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PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO

ROMA

IL CONVENTO DELL’ECCE HOMO E IL PRETORIO DI PILATO


Elaborato finale per corso di Archeologia e Geografia biblica
a Gerusalemme

Docente Studente
Prof. Giovanni Loche O.F.M. Marco Antonio Napolitano (8208)

ANNO ACCADEMICO 2011/2012


Introduzione

Uno degli episodi più drammatici nel racconto della Passione è senza dubbio il processo di Gesù
dinanzi al Pilato, ambientato in quello che gli evangelisti definiscono con la parola greca
praitw,rion.
Sin dai primi secoli del cristianesimo i pellegrini che venivano a Gerusalemme per pregare nei
luoghi che avevano visto il passaggio terreno del Figlio di Dio, cercavano di identificare nella Città
santa i siti dove si erano svolte le ultime ore di Gesù narrate dagli evangelisti, registrando nei loro
appunti di viaggio (oggi molto preziosi per le ricostruzioni storiche) ciò che avevano visto.
Nella tradizione bizantina il Pretorio viene identificato con la casa di Erode, nella zona della
spianata del Tempio dove i cristiani avevano eretto la basilica dedicata a Santa Sofia. Dopo le
distruzioni operate dai Persiani e dagli Arabi si persero le tracce di quella basilica, e i Crociati
diedero vita alla tradizione dell‟Antonia, giunta fino a noi. Anche se nei secoli alcuni pellegrini
sostennero di aver visto il pretorio in altri luoghi della città, l‟identificazione medievale del sito del
giudizio di Gesù con una zona sita sull‟attuale via Dolorosa rimase pressoché inalterata nel tempo e
viene perpetuata dall‟attuale basilica detta dell‟Ecce Homo.
In un luogo come la città vecchia di Gerusalemme, perennemente attraversata da gruppi di turisti
e di pellegrini di varie confessioni religiose, che pare debbano coesistere in una confusione tanto
rumorosa quanto inestricabile, la chiesa dell‟Ecce Homo costituisce una piacevole eccezione. La
serena semplicità della sua architettura, il silenzio quasi irreale che si respira, invitano alla preghiera
e alla meditazione.
Nei sotterranei della basilica sono stati rinvenuti ampi tratti di una antica pavimentazione
romana, subito messa in relazione con il Litostroto o Gabbathà di cui parla Giovanni (Gv 19, 13),
soprattutto a motivo di alcuni graffiti di epoca romana incisi nelle lastre calcaree. Questo grande
pavimento, che ha suscitato l‟entusiasmo di alcuni studiosi e la perplessità di altri, è stato
immediatamente proposto come luogo di preghiera, essendo stato ritenuto il luogo “esatto” dove il
Cristo era stato giudicato, deriso e condannato.

Nel presente lavoro si cercherà di riassumere le tradizioni tramandate dagli antichi pellegrini su
questo luogo, tradizionalmente identificato come parte del Pretorio di Pilato presso la fortezza
Antonia. A questa serie di testimonianze faranno da necessario “contraltare” le evidenze che
provengono dalle successive campagne di scavi effettuate in situ dalla fondazione del convento
delle Figlie di Nostra Signora di Sion (1856) ai più recenti sondaggi del 1984. Si presterà

2
particolare attenzione al cosiddetto Litostroto, che presenta i tratti di maggiore originalità con i suoi
numerosi e complessi graffiti.

Le citazioni evangeliche

Il termine greco praitw,rion1 compare otto volte nel Nuovo Testamento. Solo in due casi (At 23, 35
e Fil 1, 13) non ci si riferisce al luogo dove Gesù è stato processato da Pilato. I sinottici Matteo (Mt
27, 27) e Marco (Mc 15, 16), come pure Giovanni (Gv 18, 28 -due citazioni-; 18, 33; 19, 9), non
forniscono dettagli che ci permettano di stabilire l‟esatta localizzazione topografica del sito. Si può
supporre tuttavia che gli evangelisti fossero certi che i lettori loro contemporanei avrebbero ben
saputo individuare il luogo con la semplice menzione della parola Pretorio. Solo Marco riporta
l‟espressione e;sw th/j auvlh/j( o[ evstin praitw,rion (Mc 15, 16), dove con il termine auvlh, si può
intendere tanto un cortile, come traduce la versione CEI, quanto un edificio o una residenza
signorile2. Giovanni, dal canto suo, cita la parola praitw,rion ben quattro volte. Descrivendo il
processo dinanzi a Pilato in maggior dettaglio, l‟evangelista ci permette di capire che il Pretorio era
un luogo interno alla residenza del procuratore romano, nel quale i giudei non vogliono entrare «per
non contaminarsi e poter così mangiare la Pasqua» (Gv 18, 28). Ponzio Pilato è costretto dunque,
nel corso del dibattimento, a uscire quattro volte a parlare con il popolo (Gv 18, 29; 18, 39; 19, 4;
19, 13) e a rientrare successivamente per interrogare Gesù nel Pretorio. Dopo aver fatto flagellare
Gesù, il procuratore esce all‟esterno e, presentando l‟accusato coronato di spine e ammantato di
porpora, dice al popolo: «Ecco l‟uomo!» (Gv 19, 4); quindi, dopo l‟ultimo, drammatico confronto
con il Cristo, egli esce per l‟ultima volta e prende posto3 su un bh/ma (vocabolo che indica il luogo
dal quale tradizionalmente si amministrava la giustizia) « nel luogo chiamato Litostroto4, in ebraico

