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Edgar Allan Poe

LA LETTERA RUBATA

Racconto poliziesco pubblicato per la rivista “The Chamber’s Journal” di New


York nel 1845.

Poe, Edgar Allan (Boston 1809, Baltimora 1849) è considerato il fondatore


della narrativa poliziesca; nel racconto “I delitti della Rue Morgue” compare per
la prima volta l’investigatore Auguste Dupin, protagonista anche dei racconti
“Il mistero di Marie Roget” e “La lettera rubata”. Scrittore poliedrico e prolifico,
è considerato un anticipatore anche di altri generi letterari quali l’horror e il
racconto fantastico.

Nil sapientiae odiosius acumine nimio.

Seneca

Il furto

A Parigi, poco dopo l’imbrunire di una sera nera e tempestosa dell’autunno


1811, mi concedevo la duplice voluttà della meditazione e d'una pipa di
schiuma, in compagnia del mio amico C. Auguste Dupin, nella sua piccola
biblioteca, o studiolo, au trosieme n. 33 rue Dunôt, Faubourg Saint-Germain.

Per oltre un'ora eravamo rimasti in silenzio; a un osservatore esterno ognuno


di noi due poteva sembrare profondamente ed esclusivamente preso dalle
lente spirali di fumo che appesantivano l’atmosfera della stanza. Io, per conto
mio, discutevo tra me e me alcuni degli argomenti ch'erano stati al centro della
nostra conversazione nella prima parte della serata: intendo i fatti della via
Morgue e il mistero sull'assassinio di Marie Rogêt. Perciò mi sembrò una strana
coincidenza quando la porta del nostro appartamento si aprì per far entrare
una nostra vecchia conoscenza: Monsieur G., il prefetto della polizia di Parigi.

Fu accolto con cordialità: perché l’uomo era insieme tanto amabile quanto
spregevole e noi non lo vedevamo da alcuni anni. Visto che eravamo rimasti
seduti al buio, Dupin si alzò per accendere una lampada: ma si rimise a
sedere, senza farlo, sentendo G. dire che era venuto a consultarci, o meglio
per chiedere il parere del mio amico, su una questione di lavoro che gli stava
creando una quantità di guai.

«Se è un fatto che richieda riflessione», osservò Dupin, trattenendosi


dall'accendere la lampada, «l’esamineremo meglio stando al buio».

«Ancora un’altra delle sue bizzarrie», disse il prefetto per il quale era bizzarro
tutte ciò che superava la sua capacità di comprendere e che, perciò, viveva in
mezzo a un mondo di bizzarrie.

«Verissimo», disse Dupin offrendo una pipa all’ospite e spingendo verso di lui
una comoda poltrona.

«E qual è ora la difficoltà?», intervenni io, «non un altro assassinio, spero!».

«Oh, no! Niente di simile. Di fatto il lavoro è in verità semplicissimo e non ho


dubbi che potremmo gestirlo abbastanza bene da soli, ma ho pensato che a
Dupin non sarebbe dispiaciuto conoscerne i particolari, visto che si tratta di
una cosa straordinariamente bizzarra».

«Semplice e bizzarra », disse Dupin.

«Proprio sì! Eppure non esattamente. L'uno o l'altro, se credete meglio. Il fatto
è che siamo in grave imbarazzo in quanto è veramente semplice, eppure non
ne veniamo a capo ».

«Forse è la sua stessa semplicità che vi induce nell'errore», disse il mio


amico.

«Che sciocchezze dice!», replicò il prefetto, ridendo di cuore.


«Forse il mistero è un po’ troppo semplice», disse Dupin.

«Per amore del cielo! Chi ha mai sentito una simile idea!».

«Un po’ troppo evidente».

«Ah! Ah! Oh! Oh! Ah! Ah!», tuonò il nostro ospite che sembrava divertirsi un
mondo. «Oh! Dupin, lei mi farà morire malgrado tutto!».

«Allora», domandai . «Di che si tratta?».

«Vi dirò», replicò il prefetto aspirando una lunga, intensa e meditabonda


boccata e accomodandosi nella poltrona, «Vi dirò in poche parole. Ma prima di
cominciare, devo avvertire tutti e due che si tratta di una faccenda molto
riservata e che io perderei la posizione che occupo se si sapesse che ne ho
parlato con qualcuno».

«Vada avanti», dissi io.

«Oppure non cominci affatto», disse Dupin.

«Insomma, via. Sono stato informato personalmente, da qualcuno molto in


alto, che un certo documento, della massima importanza, era stato trafugato
dagli appartamenti reali. Si sa chi è stato senza alcun dubbio. E’ stato visto
mentre lo prendeva. Si sa anche che il documento è ancora nelle sue mani».

«E come si sa?», chiese Dupin.

«Lo si deduce chiaramente» replicò il prefetto «dalla natura del documento e


dalla mancata comparsa di alcuni risultati che ci sarebbero immediatamente se
sortisse dalle mani del ladro, in altre parole, se fosse impiegato per lo scopo
per cui costui deve proporsi, alla fine, di farne uso».

«Cerchi di essere più chiaro», intervenni io.

«Arriverò fino a dire che questo documento dà al suo detentore un certo potere
in un certo ambiente in cui questo potere ha un valore immenso». Il prefetto
aveva un debole per il linguaggio diplomatico.

«Continuo a non capire niente», disse Dupin.


«Niente? Dunque questo documento, mostrato a una terzo persona di cui non
faccio il nome, metterebbe in questione l'onore d'una personalità del più alto
rango. Questo fatto dà al possessore del documento, un potere sull’illustre
personaggio di cui sono messi a repentaglio l'onore e la pace».

