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Corso di sociologia
Capitolo1. la società e la sociologia.
La sociologia studia le diverse forme di vita associata ed ha come oggetto il nostro comportamento di esseri
sociali. E’ una scienza rigorosa che parte da un metodo empirico preciso, che si occupa delle forme di
aggregazione umana. Si occupa delle relazioni tra individui e delle relazioni tra individui e il mondo che ci
circonda. Gli interessi della sociologia sono molto vasti: dagli incontri casuali per strada ai processi sociali
globali. La sociologia dimostra la necessità di sviluppare una visione molto più ampia dei motivi per cui
siamo e per cui agiamo. Il suo insegnamento fondamentale consiste nel suggerire che quanto consideriamo
naturale, inevitabile buono o vero può anche essere non tale e che le caratteristiche date dalla nostra
esistenza sono fortemente influenzate da fattori sociali e storici. Comprendere i modi sottili ma complessi e
profondi in cui le vite individuali riflettono le situazioni dell’esperienza sociale, è basilare per la prospettiva
sociologica, in altre parole quella capacità dell’individuo di spiegare la propria vita alla luce dell’esperienza
sociale.
Lo studio della sociologia non può essere un processo meccanico di acquisizione di conoscenze. Il sociologo
è chi riesce a liberarsi della situazione personale collocando le cose in un ambiente più vasto. Secondo Mills
[1959] il lavoro del sociologo dipende dall’immaginazione sociologica che richiede la capacità di riflettere
su se stessi fuori dalle abitudini familiari della vita quotidiana, al fine di guardarle con occhi diversi. Si
considera il gesto semplice di bere il caffè; gli elementi da considerare sono molteplici:
 Il valore simbolico: il caffè non è solo una bevanda, ma ad esempio alcune persone lo considerano
come il primo gesto per affrontare la giornata, oppure come occasione d’incontro molto speciale
con l’altro;
 Le differenze socio-culturali, caffè per alcune società può essere considerata come una droga
“socialmente accettabile” come l’alcool oppure no;
 Le relazioni socio-economiche il caffè è consumato dai paesi ricchi, ma è prodotto da quelli poveri;
 Lo sviluppo storico-sociale, questo gesto è diventato popolare solo dal XIX secolo;
 Lo stile di vita; la crescente popolarità di questo prodotto condiziona la scelta della marca
d’acquistare.
L’immaginazione sociologica ci permette di vedere il modo in cui molti eventi che sembrano interessare
solo il singolo individuo in realtà riflettono questioni più ampie. Un concetto importante in sociologia è di
struttura sociale ovvero l’articolazione di status, ruoli e istituzioni nelle quali gli individui vivono
realizzando gruppi e sistemi di relazioni di varia complessità. La struttura sociale è, dunque, il frame entro il
quale – e grazie alle quali – si svolgono le azioni sociali. Esso si riferisce al fatto che le attività umane non
sono casuali, ma strutturate socialmente, e che vi sono regolarità nei nostri comportamenti e nelle relazioni
che intratteniamo. La struttura sociale, non equivale a una struttura fisica come un edificio, che esiste
indipendentemente dalle azioni umane; le società sono continuamente ricostruite dai “mattoni” che le
compongono: gli esseri umani. La strutturazione è dunque un processo biunivoco. Per quanto tutti siano
influenzati dai contesti sociali in cui si collocano, nessuno è semplicemente determinato nei suoi
comportamenti da tali situazioni. Le nostre attività strutturano il mondo sociale attorno a noi e nello stesso
tempo sono strutturate da esso. Come più volta ha ribadito Mills, la sociologia ha numerose implicazioni
pratiche per la nostra vita:
 Consapevolezza delle differenze culturali. La sociologia ci permette di guardare il mondo sociale da
prospettive diverse. Se comprendiamo come vivono gli altri, comprendiamo meglio i loro problemi.
Le politiche che non sono fondate su una chiara consapevolezza dei modi di vivere delle persone
hanno scarse possibilità di successo.
 Valutazione degli effetti delle politiche. La ricerca sociologica fornisce un aiuto pratico alla
valutazione degli effetti delle politiche.
 Autocomprensione. In terzo luogo la sociologia può accrescere l’autocomprensione. Più sappiamo
sul perché e sul come delle nostre azioni, e sul funzionamento complessivo della nostra società, più
saremo in grado di influire sul nostro futuro. Chi detiene il potere non ha sempre presenti gli
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interessi delle persone più deboli o dei sottoprivilegiati. Sono i gruppi di auto-aiuto come gli alcolisti
anonimi o i movimenti sociali che si sono battuti in prima persona per riforme concrete spesso con
successo.

Capitolo 1.1 Lo sviluppo del pensiero sociologico


Lo studio sistemico del comportamento umano e della società costituisce uno sviluppo relativamente
recente, che prende avvio alla fine del XVIII secolo attraverso il ricorso alla scienza per comprendere il
mondo: l’affermazione del metodo scientifico provocò un radicale cambiamento a livello mentale e
concettuale. Progressivamente, le spiegazioni tradizionali e quelle basate sulla religione furono
soppiantante dagli sforzi di attingere a una conoscenza critica e razionale ed è grazie a questa nuova visione
delle cose che nacque la sociologia. La sociologia secondo gli storici nasce dalla scoperta dell’America
(1492), mentre i sociologici la fanno risalire alla fine del XVIII secolo sullo sfondo dei cambiamenti
travolgenti indotti dalle due grandi rivoluzioni europee, trasformando irreversibilmente un modo di vivere
tramandato per migliaia di anni. Secondo Toennis nella sua opera “comunità e società”, infatti, in passato la
società si aggregava sottoforma di comunità, alla fine del XVIII secolo la società prende un’altra forma:
società moderna.
La rivoluzione francese segnò il trionfo dei valori di libertà e uguaglianza sull’ordine tradizionale divenendo
un elemento cardine del mondo moderno. La seconda rivoluzione prese avvio in Gran Bretagna e fu la
rivoluzione industriale, un ampio complesso di trasformazioni socio-economiche che accompagnarono lo
sviluppo d’innovazioni tecnologiche quali l’introduzione delle macchine a vapore come fonte di energia. Il
mondo sociale ne fu profondamente trasformato e con esso molte delle abitudini quotidiane. I pionieri del
pensiero sociologico furono direttamente coinvolti dagli sviluppi che accompagnarono queste due
rivoluzioni, e cercarono di comprenderne la genesi e le potenziali conseguenze. Gli interrogativi cui questi
pensatori ottocenteschi cercarono di dare una risposta sono gli stessi che oggi i sociologi affrontano ovvero
in che cosa consiste la natura umana? Perché la società è strutturata in un certo modo? Come e perché si
trasformano le società?

Capitolo 1.2 Auguste Comte


Molti contribuirono agli sviluppi iniziali del pensiero sociologico, ma il posto d’onore è solitamente
attribuito ad Auguste Comte non fosse altro perché fu lui a coniare la parola sociologica, in un primo
momento utilizzò la parola “fisica” sociale, ma per distinguersi dai suoi antagonisti ideo la parola
“sociologia” per definire la disciplina che voleva fondare. Comte ambiva a creare una scienza della società
spiegavano il funzionamento del mondo fisico. Egli era convinto che esistesse una logica comune
fondamentale, e che il metodo scientifico avesse la funzione di svelare le leggi universali. La scoperta delle
leggi che governano la società umana può aiutarci a modificare il nostro destino ad accrescere il benessere
dell’umanità. Secondo Comte la società obbedisce a leggi invariabili come il mondo fisico. La visione
comtiana della sociologia era di una scienza positiva. Comte era convinto che la sociologia dovesse
applicare allo studio della società gli stessi metodi scientifici rigorosi che la fisica o la chimica applicano allo
studio del mondo fisico. Il positivismo sostiene che la scienza che si applica solo a fenomeni osservabili
direttamente attingibili attraverso l’esperienza: sulla base di osservazioni accurate, si possono dedurre
quelle relazioni causali tra eventi che consento di prevederne la ripetizione futura. Adottare un approccio
positivista in sociologia significa credere nella produzione di conoscenza sociale basata sull’evidenza
empirica ricavata dall’osservazione, dal confronto e della sperimentazione.
La legge dei tre stadi di Comte afferma che gli sforzi umani per comprendere il mondo sono passati
attraverso lo stadio teologico, metafisico e positivo che riflettono delle vere e proprie epoche storiche.
 Nello stadio teologico, il pensiero è guidato dalle idee religiose e dal concetto di società come
espressione della volontà di Dio, in cui vige una società teologico-militare (medievale), fondata sul
potere spirituale della Chiesa cattolica e perpetuata da preti e teologi, che si occupano degli aspetti
spirituali della società, mentre il potere temporale è affidato ai guerrieri. La guerra quindi è
considerata necessaria e ha come fine la conquista.
 Nello stadio metafisico, affermatosi pressappoco all’epoca del rinascimento, la società è spiegata
facendo ricorso a principi astratti.
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 Lo stadio positivo, annunciato dalle scoperte di Copernico, Galileo e Newton, è caratterizzato


dall’applicazione del metodo scientifico al mondo sociale ed è sede della nuova società, quella che
per Comte stava affiorando in quegli anni, in cui il potere spirituale e intellettuale sarà in mano
ai sociologi e agli scienziati mentre quello temporale sarà prerogativa degli industriali. Questa
nuova società non sarà più finalizzata alla conquista bensì alla produzione industriale.
In questa prospettiva, Comte considerava la sociologia come l’ultimo prodotto dello sviluppo scientifico allo
stesso tempo come la scienza più importante e complessa. Quindi, per Comte, la società si evolverà
inevitabilmente, e la storia dell'umanità percorrerà la via del progresso. Questo progresso è inevitabile, può
solo essere rallentato o accelerato, ed è compito dei sociologi accelerarlo, affinché la crisi del genere
umano finisca una volte per tutte. Comte era pienamente consapevole delle condizioni sociali in cui viveva
e tra le sue preoccupazioni vi erano certamente le disuguaglianze generate dall’industrializzazione e la
minaccia che esse costituivano per la coesione e il consenso sociale. La soluzione a lungo termine
consisteva, a suo giudizio, nella produzione di coesione e consenso morale capace di mantenere unita la
società a dispetto di quelle nuove disuguaglianze. Sebbene la visione comtiana di una società
completamente rigenerata non fosse destinata a realizzarsi egli contribuì in modo decisivo alla
sistematizzazione e all’unificazione della sociologia in vista della sua successiva professionalizzazione come
disciplina accademica.

Capitolo 1.3 Emile Durkheim


Per Durkheim la sociologia era una scienza nuova che doveva studiare la vita sociale con la stessa
oggettività con cui gli scienziati studiano la natura umana. Il celebre primo principio della sociologia di
Durkheim è “studia i fatti sociali come cose”, cioè la vita sociale deve essere analizzata con lo stesso rigore
riservato agli oggetti o agli eventi naturali.
Per Durkheim il principale oggetto intellettuale della sociologia è lo studio dei fatti sociali come elementi
della vita sociale che determinano le azioni individuali, infatti, la società era autonoma e non era la somma
di azioni o d’interessi individuali. Secondo Durkheim i fatti sociali sono esterni agli individui a prescindere
dalle percezioni individuali. Un altro attributo dei fatti sociali è che esercitano un potere coercitivo sugli
individui, infatti, i fatti sociali governano la società e spesso questa forza non è riconosciuta dalle persone
che s’illudono di avere libertà di scelta. Le persone spesso non fanno che seguire modelli vigenti per l’intera
società in cui vivono. I fatti sociali possono vincolare l’agire umano in molti modi, che vanno dalla punizione
vera e propria (come per un reato), alla riprovazione sociale (per un comportamento inaccettabile), alla
banale incomprensione (l’uso scorretto del linguaggio). Durkheim ammetteva che i fatti sociali sono difficili
da studiare perché sono invisibili e intangibili e perciò dovevano essere analizzati indirettamente
esaminando gli effetti che provocano scartando i pregiudizi e le ideologie.
Come tutti i pionieri della sociologia anche Durkheim era preoccupato dai cambiamenti della società. Uno
dei suoi interessi primari era la solidarietà sociale e morale, in altre parole l’elemento che tiene insieme la
società impedendole di sprofondare nel caos. La solidarietà è l’insieme delle credenze e dei sentimenti
comuni ai membri di una determinata società. Per capire la società occorre analizzare gli individui che sono
legati da vincoli di solidarietà. La società è salvaguardata nella misura in cui gli individui sono positivamente
integrati in gruppi sociali e si attengono a un insieme di valori e costumi condivisi, in altre parole si basano
sul consenso e sulla coesione sociale. Nella sua analisi egli elabora una società condizionata dall’avvento
dell’era industriale dove si afferma un nuovo tipo di solidarietà. Egli contrappone la solidarietà meccanica
alla solidarietà organica. Le società tradizionali, con una scarsa divisione del lavoro, sono caratterizzate
dalla solidarietà meccanica, poiché i membri di queste società si dedicano in prevalenza a occupazioni
simili tra loro, basati sulla condivisione di esperienze e credenze comuni, in altre parole sul consenso e sulla
coesione sociale, garantite da sanzioni repressive limitando fortemente la possibilità di dissenso
individuale.
L’industrializzazione e l’urbanizzazione provocarono una crescente divisione del lavoro che contribuì a
scalzare questa forma di solidarietà. La differenziazione sociale e la specializzazione delle mansioni della
nuova società ha portato una nuova forma di solidarietà detta solidarietà organica. Essi sono legati gli uni
agli altri dall’interdipendenza reciproca, perché svolgono delle mansioni diverse tra loro come le
componenti di uno stesso organismo (da cui l’aggettivo “organica”). Con l’aumento della divisione del
lavoro, gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, poiché ognuno ha bisogno di beni e
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servizi forniti da coloro che svolgono attività differenti dalla propria e la coesione e il consenso sociale sono
garantiti da sanzioni miranti a ristabilire l’equilibrio. I cambiamenti per Durkheim sono il passaggio dalla
solidarietà meccanica alla solidarietà organica, per questo i fatti sociali sono dominanti. Nel mondo i
processi di cambiamento sono così rapidi e intensi da generare serie difficoltà a livello sociale che avevano
portato a una mancanza di valori e norme provocata dalla società moderna che lasciano gli individui con la
sensazione di una vita insignificante e priva di ordine. Durkheim collegava questa condizione di disagio
all’anomia, in altre parole la mancanza di valori e norme provocata dalla vita sociale moderna, che porta
all’indebolimento di strutture e principi divenendo tutto più labile.
Uno degli studi più famosi per Durkheim riguarda il suicidio, uno degli effetti grandi della nuova società
causato dall’anomia. Pur essendo un atto soggettivo, può essere spiegato solo da altri fatti sociali.
Esaminando le lettere lasciate dai suicidati notò che gli uomini si uccidono più delle donne, i protestanti più
dei cattolici, i ricchi più dei poveri. Questi riscontri portarono Durkheim ad affermare l’esistenza di due
forze sociali, esterne all’individuo, che influenzano i tassi di suicidio: l’integrazione sociale e la regolazione
sociale. Queste due forza determinano quattro tipi di suicidio:
1. Il suicidio egoistico è determinato da una mancanza d’integrazione sociale, dove l’emarginazione è
la causa scatenante, scaturita dalla mancanza di relazioni con gli altri.
2. Il suicidio anomico è determinato da una mancanza di regolazione sociale; la mancanza di regole
dovuta a instabilità sociale e a una mancanza di punti di riferimento istituzionali e alla mancanza di
relazioni con le istituzioni.
3. Il suicidio altruistico è determinato da un eccesso d’integrazione sociale. I legami sociali sono
troppo forti e l’individuo attribuisce alla società più valore che a se stesso.
4. Il suicidio fatalistico è determinato da un eccesso di regolazione sociale. L’oppressione cui è
sottoposto l’individuo produce in lui un senso d’impotenza che può indurlo all’auto-sospensione.

