché di città di splendori e di piaceri. La Baghdad
delle Mille e una notte e del califfo Harun al-Rashid è ancora oggi un mito.
Come a Costantinopoli, vi si addensa un campionario di etnie, che
mantengono le loro tradizioni e i loro costumi in un regime civile e politico
incomparabilmente piú tollerante e meno fiscalmente oppressivo di quello
bizantino. La dinastia abasside inclina culturalmente, in misura spesso
sorprendente, verso un eclettismo che sfiora la miscredenza e il
libertinismo. Ciò non manca di suscitare la reazione furiosa dei musulmani
intransigenti. Se Bisanzio ha i suoi monofisiti e i suoi iconoclasti, l’Islam ha
i suoi sciiti, irriducibili sostenitori di una teofania della quale attende sicuro
l’avvento.
Presto la costruzione politica abasside si disgregherà, dando luogo a una
nazione musulmana che non ha mai piú raggiunto l’unità politica e che si
differenzia in Regni indipendenti o solo formalmente sottoposti alla
sovranità di un califfo caduto troppo in alto, in una condizione di
adorazione fastosa e puramente formale. Si moltiplicano gli Emirati, in
Egitto in Sicilia in Spagna: con le loro corti smaglianti di giardini, di
fontane, di architetture eccentriche. Non una capitale, dunque, come a
Bisanzio, ma piú d’una, tutte gareggianti in splendore: il Cairo, Cordova,
Palermo.

L’assenza di uno Stato accentrato rende la civiltà islamica piú duttile


rispetto alla possibilità di adattamento alle altre culture. Mentre alla base,
come accade nella cristianità orientale e occidentale con il monachesimo,
permangono e si virulentano i movimenti e le sette fondamentaliste, fino a
quelle terroristiche degli «assassini», agli adepti del Veglio della Montagna;
nelle classi alte si sviluppa il gusto e la pratica della ricerca, nasce la
curiosità per gli antichi testi e per gli antichi autori della cultura greca, si
praticano contaminazioni culturali che fanno inorridire gli imam. A questo
Rinascimento arabo-ellenico moltissimo deve il posteriore Rinascimento
italiano, europeo, occidentale: in particolare nelle scienze naturali, nella
matematica, nell’astronomia. È un Rinascimento fiorito in un tempo in cui
l’Europa è governata da re analfabeti e da baroni arroganti e ignoranti.
Anche nel nostro linguaggio le culture islamiche hanno lasciato tracce
profonde. Quante parole sono passate nel lessico europeo attraverso l’Italia
e la Spagna: alcol, algebra, albicocca, carciofo, calatafare, cremisi, cotone,
scacchi, elisir, catrame, cifra, tariffa, zenit, zero, quello zero che ha
permesso di dare le ali alla matematica, fino allora trattenuta al suolo da una
contabilità ingestibile.

Insomma la cultura araba, per un lungo periodo, ha sopravanzato la pur


raffinata cultura bizantina, per non parlare di quella franca o latina del
tempo. Non meno della filosofia e della scienza, il nostro mondo è debitore
nei confronti degli arabi per la sua tavola. Il Roman de la Rose parla delle
nuove piante che «vengono in linea diretta dal paese dei saraceni»: come
l’albicocco, il carciofo, la lattuga, il cavolfiore, il prezzemolo, la
barbabietola, il finocchio, il sedano, il melone, le zucche, i limoni e le
melanzane. Il caffè verrà piú tardi, nel XV secolo, grazie al fiuto di una
capra araba occasionale che saltella allegra dopo averne brucato la pianta.

Entra in scena (di nuovo) l’Italia.

Da un confronto tra l’evoluzione dei due mondi, quello bizantino e


quello islamico nell’alto Medioevo, risulta che quella partita finí in parità.
Né i bizantini, né gli arabi diventarono padroni della scena sulla quale si
svolgeva la contesa: il Mediterraneo.
L’evoluzione politica delle due potenze fu nettamente divergente. La
prima, l’Impero di Bisanzio, attraverso la tormentata vicenda delle sue
ritirate e delle sue avanzate, segnò una linea di fondo centripeta: man mano
che si restringeva, l’Impero diventava piú compatto e accentrato nella sua
costituzione politica e militare, finché si ridusse alla sua capitale, nella
quale si riassumeva tutta la sua potenza.
La seconda, la potenza araba, seguí, all’opposto, una direttrice
centrifuga, frammentandosi in Stati diversi e rivali. Volta a volta arabi e
bizantini si affrontavano sul mare con le loro flotte, con alterne fortune. Tra
il VI e l’VIII secolo furono gli arabi a prevalere, anche se giunti per ultimi
sulla scena. Verso la fine del IX , invece, Niceforo Foca poteva affermare,
con qualche esagerazione, che «solo a noi greci appartiene la potenza
navale». Sta di fatto che già verso la fine del primo millennio l’egemonia
sui traffici mediterranei cominciò a sfuggire agli uni e agli altri, per passare
nelle mani delle Repubbliche italiane. A questo fatto sorprendente Charles
Diehl ha dato una risposta un po’ superficiale: tra le cause fondamentali,
dice, vi fu «in primo luogo l’errore di politica economica che indusse i
bizantini a trascurare la loro marina e a farla soppiantare da altri sui mercati
d’Oriente». Ora, è verissimo che quell’errore fu compiuto: nella loro
presunzione i bizantini pensarono a un certo punto che fosse piú comodo e
redditizio controllare il flusso dei traffici dal terminale di Costantinopoli
restando a casa e riscuotendo imposte e dazi attraverso un sistema fiscale
occhiuto e minuzioso, che darsi da fare in giro per il mondo per conquistare
e contendere mercati. Preferirono insomma il ruolo dei capitalisti rentiers,
piuttosto che quello faticoso dei mercanti avventurieri. L’ultima cosa che
poteva venire in mente al basileus era che quei latini, vassalli e parenti
poveri, potessero sfidare con la concorrenza economica e con la forza
militare il maestoso Impero: mentre proprio questo avvenne. Ma ciò non
spiega che in parte la nascita di una nuova potenza marinara.
Intanto, gli arabi non commisero quell’errore. Continuarono a trafficare
in proprio, nelle forme pacifiche del commercio come in quelle violente
della pirateria. Eppure, anch’essi furono gradatamente soppiantati dagli
italiani. Inoltre, non bastano le occasioni per fondare una egemonia.
Bisogna saperle cogliere. I mercanti italiani, le occasioni oggettive
favorevoli – il conflitto strutturale tra le due potenze mediterranee, la
posizione geografica della penisola italiana, l’errore della politica
commerciale bizantina – le colsero soprattutto grazie alla loro soggettiva
intraprendenza. E questa doveva molto alla loro particolare e originale
natura sociale e politica. Essi – lo vedremo meglio in seguito – non erano
soltanto degli intermediari, come gli ebrei e i siriani: un ceto subalterno e
marginale nei paesi in cui erano nati. Erano le avanguardie di una nuova
classe dirigente che governava le loro città. Erano, insieme, mercanti,
marinai, guerrieri e cittadini. Erano borghesi. Si erano gradatamente
svincolati dalla sovranità degli Imperi, orientale e occidentale. Avevano le
mani libere. E un patriottismo che costituiva la loro vera e decisiva forza.

1
J. J. Norwich, Bisanzio, splendore e decadenza di un Impero, Mondadori, Milano 2000.
2
R. Lopez, La nascita dell’Europa, Einaudi, Torino 1966.
3
C. Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, Milano 1962.
4
Ibidem.
Capitolo quarto
L’egemonia mediterranea

Nella sua grande Storia delle Repubbliche italiane nel Medioevo Sismondi
mette a confronto la scena italiana nel V e nel X secolo.

La prima coglieva l’Italia al grado piú basso di avvilimento cui il dispotismo possa
ridurre un popolo civilizzato; nella seconda l’Italia aveva recuperato tutta l’energia, tutta
l’indipendenza di carattere che la lotta contro l’avversità può dare a un popolo barbaro.

Era, dunque, come se un bagno nella barbarie avesse restituito all’Italia


il vigore della giovinezza. Visione alquanto romantica, che contrappone alla
freschezza della barbarie la decrepitezza di una civiltà corrotta.
Tuttavia questa visione è incontestabile nel suo nucleo di verità. Gli
italiani del secolo V volgevano il loro sguardo indietro, a rimpiangere la
grandezza perduta. Gli italiani del secolo X erano intenti ad affrontare con
spirito nuovo i problemi del loro presente.

Se diamo uno sguardo a questo X secolo italiano, culminato nel fatale


anno Mille, vi scorgiamo, emergenti dal quadro, tre grandi realtà: quella
della nuova Roma cristiana, che abbiamo evocato nel primo capitolo; quello
dell’Italia continentale, prima occupata dai longobardi, poi retta dalla
potenza franca, che abbiamo descritto nel secondo; e quella dell’Italia
mediterranea, posta sotto la sovranità bizantina, che abbiamo introdotto nel
capitolo precedente, per svolgere una ipotesi diversa da quella di Henri
Pirenne: che cioè quella fosse la parte d’Italia piú suscettibile di riattivare
un processo di ripresa e di riscossa, proprio perché esposta, sul mare,
all’influenza delle due grandi potenze che si contendevano il dominio del
Mediterraneo. Ci siamo soffermati su quel duello per sottolineare le
occasioni che esso offriva alle città marittime d’Italia. Ora torniamo a quelle
città per spiegarci il miracolo italiano: e cioè, il modo che esse usarono per
cogliere quella occasione.

Amalfi, l’antesignana.

Per almeno due secoli, il VI e il VII , la maggior parte delle città italiane è
avvolta dall’oscurità: o perché inglobate nel dominio longobardo, come
quelle della costa ligure, o perché sottoposte al dominio bizantino, come
gran parte di quelle dell’Italia tirrenica e di quella adriatica. Poi, tra l’VIII e
il IX secolo, emerge e si sviluppa rapidamente la loro storia: che, in questi
due secoli, è la storia di una lotta ardua, talvolta disperata, per la
salvaguardia di una precaria indipendenza.
Puntiamo il riflettore anzitutto sulle coste campane: su quella striscia che
corre da Gaeta a Capua a Napoli e ad Amalfi; e che è originariamente
sottoposta al dominio di un duca, investito dall’imperatore bizantino.
L’imperatore, però, è lontano: e benché le popolazioni di quelle città gli
restino fedeli, egli non può garantire loro, pressato com’è da ogni parte, le
truppe e i mezzi necessari alla difesa dai barbari che incombono, dai monti
dei Ducati longobardi di Benevento e di Salerno, sulla costa angusta e
meravigliosa. Gli abitanti di quelle città, di antica origine greca e di piú
recente cittadinanza latina, capiscono di dover provvedere direttamente alla
loro difesa: mantenendo le mura, addestrandosi alle armi, costruendo flotte.
Cosí nasce, prima, un Ducato di Napoli sostanzialmente indipendente, e poi
una serie di piccole Repubbliche che si sganciano anche dal suo comando.
Tra napoletani-amalfitani e beneventani-salernitani c’è guerra continua.
Tra l’800 e il 900, in particolare, sembra piú volte che i primi debbano
definitivamente capitolare. C’è una evidente sproporzione di forze. Invece
resistono. Resiste l’antica Napoli dei nuovi duchi, quella evocata e invocata
con filiale passione da Benedetto Croce:

O venerande torri campanarie di Santa Maria Maggiore e di Santa Maria a Piazza; o


tre vetuste strade parallele, che foste già quelle della primitiva Napoli greca, e poi della
Napoli ducale; o antica Stefania; o monastero di San Marcellino, dove era il pretorio dei
duchi; quante volte mi piace aggirarmi tra voi e contemplarvi, ricordando che tra voi
vissero e vi contemplarono i Sergi e gli Attanasi, gli Stefani e i Cesari, e tutti quegli altri
miei concittadini che favoleggiarono di Virgilio, e della mosca che liberava Napoli dalla
pestilenza, e dell’uovo che rendeva inespugnabile l’omonimo castello, e del cavallo di
bronzo posto innanzi al Duomo e che guariva i cavalli infermi, e della grotta che quel
mago poeta aveva aperta verso Pozzuoli; e intanto si scambiavano tra loro notizie sulle
intenzioni e sulle mosse dei saraceni, e su quel che preparavano i Pandolfi e i Landolfi e
tra timori e speranze avvisavano ai ripari, alle sortite predatrici e alle rappresaglie! 1.

Dovettero subirne, di assedi, i napoletani: e anche di umiliazioni. Come


quando il duca Sicone, penetrato nella città, ne trafugò nientemeno che il
corpo di san Gennaro, per portarlo trionfalmente a Benevento (ma i
napoletani riuscirono, non si sa bene come, a conservarne la testa). I
napoletani giocavano d’audacia e anche d’astuzia. Non era poi cosí difficile
per loro, rispetto a quella gente del Nord, superstiziosa, violenta e meno
smaliziata. Un giorno che si trattava di concludere una pace sottraendosi a
un assedio stringente, l’inviato del principe di Benevento fu condotto sulla
grande piazza, ove erano stati ammassati enormi mucchi di grano. Erano, in
realtà, mucchi di sabbia sui quali i napoletani avevano sparso un sottile
strato di chicchi di frumento. Il duca Sicardo, sconfortato, tolse l’assedio.
Ma i napoletani non si limitavano alle beffe. Pressati da Sicardo, chiesero
aiuto sia all’imperatore franco, Lodovico il Pio, sia ai saraceni, che presto
comparvero con le loro navi leggere. Quel Sicardo era fissato con le reliquie
dei santi: che costituivano allora, come abbiamo visto, un bene prezioso,
fonte di prestigio e di potenza, per i miracoli che garantivano, nonché di
ricchezza, per il turismo che promuovevano. Non pago dei resti di san
Gennaro decollato, questo longobardo di Salerno concupí anche le spoglie
di san Trifonomo, che stavano ad Amalfi, e mosse guerra a quella città.
Nell’836 se ne impadroní e deportò a Salerno, incatenata, una grande parte
della popolazione. Come i romani con le sabine, praticò la pulizia etnica,
obbligando le amalfitane a sposare i suoi guerrieri. Ma gli andò malissimo,
perché morí dopo pochi anni e gli amalfitani, liberatisi loro e le loro donne,
dopo aver coscienziosamente messo a sacco e incendiato Salerno, tornarono
nella loro città proclamandone l’indipendenza.
Per circa un secolo gli amalfitani, come i napoletani, si barcamenarono,
la parola è particolarmente appropriata, tra longobardi, franchi e saraceni.
Con questi ultimi, il rapporto era – è il meno che si possa dire –
spregiudicato. Appena uscita dal dominio longobardo Amalfi, insieme coi
napoletani, aveva stretto una alleanza «empia» con i mori; ma a metà del IX
secolo partecipava, insieme col papa, con Gaeta, Napoli e Sorrento, a una
lega antisaracena, sconfiggendo sul mare i musulmani a Licosa e a Ostia.
Successivamente, in una spedizione per conto dell’imperatore franco,
liberava dalla prigionia il vescovo Attanasio, ottenendo in cambio l’isola di
Capri. Poi, improvvisamente, abbandonava la coalizione per una pace
separata. Poi, ancora, alleandosi con Capua, sbaragliava i saraceni sul
Garigliano.

I saraceni si erano installati sulle pendici dei monti che sovrastano il


mare. Vi avevano posto i loro covi. Da quelli partivano le loro razzie sulle
coste, nelle campagne, nelle città per tutto il VII e per buona parte dell’VIII
secolo.
Le città costiere, come Amalfi e Napoli, non avevano la forza necessaria
per sloggiarli. Dovevano quindi adottare una strategia necessariamente
ambigua. Respingere le incursioni e al tempo stesso accettare la
convivenza. Certo, questa strategia era moralmente spregiudicata. Gli
amalfitani non esitarono ad aiutare i saraceni nella conquista di Messina,
difesa dai bizantini; e soprattutto, ad alimentare un fiorente commercio di
schiavi. Li rapivano dappertutto, anche in terre cristiane, anche sotto gli
occhi del papa: sulle coste della Toscana e del Lazio, ma sempre piú spesso
in Barberia e in Grecia, dove particolarmente ricercati erano i monaci
castrati dei monasteri ortodossi, che erano venduti ai musulmani di Sicilia.
Quelli li truccavano da donne brune, come li preferivano i mercanti arabi,
ingioiellate e profumate di rosa.
Del resto, non erano certo i soli a praticare la tratta. Il commercio degli
schiavi era rifiorito in tutta Europa, a partire dal VI secolo. Era autorizzato
dai papi e dagli imperatori, con qualche pudico divieto di schiavizzazione
dei cristiani. L’imperatore Ludovico il Pio autorizzò nell’825 i mercanti
ebrei a trafficare in schiavi, soprattutto slavi e anglosassoni. Una volta
catturati, erano trasportati a Verdun, il piú grande deposito di «bestiame
umano»; centro di raccolta, castrazione, marchiatura e redistribuzione verso
i paesi musulmani: la Spagna degli emiri di Cordova, l’Oriente dei califfi di
Baghdad. La Chiesa, che utilizzava ampiamente schiavi nelle sue terre e nei
suoi conventi, non aveva niente da dire sul traffico degli schiavi.
Sant’Agostino non aveva detto che la schiavitú è stata imposta ai peccatori
da una giusta sentenza di Dio? San Tommaso, nove secoli piú tardi, non
aveva ribadito il concetto secondo cui la schiavitú era una diretta
conseguenza del peccato originale? Purché si evitasse di ridurre in schiavitú
dei cristiani liberi e soprattutto di vendere schiavi cristiani agli ebrei, la
schiavitú era perfettamente legittima: anzi, come aveva scritto san Pietro in
una sua epistola, era fonte di sofferenze gradite a Dio e quindi salvifiche.
Le Repubbliche italiane ricavavano da queste provvidenziali sofferenze
immensi profitti. Uno schiavo «grezzo» non costava piú di un bue: tra i 30 e
i 35 soldi d’argento; e dopo qualche sbrigativo trattamento atto a
valorizzarlo, poteva vendersi a un prezzo tre o quattro volte superiore.
I mercanti di Amalfi e delle altre Repubbliche italiane erano
avvantaggiati dalla prossimità delle loro basi ai mercati di consumo. Con il
ricavato della vendita degli schiavi essi pareggiavano una bilancia dei
pagamenti altrimenti deficitaria, mettendosi in grado di continuare i loro
acquisti di sete, di droghe e di spezie. Particolarmente ricercati erano le
giovani donne, i castrati, i bambini. Una fonte straordinaria di offerta di
schiavi bambini fu costituita dalle crociate. Nel 1212 un tale Étienne di
Cloyes riuscí a radunarne qualche migliaio, quasi tutti inferiori ai 12 anni,
con il miraggio della Terrasanta e a consegnarli ai mercanti di schiavi che li
vendettero in Egitto.
Amalfi applica alla sua politica una formula che gli italiani definiranno
veneziana: competenza tecnica, audacia spericolata, diplomazia
spregiudicata. A questa deve un successo che illuminerà i suoi secoli: il X e
parte dell’XI . A quei tempi gli amalfitani si erano resi padroni del
commercio nei mari che circondano l’Italia: Tirreno, Ionio e persino il
basso Adriatico, ed estendevano la loro rete di scambi e di basi commerciali
a tutto il Mediterraneo. A Napoli ebbero un quartiere, moli per
l’ancoraggio, banchi di cambio. E cosí a Capua, a Benevento, Palermo,
Messina, Barletta, Giovinazzo, Brindisi, Bari, Monopoli. Ardimento e
perizia della navigazione li spinsero a insediarsi nelle piazze commerciali di
Tunisi, Alessandria, Acri, Antiochia e, naturalmente, Costantinopoli.
Giunsero a stringere accordi commerciali in India. Ottennero privilegi e
franchigie in mezzo mondo, e tutto ciò ben prima delle Crociate. I loro
mercanti accumulavano ricchezze favolose. Il celebre Pantaleone fu
nominato patrizio imperiale e condusse le trattative fra l’imperatore
d’Oriente e quello d’Occidente per una lega contro i normanni. Suo figlio
Mauro fondò ospizi in Gerusalemme e in Antiochia e donò le porte di
bronzo all’abbazia di Montecassino. Gerardo da Scala ottenne dal sultano
d’Egitto il permesso di costruire un ospedale e una chiesa vicino al Santo
Sepolcro: e quella fu la sede originaria dei Cavalieri gerosolimitani, che poi
furono di Rodi e di Malta. I viaggiatori di allora descrivono Amalfi come
città ricchissima, piú importante di Napoli: la città piú prospera di
Longobardia, dice un cronista arabo. Erano sbalorditi dall’abbondanza
dell’oro, dell’argento, di stoffe preziose, delle strade fitte di una folla
cosmopolita: arabi, siciliani, normanni, africani, indiani.
Questa straordinaria potenza economica si sfascia tragicamente e
improvvisamente quando i normanni, passata la metà del secolo XI , si
impadroniscono della Sicilia e dell’Italia meridionale. Questa volta il gioco
di mettere gli uni contro gli altri non riesce piú. Dopo aver tentato
vanamente di costruire un’alleanza greco-tedesca contro i normanni Amalfi
cede a Roberto il Guiscardo, che le promette un’autonomia rinnegata poi
dal successore Ruggero. Costretta a combattere sotto comando normanno
contro Napoli, alleata di Pisa, quest’ultima, approfittando di un’assenza
della flotta amalfitana dal suo porto, lo assale con 59 galere, occupa la città
rivale, la mette a sacco e la distrugge con tremenda ferocia. Una città
opulenta di 50 mila abitanti è ridotta a un mucchio di rovine tra le quali si
aggira qualche migliaio di superstiti. Dopo di allora, si riprenderà come
porto di traffico locale, ma sparirà dalla scena mediterranea che si sta
aprendo alle altre grandi repubbliche italiane.

Venezia, una storia improbabile.

Spostiamo ora il riflettore su Venezia. All’inizio, non vediamo un gran


che. Le sue origini sono avvolte nella nebbia, come spesso la sua laguna:
una sessantina di isole tra la costa e i lidi sottili, appena affioranti, di sabbie
sale e canneti. Se ne sa qualcosa fin dal tempo degli spartani, che sbarcati
su quelle coste, tra tetti di paglia e piccoli coltivi ordinati, vi furono accolti
malissimo e dovettero reimbarcarsi in fretta: segno premonitore di una
storia dura. Quei «venetici del mare», come li si chiamava, li ritroviamo alla
fine del grande Impero in una famosa lettera di Cassiodoro, ministro di
Teodorico, all’inizio del V secolo della nostra era. Sentite come si rivolge in
modo fiorito ai battellieri della laguna per persuaderli ma, in verità, per
ordinargli, di trasportare olio e grano dall’Istria a Ravenna. «Voi siete, –
scrive Cassiodoro all’inizio del V secolo, – come uccelli acquatici, ora sul
mare ora sulla terra», le vostre barche sono «attaccate ai muri a guisa di
animali… Voi abbondate solo di pesce». E poi li blandisce cosí:

Tutti si nutrono dello stesso cibo e hanno case simili; per cui gli uni non possono
invidiare il focolare degli altri, e cosí sono esenti dai vizi che dominano il mondo. Tutta
la vostra emulazione si concentra nel lavoro delle saline; anziché di aratri e di falci, vi
servite di rulli, per comprimere i pani di sale, e da qui viene tutto il guadagno. Dalla
vostra industria dipendono tutti gli altri prodotti, perché se vi è qualcuno che non ricerca
l’oro, deve ancora nascere chi non desideri il sale, che rende ogni cibo piú saporito [e
soprattutto impedisce che vada a male]. Il mare è la vostra patria e i suoi pericoli vi sono
familiari. Se i venti consentono di spingersi in alto mare, le vostre navi affrontano le
tempeste navigando lungo le coste o cercando le foci dei fiumi. Quando il vento si
calma i vostri marinai scendono a terra per tirare le navi. L’ho visto io stesso… Ne sono
rimasto sorpreso…

E dopo questa lunga captatio benevolentiae, finisce un po’ bruscamente:


«tenete dunque pronte le vostre navi per mandarle in Istria a prendere il
vino e l’olio, appena vi sarà comunicato di farlo» 2. Presto e bene.
A quei tempi le isole di questi poveri pescatori e barcaioli avevano già
conosciuto lo scompiglio di migranti in fuga dalle ricche terre del Veneto,
percorse dalle incursioni degli unni di Attila e dei goti di Alarico. Ma si
trattava di scorrerie, per quanto devastanti. I rifugiati, come gli invasori,
venivano e se ne andavano. Quando Teodorico si installò a Ravenna, quella
era ancora una plaga remota e rada di barcaioli e di pescatori, che
trasportavano sulle coste sale e pesce salato. Le isole si popolarono invece
durante l’invasione e la successiva occupazione longobarda: una
popolazione di cittadini delle ricche città romane, Aquileia, Altino, Eraclea;
di proprietari terrieri in fuga, che tuttavia mantenevano un piede a terra. Ma
allora i venetici erano già diventati sudditi di Bisanzio, che aveva strappato
ai goti le terre dell’Esarcato. Dipendevano da Ravenna, dall’esarca greco e
dai suoi generali. I greci e il mare li difesero dai longobardi prima, dai loro
vincitori franchi poi.
Nei due secoli seguenti, il VII e l’VIII , Venezia tesse una storia violenta e
pericolosa, in bilico costante tra l’Occidente germanico incombente e
barbaro e l’Oriente bizantino, ricco e lontano. Pericolosa, perché
continuamente esposta al rischio di cadere dalla sovranità formale
dell’Impero d’Oriente a quella concreta dei Regni d’Occidente. Violenta,
perché nell’ambito stesso di quel mondo lacustre si combattono i partigiani
degli uni e degli altri, appartenenti alle famiglie dei primi fondatori, le
famiglie patrizie che scelgono nel loro seno un duce, il doge, dapprima
umile dipendente dall’esarca bizantino, poi sempre piú orgoglioso
rappresentante di una potenza autonoma. La successione di questi principi è
segnata piú spesso dall’accecamento e decapitazione, alla moda bizantina –
come Orso Ipato, come Giovanni Fabrieco, come Domenico Merengorio –
che da un avvicendamento pacifico. Et evulserunt oculos eius, e gli
cavarono gli occhi, è espressione ricorrente, quasi protocollare delle antiche
cronache veneziane. I primi dogi possono ritenersi fortunati se sono
accompagnati a terminare piamente la loro vita in un silenzioso convento.
Talvolta sono loro stessi, stremati, a scegliere spontaneamente quella via
d’uscita. Tra partigiani dell’Oriente e dell’Occidente, tra lotte cruente e
ammazzamenti e incendi che divampano tra le capanne, e poi le case di
legno, e poi i primi palazzi, finisce per prevalere però, miracolosamente,
quella via di mezzo che sarà per un millennio la strada maestra della
diplomazia veneziana: l’equilibrio arduo che preserva la libertà della
Repubblica sfruttando sapientemente le opposte e reciproche
contraddizioni. La base gelosa di quel miracolo bisogna trovarla nella
anomalia veneziana: quella che i contemporanei consideravano con stupore
intriso di una certa ripugnanza: «Non arano, non coltivano, non raccolgono
il loro grano», dice un cronista del tempo. Lo comprano con i proventi del
loro sale. E soprattutto dei loro schiavi. Anch’essi partecipano
abbondantemente alla grande tratta. Gli dànno anche il nome: schiavo viene
da slavo, e slavi sono gli ospiti involontari delle navi veneziane, dalmati o
russi.
Il rischio piú grave di essere sommersi dalla terra e degradati a vassalli
Venezia lo corre nell’810, quando i franchi di Pipino si affacciano con
grosse navi su quella che è oggi l’isola del Lido, e i veneziani ripiegano
all’interno della laguna sull’isola di Rialto, finché giunge la bassa marea e
quelli restano a secco e i venetici gli piombano addosso su navi piatte e ne
fanno strage. Trent’anni piú tardi stringeranno un patto con Lotario re
d’Italia, e al tempo stesso ribadiranno accordi di sudditanza formale e di
sostanziale autonomia con il basileus di Costantinopoli. Il fatto è che quegli
acquatici si sono costruiti, con il legname dei boschi dell’Istria e con i
proventi del sale e degli schiavi, una flotta potente e un perfetto dominio
delle tecniche marinare. Meglio averli alleati scomodi che servi inutili. Il
know how non si può ottenere con la forza. Questi scomodi alleati si
incaricano di ripulire l’Alto Adriatico dalla pirateria slava che si annida nei
covi della Dalmazia: a Zara, a Spalato e soprattutto alle foci della Narenta;
e di tenere a bada le ben piú possenti flotte arabe che scorrazzano tra lo
Ionio e il basso Adriatico e si spingono fino a Chioggia. Siamo appena alla
fine del IX secolo quando il doge Orso mette in campo addirittura un
centinaio di galere e sgomina davanti a Grado prima gli slavi, che chiedono
pace, poi i saraceni, che abbandonano il campo. Quelli che salgono sulle
agili galere – le nipoti delle triremi romane, il loro nome è quello di un
pesce, cui somigliano – costruite nei cantieri delle isole, non sono equipaggi
di schiavi, ma di cittadini liberi, marinai e guerrieri audaci e spietati.
Proprio alla fine del secolo, quando si presentano nella laguna gli ungari, i
tremendi Orchi, con le loro imbarcazioni di pelli, è un’armata navale
veneziana che li affronta e li annienta, mentre il re d’Italia Berengario era
stato costretto a pagarne a peso d’oro la dipartita. Con i proventi degli
schiavi e del sale i veneziani cominciano ad acquistare da quella che è
ancora la loro padrona, Costantinopoli, merci preziose, come la seta, la
porpora e le spezie, per offrirle a una cerchia ristretta di ricchi feudatari e
cortigiani, longobardi e franchi. Certo, all’inizio non si può venderne che
modiche quantità. Pochi sono i dignitari barbari dell’Occidente che se le
possono permettere, checché ne dica il vescovo Liutprando di Cremona.
Inviato in missione dal re longobardo presso il basileus Niceforo Foca,
Liutprando perde la pazienza per l’attesa e l’arroganza dei greci e minaccia
di ripartire subito da Costantinopoli su una nave veneziana alla fonda. I
funzionari greci gli sequestrano alcuni mantelli di porpora che ha
regolarmente comprato e lui li apostrofa sprezzante: «Prendeteveli pure!
queste vesti da noi le portano anche i monaci e le puttane». «Da dove vi
arrivano?», chiedono quelli. «Dai mercanti di Amalfi e di Venezia»,
risponde il Vescovo.

