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Diego Marin

Gli Eredi di
Atlantide

- Dal Diluvio agli Illuminati -


Diego Marin

GLI EREDI DI ATLANTIDE


Dal Diluvio agli Illuminati
© 2022 ???

Precedentemente pubblicato come


IL SEGRETO DEGLI ILLUMINATI
© 2013 Mondadori

A Raffaele Sardella e a Mario Pincherle,


grandi anime fuggite troppo presto

1
Nota per il lettore

Questo libro è il naturale raccordo tra Atlantidi – I 3 diluvi che


hanno cancellato la civiltà - e Il Sangue degli Illuminati, il primo
una storia di popoli e il secondo una storia di uomini e dina-
stie. Credo che esso aiuterà il lettore a compiere lo stesso per-
corso intellettuale che mi ha portato ad accorgermi di come le
stesse famiglie siano rimaste al potere passando da un impero
all‟altro mentre l‟uno cadeva e l‟altro sorgeva.

Ringrazio…

…Alejandro Jodorowsky, per avermi indicato la strada


…Laura Pria, per avermi aiutato a percorrerla
…mio papà Maurizio, per avermi incoraggiato sulla Terra
…mia mamma Ornella, per aver vegliato su di me dal piano a-
strale

2
Prefazione
di Roberto Giacobbo

Ho conosciuto Diego Marin qualche anno fa a Bassano del


Grappa (Vicenza), città di origine della mia famiglia paterna. In-
sieme ad altri ragazzi mi ha raccontato di progetti di ricerca nel
mondo dell‟ignoto sostenuti da una grande passione. Negli
anni questa passione è certamente cresciuta, ma è cresciuta
anche la voglia di approfondire e di non accontentarsi di solu-
zioni superficiali. In questo libro, dalla lunghissima gestazione,
si trova una somma di tutto ciò: passione, ricerca, attenzione.
Un vero viaggio nell‟ignoto che però, grazie a un grande lavo-
ro di indagine, pone in luce una serie di importanti dati che
potrebbero rivelare una serie di sorprese. Uno stile agile e ve-
loce, mi spingerei a definirlo «giovane» se non fosse ormai
«vecchio» questo tipo di valutazione.
Il punto centrale del viaggio riguarda le origini della civiltà,
la domanda delle domande. Da dove veniamo? Una questione
che ho tratto più volte, sia in televisione sia su carta, attraver-
sando fisicamente i cinque continenti: un dubbio affascinante
che si rinnova a ogni scoperta scientifica, a ogni nuovo scavo.
Diego Marin affronta la questione coraggiosamente senza filtri:
un impegno serio di ricerca bibliografica e di studio; una ricer-
ca di risposte costante e documentata; una serie di ipote-si, al-
cune verificate, di grande interesse.

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Il sogno è che un domani i nostri libri di storia possano rac-
contarci qualcosa che ancora oggi ufficialmente ci sfugge. Il la-
voro fatto in questo libro è un segnale che tutto questo si può
e forse si deve fare. Solo chi ha il coraggio di scoprire e studia-
re cosa lo ha preceduto avrà la forza per impostare un futuro
solido. In questo scritto emerge chiaramente una linea che po-
trà davvero darci utili indicazioni su quello che sarà, o che non
dovrà essere, il nostro futuro grazie proprio alla conoscenza
del nostro passato remoto. Sarà come guardarci da più in alto
e scoprire orizzonti futuri e passati più lontani rispetto a quelli
che potremmo scrutare da terra.
Buona lettura, quindi, di un libro di un giovane autore ita-
liano che già è stato apprezzato anche oltre oceano: ne senti-
remo parlare ancora.

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Prefazione alla seconda edizione

Intervistato da Telerama il 15 agosto 2020, Giuliano di Bernar-


do, Gran Maestro del GOI dal 1990 al 1993 e quindi fondatore
della Gran Loggia Regolare d‟Italia, così si esprime:
Andando verso una società totalmente globalizzata, la domanda
che dobbiamo porci è: “Chi governerà questo mondo?”. Per ragioni
che ho spiegato ampiamente nel libro [Il futuro di Homo sapiens,
Marsilio Editori 2020] non potrà essere la democrazia. La democrazia
rivela tutte le sue debolezze e tutte le sue contraddizioni. La società
completamente globalizzata sarà governata da colui che io ho chia-
mato “L‟Uno”. Ma questo che cosa significa? Significa che i fenomeni
che oggi noi stiamo affrontando potranno trovare soluzione soltanto
all‟interno di una società governata dalL‟Uno. La pandemia è un ulte-
riore fattore di accelerazione verso la società globalizzata delL‟Uno-
Dio. Perché la pandemia di cui parliamo oggi non è l‟eccezione, ma è
la regola. Noi ci dobbiamo aspettare in tempi brevi altre pandemie,
che metteranno a rischio la sopravvivenza dell‟umanità. Allora dob-
biamo trovare il modo, che non è quello di evitare le pandemie, ma
quello di controllarle. E allora dobbiamo vedere quali forme di go-
verno consentono di controllare le pandemie. Rispetto al futuro da
me ipotizzato, che è quello delL‟Uno-Dio, oggi noi abbiamo una pic-
cola anticipazione nel nostro presente, rappresentata appunto dalla
Cina. Per noi osservatori occidentali, quasi sempre distratti, la Cina
sta creando condizioni del tutto particolari. Il presidente è stato elet-
to a vita, il che significa che per tutta la sua vita può dare quella im-
postazione che lui desideri per la Cina e per tutto il pianeta. Non ha
quindi le interruzioni previste dalla democrazia, ma proprio per que-
sto, avendo a disposizione la scienza e la tecnologia, l‟intelligenza ar-
tificiale e tutto ciò che rappresenta le potenzialità scientifiche, è ve-
ramente un Dio, che può fare tutto, che ha un potere assoluto. Ecco
perché io l‟ho chiamato L‟Uno-Dio.1

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Il professore non afferma che il virus sia stato creato, cionon-
dimeno sostiene indirettamente che la sua diffusione (e quella
di virus successivi) potrebbe essere di grosso aiuto al progetto
mondialista. Stiamo parlando di un virus casualmente svilup-
patosi a Wuhan, dove tra il 2014 e il 2015 era stato costruito il
primo laboratorio nazionale di biosicurezza di massimo livello
(L4) del costo di circa 44 milioni di dollari. Partecipanti: lo Stato
cinese, lo Stato francese (con denaro e ingegneri da Lione) e
gli scienziati americani del Galvestone National Laboratory
dell‟Università del Texas, un istituto finanziato quasi in toto dal
dipartimento della difesa americano a cui collaborano alcuni
centri di controllo delle malattie e qualche agenzia federale.
Anche tralasciando il fatto che nel luglio 2015 la Bill & Me-
linda Gates Foundation (con interessi nell‟industria dei vaccini)
aveva depositato un brevetto di coronavirus attenuato attra-
verso l‟Istituto Pirbright che essa finanzia, non possiamo di-
menticare che al principio del 2019 il National Microbiology
Lab di Winnipeg aveva spedito via nave a Wuhan vari campioni
di virus tra cui Ebola, Nippa e Coronavirus. E la dottoressa che
si era occupata della spedizione aveva giusto lavorato alla mo-
difica del Coronavirus con fondi Darpa, agenzia del Pentagono
che si occupa di armamenti.
Infine, il giornalista Paolo Barnard, ne L’Origine del Virus
[Chiarelettere 2021], ha portato la documentazione delle modi-
fiche sul coronavirus in atto a Wuhan nei programmi Gain of
Fuction, sottolinenando l‟effettiva presenza di tali modifiche nel
virus pandemico e l‟improbabilità che proprio queste e non al-
tre si siano sviluppate per cause naturali.
Ce n‟è abbastanza per dubitare che i cosiddetti “Illuminati”
siano stati semplicemente fortunati.
Ma se esiste un piano di dominio e le pandemie ne fanno
parte, cosa possiamo fare noi comuni mortali per impedirne la
realizzazione?
Assodato che la mente può modellare la realtà, la costru-
zione di un mondo improntato sull‟amore e la condivisione di-
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penderà largamente dal numero di persone “risvegliate”. E con
“risvegliate” intendo persone capaci di accorgersi che la civiltà
in cui viviamo si alimenta col sangue dei più deboli, e che più
si alimenta e più si affama, così che le sue vittime aumentano
costantemente in numero, approssimando il giorno in cui an-
che tu lettore potresti trovarti tra le sue fauci.
Purtroppo la maggior parte delle persone non soltanto
dorme, ma è addirittura morta, benché chiaramente non lo
sappia. Per lo più essa compie le proprie azioni per imitazione,
per tradizione famigliare o per suggerimento dei media o dei
social. Pochi fanno quello che fanno perché lo vogliono. Inve-
ro, alla domanda su cosa vorrebbero fare, molti non saprebbe-
ro nemmeno rispondere. Dove e con chi vivere, quale auto
guidare, quale abito indossare, che lavoro svolgere, quali
hobby coltivare, quali idoli adorare, non dipende quasi mai da
una scelta individuale. Le persone sono specchi che riflettono
le tendenze imposte dal gruppo, il quale a sua volta è adde-
strato da pubblicità e modelli sempre più ipnotici.
In politica, nella religione, nello sport, prevale il modello del
tifo, la fede cieca nella parola di un leader, che non viene mes-
sa in discussione nemmeno di fronte all‟evidenza dei fatti. Un
modello difficile da scardinare, che si ripresenta anche quando
il leader è un cosiddetto complottista. Così i potenti hanno
gioco facile nell‟inventare persino i loro oppositori, complotti-
sti a buon mercato che mischiano questioni reali a fandonie
belle e buone, che con la loro parlantina conquistano una fetta
del pubblico e la ridicolizzano, trasformando i loro sostenitori
in terrapiattisti. Il danno è fatto: se il tema “virus artificiali” fuo-
riesce dalle stesse bocche che sostengono la teoria della Terra
piatta, è chiaro che entrambe le questioni debbono stare sullo
stesso piano. Così anche chi aveva qualche dubbio se ne allon-
tana, e preferisce seguire la scienzah anche quando
quest‟ultima è solo politica investita di formalismo. Ho scritto
volutamente scienzah con la “h” finale, per distinguerla dalle

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ricerche serie, che pure esistono, e che applicano incorruttibil-
mente il metodo scientifico. Il male non è mai dappertutto.
Se ora volete credere che il complotto è reale, resta da capi-
re chi siano i burattinai e perché si impegnino tanto in un pro-
getto la cui messa in opera richiede tempi ben più lunghi della
vita umana.
Fatto salvo che non esistono certezze (esistono fratellanze e
circoli che eseguono il piano, ma non rivelano in nome di chi),
personalmente consiglio di cercare la risposta in Signori di Vo-
lontà e Potere di Daniele Mansuino [Edizioni Amenothes].
Quanto traspare dal saggio in questione è che il piano
mondialista sarebbe stato elaborato da una cerchia di anime
antiche, le quali, benché incarnate, non sarebbero vittime della
dimenticanza che interviene tra una vita e l‟altra, così che sa-
rebbero in grado di lavorare con continuità nel corso dei mil-
lenni. Viene in mente il cosiddetto “Consiglio dei 13” della tra-
dizione celtica, secondo la quale esisterebbero tredici persone
impegnate nel controllo del mondo che camufferebbero le
proprie esistenze in vite modeste e conformi alla maggioranza,
operando tuttavia dei potenti rituali nel corso di riunioni che
avrebbero luogo sul piano astrale.
I rituali dei Signori di Volontà e Potere servirebbero al pro-
getto di trasformare l‟uomo, o meglio l‟umanità, in un nuovo
Dio, il quale si occuperebbe in seguito di creare un nuovo uni-
verso. Per arrivare a tanto sarebbe necessario raggiungere
prima l‟omologazione delle menti. Gli uomini tutti, sono perciò
spinti a pensare allo stesso modo, oppure, ipotizzo io, ad esse-
re vuoti allo stesso modo. Quando tutti saranno uguali a tutti,
secondo Mansuino le anime potranno essere fuse in un‟unica
entità, il nuovo Dio appunto, capace di realizzare una nuova
creazione.
Ora io non so se ciò sia davvero possibile, ma ricordo dalla
mia tegolatura massonica (la quale non ha mai trovato com-
pimento nell‟iniziazione) che tali credenze sono davvero diffu-
se nella maggior parte dei gruppi esoterici attualmente esi-

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stenti. È questo che conta, che gli uomini al comando credano
ed agiscano in funzione di tale obbiettivo, sia esso realizzabile
o meno.
A noi non resta che imparare a conoscere noi stessi e i no-
stri veri desideri, ad abbandonare i leader, a leggere, ad inter-
rogare i saggi, a spegnere la TV. Dobbiamo tornare ad essere
individui e non gocce indistinguibili nella continuità del mare.
Dobbiamo combattere con la nostra individualità il progetto di
amalgama e fusione.
In caso contrario, il Consiglio dei 13 continuerà a comunica-
re con il suo più importante sottocentro, quello che oggi è lo
Hieron du Val d‟Or, con sede principale a Paray Le Monial, det-
to anche Comitato dei 300, e che in passato era installato (a
ritroso fino al remoto 10.000 a.C.) a Gisors, Urfa, Busiris, Ursu,
Elefantina, Serabit El Khadim e Quiungiq. Dalle riunioni dello
Hieron (che nel tempo si è diviso in numerose Ur-Logge), gli
ur-massoni riporteranno gli ordini nei governi delle nazioni e
nei direttivi delle banche centrali, da lì poi influenzando le no-
stre misere esistenze.
Accadrà, accade.
Accade mentre dormi (lavori), mentre sogni (guardi la TV),
mentre preghi (tifi), ed è subito sera…

Nel film Matrix, l‟omologazione delle menti è rappresentata


dall‟agente Smith che sovrascrive sé stesso alle coscienze ospi-
tate dal sistema. Smith potrebbe alla fine diventare abbastanza
forte da sostituire l‟Architetto (Dio). È quest‟ultimo in un'altra
scena ad avvisarci che tale possibilità potrebbe essersi già rea-
lizzata in passato. “Questa è la sesta Matrix” spiega l‟Architetto.
L‟agente Smith di un universo passato può diventare
l‟Architetto di un universo futuro. Così l‟universo attuale po-
trebbe non essere la creazione del Dio originale, quanto piut-
tosto di un secondo (o terzo o quarto…) Dio nato dalla fusione
delle anime esistenti in un universo precedente il nostro.

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Premessa

Alla fine degli anni Sessanta, un documento di origine incerta detto


Serpente rosso o Le Serpent rouge venne alla luce alla Biblioteca na-
zionale di Parigi. Conteneva le linee di sangue degli Illuminati, insie-
me a una pianta della Chiesa di St. Sulpice, il centro cattolico in cui si
svolgevano studi di occultismo. I presunti autori dell‟opera, Pierre
Feugere, Louis Saint-Maxent e Gaston de Koker, morirono tutti a una
distanza di ventiquattro ore l‟uno dall‟altro, il 6 e 7 marzo 1967.

Non è così che immaginavo il 2012. È vero che durante le


scuole superiori si parlava di profezie, ma era soltanto un mo-
do per ammazzare il tempo, immaginando qualche scenario di
fantastoria da confezionare in un film o in un romanzo.
All‟epoca non si parlava dei Maya: era molto più vicino il 1999
di Nostradamus («il re del terrore che verrà dal cielo nel 7° me-
se»), reso un tantino preoccupante dagli scontri in Kosovo che
non accennavano a fermarsi, quando l‟esercito della NATO ap-
poggiava in pieno le forze indipendentiste albanesi contro la
Serbia di Slobodan Milosevic.
C‟era comunque un mare tra noi e quella guerra che ren-
deva il tutto surreale, estraneo alla nostra esistenza, che si ali-
mentava di sogni e speranze versati a casaccio dalle genera-
zioni precedenti su di noi, giovani nati negli anni Ottanta. Era-
vamo i figli delle conquiste sociali, del diploma apristrada, con
le orecchie impiastricciate di frasi fatte: «Carta canta e cante-
rà», «Trovati un posto fisso e sistemati: da lì nessuno ti sposte-
rà»; ma poi è arrivata la mobilità. Erano pensieri antichi in un
mondo che avrebbe avuto sempre spazio per loro.
Oggi il lavoro non è più un diritto e la pensione men che
meno. La società civile è regredita di trent‟anni e le nuove ge-
nerazioni sono talmente rimbambite da iPad e social network
che hanno perso qualsiasi spirito d‟iniziativa o desiderio di ri-
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valsa. I nostri politici le stanno calpestando e loro nemmeno se
ne accorgono. All‟orizzonte si paventano restrizioni alla libertà
di stampa, microchip sottopelle come fossimo cani, chemio e
vaccini contaminati per creare i clienti a vita di Big Pharma. I
media ci hanno divisi in categorie: atei e credenti, cattolici e
musulmani, omosessuali ed etero, terroni e polentoni, bianchi
e neri, evasori e fedeli alla patria, comunisti e fascisti. E le divi-
sioni saranno ancora maggiori quando entreremo a far parte
degli Stati Uniti d‟Europa, ormai non così lontani. Nessuna ri-
bellione sarà più possibile in un popolo diviso dai nazionalismi
e dalle lingue.
È vero, a tratti ho creduto nella fine del mondo, a tratti ci
ho perfino sperato quando volevo fuggire dal mio mondo con-
tadino, sì splendido nella vita agreste ma ancora immerso
nell‟età delle streghe. Eppure non sarei mai riuscito a immagi-
nare un‟epoca triste come la nostra, e forse nemmeno i Maya
erano stati così pessimisti.
Ho scritto questo libro percorrendo una strada a ritroso,
cercando di capire come il mondo ha potuto trasformarsi
nell‟odierna prigione, con pochi, pochissimi uomini che con-
trollano le banche e dettano regole agli Stati sfruttando il ricat-
to del debito pubblico. Ci sposteremo agilmente dal mito alla
storia documentata, cercando di ficcare il naso in quegli angoli
secretati che nascondono informazioni scomode ma non per
questo meno importanti. Non parleremo qui di signoraggio
monetario, di Pearl Harbor, dell‟omicidio di Kennedy o della
guerra del Vietnam. È chiaro a tutti che i mass media ci hanno
raccontato un sacco di balle in proposito.
Cercate i Protocolli dei Savi di Sion; è un libro di fine Otto-
cento che descrive per filo e per segno quanto sta accadendo
nella nostra epoca. Stiamo vivendo nel mezzo di un «piano»,
un percorso che qualcun altro ha prefigurato per noi secoli or
sono. Prendete in mano Le società segrete di Van Helsing e
chiedetevi perché un libro così richiesto per anni sia stato
stampato soltanto in A4. Cercate pagina 119 (11-9, 11 settem-

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bre) e scoprirete che la caduta delle Torri Gemelle era già nota
molto tempo prima del 2001.
Ragionate con la vostra testa, non credete ciecamente né a
me né a nessun altro, poiché la tana del Bianconiglio è troppo
profonda perché qualcuno l‟abbia vista fino in fondo.
Gli stessi Protocolli che vi ho proposto di leggere non sono
più reperibili nella forma originale; potete solo trovare la ver-
sione contraffatta, usata dai nazisti nella loro campagna anti-
semita. Ciò che è scritto nel documento accade davvero: le
logge massoniche sono diventate un bacino di raccolta per ar-
ruolare i futuri uomini di governo, i giornalisti, gli agenti segre-
ti; molti Paesi stanno cedendo la propria sovranità a organismi
sovranazionali come la UE o la NATO, controllati a loro volta
da strutture bancarie come la BCE o il Fondo monetario inter-
nazionale. Gli stessi organismi stabiliscono i parametri di lavo-
ro, istruzione, alimentazione e commercio, mentre i mezzi di
informazione sono gestiti dalle stesse famiglie che possiedono
le banche. Sempre i media distraggono il popolo trasformando
lo sport in un culto e proponendo modelli di vita che ipnotiz-
zano i giovani e li tengono lontani dai segreti della casta. Pochi
uomini decidono il destino dell‟umanità, ma ciò non accade
per colpa degli Ebrei, che appaiono come firmatari soltanto nel
secondo documento, quello alterato dal nazista-sionista Alfred
Rosenberg. Semmai sono proprio i sionisti (come Rosenberg) a
nascondersi dietro la nebbia.
Fate bene attenzione a queste due parole: ebreo è il prati-
cante della religione ebraica; sionista è chi desidera trasforma-
re Medio e Vicino Oriente in un unico Stato, governato dalla
stessa linea di sangue che aveva dato i natali ai re biblici di
Giuda e Israele.1
Vedremo presto che questa linea di sangue era indo-
europea (ariana), contrapposta alla «razza» semita del popolo
di religione ebraica da essa governato. Il sionista considera in-
feriori le razze umane non indo-europee, compresa appunto
quella semita. Notate che oggi le razze semite sono le razze

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arabe, mentre gli Ebrei dell‟odierno Israele sono di razza aria-
na, trapiantati dall‟Europa alla fine del secondo conflitto mon-
diale. Prima e durante la guerra fu usata volutamente la parola
«antisemitismo» per riferirsi agli europei di religione ebraica.
Questa parola ristabiliva una connessione genealogica con gli
antichi abitanti della Palestina, una connessione finta, perché
gli Ebrei d‟Europa avevano antenati indo-europei che perlopiù
provenivano dal Kazakhistan. La persecuzione dei «semiti» ser-
vì a giustificare moralmente l‟occupazione della Palestina e il
genocidio degli arabi nel secondo dopoguerra. Detto questo,
non tutti i sionisti sono di religione ebraica e non tutti gli Ebrei
sono sionisti. Anzi, gli Ebrei-sionisti sono davvero pochi. A tale
proposito non c‟è nulla di più illuminante della testimonianza
del maggiore Alojzy Dziura-Dziurski, del movimento clandesti-
no polacco, riportata in nota.2
Questo è un libro di storia ufficiosa, che va a riempire pagi-
ne mai apparse nei libri di testo. Parleremo di un‟antica vicen-
da che comincia da Atlantide e Lemuria e termina ai giorni no-
stri. Ci fermeremo a Carlo Magno, aprendo di quando in quan-
do qualche breccia nel presente. Per scoprire la prima parte di
questa storia, consiglio la lettura del mio libro The Three Ages
of Atlantis (Inner Traditions, 2013), uno studio interdisciplinare
che ho condotto con l‟archeologo Ivan Minella e il geologo E-
rik Schievenin. Il resto della storia in parte è già stato coperto
dai resoconti di David Icke. Purtroppo la storia antica è da lui
sovente fraintesa, precludendo così una piena comprensione di
quegli eventi che hanno creato il «sistema». In ogni caso le
mancanze di Icke sono ampiamente bilanciate dalle sue inda-
gini sul mondo «moderno», dalle guerre mondiali alle società
internazionali, dagli scandali made in Usa ai complotti del si-
stema bancario e farmaceutico.
Da parte mia, mi auguro che il resto della storia avrà occa-
sione di essere presentato in volumi successivi.

13
I
Il Serpente Rosso

Civiltà: la forma del Paradiso creato dall‟uomo. Scacciato dal Paradiso


Terrestre, il genere umano non ha potuto che rifugiarsi nel Mondo
Terreno, permeato dalla Morte. Il più debole degli esseri viventi,
l‟uomo, ha creato quindi con la conoscenza acquisita a causa della
sua stessa debolezza un Paradiso Terrestre suo proprio. Un paradiso
che gli uomini hanno creato con le proprie forze per proteggere dal
terrore della morte le proprie vite e per perseguire la soddisfazione
dei propri piaceri.
Neo Genesis Evangelion

La storia attuale è dettata da pochi gruppi di potere. Sorpren-


derà scoprire in queste pagine che la loro esistenza è docu-
mentabile fino almeno dall‟Età del bronzo. I gruppi stessi (Bil-
derberg, Trilaterale, CFR, Fabian Society, B‟nai B‟rith, ecc.) ci
tramandano tradizioni di epoche remote, quando le loro con-
fraternite muovevano i primi passi. La parola «confraternita»
non è affatto fuori luogo: gli affiliati ai gruppi di potere, in gran
parte, sono seguaci di un culto esoterico chiamato l‟Occhio che
Tutto Vede, già ispiratore del Grande Fratello nell‟opera 1984 di
George Orwell (membro reietto della Fabian Society, fondata
non a caso un secolo prima, 1884). A far da legante fra i mem-
bri dell‟élite è la linea di sangue, il cosiddetto «Serpente Ros-
so», garantita dall‟obbligo «morale» per gli alti gradi di sposar-
si tra consanguinei. Se pensate che siano sciocchezze, docu-
mentatevi sul Bohemian Club. Leggerete che questa istituzione
è stata fondata nel 1872 (ma in realtà in questa data ha solo
cambiato il nome) e che ogni estate nel boschetto boemo
presso San Francisco vengono compiuti particolari riti; infine,
osservate i nomi dei partecipanti.
Le tradizioni dei gruppi ci riferiscono di antiche riunioni che
12.000 anni fa si svolgevano a Urfa, in Turchia, dove in tempi

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recenti è emerso l‟«inspiegabile» sito di Gobekli Tepe. E ancora
ci raccontano i loro incontri nelle Sangam, accademie indiane
cancellate dalle acque del diluvio. Anche Atlantide e i suoi abi-
tanti, i Pelasgi, non erano estranei a tali riunioni.
Nelle prossime pagine seguiremo le vicende incerte di una
singola dinastia, quella che più di tutte ha contribuito allo svi-
luppo dei gruppi di potere. Una dinastia rintracciabile nella scia
del già citato Serpente Rosso, un nome che non soltanto ricor-
da il legame di sangue che li unisce, ma richiama al contempo
il serpente sacro adorato dai suoi membri e non da ultimo i lo-
ro capelli rossi. L‟idea, inoltre, si incarna in Lahamu, la dea-
serpente dai capelli rossi da cui provengono i Lahama sumeri
(gli dèi delle acque) e le Lamie-Empuse del mito greco, precor-
ritrici della figura del vampiro.
Più comunemente i membri della dinastia in questione so-
no detti Hyksos e, secondo il mito, la loro origine risalirebbe a
un gruppo di Pelasgi (esuli da Atlantide) che nel 10.000 a.C. si
sarebbero insediati nella valle del fiume Indo. Gli Hyksos sa-
rebbero emersi da un piccolo nucleo di Pelasgi, costituendo
una fratellanza chiusa, che inizialmente assunse i nomi di Sette
Sapienti, Seguaci dell’Occhio di Horus o Seguaci dell’Occhio che
Tutto Vede. Questi pochi individui furono in grado, di volta in
volta, di accaparrarsi le risorse economiche degli altri popoli e,
attraverso queste, di comandarli. Il loro potere crebbe lenta-
mente ma senza controllo, raggiungendo proporzioni tali che
gli stessi monarchi dovettero inchinarsi al loro cospetto.
Dei Pelasgi abbiamo parlato anche in The Three Ages of At-
lantis, identificandoli con un popolo che aveva occupato le co-
ste del Mediterraneo in un‟epoca remota, di poco successiva
alla fine dell‟Era glaciale e al collasso di Atlantide (dal 13.000
a.C. in poi). I miti descrivono Atlantide come l‟isola dei Beati o
la patria degli dèi sulle Colonne d‟Ercole. La pongono oltre
l‟orizzonte, alla congruenza degli oceani, al di là dei bassi fon-
dali fangosi dove le chiglie si arrestano e le navi disperdono il
carico. Stava al centro di un‟isola, sulla cima di un monte, con-

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cepita a cerchi concentrici a immagine delle sfere celesti, af-
fondando le proprie radici, in gallerie profonde ed estese sotto
il mare. Per tre volte la furia delle acque si sarebbe scatenata
contro le sue mura rivestite d‟oro, argento e ossidiana. Per tre
volte sarebbe stata distrutta da tremendi diluvi e ricostruita al-
trove, in luoghi diversi del pianeta.
Il nome dei suoi abitanti, Pelasgi, è stato messo in relazione
col greco pelagos, «mare», oppure col termine basco pelatch,
«meleto», che guarda caso è lo stesso significato della parola
Avalon o Atalon in bretone (l‟isola celtica degli dèi). I Pelasgi
sono i giganti del libro ebraico di Enoch, citati anche nella Ge-
nesi (6,4) e chiamati talvolta «cainiti», venuti dal mare al tempo
del Diluvio universale. I figli di Caino sono i futuri indo-europei,
descritti come vampiri in alcune leggende ebraiche, contrap-
posti ai «setiti» (discendenti di Set, terzo figlio di Adamo ed
Eva), antenati dei popoli negroidi, orientali e semiti.

La fine del mondo

Il mito del Diluvio universale trova spazio in tutte le culture


e per questo deve ispirarsi a fatti reali. Se percorriamo l‟intera
storia umana, all‟incirca da 100.000 anni fa a oggi, ci fu soltan-
to un‟occasione in cui gli eventi dovettero apparire così violen-
ti da sconvolgere l‟intera coscienza collettiva: la fine dell‟ultima
Era glaciale, quando terribili alluvioni coprirono i continenti
con decine di milioni di chilometri cubi d‟acqua. Tre rapidi epi-
sodi di scioglimento glaciale si abbatterono sul pianeta, preci-
samente 15.000 anni fa (primo diluvio), 11.600 anni fa (secon-
do diluvio) e 8700 anni fa (terzo diluvio).
Le prove (che abbiamo raccolto in The Three Ages of Atlan-
tis) suggeriscono che nel 13.000 a.C. fosse arrivata in Europa e
nel Mediterraneo una nuova razza bianca di homo sapiens, co-
nosciuta come uomo di Cro-Magnon. In particolare sembra
trattarsi di una varietà di Cro-Magnon detta «uomo di Mouil-

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lans» o «uomo di Mechta el-Arbi», probabilmente l‟uomo di
Atlantide.
I primi scheletri furono scoperti nel 1912 dall‟antropologo
francese Antoine Debruge ad Afalu-bu-Rummel, sulla costa al-
gerina presso Béjaïa. Altri resti furono rinvenuti sempre in Al-
geria (a Mechta el-Arbi e La Mouillah), in Tunisia (Kef-um), in
Marocco (Der el-Soltan) e in altre coste dell‟Africa nordocci-
dentale, in tombe che ospitavano ciascuna un centinaio di i-
numazioni. I soggetti presentavano un‟altezza superiore a 1,80
metri gli uomini e 1,75 le donne, spalle larghe, bacino stretto,
arti lunghi. La datazione al carbonio 14 ha restituito la data del
10.000 a.C., innescando un comprensibile stupore tra gli antro-
pologi, che da allora si interrogano sull‟origine misteriosa di
questi uomini e sulla loro improvvisa comparsa. Anche il tipo
di lavorazione degli utensili è assolutamente nuovo, molto più
complesso e avanzato rispetto a qualunque altro luogo della
Terra. Negli stessi strati archeologici furono trovati resti di a-
nimali che non provenivano dal continente africano. Lo strato
geologico degli scheletri sovrastava un livello più antico con-
tenente i resti di soggetti locali dediti alla caccia. Questi ultimi
risalgono all‟epoca fertile del Sahara e si differenziano per ti-
pologia cranica e utensili contestuali.
L‟uomo di Mouillans aveva la più grande capacità cranica
mai misurata, con un volume di 2300 centimetri cubi circa che
fa sfigurare i 1400 centimetri cubi dell‟uomo moderno. Secon-
do l‟anatomista inglese Arthur Keith, la proporzione tra cranio
e viso sarebbe ancora più affascinante del volume cerebrale. La
base cranica era più rotonda di quella dell‟uomo moderno, fa-
cendo sì che l‟uomo di Mouillans conservasse ancora in età
adulta la forma cranica di un bambino, un fenomeno chiamato
paidomorfismo o fetalizzazione. Un‟infanzia prolungata favori-
sce infatti lo sviluppo del cervello: quanto più si estende
l‟infanzia, tanto più si sviluppa la civiltà corrispondente. Mat-
thew Robertson Drennan della New Medical School alla
University of Cape Town afferma a tal proposito: «È ultramo-

17
derno. Supera la testa umana europea sotto ogni aspetto. In-
tendo dire che è meno simile alle scimmie del cranio più mo-
derno. I suoi lineamenti sono delicati, moderni, anche in con-
fronto alla razza caucasica e, soprattutto, non ricorda nulla del-
la robusta costituzione cranica dei negroidi». Il cervello pog-
giava su una base che restava sempre della stessa grandezza e
cresceva in altezza assumendo una forma allungata. Di conse-
guenza la proporzione tra volto e fronte non superava il 5:1,
contro il 3:1 dell‟uomo moderno. Mentre il cranio si espandeva,
il volto restava immutato e infantile con una piccola mandibola
e piccoli denti, ma senza il terzo molare, che con ogni probabi-
lità mancherà anche a noi nel lontano futuro.
L‟uomo di Mouillans non ha precedenti che ne spieghino lo
sviluppo in loco, suggerendo quindi la sua venuta dal di fuori
del Mediterraneo. Mostra comunque poche ma significative
somiglianze con il ceppo dei Berberi, di cui è ritenuto
l‟antenato. Dal canto loro le leggende berbere raccontano dei
loro avi provenienti da Atarantes (Atlantide) e sostengono che
la loro etnia sia depositaria da secoli di innumerevoli segreti.
Sembra quindi che il genere Cro-Magnon fosse sbarcato
improvvisamente sulle coste mediterranee nel 13.000 a.C. I
suoi tratti fisici erano gli stessi che ritroviamo nel mito per de-
scrivere i Pelasgi: altezza superiore alla media, occhi chiari, ca-
pelli biondo-rossicci, barba pronunciata e carnagione bianchis-
sima. Dal 13.000 avrebbe iniziato a ibridarsi con gli altri Sapiens
sapiens, i Compe Cabelle, presumibilmente neri di carnagione.
L‟uomo di Mouillans o di Mechta el-Arbi rappresenta proba-
bilmente il Cro-Magnon più puro, prima che si mescolasse al
Compe.
Durante l‟ultima Era glaciale la popolazione europea e me-
diterranea era organizzata in società guerriere dedite alla cac-
cia ed estremamente matriarcali, probabilmente estranee ad
attività come l‟agricoltura, l‟allevamento e l‟artigianato della
ceramica. Adoravano una sola divinità: la grande Dea madre
(Ana o Dana) di cui conserviamo centinaia di raffigurazioni, in-

18
cisioni e sculture. Nell‟immaginario dei popoli successivi, l‟Era
glaciale si presenta come «Era delle Amazzoni e delle Gorgo-
ni». Quando alla fine di quell‟epoca giunsero in Europa i Pela-
sgi, le due realtà dovettero scontrarsi:
Le Amazzoni si comportarono con crudeltà nei confronti di chi
cadde nelle loro mani e sgozzarono gli uomini dalla gioventù in a-
vanti, e, asserviti donne e bambini, abbatterono la città di Cerne. Gli
Atlantidei, atterriti, consegnarono le città. La regina Mirina concordò
allora un rapporto di amicizia e fondò una città sua omonima al po-
sto di quella abbattuta.1

Laddove nel mondo appaiono costruzioni gigantesche, o-


pere «da giganti», sopravvive lo stesso identico mito: è la me-
moria di uomini dalla pelle chiara, color della neve, alti e bar-
buti, in grado di spostare le pietre grazie alla melodia di un
canto o al suono di una tromba. Avrebbero liberato l‟uomo
dalla barbarie, vietando il cannibalismo e i sacrifici umani; a-
vrebbero costruito templi e misurato il corso degli astri. Erano
fuggitivi, naufraghi dell‟Isola bianca, nativi dell‟isola di Atala,
Aztlan o Atlantide.
Sebbene il colore bianco domini incontrastato la tradizione,
alcuni racconti degli Indiani d‟America si riferiscono all‟isola dei
propri antenati con la parola Itzamana, tradotta variamente
come «Terra del drago» o «Terra del rosso antico». Entrambi i
nomi ricordano il «drago/serpente rosso» delle scuole esoteri-
che, un simbolo che rappresenta il lignaggio di Atlantide e
quindi la discendenza dei suoi abitanti. Itzamana era inoltre un
appellativo di Votan, il dio che secondo i Maya avrebbe porta-
to la civiltà, chiamato Quetzalcoatl laddove appariva nelle vesti
di «serpente piumato», oppure Itzamana se assumeva l‟aspetto
di un serpente a sonagli.
L‟archeologa e giornalista Lucille Taylor Hansen negli anni
Sessanta incontrò in Perú un capo sioux chiamato Stella ca-
dente. Di nuovo ascoltò la tradizione di un‟originaria terra ros-
sa, legata all‟immagine di un drago e sprofondata tra i flutti:
«Questa è la terra delle nostre origini; da qui, dalla Vecchia
19
Terra Rossa, partimmo prima che sprofondasse, poiché questa
terra è antica come la Terra del drago del dio del fuoco».2

Viaggio in Antartide

Un esame delle più note mitologie mondiali ha evidenziato


continui riferimenti a una patria degli dèi a sud, dove «il giorno
e la notte durano sei mesi ciascuno», intrappolata nell‟«inverno
eterno»: è stato naturale supporre che l‟isola di Atlantide si
fosse trovata al Polo sud e che esista tuttora col nome di An-
tartide. La geologia e la paleoclimatologia ci insegnano che
«solo» 15.000 anni fa in Antartide scorrevano i fiumi, cresceva-
no gli alberi e il clima era temperato. I poli geografici si sareb-
bero quindi spostati, le vecchie calotte polari si sarebbero li-
quefatte e l‟acqua di scioglimento avrebbe sommerso le coste
abitate del mondo antico, ispirando le storie sul Diluvio univer-
sale. L‟Antartide sarebbe stata attanagliata da un‟improvvisa
morsa di freddo. Avrebbe cominciato a nevicare e nevicare.
Una bianca coltre perenne avrebbe ricoperto resti di città,
campagne e boschi, con tutti gli abitanti. Dopo un‟inutile e di-
sperata lotta contro il gelo, solo alcuni superstiti sarebbero riu-
sciti a emigrare verso lidi più ospitali. Una traccia di questi tra-
gici avvenimenti è rimasta impressa nelle leggende della Terra
del fuoco: i Fueghini raccontano che la terra dei loro avi era un
tempo fertile e temperata, ma in seguito a un pauroso catacli-
sma fu ricoperta da ghiacci perenni e i loro progenitori dovet-
tero emigrare.
Nel 13.000 a.C. un meteorite da 200 miliardi di tonnellate
era precipitato al largo della Florida. L‟impatto aveva spostato i
poli geografici, spingendo verso nord l‟Alaska e la Siberia o-
rientale, spostando invece a sud l‟Europa e l‟Antartide. Le vec-
chie calotte polari finirono al caldo e si sciolsero, e nel giro di
qualche millennio, si formarono le calotte attuali.

20
Prima dell‟impatto, il volume dei ghiacci perenni era più del
doppio di quello attuale, tant‟è vero che il livello del mare era
più basso di 130 metri. La spiegazione di ciò è molto semplice:
non soltanto l‟asse di rotazione terrestre intercettava la super-
ficie in due poli differenti da quelli odierni, ma presentava al
contempo un‟inclinazione diversa, cadendo quasi a perpendi-
colo sul piano dell‟orbita. Una tale situazione implicava
l‟assenza di stagioni, con la temperatura che rimaneva costante
per tutto l‟anno in ogni luogo del pianeta. Di conseguenza il
ghiaccio si accumulava senza sciogliersi in tutte le regioni con
temperature inferiori allo zero, cioè alle alte latitudini e alle alte
quote.
Il primo evento di scioglimento (nel 13.000 a.C.) lasciò die-
tro di sé numerosi laghi, trattenuti da sottili dighe di ghiaccio.
Nel 9600 e nel 6700 a.C. crollarono le ultime pareti, liberando
10 milioni di chilometri cubi d‟acqua per volta, togliendo mi-
liardi di tonnellate di peso alla terra schiacciata. La crosta si
sollevò quindi come un‟altalena, scatenando terremoti e ac-
cendendo i vulcani, che a loro volta oscurarono il sole con una
fitta nube di cenere. L‟evento è ben spiegato nella raccolta di
miti giapponesi che prende il nome di Kojiki: «Amaterasu [il
Sole], grande sovrana e sacra, dischiuse la porta della rocciosa
stanza del cielo, vi si infilò dentro e vi restò nascosta. Le pianu-
re del sommo cielo si oscurarono e sulle terre immerse nelle
pianure di giunco calò il buio».
Secondo una pubblicazione dell‟Istituto nazionale di geofi-
sica e vulcanologia, nel 6700 a.C. i moti sismici portarono al
crollo in mare di una parte consistente del vulcano Etna, scate-
nando un immenso tsunami contro le coste del Mediterraneo
orientale. Un tale evento è stato collegato all‟arrivo in Calabria
di esuli egiziani, i quali sarebbero giunti in nave portando con
sé i feretri di 110 re, poi sepolti nell‟attuale «Grotta dei re» a
Placanica (Reggio Calabria) e al di sotto dei menhir di Ladi-
Nardodipace (Vibo Valentia). Recenti indagini al georadar han-
no individuato due cavità di base rettangolare, estese di fronte

21
ai megaliti di Ladi da una profondità di 4 metri (soffitto), fino a
9 metri (pavimento). È comunque sufficiente saltare sul terreno
per udire il sordo rimbombo del vuoto. Potrebbe trattarsi di
una camera ma la sovrintendenza calabrese ha vietato ulteriori
indagini, questo nonostante la pressione degli enti comunali
che vorrebbero un maggiore sviluppo del turismo archeologi-
co.
Secondo il mito indiano (Veda e Mahabharata), furono
questi eventi a spingere i popoli a eleggere i Sette Sapienti,
uomini fidati che avrebbero avuto la gestione delle risorse e-
conomiche e il compito di proteggerle. All‟epoca si trattava di
sementi, specie animali, utensili, indumenti, ceramiche, ma col
tempo si aggiunsero le armi, le memorie scritte, l‟oro e, infine,
il peggiore di tutti: il denaro. I Sette sovrintendevano alla reda-
zione di tavolette e papiri e al loro stoccaggio in apposite ca-
mere, in compagnia dei vasi di sementi. Ancora oggi accade
qualcosa di simile: il magnate Rockefeller ha ordinato di co-
struire una banca delle sementi nelle isole Svalbard, un arcipe-
lago nel Mar Glaciale Artico a mille chilometri dalle coste nor-
vegesi. E la famiglia Rockefeller appartiene di certo al Serpente
Rosso, discendendo dal casato ebraico di Mar Zutra e da quel-
lo spagnolo di Aragona. La banca si trova dentro una monta-
gna ghiacciata nei pressi del villaggio di Longyearbyen e dal
2008 contiene tutte le specie vegetali oggi coltivate sulla Terra.
Secondo il suo presidente, Jacques Djouf, la banca genetica sa-
rà «una garanzia a livello mondiale per affrontare le sfide futu-
re»: il permafrost e la roccia faranno sì che il materiale geneti-
co conservato nel caveau rimanga congelato e protetto, anche
in mancanza di elettricità.
Ai Sette Sapienti spettava l‟elezione di un nuovo re qualora
si interrompesse la successione dinastica, e la loro scelta era al
contempo irrevocabile e indiscutibile. I sacerdoti di Eliopoli fa-
cevano lo stesso nell‟antico Egitto e ancora oggi viene fatto
dalle banche centrali, seppure in modo più subdolo, mano-
vrando i mass media e, tramite essi, l‟opinione pubblica. Se

22
all‟inizio gli intenti erano buoni, col tempo il ricordo del diluvio
si affievolì e i Sette Sapienti dimenticarono il motivo della loro
nascita: preservare il progresso umano da ogni possibile cata-
strofe. Il potere li rese avidi e bramosi di ulteriore controllo. In
quel momento era già troppo tardi per tornare indietro; ormai
erano abbastanza forti da sopravvivere per millenni, fino al
giorno d‟oggi.

La lingua globale

L‟uomo di Cro-Magnon aveva portato con sé una nuova


lingua e una forma di scrittura nota oggi come «iberico».
Dall‟unione del mondo atlantideo con l‟Europa amazzone e-
merse la cosiddetta civiltà della «Vecchia Europa», i cui uomini
parlavano una lingua simile al basco.
Nella figura 1 sono evidenziate le aree di Africa ed Europa
dove lingue affini al basco si parlano ancora ai giorni nostri.
L‟assenza di cambiamenti nel linguaggio di questi popoli costi-
tuisce un vero enigma per i linguisti: il tempo sembra essersi
fermato 15.000 anni fa, come se il Cro-Magnon avesse evitato
volontariamente qualunque contatto con i propri vicini.
La distribuzione del basco nell‟Età del bronzo era decisa-
mente più ampia, comprendendo l‟intera Europa occidentale e
tutta la parte occidentale del Nordafrica. Ancora oggi tra i Ber-
beri del Nordafrica il 10 per cento presenta capelli castano
chiari o biondi. Il biondo tende a essere dorato o rosso, secon-
do lo stereotipo del civilizzatore pelasgico.
Nel Neolitico il basco si trovava diffuso in modo uniforme
praticamente in tutta Europa e nell‟intero bacino mediterraneo.
Una lingua uniforme è il chiaro segno di una civiltà progredita,
capace di tenere contatti sulla lunga distanza. Un po‟ come la
nostra civiltà globale che comunica in inglese. In contrasto tro-
viamo le innumerevoli lingue degli indiani americani, e le mi-
gliaia di lingue dell‟Africa subsahariana. Ogni tribù parla il pro-

23
prio linguaggio e ricorre a linguaggi gestuali per comunicare
con gli estranei.

Fig. 1 Nelle aree evidenziate si parla attualmente


una lingua affine al basco.

Il linguista Hans Krahe3 si convinse che una tale omogenei-


tà doveva ricondursi a un popolo preciso, che in un modo o
nell‟altro a un certo punto si era diffuso per quasi tutta
l‟Europa. Secondo Theo Vennemann4 si tratterebbe di un po-
polo che avrebbe colonizzato l‟Europa dal sud al nord dopo
l‟ultima glaciazione. I Pelasgi? Chi altri sennò?

24
Fig. 2 Distribuzione del basco nell'età del bronzo.

Holgen Pedersen5 coniò il termine «nostratico», ovvero


«lingua nostra», per indicare il proto-basco dei Cro-Magnon. I
comparatisti russi Vladislav Illic Svityc e Aharon Dolgopolskij
scoprirono (nella metà degli anni Sessanta) che proprio da
questa lingua si era separata, dopo il secondo diluvio (9600
a.C.), la famiglia afroasiatica (semitico, egiziano antico). Così si
aggiunge un ulteriore indizio alla presenza pelasgica in Egitto
tra il primo e il secondo diluvio (13.000-9600 a.C.).
I Cro-Magnon avrebbero quindi lasciato l‟Antartide 15.000
anni fa per raggiungere, fra gli altri luoghi, il Mar Mediterra
neo. In The Three Ages of Atlantis abbiamo cercato le tracce di

25
culture artistiche capaci di realizzare architetture e sistemi so-
cio-religiosi complessi, nel periodo compreso tra il 13.000 e il
9600 a.C.
Possiamo ammirare le loro opere più maestose in Perú (Sa-
csayhuamán, Ollantaytambo, Puma Punku), Egitto (megaliti del
Tempio a Valle, tempio della Sfinge, Osirion di Abydos)6, Liba-
no (Baalbek), solo per citarne alcune.
Le tradizioni maronite pongono la costruzione di Baalbek
133 anni dopo il Diluvio universale, quando gli esuli atlantidei
avrebbero colonizzato il Mare Nostrum. Sallustio riporta che
Iempsale II, re della Numidia dall‟88 al 60 a.C., nell‟opera in lin-
gua punica Qui regis Hiempsalis dicebantur descrive il Libano
come un luogo di raccolta per l‟esercito di Ercole atlantideo. Il
«figlio di Giove» era da poco divenuto padrone incontrastato
del Mar Mediterraneo e progettava di espandersi verso Orien-
te.

La seconda Atlantide

Se usiamo l‟immaginazione per spostarci indietro nel tem-


po, ci accorgiamo che i popoli emigranti non portavano con sé
soltanto i carri o le navi, le vettovaglie e i vestiti; con essi si
spostavano una lingua, una tecnica artigiana e un intero patri-
monio di miti, costumi e tradizioni. In questo bagaglio virtuale
erano compresi i toponimi delle terre di origine: nomi di fiumi,
montagne, isole, città... Una volta raggiunta la nuova patria, i
vecchi nomi venivano adattati al nuovo contesto, sulla base di
somiglianze geografiche o di semplici accostamenti di ruoli.
Questo fenomeno balza subito agli occhi qualunque epoca si
osservi. Pensiamo a (Nuova) York, (Nuova) Caledonia, (Magna)
Grecia o Mar Rosso (che indicava il Tirreno prima che i Fenici
trasferissero questo nome nel Vicino Oriente).
È probabile che i Pelasgi non abbiano fatto eccezione e che
il nome della loro terra fosse ancora impiegato successivamen-

26
te alla migrazione. Così si sarebbero riferiti con «Atlantide» a
qualche isola interna del Mar Mediterraneo. Timeo, uno storico
greco del IV secolo a.C., scriveva: «L‟isola di Sardegna è situata
presso le Colonne d‟Ercole». Fu infatti Eratostene di Cirene, ter-
zo bibliotecario di Alessandria, che spostò le Colonne a Gibil-
terra, per equilibrare la mappa di un mondo che si era allarga-
to a Oriente con le conquiste di Alessandro Magno. Prima di
allora le Colonne d‟Ercole indicavano la zona marina tra il ca-
nale di Sicilia e lo stretto di Messina a est, fino alla Sardegna a
ovest. Allo stesso modo la parola «oceano» indicava il Tirreno
(come «Mar Rosso»), mentre «Atlantico» era il mare costiero
dell‟Europa mediterranea, dal golfo ligure verso ovest.
Platone descrive Atlantide ricca di rocce rosse, bianche e
nere, ma è proprio quello che gli Egizi scrissero sull‟isola degli
Shardana, «venuti dall‟isola Basilea, alta e con rocce rosse,
bianche e nere e ricca di rame». Diodoro chiama «Basilea» la
prima regina di Atlantide. Aggiungeva inoltre che gli Atlantidei
«erano uomini dolcissimi d'indole che abitavano una terra for-
tunata» e grandi città, fra cui menziona Cerne, situata, secondo
Eforo, nel Mar Rosso (Tirreno). Così scopriamo che, in
quell‟epoca, il nome di Atlantide era impiegato per riferirsi alla
Sardegna. Il filosofo ribadisce in due passaggi del Crizia la pre-
senza in Atlantide degli elefanti. Sulla costa sarda occidentale,
a San Giovanni in Sinis, sono stati rinvenuti i resti di elefanti di
una specie endemica denominata Mammuthus lamarmorae7,
come già erano stati ritrovati in Sicilia e in altre località italiane.
La loro estinzione è subito successiva alla data fornita da Pla-
tone per l‟allagamento dell‟isola (9600 a.C.) e pertanto il reso-
conto del filosofo potrebbe riferirsi alla Sardegna. Egli aveva
sentito parlare di Atlantide da ragazzo, ad Atene, mentre par-
tecipava a un banchetto con il suo maestro Socrate. In queste
occasioni era d‟uso intrattenere i commensali con storie avvin-
centi e sicuramente quella di Atlantide lo era. Nel Timeo e nel
Crizia, Platone, ormai anziano, riassume quel discorso udito
tanti anni prima e lo fa narrare a Crizia, uno dei quattro prota-

27
gonisti del dialogo e suo lontano parente. Crizia riferisce un
racconto tramandato nella sua famiglia dal legislatore Solone,
uno dei Sette Saggi dell‟antica Grecia.
Solone aveva trascorso dieci anni in Egitto (dal 571 al 561
a.C.) per apprendere l‟antica sapienza e si era recato nel tem-
pio di Sais per essere istruito dal venerabile sacerdote Sonchi.
Quest‟ultimo gli parlò di Atlantide e gli mostrò le colonne del
tempio dove quella storia era incisa in geroglifico. Nel IV seco-
lo a.C. lo stesso tempio fu visitato da Crantore, un discepolo di
Platone, il quale riuscì a vedere le colonne e ne fece tradurre
l‟iscrizione, confermando così il racconto del maestro.
Un convinto sostenitore dell‟esistenza di Atlantide era
Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia. Da un papiro egizio
conservato al museo Hermitage di Pietroburgo tradusse il se-
guente passaggio: «Il Faraone mandò una spedizione verso
Occidente affinché cercasse tracce della terra d‟Atlantide dalla
quale, 3350 anni prima, gli antenati degli Egizi erano giunti,
portando con sé tutta la sapienza e la saggezza della loro terra
d‟origine». Nel 1890 scrisse questa lettera al nipote Paul:
Quando nell‟anno 1873 dirigevo i lavori di scavo a Troia e ad His-
sarlik m‟imbattei nella seconda Troia, il luogo del famoso tesoro di
Priamo. Tra gli oggetti preziosi c‟era una grande brocca dalla forma
strana. Al suo interno c‟erano diversi oggetti di metallo, e vasetti di
argilla, stucco e alcune statuine di un curioso metallo, monete dello
stesso metallo e oggetti di osso. Sopra alcuni di questi oggetti e va-
setti di bronzo si trovava questa iscrizione in geroglifici fenici: «Dal re
8
Cronos di Atlantide».

I Greci ponevano la sede di re Cronos-Saturno in Sardegna,


prigioniero in una torre fra i tanti nuraghi presenti sull‟isola. Ed
è innegabile che esistessero fiorenti traffici commerciali tra la
Sardegna e le coste turche, specialmente sul finire dell‟Età del
bronzo quando le due zone erano abitate rispettivamente da
Shardana e Teucri.
Nel 1912 Paul Schliemann ruppe inavvertitamente un vaso
a forma di testa di gufo che aveva ereditato dal nonno e facen-

28
te parte del cosiddetto "tesoro di Priamo". Tra i cocci apparve
una piastra quadrata di metallo bianco che probabilmente si
trovava prima incastrata sul fondo. Rovistando tra le carte del
nonno, Paul si accorse che Heinrich aveva non solo inventaria-
to la lastra, ma l'aveva inoltre fatta analizzare, risultando essere
una lega di platino, rame e alluminio, identificabile forse con
l'oricalco di cui dà memoria Platone. Il vaso-gufo era proba-
bilmente la stessa brocca dalla forma strana di cui aveva scritto
il nonno. Paul divulgò la notizia che apparve contemporanea-
mente su tre periodici, a New York, Londra e Norimberga. L'ac-
coglienza dell'ambiente accademico fu ancora una volta fred-
da; eppure, anche tralasciando la questione "Atlantide", la pre-
senza di Alluminio e Platino su un manufatto della tarda età
del bronzo avrebbe dovuto far rizzare i capelli, quantomeno
perché la lavorazione di entrambi i metalli è - ufficialmente -
storia recente. I chimici Charles Martin Hall (statunitense) e
Paul Héroult (francese), indipendentemente l'uno dall'altro, so-
no riusciti a isolare l'alluminio dalla bauxite solamente nel
1886. Il processo impiegato - l'elettrolisi - era stato teorizzato
da Faraday nel 1832. Il platino d'altro canto fonde a 1768°C
(230° più del ferro). Il primo a parlarne è stato l'umanista italia-
no Giulio Cesare Scaligero (1484-1558), il quale nel 1557 lo de-
scriveva come un metallo misterioso trovato nelle miniere del
Darién (Panama) e del Messico "finora impossibile da fondere
secondo i metodi noti agli spagnoli".9
Se è vero che le Colonne d‟Ercole sono state spostate dal
canale di Sicilia a Gibilterra, è altrettanto possibile che ancora
prima si trovassero in un terzo luogo. L‟idea delle Colonne si
accompagna molto spesso all‟immagine del monte Atlante,
tanto da indurci a sovrapporre le due zone o a ritenerle molto
vicine. Atlante ed Ercole sembrano intercambiabili: durante la
sua undicesima fatica, Ercole deve raggiungere il giardino delle
Esperidi e rubarvi i pomi d‟oro. Lungo il viaggio incontra Atlan-
te, impegnato a reggere la volta celeste, e gli propone uno
scambio: Ercole lo sostituirà temporaneamente nel gravoso

29
compito e in cambio Atlante ruberà per lui i preziosi frutti. Er-
cole al posto di Atlante quindi, ma secondo Omero vale anche
il contrario: nell‟Odissea leggiamo dell‟«astuto Atlante, che co-
nosce le profondità del mare tutto, e custodisce le alte Colon-
ne che tengono separati il cielo e la terra». Nel Crizia di Plato-
ne leggiamo che il dio Poseidone pose Atlante (il monte, sim-
bolicamente «suo figlio») in quella parte di Atlantide rivolta
verso le Colonne d‟Ercole. Seneca afferma che «quelle colonne
sono il perno di ogni cosa», mentre secondo Esiodo «Atlante
sostiene il peso incombente dei cieli con instancabile sforzo».
In entrambi questi ultimi casi torniamo all‟idea di un luogo po-
lare, il punto di fuoriuscita dell‟asse terrestre, ovvero del perno
attorno al quale ruotano i cieli. I cieli, vale a dire le stelle, sono
sostenuti, non cadono, cioè non tramontano, proprio come ac-
cade alle latitudini polari. Sembra quindi che, insieme al nome
di Atlantide, si fosse spostata dall‟Antartide anche l‟idea delle
Colonne d‟Ercole.

Verso Oriente e ritorno

Facciamo un passo indietro e seguiamo le orme dei Cro-


Magnon dal Mediterraneo alla valle del fiume Indo, dove una
loro comunità viveva in un certo senso «fuori posto». Era giun-
ta così lontano grazie a un movimento migratorio che nel mito
prende la forma di una campagna militare, intrapresa verso O-
riente da Ercole, Bacco o Osiride (sostituito talvolta dal figlio
Horus).
Il linguista Laurence Austine Waddell ha suggerito che i
nomi Horus ed Herakles derivino entrambi dalla radice sumera
HU/HA, «il falco», l‟animale simbolo di Horus, per cui i vari rac-
conti prenderebbero spunto da un‟unica storia originale.10
In particolare si riscontra una somiglianza di significato fra
la variante Horemakhet (in egiziano «Alba o Luce di Horus») e
Herakleos (in greco «Splendore» o «Luce di Hera»). I Druidi

30
delle isole Britanniche adoravano il dio serpente Hu (una ver-
sione dell‟egiziano Osiride), rappresentato da una vipera e de-
nominato «Drago dominatore del mondo». Nel contesto drui-
dico hu-man significa «uomo-serpente» e il titolo di Pendra-
gon (il Grande dragone) era esclusivo del re dei re delle isole
Britanniche; l‟Uther Pendragon padre di Artù ne è un esempio.
Potremmo pensare a una sorta di confusione linguistica che ha
trasformato Hu (falco) in Hu (serpente) o viceversa, sicché «fal-
chi» e «serpenti» potrebbero indicare la stessa élite. Alternati-
vamente, la trasmutazione del serpente in falco potrebbe deri-
vare dai Testi di Edfu, laddove si legge che «il "serpente senza
nome" assunse le sembianze di un falco».
Il mito riferisce che nel 10.000 a.C. un grande esercito si era
messo in marcia agli ordini di Hu-Horus-Herakles: decine di
migliaia di soldati, migliaia di carri e cavalli, lance, scudi e spa-
de, al ritmo incalzante di un rombo metallico. Eracle aveva ar-
ruolato l‟esercito più grande della terra e aveva chiesto
l‟alleanza alle Amazzoni libiche. Esse si muovevano in disparte,
schive agli sguardi indagatori dei soldati; si muovevano insie-
me, uomini che non concepivano donne in battaglia e donne
che mai avrebbero voluto combattere per un uomo. Tutti verso
lo sconosciuto Oriente.
Secondo Diodoro Siculo le soldatesse avrebbero avuto in
premio la Scizia, sul Caucaso: ne sono testimoni i recenti ritro-
vamenti di tombe di «regine guerriere». Sul fondo del lago Si-
menit, presso Golyazi, nel nord dell‟Anatolia, tra i resti di una
città sommersa, sono stati rinvenuti 22 sarcofagi contenenti
corpi di regine guerriere. La città è stata identificata dagli ar-
cheologi con Themiskyra, la capitale delle Amazzoni scite. Essa
si trovava infatti, secondo la tradizione, sull‟estuario del fiume
Thermodonte, cinquanta chilometri a est della città di Samsun.
Alessandro Magno percorse lo stesso cammino negli anni
dal 334 al 324 a.C. Tra gli scrittori al suo seguito c‟erano Onesi-
crito e Nearco, che discesero per nave il fiume Indo e dalla sua
foce costeggiarono l‟India fino all‟imboccatura del Golfo Persi-

31
co, da questa risalendo fino in Susiana. Un terzo fu Megastene,
che proseguì via terra oltre i luoghi conquistati. Tutti e tre an-
notarono le implorazioni di popoli turkmeni e indiani come Ni-
sei, Malli e Ossidrachi, che si appellavano al ricordo di un Erco-
le conquistatore venuto da Occidente. Egli si era dimostrato
giusto ai loro occhi, garantendo in eterno la libertà e
l‟indipendenza dei popoli, e avrebbe fondato molte città sul
corso del fiume Indo. Ancora gli stessi fatti sono confermati nei
rapporti degli ambasciatori romani alla corte dei Maurya.
Proprio qui sorse la civiltà più antica del mondo, iniziata
con un‟organizzazione urbana straordinaria, dotata di strade,
magazzini, centri di culto e addirittura di un sistema fognario al
quale confluivano gli scarichi delle singole abitazioni. Solo per
nominare alcuni siti: Mohenjo-Daro, Harappa, Lothal, Dholavi-
ra.
Nel corso degli anni la lingua e l‟etnia della «colonia asiati-
ca» assunsero tratti distintivi specifici, che chiameremo indo-
europei o ariani. Abbiamo localizzato qui la comunità madre
da cui le lingue indo-europee avrebbero raggiunto l‟Asia cen-
trale e l‟Europa nei millenni successivi.
Proprio in questa zona, a partire dal 6700 a.C., si sviluppò la
civiltà indo-sarasvati, sicuramente la prima dotata di scrittura e
lingua indo-europee.
Il Rig Veda, una delle quattro raccolte di testi religiosi indù,
ricorda l‟arrivo dei Pelasgi guidati da Ercole, gli «Arii dalla pelle
e gli occhi chiari e i capelli biondi», stabilitisi lungo le rive del
fiume Sarasvati. Questo possente corso d‟acqua, parallelo al
fiume Indo, iniziò a prosciugarsi alla fine del terzo millennio
a.C., per cessare di scorrere all‟inizio del secondo millennio a.C.
In epoca moderna è stato rilevato solo grazie alla tecnologia
satellitare. Nel Rig Veda si dice più precisamente che esso cor-
reva ininterrotto dalle montagne all‟oceano: «Questo fiume Sa-
rasvati avanza nutrito dalla sua corrente, nostra sicura difesa...
il fiume continua a scorrere, vincendo in maestà e possanza

32
tutte le altre acque. Puro nel suo corso dalle montagne
all‟Oceano...».
In un articolo apparso nel 1991 sulla rivista «Remote Sen-
sing», S.M. Ramaswamy, P.C. Bakliwal e R.P. Verma, sostengono
che il fiume Sarasvati smise di fluire sino al Mar Arabico per
poi perdersi nel deserto indiano 12.000 anni fa. La stessa data
è stata suggerita da Bhimal Ghose, Anil Kar e Zahrid Jussaid in
uno studio per l‟Istituto centrale di ricerca per le zone aride, a
Jodhpur, e da Ghose e altri nel «Geographical Journal».
I Pelasgi restarono isolati nella valle dell‟Indo a causa di ter-
remoti e violente alluvioni connessi al terzo diluvio. Col passare
dei millenni mutarono la loro lingua, che si avvicinò sempre più
al sanscrito, al greco o al latino: era la lingua indo-europea, il
prototipo di quasi tutti i nostri linguaggi occidentali. Orde mi-
gratorie tornarono quindi verso l‟Europa solo a partire dal
5000 a.C.
Nel 4000 a.C. partì la seconda ondata migratoria, destinata
a percorrere 3000 chilometri nello spazio di mille anni. Dopo
aver risalito l‟Indo, gli emigranti avevano navigato il fiume Ka-
bul controcorrente, attraversando il bacino di Sorobi, la piana
di Qarghayi e aggirando l‟Hindukush. Abbandonarono le bar-
che e si stabilirono per qualche tempo nella vallata del Pan-
jshir, nell‟attuale Afghanistan. Queste genti divennero note
come Hyksos. La lingua trasmessa dai loro spostamenti era
l‟indo-iranico, dialetto o evoluzione del primo indo-europeo, a
cui oggi corrispondono un ceppo linguistico e le relative lingue
derivate.
Nel corso di cinquecento anni gli Hyksos avevano occupato
la valle e tutto il passo Salang, esteso verso nordovest per un
centinaio di chilometri. Nuovi navigli furono approntati a nord,
sul bacino del fiume Kunduz. Ne seguirono il corso verso nord
e attraversarono la piana di Kunduz. Qui Alessandro Magno
fermò il suo esercito nel 329 a.C., nell‟antica città battriana di
Drapsaka. Da Kunduz il fiume piega verso occidente e, dopo
un centinaio di chilometri, si getta null‟Amu Darya, il fiume più

33
lungo dell‟Asia centrale. Dopo un percorso di 530 chilometri
sul confine degli attuali Turkmenistan e Uzbekistan, gli Hyksos
raggiunsero il lago d‟Aral.

Fig. 3 il tragitto percorso dagli Hyksos tra il 4.000 e il 3.000 a.C.

Stanziati lungo le sue coste e sulla costa settentrionale del


Mar Caspio ai piedi della steppa del Chirghisi, dovettero convi-
vere con i nomadi di quelle terre: i Gutei. Oltre all‟uso del ca-
vallo, lì appresero l‟uso del kurgan, il tumulo funerario per i-
numare i feretri della propria aristocrazia.

Dall’Eden all’Egitto

Gli Hyksos erano strutturati in caste militari (élite) e aveva-


no sviluppato un sistema di controllo sulle popolazioni nomadi
che incrociavano lungo il loro cammino. Essi furono certamen-
te il primo «potere forte» della storia conosciuta, un gruppo
limitato di persone che riusciva a imporsi su intere civiltà. In lo-

34
ro possiamo già intravedere il germe malato che sboccerà nei
moderni Rothschild e Rockefeller.
Nel caso in questione, gli Hyksos si posero a capo dei no-
madi delle steppe (i Gutei) e si «fusero» con essi costituendo il
popolo degli Sciti; all‟inizio del III millennio a.C. scesero insie-
me verso le coste del Mar Nero e raggiunsero i monti del Cau-
caso.
L‟area scitica del III millennio si estendeva a sud fino al lago
Urmia, nell‟odierno Iran nordoccidentale vicino al confine tur-
co. Proprio qui, tra il lago di Urmia e il Mar Caspio, gli studi di
David Rohl11 e Leonardo Melis12 hanno identificato il giardino
dell‟Eden con i suoi quattro fiumi: il Gihon (Araxes), il Pison
(Kezel Uzun) e le sorgenti di Tigri ed Eufrate. Si racconta che il
patriarca Enoch sedesse nell‟Eden presso il fiume Dan (oggi
Adji Chay o Mey-dan) che magicamente scorre tra il Gihon e il
Pison per sfociare nel lago Urmia.
Dalla zona del lago Urmia provengono anche i Persiani, un
popolo di lingua indo-iranica, come gli Sciti, che più tardi si al-
largò nell‟odierno Iran. La religione dei Persiani era inizialmen-
te un monoteismo-dualista, come l‟ebraismo primitivo e tutti i
culti trasmessi dagli Hyksos. L‟ovvia ipotesi è che pure i Persia-
ni fossero Hyksos, almeno per quanto riguarda la nobiltà.
Nel 2600 a.C. gli Hyksos scesero in Mesopotamia e cancel-
larono il cosiddetto «primo impero del mondo», il regno degli
Accadi creato da Sargon il Grande. Per duecento anni manten-
nero il controllo del Medio Oriente, assorbendo tratti della cul-
tura e della lingua sumero-accadica.
Intorno al 2400 a.C. scoppiò una carestia che spinse il po-
polo a ribellarsi contro i nuovi padroni. La rivolta era fomentata
da Utukhegal, il re accadico della città di Uruk che vinse gli
Hyksos e installò il potere a Ur.
Gli Hyksos fuggirono sui monti della Cisgiordania e più a
sud nel paese di Madian (Higiaz settentrionale, a ridosso della
Transgiordania). Qui vivevano alcune tribù di nomadi detti
Shasu che furono presto assoggettati dai principi-sacerdoti

35
della famiglia hyksos. La commistione dei due gruppi fu il pri-
mo passo verso la formazione di un popolo ebraico.
La regione centrale del loro «insediamento» venne chiama-
ta Edom, che in lingua ebraica significa «rosso». Secondo la
Bibbia, la terra di Edom deve il toponimo a Esaù, il figlio di I-
sacco di cui Edom era uno dei tanti nomi. La Bibbia descrive
Esaù con la capigliatura rossa, fratello di quel Giacobbe che è
ritenuto il capostipite degli Israeliti. Come vedremo ampia-
mente, l‟epiteto «rosso», o il riferimento ai capelli rossi, è un
elemento costante che appare di continuo quando si parla di
Hyksos o dell‟Occhio che Tutto Vede.
Nel 1750 a.C. gli Hyksos attaccarono e conquistarono
l‟Egitto, fondarono una nuova capitale sul delta del Nilo, chia-
mata Avaris, e governarono il paese fino al 1550 a.C. In quella
data il faraone Kamose e i sacerdoti tebani tornarono al pote-
re, schiavizzarono buona parte di Hyksos e Shasu e costrinsero
gli altri a fuggire. Questi presero la via del mare e finirono
sparsi per le coste mediterranee, battezzati con i nuovi nomi di
Achei (in Grecia), Shardana (in Sardegna), Sabini (in Italia cen-
trale), Libu (in Marocco) e Teucri (sulla costa turca). Non si trat-
tava di terre a loro completamente ignote, poiché già da diver-
si secoli vi andavano a lavorare architetti e maestranze, partiti
dalla Mesopotamia per prestare servizio presso i signori locali.
Oggi li chiamiamo «Popoli del mare»: la figura 4 mostra la
loro distribuzione nel Mare Nostrum.
A questo periodo risalgono le ziggurat sarde di Monte
d‟Accoddi (Sassari), Ittiri e Pozzomaggiore, strutture che gli
Hyksos avevano scoperto e imparato a costruire in Mesopota-
mia. Le stesse genti realizzarono le fortezze di Alatri, Circei
(San Felice Circeo) e altre similari in Italia centrale. Qui si face-
vano chiamare «Sabini» (letteralmente, «i circoncisi»).

36
Fig. 4 I Popoli del mare

Questa è in breve la nascita dei Popoli del mare, eredi dei


Pelasgi o Cro-Magnon. È allora chiaro che Pelasgi e Popoli del
mare non sono affatto lo stesso popolo, nonostante li connetta
un filo rosso lungo sette millenni, che fa avanti e indietro in di-
rezione dell‟India. I due concetti erano comunque già confusi
nell‟antichità: nel 1950 Vladimir Georgiev scoprì antichi testi in
cui il nome «Pelasgi» era scritto Pelastoi, come il nome dei Fili-
stei-Peleset (Popoli del mare, Shardana installati sulla striscia di
Gaza) nelle iscrizioni geroglifiche egiziane.
Nei prossimi capitoli raccoglieremo vari indizi che ci con-
sentiranno di ricostruire questa lunga migrazione, giungendo
strada facendo a un‟inaspettata sorpresa. Questi popoli furono
i primi praticanti di una forma di religiosità appena distinguibi-
le dall‟ebraismo, alla quale lo stesso mondo israelitico si è ispi-
rato. È quindi ironica l‟appartenenza degli Hyksos al ceppo lin-
guistico indo-europeo, proprio quel ceppo che la vecchia
scuola pangermanica chiamava «ariano».
Più importante sarà capire come la dinastia degli Hyksos si
sia infiltrata nel mondo romano, usando gli Ebrei e le guerre

37
giudaiche come rampa di lancio, passando poi nelle case reali
europee e arrivando infine all‟epoca moderna, quando la pre-
senza del Serpente Rosso si è fatta più occulta ma al contempo
più opprimente.

38
II
Egitto in Bianco e Nero

Forse questo è il nostro ultimo addio, ma so che ora non hai tempo
per simili pensieri... be‟, certo è di gran lunga meglio salutarsi così
che assumere un‟aria tetra. Ora che stai cercando qualcosa, senza ac-
corgertene stai perdendo qualcos‟altro. L‟esistenza di un uomo è fat-
ta così... la vita e la morte non vanno mai come vorremmo.

KENTARO MIURA, Berserk (personaggio di Godor)

Le tradizioni massoniche raccontano che le prime scuole di


pensiero esoterico sarebbero state fondate dai superstiti di At-
lantide e Lemuria, con sedi in Egitto e lungo la valle del fiume
Indo, in Pakistan. Le due regioni sono separate da 3700 chilo-
metri di steppe sconfinate, deserti e catene montuose. En-
trambe hanno visto l‟apparizione improvvisa di due grandi ci-
viltà, ognuna con un proprio impianto architettonico, religioso
e scrittorio, apparso dal nulla già compiuto, «magicamente», a
cominciare dal primo giorno. È in questi due luoghi, lontanis-
simi tra loro, che l‟Occhio che Tutto Vede innesta le proprie ra-
dici.
La civiltà dell‟Indo ci ha lasciato in eredità oltre 2600 siti,
prevalentemente città, pianificate e costruite in base a un pro-
getto, complete di rete fognaria urbana, spazi per le pattumie-
re pubbliche e bacini di marea. Le cittadine erano costruite per
la maggior parte con mattoni di fango cotti, fabbricati con
stampi di dimensioni standard, di fattura così eccezionale da
aver servito l‟edilizia del XIX secolo. Gli insediamenti erano
progettati in base a una griglia con le vie e gli edifici allineati
secondo le direzioni cardinali, sotto la direzione di esperti a-
stronomi.
39
Al suo apice, attorno al 2500 a.C., questa civiltà poteva van-
tare almeno sei grandi città nell‟entroterra eccedenti i 30.000
abitanti, in primis Harappa e Mohenjo Daro. Questi centri ur-
bani erano collegati a centinaia di cittadine e villaggi più picco-
li e a numerosi porti chiave, come Lothal e Dholavira, lungo la
costa e il corso dei fiumi navigabili. Esistevano degli avamposti
oltremare, fra cui una colonia fiorente nel Golfo Persico e
un‟estesa rete commerciale sostenuta da una grande flotta
mercantile.
Su sigilli in steatite, manufatti in terracotta decorati e su
una tavoletta fittile del sito di Harappa appare una figura
nell‟atto di strangolare due tigri a mani nude. Lo stesso motivo
si ritrova in sigilli intarsiati mesopotamici, nell‟intaglio
dell‟impugnatura in avorio di un coltello rinvenuto a Gebel-el-
Arak (Egitto) del periodo gerzeano (3500-3300 a.C.), e in un af-
fresco parietale di una tomba gerzeana a Hierakonpolis (Ne-
khen), sempre in Egitto.
Egizi e Indo-pakistani non soltanto deriverebbero dagli
stessi Cro-Magnon europeo-mediterranei, ma è possibile che
le due civiltà fossero rimaste in contatto con continuità a parti-
re dall‟XI millennio a.C.
In The Three Ages of Atlantis abbiamo accennato
all‟esistenza in Egitto di templi megalitici risalenti a
quest‟epoca, quali il tempio della Sfinge, l‟Osirion di Abydos e
le torri Zed sulla piana di Giza. Al 9600 a.C. era seguito un pe-
riodo di decadenza e di abbandono, innescato dai terremoti e
dall‟abbattersi di tsunami contro le coste. Il Sahara aveva visto
l‟improvviso instaurarsi di condizioni umide e stabili, trasfor-
mandosi in una verde savana lussureggiante. I monsoni sta-
gionali dell‟Africa centrale si erano spostati verso nord, por-
tando pioggia e fertilità in un‟ampia striscia di terra nel Sahara
meridionale, dal Nilo fino alle coste atlantiche del Marocco. La
valle del Nilo si era trasformata in un‟invivibile foresta pluviale
e le abbondanti piogge avevano scalfito il corpo della Sfinge,

40
che in quell‟epoca aveva forse le fattezze di un leone crinito (o
di un cane, secondo alcuni).
I primi abitanti dell‟Egitto, i Pelasgi sopravvissuti, erano
fuggiti in gran parte verso l‟interno, in direzione sudovest. Il
gruppo sacerdotale (Seguaci dell‟Occhio di Horus o Sette Sa-
pienti) avrebbe garantito la sopravvivenza delle conoscenze e
del sangue regale, provvedendo nel contempo a guidare gli
esuli nel fertile Sahara.
Memoria di questa permanenza è riflessa in una pista caro-
vaniera di epoca faraonica, diretta a sudovest nel cuore del de-
serto, attraverso le antiche terre che gli Egizi chiamavano Yam
e Tekhebet. Essa è solo la prima di tre piste che andremo a vi-
sionare, tutte e tre legate strettamente alla genesi del mondo
faraonico.
Secondo le cronache del tempo, la pista principale era de-
dicata agli Spiriti degli antenati, per cui possiamo supporre che
conducesse alla terra originaria (o almeno precedente) del po-
polo egizio. Un‟indicazione in tal senso ci viene da Manetone,
sacerdote del dio Serapide per conto del faraone Tolomeo I
(367-283 a.C.). Nella sua storia dell‟Egitto (Aigyptiaká) appare
l‟elenco dei regnanti d‟Egitto, attinto in parte dal Canone Reale,
un papiro in ieratico della XVII dinastia (1620-1525 a.C.). La li-
sta prosegue a ritroso oltre il primo faraone, Narmer, elencan-
do una serie di re predinastici con l‟appellativo di «Spiriti degli
antenati». Questi «antenati» sono ovviamente gli stessi uomini
che hanno abitato il Sahara e che hanno dato il loro nome alla
pista carovaniera. Manetone li pone tra i re d‟Egitto di epoca
remota (prima del 9600 a.C.) e i faraoni di epoca dinastica (do-
po il 3500 a.C.). Il Canone Reale li identifica con i Seguaci
dell‟Occhio di Horus o Seguaci di Horus, e conferma per essi la
stessa epoca (tra il 9600 e il 3500 a.C.), quando il Sahara era
fertile. Nei dettagli:

– 28.375-14.475 a.C. Regno degli dèi (ad Atlantide; finisce con


il primo diluvio);

41
– 14.475-13.220 a.C. Regno dei semidèi (Pelasgi; in Nordafrica);
– 13.220-11.403 a.C. Regno dei primi re non divini (in Nordafri-
ca);
– 11.403-9613 a.C. Regno dei Trenta Re (in Egitto; finisce col
secondo diluvio);
– 9613-9263 a.C. Regno dei Dieci Re (fase di transizione);
– 9263-3450 a.C. Regno degli Spiriti degli antenati (nel Sahara
e sui monti Tibesti-Ennedi);
– 3450 a.C. Inizio del Regno di Narmer (primo faraone / di
nuovo in Egitto).