Capitolo 1.4 Karl Marx


Le sue idee entrano in contrasto fortemente con quelle di Comte e Durkheim. Egli non è un vero e proprio
sociologo, per quanto anch’egli cercasse di spiegare i cambiamenti sociali legati alla rivoluzione industriale.
Anche i critici più severi riconoscono a essa una notevole importanza per lo sviluppo della sociologia. Marx
si concentrò soprattutto sui cambiamenti dell’età moderna, che a suo giudizio erano collegati soprattutto
allo sviluppo del capitalismo. Il capitalismo è un modo di produzione radicalmente diverso dai sui
precedenti storici. Nel modo di produzione Marx individua due elementi costitutivi:
 Il capitale, in altre parole i mezzi di produzione (denaro, macchine, fabbriche) utilizzati per produrre
merci;
 Il lavoro salariato, cioè l’insieme dei lavoratori che, non possedendo mezzi di produzione, devono
cercare occupazione presso i detentori del capitale, vendendo la propria forza lavoro in cambio di
un salario.
Marx riteneva che la società capitalista fosse caratterizzata dalla presenza di due classi sociali:
 La borghesia, in altre parole i capitalisti proprietari dei mezzi di produzione;
 Il proletariato, in altre parole la classe operaia industriale urbana, priva di mezzi di produzione,
alimentata dalle schiere di contadini che, con lo sviluppo industriale, si trasferivano nelle città in
espansione per lavorare nelle fabbriche.
Secondo Marx, dal punto di vista sociale il capitalismo è un sistema classista. Per quanto capitalisti e operai
dipendano gli uni dagli altri, questa reciproca dipendenza è fortemente sbilanciata. Il rapporto tra le classi è
fondato sullo sfruttamento: gli operai sono privi di controllo sulle proprie condizioni e sul prodotto del loro
lavoro; i capitalisti ricavano i profitti appropriandosi di tale prodotto per la parte eccedente il salario
necessario al sostentamento degli operai (detto plusvalore). Nella società capitalista le classi intrattengono
un rapporto conflittuale: la borghesia costituisce la classe dominante, il proletariato, la classe subordinata.
La classe borghese domina il proletariato e il capitalista crea dei bisogni per il proletariato. Marx era
convinto che questo conflitto di classe fosse destinato a inasprirsi nel corso del tempo. I conflitti tra le classi
sono fondati su fattori economici che costituiscono la forza motrice dello sviluppo storico. Secondo Marx le
società cambiano a causa delle contraddizioni insite nei rispettivi modi di produzione: in principio si
trattava di società comuniste di cacciatori e raccoglitori, in seguito, però si affermarono società schiaviste e
i sistemi feudali basati sulla divisione tra proprietari terrieri e servi della gleba, la nascita di mercanti e
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artigiani fu l’inizio di una classe borghese capitalista destinata a occupare il posto della nobiltà terriera. In
conformità con questa concezione della storia, Marx prevedeva che, come i capitalisti avevano rovesciato
l’ordine precedente, essi stessi sarebbero stati a loro volta soppiantati dall’avvento di un nuovo ordine
sociale.
Marx considerava inevitabile una rivoluzione dei lavoratori che avrebbe rovesciato il sistema capitalistico
instaurando una nuova società senza classi. Con ciò Marx intendeva dire che il modo di produzione si
sarebbe organizzato attorno a una proprietà di tipo comunitario, fondamento di un ordine sociale, più
egualitario, ma che comunque rimanevano le disuguaglianze tra individui, in sostanza sarebbero
semplicemente scomparse la classe dominante e quella subordinata.

Capitolo 1.5 Max Weber


Weber individuò alcune caratteristiche fondamentali delle società industriali e identificò alcune
problematiche che sono tuttora centrali per la sociologia. Weber cercò di comprendere natura e cause del
mutamento sociale. Benché influenzato da Marx, ne criticò duramente alcune idee fondamentali: respinse
la concezione materialistica della storia e attribuì meno importanza al conflitto di classe. Secondo Weber
l’influenza d’idee e valori sul mutamento sociale è pari a quella delle condizioni economiche; era convinto
che la sociologia dovesse concentrarsi sull’azione sociale, come il comportamento d’individui altrui
(concetto molto vicino a quello d’interazione) e non sulle strutture. Weber distingue azione sociale e azione
razionale:
1. Azione razionale rispetto allo scopo, se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi
che si propone;
2. Azione razionale rispetto al valore, se chi agisce, compie ciò che ritiene che gli sia comandato da
un dovere (morale, religioso);
3. Azione sociale determinata affettivamente, se chi agisce, risponde fondamentalmente a dei
“bisogni interni” connessi ai sentimenti;
4. Azione tradizionale, se è semplicemente espressione di abitudini acquisite.
Gli individui hanno la capacità di agire liberamente e di plasmare il proprio futuro. Egli non credeva, a
differenza di Marx e Durkheim, che le strutture esistessero all’esterno della società o indipendentemente
dagli individui. Piuttosto, le strutture sociali sono formate da un complesso gioco di azioni, e la sociologia ha
il compito di comprendere il significato nascosto di quelle azioni. Per tale motivo quella weberiana è
definita sociologia comprendente. Weber arrivò alla conclusione che alcuni aspetti dell’etica protestante
avevano contribuito in maniera decisiva a formare quel complesso di orientamenti normativi, da lui
chiamato spirito del capitalismo, che è all’origine della società occidentale moderna, ovvero Il credente -
convinto che la sua salvezza o la sua dannazione siano decretate da Dio e dall'eternità e non dipendono
dalle sue opere - cerca una conferma della grazia divina, e la trova nel successo economico. Il compimento
del proprio volere nel mondo è voluto da Dio ad accrescimento della sua gloria nella sua rinascita è un
segno della "grazia". Si caricano, quindi, di significato religioso l'operosità, lo zelo, la coscienza rigorosa e
severa, che si traducono nella concezione della professione come vocazione e in una condotta di vita
metodica. Un elemento importante nella prospettiva sociologica weberiana è il concetto di tipo ideale
ovvero modelli concettuali utili a comprendere il mondo, dove un fenomeno può essere compreso meglio
confrontandolo con un tipo ideale. Weber era convinto che la società si stesse liberando dalle credenze
radicate nella superstizione, nella religione, nelle usanze e nelle abitudini tradizionali per far posto al
calcolo strumentale razionale, tendente al raggiungimento dell’efficienza sulla base delle conseguenze
prevedibili. Questo processo fu descritto con il termine di razionalizzazione. Weber concepiva la rivoluzione
industriale e l’avvento del capitalismo come manifestazioni questo più ampio processo di razionalizzazione,
di fatto il capitalismo non è solo un conflitto di classe ma è contrassegnato dall’ascesa della scienza e della
burocrazia. Attraverso il disincanto, il pensiero moderno ha spazzato via le credenze di carattere
<<magico>>, in altre parole non scientifico, legate alla tradizione. Weber non era però del tutto ottimista
riguardo agli esiti della razionalizzazione, infatti, nel tentativo di regolamentare ogni sfera della vita sociale,
Weber aveva paura che si trasformasse in una gabbia d’acciaio capace di soffocare lo spirito umano. Ciò
che lo preoccupava erano in particolare gli effetti potenzialmente soffocanti e disumanizzanti della
burocrazia e le loro implicazioni per il destino della democrazia.
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Cap. 2 La società e la sociologia


La sociologia è nata come impresa intellettuale con lo sviluppo delle società moderne, e lo studio di queste
società resta il suo oggetto principale. Ma i sociologi sono anche attenti a un più ampio insieme di questioni
riguardanti la natura dell’interazione sociale e le società umane in generale.

Capitolo 2.1. Prospettive sociologiche recenti


I primi sociologi condividevano lo sforzo di attribuire un valore alle società in cui vivevano, investiste dal
mutamento. Essi non si accontentarono, però, di individuare e interpretare gli eventi fondamentali della
propria epoca. Cercarono piuttosto di elaborare un metodo di studio del mondo sociale che fosse in grado
di spiegare il funzionamento della società in generale e la natura del mutamento sociale. Mentre Durkheim
e Marx si soffermarono sul ruolo delle forze esterne all’individuo, Weber assunse come punto di partenza la
capacità individuale di agire creativamente sul mondo esterno. Laddove Marx additava la predominanza
della dimensione economica Weber considerava rilevante un gamma più ampia di fattori. Tre delle
prospettive teoriche più recenti hanno legami diretti rispettivamente con Durkheim Marx e Weber.

Capitolo 2.1. A: Funzionalismo


Per il funzionalismo la società è un sistema complesso le cui parti cooperano per produrre stabilità: a ogni
parte è assegnato l’assolvimento di una determinata funzione. In questa prospettiva, la sociologia dovrebbe
indagare le relazioni che le varie parti della società intrattengono tra loro e con il tutto. I funzionalisti, come
Comte e Durkheim, hanno spesso fatto ricorso alle analogie secondo cui la società funzionerebbe come un
organismo vivente: le sue parti lavorano l’una accanto all’altra come le varie parti del corpo della società
nel suo complesso. Questa metafora organicista porta il funzionalismo ad accentuare l’importanza
dell’ordine sociale fondato sul consenso, considerato come condizione normale della società. Il concetto
fondamentale del funzionalismo sociologico è lo studio della società, intesa come una globalità di strutture
sociali e culturali (costumi, credenze, riti, tecniche, azioni sociali, ecc.), relazionate fra loro, la cui funzione è
di contribuire a preservare quelle condizioni essenziali per l'esistenza del sistema sociale indagato.
Lo scopo dell'analisi è di verificare la natura di quelle condizioni e il loro rapporto con le strutture; di
studiare i meccanismi in base ai quali l'alterazione di una struttura può trascinare tutto il sistema a un
mutamento. Secondo una critica diffusa, il funzionalismo mette indebitamente in risalto i fattori che
producono coesione sociale, a scapito di quelli che creano disuguaglianza, divisione e conflitto. Nel
funzionalismo c’è scarsa attenzione per il ruolo dell’azione sociale creativa. I funzionalisti hanno spesso
scritto dei <<bisogni>> e dei <<fini>> di una società, ma tali concetti hanno senso solo se applicati agli
individui umani.

Capitolo 2.1. B: Teorie del conflitto


Le teorie del conflitto propongono un modello complessivo capace di spiegare il funzionalismo della
società, tuttavia respingono l’accento funzionalista sul consenso per privilegiare l’importanza delle divisioni
sociali, concentrandosi sui temi del potere, della disuguaglianza e del conflitto. Secondo questo modello
complessivo la società è composta di gruppi distinti, ciascuno del proprio interesse. L’esistenza d’interessi
distinti comporta la costante presenza di un conflitto: quelli che prevalgono nel conflitto diventano gruppi
sociali dominanti, quelli che soccombono diventano gruppi sociali subordinati. Molti dei teorici
conflittualisti di Marx ma anche a Weber. Infatti, alcuni studiosi come Dahrendorf sostengono che il
conflitto deriva da una differenza di autorità e potere che di carattere economico, secondo più un approccio
di tipo weberiano che marxista.

Capitolo 2.1. C: Teoria dell’azione sociale.


Le teorie dell’azione sociale rivolgono l’attenzione alle azioni e interazioni che producono quelle strutture;
le teorie dell’azione sociale si concentrano sul comportamento individuale dei singoli attori. Weber pur
riconoscendo l’esistenza di strutture sociali (ceti, classi e partiti) egli affermava che tali strutture sono create
dall’azione sociale degli individui. Questo punto di vista è stato sviluppato in maniera più sistematica
dall’interazionismo simbolico.
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Capitolo 2.1. D: Interazionismo simbolico


L’interazionismo simbolico nasce in America e si sviluppa dall’interesse per il linguaggio, il simbolo e il
significato con Mead. Egli afferma che il linguaggio ci consente di diventare autocoscienti, cioè consapevole
della nostra individualità e capaci di vederci dall’esterno come fanno gli altri. L’elemento chiave in questo
processo è il simbolo. Un simbolo è <<qualcosa che sta per qualcos’altro>>. Le parole che usiamo per
designare gli oggetti, ad esempio, sono in realtà simboli che rappresentano ciò che vogliamo dire. Gli esseri
umani fanno affidamento sui simboli per scambiarsi significati condivisi nelle interazioni reciproche, in
sostanza tutte le interazioni tra individui comportano uno scambio simbolico di significati. L’interazionismo
simbolico attira la nostra attenzione sui dettegli dell’interazione interpersonale, e su come loro siano
indispensabili per capire ciò che le persone dicono e fanno. L’interazionismo simbolico è stato spesso
criticato perché ignora le questioni della struttura, del potere e del loro condizionamento sul
comportamento individuale.

Capitolo 3. Cultura e società


Capitolo 3.1. Concetto di cultura
Il concetto di cultura si riferisce ai modi di vita dei membri di una società, o di gruppi all’interno di una
società, e include, ad esempio l’abbigliamento, le consuetudini matrimoniali, la vita familiare, le forme di
produzione, le convinzioni religiose, l’uso del tempo libero, l’arte, la letteratura, la musica, la pittura. La
cultura si può concettualmente distinguere dalla società, ma tra le due nozioni esistono rapporti molto
stretti. Una società è un sistema di relazioni tra individui. Tutte le società sono accomunate dal fatto che i
loro membri sono legati da relazioni strutturate in conformità a una cultura comune. Senza cultura sarebbe
impossibile definirci esseri umani nel senso in cui abitualmente intendiamo questo termine. Quando
parlano di cultura, i sociologi si riferiscono a caratteri appresi anziché ereditati. Una cultura comprende sia
aspetti materiali, sia aspetti immateriali come il linguaggio, e in particolare, valori e norme.

Capitolo 3.2. Valori e norme


Elemento fondamentale di ogni cultura è il valore che definisce ciò che è considerato importante, degno e
desiderabile. In sostanza il valore è quell’idea che è considerata importante da ogni individuo. Queste idee,
o valori, guidano gli esseri umani nell’interazione con l’ambiente sociale. Un esempio di valore importante
per la maggior parte delle società occidentali è la monogamia ovvero la fedeltà a un solo partner sessuale.
Le norme sono le regole di comportamento che incarnano i valori di una cultura. Valori e norme, insieme,
contribuiscono a determinare il modo in cui gli appartenenti a una data cultura si comportano nel loro
ambiente. Valori e norme variano enormemente da una cultura all’altra. Alcune culture sono
eminentemente individualistiche, altre pongono un accento maggiore sui bisogni comuni. Valori e norme
culturali si modificano spesso nel tempo. Valori e norme che guidano spesso le nostre relazioni più intime si
sono evoluti gradualmente e spontaneamente nell’arco di molti anni, ma può accadere che, specie in
seguito all’incontro tra culture diverse si tenti di modificare in maniera deliberata.

Capitolo 3.3. La differenza culturale


Insieme a valori e norme culturali, anche comportamenti e pratiche variano notevolmente da una cultura
all’altra ad esempio in Cina si mangiano le rane mentre in Europa no, gli ebrei non mangiano il maiale,
mentre i cattolici sì. Le piccole società come quelle primitive tendono a essere culturalmente omogenee o
società monoculturali. La maggior parte delle società industrializzate attraversa invece un processo di
diversificazione culturale che le rende società multiculturali, nel senso che la loro popolazione è costituita
da gruppi di diversa origine culturale. Nelle metropoli moderne ci sono numerose comunità sub culturali
che vivono fianco a fianco in una cultura prevalente. Per subculture non intendiamo solo gruppi etnici o
linguistici, ma qualsiasi segmento di popolazione appartenente a una società più ampia e distinguibile in
conformità a parametri culturali.
Le subculture sono quanto mai variegate, naturisti, pirata informatico, hippy e così via. Ci sono persone che
s’identificano fortemente con una particolare subcultura, altre che passano con facilità da una all’altra. La
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cultura svolge un ruolo importante nella perpetuazione dei valori e delle norme sociali, ma offre anche
ampi spazi di creatività e mutamento. Come subculture, anche le controculture (gruppi che respingono in
toto i valori e le norme prevalenti in una data società), possono elaborare e diffondere valori alternativi a
quelli della cultura dominante.

Capitolo 3.4. L’etnocentrismo


Ogni cultura possiede specifici modelli di comportamento, che sono estranei agli individui provenienti da
altre culture. Spesso si avverte disorientamento quando si entra in una cultura diversa, il cosiddetto shock
culturale, dovuto alla perdita dei propri punti di riferimento che ci permettono di capire il mondo che ci
circonda e non si sono appresi quelli della nuova cultura. Un presupposto chiave della sociologa è che una
cultura deve essere studiata sulla base dei significati e dei valori che le sono propri. Questo concetto è
anche chiamato relativismo culturale. I sociologi si sforzano di evitare il più possibile l’etnocentrismo, che
consiste nel giudicare le altre culture confrontandole con la propria, generalmente ritenuta <<superiore>>.
Il ruolo del sociologo è di evitare risposte <<automatiche>> e di esaminare le questioni complesse con la
dovuta cautela sotto tutte le prospettive possibili.

Capitolo 3.5 La socializzazione


Il processo attraverso cui il bambino, o qualunque nuovo membro, apprende valori, norme e stili di vita
della società di cui entra a far parte è detto socializzazione, la cultura, infatti, non è ereditata ma appresa.
Essa è il canale primario di trasmissione della cultura tra le generazioni. La socializzazione, tuttavia, non è
una sorta di programmazione culturale grazie alla quale il bambino assorbe passivamente le influenze con
cui viene a contatto. Perfino un neonato manifesta bisogni e richieste che condizionano il comportamento
di quanti si prendono cura di lui: il bambino è fin dall’inizio un soggetto attivo. La socializzazione collega
l’una all’altra alle diverse generazioni. La socializzazione è un processo lungo quanto la vita stessa, in cui il
comportamento umano è continuamente modificato dalle interazioni sociali. Esso permette agli individui di
sviluppare indefinitamente il proprio potenziale di apprendimento e adattamento. I sociologi dividono la
socializzazione in due ampie fasi che coinvolgono differenti agenti della socializzazione, cioè i gruppi o
ambienti sociali in cui accadono processi significativi di socializzazione. La socializzazione primaria avviene
durante l’infanzia ed è il periodo più intenso di apprendimento culturale. È la fase in cui i bambini imparano
il linguaggio e i modelli fondamentali di comportamento che costituiscono le basi dell’apprendimento
successivo. In questa fase il principale agente di socializzazione è la famiglia. La socializzazione secondaria
comincia dopo l’infanzia, per continuare fino alla maturità e oltre. In questa fase diversi agenti della
socializzazione si assumono alcune delle responsabilità già appartenute alla famiglia: la scuola, il gruppo dei
pari, le organizzazioni, i media, il lavoro.

