Sei sulla pagina 1di 39

SECONDA PARTE

Machiavelli
Politica e religione
Si può considerare il padre della politica, intesa come scienza autonoma dalla morale:
secondo la sua opinione, il fine della morale è stabilire cos’è bene e cos’è male, il fine della
politica è fondare e conservare uno stato.
È uno dei capitoli più controversi dell'opera, in cui Machiavelli descrive la religione come
"instrumentum regni" e mezzo per mantenere unito il popolo e conservare saldo il governo,
sull'esempio del paganesimo dell'antica Roma in cui i riti avevano essenzialmente una
funzione pubblica: l'autore elogia quindi il modello romano e critica pesantemente la Chiesa
del XV-XVI sec., la cui corruzione ha spinto molti fedeli ad allontanarsi dalla religione e la cui
pessima politica ha causato la divisione e la debolezza degli Stati italiani, fatto la cui riprova
sono le guerre di inizio Cinquecento combattute sul suolo italiano da potenze straniere. Tali
considerazioni si collegano alla visione tutta laica che Machiavelli ha dello Stato e della
legge, quest'ultima descritta anche altrove come mezzo per mantenere l'ordine sociale e non
certo quale espressione della giustizia divina.
Roma e l’Italia
Nel principe trattato dedicato a Lorenzo II dei medici concentra l’attenzione sul ruolo che
deve esercitare un principe per mantenere il controllo del principato.
La fondazione di roma funge da esempio, inteso come modello euristico costruito tramite
istruzione e dunque sottoposto a continue verifiche e mutamenti.
L’italia dovrebbe nascere da uomini liberi capaci di dar vita a istituzioni e leggi proprie come
fecere sparta e roma fondata da un uomo solo il quale da vita a ordinamenti misti.
Firenze, la repubblica dei conflitti
Machiavelli nelle istorie fiorentine dice che firenze doveva imparare dalle vicende romane:
Roma divenne grande perché riuscì a regolare i tumulti, questi nascono dal desiderio da
parte della plebe di partecipare alla vita politica e militare, di conseguenza se roma non
avesse riconosciuto alla plebe questo diritto lo stato sarebbe stato instabile, è grazie a questi
tumulti che roma riuscì ad espandere la propria repubblica.
Firenze invece fu proprio trasformando la diseguaglianza in uguaglianza che le lotte resero e
rendono possibile ‘espansione mercantile della città.
Il potere veniva distribuito in tre organismi di governo basati sulla tubazione della cariche e si
controllano reciprocamente: Signoria, consiglio dei 200 e consiglio dei 1000.
La guerra
Machiavelli ritiene che l’esercito sia fondamentale per lo stato(espansione e conservazione).
Firenze e l’italia avevano perso la propria libertà a causa di scarsa organizzazione militare,
dovuta sia alle truppe mercenarie sia all'inadeguatezza degli eserciti impostati su criteri
militari.
La milizia non deve essere un mestiere ma una forma di esistenza nella città.

Bodin
A differenza di Mac per il quale la politica è una scienza basata sullo studio della storia è
dalla verità effettuale, per Bodin essa si basa su pochi principi, a partire dall'analisi delle
nozioni e dei termini primari che compongono l'oggetto.
Sapere umanistico, diritto, storia e politica
La sua ricerca era rivolta al diritto e al metodo della scienza giuridica, questo lo pone di
fronte a un problema irrisolto, cioè quello di formulare un metodo per trarre correttamente
dalle norme e disomogeneo patrimonio di fonti storiche a disposizione e i dati necessari
all’analisi comparativa. Da questa esigenza nasce la sua opera con la storia, essa lo porta a
concentrare il suo interesse alla politica, che dalla storia è il nucleo essenziale e il più utile
alla conservazione delle umane società.
La scienza politica
Nell’opera 6 ibri della repubblica bodin assume soprattutto la prospettiva del giurista tesa ad
individuare la forma specifica delle istituzioni politiche.
Nei 6 libri della repubblica bodin inizia perciò definendo lo stato:”il governo legittimo che si
esercita con un potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in
comune”.
Come per aristotele, anche per bodin lo stato è una comunità che ha origine dalla società
naturale la cui la prima forma è la famiglia; a differenza di questa però il governo dello stato
non ha una dimensione privata, bensì pubblica, comune, il cui fondamento è la sovranità,
ossia l’esercizio di un potere unico, indispensabile e perpetuo.
Pur tenendo in considerazione il pensiero di aristotele, bodin denuncia le insufficienze e gli
errori dovuti a un difetto di metodo e conoscenze, il suo compito è quello di confutare e
correggerli, a cominciare dall’errore di definizione del cittadino, stato, sovranità, magistrato e
la dottrina dello stato misto.
Lui polemizza i teorici dello stato misto, polemizza pure coloro che argomentano in favore
dell’arbitrarietà del potere sovrano, dall’altro va contro quei pericolosissimi scrittori che in
nome della libertà incitano alla ribellione i sudditi dei monarchi.
La comunità dei popoli,la pace, la guerra
Alla base del pensiero di bodin vi è la configurazione di un’ipotesi di stato mondiale che
comprenda i rapporti tra i popoli.
L’intero genere umano costituisce per bodin una società composita, costituita da stati
sovrani e da popoli in condizioni differenziati di forza, prosperità e potenza, tutti sottoposti a
uno stesso diritto, partecipi della stessa umanità e di una stessa dignità morale.
Promuove i pacifici rapporti di scambio, di amicizia, apertura allo straniero, diffusione d
intreccio tramite l’istituto del matrimonio.
Il dovere della solidarietà sta nel comunicare agli altri l conoscenze più avanzate(discende
dal diritto naturale).
La guerra è una realtà inevitabile della storia, che presenta quando l’uomo si allontana dalla
ragione e si abbandonano alla natura più inferiore del genere umano che ha in comune con
gli animali, è il peggiore dei modi con i quali i popoli regolano i propri reciproci rapporti.
Bodin giustifica la guerra solo in caso di estrema necessità; guerre legittime per difendere o
per prevenire attacchi al territorio dello stato, se vengono subite offese gravi o vengano
arrecati danni ad altri popoli a causa dei tiranni, oppure in ottemperanza ai giusti trattati di
alleanza.
Questo vuol dire che ogni stato deve disporre di ogni apparato militare efficiente.
Il più potente strumento attraverso il quale sviluppare l’amicizia tra i popoli è il commercio,
che bodin vorrebbe libero, aperto, promosso e sostenuto dallo stato.
Per la sicurezza delle alleanze è necessario che esse siano concluse su un piano di effettiva
parità ed equità, che contengano una precisa definizione dei diritti e dei doveri reciproci.
Per quanto riguarda i trattati di neutralità, Bodin afferma che essi siano stipulati e osservati
da principi grandi e potenti in perfetta buona fede e benevolenza, così da consentire loro di
svolgere nei confronti di queste ultime una funzione arbitrale pacificatrice.
Di conseguenza è necessario che nessuno stato si senta superiore ad un altro, tutti devono
essere neutrali.
Stato, sovranità e governo
Il potere del sovrano non deriva da Dio, perché altrimenti sarebbe illimitato, ne proviene dal
popolo, giacché in questo caso risulterebbe sottoposto a dei vincoli, e invece assoluto cioè
privo di condizionamento esterno.
Bodin considera la monarchia come la miglior forma di governo in quanto individua
all’interno dello stato la sovranità in una sola e indivisa persona.
Il detentore del potere deve essere infatti assoluto, ossia avere il diritto di imporre leggi
senza esserne vincolato, il suo operato non può essere giudicato da nessuno, né possono
essere giustificati atti di ribellione.
Detenere il potere non significa però, esercitare una forza illimitata e arbitraria, perché anche
il sovrano non può disconoscere le leggi divine immutabili, non che le consuetudini del
proprio popolo. Deve poi rispettare i giuramenti e i patti contatti con i propri sudditi e con altri
re.
Ed inoltre in nome del principio della certezza del diritto, il sovrano deve applicare con
coerenza e determinazione e leggi da lui stesso emanate e stabilite, senza tollerare
interpretazioni o applicazioni discrezionale di privileggi.
Riguardo la religione Bodin avanza la necessità della pratica della tolleranza nel libro
Colloquium delinea una forma di religione naturale, perfettamente naturale, che possa
fungere da base comune a tutte le credenze ed elimini fazioni e divisioni letali per lo stato,
per l’unità e l’indivisibilità della sua sovranità.

Grozio
Il compito di grozio era quello di proporre un diritto che regolasse i rapporti tra più nazioni e
più governi.
In questo periodi gli stati erano in conflitto tra di loro a causa delle scoperte geografiche e a
causa del dominio sui mari.
Fu la religione a rappresentare a mantenere la pace tra i diversi stati, molti problemi
derivanti tra i rapporti tra gli stati sono stati trattati come casi di coscienza.
I fondamenti del diritto naturale
Il punto di partenza della riflessione di grozio è l’idea aristotelico ciceroniana che l’uomo sia
per natura portato a vivere nella società in modo pacifico e ordinato secondo la norma della
propria ragione con gli essere della propria specie. Il diritto trova il suo fondamento nella
natura razionale e sociale dell’uomo.
Grozio quindi viene considerato il padre del giusnaturalismo moderno, ossia il fondatore di
una concessione del diritto razionale e laico svincolato da ogni ordine religioso.
Grozio intendeva affermare che la validità del diritto naturale è determinata dalla sua
intrinseca razionalità, ma non negava che esso fosse da far risalire come causa ultima a dio.
Dal diritto naturale ai diritti positivi
Uno dei principi del diritto naturale è l'obbligo di mantenere le promesse tale principio è
fondamento dell’ordine giuridico.
Il giuriszionalisti moderni affermano che alla base della società ci sia un contratto, Grozio
considera il contratto connaturato all’uomo che da questa origine contrattuale nasce il diritto
positivo.
Quanto il diritto internazionale, Grozio osserva come il diritto di ciascun stato a di mira l’utile
dello stato stesso.
Per gli stati e vantaggioso osservare questo diritto come per il cittadino e vantaggioso
osservare il diritto del proprio stato.
Esempio: se inizialmente gli uomini godevano in comune di tutte le cose, la proprietà è stata
introdotta per effetto di un atto che ha chiesto l’uomo, viene così riconosciuta la proprietà
come diritto innato.
Il diritto della guerra
Sul principio stare pactis, Grozio fonda non solo il diritto della pace, ma anche il diritto della
guerra, è proprio su questo punto che egli decide di soffermarsi, in quanto in quel periodo vi
erano delle guerre di religione(mondo cristiano).
Partendo da questa constatazione, Grozio polemizza coloro che sostenevano che in guerra
viene meno ogni diritto, egli afferma che è proprio la guerra ad attuare il diritto.
Ci sono dunque guerre giuste e guerre ingiuste; la guerra giusta è l’idea della guerra come
sanzione volta ad assicurare il diritto, fondato sulle convenzioni espresse o tacite tra gli stati.
Secondo Grozio bisogna essere fedeli ai patti, dalla violazione di questi ne deriva come
sanzione la guerra che, in ogni caso, deve essere condotta secondo regole precise.
Il diritto penale
Grozio è stato considerato l’iniziatore della teoria moderna del diritto penale. La sua
riflessione inizia con l'esclusione della sfera penale gli atti interiori, essi devono essere
lasciati a Dio. Sono esclusi inoltre dal diritto penale quelle azioni che la fragilità umana non
può controllare, Grozio sostiene che gli umani non sono perfetti e quindi le imperfezioni non
possono essere trattate come crimini( in questo caso ne consegue del diritto naturale
stesso).
Ma la pena,sostiene Grozio, citando Seneca, sebbene affonda le sue radici nella vendetta,
deve avere di mira tre scopi; la correzione del delinquente, la deterrenza e
l’ammaestramento per gli altri e l’utilità di tener lontano il colpevole per la sicurezza pubblica.
Essa deve essere proporzionata alla gravità della colpa.
Sulla base del pensiero di Grozio si fanno strada idee come la libertà di pensiero, la
proporzionalità della pena al crimine e la moderazione delle pene,che il giusnaturalismo
successivo(700esco) renderà principi ampiamente condivisi, cercando di realizzare riforme
nel diritto e nella procedura penale dei singoli stati.
Considerazioni sul metodo
Grozio stesso afferma che ha utilizzato il metodo deduttivo per principi e nozioni, condusse
indagini storiche nelle norme giuridiche comuni ai diversi popoli al fine di ricavarne principi
generali.
In questi anni coglie il problema sul metodo della scienza, affrontato dai filosofi del tempo;
Bacone con il “Novum Organum” e Cartesio con “Il discorso sul metodo”, quest’ultimo
considerato il manifesto del metodo razionalistico.
Grozio non era un filosofo in senso stretto, ma un giurista che affronta anche problemi di
natura filosofica, mosso da un’esigenza di trovare un fondamento del diritto internazionale.
Da questi elementi emerge una sensibilità storica verso il fenomeno giuridico, Grozio
riconosce alla storia una duplice utilità; fornire esempi e giudizi.
Hobbes
Una guerra tra individui
Thomas Hobbes è noto soprattutto per il suo capolavoro, il Leviatano, opera che ha dato
inizio alla moderna filosofia politica.
Hobbes considera l’uomo un essere fondamentalmente asociale(naturalmente egoista), che
ricerca l’associazione con altri individui solo perché spinto da motivazioni utilitaristiche, cioè
per trarne vantaggi e benefici personali. Tuttavia anche per Hobbes la nascita società
coincide con il sorgere dell’organizzazione politica, è necessaria perché si identifica con il
superamento del cosiddetto stato di natura, ossia quella situazione di rischio e di incertezza
che caratterizza la condizione umana quando l’individuo è abbandonato ai suoi istinti
primitivi, al di fuori di ogni inquadramento istituzionale.
Secondo Hobbes, infatti, nello stato di natura non esistono né norme, né valori, né criteri di
condotta; la lotta per la sopravvivenza è l’unico movente che guida le azioni degli individui,
minacciando in questo modo l’esistenza di ognuno. In tale situazione gli uomini non
potrebbero resiste a lungo, o sarebbero comunque condannati a vivere nel continuo terrore
della morte. Ecco allora che si rende necessario l’approdo a una nuova condizione sociale,
in cui la sottomissione cosciente di tutti alle norme(che nella prospettiva politica di
Hobbes,scaturiscono dall’autorità di un potere assoluto) garantisce a ciascuno la possibilità
di condurre un’esistenza tranquilla e sicura.
La persona rappresentativa
Al centro del pensiero hobbesiano vi è l’uscita dallo stato di natura, in questo modo, come
abbiamo detto sopra, è possibile unificare una moltitudine di individui in un popolo. Da qui
nasce un Commonwealth nome in inglese che Hobbes usa per indicare lo Stato moderno.
Questo stato per istituzione è un potere comune in doppio senso; è comune perché è
sovrano su tutti loro indistintamente e ai suoi comandi nessuno può resistere- è comune
anche perché è costituito da tutti coloro che hanno rinunciato alla loro libertà in di pace e
sicurezza. Secondo Hobbes il patto di ogni uomo con ogni altro uomo costituisce una
persona, che può essere un singolo o un’assemblea. Un’assemblea è artificiale perché non
esisteva nello stato di natura, a essa spetta di rappresentare tutti coloro che hanno preso
parte a stipulare il patto. Che essa sia rappresentante significa che rende presente e visibile
la loro unità, lo può fare perché tutti gli individui indistintamente si riconoscono come autori
di tutte le azioni che essa compie. La persona rappresentativa in quanto attore recita la
parte che gli autori scrivono per lei. Ciò che viene messo in scena è il costante processo
di unificazione politica, è solo in questo modo se molti desideri trovano la pacifica e sicura
possibilità di esprimersi.
Il rappresentante sovrano riceve il mandato di esercitare liberamente la forza per garantire la
pace e la sicurezza di tutti coloro che non sono più semplicemente degli individui, ma
sudditi, cioè cittadini. In questo modo agli individui viene garantito il tempo duraturo dei loro
desideri, il prezzo da pagare è il loro uso della libertà che è limitata a quegli ambiti dove la
legge del sovrano tace. A questo punto non avrebbe senso opporsi a delle azioni che hanno
stabilito di riconoscere proprie, viene così negata la possibilità di qualsiasi forma di
resistenza .
Dentro e fuori la guerra
Hobbes definisce la guerra come condizione normale. Vi è la possibilità di stabilire accordi
temporanei che non prevedono delle azioni belliche, ma non esiste la possibilità di una pace
duratura. La condizione permanente di guerra serve a sostenere il benessere degli stati, la
vittoria di uno stato su un altro dissolve il patto con cui i vinti si erano accordati per eleggere
il sovran. Al posti di uno stato per istituzione abbiamo uno stato per acquisizione, in cui i
singolo non si uniscono per timore, ma si sottomettono a colui che hanno paura, è a questo
punto che Hobbes parla di dispotismo cioè dominio acquisito per conquista o per vittoria in
guerra. Per Hobbes il dispotismo non è sinonimo di tirannia, qui i sudditi si troverebbero
nella condizione di servi che stipulano un patto per salvarsi la vita.
La guerra e la conquista sono le possibili cause esterne di dissoluzione di uno stato, per
Hobbes reintrodurre la guerra porta alla decadenza lo stato.
Locke
Stato di natura e stato di guerra
Locke invita il lettore a considerare quello stato naturale di perfetta libertà e uguaglianza che
regna tra le creature. E’ una condizione caratterizzata dall’assenza di governo. Non si tratta
di uno stato di mera anarchia, ma di una condizione umana in cui vige una sola legge, la
legge di natura, che previene ogni abuso, obbligando e guidando ciascuno al rispetto
dell’uguaglianza e indipendenza di tutti. Per stato di natura Locke non intende una
condizione agraria degli uomini, piuttosto uomini che vivono insieme secondo ragione, è
proprio questo stato di natura che definisce i rapporti tra gli uomini(società civile). Gli uomini
uniti in un solo corpo, con una legge comune stabilita, hanno una magistratura a cui
appellarsi.
Locke distingue stato di natura da stato di guerra; quest’ultimo è definito non tanto dalla
presenza o dall’assenza di un giudice comune, bensì dall’uso della forza senza diritto o
nell’intenzione dichiarata di impiegare la forza sulla persona di un altro, esso è dunque il
contrario di stato di pace, nel quale non vi è alcun uso della forza senza il diritto. Lo stato di
guerra si presenta quando il giudice comune non riesce a far rispettare le leggi o perché non
è in grado di intervenire a cause del poco tempo a disposizione, questo porta allo stato di
natura nel quale si conservano le qualità distruttive dello stato di guerra. Dunque per Locke
lo stato di natura e lo stato di guerra permangono e ricorrono nella società civile.
Un altro aspetto su cui si sofferma Locke è il potere di punire, che ognuno possiede in
quanto esecutore della legge naturale. Essa appare “strana” se considerata sotto l’ottica
hobbesiana che assegna il potere di punire solo al sovrano, ma è del tutto logica allo
sviluppo delle idee di Locke, cioè una scissione dell’universo etico dello stato di natura.
Il potere che ognuno possiede per natura di conservare se stessi(vita,libertà e fortuna)
contro gli attacchi altrui è perciò di giudicare e punire anche con la morte, potremmo definirlo
come una duplice rinuncia; potere di conservare sé e gli altri e potere di punire.
Questa dottrina si articola intorno alle figure del crimine e della sua retribuzione.
La descrizione dello stato di natura e dello stato civile sarebbe incompleta senza la
descrizione del diritto di proprietà. In Hobbes essa non era un diritto naturale ma nasceva
dal diritto positivo; in Grozio ha natura contrattualistica; in Pufendorf non è né l’una né l’altra,
ma frutto di un atto consensuale, libero e volontario dei cittadini conviventi. Locke fa invece
della proprietà un diritto naturale.
La terra è stata donata agli uomini da Dio; a tutti gli uomini. I beni naturali appartengono
quindi a tutti. La titolarità del lavoro istituisce il diritto al possesso privato dei prodotti del
lavoro, dei mezzi di produzione e della terra. Tutti secondo Locke dovrebbero lavorare per
vivere, e nessuno avrebbe diritto ad appropriarsi di beni che incorporano il lavoro altrui,
perché così facendo nascerebbero conflitti d’interesse e quindi inevitabilmente guerre.
Ma un aspetto fondamentale per il passaggio dallo stato di natura a quello civile è
l’introduzione del denaro. È a questo punto che la società civile perde quella uguaglianza
che nello stato di natura imperava.
Genesi della società politica
Il principio di maggioranza è l’unica forza in grado di trasformare una moltitudine di individui
separati in un corpo politico in grado obbligare tutti.
E’ grazie a questo principio che da vita al potere della maggioranza, perché se ogni
individuo rimanesse in possesso della propria libertà naturale il patto non si potrebbe
stipulare.
L’assemblea legislativa deve cedere il passo a una forma di governo maggiormente
compiuta, nella quale la maggioranza affida tutto il potere necessari, legislativo ed esecutivo,
a uno o più persone rappresentative che locke chiama trustees con la fiducia di essere
governati da leggi dichiarate.
Introducendo la figura del truste nel meccanismo del patto, locke apre le strade al principio
di sovranità:la persona rappresentante della volontà comune è sovrana in quanto detiene la
suprema esecuzione delle leggi, non dovendo rispondere ad alcun superiore.
Potere esecutivo e potere federativo
Locke individua nel potere esecutivo e nel potere federativo due componenti essenziali del
potere politico, nell quali si concentra il massimo grado quel carattere fiduciario del potere
rimesso dalla comunità rappresentante.
Il potere legislativo ed esecutivo è bene che siano posti in mani diverse e non concentrati in
una sola persona.
Il potere federativo può essere anche naturale, perché risponde al potere di conservarsi e
punire le offese di altri.
Anche il potere federativo, ossia, di guerre e di pace e di stringere alleanze dovrebbe essere
subordinato alla legislativa, tuttavia locke ritiene che potere esecutivo e federativo siano
posti nelle stesse mani e affidati alla prudenza di colui che esercita.
Dissoluzione della società, dissoluzione del governo, appello al cielo