1
Questo termine è utilizzato in genere per definire la residenza del governatore di un territorio occupato dai romani,
spesso il palazzo del re precedente che i romani avevano sostituito. «Il pubblico poteva avere accesso al governatore al
pretorio dal momento che questo serviva come quartier generale amministrativo e non solo come residenza» R. E.
BROWN, The death of the Messiah, 706. È noto altresì che, sebbene il prefetto risiedesse normalmente a Cesarea,
durante l‟anno saliva temporaneamente a Gerusalemme, soprattutto durante le feste principali, che erano spesso fonte di
disordini in città.
2
Così lo intende Marie Aline de Sion. Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 220-221.
3
Non tutti gli esegeti sono d‟accordo nell‟affermare che sia Pilato a prendere posto sul bh/ma. De la Potterie, in un
suo vigoroso articolo del 1960 ha sostenuto infatti che il verbo kaqi,zw presenta sia un significato intransitivo che
transitivo. Nel secondo senso (è una lettura eminentemente teologica) sarebbe Pilato a far sedere Gesù su un seggio,
dandogli il posto di giudice. Cfr. X. LEON-DUFOUR, Lecture de l’evangile selon Jean/IV, 109.
4
Il termine greco litostroto (da li,qoj, pietra, e strw,nnumi,stendere) indica un pavimento di pietra: nel caso della
citazione giovannea il nome si potrebbe applicare sia al Palazzo di Erode nella città alta, secondo la testimonianza di
Giuseppe Flavio sia alla corte interna della fortezza Antonia. Cfr. P. BENOIT, “L‟Antonia d‟Herode le grand…”, HTR 64
(1971), 137-139.
3
Gabbathà5 (liqo,strwton( ~Ebrai?sti. de. Gabbaqa). (Gv 19, 13). I due termini, apax legomena nel
Nuovo Testamento, devono essere stati aggiunti dall‟evangelista probabilmente per favorire la
localizzazione del sito: il primo termine, usato anche in ambito extra-biblico per descrivere un
pavimento lastricato in pietra, nel passaggio evangelico acquista quasi il valore di un‟antonomasia,
ovvero “il pavimento par excellence”. Il termine Gabbatà invece, riflette l‟uso ellenistico di usare
un doppio nome, quello semitico e quello greco 6: questo vocabolo fa comprendere al lettore che il
pavimento su cui Pilato ha posto il suo seggio di giudice si trovava in un luogo alto della città.
Anche questi due termini però, non aiutano lo storico contemporaneo ad indicare il luogo esatto del
processo: il dato evangelico va integrato, a questo scopo, con le informazioni provenienti dalle
antiche testimonianze dei pellegrini di Terra Santa.

La tradizione corografica

Come abbiamo già avuto occasione di dire, nello studio della attribuzione tradizionale del luogo
del Pretorio bisogna considerare due filoni di tradizione: quello bizantino della domus Pilati e
quello medievale-crociato della fortezza Antonia.
Il più antico testimone che descriva esplicitamente l‟ubicazione del Pretorio di Pilato citato dai
Vangeli è il pellegrino di Bordeaux che, a principio del IV secolo (333 circa), descrive quella che
pare essere l‟eco di una attribuzione topografica già presente nella chiesa gerosolimitana:

Inde ut eas foris murum de Sion, euntibus ad porta Neapolitana ad partem dextram deorsum in valle
sunt parietes, ubi domus fuit sive praetorium Ponti Pilati, ibi Dominus auditus est, antequam pateretur; a
sinistra autem parte est monticulus Golgotha 7.

Anche se la descrizione si presenta piuttosto essenziale, si può tuttavia comprendere che il


pellegrino sta seguendo la direzione Nord-Sud, dal tetrapilo nord di Aelia Capitolina alla porta di
Nablus (l‟attuale porta di Damasco). La valle menzionata dal Pellegrino non può essere altra che
quella del Tyropeon, che attraversa la città da Nord a Sud, lungo il lato ovest della spianata del
Tempio. Questa valle è ancora oggi conosciuta dagli Arabi con il toponimo di el-Wad, ovvero la