«Questo presunto ascendente», mi intromisi io, «dipende dal fatto che il ladro
sa che il derubato conosce chi è il ladro. Chi oserebbe…».

«Il ladro», disse Monsieur G., «è il ministro D., che è capace di osare tutto,
conveniente o sconveniente che sia per un uomo. La meccanica del furto è
stata ingegnosa non meno che ardita. Il documento in oggetto, una lettera, per
essere franco, è stata ricevuta dalla persona derubata, mentre si trovava da
sola nel boudoir reale. La stava leggendo quando, improvvisamente, fu
interrotta dall’ingresso dell'altro illustre personaggio, proprio colui al quale
voleva particolarmente nasconderla. Dopo essersi affrettata, invano, a tentare
di gettarla in un cassetto, dovette lasciarla, aperta com'era, su un tavolo.
L'indirizzo era visibile, il contenuto era, perciò, nascosto, e quindi la lettera non
attrasse l’attenzione. E’ in quel momento che arriva il ministro D. Il suo occhio
di lince coglie immediatamente il valore del documento, riconosce la calligrafia
dell'indirizzo, nota l'imbarazzo della persona cui era indirizzata e ne capisce il
suo segreto.

«Dopo aver trattato qualcuno dei suoi affari, sbrigativamente come suo
costume, estrae dalla tasca una lettera quasi uguale a quella incriminata, la
apre e finge di leggerla mettendola proprio accanto all'altra. Si rimette a
discutere per circa un quarto d'ora d’affari pubblici. Tirata alla lunga la cosa,
mentre si congeda, prende dal tavolo la lettera che non gli appartiene. Il
legittimo proprietario vede ma, naturalmente, non può rischiare di attrarre
l’attenzione sul fatto in presenza del terzo personaggio che gli è accanto. Il
ministro se ne va lasciando sul tavolo la sua lettera senza importanza ».

«Ecco qui», disse Dupin rivolgendosi a me, «questo è esattamente quel che lei
cercava per ottenere un potere perfetto: il ladro sa che il derubato sa chi è il
ladro».
«Sì», replicò il prefetto, «e da qualche mese a questa parte ha usato
ampiamente, a fini politici, il potere che ha così conquistato, e fino a un limite
molto pericoloso. La persona derubata è di giorno in giorno sempre più
convinta che è necessario recuperare la lettera. Ma chiaramente questo non si
può fare alla luce del sole. In breve, spinta dalla disperazione mi ha affidato
questo incarico».

«Non si poteva, suppongo», disse Dupin immerso in una nuvola di fumo,


«desiderare o immaginare un agente più sagace».

«Lei mi adula», replicò il prefetto, «ma è possibile che questa fosse proprio la
sua opinione».

«È evidente come ha detto lei», intervenni io, «che la lettera è ancora nelle
mani del ministro; è il fatto di possederla, e non l'uso che se ne può fare, a
dargli potere. Usandola il potere verrebbe meno».

«È vero», disse G., «e mi sono mosso con questa convinzione. La mia prima
cura è stata quella di procedere a una minuziosa perquisizione nella dimora del
ministro; il mio principale ostacolo è dovere cercare a sua insaputa.
Soprattutto sono stato avvertito del pericolo che deriverebbe dal fatto che
sospettasse del nostro piano».

«Mi pare», dissi, «che lei si trovi au fait in un’indagine del genere. La polizia
parigina ha fatto più d’una volta ricorso a questa pratica».

«Certo! Per queste ragioni non dispero. Le abitudini del ministro, poi, mi
danno un grande vantaggio. E’ spesso assente da casa sua per tutta la notte. I
domestici non sono tanti, dormono a una certa distanza dall'appartamento del
loro padrone e poiché sono, in gran parte, napoletani, si lasciano facilmente
ubriacare. Come sapete dispongo di chiavi capaci di aprire tutte le camere e
tutti gli uffici di Parigi. Per tre mesi non è passata notte in cui, per gran parte,
io non abbia a lungo frugato, personalmente, il palazzo D. Ne va del mio onore
e, in confidenza, la ricompensa è enorme. Così non ho abbandonato le ricerche
finché non mi sono convinto che il mio ladro era più astuto di me. Ritengo
d'avere esaminato ogni angolo, ogni più piccolo ripostiglio in cui fosse possibile
nascondere una lettera».

«Ma non si può pensare», insinuai, «visto, come è sicuro, che il ministro ha la
lettera, che egli l’abbia nascosta fuori di casa sua?».

«No! E’ impossibile!», disse Dupin. «lo stato attuale, particolare, degli affari
della Corte e la natura degli intrighi in cui D., come si sa, è coinvolto, fanno
dell’immediata possibilità di uso del documento, della possibilità di produrlo
istantaneamente, un punto importante quanto possederlo».

«La possibilità di produrlo?», dissi io.

«Vale a dire di distruggerlo», disse Dupin.

«È vero», sottolineai; «la lettera perciò è evidentemente nella sua abitazione.


Quanto all’eventualità che si trovi addosso al ministro, possiamo considerarla
fuori causa».

«Proprio così», disse il prefetto; «per due volte è stato aggredito da falsi
rapinatori che l’hanno scrupolosamente perquisito sotto i miei occhi».

«Si sarebbe potuto risparmiare la fatica», disse Dupin; «D. non è del tutto
sciocco, presumo, e se non lo è deve aver previsto questi agguati come cosa
normale».