Spinoza
Metafisica, antropologia e politica
Il concetto di partenza da cui parte la metafisica di Spinoza è quello di sostanza.
Quest’ultima, secondo il filosofo, è «ciò che è in sé e per sé si concepisce». Con tale
definizione Spinoza vuole indicare che la sostanza non deve la sua esistenza a nient’altro
che a se medesima e risulta, dunque, essere autosufficiente e autonoma anche per quanto
riguarda il piano concettuale (cioè è un concetto che non ha bisogno di altri concetti per
essere pensato, come al contrario potrebbe essere ad esempio il concetto di “bello” che
presuppone il concetto di “bellezza”).
Dalla definizione di Spinoza, la sostanza risulta quindi essere: increata, eterna, infinita,
unica. La sostanza per il filosofo non può dunque essere che Dio. Ma la divinità spinoziana
non deve essere pensata come l’entità ebraico-cristiana, bensì viene identificata con la
natura. Poiché si riconosce l’unicità della sostanza, quest’ultima avrà infatti ogni cosa dentro
di sé e le cose del mondo non potranno essere altro che delle sue manifestazioni; a tal
punto che Spinoza dirà: «Deus sive Natura» (Dio ovvero la Natura).
La critica a Hobbes

Trattato teologico politico


L’uomo libero riconosce il bisogno di vivere in una società con altri uomini, giustificando in
questo contesto il ricorso a regole di condotta a premi e punizioni.
la società civile non è un’istituzione naturale, bensì artificiale, che è nata tra un contratto da
individui.
Nello stato di natura, che precede la società, gli uomini si trovano in una condizione di
uguaglianza che da loro il diritto su tutto, vivendo però nell'insicurezza.
Abbandonata questa condizione, la società civile accoglie come sua finalità, l’utilità
collettiva, salvaguardando i diritti naturali, imprescrittibili, come la libertà di pensiero e di
parola.
Il potere politico, deve praticare la tolleranza religiosa, giacché la credenza e il culto
riguardano l’esercizio di un diritto, la libertà di pensiero, e possono assolvere alla funzione
pratica di migliorare la pacifica convivenza civile, stimolando uomini inclini all’immaginazione
e alle passioni agli esercizi della virtù.
Il movimento della democrazia del trattato politico
Il naturale convivere di tutti o di molti in una certa quantità di azioni comuni da vita allo stato.
Di conseguenza il compito della scienza politica è quella di individuare un modo adeguato
per governare la collettività.
Quando il timore dei sudditi verso la legge si muta in indignazione, ovvero nell’odio verso
coloro che agiscono male lo stato civile si trasforma in stato di ostilità che annichilisce lo
stato. La resistenza è uno dei modi in cui si manifesta il principio democratico.
Popolo e moltitudine
Una delle differenze tra lui e Hobbes è l’agire politico, secondo Hobbes si manifesta solo in
presenza della volontà del sovrano.
Per spinoza l’organizzazione politica che preferisce è la democrazia a discapito di ogni
forma di governo storicamente esistente.
Montesquieu
E la scoperta dello spirito delle leggi
Montesquieu viene preso come autore di riferimento per aver scritto due libri: “Lo spirito
delle leggi” e “le lettere persiane”.
Nel primo osserva le leggi che governano gli uomini in diverse società e prova a mettere in
relazione degli elementi come il clima in cui vive un popolo, i suoi costumi, i fattori storici,
ecc.
Per studiare questo usa il metodo sperimentale che usano i filosofi il metodo scientifico e
dunque storico e comparativo.
Le leggi positive e la teoria dei governi
Montesquieu compì un esame comparativo delle diverse forme di
Governo(repubblica,monarchia,dispotismo). Secondo lui il sistema di leggi di ciascun Paese
ha uno spirito(logica interna); le leggi non sono solo il prodotto del legislatore, ma sono i
rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose. Egli voleva investigare se in Francia
erano in atto processi che stavano trasformando la monarchia in dispotismo, questi processi
devono essere fermati finché si era in tempo;
il dispotismo appariva a Montesquieu come forma di governo tipica dei paesi asiatici, dove
era agevolato da tre fattori:
-l’enorme estensione
-la fitta popolazione
-la relativa semplicità delle strutture sociali.
Quando tra l’autorità del sovrano e la massa dei sudditi non esistono corpi intermedi dotati di
autonomia, il dispotismo è un’evoluzione inevitabile. Tra le forze sociali in intermedie,
Montesquieu dava importanza a quelle magistrature supreme che erano i parlamentari. Nel
momento in cui queste forze prendessero ogni potere, la monarchia sarebbe degenerata nel
dispotismo, Montesquieu giudicava poco adatta per la francia la forma di governo
repubblicana; lo spirito repubblicano poteva realizzarsi solo in comunità territorialmente
limitate, come sparta e roma antica. Dell’inghilterra bisognava imitare la divisione dei
poteri(la potenza statale così distribuita non sarebbe stata esposta al rischio
dell’assolutismo) in tre funzioni diverse;
- la legislazione(parlamento,emanazione delle leggi generali)
- il governo(re e governo, eseguire le leggi e occuparsi dell’alta politica)
- l’amministrazione della giustizia; la magistratura sarà pienamente indipendente dal
governo, senza che nessuno dei tre poteri cerchi di superare l’altro, aspirava quindi
una monarchia costituzionale.
Nella democrazia il popolo è sovrano, e come tale esprime la sua volontà attraverso il potere
legislativo, ma è anche suddito delle leggi. Il principio della democrazia è la virtù, perché chi
fa eseguire le leggi vi è sottomesso lui stesso. Quando questo principio decade, la
democrazia si corrompe e lo stato è perduto.
Nelle aristocrazie solo un certo numero di persone detiene il potere sovrano. In questo caso
i problemi maggiori riguardano i rapporti tra gli aristocratici governanti e il popolo suddito. Il
principio delle aristocrazie è la moderazione, che deve risiedere nel corpo dei nobili, cui il
potere è riservato. Solo la moderazione può evitare la disuguaglianza estrema sia tra i
governanti e governati, sia fra i membri della nobiltà stessa.
Nella monarchia, il monarca è la fonte di ogni potere politico e civile, e governa in base a
leggi stabili. Si tratta di leggi fondamentali che prevedono che il potere del principe sia
frenato dal clero, nobiltà e le città. Il principio della monarchia è l’onore, il governo
monarchico presuppone una nobiltà originaria e delle gerarchie, e l’onore, che sollecita
distinzioni e preferenze può ispirare le più belle azioni di cui lo stato ha bisogno.
La natura dispotica è differente, in questo tipo di stato un uomo solo esercita il potere, e non
si occupa nemmeno personalmente degli affari di stato(pigro,ignorante,voluttuoso) cede
l’amministrazione a un visir(capo del consiglio). In fine il principio del dispotismo è la paura,
radicata nel popolo, essa spegne ogni ambizione e ogno moto di ribellione, per questo il
potere dispotico ha sempre bisogno di essere esercitato in modo violento e minaccioso.
Rousseau
Nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza Rousseau ricostruisce il processo evolutivo
dell’uomo naturale, in cui individua le tappe della trasformazione dalla bontà originaria alla
corruzione dell’uomo civile. A tale scopo l’autore si avvale di una funzione originale,per la
quale lo stato di natura è una pura ipotesi razionale, adatta a una analisi filosofica della
natura umana che permetta di conoscere i reali fondamenti della società. L’autore non vuole
presentare delle realtà storiche ma dei ragionamenti ipotetici, più adatti a capire la natura
delle cose e mostrare l’effettiva origine.
Lo stato di natura di Rousseau non è una fase storica dello sviluppo umano e della società,
ma un termine di paragone razionalmente costruito, necessario in mancanza di conoscenze
certe.
Lo stato originario è caratterizzato dalla libertà e uguaglianza. Gli uomini sono liberi perché
dipendono dalla natura in quanto non dipendono da altri uomini, sono uguali in quanto tra
loro soltanto l’uguaglianza naturale o fisica. Rousseau non vede nulla di male
nell'ineguaglianza naturale, tutto il male nasce dall’ineguaglianza innaturale o artificiale,
detta morale o politica. Solo che un processo inverso fa sì che le qualità individuali vengono
valorizzate e divengono causa di differenziazioni sociali e di rapporti conflittuali.
Spirito, bellezz, forza, abilità divengono delle qualità che determinano il rango e il destino di
ciascuno, al punto da spingere coloro che non possiedono queste qualità a sentirsi diversi.
Nella storia ipotetica dell’uomo naturale questo passaggio avviene per gradi, le prime qualità
sono positive; sono la pietà e l’amor di sé, ossia l’amore per l’umanità che l’uomo vede in sé
e riconosce nel suo simile, questa passione spinge l’uomo ad aiutare il prossimo, quindi
nasce in modo inconsapevole la conservazione dell’intera specie. Altra qualità, la
perfettibilità, tipica dei filosofi illuministi, per l’autore, la perfettibilità è ambigua, perché
contribuisce allo sviluppo dell’ineguaglianza morale o politica.
L’amor proprio nasce dalla ragione e dalla cultura in fase avanzata dello stato di natura.
Secondo Rousseau l’uomo nello stato di natura si allontana dalla bontà originaria e va ad
identificarsi nel ruolo che gioca nella società. Scopre la proprietà privata e la divisione del
lavoro, e per consolidarle istituiscono la legge e il diritto di proprietà(magistrature).
In conclusione l’ineguaglianza morale o politica è autorizzata dal solo diritto positivo, in
contrasto con la legge di natura.
La proprietà ha un ruolo centrale, coglie nella proprietà una portata civilizzatrice negativa,
poiché contribuisce a determinare un ordine politico fondato sulle distinzioni sociali,
alimentando il conflitto nelle relazioni umane.
Il patto sociale e il carattere del popolo
Per Rousseau agli albori della civiltà umana fosse stato stipulato dagli uomini un primo
Contratto sociale; tale contratto, però, era un patto leonino, iniquo, perché basato sulla forza
e non sul diritto: non veniva istituito uno Stato che, con le sue leggi, garantisse i diritti
naturali di ciascuno, l'unica legge vigente era quella del più forte.Ecco che per Rousseau,
con il secondo Contratto sociale (quello vero e proprio, che dà il titolo all'opera), gli uomini
trovano una legittimazione giuridica delle proprietà, sostituendo alla forza il diritto, e
producendo così lo Stato e la società civile,entrambi costituiti esclusivamente dai Cittadini.
L'unica forma di associazione che risponde a ciò è lo Stato democratico, che consente da un
lato di riunirsi in una sola entità, ma dall'altro di conservare la propria libertà e uguaglianza:
nel nuovo Stato, il popolo è il Sovrano. Questo provoca uno "sdoppiamento" del Cittadino:
esso è al contempo Sovrano, poiché la Sovranità appartiene al popolo, di cui fa parte, e
Soggetto, nel momento in cui egli decide di sottostare alle Leggi che egli stesso ha
contribuito a formare.
Questo sdoppiamento viene spiegato da Rousseau con il termine francese sujet (soggetto),
che può essere inteso sia nella sua accezione attiva (soggetto che fa le Leggi) che nella sua
accezione passiva (soggetto alle Leggi). Le due accezioni sono in un rapporto circolare,
poiché è il fatto di essere sottoposti alle leggi che conferisce i diritti politici.
La Sovranità, proprio perché "esercizio della volontà generale", è quindi per Rousseau
"inalienabile" (essa può appartenere soltanto al popolo), "indivisibile" per la stessa ragione
per cui è "inalienabile", poiché la volontà di una parte non è che volontà particolare.
La Sovranità è "infallibile": essa non può sbagliare in quanto il sovrano, per il solo fatto di
esistere, è sempre ciò che deve essere. Si tratta del postulato "democratico": il corpo del
popolo vuole sempre e comunque il bene di tutti e di ciascuno.
Volontà generale
La volontà generale è uno dei concetti più trattati all'interno del saggio.
Questa volontà non è da confondere con la volontà della maggioranza. Con Volontà
generale Rousseau intende la somma delle volontà particolari (dei singoli membri
dell'assemblea) in quanto volte al bene comune. Ad esempio in una riunione si "frullano" le
varie volontà particolari per giungere ad una volontà superiore, volta al bene comune. A
questa volontà generale si arriva appunto attraverso una fase di discussione, durante la
quale devono emergere le opinioni personali e non quelle di un gruppo o partito politico, in
quanto i membri del partito voterebbe secondo le direttive di questo e non secondo la
propria coscienza (quindi non spontaneamente, cosa che Rousseau ritiene fondamentale e
di cui ha fatto un caposaldo della sua filosofia).
Chiunque non sia d'accordo, alla fine della fase di discussione, con la volontà generale, è
anzitutto una minaccia per la sopravvivenza stessa della comunità, in quanto non
comprende che la volontà generale è a beneficio anche suo. Perciò va corretto e riportato in
seno all'assemblea. L'assemblea funziona solo se è composta da un gruppo ristretto di
persone, il che potrebbe facilitare una deriva elitista o oligarchica di quella che Rousseau
chiama "democrazia pura", applicata già nell'antica Grecia. Una delle degenerazioni più
possibili del concetto di volontà generale è entrata nella Storia della Rivoluzione Francese
nella figura di Maximilien Robespierre, il quale riteneva di sapere quale fosse la volontà
generale della comunità e quindi di conoscere cosa fosse bene per i cittadini, cosa che, con
Robespierre e coi giacobini, degenera nel periodo del Terrore (il quale è una sorta di
applicazione pratica, portata all'estremo, della correzione di coloro che non
"comprendevano" la volontà generale voluta dal regime giacobino).
Il governo e la conservazione dello stato
Il governo o l’amministrazione dello Stato è solo un potere subordinato al potere
sovrano ed è, nelle mani di coloro che lo detengono, un semplice mandato. Il governo cerca
costantemente di sottrarsi all’autorità legislativa e tende a sostituire la propria volontà a
quella del popolo nella amministrazione dello Stato. Quando ci riesce il patto sociale è
infranto, ed i cittadini sono costretti, ma non obbligati ad obbedire.
La monarchia di cui parla R. lascia sovrano il popolo , dunque il potere del re è quello di far
rispettare la volontà del popolo, dunque, la forma di governo appare più simile ad una
democrazia che ad una monarchia. Egli è però il primo a rifiutare la sovranità del re. L’unico
governo sano per R. è la democrazia spesso accompagnata dal nome di repubblica, mentre
dove il re ricoprirà ancora cariche pubbliche non si rassegnerà mai a far esercitare le leggi,
ma tenterà sempre di togliere la sovranità al popolo ed esercitarla a suo profitto.
Il cittadino resta libero se si sottomette alla volontà generale, che è anche la sua. Ciò è
possibile solo se il cittadino fa astrazione dal suo io individuale per integrarsi totalmente
nella città. La volontà generale esiste solo in uno stato composto di cittadini: non esiste nella
monarchia, dove ci sono sudditi. Da qui la necessità per il legislatore di trasformare l'uomo in
cittadino attraverso l’educazione pubblica, di “darlo interamente allo Stato”. La religione
considerata in rapporto alla società, che è generale o particolare, può anch’essa distinguersi
in due tipi: la religione dell’uomo e quella del cittadino. La prima, senza templi, senza altari,
senza riti, limitata al culto puramente interiore del Dio supremo e ai doveri eterni della
morale, è la pura e semplice religione del Vangelo, il vero teismo e ciò che si può chiamare il
diritto divino naturale. L’altra, propria di un solo paese, gli fornisce i suoi dèi, i suoi patroni
particolari e tutelari; ha i suoi dogmi, i suoi riti, il suo culto esterno prescritto da leggi; al di
fuori della sola nazione che la segue, tutto per essa è infedele, straniero, barbaro; essa
estende i doveri e i diritti dell’uomo solo fin dove giungono i suoi altari. Tali furono tutte le
religioni dei primi popoli, alle quali si può dare il nome di diritto divino civile o positivo.