5
Il termine Gabbathà non è una traduzione aramaica del litostroto greco: è invece il suo equivalente topografico.
Secondo la maggioranza degli studiosi sarebbe la forma enfatica del termine gabba che rimonta alla radice bg, cioè
altura, luogo elevato. Anche per questo luogo gli storici propongono identificazioni sia con il Palazzo di erode nella
città alta, sia con la fortezza Antonia. Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 227-235.
6
Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 229.
7
D. BALDI, Enchiridion locorum sanctorum (d‟ora in poi: Ench.), § 886.
4
Valle8. Molti studiosi, leggendo questo resoconto, presumono che il pellegrino abbia visto dei resti
che dovrebbero essere cercati nella regione del vicariato armeno cattolico nella zona dell‟attuale
chiesa dello Spasimo 9. Secondo Benoit, invece, «le rovine che egli osserva si situano meglio nei
paraggi del muro del Pianto»10.
Alla fine del V secolo Pietro Iberico dice di essere disceso dal Golgota «in ecclesiam quae
vocatur Pilati»11: l‟arcidiacono Teodosio (530) precisa per primo che questa chiesa è dedicata a
Santa Sofia12. Un'altra testimonianza interessante si può rinvenire in quanto scrive l‟Anonimo
piacentino (570), tra i primi ad affermare esplicitamente che la basilica di Santa Sofia si trova «ante
ruinas templi Salomonis in platea»13. In questa basilica l‟Anonimo dice di aver ammirato la sede di
Pilato, una pietra quadrangolare miracolosa, dove fu posto Gesù per esser meglio visto dalla folla, e
una immagine del Salvatore «illo vivente picta»14.
Dopo la presa di Gerusalemme da parte dei Persiani (614) e poi da parte degli Arabi (638), la
tradizione primitiva del Pretorio a Santa Sofia pare interrompersi e nel IX secolo «la
commemorazione delle scene preliminari della Passione, non potendosi più fare su questo sito, è
trasferita nell‟atrio del Golgota»15.
In epoca crociata si assiste ad una moltiplicazione delle tradizioni sul luogo del Pretorio di
Pilato, probabilmente a causa della perplessità dei Crociati di fronte ad una città in cui le memorie
cristiane erano state quasi totalmente cancellate, soprattutto ad opera del califfo Hakim nel XI
secolo. Nel dedalo di tradizioni contrastanti sembrano prevalere la tradizione del Pretorio al Sion 16 e
quella del pretorio nei pressi dell‟Antonia17. La localizzazione al Sion, tuttavia, mostrò presto la sua
debolezza e fu abbandonata, anche perché «questa nuova localizzazione del Pretorio non aveva
alcuna possibilità di essere stata la residenza di un governatore romano» 18.

8
Cfr. A. STORME, The way of the cross, 42.
9
Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 255. Anche Baldi sostiene che l‟antica Chiesa bizantina di Santa
Sofia, che figura nella carta di Madaba, sorgeva «in parte superiore eiusdem vallis Tyropoeon, fere eo in loco ubi hodie
exstat ecclesia Armeniorum Catholicorum in honorem Matris Perdolentis». Ench. 584, nota 1.
10
P. BENOIT, “Le prétoire de Pilate à l‟époque byzantine”, 165.
11
Ench. § 888.
12
Cfr. Ench. § 889.
13
Ench. § 891. La zona del portico di Salomone «era situata in realtà sul lato orientale della spianata del Tempio,
ma i pellegrini bizantini lo situano sul lato occidentale». P. BENOIT, “Le prétoire de Pilate à l‟époque byzantine”, 168.
14
Ench. § 891. Lagrange sostiene che probabilmente qui l‟anonimo si riferisce ad un frammento di mosaico
giustinianeo conservato nella chiesa dello Spasimo. Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 260.
15
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 262.
16
Si veda ad esempio il pellegrino Teodorico (1172) che dice di aver letto in una cappella «ante ecclesiam beatae
Mariae in monte Sion», una iscrizione che recitava «Iste locus vocatur Lithostrotos, et hic Dominus fuit judicatus».
Qualche studioso sostiene che la confusione sia stata generata dal fatto che in epoca crociata alcune reliquie della
passione erano state portate al Sion per essere là venerate. Cfr. lo studio (seppur datato) di G. M. PERRELLA, I luoghi
santi¸ 315 e ss.
17
P. KASWALDER, “Il Lithostrotos e l‟arco dell‟Ecce Homo”, TS 63 (1987), 39.
18
P. BENOIT, “Le prétoire de Pilate à l‟époque byzantine”, 162.
5
Testimone di questa incertezza nel situare il Pretorio è il pellegrino Teodorico che, nel suo
resoconto del 1172, addirittura sdoppia la localizzazione, distinguendo tra un litostroto al Sion ed
una casa di Pilato collocata «juxta ecclesiam beatae Annae» della quale non rimane che «unum
latus […] palatii, quod vocabatur Antonia, cum porta juxta atrium exterius sita» 19. La porta, qui
descritta per la prima volta, potrebbe a buon diritto essere quella che ornava l‟entrata orientale di
Aelia capitolina e che figurerà molto spesso nelle cronache medievali, finendo per assumere la
denominazione di arco de l‟Ecce Homo.
Dal XIII secolo in poi i pellegrini testimoniano in maniera pressoché unanime la presenza di un
luogo indicato come «domus Pilati, ubi vidimus litostraton et locum, ubi fuit iudicatus Dominus»,
situato «prope probaticam piscinam» 20. Diversi sono poi i viaggiatori a cui viene fatto vedere l‟arco
dal quale Cristo fu mostrato alla folla 21, e, sulle lastre del predetto arco, alcune guide mostrano ai
pellegrini delle lettere greche incise, TOIS, che vengono lette (con un certo sforzo di fantasia) TOL
e connesse al “TOLle, tolle, crucifige eum!”gridato dalla folla a Pilato che mostrava loro il Cristo
flagellato e coronato di spine 22. La presenza di questi luoghi venerati contribuirà nel tempo a fissare
lungo la strada prospiciente una serie di stationes, in ricordo dei principali avvenimenti accaduti
lungo il percorso dal Pretorio al Golgota: la strada che i pellegrini percorrevano lungo il tragitto
compiuto da Gesù durante le ore della Passione prenderà il nome che mantiene attualmente, via
Dolorosa23, tanto venerata che alcuni visitatori iniziarono a misurare le distanze tra un luogo santo e
un altro per replicarle con esattezza nei propri paesi di origine 24.

