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Haslam-Psicologia delle organizzazioni. Milano. Apogeo

Psicologia del lavoro (Università degli Studi Gabriele d'Annunzio - Chieti e Pescara)

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Psicologia delle organizzazioni

Haslam
Presentazione della prima edizione
Che cos’è l’approccio dell’identità sociale e perché è importante

Non si nega l’importanza dei processi individuali, ma è necessario ripristinare l’equilibrio, ammettere che gli esseri umani sono
membri di gruppi psicologici che agiscono in termini di identità sociali condivise e non solo individui che agiscono in termini di
differenze individuali e di identità personali. L’appartenenza a un gruppo può essere una forza organizzativa positiva e produttiva.
L’approccio comprende due teorie fra loro in relazione (entrambe con teoria di ricerca che risale agli anni Settanta):
- teoria dell’identità sociale;
- teoria della categorizzazione del sé.
Entrambe sono state sviluppare nel panorama della psicologia sociale, hanno impiegato qualche anno a evolvere fino alla loro forma
finale. Non si intende con ciò che tali teorie siano ormai “finite e perfette”, ma come tutte le teorie, hanno le loro lacune e contengono
elementi che devono essere elaborati e sviluppati. Con “forma finale” si intende che le idee essenziali sono state sistematizzate in una
forma matura e coerente. Sono “teorie”, quindi comprendono un insieme di assunti e di ipotesi fondamentali e interrelate, che portano
a nuove previsioni da sottoporre a esperimento.

Teoria dell’identità sociale → è una teoria delle relazioni intergruppi. Ha avuto inizio come modo per cercare di dare un senso alla
discriminazione fra gruppi sociale e la sua idea fondamentale era che le persone effettuano confronti sociali fra gruppi, cercano una
distintività positiva per i loro ingroup a confronto con gli outgroup, per raggiungere un’identità sociale positiva.
Teoria della categorizzazione del sé → teoria del gruppo psicologico. Cerca di spiegare come individui diversi siano in grado, in
circostanze particolari, di diventare, agire, pensare e sentire come un gruppo psicologico.
Queste due teorie condividono l’idea che non si può dare un senso a come si comportano le persone quando agiscono in termini delle
loro identità sociali estrapolando alcuni aspetti dalle loro proprietà come persone individuali. Entrambe le teorie condividono l’idea
che la struttura e il contesto sociale siano fondamentali per il modo in cui i processi dell’identità sociale nascono, sono vissuti e danno
forma alla cognizione e al comportamento.

Capitolo 1: Le organizzazioni e la loro psicologia


Umani = animali sociali → gran parte del nostro comportamento è determinato dal posto che occupiamo in un’organizzazione.
Domanda centrale → come si deve intendere il contributo che i gruppi danno sia alla psicologia dei singoli all’interno delle
organizzazioni, sia al funzionamento delle organizzazioni nel loro complesso?

● Che cos’è un’organizzazione?


Definizione classica: “dispositivi sociali per raggiungere in modo efficiente, con mezzi di gruppo, qualche finalità ben definita”.
Katz e Kahn → organizzazione come sistemi sociali che coordinano il comportamento delle persone mediante ruoli, norme, valori.
Ruolo = posto particolare occupato da un individuo e alle sue particolari funzioni. Sono categorie, i singoli che li rivestono sono
funzionalmente intercambiabili ed equivalenti.
Norme = prescrizioni di atteggiamenti e comportamenti associali a quei ruoli, creano aspettative su come una persona o un gruppo
deve pensare, sentire e comportarsi.
Valori = principi di livello superiore che debbono guidare questo comportamento e l’attività dell’organizzazione nel suo complesso.
La precisa costellazione di ruoli, norme e valori in una particolare organizzazione serve a creare significato condiviso per i suoi
membri → cultura organizzativa → la capacità di lavorare efficacemente in un’organizzazione dipende dalla sua comprensione di
questa cultura.
Stogdill → organizzazione come “gruppo sociale i cui membri sono differenziati riguardo alle loro responsabilità per il compito di
raggiungere un obiettivo comune”.

In tutte le organizzazioni esiste una differenziazione interna, non solo perché i singoli nelle organizzazioni hanno ruoli diversi, ma
perché appartengono a gruppi diversi.

Statt → organizzazione, 3 caratteristiche centrali:


1. è un gruppo con una identità sociale;
2. è caratterizzata da coordinamento (comportamento pianificato e strutturato);
3. è diretta a un obiettivo (struttura orientata a tale esito).

Le organizzazioni, in senso + generale, come qualsiasi gruppo, sono differenziate al suo interno e dotate di una finalità, che ha un
impatto psicologico sui suoi membri. Come ad es. società, squadre sportive o famiglie.
Studiare le organizzazioni → campo di interesse per: psicologia sociale, clinica e cognitiva → sociologi, economisti, antropologi,
storici, ecc.

● Paradigmi per lo studio delle organizzazioni e della loro psicologia


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1. Paradigma economico
Frederick Taylor (inizio ‘900), “Scientific Management” (“taylorismo”) → ha rivoluzionato la fabbrica industriale e ha avuto un
grande impatto sullo studio del comportamento organizzativo. T. credeva che la gestione degli operai e del loro lavoro fosse una
scienza esatta e che il compito di ogni manager fosse perfezionare e implementare quella scienza. Sosteneva che i lavoratori dovevano
essere selezionati sistematicamente per il lavoro che dovevano svolgere, in modo da escludere tutti tranne gli “uomini di primo
ordine” → processo di valutazione esaustiva. Sosteneva inoltre, che bisognasse introdurre un “sistema di incentivi a cottimo”, che
comportava ricompensare ciascun lavoratore per una produttività + elevata, facendo in modo che il lavoratore confidasse che la paga
non sarebbe stata variata successivamente. Sottolineava anche l’importanza di “individualizzare il compito di ogni operaio”.

2. Paradigma delle differenze individuali


Münsterber, il suo testo “Psychology and Industrial Efficiency” era diviso in tre parti:
- “L’uomo migliore possibile”;
- “Il lavoro migliore possibile”;
- “L’effetto migliore possibile”.
M. sosteneva che i ricercatori dovevano: sviluppare analisi precise dei requisiti di ogni lavoro e identificare le componenti
psicologiche chiare associale alla sua esecuzione efficace ed escogitare test che misurassero affidabilmente l’attitudine di una persona
in campi importanti.
Mentre Taylor sosteneva che i gruppi erano un ostacolo alla produttività e che il loro influsso doveva essere ridotto al minimo,
Münsterber notava che i gruppi possono dare un contributo psicologico positivo alla fabbrica “rafforzando la coscienza di solidarietà
fra i lavoratori e il loro senso di sicurezza”.
Gli scritti di M. hanno posto le fondamenta per tutti gli sviluppi importanti nella psicologia del commercio e dell’industria.
Sia Taylor che Münsterber pensavano che fosse determinante, per il successo delle organizzazioni, identificare la persona giusta per
un lavoro e foggiare l’ambiente organizzativo in modo adatto alle condizioni e alle potenzialità di quell’individuo.

3. Paradigma delle relazioni umane


Elton Mayo, condusse una ricerca (1924) sulle addette ai filatoi in un’industria tessile di Filadelfia, le filatrici avevano una
produttività molto bassa e livelli straordinariamente elevati di turnover. Mayo introdusse una serie di periodi di pausa nell’arco della
giornata, per contrastare l’affaticamento. I livelli di soddisfazione e di produttività aumentarono drasticamente nel gruppo, così che
chi ne faceva parte riuscì a raggiungere gli obiettivi di produzione e a ottenere per la prima volta in assoluto i premi relativi. Il gruppo
non aveva goduto di cambiamenti delle proprie condizioni, eppure era più felice e produttivo. Mayo ipotizzò che il contributo +
importante fosse stato quello di avere, senza saperlo, trasformato un gruppo di “solitarie” in un “gruppo sociale”.
Non erano i contenuti del cambiamento a importare → la sensazione di essere in una squadra esercitava un influsso potente sul
comportamento effettivo delle operaie.
Per Mayo, la caratteristica definitoria della vita organizzativa era il fatto che trasformava le differenze individuali in somiglianze di
gruppo.

4. Paradigma cognitivo
L’obiettivo generale di questi sviluppi è stata l’identificazione di processi mentali che potessero spiegare particolari schemi di
comportamento organizzativo → trasferire i principi generali della cognizione (esaminando aspetti come la memoria, il giudizio, ecc.)
al dominio organizzativo. Dopo la 2°GM, lo studio della cognizione da parte degli psicologi sociali è stato fortemente influenzato da 3
modelli di base che hanno caratterizzato il pensatore sociale rispettivamente come:
a. Ricercatore di coerenza;
b. Scienziato ingenuo;
c. Economizzatore cognitivo.
a. modello che ha avuto influsso nello studio degli atteggiamenti, dove si partiva dal presupposto che le persone mirino a
gestire e a dare un senso ai loro atteggiamenti e alle loro convinzioni rendendoli fra loro coerenti;
b. sostiene che la sua comprensione sarà basata su una valutazione più o meno razionale, che tiene conto di caratteristiche
dell’ambiente e non solo delle azioni di quella dipendente;
c. vediamo il comportamento degli altri (in particolare dei loro errori) come un riflesso della loro vera natura e personalità,
mentre vediamo il nostro come prodotto della situazione in cui ci troviamo.