«Non è del tutto sciocco», disse G.; «ma è un poeta e questo, a mio parere, lo
porta a un passo dall'esserlo».

«E’ vero», disse Dupin dopo una lunga tirata meditabonda della sua pipa di
schiuma, «anche se io stesso mi sono reso colpevole di qualche verso».

La perquisizione

«E se cominciasse a raccontarci i particolari della sua perquisizione?», dissi.

«In concreto abbiamo proceduto con grande calma e abbiamo cercato


dappertutto. Ho una lunga esperienza in queste faccende. Abbiamo perquisito
l’intero palazzo, camera per camera dedicando ad ognuna le notti di una intera
settimana. Abbiamo poi esaminato i mobili di ogni sala, aperto tutti i cassetti
immaginabili e penso che voi sappiate che per un agente ben addestrato non
esistono cassetti segreti. Chi si lasciasse scappare un cassetto segreto in una
perquisizione del genere sarebbe un incapace. Il compito è talmente semplice.
Ogni pezzo di una stanza ha un volume e una superficie di cui bisogna render
conto; a questo fine osserviamo regole esatte, non può sfuggirci neanche la
venticinquesima parte di un millimetro. Non potrebbe sfuggirci la quindicesima
parte della sezione di un filo. Dopo le camere, abbiamo preso in esame le
sedie. I cuscini sono stati sondati con quei lunghi aghi che mi avete già visto
adoperare. Abbiamo sollevato tutti i ripiani dei tavoli ».

«E perché?».

«Talvolta capita che i piani, sia dei tavoli che di ogni altro mobile simile, siano
removibili proprio per creare nascondigli. Si scavano perfino le gambe dei
tavoli per nascondere qualcosa nelle cavità e poi richiuderle. Lo stesso vale per
i montanti dei baldacchini dei letti».

«Non si potrebbe scoprire le cavità col suono?», domandai.

«Nient'affatto. Basta avvolgere l’oggetto dentro una coltre d’ovatta. Noi


eravamo inoltre obbligati ad agire nel massimo silenzio».

«Mi sembra impossibile che abbiate potuto smontare, che abbiate potuto fare a
pezzi tutti i mobili che potessero diventare un deposito di quel tipo. Una
lettera può essere arrotolata in un cilindro non dissimile per forma e volume
da un grosso ferro da calza, e in questa forma essere inserita in una gamba di
seggiola, per esempio. Ha smontato tutte le seggiole?».

«Certamente no, abbiamo fatto di meglio, abbiamo esaminato le gambe di


tutte le seggiole del palazzo e le giunture di tutti i pezzi del mobilio con un
potente microscopio. Se ci fosse stata la benché minima traccia d'una recente
manomissione, non ci sarebbe sfuggita. Un solo granello di polvere prodotto
dal trapano, ad esempio, sarebbe stato visibile come una mela, ogni
alterazione nella colla, ogni fessura nelle giunture sarebbe bastata a rivelare il
nascondiglio».

«Presumo che lei abbia controllato gli specchi, telai e lastre e che abbia frugato
letti e coperte, tende e tappeti».

«Naturalmente; e quando fu così conclusa l’ispezione di ogni singolo mobile,


abbiamo esaminato la casa. Abbiamo suddiviso la totalità della superficie in
scomparti numerati, per non ometterne nessuno; ogni metro quadrato è stato
oggetto di esame microscopico, come prima, comprese le due case adiacenti».

«Le due case adiacenti?», esclamai. «deve essere stata una sfacchinata».

«E’ vero; ma la ricompensa offerta è enorme».

«Nelle case avete incluso anche il suolo circostante?».

«Il suolo è interamente pavimentato a mattoni. E’ stata una fatica


relativamente piccola, abbiamo esaminato il muschio tra i mattoni, era
intatto».

«Avrà certamente controllato le carte di D. e i libri della biblioteca».

«Sicuro! Abbiamo aperto ogni pacco e involucro. Non abbiamo soltanto aperto i
libri, li abbiamo sfogliati pagina per pagina, senza contentarci di scrollarli come
fa qualcuno dei nostri funzionari. Abbiamo persino misurato lo spessore di ogni
rilegatura con grande minuzia, attraverso l’indiscreto esame del microscopio.
Se qualcosa fosse stata inserita di recente nelle rilegature, non avrebbe potuto
sfuggire all’ osservazione. Cinque o sei volumi appena usciti dalle mani del
rilegatore, sono stati accuratamente sondati con aghi per tutta la lunghezza».

«Avete esplorato i pavimenti sotto i tappeti?».

«Naturalmente. Abbiamo sollevato ogni tappeto e esaminato le assi del


pavimento al microscopio».

«E le tappezzerie alle pareti?».

«Anche».
«Avete cercato nelle cantine?».

«Anche nelle cantine».

«Così», dissi io, «avete sbagliato strada e la lettera non si trova nel palazzo.
Come lei pensava».

«Temo che lei abbia ragione», disse il prefetto, «Ora, Dupin, cosa mi consiglia
di fare?».

«Una nuova perquisizione completa ».

«È inutile», replicò G. «sicuro come il fatto che sono vivo, la lettera non è nel
palazzo!»

«Non ho niente di meglio da consigliare», disse Dupin. «Immagino che lei


possa descrivere dettagliatamente la lettera».

«Oh, sì». A questo punto il prefetto, estratta un’agenda prese a leggere ad


alta voce una minuziosa descrizione del documento perduto, del suo interno e
soprattutto del suo aspetto esterno. Poco dopo, conclusa la lettura, il
brav’uomo si congedò da noi più abbattuto e scoraggiato di quanto l’avessi mai
visto prima di allora.