Il sito

Il convento, detto dell‟Ecce Homo, abitato dalle Suore di Nostra Signora di Sion, è situato al
numero 41 della via Dolorosa. L‟attuale edificio sorse nel 1856 per desiderio di padre Alfonso
Maria Ratisbonne (fratello del fondatore della congregazione e membro del ramo maschile) il quale,
dopo aver con difficoltà raccolto il denaro necessario per acquistare dai proprietari turchi alcune

19
Ench. 904. Il latum palatii potrebbe corrispondere alle parietes descritte dal Pellegrino di Bordeaux. Cfr. supra.
20
Ench. § 910, testimonianza di fr. Ricoldo da Monte Croce (1294); cfr. anche la testimonianza di Marino Sanuto
(1320), § 911.
21
Cfr., ad esempio, Ench. § 915, testimonianza di fr. Giacomo da Verona (1335), che vede «volta antiqua in medio
vie (sic), que (sic) dicitur Locostratos (sic) vel Gabatha; ibi clamabant Judei: Crucifige, crucifige eum!». Cfr. anche il
disegno di Don Aquilante Rocchetta, nella sua Peregrinatione di Terra Santa, pubblicato a Palermo nel 1640 e
riprodotto in M. Küchler, Jerusalem, 388.
22
Il frate Bonifacio De Stefani afferma appunto che «verba tolle, tolle crucifige eum, in medio eiusdem arcus in
lapide magno sculpta videbis» Ench. § 920. Cfr. anche M. Küchler, Jerusalem, 396.
23
Secondo Storme uno dei motivi che contribuì a far nascere la Via Crucis, sebbene non con le 14 stazioni attuali e
le pratiche di devozione che conosciamo, fu proprio la definitiva localizzazione del Pretorio sul sito della fortezza
Antonia. Cfr. A. STORME, The way of the cross, 78.
24
Cfr. A. STORME, The way of the cross, 130.
6
rovine lungo la via Dolorosa, costruì un convento e un orfanatrofio nel luogo dove tradizionalmente
era collocato l‟interrogatorio di Gesù da parte di Pilato, a ridosso dell‟arco chiamato dell‟Ecce
Homo. La costruzione della Basilica che commemorava i misteri della Passione evocati da quei
luoghi fu affidata all‟alsaziano M. Christophe Mauss, l‟architetto che aveva restaurato la basilica di
Sant‟Anna alla Probatica25. La consacrazione, però, avvenne solo il 3 aprile del 1868.
L‟abside della basilica è costituito da un fornice del grande arco triplice che Adriano fece erigere
nel foro che aveva fatto costruire in questa zona nel 135 d.C.: al lato sinistro per chi guarda l‟arco,
si staglia, addossato al muro dell‟edificio sacro, una parte del fornice centrale, che continua sulla
Via Dolorosa: la pietà popolare aveva identificato questa parte dell‟arco adrianeo con il luogo dal
quale Pilato mostrò al popolo Cristo coronato di spine e rivestito di porpora, esclamando: “Ecco
l‟uomo!” (Gv 19, 5). Per aiutare la meditazione su questo evento, negli anni „30 le Suore di Sion
fecero porre sulla sommità dell‟arco interno alla basilica, una statua di marmo di Gesù coronato di
spine26.

I resti archeologici

Nei sotterranei del convento è possibile visitare una interessante serie di resti archeologici che
furono ritrovati in alcune campagne di scavo successive. I primi scavi risalgono agli anni della
fondazione, 1859-1860, e furono effettuati sia sotto la casa delle suore di Nostra Signora di Sion che
presso il vicino convento francescano della Flagellazione. Altri piccoli saggi furono effettuati nel
1889 e nel 1900, ma la più vasta ed accurata campagna di scavo fu quella promossa negli anni ‟30,
in due riprese successive (1931-1933 e 1934-1937), diretta da madre Marie Godeleine di Sion,
intelligente e audace superiora del convento, sotto la supervisione del padre Vincent, dell‟Ecòle
Biblique27. Questi scavi hanno messo in luce una doppia cisterna, identificata con la piscina
descritta da Giuseppe Flavio nel V libro della Guerra Giudaica28 e detta dello Struthion (cioè “del
passero”, forse per indicare che questa piscina era una delle più piccole della città), costruita da
Erode il grande in prossimità della fortezza Antonia, «forse per le necessità della stessa fortezza ma
anche per i bisogni del nuovo quartiere cittadino del Bezeta che si stava formando il quel