Capitolo 3.6. Status e ruoli sociali


Attraverso il processo di socializzazione gli individui imparano a conoscere i ruoli sociali. Un ruolo sociale è
l’insieme dei comportamenti definiti che ci aspettiamo da chi ricopre un determinato status o posizione
sociale, è possibile fare riferimento ai loro comportamenti di ruolo prescindendo dalle persone specifiche.
Secondo Hughes & Becker esistono i master status ovvero una posizione sociale dettata che può essere
ascritta in conformità a fattori biologici come la razza o l’età, o acquisita che è determinata in conformità a
una prestazione come ad esempio “l’atleta” o “il dirigente” che possono avere. Alcuni sociologi ritengono
che i ruoli sociali siano elementi fisse e relativamente immutabili. Gli individui imparano a conoscere le
aspettative di ruolo connesse ai diversi ruoli sociali nella particolare cultura cui appartengono, quindi
svolgono ciascun ruolo secondo quelle aspettative. Questa interpretazione è erronea perché in questo
modo ciascun individuo, si limita ad assumere un ruolo senza negoziarlo o contribuire a crearlo, quando in
realtà la socializzazione è un processo in cui gli esseri umani mettono in gioco la propria capacità di agire.
Gli individui giungono a comprendere e a rivestire i ruoli sociali attraverso un processo ininterrotto
d’interazione attiva.
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Capitolo 3.7. L’identità


Il contesto culturale in cui gli individui nascono e raggiungono la maturità influenza il loro comportamento,
ma ciò non significa che siano spogliati dell’individualità e del libero arbitrio. Nel processo di socializzazione
ciascuno di noi sviluppa un senso d’identità e la capacità di pensare e agire in maniera autonoma. Il
concetto d’identità ha molte sfaccettature e può combinare una varietà di approcci. L’identità consiste nella
nozione che le persone hanno di se stesse e di ciò che per loro è significativo. Si parla si due tipi d’identità,
l’identità sociale e l’identità individuale, analiticamente distinte ma strettamente correlate tra loro.
L’identità sociale si riferisce alle caratteristiche attribuite a un individuo dagli altri e sono plurime e
cumulative. Esempio d’identità sociale sono lo studente, la madre, l’avvocato e cosi via. L’identità sociale è
plurima e cumulativa. L’identità sociale ha una valenza collettiva nel senso che implica caratteristiche
condivise da una molteplicità d’individui. Le identità condivise incentrate sui valori o esperienze comuni,
possono contribuire una base importante per la costituzione di movimenti sociali. Le identità individuali
fanno riferimento al processo di sviluppo personale attraverso il quale elaboriamo il senso della nostra
unicità. Il concetto individuale si rifà prevalentemente all'opera degli interazionisti simbolici. È la costante
del soggetto con il mondo esterno che contribuisce a creare e a plasmare il suo senso d’identità individuale,
il cui nucleo centrale è costituito dalla libertà di scelta personale. Il mondo moderno ci costringe a trovare
noi stessi e grazie all’autoconsapevolezza che ci caratterizza come essere umani, noi creiamo e ricreiamo
continuamente la nostra identità.

Capitolo 4. La comunicazione
Capitolo 4.1 L’informazione
Ogni giorno sentiamo parlare di società dell’informazione, ma pochi di noi sono in grado di definire senza
esitazioni la parola “informazione”. L’informazione è differenza e per avere differenza occorre avere due
termini di paragone. Tale parola possiede un’innumerevole quantità di significati che spaziano in ambiti
molto diversi tra loro. Per Gregory Bateson l’informazione è la “percezione di una differenza”. Che cosa
intendiamo con tale definizione? Pensiamo ai nostri sensi, per percepire la natura di una superficie noi
facciamo scorrere ripetutamente il polpastrello sulla superficie stessa; se ci limitassimo ad appoggiarlo e a
tenerlo fermo sarebbe difficile stabilire se si tratta di una superficie liscia o ruvida; la crescita del PIL di un
certo paese è in relazione con il PIL dell’anno precedente. Ma “informazione” non è sinonimo di
“differenza”: affinché vi sia informazione, la differenza deve anche essere percepita. L’albero che cade nella
foresta non diventa informazione fino a quando qualcuno non lo vede o non lo sente cadere. Le differenze
che si creano nel processo di socializzazione sono irreversibili. Considerare l’informazione in termini di
differenze ci permette di elaborare un sistema per l’elaborazione quantitativa dell’informazione: l’unità di
misura della quantità d’informazione è il bit; esso è visto come la quantità d’informazione contenuta in
oggetti o eventi con soli due stati possibili. Questa definizione d’informazione permette di separare il
concetto d’informazione dai suoi attributi morali: non esisteranno informazioni giuste o sbagliate, distorte o
corrette se non mettendo in relazione l’informazione pura con l’ambiente culturale esterno. È, infatti, grazie
a tale ambiente che l’informazione diventa qualcosa cui noi associamo un significato, studiandola così dal
punto di vista sociologico. L’attribuzione di un significato a un insieme d’informazioni è equivalente
all’emergere di un sistema di ridondanze: l’omissione di una parola non costituisce durante un’interazione
una perdita di significato; come ad esempio in una conversazione disturbata al cellulare ci permette lo
stesso di coglierne il significato complessivo, perché abbiamo familiarità con il significato della lingua
italiana. Creare una differenza vuol dire modificare la relazione sia con gli altri sia con il mondo sia ci
circonda; come deve essere inteso il sorriso di una ragazza che ci piace tanto? Quotidianamente abbiamo a
che fare con una mole impressionante d’informazioni: questa sovrabbondanza ci induce a chiarire il
concetto di “comunicazione”.

Capitolo 4.2 Concetto di comunicazione


Per comunicazione s’intende un processo di scambio d’informazioni. La parola “comunicazione” deriva dal
latino cum (con, mettere insieme), munis (dono). Per avere comunicazione occorre avere lo scambio
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altrimenti si parla di trasmissione. Il processo di comunicazione ha bisogno del codice che non è altro che
quell’elemento che contraddistingue la cultura, favorendone la condivisione ovvero il rapporto tra segnale
e simbolo o come afferma la teoria matematica della comunicazione che afferma che il codice è quel
sistema di regole di corrispondenza tra i valori di un insieme A e quelli di un secondo insieme B.
Richiamando la parola stessa, la comunicazione è vista come condivisione, comunicare vuol dire
condividere. Una definizione molto più precisa della comunicazione la dà lo psicologo Luigi Anolli, secondo
lui, infatti, la comunicazione è “uno scambio d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di
consapevolezza, in grado di condividere un determinato significato in conformità a sistemi simbolici e
convenzionali di significazione e di segnalazione”. Secondo Anolli la comunicazione è una forma esplicita
d’interazione, dove ogni partecipante orienta la propria azione in conformità a comportamenti, d’azioni, o
d’interazioni osservate o attribuite dagli interlocutori. Devono essere presente l’elemento dell’interazione e
della consapevolezza, dove il significato è condiviso grazie a sistemi simbolici che prendono la forma di
codici o linguaggi in parte articolati. L’intenzionalità per Anolli è vista come l’elemento distintivo, la
differenza tra scambio comunicativo e scambio d’informazione, dove l’interazione è un continuum ricco di
sfumature non sempre facilmente riconoscibili nemmeno da parte dei diretti interessati, per non parlare
dell’osservatore esterno. L’intenzione può assumere anche una direzione negativa, ad esempio decidendo
deliberatamente di non salutare una determinata persona che s’incrocia per la strada o di non rispondere a
una certa domanda. In via definitiva si può dire che la comunicazione è un processo di costruzione collettiva
e condivisa del significato, dotato di livelli di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità.
Nella storia della sociologia la comunicazione è stata oggetto di numerosi e approfonditi studi da cui sono
nati tre modelli che non entrano mai in conflitto tra loro perché partono da tre punti di vista differenti:
 Modello matematico-cibernetico. Shannon & Weaver, due ingegneri, avevano elaborato un
modello matematico (modello del pacco postale) che riguarda la trasmissione d’informazione. In
questo modello inquadra il processo comunicativo nei suoi elementi fondamentali: l’emittente chi
codifica un messaggio; canale ovvero il mezzo di comunicazione su cui viaggia il messaggio; il
messaggio, l’insieme d’informazioni codificate dall’emittente; il ricevente chi decifra il messaggio.
Questo tipo di modello comunicativo ignora l’aspetto sintattico (ovvero lo studio dei singoli
elementi di un codice e delle loro possibili combinazioni valide), pragmatico (lo studio della
relazione tra il codice, coloro che lo usano e il loro comportamento) e semantico (lo studio delle
relazioni tra il codice e gli oggetti che indica) della comunicazione lasciando al ricevente un ruolo
completamente passivo, dove ognuno di noi non fa che scambiarsi di volta in volta il ruolo di
emittente e ricevente, senza rendersi conto che in realtà si vive costantemente immersi in un flusso
continuo di comunicazioni, contribuendo in misura maggiore o minore, direttamente o
indirettamente ad alimentare questo flusso.
La cibernetica ha aggiunto il feedback ovvero il meccanismo di risposta del ricevente al messaggio
inviato dall’emittente, aggiornando il modello matematico, facendolo diventare matematico-
cibernetico.

Emittente Feedback Ricevente

Canale
Messaggio

Ha il pregio di applicarsi alle comunicazioni faccia a faccia, tra uomo e macchina o addirittura tra
macchina e macchina. Occorre scegliere un codice che sia il più possibile condiviso ed efficace.
Tuttavia è apparso limitato a comprendere i processi comunicativi umani perché si preoccupa di
costruire un codice valido (aspetto sintattico), ignorando totalmente le possibili interpretazioni di
una codifica valida (aspetto semantico.) Considerare la comunicazione come un semplice scambio
d’informazione, il cui buon esito è assicurato da un’oculata scelta del codice e del canale di
trasmissione, in fin dai conti non si dimostra una buona strada. Di fatto senza il feedback il
ricevente ha un ruolo passivo. Inoltre s’ignorano quelle che sono gli aspetti dell’intenzionalità della
comunicazione.
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 Modello dell’anello del kula (modello antropologico), modello elaborato da Malinowski studiando
il kula. Esso è una forma di scambio cerimoniale che consiste in periodiche spedizioni su canoe che
ogni gruppo organizza per andare a fare visita alle comunità delle altre isole, con cui sono scambiati
doni.
Isola A
Isola B
Isola D

Isola C

Lo scambio simbolico si basava su due tipi di doni: collane di conchiglie rosse, dette soulava, erano
scambiate con braccialetti di conchiglie bianche, dette mwali. A questo si aggiungeva un baratto
informale detto gimwali con cui erano scambiati oggetti d'uso di ogni tipologia. Egli concluse che il
kula serviva come meccanismo di attivazione di determinate forme di solidarietà sociale: si
contribuiva a fare legare le persone attraverso una serie di obblighi e sulla base di un principio di
collaborazione. Se l’anello si spezzava in un punto qualsiasi, ad esempio C non scambiava con D, la
catena proseguiva comunque, C scambiava con A escludendo D.
 Modello drammaturgico di Goffman (modello sociologico). Secondo Goffman le strategie degli
individui negli incontri con i propri simili sono tese a cercare di controllare la definizione della
situazione circa ciò che sta accadendo, perseguendo due scopi principali: a) farsi un’impressione
sugli altri; b) controllare e influenzare le impressioni che gli altri hanno su di noi. Nel modello di
Goffman ogni interazione appare in un determinato contesto dove l’obiettivo primario è mantenere
il proprio ruolo sociale (dove per ruolo sociale, secondo Gallino, s’intende l’insieme delle norme e
delle aspettative che convergono su un individuo in quanto occupa una data posizione all’interno di
un sistema sociale), dove per ruolo sociale che Goffman chiama faccia o facciata personale, intende
il valore positivo di sé proiettato sul quotidiano. Il risultato complessivo di tutte queste << messe in
scena>> costituisce il teatro della vita quotidiana composto dallo scorrere ordinato di un insieme
apparentemente causale di complicatissime successioni di eventi. Goffman introduce una
distinzione più generale tra due dimensioni spaziali che chiama ribalta e retroscena. La ribalta è il
luogo in cui avviene la rappresentazione in senso stretto della propria facciata (ad esempio l’aula
universitaria, il docente dà il meglio della sua arte oratoria e lo studente, il meglio della sua
educazione e capacità di attenzione e interesse). Il retroscena è il luogo in cui è preparata e provata
la rappresentazione in cui gli attori possono riposare tra una rappresentazione e la successiva. I
confini tra ribalta e retroscena sono molto definiti e hanno chiare limitazioni e filtri di accesso.
Secondo Goffman l’interazione è una relazione in cui ogni azione è nello stesso tempo, causa ed
effetto, ed è rituale se ogni individuo mantiene le regole, cioè il proprio ruolo sociale ovvero reciti
la sua parte (il professore spiega bene la lezione, l’alunno segue attentamente); invece è strategica
se ha come obiettivo far perdere la faccia all’altra persona (il docente che sostiene superare
l’esame in cambio di un beneficio economico). Inoltre Goffman fa una distinzione tra l’espressione
assunta intenzionalmente e quella lasciata trasparire. Con la prima s’intende quei simboli verbali o
loro sostituti che l’individuo usa deliberatamente e soltanto per comunicare le informazioni che egli
stesso e gli altri convengono ad attribuire a tali simboli. La seconda comprende una vasta gamma di
azioni che gli osservatori possono considerare come sintomatiche dell’attore. Per Goffman va intesa
come comunicazione in senso stretto solo la prima categoria di espressioni; tuttavia si concentra la
sua attenzione sulle espressioni lasciate trasparire (il
 viaggiatore dell’aereo, che per l’ennesima volta si vede ripetere gli stessi gesti dalle hostess).

