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Convergenze

a cura di
G. Anzellotti, L. Giacardi, B. Lazzari
Ferdinando Arzarello
Cristiano Dané
Laura Lovera
Miranda Mosca
Nicoletta Nolli
Antonella Ronco

Dalla geometria
di Euclide
alla geometria
dell’Universo
Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
Ferdinando Arzarello Cristiano Dané Laura Lovera
Dipartimento di Matematica Liceo Scientifico “A. Volta”, Liceo psicopedagogico
Università di Torino Torino “Regina Margherita”,
Torino
Miranda Mosca Nicoletta Nolli Antonella Ronco
Associazione Subalpina Liceo scientifico “G. Aselli”, Liceo psicopedagogico
MATHESIS, Cremona “Regina Margherita”,
Torino Torino

Contenuti integrativi al presente volume possono essere consultati su http://extras.springer.com

isbn 978-88-470-2573-8 isbn 978-88-470-2574-5 H%RRN


doi 10.1007/978-88-470-2574-5

Springer Milan Dordrecht Heidelberg London New York

© Springer-Verlag Italia 2012

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Prefazione

La collana “Convergenze”, curata per la parte scientifica dall’Unione Matemati-


ca Italiana ed edita da Springer Italia, è giunta al suo nono volume, il libro di F.
Arzarello, C. Dané, L. Lovera, M. Mosca, N. Nolli, A. Ronco, Dalla geometria di
Euclide alla geometria dell’universo.
Tutti i volumi della collana sono editi con un contributo economico dell’UMI,
e il presente ha avuto anche un aiuto economico dal Progetto Lauree Scientifiche.
Ciò in quanto, al di là del fatto che l’origine e il merito dell’opera sono pura-
mente degli autori e si collocano nella tradizione della ricerca didattica italiana, e
torinese in particolare, una parte significativa delle proposte didattiche sono sta-
te sperimentate nel laboratorio che si è realizzato nell’ambito del Progetto locale
Lauree Scientifiche di Torino nel 2005/06 e negli anni successivi.
Come si può infatti evincere dalle schede stesse del Progetto LS gli obiettivi
principali della proposta elaborata nel libro sono: da una parte recuperare le ri-
levanti assenze della geometria dello spazio nella scuola “superiore”, dall’altra ap-
profondire alcuni aspetti logico-teorici anche attraverso il confronto fra le geome-
trie che si possono elaborare su particolari superfici (sfera, cilindro, cono, pseu-
dosfera) e il confronto di ciascuna di esse con la geometria euclidea del piano.
Il tema ha offerto occasioni di ricchi sviluppi di carattere storico-applicativo,
dalle carte geografiche e dalle rotte aeree a questioni tecnologiche (eliche dei mo-
tori, modelli per i sarti delle maniche degli abiti). Inoltre esso invita all’utilizzo
di materiali concreti, nonché di modelli virtuali costruibili con i software Cabri
Géomètre, Cabri3D e GeoGebra.
I materiali sono un elemento che, per quanto ovvio nell’apprendimento della
geometria, stentano a entrare nella pratica didattica corrente; viceversa, in questo
progetto come del resto in molti altri, essi svolgono diverse funzioni, tra le quali:
K incuriosire lo studente e pertanto sostenerne l’interesse;
K favorire la formulazione di problemi e congetture di risposta;
K migliorare la comprensione effettiva dei concetti;
K sostenere la memorizzazione;
senza dimenticare che migliorare le abilità manuali di studenti adolescenti è di
per sé un obiettivo rispettabile. È stata finalità prima degli autori fare in modo
che gli studenti si orientino in ambienti geometrici vari riconoscendo analogie e
differenze di questi con la geometria euclidea.
Il percorso è stato sperimentato in alcune classi quarte di diversi istituti supe-
riori: il Liceo Psicopedagogico “Regina Margherita”, il Liceo Scientifico “Einstein”,
l’Istituto Tecnico Industriale “Bodoni” di Torino, il Liceo Scientifico “Aselli” di
Cremona, il Liceo Scientifico “Galilei” di Voghera. Anche a nome degli organi di-
rettivi dell’UMI, desidero pertanto ringraziare gli autori per l’ottimo contributo
dato alla didattica della Geometria, per aver coinvolto insegnanti motivati e de-
siderosi di suggerimenti che permettano loro di stare al passo con i tempi e, last
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
VI

but not least, il Progetto Lauree Scientifiche che ha permesso la realizzazione di


incontri sinergici fra docenti della scuola superiore e docenti universitari al fine
di portare a termine un piano didattico di interesse comune per tutti: quello di
presentare allo studente l’insegnamento delle scienze matematiche non solo (più)
attraente ma, soprattutto come un investimento duraturo, sia come un momen-
to di crescita del cittadino consapevole, sia come prerequisito necessario ad un
futuro da professionista nel mondo di oggi.

Bologna, aprile 2012 Giuseppe Anichini


Segretario UMI
Premessa

Il volume propone vari percorsi didattici, progettati per le scuole secondarie di


secondo grado, dove la Geometria è affrontata secondo una metodologia labora-
toriale, in conformità al modello suggerito nel curricolo dell’UMI, La Matemati-
ca per il Cittadino (http://umi.dm.unibo.it/old/italiano/Didattica/didattica.html),
e presente nelle nuove Indicazioni per i Licei (DPR 15 marzo 2010). Gli studenti
sono pertanto accompagnati a fare e pensare secondo l’adagio pedagogico di S.
Papert: “Impariamo meglio facendo, impariamo ancora meglio se colleghiamo il
nostro fare con il parlare ed il pensare su ci che abbiamo fatto”.
L’insegnante trova nel volume svariati suggerimenti per l’utilizzo di opportu-
ni materiali didattici e di modelli geometrici reali e virtuali. Per generare questi
ultimi si sono utilizzati i software Cabri Géomètre, Cabri3D (marchi Cabrilog) e
GeoGebra (open source). Le schede didattiche da utilizzare durante le attività
(in duplice versione, per lo studente e per il docente), corredate di indicazio-
ni ed esempi di percorsi, si trovano sulla piattaforma on-line di Springer Extra
Materials (http://extras.springer.com).
L’idea principale è di analizzare criticamente le idee della geometria euclidea
alla luce di quanto accade in vari ambienti geometrici diversi dal piano (la sfera,
il cilindro, il cono e la pseudosfera): ad esempio, chiedersi “che cosa è una retta?”
nei nuovi contesti. Si può cosı̀ partire dalle radici cognitive e culturali dei concetti
matematici e considerarne successivamente sia lo sviluppo matematico rigoroso
sia l’intreccio profondo con i concetti portanti di altre discipline, come la fisica
(qual è la geometria dell’universo?) e la geografia (come rappresentare la Terra in un
piano?). Sarà altresı̀ possibile toccare con mano come tale intreccio abbia portato
a importanti innovazioni tecnologiche (ad esempio il GPS).
Gli itinerari didattici illustrati nel volume sono stati sperimentati in varie classi
nell’ambito del Progetto Lauree Scientifiche. Gli autori sentono perciò il bisogno
di ringraziare tutti i docenti che hanno in vario modo sperimentato questo pro-
getto nell’ambito di tali iniziative, concorrendo alla validazione della proposta.
Particolari ringraziamenti rivolgono a Pierangela Accomazzo e a Patrizia Giani-
no per i loro preziosi apporti. Inoltre ringraziano Sara Fenoil e Sergio Mellina per
i validi contributi all’elaborazione delle immagini.

Gli Autori
Indice

1. Perché la geometria sulle superfici 1


1.1 Perché tante geometrie invece di una geometria? 1
1.2 Alla ricerca delle radici cognitive e culturali
dei concetti matematici 2
1.3 Origine del libro 9
1.4 Perché il libro? 10

2. La geometria sulla sfera 13


2.1 La formica euclidea 13
2.2 La geodetica sulla sfera 14
2.3 La sfera è curva 17
2.4 Circonferenze sulla sfera 19
2.5 Triangoli sferici 20
2.6 Approfondimento 22
2.7 Il trasporto parallelo: approfondiamo 24

3. Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera 27


3.1 Il sistema assiomatico di Euclide 28
3.2 I sistemi formali 29
3.3 Un sistema formale moderno per la geometria piana 30
3.4 Modelli di un sistema assiomatico 32
3.5 La geometria sulla sfera è euclidea? 36
3.6 Figure geometriche sulla sfera: triangoli e quadrati 44

4. Geometria sul cilindro 49


4.1 Andare diritti sul cilindro 49
4.2 Sviluppo piano del cilindro 55
4.3 I ricoprimenti di un cilindro 57
4.4 Il cilindro come esempio di geometria localmente euclidea 59
4.5 Approfondimento 65

5. Geometria sul cono 69


5.1 Andare diritti sul cono 69
5.2 Le geodetiche sul cono 70
5.3 Approfondimenti 76
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
X

5.4 I ricoprimenti di un cono 79


5.5 La geometria sul cono 82
5.6 Per saperne di più . . . 82

6. La curvatura 89
6.1 La curvatura di una linea 90
6.2 La curvatura di una superficie 92
6.3 La curvatura del piano, della sfera, del cilindro e del cono 95
6.4 Che cosa sono le geodetiche 98
6.5 La curvatura nelle forme naturali e nelle mimesi degli artefatti umani 99

7. La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera 105


7.1 La catenaria e la trattrice 105
7.2 La pseudosfera e la sua curvatura 110
7.3 Le scoperte della formica euclidea sulla pseudosfera 112
7.4 ll teorema di Gauss Bonnet e il quinto postulato sulla pseudosfera 115

8. La sfera Terra: fare il punto 117


8.1 Il sistema di riferimento terrestre 117
8.2 I problemi del navigante - dialogo con le stelle 121
8.3 Calcolo della latitudine 125
8.4 Determinazione della longitudine 128
8.5 Gli strumenti di misura 130
8.6 La determinazione del punto - nave 134

9. La sfera Terra: le carte geografiche 139


9.1 Le proiezioni coniche e cilindriche 140
9.2 La carta del Mercatore 143
9.3 Proiezioni polari 147
9.4 La proiezione di Gauss e il sistema di coordinate UTM 149

10. Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria


iperbolica 153
10.1 La mappa conforme del navigante iperbolico 153
10.2 Sperimentiamo la mappa conforme 156
10.3 Il semipiano di Poincaré 159
10.4 L’inversione circolare 160
10.5 Il disco di Poincaré 164
Indice
XI

11. Il nostro spazio è euclideo? 167


11.1 La geometria dello spazio - tempo: il modello di Minkowski 168
11.2 Lo spazio-tempo della relatività generale 172
11.3 Ipotesi sull’Universo 175
11.4 I possibili modelli di Universo in espansione che cosa prevedono
in merito alla sua curvatura? 177

A. Confronto tra i sistemi assiomatici di Euclide e di Hilbert 181


A.1 Dal sistema di Euclide 181
A.2 Dal sistema di Hilbert 182
A.3 Uguaglianza e congruenza 183

B. GPS: sistema di posizionamento globale 185


B.1 Descrizione generale 185
B.2 A cosa serve? 185
B.3 Come è costituito? 185
B.4 Come funziona? 186
B.5 Analisi della Costellazione Satellitare 188
B.6 Sistemi di coordinate 190

Bibliografia 193
Capitolo 1
Perché la geometria sulle superfici

1.1 Perché tante geometrie invece di una geometria?


Nel curricolo UMI uno dei nuclei essenziali individuati per poter costruire solide
competenze matematiche è Spazio e Figure; nell’indicare le linee essenziali di que-
sto nucleo tematico si fa esplicito riferimento a un curricolo di matematica che
presenta uno svolgimento integrato degli argomenti che sono propri della geome-
tria: geometria dello spazio e geometria del piano, geometria sintetica, geometria
analitica e trigonometria.
In questa proposta sono anche esplicitamente indicate alcune idee di
base:
K rafforzare e rivalutare la geometria dello spazio;
K favorire attività di esplorazione e di scoperta di proprietà geometriche;
K porre attenzione ai collegamenti tra lo studio della geometria e il mondo reale;
K ricercare spunti storici come occasione di riflessione filosofica.
La geometria cui si fa riferimento nel curricolo è quella euclidea, da più di venti
secoli modello di riferimento per la cultura occidentale, anche se tra gli spun-
ti storici consigliati appare l’indicazione Dalla geometria alle geometrie (una pa-
noramica sugli sviluppi che dall’Ottocento portano al nostro secolo) come a voler
sottolineare l’importanza di allargare gli orizzonti culturali per meglio compren-
dere il ruolo centrale giocato dalla geometria in un percorso formativo che vuole
considerare sia la funzione strumentale sia quella culturale della matematica.
Lo svolgimento di un coerente percorso di geometria, nella scuola italiana,
sembra essere sempre più difficile, in particolare sembra diventato quasi impos-
sibile un rigoroso approccio assiomatico che produca un apprendimento signifi-
cativo e sensato degli assiomi e dei teoremi euclidei.
In parte gli studenti soffrono l’eccessivo rigore e l’astrattezza della geometria, in
parte non capiscono la necessità di interrogarsi su nozioni intuitive o dimostrare
proprietà evidenti; ne risulta spesso uno studio mnemonico di definizioni e di
dimostrazioni di teoremi delle quali spesso non si capisce nemmeno l’utilità.
Un percorso come quello presentato, che costringe a interrogarsi su cosa vo-
glia dire “andare diritto” o a sperimentare concretamente cosa significhi “tirare
una linea diritta tra due punti”, in un contesto diverso dall’ordinario piano eucli-
deo, può mettere in crisi “verità” ritenute scontate, costringe a “fare i conti” con
spazi che hanno proprietà definite da diversi sistemi di assiomi e per i quali non
valgono nemmeno i teoremi più “famosi” e quindi, per contro, costringe a rida-
re importanza proprio a quei teoremi e assiomi validi sulla superficie piana che
servono a definire la geometria euclidea tra le tante geometrie.
Non si può nemmeno dimenticare la necessità di delineare un itinerario didat-
tico che sia in grado di collegare lo studio della geometria al mondo fisico reale, ec-
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 1, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
2

co quindi che lo studio della geometria sulla sfera diventa anche lo studio del mo-
dello della nostra realtà terrestre e, più in generale, l’analisi delle geometrie non-
euclidee aiuta a comprendere le teorie che la fisica e la cosmologia propongono
per descrivere le caratteristiche dello spazio e l’evoluzione dell’Universo.
Si può quindi capire come il percorso presentato possa anche essere utilizzato
per comprendere e approfondire la nozione di sistema ipotetico-deduttivo e di
modello matematico.
Da ultimi, ma non per questo meno importanti, sono la metodologia e gli stru-
menti scelti per lo svolgimento delle attività presentate, anche questi in linea con
le modalità del Laboratorio come indicato nel curricolo UMI:
La costruzione di significati, nel laboratorio di matematica, è strettamen-
te legata, da una parte all’uso degli strumenti utilizzati nelle varie attività,
dall’altra, alle interazioni tra le persone che si sviluppano durante l’esercizio
di tali attività.
Si prevedono, infatti, esplorazioni guidate su vari materiali concreti, manipolan-
do palloni, barattoli cilindrici, coni di cartone e altro. Questo permette di con-
getturare, provare e verificare anche in interazione con i compagni e consente di
raggiungere una costruzione significativa dei concetti.
Dopo il lavoro e il confronto effettuato in gruppo è sempre prevista una fase
nella quale si condividono i risultati e quindi si consolidano e si generalizzano le
scoperte effettuate.
Il ruolo dell’insegnante è centrale nel sostenere la fase esplorativa di gruppo,
nella quale egli può fornire indicazioni operative o aiutare gli studenti a esplicitare
le loro intuizioni, senza però mai fornire risposte dirette ai quesiti proposti ed è
altrettanto importante per coordinare la discussione fatta in presenza dell’intera
classe e sistematizzare le conoscenze.
Anche in questo caso in tutto il percorso è suggerito un ruolo dell’insegnante
in linea con quanto si può leggere nelle Indicazioni metodologiche del curricolo
UMI:
L’insegnate eserciterà il suo ruolo di mediazione sia in modo diretto, attra-
verso l’introduzione degli strumenti matematici necessari in relazione alle
diverse situazioni didattiche, sia in modo indiretto, utilizzando le produzio-
ni individuali degli alunni (da confrontare e discutere in classe) e attraverso
la valorizzazione dei contributi degli alunni durante la discussione in classe
e il lavoro di gruppo.

1.2 Alla ricerca delle radici cognitive e culturali


dei concetti matematici
La geometria dei Greci era essenzialmente una scienza delle figure; con Riemann
è diventata una “scienza dello spazio”. Poincaré è andato ancora più in là: ha
mostrato che è il movimento a generare la nozione di spazio: “un être immo-
bile n’aurait jamais pu acquérir la notion d’espace puisque, ne pouvant corriger
par ses mouvements les effets des changements des objets extérieurs, il n’aurait eu
Capitolo 1 ● Perché la geometria sulle superfici
3

aucune raison de les distinguer des changements d’état” [Poincaré 1902, p. 78];
“localiser un objet en un point quelconque signifie se représenter le mouvement
(c’est-à-dire les sensations musculaires qui les accompagnent et qui n’ont aucun
caractère géométrique) qu’il faut faire pour l’atteindre” [Poincaré 1905, p. 67].
Per Poincaré è la presenza dei corpi, del nostro corpo in particolare, e dei movi-
menti, dei nostri movimenti, a generare la nozione di spazio. Come è noto, ciò lo
portava anche a posizioni estreme, come il cosiddetto convenzionalismo, in base
al quale gli assiomi non sono altro che definizioni camuffate, che si scelgono in
base alla loro comodità [Ibid., p. 75-76]. Quello che qui preme sottolineare è che
per Poincaré, come per Riemann e a differenza di Kant, non esiste una teoria geo-
metrica a priori del mondo. Essa è invece costruita a partire dal mondo sensibile,
anche se per il nostro “le sensazioni muscolari [. . . ] non hanno alcun carattere
geometrico”.
Oggi i progressi fatti dalla matematica e dalla logica da un lato, e dalle neu-
roscienze e dalle scienze cognitive dall’altro, permettono di affrontare il proble-
ma dei rapporti tra geometria e mondo sensibile in modo più preciso e di capire
perché certe scelte siano “comode”. Ne risulta che le intuizioni di Poincaré, ma an-
che di altri come Enriques, Weyl, Piaget, hanno un fondamento scientifico quanto
mai attuale. Ciò risulta da vari studi, per esempio dalle ricerche sviluppate negli
ultimi anni dal gruppo “Géométrie et Cognition” alla Scuola Normale Superiore
di Parigi coordinato da G. Longo, J.L. Petitot e B. Teissier1 . Essi illustrano am-
piamente la possibilità e la natura di una rilettura “genetica” della geometria (e
della matematica in generale). Ad esempio, gli studi di A. Berthoz (1997), illustre
fisiologo del Collège de France e collaboratore attivo del gruppo, mettono in luce
che quando si afferra una palla lanciata verso di noi si ha un’integrazione multi-
sensoriale di diversi sistemi di riferimento (p. 90), ciascuno dei quali permette di
“simulare” lo spazio della percezione. Ciò significa che lo spazio non ha bisogno
di essere rappresentato in modo esplicito, con un sistema cartesiano o con una
rappresentazione pixel per pixel dei suoi punti: per esempio, la soglia muscolare
relativa a un certo angolo del braccio è già un sistema di riferimento nonché la
codifica di una distanza. Nell’azione di afferrare la palla il sistema di riferimen-
to è costituito dallo spazio dell’articolazione e quantificato dalle soglie muscolari,
comprese quelle dei muscoli oculari che seguono il movimento della palla. Esso
è ottenuto per trasferimenti successivi da un sistema di codifica all’altro a par-
tire dalla ricostruzione analogica sulla retina. In tale trasferimento giocano un
ruolo essenziale gli invarianti (cioè l’appercezione della stabilità di certi fenome-
ni rispetto agli altri). Ciò che chiamiamo posizione, velocità, accelerazione della
palla è rappresentato nei vari sistemi di rappresentazione propri del nostro corpo
(ad esempio la retina, i muscoli del braccio, e cosı̀ via). In ciò consiste la nostra
“intelligenza geometrica” come esseri umani. Essa si costruisce come una rete
di codifiche e/o di rappresentazioni analogiche ed è acquisita tramite le pratiche
delle nostre azioni nel mondo. A partire dagli invarianti in queste rappresentazio-
ni e codifiche, si genera l’invarianza delle nostre rappresentazioni coscienti, per

1 http://www.di.ens.fr/∼longo/geocogni.html
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
4

esempio quelle del linguaggio (Gallese e Lakoff 2005), dello spazio e infine delle
più invarianti di tutte: quelle della matematica.
È importante tenere presenti questi studi nell’impostare l’apprendimento del-
la geometria. Infatti le sue basi epistemologiche rivelano le sue profonde radici
cognitive (Tall 1989)2 : si tratta di quelle che H. Weyl chiamava condizioni suf-
ficienti per l’emergere di una teoria, cioè quelle che “esigono” quella teoria e la
rendono possibile. Per questo la geometria va affrontata nel suo contesto opera-
torio, nel modo con cui si agisce nel mondo: infatti l’oggettività delle concettua-
lizzazioni geometriche deriva proprio dai processi costitutivi loro propri. Non si
tratta di un espediente didattico: per dirla con A. Campanile non si tratta cioè di
un’operazione tipo “insegnare l’abaco alle formicole”. Ma si tratta di fondare il
metodo didattico sulle basi epistemologiche della disciplina.
Dal punto di vista dell’apprendimento, si tratta di usare tutta la multimodalità
delle vie di cui i soggetti dispongono per apprendere. Traendo spunto da Antinuc-
ci (2001)3 , possiamo distinguere infatti due modalità per l’apprendimento: quella
che l’autore chiama la via simbolico-ricostruttiva e la via percet-tivo-motoria.
In estrema sintesi, la via simbolico-ricostruttiva:
K è basata essenzialmente sull’interpretazione e lo scambio di simboli (linguisti-
ci, matematici, logici);
K ricostruisce nella mente ‘oggetti’, significati attraverso rappresentazioni mentali
a partire dai simboli stessi;
K è il modo più sofisticato ed evoluto con cui si apprende;
K il lavoro avviene totalmente all’interno della mente senza alcuno scambio con
l’esterno che non sia l’input di simboli linguistici;
K è un lavoro cosciente e quindi stanca.
La via percettivo-motoria:
K avviene in un continuo scambio di input percettivi e di output motori con
l’esterno;
K spesso avviene a un livello inconscio che stanca molto meno.
La conoscenza che deriva dall’apprendimento simbolico-ricostruttivo è sem-
pre e solo manifestabile verbalmente ed è prodotta forzatamente. Quella che de-

2 Per D. Tall una radice cognitiva è un concetto chiave (anchoring concept), che può collegare la
conoscenza in possesso dello studente con conoscenze più sofisticate, che debbono essere ancora
costruite. Una R.C. ha due proprietà fondamentali:
● il suo significato è posseduto dagli studenti all’inizio della sequenza di apprendimento;
● permette espansioni cognitive per successivi sviluppi teorici, definizioni formali, ecc.
Esempio: ‘‘l’essere diritto localmente’’ è una R.C. per il concetto di tangente a una curva liscia. Ad
essa corrisponde lo ‘‘zoom’’ di vari software, che permette di manipolare esempi e non-esempi del
concetto matematico. Noi aggiungiamo anche una componente culturale alla dimensione cognitiva
di Tall, come spiegato più avanti nel paragrafo.
3 Si vedano anche Simone (2000), che analizza le culture non-proposizionali e la frattura tra linguaggio
referenziale, strutturato, gerarchico e linguaggio comune; e Catastini (2009), che pur critica verso
Antinucci, assume una posizione che ha molti punti di contatto con la nostra, quale sarà precisata nel
seguito del paragrafo.
Capitolo 1 ● Perché la geometria sulle superfici
5

riva dall’apprendimento percettivo-motorio tende a essere interiorizzata e conte-


stualizzata ed è prodotta spontaneamente. Perciò l’essere umano, se può, adotta
quest’ultima.
Non si tratta di contrapporre le due vie, come fa Antinucci, ma di integrarle:
vygotskianamente, ma anche montessorianamente4 , si può dire che la via percet-
tivo-motoria è quella a cui bisogna mirare con le situazioni didattiche di parten-
za, perché gli studenti, esposti alla situazione, possano produrre spontaneamente
una qualche idea, darle un senso, in virtù delle loro conoscenze pregresse. Occor-
re cioè esporre gli allievi alle radici cognitive e culturali dei concetti (vedi nota 2),
sviluppando quella che Enriques chiamava analisi critica dei concetti matematici.
È compito dell’insegnante fare evolvere questo senso personale prodotto dagli stu-
denti verso il senso scientifico, supportandoli verso la via simbolico-ricostruttiva
e utilizzando eventualmente per questo scopo opportuni strumenti e sussidi di-
dattici. È interessante osservare che l’insegnamento tradizionale in matematica
è tendenzialmente di tipo trasmissivo e basato quasi esclusivamente su un meto-
do simbolico-ricostruttivo. La presenza di strumenti tecnologici vari (non solo
il computer), l’uso di internet ecc. tende a produrre apprendimento di tipo per-
cettivo motorio a differenza di quanto succede utilizzando solo i libri. Come slo-
gan pedagogico per questo metodo, che ispira il nostro lavoro, si può adottare la
seguente frase di S. Papert:

Impariamo meglio facendo, impariamo ancora meglio se colleghiamo il


nostro fare con il parlare e il pensare su ciò che abbiamo fatto.

Questo metodo non è una vera novità. Per fare un esempio illustre che riguarda
la geometria, ricordiamo le anticipazioni, di impronta positivista e non esenti da
critiche, di F. Enriques, che affrontò nella sua opera Problemi della scienza (1906)
quello che chiamava “il problema filosofico dello spazio”. Seguendo Klein, che
aveva cercato nelle impressioni sensoriali studiate da Helmholtz, Hering, Mach
e Wundt la spiegazione psicologica dei postulati della geometria, e anticipan-
do Piaget, il matematico livornese affermò che i tre rami della geometria costi-
tuiti dalla “teoria del continuo” (= topologia), dalla “geometria metrica” e dal-
la “proiettiva” sono collegati con tre diversi ordini di sensazioni: rispettivamen-
te, quelle generali tattilo-muscolari, quelle del tatto speciale (o meccaniche) e le
visive.
La “genesi psicologica” dei concetti geometrici è un problema che non si può
eludere nella scuola. Una scelta accurata delle esperienze da cui partire per intro-
durli è essenziale. Esse devono risultare consonanti con i concetti da insegnare sia
cognitivamente sia culturalmente: la progettazione didattica presuppone quin-
di un’analisi critica (secondo la terminologia di Enriques) accurata dei concetti
portanti della geometria.

4 Catastini(2009) giustamente osserva che ‘‘nelle opere e nelle pratiche didattiche della Montessori
troviamo [. . . ] una miniera di pensieri chiari e profondi sull’importanza dell’intervento del pensiero
percettivo motorio nelle questioni fondamentali riguardanti l’apprendimento’’ in matematica, in
particolare in geometria (Montessori 1934).
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
6

Ci spiegheremo con un esempio, che è fondamentale per il nostro lavoro: quel-


lo di retta. Negli Elementi di Euclide (Def. 4) troviamo la seguente definizione di
retta:

(Una retta è quella che giace parimenti [’ι´σoν] con i punti su se stessa5 ).
Nei testi moderni di geometria elementare (ad es. Hilbert 1899) invece, come è
noto, non si dà alcuna definizione esplicita di retta, in quanto il suo significato è
veicolato implicitamente dagli assiomi, i quali distillano il suo significato intuitivo
all’interno di un sistema formale (si tratta di una tipica ricostruzione simbolica).
Da quali esperienze partire, che inneschino anche un apprendimento percet-
tivo-motorio, per giungere al concetto di retta e affrontare in un secondo momen-
to una sistemazione assiomatica della geometria?
Il significato di Euclide, come appare dall’interpretazione di Heath, sembrereb-
be riferirsi all’idea di simmetria. Esperienze legate a questa idea possono essere
quella di ripiegare la carta: comunque si pieghi un foglio di carta si genera sem-
pre una (parte di) retta. Un ulteriore approfondimento si ottiene chiedendosi con
quale strumento si può tracciare una (parte di) retta; la riga va bene; ma allora si
pone il problema di sapere se la riga è “diritta”, altrimenti potrei sbagliarmi. Si può
certamente usare un controllo “visivo” (seguendo l’idea di Enriques che la geome-
tria proiettiva è collegata alle sensazioni visive). Oppure si può usare un controllo
“meccanico” (seguendo in questo Lobachevsky): si fanno due copie identiche del
righello e se i tre righelli cosı̀ ottenuti scorrono esattamente l’uno sull’altro a due
a due si è certi di avere un righello diritto (è interessante discutere con gli allievi
perché due soli righelli non bastano). Il metodo tra l’altro era usato dai “meccanici
aggiustatori” dell’industria metalmeccanica, quando questa professione esisteva
ancora. Lo stesso problema fu affrontato da altri meccanici fin da epoche remo-
te, quando i tecnici dovettero affrontare il problema della conversione del moto
circolare (prodotto per esempio da una ruota mossa dall’acqua) in un moto ret-
tilineo (per esempio per azionare un maglio). La questione divenne cruciale con

Figura 1.1 Macchina a vapore con


il meccanismo articolato di Watt: è il
parallelogramma con il braccio col-
legato allo stantuffo in alto a sinistra
(da Henderson e Taimina 2004)

5 Abbiamo seguito la traduzione di Heath’s (1926/1956): ‘‘a line that lies evenly with the points on
itself’’ (p. 153). In una nota Heath spiega: ‘‘l’idea che Euclide intendeva esprimere era quella di una
linea [. . . ] senza irregolarità o asimmetrie che ne potessero fare distinguere una parte o un lato da un
altro’’ (p. 167).
Capitolo 1 ● Perché la geometria sulle superfici
7

Figura 1.2 Il meccanismo di Peaucellier-


Lipkin (da Bartolini Bussi e Maschietto 2006)

le macchine a vapore dove la conversione tra i due moti significava poter azionare
una varietà di stantuffi per gli usi più disparati (per esempio nelle locomotrici
dei treni). Fu J. Watt a risolvere (in parte) il problema nel 1784, progettando un
meccanismo articolato per “il moto parallelo”, come diceva lui (Fig. 1.1).
In realtà il meccanismo di Watt non produce un moto rettilineo ma solo uno
localmente e approssimativamente tale. Il problema fu risolto completamente nel
secolo successivo indipendentemente da un ufficiale francese, C. N. Peaucellier, e
da uno studente russo, L.L. Lipkin (Fig. 1.2). Per ulteriori informazioni su questo
problema si può consultare: Bartolini Bussi e Maschietto (2006), Giusti e Conti
(2000) e Henderson e Taimina (2005).
Questi meccanismi producono una linea “diritta” nello spazio. Se non sono un
ingegnere che ha bisogno di progettare stantuffi, posso risolvere il problema di in-
dividuare concretamente la parte di retta che passa per due punti semplicemente
tendendo un cordino: era il metodo usato già dagli arpenodapti (= tenditori di
corde), funzionari del faraone che misuravano i campi dopo le periodiche inon-
dazioni del Nilo nell’antico Egitto (secondo alcuni, i primi tre postulati di Euclide
sarebbero tratti dalle loro pratiche). Mentre i meccanismi di Watt, Peaucellier e
Lipkin cercano di soddisfare alla richiesta di “andare diritto”, la costruzione col
cordino corrisponde all’idea di “linea più breve tra due punti”.
Riassumendo, se si analizza criticamente il concetto di retta si trovano le se-
guenti radici cognitive:
K la simmetria;
K l’andare diritto;
K la linea più breve.
I primi due sono concetti sia locali sia globali, mentre il terzo ha un carattere lo-
cale. Notiamo che tutti i tre aspetti sono utili quando ci pensiamo immersi in uno
spazio non meglio identificato e cerchiamo di capire come si possa produrre una
linea retta. Essi possono produrre apprendimento percettivo motorio. L’idea an-
che in questo caso non è nuova: Enriques (1906, §11) ricorda che per introdurre
la curvatura “Gauss ha addotto un argomento suggestivo, che è stato poi ripreso
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
8

da Helmholtz e da Clifford, e va generalmente sotto il nome del primo di que-


sti due filosofi. Figuriamoci l’esistenza di animaletti superficiali, cioè schiacciati
sopra una superficie, i quali siano liberi di muoversi strisciando su questa. Dotia-
mo codesti esseri immaginarii di un’intuizione spaziale, che valga a coordinare
la sensibilità e a dirigerne i movimenti, nel campo a due dimensioni (superficie)
costituente il loro spazio. Due animaletti simili, uno dei quali si muova in un pia-
no, l’altro sopra una superficie leggermente incurvata, potrebbero essere guidati
ugualmente da una medesima intuizione geometrica, raffigurandosi il loro spazio
come un piano.”
Tradotto altrimenti, se mi immagino di essere l’animaletto superficiale, come
posso immaginare di produrre una retta? Camminando diritto (idea b). Che co-
sa significa questo? Potrei infatti trovarmi in realtà su di una superficie curva,
ma non avere percezione di questo. Allora devo muovere i miei passi tracciando
idealmente una linea in cui i miei piedi si dispongono simmetricamente rispet-
to a questa (idea a), e non devo assolutamente “deviare” (idea b) né allungare il
mio cammino (idea c). Usando il citato linguaggio di D. Tall, si tratta della radice
cognitiva del concetto di geodetica. Ma la radice non è solo cognitiva. Abbia-
mo citato anche alcuni strumenti che storicamente sono stati usati per generare
le rette: dal tendere i cordini, alle pratiche dei meccanici aggiustatori, al movi-
mento dei meccanismi articolati, ai piegamenti dei fogli di carta. Non si tratta
solo di un apprendimento percettivo-motorio, ma dell’intreccio con la compo-
nente simbolico-ricostruttiva che viene continuamente esperita e stimolata. Né
si tratta di un apprendimento cognitivamente consonante solo con il nostro es-
sere biologico; esso è anche culturalmente consonante con il nostro essere socia-
le: infatti le pratiche sopra accennate hanno un significato culturale, che l’analisi
storico-critica mette in luce (Radford 2003).
Il nostro lavoro vuole essere una introduzione al concetto di geodetica, come
concetto base in geometria, su queste posizioni pedagogiche, in una varietà di
ambienti molto semplici, ma ricchissimi da vari punti di vista (cognitivo, episte-
mologico, didattico): la sfera, il cono, il cilindro, il piano e infine (un po’ meno
semplice) la pseudosfera. Lo faremo esperendo le radici cognitive e culturali di
questo concetto e supportando gli allievi con strumenti e oggetti vari (dai cor-
dini, alle carte geografiche per naviganti in questi mondi, alle aste orientate per
studiare la curvatura di una superficie, ai modelli virtuali costruiti con software
di geometria dinamica). Vedremo come questo metodo permetta di giungere an-
che a una ricostruzione simbolica abbastanza avanzata. Le sperimentazioni fatte
dagli autori insegnanti in vari tipi di scuola hanno dimostrato che tale ricostru-
zione è stata sempre accompagnata dalla comprensione dei concetti matematici
soggiacenti, cioè il conseguimento dell’obiettivo primo dell’insegnamento della
matematica, come recita un documento del curricolo dell’UMI:
La formazione del curricolo scolastico non può prescindere dal considera-
re sia la funzione strumentale, sia quella culturale della matematica: stru-
mento essenziale per una comprensione quantitativa della realtà da un lato,
e dall’altro un sapere logicamente coerente e sistematico, caratterizzato da
una forte unità culturale. Entrambi gli aspetti sono essenziali per una for-
mazione equilibrata degli studenti: priva del suo carattere strumentale, la
Capitolo 1 ● Perché la geometria sulle superfici
9

matematica sarebbe un puro gioco di segni senza significato; senza una vi-
sione globale, essa diventerebbe una serie di ricette prive di metodo e di giu-
stificazione. I due aspetti si intrecciano ed è necessario che l’insegnante li in-
troduca entrambi in modo equilibrato lungo tutto il percorso di formazione
(La Matematica per il Cittadino, 2003, Premessa).

1.3 Origine del libro

La stesura di questo libro è conseguenza e conclusione di sperimentazioni con-


dotte in più classi di svariati tipi di istituti di istruzione secondaria superiore di
Torino (Licei Scientifici, Linguistici e Pedagogici, Istituti Tecnici) negli anni tra il
2004 e il 2006, da un gruppo di insegnanti, fra i quali gli estensori della presente
trattazione, coordinati dal prof. Arzarello in un’attività di ricerca in didattica della
matematica, e in particolare della geometria, ispirata alle finalità, e in applicazione
delle metodologie, che sono state esplicitate nei precedenti paragrafi.
I materiali di supporto a tali sperimentazioni sono entrati inoltre a far parte del
progetto “Lauree scientifiche”, attivato a partire dal 2003, essendo in sintonia con
gli obiettivi, propri del progetto, di promozione e ampliamento dell’immagine
della matematica e delle discipline scientifiche in genere, nonché dell’offerta di
incontro con esse.
Tali materiali, disponibili sulla piattaforma on-line di Springer ExtraMaterials,
sono strutturati in sequenze di Attività, raggruppate secondo filoni tematici legati
alle differenti superfici sulle quali si conducono le esplorazioni, cui si aggiunge il
tema trasversale relativo alla curvatura di linee e superfici.
Per ciascuna delle Attività si è predisposta una Scheda di lavoro rivolta agli
studenti e una più ricca raccolta di informazioni per l’insegnante.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
10

La scheda per gli studenti pone quesiti, stimola la curiosità, guida gli studenti
a compiere esplorazioni, misure, calcoli, a fare congetture, a trarre conclusioni, a
“fare geometria” in prima persona, usando materiali poveri o strumenti tecnolo-
gici.
Nel corredo per l’insegnante trovano posto un’introduzione alle finalità e ai
contenuti dell’Attività, qualche approfondimento disciplinare, indicazioni meto-
dologiche, suggerimenti di tipo pratico sui materiali da utilizzare. Ricompare
inoltre la scheda–studente compilata con possibili risposte, onde esemplificare
gli esiti che ci si possono attendere.
I materiali possono essere utilizzati in modo sufficientemente flessibile, nel
senso che è possibile tracciare tra di essi differenti percorsi, a seconda del gra-
do di approfondimento cui ci si vuole spingere o della particolare tematica che si
intenda sviluppare.
Ne abbiamo ideati alcuni:

I dettagli relativi a ciascuno dei percorsi sono riportati, insieme all’indice dei
materiali disponibili su Springer ExtraMaterials.

1.4 Perché il libro?


Questo libro nasce, secondo i propositi iniziali, con l’intento di fornire un più
ampio e approfondito corredo informativo per l’insegnante che volesse avventu-
rarsi lungo le strade indicate dalle sperimentazioni sopra descritte. Nel corso della
stesura la ricerca si è però ulteriormente sviluppata, diramandosi in direzioni ini-
zialmente impensate, a riprova di quanto fecondo fosse l’apparentemente sempli-
ce spunto iniziale di ricercare le vie diritte sulle diverse superfici. L’impegno posto
nell’immedesimarsi nella situazione prettamente intrinseca di un essere pensante
bidimensionale ha indotto un’approfondita riflessione sui fondamenti stessi della
geometria, intesa come sistema assiomatico, e sul suo rimodellarsi per adattarsi
alle proprietà delle diverse superfici. Altri approfondimenti teorici hanno fatto
luce sul concetto di curvatura e sulla sua misura intrinseca mediante il trasporto
parallelo, sulla conformazione e il dispiegarsi delle geodetiche proprie delle di-
verse superfici, in particolare con originali apporti nel caso di cilindro, cono e
pseudosfera, sulle loro possibili proiezioni piane in mappe di differente tipologia,
tra le quali in particolare le mappe conformi di sfera e pseudosfera, su differen-
ti modelli di geometrie iperboliche. Tutto ciò ha portato ad analizzare in modo
Capitolo 1 ● Perché la geometria sulle superfici
11

più fine il discrimine tra geometrie euclidee e non euclidee, aggiungendo una
categoria intermedia di geometrie solo localmente euclidee.
Accanto a queste trattazioni di stampo squisitamente matematico sono presen-
ti nel libro espansioni in campi che potrebbero tradizionalmente essere giudicati
alieni.
In particolare lo studio condotto sulla sfera ha trovato una logica estensione
nell’analisi di alcune delle problematiche che l’uomo, in quanto abitante di un
pianeta a forma sferoidale, ha dovuto affrontare, il navigante in primis, con le sue
necessità legate al conoscere la propria posizione e l’orientamento da imprimere
alla propria imbarcazione. Ci si è dunque in qualche misura riappropriati della
tanta geometria incarnata, per esempio, nella pratica della navigazione astrono-
mica. Cosı̀ come, parallelamente, ci si è avvicinati alle problematiche legate alle
riproduzioni cartografiche della superficie terrestre.
Ancora più divergente un piccolo excursus nel campo della sartoria, a cogliere
le ragioni geometriche nascoste nei metodi con i quali i sarti modellano una su-
perficie piana per eccellenza, la pezza di stoffa, sulle rotondità proprie del corpo
umano.
Continui, in generale, i riferimenti alle situazioni della vita reale nelle qua-
li le geodetiche sulle diverse superfici vengono utilizzate per la loro intrinseca
proprietà di vie diritte (ed anche, sovente, più brevi).
A chiusura della trattazione l’interrogativo euclideo sı̀/no viene esteso allo spa-
zio fisico nel quale la Terra è immersa, allo scopo di esaminare quali risposte
le indagini fin qui condotte in campo scientifico forniscono a proposito della
curvatura dell’Universo.
Complessivamente dunque questo libro presenta una varietà di spunti che in-
terpretano il tema della geometria in senso ampio e libero da schemi precostituiti,
azzardando contaminazioni tra una matematica “alta”, che si sviluppa in verticale
verso la pura astrazione e la contemplazione di modelli, e una matematica “bas-
sa” che si sviluppa in orizzontale facendosi trama razionale di pratiche della realtà
fisica e della vita reale.
Cosa non è questo libro? Non è un testo scolastico da dare direttamente in
mano agli studenti, anche se si rivolge principalmente al mondo della scuola; non
è un trattato sulle geometrie non euclidee, perché non ha né la sistematicità né la
completezza che a una tale trattazione si richiederebbe; non è di facile lettura e
non è nemmeno di difficile lettura, perché ci sono al suo interno parti estrema-
mente discorsive, ma ad esse si alternano parti, assai curate nelle spiegazioni, ma
comunque decisamente impegnative.
Diciamo che questo libro si rivolge a chiunque voglia tornare a porsi in modo
critico e curioso di fronte al problema Geometria.
Capitolo 2
La geometria sulla sfera

2.1 La formica euclidea

Proviamo a ipotizzare l’esistenza di una formica euclidea, ovvero di una formica


pensante che, imprigionata su di un pallone isolato nel vuoto, senta l’esigenza
di dare un ordine razionale al suo ambiente. Potrebbe essere la stessa famosa
formica che, correndo sul nastro di Moebius disegnato da Escher, è pervenuta
alla conclusione che quel nastro ha una sola faccia.
Se ci immedesimassimo in questa formica arriveremmo a una descrizione per-
fettamente intrinseca della geometria sulla sfera, ovvero alla descrizione che di-
spone delle sole due dimensioni nelle quali si estende la sua superficie e rinuncia
alla stampella della terza dimensione che consente a noi di guardare la sfera dal
di fuori.
La formica ripercorrerebbe probabilmente i passi logici dei pensatori greci
di cui Euclide sistematizzò le speculazioni nei dintorni di quel lontano 300 a.C.
In particolare, dopo aver idealmente scomposto la superficie su cui cammina in
un’infinità di punti, li riaggregherebbe in sottoinsiemi, funzionali alla ricomposi-
zione del suo spazio in forme ideali.
Il primo insieme di punti che prenderebbe in considerazione sarebbe quello
che lei stessa compone nel camminare, la linea, e poi, tra le linee, quella dirit-
ta, ovvero quella che traccia sul suolo effettuando, con le zampette di destra e
di sinistra, passi simmetrici di uguale ampiezza, che le impediscano di sbanda-
re lateralmente. A sorpresa potrebbe pervenire alla stessa definizione fornita da
Euclide per il piano: una retta è quella che giace parimenti con i punti su se stes-
sa, definizione che, a dispetto del verbo “giacere”, conserva un che di dinamico
nell’attenzione reciproca con la quale i punti vanno giustapponendosi.
Se, come Euclide, la formica volesse interrogarsi sull’estensione della sua linea
diritta scoprirebbe però ben presto che, camminando diritta davanti a sé senza
stancarsi, in una qualsiasi direzione, raggiungerebbe, prima o poi, il punto di par-
tenza e dovrebbe concludere che la sua linea diritta ha un requisito fondamentale:
è chiusa. Anzi di più: che tutte le infinite linee diritte che potrebbe percorrere
partendo da un dato punto la riporterebbero a quello stesso punto richiudendosi
proprio in esso. Il suo spazio è limitato e ha caratteristiche intrinsecamente omo-
genee in tutti i punti. Non alle stesse identiche conclusioni giungerebbe infatti una
formica che tracciasse linee diritte su di una patata, pur essendo questa un altro
esempio di spazio limitato. Da questo fatto discendono molte delle considerazioni
che potrebbe in seguito effettuare.
Questa premessa ha lo scopo di porre in primo piano la necessità di affrontare
le questioni relative alle geometrie sulle differenti superfici sapendo innanzitut-
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 2, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
14

to distinguere tra visione intrinseca e visione estrinseca, cosı̀ come è importan-


te saper parallelamente distinguere tra visione locale, che abbraccia una limitata
porzione della superficie, e visione globale, che ne abbraccia l’intero sviluppo. Nei
percorsi da noi proposti sarà frequente la richiesta di passare da una visione all’al-
tra, perché proprio il confronto tra i diversi punti di vista consentirà di pervenire
a delle conclusioni convincenti.

2.2 La geodetica sulla sfera


Possiamo per il momento lasciare la formica alle sue esplorazioni e recuperare il
più comodo sguardo che la terza dimensione ci consente. L’“andare diritto” sem-
bra essere una delle radici concettuali con le quali possiamo transitare da un am-
biente a un altro conservando una modalità unitaria di costruzione delle differenti
geometrie.
Ma se abbiamo potuto in qualche modo immaginare come andare diritti stan-
do sulla superficie, si tratta ora di mettere a punto una tecnica che consenta di
tracciare su di essa linee diritte essendone al di fuori. In termini un po’ più ri-
gorosi si tratta di poter disporre di una definizione di geodetica, intesa come la
generica linea diritta su di una data superficie, che utilizzi la presenza della terza
dimensione.
Tale definizione ci costringerebbe a mettere in campo i concetti di curvatura
di linee e superfici: lo faremo più avanti in un capitolo a essi dedicato. Ci soccor-
re per ora la possibilità di intervenire in modo diretto e concreto sulla superficie
in esame: fili, nastri, elastici, striscioline di carta possono essere appoggiati su di
essa alla ricerca di quale tra di essi ci consenta di meglio visualizzare sulla super-
ficie una linea che traduca, in modo sensibile alla nostra vista e al nostro tatto, un
andare diritto inteso come assenza di sbandamenti laterali. Ed è proprio un “fare
matematico” simile a un “fare” da scienza sperimentale che ci consente di verifi-
care che una strisciolina (o un sottile nastro adesivo), appoggiata punto per punto
in modo ben aderente alle locali variazioni della superficie, grazie alla flessibilità
selettiva di cui dispone (può incurvarsi solo longitudinalmente ma non lateral-
mente), traccia, lungo la sua mediana, la via diritta su di una qualsiasi superficie
(Fig. 2.1).
Questa diventa la definizione operativa di geodetica.

