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Abbiamo vinto NOI!

La giornata del 13 giugno si sta esaurendo lentamente. Le agenzie di stampa battono insistentemente da qualche ora la stessa notizia: il quorum sui quattro referenda stato raggiunto. Un traguardo realmente straordinario, che arriva non solo dopo sedici anni dall'ultima maggioranza-pi-uno (era l'11 giugno del 1995), ma tanto pi perch si inserisce in un momento che molti definiscono di vento nuovo, di cambiamen to. L'inizio di una nuova epoca che sembra sancire la fine di quella che l'ha preceduta: quella che ha visto l'ascesa e l'inasprimento delle destre; lo svilimento delle forze progressiste; il progressivo declino industriale, lavorativo e morale del nostro paese; e, ultimo ma non meno importante, che ha trasformato l'Italia in una nazione stanca, cinica e vecchia. Molti ora, nel mondo della politica, cercano di attribuirsi questo risultato. la prassi di una classe dirigente che da anni non pi in grado di farsi incarnazione di un progetto, di prendere una posizione netta sulle cose. Una creatura amorfa, ossessionata dal moderatismo, l'inclinazione per cui essere moderati signi fica non gi pacati o razionali, ma indefinitamente opachi, grigi, mai schierati veramente, liquidi e vischiosi in modo da adattarsi a qualsiasi recipiente. Mentre, in opposizione, il peggiore dei crimini per questo genere di politici, sarebbe il radicalismo, l'assumere partigianamente (e, secondo loro, anche violentemente) la po sizione dell'aut-aut, dell'idea senza se e senza ma, che tanto danneggia i disegni coalizionisti di chi ha aspi razioni di governo. Ora, essi vivono e saltano sul carro dei vincitori, per prendere una fetta di bottino. Ma questa volta la situazione presenta alcuni gradi di originalit che, probabilmente, impedir ai ginnasti del dopo-scrutinio di prodursi nel solito oro olimpico. L'elemento di novit la rete, che ha contribuito a connettere una vera e solida massa critica di cittadini, coinvolti non tanto dallo strumentale tsunami emotivo proveniente dal Giappone, quanto pi dall'adesione lucida a delle idee. L'idea, per esempio, che l'energia nucleare sia una forma di approvvigionamento obsolescente, destinata a cedere il passo a tecnologie pi eco-sostenibili (alcune delle quali vanno ancora inventate, probabilmente, ma questo non pu certo verificarsi costruendo nuove centrali!). L'idea che l'acqua, come bene primario, debba scorrere libera e non possa essere imprigionata nelle catene del profitto, sancendo il concetto (non scontato) che non tutto, in questo mondo, sia piegabile alle logiche del mercato. Infine, l'idea che il principio di democraticit di una nazione sia incompatibile con il modello castale di un'lite impegnata nell'accumulo di privilegi, di salvacondotti, di scappatoie per essere al di sopra della legge, indisturbata nei propri affari. Internet ha permesso tutto questo. Ha permesso il ritorno alla progettualit, alla sostanza concreta e quotidiana come fulcro della politica, e lo ha fatto non perch sia essenzialmente uno strumento buono, come gli apologeti pi scatenati sostengono. Ma, piuttosto, perch uno strumento potenzialmente buono, cio libera il suo effetto solo se attivato dai suoi utilizzatori. La rete fa ci che il suo nome indica: connette punti distanti tra loro. Questi punti sono terminali e, dietro ogni terminale, c' seduta una persona. Ogni individuo vettore/creatore di informazioni, in ogni luogo e tempo. Questa la chance del web, che talvolta si trasforma in riflesso delle aberrazioni umane ( il caso del mercato pedopornografico on-line), ma tal altra si fa espressione delle pi genuine pulsioni democratiche di una societ (per esempio, per la cosiddetta Primavera araba). Come strumento, il web scava un solco nel terreno, un letto vuoto che aspetta di essere riempito da un fiume di dati. radicalmente diverso dai mezzi di comunicazione tradizionali: questi, si pongono verso il loro lettore in maniera frontale, non sono manipolabili e opacizzano i meccanismi che li pongono in essere. L'utente passivo e non ha diritto a sapere altro a parte quello che gli viene proposto. , evidentemente, il caso della televisione, ma anche della stampa su carta, della radio, del cinema, etc. Internet strappa il lettore dalla sua passivit, lo inserisce direttamente nel flusso di dati. Non gli chiede di ammirare gli spazi, lo esorta a popolarli. Non si pone in maniera frontale verso il suo utente, ma lo circonda da ogni parte e, cosa pi importante, gli chiede di manipolare gli oggetti di cui si compone: le informazioni. Nell'era del web, saggio non pi colui che tanto sa; bens colui che in grado di gestire coerente mente l'enorme massa di sapere a sua disposizione. colui, in definitiva, che capace di trovare il dato interessante, che riesce a eliminare il rumore di fondo e godere solo della musica. La sovrabbondanza di infor mazioni di cui la rete si fa portatrice stata, per lungo tempo, il suo grande tallone d'Achille, perch appariva agli utenti come un luogo della ridondanza, della ripetizione inutile, dell'eccentricit e, per finire, della mancanza di sintesi. Se da un lato, il villaggio globale si compiva tecnicamente attraverso il cablaggio del Pia neta, dall'altro il risultato appariva come una sorta di costante chiassosa festa paesana, divertente e socializzante quanto si vuole, ma impraticabile 365 giorni l'anno (gi solo per i dopo-sbornia che porta con s). Ma, oggi possiamo dire, si trattato solo di una prima fase di corteggiamento tra utilizzatore e strumento, come suggeriscono alcune notizie provenienti da molte parti del mondo. La gi citata Primavera araba un esem-

