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Edward de Bono. Il pensiero laterale.

traduzione di MARIO CARELLI.


Biblioteca Universale Rizzoli.
(C) 1967 Edward de Bono (C) 1969,1981 RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano
(C) 1994 R.C.S.
Libri & Grandi Opere S.p.A., Milano.
ISBN 88-17-13402-3.
Titolo originale dell’opera: THE USE OF LATERAL THINKING.
PREMESSA.
Come mai certe persone mostrano di possedere una mente sempre fervida di
idee nuove, mentre altre, che
pur non sono meno intelligenti delle prime, si rivelano del tutto negate a tale
attività creativa?
Da Aristotele in poi, la logica viene esaltata come l’unico strumento in grado
di trar buon frutto dall’intelletto.
Ciononostante, l’imprevedibilità stessa delle idee nuove sta ad indicare che
esse non sono necessariamente
il risultato di ragionamenti logici.
Si avverte da qualche parte l’esistenza di un diverso procedimento
intellettivo, facile a riconoscere
soprattutto quando riesce a formulare quel tipo di risposte semplici che
appaiono ovvie soltanto dopo la loro
formulazione; il presente volume si propone di esaminare questo
procedimento, di mostrare come esso
differisca radicalmente dal metodo logico e sia, spesso, più di questo, fecondo
di idee nuove.
Per comodità, abbiamo coniato l’espressione pensiero verticale per indicare il
metodo logico, e l’espressione
pensiero laterale, per l’altro metodo.
Se si potesse risalire il corso dei pensieri fino alla loro prima sorgente, si
arriverebbe a classificarli tutti in
termini di impulsi della rete nervosa cerebrale.
Oggi si sa ancora relativamente poco sui particolari del funzionamento del
cervello; è tuttavia possibile
avere una visione generale della sua organizzazione.
Come, per valutare l’efficienza dell’impianto elettrico di un edificio, non è
necessario procedere a un esame
particolareggiato della disposizione dei fili e del funzionamento degli
interruttori, così è possibile arrivare a
una certa comprensione del meccanismo intellettivo attraverso un esame delle
manifestazioni esteriori del
pensiero che rechi testimonianza degli schemi mentali di partenza.
Un’analisi di questo genere dovrebbe occuparsi, per esempio, degli effetti
della complessa interazione tra
controlli mentali retroattivi negativi e positivi.
Un’organizzazione mentale così concepita può tuttavia costituire soltanto
un modello di comodo per
l’elaborazione del concetto di pensiero laterale.
Anche in questo caso, l’utilità del pensiero laterale non dipende minimamente
dalla validità del modello.
Chi è veramente abile nell’uso del pensiero laterale non ha bisogno di un
modello, pur supposto valido, più
di quanto un autista, per guidare bene, abbia bisogno di nozioni di ingegneria
meccanica.
Nessuno del resto potrebbe sostenere che il retto uso del metodo logico
dipende da una completa
comprensione del funzionamento del cervello.
Le nozioni raccolte in questo volume sono perciò basate sulla semplice
osservazione e su una conoscenza,
sia pur limitata, dell’organizzazione funzionale della mente.
Vengono usati termini comuni come “pensiero”, “idea”, e “percezione”, in
quanto si crede che siano i più
adatti a questo contesto.
Il pensiero laterale non è una nuova formula magica ma semplicemente un
diverso e più creativo modo di
servirsi dell’intelletto.
La matematica moderna ne fa un buon impiego, lo psichedelismo ne abusa.
La matematica moderna ne costituisce anzi un esempio particolarmente
calzante.
Scartati i rigidi schemi entro cui in passato si presentava la materia, la nuova
matematica fa in modo che
l’allievo le si accosti con scelte deliberate, dandogli, in misura maggiore, il
gusto dell’acquisizione personale.
Questo metodo, incoraggiando attivamente l’allievo a considerare un
problema da molti e diversi punti di
vista e a rendersi conto della molteplicità delle vie che possono portare alla
soluzione giusta, favorisce un
miglioramento assai più rilevante della duttilità intellettuale dell’allievo.
Col tempo questi principi, che stanno tutti alla base del pensiero laterale;
potranno permeare altri campi
d’insegnamento.
Alla fine di questo libro, qualche lettore potrà concludere di aver appena
intravisto il pensiero laterale ma di
esserne stato, a tratti, affascinato; e potranno essere ricordati i casi in cui il suo
impiego ha portato a brillanti
successi.
Anche se, nelle pagine che seguono, si consigliano alcune tecniche che
possono venir deliberatamente
impiegate per sfuggire alle forche caudine della logica, sarebbe impossibile
scrivere un vero e proprio testo
di insegnamento sul pensiero laterale.
Qui ci si limita a spiegare che cosa esso è e come procede, e inoltre a
invogliare i lettori a sviluppare la loro
capacità di farne uso.
CAPITOLO PRIMO
Molti anni fa, ai tempi in cui un debitore insolvente poteva essere gettato in
prigione, un mercante di Londra
si trovò, per sua sfortuna, ad avere un grosso debito con un usuraio.
L’usuraio, che era vecchio e brutto, si invaghì della bella e giovanissima
figlia del mercante, e propose un
affare.
Disse che avrebbe condonato il debito se avesse avuto in cambio la ragazza.
Il mercante e sua figlia rimasero inorriditi della proposta.
Perciò l’astuto usuraio propose di lasciar decidere alla Provvidenza.
Disse che avrebbe messo in una borsa vuota due sassolini, uno bianco e uno
nero, e che poi la fanciulla
avrebbe dovuto estrarne uno.
Se fosse uscito il sassolino nero, sarebbe diventata sua moglie e il debito di
suo padre sarebbe stato
condonato.
Se la fanciulla invece avesse estratto quello bianco, sarebbe rimasta con suo
padre e anche in tal caso il
debito sarebbe stato rimesso.
Ma se si fosse rifiutata di procedere all’estrazione, suo padre sarebbe stato
gettato in prigione e lei sarebbe
morta di stenti.
Il mercante, benché con riluttanza, finì coll’acconsentire.
In quel momento si trovavano su un vialetto di ghiaia del giardino del
mercante e l’usuraio si chinò a
raccogliere i due sassolini.
Mentre egli li sceglieva, gli occhi della fanciulla, resi ancor più acuti dal
terrore, notarono che egli prendeva e
metteva nella borsa due sassolini neri.
Poi l’usuraio invitò la fanciulla a estrarre il sassolino che doveva decidere la
sua sorte e quella di suo padre.
Immaginate ora di trovarvi nel vialetto del giardino del mercante.
Che cosa fareste nei panni della sfortunata fanciulla? E, se doveste
consigliarla, che cosa le suggerireste?
Quale tipo di ragionamento seguireste?
Se riteneste che un rigoroso esame logico potesse risolvere il problema –
ammesso che esista davvero una
soluzione – ricorrereste al pensiero verticale.
L’altro tipo di pensiero è infatti quello laterale.
Chi si servisse del pensiero verticale non potrebbe però essere di grande
aiuto a una ragazza che si
trovasse in simili frangenti.
Il suo modo di analizzare la situazione la metterebbe in llm(e tregonnecibilità
Ti~ r~ si preoccupano del fatto
che la ragazza debba estrarre un sassolino.
1 In questo contesto, coloro che si affidano, per qualsiasi tipo di ricerche,
esclusivamente al procedimento logico, negando ogni validità
a quello laterale. [N.d.T.]
I lateralisti a si occupano invece del sassolino bianco che manca.
I primi affrontano la situazione dal punto di vista più razionale e quindi
procedono alla sua risoluzione con
circospetta logicità.
I secondi preferiscono esaminare tutti i possibili punti di partenza invece di
accettare il più invitante e di
impostare su di esso la loro indagine.
Ebbene: la ragazza dell’aneddoto introdusse la mano nella borsa ed estrasse
un sassolino, ma senza
neppur guardarlo se lo lasciò sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri
sassolini del vialetto, fra i quali si
confuse.
“- Oh, che sbadata! - esclamò. - Ma non vi preoccupate: se guardate nella
borsa potrete immediatamente
dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell’altro.”
Naturalmente, poiché quello rimasto era nero, si dovette presumere che ella
avesse estratto il sassolino
bianco, dato che l’usuraio non osò ammettere la propria disonestà.
In tal modo, servendosi del pensiero laterale, la ragazza riuscì a risolvere
assai vantaggiosamente per sé
una situazione che sembrava senza scampo.
La ragazza, in realtà, si salvò in un modo molto più brillante di quanto non le
sarebbe riuscito se l’usuraio
fosse stato onesto e avesse messo nella borsa un sassolino bianco e uno nero,
perché in tal caso avrebbe
avuto solo il cinquanta per cento delle probabilità in suo favore.
Il trucco che escogitò le offrì invece la sicurezza di rimanere col padre e di
ottenergli la remissione del
debito.