Smith

L’opera di Smith potremmo dividerla in tre blocchi tematici; primo, teoria dei sentimenti,
vengono analizzate le passioni individuali misurandone l'appropriatezza, fino a considerare
quelle che sono le dinamiche interindividuali in cui l’interesse del singolo è coinvolto- nel
secondo, lezioni di glasgow, è preso in considerazione l’evolversi delle società umane- nel
terzo, ricchezza delle nazioni, si considerano le relazioni economiche tra individui e tra
individui e istituzioni.

L’oggetto di studio è il concetto di simpatia in Smith. Il termine usato dall’economista


scozzese è “sympathy”, che in italiano la maggioranza degli studiosi traduce appunto in
“simpatia” o “empatia”. Tale concetto di simpatia esprime “la capacità dell’essere umano di
condividere i sentimenti degli altri.” L’intreccio dei comportamenti dei singoli uomini
costituisce l’insieme delle regole morali della società che diventa il luogo naturale in cui
gestire in modo consono e appropriato i sentimenti, le passioni, le virtù. Smith scriveva: “e
così l’uomo, che può sopravvivere solo nella società, è stato reso adatto dalla natura a
quella situazione per cui è stato creato.” Con il concetto di simpatia vengono definiti gli
elementi fondamentali dell’agire umano, di come un uomo entra in rapporto con un altro
uomo e di come si affrontano determinate situazioni; di come un uomo “entra nella testa di
un altro uomo” per comprendere ciò che lo rende felice, ciò che lo turba, ciò che porta lui ad
odiare qualcuno, a simpatizzare per qualcuno, ad amare qualcuno e così via. Molto spesso
cerchiamo di immedesimarci in altre persone per immaginare ciò che esse vivono, che sia
un periodo difficile o un momento non molto felice, oppure che sia un periodo allegro o un
momento di gioia. Smith vuole farci comprendere non solo come agire nei confronti della
gente, ma anche come la gente reagisce nei nostri confronti quando proviamo dei sentimenti
come la gioia, l’amore, l’odio. Smith con la parola “simpatia” intende quel sentimento di
partecipazione che abbiamo nei confronti di altre persone e che tali persone hanno nei nostri
confronti.

Individuo e società

In “La teoria dei sentimenti morali” il tentativo di Smith è di spiegare dove nasce la moralità e
perché gli uomini possono agire con dignità e virtù anche quando questo va a scapito dei
loro interessi.” “La Teoria dei sentimenti morali” si apre con la frase seguente: «Per quanto
egoista si possa ritenere l'uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi
che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l'altrui felicità,
nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di constatare.» L’uomo,
fondamentalmente è individualista, ma non sempre agisce in base al proprio interesse
personale in quanto, secondo Smith, esistono varie ragioni per cui gli individui possono
provare interesse per la vita degli altri come simpatia, generosità, senso civico.

Per teoria stadiale si intende una concezione secondo la quale lo sviluppo delle società
umane avviene per tappe successive, distinte le une dalle altre dal diverso modo di
sussistenza: si ha così un’età della caccia, età della pastorizia e dell’economia.

Smith inizia una critica radicale all’idea di contratto, egli afferma che a definire le origini e il
progresso del governo, sorge non sul consenso o dall’accordo di un certo numero di
persone a sottomettersi a certe norme, bensì dal progresso naturale compiuto dagli uomini
nelle società, quindi secondo lo studioso il contratto non nasceva da nessun istinto naturale
o da una volontaria acquiescenza

Smith come Hume, osserva inoltre che, anche se i primi membri avessero stipulato un
contratto, esso, non avrebbe potuto essere impegnativo per i posteri. Inoltre se si è vincolati
da un contratto tacito per il solo fatto che si risiede in un paese, e quindi di accettare il
governo, si potrebbe obiettare dicendo che chi nasce non sceglie il paese, né la forma di
governo presente. Quindi la maggior parte delle persone non ha alcuna cognizione e tuttavia
condividono la credenza che si debba obbedire al potere sovrano.

L’obbedienza arriva da due principi; il principio di autorità(autorità riconosciute es figlio che


rispetta il padre) e il principio dell’interesse comune( ognuno può rendersi conto che chi
detiene il governo sostiene la sicurezza e l’indipendenza di tutti, cosa che non potrebbe
accadere senza un governo regolare). Il primo principio è riconducibile al governo
monarchico, il secondo a uno repubblicano e in particolare a uno democratico. Nel primo
l'obbedienza è dovuta a sentimenti di differenza verso la superiorità del potere costituito, nel
secondo essa è dovuta interamente a considerazioni di utilità.

Economia e politica

Per Smith la politica (società artificiale) è una sorta di emanazione, seppur importantissima,
dell’economia (società naturale). L’uomo, per Smith, non è un “animale sociale”, ma in
primo luogo un “animale che lavora” e che, solo dopo, diventa politico. Ma è la divisione del
lavoro che spiega la dimensione antropologica e tutta la vita dell’uomo: il modo di lavorare
determina il modo d’essere in società.Quindi l’agire individuale e privato porta al benessere
comune.