25
Cfr SUORE DI SION, A House in Gerusalem, 7.
26
A quanto ho potuto apprendere consultando, per la gentile disponibilità delle suore, gli archivi del convento,
questa statua è la copia di un‟altra realizzata in quegli anni sotto la direzione di una mistica americana. La statua è stata
rimossa dopo l‟adeguamento della basilica alla riforma liturgica, e posta in un giardino interno del convento.
27
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 41.
28
D. BAHAT, “Archaeological Report”, in SUORE DI SION, A House in Gerusalem, 21. Cfr. anche M. ALINE DE SION,
La forteresse Antonia..., 75-76.
7
momento»29. Questa piscina era servita da un canale di epoca asmonea, che portava l‟acqua alle
cisterne del Tempio, i cui resti sono pure visibili negli scavi sotto il convento. Nel marzo del 1987
l‟archeologo israeliano Dan Bahat ha trovato la continuazione meridionale di questo canale lungo il
muro occidentale del Tempio 30. La grande vasca fu poi coperta da una magnifica struttura a volta,
durante l‟epoca di Adriano (II secolo d.C.), e trasformata in cisterna.
I resti che maggiormente hanno destato la venerazione dei pellegrini sono però quelli di un
grande lastricato romano 31, che si estende nei sotterranei del convento e che è stato rinvenuto anche
nella cosiddetta Cappella della condanna, proprietà dei padri francescani. Al momento della
scoperta, questo grande pavimento in lastroni calcarei fu ritenuto essere quello che Giovanni chiama
“litostroto, in ebraico Gabbathà” (Gv 19, 13): questa attribuzione fu avallata fin dal principio dal
padre Vincent e sostenuta con vigore in un celebre articolo del 1952 32. Questo pavimento di circa
1500 m2 presenta nella zona Sud una serie di lastroni solcati da numerose striature parallele e
regolari, incise perpendicolarmente e trasversalmente al senso di marcia: tali incisioni dovevano
«essere destinate a fermare il passo dei veicoli su un pavimento reso liscio da una intensa
circolazione»33, come era d‟uso già in epoca greca per evitare lo slittamento dei veicoli sui lastroni
levigati.
Nella zona Nord-Est, invece, si sviluppano una serie di figure geometriche e di simboli, incisi sui
lastroni chiari, che costituiscono «una delle più considerevoli lusoriae tabulae conosciute fino ad
oggi»34. Queste tabulae, analizzate con ammirevole precisione da Madre Aline di Sion nella sua tesi
dottorale35, dovevano essere usate soprattutto dai soldati per una serie di giochi con gli astragali
(avstragalismoi,): «i soldati, che, nelle loro caserme, dovevano occupare le ore morte, non esitavano
a inciderli con lo scalpello ai margini della pavimentazione dei loro luoghi di riunione» 36. La serie
di disegni incisi sui lastroni è piuttosto complessa. Si passa da elementi geometrici (alcuni quadrati
concentrici, una successione di piccole cavità circolari, un labirinto) a un insieme di disegni veri e
propri, come una serie di curve, una corona raggiata, un casco militare, un‟aquila con le ali spiegate,

29
P. KASWALDER, “Il Lithostrotos e l‟arco dell‟Ecce Homo”, TS 63 (1987), 41.
30
D. BAHAT, “Archaeological Report”, in SUORE DI SION, A House in Gerusalem, 16.
31
Benoit ci informa che «pavimenti di tal fatta non sono rari a Gerusalemme, e si trovano sia in epoca romana, che
erodiana, che di epoca romana o bizantina […]. Questi paralleli, sia detto en passant, mostrano che il pavimento del
convento di Nostra Signora di Sion, supposto che fosse erodiano, non aveva nientre di particolare per essere agli occhi
della popolazione di Gerusalemme il “Lithostroton” per eccellenza». P. BENOIT, “L‟Antonia d‟Herode le grand…”,
HTR 64 (1971), 136-137.
32
L. H. VINCENT, “Le Lithostrotos évangèlique”, RB 59 (1952) 513-530.
33
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 109.
34
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 119.
35
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 119-142. Madre Marie Aline de Sion era una religiosa del convento
dell‟Ecce Homo e ha elaborato una ben documentata tesi di dottorato in Lettere presso l‟università di Parigi, nel 1955.
36
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 119.
8
uno scorpione, una stella. Sono inoltre incise sul pavimento una lettera A, una lettera B e il segno ,
come pure una lettera V rovesciata.
Secondo madre Aline questo insieme di elementi veniva utilizzato per giochi di diverso genere.
Tra i graffiti più interessanti c‟è il segno (per certi versi uno dei più difficili da decifrare), che
figura in diverse lusorie tabulae romane, come pure in medaglioni, iscrizioni funerarie, epigrafi e
anche su lampade cristiane, ed è stato variamente interpretato dagli studiosi. Secondo il Marrou37
sarebbe formato dalle iniziali PEL di P(alma) E(t) L(aurus), «espressivo essenzialmente della
vittoria agonistica»38, ovvero, in questo caso, della vittoria nel gioco degli astragali, cui,
probabilmente, veniva annesso un valore per la buona riuscita della carriera militare. La V
rovesciata, interpretata come la parte bassa di una lettera X, potrebbe essere, secondo madre Aline,
la firma della Legio X Fretensis, di stanza a Gerusalemme al tempo di Tito 39.
La lettera B maiuscola, invece, ripetuta sei volte nei segni incisi, potrebbe essere l‟iniziale della
parola greca Basileu.j o della parola latina Basiliscus. Associata ai segni della corona raggiata e ad
un percorso inciso su due lastroni, farebbe pensare al “gioco del Re”(basili,nda, basilicus jactus) di
cui si trova traccia nelle fonti antiche, da Erodoto, a Plauto, a Orazio a Tacito 40. Questo gioco fu
proibito dalla lex talaria ma tollerato nel periodo dei Saturnali, durante i quali, secondo quanto
riporta Dione Crisostomo intorno al 60-70 d.C., «si sceglieva un condannato a morte come re della
festa. Si poteva permettere tutto; ma alla fine del baccanale veniva sgozzato»41. Queste scoperte
hanno ovviamente richiamato immediatamente alla memoria gli scherni subiti da Gesù e narrati nei
sinottici (Mt 27, 27-31. Mc 15, 16-19) e in Giovanni (Gv 19, 1-4), anche se non sussiste una prova
convincente per associare i giochi incisi sul pavimento lastricato con i Saturnalia e con le pratiche
dell‟elezione del re della festa 42.