2 Espressione di comodo per indicare coloro che, pur non disconoscendo la
funzione essenziale del pensiero logico, pensano che il
pensiero laterale sia l’unica fonte di idee nuove. [N.d.T.]
Il metodo verticale è sempre stato ritenuto l’unico degno di considerazione.
Nella sua forma più compiuta, ossia come logica, esso costituisce il tanto
decantato ideale a cui ogni mente
è esortata a tendere con tutte le sue forze, a prescindere dall’insufficienza dei
risultati.
I calcolatori ne rappresentano forse il modello migliore.
Il problema, infatti, è impostato dal programmatore il quale traccia anche la
via da seguire nell’elaborazione
dei dati.
Il calcolatore procede quindi con una logica e un’efficienza incomparabili a
risolvere il problema stesso.
Gli ordinati, graduali e sicuri procedimenti del pensiero verticale sono ben
diversi da quelli del pensiero
laterale.
Una pila di cubi nella quale ciascun elemento sia stato collocato con cura e
precisione su quello sottostante
può darci un’idea della natura del pensiero verticale.
Nel caso del pensiero laterale, invece, la disposizione dei cubi non è
prestabilita.
Essi possono essere liberamente collocati uno accanto all’altro o addirittura
sparpagliati alla rinfusa; ne
potrebbero tuttavia risultare combinazioni utili quanto una struttura verticale.
Il pensiero laterale si può più facilmente apprezzare nelle sue realizzazioni
pratiche, come nell’aneddoto dei
sassolini.
Sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte a un certo problema che sembrava
insolubile finché, tutt’a un tratto,
se n’è scoperta una soluzione straordinariamente semplice.
Una volta trovata, questa soluzione sarà apparsa così ovvia che diventerà
pressoché impossibile capire
come mai non sia venuta in mente prima.
Problemi di questo tipo possono veramente essere difficili da risolvere
finché si insiste nell’impiegare il
metodo verticale.
Il pensiero laterale non si propone solo la soluzione di problemi singoli, ma
si preoccupa anche di trovare
nuove interpretazioni della realtà e si interessa di idee nuove di ogni genere.
Se un aneddoto come quello dei sassolini verrà raccontato tutto di seguito e si
svelerà subito la soluzione,
gli ascoltatori saranno indotti a chiedersi dove stia mai questa gran difficoltà.
È solo se si farà una pausa
affinché possano cercare la soluzione da soli che essi si accorgeranno di
quanto sia difficile trovarla.
Anche nei migliori esempi di pensiero laterale, la soluzione, una volta trovata,
appare addirittura logicamente
ovvia. È molto facile dimenticare che tale soluzione era stata raggiunta non
con la logica ma grazie al
pensiero laterale.
Anzi, una volta che si sarà trovata la soluzione, molti saranno pronti a
spiegare come la si sarebbe potuta
ottenere col pensiero verticale.
In retrospettiva, infatti, diventa facile scorgere il filo consequenziale che
partendo dai dati iniziali di un
problema, lo guida fino alla sua soluzione.
Durante un esperimento di ipnosi, è possibile istruire un soggetto a esibirsi,
dopo che sarà uscito dallo stato
di trance, in un certo comportamento bizzarro.
Venuto il momento, il soggetto eseguirà le istruzioni ricevute
dall’ipnotizzatore, come quella di aprire un
ombrello in salotto, di offrire a tutti i presenti un bicchiere di latte, o di
mettersi carponi sul. pavimento e
abbaiare come un cane.
Se gli si chiederà perché mai si comporti in quello strano modo, il
soggetto darà prontamente una
spiegazione che non fa una grinza dal punto di vista logico.
Tale spiegazione offre una memorabile dimostrazione dei poteri della
razionalizzazione.
Tutti i presenti saranno a conoscenza della vera ragione di quello strano
comportamento, eppure il
protagonista riuscirà ad architettare una spiegazione perfettamente logica,
capace di convincere qualsiasi
nuovo arrivato.
Non vi è nulla di male nel rendere razionale col pensiero verticale una
soluzione trovata grazie al
procedimento laterale.
Il pericolo sta nel presumere che, per il fatto che tale via verticale sia
ricostruibile a posteriori, tutti i problemi
possano essere risolti con il pensiero verticale con la stessa facilità con cui
potrebbero esserlo con quello
laterale.
Una delle tecniche del pensiero laterale consiste nel fare deliberato uso di
queste facoltà razionalizzatrici
dell’intelletto.
Invece di procedere un gradino alla volta nel solito senso verticale, si
prende in considerazione,
all’improvviso, un elemento nuovo e del tutto arbitrario.
Si cammina poi a ritroso cercando di costruire un collegamento logico tra
questo nuovo elemento e il punto
di partenza.
Nel caso che si manifesti la possibilità di allacciare un collegamento, esso
dev’essere collaudato secondo i
criteri della logica più scrupolosa.
Se l’allacciamento risulta solido, veniamo allora a trovarci in una posizione
favorevole, irraggiungibile con il
consueto procedimento verticale.
E quand’anche tale posizione arbitraria non si rivelasse sufficientemente
solida, può sempre darsi che, nel
tentativo di giustificarla, si siano trovate nuove ed utilissime idee.
.
Vi sono alcuni che arrivano a preferire il procedi~`ento laterale al punto da
tentar di sostitúirlo in ogni `caso a
quello verticale.
Molti altri (la maggioranza) sono invece contrari al concetto di pensiero
laterale e insistono nel ritenere del
tutto sufficiente quello verticale.
Di fatto i due procedimenti sono complementari.
Quando il normale procedimento verticale non riesce a trovare la soluzione di
un certo problema, o quando
serve un’idea nuova, allora si dovrebbe usare il procedimento laterale.
Per trovare idee nuove quest’ultimo è indispensabile, a causa dei limiti
intrinseci propri dell’altro
procedimento.
Limiti che dobbiamo tenere ben presenti perché, considerati sotto un altro
punto di vista, costituiscono
proprio i vantaggi specifici del pensiero verticale.
La mente umana, per il modo in cui è organizzata, ha, come sistema ottimale,
la funzione di interpretare le
varie situazioni secondo il criterio della probabilità.
Il maggiore o minor grado di questa sarà determinato dall’esperienza e dalle
necessità del momento.
Il pensiero verticale si basa sul massimo di probabilità.
Se ciò non fosse, la vita di ogni giorno diventerebbe impossibile perché
bisognerebbe analizzare
profondamente ed esaminare con cura qualsiasi azione o-impressione, non
potendo dare nulla per scontato.
Come un millepiedi che si rendesse consapevole dei propri attributi fisici,
la mente umana sarebbe
paralizzata dalla sua stessa complessità.
Dopo aver preso in considerazione una determinata situazione di fatto, il
pensiero ha il compito di
autoeliminarsi per dar direttamente posto all’azione; e ciò è possibile
soltanto se alla interpretazione più
probabile di una situazione segue l’azione che ha la maggior probabilità di
risultare efficace.
Come l’acqua scende per i pendii, si raccoglie negli avvallamenti e affluisce
nei fiumi, così il pensiero
verticale scorre lungo i declivi della maggior probabilità che, per ciò stesso,
diventano vie di scorrimento
sempre più probabili.
Se il pensiero verticale significa alta probabilità, quello laterale significa bassa
probabilità.
Si scavano nuovi canali per deviare a forza il corso delle acque, e i vecchi
vengono sbarrati, nella speranza
che la corrente si trovi un letto diverso e migliore.
A volte, l’acqua, contro la sua tendenza naturale, viene persino risucchiata
verso l’alto.
Quando il pensiero laterale conduce alla gioiosa scoperta di una idea
veramente nuova, allora la bassa
probabilità del suo metodo si trasforma in altissima probabilità.
In questo momento, l’acqua, faticosamente risucchiata verso l’alto, diventa
un sifone che, di colpo, fluisce
liberamente.
Ed è a questo risultato che il pensiero laterale mira costantemente.
Proprio perché si volge alla ricerca di idee nuove, il pensiero laterale
sembrerebbe avere dei rapporti con il
pensiero creativo in senso stretto.
In realtà lo include ma abbraccia un campo d’azione più vasto.
Talora il pensiero laterale giunge a risultati genuinamente creativi, talaltra si
limita a rivelare aspetti insoliti di
una data cosa o situazione, e in questi casi si resta al di qua di una vera e
propria creazione.
Il pensiero creativo richiede spesso particolari capacità espositive, mentre il
pensiero laterale è aperto, più
genericamente, a tutti coloro che si interessano di idee nuove.
Non ci serviamo, in questo volume, per illustrare il pensiero laterale,
dell’attività creatrice intesa come
fenomeno schiettamente artistico, perché essa dà risultati troppo soggettivi. È
facile dimostrare l’efficacia del
pensiero laterale sulla base di risultati che si prestino a una chiara
valutazione di utilità o di inutilità; è
altrettanto facile decidere se esso ha, o non ha, effettivamente risolto un
problema; la valutazione di una
nuova creazione artistica dipende invece dal gusto personale o dalla moda
estetica del momento.