Nel 2300 a.C. la pista carovaniera verso Yam veniva battuta


per conto del faraone Pepi I dal sacerdote capo Iry e da suo fi-
glio Harkuf (governatore di Assuan ed Elefantina). Harkuf sa-
rebbe tornato a Yam altre due volte sotto il regno del succes-
sore Merenre I, prima insieme al padre e poi da solo, dopo la
sua morte. Le memorie di Harkuf sono incise sulle pareti della
sua tomba ad Assuan.
In una lettera di Harkhuf al giovane sovrano Pepi II (succes-
sore di Merenre I), la terra di Yam è chiamata «terra degli Spiri-
ti degli antenati», confermando che gli antichi Egizi avevano
trascorso una parentesi della propria storia nell‟Africa saharia-
na.
La Pista degli antenati (vedi figura 3) comincia dall‟oasi di
Dakhla (350 chilometri a ovest di Luxor) e si inoltra in un nulla
di sabbia per 1000 chilometri verso sudovest, quasi in linea ret-
ta. Il punto di arrivo è la «montagna della pioggia», un‟altura
che appare in numerose iscrizioni egizie a partire dall‟epoca di
Cheope, corrispondente oggi ai monti Tibesti-Ennedi del Ciad.
Con 3450 metri d‟altezza, i monti Tibesti vantano le cime più
alte del Sahara, e i 120 millimetri di precipitazioni annue ne
giustificano pienamente il nome antico.

42
Fig. 3 La Pista degli antenati

Percorrendo il tragitto ci si imbatte in un campionario fisso


di figure rupestri, mescolate a incisioni geroglifiche decisamen-
te più recenti. Lungo la strada si incontrano cerchi di pietre che
misurano la levata eliaca di Sirio, delle stelle di Orione e
dell‟Orsa Maggiore, ovvero gli stessi astri ritenuti sacri
nell‟Egitto faraonico.
La prima civiltà egizia sopravvisse timidamente nel verde
Sahara fino al 3500 a.C., quando arrivò il deserto e gli uomini
dovettero nuovamente migrare. Molti di loro tornarono lungo
le sponde del Nilo, divenuto meno umido, e contribuirono alla
nascita dell‟Egitto faraonico; altri raggiunsero invece il Mali e
costituirono il ceppo dei Dogon, ferventi adoratori di Sirio.1
A quel punto però si era già verificata una mescolanza con
le popolazioni dell‟Africa nera e i Pelasgi avevano mutato i loro
tratti somatici. Ne era uscita l‟etnia Tebu dalla pelle nera:
l‟anello di congiunzione tra l‟uomo di Cro-Magnon e le razze
negroidi:
La loro corporatura è snella, gli arti sottili. Le labbra sono lieve-
mente dure, il naso è piccolo ma non all‟insù, i capelli sono corti ma

43
meno ispidi dei negri. Questi popoli rappresentano una delle nume-
rose razze a metà fra l‟uomo bianco e i negri, ma nella loro estensio-
ne più pura e settentrionale presentano una preponderanza di tratti
2
razziali bianchi.

La fase umida del Sahara aveva attirato verso nord le popo-


lazioni negroidi originarie dai monti Tibesti-Ennedi del Ciad,
ponendole a tu per tu con i Pelasgi. Tra esse e i Pelasgi ci furo-
no delle unioni miste e il colore nero della pelle poté imporsi
facilmente sull‟intera popolazione in quanto determinato da
geni dominanti. Così nacquero i Tebu o Garamanti, i Cro-
Magnon dalla pelle nera. Da recenti studi di genetica risulta
che i Tebu costituissero l‟etnia prevalente nell‟Africa sahariana
e subsahariana del periodo fertile.

Seguendo le orme degli «antenati»

Le carovane egizie dirette nel Sahara passavano tutte per


Dakhla, un‟oasi di 1500 km2 a 350 chilometri dalle rive del Ni-
lo. Dakhla è considerata il punto d‟inizio della Pista degli ante-
nati, diretta a sudovest in direzione dei monti Tibesti.
La scoperta della pista si deve all'intrepido lavoro dell'inge-
gnere Robert Bauval, il quale ha creduto nelle potenzialità de-
gli antichi Egizi molto di più di quanto abbiano fatto gli egitto-
logi ufficiali. Sfogliando le dichiarazioni di quest'ultimi prece-
denti al 2011, leggiamo che «un viaggio nel deserto di oltre
1.000 km in epoca faraonica è da ritenersi assolutamente pos-
sibile». Nel 2011 Bauval e il suo collaboratore Thomas Brophy
hanno pubblicato un eccellente reportage sulle loro scoperte
nel deserto intitolato Black Genesis [pubblicato in italiano da
Corbaccio come Il mistero della Genesi], le cui conclusioni sono
sintetizzate in questa sezione. Esse smentiscono totalmente le
opinioni degli egittologi, adducendo a loro favore la più og-
gettiva delle prove: iscrizioni geroglifiche in pieno Sahara. I
contenuti di Black Genesis sono evidentemente molto più este-

44
si e dettagliati di quanto qui riportato. Chiunque volesse ap-
profondire il legame tra gli antichi Egizi e l'Africa Nera è per-
tanto invitato a reperire e consultare il libro suddetto.
Nel 1990 l‟archeologo tedesco Günter Burkhard trovò un
piccolo rilievo roccioso 30 chilometri a sudovest di Dakhla, il
quale presentava incisioni rupestri di animali selvaggi e
un‟iscrizione geroglifica datata alla VI dinastia: «Anno di regno
23, il sovrintendente Meri va a incontrare gli abitanti dell‟Oasi».
Il primo sito d‟interesse si incontra dopo 80 chilometri: è la
Djedefre Water Mountain, scoperta nel 2000 da Carlo Ber-
gman, ingegnere della Ford Motor Company. Già nel 1835 i
beduini avevano riferito all‟archeologo britannico Gardner Wil-
kinson che alcune rovine dalla datazione incerta erano state
scoperte circa nove anni prima da un arabo alla ricerca di alcu-
ni cammelli smarriti e che gli antichi abitanti di quelle zone e-
rano neri.3
Si tratta di una collina conica alta 30 metri e lunga 60, con
una terrazza naturale sul versante orientale. Questa piattafor-
ma si trova a 7 metri dal terreno; ha un‟ampiezza media di 3
metri ed è lunga circa 35 metri, protetta da un muro a secco di
lastre di pietra. Sulla terrazza sono incisi dei geroglifici: i cartigli
di Cheope e del figlio Djedefre, brevi annotazioni dello scalpel-
lino e due figure di faraoni che colpiscono i nemici, insieme al
simbolo della «montagna dell‟acqua» (un rettangolo con due
gobbe agli angoli superiori riempito da linee orizzontali a zig-
zag). Attorno alle incisioni sono dipinte figure umane e animali,
risalenti sia all‟epoca preistorica sia all‟Antico Regno egizio
(2700-2200 a.C.). Le iscrizioni citano diverse spedizioni intra-
prese durante il venticinquesimo e il ventisettesimo anno di
regno di Cheope, aventi lo scopo di raccogliere ossido di ferro
per colorare la piramide. Non ci sono tracce di attività estratti-
ve in loco; lo stesso dicasi per una serie di avamposti a 6-9 chi-
lometri a sudovest, nella depressione di Biar Jaqub, località in-
teressata da produzione di ceramica, pitture rupestri e da un

45
cerchio di pietre. Pertanto la Djedefre Water Mountain deve
considerarsi una tappa intermedia di un viaggio più lungo.
Riprendendo la pista iniziale verso sudovest, a circa 200
chilometri da Dakhla si incontra la «collina di Abu Ballas» (o
«del padre dei vasi» o «dei vasi») scoperta nel 1918
dall‟esploratore britannico John Ball. Sparsi tutt‟intorno alla ba-
se del rilievo sono stati rinvenuti centinaia di grossi vasi
d‟argilla, datati all‟Antico Regno sulla base di incisioni gerogli-
fiche scoperte in loco. Si tratta evidentemente di
un‟antichissima stazione di approvvigionamento idrico per gli
asini.
Fra il marzo 1999 e il marzo 2000, Carlo Bergmann scoprì
circa altre trenta stazioni idriche, distribuite a intervalli regolari
lungo i 400 chilometri che separano Dakhla dall‟altopiano di
Gilf Kebir. Grazie a esse gli emissari del faraone potevano spin-
gersi in località estremamente remote senza paura del deserto.
Le stazioni «grandi» erano due: Abu Ballas e Muhattan Ja-
qub, tra Dakhla e la stessa Abu Ballas. Queste si tenevano
pronte all‟arrivo delle carovane, costantemente rifornite di cibo
e acqua dalle stazioni più piccole.
A 280 chilometri di cammino da Dakhla si incontra il cer-
chio di pietre scoperto nel 1930 dall‟esploratore britannico
Ralph Alger Bagnold, fisico e sergente della Long Range Desert
Patrol. Siamo in un piccolo bacino asciutto sulle colline, un an-
tico lago stagionale simile a quello di Nabta Playa. Il cerchio ha
un diametro di 8 metri, formato da pietre alte circa mezzo me-
tro. Due pietre di forma allungata individuano l‟asse est-ovest:
una delle due pietre è di colore scuro, quasi nera, mentre l‟altra
è molto chiara, pressoché bianca, alludendo simbolicamente
alle due «razze», cromagnonide e negroide.
La tappa successiva è Gilf Kebir, una catena montuosa lun-
ga 300 chilometri e ampia 80, a 400 chilometri da Dakhla. Fu
scoperta nel 1926 dal principe egiziano e appassionato esplo-
ratore Kemal El Din Ibn Hussein. Nel 1936 il principe affidò una
missione al pittoresco conte ungherese Lázló Almásy e ai ba-

46
roni Robert e Lady Clayton: avrebbero dovuto rintracciare la
perduta città-oasi di Zarzora, la quale, con le sue candide mu-
ra, i giardini, i castelli e le meravigliose fontane, era una sorta
di «Atlantide» del deserto. Su un monomotore Gipsy Moth pi-
lotato dal tenente colonnello H.S. Penderel, li accompagnava
Patrick Clayton dell‟unità di rilevamento topografico del deser-
to.
Sul versante occidentale del rilievo superarono il passo di
Aqaba, accedendo alla vallata di Wadi Sura, dove scoprirono la
«grotta dei nuotatori». Le pitture a colori vivaci mostrano indi-
vidui di pelle nera che si tuffano e nuotano, mentre altri sem-
brano danzare, cacciare, giocare e, forse, celebrare rituali reli-
giosi.
Muovendosi lungo il massiccio di Gilf Kebir in direzione
nord si incontra la grotta Mestekawi-Foggini o «grotta delle
bestie», scoperta nel 2002 da un‟équipe italo-egiziana. La grot-
ta è in realtà una profonda cornice rocciosa (o rientranza pia-
neggiante), raggiungibile arrampicandosi su una ripida duna
sabbiosa a ridosso della parete. Sulla parete e il soffitto si tro-
vano centinaia di pitture rupestri preistoriche raffiguranti uo-
mini, donne, bovini e altri animali. I bovini costituiscono il 90
per cento delle pitture, in ogni dimensione e posizione, sempre
in proporzioni perfette, mentre corrono o sono radunati o
munti da uomini e donne. Vi sono inoltre molte impronte di
mani con i palmi e le dita tese, realizzate soffiando il colore
sulla mano. In alcune scene sono raffigurati gruppi di persone
intente a svolgere rituali, e figure umane che emergono dalla
bocca di animali o si trasformano in bestie selvagge. Infine si
notano le immagini di un grande globo che potrebbe essere il
sole o la luna. Lo studioso del Sahara ed esperto di arte rupe-
stre Jean-Loïc Le Quellec del Centre national de la recherche
scientifique (CNRS) francese ritiene che la grotta dei nuotatori
costituisca un precursore preistorico di rituali riportati in testi
di epoca faraonica come il Libro dei morti e i Testi dei sarcofagi.
Secondo Le Quellec, i «nuotatori» stanno compiendo un viag-

47
gio acquatico nell‟aldilà, lo stesso che nei testi egizi è affronta-
to dal mnj.w, il «defunto che è annegato nell‟altro mondo». I
nuotatori affrontano una bestia mitica che andrebbe messa in
relazione con i mostri dell‟antico Egitto, i mmyt, che ingoiano il
defunto nella scena del giudizio del Libro dei morti. Le Quellec
sostiene che gli antichi Egizi non avevano dimenticato le loro
origini nel Sahara, e che presumibilmente organizzavano pel-
legrinaggi periodici per visitare i luoghi ancestrali.
Circa 130 chilometri a sudovest di Gilf Kebir si innalza
l‟imponente massiccio roccioso di Jebel Uwainat. Fu scoperto
nel 1923 dal diplomatico egiziano Ahmed Hassanein Bey, che
la Royal Geographical Society di Londra ha definito «il più
grande esploratore del deserto di tutti i tempi». Qui si trova
l‟acqua in superficie perché le occasionali precipitazioni colano
dalle pareti e si raccolgono in pozze naturali. Hassanein incon-
trò sul posto un gruppo di 150 Tebu governati da un certo re
Herri.
A nord di Jebel Uwainat, a 21,98 gradi di latitudine nord
nella regione del wadi di Karkur Talh, scopriamo un‟ampia pa-
rete rocciosa rivolta a ovest, la quale contiene glifi di giraffe e
figure umane. A poco meno di 4 metri dal terreno si trova una
sporgenza rocciosa, nella quale appaiono numerosi segni fi-
nemente incisi, tra cui una freccia puntata 26 gradi a nordo-
vest, nel punto in cui sorge il sole al solstizio d‟estate.
Ai piedi del massiccio, sul versante settentrionale, si apre la
grotta Borda 2007, il cui ingresso è nascosto da una cresta. Qui
le scene sono più elaborate e dettagliate rispetto a Gilf Kebir. I
colori (neri, marroni, rossi, gialli e bianchi) sono estremamente
vivaci, come se fossero appena dipinti. Il bestiame è raffigurato
con briglie e collari, oppure con decorazioni sul corpo. Gli uo-
mini sono alti, snelli e agili, hanno la pelle nera e indossano fa-
sce bianco-avorio sulle braccia e sulle cosce. Portano inoltre
perizomi simili a quelli indossati dagli antichi Egizi. Alcuni han-
no cappelli decorati. Molti brandiscono bastoni, lance e archi.
Le donne indossano gonne, collane, orecchini e fasce al brac-

48
cio. La testa degli uomini è disegnata in forme animali simboli-
che o come una maschera (musi lunghi e rettangolari, occhi vi-
vaci e orecchi vicini alla sommità del capo). Alcune figure sono
simili alle prime raffigurazioni del dio egizio Seth.
Un pendio roccioso sul versante meridionale di Uwainat
conduce alla cima del massiccio, precisamente alla base di un
grosso masso pericolosamente in bilico.
Sulla faccia del masso rivolta a sud sono incisi dei geroglifi-
ci risalenti a Mentuhotep II (faraone dal 2046 al 1995 a.C.) ac-
compagnati dall'immagine di un re sul trono che accetta le of-
ferte di tre postulanti: un uomo in ginocchio che regge una
brocca, un uomo in piedi a capo chino che trasporta un'altra
brocca, e un altro uomo in ginocchio che offre una capra di
montagna. L'intera scena e le iscrizioni sono contenute in un
rettangolo di 74 per 84 centimetri. L‟iscrizione è stata scoperta
dallo stesso Bauval che ne ha affidato la traduzione all‟esperto
britannico di lingue Joe Clayton e all‟egittologa maltese Aloisia
de Trafford, entrambi ricercatori dell‟Istitute of Archaeology
all‟University College di Londra. Il risultato è che alcuni emissari
di Yam e Tekhebet (luogo mai citato da altri testi) vennero a
Uwainat per incontrare una delegazione di Mentuhotep, per
offrire doni al faraone e intrattenere rapporti commerciali con
il suo inviato. E' certo che si tratti di Mentuhotep II, poiché
Mentuhotep I fu a malapena un principe locale a Tebe durante
il primo tormentato periodo intermedio (circa nel 2150 a.C.).
Queste terre straniere – Yam e Tekhebet – potrebbero tro-
varsi a centinaia di chilometri da Uwainat lungo il prolunga-
mento della Pista degli antenati, forse anche ai piedi dei monti
Tibesti-Ennedi nel Ciad. In entrambi i nomi appare il solito ide-
ogramma , tradotto normalmente come «terra colli-
nare» o «terra straniera».

49
Le stelle di Nabta Playa

La seconda pista è quella parallela al Nilo che dall'oasi di


Dakhla raggiunge Gala El-Sheikh, 700 chilometri più a sud. Qui
si trova una collina analoga alla DWM che racchiude esempi di
arte rupestre più o meno identici a quelli trovati su quest'ulti-
ma. Circa a metà della pista incontriamo Nabta Playa, un tem-
po lago stagionale, ora prosciugato, 100 chilometri a est di
Abu Simbel e più o meno alla stessa latitudine di Gilf Kebir; qui
nel 1973 si fermò per puro caso l‟équipe di Fred Wendorf, capo
del dipartimento di Antropologia alla Polish Academy of Scien-
ce. Wendorf era già famoso per aver diretto l‟operazione di
salvataggio del tempio di Abu Simbel, smontato e rimontato al
sicuro dalle acque del lago Nasser, il bacino artificiale creato
dalla nuova diga di Assuan. Nel 1973 coordinava una spedizio-
ne analoga per salvare i siti preistorici delle zone circostanti,
destinate a nuovi progetti agricoli incentivati dalla presenza
del lago.
Una sosta permise a uno studente del gruppo di scoprire
un cerchio di pietre del diametro di 4 metri. I singoli massi so-
no alti circa un metro e sono evidenti due coppie di porte o
«mirini». La prima è allineata all‟asse cardinale nord-sud; la se-
conda è diretta lungo la direttrice sudovest-nordest, verso il
punto di levata del sole al solstizio d‟estate. I manufatti rinve-
nuti negli scavi circostanti sono stati datati al carbonio 14: se-
condo le stime più recenti Nabta Playa cominciò a funzionare
come centro cerimoniale durante il Neolitico medio (6100-
5500 a.C.), rimanendo in uso fino al 3500 a.C., consentendo
l‟osservazione degli astri per almeno duemila anni.
Prima di quell‟epoca il Sahara era ricco di fauna e di alberi
da frutto, così che i suoi abitanti avevano vissuto di caccia e di
raccolta. Quando il clima si fece più secco, il pesce e gli altri a-
nimali iniziarono a scarseggiare; gli uomini impararono a ad-
domesticare nuovamente le mandrie in modo da poter trasfe-
rire le riserve di cibo laddove ci fossero pozzi e terreni per il

50
pascolo. Percorsero immense distese alla ricerca di prati e ac-
qua, modificando le proprie abitudini da cacciatori a pastori. Le
precipitazioni del Sahara erano diminuite e i monsoni iniziava-
no a spostarsi verso sud, ma erano ancora sufficienti a garanti-
re la vita presso numerose oasi oggi scomparse, oltre che at-
torno ai laghi stagionali.
Inizialmente l‟occupazione di Nabta Playa era stata appun-
to stagionale, dall‟arrivo dei monsoni – quando il bacino si
riempiva d‟acqua piovana – fino al suo prosciugamento (da fi-
ne giugno a fine dicembre). Intorno al 5000 a.C. il popolo di
pastori riuscì a insediarsi stabilmente, scavando pozzi profondi
per resistere nei sei mesi di siccità. Altre prove – lo vedremo –
suggeriscono una frequentazione del sito fin dall‟inizio
dell‟Olocene (9000-6100 a.C.).
Il sito si trova nei pressi del tropico del Cancro, così che le
pietre erette non producono ombra a mezzogiorno del solsti-
zio d‟estate. All‟alba del solstizio d‟estate il sole saliva dietro la
porta di nordest, osservabile dalla porta di sudovest. Nello
stesso istante, Orione raggiungeva il culmine sul meridiano
nord-sud, osservabile dalla seconda coppia di mirini.
L‟avvenimento segnalava l‟arrivo delle piogge monsoniche che
avrebbero riempito i laghi stagionali e che più tardi sarebbero
state responsabili delle piene del Nilo.
Circa 2 chilometri a sud del cerchio, gli antropologi Fred
Wendorf e Ali Mazar hanno scoperto trenta serie di megaliti
(lunghi da 5 a 7 metri, larghi da 4 a 6 metri) disposti su perime-
tri ovali al di sopra o immersi nei sedimenti del bacino. Furono
battezzate banalmente «strutture complesse».
A 4 metri di profondità è apparso il sostrato roccioso del
lago prosciugato, un letto di arenaria quarzitica i cui affiora-
menti sono stati scolpiti dall‟uomo esattamente al di sotto del-
le strutture complesse. Un‟altra scultura dello stesso materiale
è venuta alla luce a mezza profondità tra il letto roccioso e la
struttura complessa A: è una mucca dalle dimensioni di 1,9 ×
1,5 × 0,7 metri.

51
Il silt, il sedimento roccioso sul quale poggiano le strutture
complesse, risale al 5100 a.C., il che significa che gli ovali di
pietra non possono essere più antichi di quella data. Diversa-
mente, il sostrato roccioso, scolpito 5 o 6 metri sotto la super-
ficie, è circondato da sedimenti datati fra il 9000 e il 5100 a.C.
Gli antichi abitanti di Nabta Playa, pur abbandonando il sito
per qualche secolo e permettendo la deposizione dei sedimen-
ti, potrebbero aver lasciato degli indicatori sul posto, come
sembra dimostrare la scultura raffigurante la mucca. Così i co-
struttori delle strutture complesse avrebbero conosciuto la po-
sizione delle sculture sottostanti realizzate 4000 anni prima.
Dalla struttura complessa A si dipartono sei file composte
da 22 megaliti misuranti in media 2 × 3 metri, disposti come i
raggi di una ruota. Sono estesi un paio di chilometri in direzio-
ne nordest e sudest. Le linee B1, B2 e C1 erano rivolte al punto
di levata eliaca di Sirio, rispettivamente nel 6100 a.C., nel 4500
a.C. e nel 3500 a.C. Al sorgere di Sirio le linee rimanenti (A2,
A1, A3) erano rivolte rispettivamente verso Alkaid nel 6100 a.C.
e verso Dubhe nel 4500 e nel 3500 a.C. Queste stelle, apparte-
nenti alla costellazione dell‟Orsa Maggiore, hanno la particola-
rità di essersi trovate nelle epoche indicate quasi esattamente
a un angolo di 90 gradi rispetto a Sirio. Tale caratteristica era
sfruttata nel periodo faraonico in Egitto per tracciare le piante
dei templi, durante una cerimonia denominata «allungamento
della corda». Scrive Robert Bauval ne Il Mistero della Genesi:

I testi e i bassorilievi dei templi dell‟antico Egitto spiegano che


l‟allungamento della corda veniva eseguito da una sacerdotessa, la
quale rappresentava una divinità associata alle stelle, e dal faraone.
La sacerdotessa e il faraone reggevano un paletto e una mazza cia-
scuno, e una fune o una corda legava fra loro i due paletti. La sacer-
dotessa è in piedi davanti al faraone e dà le spalle al cielo settentrio-
nale. Questa scena è raffigurata in molti templi, e i testi che ne ac-
compagnano le illustrazioni ci dicono che il sovrano osservava la tra-
iettoria delle stelle allo scopo di «stabilire» o fondare il tempio come
si usava nei tempi antichi. Il sovrano osservava la stella Dubhe
dell‟Orsa Maggiore mentre la sacerdotessa annunciava il momento

52
del sorgere di Sirio. Quindi la corda veniva tirata e i paletti conficcati
nel terreno, fissando così gli assi del tempio futuro.4

In epoca faraonica la stella Alkaid non formava più un an-


golo di 90 gradi con Sirio, così che il suo ruolo passò a Dubhe.
Tuttavia rimane una traccia della sua sacralità nella necropoli di
Saqqara, 30 chilometri a sud del Cairo. Di fronte alla piramide a
gradoni del faraone di Zoser, troviamo il Serdab: si tratta di
una struttura in pietra ospitante un grosso contenitore in le-
gno con due fori praticati sul lato a nord. All‟interno del conte-
nitore si trova una statua a grandezza naturale di Zoser, dipinta
con colori molto realistici: dall‟interno e attraverso i fori, la sta-
tua di Zoser osservava il passaggio di Alkaid durante la levata
eliaca di Sirio.

L’eccezione dei Seguaci di Horus

A 20 chilometri da Nabta Playa ci si imbatte nel cimitero di


Gebel Ramlah. L‟analisi antropologica mostra che qui convive-
vano due differenti popolazioni, una cromagnonide e una ne-
groide.
Il colore scuro della pelle è generato dall‟eumelanina, un
polimero insolubile prodotto naturalmente dal corpo. Il fisico e
antropologo senegalese Cheick Anta Diop, intorno al 1970
analizzò alcuni campioni di comuni mummie egizie conservate
al Musée de l‟Homme di Parigi, rilevando elevati livelli di mela-
nina incompatibili con individui dalla pelle bianca.
Diop intendeva eseguire la stessa analisi sulle mummie re-
gali in Egitto, ma le autorità rifiutarono costantemente di forni-
re i pochi millimetri di tessuto necessari. Secondo Diop, non
solo il colore della pelle, ma anche «le proporzione corporee
dell‟antico egiziano erano del tipo con le braccia corte e di tipo
negroide o negrito».5 A ulteriore sostegno della sua tesi,
l‟antropologo elencava una serie di epiteti delle divinità egizie,

53
riferiti alla carnagione nera o associati implicitamente al colore
nero.6
In Egitto sono stati esaminati 1787 crani, distribuiti dal pe-
riodo predinastico ai giorni nostri: il 36 per cento è risultato
negroide, il 33 per cento mediterraneo, l‟11 per cento di Cro-
Magnon e i restanti di origine incerta. Il tipo mediterraneo co-
pre quasi il cento per cento dei crani più recenti: quindi, an-
dando indietro nel tempo, le altre percentuali dovrebbero al-
zarsi vistosamente.
Nel 1792 l‟antropologo e fisiologo tedesco Johann Blu-
menbach analizzò la morfologia di numerose mummie in tom-
be dell‟antico Egitto. Le sue conclusioni evidenziavano la pre-
senza di due famiglie differenti, una bianca di tipo semita e
una numericamente maggiore e morfologicamente molto di-
versa: grosse labbra, gote prominenti, naso schiacciato. Questi
parametri identificano chiaramente un popolo negroide. Gli
studi del Blumenbach furono commentati nel 1840 dal profes-
sor Angelo Mazzoldi dell‟Università di Torino:
In quanto alla popolazione, io ritengo vera l‟antica tradizione dei
nubiani riferita da Diodoro, ovvero che gli Egizi fossero una colonia
venuta dal loro paese, posto a sud dell‟Egitto. Blumenbach che ebbe
da svolgere e notomizzare parecchie mummie estratte dalle cata-
combe d‟Egitto, dimostrò senza dubbio come i loro crani apparte-
nessero a due grandi famiglie divise e distinte: nelle une aveva ri-
scontrato tutti i segni della razza nubiana con le sue labbra grosse,
con le sue gote prominenti, col suo naso schiacciato, il cui tipo si ri-
scontra nella famosa sfinge egiziana; nelle altre invece, quelli della
razza bianca da lui appellata caucasica. Si veda la Dissertazione su
queste mummie pubblicata dal Blumenbach a Gottinga nel 1794. 7

Diop sottolineò come molti bassorilievi e pitture rupestri


dell‟epoca pre-dinastica e proto-dinastica mostrassero i nativi
di colore soggiogare individui indo-europei e semitici.
I Greci dell‟epoca classica non nutrivano alcun dubbio sul
colore della pelle degli Egiziani:

54
È chiaro che i Colchi sono di razza egiziana, perché sono neri di
colorito e perché hanno i capelli crespi [Erodoto, Storie, II,104].
L‟oracolo di Dodona nell‟Epiro è stato fondato da una donna nel
luogo dove si posò una colomba. Dicendo che la colomba era nera,
essi indicano che la donna era egiziana [Erodoto, Storie, II, 57].
Quelli troppo neri sono dei codardi, come per esempio gli egizia-
ni e gli etiopi [Aristotele, Physiognomica, 6].
Riesco a vedere l‟equipaggio egiziano dalle membra nere e le tu-
niche bianche [Eschilo, Le supplici, 719-720, 745].

Un‟eccezione è costituita da un gruppo religioso che pre-


servò la «purezza» del Cro-Magnon per tutti i secoli di perma-
nenza alla «montagna della pioggia», proibendo severamente
la contrazione di matrimoni misti. Una volta tornati in Egitto,
questi Seguaci di Horus si stabilirono nella zona di Eliopoli e
qui costruirono un tempio per ospitare il Ben-Ben, un meteori-
te ferroso caduto sulla Terra in epoca preistorica.
Parliamo di antichi astronomi, per cui le stelle e i pianeti as-
surgevano al rango di divinità. I seguaci di un dio erano allora
viaggiatori, diretti verso la stella-dio. Quale corpo celeste corri-
spondeva al dio Horus, il figlio di Iside dalla testa di falco?
Quale astro avevano seguito i pastori del Sahara e in quale oc-
casione?
Iside corrispondeva alla stella Sirio, che al solstizio d‟estate
appariva pochi minuti prima dell‟alba, dopo settanta giorni di
assenza dal firmamento. Il sole sorgeva a nordest subito dopo
Iside-Sirio: sembrava che la stella avesse dato la luce al sole,
che in quell‟istante diveniva Hor-Akhti, ovvero «Horus
all‟Orizzonte».
I Seguaci di Horus avrebbero quindi seguito il sole sorto a
nordest durante il solstizio d‟estate, abbandonando l‟inaridito
Sahara per raggiungere la Valle del Nilo.
Uno dei santuari più grandiosi d‟Egitto è il tempio di Ha-
thor (letteralmente, «dimora di Horus»), a Dendera, 60 chilo-
metri a nord di Luxor, sulla riva sinistra del Nilo.
A Dendera esistono tombe risalenti alle prime dinastie,
suggerendo che il sito fosse stato consacrato in epoche molto

55
remote. Il tempio che si vede oggi venne eretto da Tolomeo
XII Aulete nel 54 a.C. Sappiamo con certezza che sullo stesso
luogo sorgeva un santuario più antico, voluto da Thutmosi III
intorno al 1450 a.C. Alcune iscrizioni del tempio riportano il
nome di Pepi I, il sovrano della VI dinastia che inviò a Yam il
sacerdote Iry e suo figlio Harkuf. Più interessante è la presenza
di una cripta, le cui iscrizioni sono riferite ai Seguaci di Horus.
Secondo una di queste, il progetto originale del tempio sareb-
be stato realizzato proprio dai Seguaci di Horus, per essere poi
nascosto da Pepi I all‟interno delle mura dell‟edificio.
Alcuni dipinti antichissimi della III dinastia mostrano gli egi-
zi di più alto rango con i capelli rossi e gli occhi azzurri; le iscri-
zioni nella tomba di Kay a Saqqara (2450-2350 a.C.) descrivono
lo scriba come un uomo dagli occhi azzurri; sempre a Saqqara,
un dipinto nella tomba del faraone Teti (il padre di Pepi I, che
regnò dal 2350 al 2330 a.C.) mostra un uomo dai capelli bion-
di; la moglie del faraone Djoser è raffigurata con i capelli bion-
di nella tomba del marito; numerose mummie dai capelli rosso
ramati, appartenenti alla VI dinastia (2400 a.C. circa), sono state
trovate nelle caverne di Abou Al Feda, nell‟oasi del Fayoum, 95
chilometri a sud del Cairo; al British Museum di Londra è infine
esposta una mummia del 3300 a.C., soprannominata Ginger
per via dei capelli rossi.
Sul finire degli anni Trenta, l‟archeologo americano George
Andrew Reisner riportò alla luce i corsi inferiori della piramide
di Djedefra, il figlio di Cheope. Questa piccola piramide era
stata eretta sulla collina di Abu Rawash, 8 chilometri a nordo-
vest di Giza, ma dai primi del Novecento era servito da cava
per i muratori del Cairo. Fortunatamente l‟accesso era stato
nascosto dalla sabbia e Reisner riuscì così a entrare in una
stanza sotterranea inviolata. Sulle pareti scoprì la raffigurazione
della regina Hetepheres (V dinastia), la sposa bionda dagli oc-
chi azzurri di Djedefra. Lo studioso tedesco Alexander Scharff
tradusse le iscrizioni che la volevano sacerdotessa della dea
Neith, una divinità dai capelli biondi della regione del Delta.

56
Asserì inoltre che la stessa Hetepheres II era raffigurata con i
capelli biondi in un dipinto nella tomba della regina Mere-
sankh III, moglie di Chephren (2550 a.C. circa). Questa tomba si
trova a Giza e i suoi ambienti sono tutti decorati con figure di
uomini dalla pelle bianca e i capelli rossi.8 Dopo anni di studi e
di approfondimenti, Scharff concluse che l‟Egitto dell‟età delle
Piramidi era dominato da un‟élite dai caratteri somatici tipica-
mente nordici.
Lo storico Manetone (III sec. a.C.) associa gli stessi tratti
somatici alla regina Nitocris, ultimo sovrano della VI dinastia:
«C‟era una regina chiamata Nitocris, più coraggiosa di tutti gli
uomini del suo tempo, la più affascinante di tutte le donne, coi
capelli biondi e le guance rosee. Fu lei ad ampliare la Terza pi-
ramide, dandole l‟aspetto di una montagna».9
Plinio il Vecchio, Strabone e Diodoro Siculo riportano lo
stesso fatto, affermando che la Terza piramide fu completata
da una donna chiamata Rhodopis, il cui nome, tradotto dal
greco, significa «guance rosee».10
Possiamo pensare che i Seguaci di Horus siano all‟origine
dell‟Ordine degli Djedhi, una scuola misterica instituita in Egit-
to nel 2170 a.C. e quindi riformata dalla regina Nefrusobek (sa-
cerdotessa del dio coccodrillo Sobek) intorno al 1785 a.C.
Sembra che la forma Dj significasse «serpente» in egiziano ar-
caico, mentre in seguito fu sostituita da hefa, hefau, hefat (più
vicina alla radice HU/HA «falco»). In ogni caso il geroglifico per
Dj è la figura di un serpente. Tra i faraoni della confraternita fi-
gurano i biondi Djoser e Djedefre, e sembra che a questa fra-
tellanza si sia ispirato George Lucas per inventare l‟Ordine de-
gli Jedi in Star Wars.

L’ipotesi dei monti Tassili

Oltre alle due piste citate – la Pista degli antenati e la pista


parallela al Nilo da Dakhla a Dongola – esisteva probabilmente

57
una terza pista che si muoveva parallela alla costa del Mediter-
raneo, alla latitudine di Luxor.
Questo cammino di 2400 chilometri si allungava nel cuore
del Sahara fino ai monti Tassili, nel sudest dell‟Algeria, e la sua
storia va di nuovo a incrociarsi con il mito di Atlantide. I miti
greci usavano questo nome per riferirsi a un‟isola situata sul
Canale di Sicilia o poco oltre. In The Three Ages of Atlantis si è
osservato come la parola «Atlantico» indicasse per i Greci il
Mediterraneo occidentale, a ovest di Sardegna e Corsica, com-
preso però il Golfo Ligure; «Oceano» o «Mar Rosso» era il Mar
Tirreno; le Colonne d‟Ercole erano il Canale di Sicilia fin sotto la
Sardegna («L‟isola di Sardegna è situata presso le Colonne
d‟Ercole» scriveva Timeo) e la seconda Atlantide veniva identi-
ficata con la Sardegna.
Vedremo però tra poco che una diversa possibilità è offerta
dall‟Africa nordoccidentale, fino alla Tunisia a est e al Sahara a
sud. Gli Antichi raccontano infatti che esisteva un tempo il Ma-
re di Tritone, una striscia d‟acqua che aggirava la catena
dell‟Atlante, collegando il «nostro» Oceano Atlantico col Mar
Mediterraneo. In tal modo l‟Africa nordoccidentale era un‟isola,
separata dal resto del continente.
L‟ipotesi nordafricana trova conferma negli scritti di Dioni-
sio di Mileto, uno storico greco vissuto tra il VI e il V secolo a.C.
La tradizione antica gli attribuisce opere mitologiche di dubbia
autenticità, una Periegesi e due scritti sulla Persia.11 Tra i suoi
libri ce n‟è uno dedicato al continente scomparso, dal titolo e-
loquente Viaggio ad Atlantide. Alcuni studiosi sostengono che
lo stesso Platone avesse attinto dal manoscritto di Dionisio,
sebbene un confronto diretto non sia più possibile dal 1962.
Quell‟anno moriva infatti Pierre Benoît, storico e scrittore fran-
cese; una copia del manoscritto fu rinvenuta tra i suoi docu-
menti personali e venne affidata a un gruppo di restauratori.
Purtroppo questi ultimi la concessero in prestito e permisero
che andasse perduta tra un passaggio di mano e l‟altro. Fortu-
natamente qualche indizio è stato tratto in salvo dalle pagine

58
di L’Atlantide, un romanzo di Benoît che si ispira liberamente
all‟opera di Dionisio, pubblicato in Francia nel 1909. Qui la città
perduta si trova nel Tassili n‟Ajjer, un‟ampia catena montuosa
del deserto sahariano. Nella vicenda assume un ruolo di primo
piano l‟amazzone Antinea (Tin-Hinan), la capostipite del popo-
lo Tuareg sepolta ad Abalessa (Algeria).
L‟antropologo Henri Lhote (1903-1991) descrisse il Tassili
come il più ricco deposito di arte preistorica al mondo. La dor-
sale si estende per circa 500 chilometri nel sudest algerino, al
confine con la Libia, diretta da nordovest a sudest. Sulle pareti
rocciose e sul soffitto dei covoli è tutto un brulicare di figure
umane dalla testa rotonda, circondate da minacciosi rinoce-
ronti, giraffe con i colli allungati ed elefanti in marcia con la
proboscide alzata. Gli uomini conducono al pascolo nutriti
gruppi di bestiame, segno evidente che il popolo del Tassili
conosceva l‟allevamento. L‟area in questione, oggi un desolato
deserto, al tempo degli artisti doveva essere una fertile savana,
brulicante di fauna selvaggia e di culture civili.
Secondo l‟etnobotanico Terence McKenna (1946-2000),
queste pitture sarebbero testimoni di una religione perduta
che si basava in gran parte sull‟utilizzo di funghi allucinogeni.
Ogni volto è coperto infatti da una maschera sciamanica e al-
cune figure sono dei veri e propri uomini-fungo; altre sono co-
perte da funghi su tutto il corpo, per esempio nei siti di Mata-
len-Amazar e Ti-n-Tazarift; altre ancora stringono i funghi tra
le dita, compreso un singolare personaggio con un copricapo
cornuto e una maschera d‟ape.
Gli sciamani sono racchiusi in strutture geometriche che,
secondo McKenna, rappresenterebbero lo stato di trance, in-
dotto dagli artisti su se stessi poco prima di dipingere. Le allu-
cinazioni trasformavano le pareti di roccia sul fondo dei covoli
in porte d‟accesso per la dimensione spirituale, particolare che
trova un parallelo nelle grotte della Francia meridionale (come
Lascaux, Chauvet e Cosquer). Allo stesso modo, le prime tom-
be della storia egizia, le cosiddette «mastabe», ospitavano una

59
falsa porta sul fondo di un locale interno, attraverso la quale il
defunto poteva lasciare l‟aldilà e raccogliere le offerte lasciate
gli dai vivi. Altri ricercatori, tra cui Wim Zitman, hanno identifi-
cato nelle varie figure una connotazione astronomica. Zitman
nello specifico ha focalizzato la sua attenzione sul cosiddetto
«nuotatore», dipinto a Ti-n-Tazarift, dimostrando che di fatto
rappresentava una costellazione. Egli ipotizzò inoltre una con-
nessione tra la cultura del Tassili e l‟origine della civiltà egizia,
chiedendosi se gli sciamani del Tassili potessero essere i Se-
guaci di Horus del mito egizio.
Henri Lhote pubblicò sul suo li-
bro The Search for the Tassili Frescoes
(The Rock Paintings of the Sahara)
due raffigurazioni dall‟aspetto incon-
fondibilmente egizio, rinvenute una a
Jabbaren e l‟altra ad Aurenghet. La
scoperta infastidì parecchio il mondo
accademico: non soltanto le figure
vennero censurate in tutte le ristam-
pe del libro successive al 1970, ma
addirittura furono cancellate dai siti,
tanto che gli stessi Tuareg non sem-
brano ricordare la loro presenza.
Nel Tassili sono presenti numero-
si insediamenti urbani contemporanei alle pitture, uno dei qua-
li a Tan-Zoumiatak nel massiccio Tin Abou Teka. È una piccola
cittadella di roccia che domina la gola sottostante, attraversata
da una serie di stretti vicoli. Gli edifici sono tappezzati da figure
a grandezza naturale dipinte in ocra rossa, arcieri con braccia e
gambe muscolose, gatti enormi, numerosi branchi di bestiame
e carri da guerra.
Un secondo sito d‟interesse è Jabbaren, il cui nome signifi-
ca «giganti» in lingua tuareg. La sua pianta è regolare, parti-
zionata da vicoli, incroci di strade e piazze. I muri della città
sono coperti da centinaia di disegni: alcuni sono enormi e

60
danno ragione al nome del sito, compreso un losco figuro che
raggiunge la rispettabile altezza di cinque metri e mezzo. Mol-
te pitture raffigurano i soliti uomini dalla testa rotonda, impe-
gnati al pascolo con centinaia di bovini.
Tin-Tazarift è un‟altra città che si allunga per oltre 2 chilo-
metri. Il suo centro è occupato da un enorme anfiteatro con un
diametro di 460 metri. Accanto all‟anfiteatro c‟è un‟immensa
piazza pubblica attorno alla quale sono raggruppate le case.
Dalla piazza si dipartono viali, strade, passaggi e vicoli ciechi.
Una depressione alla base delle rocce ha rivelato molteplici di-
pinti di vario genere, incluse ulteriori persone dalla testa ro-
tonda.
Il piatto forte è comunque Sefar. La città è attraversata da
svariate strade e viali, tumuli, tombe e qualcosa che Henri Lho-
te ha chiamato «la spianata del Grande Dio Pescatore». Il no-
me gli era stato suggerito dal dipinto di un personaggio che
sembrava trasportare del pesce. Un esame più accurato ha tut-
tavia dimostrato che la sua postura aveva un valore rituale: gli
antichi egizi la chiamavano «colpo al nemico» e i faraoni si di-
sponevano in quella posa per dimostrare la propria padronan-
za sulle forze del caos.
Il «Grande Dio Pescatore» di Sefar è così la potenziale evi-
denza di un collegamento tra l‟Egitto e il Tassili. Alcune delle
rocce dipinte mostrano anche delle barche, sia a Sefar che ad
Aouanrhet. Queste raffigurazioni sono molto simili se non i-
dentiche a quelle scoperte dall‟egittologo Toby Wilkinson nella
regione desertica tra il Nilo e il Mar Rosso. Wilkinson datò
quelle pitture al V millennio a.C., in contemporanea ai dipinti
del Tassili, quando anche quest‟area era un pascolo verdeg-
giante. Anche qui le figure accolgono una mistura di soggetti:
le barche e gli animali del Nilo (coccodrilli e ippopotami) sono
accostati agli animali della savana (struzzi e giraffe), mescolati
a immagini di bestiame e a simboli religiosi che emergeranno
nell‟arte classica egiziana.

61
Oltre al Tassili, anche le aree vicine, come Acacus e Messak,
hanno rivelato simili pitture rupestri, senza dimenticare le aree
di Gilf Kebir e Jebel Uwainat. Questo mondo perduto sembra
però rifarsi a un‟epoca successiva al racconto di Platone, quan-
do i primi egiziani (i costruttori della Sfinge) abbandonarono
l‟Egitto a seguito del secondo diluvio (9600 a.C.), percorrendo
le «tre piste» e a quanto pare spingendosi fino al Tassili. Cio-
nonostante, questo ultimo tragitto poteva costituire un ritorno
a casa, ad Atlantide appunto, scelto sulla base di antichi ricordi
e tradizioni.
Presso i Tuareg il ricordo di una città incantata risalente
all‟Età dell‟oro è ancora molto vivo, sebbene la chiamino con
altri nomi, come Zarzora e Kamissa. Secondo Platone il diluvio
avrebbe strappato gli strati alti dell‟isola trasportandoli in ma-
re. I fondali attorno all‟Atlantide sarebbero divenuti bassi e
sabbiosi, rendendo impossibile la navigazione lungo la costa:
«Oggi, dopo i terremoti che l‟hanno sommersa, altro non resta
che insormontabili bassifondi, ostacolo ai naviganti che di qui
fanno vela verso il mare aperto, tanto che non è più possibile
passare».
Ebbene, è quanto accade oggi nei golfi della Grande e Pic-
cola Sirte, sulla costa settentrionale della Libia e la costa sudo-
rientale della Tunisia. Un‟ottima descrizione delle Sirti in età
classica può trovarsi nelle Argonautiche di Apollonio Rodio,
poeta greco vissuto ad Alessandria d‟Egitto (295-215 a.C.):
«Dappertutto è pantano e un fondo di alghe su cui si riversa la
schiuma del mare. Fino al cielo si stende la sabbia: niente stri-
scia, o si leva in volo. Non c‟era un ruscello, non un sentiero e,
guardando lontano, non una capanna, e una calma inquietante
possedeva tutte le cose».
Il miglior libro in circolazione sulla geografia antica è indi-
cato dai più come Geografia e geografi nel mondo antico di Au-
relio Peretti, curato da Francesco Prontera per Laterza. Lo stu-
dioso analizza il resoconto di un navigatore cartaginese di no-
me Imilcone, composto tra VI e V secolo e riportato nell‟Ora

62
maritima di Avieno. Peretti sottolinea che tutti «gli estratti di-
cono pressappoco le stesse cose, senza riferimenti etnici e ge-
ografici: descrivono a foschi colori e in tono enfatico i pericoli
della navigazione dell‟Oceano [il mare oltre il canale di Sicilia],
sempre gli stessi, quali i bassi fondali, l‟assenza di vento, le fitte
alghe che ostacolano l‟avanzare della nave, i mostri marini».
Come diceva Platone, dall‟isola di Atlantide se ne possono
raggiungere altre (la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e le Baleari),
e da queste si può raggiungere il vero continente (l‟Europa).
Questi elementi contrastano con i dati esposti in The Three
Ages of Atlantis, i quali suggerivano di cercare Atlantide in Sar-
degna e Iperborea nella Pianura Padana.
Un chiarimento è venuto da Erodoto. Lo storico possedeva
una strana mappa del Mediterraneo, da lui arricchita con i rac-
conti di viaggiatori ritornati dall‟Africa nordoccidentale.
L‟oceano (nel senso moderno del termine) iniziava appena
oltre Cirene. Poco più in là si vedevano Sardegna e Corsica
ruotate di 90 gradi in senso orario, incollate al posto del Nor-
dafrica (la Libia di Benoît).
Lo storico aveva ricavato l‟estensione delle isole sulla base
dei racconti di viaggio, che però riguardavano il Nordafrica e di
conseguenza lo avevano portato a «ingrandire» il territorio di
circa cinque volte. Il paesaggio interno e le coste erano diven-
tati un «miscuglio» tra i segnali preesistenti sulla mappa e le
nuove indicazioni riportate dai viaggiatori (Sirti comprese), ov-
vero tra Sardegna e Libia. La mappa risultante (che riporto qui
sotto) è davvero molto simile alla mappa dell‟AMORC.
Sovrapponiamo questa mappa a una mappa «normale»:
magicamente il Capo Ermeo in Sardegna (oggi Capo Caccia
presso Alghero) va a sovrapporsi al Capo Ermeo che appare
nelle carte tolemaiche a est di Cartagine (in Tunisia)12. Tolomeo
pone anche un «Capo Borea» a Biserta, appena passata Cirene.
Questo va a sovrapporsi alla lingua di terra della Corsica set-
tentrionale, con la Pianura Padana che è appena oltre (Iper-)
Borea. Tutto a posto, quindi.

63
64
III
Caratteri perduti

L‟odio è uno di quei luoghi in cui la gente che non riesce ad affronta-
re la tristezza cerca asilo. Vendicarsi è come affilare una lama arrug-
ginita dal sangue immergendola in un lago di sangue. Per riparare la
lama del tuo cuore, arrugginita dalla tristezza, la stai inabissando nel
sangue. Ma più l‟affili, più si arrugginisce. E più si arrugginisce, più
l‟affili. Alla fine rimarrai solo con un pugno di ruggine.
KENTARO MIURA, Berserk (personaggio di Godor)

Una volta sommersa Atlantide, nel 13.000 a.C., un senso di ur-


genza si è impadronito della fratellanza ogniqualvolta si sono
presentati momenti di crisi. Così nelle grandi alluvioni del 9600
e del 6700 a.C., e allo stesso modo con le forti carestie del
2600 e del 1200 a.C. (quando gli Hyksos si facevano chiamare
«Popoli del mare», «Shardana» in Sardegna, «Siculi» e «Tur-
sha» in Italia, «Teucri» e «Lucca» in Turchia egea, «Libu» sulla
costa africana). Il desiderio di sopravvivenza, se non del singo-
lo, almeno della razza, ha fatto sì che venissero creati i Sette
Sapienti, l‟Occhio che Tutto Vede e con essi le Sale dei Docu-
menti. Due sono state rintracciate dagli archeologi del Vatica-
no a Giza e nel deserto di Amman; un‟altra, a Piedras Negras in
Guatemala, è oggetto di intensa ricerca da parte della Edgar
Cayce Foundation di Virginia Beach. Altre quattro sono venute
alla luce in maniera del tutto imprevista.
Nel corso del XX secolo, quattro anonimi personaggi si so-
no imbattuti per caso negli antichi depositi di civiltà scompar-
se. Musei casalinghi sono stati improvvisati su entrambe le
sponde dell‟Atlantico, catturando l‟attenzione dei media e met-
tendo in imbarazzo l‟archeologia ufficiale, molto più di quanto
abbiano fatto la Pila di Baghdad o il Vaso di Dorchester. Que-
65
ste raccolte di reperti sono passate alla storia con il nome dei
fortunati scopritori, rispettivamente Tolone di Girifalco (Cala-
bria), Crespi di Cuenca (Ecuador), Frandin di Glozel (Francia) e
Burrows di Olney (Illinois). Tra i manufatti rinvenuti nel Nuovo
Mondo ce ne sono alcuni di evidente fattura egiziana e meso-
potamica, portati qui da un Colombo ante litteram o realizzati
da minuziosi falsari. Purtroppo il governo degli Stati Uniti ha
espropriato la zona dei ritrovamenti e vi ha imposto il divieto
di accesso, precludendo così ulteriori indagini.
Coincidenza notevole è la presenza in tutte e quattro le
collezioni di una forma di scrittura iberica, la scrittura impiega-
ta dai Pelasgi a partire dal loro arrivo in Europa. Ognuna com-
prende centinaia di statue e tavolette, e almeno una è collega-
ta direttamente alla dinastia dei Falchi, o Serpente rosso che
dir si voglia. Un‟altra raccolta è venuta alla luce da strati geolo-
gici molto più antichi e la termoluminescenza ha confermato
l‟età di quasi 20.000 anni dei materiali ceramici. Non ci resta
che scendere nei dettagli.

Tolone di Girifalco

La collezione Tolone è custodita nella casa di Girifalco del


professore Salvatore Tolone Azzariti, insegnante di economia a
Oxford. Girifalco si trova al centro della provincia di Catanzaro,
il punto più stretto della penisola italiana, la regione che per
prima fu chiamata «Italia» in onore al famoso re Italo.
Secondo il mito greco, la nascita del regno di Italo avrebbe
preceduto la guerra di Troia di sedici generazioni, collocandosi
più o meno nel 1550 a.C. La data in questione è compatibile
con l‟ipotesi di un nobile hyksos, fuggito dall‟Egitto durante la
riconquista del faraone Kamose. Tucidide si riferiva all‟attuale
provincia di Catanzaro affermando che «quella regione fu
chiamata Italia da Italo», un nome che solo in seguito venne
esteso a tutta la penisola. Leggiamo in Aristotele:

66
Divenne re dell‟Enotria un certo Italo, dal quale si sarebbero
chiamati, cambiando nome, Itali invece che Enotri. Dicono anche che
questo Italo abbia trasformato gli Enotri, da nomadi che erano, in a-
gricoltori e che abbia anche dato a essi altre leggi, e per primo istitui-
to i sissizi. Per questa ragione ancora oggi alcune delle popolazioni
che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune sue leg-
gi.1

Aristotele parlava dunque di un regno stabile che occupava


l‟estrema propaggine delle coste europee: l‟attuale provincia di
Catanzaro, delimitata a oriente dal Golfo di Squillace e a occi-
dente dal Golfo di Sant‟Eufemia. Antioco di Siracusa scriveva
invece nel V secolo a.C.:
L‟intiera terra fra i due golfi di mari, il Nepetinico [Sant‟Eufemia] e
lo Scilletinico [Squillace], fu ridotta sotto il potere di un uomo buono
e saggio, che convinse i vicini, gli uni con le parole, gli altri con la for-
za. Questo uomo si chiamò Italo che denominò per primo questa ter-
ra Italia. E quando Italo si fu impadronito di questa terra dell‟istmo, e
aveva molte genti che gli erano sottomesse, subito pretese anche i
territori confinanti e pose sotto la sua dominazione molte città.2

Secondo Strabone la capitale del regno enotrio fu Pandosia


Bruzia, la città fondata da Italo che corrisponde probabilmente
all‟odierna Acri. Di Italo parlava inoltre Virgilio nell‟Eneide,
compilata nel I secolo a.C. Si presume che questo re regnasse
su Pandosia Bruzia e sul Nord dell‟attuale Calabria, oltre che
sulla zona ionica. Non si può comunque escludere che il domi-
nio degli Enotri comprendesse in toto le odierne regioni Cala-
bria e Basilicata.
Nel gennaio 1972 una disastrosa perturbazione atmosferica
colpì la zona di Girifalco per diverse giornate. L‟avvocato Mario
Tolone Azzariti (padre di Salvatore) fu incaricato di eseguire un
sopralluogo tecnico nelle zone interessate dalle piogge torren-
ziali: durante un‟ispezione, oltre ai danni causati dal maltempo,
notò la presenza di una fenditura di quasi 6 metri nella roccia,
da cui emergeva una voluminosa pietra ricoperta dal fango. Si

67
trattava di un volto dai tratti stralunati, le cui sembianze non
avevano nessun legame con il mondo della Magna Grecia.
Da allora fino ai primi Novanta Mario Tolone esplorò cre-
pacci e cavità nelle pareti scoscese, scavando ancora al di sotto
dei costoni per esaminare il materiale franato nei millenni. In
più di vent‟anni furono recuperate oltre 800 statuette e tavo-
lette in pietra o terracotta di pregevole fattura, cosparse di i-
scrizioni in lingua iberica. Il pezzo più curioso della collezione è
senz‟altro la sculturina di un‟iguana delle Galapagos (ricono-
scibile dalle creste dorsali), decisamente atipica nel panorama
calabro.
Ufficialmente gli esemplari più antichi di scrittura iberica
sono stati riconosciuti da Harald Haarmann del Research Cen-
tre on Multilingualism di Bruxelles: si tratta di incisioni risalenti
fino al 6000 a.C., impresse in vasi destinati al culto, figurine e
oggetti rituali della cultura di Vinca (Balcani). Inizialmente la
scrittura iberica era destinata all‟espressione della lingua pro-
to-basca dei Cro-Magnon, ma senza soluzione di continuità si
è evoluta nei caratteri euboici, fenici, venetici ed etruschi, arri-
vando alle soglie dell‟impero romano. È pertanto difficile rica-
vare l‟età dei reperti sulla base dei soli caratteri. D‟altro canto,
Salvatore Tolone è convinto che i suoi reperti appartengano al
popolo dei Feaci (phaiakes, da phalkones, «falchi») e che per-
tanto debbano considerarsi relativamente recenti (dall‟VIII al
XVI secolo a.C.). A sostegno della sua ipotesi, Tolone fornisce
numerose coincidenze toponomastiche, prima di tutto lo stes-
so nome Girifalco che deriva da kurios-phalkos, ovvero il «Si-
gnore-falco» o il «Dio-falco». Il riferimento al falco non è nuo-
vo in queste pagine, e la connessione coi Seguaci di Horus vie-
ne spontanea.
Omero scrisse che i Feaci erano i marinai più esperti dei
tempi antichi. Disse che le loro imbarcazioni non avevano bi
sogno né di timone né di timonieri, che avevano intelletto e
conoscevano le intenzioni degli uomini che portavano. Cono-
scevano le rotte verso città e campagne e navigavano rapidis-

68
sime sulle onde, coperte dalla nebbia senza il timore di spez-
zarsi o di affondare.
Ma i Feaci non primeggiavano soltanto nelle arti nautiche.
Omero li descrisse come esperti e sapienti in tutte le arti e le
istituzioni civili: ci parla di soglie di bronzo, pareti splendenti di
rame con fregi in metallo ceruleo, stipiti d‟argento, anelli d‟oro
alle porte, immagini di cani d‟oro e d‟argento sugli ingressi. E-
rano appassionati amatori dei balli, della musica, dei banchetti
festosi, dei bagni tiepidi e del «mutar vesti».3 I loro orti erano
pieni di frutti mai visti dal sapore dolce e le Feacesi erano sen-
za eguali nel mestiere della tessitura.4
I Feaci erano originari dell‟isola di Ogigia e il sangue nelle
loro vene era lo stesso dei Ciclopi (i Siculi). Dato che i Siculi fi-
gurano tra i Popoli del mare, ne consegue che anche i Feaci
appartenevano allo stesso ceppo. La parentela non fu però suf-
ficiente a garantire la pace tra i vicini, perché proprio i contrasti
con i Siculi costrinsero i Feaci ad abbandonare la loro terra,
trasferendosi in toto nella nuova patria di Corcira (Corfù). A far
loro da guida c‟era Nausitoo, il figlio di quella ninfa Calipso che
trattenne Ulisse a Ogigia per dieci anni.
Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) viene incontro a Tolone collo-
cando Ogigia a pochi chilometri da Girifalco, di fronte alla co-
sta della Locride a sud del promontorio Lacinio (Capo Colon-
na), un luogo dove un‟isola Ogigia è segnata in chiaro nelle
carte antiche.5 In ogni caso è certo che i reperti di Tolone ap-
partenessero a una cultura guerriera, come è evidente dai rilie-
vi di spade e scudi presenti sulle urne cinerarie. Può anche dar-
si che il popolo dei Feaci fosse costituito da sovrani hyksos che
governavano un popolo autoctono, probabilmente gli Enotri.
Molto più antica dei reperti di Tolone è invece una statua
colossale di roccia nel territorio di Campana, 75 chilometri a
nordest di Girifalco. Da qualunque direzione la si guardi, rima-
ne un elefante: quindi si tratta di un‟opera dell‟uomo. Si intra-
vedono comunque le zanne, non arcuate come per l‟elefante
indiano o africano, ma dritte verso il basso, come nell‟Elephans

69
antiquus, presente in Calabria fino al 10.000 a.C. Alta 5 metri, la
scultura riproduce esattamente l‟animale in scala 1:1. Lo sche-
letro di un esemplare è stato trovato alcuni anni fa nel rione
Archi di Reggio Calabria. Dietro una zanna si può ancora nota-
re una forma cilindrica mutilata: potrebbe essere la gamba di
un uomo a cavallo dell‟animale.
A tre metri dall‟elefante si trova una seconda statua mag-
giormente erosa: sono due gambe, dai piedi alle ginocchia e
parte dei polpacci di un uomo seduto. La parte superiore è
crollata e i suoi frammenti giacciono sul terreno circostante.
Quanto rimane raggiunge ancora i 6 metri, suggerendo
un‟altezza originaria di circa 15 metri.
È piuttosto naturale chiedersi se gli artefici di tali sculture
colossali possano essere gli stessi autori del leone sulla piana
di Giza. Del resto ci fu senz‟altro un‟epoca remota in cui l‟intero
Mediterraneo era abitato dalle stesse genti.

La Cueva de los Tayos

La seconda collezione di cui ci occupiamo è la collezione


Crespi, i cui reperti provengono dalla Cueva de los Tayos, una
grotta naturale situata ai piedi delle Ande ecuadoriane, nella
provincia amazzonica di Morona Santiago. Il nome deriva da
una razza di pipistrelli chiamata «Tayos», che popola abbon-
dantemente i suoi locali. L‟entrata si apre a un‟altitudine di 520
metri, in una zona montagnosa irregolare al limitare della fore-
sta. Un camino verticale si getta nel vuoto per 63 metri, con un
diametro alla bocca di circa 2 metri. A partire dal fondo si svi-
luppa un percorso di 5 chilometri, con camere abbastanza am-
pie da contenere una cattedrale.
La zona è abitata dagli indigeni Shuar o Jívaro, il cui popolo
è rimasto indipendente per secoli, resistendo ai tentativi di
conquista sia degli Inca sia dei missionari spagnoli. Gli Shuar
vivono ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana, distri-

70
buiti fra le colline ai piedi delle Ande (muraiya shuar) e le pia-
nure più a est (achu shuar), sforando in territorio peruviano.
Gli Shuar, oggi cattolici, praticarono una religione shamani-
ca fino agli inizi del XX secolo, quando furono convertiti dai
padri Gesuiti. In particolare, credevano che l‟anima di uno
Shuar morto in pace si tramutasse in wakanì, una sorta di «spi-
rito guida». Una morte violenta generava invece un muisak,
uno spirito malvagio che possedeva i nemici.
L‟ammissione al gruppo degli adulti comprendeva un rito
di passaggio: all‟età di otto anni, i ragazzi venivano condotti
dai padri a una cascata vicina, per un periodo da tre a cinque
giorni. Durante questo tempo bevevano solo acqua di tabacco,
finché a un certo punto ricevevano un‟erba allucinogena chia-
mata maikua (Datura arborea, Solanacee).
Grazie alla maikua i ragazzi accedevano alle visioni create
da un wakaní: se il candidato fosse stato abbastanza coraggio-
so avrebbe potuto toccare la visione e assorbire il wakaní.
Questa «unione» avrebbe notevolmente fortificato il ragazzo,
mentre la possessione da parte di più wakaní l‟avrebbe reso
invincibile.
La possessione da parte di un muisak, invece, permetteva ai
maschi shuar di controllare il lavoro delle proprie mogli e figlie.
Le donne coltivavano manioca e fabbricavano la chicha (birra
di manioca), che insieme fornivano alla dieta shuar la maggior
parte delle calorie e dei carboidrati; così il loro lavoro diventa-
va cruciale al mantenimento della vita biologica e sociale.
Per assorbire il muisak, gli uomini shuar rimpicciolivano le
teste dei nemici uccisi in battaglia, affumicandole con un com-
plesso procedimento. Alla fine del XIX e durante il XX secolo
gli europei e i coloni americani iniziarono a scambiare prodotti,
tra cui fucili da caccia, in cambio delle teste rimpicciolite (tzan-
tzas). Ciò provocò un aumento delle guerriglie locali, contri-
buendo allo stereotipo dello Shuar violento.
Il rapporto tra gli Shuar e la caverna assume toni di reve-
renza religiosa. Quando si avvicinano alla Cueva, essi intonano

71
canti in onore del «signore della grotta», affinché li preservi da
incidenti e da punture di insetti velenosi.
L‟archeologo ecuadoriano Pedro Porras visitò la grotta ne-
gli anni Quaranta, riportando vasi e monili in ceramica e pietra,
oggi conservati al museo Weilbauer, dell‟Università cattolica di
Quito. I reperti furono inviati all‟Università di Colonia per una
datazione col metodo della termoluminescenza, ottenendo la
data del 1500 a.C. Il dottor Porras concluse che la grotta era
stata la tomba di un importante personaggio aborigeno, pro-
babilmente un governante. Oggi il custode dei reperti e diret-
tore dell‟intero museo è il figlio di Porras, Patricio Moncayo.
I reperti di Porras (ora visibili al museo) finirono in qualche
scaffale dimenticato fino agli anni Ottanta, tanto che nel 1964
la grotta fu esplorata dall‟ungaro-argentino Juan Moricz, rite-
nuto a lungo il primo visitatore della Cueva. Moricz dichiarò di
aver trovato un tesoro di lamine metalliche che però non mo-
strò mai a nessuno. Egli scrisse comunque un rapporto di de-
nuncia e lo consegnò al proprio avvocato, Gerardo Pena Ma-
theus, che lo conserva ancora oggi nella propria abitazione. Un
estratto del testo, protocollato alla notaria di Uaiakil, riporta le
seguenti parole:

Ho trovato oggetti preziosi di grande valore culturale e storico


per l‟umanità, che consistono in lamine metalliche incise con segni e
scrittura ideografica, una vera biblioteca di metallo che contiene la
cronologia della storia umana. Tali oggetti erano raggruppati in varie
6
e distinte cavità.

Moricz aggiunse di aver trovato una vera e propria città


sotterranea. Percorrendo il corridoio a est, dopo il camino
d‟ingresso, si incontra in effetti una struttura curiosa, una mu-
raglia alta più di 10 metri e larga altrettanto, composta da
blocchi squadrati (5 × 2 × 1 metri circa). Il muro s‟interrompe a
2 metri dal suolo, disegnando un arco dal soffitto piatto e li-
scio, battezzato «Arco Juan Moricz». A pochi passi dall‟arco si
apre un tunnel regolare di sezione 1 × 1 metri e lungo 100 me-
tri, che conduce al primo grande locale, largo 12 e alto 20 me-
72
tri. Seguono altri corridoi e stanzoni, fino al famoso «anfitea-
tro» al termine del percorso.
Nel 1969 partì la prima spedizione formale, a cui partecipò
lo stesso Pena. Nel 1976 l‟ingegnere José Stanley Hall pianificò
e diresse una spedizione scientifica con l‟appoggio del gover-
no britannico: vi presero parte 120 persone, tra cui archeologi,
biologi e botanici, provenienti dall‟Ecuador e dal Regno Unito,
per una spesa totale di oltre 2 milioni di dollari. Nel gruppo fi-
guravano militari scozzesi e membri dell‟intelligence britannica,
insieme all‟astronauta Neil Armstrong, nominato presidente
onorario. Al termine dell‟ispezione i geologi inglesi rilasciarono
la seguente dichiarazione: «La Cueva de los Tayos non costitui-
sce un monumento archeologico, come è stato detto, ma geo-
logico. Sono antiche formazioni la cui morfologia naturale non
è stata modificata dall‟uomo. La grotta può essere classificata
come una delle più importanti in Sud America».7
Non c‟era nessuna città sotterranea: i blocchi squadrati e-
rano stati creati dalla naturale azione erosiva dell‟acqua. Tali
conclusioni sono state confermate dalla spedizione ecuadoria-
na del 2010, guidata dal capitano Daniel Flore.
Torniamo ora ai reperti, soffermandoci sui presunti rinve-
nimenti di Juan Moricz. Stando alle sue parole, oggetti simili
sarebbero appartenuti a padre Crespi, parroco di Cuenca, una
cittadina 90 chilometri a ovest della Cueva. Si tratta di 5000
pezzi, soprattutto lamine, incisi con disegni e iscrizioni. Tremila
pezzi sono di oro puro, con inserti in pietre preziose. Il dato
sorprendente riguarda i caratteri delle incisioni, identici a quelli
riscontrati in Calabria sui reperti della collezione Tolone. Gli
Shuar hanno donato i loro oggetti a padre Crespi nel corso
degli anni, formando man mano l‟attuale collezione. Dopo la
morte del padre, avvenuta nel 1982, la collezione è passata in
eredità all‟ordine salesiano di Cuenca.
Potremmo supporre che gli oggetti metallici siano con-
temporanei alle ceramiche del dottor Porras; in tal caso do-
vremmo valutare l‟ipotesi che i Feaci fossero giunti nel Nuovo

73
Mondo già intorno al 1500 a.C., o al posto loro un altro popolo
del mare. I viaggi transoceanici avrebbero consentito lo scam-
bio di manufatti provenienti da ogni parte del Mediterraneo e
del Medio e Vicino Oriente. Questi navigatori erano davvero
così abili come li ha descritti Omero?

Frandin di Glozel

Tremila reperti con lo stesso tipo di iscrizioni furono ritro-


vati a Glozel, un villaggio a sudest di Vichy, in Francia. Era il
1924 quando il giovane contadino Émile Fradin si imbatté in
una sensazionale scoperta: stava arando il suo campo quando
il terreno cedette sotto il peso dei buoi, rivelando una fossa
colma di tavolette d‟argilla, sculture, urne, pietre e persino ossa
riccamente decorate. Tra il 1924 e il 1930 gli archeologi conti-
nuarono a estrarre reperti, liberandoli da strati di terreno la cui
formazione era databile tra il 17.000 e il 15.000 a.C. Nel 1925
furono rinvenute ossa umane gigantesche, crani grandi il dop-
pio del normale, impronte di mani enormi, oltre a monili fatti
su misura per simili arti. Le tavolette sono cosparse d‟iscrizioni,
sebbene le teorie ufficiali neghino l‟esistenza della scrittura in
quell‟epoca remota. Su alcune pietre è addirittura disegnata
una renna, animale scomparso da quelle latitudini alla fine
dell‟ultima Era glaciale. Nonostante i tentativi di screditare la
scoperta, nel 1974 la termoluminescenza ha confermato le da-
tazioni stratigrafiche.
Le tavolette di Glozel attirarono immediatamente
l‟attenzione di James Churchward, un famoso colonnello ingle-
se che aveva da poco superato i settant‟anni. James era fratello
del massone Albert Churchward e nel 1926 avrebbe dato alle
stampe la sua opera più famosa, dal titolo eloquente di Mu, il
continente perduto.
All‟età di 27 anni era stato inviato dal governo inglese
sull‟altopiano del Deccan, nell‟India meridionale, e qui era en-

74
trato in contatto con il sommo sacerdote del tempio indù di
Hampi, nello Stato di Karnataka. Era il 1868 e il paese era mar-
toriato da una grave carestia che avrebbe lasciato dietro di sé
cinque milioni di cadaveri.
Churchward scoprì di avere in comune con il sacerdote una
grande passione per l‟archeologia, così che i due divennero
presto amici e il colonnello si stabilì in pianta stabile nel tem-
pio nelle vesti di aiutante. Un giorno era intento ad ammirare
un‟iscrizione sul muro interno dell‟edificio, quando il sacerdote
gli si avvicinò e gli rivelò che si trattava di una lingua estrema-
mente antica, la cui interpretazione era nota ai soli iniziati. Ag-
giunse che all‟interno del tempio esistevano svariate tavolette
con iscrizioni nella stessa lingua, facenti parte di una collezione
molto più vasta. Neanche a dirlo, i caratteri erano dello stesso
tipo riscontrato a Glozel, Cuenca, Olney e Girifalco.
Le tavolette di Hampi erano venute alla luce in un sito di-
menticato delle sette città sacre dell‟India, una tra Varanasi,
Haridwar, Ayodhya, Mathura, Dwarka, Kanchipuram e Ujjain. Il
sacerdote disse a Churchward che le tavolette erano state
scritte migliaia di anni prima dai Sacri Fratelli Naacal, in un lin-
guaggio oscuro e pregno di significati esoterici.
I Naacal sarebbero arrivati in Asia 15.000 anni fa, dopo che
un cataclisma avrebbe fatto sprofondare la loro patria: il conti-
nente Mu o Lemuria. Forse si tratta ancora dei Sette Sapienti,
tanto più se pensiamo che le loro navi avrebbero raggiunto
ogni angolo del mondo, portando con sé la scienza, la religio-
ne e le rotte commerciali. Gli stessi Veda affiancano agli Arii (i
Pelasgi), venuti da Occidente, un secondo gruppo umano -
benché ristretto - approdato in India da un luogo oltre mare.
Sono i "Brighus", un ordine di adepti iniziati alle antiche cono-
scenze e guidati da un "re-serpente" chiamato Nahusha.
La sacralità dei reperti di Hampi era tale da proibire
l‟apertura delle loro custodie, ma la curiosità dei due uomini
era molto maggiore del senso del dovere. Le tavolette si rivela-
rono un impasto di argilla cotta al sole e il sacerdote le tradus-

75
se integralmente, educendo al contempo il suo ospite sulla
lingua dei Naacal. Stando a Churchward, il contenuto avrebbe
contemplato la creazione del mondo e dell‟uomo, il quale sa-
rebbe apparso per la prima volta a Mu, un vasto territorio on-
dulato che si estendeva nell‟Oceano Pacifico. Il confine setten-
trionale coincideva con le attuali isole Hawaii, mentre il confine
meridionale tracciava una lunga linea tra l‟Isola di Pasqua e le
Fiji. Mu era ricco di vegetazione tropicale, fiumi, laghi e grandi
animali. Misurava 8000 chilometri da est a ovest e 5000 da
nord a sud, con una popolazione che al culmine della sua sto-
ria contava 64 milioni di individui, divisi in 10 tribù o stirpi e
governati da un unico re-sacerdote di razza bianca detto Ra-
Mu.
In questo senso riscontriamo una somiglianza con
l‟Atlantide di Platone, dove esistevano 10 re che governavano
10 regioni, pur restando sottomessi a un singolo re centrale.
Infine il dettaglio della «razza bianca» potrebbe riferirsi alla so-
lita razza pelasgica, bianca dai capelli biondo-rossicci e gli oc-
chi chiari.
Il regno di Ra-Mu si autodefiniva «impero del Sole» e la re-
ligione praticata era unica per tutti gli abitanti: essi adoravano
una divinità solare indicata con il nome fittizio di «Ra», mentre
il vero nome non si poteva né scrivere né pronunciare.
Gli abitanti di Mu credevano nell‟immortalità dell‟anima e
del suo futuro ritorno a Dio. Erano fieri naviganti, architetti del-
la pietra e scultori. I «muani» fondarono diverse colonie, tra cui
l‟impero di Mayax in America, l‟impero Uighur nell‟Asia centra-
le e nell‟Est europeo e il regno dei Naga nell‟Asia meridionale.
Uighur avrebbe avuto la capitale nel deserto di Gobi, in Cina,
dove sorse più tardi l‟antica città di Khara-Khoto, sulla riva
sudoccidentale del lago Baykal. L‟archeologo russo Pyotr Ko-
zlov scavò le rovine del sito tra il 1907 e il 1909 e scoprì una
tomba dipinta a 15 metri di profondità, vecchia almeno 18.000
anni. Al suo interno c‟erano i resti di un re e di una regina a-

76
dornati con pendenti che riportavano le insegne di Mu: una M,
il Tau e un cerchio attraversato da una linea verticale.
Il colonnello trovò altri dettagli sulla fine di Mu in un mano-
scritto venuto alla luce in un antico tempio di Lhasa, in Tibet.
Infine, l‟archeologo William Niven scoprì alcune città presso il
lago Texcoco, in Messico, che 7000 anni fa erano state sepolte
dalla lava del vulcano Ajusca. Nel 1921 Niven raccolse qui ben
2600 tavolette che facevano riferimento a Mu. Purtroppo, co-
me spesso accade in questi casi, le tavolette andarono smarrite
(o furono sequestrate) durante il loro trasporto in Inghilterra.

Burrows Cave

La caverna nota come Burrows Cave prende il nome dal


suo scopritore, Russell Burrows di Olney, Illinois, che la esplorò
nei primi anni Ottanta.8 Centinaia, se non migliaia, di manufatti,
molti con ritratti umani e iscrizioni, sono stati recuperati dalla
grotta col benestare del proprietario del terreno.
Dopo Burrows, nessuno vi è mai più entrato: una legge del
1988 dell‟Illinois ha infatti espropriato il terreno, trasferendo
allo Stato il controllo della grotta e il possesso del suo conte-
nuto. A chiunque è proibito entrarvi, e sono previste sanzioni
penali per i trasgressori. Ci viene il sospetto che la legge sia
stata promulgata appositamente per nascondere informazioni
«scomode». C‟è quindi il pericolo che i manufatti rimasti nella
grotta finiscano sepolti in qualche museo statale e non siano
mai resi noti.
Molte delle iscrizioni consistono in lettere sparpagliate che
non si possono tradurre con sicurezza. Molte altre sono dispo-
nibili soltanto in fotografie sfocate. A ogni modo sembrano e-
sistere vari tipi di scrittura, compresa la scrittura di Glozel,
Cuenca e della raccolta Tolone. Per quanto riguarda i reperti
egizi, è opinione comune che si tratti di manufatti mercanteg-
giati da Shardana o Fenici, per i quali sussistono inequivocabili

77
ritrovamenti in Brasile. Lo stesso vale – al contrario – per i di-
schi e le statuette zapoteche ritrovate in Puglia a inizio 2012.
I destinatari del mercato fenicio comprendevano gli indiani
Hopi. Questa tribù di nativi sosteneva di provenire da un mon-
do sotterraneo chiamato «Sipapuni», occupato 5000 anni fa da
una razza «lucertiforme». Un complesso antichissimo di galle-
rie che si estende sotto Los Angeles è stato rintracciato nel
1933 dall‟ingegnere minerario Warren Shufelt e in quel luogo
ancora oggi si compiono rituali di scuole esoteriche. Nel 1909
G.E. Kincaid ha scoperto una città sotterranea vicino al Gran
Canyon, in Arizona. Era grande abbastanza da ospitare 50.000
persone e sul posto sono stati trovati dei corpi mummificati
che secondo il capo missione, S.A. Jordan, erano di origine o-
rientale o probabilmente egizia.9 Furono rinvenuti anche nu-
merosi manufatti, compresi utensili di rame duri come acciaio.
Iscrizioni madianite (dette anche proto-sinaitiche o proto-
fenicie) sono state rinvenute da James R. Harris sulle rocce di
caverne e strapiombi in sei diversi stati nel Sudovest degli Stati
Uniti. Tra queste figura il nome di Yahweh nei tre modi tradi-
zionali già rinvenuti nelle rocce del Sinai, ovvero Yah, Yahh, e
Yahu. Harris ha confrontato ben 120 iscrizioni del Negev (Sinai
nordorientale) con 400 iscrizioni americane, ed è arrivato
all‟inevitabile conclusione che uomini del Sinai adoranti Ya-
hweh avevano trovato la strada per raggiungere l‟America
quantomeno 3500 anni fa.10
In America i Fenici istituirono nuove logge dell‟Occhio che
nei secoli successivi si mantennero in costante contatto con le
loro consorelle in Europa. Tant‟è vero che il Nuovo Continente
fu colonizzato nel momento più propizio, come se i Conqui-
stadores avessero una «talpa» all‟interno dei popoli indigeni.
Gli Aztechi aspettavano il ritorno di un dio bianco e barbuto
chiamato Quetzalcoatl (di cui abbiamo discusso abbondante-
mente in The Three Ages of Atlantis). Cortés incarnava fisica-
mente il dio tanto atteso, e non a caso le sue navi attraccarono
nel golfo di Veracruz, proprio il luogo che secondo le profezie

78
avrebbe visto l‟approdo di Quetzalcoatl. Le profezie includeva-
no una data, che tradotta nel calendario Giuliano corrisponde-
va al 1519, anno dell‟arrivo di Cortés. Gli Aztechi credevano
che il dio avrebbe indossato un abito consono al suo appellati-
vo di «serpente piumato», così che Cortés approdò in Messico
indossando delle piume. Anche la croce cristiana, ostentata dai
coloni, apparteneva ai simboli del dio. Il popolo azteco e il suo
re Montezuma credettero che Cortés fosse il dio tanto atteso,
e fu questo vantaggio che gli permise di distruggere un impe-
ro con l‟impiego, pensate, di soli 58 uomini.
Nel settembre del 1993, Burrows ha donato una pietra con-
tenente delle iscrizioni alla dottoressa Beverley Moseley, della
Midwestern Epigraphic Society (Columbus, Ohio). Burrows so-
stiene di aver trovato la pietra nel 1984, nell‟«Area 4» del corri-
doio principale. I manufatti di quest‟area erano sepolti
nell‟argilla, trasportati da un‟alluvione che avrebbe insabbiato
gran parte del passaggio. La pietra in questione figura tra le
più grandi della raccolta; un lato della pietra è ricoperto da
un‟iscrizione lunga e ben organizzata, sufficiente a gettare
qualche luce sulla sua natura.
Si possono distinguere chiaramente 37 lettere, sovrastate
sulla cima da un simbolo che assomiglia al Tanit fenicio. Sotto
l‟iscrizione appare invece un occhio umano destro.
Le lettere mostrano tracce di erosione, segno di un lungo
periodo di esposizione all‟aria. L‟occhio umano sembra sugge-
rire un orientamento, benché non sia ovvio il verso di lettura,
da sinistra a destra o da destra a sinistra.
Sull‟altra faccia è disegnata la testa di un uccello, insieme a
27 lettere sparpagliate. È anche presente una linea, intersecata
da gruppi di barre ortogonali, simile a un‟iscrizione ogamica (la
scrittura dei Celti).
Gran parte dei ricercatori accademici continua a negare
l‟originalità dei reperti, facendoli passare per l‟opera di un fal-
sario alla ricerca di gloria. È sicuramente possibile che i signori
Tolone, Crespi, Fradin e Burrows abbiano aggiunto qualche

79
pezzo contraffatto, copiando lo stile e i caratteri dei pezzi ori-
ginali. Potrebbero averlo fatto per mantenere accesa la propria
fama, continuando a mostrare al mondo nuove scoperte
quando in effetti erano esaurite. Tuttavia è impossibile che ab-
biano inventato da zero tutti i reperti, compresa una forma di
scrittura identica per tutti e quattro.