I dignitari che si pavoneggiano in quelle vesti esotiche, e non i monaci e


le puttane che non se le possono permettere, irritano il grande Carlo, tanto
da indurlo a una beffa cattiva. Quando un gruppo di cortigiani gli si
presenta in quelle vesti sfarzose li obbliga a seguirlo a caccia, senza dargli il
tempo di cambiarsi. Cosí, tornano dai rovi e dagli stagni della foresta con le
lussuose vesti a brandelli.

Pisa e Genova.

Spostiamoci sul quadrante dell’Alto Tirreno. Perché Pisa e Genova


escano dalla foschia dei secoli oscuri, bisogna aspettare un po’.
Originariamente poste sotto la sovranità bizantina e poi occupate dai
longobardi le due città soffrono anch’esse, come le sorelle del Basso
Tirreno, le incursioni dei saraceni. Fin dal VII secolo quelli si sono installati
nelle due grandi isole, la Sardegna e la Corsica, e hanno organizzato un loro
covo turbolento a Frassineto, in Provenza, da cui effettuano scorrerie
devastanti verso le coste liguri e toscane.

Genovesi e pisani imparano che per difendersi non vale arrampicarsi


sulle montagne o retrocedere verso le colline dell’interno. È meglio
affrontarli, i pirati, audacemente, sul mare, trasformando le barche costruite
per la pesca e il cabotaggio in svelte galere e armandosi e addestrandosi per
la guerra da corsa. La reazione è vittoriosa. Pisani e genovesi, alleati tra
loro e volta a volta con principi cristiani castigliani e aragonesi, affrontano i
pirati, li sconfiggono, li inseguono, passano al contrattacco. Nell’828
attaccano e conquistano il grande porto tunisino di Mahdia. Nel 1016
intraprendono la conquista della Sardegna, nel 1078 della Corsica, nel 1113
delle Baleari. Sono loro, adesso, a pirateggiare, a rapire, a vendere schiavi
in Italia e in Oriente, dove si affacciano a rivaleggiare con gli amalfitani
prima, con i veneziani poi.
Dunque, a cavallo del fatidico X secolo, le quattro piú forti repubbliche
italiane emancipatesi dalla sovranità bizantina o germanica, spazzati
dall’Adriatico e dal Tirreno i covi e le basi dei pirati slavi o saraceni, si
affacciano sul mare grande, su quel Mediterraneo che era stato di Roma.
Amalfi, Pisa e Genova, alleandosi con i principi cristiani di Provenza e
di Catalogna, assaltano i porti di Tunisia e di Sicilia, attaccano le flotte
saracene, catturano e schiavizzano gli abitanti musulmani delle isole e delle
coste. Al tempo stesso intessono con i loro governanti proficui scambi di
uomini di donne e di merci, dalla Spagna all’Egitto. Un secolo prima delle
Crociate si possono incontrare i mercanti amalfitani al Cairo, cosí numerosi
e intraprendenti da suscitare la rabbia del popolino, aizzato dai concorrenti
contro di loro.
Venezia, padrona ormai dell’Adriatico, monopolista del commercio
padano del sale dopo aver devastato la rivale Comacchio, vittoriosa sugli
invadenti patriarchi di Aquileia e sui concorrenti dalmati, anconetani,
pugliesi, dispone di una flotta da guerra potente.
Sono ormai gli imperatori d’Oriente ad aver grande bisogno dei
veneziani per proteggere i loro barcollanti domini. Quando il gigante
biondo Guiscardo il Normanno sbarca sulle coste greche per assediare
Durazzo il giovane imperatore Alessio Comneno chiede aiuto al doge.
L’armata veneziana giunge davanti a Durazzo assediata. Le due flotte si
fronteggiano. Per reggere l’urto dei normanni, il doge veneziano lega le
navi piú grosse e ne fa una fortezza, da cui balestrieri e arcieri saettano il
nemico, appiccando il fuoco alle sue navi. È allora che le agili galee
spuntano da dietro un promontorio avvolgendo la flotta normanna e
distruggendola. L’anno dopo, è il 1089, l’imperatore concede ai veneziani,
con il Privilegio, il monopolio assoluto del commercio in tutto l’Impero.
Manca ancora un decennio alle Crociate.

La vera radice dell’egemonia italiana.

Una prima conclusione si impone. Non sono state, dunque, le Crociate


all’origine della egemonia italiana nel Mediterraneo. C’è stata, molto prima
di quelle, una «accumulazione primitiva» di potenza attraverso due secoli di
emancipazione dalla sovranità degli imperatori e di resistenza alle
aggressioni saracene. In quei secoli oscuri si sono formate quelle capacità
tecniche, organizzative e politiche che permetteranno alle Repubbliche
italiane di sfruttare le occasioni aperte, prima, dagli errori e dalle debolezze
delle potenze dell’Oriente – bizantine e arabe – poi dall’intervento in forze
dell’Occidente nel Mediterraneo.
Capacità tecniche. Non consistevano in particolari innovazioni
tecnologiche. Sí, gli italiani, e in particolare gli amalfitani, furono i primi in
Europa a usare il magnete nella navigazione (in Europa, perché i cinesi
sembra lo utilizzassero da due millenni: è strano però che Marco Polo non
ne faccia cenno) e da questa memoria si generò l’invenzione di un Flavio
Gioia di Amalfi, inventore della bussola, un personaggio mai esistito. Ma
non fu quella a dare agli italiani una superiorità decisiva. Piuttosto, oltre che
l’agilità e la manovrabilità della galea italiana era l’addestramento dei suoi
marinai combattenti e la loro qualità di liberi cittadini, non di «galeotti»
forzati, a determinare l’audacia e l’efficienza della loro manovra.
Capacità organizzativa. Furono gli italiani a promuovere la navigazione
in convogli scortati da navi da guerra, le mude, rigorosamente programmate
per tutto il corso dell’anno, la piú efficace difesa dei carichi. Furono gli
italiani a inventare la complessa organizzazione delle società commerciali
(le commende, le colleganze) che consentirono di minimizzare i rischi della
navigazione e di diffonderne i profitti, allargando le basi finanziarie del
commercio marittimo. Furono essi a porre le basi giuridiche di un diritto
commerciale internazionale: e qui la paternità di Amalfi, con le sue Tavole,
è incontrovertibile.
Ma il fattore decisivo, che spiega la superiorità della concorrenza italiana
rispetto agli altri intermediari, siriani ed ebrei, sta nella natura politica dei
mercanti italiani: che non erano un ceto interstiziale e subalterno. Erano
liberi cittadini, motivati certo dallo scopo del guadagno, ma anche
dall’orgoglio patriottico, dalla passione civile per la loro città. Dal desiderio
di accrescerne il prestigio, la potenza, la ricchezza: e la bellezza. Quando
trafugavano i resti di qualche sant’uomo, come fecero i marinai veneziani
che rubarono ad Alessandria d’Egitto e portarono trionfalmente a Venezia le
spoglie di san Marco, non era per sete di guadagno, ma di gloria per la loro
città.
L’avventura delle Crociate.

Se è vero che, quando la Crociata fu bandita le Repubbliche italiane


avevano già acquistato una posizione di protagoniste nel Mediterraneo, è
anche vero che attraverso l’avventura delle Crociate esse acquistarono una
indiscussa egemonia.

Quell’avventura è rimasta a tutt’oggi un enigma. Essa ha depositato nella


nostra memoria storica una traccia profonda; «uno spesso strato di ricordi
penosi o gloriosi, di aneddoti pittoreschi, e anche di piú o meno
inconfessabili speranze» 3. È stata un episodio drammatico dello scontro tra
due civiltà: ha lasciato il segno indelebile di un odio mai veramente spento.
Ma nessuno è riuscito ancora a darne una spiegazione razionale.
L’interruzione dei pellegrinaggi a Gerusalemme da parte dei nuovi venuti
turchi? No, gli storici seri relegano le innegabili vessazioni nella categoria
degli incidenti, piú volte ripetuti nel corso di una storia lunga e
sostanzialmente pacifica. Il pretesto di un papa, Urbano, per tirare dalla sua
parte i feudatari di un imperatore, Enrico IV, scomodissimo? Troppa
dietrologia. Da qualunque parte la si consideri, la Crociata rimane «una
pulsione ingiustificata e inesplicabile»: come, del resto lo era stata la jihad
maomettana, o le incursioni tedesche in terre polacche e lituane. Una
pulsione originata forse da un surplus di vitalità demografica ed economica,
dal risveglio vitale di un Occidente a lungo depresso, che sfoga le sue
energie per rimuovere frustrazioni troppo a lungo subite. È certo che il
movimento fu altrettanto improvvisato, incoerente, incostante e lunatico,
quanto feroce. E soprattutto che, dal punto di vista dei suoi obiettivi
dichiarati, si risolse in un fiasco.

Le Crociate furono, non c’è dubbio, un fallimento politico. La Terrasanta


tornò presto in mani musulmane. Furono un fallimento culturale. Molto piú
fecondo si rivelò, da questo punto di vista, il confronto che si svolgeva
all’altro capo del Mediterraneo, tra cristiani e musulmani di Spagna e di
Sicilia, che alle vicende della guerra alternava gli scambi culturali, tutti a
beneficio dell’Occidente. In Terrasanta non ci fu nessun Averroè, nessun
Avicenna; e da parte cristiana nessun Pietro il Venerabile che, vilipeso da
San Bernardo, insisteva perché fosse tradotto in latino il Corano. Al
contrario: i crociati franchi e normanni si coprirono di gloria bruciando le
biblioteche, come quella, grande, di Tiro. Erano, a parte qualche canoro
trovatore, brutali e ignoranti. I crociati rivelarono subito la loro condizione
di sottosviluppo rispetto alle civiltà, quella bizantina e quella araba, con le
quali si misuravano in terra d’Oriente. Le carneficine di cui furono
protagonisti in Siria erano un presagio di quel che avvenne piú tardi a
Costantinopoli.

Le Crociate furono un successo economico? Indubbiamente sí, ma solo


per gli italiani. Dell’intervento delle Repubbliche italiane alle Crociate si è
detto di tutto: per esaltarlo e per svalutarlo. Slancio religioso o cupidigia di
arricchimento? La risposta, perfettamente coerente con la cultura
medievale, è: tutt’e due. Non c’era di meglio, per gli spiriti animaleschi che
ispiravano la riscossa dell’Occidente, e dell’Italia in primo luogo, che
un’impresa benedetta da Dio e carica di promesse mondane. Come dice
Franco Cardini, «fede cristiana e necessità d’arricchimento» erano «valori
entrambi fondamentali ed assolutamente non contrastanti fra loro». Era
altrettanto bello, giusto e naturale sconfiggere i nemici del Cristo e
arricchirsi delle loro spoglie.

La cattedrale di Pisa, le cui prime pietre furono posate con i proventi del saccheggio
al porto saraceno di Palermo, esprime perfettamente questo coesistere, senza
contraddizioni né soluzioni di continuità, di slancio economico e slancio mistico: essa è
il monumento innalzato all’orgoglio opulento d’una città rapace e bellicosa, ma anche al
suo commosso e commovente senso del divino 4.

Quanto all’efficacia dell’intervento, è difficile sottovalutarla. È vero che


la maggior parte delle armate crociate raggiunse la Siria tra il 1097 e il 1099
via terra: nessuna flotta, per quanto potente, avrebbe potuto trasportare
allora per lunghi tratti di mare decine di migliaia di uomini e migliaia di
cavalli, per non parlare delle macchine e del resto. Non per questo furono
meno imponenti e meno efficaci: lo sforzo logistico degli italiani; il
contributo militare dato dai marinai delle repubbliche alla conquista delle
città siriane –Tiro, Acri, Antiochia –; e l’appoggio logistico economico e
finanziario prodotto dai mercanti italiani per alimentare la vita alquanto
stentata dei nuovi Principati cristiani.
I primi a muoversi furono i genovesi. Nel 1097 allestirono una flotta di
galere e di dromoni (le galere erano svelte e sottili, con i rematori agli
scalmi e i guerrieri schierati ai bordi dietro i loro scudi, i dromoni erano
larghi e panciuti, carichi di merci): una spedizione diretta a rifornire di
viveri gli assedianti cristiani di Antiochia. Ne ricavarono un ottimo prezzo e
sulla via del ritorno saccheggiarono un convento bizantino per procurarsi le
reliquie di san Giovanni Battista. Due anni dopo spedirono un’altra flotta,
guidata da Guglielmo Embriaco detto Testadimaglio, noto costruttore di
macchine d’assedio.
Seguirono i pisani diretti ad Acri, pare addirittura con un centinaio di
navi, per dare una mano ai baroni francesi. Erano guidati dal loro
arcivescovo Daiberto, che diventò, una volta espugnata Gerusalemme, il
primo patriarca cattolico della città santa.
I veneziani, all’inizio, si tennero in disparte. È naturale: le Crociate non
erano certo ben viste dai bizantini, dei quali Venezia era alleata, contro i
normanni che minacciavano di soffocarla occupando le due rive del basso
Adriatico: un pericolo, per lei, mortale. Intervenendo in Terrasanta Venezia
si sarebbe trovata a combattere a fianco degli amici dei suoi nemici, i baroni
normanni. Tuttavia molto presto i pragmatici veneziani capirono di non
poter lasciare questa nuova formidabile occasione nelle mani dei loro rivali.
Ed ecco una squadra veneziana intervenire, nel 1100, nel porto di Haifa, a
sostegno dei crociati; e dieci anni piú tardi a Sidone.
Genovesi e pisani si alternano o combattono insieme nell’assalto alle
altre città della costa siriana: Cesarea, Tortosa, Beirut, Acri. In quest’ultima
si consuma un mostruoso massacro di cittadini inermi. Nel 1124 tornano i
veneziani a sostenere Guglielmo di Monferrato nel difficile assedio di Tiro.
Superata la fase del saccheggio, che caratterizza il primo tempo
dell’intervento, gli italiani cominciano a insediarsi nelle città conquistate,
facendosi riconoscere dai principi francesi il possesso di vere e proprie
colonie: quartieri cinti da mura, provvisti di magazzini, di botteghe, di case
d’abitazione, di fontane, di bagni, di forni, di chiese. Miniature delle loro
città, brulicanti di traffici, risonanti delle loro parlate.
Questi fondaci (un termine arabo), queste colonie non rappresentano solo
sbocchi commerciali isolati. Esse si inseriscono in una grande rete di
scambi che comprende tre quadranti: oltre a quello siriano dei nuovi
Principati cristiani, quello bizantino gravitante su Costantinopoli, da tempo
frequentato dagli italiani; e quello egiziano affermatosi sotto la tollerante
sovranità dei sultani fatimidi.
I convogli, le mude che solcano il Mediterraneo orientale percorrono
spesso tutti e tre questi quadranti: per esempio, da Costantinopoli ad
Alessandria, passando per Tiro, e realizzando cosí un viaggio che ottimizza
il valore totale del traffico. Il sistema si apre ai mercati dell’Estremo
Oriente lungo tre grandi direttrici, tre vie transcontinentali. La prima,
centrale, è percorsa dalle carovane che attraversano la Mesopotamia, la
Persia e l’India, per raggiungere a nord la Cina e a Sud le isole delle spezie.
La seconda è la via marittima che, dopo un breve tratto tra il Nilo e il Mar
Rosso, attraversa l’Oceano Indiano per raggiungere l’India e lí biforcarsi,
come la prima, nelle due direzioni della Cina e dell’Indonesia. La terza
parte da Costantinopoli per inoltrarsi, costeggiando le rive del Mar Nero,
nell’oceano di steppe dell’Asia Centrale, attraverso Bukhara e Samarcanda,
verso la Cina.
L’irruzione dei mercanti italiani nell’Oriente mediterraneo animò il
traffico su queste tre vie intercontinentali, promuovendo una grande
espansione del commercio totale (qualcuno azzarda una valutazione:
decuplicandolo!) e, soprattutto, una sua diversificazione. Il nucleo centrale
di quel commercio continuava a essere costituito dalle merci leggere: le
sete, le pietre preziose, le spezie (pepe, cannella, zenzero), i calzari dorati,
le porpore. Si era assai ridotto, almeno per gli italiani, il commercio degli
schiavi. Man mano che le genti slave si convertivano al cristianesimo, quel
commercio, infatti, diventava impraticabile anche per le coscienze elastiche
dei mercanti italiani, minacciati dalle scomuniche della Chiesa. I califfi, i
sultani e gli emiri dovettero ricorrere nuovamente ai mercanti ebrei e
levantini oppure rivolgersi altrove, all’Africa nera, razziando o comprando
schiavi in Sudan, per trasportarli, attraverso il Sahara, o costeggiando la
Guinea, sulle sponde del Mediterraneo. In compenso aumentava
l’importanza del commercio di derrate alimentari nelle due direzioni: grano,
vini italiani e greci, come quello di Cipro, lo zucchero egiziano, le
albicocche, le pesche (mele persiche), i pesci salati del Mar Nero. Si
sviluppava il commercio dei tessuti: cotone e tele di lino egiziane, filati
d’oro e broccati siriani, lana del garbo marocchina, pellicce russe; e,
soprattutto, quello delle materie prime: come l’allume, usato come
«mordente» dalla rinascente industria tessile europea. Gli italiani andavano
a cercarselo fin nel Sudan dove era piú abbondante e piú pregiato: solo nel
XV secolo si scoprí che ce n’era tanto, e ottimo, in Italia, negli Stati della
Chiesa. Una componente pesante del commercio mediterraneo non meno
imbarazzante degli schiavi era quella costituita dal legno e dal ferro. I
principi saraceni ne avevano estremo bisogno per armare le loro flotte:
come pure di quelle spade franche che costituivano, ben piú delle scimitarre
ricurve, l’arma tecnologicamente piú avanzata. Il commercio di queste
merci «strategiche» era quanto mai lucroso. Ma i mercanti italiani dovevano
superare una ostilità della Chiesa molto piú intransigente che per gli schiavi
fu ribadita attraverso una serie di interdetti. Il fatto stesso che quelle grida si
ripetessero con tanta frequenza era però un significativo indice di una
altrettanto ostinata trasgressione. Il contrabbando fioriva non soltanto in
tempi di pace e di tregua, ma anche durante le guerre. Capitava
frequentemente che pellegrini e soldati di Cristo cadessero sotto le spade
cristiane.
È ancor oggi questione controversa tra gli storici se l’insieme del
commercio mediterraneo tra Oriente e Occidente, gestito in gran parte dagli
italiani, presentasse un deficit strutturale a svantaggio dell’Occidente. È
probabile che il deficit commerciale visibile fosse in parte compensato da
partite invisibili, costituite soprattutto dai noli. Gli italiani, comunque,
minimizzarono quel disavanzo attraverso un complesso sistema di
triangolazioni: le esportazioni italiane verso i mercati del Mediterraneo
occidentale erano pagate con l’oro che le carovane portavano dall’Africa
nera, attraverso il Sahara, sulle sponde del Mediterraneo; e l’oro era speso
nei tre quadranti del Mediterraneo orientale per pareggiare i conti.

Dall’egemonia all’imperialismo.

A metà del XII secolo dunque gli italiani dominavano le rotte e


monopolizzavano la maggior parte del traffico di merci dell’intero
Mediterraneo. Gli intermediari che li avevano preceduti, ebrei e levantini,
erano stati gradatamente e talvolta brutalmente estromessi. Ai nuovi
intermediari, provenzali e catalani, aragonesi e marsigliesi, era riservata una
parte marginale e subalterna. Persino il commercio tra i paesi musulmani
dell’Ovest e dell’Est era gestito in gran parte dagli italiani.
All’inizio del XIII secolo si verificò la svolta tra la supremazia
commerciale delle Repubbliche italiane e il loro vero e proprio
imperialismo politico: una svolta che rivelò brutalmente l’identità della vera
vittima delle Crociate: non l’Islam, ma l’Impero bizantino. Nella seconda
metà del XII secolo si era compiuta una selezione violenta delle
Repubbliche. Ne erano emerse quattro – Amalfi, Pisa, Venezia e Genova –
che, dopo l’occupazione normanna e il sacco pisano di Amalfi, si ridussero
a tre. Pisa resistette piú a lungo, fino al 1284, quando fu stroncata da
Genova in una famosa battaglia combattuta presso lo scoglio tirrenico della
Meloria. Ma già verso la fine del XIII secolo era chiaro che, a gestire
l’egemonia italiana nel Mediterraneo, sarebbero state due sole potenze,
Venezia e Genova, protagoniste di uno dei piú famosi duelli della storia.

Genova e Venezia, simili e diverse. Entrambe schiacciate sul mare, dai


monti o dalla laguna: ma molto piú la seconda della prima, che mantiene
legami forti con l’entroterra agrario e feudale. Sono entrambe Repubbliche
oligarchiche: ma a Genova i conflitti tra le grandi famiglie, nati dalla
contrapposizione tra interessi fondiari e marittimi, sono molto piú esplosivi
che a Venezia, predestinata dall’isolamento geografico a una solidarietà che
fonda uno Stato forte e un sentimento pubblico profondo; laddove a Genova
prevalgono, nonostante il patriottismo, gli spiriti animaleschi di un
individualismo irriducibile.
Le due Repubbliche non si scontrano subito, sembrano dapprima
impegnate ciascuna nello specchio dei loro mari. Poi, le Crociate spingono
genovesi e pisani nel Mediterraneo orientale. E qui gli attriti diventano
inevitabili. I veneziani però, pur aprendo due fondaci in Siria, sono piú
interessati a sviluppare la loro posizione di monopolio conquistata a
Costantinopoli. Diventa ben presto evidente che l’Impero cristiano dei
bizantini, non i Sultanati musulmani degli arabi, sarà la vera vittima delle
Crociate, la grande preda di Venezia, il principale terreno di scontro tra le
due Repubbliche. Da quando l’imperatore greco ha chiesto contro i
normanni l’aiuto dei veneziani questi, da sudditi e alleati che erano, sono
diventati sempre piú invadenti e arroganti. I greci li odiano, loro
disprezzano i greci. L’imperatore, militarmente impotente, non trova di
meglio che tentare di compensare l’invadenza dei veneziani con concessioni
di basi e di privilegi, anche a pisani e a genovesi. Ma questo non fa che
peggiorare e precipitare i disordini e i conflitti tra italiani e greci e fra
italiani. In un certo giorno del 1148, marinai greci e veneziani vengono alle
mani. I veneziani ingiuriano l’imperatore Manuele Comneno esibendo uno
schiavo etiopico travestito da imperatore sulla poppa di una galera fatta
passare per scherno davanti alla flotta greca. Nel 1162 il quartiere genovese
di Costantinopoli è messo a sacco dai greci e centinaia di genovesi trucidati,
con la collaborazione dei pisani e dei veneziani. Nel 1171 l’imperatore fa
arrestare tutti i veneziani confiscandone gli averi. La spedizione punitiva
condotta dal doge Michiel fallisce. Il suo successore riesce però a far
rientrare a Costantinopoli i veneziani, mentre pisani e genovesi ne escono,
ma nel 1182 si scatena un altro pogrom. La capitale precipita nel caos,
mentre si susseguono sul trono di Bisanzio gli imperatori, un colpo di Stato
e un assassinio dopo l’altro. Il ristabilimento della situazione e il rientro a
Costantinopoli dei veneziani, alla fine del secolo, è del tutto precario.
L’Impero bizantino è allo sbando. Ma nessuno prevede che il colpo di
grazia gli sarà vibrato dai suoi antichi sudditi.
Quel colpo matura in un torneo festoso, organizzato il 28 novembre del
1199 da Tebaldo, conte di Champagne, nelle Ardenne. Il papa Innocenzo III
ha appena bandito una quarta Crociata tra i principi cristiani, senza suscitare
entusiasmi. Ma in quella occasione di raduno della feudalità piú brillante di
Francia uno dei cavalieri, Folco di Neuilly, infiamma i presenti invitandoli a
prendere la croce. Di lí parte una miccia che incendia mezza Francia.
Dappertutto accorrono cavalieri, borghesi, straccioni. C’è Bonifacio di
Monferrato, c’è Baldovino di Fiandra, c’è Goffredo di Villehardhouin, cui
dobbiamo il racconto fiorito della Crociata. Si decide, dopo qualche
incertezza, di inviare una delegazione di baroni franchi e normanni a
Venezia, il cui prestigio è altissimo dopo che ha ospitato e mediato la pace
tra l’imperatore Federico Barbarossa e il papa Alessandro e la tregua con la
Lega lombarda. La scena, è Goffredo che la descrive vividamente: nella
piazza di San Marco il doge, un vecchio ultranovantenne e mezzo cieco,
Enrico Dandolo, convoca il popolo, cui si rivolgono direttamente i baroni.
Invocano l’aiuto della Repubblica per la grande impresa: navi, artigiani,
marinai. Pagheranno il passaggio in marchi sonanti d’argento. «In nome di
Cristo, fratelli!» gridano e si prosternano piangendo: loro, i grandi feudatari,
di fronte al popolo dei barcaioli. E il popolo risponde, inginocchiandosi e
piangendo: «In nome di Cristo, vi aiuteremo».
Ma i veneziani, pur pregando e piangendo, hanno fatto bene i conti, i
baroni no. I crociati hanno chiesto di trasportare in Terrasanta 33    500
uomini, per quei tempi un’armata immensa, composta di 4500 cavalieri con
i loro cavalli, 9 mila scudieri e 20 mila fanti. Occorrevano duecento navi
per trasportare loro e le loro macchine da guerra, che Venezia si impegnava
a costruire. Il contratto, firmato dopo i pianti e le invocazioni reciproche,
faceva 85 mila marchi d’argento, una somma inconcepibile: il doppio delle
entrate annuali del re di Francia e del re d’Inghilterra, un mucchio d’argento
di 20 mila chilogrammi. Andò che, invece di 35 mila crociati, se ne
presentò a Venezia meno di un terzo. E invece di 85  mila marchi, si riuscí a
metterne insieme con enormi sacrifici 50    mila circa. Che fare? Venezia
aveva già costruito un centinaio di navi, e le catapulte e gli argani e le torri
mobili. E 10 mila crociati nella laguna erano ospiti inquietanti. Gli interessi
correvano, i rischi aumentavano. L’idea fu di Enrico Dandolo: Venezia
avrebbe partecipato alla crociata pagando quel che mancava; e l’esercito
franco l’avrebbe aiutata a riconquistare Zara, che si era sottratta al suo
dominio, per darsi al re d’Ungheria. Cosí ebbe inizio il piú strano
dirottamento della storia. La possente armata cristiana partí con le bandiere
al vento, Zara fu espugnata, il papa minacciò la scomunica che turbò i
crociati (una crociata scomunicata!). Ma intanto era intervenuto un fatto
nuovo. Il giovane Alessio, figlio dell’imperatore Isacco Angelo,
detronizzato e gettato in carcere dall’usurpatore – che per complicare le
cose si chiamava Alessio anche lui – era fuggito in Europa e aveva chiesto
al papa e all’imperatore tedesco di intervenire militarmente per ristabilire il
padre sul trono di Bisanzio. In cambio prometteva di finanziare la
spedizione e, al papa, di ricondurre la Chiesa greca nel seno della Chiesa di
Roma. Bastava proseguire il dirottamento: prima della Terrasanta, la terra
ricca. Costantinopoli valeva bene una sosta. La spedizione era già pronta. Il
papa chiuse un occhio. Questo fu il piú colossale affare stipulato dai
mercanti italiani nel Medioevo.
L’ultimo atto del dramma si aprí con una sfilata superba della flotta
latina nel Bosforo, con i baroni franchi e i marinai di Venezia schierati sulle
galere e la folla dei greci, silenziosa e ostile, sotto le bianche mura della
Roma d’Oriente. Si chiuse con una carneficina. Due assalti sanguinosi:
veneziani e franchi issati sulle scale, sulle torri mobili, sulle mura, con il
doge novantenne e mezzo cieco che combatteva sui ponti; e, alla fine, un
massacro orrendo. Il saccheggio, l’oltraggio, una prostituta che balla in
Santa Sofia. I turchi, due secoli e mezzo dopo, non poterono fare di piú. Il
frutto del saccheggio fu immenso: cinque tonnellate d’oro soltanto per
Venezia.
Enrico Dandolo non divenne imperatore a 94 anni, rifiutò saggiamente
l’offerta. Ma Venezia, la città dei barcaioli di Cassiodoro, diventò padrona
di un quarto e mezzo dell’Impero, titolo orgogliosamente inserito da allora
nelle prerogative del doge.
Dunque, alla metà del Duecento Venezia sembra la grande dominatrice
del Mediterraneo. Ma non è cosí. Nella seconda metà del secolo la bilancia
dell’egemonia si sposta a vantaggio della sua grande rivale. Come abbiamo
visto, nell’XI secolo Genova, alleata con Pisa, era stata impegnata a ripulire
nel Tirreno i covi dei predatori saraceni che l’avevano per tanto tempo
tormentata. Aveva poi messo la sua flotta, i suoi marinai, le sue macchine
da guerra a disposizione dei Crociati; e dopo la vittoria aveva fondato
colonie fiorenti lungo le coste della Siria.

Genova nasceva aristocratica, come Venezia, ma su una base molto


meno compatta e solidale. Intanto, le grandi famiglie dei nobili, quelle che
fondavano il loro potere sui feudi dell’entroterra e quelle che lo traevano
dai commerci del mare, avevano dovuto spartirlo con il Vescovo e con il
«popolo» dei cittadini, nell’ambito di un’istituzione comunale, la
Compagna. Inoltre, quelle famiglie erano in costante lotta tra loro.
Diversamente da Venezia, l’iniziativa privata, a Genova, prevaleva
nettamente sull’interesse pubblico e il patriottismo, innegabile, mancava del
sistema vertebrato di istituzioni forti e rispettate. Le divisioni e le lotte
interne non avevano impedito, tuttavia, che Genova espandesse i suoi
domini di terra su tutto l’arco della Riviera, e soprattutto che si affermasse
come grande potenza marittima, prima nel Mediterraneo occidentale, poi in
quello orientale. Qui si incontrò e si scontrò con la sua vecchia rivale, Pisa
e, con la nuova, Venezia. Per un certo tempo, per tutta la prima parte del
secolo XII , sembrò che con Venezia si potesse stabilire un’intesa anti-pisana
e una spartizione di zone d’influenza coloniali. Ma presto il conflitto
divenne inevitabile: troppo simili gli interessi, troppo contigue le zone di
insediamento.