Figura 2.1 Geodetica su di una superficie


non piana
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
15

Quale geodetica sulla sfera?


Disponendo di palloni, di flessibili striscioline e delle possibilità offerte dalla terza
dimensione, non è difficile scoprire, utilizzando il metodo messo a punto, che
le geodetiche sulla sfera sono le circonferenze massime, ovvero le circonferenze
che si otterrebbero sezionandola con piani passanti per il suo centro (punto la
cui esistenza la formica non può nemmeno immaginare). Sono cosı̀ geodetiche le
circonferenze che sulla sfera Terra siamo abituati a chiamare equatore e meridiani,
mentre non lo sono i paralleli.

Figura 2.2 Automobilina senza


sterzo su una sfera

E se provassimo a correre su di una sfera con un’automobilina senza sterzo


(Fig. 2.2)? Anche l’automobilina, o un qualsiasi altro dispositivo dotato di due
ruote di ugual diametro e prive di sterzo, se accompagnata senza esercitare pres-
sioni laterali, percorrerebbe una circonferenza massima, confermando la sua qua-
lità di linea diritta.

Figura 2.3

Considerati poi due qualsiasi punti, che non siano agli antipodi rispetto al cen-
tro, si scopre che possono essere connessi da due distinti tratti di una stessa geo-
detica (Fig. 2.3) e che uno dei due è il percorso di lunghezza minima possibile
tra quei due punti: questa proprietà può essere verificata utilizzando un nastro
graduato flessibile (per esempio del tipo usato dai sarti) per confrontare la sua
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
16

lunghezza con quella di qualsiasi altro tratto di linea tracciabile tra i due punti
(vedi Figg. 2.4 e 2.5).
Si conquista cosı̀ una fondamentale caratteristica della geodetica sulla sfera: la
via diritta è, localmente, anche il cammino più breve.

Figura 2.4 Misura su Figura 2.5 Misura su


tratto di curva segmento di geodetica

E se usassimo un elastico?
L’elastico può confermare le conclusioni cui si è giunti a proposito delle geodeti-
che sulla sfera:
K un tratto di elastico teso tra due punti (Fig. 2.6) si dispone lungo una certa
linea che si rivela essere proprio un tratto di geodetica. L’elastico pizzicato e
successivamente rilasciato riacquista la sua disposizione iniziale: ciò prova che
quello è il cammino minimo tra quei due punti, dal momento che l’elastico
per sua natura tende alla posizione di energia minima, ovvero alla posizione
di minor allungamento;
K un elastico chiuso ad anello intorno a una sfera trova una sua posizione di equi-
librio (instabile!) lungo una circonferenza massima e dunque in una posizione
di massimo allungamento. Ciò può apparire in contraddizione con quanto det-
to prima: in realtà, dal momento che in un elastico circolare dilatato le forze di

Figura 2.6 Alzando il dito l’e-


lastico tornerebbe a disporsi sulla
geodetica per P e Q
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
17

richiamo sono orientate verso il centro della sua circonferenza, solo se questa
coincide con la circonferenza massima della sfera si potrà avere quel bilan-
ciamento tra le forze elastiche e la reazione della superficie (che si manifesta
sempre perpendicolarmente in ogni punto, e dunque nella direzione del raggio
della sfera) che porta all’equilibrio. Infatti, spostato anche solo di pochissimo,
l’elastico schizza via dalla sfera richiudendosi lontano.
Il fatto che tale condizione di equilibrio non si verifichi invece lungo un parallelo,
il cui raggio non si sovrappone al raggio della sfera, può aprire un primo spira-
glio sulle caratteristiche che, vedremo più in generale, dovranno far parte della
definizione di geodetica per una qualsiasi superficie.

2.3 La sfera è curva

Chiunque, essendo immerso nello spazio euclideo tridimensionale, osservando


un pallone, giudica curva la sua superficie e fa mostra, con ciò, di utilizzare un
concetto intuitivo di curvatura.
E la formica che cammina sul pallone? Dopo aver scoperto che la sua superficie
è limitata, può anche scoprire che è curva? Ovvero, la curvatura di una superficie
è una sua proprietà intrinseca?
Il quesito è stato al centro degli studi, tra gli altri, di Gauss e Riemann, anche
in riferimento al più importante interrogativo: lo spazio in cui viviamo è lo spa-
zio della geometria euclidea, che ha curvatura nulla, oppure è uno spazio curvo?
Sarebbe necessaria una quarta dimensione per valutare la sua curvatura oppure
possiamo rilevarla essendo immersi in esso?
Prescindendo dalle risposte fornite dalla geometria differenziale, frutto per
l’appunto dei loro studi, riflettiamo su alcuni indizi semplici, alla portata della
formica euclidea.

Primo indizio: non è possibile tracciare un quadrato (con le proprietà che


lo definiscono nel piano)
Se partendo da un punto si traccia sulla superficie un segmento di geodetica di
lunghezza d, poi si ruota di 90○ e si traccia un secondo segmento di lunghezza

Figura 2.7
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
18

d e nuovamente si svolta di 90○ nel medesimo verso precedente; e si ripete fino


ad aver tracciato 4 segmenti di pari lunghezza, si scopre che il quadrato non si
chiude.
Nella foto in Fig. 2.7 si osserva una prova effettuata appoggiando su di una
semisfera il profilo di un quadrato piano che è stato svuotato della parte inter-
na e ridotto a sottile contorno: aperto in un vertice, i suoi quattro lati si so-
no, come le striscioline, adagiati su tratti di geodetica conservando rigidamen-
te gli angoli retti del quadrato originario ma i due estremi della spezzata non si
incontrano.

Secondo indizio: il trasporto parallelo


Se si cammina lungo un percorso chiuso, per esempio lungo il perimetro di un
triangolo, tracciato sulla sfera con archi di geodetica, tenendo in mano un’asta
orientata in modo da mantenerne costante la direzione durante l’intero percorso,
ovvero in modo che sia costante l’angolo che essa si trova a formare con ciascuno
dei tratti di geodetica che lo compongono, quando si ritorna al punto di partenza
ci si ritrova con l’asta orientata in una direzione diversa da quella di partenza, a
differenza di quanto si verifica percorrendo il perimetro di un triangolo sul piano.

Figure 2.8 e 2.9 Trasporto parallelo su una sfera e su un piano a confronto: in


entrambi i casi si parte dal punto A e si procede in senso antiorario, ritornando in A

Terzo indizio: il cerchio del giardiniere


Se sulla superficie della sfera si tracciano circonferenze utilizzando come raggio
una fune vincolata in un punto, e se ne misurano poi le lunghezze, si scopre che
esse non sono proporzionali al raggio utilizzato secondo il costante rapporto 2π
cui la geometria euclidea ci ha abituato.
È importante osservare che questi indizi della curvatura sono tali solo agli oc-
chi di chi conosce, o ha potuto teoricamente concepire, una geometria del piano:
chi avesse solo esperienza della superficie sferica non troverebbe in essi nulla di
strano. Ecco perché la formica viene chiamata euclidea . . .
Nei prossimi paragrafi approfondiamo dunque alcune delle “stranezze” che si
presentano all’occhio di chi guarda la geometria sulla sfera avendo presente la
geometria euclidea del piano.
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
19

Figura 2.10

2.4 Circonferenze sulla sfera


Se immersi nella situazione intrinseca della formica si tracciano sulla sfera cir-
conferenze concentriche di raggio via via crescente, si osservano alcuni fatti
(Fig. 2.10): le loro lunghezze non crescono proporzionalmente al raggio ma cre-
scono man mano sempre più lentamente e la loro curvatura si riduce, fino al
punto di diventare una linea diritta. Se ci si ostina a far crescere il raggio oltre
questa situazione, si osserva un fatto davvero strano: le circonferenze che si ge-
nerano, oltre ad avere lunghezze che prendono a decrescere, vanno man mano
richiudendosi su un punto che non è più il centro cui è ancorato il raggio che le
disegna.
È necessario adottare una visione che usi la terza dimensione per rendersi con-
to che la circonferenza divenuta rettilinea è una circonferenza massima (l’equato-
re) e che le circonferenze successive si vanno chiudendo sul punto antipodale
rispetto al centro.
Addirittura ci si accorge che una circonferenza sulla sfera ha due possibili cen-
tri, tra loro antipodali e due possibili raggi, in genere tra loro differenti.
Anche per esplorare il rapporto circonferenza/diametro è utile confrontare le
due differenti visioni. Se infatti qualcuno, stando sulla sfera, dopo aver tracciato
una circonferenza di raggio r, ne misurasse direttamente la lunghezza, scoprireb-
be che il valore ottenuto è minore del risultato 2πr indicato dalla teoria euclidea,
ma non saprebbe spiegarne il motivo.
Disponendo della terza dimensione si è in grado di capire che la circonferenza
di lunghezza calcolata 2πr non è quella disegnata sulla sfera: è invece la circonfe-
renza del cerchio di raggio r giacente sul piano tangente alla sfera nel centro del
cerchio. Le due circonferenze hanno lo stesso raggio ma non sono sovrapponibili,
la seconda è molto maggiore della prima (vedere Fig. 2.11).
La circonferenza sulla sfera può allora essere vista (Fig. 2.12) come l’intersezio-
ne tra la superficie sferica e un piano. Il suo raggio viene a dipendere dal valore
dell’angolo α
r ∗ = R sin α.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
20

Figura 2.11 il cerchio di


carta ha lo stesso raggio del-
la circonferenza disegnata
sulla sfera, ma la sua cir-
conferenza non può esse-
re portata a coincidere con
quella

E poiché intanto (gli angoli saranno espressi in radianti)

r =R⋅α

il rapporto tra la circonferenza 2πr∗ e il diametro 2r sulla sfera viene a essere cosı̀
espresso
circonferenza 2πr ∗ 2πR sin α π sin α
= = = .
diametro 2r 2Rα α
Tale rapporto dipende dunque dal valore di α, entità non valutabile da chi è im-
merso in 2D, e, limitandosi a circonferenze su di una semisfera, può variare tra il
valore di π, per circonferenze di raggio tendente a zero e dunque su porzioni di
sfera assimilabili al piano, e il valore 2 per la circonferenza massima coincidente
con l’equatore.

Figura 2.12

2.5 Triangoli sferici


Tre circonferenze massime che si incontrino due a due generano in totale 23 , ovve-
ro 8 regioni triangolari sull’intera sfera. Per concentrarsi su una sola di esse senza
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
21

doverne complicare la definizione conviene porsi a lavorare su di una semisfera,


dove è sufficiente dire che un triangolo è una regione delimitata dai tre archi di
circonferenza massima tra di essi tracciabili: se ne avrà uno solo compiutamente
delimitato.
Le novità più rilevanti relative ai triangoli sferici possono essere cosı̀ condensa-
te: mentre possono esserci sulla sfera triangoli congruenti, la cui congruenza può
essere ricondotta a criteri del tutto analoghi ai tre criteri validi nel piano, non pos-
sono esserci sulla sfera triangoli simili. Anzi, due triangoli che abbiano i tre angoli
congruenti sono essi stessi congruenti. E questo costituisce un quarto criterio di
congruenza per i triangoli sferici.
Proviamo a capire come ciò sia possibile.
Primo fatto: la somma degli angoli interni di un triangolo sferico è maggiore di π
radianti.
Questa affermazione è immediatamente verificata se si considera, per esempio,
un triangolo ABC (Fig. 2.13) che abbia un vertice in un polo C e gli altri due
sull’equatore.

Figura 2.13 ABC un triangolo


sferico con due angoli retti

Poiché i due lati CA e CB cadono perpendicolarmente sul lato AB, la somma


degli angoli interni è maggiore di π radianti.
Si definisce perciò come eccesso angolare ε la quantità di cui la somma de-
gli angoli interni di un triangolo sferico sopravanza la somma degli angoli di un
triangolo piano
ε = (α + β + γ) − π.
Il triangolo utilizzato come esempio è particolare, ma la proprietà si manifesta in
qualsiasi triangolo.
Secondo fatto: la somma degli angoli interni, e di conseguenza l’eccesso angolare,
non è costante.
È evidente che nello stesso triangolo prima considerato la somma degli angoli
interni crescerebbe con il variare dell’apertura dell’angolo in C, la cui ampiez-
za, in questa particolare configurazione, viene a coincidere proprio con l’eccesso
angolare.
Terzo fatto: l’eccesso angolare dipende dall’area del triangolo, è infatti proporzio-
nale a essa.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
22

Si dimostra infatti il seguente Teorema (vedere dimostrazione nell’Approfon-


dimento che segue):
Area(ABC)
Area(ABC) = εR 2 ovvero ε=
R2
dal quale discende che a parità di raggio, e quindi per triangoli appartenenti alla
stessa sfera, l’area dipende dal valore degli angoli. Ovvero triangoli aventi angoli
congruenti non sono semplicemente simili (proprietà che nel piano consente loro
di avere diversa area e diverso perimetro), ma, avendo anche la stessa area, hanno
rapporto di similitudine uguale a uno e sono dunque congruenti.
La corrispondenza tra area e angoli è proprio la caratteristica più strabiliante
dei triangoli sferici, soprattutto se aggiungiamo:
Quarto fatto: mediante il trasporto parallelo possiamo valutare l’eccesso angolare.
Si dimostra infatti che l’angolo per il quale si trovano a divergere il vettore in
partenza con quello che è stato portato lungo il perimetro del triangolo mante-
nendo costante la direzione con i diversi lati, è proprio pari all’eccesso angolare
(Fig. 2.14).
Si apre dunque un’insperata possibilità per la formica che sa di geometria: va-
lutare il raggio e dunque la curvatura della sfera su cui abita, provando con ciò
che la curvatura è una proprietà intrinseca. Deve invero procurarsi una misura
dell’area da tutto ciò indipendente, e, supponendo che vi riesca, potrà ottenere il
valore del raggio come
area(ABC)
R2 = .
ε

Figura 2.14 Nelle figure si può osservare come il vettore partito dal punto A e
trasportato parallelamente in senso antiorario ritorni in A divergendo nei due casi in modo
differente, in conseguenza della diversità degli angoli e delle aree dei due triangoli

2.6 Approfondimento
Dimostriamo la relazione tra l’area del triangolo sferico e il suo eccesso angolare
(olonomia).
La relazione tra l’area di un triangolo sferico e la sua olonomia è dimostrabile
in modo semplice se si considera l’insieme di lunule che su di esso si intrecciano.
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
23

Figura 2.15
Preliminarmente (Fig. 2.15) valutiamo l’area L di una generica lunula di angolo
α mediante l’evidente proporzione con l’area dell’intera superficie sferica:

L ∶ 4πR 2 = α ∶ 2π
L = 2αR 2

Considerando dunque un triangolo sferico ottenuto dalle intersezioni, due a due,


di tre geodetiche c 1 , c 2 e c 3 (Fig. 2.16), si osserva che l’area (2πR2 ) della semisfera
delimitata dalla geodetica c1 cui il triangolo appartiene può essere espressa (pre-
stando attenzione a evitare sovrapposizioni) come somma dei contributi delle tre
lunule aventi origine nei tre vertici del triangolo, la cui area indicheremo con A
(Fig. 2.17).

Figura 2.16

Figura 2.17 I tre contributi 2αR 2 + 2βR 2 − A + 2γR 2 − A


Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
24

Ovvero
2πR 2 = 2αR 2 + 2βR 2 + 2γR 2 − 2A
da cui
A = R 2 (α + β + γ − π) = R 2 ⋅ ε

2.7 Il trasporto parallelo: approfondiamo


Il trasporto parallelo fu probabilmente introdotto per la prima volta da L.E.J. Bro-
wer nel 1906 e poi studiato in modo generale, con gli strumenti della geome-
tria differenziale, da Tullio Levi Civita e da Gerherd Hessenberg nel 1917. Qui
di seguito ne esaminiamo gli aspetti legati alla geometria sulla sfera.
Se, stando in uno stesso punto, di un piano o di una sfera, si fa un giro su se
stessi, si compie una rotazione di 2π radianti.

Figura 2.18

Nel piano, se anziché ruotare nello stesso punto si cammina lungo un percor-
so chiuso, per esempio un triangolo, la rotazione complessiva è equivalente. Se,
infatti, per verificarlo si cammina portando in mano un versore (in rosso nella
Fig. 2.18, partendo da A) che conservi memoria della direzione di partenza, si
constata che in ogni vertice si svolta rispetto a esso di un angolo pari all’angolo
esterno e dunque complessivamente:

(π − β) + (π − γ) + (π − α) = 3π − (α + β + γ) = 3π − π = 2π.

Tornando nel punto A di partenza le due direzioni tornano a coincidere, la ro-


tazione compiuta dal vettore verde, direzione di marcia, è pari alla somma degli
angoli esterni che, nel caso del piano, è appunto 2π.
Effettuiamo la stessa prova su di un triangolo sferico (Fig. 2.19), trasportando
dunque come prima un versore che conservi la direzione di partenza e ci consenta
di valutare di quanto complessivamente ruotiamo nel nostro percorso. Il versore
dovrà mantenere costante l’angolo che si trova a formare con ciascuno dei lati (che,
ricordiamolo sono tratti di geodetica e, dunque linee diritte per chi cammina sulla
Capitolo 2 ● La geometria sulla sfera
25

Figura 2.19 il versore trasportao


da A in senso antiorario, tornato in
A forma un angolo delta con la sua
direzione di partenza

sfera). Sulla figura si parte da A e, percorrendo il triangolo in senso antiorario, si


ritorna in A.
Come prima, a ogni vertice l’angolo di rotazione tra il versore e la nostra di-
rezione si incrementa di un angolo pari all’angolo esterno; quando raggiungiamo
il punto di partenza constatiamo però che l’angolo di rotazione totalizzato non
è pari a 2π: tra la direzione assunta in partenza dal versore e quella riportata al
termine del percorso c’è una divaricazione, la rotazione compiuta è inferiore a 2π
di un certo angolo (δ in figura). Questa differenza viene chiamata olonomia del
triangolo.
Se come prima effettuiamo i calcoli possiamo scoprire perché e qual è l’angolo
mancante.
La somma degli angoli esterni potrà come prima essere valutata in 3π−(α + β+
γ) ma ora, sulla sfera, la somma è α + β +γ = π +ε e dunque la somma degli angoli
esterni 3π − π − ε = 2π − ε è inferiore all’angolo giro proprio di un angolo pari
all’eccesso angolare (cioè δ = ε ).
Come a dire che, nel camminare lungo un percorso chiuso su di una sfera noi
sommiamo alla rotazione evidente e calcolabile dovuta alle svolte intorno ai ver-
tici, anche una rotazione nascosta, intrinseca, che accumuliamo passo passo, do-
vuta alla curvatura della superficie, rotazione che è proprio quella che abbiamo
chiamato eccesso angolare e il cui valore dipende dall’area della figura.
Capitolo 3
Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera

Nei capitoli precedenti abbiamo assistito alle esplorazioni della formica euclidea
sulla sfera e abbiamo condiviso con lei osservazioni e scoperte che sottolinea-
no profonde differenze con quanto succede conducendo analoghe esplorazioni
sul piano. Ad esempio abbiamo verificato che la somma degli angoli interni di
un triangolo è maggiore di 180˚, che i quadrati si comportano in modo strano e
sembrano addirittura non esistere: abbiamo poi vissuto le incredibili esperienze
del trasporto parallelo, ecc. Viene naturale domandarsi se sia possibile ricon-
durre tutte queste esperienze e “stranezze” a una spiegazione matematica chiara,
cioè a una teoria matematica che vada al di là dei fenomeni, che dia conto dei
perché.
Per fare questo è importante capire quali sono le ragioni matematiche profon-
de su cui si basa l’edificio della geometria del piano. È pertanto necessario passare
dalla geometria intesa quale descrizione del mondo fisico, costituita tipicamente
dalle pratiche legate ai problemi della vita di tutti i giorni (calcolare quante mat-
tonelle mi servono per piastrellare un pavimento o di quanta vernice ho bisogno
per pitturare una stanza) a una teoria matematica che dia ragione di tali pratiche,
riconducendole tutte a poche “leggi chiare”.
Cosı̀ facendo ci renderemo conto di quali leggi valgano ancora se le interpre-
tiamo sulla superficie della sfera e come eventualmente debbano essere modificate
per ottenere una geometria del nuovo ambiente, in cui la formica sferica si trovi
a suo agio.
Il lavoro di elaborazione teorica per la geometria piana fu fatto, come è noto, in
epoche diverse in una storia affascinante, che ha ai suoi estremi temporali i nomi
di due grandissimi matematici:
K Euclide, direttore della biblioteca di Alessandria, intorno al 300 a.C., che sin-
tetizza e presenta in un sistema organico e di tipo ipotetico deduttivo (gli Ele-
menti) i risultati e le ricerche del pensiero matematico del tempo;
K D. Hilbert, che nel 1899 con il volume Fondamenti della Geometria distilla i
risultati di una sottile analisi critica del sistema euclideo e lo presenta in una
forma assiomatica moderna, ancora oggi insuperata per rigore e profondità.
Il sistema hilbertiano non è l’unico. Esistono anche altri sistemi basati su altre
idee. Ricordiamo qui quelli elaborati da Peano e dalla sua scuola, in particolare
da Pieri, da O. Veblen e da A. Tarski.
Nei paragrafi successivi analizzeremo le linee essenziali dell’impostazione eu-
clidea e hilbertiana della geometria del piano, scoprendo le leggi che la fondano:
approfondiremo cosı̀ quelle conoscenze che meglio potranno guidarci nell’esplo-
razione del “nuovo mondo” e dare senso teorico alle nuove esperienze fatte.

Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 3, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
28

3.1 Il sistema assiomatico di Euclide

La sua opera Elementi è formata da 13 libri. Nel primo libro troviamo:


K 23 termini: definizioni/descrizioni di enti geometrici;
K 5 postulati: proposizioni non dimostrate riferite ai termini;
K 8 assiomi: proposizioni logiche non dimostrate, che riguardano concetti di tipo
generale (per es. l’ uguaglianza);
K 48 teoremi: di cui è fornita la dimostrazione.

Termini (oρoι)
I. punto è ciò che non ha parti;
II. linea è lunghezza senza larghezza;
III. estremi di una linea sono punti;
IV. linea retta è quella che giace parimenti con i punti su se stessa;
V. superficie è soltanto ciò che ha lunghezza e larghezza;
.................................................................
XXIII. parallele sono quelle rette che, essendo nello stesso piano e venendo prolun-
gate e illimitatamente dall’una e dall’altra parte, non si incontrano tra loro
da nessuna delle due parti.

Postulati (αιτηματα)
I. che da qualsiasi punto si possa condurre una retta a ogni altro punto;
II. che ogni retta terminata si possa prolungare continuamente in linea retta;
III. si possa descrivere un cerchio con qualsiasi centro e ogni distanza (raggio);
IV. che tutti gli angoli retti siano uguali tra loro;
V. che se una retta, incontrandone altre due, forma gli angoli interni da una stessa
parte (la cui somma è) minori di due retti, le due rette, prolungate all’infinito,
si incontrino dalla stessa parte in cui sono i due angoli (la cui somma è) minori
di due retti.

Nozioni comuni (assiomi) (χoιναι εννoιαι)


I. cose uguali a una stessa sono uguali tra loro;
II. se a cose uguali sono addizionate cose uguali, le totalità sono uguali;
III. se da cose uguali sono sottratte cose uguali, i resti sono uguali;
IV. se cose uguali sono addizionate a cose disuguali, le somme sono diseguali;
V. i doppi di una stessa cosa sono uguali tra loro;
VI. le metà di una stessa cosa sono uguali tra loro;
VII. cose che coincidono tra loro sono uguali;
VIII. il tutto è maggiore della parte.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
29

Come abbiamo detto Euclide fu il primo a proporre una organizzazione delle co-
noscenze geometriche in un sistema ipotetico-deduttivo: a partire da un ristretto
numero di enti geometrici e di principi (postulati e assiomi), si possono ricavare,
con dimostrazioni rigorose e corrette, tutte le altre proposizioni vere (teoremi).
Ma nel corso dei secoli lo studio dell’opera di Euclide ha evidenziato la necessità
di un maggiore rigore logico in alcune sue parti e una più precisa esplicitazione
degli assiomi e dei termini primitivi introdotti.
Si è cosı̀ pervenuti a una forma più generale del sistema assiomatico euclideo,
detta sistema formale, estendibile anche a ambiti diversi da quello geometrico.
In un sistema formale concettualmente la forma è scissa dai contenuti: gli og-
getti del discorso, i termini primitivi, sono entità astratte prive di significato, iden-
tificate mediante simboli. Le relazioni tra di essi sono espresse in enunciati, detti
assiomi, che concettualmente non necessitano di giustificazioni ma che intuiti-
vamente hanno un significato condiviso. Le regole della logica governano l’inte-
ro sistema e consentono di dedurre dagli assiomi altri enunciati, i teoremi, che
approfondiscono sempre più le proprietà dei termini primitivi, nonché di quelli
derivati definiti via via.

3.2 I sistemi formali


I sistemi formali sono costituiti da:
● Un linguaggio. Esso consta di:
a) alfabeto (= elenco di simboli) per:
● oggetti/enti variabili (a, A, α, . . . );
● costanti;
● relazioni tra enti (es: congruenza, ordine, uguaglianza, . . . );
● simboli logici (¬, ∀, ∧, ∨, ∃);
b) sintassi, cioè regole di formazione per generare le espressioni o enunciati
tramite gli elementi dell’alfabeto.
Di oggetti e relazioni non si fornisce alcuna definizione o significato: si chiamano
perciò termini primitivi. Il loro significato è dato implicitamente dagli assiomi.
K Assiomi (o postulati), cioè enunciati nel linguaggio della teoria che esprimono
proprietà dei concetti primitivi che non sono dimostrate ma evidenti o accet-
tate per vere (es. per due punti passa una sola retta), oppure schemi per leggi
logiche (per es. A ∧ B → A).
K Regole di deduzione, per ricavare enunciati da altri enunciati (per es. il Modus
Ponens: da A e A → B si deduce B).
K Termini definiti: enti di cui si fornisce definizione tramite i termini primitivi
introdotti in precedenza; in tal modo il linguaggio della teoria viene via via
esteso.
Si noti però che in linea di principio, i termini definiti sono sempre eliminabili
in quanto sostituibili con la loro definizione. Inoltre perché una definizione
abbia senso occorre, a volte, avere già sviluppato alquanto la teoria.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
30

K Teoremi, cioè enunciati del linguaggio della teoria che sono dimostrati (per
esempio in un rombo le diagonali sono perpendicolari).
K Dimostrazioni: successioni finite di enunciati, in cui ciascuno è un assioma o
un teorema già dimostrato o segue da enunciati che lo precedono nella succes-
sione in virtù di regole logiche o di deduzione.
L’ultimo enunciato della successione è il teorema dimostrato.
A volte il teorema assume la seguente struttura: se ipotesi allora tesi. In questo
caso gli enunciati dell’ipotesi possono anch’essi comparire nella dimostrazione
senza giustificazione. Utilizzando poi la regola del Modus Ponens sarà possibile
ottenere il teorema come ultimo enunciato della dimostrazione.
In generale si richiede che:
K il numero dei termini primitivi sia minimo;
K gli assiomi siano:
– i più semplici possibili;
– il loro numero sia ridotto al minimo;
– complessivamente coerenti, cioè da essi non si possano dedurre enunciati
in contraddizione tra di loro (per es. A e non A);
– indipendenti, cioè nessuno sia dimostrabile dai rimanenti.
Si spera anche che il sistema sia completo cioè che per ogni enunciato E esprimi-
bile con il linguaggio si possa dimostrare la validità di E o della sua negazione.
Come si può vedere un sistema formale è dunque pura struttura logica, un con-
tenitore “vuoto”, pronto a riempirsi di contenuto nel momento in cui si assegna
un significato ai termini primitivi. La scelta degli assiomi è cruciale: essi devono
essere necessari e sufficienti allo scopo (non di più e non di meno); garantita la lo-
ro indipendenza, questi devono permettere di dedurre, con le sole regole logiche,
(tutti) i teoremi della teoria.
Ed è questo schema che ritroviamo nell’impostazione di Hilbert.

3.3 Un sistema formale moderno per la geometria piana


Si tratta di un sistema di assiomi sostanzialmente equivalente a quello di Hilbert,
che nei Fondamenti della Geometria in realtà propose un sistema di assiomi per
la geometria dello spazio. Con abuso di linguaggio indicheremo come assiomi di
Hilbert quelli dell’elenco seguente.

Linguaggio
Si considerano due insiemi di oggetti:
K i punti, che indichiamo con A, B, C, . . .;
K le rette, che indichiamo con a, b, c, . . .;
e quattro relazioni tra punti e rette:
K incidenza (punto-retta);
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
31

< ordine (tra tre punti allineati: scriveremo A-B-C per indicare che B è compreso
tra A e C);
< congruenza tra segmenti;
< congruenza tra angoli.
Gli oggetti e le relazioni cosı̀ introdotte sono i termini primitivi del sistema.

Assiomi
1○ gruppo: assiomi di incidenza
K due punti distinti sono incidenti a una e una sola retta;
< a ogni retta sono incidenti almeno due punti distinti;
< esistono almeno tre punti che non sono incidenti alla stessa retta.
Intuitivamente si parla di incidenza di una retta con un punto se la retta passa per
il punto, di incidenza di un punto con una retta se il punto appartiene alla retta.
Dopo aver dato definizione ai termini segmento, semiretta, angolo e triangolo
è possibile enunciare i seguenti assiomi.

2○ gruppo: assiomi di ordinamento


< se il punto B sta tra i punti A e C, allora A, B e C sono tre punti distinti di una
stessa retta e B sta anche tra C e A;
< se A e B sono due punti distinti di una retta, su questa retta vi è almeno un punto
C tale che B sta tra A e C;
< dati tre punti distinti qualsiasi di una retta, ve ne è uno solo che sta tra gli altri
due;
< se una retta interseca uno dei tre lati di un triangolo (in un punto diverso dal
vertice), essa interseca anche un altro lato del triangolo.

3○ gruppo: assiomi di congruenza


< se A e B sono due punti, dato un qualunque punto A′ , si può trovare un punto
B′ tale che il segmento A′ B′ sia congruente al segmento AB;
< la relazione di congruenza tra segmenti è transitiva;
< dati nell’ordine i punti A, B, C e i punti A′ , B′ , C ′ tali che AB è congruente a A′ B′
e BC è congruente a B′ C ′ allora AC è congruente a A′ C ′ ;
̂ e una semiretta A′ B′ , di origine A′ , si può sempre trovare un
< dato l’angolo B AC
punto C tale che B′ A
′ ̂′ C ′ è congruente a B AC;
̂
< se due triangoli ABC e A′ B′ C ′ hanno congruenti due lati e l’angolo compreso,
essi hanno congruenti anche un secondo angolo.
4○ gruppo: assioma di continuità (Assioma di Dedekind)
Si supponga che l’insieme dei punti di una retta l sia l’unione disgiunta A ∪ B di due
suoi sottoinsiemi non vuoti, tali che nessun punto di uno dei due sottoinsiemi sia
compreso tra due punti dell’altro sottoinsieme. Allora esiste un unico punto X di l
tale che uno dei due sottoinsiemi è una semiretta di l con origine X mentre l’altro
ne è il complemento.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
32

5○ gruppo: assioma della parallela


Data una retta r e un punto P esterno, esiste al più una retta incidente a P e che non
incontra r.
Si noti che abbiamo enunciato gli assiomi usando parole prese dal linguaggio
matematico (interseca) o di tutti i giorni (incontra) . In realtà tutti gli enunciati so-
no rigorosamente esprimibili usando solo i termini ufficiali della geometria e della
teoria degli insiemi, nonché i connettivi e i quantificatori. L’uso di un linguaggio
informale rende più comprensibili gli enunciati stessi.
Un confronto dettagliato tra i sistemi assiomatici di Euclide e di Hilbert è pre-
sente nell’Appendice A al fondo del volume.
Qui ne mettiamo in evidenza solo alcuni aspetti.
K Gli assiomi di Hilbert specificano meglio quelli di Euclide, esplicitando an-
che quelle proposizioni che Euclide utilizzava senza enunciarle, dandole per
evidenti. Risulta che dagli assiomi di Hilbert si possono dedurre (e con più
precisione) tutti i teoremi dimostrati da Euclide, compresi i cinque postulati.
K Hilbert nei concetti primitivi della sua geometria parla di punto e retta ma,
secondo la teoria formale, senza un significato preciso; essi sono solo nomi,
termini di cui non si dà una definizione. Anzi sono gli assiomi a costituire una
sorta di loro “definizione implicita”: noi non sappiamo definire una retta, ma
la possiamo “conoscere” tramite i suoi assiomi, che ne specificano le caratteri-
stiche. Ognuno ne può pensare una concretizzazione materiale, un modello,
purché questo modello soddisfi (renda veri) gli assiomi relativi.
Vediamo allora di precisare il concetto di modello.

3.4 Modelli di un sistema assiomatico

Un sistema formale, pura forma e struttura, si anima, diventa descrizione di una


qualche realtà, nel momento in cui lo si interpreta, ossia nel momento in cui si
assegna un significato ai termini primitivi. A loro volta gli assiomi, che ne de-
scrivono le proprietà, acquistano un significato e possono risultare veri o falsi
nell’interpretazione.
Si dice modello di un sistema assiomatico ogni interpretazione dei termini
primitivi tale che gli assiomi risultino veri.
Per interpretazione intendiamo quanto segue:
K si considerano due insiemi non vuoti di oggetti nei quali si interpretano i con-
cetti primitivi “punto” e “retta”: ogni enunciato farà riferimento a questi ogget-
ti;
K si considerano delle relazioni tra gli oggetti dei due insiemi: su di queste si
interpretano le relazioni primitive del linguaggio della geometria (incidenza,
ordine, congruenza).
Sono possibili modelli diversi per la stessa teoria.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
33

Esempio
Consideriamo la cosiddetta “geometria di incidenza”: è un sistema formale i cui
termini primitivi sono punti, rette e relazione di incidenza, mentre gli assiomi sono
solo quelli del primo gruppo (assiomi di incidenza).
Diamo una interpretazione ai termini primitivi e verifichiamo che gli assiomi
risultano veri: abbiamo cosı̀ creato un modello di tale geometria.
Modello 1
“punto” → uno degli elementi dell’insieme di punti {A, B, C};
“retta” → uno degli elementi dell’insieme di coppie non ordinate di punti {(A; B),
(B; C), (C; A)}.
Rappresentiamo tali coppie con segmenti tratteggiati, anche se ne consideriamo
solo gli estremi.

Figura 3.1

Assioma 1. Esiste ed è unica la retta per due punti dati → per es. dati i punti A e B
esiste un’unica “retta” (A; B).
Assioma 2. Per ogni retta esistono almeno due punti su di essa → per es. per la
“retta” (B; C) esistono due (e unici) suoi punti B e C.
Assioma 3. Esistono almeno tre punti che non appartengono alla stessa retta →
valido per A, B e C.
Con le interpretazioni date abbiamo verificato che gli assiomi sono veri, quindi
abbiamo un modello di tale teoria.
Proviamo ora a verificare se in esso vale l’assioma della parallela (non essendo
incluso negli assiomi ora è un possibile teorema): data una retta e un punto esterno
esiste ed è unica la retta passante per il punto e parallela alla retta data → dati la
“retta” (A; B) e il punto C non è possibile tracciare una “retta” per C che non passi
anche per A o B.
In questo modello l’assioma della parallela non è valido.
Modello 2
“punto” → uno degli elementi dell’insieme di punti {A, B, C, D};
“retta” → uno degli elementi dell’insieme di coppie di punti {(A; B), (A; C), (A; D),
(B; C), (B; D), (C; D)}.
Assioma 1 → per es. dati i punti A e B esiste un’unica “retta” (A; B).
Assioma 2 → per es. per la retta (B; C) esistono due (e unici) suoi punti: B e C.
Assioma 3 → valido per qualunque terna di punti.
Abbiamo un altro modello per la “geometria di incidenza” (Fig. 3.2).
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
34

Figura 3.2

Vale l’assioma della parallela? Sı̀: per esempio per la “retta” (D; C) e il punto A
esiste la parallela (A; B) e analogamente per tutte le altre rette e punti.
Modello 3
“punto” → uno degli elementi dell’insieme di punti {A, B, C, D, E};
“retta” → uno degli elementi dell’insieme di coppie di punti che si possono otte-
nere con i cinque punti dati.

Figura 3.3

Assioma 1 → per esempio dati i punti A e B esiste un’unica “retta” (A; B).
Assioma 2 → per esempio per la retta (B; C) esistono due (e unici) suoi punti: B
e C.
Assioma 3 → valido per qualunque terna di punti.
Abbiamo un altro modello per la “geometria di incidenza”.
Vale l’assioma della parallela? No, per esempio per la “retta” (D; C) e il punto
A esistono due parallele: le rette (A; B) e (A; E). Analogamente per tutte le altre
rette e punti.
I tre modelli precedenti sono stati creati scegliendo un diverso universo di og-
getti (tre, quattro o cinque punti) a caratterizzare i termini primitivi. Avendo dato
un significato ai termini indefiniti (punto, retta e relazione di incidenza), abbiamo
potuto valutare (nei tre casi in modo sempre positivo) la veridicità degli assiomi.
Tutti e tre sono modelli per la geometria di incidenza.
In essi succedono cose strane secondo la nostra esperienza euclidea (per esem-
pio, non esistono segmenti) e non in tutti vale l’assioma della parallela. Ma le
stranezze riguardano solo il confronto tra il modello specifico e il nostro senso
comune: l’importante è che l’esistenza di un modello prova la coerenza del siste-
ma assiomatico considerato (ovvero della teoria che esso costituisce), cioè il fatto
che dai suoi assiomi non sia possibile dedurre una contraddizione.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
35

Lo stesso Euclide non è lontano da questo modo di vedere; infatti nelle sue di-
mostrazioni non usa le definizioni ontologiche dei suoi termini. Esse non hanno
un ruolo nello sviluppo formale della geometria euclidea; aiutano solo a vederne
un significato intuitivo. Le parti importanti della costruzione assiomatica sono
la logica del sistema, le interrelazioni tra gli enti di cui essa parla, non l’inter-
pretazione particolare che se ne può dare. Quindi gli assiomi e i teoremi non
diventano accettabili perché rispettano il significato dei concetti primitivi, ma al
contrario sono i concetti primitivi che si adeguano nel loro possibile significato
alle proprietà richieste dai postulati. È stato invece proprio il fatto di mettere in
primo piano il significato dei termini primitivi suggeriti da Euclide che ha deter-
minato nel tempo lo sviluppo di una geometria ritenuta l’unica vera, visto che i
suoi assiomi erano verificati nell’unico modello, il piano, proposto e accettato. Le
altre geometrie, con altri assiomi e con diversi teoremi derivanti da essi, risulta-
vano strane, “sbagliate” rispetto all’usuale significato dato ai termini primitivi, ma
erano comunque delle teorie coerenti.
L’aspetto di coerenza o non contraddittorietà di una teoria è quindi centrale e
il concetto di modello permette di esplicitarne il significato.
Il legame tra modelli e teoria si presenta molto interessante. Vediamone ancora
alcuni aspetti.
K Un teorema è un enunciato dedotto logicamente dagli assiomi. Ma nel modello
gli assiomi sono validi, e siccome la deduzione conserva la verità, ogni enun-
ciato dedotto logicamente risulta vero. Cosı̀ ogni teorema della teoria risulta
vero in ogni suo modello.
K Se di una teoria si è trovato almeno un modello, si è dimostrata anche la sua
coerenza: infatti non potrà mai succedere di derivare una contraddizione, cioè
un enunciato del tipo F e nonF. Tale enunciato dovrebbe infatti risultare vero
nel modello; ma ciò non è possibile in quanto nel modello o vale F o vale nonF
ma non entrambi.
K Un enunciato vero in un modello non è necessariamente un teorema. Infatti
se un enunciato F di una teoria risulta vero in un modello ma falso in un al-
tro modello della stessa teoria, allora né l’enunciato né la sua negazione sono
teoremi dimostrabili nella teoria e la teoria è detta non completa.
K Una teoria è detta invece completa se per ogni enunciato F esprimibile nel lin-
guaggio della teoria, o F o nonF è un teorema; cioè ogni enunciato è dimostra-
bile o confutabile. La teoria che contempla solo gli assiomi di incidenza non è
completa perché abbiamo visto che esiste un enunciato (quello della parallela)
che non è dimostrabile in essa (visto che risulta valido nel secondo modello
ma non nel primo e nel terzo).
K L’assioma della parallela non è una conseguenza degli assiomi di incidenza, non
è da essi dimostrabile, cioè è da essi indipendente.

In conclusione con la presenza di un unico modello si escluderebbero le con-


clusioni appena illustrate per la geometria di incidenza: la teoria risulterebbe
completa e coerente.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
36

K Gli assiomi di Hilbert (e quindi la geometria euclidea) hanno un solo modello,


il nostro usuale piano cartesiano R2 . La teoria è cioè categorica (una teoria
assiomatica è categorica se tutti i suoi modelli sono isomorfi, cioè se ha un solo
modello, a meno di isomorfismi). Questo risultato è conseguenza dell’assioma
di continuità di Dedekind: per formulare l’assioma di Dedekind occorre pas-
sare a un linguaggio in cui sia esprimibile la quantificazione su tutti gli insiemi
di punti sulla retta (si dice che è un linguaggio logico del secondo ordine), di-
versamente dal linguaggio necessario per esprimere tutti gli altri assiomi (che
è un linguaggio del primo ordine). Questo è un risultato generale (teorema di
Löwenheim-Skolem), rimanendo al primo ordine, se una teoria ha un modello
infinito questo non è unico (cioè la teoria non è categorica).

Riassumendo, la geometria euclidea nella formulazione data da Hilbert risulta


essere completa, coerente, categorica e formata da assiomi indipendenti.

3.5 La geometria sulla sfera è euclidea?


Le riflessioni sui fondamenti di una teoria assiomatica, e in particolare sui fon-
damenti della Geometria del piano, che ci hanno impegnato nei paragrafi prece-
denti, avevano lo scopo di fornirci gli strumenti più appropriati per rispondere
in modo rigoroso alla domanda focale di tutto il nostro discorso: è possibile co-
struire un modello del sistema assiomatico di Euclide/Hilbert, interpretando sulla
superficie sferica S i termini primitivi, ovvero sostituendo a punti e rette del pia-
no i loro corrispondenti sulla sfera? Le relazioni tra di essi, ovvero gli assiomi,
conservano la loro validità?
Limiteremo il discorso considerando solo alcuni dei termini e degli assiomi
che abbiamo introdotto precedentemente. Più precisamente vedremo come in-
terpretare in S:
K i punti e le rette;
K le nozioni di angoli e di rette perpendicolari;
K le proprietà di ordinamento della retta;
K le nozioni di segmento e di semiretta;
e testeremo la validità, in particolare, dei postulati I, II e V.
Di norma faremo prima il confronto tra il mondo di S e il sistema euclideo;
se del caso faremo riferimento alla sistemazione hilbertiana per effettuare alcune
puntualizzazioni più fini.
Poiché sarebbe arduo per la formica, pur volenterosa e sapiente, rispondere in
modo immediato ed esauriente disponendo della sola visione intrinseca, surro-
gheremo le sue osservazioni con quelle a noi consentite dalla più globale visione
che lo sguardo “dal di fuori” ci offre.

3.5.1 Termini o concetti primitivi

Punti I punti sulla superficie sferica sono quelli che appaiono tali tanto agli
occhi della formica quanto agli occhi dell’osservatore esterno: i punti su S hanno
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
37

la stessa interpretazione data loro sul piano. L’osservatore esterno può essere in più
consapevole del fatto che a ogni punto è associabile un altro punto in posizione
antipodale, simmetrico cioè rispetto al centro della sfera.

Rette Le vie diritte, le geodetiche, tracciate dalla formica nel suo cammina-
re, sono apparse ai suoi stessi occhi come linee chiuse, che percorse in qualsiasi
direzione la riportano allo stesso punto di partenza. La strisciolina e l’elastico,
applicati dall’esterno, hanno confermato tale osservazione e hanno consentito di
precisare che tali linee diritte e chiuse sono le circonferenze massime.
Dunque:

La visione globale dall’esterno consente inoltre di costituire un primo legame


tra i punti e le rette: ogni circonferenza massima può essere associata a una coppia
di punti antipodali, i “poli”, di cui diviene la “retta polare” o “equatore”.

3.5.2 Postulati e concetti derivati


Quando parliamo di postulati ci riferiamo alla formulazione di Euclide, quando
parliamo di assiomi a quella di Hilbert.

I Postulato È un punto cruciale: che si possa condurre una linea retta da un


punto a ogni altro punto, oppure nella formulazione di Hilbert: due punti distinti
sono incidenti (appartengono a) una e una sola retta.
Ovvero: esistenza e unicità della retta per due punti.
E sulla sfera?
Per l’esistenza non ci sono problemi, le due visioni concordano: per due
punti sulla sfera si può sempre tracciare una geodetica. L’osservatore in 3D
può consolidare la sua visione con la certezza che i due punti dati, se qual-
siasi, assicurano, con il centro della sfera, l’esistenza di un solo piano che
interseca la sfera lungo una ben precisa circonferenza massima che li inclu-
de. Non è cosı̀ per l’unicità, la visione della formica è necessariamente locale
e, solo se pensasse di lasciare una qualche traccia del suo passaggio, potreb-
be accorgersi che tutte le geodetiche che dipartono da un punto, oltre che
ritornarvi, si incontrano in uno stesso altro punto non visibile dal primo.
Come a dire che se i due punti sono antipodali l’unicità non sussiste. Con
il soccorso della terza dimensione noi possiamo constatare che due punti
antipodali determinano, con il centro, una retta, asse di un fascio di piani
che intersecano la sfera in un’infinità di circonferenze massime.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
38

Figura 3.4 Per due punti anti-


podali passano infinite ‘‘rette’’ (cioè
circonferenze massime)

Quindi il Postulato non è valido sulla sfera.


Risultano d’altra parte verificati il secondo e terzo assioma di incidenza (a ogni
retta appartengono almeno due punti ed esistono tre punti che non appartengono
alla stessa retta).

Concetti derivati
Angolo: Euclide distingue (termini VIII e IX) tra angolo piano e angolo rettilineo.
Nel primo caso i lati sono linee piane, nel secondo sono linee rette. Inoltre (i lati)
non giacciono in linea retta implica che non possono essere uno il prolungamento
dell’altro e quindi non sono ammessi angoli piatti. Gli angoli, per Euclide, sono
minori di un angolo piatto: nella sua trattazione non utilizza mai tale termine,
bensı̀ quello di “due angoli retti adiacenti”.