Burke
Nelle “riflessioni sulla rivoluzione francese” manifesta il timore che il nuovo governo francese
avrebbe svolto una politica in contrasto con gli interessi inglesi e questo avrebbe finito per
provocare un conflitto.
Parla dell’ingenua affermazione di chi ritiene che la rivoluzione francese sia la ripetizione
dopo un secolo della gloriosa rivoluzione inglese del 1689. per Burke sono due avvenimenti
diversi: la rivoluzione inglese voleva difendere l’antico sistema costituzionale assicurando il
trono d’inghilterra alla discendenza protestante. Il parlamento inglese si sentiva inserito in
una tradizione e vincolato a una serie di norme non scritte che delimitavano e regolavano il
potere sovrano. Essi non intesero ricostruire ex novo la costituzione inglese ma solo
conservarla e migliorarla. La rivoluzione francese è ispirata ad un principio opposto: la
società deve essere ricostruita ex novo mediante la ragione: la tradizione in quanto fondata
sul timore, dell'errore, deve essere cancellata. La rivoluzione accoglie il presupposto che
sussista una equivalenza tra realtà e ragione e che la politica si realizza sul piano della
ragione. Si pensava che l’ordine politico fondato sulla ragione corrisponde alle vere esigenze
dell’uomo.
La rivoluzione è la conclusione dell’affermazione illuministica dell’assoluto primato della
ragione quale unica misura cui debbono essere riportate istituzioni, leggi, costumi tradizioni.
Il secondo evento cruciale della Rivoluzione, così come Burke vedeva le cose nel 1789-90,
era rappresentato dai fatti di Versailles del 5-6 ottobre. Egli descrive tutte le violenze
perpetrate contro Maria Antonietta finendo col fare di lei il simbolo della fine di un'età della
cavalleria, da lui amaramente rimpianta. Sebbene in questo punto sembri in qualche modo
cedere al sentimentalismo, Burke ebbe però il grande merito di riportare alla memoria un
importante concetto di sociologia storica. I filosofi della storia britannici e francesi, le cui
opere erano ben note a Burke, concordavano tutti sul considerare lo sviluppo della cavalleria
in epoca medievale, e soprattutto l'atteggiamento nei riguardi della donna, quali fattori
capitali per la formazione di quel codice di comportamento, sia aristocratico che delle élite
rurali ed urbane (si pensi alla gentry), che aveva modificato completamente il costume degli
europei moderni da quello degli antichi.
Sieyès
Che cosa è il Terzo Stato? di Sieyès fu pubblicato anonimo nel 1789 e si impose come
manifesto politico delle rivendicazioni della borghesia rivoluzionaria contro i privilegi nobiliari
e l’assolutismo. Si tratta di un pamphlet impetuoso, che mette in discussione l’intero
ordinamento sociale e politico della Francia dell’epoca, espellendo di fatto la Nobiltà, fino ad
allora classe dirigente, dal consorzio civile. L’incipit è fulminante: “Che cos’è il Terzo Stato?
Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di
diventare qualcosa.” Sieyès, traccia il quadro teorico e indica i passi pratici per la
costruzione di uno Stato nuovo, basato sull’essere Cittadini, la rappresentanza,
l’uguaglianza davanti alla legge, il bene comune e il rifiuto degli interessi corporativi. Un libro
che ha fatto la storia, contribuendo allo scoppio della Rivoluzione Francese, ma che per
lucidità e chiarezza può parlare anche al lettore di oggi su cosa significhi essere Cittadini.
Che cos’è il Terzo Stato?, mette in discussione l’intero ordinamento politico, economico e
sociale della Francia settecentesca e si scaglia palesemente contro la classe nobiliare,
affermando nello stesso tempo che i rappresentanti della borghesia e del popolo devono
porre le basi per creare un nuovo regime. L’incipit del pamphlet, fulminante, è uno dei più
noti di tutta la storia: «Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora
nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa».
Sieyès, in sostanza, nel suo scritto dà le indicazioni per costruire uno Stato nuovo basato
sull’essere cittadini, sulla rappresentanza parlamentare, l'uguaglianza davanti alla legge, sul
bene comune e sul rifiuto degli interessi di parte. Nell’ambito del pamphlet possiamo
individuare alcuni punti chiave, che ispirarono di lì a poco i rivoluzionari nella loro opera di
demolizione del vecchio regime.
La nazione è un corpo di associati che vivi sotto una legge comune ed è rappresentata da
uno stesso legislativo.
Per società civile o nazione intende l'insieme dei cittadini francesi a quali viene attribuito il
potere costituente, l'organizzazione istituzionale dello stato, alla quale spettano i poteri
costituiti.
La nazione nasce da un contratto con il quale gli individui isolati che vivevano sotto leggi di
natura, danno vita a un'unione sociale dotata di una volontà comune.
Tale unione basata su basi egualitarie e la volontà è sovrana.
Affinché la nazione raggiunga i fini per i quali è nata, deve dotarsi di un corpo politico capace
di agire. A questo punto entra in gioco il concetto di costituzione.
I dilemmi della rappresentanza
Il punto fondamentale è il nesso Nazione-Costituzione e la nuova concezione dell’azione
politica pensata
come rottura della continuità della storia.
L’autore collega i principi del Contratto Sociale alla concreta pratica politica. L’assunto di
l'inalienabile
sovranità della volontà generale trova riscontro nel riconoscimento della necessaria
articolazione
rappresentava di quella volontà e a/erma che sono necessari dei “rappresentano
straordinari” per
decidere in materia di Costruzione.
Per quanto riguarda la concezione della rappresentanza l’autore si schiera contro Rousseau
il quale aveva
considerato come una contraddizione l’idea di una rappresentabilità della volontà generale e
considera il
sistema rappresentativo come l’unica forma polica adeguata alle esigenze delle nazioni
moderne.
Sieyès parla di un “Governo esercitato per procura” ossia non è la reale volontà comune ad
agire ma una
volontà rappresentava, in questo modo gli associa a<danno l’esercizio della parte della
volontà nazionale
a dei rappresentan. Il governo rappresentativo non è un mero surrogato della democrazia
diretta ma è
invece un sistema politico diverso e migliore che esprime i passi avan intervenute nei
principi dell’“arte
sociale”. In questo preciso momento del pensiero di Sieyès influenza di Rousseau passa in
secondo piano
in quanto egli prende spunto dalle idee di Adam Smith a/ermando che il sistema
rappresentativo
costituisce l’espressione polica di un fondamentale principio organizzativo ossia la divisione
razionale del
lavoro. Anche la polica va considerata come un’a>vità altamente specializzata che richiede
persone
istruite e competen: senza giungere ad alienare i propri diri>, i consocia, ne delegano
l’esercizio a coloro
che ritengono ada> allo scioglimento delle funzioni pubbliche (Istituzione del lavoro
rappresenta).
La rappresentanza viene vista come la madre dell’industria e del commercio e secondo
questa visione
siamo lontani dal modello repubblicano di libertà-partecipazione: Sieyès si riferisce
all’apologia della società commerciale di ispirazione lockiana e propone l’applicazione del
nesso sovranità-rappresentanza
secondo la quale la nazione non esiste se non nelle azioni dei suoi legi>mi rappresentan.
Però, nessun deputato può essere vincolato dalla volontà dei suoi elettori perché si
costruirebbe una
volontà particolare. Lo stesso si può dire per le decisioni del corpo rappresenta che non
possono essere
so1oposte a ra.ca popolare.
L’autore respinge qualsiasi interpretazione assoluta di questa volontà nazionale: il corpo dei
delega
non può rivendicare un’illimitata possibilità di azione. In e/e>, al momento della costruzione
di
un’associazione polica gli uomini me1ono in comune il “meno possibile” e quanto è
necessario a
mantenere gli individui nei propri diri> e doveri altrimenti si confonde la res-pubblica con la
res-totale e
viene così messa in discussione la vera causa .nale di ogni ordine sociale.
L’autore propone un tentavo di far conciliare sovranità nazionale e libertà individuale, unità di
azione e
divisione dei poteri: il metodo è la dispersione delle funzioni politiche in tan corpi
rappresentativi con
l’applicazione dei principi di “unità organizzata”; in questo modo l’autore pensava di aver
trovato l'antidoto
all’anarchia e al dispotismo.
Per concludere, bisogna anche analizzare dei lati oscuri del pensiero di Sieyès che
riguardano
maggiormente la divisione e l’esclusione sociale:
- Espulsione dell’aristocrazia feudale dalla comunità polica;
- Concezione “censitaria” dei diri> politici e “classe disponibile” destinata ad assumere tu1a
la rappresentanza politica del paese;
- Cittadinanza a>va e passiva: tu> gli abitan di un paese devono godere dei diri> di cittadini
passivi ma non tu> sono cittadini a>vi (le donne, i bambini e gli stranieri sono esclusi dalla
cosa pubblica);
- Non c’è una piena assunzione del principio ele>vo come fondamento di legi>mazione del
potere politico: per l’autore ci sono dei sogge> in grado di rappresentare “naturalmente” la
totalità della
nazione a prescindere dalla volontà dei componen.
Kant
Per kant le leggi dello stato regolano esclusivamente la libertà esteriore avendo di mira la
semplice legalità, ossia la conformità al dovere. Come spiega Kant, stavolta nei principi
metafisici della dottrina del diritto e della metafisica dei costumi, le norme giuridiche hanno il
compito di definire i limiti della libertà esteriore di agire dei cittadini, senza entrare nella sfera
inviolabile di ciò che pensano o credono.
Entro questa sfera interiore dell’agire e del volere risiede invece l’ambito specifico della
moralità, affidata a una legge universale che ciascun uomo da a se stesso con la propria
ragione e che non conosce tempo, diversità geografiche e di usanze perchè al di la della
natura e dei fenomeni.
In linea con la maggior parte della tradizione moderna lo stato per kant è una istituzione
artificiale, creata dagli uomini, che ha il compito di difendere e mantenere il diritto, ossia una
legge valida per tutti i cittadini, di fronte alla quale tutti sono uguali e in grado di regolare le
proprie libertà esteriori. A differenza degli illuministi lo stato secondo kant non ha il compito
di promuovere la felicità dei cittadini, bensì la salvaguardia della propria libertà e dei propri
diritti, lasciando ad essi la scelta e la possibilità di perseguire i propri scopi e i loro progetti di
vita, finche la libertà degli uni non si scontri con quella degli altri.
Kant sostiene pertanto una concezione prettamente liberale dello stato, quale organo del
diritto e della difesa dei diritti dei cittadini.
Kant favorevole alla divisione dei poteri e al controllo della monarchia da parte di assemblee
legislative il filosofo appartiene al moderno contrattualismo ritenendo il contratto originario
non come un fatto storico(contro Hobbes) ma come un’idea della ragione.
Knat introducendo questa idea egli parla del contratto originario come idea della ragione,
quindi non mira tanto a spiegare l’origine dello stato, piuttosto a definire il criterio di giustizia
delle leggi.
Secondo questo contratto devono essere garantiti i diritti inalienabili delle persone, la libertà
di espressione e l’uso pubblico della ragione che kant ritiene lecito opporsi all’ingiustizia
della volontà sovrana.
Kant è ottimista quando guarda alla storia del genere umano che essa a compiuto del
campo del diritto e della libertà esteriore.
In generale la filosofia della storia kantiana sostiene l’idea che il progresso dell’umanità
sebbene contrastato e non continuo esista e non possa essere fermato.
E’ anche necessario saper riconoscere nell’uomo delle disposizioni naturali che si
compiranno per tentativi, utilizzando la ragione e non secondo uno schema che va dal male
al bene ma, più modestamente dal peggio verso il meglio.
Un’altra fortunata espressione kantiana riesce a spiegare quale sia lo stimolo essenziale allo
sviluppo della civiltà: è di l'insocievole socievolezza di cui si parla nella quarta tesi “Dell’idea
di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”.
L’uomo, nella visione kantiana, è un essere ambivalente: da un lato ha la tendenza ad
associarsi e a cooperare; dall’altro è portato ad isolarsi e a cercare l'affermazione personale.
Questa insocievole socievolezza è alla base del sorgere delle società e della loro evoluzione
in strutture giuridiche sempre più morali, meno rozze e barbare.
L’idea di una repubblica mondiale
Anche la riflessione sul tema della pace nella quale kant estende la sua analisi ai rapporti
con gli stati cade nel 1795, con la scrittura di un breve e incisivo opuscolo “ Per la pace
perpetua”.
L’insocievolezza che caratterizza le relazioni personlali vale anche nei rapporti con gli stati.
La soluzione che kant propone per superare la guerra, e avviare una società di essere
razionali autonomi è quella di formare una federazione di stati, che superi l’isolamento
bellicoso del presente.
La necessità di realizzare un unico diritto che regoli i rapporti tra gli stati, agli occhi di kant
sembra sempre più manifesta nel corso della storia, anche guardando all’economia sempre
più sovranazionale è in grado di stimolare rapporti pacifici tra gli individui. Ma anche il
cosmopolitismo, che avvicini gli essere umani secondo la loro superiore finalità di autonomia
e moralità, rientra in questo disegno.
La miglior forma di governo, in vista di rapporti pacifici a livello mondiale, è quella
repubblicana, che rispecchia a livello politico la libertà umana della quale l'imperativo
categorico è la forma etica.
Governo repubblicano per kant non significa democrazia secondo il modello Rousseau, ma
rappresentanza del popolo e controllo del potere mediante la sua divisione.
Antropologia e cosmopolitismo
Per kant la rivoluzione francese fu un movimento di progresso dell’umanità, afferma che ci
sono state miseri e atrocità però essa ha prodotto spettatori e partecipazione, la causa di
questa partecipazione è duplice: da un altro dal punto di vista del diritto, la rivoluzione ha
manifestato il potere costituente di un popolo, ossia di darsi da sé una costituzione civile.
Dall’altro sono state realizzate delle costituzioni repubblicane che rappresentano una
condizione necessaria per l’eliminazione delle guerre.
Fichte
La fama del filosofo si diffuse grazie agli scritti pubblicati in anonimo, il primo “il saggio di
una critica di ogni rivelazione” è più importante ai fini del riconoscimento del metodo
scientifico.
Fichte come Schelling e Hegel appartengono alla corrente filosofica dell’idealismo tedesco.
Successivamente pubblicò altri scritti in anonimo. Il “contributo” fu un’opera concepita come
una confutazione delle tesi esposte nelle “ricerche sulla rivoluzione francese”, opera che si
colloca alle origini del controrivoluzionismo non solo per la sua presa di posizione contro
l'illuminismo politico, accusando la razionalità astratta, ma innanzitutto per la convinzione di
ripristinare l’ordine dello svolgimento storico sconvolta dal sovvenimento rivoluzionario. In
una parte del “contributo” viene fatta la distinzione tra saggezza e legittimità di una
rivoluzione(ovvero fra i mezzi per attuarla e le finalità da perseguire attraverso essa, dove i
primi vengono rifiutati per la violenza e secondi celebrati in nome dell’inviolabilità dei diritti
fondamentali dell’umanità). La rivoluzione è sinonimo di mutamento politico di uno stato e la
proclamazione del diritto, da parte di un popolo di sostituire una costituzione di legittimità
con una nuova, coerente con le esigenze di una mutata situazione politica. E’ da questa sua
definizione che Fichte viene definito “giacobino”.
Fichte inizialmente aderirà agli ideali della rivoluzione francese, sviluppando una concezione
politica di tipo contrattualistico e fedele alle idee del giusnaturalismo.
Al centro della tesi del giusnaturalismo, fatta propria da Fichte, è che il diritto positivo, le
leggi dello stato o le leggi che una comunità da a se stessa, è preceduto e fondato da un
diritto naturale, cioè da legge che l’uomo in quanto essere umano, trova iscritte nella propria
ragione. La legge positiva contribuirà a rafforzare il diritto naturale, ricordando con pene e
sanzioni, a chi avesse dimenticato tale ovvia consapevolezza, che il furto non è ammissibile.
Il problema della libertà in ambito politico sociale è la sua realizzazione, e più precisamente
come un individuo possa essere libero in un contesto comune di vita con altri individui
rispettando la libertà altrui, si tratta di trovare un modello di convivenza sociale in grado di
garantire la libertà collettiva, oltre che dell’individuo. Una società di questo tipo deve
garantire il diritto alla proprietà. Questo diritto può definirsi naturale, nel senso che è
razionale e giusto che ognuno possegga i frutti del proprio lavoro o l’oggetto su cui si
concentra la sua attività lavorativa, ci sarà una legge che dirà; il principio naturale per cui
quel campo è mio in quanto l’ho lavorato io.
L’accordo positivo e contrattualistico sta a fondamento non solo dei singoli diritto, ma anche
per la costituzione di uno stato. Il compito primario di uno stato consiste nel rafforzare il
diritto naturale attraverso quello positivo, lo stato però è solo uno strumento, non un fine in
sé.
Fichte a berlino
A partire dallo scritto “stato commerciale chiuso”, Fichte rivede il ruolo e il valore dello stato
per l’organizzazione politica degli uomini, abbandonando il precedente antistatalismo.
Fichte teorizza innanzi tutto una estensione dei corpi e delle funzioni riconosciute allo stato
oltre l’ambito giuridico del giusnaturalismo, verso la sfera economica; per cui, lungi
dall’arginare l’intervento dello stato nella vita associata degli uomini, la teoria politica di
Fichte gli assegna il ruolo di determinare addirittura l’intera politica economica di una
comunità nazionale. Si può parlare di statalismo, in quanto lo stato interviene fino a
controllare la distribuzione della ricchezza e l’intera modalità produttiva di una comunità.
Con questo discorso potremmo introdurre il concetto di guerra, partendo dal presupposto
che ogni conflitto nasce da cause economiche, potremmo dire che in uno stato prima