Il pensiero laterale sembra avvicinarsi alla follia nella misura in cui si
allontana dalle regole della logica e del
pensiero verticale. È dunque solo una forma di temporanea e deliberata
pazzia? Il metodo della bassa
probabilità è in qualche modo differenziabile dalle caotiche - associazioni
mentali della schizofrenia? Fra le
maggiori caratteristiche di questa infermità non c’è forse quella per cui la
mente del malato svolazza da
un’idea all’altra come una farfalla? E poi, se uno desidera vedere
temporaneamente il mondo sotto un
aspetto diverso dal normale, perché non ricorre alle pratiche
psichedeliche? Ciò che caratterizza
fondamentalmente il pensiero laterale è il controllo a cui sottopone l’intero suo
procedimento.
Se il pensiero laterale sceglie il caos, è perché vuol servirsene come
metodo, e non perché rifiuta di
adottare un metodo qualsiasi.
La logica attende costantemente all’elaborazione, e poi, all’esame e alla
selezione di soluzioni nuove di
qualsiasi specie.
La differenza tra il metodo laterale e quello verticale sta nel fatto che, nel
secondo caso, la logica guida il
pensiero, mentre, nel primo, lo serve.
Le prestazioni dell’intelletto restano a un livello costante e immutabile,
oppure sono suscettibili di
miglioramento grazie a incentivi o a circostanze particolari? Pochi
posseggono una naturale attitudine al
pensiero laterale, ma tutti possono acquisirla in una qualche misura,
applicandovisi con impegno.
I metodi didattici tradizionali normalmente non fanno nulla per incoraggiare
la gente all’acquisizione di una
mentalità-laterale; anzi, di fatto la ostacolano per la loro esigenza di adattare
il pensiero alle strettoie di una
serie di controlli.
Il pensiero laterale non è una formula magica che si può apprendere a tambur
battente e utilizzare subito
dopo. È un’attitudine e un abito mentale.
Le varie tecniche che descriveremo dovranno servire a illuminare il lettore
sui vari modi di procedere del
pensiero laterale, ma non vogliono essere un ricettario di pronto impiego per
la soluzione dei problemi. È
impossibile abiurare improvvisamente la fede nella onnipotenza del pensiero
verticale per abbracciare il
credo dell’utilità di quello laterale.
Quest’ultimo presuppone consapevolezza ed esperienza, e non è il frutto di
una rivelazione improvvisa.
CAPITOLO SECONDO
Quante saranno le persone che, almeno una volta nel corso della loro
esistenza, riescono a inventare
qualcosa di nuovo? Quanti sarebbero in grado di inventare la ruota, se non
fosse già stata inventata?
Molti assumono, nei confronti delle idee nuove, lo stesso atteggiamento che
adottano per gli incidenti
stradali: suppongono cioè che siano cose che possono capitare solo agli altri.
E questi “altri”, essendo i più qualificati a trovare idee nuove, sarebbero in
grado di produrne con maggior
facilità.
Se le idee nuove costituissero la giusta ricompensa di un duro lavoro e di un
lungo sforzo, tutti ne saremmo
lietissimi.
L’impegno e la buona volontà che molti ci mettono, i sacrifici che accettano
pur di riuscire nell’impresa, sono
certo meritevoli di successo.
E, se le invenzioni sottostassero a questa prassi, anche la società si
sentirebbe molto più a suo agio
nell’incoraggiare, sostenere e valorizzare tutti gli sforzi seriamente intesi a
questo scopo.
Invece, le invenzioni non sono necessariamente il frutto di questo diuturno
lavoro di indagine e di
elaborazione.
Darwin aveva già alle sue spalle vent’anni di ricerche sulla teoria
dell’evoluzione il giorno in cui gli fu dato da
leggere lo scritto di un giovane biologo, un certo Alfred Russell Wallace.
Ironia della sorte, lo scritto recava una chiara enunciazione della teoria
dell’evoluzione basata sulla
sopravvivenza del più adatto.
Sembra che Wallace l’avesse formulata in una settimana e in stato di delirio,
nelle Indie Orientali.
La elaborazione completa di una teoria può richiedere anni di duro lavoro,
ma il principio ispiratore può
nascere da una improvvisa illuminazione interiore.
In effetti, quando una teoria implica una visione delle cose completamente
nuova, è difficile pensare che
possa presentarsi in maniera diversa.
E non è neppure detto che la elaborazione di una nuova teoria debba essere
sempre il frutto di annose
ricerche: l’insoddisfazione per la vecchia può costituire lo stimolo per uno
sviluppo assai più rapido.
In realtà, un’elaborazione lenta può persino ostacolare il successo finale di
una concezione nuova, per la
ragione che, nel frattempo, le vecchie concezioni, almeno quelle che hanno
conservato una certa validità,
possono venir arricchite di altri apporti utili.
La scienza annovera schiere di zelantissimi cultori che affrontano il lavoro
con logica e meticolosità
impeccabili, ma che probabilmente non riusciranno mai a concepire un’idea
originale.
Gran parte delle nuove teorie nasce dopo che dati nuovi, forniti
dall’esperienza o dagli esperimenti, hanno
costretto a un riesame delle vecchie.
I dati di nuova acquisizione sono probabilmente i più idonei ad ispirare idee
nuove, ma non si può farci cieco
assegnamento perché, per lo più, vengono interpretati secondo i criteri della
vecchia teoria e adattati ad
essa in modo da rafforzarla.
Al paziente di uno psicanalista può accadere di accorgersi che quest’ultimo
cerchi abilmente di inquadrare
tutti i sintomi offerti dai suoi sogni in una diagnosi prestabilita.
Molti ritengono che le teorie freudiane resistano all’usura del tempo anche
grazie alla loro capacità di
adattarsi a tu”i i dati sperimentali con cui si intenderebbe confutarle.
Le nuove idee possono nascere da dati nuovi, questi però non sono
indispensabili.
Si può benissimo partire da dati vecchi e riordinarli in un modo nuovo e
validissimo.
L’esempio migliore ce lo fornisce, senza dubbio, Einstein.
Egli formulò la teoria della relatività senza ricorrere ad esperimenti o ad
apporti nuovi.
Proprio perché non se ne avvalse, la sua scoperta consisté in una mera
rielaborazione originale di dati
scientifici già a disposizione di tutti.
Gli esperimenti vennero solo dopo, e confermarono la teoria.
Einstein prese in esame e rielaborò in modo assolutamente nuovo quei dati
scientifici che gli altri scienziati
non avevano mai messo in discussione in quanto si trattava di dati già
inseriti nel sistema newtoniano. ~
spaventoso (e stimolante) pensare a tutte le scoperte latenti nei dati scientifici
disponibili, che andrebbero
meglio ristrutturati.
A tutta prima sembrò che le teorie einsteiniane migliorassero, ma solo di poco,
le precedenti.
Avevano permesso di calcolare con maggior precisione la lunghezza d’onda
della luce proveniente dalla
stella Sirio e di correggere leggermente i valori dell’orbita di Mercurio.
Sembrarono modifiche di poco conto, e invece portarono alla scoperta
dell’energia atomica.
Molta gente quando parla di idee nuove intende riferirsi alle invenzioni
tecniche e alle teorie scientifiche.
E, in entrambi i casi, una adeguata preparazione tecnica appare loro come la
premessa indispensabile a
qualsiasi risultato creativo.
Anche noi siamo d’accordo ma aggiungiamo che la preparazione tecnica non
basta, altrimenti tutti coloro
che la posseggono sarebbero automaticamente in grado di concepire idee
nuove.
Una donna, in America, guadagnò una fortuna per aver capito che, piegando
un foglio di carta in modo che
potesse servire da bolla di consegna, da fattura e da ricevuta, le ditte
avrebbero realizzato un notevole
risparmio di tempo, di fatica e di cancelleria.
La sua invenzione fu largamente adottata.
Può non esistere un rapporto tra il tipo di elaborazione e l’importanza dei
risultati conseguiti.
Idee banali e idee che cambiano il corso della storia possono scaturire da
procedimenti identici: si racconta
che a Napoleone costasse la stessa fatica debellare potenti armate nemiche e
togliersi dai piedi il cane della
moglie.
Un ottimo esempio di come non basti disporre di conoscenze tecniche e di
una adeguata attrezzatura per
inventare qualcosa di nuovo si trova leggendo la storia dell’invenzione della
valvola termoionica, l’invenzione
da cui nacque la tecnologia elettronica che compie miracoli nel settore delle
comunicazioni.
Edison il mago dell’elettricità, teneva letteralmente nelle mani uno strumento
come la lampadina che ora noi
possiamo considerare un modello, sia pur primitivo, di valvola termoionica.
Non solo l’aveva sotto mano, ma lo fece anche patentare.
Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di apprezzare l’importanza di un
simile strumento, nessuno
conosceva l’elettricità meglio di lui.