Fig. 6. Calco della pietra donata da Burrows alla dottoressa Beverley


Moseley, della Midwestern Epigraphic Society

80
IV
I documenti della fratellanza

Anche il peggiore peccatore del mondo dovrebbe avere almeno una


persona che pensi a lui. [...] La gente è meschina: invidia chi ha qual-
cosa di più e disprezza chi non ha niente. Teme e odia per le piccole
differenze... e purtroppo questo vale soprattutto per le persone che
non hanno nulla come noi.

Luka, in Berserk di KENTARO MIURA

Nel maggio 2010 è stato reso pubblico un archivio di docu-


menti appartenuto a Giacomo Rumor (1906-2008), esponente
della Democrazia Cristiana e presidente della Camera di Com-
mercio di Vicenza (1947-65). Nel 1943 Franklin Delano Roose-
velt (presidente degli Stati Uniti) aveva istituito alcune commis-
sioni che si incontrarono in Europa fino alla fine degli anni
Cinquanta (prevalentemente a Verona, Strasburgo, Vienna e
Parigi) per stabilire le basi economiche, politiche e sociali di
una futura Europa Unita. Le commissioni comprendevano
membri della Resistenza dei Paesi non alleati, scelti su consi-
glio dei servizi segreti vaticani, diretti all‟epoca da monsignor
Montini (futuro papa Paolo VI). Il coinvolgimento del Vaticano
fu richiesto per garantire l‟estraneità dei membri agli ambienti
comunisti, la cui presenza nella Nuova Europa era poco auspi-
cata sia dagli USA che dalla Chiesa.
L‟uomo di fiducia per l‟Italia, membro del comitato provin-
ciale di Liberazione di Vicenza, era proprio Giacomo Rumor.
Egli aveva studiato Giurisprudenza all‟Università di Padova e
aveva conosciuto monsignor Montini frequentando (insieme a
Andreotti) la Federazione universitaria cattolica italiana, di cui il
futuro papa era assistente.
81
L‟archivio di Rumor include la corrispondenza tra Giacomo
Rumor (cugino del cinque volte primo ministro Mariano Ru-
mor) e il francese Maurice Schumann, operanti entrambi nelle
Commissioni indette da Roosevelt per la costruzione
dell‟Unione Europea. Da quanto trascritto da Paolo Rumor in
L’altra Europa1, si evince la presenza di una fratellanza esoteri-
ca che avrebbe progettato nascita ed evoluzione di strutture
sovrannazionali come l‟ONU e la UE. Rumor non riporta il no-
me della fratellanza, ma sottolinea il suo legame coi maggiori
casati nobiliari europei, in special modo con la famiglia scozze-
se dei Saint Clair (o Sinclair). Che si tratti dell‟Occhio che Tutto
Vede è una facile quanto ovvia conclusione.
L‟archivio di Rumor è prevalentemente politico ma aggiun-
ge informazioni notevoli su alcuni ritrovamenti archeologici
che avevano suscitato l‟interesse delle alte sfere. In particolare
contiene la trascrizione di una pergamena ritrovata a fine Ot-
tocento nella sinagoga di Nusaybin (vicino a Urfa, nella Turchia
sudorientale, al confine con la Siria). Il testo della pergamena
fa riferimento alle tre piramidi di Giza e ad alcune iscrizioni che
si troverebbero lì attorno:

I Sorveglianti sono diventati Illuminati quando hanno posto le tre


piattaforme rialzate sulla collina di Giza a fianco del fiume Nilo, nel
luogo in cui l‟alto e il basso Egitto si incontrano appunto a Giza, sul
vertice del Delta, lungo la via d‟acqua che serpeggia fra le canne, sul
punto di maggiore intersezione della rete, scrivendo con la pietra gli
avvertimenti da rispettare.2

Un altro passo parla del Diluvio universale, sostenendo che


il periodo «delle grandi piogge» si era presentato due volte, a
distanza di «tremila stagioni» una dall‟altra, di cui la prima
nell‟età del Leone. Le grandi piogge avrebbero causato ogni
volta vaste inondazioni e l‟ingresso del mare nell‟entroterra.
Graham Hancock parla da vent‟anni di un diluvio nell‟età astro-
logica del Leone, ma l‟archeologia ufficiale non si è mai degna-
ta di leggere i suoi libri.

82
Il documento aggiunge la descrizione di vari punti geodeti-
ci e di livelli costieri, evidenziando alcuni insediamenti urbani
di fondazione antidiluviana in cui era ubicata e diffusa la fratel-
lanza nelle sue prime fasi: un punto al largo di Gabes, nell'attu-
ale Piccola Sirte; una valle all'interno del golfo Persico (oggi
sommersa); un punto all'interno del golfo di Cambay (oggi
sommerso); la penisola di Kumari (appendice sud dell'India,
oggi sommersa); l‟arcipelago di Vacca (oggi isola di Vacca, a
sud-ovest della Sardegna); Cala della Colba (Capo Testa Sar-
degna, estremo nord dell'isola); un punto sommerso dell'antica
Terra di Sonda; un'altura nel Basso Egitto.
Nell'ultimo sito, in particolare, il documento attesta la pre-
senza di una «sala degli archivi» sotterranea, scavata nella roc-
cia viva ben 11.000 anni fa. La sala nasconderebbe 192 tavolet-
te in gesso, recanti iscrizioni in una lingua che precede il gero-
glifico.

Il pozzo di Osiride

Secondo l‟archivio di Rumor, la fratellanza dell‟Occhio che


Tutto Vede avrebbe scoperto il deposito egizio nel 1872. In
quell‟anno le maggiori esplorazioni archeologiche nella piana
di Giza erano dirette dai fratelli John e Waynman Dixon, inge-
gneri edili scozzesi. Nel 1871 erano stati ammessi entrambi alla
confraternita3 e nel 1872 avevano già scoperto due nuovi pas-
saggi all‟interno della piramide di Cheope: non c‟è alcun dub-
bio che la ricerca del deposito fosse diretta dai Dixon. Gli e-
sploratori erano entrati

nel deposito situato dietro il vano del cunicolo sotterraneo che


collega la prima piattaforma rialzata [la piramide di Cheope] con il
«puntatore» [la Sfinge, puntatore al sole equinoziale]. Il vano è situa-
to nel «PR» ubicato sotto il predetto (puntatore), in un ambiente arti-
ficiale semiallagato, con degli incavi laterali al cui centro è stato rica-
vato un rialzo sul quale giacciono delle colonne cadute. L‟ambiente si
trova oltre il corridoio, dove parte il camino che sale in direzione del-

83
la pancia del «puntatore» [Sfinge], oltre la camera con le colonne ca-
dute che è ubicata al di sopra della faglia acquifera del fiume vicino,
subito dopo i tre sfiatatoi verticali.4

Si parla ovviamente della cosiddetta tomba di Osiride, sca-


vata in tre livelli sotterranei dietro la Sfinge. Vi si accede da un
pozzo che sfocia sotto le lastre di calcare della «strada rialza-
ta», un camminamento che unisce la Sfinge alla Seconda pira-
mide (Chefren). L‟ingresso è a un terzo della strada partendo
dalla Sfinge. Facciamo attenzione a non confondere la strada
rialzata con il cunicolo sotterraneo di cui parla Rumor.
Nel 331 a.C. Alessandro Magno era entrato in Egitto e ave-
va esplorato una cavità nella piana di Giza connessa alla pira-
mide di Cheope. Si trattava del pozzo? Lì vi aveva scoperto la
Tavola Smeraldina, un‟opera attribuita al patriarca Enoch (Er-
mete Trismegisto), che l‟avrebbe composta prima del Diluvio
universale. Secondo la leggenda, il documento era stato trova-
to dalla moglie di Abramo, Sara, tra le mani del marito defun-
to. Dopodiché era stato deposto nella tomba del patriarca. Il
pozzo di Osiride potrebbe quindi essere il pozzo di Abramo, la
cui presenza in Egitto è accertata tanto nella Genesi quanto in
altri testi tradizionali di matrice ebraica.
La più antica menzione del complesso del pozzo (in epoca
moderna) si trova nelle relazioni di scavo dell‟archeologo Selim
Hassan, relative agli anni 1933-34. Hassan descrive la scoperta
del pozzo durante la sua sesta stagione di lavoro a Giza:

Sopra la superficie della strada rialzata, venne costruita una piat-


taforma avente le fattezze di una mastaba. Le pietre per la sua co-
struzione provenivano dalle rovine del porticato che correva lungo la
strada stessa. Al centro di questa sovrastruttura infossarono un pozzo
che raggiunge la profondità di nove metri. Esso intercetta il corridoio
sotterraneo che scorre parallelo alla strada e ne attraversa il soffitto e
il pavimento. Sul fondo di questo pozzo c‟è una camera rettangolare,
sul pavimento della quale, sul lato orientale, si apre un secondo poz-
zo. Questo discende circa quattordici metri e termina in una sala spa-
ziosa circondata da sette camere sepolcrali, in ognuna delle quali c‟è
un sarcofago. Due di questi sarcofagi, che sono di basalto e sono

84
monolitici, sono così enormi che subito ci siamo chiesti se contenes-
sero i corpi dei tori sacri.
Nel lato est di questa sala c‟è ancora un‟altro pozzo, profondo
circa dieci metri, ma sfortunatamente è allagato. Attraverso l‟acqua
limpida abbiamo potuto vedere che esso finisce in una sala colonna-
ta, dotata anch‟essa di camere laterali contenenti sarcofagi. Abbiamo
provato invano a pompare fuori l‟acqua, ma sembra che una sorgen-
te abbia sfondato la roccia. Pompando continuamente per tutto il
giorno, in quattro anni non siamo stati capaci di ridurre il livello
dell‟acqua. Posso aggiungere che ho avuto le analisi di quest‟acqua,
5
trovandola pura e potabile.

Hassan non è stato l‟unico a gustare l‟acqua del pozzo, poi-


ché per molti anni è stata la sorgente di acqua potabile per la
gente del Plateau. In passato le guide di Giza e i bambini dei
villaggi vicini nuotavano nel pozzo, quando la falda freatica in-
vadeva maggiormente il complesso.
In particolare, interessante è il riferimento di Hassan a una
sovrastruttura dalla forma di mastaba. È logico che il comples-
so del pozzo debba avere una struttura di qualche tipo a livello
del terreno, soprattutto se è stato davvero usato per la sepol-
tura.
In pubblicazioni più moderne, comprese quelle di Hawass, i
resti di tale struttura non vengono citati. È possibile che le ro-
vine della sovrastruttura fossero ancora evidenti all‟epoca di
Hassan, ma che da allora siano scomparse.
Hassan ha menzionato inoltre un corridoio sotterraneo,
sotto la strada rialzata. Non si tratta del tunnel citato da Ru-
mor, trattandosi invece di una scorciatoia per i sacerdoti e il
personale dei templi, allo scopo di «bypassare» la strada rialza-
ta. Un simile «bypass» è stato scoperto sotto le rovine della
strada rialzata di Cheope, più a nord.6
Le misure di Hassan sono state aggiornate in anni recenti,
precisando come il primo pozzo si soffermi in un pianerottolo
spoglio a circa 6 metri di profondità (anziché 9), per continuare
a discendere fino a 15 metri sotto il livello del suolo. Si apre
quindi in un ambiente lungo 7 metri e largo 5, con un‟altezza

85
di 3 metri. Nelle pareti di destra e di sinistra si vedono ampie
nicchie praticate nello strato roccioso naturale. Un grosso sar-
cofago nero si trova in una delle nicchie di sinistra, mentre un
altro di granito rosso occupa una nicchia di destra. I coperchi
sono stati spostati e il loro interno è vuoto; non recano alcuna
iscrizione.
L‟ennesimo pozzo conduce al terzo livello, una caverna
sbozzata nella roccia, con una superficie di 9 × 9 metri, alta 3. Il
pavimento è allagato, lasciando solo al centro una specie di i-
sola di 5 metri per lato, sulla quale sono ammassati grossi resti
di colonne. Al centro è visibile il coperchio quasi nero di un
grosso sarcofago. Quest‟ultimo è poco lontano, totalmente
sommerso dall‟acqua. Da un angolo della stanza parte un cuni-
colo quadrato di 50 centimetri di lato, che si inoltra nella roccia
per 6 metri fino a intercettare il cunicolo di Rumor, che dalla
piramide di Cheope conduce sul retro della Sfinge. Il segretario
generale del Consiglio supremo delle Antichità egizie, Zahi
Hawass, disse aver trovato «iscritta sul terreno [del terzo livel-
lo] la parola geroglifica “PR”, che significa “casa”».7
Troviamo quindi una totale corrispondenza tra i documenti
di Rumor e i riscontri archeologici. C‟è tutto: gli incavi o nicchie
laterali, le colonne cadute, il rialzo, l‟acqua infiltrata dalla faglia
acquifera, il camino che porta nel ventre della Sfinge, e perfino
la scritta «PR»! Il locale semisommerso dall‟acqua (il piano in-
feriore) è descritto nelle tavolette come un «tabernacolo», do-
ve sarebbe custodita l‟«essenza spirituale» di coloro che ave-
vano messo in movimento la nuova era, dopo la distruzione di
quella precedente.
La squadra dei fratelli Dixon trovò nel deposito le tavolette
di gesso e le portò nella cappella di Rosslyn, un tempio iniziati-
co della famiglia Saint Clair in Scozia, presso Edimburgo. In-
sieme alle tavolette furono recuperati numerosi vasi di cerami-
ca contenenti sementi di varie specie vegetali, come se il depo-
sito fosse stato costruito in previsione di una catastrofe. Una

86
volta in Scozia, le tavolette vennero custodite in alcuni bauli o
sarcofagi insieme alla pergamena di Nusaybin, sotterrati

sotto la cripta di sudest, nella camera sotterranea di mezzo, in


corrispondenza della statua di San Pietro che tiene in mano una
squadra. Il testo fa parte di diverso altro materiale che fino all‟anno
1833 rimaneva racchiuso in quattro casse contenenti numerosi fogli
di rame scritti (o incisi), lunghi ciascuno alcuni metri e larghi trenta-
cinque centimetri, avvolti su se stessi da entrambi i lati. A questi fogli
si riferisce il termine SHITH che ho riportato più sopra [nell‟archivio in
relazione al luogo dove essi erano depositati all‟inizio], e tenuti lì na-
scosti all‟insaputa dei proprietari [come i fogli nella borsa di Leo
Schidlof, i cosiddetti Dossier del Priorato di Sion]. 8

Il nome della località Rosslyn significa non a caso «cono-


scenza antica e tramandata». Le tavolette sottratte restarono
nella cappella fino al 1875, quando divennero proprietà della
Chiesa di Roma e furono portate in Italia. L‟archivio di Rumor si
riferisce a Rosslyn definendolo «tempio in origine non consa-
crato presso Edimburgo».9 La cappella di Rosslyn venne infatti
consacrata nel 1862 ed è impossibile conoscerne lo status pri-
ma di quella data. Si sa per certo che durante le prime genera-
zioni dopo la costruzione non veniva utilizzata per il rito reli-
gioso, mentre restava in uso la cappella di famiglia nel vicino
castello. Sicuramente non era consacrata nel XVI secolo,
quand‟era conte di Rosslyn William di Saint Clair. Re Giacomo
VI criticò infatti William per avervi fatto battezzare i propri figli,
poiché tale edificio non era un luogo di culto cristiano.
Negli anni Cinquanta del XX secolo le tavolette furono tra-
dotte dall‟archeologo scozzese Alexander Thom, che in quegli
anni riceveva la propria iniziazione alla fratellanza. 10 La scrittura
è precedente al geroglifico ma sembra che la Pergamena di
Nusaybin contenesse ogni istruzione necessaria per effettuare
la traduzione.
Iscrizioni iberiche sono visibili anche all‟interno della Gran-
de piramide: alcuni segni si trovano nella camera sotterranea,
fra cui almeno un segno inciso sul soffitto. Altri quattro segni si

87
trovano davanti all‟ingresso del corridoio discendente, scoperti
da Robert Schoch e Colette Dowell. Forse i costruttori della pi-
ramide avevano trovato le tavolette nel pozzo di Osiride e ave-
vano copiato alcuni caratteri.
Un gruppo di tavolette riguarda la rotazione eccentrica o
sbilanciata di un corpo celeste, probabilmente la Terra, e lo
scivolamento-spostamento del manto che avvolgeva questo
corpo. Stando all‟archivio di Rumor, i cataclismi di cui si parla
nelle tavole di gesso avrebbero spaventato la classe dirigente,
tanto che la stessa Comunità Europea sarebbe stata costituita
al solo scopo di farne fronte. L‟idea di una unione europea, in-
fatti, seppure in forma larvale, precede di gran lunga le due
guerre mondiali, e ne discuteva già il Congresso di Vienna nel
1814.
La possibilità di uno «scorrimento della crosta terreste» sul
mantello, con il conseguente spostamento delle fasce climati-
che, era stata teorizzata negli anni Cinquanta da Charles Hu-
tchins Hapgood, membro della fratellanza dal 1952. 11 Il feno-
meno dava una spiegazione per le ere glaciali e le alluvioni
globali, richiamando l‟attenzione ai miti di Atlantide e del Dilu-
vio universale. È adesso evidente che gli antichi Egizi conosce-
vano lo «scorrimento della crosta terreste» molto prima di Ha-
pgood!
È anche possibile che Charles Hapgood abbia dedotto (o
copiato) la propria teoria dall‟archivio scoperto da Thom, visto
che entrambi furono affiliati alla fratellanza negli stessi anni. Lo
scrittore Andrew Collins, socio di Geographical Research Asso-
ciation12 e dell'Association for Research and Enlightenment 13,
ha intervistato direttamente il biografo ufficiale di Thom, Robin
Heath, scoprendo che l‟archeologo teneva in casa il manoscrit-
to dell‟opera di Charles Hapgood sullo scorrimento della crosta
terrestre: ciò conferma che i due si conoscevano molto bene.
Secondo l‟archivio di Rumor, la tomba di Osiride sarebbe
connessa geograficamente e funzionalmente a una costruzione
battezzata «muro del corvo», costituente i resti di un ambiente

88
in cui venivano ricoverate delle barche. Ovviamente si sta par-
lando delle tombe delle barche solari, scavate attorno alla pi-
ramide di Cheope, i cui vascelli sono custoditi in un museo rea-
lizzato in loco.

Il tempio sotterraneo

L‟archivio di Rumor era corredato da una pianta dei sotter-


ranei di Giza (vedi figura 7), identica a un‟altra pianta apparsa
nel 1936 in un libro di Harvey Spencer Lewis. Lewis era un oc-
cultista e rosacrociano, primo imperatore (1915-39) dell‟antico
e mistico Ordine della Rosa+Croce (AMORC).
Le mappe di Rumor/AMORC mostrano un intero tempio al
di sotto della Sfinge di cui apparentemente non si sa nulla (in
realtà, invece, il tempio fu addirittura esplorato alla fine degli
anni Trenta da George Andrew Reisner, le cui dichiarazioni fu-
rono prontamente insabbiate da Mark Lehner, un tempo agen-
te dell‟ARE in Egitto, oggi difensore dell‟ortodossia a qualun-
que costo.
Il 30 gennaio 1929, il professor George Andrew Reisner,
docente di Egittologia dell‟Università di Harvard, informava le
autorità statunitensi dell‟esistenza della tomba di Menes [Osi-
ride], scoperta all‟interno di un Tempio denominato «Tempio
del Sole». L‟edificio è situato al di sotto della

colossale Sfinge di Giza ed è più antico della più antica piramide


di Giza, poiché datato a circa 6000 anni a.C., ovvero l‟epoca più re-
mota della storia d‟Egitto conosciuta. Numerose gallerie scavate
all‟interno della Sfinge conducono a caverne ancora da esplorare.
Nella testa della statua vi è una sala di 1,8 metri di lunghezza per 1,5
di larghezza, unita da corridoi al Tempio del Sole. 14

89
Fig. 7 Pianta dei sotterranei di Giza.

90
Gli egittologi ortodossi hanno sempre negato l‟esistenza di
un tempio o di «camere segrete» sotto la Sfinge, eppure Rei-
sner li aveva descritti nei dettagli già settant‟anni fa.

Leggendo il testo di Nusaybin

Secondo l‟archivio di Rumor, la fratellanza sarebbe stata in


possesso di un documento sulle proprie origini ben prima che
venisse scoperta la pergamena di Nusaybin.
Il documento allegava un elenco di personalità, entrate a
far parte della Struttura negli ultimi 2500 anni. Sembra che in
totale vi fossero 216 nominativi, raggruppati in gruppi di 12, a
loro volta riuniti in unità di 72.15 Si fa inoltre riferimento a un
elenco precedente, risalente a 12.000 anni fa e conservato da
un certo Pier, forse Pierre Plantard16, i cui membri sarebbero
indicati come «custodi» o «sorveglianti».17 Si deve notare che il
termine «sorveglianti» è usato nel libro di Enoch per indicare
gli stessi Pelasgi, insieme all‟espressione «angeli caduti».
Quando la pergamena di Nusaybin venne alla luce, alla fine
dell‟Ottocento, il documento precedente venne confrontato e
integrato con i suoi contenuti. Uno degli scopritori fu proba-
bilmente il famoso esoterista armeno Georges Ivanovic Gur-
djieff (1872-1949), di cui si mormora l‟appartenenza ai servizi
segreti britannici. Del resto erano ufficiali dei servizi segreti in-
glesi ben tre dei suoi discepoli più vicini: John G. Bennett, Paul
Dukes e Frank Pinder. L‟archivio fa riferimento a Gurdjieff come
un «Priore», depositario di un registro contenente la parte ini-
ziale dell‟elenco. Il manoscritto di Nusaybin includeva una
mappa della piana di Giza così com‟era in epoca preistorica;
ebbene, Gurdjieff parlò di una «mappa dell‟Egitto precedente il
deserto» («map of pre-sand Egypt») appartenuta alla fratellan-
za dell‟Occhio che Tutto Vede quando questa si riuniva a Urfa-
Edessa, nella zona di Nusaybin tra l‟Iraq settentrionale e la Tur-
chia sudorientale. Potrebbe quindi trattarsi della stessa mappa:

91
Gurdjieff raccontò di averla vista e di averne fatto per sé una
copia.18
Seguono i commenti di Paolo Rumor sui contenuti del do-
cumento19:
L‟elenco custodito da mio padre non si limitava a una semplice
successione di nominativi più o meno criptici. Difatti erano anche ci-
tati i luoghi di incontro, o addirittura le sedi della Struttura in que-
stione, nei vari periodi storici della sua operatività. Fra i numerosi
luoghi indicati, ne avevo annotato solo alcuni dei più antichi.
Neaufles-Saint Martin [Gisors], nel periodo del 1300 («di cui sono
rimasti i passaggi sotterranei»); Urfa [Nusaybin], nel 400; Busiris (pa-
lazzo di Ariman), in epoca alessandrina (mi sembra); Ursu [città pre-
cedente Urfa sullo stesso sito], nel IV secolo avanti Cristo; la colonia
militare di Elefantina (Alto Egitto), nel V secolo avanti Cristo [quando
vi si conservava l‟Arca dell‟Alleanza]; un luogo definito «Casa lunare
sul Seir» [«Terra di Seir» era un nome di Edom e il Monte Seir era il
Monte Sinai {Horeb}, lo stesso monte sul quale Mosé ricevette i Dieci
Comandamenti. Oggi il monte è conosciuto col nome di Serabit El
Khadim; qui l'archeologo inglese William Matthew Flinders Petrie
scoprì i resti di un antico tempio egizio dedicato alla dea lunare Ha-
tor, risalente al 2600 a.C. circa. In alcune zone del tempio e di fronte
alla grotta-santuario di Hator, Petrie rinvenne una grande quantità di
cenere bianca purissima, senza residui di carbone o di brace, risalente
probabilmente alla XII dinastia {1990-1780 a.C.}. Lo strato «si esten-
deva lungo un'area di 100x50 piedi {30,5 x 15,2 m} con uno spessore
oscillante fra i 3 e i 18 pollici {7,6 - 45,7 cm}, ammontando global-
mente ad almeno 50 tonnellate di polvere». L'egittologo ipotizzò che
si trattasse della polvere prodotta dalle fumigazioni dell'incenso a
scopo religioso, una pratica che all'epoca era diffusa presso i popoli
semiti. Sul sito c'erano infatti degli altari a pilastro, sconosciuti agli
Egizi ma ben noti alla gente cananea], nel 1380 avanti Cristo; Quiun-
giq [presso Catal Huyuk, in Turchia], in epoca molto arcaica, di cui
non ho la data specifica (ma indicativamente un paio di millenni a-
vanti Cristo, se non prima). Quest‟ultima località proviene da un mio
appunto a matita e non sono certo che appartenga all‟elenco o sia
una mia annotazione successiva.
Nella nota relativa alla parte arcaica dell‟elenco si precisava che i
«custodi», operando in forma collegiale, avevano mantenuto (nel
senso di conservato) le informazioni della «gente» che aveva prece-
duto i due «scalini d‟acqua» e le corrispondenti «onde di roccia».

92
Quest‟ultime erano comparse in due periodi diversi: 11.000 e 8000
anni fa. Il termine «anno» era qui usato nel modo corrente.
Questa rappresentazione di eventi era associata in qualche modo
a termini quali «caduta delle luci», «accoppiamento» e «grande fred-
do». Sempre in relazione a tali eventi si parlava di un «palo rotto»,
come punizione che aveva colpito gli uomini per la loro colpa di ave-
re «guastato gli animali; creato le vite che lo Spirito e l‟ordine non
avevano voluto; acceso le luci che non danno calore, violato il corpo
della madre [Terra] e misurato le sue estremità; separato il seme della
terra; bruciato l‟acqua marcia [petrolio]; contato le anime nei loro o-
rizzonti e studiato i loro cammini per poterle sorprendere all‟uscita
della porta del cielo.
Nello scritto erano citate tutte le località dove era diffusa la strut-
tura sociale di partenza dell‟elenco (quella, in particolare, da cui pro-
veniva il manipolo denominato «Collegio dei Sorveglianti»). Io ne ho
conservato alcune: (1) l‟isola di Galonia [Gadira, Gabes, Piccola Sirte],
nel Mediterraneo orientale [rispetto alla Grecia e all‟Egitto]; (2) la co-
siddetta «Altura» del basso corso del Nilo; (3) l‟antico golfo partico
(precisando che si trattava di una valle all‟interno del golfo); (4) il gol-
fo di Cambay; (5) la penisola di Kumari, «con i suoi quarantanove ter-
ritori»; (6) il continente di Kambu o Colba, sito a «cinquanta giorni di
navigazione a ponente dello scoglio di Calpe»; (7) l‟arcipelago di
Vacca, «il cui nome è precedente a quello di Colba, unica terra rima-
sta»; (8) l‟isola dei progenitori degli Jomon «prima dell‟ascensione di
Sosano [dio degli uragani]»; (9) il continente di Seille, «prima della
riduzione». Tutte queste località vengono specificate come «prima
dell‟acqua».

Alcuni nomi ci suonano familiari, a cominciare da Kambu,


l‟eroe che portò la civiltà in Cambogia.

I Cambogiani si dicevano figli di una donna serpente, come gli


Sciti, generati da un inspiegabile impulso sessuale che Ercole aveva
sfogato su una rettilessa. Così erano figli di un rettile i Merovingi, con
la madre di Meroveo che, come la madre di Alessandro Magno, si fe-
ce fecondare da un serpente marino! E non dimentichiamo gli dèi an-
fibi di Tiahuanaco [Chullua e Umantha] e lo Iohannes accadico. [Ag-
giungiamo qui il Nommo dei Dogon e il Dagon dei Filistei, insieme a
Titone, fratello del re di Troia Priamo, Baholinkonga, il serpente piu-
mato degli indiani Hopi, nonché Cecrope ed Erisittone, fondatori di
Atene, tutti mezzi rettili o mezzi anfibi.] I semidei Kaundinya e Kambu
erano giunti in Cambogia dal mare, separatamente. Quando Kaun-

93
dinya toccò terra, fu attaccato da una meravigliosa principessa-
serpente, su cui prevalse, decidendo addirittura di sposarla. Anche
Kambu sposò la figlia di un re serpente e fondò un regno nella valle
del fiume. Il suo popolo fu chiamato «kambujas» o «figli di Kambu».
Con lo scorrere del tempo, il nome mutò in Cambodge e quindi in
20
Cambogia.

La Genesi ebraica rivela qualcosa di simile: al paragrafo 3,13


Eva si rivolge a Dio con la frase «il serpente mi ha sedotta», ma
l‟ebraico ishiani («sedurre, ingannare») può essere tradotto con
«fecondare».21 Nelle Saghe ebraiche delle origini leggiamo ad-
dirittura che Caino sarebbe il figlio concepito da Eva con un
angelo caduto, un demone-serpente di nome Semael.
Le stesse idee pervadono il mito Zulu sulla Luna e i Chitauri:
gli sciamani Zulu raccontano che la Luna fu costruita in un luo-
go « molto, molto lontano ». La Luna è per loro il luogo dove «
vive il Pitone » e da cui i Chitauri manipolano la Terra. Agli es-
seri umani è raccomandato di non turbarla, perché « il Sole
può perdonare, ma la Luna mai ». Per rappresentare la Luna gli
sciamani usano il simbolo dell'uovo, in quanto dicono che essa
sia cava al suo interno22. I due leader dei Chitauri, Wowane e
Mpanku, rubarono la Luna al « Gran Dragone di fuoco » e « la
privarono del tuorlo » fino a renderla cava. Poi « fecero rotola-
re la Luna nel cielo » fino alla Terra, « centinaia di generazioni
fa ». Wowane e Mpanku erano fratelli e avevano la « pelle a
squame come un pesce ». Venivano chiamati « Fratelli dell'Ac-
qua »23.
Quando si parla di stirpi pelasgiche è tutt‟altro che insolito
imbattersi in figure umanoidi aventi forma di serpenti, pesci o
draghi. Il drago in molte culture ha l‟aspetto di un serpente e
costituisce appunto il collegamento tra il pesce e il serpente
stesso, dal proto-semita dagan ovvero dag (pesce) + an (cielo):
il «pesce del cielo», quindi.
Oltre a Kambu, la pergamena cita Kumari Kandam (detta
anche Kumari Nadu), la penisola sommersa «attaccata» alla
punta dell‟India, dove prima dei diluvi sarebbero fiorite tre ac-
cademie letterarie chiamate «Sangam».
94
In lingua tamil il nome Kumari Kandam significa «terra dei
draghi e dei serpenti immortali». Il documento parla poi dei
Jomon, un antico popolo giapponese apparso 16.500 anni fa e
autore della prima produzione di ceramica al mondo. È curioso
che anche i Jomon ascrivessero le proprie conoscenze a un ci-
vilizzatore rettiliforme chiamato Omononushi-No-Kami (lette-
ralmente, «il custode della vita umana»). Ma continuiamo a
leggere:

Nella nota veniva citato il «Prototipo del Pesce di Mare», usato


per descrivere le ubicazioni di cui all‟elenco, e si chiariva che esso (il
Prototipo) corrispondeva alle relazioni della «Seconda Sangam» [atti-
va secondo la tradizione dal 5200 al 1500 a.C.]. Nel Prototipo era an-
che registrato il movimento di discesa degli «angeli» cattivi e la corri-
spondente ascesa di quelli buoni; il tutto come conseguenza di un
«contrasto» e di una «colpa», all‟interno di una cosiddetta «struttura
armillare», a sua volta circondata da un vortice. Tale struttura era
«formata da un asse o pilastro e da un‟armatura che li avvolge, alla
quale esso è unito. Quattro punti definiscono un quadro chiamato
Terra».24 Questa rappresentazione, di natura apparentemente mito-
logica, era espressa tuttavia con termini squisitamente tecnici e dal
carattere prettamente astronomico e geofisico, dati e calcoli mate-
matici inclusi. Infatti i movimenti di discesa e di salita dei cosiddetti
«angeli» erano descritti mediante coordinate e traiettorie spazia-
li/geografiche (latitudine, longitudine, gradi, ecc.).
Nel testo si descriveva una fase preistorica dai tratti socioecono-
mici piuttosto elevati, dotata di conoscenze raggiunte con criteri di
sperimentazione sistematica simili a quelli in uso ai tempi
dell‟Illuminismo. In quest‟epoca sarebbero esistite delle comunità ur-
bane in località costiere del Mediterraneo e di altre regioni, ora
sommerse dal profilo marino. A essa sarebbe seguito un lungo peri-
odo di destrutturazione o di decadenza (asseritamente dovuto a una
fase di mutazioni climatiche molto profonde e repentine), e un se-
condo periodo di lenta ricostruzione, con la perdita tuttavia delle
precedenti cognizioni, in cui avrebbe avuto un ruolo determinante
l‟opera svolta da un gruppo di esperti (detti «Illuminati» e provenienti
da altre aree geografiche). Credo di aver capito che a questa seconda
fase storica era fatta risalire l‟istituzione dell‟organismo che compone
il lungo elenco di persone sopra citato; sennonché devo avere male
interpretato qualche passaggio, oppure omesso qualche dato, perché
il periodo indicato come iniziale di tale istituzione (in parte stirpe, in
95
parte no) appare esageratamente antico: mi ero appuntato infatti
un‟ascendenza approssimativa di 10.000 anni dall‟epoca ellenistica.
[Testo Originale dalla Pergamena di Nusaybin.] Prima dello spo-
stamento del fuoco, quando il trapano [l‟asse terrestre] non si era an-
25
cora scardinato; il leone era ancora sacrificato ; gli angeli non si era-
no ribellati; l‟acqua del mare obbediva all‟abisso e non aveva iniziato
a crescere [...] i forzatori del cielo erano arrivati di seguito al Leone
[...] l‟abisso e le onde di roccia avevano abbattuto gli uomini, perché
questi avevano profanato il corpo della madre [Terra] misurando le
sue estremità, saccheggiando le sue vene e rivelando i suoi segreti,
accendendo luci che non danno calore, creando animali che lo spirito
non aveva voluto.
Si parlava poi di giganti che avevano spinto la ruota [la Terra]
fuori del solco, e in conseguenza di ciò l‟acqua contenuta nei suoi
depositi si era riversata sulla terra. Questi giganti avevano compiuto
anche quelle azioni che ho testualmente riportato sopra, a proposito
del «palo rotto». Subito dopo i giganti sarebbero arrivati i «Sorve-
glianti». Mi sono appuntato il fatto che i predetti avvenimenti sem-
bravano essere intimamente connessi a concetti ed espressioni quali:
«ritardo del sole sulla cima dell‟adunanza» e «incursioni della stella
sulle regioni del monte».

Dove arriva il cunicolo di Rumor?

Abbiamo visto che uno stretto cunicolo parte dal terzo pia-
no sotterraneo della tomba di Osiride e si insinua orizzontal-
mente nella roccia. Dopo 6 metri si immette in un tunnel tra-
sversale che unisce la Sfinge alla piramide di Cheope. Ma dove
entra nella piramide? Non ce n‟è traccia nelle stanze conosciu-
te. Eppure potrebbe affiorare in una stanza nascosta, connessa
alla Camera della Regina da uno stretto pozzo largo appena 20
centimetri. Potremmo avere sotto gli occhi l‟ennesimo deposi-
to della fratellanza, che va a sommarsi a quelli di Girifalco,
Cuenca, Glozel e Olney.
Le stranezze della piramide di Cheope comprendono i co-
siddetti «canali di aerazione», stretti passaggi a sezione rettan-
golare (22 × 23 centimetri circa) che si dipartono verso l‟alto a
partire dalle pareti nord e sud delle due camere principali. La

96
loro esistenza nella Camera del Re era già nota da prima del
1872, anno in cui la squadra di Waynman Dixon scoprì i canali
nella Camera della Regina.
Questi ultimi erano infatti tappati a entrambe le estremità,
e nessun indizio suggeriva la loro esistenza. L‟ingegnere notò
una crepa nella parete sud e picchiò il muro con un colpo sec-
co, rivelando l‟inizio di un canale. La simmetria suggeriva
l‟esistenza di un canale gemello sul lato opposto, scoperto po-
co dopo mediante un secondo colpo. In entrambi i cunicoli fu
liberato del fumo per rintracciarne l‟uscita, ma non ne fu rivela-
ta alcuna.
Il 22 marzo 1993 l‟ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink
spinse lungo il pozzo meridionale un robot di sua progettazio-
ne: l‟Upuaut-2. Così scrisse nei propri appunti durante
l‟esplorazione:

Man mano che ci avviciniamo alla lastra, possiamo vedere su di


essa due strisce scure, che a un esame più accurato si rivelano mani-
glie di rame. E c‟è qualcos‟altro. La faccia dell‟ispettore, seduto vicino
a me davanti al monitor, è diventata bianco gesso. Egli attira la mia
attenzione verso due rotonde macchie bianche sulle maniglie di ra-
me. «Questi sono sigilli, questi sono sigilli!» esclama visibilmente
scosso. «Dobbiamo fermare il lavoro immediatamente e informare il
nostro direttore.»

I giornali battezzarono la lastra con il nome «la Porta»; al


contempo Gantenbrink tentò di ripetere la stessa indagine nel
condotto settentrionale, ma il progetto si concluse in un falli-
mento.
Nel 2002 fu la volta del Pyramid Rover, un altro robot pro-
gettato stavolta dalla iRobot di Boston. Guidato all‟estremità
del condotto meridionale, il robot trapanò nella lastra un foro
di 2 centimetri, dove il 17 settembre fu inserita una telecamera
miniaturizzata a fibre ottiche. Le riprese mostrarono una pietra
rozzamente sbozzata a 18 centimetri dalla prima lastra. Così si
espresse Zahi Hawass, capo del Supremo consiglio egiziano
delle Antichità:

97
C‟era uno spazio, un vuoto, e poi quella che sembra essere
un‟altra «porta» piuttosto diversa che mostrava alcuni segni di scal-
pello. Mi dà l‟impressione che stia sigillando qualcosa. Sembra che
qui sia nascosto qualcosa di importante.

Il 18 settembre il Rover fu condotto lungo il pozzo setten-


trionale, questa volta con un comando a distanza senza fili. Lo
spostamento fu difficile, per via delle quattro curve a gomito, e
alla fine del pozzo fu scoperta un‟altra «pietra di divisione o
porta», di nuovo con due maniglie di rame. Zahi Hawass af-
fermò che la prima lastra del pozzo sud, e la lastra appena
scoperta nel pozzo nord, erano alla stessa distanza dalla Ca-
mera della Regina (75,3 metri). In questa sua ultima indagine il
robot non trapanò la lastra, azione che secondo Hawass era in
fase di progettazione.
È discutibile che le lastre alla fine dei pozzi agiscano da
porte o meno, materialmente o simbolicamente, ma nessuno
può contestare l‟unicità delle maniglie di rame. Esse sono re-
almente delle maniglie? E, in ogni caso, a quale scopo poteva-
no servire?
Le ipotesi sulle due lastre sono le più disparate, ma ancora
alle prime fasi. Hawass teorizzò che esse servissero
all‟ascensione dell‟anima del faraone defunto. «I testi funerari»
disse «raccontano di come l‟anima del faraone incontri una se-
rie di porte prima di ottenere le ricompense della vita dopo la
morte.» Iorwerth E.S. Edwards arguì che una camera dietro la
lastra avrebbe potuto servire da serdab26, nel quale avremmo
trovato la statua di Cheope, intenta a guardare.
Mark Lehner si riferiva alla lastra semplicemente come un
«blocco di tamponamento con due perni di rame». Rainer Sta-
delmann27 disse che «la porta è solo una pietra di sbarramen-
to, ma non blocca l‟ingresso a qualcosa. Sigilla semplicemente
un corridoio». Che le lastre servano da false porte è possibile:
queste strutture sono piuttosto comuni nelle tombe egizie.
Tuttavia, in nessun caso vi sono tracce di maniglie o indizi della

98
loro passata presenza. Zahi Hawass disse che alcuni antichi te-
sti riferiscono della navigazione dell‟anima attraverso una serie
di porte sorvegliate da serpenti; pertanto le «maniglie» di ot-
tone sulle lastre potrebbero rappresentare dei serpenti stilizza-
ti.
Cosa si trova allora alla fine dei pozzi della Camera della
Regina? Lastre di calcare portanti raccordi in rame il cui scopo
rimane un mistero. Cosa c‟è oltre queste lastre?
Nel 2010 un nuovo robot si è arrampicato nei tunnel, pro-
gettato dall‟ingegnere Rob Richardson dell‟Università di Leeds
(UK). Fu battezzato Djedi, dal nome del mago consultato da
Cheope durante la progettazione della piramide. Grazie a una
telecamera flessibile (micro-snake camera) è riuscito ad aggira-
re gli spigoli e a filmare antichi graffiti. Forse sono gli appunti
di un operaio oppure simboli religiosi, scritti in vernice rossa
4500 anni fa. Sono accompagnati da linee intagliate nella pie-
tra, nella minuscola camera tra la prima e la seconda lastra del
condotto sud della Camera della Regina. «Se questi geroglifici
potessero essere decifrati, potrebbero aiutare gli egittologi a
capire perché questi misteriosi pozzi sono stati costruiti» dice
Richardson.
«Numeri dipinti in rosso e graffiti sono molto comuni at-
torno a Giza» dice Peter Der Manuelian, egittologo della Har-
vard University e direttore degli Archivi di Giza al Museum of
Fine Arts di Boston. «Spesso sono marchi dei muratori o delle
squadre di lavoro, che indicano numeri, date o anche i nomi
delle squadre.»
Luca Miatello, un ricercatore indipendente esperto di ma-
tematica egizia, ritiene di avere qualche risposta: «Le marcatu-
re sono dei segni numerici ieratici. Si leggono da destra verso
sinistra, e significano 100, 20, 1. I costruttori hanno semplice-
mente registrato la lunghezza totale del pozzo: 121 cubiti».
«La telecamera ha potuto voltarsi, guardando per la prima
volta il retro della porta di pietra, mettendo a tacere le teorie
più fantasiose sugli spilli metallici» ha detto Shaun Whitehead,

99
progettista della videocamera per conto della Scoutek, società
di esplorazioni con sede a Melton Mowbray (UK). «Le nostre
nuove foto dal retro mostrano che gli spilli terminano in piccoli
anelli ben fatti, qualificandoli verosimilmente come ornamenti,
scartando l‟idea delle connessioni elettriche.»
Whitehead, collaboratore del Dassault Systèmes di Vélizy-
Villacoublay (Francia) sottolinea che «il retro della “porta” è lu-
cido, come se fosse stato importante. Non sembra affatto un
pezzo di pietra grezza usato per fermare i detriti in caduta nel
pozzo».
Nessun‟altra piramide è dotata di tunnel o vani come que-
sti; non prova a negarlo neppure Hawass, il più ortodosso tra
gli egittologi, che li ritiene buoni indizi per l‟esistenza di una
camera nascosta. «La Camera del Re potrebbe esser stata una
finta camera, visto che la cosa più importante nel pensiero de-
gli antichi egizi era nascondere la camera sepolcrale. Abbiamo
la storia di Cheope che incontra il mago Djedi per rintracciare il
dio Thoth. Il suo scopo è carpirgli il segreto per nascondere la
sua tomba. Basandoci su questo, potrebbe esserci qualcosa di
occultato nella piramide.»

100
V
Gli Hyksos diventano Sciti

Nel mondo che vedo uno si muove con gli alci, tra le umide foreste
dei canyon intorno alle rovine del Rockefeller Center. Indosserà abiti
di pelle che gli dureranno per tutta la vita. Si arrampicherà per le lia-
ne che avvolgono la Sears Tower. E quando guarderà giù vedrà mi-
nuscole figure che pestano granturco e posano strisce di carne di
cervo sulla carreggiata vuota di qualche superstrada abbandonata.

CHUCK PALAHNIUK, Fight Club (personaggio di Tyler)

Accadde tanto tempo fa; un‟orda migratoria discese le steppe


della Russia meridionale (steppa di Chirghisi), a nord del Mar
Caspio, fino al Caucaso e al Mar Nero. Dopo più di mille anni a
contatto coi nomadi della steppa, quelle genti avevano impa-
rato a cavalcare e a utilizzare il morso. Ne avevano fatto
un‟arte e avevano realizzato splendidi carri da combattimento.
Carri da guerra e carri carichi di donne, bambini e vettovaglie
occupavano adesso i nuovi fertili territori.
La loro storia cominciava da molto lontano, a quasi 3000
chilometri di distanza, quando nel 4000 a.C. avevano abban-
donato l‟alta valle dell‟Indo. Appartenevano a un popolo dai
molti nomi, meglio noto come cultura indo-europea o cultura
ariana. Le loro città erano Mehrgarh, Mohenjo-Daro, Dholavira
e Lothal, costruite lungo il corso dei fiumi Indo e Sarasvati,
dall‟Himalaya al Mar Arabico. Erano i discendenti di quei Pela-
sgi che nel 10.000 a.C. erano giunti in Oriente (secondo la leg-
genda) al seguito di Osiride.
I migranti del 4000 a.C. costituivano un gruppo elitario, una
famiglia che gli Egizi chiameranno Hyksos. In mille anni aveva-
101
no raggiunto il Mar Nero e i monti del Caucaso, avevano sot-
tomesso i nomadi delle steppe, i Gutei, e insieme a essi aveva-
no organizzato la società multistrato degli «Sciti» o «Saka».
Nella nuova sede battezzarono col nome «Tana»1 il fiume
che oggi chiamiamo Don. Non si trattò di un fenomeno isola-
to: attraverso i Celti, loro discendenti, i toponimi Dan e Tan in-
vestirono mezza Europa per indicare i fiumi Ro-dano, Eri-dano,
Danu-bio, Tana-ro. Le città che i Celti costruivano lungo i fiumi
prendevano il nome di dunum. Lo stesso termine venne usato
da un altro popolo di sangue scita, il popolo italico dei Sabini,
attraverso i quali passò ai Romani nel latino oppidunum e poi
oppidum, impiegato per indicare un forte o un‟area fortificata.
La stessa radice (dan) si trova in tantissimi nomi delle terre
del nord (Danslough, Danmnism, Dansower, Danimarca) e in
Corsica, portata qui dagli Shardana, discendenti anch‟essi degli
Sciti. E come non citare il Campi-dano, 127 chilometri di fango
alluvionale recente, largo una ventina di chilometri, che taglia a
metà la Sardegna da Cagliari a Oristano. È stato depositato
non più di 12.000 anni fa da un maremoto catastrofico su
quello che era prima uno stretto marino, il che ne giustifica il
nome.2
Gli Sciti costituivano una società semistanziale prevalente-
mente guerriera, una federazione di tribù, egalitarie al loro in-
terno, ma di rango e status sociale differente l‟una rispetto
all‟altra. In cima alla piramide socio-gerarchica stavano le tribù
degli Sciti reali (gli Hyksos), con i sovrani e le aristocrazie prin-
cipesche; in posizione sottostante si trovavano, via via, gli affi-
liati dei sovrani e le aristocrazie guerriere delle steppe, le classi
mercantili e, per finire, gli Sciti comuni (i Gutei).
Alla stratificazione sociale corrispondeva un‟altrettanto
stratificata tipologia dei tumuli funerari (kurgan), diversi per
grandezza e per qualità dei corredi funebri, in funzione
dell‟importanza del personaggio sepolto.
Il corredo delle sepolture aveva il compito di glorificare e di
rendere note le gesta del defunto, siano state esse manageriali,

102
belliche o rituali, a seconda del suo ruolo sociale, politico o re-
ligioso.
Gli Sciti reali (Hyksos), aristocrazia dominante, costituivano
l‟elemento unificante della variegata società scita. «Furono co-
storo a conferire all‟insieme scita la fisionomia di gruppo strut-
turato e coerente.»3 I kurgan dei sovrani raggiungevano un vo-
lume di 117.000 metri cubi, un‟imponenza impressionante, con
corredi quasi esclusivamente aurei e argentei (armi rivestite
d‟oro, abbigliamenti di seta, oggetti di uso quotidiano, alimenti
esotici). I tumuli dei loro familiari contavano 40.000 metri cubi,
con presenza limitata di manufatti aurei, ma maggiore di ma-
nufatti argentei e bronzei. In quelli delle aristocrazie minori
prevaleva invece il bronzo, seppure con la presenza
dell‟argento; in questa tipologia il volume del tumulo non su-
perava gli 8000 metri cubi.
Nella valle del fiume Kuban nel Caucaso settentrionale vi è
Maikop, località con una delle più ricche sepolture di tipo kur-
gan mai scoperte. Il tumulo, risalente al III millennio a.C., rico-
pre una casa sepolcro in legno, divisa in tre settori. Nel settore
centrale vi è la sepoltura di un uomo di alto rango ricoperto di
ocra. L‟uomo giace sotto un baldacchino con sostegni d‟oro e
d‟argento ed è accompagnato da utensili e armi in bronzo, or-
namenti d‟oro e vasellame d‟argento decorato con incisioni di
scene di animali. La lavorazione trova somiglianze in Mesopo-
tamia, dove gli Sciti scesero nel 2600 a.C., portando al crollo
dell‟impero accadico. La stessa anticipava i prodotti
dell‟oreficeria sabina, tra cui i gioielli in oro granulato.
Erodoto conobbe gli Sciti della Colchide, fucina di fabbri gi-
ramondo e produttori del lino «sardonico», e riferì di come
praticassero la circoncisione.4 Siamo poco lontani dai monti
Nur, il cui nome è solo uno tra i cento segnali che legano Mar
Nero e Sardegna.
La più antica industria metallurgica del mondo è stata sco-
perta nel 1968 da Korium Meguertchian, del servizio geologico
statunitense, a Medzamor, nell‟odierna Armenia. Meguertchian

103
asseriva che gli operai qui impiegati 3000 anni prima di Cristo,
«considerati dai superstiziosi vicini e dai viaggiatori “sacerdoti
del fuoco”, con le mani guantate e la bocca protetta da un fil-
tro, assomigliavano in tutto e per tutto ai proletari del Creusot,
di Essen o del Donez [in Sardegna]». Le loro officine avrebbero
trattato minerali d‟importazione e nella lista degli oggetti rin-
venuti appaiono diversi modelli di una pinzetta d‟acciaio, ripor-
tati alla luce in strati risalenti all‟inizio del primo millennio. Le
pinzette, simili a quelle usate per la depilazione, permettevano
di afferrare i piccoli oggetti che non si potevano manipolare.
Proprio la Colchide dovette vivere una nuova Età dell‟oro
all‟inizio del II millennio a.C., quando gli antichi Egizi iniziarono
a frequentarla per scopi commerciali. Non sorprende affatto
che Giasone & Co. avessero rischiato la vita per rubare il Vello
d‟Oro agli Sciti colchi, mettendo in piedi quella che Frau defini-
sce «la prima operazione di spionaggio industriale della sto-
ria».5 Il Vello d‟Oro era forse più un tesoro di conoscenza che
un solido manufatto. Questo «tesoro» fu portato negli anni
successivi in ogni paese del Mediterraneo, quando i fabbri de-
gli Hyksos entrarono al servizio dei re stranieri. Diffusero
un‟architettura sacra, megalitica e simbolica. Diffusero la co-
struzione delle tholoi, le mura poligonali e la ceramica cosid-
detta «micenea» (chiamata così perché trovata inizialmente a
Micene).

Da Akkad all’Egitto

Intorno al 2600 a.C. (cronologia ricalibrata) gli Sciti scesero


dai monti Zagros alla Mesopotamia, dando battaglia all‟impero
degli Akkadi creato da Sargon. Gli storici dell‟antica Grecia
scrissero che gli Sciti erano figli di Ercole e della rettilessa E-
chidna, e dallo stesso eroe facevano discendere gli Shardana.
Sotto il re akkadico Su-Turul si assistette alla distruzione

104
dell‟impero e all‟instaurarsi di un protettorato scitico in Meso-
potamia e sulla costa siriana, fino a Canaan.
In questi anni l‟Occhio che Tutto Vede si stabilì a Urfa e a-
dottò il nome di «fratellanza del serpente», dove il termine
«serpente» è l‟accadico nahash, la cui radice nhsh significa an-
che «decifrare, scoprire». Nella sede di Urfa la fratellanza sosti-
tuì il grembiule semplice e disadorno dei suoi membri6 con un
grembiule in pelle d‟agnello impiegato tutt‟oggi nelle logge
massoniche.7
Il potere degli Sciti durò appena 200 anni, fin quando il re
di Uruk, Utukhegal, vinse l‟ultimo sovrano hyksos e instaurò il
potere a Ur. Probabilmente la vittoria di Utukhegal spinse la
vecchia nobiltà siriana e cananea a ribellarsi. Un qualche ruolo
nella vicenda potrebbe averlo avuto una carestia durata 400
anni (2600-2200 a.C.) che spinse la popolazione a fare fronte
comune con la vecchia nobiltà.
Alcuni Hyksos tornarono sui propri passi e si ritirarono sugli
Zagros; altri fuggirono sui monti della Cisgiordania e più a sud
nel paese di Madian (Higiaz settentrionale, a ridosso della
Transgiordania). Qui vivevano alcune tribù di nomadi detti
Shasu che furono presto assoggettati da questi principi-
sacerdoti. La loro unione formò la base del futuro popolo e-
braico, non a caso lungo il Gior-dano.
L‟Abramo della Bibbia era uno shasu che aveva fatto carrie-
ra nell‟esercito di Sargon il Grande, il sovrano fondatore
dell‟impero accadico. Il patriarca aveva condotto le truppe di
Sargon alla vittoria nello scontro con i quattro re dell‟Elam, la
coalizione dei re d‟Oriente descritta nella Genesi (14). La crono-
logia comunemente accettata per l‟impero sargonide lo pone
tra il 2334 a.C. e il 2172 a.C. (tra il 2800 e il 2600 a.C. circa nella
cronologia ricalibrata), ma esistono indicazioni che ci permet-
tono di retrodatare questo momento. In particolare, sul cilin-
dro delle fondamenta depositato da Nabonide (re di Babilonia
vinto da Ciro) si cita la scoperta della pietra delle fondamenta,
appartenuta al tempio originale edificato da Naram-Sin, nipote

105
di Sargon d‟Akkad, vissuto 3200 anni prima di lui. Nabonide
regnò dal 556 al 539 a.C., così che, sottraendo i 3200 anni, arri-
viamo attorno al 3750 a.C. La data più antica è sostenuta in
particolare dal professor A.H. Sayce di Oxford.
Finita la guerra, Abramo era entrato in Egitto con la moglie
Sara, un evento a cui si accenna nella Genesi (12,10-20) ma che
è descritto con maggiori dettagli in altre saghe.8 Qui aveva go-
duto dei favori del faraone e aveva ottenuto un vasto territorio
da affidare alla propria discendenza.
Il sovrano in questione è probabilmente Narmer, il guerrie-
ro che avrebbe unificato l‟Egitto e che per primo si sarebbe
proclamato faraone. È il Re-Scorpione dell‟omonimo film di
Chuck Russell. Un nome simile apparteneva al figlio di Sargon,
Naram Sin: potrebbe trattarsi della stessa persona,
un‟eventualità che spiegherebbe la misteriosa amicizia tra il fa-
raone e il patriarca Abramo. Lo stesso Sargon aveva curiosa-
mente lasciato uno scritto in cui affermava che il dio Enlil gli
aveva affidato « la regione dell'Alto Egitto ». Ma quali prove
esistono a riguardo?
Un paio di indizi li troviamo in un testo di Sitchin del 1985,
Guerre atomiche al tempo degli déi. Il primo proviene da una
cronaca reale mesopotamica in cui si legge che Naram Sin «
marciò contro l'Egitto e catturò personalmente Mannu-Dannu,
re d'Egitto ». Il secondo riguarda alcuni vasi di alabastro in stile
egiziano rinvenuti in Mesopotamia ed Elam. Questi recano in-
cisa una dedica in accadico: « Naram Sin, re delle quattro re-
gioni, vaso della Corona Splendente d'Egitto ». Sembra perciò
che Naram Sin abbia effettivamente regnato in Egitto.
Il faraone Narmer è riportato con il nome di «Meni» nella
Lista dei re di Abydos (un‟incisione parietale nella tomba di Seti
I) e sul cosiddetto Canone Reale, un papiro datato al regno di
Ramses II. D‟altro canto, nelle liste dei re accadici, Naram Sin
appare talvolta con il nome «Manis-tusu», molto simile a «Me-
ni». C‟è infine un re Mani citato nella famosa Stele della Vittoria
di Naram-Sin, oggi conservata al Louvre. Nel 1920 gli egittolo-

106
gi Albright e Scharff avanzarono l‟ipotesi che questo re Mani
fosse appunto il primo faraone Meni-Narmer. Sul suo cenota-
fio di Abydos, Narmer è descritto come il «faraone di Mushsir
(Egitto)... della razza del falco (Horus)... figlio del grande Sha-
Gana (o Sha-Gunu) della razza del falco». E Sha-Ganu o Sha-
Guni è una forma alternativa del nome Sargon, che più comu-
nemente viene reso con Sharru-kin (letteralmente, «il re vero»,
corrispondente all‟ebraico Melkisedek).9
A questo punto è probabile che tutti e quattro i nomi (Me-
ni, Manis, Narmer e Naram-Sin) si riferiscano alla stessa perso-
na. Ciononostante si legge spesso nei libri di testo che Meni
sarebbe il figlio di Narmer o che Manis sarebbe il figlio di Sar-
gon e il padre di Naram Sin; questo sebbene il Cilindro di Na-
bonide definisca chiaramente Naram-Sin come il figlio di Sar-
gon.
Torniamo ora sui nostri passi. Quattrocento anni dopo la ri-
volta di Utukhegal (2000 a.C.), mentre gli Amorrei di Hammu-
rabi unificavano la Mesopotamia centrale e meridionale sotto il
giogo di Babilonia, gli Hyksos dei monti Zagros riapparvero
nella Siria nordoccidentale a capo del popolo hurrita; istituiro-
no il regno di Yam-had, attorno ai grossi centri di Halpa (Alep-
po, la capitale) e di Alalah. Nel 1800 a.C. Alalah subì il saccheg-
gio per mano del re ittita Hattusili I mentre, pochi anni dopo,
Halpa venne conquistata da suo figlio Mursili I: la Siria rimase
così per lungo tempo una semplice pedina nel gioco delle
grandi potenze.
Negli stessi anni Mursili I saccheggiò Babilonia e determinò
il crollo dell‟impero di Hammurabi, generando un vuoto di po-
tere nella Mesopotamia meridionale. Quel vuoto fu riempito
da altre genti provenienti dagli Zagros, i Cassiti, guidati ancora
dall‟élite scita. Neanche cento anni dopo, gli Hurriti organizza-
rono un nuovo regno nella Mesopotamia nordoccidentale: il
Mitanni.
Terracotta smaltata di colore nero e rosso è stata raccolta
in abbondanza sugli altopiani armeni, al confine nordorientale

107
del Mitanni. È la stessa ceramica ritrovata in Egitto in corri-
spondenza con il periodo di dominazione hyksos. Cinquecento
anni più tardi, gli Egizi usarono il nome Cassi (Cassiti) per indi-
care i Fenici, un popolo che scopriremo governato dalla stessa
dinastia. Anche tra i Celti figurava la tribù dei Cassi, incontrata
da Giulio Cesare durante la seconda spedizione in Britannia nel
55 a.C., quando attraversò il Tamigi a Kew. Uno dei loro capi
coniò monete recanti la scritta «Cas», raffiguranti il cavallo e
altri simboli solari. Vedremo infatti che anche i Celti sono stati
dominati dalla stessa dinastia. Nel Libro di Enoch, Kas è l'ange-
lo caduto chiamato "Il Serpente", colui che insegna agli uomini
comuni « le punture degli spiriti e dei demoni e le trafitture
dell'embrione nell'utero così che esso possa morire. »
Sono stati però i linguisti i veri scopritori degli Hyksos, ac-
corgendosi che, alle spalle di popoli semiti come Gutei, Hurriti
e Cassiti, c‟era qualcun altro che muoveva i fili: un‟élite di di-
versa etnia che dava ordini e organizzava il popolo attorno a
un tempio o un palazzo.
I documenti di questi popoli sono scritti in lingue semite,
ma i nomi dei loro re e delle loro divinità sono ariani (più pre-
cisamente indo-iranici). Sono indo-iranici i termini tecnici rela-
tivi all‟allevamento del cavallo, riscontrati in un trattato di ip-
pologia in ittita firmato da Kikkuli di Mitanni. Si sono trovati
dei numerali indo-iranici e l‟uso della desinenza indo-iranica -
asya per il genitivo singolare maschile. Un accordo del 1600
a.C., sancito fra il re ittita Shuppilulima I e il sovrano di Mitanni
Mattiwaza, chiama a testimoni gli dei indo-europei Mitra, Va-
runa, Indra e Nasatya.10 L‟originale del trattato era custodito
nel tempio del dio Teshub nella città di Kahat nel Mitanni,
mentre una copia (ritrovata dagli archeologi) fu depositata nel-
la città ittita di Hattusa.
Scrive Francisco Villar, linguista dell‟Università di Salaman-
ca:
Verso la metà del II millennio a.C. gli indo-iranici sembrano dun-
que distribuiti in tutto il Medio Oriente, sebbene non nelle grandi

108
proporzioni di popolazione colonizzatrice, ma piuttosto nella forma
ristretta di caste aristocratiche militari che con la nuova tecnica del
carro da combattimento riescono a dominare altre popolazioni e a
11
fondare o mettersi a capo di vari imperi.

Della lingua dei Gutei ci rimangono solo alcuni nomi per-


sonali e i nomi dei re, anch‟essi appartenenti a una lingua in-
do-iranica. Nel 1200 a.C. le abitudini delle élite non erano
cambiate: i Filistei, discendenti degli Sciti migrati prima in Sar-
degna e quindi ritornati sulla striscia di Gaza, avevano ancora
una lingua ariana utilizzata dalle élite e una lingua semita per il
popolo.12
Nel 1750 a.C. gli Hyksos di Madian presero possesso del
Basso Egitto per 200 anni. Nel 1550 a.C. furono combattuti dai
principi tebani, evento che segnò la fine del Secondo periodo
intermedio. Gli asiatici tentarono un‟alleanza con i re del Sudan
per stringere in una morsa l‟Alto Egitto, ma i principi di Tebe
catturarono l‟emissario con i piani strategici e isolarono i due
alleati. L‟intervento congiunto del faraone Kamose e della clas-
se sacerdotale tebana costrinse gli Hyksos a fuggire di nuovo,
condannando in schiavitù i rimanenti.
Per mille lunghi anni l‟architettura egiziana non aveva pro-
dotto alcun monumento apprezzabile. Ma durante i 400 anni
in cui Hyksos e Shasu rimasero in Egitto come schiavi la situa-
zione si capovolse: nacquero grandi architetti come Senmut e
persino Mosè fu paragonato a Thot, il primo degli architetti.13
Apparvero opere come gli obelischi di Thutmosi I (1504-1492
a.C.) e di Hatshepsut (1473-1458 a.C.) a Karnak, e la colossale
statua di Ramses II (1278-1213 a.C.) presso il tempio mortuario
nella regione tebana, del peso rispettivamente di 143, 320 e
1000 tonnellate.
In verità la cacciata dell‟ultimo sovrano hyksos (Apepi II, As-
sis o Khamudi a seconda della tradizione) non determinò il to-
tale allontanamento del gruppo dai giochi di potere. Thutmose
I (regnante dal 1504-1492 a.C.) è stato il quarto faraone dopo
la cacciata degli Hyksos, dopo Kamose, Ahmose e Amenhotep

109
I. Non è chiaro come Thutmose fosse giunto al trono: la tesi
più accreditata identifica Iahmes, sua sposa, con la sorella del
predecessore Amenhotep I. In mancanza di un erede maschio,
infatti, secondo le consuetudini egizie la corona spettava al
marito della figlia. Sia quel che sia, ciò che importa è che la
madre di Thutmose fosse Senisonb (o Seniseneb), la figlia di
Apepi II. Per questo motivo ben due tra i successori di Thut-
mose I (Amenhotep II e Amenhotep III) furono designati con il
titolo regale «hyk».
È mia personale opinione che gli Hyksos non fossero entra-
ti in Egitto di propria iniziativa, ma richiamati piuttosto dai sa-
cerdoti-architetti del tempio di Eliopoli, un‟élite che si trovava
in aperta competizione con il clero tebano. Proprio questa élite
aveva fornito i grandi architetti che durante la IV dinastia pro-
gettarono le piramidi di Snefru, Cheope, Chephren e Micerino.
Secondo lo storico della massoneria Manly P. Hall, «il faraone
era diventato un burattino nelle mani del Consiglio Scarlatto,
un comitato di arcistregoni [fondato nel 2200 a.C. e] innalzato
al potere dal clero».14 Questo gruppo, di cui abbiamo già par-
lato qualche pagina addietro, i Seguaci dell‟Occhio di Horus,
era rimasto probabilmente in contatto con i «suoi» uomini nel-
la valle dell‟Indo, i cosiddetti «Sette Sapienti» della letteratura
vedica.
L‟epica indiana racconta la storia del principe Manj che a-
vrebbe governato sulla valle dell‟Indo per conto del padre. Tra
i suoi titoli figura il curioso Sha-man (compagno/seguace del
re), con la precisazione che esistevano o erano esistiti altri
«compagni». Il padre adottava invece due diversi appellativi: il
primo era «Occhio regale di Gopta e delle quattro estremità
della Terra»; il secondo era «Ukusu di Ukhu» (l‟Ukusu della città
del falco), dove «Ukusu» era il nome di un sovrano precedente
che veniva impiegato come sinonimo di re, alla pari del «Cesa-
re» romano.15 Mettendo tutto insieme risulta che Manj era un
seguace del falco e dell‟Occhio, quindi un Seguace dell‟Occhio
di Horus.

110
I contatti tra i Seguaci di Horus di Egitto e India erano pro-
babilmente iniziati al tempo della migrazione dei Pelasgi verso
Oriente, forse addirittura 10.000 anni prima di Cristo. Sappia-
mo per certo che la civiltà dell‟Indo aveva almeno un avampo-
sto nel Golfo Persico16 e non è quindi impossibile che le sue
navi arrivassero in Egitto.
Questa élite sacerdotale, che aveva sede a Eliopoli e di cui
(secondo Giuseppe Flavio) avrebbe fatto parte lo stesso Mosè,
era custode di un‟unità di misura chiamata «cubito sacro», pari
a circa 53 centimetri. La Camera del Re e il cosiddetto sarcofa-
go nella piramide di Cheope hanno dimensioni che sono mul-
tipli interi di questa unità anziché del cubito ordinario di 44
centimetri. La stessa misura è citata più volte nella Bibbia
quando qualche profeta riceve da Dio l‟ordine di costruire og-
getti o edifici sacri, come l‟Arca dell‟Alleanza o il tempio di Sa-
lomone. Tant‟è vero che le dimensioni dell‟Arca corrispondono
esattamente al vuoto del sarcofago di Cheope, ovviamente fa-
cendo fede ai dati biblici.
Come vedremo a breve, anche i re di Giudea apparteneva-
no alle stesse élite. I miti e i resoconti di tutto il mondo descri-
vono i capelli biondo-rossicci di Pelasgi e di Hyksos, caratteri-
stica che ritroviamo nella Bibbia in relazione al futuro re Davide
(1Sam 16,12): «Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!”».
Sul dizionario troviamo il significato di «fulvo»: «di colore
biondo, tendente al rossiccio». Attraverso una genealogia ab-
bondantemente ricostruita, queste élite avrebbero dato luogo
alle più famose casate nobiliari europee, compresi gli Asburgo,
che tutt‟oggi detengono il titolo di Re di Gerusalemme.
Secondo il mito greco, gli Hyksos erano vegetariani, non
pregavano e non facevano sacrifici, ma credevano cionono-
stante in un unico Dio. Praticavano la circoncisione, venerava-
no il Serpente e sacralizzavano le pietre meteoriche (i «Betyls»,
letteralmente, «patto, alleanza»). Una linea diretta di trasmis-
sione culturale lega le tavole dei dieci comandamenti alle pie-

111
tre betyls17, mentre un serpente sacro lo troviamo nel tempio
di Salomone fino al regno di Ezechia.18 Ogni Hyksos era un re-
sacerdote dotato di un proprio palazzo attorno al quale si svi-
luppava la comunità: gli archeologi parlano di «élite palaziali».
Gli Hyksos piantavano boschi o alberi sacri in onore della divi-
nità, lasciando alle donne il compito di appendervi delle strisce
di tessuto colorato, compiendo lo stesso rituale adottato dai
primi Ebrei.19 Come gli Ebrei dei primi tempi, gli Hyksos ricono-
scevano alla divinità una componente doppia, buona o cattiva,
maschile o femminile. Sembra tuttavia che le élite non si op-
ponessero al politeismo dei popoli conquistati, accettando i lo-
ro dèi come spiriti minori e innestandoli nella propria cultura.
Scacciate dall‟Egitto nel 1550 a.C., le stesse élite presero la
via del mare e si sparsero nel Mediterraneo. Qui furono battez-
zate con altri nomi quali Teucri, Lukka, Achei, Libu, Sabini (Tur-
sha + Siculi) e Shardana (complessivamente «Popoli del ma-
re»).

Viaggi accadici

In Mesopotamia gli Sciti si erano impadroniti delle rotte


navali già note agli Accadi e ai loro predecessori. Secondo il
mito accadico, Enki (il signore delle miniere e dell‟emisfero in-
feriore), si recava ad Arali (letteralmente, «luogo dei filoni
splendenti») per estrarre minerali scarsamente rintracciabili nel
Mediterraneo, come lo stagno. «Nel lontano mare, a 100 beru
d‟acqua [circa 4000 chilometri] [...] si trova la terra di Arali.»20
La direzione di navigazione è indicata come sudovest, ma è
una direzione (iniziale) imposta dallo stesso Golfo Persico. A-
drian Boshier e Peter Beaumont fecero ricerche in Zimbabwe
per conto dell‟Anglo American Corporation. Affermarono sulla
rivista «Optima» di aver trovato tracce di attività mineraria an-
tichissima. La datazione al carbonio eseguita dalla Yale

112
University e dall‟Università di Groningen (Olanda) rivelò
un‟«attività estrattiva eseguita tra il 7690 e il 2000 a.C.».
Si racconta che ad Arali «un fiume possente attraversa la
terra». Si tratta del fiume Zambesi? Si dice poi che «Enki costruì
un maestoso santuario per se stesso». Si tratta della «torre»,
uno strano nuraghe presente nello Zimbabwe?
Il sito in questione è noto come «Grande Zimbabwe» e si
estende per circa 7 chilometri quadrati a un‟altitudine di 1100
metri, nell‟altopiano di Harare, a 250 chilometri dalla capitale.
La zona con la più alta densità di rovine si trova tra lo Zambesi
a nord e a nordovest, e il medio corso del Limpopo a sud. So-
no tutte congetture, ma da quella terra importavano minerali
anche gli antichi Egizi. I due archeologi citati (Boshier e Beau-
mont) fecero in seguito altre ricerche, scoprendo tracce di e-
strazioni risalenti da 26.000 a 20.000 anni prima di Cristo.
Complessivamente il sito comprende diversi bastioni, una
torre conica, alcuni templi e altre costruzioni minori. È suffi-
ciente guardare le foto per notare affinità con le opere nuragi-
che.
Gli Sciti portarono le rotte navali con sé quando arrivarono
in Sardegna, percorrendole per altri 400 anni prima di lasciarle
in eredità agli Etruschi. Nello Zimbabwe gli Sciti sardi (o Shar-
dana) avevano visto quegli animali esotici che decoravano le
protomi delle loro navi e che possiamo ammirare ancora oggi
nei modellini di bronzo: le antilopi nere, le antilopi d‟acqua, gli
gnu, il cobo, il bongo, il facocero, il varano, lo scimpanzé, e altri
animali assolutamente assenti nel Mediterraneo.
Nel 400 a.C. l‟ammiraglio Annone puntò a sud di Gibilterra
con 60 navi e 30.000 persone. Annone era cartaginese, quindi
fenicio e, in ultima analisi, shardana (essendo i Fenici
nient‟altro che Shardana stanziati in Libano nel 1200 a.C.). Fece
tappa a Lixius, in Marocco, dove prese a bordo degli interpreti.
Chi erano costoro?
A Lixius ci sono fortezze megalitiche di tipo poligonale si-
mili a quante si possono vedere in Ciociaria costruite dai Sabini

113
(Hyksos d‟Italia). Gli interpreti erano quindi i discendenti dei
Popoli del mare, degli Hyksos che avevano colonizzato la costa
del Marocco col nome di Libu e che si recavano abitualmente
nello Zimbabwe.
Poco lontano, un‟altra torre nuragica si trova a Fuerte Ven-
tura, nelle Canarie. Sempre nelle Canarie troviamo raffigura-
zioni di navi risalenti al II millennio a.C. Inoltre vi risiedeva una
popolazione di razza bianca con occhi chiari, i Guanci, forse di-
scendenti degli stessi interpreti di Lixius. Quindi anche le Cana-
rie potrebbero essere luoghi prima frequentati dagli Akkadi e
poi dagli Shardana.

114
VI
Shardana

Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica


[l‟Acropoli di Alatri, conservata in ottimo stato, quasi non contasse
secoli e secoli, ma soltanto anni], provai un‟ammirazione per la forza
umana assai maggiore di quella che mi aveva ispirato la vista del Co-
losseo. Una razza che poté costruire tali mura doveva già possedere
un‟importante cultura e leggi ordinate.

FERDINAND GREGOROVIUS, Passeggiate per l’Italia

Gli anni attorno al 1200 a.C. segnarono per il Mediterraneo il


passaggio dall‟Età del bronzo all‟Età del ferro. L‟impulso al
cambiamento venne da una spaventosa carestia che stroncò i
raccolti e decimò la popolazione. I superstiti furono costretti a
viaggiare: le famiglie emigravano alla ricerca di nuove risorse,
mentre gli artigiani ideavano nuove tecniche e nuovi materiali.
Si interruppero le lunghe rotte dello stagno verso Cipro, l‟Iran
e lo Zimbabwe, rendendo impossibile la produzione del bron-
zo (rame + stagno). Armi e attrezzi vennero forgiati in ferro, un
metallo che fino ad allora era ritenuto di scarsa qualità e di dif-
ficile impiego.
Fu allora che i Micenei invasero Troia. Fu allora che Troia
chiamò in aiuto un‟intera alleanza di popoli, noti nell‟insieme
come Popoli del mare. Mentre gli Ebrei lasciavano l‟Egitto, gli
imperi del Medio Oriente crollavano, e con loro cadevano le
città-Stato della Grecia. Se fossimo vissuti in quell‟epoca tor-
mentata, a capo dei Popoli del mare avremmo visto gli Shar-
dana.
Chi erano gli Shardana? I Greci li chiamavano Eraclidi per-
ché Ercole era il padre di Sardan il «Rosso», l‟eroe eponimo dei
115
Sardi. Erano discendenti degli Sciti, e un primo banale indizio a
riguardo ce lo dà Giovanni Lilliu nel suo La civiltà dei Sardi:
«Plinio, Solino e Mommsen accennano all‟esistenza in Sarde-
gna di femmine ammaliatrici, dette Bithiae [...] le Bithiae sarde,
sorelle di altre Bithiae della Scizia».1
Quando gli Sciti scesero in Mesopotamia, nel III millennio
a.C., scoprirono che gli Accadi veneravano una divinità molto
simile a Ercole con il nome di «Dumuzi», «il dio portatore
dell‟ascia». Dumuzi veniva rappresentato con un copricapo
piumato, carattere che lo accomuna al Quetzalcoatl dei Maya o
all‟Osiride degli Egizi. Il suo emblema era l‟ascia bipenne, o
labrys, un simbolo che gli Hyksos portarono in Sardegna. Per
l'esattezza dovremmo dire Sardegna e Corsica, essendo la loro
cultura egualmente distribuita tra le due isole. Nel mito greco
si dice infatti che Albina (la Corsica) era figlia di Danao (la Sar-
degna). «Albina» o «Albione» indicava in effetti la Corsica pri-
ma che Eratostene allargasse i confini delle mappe greche,
spostando con essi i nomi di isole, mari e golfi.
Prima Sciti, poi Sardi, prima ancora nella valle dell‟Indo. E
oggi nell‟onomastica sarda troviamo Mereu, un cognome in
cui la declinazione con la «u» finale indica un moto da luogo.2
Provenienti da «Mere», quindi: ma cos‟era «Mere»?
Nell‟archivio di Rumor si cita una località nella valle dell‟Indo
che porta questo nome, il più importante fra i centri iniziatici
della civiltà indo-sarasvati. Forse siamo di fronte a un indizio
importante.
Il nome etnico «Sherdànu» era impiegato già nella scrittura
cuneiforme per indicare gruppi di Hyksos.3 Esistono inoltre
somiglianze genetiche tra gli abitanti della Sardegna e quelli
dell‟Oriente (prevalenza del gruppo sanguigno 0 e la presenza
di una cartilagine particolare all‟interno del naso). Giovanni Lil-
liu4 parlò dell‟evidenza, nei resti archeologici sardi, d‟influssi
nordsiriani (da Ugarit e dall‟Urartu) e sumero-accadici (da Ar-
pashya Tell Halaf e da Tell Ubaid).