L’obiettivo del manuale → definire un percorso nel campo organizzativo che delinei un nuovo approccio, basandosi sui punti di forza
dei paradigmi esistenti, cerca di fornire un’analisi per riconoscere e spiegare come l’appartenenza a gruppi e le relazioni sociali
contribuiscono alla vita delle organizzazioni.
L’idea è che i gruppi non siano solo caratteristiche esterne del mondo che le persone incontrano e con cui interagiscono, ma siano
anche interiorizzate, cossiché contribuiscono al senso di sé della persona. I gruppi definiscono chi siamo, che cosa vediamo, che cosa
pensiamo e che cosa facciamo.
Tajfel → ha coniato il termine di identità sociale per indicare quella parte del sé di una persona che deriva dalla sua appartenenza a
gruppi. Tajfel e Turner poi sono passati a esaminare il funzionamento e le implicazioni dei processi di identità sociale in rapporto a
un’ampia serie di fenomeni sociali.
Teoria dell’identità sociale → basi psicologiche delle relazioni fra gruppi e dei conflitti sociali;
Teoria dell’auto-categorizzazione → ruolo dei processi di categorizzazioni sociale nella formazione e nell’azione dei gruppi.
Considera i processi che portano insiemi di individui a credere di condividere l’appartenenza a un gruppo e come questo poi influenzi
le loro percezioni e il loro comportamento.

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Capitolo 2: L’approccio dell’identità sociale

È necessario comprendere come l’interazione sociale sia legata alle identità sociali degli individui, ovvero alla loro definizione di sé
in termini di appartenenza a gruppi.
L’approccio dell’id.sociale ritiene che i gruppi non sono solo un contesto passivo per il comportamento individuale, ma che la teoria
organizzativa deve sottolineare di + il modo in cui la psicologia dell’individuo è un prodotto della vita del gruppo e delle sue distinte
realtà psicologiche e sociali.

Studi sui gruppi minimi → Tajfel e colleghi, tentavano di identificare le condizioni minime tali da condurre i membri del gruppo a
discriminare a favore del gruppo a cui appartenevano (ingroup) e contro un altro gruppo esterno (outgroup) → emerse l’idea che il
semplice atto di categorizzare se stessi come membri di un gruppo fosse sufficiente perché gli individui esibissero forme di
favoritismo verso il proprio gruppo.

Comprensione degli studi sui gruppi minimi → l’identità sociale è parte del senso che una persona ha di “chi è”, associato a qualsiasi
appartenenza interiorizzata a un gruppo → ≠ identità personale = conoscenza di sé derivata dagli attributi specifici dell’individuo:
aspetto fisico, qualità intellettuali e gusti peculiari.
Dopo essere stati categorizzati in termini di appartenenza a un gruppo e dopo avere definito se stessi in funzione di quella
categorizzazione sociale, gli individui cercano di acquisire un’autostima positiva differenziando positivamente il loro gruppo.
La teoria dell’identità sociale sostiene che il favoritismo verso il proprio gruppo non è una risposta automatica o specifica della
persona, ma una reazione a particolari circostanze socio-psicologiche → varia con la situazione sociale in cui gli individui si trovano e
non è universale. Gli individui sono perciò inclini a mostrare favoritismo quando un gruppo a cui appartengono è centrale per la loro
definizione di sé.

Oltre la discriminazione: l’impatto della struttura sociale percepita → Tajfel sosteneva che il comportamento può essere rappresentato
su un continuum bipolare: a un estremo l’interazione è data dal carattere e dalla motivazione dell’individuo in quanto tale
(comportamento interpersonale); all’altro estremo il comportamento deriva dall’appartenenza della persona a un gruppo
(comportamento intergruppi).
Tajfel sosteneva che i processi di identità sociale entrano in gioco nella misura in cui quel comportamento è definito all’estremo del
continuum. Il punto esatto in cui gli individui si collocano sul continuum personale-intergruppi è una conseguenza dell’interazione fra
fattori sociali (caratteristiche oggettive del mondo che l’individuo affronta) e psicologici (interpretazione che l’individuo dà di quel
mondo).
Le credenze sulla struttura sociale dell’individuo si trovano su un altro continuum: quello fra un’ideologia di mobilità sociale e una di
cambiamento sociale. Le convinzioni orientate alla mobilità sociale sono date dall’idea che le persone sono libere di passare da un
gruppo all’altro al fine di migliorare o mantenere la propria posizione sociale. La credenza nel cambiamento sociale, invece, ha alla
base l’assunto che non sia possibile sfuggire al proprio gruppo al fine dell’avanzamento personale.
La posizione della credenza di un individuo sul continuum delle credenze sulla struttura sociale sarà in parte determinata dalle
caratteristiche oggettive del mondo che deve affrontare (se una data struttura sia per esempio, permeabile o meno).
Il 3° filone della teoria dell’id.sociale integra elementi dei due precedenti: analisi della discriminazione negli studi sui gruppi minimi e
dello spostamento lungo il continuum interpersonale-intergruppi.
In che modo lo status di una persona, e la base percepita di quello status, influiscono sul modo in cui cerca di avere un senso positivo
di sé stessa? La risposta della teoria dell’id.sociale tiene conto della misura in cui le persone percepiscono: i confini del gruppo come
permeabili e la posizione relativa nel gruppo, su una dimensione di confronto sociale, come sicura (stabile, legittima).
I modi in cui i dipendenti rispondono a forme diverse di cambiamento organizzativo possono essere molto diversi. Tajfel e Turner
hanno identificato 3 strategie di auto-accrescimento:
1) mobilità individuale = associata con una generale convinzione della possibilità di mobilità sociale;
2) creatività sociale;
3) competizione sociale entrambi aspetti di un sistema di credenze del cambiamento sociale.

Comprendere l’impatto della teoria → La teoria dell’identità sociale ha avuto e ha un’influenza notevole nel campo della psicologia
sociale. Sviluppata in Europa e usata per affrontare problemi di antagonismo fra gruppi e competizione sociale, è stata poi applicata a
temi come i pregiudizi, gli stereotipi, ecc. È stata una risorsa importante per i ricercatori convinti che nella psicologia dei gruppi ci sia
qualcosa di + della somma delle loro parti individuali.

● Teoria della categorizzazione del sé → limite teoria id.sociale = offre un’analisi poco sviluppata dei processi cognitivi
associati all’importanza dell’identità sociale. Per affrontare questi problemi è stata sviluppata la teoria della categorizzazione
del sé (Turner e colleghi, anni ’80). Anche se si usa l’espressione approccio dell’identità sociale per indicare queste due
teorie, è ancora importante distinguerle.

Depersonalizzazione e auto-stereotipizzazione → comportamento interpersonale (associato all’identità personale rilevante),


comportamento intergruppi (associato a un’identità sociale rilevante).
3

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Turner parla di “depersonalizzazione” = processo di auto-stereotipizzazione mediante il quale il sé finisce per essere percepito come
intercambiabile dal punto di vista categoriale con altri membri del gruppo di appartenenza. Il comportamento del gruppo è associato
ad un cambiamento nella struttura del sé, un cambiamento nella categorizzazione del sé.
Il processo di categorizzazione del sé: assunti e ipotesi
Le rappresentazioni cognitive del sé assumono la forma della categorizzazione del sé, che è visto come un membro di una particolare
classe o categoria di stimoli → è percepito più o meno equivalente ad altri stimoli in quella categorie e più o meno distinto da stimoli
di altre categorie.
Le categorie del sé e degli altri stanno a livelli di astrazione diversi, e i livelli + alti sono + inclusivi. Categorie di livello inferiore
(biologo, fisico) possono essere sussunte sotto quelle superiori (scienziato).
È utile considerare 3 livelli importanti del concetto di sé sociale, categorizzazione del sé:
- a livello umano (sovraordinato);
- a livello sociale (intermedio);
- a livello personale (subordinato).
La formazione e la salienza (= l’attivazione cognitiva) di qualsiasi categoria del sé sono determinate in parte dal confronto degli
stimoli a un livello di astrazione + inclusivo → la formazione delle categorie del sé è una funzione del metacontrasto fra differenze
interclassi e intraclasse.
Il metacontrasto contestualizza la categorizzazione legandola a un giudizio locale di differenze relative. Il principio del metacontrasto
è un determinante parziale di quali categorie i soggetti usano per rappresentare una data matrice di stimoli e un determinante parziale
della struttura interna di quelle categorie.
Le persone sono diverse per la misura in cui sono percepite rappresentative o prototipiche dei gruppi, così come un passero in genere
è più rappresentativo della categoria “uccello” di un pinguino.
La teoria della categorizzazione del sé prevede che la prototipicità dello stesso esemplare esattamente per la stessa categoria varierà
secondo una legge che è funzione del contesto sociale in cui la categorizzazione ha luogo.
La rilevanza di una categorizzazione a un particolare livello di astrazione porta ad accentuare le somiglianze percepite intraclasse e le
differenze percepite interclassi fra persone definite dalla loro appartenenza a una categoria dello stesso livello.

Prontezza e fit come determinanti della salienza dell’identità sociale


Bruner → un determinante della salienza della categoria sociale è il fit = grado in cui una categorizzazione sociale corrisponde
soggettivamente a caratteristiche rilevanti della realtà, così che la categoria appare un modo sensato di organizzare e dare un senso
agli stimoli sociali. La corrispondenza ha due componenti: comparativa e normativa.
Fit comparativo = definito dal principio del metacontrasto;
Fit normativo = nasce dal contenuto della corrispondenza fra caratteristiche della categoria e stimoli rappresentati. Per rappresentare
insiemi di persone come membri di categorie distinte, le differenze fra questi insiemi debbono apparire maggiori delle differenze al
loro interno (fit comparativo) e la natura di quelle differenze deve essere coerente con le aspettative che il soggetto ha rispetto alle
categorie.
Quando il contesto che chi percepisce ha di fronte si amplia a includere una serie di stimoli variegati, le categorie del sé salienti
saranno + inclusive e saranno definite a un livello di astrazione + elevato.

Lo status degli individui e dei gruppi in quanto rappresentativi delle categorie su cui è basata la percezione della somiglianza, varia
con il contesto. Non ci sono quindi differenze intrinseche e stabili fra le rappresentazioni etichettate ingroup e outgroup e non esiste
identità predefinita e universale in termini della quale una persona definisca se stessa. Le stesse persone possono essere definite come
un ingroup o come un outgroup in contesti diversi.
Queste due forme di attività intellettuale (individuale e sociale) devono funzionare adeguatamente, sono interdipendenti e di pari
importanza.