Dovettero invece passare anni prima che Fleming, a Londra, ne scoprisse
l’importanza e Lee De Forest, poi,
la trasformasse in valvola triodica; e anche lui si rese conto pienamente del
suo valore soltanto dopo che i
tecnici della telefonia cominciarono a impiegarla.
Per spiegare la straordinaria elusività delle idee nuove, i pessimisti
sostengono che si tratta in realtà di
scoperte dovute al caso.
Secondo loro, un’idea nuova non può essere concepita finché i suoi elementi
costitutivi non si riuniscono
simultaneamente, con un procedimento tutto particolare, nella mente di un
solo uomo.
Si tratterebbe solo di aspettare che il caso realizzi questa feconda
combinazione di elementi conoscitivi.
Ci troviamo qui di fronte a una spiegazione del tutto negativa, anche se molti
fatti parrebbero confermarla.
Quando si tratta di migliorare un’invenzione già fatta, la mente umana mostra
capacità ed efficienza assai
notevoli.
Nel corso di una vita umana, l’aereo, da audace esperimento di due
meccanici di biciclette, è diventato il
mezzo di trasporto per eccellenza, e nessuno contesta più la sua comodità ed
efficienza.
Il fragile miracolo della radio si è materializzato in un aggeggio banale, di
basso prezzo.
La mente- umana eccelle nél lavoro di elaborazione, e non ci sono limiti
riconoscibili a questa sua abilita chè
arriva fino alla progettazione di cervelli elettronici, in grado di estendere
ulteriormente la sua capacità di
elaborazione.
A tutto ciò fa contrasto la scarsa attitudine della mente umana a concepire idee
nuove.
Esse nascono sporadicamente, anche quando la tecnologia che le rende
possibili esiste da lungo tempo.
L’Hovercraft poteva essere costruito assai prima che Christopher Cockerell lo
concepisse.
D’altra parte la tecnologia rende attuabili idee alla cui realizzazione prima si
sarebbe dovuto rinunciare.
Per esempio, il lucasiano Charles Babbage, professore di matematica a
Cambridge, si sarebbe certamente
impegnato per far costruire il primo computer già verso il 1830 se fosse
esistita allora la tecnologia
elettronica necessaria per la costruzione di macchine di questo tipo.
Le sue idee erano valide, ma disponeva solo di ruote dentate.
Comunque, la tecnologia, da sola, non scopre nulla di nuovo.
Se si accetta la spiegazione negativa della nascita delle idee nuove, non resta
altro che aspettare, sperare e
pregare.
Ma il problema può essere studiato da un’angolazione diversa.
Se le idee nuove nascono solo per caso, come mai alcuni uomini, come
Edison per esempio, ne trovano
molte più dei loro simili? Di solito i grandi inventori, i grandi scienziati
fanno non una ma tutta una serie di
scoperte.
Ciò lascia supporre l’esistenza di una particolare attitudine distribuita in
misura ineguale tra gli uomini.
E questa attitudine non sembra attribuibile a una intelligenza particolarmente
acuta, ma piuttosto a uno
speciale abito mentale, a un particolare orientamento concettuale.
Le invenzioni possono procurare la ricchezza a chi le fa, ma ciò non accade
sempre.
L’inventore della mietitrebbia ha guadagnato una fortuna, quello della prima
seminatrice, invece, non ne
ricavò utili di sorta.
La sola ricompensa certa è la soddisfazione del risultato raggiunto. È una
soddisfazione del tutto diversa da
quella che si prova ottenendo successi di altro genere: è di una classe
superiore.
Dal momento in cui una scoperta si rivela non è più possibile ignorarla:
c’è in essa una scintilla di
immortalità.
Noi ora sappiamo che è impossibile rilevare su una grossa arteria
restringimenti dovuti all’adrenalina.
Oliver si affrettò a far conoscere al mondo la sua “scoperta”, ma il mondo,
in persona del noto fisiologo
professor Schafer, rimase scettico; tuttavia l’entusiasmo di Oliver indusse il
professore a iniettare un po’ di
quell’estratto a un cane di cui si stava misurando la pressione.
Con sorpresa di Schafer, la pressione sanguigna salì rapidamente.
Era stata scoperta l’adrenalina.
Si potrebbero ricordare molti altri casi di vere e proprie scoperte scaturite da
procedimenti mentali non
sempre impeccabili.
Succede come quando si cammina su una spiaggia ghiaiosa.
Si può procedere piano e con precauzione, cercando di assicurarsi
l’equilibrio ad ogni passo, prima di
compiere il successivo.
Ma si può anche passare in fretta da un sasso all’altro soffermandosi così
poco ad ogni passo da rendere
inutile assicurarsi un equilibrio stabile prima di compiere il successivo.
Quando si sarà raggiunto il posto desiderato, allora sarà venuto il momento
di guardarsi indietro per
individuare la via più sicura per ritornarci la prossima volta.
Talora l’itinerario migliore che conduce a una località lo si scopre solo dopo
averla raggiunta. ~: dalla cima di
una montagna che si scorge il sentiero più praticabile.
Scopo della logica non dovrebbe tanto essere quello di arrivare a delle
conclusioni, quanto quello di
esaminare la loro validità a posteriori.
Senza dubbio l’esame dovrebbe essere il più preciso e rigoroso possibile;
ad esso potrebbero venir
sottoposti, con altrettanta facilità, sia conclusioni di tipo verticale che
conclusioni di tipo laterale.
Si può obiettare che non c’è nulla di male nell’impiego del pensiero verticale
anche per quei risultati a cui si
può giungere attraverso il pensiero laterale.
Purtroppo, in questi casi l’uso del pensiero verticale può essere veramente
svantaggioso; ogni reale
risparmio di sforzi è illusorio perché il metodo logico deve, ad ogni passo,
fare scelte alternative, mentre il
pensiero laterale non ha tale necessità.
Il primo autentico svantaggio sta nel fatto che se il pensiero verticale riesce ad
arrivare a un risultato, ad una
meta, non sentirà più alcun bisogno di cercare una via migliore e più diretta.
Col procedimento laterale invece la via migliore per raggiungere la meta va
cercata dopo aver raggiunto la
meta stessa, e poiché il pensiero laterale ~ion è impegnato ad attenersi ad un
determinato itinerario che sia
solo discretamente percorribile, gli è possibile trovarne uno migliore.
Il secondo svantaggio sta neila direzione presa dal procedimento logico.
Per cercare idee, soluzioni nuove noi ricorriamo al metodo logico se questo è
l’unico che sappiamo usare.
Per muoversi, per produrre uno sforzo ci è allora necessaria una direzione.
Se vogliamo recarci in un posto seguiamo la direzione prefe~F renziale
indicataci dalla segnaletica. È la
strada mae1~ stra del metodo logico, che possiamo speditamente per~ correre.
Ma andare in tal modo in una direzione sbaF gliata può essere peggio che star
fermi.
Non è, que~ sto, un invito alla pigrizia, ma un suggerimento: inE vece di
procedere a tutta velocità nella
direzione più ovvia, sarebbe forse meglio, con qudlo stesso dispendio di
energia, fare un lungo giro
tutt’attorno.
La strada maestra del metodo logico conduce dritto a quella che pare la
soluzione del problema; può darsi
invece che per arrivare ad una reale soluzione di questo si debba procedere
nella direzione diametralmente
opposta.
Si può fare un esperimento semplice, consistente nel collocare davanti a un
animale uno schermo di fìlo
metallico attraverso il quale possa vedere il cibo che sta dall’altra parte.
Certi animali, come per esempio i polli, mireranno dritto verso il becchime e
cercheranno ostinatamente di
attraversare lo schermo.
Altri, dotati di maggiore intelligenza, come il cane, si renderanno conto
che, per arrivare al cibo, è
necessario prima di tutto allontanarsi da esso e poi aggirare lo schermo. ~
abbastanza facile effettuare
questa deviazione quando c’è un ostacolo che si frappone alla direzione di
marcia più ovvia; meno facile è
invece decidere di prendere la direzione opposta quando non si vedono
ostacoli.
Allorché le due donne che rivendicavano la maternità dello stesso`bambino
furono portate al cospetto di
Salomone, il re ordinò che l’infante fosse tagliato in due perché ciascuna
delle pretendenti ne avesse una
metà.
Salomone, che, come si ritiene, intendeva render giustizia e salvare il
bambino, dette un ordine che pareva
contraddire queste sue intenzioni ma che ottenne, in realtà, lo scopo di
scoprire la vera madre; infatti questa
dichiarò di lasciare il bambino all’altra donna piuttosto che vcderlo ucciso.
Poiché il pensiero laterale non ha direzioni obbligate, non gli è difficile
allontanarsi da un problema per
poterlo risolvere.
Se siete fermi con la macchina su una rampa e l’auto che vi precede slitta
all’indietro verso di voi, vi
sembrerà naturale innestare la retromarcia se l’altra corsia è occupata.
Può essere invece più sensato prendere la decisione opposta e andarle
incontro.