116
In lingua indo-iranica il termine «Shardana» identifica la co-
stellazione del Sagittario. A conferma di ciò troviamo l‟opera
del celebre astronomo, matematico e astrologo Claudio Tolo-
meo, vissuto nel 100 d.C. in Egitto. Nel Tetrabiblon assegnò a
ciascuna regione del mondo allora conosciuto una costellazio-
ne dello zodiaco, e alla Sardegna toccò appunto il Sagittario.
Gli Shardana (Srdn-w), i Sardi e i Corsi dell‟Età del bronzo
vennero alla ribalta della storia proprio intorno al 1200 a.C.,
quando il loro nome apparve in numerose cronache egiziane,
ittite e ugaritiche. La più antica menzione di un popolo chia-
mato Srdn-w si trova nelle lettere di Amarna, corrispondenze
fra il re Rib-Hadda di Biblo e il faraone Akhenaton, databili al
1350 a.C. circa. In questo periodo appaiono come pirati e mer-
cenari, al servizio dei signori locali.
Il faraone Ramses II (al potere dal 1279 al 1213 a.C.) scon-
fisse gli Shardana nel suo secondo anno di regno, quando ten-
tarono di saccheggiare le coste egiziane assieme ai Sabini
(Sqrssw) e ai Lukka della Turchia sudoccidentale: gli annali usa-
no qui per la prima volta la dicitura «Popoli del Mare». Dopo la
battaglia navale il faraone scelse di incorporare molti di questi
guerrieri nella sua guardia personale.
Un‟iscrizione di Ramses II, incisa su una stele ritrovata a Ta-
nis, descrive le loro incursioni e il pericolo costante che la loro
presenza portava alle coste egiziane: «I ribelli Shardana, che
nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal cen-
tro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra,
nessuno è mai riuscito a resister loro».5
Gli Shardana furono poi citati da Ramses nell‟iscrizione di
Kadesh. I geroglifici raccontano che 520 Shardana fecero parte
della guardia personale del faraone nella famosa battaglia
combattuta fra Egizi e Ittiti6 sulle rive del fiume Oronte. Gli
Shardana della guardia reale sono rappresentati con il tipico
elmo cornuto sul quale è presente nel mezzo una sorta di sfe-
ra; lo scudo è tondo mentre le spade in dotazione sono di tipo
Naue II.7

117
Anni dopo, una seconda ondata di Popoli del mare, com-
prendente gli Shardana e stavolta anche Sabini, Achei, Sciti e
Libici, venne respinta dal figlio di Ramses II, Merenptah, che li
ridusse a servi-soldati. Nello stesso momento gli Hyksos di
Madian creavano qualche fastidio da est: possiamo leggere la
lettera di uno scriba egiziano impiegato in un forte di confine
nel Wadi Tumilat, allarmato dai continui movimenti di «tribù
nomadi shasu di Edom» che cercavano di prendere acqua in
territorio egiziano.8 Il faraone ci ha lasciato invece una stele,
risalente al 1230 a.C. e ritrovata a Tebe, in cui celebra la vittoria
sui Libici e su un gruppo finora sconosciuto chiamato «Israele»,
forse gli stessi Madianiti che razziavano l‟acqua dai pozzi egi-
ziani. La frase incisa recita: «Devastato è Israele, esso è senza
seme». Tra questi «israeliti» c‟era probabilmente un gruppo di
fuggitivi che aveva lasciato l‟Egitto durante il regno di Ramses
II, schiavi e soldati al soldo di Tothmose (Mosè?), un cugino di
Ramses tacciato di eresia.
Secondo le iscrizioni nel tempio di Medinet Habu, a Tebe,
nel 1178 a.C., toccò a Ramses III affrontare e vincere i Libici. Ri-
portò prigionieri e spoglie e li mostrò ai loro capitani, i «capi
dei paesi stranieri [Hyksos]», riuniti a forza nella capitale teba-
na. Tre anni dopo un altro attacco arrivò da terra e da mare,
organizzato da Sabini, Achei, Shardana e Libici9, a cui ora si e-
rano uniti i Troiani. Gli eserciti erano accompagnati dalle fami-
glie, alloggiate sui carri trainati da buoi: l‟attacco non era più
strettamente militare, ma mostrava una situazione angoscio-
samente migratoria. Jürgen Spanuth osserva che «una cata-
strofe avrebbe messo fuori gioco alcuni di quei Popoli del ma-
re». I geroglifici di Medinet Habu raccontano che «gli stranieri
venuti dal Nord videro le loro contrade devastate». E in
un‟altra riga: «La loro terra è distrutta, le loro anime sono in
angoscia». E ancora: «I Popoli del Settentrione complottavano
nelle loro isole ma, proprio allora, la tempesta inghiottì il loro
paese... La loro capitale è devastata, annientata...».10

118
Sbaragliate le difese ittite, abbattute le città di Karkemish e
Ugarit, devastata la costa palestinese e occupata Cipro, giunse-
ro alle porte dell‟Egitto. Ramesse III affrontò gli invasori su due
fronti distanti tra loro: la fanteria e i carri fermarono l‟avanzata
nel Sinai, opponendo agli Hyksos di Madian i loro stessi con-
sanguinei arruolati da Merenptah. Nel frattempo sul Delta at-
tendeva la flotta shardana, per distruggerla nel dedalo dei suoi
canali.
Il resoconto della battaglia è riportato sulle pareti del tem-
pio di Medinet Habu e integrato dal cosiddetto Papiro Harris.
Gli Shardana sconfitti furono catturati e arruolati ancora
nell‟esercito del faraone:
Gli Shardana e i Weses del mare fu come se non esistessero, cat-
turati tutti insieme e condotti prigionieri in Egitto, come la sabbia
della spiaggia. Io li ho insediati in fortezze, legati al mio nome. Le lo-
ro classi militari erano numerose come centinaia di migliaia. Io ho as-
segnato a tutti loro razioni con vestiario e provvigioni dai magazzini
e dai granai per ogni anno.11

Un papiro conservato a Torino, confermato da altri docu-


menti e risalente alla fine del regno di Ramses III, descrive una
congiura di palazzo che vide implicati numerosi personaggi, fra
cui una regina e varie concubine. I congiurati dell‟harem reale
progettavano di uccidere il sovrano, ma dai documenti non è
chiaro se fossero arrivati a colpirlo e l‟esame della sua mummia
non ha mostrato ferite. Nella congiura era implicata una con-
cubina sudanese, il cui fratello, Bin-em-Waset, era capitano
degli arcieri stanziato in Sudan, all‟epoca nei domini egizi. La
concubina aveva fatto pressioni su di lui per spronare la rivolta
del popolo sudanese. Stiamo parlando dello stesso popolo che
nel 1550 a.C. aveva tentato in extremis di salvare il dominio
hyksos nel Basso Egitto.
Sei anni dopo il primo attacco a Ramses III, una nuova in-
cursione partì dalla Libia, chiusa a tenaglia a Oriente dai Filistei,
un Popolo del Mare che si era insediato sulla striscia di Gaza
durante le precedenti invasioni. Probabilmente si erano uniti ai
119
Filistei anche gruppi di Shasu (nomadi palestinesi), mentre nel
resoconto egizio non appare stavolta il nome «Shardana». Nel-
lo stesso momento gli Ittiti si trovarono stretti in una morsa di
popoli alleati: gli Sciti da est e gli altri Popoli del mare da ovest,
e infine soccombettero.
Dopo la sconfitta, i Libici (Libu) scelsero di insediarsi
all‟interno del grande impero faraonico in modo pacifico. La
maggior parte di loro però non poté neppure scegliere: i pri-
gionieri venivano infatti inviati alle oasi per ripopolarle. Alcuni
di essi offrirono al sovrano i propri servizi in qualità di merce-
nari e andarono a riempire le schiere dell‟esercito egizio. I fa-
raoni in cambio di questi favori donarono ai Libici diversi ter-
reni, i quali contribuirono a creare quelle colonie militari che
assunsero grande importanza al termine della XXI dinastia.
Ogni colonia era guidata da un capo libico che si faceva chia-
mare «Gran Capo dei Ma». I Libici adottarono presto i costumi
e le abitudini del popolo egizio conservando però i propri no-
mi. Inoltre non persero l‟abitudine di fissarsi tra i capelli una
doppia piuma ed è per questa usanza che venivano indicati
dagli Egizi con il nome di «Gente che portava la doppia piu-
ma».
All‟inizio della XXII dinastia il trono d‟Egitto fu occupato dal
libico Sheshonq I (regno 943-925 a.C.). La sua famiglia si trova-
va in Egitto da circa sei generazioni e Sheshonq era generale
dell‟esercito e consigliere del re. Era nipote di Osorkon il Vec-
chio e discendeva da un «Capo dei Ma» di nome Buyuwawa,
che aveva vissuto in un‟oasi del deserto libico alla fine
dell‟epoca ramesside.
Vincoli di sangue lo legavano inoltre alla famiglia del fara-
one Psusennes II, al quale aveva chiesto l‟autorizzazione per
creare ad Abydos un culto funerario in memoria del padre de-
funto. Grazie a Sheshonq, gli Hyksos tornarono padroni
dell‟Egitto, e con suo figlio Osorkon I restaurarono il tempio
del dio unico Aton a Bubastis. Gli Hyksos rimasero in Egitto an-
cora una volta per 200 anni, prima di esser deposti dal principe

120
sudanita Kashta che diede inizio a una nuova dinastia di farao-
ni neri.
Quei due secoli sembrano davvero una maledizione: non
più di due secoli in Mesopotamia e non più di due secoli in E-
gitto, per due volte...

Le élite arrivano in Sardegna

La Sardegna prima degli Shardana era abitata da genti di


razza Cro-Magnon, parlanti una lingua simile all‟Euskara (ba-
sco), della quale rimane il più antico sostrato nel sardo odier-
no. Il mito si riferisce a queste genti col nome di Atlantidei, Pe-
lasgi o Aborigeni. Ormai un lungo cammino evolutivo li divide-
va dai nuovi arrivati: la migrazione di gruppi Cro-Magnon
dall‟Europa alla valle dell‟Indo, la loro «evoluzione» in Indo-
europei e il loro ritorno in Occidente attraverso gli Hyksos.
Presumibilmente ci fu un qualche tipo di scontro e i Cro-
Magnon furono in gran parte costretti a lasciare l‟isola, attra-
versando il Tirreno verso la Toscana o navigando a Creta, già
abitata da un‟analoga cultura cro-magnon di lingua affine.
Nelle nuove sedi posero le basi per lo sviluppo delle civiltà e-
trusca e minoica. A Creta, sulle pareti e sulle colonne del palaz-
zo di Cnosso, troviamo innumerevoli incisioni di asce bipenni
«sarde», un simbolo che i «vecchi» sardi avevano appena ap-
preso dai nuovi inquilini shardana.
Gli Shardana, intanto, trasferivano nella nuova patria le
proprie tecniche e le proprie tradizioni. La costruzione circolare
a tholos, nata nell‟ambito mesopotamico di Arpashya Tell Ha-
laf, si sviluppò nel nuraghe sardo: un mandala o spazio circola-
re sacro, spesso preceduto (come in Mesopotamia) da un cor-
ridoio o labirinto, predisposto per i riti di purificazione e inizia-
zione.
Il nome «nuraghe» deriva dal sumero-accadico NUR-A-AK-
K-I = «lo splendore, la luce morale del santuario». Secondo

121
Giovanni Semerano12, fu proprio da Halaf che la lingua e la cul-
tura sumero-accadica si diffusero in occidente. Lo stesso ter-
mine tholos, preso in prestito dal greco, deriva dal sumero TU-
UL = «volta aggettante». Troviamo inoltre i nuraghi rappresen-
tati in un bassorilievo assiro scoperto a Nimrod nel 1845. 13 Una
tholos si ritrova in Egitto ad Abydos, risalente ai tempi della II
dinastia.14
Nel nuraghe l‟incontro con la divinità avveniva in una cella
oscura che comprendeva un altare di legno o pietra, di fronte
al quale si trovava una nicchia con la statua del dio. Questa
concezione corrispondeva a quella del tempio sumero a cella
oscura, posto nell‟alto della ziggurat. La stessa idea appare in
riferimento alla dedicazione del tempio di Gerusalemme,
quando Salomone dice: «Yahweh ha posto il sole in cielo, ma
Egli ha voluto abitare nelle tenebre».
Sembra infatti che la costruzione delle ziggurat avvenisse
nella Mesopotamia meridionale per supplire all‟assenza di rilie-
vi naturali ove collocare la cella. In Sardegna la costruzione del
nuraghe aveva sempre luogo su un‟altura, secondo l‟opinione
tradizionale che i monti fossero la sede degli dèi. L‟edificio
principale era circondato da strutture secondarie, quali magaz-
zini, uffici, ricoveri, sale riunione, armerie e laboratori. Progres-
sivamente si affermò il sistema dei vani disposti attorno a una
corte, come a Micene. Fin dall‟inizio il nuraghe «tese a diventa-
re una città-tempio alla sumera: un organismo autonomo, con
amministrazione religiosa e dei propri beni (terreni, bestiame,
artigianato) e con personale composto da sacerdoti, artigiani,
fabbri, pastori, agricoltori e soldati di professione, organi cu-
stodi del tempio, divinizzati».15 Come in Mesopotamia, si co-
struirono delle cinte murarie multiple aventi scopo rituale e
non difensivo: non circondavano infatti del tutto l‟edificio prin-
cipale. Il loro scopo era dividere lo spazio profano dallo spazio
sacro, il temenos, altro termine preso a prestito dal greco e de-
rivato dal sumero TEMEN = «feudo del dio». I nomi sumeri per
i templi fortificati sono costruiti col prefisso BAD, che troviamo

122
nel toponimo sardo BAD-E(2)-SI = «il baluardo, la muraglia
completa il tempio».
Attorno al tempio sumero, così come al nuraghe, esisteva-
no cucine-macelli per la confezione del pane e la preparazione
del cibo per i pellegrini. In sardo logudorese i macelli si chia-
mano kaitza, dal sumero KA-IZI = «carne arrosto, olocausto».
Infine, i nuraghi portavano nomi che si traducono facilmente
dal sumero, e i cui significati appartengono all‟ambiente sacro
mesopotamico. Per un elenco dettagliato si rimanda a Il siste-
ma linguistico della civiltà nuragica di Raffaele Sardella.
Alcuni bronzetti sardi rappresentano personaggi femminili
con un abbigliamento che fa pensare a funzioni sacerdotali at-
tribuite alle donne. In Mesopotamia risulta la stessa consuetu-
dine16. Nella lingua sarda troviamo ancora le parole sumere
«lukur» e «lagar» = «sacerdote/ssa» per indicare delle sacerdo-
tesse o suore. I termini «orgianas» o «giana» denotano una ca-
tegoria di donne leggendarie che esercitavano la funzione di
sacerdotesse. La derivazione è dal sumero UR-GI(6)-
ANA/AN+a = «servo/a della protezione del cielo» o «beneficio
ottenuto dagli oroscopi del sacerdote o della sacerdotessa».
Altri bronzetti rappresentano Nabu, il figlio del dio sumero
Shid, armato e con quattro occhi e quattro braccia. Una sta-
tuetta di bronzo dall‟abbigliamento mesopotamico è stata tro-
vata in un deposito di ex voto presso il tempio a pozzo di Koni.
Un ulteriore bronzetto ritrovato nei pressi del tempio di Antas
assomiglia parecchio a quelli siriani di Tell-Haraf: è identificato
con il dio Shid per via di un copricapo insolito molto caratteri-
stico, a strisce volanti verticali. È simile a personaggi dipinti in
veste cultuale, durante una processione, in un vaso d‟epoca
proto-sumera.17
È importante sottolineare come le succitate coincidenze
linguistiche non possano in alcun modo ascriversi a una paren-
tela linguistica prossima (antenato comune a 1500-2500 anni
prima) o media (antenato comune a 6000-6500 anni prima) tra
il sardo e il sumero-accadico. Tali parentele sarebbero giustifi-

123
cabili solo in presenza di coincidenze nei sistemi grammaticali,
ma queste coincidenze, per usare le parole di Francisco Villar,
sono praticamente inesistenti. L‟unica spiegazione rimane
quella di un periodo non troppo lungo di stanziamento degli
Hyksos in Medio e Vicino Oriente, prima dell‟immigrazione a
Madian e poi in Sardegna. Duecento anni, quindi circa 8-10
generazioni, sarebbero stati più che sufficienti. Le stesse consi-
derazioni varranno nei prossimi capitoli in relazione alla lingua
celtica.
Nel nuraghe di Santa Vittoria di Serri troviamo la «capanna
del capo», una costruzione in posizione periferica rispetto al
resto dell‟insediamento sacro. Analogamente, in Mesopotamia,
fuori dal perimetro delle mura, ma vicino alle stesse, era situa-
to un santuario di tipo particolare chiamato «la cappella
dell‟anno nuovo». In occasione della festa del primo giorno
dell‟anno l‟immagine della divinità più importante
dell‟insediamento veniva portata in processione dal santuario
principale fino a quello periferico citato, accompagnata da una
folla di fedeli.
Il recinto, o temenos, che si trova attorno al tempio di Santa
Vittoria è di tipo ovale, come quelli di Khafaje (Asia anteriore,
2600-2400 a.C.) e della piattaforma ovale del tempio di Tell
Ubaid18 (Bassa Mesopotamia, 2000 a.C.). Assai importante, nel-
la zona pre-sacra davanti alla spianata troviamo il santuario
periferico detto «capanna della bipenne», altro elemento deri-
vato da Halaf.
Il culto di quest‟arma (il labrys), originaria da Halaf-
Arpashyah, si diffuse nell‟Egeo e nel Mediterraneo insieme agli
altri elementi della stessa zona. Per esempio le dee madri ivi
rinvenute furono considerate da Sabatino Moscati19 assai so-
miglianti a quelle sarde.
All‟interno della «capanna», sul selciato del pavimento in
posizione eccentrica, in fondo, alla sinistra dell‟entrata, si tro-
vano una stele di calcare e un altarino per i sacrifici. Sulla stele

124
era collocata la bipenne di bronzo, ritrovata anche nelle tombe
sarde della stessa epoca.
In Mesopotamia, il pozzo era considerato la sede
dell‟incontro tra Dumuzi (di cui il labrys è simbolo) e Inanna
durante i culti di primavera. Se gli Hyksos erano giunti in Me-
sopotamia con i Gutei, e da qui erano ripartiti verso Madian e
la Sardegna, è naturale che nei 200 anni di permanenza sul po-
sto avessero assorbito la simbologia e il vocabolario del popo-
lo sumero-accadico. In Sardegna troviamo i toponimi KARA-
MITTA, che in sumero significa «la stanza dell‟arma degli dèi»,
e MAR-MIDDA, che significa «il carro dell‟arma degli dèi», ora
italianizzato in Marmilla.
A partire dall‟epoca proto-sumera, in Mesopotamia si rea-
lizzarono pozzi all‟interno dei santuari a uso cultuale e con
funzioni simboliche; allo stesso tempo si costruirono santuari-
sorgente o templi a pozzo autonomi ai quali si rendeva un cul-
to particolare. Le stesse strutture e gli stessi rituali si riprodus-
sero identici in Sardegna. La terminologia del pozzo in sumero
si basava sul sostantivo PU(2) e sulla variante (G)ISH-PU(2) =
«sorgente, pozzo». Questa terminologia si ritrova in Sardegna
(vedi, per esempio, la fontana di Su Puthu a Ollolai o Puddìgas,
toponimo dal catasto di Sorgono. Il secondo deriva dal sumero
PU(2)-DU-GA = «sorgente d‟acqua dolce» e presumibilmente
si riferiva a una sorgente nei pressi dell‟abitato).
I pozzi autonomi erano ricoperti e sormontati dalla tholos,
visibile nella ricostruzione del pozzo di santa Cristina e in quel-
la originaria del pozzo sacro di Escalaplano, ancora esistente. Si
usa ancora oggi in sardo la parola maragaddau per indicare
una creatura sacra abitante dei pozzi, derivante dal sumero
MARA(2)-GADA+u = «il servo bagnato», titolo spettante al sa-
cerdote purificatore, addetto alle abluzioni e alle purificazioni
che si svolgevano presso il pozzo sacro.
Al dio Maimmone, caso raro tra gli dèi nuragici, viene rivol-
ta tuttora una preghiera antichissima contro la siccità, anche se
ridotta a fenomeno folcloristico. Il nome Maimmone è ancora

125
in uso come nome di fonte a Iglesias e nell‟espressione popo-
lare su entu Maimmone, su ki faghet piode, diffusa anche fuori
dalla Sardegna. Lo stesso nome appare in un antico ritornello
riesumato dal coro di Neoneli: Maimmone, Maimmone, keret
abba su laore, keret abba su sikkau (o s’ispigau), Maimmone
laudau. Questa figura divina è la personificazione dei fenomeni
atmosferici invernali (vento, pioggia, tempeste). Il nome deriva
dal sumero MAH-IM (+une, vocale paragogica) = «il gran ven-
to, la grande tempesta».
Il monumento di Monte Akkoddi (Sassari) ricalca invece per
ben due volte un modello di ziggurat. La prima costruzione è
stata datata al 2400 a.C., danneggiata da un incendio e sosti-
tuita dalla seconda anteriormente al 2000 a.C. Della costruzio-
ne più antica fu scoperta la cella, detta «camera rossa» perché
dipinta con ocra rossa, come i corrispondenti ambienti delle
celle nelle ziggurat mesopotamiche. Questa è ancora inesplo-
rata, in attesa che venga aperta dagli archeologi con le dovute
precauzioni. Nei pressi del monumento è stata trovata una ce-
ramica di tipo pointillé della zona di Halaf. Dietro la Ziggurat si
colloca una stele con statuetta provvista di mammelle, proba-
bile riferimento ad Ashera-Inanna, cui era dedicata la ziggurat
a imitazione di quella celebre di Uruk, l‟E(2)-AN-NA, che aveva
la stessa patrona. Nei pressi sono state rinvenute conchiglie di
tipo shell, offerte di solito in sacrificio a una divinità femminile.
Ad Accoddi si svolgevano ai primi di maggio le program-
mazioni delle nascite, dette «orge» (dal sumero URGIA o dal
sardo orjias = sacerdotessa) da Ebrei, Greci e Cristiani: era un
modo per far nascere i bimbi in periodo favorevole l‟anno suc-
cessivo, con l‟arrivo della primavera. Il capo/Judike si accoppia-
va con la sacerdotessa e il popolo imitava, dopo aver consu-
mato un pasto sacro a base di conchiglie afrodisiache. In lin-
gua sarda, quell‟«atto» del congiungersi tra uomo e donna si
chiama koddai, come akkodd(a)i. Sardi ed Ebrei, insieme ai Cel-
ti, sono gli unici popoli ad avere usato il termine «giudice» per

126
indicare chi detiene il potere. E anche per i Celti, come vedre-
mo, esiste una precisa spiegazione.
In Sardegna, il nome sumero della ziggurat si trova in un
toponimo di Ollolai: Unerthe, da U(6)-NIR-TE = «la ziggurat si
avvicina», oppure U(6)-NIR-ZE = «la ziggurat si eleva». Proba-
bilmente la ziggurat venne realizzata da maestranze di archi-
tetti, inviate dagli Hyksos in Sardegna per soddisfare le richie-
ste di un signore locale; era un sovrano dell‟antica cultura cro-
magnonide sarda, di cui sappiamo poco o nulla e che altrove
abbiamo chiamato Ichnusitana. Queste maestranze funsero da
avanguardie per la scoperta del territorio sardo che, per gli
Hyksos, sarebbe divenuto presto un terreno di conquista. Le
stesse maestranze diedero probabilmente inizio alla costruzio-
ne dei nuraghi, di cui i più antichi sono stati datati al 1800 a.C.
col metodo del radiocarbonio; alla data del 1400 a.C. troviamo
invece dei nuraghi rispondenti a un modello evoluto, così ben
costruiti da far pensare a una lunga evoluzione interna
nell‟isola.
Gli Hyksos giunsero quindi in Sardegna quasi mille anni
prima che in Grecia e in Italia. Dobbiamo notare che le prime
maestranze vi arrivarono quando la loro patria era ancora la
Mesopotamia, e questo è l‟unico motivo per cui i termini su-
mero-accadici si sono fissati nella lingua sarda mancando inve-
ce nel greco e nel latino.

Toponimi ebraici

Diversi toponomi sardi trovano corrispondenze nell‟antico


ebraico, come Mara (acque putride), Arba (palude), Bara (san-
tuario), Sinai e Sinnai, Saba, Arca, Bitya, Balat, Sarbana, Taras,
Ardasaraii, Cappai, Distrai, (nel Sulcis), Allai, Birisai, Ussassai,
Marganai, Anghiddai (grotta), Maragaddai (mostro), Saddai;
questi ultimi ricordano Ammisaddai, il padre di Achiezer, capo
della tribù di Dan durante l‟Esodo. Si spiegano con l‟innesto

127
delle élite indo-iraniche negli Shasu della Cisgiordania, popolo
nomade da cui sboccerà Israele.
Tra gli emblemi dei giudicati sardi troviamo l‟Albero Sradi-
cato dai Sette Rami, raffigurato a fianco della Menorah (il can-
delabro a sette braccia) nei petroglifi del monte Har Harkom
(Sinai). L‟albero possiede tre radici che rappresentano i tre a-
spetti di Dio mutuati dai Veda (il Creatore, il Distruttore e il
Conservatore), mentre i sette rami rappresentano le sette po-
tenze planetarie. Lo stesso emblema fu usato dai cavalieri
templari assieme ad altri due simboli di origine sarda: il Toson
d‟Oro (portato in processione a Nora nella festa di primavera)
e il Moro Bendato (stemma del primo Gran Maestro templare
Ugo dei Pagani). In origine la benda si trovava sulla fronte an-
ziché calata sugli occhi. La benda fu posta a coprire gli occhi
soltanto dai Piemontesi, in atto di sfregio e disprezzo per la
sovranità dei Sardi. Questa benda era forse il cerchio di bronzo
che adornava la fronte dei Celti e la stessa benda era portata
dai Giudici sardi.

L’enigma Tartesso

In Sardegna il nome «Shardana» lo si trova nella Stele di


Nora, un blocco di pietra alto 105 e largo 57 centimetri, con
iscrizioni in lingua fenicia risalenti al IX secolo a.C. Sulla stele
appare anche il nome di Tartesso, identificabile con la vicina
isola di San Pietro (Iberia), da cui sarebbe giunto il fondatore
eponimo Norace, legato alla schiatta di quel Gerione, re di Tar-
tesso, che secondo il mito avrebbe tenuto in Sardegna i propri
pascoli.
Poco si capisce la testardaggine spagnola che vorrebbe far
propria Tartesso, la capitale dell‟argento protetta da immense
mura megalitiche, sulla base di quell‟Iberia che indica pure ca-
sa loro.20 E sì che la Sardegna è stata la capitale dell‟«industria
mineraria mediterranea» almeno dal III millennio a.C. fino al

128
1800, quando l‟isola fu protagonista di una corsa all‟argento
paragonabile alla corsa all‟oro americana. Niente di simile può
vantare la Spagna, senza contare tutti quei toponimi sardi, co-
me le città di Plumbea (Sant‟Antioco), Metalla, Argentiera, Ar-
gentaria, Montiferru e Calapiombo. Platone in uno scolio al
Timeo era stato chiaro, riferendo che prima degli Shardana
l‟isola era chiamata Argyróphleps («Vene d‟argento»).
In Egitto si osserva un‟evidente sincronia tra il calo di prez-
zo dell‟argento, più facilmente disponibile, e lo sviluppo di
contatti con il mondo sardo, riscontrabili nel termine «Sharda-
na» che dal Nuovo Regno (1543-1096 a.C.) appare con fre-
quenza negli archivi.
«In Sardegna sono state trovate decine di lingotti di rame a
pelle di bue – identici a quelli raffigurati nelle pitture egizie e
ritrovati anche a Cipro, in Siria e altrove nei fondali del Medi-
terraneo –, non solo lingotti ma anche matrici di fusione per
spade, pugnali, punte di lancia, di giavellotti, per scalpelli, pic-
coni, asce e martelli.»21 Proprio lì, davanti a Nora sulla costa
sudoccidentale sarda, Tolomeo ha segnato un porto, ora
sommerso e rintracciato (con i suoi enormi moli) dalla squadra
di sommozzatori di Nicola Porcu. Dall‟epoca degli Shardana, le
merci partivano da qui per raggiungere ogni angolo del Medi-
terraneo.

Simboli orientali

Le antiche casse sarde presentano incisioni di figure stiliz-


zate sul pannello anteriore, secondo uno schema antichissimo
in cui, al centro, in posizione dominante privilegiata, si trova
una divinità oggetto di omaggio e di venerazione o un albero
sacro oggetto di un culto feticistico. Ai lati si vedono due geni
alati stilizzati, raffigurati come due uccelli-drago con le ali
spiegate. Esseri alati mostruosi compaiono anche in una simile
scena nei sigilli sumeri e nei bassorilievi assiri in adorazione

129
dell‟Albero della vita. La scena sacrale deriva dal pantheon su-
mero-accadico mentre i geni alati relativi derivano, in partico-
lare, dal sito sumero di Halaf-Arpashya.22 Lo stesso schema
ebbe grande diffusione in Oriente fino ai Persiani e ai Fenici e
assomiglia a quello descritto dal profeta Isaia (Is 6,5) quando
racconta di aver avuto una visione nella quale Yahweh era cir-
condato da draghi e angeli alati (i Serafini = «i brucianti», i
Cherubini = «gli oranti», in ebraico).
Altro antico simbolo presente nei lavori artigianali è la cro-
ce di Malta, appartenente anch‟essa al patrimonio di Halaf-
Arpashya.23 Sugli arazzi si trovano intessute figure di uccelli sa-
cri isolati, come il pavone, l‟aquila e il falco, probabili ricordi di
un culto totemico o di stemmi e titoli appartenenti a divinità.
Per esempio: il dio Nin-Girsu, patrono delle battaglie, veniva
definito falcone e fiera feroce nel periodo proto-sumerico.24 Gli
uccelli possono trovarsi in un sistema di glorificazione come
quello già descritto: l‟aquila al centro e i pavoni ai lati nel ruolo
degli uccelli-drago in adorazione. Il totemismo apparve in Italia
sotto forma di Ver Sacrum, un‟antica istituzione che, in caso di
situazioni difficili, prevedeva l‟allontanamento dei giovani dal
territorio. Guidati da un animale sacro, questi ultimi fondavano
una nuova comunità, cacciando o sottomettendo i vecchi oc-
cupanti. Così i Piceni furono guidati da un picchio e gli Irpini
da un lupo.
I bucrani, o teste di toro, ritrovati nella zona archeologica di
Arpashyah-Halaf, risultano anche in Sardegna, scolpiti presso i
santuari dei templi a pozzo come simbolo dell‟elemento ma-
schile, vicino alle mammelle che indicavano l‟elemento femmi-
nile. Si trattava della personificazione di Dumuzi, la cui potenza
sessuale era considerata fortissima.25
Altro esempio di motivo mesopotamico sono i grifoni di
Tharros, gemelli dei grifoni di Nimrud, città lungo il corso del
fiume Tigri. La loro scultura a opera degli Shardana è contem-
poranea ai Giganti di Monte Prama, le statue più antiche del

130
Mediterraneo occidentale. Ritrovate a Cabras (Oristano) e ora
al museo di Sassari.

Divinità mesopotamiche in Sardegna

A Isili, in località Sant‟Antonio de‟ Fadali, esiste una chiesa


dedicata a sant‟Antonio Abate costruita con le pietre di un nu-
raghe smantellato e sepolto nelle vicinanze. Il luogo porta un
nome ibrido, dove Fadali si richiama all‟ultimo epigono dei sa-
cerdoti nuragici, lo stregone del santuario annesso. In sumero
è PA-DA-LI(2) = «l‟eletto splendente».
Sempre a Isili rimane la leggenda di sacerdotesse nuragi-
che dette sorres Orgianas che, guidate da sa Faskida, venivano
da Baraci per andare a pregare a Valenza. In sumero BARA(2)-
KI = «il luogo del tempio».
Le Orgianas davano i loro responsi alla maniera delle Pizie,
e quest‟appellativo greco si lega al termine foeminae bithae,
dato da Solino a queste donne sarde. Spesso le preghiere nu-
ragiche furono ridotte a filastrocche prive di senso, come As-
sandira, Uturautalabì e Pibia sama. Uturautalabì deriva dal su-
mero UTU-RA-UTAH-ALAP-I = «gloria al dio Sole, il toro del
cielo» ed era usato come grido di guerra dai Barbaricini
dell‟interno fino a tempi non troppo lontani. Pibia sama è la
filastrocca Pibia sama, sama era, mia (v)era, mio tope,
dall‟accadico bi-bi-a shamma, shamma er-u mi-a er-u, mi-a(t)
tupi. Si riferisce a una cura da farsi con una pianta medicinale:
«Cento dosi di droga dalla sacra pianta eru in cento periodi di
tempo». E-ru in accadico è il corniolo; forse in ambito nuragico
indicava il ciliegio selvatico, considerato una pianta medicinale
e sacra. Shamma qualifica «sacra» la pianta eru e indica la dro-
ga ricavata dalla stessa. Il sardo tope, come l‟accadico tupi, è
una forma avverbiale dal senso di «in un periodo di tempo».
Pibia e bi-bi-a significano «piccolo, piccola dose». Mia e mi-a
significano «cento».

131
Una variante della filastrocca è Pibiu samulu, samulu eru,
samulu in porta, samulu in manu dove Samulu deriva
dall‟accadico Samullu, un‟altra pianta con proprietà magiche e
curative. Le piante Eru e Samulu appaiono spesso nelle antiche
formule magiche sarde insieme al Marrubio, dal sumero MAR-
RU-BI(3)-U(2) = «erba che cresce abbondante nelle paludi».
Sotto la pressione cristiana, le divinità e le figure sacerdota-
li del sistema religioso nuragico furono ridotte a orribili mostri
o esseri degenerati. Così i protagonisti di fiabe e filastrocche
sarde hanno nomi che si traducono dal sumero e diventano
appellativi ben noti di sacerdoti e divinità mesopotamiche, in-
sieme a strumenti rituali e incarichi di servizio ai templi. Come
al solito rimandiamo a Il sistema linguistico della civiltà nuragi-
ca per un elenco dettagliato.
Diversi nomi divini, di templi, cerimonie e sacerdoti sumeri
e accadici passarono a indicare un‟erba. In quell‟epoca, l‟uso di
piante e alberi sacri nei riti magici, apotropaici e superstiziosi
era parte integrante della religione, giustificando il nuovo si-
gnificato. In sumero, i lemmi dLI ed EN(3)+i(voc. par.) indicava-
no il ginepro sacro, che ritroviamo nel sardo Eni, in riferimento
però al tasso. Da notare che tasso e ginepro appartengono en-
trambi alle conifere e hanno entrambi il legno rosso. Si veda Il
sistema linguistico della civiltà nuragica per un elenco di nomi
di piante derivanti da figure religiose o divinità mesopotami-
che.
Altri termini sacri, associati all‟uso cultuale dell‟acqua, fini-
rono con l‟indicare sorgenti, pozzi e vie fluviali.

Fenici o Shardana?

La storia ufficiale cita la potenza marinara dei Fenici a parti-


re dall‟anno 1000 a.C., quando essi vennero alla ribalta con la
più attrezzata delle flotte navali e un sorprendente bagaglio di
rotte e conoscenze.

132
Siamo pochi anni dopo le incursioni dei Popoli del mare e,
dopo invasioni di questo genere, servono secoli prima che la
civiltà riprenda splendore. Un esempio è la caduta dell‟impero
romano, che riportò il mondo civilizzato allo stato di barbarie
per quasi mezzo millennio. È impossibile che le città fenicie
fossero rimaste illese da una catastrofe che cancellò gli imperi
ittita e miceneo. Nella stessa occasione, Biblos, Tiro, Ugarit, Si-
done e altre città furono rase al suolo e gli abitanti passati a fil
di spada.
Alla fine del XIII secolo piccoli gruppi di Popoli del mare e-
rano già attivi sulle coste del Mediterraneo come pirati o trup-
pe mercenarie al servizio dei piccoli re siro-palestinesi, dei Libi-
ci e dell‟Egitto. Con l‟arrivo della grande carestia del 1200 a.C.,
queste avanguardie indicarono ai loro connazionali la strada
verso le regioni fertili. Tutti i siti archeologicamente indagati
presentano un quadro di distruzione assegnabile all‟inizio del
XII secolo. Tuttavia le città furono presto rioccupate, anche da-
gli stessi Popoli del Mare, e furono riedificati i palazzi reali in
parallelo con la ricostituzione di strutture direzionali monarchi-
che. Tra questi troviamo i Fenici (probabilmente gli stessi Shar-
dana) ad Arwad, Amrit, Berito, Tiro, Biblo, Sidone, Sarepta. Più
a sud, sulla striscia di Gaza, troviamo i Filistei, che occuparono
cinque città sulla costa meridionale della Palestina o
nell‟immediato entroterra: Gaza, Ascalona, Ashdod, Gat, Ekron.
Sulla costa della Palestina centrale, a Dor, il racconto di Wen-
Amun (1050 a.C. circa) segnala la presenza degli Zeker.
Gli Shardana e i loro alleati si erano quindi stabiliti in Liba-
no e Palestina e semplicemente avevano continuato i loro traf-
fici sulle rotte preesistenti e da loro usate in passato per il
commercio del bronzo e del pesce. È abbastanza ovvio che Fe-
nici fossero Shardana: non è un caso che in greco antico il ter-
mine Foinikeos significhi «rosso, purpureo, scarlatto», mentre
Sardux significa «rosso vivo».26 Erodoto e tutti i dotti persiani,
greci ed egizi li dissero provenienti dal Mar Rosso. Ma lo stes-
so Erodoto affermò chiaramente che il Tirreno e il Mar Rosso

133
erano lo stesso mare! «Tutto il mare che i Greci navigano, in-
fatti, e quello fuori dalle Colonne [prima di Eratostene indica-
vano il canale di Sicilia, quindi si riferisce al Tirreno] e il mare
Eritreo (ovvero bruciato, rosso) sono un mare solo.»27 Quindi
non si riferiva certo all‟odierno Mar Rosso, ma al mare Tirreno
abitato dai Sardi, i «Rossi»! E che dire dei Filistei? La parola per
indicarli in lingua egizia era «Prst», letteralmente, «uomini ros-
si». Lo stesso epiteto era usato in Egitto in riferimento agli
Hyksos e probabilmente si lega ai capelli fulvi della loro dina-
stia. Il colore rosso è indicativo di una linea di sangue che flui-
sce dagli Hyksos attraverso i loro discendenti, confluendo nella
nobiltà medioevale europea. È il cosiddetto Serpent rouge.
In Fenicia si tingeva il bisso per immersione nella porpora.
Nel libro dell‟Esodo, parlando di Besalèl, della tribù di Giuda, e
di Ooliàb, della tribù di Dan, si dice: «Il Signore [...] li ha riempi-
ti di saggezza per compiere ogni genere di lavoro [...] di rica-
matore in porpora viola, i porpora rossa, in scarlatto e in bis-
so».28 Ooliàb fu uno dei costruttori dell‟Arca dell‟Alleanza tra il
1300 e il 1200 a.C., trecento anni prima dell‟inizio ufficiale della
civiltà fenicia. Se non bastasse, il toponimo sardo korra signifi-
ca «porpora». Erodoto, Esiodo e altri autori classici disprezza-
vano le donne fenicie per le loro usanze licenziose, che le ac-
comunavano alle donne cretesi, sarde, etrusche e lemnie.29
Se ancora non bastasse, considerate la situazione di Carta-
gine, la colonia che i Fenici di Tiro avevano fondato nell‟attuale
sobborgo di Tunisi. I capi di Cartagine erano chiamati «suffeti»,
che verosimilmente era anche il titolo del governatore di Tiro.
«Suffeti» letteralmente significa «Giudici», carica che ricorda i
Giudici della Bibbia e soprattutto gli stessi Giudici che regge-
vano le città shardana.

134
Sumero e accadico in Sardegna

La lingua sumero-accadica che ritroviamo in Sardegna è


prevalentemente sumera, ma presenta alcuni costrutti partico-
lari, con prefissi accadici applicati a parole sumere e viceversa.
Una tale lingua mista si parlò in Mesopotamia alla fine del III
millennio a.C., in concomitanza con la penetrazione di popola-
zioni nomadi di lingua accadica (gli Amorrei di Hammurabi).
Stabilitisi tra i Sumeri, gli Amorrei trasferirono pian piano le lo-
ro parole nel lessico dei primi.
Esistono diversi lemmi o frasi, sia sumeri che accadici, ritro-
vati nella lingua sarda, che compaiono in Mesopotamia soltan-
to in questo periodo. Iscrizioni in caratteri cuneiformi sono sta-
te rintracciate sul nuraghe Losa di Abbasanta, nel pozzo di
Paulilatino e nel nuraghe Erimanzanu di Bono. Un intero dizio-
nario di 2500 parole sumero-accadiche è stato composto da
Raffaele Sardella cercando nei dialetti sardi, nei nomi, nei co-
gnomi, nei soprannomi e nel gergo dei ramai di Isili30, selezio-
nando come validi solo quei termini aventi radici chiare e un
significato riconducibile al luogo o all‟oggetto cui si riferisco-
no. Di questi, ben 400 hanno mantenuto lo stesso identico si-
gnificato della lingua originale.
Gli abitanti della Sardegna hanno tutt‟oggi l‟abitudine di
pronunciare le parole staccando le sillabe, distinguendole nella
pronuncia dal tono della voce, a causa della presenza di molti
omofoni. Si tratta di un meccanismo inconscio, che riporta
all‟uso di una lingua monosillabica come quella sumera.
Caratteristica notevole è la diffusione della doppia «dd»,
frequente nel sumero, spesso ottenuta dalla trasformazione
della doppia «ll» in parole latine. Il latino caballus fu influenza-
to dal sumero KA-BAD-(du) e si trasformò in kabaddu, poi di-
venuto kaddu o kuaddu. Il latino vallis diventò badde. Sighil-
lum, sotto l‟influsso del sumero SHID-DU(3) e dell‟accadico
shiddu, divenne sighiddu, poi contratto in siddu. Similmente
toccò a villa, divenuto (v)idda.

135
La stessa sorte toccò al latino cella che, influenzato da
KESH-DA, divenne kedda. Da notare come in sardo kedda si-
gnifichi anche «moltitudine», lo stesso significato di KESH-DA
in sumero. Ancora, la parola piskeddu o piskedda, dal sumero
PISH-KESH-DU/PISH-KES-DA, significa «cestello» in entrambe
le lingue.
Altre influenze sumere determinarono il passaggio dei suo-
ni «k» e «qu» in «b», come accade per «acqua», che in sardo
logudorese diventa abba sotto l‟influenza del sumero ABA =
«mare, acqua».
Gli influssi accadici stimolarono invece il passaggio da «nr»
a «rr», come torrare per «tornare» o forrus per fornus. Il latino
Saturnus diventò Sadurru influenzato dall‟accadico shaturru =
«utero, grembo materno».
Spesso nelle parole di derivazione accadica e sumera i Sardi
introdussero una «l» poi diventata «r», come in «kalankras de
okros», dall‟accadico kalakku = «fessura» e oku = «occhi»,
quindi «cavità degli occhi». Iska, che in sardo campidanese in-
dica il «luogo della sorgente», deriva dall‟accadico (G)ISH-KA =
«porta del tempio, spesso costruito presso una sorgente».
Una trentina di anni fa un altro ritrovamento di scrittura
cuneiforme si è avuto a Villanovafranca. Si tratta di un coccio
presuntivamente del XIV secolo a.C. con iscrizioni riconosciute
cuneiformi dall‟assirologo di fama Giovanni Pettinato.
Raffaele Sardella sottolinea però l‟esistenza nella lingua
sarda di un sostrato ancora più antico e affine al basco, la lin-
gua globale parlata dai Pelasgi o Cro-Magnon.

Una conferma da Malta

Il sito di Tas-Silg, a Malta, ha restituito un frammento di


agata con iscrizione in cuneiforme, inciso nella città mesopo-
tamica di Nippur. Lo portava con sé un principe hyksos, fuggi-
to dalla Babilonia cassita durante le rivolte popolari del 1200

136
a.C., al tempo della grande carestia. La scoperta, datata no-
vembre 2011, si deve a un archeologo italiano, Alberto Cazzel-
la.31
Durante il tardo Neolitico (III millennio a.C.) a Tas-Silg furo-
no innalzati alcuni edifici megalitici, secondo i canoni tipici
dell‟architettura maltese. Negli anni Sessanta fu individuato
l‟edificio principale, il «tempio», utilizzato anche in epoca stori-
ca da Fenici32 e Romani. Poco dopo emersero alcune parti di
altri tre edifici, di struttura simile ma di differenti dimensioni.
Nel 2003 è iniziato lo scavo di un quarto «tempio» analogo
al primo, distrutto da un incendio che ha preservato sul posto
gli strumenti di culto. Al contempo sono emersi una scalinata e
diversi ambienti scoperti a pianta quadrangolare. Anche questi
appaiono collegati ad attività cultuali e non di tipo pratico.
La stratigrafia è molto chiara, soprattutto a nordest del
tempio principale, dove il deposito archeologico supera i 2
metri.33 È possibile seguire la sequenza occupazionale dalle fasi
preistoriche fino all‟alto Medioevo, quando i Bizantini trasfor-
marono il tempio in battistero. Oltre al reperto in questione
sono emersi oggetti di ceramica e di metallo, appartenenti alla
fase tarda dell‟Età del bronzo e probabilmente importati dalla
Sicilia.
Il frammento in agata è venuto alla luce nel limite setten-
trionale dell‟area di scavo, nei pressi di un altare ellenistico. In
epoca storica il reperto era stato inglobato in un pavimento di
torba34, insieme ad altri frammenti di ceramiche o di pietre da
costruzione. Il primo ad analizzarlo è stato padre Werner Ma-
yer, del Pontificio Istituto biblico di Roma, uno dei massimi e-
sperti di testi cuneiformi a livello mondiale.
Il frammento ha la forma di una semiluna accuratamente
levigata e simboleggia il dio-luna Sin. Una faccia è perfetta-
mente piana e funge da base di appoggio. La faccia inscritta è
invece convessa e rivolta verso l‟alto. L‟iscrizione, incompleta,
afferma che l‟immagine di Sin è stata dedicata a un dio della
città babilonese di Nippur (probabilmente Ninurta, figlio di

137
Sin). I dedicanti si autoidentificano come un gruppo, un fatto
atipico e poco documentato, poiché gli offerenti erano solita-
mente singoli personaggi di rango. I nomi e il tipo di scrittura
fanno risalire l‟iscrizione fra il XIV e il XIII secolo a.C., durante il
periodo cassita del regno babilonese. Anche a Babilonia l‟agata
doveva essere considerata un materiale esotico di pregio, pro-
veniente principalmente dalla Sicilia sudorientale.
Padre Mayer35 fa notare che un oggetto votivo non poteva
uscire dal luogo di dedica se non per effetto di una depreda-
zione, connessa con un atto di guerra. Dopo il 1300 a.C., infatti,
la situazione non fu per nulla pacifica, con la carestia che im-
perversava in Europa e in Medio Oriente. Il popolo si rivoltò
contro l‟élite hyksos-cassita che deteneva il potere, preparando
il terreno all‟occupazione assira. Gli Hyksos in fuga avrebbero
raggiunto il tavolato cisgiordano e almeno uno di loro avrebbe
preso la via del Mediterraneo, per trovare asilo presso i cugini
shardana. Con sé portava la mezzaluna.
I vettori di tale trasporto su lunga distanza furono proba-
bilmente i Micenei-Ciprioti, che avevano organizzato
un‟intensa rete di scambi con la Sicilia, rete nella quale rientra-
va in qualche modo l‟arcipelago maltese. La presenza a Tas-
Silg è difficilmente casuale e fa supporre che la fama del san-
tuario superasse i confini delle isole.

138
L’Albero Sradicato dai
Sette Rami (Desdicado),
emblema del giudicato
sardo di Arborea.
139
VII
I popoli cugini

Da quel giorno tutto è cambiato. Il mio modo di pensare, la mia vita...


tutto... Il combattimento e la vittoria presero il posto della sopporta-
zione e dell‟attesa... La tavola povera ma felice, di fronte al caminetto,
circondata dalla famiglia... divenne un campo di battaglia sanguinoso
e glorioso lambito dalla morte. Da quel giorno continuo a pensare di
vivere un lungo sogno.

Caska, in Berserk di KENTARO MIURA

Micenei

In Grecia arrivarono i primi Hyksos intorno al 1750 a.C., più


o meno in concomitanza con il loro ingresso in Egitto. Questi
gruppi elitari si posero a capo della popolazione indigena e in
staurarono una nuova civiltà che nei libri di testo porta il nome
di «civiltà micenea».
La casta dominante è ricordata nel mito con il nome di A-
chei o Eraclidi, mentre il popolo apparteneva alle razze degli
Ioni e degli Eoli. Secondo Francisco Villar, dell‟Università di Sa-
lamanca, la lingua del popolo può essere distinta dalla lingua
delle élite:

Conosciamo relativamente bene la lingua di Micene grazie a un


numero di tavolette di argilla scritte in lineare B. Dopo la loro decifra-
zione negli anni Cinquanta e l‟identificazione della lingua come una
varietà di greco da parte di M. Ventris e J. Chadwick, furono riscon-
trate talune varietà differenziali nella lingua in cui sono scritte. Alcuni,
con lo stesso Chadwick in testa, pensarono che in queste differenze
si riflettesse il dialetto Ionico-Eolico. Gli Ioni e gli Eoli dunque erano
già presenti in Grecia all‟epoca micenea e non arrivarono in seguito.
Ciò permetterebbe di concludere che ci fu una sola immigrazione

140
greca in Grecia: tra il 1900 e il 1600 sarebbero entrate insieme e si-
multaneamente tutte le stirpi. Durante i primi secoli, Ioni ed Eoli non
avrebbero fatto parte dell‟aristocrazia militare, ma sarebbero stati i
loro servi. La caduta di Micene potrebbe spiegarsi con una rivolta so-
ciale interna di Ioni ed Eoli, invece che con una migrazione
1
dall‟esterno.

Una simile rivolta si registrò negli stessi anni a Babilonia


(nel 1200 a.C.): i Cassiti babilonesi presero le armi contro la
propria élite, indebolendo i centri del potere e trasformando il
paese in una facile preda per i vicini Assiri ed Elamiti.
I Micenei erano strutturati in classi sociali al di sopra delle
quali si poneva il Wanax (re-sacerdote). Subito al di sotto tro-
viamo il Basileus, il «sacro fabbro», il cui titolo deriva
dall‟accadico Bashi-ilum (letteralmente, «è dio»), uno tra i tanti
indizi del passaggio degli Hyksos in Mesopotamia.
Gli Shardana erano pressoché contemporanei ai Micenei e
le due culture con ogni probabilità instaurarono rapporti di-
plomatici e commerciali, sviluppandosi parallelamente e in-
fluenzandosi a vicenda. Si possono per esempio notare alcune
somiglianze tra strutture tombali e pozzi sacri in Grecia e in
Sardegna, il che ci induce a pensare a una continua influenza
reciproca tra le due civiltà. A questi scambi possiamo associare
la diffusione dello stile ceramico geometrico nel Mediterraneo.
Sviluppato inizialmente a Tell Ubaid e Tell Haraf-Arpashyah (in
Mesopotamia), lo stesso stile si ritrova nella cella affrescata del
tempio sumero. Successivamente lo ritroviamo in Grecia e con-
temporaneamente nelle ceramiche dei pozzi santuario in Sar-
degna (Sirimagusu a Carbonchia), finanche negli ornamenti
periferici delle casse sarde. Frammenti di ceramica micenea del
XIII e del XII secolo sono stati rinvenuti nel territorio a nord di
Nora e nel centro abitato, documentando relazioni con
l‟ambiente Egeo per un periodo in cui il comprensorio norense
era punteggiato di numerosi insediamenti nuragici.
Tra il 1500 e il 1200 a.C. la ceramica cosiddetta «micenea»
si sparse in tutto il Mediterraneo. Ma chi bada più al significato
dell‟aggettivo «micenea»? In effetti non indica la ceramica
141
prodotta dagli Achei della Grecia, ma semplicemente quei coc-
ci di tipo nuovo, battezzati così da Schliemann solo perché rin-
venuti per la prima volta a Micene. Se i primi li avesse trovati a
Creta sarebbe stata «ceramica cretese». In realtà è ceramica dei
Popoli del mare: Tharros in Sardegna non ha nulla da invidiare
a Micene e la stessa ceramica era prodotta in loco. Nel Mare
Nostrum troviamo ovunque l‟ossidiana sarda, oltre ai bronzetti
e a quei lingotti di bronzo detti «a pelle di bue», con lo stesso
peso e la stessa lunghezza dappertutto: 5,5 grammi e 5,5 cen-
timetri.
Il palazzo miceneo si configurò allo stesso modo del nura-
ghe, come una città-tempio quasi autosufficiente, con magaz-
zini, laboratori e personale specializzato. L‟elemento della tho-
los comparve in Grecia per la prima volta a Orkomenos alla fi-
ne del III millennio a.C., perfezionandosi a Micene in epoca più
recente, verso il 1400 a.C.
A partire dal XIV secolo a.C. i Micenei si insediarono in Ita-
lia. Fondarono empori in Sicilia orientale (Thapsos) e centro-
meridionale (Cannatello), nelle isole Eolie e Flegree, lungo le
coste di Puglia, Basilicata, Sardegna, nord Adriatico, penisola
iberica, Egitto e Siria, nonché vere e proprie colonie nel Lazio. È
possibile che i Micenei intrattenessero fiorenti traffici commer-
ciali con i Sabini dell‟Italia centrale, collaborando con essi alla
costruzione delle acropoli poligonali di Alatri, Arpino, Ferentino
(Aertum), Atina e Anagni. Il tipico «segnale» miceneo era
l‟anfora a staffa, usata per il trasporto di oli e vino. A seguire
troviamo i «crateri», i vasi per mescolare acqua e vino decorati
con immagini di carri, e infine il kylix, il tipico vaso da bere.
Il direttore della biblioteca mazzarina, l‟abate e architetto
Louis Petit Randel, trovò strette corrispondenze tra le mura di
Argo, Orcomeno, Gla, Ioannina, Napflion, Nekromanteion, Mi-
cene e Tirinto e quelle di alcune cittadine laziali come Segni,
Fondi e Circeii. Per quasi quarant‟anni finanziò un‟indagine si-
stematica sulle mura poligonali presenti in Italia, Grecia, Baleari
e Sardegna. È interessante a tale riguardo la scoperta nella cit-

142
tà di Alatri di una collana micenea, riportata dall‟archeologo
Antonio De Cara su «La Civiltà Cattolica»: «Certo è che una col-
lana di tipo arcaico orientale, che altri riconoscerebbero per
miceneo o a esso affine, si conserva nel museo del Campido-
glio e la sua provenienza è da Alatri».2
L‟archeologo Lucio Mariani (1865-1924) scrisse a De Cara
nell‟autunno del 1893:

Mi persuado che tutto il grande complesso della civiltà c.d. mice-


nea rappresenta una corrente d‟immigrazione dall‟Asia in occidente,
come ci dice la tradizione e come i ritrovamenti dei nostri giorni mi
pare confermino. Vi sono alcune città di costruzione antichissima le
quali ricordano nella situazione, nella struttura delle mura poligonali,
nella pianta degli edifici, tanto i monumenti di Tirinto, come le nostre
città [sabine d‟Italia] onde bisogna ammettere che appartengano a
un sistema comune di costruzione, pensato e ragionato da un sol
popolo e non somigliante per fortuite coincidenze.3

Invito il lettore a confrontare le acropoli poligonali greco-


micenee con quelle pressoché identiche realizzate in Italia. Mu-
ra poligonali appaiono anche in Sardegna, affioranti presso la
ziggurat di monte d‟Akkoddi, oltre che nelle fondamenta e nel-
le tholoi dei nuraghi.
Parlando dei Micenei non si sottolinea mai abbastanza la
differenza tra le élite e il popolo. Non furono le élite a combat-
tere la famosa guerra di Troia, perché a Troia, così come su
tutta Arzawa (Turchia occidentale), regnava un‟élite alleata che
dominava le popolazioni Leleger e Karer. Unica eccezione era
forse Efeso, che ancora ai tempi di re Creso (550 a.C.) era priva
di strutture difensive, come i siti ionici e minoici.
Durante la carestia del 1200 a.C., il popolo miceneo (ionico)
si ribellò e depose le élite, eleggendo dei «re pastori» tra il po-
polo, come Agamennone, Ulisse o Menelao. Questi non aveva-
no nulla da spartire con Troia, che anzi rimaneva un‟alleata del
vecchio potere che non aveva evitato la carestia. Insieme a
Troia gli Ioni invasero Mileto, uccidendo gli uomini della città e
prendendo le vedove come proprie mogli. Attaccata dai re pa-

143
stori poco dopo la carestia, l‟élite troiana avrebbe chiamato in
Oriente i Popoli del mare. Il mito si riferisce a questo evento
come al «ritorno degli Eraclidi», e una tale coalizione di popoli
venne per forza coordinata da un elemento centrale. Tramite
l‟Occhio che Tutto Vede, le élite dell‟intero Mediterraneo erano
rimaste in contatto. Questo accadeva già da parecchi secoli:
nel 1888 gli scavi nel deserto libico hanno portato alla luce al-
cuni papiri che descrivono le riunioni segrete tenute
dall‟Ordine a Gobekly Tepe.4 Il carbonio 14 ha fornito per essi
la data del 2000 a.C.
Gli «Eraclidi» fondarono una nuova città Greca di stampo
acheo in mezzo ai domini ritornati da poco nelle mani di Eoli e
Ioni. Per 400 anni gli Eraclidi dominarono alcuni villaggi sparsi
nella pianura che il fiume Eurota forma in Laconia, la regione
più meridionale del Peloponneso. Nell'VIII secolo questi villag-
gi decisero di allearsi e di circondarsi di una sola grande cinta
muraria. Nacque così la città di Sparta. La discendenza dei suoi
abitanti dagli Eraclidi (Achei) è testimoniata sia da Erodoto che
Tucidide; cacciati dalla Grecia durante la succitata ribellione
popolare di Eoli e Ioni, vi sarebbero tornati come Popoli del
Mare durante l'invasione dell'Oriente del 1200 a.C.. La cultura
spartana/achea derivava dagli Hyksos come quella ebraica,
motivo per cui gli Ebrei riconoscevano gli Spartani come «fra-
telli»5.
In epoca classica (dall'VIII secolo a.C.) i termini Dori e Achei
erano spesso utilizzati indifferentemente, così che Sparta veni-
va perlopiù indicata come dorica. Sparta fu un mondo a parte
nella Grecia classica, estranea ai suoi vicini ma vicina alla Sar-
degna e al mondo celtico, figlia delle élite indo-iraniche-
hyksos ritornate dall'Italia verso Oriente nel 1200 a.C..
Sparta in particolare era una macchina che creava soldati: a
partire dagli otto anni, i figli sopravvissuti alla selezione natura-
le che la legge della polis prescriveva6, venivano affidati allo
Stato e crescevano divisi in gruppi di età, sotto la supervisione
di istruttori statali.

144
L’oracolo di Delfi

L‟oracolo di Delfi fu il più importante oracolo (in greco


manteion) della Grecia antica, risalente certamente all‟età mi-
cenea. Qui le sacerdotesse facevano uso delle stesse asce bi-
penni ritrovate in Sardegna. Era dedicato ad Apollo (Apollon),
considerato il tramite fra l‟uomo e il divino, ed era uno degli
«ombelichi del mondo» dell‟antichità. Questi erano luoghi di
riferimento, la cui collocazione geografica era nota dall‟alba
dei tempi, contrassegnati dalla presenza di una pietra meteori-
ca scolpita: l‟omphalos. Si deve presumibilmente agli Hyksos la
costruzione delle mura poligonali del santuario, secondo uno
stile che si ripeterà nei secoli successivi nei principali centri del-
la Grecia e dell‟Italia centrale.
Apollo avrebbe conquistato l‟oracolo sconfiggendo il pre-
cedente guardiano, il serpente-piumato Pitone (Puqwn). Pito
(Puqw o Puqwn) era anche l‟antico nome dell‟oracolo e derive-
rebbe da Puqw («far imputridire, marcire»).7
Gli altri dèi avrebbero punito Apollo per l‟uccisione di Pito-
ne, e per sette anni gli avrebbero imposto di servire Admeto,
re della città di Fere. Il sovrano lo avrebbe trattato con rispetto
e reverenza, e al termine della pena il dio sarebbe rientrato a
Delfi sotto forma di un delfino, animale da cui deriva il nuovo
nome dell‟Oracolo.
Più tardi il santuario fu conteso tra Apollo ed Ercole, la cui
profanazione fu punita con un anno di schiavitù presso Onfale,
regina della Lidia. Come per Apollo sotto Admeto, la schiavitù
di Eracle si rivelò più che dignitosa: la regina si innamorò
dell‟eroe e gli diede tre figli.
Cosa rendeva il santuario tanto speciale? Dal terreno sotto-
stante uscivano dei fumi che, se inalati, pervadevano alcune
persone di furore profetico. Un recente studio interdisciplinare
(pubblicato in «Journal of the Geological Society of America»,
numero 29/8 nell‟agosto 2001) afferma che si riscontrano an-
cora oggi tracce di emanazioni di fumi composti da idrocarburi

145
gassosi provenienti da strati profondi di roccia calcarea bitu-
minosa.
Fu proprio questa proprietà geologica che portò alla co-
struzione del santuario. Secondo i classici8 la scoperta delle
proprietà «magiche» della zona si doveva ad alcuni pastori
che, pascolando le loro greggi, avevano osservato le convul-
sioni da cui erano colte le pecore.
Nella cella del tempio, davanti alla statua di culto bruciava
un fuoco perenne alimentato solo con legno di abete. Dal tetto
pendevano innumerevoli ghirlande d‟alloro e al centro del pa-
vimento c‟era una crepa detta Casma da cui si sprigionavano i
vapori9, capaci di indurre una specie di trance. Al di sopra della
crepa era piazzato il tripode su cui la sacerdotessa (chiamata
Pizia = Pitonessa) sedeva durante le sessioni oracolari.
Gli stessi vapori naturali erano sfruttati nel sito sabino di
Anxur-Terracina (Latina), in Italia centrale. Nell‟acropoli esisto-
no preziosi avanzi di mura poligonali, le stesse che furono im-
piegate nella costruzione dell‟oracolo di Delfi e, più in genera-
le, di tutte le opere murarie connesse ai Popoli del mare.10
Alle spalle della città troviamo un colle chiamato Monte
Sant‟Angelo, la cui cima ospitava il tempio di Giove fanciullo e
l‟abitazione del sacerdote oracolare (il flamine). All‟inizio del
secolo scorso, sulle rovine del tempio furono rinvenuti nume-
rosi giocattoli in piombo, donati dai fedeli come ex voto. Entro
le mura dell‟abitazione è ancora visibile una piccola roccia a
forma di cono con un foro naturale sulla sommità. Il foro co-
municava (e comunica) con una profonda cavità sotterranea
dalla quale fuoriesce talvolta una corrente d‟aria, interpretata
dagli antichi come la manifestazione di una forza occulta. Per
questo la rupe fu considerata un antro delle sorti e il letto del
flamine venne posto sopra il cono, affinché non trascurasse
nemmeno un soffio.
I fumi di Delfi (o di Terracina) inducevano un delirio duran-
te il quale la Pizia (il flamine) pronunciava suoni e parole scon-
nesse, che venivano accuratamente trascritte e successivamen-

146
te interpretate e comunicate all‟interrogante. L‟effetto era tal-
volta così violento da provocare alla Pizia forti convulsioni,
giungendo anche a ucciderla.11 Erodoto e altri riferiscono di
occasioni in cui la voce del dio era stata udita direttamente dai
postulanti, senza il tramite della Pizia.
Gli oracoli erano pubblicati quasi sempre in esametri, un ti-
po di verso che sarebbe stato inventato proprio da Phemonoe,
la prima Pizia. All‟entrata del tempio c‟era la scritta: Gnothi se-
autón, «Conosci te stesso»:

Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani


della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi
non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua
casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto
il Tesoro degli Dei. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai
l‟Universo e gli Dei.

Le Pizie dovevano nascere a Delfi ed erano prescelte


all‟interno di povere famiglie contadine. Il compito della sacer-
dotessa era rischioso e imposto a vita, accompagnato
dall‟obbligo del nubilato. Inizialmente la scelta cadeva tra le
fanciulle ma, dopo un increscioso caso di seduzione, si impose
la selezione tra le donne oltre i 50 anni, le quali per tradizione
indossavano comunque abiti da giovinetta. I sacerdoti appar-
tenenti all‟aristocrazia di Delfi controllavano l‟oracolo: tra que-
sti, i cinque cosiddetti Hòsioi erano praticamente i veri respon-
sabili delle profezie12, gestendone l‟interpretazione. Proveniva-
no da cinque famiglie che si ritenevano discendenti dirette di
Deucalione (Ercole) e dovevano possedere una notevole mole
di conoscenze a cui ricorrere per dare un senso ai consigli
dell‟oracolo. Sebbene molti oracoli fossero oscuri e talvolta
ambigui, tanti erano estremamente diretti e chiari, rispec-
chiando evidentemente la volontà dei sacerdoti.
L‟oracolo di Delfi raggiunse il suo apogeo negli anni di
fondazione delle colonie greche. Era impensabile partire per
una fondazione coloniale senza aver chiesto un responso ora-

147
colare. L‟oracolo veniva inoltre consultato spesso per dirimere
le contese fra colonie e madrepatria.
Per il tramite di Delfi e dei suoi sacerdoti, l‟Occhio che Tut-
to Vede manovrava subdolamente l‟intera Grecia. Lo stesso
compito era affidato ai santuari di Eleusi e di Samotracia, in
modo tale che bastava un gioco di responsi per schierare le
poleis una contro l‟altra, scongiurando così la formazione di un
regno unito. I conflitti tra le poleis fecero sì che queste ultime si
rivolgessero a turno al Senato romano per ottenerne
l‟appoggio o per richiederne l‟arbitrato. Troppo tardi raggiun-
sero la consapevolezza del pieno significato che poteva assu-
mere l‟amicizia con Roma, degli obblighi di stretta fedeltà che
comportava e dell‟impossibilità di condurre una libera politica
di contatti e amicizie al di fuori di quel sistema di equilibri che
Roma stessa aveva stabilito.
Nel corso del II secolo a.C. la maggior parte delle poleis ac-
cumulò debiti di guerra o di riconoscenza con Roma, fino al fa-
tidico 146 a.C., anno in cui la repubblica si stancò definitiva-
mente delle continue scaramucce tra i sovrani locali e inviò in
Grecia le armate del console Lucio Mummio Acaico. La susse-
guente distruzione di Corinto e l‟annessione della regione fu-
rono soltanto l‟espressione ufficiale di una condizione fattuale
già consolidata.
La repubblica divenne presto un impero, e l‟impero divenne
un mezzo fondamentale per l‟ascesa dell‟Occhio che Tutto Ve-
de; pertanto non è impossibile che anche questa volta fosse
stata la confraternita a manovrare gli eventi.

Sabini

Gli antichi Romani nascevano da una commistione di genti


che era andata via via a formarsi presso la foce del fiume Teve-
re. Il luogo era un crocevia di mercanti che scambiavano qui le
produzioni locali italiche, greche, sarde, fenicie e in generale

148
dell‟intero Mediterraneo. Agli albori dell‟Urbe (fondata, secon-
do Varrone, nel 753 a.C.), i suoi abitanti erano prevalentemente
Sabini, Latini ed Etruschi. In realtà gli stessi Latini costituivano
un nucleo culturale che si era staccato dai Sabini appena 200
anni prima. Questi ultimi erano infatti una sorta di popolo-
madre da cui erano derivati in gran parte i popoli italici succes-
sivi.13
Durante la guerra sociale14 i popoli della penisola si allea-
rono per combattere i Romani, celebrando la loro unione con
la coniazione di una nuova moneta: per ricordare la comune
origine dei combattenti venne impressa la scritta safim (Sabini).
L‟appellativo «Sabei» o «Sabiani» era impiegato nel Vicino O-
riente per identificare le solite élite indo-iraniche (Hyksos).
Quando gli Hyksos scesero dal Mar Nero in Mesopotamia alla
testa dei Gutei (nel 2600 a.C.), introdussero la circoncisione tra
i popoli di lingua semita. Ebbene, la parola «circoncisione» cor-
risponde al copto e proto-semita Sabé, da cui i Sabini prendo-
no il loro nome. Gli Egizi li chiamavano invece «Tursha» o
«Shekelesh» (Siculi).
Secondo i cronisti romani, il dio dei Sabini era Sabaot o Sa-
bo15, simile a Yahweh Sabaoth, il dio degli Ebrei nella letteratu-
ra profetica, tipicamente tradotto con «Signore degli Eserciti».
Ciò è tanto più importante se pensiamo che il monoteismo fu
portato in Palestina dagli Hyksos.
Gaio Giulio Igino, bibliotecario romano del I secolo a.C., so-
stiene la nostra tesi affermando che la patria dei Sabini era la
Mesopotamia o la Persia. Servio, nei Commentarii in Vergilii
Aeneidos libros, li dice seguaci di Sancus, figlio di una vergine e
del dio Medius Fidius. Nel libro dei Giudici (20; 21) i Sabei ap-
paiono all‟interno della tribù di Beniamino col nome di «figli di
Belial», ovvero di Baal-Saturno, molti dei quali saranno costret-
ti all‟esilio in seguito allo scoppio di una guerra. Nello stesso
contesto leggiamo l‟episodio del ratto delle donne di Shiloh,
riadattato più tardi alla storia romana come «ratto delle sabi-
ne».

149
Mentre Italo diventava re degli Enotri in Italia meridionale,
altri Hyksos occuparono l‟Italia centrale dando origine alla stir-
pe dei Sabini. Forse alcuni gruppi di Sabini arrivarono già nel
2400 a.C., ai tempi della rivolta di re Utukeghal.
Dai Sabini si separarono nel tempo alcuni sottogruppi,
compresi i Latini, che gettarono le fondamenta della nobiltà
romana. Secondo Pierre Sabak, linguista e simbolista, la di-
scendenza più pura degli Hyksos sarebbe da identificarsi con la
stirpe sabina dei Ramnes, il cui nome sarebbe stato poi distor-
to in «Romani». I Ramnes, scrive Sabak, «erano una classe no-
bile di aristocratici dal sangue blu, considerati i discendenti di
Romolo, il presunto fondatore di Roma».16
Per tutto il II millennio a.C., l‟Italia centrale, meridionale e
insulare si presentò come un‟unica cultura, ben contrapposta
alla civiltà padana delle palafitte. Mentre al Nord si cremavano
i defunti, al Centro-sud persistevano le sepolture. Gli archeolo-
gi ufficiali preferiscono non parlare di «civiltà sabina», privile-
giando termini più anonimi, come «civiltà appenninica» o «ci-
viltà proto-villanoviana», quest‟ultima per indicare l‟ultima fase,
alle soglie del X secolo a.C.
L‟arrivo degli Hyksos innescò l‟improvvisa erezione di for-
tezze megalitiche in Italia centrale: oltre cento larse coprirono
le cime dei colli, testimoni di un megalitismo che trovava nuo-
vo vigore in tutto il Mediterraneo.
Nelle larse sabine ci imbattiamo in somiglianze con
l‟architettura shardana: dentro la cinta di San Felice Circeo c‟è
una piccola radura con un‟apertura che immette in una struttu-
ra sotterranea. La costruzione ipogea si presenta come un
tronco di cilindro sormontato da una tholos, alla cui sommità
troviamo un camino circolare di 60 centimetri di diametro per
80 centimetri di profondità.17
L‟opera somiglia ai pozzi sacri sardi ed è costruita intera-
mente con blocchi irregolari di pietra calcarea che si incastrano
gli uni sopra gli altri esclusivamente a secco.

150
Politicamente i popoli sabini erano organizzati in una con-
federazione di dodici Stati indipendenti chiamata Manzaltu (il
Mezlum degli Etruschi che la copiarono). Potremmo pensare
che esistesse una corrispondenza tra Stati e segni zodiacali. In
tal caso è possibile che gli Shardana facessero parte di questa
confederazione e che per questo la parola «Shardana» sia tra-
ducibile in indo-iranico con «Sagittario».
Dal 1000 a.C. nuovi popoli si erano staccati dal nucleo sabi-
no, e questi eredi si riferivano al ceppo originario con la parola
Argei o Curetani. Quest‟ultimo deriva dal latino Curtius = «Cir-

151
concisi» e ci conferma la consuetudine della circoncisione ben
radicata nei Popoli del mare.
Esisteva nel foro romano un lago18, il Lacus Curtius («lago
dei circoncisi»), nel quale furono annegati i Sabini ai tempi del
ratto.19 Quel luogo si diceva che fosse infestato durante la not-
te dai fantasmi di streghe sabine. Varrone20, Dione Cassio21 e
Tito Livio22 riferiscono l‟idea secondo cui il lago era stato crea-
to da un fulmine o da un meteorite caduto dal cielo. Ecco che
ritorna l‟immagine del fulmine, associata, come abbiamo visto,
al simbolo del labrys e a Ercole, che non per caso appare nel
mito quale guida degli Argei. Nella larsa poligonale di Atina si
apriva una straordinaria porta dedicata a Ercole, custodita da
una colossale statua dell‟eroe rivestita in oro.23
Dopo il latino e leggendario Romolo, i primi re di Roma
(Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marzio) furono sabini. Il
loro successore, l‟etrusco Tarquinio Prisco, voleva togliere ai
Sabini il merito della fondazione dell‟Urbe e decretò di abbat-
tere il tempio dedicato al dio Sabaot-Saturno, manifestazione
del dio unico assimilabile al Baal siriano. Si narra allora
l‟accadimento di un miracolo:

Tarquinio chiamò il suo consigliere spirituale e profeta di corte,


l‟augure Attus Navius. L‟augure rispose «vedo ora venire da sinistra
uno stormo di colombe e mi dicono che la saggezza sabina non
dev‟essere cancellata». Il re Tarquinio era irritato: «Allora, divino Na-
vius, osserva ancora una volta il volo degli uccelli e dimmi se è possi-
bile quello che sto pensando in questo momento». [Rispose] «Sì, o
re, la cosa a cui tu pensi è perfettamente possibile!» Tarquinio allora
scoppiò a ridere e trasse fuori dal suo mantello un rasoio e una pietra
per affilarlo, dicendo: «Pensavo di chiederti se è possibile tagliare
questa pietra per mezzo del rasoio». Navio prese i due oggetti e Gio-
ve fece il miracolo: il rasoio tagliò a metà la pietra come fosse burro.
Così Tarquinio rinunciò al suo progetto.24

Questo miracolo è chiamato monstrum caementum, il


«prodigio della pietra tagliata» e potrebbe collegarsi all‟opus
caementicium, la tecnica di costruzione in mura poligonali im-

152
piegata dai Popoli del mare (da CAEMENTA = «pietre segate o
tagliate»).
La capitale sabina era Testrino o Vestina, vicina ad Amiter-
num. Fu distrutta dai Romani e i Sabini vinti fuggirono verso
l‟Adriatico dove furono chiamati Piceni.25

Il lago di Posta Fibreno

Un aneddoto cattura la nostra attenzione, riportato alterna-


tivamente da Varrone – sabino egli stesso –, Dionigi e Plutarco.
Essi descrivono l‟arrivo in Italia dei Sabini come un ritorno in
patria dei Pelasgi, sancendo in questo modo la discendenza
dei primi dai secondi:
I Sabini, scacciati dalle loro patrie, cercarono altre terre. I più si
riunirono a Dodona e, poiché erano incerti sul luogo dove fissare la
dimora, ricevettero dall‟oracolo questo responso: «Nella terra Satur-
nia dei Siculi e degli Aborigeni [Umbri] cercate Cotila, dove galleggia
un‟isola. Quando sarete giunti, offrite la decima a Febo, e sacrificate
teste ad Ade, e un uomo a suo padre». Fiduciosi nel responso
dell‟oracolo, dopo molte peregrinazioni, sbarcarono nel Lazio e sco-
prirono un‟isola, nel lago di Cutilia. Era come una grandissima zolla di
fango rappreso, o di terreno paludoso prosciugato, fitta di boscaglia
e d‟alberi cresciuti disordinatamente, e si spostava continuamente,
spinta dai flutti... Quando videro questo prodigio, compresero che
quella era la terra predetta dall‟oracolo; scacciarono i Siculi che la a-
bitavano e occuparono la regione.

