Sei sulla pagina 1di 3

IL TEMPO IN BERGSON

Il filosofo Henri Bergson nasce a Parigi nel 1859 da famiglia ebrea di origine polacca.
Dopo gli studi liceali, durante i quali dimostra già uno spiccato interesse per gli studi
scientifici, si iscrive alla Scuola Normale di Parigi, dove segue i corsi del filosofo
spiritualista Émile Boutroux, laureandosi sia in filosofia che in matematica. Dopo la
laurea approfondisce la sua preparazione filosofica sui testi del filosofo evoluzionista
Herbert Spencer. Per il conseguimento del dottorato in filosofia nel 1889 presenta
due tesi, un su Aristotele e quella principale intitolata: “Saggio sui dati immediati
della coscienza”, che rappresenta anche il suo primo importante lavoro filosofico. In
questo saggio discute criticamente i concetti di spazio e tempo, prendendo le
distanze dalla tradizionale impostazione meccanicistica e inaugurando una nuova
attenzione alla dimensione qualitativa, tipica della concreta esperienza vissuta. La
“confusione” tra quantità e qualità tipica delle scienze, in particolare della Psicologia
sperimentale, viene trattata in riferimento al problema del tempo, nel Saggio sui
dati immediati della coscienza. Se si riflette sulla nozione di tempo della fisica
aristotelico, e sull’uso degli orologi nella vita pratica quotidiana, si “scopre” che esso
è essenzialmente spazio o, come si esprime Bergson, “tempo spazializzato”. Infatti,
le esigenze di calcolo della meccanica e l’organizzazione della vita quotidiana hanno
prodotto una concezione del tempo strettamente dipendente dal problema della
sua misurabilità. Ora, da questo punto di vista, il tempo non è altro che la misura del
movimento, ovvero di un punto che si sposta uniformemente nello spazio. La
divisione dello spazio percorso in un certo numero di intervalli tutti uguali, piccoli a
piacere, fornisce le cosiddette unità di tempo, con relativi multipli e sottomultipli
che rendono possibile la calcolabilità matematica, (dalle più antiche meridiane, alla
clessidra, fino alle lancette dell’orologio che scorrono sul quadrante). In questo
modo il tempo della scienza risulta un prodotto dell’intelletto che, astraendo dalle
differenze qualitative, fa di esso una successione ordinata nello spazio di istanti (o
intervalli) omogenei e uniformi, anche se distinti gli uni dagli altri. Infatti, per poter
“contare” le unità di tempo che passano, bisogna fare astrazione dalla loro
individualità qualitativa e trattarle tutte come identiche. Diversamente da quanto
sosteneva Kant nella Critica della ragion pura, per Bergson lo spazio, come prodotto
spontaneo dell’attività intellettiva, non svolge una funzione unificatrice dei dati
sensibili, ma permetta l’analisi e la distinzione. Inoltre questo tempo quantitativo è
discontinuo, ripetibile e reversibile. Discontinuo poiché le unità che lo compongono
(secondi, minuti,) sono “discrete”, ovvero separate spazialmente e non formano un
flusso continuo, come accade per esempio in una melodia musicale. Ripetibile
perché ogni unità è qualitativamente identica all’altra e quindi priva di individualità
e unicità. Reversibile in quanto, tornando indietro nella serie temporale, non si
incontra una realtà passata qualitativamente diversa dalla realtà presente, ma si
ripete semplicemente l’enumerazione di unità spaziali uniformi e omogenee tra di
loro. Secondo Bergson questa forma di tempo non è “sbagliata”, anzi è utile
all’uomo per lo studio scientifico dei fenomeni e per l’applicazione tecnologica che
ne consegue, ma non può pretendere, in virtù dell’autorevolezza della scienza,
l’esclusiva dell’unicità e della “verità”. L’alternativa proposta da Bergson è quella del
tempo vissuto o tempo della coscienza. Questo tipo di tempo, che “scorre” dentro di
noi, viene chiamato anche “durata reale”, per non confonderla con la durata
cronometrica degli eventi. Infatti, mentre quest’ultima è quantitativa e spaziale, la
durata reale è qualitativa poiché i vari momenti che la compongono non sono mai
paragonabili tra di loro sulla base della loro ampiezza, essendo vissuti sempre in
modo diverso dalla nostra coscienza. Quindi, nonostante l’omogeneità spaziale delle
unità di tempo, la “durata reale” è fatta da intervalli eterogenei tra di loro che,
inoltre, sono avvertiti dalla coscienza come un flusso continuo, un fluire ininterrotto
di stati di coscienza, ognuno dei quali “preannuncia quello che lo segue e contiene
quello che lo precede”, in modo tale che, mentre li viviamo, non siamo in grado di
dire quando finisce l’uno e quando comincia l’altro. La concezione “spazializzata” del
tempo viene anche paragonata da Bergson ad una collana di perle i cui grani (tutti
uguali tra di loro) sono meccanicamente accostati gli uni agli altri, senza
compenetrarsi reciprocamente, mentre il fluire della “durata reale” viene
paragonato all’arrotolarsi di un filo su un gomitolo “poiché il nostro passato ci
segue, e s’ingrossa, senza sosta, del presente che raccoglie sul suo cammino”. Per
questo motivo ogni momento della coscienza è irripetibile perché è il risultato di
tutti i momenti precedenti e, quindi, assolutamente nuovo rispetto ad essi. Tali
momenti sono quindi differenti qualitativamente, anche se in realtà non possono
essere distinti l’uno dall’altro se non quando sono già trascorsi: “coscienza significa
memoria”. Quindi l’io vive il presente con la memoria del passato e l’anticipazione
del futuro. Così l’intero svolgersi di un’esperienza (la “durata reale”) è anche
irreversibile. Mentre tutti i procedimenti scientifici, in quanto fondati sui rapporti
spazio-temporali tra i fenomeni, devono essere ripetibili e reversibili, nel tempo
vissuto non è mai possibile tornare indietro poiché la durata è una sequenza
continua che si accresce, sia per accumulazione successiva, sia per mutua
compenetrazione dei fatti di coscienza. Che il tempo della vita sia irripetibile e
irreversibile lo sa bene il protagonista della Recherche di Marcel Proust. Infatti,
anche se l’ultima parte della monumentale opera si intitola Il tempo ritrovato essa
rappresenta una strenua ed impari lotta contro il divenire temporale che travolge e
disintegra tutte le sensazioni e le cose. In particolare, l’impossibilità per il
protagonista di possedere interamente l’amata Albertine non dipende tanto dalla
sua fuggevolezza o infedeltà, ma per una ragione più profonda: perché l’azione del
tempo ha già contribuito a formare in quel determinato modo la persona di
Albertine e al suo innamorato non sarà più possibile recuperare quel passato che
non ha vissuto con lei, dal quale è stato escluso per sempre, e trasformarlo in
esperienze condivise. Così la coscienza di Albertine ,che dal punto di vista di
Bergson, altro non è che memoria, rimane inaccessibile per il suo innamorato che,
anche tenendo prigioniera presso di sé la giovane donna, è costretto a constatare
con struggimento che può solo sfiorare il chiuso involucro dell’essere amato, la cui
vita interiore profonda gli rimane preclusa. Il presente di Alberatine, come di ogni
altro essere umano, non è solo un fotogramma che si aggiunge a tutti i fotogrammi
del passato, bensì il risultato di una compenetrazione tra tutti i ricordi passati e il
presente a formare la continuità della coscienza in perenne ristrutturazione di se
stessa.
FESTA MARTINA 5C

Potrebbero piacerti anche