descritto si cerca di evitare qualsiasi azione bellica con l’estero, al fine di garantire una
condizione di pace sociale. L’utopia autarchica serve dunque a limitare la competizione, lo
sfruttamento economico, la produzione di disuguaglianze eliminando ogni traccia di
imperialismo.
Un altro punto da sviluppare della teoria politica fichtiana deriva dall’esaltazione
dell'elemento nazionalistico di una comunità. L’accento viene posto ora,più che sullo stato,
sulla nazione, o meglio si procede a una identificazione dei due elementi, quello giuridico e
quello culturale.Questo pensiero nasce dalla disillusione prodotta dagli sviluppi della
rivoluzione francese che avevano portato all’occupazione di berlino da parte delle truppe
napoleoniche; occorreva quindi fare appello allo spirito e alla cultura del popolo tedesco per
uscire da questo momento di profonda crisi di identità storico-politica(discorsi alla nazione
tedesca-opera). In quest’opera era l’educazione l’unico possibile strumento per una concreta
affermazione dei caratteri nazionali, e un programma pedagogico era il presupposto per
formare l’uomo nuovo da cui sarebbe scaturito un popolo nuovo, il concetto di guerra di
popolo, come guerra giusta in grado di condurre alla liberazione nazionale, campeggerà nel
manoscritto “dottrina dello stato”, nell’imminenza della liberazione dei terrori tedeschi dal
dominio francese.
Hegel
La libertà è centrale non solo per Hegel, ma in tutta la filosofia classica tedesca. La libertà in
Hegel si presenta come comprensione filosofica; Hegel non vuole delineare un modello di
libertà, ma vuole invece comprenderne la logica, facendone emergere i momenti di
contraddittorietà e il modo in cui quelle stesse contraddizioni trovano soluzione.
La filosofia di Hegel è una filosofia dell’infinito e dell’assoluto, quindi il suo “motto” è; <ciò
che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale> si può dire che la ragione senza il reale
è vuota(astratta), il reale senza la ragione è cieco(senza senso).
La libertà soggettiva: il principio dell’età moderna
Comprendere la realtà non significa darne una rappresentazione fotografica, ma
comprendere ciò per cui essa è razionale e quindi conforme al principio dell’epoca, cioè al
principio di libertà soggettiva, che per Hegel costituisce < il punto nodale e centrale nella
differenza tra l’antichità e l’età moderna>.
A questo livello(soggettivo) dello spirito si tratta di una libertà solo parziale, non ancora
piena, in quanto segnata negativamente dal suo appartenere a un soggetto ancora
individuale. Questo movimento si compone di; diritto, moralità ed etica. E’ in quest’ultimo
momento, precisamente nello stato che la libertà trova la propria realtà, perché come
afferma Hegel, presentando un’altra tripartizione essa si concretizza nei rapporti della
famiglia, società civile e stato che l’individuo ha realtà.
La concretezza dei rapporti; l’eticità
Il diritto della libertà soggettiva è un movimento dialettico,pertanto Hegel parla di
superamento(aufhebung); negare, conservare ed elevare. L’intelletto ha il compito di
determinare la tesi, ossia fissare dei concetti, distinguendo le cose le une dalle altre, la
ragione(strumento superiore di conoscenza) ha il compito negare quei concetti,
rovesciandoli nella antitesi, è ancora la ragione a operare la sintesi, arrivando a una
conoscenza completa e superiore. Con questo Hegel intende un negare il suo carattere
astratto, ciò per cui la libertà è intesa come garanzia del privato, conservare il senso
moderno della libertà soggettiva ed elevarlo alla concretezza di un concetto di libertà che
non veda più nello stato un proprio limite, ma la propria realtà.
Lo Stato e le sue radici etiche
Il primo momento dello spirito oggettivo è quello del diritto, e più precisamente nel diritto
astratto. In cosa consiste l’astrattezza del diritto? Nel guardare solo il singolo, nel concepire
il singolo come persona depositaria di diritti in un modo irrelato, il diritto astratto serve a
regolare i rapporti tra le autocoscienze, e si basa su un contratto tra due autocoscienze. I
diritti delle persone si manifestano in quelle categorie fondamentali della teoria
giusnaturalistica quali il contratto e la proprietà, le quali hanno un carattere esteriore e
meccanico. Il contatto fonda una comunità politica solo in virtù di un accordo formale e
artificiale tra individui, i quali continuano a rimanere reciprocamente nel loro astratto
isolamento. La fase successiva è la moralità, il passaggio dal diritto alla moralità avviene
quando l’individuo interiorizza il diritto. La libertà si concretizza a livello della società nelle
istituzioni.
Il terzo momento dialettico è l’eticità, in cui il bene è effettivamente realizzato nella realtà
esterna, in cui la realtà oggettiva è riconosciuta nella sua intrinseca razionalità. Il primo
momento è la famiglia, unità armonica, il grado successivo è la società civile come insieme
di più famiglie, questo è un insieme conflittuale, perché la società è divisa in ceti e ogni ceto
combatte per il proprio interesse, i ceti per Hegel sono; agricoltori,artigiani e commercianti. Il
terzo momento della società civile è rappresentato dalla polizia e dalle corporazioni. Mentre
la polizia ha il compito di proteggere e garantire i diritti della comunità, le corporazioni
raccolgono i lavoratori che svolgono il medesimo mestiere.
L’eticità come luogo della libertà politica
Secondo Hegel, la conciliazione dei conflitti e la fondazione di una nuova comunità
veramente etica è lo Stato. Lo Stato infatti recupera in modo consapevole, mediato e
spirituale quell’unità e armonia che nella famiglia avevano un carattere inconsapevole.
Lo stato è l’istanza che supera la famiglia e la società civile, è lo stato che da vita agli
uomini.
La pluralità degli Stati e la guerra
Per Hegel lo stato nasce come istituzione sociale ed è lo spirito del popolo a costruire una
costituzione. Inoltre Hegel vede la guerra come male necessario per raggiungere la pace,
perché gli Stati sono in conflitto tra di loro, quindi i presupposti di un’alleanza tra Stati
rimangono incerti e accidentali.
Constant
Dopo la Rivoluzione francese, alcuni pensatori ritennero che si dovesse tornare alla
tradizione ad essa precedente, mentre altri la consideravano come un punto oltre il quale
non si poteva tornare indietro, pur rigettando gli esiti estremi culminanti nel Terrore
giacobino, ma anche lo sviluppo autoritario impresso da Napoleone. Benjamin Constant de
Rebecque (1767-1830) fu uno dei più accaniti esponenti dell’opposizione liberale a
Napoleone: nato a Losanna da una famiglia protestante originaria della Francia, egli compì i
suoi studi in Inghilterra e in Germania; nel 1795 ottenne la cittadinanza francese. Nel 1794
aveva conosciuto Madame de Staël (1766-1817), figlia del banchiere svizzero Necker, antico
ministro delle finanze sotto Luigi XVI, alla quale Constant restò legato per quindici anni non
solo in qualità di amante, ma anche in virtù di una collaborazione intellettuale e politica. Nel
1796, Constant pubblicò Sulla forza del governo attuale della Francia e sulla necessità di
aderirvi, dove gli errori della rivoluzione sono criticati ma senza per ciò auspicare un ritorno
alla situazione precedente. Eletto al Tribunato, Constant condusse una politica di rigida
opposizione a Napoleone, primo console, finché fu costretto con Madame de Staël a
prendere la via dell’esilio. Nel loro girovagare per l’Europa, i due incontrarono i grandi eroi
della cultura tedesca: uno dei risultati di queste esperienze fu l’opera Sulla Germania di
Madame de Staël, nella quale sono esaltati Goethe e Schiller e si dà un resoconto delle
principali correnti filosofiche tedesche, oltre che dell’opposizione fra poesia classica e poesia
romantica: questa opposizione, frutto di un assai vivace dibattito in auge a quei tempi
(Leopardi stesso interverrà in difesa della poesia classica), pende tutta a favore della poesia
romantica, che è la suprema acquisizione di quella cultura tedesca fondata su un armonico
equilibrio tra ragione e sentimento. Proprio per via di questa esaltazione entusiastica della
Germania, l’opera, già in bozze, fu sequestrata nel 1810 su ordine di Napoleone, cosicché fu
pubblicata in Inghilterra e soltanto nel 1814 in Francia, dove venne considerata il manifesto
del romanticismo. In quello stesso torno di anni, Constant scrisse il romanzo Adolphe,
pubblicato poi nel 1816. Contro il militarismo napoleonico, egli compose Sullo spirito di
conquista e di usurpazione (1814), ma durante i Cento Giorni si accostò a Napoleone, per il
quale elaborò un progetto di costituzione liberale sul modello inglese, fondato sulla
salvaguardia delle libertà personali. Con l’avvento di Luigi XVIII, Constant fu nuovamente
costretto all’esilio, ma nel 1817 potè rientrare a Parigi e, successivamente, venne eletto al
parlamento, ove si schierò tanto contro i reazionari quanto contro i democratici. In questo
periodo, egli pubblicò una raccolta dei suoi più importanti saggi politici sotto il titolo Corso di
politica costituzionale (1818/1820) e, a partire dal 1824, diede inizio alla pubblicazione della
sua opera filosoficamente più impegnativa: Sulla religione considerata nella sua origine,
nelle sue forme e nei suoi sviluppi, il cui quinto volume uscirà postumo nel 1831.
Costantemente sorvegliato dalla polizia sotto Carlo X, dopo la rivoluzione del luglio 1830 fu
nettamente favorevole all’avvento del regno di Luigi Filippo, che lo nominò presidente del
Consiglio di Stato, ma in quello stesso anno Constant andò incontro alla morte.
Il problema che anima l’intera filosofia di Constant è quello della libertà e dei suoi rapporti
con il potere: naturalmente ciò è dovuto, oltre che all’indole dell’autore, anche al particolare
momento storico in cui egli è vissuto. Due sono i tipi di libertà che Constant individua e
distingue: da un lato, c’è la libertà tipica delle antiche democrazie dirette, nelle quali il potere
era nelle mani di tutti i cittadini che partecipavano direttamente alla vita politica; dall’altro, c’è
la libertà propria della società moderna, in cui tutti gli individui intendono primariamente
perseguire i propri interessi e coltivare la propria sfera privata. Per usare la terminologia
impiegata da Constant – e destinata a godere di grande fortuna (Hegel, Marx, ecc) -, la
prima è la libertà del citoyen (cittadino), mentre la seconda è la libertà del
bourgeois(borghese). La prima forma di libertà è possibile soltanto laddove lo Stato ha
piccole dimensioni ed è caratterizzato dalla presenza della schiavitù, che consente ai (pochi)
cittadini liberi di non lavorare e, dunque, di dedicarsi a tempo pieno alla vita politica. Tale
era, ad esempio, la poliV di Atene nell’età periclea. Negli Stati moderni, caratterizzati da
grandi dimensioni, ciò non è più possibile, poiché la schiavitù non è più presente. Il grande
errore commesso da Rousseau e dai rivoluzionari che avevano seguito le sue dottrine sta
nell’aver voluto ripristinare anacronisticamente la libertà degli antichi: è impossibile
realizzare la libertà del citoyen all’interno dello Stato moderno, privo di schiavitù. Ma ciò non
significa che si debba rinunciare alla libertà politica per puntare esclusivamente all’utile e alla
libertà individuale: Constant non propone mai una libertà – meramente negativa – dalle
ingerenze dello Stato, al fine di svolgere un indisturbata attività economica. Si tratta invece
di conferire una diversa forma alla libertà politica. In primis, poiché è di fatto impossibile la
partecipazione diretta di tutti alla vita politica, sarà necessario introdurre l’istituto della
rappresentanza e, in secundis, per sfuggire alla degenerazione del potere esecutivo in
tirannide, sarà necessario introdurre salvaguardie istituzionali volte a garantire la libertà e i
diritti individuali, dal diritto di proprietà alla libertà di pensiero e di stampa, da quella
economica a quella religiosa, che sta a fondamento di tutte le altre coincide col sentimento
religioso della libertà stessa. In quest’ottica, il potere è concepito non già come fine, bensì
come garanzia per la libertà e per i diritti di tutti, cosicché diventa necessario evitare
un’eccessiva concentrazione di esso. Ciò si ottiene attraverso la separazione dei poteri e
l’attribuzione di competenze anche ai poteri municipali. L’importante è – agli occhi di
Constant – evitare che l’individuo sia soffocato e che i suoi diritti siano calpestati da forme di
governo dispotico.
I principi di politica
Il modello abbracciato e propagandato di Constant fu quello di una monarchia costituzionale,
nella quale una sovranità moderata avesse il suo fondamento in una costituzione
rappresentativa, con distinzione ed equilibrio fra i poteri.
I principi di politica iniziarono ad essere pubblicati nel 1806, ma l’edizione definitiva apparì
nel 1815, in quest’opera il concetto sovranità popolare è centrale; nel primo capitolo
Constant da una definizione fra potere derivante dalla forza, perciò illegittimo, e quello
basato sulla sovranità popolare, legittimo. E’ la limitazione del potere a sancire la legittimità,
in assenza di questa si ha il dispotismo.
Nel secondo capitolo il potere che deve competere al capo dello Stato(monarca) è descritto
come potere neutro; un’autorità contemporaneamente superiore, neutrale e astratta può
mantenere l’equilibrio fra i poteri, con la funzione di disciplinare il conflitto o il disordine.
Constant fa una distinzione tra monarchia costituzionale e monarchia assoluta; nel primo
caso lo stato non può agire in luogo di altri poteri.
Ciò che distingue i due tipi di monarchia è la presenza di una costituzione in quanto legge
fondamentale(constant- istituzionalismo moderno). La differenza dei poteri è alla base
dell’organizzazione politica. L'organizzazione dei poteri costituzionali prevede che dal potere
del monarca emani pur essendo separato il potere esecutivo, esercitato dai ministri e dagli
agenti inferiori dotati di responsabilità e sottoposti all’autorità della legge; a essi si affiancano
i poteri giudiziari, potere rappresentanza durevole e rappresentanza dell’opinione. Questi
ultimi due sono un’articolazione del potere legislativo, la distinzione è motivata dalle due
camere, la prima è un’assemblea ereditaria e la seconda un’assemblea elettiva. In assenza
della classe ereditaria diventa dispotismo. Lo svolgimento della camera elettiva è la via
maestra per garantire che essa sia forta ma per prevenire gli eccessi, cioè il pericolo di
un’assemblea rappresentativa si trasformi in un’assemblea demagogia.
Tocqueville
La democrazia in america
Tocqueville è uno dei teorici del liberismo 800esco, quella concezione politica e della
società fondata sulla libertà dei singoli e delle libere associazione.
Toc è interessato alla nuova forma politica ovvero la democrazia, infatti durante il
suo soggiorno in america è proprio questo aspetto che attira l’attenzione di Toc,
secondo lui è una condizione di uguaglianza che sussiste in tutti i membri della
società(libertà di pensiero parola e uguaglianza dei diritti) però tra i rischi della
democrazia vi è la “dittatura della maggioranza” che sarebbe la maggioranza della
popolazione a "decidere" per l'insieme degli individui, non tenendo in considerazione
la visione espressa dalle minoranze(essa può invece essere autorevole o talvolta più
adeguata ad un determinato contesto storico-sociale).
Un’ altro aspetto negativo della democrazia è che vivendo in un regime egualitario gli
individui diventano individualisti.
Una scienza politica nuova per educare la democrazia
Uno stato democratico regolato dalla legge, che garantisce i diritti e la sicurezza per poterli
conservare è ciò che Tocqueville vuole immaginare in una società futura. La rivoluzione in
atto è lontana da garantire ciò, risaltano invece i mali che essa porta.
Dispotismo democratico e individualismo
Secondo Tocqueville la libertà è il valore fondamentale in basa al quale occorre agire per
salvare la democrazia da nuove pericolose forme di tirannide. Occorre studiare la libertà dal
punto di vista politico e sociale, sia sul piano dei costumi che delle istituzioni.(democrazia in
america). Nel libro dopo aver parlato della dittatura della maggioranza e dell’individualismo,
Tocqueville descrive quale tipo di dispotismo debbono paventare le nazioni democratiche,
secondo lo studioso bisogna aver paura del dispotismo democratico, una specie di
compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, esercitata su una folla
fatta da individui anonimi e conformisti. Si tratta di un potere unico, tutelare, onnipotente,ma
eletto dai cittadini.
La libertà politica contro i mali della democrazia
Il metodo efficace ai mali che l’uguaglianza può produrre è la libertà politica. L’invito dello
studioso è quello di guardare l’america non per copiarne le istituzioni, ma per capire lo
spirito; valgono i principi come; ordine, equilibrio dei poteri., vera libertà, rispetto sincero e
profondo del diritto.
Secondo Tocqueville per costruire una democrazia liberale bisogna tener conto di tre
principali forze motrici che divengono i cardini intorno ai quali il cittadino delle società
democratiche deve poter esplicare in senso partecipativo la sua carica di politicità; le
autonomie locali, le libere associazioni, la religione.
Decentramento amministrativo, libertà locali, sono le istituzioni per eccellenza destinate a
interessare i cittadini al bene pubblico, e a guarire una malattia sociale, l'individualismo.
Le ragioni esposte sono valide anche e libere associazioni, il numero di queste ultime negli
stati uniti, la diversità dei loro fini vengono messe in rilievo da Tocqueville che vede in essa
una palestra di libertà, egli fa riferimento a una scienza dell’associazione che gli appare
addirittura di civiltà e progresso.
Il ruolo della religione è altrettanto importante e viene spiegato nell’introduzione del libro,
Tocqueville lamenta lo stato di confusione intellettuale, morale che regna ovunque perchè
sembra essersi spezzato il legame naturale che unisce le opinioni ai gusti e le azioni alle
convinzioni religiose. E’ stato sciolto il vincolo che lega la libertà al cristianesimo.
Democrazia e relazioni fra gli Stati