Ciò diminuirà l’impatto e a questo punto il freno a mano della vostra
macchina potrà bastare a impedire
all’altra di continuare a slittare.
Se una prima limitazione del pensiero verticale deriva dal suo bisogno di
essere conseguente in tutte le fasi
dell’indagine, una seconda sta nella necessità di trovare una definizione esatta
per ogni cosa.
Una mentalità rigidamente logica suddivide e riduce tutto alI’osso, le
varianti la mettono a disagio: una
parola deve sempre indicare la stessa cosa, né può mutare temporaneamente
significato per far filare un
certo ragionamento.
Chi si serve del pensiero laterale può sfiorare una parola appoggiandovisi
sopra solo un attimo, prima di
proseguire la corsa; chi usa il pensiero verticale deve invece sentirsi
saldamente in equilibrio su ciascuna
parola, riconoscerne la stabilità e l’univocità.
Egli dovrebbe classificare tutto, non lasciare alcun F margine
all’indeterminatezza.
Ricerca prevalentemente i criteri di separazione delle cose mentre chi si
serve del pensiero laterale
preferisce trovare il modo di accostarle.
Alcuni spingono la loro passione per le classificazioni rigide fino al punto
di imprigionare le idee
rappresentandole con simboli che poi vengono collegati tra loro secondo certi
rapporti.
Questo tipo di-definizioni matematiche può facilitare l’esposizione delle idee,
ma certo le coarta entro confini
che non sono i loro confini naturali.
La rigidità costrittrice del simbolo è un vincolo che impedisce in effetti
all’idea di espandersi liberamente
nella misura che può essere necessaria al suo sviluppo.
L’acqua di un pozzo non può essere classificata in base alla forma dei
recipienti usati per attingerla.
Nessun dubbio che i popoli occidentali debbano la loro efficienza e il loro
progresso al metodo matematico,
ma ci sono aspetti dell’attività mentale che non possono essere sempre
elaborati con questo metodo.
Risulta molto più utile alternare, a periodi di elaborazione rigida, periodi di
fluidità creativa.
L’inconveniente più grosso, nelle classificazioni, deriva dalla propensione
dell’intelletto umano a formulare
definizioni statiche.
Esso considera il “grigio” come qualcosa di precisamente definito e non
soltanto come un momento del
passaggio dal nero al bianco.
La differenza fra una definizione statica e una dinamica è che quest’ultima non
è affatto una definizione, ma
una mera possibilità.
La fluidità del possibile non impedisce l’emergere di idee nuove, come invece
fa la rigidità dell’essere.
Qualche tempo fa mi venne voglia di scoprire se l’intelletto poteva fare
l’esperienza di un’allucinazione visiva
rendendosi conto che si trattava di una contraddizione logica.
Con l’ipnosi è molto facile indurre il soggetto in trance a credere che quando
verrà pronunciata una certa
parola, proverà una determinata allucinazione.
Poi il soggetto è svegliato e, dopo un po’, vien pronunciata la parola
convenuta.
L’effetto è spesso scioccante.
CAPITOLO OTTAVO
Lo scrittore che si occupa di pensiero laterale resta insoddisfatto della sua
opera quanto e forse più degli
stessi lettori.
Egli sa che non le disquisizioni teoriche ma soltanto i risultati pratici
possono convincere dell’utilità del
pensiero laterale.
I termini astratti usati per spiegarne i procedimenti lo fanno sembrare nebuloso
e gli tolgono quella vivacità e
quel potere di persuasione che gli stessi procedimenti esercitano invece nella
loro fase di attuazione.
Le spiegazioni, in genere, o sono poco chiare (e quindi allarmanti) oppure
sono ovvie fino alla tautologia (e
purtroppo un principio, ovvio sulla carta, non lo è più altrettanto quando si
cerca di attuarlo).
Se le applicazioni pratiche del procedimento laterale riescono più convincenti
di qualsiasi trattazione teorica,
il miglior modo di illustrare tale procedimento è di vederne i risultati concreti.
A questo fine si potrebbero ricostruire nei loro vari stadi i processi mentali da
cui sono scaturite le grandi
scoperte e invenzioni della storia umana.
Ma queste analisi darebbero scarso affidamento perché dovrebbero
necessariamente essere di seconda
mano e affidarsi al resoconto tramandato dagli stessi scopritori.
Sono, di solito, informazioni fornite a scoperta avvenuta, e talvolta moltissimo
tempo dopo.
E possono anche non essere dello scopritore ma di qualche suo devoto allievo.
A successo conseguito torna molto comodo ricostruire le varie fasi della
scoperta, o dell’invenzione, in modo
da conferir loro il crisma della logicità.
Si propende a mettere in rilievo certi particolari e a sottacerne altri, affinché
l’intero iter scelto appaia il più
diretto al raggiungimento del risultato.
E anche quando la falsificazione è stata involontaria, il racconto rimane
ugualmente tendenzioso.
Non tutti gli scienziati sono onesti come Pasteur: molti fingono spesso
d’ignorare i contributi del caso e
preferiscono esagerare il rigore logico delle decisioni prese.
Il pensiero verticale è considerato l’unica via rispettabile per giungere a
risultati nuovi, e non è d;.~icile dare
a posteriori un’articolazione logica a ciò che si era evoluto in tutt’altro modo.
Esiste però un’alternativa che ci esime dal ricorrere a queste ricostruzioni
manipolate.
Essa ci permette di osservare il pensiero laterale all’opera offrendoci esempi di
prima mano.
Non sono esempi particolarmente importanti, e li abbiamo scelti fra molti altri
solo perché ciascuno di essi
permetteva di illustrare un aspetto particolare del pensiero laterale.
Ci limiteremo quindi a vederli sotto questo aspetto, trascurando il resto.
Questa scelta, operata fra i vari casi in esame durante i tre anni di sviluppo
del pensiero laterale, non ha
certo la pretesa di dare un’idea esauriente delle possibilità del procedimento.
Gli esempi sono troppo poco rilevanti per poter servire a questo.
Si tratta di semplici occasioni che permettono di riesaminare, alla luce della
ragione, i procedimenti formativi
delle idee nuove.
Come testimone di questi procedimenti, io non posso pretendere che mi si
faccia credito più di quanto
possano pretenderlo gli spettatori entusiasti di una rappresentazione teatrale.
Gli esempi prescelti hanno soprattutto il pregio della semplicità e della
praticità, i due scopi principali del
pensiero laterale.
Sarebbe bello per noi illuderci di aver scelto la semplicità soltanto per
compiere un tentativo di rovesciare la
tendenza in corso verso una sempre maggiore complessità, ma in realtà anche
la nostra pigrizia e la nostra
mancanza di abilità tecnica hanno influito su questa scelta.
Gli esempi che illustriamo sono o delle trovate per semplificare una certa
prassi, oppure delle piccole
invenzioni meccaniche.
Le une e le altre contribuiscono in misura assai modesta all’arricchimento
della mente umana, ma hanno
una loro completezza, cioè un punto di partenza, uno stadio intermedio e
portano a un risultato.
Il test che illustriamo per primo era assai noto e semplice, ma richiedeva
un’attrezzatura di tale mole che la
si poteva spostare solo con un grosso carrello.
Sembrò dunque necessario inventare un apparecchio più agile, e che si potesse
magari mettere in tasca.
L’ingombrante attrezzatura era composta di un misuratore elettronico di
pressione munito di un
amplificatore, e di un magnetofono che registrava il corrispettivo acustico
delle variazioni di pressione
arteriosa del paziente durante una determinata prova di respirazione.
Dall’esame di queste variazioni di pressione arteriosa era possibile risalire
all’origine del disturbo cardiaco.
Se si voleva costruire un nuovo apparecchio ci si doveva anzitutto
convincere che la registrazione era
un’operazione superflua.
L’unica cosa che veramente contava era il rilevamento delle variazioni di
pressione e questo lo si poteva
fare direttamente durante la prova della respirazione. C’era una seconda
operazione da scartare: la
trasformazione delle variazioni di pressione in corrente elettrica che,
attraverso l’amplificatore, dava risultati
di una precisione del tutto superflua per lo scopo che si voleva raggiungere.
Il modo più diretto di rilevare le variazioni di pressione starebbe,
notoriamente, nell’osservare le varie
altezze che un liquido raggiunge in un tubo sotto la spinta della pressione
sanguigna.
Ma questo tubo avrebbe dovuto essere così lungo e ingombrante da rendere
l’intero procedimento
praticamente impossibile.
Inoltre, i risultati sarebbero stati scadenti: l’inerzia della grande quantità di
liquido necessario difficilmente
avrebbe permesso di riprodurre le variazioni di pressione battito per battito.
A questo punto, l’ulteriore elaborazione dell’apparecchio era ormai legata
alla felice combinazione di due
idee. La prima fu offerta dal termometro clinico.
L’apparecchio che si studiava doveva essere semplice come un termometro.