Aggiunge ancora Plutarco: «La navigazione in Italia non era


che un ritorno in patria dei Pelasgi».26
Erodoto ed Eusebio fanno coincidere la succitata migrazio-
ne con lo scoppio di una carestia in Oriente, probabilmente la
terribile siccità che dilagò in Mesopotamia nel 2400 a.C. e che
si protrasse per circa 400 anni.
La stessa idea del ritorno è espressa da Virgilio nel libro III
dell‟Eneide: i Greci avevano superato le mura di Troia grazie
all‟imbroglio del cavallo e il principe Enea era fuggito tra le

153
fiamme con il vecchio Anchise sulle spalle. Incerto sul da farsi,
Enea si era fermato a Delfi per chiedere consiglio all‟oracolo, e
qui era stato spronato a raggiungere l‟Italia per trovare la terra
dei propri avi, i fondatori di Troia Dardano ed Elettra.
Nei pressi delle città di Arpino e di Atina si trova il lago di
Posta Fibreno. Il suo tratto caratteristico (forse unico in Europa)
era già citato da Plinio nella sua opera Naturalis historia: nel
lago si trova un‟isola galleggiante formata da rizomi, torba e
radici, in grado di spostarsi all‟interno del suo allagato con un
leggero alito di vento o con l‟aumento della portata delle sor-
genti, che pullulano lungo le rive del lago. Forse per la compo-
sizione chimica di tale isola, gli alberi che si trovano sulla sua
superficie non si sviluppano come i loro simili che hanno radici
sulla terraferma, ma divengono poco più di semplici arbusti. La
«Rota», così viene localmente chiamata l‟isola galleggiante, che
ha un diametro di circa 30 metri e una forma conica con la
punta rivolta verso il basso, quasi certamente venne originata
da un‟eccezionale corrente sotterranea che fece sollevare il
fondale di torba.
Ricapitolando: i Sabini furono scacciati dalle loro patrie in
Oriente, sarebbero giunti nel Lazio, avrebbero visto l‟isola di
Posta Fibreno e avrebbero allontanato i Siculi. In verità gli stes-
si Sabini erano chiamati Siculi e il popolo sconfitto aveva pro-
babilmente copiato il proprio nome dai vincitori. A tale propo-
sito era intervenuto, alla metà del XIX secolo, Angelo Mazzoldi
nella sua opera Delle origini italiche; qui aveva dimostrato che
il termine «Siculi» era impiegato talvolta nella Grecia classica
come sinonimo di «Pelasgi».
Un popolo di «Siculi» abita attualmente la Transilvania e
costituisce una minoranza etnica composta da 670.000 perso-
ne con una propria lingua. Piccoli gruppi si trovano anche in
Voivodina (Serbia). Tra le ipotesi sulla loro origine figura quella
scitica, sicché probabilmente il nome «Siculi» era già impiegato
per indicare gli Sciti.

154
Celti

Nelle liste dei Popoli del mare appare spesso la parola


«Danuna» che potrebbe identificare gli antenati dei Celti (detti
anche Galli, Galati, Cimmeri o Cimbri). Il mito irlandese si riferi-
sce infatti a un gruppo di Celti con il nome «Tùatha dé Dana»,
traducibile con «le tribù di Dan». Impossibile non pensare a
una stretta parentela con le genti shardana, specie se tradu-
ciamo il loro nome dal semita Sher-Dan = «Principi di Dan». A
tal proposito, il ricercatore Leonardo Melis ha evidenziato nu-
merose somiglianze fra le tradizioni e le arti dei Celti e quelle
dei Sardi:
– Se è vero che le abitazioni dei Celti erano perlopiù qua-
drate, questo non vale nelle zone periferiche, dove invece era-
no rotonde, organizzare in villaggi fortificati che ricordano i vil-
laggi nuragici della Sardegna. Secondo fonti greche le case ro-
tonde avevano inoltre il tetto a cupola (tholos);
– esiste una forte somiglianza tra la figura del Bardo celtico
e quella del «Cantadores a Ottavas» shardana;
– i Celti si schiarivano i capelli con acqua di gesso e li tene-
vano pettinati all‟indietro come i «Pheleset», appartenenti allo
stesso ceppo degli Shardana e forse da questi derivati;
– il tetrarca, il Judike e il governatore militare sono le figure
di potere che apparvero sia in Sardegna che presso i Celti;
– ogni volta che Roma si scontrava con i Celti, gli Shardana
si rivoltavano contro l‟esercito. «Sardi, Corsi, Istri e Illiri avevano
provocato rivolte contro gli eserciti di Roma e con i Galli si e-
rano avute sollevazioni»27;
– Quando Annibale giunse in Italia nel 218 a.C., i Galli Ci-
salpini si sollevarono contro Roma. Roma cercò allora aiuto fra
i Celti della Gallia e la loro risposta fu insolente: «Che sfaccia-
taggine è la vostra di pretendere che ci schieriamo contro i
Cartaginesi». Tra i mormorii si sollevò una risata generale. Non
ricevettero nessuna espressione amichevole fino a Marsiglia».28
In quanto fenicio, Annibale era infatti di sangue shardana.

155
Oltre a Melis ci sono altri orientalisti che sostengono
l‟origine fenicio-shardana delle tipiche torri rotonde
dell‟Irlanda, i cui soffitti interni sono evidentemente a tholos. È
ormai sicuro che i Popoli del mare avevano conosciuto la Gran
Bretagna in tempi remoti, come testimoniano le iscrizioni sulla
pietra Newton, in Scozia, nella regione di Dumfries e Galloway.
Si tratta infatti di una dedica al dio Baal redatta in lingua feni-
cio-shardana. Altri indizi sono forniti dai cronisti romani laddo-
ve descrivono gli efficientissimi carri da guerra dei Britanni,
pressoché identici ai carri da guerra diffusi dagli Hyksos in Me-
dio e Vicino Oriente. Ancora più intrigante è la rappresentazio-
ne incisa di un pugnale acheo in un masso di Stonehenge.
Sempre nei pressi di Stonehenge è emerso lo scheletro di un
ragazzo di 14-16 anni con indosso una collana d‟ambra, datato
col carbonio-14 a 3500 anni fa. Secondo le analisi chimiche sa-
rebbe di provenienza mediterranea.
Non è il primo scheletro «straniero» ritrovato in questo
luogo: pensiamo all‟arciere di Amesbury, un uomo che fu se-
polto 4000 anni fa con un tesoro di rame e oro, la cui tomba è
stata rinvenuta nel 2002. Sarebbe infatti originario delle Alpi,
probabilmente dal lato tedesco.
Il «ragazzo con la collana d‟ambra» sarebbe arrivato a Sto-
nehenge quando il monumento era già vecchio di 1500 anni.
Il linguista Giovanni Semerano riteneva che Celti e Sciti fos-
sero gruppi dello stesso popolo che chiamava Celto-Sciti.29
Che Sciti/Saci e Celti/Cimmeri formassero un unico popolo è
confermato dalle iscrizioni della Pietra di Behistun, sui monti
Zagros lungo una via carovaniera proveniente da Babilonia.
Dario il Grande aveva fatto eseguire le iscrizioni nel 515 a.C., in
tre lingue: babilonese, elamita e persiano. Dove le versioni e-
lamita e persiana riportano la parola «Saci», quella babilonese
usa il termine «Cimmeri».
Nel XII secolo a.C., le rivolte popolari in Grecia e Arzawa a-
vevano scardinato il potere degli Hyksos, costringendo questi

156
ultimi alla fuga verso il Mar Nero. Da qui avrebbero risalito il
Danubio, rimpolpati da altri gruppi di Sciti che erano ancora
stanziati sulle rive dello stesso mare. Alle sue sorgenti, nella
zona tra il Sud della Germania, l‟Est della Francia e il Nord della
Svizzera, queste élite si sarebbero stabilite fra la popolazione
dei cosiddetti «Campi di Urne». Il nuovo apporto culturale in-
nescò un processo evolutivo che si sviluppò pienamente nella
cultura di Hallstatt, il cui nome deriva da un importante sito ar-
cheologico austriaco a 50 chilometri da Salisburgo. La Cultura
di Hallstatt, con base agricola ma dominata appunto da
un‟élite guerriera, era inserita in una rete commerciale piutto-
sto ampia che coinvolgeva Greci, Sciti ed Etruschi. Intorno al VI
secolo a.C., da questa civiltà dell‟Europa centro-occidentale si
sviluppò senza soluzione di continuità la cultura celtica pro-
priamente detta: nella terminologia archeologica, la Cultura di
La Tène.
Opinioni simili alle nostre sono espresse da David Icke ne Il
segreto più nascosto.30 Secondo Karl H. Schmidt, le tracce di
una componente scitica nei Celti sarebbero evidenti nella lin-
gua:

le relazioni dialettali veramente antiche del celtico sarebbero col


greco e l‟indo-iranico [quindi scitico]. Per esempio, in tutte e tre que-
ste lingue sono frequenti gli antroponimi solenni che consistono in
composti, che mancano invece in ittita e latino; in celtico si trova il
maggior numero di elementi del linguaggio poetico indoeuropeo,
che ha la sua massima espressione in greco e in indoiranico. Tutto ciò
suggerisce l‟appartenenza del celtico allo stesso ambito di questi altri
due gruppi di lingue.31

Nella lingua dei Celti troviamo i segni dello stanziamento in


Mesopotamia degli Sciti. La parola «druidi», usata per indicare
i sapienti, deriva dall‟accadico duru = «continuità, permanen-
za», col suffisso greco -idi = «conoscere, vedere». Quindi i
druidi erano i «conoscitori dell‟eterno». Anche il tema -idi in
realtà è un prestito accadico, passato prima nel greco e poi nel
celtico, trovandosi nell‟accadico wadum = «sapere». La divinità

157
celtica Rosmerta, la «Vergine delle fonti» deriva il suo nome
dall‟accadico rahasu = «lavare, bagnare» + mertu = «fanciulla,
ragazza». Anche il nome di Beleno, divinità delle acque saluti-
fere e dio tutelare di Aquileia, deriva dall‟accadico belu = «si-
gnore» + enu = «sorgente». Il dio Esus, a cui si offrivano vite
umane, trova corrispondenza con l‟accadico ezu, ezzu = «terri-
bile». Il nome Teutanes, associato al dio protettore di alcune
comunità, significa appunto in accadico «della comunità, della
cittadinanza». Il dio Taranis, considerato che la ruota a quattro
raggi era attributo della divinità, si spiega con l‟accadico taru =
«giro» + Anu = «dio del Cielo». L‟Ercole celtico, infine, era det-
to Ogmio, dall‟accadico agamu = «essere furioso». Il nome del
classico simbolo irlandese, il trifoglio (shamrock), deriva invece
dall‟egiziano shamruck, un termine che indicava qualsiasi pian-
ta a tre foglie.
La penetrazione dei Celti in Spagna e lungo le coste atlanti-
che della Francia risale all‟VIII-VII secolo a.C., ancora in epoca
hallstattiana. Più tardi, quando già avevano sviluppato la Cultu-
ra di La Tène, i Celti raggiunsero la Manica, la foce del Reno,
l‟attuale Germania nordoccidentale e le Isole britanniche; anco-
ra successiva (inizio IV secolo a.C.) fu l‟espansione verso le at-
tuali Boemia, Ungheria e Austria. Contemporanei a questi ulti-
mi movimenti furono gli insediamenti in Italia settentrionale,
centrale e nella Penisola balcanica. Nel III secolo il gruppo dei
Galati passò dalla Tracia all‟Anatolia, dove si stanziò definiti-
vamente. L‟avanzata fu favorita principalmente dalla superiori-
tà tecnica delle armi in possesso dell‟élite guerriera32, che gui-
dò questi popoli durante le migrazioni. Vale la pena confronta-
re gli immensi tumuli funerari realizzati dai Celti nella zona di
Brú na Bóinne, in Irlanda (Newgrange, Knowth, Dowth,...), con i
Kurgan sciti di Ordzhonikidze, in Ucraina (Tolstaja Mogila).
Di questi movimenti troviamo memoria nel ciclo mitologico
delle invasioni d‟Irlanda, a cui accennava l‟alessandrino Tima-
gene nel I secolo a.C., riportato da Ammiano Marcellino nelle
sue Storie nel IV secolo d.C. Fu messo per iscritto in una forma

158
più completa solo nel IX secolo da Nennio33 e da Màel Mura di
Othain34, oltre che dall‟anonimo autore della contemporanea
Storia di Tuàn figlio di Cairell. Il materiale fu organizzato sotto
forma di poemi indipendenti tra il IX e il X secolo dai quattro
bardi Eochaid ùa Flàinn (936-1004), Flànn Mainistrech mac E-
chthigirn (1056), Tanaide (1075) e Gilla Coemàin mac Gilla
Samthainne (1072). I vari poemi furono poi adattati in una
struttura unitaria dall‟anonimo autore del Libro delle Invasioni
nella seconda metà dell‟XI secolo. Questa presenta analogie
con altri miti analoghi dell‟area indo-europea, dimostrando
che il redattore aveva seguito uno schema tradizionale.
Il ciclo delle invasioni descrive l‟arrivo dei Celti in Irlanda at-
traverso cinque grandi migrazioni e le genti coinvolte avrebbe-
ro avuto tutte un‟origine scita. I primi furono i Partoloniani
(giunti direttamente dalla Scizia attraverso il Danubio e il Re-
no), a cui seguirono i Nemediani, i Fir Bòlg e i Tùatha dé Dana
(tutti e tre genti greche di origine scita), e infine i Milesi (Sciti
già insediati in Francia). Possiamo osservare in questi movi-
menti la diffusione della cultura celtica in Europa. Nei Neme-
diani vediamo quegli Achei che dopo la rivolta del 1200 a.C.
abbandonarono la Grecia per fuggire verso nord.
Si legge che in parte i Nemediani lasciarono più tardi
l‟Irlanda per fare ritorno in Grecia, ma non furono accolti e
vennero anzi schiavizzati. Del resto in Grecia non regnavano
più le élite scito-achee (Hyksos), rovesciate dal popolo (Eoli,
Ioni) che aveva eletto al loro posto i cosiddetti re-pastori. Cin-
quemila Nemediani, forse approfittando del caos dovuto alla
guerra, riuscirono a rubare la flotta di un re greco e a fuggire
di nuovo verso l‟Irlanda: costoro furono chiamati Fir Bòlg (gli
uomini di Bòlg, il «Builc» di Nennio).
Alcuni tra i Nemediani scesero a patti con i Greci e li aiuta-
rono addirittura nella guerra contro i Filistei, gli alleati tradizio-
nali dei Celto-Sciti. Questi erano i Tùatha dé Dana, contro i
quali si scatenò l‟attacco vendicativo dei Filistei, che li respinse
a nord. Prima di tornare anch‟essi in Irlanda (dove li aspettava

159
la guerra contro i Fir Bòlg) fecero tappa in Norvegia e
sull‟arcipelago delle Solovetsky nel Mar Bianco, un sito a cui
rivolgeremo le nostre prossime esplorazioni.
Nel ciclo delle invasioni troviamo infine la storia di Nel, sci-
ta emigrato in Egitto. Secondo Nennio era un nobile, invitato
in Egitto da Akhenaton, il quale gli avrebbe dato in sposa sua
nipote, la principessa Merytaten-Tasherit (aka Scota). Il motivo
di un tale onore lo troviamo nella volontà di saldare un legame
col padre di Nel, Féinius Farsaid, tra i più competenti nello stu-
dio delle 72 lingue nate a Babele. Nel facilitò la fuga di alcuni
schiavi madianiti, probabilmente con l‟appoggio dello stesso
faraone, il quale non poteva agire da solo per non destare so-
spetti nella classe sacerdotale tebana. Nel fu comunque co-
stretto a fuggire con la sua famiglia, prima in Spagna e poi in
Irlanda. Scota trovò invece la morte in una battaglia tra i Milesi
e i Tùatha dé Dana.
In Gran Bretagna, Lorraine Evans ritrovò alcuni tumuli fune-
rari i cui corpi erano adorni di gioielli egizi del periodo di A-
khenaton (1360-1343 a.C.). Al British Museum si possono am-
mirare altri gioielli dello stesso tipo provenienti da tutto il Me-
diterraneo, compresi alcuni scarabei recanti il nome del farao-
ne. A questi si aggiungono le maioliche egizie ritrovate a Tara,
vicino a Dublino, risalenti al I millennio a.C..
Gli antichi Egizi erano però estranei alla navigazione d‟alto
mare: le materie prime importate da Kush (Sudan), Yam (Saha-
ra orientale) o lo stagno dello Zimbabwe seguivano il corso del
Nilo, le rotte carovaniere e la navigazione lungo costa. I viaggi
più insidiosi toccavano quindi ai marinai shardana, al servizio
dei faraoni e di altri re del Mediterraneo già secondo la corri-
spondenza di El-Amarna (XIV secolo a.C.). In Sardegna sono
abbondanti i ritrovamenti di materiale egizio: si pensi ai quat-
tromila scarabei trovati nel sito di Tharros, sui quali appare an-
cora il nome di Akhenaton. Questi era di sangue hyksos da
parte di madre e intratteneva rapporti cordiali con gli Shardana
stanziati in Egitto; è possibile pertanto che i viaggi marini e o-

160
ceanici degli antichi Egizi avvenissero su navi sarde, e quindi
proprio i Sardi avrebbero potuto portare in Gran Bretagna la
principessa Scota, il nobile Nel e i vari monili di quel periodo.
Testimone dei rapporti tra Egitto e Sardegna (oltre ai 4000
scarabei rinvenuti a Tharros) è anche una Sfinge di 8 metri ri-
trovata a Sinis. Abbiamo infine una tavola geroglifica con invo-
cazione alla Triade di Tebe e raffigurazione sul retro, scoperta
novant‟anni fa a Tharros e riportata all‟attenzione della stampa
da Melis, insieme ad altre statue egizie.

Tùatha dé Dana

Resta da discutere l‟interpretazione proposta da Melis che


traduce «Tùatha dé Dana» con «tribù (ebraica) di Dan»; benché
Tùatha in irlandese significhi «le tribù» (legato al celtico conti-
nentale teuta > touta), Dana è il termine irlandese dán = «arte,
facoltà, capacità», declinato al genitivo. Dé è il genitivo di dia =
«dio». Quindi Tùatha dé Dana dovrebbe significare «le tribù
del dio dell‟arte». Il Libro delle Invasioni fa discendere queste
tribù dagli dèi Brian, Iuchar e Iucharba, gli «abili nell‟arte drui-
dica».
Tuttavia bisogna considerare la possibilità che non si tratti
di dé, ma di de, come a volte si trova nei manoscritti; in irlan-
dese de è la preposizione «di», proprio come nelle lingue neo-
latine: in tal caso la corretta interpretazione dell‟etnonimo sa-
rebbe semplicemente la «Tribù di Dana». Saremmo quindi più
vicini all‟interpretazione di Melis, considerato che (1) esistono
precise tradizioni secondo cui un gruppo di Celti discendereb-
be dalla tribù ebraica di Dan. Sono questi i Sigambri, gli adora-
tori dell‟orso; (2) Dana potrebbe indicare un‟altro tipo di arte,
quella della guerra. Nel Pentateuco la Tribù di Dan è descritta
infatti come un‟«amante dell‟arte della guerra».
Alcuni autori ritengono invece che il termine Dana indicas-
se in questo contesto la Dea madre. Si tratterebbe della Signo-

161
ra delle selve, protettrice degli animali e custode delle fonti.
Quando il mondo celtico venne assorbito da quello romano, la
figura di Dana sarebbe stata fusa con quella di Artemide, la
dea della caccia importata dalla Grecia. Il suo nome sarebbe
stato corrotto in Diana dalla pronuncia latina, ma il suo anima-
le-simbolo sarebbe rimasto l‟orso, lo stesso animale venerato
dai Celti-Sigambri.
Narra la leggenda che quando i Tùatha dé Dana furono
sconfitti dai Milesi, il trattato di pace previde che i primi andas-
sero a vivere in un regno sotterraneo, a cui si poteva accedere
solo attraverso «colline cave» situate in Irlanda. Si diceva che i
Tùatha dé Dana fossero una razza di giganti guerrieri, che di-
vennero sempre più piccoli man mano che si adattarono a vi-
vere sotto terra. Le stesse cose in Irlanda si narrano a proposito
dei Firbolg, dei Fomori e dei Nemediani, che furono anch‟essi
sconfitti e spinti sotto terra dove, si dice, persero la loro gigan-
tesca statura.35
I Druidi avrebbero continuato a usare le conoscenze dei
Tùatha dé Dana sulla superficie e i loro graduati maggiori (Ar-
ci-Druidi) si sarebbero stabiliti su alcune isole, nella convinzio-
ne che la terra circondata dall‟acqua racchiudesse un‟energia
particolarmente potente. Queste isole erano l‟isola di Man nel
mare d‟Irlanda (dove sorgeva un‟antica scuola misterica dei
Tùatha dé Dana), l‟isola di Anglesey, al largo delle coste del
Galles settentrionale, l‟isola di Wight o «isola del drago», al
largo delle coste meridionali dell‟Inghilterra, e infine l‟isola di
Iona, al largo della costa scozzese. Gli Arci-Druidi erano indicati
da sette uova di serpente raffigurate sul petto. È quindi curioso
che anche la dea Diana venisse rappresentata con delle uova
sopra il petto.36
In un libro del 1833 intitolato Phoenician Ireland, Joachim
de Villeneuve sosteneva che i druidi irlandesi fossero eredi dei
«sacerdoti serpenti» dei navigatori fenici. Questo spiegherebbe
l‟origine del «Balor dall‟occhio malvagio», la versione irlandese

162
di Baal, nonché la celebrazione di maggio in suo onore, il Bel-
tane.
Gli iniziati druidi erano divisi in tre livelli come gli iniziati es-
seni e i moderni massoni: il primo livello era rappresentato dai
Vati, vestiti di verde, colore che per i druidi rappresentava la
sapienza. Il secondo era occupato dai Bardi, che vestivano di
azzurro cielo, simbolo dell‟armonia e della verità. Essi avevano
il compito di memorizzare una parte dei 20.000 versi della po-
esia druidica, all‟interno della quale si nascondevano i «miste-
ri». Il terzo livello, quello dei Druidi propriamente detti, indos-
sava una veste bianca, colore simbolico della purezza e del So-
le.

Storia di Tuàn, figlio di Cairell

Esiste in realtà una tradizione che collega direttamente i


Tuatha dé Dana al popolo ebraico e alla tribù di Dan, scaval-
cando di netto il ragionamento di Melis. Alla sezione prece-
dente abbiamo notato che alcuni tra i Nemediani ritornati in
Grecia si trovarono ad affrontare i Filistei, e che da questi re-
spinti risalirono verso nord per tornare in Irlanda. Prima di at-
traversare la manica avrebbero fatto una lunga sosta lungo le
rive del Reno tra Francia e Germania. Alcuni avrebbero scelto
quelle sponde per stabilirvisi in pianta stabile, piantando i semi
della futura tribù dei Celti-Sigambri. Possiamo collocare questi
eventi tra il 1.000 e l'800 a.C..
Secoli più tardi, credendo alle saghe, sarebbero entrati in
contatto con tale «Ion (Tuàn), figlio di Kari (Cariell)». Costui po-
trebbe essere Johanan figlio di Kareah, principe della linea di
Davide e leader degli ebrei esiliati a Babilonia tra il 587 e il 538
a.C.. Kareah era fratello minore di Giosia, re di Giudea dal 640
al 609 a.C.. Quando i Babilonesi attaccarono la regione, sul tro-
no c‟era il cugino di Johanan, Zedekiah di Dan. Era il 587 a.C. e
i Babilonesi giustiziarono sia il re che i suoi figli, così che Joha-

163
nan si trovò primo tra i pretendenti. Johanan fomentò una ri-
bellione che avrebbe voluto liberare la sua terra e portarlo sul
trono ma, dopo un vano tentativo, fu costretto a riparare in E-
gitto insieme a un gruppo di rifugiati. Tra questi figuravano le
figlie di Zedekiah, il profeta Geremia e il suo scriba Baruch37.
Cinque anni più tardi, mentre un altro esercito babilonese
avanzava in direzione di Giuda, il principe Johanan pianificò
una seconda fuga e condusse un altro gruppo di rifugiati verso
una terra straniera e sconosciuta. Nei testi latini sono chiamati
Plebes-Dei, reso in gaelico da Tùathe-De. Scrive Geremia in
15,14: «Ti renderò schiavo dei tuoi nemici in una terra che non
conosci, perché si è acceso il fuoco della mia ira, che arderà
contro di voi». Qui si ferma il racconto biblico, ma le saghe ir-
landesi raccontano che in quei giorni si trovava in visita a Ge-
rusalemme il principe irlandese Eochaid, figlio del re di Ierne, e
che costui si sarebbe fidanzato con una figlia di Zedekiah, Ta-
mar. La leggenda deve contenere un briciolo di verità, conside-
rato che Eochaid appare nella lista di Rumor tra i membri
dell'Occhio che Tutto Vede, esattamente nel periodo in que-
stione e nel mezzo di nomi ebraici.
Eochaid avrebbe invitato Tamar e gli altri rifugiati (guidati
da Johanan) in Irlanda, dove sarebbero approdati nel 582 a.C..
Anch'essi avrebbero fatto sosta sulla rive del Reno, stabilendosi
qui per tre anni e convivendo pacificamente con i Celti.
I reali di Giuda avrebbero quindi raggiunto in barca le isole
britanniche, stabilendosi in Irlanda sotto la protezione del re di
Ierne e assumendo infine il nome Tuatha dé Dana. Vivendo
prima da raminghi, dopo qualche tempo si sarebbero stabiliti
nella contea irlandese di Meath. Secondo gli annali irlandesi, il
primo re dei Tùatha dé Dana sarebbe stato proprio «Tuàn, fi-
glio di Cariell».
I rifugiati avrebbero portato con sé tre oggetti: l‟arpa di
Davide, da cui deriva l‟emblema dell‟Irlanda38; l‟Arca
dell‟Alleanza39; e una pietra sacra, chiamata «il cuscino di Gia-

164
cobbe» (Eben Shetiyah), sulla quale venivano incoronati i primi
re d‟Irlanda, seguiti dai re di Scozia e infine d‟Inghilterra40.
I Tuatha dé Dana divennero presto una grande tribù e die-
dero all‟Irlanda almeno tre re: Ion (Tuàn o Johanan), Con (A-
ran)41 e Dua (Ch) detto «l‟oscuro» (r. 250 a.C. ca.). Essi fondaro-
no alcune colonie in Britannia, compresa quella dei Brigantes o
Britanni, che si insediò nella regione attorno al 500 a.C.. e che
evidentemente le diede il nome. Tra i re citati, Dua fu il padre
del principe britannico Cas (cassita?) detto «l‟esule» (padre di
Huu/Ugo «il forte»); così la casa reale britannica della tarda età
del ferro non sarebbe altro che un ramo collaterale della dina-
stia di Davide.
Alcune versioni del ciclo irlandese sostengono che pure i
Milesi fossero discendenti dei Tùatha dé Dana, sebbene diffe-
renziati da una lunga permanenza in Gallia. Nel 250 a.C. sareb-
bero tornati in Irlanda e avrebbero ridotto al vassallaggio i loro
stessi consanguinei. In tal caso esisterebbe una linea dinastica
che dalla moderna casa reale inglese si connette alla stirpe da-
vidica.
I Tuatha dé Dana non sono comunque la sola tribù irlande-
se legata a Israele. Già nel 600 a.C. erano giunte in Irlanda
nuove genti chiamate Erinioi (Eireans, Erneans, Erainn o Ereinn),
un nome che assomiglia a «Eraniti», riferito quest‟ultimo alla
classe governante della tribù di Efraim. L‟isola doveva a loro
l‟antico nome di Eire o Ierne.

Erinioi

Le origini degli Erinioi risalgono al 722 a.C., quando il regno


di Israele era crollato sotto i duri colpi dell‟attacco assiro. Ne
era seguita la deportazione in massa degli Ebrei in Mesopota-
mia, classe sacerdotale compresa. Il ramo erinita si innesta
all‟albero ebraico della tribù di Efraim, come si legge in Numeri
26,35-36:

165
Ecco i figliuoli di Efraim secondo le loro famiglie: da Shuthelah di-
scende la famiglia dei huthelahiti; da Beker, la famiglia dei Bakriti; da
Tahan, la famiglia dei Tahaniti. Ed ecco i figliuoli di Shuthelah: da E-
ran è discesa la famiglia degli Eraniti.

Secondo i biblisti, gli Eraniti avrebbero lavorato assidua-


mente, tra non poche difficoltà, per preservare le tribù disperse
d‟Israele. Temevano infatti che, scomparendo le tribù, alcune
profezie non avrebbero trovato compimento; e, se riuscirono
nei loro intenti, è evidente che le tribù continuarono a esistere
sotto altri nomi.
Tra il 612 e il 609 a.C. l‟impero assiro fu spartito tra i Medi
di Ciassarre e i Caldei (Babilonesi) di Nabopolassar, così che il
territorio d‟Israele passò a questi ultimi. Poco dopo alcuni sa-
cerdoti tornarono in Samaria per ripristinare il culto di Yahweh,
dando vita alla «comunità degli Ebrei samaritani», mentre altri
membri della famiglia sacerdotale samaritana si unirono ai Za-
dokiti di Giuda.
Gli Ebrei della tribù di Efraim ritornarono tra gli Sciti e sta-
bilirono un insediamento temporaneo a nord del Mar Nero. Da
qui fecero un viaggio di un anno e mezzo verso un luogo
chiamato «Arzareth», il cui nome è una contrazione delle paro-
le «erez» (terra) e «aheret» (altra), quindi «altra terra». Quell‟
«altra terra» è identificata con l'Irlanda sulla base di alcuni versi
dei profeti Isaia e Geremia42.
I Milesi, Sciti trapiantati in Gallia, conquistarono il regno di
Ierne attorno al 300 d.C. e spinsero gli Erinioi verso l‟Ulster (Ir-
landa del Nord) dove si divisero in due gruppi: i Dal-Reti (in
seguito migrati in Scozia) e i Dal-Fiatach.

Merovingi

Non tutti nel gruppo di Johanan approdarono in Irlanda e


diventarono i Tùatha dé Dana. Metà di loro si fermò sulle rive
del Reno dove abbiamo visto si trovavano già alcuni gruppi di

166
Celti. La fusione tra il «mezzo-gruppo» di Johanan e i Celti co-
stituì la tribù dei Sigambri. Fredegario, storico della Burgundia
del VII secolo, nella sua Cronaca scrive che i Sigambri erano
(come gli altri Celti) una «dislocazione» degli Sciti.
Dalla metà del I secolo a.C., la tribù celtica dei Sigambri43
abitava lungo la riva destra del medio corso del Reno, tra i
fiumi Lippe e Sieg. Questa zona costituiva un punto di contatto
e di confine tra i popoli celti e i popoli germanici. Nel 55 a.C.
Cesare decise di passare per la prima volta il Reno, nei pressi
dell‟attuale città di Colonia, volgendo poi le sue otto legioni
verso nord, dove per diciotto giorni mise a ferro e fuoco i terri-
tori dei Sigambri. L‟episodio fu la causa scatenante di un con-
flitto che si protrasse con successi alterni in Francia e in Ger-
mania durante il regno dell‟imperatore Ottaviano Augusto (27
a.C.-14 d.C.). Quando Roma ebbe occupato i territori compresi
tra i fiumi Reno e Weser, i Sigambri si dimostrarono i più restii
a sottomettersi al giogo romano, nonostante fossero stati bat-
tuti pesantemente dalle legioni del futuro imperatore Tiberio
(8 a.C.). Augusto, dopo aver ricevuto un‟ambasceria da parte
del loro re Melo, mandò in esilio con l‟inganno gran parte di
loro in alcune città della Gallia. I Sigambri, mal sopportando la
prigionia, si diedero la morte volontariamente.
Nei primi secoli dopo Cristo la cultura celtica fu estirpata
dall‟Europa, per opera sia dei Romani sia dei Germani. I primi
operarono una latinizzazione dei popoli sottomessi, determi-
nando la scomparsa delle loro lingue originali; la cultura si
sfaldava attraverso l‟estensione della cittadinanza romana e
l‟integrazione nelle strutture politiche imperiali. In Inghilterra e
Galles il processo fu parziale e la cultura celtica riuscì a soprav-
vivere fino al V secolo, quando i popoli germanici degli Angli,
dei Sassoni e degli Iuti scesero dalle attuali Scandinavia e Da-
nimarca. Gli ultimi baluardi furono l‟Irlanda, la Scozia e l‟isola di
Man, germanizzati dai Vichinghi nel X secolo.
L‟unica eccezione all‟estirpazione culturale celtica sembra-
no proprio i Sigambri. I sopravvissuti allo sterminio dell‟8 a.C.,

167
nel 9 d.C. annientarono tre legioni comandate da Publio Quin-
tilio Varo nella foresta di Teutoburgo. Contro di loro e i loro
alleati furono pertanto condotte sanguinose campagne da par-
te dei generali romani Tiberio (nel 10-11 d.C.) e Germanico (nel
14-16 d.C.). Dopo questi episodi sembra che i Sigambri non
crearono problemi fino ai tempi dell‟imperatore Caracalla,
quando si fusero nella federazione di genti germaniche dei
Franchi, costituitasi a ridosso del limes della Germania inferio-
re, al principio del III secolo d.C. Si trovava quindi una sola tri-
bù celtica in quello che sarebbe stato, dopo il crollo di Roma, il
regno germanico dei Franchi. Ma proprio da questa tribù di-
scesero i più discussi e leggendari regnanti d‟Europa: i Mero-
vingi. Questi erano adepti occulti, iniziati a scienze arcane, pra-
ticanti arti esoteriche, guaritori, in poche parole erano i druidi
dei Celti, i re-sacerdoti delle élite indo-iraniche.
I sovrani merovingi erano detti «re orsi», un titolo che ci
porta ad Artù, leggendario sovrano celtico il cui nome corri-
sponde all‟antico britannico Arto-rig = «re orso». L‟appellativo
esisteva già nella valle dell‟Indo per indicare gli appartenenti
alla confraternita dei Sette Sapienti, i Riksha = «gli orsi». Artù
in particolare era rosso di capelli, con occhi verdi e pelle chiara,
soprannominato rudvawc, termine celtico che significa «deva-
statore rosso».44
La sua figura è di nuovo simile a quella di Ercole, se non al-
tro per i comuni natali. Si racconta che Zeus avesse preso
l‟aspetto del re di Tirinto Anfitrione per portarsi a letto la regi-
na Alcmena. Dal loro incontro era nato Ercole. Allo stesso mo-
do il re d‟Inghilterra Uther Pendragon aveva assunto le sem-
bianze del duca di Cornovaglia, stavolta con l‟aiuto di mago
Merlino. Così aveva fatto visita alla duchessa Igraine e aveva
lasciato in lei il seme di Artù.
Le vicende arturiane sono ambientate nel V secolo e sono
pertanto contemporanee all‟ascesa al trono dei Merovingi. Nel
Parzival di Wolfram von Eschenbach (scritto nel 1210), la corte
di Artù si trova addirittura a Nantes, in Francia.

168
Secondo la tradizione, i Merovingi sarebbero originari della
regione greca dell‟Arcadia, la terra protetta da Diana, il cui a-
nimale sacro era l‟orso (in greco arkas). Si narra che una regina
sigambra di nome Argotta fosse stata violentata dal senatore
romano Quintus Taurus (soprannominato «Principe di Dan»,
«Bestia di Poseidone» o «Dan, il re del Mare»). Da questa vio-
lenza era nato Clodion (chiamato «il capellone»), il quale era
stato adottato e allevato da Pharamond (Faramund), padre di
Argotta e discendente di san Giuseppe d‟Arimatea.
Il padre di Faramondo era Frotmund, duca di Provenza e
cugino del prefetto di Vienna. Cugino di entrambi era il mar-
chese di Settimania, membro della famiglia ebraica dei Kyria-
kon.
Clodion introdusse nella propria dinastia la consuetudine di
portare i capelli lunghi, in onore del loro antenato più famoso:
Sansone della Tribù di Dan. Clodion era soprannominato Me-
rovee (letteralmente, «proveniente dal mare») e i suoi discen-
denti presero il nome di Merovingi, re dei Franchi fino al 751
d.C.45
Prima di andare avanti notiamo che il nome Argotta è deci-
samente simbolico: i dizionari definiscono la parola argot come
«il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono inte-
ressati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli
altri che stanno intorno».
L‟élite indo-iranica che originò i Celti (e quindi i Sigambri) è
la stessa che sviluppò la religione ebraica e diede i propri re a
Gerusalemme, a partire da Saul e Davide. È allora comprensibi-
le che gli Ebrei del I secolo si rifugiassero presso i Celti per
sfuggire alle persecuzioni romane. Così Giuseppe d‟Arimatea
avrebbe riparato in Inghilterra e la Maddalena tra i Sigambri.
Nel ciclo bretone leggiamo che il castello di Parsifal, discen-
dente di Giuseppe d‟Arimatea, si trovava a Sion, in Svizzera, al
centro dell‟area di origine celtica. Così anche il castello che
conserva il Graal è posto dalla tradizione sui Pirenei francesi.

169
Alcune tradizioni vorrebbero i Merovingi tra i discendenti
della tribù ebraica di Beniamino (Jacopo da Varazze, Legenda
Aurea). Abbiamo già visto come il libro dei Giudici ponesse i
Sabini (= «i circoncisi») proprio all‟interno dei Beniaminiti.
La Liber Historiae Francorum, opera anonima del 727, af-
ferma invece che dopo la caduta di Troia e della sua élite indo-
iranica, dodicimila Troiani guidati da Priamo e Antenore si spo-
starono lungo il fiume Tanais (Don). Si sarebbero insediati in
Pannonia vicino al Mar d‟Azov e avrebbero fondato una città
chiamata Sicambria per spostarsi, secoli più tardi, verso il Reno.
Antenore è ritenuto inoltre il fondatore di Padova e il caposti-
pite dei Veneti.
Una variante di questa storia può essere letta anche in Fre-
degar, e racconti analoghi continuarono a sorgere più volte in
modo oscuro nella letteratura medievale europea. Molto simile
è la notizia riportata da Livio e Virgilio che fanno risalire il po-
polo dei Celti Britanni a un teucro di nome Bryttys, un nipote
di Enea a cui si ascrive la fondazione di Londra con il nome di
Caer (nuova) Troia, oggi Londra.
Si tratta probabilmente di costruzioni fantastiche, ma moti-
vate dalla comune origine indo-iranica di Celti, Merovingi, E-
brei, Troiani e Shardana. Va sottolineato ancora che non si sta
parlando di popoli nella loro interezza, ma di gruppi di potere
che ne avrebbero condizionato la cultura e le usanze. Così è
naturale che Celti, Shardana ed Ebrei indicassero col titolo di
«Giudice» colui che deteneva il potere, rifacendosi a un uso già
presente negli indo-iranici al loro arrivo in Medio Oriente.
Attraverso i Franchi, alcuni tratti indo-iranici potrebbero es-
sersi trasmessi ad altri popoli germanici. Così si spiega come in
epoca romana una delle tribù vandale più forti fosse quella dei
«Sardones». In Africa, nel 430 d.C., i Vandali si allearono con i
Libici (Libu) della Mauritania, tradizionali alleati dei Sardi, con i
quali si sarebbero poi trasferiti in Sardegna nella zona del Sul-
cis. Ancora oggi vi troviamo i loro discendenti Maurreddos o
Maurredidinos. Durante la presa vandala di Cartagine (città fe-

170
nicia e quindi shardana), «le popolazioni aprivano le porte ai
liberatori»46, che riconoscevano più vicini dei Romani.
L‟italiano Marco Bulloni47 appoggia in parte le tesi di Icke,
ipotizzando che pure i capi dei popoli germano-scandinavi a-
vessero avuto antenati sciti, arrivati sulle coste settentrionali
d‟Europa seguendo il corso dei fiumi Dvina e Onega. Secondo
il mito, l‟eroe scandinavo Odino sarebbe giunto da Asaland o
Asaheim, che guarda caso corrisponde alla Scizia. Si dice che
da lì Odino avesse guidato un grande esercito verso setten-
trione alla conquista della Svezia. Tale esercito era chiamato
«Svear» e in svedese «Svezia» si dice ancora «Sverige», «Terra
dello Svear». Del resto, se pensiamo a un popolo di «rossi»
non possiamo ignorare i Vichinghi, gente che in fatto di navi-
gazione non aveva nulla da invidiare agli Shardana. È altresì
noto che i Vichinghi di maggior rango fossero più alti dei pro-
pri sudditi, un fatto che viene collegato alla migliore alimenta-
zione ma che potrebbe indicare una diversa razza di apparte-
nenza. Bulloni ha identificato un tempio sull‟isola Grande Solo-
vetskij (nel Mar Bianco) dove i dieci re dei dieci popoli di origi-
ne scitica (compresi i Popoli del mare) si sarebbero incontrati
per formulare accordi internazionali. Qui avrebbero prestato
giuramento di fronte a una coppia di colonne che riportavano
antiche leggi, celebrando insieme il sacrificio di un toro sacro
allevato dai sacerdoti del tempio. Ecco allora perché i racconti
di Omero sembrano ambientati nel Mar Baltico: si tratta di rac-
conti ascoltati dai Greci nel tempio del Mar Bianco e trasposti
solo in seguito nel Mar Mediterraneo.48

Capetingi e Angioini

Secondo lo storico Diodoro Siculo, la casa reale celtica del-


la Gallia preromana avrebbe avuto inizio con l‟incontro tra il
solito Ercole e la regina Keltine Galatea, vissuta tre generazioni
in anticipo sulla guerra di Troia. Questa era figlia del re dei Mi-

171
lesi, Narbos, ultimo discendente maschio del capo scita Samo-
thes (2000 a.C.).
Ercole e Keltine sono i genitori «tradizionali» di Albiorix-
Toutatis Galates, capostipite della tribù dei Menapi di Cassel
(Cassiti?), un ramo dinastico da cui sarebbero sorte le maggiori
famiglie aristocratiche della Gallia imperiale. Alle stesse fami-
glie appartenevano i più grandi feudatari della Francia medie-
vale, tra cui gli Angioni e i Robertingi (poi Capetingi, re di
Francia dal 987).
Intorno al 700 d.C. i Robertingi si imparentarono con la ca-
sa di Mar Zutra, una nobile famiglia ebraica che era rimasta in
Mesopotamia alla conclusione dell‟esilio babilonese (538 a.C.).
A questa casa apparteneva il re nominale di Giudea, Hananiah
ben David. Sua figlia, Sussanah ha Geveret49, sposò il rabbino
Judah Zakkai e la coppia si spostò in Francia dove concepì un
figlio chiamato Theodorik Machir (Teodorico d‟Aquitania nelle
liste di Rumor). Intorno al 750 Teodorico sposò Aude d‟Heristal
(figlia del maestro di palazzo Carlo Martello e di Rotrude di
Trèves, figlia quest'ultima del conte Lambert de Hesbaye, di-
scendente di Albiorix Galates e antenato dei Robertin-
gi/Capetingi). Il matrimonio gli guadagnò alcuni feudi nella re-
gione dell‟Orange insieme ai titoli di conte di Autun e duca di
Settimania (Francia meridionale). Nel 768 il re di Francia Pipino
il Breve (figlio di Carlo Martello) lo definì «il seme della casa
reale di Davide». Con la stessa espressione fu descritto più tar-
di in una corrispondenza diplomatica tra Carlo Magno e Harun
al-Rashid (802)50, califfo di Baghdad della dinastia degli Abba-
sidi e protagonista de Le Mille e una notte. Harun aggiungeva
che «gli esiliarchi occidentali [francesi] erano di sangue più pu-
ro di quelli orientali».51
Figlio di Teodorico e suo erede al ducato di Settimania fu
Guglielmo di Gellone, antenato di quel Guglielmo d‟Orange
che divenne re d‟Inghilterra nel 1689. Carlo Magno affidò a
Guglielmo la tutela di suo figlio Ludovico il Pio. Nell‟816
quest‟ultimo divenne imperatore del Sacro romano impero, e-

172
reditando i territori conquistati dal padre. Fu incoronato da
papa Stefano IV nella cattedrale di Reims con l‟olio santo con-
tenuto nella Santa ampolla. Fu lo stesso Guglielmo a porgli la
corona sul capo, al quale Ludovico si rivolse con le seguenti e-
nigmatiche parole: «Nobilissimo Guglielmo, è la tua stirpe che
ha innalzato la mia». Nell‟801 Guglielmo strappò Barcellona a-
gli Arabi e divenne marchese della marca di Spagna, mentre
nell‟803 liberò Narbona, poi riconquistata dall‟emiro di Cordo-
va Hisham I. Come osserva Arthur Zuckerman: «Il cronista che
scrisse il racconto originale dell‟assedio e della caduta di Bar-
cellona registrò gli eventi secondo il calendario ebraico. Il co-
mandante della spedizione, il duca Guglielmo, condusse
l‟azione rispettando rigorosamente l‟osservanza dei Sabbath e
delle festività ebraiche. E, in tutto questo, aveva la piena com-
prensione e collaborazione del re di Francia, Ludovico».52
Nelle liste di Rumor, sia Teodorico sia Guglielmo figurano
tra i membri dell‟Occhio che Tutto Vede, insieme a gran parte
dei loro discendenti. Se osserviamo il ruolo di queste famiglie
nella storia europea, è impossibile non percepire una presenza
organizzatrice alle loro spalle. Vale allora la pena allargare la
nostra indagine al ramo angioino dei Galli eraclidi, quanto ba-
sta per farci un‟idea della loro importanza.
Il 2 giugno 1129 il conte d‟Angiò Folco V sposò Melisenda,
figlia del re di Gerusalemme Baldovino II, e i due coniugi furo-
no incoronati congiuntamente il 14 settembre 1131. Dei figli di
Folco, Amalrico ereditò la corona di Gerusalemme, mentre
Goffredo fu duca di Normandia e padre di Enrico II, re
d‟Inghilterra e capostipite dei re plantageneti.
Nel 1419 gli Angioini ottennero il ducato di Lorena grazie
al matrimonio tra Isabella di Lorena e Renato d‟Angiò, discen-
dente di Folco V e re formale di Gerusalemme. Il ducato passò
ufficialmente agli Angioini nel 1453, quando Isabella passò la
propria eredità al figlio suo e di Renato, Giovanni II d‟Angiò.
Negli stessi anni gli Angioini diventarono sovrani de facto della

173
Francia appena uscita dalla guerra dei cent‟anni, figurando da
consiglieri per i sovrani Valois.
Nel 1538 il casato d‟Angiò si unì agli Stuart attraverso il
matrimonio tra Maria di Guisa-Lorena e Giacomo V Stuart, re
di Scozia. Loro figlia fu la sfortunata (e fulva) Maria Stuarda,
che passò l‟infanzia tra i suoi parenti alla corte francese. Maria
Stuarda fu a sua volta la madre di Giacomo VI, re di Scozia e
Inghilterra unite, iniziatore del dominio Stuart sull‟Inghilterra il
24 marzo 1603, dopo la morte di Elisabetta Tudor. Giacomo VI
fu padre di Elisabetta Stuart che fu madre di Sofia del Palatina-
to. Sofia sposò Ernesto Augusto di Hannover e il loro figlio
Giorgio Luigi inaugurò il casato reale degli Hannover.
Il 12 febbraio 1736 nacquero gli Asburgo-Lorena con il ma-
trimonio tra Maria Teresa d‟Asburgo (d‟Austria) e Francesco
Stefano di Lorena (imperatore del Sacro romano impero). Fino
alla sua morte, il 4 luglio 2011, Ottone di Asburgo-Lorena de-
teneva ancora la regalità formale su Gerusalemme, poi tra-
smessa al figlio Carlo. Ottone fu membro del Parlamento eu-
ropeo e presidente dell‟unione pan-europea internazionale, la-
vorando a pieno titolo per gli obiettivi dell‟Occhio che Tutto
Vede, in primis l‟unità politica europea. È comunque straordi-
nario che la stessa famiglia abbia avuto la corona di Francia, di
Gerusalemme, del Sacro romano impero, d‟Inghilterra e
dell‟impero austro-ungarico.

Il voto di «nazireato»

Un costume rintracciabile in quasi tutte le culture influenza-


te dagli Hyksos è il cosiddetto voto di «nazireato». Il voto è an-
cora in voga nel mondo ebraico e comporta l‟astensione da
ogni prodotto derivante dalla vigna e in generale da ogni be-
vanda inebriante. Al consacrato è vietato avvicinarsi ai cadaveri
e, particolare interessante, non può tagliarsi i capelli.

174
Alla conclusione del voto, il praticante deve presentare in
offerta a Dio un agnello, una pecora e un ariete, insieme a un
canestro di pani azzimi, di focacce e di schiacciate. I capelli de-
vono essere rasati e bruciati sul fuoco dell‟ariete.53
Questo «culto dei capelli» ci interessa in maniera particola-
re in quanto il consacrato (detto «nazireo» o «nazareno») as-
socia a essi una vera e propria forza vitale, come accadeva per i
guerrieri spartani, i regnanti merovingi o i guerrieri celti dalle
lunghe trecce. Nel 751 d.C. il re merovingio Childerico III fu
deposto e rasato (deposit et detonsit) su ordine di papa Stefano
II. I suoi lunghi capelli testimoniavano l'appartenenza alla dina-
stia e il diritto a regnare; tagliandoli, lo si privava simbolica-
mente di tutti i diritti reali. Similmente gli Spartani attribuivano
alle loro chiome un potere speciale, come se fossero esse la
fonte della loro forza; per questo le portavano lunghe, malgra-
do dovesse essere disagevole per chi viveva di battaglie. Erano
i «Sansone» della Grecia, e proprio a Sansone (la cui vicenda è
raccontata nel libro dei Giudici) i Merovingi accordavano spe-
ciale venerazione, considerandolo un proprio antenato. Nei
Giudici Sansone si rivolge così a Dalila, la sua compagna:
«“Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un na-
zireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza
si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo
qualunque.” Ella lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un
uomo e gli fecce radere le sette trecce del capo; cominciò così
a indebolirlo e la sua forza si ritirò da lui».54
Sansone fu il più famoso tra i Nazirei; apparteneva alla tribù
di Dan e pertanto doveva avere qualche avo tra il popolo shar-
dana. Riportiamo la profezia della sua nascita (tratta da Giudici
13,2-5), sicuri che accenderà una lampadina nella testa del let-
tore.

C‟era allora un uomo di Sorea, della tribù dei Daniti, chiamato


Manoach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. L‟angelo del
Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non
hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal

175
bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d‟impuro. Poi-
ché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non pas-
serà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno ma-
terno».

Praticamente identica è la sorte del profeta Samuele (rac-


contata in 1Sam 1,1-20): c‟era un uomo di Ramataim, un Sufita
delle montagne di Efraim, chiamato Elkanà, discendente di Suf,
l‟Efraimita. Aveva due mogli: Peninnà e Anna, che amava seb-
bene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. Anna andò a
presentarsi al Signore presso il tempio di Silo. In quel momen-
to il sacerdote Eli stava sul sedile davanti a uno stipite del
tempio. Essa era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, pian-
gendo amaramente. Poi fece questo voto: «Signore degli eser-
citi, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordar-
ti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua
schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i
giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».
Mentre essa prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli
stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si
muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò
Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai u-
briaca? Smaltisci il vino che hai bevuto!». Anna rispose: «No,
mio signore, io sono una donna affranta e non ho bevuto né
vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio
cuore davanti al Signore. Allora Eli le rispose: «Va‟ in pace e il
Dio d‟Israele ascolti la domanda che gli hai fatto». Così al finir
dell‟anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samue-
le.
Questi racconti dell‟«annunciazione» ricordano la più famo-
sa annunciazione di un altro «nazareno»: Gesù. Sono numerosi
infatti i ricercatori che sostengono la non esistenza di una città
di Nazareth all‟epoca di Gesù, dando all‟espressione «Gesù il
nazareno» il valore di «consacrato al voto di nazireato».
Lo stesso Rumor inserisce Gesù nella lista degli apparte-
nenti alla fratellanza, dove appare come «Bar Nasa di Bet La-

176
hamu», ovvero «Il figlio dell‟uomo da Betlemme». Il nazireato
potrebbe allora risalire all‟unità degli Sciti, ai tempi dei Gutei o
forse anche prima.
Luigi Manglaviti scrive nel saggio Cerco il Figlio che « per i
Nazorei, le lunghe chiome, spesso separate al centro da una
riga, simboleggiavano lo stato di illuminazione di chi le porta-
va, come fossero raggi del sole. Un'altra ragione di tale scelta
risiedeva nella ricerca della condizione di androginia che spin-
geva il Nazireo a vincere la diversità e l'opposizione dei sessi
nella continenza autoimposta. »
Secondo Epifanio (IV secolo d.C.) i Nazareni avrebbero co-
stituito le fondamenta della setta ebraica degli Esseni. 55 Questi
ultimi riprendevano le idee del filosofo greco Pitagora (570-
500 a.C.), secondo il quale il significato del mondo fisico e me-
tafisico era codificato nelle proporzioni matematiche. Valeva lo
stesso per la Manasse occidentale di Simone lo Zelota e la Ma-
nasse orientale di Giuda il Sicariota, confraternite in continuo
contatto con i «magi» di Persia. Tramite i «magi» le due Ma-
nasse mantenevano i contatti coi discendenti della tribù omo-
nima che si trovavano in India.
La tribù Menashe, sita in India sul confine pakistano, ha
mantenuto nel corso dei secoli le caratteristiche ebraiche: im-
parano la lingua ebraica, nei centri delle loro comunità ci sono
scuole ebraiche e sinagoghe, e fanno viaggi turistici in Israele.
Nel 2005 il rabbino capo sefardita Shlomo Amar ha annun-
ciato di aver identificato la Bnei Menashe come una delle dieci
tribù ebraiche che si dispersero nel mondo in seguito
all‟invasione assira di Israele, nel 722 a.C. Una delegazione uffi-
ciale dell‟Alto rabbinato israeliano si è quindi recata in India al-
lo scopo di convertire all‟ebraismo ortodosso centinaia di Ebrei
indiani Menashe.
A proposito di tribù perdute, alcuni anni fa il rabbino capo
Amar aveva confermato di essere ebreo secondo la Halacha
dei Falasha, gli Ebrei neri d‟Etiopia, che avrebbero lasciato la
Giudea ai tempi di un re idolatra che, guarda caso, si chiamava

177
Manasse, il quale aveva regnato dal 687 al 642 a.C. Dopo la di-
chiarazione di Amar, molti membri dei Falasha erano emigrati
in Israele.
Ma lasciamo Africa e India per tornare più vicini a casa, agli
Esseni. Al pari degli Hyksos e dei seguaci di Pitagora, anche gli
Esseni erano vegetariani e credevano nella reincarnazione. In
aggiunta non riconoscevano la tradizione antico-testamentaria,
ritenendola alterata e poco attinente alla vera legge di Mosè.
Predicavano la costruzione di una città-tempio retta da re-
sacerdoti, capace di imprimere nelle sue forme le leggi del co-
smo: un obiettivo che attraverso i Priscilliani, i Messaliani, i Bo-
gomili, e correnti ermetiche come la Rosa+Croce, si è infine in-
nestato nella massoneria.56
Mario Pincherle ci riferisce del ruolo del nazireato presso i
Sabini, in relazione al già citato meccanismo del Ver sacrum:

I bambini nati nel giorno vernale dell‟anno sabatico, proprio al


momento in cui il sole sorge all‟appuntamento dell‟equinozio di pri-
mavera, venivano dai Sabini chiamati «sacri fanciulli» e crescevano
«sacrani» o «Nazzareni», consacrati a Dio, e, raggiunta l‟età adulta,
erano tenuti ad avere la funzione di guida nelle sacre migrazioni che
avvenivano solo quando la popolazione, che non doveva superare un
certo numero di abitanti, era cresciuta e si rendeva necessario cercare
nuovi territori agricoli e nuovi pascoli lungo la dorsale appenninica. 57

178
VIII
Gli Etruschi di Ichnusa

I nostri mercanti a Cuma e Pitecusa riferiscono di uomini fuggiti da


Ichnusa, nascosti per secoli tra le genti sabine della Tuscia. Chiamano
se stessi «Rasenna» e parlerebbero la lingua degli antichi Pelasgi. So-
no ottimi fabbri e gestiscono le botteghe. Dai Sabini hanno appreso
le tecniche, le hanno migliorate e si stanno arricchendo commercian-
do con la Grecia. Alcuni li chiamano principi mentre i Romani, che
chiamano la regione «Etruria», li dicono Etruschi.
PLATONE, Ermocrate

La carestia e le migrazioni del 1200 a.C. avevano dato nuova


forma agli insediamenti italiani, organizzati adesso in meno vil-
laggi ma maggiormente estesi. Lo stesso si può dire dei rituali
(passaggio dall‟inumazione all‟incinerazione) o delle tecniche
artigiane (passaggio dal bronzo al ferro). Già nel XII secolo a.C.,
in quella che diventerà l‟Etruria, si diffondeva l‟usanza di cre-
mare i morti, mentre altrove continuavano le regolari sepoltu-
re. Le ceneri erano conservate in urne biconiche, sepolte come
avveniva nello stesso periodo in Europa centrale, nei Balcani e
in Sardegna.
Due secoli più tardi ebbe luogo una massiccia differenzia-
zione culturale, con il distacco dai Sabini di sottogruppi indi-
pendenti con caratteri propri, come i Villanoviani, i Piceni, i La-
tini, gli Ernici, i Volsci, i Sanniti, gli Iapigi, ecc. Tra questi i più
discussi sono forse i Villanoviani: dal 900 al 700 a.C. questo
popolo abitò la Toscana tirrenica, l‟Emilia-Romagna (in partico-
lare, la zona di Bologna e Verucchio nel riminese), le Marche
(Fermo), la Campania (Capua, Capodifiume, Pontecagnano, Sa-
la Consilina) e la Lucania (zona del Vallo di Diano). Secondo gli
accademici, la civiltà etrusca sarebbe semplicemente lo stadio

179
terminale della cultura di Villanova, rimodellata in parte per
contatto con la Magna Grecia.

Il problema delle origini

La questione è più complicata di quanto si creda. Prima di


tutto dobbiamo affrontare un problema linguistico: i citati po-
poli italici di derivazione sabina parlavano lingue indo-
europee, gli Etruschi no. È così probabile che gli Etruschi già
esistessero in mezzo ai Sabini-Villanoviani, convivendo più o
meno in armonia. Gli Etruschi sarebbero stati – in parte – quei
Sardi (Ichnusitani) che avevano abitato la Sardegna ancor pri-
ma dell‟invasione shardana: la convivenza con questi ultimi
non doveva essere stata facile, così che gran parte del vecchio
popolo avrebbe preferito migrare altrove, specialmente in To-
scana e a Creta. Proprio questi luoghi assistettero alla contem-
poranea e improvvisa diffusione di un‟arma sarda, il labrys.
Secondo Strabone, i primi abitanti della Sardegna sarebbe-
ro stati infatti di razza Cro-Magnon, Pelasgi di lingua iberica al
pari degli Etruschi. Più tardi, secondo Pausania, sarebbero
giunti gli Shardana guidati da Sardo, figlio di Ercole.
Come gli Ichnusitani, anche gli Etruschi conservavano il ri-
cordo di una patria precedente, circondata dalle acque ma
connessa alla terraferma da gigantesche gallerie sotterranee.
Dall‟isola e attraverso le grotte sarebbero giunti i sacri antenati,
Tinia, Uni e il nano Tagete, portatori di leggi e di innovazioni in
tutti i campi del vivere civile. Gli Etruschi rievocavano il loro in-
contro sulle coste del lago di Bolsena, con lo sguardo rivolto
alle sue due isole: verso il lago convergevano a raggiera le ma-
stodontiche Vie Cave, passaggi in trincea scavati nel tufo, stret-
ti fra ripide pareti che raggiungevano a tratti i venti metri. Si-
milmente avevano fatto gli Inca con il lago Titikaka, i Pelasgi
con il lago d‟Averno in Campania e i Pazirik col mare interno di

180
Gobi in Mongolia. È forse il mito più antico che esista in asso-
luto, diffuso quanto Amleto e il suo mulino.
Esiste una prova sicura della presenza in Toscana di due
differenti etnie (Sabini-Villanoviani + Etruschi), ben visibile in
statuette e affreschi del periodo in questione. Andiamo per e-
sempio a Tarquinia e guardiamo nella tomba dei Tori (figura di
Troilo a cavallo), nella tomba degli Auguri (figura del Pershu
danzante) e nella tomba dei Giocolieri (figura di giovane nudo
che tiene in mano un lituo): gli uomini ritratti sono chiaramen-
te non circoncisi. Nei gioielli in oro granulato, anch‟essi pre-
sunti etruschi, le figure maschili appaiono invece col pene libe-
ro dal prepuzio, come usavano i Sabini.
Properzio, Livio e Ovidio ci raccontano che la figlia di un ta-
le Spurio Tarpeio aprì di notte la posterla del Campidoglio ai
Sabini, dopo aver preteso come ricompensa tutte le armille di
oro granulato che questi portavano al braccio sinistro. L‟oro
granulato era allora un prodotto sabino, di derivazione meso-
potamica o scitica. L‟effetto di granulazione si ottiene per ca-
duta dall‟alto di minuscole gocce d‟oro fuso: la caduta libera
annulla la forza di gravità e la goccia resta soggetta al solo ef-
fetto modellante della propria rotazione, raffreddandosi a terra
con un tuffo in un bagno d‟olio. Tra le sfere ottenute sono se-
lezionate le più piccole e regolari, le più adatte all‟uso orefico.
Le sfere sono incollate ai gioielli per mezzo di una resina di
mirra, e il tutto viene saldato mediante fusione parziale in uno
stampo di incenso. In epoca moderna, soltanto Mario Pincherle
è riuscito a ottenere gioielli granulati dello stesso tipo e qualità
dell‟arte sabina.
Intanto gli stessi Shardana avevano attraversato un periodo
difficile attorno al 1200 a.C., quando la Sardegna era stata col-
pita dai terremoti e gli tsunami avevano trasformato il terreno
in un‟immensa palude, offrendo alla malaria un bacino di col-
tura. Molti lasciarono l‟isola per attraccare in Toscana (reincon-
trando i vecchi «rivali» Ichnusitani). Pier Francesco Giambullari,
alla metà del XVI secolo, spiegava nel Gello che il nome «Etru-

181
ria» indicava una costruzione a forma di torre, probabilmente
un nuraghe, e mostrava come il passaggio da Etursia a Eturria
e la trasposizione in Etruria non costituisse un fenomeno nuo-
vo. La «r» e la «s» si scambiano spesso l‟un l‟altra, per esempio
in Valerius, Furius, Decor, Honor, che prima erano Valesius, Fu-
sius, Decos, Honos, e ancora oggi chiamiamo «torso» qualcosa
che si innalzi a mo‟ di torre senza appoggi o legami all‟intorno.
Dalla stessa radice deriva Astarte (letteralmente, «la donna che
costruiva torri»), divinità cananea e compagna di Yahweh nel
primo ebraismo.
Dopo gli eventi del 1200 a.C. altri Shardana si stabilirono in
Egitto e a Urartu (Armenia), fondando la città di Sardar ai piedi
dell‟Ararat. Anche quaggiù si assisteva a grandi mutamenti, coi
nomadi Aramei che si stanziavano improvvisamente in Urartu
sottomessi ai Sari (Shardana), offrendo una genealogia di re
dai nomi altisonanti: Sarduri I, Sarduri II, Sarduri III...
Nell‟VIII secolo i loro fratelli scoprirono nuove miniere in
Toscana e li richiamarono in occidente, come scrisse Erodoto. È
di questo periodo il petroglifo con la raffigurazione dell‟arciere
in piedi sul cavallo, proveniente dall‟Urartu e rintracciabile i-
dentica nel bronzetto-arciere di Sardegna.

182
I minerali dell‟Etruria attirarono l‟attenzione di Greci e Feni-
ci: le grandi navi pentecontere iniziarono a battere nuove rotte,
trasportando materie prime dalla Toscana alla Magna Grecia e
al Libano. Nel 770 e nel 750 a.C. furono fondate le colonie ma-
gnogreche di Pitecusa e Cuma (in Campania); da qui i minerali
potevano essere smistati e prelavorati dai coloni, per essere
quindi imbarcati verso la Grecia e l‟Oriente.
I traffici minerari incentivarono la formazione e
l‟arricchimento di un nuovo ceto mercantile, frutto di una me-
scolanza shardano-ichnusitana. Questa aristocrazia accentrò su
di sé il controllo delle risorse economiche e dei rapporti con i
vicini, arrivando a sovrastare e a sostituire i Villanoviani. Furono
questi gli Etruschi.
Annotiamo l'affermazione di Michel Manzi in Le Livre de
l'Atlantide (Glomeau Ed. Paris) secondo cui gli Etruschi ricorda-
vano di discendere dai “Rossi'”, etimo che potrebbe riferirsi ai
Sardux (= rossi) che in Medio Oriente furono letti Shardana
(acquisendo allora il significato di “principi'” [Shar] + “bagnati,
purificati, giusti'' [Dan]).
L‟Occhio che Tutto Vede aveva pochi tentacoli tra i flamine
villanoviani, i sacerdoti che entreranno nel mondo romano. La
confraternita fu però abbastanza furba da costruire una reli-
gione «ossessiva», dove il più piccolo dettaglio fosse un segno
da interpretare. Un‟imperfezione nel volo degli uccelli, o nel
ventre delle carogne, era un segno nefasto da esorcizzare con
rituali e servizi, pena la fine dei privilegi, il ritorno alla povertà,
la malattia o la morte. Grazie alla suggestione, i flamine villa-
noviani mantennero le redini dei grandi commercianti etruschi,
iniziando pian piano a infiltrarsi nelle loro fila.

«Etrusca gens horta est Sardibus»

Gli Etruschi cominciarono a muoversi per commerciare di-


rettamente in tutto il Mediterraneo, e in un paio di secoli le lo-

183
ro città-Stato divennero ricchissime. Le necropoli evidenziano
come in questo periodo si fosse passati da una comunità egali-
taria a una marcata differenziazione sociale. Le tombe delle
famiglie più in vista diventavano sempre più grandi, raffinate,
decorate da affreschi e colme di oggetti d‟oro. Gli oggetti o-
rientali erano ora il simbolo perfetto di un‟aristocrazia che cer-
cava le forme più adatte per esibire il proprio potere. I principi
etruschi adottarono i fasti delle corti orientali e i riti dell‟epica
omerica. Nel VII secolo la moda orientale padroneggiava in E-
truria molto più che in Grecia: il lusso orientale si esibiva nelle
grandi celebrazioni della vita (nascite, matrimoni, funerali), nei
rituali dei banchetti, negli scambi di doni tra gli aristocratici,
nel culto degli antenati e nella divinazione. Gli Etruschi pro-
mossero l‟importazione di armi e gioielli di lusso, nonché la
diffusione dell‟affresco e di nuove forme architettoniche.
L‟etruscologo Giovanni Camporeale viene in appoggio alle
nostre opinioni parlando dell‟askòs:
Letteralmente significa ventre: è uno strano vasetto che ricorda
quegli otri fatti con lo stomaco degli animali e usati per l‟olio o il vi-
no. Ha un collo-beccuccio laterale, allungato e decentrato, che lo
squilibria e lo rende inconfondibile. Si tratta di un vaso tipicamente
sardo: a cominciare dal XI secolo appare ovunque in Sardegna. Con-
teneva probabilmente bevanda di mirto ed era legato a particolari riti
religiosi.
Questo tipo di vaso si trova ovunque nelle tombe dell‟Etruria [...]
A Vetulonia ne sono stati trovati più di 40, per di più frutto di scavi
ottocenteschi che salvavano soltanto i vasi integri e gettavano i cocci.
Se oggi ne abbiamo 40 intatti, dobbiamo ipotizzarne almeno il qua-
druplo in cocci ed eliminati. Insieme troviamo barchette e bottoni
shardana, oltre a fibule bronzee [...]
Tutti questi vasi si possono spiegare soltanto con un nucleo con-
sistente di Sardi che si stanzi a Vetulonia alle origini della città, dal IX
secolo prima di Cristo in poi. Questo tipo di oggetti si rintraccia es-
senzialmente nella Sardegna settentrionale, una delle tante zone a
economia mineraria dove l‟attività estrattiva si conosce e si pratica
molto prima che in Etruria. Ora noi sappiamo che Vetulonia ebbe
un‟economia essenzialmente mineraria. Nelle vicinanze troviamo
Massa Marittima, zona operativa delle estrazioni, altro sito che ha re-

184
stituito molti oggetti sardi. Se da due posti così nodali per
l‟economia etrusca emerge una tale abbondanza di testimonianze
sarde, la cosa più semplice da pensare è che si tratti di una zona scel-
1
ta dai Sardi per lo sfruttamento minerario.

Anche Sergio Frau nota le incredibili somiglianze:

Bottoni nuragici, vasetti sardi, navicelle e bastimenti di bronzo,


spilloni, statuine, fermagli: tutto un bric à brac di roba sarda (o fatta
alla sarda) nelle tombe etrusche. Metti quella simbologia di apparte-
nenza sarda che si trova ad accompagnare gli Etruschi nell‟Aldilà. Dal
Mille a.C. all‟VIII secolo, quei segnali etnici li trovi a circondare vasi
biconici, inseriti in sepolcri semplici semplici. Davvero fu solo una
moda? Altri segnali nuragici li si ritrova, dall‟VIII, VII a.C. in poi, anche
nelle nuove tombe etrusche, costruite alla sarda: tonde come nura-
ghes ma sepolti, stesso ingresso (dromos) di molta architettura greca
contemporanea, ma anche dei cento e più pozzi sacri che facevano
bere e pregare l‟isola nel II millennio a.C. E, dentro, nella tomba, stes-
sa falsa volta caratteristica di certe cupole funerarie elleniche (le tho-
loi), ma anche delle torri sarde.2

Certi tumoli etruschi di Vetulonia, nonché quelli della Ban-


ditaccia a Cerveteri, danno l‟impressione di essere nuraghi
shardana seppelliti dal fango. È stata opposta una differenza di
funzione: costruzioni di vita per i nuraghi sardi, sacrari di morte
e di memoria per quelli toscani. Ma anche nella Sardegna del I
millennio a.C. i nuraghi cambiarono funzione: diventarono san-
tuari e si costruirono altari ed ex voto con le loro forme. Addi-
rittura dei grandi conci vennero considerati quasi reliquie.
Secondo l‟archeologo ottocentesco Fustel de Coulanges,
l‟ossessione per il culto rendeva gli Etruschi simili agli Indù,
tanto da ritenere che Greci, Etruschi e Indù avessero un‟origine
comune; curiosamente la statuaria etrusca presenta spesso il
simbolo indù del «tika», il terzo occhio sulla fronte. Gli Etruschi
credevano nella reincarnazione e nella proiezione astrale, pro-
prio come gli Indù, i Greci della Scuola pitagorica e i Pelasgi.
La varietà di tombe etrusche è notevole: a tumulo, sul mo-
dello dei kurgan sciti; a tholos, secondo lo schema sardo e a-

185
cheo; poi a colombario, a pozzetto, a cassone e a camera. Ogni
città e ogni epoca ebbero il proprio modo di onorare i morti.
Sono infine da considerare le affermazioni del grammatico
romano Sesto Pompeo Festo nei Ludi Capitolini: «Reges soliti
sunt esse Etruscorum qui Sardi appellantur» («Sono soliti essere
re degli Etruschi, coloro che si chiamano Sardi»), e ancora:
«Quia etrusca gens horta est Sardibus» («Onde per cui la gente
etrusca è nata dai Sardi»). Si tenga presente che, contrariamen-
te a quanto sostenuto da molti cattedratici, l‟espressione «hor-
ta est Sardibus» non significa affatto «è originata da Sardi [Cit-
tà turca]», poiché il sostantivo «Sardibus» è un plurale.

La lingua

Nel 1789 l‟abate gesuita Luigi Lanzi riuscì a interpretare la


lingua etrusca grazie all‟acquisizione della ricchissima collezio-
ne del nobile erudito di Montepulciano, Pietro Bucelli. Secondo
la versione ufficiale, gli Etruschi avrebbero imparato la scrittura
alfabetica dei Greci dell‟isola di Eubea nell‟VIII secolo, i quali a
loro volta l‟avrebbero adottata dai Fenici. L‟ovvia domanda è
perché si senta necessario il passaggio attraverso i Greci. Se i
Fenici erano Sardi, perché questi ultimi non avrebbero potuto
portare l‟alfabeto direttamente in Etruria?
La scrittura euboica sarebbe stata poi trasmessa agli altri
popoli dell‟Italia centro-settentrionale, compresi i Latini. Ben 13
dei 20 segni dell‟alfabeto etrusco standard sono simili a quelli
dell‟alfabeto latino che usiamo ancora oggi. La scrittura etrusca
fu usata per circa 700 anni, a partire dal 730 a.C.; le forme delle
lettere mutarono nel tempo e svilupparono varianti a seconda
della località. Solo a partire dal 230 a.C. circa fu adottato un al-
fabeto standard, uguale per tutta l‟Etruria.
Gli Etruschi hanno lasciato circa 13.000 iscrizioni, tutte di ti-
po epigrafico, eccetto il testo della «mummia di Zagabria». Nei
primi tempi la scrittura fu usata a solo scopo elitario, per esal-

186
tare le pochissime famiglie aristocratiche intorno a cui ruotava
la società. I principi si scambiavano vicendevolmente i «doni»,
oggetti il cui prestigio dipendeva unicamente dall‟importanza
sociale del primo donatore. Quest‟ultimo era identificato
dall‟iscrizione, che riconosceva ufficialmente l‟appartenenza del
proprietario e del primo donatore allo stesso circuito sociale,
dando spesso valore a semplici vasetti di coccio.
Cento anni più tardi, verso la fine del VII secolo, il «circuito
del dono» perse importanza con la stabilizzazione dei gruppi
di potere e la strutturazione delle città-Stato. La scrittura si al-
largò allora ad altri campi, come le iscrizioni votive nelle tom-
be, che descrivevano lo status del defunto e della sua gente ed
erano destinate a rimanere in eterno. Contemporaneamente si
esponevano nel tempio gli oggetti preziosi con il nome del
donatore ben in vista, per ostentare la potenza economica del-
la comunità e le capacità degli individui. Le abitazioni, benché
lussuose, erano invece destinate a essere ammodernate e ab-
battute. I proprietari erano consci che eventuali iscrizioni sa-
rebbero prima o poi scomparse.
Il sistema onomastico degli Etruschi era basato su un nome
individuale (prenome) e un nome familiare ereditato per via
paterna: un sistema comune a tutti i popoli dell‟Italia antica ma
sconosciuto al di fuori della penisola. I nomi ereditari e i diversi
termini di parentela hanno permesso di ricostruire gli alberi
genealogici di alcune grandi famiglie e di seguirne la storia, gli
spostamenti, l‟ascesa e il declino. Grazie alle iscrizioni è stato
inoltre possibile ricostruire il sistema giuridico, che permetteva
la liberazione degli schiavi. Si è inoltre compreso come questi
ex schiavi (liberti) si integrassero nella società e come fossero
organizzati i magistrati. Si è inoltre compreso molto sulla loro
religione, apprendendo i nomi delle loro divinità, ricostruendo
il loro pantheon e capendo dove e quando erano praticati certi
culti.
Sono rare presso gli Etruschi le iscrizioni pubbliche, preva-
lenti al contrario in altre culture dell‟Italia antica: non era infatti

187
mai scemato il prestigio delle antiche famiglie dominanti, il cui
potere restava più importante delle istituzioni statali.

Fabbri e naviganti

Gli Etruschi fecero viaggiare uomini e merci in tutto il Medi-


terraneo. Furono gli inventori del rostro, il pesante cuneo di
sfondamento montato sulla prua delle navi, e furono in grado
di limitare a lungo la colonizzazione ellenica dell‟Italia. La loro
supremazia fu così netta in epoca arcaica (fino al V secolo a.C.)
che lo storico greco Eforo parlò di «talassocrazia etrusca», ov-
vero di dominio incontrastato dei mari.
Il prodotto più celebre dell‟Etruria fu la ceramica chiamata
«bucchero», il cui nome deriva dallo spagnolo bùcaro (= «terra
odorosa»). Il termine era attribuito ai vasi peruviani di terracot-
ta colorata, molto di moda ai tempi dei primi ritrovamenti e-
truschi, nel XVI secolo. Si tratta di una ceramica dalla superficie
levigata e sottilissima, dal caratteristico colore nero. La tinta
era frutto di una cottura particolare, dove gli oggetti già mo-
dellati ed essiccati erano chiusi in contenitori metallici riempiti
di carbone. In tal modo si creava un ambiente privo
d‟ossigeno. Sembra che l‟invenzione del bucchero si debba agli
artigiani di Cerveteri, che volevano imitare la lucentezza dei più
costosi vasi metallici.
Le importazioni comprendevano metalli preziosi, legname
e ceramiche. Olio e vino all‟inizio provenivano da Grecia e Fe-
nicia, ma a partire dal VII secolo cominciarono a essere prodot-
ti in Etruria.
Le esportazioni restano in parte un mistero: la Grecia era
nel commercio il loro partner principale, ma la sua terra ha re-
stituito pochissimi reperti etruschi. Si è ipotizzato allora che gli
Etruschi esportassero schiavi. Un‟altra possibilità è lo stagno,
che si disfa a contatto con la terra e gli agenti atmosferici. Fino
al XII secolo a.C. il suo commercio era gestito dai Sardi, che

188
navigavano fino in Zimbabwe per prenderlo. Gli Etruschi impa-
rarono probabilmente le rotte dello stagno dagli Shardana ve-
nuti in Toscana nel 1200 a.C., quando la Sardegna era stata
colpita dalla malaria.
Una conferma parziale viene da Cap d‟Adge, in Costa Az-
zurra (Francia), dove uno scavo subacqueo ha recentemente
individuato una nave etrusca carica di stagno, conservatosi per
la scarsa presenza di ossigeno in profondità.
La metallurgia aveva guidato dal principio lo sviluppo
dell‟Etruria. Queste le parole di Andrea Zifferero, docente di E-
truscologia all‟Università di Siena:

Una mia teoria, non ancora smentita, è che siano stati i Sardi del-
le comunità nuragiche a trasferire agli Etruschi le conoscenze sui de-
positi di solfuri misti [da cui si estraevano rame, ferro, zolfo, piombo
e argento, la cui presenza nel sottosuolo veniva dedotta da variazioni
di colore nel terreno in superficie]. I Sardi avevano conoscenze metal-
lurgiche avanzatissime. Ad avvalorare l‟ipotesi della collaborazione
tra Sardi ed Etruschi ci sono anche elementi archeologici. Per esem-
pio una tomba femminile al cui interno è stato trovato un corredo di
oggetti metallici di manifattura sarda, appartenenti a una donna iso-
lana sposa di un capo etrusco.3

L’unione con Roma

Dopo una guerra decennale, nel 396 a.C. l‟esercito romano


espugnò Veio. La città fu rasa al suolo, escludendo soltanto i
templi; i difensori furono catturati e venduti come schiavi, le
loro terre furono confiscate e, come le terre pubbliche, furono
distribuite fra i poveri di Roma. Pochi anni dopo, tutti gli abi-
tanti superstiti del territorio di Veio ricevettero la piena cittadi-
nanza romana, completando così l‟annessione.
Sette anni prima Atene aveva subito la sconfitta nella Guer-
ra del Peloponneso, alla quale seguì il dominio brutale dei
«trenta tiranni», capace di paralizzare la vita cittadina e di in-
durre alla fuga imprenditori, commercianti e artigiani. Non tutti
189
rientrarono con il ripristino della democrazia, preferendo ten-
tare la fortuna nelle nuove destinazioni, Italia compresa.
L‟afflusso di specialisti, idee e modelli dal mondo greco de-
terminò una fioritura artistica incomparabile, portando l‟arte
etrusca del IV secolo e di buona parte del III a livelli mai egua-
gliati.
Dopo la sconfitta di Veio, Roma entrò in contrasto con la
città di Tarquinia, in pieno sviluppo economico e territoriale,
alle spese delle confinanti Volsinii e Cerveteri. I territori strap-
pati a Cerveteri, tradizionale alleata di Roma, furono il movente
per l‟attacco, con lo scontro al confine etrusco-romano, fra Su-
tri e Nepi, nell‟odierna provincia di Viterbo. La guerra durò 8
anni, dal 358 al 351 a.C., concludendosi senza vincitori.
Nel 338 a.C. avvenne il grande cambiamento: le antiche cit-
tà latine del Lazio (alleate tradizionali di Roma) si trasformaro-
no in distretti amministrativi di un unico Stato regionale. Le sue
risorse erano di molte volte superiori a quelle di una singola
città-Stato e si potevano mobilitare al servizio di una classe di-
rigente sempre più affamata di gloria. Emergevano nuovi
gruppi di origine latina, che competevano per la gestione del
potere con i Romani di più antica tradizione e con nuovi strati
sociali che spingevano dal basso.
Le guerre tra Roma e gli Etruschi si rivelarono impari nono-
stante le città-Stato provassero a stringere alleanze. Nel 270 le
guerre fra Roma e le città etrusche erano finite.
Con la cessazione dei conflitti venne a cadere ogni impe-
dimento allo spostamento di uomini e merci: nuovi ceti im-
prenditoriali colsero questa opportunità, aprendo nuovi mer-
cati oltremare man mano che gli eserciti romani conquistavano
province nel Mediterraneo.
Le attività produttive conobbero ovunque un grande svi-
luppo. Solo il Sud etrusco soffriva della vicinanza con Roma a
causa dell‟immobilismo dei suoi gruppi dirigenti, fermi nel ruo-
lo tradizionale di grandi proprietari terrieri. Nei primi decenni
del III secolo smisero di investire nelle loro sepolture autocele-

190
brative, facendo impoverire uno dei rami artistici più floridi. Si
ebbe perciò un graduale declino della vita urbana nel Sud,
mentre nei centri settentrionali emergeva un nuovo ceto mer-
cantile.
Contrariamente ai luoghi comuni, gli ultimi secoli della ci-
viltà etrusca non furono affatto un periodo di crisi. Gli artisti
etruschi continuarono a lavorare a pieno regime nelle città set-
tentrionali fino al II secolo compreso. A questo periodo risale il
maggior numero di testimonianze archeologiche della civiltà
etrusca nel suo complesso. Tutti i templi furono ristrutturati e
la religione raggiunse quel grado di raffinatezza che tanto col-
pì i Romani. Fu l‟epoca in cui si edificarono cinte murarie e por-
te monumentali, si rimaneggiarono gli spazi urbani e si speri-
mentarono fantasiose soluzioni per le tombe private.
L‟espansione artistica degli Etruschi coincideva con quella
politica di Roma e, quando la Lex Iulia offrì la cittadinanza ro-
mana a tutti gli abitanti d‟Italia a sud del Po (90 a.C.), gli Etru-
schi accolsero il provvedimento con festeggiamenti pubblici.
La cultura era già da tempo unitaria tra Roma e l‟Etruria:
nelle regioni d‟Italia si viveva in case più o meno uguali, si cu-
cinava e si mangiava negli stessi vasi, si vestiva allo stesso mo-
do e allo stesso modo si costruivano e si decoravano i templi.