Dupin recupera la lettera

Un mese dopo circa, ci fece una seconda visita e ci trovò pressappoco occupati
come la volta precedente; prese una pipa e una seggiola e cominciò a parlare
di questo e quello finché non intervenni dicendo:

«Allora G. che ne è della lettera trafugata? Immagino che ora si sia convinto
che mettere nel sacco il ministro non è poi tanto semplice!».

«Che vada al diavolo…! Sì, ho rifatto una perquisizione, come mi aveva


consigliato Dupin e, come immaginavo, è stata una fatica sprecata».

«Quale ha detto che è la cifra della ricompensa?», domandò Dupin.


«Beh, veramente notevole... una ricompensa proprio grandiosa, ma non mi va
di dire proprio la cifra, dirò che non esiterei a pagare di tasca mia
cinquantamila franchi a chi riuscisse a portarmi questa lettera. In effetti
diventa ogni giorno più urgente e recentemente la ricompensa è stata
raddoppiata. Ma anche se la triplicassero io non riuscirei a compiere il mio
dovere meglio di così».

«Ma... certo ...», disse Dupin tirando fuori le parole lentamente dalla bocca
insieme a larghe boccate di fumo. «Io credo… veramente...che lei, caro G., non
abbia fatto in questo caso tutto il possibile. Lei potrebbe fare... un po' di più,
penso. No?».

«Come? In che modo?».

«Ma ...(puff, puff)… potrebbe ...(puff, puff) chiedere consiglio in materia, no?
(puff, puff, puff)… si ricorda cosa si racconta di Abernethy?».

«No! Al diavolo questo Abernethy!».

«Al diavolo! Certo e tanti saluti! Allora, c’era una volta un ricco, molto avaro,
che trovò un espediente per evitare di pagare a questo Abernethy un consulto
medico. A questo scopo, durante una festa da amici, intraprese una normale
conversazione con il medico nella quale tentò di insinuare il proprio caso
fingendo che si trattasse di un caso immaginario. "Potremmo supporre", disse
questo avaro, "che i sintomi siano questo e quest’altro, allora, dottore, cosa gli
avrebbe detto di prendere?" "Prendere?", disse Abernethy, "certamente
prendere consiglio con un medico"».

«Ma », disse il prefetto sorpreso, «sono seriamente disposto a prendere


consiglio e a pagare per questo. Darei sul serio cinquantamila franchi a
chiunque mi desse aiuto in materia».

«Se le cose stanno così», disse Dupin aprendo un cassetto e estraendone un


libretto di assegni, «riempia un assegno a mio nome per la somma suddetta.
Quando l'avrà firmato, le consegnerò la lettera».
Ero senza parole. Il prefetto, però, era come annientato. Per alcuni minuti
restò muto e immobile, guardando incredulo il mio amico, a bocca aperta e
con gli occhi fuori della testa. Poi sembrò ritornare in sé, prese una penna e
dopo un filo di esitazione e di occhi fissi nel vuoto, finalmente riempì e firmò un
assegno da cinquantamila franchi e lo consegnò a Dupin attraverso il tavolo.
Questi lo controllò accuratamente e lo ripose nel suo portafoglio: poi, aperto un
secretaire chiuso a chiave, ne estrasse una lettera e la consegnò al prefetto.

Il funzionario lo agguantò quasi morto di gioia, la aprì con mani tremanti, uno
sguardo veloce al suo contenuto, poi, inciampando e precipitandosi alla porta,
uscì senza tante cerimonie, dalla stanza e dalla casa, senza aver detto una sola
parola da quando Dupin gli aveva chiesto di firmare l'assegno.

L’esempio del gioco delle palline

Quando se ne fu andato, il mio amico mi dette qualche spiegazione.

«La polizia di Parigi», disse, «è troppo abile nel fare il suo mestiere. E’
perseverante, ingegnosa, furba e possiede tutte le qualità richieste dal dovere.
Per questo quando G. stava illustrandoci nei dettagli il suo modo di perquisire il
palazzo D., ero totalmente certo che avesse condotto una indagine adeguata,
fin dove possono le sue competenze».

«Dove possono le sue competenze?» domandai .

«Sì», disse Dupin. «le misure adottate erano le migliori del loro genere e
perfettamente eseguite. Se la lettera fosse stata nascosta con la logica che
ispirava quella perquisizione, quei poliziotti l'avrebbero trovata, non ho dubbi».

Risi, semplicemente, ma aveva l'aria d'aver parlato con grande serietà.