Capitolo 3: Leadership
Identità sociale e leadership
I leader rappresentano e definiscono l’identità sociale

L’analisi dei leader non può essere staccata dalla considerazione del gruppo in cui sono parte. “Il leader dev’essere sintonizzato sui
bisogni dei followers, sulle loro percezioni e aspettative”. I leader devono rappresentare gli interessi del collettivo nel suo complesso e
non solo i propri interessi personali.

I leader sono membri prototipici dell’ingroup


Concetto importante della teoria della categorizzazione del sé, è la visione di leader come prototipo dell’ingroup e in quanto tale
ricapitola al meglio la categoria sociale di cui è membro. La variabilità della proto tipicità relativa segue del principio del meta-
contrasto (qualsiasi stimolo particolare verrà percepito come più proto tipico di una categoria nella misura in cui è meno diverso da
altri membri di quella categoria di quanto lo sia rispetto ad altri stimoli salienti in un contesto dato) → la prototipicità dello stesso
identico esemplare per la stessa identica categoria varierà in funzione del contesto sociale in cui avviene la categorizzazione. Le
proprietà dell’individuo derivano non da qualità intrinseche alla persona, ma da caratteristiche dell’individuo in quanto
rappresentativo di una categoria sociale definita in base al contesto.

I leader sono imprenditori di identità sociale

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Leader = costituente attivo del gruppo, definisce il gruppo ed è da questo definito → “imprenditori di identità”. Se gli aspiranti leader
abbracciano idee che non sono rappresentative del gruppo, è necessario cercare di ristrutturare il contesto sociale che definisce il
gruppo, per aumentare la prototipicità della loro candidatura. Un leader in carica può rafforzare la propria posizione dando sostegno
alla retorica “loro e noi” con atti di effettiva ostilità verso un outgroup.

La leadership carismatica è un’attribuzione, non un attributo → viene conferita dai follower. Senza un gruppo coeso e teso a un fine
non può esistere leadership efficace, e queste proprietà del gruppo sono a loro volta in gran parte un prodotto dell’identità sociale
condivisa. L’idea dominante che il carisma sia intrinseco alla personalità viene criticata, infatti i leader raggiungono la loro efficacia
soprattutto grazie a una capacità di definire gli obiettivi di un gruppo in modo che rafforzi sia il concetto condiviso del sé dei suoi
membri sia la propria influenza relativa → il carisma è un prodotto emergente. La leadership viene conferita dai followers e il carisma
è il prodotto di una relazione sociale, non un tratto personale.
Concezione romantica della leadership =tendenza ad attribuire il successo del gruppo alle azioni dei loro leader

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale


Prototipicità ed emergere del leader
La preferenza dei membri del gruppo per i leader non dev’essere in funzione delle qualità di quei leader in astratto, ma della loro
capacità di creare una differenziazione positiva fra ingroup e outgroup e di rendere “speciale” il loro gruppo → non esiste un livello
assoluto di un dato tratto che sia intrinsecamente adeguato per una data categoria di leadership.
Il leader emerge come una persona qualificata per il compito non in virtù delle sue qualità puramente personali ,ma in quanto
contestualmente rappresentativo dell’essenza del gruppo,di ciò che distingue noi da loro.

Identità sociale condivisa come collegamento fra visione del leader e azione dei follower
Il contesto sociale influenza le reazioni dei follower all’effettivo comportamento del leader.
Ricerca di Haslam e Platow → esaminano come l’approvazione di un leader da parte dei follower vari in funzione del modo in cui
quel leader tratta membri diversi dell’ingroup → leader studentesco, Chris, deve decidere chi premiare fra i membri del consiglio
studentesco che avevano appoggiato o osteggiato la decisione del governo di tagliare i finanziamenti all’università. Quando Chris
premiava membri del consiglio che avevano osteggiato il governo, il suo comportamento era un’affermazione di identità; quando
premiava le persone che avevano invece appoggiato la decisione, il suo comportamento rappresentava una negazione dell’identità. Era
+ probabile che gli studenti sostenessero il leader quando il suo comportamento era un’affermazione dell’identità.
La capacità del leader di rappresentare gli interessi del gruppo dei suoi follower influisce sulla sua capacità di ispirarli a impegnarsi,
solo quando il leader ha una storia di difesa dei valori condivisi del gruppo, questo è pronto a scendere in campo per lui e fare il
lavoro necessario.
L’incarnare l’identità dell’ingroup influisce direttamente sulla capacità del leader di mostrare una vera leadership, cioè sulla sua
capacità di aumentare il contributo dei follone agli obiettivi del gruppo. Quasta capacità di leadership dipende non dalle caratteristiche
del leader in sé (cioè dal fatto che sia corretto o meno) ma da una corrispondenza fra il suo comportamento e le esigenze del gruppo
,che varia con il contesto.

Differenziazione fra leader e follower e prestazioni di gruppo


Se le attività e le interazioni del gruppo servono a evidenziare ciò che rende diverso il leader da altri membri dell’ingroup, la sua
leadership può essere minata e resa meno efficace. Se un processo di gruppo distoglie l’attenzione dal gruppo nel suo complesso e la
orienta ai suoi costituenti individuali, può determinare una caduta nella produttività basata sul gruppo, fino alla disintegrazione del
gruppo stesso.
Lippitt e White identificano 3 stili di leadership:
1) democratico = coinvolge tutti i membri (gruppi + coesi e armoniosi);
2) autocratico = impartisce ordini e muove critiche;
3) laissez-faire = lascia il gruppo a sé.

Selezione sistematica del leader → i singoli membri del gruppo competono per il ruolo di leader.
Un test dimostra che i gruppi con un leader scelto a caso si comportano meglio di quelli privi di leader o con leader scelto secondo un
metodo ben preciso. Leader scelto a caso → gli individui mostravano un migliore mantenimento del gruppo, poiché deviavano di
meno dalla decisione del gruppo quando ne avevano la possibilità.
Ciò nonostante si è trovato che esistono delle aspettative stereotipiche → i follower tendevano a pensare che il processo di selezione
causale non fosse soddisfacente. Gli stereotipi sulle aspettative sono una risorsa, servono a differenziare i leader che si suppongono
esperti dai loro follower, a spiegare il trattamento differenziale e il rispetto attribuito ai leader e a giustificare quel trattamento
speciale.
La scelta generale del leader può essere vantaggiosa quando il gruppo ha un obiettivo condiviso e ben definito, è incline a comportarsi
in modo democratico ed egalitario, possiede un forte senso di identità sociale condivisa senza che sia stato nominato leader.
Le attribuzioni di leadership sembrano dipendere dal fattp che i follone percepiscano di essere,con i loro leader, sulla stessa barca. La
differenza fra un boss e un leader, è che il primo dice “andate”, mentre il secondo dice “andiamo”. È probabile che l’identità
condivisa venga minata quando si percepisce che i leader ricevano gratificazioni (finanziare x es.) che li differenziano dai followers.
Il comportamento organizzativo è determinato da una razionalità di ordine superiore che tiene conto delle realtà e delle relatività a
livello di gruppo. Poiché la leadership è il prodotto della relazione fra leader e follower, è questa relazione che deve essere coltivata da
quanti mirano a generare una followership. Se le risorse sono dirette al leader preso isolatamente, possono non solo andare sprecate
ma dimostrarsi anche controproducenti.

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Capitolo 4: Motivazione e commitment

Identità sociale, motivazione e impegno


La motivazione è un riflesso e un prodotto della categorizzazione del sé → la teoria dell’identità sociale è fondata su assunti
motivazionali, infatti sostiene che il comportamento intergruppi sia motivato in parte dal bisogno di raggiungere o mantenere
un’identità sociale positiva, bisogno correlato all’autostima. La teoria della categorizzazione del sé può fornire un modello + generale
e integrato, poiché incorpora i bisogni correlati alla stima all’interno di un modello processuale del sé → ciascuno di questi livelli
diversi di definizione del sé deve essere associato a un insieme distinto di bisogni.
Ciò che distingue questa analisi e quelle delle teorie dei bisogni, è che suppone che il processo fondamentale, che determina quale
categoria di bisogno guidi il comportamento di una persona, sia la salienza della categoria del sé.
Il modo in cui definiamo noi stessi varia in funzione del contesto.

La motivazione varia in funzione di fattori contestuali che determinano la categorizzazione del sé


La teoria dell’identità sociale suggerisce che, se i singoli si pensano o meno in termini di una data identità sociale, e quindi sono
guidati dall’autostima e da altri bisogni in relazione con quell’identità, dipende dallo status del loro ingroup, dalla permeabilità
percepita dei confini del gruppo e dal loro sistema di credenze.
La misura in cui una persona agisce in termini di una particolare categoria sociale del sé dipende sia dal significato precedente sia dal
significato contestuale di quella categoria.

La natura dei motivatori e dei fattori igienici varia in funzione della categorizzazione del sé
I fattori motivanti tendono ad essere percepiti come fonti di soddisfazione, gli elementi classificati come fattori igienici (condizioni di
lavoro, relazioni interpersonali, ecc.) sono adatti in pari misura a risposte positive e negative e perciò è probabile che siano fonte di
soddisfazione o insoddisfazione → tendenza dei lavoratori ad associare + strettamente alla soddisfazione fattori motivanti che fattori
igienici.
La teoria della categorizzazione del sé ci porta a prevedere che lo schema fondamentale delle risposte ai fattori motivanti e igienici
deve mutare in funzione del livello saliente di astrazione del sé di una persona → ciò che funge da fattore motivante dipende da “chi si
è” in ogni dato contesto: se si è una persona che lavora da sola o che fa parte di un’équipe.
Il ruolo dei fattori igienici nel determinare la motivazione al lavoro non è statico o predeterminato, ma rappresentano dei motivatori
(esito del processo della categorizzazione del sé).