Nasce la «disciplina»

Negli ultimi anni di indipendenza, i sacerdoti etruschi com-


pilarono un complesso di «libri sacri» che raccoglieva tutto
l‟insieme di dottrine concernenti il rapporto con il mondo oc-
culto. Questa summa prese il nome latino di disciplina e non fu
altro che l‟elaborazione di concezioni e pratiche rimaste inalte-
rate dai primordi della vita etrusca. I libri principali sono attri-
buiti alla «rivelazione» di personaggi semidivini come Tagete,
alla cui predicazione sono fatti risalire i Libri aruspicini, sulla di-
vinazione attraverso il fegato degli animali, e come la ninfa

191
Vegoia, a cui si attribuiscono i Libri fulgurali, sulla dottrina dei
fulmini. Tagete era un fanciullo dal volto invecchiato (un nano)
emerso dal sottosuolo, quindi una figura che ci riporta ai Tùa-
tha dé Dana sopra citati.
La dottrina degli Etruschi non era affidata al caso o
all‟ispirazione, come avveniva in altre civiltà con l‟estrazione di
sortes scritte o con il responso degli oracoli. Presso gli Etruschi
esistevano interpretazioni rigide dei fenomeni naturali, precise,
strettamente dettagliate e trascritte in appositi manuali.
Fino alla metà del I secolo a.C. i sacerdoti romani dovevano
imparare la lingua etrusca per leggere i manuali di disciplina;
dopodiché i testi furono tradotti in latino, condannando gli o-
riginali alla scomparsa, eccezion fatta per la parte di un solo
testo: un calendario liturgico che finì in Egitto, a far da benda
per una mummia tolemaica (la cosiddetta «mummia di Zaga-
bria»).
La disciplina era strettamente legata al principio di corri-
spondenza occulta tra macrocosmo e microcosmo, cioè tra
mondo celeste e mondo terrestre. La volta celeste veniva sud-
divisa in 16 settori, e lo stesso valeva per le città, i templi, le
tombe e il fegato degli animali. Settori omologhi si influenza-
vano a vicenda e ognuno di essi era sottoposto alla giurisdi-
zione di qualche spirito, malevolo o benevolo. Un fulmine ca-
duto da un settore negativo del cielo non era diverso da un
fegato animale deformato nello stesso settore, ed entrambi
implicavano conseguenze nefaste per la vita comune, da esor-
cizzare con opportuni rituali. In questi ultimi avevano un ruolo
rilevante la musica e le danze estatiche, già tipiche delle dottri-
ne misteriche greche, specialmente dei riti orfici o dionisiaci. Le
stesse torneranno nella ritualità dei cristiani gnostici, in primo
luogo nei Terapeuti di Alessandria e Aquileia.
La concezione etrusca della divinità appare dominata dalla
misteriosa presenza di esseri soprannaturali, vaghi e imprecisa-
ti nel numero, nel sesso, nelle attribuzioni, nelle apparenze, co-
sa che ha fatto sospettare la possibile credenza originaria in

192
un‟unica entità divina, la quale poteva manifestarsi in vari mo-
di, sotto forma di spiriti, divinità o gruppi di divinità. Un‟entità
di tal genere deriva presumibilmente da concezioni hyksos; la
stessa idea che tutte le divinità (anche straniere) non siano al-
tro che manifestazioni diverse di un unico dio riemergerà nel
mondo romano come culto del Sol Invictus-Mitra. E in queste
manifestazioni rientrerà lo stesso dio cristiano o ebraico.
I sacerdoti etruschi erano spesso riuniti in «collegi» o «con-
fraternite», diversi per funzioni e specializzazioni, distinti da
specifici costumi e attributi che ne indicavano esteriormente la
sfera di competenza. Tra questi figurano in primo luogo gli a-
ruspici, addetti alle consultazioni delle viscere degli animali, e i
fulguratores, addetti all‟interpretazione dei fulmini. Segno di-
stintivo di entrambi era il lituo, un bastone dall‟estremità ricur-
va, molto simile al pastorale dei vescovi cristiani. Costumi pro-
pri degli aruspici erano invece il mantello frangiato e il berretto
conico chiamato Pilos, quest'ultimo già impiegato nei Misteri
Cabiri celebrati dall'Occhio a Samotracia.
I sacerdoti tracciavano gli assi degli insegnamenti, il peri-
metro delle mura e la pianta di tombe e templi. Quindi impo-
nevano dimensioni, proporzioni e orientamento in conformità
alla disciplina. Lo zampino dell‟Occhio che Tutto Vede può for-
se rintracciarsi nell‟usuale simbolo del «serpente piumato»,
impiegato per raffigurare il divino, come accade per gli dèi
Charun e Tuchulcha (tomba dell‟Orco, Tarquinia) o il Gigante
Anguipede (tomba del Tifone, Tarquinia).
Le tecniche divinatorie degli Etruschi sopravvissero nel
mondo romano. In età imperiale venne istituito un ordine pro-
fessionale degli aruspici con sede a Tarquinia. Attraverso ap-
positi esami, l‟ordine certificava le capacità dei propri membri.
Per molti secoli continuarono i riti annuali comuni della Lega
sacra degli Etruschi. Privati dei poteri locali, era lo Stato roma-
no a nominarne il sacerdote sovrintendente, il praetor Etruriae,
scelto fra i membri più in vista delle famiglie aristocratiche del-
la regione.

193
I collegi etruschi erano quindi presenti in età imperiale, e
non si esclude una loro penetrazione nei collegi romani di co-
struttori (Collegia Fabrorum). La civiltà dei sacerdoti continuava
a vivere nel cuore di Roma. Lo storiografo romano Tito Livio
(nel I secolo) raccontava che gli Etruschi avevano portato nel
mondo romano lo scatenato culto di Fufluns, gaudente divinità
collegata al vino e alla fertilità, molto simile al greco Dioniso e
al latino Bacco. Il Senato proibì queste cerimonie nel 186 a.C.:
secondo Daniele Federico Maras, docente di Paleografia italica
alla Sapienza di Roma, «i senatori sostenevano che quei riti
sovvertissero l‟ordine sociale: in realtà a preoccuparli era la
grande adesione dei giovani a questa sorta di società segrete».
Possiamo pensare che il culto di Fufluns agisse da bacino di
raccolta per attrarre un gran numero di aristocratici e selezio-
nare da questi i futuri «iniziati», i quali sarebbero poi stati ap-
poggiati nella conquista di cariche politiche e militari.
Prima del III secolo esisteva infatti una forte competizione
tra l‟antica nobiltà patrizia, che occupava i seggi del Senato, e
la nuova aristocrazia di radice militare o commerciale. Alla fine
del III secolo quest‟ultima occupò il Senato e ne rimpiazzò i
membri, così che la contesa fu ovviamente risolta.
Teniamo bene a mente questi punti, perché i Collegia Fa-
brorum, così come le scuole misteriche e il culto del Sol Invic-
tus-Mitra, si riveleranno nient‟altro che tentacoli (o ciglia)
dell‟Occhio che Tutto Vede, la cui «pupilla» si accentrava a E-
dessa.
In età costantiniana, nel IV secolo, è documentata
l‟esistenza a Tarquinia di un collegio di 60 aruspici chiamato
Ordo sexaginta haruspicum. Nel 47 d.C. l‟imperatore Claudio, in
un discorso sul collegio degli aruspici, manifestava la sua vo-
lontà di lottare di fronte all‟invasione delle superstizioni stra-
niere, per la salvaguardia «della disciplina più antica d‟Italia»,
fondando la sua politica sull‟esempio del passato, al tempo in
cui «i grandi re dell‟Etruria, sia spontaneamente, sia per istitu-

194
zione del Senato, avevano mantenuto e diffuso questa scienza
nelle famiglie».4
C'è chi sostiene che proprio tra i principi etruschi siano da
ricercare le radici di Roma e in particolare della ben nota Gens
Claudia, cui appartenevano appunto l'imperatore Claudio e i
suoi eredi. Il capostipite Clauso (665-595 a.C.) era figlio di Me-
senzio, re etrusco di Caere (Cerveteri). Qui la famiglia dei Clau-
dii risiedette fino al 504 a.C., anno in cui Attus Clausus (roma-
nizzato in Appio Claudio) si trasferì a Roma con il proprio se-
guito di parenti, amici e ben 5.000 clientes, a ciascuno dei quali
furono assegnati due iugeri di terreno (equivalenti a circa mez-
zo ettaro). Allo stesso Appio Claudio, subito accolto nel patri-
ziato romano, furono assegnati venticinque iugeri.

195
IX
Re di Giudea

Quando guardi nell‟abisso,


l‟abisso guarda in te.

FRIEDRICH NIETZSCHE,
Al di là del bene e del male

Fuga dall’Egitto

Era il 1350 a.C. quando sul trono d‟Egitto salì un faraone di


sangue hyksos: il suo nome era Akhenaton. I suoi consanguinei
erano stati cacciati dall‟Egitto 200 anni prima e i pochi rimasti
erano stati ridotti in schiavitù. Nonostante ciò, questo faraone
fu talmente potente che riuscì a imporre a tutto il paese la reli-
gione monoteista della propria famiglia.
Al giorno d‟oggi il monoteismo egiziano è considerato una
perversione di questo singolo faraone; ciononostante appa- re
evidente che furono gli Hyksos nel loro complesso a pianificar-
lo, nell‟arco di qualche generazione. Intorno al 1400 a.C. gli
Hyksos del Mitanni avevano inviato in Egitto un membro della
nobiltà militare, Yuya, identificato da Laurence Gardner con il
Giuseppe della Bibbia, nipote del «rosso» Esaù. La tradizione
vuole che Giuseppe sia stato venduto come schiavo in Egitto
alla fine del XV secolo a.C.; qui sarebbe entrato nelle grazie del
faraone e sarebbe assurto a governatore solo un decennio più
tardi.
Suo padre Giacobbe e altri 70 familiari lo avrebbero rag-
giunto nella regione egiziana di Goshen, sfuggendo alla care-
stia che imperversava a Canaan. Gli annali di Tuthmosis IV 1 ri-

196
portano invece la nomina a governatore di Yuya. Gli annali di
Ramses II2 affermano che gruppi di Shasu si erano stabiliti a
Goshen e che avevano lasciato Canaan per mancanza di cibo.
Non può essere un caso se annali egiziani e tradizione biblica
coincidono. Genesi (47,11), Esodo (1,11) e Numeri (33,3) fanno
tutti riferimento alla «terra di Ramses» a Goshen, un comples-
so di magazzini destinati a granaglie e costruiti dagli Shasu per
Ramses II a circa 300 anni dal loro trasferimento nella regione.
È difficile credere che Giuseppe/Yuya fosse entrato in Egitto
come schiavo per poi elevarsi a ministro per volere divino.
Quale membro dell‟aristocrazia mitanna si trovava in Egitto
probabilmente per motivi diplomatici, con il tacito intento di
sposare Tuia, sacerdotessa il cui titolo completo era «cantatrice
di Hathor e capo delle intrattenitrici di Amon e Min». Tuia era
discendente di Ahmose Nefertary, figlia dell‟ultimo re hyksos
Apep (o Apepi) II, deposto da Ahmose I nel 1555 a.C. circa. Nel
1904 l‟archeologo James Quibell scoprì la tomba di Yuya e Tu-
ia, seppelliti entrambi nel sito KV46 della Valle dei Re. Al suo
interno fu scovato un tesoro favoloso3, ma ciò che più conta è
che entrambe le mummie avevano lunghi capelli biondo-
rossicci.4
Quando il faraone Tuthmosi morì, suo figlio Amenhotep III5
sposò la propria sorella Sitamun per poter ereditare il trono
(come voleva la tradizione faraonica). Poco dopo sposò anche
Tyi, figlia del primo ministro Giuseppe/Yuya. In via del tutto ec-
cezionale, Tyi fu elevata al rango di «Grande Sposa Regale»
benché il suo sangue non appartenesse alla famiglia regnante.
Le raffigurazioni di Tyi mostrano una carnagione rosea, occhi
azzurri e capelli biondi.6 La sua mummia ha svelato invece una
capigliatura ondulata di colore ramato. La casta sacerdotale
chiese che il trono fosse precluso ai figli di Tyi: la lunga perma-
nenza di Giuseppe al governo del paese faceva temere un ri-
torno al potere degli Hyksos. Quando Tyi restò incinta, i sacer-
doti tebani ordinarono l‟uccisione del neonato nel caso in cui
fosse stato un maschio.

197
Gli Hyksos parenti di Tyi vivevano a Goshen e lei stessa
possedeva un palazzo un po‟ più a monte, a Zarw, dove andò a
partorire. Era il 1394 a.C. quando in effetti diede alla luce un
maschio, ma le ostetriche reali lo affidarono di nascosto ad Ay,
un ufficiale fratello di Tyi. Il ragazzo prese il nome di Aminadab
e fu educato dai sacerdoti di Eliopoli nella regione orientale del
Delta. In età adolescente si spostò a Tebe. Nel frattempo era
cresciuta l‟influenza a corte di sua madre Tyi, facilitata dal
mancato arrivo di un erede maschio da parte di Sinamun, la
regina più anziana.
Il faraone Amenhotep III attraversò quindi un periodo di
cattiva salute. In mancanza di un erede diretto, Aminadab di-
venne prima co-reggente e quindi faraone alla morte di A-
menhotep nel 1348 a.C. A Tebe introdusse il culto di Aton, il
Dio unico degli Hyksos che i Fenici chiamavano «Adonai» («Si-
gnore»). Cambiò quindi il proprio nome in Akhenaton («servo
di Aton») e prese in moglie un‟altra donna di sangue hyksos,
Nefertiti, figlia di Ay e sua sorella di latte. In questo periodo
l‟Occhio che Tutto Vede prese il nome di «fratellanza di El A-
marna», adottando un abito talare con la corda e la tonsura. 7
Nefertiti divenne «Grande Sposa Regale» e ottenne poteri
pari a quelli del marito. Dall‟iconografia ufficiale di Amarna (al-
lora la capitale) è chiaro che Nefertiti avesse assunto
un‟importanza senza precedenti. Spesso appare intenta a effet-
tuare offerte ad Aton (rappresentato nel Sole) e sembra equi-
valente al faraone quanto allo status. Akhenaton volle che agli
angoli del suo sarcofago ci fosse il ritratto della «Grande Spo-
sa», al posto delle quattro dee deputate a proteggere la
mummia (Iside, Nephthys, Selkis e Neith).
La regina giocò senz‟altro un ruolo cruciale nei cambia-
menti religiosi e culturali attuati dal marito: l‟archeologo Phi-
lipp Vandenberg sostiene che fu Nefertiti, piuttosto che Akhe-
naton, il vero artefice della rivoluzione amarniana e del culto
monoteistico di Aton. Il faraone «eretico» avrebbe soltanto a-
derito alle credenze della consorte.8 Un‟altra concubina di A-

198
khenaton fu una teucra di Arzawa e quindi anch‟essa proba-
bilmente monoteista.
Nel 1333 a.C. il faraone «eretico» fu bandito dall‟Egitto e si
rifugiò con alcuni servitori nel lontano Sinai, portando con sé il
suo scettro regale sormontato da un serpente di ottone.9 Do-
cumenti egiziani indicano che Akhenaton condusse il suo se-
guito da Pi-Ramesse (vicino alla moderna Kantra) a sud, attra-
verso il Sinai e verso il lago Timsah.10
In Egitto iniziò il breve regno di Tutankhamon, durato ap-
pena 9 anni. Tutankhamon era figlio di Akhenaton e Nefertiti,
nonché sposo di Gilikipa, figlia del re del Mitanni Shuttarna II,
giunta alla corte egizia con un seguito di 317 dame di compa-
gnia e un‟infinità di regali preziosi. Anche la mummia di Giliki-
pa ha rivelato capelli ramati.
Tutankhamon salì al trono giovanissimo (a circa 10 anni ) e
venne affiancato da un consiglio di reggenza composto da Ay,
già consigliere di Akhenaton, e da Horemhab, capo
dell‟esercito e sposo di Mutnodjemet, figlia di Ay e sorella di
Nefertiti. Quando l‟archeologo inglese Howard Carter scavò la
tomba di Tutankhamon nel 1922, egli scoprì nel tesoro un pic-
colo sarcofago di legno. Al suo interno era conservato un ri-
cordo dell‟amata nonna, la regina Tyi, «un ricciolo dei suoi ca-
pelli ramati».11
Dopo Tutankhamon divenne faraone lo stesso Ay e dopo di
lui Horemhab, mentre Mutnodjemet assumeva il titolo di
«Grande Sposa Regale». Benché Tutankhamon e il suo consi-
glio avessero attuato una controriforma che ripristinava gli an-
tichi culti egizi, è possibile che si trattasse solo di un‟azione di
facciata, per bloccare un‟imminente rivoluzione guidata dal
clero tebano. Con Ay e Mutnodjemet abbiamo di fatto un Egit-
to ancora governato da faraoni di sangue hyksos.
Intorno al 1290 a.C. Horemhab lasciò il trono all‟anziano
generale Ramses I, con il quale ebbe inizio la XIX dinastia,
quella dei Ramesseidi. Qualcuno vuole vedere nei Ramesseidi
un‟assonanza con la famiglia hyksos-sabina dei Ramnes (Ro-

199
mani) che governò l‟Urbe in forme più o meno trasparenti. Un
indizio in questa direzione è la stessa mummia di Ramses II,
coperta da setosi capelli biondi.12 Anche il figlio di Ramses,
Merenptah, è disegnato con capelli biondi e occhi azzurri sulle
pareti della propria tomba nella Valle dei Re. In tal caso i Ra-
messeidi non sarebbero che un proseguimento collaterale del
dominio hyksos in Egitto. Ciò spiegherebbe l‟estrema fiducia
accordata da Ramses II a un manipolo di invasori shardana,
abbastanza da farne la propria guardia personale.
Ramses I era nato da una nobile famiglia di Tanis, ex rocca-
forte degli Hyksos assieme ad Avaris, e un‟ulteriore connessio-
ne è suggerita da Laurence Gardner: «Con la salita al trono di
Ramesse I la successione mitocondriale (= per via materna) si
trasferì dall‟Egitto alla Casa reale di Scizia, dove i Principi del
Mar Nero divennero noti come i Signori di Anu».13 Che cosa
significa? Forse Ramses I discendeva dalla casa reale scita per
via materna? E chi erano i signori di Anu? Sappiamo che Ram-
ses I proveniva dalle file dell‟esercito e che qui aveva ricoperto
cariche prestigiose come quella di «capo degli arcieri». Sap-
piamo anche che i mercenari sciti detenevano il primato
nell‟uso dell‟arco.14 Questo fatto non dimostra di per sé
l‟origine scita di Ramses, ma sicuramente la supporta grande-
mente.
A Ramses I seguì il figlio Sethi I e quindi sarebbe toccato al
nipote Tot-mose, facilmente identificabile con il Mosè biblico.
Nella midrash la madre di Mosè è chiamata Bithia. È nominata
anche nel primo libro delle Cronache (4,18), un passo che nelle
Bibbie moderne è quasi incomprensibile, mentre è molto chia-
ro nelle Bibbie del XVIII secolo. Il nome di Mosè nemmeno ap-
pare, mentre figura la sorella di quest‟ultimo, Miriam. È questo
il segno di un‟antica censura operata nei confronti del patriar-
ca. La parola Bithia (in ebraico Batya) ricorda invece le Bithie
(sacerdotesse) di Shardana e Sciti.
Gli annali di Seti I descrivono Tot-mose come un generale
delle truppe shardana nella regione di Jessen, sul Delta, estro-

200
messo dalla successione al trono con l‟accusa di adorare il dio
unico Aton. In gioventù Mosè era stato inviato per la sua ini-
ziazione nel paese dei Madianiti (Higiaz settentrionale, a ridos-
so della Transgiordania). Qui vivevano alcune tribù di nomadi
chiamati Shasu, assoggettati anch‟essi ai principi-sacerdoti del-
la famiglia hyksos. Mosè fu ospitato dal principe-sacerdote Je-
thro che gli diede in sposa la figlia Zipporah. Da quest‟ultima
Mosè ebbe due figli: Gershom ed Eliezer. Dopo tre anni Mosè
tornò in Egitto e divenne sacerdote di Eliopoli.15 Nel libro
dell‟Esodo leggiamo al contrario che Mosè passò 40 anni nel
deserto di Madian, ma il numero 40 associato al deserto non è
altro che un codice ricorrente che simboleggia l‟iniziazione,
come i 40 giorni di Gesù nel deserto che nascondono i suoi 3
anni di iniziazione a Qumran (rimasti tali nella Bibbia di re Gia-
como).
Giuseppe Flavio si rifà all‟Aigyptiaká dello storico Manetone
e scrive nel Contra Apionem: «Ho sentito degli Antichi Uomini
d‟Egitto e che Mosè era di Eliopoli».
In Egitto la religione del dio unico continuava nella clande-
stinità, avversata dal clero tebano che difendeva con i denti la
religione ufficiale. Qui nacque l‟usanza di ungere il capo del re
nel momento dell‟incoronazione. I primi re sumeri (Sum-
ARIAN), egizi e, in seguito, israeliti, venivano consacrati con il
«grasso del drago», il grasso del coccodrillo sacro. Il coccodril-
lo in Egitto era noto come «messeh» e da qui deriva il termine
ebraico «messia», che significa appunto «il consacrato».
Secondo Manetone, Mosè avrebbe promesso agli Shardana
la restituzione dell‟antica capitale Avaris, da essi controllata
400 anni prima (1750-1550 a.C.). Manetone riferisce l‟impiego
nell‟esodo di 200.000 mercenari, gli stessi riferiti dal libro dei
Numeri (1) per le tribù «non ebraiche» di Dan (62.700), Zabu-
lon (57.400), Aser (41.500), Issacar (54.400), 216.000 in totale.
Dan e Zabulon sono infatti tradizionalmente associate alla Sar-
degna, mentre Aser e Issacar sono in genere associate a Troia.

201
Quando Mosè fu scoperto a adorare il dio unico, suo cugi-
no Ramses II fu costretto a cacciarlo dall‟Egitto. Di fronte al cle-
ro finse probabilmente di odiarlo e lo inseguì fino al Mar Ros-
so; al contempo, però, gli fece dono di una scorta, i combat-
tenti shardana della propria guardia personale, i soldati più
preziosi, coloro che gli avevano evitato una pesante sconfitta a
Kadesh contro gli Ittiti.16 Ramses approfittò dell‟occasione per
liberare il popolo hyksos-shasu che era stato schiavizzato dal
clero tebano nel 1550 a.C. In quell‟epoca, dopo 200 anni di
dominio ufficiale degli Hyksos in Egitto, il clero tebano aveva
appoggiato il colpo di Stato del generale Kamose. La nobiltà
hyksos era stata ridotta in schiavitù e la stessa sorte era toccata
a tutti gli Shasu entrati con essa in Egitto.
Ma torniamo a Mosè. L‟esodo passò nel paese di Madian e
il patriarca incontrò di nuovo il gran sacerdote Jethro. Nel libro
dell‟Esodo (18), leggiamo della visita di Jethro nella tenda del
patriarca: dopo un lungo colloquio, Jethro, Aronne e gli anziani
offrirono sacrifici e imbastirono un banchetto. Il giorno dopo
Jethro insegnò a Mosè come organizzare il popolo in schiere,
centurie, ecc. I fuggiaschi erano pronti a fondare una nuova
nazione, progettando a tavolino l‟indebolimento e la conquista
delle città-Stato cananee. Gli uomini di Mosè sobillavano le ri-
bellioni tra quei cittadini cananei che si trovavano sommersi
dai debiti e rischiavano la schiavitù per insolvenza, i cosiddetti
Habiru. Alcuni di questi erano già presenti nell‟esercito di Mo-
sè; si erano rifugiati in Egitto per sfuggire ai loro signori, ma
qui erano stati costretti al lavoro coatto nelle imprese dei Ra-
messeidi.
Inizialmente si era trattato di pochi fuggitivi senza dimora
che erravano sulle rive del delta del Nilo. A un certo punto, pe-
rò, il loro numero era divenuto incontrollabile e il faraone ave-
va tentato a poco a poco di impiegarli come lavoratori forzati
nelle miniere d‟oro o nei grandi cantieri delle costruzioni reali.
In particolare il loro contributo è attestato nella costruzione di
due città-fortezza, Ramses e Pitom, all‟estremo est del delta

202
del Nilo, nella terra di Goshen, zona di confine nei pressi della
via maris, una delle grandi arterie di comunicazione del mondo
antico.
Le rivolte intestine preparavano il terreno agli attacchi
dell‟esercito mosaico: inevitabilmente le città-Stato della Pale-
stina caddero una dopo l‟altra. Questo modo di fare ricorda da
vicino l‟azione dei nostri servizi segreti, che sobillano rivolte nei
cosiddetti «Stati canaglia» per preparare il terreno
all‟invasione. E i servizi segreti al giorno d‟oggi rispondono so-
prattutto a due cognomi ebraici, i Rothschild e i Rockefeller.
Qualcosa però andò storto: nella neonata nazione ebraica
le origini hyksos furono rinnegate. Addirittura lo stesso nome
«ebrei» derivò da «habiru». La famiglia di Mosè subì una sorta
di damnatio memoriae e fu depennata dagli annali. I membri
della famiglia sacerdotale furono registrati tra i discendenti di
Aronne benché invece discendessero da Mosè: almeno Aronne
non aveva sposato una donna madianita. Se escludiamo il Pen-
tateuco, Mosè non è mai citato nei testi biblici prima dell‟età
post-esilio, a parte un passo di dubbia autenticità nel libro di
Michea (6,4).

La Palestina pre-mosaica

Come si presentava la Terra promessa prima della conqui-


sta mosaica? Nell‟Età del bronzo (2800-1200 a.C.) la Palestina
era frammentata, come la Siria, in una serie di piccoli «Stati re-
gionali». Quando Tuthmosi III conquistò le due regioni, nel
1460 a.C., i re locali conservarono la loro autonomia ma diven-
nero «servi» e tributari del faraone. Dall‟archivio di el-‟Amarna
sappiamo che solo tre centri erano sedi di governatori egiziani:
Gaza sulla costa meridionale, Kumidi nella Beq‟a libanese e
Sumura sulla costa settentrionale, presso l‟attuale confine siro-
libanese. Guarnigioni erano a Giaffa (Tel Aviv), Bet She‟an (al

203
passaggio tra Yizre‟el e la valle del Giordano), Ullaza (sullo
sbocco al mare della via proveniente dalla valle dell‟Oronte).
La città palestinese constava di un centro urbano con il pa-
lazzo reale e le residenze di artigiani, guardie e servitori, più un
circondario agricolo entro un raggio di una decina di chilome-
tri, con una periferia di steppe per la transumanza pastorale. Al
suo interno risiedevano circa 3000-4000 abitanti. In genere la
città era fortificata e controllava un territorio circostante detto
«Stato regionale», ove si trovavano case di agricoltori (da un
minimo di 2-3 a 50) raggruppate in villaggi privi di mura difen-
sive. Uno Stato regionale raggiungeva mediamente i 15.000
abitanti. La loro distribuzione copriva la costa, la piana di Yi-
zre‟el e la valle del Giordano, mentre era assente a est del
Giordano, a sud della Giudea e, salvo due eccezioni, nelle zone
di altura. Le due eccezioni, la prima sulle alture di Giuda e la
seconda sulla montagna di Efraim, erano Gerusalemme e Si-
chem.
Il popolo si divideva in due grandi categorie. Da un lato
c‟erano gli uomini del re, privi di mezzi di produzione propri,
che lavorano per il re e ricevevano da lui una retribuzione.
Questi andavano dall‟aristocrazia militare dei carristi o mar-
yannu, ai sacerdoti, scribi, artigiani, mercanti e guardie, fino a-
gli schiavi agricoli che lavoravano la terra delle fattorie palati-
ne.
Dall‟altro c‟era la popolazione libera, che possedeva terra e
bestiame, e forniva al re una quota dello stipendio sotto forma
di tassa. Un‟annata sfavorevole poteva portare dalla richiesta di
un «prestito a interesse e a pegno personale» fino alla servitù
per debiti.
Nel villaggio tutti erano imparentati attraverso scambi ma-
trimoniali, così da poterlo considerare equivalente a un‟unità
gentilizia (clan). Era gestito da un consiglio di anziani per
l‟ordinaria amministrazione, congiuntamente a un‟assemblea,
chiamata «la riunione», in cui convogliavano tutti i maschi a-
dulti, coinvolta nelle cause di straordinaria amministrazione.

204
Un «sindaco» di gradimento regale gestiva i rapporti con il pa-
lazzo.
Il quadro sopra delineato era completato dalle tribù di no-
madi, i Sutei dei testi accadici, gli Shasu dei testi egiziani. I loro
capi erano chiamati Sabei17 dai primi e Hyksos dai secondi. Oc-
cupavano le steppe del Sud e dell‟Est, ai margini del deserto
vero e proprio, nonché gli altipiani centrali. Racconta il papiro
Anastasi I di età ramesseide:

[Sulla via di Maghara] il cielo è oscuro di giorno, essendo pianta-


to di ginepri e querce e abeti che raggiungono il cielo. I leoni vi sono
più numerosi delle pantere, vi sono orsi, e un cerchio di Shasu appo-
stati sulla strada... [Al passo di Megiddo] la strettoia è infestata di
Shasu nascosti sotto i cespugli, ve ne sono di quattro o cinque cubiti
dalla testa ai piedi, feroci di faccia, di cuore non mite e che non a-
scoltano blandizie.

Capitava che gli Shasu cercassero rifugio in Egitto in tempo


di carestia, accolti in applicazione dell‟ideologia del faraone di-
spensatore di vita, come si legge nel rapporto di un ufficiale di
frontiera:
Abbiamo completato l‟attraversamento degli Shasu di Edom, at-
traverso la fortezza di Merenptah-hotep-her-Ma‟at in Soko, verso gli
stagni di Per-Atum in Soko, al fine di farli vivere e far vivere le loro
greggi nella terra di Sua Maestà il buon Sole di tutte le terre.18

Questo accadeva ancora dopo la dominazione degli Hyksos


in Egitto, come se i faraoni avessero accusato e schiavizzato
solo le tribù effettivamente colpevoli e non l‟intera etnia.
Una stele di Sethi I ritrovata a Bet-She‟an fa menzione di un
gruppo di Shasu chiamato «tribù degli Abramiti» (1289 a.C.),
mentre la citata stele di Merenptah celebra il trionfo del farao-
ne sulla «tribù di Israele», sconfitta in una battaglia che secon-
do gli storici sarebbe avvenuta nei pressi di Gezer (1230 a.C.).
Se gli Hyksos erano entrati in Egitto rivendicando la terra
che il faraone Menes aveva concesso ad Abramo, possiamo

205
ragionevolmente supporre che gli Abramiti fossero gli stessi
Shasu liberati da Mosè.

Gli uomini liberi diventano «habiru»

Nel Tardo Bronzo le difficoltà economiche indussero i con-


tadini liberi a procurarsi il grano in cambio di pegni materiali,
specie le terre, e poi di garanzie personali: mogli e figli diven-
tavano servi del creditore, in una servitù temporanea che dive-
niva permanente nell‟impossibilità di ripagare il debito. Infine il
debitore doveva asservire se stesso e preferiva in molti casi
darsi alla fuga.
Nel Medio Bronzo (1900-1600 a.C.) il re interveniva in mo-
do «paternalistico» attraverso editti di remissione dei debiti e
di liberazione dei debitori asserviti. Le norme giuridiche tutela-
vano invece il patrimonio familiare vietando la cessione di terre
a estranei. Tutto questo venne a mancare dalla metà del II mil-
lennio e ai contadini indebitati non restava che la fuga verso
spazi di difficile controllo, come le montagne boscose e le
steppe predesertiche, dove si unirono agli Shasu. I rifugiati e-
rano detti habiru («fuggiasco»), da cui deriva il termine «ebrei».
Il fenomeno crebbe con un effetto valanga allarmando i re ca-
nanei, i quali temevano che i contadini indebitati ma ancora sul
posto potessero fare causa comune con gli habiru:

Se i contadini disertano, gli habiru prenderanno la città (LA 135,


da Biblo)
Cosa posso fare io che sto in mezzo agli habiru? Se non ci sono
viveri del re per me, i miei contadini si rivolteranno. (LA 187, da Biblo)

L‟atteggiamento dei re cananei portò all‟allontanamento


dei villaggi dal palazzo, che si concatenava a un periodo di ca-
restia, crisi demografica, restringimento in pianura delle zone
agricole insediate e sfruttate. Dal 1200 a.C. i villaggi più grossi
iniziarono a cingersi di mura e tesero a creare raggruppamenti

206
(tribù) con i villaggi vicini, facendo azione comune nella difesa
e nel coordinamento della transumanza, aperti
all‟assorbimento degli habiru e delle loro rivendicazioni antipa-
latine. L‟assemblea venne convocata per ordinaria amministra-
zione, sia nei villaggi che nelle città, dove riapparvero alcuni
atteggiamenti paternalistici del Medio Bronzo, nel tentativo di
ricucire lo strappo tra il palazzo e il resto della popolazione.
La nuova unione Shasu-Habiru promosse operazioni di di-
sboscamento e terrazzamento dei pendii, procedendo alla co-
struzione dei villaggi di altura. Si misero a punto tecniche di
«aridocultura» sul fondo degli wadi19: sbarramenti trasversali
trattenevano l‟acqua facendola penetrare nel suolo, e trattene-
vano il suolo stesso altrimenti eroso dalle piene. Si scavavano
anche pozzi più profondi e cisterne con intonaci a migliore te-
nuta idrica.
La nuova società, che possiamo definire «proto-israelitica»,
non era però del tutto omogenea. Si ravvisa una maggiore
continuità con la cultura cananea in quelle zone che, essendo
meno impervie, erano già parzialmente occupate dal XIII seco-
lo. Un‟occupazione radicalmente nuova si ebbe nelle zone più
impervie di Efraim e Beniamino, nell‟Alta Galilea e nel Negev.
Negli altipiani centrali si passò dai 29 siti del Tardo bronzo ai
254 della prima Età del ferro. Un fenomeno simile accadde ai
margini del deserto transgiordano, dove si passò da 32 a 218
siti. Inizialmente le abitazioni erano strette e lunghe, disposte
una accanto all‟altra, in cerchio attorno a uno spazio aperto,
ereditando la tipica disposizione delle tende dei nomadi. Suc-
cessivamente l‟insediamento rimase ovoidale ma le case di-
vennero «a pilastri».
È improbabile che i costruttori dei nuovi villaggi
s‟identificassero complessivamente come «Israeliti». La cultura
materiale presenta forme variabili: giare collared rim negli al-
topiani centrali, ma di tipo diverso in Galilea; villaggi su altura
negli altopiani e campi pastorali nel Negev, ecc. Inoltre le pri-

207
me attestazioni del termine «Israele» sono circoscritte
all‟altopiano centrale (Manasse-Efraim-Beniamino).
Si fa risalire a questo periodo il Codice dell’Alleanza, un te-
sto legislativo contenuto nel libro dell‟Esodo (21,1-23,19). Qui
sono presenti norme che prevedono la liberazione dei servi
dopo il settimo anno (così da rendere temporaneo
l‟asservimento per debiti), si vieta il prestito a interesse tra
membri della stessa comunità e si stabilisce il riposo settima-
nale. La normativa, contrapposta alla prassi del Tardo Bronzo,
tendeva a tutelare lo status libero dei debitori, rifacendosi a
procedure in uso pochi secoli prima.
Lo Stato etnico aveva scarso bisogno di supporto ammini-
strativo e trovava la sua coesione nella struttura gentilizia di
una società sostanzialmente egalitaria. Una dirigenza poteva
esistere occasionalmente in caso di guerra, ma fondata sul ca-
risma e non su principi ereditari. Contrariamente alla città, lo
Stato etnico sviluppò un forte senso di appartenenza, basato
sulla comune discendenza e sull‟esistenza di un dio nazionale,
nonché sul meccanismo di inclusione/esclusione a cui si ispira-
vano le norme dell‟ospitalità e del connubio. Esistevano infatti
gruppi sentiti come alieni per diversa organizzazione, dialetto,
abitudini. Ma esistevano anche tribù che, ritenute estranee in
periodo di pace, diventavano alleate in periodi di carestia (che
richiedevano l‟accesso a pascoli diversi dal solito) o di guerra.
In questi casi la direzione poteva passare dal collegio degli an-
ziani a un leader carismatico, nella speranza che passata la crisi
costui rientrasse nei ranghi, come fece il giudice Gedeone nella
lotta contro i Madianiti (Giudici 8,22-27), ma come non fecero
Saul e Davide.
Sono scarse le scritture di questo periodo ritrovate sugli al-
topiani: segni in proto-cananaico su un manico d‟anfora a
Khirbet Raddana, alcune punte di freccia con nome di persona
provenienti da el-Khadr presso Gerusalemme, un alfabetario
da „Izbet Sartah. Tuttavia non fanno che confermare una qual-
che continuità con la precedente cultura cananea, attestata an-

208
che dalla produzione di olio e vino che resta proporzionata al
periodo precedente.

Gli scontri con le città

Lo scontro tra città e tribù fu inevitabile. Probabilmente


l‟intervento di Mosè fu la miccia che fece scoppiare il conflitto,
ma gli scontri erano ancora in atto alla fine del XI secolo. Nel
1180 a.C. si combatté la battaglia di Ta‟anak presso Megiddo,
nella valle di Yizre‟el nell‟alta Palestina, dove scesero in campo
le milizie tribali della Galilea (Zabulon, Issacar e Neftali) e delle
regioni centrali (Manasse, Efraim e Beniamino). Le tribù scesero
dalle montagne guidate dal generale Baraq e incitate dalla
profetessa Debora, e con immensa sorpresa si trovarono ad af-
frontare la stessa guardia shardana che era passata dalla parte
del nemico.20 Probabilmente non sapremo mai il motivo di
questo voltafaccia, connesso certamente con la scelta degli E-
brei che vollero rinnegare qualsiasi legame con gli Hyksos e i
loro consanguinei.
Gli Shardana erano comandati dal generale Sisara21 e i loro
carri da guerra combattevano al soldo di re Yabin di Hasor in
difesa delle città cananee.22 Nei pressi di Ta‟anak si trova Haro-
set Goim (la biblica El Awhat). Il sito fu abitato per soli 50-60
anni e abbandonato nel 1180-60 a.C. circa. Non vi sono tracce
di distruzioni e nei pressi vi sono 4 siti similari. Il sito è stato
identificato come shardana sulla base di tre elementi:

- Capanne con copertura a tholos di tipo sardo;


- Un nuraghe di 10 x 15 metri;
- Ceramiche di tipo «nuragico» e frammenti di ceramiche
con decorazioni a spina di pesce tipiche della Sardegna.

209
Nel libro dei Giudici leggiamo che Dan e Aser23 non parte-
ciparono alla battaglia, il ché diventa ovvio se identifichiamo la
biblica tribù di Dan con le truppe shardana (Sher-Dan).
Negli stessi anni il primogenito di Mosè, Gershom, era di-
ventato Gran Sacerdote degli Abramiti e di tutte le tribù degli
altopiani centrali. Dopo di lui toccò a suo figlio Shebuel e infi-
ne al nipote Eli. Queste tribù accerchiarono i territori di Sichem
e Gerusalemme, fino a inglobarli in una nuova formazione po-
litica. Già nel XIV secolo, le due città si distinguevano dalle cit-
tà-Stato delle pianure per una tendenza espansionistica che
non disdegnava affatto l‟appoggio militare di habiru e shasu.
Lo storico Manetone, nell‟Aigyptiaká, sostiene che addirit-
tura la fondazione di Gerusalemme si debba agli Hyksos: «Una
strana tribù barbarica invase e conquistò l‟Egitto. Quando, in
seguito, fu cacciata, essa attraversò la Siria e fondò una città
chiamata Gerusalemme».
Nella prima Età del ferro, un clan eframita guidato da Abi-
melek impose di trasformare il protettorato del gruppo pasto-
rale sulla città di Sichem in una sua formale accettazione come
re (Giudici 9,1-6).
Intorno al 1100 a.C. gli Abramiti subirono una pesante
sconfitta per mano dei Filistei. I figli di Eli, Ofni e Phineas furo-
no uccisi, insieme a buona parte della famiglia mosaica che si
trovava nei pressi di Silo, il centro religioso dell‟epoca. I pochi
superstiti si diedero alla fuga prima che i Filistei raggiungesse-
ro la città per razziarne le case e il tempio. Tra questi c‟era la
moglie di Phineas, che era incinta e che morì mentre dava alla
luce il figlio Ahitub. Ahitub fu preso in custodia e allevato da
Samuele, sacrestano del tempio di Silo e fedelissimo di Eli.
Dopo la morte di Abimelek, Samuele si stabilì a Rama tra le
montagne di Ephraim e qui inaugurò la monarchia, scegliendo
Saul come primo re per respingere i Filistei. Tra Sichem e Geru-
salemme le tribù si riconobbero unite al comando di Saul. Non
vi era ancora traccia di un apparato fiscale o amministrativo e
Saul, più che «re», era definito «capo». Il quadro archeologico

210
è coerente con la tradizione biblica, con Shilo (sede dell‟Arca
dell‟Alleanza) e Mispa (luogo di riunione dell‟assemblea) effet-
tivamente occupate.
Ahitub fu gran sacerdote ai tempi di Saul ed ebbe due figli:
Ahimelek e Zadok. Samuele aveva scelto Saul perché lo ritene-
va facilmente manipolabile dal gran sacerdote, ma presto do-
vette ricredersi. Quando si rese conto dell‟errore cercò di cor-
rere ai ripari nominando un nuovo re: Davide, inizialmente ap-
poggiato dai Filistei che gli concessero il suo primo dominio a
Siklag. Davide fu incoronato a Hebron, una città consacrata al
dio Yahweh. Fu probabilmente in questo momento che Ya-
hweh, una fra le tante divinità cananee, venne a identificarsi
con il dio unico degli Hyksos.
Saul rispose all‟affronto annientando nuovamente la fami-
glia mosaica, Ahimelek compreso. Il ruolo di gran sacerdote
passò quindi al figlio di quest‟ultimo: Abiatar. Nel frattempo
Davide aveva conquistato la regione di Giuda, prima in mano
ai Filistei. La situazione socio-politica si fece piuttosto compli-
cata e portò alla formazione di due regni, uno a sud guidato
da Davide e dal sacerdote Abiatar, e uno a nord guidato da
Saul e dal sacerdote Zadok.
L‟unione di Israele non tardò a venire: alla morte di Saul salì
al trono suo figlio Ishbosheth, ma Zadok e il comandante
dell‟esercito Abner cospirarono con Davide per riunire i due
regni. L‟inclusione nel nuovo regno di Sichem e Gerusalemme
portò a una prima strutturazione amministrativa: un capo
dell‟esercito e un capo del corpo di guardia del re, un araldo e
un segretario. Al contempo il sovrano si trovò a fare i conti con
due gran sacerdoti: Abiatar sancì un‟alleanza col figlio primo-
genito di Davide, Adonia, mentre Zadok cospirò col profeta
Nathan per sostenere l‟altro figlio, Salomone. Adonia venne
ucciso e Abiatar fu cacciato, così che Zadok rimase l‟unico gran
sacerdote al fianco di Salomone.
Con le espansioni di Salomone possiamo effettivamente
parlare di un regno d‟Israele, con una struttura amministrativa

211
compiuta e una gestione palatina. Yahweh fu riconosciuto dio
nazionale, ma occorse attendere altri tre secoli, sotto re Giosia
(648-609 a.C.), affinché fossero banditi gli altri dèi almeno per
il territorio di Giuda. Una completa «Yahwehizzazione» si ebbe
forse solo al termine del rientro da Babilonia con la complicità
dell‟amministrazione persiana, che vedeva nella classe sacerdo-
tale ebraica un efficiente mezzo di controllo sulla popolazione.
Il nuovo regno era piuttosto instabile e alla morte di Salo-
mone fu diviso in due: a nord c‟era il regno di Israele, guidato
dal funzionario di Salomone Jeroboamo e dal sacerdote Abia-
tar; a sud nacque il regno di Giuda, guidato dal figlio di Salo-
mone Roboamo e dalla discendenza di Zadok. Le capitali furo-
no rispettivamente Samaria e Gerusalemme.

La tribù di Dan

Quali prove abbiamo per affermare che la biblica tribù di


Dan corrisponde effettivamente alle truppe shardana? Durante
l‟Esodo, mentre il popolo ebraico si accampava nel Sinai, Mosè
sistemava la tribù di Dan a settentrione. Quando gli uomini ri-
prendevano la marcia, «Dan fungeva da retroguardia».24 Il mo-
tivo di questa organizzazione era il pericolo che gli Egiziani at-
taccassero, azione che potevano compiere solo arrivando da
nord via terra, essendo il Sinai una penisola circondata per tre
quarti dal Mar Rosso. Gran parte del popolo era poco convinto
di quel girovagare nel deserto, così che qualcuno tentò di tor-
nare indietro (vedi l‟episodio biblico di Datan e Core). Nel libro
dei Numeri (10,25) si dice che la tribù di Dan aveva in retro-
guardia il compito di raccogliere. Raccogliere cosa? Probabil-
mente i disertori.25
Una volta giunti alla Terra promessa, metà della tribù di
Dan se ne andò. Si legge nel libro dei Giudici (5,17) che «Dan
andò ad abitare sulle navi». L‟altra metà «ebbe difficoltà a con-
quistarsi il territorio assegnato, quindi attaccò la terra di Le-

212
shem e vi si stabilì chiamandola Leshem-Dan».26 Già qui si può
notare una differenziazione della tribù di Dan dalle altre tribù
israelite. Nell‟Apocalisse (7,3-4) si legge: «Non devastate la ter-
ra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo
sulla fronte dei servi del nostro Dio. E udii il numero di coloro
che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila se-
gnati, provenienti da ogni tribù dei figli d‟Israele». Continua e-
lencando dodicimila servi per ognuna delle dodici tribù, ag-
giungendo una tribù col nome di Manasse, figlio di Giuseppe,
ma non menzionando affatto Dan. Perché?
E ancora nel primo libro dei Re (11,30-32): «Achia afferrò il
mantello nuovo che indossava e lo lacerò in dodici pezzi.
Quindi disse a Geroboamo: “Prenditi dieci pezzi, poiché dice il
Signore, Dio d‟Israele: „Ecco, strapperò il regno dalla mano di
Salomone e ne darò a te dieci tribù. A lui rimarrà una tribù a
causa di Davide, mio servo, e a causa di Gerusalemme, la città
che ho scelto fra tutte le tribù d‟Israele‟.”». E più avanti (1Re 35-
36): «Toglierò il regno dalla mano di suo figlio e ne consegne-
rò a te dieci tribù. A suo figlio darò una tribù...». La tribù rima-
sta a Roboamo, figlio di Salomone, era quella di Giuda. Perché
ancora una volta sono nominate undici tribù? Qual è quella
mancante? Se la risposta è «Dan», allora il motivo è semplice.
Essi non erano Ebrei ma Shardana, uomini amanti dell‟arte del-
la guerra e accusati dagli stessi Ebrei di idolatria. Nel libro dei
Giudici (18) si fa riferimento al culto degli idoli, mentre nel se-
condo libro dei Re (18,4) si descrive il culto del Nehustan (un
serpente di bronzo).
Leggiamo nell‟Esodo che Dio, uscendo dall‟Egitto, fece fare
una deviazione verso sud «perché Dio pensava: “Che il popolo
non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egit-
to!”».27 Chi combatteva allora se non gli Shardana? Sempre
nell‟Esodo (12,38) si conferma la presenza di altri gruppi
all‟interno del popolo d‟Israele («una grande massa di gente
promiscua partì con loro») e si afferma (13,18) che uscirono
armati dall‟Egitto. Questo è importante in quanto

213
allora non si trovava un fabbro in tutta la terra d‟Israele, «perché
– così dicevano i Filistei – gli Ebrei non fabbrichino spade o lance».
Così gli Israeliti dovevano sempre scendere dai Filistei per affilare
ognuno l‟aratro o la zappa o la scure o il vomere dell‟aratro. ... Nel
giorno della battaglia, tra tutta la gente che stava con Saul e Gionata
non si trovò in mano ad alcuno né spada né lancia. Se ne trovò solo
per Saul e suo figlio Gionata.28

Un popolo senza spade non poteva combattere. Notiamo


infine l‟opera di Ooliab della tribù di Dan, che usando lo sha-
mir29 costruì e incise l‟efod, il pettorale di Aronne. Il pettorale
includeva 12 pietre, una per ogni tribù. Per la tribù di Dan c‟era
il sardio o sardonice. Lo stesso identico pettorale, utilizzato in
seguito dal Gran Sacerdote del Tempio, lo ritroviamo in alcuni
bronzetti shardana.
La famiglia di Mosè doveva essere piuttosto riconoscente
alla tribù di Dan, tanto che l‟incarico di sacerdote per questa
tribù viene affidato a Jonathan, nipote di Mosè.30

Babilonia

Nel 722 a.C. il regno di Israele crollò sotto i duri colpi


dell‟attacco assiro. Ne seguì la deportazione in massa degli E-
brei in Mesopotamia, classe sacerdotale compresa. Tra il 612 e
il 609 a.C. l‟impero assiro fu spartito tra i Medi di Ciassarre e i
Caldei (Babilonesi) di Nabopolassar, così che il territorio
d‟Israele passò a questi ultimi. Poco dopo alcuni sacerdoti tor-
narono in Samaria per ripristinare il culto di Yahweh, dando vi-
ta alla «comunità degli Ebrei samaritani», mentre altri membri
della famiglia sacerdotale samaritana si unirono ai Zadokiti di
Giuda. Fu in questo momento che gli Ebrei della tribù di Efraim
si spostarono in Irlanda (vedi cap.VII).
Giosia fu l‟ultimo re di Giuda come nazione indipendente
(648-609 a.C.). I suoi immediati predecessori avevano favorito il
declino del culto yahwehista, tanto da trasformare il Tempio in
un pantheon pagano, circostanza che spinse i zadokiti a trasfe-
214
rire l‟Arca dell‟Alleanza nel tempio ebraico di Elefantina (in E-
gitto).31 Giosia divenne re a 8 anni e regnò per 31 anni. Nel
dodicesimo anno di regno cominciò a restaurare il culto esclu-
sivo di Yahweh, distruggendo tutti gli oggetti di culto presenti
nei santuari e dedicati ad al tri dèi come Baal («riempiendone il
posto con ossa umane»).32 Trucidò i sacerdoti pagani in vita e
dissotterrò le ossa di quelli morti per bruciarle sui loro altari
(2Re 23,4-16).
Nel 622 a.C. ordinò il restauro del Tempio e fu in
quell‟occasione che gli operai portarono alla luce un rotolo di
pergamena. Il testo era la copia di un originale (ora perduto)
Rotolo della Legge, messa in circolazione insieme a molte altre
dal re di Giuda, Giosafat, nell‟870 a.C. circa. Le copie distribuite
avevano scopo didattico-propagandistico e Giosafat ne aveva
alterato i contenuti censurando quei paragrafi che delegittima-
vano Giuda rispetto a Israele, compresa la storia di Silo e dei
suoi sacerdoti, i discendenti di Mosè.33 Da questa copia mutila-
ta venne tratto più tardi il Deuteronomio. La scoperta spinse
Giosia a una profonda riforma religiosa, nel cui ambito venne
rinnovata l‟alleanza tra il popolo e Yahweh, e si stabilì che i sa-
crifici prescritti avessero luogo soltanto a Gerusalemme. In tal
modo venne ridotto il rischio di culti sincretistici fra la fede in
Yahweh e quella in Baal, ispiratore di un culto della sessualità
mirante a garantire la fecondità della terra. Venne anche ripri-
stinata la festa della Pasqua, che non era più celebrata solen-
nemente dai tempi di Samuele.
A Giosia successero i figli Ioacaz (609 a.C.) e Ioiakim (609-
598 a.C.), e dopo di loro il trono passò al figlio di Ioiakim, Je-
coniah (598-597 a.C.). Dopo solo tre mesi di regno, Jeconiah fu
deportato a Babilonia dal re Caldeo Nabucodonosor II (597
a.C.). I Caldei accettarono la nomina di un nuovo re a Gerusa-
lemme a patto che si proclamasse loro vassallo. Toccò quindi a
un altro figlio di Giosia, Zedekiah (597-586 a.C.).
Quest‟ultimo figura nella lista di Rumor con il nome «Zede-
kiah di Dan»: un fatto non da poco, che fa supporre l‟esistenza

215
di un legame tra Zedekiah e la Fratellanza di Babilonia (Oraco-
lo di Bel Marduk), un‟appendice dell‟Occhio che Tutto Vede in-
sediata in Caldea. Zedekiah fu forse l‟autore o il committente
di un secondo archivio di tavolette, dello stesso genere ritrova-
to in Egitto nella tomba di Osiride. Intorno al 1000 d.C.,
l‟archivio fu recuperato nel deserto di Amman dagli inviati di
papa Silvestro II (al secolo Gerberto d‟Aurillac), un altro nome
che appare nella lista di Rumor. Alla fine del XV secolo lo stes-
so archivio fu codificato (probabilmente dal rosacrociano e a-
strologo alla corte inglese John Dee) nelle pagine della secon-
da edizione del Malleus Maleficarum, il trattato sulla persecu-
zione delle streghe di Heinrich Kramer e Jacob Sprenger.
Nel 587 a.C. Zedekiah interruppe il pagamento del tributo a
Nabucodonosor, fornendogli così il pretesto per entrare a Ge-
rusalemme e distruggere il Tempio. È difficile stabilire se la sua
fosse stata una vera ribellione o una semplice messinscena. In
ogni caso la versione ufficiale della storia riferisce che Nabu-
codonosor fece uccidere i figli del re e deportò il popolo a Ba-
bilonia. Zedekiah sarebbe finito in carcere e lì sarebbe morto
qualche anno dopo. Che la cosa sia stata programmata o me-
no, è evidente che l‟esilio babilonese servì a ristabilire i legami
tra le scuole di profezia ebraiche e le altre appendici
dell‟Occhio che Tutto Vede. Ricorderete infatti che quei legami
si erano deteriorati al tempo dell‟Esodo e avevano portato al
distacco dalla famiglia hyksos e alla contraffazione di alcune
linee genealogiche.
Dopo la morte di Nabucodonosor, il suo successore Awil-
Marduk liberò Jeconiah e lo pose a capo della comunità ebrai-
ca, creando la figura del Resh Galuta (re in esilio). A Babilonia
Jeconiah sposò sua cugina Tamar e ne adottò i figli avuti da un
precedente matrimonio. Così il figlio di Tamar, Salatiel, divenne
il secondo Resh Galuta di Babilonia. Dopo la sua morte il titolo
passò a Zorobabele, il re che tornò a Gerusalemme quando i
Persiani occuparono Babilonia nel 538 a.C. Questo re, di cui
sappiamo relativamente poco, deve aver avuto un ascendente

216
particolare sulla casa regnante babilonese, abbastanza da spo-
sare Amytis, la figlia di Awil-Marduk (il biblico Evil-Merodach).
La sua figura assume tutt‟oggi un ruolo chiave nei rituali mas-
sonici.
Gli Ebrei tornavano in Palestina dopo cinquant‟anni di esilio
e nel frattempo la loro terra era stata occupata da altre genti,
introdotte dalla mescolanza etnica delle deportazioni assire.34
Serviva una motivazione ideologica per soverchiare gli occu-
panti, nonché la formulazione di un manifesto che giustificasse
l‟installazione dei reduci. La completa realizzazione del piano
fu possibile grazie all‟appoggio della corte persiana ai tempi di
Artaserse (464-425 a.C.).
Nacque in questo contesto la teoria della «Terra promessa»
sulla quale solo gli Ebrei avevano diritto di proprietà, e si for-
mularono liste di popoli «indegni» sterminati dalle truppe del
leader Giosuè (il successore di Mosè): Cananei, Hittiti, Amorrei,
Perizziti, Hiwiti, Gebusei, „Anaqim, Refa „im, Girgashiti... un
quadro inimmaginabile prima della mescolanza etnica indotta
dalle deportazioni assire.35
La fuga dalla terra dei faraoni aveva coinvolto solo una pic-
cola parte dei futuri Ebrei; tuttavia venne presto trasformata
nel grande Esodo, arricchendo le antiche memorie con nuovi
contenuti, attingendo alle storie di transumanza pastorale tra
Sinai e delta del Nilo, unite ai movimenti di rifugiati tra Giudea
ed Egitto. Gli elenchi o censimenti riportati nel libro dei Numeri
(2,26) risentono del tipo di registrazione amministrativa che
veniva applicata a gruppi di deportati. Il deserto era inoltre co-
nosciuto dagli eserciti della monarchia di Giuda, che l‟avevano
attraversato in una spedizione contro Mo‟ab. La ricerca
dell‟acqua da parte di Mosè, che la fece scaturire dalla roccia ai
piedi del monte Oreb (Esodo 17,1-6) riecheggia la ricerca
dell‟acqua da parte dei profeti annessi all‟esercito in tale occa-
sione riportata nel secondo libro dei Re (3,16-17).
Anche il miracolo di Mosè che purifica l‟acqua salmastra (E-
sodo 15,22-25) riecheggia l‟analogo miracolo di Eliseo (2Re

217
2,19-22). Inoltre non è un caso che la conquista della Terra
promessa sia completata dal leader Giosuè, il cui nome coinci-
de (Esodo 2,2;3,2), con quello del capo sacerdotale che guidò i
reduci al ritorno da Babilonia. Addirittura ritroviamo (in Giosuè
11,1-14) lo scontro fra gli Israeliti guidati da Giosuè contro re
Yabin di Hasor, un episodio che è la copia artificiale dello scon-
tro reale tra Yabin e le tribù galilee, guidate da Baraq pochi
anni più tardi.
Le prime conformazioni statali (Saul e David) non mostrano
alcuna unione pan-israeleitica, essendo la prima limitata alle
zone di Efraim-Beniamino e la seconda al territorio di Giuda.
Con Salomone si aggiunse il territorio di Manasse, ma restò
esclusa la Galilea. Alla morte di Salomone (930 a.C. circa) il re-
gno fu diviso in due spezzoni: a nord (Israele), comprendente i
territori di Efraim e Manasse, guidato da Geroboamo (un ex
funzionario di Gerusalemme); a sud (Giudea), comprendente i
territori di Giuda e Beniamino guidato da Roboamo figlio di
Salomone. Solo sotto Baasa (908-886 a.C.), uccisore di Nadab
figlio di Geroboamo, fu annessa la Galilea.
Prima della riforma religiosa di re Giosia (648-609 a.C.), Ya-
hweh era ben lontano dall‟essere un dio esclusivo, ed erano
diffusi altari e steli dedicati a Baal, Ashera, Anat, Tamuz, o alle
divinità indù. Sotto re Ezechia (715-687 a.C.) si erano aboliti i
culti della fertilità, reintrodotti però dal successore Manasse
(687-642 a.C.), il quale trasformò il tempio di Salomone in un
ricettacolo di idoli. Sempre sotto Ezechia fu distrutto un ser-
pente di bronzo attribuito a Mosè e divenuto oggetto di culto.
In epoca pienamente storica (metà dell‟VIII secolo)
un‟importante testimonianza è fornita dalle iscrizioni rinvenute
a Kuntillet‟Ajrud, una fortezza ben addentro il deserto del Sinai.
Alcune iscrizioni su intonaco parietale includono invocazioni
del tipo «ti benedico per Yahweh di Samaria e per la sua Ashe-
rah». Anche a Khirbet el-Qom un testo contiene l‟invocazione
«sia benedetto Uriyahu da Yahweh e dalla sua Asherah, dai
suoi nemici l‟ha salvato».

218
La riforma di Ezra

I nuovi occupanti non erano l‟unico problema dei Giudei; a


essi si aggiungeva infatti la comunità samaritana, contraria a
una rinascita di Gerusalemme che potesse offuscare il primato
di Silo. Nel 458 a.C. l‟imperatore persiano Artaserse inviò a Ge-
rusalemme Neemia ed Ezra, un funzionario e un sacerdote e-
braico che vivevano a corte e godevano dei suoi favori. Nee-
mia avrebbe detenuto la responsabilità politica, con l‟incarico
di ristabilire l‟autonomia amministrativa di Gerusalemme e raf-
forzare le sue difese ricostruendone le mura. Il sacerdote Ezra
avrebbe invece esercitato il potere spirituale, assistendo alla
ricostruzione del Tempio e mettendo per iscritto la Legge se-
condo la volontà della classe sacerdotale dei reduci.
In realtà la ricostruzione del Tempio era iniziata nel secolo
precedente, in seguito al ritorno in patria di un primo gruppo
di esuli, ma i lavori erano stati interrotti sul nascere dalla ferma
opposizione dei sacerdoti samaritani.
Ezra si dedicò totalmente alla riorganizzazione della fami-
glia sacerdotale. Il suo obiettivo era di superare la rivalità tra il
ramo zadokita e quello di Ahimelec-Abiatar. I sacerdoti che ri-
tornarono a Gerusalemme dopo il suo intervento appartene-
vano a entrambi i rami; altri arrivarono probabilmente assieme
a gruppi di rifugiati del Nord che si spostavano nel regno di
Giuda. Ezra impose loro un accordo, descritto nel libro delle
Cronache (24,1-6), cui aderirono 24 famiglie. Tutti i rami fami-
liari discendenti da Mosè che in quel momento si trovavano
fuori Gerusalemme (a Babilonia, in Samaria o in Egitto) furono
esclusi.
Stando a quanto affermano gli Apocrifi di Ezra, il sacerdote
avrebbe scritto due libri, uno destinato al popolo e l‟altro agli
eletti. Quest‟ultimo riportava probabilmente i termini
dell‟accordo tra le 24 famiglie, una sorta di statuto per una
nuova società segreta.

219
Sedici famiglie discendevano da Zadok mentre le altre otto
discendevano da Abiatar. La riforma di Ezra si ispirò in parte al
rotolo di Giosafat, dove le pretese di superiorità avanzate da
Silo erano già state messe a tacere. Nella nuova legge assunse
un ruolo determinante la figura della madre: da quel momento
in poi solo il figlio di madre ebrea sarebbe stato considerato
ebreo. Per questo motivo la famiglia sacerdotale cambiò il suo
fondatore da Mosè ad Aronne, dato che la moglie di Mosè era
madianita. La linea di Zadok fu collegata al figlio maggiore di
Aronne, Eleazar, mentre la linea di Abiatar venne collegata al
figlio minore, Ithamar. Fu così che tutti i sacerdoti divennero
«figli di Aronne» ma nessuno si preoccupò di rendere la di-
scendenza credibile, palesando così che si trattava di una mera
invenzione.36
Zorobabele, il Resh Galuta che aveva accompagnato gli E-
brei nel viaggio di ritorno, aveva sposato tre donne: Amytis,
una principessa babilonese da cui ebbe un figlio, Shazrezzar,
antenato di Giuseppe, padre di Gesù; Rhodah, una principessa
persiana da cui ebbe un figlio, Resa, antenato di Maria, madre
di Gesù; sua cugina Esthra, una principessa ebraica da cui ebbe
due figli, Meshullam e Hananiah, e una figlia, Shelomith. Me-
shullam fu il quarto Resh Galuta e Hananiah il quinto. Hana-
niah ebbe due figli, Pelatiah e Yeshaiah. Il primo è l‟ascendente
dei cosiddetti «anti-re», così chiamati perché in Palestina non
ebbero un trono: i Persiani affidarono infatti l‟amministrazione
regionale agli stessi sacerdoti. La linea Yeshaiahita è invece la
dinastia di esiliarchi che rimase a Babilonia nonostante la libe-
razione. Dalla linea yeshaiahita discende la casa di Mar Zutra,
dalla quale si sviluppano altre due linee di importanza capitale:
la casa degli Ibn Yahia (famosi banchieri medievali) e quella di
Bustanai ben Haninai (618-670), il primo Resh Galuta di Babi-
lonia dopo la conquista araba.
Bustanai è l‟antenato della famiglia Ebriaci e del suo mem-
bro più famoso, Ugo di Pagano Ebriaci, il fondatore dei Tem-
plari; è inoltre un progenitore di Teodorico Makir (zio di Carlo

220
Magno e padre dell‟«ebraicissimo» Guglielmo di Gellone), del
Maharel di Praga (il rabbino che creò il Golem), di Beda
l‟Architetto (patrono della massoneria), di Jacob Frank
(l‟iniziatore della setta frankista), della famiglia Rockefeller e
della famiglia Loeb (anche Lieb e Lowe). Infine Shelomith andò
in sposa al governatore della Giudea Elnathan, e dalla loro ge-
nia discende la famiglia Abravanel, oggi Rothschild (dopo vari
cambi di cognome tra cui Feibusch, Hertz e Bauer), guardiate-
sori del Vaticano dal 1823.
Altra sorte toccò ai figli di Amythis e Rhodah, che non po-
tevano figurare tra i legittimi discendenti di Davide perché le
madri non erano ebree. Il loro status mutò però nel 37 a.C.,
quando il Sinedrio legittimò la linea abiudita (da Abiud, di-
scendente di Shazrezzar figlio di Amytis) e la linea resaita (da
Resa figlio di Rhoda), i cui eredi viventi comprendevano rispet-
tivamente Maria e Giuseppe. La convocazione del Gran Sine-
drio era stata favorita dal re Erode il Grande, che in tal modo
sperava di accaparrarsi l‟alleanza dei sacerdoti.37
In quel periodo la situazione politica palestinese era molto
diversa dall‟epoca di Ezra. Nel 166 a.C. il sommo sacerdote
Mattatia aveva guidato una rivolta contro la dinastia macedo-
ne dei Seleucidi. Costoro avevano governato la Giudea dal 332
a.C., anno in cui Alessandro Magno l‟aveva sottratta ai Persiani
per affidarla al generale Seleuco. La ribellione aveva trovato
compimento due anni più tardi sotto il comando di Giuda
Maccabeo, figlio di Mattatia, grazie al quale la regione era tor-
nata pienamente indipendente.
Gli Ebrei avevano avuto la meglio su Antioco IV, il sovrano
seleucide, ma la campagna aveva spaccato la comunità in due
perché li aveva obbligati a combattere durante il Sabbath. Un
nucleo di Ebrei ultraosservanti, noti come «Hasidim» (i Pii, gli
uomini delle Nabiim), si era opposto energicamente a questa
evenienza. Quando la Casa dei Maccabei aveva assunto il con-
trollo della situazione e aveva insediato a Gerusalemme il pro-
prio sommo sacerdote, gli Hasidim non soltanto avevano e-

221
spresso a gran voce la loro opposizione, ma avevano lasciato
in massa la città per fondare una comunità di asayya (ovvero
«terapeuti, guaritori», in greco essenoi) nel vicino deserto di
Qumran sulle coste del Mar Morto.
Qualche anno più tardi i confini del regno giudaico erano
stati allargati da Giovanni Ircano, figlio di Simone fratello di
Giuda Maccabeo, inglobando Edom e imponendo agli Edomiti
la conversione forzata. In seguito un edomita di nome Antipa
era stato nominato stratega di Edom.
A Giovanni Ircano era succeduto il figlio Alessandro Ianneo
(103-76 a.C.), il quale si era autoproclamato re e aveva aggiun-
to il nuovo titolo a quello di sommo sacerdote. Il figlio di Anti-
pa, Antipatro I, era quindi divenuto il principale consigliere del
figlio di Alessandro, Giovanni Ircano II. Antipatro aveva instau-
rato delle ottime relazioni con i Romani, rivelatesi poi utili nel
63 a.C., quando questi ultimi avevano conquistato la Palestina.
I nuovi occupanti avevano confermato l‟incarico sacerdotale a
Ircano II, ma il potere politico era stato trasferito ad Antipatro
affinché lo esercitasse in loro rappresentanza.
Nel 37 a.C. ad Antipatro era succeduto il figlio Erode, che
da subito aveva cambiato il proprio titolo in «re di Giudea».
Erode aveva sposato la principessa maccabea Mariamne, nipo-
te di Ircano II, e sperava che i sacerdoti ne approvassero il ma-
trimonio trasformando lui e i suoi discendenti in eredi legittimi
del trono di Davide. In questa occasione Erode aveva stretto
alleanze con la setta essena ritiratasi nel deserto di Qumran.
Sempre nel 37 a.C. Qumran era stata distrutta negli scontri fra
Erode e il maccabeo Antigone (figlio del fratello di Ircano II),
durante i quali gli Esseni avevano combattuto al fianco del go-
vernatore. La comunità aveva quindi fatto ritorno a Gerusa-
lemme sotto la sua protezione, insediandosi in un‟area cono-
sciuta come «Sion» sulla collina a sudest della città (qui fu ini-
ziato probabilmente Giovanni il Battista). La comunità stette
lontana da Qumran fino al 6-4 a.C.

222
La maggior parte degli Esseni era contraria alla scelta di E-
zra e rivendicava il diritto al trono del lignaggio abiudita-
resaita. Per un motivo o per l‟altro, Esseni ed Erode si trovava-
no opposti ai Maccabei, e al contempo necessitavano entrambi
di convocare il Sinedrio (gli Esseni per riabilitare le linee spurie,
Erode per legittimare la sua unione con Mariamne e con essa il
suo diritto a regnare). In ogni caso i lignaggi ufficiali (tobaidita
e onaidita) erano sull‟orlo dell‟estinzione (fatto che si verificò
nel 4 a.C. circa) e la riammissione di altre linee era oltremodo
necessaria.

Da Gerusalemme a Roma

Il 30 a.C. segnò l‟espansione dei domini di Erode: oltre a


Giudea e Idumea, l‟imperatore Ottaviano gli affidò la Samaria,
la Galilea, l‟Iturea e la Batanea, controllate fino ad allora da
Cleopatra e Marco Antonio. Alla morte di Erode (nel 4 a.C.) il
territorio venne spartito tra i suoi tre figli, Archelao (Idumea,
Giudea e Samaria), Erode Antipa (Galilea e Perea) e Filippo (Itu-
rea e Batanea). Nel 6 d.C. i territori di Archelao furono costituiti
«provincia romana di Giudea», amministrata da un prefetto
nominato dall‟impero. Infine, dal 39 al 44, gli interi domini di
Erode il Grande passarono al nipote Erode Antipa (figlio di suo
figlio Aristobulo) e dopo di allora fu di nuovo costituita la pro-
vincia di Giudea, comprensiva stavolta di tutti i territori.
Nella nuova era per gli Ebrei diventò impossibile non vivere
accanto ai «gentili» (i non Ebrei). I rabbini si impegnarono in
una nuova esegesi della Torah che permettesse ai fedeli di a-
dattarsi alle nuove condizioni e così, un po‟ più aperti di spirito,
questi ultimi iniziarono a muoversi per le terre dell‟impero.
Gerusalemme rimase però il centro di riferimento e la fa-
miglia sacerdotale continuò a rappresentare (forse più di pri-
ma) l‟unità del popolo ebraico. Alla metà del I secolo i sacerdo-
ti raggiunsero l‟apice del proprio potere, arricchiti e cresciuti in

223
numero grazie anche all‟appoggio dei Romani, che per loro
tramite si assicuravano il controllo delle masse.
Durante il I secolo d.C. era ancora possibile trovare Ebrei pii
che si rifiutavano di entrare in casa di un pagano o di mangiare
in sua presenza, ma atteggiamenti di questo tipo si fecero
sempre più rari. Nel II-III secolo alcuni Ebrei frequentavano le
terme e i rabbini consultati in proposito non avevano nulla da
rimproverare loro, sebbene in quei luoghi pubblici fossero sta-
te erette statue di dèi pagani. Altri Ebrei esercitavano funzioni
pubbliche nella propria città o ne erano benefattori. Si è lonta-
ni dal tempo in cui l‟autore del secondo libro dei Maccabei in-
veiva contro la nudità degli atleti. Sempre più mescolati ai pa-
gani, gli Ebrei furono costretti ad attenersi alle linee essenziali
della Torah, a svilupparne gli aspetti spirituali e morali, quindi
simbolici, e ad abbandonare le regole più rigide.
La pax romana aveva però le sue eccezioni e periodicamen-
te emergevano nuovi leader che fomentavano le rivolte popo-
lari, fino alla sanguinaria rivolta del 66 d.C. Nel 70 il generale
Tito distrusse il tempio di Gerusalemme e sterminò gran parte
della casta sacerdotale. La famiglia però non scomparve e pa-
recchi membri sfruttarono la propria ricchezza per comprarsi la
protezione dell‟impero, comprensiva di un lasciapassare per
Roma e di una nuova identità che ne mascherasse l‟infamia.
A darci notizie sui sacerdoti sopravvissuti è lo storico Jo-
seph Ben Matityahu (poi Giuseppe Flavio), che li elencò uno a
uno partendo proprio da se stesso, imparentato per parte di
madre con la famiglia erodiana. Al tempo della rivolta aveva
ricoperto un ruolo di primo piano: il Sinedrio l‟aveva nominato
governatore militare di Galilea e così era stato il primo a com-
battere contro le legioni del generale Vespasiano (il padre di
Tito), inviato da Nerone per domare la rivolta in Giudea.
Joseph venne sconfitto e si chiuse a Iotpata. Quando la cit-
tà cadde, il sacerdote si consegnò ai romani e chiese di parlare
con Vespasiano. Da quel colloquio nacque la fortuna di Vespa-
siano e quella di Joseph: il primo sarebbe diventato di lì a poco

224
imperatore di Roma, il secondo ebbe salva la vita e fu adottato
dalla famiglia imperiale con il nome Giuseppe «Flavio». Otten-
ne inoltre la cittadinanza romana, una villa patrizia a Roma (la
villa di famiglia dello stesso Vespasiano), un vitalizio annuo a
spese dell‟erario e vaste proprietà in Italia e Palestina.
Per ottenere il trono di Roma Vespasiano aveva bisogno di
finaziamenti e Giuseppe era l‟uomo giusto per procurarglieli. Il
tesoro del tempio venne probabilmente rimosso dalle grotte di
Qumran e ceduto a Vespasiano in cambio di salvacondotti e
benefici economici. Giuseppe e i suoi compagni giunsero a
Roma nell‟anonimato e continuarono le tradizioni della propria
famiglia in clandestinità, soprattutto cambiando strategia e
dedicandosi non più al tempio «materiale» quanto piuttosto
alla costruzione di un tempio «spirituale», la futura Chiesa cri-
stiana.
Non esiste alcun documento ufficiale che riguardi la Chiesa
romana nei trent‟anni che seguirono l‟arrivo di Giuseppe Flavio
a Roma. La prima comunità cristiana della capitale aveva avuto
breve durata: fondata da san Paolo nel 61, già nel 67 aveva su-
bito la persecuzione di Nerone e tre anni più tardi era pratica-
mente estinta. Dopo trent‟anni di buio, non solo la Chiesa ro-
mana era riemersa dal nulla, ma addirittura si trovava al co-
mando di tutte le comunità cristiane d‟Occidente. Ciò significa
che durante gli anni del black-out qualcuno che aveva accesso
alla famiglia imperiale aveva risollevato le sorti della comunità
cristiana romana, ed era qualcuno che conosceva perfettamen-
te la dottrina e il pensiero di Paolo.
Dopo alcuni anni a Roma, Giuseppe Flavio cominciò a scri-
vere la storia di quegli avvenimenti che lo avevano visto prota-
gonista. Era stata la volontà di Dio, egli afferma, che lo aveva
chiamato a costruire un tempio spirituale al posto di quello
materiale distrutto da Tito. Queste parole certamente erano ri-
volte a orecchie non giudaiche, ma cristiane. La maggior parte
degli storici è scettica sulla possibilità che Giuseppe fosse cri-
stiano, tuttavia ci sono forti elementi che lo confermano. In un

225
passo famoso delle sue Antichità giudaiche egli dichiara di ac-
cettare la resurrezione di Cristo e la sua identificazione con il
messia delle profezie, condizione necessaria e sufficiente per
essere considerato cristiano. Le simpatie cristiane di Giuseppe
traspaiono inoltre molto chiaramente da altri passi della stessa
opera, nei quali egli parla con grande ammirazione di Giovanni
Battista e di Giacomo fratello di Gesù.38
Giuseppe Flavio e san Paolo auspicavano entrambi la co-
struzione di un tempio spirituale, ed entrambi erano convinti
che la strada da percorrere passasse per Roma. Paolo conside-
rava suo compito liberare la chiesa di Gesù dalle strettoie del
giudaismo e dalla dipendenza dal territorio palestinese, ren-
dendola universale attraverso il legame con l‟impero. Negli Atti
degli Apostoli leggiamo che Paolo tornò a Gerusalemme dove
fu catturato e sottoposto a giudizio di fronte al sinedrio.39

«Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in


giudizio a motivo della speranza nella resurrezione dei morti.» Appe-
na egli ebbe detto ciò scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e
l‟assemblea si divise. I sadducei infatti affermano che non c‟è resurre-
zione, né angeli, né spiriti; i farisei, invece, professano tutte queste
cose. Ne nacque allora un grande clamore e alcuni scribi del partito
dei farisei, alzatisi in piedi protestavano dicendo: «Non troviamo nul-
la di male in quest‟uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse par-
lato davvero?». La disputa si accese a tal punto che il tribuno, temen-
do che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la
40
truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza.