«Allora», continuò, «i provvedimenti erano buoni nel loro genere e


perfettamente eseguiti. Avevano un solo difetto: non erano applicabili al caso e
all'uomo in questione. Il prefetto ha la tendenza a impiegare tutto un genere di
mezzi ingegnosi che diventano il suo letto di Procuste, sul quale adatta
forzatamente tutti i suoi piani. Ma sbaglia continuamente o per troppa
profondità o per troppa superficialità rispetto alla materia che tratta; uno
scolaro avrebbe ragionato meglio di lui. Ho conosciuto un bimbo di otto anni i
cui successi nel giuoco del “pari e dispari” suscitavano generale ammirazione.
Un gioco semplice che si fa con delle palline. Uno dei giocatori tiene nel pugno
chiuso un certo numero di palline e chiede all'altro se il numero è pari o
dispari. Se l'altro indovina vince una pallina, se sbaglia ne perde una. Il
bambino di cui sto parlando vinceva tutte le palline della scuola. Naturalmente
seguiva un criterio per indovinare; quello di osservare attentamente
l’avversario, valutandone il grado di astuzia. Mettiamo il caso che l’avversario
sia un sempliciotto e che sollevando la mano chiusa chieda: "Pari o dispari?" il
ragazzo risponde "Dispari" e sbaglia. La volta seguente indovina perché dice a
se stesso “questo sciocco alla prima prova aveva un numero pari; con la sua
scarsa intelligenza non potrà che metterne un numero dispari la seconda;
risponderò perciò "Dispari"; risponde "Dispari" e vince. Con un avversario
meno sempliciotto pensa: “Poiché ho detto "Dispari" la prima volta, la seconda
questo pensa che non basta una variazione semplice da pari a dispari come ha
fatto il primo sciocco giocatore; visto che un cambiamento così è troppo
semplice, e ripeterà il pari, dirò: "Pari!". Lo dice e vince. Questo genere di
ragionamento, quello che i compagni chiamano fortuna, che cos'è, in ultima
analisi?».

«E’ semplicemente», risposi, «una identificazione dell’intelletto del ragionatore


con quello del suo avversario.»

«Proprio così», disse Dupin. «e quando chiesi al bambino in che modo


raggiungeva questa perfetta identificazione che lo portava al successo, mi
dette questa risposta: "Quando voglio sapere fino a che punto qualcuno è
attento o stupido, fino a che punto è buono o cattivo, o quali sono i suoi
pensieri in quel momento, atteggio l’espressione del mio viso sull’espressione
del suo, il più esattamente possibile e aspetto di saper quali pensieri o quali
sentimenti nasceranno in me, nella mente e nel cuore, per corrispondere
all’espressione". Questa risposta dello scolaro sta alla base di tutta la
profondità spuria attribuita a La Rochefoucauld, a La Bougive, a Machiavelli e a
Campanella».

Il ragionamento umano: il poeta ed il matematico

«L'identificazione», dissi, «dell'intelletto del ragionatore con quello


dell’avversario dipende, se capisco bene, dall'esattezza con cui viene valutato
l'intelletto dell’avversario».

«Da un punto di vista pratico dipende da questo», rispose Dupin, «e se il


prefetto e il suo seguito sbagliano tanto spesso, è prima di tutto per difetto di
questa identificazione e, in secondo luogo, per impreciso o mancato
apprezzamento dell’intelligenza con la quale si stanno misurando. Considerano
esclusivamente la propria idea di ingegnosità e cercando di svelare cose
nascoste, pensano soltanto a come loro avrebbero voluto nasconderle. Hanno
ragione solo nel ritenere che la loro ingegnosità è una fedele rappresentazione
di quella della massa, ma di fronte a un preciso malfattore la cui finezza
differisca dalla loro, il malfattore, chiaramente, li travolge. Questo capita
sempre quando la capacità è superiore alla loro, ma è cosa peraltro frequente
anche quando la capacità è inferiore. Non cambiano mai il loro sistemi di
indagine; al massimo, quando sono sollecitati da emergenze insolite, per
esempio una ricompensa straordinaria, esagerano esasperando i loro abituali
metodi, ma i principi restano invariati. Nel caso di D., per esempio, cosa è
stato fatto per cambiare il sistema operativo? Che vogliono dire tutte quelle
perforazioni, quelle manomissioni, quei sondaggi, quegli esami microscopici,
quel dividere tutte le superfici in centimetri quadrati numerati? Non è niente
altro che l'esasperazione nell'applicazione d'uno o più principi di indagine,
basati su un’unica categoria di classificazione dell’umana ingegnosità alla quale
il prefetto è stato abituato nella lunga routine del suo mestiere. Non ha visto
che non riesce a considerare altra eventualità che chi voglia nascondere una
lettera debba servirsi, se non proprio di un buco fatto da un trapano nella
gamba d'una sedia, comunque sempre di un buco, di un angolo nascosto come
lo suggerirebbe il tipo di intelligenza che spingerebbe a nascondere una lettera
nel buco fatto dal trapano nella gamba di una sedia? Non le sembra anche che
nascondigli tanto recherchés possono essere utilizzati soltanto in casi comuni e
adottati da intelligenze comuni? Perché in un nascondiglio di qualsiasi genere
la sistemazione dell’oggetto occultato- che sia fatto in questo modo recherché
– è fin dall’inizio presupponibile e presupposta; la scoperta, quindi, non
dipende dall’acumen ma soltanto dalla semplice cura, dalla pazienza e dalla
tenacia dei ricercatori. Quando il caso è importante, e per la polizia il caso è
importante quando ne viene una ricompensa grande, non si dà mai il caso che
vengano meno queste belle qualità. Ora capirà cosa voglio dire affermando
che, se la lettera rubata fosse stata nascosta entro i limiti della perquisizione
del nostro prefetto, o, in altri termini, se i criteri che avevano guidato questo
occultamento fossero rientrati tra i criteri del prefetto, egli l'avrebbe
inevitabilmente scoperta. Invece questo funzionario è stato tratto
completamente in inganno; la causa all’origine del suo fallimento consiste nella
supposizione che il ministro fosse uno sciocco, perché gode della reputazione di
essere poeta. Tutti gli sciocchi sono poeti, così crede il prefetto, ed è
semplicemente colpevole d'una non distributio medii nel dedurre di qui che
tutti i poeti sono sciocchi».

«Ma è veramente lui il poeta?», chiesi, «ci sono due fratelli, questo so.
Entrambi con una reputazione di letterati. Il ministro credo che abbia scritto
cose notevoli sul calcolo differenziale. Lui è il matematico, non il poeta».