Sulla sfera, localmente, l’angolo, delimitato da due tratti di geodetiche pas-


santi per un punto, racchiude, come nel piano, una parte di superficie. E
come nel piano è possibile variarne l’ampiezza, con una rotazione tra i lati,
fino al valore equivalente all’angolo giro. In una visione globale però ci si

Figura 3.5 Due ‘‘rette’’ determina-


no quattro lunule o biangoli
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
39

accorge che sulla sfera un angolo determina sempre una parte di superficie
limitata. Infatti, due “rette” che, intersecandosi in un punto, si intersecano
necessariamente anche nel suo antipodale, ripartiscono la superficie sferica
in quattro lunule, o biangoli: porzioni di superficie limitate, che hanno per
confini due lati “rettilinei” di uguale lunghezza, che formano, nei due verti-
ci, due angoli di uguale ampiezza (misurata, dall’osservatore esterno, come
rotazione tra le proiezioni dei lati sul piano tangente nel vertice) (Fig. 3.5).
Rette perpendicolari: (termine X) quando una retta innalzata su un’altra retta
forma gli angoli adiacenti uguali tra di loro, ciascuno dei due angoli è retto, e la
retta innalzata si chiama perpendicolare a quella su cui è innalzata.
Si afferma con ciò l’esistenza, mentre due teoremi (n. 11 e 12 del primo libro)
assicurano poi l’unicità della perpendicolare a una retta data. E sulla sfera?
Esistenza: è possibile trasferire la definizione euclidea sulla sfera. La for-
mica può considerare due geodetiche che intersecandosi formino quattro
angoli retti e l’osservatore esterno aggiungerà che, globalmente, le due cir-
conferenze tra loro perpendicolari ripartiscono l’intera superficie in quattro
lunule di uguale ampiezza, caratterizzate da angoli retti. Se una delle due cir-
conferenze può essere vista come un equatore, la perpendicolare diventa un
meridiano passante per un suo punto.
Unicità: non è trasferibile sulla sfera. La formica potrebbe sfruttare la colla-
borazione di una sua simile. Se partissero da due diversi punti dell’equatore
camminando perpendicolarmente a esso, finirebbero prima o poi per in-
contrarsi in un punto che l’osservatore esterno giudicherebbe essere un po-
lo. E proprio lo stesso osservatore constaterebbe che, poiché da ogni punto
dell’equatore è possibile tracciare un meridiano, e tutti i meridiani conver-
gono nei poli, si può in generale dire che tutte le “rette” perpendicolari a una
stessa “retta”, l’equatore, passano per due punti antipodali. Dunque l’unicità
della perpendicolare per un punto a una “retta” è assicurata solo se il pun-
to non è un punto speciale, non se si tratta cioè di uno dei poli relativi alla
“retta” considerata.

Figura 3.6 Per il punto P passa


una sola perpendicolare all’equato-
re, nel punto Q convergono le due
perpendicolari condotte da A e B
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
40

II Postulato (che una retta terminata si possa prolungare continuamente in li-


nea retta) attribuisce alla linea retta il carattere di linea aperta che, all’occorrenza,
può essere prolungata indefinitamente assumendo cosı̀ la caratteristica di essere
illimitata.
La linea retta non è quindi concepita come attualmente infinita, ma solo poten-
zialmente (come lo sarà anche per le rette parallele), perché in atto noi possiamo
solo disegnare segmenti (visti come rette in divenire).
La stessa proprietà di linea aperta viene esplicitata da Hilbert nei primi due
assiomi di ordinamento, dove però la retta è concepita subito come illimitata.
Anche sulla sfera la geodetica può essere prolungata all’infinito, ma questo
comporta anche ripercorrere infinite volte la stessa circonferenza massima.
Se questo può essere accettabile in una visione intrinseca, supponendo di
non accorgersi di ripassare per gli stessi punti, la situazione diventa più pro-
blematica in una visione 3D dove è evidente che la geodetica è una linea
chiusa e di lunghezza finita.

Concetti derivati
Segmento: la formica può constatare che, come Cristoforo Colombo nell’inse-
guire le Indie, può raggiungere, da un certo punto di partenza un altro punto
prefissato, camminando sulla stessa via diritta, e dunque nella stessa direzione, in
due differenti versi. Quella geodetica risulta in questo modo divisa in due diver-
si segmenti. L’osservatore esterno coglie analogamente il fatto che due punti su
una circonferenza massima individuano due archi diversi, con gli stessi estremi,
in particolare congruenti se i due punti sono antipodali. Serve quindi una nuova
definizione di segmento: per individuare quale dei due tratti di “retta” si vuole
considerare occorre fare riferimento a un terzo punto C che farà parte o no del
segmento scelto. Si parlerà cosı̀ del segmento AB che non contiene C o del trat-
to di geodetica che non contiene alcuna coppia di punti antipodali (se si vuole
evidenziare il segmento di minima distanza tra A e B).
Assioma di ordinamento 3: dati tre punti qualsiasi di una retta allora uno e uno
solo dei tre punti sta tra gli altri due.
Su una circonferenza massima di una sfera presi tre punti qualsiasi, ognuno
di essi sta tra gli altri due. Non si può stabilire un ordinamento tra i punti
della retta e cosı̀ non è più possibile la definizione di semiretta nel senso
euclideo.

V Postulato (o della parallela) Sulla base dei soli primi quattro postulati Eu-
clide dimostra i primi ventotto teoremi, in particolare i teoremi 27 e 28 che noi
conosciamo come criterio di parallelismo: se due rette tagliate da una trasversale
formano angoli alterni o corrispondenti congruenti (o coniugati supplementari)
allora le rette sono parallele.
Si trattava dunque, per Euclide, di invertire il teorema (se due rette sono pa-
rallele allora, tagliate da una trasversale, formano angoli alterni o corrispondenti
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
41

congruenti oppure coniugati supplementari) e di dimostrarlo. Nella dimostrazio-


ne, fatta “per assurdo”, Euclide si trova in questa situazione: i due angoli α e β non
sono entrambi retti.

Figura 3.7

Le due rette a e b si incontreranno?


Guardando la Fig. 3.7, e immaginando di prolungare i segmenti disegnati, si è
indotti a dare una risposta affermativa, ma in realtà per essere sicuri, per dimo-
strarlo anche solo mediante una costruzione “con riga e compasso”, si dovrebbe
poter tracciare tutta la retta, in tutta la sua estensione. Ma non è possibile fare
praticamente tale verifica all’infinito. E cosı̀ mentre nelle dimostrazioni di altri
teoremi Euclide si affida anche alla possibilità di rendere direttamente osservabile
un enunciato, in questo non può farlo. Poiché non riesce a dimostrare il fatto che
le rette a e b si incontrano, pone l’enunciato tra i postulati.
Si ha cosı̀ la “strana” formulazione del V postulato:
che se una retta, incontrandone altre due, forma gli angoli interni da una stes-
sa parte minori di due retti, le due rette, prolungate all’infinito, si incontrino
dalla parte in cui sono i due angoli minori di due retti.
Oppure, con un linguaggio odierno:
se due rette a e b tagliate da trasversale t formano due angoli coniugati interni
la cui somma sia minore di due retti allora le rette si incontrano dalla parte
ove si trovano i due angoli.
Nei secoli sono stati fatti vari tentativi per cercare di escludere il V postulato
dall’elenco degli assiomi indispensabili alla geometria euclidea, seguendo essen-
zialmente due vie:
K dimostrare il V postulato a partire dagli altri, per esempio definendo con mag-
giore precisione il concetto di rette parallele;
K sostituirlo con un altro postulato più evidente.
Sono stati proposti altri enunciati equivalenti al V postulato e anche molte sue
“dimostrazioni”, che presentano tutte degli errori, anche se alcuni di questi hanno
poi prodotto le riflessioni che portarono alla scoperta della geometria iperbolica.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
42

La formulazione attuale (Hilbert) “per un punto esterno a una retta data passa
al più una parallela alla retta data” esplicita e puntualizza che la retta parallela non
solo esiste (già dimostrato da Euclide nel teorema 31) ma è anche unica.
Sulla superficie sferica, abbiamo in più occasioni già affermato che se due
geodetiche si incontrano in un punto, si incontrano anche nel suo antipo-
dale. Ora qui aggiungiamo la constatazione che due “rette” qualsiasi, due
geodetiche, si incontrano sempre in due punti antipodali. Infatti, una valu-
tazione di tipo estrinseco ci porta a considerare che due circonferenze mas-
sime individuano due piani, che, avendo in comune un punto, il centro della
sfera, hanno in comune un’intera retta passante per esso; tale retta inter-
seca la sfera in due punti antipodali nei quali si intersecano anche le due
circonferenze.
Quindi sulla sfera non vale il V postulato, nel senso che non esistono rette tra loro
parallele.1

Figura 3.8 Due geodetiche (in blu)


si incontrano sempre in due punti an-
tipodali, cioè da entrambi i lati rispetto
a una qualsiasi trasversale (in rosso)

Volendo riprendere l’enunciato di Euclide, ci si trova dunque ad affermare che


due geodetiche sulla sfera, tagliate da una qualunque trasversale, si incontrano da
entrambi i lati rispetto alla trasversale.
In conclusione sulla sfera risultano non validi alcuni assiomi di incidenza, quel-
li di ordinamento e il V postulato.
Occorre anche, con molta cautela e alcuni distinguo (per es., lavorando solo
sulla semisfera), riformulare gli assiomi di congruenza per i segmenti e ridefinire
alcuni oggetti matematici quali per esempio i triangoli.
La geometria sulla sfera non è un modello del sistema assiomatico di Euclide:
si può costruire una geometria sulla sfera con sue specifiche figure e proprietà,

1 A rigor di termini il quinto postulato nella forma di Hilbert vale:


infatti non esiste alcuna parallela alla
retta data. Il punto è che la formulazione data da Hilbert ha senso in quanto si aggiunge al teorema
dimostrato da Euclide che data una retta, esiste almeno una parallela a essa (proposizione 31 del
primo libro). Tale teorema è dimostrabile senza far uso del postulato della parallela, ma assume il
primo postulato (per due punti distinti passa una e una sola retta), che non vale sulla sfera: si veda la
discussione nel paragrafo 3.5.3.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
43

ma questa non rispetta tutti i postulati di Euclide: è quindi una geometria non
euclidea.
La geometria sulla superficie sferica non è l’unico e nemmeno il più importan-
te esempio di geometria non euclidea. Ne esiste un intero zoo. La più famosa è
quella in cui valgono tutti gli assiomi della geometria euclidea tranne quello del-
le parallele, che viene negato chiedendo che per un punto passino almeno due
rette parallele alla retta data (che non incide il punto). Questa geometria è detta
geometria iperbolica. Ne parleremo più avanti.
Un’altra geometria molto importante si ottiene dalla geometria sferica identifi-
cando le coppie di punti antipodali: è la cosiddetta geometria ellittica, in cui vale
di nuovo il primo assioma di incidenza ma continuano a non valere molti degli
altri assiomi. Non ne parleremo in questo volume.

3.5.3 Teoremi
Dal momento che il sistema di assiomi euclidei del piano non può essere trasferito
integralmente sulla sfera potrebbe sembrare superfluo indagare oltre e porsi delle
domande sulla validità di teoremi che da essi discendono. È invece interessante
andare a verificare quali teoremi eventualmente sussistano e, nel caso in cui ri-
sultino invece non dimostrabili, alla deficienza di quale assioma ciò debba essere
attribuito.
Accenniamo qui solo ad alcune delle osservazioni possibili.
Nel I libro degli Elementi, Euclide dimostra quarantotto teoremi, di cui l’ultimo
è il teorema di Pitagora.
Molti di questi costituiscono una specie di estensione dei postulati e riguar-
dano la costruzione di figure geometriche; per esempio la prima proposizione
descrive, all’interno della dimostrazione, i passaggi necessari per costruire, con
riga e compasso, un triangolo equilatero di dato lato. Nelle proposizioni 9 e 10
si dà la costruzione della bisettrice di un angolo e quella del punto medio di un
segmento, nella 11 e 12 la costruzione della retta perpendicolare da un punto a una
retta data. Altri risultati invece riguardano le proprietà delle figure geometriche.
In entrambi i casi nella dimostrazione dei teoremi dal n○ 1 al n○ 28 Euclide utiliz-
za solo i primi quattro postulati e non il quinto. Come abbiamo già evidenziato è
solo con il teorema n○ 29 che Euclide è “costretto” a introdurre il nuovo postulato
sulle parallele.
Si potrebbe quindi pensare che almeno i primi ventotto teoremi siano validi
sulla sfera, dove non è contemplato il V postulato. Ma nelle dimostrazioni di tali
enunciati Euclide usa il I postulato (o un teorema che a esso fa riferimento) che
sappiamo essere anch’esso non valido sulla sfera.
Cosı̀, a meno di escludere il caso particolare dei punti antipodali (che invalida
il primo postulato), i teoremi elencati da Euclide non sono necessariamente validi
sulla sfera.
Vediamo per esempio il n○ 31: per un punto P dato (non giacente su una retta
data né sul suo prolungamento, è possibile) tracciare una linea retta parallela alla
retta data.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
44

Si dimostra cioè l’esistenza di una retta parallela per un punto esterno, mentre
se ne postula l’unicità con il V postulato. Nella dimostrazione, dopo aver conside-
rato un punto Q sulla retta, si deve tracciare la retta PQ, che è unica per il primo
postulato. Ma tale postulato non è valido sulla sfera, quindi non si può procedere
con questa dimostrazione: il teorema non è valido.
Nel capitolo 2 si sono già analizzate le tante anomalie dei triangoli sferici, in
particolare la questione relativa alla somma degli angoli interni.

3.6 Figure geometriche sulla sfera: triangoli e quadrati


Gli abitanti della sfera, privati della possibilità di anche solo concepire rette paral-
lele e, con esse, di immaginare quelle figure che nel piano euclideo raggruppiamo
sotto il nome di parallelogrammi, con quali figure popolano il loro immaginario
geometrico?
Proviamo a passare in rassegna le più classiche figure del piano euclideo, i
triangoli equilateri, i quadrati e i poligoni regolari in genere, e vediamo se hanno
un corrispondente sulla sfera e quali proprietà rimangono o no invariate.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
45

Triangoli equilateri
sul piano sulla sfera
Nel piano i triangoli equilate- Sulla sfera i triangoli equilateri possono essere definiti allo
ri sono caratterizzati dalle due stesso modo
proprietà che si biimplicano
tre lati congruenti ⇐⇒ tre angoli congruenti
tre lati tre angoli
⇐⇒
congruenti congruenti ma le ampiezze degli angoli dipendono dalle dimensioni,
dall’area del triangolo stesso.
Per qualsiasi triangolo equilate- Costruzione intrinseca: preso un punto O, facciamo par-
ro i tre angoli hanno ampiezza tire da esso tre segmenti di geodetica che formino tra loro
60○ . angoli di 120○ . Se prendiamo su ciascuno un punto a una
medesima distanza dal punto centrale O, e congiungiamo
due a due i tre punti con tratti di geodetiche, otteniamo un
triangolo equilatero (si sono infatti originati tre triangoli
tra loro congruenti con vertice comune in O), la cui gran-
dezza cresce al crescere della distanza dei tre punti dal cen-
tro. Contemporaneamente il valore di ciascun angolo cre-
sce da poco più di 60○ , quando il triangolo è cosı̀ piccolo da
potersi considerare quasi piano, fino a 180○ , quando i lati
del triangolo finiscono per distendersi su di una stessa “ret-
ta” (che, all’occhio di un osservatore 3D è la circonferenza
equatore di cui il punto O è il polo).

Figura 3.9
Costruzione estrinseca: consideriamo un angoloide con
il vertice nel centro della sfera. Se l’angoloide ha tre fac-
ce di uguale ampiezza, i tre spigoli andranno a intersecare
la superficie in tre punti e i piani passanti per le tre fac-
ce andranno a intersecarla lungo tre archi di circonferen-
za massima congruenti, che insieme daranno origine a un
triangolo equilatero.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
46

Quadrati
sul piano sulla sfera
Nel piano il quadrato è sin- Sulla sfera solo alcune delle proprietà permangono, ma, in
teticamente definito come un particolare, vien meno l’essere i lati opposti paralleli, es-
rettangolo con i lati congruenti. sendo il parallelismo tra rette impossibile. Un “quadrato” è
In questa definizione conflui- un quadrilatero che:
scono le proprietà del rettangolo ● ha i quattro lati congruenti;
e quelle del rombo, ● ha i quattro angoli di uguale ampiezza;
● ha le diagonali di uguale lunghezza e che si bisecano
perpendicolarmente;
ma l’ampiezza degli angoli varia al variare delle dimensioni
del “quadrato”.
Costruzione intrinseca: (ricalchiamo quanto fatto per
i triangoli) preso un punto P facciamo passare per esso
due geodetiche che si intersechino perpendicolarmente.
ovvero, un quadrato è un qua- Su ciascun lato dei quattro angoli originati prendiamo un
drilatero che: punto a una stessa distanza da P. Congiungendo due a
● ha i lati opposti paralleli; due in sequenza i quattro punti con tratti di geodetiche,
● ha i quattro angoli congruenti otteniamo un “quadrato” (i quattro lati sono congruenti
retti; perché si sono originati quattro triangoli congruenti),
● ha i quattro lati congruenti; la cui grandezza cresce al crescere della distanza dei
● ha le diagonali di uguale lun- quattro punti dal centro P. Il valore di ciascuno degli
ghezza e che si bisecano perpen- angoli cresce da poco più di 90○ , quando il quadrato è
dicolarmente. cosı̀ piccolo da potersi considerare quasi piano, a 180○ ,
quando i lati del quadrato finiscono per allinearsi sulla
stessa “retta” (che, all’occhio di un osservatore 3D, è
la circonferenza equatore di cui il centro P è il polo).

Figura 3.10
Dunque:

diagonali che si bisecano quattro lati e quattro


⇒
perpendicolarmente angoli congruenti

Costruzione estrinseca: posizioniamo il vertice di un an-


goloide nel centro della sfera. Se l’angoloide ha quattro
facce di uguale ampiezza e i quattro diedri congruenti i
quattro spigoli andranno a intersecare la superficie in quat-
tro punti e i piani passanti per le quattro facce andranno
a intersecarla lungo quattro archi di circonferenza mas-
sima congruenti, che tra di loro formeranno angoli con-
gruenti, originando un “quadrato”. Contemporaneamen-
te le diagonali della sezione piana quadrata dell’angoloide,
passante per i quattro vertici del “quadrato”, si proietteran-
no in due archi di circonferenza che andranno a costitui-
re le diagonali perpendicolari e bisecantesi del “quadrato”
sulla sfera.
Capitolo 3 ● Euclide, Hilbert e la geometria sulla sfera
47

Poligoni regolari di n lati


(diagonali congruenti che, intersecandosi, si bisecano)
Le considerazioni e le costruzioni indicate per triangolo equilatero e quadrato sono evidente-
mente estendibili a poligoni regolari di qualsivoglia numero di lati. Le differenze che sempre
ritroviamo tra le proprietà di un poligono sulla sfera e quelle del corrispondente poligono sul
piano sono relative al valore degli angoli, variabili sulla sfera in funzione delle dimensioni rela-
tive dei lati anziché costanti, unitamente alla limitazione che le dimensioni della sfera stessa (il
valore del suo raggio) pongono alla possibilità del poligono di ingrandirsi. A questo proposito
è interessante osservare che, limitando il discorso a una semisfera, su di essa il massimo trian-
golo equilatero, il massimo quadrato e il massimo poligono regolare di qualsivoglia numero di
lati finiscono tutti per avere il contorno appiattito sulla circonferenza di base, e dunque hanno
tutti lo stesso perimetro, uguale alla lunghezza della circonferenza massima, e la stessa area,
coincidente con l’area della semisfera stessa. Solo la somma degli angoli interni li differenzia,
perché, se è vero che in tale situazione limite tutti gli angoli finiscono per valere π, la loro som-
ma sarà rispettivamente di 3π per il triangolo, di 4π per il quadrato e di nπ per il poligono di
n lati.
Capitolo 4
Geometria sul cilindro

4.1 Andare diritti sul cilindro

Forse qualcuno ricorderà di aver camminato, da bambino, su uno di quei grandi


tubi che si possono trovare distesi a terra, in cantieri edili, in attesa di essere inter-
rati. Occorreva porre i piedi accortamente l’un dietro l’altro, come su un asse di
equilibrio: mantenere la medesima direzione era condizione indispensabile per
non scivolare giù da quell’altezza su cui ci sentivamo importanti; andavamo di-
ritti da una base all’altra del cilindro, seguendo la via più breve; non lo sapevamo,
ma stavamo percorrendo una particolare geodetica della superficie del cilindro.
Altri esseri viventi si cimentano ogni giorno con percorsi su superfici cilindri-
che: le piante a fusto volubile cercano sostegno alla loro debolezza su fusti eretti;
per vincere la gravità devono conciliare sicurezza e solidità di posizione con rapi-
dità di salita, formano allora eleganti volute intorno al loro sostegno compiendo
un movimento che è contemporaneamente traslatorio, verso l’alto, e rotatorio (di
solito nel verso che sale da sinistra a destra per un osservatore esterno).
L’aggettivo volubile (dal latino volubilis, dal verbo volvere, volgere) indica che
questi fusti si voltano continuamente mentre crescono. Essi sono presenti in di-
verse specie annuali, a rapida vegetazione, per esempio nella famiglia delle campa-
nule. I loro giri si susseguono con regolarità; il germoglio sceglie una pendenza di
salita rispetto al fusto di sostegno e la mantiene in tutto il percorso (ostacoli inat-
tesi permettendo); a suo modo il germoglio va diritto sul fusto di appoggio (che
possiamo considerare un cilindro). La traiettoria forma una curva che prende il
nome di elica: curva sghemba che può esistere solo nello spazio a tre dimensio-

Figura 4.1 Convolvolo

Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 4, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
50

ni (il termine elica è distinto dal termine spirale, il quale indica una famiglia di
curve, per lo più piane, che in vario modo si avvolgono su se stesse).
Manufatti a elica cilindrica si incontrano spesso e con i più vari utilizzi: dalle
molle degli ammortizzatori per veicoli o delle penne a scatto a quelle degli oscil-
latori armonici, alla filettatura delle viti o al profilo delle scale a chiocciola o ai
rivestimenti di tubi flessibili. Troviamo tracce di eliche anche sui cilindri di car-
tone impiegati come sostegno di tessuti o pellicole: i cilindri vengono costruiti
mediante strisce rettangolari, aventi un lato di ridotte dimensioni rispetto a quel-
le dell’altro, avvolte appunto a elica; le medesime strisce possono dare luogo a ci-
lindri differenti semplicemente cambiando il raggio dell’avvolgimento. Anche la
pendenza delle eliche varierà; in tecnologia essa è valutata attraverso il cosiddet-
to “passo”, distanza tra due avvolgimenti successivi, misurata lungo la direzione
della traslazione.

Figura 4.2 (a) Scala a chiocciola: l’asse centrale, mediante gli scalini, regge i profili
a elica (Piramide Scale, Fabbrico (RE)); (b) contenitore per la colla liquida in un ufficio
postale di Patrasso (Grecia)

Il termine elica fa pensare ad applicazioni tecnologiche di rilievo: in mecca-


nica un’elica è un organo che trasforma un movimento rotatorio in una spinta di
direzione normale al piano di rotazione; il genio di Leonardo da Vinci portò alle
eliche degli elicotteri, delle navi e degli aerei.
Ma già in tempi più antichi le peculiarità delle eliche cilindriche vennero sfrut-
tate. Oltre al torchio di legno impiegato fin dal I secolo a.C. nel Mediterraneo
per spremere uva e olive, ricordiamo la cosiddetta pompa (vite) di Archimede
(Fig. 4.3), detta anche coclea (termine latino per chiocciola). Essa in genere è
formata da un tubo in cui scorre una vite cilindrica; posta in rotazione la vite,
ogni avvolgimento conduce acqua o altro materiale incoerente all’avvolgimento
successivo, finché l’acqua o il materiale raggiungono l’altro estremo del tubo, ove
vengono raccolti o fatti espandere.
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
51

Figura 4.3 Vite di Archimede ieri e oggi: (a) sollevamento manuale dell’acqua;
(b) la coclea idraulica sfrutta la caduta dell’acqua per produrre energia elettrica

Alcuni ritengono che questa tecnologia fosse già nota prima di Archimede e
fosse per esempio utilizzata per sollevare l’acqua ai giardini pensili di Babilonia.
Il suo impiego si è conservato nei millenni, variando essenzialmente solo la mac-
china per produrre la rotazione, passata da leve manuali (o per animali) a mulini
a vento o ad acqua e a motori. Frequenti ne sono gli impieghi, per esempio per
prosciugare i polder in Olanda, oppure per sollevare granaglie nei silos.
La medesima vite trova inoltre impiego per spostamenti lineari di precisio-
ne: il moto rotatorio della vite agevola il controllo e quindi la regolazione di
spostamenti minimi.
Cerchiamo ora di precisare ciò che natura e tecnologia ci hanno presentato,
mettendo in evidenza gli aspetti rilevanti della geometria sulla superficie di un
cilindro. Anche questa volta ci occuperemo essenzialmente dei percorsi “diritti”,
poiché essi sono fondamentali per caratterizzare la superficie e per lo studio delle
figure di base, non solo nel piano, ma su ogni superficie.
Ricordiamo che una superficie cilindrica si genera facendo ruotare di un giro
completo nello spazio una retta g intorno a una retta fissa a a essa parallela (as-
se del cilindro); la linea direttrice di g, ossia a cui la retta g si appoggia mentre
ruota, è una circonferenza situata in un piano ortogonale ad a (e a g); tale posi-
zione conduce a cilindri circolari retti, i soli che esamineremo in questo lavoro (se
la posizione reciproca tra g e la linea direttrice fosse generica avremmo cilindri
obliqui). Nelle sue successive posizioni la retta g dà luogo alle generatrici del ci-
lindro. Il raggio del cilindro è dato dalla distanza tra le due rette parallele a e g. Il
cilindro risulta indefinito; sarà limitato se ne consideriamo la parte compresa fra
due piani ortogonali all’asse; la distanza tra i due piani determinerà l’altezza del
cilindro (nel seguito, per brevità, parleremo di cilindro, ma intenderemo sempre
solo la sua superficie laterale).
La precedente definizione ci ha posti in una posizione estrinseca rispetto alla
superficie del cilindro; l’abbiamo infatti guardata restandone fuori, con l’utilizzo
della terza dimensione. Ma potremmo anche porci da un punto di vista intrinse-
co su tale superficie, ricorrendo nuovamente, come già per la sfera, alla formica
euclidea, seguendo la bella idea di Henry Poincaré. Quali traiettorie essa potrà
percorrere se vorrà andare diritto?
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
52

Figura 4.4 Generazione di una


superficie cilindrica mediante la
rotazione di una retta

Qualche volta la formica potrà pensare di essere su una sfera, perché prose-
guendo diritta si trova a rifare il medesimo cammino; ma si accorgerà che, mu-
tando di assai poco la direzione rispetto a quella di un percorso chiuso, a ogni
passo vedrà territori sempre nuovi e comincerà a pensare che, per rivedere un
luogo noto particolarmente piacevole, deve invertire il senso di marcia e riper-
correre l’intero cammino, come se fosse su un piano. Tuttavia verrà smentita dai
fatti e si accorgerà di poter tornare con molti percorsi diritti, diversi e di diversa
lunghezza, maggiore o minore di quella del percorso di andata.
Per aiutare la nostra formica a conoscere meglio la superficie su cui si sta muo-
vendo, collochiamoci da un punto di vista esterno al cilindro e procuriamocene
modelli concreti (ovviamente limitati), per esempio barattoli o contenitori per il
trasporto di fogli da disegno. Su di essi facciamo aderire, come già sulla sfera, na-
stri o sottili strisce di carta; anche automobiline giocattolo, senza sterzo, possono
aiutarci a studiare i percorsi diritti.
Il percorso diritto più semplice che possiamo tracciare corrisponde al nostro
gioco da bambini sui tubi e va da un bordo di base a quello della base opposta:
ortogonale ai piani delle basi, esso è un segmento rettilineo a tutti gli effetti, infatti
segue una generatrice del cilindro, parte di una retta euclidea.
Supponendo il cilindro “in piedi”, possiamo parlare di punti alla stessa quo-
ta; ogni percorso diritto che collega due di essi risulterà un arco di circonferenza;
per ogni coppia di punti è possibile tracciare due archi (in generale di diversa lun-
ghezza) a seconda del verso in cui ci muoviamo, ossia, fissato il verso, a seconda di
quale scegliamo come punto iniziale; se i due punti risultano coincidenti possia-
mo considerare il percorso nullo, oppure l’intera circonferenza, percorso chiuso
sul cilindro che lo accomuna alla sfera.
Tralasciamo ora le posizioni reciproche speciali tra i due punti dette sopra e
consideriamo due punti distinti in posizione generica: la nostra strisciolina di
carta, fatta aderire alla superficie del cilindro, vi si avvolgerà intanto che cambia
quota, esattamente come fanno i fusti volubili; il movimento traslatorio si combi-
na con quello rotatorio, la traiettoria descritta è un’elica che mantiene inalterata
la pendenza rispetto alle basi. Un’automobilina senza sterzo, che pertanto può
andare solo diritta, conferma questo tipo di percorso; qualunque sia la direzione
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
53

in cui la poniamo essa procede avvolgendosi al cilindro. È possibile congiungere


i due punti con un percorso abbastanza breve, oppure fare uno o più giri intorno
al cilindro: scelto il verso e il numero di giri, si regola opportunamente la pen-
denza della striscia di carta affinché essa raggiunga il secondo punto aderendo
perfettamente alla superficie del cilindro. Ogni volta abbiamo pertanto la libertà
di scegliere in quale verso muoverci e con quale pendenza.
È da osservare che gli archi di circonferenza, percorsi diritti che uniscono due
punti alla stessa quota, si possono considerare [sono] eliche in cui è presente solo
il moto rotatorio; analogamente le traiettorie lungo le generatrici sono eliche con
la sola componente traslatoria. Da un punto di vista cinematico il rapporto tra le
velocità con cui avvengono i due moti determina la pendenza della traiettoria.
La manipolazione dei cilindri concreti ci suggerisce che su un cilindro teo-
rico indefinito, su cui possiamo tracciare percorsi di qualsiasi lunghezza e non
abbiamo la limitazione imposta dalla larghezza delle strisce di carta che segna-
no i percorsi, tra due punti a diversa quota si possono far passare infinite eliche:
la loro lunghezza sarà tanto maggiore quanto minore sarà il passo. Ognuna sarà
un percorso diritto; fra tutte ci sarà quella più breve; essa andrà scelta fra le due
eliche che stanno nel primo giro, ottenute una dall’altra cambiando il verso di
rotazione. Osserviamo che quanto precede vale anche per due punti sulla stessa
generatrice: oltre che mediante il tratto di generatrice, che sarà il percorso più
breve, essi possono essere collegati con eliche che compiono un numero qualsiasi
di giri interi.
Diversamente dal piano (e in parte dalla sfera), sulla superficie cilindrica non
c’è quindi coincidenza tra percorso diritto e percorso più breve: il più breve è
anche un percorso diritto, ma il solo andar diritto non assicura la minore distanza.
In sintesi, tra due punti di una superficie cilindrica abbiamo sempre due o infi-
niti percorsi diritti, che possono essere tutti chiamati geodetiche. Tutte soddisfano
alla descrizione che Euclide dà delle rette (vedi Cap 1.2 Una retta è quella che giace
parimenti con i punti su se stessa). Dunque, tra due punti (distinti) della superficie
cilindrica non passa una sola retta: viene meno il primo postulato di Euclide.
Il venir meno del primo postulato ha per conseguenza che due “rette” distinte
hanno in generale infiniti punti in comune (oppure non ne hanno nessuno). Per
esempio una retta-elica incontra infinite volte una generatrice (Fig. 4.5). Lo stesso
avviene se consideriamo due eliche di diversa pendenza.

Figura 4.5 Una retta-generatrice


incontra più volte una retta-elica
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
54

L’eccezione alle infinite intersezioni è rappresentata dalle rette-circonferenze


che hanno un unico punto in comune con una generatrice o con un’elica (generi-
ca).
Sono invece prive di punti di intersezione due generatrici, oppure due circon-
ferenze, oppure due eliche di uguale pendenza.
La nostra formica euclidea si troverebbe certo un po’ sconcertata nel poter rag-
giungere la sua meta andando diritta in tanti modi diversi, ma sicuramente fareb-
be buon uso di questa ulteriore risorsa che le consente di scansare pericoli senza
squilibrare l’andatura; ogni volta impiegherà inoltre il suo nastro misuratore di
lunghezze per operare la scelta migliore.
Venuto meno il primo postulato, il secondo sembra invece valido, pur di con-
siderare la prolungabilità delle rette-circonferenze come un ripassare indefinita-
mente per i medesimi punti.
Anche il quinto postulato è valido. Come visto sopra, esistono rette prive di in-
tersezioni: fissatane una, scelto un punto qualsiasi (che non le appartiene), trovia-
mo sempre un’altra retta, unica, a essa parallela passante per il punto. È da notare
che una parallela a una generatrice è anch’essa una generatrice, analogamente le
parallele a una circonferenza sono circonferenze e le parallele a una generica elica
sono eliche: il loro parallelismo equivale all’avere la medesima pendenza.
Pertanto sul cilindro è possibile vedere due formiche procedere indefinitamen-
te affiancate, a distanza costante l’una dall’altra, alla stessa velocità, qualunque sia
la direzione iniziale scelta, senza rischio di scontro (come invece avveniva sulla
superficie sferica).
Se il parallelismo nel piano ci pare ovvio, non cosı̀ è per i percorsi a elica nel-
lo spazio a tre dimensioni. Difatti soltanto nel XVI secolo ne troviamo impieghi
significativi. Per esempio nella costruzione di pozzi per l’acqua come il pozzo di
san Patrizio a Orvieto (Fig. 4.6): sono presenti due percorsi a scalinata che si av-

Figura 4.6 Pozzo di S. Patrizio


a Orvieto
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
55

volgono a elica sul costrutto cilindrico, uno serviva a chi scendeva, l’altro a coloro
che salivano carichi di botti piene d’acqua. I due percorsi avevano rigorosamente
la stessa pendenza al fine di evitare ogni loro intersezione, che sarebbe stata assai
inopportuna. Oggi lo stesso criterio guida la costruzione delle rampe di accesso
ad alcuni garage multipiano, presenti in superficie oppure nei sotterranei di gran-
di edifici: la rampa di accesso inizia spesso in posizione diametralmente opposta
a quella di uscita al medesimo livello stradale; esse si sviluppano con uguale pen-
denza intorno a una cavità cilindrica, assicurando che in ognuna vi sia traffico di
veicoli in un unico senso di marcia; un osservatore sulla parete della cavità cilin-
drica vede di fronte a sé alternarsi uno sopra l’altro tratti elicoidali di veicoli in
salita con tratti di veicoli in discesa.

4.2 Sviluppo piano del cilindro

Il cilindro, diversamente dalla sfera, è sviluppabile su un piano, infatti per co-


struirlo possiamo impiegare un rettangolo di cartoncino e accostarne due lati pa-
ralleli; inversamente, tagliando un cilindro lungo una generatrice, otteniamo un
rettangolo, che ne costituisce lo sviluppo piano. Vediamo se lo sviluppo piano è
utile ad approfondire lo studio della geometria di questa superficie.
Dobbiamo essere fin da subito consapevoli che il taglio del cilindro ne altera
la metrica, infatti due punti che erano “vicini”, dopo il taglio, possono venire a
trovarsi “lontani”; pertanto superficie cilindrica e suo sviluppo piano non possono
corrispondersi in modo completo.
Tuttavia molte proprietà si conservano, come già sapevano gli antichi popoli
della Mesopotamia, fin dal 3000 a.C., quando impiegavano i loro sigilli cilindrici
per lasciarne l’impronta della superficie laterale su tavolette di argilla (Fig. 4.7).
Ancora la sviluppabilità del cilindro è alla base delle rotative con cui si stampa-
no i quotidiani: esse sono cilindri sulla cui superficie laterale è avvolta una matrice
scritta inchiostrata (pellicola flessibile); la stampa avviene con il rotolamento su
un foglio di carta; a ogni giro si produce una copia della matrice.
Il taglio lungo una generatrice di un cilindro ci dà un rettangolo con due la-
ti lunghi quanto la circonferenza di base, 2πr, gli altri due sono lunghi quanto
l’altezza del cilindro, infinita nel cilindro teorico. Collochiamoci in quest’ultima
situazione: anziché un rettangolo lo sviluppo piano sarà una striscia, cosı̀ è infatti
chiamata la parte di piano compresa fra due rette parallele. Quella che ottenia-

Figura 4.7 Sigillo babilonese del


VII o VIII secolo a.C. (riproduzione
contemporanea): si vedono due
delle tre incisioni presenti sulla sua
superficie, la terza si intravede sulla
destra, riflessa dal vetro di appoggio
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
56

Figura 4.8 Geodetica-elica sul cilindro che compie quasi un giro intero e suo
sviluppo piano

mo risulta essere una striscia con un solo bordo: infatti con il taglio lungo una
generatrice g, per avere una corrispondenza biunivoca tra i punti della superficie
del cilindro e quelli della striscia, i punti di g devono avere un solo corrisponden-
te sulla striscia e vanno a formarne uno dei due bordi, all’altro bordo ci si potrà
avvicinare indefinitamente senza raggiungerlo.
Sulla striscia troveremo rette o segmenti in varie posizioni. Inversamente, un
segmento tracciato sulla striscia darà sul cilindro un percorso geodetico.
I segmenti (o rette) paralleli al bordo della striscia derivano dalle geodetiche
che avevano seguito una generatrice. I segmenti perpendicolari al bordo sono
invece le immagini degli archi di circonferenza. Una generica elica potrà avere per
immagine semplicemente un segmento obliquo rispetto al bordo; se però il taglio
avrà attraversato l’elica l’immagine si spezzerà in segmenti disgiunti paralleli tra
di loro; se l’elica ha fatto un unico giro completo e il nostro taglio sarà avvenuto
lungo la generatrice che contiene i punti estremi dell’elica, il segmento andrà da
un bordo all’altro della striscia (Fig. 4.9, segmento semiaperto, ossia incluso un
estremo ed escluso l’altro). Un’elica che ha superato il primo giro darà sempre
un’immagine ad almeno due tratti.
Supponiamo di aver segnato sul cilindro due punti A e B generici (non alla
stessa quota, né sulla stessa generatrice) e diverse geodetiche passanti per essi (fra
le infinite esistenti): come saranno le loro immagini sulla striscia? Indichiamo
con A′ e B′ le immagini di A e B. Scelto un taglio che non passa né per A né per
B, una immagine sarà costituita da un unico segmento completo, estremi inclusi
(non è detto che esso sia l’immagine della geodetica più breve; può essere quel-
la della seconda in ordine di lunghezza), un’altra immagine sarà spezzata in una
coppia di segmenti tra di loro paralleli, uno uscente da A′ , l’altro da B′ ; essa deriva
dalla geodetica che collega i due punti in senso opposto a quella che dà luogo al
segmento completo e si può dire complementare alla precedente, nel senso che
interseca le generatrici che l’altra non interseca; l’unione di queste due geodeti-
che dà un percorso chiuso che abbraccia l’intero cilindro: sul piano l’unione delle
due immagini interseca (una sola volta) ciascuna delle rette parallele ai bordi del-
la striscia e consente di andare con una spezzata a tre tratti da un bordo all’altro.
Altre immagini, derivanti da eliche che hanno superato almeno un intero giro,
saranno spezzate in un numero crescente di tratti; si potrà avere ad esempio una
immagine formata da tre tratti: un segmento semiaperto che va da un bordo all’al-
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
57

Figura 4.9 Sviluppo piano di un


cilindro. In basso l’immagine pia-
na di una geodetica che fa un giro
completo e ha gli estremi sulla ge-
neratrice di taglio. Le immagini di
alcune geodetiche tracciate fra A e
B: la spezzata in nero deriva dal-
l’unione delle due geodetiche del
primo giro che si tracciano ruotan-
do nei due versi opposti; i due trat-
ti in blu sono lo sviluppo piano di
un’elica che ha compiuto quasi due
giri; i tre tratti in rosso l’immagine
di un’elica che si è avvolta in verso
opposto a quello della precedente

tro della striscia, situato tra due segmenti a esso paralleli, di cui uno sarà chiuso,
l’altro semiaperto (segmenti in rosso di Fig. 4.9).
Lo sviluppo piano del nostro cilindro si presenta quindi non semplice. Però in
esso può essere semplice definire la pendenza dell’immagine di un’elica: utilizzia-
mo un riferimento cartesiano che abbia asse delle ordinate (y) coincidente con la
generatrice di taglio; l’asse delle ascisse (x), ridotto a un segmento di lunghezza
2πr, deriverà dallo sviluppo di una geodetica-circonferenza; la pendenza del seg-
mento immagine dell’elica sarà misurata da Δy/Δx = tan(α), essendo α l’angolo
che il segmento forma con la direzione dell’asse delle ascisse; il medesimo valore
potrà essere impiegato per indicare la pendenza dell’elica sul cilindro.
Lo sviluppo piano ci può rendere agevole riportare sul cilindro qualche disegno
piano di dimensioni ridotte (rispetto al raggio del cilindro); “in piccolo” possia-
mo sfruttare alcune proprietà euclidee della striscia piana, difatti si dice che la
geometria del cilindro è “localmente euclidea”, come verrà meglio precisato nel
paragrafo 4. Tuttavia le differenze con la superficie cilindrica sono rilevanti: il
fatto che “le rette” o semplici tratti di elica del cilindro diano immagini spezzate,
fa sı̀ che lo sviluppo non consenta gli approfondimenti che speravamo. Nel pa-
ragrafo seguente si vedrà un altro “espediente” un po’ più fortunato per studiare
questa superficie.

4.3 I ricoprimenti di un cilindro

Cerchiamo ora di rimuovere qualcuno degli ostacoli incontrati sulla striscia svi-
luppo piano del cilindro e di costruire una più soddisfacente interpretazione della
geometria di questa superficie. La nostra attenzione va alle geodetiche che com-
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
58

piono più giri intorno al cilindro e in generale a quelle che nello sviluppo piano
danno immagini spezzate in più segmenti.
Come fare per non rinunciare ai vantaggi del piano?
L’idea si potrebbe cosı̀ sintetizzare: se il taglio genera ostacoli, aboliamolo.
Ci è familiare la tecnica di avvolgere su sostegni cilindrici tessuti o fogli di carta
che abbiano una delle due dimensioni di notevole estensione, al fine di compattare
l’ingombro.
Modellizziamo allora la situazione avvolgendo intorno al cilindro, a partire da
una generatrice g, di alcuni giri, non solo un nastro, ma un foglio di pellicola tra-
sparente: a ogni giro avremo un ricoprimento del cilindro. I successivi giri di un
nastro che descrive una geodetica avverranno su ricoprimenti successivi. Prima
di fare gli avvolgimenti avremo segnato sul cilindro un punto A e un secondo
punto B generico (non appartenente a g e a quota diversa da A). Da A facciamo
partire alcuni nastri-geodetica che raggiungano B.
In corrispondenza di B foriamo con uno spillo i vari ricoprimenti. Indichiamo
con A 1 l’immagine di A sul primo ricoprimento. Svolgendo su un piano il foglio
trasparente otteniamo tante strisce congruenti affiancate quanti sono stati i rico-
primenti; i loro confini sono le successive immagini di g. A ciascuno dei fori im-
magine di B diamo i nomi B 1 , B 2 , . . ., B n. , uno per ogni ricoprimento; vedremo
uscire da A 1 tanti segmenti A 1 B 1 , A 1 B 2 , . . ., A 1 B n , tracce dei nastri-geodetiche
(Fig. 4.10). I vari segmenti hanno diversa lunghezza, crescente al crescere del
numero dell’avvolgimento su cui ognuno termina; ognuno di essi conserva la
lunghezza della geodetica che rappresenta (lunghezza del nastro).
La nuova rappresentazione ci permette di vedere contemporaneamente, con
un solo colpo d’occhio, ciò che sul cilindro era multiforme e più sfuggente; ad
esempio, per vedere in modo esauriente un’elica a più giri dovevamo ricordare il
movimento che l’aveva generata, oppure ruotare il cilindro.
In astratto possiamo immaginare di avvolgere intorno al cilindro indefinito in-
finiti ricoprimenti, in modo da poter ottenere le immagini di geodetiche di lun-
ghezza qualsiasi, ossia potervi tracciare semirette di origine A 1 senza più spez-
zarle. Un ulteriore arricchimento si ha pensando di aggiungere gli infiniti avvol-
gimenti nel senso opposto, partendo sempre dalla precedente generatrice g. Le
immagini del punto B ottenute sui nuovi ricoprimenti potranno essere indicate

Figura 4.10 Sviluppo di tre ricoprimenti


Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
59

con B−1 , B−2 , B−3 . Lo sviluppo dei ricoprimenti risulta cosı̀ un intero piano su cui
tracciare rette, e non solo più semirette, in ogni direzione.
Avere a disposizione un intero piano non deve indurci a pensare che esso sia
dotato della consueta geometria euclidea: infatti l’artificio dei ricoprimenti che
ha prodotto infinite immagini del punto B sul piano ha alterato la geometria del
cilindro; esso è utile perché sul piano vediamo meglio di quanto non avvenga sul
cilindro il fascio di rette uscenti da A 1 e dirette alle copie di B, ma non dobbiamo
dimenticare che sul cilindro B è un unico punto (vedi anche Fig. 4.12).
Altre peculiarità che caratterizzano il nuovo universo che ci siamo costruiti
sono per esempio le immagini di ciascuna geodetica-circonferenza del cilindro:
abbiamo l’unione di infiniti segmenti che vanno a formare una retta perpendi-
colare all’immagine di una generatrice. Ogni generatrice ha per immagine una
infinità di rette tra di loro parallele. Solo le geodetiche-eliche conservano la loro
individualità: ognuna di esse ha un’unica immagine, una retta che attraversa tutte
le strisce. Nel paragrafo seguente gli aspetti teorici verranno approfonditi.

Osservazione 1 Si può precisare che aver aggiunto il secondo insieme, infinito,


di ricoprimenti, quelli che si avvolgono nel senso opposto a quello dell’insieme dei
primi, non ha cambiato la cardinalità dell’insieme dei ricoprimenti complessivi,
che permane quella del numerabile.

Osservazione 2 La materializzazione dei ricoprimenti non deve far dimenti-


care che il loro diametro resta costante con gli avvolgimenti successivi, i quali
devono quindi essere pensati privi di spessore e aderire completamente al prece-
dente.