Giuseppe era un sacerdote di alto rango e a quel tempo si


trovava a Gerusalemme; all‟età di 19 anni aveva aderito alla
setta dei farisei e pertanto doveva essere fra quei sacerdoti che
si alzarono in piedi in difesa di Paolo. L‟apostolo fu quindi
condotto al cospetto del procuratore di Giudea Marco Antonio
Felice41 e da questi trattenuto agli arresti per qualche tempo.
Quindi fu inviato a Roma insieme ad altri prigionieri per essere
giudicato dall‟imperatore, al quale Paolo si era appellato in
qualità di cittadino romano. A Roma passò due anni in prigio-

226
ne prima di essere liberato, nel 63 o 64 d.C. Nella sua autobio-
grafia Giuseppe scrive:

Tra i venticinque e i ventisei anni mi imbarcai in un viaggio a Ro-


ma, per la seguente ragione. Durante il periodo in cui fu governatore
della Giudea, Felice aveva mandato alcuni sacerdoti a Roma, per giu-
stificarsi di fronte all‟imperatore. Io li conoscevo come ottime perso-
ne, che erano state arrestate su accuse insignificanti. Siccome volevo
42
studiare un piano per liberarli... mi imbarcai per Roma.

In qualche modo Giuseppe riuscì a raggiungere Roma, do-


ve strinse amicizia con un certo Alituro, un mimo giudeo che
era molto apprezzato da Nerone. Tramite Alituro, egli fu pre-
sentato a Poppea, moglie dell‟imperatore, e grazie a lei riuscì a
far liberare i sacerdoti suoi amici.43 La coincidenza di date, fatti
e persone coinvolte è assoluta, al punto che è impossibile
sfuggire alla conclusione che Giuseppe si recò una prima volta
a Roma, a suo rischio e spese, appositamente per liberare Pao-
lo e i suoi compagni, e che fu proprio grazie al suo intervento
che l‟apostolo fu rilasciato. Questo presuppone che i rapporti
fra i due fossero molto più stretti che non una semplice cono-
scenza occasionale. Pertanto Giuseppe doveva conoscere del
cristianesimo molto più di quanto traspare dai suoi scritti, e la
sua conoscenza proveniva direttamente dagli insegnamenti di
Paolo, di cui era verosimilmente un discepolo.
I sacerdoti fuggiti a Roma con Giuseppe erano legati alla
famiglia erodiana e al gruppo degli Esseni, lo stesso a cui ap-
partenevano Giovanni Battista, Giacomo e verosimilmente lo
stesso Gesù. A Roma fondarono una nuova organizzazione e-
soterica che passò alla storia come culto del Sol Invictus Mitra.
L‟istituzione mitraica non era affatto la religione del Sole,
così come la massoneria moderna non è affatto la religione del
Grande Architetto. Il paragone con la massoneria aiuta a capire
che genere di istituzione fosse quella mitraica. Si tratta infatti
di strutture sostanzialmente simili negli aspetti essenziali. Agli
adepti della massoneria non viene richiesto di professare una
particolare religione, ma soltanto di credere nell‟esistenza di
227
un‟Entità superiore, comunque definita. Questa entità viene
rappresentata nei templi massonici con un sole inserito in un
triangolo e con il nome di Grande Architetto dell‟Universo, lo
stesso che i Pitagorici attribuivano al Sole. Nei templi massoni-
ci vengono effettuati cerimoniali e rituali di iniziazione e di a-
pertura/chiusura dei «lavori», mai però a carattere religioso. La
religione è espressamente bandita dai templi e ogni adepto,
nella sua vita privata, è libero di professare il credo che più gli
aggrada.
Lo scrittore Macrobio era un adepto di Mitra: nella sua
opera Saturnalia spiegava che tutte le divinità pagane non e-
rano altro che diverse manifestazioni o diverse denominazioni
di un unico Ente superiore, rappresentato dal Sole e detto
Grande Architetto dell‟Universo. Tutte le religioni avevano pari
dignità nei mitrei, dove comparivano le immagini delle princi-
pali divinità pagane e i cui adepti si professavano pubblica-
mente devoti alle più disparate divinità, ivi comprese quella
cristiana ed ebraica.
Il primo mitreo di cui si abbia evidenza fu costruito a Roma
al tempo di Domiziano (81-96, altro figlio di Vespasiano), e ci
sono precise indicazioni che fosse frequentato da persone vici-
ne alla famiglia imperiale, in particolare liberti giudaici. Il mi-
treo venne infatti dedicato da un certo Tito Flavio Igino Efebia-
no, un liberto dell‟imperatore Tito, quasi certamente un giudeo
romanizzato. La coincidenza di tempo e luogo tra il sorgere
della chiesa romana e la nascita dei primi mitrei non è affatto
casuale. Il primo nucleo di cristiani romani nacque infatti
all‟ombra del palazzo imperiale, con la figura di spicco di Flavio
Clemente, notoriamente legato agli ambienti giudaici e in par-
ticolare a Giuseppe Flavio.
Nel corso del II secolo l‟istituzione mitraica varcò i confini
dell‟Urbe e si diffuse su tutto l‟impero occidentale.
L‟organizzazione fece presa facilmente tra le file dell‟esercito e
rapidamente ne assunse il controllo. Un grande seguito arrivò
dalle logge dei costruttori, i Collegia Fabrorum, in special mo-

228
do dalla loggia degli «Artigiani di Dioniso».44 Come scopo fina-
le si prevedeva la completa sostituzione della classe governan-
te, i cui uomini dovevano essere rimpiazzati dai discendenti
della famiglia sacerdotale.
La strategia diede presto i suoi frutti e nel 198 la poltrona
imperiale era già occupata da Marco Aurelio Antonino sopran-
nominato Caracalla, un nipote del sommo sacerdote del Sol In-
victus Gaio Giulio Bassiano. In quell‟epoca l‟imperatore era ac-
clamato dalle legioni, mentre il Senato si limitava a ratificare il
fatto compiuto. Ed era proprio nelle legioni che il Sol Invictus
Mitra mostrava tutto il suo potere.
A Caracalla successe il figlio Eliogabalo, imperatore dal 218
dopo un breve interregno di Macrino (prima prefetto del pre-
torio). Egli stesso si fece circoncidere per ottenere la carica di
sommo sacerdote, costringendo alcuni suoi collaboratori a fare
lo stesso. Infatuato per le religioni ebraica e cristiana, sognava
di poterle riunire in un‟unica fede sotto il suo sacerdozio. Elio-
gabalo proclamò il Sol Invictus divinità suprema e vi dedicò un
tempio sul lato nordorientale del Palatino, di fronte al Colos-
seo. Qui fece trasferire il sacro betilo, una pietra meteorica che
la sua famiglia custodiva da generazioni nel tempio di Emesa, a
pochi passi dai megaliti di Baalbek. L‟oggetto si prestava a una
doppia interpretazione: da un lato era il simbolo del seme e
del fallo divini, dall‟altro era l‟uovo del serpente, l‟animale a di-
retto contatto di madre terra. Un‟orgia sacra veniva consumata
nel tempio in occasione dei solstizi; sacerdoti e adepte si ac-
coppiavano di fronte ai fedeli mentre i raggi del sole penetra-
vano da apposite fenditure nel soffitto e colpivano – feconda-
vano – l‟uovo.
Nel tempio romano Eliogabalo riunì altre due pietre me-
teoriche: la Magna Mater, il cono nero impiegato nel culto mi-
sterico di Cibele a Pessinunte, e il Palladio, una statua «caduta
dal cielo» raffigurante la dea Pallade, protagonista nei misteri
Cabiri di Samotracia. Eliogabalo tentò inoltre di recuperare la
Pietra Nera della Mecca, altro masso caduto dal cielo che in

229
quell‟epoca apparteneva agli arabi Lackmidi. La campagna ver-
so Oriente si rivelò però un fallimento.
L‟opera dei sacerdoti trovò comunque compimento
all‟epoca di Costantino, l‟imperatore che riposa in Val di Susa e
sul cui sarcofago campeggia in primo piano l‟effigie di un dra-
go. Costantino decretò che la carica di sommo sacerdote del
Sol Invictus fosse concessa ai soli membri della famiglia sacer-
dotale e, di conseguenza, che tutti gli imperatori appartenesse-
ro a quella linea di sangue.45
Nel 384 d.C. moriva a Roma il senatore Vettio Agorio Prete-
stato, ultimo «papa» del culto di Mitra. La parola «papa» è un
acronimo di pater patrum, un titolo paritario a quello di
«sommo sacerdote».
Volendo essere precisi, la stessa entità era venerata
dall‟aristocrazia con il nome di Sol Invictus, rappresentata in
terra dal sommo sacerdote, mentre le legioni usavano più
spesso il nome di Mitra e affidavano al pater patrum il ruolo di
intermediario. Il nome del senatore Pretestato è inciso insieme
alle sue cariche, religiose e politiche, ai piedi della basilica di
San Pietro, sul basamento della facciata, al termine di una lun-
ga lista di senatori romani stilata fra il 305 e il 390. La cosa che
li accomuna è che tutti sono stati patres mitraici e ben nove di
essi hanno rivestito il titolo supremo di pater patrum.
La sede del capo supremo dell‟organizzazione mitraica si
trovava qui, in Vaticano, a fianco o addirittura all‟interno della
Basilica fatta erigere da Costantino nel 320 d.C.
Per quasi settant‟anni i capi supremi delle due «fratellanze»
(se erano due e non una soltanto) avevano convissuto pacifi-
camente nella stessa sede. Quanto fosse pacifica la convivenza
è provato dal fatto che fu lo stesso Pretestato, in qualità di
prefetto dell‟Urbe, a confermare sul trono di Pietro il vescovo
Damaso (367 d.C.). Pretestato affermava che avrebbe volentieri
accettato di farsi battezzare se gli avessero offerto la cattedra
di Pietro. Quel che successe alla sua morte, invece, fu esatta-
mente il contrario. Il titolo di pater patrum ricadde sul vescovo

230
Siricio, il primo nella storia della Chiesa ad assumere
l‟appellativo di papa. Insieme a esso anche tutta una serie di
altre prerogative, titoli, simbologie e beni materiali passarono
dal mitraismo al cristianesimo.

Diradando la nebbia

A questo punto è necessario fare un po‟ di chiarezza. Nei


primi capitoli eravamo di fronte a un‟organizzazione globale, i
cui uomini si dividevano tra i Seguaci di Horus in Egitto e la di-
nastia degli Hyksos proveniente dall‟Indo. Ora si ha
l‟impressione che un eventuale piano a lungo termine sia stato
assorbito dal mondo ebraico, per essere poi condotto da po-
che famiglie sacerdotali infiltrate a Roma. Ma guardiamo gli
eventi da un‟altra angolazione, e soprattutto i protagonisti.
Andando a ritroso dobbiamo nominare Eliogabalo, Giuseppe
Flavio, Erode, Ezra, Samuele, Mosè... Chi erano costoro?
Mosè era stato iniziato a Eliopoli e quindi a Madian dal
suocero Jetro; Samuele aveva inventato le Nabiim, vere e pro-
prie «scuole di profezia» che anticipavano gli Esseni e affonda-
vano le proprie radici nella tribù di Dan; Ezra era stato iniziato
a Babilonia nelle accademie ebraiche di Sura e Pumbedita; E-
rode era stato iniziato a Edom nella Casa Lunare del Seir (tem-
pio di Serabit El Khadim) ed egli stesso apparteneva alla casa
dei Maccabei contro la quale si era tanto battuto. Precisamen-
te, di padre in figlio abbiamo anzitutto Eleazaro (Avaran) Mac-
cabeo, fratello di Giuda Maccabeo e quarto figlio di Mattatia.
Seguono Giasone Maccabeo, Antipatro I, Antipatro II ed Erode.
Questo almeno è quanto riferisce Giuseppe Flavio nelle sue
Antichità giudaiche.
Le ricerche di Abelard Reuchlin identificano lo stesso Giu-
seppe Flavio con Ario (Anus) Calpurnio Pisone, figlio
dell‟aristocratico Lucio Calpurnio Pisone, un discendente di
Calpo, figlio del re romano Numa Pompilio. Lucio Pisone era

231
stato coinvolto con l‟autore Seneca nella congiura contro Ne-
rone, per la quale avevano pagato entrambi con la morte nel
65 d.C.. Ario fu esiliato da Roma ma, grazie alle proprie cono-
scenze, riuscì a nascondersi dietro il nome di Cestio Gallo, nelle
cui vesti fu nominato governatore di Siria e sposò una proni-
pote di Erode. Ottenne il controllo dell‟esercito romano in Giu-
dea e fu coinvolto nella rivolta del 66 d.C.
Un agente di Ario assassinò Nerone nel 68 d.C., proprio
mentre la rivolta di Giudea permetteva a Vespasiano di sosti-
tuirlo al potere. Nel 138 d.C. divenne imperatore Antonino, ni-
pote di Ario, e da quel momento la gens dei «pisoni» divenne
nota come «antonini»; un‟altra nipote di Ario sposò il letterato
e senatore Plinio il Giovane; poco più tardi il trono passò a E-
liogabalo (nel 203), un ragazzino che apparteneva alla famiglia
dei sacerdoti di El-Gabal, a Emesa (oggi Homs, in Siria).
A pochi passi da Emesa sorge il sito di Qatna, un crocevia
commerciale organizzato dagli Hyksos nel II millennio a.C., ar-
rocato su un pianoro roccioso e circondato da quattro chilo-
metri di mura megalitiche. Se mettiamo insieme gli indizi, il
quadro che ne emerge è quello di una rete estesa, una confra-
ternita con diramazioni in tutto il mondo civilizzato, e solo una
di queste collocata in Palestina.
Parlando dell‟Occhio che Tutto Vede non dobbiamo mai
fissarci su un singolo popolo o su una qualche cultura religio-
sa. L‟Occhio che Tutto Vede lavora per infiltrazione e mimesi, i
suoi uomini fingono di appartenere a una certa cultura e ne
professano ufficialmente tutti i rituali. Gli Ebrei non fanno ec-
cezione; semplicemente, come altrove, anche in Palestina c‟era
una cellula dell‟unica grande struttura.
Durante l‟Età del bronzo e la prima Età del ferro erano nati
numerosi culti misterici in tutta la Grecia e il Medio Oriente. Il
loro sviluppo era dovuto ad apposite scuole che avevano rice-
vuto l‟approvazione della casa-madre di Edessa (Gobekli Tepe),
a cui dovevano obbedienza assoluta. Sullo stretto dei Darda-
nelli, a Samotracia, si svilupparono i misteri orfici e dionisiaci,

232
insieme al culto degli dèi Cabiri. Qui fu iniziata Olimpiade, la
madre di Alessandro Magno che, secondo la leggenda, fu in-
gravidata da Zeus nelle sembianze di un serpente. A Pessinun-
te si praticavano i misteri di Cibele, la madre terra. A Eleusi fio-
riva il culto di Demetra e Kore mentre a Delfi si adoravano Gea
e Pitone. A Eliopoli riviveva la trinità di Osiride, Iside e Horus,
mentre a Emesa si praticava il culto di El-Gabal, il Sol Invictus
Mitra, i cui sacerdoti diventeranno imperatori di Roma con Ca-
racalla ed Eliogabalo (dinastia dei Severi).
Sul monte Sinai s‟installava la Casa Lunare del Seir (il tem-
pio di Hathor nell‟area di Serabit el-Khadim), frequentata dai
nomadi di Madian e Edom, i quali nel 626 a.C. occuparono Ba-
bilonia con il nome di Caldei. Nacque così la fratellanza di Ba-
bilonia (Oracolo di Bel Marduk), su cui si installeranno post-
esilio le accademie ebraiche di Sura e Pumbedita. L‟influsso
caldeo diventerà evidente nelle figure degli Arconti, esseri se-
midivini che ritornano nel cristianesimo gnostico e nella Cabala
ebraica (qui col nome Sephirot). Infine i Daniti fondarono con
Samuele le «scuole di profezia» in Palestina. Tra i loro testi ri-
trovati nel 1947 nelle grotte di Qumran (sul Mar Morto) è affio-
rato il Manuale di Disciplina, un rotolo che spiega in dettaglio
la legge e la pratica legale ebraica, soffermandosi
sull‟importanza di un «Consiglio dei dodici» destinato a pre-
servare la fede del paese. È interessante confrontare la testi-
monianza di un insider la cui identità non può essere resa
pubblica:

Un «Consiglio dei dodici» (o dei tredici, detto anche il «tredicesi-


mo») esiste tutt‟oggi e costituisce la più potente organizzazione esi-
stente a livello mondiale. Si colloca al di sopra delle Stirpi, del Vatica-
no e di qualunque governo o istituzione bancaria. I suoi membri so-
no sparsi in diversi luoghi della Terra e provengono da tradizioni cul-
turali e religiose molto diverse fra loro. Non sono persone conosciute
e molti di loro hanno una vita pubblica insignificante. Non corrispon-
dono assolutamente ai nominativi che si trovano su internet cercan-
do informazioni su questo Consiglio. C‟è un capo, che rappresenta
simbolicamente «il nulla», mentre gli altri membri rappresentano i

233
dodici elementi della tradizione celtica. In senso assoluto non sono
negativi, non impediscono il male ma si impegnano per evitarne gli
eccessi non previsti. La loro funzione primaria è contrastare tutto ciò
che si sposta dall‟equilibrio. Un esempio è stato il nazismo. Lo hanno
favorito all‟inizio ma poi hanno cambiato atteggiamento di fronte a
un‟accelerazione troppo violenta di scoperte scientifiche, archeologi-
che, ecc. Per alcune di queste non era prevista la divulgazione in
quell‟epoca e i tredici hanno reagito sponsorizzando la fine del mo-
vimento. Allo stesso modo avevano sterminato la famiglia dello zar
Nicola II, perché i suoi membri avevano fatto trapelare troppe infor-
mazioni riservate. In quel caso avevano risparmiato una delle figlie,
probabilmente Anastasia, per preservare l‟importante linea di sangue.

Di sfuggita notiamo che un‟élite di tredici uomini ammini-


strava la Banque De Credit International (BCI), con base a Gi-
nevra. La banca fu fondata nel 1972 da Tibor Rosenbaum, co-
fondatore del Congresso mondiale sionista, oltre che direttore
delle finanze e dei rifornimenti per il Mossad, l‟agenzia dei ser-
vizi segreti israeliani. Per tutti gli anni Settanta la BCI ha larga-
mente finanziato la mafia americana e ne ha riciclato il denaro
sporco per tramite di Bernie Cornfield, uomo vicino a Cosa No-
stra e proprietario della Investors Overseas Studios, maggiore
azionista del blocco Seven Arts-Warner Brothers-Time-Life.
Gemella della BCI è la Banca di Credito e Commercio Interna-
zionale (BCCI), fondata in Pakistan sempre nel 1972 dai Ro-
thschild. La BCCI finanzia le campagne elettorali del Partito
democratico americano e gestisce le transazioni finanziarie dei
petrolieri repubblicani. È stata indagata per riciclaggio di dena-
ro sporco in relazione allo scandalo Iran-Contra degli anni
1978-86. In quegli anni la CIA vendeva armi ai Contras del Ni-
carauga e all‟Imam iraniano Khomeini, ottenendo il corrispon-
dente in droga da immettere sul mercato colombiano e statu-
nitense. Nel 1986 la BCCI ricevette una multa di appena 7 mi-
lioni di dollari per 17.000 episodi di riciclaggio. Nel 1991 fu tra-
volta da uno scandalo di proporzioni mondiali, il più grande
crac bancario della storia che costò agli investitori miliardi di
dollari.

234
Ma torniamo alle sedi dell‟Occhio che Tutto Vede.
Cos‟hanno quei luoghi in comune? In genere un tempio dalla
pianta ottagonale, perché l‟ottagono è il simbolo
dell‟elevazione spirituale; l‟ottagono è la figura di mezzo tra il
quadrato (la terra considerata come il quadrato dei punti car-
dinali) e il cerchio (il cielo, la perfezione divina). Nel tempio ot-
tagonale era presente una pietra meteorica, un betilo che sim-
boleggiava il seme o il fallo del dio-sole, oppure l‟uovo della
terra (il serpente), fecondato dai raggi solari che lo colpivano
nel giorno del solstizio. Pensiamo al Ben-Ben di Eliopoli (poi
portato a Siwa), alla Pietra Nera della Mecca (probabilmente
originaria del Sinai) o al simulacro di Cibele che passò da Pes-
sinunte a Pergamo e infine arrivò a Roma nel 204 a.C.
Le famiglie di ciascuna scuola coltivavano una politica ma-
trimoniale votata a stringere reciproche parentele, interne al
sistema, e parentele esterne con i maggiori casati regnanti. I
sacerdoti di Emesa erano imparentati con la famiglia erodiana,
a sua volta alleata degli Esseni. La costruzione dei rapporti tra
Emesa e Roma si deve al re-sacerdote Sampsicerano II: egli uc-
cise il sovrano seleucide Antioco XIII, lasciando una Siria senza
sovrano che il generale Pompeo poté facilmente conquistare
(63 a.C.). Suo figlio Gaio Giulio Soaemo fu «Duumvir Quin-
quennalis» e patrono di Eliopoli, e rifornì le truppe di Vespa-
siano durante la guerra giudaica.
Gli Erodiani del Seir si imparentarono a loro volta con la ca-
sta di Eliopoli: nel 25 a.C. Erode il Grande fece venire a Gerusa-
lemme il sacerdote di Eliopoli Simone Boeto, lo nominò som-
mo sacerdote e ne sposò la figlia Mariamne.
Le scuole misteriche della Grecia confluirono nella Scuola
pitagorica, fondata a Crotone nel 530 a.C. dal filosofo omoni-
mo. Pitagora nacque a Samo nel 570 e morì a Metaponto nel
495 a.C.; i suoi insegnamenti si ispiravano alle comunità orfiche
e alle sette religiose di Egitto e Babilonia, terre che avrebbe vi-
sitato personalmente nel corso di lunghi viaggi di studio.
Dall‟Orfismo derivava l‟idea di reincarnazione delle anime, un

235
concetto che si connette al vegetarianismo degli allievi più
graduati.
La scuola di Crotone era in tutto e per tutto una società se-
greta, evidentemente non troppo lontana dagli Esseni, indicati
talvolta con il nome di «Terapeuti pitagorici». A tal proposito
scriveva Porfirio: «Quanto Pitagora comunicava ai discepoli più
stretti nessuno è in grado di riportare con sicurezza: in effetti
presso di loro, il silenzio era osservato con grande cura».46
Il pensiero pitagorico trovò la massima spinta nelle conqui-
ste di Alessandro Magno, che allargarono i confini culturali
dalla Spagna all‟India, facilitando lo scambio di uomini, merci e
idee. Tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C. si parlò di Neopitago-
rismo: scuole neopitagoriche si sviluppano in tutto il Mediter-
raneo e principalmente ad Alessandria, dove in seguito alle
guerre giudaiche confluirono Esseni cristianizzati ed esoteristi
delle scuole cabalistiche. Altri Esseni fondarono nuove comuni-
tà in Siria. Con l‟appoggio dei Tolomei (i faraoni macedoni di-
scendenti dal generale di Alessandro, Tolomeo Sotere) i pita-
gorici diedero vita ai cosiddetti testi ermetici, che mescolavano
filosofia greca, cristianesimo gnostico e sapere tradizionale e-
giziano. Alcuni di loro si trasferirono a Napoli sotto la guida di
Ormus – Mamo Rosar Amru – e ivi fondarono la cosiddetta
Prima Rosa+Croce con l‟appoggio della scuola crotoniana. I
cronisti romani testimoniano che una colonia di Alessandrini si
stabilì a Napoli nel I secolo d.C., precisamente nella Regio Ni-
lensis (l‟attuale via Nilo), il quartiere sudoccidentale della città.
Qui si trova piazzetta Nilo, un piccolo spiazzo che prende il
nome dalla statua del dio Nilo, voluta dai coloni e collocata
tutt‟oggi nella posizione originaria.
L‟imperatore Federico II di Svevia (membro dell‟antico e
mistico ordine della Rosa, AMOR), costruì un castello in Cala-
bria a Roseto Capo Spulico, sul cui portale è inciso non a caso
il simbolo della rosa. Il castello viene citato dall‟alchimista Ro-
bert Fludd come uno dei «nove soli collegi al mondo» in cui i
Rosacroce «risiedevano visibilmente». In questo castello una

236
principessa discendente di Federico trovò un betilo ovoidale in
pietra, con impressi i simboli dell‟Agnello mistico, della Croce e
del Giglio. Nei dintorni si trova un altro castello, detto del «Pi-
ano delle Rose», dove Pitagora si ritirava a meditare e che la
leggenda popolare indicava come «reggia di Eolo».
Tra i nomi più noti del neopitagorismo figura Apollonio di
Tiana, un asceta del I secolo d.C., nato a Tiana in Cappadocia,
legato probabilmente ai sacerdoti di Emesa. È noto soprattutto
per la controversa biografia che ne fece Flavio Filostrato su
commissione di Giulia Domna, madre di Caracalla e figlia del
sacerdote di Emesa Giulio Bassiano. La fonte di Filostrato era
una collezione di scritti del discepolo Damis, uno scriba assiro
che avrebbe seguito Apollonio nei suoi viaggi, compreso quel-
lo in India. La biografia attribuisce ad Apollonio molti miracoli,
affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo. Altri e-
lementi biografici hanno condotto studiosi antichi e moderni a
identificare Apollonio con l‟apostolo Paolo, tra questi i suoi
studi a Tarso. Notevoli analogie si riscontrano inoltre tra Damis
e l‟apostolo Tommaso, soprattutto negli scritti apocrifi attribui-
ti a quest‟ultimo.
Alla fine del III secolo d.C. il movimento pitagorico confluì
nel Neoplatonismo.
In questa «partita a scacchi» tra le confraternite e il resto
del mondo, cosa accadde nella valle di Yizre‟el, quando i Daniti
si rivoltarono a Tana‟ak contro gli Ebrei? Quando Ramses si vi-
de costretto a cacciare Mosè dall‟Egitto, gli affidò la propria
guardia personale danita e lo incaricò di occupare Gerusalem-
me. Perché? Se presso Eliopoli si trovavano le piramidi di Giza,
e presso Emesa il grande tempio di Baalbek, a Gerusalemme
doveva esistere qualcosa di simile. I megaliti di questa ipoteti-
ca struttura funsero da fondamenta per il tempio di Salomone
e tuttora sono visibili alla base del Muro del pianto.
A Gerusalemme c‟era poi un‟altra pietra meteorica, meglio
nota come «Pietra della Fondazione», la Eben Shetiyah, che a-
veva fatto da cuscino al patriarca Giacobbe quando questi ave-

237
va avuto il famoso sogno della «scala» (riferito alla connessio-
ne tra cielo e terra)47.
Che si tratti di una pietra meteorica è confermato dai libri
delle Cronache e di Samuele, secondo i quali un «fuoco dal cie-
lo» aveva colpito l‟altare di Gerusalemme.
Il gruppo di Mosè avrebbe dovuto occupare la città per en-
trare in possesso della pietra e dei megaliti, con l‟obiettivo suc-
cessivo di costruire (o ricostruire) un tempio. Anche la missione
dei Templari durante le crociate potrebbe legarsi alla stessa
pietra.
Quando gli Abramiti ebbero occupato le regioni di Efraim e
Manasse, i sommi sacerdoti Ofni e Phineas vennero meno ai
propri impegni e decisero di non procedere oltre verso sud,
occupando semmai la Galilea verso nord. Trovarono quindi
l‟opposizione dei Daniti che, guidati da Sisara, si pararono con-
tro gli stessi Ebrei nella battaglia di Tana‟ak, cercando dispera-
tamente di far volgere i loro intenti verso sud. I Daniti arrivaro-
no a sollecitare l‟intervento dei Filistei per sterminare la fami-
glia mosaica ed eleggere poco dopo un nuovo leader, Davide,
ai cui ordini fu conquistata la Giudea e con essa Gerusalemme.
Artefice del «cambiamento» fu probabilmente il profeta Sa-
muele, nazireo dalla nascita e sacrestano del tempio di Silo per
conto del sommo sacerdote Eli, padre di Ofni e Phineas. Nel
primo libro di Samuele, il profeta si rivolge così al popolo: «Ma
poiché avevano abbandonato il loro Dio, li abbandonò in pote-
re di Sisara, capo dell‟esercito di Azor e in potere dei Filistei e
in potere del re di Moab, che mossero loro guerra».48
Sullo stendardo dei Daniti campeggiava un serpente, forse
la dea Lahamu, quella che secondo gli Accadi era appunto un
serpente o una donna con sei riccioli e una vistosa fascia rossa
in testa. Potremmo così chiamarli gli «uomini di Beth-Lahamu»
(uomini della casa di Lahamu), con riferimento a una precisa
linea di sangue che altrove abbiamo definito Serpent rouge.
Beth-Lahamu è una delle possibili origini del nome Betlemme:
in tal caso, come dovremmo interpretare le diciture «Davide di

238
Betlemme» oppure «Il figlio dell‟uomo, il nazareno di Betlem-
me»?
Sulla lista di Rumor appare infatti Gesù con il nome Bar-
Nasa (figlio dell‟uomo) di Beth-Lahamu, anziché la forma «cor-
rotta» Betlemme. Se pensiamo che anche l‟aggettivo «nazare-
no» potrebbe riferirsi al voto di nazireato, anziché alla città di
Nazaret, allora la conclusione diviene piuttosto ovvia.
Samuele scelse il «fulvo» Davide di Beth-Lahamu e fondò le
confraternite dei Nabiim, autentiche «scuole di profezia» che
dovevano far fronte alla degenerazione del sacerdozio e allo
strapotere dei re; i profeti dovevano essere guardie austere
della tradizione esoterica e del pensiero religioso universale ri-
salente a Mosè, separandoli dal pensiero «regale» nel quale
dovevano invece predominare l‟idea sociale e il benessere na-
zionale. In tali confraternite si conservarono i resti della «scien-
za mosaica», la musica sacra, la terapeutica occulta e, soprat-
tutto, quell‟arte della divinazione che i «grandi profeti» da lì in
poi impiegarono con una potenza magistrale.49
I Daniti fecero ciò che era in loro potere per cancellare dalla
memoria la famiglia di Mosè e qualunque altro indizio che po-
tesse restituire a Silo il primato su Gerusalemme. I loro uomini
a Babilonia infiltrarono i loro uomini nella casa reale persiana,
un‟operazione rivisitata dalla Bibbia nelle vicende di Ester e
Mardocheo (libro di Ester). Quest‟ultimo era uno dei cosiddetti
«esiliarchi», gli Ebrei rimasti in Oriente nonostante il cessare
della schiavitù babilonese (587-539 a.C.). Gli esiliarchi avrebbe-
ro goduto una posizione privilegiata sia sotto i Persiani (Arsa-
cidi e Sasanidi), sia sotto gli Arabi, ottenendo in alcuni periodi
l‟indipendenza politica.
Mardocheo era nipote di Simei, fratello di Saul, abitante a
Susa di Persia con la cugina orfana Ester, che aveva accolto e
allevato come fosse sua figlia. Stando al libro di Ester, il re per-
siano Assuero (alias Serse I) avrebbe cacciato da corte la regina
Vashti dopo che lei si era rifiutata di presentarsi al suo cospet-
to. Si sarebbe quindi scatenata una ricerca forsennata e violen-

239
ta di giovani vergini da portare a palazzo; Ester sarebbe così
entrata nell‟harem di Assuero e poco dopo sarebbe diventata
la nuova regina. Al contempo Mardocheo avrebbe occupato
un posto a palazzo e lentamente sarebbe entrato tra i fidati del
re.
Insieme ai Daniti della corte persiana, la stessa Ester sem-
bra che avesse convinto Serse ad attaccare le poleis greche,
dando così inizio alla Seconda guerra persiana (480-479 a.C.).50
La guerra si risolse in un disastro e costrinse Serse alla riti-
rata, privando la Persia della nomea di regno invincibile. Al suo
rientro il sovrano si trovò davanti a una serie di sommosse e di
agitazioni popolari in diverse località dell‟immenso impero.
Contrastato dai notabili e dall‟alta aristocrazia, insoddisfatta
dell‟umiliazione subita in Grecia, Serse venne rovesciato e as-
sassinato da una congiura di palazzo nel 465 a.C. Fu quindi la
volta dei Daniti alla corte di Artaserse, figlio di Serse, che man-
darono a Gerusalemme Neemia ed Ezra per far fronte ai Sama-
ritani che ne bloccavano la rinascita in favore di Silo. I Daniti,
gli Esseni, la famiglia di Emesa e i loro affini furono tutti loro a
guidare l‟infiltrazione romana. La famiglia sacerdotale fu una
delle tante vie d‟infiltrazione, non l‟unica: non si può certo par-
lare di «piano ebraico», ma solo di fratellanze a-religiose che si
adattavano a qualunque cultura incontrassero.
Ciò che tuttavia accadrà in tempi più recenti, precisamente
con la nascita del sionismo, sarà la creazione di uno stuolo di
finti-Ebrei che, purtroppo, farà ricadere su questi ultimi la colpa
di ogni disgrazia.

Ascesa e apparente declino

Da Eliogabalo in poi, la conquista della società civile proce-


dette apertamente su due fronti: la cristianizzazione forzata
dell‟impero e la distruzione di quanto rimaneva della vecchia
classe governante.

240
Costantino apparteneva alla Gens Flavia, una famiglia che
nel II secolo aveva fissato la propria sede in Pannonia e i cui
membri si diffusero in seguito in Britannia e Spagna. Non è un
caso se il Sol Invictus Mitra iniziò a diffondersi fuori Roma pro-
prio a cominciare dalla Pannonia del II secolo: gli uomini della
Gens Flavia erano infatti sacerdoti del Sol Invictus Mitra e ave-
vano stretti legami di parentela con l‟aristocrazia cristiana degli
elettori papali (la cosiddetta «Nobiltà Nera», poi «Guelfi Neri»,
i futuri Caetani, Colonna, Orsini, Pierleoni, Graziani, ecc.). Que-
sta famiglia non aveva invece alcun legame di sangue con gli
imperatori Flavi del I secolo, un fatto piuttosto bizzarro che, a
parere di Barbiero, suggerirebbe una discendenza dal solito
Giuseppe Flavio.
Costantino accolse il battesimo poco prima di spirare, e
questo fatto ha portato a sostenere che prima di allora non
fosse cristiano. Tuttavia, in quell‟epoca, i cristiani destinati alla
carriera politica erano battezzati soltanto in punto di morte,
oppure se e quando abbracciavano la carriera ecclesiastica. Era
la prassi. Il senatore Nectarius, per esempio, nel 381 divenne
vescovo di Antiochia per proclama del concilio di Costantino-
poli, ma dovette posporre la cerimonia di consacrazione per
provvedere innanzitutto al proprio battesimo.
Nel IV secolo venne costituita l‟ultima tetrarchia, con gli
imperatori Galerio e Massimino Daia in Oriente, Flavio Licinio e
Flavio Costantino in Occidente. Nel 311 morì Galerio; due anni
più tardi Licinio e Costantino si incontrarono a Milano e sanci-
rono un‟alleanza che estrometteva Massimino Daia. L‟ultimo
oppositore del cristianesimo fu sconfitto da Licinio nella batta-
glia di Tzirallum, dopodiché si ritirò a Tarso e si strangolò con
le proprie mani.
Nello stesso anno Costantino promulgò l‟Editto di tolleran-
za che concedeva ai cristiani la piena libertà di culto. L‟alto sa-
cerdozio divenne appannaggio della Gens Flavia: chiunque a-
spirasse alla carica imperiale doveva assumere il nome di Fla-
vio, e questo poteva avvenire solo sposando una donna appar-

241
tenente alla Gens. In realtà non è che il consorte avesse qual-
che diritto alla corona, ma lo acquisivano i suoi figli in quanto
eredi della madre.
Costantino spostò la capitale dell‟impero a Bisanzio e lasciò
Roma a un imperatore d‟Occidente con minori poteri. Da que-
sto momento nella parte orientale dell‟impero la famiglia sa-
cerdotale perse gradualmente potere e autonomia a favore
dell‟ufficio imperiale. In Occidente, al contrario, l‟imperatore
perse rapidamente importanza fino a scomparire, lasciando il
potere nelle mani della famiglia sacerdotale e del papa di Ro-
ma.
A partire dal III secolo gli imperatori provenivano esclusi-
vamente dalla classe equestre, e ogni volta governavano in a-
perta opposizione al Senato. Nel 212 Caracalla estese la citta-
dinanza romana a tutto l‟impero e favorì il consolidamento
delle famiglie equestri a danno della nobiltà senatoriale. Du-
rante questo secolo la famiglia sacerdotale acquisì il completo
controllo dell‟esercito, della guardia pretoriana, del servizio ci-
vile e delle risorse economiche dell‟impero. Il passo successivo
fu l‟infiltrazione del Senato, cosa che avvenne puntualmente
nel corso del IV secolo.
Alla morte dell‟imperatore Teodosio (nel 395), l‟antica no-
biltà di origine pagana era scomparsa o deprivata del suo po-
tere e della sua ricchezza. Da questo momento la nobiltà sena-
toriale (i grandi proprietari terrieri) divenne un tutt‟uno con la
famiglia sacerdotale. Con l‟Editto di Tessalonica (nel 380) il pa-
ganesimo venne bandito e il cristianesimo promosso a religio-
ne di Stato, controllato dalla gerarchia ecclesiastica. La famiglia
sacerdotale divenne arbitro assoluto di quello stesso impero
che aveva distrutto Israele e il tempio di Gerusalemme. I poteri
civile e religioso e la ricchezza dell‟impero erano in mano alla
più illustre delle famiglie sacerdotali, la Gens Flavia.
Alla morte di Teodosio la famiglia sacerdotale era all‟apice
del suo potere e l‟impero romano era al culmine della sua e-
spansione. Gli imperatori avevano concesso a intere popola-

242
zioni barbariche di stabilirsi all‟interno dei confini e ora queste
ultime si impegnavano a bloccare ulteriori invasioni. Altri
gruppi venivano fatti installare lungo le frontiere in qualità di
federati, incentivando il processo con la distribuzione di terre
coltivabili. Eserciti barbarici venivano arruolati nelle lotte inte-
stine per la conquista dell‟ufficio imperiale.
All‟inizio del V secolo la situazione nella parte occidentale
dell‟impero si fece piuttosto instabile: da un lato si trovavano il
clero e la classe senatoriale che detenevano potere e ricchezza,
dall‟altro la popolazione oppressa e impoverita. Le famiglie se-
natoriali erano composte da latifondisti e nel loro complesso
possedevano tutte le terre dell‟impero, a esclusione di quelle
appartenenti al demanio imperiale e alla Chiesa. E comunque
anche la Chiesa era un feudo incontrastato di quelle stesse fa-
miglie. Uno studio francese ha dimostrato che tutti i vescovi
europei, nel V, VI e VII secolo, provenivano dalla classe senato-
riale romana, come pure i grandi proprietari terrieri. Il malcon-
tento sfociò presto in una serie di rivolte sociali passate alla
storia come «rivolte dei bagaudi». La Chiesa e il Senato assol-
darono le milizie barbariche per difendere i propri interessi e le
proprie terre contro le rivolte, compito che i barbari svolsero
alla perfezione. Nessuna popolazione barbarica espropriò mai
le terre dei latifondisti romani e tanto meno quelle della Chie-
sa. L‟interpretazione storica che vede nei barbari i distruttori
dell‟impero è tanto radicata quanto falsa.
Il Sol Invictus aveva dato il via a una politica di accettazione
e assimilazione dei barbari all‟interno dell‟impero. I Visigoti, per
esempio, furono un vero e proprio pilastro dell‟impero roma-
no: Teodosio aveva stilato con loro un accordo che prevedeva
l‟impegno visigoto nella difesa dell‟impero in cambio dello sta-
tus di federati e del possesso di territori in Pannonia.
Nel V secolo l‟impero d‟Occidente appariva come una co-
stellazione di entità indipendenti (che ancora non possiamo
definire Stati) dominati dai sovrani barbari e dai nobili romani.
Queste entità erano emerse quasi per inerzia con l‟affievolirsi

243
dell‟autorità centrale. L‟impero d‟Occidente non cadde mai re-
almente: ciò che accadde fu soltanto una lenta agonia
dell‟ufficio imperiale, che si era sempre più allontanato dagli
interessi della classe dominante, del clero e del Senato, fino a
trasformarsi in un peso inutile e fastidioso.
Con la morte di Valentiniano III (nel 455), l‟Occidente si tra-
sformò in un campo di battaglia per gli eserciti dei barbari, che
si scontravano per imporre ciascuno il proprio candidato. Nel V
secolo la concentrazione di terra nelle mani del clero e della
classe senatoriale aveva reso difficile il reclutamento di soldati
fra le popolazioni romanizzate, così che l‟esercito era compo-
sto quasi interamente di barbari (generali compresi, si vedano
Ezio e Stilicone).
L‟esercito aveva il compito di salvaguardare l‟autonomia e i
privilegi del clero e della nobiltà senatoriale. Quando gli eserci-
ti iniziarono a essere usati l‟uno contro l‟altro per imporre im-
peratori dalla vita breve e senza un potere effettivo, la classe
governante, che faceva riferimento al Senato, decise di abolire
l‟ufficio imperiale in Occidente. Senato e clero romano conferi-
rono il titolo di magister militum al barbaro Odoacre e con il
loro consenso agì da esecutore materiale di questa decisione.
In mancanza di un‟unità politica si provvide a rafforzare
l‟unità religiosa. L‟esercito aveva già imposto la religione cri-
stiana a tutta la romanità e a questo punto non restava che
convertire i barbari.

Potere ai Franchi!

I Franchi erano stati arruolati come «federati» già


dall‟imperatore Probo (nel 280), condizione confermata poi da
Giuliano l‟Apostata (nel 358) e infine da Ezio, a cui diedero un
contributo essenziale contro gli Unni di Attila (nel 451).
Verso la fine dell‟impero, i Romani codificarono secondo i
propri schemi la legge tribale dei Franchi, la lex salica. Al titolo

244
45 (De Migrantibus) troviamo un insieme di clausole e condi-
zioni che regolavano la presa di re sidenza e cittadinanza degli
immigrati. La sua origine non è né celtica né germanica, ma si
può trovare nel Talmud ebraico.
Mentre il Senato affidava l‟Italia al barbaro Odoacre, la
Chiesa e i proprietari terrieri dell‟Europa continentale rimette-
vano la propria sorte nelle mani dei Franchi. Nel 476 d.C. il re
dei Franchi era Meroveo, da cui prende il nome la dinastia dei
Merovingi. Figlio del senatore romano Quintus Taurus, la sua
ascendenza rimanda alla casta ebraica. Da padre in figlio tro-
viamo Zorobabele (+Amytis), Shazrezzar, Hacaliah, Hanani,
Ohel, Achiyah, Nuri, Yehezqiyah, Neariah (+Barsine), NN, A-
biud, Eliakim, Azor, Sadoc, Achim, Eliud, Ezar, Matthan, Judas di
Gamala (zio di Giuseppe il falegname), Joseph di Gamala, Jesus
Bar-Joseph, Jesus Justus «di Roma» (+Marcella di Narbonne),
Joseph Bar-Jesus detto «Rama-Theo», Ameshas Spentas, The-
ophilus, Narcissus, Ipromorus, Flammulus, Tytalus, Pamphilus,
Maximus, Patricius Quiriacus, Ignis Cyriacus Magus, Quintus
Tarus (+Argotta o Siegse), Meroveo.
In generale tutti (o quasi) i casati nobiliari europei, affon-
dano le proprie radici in una trentina di famiglie di grandi pro-
prietari terrieri, tutte di origine senatoriale romana.
Nel 481 il trono di Francia passò al nipote di Meroveo, Clo-
doveo, che il 24 dicembre 496 sancì formale alleanza con la
Chiesa romana, ricevendo il battesimo da san Remigio nella
basilica di Reims. Dal loro primo insediamento sulle rive del
Reno, i Franchi occuparono rapidamente tutta la Gallia. Al re di
Francia si affiancò la figura del Maestro di palazzo, un «consi-
gliere» che veniva eletto al loro interno da un numero ristretto
di famiglie senatoriali.
Con la morte di Clodoveo (nel 511) il regno dei Franchi
venne diviso in Austrasia e Neustria. Sotto il regno di Clotario II
(re di Neustria dal 584), i Maestri di palazzo furono Pipino e
Arnulf. Lo stesso Clotario discendeva dalla nobiltà senatoriale,
e precisamente da san Lupo, vescovo di Troyes (383-479), fi-

245
glio del senatore Eparchio Franconio della romana Gens Actia
(la stessa da cui discende il casato d‟Este, dei signori di Ferra-
ra). Arnulf nacque invece nel 580 da una famiglia che possede-
va vasti terreni nelle pianure di Woevre e nella zona di Worms.
In età adolescenziale venne mandato a corte sotto la tutela del
Maestro di palazzo Gandolf. Qui acquisì una certa influenza e
legò i suoi interessi a quelli di un nobile che si trovava nella
sua stessa situazione: Pipino. Quest‟ultimo proveniva da una
famiglia che possedeva immensi latifondi, notevolmente in-
crementati dal matrimonio con Ilta, sorella del vescovo di Trier.
Con l‟aiuto di Arnulf e Pipino, nel 613 Clotario riunì il regno
dei Franchi, affidando l‟Austrasia al figlio Dagoberto di appena
10 anni, coadiuvato dagli stessi Pipino e Arnulf. Di lì a poco Ar-
nulf, che Clotario aveva già nominato vescovo di Metz, si ritirò
in monastero.
Il successore di Pipino, suo figlio Grimoaldo, pensò che fos-
se arrivato il momento di sbarazzarsi della dinastia merovingia,
assegnando il trono a se stesso. Questo a dimostrazione del
fatto che anche all‟interno delle «famiglie» esiste una lotta per
il predominio di una sull‟altra.
Re Sigisberto II non poteva avere figli e così accettò la pro-
posta di Grimoaldo di adottare suo figlio e di dargli un nome
tipico merovingio, Childeberto. Qualche tempo dopo Sigisber-
to ebbe tuttavia un figlio dalla regina e lo nominò erede, affi-
dandolo alla tutela di Grimoaldo. Alla morte di Sigisberto, Gri-
moaldo si rifiutò di adempiere alle volontà del sovrano e no-
minò successore il proprio figlio, richiudendo in convento il fi-
glio del re, Dagoberto II. Il fatto scatenò la reazione della no-
biltà franca che uccise Grimoaldo e suo figlio, restaurando la
dinastia merovingia.
Dopo un periodo di tolleranza entrò in scena un altro figlio
di Grimoaldo, Pipino il Giovane. Questi governò di fatto il re-
gno dei Franchi benché il trono fosse ufficialmente in mano al
disinteressato Teodorico II. È questo il periodo dei cosiddetti
«re fannulloni». Alla morte di Pipino gli subentrò il figlio Carlo.

246
Quando anche il merovingio Clotario IV morì (nel 719), Carlo
continuò a governare da solo, riconosciuto come un vero so-
vrano dal papa e dai vescovi di Francia. Dopo la vittoria sugli
Arabi a Poitiers (nel 732), Carlo divenne il salvatore della cri-
stianità e gli fu dato il soprannome di «martello», lo stesso at-
tribuito a Giuda Maccabeo. È un soprannome che si trova fre-
quentemente fra gli antenati di quasi tutte le dinastie europee,
e non è un caso che Giuseppe Flavio si dichiari imparentato
con la famiglia reale (ebraica) dei Maccabei.
In questo momento nei giochi di potere intervennero alcu-
ni Ebrei esiliarchi, iniziati nelle accademie babilonesi di Sura e
Pumbedita (l‟attuale Falluja). Dopo la distruzione del Tempio, il
centro ebraico della Palestina era andato rapidamente deca-
dendo, toccando l‟apice della crisi durante il regno di Teodosio
II (408-450). L‟imperatore aveva privato il Sinedrio di ogni privi-
legio e aveva tolto il titolo di patriarca al capo dell‟istituzione
per trasferirlo al vescovo cristiano di Gerusalemme. Le acca-
demie di Ushà e Tiberiade avevano continuato la loro attività
di studi ma con estrema difficoltà.
Alla decadenza del Sinedrio si era contrapposta la fioritura
del centro ebraico di Babilonia, il più numeroso dopo la dia-
spora. La comunità babilonese era diretta dal Resh Galuta di
stirpe davidica, che esercitava la medesima autorità del patriar-
ca in Palestina ed era ufficialmente riconosciuto sia dal gover-
no persiano sia da quello arabo. Le accademie principali si tro-
vavano nelle città di Nisibis, Ctesifonte, Neardea, Pumbedita,
Sura e Mechoza. A partire dalla conquista araba della Palestina
(633-638), la figura dell‟esiliarca acquistò un notevole prestigio
di fronte al califfo e la sua corte.
Il potere spirituale dell‟intera diaspora era già da tempo
nelle mani di Sura e Pumbedita. L‟accademia di Sura era stata
fondata nel III secolo dal rabbino babilonese Rav Abba Arika
(175-247). Nel 219 Rav era diventato insegnante nella scuola
del rabbino Shela a Nehardea, la città dove l‟esiliarca eleggeva
i suoi emissari economici. Nel 225 si era spostato a Sura,

247
sull‟Eufrate, dove aveva fondato una scuola propria che aveva
attirato un gran numero di discepoli da tutte le zone di diffu-
sione dell‟ebraismo.
Dopo la morte dei primi due rettori, Rav Abba Arika e
Shmouel di Nehardea, e dopo la nomina del terzo, Rav Houna,
il rabbino Rav Yehouda ben Ezekiel si era recato nella città di
Pumbedita e qui vi aveva fondato un‟altra accademia. Pumbe-
dita era destinata a mantenere un ruolo di enorme prestigio
nel mondo ebraico per circa 800 anni.
Intorno al 700 il Resh Galuta di Babilonia era Hananiah ben
David, nipote del già citato Bustanai, della linea yeshaiahita dei
figli di Zorobabele. Sua figlia Sussanah sposò il rabbino Judah
Zakkai, un figlio del profeta Ahunai che si era formato
all‟accademia di Sura. Abbiamo già detto che la coppia si spo-
stò in Francia ed ebbe un figlio chiamato Theodorik Machir,
convolato a nozze con la figlia di Carlo Martello, Aude
d‟Heristal.
Nel 759 il figlio di Carlo Martello, Pipino il Breve, stipulò
un‟alleanza con gli Ebrei di Narbona per la scacciata dei Mori
dalla regione di Settimania (Francia meridionale). I primi si ri-
voltarono improvvisamente contro i musulmani, li massacraro-
no e aprirono le porte della fortezza ai Franchi. Nel 768 Pipino
trasformò la Settimania in principato vassallo e la affidò a The-
odorik Machir.51
Dalla stessa dinastia di Clotario II nasceva intanto la dina-
stia dei Lupi, duchi d‟Aquitania discendenti dai soliti san Lupo
ed Eparchio Franconio. Lupo I d‟Aquitania (635-701) generò
Oddone I (670-740), da cui venne Hatto (?-744), da questi Lu-
po II (?-755) e quindi Lupo III. Il figlio di Lupo III fu Lupo IV
(755-818), meglio noto come «giovane lupo» o «Welf/Guelfo».
Egli sarà il capostipite della dinastia dei Guelfi, destinata a im-
parentarsi con gran parte della nobiltà europea, divenendo il
principale alleato dello Stato pontificio.
Pipino il Breve affiancò inizialmente il re merovingio Childe-
rico III, ma nel 751 lo fece rinchiudere in un monastero con

248
l‟appoggio di papa Zaccaria, nominando se stesso re dei Fran-
chi. Tre anni più tardi si sottopose al rito dell‟unzione regale
per mano di papa Stefano II. I suoi figli, Carlo Magno e Carlo-
manno, furono adottati come figli del papato, e il papa diventò
padrino di Giselle, figlia di Pipino. In cambio di tali onori Pipino
scese in Italia per aiutare il papa contro il nemico longobardo.
Pipino e Carlo Magno strapparono il territorio dello Stato pon-
tificio ai Longobardi e lo donarono alla Chiesa.52
Papa Stefano II e suo fratello e successore Paolo I scrissero
numerose lettere a Pipino in cui lo paragonavano a un «nuovo
Mosè». Carlo Magno amava invece riferirsi a se stesso come il
«capo di un nuovo popolo eletto», paragonandosi al re di Giu-
da Giosia. Quando fu incoronato imperatore (nell‟800), il poeta
di corte lo salutò con il nome di «Flavio Anicio Carlo». Flavio
era il nome della famiglia imperiale di Costantino; gli Anici fi-
guravano invece tra le più grandi famiglie senatoriali romane e
possedevano latifondi fuori Roma nel bacino della Mosella (Al-
sazia e Lorena). L‟albero genealogico che unisce Carlo Magno
a Costantino è stato ricostruito con precisione; come se non
bastasse, tra gli antenati di Carlo Magno figurano niente meno
che i re di Emesa.
Il Manoscritto Regio descrive Carlo Magno come un «mas-
sone» che avrebbe dato grande impulso alla massoneria, rife-
rendosi a lui con il nome di «Carolus Secundus». Il primo era
stato infatti Carlo Martello, il vero fondatore della dinastia ca-
rolingia, considerato già re a tutti gli effetti anche se formal-
mente la corona era ancora in testa ai Merovingi.
Carlo Magno espanse i domini dei Franchi fino a costruire il
Sacro romano impero che includeva tutta la Germania e il
Nord Italia. I maestri Comacini, discendenti dai Collegia Fabro-
rum degli Artigiani di Dioniso, edificarono per lui la cappella
reale di Aquisgrana. Il figlio di Carlo, Ludovico il Pio, sposò la
figlia di Welf, Judith. Un‟altra figlia di Welf, Hemma, sposò in-
vece il figlio di Ludovico, Ludovico il Germanico. Grazie allo
Stato pontificio, al Sacro romano impero e alla costante infil-

249
trazione dei Guelfi nella nobiltà europea, le «famiglie» si assi-
curarono il controllo dell‟Europa per tutti i secoli a venire.
Carlo Magno combatté contro ogni eresia ma non perse-
guitò mai gli Ebrei. Anzi, concesse loro rispetto, protezione e
l‟accesso libero alle corti reali. La mentalità del sovrano e della
classe nobiliare che lo sosteneva era analoga a quella della
classe sacerdotale giudaica e all‟aristocrazia romana del V se-
colo. Ogni aspetto dello Stato era dominato dalla logica delle
famiglie e della religione che esse controllavano.

La tredicesima tribù

Gli Ebrei che trovarono la morte nei massacri


dell‟Olocausto, in gran parte non avevano alcun legame con la
Terra promessa. Perlopiù discendevano infatti dai Khazari, un
popolo di etnia mongolo-turca stanziato tra Mar Caspio e Mar
Nero tra il V e il X secolo.
Nel 740 d.C. il popoloso impero dei Khazar si era convertito
in massa dallo sciamanesimo «tengri» all‟ebraismo, sotto la
supervisione del rabbino Yitzhak ha-Sangari e delle accademie
di Sura e Pumbedita.
L‟impero khazaro era nato sul territorio degli Sciti. Intorno
al 220 d.C. la tribù germanica dei Goti aveva invaso le pianure
ucraine e si era spezzata in due tronconi in relazione alle zone
occupate: gli Ostrogoti a Oriente (chiamati la «gente delle
campagne») e i Visigoti a Occidente (detti la «gente delle fore-
ste»). Alcune città erano state conquistate mentre altre erano
rimaste neutrali; queste avevano agito da mercati per i beni
che i Goti sottraevano a Roma nei loro attacchi (proseguiti fino
al 270 d.C.). Il prolungato contatto con i cavalieri sciti aveva
permesso ai Goti di affinare le loro tecniche di combattimento,
e si può supporre che lo stesso nome «Goti» derivi da «Gutei»,
gli Sciti di rango medio e basso. Nel V secolo gli stessi territori

250
erano stati travolti dall‟orda unna, e la struttura tribale aveva
lasciato spazio a un impianto statale.
Sembra però che, nonostante il ricambio e il mescolamento
di popoli, a governare fossero sempre gli stessi: gli Hyksos o
Sciti reali. La nobiltà khazara era infatti la solita: alta, dagli oc-
chi chiari, la pelle chiara e i capelli biondo-rossicci. Quindi in
pratica i nuovi Ebrei d‟Europa erano ariani fino al midollo.
La conversione dei Khazari all‟ebraismo iniziò direttamente
dal sovrano Bulan (r.730-740 circa) e da suo figlio Bihar Sabriel.
Il principe aveva sposato una figlia di Judah Zakkai, Serack, e
quest‟ultima era probabilmente riuscita a convertire sia lui sia il
padre. Bulan avrebbe quindi invitato nel suo regno rabbini e
studiosi da Babilonia, per fondare sinagoghe e insegnare la To-
rah ai neoconvertiti.53
Figlia di Serack e Sabriel fu la principessa Irene, andata in
sposa all‟imperatore di Bisanzio Costantino V (718-775), figlio a
sua volta dell‟imperatore Leone III (675-741). Proprio alla corte
di quest‟ultimo viveva un altro figlio di Judah Zakkai, Gershom,
medico, orafo e consigliere dell‟imperatore. Gershom organiz-
zò il matrimonio di Costantino con la nipote, il cui nome venne
cambiato da Tzitack in Irene. Allo scadere dell‟VIII secolo
l‟Occhio che Tutto Vede era quindi padrone del Sacro romano
impero, della Chiesa di Roma e dell‟impero khazaro.
Spinto probabilmente dagli stessi familiari, l‟imperatore Le-
one III aveva proibito il culto delle icone religiose e ne aveva
ordinato la distruzione. La sua direttiva fu confermata sia dal
figlio Costantino sia dal nipote Leone IV, divenendo il primo
pretesto di rottura tra la Chiesa romana e quella orientale. Alla
morte di quest‟ultimo il trono passò alla moglie Irene in co-
reggenza con il figlio Costantino VI, appena decenne. Tale Ire-
ne era greca, nata ad Atene nel 752 e morta a Lesbo nell‟803,
forse un‟appartenente della famiglia Paleologo, derivata a sua
volta dal casato di Hillel (altra linea davidica). Nel 790 fu scal-
zata da un‟insurrezione militare che lasciò sul trono il solo Co-
stantino, finché nel 797 la madre tornò alla carica e lo depose,

251
occupandone il posto fino all‟anno 802. Durante la sua reg-
genza, Irene sospese la lotta iconoclastica e ripristinò il culto
delle immagini, in particolare della Vergine. Irene sognò di
sposare Carlo Magno e di ristabilire l‟unità imperiale, ma il suo
progetto urtò gran parte della corte e sancì la decadenza del
suo potere. L‟iconoclastia riprese con fermezza nell‟811 con
l‟elezione a imperatore di Michele I Rangabé, che nell‟anno
successivo riconobbe formalmente la sovranità del Sacro ro-
mano impero.
All‟inizio del IX secolo i Variaghi (poi Russi), genti vichinghe
del Mar Baltico, migrarono nelle attuali Bielorussia e Nord U-
craina. Guidati da un certo Rurik, si stanziarono nella zona
compresa fra il lago Ladoga e il corso del Dnepr, dando origine
a un‟entità statuale chiamata Khaganato di Rus‟, con capitale a
Novgorod. Inizialmente la convivenza fu felice e i Khazari per-
misero ai Variaghi di attraversare le loro terre per compiere
razzie nel califfato arabo, in cambio di metà del bottino. A me-
tà del X secolo le relazioni però si deteriorarono, a causa di
una rivolta delle popolazioni musulmane del regno khazaro.
I signori della guerra variaghi Oleg e Sviatoslav I di Kiev
mossero diverse guerre contro il khaganato khazaro, spesso
con l‟approvazione di Bisanzio. Sviatoslav ebbe successo, di-
struggendo l‟impero khazaro nel 960. Le fortezze khazare di
Sarkel e Tamatarkha caddero in mano ai Variaghi nel 965, se-
guite dalla capitale Atil nel 968 o 969.
Quattro anni più tardi i Russi conquistarono tutto il territo-
rio khazaro a est del fiume Azov. Molti membri della famiglia
reale khazara emigrarono in Spagna. Alcuni andarono in Un-
gheria, ma la stragrande maggioranza del popolo rimase nel
proprio paese natio. Non possiamo escludere che la stessa li-
nea di sangue fosse rimasta al potere anche in Russia.
È senz‟altro degno di nota che negli stessi anni le accade-
mie babilonesi avessero chiuso i battenti, trasferendo i loro in-
teressi in Europa. La sincronia tra il crollo dei Kazari e la chiusu-
ra delle accademie non può essere casuale. Consideriamo

252
quanto accadde all‟impero romano, con la classe senatoriale
che ne decretò la fine e affidò la sua sorte ai Franchi. Potrem-
mo pensare che lo stesso fenomeno fosse accaduto in Kazaria:
qui l‟aristocrazia avrebbe decretato la fine dell‟impero Khazar,
affidando la propria sorte ai Russi. Una fonte «privilegiata» ha
confermato del resto l‟appartenenza al Serpente rosso dei Ro-
manov di Russia. Sia a Roma sia in Kazaria non era passato
molto tempo dal cambio di religione ufficiale, col cristianesimo
che era diventato religione di Stato a Roma e l‟ebraismo in Ka-
zaria.
I rabbini delle scuole babilonesi si erano spostati inizial-
mente a Bar-le-Duc in Lorena, a Troyes nella Champagne, a
Cordova e Narbona in Spagna, Worms in Germania, Praga in
Boemia e Venosa in Italia meridionale. Di Worms ci parla Jan
Van Helsing in Le società segrete e il loro potere nel XX secolo:

Uno dei rami principali degli Illuminati [altro nome per l‟Occhio
che Tutto Vede] in Germania erano i Rosacrociani mistici, che furono
introdotti all‟inizio del IX secolo da Carlo Magno. La prima loggia uf-
ficiale fu fondata a Worms nel 1100 d.C. I Rosacrociani avevano la
faccia tosta di fingere di avere conoscenza dell‟origine (extraterrestre)
dell‟umanità e della difficile dottrina egiziana. Furono lodati per il lo-
ro lavoro con i simboli mistici e con l‟alchimia. I rapporti tra Rosacro-
ciani e Illuminati erano molto stretti, cosicché salire nel rango delle
iniziazioni segrete conduceva spesso all‟ammissione negli Illuminati.

A Troyes nella Champagne era invece cresciuto Chrétien de


Troyes (1135-1190), primo autore dei Romanzi del Graal, e nel-
la stessa città nel 1129 si era svolto il concilio che aveva rico-
nosciuto e confermato i Templari. Il conte di Champagne era
stato il primo finanziatore dell‟Ordine e templare egli stesso. Il
fondatore ufficiale era Ugo dei Pagani, figlio di ebrei italiani e
feudatario del conte nella stessa regione. Infine in Lorena era
conte Goffredo di Buglione (1060-1100), il discendente di Carlo
Magno che guidò la Prima crociata e fu eletto governatore di
Gerusalemme.

253
Il legame tra Goffredo e Carlo Magno è stato spesso igno-
rato perché il padre ufficiale del condottiero risulta essere Eu-
stachio II di Boulogne, un conte che nulla aveva a che fare col
grande imperatore. In verità Goffredo era stato adottato da
Eustachio quando questi ne aveva sposato la madre, Ida di Lo-
rena. Il vero padre era invece Helyas di Lorena (n.1020 circa),
un cavaliere errante soprannominato «il cavaliere del segno» in
riferimento a una voglia di colore rosso che sarebbe apparsa
sul petto o sulla spalla dei re francesi e che avrebbe indicato la
loro appartenenza ad una schiatta molto antica.
Helyas viene citato in alcune leggende come «cavaliere del
cigno», un fraintendimento generato dall'uguale pronuncia
francese delle parole cygne (cigno) e signe (segno)54. Helyas
era figlio di Warin o Garin di Lorena (chiamato Lohengrin, da
lorrain [lohen] e garin [grin]), figlio quest'ultimo del Duca di
Bassa Lorena Othon Otto (il Parzival dei romanzi arturiani, 973-
1005). Othon era figlio di Carlo, principe di Francia (<953-994),
figlio a sua volta di Re Luigi IV (920-954). Luigi era figlio di Re
Carlo III il Semplice (879-929), figlio di Re Luigi II il Balbo (846-
879), figlio di Re Carlo il Calvo (823-877). Carlo era figlio di Lu-
dovico il Pio (778-840), figlio a sua volta di Carlo Magno (742-
814). La madre di Carlo il Calvo era invece Giuditta dei Guelfi
(800-843), figlia di Guelfo I di Baviera (II metà dell'VIII secolo -
825), esponente della Nobiltà Nera e capostipite di una fami-
glia che nel Basso Medioevo si legherà per matrimonio ad una
buona metà dei grandi casati europei.
Torniamo ad Helyas. Non sappiamo cosa accadde vera-
mente tra lui e la madre di Goffredo, eccetto quanto trasmesso
dai romanzi arturiani. Qui Helyas viene confuso col proprio pa-
dre, Lohengrin, venendo inoltre soprannominato «cavaliere del
cigno» per il fraintendimento spiegato sopra. Nella versione di
Wolfram von Eschenbach leggiamo che Lohengrin si trovava
un giorno nel sacro tempio del Graal, a Munsalvaesche. La
campana della cappella aveva suonato senza essere toccata,
segnalando che il suo aiuto era richiesto altrove. La damigella

254
in pericolo era proprio la duchessa di Lorena: Lohengrin la
raggiunse, sconfisse in duello il suo oppressore e la sposò. Tut-
tavia al momento delle nozze pronunciò un monito: la consor-
te non avrebbe mai dovuto chiedergli quali fossero la sua ori-
gine, la sua stirpe e il luogo da cui era venuto.
Nei romanzi arturiani tale precauzione è onnipresente e ha
lo scopo di nascondere la vera identità di chi appartiene alla
cosiddetta «famiglia del Sangreal» (sangue reale), altro nome
del Serpente rosso. Per alcuni anni la duchessa obbedì alla vo-
lontà del marito ma alla fine fu persuasa dalle insinuazioni o-
scene di alcuni cortigiani e osò rivolgergli la domanda proibita.
Lohengrin-Helyas fu quindi costretto ad andarsene e lasciò alla
moglie un figlio che divenne Goffredo. Forse ancora incinta,
Ida di Lorena sposò in nuove nozze Eustachio II di Boulogne,
padre adottivo del bambino.
Helyas fu comunque presente alla Prima crociata e accom-
pagnò il figlio a Gerusalemme. Nella Città Santa riunì un grup-
po di nobili e pose le basi di un nuovo ordine cavalleresco,
l‟Ordine di Montbard, il quale prese nome da uno dei presenti,
André de Montbard, zio di san Bernardo di Chiaravalle. Stando
alle liste di Rumor, intorno al 1100 l‟intero Ordine di Montbard
entrò a far parte dell‟Occhio che Tutto Vede. Più tardi i suoi ca-
valieri si sarebbero mostrati al mondo come Templari.

255
X
Potere alla finanza

Questa non è una fiaba, questa è una sanguinosa storia degli


adulti [...] Per i mocciosi ci sono le favolette. Se vuoi scappa-
re, usa la fantasia.

KENTARO MIURA, Berserk (personaggio di Gatsu)

Con questo libro abbiamo aperto una piccola breccia nel muro,
che nel prossimo futuro dovrà essere allargata e attraversata.
Ci eravamo lasciati con un umile studio sul mito di Atlantide e
qui l‟abbiamo concluso azzardando alcune ipotesi sul destino
dei suoi abitanti. Ci siamo quindi imbattuti nella «casata» degli
Hyksos e nella loro fratellanza occulta chiamata Culto
dell‟Occhio che Tutto Vede. Tra le righe abbiamo suggerito al-
cuni legami tra la fratellanza e i moderni gruppi di potere, le-
gami che per nostra conoscenza personale possiamo dare per
certi, ma che ci riserviamo di esporre in forma dettagliata nelle
prossime pubblicazioni.
Gli Hyksos hanno attraversato la storia ponendosi di volta
in volta a capo di un popolo differente, dall‟antico Egitto
all‟impero khazaro, da Babilonia a Roma, dai Popoli del mare ai
Carolingi. Almeno 33 dei primi 42 presidenti degli Stati Uniti
discendevano dal re inglese Alfredo il Grande (849-899) e da
Carlo Magno (742-814); 19 vantavano inoltre una parentela
con il re inglese Edoardo III (1312-1377). Il candidato presiden-
ziale con il più alto numero di geni reali ha sempre avuto la
meglio sugli altri, senza alcuna eccezione, sin dai tempi di Ge-
orge Washington. Lo stesso si può dire per i regnanti e i presi-

256
denti delle altre nazioni. Persino il colore rosso, presente nei
nomi Sardux e Foinikeos, torna come un segno distintivo nel
cognome ebraico Rothschild (letteralmente, «scudo rosso»),
posseduto oggi dalla famiglia più potente del mondo finanzia-
rio.
Gli Hyksos hanno avuto certamente un ruolo di primo pia-
no nella nascita del popolo ebraico, riguardo al monoteismo, la
circoncisione e le altre ritualità già sopra citate. Senza gli
Hyksos, quindi senza gli Ariani, non ci sarebbero mai stati gli
Ebrei, ma solo un‟anonima popolazione politeista stanziata in
Palestina nell‟Età del ferro, destinata a essere cancellata dai
Romani. Tutto ciò che distingue gli Ebrei dagli altri popoli fa
parte del bagaglio culturale ariano. Le brutalità dell‟Olocausto,
guidate dall‟avidità e dall‟ignoranza, segnarono per gli Ariani la
morte di una parte di loro stessi, forse la parte fondamentale.
I re degli Ebrei furono ariani: questo è il segno più eclatante
di dove possa arrivare l‟ignoranza umana. I tedeschi di ses-
sant‟anni fa, che si ritenevano ariani doc, massacrarono sei mi-
lioni di Ebrei il cui unico segno distintivo era la pratica di una
certa religione. Peccato che furono essi stessi, gli ariani, a cre-
arla, sciogliendola col tempo nel paganesimo dei popoli con-
quistati.
Uomini e nazioni sono soggetti a profondi mutamenti, sia
interiori, nella concezione del divino, sia esteriori, nei tratti fisi-
ci, nelle lingue, nelle cerimonie tradizionali. A un certo punto
un popolo può arrivare a rinnegare la propria storia, ritenen-
dola incredibile e inconcordabile con il presente. Gli uomini fi-
niscono per rinnegare la propria fraternità, vedendo gli altri
uomini così diversi da non considerarli quasi più umani, met-
tendoli alla pari con gli animali. Finiscono con l‟essere terroriz-
zati dal «diverso» e non possono far altro che desiderarne la
morte. Guardiamoci allo specchio, guardiamoci bene l‟un
l‟altro, leggiamo il passato con la mente aperta. Balzerà agli
occhi l‟unica verità: siamo tutti uguali.

257
Prima di chiudere vogliamo farci un‟idea di come l‟Occhio
che Tutto Vede abbia fondato le banche centrali e come per
mezzo di esse abbia preso potere sugli Stati nazionali. In linea
con i più classici racconti popolari, tutto ebbe inizio in Inghil
terra, nella verde terra di Albione.1
Nel V secolo d.C. si era avuta una progressiva migrazione in
Britannia di popolazioni germaniche provenienti dalle attuali
Danimarca e Germania nordoccidentale. L‟arrivo di queste gen-
ti (Angli, Sassoni e Juti) decretò la fine del dominio romano già
intaccato dalle invasioni dei Pitti scozzesi. Negli anni successivi
si assistette alla formazione di cinque regni germanici, aumen-
tati più tardi a sette. Uno di questi regni era Mercia, un qua-
drato continentale centrato a Leicester e chiuso dal Galles a
ovest, Est Anglia a est, Northumbria a nord, Wessex ed Essex a
sud.
Nel 757 diventava re di Mercia il nobile Offa, rimasto sul
trono fino alla morte nel 791. Offa sollevò le sorti di un regno
al collasso e in trent‟anni si impadronì di gran parte dell‟isola a
sud del fiume Humber.
Oggi è ricordato come un saggio e abile amministratore
dal cuore gentile, benché spietato con i propri nemici. Offa isti-
tuì il primo sistema monetario inglese impiegando l‟argento
sia per il conio sia come deposito, sopperendo così alla scarsità
dell‟oro. L‟unità di conto monetaria era una libbra di argento,
divisa in 240 penny. Sui penny veniva impressa una stella (anti-
co inglese stearra), da cui deriva la parola sterling (sterlina). Nel
787 Offa introdusse una legge che proibiva l‟usura. Le leggi
contro l‟usura furono ulteriormente rafforzate da re Alfredo
(che regnò dall‟865 all‟899) che ordinò la confisca delle pro-
prietà degli usurai, mentre nel 1050 Edoardo il Confessore
(1042-1066) aggiunse la dichiarazione di fuorilegge e la con-
danna dell‟usuraio al bando perpetuo.
Dopo la morte di Edoardo, in Inghilterra approdarono i
Normanni al servizio del duca Guglielmo I e del suo alleato Eu-
stachio II, conte di Boulogne e padre adottivo del paladino

258
della Prima crociata Goffredo di Buglione. Guglielmo era un di-
scendente del capo vichingo Rollone che nel 911 aveva strap-
pato il ducato di Normandia al re di Francia Carlo il Semplice.
La pretesa al trono di Guglielmo era giustificata dai matri-
moni della prozia, Emma, che aveva sposato ben due tra i pre-
cedenti re di Inghilterra: Etelredo II (nel 1002) e Canuto I (nel
1017). Lo scontro decisivo ebbe luogo il 14 ottobre 1066 a Ha-
stings, nel Sussex, dove Guglielmo affrontò gli eserciti anglo-
sassoni al seguito del conte del Wessex Harold Godwinson
(autoproclamatosi successore di Edoardo). La vittoria dei Nor-
manni ebbe notevoli conseguenze, a cominciare dall‟ingresso
in Inghilterra di numerosi Ebrei provenienti dalla città di
Rouen, dove Guglielmo era nato.