Nei contesti intergruppi, la motivazione è basata su considerazioni legate all’identità sociale, non all’equità
L’equità ha un ruolo motivazionale importante in contesti in cui l’identità personale dei singoli è saliente e questi sono coinvolti in
scambi interpersonali → la teoria dell’equità = i confini tra i gruppi sono permeabili e tutti i lavoratori adottano credenze di mobilità
individuale, condizioni in genere associate con la salienza dell’identità personale.
Quando l’identità sociale condivisa diventa psicologicamente significativa per un individuo, deve essere una determinante potente
della sua motivazione.
Studio di Haslam → gli studenti erano + disponibili a seguire le lezioni ed elencavano + orari in cui avrebbero potuto seguirla quando
la richiesta era formulata in termini di una categoria sociale inclusiva “noi”, rispetto a quando era formulata in termini di una
categoria sociale esclusiva.

La categorizzazione del sé determina se i motivatori sono intrinseci o estrinseci


Il sé è definito a livelli di astrazione diversi, si può prevedere che un motivatore percepito come estrinseco quando è saliente l’identità
personale di una persona possa essere ridefinito come intrinseco quando quella persona si definisce in termini di un’identità +
inclusiva.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Bisogno di successo come esito mediato socialmente


Un ampio corpus di lavori ha mostrato che fattori di stratificazione organizzativa, permeabilità percepita e legittimità influenzano sia
la consapevolezza che una persona ha della propria identità come membro di un gruppo, sia la sua identificazione con il gruppo. Se
degli individui si dispongono a perseguire collettivamente obiettivi di gruppo, devono mostrare di conseguenza un interesse minore
per il proprio avanzamento individuale.
Il favoritismo verso l’ingroup non è una distorsione cognitiva universale, ma una risposta a una struttura sociale.
Una parte sostanziale delle differenze individuali nel bisogno di realizzazione rappresenta l’esito di processi psicologici sociali della
forma descritta dalla teoria dell’identità sociale e della categorizzazione del sé, queste differenze emergenti avranno un impatto
continuo sulla motivazione lavorativa delle persone, ma è importante rendersi conto che le loro origini stanno tanto nella struttura
sociale e organizzativa quanto nella peculiare struttura psicologica dell’individuo.

Identificazione sociale come base del commitment organizzativo e della cittadinanza organizzativa
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Il commitment verso l’organizzazione si è dimostrato un predittore di comportamenti come per es. il turnover dei dipendenti →
l’identificazione con l’organizzazione aumenta quanto + l’ingroup è distinto positivamente da altri gruppi.
Quando il comportamento lavorativo è determinato da un’identità personale saliente, è probabile che le persone si impegnino in
attività che migliorano il loro status personale. Invece, quando agiscono in termini di un’identità sociale saliente, è probabile che
lavorino con impegno a promuovere gli interessi del gruppo con cui è associata quell’identità.

L’importanza dell’orgoglio e del rispetto basati sull’identità


Il problema fondamentale di una strategia basata sullo scambio (ricompense) è che porta a una conseguente spirale tossica di
comportamenti tipo “Che cosa guadagno?”, che va contro alla prospettiva “Che cosa guadagniamo?”, necessaria perché
l’organizzazione abbia successo.
Il goal setting è efficace se la partecipazione dei membri del gruppo nel processo di definizione degli obiettivi rende saliente l’identità
sociale e perciò incoraggia i singoli a definire un obiettivo del gruppo come rilevane per il proprio senso collettivo del sé.
Dagli studi di Tyler, emerse che l’orgoglio rispecchia i sentimenti positivi del singolo relativamente al proprio gruppo, il rispetto è
associato ai sentimenti positivi del gruppo relativamente all’individuo.
Il senso di orgoglio dei singoli è legato all’adesione alle regole organizzative, mentre il rispetto è associato di + a una tendenza a
impegnarsi in comportamenti extra-ruolo → questi risultati si accordano con l’approccio dell’identità sociale, poiché l’orgoglio deriva
dallo status elevato dell’organizzazione nel suo complesso, che i singoli sono motivati a mantenere collettivamente mediante
l’adesione a norme e regole condivise.
Orgoglio e rispetto corrispondono strettamente ai concetti interrelati di followership e leadership analizzati nel capitolo precedente.

Capitolo 5: Comunicazione e gestione delle informazioni

Identità sociale e comunicazione


L’identità sociale condivisa è la base della comunicazione efficace
5 funzioni fondamentali della comunicazione organizzativa:
a. esercitare influenza su altre persone;
b. ridurre l’incertezza da parte del comunicatore o del ricevente;
c. ottenere feedback pertinenti all’esecuzione di un’attività;
d. coordinare le prestazioni del gruppo;
e. risolvere bisogni affiliativi.

Le percezioni di un’identità sociale condivisa danno alle persone molte motivazioni per comunicare e una cornice cognitiva che può
rendere la comunicazione produttiva e di reciproco vantaggio → se gli individui non hanno la percezione di condividere
l’appartenenza a una categoria sociale, avranno meno ragioni per comunicare fra loro e le possibilità di cattiva comunicazione e di
fraintendimenti saranno •.
Se due o + persone condividono un’identità sociale comune, devono voler comunicare per ridurre l’incertezza, per coordinare le loro
azioni, per affiliarsi.
Se l’identità non è condivisa, queste stesse motivazioni dovrebbero essere molto + deboli. Quindi, la collaborazione degli individui a
tali attività dovrebbe essere meno spontanea e alla fine sarà meno produttiva rispetto agli obiettivi organizzativi rilevanti.

L’identità sociale crea i contorni e i confini della comunicazione


La comunicazione non è solo un mezzo per lo scambio di informazioni, ma anche una proprietà emergente, specifica del gruppo. Se le
identità sociali diventano parte corrente e relativamente stabile della definizione del sé, i gruppi a cui si riferiscono quelle identità
sviluppano forme di comunicazione condivise e distintive.
Questa comunicazione assume la forma di un codice interno al gruppo (gergo tecnico, modi di esprimere particolari, espressioni
tipiche, slang e argot) → modo comodo per riassumere informazioni, ma fungono anche da importanti marcatori dell’identità.
Quanti condividono l’identità sociale di un comunicatore avranno sempre + accesso al suo significato, ma quell’accesso tenderà a
ridursi drasticamente quando la comunicazione attraversa una divisione di categoria sociale.
Le persone nelle organizzazioni sono in grado di definirsi in termini di moltissime identità sociali diverse, definite a livelli di
astrazione diversi e con diversi livelli di inclusività → se le persone hanno l’esperienza di definirsi e agire in termini di una particolare
identità sociale, gli specifici codici di comunicazione associati a quell’identità devono diventare parte del loro repertorio
comunicativo.

Gli schemi di comunicazione variano in funzione della categorizzazione del sé


Nessuna forma di comunicazione è immune all’influenza e alle conseguenze della categorizzazione del sé → questo perché la
comunicazione è necessariamente orientata verso e strutturata da la definizione sociale del sé in ogni contesto dato.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Categorizzazione del sé come base per la gestione delle informazioni


I risultati di una ricerca dimostrano che i dipendenti in genere sono + disponibili a diffondere informazioni relative all’organizzazione
nel suo complesso che non quelle relative al loro team, ma + disponibili a passare informazioni relative al team che a info personali →
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+ inclini a passare informazioni a membri del proprio gruppo che a membri dell’altro team. Le differenze fra ingroup e outgroup nel
flusso di informazione erano + forti quando l’informazione era pertinente alla divisione fra ingroup e outgroup a livello di team.
Quando l’info era rilevante per l’organizzazione nel complesso, i dipendenti erano + disponibili a passarla ai membri dell’altro team,
ma quando era di natura personale erano molto meno disponibili a passarla perfino ai membri del loro stesso team.
Questi risultati variano in funzione delle relazioni fra gruppi → quando le relazioni fra i team sono competitive anziché cooperative, si
manifestava una generale tendenza a comunicare meno info relative al team e all’organizzazione.
Una ragione fondamentale per condividere informazioni con gli altri è scoprire di più sul sé → se è inteso puramente a livello
individuale, questo aspetto appare paradossale → se si accetta la possibilità di una definizione sociale del sé, tale per cui in alcuni
contesti altri sono visti come categorialmente intercambiabili con noi (cioè quando “tu” e “io” sono definiti da una percezione di
“noi”), la comunicazione con questi altri può risultare necessaria per definire e coordinare il contenuto e la forma di quel sé
socialmente categorizzato → la comunicazione è un percorso essenziale verso la conoscenza sociale del sé e il comportamento
collettivo orientato al sé.
Secondo l’approccio dell’identità sociale, la condivisione delle informazioni a cui hanno accesso tutti i membri del gruppo può avere
un impatto motivazionale positivo sui gruppi, è essenziale per dare sostanza e contenuto all’appartenenza a un gruppo psicologico.
Ciò che costituisce informazione in qualsiasi contesto organizzativo è di fatto un esito di un processo sociale, non semplicemente
qualcosa di “dato”, oggettivo, come i sostenitori delle teorie cognitive in genere hanno supposto.

Identità sociale e accomodamento linguistico


Modo in cui vengono comunicate le info → dice della relazione fra le parti coinvolte e contribuisce molto al futuro di quella relazione
e al destino delle info.
Teoria dell’accomodamento comunicativo (Giles) → si concentra su due caratteristiche dello stile comunicativo: la convergenza
(tendenza dei parlanti a modificare la propria comunicazione così che siano più simili a quelli percepiti dal ricevente →
categorizzazione sociale del sé condivisa) e la divergenza (tendenza dei parlanti a modificare la propria comunicazione così che siano
più diversi da quelli percepiti dal ricevente → categorizzazioni sociale del sé divise) → l’accomodamento è una sorta di auto-
stereotipizzazione linguistica (si riflette anche nella comunicazione non verbale, nel corpo, spazio, ecc.).
Secondo l’approccio dell’identità sociale, la tendenza a convergere e divergere dovrebbe variare in funzione dell’insieme delle
caratteristiche socio-strutturali che incidono sui soggetti in ogni contesto dato.
Gli schemi di accomodamento forniscono anche inferenze dell’orientamento psicologico, sono caratteristiche fondamentali del
paesaggio sociale e organizzativo, serve anche a perseguire gli interessi personali e collettivi in rapporto a quella realtà.
Per i principi dell’identità sociale, la convergenza agli stili di comunicazione dei riceventi o agli stili associati con quello che è x i
riceventi un ingroup prototipico, comunica e favorisce affiliazione, approvazione e influenza.