pio, cos come lo sono le rivendicazioni greche e spagnole, alimentate dal declino politico che potremmo definire Inverno europeo. In tutti questi casi gli aggregatori sono due: quello tecnico, rappresentato dal web (specialmente dalle piattaforme di social networking); e quello tematico, costruitosi grazie al web e alla possibilit di accedere, creare e far circolare le informazioni. L'idea che il palazzo del sapere diventi una fortezza dalle mura trasparenti genera persone sempre pi consapevoli, non solo del proprio potenziale cognitivo, ma soprattutto del loro potere partecipativo. Potere che diventa un senso di dovere civile, nel momento in cui gli stati e le istituzioni tendono a cristallizzarsi su posizioni reazionarie e sorpassate. il caso della Cina postcomunista che tra i regimi autoritari quello che maggiormente ha intercettato il rischio sovversivo della rete: e, infatti, fa di tutto per censurarlo e reprimerlo. Il cambiamento, possiamo riassumere, avvenuto nel momento in cui il villaggio globale diven tato una polis globale, una citt della politica dove gli utenti diventano cittadini partecipi, alimentando in alcune analisi l'idea che la democrazia diretta non sia pi tecnicamente irraggiungibile. Se questa conclusione appare ancora un azzardo pi per un pacato ottimismo, che per un pessimismo disilluso , sembra pre sente e vivo intorno a noi il meccanismo per cui ogni individuo ha la possibilit, le capacit e la pretesa di prendere parte, in varia misura, ai meccanismi decisionali della sua comunit (non conta che sia il proprio paese, la propria citt o il proprio condominio). Il web ha portato con s una forte propulsione pedagogica e civica in chi lo usa, soprattutto nei cosiddetti nativi digitali, coloro che sono nati in un Mondo dove la tecnologia informatica una presenza scontata. Essendo tutti connessi insieme, tutto ovunque in qualche misura ci riguarda. Forse proprio perch l'immagine della rete tende a cancellare l'idea di un'umanit discreta, dove gli individui sono biglie sconnesse che, talvolta e accidentalmente, si urtano, ma che per la maggior parte del tempo vivono isolati. Il modello di comunit riconsegnato dal web quello di un mondo continuo, dove i gangli del sistema sono s individui, ma tendenti innanzitutto alla connessione, al meccanismo relazio nale stabilito dal contatto. Questo scenario non , come abbiamo gi detto, solo una questione di possibilit tecnica. Poter connettersi l'un l'altro stata la premessa della rete sin dall'inizio e ha condotto al caos di ridondanza di cui si accennava qualche paragrafo sopra. Lo stadio di maggior coscienza collettiva che caratterizza il presente dato dal fatto che noi utenti della rete stiamo diventando sempre pi consapevoli dello strumento e attenti a individuare il filetto tra il flusso di tweet, post e aggiornamenti di status da cui siamo investiti quotidiana mente, scartando il grasso in eccesso. Il valore pedagogico sta anche in questo: non solo si ha la percezione di un mondo collegato; ma anche la cognizione implementata del proprio ruolo e della propria responsabilit all'interno di questo mondo. Essere un individuo comune (un Signor Rossi o un avarage Joe) e pensare che essere cittadini significhi solo votare ogni tornata elettorale e demandare a un rappresentante il proprio dovere cognitivo e decisionale, vuol dire chiudere gli occhi di fronte al mondo che ci circonda. Ma, essere un politico e pensare di appartenere a un corpo dirigente slegato dal corpo elettorale, verso il quale non si devono troppe spiegazioni e, soprattutto, non si deve particolare ascolto, significa perdere la partita decisiva per analisi della realt del proprio tempo. Questa la sconfitta (auto)inflitta della politica italiana, la quale continua a perpetrare il modello di societ tribale fondato sulle caste, sull'idea che esistano barriere sociali tra chi decide e pu, e chi esegue e deve supplicare per i propri diritti. Questa visione stata per molto tempo l'interpretazione standard delle dinamiche politiche nel nostro paese: l'immagine per cui il voto dei cittadini non conta mai, perch al di fuori della cabina elettorale, nei palazzi del potere, loro (la classe privilegiata) poi trovano il modo di fare ci che vogliono. questa analisi che ha imprigionato, per molte generazioni, gli italiani in un corto circuito di qualunquismo, all'insegna del sono tutti uguali, tutti prepotenti alla stessa maniera. Un disincanto che ge nera individualismo, isolamento, noncuranza del bene comune, costante ossessione per il proprio interesse privato (da cui, anche, la tendenza omertosa a non intervenire fino a che un problema non ci tocca direttamente). Oggi, 13 giugno 2011, questa tendenza subisce una scossa storica. Se in un paese notoriamente tradizionalista e, da qualche anno, immobile come il nostro arriva un segnale netto che grida noi cittadini ci sia mo e vogliamo contare, se viene meno il meccanismo perverso guidato dall'idea che i voti popolari non contano, che la povera gente non pu fare la differenza, allora ci troviamo davvero di fronte all'anno zero di una nuova epoca. Un mondo scaturito dalle connessioni e dal ritrovato patriottismo della ribellione, per cui protestare, indignarsi e fare muro, non significa voler sovvertire l'ordine, ma difenderlo nella sua pi pura e originaria natura democratica. Quale sar la portata innovatrice del cambiamento una storia ancora tutta da scrivere. L'unica certezza che sar un racconto scritto a molte mani, un ambiente wiki che richieder l'ap porto di tutti. Perch, oltre l'ipocrisia di chi aspetta sempre i risultati definitivi per decidere da che parte stare, ad aver vinto, oggi, non sono loro: siamo tutti noi!