Tocqueville dedica delle pagine per chiarire lo spirito delle società democratiche nei
confronti della guerra e della pace. Nel libro vengono posti in risalto gli elementi di debolezza
dei regimi democratici nei confronti con altri stati. Nelle altre pagine si vede come il binomio
democrazia-civiltà tenda di per sé a spegnere lo spirito militare.
Nei popoli democratici sarà difficile spingere i popoli a farsi la guerra, ma nel caso essa si
presenterà ne verrà coinvolto un numero molto vasto. Inoltre se i popoli democratici amano
la pace, i loro eserciti sono quelli che più ardamente desiderano la guerra, ed è per questo
che le nazioni democratiche corrono dei rischi per la loro libertà e la loro stessa costituzione,
con conseguenze sia interne che internazionali.
L’appello di Tocqueville va a quei cittadini che sappiano usare la loro libertà, e far uso della
forza dell’opinione pubblica.
Mill
Il suo liberalismo pone la libertà politica e sociale come un bene in sé non come uno
strumento per un fine ulteriore; vivere la propria vita nel rispetto di sé e degli altri, questa è
l’essenza per una società “buona”, la legislazione è un mezzo per creare possibilità e
rendere possibile a tutti la libertà.
Mill si preoccupa di definire gli ambiti in cui lo stato deve intervenire in quanto risulta utile e
necessario; tutela per l’infanzia,istruzione e assistenza, questi sono punti che smentiscono
la massima liberale secondo cui l’individuo è il miglior giudice di se stesso.
Libertà e società
La libertà è il tema centrale nell’opera di Mill, egli intende individuare la natura e i limiti del
potere che la società può legittimamente esercitare sull'individuo. Mill ha come compito non
tanto quello di proteggere l'individuo dal governo, quanto dalla società; la società è un terzo
attore che influenza e pressa l’individuo che va tutelato. Se la società non viene percepito
come portatrice degli interessi della maggioranza, non si vedono i rischi corsi dalla libertà in
uno Stato in cui il governo sia espresso dalla cittadinanza.
Egli critica il concetto di “governo del popolo” partendo dalla consapevolezza che il soggetto
“popolo” non può essere assunto come soggetto unitario; è la società organizzata in classi
che esprime un governo che rispecchia questa divisione e si pone come potere altro. Un
governo liberale che garantisce la libertà individuale deve fondarsi su una società che lo sia
altrettanto. Il rischio è che le società diventino illiberali così come i governi.
Bisogna trovare un equilibrio tra indipendenza individuale e controllo sociale legittimo, il
criterio fondamentale è il bene comune, la società può agire sulla sfera individuale
unicamente per proteggere se stessa, può imporsi al singolo solo per evitare danni.
La prima libertà da garantire è quella di coscienza cioè piena libertà di pensare e sentire,
libertà di opinione e sentimento. Da qui derivano poi tutti gli altri tipi di libertà; libertà dei gusti
e scelte, libertà di associazione.
Nessuna autorità può sapere dove si colloca la verità, nessun governo può limitare o
impedire la libera espressione delle opinioni, tuttavia opinioni contrapposte sono spesso
caratterizzate dal contenere parti di verità, nessuna completamente vera o falsa.
La totale libertà di espressione e di decisione che Mill prevede per ogni individuo si scontra
con la realtà del suo tempo(donne-bambini-poveri, ecc). Questo pensiero nasce da
confronto con la moglie Harriet Taylor un’intellettuale impegnata nella campagna femminile.
La democrazia tra rappresentanza e competenza
Legate allo scritto sulla libertà sono le Considerazioni sul governo rappresentativo, in cui Mill
sottolinea l’importanza di definire le modalità di espressione della rappresentanza politica
per impedire l’affermarsi del dispotismo della maggioranza.
Se lo scopo del governo rappresentativo è quello di perseguire il benessere collettivo, è
necessario che esso sia in grado di individuarlo e di definire le vie più giuste per
raggiungerlo, sotto il controllo dei cittadini; questa è la vera democrazia, un governo
competente che agisce per la collettività sotto il controllo dei rappresentanti dell’intera
cittadinanza.
Il sistema elettorale inglese maggioritario e a suffragio ristretto, prevede che per il voto per il
partito minoritario si perde a vantaggio di quello maggioritario. Quindi è la maggioranza,
talvolta insufficiente, di una minoranza a governare l’intera collettività, obbligata a subire
decisioni alla cui definizione non ha partecipato. E’ evidente che si deve estendere il diritto di
voto a suffragio universale, affinché tutti possano partecipare, ma, principalmente la
presenza di tutti gli interessi in parlamento sono necessari affinché il governo agisca
rispettando le opinioni di tutti.
Mill intende affrontare due problemi, come garantire alle classi numericamente inferiori una
rappresentanza che non le penalizzi nei confronti della classe lavoratrice, e come conciliare
rappresentanza popolare e competenza politica. Per raggiungere la democrazia la
concessione del suffragio deve essere progressiva, Mill prevede delle restrizione e delle
correzioni all’universalità del diritto di voto, affinché ogni elettore sia consapevole e degno di
esprimere un voto. In primo luogo vanno esclusi coloro che non hanno un’istruzione, la
concessione del suffragio deve essere accompagnata da un esame pubblico che certifichi il
livello di istruzione. Sono esclusi coloro che godono dell’assistenza comunale e dipendono
per sopravvivere dal denaro pubblico, infine non possono votare i cittadini che hanno
commesso reati legati all’evasione fiscale, al fallimento con frode.
Il voto plurimo si raggiunge grazie a coloro che hanno un’istruzione e che quindi hanno le
capacità di decidere.
Federazione e colonie
Una fattispecie di governo rappresentativo è la federazione, in cui duplice è il livello di
rappresentanza; dei cittadini e degli Stati. Sul federalist, Mill evidenzia i vantaggi che ai
piccoli Stati derivano dall’unirsi; la sicurezza verso l’estero, garantita da una maggiore forza
e la pace all’interno. L’esempio inevitabile sono gli Stati Uniti, massima espressione delle
potenzialità positive derivanti dalla scelta di federarsi, forza statunitense risiede nell’aver
previsto un governo centrale con poteri sia in politica estera che interna. La legislazione
federale si estende ai cittadini, i quali sono sottoposti a una duplice obbedienza. L’autorità
sia statale che federale è sottoposta al potere giudiziario, che vigila sul rispetto dei limiti
imposti dalla Costituzione.
Secondo Mill è utile e vantaggioso che si moltiplichino le federazioni stabili e solide, perché
la diminuzione di piccoli Stati comporta la riduzione dell’utilizzo di una politica estera
aggressiva.
Analoghi effetti sulla politica internazionale sono quelli degli imperi coloniali, formati da stati
distanti tra loro e caratterizzate dalla presenza di una madrepatria, con potere di guida e di
decisione e delle colonie a esse sottoposte. Mil fa l’esempio dell’impero coloniale
dell’inghilterra in india. La trattazione dello studioso oscilla tra l’importanza per l’inghilterra di
mantenere le colonie, e la necessità di agevolare lo sviluppo dell’india. E’ necessario però
che l’ineguaglianza tra madrepatria e colonia non sia tale da far nascere nei sottomessi un
sentimento di umiliazione e di rivalsa.
Marx
L’attività teorica di Marx negli anni giovanili possiamo chiamarli come “critica della politica”,
si tratta di un confronto con alcuni autori principali della storia del pensiero politico moderno
come Hobbes, Spinoza, Rousseau e soprattutto Hegel, ma anche di quei concetti
fondamentali quali; individuo, società, Stato, democrazia e repubblica.
La vera politicità dei rapporti sociali non sta tanto nelle istituzioni pronte a rappresentarli,
quanto piuttosto nei luoghi materiali dove essi vengono prodotti e agiti, non esiste quindi un
luogo che possa essere definito politico a discapito di altri. Non è possibile affermare che la
politica si esprime nello Stato o nelle istituzioni rappresentative, ma nemmeno in una società
che pur costituisce il luogo originario della sua manifestazione. La contraddittorietà per Marx
emerge tra lo scontro; individuo-rapporti di produzione e società stessa. La storia viene
considerata come un teatro della storia.
Una prima analisi marxiana attraversa l’individuo considerato come un soggetto stesso della
politica per i suoi caratteri di universalità e uguaglianza, Marx sostiene che l’individuo in
un’analisi moderna si presenta con una duplice veste; da una parte vi è il membro della
classe borghese e dall’altra il cittadino dello Stato. Il primo è un uomo egoista che pensa
solo ai suoi interessi ed è legittimato a seguirli anche contro tutti.
Stato e società sono elemente della stessa costruzione e se esiste un limite all’agire
reciproco, esso è posto dalla società. Nel “manifesto” Marx e Engels considerano lo Stato
come uno strumento del quale il proletariato può appropriarsi per volgerlo a favore suo. Solo
con l’insurrezione che porta alla Comune di Parigi cambia questa posizione, Marx interpreta
questi avvenimenti come un processo nel quale la di costruzione in classe del proletariato
giunge ad impadronirsi del potere politico, mostrando che la classe operaia non può
semplicemente utilizzare per i propri scopi i meccanismi amministrativi, perché essi sono
autonomi e neutrali, ma costruiti sulle necessità e i fini della società borghese.
Il soggetto che non c’è
Marx intende ricostruire l’anatomia della società borghese, delle figure politiche che essa
produce e delle asimmetrie che essa produce. All’interno della società l’individuo è chiamato
perseguire il proprio scopo economico, gli individui appaiono legati da relazioni contrattuali,
che a sua volta li stringono in relazioni asimmetriche. Marx interpreta il modo di produzione
capitalistico tipico delle società moderne come una selva da smascherare per cogliere il
disequilibrio fondamentale che li costituisce.
All’origine di ciò vi è il rapporto tra capitalista e proletariato, attraverso il salario stabilito
contrattualmente, il capitalista paga l’operaio(valore di scambio) questo fa credere che gli
individui siano su una base di assoluta uguaglianza, ma, questo scenario cambia in quanto
non vi è più simmetria tra i rapporti e i diritti e i doveri delle due figure sono completamente
diverse. La prima ha il dominio sul tempo dell’altro e sull’organizzazione del processo
produttivo, la seconda deve ubbidire. E’ evidente quindi che, nella sfera di produzione gli
individui non sono uguali,e ciò è determinato dal denaro. Dal denaro è possibile capire quali
sono le possibilità dell’individuo. Il singolo operaio, per ottenere il denaro vende la sua forza
lavoro(attitudini fisiche e intellettuali).
Il capitalista vivendo in un'era industriale e di competizione vuole investire il suo capitali in
nuove macchine sempre più innovative,ed è per questo che affronta delle spese, queste
spese sono: il capitale costante cioè acquistare materie prime, merci, macchine ecc, mentre
il capitale variabile che sarebbe il salario degli operai.
Più aumentano le spese dei macchinari delle materie prime più il profitto del capitalista
diminuisce(sarebbe il rapporto tra il plusvalore, capitale costante più il capitale variabile).
Il capitalista vuole sfruttare sempre di più l’operaio per produrre di più ed è per questo che
vuole aumentare le sue ore di lavoro sotto pagandolo.
Questa classe operaia cresce sempre di più e secondo Marx la classe operaia dovrà capire
il suo sfruttamento, dovranno riunirsi per fare una rivoluzione, con questa rivoluzione si
approda al comunismo,una società fatta senza classi sociali, senza mezzi di produzione e
che con una forma di rapporti sociali che elimini lo sfruttamento.
Secondo marx il profitto è il plusvalore, il plusvalore ha origine da un pluslavoro, un lavoro
che l'operaio svolge in più rispetto alle ore stabilite, il plusvalore diventa un profitto ed è
proprietà del capitalista, da questo profitto nasce lo sfruttamento dell’operaio.
L’operaio è pagato meno rispetto alle ore svolte di lavoro,a differenza dell’economia politica
che non aveva intuito dello sfruttamento della classe operaia, Marx invece aveva intuito
questo sfruttamento.
Guerra e rivoluzione
Se si ha presente come Marx considera il capitalismo avviato a diventare mercato mondiale
e una globale società dello sfruttamento, non può stupire che egli parli di guerra per
descrivere il rapporto sociale capitalistico. La guerra tra gli Stati europei diventa uno dei
strumenti generici del capitalismo stesso, diventa una fase specifica dei rapporti tra le
diverse borghesie nazionali in lotta per la supremazia mondiale. Alla base di tutti questi
scontri vi è per Marx una guerra che si svolge all’interno della società, che deve essere
costantemente negata in nome dell’unità politica e sociale. Queste guerre nascono intorno al
capitale e tra le sue diverse fazioni. (rivoluzione del proletariato)
Dopo Marx
La prima associazione fu fondata da Marx e Engels a Londra e a questa associazione
aderirono tutti gli operai.
In Europa il Marxismo di diffuse,in Russia era guidato da Lenin il quale legittimava la
dittatura del proletariato, in Germania nasce il partito socialdemocratico tedesco che si
ispirava al marxismo però era meno radicale rispetto a quello russo.
Anche in Cina si sviluppò il marxismo però sotto la guida Mao che è diversa da quella
sovietica, perché la cina aveva una cultura diversa e l’ha dovuta adattare.
Molti studiosi hanno letto e interpretato questi movimenti marxisti come i membri della
scuola di francoforte, Gramsci, Lefebvre.
Mosca
I “fatti sociali” contro l’apriorismo delle dottrine: classe politica,organizzazione,
formule politiche
Nel primo capitolo della “teoria dei governi” Mosca mette in rilievo la sua riflessione politica,
che deriva dall’osservazione dei fatti sociali cioè gli accaduti della società del passato e gli
accaduti del presente, la teoria della classe politica. Al centro del suo lavoro vi è la regola
secondo la quale ogni forma di governo si esercita sempre e comunque da parte di una
minoranza sulla maggioranza. Si collega il concetto di organizzazione, legato alla modalità
attraverso la quale la minoranza trionfa sulla maggioranza. < Minoranza e maggioranza
sono elementi costitutivi del nuovo concetto di classe politica>.
Dalle considerazioni appena fatte emerge il problema della formazione della classe politica,
dato che le minoranze governanti si debbano distinguere dalla massa dei governati per il
posseso di alcune qulità in base alle quali vengono esposte delle superiorità materiali,
intellettuali o morale. I quattro criteri fondamentali di reclutamento delle diverse classi
politiche che garantiscono l’accesso al gruppo di potere sono; il valore militare, la ricchezza,
la nascita e il merito personale, e in determinati momenti storici può essere politicamente
potentissima la classe ecclesiastica o dei sacerdoti.
Prima di concludere il libro, Mosca parla della formula politica, una teoria attraverso la quale
egli indaga il problema della legittimazione del potere e delle tecniche del consenso. Insiemi
di principi astratti, attraverso i quali i governanti giustificano il loro potere, la formula suddetta
è anche strumento di coesione sociale e corrisponde a un vero bisogno della natura umana.
La classe politica cerca di legittimare il suo potere dando vita a idee che vengono condivise
dalla società. La classe politica ha una doppia connotazione; da una parte esiste una classe
politica composta da coloro che esercitano un potere formale(monaca, presidente del
consiglio,ministri, parlamentari ecc.) dall’altra c’è una classe politica che si allarga all’insieme
delle persone che esercitano, ad esempio, la direzione politica sostanziale di un paese(ceti
economici dominanti, intellettuali, tecnici,clero ecc.).
Gli elementi di scienza politica: difesa giuridica e sistema rappresentativo. Per una
politica scientifica
Il filo conduttore in quest’opera è sempre il concetto di classe politica come minoranza
organizzata. Per quanto concerne la durata delle classi politiche, la storia dell’umanità
appare come un terreno sul quale si scontrano due tendenze opposte; quella alla
perpetuazione e quella al rinnovamento. La prima(tendenza aristocratica) mira a stabilizzare
il potere da parte della classe che lo detiene, la seconda(tendenza democratica) punta
invece verso lo spostamento di queste forze e l’affermazione di nuove forze. A seguito del
conflitto tra le classi al potere e quelle escluse, potrà darsi il mutamento nella o della classe
politica. Le rivoluzioni avvengono quando fra l’organizzazione politica ufficiale e dei costumi,
le idee e i sentimenti di un popolo si determina una grande disarmonia.
Per quanto riguarda l’organizzazione della classe politica sono individuabili due categorie;
quella in cui l’autorità viene trasmessa dall’alto verso il basso della scala politica e
sociale(principio autocratico), quella opposta in cui il potere viene dal basso verso
l’alto(principio liberale).
Un altro concetto su cui soffermarsi è la difesa giuridica, essa sarà innanzitutto sinonimo di
divisione sostanziale dei poteri, avente come condizioni esistenziali la separazione del
potere temporale da quello spirituale e la distinzione tra quello politico ed economico.
Molte pagine sono dedicate alla critica di ogni forma di collettivismo, anarchia, democrazia
sociale, Mosca ribadisce l'impossibilità di tali modelli, che si presentano come alternativi
rispetto alla crisi contemporanea e che, invece, gli sembrano addirittura segnare la
decadenza del mondo occidentale.
Per Mosca la scienza politica appare incaricata di una vera e propria missione per le
generazioni presenti e future.
La guerra e il conflitto politico
Negli “elementi di scienza politica” il tema del conflitto politico viene largamente sviluppato
da Mosca, a proposito della lotta tra le classi sociali o frazioni di classi, mentre non si
sofferma sul tema della guerra e delle relazioni tra gli Stati. I costi proibitivi degli armamenti
e dell’intera macchina bellica nelle società contemporanee(tali da produrre un debito