L’identità sociale come determinante dell’elaborazione di informazioni


Reazione del ricevente alla comunicazione → Alcune ricerche dimostrano che i messaggi provenienti da un ingroup hanno • influenza
di quelli provenienti dagli outgroup e che l’influenza aumenta quanto + i messaggi sono considerati prototipici di una posizione
dell’ingroup. Altri studi dimostrano che quando gli indizi sulla fonte di un messaggio sono disponibili prima della sua presentazione,
l’influenza di un messaggio prototipico dell’ingroup è associata a un’elaborazione + dettagliata e complessa dei suoi contenuti.
Gli effetti di questi studi sono importanti → confermano che la persuasione dipende dallo status di categorizzazione del sé della fonte
di un messaggio e mostrano che tale persuasione è basata su una elaborazione attiva del messaggio.

Capitolo 6: Processi decisionali di gruppo

Identità sociale e decisione di gruppo


Il contesto comparativo determina quali decisioni e quali decisori siano prototipici per un gruppo
Il processo di categorizzazione sociale rispecchia la capacità di qualsiasi categoria di dare un senso a una particolare matrice di
stimoli. La categorizzazione dipende in parte dalla percezione delle differenze relative fra gli stimoli, nel modo descritto dal principio
del meta-contrasto → il meta-contrasto determina sia in che misura una data categoria diventa saliente, sia in che misura particolari
membri di quella categoria sono visti come rappresentativi della categoria stessa.
La posizione prototipica del gruppo nel suo complesso si modificherà in funzione del contesto sociale di confronto; in particolare
questa norma (o prototipo) dell’ingroup si estremizzerà quando un ingroup si confronta con un outgroup che sostiene una posizione
diversa su un problema rilevante per la categorizzazione sociale del sé dei membri dell’ingroup → Quando “noi” si oppone a “loro”,
quello che “noi” significa sarà meno “simile a loro” di quello che sarebbe se “tu” e “io” fossimo considerati isolatamente.

Il groupthink è un prodotto di una maggiore salienza dell’identità sociale nel contesto di una minaccia fra gruppi
Gli individui che si categorizzano nei termini di identità sociale comune discutono e negoziano le loro differenze con l’aspettativa di
raggiungere un accordo. Quando è saliente un’identità sociale condivisa, la discussione di gruppo dovrebbe condurre a convergere
verso una posizione prototipica dell’ingroup → in particolari contesti sociali, le decisioni di gruppo dovrebbero essere tanto
consensuali quanto polarizzate.

Il groupthink è un prodotto di una maggiore salienza dell’identità sociale nel contesto di una minaccia intergruppi
La minaccia di un outgroup aumenta la pressione sull’ingroup a mantenere a tutti i costi la propria immagine positiva del sé e verrà
percepita con particolare intensità quando la minaccia è associata a esiti negativi per individui che si identificano fortemente e sono

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“bloccati” nella loro appartenenza allo specifico gruppo in questione → se la percezione della minaccia provoca nell’ingroup la
decisione di contrattaccare, si presuppone che tutti i membri siano d’accordo (forte motivazione).

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Polarizzazione del gruppo come conformità a una norma estremizzata dell’ingroup


A sostegno dell’analisi dell’identità sociale, gli autori hanno scoperto che la maggiore polarizzazione che si produceva nella
condizione in cui l’identità sociale era saliente e i partecipanti erano deindividuati era associata con lo scambio del numero di gran
lunga maggiore di osservazioni “orientate socialmente” → la polarizzazione nasceva perciò dal sostegno e dall’incoraggiamento
reciproco, non dall’ostilità e dall’inimicizia.

Il contributo dell’identità sociale condivisa alle decisioni consensuali del gruppo


Si sostiene che la salienza dell’identità sociale porti a un rafforzamento delle percezioni dell’omogeneità di ingroup e outgroup e si
prevede che queste percezioni siano ulteriormente accentuate da processi di influenza sociale basata sull’identità → se gli individui
non comunicano fra loro o se tale interazione è ispirata a prospettive sociali diverse, è improbabile che il consenso emerga come una
caratteristica naturale dei loro stereotipi o delle loro decisioni collettive in generale → l’impatto di qualsiasi cambiamento nella
dinamica del gruppo sarà sempre mediato dal significato relativo alla categorizzazione del sé che quei cambiamenti hanno per coloro
su cui influiscono e che gli interventi pensati senza fare attenzione a questo aspetto tenderanno ad avere conseguenze non volute.

Il groupthink come forma di mantenimento dell’identità sociale


La chiave per evitare il groupthink non sta nello spezzare i legami di amicizia nei gruppi, ma nello spezzare l’identificazione sociale
condivisa → ma “progettare in modo da eliminare” dalle organizzazioni i processi di identità sociale associati con il groupthink non
sempre è nell’interesse di quelle stesse organizzazioni o in quello della società nel suo complesso.

Capitolo 7: Negoziazioni tra gruppi e gestione dei conflitti

Identità sociale e negoziazione

I principi dell’identità sociale e della categorizzazione del sé suggeriscono molti modelli della negoziazione
Fra le prime applicazioni dei principi dell’identità sociale hanno sostenuto che il metodo + appropriato per trattare il conflitto sociale è
realizzare procedure che riducano la salienza delle categorie sociali coinvolte nel conflitto.
Modello di contatto decategorizzato (Brewer e Miller) → il contatto fra i membri dei gruppi in conflitto sarebbe efficace per ridurre
l’ostilità fra i gruppi, purché incoraggi rappresentazioni differenziate e personalizzate dei membri del gruppo → poiché le concezioni
individualizzate non sarebbero coerenti con le credenze stereotipiche che perpetuano il conflitto, farebbero abbandonare quegli
stereotipi e favorirebbero relazioni + armoniose.
Modello dell’identità dell’ingroup (Gaertner e colleghi) → si basa sulle evidenze sperimentali per le quali la ricategorizzazione
produce effetti positivi aumentando l’attrattività dei membri di quello che era l’outgroup, mentre la decategorizzazione arriva allo
stesso risultato diminuendo l’attrattività dei membri di quello che era l’ingroup.
Entrambi questi modelli propugnano strategie di gestione del conflitto che fanno violenza alla realtà sociale che la negoziazione
invece dovrebbe affrontare.

Una negoziazione di successo richiede che il conflitto sia affrontato a un livello opportuno di astrazione
Altro limite di entrambi i modelli (decategorizzazione e ricategorizzazione) è che partono dall’ipotesi che il conflitto intergruppi sia
per definizione negativo e sia quindi da evitare → ma le strategie di gestione dei conflitti non dovrebbero essere limitate solo a quelle
che comportano una risoluzione del conflitto.

I conflitti e le negoziazioni intergruppi coinvolgono identità sociali definite a livello di sottogruppo e a livello sovraordinato
La chiave per risolvere i conflitti non sta nel rafforzare la salienza dell’identità sociale a spese dell’identità del sottogruppo, ma nel
riconoscere e consentire l’espressione dell’identità sia sovraordinata sia del sottogruppo → tesi al centro del modello della doppia
identità di Gaertner e Dovidio (le categoria sociali distinte vengono riconosciute ma sono organizzate all’interno di una categoria
sovraordinata comune).
La salienza dell’identità sociale non deve sopprimere l’individualità o la specializzazione del sottogruppo, ma può semplicemente
tenere sotto controllo questi aspetti per andare verso un obiettivo comune.

Una negoziazione intergruppi di successo riconcilia le differenze dei sottogruppi entro un’identità sovraordinata condivisa
La salienza dell’identità del sottogruppo è necessaria per garantire che la base del conflitto venga affrontata e l’emergente salienza di
un’identità sovraordinata è necessaria perché le parti condividano una motivazione comune a svolgere il lavoro intellettuale creativo
necessario per riformulare le differenze sociali come punti di forza anziché come materia da contendere.
Perché la negoziazione proceda con successo, si renderà necessario mettere in campo un’attività di risoluzione di problemi, mentre le
identità sociali di livello inferiore restano salienti ma le parti ora cercano di riconciliarle con un’identità sovraordinata saliente.

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Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

L’identità sociale come determinante delle tattiche di negoziazione e della loro efficacia
Gli ultimatum sono una tattica di negoziazione comune, si avanzano delle richieste alla controparte, con la minaccia di qualche forma
di punizione → quando vengono usati con un outgroup, gli ultimatum spesso hanno la conseguenza opposta a quella desiderata,
perché comunicano ai destinatari uno schema di ostilità intergruppi e così li spingono a un inasprimento del conflitto → dalle ricerche,
se l’ultimatum era equo le reazioni erano favorevoli, se non lo era no, ma erano ancora + negative quando l’ultimatum veniva da un
outgroup. Questa reazione negativa di fronte agli outgroup non equi, Kramer la definisce aggressione moralistica.