La seconda si riallacciava al ricordo di uno strumento in uso una decina
d’anni prima, che serviva per la
misurazione della pressione arteriosa e consisteva in una colonna di mercurio
molto più corta del normale e
chiusa in alto affinché il metallo, salendo, si comprimesse l’aria che stava al di
sopra.
Il tubo sottile, capillare del termometro, e il fatto che si potesse usare una
colonna cortissima se si chiudeva
il tubo in alto concorsero a far concepire l’idea di uno strumento di vetro
grande come un termometro e in
grado di funzionare, per le prestazioni che gli si contava era il rilevamento
delle variazioni di pressione e
questo lo si poteva fare direttamente durante la prova della respirazione.
C’era una seconda operazione da scartare: la trasformazione delle variazioni
di pressione in corrente
elettrica che, attraverso l’amplificatore, dava risultati di una precisione del
tutto superflua per lo scopo che si
voleva raggiungere.
Il modo più diretto di rilevare le variazioni di pressione starebbe,
notoriamente, nell’osservare le varie
altezze che un liquido raggiunge in un tubo sotto la spinta della pressione
sanguigna.
Ma questo tubo avrebbe dovuto essere così lungo e ingombrante da rendere
l’intero procedimento
praticamente impossibile.
Inoltre, i risultati sarebbero stati scadenti: l’inerzia della grande quantità di
liquido necessario difficilmente
avrebbe permesso di riprodurre le variazioni di pressione battito per battito.
A questo punto, l’ulteriore elaborazione dell’apparecchio era ormai legata
alla felice combinazione di due
idee.
La prima fu offerta dal termometro clinico.
L’apparecchio che si studiava doveva essere semplice come un termometro.
La seconda si riallacciava al ricordo di uno strumento in uso una decina
d’anni prima, che serviva per la
misurazione della pressione arteriosa e consisteva in una colonna di mercurio
molto più corta del normale e
chiusa in alto affinché il metallo, salendo, comprimesse l’aria che stava al di
sopra.
Il tubo sottile, capillare del termometro, e il fatto che si potesse usare una
colonna cortissima se si chiudeva
il tubo in alto concorsero a far concepire l’idea di uno strumento di vetro
grande come un termometro e in
grado di funzionare, per le prestazioni che gli si chiedevano, con sufficiente
precisione.
Non si poteva ancora, però, generalizzarne l’uso, ed era di difficile
costruzione: la soffiatura del vetro
richiedeva delicate operazioni.
La realizzazione dell’idea fece un altro passo avanti quando a qualcuno,
nonostante tutto, venne l’idea di
ordinare uno di questi strumenti.
Lì sulla scrivania si trovava per caso un rotolo di sottile tubo di nailon ci
fu chi, vedendolo, pensò
all’improvviso che un pezzetto di quel tubo poteva benissimo sostituire il
tubetto di vetro.
Conclusione: un aggeggio, delle dimensioni di una stringa e che costava
poco più di cento lire, sostituì
(anche se solo per questo particolare tipo li esame) un’ingombrante
apparecchiatura che costava più di un
milione e mezzo.
Questo esempio mostra come si possano ottenere risultati utili evitando
nozioni preconcette, insistendo in
tentativi che a tuta prima possono apparire inconcludenti, servendosi della
memoria e – sfruttando gli stimoli
costituiti da casuali incontri con oggetti inconsueti.
Il convertitore di valuta è il risultato pratico dell’effetto esercitato da uno di
questi stimoli.
Doveva essere m semplice congegno di plastica e servire a chi faceva acquisti
all’estero per calcolare nella
propria valuta prezzi esposti.
Furono prese in considerazione molte soluzioni ma tutte si rivelarono troppo
elaborate e complicate.
La forma definitiva venne suggerita dalla X che compare in basso sui conti
dei vagoni ristorante delle
ferrovie inglesi.
Questo simbolo, considerato non come una X bensì come due V unite al
vertice suggerì m nomogramma
che, con l’aggiunta di qualche linea tracciata col compasso, costituì la base del
progetto definitivo.
Il nomogramma è un grafico che permette di eseguire con la massima celerità
le conversioni proporzionali, e
vi si poteva arrivare anche col procedimento verticale, ma in realtà non vi si
era arrivati.
Analogamente, la ricerca del modo più semplice per rendere visibile,
rallentandolo, il comportamento di un
flusso elettrico lungo un filo, finì con una collezione di quelle palline di
vetro a vividi colori che pendono
dall’albero di Natale.
Si era nel periodo natalizio e questi gingilli, presenti dappertutto, ispirarono
l’idea di usarli come campo
oscillante continuo con passaggio di energia rallentata da uno all’altro, su una
base di risonanza.
Il procedimento per cui uno stimolo casuale può originare un’utile
concatenazione di idee venne
deliberatamente impiegato per ideare un apparecchio semplice per l’esame
della respirazione polmonare.
A questo scopo esistevano già molti ottimi apparecchi, ma se ne cercava uno
più semplice e meno caro.
Si pensò che gli oggetti esposti allo Woolworth fossero i più adatti a ispirare
soluzioni nuove.
Si partì senza intenzioni preferenziali e con l’unico proposito di gironzolare
qua e là per il grande magazzino
finché qualcosa si fosse presentato da sé.
I primi ad attirare l’attenzione furono dei flauti di plastica che suggerirono
subito l’idea di un apparecchio che
emettesse dei suoni quando il paziente vi soffiava dentro, e seguendo questa
impostazione si arrivò a
pensare all’ancia di una concertina di plastica per ragazzi, che dava una debole
vibrazione.
Il flauto di plastica fornì l’idea di un tubo con fori laterali 1~ lln ficrhi~ottn z~
Pctr~mit~ .Ci nnt~ r~ nl~r~
quanti fori risultavano scoperti al momento in cui il fischio smetteva.
Quest’idea fu poi scartata ma permise di scoprire un’alternativa al principio
dominante delle manichette e dei
quadranti indicatori, in base al quale funzionavano gli apparecchi in uso.
Secondo il nuovo principio, il funzionamento dei polmoni poteva venir
controllato attraverso dei suoni
ottenuti secondo una scala di difficoltà.
Questo metodo offriva il vantaggio della semplicità e permetteva la
costruzione di apparecchi senza parti
mobili e quindi non soggetti a guasti.
Si provvide semplicemente a scambiare di posto il fischietto e i fori; il
fischietto fu applicato lungo il tubo e
all’estremità si praticò un foro variabile.
Per uno strumento così concepito occorreva un’ancia sottile da concertina, ma
s’incontrarono difficoltà per il
foro variabile, che non poteva essere contemporaneamente sottile e robusto.
Per ovviare a ciò si pensò di fare a meno del foro variabile e di sostituirlo
con più fori fissi di diverse
dimensioni.
Questa soluzione sembrò del tutto soddisfacente.
Un giorno, mentre lo si suonava, si coprì per caso l’ancia con un dito, e
inaspettatamente ci si accorse che
lo strumento continuava ad emettere un suono quando ci si soffiava dentro.
Diventò presto evidente che scegliendo bene la forma dell’apertura terminale,
questa funzionava come un
fischietto naturale.
La scelta di aperture terminali di diverse grandezze portò allo costruzione di
una serie di strumenti assai
semplici, costituiti da normali tubi di plastica chiusi a un’estremità da dischi
recanti ciascuno un foro di
diverso diametro.
Per ottenere un fischio era necessario soffiarci dentro con una certa forza e
la velocità dell’aria poteva
essere calcolata in base al diametro dei tubi che si riusciva a far fischiare.
Sembrò che il problema fosse così risolto nel più semplice dei modi.
Rimaneva tuttavia una difficoltà: se si soffiava con troppa violenza in un tubo
che avrebbe dovuto emettere
un fischio, talvolta questo non usciva.
E qui l’idea procedette per un’altra strada, lasciandosi indietro tutte le
acquisizioni precedenti.
Una mattina, mentre si stava preparando la colazione, il sibilo di una
pentola a pressione ispirò
all’improvviso una soluzione nuova.
Il fischietto della pentola, tolto dall’utensile, venne fissato con un nastro
adesivo a un tubo di cartone che
una volta conteneva i fogli di un calendario di seta, e si ottenne così un
prototipo.
Lungo il tubo vennero praticate delle fessure con una lametta da barba e si
constatò che più si chiudevano
queste fessure coi polpastrelli delle dita e più facile diventava far suonare il
fischietto.
Bastarono poche modifiche per arrivare a dare al congegno la sua forma
definitiva.
Si fece cioè scorrere un tubetto di plastica con fischietto incorporato lungo il
bocchino di cartone che portava
le fessure.
Era un modello che somigliava moltissimo a quello di partenza.
Il modo in cui si è giunti all’invenzione del gioco della L illustra
convenientemente l’utilità della libera ricerca
quando si ha un’idea chiara dello scopo che si vuol ottenere.
Un giorno, alla mensa del Trinity College di Cambridge, si parlava della
difficoltà, per un computer, di
giocare una buona partita a scacchi a causa del numero considerevole dei
pezzi in gioco e dell’enorme
quantità di combinazioni che ne risultava.