«Si sbaglia; lo conosco bene, è entrambe le cose. Come poeta e matematico,


deve ben ragionare; se fosse stato un semplice matematico, non avrebbe
ragionato affatto e si sarebbe messo alla mercé del prefetto».

«Lei mi stupisce», dissi, «con queste sue idee, in contrasto con quello che si
pensa normalmente. Non vuole ammettere una idea maturata nel corso di
tanti secoli. La ragione matematica è da molto tempo considerata la ragione
per eccellenza».

«Il y a à parier», rispose Dupin, citando Chamfort, «que toute idée publique,
toute convention reçue, est une sottise, car elle a convenu au plus grand
nombre1. Ammetto che i matematici hanno fatto del loro meglio per propagare
l’errore popolare cui lei allude, e che non è meno erroneo soltanto per il fatto
che è propagato come verità. Per esempio siamo stati abituati, con artificio
degno di miglior causa, a definire “analisi” le operazioni algebriche. I francesi
sono i primi colpevoli di questo inganno scientifico; ma se si riconosce che le
parole di una lingua hanno una importanza reale, se le parole traggono senso
dal loro uso, allora posso concedere che “analisi” equivalga ad “algebra”, più o
meno come accade in latino dove “ambitus” vuol dire "ambizione", religio,
"religione", e “homines honesti”,gente di onore».

«Vedo già», dissi io, «che è in polemica con qualche algebrista parigino, ma la
prego di continuare».

«Io contesto l’utilità e, di conseguenza, la validità di una ragione coltivata


attraverso ogni procedimento speciale che non sia la logica astratta. Contesto,
in particolare, la ragione prodotta dallo studio della matematica. La
matematica è la scienza delle forme e della quantità; il ragionamento
matematico non è altro che la logica applicata all’osservazione di forma e
quantità. Il grande errore sta nel supporre che persino le verità di quella che
viene chiamata algebra pura siano verità astratte o generali. Si tratta di un
errore tanto grossolano che sono sorpreso dell’unanimità con cui è accolto. Gli
assiomi matematici non sono assiomi di verità generali. Quanto è vero dalla
relazione, di forma o di quantità, è spesso grossolanamente falso
relativamente alla morale, per esempio. In quest'ultima scienza, molto spesso,
non è vero che la somma delle frazioni sia eguale al tutto. Anche in chimica
l'assioma non vale. Non vale se si tratta di valutare uno stimolo: due stimoli,
infatti, ciascuno con un valore dato, non hanno necessariamente, se sommati,
un valore pari alla somma dei loro valori presi separatamente. C’è un cumulo
di altre verità matematiche che non sono delle verità se non nei limiti della
relazione. Ma il matematico argomenta sempre per abitudine, a partire dalle
sue verità finite, come se fossero applicabili in generale e in assoluto; come,
d’altra parte, il mondo ritiene che sia. Bryant, nella sua notevole Mythology,

1
Ha scommesso che qualsiasi idea pubblica o convenzione ricevuta è una sciocchezza perché conviene alla maggior
parte delle persone.
cita una analoga fonte di errore quando dice che “benché nessuno creda più
nelle favole pagane, ce ne dimentichiamo spesso e ne tiriamo deduzioni come
se fossero realtà esistenti”. Gli algebristi, però pagani essi stessi, a certe favole
pagane danno credito, e ne traggono conseguenze, non tanto per un difetto di
memoria, quanto per un’ incomprensibile confusione dei loro cervelli.
Insomma, non ho mai incontrato un matematico puro del quale fidarmi al di là
delle sue radici ed equazioni; o uno che non fosse segretamente sicuro
fideisticamente che x2+ px sia assolutamente e incondizionatamente eguale a
q. Provi a dire a qualcuno di questi signori, per prova e per divertimento, che
crede alla possibilità che x2 + px, non sia completamente eguale a q; quando
gli avrà fatto capire che cosa intende, si metta al riparo il più rapidamente
possibile perché indubbiamente tenterà di prendervi a pugni! »

«Quello che intendo», continuò Dupin mentre io mi limitavo a ridere delle sue
ultime osservazioni, «è che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il
prefetto non avrebbe avuto necessità di firmarmi quell’assegno. Lo conoscevo,
però, come matematico e poeta e le misure che presi erano commensurate alle
sue capacità e tenevano conto delle circostanze in cui agiva. Sapevo bene che
era un cortigiano e un audace intrigante. Pensai che un uomo simile era
perfettamente al corrente dei metodi ordinari della polizia. Evidentemente
doveva aver previsto - e i fatti provano che aveva previsto- tutti gli agguati
che gli sono stati tesi. Tenni conto che aveva presagito le segrete perquisizioni
in casa sua. Tutte quelle assenze notturne che il prefetto aveva salutato come
circostanze favorevoli al buon esito finale, mi parvero subito come delle ruses2
per facilitare minuziose perquisizioni da parte della polizia che facessero
credere, come effettivamente alla fine credeva G., che la lettera non si trovava
in casa. Qualche cosa mi convinceva che tutte le idee che ho fatto fatica ad
esporle nel dettaglio, poco fa, sulla ripetitività dei metodi polizieschi di
perquisizione in cerca di oggetti nascosti, sentivo, ripeto, che tutta questa serie
di idee si era necessariamente presentata alla mente del ministro. Questo lo
aveva portato obbligatoriamente a sdegnare ogni volgare angolino come
nascondiglio. Non poteva, pensai, consentirsi la debolezza di ignorare che il

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dei trucchi
nascondiglio più complicato, il più riposto del suo palazzo sarebbe risultato
aperto come un banale armadio agli occhi, alle sonde, ai trapani e ai
microscopi del prefetto. Capii infine che sarebbe stato indotto alla semplicità
inevitabilmente, anche se non come conseguenza di una sua scelta deliberata.
Ricorderà quanto ridesse il prefetto quando, fin dal primo incontro, suggerii che
era probabile che il mistero lo turbasse tanto proprio perché era di assoluta
semplicità».