Capitolo 4.3. Il linguaggio e la comunicazione verbale


Un buon uso della comunicazione ci permette di costruire le nostre relazioni e i nostri ruoli sociali. Per
comunicare con i simili utilizziamo diversi canali. Una buona comunicazione si costruisce attraverso un
complesso mix di elementi verbali e non verbali, appresi e innati, che può assumere forme e significati
diversi da una cultura a un’altra. A tutto questo oggi si aggiungono le possibilità offerte dalle nuove
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tecnologie di comunicazione personale. Che cosa succede quando due esseri umani che parlano lingue
completamente differenti e che non hanno niente in comune s’incontrano? Il primo stadio della
comunicazione è il cosiddetto linguaggio gestuale naïf (indicare bocca per esprimere fame, etc.). Questi
segni hanno una loro efficacia in situazioni d’emergenza, ma si dimostrano limitati se confrontati col
linguaggio verbale. La superiorità del linguaggio verbale non deriva dall’uso della voce, ma permette di
comunicare eventi accaduti lontano nello spazio e nel tempo, e permette di comunicare argomenti
complessi come dubbi incertezze sentimenti e in generale tutto ciò che non ha un corrispettivo fisico
immediato. La superiorità del linguaggio verbale non deriva dall’uso della voce: la LIS (Lingua Italiana dei
Segni) si dimostra altrettanto potente e flessibile. La differenza tra LIS e linguaggio naïf sta nel fatto che ogni
gesto è rigidamente codificato e univoco. Questo carattere di convenzionalità ci permette di distinguere tra
loro i linguaggi digitali (numerici) dai linguaggi analogici (simbolico). Il linguaggio digitale è discreto
perché ha dei confini ben precisi, mentre quello analogico è continuo come ad esempio per la parola
“dolore” che non ci dice nulla su ciò che si sta provando se non in base all’intensità del suono emesso. Non
sempre il linguaggio digitale e superiore a quello analogico: a volte un abbraccio può valere più di mille
parole. Analogico e digitale è solo uno dei modi nei quali si possono suddividere i sistemi che usiamo per
comunicare. In linguistica si è soliti definire le due componenti di un segno come significato e significante:
il significante è il mezzo che usiamo per rappresentare il significato (l’insieme dei suoni che compongono la
parola “cane”); il significato è l’idea del mammifero carnivoro amico dell’uomo. La semiotica distingue
inoltre i segni in indici, icone e simboli:
 Quando esiste una relazione di continuità propriamente fisica tra significato e significante il
segno assume le caratteristiche di un indice: l’altezza raggiunta dal mercurio nella
colonnina indica la temperatura.
 Quando si parla invece di relazione di similitudine o analogia tra significato e significante, il
segno assume le caratteristiche di un’icona: le icone del PC o gli omini stilizzati sulle porte
dei bagni.
 Quando, infine, il rapporto tra significato e significante è arbitrario e convenzionale, come
per la comunicazione digitale, il segno assume le caratteristiche di un simbolo: la parola
“cane” è il simbolo convenzionale dell’animale in questione.
In sociologia, tuttavia, è opportuno tracciare un’ulteriore distinzione tra segnali e simboli: il segnale è un
significato preciso e finito (divieto di sosta), il simbolo è un significato dai contorni imprecisati, non
interamente formalizzati (simboli della liturgia cristiana).
In entrambi i casi è necessario uno studio per decodificare tali significati, ma mentre il divieto di sosta è una
certezza, per la liturgia cristiana è stato necessario nei secoli affinare e ribadire tali concetti.
Come abbiamo detto, il linguaggio verbale caratterizza e distingue l’uomo dalle altre specie animali,
rendendo possibile la genesi di una civiltà. La scuola del determinismo linguistico, che fa capo a Sapir e al
suo allievo Whorf, sostiene attraverso la teoria della relatività o relativismo linguistico che la lingua
determina non solo il modo in cui parliamo del mondo che ci circonda, ma anche ciò che conosciamo.
L’esempio degli Inuit che hanno un sacco di termini per distinguere i tipi di neve, noi no. Sapir & Whorf
giunsero alla conclusione che parlanti di lingua diversa hanno una visione diversa del mondo che li circonda.
Il linguaggio non nasce dal mondo ma lo genera ed è la forza generatrice della cultura. Se non si può dire,
non esiste, perché il mondo parte dal linguaggio e non dal pensiero. In realtà questa ipotesi è fortemente
messa in discussione dalla nostra esperienza: a ognuno di noi è capitato di non trovare la parola giusta, o di
non riuscire a esprimere i propri pensieri. Se nella sua versione più radicale l’ipotesi del relativismo
linguistico non sembra condurre molto lontano, nella sua versione più morbida ci ricorda invece che la
disponibilità e l’uso di determinate parole condizionano il pensiero. Di fatto i contenuti e le forme
simboliche non si possono considerare dei valori assoluti perché si sviluppano nel relativo contesto storico-
sociale in cui nascono. La conoscenza, infatti, non è mai neutrale e incarna sempre un punto di vista;
decidere come nominare le cose, rappresenta una forma di potere (un’operazione militare può essere
“guerra” o “missione di pace”). Dagli anni Cinquanta ha preso piede la teoria degli atti linguistici (Austin e
poi Searle) che li distingue in:
 Atti locutori, rappresentati dalla semplice azione di pronunciare qualcosa, seguendo le regole del
linguaggio utilizzato.
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 Atti perlocutori, comprendenti le conseguenze dell’atto linguistico nei confronti degli ascoltatori
(persuasione, spavento, intimidazione…).
 Atti illocutori, rappresentati dalle azioni che si compiono nel momento della loro pronuncia
(promesse, giuramenti, ordini.
Per Austin il dire e il fare sono inscindibili. La condivisione di una lingua è spesso un fattore primario per il
mantenimento e il rafforzamento di un’identità collettiva che può distinguere una collettività di diverso
tipo: ad esempio il linguaggio slang utilizzato nei quartieri metropolitani, o il dialetto, infatti, in questi casi si
parla di comunità linguistiche. La sociologia della comunicazione di fatto s’interessa più alle azioni sociali
che agli atti linguistici.
Alla scuola del determinismo linguistico e delle varie teorie si contrappone la scuola di Palo Alto che fa
capo a Watzlawick che non riconosce il requisito dell’intenzionalità, equiparando comunicazione e
comportamento. Secondo questi autori, qualsiasi comportamento in una situazione d’interazione è
comunicazione (l’uomo che sta seduto da solo in un tavolino del bar), infatti, il linguaggio non è solo
contenuto, ma anche relazione, in modo tale che la seconda spiega la prima e viceversa, perché in base
allo stato di relazione varia, il contenuto (ad esempio due vecchi amici che hanno litigato uno, invita l’altro
a pescare ed è chiaro che la pesca è solo un presto di contenuto, per comunicare uno stato di relazione) per
questo si parla di comunicazione nella comunicazione (metacomunicazione), perché l’uno si cerca nella
relazione e l’altro nel contenuto. Durante la comunicazione non si fa solo un parallelismo tra significante e
significato (decodificazione), ma si ridiscute la relazione, come ad esempio due coniugi che litigano. Questo
modo di vedere si chiama punteggiatura, dove per punteggiatura la Scuola di Palo Alto intende la
suddivisione dei singoli messaggi in stimoli o risposte. Una punteggiatura divergente può causare problemi
di relazione sociale: “Lei mi critica, io mi chiudo” contro “lui si chiude, io lo critico”, ciò che per uno è una
scusa per l’altro è una conseguenza, non esiste una punteggiatura giusta o sbagliata. L’adozione di
determinate punteggiature può portare a un’inversione nella successione temporale, come nel caso delle
profezie che si auto avverano (il Tg dice che mancherà la benzina; tutti andranno a fare scorte e mancherà
davvero)... Quindi tutto si basa sul meccanismo contenuto-relazione. Secondo tali esponenti, la
comunicazione è talmente preminente sul linguaggio da sostenere che è impossibile non comunicare
anche laddove non c’è linguaggio (un uomo solo seduto sul tavolo del bar che fissa la finestra, comunica
che non vuole compagnia). Tuttavia, non è possibile comprendere un dato fenomeno senza considerare il
dato sistema di cui fa parte. Un sistema è considerato come un certo numero di unità o elementi diversi
posti in relazione reciproca tramite una struttura più complessa. Questa si può applicare ai contesti più
svariati dalla famiglia, all’ambiente naturale, all’organizzazione.

Capitolo 4.4 La comunicazione non verbale


Oltre alle parole, l’uomo utilizza varie forme di comunicazione non verbale. Per comprendere l’inaspettata
ricchezza della comunicazione non verbale si può iniziare studiando le sue diverse componenti: sistema
paralinguistico, sistema cinesico, prossemica, aptica.
1. Il sistema paralinguistico è costituito da tutti i suoni che emettiamo a prescindere dal significato
delle parole. Si tratta in primo luogo del tono e della frequenza della voce (fattori fisiologici), ma
anche del ritmo e delle pause (che possono essere vuote, es. silenzio, o piene, come quando usiamo
gli intercalari beh, mmhh…).
2. Il sistema cinesico comprende i movimenti degli occhi, del volto e del corpo ma anche la mimica
facciale (es. arrossire), i gesti (es. delle mani) e la postura (dell’intero corpo, es. sull’attenti.)
3. La prossemica studia la gestione dello spazio e del territorio. Come gli animali, anche gli esseri
umani mantengono distanze codificate tra loro: si va dalla zona intima (50 cm dalla superficie della
pelle) nella quale entrano solo familiari e il partner (un’intrusione estranea provoca disagio, paura,
imbarazzo), alla zona personale (50-100 cm) nella quale sono ammessi i familiari meno stretti, gli
amici e i colleghi: è la zona delle conversazioni informali, alla zona sociale (1-3, 4 metri), zona delle
comunicazioni formali e degli incontri casuali: riusciamo a vedere tutta la persona che abbiamo di
fronte, e alla zona pubblica (> 4 m), quella prevista per le occasioni pubbliche ufficiali, quali lezioni o
comizi. In questa zona la comunicazione è preparata e c’è particolare asimmetria tra gli
interlocutori (uno parla, altri ascoltano.)
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4. L’aptica studia il contatto fisico, ed è la branchia della comunicazione non verbale meno studiata. Si
va dalla stretta di mano, al doppio bacio per salutare gli amici, alle effusioni più intime. L’aptica è
importante perché un contatto in più o in meno può renderci invadenti o freddi.
Il senso complessivo della comunicazione emerge dall’insieme di tutti i codici comunicativi, non dalla loro
somma. Anche se spesso siamo convinti che la comunicazione verbale costituisca lo “scheletro” principale
di una conversazione, la nostra interpretazione è fortemente condizionata dal sistema non verbale. La
comunicazione, tuttavia, non si riduce a una semplice distinzione tra linguaggi verbali e non verbali:
nessuno di questi due ha una vera e propria supremazia sull’altro.
Per quanto riguarda la distinzione tra linguaggi digitali (numerici) e analogici dobbiamo ricordare che
questa suddivisione non è sovrapponibile con quella tra linguaggi verbali e non verbali, ma anzi si combina
con questi dando luogo a:
1. Comunicazione verbale di tipo digitale (lezione universitaria): l’elemento più importante è ciò che
dice il docente, a prescindere da come lo dica.
2. Comunicazione non verbale di tipo digitale (L.I.S.): anche un linguaggio dei segni può possedere
segni convenzionali che vanno appresi.
3. Comunicazione verbale di tipo analogico (poesia): una poesia trova il suo senso più nella sonorità
delle parole, nella sua capacità di evocare sentimenti che nel significato delle singole parole.
4. Comunicazione non verbale di tipo analogico (comunicazione tra madre e figlio): il bambino non ha
ancora l’uso delle parole, comunica con la madre cogliendone la tonalità, lo sguardo.
Tuttavia la suddivisione tra digitale e analogico non appare sempre netta.

Capitolo 4.5 Comunicazione interculturale


E’ la disciplina che studia la comunicazione faccia-a-faccia tra persone di differenti culture nazionali. Nasce
negli Stati Uniti nel dopoguerra con l’obiettivo di formare diplomatici e personale civile che dovevano
partire per l’estero a lavorare alla ricostruzione postbellica per opera di Edward Hall. Una prima distinzione
da fare è quella tra comunicazione interculturale e comunicazione cross-culturale, dove la prima si occupa
della comunicazione che intercorre tra persone di diversa cultura (due studenti Erasmus che stanno
litigando ai margini dell’aula universitaria), la seconda compara i modelli comunicativi di popolazioni
differenti (l’uso di certi vocaboli di culture diverse per creare degli insulti comparandoli fra loro). Lo
sviluppo progressivo della comunicazione cross-culturale ha portato alla distinzione tra:
 Culture individualistiche. Per individualismo s’intende un modello sociale che si basa su persone
debolmente collegate con altre e che concepiscono come indipendenti rispetto alle collettività;
sono motivate da bisogni, preferenze, diritti e dai contratti che hanno con le altre persone, dando
priorità ai propri obiettivi rispetto a quelli degli altri.
 Culture collettivistiche. Per collettivismo s’intende il modello sociale basato su individui
strettamente legati che si concepiscono come parte di una o più collettività (famiglia, colleghi di
lavoro, tribù); sono motivati dalle norme e obblighi imposti da questa collettività.
Inoltre per Hofstede occorre considerare altre dimensioni oltre a quelle dell’individualismo e del
collettivismo, producendo delle comparazioni tra culture nazionali:
 Distanza rispetto al potere, in altre parole l’accettazione delle disuguaglianze della distribuzione del
potere da parte di chi è nella posizione più debole nella singola collettività;
 Mascolinità che indica le differenze di genere di una data società a seconda che siano più
mascoline/assertive o femminili/protettiva;
 Evitamento dell’incertezza ovvero l’accettazione di un evento e la conseguente apertura alle novità
in una determinata società;
 Orientamento al futuro, che distingue tra breve e lungo termine, indicando l’universo culturale e
l’enfasi portata a concetti di persistenza, parsimonia e gerarchia.
L’insieme di queste elementi insieme al collettivismo/individualismo consentono di individuare delle aree
culturali, in cui prevalgono alcuni tratti e sono meno rilevanti altri, e attraverso la conoscenza di questi
elementi si può superare lo shock culturale in un contatto interculturale e ridurre lo stato d’ansia che ne
deriva.
Occorre fare una terza distinzione tra culture:
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 Cultura ad alto contesto s’intende culture, comunità, gruppi che hanno una relazione costante nel
tempo e quindi la verbalizzazione della comunicazione può essere ridotta e lasciare che molti
significati siano impliciti come accade nella famiglia.
 Per cultura a basso contesto situazione sono le molteplici relazioni di breve durata che devono
essere espliciti come per esempio nei blog o nei forum d’internet.
Esistono inoltre dei modelli che permettono di superare la miscommunication ovvero i fraintendimenti che
possono scaturire e turbare un’interazione:
 Modello dinamico di sensibilità interculturale elaborato da Milton J. Bennett le competenze
interculturali si acquisiscono nel tempo e questo in funzione dell’esposizione dell’individuo a
esperienze di alterità culturale, come ad esempio il cittadino che viveva nelle Alpi, prima che queste
diventassero zona turistica, dove all’inizio vedeva sempre le stesse persone, man mano che si
andava sviluppando il turismo, questi cominciava a vedere persone diverse, aumentando le proprie
competenze culturali. In questo modello si riconoscono una fase, dove si ha un atteggiamento
difensivo dove si nega il riconoscimento degli altri che Bennett chiama fase etnocentrica, per
passare poi a una minimizzazione delle differenze culturali che chiama fase etnorelativa. Il modello
è dinamico perché l’individuo è continuamente esposto a queste fasi.
 Il modello A.U.M. (Anxiety/uncertainty Management) di William B. Gudykunst, è l’incertezza che
caratterizza il rapporto con gli stranieri, dove per “straniero” s’intende l’estraneo, riprendendo
Goffman, in altre parole la persona che non si riesce a categorizzare come “uno di noi”, come
potrebbe esserlo il passante lungo il marciapiede oppure il venditore ambulante cinese o
senegalese. La nostra incertezza si traduce in uno stato emotivo che proviamo nei confronti degli
stranieri, che è l’ansia. Tanto l’incertezza quanto l’ansia hanno delle soglie, minima e massima, che
una volta superata ci consente di comunicare. Come ad esempio l’uomo che si avvicina mentre
stiamo seduti al bancone del bar, i nostri sensi prima lo avvertono, poi lo classificano come
straniero, se avremo una soglia di attenzione troppo minima o massima non comunicheremo
perché o saremmo troppo indifferenti (quand’è minima) oppure saremmo bloccati dall’ansia
(quando la soglia d’attenzione è massima), se trovassimo una via di mezzo tra questi due stati
d’animo, riusciremo ad avere una qualche forma di comunicazione. Per Gudykunst il modo di
ridurre ansia e incertezza è dato dalla consapevolezza, cioè imparare a essere esperti alle novità,
essere sensibili a più situazioni e rendersi conto della natura contestuale delle cose.
Quest’insieme di teorie e approcci alcuni assunti fondamentali ovvero che gli individui sono portatori di una
cultura personale. L’idea che esistano gruppi culturali è l’altro elemento centrale di questi approcci che
assumono l’esistenza d’in-groups, out-groups, in altre parole di gruppi cui si è membri e gruppi dei quali si
è esclusi. Se invece di porre cultura e gruppi culturali come assunti fondamentali, si pongono come risultati
di un processo sociale, interazionale e comunicativo, sicuramente avremo degli sviluppi diversi. L’etnografia
della comunicazione interculturale si occupa di capire ciò, in altre parole attraverso il malinteso si cerca di
spiegare quelle che sono le differenze culturali della vita quotidiana, come ad esempio, l’impiegata che dà
del “voi” allo straniero che non riesce a percepire che è una forma di cortesia e da qui si scaturisce un
piccolo conflitto. Ad aver generato il conflitto è stata la differenza culturale o la situazione in cui accade? Se
si pensa che le differenze culturali precedano il conflitto allora si tratta di una miscommunication causata da
un conflitto interculturale (errore di comunicazione interculturale); se invece si pensa che siano state delle
differenze di contesto culturale, la spiegazione sarà un conflitto contestuale, in altre parole in un altro
periodo storico si darà una spiegazione diversa a quella data nel momento in cui accade questo episodio.

Capitolo 4.6. La personal media e comunicazione mobile.


Oggi la comunicazione interpersonale si è arricchita di nuove modalità che affiancano e integrano l’uso di
alcuni strumenti efficacemente definiti personal media, in altre parole il telefono mobile o cellulare. L’uso
del cellulare richiede poche competenze ed enfatizza quelli che sono gli aspetti paralinguistici della
comunicazione verbale, rispetto a quelli cinesici della comunicazione non verbale. Il cellulare in genere è
associato a una singola persona ed è privo di ogni forma di vincolo fisico e segue spesso l’utente in ogni
momento della giornata. Al pari di altre tecnologie ha avuto bisogno di un processo di appropriazione,
addomesticamento e modellamento sociale, in altre parole è adottato e fatto proprio dall’utilizzatore
finale nella sua routine quotidiana, dove stranamente, gli utenti che usano di più questo mezzo sono gli
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adolescenti rispetto alle categorie che devono essere rintracciati in ogni momento della giornata, quali
medici, giornalisti, poliziotti. Gli adolescenti hanno inventato pratiche come lo squillo, ovvero una chiamata
senza risposta che si può paragonare ad una forma di comunicazione non verbale, che può assumere diversi
significati e valenze, secondo la relazione che intercorre tra i due interlocutori; gli sms ovvero messaggi di
pochi caratteri che esprimono una comunicazione asincrona, dove non è necessaria la presenza di entrambi
interlocutori, poiché il messaggio è recapitato nel momento in cui ci si collega alla rete e può essere
visualizzato anche successivamente alla ricezione, perché è conservato nella memoria del cellulare stesso.
Gli usi asincroni si prestano a effetti di rimescolamento dei confini tra ribalta e retroscena o spazi pubblici e
privati già descritti da Goffman, sollevando il problema di dover gestire contemporaneamente due
situazioni sociali con relative facciate personali.

Capitolo 5. la comunicazione di massa.