E ci si divertì a escogitare un gioco da tavolo che fosse molto semplice ma
allo stesso tempo abbastanza
intelligente da attirare il giocatore.
Il mattino dopo qualcuno trovò nella tasca della propria giacca un pezzetto di
plastica di forma quadrata e si
cominciò a discutere se fosse possibile utilizzarlo per qualche gioco.
Nacquero così parecchie proposte, ma poiché non era facile dire quale
fosse la migliore, si ritenne
indispensabile esaminarle una per una in pratica, e cioè provandone i giochi
corrispondenti nel pub, in modo
da scartare quei giochi che non riuscissero interessanti.
E fu per pura combinazione che questo procedimento condusse all’invenzione
del gioco della L.
Come gioco di abilità, esso fu considerato il più semplice possibile.
Ogni giocatore dispone di un solo pezzo (a forma di L) e lo muove su un
tavolino a riquadri in modo da
ostacolare il pezzo dell’avversario.
Sono presenti nel gioco anche due pezzi neutrali. ~ un gioco che richiede nel
giocatore un alto grado di
ahilità perché contiene più di diciottomila mosse possibili, ma nello stesso
tempo è più facile da imparare del
gioco di testa e croce.
Questa ricerca era stato un libero e piacevole esercizio, perché non si era
tenuti a scoprire nessun gioco in
particolare; l’unico criterio da seguire era la semplicità.
Se si è restii ad accogliere e ad elaborare gli stimoli più disparati, a ricerche
apparentemente senza scopo è
perché, spesso, non se ne vede un utile immediato e non si pensa che la loro
utilità potrebbe manifestarsi in
un secondo tempo.
Un particolare tipo di controllo della circolazione renale sembrava richiedere
una attrezzatura elaborata e
una speciale tecnica di perfusione.
Ma alla fine ci si accorse che si poteva eseguire l’esame servendosi di
un’attrezzatura il cui elemento più
importante era costituito dal dito dell’uomo.
Bisognava aumentare fino a un certo valore la pressione sanguigna
all’interno del rene diminuendo ad
intermittenza il deflusso del sangue invece che aumentandone l’immissione
come si usava fare di solito.
Questa idea era venuta in mente ricordando un esperimento di tutt’altro tipo
avvenuto due anni prima e
durante il quale si era fatta parecchia confusione portando avanti e indietro in
continuazione acqua e tubi.
Ma ciò che merita particolare rilievo è il fatto che, in precedenza, un
esperimento quasi analogo (a costante
diminuzione di deflusso) non aveva dato risultati utili.
Se coloro che realizzarono l’esperimento di cui parliamo avessero
conosciuto questo precedente,
probabilmente non si sarebbero neppure messi all’opera.
Invece lo ignoravano; lo compirono, e l’esperimento ebbe successo.
In molti degli esempi precedenti, si è visto come fatti ed oggetti osservati
casualmente abbiano dato l’avvio a
tutta una concatenazione di concetti che ha portato a risultati utili.
Invece di star lì ad aspettare che questi stimoli casuali si presentino, o di
andarli deliberatamente a cercare
esaminandoli poi in un modo non sistematico, ci si può limitare a prenderne
in considerazione alcuni in
particolare per il tempo necessario a scoprire in essi aspetti di una qualche
attinenza con il problema di cui
ci si sta occupando.
Il dato dev’essere scelto a casaccio: non ha serlso prenderli fra quelli già
correlati al problema.
Quando si trattò di studiare dei sistemi antifurto che impedissero ai ladri di
aprire la portiera delle automobili
con chiavi false, l’attenzione cadde su un normale spillo.
Bastarono pochi minuti per rendersi conto che esso poteva utilmente
concorrere alla soluzione del
problema.
Infatti, inserendo lo spillo nel buco della serratura nessuna chiave avrebbe più
potuto entrarvi.
Lo spillo poteva poi venir estratto con una calamita, quando si voleva usare la
macchina.
Un procedimento analogo, impostato su una ricerca ben delimitata, fu
adottato per l’ideazione di uno
strumento capace di arrampicarsi su una parete e di attraversare il soffitto.
Era stata una rivista a proporne la costruzione lanciando un concorso tra i
suoi lettori appassionati di
invenzioni.
Una prima versione di questo aggeggio (chiamato Suzie, sorella di Freddie,
che incontreremo in seguito)
funzionava già soddisfacentemente quando un mattino, nella stanza da bagno,
si volle vedere se il rotolo
della carta igienica poteva servire come elemento di fissaggio.
Il rotolo suggerì l’idea di una spirale che, con gli opportuni accorgimenti,
divenne particolarmente adatta a
fissare i nastri adesivi al congegno cosicché questo, nell’arrampicarsi sulla
parete, non solo non cadeva ma
vi si incollava sempre meglio.
Il procedimento si fa più complicato quando si tratta di inventare nuovi
attrezzi meccanici necessari per i
lavori sperimentali.
Una volta occorreva un attrezzo di presa meccanica abbastanza flessibile
da poter venir facilmente
installato, ma anche capace di irrigidirsi subito a sufficienza per poter
esercitare la sua funzione di presa.
Gli strumenti meccanici che vengono posti in luogo e poi fissati con viti sono
fastidiosi da istallare e la loro
tenuta lascia quasi sempre a desiderare.
Tuttavia, dopo aver studiato senza successo soluzioni basate su altri principi,
come quello del magnetismo,
fu giocoforza tornare alla resistenza a vite.
Nel corso di uno di quei tentativi capitò sottomano una striscia di carta
cromatografica (simile alla carta
assorbente) e se ne sperimentò l’impiego.
Era evidente che essa fosse abbastanza flessibile da modellarsi con facilità
attorno a un oggetto, tuttavia
non aveva la rigidità necessaria per tenerlo in presa.
Si poteva però pressare un certo numero di fogli in strati per vedere se in
questo modo fosse stato possibile
stabilire tra i vari strati una resistenza sufficiente a non cedere alle
sollecitazioni.
La difficoltà dell’operazione consisteva nel tenere all’inizio i vari strati
abbastanza soffici perché fossero
flessibili e poi riuscire a pressarli rapidamente insieme per farli diventare
rigidi.
Sembrò impossibile trovare una soluzione fino al momento in cui,
rovesciando deliberatamente i termini del
problema, venne presa in considerazione l’idea di pressarli per aspirazione.
All’improvviso questa soluzione apparve ovvia.
Bastò collocare dei fogli di carta in un sottile tubo di gomma chiuso a un
capo e in contatto, all’altro capo,
con un aspiratore.
Appena l’aerocompressione funzionò, i fogli di carta si compressero
fortemente insieme e, da flessibili che
erano (su un piano) divennero completamente rigidi.
Durante una gita in campagna ci si sfidò a chi inventava per primo un gioco
di società ispirandosi alla rete
metallica a esagoni di un pollaio.
Ci si scervellò parecchio con figure esagonali da cui non si ricavò nulla di
utile.
Parecchi mesi dopo, grazie al fatto che una rivista mi aveva chiesto con
urgenza alcuni giochi nuovi, e alla
circostanza che proprio in quei giorni mi era capitato di vedere un
collettore di rifiuti pollini, I’idea
dell’esagono riaffiorò ma, questa volta, in un modo che si rivelò subito
sfruttabile.
Contemporaneamente lo stesso collettore m’ispirò l’idea di un gioco
completamente diverso, anch’esso
pubblicato dalla rivista.
Le pareti a grata del collettore mi suggerirono l’idea di sentieri che si
ramificavano e si ricongiungevano.
Questa idea mi permise di inventare un gioco in cui ciascun partecipante
cercava di sopravanzare gli altri
indovinandone le mosse e cercando al tempo stesso di camuffare, con mosse
adatte, le proprie intenzioni.
La vittoria andava a chi era stato più abile nel prevedere il gioco degli
avversari.
Talora è sorprendente constatare come due problemi del tutto diversi
possano essere risolti quasi
contemporaneamente.
L’idea di usare le unità a T, come abbiamo fatto in uno dei precedenti capitoli,
m’era venuta in mente mentre
mi trastullavo su una sedia a dondolo dall’intelaiatura di acciaio.
Quasi simultaneamente mi venne da pensare che il dondolio della sedia
poteva servire anche a controllare
alcuni aspetti dell’attività del cuore. È notorio che, ad ogni battito cardiaco,
il corpo riceve un leggero
contraccolpo e che questo fenomeno può essere rilevato dall’indicatore di una
buona bilancia.
La sedia a dondolo dell’ufficio sembrava assai più adatta allo scopo di molti
altri strumenti macchinosi e
pesanti presi in considerazione nei mesi precedenti e che si basavano sui
medesimi principi.
Se il paziente sta seduto su una sedia a dondolo, ad ogni battito del cuore il
suo corpo ha un contraccolpo
proporzionale che fa muovere leggerissimamente la sedia.