«Certo! Ricordo perfettamente la sua ilarità. Credevo che stesse per avere un
attacco di nervi».

«Il mondo materiale», continuò Dupin, «è pieno di analogie strettissime con


l’immateriale; è quanto dà colore di verità al dogma retorico per cui una
metafora, una similitudine possono rafforzare un'argomentazione e insieme
3
abbellire una descrizione. Il principio della vis inertiae, per esempio, sembra
identico in fisica e in metafisica; in fisica il fatto che un corpo grande è messo
in moto con maggiore difficoltà di un corpo piccolo, e che il momento della
quantità di moto conseguente è proporzionale a tale difficoltà, non è più vero
di quanto lo sia in metafisica il fatto che gli intelletti di più vasta capacità e
insieme più impetuosi, più costanti e con più varietà di movimenti di quelli di
livello inferiore, sono quelli che si muovono meno agevolmente, i più
imbarazzati e pieni d'esitazioni nei primi passi. Altro esempio: ha mai fatto
caso a quali insegne stradali, sulle porte dei negozi attirino di più la vostra
attenzione?».

«Non ci ho mai pensato », dissi.

Le spiegazioni

«Esiste», riprese Dupin, «un rompicapo che si gioca con una carta geografica.
Uno dei giocatori prega l’altro di indovinare una data parola, un nome di città,
di fiume, di Stato o di impero, insomma una parola qualunque tra le tante
esistenti sulla confusa e complicata superficie della carta. Un inesperto del
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forza d'inerzia
giuoco cerca subito di mettere in imbarazzo gli avversari scegliendo tra i nomi
scritti nel modo più impercettibile; i più esperti, invece, scelgono parole che si
estendono a grandi caratteri, da un capo all'altro del foglio. Queste parole,
come le insegne e i manifesti stradali a lettere cubitali, sfuggono
all'osservatore proprio perché sono troppo evidenti. E’ il caso in cui la svista
materiale è esattamente analoga alla disattenzione morale con cui l’intelletto
si lascia sfuggire le considerazioni che sono troppo vistosamente e
palpabilmente evidenti in sé. Ma è un caso, chiaramente, troppo al di sopra o
troppo al di sotto dell'intelligenza del prefetto. Non ha mai creduto possibile o
probabile che il ministro avesse depositato la lettera sotto il naso di tutti, come
modo migliore per impedire a chiunque di vederla. Ma più riflettevo
sull'ingegno audace, spregiudicato e fantasioso di D., sul fatto che il
documento doveva sempre restare a portata di mano per farne un immediato
uso in caso di bisogno, e sull’altro fatto, che era stato ampiamente dimostrato
dal prefetto, che cioè il documento non era nascosto nel raggio incluso in una
perquisizione abituale, tanto più mi sentivo convinto che, per nascondere
questa lettera, il ministro aveva fatto ricorso al più ingegnoso e sagace
espediente di non provare neanche a nasconderla. Preso da questa idea, mi
fornii di un paio d'occhiali verdi e mi presentai, un bel mattino, come per caso,
al palazzo del ministro. Trovai D. in casa, sbadigliante, ozioso e curioso, come
sempre, con la pretesa di sembrare al massimo dell’ennui.4 D. è, forse, la
persona più energica che ci sia, ma lo è soltanto quando è sicuro che nessuno
lo veda. Per non esser da meno cominciai a lamentarmi dei miei occhi delicati e
della necessità di portare gli occhiali, da dietro i quali, intanto, passavo in
rassegna, con cura e minuzia, tutto l’appartamento, fingendo di essere
totalmente preso solo dalla conversazione del mio ospite. Un’ attenzione
particolare dedicai all’ampia scrivania, presso cui era seduto, dove si
ammucchiavano alla rinfusa varie lettere e carte, uno o due strumenti musicali
e alcuni libri. Dopo un accurato esame, tirato molto per le lunghe, non notai
nulla che potesse destare sospetti particolari. Finalmente il mio sguardo
vagante per la stanza cadde su un misero portacarte di cartone filigranato di