Quella che si può ben chiamare la Crociata veneziana, conclusa con la


creazione di un effimero Impero latino d’Oriente, e con il ben piú solido
insediamento del dominio veneziano a Costantinopoli, nell’Egeo e nelle
grandi isole del Mediterraneo orientale, sembrava aver chiuso la partita con
Genova. Non era cosí. I genovesi offrirono il loro sostegno militare,
logistico e finanziario a ciò che restava dell’Impero bizantino, il Regno di
Nicea, governato dalla dinastia dei Paleologi, e alle sue mire revansciste.
Reagirono all’invadenza veneziana, che li aveva praticamente estromessi da
Costantinopoli, riuscendo a installarsi nelle isole dell’alto Egeo e sulle coste
del Mar Nero. Sfidarono i veneziani nel Levante.

Il grande duello comincia nel 1256 con l’ammazzamento di un genovese


da parte di un veneziano, ad Acri. I genovesi attaccano e devastano il
quartiere veneziano della città. I veneziani inviano una flotta che rompe le
catene del porto, distrugge le navi dei genovesi, li caccia a sua volta da
Acri. La risposta giunge pochi anni dopo, quando Genova sostiene la
riconquista greca di Costantinopoli da parte dell’imperatore Michele
Paleologo, che mette fine in pratica all’effimero Impero latino. I veneziani
sono perseguitati e scacciati. Da allora è un seguito di rappresaglie, di
vittorie e di disfatte reciproche sui principali teatri della guerra: l’Egeo,
dove ancora prevale Venezia che ne occupa isole e punti strategici;
Costantinopoli, dove i due contendenti si alternano o si fronteggiano nei
loro quartieri, e dove sono accolti, scacciati, riaccolti in un tango cruento;
nel Mar Nero, dove prevale Genova, ma entrambe tentano, persino in
accordo tra loro in una tregua tra due guerre, di assicurarsi i terminali delle
nuove vie mongole della seta e delle spezie; nei porti africani dell’Egitto e
della Barbería; e fin sulle coste atlantiche, a nord e a sud di Gibilterra.
Alla fine del Duecento, dopo le prime due guerre che hanno scavato un
solco profondo di odio, sembra che una pace piú duratura possa sancire un
duopolio incontrastato. Il Mediterraneo non è piú il mare nostrum di Roma,
che ne occupava tutte le sponde: ma è certamente, incontestabilmente, il
dominio delle flotte delle due Repubbliche oligarchiche italiane, che si
stanno impegnando a varcarne i limiti e ad allargare lo spazio di quella che
sta diventando la prima economia-mondo.

Con la scomparsa, come potenza mondiale, dell’Impero bizantino,


destinato a sopravvivere a se stesso fino alla sua definitiva caduta in mani
turche, nel 1453, sembrava che si fossero create le condizioni per una
ulteriore espansione italiana, questa volta su scala intercontinentale, in due
direzioni: quella terrestre dell’antica via della seta, verso la Cina, attraverso
l’Asia centrale; e quella marittima, della circumnavigazione dell’Africa,
verso l’India.
Negli ultimi decenni del secolo XI , da quel crogiuolo di popoli della
steppa asiatica che aveva generato tutte le grandi invasioni di nomadi –
unni, àvari, turchi e magiari – alla ricerca di pascoli verdi, si era levata una
nuova tempesta: quella dei clan mongoli installati tra il lago Baikal e il
corso superiore dell’Amur. Il figlio di un khan del Karacorum, il giovane
guerriero Temugin, era riuscito a fondere in una gigantesca federazione i
clan dell’Est (i tatari) quelli del Sud (i karaiti) per poi includere, all’Ovest, i
popoli uiguri, installati in territorio islamico. Temugin, che assunse il titolo
di re dei re (Gengis Khan) costituí un Impero immenso e improbabile,
dotato di una forza di 150 mila cavalieri, straordinariamente agile;
provvista, grazie all’abilità dei suoi arcieri, di una potenza di lancio
poderosa; e, soprattutto, munita di quell’arma assoluta che è il terrore.
Davanti a questi mongoli dall’aspetto terrificante, massacratori sistematici,
edificatori di torri di cadaveri, torturatori crudelissimi, come secoli prima
davanti agli unni, si scatenavano ondate di panico incontrollabili, seguite da
immediate sottomissioni. Tale era il terrore suscitato dalla loro vista che un
principe islamico decise di truccare i suoi soldati da mongoli, sembra con
successo. L’Islam orientale fu travolto, intere popolazioni annientate. Tra il
1220 e il 1230 una incursione mongola provocò la caduta di Bukhara,
Samarcanda e Kabul, prima di passare in Ucraina e in Crimea. L’ondata dei
mongoli investí in Occidente la Russia, piombò su Polonia e Ungheria e
sulla regione di Vienna, per abbattersi sull’Adriatico, in un «clima di
apocalisse tenuto vivo in Europa dai terrificanti racconti dei cristiani slavi e
danubiani». Altre irresistibili scorrerie, condotte dai figli e dai nipoti di
Gengis Khan, avevano conquistato Baghdad, dove il califfo abbasside fu
chiuso in un sacco e gettato sotto le zampe dei cavalli. I turchi, incalzati dai
mongoli, si erano rovesciati sulla Palestina, mettendo a sacco
Gerusalemme.
Al margine opposto della steppa asiatica, i discendenti diretti di Gengis
Khan avevano varcato la Grande Muraglia e invaso la Cina del Nord,
installandovi una fastosa dinastia. Placata la tempesta i mongoli avevano
instaurato, nell’immenso territorio conquistato, una incredibile condizione
di efficienza e sicurezza delle comunicazioni e dei viaggi, aprendo la strada
alle carovane dell’Occidente: ai mercanti e ai missionari.

Poiché i mongoli si erano rovesciati con furia soprattutto sull’Islam, e


poiché, animisti ed essenzialmente agnostici, sembravano suscettibili di una
rapida cristianizzazione, si diffuse in Occidente, e fin nella Chiesa di Roma,
la speranza di un’intesa tra cristiani d’Occidente e mongoli orientali, che
avrebbe preso l’Islam in una morsa mortale e diffuso la parola di Cristo in
tutto il mondo. Questa speranza era alimentata dalle leggende nate da una
minoranza di cristiani nestoriani in Asia, e ingigantite attorno alla figura
mitica del Prete Gianni, un papa asiatico tanto amico quanto sconosciuto. Il
terrore aveva lasciato adito alla curiosità e alla speranza di una alleanza
basata su una fede comune e sui buoni affari. Fu soprattutto quest’ultima ad
animare la grande impresa della famiglia veneziana dei Polo, di Matteo e
Nicolò che, partiti dalla Crimea nel 1260, raggiungevano attraverso
Bukhara e l’Asia Centrale la corte del nipote di Gengis khan, il mongolo
Kubilay. Dieci anni piú tardi erano tornati. «Chi s’eo?», aveva chiesto la
serva ai due strani viaggiatori coperti da turbanti. «Paroni», avevano
risposto quelli sbrigativamente. Appena un anno dopo ripartivano con il
giovane Marco, per raggiungere – forse attraverso Baghdad, il Khorasan
persiano, l’altissimo Pamir e il tremendo deserto di Gobi – la città di
Pechino (allora si chiamava Kambalik). Di come Kubilay, che nel frattempo
aveva conquistato la Cina, li accolse festosamente e di come elevò il
giovane Marco ai piú alti onori; di come quegli viaggiò per 24 anni in lungo
e in largo tra la Cina, l’Indonesia, l’India e la Persia, lo racconta Marco
stesso in uno dei libri piú famosi di tutti i tempi, dettato al pisano
Rustichello in una prigione genovese, dove era stato rinchiuso, a 54 anni,
dopo essere stato catturato nella battaglia di Curzola.
I due Polo erano latori di un messaggio del papa al Grande Khan, e
Marco della sua risposta: un carteggio che non ebbe seguito per la
scomparsa degli interlocutori. Le speranze furono ben presto deluse, perché
i mongoli si convertirono all’Islam, e l’Islam finí per riorganizzarsi attorno
alla nuova forza dei turchi selgiuchidi.
Sarebbe stato forse piú saggio, anziché tentare di prendere alle spalle
l’Islam arabo, stringere con esso una alleanza politica. Era quello il sogno
di Federico II, l’imperatore che si illuse di averlo realizzato quando entrò a
Gerusalemme a fianco del califfo, sulla base di una intesa intelligente che
riconosceva la natura religiosa e multietnica di questa città fatidica. Ma il
papa di Roma scomunicò lui e lanciò addirittura l’interdetto contro la Città
santa!

Cosí si arenò la spinta cristiana verso l’Oriente estremo.


Contemporaneamente, nell’estremo Occidente si consumava un’altra storica
impresa, questa volta promossa dai genovesi.

I genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi, nel 1281, intraprendono una


spedizione arditissima. Lo scopo è chiaro: scoprire una rotta atlantica che
apra, oltre lo stretto di Gibilterra, una via diretta verso i paesi delle spezie.
Non è chiaro, invece, il progetto della rotta. Secondo i piú, puntarono a Sud
costeggiando l’Africa, come fece due secoli piú tardi il portoghese Vasco de
Gama. Comunque, sparirono: e la leggenda, che si impadroní della loro
impresa, narra di una loro prigionia, in schiavitú, nell’Impero di Etiopia; e
di un incontro di mercanti veneziani con un loro discendente un secolo
dopo, in Somalia.
Ma c’è anche chi è convinto che puntarono verso occidente, precedendo
Cristoforo Colombo, in un «folle volo» che avrebbe potuto portarli
nell’ignota America. O annegarli davanti alla montagna del Purgatorio. È
difficile pensare che Dante, quando immaginò l’ultimo viaggio di Ulisse, di
là dalle colonne d’Ercole e il suo fatale naufragio, non si ispirasse a quella
impresa che di certo conosceva. L’esplorazione delle rotte atlantiche
proseguí poi, aprendo ai genovesi e ai veneziani una via alternativa
all’Europa del Nord; e ai portoghesi, finalmente, l’agognata via delle
spezie.
Dunque, a metà del XIII secolo, l’egemonia italiana sul Mediterraneo,
gestita in termini conflittuali dalle due Repubbliche oligarchiche, era giunta
al suo apice imperialistico. Questa egemonia sarebbe stata impensabile se il
grande retroterra italiano ed europeo fosse rimasto nella sua condizione
iniziale di sottosviluppo. Ma già dall’inizio del secondo millennio, l’Europa
era uscita dalla oscurità dell’alto Medioevo. Tramontata la potenza
bizantina, frammentata quella dell’Islam, il baricentro della forza e della
ricchezza aveva cominciato a spostarsi verso Occidente. Si stava generando
quella che Braudel ha definito la prima economia-mondo della storia. E al
centro di quella stava l’Italia.

1
B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1966.
2
Cassiodoro, Epistulae variae, XII, 24, citata in A. Zorzi, La repubblica del leone. Storia di
Venezia, Rusconi, Milano 1982.
3
R. Fossier, Storia del Medioevo, Einaudi, Torino 1984.
4
F. Cardini, Le Crociate tra il mito e la storia, Nova Civitas, Roma 1971.
Capitolo quinto
L’egemonia europea

Che strana lingua!

Mentre le Repubbliche marinare italiane si impadronivano delle chiavi


del Mediterraneo, già da tempo alle loro spalle l’Europa si era risvegliata
dal torpore dei secoli bui.

L’alba part umet mar atra sol,


poy pas’a bigil, mira clar tenebras.

Che strana lingua! Non è piú latino, e non è ancora identificabile con
nessuna delle lingue romanze che ne deriveranno. È un distico che ci giunge
dal secolo X e che si traduce cosí: «L’alba porta sul mare oscuro il sole, poi
valica il colle: guarda, le tenebre si rischiarano». Giustamente lo storico
Roberto Lopez trova questi versi non certo armoniosi, ma commoventi,
«come il primo vagito di un neonato». Il neonato è il secondo millennio,
atteso con terrore e tremore e giunto con dolcezza. Sembra che proprio a
partire dal X secolo, in Europa occidentale, il grande freddo si sia attenuato.
Inverni piú miti, primavere piú rigogliose. Con il tempo chiaro un’onda
vitale investí l’Europa. La temperatura salí. La popolazione riprese a
crescere. Le cause di questa crescita? Gli storici piú prudenti non si
pronunciano. Forse, una causa specifica non c’era. Forse, il semplice fatto
che, quando il flagello costituito dalle grandi invasioni venne meno, il
flusso naturale delle generazioni, che si era contratto, tornò a sgorgare.
Fatto sta che la popolazione aumentò impetuosamente, un po’ dappertutto,
dalla Francia alla Germania all’Italia.
Il flusso vitale investe anzitutto l’agricoltura e le strutture feudali che su
quella si fondano. Si popolano gli spazi selvaggi delle brughiere e delle
foreste, si diradano i boschi delle favole oscure, si prosciugano le paludi, si
dissodano i terreni incolti aperti alla caccia. Si diffondono nuove
coltivazioni: la vite, anzitutto. La pressione della popolazione riempie i
vuoti e si rovescia all’esterno. In Germania, il flusso delle migrazioni si
inverte, da Ovest a Est: i tedeschi invadono e colonizzano le terre degli
slavi. La ripresa della produzione si accompagna con una serie di
innovazioni tecniche. E questo è un po’ un rompicapo: da una espansione
demografica cosí forte, come fu quella dei primi due secoli e mezzo del
millennio, ci si aspetterebbe un effetto di freno alle innovazioni che
risparmiano lavoro. Al contrario, quei secoli vedono un vero e proprio balzo
della produttività, sotto la spinta di grandi innovazioni nell’agricoltura e
nelle fonti di energia. C’è chi lo spiega come l’effetto di una rivoluzione
sociale. Nei secoli dell’alto Medioevo è venuto a mancare il formidabile
afflusso degli schiavi che Roma deportava dalle province conquistate. Il
flusso degli schiavi passa dall’Occidente all’Oriente e all’Africa. I pochi
schiavi rimasti si trasformano in servi, che lavorano di meno, sottraendosi
alle corvée, e consumano di piú. La popolazione aumentava, ma aumentava
ancor piú la domanda di prodotti; e la forza di lavoro, anche se facilmente
disponibile, non teneva il ritmo. In assenza di schiavi (e di immigrati!)
bisognava usare animali e arnesi. Sta di fatto che le innovazioni tecniche si
susseguirono con ritmo incalzante. In agricoltura, miglior foraggio e incroci
sapienti diedero «cavalli piú robusti, muli meno costosi, greggi piú lanose,
vacche piú produttive». L’aratura e i trasporti si giovarono dell’attracco
degli animali in fila, del basto rigido sulle spalle del cavallo, della ferratura
degli zoccoli. Il numero degli animali impiegati nei campi si moltiplicò. La
rotazione della coltivazione triennale sostituí quella biennale, raddoppiando
la produzione. L’aratro a ruote con trazione equina sostituí quello senza
ruote a trazione bovina, specie nel nord dell’Europa. Fu introdotta la nuova
coltivazione della seta, dopo il trafugamento del suo segreto nell’Estremo
Oriente. E soprattutto, si diffusero i mulini: quelli a vento, nel Nord, e quelli
ad acqua, un po’ dappertutto dove vi fossero correnti continue e
abbondanza di grano da macinare.
Sotto queste spinte la produttività sale e l’organizzazione statica della
curtis feudale si sgretola. La mobilità degli uomini sottrae i contadini alla
servitú della gleba e allenta i vincoli di soggezione dei massari ai vassalli,
dei vassalli ai signori. L’aumento e la diversificazione della produzione
gonfiano il commercio e questo introduce nell’economia naturale il grande
solvente della moneta. La rinascente economia monetaria investe anche la
proprietà terriera. Anche i signori vogliono disporre di denaro, entrare nel
commercio. Il modo piú immediato è di vendere la terra: anche i feudi
entrano nel mercato, a poco a poco, sfuggendo alla regola
dell’inalienabilità, che costituiva il pilastro dell’economia feudale. E mentre
il mercato entra nei feudi, i feudatari ne escono per inurbarsi, portandosi
dietro una parte delle loro corti. Allo sfaldamento dell’economia feudale fa
riscontro la dilatazione delle città, dove gli spazi vuoti all’interno delle
antiche mura si riempiono presto di una popolazione eterogenea. Insomma:
quel che non era avvenuto nella repubblica imperiale dell’antica Roma, una
crisi verticale dell’aristocrazia, che lasciasse libero campo a nuove forze
sociali, avvenne nell’Italia del basso Medioevo.
La ricostruzione materiale dell’economia fu accompagnata da una
rinascita spirituale che investiva conventi e università e riaccendeva la
passione religiosa. Come a simboleggiare questo doppio movimento, si
moltiplicò la costruzione di chiese. Dice il monaco Rodolfo il Glabro: «la
terra si coprí di un bianco manto di chiese»; ma si diffusero anche le eresie,
la domanda di purificazione, i movimenti pauperistici da una parte; e lo
spirito di avventura e il desiderio di viaggi dall’altra.

In Italia nasce il Comune.

Questi sommovimenti si manifestano con particolare intensità in Italia,


dove già da tempo fioriva l’attività commerciale delle repubbliche marinare
e dove le antiche città romane avevano sempre mantenuto una vitalità
tenace, se pur modesta. Qui la rivoluzione economica, diversamente dalle
altre regioni d’Europa, si accompagna con una rivoluzione politica. Qui
nasce una realtà nuova: il Comune.
Abbiamo visto come le Repubbliche marinare italiane si fossero
lentamente emancipate dal dominio delle monarchie imperiali. La stessa
cosa avvenne, ma in tempi molto piú rapidi – tra la fine dell’XI e l’inizio del
XII secolo – e in modi piú «democratici», per le città italiane dell’interno,
nel nord e nel centro della penisola. Qui, alla debolezza del potere centrale,
esercitato da un imperatore lontano, si aggiungeva il conflitto tra il papa e
l’imperatore, che proprio in quel periodo assunse forme particolarmente
violente, aprendo larghi spazi di autonomia politica che furono occupati,
con un processo di usurpazione strisciante, dalle città.
Sulla nascita del Comune si è disputato tra gli storici per piú tempo di
quanto sia stato necessario per farlo nascere. Era un istituto originario o una
riedizione dei municipia romani? Era un’istituzione pubblica o
un’associazione privata? Aristocratica o democratica? La scarsità delle fonti
non permette di troncare di netto nella selva delle interpretazioni. Ma è
certo che si tratta di uno di quegli eventi che nascono dal basso e dalla
fantasia della storia; e mutano forma nel tempo e nello spazio, rendendo
arduo ogni tentativo di classificazione.
Ci sono però alcuni fatti incontestabili. Le città italiane non erano mai
morte. Le nuove invasioni ungare e saracene, lo scarso conto che si poteva
fare sulla difesa in campo aperto, a causa della debolezza del potere
centrale, aveva costretto i loro abitanti a fare da sé: a rialzare le mura
diroccate, ad accogliere i fuggiaschi, ad armarli. Attorno a chi? Il vescovo
era sempre rimasto nella città, a capo della diocesi. Nel vuoto dei poteri
civili egli aveva assunto, oltre alle funzioni religiose, anche responsabilità
politiche, amministrative e persino militari. Attorno al vescovo, quindi, si
era formato il primo nucleo del futuro Comune. Con il dileguarsi degli
invasori, quel nucleo non si sciolse, anzi, si ingrossò via via, sotto la spinta
della rinascita demografica ed economica: dei «nuovi venuti».
Chi erano i nuovi venuti? Una popolazione eterogenea: figli inquieti di
una feudalità incrinata dai tempi nuovi, che sfuggono attraverso le sue
fessure; cadetti desiderosi di sottrarsi a un futuro di sottomissioni frustranti;
servi che non hanno da perdere che le loro catene; mercanti e artigiani che
seguono le tracce del commercio e delle migrazioni; cortigiani e impiegati
dei grandi signori che decidono di inurbarsi per acquisire nuove posizioni di
libertà e di comando. Sono questi ultimi, i nobili inurbati, di solito quelli di
seconda schiera, vassalli dei gran signori, ad assumere presto la guida del
Comune. La fase «vescovile», infatti, si chiude quando la comunità
cittadina ha raggiunto una consistenza che le permette di prendere
coscienza di sé. È inevitabile allora il conflitto con il vescovo e la
rivendicazione di una rappresentanza civile. Quella rappresentanza è
affidata dapprima ai cittadini piú illustri e piú capaci di comandare, di
addestrare, di maneggiare le armi. Tra quelli si scelgono i consoli, un’antica
parola romana (ma c’è chi pensa che Roma non c’entri proprio niente, e che
consul stia solo per consigliere). Sono due, sono quattro, sono ventitre,
come in un certo anno a Milano, sono in numero variabile secondo gli anni
e i bisogni. La loro investitura non è soggetta a regole omogenee, ogni città
fa a modo suo. Ma dappertutto, comunque investiti, devono tenere conto
che il loro potere non è, come nelle corti feudali, illimitato. Devono
impegnarsi pubblicamente ad esercitarlo secondo certe regole e ne sono
responsabili nei confronti della cittadinanza e della sua assemblea
rappresentativa: che si chiami Arengo, o Parlamento. Si definiscono «brevi»
gli atti con i quali i consoli assumono i loro impegni: una specie di patto
con il popolo.
I Comuni italiani proliferano come funghi all’inizio dell’XI secolo. A
metà del secolo se ne annoverano duecento circa, senza contare i Comuni
rurali. Sono immersi in un contesto permanente di conflitti, interni ed
esterni. Conflitti di estrema aggressività – campanilistici, sociali, familiari –
che, però, non paralizzano lo sviluppo economico, al contrario: lo stimolano
e lo alimentano. Un fenomeno analogo si era verificato nell’antica Grecia.
Le pòlis non facevano che combattersi tra loro e al loro interno mentre la
Grecia estendeva la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale.
Nell’Italia del centro-settentrionale il fenomeno si ripete moltiplicato e
rafforzato dal ben piú forte radicamento del Comune italiano nel suo
retroterra.
Il fenomeno si spiega con il rapporto tra l’energia vitale scatenata dai
conflitti e le distruzioni fisiche che essi provocano. Quel rapporto,
nell’Italia dei Comuni, è largamente a favore del primo termine. I conflitti
sono violenti, crudeli, ma limitati nei loro effetti distruttivi. Le perdite
umane sono modeste. Le distruzioni di beni immobili, case, palazzi, torri,
sono facilmente riparabili. Buona parte del capitale è diventato mobiliare.
Le fazioni bandite da una città si portano dietro il loro denaro e si
trapiantano in un’altra città, con effetti moltiplicativi dei traffici. Le
diaspore, per i «lombardi» come per gli ebrei, sono meccanismi di
trasmissione e diffusione della ricchezza. Certo, prima o poi, il bilancio si
invertirà: e l’energia suscitata dai conflitti, non trovando modo di investirsi
in nuove e piú avanzate forme istituzionali, girerà a vuoto, come le pale di
un mulino senz’acqua. Ma questa è, per l’Italia del Duecento e del Trecento,
storia del futuro.

La prima economia-mondo.

Comincia cosí, alle soglie del XII secolo, la grande stagione del primato
economico italiano in Europa. La protagonista di questa stagione è la città-
stato, nelle sue due forme: quella piú antica, delle Repubbliche marinare,
senza retroterra, tutte protese verso l’esterno, prevalentemente oligarchiche;
quella piú giovane, dei Comuni dell’interno, legati profondamente al loro
retroterra, al contado, tendenzialmente popolari. Le due forme si
combinano, sono complementari, e nel loro insieme alimentano lo sviluppo
complessivo del commercio e della ricchezza. È vero infatti che le
Repubbliche del mare «svegliano» il retroterra, aprendo sbocchi alle sue
produzioni: ma è anche vero che dal risveglio demografico e politico dei
Comuni dell’interno esse ricevono un potente stimolo all’aumento dei loro
flussi commerciali.
Insomma le due forze, nonostante, e spesso grazie alle rivalità politiche,
«fanno sistema». Realizzano una massa critica che esercita una attrazione
centripeta su tutto il mondo europeo e mediterraneo. Questa massa critica
genera il primo Rinascimento italiano, quello che si svolge tra l’XI e il XIV
secolo, e che nel nord d’Italia costruisce il polo principale della prima
«economia-mondo».
L’economia-mondo del Medioevo si articola attorno a una grande fascia
di flussi commerciali che scorrono da Nord-Ovest a Sud-Est, tra l’Europa e
il Mediterraneo: tra le Fiandre e i porti dell’Oriente, ove si congiunge con le
grandi vie commerciali che si inoltrano in Asia. L’Italia diventa il fulcro di
quella grande fascia. La Francia avrebbe potuto contenderglielo, questo
primato. Al termine dell’alto Medioevo era il paese piú popoloso; e
soprattutto, proprio a sud delle Fiandre, a un incrocio strategico di vie
fluviali e terrestri, erano fiorite – grazie alla intraprendenza dei feudatari
locali – le grandi Fiere della Champagne. Sei all’anno, in sei cittadine
diverse, praticamente durante tutto il corso dell’anno: un mercato continuo.
Lí arrivavano dall’Inghilterra le lane gregge e i panni che proseguivano per
l’Italia. Lí arrivavano dall’Italia le spezie delle Molucche, le droghe e il
denaro sonante. Ci arrivavano dal porto provenzale di Aigues-Mortes o per
via di terra, dai passi alpini. Questa grande occasione la Francia se la lascia
sfuggire. Chi sono infatti i cambiavalute, i «reggitori del gioco dello
scambio», come dice Braudel, che sistemano i loro banchi – semplici tavole
ricoperte da una tovaglia con un paio di bilance e dei sacchi pieni di lingotti
e di monete – sulla pubblica piazza? Sono, in grande maggioranza, i
lombardi, impiegati di ricchi mercanti e banchieri italiani, come i
Bonsignori (i Rothschild senesi) che dominano i traffici delle Fiere restando
lontani, nei loro palazzi, grazie a un sistema di comunicazioni agile e
veloce. Il fatto è che le città italiane sono piú svelte ad approfittare delle
occasioni di quanto lo sia la pesante amministrazione feudale. La piccola
città-stato prevale ancora, a quell’epoca, sul grande Stato territoriale.
Presto, poi, le Fiere della Champagne saranno aggirate da nuove vie
aperte tra il Nord e il Sud, a Oriente e a Occidente. A Est, quella tedesca
che passa per i valichi del Sempione, del San Gottardo e del Brennero,
aprendo i mercati della Germania. A Ovest, quella marittima, che
circumnaviga la penisola iberica e la Francia atlantica, risalendo verso la
Manica e il Mare del Nord. Ambedue partono dall’Italia.
Una «traversa» strategica di questa complessa fascia longitudinale è
costituita dal corso del Po, nel cui bacino sono rifiorite le antiche città
romane: Bologna, Pavia, Milano. Una di esse, Piacenza, sede di una grande
Fiera fin dall’anno Mille, si trova all’incrocio delle due grandi direttrici di
traffico, attraversata com’è dall’asta del Po e dalla Via Francigena, quella
dei pellegrini che si recano a Roma toccando Lucca e Siena. A Roma non
arrivano solo i pellegrini ma anche il denaro delle decime, la cui raccolta è
affidata dai papi, prima ai banchieri senesi, poi a quelli fiorentini; e che farà
la fortuna di queste due città. Alle due estremità della «traversa» stanno
Genova e Venezia, varchi aperti verso il Mediterraneo occidentale e i porti
della Spagna e della Barberia e verso quello orientale: Costantinopoli, i
porti della Siria, Alessandria d’Egitto. Da lí partono le vie delle spezie e
della seta: quelle di terra e quelle di mare.
Queste vie, che attraversano l’Europa e il Mediterraneo, sono gli italiani
a dominarle, controllandone gli snodi con i loro fondaci, percorrendole con
i loro carri, solcandole con le loro flotte: con le navi lunghe e svelte, le
galere e piú tardi con le grosse navi tonde, le cocche; presidiandole, ove
occorra, con i loro militi. Non si facevano, del resto, allora, distinzioni
funzionali precise: il mercante era spesso marinaio e diventava, al bisogno,
soldato: o se capitava, pirata. Allora l’Italia generava una razza d’uomini
impavidi e aggressivi quanto scaltri, privi di scrupoli e profondamente
religiosi.
Il primato italiano non nasce soltanto dall’audacia e dall’astuzia. Tutte le
nazioni mercantili che avevano preceduto gli italiani – greci, siriani, fenici,
ebrei – ne erano provviste. Lo specifico degli italiani non fu certo che
scoprirono il mercato; ma che seppero organizzarlo e regolarlo. Che
inventarono il capitalismo. Il capitalismo contemporaneo non ha inventato
niente, dice Paul Grousset, citato da Braudel. «Non è possibile trovare
nulla, compresa l’income tax, che non abbia avuto un precedente nella
genialità di una Repubblica italiana». E Braudel stesso enumera:

la lettera di cambio, la banca di deposito e di credito, il conio di monete, le vendite a


rate, le finanze pubbliche, i prestiti obbligazionari, il capitalismo, il colonialismo e la
loro corte di disordini sociali, di lotta di classe, di crudeltà sociali, di atrocità politiche 1.

Potremmo aggiungere la partita doppia: furono in realtà i cinesi, o gli


arabi, chi sa, a inventarla; ma il fatto è che gli italiani la adottarono per
primi su grande scala. E cosí, come abbiamo visto ad Amalfi, il diritto della
navigazione; e cosí, last but not least, le multinazionali: insomma, il
sistema nervoso del mercato, il suo software, le grandi istituzioni
immateriali che hanno permesso di integrarlo nella società fondando il
capitalismo moderno; e che hanno permesso all’Occidente di distaccarsi da
tutte le altre economie del mondo.

Firenze e Milano.