37
Cit. in M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 131.
38
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 131.
39
Di stampo militare posso essere considerati, tra l‟altro, anche i segni dell‟aquila pretoriana, del casco da parata e
dello scorpione simbolo di alcune coorti pretoriane.
40
Cfr. la vasta bibliografia proposta da M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 140-141.
41
M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 141. Nella stessa pagina è riportato l‟interessante esempio tratto dagli
atti di San Dasio, il quale, scelto come re dei Saturnali, rifiutò di prestarsi a quest‟uso pagano e fu condannato a morte
con i suoi compagni.
42
Questa ipotesi è stata fortemente avversata da Benoit che sostiene che «non c‟è prova né del loro rapporto [dei
giochi incisi N.d.R.] con i giochi dei Saturnali, né dell‟uso di questi giochi presso i soldati romani, né, infine, della loro
relazione con gli oltraggi raccontati nel Vangelo. P. BENOIT, “Prétoire, Lithostroton et Gabbatha”, RB 59 (1952), 548,
n.1.
9
Relazione tra il sito e la fortezza Antonia

La scoperta della piscina, del pavimento lastricato e dell‟arco ha condotto alcuni studiosi a
pensare che questi resti fossero tutti ascrivibili alla Fortezza Antonia, la grande fortezza costruita da
Erode il Grande (probabilmente fra il 37 e il 35 a.C.) e così chiamata dal nome del suo protettore,
Marco Antonio. Questa fu costruita su una fortezza del periodo Asmoneo, eretta da Giovanni I
Ircano e denominata baris, la stessa di cui probabilmente si parla nel libro di Neemia, dove compare
il termine ebraico hr"yBi per indicare un edificio costruito sul monte del Tempio o nelle immediate
vicinanze (Ne 2, 8). L‟Antonia proteggeva e controllava al tempo stesso il Tempio, secondo quanto
riferisce Giuseppe Flavio 43, ma «divenne anche l‟espressione dello status di Erode e soddisfò un
bisogno vitale – l‟acquisizione di una residenza protetta e sicura all‟interno dei confini di
Gerusalemme»44. Il grande difensore della tesi dell‟identificazione tra il sito dell’Ecce Homo e
l‟Antonia è stato il padre Vincent che, nell‟ambito della più vasta disputa sulla effettiva
localizzazione del Pretorio di Pilato in cui Gesù fu giudicato, non esita ad affermare che la scoperta
del pavimento lastricato nei sotterranei del convento di Nostra Signora di Sion «ha risolto il famoso
problema del Pretorio con una evidenza definitiva» 45. Per Vincent è chiaro che Gesù è stato
interrogato da Pilato all‟Antonia, come afferma tutta la tradizione antica, e che il pavimento romano
del convento dell’Ecce Homo non è altro che il Litostroto giovanneo. Anche madre Aline di Sion,
nella sua tesi dottorale, peraltro molto precisa nelle descrizioni e nell‟analisi delle fonti, non esita ad
identificare tout court il pavimento lastricato con la corte interna della fortezza Antonia.
Il grande oppositore della teoria di Vincent fu invece il padre Benoit46, domenicano e allievo
dello stesso Vincent, secondo il quale alla fortezza Antonia può essere associato con certezza solo
lo sperone roccioso, alto circa 120 metri, che si trova attualmente a nord del monte del Tempio,
nella zona della scuola coranica maschile Umariyya.
Alcuni studiosi, in un primo momento, ritennero che il pavimento lastricato fosse di epoca
erodiana, quindi anteriore all‟arco trionfale a triplo fornice eretto da Adriano presso la porta
orientale di Aelia Capitolina. La giustificazione di questa datazione era data dal fatto che i piloni
dell‟arco sembravano poggiare direttamente su un lastricato più antico: questo lastricato avrebbe
dovuto essere quello della corte interna dell‟Antonia erodiana. Durante le prime campagne di scavi,
infatti, il padre Vincent credette di poter provare “il carattere parassitario” dell‟arco detto dell‟Ecce

