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Giambattista Vico, filosofo maggiormente noto per il principio “Verum ipsum factum” e per la teoria dei

corsi e ricorsi storici, è stato anche un filosofo del diritto. Aspetto celato ma al contempo importante è il
dualismo relativo al ruolo di equità e barbarie.

Il filosofo napoletano, per il quale uno dei punti salienti del diritto romano è il legame con il sentimento
religioso, ritiene che il giurista debba essere sia custode del diritto romano sia ministro dell’equità: la legge
non deve tendere all’utile privato ma al bene comune. Vico nella conclusione de “La Scienza Nuova”,
illustra la locuzione “barbarie”, distinguendo la “barbarie del senso”dalla “barbarie della riflessione”(“degli
ingegni maliziosi”). La “barbarie del senso” è meno grave, perché manca la malizia. Seppur non immorale, è
una fase a-morale o pre-morale.Non si ha conoscenza del male e della morale.Come il paradosso socratico
secondo cui compie il male colui che ignora il bene. La barbarie della riflessione, più grave, è quella volta a
compiere il male, è premeditata: si conoscono morale e male. E’ una ingegnosità che si alimenta di malizia.

Ciò che Vico teme è la malattia civile, la disgregazione della società, la cui causa è riconducibile alle proprie
proprie utilità di ciascuno: in una ipotesi di assenza di potere,di anarchia(“civil malore”), ognuno pensa a
soddisfare le proprie utilità particolari e tende ad insidiare le fortune del prossimo. Colui che lo fa è un
traditore.

Anche Dante parla, nell’inferno, nei canti XXXII-XXXIII, dei traditori, puniti nel cocito.

Le scene che Vico e Dante illustrano sul destino dei traditori hanno

una configurazione comune: rappresentano una condizione di guerra

di uno contro l’altro, che si rispecchia in quella illustrata Hobbes (“homo homini lupus “).

I fini particolari subiscono una trasformazione(“eterogenesi dei fini”): i fini particolari(ristretti)si rivelano
mezzi per perseguire quelli più

ampi.

L’Eterogenesi dei fini non è un concetto proprio di Vico. E’ infatti presente nel pensiero di Kant ed Hegel.Per
Kant, gli uomini, nonostante pensino di perseguire i propri fini particolari, perseguono un disegno della
natura a cui non fanno caso.

Hegel parla di astuzia della ragione:la ragione realizza i propri fini attraverso le passioni(Napoleone a
cavallo).

Vico presenta l’eterogenesi dei fini ne “La Scienza nuova”.

Le utilità particolari di ciascuno(fini particolari),creano un problema nella società solo qualora non servano
a fini più alti.

Ma, siccome siamo in grado di controllare solo i nostri fini particolari, per Vico c’è una mente che regola
l’andamento della storia: Dio.

Affronta il dualismo tra Utilità particolare e Bene comune.

Le utilità particolari sono ristrette, il bene comune riguarda tutti.

Secondo Vico, esiste una comune natura umana, di tutte le nazioni,

che non è data da caratteri genetici, si sviluppa nel corso della storia,

può degenerare in barbarie.

La parola “comune” viene utilizzata già nel vero titolo de”La scienza
Nuova”: “Principi di scienza nuova intorno alla natura comune

delle nazioni”, che sta a indicare che se la natura non fosse comune non ci sarebbero princìpi di scienza
nuova.

Riflette poi sul senso comune, un giudizio appartenente ad un sentire

comune. Ribalta la tradizione antica accostando la sfera dei sensi a

quella dell’intelletto:il senso(sensibilità)è un giudizio(ragione).

Ma, specifica che tale giudizio non è sentenziato da una riflessione

razionale(intelletto) bensì frutto di percezione(sensibilità).

Perciò, visto che non ha base razionale e potrebbe essere causa di

pregiudizi, una società non può costituirsi su esso.

Un’altra nozione è quella di bene comune, che per i filosofi greci

doveva avere la precedenza sul bene particolare.

Nella vita civile, in termini di etica pubblica, il bene comune causa un

problema legato al rapporto tra responsabilità individuale e collettiva:

dare priorità al bene significa limitare quello particolare.