Con un con~eFno a aneio (costituito dapprima di un gancio per tendaggi, di un
pezzetto di filo per canna da
pesca, di un po’ di plastilina e di una siringa) ho collegato la sedia a un
apparecchio sensibile che registrava
i lievissimi spostamenti e li trascriveva su carta, tracciando un diagramma che
forniva alcune indicazioni utili
sul funzionamento del cuore.
Quando il gancio non era fissato, i movimenti, anche violenti, della seggiola
non disturbavano minimamente
il sensibile strumento.
Ecco un’idea che era costata molti e inutili sforzi e che, all’improvviso, si era,
per così dire, presentata da sé,
e si era dimostrata di facilissima realizzazione.
Molto spesso la ricerca di una soluzione nuova è resa difficile dal fatto che
se ne ignora il principio
informatore, e ci si basa su una delle sue applicazioni.
Può essere divertente mettersi alla ricerca di oggetti da utilizzare
nell’elaborazione di una idea nuova.
Un giorno si cercava una piccola superficie paraboloide e Si finì per comprare
allo Woolworth un portauovo
di plastica che risultò avere la forma più adatta allo scopo.
Un altro giorno si voleva ideare un certo tipo di colino antischiuma per un
ossigenatore a bolla e si
collezionarono i seguenti oggetti: una spazzola da bagno, una pezzuola di
nailon per lavare le pentole, una
rete coprivaso di plastica, un bigodino e infine delle calze di nailon chieste in
prestito all’ultimo momen~o ad
una segretaria.
La pezzuola per le pentole si dimostrò alla fine la più adatta allo scopo.
Non c’è motivo di preferire gli oggetti d’uso comune ad altri strumenti più
elaborati, i quali, anzi, di solito
danno prestazioni migliori; il solo vantaggio o~erto dagli oggetti d’uso
comune è che essi sono più`a portata
di mano e quindi in grado di soddisfare l’inevitabile impazienza di fare una
prima, sommaria verifica della
funzionalità di un’id’ea, prima di procedere a una sua più accurata
realizzazione.
Talvolta si esamina un oggetto per il puro piacere di cavarci fuori qualcosa di
nuovo.
In questo caso !’indagine non mira a stabilire un rapporto tra l’oggetto e un
particolare problema, ma a
compiere un esercizio mentale fine a se stesso.
Una sera a pranzo il discorso cadde, a un certo punto, sui rapporti che era
possibile stabilire tra i coltelli e le
bottiglie di vino che erano in tavola.
E ci si divertì a escogitare il modo di collocare dei coltelli sulla cima delle
bottiglie senza farli cadere.
Forse questa idea era da attribuirsi alla presenza tra noi di un architetto.
La tavola non venne sparecchiata quella sera, così noi il mattino seguente
riprendemmo ad armeggiare
attorno ad essi e riuscimmo a trovare la soluzione che venne poi pubblicata in
un libro sul week-end (The
Five-days Course in Thinkin~).
In un’altra circostanza, alcuni palloncini vivacemente colorati visti in una
farmacia diedero lo spunto per
l’elaborazione di un metodo che permise di risolvere un problema assai
complesso.
Proprio allora lo si stava programmando su un calcolatore elettronico perché
sembrava non ci fosse altro
modo per risolverlo.
Quei palloncini da dieci cents al pacchetto bastarono invece a fornire una
impostazione esatta dei termini
del problema e l’opera del compute~ da due milioni e mezzo di dollari
divenne superflua. (Il costo
dell’elaborazione per mezzo del computer sarebbe in realtà ammontato a
poche centinaia di dollari ma la
soluzione sarebbe
151 stata di una precisione inutile allo scopo che ci si proponeva).
Un problema può avere soluzioni facili o c~mplicate: tutto dipende
dall’angolazione dalla quale lo si affronta.
Una domenica pomeriggio, mentre guardavamo una persona che fumava, ci
venne da pensare ai pericoli
del tabacco e al modo di scongiurarli.
Ci prospettammo due alternative ovvie: eliminare le sostanze nocive dalle
sigarette, oppure cercar di indurre
la gente a fumare di meno.
Nel primo caso si poteva filtrare il fumo togliendogli una parte delle
particelle di catrame (ma era una
soluzione imperfetta; si poteva pensare a un procedimento più elaborato, cioè
ad alterare, chimicamente o
per combusttione, le sostanze pericolose, evitandone così la formazione).
Si poteva però tentare il procedimento opposto e cioè diminuire la
concentrazione delle sostanze tabagiche
nel fumo aggiungendovi, anziché togliendone, qualche elemento.
Piccolissimi fori praticati con uno spillo nella sigaretta avrebbero permesso
all’aria di entrarvi e di rarefare il
fumo.
Indebolendo progressivamente l’aroma delle sigarette con un aumento
graduale del numero dei fori si
sarebbe forse riusciti a far perdere a molta
· gente il vizio di fumare.
Per calcolare fino a che punto i buchi di spillo avrebbero permesso alla
sigaretta un normale processo di
combustione fu eseguito preliminarmente un esperimento alquanto
approssimativo, si usò cioè un
aspirapolvere come macchina fumatrice.
È spesso sorprendente constatare a quali strani impieghi si prestino gli oggetti
di uso quotidiano.
In un’altra circostanza si trattava di trovare una sorgente
- di gas ad alta pressione dalla quale però il ~as potesse uscire azionando un
grilletto.
Si doveva inventare una nuova arma di difesa personale e ciò faceva parte di
quel concorso di cui abbiamo
parlato prima.
La bottiglia di seltz che si trovava sul vassoio davanti a noi si dimostrò la
soluzione più naturale: bastava
levarne il liquido, riempirla di gas ad alta pressione e applicarle un grilletto
adatto.
Se ci si fosse limitati a pensare alla bottiglia a sifone come a qualcosa che
serviva solo per le bevande o per
spruzzare l’acqua sotto pressione, non si sarebbe mai trovata questa soluzione;
ma il sifone era lì davanti e
fu la sua presenza fisica a suggerirci un uso diverso da quello normale.
Uno dei congegni che ci divertì di più escogitare fu Freddie, animale
domestico dell’era spaziale.
Desideravamo avere con noi qualcosa che potessimo vezzeggiare come un
cagnolino e che fosse adatto a
tenere in una casa moderna.
L’ “animale” doveva muoversi e comportarsi come un essere intelligente, non
aver bisogno di cibo, di essere
portato fuori o di altre cure particolari.
Si pensò a una morbida sfera nera che rotolasse per conto suo; se sbatteva
contro un ostacolo doveva
rimbalzare automaticamente in un’altra direzione, se fosse finito in una
strettoia senza uscita avrebbe
dovuto cavarselá da solo e ritornare al punto di partenza.
La sua costruzione ci procurò uno spasso davvero eccezionale perché, dopo
aver elaborato tutta una serie
di progetti complicatissimi, finimmo per trovare una soluzione assai semplice
servendoci unicamente di una
matita, di una gomma per cancellare, di una penna a sfera e di
un’automobilina elettrica.
Ci fu qualche difficoltà a trovare la sfera adatta e un tentativo per costruircene
una gonfiando un pal 15 lone
e rivestendolo poi con fogli di cartapesta fallì.
Il pallone alla fine esplose.
La sfera adatta fu trovata per caso nella vetrina di un negozio di Lexington
Avenue, a New York, incorporata
in un giocattolo.
Alle trovate tecniche sopra ricordate si poteva certamente arrivare anche con il
metodo verticale.
E magari con risultati più soddisfacenti.
Ma la domanda da farsi è se il pensiero verticale si sarebbe mai, di sua
iniziatiya, interessato alla loro
elaborazione.
Molte idee vennero ispirate, o promosse e migliorate grazie a dati di fatto
che nessuno aveva mai
volutamente preso in considerazione. ~ facile dire che il pensiero lateralc ha
bisogno di girare a lungo
attorno a un problema prima di arrivare a risolverlo mentre il pensiero logico
segue una strada assai più
diretta.
Ma la logica si muove in una direzione obbligata mentre molte idee sono nate
soltanto grazie a una illimitata
libertà di in dagine.
Come abbiamo visto in altri esempi, è sempre possibile arrivare a posteriori
e per via logica agli stessi
risultati ottenuti per via laterale.
Di molte delle precedenti trovate tecniche abbiamo omesso di descrivere i
particolari; invitiamo perciò i
lettori che lo gradisscro a completarne la descrizione per conto loro.
A noi non interessava mostrare un risultato ma descrivere un procedimento.
Coloro che non sono in grado di distinguere tra le due cose né di apprezzare
l’importanza delle piccole
invenzioni che abbiamo descritte avrebbero detestato anche le abitudini
dello stesso Einstein che si
dedicava, spesso e volentieri, a esercizi di questo tipo.
CAPITOLO NONO
L’ultimo capitolo può aver dato l’impressione che la funzione essenziale del
pensiero laterale consista
nell’ideare o nel progettare piccole invenzioni meccaniche.

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