pubblico elevato) sono tutti temi su cui Mosca ritorna a proposito di “gli eserciti stanziali”.
Però Mosca chiama in causa l’inevitabilità della guerra, in qualche modo inerente alla natura
umana e male necessario da quale possono derivare conseguenze positive a difesa degli
stessi valori della civiltà.
Weber
In “economia e società” Weber da una definizione di potere; la possibilità di trovare
obbedienza, presso certe persone, a un comando che abbia un determinato contenuto.
Il potere legittimo è tipico dello stato, e parlando in termini di idealtipi Weber afferma che il
potere legittimo può essere distinto il 3 tipi:
1. Potere tradizionale: Legittimità del potere risiede il rispetto delle tradizioni e nella
reverenza verso la persona del signore (es.egitto e impero romano).
2. potere carismatico: l’obbedienza è motivata credenza nelle doti straordinarie del
capo
3. potere regale-tradizionale: nasce con lo stato moderno e si basa sul riconoscimento
dei cittadini ,di conseguenza l'obbedienza è motivato dalla credenza nella razionalità
del comportamento conforme alla legge(regole estratte che valgono per tutti).
Ovviamente le leggi sono razionalmente stabilite dagli uomini e sono sottoposte al
mutamento, però nonostante ci siano queste leggi non è detto che il ricorso alla forza
scompaia, essa può essere legittimizzante quando un gruppo si oppone alle regole che il
potere istituisce.
Il gruppo politico è un gruppo di potere che garantisce, con l’impiego oppure con la minaccia
di una coercizione fisica da parte dell’apparato amministrativo, la sussistenza degli
ordinamenti del gruppo entro un dato territorio. Lo Stato a sua volta è quell’impresa
istituzionale di carattere politico, nella quale l’apparato amministrativo avanza con successo
una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima.
La politica moderna; burocrazia,partiti, democrazia plebiscitaria
Il primo nucleo parte da alcuni presupposti importanti nella produzione weberiana, “l’etica
protestante e lo spirito del capitalismo”, qui Weber afferma che la rinuncia alla ricchezza da
vita al capitale, quindi il capitalismo. A suo avviso le dinamiche del capitalismo maturo e la
prepotente espansione delle moderne burocrazie avevano aperto strada all’avvento di un
modello politico e sociale autoritario, illiberale e antidemocratico, che spingeva verso il
fallimento il liberalismo borghese in germania.
Su questo sfondo Weber analizza i nuovi soggetti della politica moderna, cioè la questione
della burocrazia e dello Stato burocratico. Le moderne democrazie annullano ogni possibile
contrappeso alla propria potenza, configurando una nuova variante di quel potere illimitato
che la tradizione liberale definisce come dispotico, dando vita a una nuova forma di governo
politicamente irresponsabile e antidemocratico; trascendendo i limiti della propria natura
strumentale, di macchine predisposte a eseguire i compiti che dovrebbero essere imposti
dall’esterno. Il tutto con effetti catastrofici sulla direzione politica dello Stato.
Weber introduce una riflessione su come opporre resistenza a queste burocrazie moderne.
Da questa riflessione emergono i tre padri della moderna teoria dei partiti; James Bryce,
Ostrogorski e Michels, è importante la distinzione tra partiti di notabilato e partiti politici di
massa, organizzati come macchine a servizio di un capo.
Secondo Weber i primi sorgono quando si attivano(in forma limitata) i meccanismi della
rappresentanza politica e del ciclo elettorale, e quando la borghesia inizia ad affermarsi
come soggetto politico, essi si dedicano alla politica in modo occasionale, non hanno
un’organizzazione stabile, e il loro lavoro coincide con quello che i notabili svolgono in
occasioni di elezioni o nel parlamento, che è l’unico luogo in cui la politica si svolge in modo
continuativo.
Le seconde, ovvero l’organizzazione dei partiti, sorgono sul terreno della democrazia e del
diritto elettorale delle masse, la politica diviene un esercizio formale volto a conquistare il
consenso popolare, è proprio da qui che i partiti iniziano a diventare i soggetti fondamentali
dell’agire politico, con due conseguenze decisive; la prima è che i partiti smettano di essere
occasionali, diventando così delle vere imprese con l'obiettivo di conquistare un maggior
numero di voti, essi di conseguenza saranno guidati da un leader.
La seconda conseguenza è che il parlamento diventi la sede in cui si svolgono i processi di
formazione della volontà politica.
La politica diviene un esercizio extraparlamentare dominato dai partiti, vale a dire da un lato
vi sono i professional che vivono della o per la politica, e dall’altro lato dal rapporto fiduciario
ed emotivo che si stabilisce tra le masse e il <dittatore cesaristico> del campo di battaglia
elettorale. A questo proposito Weber parla di democrazia plebiscitaria, la quale al di là di
qualsiasi retorica sulla sovranità popolare, è la forma specifica di democrazia che si
presenta nell’epoca del suffragio universale e dei diritti di massa.
Weber parla di due condizioni; la prima è di introdurre il suffragio universale paritario. La
seconda è l’adozione di meccanismi istituzionali che consentissero a chi conquistava la
maggioranza di voti di accedere al potere: o come accade in Gran Bretagna, attraverso un
sistema parlamentare che attribuisce poteri di governo ai leader del partito di maggioranza,
o come negli USA, attraverso un sistema che affidasse l’esecutivo al leader eletto dal
popolo. Si tratta di due condizione che secondo Weber in Germania non si sarebbero
realizzate a causa dell'eredità di Bismarck e della peculiare struttura di governo di
Guglielmo II. La conseguenza è; in assenza di partiti forti a far fronte all'inevitabile
dialettismo politico della monarchia, era la burocrazia a governare.
Alla fine della prima guerra mondiale il crollo della monarchia rendeva impossibile la
soluzione tecnica della monarchia parlamentare, il suo progetto di introdurre in Germania un
sistema di tipo presidenziale, con un presidente eletto direttamente dal popolo. Tuttavia la
teoria weberiana moderna sembra anticipare più che la tirannide monocratica e
monopartitica hitleriana, il modello di democrazia definito da Schumpeter e quello incarnato
delle moderne <democrazie dei partiti>
Lo Stato-nazione e lo Stato-potenza
Weber rimase distante dalle espressioni più brutali del nazionalismo e dell’imperialismo
della sua epoca. Nel suo pensiero lo stato nazione e la prospettiva della politica di potenza
rimasero centrali.
Dewey
Dewey iscrivendosi all’università fu influenzato dalle dottrine evoluzionistiche, grazie ad altri
intellettuali si avvicinò al pensiero di Hegel e all’idealismo tedesco e in particolar modo a
Pierce, fondatore della corrente del pragmatismo, corrente di cui farà parte lo stesso Dewey.
Si avvicinò allo studio dei processi psichici come; mente e io, e in particolar modo al
concetto di flusso di coscienza. A Chicago divenne uno dei protagonisti di quella rivolta
contro il formalismo, che spingeva gli intellettuali e gli scienziati sociali a rifiutare una
concezione del sapere fondata su metodi deduttivi di analisi e di valori assoluti.
Nel corso della prima guerra mondiale Dewey fu impegnato attivamente nello sforzo bellico
dell’amministrazione Wilson, per Dewey come per altri intellettuali la guerra rappresentava la
possibilità di dar vita ad un rinnovamente della politica, fondato su criteri scientifici e
razionali di analisi e controllo sociali.
L’adesione al pragmatismo
Il pensiero politico di Dewey non può essere spiegato senza considerare la sua filosofia e
l’adesione al pragmatismo(Peirce-James). Secondo Dewey l’evoluzionismo aveva immesso
nella filosofia il principio di transizione, quindi aveva permesso l’abbandono della logica
formale. Peirce e James capirono che questa dottrino poteva essere applicata ai processi
psicologici e mentali, dinamiche individuali ed esperienze collettive. Il concetto di esperienza
è alla base della filosofia di Dewey, infatti l’obiettivo dello studioso è quello di avvicinare la
filosofia alle scienze sociali. Per Dewey la filosofia doveva rappresentare lo specchio della
società, dei suoi rapporti concreti e quotidiani,solo così avrebbe potuto decodificare il
processo di trasformazione politica, economica e sociale, che stava alle radici della società
americana 800esca. L’america di Emerson e Whitman, fatta da piccole comunità stava
scomparendo lasciando il posto a società caratterizzate da forze impersonali, in cui al centro
vi era la politica e l’economia, la società americana diventava simile all’europa. Il fine della
filosofia era quello di individuare strumenti in grado di ordinare il caos, di controllare le forze
economiche,sociali e di ricostruire i legami comunitari disgregati. Da qui deriva che non vi
erano valori assoluti e astratti, ma solo dati derivanti dall’osservazione diretta e come tali
fluidi, soggetti al mutamento, inseriti in un contesto sociale dove si modificava tutto e dove
non vi erano gerarchie. Ciò che veniva percepito era frutto di un processo di conoscenza,
che era tale solo se condiviso, frutto della comunicazione,perché solo grazie a essa il
significato delle cose poteva essere patrimonio comune. Questo metodo pragmatico in
grado di dare senso al multi-universo che James aveva opposto alla concezione monista,
vale a dire una pluralità di ruoli, identità,valori,principi osservabili nella società
contemporanea.
Se non esistono verità assolute,l’individuo è un “self” che si definisce solo in relazione al
contesto in cui è inserito, per Dewey il self non rappresentava un concetto a priori, ma
l’espressione di due fattori interdipendenti; da un lato il carattere, le potenzialità e i desideri
del soggetto, dall’altro il contesto sociale in cui è inserito, la sua posizione sociale, le barriere
che venivano poste alla sua azione. Per Dewey l'individuo era sia capacità specifica, sia
ambiente specifico.
Quindi se i valori non possono essere condivisione del senso comune, anche quello che
viene considerato a fondamento della modernità politica liberale, vale a dire il rispetto dei
diritti naturali acquisiva per lo studioso un significato nuovo; i diritti naturali non potevano
essere considerati come principi a priori e immutabili che fondavano il consenso sociale.
Se l’individuo può concepirsi solo come individuo relazionale, allora anche i diritti naturali di
cui è titolare devono essere ridefiniti sulla base della sua esperienza e della sua capacità di
verifica.(teoria condivisa da altri intellettuali)
Il pensiero di DEwey era connesso alle difficoltà del liberalismo progressista statunitense
che, dopo la prima guerra mondiale cercava di ritrovare una propria identità teorica e
politica.
Per un “liberalismo rinascente”
Comunità e potere rappresentava una risposta ai due saggi di Lippman, due opere che
risentivano del clima di disillusione e di crisi in seguito al fallimento di Versailles. Negli anni
precedenti alla guerra Lippmann aveva messo in discussione il principio democratico della
capacità del popolo di essere in grado di discernere il bene dal male e di autogovernarsi.
Secondo Lippmann gli individui avevano un accesso limitato della conoscenza, solo gli
esperti potevano risolvere grazie agli strumenti, la complessità nel processo decisionale di
una società composita come quella statunitense. L’individuo era guidato da istinti irrazionali,
condizionato da stereotipi e pregiudizi che impedivano una decisione razionale.
Una società democratica per essere efficiente doveva essere guidata da élite responsabili e
illuminate.
Per Dewey l'obiettivo era quello di dar vita a una democrazia pubblica, attraverso la
costruzione di un vero e proprio spazio pubblico nel quale fosse possibile discutere,
scambiarsi opinioni, con capacità di persuasione e risolvere i conflitti. Dewey elaborò il
concetto di comunità, pur affondando le radici nella tradizione politica comunitaria propria del
New England, risultava nuovo e consono alla realtà di una società industriale avanzata. Per
Dewey quindi i tessuti che permettevano il dispiegarsi del Great Community non erano le
questioni economiche, ma quelle psichiche, sociali che regolavano i comportamenti collettivi.
Solo la comunicazione poteva essere in grado di favorire la partecipazione di tutti i membri
della comunità, da essa poteva nascere quella social intelligence, quell’intelligenza collettiva
che avrebbe promosso lo sviluppo economico e sociale.
Questo concetto proseguì fino a individuare una via d’uscita in un liberalismo progressista
stretto fra il liberalismo elitario e tecnocratico e tutto sommato non differente da quello
classico, che sembrava prevalere nel dibattito americano e le ideologie socialista e
comunista sempre più messe sotto accusa come antiamericane e portatrici di una visione
totalitaria della politica. Il liberismo doveva diventare radicale per perseguire i suoi fini.
Un liberalismo rinnovato la cui professione di fede è l’individualismo, era talo solo se si
poneva il problema dell’organizzazione sociale. La sfida del liberalismo rinascente era in
realtà quella rappresentata dalla possibilità di conciliare il liberalismo e welfare, libertà
individuale e general will, riconoscimento della pluralità degli interessi, delle differenze e
necessità di un’organizzazione fondata su principi della razionalità e dell'efficienza.
Il liberalismo rinascente di Dewey non seppe cogliere appieno quegli stessi motivi del
liberalismo 800esco, ovvero l’adesione al dogma dell’individuo agente razionale, seppur
immerso in una rete di relazioni. Tale dogma impediva di risolvere la conflittualità, che si
fondava su differenze di classe, etniche, razziali e culturali, che non potevano essere risolte
dal social intelligence o dalla comunicazione in uno spazio pubblico.
Ciò che Dewey non comprese è che i rapporti di potere e i processi di ricostruzione
capitalistica che si produssero dopo la prima guerra mondiale ebbero lo scopo di restringere
lo spazio pubblico, alzando barriere visibili e invisibili nei confronti di coloro che non
aderivano ai valori costitutivi della cittadinanza americana. La comunicazione presupponeva
la presenza se non di “uguali”, di individui che condividevano gli stessi codici interpretativi,
ma nei confronti di chi veniva considerato “altro” da sé, la discussione, i processi deliberativi
non potevano essere sufficienti per abbattere gerarchie sociali ed esclusioni.
Kelsen
Kelsen è considerato il più importante filosofo del 900’ , la dottrina “pura” del diritto da lui
elaborata è tuttora importante dal punto di vista giuridico. La sua principale riflessione
politica è la democrazia che viene sviluppata alla base della sua più generale analisi
giuridica. Kelsen parla anche di pacifismo giuridico, fondato sul primato del diritto
internazionale.
Democrazia e dottrina del diritto e dello Stato
La teoria della democrazia trova le sue fondamenta e si inserisce all’interno di un’analisi
generale del diritto e dello Stato. Le riflessioni e i presupposti della democrazia sono l’esito
politico principale della revisione di tali concetti che Kelsen sviluppa a partire da “problemi
fondamentali della dottrina del diritto pubblico”, opera dedicata alla teoria giuridica e al diritto
pubblico. Kelsen mette in discussione la dottrina giuridica dello Stato tedesco dell’800’ e
pone le basi i per una nuova analisi dei rapporti giuridico-politici. Kelsen critica la centralità
dello stato in quanto “soggetto” sovrano e unitario che esprime l’interesse generale della
società. Nella prospettiva della dottrina tedesca, lo stato è il vero principale soggetto della
dinamica politico-giuridica; la legge e il diritto sono espressione del suo potere e della suo
volontà sovrana e realizzano gli scopi comuni e generali della società.
La dottrina tedesca ha perciò alla sua base la concezione che lo stato in quanto soggetto
sovrano, è l’espressione della volontà comune presente in una società omogenea e non
conflittuale, e per questo, Stato e società non sono visti come separati, ma entità che
perseguono gli stessi scopi e interessi. Kelsen sottolinea che la dottrina tedesca della
sovranità dello stato comporta l’impossibilità di fissare limiti giuridici all’azione dello stato e
una riduzione dei rapporti sociali e politici. Kelsen mette in evidenza che da un lato lo stato
crea il diritto, ma dall’altro lato trascura il pluralismo sociale e politico, questo caso induce a
pensare un’irrealistica società omogenea e non conflittuale. Per Kelsen ricostruire l’idea di
stato di diritto e limiti giuridici al potere, bisogna partire dal pluralismo sociale e politico.
Kelsen analizza l’essenza e il valore della democrazia partendo sempre dal pluralismo
sociale e politico. Esso rende necessari i limiti costituzionali della democrazia e richiede la
convivenza di diverse posizioni. L’essenza della democrazia sta nel fissare i limiti al potere di
decisione delle maggioranze politiche e il suo valore si coglie quando diventa strumento di
integrazione sociale. La riflessione kelseniana delinea una dottrina giuridica della
democrazia costituzionale, cioè delle forme in cui lo stato di diritto si realizza nella
democrazia. Da questa visione si giunge a un’idea di superiorità della costituzione, in questa
prospettiva hanno un ruolo decisivo la concezione di giustizia costituzionale, quale tutela dei
diritti delle minoranze e la visione della democrazia nella visione parlamentare, quale
compromesso politico.
Il pluralismo e l’idea “costituzionale” della democrazia
L’analisi kelseniana della democrazia parte da un punto principale; pluralismo sociale e
politico, e parallelamente quello delle ripercussioni che esso determina a livello
giuridico-costituzionale. Il riferimento al pluralismo è evidente sia nell’analisi della nozione di
popolo e di sovranità che Kelsen sviluppa(essenza e valore della democrazia).
Nell’analisi Kelsen riprende temi come l’impossibilità sul piano sociologico e politico di
vedere il popolo quale entità e quale sostrato della volontà statale
Il pluralismo sociale si traduce in; <la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti
politici> e per questo la volontà dello stato è frutto della risultante volontà dei partiti. Ciò