L’unione delle identità di sottogruppo e sovraordinata


La salienza dell’identità sociale può essere il prodromo di una negoziazione + produttiva
Uno studio svolto sugli studenti dell’Università del Kent da Gonzàlez e Brown, dimostra che quanto + i partecipanti sentivano di
avere una buona relazione con i loro supervisori, tanto + era probabile che accettassero le loro decisioni e le percepissero come giuste
da un punto di vista procedurale e distributivo. Questi risultati sostengono l’idea che la duplice identificazione offra un percorso
importante per la risoluzione dei conflitti che si dipana destreggiandosi fra le due prospettive dell’inasprimento del conflitto
(separatismo) e dell’evitamento del conflitto (assimilazione).
La successione temporale dell’identificazione con il sottogruppo e sovraordinata
Perché la negoziazione risolva con successo il conflitto, deve passare da una fase di contesa basata sull’identità sociale a una fase in
cui è favorito il comportamento di risoluzione dei problemi.
La negoziazione deve favorire il conflitto, prima di cercare di risolverlo.
Una ricerca di Keenan e Carnevale dimostra che dare ai gruppi la possibilità di sviluppare un senso di identità sociale positiva prima
della negoziazione può avere un impatto positivo sulla direzione che poi prendono le negoziazioni.

Capitolo 8: Il potere

Identità sociale e potere

La percezione del potere d’esempio, di competenza e legittimo varia in funzione della categorizzazione del sé
Le forme di potere disponibili alle persone e gli usi a cui cercano di applicarle variano in funzione:
- della categorizzazione del sé di chi usa il potere;
- della sua relazione di categorizzazione del sé con coloro su cui
viene usato il potere.
Potere → non è una proprietà invariante di un individuo, ma la sua forma è un esito del processo di categorizzazione del sé.
Quindi, coloro che sono rappresentativi della stessa categoria sociale del sé rispetto a chi percepisce avranno un potere molto
maggiore rispetto ai membri non rappresentativi o di una categoria diversa.
Gli esperti hanno potere perché noi assegniamo a loro quel ruolo → riconoscimento della loro capacità di rispecchiare le cose che a
noi stanno a cure (valori, credenze, ideali, norme).

Il potere coercitivo è attribuito agli outgroup, non agli ingroup


La domanda è se anche forme di potere non basate sull’influenza varino in funzione dello status di categorizzazione del sé di chi le
usa → sì! Può essere detenuto sia dai membri dell’ingroup che dell’outgroup → Il potere repressivo è visto come uno strumento di
controllo a cui ricorrono gli outgroup anziché gli ingroup. Le persone tendono a pensare che i membri dell’ingroup agiscono in un
certo modo “perché è giusto”, mentre i membri dell’outgroup agiscono per ragioni strumentali (perché costretti, pagati o ingenui).

Il potere sociale è usato in modo strategico per portare avanti gli interessi dell’ingroup
I membri di un gruppo possono credere sia + probabile finire vittime del potere di un outgroup che non di quello di un ingroup, ma
esistono prove empiriche a sostengo di quest’idea?
Studi di Tajfel → se e come il modo di trattare ingroup e outgroup sia influenzato dal possesso di potere → emerge che se era
disponibile, il potere veniva usato per svantaggiare l’outgroup.
Quando una persona o un gruppo ha accesso al potere il suo uso varia in funzione delle relazioni di categorizzazione del sé fra le parti
coinvolte → l’influenza aumenta se le parti sono percepite come membri della stessa categoria del sé, mentre si prevede che l’uso del
potere coercitivo diminuisca.
Le percezioni e l’uso effettivo del potere dipendono dalla realtà sociale relativa al potere che chi percepisce ha di fronte. Inoltre,
mentre il potere coercitivo degli ingroup di solito verrà sottostimato, devono esistere situazioni in cui verrà accentuato.

L’uso del potere riflette il carattere delle relazioni intergruppi, legato al contesto, e non la carenza cognitiva
Dalla teoria dell’identità sociale segue che → quando gli individui che hanno poco potere o un potere moderato non sono in grado di
avanzare individualmente o lo percepiscono impossibile, dovrebbe essere + probabile che abbraccino un sistema di credenze basato
sul cambiamento sociale che li porterebbe a unirsi ad altri con scarso potere al fine di migliorare la propria posizione collettivamente.
(Cosa che succede x es. al comportamento delle donne in merito al potere sul posto di lavoro)

L’identità sociale fornisce la base per la condivisione del potere e dell’empowerment reciproco

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Kanter → un modo molto importante x i lavoratori di aumentare i proprio potere, è condividerlo → solo quando la condivisione del
potere ha senso in termini di una teoria del sé collettivo, è probabile che si realizzino i suoi benefici → l’empowerment ha la sua base
non della ridistribuzione del potere, ma nella ricategorizzazione del sé.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Categorizzazione del sé e percezione del potere


Le reazioni positive ai supervisori dell’ingroup rispecchiano il loro status di categorizzazione sociale anziché meramente il loro potere
→ abbiamo fiducia nei membri dell’ingroup indipendentemente da quanto potere hanno. La nostra mancanza di fiducia nei membri
dell’outgroup cresce con il loro potere, quel potere da loro la capacità di danneggiare i nostri interessi con un’efficacia maggiore di
quella che potevano avere prima.

Il contesto organizzativo come determinante delle risposte all’uso del potere


La richiesta proveniente da un superiore potente, che era vista come legittima e suscitava una risposta positiva in un contesto
intergruppi, era vista come irragionevole e accolta con indifferenza in un contesto interpersonale → il cambiamento sensibile al
contesto nella relazione di categorizzazione del sé fra supervisore e subordinato ha la capacità di trasformare il potere dei supervisori
in influenza sociale e l’apatia distaccata dei subordinati in cittadinanza organizzativa.

Potere e stereotipizzazione
Si ipotizza che i dipendenti abbiano la tendenza a stereotipizzare quanti sono meno potenti di loro e che i dipendenti senza potere
ricevano un trattamento meno personalizzato e + repressivo del dovuto → tuttavia, applicando i principi dell’identità sociale per
rispondere a queste argomentazioni, è stato suggerito che l’analisi convenzionale della relazione fra potere e stereotipizzazione dà per
scontate alcune caratteristiche strutturali e psicologiche importanti nella vita organizzativa → secondo la teoria dell’identità sociale,
quando le relazioni strutturali fra gruppi spingono gli individui senza potere ad associarsi per sfidare collettivamente i potenti,
mettono in campo gli stereotipi come armi in quel conflitto e rafforzano attivamente la differenza di potere.

Capitolo 9: Produttività e performance di gruppo

Identità sociale e produttività di gruppo

La produttività aumenta quando la categorizzazione del sé e la definizione dei compiti sono congruenti
Un determinante significativo della produttività in un compito sia la congruenza fra la definizione del sé di una persona e le
caratteristiche dell’ambiente in cui quell’attività si svolge → ipotesi della congruenza
Brown → la chiave per comprendere l’inerzia sociale sta nella mancata corrispondenza fra ciò che è richiesto dall’attività e la
definizione del sé dei partecipanti. Perché le attività del gruppo siano dotate di significato e coinvolgano il sé, i partecipanti debbono
definirsi e agire in termini di un’identità sociale rilevante, ma c’è proprio poco nel canonico paradigma dell’inerzia che renda saliente
l’identità sociale.
Deve esistere un’elevata congruenza fra il livello a cui quel compito è significativo e le attività che rafforzano il sé a livello personale
e in cui i partecipanti sono invitati a impegnarsi.
I compiti che favoriscono una categorizzazione personale del sé, però, in generale dovrebbero produrre una risposta meno entusiastica
quando sono definiti come attività di gruppo.

L’identità sociale condivisa è alla base di prestazioni di gruppo migliori


L’approccio dell’identità sociale suggerisce che quando gli individui partecipano a quelle che sono percepite come attività di gruppo e
si definiscono in termini di un senso del sé condiviso e basato sul gruppo, le loro prestazioni devono almeno corrispondere a quelle
osservate in condizioni di controllo standard.
Sia la divisione che la condivisione del lavoro possono contribuire a promuovere la produttività del gruppo quando l’identità sociale è
saliente, ma entrambe possono anche essere d’ostacolo quando non è saliente.

L’identità sociale è alla base della cittadinanza organizzativa e degli atti di sacrificio personale
Karau e Williams (1993) e Multen (1991) → entrambi i gruppi di ricercatori hanno trovato che l’inerzia sociale si riduce quando i
gruppi sono reali e hanno un significato o un valore preesistente per i loro membri. Karau e Williams hanno trovato che l’inerzia si
riduce quanto + le attività sono intrinsecamente significative, coinvolgono il sé o sono rilevanti per il gruppo → se condividono
un’identità sociale saliente, le persone che partecipano collettivamente ad attività di gruppo si impegneranno nella facilitazione
sociale.

Il valore della produttività di gruppo è un giudizio sociale basato sull’identità


Quel che costituisce la produttività è sempre in qualche misura un giudizio sociale da parte dei partecipanti e di chi li giudica e mentre
la salienza dell’identità personale spesso è associata a una tacita accettazione dello status quo, è molto + probabile che la salienza
dell’identità sociale funga da veicolo di cambiamento sociale.

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Se un supervisore chiede a un individuo di fare un’attività sgradevole, la probabilità che la persona la svolga è + alta della probabilità
che le stesse istruzioni siano eseguite da un gruppo → il gruppo può formarsi come modo per sfidare l’autorità di quanti hanno potere
e status.
Uno studio si è interessato di esaminare come il timore della valutazione contribuisca alle scarse prestazioni in un’attività di
brainstorming → “il timore della valutazione può essere responsabile di parte della perdita di produttività osservata nei gruppi di
brainstorming”.

