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La scrittura nasce tardi, relativamente alla presenza degli esseri umani sulla Terra, così come per

ciascuno di noi l’apprendimento delle lettere dell’alfabeto è successivo a quello del linguaggio

parlato e non è detto che tutti ci arrivino (per millenni gli analfabeti son stati la gran maggioranza

della popolazione). Su ciò che utilizziamo quotidianamente, tuttavia, siamo poco propensi né troppo

sollecitati a riflettere. Ed è un peccato, poiché lo strumento più sofisticato che ci contraddistingue

dalle altre creature è appunto il linguaggio. Ogni parola ha la propria storia, celata nei mutamenti

subiti attraverso il tempo e ormai lontana dalle proprie radici, ma talvolta lo sforzo di andare ‘oltre’

il mero senso attuale e specifico di un termine riserva sorprese affascinanti. ‘Superstizioni’ è un

caso emblematico: comunemente lo utilizziamo ormai per indicare credenze di tipo magico legate a

scongiuri o altre forme di protezione dalla malasorte. Non è però difficile stabilire un legame fra

questa parola e ‘superstiti’. Ne deriva la consapevolezza che tali riti arcaici servivano soprattutto

per allontanare malanni e morte dai neonati (che spessissimo non sopravvivevano a lungo a causa

delle condizioni igieniche e delle scarse conoscenze mediche) i quali così potevano ‘sopravvivere’ e

diventare grandi. Oggi guardiamo alle superstizioni con scetticismo, ma qualcosa pur ne rimane se

addirittura a bordo dei più moderni mezzi di trasporto, gli aerei, non di rado possiamo constatare

che le file 13 e 17 sono ‘saltate’ onde evitare di mettere a disagio qualcuno che ancora crede al

potere negativo di tali cifre.

Per restare legati all’attualità di un mondo sempre più diviso e conflittuale su basi etnico/culturali e

persino religiose non sarà male mettersi all’ascolto delle lingue più diffuse nell’area mediterranea

per scoprire che ‘cantiamo’ le stesse note, i medesimi suoni, elencati nell’identico ordine in quelli

che non a caso chiamiamo alfabeti, dalle prime due lettere che vi ricorrono anche se pure le

successive rispettano la simile sequenza più evidente nel vecchio termine ‘abecedario’.

Si parte probabilmente dal fenicio: aleph, bet, giml, dalet (toro, casa, cammello, porta) per passare

al greco (“Io sono l’alfa e l’omega”), all’ebraico (alef, bet, ghimel, dalet), al latino e all’arabo (alif,

ba, jim, dal).


A scuola ce lo dicono, ma quasi en passant, ed è qualcosa che resta inconsapevolmente in noi, salvo

emergere fortuitamente con sorpresa, senza però più incidere su più sedimentate impressioni di

differenziazione dalle quali è facile scadere in destini di opposizione.

Affascinanti ma troppo complesse a talvolta astruse sono le teorie che di tempo in tempo si sono

susseguite ed affinate per trovare la ragione di tale condivisa successione, probabilmente dal legame

di ogni lettera con costellazioni o altri corpi celesti sui quali gli antichi fantasticavano volentieri non

avendo altri spettacoli notturni artificiali dietro i quali perdersi attendendo il sonno.

Eppure è tanto bello andare a caccia nel bosco delle parole e delle espressioni usate da secoli, ma

ancora da scoprire! Si potrà persino divertirsi constatando che sarebbe stato assai bizzarro da parte

di Gesù immaginare che un ‘cammello’ potesse ipotizzare di attraversare la cruna di un ago e che

per un errore di trascrizione una ‘fune’ è diventata ormai in un detto proverbiale la simpatica ma

voluminosa ‘nave del deserto’ che, almeno per via delle sue gobbe, non si avventurerebbe per

troppo angusti pertugi. Che dire poi del celeberrimo ‘scacco matto’? Abiti o disegni a scacchi

appunto dalla tavola a quadri bicolori su cui disponiamo i pezzi prendono il loro nome, ma la

scacchiera da chi ha preso il suo? E poi perché mai ‘matto’? Il Re ormai braccato impazzirebbe a

causa dell’umiliante sconfitta? L’origine è persiano-araba e precisamente dal nome del sovrano

iranico shah (il Re appunto) e dal verbo arabo māta (è morto). Che poi il pezzo più mobile e potente

sia la Regina che gli sta accanto (una femmina in campo) è una curiosa sostituzione dell’originale

visir (ministro) adottata dalle corti medievali in cui a fianco regnante stava la sua sposa, non certo

però sul terreno di battaglia!

Potenza dell’immaginario simbolico d’ogni epoca e saggezza di chi estrae dal suo tesoro ‘cose

antiche e cose nuove’, magari per scoprire che le novità, per vari aspetti diverse da come ci

appaiono ora, c’erano già e che la vera meraviglia sta negli occhi con cui le guardiamo.

Paolo Branca

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