La responsabilità individuale ha ripercussioni sulla responsabilità

collettiva. La distinzione tra la condizione di barbarie e di umanità è il senso

comune, il giudizio pre-razionale che permette di riconoscere le priorità del bene comune ed è legato alla
comune natura(non quella di essere razionali ma socievoli).

Vico è dunque lontano da Kant ed Hobbes e vicino ad Aristotele, secondo il quale l’uomo è un animale
politico socievole.

Per favorire l’equilibrio nella società, per Vico deve vigere il sentimento di pietas.

Vico, impegnandosi nel recupero della fortuna di Dante(definito da Auerbach precursore del Romanticismo
e da Pasolini poeta civile) riscopre il volto luminoso della barbarie.

Vico appoggia l’idea di Gravina, che fu il primo ad accostare Dante e Omero. Dante, come Omero, affronta
un problema linguistico sulla scelta della lingua da usare per le proprie opere: entrambi hanno a che fare
con una lingua troppo povera. Dunque percorrono il territorio in cui si parla tale lingua e di ogni luogo
raccolgono locuzioni poetiche, strutture linguistiche, per poi mettere insieme il meglio di quel che hanno
raccolto.

In un passo del “De constantia iurisprudentis”, l’elogio a Dante è più

forte di quello ad Omero, perché ebbe la fortuna di vivere “in summa

italorum barbariae” e, pur non avendo alcun esempio di poesia, da se stesso divenne poeta assoluto.

Il loro non è meramente un problema linguistico ma l’opera di fondazione di una civiltà, attuata
selezionando, “setacciando” i migliori elementi di quelle civiltà.
Dante nel “De vulgari eloquentia” paragona il volgare illustre italiano ad una pantera profumata che lascia il
suo profumo ma è impossibile da catturare.

La sublimità di Dante, come quella di Omero, non deriva da un’educazione letteraria alla cui base vi sono
princípi, in quanto non avevano modelli da cui attingerla.

La loro sublimità deriva dalla altezza d’animo:il loro animo si cura solo di immortalità, e quest’ultima
coincide con la magnanimità della giustizia.

Dall’ ingegno: Dante ha avuto la fortuna di nascere in un tempo di barbarie, ma non è rimasto
passivamente in tale condizione: con il suo ingegno ha messo in moto il sistema di coltivazione in cui
consiste la cultura che ha dissodato il terreno barbaro dell’ Italia. Con una similitudine di matrice agricola,
Vico asserisce che i terreni incolti, quando vengono dissodati, producono molti frutti in grande quantità e
molto belli. Invece, i terreni che sono stati troppo coltivati diventano deboli, producono frutti senza sapore,
frutti che perdono la loro forma, frutti che non sono più buoni. I più bei fiori sbocciano dai terreni più aridi.
Allora, la poesia di Dante, come quella di Omero, diventa il mezzo con cui Vico fa una curiosa inversione,
confutando il suo pensiero iniziale:in realtà solo le età barbare (le età in cui gli uomini non hanno ancora
raggiunto la raffinatezza intellettuale delle culture e sono in uno stato di ferinità) hanno il potere di
determinare il passaggio dell’uomo dalla condizione ferina, bestiale, alla condizione umana. La barbarie è
l’ostacolo ma allo stesso tempo la forza naturale dell’uomo, ciò che lo eleva al sublime. Così come fanno i
bestioni ne “La Scienza nuova”: sentono un fulmine,si alzano dalla terra, e spaventati iniziano a parlare.E’
dunque la vicinanza a quella barbarie originaria che assicura che il poeta possa usare un solo strumento
linguistico della sua propria autenticità. L’idea graviniana adottata da Vico nella prima fase comporta l’idea
che il poeta abbia già una sorta di conoscenza linguistica che gli permette poi di scegliere quali siano gli
aspetti più poetici di una lingua. Vico non sostiene più tale idea, affermando che dalla barbarie, che è nulla,
si possa originare il tutto, la poesia sublime. La barbarie è un trampolino di lancio verso il sublime. Il nulla,
partorisce il tutto. Da semplice polvere, si genera uno splendido fuoco d’artificio che brillerà nell’àpeiron.

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