La produttività di gruppo è esibita in forme che il gruppo stesso considera appropriate


L’approccio dell’identità sociale prevede che le prestazioni nelle attività di gruppo migliorino quando è saliente l’identità sociale dei
partecipanti, questa produttività sarà esibita in una forma e in una direzione percepite come appropriate dal gruppo stesso.
Il fatto che i gruppi hanno un ruolo così centrale nella vita delle organizzazioni è dovuto proprio al fatto che i gruppi hanno il
potenziale di essere + produttivi della somma delle loro parti → le decisioni e le attività di gruppo tendono a generare un senso
condiviso e + concentrato di coinvolgimento e di commitment da parte dei loro membri li rende uno strumento organizzativo
indispensabile.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Identità sociale, addestramento di gruppo e memoria transattiva


Formare le persone in gruppi da + benefici che formarle individualmente?
Alcuni studiosi hanno compreso che la formazione di gruppo è associata allo sviluppo di un sistema di memoria transattiva, una
comprensione condivisa delle diverse competenze e conoscenza di ciascun membro del gruppo e del contributo che ciascuno porta al
gruppo → vantaggio: elimina la necessità che ogni membro sappia tutto di tutti gli aspetti dell’attività → consente ai membri di
dedicare maggiore energia allo sviluppo di specializzazione complementari per il bene del gruppo nel suo complesso.
Dai risultati delle ricerche, è emerso che i gruppi formati insieme hanno commesso meno errori e avevano una maggiore conoscenza
del processo costruttivo → in questi gruppi c’era:
- maggiore differenziazione della memoria;
- miglior coordinamento dell’attività;
- maggior fiducia.
Inoltre, i gruppi che avevano ricevuto una formazione di gruppi avevano un senso + saliente di identità sociale condivisa → tendenza a
usare pronomi e aggettivi collettivi (noi, nostro) → teamtalk (Donnellon) → “senso del noi”.
Un’altra ricerca dimostra che la salienza dell’identità sociale da sola non è sufficiente per migliorare le prestazioni → i gruppi
partecipavano alla costruzione del team, si fidavano e volevano condividere le informazioni, ma non avevano l’esperienza specifica
per quel compito che avrebbe consentito loro di riuscirci → per tradurre la motivazione in produttività sono necessarie sia
l’opportunità sia l’esperienza → se mancano il potenziale produttivo del gruppo non può realizzarsi.

La salienza finalizzata dell’identità sociale come determinante della produttività di gruppo


Alcune ricerche hanno dimostrato che per esempio in condizioni di competizione intergruppi, i fattori che aumentano la salienza di
un’identità sociale rilevante (divise, trattamenti comuni) contribuiscono alla produttività del gruppo perché quell’identità può fungere
da veicolo significativo e finalizzato per l’espressione e il miglioramento di sé.
Scott → “definire semplicemente -team di progetto- un insieme di persone significa invitare a prestazioni scadenti, a meno che non si
facciano dei passi per dare alla categorizzazione un significato agli occhi dei partecipanti” → se un gruppo non ha significato o scopi
chiari e non offre alcune occasione di avanzamento, i fattori che rendono saliente l’appartenenza di una persona a quel gruppo
tenderanno a ridurre la produttività.

L’importanza degli obiettivi rilevanti per il sé


Il pattern generale dei risultati di diverse ricerche, sottolinea l’interazione complessa dei fattori che influenzano la produttività e la sua
rilevazione → la prestazione di una direzione apprezzata del sé era sempre rafforzata quando la categorizzazione del sé e le condizioni
dell’attività erano congruenti (es: in un compito di generazione di idee, i partecipanti generavano il maggior numero di idee quando la
loro categorizzazione del sé saliente era congruente con le condizioni dell’attività, cioè quando era saliente l’identità personale e
svolgevano il compito da soli, o quando era saliente l’identità sociale e svolgevano il compito in gruppi).

Capitolo 10: Stress

Identità sociale e stress

La valutazione della minaccia dei fattori di stress varia in funzione della categorizzazione del sé
I processi di gruppo possono alleviare lo stress quando danno un sostegno permette alle persone di superare le avversità → lo stress
potenzialmente rappresenta una forza sociale e organizzativa sia negativa che positiva.
L’approccio dell’identità sociale condivide con molti altri ricercatori, l’idea che il modello transazionale dello stress rappresenti una
cornice teorica corretta per cominciare ad affrontare le dimensioni psicologiche del processo di stress → limite di questo modello =
incorpora una concettualizzazione individualistica del sé.
Se è saliente la sua identità sociale, la valutazione primaria che una persona dà di un potenziale fattore di stress come minaccia al sé
deve essere orientata al significato che quel fattore ha per il gruppo invece che per quella persona come individuo.
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L’identità sociale condivisa rappresenta una base per il sostegno sociale e il coping
La capacità di far fronte a un fattore di stress dovrebbe variare in funzione della salienza dell’identità sociale e delle circostanze
materiali del gruppo di appartenenza.
Alcuni studi dimostrano che il sostegno sociale fornito dipende dalle percezioni legate all’identità sociale condivisa (es: le persone
sono + disposte ad aiutare uno sconosciuto quando sanno di condividere un’identità sociale con lui).
Tutte le forme di sostegno sociale possono essere viste come prive di autenticità, non sostanziali o indesiderate, se le identità sociali di
chi dà e di chi riceve il sostegno non sono allineate.
I principi della categorizzazione del sé suggeriscono che l’identificazione sociale ha il potenziale di creare una “spirale ascendente”,
in cui l’identificazione aumenta il sostegno sociale, che a sua volta rafforza l’identificazione sociale.
La relazione fra identità sociale e stress-soddisfazione per la propria vita è spiegato dal fatto che l’identità sociale è il fondamento per
ricevere un maggiore sostegno sociale.

L’identità sociale rappresenta una base per la ridefinizione dei fattori di stress ed eustress
Il sostegno sociale ha la capacità di trasformare in modo fondamentale la natura dell’esperienza di stress, in particolare trasformando
lo stress negativo personale in eustress collettivo.
Che i gruppi cerchino di reinquadrare negativamente o positivamente l’esperienza di stress, e come lo facciano, dovrebbe variare in
funzione di fattori strutturali, contestuali e ideologici.

L’identità sociale condivisa è una base per l’efficacia del management mediante tecniche di stress
Anche nelle condizioni in cui i gruppi si impegnano per superare lo stress, le dinamiche di vita di gruppo possono comunque
contribuirvi → in condizioni in cui gli individui si identificano fortemente con un gruppo, saranno pronti ad accettare un livello di
tensione + alto di quello che sopporterebbero altrimenti.
La salienza dell’identità sociale può essere vista come una determinante psicologica fondamentale della disponibilità dei dipendenti a
sopportare e a mettere in atto la gestione mediante regimi di stress come quelli del tipo descritti da Parker.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità sociale

Identità sociale e valutazione dei sintomi


I gruppi a cui apparteniamo ci aiutano a dare un senso a un’esperienza particolare, ma questa funzione è assolta da gruppi diversi in
contesti diversi.
I risultati di diverse ricerche suggeriscono non solo che la salienza dell’appartenenza a un gruppo fornisce una base per valutare
l’importanza di particolari fattori di stress, ma anche che questa valutazione dipende da caratteristiche del contesto sociale che
infondono un significato particolare all’appartenenza a quel gruppo.
L’appartenenza a un gruppo che definisce il sé non solo dovrebbe fornire agli individui una “lente” psicologica attraverso cui
percepire e interpretare il mondo, ma anche che dovrebbe dare loro una base per coordinare quelle percezioni e quelle interpretazioni
con altre persone.
È improbabile che spingere qualcuno a intendere in un particolare modo i potenziali fattori di stress abbia l’effetto desiderato, a meno
che la persona che propone quell’interpretazione sia percepita da chi riceve il consiglio come rappresentativa di un’identità sociale
apprezzata.

Identità sociale e coping nelle minoranze


James ha condotto uno studio su lavoratori americani appartenenti a gruppi etnici diversi x stabilire se esistesse o meno una relazione
fra le percezioni di discriminazione e pregiudizio sul lavoro, da parte di queste persone, e la loro salute psicologica → quanto + i
lavoratori si percepivano vittime di discriminazioni, tanto peggio stavano. Esisteva anche una relazione fra lo status di minoranza e la
cattiva salute: i dipendenti erano meno sani se il loro ingroup etnico era una frazione minore della forza lavoro dell’organizzazione.
Il sostegno sociale può essere una cosa meraviglia, ma nelle organizzazioni dove lavoravano gli intervistati, i membri delle minoranze
etniche non ne ottenevano molto e la loro salute ne soffriva.
Ma non si richiede necessariamente che i membri delle minoranze rinuncino all’appartenenza al loro gruppo assimilandosi alla
maggioranza, ma che possano mantenere la loro identità sociale come membri di quella minoranza in sistemi separati o pluralistici.
Alcuni studiosi hanno scoperto che riconoscere e affrontare il dilemma è un modo in cui i membri delle minoranze possono iniziare a
sfuggire dalle conseguenze negative → base del modello del rifiuto-identificazione → il riconoscimento della discriminazione è un
predittore di livelli + elevati di identificazione con l’ingroup → il “soffrire ad alta voce” aumenta il senso di appartenenza condivisa e
fornisce una piattaforma x collaborare.
L’identità sociale è centrale per la dinamica che trasforma i fattori negativi di stress in opportunità positive e trasforma le emozioni
personali negative in energia sociale positiva.

Identità sociale e burnout


Riflessione su come l’identità sociale sia coinvolta anche nella fase dell’esaurimento o nella fase generale di burnout.

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Se un’organizzazione cerca di sfruttare la motivazione al lavoro di chi ha una forte identificazione a vantaggio del gruppo, sul lungo
periodo queste persone possono sperimentare un maggiore esaurimento rispetto a chi ha una scarsa identificazione.
Da una ricerca emerge che al crescere dell’identificazione sociale, dei prigionieri cominciavano a opporsi alle autorità delle guardie e
alla fine la loro resistenza contribuiva a un’evasione che rendeva ingestibile il regime delle guardie. Le guardie sempre + preoccupate
e la rivolta portavano a un costante declino del loro senso di identità sociale condivisa.
Questa esperienza dei prigionieri è esempio del fatto che un senso emergente di identità sociale condivisa consente ai singoli di
resistere alle tensioni e di trasformare l’avversità in vantaggio → dall’altro lato le guardie mostravano come l’erosione dell’identità
sociale espone i singoli allo stress che può diventare un fallimento collettivo che prepara la strada al burnout.
La fisiologia dello stress può essere vista come un aspetto di un processo contestuale sociale che deriva dalle condizioni della vita di
gruppo e contribuisce a modellarle. Lo stress non è in primo luogo un problema di biologia, fisiologia o personalità, ma una
dimensione del funzionamento psicologico, il cui carattere testimonia la posizione attuale e quella desiderata dei singoli e dei
collettivi nelle organizzazioni e nella società e la natura delle relazioni sociali fra di esse.