corrisponde alla mutazione della dinamica pubblica: nel sistema democratico-pluralistico, il
rapporto individuo-stato viene mediato dalle formazioni collettive, che come i partiti politici,
riassumono le volontà dei singoli individui.
Il dato del pluralismo emerge anche dal significato di libertà della democrazia, essa non è
vista in modo negativo, quale spazio di autonomia individuale del potere dello stato, ma
come libertà positiva, cioè partecipazione dell’individuo al potere dello stato. La libertà nella
democrazia presuppone non l’individuo isolato dalla tradizione liberale, bensì un soggetto
che trova la sua dimensione essenziale nelle formazioni sociali della vita associata.
Secondo Kelsen è necessario superare la contrapposizione tra il liberalismo e democrazia:
la libertà positiva si pone come categoria, in una visione in cui il soggetto è individuo sociale.
La visione liberale classica porta una serie di contrapposizioni; negare il carattere pluralistico
e associato della vita politica, ipotizzando la volontà dello Stato punto di riferimento della vita
pubblica. La concezione atomistico-liberale riduce la dialettica politica a quella tra stato
sovrano e sudditi; il primo visto come sintesi della società e rappresentante dell’interesse
generale, i secondi come sudditi cui spetta uno spazio di libertà dello stato.
Affinché ci siano regole democratiche e le condizioni di convivenza delle diverse posizioni e
interessi è necessario individuare una nuova forma superiore; per Kelsen è possibile grazie
alla supremazia della costituzione, è grazie a essa che vengono fissate le dinamiche del
gioco democratico, le quali non possono essere affidate alle maggioranze mutevoli. La
costituzione rigida garantisce un corretto svolgimento del processo di creazione del diritto. Il
ruolo della costituzione è limitato agli aspetti procedurali; cioè alla fissazione di chi e come
può decidere, ma visto anche in relazione di aspetti di regola sostanziale. La garanzia del
pluralismo individua e statuisce una serie di diritti fondamentali che hanno il ruolo di
protezione delle minoranze.Non va confuso il dominio della maggioranza con il sistema
democratico, la statuizione dei diritti fondamentali è necessaria per definire il pluralismo e le
minoranze.
Il primato della costituzione ha un duplice valore; da un lato garanzia e dall’altro di
protezione, e questo ruolo secondo Kelsen è possibile grazie al sindacato di costituzionalità,
che verifica la costituzionalità delle procedure e delle decisioni. Nella democrazia deve
essere rafforzato il controllo giuridico contro il dominio della maggioranza, infatti secondo
Kelsen è la giustizia costituzionale a difendere la minoranza dagli abusi della maggioranza,
rendendo possibile l’opposizione alla dittatura della maggioranza.
La teoria democratica di Kelsen è costituita in relazione ai limiti sia procedurali che
contenutistici del potere legislativo. La tutela delle minoranze, la sottrazione delle regole del
gioco democratico alla decisione politica, la garanzia dei diritti soggettivi, i tribunali
soggettivi, rappresentano gli aspetti giuridici di controllo del potere della maggioranza.
Le istituzioni della democrazia e l’integrazione sociale
Kelsen analizza le istituzioni della democrazia, analisi costruita in base alla contrapposizione
tra ideologia e realtà, è volta a capire come tali istituzioni danno vita all’integrazione sociale,
pace sociale e convivenza di diverse opinioni.
La centralità del parlamento è visto come uno strumento in cui vi è il meccanismo di
integrazione degli interessi contrapposti. Il ruolo del parlamento non deriva solo dalla
necessità di divisione del lavoro, ma anche dalla condizione di progresso tecnico-sociale che
rendono possibile il compromesso.
La produzione di norme affidata al parlamento viene messa in relazione alla sovranità
popolare, in quanto è impossibile individuare un soggetto unitario della volontà politica, il
parlamento rende possibile l’integrazione tra maggioranza e minoranza.Non avendo un
soggetto della sovranità e rappresentanza; di conseguenza il parlamento è lo strumento
grazie al quale convivono diversi ideali politici e sociali.
Il sistema rappresentativo si pone come base per una comune convivenza che ha come fine
la pace sociale. Kelsen prefigura un sistema democratico consociato. Grazie al sistema
rappresentativo vengono superati i contrasti e le contrapposizioni ideologiche della
sovranità, quindi sia democrazia rappresentativa che parlamentarismo si pongono come
strumenti di integrazione sociale, rendendo ciò possibile grazie al compromesso(mettersi
d’accordo).
La realizzazione del compromesso è posta in relazione con le possibilità di mediazione dei
partiti politici. Il partito politico è un elemento di coesione sociale, in cui le persone possono
rispecchiarsi per le ideologie e per gli interessi materiali, quindi è una forma di aggregazione
e dislocamento, strumento che rende possibile la mediazione politica. A proposito di ciò
Kelsen parla del sistema elettorale proporzionale, e negli anni 20 il parlamento e questo
sistema sono visti idonei per la convivenza di diversi interessi.
Sul piano culturale va sottolineato il relativismo come fondamento della democrazia. Si pone
come espressione dell’impossibilità di individuare nella realtà sociale verità
assolute(conoscenza della realtà assoluta, comprensione dei valori assoluti), può essere il
derivato di una concezione assolutistico-metafisica del mondo e politicamente di
un’attitudine autocratica.
Il relativismo, al contrario si fonda sulla contrapposizione dell'inaccessibilità per la
conoscenza umana, della realtà, dei valori assoluti, e sul piano politico si concretizza con il
confronto delle opinioni, del compromesso e della tolleranza. Nega così qualsiasi
fondazione etica o ideologica dello Stato(vede nello stato un’autorità superiore o la sede
dell’interesse generale).
Il relativismo nella democrazia diviene una condizione con il fine di promuovere i valori della
tolleranza, non aggressività e perciò formare un’omogeneità culturale, un accordo su alcune
regole e contenuti di vita politica sempre facendo fede sulla costituzione.
Il primato del diritto internazionale e la “pace attraverso il diritto”
Kelsen sviluppa la sua analisi sul pacifismo giuridico partendo dall’idea della sovranità dello
Stato come presupposto del diritto internazionale. Kelsen parla di una concezione monista,
basata sul primato del diritto internazionale, qui viene sostenuta la natura giuridica di tale
diritto come fondamento di un’idea: “una comunità di stati forniti di eguali diritti”. Ciò è
possibile solo se vi è al di sopra dei singoli Stati viene posto un ordinamento giuridico che
elimina gli ambiti di validità.
Il primato del diritto internazionale è la condizione del pacifismo in quanto nega
l’imperialismo e l’autotutela(guerra) nelle relazioni tra nazioni. Affinché ci sia questo
ordinamento giuridico internazionale è necessaria un’organizzazione sovranazionale, con il
compito di perfezionare, applicare e imporre il diritto internazionale. Kelsen propone una
giurisdizione obbligatoria sulle controversie internazionali istituita all’interno di una unione
internazionale di stati, basata sull’idea Kantiana, come primo passo per un’organizzazione
mondiale di tipo feudale, sia di un tribunale internazionale per le responsabilità individuali in
caso in cui i soggetti di tale diritto non sono gli stati ma gli individui.
Schmitt
Con l’espressione teologia politica Schmitt ha intitolato due delle sue opere più importanti.
Per Schmitt infatti la sua teologia politica e teologica della politica sono due cose molto
diverse. A Schmitt interessa mostrare che tra teologia e politica esistono delle connessioni
non solo storiche ma anche concettuali.
I concetti politici sono in realtà concetti teologici secolarizzati,esempio; Dio crea il mondo dal
nulla sulla base della sua volontà e non della ragione, così il sovrano crea dal nulla
l’ordinamento giuridico, prendendo una decisione che scaturisce dalla sua volontà e non
dalla ragione.
Schmitt no è stato il primo ad utilizzare la categoria secolarizzazione, cioè il distacco dalla
sfera religiosa tipico della società e della cultura moderna(Leibniz e Weber). Schmitt come
Leibniz intende mettere in luce i parallelismi e le corrispondenze esistenti tra sfera religiosa
e sfera politica, la secolarizzazione per Schmitt non implica a differenza di Weber, un
superamento della teologia e l’inizio della cosiddetta epoca del disincanto, cioè l’epoca in cui
gli uomini credono solo alla forza della propria ragione e il mondo perde i riferimenti a una
dimensione magica o trascendente. Il passaggio dagli antichi alla modernità secolarizzata
rappresenta piuttosto solo un passaggio da una visione a un’altra e un cambiamento
dell’oggetto di fede, se l’uomo pre-moderno credeva in Dio, l’uomo secolarizzato crede nella
scienza e nella tecnica.
Il concetto di Stato
Lo Stato per Schmitt è l’entità politica sovrana a cui si deve soltanto obbedire, nello stato
d’eccezione(momenti di pericolo in cui è lecito sospendere la legge) sovrano è chi decide
con atto di autorità, perciò il diritto non scaturisce dall’esistenza della norma perché prima
della norma viene la decisione con cui un’autorità impone delle norme facendo valere la
propria volontà. All’inizio del xx secolo è cominciata per lui la disgregazione dell’unità dello
Stato, il popolo non è più rappresentato da una borghesia omogenea come nel xix secolo,
ma la composizione del parlamento è determinata dall’antagonismo di classe e conduce al
confronto tra i diversi gruppi di interesse economici sociali che rendono difficile o
impediscono decisioni politiche unitarie.
Lo Stato totale è lo Stato in cui tutti sono sostanzialmente uniformi,perché vi è un
ordinamento che impedisce la dissociazione, la scomposizione in raggruppamenti opposti.
Viene così indicata la distinzione tra amico e nemico. Il nemico per Schmitt non è
l’avversario in generale, ma lo straniero, quindi è colui con il quale si è in concorrenza sul
piano economico o verso il quale si prova avversione e odio personale, ma solo colui che
minaccia l’ordine e la sicurezza vigenti(si procede con l’eliminazione della persona). Lo stato
sovrano è un’unità politica suprema(uniformità sostanziale).
Forma dello Stato
Nello stato sovrano il governo risulta in modo obbligato, dopo l’abolizione della monarchia,
essa può essere solo la democrazia plebiscitaria. In uno Stato in cui vi è l’uniformità
sostanziale di tutti, non sono necessarie le votazioni, perchè è data l’identità di tutti. In uno
Stato simile la volontà del popolo può venire espressa attraverso l’acclamazione, attraverso
l’esistenza autonoma, i metodi dittatoriali e cesaristici possono essere manifestazioni
immediate della sostanza e della forza democratica.
Costituzione
Schmitt distingue un concetto di costituzione assoluto da uno relativo. La costituzione in
senso assoluto non ha per lui alcun carattere normativo, ma è la concreta situazione
generale dell’unità politica e dell’ordinamento sociale. “lo Stato non ha una costituzione, lo
Stato è la costituzione, cioè presente e conforme a se stessa, uno status di unità e ordine”.
Il carattere normativo ha origine da una volontà unitaria presupposta, che deve essere
presente, come qualcosa di esistenziale.
La costituzione in senso relativo è la costituzione scritta, nella quale sono contenute le
regole organizzative e di diritto materiale, la costituzione in senso relativo è per Schmitt una
decisione, il cui presupposto è la costituzione in senso assoluto. La legge costituzionale ha
per Schmitt la sua legittimazione nella costituzione assoluta in quanto status “presente in
conformità all’essere” perciò non è fondata normativamente ma fattualmente.
Funzione dello Stato
La separazione delle funzioni statali in legislativo, esecutivo e giudiziario contraddistingue
per Schmitt lo Stato di diritto borghese, che era uno Stato legislatore e nel quale la legge
decisa dal parlamento aveva un effetto vincolante per l’esecutivo e giudiziario.
Con la distruzione del parlamento borghese a causa di gruppi di interesse eterogeneo, viene
a mancare lo Stato legislatore, perché le regolazioni normative, prese grazie a casuali
rapporti di maggioranza e di votazione, non possono garantire un ordine sostanziale; chi ha
la maggioranza è nella condizione di trasformare in diritto tutto ciò che fa.
Schmitt vuole sostituire il concetto di legalità funzionalistico e privo di contenuto con il
riconoscimento dei contenuti sostanziali e delle forze del popolo. Le singole norme o
regolamentazioni non possono produrre un ordinamento fondamentale esistenziale e
sostanziale. Quindi secondo Schmitt prima di applicare qualsiasi regolazione legislativa è
necessario produrre ordine, perché non c’è nessuna norma applicabile al caos.
Il diritto per Schmitt è un nomos, si può parlare di nomos solo se esso è un ordinamento
concreto, totale, in senso complessivo.
Sovrano è colui che è in grado di creare nello Stato la condizione normale di un ordinamento
fondamentale esistenziale, e di conseguenza impedire le dissociazioni dall’unità totale,
sovrano è colui che decide sullo Stato di eccezione, ha i monopolio della decisione ultima.
La legittimità della sentenza del giudice era assicurata fino a quando, in riferimento a
determinate premesse morali, la situazione era stabilita da una forte e indipendente
burocrazia monarchica e dal consenso degli strati che supportavano lo Stato.
Dopo la disgregazione della borghesia del xx secolo, era necessario un tipo di giudice
inserito nell’esistenza politica totale del popolo, la sostanza della personalità del giudice sta
nel fatto che ogni uomo incaricato della esposizione, interpretazione e applicazione del
diritto tedesco sia vincolato dal popolo e uguale per stirpe. In sostanza, quanto detto per
Schmitt coincide con la persona del Fuhrer. In uno Stato sostanziale il diritto ha origine dal
popolo.
La comprensione di Carl Schmitt dell’ordine internazionale
Nella visione di Schmitt, il sistema del diritto internazionale basato sul modello europeo è
entrato in crisi con l’affermarsi degli Stati Uniti, con la rinascita dell’idea di guerra giusta e
l’emergere di una sorta di diritto economico, secondo cui le relazioni tra gli Stati non sono
più stabilite in base alla loro politica ma a quella economica. Nel mondo contemporaneo il
predominio della tecnica e dell’economia ha relegato lo Stato a svolgere solamente funzioni
burocratiche e organizzative.
Arendt
Comprendere il totalitarismo
In “le origini del totalitarismo” Hannah Arendt sottopone il termine totalitarismo utilizzato da
esponenti del fascismo e da alcuni italiani antifascisti negli anni venti per indicare il regime di
Mussolini, a una torsione semantica. La prima cosa che Arendt fa notare è che alle origini
del totalitarismo si trova il totalitarismo stesso. Nessuna delle forme storiche di governo
precedentemente conosciute e ad esso paragonabili, cioè dispotismo, dittatura,
tirannide,può essere considerata antesignana al totalitarismo. Il totalitarismo non è secondo
la pensatrice una forma di degenerazione dei altri sistemi politici, ma è piuttosto una forma
assolutamente nuova e inedita che si è manifestata successivamente all’affermazione della
società di massa, e che presenta alcune caratteristiche peculiari.
Il saggio è composto da due parti; nella prima si compie una ricostruzione genealogica
dell’antisemitismo nazista, che viene fatta risalire alle espressioni dell’antisemitismo e
dell’imperialismo di fine ottocento, e nella seconda parte, successiva e sovrapposta, si
mettono a confronto nazismo e comunismo.
Gli elementi del terrore
Innanzitutto in un regime totalitario non si persegue l’obiettivo di ottenere il bene di qualcuno,
singolo o collettività, ma si vuole dominare in maniera assoluta e totale il mondo intero. Il
progetto politico di un sistema totalitario è semplicemente incomprensibile da un punto di
vista umano, poiché oltrepassa i limiti dell’umano stesso e delle forme di vita che l’uomo
conosce.
Per raggiungere questo scopo assurdo e disumano di dominio totale e scomparsa del
mondo, il regime totalitario si serve di tre strumenti fondamentali; l’apparato
statale-burocratico, la polizia segreta e il terrore.
Attraverso l’apparato burocratico rigido, le leggi che i regimi totalitari si danno vengono
applicate in ogni angolo del territorio statale. In questo modo la legge viene interiorizzata
dalle masse che la riconoscono come valida, indipendentemente dalla sua irrazionalità e
ingiustizia. Per mezzo della polizia segreta si tengono sotto controllo gli avversari politici.
Infine laddove la polizia segreta non basta, interviene il terrore, che rappresenta il vero
pilastro sul quale si regge il totalitarismo. Il terrore si presenta con due volti; quello dei campi
di concentramento, in cui vengono internati i dissidenti politici e in generale i diversi,e quello
dell’ideologia, che non ha lo scopo di spaventare i cittadini, ma quello di plasmare le loro
coscienze. La chiave del totalitarismo è dunque la perdita del senso della realtà, l’esercizio
del pensiero non è più possibile.
La politica dopo il terrore
La filosofa rivolge le sue attenzioni anche alla condizione dell’uomo di oggi, confrontandola
con il passato. Nell’epoca contemporanea l’uomo si presenta come il frutto di una doppia
fuga, dal mondo, cioè quello in cui gli uomini con-vivono, e dalla terra, il pianeta in cui le
persone vivono. Ciò avviene attraverso azioni prive di pensiero, occorre dunque pensare a
quello che facciamo. La Arendt suddivide la sfera umana dell’azione, vita activa, in tre
attività: labor, lo sviluppo biologico del corpo umano, work, l’attività di produzione e
trasformazione delle cose, action, ciò che mette in relazione gli uomini tra di loro.
L’analisi della Arendt si conclude con una visione ottimistica del pensiero considerato
l’attività che potrebbe salvare l’homo laborans della situazione alienante. Anche la vita della
mente può essere divisa in tre attività differenti e collegate; pensare, volere e giudicare sono
tre attività spirituali fondamentali autonome.

Potrebbero piacerti anche