Nel corso del Duecento, dal pulviscolo dei Comuni italiani


dell’entroterra emergono due potenze di taglia paragonabile a quella di
Genova e di Venezia: Firenze e Milano.
Firenze ha un’ascendenza romana di seconda categoria, certo meno
illustre della vicina Fiesole, che dal suo colle domina il passaggio
dell’Arno. Ripopolatasi dopo gli anni bui sotto la benevola dominazione
feudale della contessa Matilde di Canossa si è emancipata a libero Comune
all’inizio del XII secolo. Il Comune era governato da un gruppo di famiglie
gentilizie riunite in una «società delle Torri», sostenuta dal vescovo e
progressivamente affiancata da un ceto di mercanti intraprendenti. Solidali
tutti e tre, all’inizio, nel contendere palmo a palmo le terre di un contado
selvatico – pieno di bestie feroci e di eremiti – alla giurisdizione dei grandi
feudatari: la nobiltà «incastellata» degli Alberti, dei Guidi; e nello
strappargli la rivale Fiesole, anzitutto. Alle soglie del Duecento l’egemonia
di Firenze sui comuni guelfi della Toscana è assicurata e contrapposta a
quella ghibellina delle rivali imperiali, Siena e Pisa. Si gonfia nel corso del
XII secolo l’immigrazione forzata dei feudatari, che si insediano nelle torri
con il loro seguito di cortigiani, impiegati e famigli e di servi che fuggono i
feudi. La città si sviluppa tumultuosamente attraverso i suoi conflitti:
religiosi, politici, sociali, coinvolti in un groviglio inestricabile.
Religiosi, anzitutto. Nella giovane Italia di allora le passioni della
purezza crescono in contrappunto a quelle della ricchezza: talvolta, si
alternano nella vita delle stesse persone. Ci sono mercanti che diventano
monaci: come Francesco d’Assisi, come Iacopone da Todi. E monaci che
diventano manager, come gli Umiliati, ne riparleremo. Le passioni della
purezza si alimentano dell’indignazione contro un clero corrottissimo e
licenzioso, fitto di amanti e di bastardi, simoniaco (dedito alla captazione di
tangenti sulla salvezza delle anime) e nicolaita (intento alla promozione dei
figli spuri). Quell’indignazione a volte sfiora, a volta sfocia apertamente
nell’eresia. E Firenze, passionale, ne è facilmente contagiata.
Conflitti politici. In Toscana la politica si respira con l’aria. Curzio
Malaparte racconta che, quando Carlo VIII entrò con le sue truppe a Prato, i
cittadini si voltarono dalla parte opposta per orinare. Al re indignato
qualcuno tentò di spiegare che la facevano «per bisogno, non per politica»;
quando era del tutto evidente che non erano mossi dalla politica del
bisogno, ma dal bisogno della politica. La politica si alimenta di risse feroci
tra le fazioni cittadine e di rivalità irriducibili con le città vicine. Il grande
confronto ideologico che scuote il mondo medievale, tra l’Impero e la
Chiesa, diventa un pretesto della lotta per il potere nella città. Come spiega
Gaetano Salvemini, il papato e l’Impero c’entrano pochissimo. C’entrano
moltissimo le rivalità cittadine, quelle tra le classi sociali, gli interessi
economici, gli odi e le passioni tra le famiglie. Il grande Bartolo di
Sassoferrato osservava, già allora, che quelle due denotazioni, guelfi e
ghibellini, erano diventate due divise da vestire e svestire secondo le
convenienze e le circostanze. Capitava che uno fosse guelfo in una città e
ghibellino in un’altra, o, in due tempi diversi, nella stessa. Del resto, presto
ogni città ebbe le sue tifoserie originali: per esempio, bianchi e neri a
Firenze, verdi e secchi ad Arezzo.
I Comuni si uniscono e si serrano soltanto per combattere contro i
Comuni vicini e rivali: in tutta Italia, e in Toscana in forme particolarmente
violente ed efferate, che lasciano ancora una scia di veleno, ormai solo
beffardo e virtuale, al giorno d’oggi. C’è chi celebra, a Siena, ogni anno, la
vittoria di Montaperti sui fiorentini. I conflitti sociali riflettono a Firenze le
continue e rapide trasformazioni della struttura della società. Da quella
feudale, bloccata nella contrapposizione semplice tra signori e popolo, a
quella «borghese», costantemente mobile e progressivamente complessa, in
cui i blocchi sociali si differenziano al loro interno e tra di loro in classi dai
confini aperti e dai contorni sfumati. Alla fine si riesce a distinguere uno
strato alto di nobili, i magnati, e una massa di popolo minuto: artigiani,
bottegai, lavoranti, servi. In mezzo, una borghesia di mercanti, il popolo
grasso, che si organizza nelle Arti maggiori: la vera massa critica della
società cittadina.
Fino al Duecento i conflitti si svolgono soprattutto all’interno
dell’aristocrazia. Ma con l’impetuoso sviluppo economico si accentua la
differenziazione sociale: la ricchezza dei mercanti, che premono sui nobili
per dividere con loro il potere politico e intanto si nobilitano sposandone i
figli e le figlie; la prosperità degli artigiani che si raggruppano nelle Arti
minori; l’inquietudine del popolo minuto dei merciai, degli operai, dei
manovali, dei servi. Questo processo di differenziazione comporta nel
tempo una «democratizzazione» della società fiorentina, ma bisogna
prendere questo termine moderno con le molle. Si tratta, certo, di un peso
crescente dei ceti popolari, delle loro insofferenze per la prepotenza dei
nobili, delle loro pretese di rappresentanza politica. Questo processo si
traduce in successive riforme popolari che introducono i ceti inferiori nella
gestione del Comune fino a sfociare, alla fine del secolo, negli Ordinamenti
di Giano della Bella – un nobile votato alla causa popolare – che escludono
i nobili dal governo della città. Il «giacobinismo» degli Ordinamenti è però
subito frenato da una reazione della borghesia ricca, ostile sia
all’aristocrazia magnatizia che alle rivendicazioni democratiche della
piccola borghesia e del popolo minuto. Si instaura cosí un regime
plutocratico in panni popolari: una repubblica egemonizzata dalle Arti
maggiori che verrebbe la tentazione di definire anacronisticamente
«termidoriana». La maggior parte della crescente ricchezza affluisce al 10
per cento di una popolazione che alla fine del Duecento tocca quasi i 100
mila abitanti. È il tempo di Dante Alighieri. Ma Dante, esiliato e profugo,
vede solo il rovescio di quella diseguale ma prodigiosa prosperità.
Prigioniero dei paradigmi medievali, offeso e afflitto per i casi suoi, non ne
afferra in alcun modo il senso. Come economista, il grande poeta dimostra
qualche lacuna: ad esempio, quando considera una sventura la coniazione
del fiorino d’oro (il «mal fiore»), che costituisce forse la performance piú
brillante della politica economica fiorentina.
È un fatto che la costante, diffusa, violenta conflittualità non solo non
ostacola, ma sembra favorire lo sviluppo economico della città. Le ragioni
stanno, da una parte, nella relativa marginalità dei danni rispetto alla portata
del flusso delle ricchezze; e dall’altra nell’effetto propulsivo della mobilità
in una società investita da un impetuoso sviluppo demografico, a seguito
del quale Firenze costruisce tre mura di cinta successive in un secolo. Gli
stessi esili, le stesse diaspore civili finiscono per contribuire alla diffusione
delle energie mercantili. Molti «banditi» portano con sé da una città all’altra
i loro capitali e trapiantano le loro attività commerciali e finanziarie.
Insomma, la diaspora favorisce l’imprenditorialità: gli ebrei ne sanno
qualche cosa.
Qual è il segreto? E c’è un segreto del successo economico fiorentino?
La posizione geografica, no. Firenze era, allora, fuori strada. Era lontana
dall’unica grande direttrice Nord-Sud, la Francigena, che passava per Siena.
La sua grande via verso il mare era l’Arno. Ma tra l’Arno e il mare c’è Pisa.
Alle origini dello sviluppo mercantile fiorentino – ha osservato qualcuno –
ci deve essere un qualche accordo con i pisani. In effetti, i rapporti con i
pisani, che diventarono pessimi, erano buoni all’inizio. I fiorentini pare li
avessero aiutati nella conquista di Maiorca e quelli per riconoscenza
avevano regalato a Firenze due colonne di porfido per il suo bel San
Giovanni. Forse Pisa aprí le porte del mare ai mercanti di Firenze. Ne
sappiamo poco o niente. Ma sappiamo che era assai improbabile sviluppare
un grosso commercio per vie interne montuose, dove si doveva viaggiare
non su carri, ma con bestie da soma. Sta di fatto che i mercanti fiorentini li
troviamo presto, già prima dell’inizio del Duecento, un po’ dappertutto in
Europa e in Francia soprattutto. Forse da Pisa raggiungono per mare
Aigues-Mortes, e di lí la Provenza e la Francia. Lasciano le tracce nei loro
nomi. I loro figli nati in terra francese – o mentre il padre vi si trovava – si
chiamano spesso Francesco, Provenzale, Provenzano. Sappiamo poi che le
prime merci ad essere trattate erano pellami e pellicce lavorati da artigiani
fiorentini: ma che presto si passò ai panni di lana, sempre piú richiesti con
l’aumento del benessere, al posto delle pelli rozze. E qui davvero c’è un
segreto del successo: il particolare trattamento che gli artigiani fiorentini
adottarono per rifinire i panni semilavorati che i mercanti fiorentini
compravano nelle fiere della Champagne. L’Arte di Calimala si sviluppa di
lí, attorno a quel segreto mantenuto cosí bene da restare tale anche per noi.
Calimala fondò la prosperità di Firenze. Per un secolo e mezzo i suoi
mercanti-industriali importarono i panni franceschi, per lo piú dalle fiere
della Champagne.

Cardati, cimati, affettati, tagliati, era tolta ad essi quella peluria che li rendeva
grossolani e ne nascondeva la finezza che una prima accurata lavorazione faceva
ritrovare. Si procedeva allora alla tinta con uno scrupoloso procedimento e con materie
coloranti piú volte sperimentate, che ne assicuravano lucentezza e durata. Quindi i panni
stirati, cilindrati e ripiegati erano riesportati

in Italia, in Oriente, e spesso nelle stesse zone di origine. La loro bellezza


tradiva anche un altro segreto che non poteva essere rubato, quello del gusto
artistico dei fiorentini. Come dice un grande storico italiano, Niccolò
Rodolico,

l’occhio di chi viveva in una dimestichezza di vita… con i monumenti del tempo
migliore di Calimala e della Lana era lo stesso che preparava un disegno di stoffa,
sceglieva una tinta, dava un soffio d’arte all’opera pur del piú umile operaio 2.

Un colpo mortale Firenze rischiò di riceverlo quando Filippo il Bello di


Francia espulse i mercanti «lombardi» (si chiamavano cosí tutti gli italiani)
e vietò le esportazioni di panni di lana dalla Francia. Ma Firenze era pronta
alla riconversione. L’industria della rifinitura era già stata affiancata
dall’industria della tessitura. Accanto all’arte di Calimala era nata l’arte
della Lana. I mercanti di Firenze, come quelli di Lucca e di Pisa, avevano
cominciato ad acquistare lana grezza non dal contado, dove si filava materia
prima di scarso pregio e in quantità modeste, ma dal lontano Algarve – la
cosiddetta lana del garbo – dalla Spagna, Portogallo e Marocco: e piú tardi
dall’Inghilterra, con contratti stipulati con i conventi che fornivano ai
mercanti fiorentini le ricche lane dei loro grandi greggi, una materia prima
che aveva fatto la fortuna delle industrie tessili francesi e fiamminghe. Nel
1300 – ci informa Giovanni Villani – Firenze produsse 100 mila pezze di
panno, impiegando 30 mila persone: circa un terzo di tutta la popolazione
della città. Il sistema produttivo era nettamente capitalistico, con metodi
standardizzati e impiego di lavoratori salariati (li chiamavano i Ciompi, gli
straccioni) e intensamente sfruttati. Era un capitalismo diffuso, di piccole
fabbriche e centri di filatura familiare, se si eccettuano gli opifici degli
Umiliati, i monaci industriali, che erano organizzati ante litteram nelle
forme della grande impresa. Si trattava di un ordine di laici associati in
confraternite e impegnati a perseguire con lo stesso ardore una vita
contemplativa e una vita activa. Pare che avessero appreso le loro tecniche
nel nord d’Europa da dove provenivano. Producevano una qualità di panno
rozzo, ma di particolare durata, simile a un loden. Il capitale era raccolto
solo in parte dai patrimoni dei fratelli entrati nell’Ordine; e in gran parte
attraverso offerte volontarie, ma anche mutui, depositi e «commende»: soldi
affidati a loro perché li facessero fruttare. I guadagni erano investiti in
acquisto di terre.
Firenze, dunque, diversamente da Genova e da Venezia, aveva collegato
la sua rete commerciale a una attività industriale cui, per diventare
capitalistica nel senso moderno della parola, mancavano le macchine e le
fonti di energia: ma che del capitalismo industriale aveva tutte le
caratteristiche sociologiche. Quando anche l’industria della lana entrò in
crisi, a seguito della recessione, nella prima parte del Trecento, Firenze
riuscí nel tour de force di una seconda grande riconversione, verso
l’industria della seta.
Su questa base commerciale e industriale si sviluppò la potenza della
finanza fiorentina. In questo campo Firenze era stata preceduta da altre città
italiane e soprattutto da Siena, posta sulla strada che portava a Roma non
solo pellegrini e prelati, ma anche i capitali delle decime e delle «entrate di
Nostro Signore». Quella posizione strategica era stata sapientemente
sfruttata dalle grandi famiglie senesi. Tra la fine del Duecento e l’inizio del
Trecento, però, Siena perse contemporaneamente l’appoggio militare
dell’Impero, dopo la definitiva sconfitta ghibellina in Italia e il sostegno
finanziario del papa. Filippo il Bello di Francia, creditore della piú potente
delle famiglie senesi, quella dei Bonsignori, vibrò il colpo di grazia, col
sequestro dei loro beni in Francia e il conseguente loro fallimento. Alla
declinante Siena, legata a un passato di cui anche la sua arte raffinatissima
testimoniava la nostalgia, subentrarono le fresche energie delle famiglie
fiorentine: come alla pittura preziosa ed estatica dei senesi si contrapponeva
quella realistica e sanguigna dei fiorentini.
La caratteristica specifica dei businessmen fiorentini fu di integrare le
attività finanziarie con le attività commerciali e industriali in grandi imprese
«multinazionali», le Compagnie. Queste grandi società si svilupparono
inizialmente su una base familiare che si allargava gradatamente a parenti
meno stretti e infine a estranei, ma sempre concittadini e spesso della stessa
parte politica, che partecipavano al capitale (associati) o prestavano denaro
nella forma del deposito o del conto corrente. Talvolta gli associati sono
membri di famiglie alleate che incrociano i loro destini: Frescobaldi con
Scali, Mozzi con Spini. Quel denaro era investito nelle attività commerciali
o industriali e prestato a interesse, piú o meno, e sempre meno, dissimulato,
ad altri imprenditori. L’interesse passivo medio sui fondi prestati alle
Compagnie è attorno al 10 per cento, e le Compagnie prestano a loro volta a
un interesse attivo attorno al 30 per cento, un divario che si spiega con gli
enormi rischi assunti, ma che spiega anche i giganteschi profitti, le masse di
denaro di cui dispongono i banchieri. Prestano a chi? Agli altri uomini
d’affari, certo, ma soprattutto ai grandi della terra: al papa, all’imperatore,
al re di Francia, al re d’Inghilterra, ai vescovi: e anche ai condottieri, agli
avventurieri, senza disdegnare i piccoli trafficanti, persino i robivecchi. Tra
l’inizio e la metà del Trecento, alcune Compagnie – erano in tutto un
centinaio – avevano raggiunto dimensioni, per il tempo, straordinarie. I
Peruzzi, per esempio, avevano al loro servizio 133 fattori (rappresentanti)
sparsi per il mondo, con uno staff centrale di 88 persone. I Bardi, 346 fattori
in 25 filiali, di cui 12 in Italia e le altre disseminate tra Bruges
Costantinopoli e Gerusalemme.
La potenza finanziaria delle Compagnie cresceva e anzi si nutriva dei
grandi conflitti politici che coinvolgevano il papa, l’imperatore, il re
angioino, tutti bisognosi di finanziare le loro imprese e le loro ambizioni e
pronti a concedere in garanzia le loro entrate fiscali, i loro privilegi:
persino, come accadde, il trono dato da un imperatore in pegno a un
banchiere fiorentino. Bisognosi: ma pronti anche ai bandi, agli interdetti, ai
sequestri, alla prepotenza, quando il bisogno si attenuava. Il punto piú alto
della potenza le Compagnie lo toccarono quando la parte guelfa, sostenuta
dal papa e guidata da Carlo d’Angiò trionfò sui ghibellini di Manfredi e di
Corradino. Quel trionfo fu reso possibile da una delle piú colossali
operazioni finanziarie del Medioevo guidata dai banchieri fiorentini: che
permise al re antipatico, a Carlo d’Angiò, di vincere la guerra; e ai fiorentini
di mettere le mani sulle finanze del Regno di Napoli, dove li troviamo,
attivissimi, in tutto il secolo XIV .
Si può dire che l’espansione economica di Firenze giunga al suo apogèo
dopo la definitiva vittoria guelfa, proprio all’inizio di quel secolo. Le sue
fortune coincidono con la sventura del suo piú grande poeta, bandito e
ramingo per le corti d’Italia, in attesa di un’aquila d’oro, l’imperatore, che
si spegne invece a Buonconvento portandosi dietro un sogno anacronistico.
Dante si spegne a Ravenna, di febbre malarica, mentre la sua città
turbolenta accetta la signoria temporanea di Roberto d’Angiò, ospitato nelle
case dei Bardi e dei Peruzzi. Firenze sembra al colmo della ricchezza e
dell’opulenza. E invece è alla vigilia di una grande crisi.

Milano. C’è chi si chiede come mai al fiero guerriero celtico della stirpe
dei galli insubri, il mitico Benassone, sia venuto in mente di fondare una
città in quel posto, lontano dai fiumi veri (l’Olona e il Lambro, i piú vicini,
sono corsi di piccola portata, il Seveso è poco piú di un ruscello); lí, in
mezzo alla nebbia, a metà strada tra le Alpi e il Po. Si può dubitare che il
Gallo avesse intuito la posizione strategica di un futuro nodo stradale, alla
congiunzione di direttrici che raggiungono la valle del Reno da una parte e
il Po e l’Adriatico dall’altra. Quella posizione strategica fu comunque
rilevata dai romani, che fecero di Mediolanum la capitale della provincia
dell’Emilia-Liguria e, nel 291 a.C., la capitale dell’Impero d’Occidente, per
piú di un secolo. L’altra sua piú felice sorte, che condivideva con le altre
città padane, era di essere collocata in mezzo a una pianura
eccezionalmente fertile.
I longobardi, però, scelsero come loro capitale Pavia, sul Ticino (dopo le
distruzioni delle strade, i fiumi erano diventati ancora piú importanti); e
Milano, devastata durante la guerra gotica, fu oscurata da quella che diventò
poi la sua piú grande rivale. Come per tante altre città, l’anno Mille segna la
data simbolica del risveglio. La leva di quel risveglio è la Chiesa: l’enorme
prestigio del suo primo grande Vescovo, Ambrogio, si ripercuote sulla
Chiesa che si chiama ambrosiana e fa dell’Arcivescovo di Milano il vero
capo politico della città e di un vasto territorio diocesano che si estende ben
oltre le sue mura, su mezza Lombardia: con un’autorità molto superiore a
quella del Conte, rappresentante dell’Imperatore. Già verso la fine del X
secolo troviamo l’arcivescovo in sella, a capo di un esercito e al sommo di
una gerarchia feudale che comprende molti componenti della sua famiglia.
Dunque, Milano ridiventa potente già prima che il millennio finisca,
all’ombra di una grande Chiesa. Ed è, in fondo, proprio la Chiesa
ambrosiana che, grazie al suo prestigio storico, svolge per conto della
nascente borghesia milanese il «lavoro grosso»: quello di scalzare la
potenza dei feudatari laici. È essa che ne usurpa silenziosamente i diritti o
ne eredita per donazioni e testamenti i feudi. È attorno a essa che si adunano
i nuovi ceti mercantili e professionali (i negotiatores, i ministeriales) e i
populares: artigiani e bottegai. È essa che, ergendosi orgogliosamente a
difendere i diritti usurpati di fronte all’imperatore e ad affermare di fronte al
papa la sua quasi-parità con la Chiesa di Roma, ribadisce nella mente e nel
cuore dei milanesi l’immagine della grandezza. Quell’immagine è antica.
Ciò che primariamente distingue Milano da Firenze è questa sua coscienza
di città capitale. Se Firenze si ritiene orgogliosa di essere figlia di Roma,
Milano si ritiene fiera di esserle sorella e rivale: Roma àltera, come si
diceva allora.
La storia della rinascita economica milanese nel Medioevo è per molti
aspetti parallela a quella di Firenze: sviluppo impetuoso dell’economia di
mercato, conquista dell’entroterra e del primato nella regione, compresenza
dei conflitti esterni con le grandi potenze e con le altre città, alimentati da
un geloso patriottismo, e dei conflitti interni crudeli, attizzati da uno spirito
di faziosità rabbiosa; religiosità profonda, ma non priva di un forte senso di
autonomia rispetto alla Chiesa di Roma, alle gerarchie ecclesiastiche, allo
stesso papa; e di una venatura eretica. Insomma, come Firenze, una città
borghese.
Ma ci sono anche differenze profonde. Nello sviluppo economico di
Milano l’agricoltura conta molto di piú, la finanza molto di meno. La fertile
campagna che la circonda incoraggia la realizzazione di grandi lavori di
irrigazione sui quali si fonderà la ricchezza agricola e fondiaria della città. E
favorisce la formazione di un robusto ceto di affittuari di terre ecclesiastiche
(livellari) che diventeranno proprietari e sosterranno la borghesia cittadina.
Come Firenze, Milano è una città industriale. Il suo vero punto forte non
è però l’industria della lana, benché fiorente. È proprio a Milano che si
insediano per primi gli Umiliati, fraticelli manager, che producono tessuti di
ogni tipo: lane, sete, lino, fustagni, cotone, in una grande fabbrica, un
premodello di taylorismo. Il vero punto forte é la metallurgia. Le corazze a
maglia di Milano – come le lame d’acciaio di Toledo, come le corazze
piatte di Norimberga – erano considerate insuperabili. Come per i tessuti di
Calimala a Firenze, le lavorazioni dei metalli a Milano oltrepassano
l’imprecisa linea che separa l’artigianato dall’arte in senso proprio. I grandi
artisti del Rinascimento sono usciti dalle botteghe artigiane. Il senso del
bello è stato sempre, in Italia, organicamente intrinseco alla produzione
economica. Non era lunga la via che portava dai fabbri agli orefici, fioriti
anch’essi a Milano, che ne conserva le tracce in una delle sue strade
principali. Inoltre: il peso sociale degli artigiani a Milano, nella formazione
della borghesia, è superiore a quello di Firenze. Essi si raccolgono in
corporazioni ben organizzate. Non hanno bisogno della mediazione dei
mercanti e conquistano presto una rappresentanza politica nel Comune. È
questo un ceto per il quale la lotta sociale si mischia con la passione
religiosa, gli interessi di piccoli imprenditori con le istanze del popolo
minore, degli straccioni. A Milano li chiamano patarini, massa inquieta di
riformatori radicali che provoca nell’XI secolo disordini e sommosse, come
quella di Arialdo e di Landolfo contro l’arcivescovo tedesco Guido e contro
i preti sposati e simoniaci. Da questo magma popolare nasce una unione, la
Credenza di Sant’Ambrogio, che si organizzerà nel secolo XII , costruendosi
anche una fortezza in città, e parteciperà al governo del Comune accanto
alla società dei nobili (la Motta) e a quella dei mercanti.
Un’altra importante differenza riguarda il ceto dei mercanti, molto meno
vistoso e potente a Milano che a Firenze. Certo, erano ostacolati dalla
lontananza del mare. Firenze si era valsa di Pisa, ma i mercanti milanesi
dovevano attraversare le Alpi per raggiungere i grandi mercati del Nord,
dove si confondevano con tutti gli altri lombardi, toscani compresi. Nelle
fiere della Champagne, per esempio, e per una volta, i mercanti italiani si
erano organizzati in una Unione nazionale che ne rappresentava gli interessi
di fronte alla direzione della Fiera e ai signori della regione. Si sa che erano
presenti i milanesi, ma non in prima fila. Essi si dedicarono piuttosto ad
aprire nuove vie che potessero controllare. Le trovarono solo verso la metà
del XIII secolo, nei due nuovi valichi del San Gottardo e del Sempione, in
collaborazione, talvolta un po’ forzata, con i montanari svizzeri. Quelli
della valle del Reuss erano riusciti a lanciare un ardito ponte di pietra sul
fiume che scorre profondo tra due ripe scoscese, lo chiamarono Stehende
Brücke, il fiume spumeggiante. Era senza parapetto, le carovane someggiate
lo percorrevano lentamente a un solo senso: un luogo poco ameno, c’era un
ospizio fondato da un gentiluomo svizzero di nome Gottardo, ritiratosi colà
in eremitaggio. La strada del Sempione, strettissima pure quella, fu adattata
a un traffico piú denso. Cosí i mercanti milanesi, anche se arrivati in ritardo,
riuscirono a deviare a loro vantaggio parte del traffico italiano con la
Germania del sud, fino allora monopolizzato da Venezia. Su quei valichi
passavano dalla Germania le carovane coi fustagni il lino il ferro tedeschi,
incolonnandosi verso Milano e Genova. Di lí passavano i panni di lana e le
armi che i milanesi spedivano al Nord: e anche lo zafferano, quello della
qualità migliore, che andavano a cercarsi all’Aquila, in Abruzzo. Non di
rado, i mercanti dovevano essere scortati militarmente dai soldati del
Comune che proteggevano le carovane dagli agguati e dalle violenze nel
passaggio tra le montagne.

Ecco un altro punto di forza milanese: la potenza militare, un deterrente


formidabile contro gli aggressori esterni; ma anche un elemento di coesione
interna e di sicurezza. Magari Bonvesin de la Riva, ne parleremo tra poco,
ha esagerato dicendo che Milano poteva mettere in campo, con la
popolazione della città e del suo territorio, con le sue industrie delle armi,
con le sue ricchezze, 200 mila soldati. Ma è certo che i milanesi in campo
fanno paura a tutti. È il grande arcivescovo Alberto di Intimiano il creatore
di quella poderosa fanteria che regge per tre volte, tra l’XI e il XIII secolo
successivamente, l’urto della cavalleria imperiale; e pare proprio che sia sua
l’invenzione di quel trabiccolo trainato da tre paia di buoi che si chiama
Carroccio e che costituisce, con la sua croce e con il gonfalone della città
alti verso il cielo, la torre attorno a cui si stringono le fanterie del Comune.
Firenze non ebbe mai niente di simile. Era una forza non solo fisica, ma
essenzialmente morale, quella che permise ai milanesi di superare la
tremenda crisi del 1164, quando l’imperatore Federico I spianò le loro
mura, li scacciò dalla loro città, li trascinò a chiedere perdono in ginocchio.
Attorno a quelle forze si organizzò la Lega delle città italiane prima, e la
vittoria di Legnano poi; si ricostruirono le case, si ripresero i traffici, si
riacquistò ricchezza, potenza, e persino il favore dell’imperatore, che, finita
la guerra, si compiacque di rendere omaggio ai ribelli di ieri nella loro città
risorta.
Come a Firenze, anche a Milano prosperità economica e lotte sociali
procedono in meraviglioso parallelismo. Ma il conflitto sociale è meno
frastagliato, piú compatto. Piú compatti i nobili, nella società della Motta, i
popolari nella Credenza di Sant’Ambrogio, i mercanti, terza forza tra le
due. Sembra, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, che il confronto tra
queste forze possa essere composto ricorrendo all’autorità «arbitrale» di un
podestà forestiero. Nei decenni centrali del Duecento, Milano deve
sostenere il ritorno dell’offensiva imperiale. Ma l’orgoglioso nipote del
Barbarossa, il secondo Federico, è imbrigliato nella sua marcia verso
Milano, questa volta, da una linea d’acqua che gli ingegneri idraulici di
Milano gli hanno tracciato intorno. Dopo quest’ultima crisi esterna, il
conflitto sociale tra nobili e popolari riprende, piú violento che mai.

Anche a Milano, come a Firenze, sembra, dopo alterne vicende che


dànno raramente luogo a esili massicci dei perdenti, che la fazione popolare
trionfi, verso la fine del Duecento. Essa instaura, come a Firenze con Giano
della Bella, una dittatura spietata. Ma Firenze, forse grazie alla forza
politica dei suoi mercanti, riesce a pilotare la crisi verso un regime
«termidoriano» che salva la libertà della Repubblica; mentre a Milano la
crisi sociale precipita nel regime della Signoria, con un largo anticipo
rispetto al resto d’Italia. Il potere di fatto passerà successivamente dalle
mani dei della Torre a quelle dei Visconti a quelle degli Sforza. Saranno
questi a realizzare il sogno milanese: lo sbocco al mare, con la supremazia
acquistata su Genova. La libertà, però, è perduta.