Capitolo 11: Azione collettiva e protesta

Identità sociale e azione collettiva

Un’identità sciale condivisa è prerequisito dell’azione collettiva


Klandermans → modello che spiega le ≠ fasi della protesta → percezione iniziale di scontento delle persone e la loro identificazione
con il gruppo: “ingiustizia e capacità di agire sono convinzioni condivise da persone che hanno la stessa identità sociale e un nemico
comune” → principi di socializzazione del gruppo: significato comune, gli individui si motivano → in fine, principi organizzativi e
strutturali per mobilitare le persone (tempo, denaro, energia, ecc.).
“La condivisione di credente è l’elemento legante… Una psicologia sociale della protesta riguarda come le persone sviluppano le
identità sociali comuni” → l’azione collettiva tende a essere orchestrata attorno a identità preesistenti.

L’identità sociale è la base della leadership creativa di un collettivo


L’identità sociale deve fornire una prospettiva comune, allineare le esperienze di malcontento, fungere da base e motivazione → è
determinante anche il ruolo del leader → devono mobilitare risorse e motivare ad agire a vantaggio dei follower solo nella misura in
cui hanno una visione che è percepita fondata in quello che il gruppo è e in quello che deve fare per promuovere i suoi interessi
collettivi.

L’azione collettiva non comporta una perdita del sé ma è un’espressione significativa dell’identità sociale
L’azione collettiva è impedita quando gli individui scelgono una strategia di mobilità individuale, quando non è significativa
un’identità come o i leader non sono percepiti rappresentativi → barriere strutturali all’azione collettiva (insormontabili).
L’azione collettiva, le proteste, riflettono una ridefinizione del sé → non una perdita!
L’analisi dell’identità sociale cerca di spiegare e comprendere le azioni dei lavoratori in termini delle realtà sociali che devono
affrontare, non ha senso spiegare le attività delle persone facendo riferimento a norme, valori e obiettivi del gruppo che non siano
rilevanti per le loro stesse azioni.

Alcune verifiche empiriche dell’approccio dell’identità social

Identificazione sociale e percezione di ingiustizia sociale


L’ingiustizia in sé non è sufficiente, dev’essere interiorizzata e sentita e dev’essere sentita come qualcosa che l’individuo condivide
con altri membri del gruppo.
Sembra che un’identità sociale saliente porti all’azione collettiva, il legame causale potrebbe essere invertito → è probabile che
l’azione collettiva rafforzi la salienza dell’identità sociale in una dinamica in via di svolgimento → il senso di deprivazione dei
partecipanti a una ricerca era massimo quando erano + consapevoli del fatto che la loro perdita era condivisa con altri membri del
gruppo → la salienza dell’identità sociale di fronte all’ingiustizia non è una spinta all’azione collettiva, è molto + probabile che i
membri del gruppi di basso status che “sono fortunati” diventino sostenitori convinti dell’ideologia della mobilità individuale propria
del gruppo di status elevato.

L’identificazione sociale come determinante della disponibilità a partecipare a un’azione industriale


L’identificazione con una categoria sociale rilevante dovrebbe essere un predittore migliore dell’azione collettiva di tutta la serie di
variabili individuali considerate importanti da altri teorici.
In relazione alla presenza di minacce, dalla teoria dell’identità sociale segue che le persone che si identificano fortemente con un
gruppo, dovrebbero essere + inclini a proteggere la loro identità sociale affrontando collettivamente qualsiasi minaccia. Possono farlo
accentuando l’omogeneità intragruppo, mettendo in rilievo la solidarietà del gruppo.
Chi si identifica poco può resistere alle minacce all’identità optando per strategie individualistiche.
Chi si identifica si fa avanti per combattere, chi non si defila al primo segno di difficoltà. Chi si identifica poco può farsi avanti e
combattere solo quando non può + scappare e nascondersi.
L’azione collettiva non è il risultato di fattori psicologici, ma una risposta significativa a caratteristiche apprese soggettivamente della
realtà sociale.
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Quindi, la disponibilità a impegnarsi in un’azione collettiva basata sul gruppo dipende sia dall’identificazione con il gruppo sia dalla
cornice di riferimento e dal contenuto informativo a cui sono esposti i membri del gruppo.

L’impatto della struttura sociale percepita


Quale forma deve assumere il conflitto e in che modo dev’essere compreso perché le persone siano pronte ad armarsi collettivamente
contro le difficoltà? È + probabile che i singoli membri di un gruppo svantaggiato si uniscano e sfidino un outgroup dominante
quando si verificano specifiche condizioni socio-strutturali.
È più probabile che i partecipanti alle ricerche la cui appartenenza condivisa al gruppo era resa saliente dagli sperimentatori optassero
x l’azione collettiva in condizioni di chiusura, rispetto a quelli di cui era stata messa in risalto l’identità personale.
Il corpus di ricerche rafforza l’idea che gli individui danneggiati abbiano una propensione a impegnarsi in un’azione collettiva, ma che
nella società contemporanea, molti fattori operino contro questa possibilità → qualsiasi inclinazione a prender parte a un’azione
collettiva può essere contrastata da disposizioni strutturali che promettono mobilità individuale ma creano ingiustizia sociale.

Capitolo 12: Teoria, pratica e politica della psicologia organizzativa: in difesa del pluralismo organico
Integrazione di tutti gli argomenti trattati, si tracciano collegamenti fra questioni pratiche, teoriche e politiche.

Bisogno di una teoria organizzata sostenibile → gli approcci economico, delle differenze individuali e cognitivo ignorano il contributo
dei gruppi alla psicologia individuale (gruppi come fonte di malessere, malattia). Le organizzazioni sono viste come somma delle
componenti individuali.
L’alternativa a questi approcci è data dal paradigma delle relazioni umani, il cui limite però è dato da aspetti teorici e pratici non
specificati.

L’approccio dell’identità sociale come un paradigma organizzativo sostenibile


Viene considerato l’individuo in quanto membro del gruppo. Tutti gli aspetti analizzati (leadership, motivazione, ecc.) non sono
dell’individuo in quanto tale, ma in relazione al gruppo → l’identità sociale fornisce una serie di risorse tecniche con cui aprire nuove
frontiere nel dominio organizzativo.
Questo libro non vuole trasmettere l’idea che i gruppi sono sempre virtuosi → Sennett: “nelle mani sbagliate e usato per i fini
sbagliati, -noi- può essere un pronome molto pericoloso” → piuttosto i, libro cerca di spiegare che i gruppi sono innegabilmente una
forza del bene ma che, psicologicamente parlando, i processi di gruppo sono valiti tanto quanto quelli degli individui presi
singolarmente.
Leadership, cittadinanza organizzativa, comunicazione, persuasione, fiducia e protesta dipendono dal fatto che le persone possano
definirsi in termini di un’identità sociale condivisa.
La realizzazione dei principi dell’identità sociale contribuisce al processo politico solo stabilendo quali insieme di valori e obiettivi
condivisi in competizione vengono continuamente testati e perfezionati.
Se il processo politico viene sovvertito da una cattiva teoria organizzativa, la capacità delle organizzazioni di contribuire agli obiettivi
genuinamente democratici della giustizia e del servizio sarà limitata.
Per essere socialmente sostenibile, la teoria organizzativa deve ammettere la possibilità, e la validità psicologia, di identità sociali in
competizione e di un’azione, basata sul gruppo, potenzialmente antagonista.
Il comportamento sul lavoro idealmente dovrebbe avere come premessa un’unica identità organizzativa ed essere di natura
interpersonale anziché intergruppi.
Qualsiasi approccio alla psicologia organizzativa, per essere sostenibile, deve riconoscere la relazione fra conflitto e cooperazione →
riconoscere che ciascun processo ha la capacità di ovviare ai limiti dell’altro, che ciascuno dipende dall’altro.
Il conflitto fra gruppi è reso possibile dalla cooperazione a loro interno e può essere catalizzato da richieste di cooperazione a un
livello superiore. Le organizzazioni quindi hanno bisogno del conflitto sociale per le stesse ragioni x cui hanno bisogno della
cooperazione: per plasmare e imbrigliare il potenziale produttivo del sé socialmente strutturato. Poiché non esiste una
categorizzazione del sé “ideale”, non esiste un livello ottimale o una forma di conflitto che debbano essere favoriti.

Prospettive di cambiamento → 2 caratteristiche dell’identità sociale si impongono:


1) spiega una serie di fenomeni organizzativi con un insieme limitato, ben convalidato di principi teorici
(capitolo 2);
2) presenta un’analisi unificata di problemi che finora erano stati oggetti di trattazioni teoriche separate e
prive di connessioni.
Fino ad ora, la teoria organizzativa era caratterizzata dall’idea che i gruppi sono una seccatura metodologica e professionale.
La tesi centrale di questo libro è che si possono fare progressi reali nella teoria organizzativa → accettando una nuova metateoria, la
metateoria che sta alla base dell’identità sociale e della categorizzazione del sé offre una prospettiva realistica di rinnovamento →
essendo gli umani “animali sociali”, questa metateoria sostiene la necessità di apprezzare come società e psicologia abbiano la
capacità di plasmarsi a vicenda.
Un contributo di questo approccio è che contribuisce alla psicologia del cambiamento sociale come alternativa alla psicologia dello
status quo che pervade la letteratura organizzativa.
L’approccio dell’identità sociale fornisce una trattazione integrata di argomenti diversi, che esplicita gli assunti psicologici e politici
della teoria organizzativa e li mette alla prova con test comparativi.

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