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noia
nessun valore, appeso per un sudicio laccio blu a un pomello di ottone sotto la
cappa del camino. Il portacarte, che aveva tre o quattro scomparti, conteneva
cinque o sei carte da visita e una unica lettera. Molto insudiciata e sgualcita.
Quasi strappata in due come se qualcuno avesse voluto, dapprima, stracciarla
del tutto perché senza valore e avesse, poi, cambiato idea. Vi era impresso il
sigillo nero di D., molto in evidenza, ed era indirizzata con minuta grafia di
donna al ministro in persona. Sembrava buttata con grande negligenza e
perfino con sfregio, in uno degli scomparti superiori del portacarte. Mi bastò
una rapida occhiata per capire che si trattava della lettera che stavo cercando.
In apparenza era sicuramente diversa da quella tanto minuziosamente
descritta dal prefetto. Qui il sigillo era grande e nero, con la cifra D.; l’altro era
piccolo e rosso, con lo stemma ducale della famiglia S. L'indirizzo di questa, al
ministro, era scritto in modo minuto da una donna, nell’altra, indirizzata a un
membro della famiglia reale, la scrittura era decisa, spavalda, forte. Le due
lettere si somigliavano solo per le dimensioni. Ma la radicalità di queste
differenze, eccessive, la sporcizia, lo stato della carta, cincischiata e strappata,
inconciliabili con le vere abitudini meticolose di D., denunciava l'intenzione di
sviare un curioso dandogli tutte le apparenze di una carta senza valore; tutti
questi elementi e la vistosa collocazione sotto gli occhi di tutti, che coincideva
con le conclusioni cui ero già pervenuto, tutto avvalorava i sospetti di chi era
venuto con l’intenzione di sospettare. Prolungai la durata della mia visita il più
possibile, e mentre sostenevo una animata discussione col ministro, su un
argomento che sapevo interessarlo molto, la mia attenzione restò concentrata
sulla lettera. In questo mio esame, fissai nella mente l’aspetto esteriore e la
sistemazione nel portacarte; finalmente scoprii qualcosa che eliminò ogni mio
piccolo dubbio residuo. Nell’esaminare i bordi della carta, mi accorsi che erano
più spiegazzati del necessario. Presentavano quei segni che compaiono su un
cartoncino piegato e schiacciato con un tagliacarte e poi ripiegato in senso
inverso, ma lungo la stessa traccia della piegatura originaria. Era la scoperta
che mancava: diventava chiaro che la lettera era stata girata come un guanto,
dall’interno all’esterno, reindirizzata e risigillata. Augurai il buon giorno al
ministro e presi immediatamente congedo, dimenticando una tabacchiera d'oro
sulla scrivania. Il mattino appresso tornai per cercare la mia tabacchiera e
riprendemmo con accanimento la nostra discussione del giorno prima. Mentre
eravamo così impegnati al massimo, si sentì una detonazione molto forte fuori
delle finestre del palazzo, come un colpo di pistola, seguita da una serie di
grida impaurite e da urla di folla. D. si precipitò verso una delle finestra, l'aprì
e guardò fuori. Nello stesso momento andrai diritto verso il portacarte, presi la
lettera e me la misi in tasca e la sostituii con un'altra, una specie di fac-simile
(nell'aspetto esterno) che avevo accuratamente preparato a casa,
contraffacendo facilmente la sigla D. con l’aiuto di un sigillo di mollica di pane.
Il tumulto nella strada era stato provocato dalla follia improvvisa d'un uomo
armato di moschetto. Aveva scaricato la sua arma in mezzo a una folla di
donne e di bambini; si accertò, comunque, che era caricata a salve, lo
considerarono un lunatico, o forse un ubriaco, e lo lasciarono andare. Soltanto
quando fu andato via, D. si ritirò dalla finestra dove io lo avevo seguito dopo
essermi assicurato l’oggetto cui miravo. Alcuni minuti dopo lo salutai. Il
presunto lunatico era un uomo che avevo assoldato io».

«Non capisco quale fosse il suo scopo», dissi, «nel sostituire la lettera con una
fac-simile. Non sarebbe stato più semplice prenderla direttamente e andarsene
fin dalla prima visita?».

«Deve sapere che D.», rispose Dupin, «è un uomo molto violento, un uomo di
nerbo. La sua casa, poi, è piena di servitori devoti ai suoi interessi. Se avessi
fatto lo scriteriato tentativo da lei suggerito, non sarei uscito vivo da quella
casa. La brava gente di Parigi non avrebbe mai più sentito parlare di me. Ciò
detto avevo altri buoni motivi. Lei conosce le mie simpatie politiche. In questa
azione ho voluto comportarmi come un partigiano della signora derubata. Per
diciotto mesi il ministro l’ha tenuta in suo potere. Ora il rapporto è invertito
visto che lui non sa ancora di non avere più la lettera e intende proseguire con
i suoi ricatti. Muovendosi, segnerà inesorabilmente la sua fine politica. La sua
caduta, oltreché precipitosa, sarà ridicola. Si parla con molta facilità del facilis
descensus Averni, ma in fatto di scalate, si può dire quello che la Catalani
diceva del canto, che è più facile salire che discendere. In questo caso non ho
nessuna simpatia, tanto meno pietà, per chi cade. D. è il vero monstrum
orrendum, un amorale uomo di genio. Confesso però che non mi dispiacerebbe
conoscere i suoi pensieri, quando, sfidato da quella che il prefetto chiama “una
certa persona”, sarà costretto ad aprire la lettera che io ho lasciato, per lui, nel
suo portacarte».

«Come! Vi ha scritto qualcosa di particolare?».

«Chiaro! Avrei dovuto lasciare l'interno bianco? Sarebbe parso insultante. Una
volta, a Vienna, D. mi tirò un colpo basso, io con grande cordialità gli dissi che
me ne sarei ricordato. Prevedendo la sua curiosità sulla persona che lo ha fatto
fuori, ho pensato che sarebbe stato un peccato non lasciargli almeno un
indizio. Egli conosce molto bene la mia calligrafia e, così, al centro del foglio
bianco ho copiato queste parole: …un dessin si funeste, S'il n'est digne d'Atrè,
est digne de Thyeste5. Li troverete nell'Atrée di Crebillon».

(Da: “Racconti del mistero – Le inchieste di Monsieur


Dupin”, traduzione di Daniela Palladini, Tascabili
Economici Newton, 1991)

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Un disegno così funesto, se non è degno di Atreo, è degno di Tieste.

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