43
Cit. in J. MURPHY – O‟ CONNOR, La Terra Santa, 41.
44
E. NETZER, The Architecture of Herod the Great Builder, 121.
45
L. H. VINCENT, “Le Lithostrotos évangèlique”, RB 59 (1952) 513-530.
46
P. BENOIT, “Prétoire, Lithostroton et Gabbatha”, RB 59 (1952), 531-50.
10
Homo, «per la sua fondazione sullo stesso pavimento»47. Anche madre Aline ritenne decisiva la
presenza di lastroni striati sotto i piedritti degli archi 48.
Una serie di scavi condotti dalle suore di Sion nel 1966 ha permesso però di precisare le relazioni
tra il pavimento e l‟arco adrianeo. I sondaggi condotti alla base del pilone nord della parte
settentrionale dell‟arco hanno chiaramente mostrato che «il pilone è ben fondato sulla roccia, e non
sul pavimento detto del “Lithostrotos”»49. La roccia, che si vede chiaramente al di sotto di una
griglia di protezione, a circa un metro dal piano di calpestio della basilica, è stata livellata e tagliata
con una rientranza che fa pensare agli studiosi che «l‟ultima fila di lastroni […] è stata posata
all‟interno della rientranza incassata ai piedi di questo pilone, e dunque il pavimento è stato posato
in funzione dell‟arco, di cui è contemporaneo»50.
Anche le analisi topografiche hanno escluso che le rovine romane del sito possano essere i resti
dell‟Antonia. D‟altra parte, come sostiene Kaswalder:

la zona del Lithostrotos e arco dell‟Ecce Homo non è adatta per una opera difensiva, perché si trova in
basso rispetto al quartiere del Bezeta; e non corrisponde appieno alle indicazioni topografiche lasciate
da G. Flavio. Meglio si adatta il sito della scuola el-Omaryya, a sud della flagellazione su di uno
sperone roccioso che domina la spianata del Tempio51.

L‟ultima serie di sondaggi archeologici è stata effettuata nel centenario della morte del fondatore
della congregazione delle Suore di Sion, nel 198452: questi lavori furono affidati ad esperti
israeliani, tra i quali l‟archeologo Dan Bahat. Questi studi hanno ulteriormente confermato che

contemporaneamente [all‟arco N.d.R] fu costruito il pavimento lastricato a grandi blocchi, che insieme
alla copertura della cisterna dello Struthion formava una grande piazza pubblica. Sotto alcune pietre
rimosse fu trovata ceramica anche più tardiva del 2° secolo, segno questo che i livelli stratigrafici sono
stati disturbati nel costruire il monastero53.

A tutt‟oggi gli studiosi non sono giunti ad una conclusione univoca sulla reale estensione
dell‟Antonia, anche perché i dati archeologici sulla fortezza sono pochi e controversi. Pare tuttavia
di poter affermare, a mo‟ di conclusione, che le evidenze derivate dagli scavi non permettono di

47
L. H. VINCENT, “L‟Antonia et le Prétoire”, RB 42 (1937), 106.
48
Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 111.
49
Relazione degli scavi cit. in P. BENOIT, “L‟Antonia d‟Herode le grand…”, HTR 64 (1971), 146.
50
P. BENOIT, “L‟Antonia d‟Herode le grand…”, HTR 64 (1971), 146.
51
P. KASWALDER, “Il Lithostrotos e l‟arco dell‟Ecce Homo”, TS 63 (1987), 37-38.
52
D. BAHAT, “Archaeological Report”, in SUORE DI SION, A House in Gerusalem, 14-27.
53
P. KASWALDER, “Il Lithostrotos e l‟arco dell‟Ecce Homo”, TS 63 (1987), 41-42.
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situare la fortezza Antonia nell‟area del convento delle Suore di Sion: i limiti della fortezza
sembrano essere quelli della scarpata rocciosa che corre lungo il bordo sud della via Dolorosa, sotto
il muro nord della scuola musulmana 54.