4.4 Il cilindro come esempio di geometria localmente euclidea

Se si esamina il nostro percorso per indagare la geometria del cilindro, una do-
manda sorge spontanea: perché introdurre i ricoprimenti? non basta considerare
la striscia che si ottiene con lo sviluppo del cilindro stesso? Abbiamo visto che
introducendo i ricoprimenti eliminiamo qualche ostacolo rispetto a prima, ma
troviamo nuovamente che la geometria del cilindro non è euclidea, anche se “in
piccolo” sembra esserlo. La faccenda sembra complicarsi invece di semplificar-
si. Per chiarire meglio questo punto approfondiamo il discorso rispondendo alla
domanda: perché introdurre i ricoprimenti?
La domanda è importante: rispondendo a essa capiremo meglio che cosa signi-
fica che la geometria del cilindro è “localmente euclidea” ed entreremo anche in
vari concetti matematici, di cui il nostro viaggio sul cilindro rappresenta solo un
caso, e il più semplice. La risposta alla questione è: “considerare i ricoprimenti (o
qualcosa di equivalente) è necessario per rappresentare sul piano in modo fedele
le distanze misurate sul cilindro”. Spieghiamoci meglio. La Fig. 4.11 rappresenta
lo sviluppo di una parte di un cilindro circolare retto: i punti A′ , B′ , C ′ , S ′ , S ′′ ,
R′ , R ′′ corrispondono ai punti A, B, C, S, R sul cilindro.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
60

Figura 4.11

Figura 4.12

Chiediamoci come sia possibile misurare le distanze d(AB), d(AC) dei punti
sul cilindro lavorando esclusivamente sul piano. Osserviamo che se per esempio
il segmento A′ B′ misura 5 cm (Fig. 4.11), la lunghezza della curva AB a esso corri-
spondente sul cilindro (lo chiameremo ancora segmento) misura anch’essa 5 cm.
Significa questo che la distanza misurata tra due punti qualsiasi sulla striscia, per
esempio A′ , C ′ è anche la distanza dei punti corrispondenti sul cilindro (A, C)?
Ovviamente no (ricordate i diversi cammini che può fare la formica)! Per rap-
presentare opportunamente sul piano la lunghezza di AC misurata sul cilindro
abbiamo due vie:
a) introduciamo infinite strisce (Fig. 4.12): a un punto A sul cilindro corrispon-
dono infiniti punti A′ , A′′ ,. . . ;
b) consideriamo come “segmenti” ammissibili sulla striscia anche le linee a trat-
ti, che corrispondono a segmenti sul cilindro (Fig. 4.13).
Nel primo caso, si introduce una relazione di equivalenza tra i punti del piano
(ad es. i punti A′ , A′′ , . . . C ′ , C ′ , . . . in Fig. 4.12): due punti, per esempio A′′ e
A′′′ , sono equivalenti se esiste una traslazione T di vettore v perpendicolare alle
rette che delimitano le varie strisce e di modulo pari a un multiplo opportuno
della larghezza delle strisce, tale che T(A′′ ) = A′′′ . Nel secondo caso si amplia la
nozione di segmento (ammettendo i “segmenti a tratti”).
Nel primo caso si definisce la distanza tra due punti A′ C ′ considerando il mi-
nimo tra le lunghezze dei vari segmenti A′ C ′ , A′ C ′′ , A′ C ′′′ , . . . (nel caso della
Fig. 4.12 si ottiene la lunghezza del segmento A′ C ′′ ). Nel secondo caso si consi-
dera la lunghezza del più corto segmento, eventualmente a tratti, di estremi A′ C ′
(nel caso della Fig. 4.13 si ottiene la lunghezza di A′ T ′ + T ′′ C ′ ).
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
61

Figura 4.13

Le due definizioni sono equivalenti: in entrambi i casi si ottiene la distanza


della curva più breve sul cilindro di estremi A, C. Cioè si introduce una “distanza”
sul piano che corrisponde alla distanza reale sul cilindro: essa permette di lavorare
in un ambiente ben noto, il piano, e di ricondurre alle misure su questo quelle in
un ambiente meno noto, il cilindro. Si noti che senza una soluzione come in a) o
in b) tale risultato sarebbe impossibile.
La sistemazione permette di capire meglio in qual senso la geometria del cilin-
dro è “equivalente”, ma non identica, a quella del piano. È chiaro che globalmente
le due geometrie sono ben diverse. Per esempio si è visto che le rette sullo svi-
luppo piano corrispondono a curve diverse sul cilindro: circonferenze parallele
alla direttrice, rette generatrici, eliche varie. Inoltre per due punti generici del
cilindro passano infinite “rette” (eliche). Solo localmente le due geometrie sono
indistinguibili: la nostra soluzione a) permette di capire che cosa ciò significhi.
Se indichiamo con d la larghezza della striscia (ricoprimento), e consideriamo
un cerchio di raggio r < d/4, comunque posizioniamo il cerchio sul piano delle
strisce (piano dei ricoprimenti) e comunque consideriamo due punti X ′ , Y ′ nel
cerchio, la lunghezza del segmento X ′ Y ′ nel piano è uguale alla distanza reale sul
cilindro dei punti corrispondenti X, Y. È cioè possibile copiare fedelmente il cer-
chio sul cilindro mantenendo inalterate le distanze: si ha cioè un’isometria tra i
punti del cerchio sul piano e quelli corrispondenti sul cilindro. Se il raggio del
cerchio fosse maggiore di d/4 ma minore di d/2, la distanza tra due punti interni
al cerchio, misurata sul cilindro, potrebbe risultare inferiore a quella misurata sul
piano dei ricoprimenti, perché valutata sulla geodetica che congiunge i due punti
passando esternamente al cerchio. Aumentando ancora il raggio del cerchio C,
(raggio ⩾ d/2), sul cilindro due suoi lembi si troverebbero almeno in parte so-
vrapposti; sul piano dei ricoprimenti potremmo avere per esempio la situazione
di Fig. 4.14: r ′ ed r ′′ sono due successive immagini di una medesima geodetica, i
punti di ABCD, A′ B′ C ′ D′ corrispondono a 2 a 2 a uno stesso punto del cilindro.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
62

Figura 4.14

Quindi non è possibile avere una copia fedele di C sul cilindro (non esiste un’i-
sometria come nel caso r < d/4). Il cilindro è localmente euclideo proprio perché
esiste un numero positivo (d/4 nel nostro caso), tale che se ci limitiamo a consi-
derare figure comprese in cerchi di raggio minore di d/4, il mondo del cilindro
e quello del piano sono indistinguibili (isometrici). In altre parole, se la nostra
formica lavora con apparecchi di portata inferiore a d/4 non riesce a capire se è
sul piano o sul cilindro.
Il metodo seguito per descrivere la geometria del cilindro è importante perché
ha un valore generale e permette di risolvere un problema matematicamente di
rilievo, cioè: “quali sono le geometrie a 2, 3, . . . , n dimensioni che sono localmente
euclidee?”1 .
Diamo un brevissimo cenno al procedimento risolutivo. L’isometria locale tra
cilindro e piano è basata sulla nostra definizione di distanza: considerando il me-
todo a), si vede che gioca un ruolo essenziale la relazione di equivalenza fra punti,
che a sua volta è basata sull’esistenza di una traslazione T come sopra descritto. Le
traslazioni come T formano un gruppo: combinandone due di seguito si ottiene
ancora una traslazione di quel tipo; esiste la traslazione nulla; per ogni traslazione
S esiste la sua inversa Q tale che applicando S e Q una dopo l’altra si ottiene l’iden-
tità; vale inoltre la proprietà associativa nella composizione di traslazioni. Indi-
chiamo con G tale gruppo (esso è rappresentabile come l’insieme delle traslazioni
del tipo nU, dove n è un intero e U è una traslazione di vettore v perpendicola-
re alle rette che delimitano le varie strisce e di modulo pari alla larghezza delle
strisce). Esso soddisfa un’ulteriore proprietà: esiste un numero d > 0 (la solita
larghezza della striscia), tale che, qualunque elemento T di G si consideri, tranne

1 Ladefinizione di localmente euclideo nel caso di dimensioni maggiori di 2 è data in modo analogo
a quello bidimensionale; per esempio, nel caso di n = 3, si dice che uno spazio ha una geometria
localmente euclidea se esiste un numero positivo d tale che ogni sfera di raggio r < d nello spazio
euclideo usuale è isometrica a una ‘‘sfera’’ di raggio r nello spazio in questione.
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
63

l’identità, e qualunque sia il punto X del piano, la distanza tra X e T(X) risulta
⩾ d (in altre parole: due punti distinti ed equivalenti hanno distanza non inferiore
a d). Un gruppo che, come G, soddisfa tale proprietà si dice uniformemente di-
scontinuo. Non tutti i gruppi di trasformazioni sono uniformemente discontinui:
per esempio il gruppo delle rotazioni piane di centro O non lo è (comunque si
scelga d, se si considera un punto X sufficientemente vicino a O, esso è mandato
da una rotazione R qualsiasi in un punto R(X), la cui distanza da X è minore di
d).
È ora possibile considerare un qualunque gruppo di trasformazioni Γ del piano
in sé (o di R n in sé) che sia uniformemente discontinuo per definire una partico-
lare relazione di equivalenza tra i punti del piano (dello spazio): due punti A, B
sono equivalenti se esiste una trasformazione F di Γ tale che F(A) = B (nel caso
del cilindro Γ è il nostro gruppo G). Ora, cosı̀ come si può pensare la geome-
tria del cilindro definita a partire dalla distanza introdotta seguendo il metodo a),
analogamente si può definire una relazione di “distanza” a partire dalla relazio-
ne di equivalenza indotta da Γ e giungere alla geometria di un nuovo oggetto Σ Γ
(nel nostro esempio il cilindro), che risulta localmente euclideo (la dimostrazione
segue parola per parola quella accennata per il cilindro). Le sue proprietà geome-
triche risultano conseguenza della “distanza” introdotta e quindi discendono da
Γ. È come se nel nostro esempio, ignorando l’esistenza dei cilindri, partissimo dal
gruppo G, definissimo la distanza come in a) a partire della relazione di equiva-
lenza indotta da G e “inventassimo” cosı̀ la geometria del cilindro, scoprendo una
nuova figura geometrica.
In sintesi, il metodo può essere cosı̀ riassunto: a partire da un gruppo uni-
formemente discontinuo di trasformazioni del piano Γ si riesce a costruire una
geometria localmente euclidea Σ Γ .
Come passo successivo, si riescono a classificare i gruppi di trasformazioni
del piano in cinque tipologie2 , a ciascuna delle quali corrisponde una geometria
diversa. Si dimostra inoltre che non esistono altri tipi di geometrie localmente
euclidee.
Avremo quindi esattamente cinque tipi di geometrie localmente euclidee a due
dimensioni, cioè (Fig. 4.15):
K la geometria del piano;
K la geometria del cilindro;
K la geometria del toro;
K la geometria della bottiglia di Klein;
K la geometria del cilindro torto.
Seguendo il metodo qui accennato si possono classificare le geometrie local-
mente euclidee di dimensioni maggiori di 2. Per esempio, si trova che i grup-

2 Il risultato risale a H. Chasles (1793-1880): egli dimostrò che ogni movimento rigido nel piano è o una
traslazione o una rotazione o una glissoriflessione (= traslazione + riflessione rispetto a una retta che
ha la stessa direzione del vettore della traslazione).
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
64

Figura 4.15 Le superfici dotate di geometria localmente euclidea. Per piano,


cilindro e cilindro torto le figure rappresentano soltanto una parte delle superfici vere e
proprie; queste ultime si ottengono estendendo all’infinito i loro bordi. In particolare ciò
vale per il cilindro torto che è generato in questo modo dal nastro di Möbius (rappresentato
in figura). Il cilindro torto e la bottiglia di Klein non sono immergibili nello spazio ordinario
a tre dimensioni senza avere autointersezioni (evidenti nel caso della bottiglia di Klein)

pi uniformemente discontinui di R3 sono classificabili in 18 categorie; esistono


perciò esattamente 18 tipi di geometrie 3D localmente euclidee3 .

Osservazione 1 Il metodo accennato corrisponde a una strategia di ricerca


molto diffusa in geometria, fin dai tempi di Descartes. Vale a dire: “tradurre
nel linguaggio dell’algebra un problema geometrico, studiarlo algebricamente e
tornare infine all’ambiente geometrico interpretando i risultati ottenuti algebrica-
mente”. Nel nostro esempio, la nozione di geometria localmente euclidea è stata
ricondotta ai gruppi uniformemente discontinui di trasformazioni nel piano. L’al-
gebra, combinata con la geometria, mette a disposizione tecniche operative molto
potenti. Per esempio, è stato possibile classificare i gruppi discontinui di trasfor-
mazioni piane e darne una rappresentazione operativa molto semplice, che ci ha
permesso di elencare e descrivere tutte le geometrie piane localmente euclidee.

Osservazione 2 La nostra classificazione delle geometrie bidimensionali local-


mente euclidee, come si è detto, può essere estesa a dimensioni superiori: ne risul-
tano esattamente 18 nel caso tridimensionale. Il risultato permette di rispondere a

3 Il
lettore interessato potrà approfondire l’argomento leggendo i primi capitoli del volume: Nikulin
V.V., Shafarevich I.R. (1994). Geometries and Groups, Berlin: Springer.
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
65

una questione intuitiva molto interessante. La nostra esperienza dello spazio 3D


ci induce a pensare che esso abbia una geometria euclidea. Però anche usando
strumenti sofisticati noi avremo sempre e solo esperienza di una parte limitata
dello spazio, diciamo di una sfera di raggio R, pari alla distanza cui possono spin-
gersi i nostri strumenti di osservazione. La nostra esperienza ci fa ipotizzare che
in tale sfera la geometria sia euclidea, perlomeno in prima approssimazione. È
anche ragionevole supporre che la Terra non occupi una posizione privilegiata
nell’universo e che quindi per ogni punto dell’universo si possa ripetere il discor-
so sulla sfera di raggio R. È allora naturale chiedersi: “sotto queste ipotesi, quale
geometria globalmente è possibile per l’universo?”. I nostri risultati tentano di
rispondere a questa domanda.

4.5 Approfondimento
Equazioni di cilindri e loro geodetiche
La semplicità delle superfici cilindriche si ritrova nelle equazioni che le descrivo-
no.
Ricordiamo che in un riferimento cartesiano ortogonale del piano (O; x, y) le
circonferenze di raggio r e centro nell’origine degli assi hanno equazioni
x 2 + y 2 = r 2 , x e y variabili reali di modulo non superiore a r, r parametro reale
non negativo.
Una superficie cilindrica può essere vista come la pluralità delle circonferen-
ze sovrapposte, tra loro congruenti, i cui centri si dispongono via via sui punti
dell’asse del cilindro; ne avremo una su ogni piano ortogonale a tale asse.
Se consideriamo il consueto riferimento cartesiano nello spazio (O; x, y, z)
e scegliamo l’asse dei cilindri coincidente con l’asse z, le equazioni dei cilindri
(indefiniti) di raggio r si presentano come
x 2 + y2 = r2 ,
con le medesime limitazioni dette per le equazioni delle circonferenze; la terza
coordinata z non compare perché essa varia liberamente, senza vincoli con le altre
due, assumendo ogni valore reale.
Un altro tipo di descrizione analitica si ha con l’impiego di equazioni parame-
triche, ove ogni coordinata del punto variabile sulla superficie è espressa da una
funzione continua di parametri opportuni, che con la loro variabilità determi-
nano i punti della nostra superficie. Avendo una superficie rotonda, le funzioni
utili saranno quelle circolari, seno e coseno di un angolo. L’angolo (in radianti)
sarà quindi uno dei parametri da impiegare, un altro sarà la quota a cui disegnare
la circonferenza. Avremo pertanto, per cilindri di raggio r e asse z, parametro
angolare α e parametro-quota h,
x = r cos(α); y = r sin(α); z = h.
La variabilità di α è [0, 2π), quella di h(−∞, +∞).
Se si desiderasse solo metà cilindro basterebbe limitare la variabilità di α a [0,
π]; analogamente per spicchi diversi di cilindro.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
66

Un cilindro con raggio di 3 unità, sarà descritto da

x = 3 cos(α); y = 3 sin(α); z = h.

Veniamo ora alle geodetiche-eliche: esse, abbiamo visto, sono originate dalla com-
posizione di un moto rotatorio con uno traslatorio (che ora, con il sistema di rife-
rimento scelto, avviene secondo la direzione dell’asse z). Sui cilindri precedenti,
scegliendo come primo parametro l’angolo (che con la sua variabilità dà la compo-
nente di rotazione) e facendo dipendere da esso il valore della quota (componente
traslatoria), le eliche risulteranno da

x = r cos(α); y = r sin(α); z = f (α).

Per esempio
x = 3 cos(α); y = 3 sin(α); z = α/2
e
x = 3 cos(α); y = 3 sin(α); z = 2α
danno due eliche; la seconda si riferisce all’elica con maggiore pendenza: per essa
la terza coordinata, espressa da z = 2α, significa che l’elica sale di 2 unità intanto
che ruota di 1 radiante.
È da precisare che, al fine di far avvolgere più volte l’elica, la variabilità del
parametro α non deve limitarsi al primo giro. Per l’elica completa occorre che α
vari in (−∞, +∞).
Se l’elica si appiattisce in una circonferenza, la terza coordinata avrà un valore
fisso, pari alla quota del piano su cui l’elica giace. Per esempio per il precedente
cilindro la circonferenza a quota 4 sarà descritta da

x = 3 cos(α); y = 3 sin(α); z = 4.

Consideriamo infine le geodetiche che sono rette euclidee, le generatici; ora va-
rierà liberamente la terza coordinata mentre saranno fisse le prime due, deter-
minate dal punto in cui la retta-generatrice incontra un piano a essa ortogonale,
per esempio il piano (x, y). Le prime due coordinate di tale punto si individua-
no fissando il valore di α. Per esempio la generatrice che si trova sul semipiano
ruotato di π/3 rispetto al semipiano di riferimento (x, z) delle ascisse positive ha
equazione
x = 3 cos(π/3); y = 3 sin(π/3); z = h,
ossia √
x = 3/2; y = 3( 3/2); z = h.

Equazioni di geodetiche sul piano dello sviluppo


Passando allo sviluppo piano dei cilindri, limitatamente al primo ricoprimento,
abbiamo a disposizione una striscia di larghezza 2πr.
Capitolo 4 ● Geometria sul cilindro
67

Utilizziamo, come consuetudine, il piano (O; x, y) per rappresentare le equa-


zioni delle immagini delle geodetiche del cilindro nello sviluppo piano, ricordan-
do però che i nomi x e y indicano variabili diverse da quelle che intervenivano
nell’equazione della superficie cilindrica.
Eseguiamo il taglio lungo la generatrice che contiene l’intersezione fra le due
eliche disegnate; facciamo coincidere la generatrice di taglio con l’asse delle or-
dinate e l’origine degli assi con la suddetta intersezione. Con queste scelte le due
eliche avranno per immagine due segmenti uscenti dall’origine degli assi.
Per scrivere le loro equazioni dobbiamo determinare le loro pendenze (coeffi-
cienti angolari) Δy/Δx. Allo scopo consideriamo l’incremento Δx relativo a un
intero giro di un’elica. Poiché la proiezione di ogni tratto di elica su un piano orto-
gonale all’asse del cilindro (per esempio sul piano x y) è un arco di circonferenza,
se proiettiamo un intero giro di elica otteniamo un’intera circonferenza; nel no-
stro esempio, ove il cilindro ha il raggio di 3 unità, la lunghezza della circonferenza
proiezione dell’elica è 6π. Δx = 6π.
Per la prima elica, in cui la terza coordinata varia con la legge α/2, in cor-
rispondenza di un incremento di 2π del parametro α (un giro intero), abbia-
mo una traslazione di (2π)/2 = π, pertanto la pendenza Δy/Δx del segmento
corrispondente sarà π/6π = 1/6. L’equazione è y = 61 x.
Per la seconda elica avremo invece una traslazione di 2 ∗ 2π = 4π; la pendenza
del segmento relativo sarà 4π/6π = 2/3. L’equazione è y = 23 x.
Le immagini delle generatrici sono rette parallele all’asse delle ordinate, quel-
le delle geodetiche-circonferenze segmenti paralleli all’asse delle ascisse, di lun-
ghezza 2πr. Gli esempi sopra citati hanno rispettivamente equazioni x = π/3 e
y = 4.
I grafici sulla striscia saranno del tipo di quelli di Fig. 4.16.

Figura 4.16
Capitolo 5
Geometria sul cono

5.1 Andare diritti sul cono


La nostra formica, che ha ormai dimestichezza con svariate superfici potrebbe
trovarsi su una superficie ancora più “strana”, quella di un cono, e nel suo peregri-
nare alla ricerca della linea diritta trovarsi in un punto ancor più strano nel quale
chiedersi: Aiuto! Dove vado ora?

Figura 5.1

Prima però di analizzare i movimenti della nostra formica è forse necessario


chiedersi che cosa sia un cono, o meglio quale tra le svariate definizioni di cono
sia la più opportuna per studiare la geometria sulla sua superficie.

Figura 5.2 Cono a


due falde

Iniziamo con questa prima definizione che generalizzeremo in seguito.


Date due rette a e b, incidenti e non perpendicolari, si dice cono la superficie
che si ottiene facendo ruotare b attorno ad a in modo che rimanga costante l’an-
golo fra le due rette; la retta a viene detta asse del cono, mentre le rette con cui
viene a coincidere la retta b nel suo moto si dicono generatrici. Si chiama apertura
del cono la misura ϕ dell’angolo fra a e b.
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 5, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
70

Se, anziché due rette, consideriamo due semirette, il cono si dice semplice, o a
una falda.
Se poi tagliamo il cono semplice con un piano perpendicolare al suo asse otte-
niamo un cono circolare retto.
Salvo indicazioni contrarie ci riferiremo sempre al cono semplice.
La formica, camminando come ha ormai imparato a fare per andare diritto,
ovvero facendo con le sue zampette di destra e sinistra passi simmetrici di ugua-
le ampiezza senza sbandare, probabilmente arriverebbe alla stessa definizione di
linea retta dedotta stando sulla sfera o sul cilindro.
Percorrendo in lungo e in largo la superficie senza stancarsi le potrebbe suc-
cedere, come nel caso della sfera, di ritrovarsi al punto di partenza ma anche di
camminare all’infinito senza ritrovare il punto di partenza come se fosse su un
piano; oppure ancora, come uno scalatore che arriva in cima a un’alta vetta, po-
trebbe trovarsi in un punto davvero “singolare”: il vertice del cono! (sarebbe in
questo caso sulla superficie del cono semplice) oppure, dopo avere passato salen-
do uno “spigolo”, di perdersi continuando a camminare all’infinito! (e in questo
caso il suo mondo sarebbe il cono a due falde). La formica a questo punto avreb-
be un grosso dilemma: il suo spazio è limitato oppure no? E inoltre, in alcuni
parti esso le sembrerebbe intrinsecamente omogeneo, ma in prossimità di quello
“strano punto” è ancora cosı̀? E ancora, queste considerazioni dipendono dalle
caratteristiche del cono, per esempio dalla sua apertura? (Questo ovviamente la
formica non potrebbe pensarlo nel suo spazio bidimensionale!).

5.2 Le geodetiche sul cono

Abbandoniamo ora la visione intrinseca e come abbiamo fatto per le altre super-
fici recuperiamo una terza dimensione che ci consenta, attraverso una visione
estrinseca, di scoprire quali siano le geodetiche sul cono e quali caratteristiche
esse abbiano.
Lavoriamo ancora con nastri e striscioline flessibili, cercando di costruire co-
ni di cartoncino con angoli di apertura diversi oppure utilizzando coni stradali
(anche se in questo caso più che un cono si ha un tronco di cono).
Se cerchiamo di far aderire le striscioline al cono ci accorgiamo che una pos-
sibile geodetica è sicuramente una delle infinite generatrici, ma, a differenza del
cilindro, se cerchiamo di congiungere due punti A e B alla stessa quota con un

Figura 5.3 Cono


stradale
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
71

Figura 5.4

arco di circonferenza la strisciolina non aderisce, lo fa solo se assume una posi-


zione inclinata rispetto all’asse del cono, la stessa cosa si verifica se cerchiamo di
congiungere due punti a quote diverse e non sulla stessa generatrice. Come per
il cilindro, è facile osservare che, se i due punti non stanno sulla medesima ge-
neratrice, ci sono due segmenti di geodetica che li uniscono: uno in senso orario,
l’altro in senso antiorario; si sceglie l’uno o l’altro a seconda dell’ordine con cui si
considerano i due punti. La curva che abbiamo trovato sembra non essere una
curva “nota” come la circonferenza sulla sfera o l’elica sul cilindro!

Figura 5.5 Geodetiche e non


sulla superficie di un cono

Se abbiamo costruito alcuni coni utilizzando cartoncini ci siamo accorti che,


come il cilindro, il cono è sviluppabile su un piano: un cono semplice di apertura ϕ
si sviluppa in un angolo di ampiezza 2π⋅sin ϕ; un cono circolare retto (come quello
che possiamo costruire con il cartoncino) di apertura ϕ e apotema R si sviluppa in
un settore circolare di ampiezza 2π ⋅ sin ϕ e raggio R (per la dimostrazione si veda
il paragrafo 5.3.1 La fabbrica dei coni). Quindi se tagliamo il nostro cono lungo
una generatrice che non interseca il segmento di geodetica che congiunge il punto
A e il punto B, il segmento di geodetica è un segmento nel piano che congiunge
A con B.
Queste curve, che sembrano tratti di “cravatte” che si avvolgono intorno al co-
no, si dispongono in modo diverso a seconda dell’angolo di apertura del cono
stesso, ossia dell’angolo del settore circolare. A volte troviamo “cravatte” annoda-
te, altre volte non riusciamo a immaginarci un possibile nodo. In particolare si
nota che se l’angolo del settore è maggiore dell’angolo piatto il tratto di cravatta
rimane più aperto: è come se i due rami divergessero.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
72

Figura 5.6

Figura 5.7

Potendo prolungare all’infinito la geodetica otterremo sempre una “cravatta”


annodata?

Figura 5.8

Cioè, esprimendosi in altro modo: sul cono posso sempre individuare geodeti-
che chiuse? O che è la stessa cosa: se parto da un punto A posso sempre, andando
diritto, ritornare in A? Se osserviamo gli sviluppi piani dei coni deduciamo che
questo può avvenire in due modi diversi nel caso in cui il settore circolare abbia
ampiezza minore dell’angolo piatto: seguendo una “cravatta” che si annoda in A
oppure seguendo la generatrice che passa per A fino al vertice del cono per poi
tornare indietro per lo stesso tratto di generatrice fino ad A. Se invece l’angolo è
superiore all’angolo piatto la cravatta non si trova e l’unica strada è quella lungo
la generatrice (per la dimostrazione si veda il paragrafo 5.3.2).
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
73

Figura 5.9 Figura 5.10 Figura 5.11

Figura 5.12

5.2.1 Un problema di statica


Consideriamo un cono perfettamente liscio e prendiamo un cordino liscio e ine-
stensibile o una piccola catena: a un capo del cordino facciamo un occhiello e
all’altro capo leghiamo un piccolo peso, oppure chiudiamo la catena dopo aver-
vi infilato il piccolo peso. Se infiliamo l’occhiello sulla punta del cono o teniamo
la catena appoggiata al cono e poi la lasciamo, il filo con il suo peso sta fermo o
scivola via?

Figura 5.13
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
74

Trascurando gli attriti, il filo è in equilibrio se si dispone lungo una geodetica


del cono: in altre parole l’occhiello sta su una geodetica che parte dal punto A in
cui si biforca l’occhiello e ritorna in A. Le leggi della meccanica ci dicono che il
cordino, in tensione per la forza di gravità che agisce sul peso, si dispone secondo
la linea più breve.
Ma questa situazione si verifica solo se il cono è abbastanza appuntito (se la sua
apertura non supera i 30○ ), altrimenti l’occhiello con il suo peso non trova alcuna
posizione di equilibrio e scivola via sfilandosi dal vertice del cono, come si può
vedere nei tre fotogrammi di Fig. 5.14.

Figura 5.14

Il problema di statica (da un’idea di Bruno de Finetti ripresa nell’articolo di


Giovanni Prodi “I solidi rotondi. Prima parte: cilindro e cono” in L’insegnamento
della matematica e delle scienze integrate, 1997) ci permette di passare a un’altra
domanda fondamentale: sul cono la via diritta è anche il percorso di minima di-
stanza? Essendoci più geodetiche che congiungono due punti si può dire che non
tutte le geodetiche sono i camini più brevi, ma tra le geodetiche c’e sicuramen-
te quella che corrisponde al cammino più breve. Questo argomento merita un
approfondimento.

5.2.2 ‘‘Il più corto’’ è sempre ‘‘diritto’’?


È possibile costruire un cono con un settore circolare di ampiezza maggiore del-
l’angolo giro? Per esempio un cono con un angolo di 450○ ?
Potete vedere un cono come questo sul muro, sul pavimento o sul soffitto della
vostra stanza!

Figura 5.15
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
75

Figura 5.16 Costruzione di un cono utilizzando un settore circolare avente l’angolo


di 450○
Potete facilmente costruirne uno facendo un taglio lungo un raggio di un disco
di cartoncino e inserendovi un settore circolare con un angolo di apertura di 90○ ,
come si può vedere in Fig. 5.16.
Può essere difficile credere che questo sia un cono, ma bisognerebbe pensare
che quando si cambia la “forma” di un cono in questo modo, si modifica solo la
sua apparenza estrinseca; la nostra formica non si accorgerebbe di camminare su
questo strano cono invece di un cono gelato se non per il fatto che sul secondo
potrebbe finire nel gelato!
Questo cono “molto grande” necessita però di una definizione più generale di
quella data nel primo paragrafo di questo capitolo:
Un cono è l’insieme delle rette incidenti a una curva C (non necessariamente
piana) e passanti per un punto V non appartenente a C. Le rette si chiamano
generatrici, la curva direttrice, il punto V vertice. Nel caso del cono circolare
retto, C è una circonferenza e V appartiene alla retta passante per il centro
di C e ortogonale al piano contenente C. Un cilindro può essere visto come
un cono col vertice all’infinito.
Questo cono “molto grande” dà un controesempio all’enunciato: la linea più corta
che unisce due punti è quella diritta. Consideriamo i punti A e B della Fig. 5.17;
la linea più corta è quella rossa che passa per il vertice O del cono e sicuramen-
te non è quella diritta perché non ha le simmetrie che competono a una retta.
Per esempio i simmetrici di OC sono OC’ per OA, ma non per OB, dunque C
non ha simmetrico rispetto a O. Questo dipende dal fatto che il vertice del cono
è un punto speciale (singolare) che differenzia il cono da sfera, cilindro, piano:
esso è infatti una superficie “non liscia” nel vertice, nel senso che ingrandendo
ripetutamente porzioni di superficie intorno al vertice non si ottengono superfi-
ci indistinguibili dal piano. Quindi l’essere “diritto” e l’essere “più corto” non si
equivalgono in generale.

Figura 5.17
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
76

5.3 Approfondimenti

Abbiamo visto che alcune caratteristiche del cono influenzano la geometria su di


esso, è quindi giunto il momento di indagare un po’ più a fondo alcune questioni.

5.3.1 La fabbrica dei coni

Costruendo vari coni ritagliando settori circolari di ampiezza diversa si ottengono


coni più o meno “appuntiti”; misuriamo con un goniometro l’angolo α del setto-
re circolare e con un compasso di legno l’angolo 2ϕ che è il doppio dell’angolo
di apertura del cono; potremmo compilare una tabella con i dati ottenuti (come
quella sotto riportata) e notare che, mentre il rapporto fra i due angoli rimane
quasi costante solo per angoli “piccoli”, sembra esistere un rapporto costante tra
α e sin(ϕ) per angoli qualsiasi.

α (gradi) α (radianti) 2ϕ (gradi) 2ϕ (radianti) ϕ (radianti) α/ϕ sin(ϕ) α/ sin(ϕ)


60 1,047 19 0,332 0,166 6,316 0,165 6,345
90 1,571 28 0,489 0,244 6,429 0,242 6,493
120 2,094 39 0,681 0,340 6,154 0,334 6,274
135 2,356 44 0,768 0,384 6,136 0,375 6,290
150 2,618 49 0,855 0,428 6,122 0,415 6,313
180 3,142 59 1,030 0,515 6,102 0,492 6,380
240 4,189 84 1,466 0,733 5,714 0,669 6,260
270 4,712 97 1,693 0,846 5,567 0,749 6,292
330 5,760 133 2,321 1,161 4,962 0,917 6,280

Anche dai grafici delle funzioni f (ϕ) = ϕ e g(ϕ) = sin(ϕ) si può rilevare
che quando l’angolo è compreso tra 0 radianti e 0,4 radianti il valore dell’angolo
stesso non si discosta molto dal valore del suo seno quindi si può ritenere costante
il rapporto α/ϕ; mentre questo non avviene per qualsiasi valore dell’angolo.

Figura 5.18
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
77

Figura 5.19

Il rapporto costante tra α e sin(ϕ) può essere dimostrato (Fig. 5.19) se:
l = lunghezza della circonferenza di base del cono;
R = raggio dello sviluppo del cono (ovvero l’apotema del cono);
r = raggio di base del cono;
vale la relazione
l ∶ 2πR = α ∶ 2π da cui l = Rα
essendo anche
r
l = 2πr e = sin ϕ
R
abbiamo che
α
= 2π.
sin ϕ
Quindi non solo il rapporto tra α e sin(ϕ) è costante, ma questa costante è 2π.
La relazione precedente può essere anche generalizzata; consideriamo la
Fig. 5.20 nella quale abbiamo evidenziato una porzione di cono individuata da
un angolo sul cerchio di base che chiamiamo β e da un arco GB  della circonfe-
renza di base di lunghezza r ⋅ β. Quando sviluppiamo il cono, la parte individuata
è un settore circolare di raggio R e angolo θ.

Figura 5.20

Poiché il cono è una superficie sviluppabile si ha la seguente relazione


 e quindi ricordando che r = R ⋅ sin ϕ si ha θ = β ⋅ sin ϕ,
R ⋅ θ = r ⋅ β = GB
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
78

1
con 0 < ϕ < π
2
. Questa relazione può anche essere riscritta ponendo k =
sin ϕ
come β = k ⋅ θ.
Come poteva essere intuito, l’angolo di apertura del cono determina la relazio-
ne tra β e θ.

5.3.2 È sempre possibile costruire su un cono una geodetica chiusa?


Consideriamo un cono generato da un settore circolare di ampiezza minore del-
l’angolo piatto e su di esso una geodetica che parte da un punto A e ritorna in A
(come l’occhiello del problema di statica). Apriamo il cono tagliandolo lungo la
generatrice che passa per A: ora la generatrice si è sdoppiata e il punto A è rap-
presentato da due punti A e A′ che si trovano alla stessa distanza dal vertice V del
cono e la geodetica è rappresentata dal segmento che unisce A ad A′ .
È facile verificare che tale segmento esiste nella regione di sviluppo solo se
̂′ è convesso, cioè non supera l’angolo piatto.
l’angolo AVA

Figura 5.21

La condizione deve esser quindi α < π. Possiamo scrivere questa relazione in


funzione dell’angolo di apertura ϕ del cono, infatti sappiamo che α = 2π sin ϕ,
pertanto:
2π ⋅ sin ϕ < π,

cioè
1
sin ϕ <
2
e quindi
π 1
ϕ< (o in altri termini k = > 2) .
6 sin ϕ

Se ϕ ⩾ π6 qualunque curva che congiunge A con A′ , rimanendo nella regione di


sviluppo, non è “diritta”, dunque non è una geodetica e ha una lunghezza superiore
a AV + VA′ che quindi è il percorso diritto di minima distanza che parte da A e
ritorna in A.
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
79

5.4 I ricoprimenti di un cono


Quando abbiamo prolungato la geodetica è come se la nostra formica avesse pro-
seguito nel suo cammino girando un’altra volta sul cono oltrepassando una gene-
ratrice prefissata. Come nel caso del cilindro, questo corrisponde, sullo sviluppo
piano, a considerare i prolungamenti della geodetica in due modi (si considerino
coni con apertura ϕ < π6 ):
K su un unico ricoprimento: anche in questo caso la retta sullo sviluppo corri-
sponde a una successione di spezzate che rispettano la legge di riflessione;
K su più ricoprimenti ottenuti considerando più settori circolari giustapposti uno
dopo l’altro: è come se avvolgessimo una pellicola trasparente più volte intorno
al cono e quindi i successivi giri delle striscioline che descrivono una geodetica
avvengano su ricoprimenti successivi del cono.

Figura 5.22 Geodetiche su un cono e sviluppo di due suoi ricoprimenti

Utilizzando i ricoprimenti, si verifica che un punto P sul cono ha più copie


P ′ , P ′′ , . . ., una per ciascun ricoprimento e quindi dati due punti A, B sul cono
si possono unire la copia B con le copie A, A′ , A′′ , . . .; sul piano si ottengono
più segmenti, che teoricamente individuano infinite geodetiche sul cono, tutte
passanti per A e B.
Quindi sul cono tra due punti passano più geodetiche che individuano sullo
sviluppo segmenti di lunghezza diversa, tra queste ci sarà quella che individua il
percorso più breve.
Il numero di geodetiche che possono unire due punti A e B dipende però dal-
l’angolo di apertura del cono e quindi dall’angolo del settore: è infatti necessario
che n⋅α−η ⩽ π perché sia possibile congiungere i due punti rimanendo all’interno
dello sviluppo dei ricoprimenti, come si vede dalla Fig. 5.23, essendo n = nume-
ro dei ricoprimenti, α l’angolo del settore, η l’angolo che forma la generatrice che
passa per il punto B con un lato del settore e λ = α − η. Si deduce che n = parte
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
80

Figura 5.23

π+η
intera ( α ) e visto che, in modo analogo, si possono trovare anche un numero
di geodetiche che si avvolgono in senso orario pari a m = parte intera ( π+λ
α
), il
numero di geodetiche possibili che si possono tracciare per due punti distinti di
π+η
un cono è n + m = parte intera ( α ) + parte intera ( π+λ
α
).
Per meglio analizzare da che cosa dipende il numero di possibili geodetiche
possiamo utilizzare una diversa rappresentazione: immaginiamo di sovrapporre
i vari settori circolari ripiegandoli come una fisarmonica.

Figura 5.24

La geodetica che congiunge B con l’immagine AIV di A diventa una serie di


spezzate BC, CD, DE, EF, FA che seguono la legge di riflessione. Osservando
che il numero delle riflessioni corrisponde al numero dei possibili ricoprimenti
e quindi al numero delle possibili geodetiche, la domanda può diventare: quante
riflessioni è possibile fare?
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
81

Figura 5.25 Figura 5.26

Se si osserva la Fig. 5.26 si vede che è stato possibile ottenere una riflessione
fino a che l’angolo γ i è risultato minore dell’angolo π − α.
L’angolo γ 5 è maggiore di π − α e la sesta parte della spezzata non riesce più a
incontrare il lato del settore.
Se si osserva la Fig. 5.27 si nota che ∀i si ha γ i+1 = γ i + α, ogni angolo si ottiene
dal precedente sommando α, quindi all’n-esima riflessione si avrà γ n = γ 0 + nα,
ma questa sarà possibile solo se γ n < π − α.

Figura 5.27
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
82

Ponendo γ n = γ 0 + nα = π − α si ottiene il numero massimo n + 1 di riflessioni


possibili e quindi di geodetiche:

π − α − γ0
parte intera ( ) + 1.
α

5.5 La geometria sul cono


In modo intuitivo, e analogamente al cilindro, abbiamo visto che “in piccolo” la
lunghezza di una curva tracciata sul cono e sul suo sviluppo piano coincidono,
ma abbiamo anche incontrato casi nei quali sulla superficie di un cono una linea
diritta possa autointersecarsi.
Si osserva che localmente piano e cono hanno le stesse simmetrie e sono iso-
metrici con l’eccezione del vertice.
L’eccezione rende impossibile dire che il cono sia come il cilindro (cioè dire
che ha una geometria localmente euclidea). Se si elimina il vertice, il pezzo di
cono rimanente diventa equivalente a un cilindro, ma si tratta appunto di un’altra
figura geometrica. Quindi, a differenza del cilindro, il cono non ha una geometria
localmente euclidea e ciò dipende appunto dalla singolarità del vertice.

Postulati di Euclide Il I postulato non vale in quanto abbiamo visto che se con-
sideriamo un solo ricoprimento, dati due punti A e B sul cono, abbiamo sempre
due geodetiche che li uniscono e se utilizziamo i ricoprimenti, i due punti A, B si
possono unire anche con più di due “rette”: quindi sul cono tra due punti passano
più “rette” che individuano segmenti di lunghezza diversa.
Se poi consideriamo coni molto grandi (vedi il paragrafo 5.2.2) il segmento di
geodetica che congiunge i due punti non è quello più corto.
Considerando il cono a una falda, per le geodetiche che congiungono due punti
sulla stessa generatrice non si conserva nemmeno il II postulato.
Se non priviamo il cono del suo vertice non è soddisfatto neppure il IV po-
stulato (tutti gli angoli retti sono uguali). Si ricordi che la definizione di angolo
retto è (Euclide): se una retta ne incontra un’altra in modo che gli angoli adiacenti
risultino uguali, tali angoli uguali sono chiamati angoli retti e le due rette sono det-
te perpendicolari (la definizione diventa operativa piegando la carta in modo da
ottenere quattro angoli uguali: le rette sono mutate una nell’altra per simmetria
assiale delle medesime). Si faccia l’esperienza con due rette simmetriche che si
incontrano nel vertice di un cono: si ottengono quattro angoli uguali che sono
diversi da quelli ottenuti nei punti del cono diversi dal vertice (ove si ottengono
usuali angoli retti).

5.6 Per saperne di più . . .


5.6.1 L’equazione della superficie conica
Consideriamo una terna cartesiana (O; x, y, z), e supponiamo che l’asse del cono
sia il semiasse positivo delle z come in Fig. 5.28.
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
83

Figura 5.28

2 2
Osserviamo che CD = OC ⋅ tan(ϕ), CD = CP = OP ′ = P ′ P ′′ + P ′ P ′′′ .
Essendo OC = z, P ′ P ′′ = x e P ′ P ′′′ = y le coordinate di un generico punto
P(x, y, z) del cono, si ha:
1 1 √ 2
OC = CD e quindi z= x + y2 .
tan(ϕ) tan(ϕ)

Se si elevano al quadrato ambo i membri


2
1
z2 = ( ) (x 2 + y 2 )
tan(ϕ)

si ottiene anche il cono simmetrico del precedente sia nella simmetria centrale di
centro O sia nella simmetria rispetto al piano (x,y) e quindi si ottiene l’equazione
del cono completo, a due falde.

5.6.2 Una curva sul ‘‘soffitto’’


Per analizzare una curva che giace sulla superficie di un cono, possiamo proiet-
tarla su un piano orizzontale, cioè ortogonale all’asse del cono, e passante per il
suo vertice come in Fig. 5.29.
La curva C è proiettata in una curva C 0 sul piano superiore che può essere
descritta dall’equazione polare r = r(β) dove r(β) esprime la distanza dei pun-
ti della curva dal vertice V assunto come origine del sistema di riferimento sul
piano.
Si può notare che le due distanze, quella sulla superficie del cono e quella sul
piano superiore, cioè /sul “soffitto”, sono legate dalla relazione r(β) = R(θ) sin ϕ,
dove ϕ è l’angolo di apertura del cono. Questo permette di individuare una
relazione tra l’equazione polare della curva C sulla superficie del cono e l’equa-
zione polare della curva C 0 sul “soffitto”: sapendo che r(β) = R(θ) sin ϕ si trova
1 1
R(θ) = r(β) e ricordando che k = e che β = k ⋅ θ si ha
sin ϕ sin ϕ

R(θ) = k ⋅ r(kθ)
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
84

Figura 5.29

oppure
r(β) = R(β/k)/k.

Quindi conoscendo l’equazione polare R(θ)di una curva sul cono siamo in grado
di trovare l’equazione polare r(β) della sua proiezione sul soffitto e viceversa.

5.6.3 Le geodetiche sul ‘‘soffitto’’

Se la curva sul cono è una geodetica, quando il cono è sviluppato essa diventa un
segmento o l’unione di più segmenti, in particolare se la geodetica è chiusa e la
linea di taglio contiene il “nodo” della geodetica, si ha la situazione in Fig. 5.30
(segmento PP ′ ).
d
La linea ha equazione polare R(θ) = dove d è la misura del segmento
cos θ
α α
VH e l’angolo θ varia da − a (con α angolo del settore circolare e minore di π).
2 2

Figura 5.30
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
85

Conoscendo l’equazione polare della geodetica sul cono si può trovare l’equazione
della geodetica sul “soffitto”:

R(θ) d α α
r(β) = = con − <ϑ⩽ ,
k k cos θ 2 2
ma ricordando che θ = β/k abbiamo infine che

d
r(β) =
k cos(β/k)

con le seguenti limitazioni:


α α
−k <β⩽k
2 2
e quindi

−π < β ⩽ π e anche k >2 (affinché possano esistere le geodetiche chiuse).

Si può notare come l’equazione dipenda dall’angolo di apertura del cono e dalla
distanza della geodetica dal vertice del cono.
Le curve immagine delle geodetiche sul soffitto hanno forme interessanti, ecco
alcuni grafici al variare dei due parametri k e d.
In Fig. 5.31 k = 2,5, che corrisponde a un angolo di apertura ϕ di circa 24○ e
d = 4.

Figura 5.31

In Fig. 5.32 k = 4, che corrisponde a un angolo di apertura ϕ di circa 14○ e


d = 8.
E se le geodetiche non sono chiuse?
̂
Ricaviamo l’equazione polare della curva sullo sviluppo: detto γ l’angolo P ′ VA′

̂ d
e ω l’angolo HV P ′ si ha R(θ) = con l’angolo θ che varia da
cos (θ + α2 − ω − γ)
α α
− a − γ e α, angolo del settore circolare, 0 < α < π.
2 2
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
86

Figura 5.32

Figura 5.33

L’equazione della geodetica sul “soffitto” sarà quindi:

R(θ) d d
r(β) = = β
= β
k k cos ( k + 2 − ω − γ) k cos ( k + πk − ω − γ)
α

con le limitazioni:
α α
−k < β ⩽ k ( − γ)
2 2
e quindi
−π < β ⩽ π − kγ e k > 2.
In Fig. 5.34 il grafico nel caso di γ = 0,4 radianti, ω = 0,6 radianti, k = 3 e d = 8.

5.6.4 La proiezione sul ‘‘soffitto’’ con più ricoprimenti


Come cambia il grafico della proiezione sul “soffitto” della geodetica se si consi-
derano più ricoprimenti?
L’equazione rimane ovviamente la stessa, quelle che cambiano sono le limita-
zioni. Abbiamo visto che la linea sul cono sviluppato ha equazione polare
Capitolo 5 ● Geometria sul cono
87

Figura 5.34

d α
R(θ) = , dove d è la misura del segmento VH e l’angolo θ varia da − a
cos θ 2
α
con α angolo del settore circolare e 0 < α < π. Se immaginiamo che il cono si
2
ottenga avvolgendo due volte il settore (e quindi è come se avessimo due settori
α
di ampiezza che si susseguono uno dopo l’altro) l’angolo di apertura del cono
2
α
si ottiene dalla relazione sin ϕ = e quindi l’equazione polare della proiezio-

d
ne della geodetica sul “soffitto” sarà ancora r(β) = con le limitazioni
k cos(β/k)
−2π < β ⩽ 2π e k > 4.
Ecco il grafico nel caso di k = 5 e d = 8.

Figura 5.35

d
Generalizzando, su n ricoprimenti si avrà un’equazione polare r(β) =
k cos(β/k)
con −nπ < β ⩽ nπ e k > 2n.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
88

Per esempio ecco il grafico nel caso di 5 ricoprimenti.