Dalla prima metà del XX secolo, gli studi sulla comunicazione trovano un nuovo oggetto di studio, i media.
(media: lat. Plurale di medium, mezzo.) Tracciamo qui di seguito una breve storia dei media. Ogni nuovo
mezzo di comunicazione è accompagnato da importanti cambiamenti sociali. La specie umana è
caratterizzata da sempre dalla facoltà di esprimersi attraverso il linguaggio verbale. Ma è dopo almeno
trentamila anni che l’uomo sperimenta un nuovo sistema di comunicazione: la scrittura. La scrittura è un
sistema codificato di marcatori visivi per mezzo del quale lo scrivente poteva determinare le parole esatte
che avrebbe poi successivamente prodotto il lettore. Siamo nel 4000 a.C., in Egitto e Mesopotamia. La
scrittura si riduce a ideogrammi e pittogrammi. È nel 1300 a.C. che, grazie ai Fenici, avremo un vero e
proprio alfabeto. Consideriamo a questo punto i pittogrammi come una comunicazione analogica e
l’alfabeto come una comunicazione numerica. È intorno al XIV secolo che un nuovo media fa il suo ingresso
nelle civiltà: la stampa, dapprima sotto forma di xilografia e nel 1456 Guttemberg inventa la stampa a
caratteri mobili. Da questo momento in si parla di comunicazione di massa, ovvero quel tipo di
comunicazione, dove il feedback è protratto nello spazio e nel tempo ed è accessibile a tutti. Quindi per
avere comunicazione di massa occorre un mezzo tecnico capace di superare le barriere dello spazio e del
tempo contemporaneamente, cosa che con i precedenti mezzi non avveniva, perché ad esempio mezzi
come il papiro erano adatti al superamento della barriera dello spazio in quanto materiale molto leggero e
adatto per amministrare grandi imperi (Roma, o l’impero egiziano), ma deteriorabile nel tempo; oppure
mezzi come i pittogrammi rupestri o l’argilla superavano le barriere del tempo ma risultano impossibili da
trasportare. La storia è costellata dall’invenzione di mezzi tecnici di comunicazione che portano a un
mutamento culturale. Il mezzo tecnico non è solamente “inventato”, ma è preceduto da un mutamento
culturale. Dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili la società cambia sia sull’aspetto economico,
sia in quello sociale e culturale. Nascono la figura dell’autore e le prime leggi sul copyright; di contro
l’invenzione della stampa scaturisce numerose avversità e controversie. Il progresso tecnologico nel corso
dei secoli porta sempre più a superare il problema pesante della distanza tra un posto e un altro. Se è vero
che il libro poteva essere accessibile a tutti e perdurare nel tempo e distribuito in ogni luogo, è vero che i
tempi di distribuzione erano molto lunghi. Per ovviare a queste problematiche culturali progressivamente
nacquero prima il telegrafo, il telefono, la radio, il cinema e la televisione. Con la nascita della radio e delle
emittenti radiofoniche si può iniziare a parlare di mass media, perché la sua pervasività la fa entrare in tutte
le case a qualsiasi ora, rivolgendosi a persone di qualsiasi estrazione sociale, il suo ascolto non impegna
eccessivamente ed è compatibile con i normali lavori quotidiani. Il passaggio alla televisione fu quasi
immediato e scontato per lo stesso motivo della radio, aggiungendo la possibilità di vedere le immagini.
Così si può parlare di comunicazione di massa come un qualcosa di distinto dagli altri mezzi di
comunicazione. Nella comunicazione di massa gli emittenti sono quasi sempre professionisti della
comunicazione (giornalisti, registi, conduttori ecc.) alle dipendenze di organizzazioni formali (politici, artisti
ecc.), il cui accesso è regolato da quest’ultime. Il contenuto simbolico o messaggio è spesso standardizzato,
anziché essere unico e mutevole. E’ il prodotto di questo processo diventa merce di scambio. Il rapporto tra
emittente e ricevente è spesso “amorale”. La comunicazione di massa si basa su organizzazioni complesse
per produrre e diffondere messaggi indirizzati a pubblici molto più ampi e inclusivi, comprendenti settori
estremamente differenziati della popolazione. Inoltre esiste una fase in cui il mezzo tecnico e pubblico
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sono contatto ed è lo stupor (stupore), ovvero la novità che è prima del contenuto e che favorisce
l’adozione del mezzo tecnico.

Capitolo 5.1 Modello di Lasswell


Lasswell intorno agli anni trenta (ma formalizzato solo nel 1948) elaborò un modello per spiegare la
comunicazione di massa, il famoso modello delle 5 W sovrapponibile al modello cibernetico di Shannon e
Weaver, in quanto si tratta sempre di comunicazione.
Emittente (who) Feedback (what
Ricevente (whom)
effects?)

Canale, mezzo tecnico


(where)
Messaggio (what)
Le 5 w sono who (chi comunica), per esempio la notizia trasmessa da un telegiornale dove l’emittente è
l’organizzazione (formata da tutti gli individui che concorrono a far mandare in onda la notizia) che ha il
compito di trasmettere la notizia (messaggio); what (cosa comunica) il contenuto del messaggio che lo
scopo esclusivo, di trarre profitto che può essere economico , culturale (come la pubblicità progresso),
sociale (il discorso di un politico per ricavare consenso sociale); whom il destinatario del messaggio, ovvero
il ricevente, che nella comunicazione di massa è “presunto”, poiché non si può sapere con certezza, non
potendolo racchiudere in un dato insieme, in quanto non è mai presente al momento della codifica del
messaggio; where che rappresenta il canale, il mezzo tecnico della comunicazione di massa; what effects
ovvero le conseguenze che ha il pubblico in seguito all’esposizione del messaggio mediale, che possono
essere valutate solo a medio e lungo tempo, cioè non hanno effetti immediati. La semplicità di questo
modello è il punto di forza, seguendo lo schema delle 5 “W”.
Tuttavia tale modello presenta dei limiti che è tutto il potere, è concentrato nelle mani dell’emittente che,
insieme al pubblico, appare fuori da ogni contesto sociale, il quale pubblico a ogni reazione ha una risposta
passiva, cioè subisce passivamente il messaggio; la comunicazione così come nel modello cibernetico è vista
come un processo lineare che trasferisce informazioni dall’organizzazione al pubblico.

Capitolo 5.2. Le prospettive teoriche della comunicazione di massa


Il tema degli effetti che si evince dal modello di Lasswell determina un grosso interrogativo per i sociologi
perché trattandosi di relazione, occorre stabilire chi è più in vantaggio, poiché in base a questa relazione si
può stabilire quanto la società sia influenzata, ovvero la comunicazione di massa è uguale alla cultura di
massa oppure no? Secondo gli studi di Umberto Eco analizzando le varie teorie che si sono succedute
durante il XX secolo, si possono fare due distinzioni fondamentali: le teorie che privilegiano l’emittente
rispetto al ricevente sono definite apocalittiche, quelle che privilegiano il pubblico sono dette integraliste.
Entrambe le posizioni, sono chiaramente dei tipi ideali sociologici, ovvero delle “descrizioni esagerate” di
atteggiamenti che non si riscontrano davvero nella realtà con questa evidenza. E’ difficile trovare qualcuno
oggi che pensi davvero che la televisione abbia di per sé il potere di trasformare l’individuo in un automa,
così come nemmeno il più entusiasta degli editori può credere che i media siano sempre e solo al servizio
della collettività e non sia necessaria alcuna riflessione sul loro ruolo nel sistema sociale complessivo.

Capitolo 5.2.A. Teoria dell’ago ipodermico o del “proiettile magico”


Agli inizi del 900’ negli Stati Uniti, con la nascita dei primi network che contribuiscono a dare una visione dei
mezzi di comunicazione di massa, come mezzo potentissimo in grado di inoculare sotto la pelle delle
persone qualsivoglia tipologia di messaggio; in sostanza “i media manipolano le persone”. L’idea dominante
era quindi quella di una società atomizzata costituita da individui alienati, primi di legami significativi tra
loro e sostanzialmente soli di fronte ai messaggi dei media, in altre parole una società di massa. Di
conseguenza la relazione che ne scaturisce è stimolo = risposta S R ovvero a ogni messaggio (stimolo)
dell’emittente, il pubblico darà una risposta. Non esistono stimoli che non producano risposte, così non
esistono risposte che non siano state provocate da stimoli. Un esempio su tutti è lo sceneggiato radiofonico
andato in onda nel 1938 “la guerra dei mondi” di Orson Welles, tratto da un romanzo di G. Wells, ovvero
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uno sceneggiato dove si prevedeva l’interruzione di uno spettacolo musicale con la notizia di un attacco
alieno e dove, nonostante fosse specificato che si trattasse di uno sceneggiato, la gente era scesa in strada
in preda al panico, anche se successivamente questa reazione si è dimostrata una bufala. Inoltre questo
modello si rifà agli esperimenti di Pavlov dei cani, in altre parole del riflesso condizionato. Questa teoria
presuppone che il pubblico sia passivo, che non abbia un patrimonio culturale e che la società sia piatta
senza coscienza sociale. Inoltre trova fondamento grazie allo stupor dovuto alle novità tecnologiche.

Capitolo 5.2.B. Teoria critica e l’industria culturale


Nasce e si sviluppa in Europa dagli anni 20’ del 1900 in particolare con la fondazione della scuola di
Francoforte, grazie ad Horkheimer e Adorno. Il punto di partenza di questa teoria è Marx e i suoi studi sul
capitale, ovvero se per Marx il capitale è esclusiva sociologica per la scuola di Francoforte, non è solo una
questione economica, ma anche ideologica, infatti è una visione riveduta del marxismo e si parlerà di
marxismo critico, dove la cultura in generale è sempre più priva di contenuti e asservita alle esigenze del
capitalismo. Una prima chiave di lettura si ha nella riunificazione delle varie organizzazioni in unico sistema;
nella loro ottica non c’è differenza tra organizzazione radiofonica o giornalistica, ma sono la stessa cosa con
lo stesso obiettivo e sono figli dello stesso processo, quindi non si parla più di cultura (che secondo Adorno
e Horkheimer era un bene prezioso) ma d’industria culturale perché produce “merci” culturali che non
nascono direttamente dal basso, dal popolo, ma sono invece pianificate e organizzate dall’alto, dalle singole
emittenti, dai network che le riuniscono, fino ad arrivare alle strutture economiche, che potrebbe far
pensare a una forma culturale che nasce spontaneamente dalle masse popolari. Il pubblico è visto come
consumatore di “merce”, di prodotto preconfezionato, esattamente come le altre merci della macchina
produttiva capitalista: il loro scopo non è quello di produrre cultura, bensì consumo. In questo processo di
“mercificazione”, che Adorno e Horkheimer chiamano sincretismo, della cultura il pubblico non è solo
indotto a consumare, ma è anche manipolato dal sistema nei suoi valori, nei suoi atteggiamenti e nelle sue
opinioni allo scopo far sembrare giuste e inevitabili le contraddizioni del sistema capitalista, diventando la
vittima fatale del sistema, considerato come una massa, folla, dove la massa è un’aggregazione d’individui
isolati e anonimi accomunati dallo stesso interesse incapaci di agire autonomamente, la folla invece è
osservabile e concreta e ubicata in un luogo. Secondo questa teoria i prodotti dell’industria culturale
(Hollywood, musica leggera, ecc.) sono superficiali e non inducono a pensare. La rigida suddivisione in
generi consente al pubblico di accostarsi alla produzione mediale con precise aspettative: una commedia
brillante avrà sempre il lieto fine. Per Horkheimer e Adorno esistono due tipi di culture: la cultura alta
rappresentata dal bene universale che mantiene la sua purezza originale nelle ere storiche precedenti,
mentre la cultura bassa è quella propinata dal sistema. E’ in questo contesto che nasce la denuncia di
Marcuse ovvero “dell’uomo a una dimensione”, narcotizzato e indotto a soddisfare i falsi bisogni creati dai
media e offuscato da una falsa coscienza che gli impedisce di liberarsi dalle sue catene. Una visione così
pessimista è mitigata in parte da qualche accenno al potenziale di liberazione insito nelle tecnologie della
comunicazione, secondo Benjamin che allargano le possibilità di fruizione della cultura e avvicinano autori e
lettori. La scuola di Francoforte ha portato alla sociologia un fondamentale contributo di consapevolezza
critica, mostrando come il sapere scientifico non possa rinunciare a interrogarsi sulle proprie responsabilità
e sulle condizioni della sua stessa esistenza; inoltre ha il grosso merito di essere la prima scuola a parlare si
sistema e non più di organizzazione, considerando l’aspetto del sincretismo. Tuttavia ha mostrato qualche
limite: primo fra tutti è metodologico, mancando di dati empirici, manca il riscontro oggettivo, poco chiaro
è passaggio dall’elaborazione teorica alla ricerca empirica e soprattutto il grande paradosso tra l’idea
marxista e il bene esclusivo della cultura così com’è inteso da Adorno e Horkheimer.

Capitolo 5.2.C. La teoria del modello del flusso a due stadi o del leader di opinione
A partire dagli anni 40’ la teoria dell’ago ipodermico è superata attraverso vari studi sociologici che
iniziarono a capire che la concezione in termini di relazione di stimolo-risposta potesse nascondere qualche
variabile non considerata, che dava una risposta diversa tra il pubblico allo stesso stimolo. Hovland capì che
i messaggi di un politico suscitavano reazioni diverse in base al tipo di pubblico cui era mandato il
messaggio stesso. Di conseguenza il nuovo schema non era più stimolo-risposta ma stimolo-variabile
interveniente-risposta S V. I . R. dove la variabile interveniente media il messaggio-stimolo
spiegando la varietà delle risposte individuali. In generale si dà molta importanza alla selettività dei
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destinatari, che scelgono a quale messaggio esporsi e che di questi messaggi percepiscono e memorizzano
solo determinati aspetti. In via definitiva non è possibile analizzare e comprendere gli effetti dei mass-
media senza considerare il contesto sociale in cui agiscono, dove per contesto sociale era inteso
principalmente come l’insieme organizzato delle relazioni sociali che avvolgono ogni membro della
comunità. Lazarsfeld, grazie anche a questi studi, elaborò la teoria del flusso di comunicazione a due stadi
o del leader di opinione, in base alla quale il pubblico recepisce il messaggio dei mass-media grazie all’aiuto
di una particolare categoria di persone: il leader di opinione, individui molto attivi e molto rispettati e
stimati nella società che sono informati e motivati a comprendere le questioni in gioco con il compito di
elaborare e interpretare i messaggi dei mass media. Il pubblico a sua volta rivolge messaggi ai leader
d’opinione per capire se il messaggio è stato interpretato bene. Il leader d’opinione è neutro e collabora
con un pubblico più educato, il legame tra organizzazione e pubblico non è vincolante anche se ancora è
condizionato dall’organizzazione. La figura del leader d’opinione, la sua influenza sul pubblico e il suo ruolo
risultano molto attuali. In ogni caso scompare l’idea di massa intesa come aggregato d’individui isolati e al
suo posto, compare quella di pubblico costituito da persone in costante relazione tra loro e tutt’altro che
passive o indifese nei confronti dei media.

Capitolo 5.2.D. Teoria degli “usi e gratificazioni”


Dal secondo dopoguerra verso gli inizi degli anni 50’ gli studi sulla comunicazione negli Usa entrano in una
fase più matura; si sviluppa il concetto di struttural-funzionalismo di cui già Compte aveva parlato, ovvero
quanto e come riescono a soddisfare i bisogni dei vari sottosistemi della società, in altre parole, un
qualunque prodotto mediale può avere anche effetti imprevisti o indesiderati che si possono manifestare su
periodi medi o lunghi e non solo a breve termine. Lo struttural-funzionalismo studia i media distinguendoli
non più per i loro obiettivi ma per le loro funzioni, da questo concetto si sviluppa la teoria di usi e
gratificazioni: la funzione dei media è assimilata all’uso strumentale che il pubblico fa dei mezzi di
comunicazione di massa, al fine di soddisfare i propri bisogni e di riceverne così una gratificazione. Gli
studiosi Blumer e Katz furono i primi a sviluppare questo modello di teoria. Secondo loro, infatti, i mass-
media sono un organo della società che hanno un determinato ruolo, che si fonda su diversi dati empirici,
ad esempio la televisione. Per trovare la funzione dell’emittente bisogna riconoscere un ruolo attivo del
pubblico, perché sia pubblico che società s’influenzano a vicenda. Quindi non si guarda più cosa fa il
sistema del pubblico, ma è il contrario ovvero cosa fa il pubblico del sistema . Il pubblico si aspetta delle
gratificazioni dall’emittente legata all’uso del mezzo. Se, ad esempio, l’uso della televisione è per
informazione, la gratificazione sarà l’informazione stessa, di conseguenza la funzione sociale che ne deriva
sarà che ogni emittente ha lo scopo di gratificare in base all’uso che se né fa. Pur riconoscendo un ruolo
pienamente attivo del pubblico, non si può parlare di teoria pienamente integrata perché non coglie la
possibilità di ottenere gratificazioni all’esterno del sistema mediale.