Un nostro inviato speciale nella Milano del 1300 potrebbe benissimo


essere il frate del terzo ordine degli Umiliati, Bonvesin de la Riva. È, come
Marco Polo, un grande reporter. Ma senza andare tanto lontano, la sua guida
di Milano (Delle meraviglie della città di Milano) è un modello del
migliore giornalismo, appassionato e informatissimo. Bonvesin non
fabbrica panni, come i suoi devoti confratelli. Era doctor in gramatica, un
professore. Ed era anche un poeta, precursore di Dante, anche se suo
contemporaneo. Precursore perché una decina di anni prima di lui aveva
dato alle stampe un Libro delle tre scritture composto di tre cantiche, la
scriptura nigra, che narrava le pene dell’inferno, la scriptura rubra, che
trattava della redenzione e la scriptura aurea, sulle gioie del Paradiso.
Aveva anche scritto, tra i suoi tanti poemi in raffinati versi alessandrini, una
preziosa Disputa della rosa e della viola. Ma noi lo ricordiamo soprattutto
per la sua «guida» che ci dà di Milano una immagine vivacissima e
attualissima. La si rinvenne casualmente cento anni fa, tra le carte di un
nobile castigliano del Seicento.
Bonvesin, come Dante, era innamorato della sua città ma, diversamente
da lui, in modo gioioso ed esuberante. Sfido: nessuno lo aveva bandito. Pur
denunciando anche lui, senza peli sulla lingua, le risse che la laceravano,
era convinto che la sua naturale libertà l’avrebbe protetta dalle insidie della
tirannia. Si esaltava per la sua ricchezza, per la sua potenza, per la sua
gaiezza. Una popolazione fittissima chiusa entro le mura nelle quali si
aprono 6 grandi porte. 12 mila e 500 case, 2 mila e 50 chiese con 120
campanili, decine di splendidi palazzi. Sarebbe la piú degna sede del papa,
diceva: papali sedi aptissima. Perfetta da ogni punto di vista, anche per la
sua forma circolare, signum perfectionis; e per il fatto che nel suo nome
latino, Mediolanum, ricorrono tutte e cinque le vocali. Con un contado di 50
borghi sparsi su una terra opulenta, conta 700 mila abitanti e può mettere in
campo 200 mila uomini armati. Armati di tutto punto: cavalieri e fanti sono
coperti di ferro dalla testa ai piedi e provvisti di armi di ogni tipo, che i suoi
armaioli fabbricano e vendono dappertutto. I soli fabbricanti di corazze
superano il centinaio. È anche una città felice di ospitare tanti frati minori,
che estirpano le radici dell’eresia; e di custodire ben 60 reliquie di santi. Ma
non apprezza solo i beni spirituali: riceve ogni anno 200 mila carri di fieno;
150 mila di legna; 600 mila di uva e di vino; e non si sa quanti di grano
miele latte lana e animali da ingrasso. Insomma, è «giglio in mezzo ai fiori,
aquila tra gli uccelli del cielo, sole fra i corpi celesti». Bonvesin, al colmo
dell’esaltazione, si domanda con improvvisa angoscia se non sarà, proprio
per questo, la preda piú ambita di un tiranno. Ma poiché non è un fiorentino
amaro, ma un milanese dinamico e ottimista risponde di no: perché tanta est
naturalis libertas et corporum sanctorum copiosa tutela. Ma qui proprio si
sbaglia.

E nel Mezzogiorno?

Firenze e Milano, questi grandi Comuni popolari, avevano dunque


raggiunto, quando la peste nera dilagò in Europa e in Italia, poco prima
della metà del XIV secolo, una potenza paragonabile a quella delle due
grandi Repubbliche oligarchiche, Venezia e Genova. Ma intanto, che
succedeva nel Mezzogiorno d’Italia?
All’inizio del Millennio, come abbiamo visto, il Mezzogiorno d’Italia,
dal punto di vista della prosperità economica, stava nettamente in testa.
Sarebbe stato del tutto naturale che fossero le regioni italiane piú vicine
all’Oriente e alle sponde dell’Africa settentrionale a trasmettere al resto
della penisola che si risvegliava demograficamente ed economicamente gli
impulsi del mondo sviluppato, arabo e bizantino. La Sicilia, poi, faceva
parte integrante di quel mondo. Palermo era diventata la metropoli
dell’islamismo mediterraneo, la piú ricca, la piú fiorente, la piú colta.
Invece quello slancio si spense presto. Già alle soglie del Duecento i
rapporti tra le Repubbliche del Nord e il Regno del Sud si erano rovesciati.
Di chi la colpa? Potremmo dire, con Amleto, «il re ne ha colpa». I re
normanni non hanno soltanto stroncato, con la feroce connivenza dei pisani,
è vero, la potenza di Amalfi, ma hanno soffocato le nascenti autonomie
delle città, costruito le maglie di un rigido ordine feudale, ribadito la
preminenza assoluta dell’agricoltura e della pastorizia sulle manifatture e
sui commerci. È vero che, specie nella parte longobarda, interna, del paese
preesisteva al dominio dei cavalieri feudali normanni un’aristocrazia
terriera dominante. Non ci fu, dunque, nel Sud, a differenza del Nord, una
vera e propria sostituzione di classe dirigente. Ma i normanni, e poi i loro
successori svevi e angioini, diedero a quella aristocrazia l’armatura di una
solida Monarchia guerriera, bloccando ogni possibilità di sviluppo delle
timide borghesie cittadine nascenti.
In un certo senso i normanni cancellarono nel Sud l’anomalia italiana
delle Repubbliche libere, riadeguando l’Italia all’Europa del nord. Ma in
questo esagerarono, scegliendo decisamente la via di un’economia
estensiva, agricola e pastorale, che faceva del Sud il grande fornitore di
grano del Nord, da cui importava i manufatti. Ne traevano grandi vantaggi
l’aristocrazia e la monarchia: le rendite fondiarie la prima, le entrate fiscali
provenienti da quella e dai dazi sull’esportazione (la bilancia commerciale
del Sud era nettamente eccedentaria) la seconda. Rendite e imposte
affluivano copiose alla capitale, a Napoli, dove si concentrava
un’aristocrazia oziosa e un proletariato turbolento e parassitario. Le
importazioni di prodotti dell’industria dal Nord ostacolavano lo sviluppo di
manifatture domestiche. Il commercio era lasciato nelle mani dei mercanti
del Nord, fiorentini e lombardi, sfidati, piú tardi, da quelli catalani. Ecco
riuniti, in grande anticipo sui tempi, i fattori genetici della «questione
meridionale».
Federico II, succeduto ai normanni per discendenza materna sul trono
del Regno, fece, è vero, qualche tentativo di rianimazione industriale,
specie in Sicilia: miniere, zucchero, artigianato. Ma era poca cosa, come lo
furono le timide misure protezionistiche degli angioini e degli aragonesi
dopo di lui. Eppure, era l’unico che avrebbe potuto elevarsi al di sopra dei
limiti del suo tempo, operando una sintesi tra la nascente borghesia e uno
Stato «moderno». Di quest’ultimo aveva avuto infatti la netta ispirazione,
quando si era accinto a una vasta riforma costituzionale, per tanti aspetti
audacemente anticipatrice. Ma Federico era un affascinante personaggio
bifronte. Da un lato, impersonava le caratteristiche culturali e politiche del
Principe moderno. Dall’altro, era profondamente immerso nella cultura e
nelle visioni del suo tempo. Il suo sguardo ripercorreva i sogni di rinascita
imperiale e di pacifico ricongiungimento con l’Oriente, che erano stati di
alcuni suoi predecessori: back to the future, o meglio, avanti nel passato. Il
sentimento della maestà imperiale, oltre a renderlo insofferente di ogni
autorità ecclesiastica, fosse pure quella del papa, che fronteggiò
impavidamente, gli impediva di intendere, se non come sfide intollerabili, le
istanze di autonomia delle città e di cogliere le occasioni offerte dal loro
sviluppo. È certo una utopia, anzi, una ucronia che in Italia si potesse
compiere allora una sintesi impossibile tra la ricchezza delle Repubbliche e
la potenza del Regno.
Nella storia però, talvolta, la réalité dépasse la fiction. Io mi sono
divertito a immaginare un Federico, vittorioso sí, sulle Repubbliche del
Nord, come fu effettivamente, nella giornata di Cortenuova; ma pronto poi
a stringere con esse una storica alleanza; e una Lega italica disposta a
stringersi, in una originale forma di monarchia federativa, attorno a un
prestigiosissimo re (Federico era molto piú italiano che tedesco).

Le cose non andarono proprio cosí. La storia prese invece la strada della
divaricazione tra le due Italie. La prese proprio allora. E i successori di
Federico ribadirono quella scelta. Il regno del Sud rinforzò, con angioini e
aragonesi, i tratti di una struttura feudale immobilistica, di una economia
primitiva e di una fiscalità rapace, fondati su uno sfruttamento spietato delle
plebi contadine, che alimentava una nobiltà oziosa e un clero ignorante.

1
F. Braudel, I giochi dello scambio, Einaudi, Torino 1982.
2
N. Rodolico, I Ciompi, una pagina di storia del proletariato italiano, Sansoni, Firenze 1971.
Capitolo sesto
Il lungo tramonto

La peste, la recessione, la ripresa.

Forse era la Villa Paradiso di Niccolò Alberti, antenato del grande Leon
Battista, quella meravigliosa («se il paradiso esistesse sulla terra non
potrebbe essere che cosí») nella quale Boccaccio aduna sette giovani dame
e i loro tre compagni nei «divertimenti campestri» del Decameron, durante
la grande peste, la morte nera del Trecento. Certo è che pochi, a Firenze
come nel resto d’Italia, potevano spassarsela cosí, durante quella epidemia
tremenda che, tra il 1347 e il 1350, distrusse da un terzo alla metà della
popolazione europea. A Firenze la popolazione scese da 75 a 45 mila
persone. Pare fosse una nave di mercanti genovesi, scampati da Caffa in
Crimea quando la città fu presa dai Tartari, una nave carica di pellicce e di
topi pulciosi, a portare quel flagello a Messina, nell’ottobre del 1347; e di lí
a Tunisi, da dove si diffuse nell’Africa settentrionale e poi, attraverso la
penisola iberica e le isole del Mediterraneo, in tutta Europa.
Quella strage era stata preceduta nei primi decenni del secolo da una
recessione economica. Forse le due calamità erano connesse: un
peggioramento climatico aveva arrestato la produzione agricola e,
attraverso una crisi alimentare, indebolito la popolazione rendendola piú
vulnerabile alla pandemía. È un fatto che in quegli anni la grande
espansione si interruppe bruscamente, in Italia e in Europa; e una crisi
finanziaria determinata dall’insolvenza del re d’Inghilterra trascinò le
grandi multinazionali fiorentine del tempo, dei Bardi e dei Peruzzi, nella
bancarotta. Non giovò ai Peruzzi di aver iscritto tra i soci Messer
Domeneddio, anche se non aveva fatto alcun investimento, per un importo
di 2 mila fiorini. Fallirono lo stesso. E ai curatori del fallimento si
presentarono i rappresentanti di una Confraternita religiosa, quella dei
capitani di Orsanmichele, a esigere per conto del Divino azionista il credito
che gli fu riconosciuto, anche se a danno di soci che avevano versato
regolarmente la loro parte. La crisi, in Italia, a causa di quei
macrofallimenti, fu molto violenta, anche dal punto di vista psicologico. Se
nel mondo degli affari non ci si può fidare di un gentiluomo inglese, dice
Carlo Maria Cipolla – chiudendo il suo Allegro ma non troppo, favola
deliziosa dedicata alle vicende italiane di quel tempo – di chi diavolo mai ci
si può fidare?

I fiorentini trassero le logiche conclusioni: piantarono il commercio e la banca e si


diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia. Iniziò cosí il Rinascimento mentre sul
Medioevo calava la parola FINE 1.

Certo, non andò proprio cosí. Ma per molto tempo la maggior parte degli
storici ritenne che quella grande crisi avesse segnato davvero la fine del
primato e l’inizio della decadenza economica italiana. Se fosse proprio cosí,
potremmo chiudere qui il nostro racconto. Ma non è cosí. Fernand Braudel
soprattutto ha fatto giustizia di questa frettolosa conclusione. E ci ha
convinto che quel periodo che nei libri di storia abbiamo imparato a
conoscere come Rinascimento non è tale solo per la sua magnificenza
culturale ma anche per la sua prosperità economica; che dopo la grande
crisi del Trecento, l’economia italiana rifiorí prontamente, riassumendo il
suo primato in Europa; e che piú propriamente dovremmo parlare di due
Rinascimenti: il primo – e cosí infatti lo avevano battezzato gli storici
italiani Sapori e Luzzatto – che si apre attorno al 1100 e si chiude con la
grande crisi di metà del 1300; e il secondo, che dal 1400 o giú di lí
raggiunge la fine del Cinquecento, o addirittura la metà del Seicento:
dunque, l’Italia avrebbe segnato quasi cinque secoli di primato, interrotti da
una breve parentesi. È probabile che, nel suo entusiasmo italofilo, Braudel
abbia un po’ esagerato. Se si prolunga tanto in là l’epoca della supremazia
italiana e si accetta per giunta l’opinione di Benedetto Croce che anticipa
alla fine del Seicento il risveglio, si finisce per ridurre la fase della
depressione a pochi decenni: il che non giustificherebbe il grave ritardo
economico e civile dell’Italia rispetto all’Europa, alle soglie del nostro
tempo. È comunque certo che almeno in tutto il Quattrocento e per buona
parte del Cinquecento l’Italia continuò a risplendere come il piú ricco paese
d’Europa e la sua economia a conservare un altissimo grado di vitalità; e ciò
malgrado fluttuazioni congiunturali anche rilevanti e, soprattutto, malgrado
che a metà di quel periodo la penisola avesse perduto tragicamente la sua
libertà politica.

Tra i due Rinascimenti c’è, tuttavia, una differenza profonda. Il primo è


una lunga primavera. Il secondo una breve estate, seguita da un lungo
autunno. Nel nostro racconto ci siamo soffermati sulla primavera. Ma come,
per spiegarne la nascita, abbiamo dovuto dare uno sguardo indietro, ai
secoli bui dell’alto Medioevo, cosí non è possibile, per intendere la forza di
quella primavera, non spingere lo sguardo verso i suoi frutti e verso il suo
tramonto.
Riepiloghiamo i fatti al volo.
Alla crisi di metà Trecento segue una robusta ripresa che dura, al netto
delle oscillazioni congiunturali, per tutto il Quattrocento. A metà di quel
secolo la pace di Lodi sembra sanzionare il carattere durevole di quella
prosperità, con il conseguimento di un equilibrio politico stabile tra gli Stati
italiani. Invece, all’inizio del Cinquecento si scatenano le «guerre horende»:
gli eserciti francesi e spagnoli dilagano in Italia, gli Stati italiani
soccombono uno dopo l’altro. Venezia soltanto, nonostante la tremenda
sconfitta di Agnadello contro le forze coalizzate della Francia degli altri
Stati italiani e della Chiesa, conserva la sua indipendenza: e non è privo di
significato che le sue milizie inscrivano sui loro vessilli il motto «Italia».
Nella seconda metà del secolo l’Italia è lasciata in pace: una pace
subalterna, ma ancora ricca. È solo verso la fine del Cinquecento che si
manifestano i segni di una decadenza economica che respingerà l’Italia
dalla prima alle ultime file d’Europa.
Che il Quattro e la metà del Cinquecento siano per l’Italia tempi di
prosperità, ci sono pochi dubbi. La popolazione riprende a crescere subito
dopo la strage; dal minimo di otto milioni risale agli undici milioni a metà
del Quattrocento per salire a tredici milioni alla fine del Cinquecento. La
bilancia commerciale resta per tutto il Cinquecento favorevole all’Italia
rispetto alla Francia, alla Spagna, anche a grandissimi centri commerciali
come Anversa. Le città italiane rimangono al vertice dei traffici europei
soprattutto per quel che riguarda i beni di lusso e il commercio del denaro.
Fin dagli ultimi decenni del Trecento una possente migrazione espande le
grandi città italiane – Firenze, Venezia, Milano, Roma, Napoli – ben oltre
l’alto livello raggiunto all’inizio del secolo. In agricoltura non ci sono
grandi progressi: i piú importanti sono stati compiuti già nei due secoli
precedenti: l’estensione delle colture prevale sull’aumento della
produttività. Nell’industria invece si toccano nuovi vertici: il rallentamento
della produzione laniera è compensato, a Firenze, a Lucca, ma un po’ in
tutta la penisola, dall’esplosione della seta. L’industria delle armi riprende
vigore, soprattutto a Milano. Quella del vetro e delle arti grafiche fiorisce a
Venezia. Sia nel settore tessile che in quello metallurgico la produzione
raggiunge un tale grado di organizzazione collettiva da far pensare a
qualcuno che in quel periodo l’Italia sia stata alle soglie di una «rivoluzione
industriale». Quanto al commercio internazionale: è vero che la potenza
ottomana occupa progressivamente le basi degli imperi coloniali italiani; e
che la via Costantinopoli - Mar Nero - Centro dell’Asia scompare con il
crollo dell’Impero mongolo. Ma Venezia riesce a mantenere, nei periodi di
tregua tra le guerre, che combatte con bravura tenace, rapporti commerciali
con i turchi, anche dopo l’occupazione di Costantinopoli. Si riaprono le
antiche vie dell’Oriente, attraverso la Siria e l’Egitto, ancora per qualche
tempo fuori dell’orbita turca. Il pepe e le spezie riprendono la via del
Mediterraneo e quindi dell’Italia, alla metà del Cinquecento. I mercanti
veneziani si installano al Cairo, nel punto cruciale dei traffici con l’Estremo
Oriente, eludendo la nuova via portoghese dell’Atlantico aperta da Vasco de
Gama. E quanto a questa, gli italiani non sono affatto buttati fuori dalle
nuove rotte atlantiche; al contrario, partecipano attivamente sia alle scoperte
(c’è bisogno di citare Cristoforo Colombo, Vespucci, Ca’ da Mosto, Caboto,
Verrazzano? certo, al servizio dei re stranieri), sia al loro sfruttamento, in
proprio. A Lisbona, fra la fine del Quattro e l’inizio del Cinquecento, i
mercanti italiani formano una colonia prospera e occupano posizioni
decisive. Del resto Colombo, prima di essere assunto dai monarchi
spagnoli, stava al servizio dei Centurione, degli Spinola e dei Negro, tutti
mercanti genovesi. I piú ricchi di questi sono all’origine dello sfruttamento
dello zucchero di Madera; alcuni si insediano persino in Brasile. I genovesi
di Siviglia organizzano il primo ponte commerciale con l’America: essi soli
sono in grado di finanziare i trasporti su quelle lunghe rotte con crediti a
lungo termine. Nell’archivio notarile di Siviglia ci sono i nomi di tutte le
grandi famiglie genovesi: Grimaldi, Cattanei, Spinola, Garibaldo, Adorno,
Pallavicino. Veneziani genovesi e fiorentini pullulano ad Anversa, a Bruges
e a Lione, cui Luigi XI ha concesso il privilegio della fiera e dove gli
italiani vendono i panni fiorentini, le sete lucchesi, i velluti genovesi. È
proprio a Lione che i Medici trasferiscono la loro succursale di Ginevra.
Insomma: se è vero che già nel Trecento e poi nel Quattrocento i «barbari»
d’Europa penetrarono nello spazio italiano attraverso lo sciame dei mercanti
e degli uomini d’affari catalani, aragonesi, castigliani, provenzali,
fiamminghi, francesi e inglesi; è anche vero che genovesi, veneziani
fiorentini e lucchesi continuarono a pullulare in Europa, battendosi in una
gara competitiva che non li vedeva piú dominatori, ma competitori spesso
vittoriosi. Basta dire dei Medici e del loro rapporto privilegiato con la Curia
papale. O dei finanzieri genovesi e della loro funzione pressoché esclusiva
di banchieri degli Asburgo. Nell’insieme, dunque, l’economia italiana
riparte con ritmo vigoroso dopo la grande crisi; e l’Italia mantiene il suo
primato economico in Europa fin verso la fine del Cinquecento. Di certo lo
mantiene nel campo della finanza (quello della finanza è l’autunno opulento
di tutte le egemonie: italiana, olandese, britannica. Americana?).
Queste sono le luci. Ma le ombre si allungano.

Il tallone d’Achille della ricca Italia.

Anzitutto, il quadro dell’economia-mondo muta radicalmente a


svantaggio dell’Italia. A Est preme la potenza turca. Venezia resiste
impavida a quella crescente pressione: ma è costretta a cedere gradatamente
terreno. L’asse dei traffici si sposta a Ovest, verso l’Atlantico. È vero che
gli italiani partecipano a quello spostamento: ma i vantaggi piú cospicui li
colgono i rivieraschi atlantici, spagnoli e portoghesi. Inoltre, diventa sempre
piú forte la sfida del Nord, delle grandi Monarchie, Francia e Inghilterra, e
delle Repubbliche fiamminghe. C’è insomma un deciso spostamento
dell’asse degli scambi verso Ovest e verso Nord. Gli italiani si trovano piú
o meno, rispetto ai piú poveri e vigorosi rivali del Nord, nelle stesse
condizioni di ricchi ma estenuati in cui si trovavano, rispetto a loro,
bizantini e musulmani all’inizio del Millennio.
Il loro vero punto debole, in questa sfida che devono fronteggiare, non è
l’organizzazione economica. È la struttura politica. Il fallimento dell’Italia
rinascimentale sta nella sua incapacità di costruire uno Stato nazionale.

Da che cosa dipende questa debolezza? Qual è la ragione di questa


incapacità? L’impasse politica dell’Italia rinascimentale è uno di quei nodi
storici intricatissimi che non sono stati mai risolti veramente: una questione
vessatissima e spinosa cui bisogna accostarsi in punta di piedi.
Nella selva delle innumerevoli risposte date dagli storici a quelle
domande emergono due tesi principali. La prima, risalente a Machiavelli,
indica nella Chiesa di Roma l’interesse ad evitare e la capacità di impedire
la formazione di uno Stato italiano inevitabilmente incompatibile con il
potere temporale dei papi. È una tesi che è stata ripresa e sviluppata in vario
modo e con varia autorevolezza dalla storiografia successiva:

con lo stabilirsi del centro del governo romano a Costantinopoli, nel IV secolo, la città di
Roma finí per essere il dominio dei papi; e in seguito i papi si attennero con varia
efficacia ma abbastanza coerentemente a una direttiva politica precisa: impedire che un
principe laico diventasse sovrano d’Italia 2 2

Ora, la vocazione «divisiva» della Chiesa è indubitabile, ma essa non


costituiva un ostacolo insuperabile. Fosse nato davvero un potere con una
autentica vocazione nazionale, la Chiesa sarebbe stata incapace di
contrastarlo, come ha giustamente notato Galasso. Non è poi detto che lo
sviluppo di quel potere dovesse inevitabilmente compiersi nelle forme del
modello accentratore assunte da altri grandi paesi europei. La storia avrebbe
potuto inventare una configurazione federalista, e benedetta dalla Chiesa:
una soluzione «guelfa», per cosí dire. È l’alternativa tratteggiata
fugacemente da Aldo Schiavone. Se questo non avvenne, non fu per
l’ostacolo esterno della Chiesa, ma per le inibizioni interne proprie delle
Repubbliche italiane.
Qui emerge la seconda tesi, che ha in Antonio Gramsci uno dei piú
autorevoli sostenitori. Essa punta il dito su un fattore genetico
dell’evoluzione dei Comuni italiani: il loro irriducibile particolarismo. I
sostenitori di questa tesi ravvisano in quel particolarismo a un tempo la
fonte del primato italiano nel primo rinascimento e la causa della decadenza
e della perdita dell’indipendenza nel secondo. Quello che era stato il grande
successo della anomalia italiana nell’Europa medievale, la sconfitta
dell’aristocrazia feudale da parte delle città, diventò un fattore di debolezza
quando lo sviluppo dell’economia-mondo richiese dimensioni di mercato
interno piú ampie e quando la complessità sociale cominciò ad esigere un
centro politico e militare piú forte: un mercato nazionale e uno Stato
nazionale, che si realizzarono negli altri paesi dell’Europa Occidentale
attorno al potere dei re.
La causa fondamentale dell’anomalia italiana rispetto alla via dello Stato
nazionale seguita dagli altri grandi paesi europei «è nella stessa struttura
dello Stato comunale che non può svilupparsi in un grande Stato
territoriale» 3 e resta impigliato nella fase economico-corporativa di
formazione dello Stato moderno. Dunque, la ragione prima del fallimento
sta nella genesi interna del Comune, nel modo in cui lo hanno formato le
sue forze generative, non nel limite esterno costituito dall’interdizione della
Chiesa.
È in questa specifica e originale genesi che si devono individuare le
ragioni del successo e del fallimento dell’esperienza comunale italiana.
Anzitutto, la sua originalità. Gramsci respinge nettamente una diagnosi
«continuista», di una diretta filiazione dei Comuni italiani del Medioevo dai
municipia romani dell’antichità. I Comuni medievali non hanno niente a
che fare, né con Roma, né con le autonomie municipali che Roma aveva
saputo cosí sagacemente garantire. Queste ultime erano inserite
mirabilmente nella grande costruzione dell’Impero. Quelli nacquero proprio
da uno strappo violento con la società feudale e con l’autorità imperiale.
Con il Comune, infatti, il baricentro del potere si sposta: scivola dalle
campagne alle città; dai signori feudali ai mercanti e agli artigiani; dai
vassalli agli intellettuali: notai, giudici, banchieri; dal patto feudale come
vincolo sociale gerarchico al patto comunale, corporativo ed egualitario.
Era come se, decomponendosi la struttura feudale, i suoi frammenti
ricadessero nella città per ricomporsi in una configurazione affatto nuova.
In questo senso, e solo in questo, c’è continuità tra la società degli homines
novi e il vecchio mondo feudale.
Il Comune, insomma, è un’istituzione oggettivamente rivoluzionaria,
emancipata dalle gerarchie feudali cui si contrappone, ed estranea al mondo
contadino cui presto si rivolgerà in veste di nuovo potere oppressivo. Ricco
di energie propulsive, esso farà «avanzare realmente l’intera società,
soddisfacendo non solo alle sue esigenze esistenziali, ma ampliando
continuamene i propri quadri per la continua presa di possesso di nuove
sfere di attività economico-produttiva» 4. Sarà ancora «aristocratico» nella
sua prima fase consolare, solo quanto all’estrazione dei suoi dirigenti
supremi, scelti in ragione della loro esperienza e del loro prestigio militare.
Sarà «tecnocratico» nella successiva fase podestarile, per il tentativo di
comporre le sue molteplici e crescenti tensioni in una gestione quanto piú
possibilmente neutrale del potere.
Il Comune, dunque, è un’istituzione progressista nel senso pieno del
termine. Ma è anche una istituzione instabile e violenta. La rottura di una
società tradizionale ha un costo, mentre la tradizione è un collante tenace.
L’antica Roma doveva il suo dinamismo aggressivo in larga parte al
peculiare miscuglio etnico e sociale della sua comunità primitiva che la
rendeva piú mobile e duttile delle sue rivali; ma conservava nella struttura
gentilizia della società un pilastro saldissimo al quale ancorare il suo
patriottismo.
La società comunale, nata da uno strappo con il vecchio ordinamento,
non disponeva invece di alcun appiglio tradizionale. E neppure lo sostituí
con un altro, oggettivo, quale sarebbe stato per esempio – come fu in
Inghilterra – un ordinamento sociale basato sulla proprietà della terra. In
quelle nuove città si agitava una forza priva di radici, che ne esaltava gli
«spiriti animaleschi» ma che innescava anche un pressante bisogno
insoddisfatto di identità: il che spiega anche l’assillante caccia e il frequente
trafugamento di reliquie da eleggere a santi protettori. Questo radicamento
debole rende estremamente arduo comporre le tensioni e i conflitti sopra
una comune base di consenso.
Fu cosí che le energie cittadine, liberate dai ceppi, si rovesciarono
all’esterno, nell’espansione dei commerci e nell’aggressività bellicosa; ma
rimbalzarono anche all’interno, nel contraccolpo delle lotte continue tra le
fazioni. Il Comune, non riconoscendo se non formalmente, per antica
deferenza verso il papa e verso l’imperatore, alcun principio effettuale di
autorità superiore, non era in grado di costituire, se non per eccezione, nei
momenti di pericolo o di entusiasmo collettivo, un principio di ordine
normale e morale superiore alle passioni e agli interessi delle fazioni. Era
fatalmente, come spiegò Guicciardini, schiavo del «particulare».
Questo difetto di mediazione politica rendeva i conflitti irriducibili e
irresolubili se non con l’uso della forza. Come scrisse Edgar Quinet, ciò
faceva del «terrore» il vero principio supremo delle Repubbliche italiane. In
ogni conflitto si doveva usare fino in fondo il suo potenziale distruttivo:
fino alla rovina completa di uno dei due contendenti. La vita civile delle
città italiane diventava, cosí, un terribile gioco a somma zero.

La proscrizione era a tal segno divenuta la condizione fondamentale di queste


società, che chiunque volle rinunciarvi e accordare un diritto al suo avversario, perdette
inesorabilmente sé stesso e il suo partito 5.

La società comunale diventava, per tale via, al tempo stesso una struttura
instabile e rigida, priva di quella risorsa fondamentale degli organismi
politici complessi che è la disponibilità al compromesso; la capacità di
trasformare il gioco a somma zero in un gioco a somma positiva nel quale
tutti, accettando una perdita immediata, realizzano nel tempo un superiore
guadagno. Per lungo tempo queste tensioni distruttive furono assorbite dalla
guerra tra i Comuni, un processo selettivo dei piú forti a danno dei piú
deboli. Si veniva formando, nelle lotte interne ai Comuni e nelle guerre tra i
Comuni, un esercito di esuli e di proscritti che non aveva patria e che
alimentò la fioritura dell’arte e della letteratura italiana. Un esercito
cosmopolita, «Esuli, o figli di esuli, gli scrittori, i poeti, gli artisti, come
Dante, Petrarca, Leonardo, Michelangelo, non sono chiusi nei limiti di
nessuna nazionalità» 6. Questo cosmopolitismo era il dono dell’Italia al
mondo: «l’Italia imparava a occuparsi degli affari del genere umano,
dimenticando i suoi». «Fuggi la tempesta», era il motto di Leonardo da
Vinci.

La Signoria, surrogato dello Stato nazionale.