Figura 5.36
Capitolo 6
La curvatura

La vera protagonista della storia fin qui raccontata ha fatto qualche fugace com-
parsa, restando per lo più nascosta nelle pieghe del discorso. È giunto però il
momento di restituirle il posto di prim’attrice che le compete. È la proprietà che
modellando linee e superfici rende cosı̀ multiforme e affascinante tanto il mondo
naturale quanto il mondo ideale degli oggetti matematici: la curvatura. Se finora
ne abbiamo lasciato implicito il significato, appoggiandoci all’esperienza che cia-
scuno ne ha maturato, occorre ora trovarne una definizione un po’ più rigorosa
che consenta di quantificarla. Incominciamo dalla curvatura delle linee piane.
Tra le linee la più semplice è la retta che mantiene costante la direzione in ogni
suo punto, una spezzata invece cambia direzione bruscamente in alcuni punti, ma
la mantiene costante negli intervalli tra essi, più in generale però una linea curva
può cambiare direzione con continuità punto per punto.
Una linea curva può infatti essere ottenuta mediante un inviluppo di rette a
essa tangenti: in tal modo la si approssima, per cosı̀ dire, dall’esterno, ovvero dal
lato in cui si presenta convessa, ed è come se ciascuna delle rette evidenziasse di
quanto la linea curva si discosta dall’andamento rettilineo.
La curvatura di una linea in un suo punto P potrebbe in questo modo es-
sere valutata come la variazione dell’angolo che si forma tra la tangente in P e
quella in un altro punto Q al variare dell’arco di curva PQ quando Q si avvicina
indefinitamente a P, ovvero come il limite del rapporto incrementale per Q  →P

Δγ
lim .
Δs→0 Δs

Figura 6.1

Se questa definizione di curvatura ha il pregio di coglierne l’essenza stessa, il


passaggio al limite non è, dal punto di vista del calcolo, sempre cosı̀ praticabile.
Conviene dunque esplorare l’altro approccio possibile alla curva, dal lato in cui
essa è concava. È la strada seguita da falegnami e artigiani in genere, e dai desi-
gner degli oggetti che ci circondano, quando devono descrivere o riprodurre un
profilo variamente curvato: si tratta di approssimarlo, tratto per tratto, con l’arco
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 6, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
90

del cerchio che più vi si adatta. Si vedano per esempio gli schemi costruttivi di
alcuni fregi (Fig. 6.2-6.5), dove le indicazioni principali sono relative alle posi-
zioni dei centri e alle dimensioni dei raggi degli archi che devono essere tra loro
connessi per dar luogo alla linea voluta. E si osservi che là dove la curvatura della
linea è più accentuata il raggio del cerchio utilizzato è minore.

Figura 6.2 Figura 6.3 Figura 6.4

Figura 6.5 Ovolo ornato con ovoli Figura 6.6 Gola rovescia or-
nata con foglie cuoriformi

6.1 La curvatura di una linea

Dovendo dunque valutare la curvatura in un punto di una data curva bisogna


cercare il cerchio che meglio la approssima in quel punto. Oltre che con i classici
strumenti del disegno geometrico è possibile effettuare tale ricerca con un soft-
ware di geometria dinamica. Viene qui indicata la procedura per determinare
questo cerchio in vari punti di un’ellisse:
K Tracciamo un’ellisse come conica passante per cinque punti (che poi nascon-
diamo).
K Disegniamo un punto P sull’ellisse.
K Costruiamo un segmento h che, per guidare meglio il trascinamento, può es-
sere vincolato a una semiretta.
K Disegniamo la circonferenza di centro P e raggio h e la tratteggiamo.
K Individuiamo i punti P1 e P2 di intersezione tra questa circonferenza e l’ellisse.
K Tracciamo gli assi di PP1 e di PP2 e il loro punto di intersezione O.
K Costruiamo la circonferenza di centro O e passante per P.
Capitolo 6 ● La curvatura
91

Figura 6.7

Per fare in modo che la circonferenza approssimi bene la curva nel punto P,
trasciniamo l’estremo del segmento h in modo che diventi sempre più piccolo e
la sua lunghezza tenda a zero (Fig. 6.8).
È interessante osservare che quando la lunghezza h è esattamente uguale a zero
(Fig. 6.9) il software non disegna alcuna circonferenza perché i punti che la defi-
nirebbero sono sovrapposti; questo fatto rafforza l’idea intuitiva del passaggio al
limite quando h tende a zero.

Figura 6.8 Figura 6.9


Il cerchio che approssima meglio la curva in P, ottenuto quando il segmen-
to definito da h ha lunghezza tendente a zero, si chiama cerchio osculatore in
P; sebbene questo cerchio fosse già stato utilizzato da Newton nei Principia, fu
Leibniz a utilizzare per primo il termine “circulum osculans”, ovvero “cerchio che
bacia”.
Muovendo il punto P possiamo osservare (Figg. 6.10 e 6.11) che il raggio del
cerchio osculatore è massimo nei punti in cui la linea ha una “curvatura minore”
(in corrispondenza dei vertici appartenenti al diametro minore dell’ellisse), men-
tre il raggio è minimo nei punti a “curvatura maggiore” (nei vertici appartenenti
al diametro maggiore).
In qualsiasi modo si sia giunti a ottenere il cerchio osculatore si perverrà alla
seguente definizione:
La curvatura di una linea in un suo punto P è il numero k = 1/r, dove con r
indichiamo la misura del raggio del cerchio osculatore (se esiste) della curva
in P.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
92

Figura 6.10 Figura 6.11

Osserviamo che la curva e il suo centro osculatore in un punto P hanno in questo


punto la stessa retta tangente. Sfruttando il fatto che la tangente a una circonfe-
renza è perpendicolare al raggio, segue il seguente risultato:
Il centro del cerchio osculatore in un punto P di una linea appartiene alla
retta passante per P ed è perpendicolare alla retta tangente alla linea nel
punto P.

6.2 La curvatura di una superficie

Anche la curvatura di una superficie può essere, in un primo modo puramente


intuitivo e visivo, valutata mediante un raffronto con una superficie piana: una
superficie è tanto più incurvata in un suo punto, quanto più rapidamente essa si
discosta da un piano che è in esso tangente. Ma, a differenza di una linea piana
che, incurvandosi rispetto alla sua tangente, resta comunque confinata nel piano
e dunque può in ogni suo punto assumere una sola curvatura, quando una su-
perficie si incurva può distaccarsi dal piano per entrare nella terza dimensione
con una infinità di valori differenti lungo le diverse direzioni che si dipartono da
un suo punto. Basti pensare alle diverse curvature assunte dalle rette di un fascio
uscente da un punto, disegnato su di un foglio che venga arrotolato lungo uno
dei suoi lati: c’è una retta, la parallela a quel lato, che resta diritta, c’è quella a essa
perpendicolare che s’incurva al massimo chiudendosi in una circonferenza, men-
tre tutte le altre si incurvano avvitandosi nella terza dimensione ciascuna con un
proprio passo. Il caso del foglio arrotolato si ripropone per tutte le superfici curve
che sono sviluppabili nel piano, e che sappiamo essere riconducibili a cilindro e
cono.
E ben più complesso sarebbe il tentativo di immaginare la transizione (e il raf-
fronto) tra il piano e una superficie curva quando questa non è su di esso svi-
luppabile, come avviene in particolare per tutte le superfici generabili mediante
la rotazione di una linea curva intorno a un asse. Ma, come nel caso della cur-
vatura della linea, anche la curvatura delle superfici trova in se stessa, più che
nel raffronto con il piano, la sua unità di misura. Gli studi di Gauss, ci fornisco-
no una modalità di valutazione della curvatura che accomuna tutte le superfici,
sviluppabili e non, e sancisce nel contempo la loro differenza.
Capitolo 6 ● La curvatura
93

Iniziamo da una situazione semplice: consideriamo un ellissoide e un punto P


su di esso, coincidente con uno dei vertici dell’ellisse che l’ha generato. Traccia-
mo in P il vettore normale alla superficie, cioè il vettore perpendicolare al piano
tangente in P (Fig. 6.12).
Prendiamo in esame la famiglia di piani contenenti il vettore normale, le inter-
sezioni tra questi piani e la superficie sono delle curve piane (le sezioni normali),
ognuna di esse ha una data curvatura in P (Fig. 6.13).

Figura 6.12

Figura 6.13

Tra le sezioni normali ne esiste una che ha curvatura massima in P e una che
ha curvatura minima; i piani delle due sezioni sono tra loro ortogonali.
Questa situazione sperimentata per l’ellissoide può essere generalizzata a mol-
tissime superfici1 . In generale però occorre stare attenti al segno della curvatura
delle sezioni normali, esso è positivo o negativo a seconda che il centro di cur-

1 Qui e nel seguito quando parleremo di superfici, intenderemo superfici regolari, cioè ‘‘liscie’’, o, meglio,
che ammettano in ogni loro punto un piango tangente.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
94

Figura 6.14 Figura 6.15


vatura si trovi dalla stessa parte del vettore normale o dalla parte opposta; possia-
mo comunque estendere la proprietà vista per l’ellissoide:
Tra le sezioni normali di una superficie in un suo punto ne esiste una che
ha curvatura massima e una che ha curvatura minima.
Queste due sezioni si chiamano sezioni principali e le loro curvature sono
le curvature principali.
La curvatura della superficie in P dipende da queste due curvature, adottiamo
quindi la definizione dovuta a Karl Friedrich Gauss (1777-1855).
La curvatura (gaussiana) k di una superficie in un suo punto P è il pro-
dotto delle sue due curvature principali in P:

k = k min ⋅ k max .

Prestiamo attenzione al segno della curvatura che è positivo se i segni delle cur-
vature principali sono concordi, ma è negativo se essi sono discordi. Per esempio,
la curvatura dell’ellissoide che abbiamo considerato inizialmente varia al variare
del punto in cui la studiamo, ma è sempre positiva; nel punto P dell’iperboloide
nella Fig. 6.16 la curvatura è invece negativa perché i due cerchi osculatori delle
sezioni principali si trovano da parti opposte rispetto a P.
Nella Fig. 6.16 possiamo osservare che i piani contenenti le sezioni principali
dell’iperboloide sono tra loro ortogonali.
Questo risultato che abbiamo già visto per l’ellissoide (Fig. 6.17) è del tutto
generale e costituisce un teorema enunciato da Leonhard Euler (1707-1783) ben
prima che Gauss definisse la curvatura e che ora riportiamo.

Figura 6.16
Capitolo 6 ● La curvatura
95

Figura 6.17

I due piani che contengono le sezioni principali di una superficie in un suo


punto sono tra loro ortogonali e sono perpendicolari al piano tangente in
quel punto.

6.3 La curvatura del piano, della sfera, del cilindro e del cono
Adesso sappiamo che cos’è la curvatura gaussiana e possiamo calcolarla per le
superfici che ci interessano.
È chiaro che se intersecando la superficie con piani ortogonali al piano tangente
troviamo una retta, essendo la sua curvatura k min = 0, avremo che la curvatura
della superficie è zero.
La curvatura del piano, del cilindro e del cono è costante in ogni loro punto
e vale zero.
Per il piano l’affermazione è evidente: infatti intersecandolo con ogni altro piano
si trova una retta, che ha curvatura nulla.
Vediamo quindi il cilindro e il cono. In entrambi i casi intersecando la super-
ficie con un piano ortogonale al piano tangente e contenente la generatrice otte-
niamo come sezione principale una retta (la generatrice) e quindi la curvatura è
zero.

Figura 6.18 Figura 6.19

L’indagine precedente può essere resa dinamica con il software Cabri3D:


K Disegniamo, per esempio, un cilindro, e un punto P su di esso.
K Tracciamo il piano tangente al cilindro e passante per P (è un piano perpendi-
colare alla “base”).
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
96

K Costruiamo una circonferenza contenuta nel piano e con centro in P e un


punto Q su di essa.
K Disegniamo il piano passante per Q, per P e per la proiezione di P sull’asse del
cilindro.
K Disegniamo infine il piano ortogonale ai due piani già in figura.
K Tracciamo le linee di intersezione tra i piani e il cilindro; esse costituiscano le
sezioni normali.
Muovendo Q possiamo osservare che, prima o poi, otteniamo come sezione nor-
male due rette parallele all’asse del cilindro e quindi la curvatura è nulla. Muo-
vendo P la situazione non cambia.

Figura 6.20 Figura 6.21

Si può dunque concludere che le superfici sviluppabili sul piano sono carat-
terizzate dall’avere una curvatura intrinseca nulla, e ciò giustifica il fatto che la
geometria su di esse risulti essere, localmente, euclidea.
Sulla sfera invece non otteniamo mai curvatura nulla, infatti le sezioni normali
sono cerchi massimi (vedi Fig. 6.22), il cui raggio è r.
Pertanto
1 1 1
k = k min ⋅ k max = ⋅ = 2 .
r r r

Figura 6.22
Capitolo 6 ● La curvatura
97

Possiamo cosı̀ concludere che la curvatura in ogni punto di una sfera di raggio r
è costante e vale 1/r 2 , e nel caso in cui la sfera abbia raggio 1, la sua curvatura è
costantemente uguale a 1.
Ma c’è un’altra importante proprietà che riguarda tutte le superfici di rotazione.
Scopriamola a partire dal cono.
Possiamo realizzare un’esplorazione dinamica utilizzando Cabri3D.
K Costruiamo un cono, da un punto P una sezione principale è la generatrice,
costruiamo l’altra sezione normale che è un’ellisse (tratteggiata in Fig. 6.23 e
6.24).
K Il piano contente l’ellisse interseca l’asse del cono in un punto O.
K Disegniamo un punto H sull’ellisse e quindi la circonferenza passante per H,
per P e H ′ (dove H ′ è il simmetrico di H rispetto a PO). Indichiamo con C il
centro della circonferenza.
K Avvicinando H a P la circonferenza tende a diventare il cerchio osculatore.

Figura 6.23 Figura 6.24

Si può osservare che il centro C del cerchio osculatore coincide con O. Muo-
vendo P sul cono si vede che la proprietà continua a valere.
Possiamo cosı̀ riassumere quanto abbiamo scoperto.

Le due sezioni principali per un punto qualsiasi di un cono sono la gene-


ratrice del cono e un’ellisse il cui centro del cerchio osculatore appartiene
all’asse del cono.

La proprietà precedente vale anche per il cilindro: una sezione principale è la


generatrice, l’altra è un cerchio che ha il centro sull’asse del cilindro.
Anche per la sfera la proprietà è ovviamente vera perché le sezioni principali
sono cerchi massimi e possiamo pensare uno di questi come la generatrice e l’altro
come il cerchio con centro appartenente all’asse di rotazione.
In effetti il risultato precedente vale per tutte le superfici di rivoluzione. È una
proprietà che ci servirà nel seguito e quindi la enunciamo.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
98

Le due sezioni principali per ogni punto P (non singolare) di una superficie
di rivoluzione sono:
K la generatrice passante per P;
K una curva in cui il centro del cerchio osculatore in P appartiene all’asse
di rivoluzione della superficie.

6.4 Che cosa sono le geodetiche


Nei capitoli precedenti abbiamo già dato una definizione operativa di geodetica
e abbiamo lavorato con striscioline appoggiate alle superfici per individuare le
geodetiche prima sulla sfera e poi sul cilindro e sul cono. Adesso che abbiamo il
concetto di curvatura, siamo in grado di darne una definizione un po’ più formale.
La geodetica è la “via diritta”, è la curva che non aggiunge un’ulteriore curvatura
a quella della superficie in cui è contenuta, in altre parole, in ogni punto della
geodetica la curvatura della linea è minore di quella di ogni altra curva contenuta
nella superficie e passante per quel punto.
Possiamo esplicitare meglio questa caratteristica sfruttando il cerchio oscula-
tore e il piano in cui è contenuto (il piano osculatore) arrivando alla seguente
definizione:
Una geodetica di una superficie è una curva tale che, in ogni suo punto, il
piano osculatore contiene la normale alla superficie in quel punto.
Questa definizione permette di avere una conferma formale del fatto che le geo-
detiche sulla sfera sono i cerchi massimi: in ogni punto il cerchio osculatore è il
cerchio massimo stesso e il piano osculatore contiene anche la retta ortogonale al
piano tangente alla sfera.

Figura 6.25 Nella sfera il cerchio


osculatore è un cerchio massimo

Nella sfera le sezioni principali sono anche geodetiche, ma questo è un caso


del tutto particolare che non vale per le altre superfici, per esempio nel cono le
sezioni sono ellissi, ma le geodetiche sono le fantomatiche “cravatte”.
Capitolo 6 ● La curvatura
99

Le eliche (e le “cravatte”) sono geodetiche sul cilindro (e il cono) perché si ot-


tengono tracciando su un piano delle linee rette, che hanno curvatura nulla, pri-
ma di avvolgere il piano per creare il cilindro (o il cono), quindi queste linee non
aggiungono una curvatura propria a quella delle superfici in cui sono contenute.
La definizione appena data è una definizione estrinseca, abbiamo bisogno di
vedere la superficie dal di fuori per capire se una linea è una geodetica; questa de-
finizione non potrebbe essere data dalla formica euclidea che viaggia sulle super-
fici e che giunta a questo punto del percorso è sempre più curiosa e appassionata
di Matematica.
Una definizione intrinseca di geodetica, che non fa uso esplicito della Geo-
metria Differenziale, la troviamo nel libro Geometria intuitiva di Hilbert e Cohn
Vossen; in essa si sfrutta la caratteristica di essere una linea “frontale”: immagi-
niamo di muovere un piccolo arco AB sulla superficie in modo che le traiettorie di
A e di B siano sempre uguali in lunghezza e entrambe le traiettorie siano ovunque
perpendicolari ad AB, allora la curva descritta dal punto medio di AB approssima
bene quanto vogliamo una geodetica della superficie purché prendiamo l’arco AB
sufficientemente piccolo.
È questa la nozione di geodetica che può aver sviluppato la formica euclidea
ed è anche la più vicina alla definizione di retta data da Euclide. Operativamente
utilizziamo questa definizione quando facciamo scorrere su una superficie una
piccola automobilina senza sterzo costruita in modo che le ruote non possano
girare a velocità diverse tra loro.
Spesso viene data un’altra definizione, caratterizzando la geodetica come la “via
più breve”, ma su questa definizione occorre prestare particolare attenzione. È
vero che la linea più breve tra due punti di una superficie è contenuta in una
geodetica, ma il viceversa è vero solo se il tratto di geodetica “non è troppo lungo”;
un arco di geodetica tra due punti non è detto che corrisponda alla via più breve
tra essi; pensiamo, per esempio, a un tratto di elica che congiunge due punti A e
B che stanno su una generatrice di un cilindro, l’elica è una geodetica, ma la via
più breve è il tratto di generatrice.

6.5 La curvatura nelle forme naturali


e nelle mimesi degli artefatti umani

Limitandosi a osservare le forme della maggioranza dei frutti è evidente una pre-
valenza di forme sferoidali più o meno schiacciate o allungate, conseguenza di
una simmetria centrale delle linee di crescita, nonché di forme caratterizzate da
una simmetria rispetto a un asse centrale.
L’uomo ha, nei suoi manufatti, imitato queste forme astraendone il principio
generativo: si pensi ai vetri ottenuti soffiando dal centro di una goccia di pasta
vetrosa o ai vasi ottenuti mediante il tornio, frutto della simmetria radiale che la
rotazione rispetto all’asse produce.
In particolare sintonia con le problematiche della transizione da superficie pia-
na a superficie curva sono le tecniche messe a punto in sartoria. Qui è evidente
il fatto che si parte dal telo di stoffa, assolutamente piano, ancorché arrotolabile,
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
100

per giungere a forme a curvatura variabile. Proviamo ad analizzare alcune delle


strategie.
Può essere utile “spogliare” qualche frutto della sua buccia per studiare in che
modo la loro curvatura può essere approssimata giustapponendo porzioni piane.
Si pensi a uno dei modi di sbucciare un’arancia.

Figura 6.26 Figura 6.27 Figura 6.28

O a quelli di sbucciare una banana, la quale già di per sé suggerisce come può
essere agevolmente scomposta.

Figura 6.29

Il suggerimento che ne viene è questo:

Figura 6.30 Figura 6.31


Capitolo 6 ● La curvatura
101

Figura 6.32 Cartamodello pre-


sente in una rivista per lavori di
sartoria

A esemplificare ciò si osservi il disegno del cartamodello (Fig. 6.32) necessario


a ottenere un classico abito modellato a robe-manteau.
Si tagliano strisce longitudinali, nelle quali si alternano profili concavi e con-
vessi necessari a ottenere l’alternanza di curvature necessarie ad adeguare la stoffa
alle curve del corpo femminile.
Si osservino in particolare come sono variamente ondulati i profili delle strisce
recanti i numeri 20, 21, 22, 23: appoggiate per il taglio sul tessuto messo doppio,
daranno luogo a ben 8 strisce mediante le quali risulterà contornato il tronco del
corpo, alternando curvature positive con sciancrature negative.
Un’altra tecnica, complementare alla prima, con la quale in sartoria si model-
lano i teli di stoffa è rappresentata dall’uso delle “pinces”. Sono pieghe ad angolo,
che equivalgono ai tagli che, praticati sulla buccia di un mezzo mandarino, con-
sentono di appiattirlo. Le pinces ricercano l’effetto contrario: rendere curva la
stoffa nei punti necessari.

Figura 6.33
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
102

Figura 6.34 Figura 6.35 Figura 6.36

Si veda nelle Figg. 6.34-6.36 il modello in carta realizzato su di un piccolo


manichino.
Un discorso a parte riguarda le maniche: schematizzando, una manica è infatti
un cilindro, che deve essere obliquamente sezionato per essere innestato sul foro
lasciato nel corpetto in corrispondenza delle braccia.
Se è noto che sezionando un cilindro obliquamente con un piano si ottiene una
delle coniche, ovvero un’ellisse, è forse meno noto che se si taglia poi il cilindro
lungo una sua generatrice e lo si adagia sul piano, si scopre che il profilo dell’ellisse
si apre in una sinusoide. È quanto sanno e praticano i costruttori di tubi per stufe
quando devono piegare i tubi a gomito.

Figura 6.37 Figura 6.38 Figura 6.39

Ed ecco il modello della manica:

Figura 6.40
Capitolo 6 ● La curvatura
103

Per concludere questa digressione sul tema possiamo far rientrare in gioco la
matematica e giustificare il precedente risultato che ai sarti viene dettato dall’espe-
rienza.
Quando srotoliamo la superficie laterale del cilindro, la circonferenza di ba-
se diventa l’asse delle ascisse, indichiamo con x la misura dell’arco AB  che va
dall’estremo A di un diametro sino a un punto B variabile sulla circonferenza di
base. Sezionando il cilindro con un piano inclinato di un angolo α individuiamo
un triangolo rettangolo BHP in cui l’angolo BHP̂ = α (vedi Fig. 6.41).
̂
L’angolo HOB misura r in radianti, quindi BH = OB sin xr = r sin xr , da cui
x

ricaviamo che BP = HB tan α = r tan α ⋅ sin xr .


Abbiamo cosı̀ effettivamente dimostrato che la curva che si ottiene dall’ellisse
srotolando il cilindro è una sinusoide (Fig. 6.42) che ha espressione analitica
x
f (x) = h ⋅ sin ,
r
in cui h = r tan α.

Figura 6.41 Figura 6.42


Capitolo 7
La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera

Facciamo il punto della situazione:


K Sappiamo che esistono superfici in cui la geometria è euclidea, in cui vale cioè
il quinto postulato di Euclide, la somma degli angoli interni di un triangolo
misura 180○ e cosı̀ via. Una di queste superfici è ovviamente il piano, ma ne
esistono altre come il cilindro e il cono in cui la geometria è euclidea, ma solo
localmente. Tutte queste superfici hanno curvatura costante e uguale a zero.
K Abbiamo visto che sulla sfera la geometria non è euclidea: non vale il quinto
postulato di Euclide perché da un punto esterno a una geodetica (cerchio mas-
simo) non è possibile tracciare alcuna geodetica che non incontri quella data,
di conseguenza alcuni risultati che valgono nel piano non valgono sulla sfera,
in particolare la somma degli angoli interni di un triangolo è maggiore di un
angolo piatto. La sfera ha curvatura costante e positiva.
Viene quindi naturale supporre che il tipo di geometria dipenda dalla curvatura
della superficie. Ci chiediamo allora se nello spazio euclideo esiste una superficie
a curvatura costante e negativa e se su di essa la geometria non è euclidea, ma nel
senso che esiste più di una parallela a una data geodetica e la somma degli angoli
interni di un triangolo è minore di un angolo piatto, in cui cioè la geometria sia
di tipo iperbolico.
I matematici hanno cercato a lungo una tale superficie. Nel 1868, Eugenio Bel-
trami (1835-1900) studiò una superficie, già introdotta da Huyghens, evidenzian-
do che la sua geometria è iperbolica: la pseudosfera. Purtroppo la pseudosfera
rappresenta isometricamente solo una parte del piano iperbolico, ma di meglio
non si può fare: è stato mostrato da Hilbert che non è possibile immergere isome-
tricamente tutto il piano iperbolico come una superficie dello spazio tridimensio-
nale. Vale quindi la pena definire la pseudosfera e sperimentarne la geometria, è
una storia affascinante e ricca di risultati sorprendenti.

7.1 La catenaria e la trattrice


Se prendiamo una corda o una catenina che abbia la stessa densità in tutti i suoi
punti e la teniamo appesa afferrandola agli estremi, quale curva si forma?
La linea potrebbe sembrare una parabola, ma una semplice esplorazione con
un software di geometria dinamica permette di mostrare che non è cosı̀. Basta
mettere come sfondo la foto di una catenina, tracciare una parabola di equazione
y = kx 2 e far variare k con un cursore per far vedere che non si sovrappone mai
alla catenina (Fig. 7.1).
Riusciamo invece a ottenere la forma della catenina con la funzione coseno
iperbolico y = cosh x, o più in generale y = a cosh xa . La curva prende il nome di
catenaria.
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 7, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
106

Figura 7.1 La parabo-


la verde non si sovrappo-
ne alla catenaria a differen-
za del grafico blu del coseno
iperbolico

Prima di procedere con l’esplorazione, riepiloghiamo i principali risultati sulle


funzioni iperboliche:

e x +e −x e x −e −x e x −e −x
Definizioni cosh x = 2
, sinh x = 2
e tanh x = sinh x
cosh x
= e x +e −x
.
In analogia con quanto accade per le funzioni trigonometriche, il coseno iper-
bolico è una funzione pari il cui grafico passa per (0,1), mentre il seno iperbolico
e la tangente iperbolica sono dispari e il loro grafico passa per l’origine.

Formula fondamentale cosh2 x − sinh2 x = 1.


Questa uguaglianza si verifica facilmente sostituendo le definizioni precedenti
e mostrano che X = cosh x, Y = sinh x costituiscono una parametrizzazione
dell’iperbole equilatera X 2 − Y 2 = 1.

Derivate Utilizzando la derivata dell’esponenziale si trovano facilmente le deri-


vate delle funzioni iperboliche, anche in questo caso simili a quelle delle funzioni
trigonometriche:
′ ′
(cosh x) = sinh x e (sinh x) = cosh x.

Una semplice esperienza pratica ci permette di introdurre una nuova curva a par-
tire dalla catenaria. Prendiamo un foglio di carta su cui è disegnata una catenaria e
appoggiamo un curvimetro al foglio in modo da sovrapporlo alla catenaria, fissia-
mo un filo all’estremità destra del curvimetro, lo facciamo aderire a esso e fissiamo
una matita al filo nel punto di minimo della catenaria (con la punta rivolta verso il
foglio).
Muovendo la matita in modo che il filo rimanga aderente al curvimetro, trac-
ciamo la parte “destra” di una nuova curva.
Capitolo 7 ● La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera
107

Figura 7.2

Ripetendo questa esperienza dopo aver ribaltato il curvimetro disegniamo la


parte “sinistra” della curva.
Quella che abbiamo disegnato è la trattrice. La pseudosfera, che rimane il
nostro obiettivo, è la superficie ottenuta ruotando la trattrice, ma su questo tor-
neremo tra poco.
Vale la pena simulare l’esperienza precedente con GeoGebra o un altro software
di geometria dinamica, anche perché la figura dinamica ci permette di scoprire
utili proprietà della trattrice.
K Scriviamo nel campo d’inserimento la funzione cosh(x) 1 , disegnando cosı̀ la
catenaria.
K Da un punto Q su di essa tracciamo la retta tangente (GeoGebra possiede il
comando Tangente).
K Disegniamo il punto A di intersezione tra la catenaria e l’asse y e calcoliamo
la lunghezza dell’arco AQ; per farlo basta digitare lunghezza [f(x),A,Q]
nel campo di inserimento.
K Tracciamo la circonferenza con centro in Q e raggio uguale a tale lunghezza.
K Dopo aver tracciato la semiretta QS, con S intersezione tra la tangente e l’asse
x, individuiamo il punto P di intersezione tra la semiretta e la circonferenza.
K Si può far lasciare la traccia al punto P al variare di Q e quindi utilizzare il
comando Luogo per tracciare il grafico della curva.

Figura 7.3

1 Per semplicità, qui e nel seguito usiamo come equazione della catenaria y = cosh x, la forma più
generale y = a cosh x/a si ottiene con una omotetia di centro l’origine e rapporto a e ciò non modifica
i risultati che troviamo.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
108

Ricalcando i passaggi della costruzione precedente, trasformandoli in passaggi


algebrici possiamo ottenere l’equazione parametrica della trattrice:
Il punto Q ha coordinate Q(t, cosh t). Ricordando come si calcola la lun-
2 2
ghezza di un arco di curva e la relazione fondamentale(coshx) −(sinhx) =1,
abbiamo:
t√
2
lungh. arco AQ =∫ 1 + ((cosh x)′ ) dx
0
t√ t
2
=∫ 1 + (sinh x) dx =∫ cosh xdx = sinh t,
0 0

limitandoci qui al tratto in cui t e conseguentemente x sono positive. Per


trovare P mettiamo a sistema l’equazione della retta QP che ha pendenza

m = (cosh x)x=t = sinh t con l’equazione della circonferenza di centro Q e
raggio QP,
y − cosh t = sinh t ⋅ (x − t)
{ ,
(x − t)2 + (y − cosh t)2 = sinh2 t
risolviamo il sistema e ricaviamo le coordinate di P


⎪x = t − tanh t

P=⎨ 1 ,


⎪ y=
⎩ cosh t
che costituiscono un’equazione parametrica della trattrice. Osserviamo che
cambiando di segno a t si cambia di segno a x ma non a y, quindi queste
equazioni descrivono tutto il grafico della trattrice.
Continuiamo le esplorazioni della figura per scoprire nuove proprietà:
K Tracciamo la retta perpendicolare alla tangente alla catenaria e passante per P.
K Osserviamo che questa retta è la tangente alla trattrice in P.
K Muovendo il punto Q questa caratteristica si mantiene. La catenaria è quindi
l’inviluppo delle normali della trattrice, ovvero la sua evoluta. Anche in questo
caso passiamo all’algebra per dimostrarlo.
K Derivando le coordinate di P, calcoliamo il vettore tangente:
1 sinh t
(x ′ (t), y ′ (t)) = (1 − 2 ,− ).
cosh t cosh2 t
K La retta tangente alla trattrice in P ha quindi pendenza
sinh t

y ′ (t) 2
cosh2 t = − sinh t ⋅ cosh t = − 1 ,
=
x ′ (t) 1 − 1 cosh2 t sinh2 t sinh t
2
cosh t
che è l’antireciproco di sinh t, cioè l’antireciproco della pendenza della retta
tangente alla catenaria.
Capitolo 7 ● La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera
109

Notiamo poi che se Q coincide con A la tangente alla catenaria è parallela al-
l’asse x, conseguentemente la tangente alla trattrice è parallela all’asse y; pertanto
la trattrice ha un punto singolare in A, si tratta di una cuspide. Alle stesse consi-
derazioni possiamo arrivare valutando le derivate calcolate in precedenza quando
t = 0.
Ritorniamo ancora all’esplorazione con il software:
K Tracciamo il punto T di intersezione tra la retta tangente alla trattrice e l’asse
x.
K Tracciamo il segmento PT e ne misuriamo la lunghezza.

Figura 7.4

Muovendo il punto Q osserviamo che l’ascissa di T risulta sempre uguale a


quella di Q e che la misura del segmento PT rimane invariata, vale sempre 1
(varrebbe a se fossimo partiti dalla catenaria y = a cosh x/a).
Non ci resta che dimostrare questo fatto mettendo a sistema l’equazione della
tangente alla trattrice in P con quella dell’asse delle ascisse

⎪ 1 1

⎪y − =− (x − t + tanh t)
T =⎨ cosh t sinh t .


⎩y = 0

Risolvendo il sistema abbiamo


x=t
T ={ .
y=0

Il punto T ha quindi la stessa ascissa di Q e


√ '
2 * sinh2 t + 1
) =*
,
2 1
PT = (t − t + tanh t) + ( =1
cosh t cosh2 t
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
110

avendo sfruttato la formula fondamentale per le funzioni iperboliche

cosh2 t − sinh2 t = 1.

Il fatto che il segmento di tangente PT abbia sempre la stessa lunghezza è la ca-


ratteristica che dà il nome alla trattrice e che ha fatto studiare questa curva per
la prima volta. La storia è piuttosto curiosa: nel 1670, a Parigi, Leibniz incontrò
il medico Claude Perrault, che gli propose una sfida: posò una catena con un’e-
stremità sul bordo rettilineo di un tavolo, spostò questa estremità lungo il bordo
e chiese a Leibniz quale fosse la curva descritta dall’altra estremità della catena
(Fig. 7.5).
Il problema ha affascinato i matematici dell’epoca, oltre a Leibniz, anche New-
ton, Huygens, i fratelli Bernoulli, de L’Hôpital e altri si dedicarono alla questione,
in particolare Newton studiò la curva, ma fu Leibniz a darle il nome trattrice.

Figura 7.5 La trattice ottenuta trascinando una catenina

7.2 La pseudosfera e la sua curvatura


Abbiamo costruito tutti gli elementi che ci permettono ora di definire la nuova
superficie che ha curvatura costante negativa.
Un primo risultato lo si deve a Christiaan Huygens (Oevres completes, T. X,
p. 418-21); egli dimostra che “il volume (e la superficie) del solido generato dal-
la rotazione della trattrice intorno al suo asintoto è pari a metà del volume (al-
l’area della superficie) della sfera di raggio uguale alla lunghezza costante della
tangente”.
Fu poi Ferdinand Minding (1806-1885) a studiare ulteriormente questa super-
ficie e a darle il nome di pseudosfera.

Figura 7.6

Sebbene l’opera di Minding sia stata pubblicata nella stessa rivista in cui Lo-
bačevskiı̆ pubblicò alcuni suoi lavori sulla geometria iperbolica, nessuno dei due
si accorse dei legami tra la pseudosfera e tale geometria. Fu Eugenio Beltrami, nel
Capitolo 7 ● La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera
111

suo Saggio di interpretazione della geometria non euclidea (Napoli, 1868) a mostra-
re che la geometria iperbolica è localmente la geometria di superfici a curvatura
costante negativa chiamate superfici pseudosferiche2 .
Cerchiamo ora di capire perché la pseudosfera ha curvatura costante negativa.
Il discorso è più semplice di quello che possa sembrare e non richiede una
matematica particolarmente sofisticata.
Abbiamo visto che la catenaria è l’evoluta della trattrice perché ne è l’inviluppo
delle normali, ma questo in generale equivale a dire che è il luogo dei suoi centri
di curvatura3 .
Con riferimento alla Fig. 7.6, il punto Q è quindi il centro del cerchio oscula-
tore alla trattrice nel suo punto P e il segmento PQ è il raggio di curvatura della
trattrice.

Figura 7.7

Quando P coincide con A il raggio è nullo, quindi la curvatura è infinita, men-


tre tende a zero man mano che il punto P si allontana da A.
La pseudosfera si ottiene ruotando la trattrice attorno all’asse x; nel punto P i
due piani principali sono quello contenente la trattrice (che poi è il foglio di questa
pagina) e il piano a esso perpendicolare e contenente la retta PQ.
Un centro di curvatura principale è Q, l’altro invece è S: ricordiamo infatti
(par. 6.3) che nei solidi di rotazione il centro del cerchio osculatore di una sezione
principale appartiene all’asse di rotazione che nel nostro caso è l’asintoto della
trattrice.

2 Per
approfondimenti si può consultare Rosenfeld B.A. (1988). A history of non-euclidean Geometry,
Heidelberg: Springer.
3 Coxeter H.S.M., pagg. 313-315.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
112

Non resta che calcolare il prodotto PQ ⋅ PS. Basta applicare il secondo teorema
di Euclide al triangolo rettangolo STQ, di cui TP è l’altezza relativa all’ipotenusa
2
e abbiamo subito che PQ ⋅ PS = TP = 12 = 1.
La curvatura della pseudosfera in P (qualsiasi) è negativa perché i due centri
Q e S si trovano da parti opposte rispetto alla tangente PT. Pertanto la curvatura
della pseudosfera è
1
k=− = −1.
PQ ⋅ PS
Naturalmente se invece di iniziare dalla catenaria y = cosh x partissimo dalla cate-
naria y = a cosh xa , la rotazione della relativa trattrice attorno all’asse x fornirebbe
una pseudosfera di raggio a, avente curvatura costante negativa k = − a12 .
Attenzione però ai bordi della pseudosfera: quando P coincide con A non riu-
sciamo a definire la curvatura; in ogni caso meglio di cosı̀ non possiamo fare,
infatti è stato Hilbert a dimostrare nel 1901 in Über Flächen von konstanter Gaus-
scher Krümung che non esiste una superficie a curvatura costante e negativa priva
di singolarità, che possa essere immersa isometricamente in R 3 .

7.3 Le scoperte della formica euclidea sulla pseudosfera

Adesso abbiamo a disposizione una superficie a curvatura costante negativa. Se


la nostra mitica formica euclidea capita sopra questa superficie, a quali grattacapi
va incontro? Essendo una formica molto curiosa, quali scoperte può fare?
Come sempre la formica inizia a esplorare la via diritta, cercando di cammina-
re simmetricamente con le zampette di destra e sinistra facendo passettini della
stessa ampiezza. Quale traiettoria percorre? E se camminando lasciasse una scia,
questa scia si può auto intersecare come avviene sul cono, oppure no? Se da un
punto A volesse raggiungere una briciolina che si trova in un punto B e volesse
andare diritta, avrebbe una sola possibilità? Sarebbe sicura di fare la via più breve?
Non resta che prendere un modello di pseudosfera e fare delle prove. Usciamo
dalla modalità intrinseca della formica, e facciamo qualche esperienza pratica. Ci
dotiamo di alcune striscioline flessibili e di un modello di pseudosfera, anzi di
un modello di “mezza pseudosfera” su cui è più semplice lavorare manualmente.
Proviamo a far aderire le striscioline alla pseudosefera per vedere la forma delle
geodetiche (vedi Fig. 7.8).
Possiamo scoprire che le geodetiche sono curve piuttosto bizzarre che posso-
no auto-intersecarsi anche più volte; la situazione assomiglia a quella del cono.
Per due punti della pseudosfera possono passare più geodetiche, tra queste una
definirà il cammino più breve tra i due punti.
Possiamo anche toccare con mano il fatto che le trattrici, generatrici della pseu-
dosfera (potremmo chiamarle “meridiani” della pseudosfera), sono geodetiche
mentre i “paralleli” non lo sono.
Facendo le sue passeggiate per le geodetiche sulla pseudosfera la formica si sarà
sicuramente accorta che non può essere sul piano, le sarà successo di ripassare per
uno stesso punto incrociando la stessa geodetica su cui stava camminando. Avrà
Capitolo 7 ● La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera
113

Figura 7.8
Geodetiche
sulla
pseudosfera

cosı̀ capito che non si trova nemmeno sulla sfera o sul cilindro, potrebbe ancora
pensare di essere su un cono.
Come già sulle altre superfici e in particolare sulla sfera, la formica può racco-
gliere alcuni indizi che le fanno capire che non si trova in nessuna delle superfici
a lei note e può anche capire qualcosa sulla sua curvatura.

Primo indizio: non è possibile tracciare un quadrato


Se partendo da un punto si percorre sulla superficie un segmento di geodetica di
lunghezza d, poi si ruota di 90○ e si percorre un secondo segmento di lunghezza
d e nuovamente si svolta di 90○ e si ripete fino ad aver percorso 4 segmenti di pari
lunghezza, si scopre che il quadrato non si chiude.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
114

Figura 7.9

Secondo indizio: la somma degli angoli interni di un triangolo


Se la formica è in grado di compiere un percorso triangolare che la riporti al punto
di partenza, andando diritta, e quando svolta riesce a misurare gli angoli tra le due
geodetiche, si accorgerà di sicuro che la somma di questi angoli non misura 180○ ,
misura meno di 180○ . Accade quindi qualcosa di simile a quanto avviene per
la sfera, ma in senso opposto. Questa volta non c’è un eccesso angolare, ma un
difetto e questo difetto varia da triangolo a triangolo.
La formica sarà ora sicura del fatto che non si trova su un cono, che la su-
perficie che sta esplorando è diversa da tutte le precedenti e se sa un po’ più di
Matematica . . . può anche dedurre che si tratta di una superficie con curvatura
negativa.
Noi, che non viviamo sulla pseudosfera . . . , possiamo fare un’esperienza che
confermi quanto ha scoperto la formica.
Scegliamo tre punti A, B e C sulla pseudosfera e li congiungiamo con il na-
strino flessibile, individuando cosı̀ un triangolo i cui lati sono geodetiche. Mi-
suriamo i lati e disegniamo su un foglio di carta un triangolo A′ B′ C ′ con queste
misure dei lati. La somma degli angoli di A′ B′ C ′ è sicuramente un angolo piat-
to, ma se ritagliamo A′ B′ C ′ e proviamo a sovrapporlo ad ABC sulla pseudosfera
vedremo che non ci riusciremo, A′ B′ C ′ è “più grande di ABC e gli starà al di
sopra.

Figura 7.10 Figura 7.11


Capitolo 7 ● La pseudosfera e la geometria sulla pseudosfera
115

Potremo cosı̀ concludere che la somma degli angoli di ABC è minore di un


angolo piatto.

7.4 ll teorema di Gauss Bonnet


e il quinto postulato sulla pseudosfera
In effetti si può estendere alla pseudosfera il risultato che abbiamo dimostrato per
la sfera.
Per la sfera vale la relazione:
Area(ABC)
α+β+γ = π+ ,
R2
in cui α, β, γ sono gli angoli interni del triangolo sferico e R è il raggio della
sfera.
Sappiamo che la curvatura della sfera è k = R12 , quindi la relazione precedente
può essere scritta cosı̀:

α + β + γ − π = k ⋅ Area(ABC).

Questo risultato vale per qualunque superficie di curvatura costante k, si tratta


della formula di Gauss-Bonnet che è stata enunciata da C.F. Gauss (1777-1855)
in Disquisitiones generales circa superficies curvas (1827) ed estesa da P.O. Bon-
net (1819-1892), essa si può generalizzare non solo a triangoli, ma a poligoni su
superfici non necessariamente a curvatura costante4 .
Ritorniamo alla pseudosfera, se essa ha raggio unitario, la sua curvatura è
k = −1, applicando la formula di Gauss-Bonnet, abbiamo cosı̀ che:

α + β + γ − π = −Area(ABC).

Quindi sulla pseudosfera la somma degli angoli interni di un triangolo è minore


di 180○ e il difetto è pari all’area del triangolo.
Da questo risultato segue un fatto sorprendente: l’area di un triangolo è
Area(ABC) = π − (α + β + γ), che è minore o uguale a π. Quindi sulla pseudo-
sfera non può esistere un triangolo con un area maggiore di π, anche se esistono
triangoli con perimetro infinito.
Il fatto che la somma degli angoli interni del triangolo sia minore di un angolo
piatto è equivalente ad affermare che il quinto postulato non vale e che per un pun-
to esterno a una geodetica passano più geodetiche (infinite) che non intersecano
quella data.
Anche in questo caso è utile una verifica sperimentale. Utilizzando il nastri-
no flessibile possiamo farlo aderire alla pseudosfera individuando cosı̀ una geo-

4 Un’esposizione completa di questo teorema e delle sue svariate applicazioni richiede gli strumenti
della Geometria Differenziale, si può trovare, ad es., in Thorpe J.A. (1979). Elementary Topics in
Differential Geometry, Heidelberg: Springer.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
116

detica; scegliendo un punto della superficie possiamo far aderire tanti nastri-
ni che passano per quel punto e che non intersecano quello di partenza, in-
dividuando quindi più geodetiche che sono “parallele” a quella data
(Fig. 7.12).

Figura 7.12
Capitolo 8
La sfera Terra: fare il punto

Questo capitolo si propone l’obiettivo di esplorare, prescindendo dalle tortuosità


della storia, un possibile percorso attraverso il quale l’uomo, immerso nella diffici-
le situazione geometrica di abitante di un pianeta sferico (non ci interessa qui con-
siderare la reale forma di ellissoide, meglio ancora, di geoide), è riuscito a crearsi
sistemi di riferimento, rappresentazioni cartografiche, strumenti di orientamento
e strategie per muoversi sicuro tra i punti del pianeta. La visione è strettamente
tolemaica, sia perché è rivolta con curiosità agli antichi che non disponevano se
non dei frutti delle loro osservazioni dirette e delle intuizioni matematiche, sia
perché questa è la situazione reale da noi tutti abitualmente vissuta.

8.1 Il sistema di riferimento terrestre

La formica a passeggio sul pallone ci ha aiutato a dipanare le problematiche che


una superficie tanto diversa dall’ideale piano euclideo comporta per chi voglia
fondarvi una geometria coerente. E noi ci siamo volentieri immedesimati in lei
perché la nostra condizione di abitanti sulla Terra è, con le evidenti differenze di
scala, assai simile.
Volendo esplorare più da vicino analogie e differenze, la prima cosa che balza
agli occhi è che la sfera-Terra è cosı̀ grande rispetto alle nostre dimensioni che
localmente la sua curvatura diventa davvero trascurabile, per cui è del tutto plau-
sibile che storicamente la prima geometria elaborata sia stata una geometria del
piano. La Terra stessa è stata a lungo considerata come un disco piatto, ed è tut-
tora considerata tale da popolazioni non toccate dalle nostre culture. Tanto più
che sia la formica che l’uomo vedono della sfera una porzione apparentemente
piana, delimitata da un contorno circolare (l’orizzonte), il cui raggio r può essere
espresso in funzione dell’altezza cui riescono a portare i loro occhi.