Capitolo 5.2.E. I cultural studies


I cultural studies si svilupparono in Inghilterra a pari dagli anni 60’ presso l’università di Birmingham. I
cultural studies pongono la dimensione culturale al centro dei loro interessi scientifici. Il concetto di cultura
cambia ed è inteso come un insieme di processi sociali e storici, attraverso i quali le persone comuni
attribuiscono un senso alla realtà, di conseguenza la cultura nasce nelle pratiche quotidiane di ognuno di
noi e queste pratiche esprimono i significati e i valori condivisi. La teoria di riferimento è quella marxista,
che pone il conflitto di classe, le disuguaglianze sociali ed economiche e le contraddizioni del capitalismo al
centro della propria analisi. I cultural studies rivedono queste idee “marxiste” attingendo da Weber, da
Benjamin e Gramsci. In particolare secondo Gramsci l’affermazione di una certa cultura avviene sempre
attraverso un faticoso processo di negoziazione e conflitto nel corso del quale le classi dominanti esercitano
il potere che deriva dalla loro posizione privilegiata, ma le classi subalterne a loro volta dispongono di una
possibilità di rifiutare, mediare o rielaborare ciò che è loro proposto. La cultura e la comunicazione sono
viste come il terreno d’incontro e scontro tra dominio e resistenza. In particolare Gramsci prova ad
“aggiornare” Marx cercando di spiegare come mai non c’è stata la rivoluzione proletariata inserendo
l’elemento della cultura egemone o dominante, giacché il capitalista è proprietario della cultura. Per
Gramsci se c’è una cultura dominante, c’è anche una cultura dominata, che per la scuola di Birmingham
riveste un ruolo chiave. Qualsiasi prodotto mediale nasce come risultato di un processo “di messa in
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codice” da parte di un’organizzazione al cui vertice possiamo porre la figura ideale dell’autore. Questo
modello si chiama modello encoding-decoding proposto da Hall. La fase di encoding sviluppa una visione
del mondo favorevole alla classe dominante, il cui risultato, però, è sempre frutto di un processo di
negoziazione in cui giocano il ruolo diverse variabili. Una volta messo in circolo, il messaggio sarà
decodificato (decoding) dal pubblico, portando a tre diversi casi:
 Lettura egemonica - dominante, il punto di vista dell’autore appare l’unico anche per lo spettatore.
 Lettura negoziata, accanto al punto di vista dell’autore appaiono considerazioni autonome anche
solo parziali.
 Lettura oppositiva, quando il messaggio è letto in modo antagonista e inserito in un contesto
opposto a quello dell’emittente, come ad esempio i no global.
Se nella fase di encoding l’emittente ha un ruolo dominante, nella fase di decoding il pubblico ha un ruolo
pienamente attivo, poiché ha la possibilità di scelta e d’interpretazione del messaggio mediale. Non si parla
più di pubblico ma di pubblici, poiché processo di decoding, avviene in modo differenziato seguendo i valori
e gli schemi interpretativi di specifiche culture o più spesso sottoculture. Le sottoculture, intese come
sottoculture metropolitane contemporanee (gruppi sportivi, omosessuali, punk, gang giovanili, gruppi
d’immigrati), sono tutti consumatori di comunicazione di massa, che dimostrano come il prodotto mediale
può assumere aspetti molto diversi. Queste ricerche sui pubblici intesi come comunità interpretative si
chiamano Audience Studies, un filone particolare dei Cultural studies, caratterizzata da metodologie di tipo
qualitativo come l’etnografia, l’osservazione partecipante e l’intervista in profondità.
La cultura di massa scaturisce da questa contrattazione che dipende dal bagaglio culturale che ciascuno di
noi possiede. Rispetto ad altri approcci i cultural studies hanno un occhio critico e un’attenzione costante
alla dimensione del potere che si esplica sempre attraverso la comunicazione. In questo contesto i
destinatari non sono completamente liberi di scegliere come e quando “ gratificare i propri bisogni”, perché
questi bisogni scaturiscono dalla loro posizione di classe, etnia, ecc., rispetto a quella dominante nella
società.

Capitolo 5.2.F. La scuola di Toronto e il determinismo tecnologico


Dagli anni 50-60’ a Toronto nasce una scuola di pensiero che annovera tra i suoi massimi esponenti
McLuhan ma che non è il fondatore: a fondare la scuola sono Hinnis e Ong. Le basi di partenza degli
esponenti della scuola consistono nella nuova considerazione dei media: la tecnologia è vista come il
motore del mutamento, una forza che può determinare la direzione del mutamento della società. La teoria
si concentra sul mezzo e non sulla relazione emittente-ricevente. Per Ong e Hinnis il mezzo è fondamentale
perché la cultura è stata da sempre caratterizzata da strumenti in grado di fissare le forme simboliche nello
spazio e nel tempo. Per gli autori questa tendenza si chiama bias, cioè la tendenza alla conservazione del
sapere che favorisce la trasmissione della conoscenza. Ogni media (dal papiro alle moderne tecnologie) si è
evoluto in una sorta di scala: il nuovo media inglobava quello precedente e le informazioni in esso
contenute. Si sono verificate delle vere e proprie mutazioni antropologiche, come quelle dell’uomo. I media
stessi sono considerati come una sorta di estensione dell’uomo (la scrittura, estensione della memoria; il
telefono, estensione di voce e udito) ma anche come una sorta di estensione di consapevolezza perché ad
esempio la scrittura permette la scomposizione in singole unità di pensiero indipendente dal contesto e da
un sentire comune condiviso, permettendo la nascita di una coscienza sociale. I mezzi tecnologici
porteranno alla fine delle grandi narrazioni e delle grandi ideologie riducendo il pianeta in un unico villaggio
globale, con la conseguente differenziazione in media caldi (che stimolano un solo senso, radio e cinema e
lasciano poco spazio alla libertà di percezione del fruitore) e media freddi (che stimolano più sensi da parte
dell’utente, televisione, telefono e internet che richiedono partecipazione attiva per dare senso alla
comunicazione).
La scuola di Toronto tende a disinteressarsi al contenuto dei media, preferendo lo studio del media vero e
proprio, poiché il contenuto del media è pur sempre un altro media: il contenuto della scrittura è il
discorso, così come la parola scritta è contenuta nella stampa, ecc. Ogni nuovo media tende ad inglobare i
media precedenti: in quest’accezione, internet contiene tutti i media.
E’ proprio questa concezione determinista che rappresenta il vero punto debole e la grossa critica attribuita
a questa scuola di pensiero, cioè la tendenza a trovare nella tecnologia in sé le cause sufficienti e necessarie
del mutamento sociale. Così non è la relazione tra tecnologia e società non è semplice ma si tratta di un
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sistema complesso all’interno del quale la comunicazione continua a svolgere un ruolo affascinante e
multiforme. Grande merito di McLuhan fu di pensare già come concetti come rete, villaggio globale, e
intelligenza collettiva.

Capitolo 5.3. La produzione di notizie


Fin dalla loro nascita i mass media hanno sempre svolto una funzione importantissima: quella di informare
il proprio pubblico circa ciò che accade nel mondo. Si può parlare di una vera e propria attività di
produzione delle notizie (newsmaking). Partiamo dicendo che non tutto ciò accade nel mondo si trasforma
in notizia. È il concetto di notiziabilità (possibilità che ha un evento di trasformarsi in notizia in termini di
contenuto, mezzo e interesse del destinatario ) a porre un primo filtro. La stessa figura del giornalista ha
subito forti cambiamenti: dall’uomo che va a scovare la notizia sul posto si è giunti alla figura dell’uomo che
sta semplicemente seduto davanti al suo pc nella redazione. Le redazioni sono organizzazioni produttive
che trasformano il dato grezzo in un prodotto confezionato. Tra le figure di spicco di una redazione
troviamo:
 L’editore, proprietario dell’azienda
 Il direttore responsabile, colui che dialoga con i vertici dell’azienda e con i giornalisti
 Il vicedirettore e il caporedattore, che si occupano del coordinamento delle singole sezioni
tematiche di una redazione
 Il caposervizio, capo di una sezione tematica
 Segreteria di redazione
 Grafici editoriali
 Fotografi
 Operatori di ripresa.
I giornalisti, iscritti a un albo nazionale (Ordine), si dividono in professionisti (coloro che svolgono la
professione a tempo pieno: si dividono in commentatori, giornalisti generici, specifici, inviati e
corrispondenti), in pubblicisti (coloro che svolgono una normale attività retribuita pur esercitando altre
professioni) e freelance coloro che praticano giornalismo in modo indipendente.
Il mezzo di contatto principale tra le agenzie di stampa e i giornalisti è il comunicato stampa. Si tratta di un
testo sintetico, con un titolo ed un sommario, in cui la notizia viene trattata in modo conciso.
Agenzie di stampa, soggetti istituzionali e uffici di relazioni pubbliche sono definiti fonti di primo livello; si
affiancano ad essi le fonti di secondo livello (testimone intervistato), che devono sempre essere verificate
dal giornalista.
In base ad un altro criterio le fonti vengono anche distinte in dirette ed indirette: le fonti dirette (enti
territoriali, che forniscono notizie grezze) e le fonti indirette (agenzie di stampa, forniscono notizie già
confezionate). Le agenzie di stampa sono imprese pubbliche o private che raccolgono e distribuiscono
quotidianamente a pagamento informazioni generali, settoriali e specializzate. In Italia la più nota è l’ANSA,
che funge anche da banca dati e archivio elettronico. Lo scopo delle agenzie di stampa è di diminuire il
costo delle notizie. Le agenzie di stampa si ramificano, oltre in quelle vere e proprie, in agenzie di terza
pagina (eventi culturali) ed in agenzie politiche. I giornalisti selezionano gli eventi da trattare tramite i
criteri notizia (o valori notizia).

Capitolo 5.4. Il pubblico e la fruizione mediale


Chi studia la pubblicità e i mass-media è sempre più attento al destinatario. Per pubblico intendiamo
l’insieme di coloro che possono essere raggiunti dai messaggi di un medium. Si tratta di una realtà
potenziale, diversificata, che secondo gli interessi s’identifica nei concetti di massa, gruppo, mercato…
L’audience invece si riferisce ad un pubblico reale, concreto e numericamente rilevato, non potenziale. Nel
caso considerassimo un gruppo bersaglio, da colpire col nostro messaggio, parleremo di target.
Ovviamente per le tv commerciali le ricerche sugli ascolti sono essenziali: uno spot avrà costi differenti
secondo il canale, della fascia oraria e delle previsioni in termini di ascolti legate ad un dato evento.
Esistono tre modalità attraverso le quali i programmatori sperano di ingabbiare l’audience:
- Il traino, inteso come trasferimento di pubblico da un programma a quello immediatamente
successivo, non necessariamente per interesse specifico (Striscia la Notizia che fa rimanere il
pubblico su Canale 5 anche dopo la trasmissione)
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- L’ascolto ripetuto, che si verifica quando una serie televisiva si crea un gruppo di fedelissimi (es.
Montalbano); la fedeltà è un importante fenomeno che consente diverse forme di strategia quali
ad esempio inserire un programma dagli ascolti bassi tra due molto seguiti, o attuare una vera e
propria programmazione a blocchi con programmi dello stesso ambito;
- La fedeltà vera e propria, che si riferisce ad un emittente specifico, e si realizza quando il pubblico
rimane sintonizzato sulla “rete preferita” qualunque sia il palinsesto.

Capitolo 5.5. Gli effetti sui media.


La sintetica rassegna delle principali teorie sulle comunicazioni di massa ha evidenziato l’evidente
mancanza di punti fermi tra gli studiosi dei media. Le posizioni discordi degli studiosi si riducono
all’opposizione che vige tra apocalittici e integrati. Gli apocalittici attribuiscono ai media il potere di
manipolare la mente (media forti), mentre gli integrati ne celebrano entusiasti l’utilità sociale (media
deboli). I media forti si rifanno alla teoria ipodermica e a quella critica; i media deboli, invece, all’approccio
usi e gratificazioni.
Oggigiorno la ricerca non tende più a misurare la capacità persuasiva dei media. Piuttosto si concentra sugli
effetti a breve, medio e lungo termine:
- Breve termine notizia di uno sciopero che fa annullare i voli;
- Medio termine  campagne elettorali che iniziano mesi prima;
- Lungo termine  si manifestano anni dopo l’esposizione, difficili da misurare.
Esistono diverse teorie moderne che riguardano sia gli effetti che la potenza dei mezzi:
 Modello dei differenziali (scarti) di conoscenza: elaborato da Tichenor, Donohue, e Olien è stato
tra i primi ad attribuire nuovamente ai media effetti potenti e su lungo termine. Partendo dalla
nozione “l’informazione è potere” tale modello considera l’informazione come una nuova
ricchezza; la progressiva espansione dei media dovrebbe ridistribuire equamente questa
informazione, ma il modello critica questo concetto e dice anzi che i nuovi media accentuano le
disuguaglianze tra gruppi ricchi e poveri, perché chi ha accesso a tali informazioni ha la
motivazione necessaria ad ampliarla. Tale teoria sembra funzionare meglio se applicata ai nuovi
media, dove il divario di conoscenza (digital divide) è ancor più palese, perché l’acquisizione e
l’accrescimento delle conoscenze avviene con velocità diverse.
 La spirale del silenzio: Noelle-Neumann affronta il problema degli effetti a lungo termine alla luce
di un nuovo elemento che ha cambiato il mondo rispetto alla prima metà del secolo: la televisione.
In breve, il pubblico non sarà più capace di esercitare il suo potere di scelta perché i contenuti
saranno tutti uguali (Consonanza) e perché tali contenuti verranno proposti ovunque, in modo
ripetitivo e continuo (Cumulatività). Di conseguenza, per la paura di essere isolati gli utenti
sceglieranno la via del conformismo: una sorta di spirale del silenzio, dove il pubblico diventa
l’opinione dominante, sostenuta da una pressione sociale che riduce al silenzio tutte le altre, dove
ciò che è forte lo diventa ancora di più, e le opinioni più deboli sono soffocate da quelle dominanti.
Questa teoria è applicabile soltanto alla televisione, e il pubblico non può essere ridotto ad un
aspetto troppo semplicistico: la varietà dell’offerta televisiva moderna e le possibilità offerte da
internet consentono comunque al pubblico una libertà di scelte e di fare sentire la propria voce.
 La coltivazione televisiva: questa teoria vede la televisione come il più forte dei media e immagina
che il pubblico assorbe gradualmente nel tempo le concezioni e gli stili presentati dalla tv. Ad
esempio chi vede molta violenza in tv sarà ansioso nella vita. Secondo i sostenitori di questa teoria
Gerbner e Gross gli spettatori finiscono per credere di vivere nella realtà proposta dalla tv,
applicando nella loro vita quotidiana quegli stessi modelli, spostando in via definitiva l’attenzione
dagli effetti dei singoli programmi mediali, all’attenzione complessiva dei media come agenti di
socializzazione e costruttori di realtà a lungo termine. Ma questa teoria non tiene conto che forse
è proprio chi è ansioso nella vita guarda più tv, oltre al fatto che esistono una miriade di
interpretazioni possibili da parte del fruitore.
 L’Agenda Setting: secondo McCombs e Shaw questa teoria analizza il divario che separa la realtà
vissuta in prima persona da quella della quale si è a conoscenza attraverso i media. Il fenomeno si
manifesta in due direzioni differenti: in primo luogo i media dicono alla gente quali sono i temi e i
23

problemi veramente importanti; in secondo luogo i media impongono un ordine di priorità dato
dalla quantità di tempo e di programmi dedicati a quel dato tempo. L’agenda setting del media a
questo punto s’identifica con quella della vita reale dello spettatore. Non si dice alla gente cosa
pensare, ma su cosa pensare. L’effetto dell’agenda è massimo su quegli argomenti sui quali il
pubblico non ha possibilità di fare esperienza diretta, mentre è minimo su quelli che lo coinvolgono
direttamente (l’aumento dei prezzi al dettaglio).
Capitolo 5.6. La nuova industria culturale.
L’evoluzione del mezzo televisivo risale all’inizio degli anni 70’ con l’avvento del multicanale, ovvero la
diffusione della trasmissione via cavo e via satellite, scatenando il passaggio dall’era della scarsità all’era
della disponibilità, dove il pubblico inizialmente era attratto con programmi generalisti, passa a una varietà
di programmi dove si cerca di rubare alla concorrenza una fetta di pubblico, mettendo in onda trasmissioni
simili in altri canali. Nell’era della disponibilità alcune emittenti hanno differenziato i loro palinsesti
personalizzandoli in base ai gusti e bisogni degli spettatori, applicando un pagamento diretto da parte degli
spettatori; sono nate così le prime narrowcast. A fianco all’evoluzione televisiva si sono evolute anche le
case di distribuzione cinematografiche, dove l’accentramento ad un unico proprietario ha avuto un ruolo
chiave (Murdoch venditore di giornali ha comprato prima la 20th century fox, ha successivamente fondato
la Fox, poi in Italia ha acquistato Stream e Telepiù fondando Sky Italia). Con vent’anni di ritardo in Italia
rispetto agli Stati Uniti, arrivano i canali tematici o canali a discorso costituiti per una fetta di pubblico (Sky
sport, Sky cinema, Disney Channel, Gay tv). Si è passati dall’era della disponibilità all’era dell’abbondanza
agli inizi del XXI secolo. Il sistema televisivo italiano si è evoluto in una multitv, in cui si sono affiancate
forme di Tv arricchite dalle potenzialità interattive del digitale. Il primo cambiamento è la conversione del
formato digitale delle trasmissioni via etere, con la cessazione delle trasmissioni analogiche segnando il
passaggio da analogico a digitale terrestre che dovrebbe concludersi nel 2012, che consente di accedere a
canali generalisti, a canali a pagamento. Accanto alla tv digitale si affiancano nuove forme di esperienze
televisive indipendenti dal palinsesto tv (multitiming), delocalizzate rispetto al tradizionale salotto
domestico (multiplacing), e non più limitate al consumo audiovisivo (multitasking), come il Personal Video
Recorder e il Video on demand che consente al telespettatore di personalizzare la fruizione e ottimizzare i
tempi di consumo. Le emittenti tv hanno creato portali video accessibili via web (web tv) in cui i programmi
sono trasmetti in diretta (live), ma sono presenti cataloghi Vod che consentono di acquistare episodi show e
serie tv. Anche le compagnie telefoniche si sono attrezzate immettendo nel mercato la mobile tv
multicanale, che integrano i servizi Vod mettendo a disposizione un servizio televisivo multiplacing. Infine lo
spettatore utilizzando con il PC per acquistare file sharing (file mp3 o file video) per fruirli come e quando
desidera. La facilità d’uso del file sharing e l’aumento dei prezzi del cd e dvd hanno contribuito alla crisi del
settore cinematografico e discografico, e i siti di commercio elettronico sono diventati l’occasione per uscire
dalla crisi, dove ad esempio l’Apple ha creato un vero e proprio sistema cross-mediale, distribuendo diversi
prodotti attraverso un unico marchio (brand). Lo spettatore ha la possibilità di usufruire prodotti che
uniscono il brand all’esperienza integrata della fruizione, come possono essere i talent show come Amici
che stimola il pubblico ad affezionarsi e a partecipare attivamente all’evoluzione della gara musicale. La
produzione televisiva cross-mediale si può evolvere in narrazione transmediale come ad esempio la
famosissima serie tv Lost, caratterizzata da una struttura narrativa composta di numerose trame e
sottotrame. La conseguenza naturale a tutti questi fenomeni è che il pubblico è molto più attivo rispetto al
passato sia nella costruzione che nel consumo, per questo è definita cultura convergente. I professionisti in
passato cercavano di attrarre il pubblico al fine di guadagnare attraverso la pubblicità, mentre con la cultura
convergente il professionista ha l’obiettivo di attrarre il pubblico emotivamente allo scopo di creare
comunità di brand attive nella promozione del franchise, attraverso l’economia affettiva dove gli spettatori
hanno un ruolo attivo sia per migliorare il prodotto sia nel crearne uno nuovo.