Viveva insomma, l’Italia dei Comuni, in una condizione di conflittualità


permanente. Dapprima, essa si svolse attorno all’asse del grande scontro tra
Chiesa e Impero, tra guelfi e ghibellini; delle due grandi ideologie
medievali. Che non erano, all’inizio, ideologie nel senso marxista, e cioè
costruzioni intellettuali che mascherano interessi concreti; ma nel senso
classico, di una fede politica. In seguito diventarono pretesti a copertura
della lotta tra le classi, le famiglie, le persone.
In una prima fase quella lotta si svolse tra la nascente borghesia,
formazione eteroclita di mercanti, artigiani e intellettuali, sostenuta dal
popolo, e gli aristocratici, che pretendevano di rinnovare nel Comune il
potere e i privilegi del regime feudale. Fu una lotta durissima, che terminò
con la completa vittoria della parte popolare guelfa e con l’umiliazione dei
Grandi, esclusi addirittura dal governo della città e paradossalmente
impiegati dal Comune nelle piú alte cariche militari e diplomatiche, in
ragione della loro esperienza e del loro prestigio. Tanto scomoda era la loro
posizione marginale, che molti di essi scongiuravano il governo del
Comune di cancellarli dai registri della nobiltà.
In una seconda fase la parte ricca del popolo guelfo, il popolo grasso,
come lo si chiamava a Firenze, si volse contro il popolo minuto che
pretendeva di instaurare un regime democratico. Anche questa volta una
lotta fierissima e sanguinosa si concluse con la vittoria della borghesia. La
borghesia italiana non seguí però la via scelta dai fiamminghi, di una salda
alleanza con i ceti popolari. Cosí aprí la strada al governo delle Signorie.
Infatti, distaccata totalmente dal mondo esterno dei contadini, dei
«bifolchi» sfruttati e derisi, e incapace di egemonizzare quello interno al
Comune, dei ceti popolari, essa si chiuse in un isolamento, in uno spazio
politico angusto, che favoriva la guerra continua tra le famiglie per la
conquista del potere. Questo potere era tanto assoluto quanto precario.
Invece di allargarne la base ci si ingegnò a limitarne la durata, con il
risultato di sommare all’ingiustizia l’inefficacia delle istituzioni, fino al
grottesco: come la norma costituzionale fiorentina che limitava a due mesi
la durata in carica dei Priori, i Ministri del governo repubblicano. Cresceva,
in quelle condizioni precarie e violente, la domanda di pace, di sicurezza, di
efficacia. Era fatale che, prima o poi, dalla lotta continua e cruenta tra le
famiglie, ne emergesse una, capace di rispondere, in qualche modo, a quella
domanda. Quella risposta aveva come prezzo la libertà. Cosí, appena «finito
il terrore, cominciò per le Repubbliche italiane il tempo della servitú» 7.

Era, quella delle Signorie, succedute ai Comuni, almeno, una risposta


efficace?
Per certi versi, sí. L’Italia delle Signorie diventò piú tranquilla e piú
sicura, all’ombra dei nuovi e piú vasti Stati regionali. L’ampiezza maggiore
di questi consentiva di costruire un sistema burocratico, un embrione di
amministrazione moderna. Il popolo minuto traeva qualche vantaggio dalla
demagogia populista dei Signori. Persino il mondo contadino si giovava di
una maggiore attenzione.
Nell’insieme, però, la via delle Signorie, lungi dal promuovere una fase
di sviluppo, una prova generale di Stato moderno, si risolse in un’impasse.
Al tempo in cui si affermarono, le Signorie italiane erano ben al di sotto
delle dimensioni che i nuovi Stati nazionali avevano nel frattempo assunto
in Francia, in Spagna, in Inghilterra. Come tali erano incapaci di aprire
all’economia l’enorme vantaggio di un grande mercato nazionale interno
che lo Stato potesse guidare con una sua politica economica e dal quale
potesse trarre le risorse necessarie a finanziare la sua potenza militare.
Sottodimensionate economicamente e militarmente, le Signorie italiane lo
erano anche socialmente: nel senso che la loro base sociale ristretta non
consentiva quella tacita alleanza tra monarchia e borghesia che fu la carta
decisiva dei nuovi Stati nazionali. Mentre quell’alleanza offriva agli Stati
nazionali l’enorme vantaggio di un ampliamento del consenso, la Signoria
italiana regrediva anche su questo terreno, involvendosi nella forma del
Principato. I signori erano sorti in qualche modo dal basso. I principi
ottenevano la loro legittimazione dall’alto, dall’investitura imperiale (o
papale). Cosí si compiva il definitivo distacco dello Stato da una base
popolare. Si è affermato che, con il Principato, non era cambiato nulla: solo
la facciata. Ma quella facciata era tutto: essa dimostrava il ribaltamento
della legittimazione. Affermava il principio suicida di uno Stato senza
popolo.
Da questo processo involutivo si salvò soltanto Venezia. Era già fin
dall’origine un governo collegiale di signori privi totalmente di presupposti
feudali e proiettato verso l’esterno: quindi, solidale per comunanza
d’interessi. Aveva in se stessa la sua orgogliosa legittimazione. Quando
cominciò a essere una potenza territoriale seppe legare a sé, alle sue sorti, il
consenso dei contadini, liberati grazie a essa dalla prepotenza dei feudatari.
I frutti di questa politica lungimirante li si vide dopo il disastro di
Agnadello. I contadini veneti che durante quella tremenda giornata si erano
battuti con valore, continuarono a difendere Venezia, che minacciava di
crollare sotto l’assalto di mezza Europa. Altro che le milizie fiorentine del
povero Machiavelli! La verità è che i bifolchi derisi non avevano alcuna
ragione, a Firenze, di difendere uno Stato che li opprimeva e li disprezzava.
Dunque, gli Stati regionali italiani non offrirono un modello alle nuove
monarchie nazionali. È vero che i politici italiani, con la loro acutezza
spregiudicata, erano particolarmente ricercati come consiglieri e ministri
dalle Corti europee. Ma lí la loro intelligenza si coniugava con la potenza
delle armi; mentre in Italia doveva giocare il gioco stretto, di breve raggio
dell’astuzia, che spesso si traduce, nel lungo periodo, in stupidità. Come
quella di Ludovico Sforza, finissimo tessitore di imbrogli, che restò
impigliato nelle proprie reti; o persino di quella astutissima Venezia, che per
il miserabile acquisto della Ghiara d’Adda, una striscia di sabbia, finí per
installare una potente monarchia straniera alle sue frontiere.

La mutazione dei mercanti.

Mentre le Repubbliche declinavano nel Principato, i mercanti si


ritiravano nelle campagne, investivano nella terra, costruivano splendide
ville. Gramsci lo dice bene: dopo il 1400 i mercanti italiani cambiarono
natura. Uno storico francese, Yves Renouard, ha scritto una storia dei
mercanti italiani che percorre cinematograficamente la loro mutazione.
Quella storia trapassa i secoli, dall’XI al XVI , presentandoci
successivamente tre tipologie, tre modelli di mercanti. Potremmo dire, con
parole nostre, il mercante guerriero, il mercante manager e il mercante
principesco.
I mercanti dall’XI al XIII secolo erano mercanti d’assalto: gente inquieta
e avida, curiosa e coraggiosa, devota e spregiudicata. Erano mercanti ma
anche pirati, soldati, esploratori, armatori, banchieri, usurai, marinai,
trafficanti di schiavi. Tra di loro emergevano figure di veri «condottieri»,
per i quali l’interesse privato era indistinguibile da quello della città e della
parte politica nella quale si identificavano: personaggi di molte vite e di
prorompenti energie. Come il genovese Embríaco, che arma galere, governa
colonie, comanda flotte di guerra, costruisce cattedrali. Come l’altro
genovese, Inigo della Volta, espugnatore di Almeria e di Tortosa, ministro
delle Finanze della repubblica, conquistatore della Sardegna, dopo aver
tentato di strappare la Sicilia ai normanni. Come il veneziano Romano
Mairano, che trascorre il Mediterraneo su una nave da lui stesso pilotata,
commerciando tra Venezia, Alessandria e Costantinopoli dove si salva a
stento, e salva un buon numero di concittadini salpando all’ultimo momento
con la sua nave, dalla folla dei greci inferociti nel pogrom del 1170.
Completamente rovinato, ricomincia da capo con navi prese in affitto e in
pochi anni paga i debiti, ridiventa ricco, torna a Costantinopoli, dove
l’imperatore gli restituisce i suoi beni, per ritornare, in vecchiaia, nella sua
Venezia. Come i mercanti di lunghi viaggi e incredibili peripezie, che
frequentano altri mari e altri continenti: i veneziani Polo e Ca’ da Mosto, i
genovesi Vivaldi e Usodimare (il nome dice tutto) che sfidano l’incognito,
là dove le carte raffigurano solo mostri e sirene. Li chiamano, in Europa,
lombardi, e non sono affatto amati; ma vengono da tutta Italia, dalle grandi
città marinare e da quelle dell’interno: piacentini, fiorentini, milanesi. Ce ne
sono anche di immigrati, come quel Solimano di Salerno che commercia tra
Alessandria e Marsiglia.
Sopportano fatiche estenuanti, vivono pericolosamente: ogni viaggio può
essere l’ultimo. Si portano dietro le reliquie di san Cristoforo o di san
Nicola: e nonostante quelle, non è facile che raggiungano la vecchiaia. Qual
è la fonte della loro energia? La febbre dell’oro, certo. Ma, mischiata a
quella, anche una inquietudine esistenziale che li strappa alla monotonia
della vita domestica per lanciarli nell’avventura. In ciascuno di loro c’è un
po’ di Shylock e un po’ di Ulisse. La cupidigia non toglie la curiosità. E la
curiosità non toglie il coraggio. È il rischio della fortuna che accende la
virtú.
Vivono in tempi ardui che generano uomini brutali, lontani dalle
raffinatezze del Rinascimento. Gli italiani di allora sono soldati temibili:
uno di loro, un veneziano crociato, si fa strada sulle mura di Tiro,
mulinando la spada, tagliando teste e braccia, finché un «infedele» gli grida:
«Basta, cristiano, basta: ti lascio passare». Gli italiani di allora sono gente
fiera e suscettibile: come quel Rolandino dei Passeggeri, podestà di
Bologna, cui l’imperatore Federico II ingiunge la sottomissione. E lui
risponde: «noi non siamo canne di palude, che tremano al vento. Se ci vuoi,
vieni a prenderci, con la spada in pugno». Con la spada in pugno, erano i
mercanti italiani del primo Rinascimento. E con la scarsella piena.
Dall’inizio del XV secolo in poi i mercanti italiani non si espongono piú
ai rischi della guerra. Si dedicano esclusivamente all’organizzazione delle
loro imprese industriali e commerciali, diventando manager. Oppure
entrano in politica: nell’alta politica, nazionale e, piú frequentemente,
internazionale.
Se vogliamo rappresentarci un prototipo significativo del primo tipo,
possiamo evocare la figura del mercante pratese Francesco Datini, vissuto
proprio all’inizio del secondo rinascimento: grande commerciante, grande
imprenditore, grande organizzatore. Un provinciale – a Roma lo avrebbero
chiamato un burino – di una modesta famiglia artigiana che la peste nera
aveva letteralmente spazzato via: padre madre e due fratelli. Della sua vita e
della sua impresa multinazionale sappiamo tutto attraverso il grande
archivio che ci è stato conservato grazie all’opera di Federico Melis e alla
felice biografia di Iris Origo. Di come nel 1348 fosse approdato ventottenne
a Firenze con pochi quattrini. Di come, partito per Avignone con 150
fiorini, si sciogliesse dalla compagnia di altri mercanti per mettersi
audacemente in proprio. Nel 1363 i fiorini erano diventati 5 mila, una
impresa di dimensioni rispettabili, anche se non comparabili con quelle dei
Bardi e dei Peruzzi: anzi, un gruppo di imprese, dislocate in Francia, in
Spagna, in Italia, ciascuna specializzata in un particolare settore di affari,
ma collegate tra loro da una prodigiosa, per quei tempi, rete postale di
corrieri in un sistema organizzativo e finanziario complesso di associazioni
e partecipazioni che garantiva comunque al patron residente in Avignone un
controllo continuo e pervasivo. Datini, si può dire, aveva sostituito al
sistema «fordista», piramidale, un sistema «toyotista», a rete. Egli stesso
percorreva quella rete, leggendo, scrivendo viaggiando infaticabile in una
«vita da chani», come dice in una lettera, vissuta «cho ’l nome di Dio e di
guadagno». Quella vita ci apre uno squarcio vivido sul suo mondo, «su ciò
che accadeva nelle città mercantili italiane di un’epoca gloriosa»: su una
storia economica, dice Luigi Einaudi commemorandolo, non fatta della
«peste» delle astrazioni categoriche (l’economia feudale, la borghesia, il
proletariato) sulle quali «tanto insistono gli innocenti superbiosi», ma

di botteghe, di navi alla fonda sotto carico, di viaggi estenuanti su carri e in groppa a
mule, di rischi di rapine e di angosce, di vittorie dell’intelligenza e dell’intuito e di gioie
della ricchezza; di passioni e desideri e teneri amori e sentimenti della famiglia. E
soprattutto di lui, dell’uomo.

Dice ancora Einaudi:


l’uomo Datini... viene fuori dai suoi ricordi, dalla sua corrispondenza; avido di
guadagno, deliberato ad arricchire, non mai contento della fortuna accumulata, che
sarebbe grande anche ai tempi nostri, sospettoso di fattori, commessi, servitori,
mezzadri; lavoratore accanito, di giorno e di notte; non alieno dagli amori vagabondi e
ancillari e perciò circondato, in assenza di figli legittimi che la moglie non gli poté
donare, da bastardi, dei quali una volle dotare riccamente.

Uno che non brigò per pubblici uffici, che quando vennero, però, curò
degnamente;

che visse a lungo con la moglie rimbrottandola di continuo amorosamente: per lo piú
lontani l’uno dall’altra: lei a Prato ad attendere alle faccende di casa e lui a Firenze e a
Pisa a curare le cose dei fondaci 8.

Sempre ansioso, preoccupato, ma instancabile. E «maninconico» per il


pensiero assillante della vita futura, intentissimo al guadagno, terrorizzato
dalla peste e dal timor di Dio. Di certo, non premuroso verso i dipendenti
piú umili, lavoranti e operai, che trattava proprio «da chani».
Dalla stessa generazione di Francesco Datini si sviluppano altre carriere,
che orientano i grandi mercanti italiani verso un destino molto piú fastoso e
principesco, ma anche piú fragile. Per esempio, quella del fiorentino
Niccolò di Jacopo Alberti o del lucchese Dino Rapondi. Il primo non era
quello che si dice un uomo fatto da sé. Era nato in una delle piú antiche
famiglie fiorentine: gli Alberti antichi, li chiamavano. Vi sarebbe nato piú
tardi il famoso Leon Battista. Il giovane Niccolò aveva già il suo posto nella
Compagnia del padre e del fratello. Era una Compagnia di media grandezza
e di solida prudenza, tanto da sfuggire al grande crack degli anni quaranta.
Il giovane Niccolò, inviato nel 1359 alla succursale di Avignone per
contendere agli altri fiorentini i privilegi della corte papale, diventa ben
presto il capo della Compagnia, che ha filiali un po’ dappertutto in Italia e
in Europa. È anche alla testa della piú prestigiosa corporazione fiorentina,
l’Arte di Calimala. Diversamente da Datini investe la sua ricchezza e la
posizione conquistata, di principale banchiere del papa, nell’alta politica.
Partecipa al governo della Repubblica fiorentina, diventa Confaloniere di
giustizia, la carica piú alta dello Stato, fa la guerra a Pisa, conquista
l’agognato sbocco al mare, costruisce una flotta, sogna per Firenze un
destino veneziano. Tratta direttamente con il papa, ottiene che tolga
l’interdetto scagliato sulla città, diventa il capo del partito guelfo, ammassa
una colossale fortuna, valutata in 300 mila fiorini: «quanto basta per
comprarsi un Regno». Il suo ideale, però, non è l’accumulazione, ma la
magnificenza. Si fa costruire un superbo palazzo a Firenze e una magnifica
villa fuori città, dove fa piantare alberi di tutti i paesi da lui visitati. La
chiama – siamo partiti da lí in questo capitolo – Villa Paradiso, e in quella si
raccoglie in contemplazione. Diventa nobile: Ser Nicolò di Jacopo. Al suo
funerale, costato tremila fiorini, cinquecento poveri da lui beneficati
seguono il feretro. Il catafalco è rosso, la folla è vestita di rosso e di nero, i
cavalli sono tenuti per le briglie, i rintocchi profondi delle campane
riempiono le strade di Firenze. Non era certo una morte «da chani».
Dino Rapondi di Lucca fu ancor piú cosmopolita. Anche lui era di una
famiglia di ricchi commercianti, aveva organizzato la sua compagnia nella
forma di una società in nome collettivo ed esibiva orgogliosamente uno
stemma, nel quale campeggiavano alcune nobilissime rape. Aveva stabilito
la sede della società, tutta composta di membri della famiglia, a Bruges, con
succursali un po’ dappertutto, a Lucca, naturalmente, a Parigi, a Venezia, ad
Anversa, ad Avignone. L’attività principale era la tintura delle stoffe di seta:
ma si estendeva a tutte le preziosità: gioielli, beni di lusso, oreficeria.
Forniva tutte le Corti d’Europa. Diventò banchiere, consulente finanziario,
agente politico alla corte di Francia e a quella di Borgogna; familiarizzava
con il re, con il duca e con i grandi di Francia. Gli affidavano incarichi
delicatissimi: come quello di trattare con i turchi il riscatto del figlio del
duca di Borgogna, fatto prigioniero a Nicopolis, incarico portato a termine
con pieno successo. Era diventato, insomma, una specie di eminenza grigia
internazionale: anche il Senato di Venezia gli affidava missioni delicate.
Alla fine si ritirò a Parigi, a godersi una vita sfarzosa, «come si conviene
alla sua posizione e alla sua fortuna». Il suo palazzo stava nella rue de la
Vieille Monnaie – il nome non poteva essere piú appropriato – ed era uno
dei piú lussuosi della città. Avrebbe voluto essere sepolto a Parigi. Invece
morí a Bruges, e lí rimase. Era la sola cosa che non gli fosse riuscita.
La via che le classi dirigenti del Quattro e del Cinquecento scelsero fu
decisamente, non la vita «da chani» di Francesco Datini, ma la vita di
magnificenza dei mercanti principeschi.
I costi di quella scelta sono evidenti. Costi politici: la rinuncia a investire
in potenza per spendere in magnificenza è costata lo stallo degli Stati
regionali, il disarmo e la sudditanza verso i nuovi Stati nazionali. Costi
economici: quel fallimento politico, prima o poi, comportava la mancata
unificazione di un vero mercato nazionale interno, base essenziale dello
sviluppo economico moderno. Costi sociali: l’aborto della formazione di
una vera grande borghesia nazionale, orgogliosa delle sue origini, capace di
egemonizzare le forze produttive della nazione. Al suo posto restava una
élite ansiosa di nobilitarsi, di vestire panni aristocratici.
Quelle classi non videro la rovina che stava per cadergli addosso. La
disperata invocazione di Machiavelli alla forza moralmente disinibita del
Principe, alla virtú, si rivolgeva a principi di piccola statura, incapaci di
comprenderlo, quando pure lo avessero ascoltato. Privi di virtú nel senso
machiavelliano, essi erano anche insensibili a quella opposta invocazione
della fede, che proveniva dall’altro grande profeta della sventura italiana,
Gerolamo Savonarola.
La rabbiosa e altrettanto disperata invocazione alla fede doveva
anch’essa cadere nel vuoto di un tempo cinico. Invasato, egli gridava:

Mi sembrate tutti presi da démoni. Il palazzo del popolo é pieno di démoni, ma gli
angeli sono partiti... Ascoltate ancora la parola... Voi esclamate pace, pace... Io vi
rispondo: non ve ne sarà pace... le vostre belle concubine e le vostre statue andranno in
perdizione e voi non adorerete piú le opere delle vostre mani.

In questo il frate si sbagliava: ma non nella sua profezia politica. Dopo la


discesa di Carlo VIII ammoniva, anzi, urlava:

O Italia, o Roma... tu dicevi: e’ non verrà, e’ non ha forza, non ha denari, egli è
giovane. Tu sai che e’ venne e che la gioventú superò la tua sapienza, tu sai che e’ venne
e senza molta gente e non potesti resistere… e, passa passa, e ha pigliato un regno senza
cavare spada fuora ed é tornato come elli ha voluto indietro. Ma io t’avviso, Italia, che
non é ancora tolta via la rete; e’ non è ancora tolto via il laccio; e’ tornerà la spada e
presto... io non dico solo una spada, ma da ogni parte della Italia verrà spada, e non dico
nella vagina, ma fuora della vagina sarà questa volta la spada... sarà silenzio in ogni
luogo e non si sentirà piú tante ciance né tante canzoni, quante si cantano la notte per la
città di Firenze.
Vennero, come il frate aveva visto, le spade di Luigi XII, di Francesco I,
di Carlo V. E non si compí per l’Italia né l’auspicio di Machiavelli, di
entrare nell’età moderna, né quello di Savonarola, di tornare al Medioevo.
L’Italia si arenò in uno stallo, in un illusorio equilibrio che si sfasciò al
primo urto.
La storia di quell’urto fatale, nel 1478, e delle rovine militari e politiche
che ne seguirono, fino alla perdita della indipendenza e della libertà italiana,
sanzionata quarant’anni dopo dal Trattato di Cateau-Cambrésis, la
descrisse, con impassibile severità, Francesco Guicciardini:

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che
le armi franzose, chiamate dai nostri principi medesimi, cominciarono con grandissimo
movimento a perturbarla.

La rovina della libertà italiana, dunque, non fu accompagnata da una


recessione economica, ché anzi la prosperità sembrò rifiorire, per un secolo
almeno, illudendo gli italiani che niente di irrimediabile fosse realmente
accaduto. Aldo Schiavone parla giustamente di dissociazione del destino
economico da quello politico. Temporanea, però. Perché anche la decadenza
economica finí per intorpidire quelle energie che avevano svegliato
l’Europa. Non fu un crollo, ma un lungo tramonto.

La dissociazione tra l’involuzione politica e la fioritura culturale fu


ancora piú sorprendente. Ha dunque ragione chi afferma che il grande dono
del Rinascimento fu, per l’Italia, un «dono avvelenato»? Sí, da molti punti
di vista. Ma quale dono! Non solo per l’Italia, ma per il mondo intero. Non
c’è un solo paese nella storia che abbia destinato risorse tanto cospicue alla
bellezza. Anche i piú taccagni, come i genovesi, non avevano problemi
quando si trattava di edificare la magnificenza della città. E il Senato di
Venezia, che quanto a taccagneria non era da meno della storica rivale,
raccomandava di «non sparangare spexa alcuna come é conveniente alla
bellexa sua».
Da dove era tratto, in fin dei conti, quel surplus che finanziò la grandiosa
fioritura artistica italiana? Certo, dai traffici del mare: ma sempre piú dalla
terra e dal cielo. Dallo sfruttamento dei contadini e dalle indulgenze sparse
a piene mani dai pontefici di Roma. L’impiego di quel surplus si concentrò
sempre piú sul consumo «cospicuo». Improduttivo? Non piú improduttivo,
certo, di quanto lo fossero le spese militari delle grandi monarchie, destinate
alla distruzione di uomini e di cose. Che significa, del resto,
«improduttivo»? Vogliamo calcolare in valore monetario il flusso di redditi
che le opere d’arte italiane hanno prodotto attraverso i secoli? Il loro
contributo alla bilancia dei pagamenti italiana? È del tutto inutile: quello
che chiamiamo il «patrimonio artistico» non fa parte del mondo della
produzione, ma del mondo della creazione.
È questo un mondo che è fatto della stessa stoffa dei sogni: capace di
autonomizzarsi in una sfera sovrapposta al mondo reale e, almeno per
qualche tempo, di prescindere dalla sua base materiale, come se la
sorvolasse. Il che spiega la sua persistenza al di là delle condizioni di
ricchezza che lo hanno reso possibile, anche quando quelle sfioriscono;
anche quando le strutture dell’economia si sono affossate nella depressione
e le forze della politica sono venute meno. Si spiegherebbe che il primato
italiano nelle creazioni dell’arte e nelle indagini del pensiero – il primato di
Leonardo e di Galileo – abbia potuto sostenersi al di sopra di un tempo e di
un paese che scivolava indietro, di un’economia che tendeva lentamente
alla depressione e di una politica che precipitava verso la servitú. Fernand
Braudel azzarda l’opinione che l’arte e la cultura possano fiorire al di là
della ricchezza e della potenza, come l’uccello di Minerva che si leva al
cader della notte. Fu proprio cosí per la civiltà italiana del Rinascimento.

Benito Mussolini, dopo una delle sue tante umilianti sconfitte, se la


prese, come spesso faceva, con gli italiani imbelli. Coronò una figuraccia,
l’impresa sciagurata di Grecia, con una stentorea sciocchezza. Disse che
sarebbe stato meglio per l’Italia avere meno statue nei suoi musei e piú
bandiere strappate al nemico. Per nostra fortuna, la storia non è un
supermarket dove si possano scambiare statue e bandiere. Fosse cosí, dubito
comunque che oggi qualcuno sarebbe disposto a rinunciare alla Primavera
di Botticelli per i gagliardetti di qualche vittoriosa strage.
L’essenza del miracolo italiano fu questa: di aver creato una ricchezza
che non si trasformò in potenza, ma si trasfigurò in bellezza. Se questa è
decadenza, la si può accettare con sereno orgoglio. Ogni cultura che
s’irradia consuma, come una candela, il corpo da cui trae luce. «Quando
finalmente cadde sull’Italia la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata» 9.
1
C. M. Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna 1988.
2
D. Hay e J. Law, L’Italia del Rinascimento, Laterza, Bari 1989.
3
A. Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1974.
4
Ibidem.
5
E. Quinet, Le rivoluzioni d’Italia, Laterza, Bari 1970.
6
Ibidem.
7
Ibidem.
8
L. Einaudi, Prefazione a I. Origo, Il mercante di Prato, Rizzoli, Milano 1987.
9
F. Braudel, I giochi dello scambio cit.
Invece di una bibliografia

Una premessa cautelativa.

Ci sono turisti che, tornati da un viaggio in Cina di una settimana, invece di darti qualche utile,
anche se non avvincente, informazione sul traffico aeroportuale e sul cambio praticato da quelle parti,
ti parlano, con grande competenza, proprio della Cina: della sua storia, della sua economia, della sua
politica, e aggiungono previsioni, timori, auspici.
Questa mia passeggiata nella storia è durata ben piú di una settimana: ma non mi viene neppure in
testa di renderne conto attraverso una vera e propria bibliografia. I racconti sono racconti, non saggi;
l’autore si prende tutta la responsabilità di ciò che ha scritto, come fece con sua fortuna e virtú Marco
Polo, senza puntellarlo con richiami e documentarlo con pezze d’appoggio, tormentando inutilmente
il lettore. Questa è la ragione per cui il libro è privo di note, tranne che si tratti di citazioni testuali,
doverosamente riportate tra virgolette.
Tuttavia, Roma antica e l’Italia delle Repubbliche medievali non sono la sconosciuta Cina di
Marco Polo. Sterminate sono le legioni di storici che le hanno attraversate. E un racconto, sia pure
disinibito, non può non riferire degli incontri con quei tanti e ben piú informati viaggiatori del tempo,
che l’autore non ha mancato di procurarsi.
In ciò mi è stata preziosa, mi sembra giusto ricordarlo, la grande biblioteca paterna.
Capitolo per capitolo, dunque, sceglierò, tra i tanti libri consultati, quelli che piú direttamente ne
hanno influenzato la trama: senza nascondere le lacune, le incertezze, le interpretazioni discutibili, le
scelte partigiane, le ipotesi oppugnabili.
I testi citati sono, alcuni, famosissimi, altri assai meno. Molti sono il frutto di una ricerca,
purtroppo, non sistematica. Altri, del caso e della sorpresa. Per dire che la scelta è, necessariamente
soggettiva. Comunque, è quella che è.

Parte prima  Il ferro

1.  Alba sul Tevere.


Se già Tito Livio dichiarava di aver narrato «fatti oscuri per eccessiva vetustà, che mal si scorgono
come per troppa lontananza di spazio», figuriamoci quanto piú insicuri possiamo essere noi, a quasi
tre millenni di distanza. E con l’incendio gallico di mezzo, che pare avesse distrutto la maggior parte
dei «monumenti scritti». Tra i classici che hanno ripercorso la molta leggenda e la poca storia della
Roma arcaica, ricordo la classicissima Storia di Roma antica di Th. Mommsen, Sansoni, Firenze,
1984; E. Pais, Storia di Roma dalle origini all’inizio delle guerre puniche, Optima, Roma, 1926; C.
Barbagallo, Roma, voll. 2 (nella sua Storia Universale), Utet, Torino, 1931 e 1932; G. Ferrero,
Grandezza e decadenza di Roma, Fratelli Treves, Milano, 1909. Nella grande Storia di Roma diretta
da A. Momigliano e A. Schiavone, Einaudi, Torino, 1988, cui faccio continuo riferimento, ricordo in
particolare La Roma dei re tra storia e leggenda di A. Bernardi, La città e la sua terra di L. P.
Bolognesi e F. Coarelli, Demografia e territorio. Fondamentale il volume La nascita di Roma di
Andrea Carandini, Einaudi, Torino, 1977 e 2003. Per la rivisitazione della leggenda, ho attinto alla
ricostruzione puntuale e vivace di P. Zullino, I sette re di Roma, Rizzoli, Milano 1986.
Per quanto riguarda piú specificamente la storia economica, cito la Storia economica di Roma di
T. Frank, Vallecchi, Firenze, 1924; e, soprattutto, la Storia economica di Roma antica di Francesco
De Martino, La Nuova Italia, Firenze 1980, opera grandissima di una persona che voglio ricordare
con particolare affetto, anche per la sua cortesia, che mi ha permesso di consultare altri suoi scritti
altrimenti indisponibili. Anche quest’opera fa parte dei riferimenti costanti della prima parte del
libro.
La grande Roma dei Tarquini di G. Pasquali, La Nuova Antologia, Roma 1936 consente di
sostenere la tesi di un futuro alternativo possibile per una Roma che avrebbe potuto seguire il
modello cartaginese; e di considerare l’avvento della Repubblica come un vero guaio, almeno dal
punto di vista economico.