Figura 8.1 Per l’osservatore, con gli occhi in O, ad altezza h dal suolo, il raggio
dell’orizzonte è r, l’angolo al centro corrispondente è, in radianti, α = Rr e cos α = R+h R
,
dunque cos R = R+h . Pertanto R = arccos R+h , e, in definitiva, r = R arccos R+h il cui limite,
r R r R R

per h → +∞, è R ⋅ π2 , ovvero 1/4 della circonferenza terrestre, come a dire che ad altezza
infinita si potrebbe spingere lo sguardo fino all’equatore

Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 8, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
118

La formica che cammina sul pallone sospeso nel vuoto, portandosi appresso
il suo limitato orizzonte, non ha nessun punto speciale su di esso e nessun ri-
ferimento esterno cui appigliarsi per costruirsi un sistema di riferimento che le
consenta di localizzare la sua posizione. Potrebbe, in modo del tutto arbitrario,
tracciare un qualche reticolo di linee di riferimento e procedere poi in modo si-
mile a quanto si può fare su un foglio bianco, ma non disponendo di uno sguardo
d’insieme, avrebbe comunque grandi difficoltà ad attribuire a un punto raggiunto
nel suo cammino un insieme di coordinate che lo identifichino rispetto al sistema
di riferimento predisposto.
La storia per l’uomo sulla Terra è stata differente: migliaia e migliaia di anni
passati a osservare di giorno il ciclico moto apparente del Sole e il suo lento e
regolare spostarsi tra i tropici da un solstizio all’altro e di notte quello assai più
costante degli astri (Fig. 8.2) gli hanno consentito, ben prima di poter osservare il
pianeta dall’alto di un aereo e poi di un satellite, per non dire dalla Luna, di situarlo
in un più ampio riferimento “celeste”, acquisendo per cosı̀ dire una visione di esso
“dall’esterno”, che lo ha affrancato dalla mera situazione intrinseca.
La visione elaborata nel corso di millenni di osservazioni astronomiche è sta-
ta sintetizzata teoricamente da Tolomeo (intorno al 150 d.C.) in un modello che
resistette fino alla rivoluzione copernicana. In esso la Terra è una sfera fissa nel
centro di un’altra sfera ben più vasta, sulla quale gli astri tracciano, nel loro moto
giornaliero, delle circonferenze concentriche a un punto che, unico, sembra fisso,
un punto che diventa un riferimento privilegiato, un polo celeste: proiettato sulla
Terra, là dove esso appare sulla verticale dell’osservatore, viene a costituire il polo
geografico (Fig. 8.3).
Equatore e tropici sono anch’essi proiezioni sulla Terra di linee che il Sole, la
cui traiettoria apparente varia di giorno in giorno, traccia sulla sfera celeste rispet-
tivamente agli equinozi e ai solstizi. Nel giorno degli equinozi, in cui cioè le ore
del dı̀ sono equivalenti alle ore della notte, il Sole culmina perpendicolarmente al
mezzodı̀ sui punti di quella particolare circonferenza che cinge la terra essendo

Figura 8.2 Rotazione apparente degli astri (da: Dispense in rete - IT. Nautico
‘‘Artiglio’’)
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
119

Figura 8.3

equidistante dai poli, e che viene per l’appunto chiamata equatore. Un osservatore
che si trovi in tale giorno all’equatore vede il Sole percorrere un arco di cerchio
che divide la volta celeste in metà, e in particolare al mezzodı̀ lo vede passare
esattamente per lo zenit, ovvero per il punto situato sulla verticale della posizione
da lui occupata (Fig. 8.4).
I tropici sono circonferenze parallele all’equatore, che marcano i limiti setten-
trionali e meridionali della fascia di superficie terrestre all’interno della quale,
almeno per un giorno all’anno, a mezzogiorno, i raggi del sole cadono perpen-
dicolari alla superficie; su di essi il Sole passa per la verticale nei giorni dei sol-
stizi. Un osservatore che si allontani da tale fascia, avviandosi verso i poli, ve-
de muoversi il Sole su di una traiettoria sempre più bassa sull’orizzonte: l’altezza
massima raggiunta dal Sole al mezzodı̀ può diventare un indice di quanto egli
sia lontano dall’equatore, ovvero della sua latitudine (distanza sferica di un pun-
to dall’equatore, espressa in gradi, da 0○ a 90○ ). Osservatori che si trovino in
uno stesso giorno sulla superficie terrestre in punti situati a una stessa distan-
za dall’equatore osservano il Sole culminare, al mezzogiorno, alla stessa altezza:
la linea passante per tali punti è un parallelo (luogo dei punti di uguale latitu-
dine). L’insieme dei paralleli consente appunto l’attribuzione a ogni punto della
superficie terrestre di una delle due coordinate geografiche, la latitudine.

Figura 8.4 Il moto del Sole sulla volta


celeste per un osservatore all’equatore nei
giorni di equinozio
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
120

In modo simile a quanto visto per i paralleli, è ancora sempre l’osservazione


del moto apparente del Sole a suggerire di disporre sulla superficie terrestre un
altro insieme di linee ideali: i meridiani. Ogni meridiano è il luogo geometrico
dei punti della superficie terrestre sui quali il Sole culmina in uno stesso istante,
ovvero per i quali è contemporaneo il mezzodı̀. I meridiani pertanto costituiscono
nel loro insieme, la griglia geometrica sulla quale si registra il moto apparente del
Sole. Il sistema dei meridiani, cerchi massimi passanti per i poli, dunque, oltre
ad assegnare a ogni punto della superficie terrestre una seconda coordinata, la
longitudine (distanza, misurata sull’equatore in gradi tra 0○ e 180○ in direzione
Est o Ovest, tra il meridiano passante per il punto e un meridiano di riferimento)
che, associata alla latitudine lo identifica univocamente, è la struttura portante del
nostro modo di valutare il tempo.
La misura del tempo e forse la sua stessa concezione (o percezione?) è scaturita
proprio dalla periodicità del moto apparente del Sole. Ma adottata la durata di tale
periodo, il giorno, come unità di misura, è sorta la necessità di fissare, tra i tanti
meridiani sui quali in modo assolutamente imparziale il Sole va in successione a
culminare, un meridiano di riferimento rispetto al quale conteggiare il numero
dei giorni (con il cambio di data) e la distanza angolare (la longitudine). Tale
scelta è assolutamente arbitraria ed è stata mutata nel tempo, in funzione delle
differenti convenienze. Resta immutabile il fatto che in un’ora, sottomultiplo del
giorno, il Sole si sposta di 15○ di longitudine, e ogni 4 minuti culmina su un diverso
meridiano, cioè si sposta di 1○ .
Il reticolo costituito da meridiani e paralleli ha consentito di tentare le prime
mappature della superficie terrestre: esso compare nelle prime preziosissime carte
geografiche che Eratostene e poi Tolomeo, con approccio finalmente scientifico,
elaborarono nei loro storici trattati (Figg. 8.5-8.6).
Fino ad allora la geografia era stata appannaggio dei filosofi, il cui proposito
non era quello di riprodurre le reali forme delle terre emerse, quanto di raffigurare
la loro concezione filosofica del mondo. A causa dei meandri tipici della storia,
ancora nel 1400 vigevano le note rappresentazioni del mondo a T (Fig. 8.7), con
le terre racchiuse entro un cerchio di acqua e divise in tre parti da corsi d’acqua
o mari, disposti perpendicolarmente l’uno rispetto all’altro, che confluivano al
centro ove era posizionata Gerusalemme.

Figura 8.5 Ricostruzione della Figura 8.6 Ricostruzione del-


carta di Eratostene la carta di Tolomeo
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
121

Figura 8.7 Carta a T, conservata presso i


Musei di Palazzo Poggi a Bologna

Eratostene e il calcolo del raggio della Terra A riprova di quanto le concezioni


che abbiamo fin qui sommariamente esposto fossero profondamente padroneg-
giate dagli studiosi dell’antichità e di quali importanti risultati si potessero ottene-
re applicando a esse un minimo di matematica e di atteggiamento sperimentale,
ricordiamo qui il noto procedimento mediante il quale Eratostene, nel III secolo
a.C. arrivò a determinare il valore del raggio terrestre (Fig. 8.8).
La convinzione che la Terra fosse sferica e che i raggi del Sole, data la distan-
za, potessero essere considerati paralleli, gli consentı̀ di mettere in relazione la
distanza reale, a lui nota (l), tra le due località, con il corrispondente angolo al
centro della Terra, pari all’angolo α determinato. E con una semplice proporzione
α ∶ 2π = l ∶ 2πR ottenne con una buona approssimazione il valore di R.

Figura 8.8 Proprio in relazione ai lavori di cartografo, di cui si è già detto,


Eratostene si imbatté nella necessità di avere una stima delle reali dimensioni della Terra.
Egli sapeva che Siene era all’incirca sul Tropico del Cancro, informazione confermata dal
fatto che al mezzodı̀ del giorno del solstizio, trovandosi il Sole allo zenit, lo si vedeva riflesso
sul fondo di un pozzo profondo. Poiché sapeva che Alessandria, dove egli lavorava, era
dislocata sullo stesso meridiano, piantato un bastone perpendicolarmente al suolo, misurò
la lunghezza della sua ombra (s) e, dal rapporto tra questa e la lunghezza del bastone (h),
ottenne la tangente dell’angolo con il quale, nello stesso mezzodı̀, cadevano in quel luogo
i raggi del Sole (da: N. Scarpel - La rete di Eratostene - vialattea.net)

8.2 I problemi del navigante - dialogo con le stelle


Abbandonata la formica al suo destino di errante senza meta, il nuovo mentore
che adotteremo per addentrarci più in profondità nel tema che ci siamo proposti
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
122

Figura 8.9 Il navigante è al centro della semisfera, il cerchio di base è il suo


orizzonte, il punto Z è lo zenit, ossia la proiezione della sua verticale sulla volta celeste. Il
percorso giornaliero del Sole da lui osservato varia via via nel corso dell’anno mantenendosi
tra le due traiettorie estreme dei solstizi (S E estivo ed S I invernale) . I punti Est e Ovest sulla
linea dell’orizzonte sono quelli nei quali il Sole sorge e tramonta (esattamente solo agli
equinozi), mentre il Sud è l’intersezione sull’orizzonte del meridiano celeste sul quale ogni
giorno il Sole culmina al mezzodı̀. Diametralmente opposto, il Nord è l’intersezione con il
meridiano passante per il Polo Nord celeste, cui è approssimativamente associata la stella
polare (da: Dispense in rete - IT. Nautico ‘‘Artiglio’’)

sarà il navigante. Chi meglio di lui, immaginato in mezzo alla distesa del ma-
re, può esemplificare la situazione di chi, confinato sulla superficie sferica, deve
comunque dare un indirizzo al suo andare?
Riassumiamo nella Fig. 8.9 i riferimenti di cui può disporre rispetto alla sua
visuale, costituita dal cerchio dell’orizzonte e dalla volta celeste sovrastante. Im-
maginiamolo a una latitudine intermedia tra equatore e polo, diciamo nel Medi-
terraneo.
Egli può muoversi nel suo piano dell’orizzonte con l’aiuto dei quattro punti
cardinali, ma ha bisogno di sapere:
K dove si trova, ovvero quali sono le sue coordinate geografiche;
K come sono disposti rispetto a lui i porti nei quali deve recarsi (necessita cioè di
una carta geografica);
K quale rotta deve far seguire alla propria imbarcazione per raggiungere l’appro-
do desiderato.
Egli si chiederà inoltre se ci sono differenti rotte possibili e quale tra di esse è,
eventualmente, la più breve.
Non ci addentreremo in intricate trattazioni sulle coordinate astronomiche,
ortogonali o polari, locali o uranografiche, e sui complicati calcoli che la naviga-
zione astronomica richiede; ci limiteremo a introdurre gli elementi utili a coglie-
re il senso, e in particolare il nocciolo matematico, delle procedure con le quali
i naviganti hanno cercato soluzione ai loro problemi, instaurando un dialogo tra
sistemi di riferimento.
Il sistema di coordinate geografiche terrestri è, come si è visto, specchio di
un analogo sistema di coordinate sulla sfera celeste che la contiene: all’equatore
terrestre corrisponde un equatore sulla sfera celeste, la linea percorsa dal So-
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
123

Figura 8.10 Sistema celeste


e sistema terrestre

le all’equinozio, i poli terrestri e celesti si proiettano l’uno nell’altro, e lo stesso


avviene per i meridiani e i paralleli (Fig. 8.10).
Il dialogo tra questi due sistemi è per il navigante incessante, poiché egli deve
continuamente interrogare i corpi celesti, identificarli e stabilirne la posizione, per
riuscire a determinare la propria posizione sulla superficie terrestre.
Il sistema di coordinate sulla sfera celeste (Fig. 8.11), detto sistema orario, serve
a localizzare la posizione degli astri: le coordinate sono rispettivamente la decli-
nazione δ (distanza di un astro dall’equatore celeste), analoga della latitudine di
un punto sulla Terra, e l’angolo orario t (distanza angolare tra il meridiano celeste
che passa per lo zenit dell’osservatore, detto meridiano superiore, e il meridiano
dell’astro, tra 0○ e 360○ ), analoga della longitudine.

Figura 8.11 In O c’è il navigante, con il suo orizzonte, il suo zenit e i suoi punti
cardinali. Egli vede l’astro, ma non può determinarne la declinazione, l’equatore celeste
non è una linea ‘‘visibile’’ (da: Dispense in rete - IT. Nautico ‘‘Artiglio’’)1

1 Inquesta, come in altre delle figure seguenti, l’orizzonte e l’equatore compaiono sulla stessa sfera
perché, data l’enorme distanza delle stelle si trascurano le dimensioni della Terra e si rappresenta
l’osservatore nel suo centro. La sfera è pertanto la sfera celeste e non semplicemente la volta celeste
locale.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
124

L’unico sistema di riferimento rispetto al quale il navigante può effettuare del-


le misure è costituto dalla linea, visibile in condizioni di luce favorevoli, del suo
orizzonte, e dalla verticale a esso connessa, culminante nello Zenit, che la forza di
gravità gli indica per mezzo di un filo a piombo.
Ecco allora il sistema di coordinate (altazimutale) (Fig. 8.12), nel quale si chia-
mano verticali gli archi di circonferenza passanti per lo zenit.

Figura 8.12 Sistema altazimutale: Altezza: distanza angolare tra l’orizzonte e


l’astro. Azimut: distanza angolare tra il verticale passante per il polo e il verticale passante
per l’astro (da: Dispense in rete - IT. Nautico ‘‘Artiglio’’)

L’altezza di un astro può essere determinata nel modo concettualmente più


semplice mediante lo strumento di nome quadrante. Consiste in un settore circo-
lare pari a un quarto di cerchio, recante sul lato curvilineo una scala graduata tra
0○ e 90○ . Nel vertice dell’angolo retto è inserito un filo a piombo. Traguardando
la stella con due mirini posti lungo uno dei lati rettilinei, cioè di fatto disponendo
tale lato nella direzione nella quale si osserva la stella, si potrà determinare quale
angolo essa forma con la verticale del filo a piombo. L’altezza h è il complementare
di tale angolo (Fig. 8.13).

Figura 8.13 Altezza di un


astro con il quadrante
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
125

Figura 8.14 La latitudine ϕ è uguale


all’altezza h del polo

8.3 Calcolo della latitudine

Ma come ricondurre la misura dell’altezza di un astro a quella della latitudine


dell’osservatore?
È importante osservare che, essendo lo zenit la proiezione dell’osservatore sul-
la volta celeste, la distanza dell’osservatore dall’equatore terrestre, ovvero la sua
latitudine φ, è di fatto misurata dalla distanza dello zenit dall’equatore celeste. E
la Fig. 8.14 mostra poi in modo evidente che la distanza angolare φ (la latitudine)
è uguale alla distanza angolare h, altezza del polo sull’orizzonte.
Conclusione: potendo misurare quest’ultima si ottiene dunque la prima. Se ci
fosse una stella in direzione del polo . . .
La stella polare si chiama cosı̀ proprio perché è quasi allineata sul polo. Inoltre,
essendo assai lontana, i suoi raggi giungono paralleli e dunque viene vista nella
stessa direzione da qualsisi osservatore dell’emisfero Nord e costituisce dunque
un fodamentale punto di riferimento.

Figura 8.15
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
126

La Fig. 8.15 mostra quanto detto in un’altra prospettiva: qui l’osservatore O è in


un punto della superficie terrestre. L’altezza h della polare sulla sua linea di oriz-
zonte, tangente in O, è, in modo facilmente riscontrabile, uguale alla latitudine ϕ.
Purtroppo la semplicità concettuale di tale misurazione non corrisponde a una
uguale qualità della misura di latitudine che si ottiene. La stella polare attualmente
si discosta dalla direzione del polo nord di 44′ di grado e poiché a ogni primo di
grado corrisponde un arco di meridiano di 1 miglio marino (pari a circa 1852
metri) il range di valori entro il quale viene a trovarsi la misura si aggira sulle
88 miglia, davvero troppo. Esistono metodi con i quali compiere le necessarie
correzioni, che non sono purtroppo le stesse nei diversi giorni e dai diversi punti,
ma non ce ne occuperemo.
Vediamo piuttosto altre strategie. Nei giorni degli equinozi, quando il Sole ha
declinazione nulla rispetto all’equatore, la determinazione della sua altezza sull’o-
rizzonte nell’attimo del mezzodı̀, quando passa sopra il meridiano dell’osservato-
re, consente un semplicissimo calcolo della latitudine. La situazione è infatti cosı̀
schematizzabile (Fig. 8.16):

Figura 8.16 La latitudine è


uguale all’angolo complementare
dell’altezza h del Sole φ = 90○ − h

Il cerchio di Ipparco Ipparco di Nicea, uno dei più grandi astronomi dell’an-
tichità, vissuto intorno al 130 a.C., ha legato in particolare il suo nome agli studi
sugli equinozi e al loro lentissimo variare nei secoli (la “precessione degli equi-
nozi” si dirà poi). Egli mise a punto uno strumento con il quale poteva registrare
esattamente, anno dopo anno, la data degli equinozi (Fig. 8.17).
Un semplice anello, disposto in un piano perfettamente parallelo al piano
dell’equatore, proietta su di un piano orizzontale, nel solo giorno degli equino-
zi, in cui, come già ricordato, i raggi del Sole cadono sulla verticale dell’equatore,
un’ombra che si riduce a un semplice segmento, lungo quanto il suo diametro,
mentre in tutti gli altri giorni tale ombra è un’ellisse più o meno schiacciata. Qual è
l’esatta inclinazione con la quale disporre l’anello? Per quanto già detto in Fig. 8.16,
l’angolo che il piano dell’anello, con l’asse orientato in direzione Nord-Sud, de-
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
127

Figura 8.17 Il cerchio di Ipparco: (a)


ombra proiettata nel giorno degli equinozi;
(b) ombra proiettata in un giorno qualsiasi
(da: Dispense in rete - IT. Nautico ‘‘Artiglio’’)

ve formare rispetto al piano orizzontale è pari all’altezza del Sole, ovvero alla
colatitudine (l’angolo complementare della latitudine) del luogo.
È evidente che l’anello di Ipparco può diventare, al contrario, un modo mol-
to semplice per determinare la latitudine di un luogo quando sia nota la data
dell’equinozio.
In tutti gli altri giorni il calcolo non è più complesso, a patto di conoscere la
declinazione del Sole nel momento in cui si effettua la lettura dell’altezza.
Schematizziamo la più semplice delle configurazioni (Fig. 8.18).

Figura 8.18 La declinazio-


ne δ del Sole è, nella situazio-
ne esemplificata, negativa. La
latitudine ϕ = 90○ − h − δ

Questo procedimento si può ripetere del tutto simile con qualsiasi stella, sem-
pre a patto di conoscere la sua declinazione.
Per esempio (Fig. 8.19), se si sa che la stella, vista ad altezza h sul meridiano del-
l’osservatore in O, ha declinazione δ rispetto all’equatore, è facilmente calcolabile
la latitudine ϕ di O:
ϕ = 180○ − (90○ − h) − δ.
L’apparente semplicità della determinazione della latitudine si poggia su due que-
stioni che sono invece assai delicate: la precisione dello strumento con il quale si
effettua la misura dell’altezza unita all’accuratezza della procedura, e la determi-
nazione della declinazione dell’astro considerato.
Quest’ultima si effettua mediante la consultazione delle tavole delle Effemeridi,
tavole sulle quali da secoli viene annualmente pubblicata un’enorme messe di dati
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
128

Figura 8.19 Calcolo della la-


titudine misurando l’altezza di
una stella di cui si conosce la
declinazione

relativi alle posizioni, ai passaggi sul meridiano ecc., nei vari giorni dell’anno di
molti degli astri osservabili nel cielo, e alle posizioni nelle diverse ore del giorno
nel caso di Sole, Luna e pianeti. Queste informazioni sono riferite al meridiano
fondamentale e bisogna dunque adattarle, con opportuni calcoli, al meridiano lo-
cale mediante la determinazione dell’esatta ora locale alla quale si sta effettuando
la misura. La determinazione della latitudine si intreccia dunque a questo punto
con quella della longitudine, sempre connessa con tutto ciò che ha a che fare con
il tempo.

8.4 Determinazione della longitudine


Concettualmente la longitudine, soprattutto per noi che abbiamo introiettato la
visione newtoniana della Terra che ruota incontro al Sole spostando la linea del
giorno da est verso ovest, appare assai semplice: ci sembra debbano bastare due
orologi, uno che conservi l’ora di Greenwich e l’altro che sia tarato sul mezzogior-
no locale per poter stabilire con precisione la distanza angolare tra i due corri-
spondenti meridiani.
Gli orologi come noi li conosciamo sono però una conquista relativamente
recente e prima, soprattutto in mare, era impossibile conservare memoria dell’ora
del porto di partenza.
Il solo sistema abbastanza preciso disponibile nell’antichità era quello di de-
durre la differenza di longitudine dalla differenza tra i tempi locali in cui era os-
servata una stessa eclisse di Luna. Il metodo messo a punto da Ipparco era poi
stato utilizzato da Tolomeo. È evidente che tali eventi, pur essendo rari, erano co-
munque utili per i cartografi, che potevano per tempo predisporre le osservazioni
nei luoghi di cui volevano determinare le differenze di longitudine, mentre non
erano di alcuna utilità ai naviganti. I quali, peraltro, navigavano per lo più lun-
go costa, in vista di riferimenti sperimentati, e, quando incominciarono a spin-
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
129

gersi attraverso agli oceani, si specializzarono nella navigazione “per paralleli”,


creando dei veri e propri corridoi marini lungo i quali andavano a concentrarsi le
rotte.
La storia della conquista di un metodo sicuro di determinazione della longitu-
dine è assai varia e affascinante e sono stati scritti in proposito saggi interessanti
ed esaurienti.
L’idea di ricercare sulla volta celeste qualche riferimento per il calcolo della
longitudine portò alla proposta (1514 Johan Werner, un traduttore delle opere di
Tolomeo) del metodo delle distanze lunari: tale metodo si fondava sul fatto che
la Luna ha un suo moto autonomo sullo sfondo delle stelle fisse: compilando del-
le tavole contenenti la distanza della Luna da certe stelle, o anche dal Sole, in un
dato tempo assoluto riferito a un certo meridiano, per un osservatore lontano sa-
rebbe stato possibile determinare la propria longitudine comparando quel tempo
assoluto, ricavato dall’osservazione di una delle distanze lunari censite, con il suo
tempo locale. Il metodo della distanza lunare era teoricamente corretto, ma il
problema della longitudine non poteva essere effettivamente risolto in quanto né
lo strumento di misura né le stesse posizioni delle stelle di riferimento avevano la
precisione necessaria.
La questione longitudine si fece via via più urgente man mano che si svilup-
parono i commerci attraverso gli oceani: ingenti ricchezze grazie a essi si accu-
mularono ma frequenti erano i naufragi causati dall’errata determinazione delle
posizioni delle navi. I regnanti degli stati più coinvolti nei traffici marini lancia-
rono la sfida ad astronomi e scienziati, promettendo premi e vitalizi a chi avesse
risolto il problema. Nel 1616 anche Galileo Galilei presentò al re Filippo II di Spa-
gna una sua proposta. Sulla falsariga dei metodi delle eclissi e delle distanze lunari
anch’egli aveva cercato nel cielo una sorta di orologio naturale, rappresentato da
un evento da più punti osservabile. Grazie al suo cannocchiale egli aveva nel frat-
tempo scoperto 4 satelliti di Giove (le lune medicee) e poiché i fenomeni legati
al loro moto di rivoluzione intorno al pianeta (sparizione nella sua ombra e ri-
comparsa, occultamento e riapparizione, tempo di attraversamento ecc.) erano
ovviamente periodici e complessivamente in numero elevato e dunque piuttosto
frequenti (circa 300 nel corso di un anno), suggerı̀ che una loro attenta catalo-
gazione rispetto a un tempo assoluto poteva costituire un riferimento temporale
certo per chiunque li osservasse da un’altra posizione, ricavando dallo scarto di
tempo l’informazione tanto cercata per la determinazione della longitudine.
Non raccolse Galileo il successo della proposta, bensı̀ Cassini che più tardi,
dopo aver per sedici anni raccolto dati sui movimenti delle lune di Giove, pubblicò
le Ephemerides Bononienses Mediceorum Syderum, che gli fruttarono la nomina a
direttore dell’Osservatorio astronomico di Parigi. Il metodo suggerito da Galileo
e perfezionato da Cassini risolse il problema della longitudine per i cartografi che
ne fecero ampio uso migliorando di molto la precisione della geografia terrestre.
Si narra che Luigi XIV di Francia, vedendo in seguito a ciò aggiornati i contorni
e l’estensione del suo regno, si sia lamentato di aver dovuto cedere più territorio
ai suoi astronomi di quanto ne avesse mai ceduto ai suoi nemici.
Ma il problema della longitudine per i naviganti attendeva ancora la sua solu-
zione: il movimento ineliminabile della nave impediva di utilizzare un telescopio
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
130

per osservare e registrare i tempi delle lune. Gli astronomi non desistettero. Il me-
todo delle distanze lunari riacquistò credito: ci fu anche in questo caso chi (John
Flamsteed, chiamato a dirigere il nuovo osservatorio appositamente creato pro-
prio in quel Greenwich, che poi diventerà il meridiano di riferimento) dedicò più
di sedici anni a raccogliere dati per compilare tavole lunari il più precise possibili.
Tuttavia per i naviganti anche il metodo delle distanze lunari continuava a essere
troppo complicato. Restava da percorrere la strada della costruzione di uno stru-
mento di misura del tempo, anche questa già indicata da Galilei con i suoi studi
sul pendolo e i primi tentativi di orologi a pendolo.
Nel 1707 un naufragio clamoroso al largo delle isole Schelly nel quale, per una
errata determinazione del punto nave, andarono a infrangersi sugli scogli quattro
navi militari con duemila uomini a bordo, indusse il Parlamento inglese a ema-
nare (1714) il Longitude Act, con il quale si stabiliva una ricompensa di 20.000
sterline per chi avesse messo a punto un metodo per determinare la longitudine
con un’approssimazione inferiore al mezzo grado. La soluzione arrivò da un arti-
giano del legno, John Harrison, che riuscı̀ nel 1759, al quarto tentativo, a costruire
finalmente un orologio che, indifferente al movimento, all’umidità, agli sbalzi di
temperatura, riuscı̀ a conservare l’ora, accumulando un ritardo di soli 5 secondi al
termine di un viaggio di 81 giorni di traversata atlantica da Londra alla Giamaica.

Figura 8.20 Orologi


di Harrison: (a) orologio
H1 (1730), alto 63 cm e
pesante 34 kg; (b) orolo-
gio H4, diametro 13 cm
e pesante 1,4 kg (Natio-
nal Maritime Museum,
Greenwich, Ministry of
Defence Art Collection)

8.5 Gli strumenti di misura

8.5.1 Gli strumenti a disposizione dei grandi navigatori


Nell’elaborare le informazioni e le descrizioni degli strumenti di misura qui ri-
portati si è cercato di evidenziare il principio matematico/geometrico del funzio-
namento di ciascuno.
Si è già detto del quadrante. La sua precisione dipende dalle dimensioni e dun-
que dalla finezza delle suddivisioni sulla scala. Purtroppo il suo uso in mare ri-
sulta comunque non molto agevole a causa delle oscillazioni che il moto del mare
imprime all’imbarcazione e dunque al filo a piombo. Un altro inconveniente si
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
131

Figura 8.21 Altezza di un astro misurata


con il quadrante (da: Dispense - IT. Nautico
‘‘Artiglio’’)

presenta quando lo si usi per rilevare l’altezza del Sole: la luce abbaglia chi lo
osserva e ne danneggia la vista.
Cristoforo Colombo nel suo primo viaggio verso le Indie aveva con sé un qua-
drante. Questo è certo perché egli lo cita espressamente più di una volta nel suo
diario di bordo, anche se i risultati delle misure da lui puntualmente riportati han-
no suscitato molte perplessità nei commentatori postumi. Egli lo usava soltanto
per misurare l’altezza della stella Polare sull’orizzonte e tentare di dedurre da essa
la latitudine della nave.
Il livello di conoscenze di Astronomia Nautica del tempo non consentivano di
fare di più, ma era già molto per chi, in pieno oceano, non poteva misurare altro.
Durante il viaggio di ritorno, alla data del 3 febbraio 1493, Colombo cita anche,
per l’unica volta, un astrolabio.

L’astrolabio
L’astrolabio nautico, versione alleggerita dell’astrolabio astronomico, si compo-
neva essenzialmente di un cerchio con lembo graduato, vuoto al centro per op-
porre meno resistenza al vento e non esserne messo in oscillazione. Era sospe-
so per l’anello superiore e mantenuto verticale mediante un peso posto alla base
(Fig. 8.22).

Figura 8.22 Astrolabio. L’ori-


ginale antico, di cui questa è una
sommaria raffigurazione, è conser-
vato presso il Museo della Marina
di Lisbona
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
132

L’osservatore ruotava l’alidada (il regolo incernierato al centro, recante mirini


e indici) finché non riusciva a traguardare l’astro attraverso i mirini, e leggeva il
valore dell’angolo sul lembo graduato, con un errore che poteva raggiungere un
grado, pari a 100-120 Km.
Il suo uso impegnava però tre uomini: uno sosteneva lo strumento, il secondo
lo puntava e il terzo effettuava la lettura.

La balestriglia
Lo strumento consiste di un’asta principale lungo la quale può scorrere, perpen-
dicolarmente nel suo punto medio, un braccio trasversale.
La misura che si vuol effettuare con esso è la distanza angolare tra due stelle
o tra una stella e l’orizzonte. L’astronomo posiziona centralmente e fa scorrere il
braccio mobile su e giù finché i mirini posti sulle sue estremità non traguardano
contemporaneamente le due stelle.

Figura 8.23 Raffigurazione ri- Figura 8.24 La balestriglia


nascimentale dell’astronomo Tolo- (da: ‘‘Strumenti a riflessione’’ B. Ma-
meo. Lo strumento che reca in mano è gnaghi - Biblioteca I. Idrografico della
un’asta a croce, detta asta di Giacobbe Marina)
o balestriglia

La Fig. 8.25 mostra come, misurata la distanza AC, essendo fisso il valore di
BC, si possa con un semplice calcolo di tangente ottenere il valore dell’angolo α.
Per la simmetria della situazione l’angolo tra i due astri risulta poi essere 2α.

Figura 8.25 La balestriglia puntata tra due astri tan α = BC/AC


Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
133

Figure 8.26 e 8.27 Il quadrante di Davis (Fig. 8.27) si compone di due archi circolari
graduati di diverso raggio e di diversa ampiezza: quello di raggio minore ha un’ampiezza
di 60○ e quello con raggio maggiore un’ampiezza di 30○ . L’arco di 60○ serve per catturare la
direzione del Sole, l’altro per confrontarla con quella dell’orizzonte. Per rilevare la direzione
del Sole si dispone il mirino scorrevole sull’arco di raggio più corto in modo da far cadere
la sua ombra sul traguardo posto nel vertice dello strumento. Su di esso è praticata una
larga fessura che lascia scorgere l’orizzonte se traguardata da un secondo mirino scorrevole
sull’arco di raggio maggiore. Quando l’occhio di chi osserva attraverso di esso riesce a far
coincidere la visione dell’orizzonte con l’ombra del primo mirino orientato verso il Sole, si
può fare la lettura. Sommando i valori dei due angoli si ottiene la distanza zenitale, ovvero
direttamente il complementare dell’altezza (90○ − h), giacché le graduazioni cominciano
dall’alto sul settore da 60○ e dal basso sul settore da 30○ (i mirini sarebbero cioè entrambi
sullo zero quando il Sole fosse allo zenit, con altezza 90○ e distanza zenitale nulla) (da:
‘‘Strumenti a riflessione’’ B. Magnaghi- Biblioteca I. Idrografico della Marina)

Il quadrante di Davis
La Fig. 8.26 mostra un primo tentativo di quanto il quadrante di Davis ha poi reso
praticabile: rilevare la direzione del Sole voltandogli le spalle, ed evitando dunque
di esserne abbagliati.

8.5.2 La navigazione astronomica negli ultimi due secoli: il sestante


Mentre si andava risolvendo il problema della longitudine, anche per la deter-
minazione dell’altezza si introdussero importanti novità: nel 1756 Campbell fece
costruire il primo sestante (Fig. 8.28).
Il sestante è lo strumento tuttora utilizzato da chi vuol effettuare navigazione
astronomica senza ricorrere all’aiuto delle tecnologie telematiche. La sua costru-
zione è finalizzata al rilevamento dell’altezza di un qualsiasi astro sull’orizzonte.

Figura 8.28 Un moderno sestante


Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
134

È costituito da un’armatura metallica a forma di settore circolare (inizialmente


pari a esattamente un sesto di cerchio, donde il nome) sulla quale sono rigidamen-
te fissati uno specchio fisso e un oculare a esso affrontato. Sul vertice del settore
circolare è incernierata una piastrina circolare che sorregge un secondo specchio.
La piastrina può ruotare, e con essa lo specchio, che perciò viene detto mobile:
la sua rotazione può essere misurata mediante un braccio a essa solidale (alida-
da) che si prolunga fino a scorrere lungo il lembo del settore circolare, dotato di
graduazione.
Lo specchio mobile riflette i raggi che riceve verso lo specchio fisso, che a sua
volta li riflette nell’oculare: l’osservatore ruota l’alidada finché l’immagine della
stella a lui rinviata dagli specchi si allinea con l’orizzonte che lo specchio fisso gli
consente di vedere, essendo solo per metà riflettente e per l’altra metà trasparente.
Viene qui applicato un principio di ottica geometrica secondo il quale se un rag-
gio di luce subisce in sequenza due riflessioni su di uno stesso piano, l’angolo del
quale esso viene complessivamente deviato è doppio dell’angolo tra le due super-
fici riflettenti. Pertanto la deviazione subita dal raggio della stella è esattamente il
doppio dell’angolo tra i due specchi, ovvero dell’angolo del quale è stato ruotato lo
specchio mobile, in definitiva dell’angolo che l’indice dell’alidada sta segnando sul
lembo graduato del settore. Proprio per questa ragione la graduazione reca valori
già raddoppiati. Può essere utile osservare che lo specchio mobile è fissato sulla
piastra girevole in modo tale che quando l’alidada indica lo zero della graduazio-
ne esso risulti parallelo allo specchio fisso, situazione che corrisponderebbe a una
stella che sta sull’orizzonte, ad altezza zero.

Figura 8.29 Il sestante e il suo principio di funzionamento

8.6 La determinazione del punto - nave


8.6.1 Il punto nave con il metodo dei cerchi d’altezza
Illustreremo qui un metodo di posizionamento molto interessante dal punto di vi-
sta concettuale perché è per eccellenza l’esempio di quanto possa essere fruttuoso
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
135

un approccio squisitamente geometrico applicato al dialogo tra i due sistemi di


riferimento, quello terrestre e quello celeste.
Siamo su di una nave e nel cielo stellato riconosciamo con certezza un certo
numero di stelle.
Se determiniamo con buona precisione l’altezza di almeno due, meglio tre, di
esse, potremo definire con buona precisione le coordinate della nostra nave.
Ecco come: a ogni stella sulla sfera celeste corrisponde un punto sulla superfi-
cie della Terra (detto punto subastrale), là dove la verticale che congiunge la stella
con il centro della Terra interseca la superficie terrestre. Tutti i punti che dalla
Terra, in un certo istante, rileverebbero uno stesso valore di altezza per la stella
in questione costituiscono un luogo geometrico che è evidentemente una circon-
ferenza il cui centro è il punto subastrale. Per convincersene basta pensare a un
esempio più terrestre: tutti quelli che vedrebbero la punta di un campanile sotto
un certo angolo, si trovano alla stessa distanza dal campanile, cioè su di una stes-
sa circonferenza di cui il campanile è il centro. E il raggio? Qui si può davvero
apprezzare il fatto che la geometria della sfera, la sua perfetta simmetria centrale,
consenta di esprimere le distanze in forma angolare: la distanza angolare tra la
nostra nave e il punto subastrale è uguale alla distanza angolare tra lo zenit, che
rappresenta l’osservatore sulla sfera celeste, e la stella stessa; il raggio della circon-
ferenza, espresso come distanza angolare, è pari alla distanza zenitale della stella,
ovvero al complementare della sua altezza (Fig. 8.30).
Si tratta ora di ottenere le coordinate del punto subastrale della stella e di tra-
durre in effettiva lunghezza sulla superficie terrestre il raggio del cerchio (basta
ricordare che a ogni primo di distanza angolare corrisponde un miglio marino,
1852 metri). Le coordinate terrestri del punto subastrale possono essere ottenute
dalle sue coordinate celesti riportate, per quel giorno, sulle tavole delle effemeridi.
La latitudine è uguale alla declinazione della stella, quanto alla longitudine è
anch’essa determinabile con opportuni calcoli, nei quali non ci addentriamo: si
utilizzano la longitudine celeste assoluta (l’ascensione retta), attribuita alla stella
rispetto al meridiano astronomico fondamentale, quello passante per il punto γ di
intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste, e un’accurata valutazione del tempo
nel quale è stata fatta la misura.

Figura 8.30 Il cerchio d’altezza relativo


a una stella
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
136

Figura 8.31 Due


cerchi d’altezza e i due
possibili punti nave

Il cerchio d’altezza, di cui si sono cosı̀ determinati centro e raggio può essere ri-
portato sul mappamondo (vedi ancora Fig. 8.30). E se, con identico procedimento
si determina il cerchio d’altezza di una seconda stella non lontana dalla prima, i
due cerchi d’altezza indicheranno, nei loro due punti di intersezione, due possi-
bili posizioni della nave (vedere Fig. 8.31). Un terzo cerchio può eventualmente
assicurare quale dei due punti debba essere scelto.
È del tutto evidente che la rappresentazione sul mappamondo ha un valore
puramente concettuale, dal momento che, per portare a una determinazione del
punto nave di precisione minimamente accettabile, il mappamondo dovrebbe es-
sere gigantesco. Pertanto nell’effettiva pratica della navigazione astronomica ci si
limita a determinare rette di altezza, ottenute stimando possibili linee di distanza
da un punto di coordinate note che si valuta essere abbastanza prossimo alla po-
sizione reale della nave. Anche tali rette si ottengono confrontando le altezze con
le quali da tale punto si dovrebbero vedere tre stelle, con le altezze effettivamente
rilevate dalla posizione occupata.
Tutto ciò conferma l’assoluta importanza del sestante, strumento che attual-
mente può raggiungere una precisione anche inferiore al primo di grado. È stato
detto che, col sestante, James Cook potrebbe di nuovo andare in tutta sicurezza da
Londra alla Nuova Zelanda, mentre tanti naviganti attuali, che, senza i moderni
sistemi di posizionamento satellitare, non sono nemmeno in grado di allonta-
narsi dalla costa, si perderebbero nel Mediterraneo se mai i segnali dei satelliti
smettessero, per un qualche motivo, di raggiungerli.

8.6.2 Fare il punto con il G.P.S.


E se anziché consultare effemeridi, puntare sestanti verso il cielo e sobbarcarsi
lunghi calcoli per conoscere le esatte posizioni di una o più stelle, solo modo per
conoscere la propria posizione, il navigante disponesse di astri che “rispondono”
alle sue interrogazioni? I satelliti che precisi e zelanti ci ruotano attorno secondo
le ben calibrate orbite che i sistemi satellitari hanno loro affidato assolvono questo
compito: diffondono incessantemente, istante per istante, le informazioni relative
alle loro coordinate spaziali e temporali. E le nostre stazioni riceventi, elaborando
questi dati con procedimenti non dissimili dal metodo dei cerchi d’altezza visto
prima, riescono a determinare, con la grande precisione che abbiamo ormai tutti
sperimentato, la propria posizione.
Per un’approfondita trattazione sui sistemi di posizionamento satellitare si rin-
via alle Appendici.
Capitolo 8 ● La sfera Terra: fare il punto
137

Qui ci limitiamo ad aggiungere un raccordo tra la coppia di coordinate geo-


grafiche (latitudine e longitudine) delle quali si è sin qui trattato, sufficienti nella
dimensione 2D della superficie terrestre, e la terna di coordinate cartesiane alle
quali in modo assai immediato fa riferimento un satellite che alla Terra guarda
dalla terza dimensione.
Continuando ad approssimare la Terra con una sfera, se si posiziona una terna
di assi ortogonali nel suo centro (Fig. 8.32), ogni suo punto viene a essere identifi-
cato dalla terna (x, y, z) e, come si sa, l’equazione dell’intera superficie può essere
molto semplicemente espressa dall’equazione

x 2 + y2 + z2 = R2 .

Adottando le coordinate sferiche φ (latitudine), λ (longitudine), si può esprimere


la superficie sferica mediante le equazioni parametriche:

⎪ x = R cos φ sin λ − π/2 < φ ⩽ π/2 −π < λ⩽π



⎨ y = R cos φ cos λ




⎩z = R sin φ.
Tali equazioni consentono parimenti di convertire le coordinate geografiche in
coordinate cartesiane, cosı̀ come le inverse:

⎪ x

⎪ λ = arctan y


⎪φ = arcsin z



⎩ R
consentono l’opposta conversione.
In questo modo, fissato un meridiano di riferimento per le longitudini, ver-
so il quale orientare l’asse x, i due sistemi di coordinate possono perfettamente
dialogare tra loro.

Figura 8.32
Capitolo 9
La sfera Terra: le carte geografiche

La rappresentazione della superficie terrestre, e in particolare la rappresentazione


di profili, conformazione e dislocazione delle terre emerse, è una delle questioni
dove la sfericità della Terra ha messo alla prova stuoli di intelletti. Solo il mappa-
mondo, rappresentazione in scala ridotta dell’originale, riesce, infatti, a conser-
vare tutte le proprietà (salvo l’approssimazione dell’ellissoide, anzi del geoide, in
sfera) che a una perfetta rappresentazione si richiede: fedeltà delle forme e delle
distanze, e dunque anche delle aree e delle direzioni.
Ma il mappamondo, oltre all’ingombro, ha il grave difetto di non poter che
utilizzare scale ridotte. Dunque ci si è dovuti cimentare con le rappresentazioni
piane, affrontando il non piccolo problema derivante dal fatto che la sfera non è
una superficie sviluppabile nel piano.
Finché le esigenze pratiche legate al viaggiare lungo le strade del mondo an-
tico o al navigare bordeggiando le coste hanno prevalso, sono state ampiamente
sufficienti le rappresentazioni schematiche degli itinerari o dei portolani, descri-
zioni che si limitavano a riportare in successione centri abitati, crocevia, aspetti
rilevanti di quanto il viandante avrebbe incontrato percorrendo una certa strada
oppure porti, approdi, promontori o insenature che avrebbero consentito al na-
vigante di riconoscere progressivamente la costa nel suo sviluppo. La più famosa
tra queste carte antiche è la Tavola Peutingeriana (copia del XII secolo di carte di
epoca augustea), 11 fogli di pergamena sui quali sono raffigurati i circa 200.000
km di sviluppo della rete viaria dell’Impero romano: la descrizione, di tipo sim-
bolico (vi sono raffigurate, con icone di casette, più di 500 città e più di 3000 altri
dettagli geografici), consente di rilevare le distanze fra i diversi luoghi e l’intreccio
delle strade che li connettono, ma non offre una rappresentazione complessiva del
territorio rapportabile alla realtà.

Figura 9.1 Parte della tavola Peutingeriana (Österreichische Nationalbibliothek,


Vienna)

Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 9, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
140

9.1 Le proiezioni coniche e cilindriche

Diversa è l’esigenza ideale, teorica di Tolomeo, l’autore della grandiosa Geogra-


phia.
Nel costruire la sua opera, volta a descrivere e rappresentare tutte le terre allora
abitate, egli adotta e teorizza per primo il metodo delle proiezioni, procedimenti
mediante i quali si possono riportare con regolarità su di un piano i punti della
superficie sferica. Differenti sono le proiezioni utilizzabili, a seconda che i pun-
ti della sfera vengano proiettati su altri solidi sviluppabili, come cilindro e cono,
oppure direttamente su di un piano, cosı̀ come diverso può essere il punto dal
quale viene effettuata la proiezione. Ciascun tipo di proiezione, nell’attuare una
trasformazione di coordinate geografiche (sferiche) in coordinate cartesiane (pia-
ne), attua una qualche deformazione e conserva invece qualche proprietà (forma,
area, distanza, direzioni).
Accenneremo qui ad alcune di esse, utilizzando proprio, in primo luogo, le due
superfici sviluppabili che sono, in altri capitoli, oggetto di indagine, il cilindro e il
cono.

9.1.1 La proiezione conica


Si ottiene avvolgendo idealmente la sfera terrestre con un cono e proiettando su
di esso il reticolo delle coordinate geografiche e i profili dei continenti a partire
dal centro della Terra (Fig. 9.2).
Srotolando il cono si ottiene una mappa piana in forma di settore circolare. La
Fig. 9.2 è un puro suggerimento visivo.
Una proiezione conica ha i meridiani rettilinei e convergenti nel vertice del
settore, proiezione del polo.
Tutti i paralleli sono costituiti da archi di circonferenze concentriche, la cui
distanza, se non sottoposta a correzioni, va gradualmente dilatandosi. Il Nord è
nel vertice. L’Est e l’Ovest sono indicati in ogni punto dalla direzione dei paralleli
e non dai lati della carta.

Figura 9.2 Proiezione conica


Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
141

Figura 9.3 Il parallelo di


tangenza

L’elemento cardine della rappresentazione è il parallelo lungo il quale si fa av-


venire la tangenza tra sfera e cono (Fig. 9.3). Dalla sua latitudine φ dipendono il
suo stesso raggio R 1 , l’ampiezza α del settore nel quale il cono si sviluppa, secon-
do la relazione α = 2π ⋅ sin φ, e la distanza Ro dal vertice del cono, che diviene
il raggio dell’arco nel quale esso, il parallelo di tangenza, viene sviluppato sulla
carta. Il rapporto α/2π determina inoltre il fattore di convergenza tra i meridiani
(l’angolo, cioè, di cui divergono fra loro sulla carta due meridiani che sulla sfera
divergono di 1 grado).
La proiezione conica, se non corretta, conserva solo le distanze lungo il paral-
lelo di riferimento, ma fornisce comunque una discreta approssimazione per le
altre proprietà in una fascia di non più di 20○ intorno a tale parallelo. È utiliz-
zata, infatti, per la rappresentazione di zone a latitudine intermedia tra polo ed
equatore.
Tolomeo aveva ideato una particolare proiezione conica che si avvaleva di un
cono non tangente bensı̀ secante lungo due paralleli di riferimento, in modo che
su entrambi si mantenessero le distanze.
Una carta a proiezione conica non risolve il terzo importante problema del na-
vigante: determinare la rotta, ovvero determinare l’angolo da imporre alla propria
bussola per raggiungere il porto voluto.
Per soddisfare questa esigenza una carta deve essere conforme, ovvero deve
conservare in una qualche misura le forme ma, soprattutto, deve trasformare per-
fettamente gli angoli (la si dice anche isogonica) da qualsiasi punto e in qualsiasi
direzione. Condizione necessaria, anche se non sufficiente, è che i paralleli e i
meridiani si incontrino perpendicolarmente come sul globo. Quest’ultima pro-
prietà viene ottenuta se si proietta la sfera su di un cilindro a essa tangente lungo
l’equatore.