Capitolo 6: I New media e la comunicazione mediata dai computer


Dagli ultimi decenni del ‘900 ai media tradizionali si sono aggiunti nuovi strumenti di comunicazione: i nuovi
media. Qual è il confine tra vecchi e nuovi media? Esistono due ordini di problemi da analizzare per
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rispondere. Il primo riguarda l’intensione del concetto: perché tali media sono nuovi? L’altro riguarda
l’estensione: quali tra i media possono essere classificati come nuovi?
Le differenze sostanziali consistono nel fatto che:
 I nuovi media elaborano i dati in formato digitale, poiché l’informazione digitale è facilmente
archiviabile giacché si rappresenta in una sequenza di cifre, e l’informazione può essere elaborata
con facilità rendendo forti i processi di convergenza tra le industrie culturali tradizionali e i nuovi
conglomerati delle telecomunicazioni.
 Si articolano su più livelli sensoriali (multimedialità), caratterizzata da un’integrazione molto spinta
dai diversi codici; è un termine molto antico, perché ad esempio i primi documenti manoscritti
erano accompagnati da figure o disegni richiamando più sensi. Oggi l’autore di un testo
multimediale ha la possibilità con la massima libertà di utilizzare qualsiasi modalità espressiva senza
sottostare ai rigidi limiti tecnici dei singoli media tradizionali (ad esempio in una rivista illustrata
non è possibile inserire un brano musicale). La fruizione avviene senza soluzione di continuità e con
l’ausilio di un supporto fisico e di un unico strumento di lettura, come le moderne enciclopedie
online.
 Sono spesso definiti come interattivi (interattività capacità del media di lasciare che l’utente
eserciti una sua influenza sul contenuto). Questo concetto richiama la definizione di Gallino di
interazione ovvero la relazione tra due o più individui nel corso dei quali ciascuno dei due soggetti
modifica volontariamente il suo comportamento in seguito al comportamento o azione dell’altro.
Di conseguenza secondo Jensen l’interattività come la misura della potenziale capacità di un
medium di lasciare che l’utente influenzi il contenuto e/o la forma della comunicazione mediata.
Esistono tre livelli di interattività:
1. L’utente si limita a esercitare la possibilità si selezionare quali informazioni ricevere, all’interno
di un arco di informazioni fisse e codificate in precedenza, dove il medium e monodirezionale in
quanto non prevede un canale per l’invio del feedback da parte dell’utente, come ad esempio il
televideo dove l’interattività è fittizia che reale;
2. Il medium prevede effettivamente un canale di ritorno per ricevere il feedback da parte
dell’utente, pur conservando nel complesso una modalità di fruizione di tipo broadcast, come
ad esempio il world wide web.
3. E’ l’utente stesso a produrre informazioni che sono fatte circolare nel sistema, con
un’elaborazione continua dei contenuti reciprocamente orientata tra i partecipanti. Questo
livello è l’unico che si avvicina all’idea d’interazione sociale, come ad esempio le e-mail o i
forum.
 Si articolano sottoforma di ipertesto (collegamenti attraverso rimandi logici), dove per ipertesto
s’intende una serie d’informazioni collegate tra loro in forma non lineare attraverso rimandi logici,
tali da poter essere fruiti molteplici percorsi di lettura personalizzati da ogni utente. L’ipertesto
riproduce la rete di collegamenti logici tra concetti e blocchi d’informazione in modo da rispettare
la naturale non sequenzialità del pensiero umano. Ted Nelson lo definì come un testo che non può
essere convenientemente stampato su una pagina convenzionale. E’ indispensabile utilizzare
tecnologie informatiche e il world wide web è il migliore ipertesto in circolazione.
 Rientrano nella metafora del cyberspazio, una vera e propria rete in quanto luogo secondo
Benedikt, perché è possibile conoscere nuove persone, diventando dei veri e propri strumenti di
comunicazione tra persone, in grado di svolgere sia funzioni normalmente attribuite ai mass media,
sia quelle tipiche dei mezzi di comunicazione interpersonale come la posta o il telefono.
Richiamando quanto detto da McLuhan attraverso il fenomeno della ri-mediazione il contenuto di
un medium sarà sempre un altro medium.

Capitolo 6.1. Internet e il modello reticolare


Il nuovo media per eccellenza è Internet. Benché la sua massificazione risalga all’ultimo periodo, la storia
d’internet ha radici addirittura nel 1969, quando la prima rete telematica, ARPANET, raggruppava quattro
elaboratori in altrettanti centri universitari statunitensi. Alcune caratteristiche di ARPANET furono riprese
successivamente da Internet; tra di esse la ridondanza ovvero la comunicazione a “commutazione di
25

pacchetto” cioè due punti qualsiasi della rete possono essere collegati, e l’architettura policefala cioè
l’assenza di un nodo principale che ha il compito di smistare i dati. Negli anni 70 fu coniato il termine
Internet (inter-networking) e nel 1971 fu sviluppato il primo sistema di posta elettronica. Nel 1986 Nsfnet
occupò il posto di ARPANET, diffondendo gli strumenti telematici di cooperazione tecnologica a tutti i centri
universitari americani stimolando gli interessi delle industrie private e quando nel 1991 Nsf tolse le
restrizioni sull’uso commerciale della rete a Ginevra, furono elaborati i fondamenti del world wide web. La
diffusione del mezzo è stato quanto mai rapida, grazie anche alle varie tecnologie di connessione quali
ADSL, Banda Larga e Fibre Ottiche. Questa diffusione della rivoluzione digitale avviene in forma reticolare e
non selettiva come per la rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione digitale si diffonde per reti
abbracciando tutto il mondo. Questo modello reticolare si basa sul concetto di ridondanza ovvero che ogni
nodo non è un aggravio ma un vantaggio, in modo che si diffonda in maniera omogenea e soprattutto
perché ogni elemento che s’inserisce nella rete non la rallenta anzi è una risorsa. Quindi l’attore sociale non
è più visto, come nei modelli arcaici, come una cavia o bersaglio delle emittenti, ma diventa protagonista
perché diventa protagonista nel momento in cui si collega ad una rete.

Capitolo 6.2. La comunicazione mediata dai computer


La Comunicazione Mediata dal Computer è una forma di comunicazione ibrida, non riconducibile né alla
comunicazione interpersonale, né ai mass media. La comunicazione mediata da computer costituisce il
superamento tecnico della rigida contrapposizione tra comunicazione interpersonale (uno a uno) e
comunicazione di massa. Attraverso il computer si può comunicare sia con un rapporto interpersonale con
un vecchio amico (One-to-One), comunicare con le emittenti stesse (one-to-many), oppure si può avere una
comunicazione collettiva dove tutti possono rivolgersi a tutti come nei blog o nei forum (many-to-many).
Esistono vari filoni di pensiero sulla CMC:
 CMC socialmente povera, che negli anni ’80, studiata dagli psicologi per valutarne gli effetti sulle
persone; la comunicazione avveniva all’interno delle aziende e più generalmente in ambito
lavorativo. Secondo il Reduced Social Cues [Sproull e Kiesler] la comunicazione è inevitabilmente
povera dal punto di vista sociale, in quanto manca d’informazioni relative al contesto sociale e di
norme comunemente accettate che regolano la comunicazione stessa, e la mancanza di feedback
sociale rende difficile il coordinamento degli attori e la piena comprensione dei messaggi. Risulta
però efficace nel ridurre le disuguaglianze sociali, portando ad un livellamento di status di relazioni,
una sorta di medium democratico, molto incline al litigio e a comportamenti antisociali, con il
rischio di ridurre il processo comunicativo a un semplice trasferimento di informazioni come
avviene nel modello di Shannon e Weaver, proprio per i motivi sopra citati e per la velocità del
medium elettronico, facendo diventare lo stile comunicativo più libero e impersonale. Di
conseguenza la Cmc veicola poche informazioni sul contesto sociale, le persone tendono a
sopravvalutare la propria importanza all’interno del network comunicativo, i messaggi provenienti
dai superiori gerarchici non presentano differenze rispetto a quelli provenienti dai subordinati, le
persone si comportano in modo più irresponsabile nelle conversazioni via computer rispetto a
quelle faccia a faccia.
 CMC socialmente ricca, negli anni ’90, studiata dagli antropologi e dagli etnografi che cercano di
studiare la cultura creatasi nei gruppi on-line; l’RSC viene criticato, cominciando a considerare il
contesto sociale nel quale la comunicazione prende vita. La comunicazione telematica è ora alla
portata domestica; si creano le prime comunità virtuali, dove si studia l’importanza della
formazione dell’identità, acquisizione del linguaggio, negoziazione delle regole, differenziazione di
ruolo, e dove appaiono in tutta la loro importanza in un ambiente per nulla freddo, asociale e
anomico.
 CMC come dimensione quotidiana, nel nuovo millennio, studiata dai sociologi che valutano i
cambiamenti della CMC sull’intera società. La massificazione del mezzo rende la CMC una
dimensione quotidiana di ogni cittadino del mondo occidentale. Questa concezione è favorita dal
superamento dell’idea di una comunicazione come trasmissione di informazione (teoria
matematica), e una visione generale della realtà come costruzione sociale, piuttosto che come
risultato di fattori esterni tecnologici o economici.
26

Capitolo 6.3. La costruzione dell’identità online


La comunicazione grazie alle nuove tecnologie è diventata, se vogliamo, più facile per tutti. L’intenzionalità
al relazionarsi ha portato anche a degli stratagemmi per superare le barriere del media, come le faccine
[]o il nuovo lessico della CMC [xkè]. Ma come avviene la creazione di questa identità, questo alter ego
che ci accompagna nel mondo virtuale? Il primo passo è la scelta di un nome, un nickname. Ogni nome
scelto nel cyberspazio ha un’importanza sociale, comunica spesso la personalità dell’utente,
un’elaborazione del sé. La costruzione della propria personalità può avvenire anche attraverso una
homepage o un blog, ovvero una ribalta dove esporre l’immagine migliore che riusciamo a comporre di noi
stessi.
La frammentazione della propria identità reale può anche portare alla costruzione di più identità, atte a
comunicare con tipologie di persone totalmente diverse. Gli studi più recenti tendono a superare la
concezione delle identità virtuali come via di fuga dalla realtà. Piuttosto si pensa ad una realtà parallela
dove le conseguenze delle proprie azioni si ripercuotono entro limiti accettabili: la rete può essere vista
allora come un nuovo moratorium, una situazione di formazione della personalità, dove si procede per
errore o tentativi, togliendo la possibilità di scelta e la consapevolezza che molte delle scelte sono
irreversibili. Concepire la rete come moratorium, come spazio di sperimentazione significa in ogni caso
mettere in comunicazione la dimensione online con quella offline. In questo senso sperimentare significa
infatti mettere alla prova (online), per applicare (offline).

Capitolo 6.4. Le comunità virtuali e i social network


Cosa succede quando le identità online si incontrano? Può accadere che nascano delle vere e proprie
comunità virtuali. Tuttavia questo termine è spesso abusato, in quanto in ambito sociologico la comunità
impone la condivisione di un senso di appartenenza e di un sistema di regole e di valori. Del resto anche
l’aggettivo virtuale tende a delineare una sorta di livello inferiore rispetto alle comunità reali, un livello
dove possono trovarsi insidie ed inganni. Infatti è opportuno parlare di comunità, in quanto in qualunque
ambito esse si sviluppino si hanno gli stessi problemi sociali e le stesse contraddizioni, dove si condivide un
linguaggio comune, esistono delle relazioni stabili tra gli attori (non cambiano spesso nickname), e dove
avvengono rituali che delimitano i confini della comunità. Le comunità virtuali hanno esperienze
comunicative reali in tutto e per tutto, le persone si arrabbiano, si innamorano, imparano coltivano
progetti, interagendo realmente con le altre persone della rete, senza considerare queste interazioni
inferiori rispetto a quelle reali. Tuttavia esistono delle differenze tra comunità offline e comunità online:
 La permeabilità: abbandonare una comunità online richiede forti investimenti dal punto di vista
emotivo, ma è facilmente applicabile perché basta un clic, mentre nelle comunità offline i valori e
norme il contesto geografico condiziona sempre la scelta dell’individuo. Inoltre si è osservato che le
amicizie coltivate in rete finiscono sempre per essere coltivate nella realtà.
 Le comunità online dimostrano una forza propulsiva maggiore rispetto alle comunità offline, che fa
da traino a quest’ultima, nelle comunità virtuali di fatto esiste un numero maggiore di amici si
viaggia di più.
I sociologi infatti parlano oggi di network society (società reticolare) comunità costruite attorno a scelte
individuali. I network society sono i siti di social network che consentono agli utenti di costruire un’identità
pubblica o semipubblica, creare una lista di amici proprie e altrui, come ad esempio Facebook, una vera e
propria evoluzione del sito personale e del blog, dove sono presenti tutti gli strumenti della comunicazione
pubblica (commenti sui profili), e privata di tipo asincrono (e-mail), e sincrono (chat) che permettono di
rafforzare le relazioni con gli amici, che dunque costituiscono nuovi ambienti di comunicazione ovvero i
networked publics (pubblici connessi), spazi digitali che si affiancano a spazi geografici ma con specificità
tecniche, dove le informazioni sono persistenti (archiviabili in database in formato digitale), replicabili
(duplicabili e distribuiti), scalabili (possono raggiungere un pubblico esteso) ricercabili (attraverso motori di
ricerca possono essere recuperati). Nell’interazione dei pubblici connessi il pubblico è invisibile e può
essere composto di persone appartenenti a differenti gruppi sociali, e manca la distinzione tra ribalta e
retroscena.
27

Capitolo 6.5. Applicazioni Web 2.0 e contenuti generati dagli utenti


Internet si è trasformata in una rete di comunicazione quando i suoi primi utenti hanno cominciato a
utilizzarla come canale per la condivisione d’informazioni e per l’interazione sociale. Le reti digitali hanno
sviluppato forme d’intelligenza collettiva: i partecipanti, condividendo informazioni e punti di vista, hanno
costruito una forma di conoscenza che è diventata patrimonio comune. Gli imprenditori della new economy
hanno intuito le potenzialità della rete digitale nell’innovare il sistema economico e hanno così investito
nelle cosiddette dotcom, società online finalizzate al commercio elettronico. Tuttavia tra il 2000 e il 2001
c’è stata una crisi del sistema finanziario legato alla new economy, durante la quale molte dotcom sono
fallite. Alcune aziende sono sopravvissute alla crisi diventando multinazionali di successo, come Amazon, un
portale nato per la vendita online di libri, che è scampato al pericolo fallimento grazie al fatto che i propri
utenti potevano pubblicare le proprie recensioni e giudizi all’interno del sito stesso. Questo ha consentito di
uscire dalla crisi e di imbrigliare l’intelligenza collettiva che emerge dalla partecipazione degli utenti in rete
all’interno di un walled garden, strutture proprietarie il cui valore economico aumenta con il numero degli
utenti e con i contenuti forniti da essi. Per differenziare questo tipo di applicazione dalla prima generazione
di servizi online è stato coniato il termine Web 2.0. Le applicazioni Web 2.0 devono essere progettate in
maniera tale che chiunque possa pubblicare contenuti testuali e multimediali, esprimendo il proprio
gradimento sui contenuti altrui e categorizzare le informazioni attraverso le funzionalità di tagging. Alcune
di queste sono orientate verso le condivisioni di contenuti e sono per questo definite social software, altre
sono orientate verso le interazioni tra i partecipanti e si chiamano social media come i blog e i social
network (facebook). Nel web 2.0 i contenuti generati dagli utenti sono fonti di guadagno per le aziende. Un
esempio significativo sono i portali di content sharing, servizi per la pubblicazione di contenuti multimediali
come fotografie o video, che funge da aggregatori aumentando il valore dell’informazione prodotta altrove,
ma al contempo necessitano di soggetti che forniscano contenuti. Un esempio su tutti è Youtube, portale di
video sharing che mette a disposizione una quantità infinita di contenuti audiovisivi abbassando le barriere
di accesso ai canali di pubblicazione, basato su una struttura di partecipazione, dove gli utenti che
pubblicano i video, aumentano il valore del servizio perché ne diffondono la conoscenza tra persone che
ancora non lo utilizzano. L’utilizzo di Youtube può servire come forma d’intrattenimento, o pure come
ambiente interattivo e in questo caso gli utenti arricchiscono il proprio sé digitale creando liste di contenuti
preferiti, esprimendo il proprio gradimento o disapprovazione inserendo il proprio commento in relazione
al video altrui. Il web 2.0 è parte di un processo, dove ha portato alla nascita di culture partecipative, anche
se esistevano già in passato come i fandom. Il fandom è una sottocultura formata dalla comunità di
appassionati che condividono un interesse comune in un qualche fenomeno culturale, come un hobby, un
autore, un genere cinematografico o una moda. I fan sono tipicamente interessati anche ai più minuti
dettagli dell'oggetto della loro passione comune; questo è l'aspetto che li differenzia più chiaramente da
coloro che possiedono solo un interesse casuale. Una peculiarità dei fan è anche quella di produrre spesso
opere ispirate all'oggetto della loro passione, come ad esempio racconti (fanfiction), disegni (fan art) o
filmati. A partire dalla seconda metà degli anni novanta è stato dato grande impulso nello sviluppo di grandi
e nuovi fandom grazie ad internet ed in particolare dal Web 2.0, che con le sue molteplici opportunità
tecniche consente di creare comunità virtuali di appassionati tramite strumenti come newsgroup, mailing
list, forum, webzine ecc. I critici del Web 2.0 sostengono che le imprese commerciali sfruttino i fandom che
non ricevono alcun contributo economico, anche se le ricerche in tal senso hanno dimostrato il contrario: la
retribuzione non è necessariamente economico, ma potrebbe essere anche una gratificazione emotiva
nell’entrare in contatto con altre persone con gusti simili. Il web 2.0 ha contribuito ad aumentare il
pluralismo informativo grazie all’aumento della visibilità delle culture partecipative, anche se non sempre
garantisce un miglioramento qualitativo. La reazione, infatti, dell’industria culturale è stata l’assunzione di
un atteggiamento proibizionista, sentendosi minacciati dall’esplosione dei prodotti amatoriali, ma gli
imprenditori hanno invece sostenuto il web 2.0 intuendone le potenzialità economiche legate alle
potenzialità di democratizzazione della cultura grazie alla struttura partecipativa stessa del web 2.0.