2.  La Repubblica imperiale.

L’espressione «Repubblica imperiale», coniata dallo storico Claude Nicolet (Rome et la conquête
du monde méditerranéen, Paris 1979) e ripresa nella Storia di Roma, cit., vol. II, parte I, La
repubblica imperiale è usata qui in una accezione piú vasta, che può apparire arbitraria, perché
abbraccia un lunghissimo periodo storico, per metà repubblicano e per metà imperiale secondo le
partizioni tradizionali. Sta di fatto che c’è tra i due periodi una continuità sostanziale, segnata
dall’espansione della potenza romana, non interrotta dal mutamento del regime politico.
Le due caratteristiche essenziali di questa lunga fase sono il successo straordinario
dell’integrazione politica, reso possibile dalla qualità particolare, inclusiva ed elastica al tempo
stesso, della «cittadinanza» romana (cfr. lo stesso C. Nicolet, nel suo Le métier de citoyen dans la
Rome républicaine, Gallimard, Paris 1976) e l’insuccesso dell’organizzazione economica, incapace,
sia di stabilizzarsi in un equilibrio statico, sia di imboccare la via dello sviluppo autopropulsivo. E
qui si incontra per la prima volta – ci torno alla fine di questo lungo capitolo – la grande questione
del «capitalismo abortito». Su quest’ultimo aspetto in particolare richiamo il saggio di D. Foraboschi,
Dinamiche e contraddizioni economiche alla fine della Repubblica, nella Storia di Roma, vol. II,
parte I, La repubblica imperiale; la già citata Storia economica di Roma antica di F. De Martino, e i
due saggi di A. Schiavone, La struttura nascosta. Una grammatica dell’economia romana, in Storia
di Roma, cit. e La storia spezzata, Laterza, Bari 1996: due autori, questi ultimi, che costituiscono un
riferimento costante. In particolare mi è sembrata assai convincente la soluzione che Schiavone dà al
problema della grande disputa tra primitivisti, come I. K. Rodbertus, K. Bucher e M. I. Finley
(L’economia degli antichi e dei moderni, Laterza, Bari 1974) e modernisti, come E. Meyer e M.
Rostovčev, quest’ultimo nelle due sue grandi storie: Storia del mondo antico, Sansoni, Firenze 1965
e Storia economica e sociale dell’Impero romano, Sansoni, Firenze 2003. Una posizione particolare
tra queste due si riscontra nel breve libro di G. Salvioli, Il capitalismo antico, Laterza, Bari 1929:
riedizione tradotta e modificata di una edizione francese di pochi anni precedente (cfr. A. Giardina,
L’Italia romana, storie di una identità incompiuta, Laterza, Bari 1997). La soluzione di Schiavone è
condensata nella sua definizione dell’economia romana come «un sistema agrario-mercantile a base
schiavistica»: certo, una soluzione di compromesso, ma il carattere composito e contraddittorio è
colpa dell’economia romana e non di Schiavone.
Per le dimensioni demografiche ed economiche (la contabilità economica) della Repubblica
imperiale nell’età classica augustea mi sono basato sull’illuminante opera di R. W. Goldsmith,
Sistemi finanziari premoderni, Laterza, Bari 1990.
L’agricoltura romana è certamente il settore nel quale si è compiuta una «prova» di capitalismo
moderno. La «villa» è il suo luogo specifico. Qui richiamo in particolare M. Torelli, La formazione
della villa, in Storia di Roma, cit., vol. I, e A. Carandini, La villa romana e la piantagione
schiavistica, in Storia di Roma, cit., vol. IV.
Quanto alla dimensione mercantile, il personaggio emblematico di Trimalcione è descritto da P.
Veyne, La società romana, Laterza, Bari 1990. Quanto alla city, il ritratto divertente, anche se
ovviamente anacronistico, lo ha tracciato Bertolt Brecht in Gli affari del signor Giulio Cesare, opera
incompiuta, Einaudi, Torino, 1959.
La schiavitú di massa, carattere distintivo dell’economia romana, era una trappola, o una perversa
occasione perduta? Y. Thèbert descrive quel mondo atroce e cangiante (Lo schiavo, in L’uomo
romano, a cura di A. Giardina, Laterza, Bari 1989). Finley e Schiavone, citati, sono i miei riferimenti
quanto alla interpretazione storica del fenomeno. E naturalmente F. De Martino, la cui analisi giunge
al cuore del paradosso della schiavitú, condizione della fioritura della libertas romana.
La «spada di Roma», il suo esercito, è lo strumento possente di una società basata sulla guerra (C.
Nicolet, Rome et la conquête, cit.): uno strumento in continua evoluzione, dai legionari-cittadini della
riforma serviana ai legionari-proletari, i «muli» di Mario, alle legioni professionali di Augusto. È il
suo pilastro, diventerà la sua mina. Th. Mommsen (Storia di Roma antica, cit.) qui come dappertutto,
è un riferimento obbligato. Della corrispondenza tra struttura militare e struttura politica tratta in
particolare J.-M. Carrié, in L’uomo romano, cit. Della sua derivazione dalla falange macedone, A.
Toynbee, Il mondo ellenico, Einaudi, Torino 1959. Della sua evoluzione strutturale e funzionale
nell’età imperiale E. Luttwack, La grande strategia dell’Impero romano, Rizzoli, Milano 1981.
Roma è l’unica città del mondo con una storia continua del suo luogo, dal primo millennio a.C. al
terzo millennio d.C. La sua storia si legge nelle sue pietre come in un magico palinsesto. Mi sono
servito delle istantanee di F. Dupont, La vita quotidiana nella Roma repubblicana, Laterza, Bari
1989; e della classica La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero di J. Carcopino, Laterza,
Bari 1967, per dare un’idea dei luoghi della storia antica, guardati attraverso il «lucido» della scena
attuale. Ho utilizzato la deliziosa Avventura nel primo secolo di P. Monelli, Mondadori, Milano 1961,
come un reportage eccezionale dal vivo. Ricordo anche il saggio di R. H. Barrow, I romani,
Mondadori, Milano 1961. E Marziale, Epigrammi, Einaudi, Torino 1964, per la satira del
pluriproprietario di ville dell’epoca.
La disputa sul carattere primitivo o capitalistico dell’economia romana si chiude con una sentenza
mista di economia duale potenzialmente aperta a uno sviluppo autopropulsivo, che di fatto non si
realizzò. Dunque, un capitalismo abortito. Ci si può chiedere, in termini «controfattuali», quali
avrebbero potuto essere le alternative teoricamente disponibili. E si accenna a due esiti, appena
tracciati da Schiavone e da Fusari (cfr. oltre). Comunque, la storia li scartò. O, comunque, li rinviò ad
altra epoca: alla parte seconda di questo racconto.
Sulla vexata quaestio, se l’economia dell’Impero avrebbe potuto evolversi verso forme di
produzione e di scambio piú razionali e dinamiche e trasformarsi in una vera e propria economia
capitalistica, L. Pellicani nel suo Saggio sulla genesi del capitalismo, SugarCo, Milano 1988, lascia
sospeso il giudizio. Se mai questo evento fu sul punto di prodursi, comunque, è certo – come nota
Pellicani – che la crisi del III secolo lo seppellirà definitivamente. Questa è anche l’opinione di A.
Fusari, espressa nel suo intelligente e brillante affresco L’avventura umana, Seam, Formello 2000,
cui faccio piú volte riferimento.
Ottaviano, ragazzino terribile, e Augusto, il solenne «accrescitore», chiudono la storia della
Repubblica e aprono quella dell’Impero, segnando l’acme della Repubblica imperiale. Sono due
personaggi ben distinti, anche se inclusi nella stessa figura. Figura non proprio simpatica, anche se
assolutamente decisiva. Nella sua biografia, A. Spinosa lo chiama significativamente «il grande
baro» (Mondadori, Milano 1996). Ricordo anche M. A. Levi, Augusto e il suo tempo, Rusconi,
Milano 1986.
3.  La crisi del III secolo.

C’è chi nega che sia stata una crisi cosí vasta e profonda, come la storiografia tradizionale l’ha
descritta. E qui comincia il terreno minato dal revisionismo «continuista». Mi guardo bene
dall’entrare in questo campo. Ma al di là dell’immaginario filo spinato, non si può evitare un giudizio
generale. Come tutti i revisionismi, anche quello sulla «decadenza e caduta» dell’Impero romano ha i
suoi meriti e i suoi eccessi. Meriti di un approccio piú critico, filologico e archeologico, alle fonti.
Ma anche eccessi quando, per smontare le quinte a tinte forti della scenografia tradizionale, si finisce
per rappresentare un paesaggio piatto e monotono, dove, si può dire con voluta esagerazione, non
succede quasi niente. Si capisce quindi l’ironia di A. Momigliano (Il conflitto tra paganesimo e
cristianesimo nel secolo IV , Einaudi, Torino 1968), quando annuncia solennemente la «buona
notizia»: che l’Impero romano, si può dirlo finalmente, è proprio finito.
Cosí si può dire della grande crisi del III secolo. E del collegamento tra la fine della sicurezza
esterna, con l’assalto barbarico alle frontiere e la crisi interna, con il declino della popolazione e della
produzione. Per quanto riguarda quest’ultimo, il riferimento principale è la Storia economica di
Roma antica piú volte citata, di De Martino: in particolare per quel che riguarda il decadimento
demografico (penuria hominum) e il declino della produzione agricola. Altre opere lette e consultate:
La crise de l’empire romain di X. Loriot e D. Nony, Colin, Paris 1997; R. Remondon, La crise de
l’empire romain, Presses Universitaires de France, Paris 1997; M. Le Glay, Rome. grandeur et chute
de l’Empire, Perrin, Paris 1992. E, nella Storia di Roma cit., vol. III, in particolare E. Lo Cascio,
Dinamiche economiche e politiche fiscali fra i Severi e Aureliano e J.-M.Carrié, L’economia e le
finanze.
Sul conflitto politico fondamentale, tra senatori e imperatori, tra l’aristocrazia e l’esercito, segnalo
in particolare Y. Roman, Empereurs et Senateurs, Fayard, Paris 2001. Quanto alle caratteristiche
generali della crisi politica ed economica, il riferimento essenziale è l’analisi rigorosa e illuminante
di S. Mazzarino, L’Impero romano, Laterza, Bari 1976.
Sull’«ira di Dio» (l’assalto dei barbari), segnalo il saggio di J. Kolendo, I barbari del Nord, nella
Storia di Roma cit., vol. III.

4.  Inflazione e crisi fiscale.

In questo capitolo ci si sofferma sull’aspetto propriamente economico della grande crisi:


inflazione (svalutazione della moneta rispetto all’oro e all’argento prima, svalutazione rispetto alle
merci dopo) e aumento della pressione fiscale: un vero cappio, quest’ultima, che si stringerà sempre
piú attorno al collo dell’Impero.
Come traccia fondamentale, ho seguito la trattazione di questo tema nella citata Storia di F. De
Martino.
Tra gli altri numerosi testi consultati ricordo i citati Rome: grandeur et chute de l’Empire di M. Le
Glay, La crise de l’empire romain di X. Loriot e D. Nony, e J.-M. Carrié e A. Rousselle, L’empire
romain en mutation, Seuil, Paris 1999. Inoltre, nella Storia di Roma, il citato saggio di E. Lo Cascio,
Dinamiche economiche e politiche fiscali fra i Severi e Aureliano (vol. III) e Forme dell’economia
imperiale (vol. II).

5.  La rivelazione cristiana.

C’è una personalità «che sovrasta la fase finale del mondo antico», l’infinitamente discusso
Costantino. Attorno a lui ruota il racconto di quella che può essere considerata la piú sorprendente
rivelazione della storia, che lasciò intatte le strutture politiche e istituzionali del grande Impero, ma
cambiò il modo di vedere il mondo. Ma qui la parola rivelazione è usata in un altro senso: quello
dello «scoprimento» di un mondo relegato, nell’antichità, nel silenzio e nella polvere della storia: il
mondo degli umili, dei poveri, delle donne, dei bambini.
Su Costantino ho consultato L’età di Costantino il Grande di J. Burckhardt, Sansoni, Firenze
1957, e il libro di A. Marcone, Pagano e cristiano. Vita e morte di Costantino, Laterza, Bari 2002; il
Costantino, di J. Schmidt, un tentativo di autobiografia del «primo imperatore cristiano», San Paolo,
Milano 2001 e di G. Gauthier Constantin. Le triomphe de la croix, France Empire, Paris 1998.
Inoltre, il saggio di T. De Bacci Venuti, Dalla grande persecuzione alla vittoria del Cristianesimo,
nella collezione Storica Villari, Hoepli, Milano 1913.
Santo Mazzarino, soprattutto nell’Impero romano, cit. scopre l’ambiguità, non solo di Costantino,
un’ambiguità autentica, tra ispirazione celeste e aspirazione terrena; ma dello stesso cristianesimo,
che nella figura di Callisto, banchiere e papa, rivela una capacità organizzativa che tradurrà la
«rivelazione» cristiana in formidabile potenza mondana. Cito anche, tra i libri consultati, il già
ricordato Le Glay, Rome: grandeur et chute de l’empire, C. P. Thiède, La nascita del Cristianesimo,
Mondadori, Milano 1999, e H. I. Marrou, Décadence romaine ou antiquité tardive?, Seuil, Paris
1977. E il fondamentale Marco Aurelio e la fine del mondo antico (Ed. Studio Tesi, Pordenone 1994)
di E. Renan.

6.  Il miracolo del IV secolo.

L’espressione «presunta crisi» è di P. Brown, Genesi della tarda antichità, Einaudi, Torino 2001.
«Ma quale crisi?»: si chiede A. Rousselle, nel suo libro scritto con J.-M. Carrié, L’empire romain en
mutation, cit.
Per la visione contrastata dell’Impero «inclinato» tra ristagno e ripresa ho utilizzato R.
MacMullen, La corruzione e il declino di Roma, il Mulino, Bologna 1991; opera purtroppo guastata,
per l’Italia, da una traduzione da dimenticare.
Per il breve ritratto dei due imperatori della restaurazione: per Costantino, le opere già citate nel
capitolo precedente; e per Diocleziano, soprattutto il libro di S. Williams, Diocleziano, un autocrate
riformatore, Egic, Genova 1985.
Per la riorganizzazione militare: ancora Luttwak, La grande strategia dell’Impero romano, cit. ma
anche la voluminosa pubblicazione, Armi ed eserciti nella storia universale, Eias, Roma 1965-67.
Per il fallimento della politica economica di Diocleziano mi sono valso del saggio di J.-M. Carrié,
L’economia e le finanze, pubblicato in Storia di Roma, cit., vol. III. E, naturalmente, della Storia di
De Martino.
Infine, per la corruzione parossistica dell’Impero, del libro del già citato MacMullen. Il «diritto
dell’ineguaglianza» è espressione di Villiers, citato in Le Glay, Rome: grandeur et chute de l’Empire
cit.

7.  La grande scissione.

Il drammatico crepuscolo dell’Impero, la sua grande spaccatura, è introdotta in tono minore, come
ho già detto, da A. Momigliano che ci rassicura, a dispetto di ogni possibile radicale revisione, che
l’Impero romano è proprio finito (A. Momigliano, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel
secolo IV , cit.). Il perché sia finito in Occidente mille anni prima che in Oriente, e chi siano stati gli
assassini, resta uno dei piú affascinanti rompicapi della storia. Sta di fatto che la fine dell’Impero di
Occidente ha avuto, nella coscienza storica universale, un impatto incomparabilmente superiore alla
continuazione dell’Impero d’Oriente: al punto da essere identificata, in sostanza, con la fine del
mondo antico. Il che, dopotutto, corrisponde a verità: perché, come si sostiene qui, la caduta
dell’Occidente chiude l’antichità e la fondazione di Costantinopoli apre il Medioevo.
Resta da spiegare perché l’Occidente cadde.
Per dipanare questo intricatissimo «giallo» non c’è di meglio che seguire la traccia della
magistrale Fine del mondo antico di S. Mazzarino, Rizzoli, Milano 1988. Una volta lasciati da parte i
paradigmi del determinismo naturalistico di Lucrezio, le premonizioni malinconiche di Polibio e le
allocuzioni moralistiche di Cicerone, di Machiavelli e di Montesquieu, le grandi teorie della
decadenza si riducono a due famiglie, secondo la partizione che ha origine proprio nel discorso di
Polibio: quella delle «cause esterne» e quella delle «cause interne». Nella storiografia le prime hanno
prevalso, ma gli assassini sono stati identificati in soggetti diversi: i cristiani (E. Gibbon, Storia della
decadenza e caduta dell’Impero romano, Cassa di Risparmio, Roma 1981), le masse contadine
(Rostovčev, Storia del mondo antico, cit. e Storia economica e sociale dell’Impero romano, cit. e
Ortega Y Gasset, La ribellione delle masse, cit.), la selezione darwiniana dei peggiori (O. Seeck,
Geschichte des Untergangs der Antiken Welt, F. Siemenroth, Berlin 1910-21). Le altre si sono
concentrate su un unico colpevole: i barbari. Sono i barbari, secondo A. Piganiol (L’empire chrétien,
Paris 1947) i soli e veri assassini dell’Impero romano. La sentenza finale di Santo Mazzarino è
incontrovertibile: certo, sono stati i barbari a travolgerlo, ma «solo le strutture cigolanti cadono sotto
l’urto che le colpisce con violenza»: si veda anche, dello stesso Mazzarino, L’Impero romano, cit.
Al centro del problema della «grande scissione» c’è, senza alcun dubbio, la figura di Costantino il
Grande. È lui che fonda la potenza politica del Cristianesimo? È lui che fonda un altro Impero
millenario, dopo quello di Roma? Rimando alle citazioni precedenti, cui aggiungo J. Vogt, Pagani e
cristiani nella famiglia di Costantino, in A. Momigliano, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo
nel IV secolo, cit.
La «visione» di Costantinopoli è tratta da La tentazione di Sant’Antonio di G. Flaubert, Edizioni
Novecento, Palermo 1986.
Sul tema centrale delle differenze tra le condizioni economiche e sociali delle due parti
dell’Impero ricordo: A. H. M. Jones, Il tramonto del mondo antico, Laterza, Bari 1972; F. Lot, La
crise du monde antique et le début du Moyen Âge, Albin Michel, Paris 1968; P. Petit, Histoire
générale de l’Empire romain, vol. III, Le Bas Empire, Seuil Paris, 1974; H. I. Marrou, Décadence
romaine ou antiquité tardive? III-IV siècle, Seuil, Paris 1977; G. Clemente, Guida alla storia romana,
Mondadori, Milano 1977; A. Fusari, L’avventura umana, cit.
Infine, la magnifica visione della Roma costantiniana è tratta da A. Augenti, Riscoperta di Roma
Antica, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1999; lo scenario lunare della Roma deserta,
abbandonata ai lupi dopo la deportazione di Totila, è tratta da F. Gregorovius, Storia della città di
Roma nel Medioevo, vol. I, Società Editrice Nazionale, Roma 1900.

Parte seconda.  L’oro
1.  Roma nei secoli bui.

La scena della galera montata in poche ore l’ho letta da qualche parte, ma purtroppo ho smarrito la
scheda del riferimento. Di quella visita del giovane Valois a Venezia (veniva dall’odiata Polonia, di
cui era stato incoronato re, e tornava felice a Parigi, atteso dalla amorosa e terribile madre, per
cingere la corona di Francia) c’è un resoconto avvincente nel bel libro di Alvise Zorzi, La Repubblica
del leone. Storia di Venezia, Rusconi, Milano 1979. «A Venezia, – dice, – di monarchi d’ogni genere
se n’erano visti tanti… Ma quel che fu fatto per Enrico III non era mai stato fatto per nessuno prima
di lui. Sessanta senatori in gondole a quattro vogatori, rivestiti di raso, damasco e velluto, di drappi
d’oro, di tappeti orientali, lo scortarono da Marghera a Murano, dove fu accolto da sessanta
alabardieri vestiti di seta a spicchi arancione celeste e turchino e da quaranta giovani patrizi: scena
degna delle Cene di Paolo Veronese… Poi giunge a prenderlo il doge Mocenigo, e salgono insieme
sulla galea del Capitano in Golfo, sfarzosamente addobbata, vogata da quattrocento rematori
schiavoni tutti vestiti di taffettà giallo e blu per recarsi, con gran codazzo di galere e di barche
fantasticamente adornate (soltanto le arti ne avevano apparecchiate centosettanta) a San Nicola di
Lido, dove era stato eretto un arco di trionfo disegnato dal Palladio e decorato di pitture di Jacopo
Tintoretto, Paolo Veronese e Antonio Vassilachi detto l’Aliense». Eccetera. Pare che la sera gli
avessero preparato, per la notte, la compagnia di Veronica Franco, la smagliante poetessa cortigiana.
E pare che il grande gay gradisse.
Si può discutere all’infinito se i secoli dell’Alto Medioevo fossero veramente cosí oscuri, come
dicono tanti e come intitola nel suo libro P. Llewellin, Roma nei secoli oscuri, Laterza, Bari 1975.
Certo non la pensava cosí il monaco africano Fulgenzio, ancora nell’anno 500; «quanto meravigliosa
dev’essere la Gerusalemme celeste – esclamò – se questa terrena città splende di tanta grandezza».
Quel che è certo, è che erano tempi di imbarbarimento. La caratteristica principale
dell’imbarbarimento è la contrazione, il restringimento della società. Gli intellettuali, pochi, si
restringono nei monasteri. Le coltivazioni in spazi brevi, attorno e dentro le città. I contadini nelle
«curtes» feudali, economie chiuse. I grandi scambi si ritraggono dalle grandi strade abbandonate, i
cittadini si rinserrano entro cinte murarie diventate troppo vaste. Persino il linguaggio, il grande e
sonoro latino, carico di desinenze, ricco di coniugazioni, si impoverisce e si frammenta in dialetti
spogli e volgari, come villani coperti con vestiti di scena.
Invece la natura rigogliosa si ridistende dappertutto, prolifera, invade, serpeggia: boschi,
brughiere, stagni, fiumi straripati oltre le dighe, nelle vaste campagne, ma anche entro le mura delle
antiche città.
Si restringe anche Roma, abbandonando i colli e aggrumandosi nell’ansa del Tevere, l’antico
Campo di Marte, malsano e paludoso come al tempo di Romolo. Un suo ritratto un po’ truculento lo
traccia Gregorovius, nella pagina che riprendo dalla sua Storia (cit.). Un altro è quello che si snoda,
per tutto il Medioevo alto, nel già citato libro di Llewellin, dalle guerre gotiche all’Impero carolingio.
È la Roma del grande Gregorio e del popolaccio ribaldo, ma anche delle milizie che si svincolano dal
comando greco per accorrere sulla cinta immensa di Aureliano, ogni volta che di lí si scorge la
polvere e si sente il frastuono terrificante dell’armata longobarda. È la Roma «turistica» dei
pellegrini, che rinnovano di fronte agli ormai secolarmente smaliziati romani la sfilata delle genti
strane. La Roma del commercio necroforo dei corpi santi: al tempo stesso «pataccara» e
superstiziosa.
In questa Roma si compie la mutazione della Chiesa, attraverso la durissima lotta su due fronti:
l’emancipazione dall’Impero greco e la difesa dai tedeschi, padani o beneventani. Da suddita di un
Impero, diventa in poco piú di tre secoli fondatrice di un altro.
2.  L’Italia longobarda.

L’Italia longobarda rivive nelle pagine di G. Pepe, Il Medio Evo barbarico d’Italia, Einaudi,
Torino 1941. In fondo, l’attenzione degli storici si è concentrata sul tema manzoniano della
condizione degli italiani sotto il loro dominio (liberi, schiavi?). Pepe, che propone per questo
problema una soluzione di buon senso, ci permette di spostare l’obiettivo proprio su di loro, sui
«langobardi». E il ritratto non è certo lusinghiero. Diciamo la verità: all’Italia, forse per una oscura
legge di contrappasso, sono toccati, in definitiva, i barbari meno intelligenti e piú grossolani
d’Europa. Totalmente incapaci di fondersi con il popolo vinto, allevatori di maiali e cacciatori
forsennati, totalmente incapaci di lavoro produttivo, gente rozza «senza idealità, senza poesia, senza
leggi senza ricchezza, senza patria» (si scannavano tra loro tradendosi continuamente), sono stati per
l’Italia una vera maledizione. Hanno segnato – è sempre Pepe che parla – il secolo piú «infelice», in
senso ideale vichiano, della nostra storia. Ci hanno lasciato qualche parola. Ne avremmo fatto
volentieri a meno.
Su quel poco di rivitalizzazione economica che si può scorgere durante i regni dei longobardi
cattolici piú vigorosi, Liutprando e Astolfo, prima del disgraziato Desiderio, ho consultato soprattutto
il libro di G. Luzzatto, Breve storia economica d’Italia. Dalla caduta dell’Impero romano al
principio del Cinquecento, Einaudi, Torino 1958 e il lungo saggio di M. Luzzati, La dinamica
secolare di un «modello italiano», in Storia dell’economia italiana, I. Il Medioevo dal crollo al
trionfo, Einaudi, Torino 1990.
Tra i primi italiani che riemergono dall’oscurità della storia scorgiamo, attraverso le nebbie del Po,
i mercanti di Comacchio che trasportano il sale dalla lagune adriatiche in Lombardia. È lecito anche
supporre che le barche che risalivano il Po cariche di sale lo ridiscendessero trasportando verso
l’Adriatico grano e altri prodotti della Valle Padana» (Luzzati). Ci pare di sentire le loro grida, in un
latino già un poco veneto.

3.  La frontiera mediterranea.

Mentre in Europa, e in Italia, nei secoli bui dell’alto Medioevo «il mercato aveva cessato in larga
parte di operare, la moneta era quasi scomparsa e quei pochi scambi venivano attuati per mezzo del
baratto» (C. M. Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi, Mondadori,
Milano 1996) sull’altra sponda del Mediterraneo fioriva la potenza e la ricchezza di due grandi
potenze rivali, quella antica di Bisanzio e quella nuova dell’Islam. Rovesciando la tesi di Henri
Pirenne, si potrebbe dire che da quelle sponde giunsero in Italia, tra il VII e il X secolo, gli stimoli a
una ripresa dei traffici: la quale diventerà, dopo il fatidico anno Mille, una vera e propria
«rivoluzione commerciale» (M. Luzzati, La dinamica secolare di un modello italiano, cit.). Per
spiegare il miracolo italiano del Medioevo, dunque, non si può non gettare uno sguardo a quella
sponda. A Costantinopoli, anzitutto, la New York del Medioevo, descritta da Ch. Diehl (La civiltà
bizantina, Garzanti, Milano 1962); e al suo Impero, per il quale faccio riferimento, oltre che a Diehl,
a J. J. Norwick, Bisanzio, splendore e decadenza di un Impero, Mondadori, Milano 2000, a G.
Ostrogorsky, Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, Torino 1968; nonché al terzo volume della Storia
del mondo medievale della Cambridge University Press, Garzanti, Milano 1977.
Quanto all’enorme influenza dell’Islam sulla rinascita europea e al rapporto ambiguo, intrecciato
in un contesto inestricabile di scontri fisici e di incontri culturali, ho consultato in particolare il
saggio di P. Guichard, L’Islam e l’Europa, nella Storia d’Europa, Einaudi, Torino 1994, vol. III, a
cura di Gherardo Ortalli; e F. Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso, Laterza, Bari 2000.
Dunque, bizantini e arabi colti e raffinati, latini barbari o imbarbariti? Cosí si semplifica un po’
troppo. Ma è indubbio il grande debito culturale che l’Occidente europeo ha verso il mondo bizantino
e quello musulmano. Una gustosa parte di quel debito riguarda la tavola: frutta, verdura e,
soprattutto, quello che diventerà l’italianissimo caffè: vedi M. S. Sernas, Pastastorie, Passigli,
Firenze 2000.

4.  L’egemonia mediterranea.

Ecco rientrare in scena l’Italia. La differenza tra gli italiani del V secolo, «tempo di ignoranza
profonda e di spesse tenebre» , e quelli del X secolo, è estrema. Nella prima epoca «la nazione era
giunta al grado piú basso di avvilimento al quale il dispotismo possa ridurre un popolo; nella
seconda, essa aveva ricuperato tutta l’energia, tutta l’indipendenza di carattere che la lotta contro le
avversità può dare a un popolo barbaro»: un’Italia, dunque, riemersa giovane e ardita da un salutare
bagno nella barbarie. La citazione è tratta dall’Histoire des républiques italiennes di S. de Sismondi,
Société Typographique belge, Bruxelles 1838. Sismondi era svizzero di nazionalità, italiano di
origine. La sua famiglia la ricorda Dante, nel sogno tremendo del conte Ugolino («Gualandi con
Sismondi e con Lanfranchi»). Come lo stesso Sismondi tiene a farci sapere, egli lavorò a questa
grande opera otto ore al giorno per venti anni di seguito: con amore profondo, ma non certo acritico,
per l’Italia e per la stagione della sua libertà. Sismondi non ne nasconde certo i misfatti e le perfidie:
Ezzelino che consegna al boia i bambini dei suoi nemici, il Visconti che scatena contro i suoi nemici i
cani inferociti: eccetera. In Dante, del resto, molto prima di lui; nelle sue furibonde e appassionate
invettive contro almeno una decina di città italiane, la sua Firenze in testa, emerge il quadro corrusco
di questa Italia «diversissima», crudele e spavalda, che esce dalle tenebre per imporsi, di nuovo,
all’Europa e al mondo.
L’Histoire di Sismondi costituisce il riferimento centrale di questo capitolo e del successivo: una
storia difficile assai, come egli stesso ci dice, perché composta di tante diverse storie di diverse città,
di diverse trame intessute sul «telaio incantato» dal quale pure emerge una storia comune. Storia
della caparbia difesa della loro libertà, prima (vedi la nostalgica invocazione a una Napoli fiera e
intensa, di B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1966). Storia delle loro vittoriose
imprese di conquista poi, sul mare e oltremare, quel mare che già nel XII secolo è ridiventato
nostrum, italiano. L’impresa piú sorprendente è quella Crociata, cui le Repubbliche italiane
partecipano in prima fila, combattendo senza esclusione di colpi, soprattutto tra loro (cfr. Franco
Cardini, Le Crociate tra il mito e la storia, Istituto italiano di cultura Nova Civitas, Roma 1971; e C.
Cohen, Oriente e Occidente al tempo delle Crociate, il Mulino, Bologna 1986). Tra il tempo della
difesa e quello dell’assalto c’è l’enigma dell’egemonia italiana sul Mediterraneo, cui tento di dare
una risposta: come riuscirono le Repubbliche italiane a soppiantare bizantini e arabi dal dominio del
Mediterraneo, a risultare come «terzo vincitore» del loro duello?