9.1.2 Le proiezioni cilindriche


I punti della sfera possono essere proiettati a partire dal centro della sfera stes-
sa oppure dai punti dell’asse secondo piani paralleli all’equatore che, sezionando
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
142

Figura 9.4 Proiezione cilindrica centrale

Figura 9.5 Proiezione cilindrica parallela

contemporaneamente sfera e cilindro associano ogni parallelo intercettato sulla


sfera alla corrispondente circonferenza intercettata sul cilindro.
In entrambi i casi i paralleli si proiettano in circonferenze parallele all’equatore
di tangenza, mentre i meridiani si proiettano in generatrici del cilindro, in mo-
do che una volta sviluppata la superficie si ottiene complessivamente un reticolo
costituito da due fasci di rette tra loro perpendicolari.
Nel caso della proiezione centrale (Fig. 9.4) i paralleli vanno progressivamente
distanziandosi, secondo i valori della tangente della latitudine φ. Il polo finirebbe
all’infinito.
Nel caso invece della proiezione parallela (Fig. 9.5), i paralleli vanno infitten-
dosi secondo i valori del seno della latitudine φ. E il polo si proietta in un’ultima
circonferenza a distanza R dall’equatore.
Quest’ultima proiezione cilindrica ha un’importante proprietà. È equivalente,
ovvero conserva le aree racchiuse entro i profili che proietta, come si può dedur-
re ricordando che la superficie di una sfera è complessivamente equivalente alla
superficie laterale di un cilindro tangente in un suo cerchio massimo e di altezza
pari al suo diametro.
Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
143

Entrambe le proiezioni producono deformazioni sempre più elevate al crescere


della latitudine, l’una per stiramento e l’altra per schiacciamento. Nessuna delle
due è dunque né conforme né isogonica.

9.2 La carta del Mercatore


Il geografo fiammingo (famiglia di origine tedesca) Gerard de Cremer (nome da
egli stesso latinizzato in Gerardus Mercator) propose nel 1569 una sua soluzio-
ne al problema apportando una correzione alla proiezione cilindrica (centrale)
mediante la quale l’inevitabile dilatazione lungo i paralleli, che aumenta con la
distanza dall’equatore, è accompagnata da una identica distorsione lungo i meri-
diani: il risultato è che in ogni punto della mappa la scala delle distanze Est-Ovest
è la stessa della scala Nord-Sud.
Nella proiezione cilindrica tutti i paralleli assumono la stessa lunghezza
dell’equatore: in particolare gli archi di parallelo compresi tra due medesimi me-
ridiani, assumendo tutti la stessa lunghezza dell’arco di equatore, subiscono al-
lungamenti crescenti al crescere della latitudine a cui si trovano. Considerando
per esempio, in Fig. 9.6, l’arco di parallelo A′ B′ alla latitudine φ, si può facilmen-
te calcolare di quanto la sua lunghezza sulla sfera sia ridotta rispetto a quella del
corrispondente arco di equatore AB:

A′ B′ r
=
AB R
e
r
= cos φ → A′ B′ = AB cos φ.
R
Poiché A′ B′ proiettato sul cilindro assume la stessa lunghezza di AB, il fattore di
dilatazione cui è sottoposto è dunque 1/ cos φ = sec φ.
La carta del Mercatore utilizza questo stesso fattore moltiplicativo nella proie-
zione degli archi di meridiani AA′ e BB′ : in tal modo, essendo il rapporto tra i due
stiramenti ortogonali uguale a 1, si mantengono gli angoli, dunque le direzioni, e,
in parte, anche le forme.

Figura 9.6 Elemento di


superficie da proiettare
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
144

Figura 9.7
Mappa del
Mercatore

Immaginando di discretizzare la proiezione della superficie sferica in un insie-


me di quadratini, procedendo dall’equatore verso il polo si attuerà in ciascuno di
essi una crescente dilatazione, in funzione della latitudine. E volendo considera-
re tale variazione nel continuo si deve effettuare un’integrazione: a un punto di
coordinate geografiche λ (longitudine) e φ (latitudine) corrisponderà sulla carta
un punto di coordinate

⎪ x = Rλ



⎨ φ dφ .

⎪ y = R∫


⎩ 0 cos φ

È evidente che la scala della mappa va crescendo mentre ci si allontana dai poli e
dunque, pur conservandosi gli angoli e in particolare le direzioni, solo le piccole
regioni non risultano deformate, mentre le aree geografiche risultano progressi-
vamente sempre più alterate (Fig. 9.7).
La carta del Mercatore non viene perciò utilizzata per rappresentare il plani-
sferio (in esso per esempio la Groenlandia risulterebbe avere un’estensione all’in-
circa equivalente a quella dell’Africa, quando l’area di questa è invece circa 14 volte
maggiore dell’area di quella).
La carta del Mercatore è tuttora la carta per eccellenza del navigante. Gli angoli
che interessano il navigante sono in particolare gli angoli che una rotta tracciata
sulla carta forma con i meridiani, in quanto la bussola valuta gli angoli rispetto
al Nord, cioè rispetto a un invisibile meridiano: se gli angoli rilevabili sulla carta
equivalgono a quelli che si riscontrano sulla superficie della Terra attraversando
quegli stessi meridiani, il navigante può, mediante la bussola, orientare con sicu-
rezza la sua imbarcazione, essendo certo di raggiungere la meta desiderata anche
quando essa è fuori dalla sua vista.

9.2.1 Ortodromiche e lossodromiche


Resta un quesito finale: il navigante, dopo aver fatto il punto nave con le modalità
descritte e dopo aver consultato la carta del Mercatore per decidere la rotta da
seguire, si muove, sul mare ricurvo della sfera Terra, lungo una geodetica? Ovve-
ro, la traiettoria che infine disegna solcando le acque è il percorso più breve? La
risposta è negativa.
La rotta tracciata come un segmento rettilineo sulla carta incontra i meridiani
secondo un angolo costante: la barca che, mediante la bussola procederà mante-
Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
145

Figura 9.8 Lossodromia Figura 9.9 Ortodromia

nendo quell’angolo di rotta costante rispetto al Nord, raggiungerà il porto desi-


derato ma percorrerà quella che si chiama una lossodromia (Fig. 9.8), ovvero una
linea che si incurva e sale spiraleggiando (è una spirale logaritmica) fino a rag-
giungere, se idealmente prolungata, il polo. La via diritta tra due punti sarebbe,
come sappiamo, un arco di cerchio massimo e, a meno che esso non sia proprio su
di un meridiano geografico o sull’equatore, incontra i meridiani secondo angoli
sempre diversi. In navigazione la rotta lungo la geodetica si chiama ortodromia
(Fig. 9.9), ed è caratterizzata da un angolo di rotta continuamente variabile.
Proviamo a costruire una carta di Mercatore, per poi metterla alla prova. Nella
tabella che segue si sono riportati i calcoli relativi a una sfera di circa 10 cm di
raggio, sulla quale il reticolo di meridiani e paralleli ha maglie di 10○ .
Correzioni Mercatore
Discretizzando la latitudine di 10○ in 10○
per una sfera di raggio
10,0 cm
Intervallo Fattore moltiplicativo Arco Arco Altezza
di latitudine (○ ) elementare elementare complessiva
di di merid. i ogni
meridiano proiettato parallelo
(cm) e corretto sulla carta
(cm) (cm)
0-10 1/ cos 10○ 1,02 1,75 1,79 1,79
10-20 1/ cos 20○ 1,06 1,75 1,86 3,64
20-30 1/ cos 30○ 1,15 1,75 2,01 5,65
30-40 1/ cos 40○ 1,31 1,75 2,29 7,95
40-50 1/ cos 50○ 1,55 1,75 2,71 10,66
50-60 1/ cos 60○ 2,00 1,75 3,50 14,16
60-70 1/ cos 70○ 2,92 1,75 5,11 19,27

Sulla carta ottenuta (Fig. 9.10) si è provato come esempio (Fig. 9.11) a tracciare la
rotta per andare dal punto di coordinate (φ = 20○ ; λ = 0○ ) al punto di coordinate
(φ = 40○ ; λ = 90○ ); essa forma un angolo di 75○ rispetto al Nord.
Come si vede in Fig. 9.12, tracciando sulla sfera una rotta che, partendo dallo
stesso punto (20○ lat e 0○ long), tagli sotto lo stesso angolo di 75○ tutti i meridiani
che incontra, si arriva effettivamente all’incirca al punto atteso di coordinate (40○
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
146

Figura 9.10 La carta Mercato- Figura 9.11 Una rotta


re originata dalla tabella

Figura 9.12 Ortodromia e lossodromia sulla sfera e sulla carta

lat; 90○ long). Me se tra gli stessi due punti noi tiriamo la strisciolina/geodetica
possiamo osservare quanto le due rotte si discostino fra loro.
Riportando poi per punti l’ortodromia sulla carta del Mercatore, si ottiene la
linea rossa, che s’incurva verso le latitudini più elevate. Per seguire la via più breve
(linea rossa) il navigante dovrebbe dunque cambiare continuamente l’orientamen-
to della sua imbarcazione.Quando la distanza tra due punti è relativamente breve,
il vantaggio di seguire l’ortodromia invece che la lossodromia diventa trascurabile
e pertanto si adotta senz’altro la navigazione lossodromica.
Nelle lunghe navigazioni invece, tipo le traversate oceaniche, il vantaggio del-
l’ortodromia sulla lossodromia diventa notevole (Fig. 9.13) e pertanto si adotta la
navigazione ortodromica.
In taluni casi si pone rimedio al continuo cambiamento di rotta sostituendo
all’arco di ortodromia un percorso misto (Fig. 9.14).
Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
147

Figura 9.13 Si possono confrontare le lunghezze in miglia marine fra le ortodromie


denominate ‘‘percorsi per C.M’’ (cerchi massimi), e le rotte lossodromiche (Lega Navale di
Milano)

Figura 9.14 Il percorso per C.M. comporterebbe una pericolosa discesa al di sotto
del 70○ di latitudine. Nel percorso misto un primo tratto di geodetica consente di
raggiungere il parallelo di latitudine limite 52○ , sul quale muoversi ad angolo fisso di 90○
e un secondo tratto di geodetica consente di risalire verso la meta, con un risparmio
comunque consistente di più di 900 miglia, cioè circa 1700 km (Lega Navale di Milano)

9.3 Proiezioni polari


Può essere utile accennare anche ad altri due tipi di proiezioni piane, che utiliz-
zano in particolare come piano di proiezione un piano tangente in un polo.
Nella proiezione centrografica polare (o gnomonica) (Fig. 9.15) il centro di pro-
iezione è nel centro della Terra.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
148

Figura 9.15 Proiezione centrografica polare

Figura 9.16 Le rotte sulla carta


gnomonica

I meridiani sono rette che fuoriescono dal polo di tangenza e i paralleli sono
circonferenze a esso concentriche, il cui raggio ρ dipende dalla latitudine φ:

ρ = R/ tan φ

per cui un punto di coordinate geografiche (λ, φ) si proietta in un punto del piano
di coordinate polari (λ, ρ). È utilizzata solo per rappresentare le zone circumpo-
lari. L’equatore finirebbe all’infinito.
Questa proiezione ha una particolare proprietà: trasforma geodetiche in geo-
detiche. Infatti, qualsiasi piano che, passando per il centro della sfera, origina su
di essa un cerchio massimo interseca poi il piano di proiezione lungo una retta.
E viceversa: qualsiasi retta sul piano ha, tra i piani del suo fascio, un piano che,
passando per il centro della sfera, la taglia lungo un cerchio massimo.
Se per stabilire la rotta utilizzassimo una carta gnomonica il segmento rettili-
neo tra A e B (Fig. 9.16) rappresenterebbe l’ortodromia, mentre la linea curva, che
va a tagliare i meridiani secondo un angolo costante, sarebbe la corrispondente
lossodromia che, in questo caso, apparirebbe essere effettivamente il cammino
più lungo fra i due.
Nella proiezione stereografica polare (Fig. 9.17) il centro di proiezione è nel polo
opposto a quello cui è tangente il piano.
Anche in questo caso i meridiani sono proiettati in rette che fuoriescono dal
polo di tangenza e i paralleli sono circonferenze a esso concentriche, a distanza
decrescente verso il centro. Anche l’equatore può esservi rappresentato.
Un parallelo di latitudine φ (Fig. 9.18) viene proiettato in una circonferenza di
90○ −φ
raggio ρ = 2R tan ( 2 ) (vedere Fig. 9.18).
Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
149

Figura 9.17 Proiezione stereografica


polare

E dunque il punto P di coordinate geografiche (λ, φ) viene proiettato nel punto


P ′ del piano di coordinate polari (λ, ρ) (Fig. 9.18). In particolare l’equatore si
trasforma in una circonferenza di raggio ρ = 2R.
Si dimostra che questa carta, oltre a essere isogonica ha una speciale proprietà:
trasforma cerchi in cerchi.

Figura 9.18 Proiezione di P in P ′

9.4 La proiezione di Gauss e il sistema di coordinate UTM

La diffusione dei sistemi di posizionamento satellitare ha reso di universale uti-


lizzo il sistema di coordinate che si fonda su un tipo di proiezione dovuta a Gauss
e viene denominata Universal Trasversal Mercator (UTM).
La proiezione di Gauss è detta appunto “cilindrica inversa o trasversa” perché
la forma del reticolato geografico è simile a quella che si otterrebbe proiettando la
Terra dal suo centro su un cilindro tangente non lungo l’equatore, come del caso
della carta Mercatore, bensı̀ lungo un meridiano (Fig. 9.19).
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
150

Figura 9.19 La proiezio-


ne UTM

Figura 9.20 Il risultato della proiezione


UTM dell’intero globo terrestre

Sviluppando il cilindro, il meridiano di tangenza e l’equatore si trasformano


in due rette tra loro perpendicolari, gli altri meridiani e i paralleli in linee curve
(Fig. 9.20).
Se lungo il meridiano la rappresentazione è equidistante, allontanandosi da
esso le deformazioni aumentano fortemente.
Deformazioni accettabili si ottengono mantenendosi entro un’ampiezza di 6○ ,
ovvero entro 3○ a Est e 3○ a Ovest del meridiano centrale (si osservi, in Fig. 9.20,
lo spicchio centrale, intorno al meridiano di Greenwich).
Si è pertanto convenuto di suddividere la superficie dell’ellissoide terrestre in
60 fusi, ampi 6○ di longitudine, per ciascuno dei quali effettuare la proiezione
rispetto al suo meridiano centrale (Fig. 9.21). Essi sono contraddistinti da un
numero, a partire dall’antimeridiano di Greenwich verso Est.
Capitolo 9 ● La sfera Terra: le carte geografiche
151

Figura 9.21 Proiezione UTM di tre fusi


consecutivi

Figura 9.22 La figura mostra


una parte della proiezione otte-
nuta giustapponendo i fusi lungo
l’equatore

Si è creata inoltre una suddivisione in 20 fasce di 8○ di latitudine ciascuna, dalla


latitudine di −80○ Sud alla latitudine di 80○ Nord (in realtà l’ultima fascia si spinge
fino a 84○ per contenere gli estremi lembi settentrionali dei continenti).
Per contenere le deformazioni e rendere la carta conforme, si interviene co-
me nel caso di Mercatore, con correzioni analitiche. Le coordinate geografiche
(λ, φ) di un punto dell’ellissoide vengono convertite in coordinate (x, y) di un
punto sulla carta mediante due funzioni che modulano opportunamente fattori
di correzione (Fig. 9.22).
All’interno di uno stesso fuso si applicano di fatto differenti fattori di scala: fat-
tori di riduzione nella fascia più interna, prossima al meridiano centrale, e fattori
di ingrandimento nella parte più esterna (Fig. 9.24). In tal modo, di fatto, è come
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
152

Figura 9.23 Proiezione UTM con cilindro secante. CM: Figura 9.24
meridiano centrale; PQ, RS: linee lungo le quali il cilindro interseca Le correzioni
l’ellissoide

se la proiezione fosse effettuata non su di un cilindro tangente al meridiano, bensı̀


su di un cilindro secante l’ellissoide lungo due linee intermedie del fuso (Fig. 9.23),
su entrambe le quali la rappresentazione risulta cosı̀ conservare le distanze.
Capitolo 10
Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli
di geometria iperbolica

10.1 La mappa conforme del navigante iperbolico

Con un po’ di fantasia immaginiamo che la nostra Terra invece che “quasi sferica”
abbia la forma di una pseudosfera e mettiamoci nei panni di un navigante che
veleggia in un mare iperbolico. Abbiamo bisogno di una mappa che ci indichi
la via, in modo che, scelta la rotta sulla mappa e impostato l’orientamento del
timone, possiamo raggiungere la nostra meta.
Dobbiamo costruire una mappa conforme per la pseudosfera, una mappa che
conservi gli angoli.
Per semplicità consideriamo una pseudosfera di raggio a = 1.
Un primo tentativo potrebbe essere quello di considerare una proiezione ci-
lindrica, scegliendo come ascissa del piano l’arco x sulla base della pseudosfera e
come ordinata la lunghezza s del tratto di trattrice.

Figura 10.1

Cosı̀ facendo ci si accorge ben presto che la mappa creata non è conforme, un
indizio è dato dal fatto che: i paralleli sono tra di loro più vicini in prossimità
dell’asse x e poi progressivamente più lontani. La situazione è quindi ribaltata ri-
spetto alla sfera in cui salendo verso il polo le proiezioni dei paralleli si avvicinano
sempre più. Occorre correggere le ordinate della mappa, un po’ come è già stato
fatto per la sfera.
Per fare questo è necessario conoscere l’equazione della trattrice nelle variabili
X e s, indicando con X la distanza dall’asintoto e con s il tratto di trattrice percorsa
a partire dal punto A = (1, 0).
Consideriamo un generico punto P = (x, s) sulla trattrice (Fig 10.2). Il seg-
mento di tangente condotto da P all’asintoto misura 1 come il segmento OA (gra-
zie alla proprietà caratteristica della trattrice vista nel capitolo 7).
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 10, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
154

Se ci si muove sulla trattrice di un tratto infinitesimo −ds, la distanza dall’asin-


toto aumenta di dX e vale l’uguaglianza:

dX X
− = .
ds 1
Si tratta quindi di risolvere l’equazione differenziale X ′ (s) = −X con la condizione
iniziale X(0) = 1, la soluzione è un esponenziale:

X = e−s .

Questa è l’equazione della trattrice che cercavamo.

Figura 10.2

L’equazione appena trovata ci permette di risolvere il problema della mappa


conforme della pseudosfera ottenuta ruotando la trattrice attorno all’asin-
toto1 .
Consideriamo il punto P = (x, s) sulla pseudosfera, indichiamo con X la sua
distanza dall’asse di rotazione. Come ascissa sulla mappa manteniamo la lun-
ghezza dell’arco x; supponiamo di spostarci “orizzontalmente” di un arco dx; alla
quota s lo spostamento “orizzontale” misura Xdx (la misura dell’arco è uguale
al raggio per l’ampiezza dell’angolo). Se ci “alziamo” di un tratto ds dobbiamo
trovare l’innalzamento dy sulla mappa in modo che si conservino gli angoli.

1 Per
una descrizione dettagliata della mappa conforme si veda Needham T. (1997). Visual Complex
Analysis, Oxford University Press.
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
155

Figura 10.3

Affinché ciò accada, è necessario che i “triangoli” in figura siano simili, pertan-
to:
dy ds
= ,
dx Xdx
quindi
dy 1
= ,
ds X
ma sappiamo che X = e−s , quindi

dy
= es ,
ds
da cui y = es + C, scegliendo come costante C = 0, abbiamo infine:

y = es .

Possiamo quindi concludere che la mappa conforme associa a un punto della


pseudosfera P = (x, s) un punto del piano R2 di coordinate (x, y) con y = es .
L’insieme immagine della mappa non è però tutto R2 , ma il suo sottoinsieme
[0, 2π) × [1, +∞). Analizzando l’insieme immagine emergono due problema-
tiche:
1 Il fatto che x ∈ [0, 2π) permette di associare a ogni punto della pseudosfera
un unico punto in [0, 2π) × [1, +∞) e viceversa; questa limitazione, però, non
consente di rappresentare in modo continuo sul piano le traiettorie che descri-
vono più di un giro attorno all’asse della pseudosfera, come avviene per certe
geodetiche.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
156

Si tratta della stessa problematica che abbiamo già affrontato sul cilindro e sul
cono. Per superarla occorre far ricorso ai ricoprimenti, estendendo l’immagine
della mappa conforme a R × [1, +∞), in modo tale che un punto che si muove
sul piano lungo una retta orizzontale sia il corrispondente di un punto sulla
pseudosfera che si muove sulla circonferenza s = cost girando attorno all’asse,
compiendo una rotazione completa ogni 2π.
2 La limitazione alle y dell’insieme immagine fa emergere un altro problema. Il
bordo della pseudosfera è s = 0 che, poiché e0 = 1, diventa y = 1 e quindi le
immagini dei punti sulla pseudosfera hanno le y maggiori o uguali a 1, non
si ottiene quindi nemmeno il semipiano delle ordinate positive. D’altro canto,
come ci ha insegnato Hilbert, non è possibile estendere la pseudosfera al di
sotto del suo bordo in modo regolare e senza farle cambiare curvatura e quindi
a questa problematica non possiamo dare una risposta positiva in termini di
geometria sulla pseudosfera.
Vedremo però che estendendo la mappa sul piano al di sotto di y = 1, con-
siderando tutto il semipiano y > 0, potremo costruire un modello piano di
geometria non euclidea di tipo iperbolico.

Le due problematiche appena esposte erano ben note a Eugenio Beltrami, fu


il matematico italiano a studiarle dettagliatamente e a dedurre da esse i legami
con le geometrie non euclidee, sviluppandone i modelli (anche quelli che oggi
portano il nome di altri . . . ).

10.2 Sperimentiamo la mappa conforme

Noi uomini siamo un po’ come la formichina euclidea, siamo curiosi e ci piace
sperimentare.
Quindi ci dotiamo di una pseudosfera e proviamo ad applicare la mappa. Qui
descriviamo la nostra esperienza, ma se riuscite a procurarvi un modello di pseu-
dosfera, potete provare anche voi, è utile e divertente.
Utilizziamo una pseudosfera di raggio a = 10 cm, per questo occorre modifica-
re la legge y = es , che vale se il raggio è unitario, effettuando uno stiramento di a
in tutte le direzioni. L’applicazione che va dalla pseudosfera al semipiano diventa
quindi:
(x, s) ↦ (x, y) con y = a ⋅ es/a .
Prendiamo due nastrini flessibili e li appoggiamo sulla pseudosfera in modo da
individuare due geodetiche che fissiamo col nastro adesivo.

Figura 10.4
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
157

Muniti di un nastro graduato da sarto, prendiamo le misure di x e di s per le


due geodetiche, quindi ricaviamo l’ordinata dei punti sulla mappa piana con la
relazione y = 10 ⋅ es/10 .
Nella tabella seguente raccogliamo i dati di x e di s e calcoliamo il corrispon-
dente y:
Prima geodetica Seconda geodetica
x (cm) s (cm) y (cm) x (cm) s (cm) y (cm)
0,0 0,0 10,00 19,5 0,0 10,00
1,7 2,0 12,21 21,0 2,0 12,21
4,3 4,0 14,92 23,3 4,0 14,92
10,0 6,0 18,22 27,0 5,5 17,33
13,5 6,5 19,16 31,4 6,5 19,16
19,8 6,5 19,16 34,3 7,0 20,14
25,9 6,0 18,22 43,0 6,5 19,16
29,4 5,0 16,49 45,7 6,0 18,22
31,9 4,0 14,92 48,5 5,0 16,49
34,4 2,0 12,21 50,9 4,0 14,92
36,2 0,0 10,00 54,0 2,0 12,21
55,4 0,0 10,00

Disegniamo i punti (x, y) della prima geodetica utilizzando un software di


geometria dinamica e osserviamo che i punti sembrano disporsi lungo un arco di
circonferenza.
Tracciando alcuni assi dei segmenti che hanno per estremi i punti concludia-
mo, tenendo conto del fatto che i dati sono sicuramente soggetti a errori di misura,
che i punti appartengono a un arco di circonferenza con centro sull’asse x.

Figura 10.5

Disegnando anche i punti della seconda geodetica abbiamo conferma di quan-


to ipotizzato.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
158

Abbiamo scoperto la caratteristica principale della mappa:


La mappa trasforma le geodetiche sulla pseudosfera diverse dalle generatrici
in archi di circonferenze il cui centro appartiene all’asse orizzontale.
È poi ovvio che la mappa trasforma le trattrici generatrici della pseudosfera in
semirette verticali.
Con un po’ di azzardo possiamo utilizzare la statistica per avere qualche infor-
mazione in più.
Supponiamo davvero che i punti appartengano a circonferenze con centro sul-
l’asse x, esse hanno allora equazione del tipo x 2 + y 2 + ax + c = 0. Abbiamo i dati
sperimentali per x e per y e dobbiamo valutare i valori di a e di c in modo che
l’equazione sia quella della circonferenza che approssima meglio i dati teorici.
Calcolando z = x 2 + y 2 , l’equazione della circonferenza diventa z + ax + c = 0
che è l’equazione di una retta, possiamo quindi utilizzare la regressione lineare
per valutare i valori di a e di c.
Immettendo i dati in un foglio elettronico otteniamo i seguenti risultati:

prima geodetica: a = 31,136 e c = 79,123, con coefficiente


di correlazione 0, 9987;
seconda geodetica: a = 74,633 e c = 981,23, con coefficiente
di correlazione 0, 9999.

I coefficienti di correlazione sono molto vicini a 1 e indicano quindi una correla-


zione molto buona.
Adesso che ne conosciamo l’equazione possiamo disegnare le circonferenze
che meglio approssimano i dati sperimentali, avendo una conferma visiva della
bontà dell’approssimazione.

Figura 10.6
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
159

Misuriamo quindi l’angolo tra le due circonferenze e confrontiamolo con quel-


lo tra le geodetiche sulla pseudosfera per confermare il fatto che la mappa è con-
forme.
A questo punto il navigante iperbolico ha risolto i suoi problemi, se vuole anda-
re da un punto A a un punto B sulla pseudosfera, basta che determini le coordinate
dei due punti sulla mappa e tracci la circonferenza passante per questi punti e con
centro sulla retta y = 0, l’arco AB sulla mappa individua una rotta che il navigante
può seguire per andare diritto nel suo viaggio iperbolico sulla pseudosfera.

10.3 Il semipiano di Poincaré


Se estendiamo la mappa conforme al di sotto della retta corrispondente al bor-
do della pseudosfera e consideriamo più ricoprimenti otteniamo un modello di
geometria iperbolica.
In esso:
K il piano è un semipiano determinato da una retta, l’orizzonte, che è l’asse x della
mappa;
K i punti sono i punti del semipiano esclusi quelli dell’orizzonte;
K le rette sono semirette euclidee perpendicolari a r con origine sull’orizzonte,
oppure semicirconferenze euclidee con diametro contenuto nell’orizzonte.
Questo modello è usualmente noto come modello del semipiano di Poincaré, perché
fu studiato da Henri Poincaré (1854-1912) nel 1892, ma in realtà era già stato in-
trodotto da Beltrami nel 1868 e pubblicato nel suo Saggio di interpretazione della
geometria non euclidea.

Figura 10.7

Nel semipiano di Poincaré valgono i primi quattro postulati di Euclide, in par-


ticolare notiamo che dati due punti esiste un’unica retta iperbolica passante per
essi, fatto che non vale per le geodetiche sulla pseudosfera.
Il quinto postulato va però sostituito dal postulato della geometria iperbolica:
Data una retta e un punto esterno a essa, esistono almeno due rette passanti
per il punto che non intersecano la retta data.
In realtà, dato un punto P e una retta r, si dimostra facilmente che esistono infinite
rette iperboliche passanti per P e parallele a r, esse sono delimitate da due rette
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
160

Figura 10.8

speciali, quelle che intersecano r nell’orizzonte. La Fig. 10.8 illustra un esempio di


questa situazione.
È abbastanza agevole misurare gli angoli nel semipiano iperbolico, d’altronde
l’abbiamo introdotto cercando una mappa conforme della pseudosfera. Gli an-
goli si misurano proprio come nel piano euclideo e se le rette iperboliche sono
delle semicirconferenze euclidee gli angoli tra esse sono quelli formati dalle loro
tangenti nel punto di intersezione.
Possiamo quindi capire come il mondo dei quadrilateri nella geometria iper-
bolica sia profondamente diverso da quello nella geometria euclidea, per esempio
esistono dei quadrilateri birettangoli isosceli, cioè con due angoli retti e due lati
uguali, ma non sono dei rettangoli (Fig. 10.9).
Non è nostra intenzione sviluppare oltre il modello del semipiano di Poincaré,
occorrerebbe introdurre una metrica diversa da quella euclidea2 , ma ci allonta-
neremmo dagli scopi di questo libro.

Figura 10.9
Quadrilatero isoscele
con due angoli retti

10.4 L’inversione circolare


Analizziamo ora una trasformazione del piano le cui interessanti caratteristiche
ci consentiranno nel paragrafo seguente di introdurre una nuova mappa confor-
me sulla pseudosfera e quindi un nuovo modello per la sua geometria. Si tratta

2 Si veda per es.


Agazzi E., Palladino D. (1978). Le geometrie non euclidee e i fondamenti della geometria,
Milano: Mondadori.
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
161

dell’inversione circolare; le prime idee su di essa possono essere fatte risalire ad


Apollonio da Perga (250-175 a.C.) che ha studiato il luogo dei punti P tali che
PA = kPB con A e B punti del piano.
Se k = 1 il luogo è una retta (l’asse di AB), altrimenti è una circonferenza che
prende il nome di circonferenza di Apollonio.
Dobbiamo però aspettare il XIX secolo per uno studio sistematico dell’inver-
sione circolare da parte di Jakob Steiner. L’inversione ha trovato applicazione in
macchinari ingegneristici per la trasformazione di un moto circolare in moto ret-
tilineo, ma per noi risulta uno strumento cruciale per evidenziare il legame tra
diversi modelli di geometria iperbolica.
L’inversione circolare rispetto a una circonferenza c di centro C e raggio r
trasforma un punto P nel punto P ′ appartenente alla semiretta CP e tale che
CP ⋅ CP ′ = r 2 .

Figura 10.10

La Fig. 10.10 mostra la costruzione geometrica per determinare l’immagine di


P: si disegna la semiretta CP, la retta perpendicolare a CP e passante per P, i punti
A e B di intersezione tra questa retta e c e le due rette tangenti a c passanti A e B;
l’intersezione tra le due tangenti è il punto P ′ cercato.
La giustificazione della costruzione si basa sul primo teorema di Euclide ap-
plicato al triangolo rettangolo CAP ′ di cui AP è un’altezza, abbiamo infatti che
2
AC = CP ⋅ CP ′ .
La costruzione vale solo se il punto P è interno alla circonferenza. Se il punto
è esterno basta invertire i ruoli di P e P ′ , si parte da P ′ e dopo aver tracciato le
tangenti alla circonferenza e la perpendicolare a CP ′ passante per A e B si arriva
a determinare P.
È chiaro che l’inversione trasforma punti interni alla circonferenza di inversio-
ne in punti esterni, mentre i punti della circonferenza sono punti uniti.
È sicuramente utile e istruttivo indagare le proprietà dell’inversione circolare
con un software di geometria dinamica, basta vincolare il punto P a vari oggetti,
crearne l’immagine P ′ secondo l’inversione circolare, e studiare come varia P ′
al variare di P. In questo paragrafo vediamo solamente le proprietà di geometria
sintetica che sfrutteremo in seguito, ma le caratteristiche di questa trasformazione
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
162

sono numerose, anche quelle che coinvolgono le sue equazioni nel piano reale e
nel piano complesso 3 .
L’inversione circolare rispetto a una circonferenza c trasforma una circonfe-
renza ortogonale a c in se stessa.

Figura 10.11 Circonferenze


ortogonali
Vediamo di giustificarlo. Due circonferenze ortogonali (Fig. 10.11) hanno le
tangenti ortogonali, quindi il raggio di c è tangente alla circonferenza di parten-
za; sia P un punto su di essa, indicando con P ′ il punto di intersezione fra tale
circonferenza e la semiretta CP si ha, per il teorema della tangente e della secante,
che CP ⋅ CP ′ = r 2 e quindi P ′ è l’immagine di P nell’inversione. ◻
Una circonferenza che passa per il centro dell’inversione si trasforma in una
retta non passante per il centro e viceversa.

Figura 10.12
Infatti se indichiamo con P l’estremo di un diametro della circonferenza di
partenza e con Q un qualsiasi punto di essa, i punti P ′ e Q ′ , loro trasformati, so-
no tali che r 2 = CP ⋅ CP ′ = CQ ⋅ CQ ′ , quindi i due triangoli CQP e CP ′ Q ′ sono
simili, perché hanno una coppia di lati in proporzione e l’angolo in C in comune.
Concludiamo quindi che CP ̂ ̂ ma CQP
′ Q ′ ≅ CQP, ̂ è retto, quindi qualunque sia

Q, la sua immagine Q appartiene a una retta perpendicolare a CP e quindi pa-
rallela alla retta tangente in C. ◻

3 Per chi è interessato si trovano parecchi risultati sull’inversione in Henderson D.W., Taimina D. (2005).
Experiencing Geometry, New York: Pearson Ed.
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
163

Una circonferenza che non passa per il centro di inversione si trasforma in


un’altra circonferenza non passante per il centro.

Figura 10.13
Siano P e Q punti del diametro della circonferenza da invertire e P ′ e Q ′ le loro im-
magini (vedi Fig. 10.13). Considerando un qualsiasi punto R sulla circonferenza
iniziale e indicando con R ′ la sua immagine, non è difficile dimostrare (analo-
gamente a quanto abbiamo fatto per il risultato precedente) che CPR ∼ CR ′ P ′
e CQR ∼ CR′ Q ′ , si dimostra quindi che PRQ ̂ ≅ Q̂ ′ R ′ P ′ . Ne segue che l’ango-

lo Q̂′ R ′ P ′ è retto e che quindi al variare di R il punto R ′ descrive anch’esso una

circonferenza. ◻
Siamo arrivati al risultato più importante (Fig. 10.14):
Due rette che si intersecano formando un angolo α, si trasformano in due cir-
conferenze passanti per il centro d’inversione formando un angolo congruente
ad α.

Figura 10.14

Abbiamo visto che una retta viene trasformata in una circonferenza passante
per il centro di inversione e la cui tangente in tale punto è parallela alla retta di
partenza. È immediato concludere che le due rette iniziali si trasformano in due
circonferenze e che l’angolo tra le due rette iniziali è uguale all’angolo tra le rette
tangenti alle circonferenze nel centro d’inversione e quindi all’angolo tra le rette
tangenti alle circonferenze nell’altro punto di intersezione. ◻
Un risultato analogo vale anche per le circonferenze e per ogni altra curva:
L’inversione circolare è conforme.
Attenzione però che la trasformazione è invertente e cambia l’orientamento
dell’angolo. ◻
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
164

10.5 Il disco di Poincaré


All’inizio di questo capitolo abbiamo trovato una mappa conforme per la pseu-
dosfera e abbiamo visto che, pur con qualche modifica, essa costituisce il modello
del semipiano di Poincaré per la geometria iperbolica.
Abbiamo poi introdotto l’inversione circolare e mostrato che si tratta di una
trasformazione conforme.
A questo punto viene la curiosità di applicare l’inversione circolare al semipia-
no di Poincaré per vedere quale situazione si crea, ma sicuramente otterremo un
altro modello conforme per la geometria iperbolica.
Non ci stanchiamo di dire anche questa volta che è bene sperimentare in prima
persona quanto stiamo facendo utilizzando un software di geometria dinamica e
poi giustificare i risultati ottenuti utilizzando le proprietà dell’inversione viste nel
paragrafo precedente.
Consideriamo una circonferenza c con centro C al di sotto del semipiano di
Poincaré (Fig. 10.15).
Innanzitutto applichiamo all’orizzonte l’inversione circolare rispetto a c, otte-
niamo una circonferenza passante per C e la cui tangente in C è parallela all’oriz-
zonte: il semipiano di Poincaré si trasforma in un cerchio.

Figura 10.15
Capitolo 10 ● Le mappe conformi della pseudosfera e i modelli di geometria iperbolica
165

Figura 10.16

Le rette iperboliche contenute nel semipiano di Poincaré sono dei semicerchi


o delle semirette (euclidee) e quindi vengono trasformate dall’inversione in ar-
chi di circonferenza interni al cerchio (Fig. 10.16), o, come caso particolare, in
diametri del cerchio. Questi archi intersecano ortogonalmente l’orizzonte perché
l’inversione è conforme e nel semipiano di Poincaré le rette sono già ortogonali
all’orizzonte.
Siamo passati dal modello del semipiano di Poincaré a un nuovo modello con-
forme di geometria iperbolica in cui:
K il piano è un cerchio privato del contorno;
K i punti sono i punti interni del cerchio;
K le rette sono i diametri o archi di circonferenza ortogonali al cerchio.
Questo viene ricordato come il disco di Poincaré.
Il matematico francese Henri Poincaré (1854-1912) lo studiò e utilizzò per sco-
prire nuovi teoremi sulle funzioni di variabile complessa, ma, cosı̀ come per il
semipiano, anche questa volta il primo a introdurre il modello fu Beltrami.
Il disco di Poincaré non è da meno del semipiano e anche in questo modello
accadono situazioni a prima vista bizzarre. Nella Fig. 10.17 possiamo vedere un
triangolo equilatero con tutti gli angoli nulli!
Si può osservare (Fig. 10.18) che al crescere della misura degli angoli interni, il
triangolo diventa sempre più piccolo, diminuisce la sua area; esso tende ad assu-
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
166

Figura 10.17 Triangolo equila-


tero con gli angoli nulli

Figura 10.18

mere una forma “più euclidea” quando la sua area tende a zero e la somma degli
angoli interni a π, tutto questo in accordo con il teorema di Gauss-Bonnet che
abbiamo enunciato nel capitolo 7.
Ci sarebbero tante cose da dire, ma ormai il nostro viaggio tra le superfici e
le loro geometrie è quasi al termine e sicuramente possiamo lasciare il navigante
iperbolico senza il rischio che si perda, ha addirittura due mappe conformi tra cui
poter scegliere!
Ci chiediamo solo se porterà con sé la formica euclidea.
Capitolo 11
Il nostro spazio è euclideo?

Abbiamo partecipato alle esplorazioni della formica a passeggio su differenti su-


perfici e abbiamo affinato la nostra capacità di raccogliere indizi dai quali dedurre
la loro eventuale curvatura e persino di valutarne l’entità. Convinti inoltre che
la curvatura di uno spazio è una proprietà intrinseca, definibile in ciascuno dei
suoi punti, possiamo ora interrogarci sulle qualità dello spazio tridimensionale
nel quale siamo immersi. Anche se fra tutti gli spazi tridimensionali quello piat-
to, euclideo, si presenta immediato alla nostra mente e siamo abituati ad adottarlo
quando spingiamo lo studio della geometria verso gli oggetti che si estendono in
tre dimensioni, non può non venirci il dubbio che qualcuno, guardandoci da uno
spazio con qualche dimensione in più, rilevi invece la presenza di curvature nel
nostro.
Ci sono esperimenti che ci consentirebbero di rilevare curvature nel nostro
spazio?
Si racconta a tal proposito di un esperimento compiuto dallo stesso Gauss ne-
gli anni, intorno al 1827, nei quali si dedicava a misurazioni di geodesia nella zona
dell’Hannover: avrebbe cercato di rilevare la curvatura dello spazio misurando la
somma degli angoli interni di un grande triangolo i cui vertici erano costituiti da
tre omini che, posti sulle cime di tre monti, si inviavano l’un l’altro dei raggi lu-
minosi deviando la luce del sole mediante un sistema di specchi. La somma degli
angoli cosı̀ misurata parve deviare dal valore teorico di 180○ , ma la deviazione era
troppo piccola rispetto alla precisione delle misure eseguite per dar seguito alla
cosa.
In via altrettanto teorica si potrebbe estendere alle tre dimensioni una prova,
utilizzata nel caso bidimensionale del piano, per stabilire se, dato un piano passan-
te per tre punti A, B, C, un quarto punto P stia o no su quel piano: si determinano
le distanze AP, BP, CP del quarto punto dagli altri tre e le si usa come raggi di
circonferenze di centro A, B, C; se P sta sul piano le tre circonferenze si inter-
secano proprio in P, diversamente P ne è fuori. Nello spazio a tre dimensioni si
dovrebbero misurare le distanze di un quinto punto da altri quattro e verificare
poi se le quattro sfere con centro nei quattro punti si intersecano o no nel quinto:
ciò succede solo se lo spazio è piatto.
Si osservi che negli esperimenti ideali proposti è centrale il concetto di distanza
tra punti e che solo in uno spazio piatto la distanza tra due punti coincide con la
lunghezza di un tratto di retta in senso proprio, mentre in uno spazio curvo la di-
stanza tra due punti è una lunghezza misurata su di un tratto di geodetica. Anche
nell’esperimento di Gauss, nel quale i lati del triangolo tra le cime sono descritti
da raggi di luce, l’eventuale curvatura dello spazio rilevata sarebbe conseguen-
za del fatto che la luce stessa percorrerebbe traiettorie che asseconderebbero la
curvatura (ovvero delle geodetiche).
A questo punto diventa necessario osservare che qualsiasi domanda sulle qua-
lità dello spazio nel quale siamo immersi porta a sconfinare dalla geometria verso
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo. Geometria su sfera, cilindro, cono, pseudosfera
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 11, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
168

la fisica, come le misure proposte, con tutte le loro incertezze, indicano inequivo-
cabilmente. E dalla fisica si transita facilmente verso la filosofia, dal momento che
inevitabilmente emergono gli interrogativi di fondo: lo spazio esiste in sé stesso, è
il fondale muto e imparziale rispetto al quale registriamo il moto dei corpi che lo
abitano, infinito, eterno, statico, il riferimento assoluto necessario alla visione di
Newton? È questa la concezione dei “sostanzialisti”, che tuttora pensano allo spa-
zio come a una realtà che potrebbe avere una sua struttura geometrica anche se
fosse completamente vuoto. A essi si contrappone la posizione dei “relazionalisti”,
che pensano lo spazio come uno strumento utile a definire le posizioni reciproche
tra i corpi (si riecheggiano qui le asserzioni di Leibniz sullo spazio inteso come
proprietà delle “cose” e come mezzo per definire la contiguità di oggetti fisici, o le
definizioni di Kant, secondo il quale spazio e tempo sono categorie a priori della
nostra mente).
Una cosa è certa: la fisica che non si limiti a contemplare fenomeni situati entro
gli ordini di grandezza della realtà quotidiana che ci circonda, per i quali la con-
cezione di Newton dello spazio (e del tempo) è perfettamente valida, ha dovuto
adottare la geometria indicata dalla teoria della relatività. In essa il tempo è venuto
a costituire una quarta dimensione inscindibile dalle tre dimensioni spaziali.

11.1 La geometria dello spazio - tempo:


il modello di Minkowski
Nello spazio quadrimensionale di Minkowski, che costituisce la trama geometrica
sulla quale si dispiega la teoria della relatività ristretta, fa irruzione il tempo. E con
il tempo il movimento. Tanto la geometria euclidea è statica quanto la geometria
dello spazio-tempo è dinamica.
La geometria euclidea assume come invariante la distanza; di conseguenza ri-
sultano invarianti anche gli angoli. E le trasformazioni rispetto alle quali essi sono
invarianti sono le isometrie.
La distanza tra due punti (x, y, z) e (x ′ , y ′ , z ′ ) è calcolabile applicando il teo-
rema di Pitagora:

d 2 = (x − x ′ )2 + (y − y ′ )2 + (z − z ′ )2 ;

questa modalità di calcolo delle distanze è la metrica dello spazio euclideo. In ge-
nerale infatti la metrica di uno spazio definisce in che modo debba essere calcolata
la distanza tra due punti per mezzo del sistema di coordinate in esso stabilito: è
di fatto una formula che converte le coordinate dei due punti in una distanza.
Quanto al tempo, esso è fuori dalla geometria euclidea e quando, nella fisica
classica, entra in gioco accanto alle variabili spaziali, lo si considera grandezza
assoluta, pertanto la distanza temporale t ′ − t fra due istanti o due avvenimenti è
la stessa rispetto a qualsiasi sistema di riferimento.
Nello spazio-tempo le trasformazioni rispetto alle quali si definiscono la metri-
ca e gli invarianti sono legate al moto relativo dei sistemi di riferimento: si tratta,
anche se qui non le riportiamo, delle trasformazioni proposte da Lorentz e deriva-
te indipendentemente da Einstein partendo dai postulati della relatività ristretta.
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
169

Ciò che le contraddistingue è che in esse le variabili spaziali e la variabile tem-


po sono tra loro intrecciate: non si possono quindi più definire separatamente
distanze tra punti nello spazio e distanze tra istanti nel tempo. Quali grandezze
conservano invariato il loro valore se misurate rispetto a sistemi di riferimento in
moto reciproco con velocità costante?
Uno dei postulati alla base della relatività ristretta è che la velocità della luce
nel vuoto (indicata tradizionalmente con c) sia costante: essa diviene unità di
riferimento delle lunghezze, in quanto lo spazio c⋅Δt percorso dalla luce nel tempo
Δt non può essere uguagliato, né tanto meno superato da nessun altro segnale
o corpo in movimento. È da questa considerazione che discende la definizione
dell’invariante relativistico: un raggio di luce che parta al tempo t da un punto,
designato dalle coordinate x 1 , x 2 , x 3 in uno spazio a tre dimensioni, viaggia come
un’onda sferica e raggiunge un punto vicino (x 1 +Δx 1 , x 2 +Δx 2 , x 3 +Δx 3 ) al tempo
t + Δt. Sarà vero per lui che:
c 2 Δt 2 = Δx 12 + Δx 22 + Δx 32 ,
e anche che la differenza c 2 Δt 2 − Δx 12 − Δx 22 − Δx 32 è nulla e ciò vale indipendente-
mente dal sistema di riferimento. Una differenza analoga, calcolata a partire dalle
coordinate di due eventi qualsiasi definiti nello spazio tempo per mezzo delle loro
quattro coordinate (x, y, z, t) (x ′ , y ′ , z ′ , t ′ ), in cui si ponga Δt = t ′ −t, Δx = x ′ −x,
ecc., potrebbe invece dare un qualsiasi risultato, positivo o negativo, a seconda che
lo spazio percorribile dalla luce nell’intervallo t ′ − t disponibile risulti maggiore
o minore della distanza euclidea (x ′ − x)2 + (y ′ − y)2 + (z ′ − z)2 . Si sta appunto
misurando un intervallo tra due eventi dello spazio-tempo usando come termine
di riferimento il percorso della luce.
Si dimostra che proprio l’intervallo (Δs)2 = c 2 (t ′ − t)2 − (x ′ − x)2 − (y ′ −
y) − (z ′ − z)2 cosı̀ calcolato è invariante, rispetto alle trasformazioni di Lorentz,
2

nello spazio-tempo di Minkowski, e ne costituisce la metrica, cioè la misura della


“distanza” tra due eventi dello spazio-tempo.
Dal fatto che questo intervallo assuma lo stesso valore rispetto a qualsiasi si-
stema di riferimento, nonostante le variazioni subite invece dai singoli termini in
funzione della velocità relativa tra gli osservatori posti nei diversi sistemi di rife-
rimento (contrazione delle lunghezze e dilatazione dei tempi nella direzione del
loro moto relativo), discendono interessanti considerazioni. Se la differenza risul-
ta positiva significa che i due eventi distano tra loro meno del percorso c 2 (t ′ − t)2
effettuabile dalla luce, ovvero un segnale che parta dall’uno può raggiungere l’al-
tro, il che viene interpretato come la possibilità che possano essere connessi da
una relazione di causa ed effetto, nel senso che il secondo evento può essere un
possibile momento della stessa “storia” cui appartiene il primo. In caso contra-
rio, quando la differenza è negativa, due eventi sono estranei l’uno all’altro, non
possono essere connessi da un segnale di alcun tipo, non possono far parte della
stessa storia.
Essendo Δs un invariante, la stessa conclusione vale per qualsiasi sistema di
riferimento: non si stravolge dunque il senso comune, vale a dire che un calcio e
il pallone che schizza via sono, da tutti i sistemi di riferimento in moto tra loro,
valutati nella stessa sequenza causa-effetto.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
170

Nell’impossibilità di rappresentare uno spazio a quattro dimensioni si è soliti


eliminare una delle componenti spaziali e, limitandosi a considerare punti di uno
stesso piano, si utilizza la terza dimensione per raffigurare il tempo, nella forma
c ⋅ t dello spazio percorso dalla luce nel tempo t.
In questo modo viene per esempio raffigurato il moto della Terra intorno al Sole.
La linea cosı̀ descritta non può più essere denominata traiettoria, le è stato
attribuito il nome di linea di universo (Fig. 11.1).