Capitolo 6.6. Dalla comunicazione alla “peer production”


Lo sviluppo della tecnologia ha portato alla diffusione delle tecnologie di comunicazione digitale che ha
provocato un mutamento nel sistema comunicativo e in molte pratiche collettive. Si è parlato molto di web
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2.0 e delle sue possibili applicazioni, ma un’applicazione molto interessante è quella del software libero, un
software di condivisione completamente libero, che permette alcune libertà che un software proprietario
non consente:
 La libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
 La libertà di studiare il programma e modificarlo per adattarlo alle proprie esigenze;
 La liberta di copiare e distribuire copie del programma in qualsiasi numero e con modalità, gratis o
a pagamento;
 La libertà di migliorare il programma, derivarne nuove versioni e distribuirle pubblicamente.
Caratteristica peculiare del software libero è di permettere la più ampia partecipazione degli utenti alla sua
produzione e al suo miglioramento. Un esempio su tutti è Linux , un sistema operativo gratuito. Il software
libero oggi ha numerosi vantaggi rispetto al software proprietario che vanno oltre i costi economici. Dalla
comunicazione online nasce anche una produzione sociale partecipativa, la peer production, un termine
coniato da Benkler per descrivere un nuovo modello economico di produzione nel quale l'energia creativa
di un grande numero di persone è coordinata, di solito con l'aiuto di Internet, in grandi e significativi
progetti per lo più senza la tradizionale organizzazione gerarchica e spesso, ma non sempre, senza o con
una compensazione finanziaria decentralizzata, in altre parole senza motivazioni che siano esclusivamente
e necessariamente di tipo economico. “Le persone partecipano a comunità di produzione paritaria per un
ampio spettro di motivi intrinseci... di base, le persone amano queste comunità a cui partecipano. Si
sentono appassionate a una certa area di competenza e sono contente di creare qualcosa di nuovo o
migliore”. In altri ambiti la peer production è strumento di condivisione e di costruzione della conoscenza
come nel caso di Wikipedia, un’enciclopedia online aperta e libera: aperta perché chiunque può inserire
contenuti in qualsiasi momento e con qualsiasi competenza e chiunque può accedervi senza alcun vincolo
restrittivo; libera in quanto i suoi contenuti sono accessibili senza limitazioni e Wikipedia sono tutelati da
una particolare licenza di utilizzo che si affida proprio alla normativa sul diritto d’autore per garantire a tutti
la libera consultazione presente e futura.
Esiste un’ulteriore esempio di condivisione basato sulla concezione peer production sono i file sharing,
ovvero la condivisione di ciò che si possiede nel proprio computer con un meccanismo peer-to-peer (pari a
pari), senza autorità o server centrale, dove chiunque può decidere che il contenuto di una cartella del suo
computer sia visibile e messo a disposizione dell’utenza. A sua volta, ogni utente può cercare ciò che gli
interessa ed eventualmente attivare un collegamento diretto con il pc che possiede quel particolare file al
fine di farne una copia sul proprio disco fisso, innescando così un circolo virtuoso che alimenta la
disponibilità del materiale per la collettività e che richiama la dinamica del dono [Mauss], tante volte
associata allo sviluppo del software libero. Esistono quattro tipi di file sharing:
1. Il download illegale di contenuti protetti da copyright tradizionale allo scopo di ottenere gratis
qualcosa che si sarebbe dovuto pagare;
2. La prova di particolari prodotti prima dell’acquisto, la cosiddetta “provare prima di comprare”;
3. Il reperimento di materiale protetto da copyright che è andato esaurito o è vecchio oppure da
collezione e quindi non disponibile nel mercato;
4. I file sharing privi di copyright, di dominio pubblico.
E’ evidente che solo l’ultimo è legale, ma che arreca un danno reale all’economia, tra l’altro non
quantificato, è il primo; per altro le ricerche empiriche hanno dimostrato che non è la sola causa del declino
di vendite discografiche o cinematografiche osservata negli ultimi anni.

Capitolo 6.7. La rete come nuova sfera pubblica.


La nozione di sfera pubblica come luogo intermedio tra società civile e Stato costituisce il punto di partenza
della società occidentale moderna. All’inizio del Settecento tale nozione si lega indissolubilmente alla
diffusione del sistema mediale e della comunicazione: l’insieme dei libri, giornali, riviste ma anche i luoghi
della diffusione e della lettura come locande, salotti, caffè. Secondo Habermas questo sistema sostiene la
formazione dell’opinione pubblica, intesa come dibattito razionale, liberale e critico animato da alcuni
settori della società civile indipendentemente (e spesso contro) l’autorità statale, su argomenti di politica e
attualità. Lo sviluppo tecnologico ha permesso agli individui di farsi produttori e non solo consumatori
d’informazione e conoscenza, ma ha anche accentuato le disuguaglianze nell’accesso e nell’uso delle
tecnologie stesse (il divario digitale) con il rischio di frammentare il confronto culturale in una miriade
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d’isole omogenee al loro interno ma senza contatti tra loro. In generale si può senza dubbio affermare che
la tecnologia moderna e Internet in particolare ha contribuito a creare un nuovo spazio di sviluppo di sfera
pubblica. Reti come il www sono dette reti a invarianza di scala, perché il numero dei nodi connessi è
relativamente piccolo rispetto alla sua quantità. I nodi d’interconnessione sono pochissimi e assumono un
valore strategico poiché si pongono come nuovi intermediari d’informazione e conoscenza, essendo in
grado di elaborare dati e contenuti relativi a un altissimo numero di utenti. Un esempio tra tutti sono i
motori di ricerca come google che condiziona fortemente i dati e le rotte di navigazione dell’utente,
ponendosi come delle vere o proprie industrie di mediadati capaci di raccogliere, incrociare e mettere a
profitto abitudini di navigazione, interessi di ricerca, messaggi ed e-mail. Questo processo si chiama
processo di disintermediazione riguarda in varia misura tutti gli individui delle società occidentali, che
trovano improvvisamente aperte le porte di vasti archivi di dati d’informazioni, conoscenza, notizie, un
tempo privilegio esclusivo di categorie sociali deputate a svolgere professionalmente determinate attività. I
nuovi intermediari sono i motori di ricerca che mettono fine al caos che circonda l’informazione in rete
ponendo punti di vista sul mondo collegati alla loro cultura o sottocultura di appartenenza, alla loro storia,
ai loro interessi economici o politici. Pur essendo basati su una tecnologia forte, non sfuggono alle azioni di
censura di molti paesi come la Cina o molti paesi occidentali, nonostante la continua ribellione manifestata
più volte dai motori di ricerca, google su tutti.

Capitolo 7. Conclusioni: la società dell’informazione.


La definitiva affermazione dei mezzi di comunicazione di massa, a partire dall’800, si è accompagnata a un
importante processo di mutamento della società. I mass media sono stati sia portatori che prodotti della
modernità. I cittadini sono diventati individui capaci di informarsi, discutere e decidere il loro destino. È
maturata l’opinione pubblica. Nel terzo millennio la situazione è ulteriormente cambiata. Se ai mass media
tradizionali era stata associata l’idea di modernità, come possiamo chiamare questa nuova forma sociale
che va emergendo in questi anni? La società è stata definita variamente come postmoderna,
postcapitalista, postindustriale, postmateriale. Il prefisso post indica un superamento di qualcosa di già
noto, soppiantato da qualcos’altro. Questa società è caratterizzata dall’importanza sempre maggiore che ha
assunto il settore terziario (servizi pubblici, trasporti) affiancato dal quaternario (servizi finanziari,
assicurativi) e dal quinario (educazione, ricerca scientifica). Ma il tratto più importante di tale società è la
CENTRALITA’ DELL’INFORMAZIONE. A tale tratto si associa il problema del digital divide, il divario digitale
che vede i paesi in via di sviluppo lontani dall’accesso alle nuove tecnologie.
E così siamo tornati al punto di partenza del libro, ossia i concetti di informazione e comunicazione. Adesso
possiamo dire che l’informazione, la percezione di una differenza, non esiste se non attraverso il punto di
vista di chi la percepisce. Analogamente, definendo la comunicazione come un processo condiviso di
costruzione del significato, siamo entrati nel cuore dell’organizzazione sociale umana.
Con l’avvento di internet ritorna la classica polemica tra apocalittici che sono diventati “nuovi apocalittici” e
che sostengono che internet dissolve i legami sociali tradizionali e rafforza le manipolazioni ideologiche dei
suoi utenti, richiamando le vecchie concezioni della comunicazione del modello di Shannon & Weaver;
contro gli integrati anche loro diventati “nuovi integrati” che, invece, sostengono l’esatto contrario, dove è
internet è un modello di superamento e livellamento delle differenze di accesso alle informazioni,
riducendo le disuguaglianze tra ricchi e poveri d’informazione. Si tratta di posizioni molto deboli, perché
non si può pensare che l’allargamento all’informazione è sinonimo di equa distribuzione delle risorse, di
contro Internet si rivela uno strumento potentissimo che capovolge proprio le idee apocalittiche, perché è
stato dimostrato ampiamente che è un mezzo potentissimo nello sviluppo delle reti sociali.

Appendice. La metodologia della ricerca sulla comunicazione


Come si svolge una ricerca sulla comunicazione?
Per analizzare i fenomeni sociale si passa dapprima per la riflessione teorica. Affinché questa sia utile deve
instaurare un rapporto circolare con la ricerca empirica. Un esempio può essere dato dallo studioso che,
per spiegare il consumo di sigarette tra adolescenti, si rifà ai modelli di imitazione delle figure parentali. Il
risultato potrebbe portare ad una maggiore incidenza nei casi in cui i genitori siano fumatori. Tali teorie
dovranno essere suffragate da test pratici, per poi ritornare nel campo teorico secondo lo schema
sottostante.
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Oltre al raccordo tra teoria e ricerca empirica, per contribuire alla conoscenza scientifica di un fenomeno è
necessario che la ricerca sia regolata da principi e regole convenzionali: si arriva così al concetto di metodo,
un insieme ordinato di attività, regole e principi.
In ambito concreto sentiamo spesso parlare di metodi al plurale: questa accezione del termine si riferisce
più all’insieme delle tecniche adoperate nei vari studi. La disciplina che opera una vera e propria riflessione
sul metodo è detta metodologia.
La pluralità dei metodi nella ricerca sociale deriva dal fatto che esistono diversi modi di concepire la realtà
sociale. La più importante prova di questo pluralismo è la dicotomia oggettivismo/soggettivismo rispetto al
ruolo sul campo del ricercatore. Un’altra dicotomia affermate è quella che contrappone l’individualismo
metodologico all’olismo metodologico: per i primi l’unità di analisi è l’individuo, per i secondi l’unità di
analisi è data dall’aggregazione ed è quindi rappresentata dalle istituzione e dalle identità collettive.
Tutte queste posizione rientrano nella concezione di pluralismo epistemologico.
Prima di passare alla ricerca sul campo, il ricercatore deve svolgere una ricerca empirica; tale ricerca è così
articolata:

 Nella fase disegno della ricerca vengono formulati gli interrogativi e le ipotesi che guidano la
ricerca; il disegno è fortemente influenzato dalla visione della società del ricercatore.
 La seconda fase e quella della rilevazione delle informazioni; le fonti possono essere le più
disparate: il risultato può essere quindi una serie di numeri, di testi o di immagini.
 La terza fase è l’organizzazione dei dati e analisi; avviene quella che si definisce codifica dei dati o
trattamento dei testi; (es. le risposte di un questionario vengono codificate in termini percentuali).
 L’ultima fase, l’esposizione dei risultati, conclude lo svolgimento della ricerca. Si concretizza con i
convegni o i seminari.
Per qualsiasi attività di osservazione della realtà si può optare tra due strategie molto diverse: la prima
consiste nell’osservare un fenomeno spontaneo e non controllato; la seconda consiste nell’osservare un
fenomeno che si è volutamente provocato in una situazione nella quale si tengono sotto controllo tutte le
eventuali variabili. Quest’ultima strategia prende il nome di disegno sperimentale. Il disegno non
sperimentale non si riferisce solo al primo caso, ma a tutti i casi nei quali si attenua una forma di controllo.
Nella ricerca sociale si utilizzano una moltitudine di metodi di ricerca:
 L’Approccio etnografico, che inizialmente caratterizzava gli studi di antropologia culturale; il
ricercatore dichiara la sua identità e cerca di farsi coinvolgere nei principali momenti della vita
quotidiana dei soggetti studiati. Il ricercatore potrà essere un marziano (estraneo alla cultura
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che sta studiando) o un convertito (partecipa e condivide la cultura). Il materiale di studio sarà
rappresentato dalle note etnografiche (appunti, registrazioni, materiali sonori)
 L’Osservazione strutturata, il ricercatore sa già in anticipo quale fenomeno vuole osservare; il
suo strumento saranno le griglie di osservazione, dettagliate in base alla conoscenza dello
studioso sul fenomeno da osservare.
 La Survey, un inchiesta fatta dallo studioso su un cospicuo numero di persone utilizzando un
questionario standardizzato, ossia un elenco di domande uguali per tutti e con risposte
precodificate.
 L’Intervista in profondità, un metodo più generico che utilizza la traccia di intervista, un
questionario a risposta aperta.
 La Ricerca documentaria, un approccio utile quando si vuole analizzare qualcosa accaduto in
passato, del quale abbiamo appunto solo dei documenti. Tra i tipi di documenti utilizzati
troviamo le statistiche ufficiali, ma anche le agende e i taccuini personali.
Spesso risulta impossibile studiare la totalità dei soggetti oggetto di un’indagine; è necessario allora
selezionarne una parte che sia in qualche modo significativa: chiameremo la totalità dei soggetti universo,
mentre la selezione di soggetti osservati campione. La selezione di partecipanti ad uno studio si utilizza
soprattutto per il metodo della survey. Esistono numerosi metodi di campionamento dei soggetti: la
distinzione fondamentale è quella che vige tra campionamento probabilistico (scelta casuale) e
campionamento non probabilistico, tra i quali ricordiamo:
- campionamento di comodo, es i primi 100 che accettano x strada;
- campionamento a valanga, soggetti di popolazioni nascoste;
- campionamento di casi tipici, soggetti con alto grado di tipicità.
I dati prodotti dalle ricerche dovranno poi essere analizzati; distinguiamo l’analisi primaria (elaborazione
dei dati di una propria ricerca), l’analisi secondaria (elaborazione dati di un ricerca effettuata da altri) e la
meta-analisi (si analizzano le analisi altrui). Tra le tipologie più usate:
- Analisi quantitativa: poggia sulle fonti della survey e sulle statistiche ufficiali. I suoi dati saranno
divisi in micro (unità di analisi elementare) e ecologici (unità di indagine sono a loro volta aggregati,
ad es. un paese). La sua indagine sarà trasversale (fotografa un istante preciso) o longitudinale (ci
sono evoluzioni nel tempo)
- Analisi dei testi: poggia sull’elaborazione di testi scritti. Iniziò con l’analisi del contenuto fatta dagli
Usa nel secondo conflitto mondiale e si è evoluta con l’ermeneutica oggettiva di Overmann, sino
all’attuale analisi dei testi tramite computer, che utilizza una sofisticata categoria di software;
- Network analysis, descrivono i legami e le interazioni dei gruppi sociali;
- Modelli logici, codifica casi e probabilità con valori di V o F;
- Modelli di simulazione al Computer, utilizzano sistemi di equazioni differenziali (tipo intelligenza
artificiale) per simulare le variabili.

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