Conclusioni

Gli studi che cercano di comprendere la reale estensione della fortezza Antonia, si situano nel
più ampio dibattito sulla individuazione del luogo dove è maggiormente probabile che abbia avuto
luogo il processo a Gesù dinanzi a Pilato. Anche se i pellegrini continuano a venerare come luogo
del Pretorio quello situato dalla tradizione lungo la via Dolorosa, il dibattito fra gli storici e gli
esegeti ha portato a due conclusioni divergenti. Alcuni infatti situano il Pretorio all‟Antonia; per
altri, invece, avrebbe dovuto trovarsi al palazzo erodiano nella città alta, presso l‟attuale porta di
Giaffa. Sarebbe difficile riassumere in poche righe un dibattito cominciato nel 1892 55 e
ulteriormente amplificato dalle successive scoperte archeologiche. Si può dire, in estrema sintesi,
che le ricerche sulle testimonianze extra-bibliche, quali, ad esempio, il racconto di Giuseppe Flavio
su un processo celebrato in Gerusalemme sotto il procuratore Gessio Floro (ca. 66 d.C.)56,
porterebbero a pensare che i procuratori romani risiedessero a Gerusalemme presso il palazzo di
Erode alla città alta: in questo luogo Gesù sarebbe stato giudicato da Pilato. Questi studi però non
tengono probabilmente in debito conto i dati della tradizione, che in modo pressoché unanime
identifica, almeno dal Medioevo in poi, il Pretorio di Pilato con la fortezza Antonia. D‟altra parte,
come osserva giustamente Kaswalder, «non è fuori luogo ritenere che Pilato e gli altri governatori
della Giudea tenessero il tribunale, almeno per certi processi importanti, […], in un luogo sicuro
quale era la fortezza Antonia». Tradizioni antiche e consolidate non possono non essere tenute in
considerazione o minimizzate come fa Benoit, quando afferma, a proposito delle tradizioni
bizantine, che «la rinascita costantiniana, con i suoi santuari prestigiosi e le sue magnifiche liturgie,
non è riuscita a fissare i luoghi di venerazione, e ha avuto bisogno di inventarli» 57.

54
Le dimensioni dell‟Antonia limitate al massiccio della scuola musulmana appaiono piuttosto esigue se confrontate
con le descrizioni entusiastiche di Giuseppe Flavio. Egli tuttavia non dà mai all‟Antonia il nome di aulh,, che riserva al
palazzo reale, ma la chiama piuttosto pu,rgoj (torre), facendo pensare ad un edificio di modeste dimensioni. Cfr. P.
BENOIT, “L‟Antonia d‟Herode le grand…”, HTR 64 (1971), 159-160.
55
Nell‟archivio delle suore di Sion, da me consultato, ho rinvenuto una copia del Essai de bibliographie pratique de
la topographie de Jérusalem¸ presentato da madre Aline come testo complementare alla sua tesi dottorale. Questo
saggio elenca i contributi scritti, catalogati in ordine cronologico, relativi alle ricerche scientifiche sui siti della città.
56
Cfr. M. ALINE DE SION, La forteresse Antonia..., 235-236.
57
A. BENOIT, “Le prétoire de Pilate à l‟époque byzantine”, 177.
12
Va certamente affermato con chiarezza che la tradizione medievale, che suppone che Gesù sia
stato processato all‟Antonia, non può fare riferimento ai luoghi siti nel convento dell‟Ecce Homo,
all‟inizio della via Dolorosa: i risultati degli scavi archeologici fanno tramontare definitivamente
questa ipotesi, in quanto i resti romani ritrovati sotto il convento delle suore di Sion sono
evidentemente del II secolo dopo Cristo, ovvero di epoca adrianea.
La Basilica dell‟Ecce Homo e il grande pavimento dei suoi sotterranei mantengono però
inalterato il loro valore di richiamo ai momenti della Passione, e sono posti nelle immediate
vicinanze del luogo dove la tradizione situa storicamente la condanna di Gesù alla flagellazione e
alla croce. “Spogliata” dei suoi elementi più devozionali58, la Basilica dell‟Ecce Homo riflette
quello che per un cristiano dovrebbe essere un luogo santo: non necessariamente il sito esatto dove
si è svolto un evento, ma piuttosto il luogo dove i credenti di ogni tempo hanno commemorato,
anche liturgicamente, un particolare momento della storia della salvezza. La verità di questi luoghi
santi sta, in un certo senso, proprio nella capacità di invitare alla meditazione sul significato che ha
per ciascuno la Passione del Signore. A mio avviso questo non significa, come polemicamente
sostiene Benoit, «attaccarsi ai luoghi»59, ma piuttosto rimanere fedeli al senso religioso dei posti che
i nostri padri hanno venerato e ci hanno consegnato.

58
Dopo il Concilio e in seguito ai risultati delle campagne archeologiche sono state rimosse non solo la grande
statua di Gesù flagellato nell‟abside, ma anche le targhe ex voto che ricoprivano le pareti dei sotterranei, in prossimità
del Litostroto venerato. È stato inoltre preparato un percorso di visita in cui si indicano chiaramente le datazioni dei
reperti archeologici.
59
A. BENOIT, “Le prétoire de Pilate à l‟époque byzantine”, 177.
13
BIBLIOGRAFIA

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VINCENT, L. H., “L‟Antonia et le Prétoire”, RB 42 (1937) 85-113.
VINCENT, L. H., “Le Lithostrotos évangèlique”, RB 59 (1952) 513-530.

Insieme ai testi suddetti, è stato consultato l’archivio storico del convento delle suore di Nostra
Signora di Sion, Via Dolorosa, 41 – Gerusalemme.

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