Figura 11.1 Linea di universo de-


scritta dalla Terra nel suo moto di
rivoluzione

Non si può fare a meno di pensare a quei libricini che, anticipando i cartoni
animati, consentivano di vedere una figurina in movimento: nei tanti foglietti so-
vrapposti la stessa figura era ripetuta con piccole variazioni cosicché sfogliandoli
rapidamente su di un lato con un dito, si aveva la percezione della loro evoluzione
nel tempo. Forando idealmente i foglietti in corrispondenza dello stesso dettaglio
della figura e facendo passare tra di essi un filo, si avrebbe una simulazione della
linea di universo.
Utilizzando, in modo analogo, due sole coordinate spaziali x e y, e associando
alla terza la coordinata temporale, viene raffigurata l’evoluzione di un qualsiasi
evento all’interno dello spazio-tempo.
I raggi di luce che si dipartono in ogni direzione dal punto-evento considerato
nel suo attimo di presente, formano un cono (Fig. 11.2) sulla cui superficie vengo-
no raccolti tutti i punti dello spazio-tempo rispetto ai quali Δs = 0: lo spazio al-
l’interno del cono contiene tutti i punti dello spazio-tempo che sono raggiungibili
con velocità inferiore alla velocità della luce e che quindi costituiscono il possibile
futuro dell’evento, mentre lo spazio all’esterno del cono contiene tutti i punti che
non sono raggiungibili. Il controcono che dal punto si diparte in verso opposto
contiene, in base alle stesse considerazioni, il possibile passato dell’evento.
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
171

Figura 11.2 Raffigurazione del


cono-luce nello spazio-tempo

Complessivamente il moto di una particella nello spazio tempo viene quindi a


essere descritto da una linea universo che punto per punto è vincolata a dirigersi
restando all’interno del cono-luce, con l’asse rigidamente orientato, momento per
momento, nella direzione dell’asse ct (vedere Fig. 11.3).
Può essere interessante, anche se un po’ sconcertante, considerare che ciò che
noi in particolare percepiamo come nostro presente attraverso la vista è il passa-
to di oggetti luminosi i cui segnali-luce hanno viaggiato sulla superficie del cono
partendo dalle distanze più disparate e giungendo nello stesso istante a noi, con
informazioni relative a istanti precedenti tra loro diversissimi. Se vediamo con-
temporaneamente nel cielo il Sole e una stella, stiamo vedendo il Sole di otto mi-
nuti prima e la stella di milioni di anni prima. Il presente è dunque in realtà uno
sguardo sul passato ed è soggettivo.
Resta l’interrogativo più importante per chi considera tutto ciò da un punto di
vista squisitamente geometrico: lo spazio-tempo della relatività ristretta è piatto?

Figura 11.3 a) Storia possibile; b) storia impossibile (la linea esce dal cono); c)
storia impossibile (il tempo va all’indietro)
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
172

Si tratta di uno spazio euclideo? O almeno localmente euclideo?


Relativamente alle dimensioni puramente spaziali si tratta di uno spazio piatto.
Non è però definibile euclideo, in quanto uno spazio euclideo a quattro dimensio-
ni (x 1 , x 2 , x 3 , x 4 ) sarebbe caratterizzato da una metrica nella quale la distanza non
conterrebbe termini negativi e potrebbe dunque assumere solo valori positivi.

Δs 2 = Δx 12 + Δx 22 + Δx 32 + Δx 42 .

Si tratterebbe di una ipersfera.


Lo spazio-tempo di Minkowski viene pertanto definito uno spazio pseudo eu-
clideo.

11.2 Lo spazio-tempo della relatività generale

Il connubio tra geometria e fisica diviene assoluto all’interno della teoria della
relatività generale, la quale, infatti, viene sinteticamente descritta come una teoria
geometrica della gravità.
L’influenza che ogni massa ha sulle altre masse, non più descritta in termini di
azione a distanza, secondo quanto avviene nella concezione newtoniana, né sem-
plicemente mediata da un campo di forze che si associa come proprietà a ogni
punto dello spazio, viene direttamente inglobata nelle caratteristiche stesse del-
lo spazio-tempo. L’inerzia (intesa come la proprietà di un corpo di continuare a
muoversi di moto uniforme se libero dall’azione di forze) manifestata da una mas-
sa qui è l’effetto delle masse laggiù. Il principio, enunciato da Mach, mettendo in
dubbio che l’inerzia sia una proprietà intrinseca di un corpo e prospettando inve-
ce la possibilità che essa sia determinata dalla sua interazione con le altre masse
dell’Universo, apre la via alla ricerca di Einstein su quale possa essere la modalità
attraverso la quale l’inerzia si esplica.
La risposta della relatività generale è, come sappiamo, sorprendente: il corpo,
che, se libero, siamo abituati a descrivere, secondo il modello galileiano, in moto
secondo una traiettoria ideale rettilinea nello spazio newtoniano/euclideo, può
essere pensato altrettanto libero anche quando, ben più realisticamente “cade” e
descrive una traiettoria parabolica sotto l’effetto della gravità terrestre. Si tratta di
cambiare completamente la visuale globale della situazione: la gravitazione non è
una forza che agisce sul corpo e dunque esso è libero, e la traiettoria che descrive è
curva solo in apparenza. Esso sta, infatti, liberamente scivolando lungo una linea
che nello spazio-tempo è per lui rettilinea, nel senso che è una linea di universo,
che si dispone lungo una geodetica di uno spazio-tempo che le masse hanno reso
curvo, esplicando in ciò il loro effetto. Una felice sintesi, che si è soliti ripetere,
riassume il tutto:

Le masse dicono allo spazio-tempo come incurvarsi e lo spazio-tempo dice


alle masse come muoversi.

Il travaglio matematico che ha consentito a una tale teoria di venire alla luce è
stato assai impegnativo. Due le componenti della ricerca:
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
173

K data una distribuzione di materia in un dominio spazio-temporale, individuare


la geometria del dominio stesso;
K data una geometria dello spazio-tempo, determinare le linee di universo dei
corpi di prova.
Le geometrie utili a descrivere gli effetti di curvatura dello spazio sono proprio le
geometrie non euclidee di cui abbiamo fin qui trattato, e Einstein poté utilizzare
i risultati degli studi effettuati su questo tema nel corso dell’Ottocento e adattare
in particolare quanto elaborato da Riemann, per varietà puramente spaziali, al-
lo spazio-tempo di Minkowski. Il vero problema era però riuscire a connettere
con le opportune equazioni la forma assunta dallo spazio con la distribuzione di
materia. Lo strumento risolutivo fu il calcolo tensoriale, di cui aveva posto le ba-
si Ricci Curbastro, applicando un campo tensoriale a una varietà riemanniana.
L’articolo che Ricci e l’allievo Levi Civita pubblicarono a chiusura dei loro studi
sull’argomento, nel 1902, divenne oggetto di accanito studio da parte di Einstein,
che riuscı̀ a trarne quanto gli occorreva.
La struttura complessiva della teoria è costituita dalle “equazioni di campo” e
dalle “equazioni del moto”. Le prime descrivono la curvatura dello spazio-tempo
in un punto legandola alla distribuzione spaziale delle masse. Le soluzioni di tali
equazioni forniscono la metrica in prossimità delle diverse configurazioni di mas-
se ipotizzate: tra le soluzioni più clamorose quelle che descrivono le proprietà del-
lo spazio intorno ai buchi neri. Le equazioni del moto consentono a loro volta di
determinare le geodetiche percorribili, in quel certo dominio spazio-temporale,
dalle masse di prova.
Nel 1919 la prima prova sperimentale che incoronò la teoria: durante l’eclisse
di Sole del 29 maggio i raggi di luce emessi da una stella, che si trovavano nel loro
cammino a lambire la sfera solare, giungevano agli osservatori terrestri deflessi di
una quantità che dava ragione delle previsioni effettuate mediante la teoria. Può
essere utile riflettere sul fatto che la curvatura della traiettoria della luce potrebbe
suscitare il dubbio che nel curvarsi la luce sia stata in qualche modo “accelerata”,
contraddicendo con ciò la costanza della sua velocità: in realtà la traiettoria osser-
vata è per l’appunto una traiettoria frutto di una sezione puramente spaziale dello
spazio-tempo, all’interno del quale la luce ha invece percorso una linea geodeti-
ca rettilinea, alla sua consueta velocità; a cambiare sono state soltanto le singo-
le componenti del “quadrivettore energia-quantità di moto” ma non l’invariante
relativistico a esse associato.
Fra le tante altre prove sperimentali della teoria è interessante citare le prove re-
lative all’influenza della gravità anche sulla pura componente temporale: il tempo
“scorre a velocità differenti” per orologi posti ad altezze diverse. Sulla superficie
della Terra, la gravità “rallenta il tempo”, sia pure in maniera difficile da misurare.
All’altitudine dei satelliti GPS la gravità è più debole, e il tempo scorre più veloce-
mente. Gli orologi atomici orbitanti infatti guadagnano rispetto a quelli al suolo
50 milionesimi di secondo al giorno (si noti che si tratta di una correzione che
va ad aggiungersi a quella di dilatazione dei tempi dovuta alle velocità relative dei
due orologi). Ovviamente i sistemi di posizionamento ne tengono conto, pena
uno scadimento non indifferente delle loro prestazioni.
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
174

Dovrebbe essere sorta una curiosità: qual è la curvatura dello spazio-tempo in


prossimità della Terra?
Per rispondere è necessario fare riferimento a quello che viene denominato “ef-
fetto di marea”. Alla radice della teoria della relatività generale c’è, come si è detto,
l’idea che, per un corpo in caduta libera, gli effetti gravitazionali siano annulla-
ti. Pertanto, se nel famoso ascensore degli esperimenti ideali, oltre all’osservatore
ci sono altri oggetti, nessuno di loro mostra un moto relativo rispetto agli altri.
Questo è vero finché l’ascensore si estende per una parte molto limitata di spazio.
Ma se si considera una porzione di spazio più estesa, a causa della non uniformità
del campo gravitazionale non è possibile eliminare completamente gli effetti della
gravità.
In un ideale ascensore (sempre in caduta libera) di sufficiente estensione, ci sia-
no due palline fissate a differente altezza: se a un certo istante le si lasciasse libere,
si vedrebbe incrementare nel tempo la loro distanza reciproca: prendendo come
riferimento il centro dell’ascensore e il valore di campo gravitazionale in esso pre-
sente, quella che si trova più in basso, sottoposta a un campo gravitazionale di
maggiore intensità, sentirebbe gli effetti di una accelerazione verso il basso, sim-
metricamente la pallina più in alto, sottoposta a un campo gravitazionale meno
intenso, manifesterebbe, rispetto al centro dell’ascensore, una accelerazione verso
l’alto. Un diagramma spazio-tempo ritrarrebbe il loro moto con due parabole di
concavità opposta (Fig. 11.4). Questo effetto di marea, cosiddetto perché è con
lo stesso tipo di considerazioni che si giustifica il fatto che le maree avvengano
contemporaneamente in due regioni diametralmente opposte della Terra, è frut-
to di ragionamenti squisitamente newtoniani, ma è perfettamente in accordo con
la visione relativistica che cosı̀ interpreta i fatti: i due diagrammi spazio-temporali
(due geodetiche nello spazio tempo) perdono il loro parallelismo, come lo perdo-
no due meridiani che partendo dall’equatore vedono diminuire la loro distanza,
a causa della curvatura dello spazio-tempo.

Figura 11.4 Effetto marea al-


l’interno di un ascensore in caduta
libera

Interpretando con le opportune equazioni questa divergenza (la quale in quan-


to tale, è spia di curvatura negativa) si perviene a una valutazione della curvatura
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
175

dello spazio-tempo in prossimità della Terra:


1 2GM
k= 2
=− 2 3
RC c R

dove R c è il raggio di curvatura e M ed R sono massa e raggio terrestri. Effettuan-


do il calcolo si ottiene R c = 1, 7 ⋅ 1011 m (per un confronto si ricorda che la distanza
Terra Sole è intorno a 1, 5 ⋅ 1011 m).
8πG ρ
Introducendo la densità ρ = 4 πR M
3 si ottiene, più in generale, R 2 =
1
3c 2
, che ci
3 C
dice in che modo la curvatura dipende dalla materia.

11.3 Ipotesi sull’Universo


L’estensione della teoria della relatività generale all’Universo nel suo complesso
presuppone l’assunzione di un principio cosmologico, cosı̀ riassumibile:
K l’Universo, a grande scala, appare uguale in tutte le direzioni (cioè è isotropo)
e ha all’incirca le stesse proprietà in ogni punto (cioè è omogeneo);
K l’aspetto generale dell’Universo non dipende dalla posizione dell’osservatore e
implica di conseguenza che l’uomo non occupi una posizione privilegiata nel
cosmo.
Questo principio consente di rappresentare la materia dell’Universo come un flui-
do di densità pari alla densità media di materia rilevata, prescindendo dalla com-
plessità della sua distribuzione. Importanti fatti sperimentali lo supportano:
K la distribuzione sufficientemente uniforme delle galassie, direttamente osser-
vabile in tutte le direzioni;
K la legge di Hubble;
K la radiazione di fondo.
Le osservazioni compiute da Hubble negli anni Venti su galassie esterne alla no-
stra, rivelarono che in tutte le direzioni le galassie si stanno allontanando dalla
nostra, e si allontanano tra loro, con una velocità proporzionale alla loro distanza:

v = Ho ⋅ D

(la costante H o ha un valore stimato in 72 ± 8 km/s per Megaparsec nel 2001, dal
Telescopio spaziale Hubble).
Il fatto sperimentale che portò a questa conclusione fu l’osservazione che gli
spettri dei segnali elettromagnetici che ci giungono dalle lontane galassie, pur
emessi da elementi riconoscibili come uguali a quelli che compongono la materia
della nostra galassia, appaiono tutti sistematicamente spostati verso il rosso: una
diminuzione di frequenza spiegabile con l’effetto Doppler, e dunque frutto di una
velocità di allontanamento. Nella Fig. 11.5 si vede come lo spostamento verso il
rosso delle righe di emissione dipenda dalla distanza dei corpi celesti che li hanno
emessi, evidenziando i valori crescenti delle loro velocità.
La legge, enunciata nel 1929, oltre a escludere che l’osservatore terrestre sia pri-
vilegiato, in quanto il fenomeno si presenterebbe allo stesso modo da qualsiasi
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
176

Figura 11.5 Spostamento verso il ros-


so degli spettri di emissione (NASA/JPL -
Caltech)

punto lo si osservasse, è un’importante conferma della soluzione che si ottiene


dalle equazioni della relatività per un universo non statico: è proprio la legge
necessaria perché un Universo in espansione si conservi omogeneo e isotropo.
Come conseguenza tutti i modelli statici furono accantonati.
I modelli dinamici che di lı̀ in poi si confrontarono e tuttora si confrontano
hanno in comune, per l’evoluzione verso il futuro, l’ipotesi che l’espansione sarà
soggetta a una decelerazione, e per l’interpretazione del passato, che l’espansione
abbia avuto inizio da un punto di origine in cui i parametri spazio-temporali era-
no praticamente nulli e i parametri fisici, quali densità e temperatura, infinita-
mente elevati. È la teoria del Big Bang, la quale ha ricevuto una notevole confer-
ma sperimentale proprio dalla già sopra citata scoperta della radiazione cosmica
di fondo.

Figura 11.6 Mappa sferica della radiazione cosmica di fondo rilevata dal satel-
lite WMAP. Le piccolissime variazioni di temperatura (e di colore) sono dell’ordine del
milionesimo di grado rispetto al valor medio di 2,726 K (NASA Images)

La radiazione cosmica di fondo (Fig. 11.6) (abbreviata in CBR, da Cosmic back-


ground radiation) fu scoperta nel 1964 da Penzias e Wilson (che per questo motivo
ricevettero il Premio Nobel per la Fisica). Nel corso di esperimenti per la rileva-
zione di emissioni localizzate nella regione delle microonde, registrarono un ru-
more di fondo che presentava la stessa intensità in qualsiasi direzione e in qualsiasi
momento. Venne interpretato come il residuo termico del Big Bang, una radia-
zione che ancora si diffonde per l’universo, raffreddata ormai alla temperatura di
circa 3 K, a causa dell’espansione, il cui massimo di intensità cade nella regione
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
177

spettrale delle microonde: ulteriore prova di omogeneità e isotropia dell’universo,


prova principe per la teoria del Big Bang, avvio dello sviluppo di modelli infla-
zionari (i modelli inflazionari ipotizzano che l’Universo, poco dopo essere “nato”,
abbia attraversato una fase di espansione esponenziale, estremamente rapida e ac-
celerante, differenziandosi in ciò dal modello proposto dalla teoria del Big Bang,
che invece prevede una espansione convenzionale, che va decelerando nel tempo).

11.4 I possibili modelli di Universo in espansione che cosa


prevedono in merito alla sua curvatura?
Modelli cosmologici che vogliano fondarsi sulla teoria della relatività non pos-
sono prescindere da questo principio: le proprietà dello spazio-tempo dipendo-
no esclusivamente dalla distribuzione della materia. Poiché per il principio co-
smologico si è ammesso di considerare ovunque una stessa densità media, anche
la curvatura dovrà essere ovunque la stessa, ovvero i modelli dovranno essere
caratterizzati da una curvatura costante.
Gli spazi 3D a curvatura costante possono essere solo dei tre tipi che conoscia-
mo: spazio euclideo a curvatura k = 0; spazio sferico a curvatura k=+1; spazio
iperbolico a curvatura k = −1. Ciascuno di essi è connesso con particolari valori
della densità, ed è altresı̀ connesso con uno dei tre possibili modelli di espansio-
ne. Per quanto riguarda la densità, è stata calcolata una densità critica che fa da
discrimine fra le diverse tipologie di spazio

3H o2
densità critica = ρ c > (H o costante di Hubble: G = cost.
8πG di gravitazione universale).

Ecco dunque i modelli possibili, con le loro rispettive curvature:

Densità Curvatura Modello


ρ < ρc k = −1, iperbolica Universo aperto; l’Universo si espande all’infinito
ρ = ρc k=1, euclidea Universo piatto: la velocità di espansione diminuisce
progressivamente, tende a zero, ma non si innesca
contrazione
ρ > ρc k = +1, sferica Universo chiuso: dopo essersi espanso fino a un certo
limite, inizia un processo di contrazione, che lo porta a
un Big Crunch

I tre modelli possono essere cosı̀ schematicamente raffigurati in Fig. 11.7 (R è


la separazione tra le galassie.)
L’espansione dell’Universo è dovuta a un’espansione metrica dello spazio-tem-
po, non a un movimento delle galassie tendente a occupare altro spazio preesi-
stente. Si fa comunemente il paragone con la lievitazione di un pane con le uvette:
le uvette si allontanano le une dalle altre perché si dilata, gonfia, il supporto sul
quale sono inserite e non perché esse stesse si muovano.
Importanti passi avanti nella teoria del Big Bang sono stati fatti dagli anni
Novanta in poi a seguito di importanti progressi nella tecnologia dei telescopi,
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
178

Figura 11.7 Modelli cosmologici


a confronto

nonché dall’analisi di un gran numero di dati provenienti da satelliti, che hanno


potuto compiere osservazioni libere dagli assorbimenti dell’atmosfera, su tutto lo
spettro delle onde elettromagnetiche.
Citiamo tra gli altri COBE (1992), il telescopio spaziale di Hubble (Fig. 11.8) (dal
1990 al 2007), il telescopio dell’esperimento Boomerang sull’Antartide e il WMAP
(2001-2003). Quest’ultimo ha fornito ai cosmologi misure abbastanza precise di
molti dei parametri riguardanti il modello del Big Bang.
Particolarmente interessante un raffronto tra la composizione dell’Universo at-
tuale rispetto alla sua composizione 380.000 anni dopo il Big Bang (Fig. 11.9),
epoca in cui la radiazione di fondo che noi ora osserviamo poté liberarsi dalla
materia.
Come si vede il vero problema è attualmente capire la natura e il ruolo della ma-
teria e dell’energia oscura: secondo alcune osservazioni potrebbero essere respon-

Figura 11.8 Il telescopio Hubble


in orbita (NASA Images)
Capitolo 11 ● Il nostro spazio è euclideo?
179

Figura 11.9 Composizione dell’Universo a confronto

sabili di una forte accelerazione nell’espansione dell’Universo, in conseguenza


della quale si è persino ipotizzato un Big Rip finale.
Questi ultimi anni sono stati caratterizzati da grande fermento per gli astrofi-
sici, a causa della gran messe di dati che vanno sovrapponendosi e dei tanti in-
terrogativi irrisolti. Si attendono risposte cruciali sulla natura stessa della massa
anche dal grande acceleratore LHC di Ginevra. È quindi azzardato fare previsioni
su quale modello di Universo sarà convalidato.
Relativamente alle ipotesi sulla sua curvatura, stando alle ultime dichiarazioni
di scienziati impegnati nel progetto Planck dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA),
(De Bernardis e Vitale, in un articolo pubblicato su Le Scienze nell’ottobre 2009),
per una convergenza di fenomeni che essi non esitano a chiamare paradossi, l’U-
niverso attuale sembra essere piatto. Il risultato di una curvatura nulla potrebbe
essere l’effetto di una fase di inflazione cosmica talmente spinta da stirare qualsiasi
curvatura preesistente.
A conclusione di questi brevi cenni sulla teoria della relatività (e sulle sue ap-
plicazioni nella cosmologia), sui cui dirompenti contenuti ancora oggi si indaga,
può essere utile sottolineare che, come in tanti altri casi della storia della scien-
za, hanno giocato un ruolo essenziale teorie matematiche, quali le geometrie non
euclidee, che al momento della loro apparizione erano sembrate avere un valore
di pura speculazione, mentre si sono poi trovate a essere motore e supporto di
ricerche che hanno fatto compiere passi giganteschi nella conoscenza del mondo
fisico.
Appendice A
Confronto tra i sistemi assiomatici di Euclide
e di Hilbert

Analizziamo alcuni aspetti caratterizzanti i due sistemi assiomatici, evidenziando


in particolare i nodi concettuali e logici che hanno determinato alcune critiche alla
strutturazione proposta da Euclide e la conseguente riformulazione di Hilbert.

A.1 Dal sistema di Euclide


K In Euclide tutti i termini sono definiti direttamente, utilizzando a tale scopo
nozioni di uso comune che aiutino ad afferrare bene il concetto. A Euclide
interessa una definizione ontologica esplicita. È da osservare che però Eucli-
de non usa mai tali definizioni nelle dimostrazioni. Nei sistemi assiomatici
moderni alcuni termini (primitivi) non sono definiti, mentre si definiscono a
partire da questi i cosiddetti termini definiti. Si noti che spesso la definizione
ha senso in quanto si sono dimostrati dei teoremi; per es. le definizioni di se-
mirette, segmenti e angoli hanno senso in virtù delle proprietà dimostrate con
gli assiomi di ordinamento.
K Per Euclide il postulato è una proposizione di contenuto geometrico mentre
l’assioma è una proposizione di contenuto aritmetico-logico: entrambe sono
ammesse senza dimostrazione. Nei sistemi assiomatici moderni parliamo di
assiomi geometrici e di assiomi logici.
K Per Euclide come per Hilbert gli assiomi e i postulati sono e devono essere veri
di per sé, e la loro “evidenza” garantisce la veridicità di tutta la costruzione geo-
metrica che ne deriva, cioè di tutti i teoremi da essi dimostrabili. La relazione
di conseguenza logica conserva la verità e quindi da assiomi veri o supposti tali
si passa a teoremi ancora veri.
K I postulati di Euclide (a esclusione del IV) sono di tipo costruttivo e rispon-
dono all’uso di riga (non graduata) e di compasso (vedi commento successivo
al compasso che collassa), anche se Euclide non nomina mai tali strumenti,
estranei alla formulazione rigorosa della teoria (ma utilissimi per guidarne lo
sviluppo). Cosı̀ anche la retta è il concetto ideale di linea che si costruisce pro-
lungando un segmento, mentre per Hilbert la retta è un qualsiasi oggetto che
rispetta i relativi assiomi.
K Inoltre, per la mentalità classica, la costruibilità è garanzia di esistenza. Spes-
so in questi postulati è sottointesa da Euclide anche l’unicità; sarà solo nel-
le formulazioni successive (esiste una e una sola retta . . . ) che questa verrà
esplicitata.
K Il quinto postulato è detto postulato della parallela perché si può sostituire con
la proposizione equivalente: per un punto dato, è unica la parallela a una retta
data non incidente al punto.
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 12, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
182

A.2 Dal sistema di Hilbert

K Con Hilbert si formulano gli assiomi e i postulati di Euclide in modo da sepa-


rare le singole proprietà elementari dei concetti primitivi ivi presenti e ripre-
sentarle in gruppi di assiomi; alcuni gruppi (assiomi di ordinamento, di conti-
nuità) riguardano nozioni e proprietà che Euclide usa senza averle esplicitate
preventivamente con definizioni o assiomi appositi.
K Il sistema assiomatico di Hilbert non è solo più preciso di quello di Euclide ma
è anche più forte: i cinque postulati di Euclide sono riformulabili come assiomi
nel sistema hilbertiano o dimostrabili in esso.
Il viceversa non vale, anche perché il linguaggio della Geometria di Hilbert
contiene termini estranei al linguaggio euclideo (per esempio la relazione di
ordine).
Il I postulato è sostanzialmente coincidente con l’assioma 1.1 (1○ assioma di in-
cidenza). Il II postulato è precisato con l’assioma 2.2. Il III postulato, che asse-
risce l’esistenza della circonferenza, è in realtà conseguenza di principi definiti
di carattere insiemistico (una circonferenza è l’insieme dei punti equidistanti
da un punto dato). Il IV postulato è un teorema nella geometria hilbertiana. Il
V postulato è equivalente all’assioma della parallela di Hilbert.
K Gli assiomi 1.2 e 2.2 di Hilbert caratterizzano l’infinità e la densità dei punti
di una retta, mentre con l’assioma di continuità si assicura che sulla retta non
esistono lacune.
K In generale dagli assiomi del 2○ gruppo si deducono le proprietà di retta ordi-
nata, infinita, illimitata e densa.
K Per l’assioma 2.3 la retta è una linea aperta (e non, per esempio, un cerchio
dove, dati tre punti distinti, ciascuno è compreso tra gli altri due).
K Gli assiomi di ordine permettono di definire segmenti e semirette.
K L’assioma 4 è detto assioma di Dedekind (1831-1916). Esso permette una defi-
nizione rigorosa del continuo geometrico (la retta) in modo che non vi siano
lacune. Il continuo geometrico (la retta come insieme di punti) risulta cosı̀
isomorfo ai numeri reali, definiti anch’essi tramite l’assioma di Dedekind.
K L’assioma 2.4 è anche detto assioma di Pasch. Il matematico tedesco Mori-
tz Pasch (1843-1930) pubblicò nel 1882 un importante trattato di geometria,
cui Hilbert attinse nella sua sistemazione del 1899, dove propone un’analisi
approfondita delle nozioni usate implicitamente da Euclide.
K Esistono altre formulazioni per l’assioma 2.4, per esempio come assioma di
separazione del piano: una retta divide un piano in due lati (semipiani) sepa-
rati.
Euclide utilizza tale proprietà senza averla esplicitata, ritenendola ovvia. Per
esempio nella dimostrazione del teorema I nel libro I, Euclide, nella costru-
zione di un triangolo equilatero a partire da un segmento quale lato, ammette
come evidente che, costruendo due circonferenze agli estremi del segmento e
con raggio uguale al segmento, le due circonferenze si intersecheranno in due
punti. Ma questo fatto è supportato solo da una “evidenza nel disegno” non da
Appendice A ● Confronto tra i sistemi assiomatici di Euclide e di Hilbert
183

una proprietà precedentemente dimostrata o postulata. Con gli assiomi 2.4 e


4 tutte queste “lacune” di Euclide vengono colmate.
K Se si considerano solo i primi quattro gruppi di assiomi si ottiene la cosiddetta
“geometria neutrale”, in cui nulla si dice sull’unicità o meno delle parallele. In
questa geometria si dimostra l’esistenza di almeno una parallela per un punto
a una retta, ma non l’unicità. Per questo l’assioma della parallela è enunciato
in quel modo da Hilbert. Si noti che anche Euclide considerò una geometria
“neutrale”: infatti dimostrò le prime ventotto proposizioni del I libro senza far
uso del V postulato.

A.3 Uguaglianza e congruenza

K Con l’assioma VII (cose che coincidono tra loro sono uguali) Euclide conside-
ra, accanto al concetto “quantitativo” di uguaglianza, un concetto prettamente
geometrico come la coincidenza; in altre parole “figure che vengono portate
a coincidere con un movimento che non modifica la loro forma sono uguali”.
Egli consente cioè una sovrapposizione delle figure anche se non ha mai defi-
nito o postulato il movimento rigido che la permette, fino a identificare l’ugua-
glianza con la sovrapponibilità. Egli utilizza tale principio di sovrapposizione
nella dimostrazione dei teoremi 4 e 8 nel libro I che corrispondono agli odierni
primo e terzo criterio di congruenza dei triangoli.
Nell’assiomatica moderna di Hilbert non compare più alcun riferimento al mo-
vimento rigido di sovrapposizione delle figure, ma vengono introdotte due re-
lazioni “primitive” distinte: la relazione logica dell’uguaglianza e quella geo-
metrica della congruenza, il cui significato è specificato nel rispettivo gruppo
di assiomi.
K In particolare l’assioma 3.5 permette di dimostrare i criteri di congruenza dei
triangoli e di definire le figure congruenti come quelle che hanno ordinata-
mente uguali i rispettivi elementi (lati e angoli).
K Con gli assiomi 3.1 e 3.2 si caratterizza la relazione di congruenza come una
relazione di equivalenza.
K L’assioma 3.1 è anche detto assioma del trasporto del segmento: dato un seg-
mento AB è possibile costruire, a partire da un altro punto, un segmento a esso
congruente. In modo analogo per l’angolo con il 3.4.
Per trasportare un segmento Euclide invece dimostra due teoremi (n○ 2 e 3)
specificando i passaggi costruttivi con riga e compasso, ritenendo si dovesse
evitare di introdurre un ulteriore assioma se la proprietà si poteva dedurre con
una dimostrazione, sia pure con maggiore fatica.
K Altri sistemi assiomatici moderni utilizzano invece in forma assiomatica la
nozione di “moto”, per esempio quelli di Peano (1894) e di Pieri (1899).
K Il postulato III (si possa descrivere un cerchio dato centro e raggio) è detto del
compasso. Ma un compasso chiuso che si apre solo quando si trova davanti
a un segmento che rappresenta il raggio e un estremo come centro. Allora
punta nell’estremo detto centro e si apre fino all’altro estremo del raggio per poi
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
184

costruire la circonferenza. Quando è aperto non può alzarsi e spostarsi in un


altro punto del piano per disegnare un’altra circonferenza con lo stesso raggio o
disegnare un segmento congruente al raggio (quest’ultimo uso del compasso si
chiama “compasso che collassa”) . Come abbiamo già detto, per “trasportare un
segmento” Euclide dimostra un teorema esplicitandone la costruzione mentre
Hilbert lo pone come uno degli assiomi della congruenza.
K Nella definizione X Euclide introduce gli angoli retti: se due angoli adiacenti
sono congruenti, sono definiti retti.
Ma due angoli retti situati in modo qualsiasi nel piano possono essere con-
gruenti senza essere adiacenti? Questo è assicurato da Euclide con il quarto
postulato: tutti gli angoli retti sono congruenti tra di loro, ovunque siano dise-
gnati nel piano, senza bisogno di una verifica per sovrapposizione. Se invece
gli angoli da confrontare non sono retti, Euclide usufruisce del movimento ri-
gido, mentre Hilbert introduce un assioma (il 3.4) specifico per la congruenza
degli angoli.
K Non si fa riferimento a lunghezze o misure. È possibile introdurre le misure
utilizzando l’assioma di continuità, in quanto questo stabilisce una corrispon-
denza biunivoca tra i punti della retta e i numeri reali (e un risultato simile, ma
non identico, vale per gli angoli e le loro misure). L’analisi critica del continuo
geometrico portò alla formulazione degli assiomi di Pasch e di Dedekind, le
cui proprietà o conseguenze Euclide utilizzava di fatto senza esplicitarle.
Appendice B
GPS: sistema di posizionamento globale

B.1 Descrizione generale


Il sistema G.P.S. (Global Positioning System) è un insieme di parti che, interagen-
do tra loro, permettono la localizzazione di un punto sulla superficie del globo
terrestre, o vicino a essa.

Figura B.1 (Jean-Marie Zogg ‘‘GPS’’ da: www. u-blox.com)

Esso fornisce la posizione mediante tre coordinate (longitudine, latitudine, al-


tezza dalla superficie terrestre), con un errore di pochi metri e l’istante di rileva-
zione UTC (Universal Time Coordinated) con una approssimazione di qualche
decina di nanosecondi.
Il G.P.S. è stato progettato e sviluppato dal Dipartimento della Difesa statu-
nitense a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e in seguito è stato esteso
anche a un’utenza civile. Esistono altri sistemi, analoghi, ma non ne trattiamo.

B.2 A cosa serve?


A seconda della metodologia di rilievo ed elaborazione dei dati, il GPS permette
molteplici utilizzi civili in vari campi (agricoltura e foreste, comunicazioni tecno-
logiche, commercio e industria, scienze e ricerca, turismo e sport) fra i quali se-
gnaliamo: posizionamento e navigazione in terra, mare e cielo, gestione di grandi
reti di comunicazione e mercati finanziari, monitoraggio del territorio e delle de-
formazioni crostali, attività all’aperto come orientamento e trekking, mappatura
di siti archeologici o di interesse culturale.

B.3 Come è costituito?


Il sistema GPS è costituito di 3 parti o segmenti:
1 segmento spaziale: la costellazione satellitare è formata da almeno 24 satelliti
attivi orbitanti intorno alla Terra;
2 segmento di controllo: stazioni a terra dotate di grandi antenne e di orologi
atomici che comunicano tra loro e con i satelliti, con il compito di gestire e
Arzarello F., Dané C., Lovera L., Mosca M., Nolli N., Ronco A.: Dalla geometria di Euclide alla
geometria dell’Universo
DOI 10.1007/978-88-470-2574-5 13, © Springer-Verlag Italia 2012
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
186

monitorare tutto il sistema (sincronizzazione degli orologi a terra e sul satellite,


calcolo e invio dei dati relativi alle traiettorie e posizione dei satelliti, controllo
e correzione delle traiettorie orbitali);
3 segmento di utilizzo: l’apparecchio ricevitore con antenna GPS che capta le
comunicazioni dai satelliti (ma non può emettere segnali) e visualizza su un
display 2D la propria posizione.

Figura B.2 I segmenti


costitutivi del GPS

B.4 Come funziona?

Il principio rispetto al quale è stato concepito il sistema di rilevamento satellitare


è un’evidente evoluzione dei metodi utilizzati in navigazione astronomica.
Come si è descritto nel capitolo 8, per fare il punto nave si determina la pro-
pria posizione rispetto a tre stelle, delle quali occorre però stabilire, per altra via,
le coordinate assolute sulla sfera celeste, e quest’ultimo è l’aspetto più laborioso
dell’operazione. I satelliti orbitanti, a differenza delle stelle, mute nel loro algido

Figura B.3 Orbite di satelliti in rota-


zione intorno alla Terra (distanze non
in scala)
Appendice B ● GPS: sistema di posizionamento globale
187

scintillare, sono stati dotati di “parola”, in quanto passano e ripassano lungo le


orbite loro assegnate ripetendo incessantemente “’io sono qui, io sono qui”, ovve-
ro comunicando in ogni istante le loro coordinate spaziali e temporali rispetto al
sistema di riferimento adottato.
Dotati ognuno di orologi atomici al cesio di grandissima precisione, che ven-
gono sincronizzati dalla stazione americana di Colorado Springs ogni qual volta
la sorvolano, trasmettono in continuazione dati numerici che comprendono le
proprie coordinate X, Y, Z, e l’istante esatto t 1 di trasmissione.
A terra l’apparecchio GPS ricevitore acquisisce il segnale emesso dal satellite e
lo elabora: grazie al proprio orologio può confrontare il tempo locale t 2 di rice-
zione a terra del segnale con il tempo t 1 della sua emissione dal satellite, determi-
nando cosı̀ il tempo impiegato dal segnale a percorrere la distanza dal satellite al
ricevitore
Δt = (t 2 − t 1 ).

Per ottenere poi la distanza dal satellite basta moltiplicarlo per la velocità della
luce c (∼ 300.000 km/s)
Δt ⋅ c = distanza.

Rilevando il Δt di trasmissione da quattro satelliti e calcolando le relative distanze


è possibile stabilire la posizione del nostro ricevitore sulla Terra (Fig. B.4):
K conoscendo la distanza del ricevitore da un solo satellite, possiamo assegnar-
gli come posizione un qualsiasi punto della superficie sferica con centro nel
satellite considerato;
K conoscendo la distanza da un secondo satellite si determina una seconda sfe-
ra che, intersecando la prima lungo una circonferenza, riduce ai suoi punti la
possibile posizione del ricevitore;
K la distanza da un terzo satellite individua una terza sfera che interseca la cir-
conferenza precedente in due punti A e B.
Ma uno solo di questi due punti appartiene alla Terra (quarta sfera in gioco), ed è
la posizione cercata: l’altro punto può essere eliminato perché si trova nello spazio.

Figura B.4 L’intersezione fra le tre su-


perfici sferiche individua la posizione del ri-
cevitore sulla Terra (Jean-Marie Zogg ‘‘GPS’’
da: www. u-blox.com)
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
188

In conclusione, con la determinazione di tre distanze da tre satelliti è possibile


stabilire la posizione (X, Y , Z) del ricevitore rispetto a un sistema di coordinate
terrestri.
Perché il quarto satellite?
Abbiamo già puntualizzato la necessità che gli orologi in azione siano sincro-
nizzati tra loro: un errore di 1 milionesimo di secondo si traduce in un errore di
300 m sul suolo.
In ogni satellite sono montati quattro orologi atomici che periodicamente ven-
gono ulteriormente sincronizzati dal centro di controllo onde garantire la massi-
ma stabilità. Ma il ricevitore, per ragioni di costo, non può disporre di un orolo-
gio atomico, quindi la sua precisione non è assicurata. È quindi ipotizzabile un
errore Δt 0 del tempo proprio del ricevitore che assume il ruolo di un’ulteriore in-
cognita da determinare oltre alle X, Y , Z (longitudine, latitudine, quota rispetto
al livello del mare). Risulta cosı̀ necessario un ulteriore dato in origine, ricavabile
consultando un quarto satellite.
I dati del quarto satellite, infatti, oltre a rendere univoca la soluzione al siste-
ma di quattro equazioni in quattro incognite, consentono al ricevitore (attivando
un opportuno software) di correggere il valore del tempo proprio per mezzo dei
tempi di invio del segnale dei quattro satelliti.
Questo è quanto avviene a ogni rilevazione del ricevitore. Soltanto la cono-
scenza della distanza da quattro satelliti consente con certezza di determinare una
posizione univoca nello spazio. Si spiega cosı̀ anche perché è necessario aspettare
del tempo, anche se se tratta di minuti, affinché il ricevitore sia attivo; questo in-
fatti deve attendere il “contatto” con almeno quattro satelliti e, ricevuto il segnale,
elaborarlo effettuando numerosi calcoli e approssimazioni successive.

Figura B.5 Il ricevitore


sull’auto riceve i segnali dai
quattro satelliti e li rielabora
per fornire le informazioni
richieste dall’utente (Jean-
Marie Zogg ‘‘GPS’’ da: www.
u-blox.com)

B.5 Analisi della Costellazione Satellitare


Il sistema GPS presenta da 24 a 32 satelliti (alcuni sono di riserva), posizionati in
orbite pseudo-circolari e suddivisi in sei piani orbitali inclinati di circa 55○ rispetto
all’equatore terrestre; i satelliti ogni giorno compiono due rivoluzioni attorno alla
Terra (le orbite sono percorse con un periodo T di 11 ore 58 minuti). A causa
Appendice B ● GPS: sistema di posizionamento globale
189

della rotazione terrestre ogni satellite ripassa nella stessa posizione ogni 24 ore,
permettendo cosı̀ alle stazioni di controllo un monitoraggio quotidiano. L’altezza
dei satelliti dalla superficie terrestre è pari a 20.180 km e la velocità orbitale è di
3,87 km/s.
Tali valori si possono ricavare ricordando che, affinché un satellite resti su una
certa orbita di raggio r (rispetto al centro della Terra), è necessario che la sua ac-
2
celerazione centripeta 4πT 2 r sia uguale all’accelerazione di gravità G Mr Terra
2 . Si ricava
2
cosı̀ r 3 = G M Terra
4π 2
T
, da cui r, ovvero la distanza dal centro della Terra. Sottraendo
a tale valore il raggio medio della Terra si ottiene l’altezza del satellite dal suolo
terrestre.
È possibile anche calcolare la velocità del satellite 2πr/T.

Figura B.6 La maggior parte della su-


perficie terrestre è coperta in ogni istante
da almeno quattro satelliti

La distribuzione dei satelliti nelle orbite è stata progettata in modo tale da


garantire dai vari punti della Terra la visibilità di almeno 4 satelliti (Fig B.6).
Indicativamente in un dato punto della Terra ciascun satellite rimane in vista
per 1-4 ore, e ogni satellite “vede” una porzione-range (rappresentabile con un
cerchio) della superficie terrestre.
In Fig. B.7 è stata rappresentata l’orbita di un satellite sulla carta di Merca-
tore con il suo range d’azione quando si trova in corrispondenza del punto di
intersezione tra il meridiano zero e l’equatore.

Figura B.7 La traiettoria nelle


ventiquattro ore di un satellite GPS
e il suo range d’ azione quando si
trova sopra al punto di intersezione
tra equatore e meridiano zero (Jean-
Marie Zogg ‘‘GPS’’ da: www. u-
blox.com
Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
190

B.6 Sistemi di coordinate


La determinazione della posizione di un punto sulla Terra presuppone la presenza
di un sistema di coordinate e di una mappa del suolo terrestre, ma ne esistono
molti tra loro differenti.
Vediamo a quali principi comuni essi si ispirano.
La Terra non è certamente una sfera perfetta come in genere la si rappresenta
ma, considerando le profondità marine, le valli, i monti, ecc. essa assume una
forma “irregolare”. Non essendo possibile tenere conto di tutte tali “irregolarità”
si assume in linea generale come forma della Terra, chiamandola geoide, il solido
la cui superficie meglio descrive la superficie media degli oceani e a questa si fa
riferimento quando si deve determinare la coordinata Z.
Definizione teorica: geoide è il solido la cui superficie, in ogni suo punto,
determina angoli retti con le linee del campo magnetico.
Ma tale superficie è difficile da trattare a livello matematico. La si approssima
allora con un ellissoide ovvero il solido ottenuto dalla rotazione di un’ellisse (di
semiassi a e b, a > b) intorno all’asse minore.
Quanto valgono i due semiassi in modo che l’ellissoide sia la migliore appros-
simazione possibile della superficie terrestre? Non c’è una risposta univoca ma
dipende da zona a zona, da regione a regione.
Comunemente per rendere tangente l’ellissoide al geoide in una determinata
area è necessario spostare il suo centro rispetto al centro della Terra, ruotarlo e
variarne le dimensioni ottenendo cosı̀ un ellissoide locale o regionale. I dati di
questo aggiustamento sono registrati nel Datum (compendio delle differenze fra
dati reali e dati del modello).

Figura B.8
Approssimazione
del geoide con un ellissoide

Si ottengono cosı̀ molti sistemi di riferimento locali (ne esistono più di 120)
basati ognuno su un particolare tipo di ellissoide (Fig. B.8).
Il sistema GPS mondiale adotta il sistema di riferimento WGS-84, un sistema
globale cui viene riferita tutta la Terra. Esso è costituito da una terna di assi car-
tesiani ortogonali con origine nel centro di massa della Terra, l’asse X sul piano
equatoriale in modo da intersecare il meridiano di Greenwich, l’asse Y sul piano
equatoriale a est di 90○ rispetto asse x, l’asse Z orientato verso il polo Nord. A
Appendice B ● GPS: sistema di posizionamento globale
191

Figura B.9 Individuazione degli ellissoidi che regione per regione approssimano
il geoide Terra (il cui profilo è qui esagerato)

questi è associato un ellissoide con centro nell’origine e semiassi a e b stabiliti.


In tale sistema di riferimento si possono determinare le coordinate cartesiane X,
Y, Z (o anche longitudine, latitudine e altezza) del punto P interessato rispetto
l’ellissoide di riferimento (Fig. B.10).
Le coordinate riferite a tale sistema devono essere poi, con opportune proce-
dure, convertite nel sistema di riferimento locale, che è, come detto in precedenza,
traslato e ruotato rispetto a quello universale.
Una volta ottenute le coordinate 3D del punto occorre proiettarle su di una
mappa bidimensionale (l’equivalente di una carta geografica), che possa essere
visualizzata sullo schermo del ricevitore.
La proiezione cui si ricorre ormai universalmente è la proiezione di Gauss,
dalla quale si ottiene il sistema di coordinate UTM. Entrambi sono descritti nel
capitolo 8 tra le proiezioni cartografiche.

Figura B.10 Coordinate cartesiane del punto P


Dalla geometria di Euclide alla geometria dell’Universo
192

In conclusione, per ottenere la posizione di un punto su di una mappa 2D, è


necessaria la seguente sequenza di operazioni:
K dai segnali dei satelliti si ricavano gli intervalli di tempo;
K si calcolano le coordinate 3D in WGS-84;
K si convertono tali coordinate 3D nel sistema di riferimento locale;
K si proiettano sulla mappa 2D ottenendo le due coordinate X e Y;
K il punto (X, Y) viene visualizzato in un punto-pixel sullo schermo GPS.
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G.C. Barozzi
Aritmetica
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Difficolta in matematica
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G. Lolli
Guida alla teoria degli insiemi
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Matebilandia
2011, XIII+336 pp, 978-88-470-2311-6

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Giochi e percorsi matematici
2012, XII+ 198 pp, 978-88-470-2615-5

F. Arzarello, C. Dane, L. Lovera, M. Mosca, N. Nolli, A. Ronco


Dalla geometria di Euclide alla geometria dell 'Universo
2012, XII+196 pp, 978-88-470-2573-8

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