5.  L’egemonia europea.

All’alba del temutissimo XI secolo le tenebre si rischiarano in tutta l’ Europa. Lo strano


frammento di poesia che ci giunge probabilmente dalla vigilia del fatidico anno Mille, è tanto piú
significativo in quanto nasce subito dopo l’epoca piú tremenda per l’Europa del Medioevo. «Tra la
metà del secolo IX e quella del X, la cristianità fu squassata nelle sue piú profonde strutture dai
nemici piú numerosi e piú brutali che essa avesse affrontato dalla caduta dell’Impero romano in
Occidente in poi» (R. Lopez, La nascita dell’Europa, Einaudi, Torino 1966): tre grandi correnti di
invasione: vichinghi dal Nord, ungari dall’Est, arabi dal Sud. Passata quella tempesta, un’onda vitale
investe l’Europa. Christofer Dawson vede nello spazio compreso tra la Loira e il Reno l’epicentro
della rinascita (C. Dawson, La nascita dell’Europa, Einaudi, Torino 1958). Sarebbe certamente stato
cosí se l’Impero carolingio non fosse stato il pasticcio che fu, tra presunzione universale e realtà
localistica e feudale. La verità è che non c’erano piú, in Occidente, le condizioni per la nascita di un
vero Impero a vocazione universale, e non c’erano ancora quelle della formazione degli Stati
nazionali. C’erano invece e si realizzarono, soprattutto in Italia, le condizioni per l’affermazione delle
città-stato. In Italia erano sorte, a contatto con le grandi civiltà bizantina e araba, le Repubbliche del
mare; e in Italia, a dispetto degli imperatori tedeschi benedetti e maledetti dal papa di Roma,
fiorirono i Comuni, all’interno della penisola. Tra il X e il XII secolo se ne contarono piú di cento.
Il Comune italiano non è una riedizione del Municipio romano. C’è una discontinuità netta tra i
due fenomeni (anche forse nel nome dei consoli, che starebbe per «consiglieri», niente a che fare con
Bruto e Collatino). Il Comune è una creatura autentica del Medioevo italiano: vedi K. Bose, Il
risveglio dell’Europa: l’Italia dei Comuni, il Mulino, Bologna 1985 e H. Pirenne, Le città del
Medioevo, Newton Compton, Roma 1997.
I Comuni italiani nacquero sull’onda di un movimento economico e demografico che percorreva a
ritroso quello del rattrappimento barbarico: nel senso, questa volta, dell’espansione. Ripopolamento
delle campagne e delle città, migrazioni interne da quelle a queste, riapertura dei traffici a distanza,
fioritura dei mercati, nascita, fuori dal latino illustre e dei «volgari» dialettali, di una lingua
nazionale.
L’utopia di un Federico II nazionale e federalista è tracciata nel mio libro Il cavallo di Federico,
Mondadori, Milano 1991.

6.  Il lungo tramonto.

La peste è la nera compagna dell’antichità e del Medioevo. La sua fine è segnata dalla rivoluzione
igienica e dalla scoperta del microscopio. Fu certo, in quei tempi, l’antidoto piú efficace a una
precoce proliferazione demografica dell’Europa. I due episodi piú pestiferi della storia europea sono,
probabilmente, quello del III secolo di Roma e quello del XIV , esteso a tutta l’Europa. Tuttavia,
mentre il primo contribuí decisamente alla decadenza dell’Impero romano, il secondo, anche se forse
piú micidiale, non riuscí a stroncare lo sviluppo dell’economia europea, che dopo un mezzo secolo di
ristagno riprese vigorosamente, soprattutto in Italia.
Questa «Italia della rinascita» la racconta in pochi tratti, con la consueta maestria, C. M. Cipolla,
Storia facile, cit.
È lo stesso Cipolla che scherza sulla fregatura (il re d’Inghilterra non paga) inflitta ai grandi
banchieri italiani nel suo delizioso libretto, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna 1998.
In un certo senso lo scherzo di Cipolla coglie nel segno. Con il passare delle generazioni gli
italiani perdevano gusto nell’accumulare la ricchezza e ne prendevano sempre piú nello spenderla.
Non è proprio questa «mutazione» che segna il passaggio dal primo al secondo Rinascimento,
dando origine a un nuovo lungo periodo di prosperità? (cfr. A. Sapori, Studi di Storia Economica,
Sansoni, Firenze 1955 e G. Luzzatto, Storia economica dell’età moderna e contemporanea, Cedam,
Padova 1960 e la già citata Breve storia economica d’Italia; nonché la grande opera del tedesco A.
Doren, Storia economica dell’Italia nel Medio Evo, Cedam, Padova 1937). Su quanto poi durò, quel
secondo Rinascimento, Braudel «esagera» un po’ nel prolungare l’era della prosperità fino al
Seicento nel terzo volume della sua Civiltà materiale, già citata, mentre Benedetto Croce esagera un
po’ nello scorgere il risveglio già verso la fine dello stesso Seicento.
La grande parabola della grandezza e della decadenza italiana è stata raccontata magistralmente in
una forma svelta e vivace da Indro Montanelli nei quattro volumetti successivi della sua notissima e
serissima Storia d’Italia (un grande contributo alla storiografia del nostro paese): L’Italia dei
Comuni, L’Italia dei secoli d’oro, L’Italia della Controriforma, L’Italia del Seicento, Rizzoli, Milano
1970. Con densa concisione, da L. Salvatorelli, Sommario della storia d’Italia dai tempi preistorici
ai nostri giorni, Einaudi, Torino 1957. Con appassionata partecipazione da E. Quinet, Le rivoluzioni
d’Italia, Laterza, Bari 1970. Anche qui, come per la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la
ricerca del colpevole della disunione d’Italia è ancora in corso. La Chiesa? L’antica tesi
machiavelliana e guicciardiniana è ripresa da D. Hay e J. Law, L’Italia del Rinascimento, Laterza,
Bari 1970. O la malformazione genetica del Comune italiano? (Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi,
Torino 1974). Obietta alla prima G. Galasso, in Potere e istituzioni in Italia, Einaudi, Torino 1974 e
in fondo anche A. Schiavone, Italia senza italiani, Einaudi, Torino 1998. Edgar Quinet (Le
rivoluzioni d’Italia, cit.) punta il dito sul principio primo della costituzione comunale: il terrore. Non
era lo stesso della polis greca? Non è questa la trappola di tutte le città-stato, dalla quale solo Roma
seppe uscire? È significativo che nella folla degli esuli del terrore si trovi tanta parte degli artisti e dei
poeti italiani che diventano, non la classe colta di una nazione, ma cittadini del mondo. Un po’ come
nell’antica Grecia, anche qui, «fuggivano la tempesta».
Come in Roma antica era abortito il capitalismo, cosí nell’Italia moderna abortí lo Stato nazionale.
La Signoria ne fu una parodia. Se uno vuole avere la percezione visiva e tragica di quel fallimento,
deve vedere Il mestiere delle armi, il film di Ermanno Olmi. Parte di questo fallimento,
indubbiamente, è dovuto all’incapacità dei «mercanti» italiani a diventare «borghesi»; e alla loro
congenita attrazione verso l’aristocrazia. A questa loro metamorfosi, da guerrieri a principi, dedico le
brevi figure tratteggiate nell’ultima parte del capitolo, tra le quali spicca quella, scorbutica e
autentica, di Francesco di Marco Datini. Ne dobbiamo il ricordo preciso al ritratto di I. Origo, Il
mercante di Prato, Rizzoli, Milano 1987, e alla prefazione di L. Einaudi che lo precede.
Il discorso di Benito Mussolini è del 1941. Lo ascoltai sui banchi di scuola, da un gracchiante
altoparlante installato appositamente nell’aula del Liceo Umberto I di Roma, oggi intitolato alla
memoria del nostro professore Pilo Albertelli. Mi pare proprio che nello stesso discorso ci fosse la
stentorea promessa del piú grande imbonitore del secolo scorso: spezzeremo le reni alla Grecia.
Elenco dei nomi

Abate di Saint-Denis, vedi Fulrad.


Abbassidi, dinastia
Adorno, famiglia
Adriano I, papa
Adriano, Publio Elio, imperatore
Agilulfo, re dei longobardi
Aglabiti, dinastia
Agostino di Ippona, Aurelio, santo
Agrippa, Marco Vipsanio
Agrippa, Menenio Lanato
Alarico, re dei visigoti
Albertelli, Pilo
Alberti, famiglia
Alberti, Jacopo
Alberti, Leon Battista
Alberti, Niccolò
Alberto da Intimiano, arcivescovo di Milano
Alessandro III (Orlando Bandinelli), papa
Alessandro III Magno, re di Macedonia
Alessio I, imperatore d’Oriente
Alessio III, imperatore d’Oriente
Alessio IV, imperatore d’Oriente
Alighieri, Dante
Almohadi, dinastia
Almoravidi, dinastia
Amando di Maastricht, vescovo di Utrecht
Ambrogio, santo
Ammiano Marcellino
Annibale, vedi Barca, Annibale.
Ansovino, vescovo di Camerino
Antonini, dinastia
Antonino Pio, Tito Aurelio Adriano, imperatore
Antonio da Padova, santo
Antonio, Marco
Arcadio Flavio, imperatore
Arialdo di Alciate, capo patarino
Aristide, Publio Elio
Aristodemo, tiranno di Cuma
Aristotele
Arminio, principe dei Cherusci
Aron, Raymond Claude-Ferdinand
Astolfo, re dei longobardi
Attanasio, vescovo di Napoli
Attico, Tito Pomponio
Attila, re degli unni
Augenti, Andrea
Augusto, Caio Giulio Cesare Ottaviano, imperatore
Aureliano, Lucio Domizio, imperatore
Averroè (Abu al-Walid Muhammad ibn Rushd)
Avicenna (Abu Ali ibn Sina)
Avidio, Cassio Caio

Balbino, Decimo Celio, imperatore


Baldovino I, imperatore latino di Costantinopoli
Barbagallo, Corrado
Barbagallo, Francesco
Barca, Annibale
Barca, Magone
Bardi, famiglia
Barrow, Reginald Haines
Bartolo di Sassoferrato
Basilio I il Macedone, imperatore d’Oriente
Basilio II il Bulgaroctono, imperatore d’Oriente
Bella, Giano della
Benassone, guerriero celtico
Berengario I, re carolingio d’Italia
Bernardi, Alarico
Bernardo di Fontaines, abate
Biondo Flavio, pseudonimo di Biondo Biondi
Boccaccio, Giovanni
Bonifacio I, marchese di Monferrato
Bonsignori, famiglia
Bonvesin de la Riva
Bose, K.
Botticelli, Sandro, pseudonimo di Alessandro di Mariano Filipepi
Braudel, Fernand
Brecht, Bertolt
Bruto, Lucio Giunio
Bruto Minore, Marco Giunio
Bucher, Karl
Buonarroti, Michelangelo
Burckhardt, Jacob Christoph

Ca’ da Mosto, Alvise


Caboto, Sebastiano
Caduallo di Sassonia
Calgaco, capo britanno
Callisto I, papa
Caracalla, Marco Aurelio Antonino Bassiano, imperatore
Carandini, Andrea
Carcopino, Jérôme
Cardini, Franco
Carino, Marco Aurelio, imperatore
Carlo I d’Angiò, re di Sicilia
Carlo I il Grande, re dei franchi
Carlo V, imperatore di Spagna
Carlo VIII, re di Francia
Caro, Marco Aurelio, imperatore
Carpoforo, Aurelio
Carrié, Jean-Michel
Cassiodoro, Flavio Magno Aurelio
Catilina, Lucio Sergio
Catone, Marco Porcio, il Censore
Cattaneo, famiglia
Celso, Aulo Cornelio
Cesare, Caio Giulio
Childerico, re merovingio
Cicerone, Marco Tullio
Cincinnato, Lucio Quinzio
Cipolla, Carlo Mario
Ciro il Grande, re di Persia
Claudio I, Tiberio Druso Nerone Germanico, imperatore
Claudio II, Marco Aurelio, imperatore
Clemente Alessandrino
Clemente, Guido
Clodio Albino, imperatore
Clodio, Publio
Clodoveo, re dei franchi
Cohen, C.
Collatino, Lucio Tarquinio
Colombo, Cristoforo
Columella, Lucio Giunio Moderato
Commodo, Marco Aurelio, imperatore
Corradino di Svevia
Corrado di Merca
Cosroe, imperatore persiano
Costante, imperatore
Costantino I il Grande, Flavio Claudio, imperatore
Costantino II, antipapa
Costantino IV, imperatore d’Oriente
Costanzo I Cloro, Valerio Erculeo Flavio, imperatore
Constanzo II, Flavio Giuliano, imperatore
Cotta, Landolfo
Cowley, Robert, VII n.
Crasso, Marco Licinio
Crispo, Flavio Giulio
Cristoforo, primicerio
Croce, Benedetto, V
Curiazi, gens

Daiberto, arcivescovo di Pisa e patriarca di Gerusalemme


Dandolo, Enrico
Dario I, re di Persia
Datini, Francesco di Marco
Dawson, Cristopher
De Bacci Venuti, Tommaso
Decio, imperatore
Demarato, Corinzio
De Martino, Francesco
Desiderio, re dei longobardi
Diehl, Charles
Diocleziano, Caio Aurelio Valerio, imperatore
Diodoro Siculo
Dione Cassio
Dionigi di Alicarnasso
Domitia, gens
Domiziano, Tito Flavio, imperatore
Doren, Alfred
Dupont, Florence

Einaudi, Luigi
Elena, Flavia Giulia Augusta
Eliogabalo, Marco Aurelio Antonino, imperatore
Elisabetta I Tudor, regina d’Inghilterra
Embriaco, Guglielmo
Emiliano, Marco Emilio, imperatore
Enea
Enrico III di Valois, re di Francia
Enrico IV, imperatore
Enrico VIII, re d’Inghilterra
Eraclio I, imperatore d’Oriente
Erodiano, Elio
Etienne de Cloyes
Eugenio II, papa
Euno
Eusebio di Nicomedia
Ezio, Flavio
Ezzelino III da Romano

Fabrieco, Giovanni
Fausta, Flavia Massima
Faustina Maggiore, Anna Galeria
Federico I il Barbarossa, imperatore
Federico II, imperatore
Felice III, papa
Ferrero, Ernesto
Filippo I, Marco Giulio, imperatore
Filippo II l’Ardito, duca di Borgogna
Filippo IV il Bello, re di Francia
Finley, Moses-Immanuel
Flaubert, Gustave
Flavia, gens
Floriano, Marco Annio, imperatore
Folco di Neuilly, predicatore
Foraboschi, Daniele
Fortunata, moglie di Trimalcione
Fossier, Robert
Francesco d’Assisi, santo
Francesco I di Valois, re di Francia
Franco, Veronica
Frank, Tenney
Frescobaldi, famiglia
Fulgenzio, monaco
Fulrad, abate
Fulvia, moglie di Clodio, di Strabonio e di Marco Antonio
Fusari, Angelo

Gabinio, Aulo
Gadda, Carlo Emilio, VII.
Galasso, Giuseppe
Galerio, Gaio Valerio Massimiano, imperatore
Galilei, Galileo
Gallieno, Publio Licinio, imperatore
Gallo, Caio Vibio Treboniano, imperatore
Gallo, Quinto
Gama, Vasco da
Garibaldo, famiglia
Gauthier, Guy
Gengis Khan, imperatore mongolo
Gennaro, santo
Gerardo da Scala, frate benedettino
Gerolamo, santo
Gerone, tiranno di Siracusa
Gesú Cristo
Geta, Publio Settimio, imperatore
Giacomo il Minore, apostolo
Giardina, Andrea
Gibbon, Edward
Gioia, Flavio
Giovanni I, imperatore d’Oriente
Giovanni Battista, santo
Giovenale, Decimo Giunio
Giugurta, re di Numidia
Giulia, Augusta
Giulia, Domna
Giulia, Mamea Avita
Giulia, Mesa
Giulia, Sœmia
Giuliano, Flavio Claudio, imperatore
Giulio II (Giuliano della Rovere), papa
Giustiniano I, imperatore d’Oriente
Giustiniano II, imperatore d’Oriente
Goffredo, Franco di Villehardouin, principe d’Acaia
Goldsmith, Raymond William
Gordiano I, Marco Antonino, imperatore
Gordiano II, Marco Antonino, imperatore
Gordiano III, Marco Antonino, imperatore
Gordiano, Anicio
Giorgio di Ravenna, vedi Ravegnano, Giorgio.
Giovanniccio di Ravenna, vedi Ravegnano, Giovanniccio.
Gracchi, gens
Gracco, Gaio Sempronio
Gracco, Tiberio Sempronio
Gramsci, Antonio
Graziano, Flavio, imperatore
Gregorio I Magno, papa
Gregorio II, papa
Gregorovius, Ferdinand
Gresham, sir Thomas
Grimaldi, famiglia
Grousset, Paul
Guicciardini, Francesco
Guichard, Pierre
Guidi, famiglia
Guido da Velate, arcivescovo di Milano

Harvey, William
Harun al-Rashid, califfo
Hay, Denis
Hitler, Adolf

Iacopone da Todi, pseudonimo di Iacopo di Iacobello dei Benedetti


Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni), papa
Ipato, Orso
Ippolito, antipapa
Isacco II, imperatore d’Oriente
Jones, Arnold Hugh Martin

Kan, Ying
Kolendo, Jerzy
Kubilay Khan, imperatore mongolo

Landolfo, vedi Cotta, Landolfo.


Laterza, Giovanni
Lattanzio, Lucio Celio Firmiano
Law, John
Le Glay, Marcel
Lenin, Nicolaj, pseudonimo di Vladimir Il´ič Ul´janov
Leonardo da Vinci
Leone III, papa
Levi, Marco Attilio
Libanio di Antiochia
Liborio, santo
Licinio, Gaio Flavio Valerio Liciniano, imperatore
Liutprando, re dei longobardi
Liutprando, vescovo di Cremona
Livia Drusilla
Livio, Tito
Llewellin, Peter
Lo Cascio, Ettore
Lopez, Roberto Sabatino
Loriot, Xavier
Lot, Fernand
Luciano di Samosata
Lucrezia, moglie di Collatino
Lucullo, Lucio Licinio
Ludovico I il Pio, imperatore
Luigi XI, re di Francia
Luigi XII, re di Francia
Luigi XV il Beneamato, re di Francia
Luttwak, Edward Nicolae
Luzzati, Michele
Luzzatto, Gino

Machiavelli, Niccolò
MacMullen, Ramsey
Macrino, Marco Opellio Severo, imperatore
Magone, vedi Barca, Magone.
Mairano, Romano
Malaparte, Curzio, pseudonimo di Curzio Suckert
Manfredi, re di Sicilia
Mann, Thomas
Manuele I, imperatore d’Oriente
Manzoni, Alessandro
Marcia, Aurelia Ceionia
Marcinkus, Paul Casimir
Marco Aurelio, Antonino Vero, imperatore
Marco, santo
Marcone, Arnaldo
Mario, Gaio
Marrou, Henri-Irénée
Martino I, papa
Marx, Karl
Marziale, Marco Valerio
Massimiano, Marco Aurelio Valerio, imperatore
Massimino I, Gaio Giulio Vero, imperatore
Maurizio, imperatore d’Oriente
Mauro, santo
Mazzarino, Santo
Mecenate, Gaio
Medici, famiglia
Melis, Federico
Menenio, vedi Agrippa, Menenio Lanato.
Merengorio, Domenico
Meyer, Eduard
Michele VIII Paleologo, imperatore d’Oriente
Michiel, Vitale I
Milone, Tito Annio
Minucio Felice, Marco
Mocenigo, Tommaso
Momigliano, Arnaldo
Mommsen, Christian Matthias Theodor
Monelli, Paolo
Montanelli, Indro
Montesquieu, Charles-Louis de Secondat, baron de La Brède et de
Mozzi, famiglia
Mussolini, Benito

Narsete, generale bizantino


Negro, famiglia
Nerone, Claudio Cesare Druso Germanico, imperatore
Nerva, Marco Cocceio, imperatore
Nevio, Gneo
Niceforo II Foca, imperatore d’Oriente
Nicolet, Claude
Nigro, Caio Pescennio
Nony, Daniel
Norwich, John Julius
Numeriano, Marco Aurelio, imperatore

Odenato, Settimio
Odoacre, re barbarico
Offe, di Essex
Olmi, Ermanno
Omero
Onorio I, papa
Onorio II (Pietro Cadalo), antipapa
Orazio Flacco, Quinto
Origene di Alessandria
Origo, Iris
Ortalli, Gherardo
Ortega y Gasset, José
Ortel
Ostrogorsky, Georgije
Ottone II, imperatore
Ottone III, imperatore
Ovidio, Publio Nasone

Pais, Ettore
Palladio, Andrea, pseudonimo di Andrea di Pietro della Gondola
Pallavicino, famiglia
Pantaleone, santo
Paolo, apostolo
Paolo, Giulio
Paolo I, papa
Paolo Diacono, pseudonimo di Varnefrido Paolo
Papiniano, Emilio
Pasquali, Giorgio
Passeggeri, Rolandino dei
Patercolo, Caio Velleio
Pelagio I, papa
Pellicani, Luciano
Pepe, Gabriele
Pepe, Guglielmo
Pericle
Pertinace, Publio Elvio, imperatore
Peruzzi, famiglia
Petit, Paul
Petrarca, Francesco
Pietro, duca bizantino
Pietro, apostolo
Pietro il Venerabile, abate
Piganiol, André-Félix-Guy
Pipino III il Breve, re dei franchi
Pirenne, Henri
Pirro, re dell’Epiro
Pisone, Gaio Calpurnio
Plauto, Tito Maccio
Plinio, Cecilio Secondo, il Giovane
Plinio, Secondo Caio, il Vecchio
Plutarco
Polibio
Polo, famiglia
Polo, Marco
Polo, Matteo
Polo, Niccolò
Pompeiano, Caio
Pompeo Magno, Magno
Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto
Porsenna, re di Chiusi
Postumo, Caio Rabirio
Postumo, Marco Cassiano Latinio
Prete Gianni
Prisca, moglie di Diocleziano
Probo, Marco Aurelio, imperatore
Procopio di Cesarea
Properzio, Sesto
Pupieno Massimo, Marco Clodio, imperatore

Quesnay, François
Quinet, Edgar
Quintillo, Marco Aurelio, imperatore

Radoino, monaco
Rapondi, Dino
Ravegnano, Giorgio
Ravegnano, Giovanniccio
Remo
Remondon, Roger
Renan, Ernest
Renouard, Yves
Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria
Roberto d’Angiò, re di Napoli
Rodbertus Jagetzow, Johann Carl
Rodolfo il Glabro, monaco
Rodolico, Niccolò, 256 e n.
Roman, Yves
Romano, esarca di Ravenna
Romano IV, imperatore d’Oriente
Rommel, Erwin Johannes Eugen
Romolo, re di Roma
Romolo Augustolo, imperatore
Rostovčev, Michail Ivanovic
Rotari, re dei longobardi
Rousseau, Jean-Jacques
Rousselle, Aline
Ruggero I, duca di Calabria e Sicilia
Rupilio, Publio
Rustichello da Pisa

Saint-Simon, Claude-Henri de Rouvroy de


Sallustio Crispo, Caio
Salvatoreli, Luigi
Salvemini, Gaetano
Salviano
Salvioli, Giuseppe
Sapori, Armando
Sartre, Jean-Paul
Saulo di Tarso, vedi Paolo, apostolo.
Savonarola, Gerolamo
Scali, famiglia
Schiavone, Aldo
Schmidt, Joel
Scipione Emiliano, Publio Cornelio
Sebastiano, santo
Seeck, Otto
Selgiuchidi, dinastia
Seneca, Lucio Anneo
Sergio I, papa
Sernas, Maria Stella
Serse, re di Persia
Servio Tullio, re di Roma
Severi, gens
Severo, Alessandro Massimino, imperatore
Severo Settimio, Lucio Pertinace, imperatore
Sforza, dinastia
Sforza, Ludovico il Moro, duca di Milano
Shapur I, re di Persia
Siagrio, re
Sicardo, duca di Benevento
Sicone, re dei longobardi
Silla, Lucio Cornelio
Silvia, madre di Gregorio Magno
Silvestro I, papa
Sismondi, Jean-Charles-Léonard Simonde de
Solimano di Salerno
Spartaco
Spini, famiglia
Spinola, famiglia
Spinosa, Antonio
Stefano, duca di Roma
Stefano II, papa
Stella, Arrunzio Lucio
Strabone
Sulpiciano, Tito Flavio
Svetonio, Tranquillo Caio
Syme, sir Ronald

Tacito, Gaio Marco Claudio, imperatore


Tacito, Publio Cornelio
Tanaquil
Tarchezio, re di Albalonga
Tarquinio Prisco, re di Roma
Tarquinio il Superbo, re di Roma
Tarquini, gens
Tebaldo III, conte di Champagne e di Brie
Teodolinda, regina dei longobardi
Teodorico, re degli ostrogoti
Teodosio I, imperatore d’Oriente
Terenzio, Afro Publio
Tertulliano, Quinto Settimio Florente
Tetrico I, Caio Pio Esuvio
Thèbert, Yvon
Thiède, Carsten Peter
Tiberio II, imperatore d’Oriente
Tintoretto, pseudonimo di Jacopo Robusti
Tolomei, dinastia
Tolomeo XII, Aulete, re d’Egitto
Tommaso, d’Aquino, santo
Torelli, Mario
Torre, dinastia
Totila, re dei goti
Toto (Teodoro), conte di Nepi
Totò, pseudonimo di Antonio De Curtis
Toynbee, Arnold Joseph
Traiano, Marco Ulpio, imperatore
Trezzani, Antonella, VIII .
Trifonomo, santo
Trimalcione (Trimalchio), Caio Pompeo

Ugolino, conte della Gherardesca


Ulisse (Odisseo)
Ulpiano, Domizio
Urbano II (Otho di Lagery), papa

Valente, imperatore d’Oriente


Valentiniano I, imperatore
Valeria Galeria, figlia di Costantino
Valeriano, Gaio Publio Licinio, imperatore
Valerio, Massimo
Valla, Lorenzo
Varo, Publio Quintilio
Varrone, Marco Terenzio
Vassilachi, Antonio
Vero, Lucio Aurelio, imperatore
Vero, Marco Annio
Veronese, Paolo
Verrazzano, Giovanni da
Verre, Gaio Licinio
Vespasiano, Tito Flavio, imperatore
Vespucci, Amerigo
Veyne, Paul
Villani, Giovanni
Virgilio, Marone Publio
Visconti, dinastia
Vittore I, papa
Vivaldi, famiglia
Vivaldi, Ugolino
Vivaldi, Vadino
Vogt, Joseph
Vologese IV, re dei parti
Volta, Inigo della
Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet
Volusiano, Gaio Vibio Gallo, imperatore
Weber, Max
Weil, Simone
Williams, Stephen

Zaccaria, papa e santo


Zefirino I, papa
Zenobia, Settimia
Zorzi, Alvise
Zullino, Pietro
Il libro

P
ERCHÉ ROMA, N ATA COME EMPORIO, DIVENNE PA D R O N A DEL

mondo? Perché le sue lotte interne ne alimentarono l’espansione esterna? E


ancora. Perché le Repubbliche del Medioevo si nutrirono delle due grandi
civiltà mediterranee, Bisanzio e l’Islam, sostituendole nell’egemonia? Perché ai
secoli bui dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente segue un risveglio italiano
che alimenterà quello europeo fino a fondare una nuova egemonia?
Giorgio Ruffolo risponde a queste domande accompagnando il lettore in un
affascinante viaggio nei due piú gloriosi e cruciali momenti della nostra storia: dalla
Roma dei re, dei senatori e degli imperatori che ha conquistato l’intero mondo
conosciuto con il ferro della spada, alle Repubbliche italiane – Pisa, Amalfi, Genova,
Venezia, Firenze, Milano – che con l’oro dei commerci risollevarono le sorti
dell’Italia.
Attraverso il racconto degli eventi storici e dei protagonisti, le strutture economiche e
le grandi correnti sociali, ma anche gli aneddoti e le leggende, Ruffolo mette a
confronto due epoche di indiscussa superiorità mondiale da cui emergono i tratti
caratteristici dell’identità italiana, le sue continuità e le sue discontinuità.
Un reportage avvincente che si legge come un romanzo, un saggio che non cede mai
alle semplificazioni e che non esita a sottolineare le occasioni mancate e le
alternative possibili con uno sguardo rivolto sempre al nostro intricato presente.
L’autore

Giorgio Ruffolo (Roma 1926), economista ed esponente di primo piano del


riformismo italiano, ha lavorato tra l’altro all’Eni di Enrico Mattei e all’Ocse. È
stato ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992 e deputato socialista a Montecitorio
e al Parlamento europeo, fondando nel 1981 il Centro Europa Ricerche di cui è
tuttora presidente. Per Einaudi ha pubblicato La grande impresa nella società
moderna (1967), Cuori e denari (1999), Il capitalismo ha i secoli contati (2008 e
2009), Un paese troppo lungo (2009 e 2011), Testa e croce (2011) e, con Stefano
Sylos Labini, Il film della crisi. La mutazione del capitalismo (2012). Scrive su «la
Repubblica» e «L’espresso».
Dello stesso autore

Il film della crisi. La mutazione del capitalismo


Testa e croce
Un paese troppo lungo
Il capitalismo ha i secoli contati
Cuori e denari
Lo specchio del diavolo
La grande impresa nella società moderna
© 2004 e 2008 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
In copertina: Elaborazione grafica di un denario di Traiano e di un fiorino. © 1990, Foto Scala,
Firenze - su concessione Ministero Beni e Attività Culturali.
Progetto grafico: 46xy.

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