L’escalation dell’usura

Gli Ebrei di Rouen erano tali per motivi di comodo, non


certo per fede in Yahweh. Nel X secolo si erano trasferiti da
Venezia alla Normandia per aprire nuovi traffici mercantili ver-
so i mari del Nord. Qui erano stati impegnati in una serie di
politiche matrimoniali per unire le proprie famiglie alla discen-
denza di Rollone, divenendo gli antenati dei duchi di Norman-
dia, dei Sassonia-Coburgo (oggi Windsor) e dei duchi di Angiò,
antenati a loro volta di Tudor, Stuart, Saint Clair e Bruce. Anco-
ra, da Rollone discendono Rupert, conte di Nassau, e Cristiano,
conte di Oldenbourg, vissuti entrambi tra l‟XI e il XII secolo. Da
Rupert discesero le casate degli Hesse-Darmstadt e Hesse-
Cassel, i duchi di Lussemburgo, i Battenborg, i principi
d‟Orange-Nassau e i re dei Paesi Bassi. Da Cristiano discesero i
re di Danimarca e Norvegia, la casata degli Schleswig-Holstein
e degli Hannover, in seguito sovrani d‟Inghilterra.
Le nobiltà veneziana era un altro ramo della Nobiltà Nera
romana, l‟elettorato papale dei «Flavi» che nella Serenissima
aveva ricostruito l‟impero marittimo di Shardana e Fenici. At-

259
traverso Venezia, l‟Occhio che Tutto Vede aveva espanso la
propria ricchezza e il proprio potere, senza risparmio di guerre,
assassinii, atti di pirateria e spietate manipolazioni commerciali
e finanziarie. Aveva sostenuto le nazioni secondo convenienza,
per poi distruggerle qualora ostacolassero i suoi piani. La stra-
tegia più usuale consisteva nel ridurre in bancarotta qualunque
persona, azienda o paese che lo contrastasse, la stessa strate-
gia in atto oggi su scala globale. Da cristiani che erano, a Ve-
nezia i «Flavi» erano tornati ebrei per praticare l‟usura senza
dare nell‟occhio, poiché il prestito di denaro era contrario ai
precetti cristiani. In realtà si trattava di un ebraismo deviato
che prende il nome di Sabbatismo o Frankismo, una sorta di
movimento «satanico» che impone ai propri membri di camuf-
farsi, aderendo esteriormente all‟ebraismo regolare.
I «Flavi» di Venezia divennero presto i dirigenti politici e re-
ligiosi del popolo ebraico. Le loro famiglie nel XIV secolo apri-
rono le prime banche a Pisa, Genova e Venezia. Nel XVII secolo
fondarono le prime banche centrali nazionali: oltre quella in-
glese fondarono la Banca di Amsterdam (1609), la Banca di
Amburgo (1619) e la Banca di Svezia (1661). Nel 1524 nasceva
il famoso Banco Giro veneziano (e nel 1619 divenne
un‟istituzione statale permanente), annoverante tra i fondatori
Abraham del Banco, di famiglia ebraica e discendente dalla
Nobiltà Nera romana. L‟istituzione raccoglieva depositi, spe-
cialmente dai commercianti, emettendo cedole di proprietà.
Operava inoltre il passaggio di depositi da un cliente all‟altro
senza che vi fosse un trasferimento materiale di valuta. Tra i di-
scendenti di Abraham figurano i banchieri Warburg, il cui co-
gnome deriva dall‟omonima città tedesca, dove si trasferirono
nel XVI secolo. Fondatori nel 1798 della banca M.M. Warburg
& Co. ad Amburgo, ne sono tuttora i proprietari.
L‟unione tra i Flavi di Venezia e i discendenti di Rollone co-
stituiva qualcosa di più di una mera espansione commerciale.
La dinastia di Rollone era sorta tra i «rossi» Vichinghi, le cui o-
rigini non sono avulse dai nostri argomenti: sembra infatti che i

260
Vichinghi fossero eredi dei Fenici-Shardana. La famosa galea
vichinga con la prua e la poppa molto alte era un modello fe-
nicio usato dagli Egizi: incisioni rupestri rinvenute a Newgran-
ge sembrano raffigurare questo modello, e risalgono a migliaia
di anni prima dell‟arrivo dei Vichinghi in Irlanda (795 d.C.). No-
nostante la notevole espansione, fino all‟epoca della loro cri-
stianizzazione (avvenuta nell‟XI secolo), i Vichinghi si conside-
ravano più o meno come un unico popolo, con un‟unica lingua
che aveva piccole varianti dialettali fra le popolazioni più lon-
tane. Una famiglia insomma...
Molti dei dati esposti in questa sezione e nella prossima,
sono stati estratti da un articolo intitolato The Hidden Origins
of the Bank of England, apparso sul numero XVIII (5° annuale)
di «The Barnes Review», pubblicato in settembre/ottobre 2012
e tradotto in lingua italiana da Alfio Faro per «Rinascita». L'au-
tore di questo eccellente studio è Stephen Goodson, ex diret-
tore della South African Reserve Bank, divenuto oggi il leader
politico del partito sudafricano «Abolition of Income Tax and
Usury»; l'articolo esplora in particolare gli anni dal 1066 al
1694, dalla conquista normanna dell'Inghilterra alla fondazione
della banca centrale inglese. Esso approfondisce le iniziative
dei banchieri di origine ebraica che consentirono loro di acca-
parrarsi gran parte della ricchezza inglese, appoggiando
nell'ordine i «condottieri» Guglielmo il Conquistatore, Oliver
Cromwell e Guglielmo d'Orange, ottenendo in cambio una
sempre maggiore libertà d'azione. Ribadiamo che non abbia-
mo nessuna intenzione di accusare una fede o una razza, ma
solo alcune famiglie che in obbedienza a precisi «piani di pote-
re» si sono introdotte nel quadro sociale ebraico. Sono pochis-
sime famiglie legate al mondo bancario, le quali non rappre-
sentano assolutamente la comunità ebraica nella sua interezza.
Le registrazioni storiche non ci dicono se gli Ebrei di Vene-
zia-Ruen avessero appoggiato o meno l‟invasione militare
dell‟Inghilterra, ma certamente la finanziarono. Il loro sostegno
fu ampiamente ricambiato dalla concessione di praticare

261
l‟usura sotto la protezione regale. Le conseguenze per il popo-
lo inglese risultarono disastrose. Furono imposti tassi di inte-
resse annuo del 33 per cento sui terreni ipotecati dai nobili e
del 300 per cento annuo sugli strumenti di mestiere e su tutti i
beni impegnati dai lavoratori. Nell‟arco di due generazioni un
quarto delle terre inglesi finì nelle mani degli usurai ebrei.
I nuovi immigrati minavano l‟etica delle corporazioni e pe-
nalizzavano i mercanti inglesi commerciando un‟ampia varietà
di beni sotto una singola licenza. Ebbero anche un ruolo pri-
mario nella «truffa della limatura»: limavano le monete
d‟argento per fondere la limatura in lingotti e utilizzarla per
placcare lo stagno. L‟economista William Cunningham parago-
na l‟attività degli Ebrei in Inghilterra dall‟XI secolo in poi a una
spugna, che risucchia la ricchezza della terra e ne compromet-
te lo sviluppo economico. In questo periodo il governo fece il
possibile per indurre gli Ebrei a lavorare onestamente e ad a-
malgamarsi con il resto della popolazione, ma senza successo.
Nel 1233 e nel 1275 furono approvati gli Statuti sulla Giu-
dea che abolivano qualsiasi forma di usura. Siccome gran parte
degli Ebrei non riusciva a guadagnarsi da vivere altrimenti, il 18
luglio 1290 fu approvata una legge di re Edoardo I (1272-1307)
che obbligava la popolazione ebraica (16.000) persone a la-
sciare l‟Inghilterra per sempre. Dopo il pagamento di 1/15 del
valore dei loro beni e di 1/10 delle loro monete, agli Ebrei fu
permesso di uscire con tutti i loro beni e attrezzi. Qualsiasi e-
breo rimasto in Inghilterra dopo il 1° novembre 1290 sarebbe
stato passibile di esecuzione.
Con il bando dei prestatori di denaro e l‟abolizione
dell‟usura, restarono ben poche tasse da pagare e nessun de-
bito statale, mentre il governo usava monete senza interessi
chiamate tally sticks. L‟Inghilterra viveva adesso un periodo di
sviluppo e prosperità senza paragoni. Il lavoratore medio lavo-
rava 41 settimane l‟anno e godeva da 160 a 180 giorni festivi.
Nel XVII secolo questa Età dell‟oro si concluse tragicamen-
te. Nel 1492 un gran numero di Ebrei si era stabilito in Olanda

262
dopo l‟ordine di espulsione dalla Spagna emanato da Isabella
di Castiglia e Ferdinando d‟Aragona. Benché l‟Olanda fosse
all‟epoca una potenza marittima, gli Ebrei di Amsterdam riten-
nero più promettenti le operazioni di prestito in Inghilterra.
Durante il regno di Elisabetta I (1558-1603), piccoli gruppi
di «marrani» (ebrei spagnoli convertiti a una forma di falso cri-
stianesimo) si stabilirono a Londra. Molti di essi erano orafi: ac-
cettavano depositi in oro ed emettevano (con interesse) rice-
vute corrispondenti a dieci volte l‟ammontare dell‟oro custodi-
to. In poco tempo le ricevute furono accettate negli scambi al
pari dell‟oro stesso, anticipando il sistema fraudolento della ri-
serva frazionaria. Inizialmente venivano prestate alla Corona e
al Tesoro al tasso d‟interesse annuo dell‟8 per cento, una per-
centuale che secondo Samuel Pepys, diarista e segretario
dell‟Ammiragliato, sarebbe presto aumentata al 20 per cento o
addirittura al 30 per cento annuo.
L‟interesse pagato dai mercanti eccedeva spesso il 33 per
cento annuo, anche se il rateo legale era del 6 per cento. Ope-
rai e bisognosi sopportavano il peso di interessi estorsivi che
toccavano il 60 per cento, 70 per cento o anche l‟80 per cento
annuo. Secondo Michael Godfrey, autore di un opuscolo intito-
lato A short Account of the Bank of England (1694), da 2 a 3 mi-
lioni di sterline andarono perduti per bancarotta di orafi e
scomparsa dei loro commessi.
Nel 1534 re Enrico VIII (1509-1547) promulgava la Legge di
Supremazia mediante la quale decretava la separazione della
Chiesa anglicana dalla Chiesa cattolica. Il re si sostituiva al pa-
pa e riservava a se stesso la nomina dei vescovi inglesi. Segui-
rono altri provvedimenti che limitavano la lettura della Bibbia
ai cittadini di nobile estrazione, proibivano le discussioni sul
tema dell‟Eucarestia e imponevano il celibato dei preti sotto
minaccia della pena a morte.
Le nuove disposizioni entrarono in contrasto con le idee
puritane di John Wycliffe e John Calvin, il cui consenso crebbe
costantemente nei secoli XVI e XVII. I Puritani consideravano la

263
Bibbia la vera legge di Dio e ne incoraggiavano la lettura priva-
ta; promuovevano l‟educazione delle masse affinché i fedeli
potessero leggere la Bibbia da soli. Rifiutavano le cariche ec-
clesiastiche e chiedevano la semplificazione del rituale sacra-
mentale, abolendo paramenti sacri, immagini, candele e altri
oggetti. I loro adepti s‟impegnarono con successo nel proseliti-
smo di ogni fascia sociale e in poco tempo si trovarono di
fronte le forze regali di Carlo I Stuart. Nel 1628 ottennero pie-
na libertà quando il fanatico puritano John Felton assassinò il
duca di Buckingham, George Villiers, amico e consigliere di
Carlo. Il re fu talmente scosso da ritirarsi a vita privata.
Le crescenti divisioni religiose fornirono la perfetta oppor-
tunità di sfruttamento ai cospiratori ebraici. Israel Israeli, padre
del primo ministro britannico Benjamin Israeli, scriveva così in
The Life and Reign of Charles I (del 1828): «La nazione fu sub-
dolamente divisa fra Sabatariani e violatori del Sabato». Nel
1640 uno dei capi della comunità ebraica clandestina, Fernan-
dez Carvajal, mercante e spia, conosciuto anche come «The
Great Jew», organizzò una milizia armata di circa 10.000 mem-
bri per intimidire i londinesi e seminare la confusione. Furono
distribuiti un gran numero di opuscoli e volantini. Ben presto
scoppiò la guerra civile fra i Realisti (anglicani) e i Roundheads
(puritani) che durò dal 1642 al 1648. I Roundheads con il loro
esercito New Model Army risultarono vittoriosi e si stima che
morirono 190.000 persone, il 3,8 per cento della popolazione.
Il capo dei Roundheads (o Parlamentaristi) era Oliver
Cromwell (1599-1658), il cui esercito era attrezzato e approvvi-
gionato dal capo imprenditore e agitatore di mestiere, Fernan-
do Carvajal, nonché rifornito di denaro dai banchieri Ebrei di
Amsterdam. Il 3 settembre 1921, un‟opera pubblicata da Lord
Alfred Douglas dal titolo Plain English presentò i testi di alcune
lettere in tedesco relative al complotto che aveva portato alla
morte di Carlo I. Le lettere erano andate perdute durante le
guerre napoleoniche, ma erano state ritrovate nel XIX secolo
da Van Valckert nella sinagoga di Mulheim (Germania). In una

264
lettera datata 6 giugno 1647 e inviata da Oliver Cromwell a un
certo Ebenezer Pratt si legge:

In cambio di appoggio finanziario sosterrò l‟ammissione degli e-


brei in Inghilterra; essa, tuttavia, sarà impossibile finché vive Carlo.
Carlo non può essere giustiziato senza processo, ma di questo al
momento non esistono i presupposti. Pertanto, sosterrò la mozione
dell‟assassinio di Carlo, ma non mi occuperò del reperimento
dell‟assassino; sarò invece disponibile a collaborare per
l‟organizzazione di una sua fuga.

La risposta di Ebenezer Pratt è datata 12 luglio 1647:

Garantirò aiuti finanziari non appena Carlo sarà rimosso e gli e-


brei saranno ammessi. Assassinio troppo pericoloso. Meglio conce-
dere a Carlo la possibilità di fuggire. La sua cattura renderà allora
possibile il processo e l‟esecuzione. Il sostegno sarà liberale, ma inuti-
le discutere i termini prima dell‟inizio del processo.2

Re Carlo aveva cercato riparo a Holmy House, Northam-


ptonshire. Il 4 giugno 1647 un gruppo di 500 rivoluzionari cat-
turarono il re ma gli consentirono di fuggire sull‟isola di Wight
dove venne in seguito arrestato. Il 5 dicembre 1648 la Camera
dei Comuni si espresse in favore di un compromesso, conside-
rando che «le concessioni del re sono soddisfacenti per un ac-
cordo». Cromwell risolse il problema epurando la Camera dei
Comuni con l‟assistenza del colonnello Pryde, finché rimase un
gruppetto di 50 membri che votò a favore del processo al re.
L‟accusa contro Carlo fu formulata da Isaac Dorislaus, agente in
Inghilterra di Manasseh ben Israel, uno dei principali finanzia-
tori olandesi della rivoluzione di Cromwell. Il re fu costretto a
partecipare a un processo farsa in un‟Alta corte di giustizia nel-
la quale due terzi dei membri erano levellers (agitatori crom-
welliani) dell‟esercito. Re Carlo rifiutò di chiedere la grazia: fu
dichiarato colpevole e giustiziato il 29 gennaio 1649.
Quando la processione si avvicinò al patibolo, la folla gridò:
«Dio salvi il re!», e si udirono molti gemiti di angoscia. Il 16 di-

265
cembre 1653 Oliver Cromwell proclamò la repubblica e ne as-
sunse il comando come «Lord protettore».

La Gloriosa Rivoluzione

Dal 7 al 18 dicembre 1655 il fedele Cromwell tenne una


conferenza alla White Hall allo scopo di ottenere
l‟approvazione per un ingresso su vasta scala degli Ebrei in In-
ghilterra. La sala era gremita dei sostenitori di Cromwell, ma la
schiacciante maggioranza dei delegati, in massima parte preti,
legali e mercanti, espresse voto contrario. Nell‟ottobre 1656 fu
permesso ai primi Ebrei di entrare tacitamente in Inghilterra,
nonostante le forti proteste del sottocomitato al Consiglio di
Stato, secondo il quale «sarebbero stati una grave minaccia per
lo Stato e la religione cristiana». I mercanti si schierarono con-
tro gli immigrati ebrei senza eccezione, affermando che sareb-
bero stati «moralmente pericolosi per lo Stato e la loro ammis-
sione avrebbe arricchito gli stranieri a spese degli inglesi».
Cromwell morì il 3 settembre 1658, succeduto dal figlio Ri-
chard che governò per nove mesi. Poi tornò la monarchia con
Carlo II (1660-1685), figlio del giustiziato Carlo I. Benché fosse
l‟ultimo monarca inglese a emettere banconote con pieno di-
ritto, Carlo II fece due errori fatali nell‟esercizio del proprio po-
tere. Il 1° agosto 1663 approvò la Legge per l‟incoraggiamento
del commercio che permise l‟«esportazione di tutte le monete
straniere, lingotti d‟oro o d‟argento, liberi da interdizione, re-
golamentazione o imposte di qualsiasi genere». Tre anni più
tardi, con la Legge per l‟incoraggiamento della coniatura, per-
mise a privati, bancari e orefici di coniare le monete del regno
nella zecca reale, e con ciò di acquisire i considerevoli benefici
derivanti dal signoraggio (la differenza tra il valore nominale
della moneta e il valore del metallo con cui è forgiata).
I banchieri della Nobiltà Nera di Amsterdam provocarono
in Inghilterra una seria crisi economica per indebolire Carlo II.

266
Quando Carlo morì, nel 1685, la corona d‟Inghilterra passò sul
capo di suo fratello Giacomo II Stuart, già duca di York. Il suo
regno durò soltanto tre anni, durante i quali fu vittima di opu-
scoli senza scrupoli provenienti in gran parte dall‟Olanda.
In quanto cattolico romano, la successione di Giacomo por-
tò l‟intera nazione sull‟attenti. L‟Occhio era ben inserito in Vati-
cano, ma il popolo non poteva saperlo, né poteva saperlo lo
stesso Giacomo. La fratellanza ha sempre agito in comparti se-
parati, in modo tale che solo in pochi avessero coscienza del
piano generale. Ciò che contava in quel momento era un pae-
se stabile, e di certo non poteva esserlo l‟Inghilterra nel caso di
un cattolicesimo imposto a forza. La posizione di Giacomo fu
comunque accettata perché le figlie Maria II e Anna erano pro-
testanti, e lo stesso i rispettivi mariti, un‟evenienza che forniva
sufficienti garanzie. Maria II divenne l‟erede al trono perché il
padre non aveva avuto figli maschi, nemmeno dalla seconda
moglie, Maria d‟Este di Modena (del ramo italiano degli Han-
nover).
Giacomo II rilasciò una Dichiarazione di indulgenza che so-
spese tutte le leggi contro i cattolici e i puritani; la cosa non
piacque ai protestanti che temevano la restaurazione del cat-
tolicesimo romano in Inghilterra. Nel 1688 si diffuse la notizia
che Maria d‟Este fosse incinta, gettando sgomento tra i prote-
stanti che paventavano la nascita di un erede maschio educato
al cattolicesimo. Quando venne al mondo il temuto erede, Gia-
como Francesco Edoardo, le malelingue insinuarono che fosse
avvenuto uno scambio nella camera della regina e che il bam-
bino fosse stato introdotto nello scaldaletto da intriganti catto-
lici (per questo venne chiamato «il bambino dello scaldaletto»).
Seguì una pubblica protesta e un‟inchiesta sui fatti riguardanti
la nascita del bambino.
Fu tutta una messinscena, perché i banchieri d‟Olanda sta-
vano organizzando la deposizione degli Stuart già dal 1640, e
per tutto il tempo avevano prestato denaro alle numerose ali
scissioniste. Anni prima avevano adoperato la stessa influenza

267
per mettere alla testa dell‟esercito olandese Guglielmo I il Si-
lenzioso, un principe tedesco della casa Orange-Nassau. Gu-
glielmo aveva sposato Louise de Coligny, figlia del famoso ca-
po degli Ugonotti (protestanti francesi), l‟ammiraglio Gaspard
de Coligny. Il loro figlio, Federico Enrico, era stato spinto
dall‟Occhio che Tutto Vede a adottare il futuro Guglielmo II
della casa di Hannover, un ramo dei già incontrati Welf.
L‟Occhio che Tutto Vede orchestrò allora un sistema per li-
mitare il potere del sovrano inglese: fu organizzato un incontro
tra Guglielmo II e Maria Stuart, sorella del re inglese Carlo II, in
presenza del fratello e successore di quest‟ultimo, Giacomo II.
Guglielmo e Maria si sposarono nel 1667 ed ebbero un figlio,
Guglielmo III. Guglielmo III sposò più tardi Maria II, figlia di
Giacomo II. Le case reali olandesi e britanniche erano ora im-
parentate.
Sette importanti personalità della nobiltà britannica (i Sette
Immortali) inviarono una lettera a Guglielmo III, invitandolo a
raggiungere l‟Inghilterra per difendere il diritto al trono della
moglie, assicurandogli che il popolo lo avrebbe accolto a brac-
cia aperte.
Tra gli Immortali figuravano Henry Sidney, Lord
dell‟Ammiragliato e prozio del famoso rosacrociano Philip Sid-
ney, nonché Edward Russell, antenato del filosofo Bertrand
Russell e marito presunto di Rachel Israel. Quest‟ultima era fi-
glia del rabbino Manasse ben Israel e di Rachel Abravanel. La
famiglia di Russell finanzierà nel 1832 la costituzione della So-
cietà del Teschio e delle Ossa di Yale, di cui oggi fa parte l‟ex
presidente George Bush (a questa confraternita sembra riferirsi
in forma velata il film The Skulls – I teschi, diretto da Rob Co-
hen). Dei sette Immortali, due sono generalmente considerati
Tories (monarchici conservatori) mentre gli altri cinque appar-
tenevano ai Whigs (progressisti e avversari del cattolicesimo).
La loro cricca si evolverà nell‟Ordine d‟Orange, a cui fanno ca-
po gli attuali gruppi politici e paramilitari protestanti in Irlanda
del Nord. Anche la Confraternita irlandese e le sue succursali

268
(Sinn Fein e IRA) fanno parte dello stesso ambiente, sebbene
appaiano in difesa dell‟ala cattolica. L‟obiettivo finale di en-
trambi non è infatti né la vittoria protestante né quella cattoli-
ca, ma semplicemente l‟utilizzo del Nord Irlanda per destabiliz-
zare il Regno Unito e giustificare la cessione di sovranità
all‟Europa. Sembra addirittura che per tutto il XX secolo i vertici
parlamentari cattolici e protestanti si siano incontrati regolar-
mente per pianificare gli scontri nell‟Ulster.
A ogni modo, Guglielmo d‟Orange accettò l‟invito dei Sette
e nel 1688 sbarcò col suo esercito sul suolo inglese. La nazione
lo accolse quale eroe del protestantesimo e, col favore della
gente, marciò su Londra mentre Giacomo II assisteva
all‟ammutinamento del proprio esercito. Il sovrano decaduto
fuggì con la moglie e il figlio neonato in Francia, alla corte di
Luigi XIV. Qui i sostenitori degli Stuart si organizzarono nel
gruppo dei Giacobiti e tentarono di restituire il trono ai vecchi
sovrani. L‟esercito di Giacomo era numericamente superiore
ma fu scoraggiato dall‟attaccare dopo che il primo duca di
Marlborough, John Churchill, lo aveva improvvisamente ab-
bandonato. Il commissario dei Conti pubblici rivelò che Chur-
chill aveva ricevuto tangenti per un totale di 60.000 sterline (ai
tempi un‟immensa fortuna) da parte dei rappresentanti di fa-
miglie dell‟alta finanza olandese e spagnola come Sir Solomon
de Medina e Antonio Machado. John Churchill era duca di
Marlborough, nonché antenato del primo ministro britannico
all‟epoca della Seconda guerra mondiale, Sir Winston Churchill.
La campagna militare di Guglielmo d‟Orange era stata fi-
nanziata da banchieri ebrei come lo era stata nel 1066 per
l‟altro Guglielmo, il Conquistatore. In cambio del loro appog-
gio, Guglielmo III (1689-1702) avrebbe trasferito le prerogative
di emettere valuta a un consorzio conosciuto come Governor
and Company of the Bank of England. L‟Inghilterra disse così
addio alla moneta libera da debito e interessi.

269
Nacque allora il Monte di Pietà, il cui impatto è ben descrit-
to dalle parole profetiche che Shakespeare, nel Riccardo II,
mette in bocca al morente John de Gaunt:

Questo fondo benedetto, questa terra, questo regno, questa In-


ghilterra... questa terra di anime così care, questa cara, cara terra. Io
muoio a parlarne: onorata per la sua reputazione nel mondo, è ora
ceduta in affitto, come una casa popolare o una fattoria dissestata.
Inghilterra, circondata dal mare trionfale, le cui scogliere ribattono
indietro l‟invidioso invasore. Ciò che era tuo, Nettuno, è adesso
guardato con vergogna, macchiato dall‟inchiostro di marce obbliga-
zioni in pergamena. Questa Inghilterra, che era solita conquistare gli
3
altri, si è lasciata andare a una conquista vergognosa di se stessa.

La storia del secondo insediamento ebraico in Gran Breta-


gna comprende una lunga scia di obbligazioni in pergamena
che incatenarono la nazione al debito. Ogni passo dell‟ascesa
ebraica negli affari della nazione è stato contrassegnato
dall‟aumento del debito.
Dopo aver incontrato i leader britannici, nel 1689 Gugliel-
mo convocò una sorta di assemblea parlamentare (in realtà
non potremmo chiamarla in tal modo perché soltanto il re po-
teva convocare un‟assemblea). La riunione doveva stabilire se
Guglielmo dovesse regnare come reggente, in nome
dell‟assente Giacomo II, o se quest‟ultimo dovesse essere de-
posto. In questo caso si doveva precisare se il diritto a regnare
spettasse al conquistatore Guglielmo o piuttosto a sua moglie
Maria.
L‟assemblea stabilì che Giacomo II aveva rotto il «contrat-
to» con il popolo britannico e che il trono era quindi vacante.
Due settimane più tardi fu offerta la corona a Guglielmo e Ma-
ria, a patto che entrambi sottoscrivessero una Dichiarazione
dei diritti (Bill of Rights, una sorta di contratto per assicurarsi
che nessun monarca governasse se non attraverso il Parlamen-
to e nel rispetto della legge). Secondo questa dichiarazione,
senza l‟approvazione del Parlamento il sovrano non poteva
imporre tributi a favore della Corona, né poteva mantenere un

270
esercito stabile nel regno in tempo di pace. Inoltre i membri
del Parlamento dovevano essere eletti liberamente e in Parla-
mento doveva esserci libertà di parola. Il regime diveniva
quindi una monarchia costituzionale controllata
dall‟aristocrazia, dalla gentry4 e dalla borghesia. Dopo la firma
del contratto, l‟assemblea nominò Guglielmo e Maria co-
regnanti (1689). Per la prima volta nella storia inglese i sovrani
giurarono di governare in accordo con le leggi della nazione.
Fu il vescovo di Londra, Henry Compton, a incoronare Gu-
glielmo e Maria, dato che l‟arcivescovo di Canterbury, Sancroft,
si era rifiutato di farlo.
Gli eventi del 1688-1689 passarono alla storia con il nome
di «Gloriosa Rivoluzione», una svolta nei vertici inglesi avvenu-
ta senza spargimento di sangue. Nel frattempo Giacomo II ri-
fiutò la teoria del contratto tra il re e il popolo: dichiarò di non
aver abbandonato il trono e che presto sarebbe tornato in In-
ghilterra. Di lì a poco sollevò un esercito in Irlanda, regione che
gli era ancora leale, e convocò un‟assemblea a Dublino. Di ri-
sposta Guglielmo III sbarcò in Irlanda e sconfisse Giacomo II
nella battaglia del Boyne, il 1° luglio 1690. L‟anno successivo,
dopo un‟ulteriore sconfitta, Giacomo ritornò in Francia; nel
1692 e nel 1696 vi furono altri due tentativi di restaurazione
ma entrambi con esito negativo. Così Giacomo II impostò una
corte rivale in esilio: i suoi sostenitori erano chiamati Giacobiti
e rivendicavano la dottrina del «diritto divino dei re». Giacomo
morì in esilio nel 1701 e suo figlio, Giacomo Francesco Edoar-
do, si proclamò successore del padre con il nome di Giacomo
III.

La Banca d’Inghilterra

Guglielmo III trascinò il proprio paese in guerre costosissi-


me contro la Francia di Luigi XIV, tanto che l‟Inghilterra fu
sommersa dai debiti: fu l‟occasione per Guglielmo di ricambia-

271
re il favore all‟Occhio che Tutto Vede. Con l‟aiuto dell‟agente
William Paterson, convinse il Tesoro a chiedere in prestito 1,25
milioni di sterline ai banchieri ebrei, gli stessi che gli avevano
spianato la via del trono. I debiti dello Stato erano aumentati in
modo drammatico e il governo non aveva avuto altra scelta
che accettare. Le condizioni del prestito furono le seguenti:

– I nomi dei prestatori dovranno rimanere segreti e sarà


concesso loro di costituire una «Banca d‟Inghilterra»;
– Sarà permesso ai direttori della suddetta banca di stabili-
re il sistema aureo per le banconote;
– Sarà permesso loro di prestare 10 sterline in banconote
per ogni libbra d‟oro depositato;
– Sarà permesso loro di consolidare il debito pubblico e di
aumentare la somma previa tassazione diretta delle persone.

In pratica, «questa banca avrebbe beneficiato dell‟interesse


sul denaro che ella stessa avrebbe creato dal nulla».5 Il 21 giu-
gno 1694 si aprirono le liste di sottoscrizione della banca, la
quale possedeva un capitale di 1.200.000 sterline. Il lunedì se-
guente questa somma era stata interamente sottoscritta.
Lo scopo apparente della banca era il prestito di somme il-
limitate a re Guglielmo a un tasso dell‟8 per cento annuo, per
consentire la prosecuzione delle guerre e in particolare del
conflitto contro Luigi XIV di Francia. La banca avrebbe ricevuto
dalla Corona un interesse di 96.000 sterline l‟anno (l‟8 per cen-
to di 1.200.000), più ulteriori 4000 sterline come imposta am-
ministrativa (100.000 sterline in totale). La banca acquistò inol-
tre il diritto di emettere 1.200.000 sterline in banconote senza
copertura aurea. Prima di aprire le liste, gli statuti della banca
erano stati attentamente esaminati da Serjeant Levinz, un av-
vocato ebreo di Amsterdam. Il suo lavoro doveva accertare che
la banca si attenesse ai suoi scopi nascosti, ovvero derubare il
popolo inglese permettendo la creazione dal nulla di mezzi di
scambio e di moneta nazionale a interesse composto.

272
La fondazione della banca incontrò una forte opposizione. I
più contrari furono gli orefici e i prestatori di denaro, che te-
mevano la concorrenza nel racket usuraio della riserva frazio-
naria (emissione di ricevute ben oltre il valore del deposito). I
proprietari di case e la piccola nobiltà terriera temevano una
scalata dei tassi di interesse poiché la banca avrebbe tenuto
sotto controllo la circolazione monetaria della nazione. Corre-
vano voci che la banca avrebbe favorito taluni mercanti con
bassi ratei di interesse. Il più grande timore era che la banca
potesse crescere a tal punto da diventare la pietra angolare del
commercio mondiale. Sfortunatamente è esattamente ciò che
accadde, e la Banca d‟Inghilterra diventò il modello sul quale
furono copiate le altre banche centrali.
A quell‟epoca la Camera dei Comuni aveva 512 membri, di
cui 243 Tories, 241 Whigs e 28 membri di cui non conosciamo
l‟orientamento. Circa due terzi dei membri erano gentiluomini
di campagna e si crede che il 20 per cento di essi fosse illette-
rato. La legge fu dibattuta nel luglio 1694, nel pieno dell‟estate,
quando la maggior parte dei membri rurali era occupata negli
affari di campagna e nella raccolta della produzione agricola.
In quel fatale venerdì 27 luglio 1694, quando fu concesso l‟atto
costitutivo, solo 42 membri erano presenti, tutti Whigs, poiché
i Tories avversavano la legge (questo dimostra come fosse
composto il quorum all‟epoca). Il titolo della Legge non faceva
menzione della proposta Banca d‟Inghilterra, che era descritta
tra le righe con un linguaggio incomprensibile ai profani.
I primi due terzi della legge elencano la necessità di impor-
re un complicato insieme di nuove aliquote di tasse e imposte
su navi, birra e liquori. Il vero motivo di queste tasse era la ne-
cessità di pagare gli interessi sui futuri prestiti governativi. Così
fu costituita la prima banca centrale privata, la Banca
d‟Inghilterra. Questo genere di affare bancario portò a un au-
mento del 50 per cento dei depositi, per un investimento di
appena il 5 per cento. Ed era la popolazione inglese che dove-
va pagare la differenza. I prestatori non erano per nulla inte-

273
ressati ad avere indietro le somme che avevano prestato, poi-
ché il debito dava loro influenza politica. Il debito pubblico in
Inghilterra aumentò da 1.250.000 sterline nel 1694 a
16.000.000 di sterline nel 1698.6
Nel 1694 la regina Maria morì di vaiolo, a soli 32 anni. Con
la morte di Maria s‟indebolì la posizione di Guglielmo e il po-
polo iniziò a trattarlo da usurpatore straniero. Il re poté tenere
la corona a condizione che dopo la sua morte il diritto eredita-
rio passasse ad Anna (la sorella di Maria) e ai suoi discendenti.
Guglielmo morì otto anni dopo la moglie (nel 1702) e la
cognata Anna gli successe sul trono. Anna aveva sposato un
principe danese, Giorgio di Danimarca, ma di cinque figli sol-
tanto uno superò l‟infanzia. La morte prematura di
quest‟ultimo (a 11 anni) rese incerta la successione al trono. Il
parente più prossimo era adesso la cugina cattolica di Anna,
Annamaria (figlia di Henriette-Anna, sorella di Giacomo II, e del
principe francese Filippo d‟Orleans, fratello di Luigi XIV). La
prospettiva di una regina francese e cattolica era inaccettabile
per il popolo britannico: per reazione il Parlamento emanò
l‟Act of Settlement, un documento che garantiva alla corona
una successione protestante. L‟atto designò la principessa So-
fia del Palatinato (figlia di Federico V del Palatinato e di Elisa-
betta Stuart, figlia di Giacomo I), una protestante andata in
sposa al principe Ernesto Augusto di Hannover. Sofia, già in
età avanzata, difficilmente sarebbe potuta sopravvivere ad An-
na. Aveva però due figli maschi, Giorgio Luigi e Giorgio Augu-
sto.
La maggior parte del regno di Anna fu occupato dalle
guerre (1702-1713). Dopo la morte del principe consorte, la
regina subì l‟influenza di Sarah Jennings, una dama di corte
sposata al generale John Churchill, duca di Marlborough. Sarah
aveva agito come agente di Anna dopo la deposizione di Gia-
como II e aveva tutelato i suoi interessi durante il regno di Gu-
glielmo III. Quando Anna salì al trono, il duca di Marlborough

274
guidò il governo insieme al conte Sidney Godolphin, grazie in
parte all‟amicizia tra sua moglie e la regina.
Le vittorie di Churchill contro la Francia sancirono il primato
britannico sul continente europeo.
Donna ostinata e testarda, Sarah mise a dura prova la pa-
zienza di Anna ogni qualvolta si trovarono in disaccordo su ar-
gomenti politici, giudiziari ed ecclesiastici. L‟amicizia si spezzò
del tutto nel 1711 e Sarah fu allontanata insieme al marito dal-
la corte degli Stuart, tornando però in auge quando il trono
passò agli Hannover (1714). Il ruolo di confidente della regina
toccò a una cugina della stessa Sarah, Abigail Hill.
Anna fu l‟ultimo monarca di casa Stuart; a lei il merito di
aver unificato Inghilterra, Galles e Scozia nel Regno Unito
(1707).
In accordo con l‟Act of Settlement, nel 1714 la corona passò
a Giorgio Luigi e iniziò con lui la dinastia dei Welf Hannover.
Incerto sul favore britannico, Giorgio I lasciò Hannover ben sei
settimane dopo la morte di Anna. In questo lasso di tempo, al-
cuni membri del Parlamento aprirono trattative con il principe
di Galles che si trovava in Lorena (il «bambino dello scaldalet-
to», alias Giacomo III). I parlamentari proposero a Giacomo di
dichiarare la propria conversione al protestantesimo, in modo
tale da ripristinare il diritto al trono degli Stuart, ma egli rifiutò
di netto e la successione di Giorgio I procedette senza intoppi.
Giorgio I giunse in Inghilterra insieme all‟amante Melusina
von der Schulenburg, lasciando indietro la moglie, Sophia-
Dorotea di Celle, confinata nel castello di Ahlden ad Hannover.
Giorgio non era amato dal popolo e probabilmente era il me-
no titolato fra i vari pretendenti al trono; diversamente dagli
altri era però di fede protestante, e tanto bastava per acquieta-
re il Parlamento.
Giorgio I non parlava inglese e i suoi ministri non parlavano
tedesco; per tre anni il principe Giorgio II operò da interprete
nelle riunioni di gabinetto, fino al 1717. In quell‟anno, una
spaccatura tra padre e figlio obbligò il sovrano ad abbandona-

275
re le riunioni: incapace di comunicare coi ministri, lasciò
l‟amministrazione nelle mani del primo ministro, Robert Wal-
pole.
Il 24 giugno 1717 i rappresentanti di tre logge londinesi e
una del Westminster (The Goose and Gridiron, The Crown, The
Apple Tree e The Rummer and Grapes) si riunirono a Londra
nella Taverna dell‟Oca e della Graticola e fondarono la Gran
Loggia Madre inglese. Ai tre gradi fondamentali venne aggiun-
to il cosiddetto «grado blu».
A un anno dall‟ascesa di Giorgio I, Giacomo III si recò in In-
ghilterra per riprendersi il trono, ma il tentativo fallì misera-
mente e, dopo poche settimane, dovette tornare in esilio. Co-
me già detto, gli Stuart avevano stabilito una corte rivale in
Francia e per molti anni avevano continuato a contestare la
posizione degli Hannover.
La grande loggia voleva che gli Hannover rimanessero sul
trono britannico e nel 1737 diede i primi due gradi a Federico
di Hannover, principe di Galles e figlio del re Giorgio II. Nelle
generazioni successive alcuni Hannover diventarono addirittu-
ra Gran Maestri (Augusto Federico, Giorgio IV, Edoardo VII e
Giorgio VI).
Non tutte le logge stavano però dalla parte dei banchieri.
Un nuovo ramo della massoneria, il Rito Scozzese, fu fondato
da Andrew Michael Ramsay nel 1725 per sostenere Giacomo III
Stuart, e al suo interno vi confluirono gli ex Templari. Questa
loggia aggiunse dei gradi superiori rispetto alla Grande Loggia
Madre e lì usò per attirare nuovi soci. C‟erano quindi due si-
stemi nella massoneria, ostili l‟uno verso l‟altro: gli Hannover
della Grande Loggia Madre e gli Stuart del Rito Scozzese.
Dopo la morte del padre, Giacomo III aveva tentato tre vol-
te di tornare al potere (nel 1715, nel 1719 e nel 1722), senza
alcun risultato. Alla sua morte il titolo di re (in esilio) passò al
maggiore dei suoi figli, Carlo III. Questi tornò in Inghilterra nel
1745 per reclamare la corona approfittando della simpatia di
cui godeva presso il popolo. Non seppe però gestire la situa-

276
zione e fu sconfitto da Giorgio II. Fuggì di nascosto dal paese e
trasferì la propria residenza a Palazzo San Clemente, a Firenze.
Nel 1782 il Congresso continentale statunitense inviò a Fi-
renze una delegazione e invitò Carlo III in America per stabilire
lì una corte rivale, ma egli rifiutò per motivi di salute. Carlo
morì nel 1788 lasciando soltanto una figlia illegittima che non
godeva del sostegno dei Giacobiti. A succedergli nella carica di
re in esilio fu il fratello Enrico Benedetto Stuart con il nome di
Enrico IX. Enrico era entrato al servizio della Chiesa ed era di-
ventato cardinale. Nel 1799 si ritirò dalla carriera ecclesiastica e
risolse la questione della successione barattando il suo titolo
con una pensione garantitagli da Giorgio III. Abdicò così in suo
favore e legittimò l‟occupazione del trono da parte degli Han-
nover. Giorgio III invitò Enrico a ritornare dall‟esilio ma egli ri-
fiutò, preferendo passare gli ultimi anni della sua vita in Italia.
Dopo la morte di Enrico i Giacobiti sostennero che l‟eredità
degli Stuart doveva passare all‟ex re di Sardegna (Carlo Ema-
nuele IV), che discendeva per linea femminile da Henriette-
Anna, la sorella di Giacomo II. Tuttavia, né i sovrani di Sarde-
gna né i loro discendenti rivendicarono mai alcuna pretesa
sull‟eredità degli Stuart o sul trono britannico.
Nel XVIII secolo l‟Occhio che Tutto Vede mise in atto un
fruttuoso tentativo d‟infiltrazione nella massoneria scozzese.
Nel 1756 il barone Karl Gotthelf von Hund aveva fondato una
nuova branca del Rito Scozzese, nota come Stretta Osservanza,
che si era diffusa rapidamente in Germania. L‟adepto della
Stretta Osservanza giurava assoluta obbedienza ai Superiori
Sconosciuti, chiamati anche i Cavalieri della Piuma Rossa. Que-
sto titolo, Superiori Sconosciuti, riapparirà nel XIX secolo per
indicare il grado più alto nella loggia rosacrociana dell‟Alba
Dorata (Golden Dawn), responsabile in gran parte degli assas-
sinii ascritti al «mostro di Firenze» tra il 1968 e il 1985.
Nel 1758 fu iniziato alla Stretta Osservanza Federico il
Grande di Prussia, discendente anch‟egli della Nobiltà Nera
romana. Circa dieci anni più tardi la Stretta Osservanza fu a-

277
dottata da quasi tutta la massoneria tedesca. Federico (1712-
1786) fu re di Prussia dal 1740 alla sua morte. Era figlio del re
di Prussia Federico Guglielmo I (1688-1740) e di Sofia Dorotea
di Hannover (1687-1757). Fu uno dei personaggi più influenti e
rappresentativi del suo tempo, incarnando la tipica figura set-
tecentesca del monarca illuminato. Si impegnò nel riformare la
politica, le strategie militari, l‟economia e l‟amministrazione,
appoggiando al contempo lo sviluppo delle scienze e delle arti.
L‟albero genealogico di Federico è davvero interessante,
comprendendo tra i suoi trisnonni Federico V del Palatinato ed
Elisabetta Stuart, i sovrani illuminati che nel 1620 avevano tra-
sformato Praga in una città rosacrociana. Figurano inoltre più
volte sia gli Hannover sia gli Orange.
L‟obiettivo di Federico fu l‟espansione della Prussia, che in
pochi decenni passò da Stato regionale a potenza europea.
Sostenne i Giacobiti (e gli Stuart) contro gli Hannover, anche
nel 1745 durante la grande invasione dell‟Inghilterra. Nel 1740
strappò agli Asburgo la regione della Slesia, scatenando una
guerra che si trascinò fino al 1748, per riprendere nel 1756
come Guerra dei sette anni, fino al 1763. L‟Occhio costrinse gli
Hannover a entrare in guerra nel 1740 a fianco dell‟Austria. Poi
si optò per un cambio di rotta e Federico firmò un‟alleanza con
l‟Inghilterra, mediante la quale le due nazioni si impegnavano a
difendere il principato di Hannover da attacchi esterni. Nella
Guerra dei sette anni le due nazioni furono alleate e Federico
trasse profitto nel prestare soldati tedeschi all‟Inghilterra.
Sia l‟appoggio di Federico ai Giacobiti, sia l‟entrata in guer-
ra degli Hannover nel 1740, avevano avuto lo scopo di indebo-
lire l‟Inghilterra, costringendola a chiedere soldati in caso di
nuovi conflitti.
L‟Occhio che Tutto Vede non stava infatti né con gli Stuart
né con gli Hannover, ma utilizzava la propria influenza sui se-
condi per coinvolgere l‟Inghilterra nelle guerre, prestando
mercenari e creando debito.

278
Gli Hannover guidarono le sorti dell‟Inghilterra fino al ma-
trimonio del 1840 tra la regina Vittoria e Alberto di Sassonia
Coburgo Gotha, capostipite della nuova famiglia reale, tuttora
sul trono. Il nome della dinastia, troppo legato alla Germania,
all‟alba della Prima guerra mondiale fu cambiato in Windsor.
Molti inglesi non furono contenti del dominio degli Orange
e poi degli Hannover, e molte organizzazioni tentarono di ri-
portare gli Stuart sul trono. A causa di questa minaccia, gli
Hannover non ammisero più un esercito permanente in Inghil-
terra, arruolando le truppe necessarie nel loro stesso principa-
to e dagli amici tedeschi. Queste truppe furono pagate dal Te-
soro britannico, il che beneficiò di nuovo i banchieri centrali. La
maggior parte dei mercenari provenivano dal principe Gu-
glielmo IX di Hesse-Hannau, amico degli Hannover.
Nel 1696, a due anni dalla fondazione, la Banca
d‟Inghilterra aveva un valore circolante in banconote di
1.750.000 sterline, con una riserva aurea limitata al 2 per cento,
ovvero 36.000 sterline. Il 1° maggio 1707 venne sancita
l‟unione fra Inghilterra e Scozia, motivata dalla necessità di as-
sumere il controllo della zecca reale di Edimburgo, cosa che
avvenne nel 1709. Nel 1720, poco dopo la Guerra di successio-
ne spagnola (1701-1714), il debito nazionale era salito a 30 mi-
lioni di sterline, con un costo della guerra stessa che toccava i
50 milioni di sterline.
Nel 1776 scoppiò la Guerra di indipendenza americana
(1776-1883) dopo che i colonialisti avevano obbligato i coloni
a rimpiazzare la loro valuta senza debito con la moneta privata
inglese, fatto che aveva prodotto una disoccupazione del 50
per cento. Dopo la guerra il debito nazionale schizzò a 176 mi-
lioni di sterline. Nel 1786 il primo ministro Wiliam Pitt il Giova-
ne cercò di ripagare il debito con l‟emissione di moneta statale
e la restituzione alla Banca di un milione di sterline l‟anno. Il
suo intento fu però abbandonato per finanziare la guerra con-
tro Napoleone, tanto che nel 1797 fu introdotta la tassa sugli
acquisti per pagare gli interessi.

279
Poco dopo, l‟Occhio che Tutto Vede propugnò la nascita di
società filomassoniche controllate direttamente dalle banche.
Tra queste sono famosi gli Illuminati di Baviera, fondati il 1°
maggio 1776 dall‟ex gesuita Adam Weshaupt, su richiesta dei
Rothschild (inoltrata già nel 1770). È possibile che gli Illuminati
fossero di fatto gli stessi gesuiti, gli uomini del papa nero negli
anni della loro soppressione, dal 1773 al 1814.
Lo stesso simbolo dell‟Occhio che Tutto Vede (la piramide
tronca che appare nel biglietto da un dollaro) è stato creato da
un gesuita, Athanasius Kircher, come immagine di copertina
del suo Mundus subterraneus (1664-1678). Sempre nel 1776
nascevano gli Haskala, società fondata da Moses Mendelssohn,
filosofo tedesco di origini ebraiche e amico dell‟illuminato
Friedrich Nicolai. Mendelssohn aveva studiato a fondo le opere
di Platone, tanto da guadagnare il soprannome di «Platone te-
desco». Tradusse in tedesco tre volumi della Repubblica di Pla-
tone che, sebbene mai pubblicati, passarono di generazione in
generazione nella famiglia dei banchieri Warburg.
La figura di Mendelssohn ritornò nella Rivoluzione francese,
durante la quale finanziò il marchese di Mirabeau. Costui, as-
sieme ai massoni Phillipe Egalité, il duca di Chartres e il duca di
Orléans, figurava nel primo nucleo di sostegno alla rivoluzione.
Al momento opportuno tutti e quattro furono abbandonati e
ridotti alla rovina dallo stesso Occhio, rimpiazzati dai più radi-
cali Danton, Marat e Robespierre. Anche questi ultimi furono
però abbandonati più oltre. Il 28 luglio 1794 Robespierre si ri-
ferì ai suoi sostenitori durante una lunga orazione, lanciando
accuse vaghe e generiche:
Non oso nominarli in questo momento e in questo luogo. Non
posso spingermi fino a strappare il velo che copre questo profondo e
antico mistero. Ma posso affermare con decisione che tra gli autori di
questo complotto figurano agenti di quel sistema di corruzione e
sperpero che è il più potente tra quelli escogitati dagli stranieri per
distruggere la repubblica; mi riferisco agli apostoli impuri
dell‟ateismo e dell‟immoralità che ne è alla base.

280
Alle due di quella notte spararono a Robespierre e il giorno
successivo fu condotto alla ghigliottina.
La rivoluzione francese rientrava in un piano più ampio
dell‟Occhio che Tutto Vede. Questo fu svelato pubblicamente
quando un membro degli Illuminati venne colpito a morte da
un fulmine a Ratisbona. Egli trasportava documenti segreti che
rivelavano i piani di una rivoluzione mondiale e dell‟Ordine del
Nuovo Mondo, presentando una strabiliante somiglianza con i
Protocolli dei Savi di Sion. Le autorità francesi furono messe al
corrente ma gli eventi in Francia avevano preso una piega tale
che nulla poteva fermarli. Il ministro delle Finanze di re Luigi
era Jacques Necker, appartenente alla fratellanza. Dopo quat-
tro anni al Tesoro aveva accresciuto di 170 milioni di sterline il
debito nazionale. Con l‟economia a pezzi e il popolo in preda
alla miseria, la rivoluzione fu facilmente stimolata dalla rete
massonica francese che già contava più di duemila logge.
Il 18 gennaio 1800 Napoleone fondò la Banque de France
come banca di Stato. Poiché detestava i banchieri, si autono-
minò governatore della banca e ministro del Tesoro. La guerra
mossagli dagli inglesi durò dal 1792 al 1815 e, fra i principali
obiettivi, ci fu la distruzione del sistema finanziario francese, la
cui assenza di debito e interessi era certo di cattivo esempio.
Nel 1812 il Congresso degli Stati Uniti rifiutò di confermare
la proprietà straniera della Banca centrale, così com‟era stata
dal 1791 al 1811. L‟Inghilterra reagì con una nuova dichiarazio-
ne di guerra e un conflitto che si protrasse fino al 1814. Questa
guerra inutile e invincibile causò tre milioni di morti fra il per-
sonale militare e almeno un milione tra i civili; costò 831 milio-
ni di sterline, di cui 2,5 erano ancora in sospeso nel 1914. Nel
1815 il debito nazionale inglese aveva raggiunto gli 885 milioni
di sterline mentre il capitale della Banca centrale era passato
da 504 milioni di sterline a cinque volte tanto, assorbendo da-
gli interessi compositi.

281
I compiti della Banca d‟Inghilterra restarono segreti, e solo
nel 1833, centotrentanove anni più tardi, una versione edulco-
rata fu presentata in Parlamento.
Il XIX secolo vide l‟ascesa della più influente tra le attuali
famiglie bancarie di origini ebraiche e appartenenti alla mas-
soneria: i Rothschild (ex Abravanel e Bauer), dei quali i War-
burg diventarono presto le pedine più importanti. Il capostipite
fu Mayer Amschel Bauer, proveniente da studi rabbinici e figlio
di Moses Amschel Bauer, un prestatore di denaro itinerante e
orefice che veniva dall‟Europa orientale. Dopo aver lavorato
brevemente per la banca Oppenheimer ad Hannover, Mayer
aprì un proprio ufficio di contabilità sulla Judenstrasse (strada
dei Giudei) a Francoforte. In alto sopra la porta mise uno scudo
rosso, l‟emblema degli Ebrei khazari che venivano dall‟Europa
orientale. Da lì a poco, Mayer Amschel Bauer cambiò il suo
nome in Rothschild (in tedesco rotes schild = «scudo rosso»).
Mayer sposò la sedicenne Gutele Schnaper e mise al mon-
do cinque figli e cinque figlie. La reputazione di Mayer aumen-
tò quando il principe Guglielmo IX (margravio di Hesse-Cassel-
Hanau) lo favorì, e con lui frequentò le riunioni dei massoni in
Germania. Il principe Guglielmo, amico degli Hannover, otten-
ne introiti consistenti grazie agli eserciti mercenari che aveva
prestato al re inglese. Queste truppe avrebbero combattuto
più tardi contro George Washington a Valley Forge (campo
base degli indipendentisti). Rothschild divenne il banchiere
personale di Guglielmo.
Guglielmo aveva ereditato il più grosso lascito familiare
d‟Europa, stimato a circa 40 miliardi attuali. Quando Guglielmo
fu costretto a fuggire in Danimarca a causa dell‟incerta situa-
zione politica, lasciò la paga dei mercenari – 600.000 sterline
(circa 3 miliardi di dollari attuali) – al sicuro nella banca dei Ro-
thschild, affinché fossero nascosti agli eserciti napoleonici. Na-
than Rothschild (il figlio maggiore di Mayer Amschel) portò
questa somma con sé a Londra e vi costituì un‟altra banca, ac-
quistando dalla Compagnia delle Indie orientali la quota d‟oro

282
obbligatoria come fondo di garanzia. Nathan fece quadruplici
profitti dai «pagherò» cambiari con Arthur Wellesley, duca di
Wellington e generale a capo delle forze antinapoleoniche. I
profitti aumentarono ancora dalla successiva vendita illegale
dello stesso oro che doveva servire da garanzia.
Nathan fu testimone del risultato della battaglia di Water-
loo nel 1815 e vide che il duca di Wellington aveva battuto le
armate napoleoniche. Allora Nathan attraversò di corsa la Ma-
nica e raggiunse la Borsa di Londra. Con aria abbattuta annun-
ciò falsamente la sconfitta di Wellington e vendette alcune a-
zioni a prezzi ridicoli. Così facendo provocò il panico sul mer-
cato e tutti gli azionisti cercarono disperatamente di vendere a
qualsiasi prezzo. In segreto, Nathan e la casa Rothschild stava-
no comprando queste azioni a prezzo irrisorio. Dopo parecchi
giorni arrivò a Londra la reale notizia della vittoria del duca: la
Borsa risalì immediatamente, Nathan vendette le azioni che
aveva acquistato in segreto e incassò profitti enormi.
Nel corso di soli cinque anni Nathan moltiplicò il suo capi-
tale di 2500 volte, fondando la società bancaria N.M. Ro-
thschild and Sons a Londra. Poi cominciarono le operazioni
bancarie internazionali, con l‟apertura, da parte di ogni fratello
di Nathan, di una filiale in un paese diverso: Amschel a Berlino,
Salomon a Vienna, Jakob a Parigi e Kalman a Napoli. Secondo
il testamento di Mayer Amschel tutta la contabilità doveva ri-
manere rigorosamente segreta, soprattutto al governo.
La Rothschild and Sons divenne agente e manager di ban-
che, ferrovie, armatori e società di tutti i tipi. In America
l‟impero dei Rothschild fu rappresentato da compagnie come
la Kuhn, Loeb & Co., controllando o influenzando profonda-
mente anche la J.P. Morgan, la Speyer, la Lehman e l‟impero
Rockefeller. Nel 1875 i Rothschild prestarono 4 milioni di ster-
line al governo britannico dell‟allora primo ministro Benjamin
Disraeli, garantendogli il controllo di maggioranza del canale
di Suez.

283
Nel 1773 Mayer Amschel tenne una riunione nella sua casa
di Judenstrasse a Francoforte, con dodici ricchi membri ebrei
dell‟Occhio che Tutto Vede per creare una strategia del con-
trollo dell‟intero patrimonio mondiale. All'incontro presero
parte i rappresentanti delle famiglie Goldsmith (ex Gol-
dschmidt), Schiff, Oppenheimer e Warburg.
Secondo Herbert G. Dorsey, discussero il fatto che la Banca
d‟Inghilterra rendeva già possibile un controllo sostanziale del
patrimonio inglese, ma che un controllo totale era necessario
come fondamento del controllo delle ricchezze del mondo.
Questo fu tracciato e annotato nei Protocolli dei Savi di Sion.
Più tardi vi fu una fuga di notizie e parte dei Protocolli divenne
pubblica. Non potendo ritirare i documenti, la fratellanza in-
ventò un modo per screditarli. Incaricò il professore russo Ser-
gej Nilus di aggiungere ai Protocolli del materiale palesemente
falso, creando un documento spurio dove i contenuti falsi di-
ventassero indistinguibili da quelli veri. I Protocolli vennero
quindi dati alle stampe: le false informazioni finirono con lo
screditare l‟intero contenuto, comprese le prime informazioni
che inizialmente erano ritenute vere. Lo stesso processo sarà
attuato nel XX secolo per screditare i famosi Dossier del Priora-
to di Sion.
Alla morte di Nathan gli succedette il figlio Lionel, che pre-
stò alla Gran Bretagna ben 80 milioni di dollari per finanziare la
guerra di Crimea (1853-1856). Il figlio di Lionel, Nathan Mayer,
nel 1885 diventò membro della Camera dei Lord e governatore
della Banca d‟Inghilterra.
Nel 1902 i Rothschild inviarono in America i loro agenti
Paul e Felix Warburg, mentre il terzo fratello, Max Warburg, era
rimasto ad Amburgo per gestire la M.M. Warburg & Co. I fra-
telli Warburg organizzarono in combutta col senatore Nelson
Aldrich Rockefeller (nipote di John Davison Rockefeller jr –
Standard Oil/Esso) un incontro rimasto segreto per molto
tempo, che gettò le basi della Banca centrale statunitense, la
Federal Reserve. L‟incontro avvenne a Jekyl Island, in Georgia,

284
sul lussuoso treno privato del senatore. Al vertice degli USA
stava allora il presidente Woodrow Wilson, rosacrociano eletto
nel 1909 col sostegno dell‟Occhio che Tutto Vede, ai cui ranghi
apparteneva l‟influente consigliere Edward Mandel House,
fondatore nel 1919 del Council on Foreign Relations (CFR). Wil-
son si riferì a House con le parole: «è la mia seconda personali-
tà, il mio alter ego: i suoi pensieri e i miei sono una cosa sola».
La Federal Reserve è un cartello di banche private che pre-
sta denaro inesistente al governo statunitense e si assicura in
tal modo che il paese sia sommerso dal debito. L‟élite convinse
il popolo ad accettare il nuovo sistema facendogli credere che
esso limitasse il potere delle banche. Il decreto venne scritto
dai banchieri ma fu introdotto dai politici, corrotti o ricattati;
quando ciò accadde, i banchieri lo contrastarono pubblica-
mente con veemenza, dando l‟impressione che il decreto fosse
per loro svantaggioso. Nel 1913 diventò legge, nell‟opinione
diffusa che riducesse il potere dei manipolatori finanziari. Non
solo non lo fece, ma diede loro un controllo totale. Per non ri-
schiare, il Decreto della Federal Reserve fu sottoposto al Con-
gresso poco prima del Natale 1913, quando molti deputati e-
rano già in vacanza con le proprie famiglie.
Nel frattempo Paul Warburg era convolato a nozze con Ni-
na Loeb della Kuhn, Loeb & Co. (già controllata dai Rothschild).
Felix aveva sposato negli stessi anni Frieda Schiff, figlia di Ja-
cob Schiff, proprietario della Kuhn, Loeb & Co. Jacob Schiff era
stato per anni il gestore finanziario della Standard Oil dei Ro-
ckefeller. Lui e la sua famiglia condividevano la casa dei Ro-
thschild a Francoforte, ai tempi di Mayer Amschel. Egli era an-
dato in America per acquisire la società grazie al matrimonio
con Therese Loeb, figlia del titolare e fondatore dell‟azienda:
Solomon Loeb. Schiff portò nella ditta il capitale dei Rothschild
e la gestì come loro copertura. Simili politiche matrimoniali
hanno portato i Rothschild a controllare la J.P. Morgan Chase
Bank.

285
Come vediamo, la crescita dell‟Occhio che Tutto Vede è
stata progressiva, attuata per mezzo di infiltrazioni successive
in organi di Stato, mass media e confraternite. La linea di san-
gue principale si è di volta in volta imparentata con le case re-
gnanti per poterle usare ai propri scopi, non esitando a elimi-
narle qualora diventassero scomode. La stessa massoneria si è
opposta all‟Occhio finché ha potuto, finché la Stretta Osser-
vanza di Von Hund e gli Illuminati di Weishaupt non sono riu-
sciti a deviarla.
All‟inizio della Prima guerra mondiale, nel 1914, il debito
nazionale inglese constava in 650 milioni di sterline. Il 31 mar-
zo 1919 era aumentato a 7,434 miliardi di sterline. Nella Se-
conda guerra mondiale il debito nazionale salì di circa il 200
per cento, da 7,1 miliardi nel 1939 a 20,1 miliardi nel 1945. At-
tualmente si aggira a quasi 1,2 trilioni di sterline.
Chi si oppone al raggiro del debito fa di solito una brutta
fine. Fu questo il caso di Abramo Lincoln, 16° presidente degli
Stati Uniti assassinato il 15 aprile 1865, al termine di una guer-
ra civile sobillata dal Consiglio Supremo della Massoneria di
Rito Scozzese. Il Consiglio si era riunito sei volte a Parigi tra il
1841 e il 1845 e aveva scelto due Gran Maestri del 33° grado
per innescare il conflitto. Caleb Cushing lavorava al Nord, coa-
diuvato da Giuseppe Mazzini e dalle logge della «Giovane A-
merica»; sua controparte al Sud era Albert Pike, affiancato dal
gruppo elitario dei Cavalieri del Cerchio d‟Oro (Oggi Ku Klux
Klan, da kuklos = «cerchio» in greco). Tra questi figuravano
Jesse James, che rapinò le banche del Nord per finanziare le
truppe del Sud, e Pierre G.T. Beauregard, che diede inizio alla
guerra attaccando Fort Sumter nel 1861. Nord e Sud furono
messi uno contro l‟altro dalla stessa organizzazione che voleva
la guerra al solo scopo di indebitare l‟America, costringendo
chiunque ne uscisse vincitore a indebitarsi con le banche e ad
accettare una banca centrale privata. È significativo che i finan-
ziamenti per la ribellione sudista furono ottenuti dai banchieri
di Londra attraverso Cushing che operava nel Nord. Come pre-

286
visto, Lincoln si trovò a cercare denaro per sostenere le spese
belliche.
Le banche avrebbero chiesto un interesse altissimo, tra il 24
e il 36 per cento, ma Lincoln rifiutò questo ricatto che avrebbe
rovinato il suo popolo. Così fece approvare una legge che au-
torizzava il ministero del Tesoro a emettere biglietti di Stato
come valuta legale. Era il 1862 quando disse:

Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solo la suprema


prerogativa dello Stato, ma anche la sua massima risorsa creativa.
Mediante l‟adozione di questi principi, al contribuente verranno ri-
sparmiati immensi importi di interessi [sul debito pubblico = sulla
quantità di denaro circolante].

Questi dollari di Stato furono soprannominati greenbacks


perché erano stampati con inchiostro verde sul loro dorso. Con
essi, e con una emissione di buoni del tesoro venduti al popo-
lo, il governo Lincoln poté far fronte alle spese di guerra e a
tutte le spese dello Stato senza indebitare lo Stato stesso e i
cittadini, e vinse la guerra. Con giusto orgoglio poté quindi
commentare: «Abbiamo dato al popolo di questa repubblica la
massima benedizione che abbia mai avuto: il proprio denaro
per pagare i propri debiti».
Poco dopo, il «Times» londinese pubblicò un articolo che
esprimeva l‟opinione di chi restava danneggiato da questa
mossa di Lincoln, ossia i banchieri internazionali:

Se questa scellerata politica finanziaria, che ebbe origine nella


Repubblica Nordamericana, si consolidasse istituzionalmente, lo Sta-
to provvederebbe al proprio denaro senza costi. Salderebbe i debiti e
resterebbe senza debiti. Avrebbe i fondi per svolgere i propri compiti.
Diverrebbe prospero senza precedenti nella storia degli Stati civiliz-
zati del mondo. Le menti e le risorse di tutti i Paesi si trasferirebbero
nel Nordamerica. Quello Stato dev‟essere distrutto, o distruggerà
ogni monarchia sulla terra.

Nel 1972 il governo USA stimò che il risparmio per le casse


dello Stato, dovuto ai greenbacks, in termini di interessi non

287
versati alle banche (quindi mancati guadagni per i banchieri),
era stato di 400 miliardi di dollari.
Guerra e schiavitù del debito

Non c‟è nulla che favorisca il debito più della guerra. Molte
guerre sono state iniziate contro Paesi che adottavano banche
statali senza interesse, come le colonie nordamericane e la
Francia napoleonica. Nell‟era moderna si continua ad attaccare
le nazioni per imporre le banche centrali. L‟ultimo esempio è
stata la Libia nel 2011: prima di allora la banca pubblica distri-
buiva la ricchezza su basi egalitarie, provvedendo al popolo
con una qualità di vita che superava il miraggio americano.
Spesso l‟Occhio vuole dare l‟impressione di «rivoluzioni
spontanee» del popolo, così da nascondere la manipolazione
occulta degli eventi e il coinvolgimento dei servizi segreti in-
glesi, americani e francesi. È quel che accadde nel 2003 in Ge-
orgia quando Mikheil Saakashvili salì al potere per mezzo di
una «rivoluzione del popolo», o la «Rivoluzione delle Rose»,
che destituì il presidente Eduard Shevardnadze. Ne dà una
spiegazione dettagliata David Icke ne Il Risveglio del Leone, e
rimandiamo pertanto a quel libro per maggiori approfondi-
menti. La rivoluzione fu segretamente organizzata dalla CIA e
dal membro dell‟Occhio George Soros, finanziere miliardario e
finanziatore di Obama. Saakashvili si è laureato all‟Università
George Washington di Washington DC e alla facoltà di legge
della Columbia University di New York, vero bacino di recluta-
mento per i politici del New World Order. Quest‟ultima è
l‟università che frequentò Obama e la stessa in cui il suo men-
tore, Zbigniew Brzezinski, era a capo dell‟Istituto di ricerca sugli
Affari comunisti. Mikheil Saakashvili è uno dei tanti agenti a-
mericani addestrati che occupano posizioni governative e ven-
gono controllati dalla rete di Soros e del suo associato Brzezin-
ski.
Anche quest‟ultimo fa parte dell‟Occhio ed è inoltre il fon-
datore della terribile Commissione trilaterale, insieme a David

288
Rockefeller e Henry Kissinger. Soros manipola gli eventi attra-
verso una complessa rete di fondazioni e organizzazioni che
operano in tutto il mondo in associazione con gruppi elitari e
agenzie degli Stati Uniti e d‟Israele, inclusi la CIA e il Mossad.
Fu questa organizzazione di Soros, specialmente il suo Open
Society Institute, a addestrare e sovvenzionare gli studenti ge-
orgiani nell‟arte della protesta di massa e a finanziare la stazio-
ne TV dell‟opposizione che mobilitò le dimostrazioni.
Zara Gachechiladze, editore capo del «The Georgian Mes-
senger», disse: «Qui è di pubblico dominio che Mr Soros sia la
persona che ha organizzato la caduta di Shevardnadze».
Furono le forze georgiane addestrate da Israele a portare
avanti l‟attacco nella vicina Ossezia del Sud nel 2008, il che
provocò una violenta risposta da parte della Russia. Il ministro
georgiano (membro dell‟Occhio) Temur Yakobashvili elogiò I-
sraele per il ruolo giocato nell‟addestramento delle truppe.
Una relazione riportò inoltre che 1500 consiglieri di Blackwater
(ora Xe) – l‟operazione di sicurezza statunitense che fu denun-
ciata per il suo comportamento criminale in Iraq – erano attivi
in Georgia. Grosse spedizioni di armi e munizioni vennero for-
nite dagli Stati Uniti nei 18 mesi precedenti l‟attacco all‟Ossezia
del Sud.
Le «rivoluzioni del popolo», come quella in Georgia, in real-
tà sono colpi di Stato camuffati e seguono uno schema ben
preciso. Prima viene dichiarato che una vittoria elettorale è
fraudolenta e poi la si fa seguire da manifestazioni di protesta
che, invariabilmente, vengono simboleggiate da un colore in-
dossato dai dimostranti. Il presidente Saakashvili dichiarò di
aver vinto le elezioni in Georgia ma la vittoria non era stata ri-
conosciuta a causa di brogli elettorali. Seguirono quindi mani-
festazioni di massa e lui salì al potere. Nel 2004 il presidente
Viktor Yushchenko affermò di aver vinto le elezioni in Ucraina,
ma anche in questo caso i brogli elettorali ne avevano impedi-
to l‟affermazione. Le proteste che seguirono rovesciarono i ri-

289
sultati e portarono a nuove elezioni che lo fecero salire al po-
tere.
Lo stesso schema ha diretto la «primavera araba» del 2010-
2011 e sta alle spalle dell‟attuale crisi siriana, dove i servizi se-
greti francesi hanno addestrato i fantomatici ribelli che si op-
pongono ad Assad. I manifestanti, spiega Alfredo Macchi, invi-
ato di Mediaset in Nord Africa, sono entrati in possesso di ma-
nuali di «tattica di guerriglia urbana» con tanto di figure e
schemi in arabo e in inglese. I capi dei movimenti sono stati ar-
ruolati e addestrati in America e, una volta tornati a casa, han-
no insegnato ai gregari le tecniche di protesta civile per fare
crollare i governi.

290
XI
Le Strane "Primavere" dei Paesi Arabi

di Enrica Perucchietti

Sia il regime siriano che quello libanese verranno rimpiazzati - piaccia


loro o meno - tramite un colpo di Stato militare o qualche altra ope-
razione... e ci stiamo lavorando. Sappiamo già con precisione con chi
sostituirli. [...] Questo regime di Bashar Al Assad-Emil Lahoud capito-
lerà. Quando siamo andati in Iraq, al di là del fatto che le armi di di-
struzione di massa ci fossero o meno - questo è il punto - abbiamo
vinto. E Saddam è stato eliminato! Qualsiasi cosa noi vogliamo, suc-
cederà. L'Iran? Non lasceremo che l'Iran diventi una potenza nuclea-
re. Troveremo un modo; troveremo una scusa per liberarci dell'Iran. E
non mi interessa qualche sia, questa scusa. Non c'è spazio per gli
Stati canaglia, nel mondo. Che mentiamo o ci inventiamo qualcosa o
che non lo facciamo... non importa. Il fine giustifica i mezzi. Chi ha
ragione? Il più forte ha ragione. Il più forte ha ragione. Tutto qui. Il
più forte ha ragione1.

Quasi dieci anni fa il banchiere di Wall Street di doppia nazio-


nalità statunitense e libanese, fondatore e Presidente delle
«Blackhawk Partners»2, Ziad Abdel Nour3, spiegava in un'inter-
vista rilasciata a Trish Schuh il modus operandi della geopolitica
americana nei confronti del Medio Oriente. Correva il novem-
bre 2005 e le dichiarazioni di Nour - già responsabile del Co-
mitato Statunitense per il Libano Libero4 - appaiono ora come
uno sconvolgente presagio delle atrocità che si sarebbero con-
sumate molti anni dopo in Siria.
Le parole di Nour servono più in generale a inquadrare il
funzionamento di quelli che egli stesso definisce «i giochi di
guerra, i giochi di potere» che, attraverso il finanziamento, la

291
manipolazione e l'addestramento dei ribelli, fomentano mas-
sacri e insurrezioni nei Paesi esteri per sovvertire con la forza i
governi giudicati «nemici». Un «gioco» che si consuma sulla
pelle di milioni di civili. Una modalità strategica che è stata a-
dottata in passato anche nei Balcani e in America Latina.
Nour spiegava inoltre di «consigliare» personalmente la
CIA e di conoscere i piani geopolitici per la globalizzazione e
l'esportazione della democrazia nel mondo, precisando che
l'amministrazione Bush era già al lavoro per «rimpiazzare» il
regime siriano e quello libanese. Non a caso il Presidente Ge-
orge W. Bush nel suo discorso sullo Stato dell'Unione tenuto il
2 febbraio 2005 aveva dichiarato:
La lotta ai nostri nemici è un impegno vitale della guerra al terro-
re, e io ringrazio il Congresso di aver dato ai nostri uomini e donne in
servizio le risorse di cui avevano bisogno. In questi tempi di guerra,
dobbiamo continuare a sostenere i nostri militari, dando loro gli
strumenti per la vittoria [...] L‟unica forza abbastanza potente da fer-
mare l‟ascesa di tirannia e terrore, e sostituire l‟odio con la speranza,
è la forza della libertà umana. (Applauso.) I nostri nemici lo sanno, ed
è per questo che il terrorista Zarqawi ha recentemente dichiarato
guerra a quello che lui chiama «il principio malvagio» della democra-
zia. E noi abbiamo dichiarato le nostre di intenzioni: l‟America si
schiererà con gli alleati della libertà a sostegno dei movimenti demo-
cratici in Medio Oriente e oltre, con l‟obiettivo ultimo di terminare la
tirannia nel nostro mondo. [...] Al fine di promuovere la pace nel
Grande Medio Oriente, siamo costretti ad affrontare regimi che dan-
no rifugio ai terroristi e che cercano di procurarsi armi di distruzione
di massa. La Siria permette ancora che il suo territorio, così come al-
cune aree delimitate del Libano, siano utilizzate dai terroristi che cer-
cano di distruggere ogni possibilità di pace nella Regione. Voi avete
votato e noi applichiamo la Legge sulla responsabilizzazione della
Siria: siamo in attesa che il governo siriano interrompa ogni sostegno
al terrorismo ed apra la porta alla libertà.
Il nostro scopo è di costruire e mantenere una comunità di na-
zioni libere e indipendenti, con governi che rispondano ai propri cit-
tadini e riflettano le loro culture personali. E visto che le democrazie
rispettano il proprio popolo e i loro vicini, l‟avanzata della libertà por-
5
terà alla pace.

292
Dietro il diktat liberale di esportazione dei valori democra-
tici che spingeva Bush a schierarsi ufficialmente a sostegno
degli «alleati della libertà», si nasconderebbero però più venali
questioni finanziarie. Così secondo Nour «È tutta una questio-
ne di denaro. E di potere. E di ricchezza. [...] Quelli che vogliono
abbracciare la globalizzazione faranno un sacco di soldi; sa-
ranno felici, le loro famiglie saranno felici. E quelli che non sta-
ranno al gioco saranno distrutti, che lo vogliano o no!».
Per comprendere la fondatezza di queste parole bisogna
concentrarsi sulla biografia di chi le ha pronunciate. Nour pro-
viene da una famiglia di politici libanesi: suo padre, Khalil Ab-
delnour, fu deputato dal 1992 al 2000; suo zio, Salem Abdel-
nour, dal 1960 al 1964 e ancora dal 1972 al 1992; suo cugino
acquisito, Karim Pakradouni, dal 2001 è presidente del Partito
Falangista Libanese e nel 2004 è stato Ministro sotto il Gover-
no di Rafic Al-Hariri. Nel 1997 Nour ha creato il Comitato Sta-
tunitense per il Libano Libero (USCFL) con lo scopo, come
spiega il giornalista Thierry Meyssan, di «soddisfare il desiderio
dei neoconservatori di “rimodellare il Vicino-Oriente” [...]
L‟USCFL era concepito affinché svolgesse, nel suo raggio
d‟azione, un ruolo equivalente a quello dell‟Iraqi National Con-
gress di Ahmed Chalabi per l‟Iraq. D‟altronde, il suo obiettivo
principale non era quello di prendere il potere in Libano, ma di
far cadere il regime in Siria»6, come in effetti ammesso nell'in-
tervista rilasciata a Schuh.
L'USCFL ha inoltre legami con il Progetto per un Nuovo Se-
colo Americano (PNAC, Project for the New American Century),
l'Istituto di ricerca con sede a Washington che annovera tra i
suoi fondatori Dick Cheney e Donald Rumsfeld e che vanta lo
scopo di promuovere «la leadership globale americana». Vicino
al movimento neoconservatore, l'Istituto ha svolto una funzio-
ne controversa per la sua legittimazione al dominio economico
e all'espansionismo militare da parte degli Stati Uniti.
Il termine «Nuovo Secolo Americano» si basava infatti
sull'idea che il XX secolo fosse il Secolo Americano e alcuni a-

293
nalisti hanno visto nella Seconda Guerra del Golfo, con nome
in codice «Operazione Iraq Libero», il primo passo verso l'at-
tuazione di questa nuova forma di imperialismo americano, di
cui l'Iraq sarebbe stato soltanto un primo tassello. L'Istituto dif-
fonde cioè un'ideologia mondialista, volta alla costituzione di
un Nuovo Ordine Mondiale (NWO, New World Order) capeg-
giato da Washington, una forma di oligarchia mascherata die-
tro i valori di quella democrazia americana che si intende e-
sportare con la forza. Non a caso all'atto di fondazione nel
1997, venne chiarito quanto segue:
Mentre il XX secolo volge al termine, gli Stati Uniti restano la
prima potenza mondiale. Avendo condotto l'Occidente alla vittoria
nella guerra fredda, l'America si trova ora di fronte un'opportunità e
una sfida: Gli Stati Uniti avranno la capacità di farsi forti delle conqui-
ste dei decenni trascorsi? Gli Stati Uniti avranno la determinazione
per formare un nuovo secolo favorevole ai principi e agli interessi
americani?

Uno dei principi cardine dell'Istituto invita a sfidare i regimi


di quei Paesi ostili agli interessi americani, ossia i cosiddetti
«Stati canaglia» (Iraq, Serbia, Libia, Siria, Libano, Iran). Per ab-
battere questi regimi gli USA non hanno soltanto fatto ricorso
alla forza, ma hanno mentito e manipolato l'opinione pubblica,
come nel caso dell'invasione dell'Iraq nel 2003, legittimata dal-
la falsa notizia dell'esistenza di armi di distruzione di massa.
Più recentemente la Casa Bianca ha finanziato, fomentato e
addestrato i ribelli di questi Paesi «ostili» ai valori e agli inte-
ressi statunitensi, grazie alla collaborazione di Israele e dell'A-
rabia Saudita, dando vita a quel fenomeno rivoluzionario
tutt'altro che spontaneo che si è diffuso sotto i nomi diversi di
Rivoluzioni Colorate o Primavera Araba e più in generale il
modello di disobbedienza civile di Otpor!.

294
Un passo indietro: massoneria e Rivoluzione Francese

Come già ampiamente spiegato in Governo Globale7, siamo


legati all'idea «romantica» che le rivoluzioni moderne nascano
spontaneamente dal basso come reazione al malumore delle
masse e sfocino prima in proteste e infine in vere e proprie
sommosse; che siano il conseguimento della secolare dialettica
tra il popolo e il potere; che gli ideali che le ispirano siano la
libertà e la fratellanza dei popoli e che i leader siano uomini e
donne temerari che rischiano la vita per il bene dei più. Questo
schema sarebbe lo stesso che ritroviamo oggi con i ribelli,
dall'Ucraina alla Siria. La storia, però, ci insegna altro...
Innanzitutto la forza delle masse, per quanto incisiva, non
può bastare a spiegare le modalità, le sfumature ideologiche,
gli sviluppi e le finalità che tali eventi assumono. Prendendo ad
esempio la «madre di tutte le rivoluzioni», ovvero quella fran-
cese del 1789, notiamo come siano ormai pochi gli storici di-
sposti a negare l‟influsso determinante avuto da certi «poteri
occulti» dell‟epoca in tutte le fasi dell‟evento rivoluzionario
che, come tutti i sommovimenti sociali, è stato preceduto dalla
diffusione di una propaganda capillare tesa alla creazione di
uno «stato di spirito» idoneo affinché la protesta si diffondes-
se.
Come spiega lo storico Bernard Faÿ la massoneria non fa le
rivoluzioni ma le prepara e le continua: «si prefigge il compito
di preparare un alimento intellettuale che convenga alle masse,
che formi l'unità sentimentale di tutti gli uomini e la loro felici-
tà comune. [...] Essa preferisce le idee semplici, quasi rudimen-
tali: libertà, eguaglianza, fratellanza, progresso, scienza, e non
sottilizza troppo su queste idee; ma eccelle nel farne un ali-
mento sociale, nel diffonderle, nel trasformarle in certezze e in
abitudini»8.
La massoneria lascia cioè che i suoi membri facciano le ri-
voluzioni, il più delle volte li spinge a farle, ma durante lo
scoppio delle proteste sparisce, per riapparire poi, più brillante

295
e più viva di prima. Nell'alta società francese c'erano infatti pa-
recchi cenacoli che vantavano libertà spirituale e indipendenza
di fronte al potere costituito: Faÿ spiega come a partire dalla
Rivoluzione Francese l'impronta cosmopolita della nuova so-
cietà moderna aiuti il potere «occulto» che si cela dietro i rivo-
luzionari a diffondere le idee: possiamo immaginare come la
preparazione di questo processo sia al giorno d'oggi facilitata
dalla diffusione globale dei social network che hanno infatti ri-
vestito un ruolo fondamentale - come vedremo - durante la
Primavera Araba.
Ciò perché prima che le sommosse esplodano si deve crea-
re e diffondere quello «stato di spirito» adatto affinché il ma-
lumore prenda forma e canalizzi la rabbia e la frustrazione del-
le masse verso un obiettivo: l'abbattimento violento del vec-
chio «ordine» per la costituzione di qualcosa di «nuovo». La
speranza in un futuro migliore viene anche oggi manipolata,
convogliata e strumentalizzata dai cosiddetti Illuminati per
perseguire la costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, un
governo globale di stampo totalitario che nulla ha a che vede-
re con le aspirazioni sincere di coloro che protestano per con-
quistare la libertà o semplicemente condizioni di vita migliori.
Lo spirito del progresso e la speranza nell'avvenire spingo-
no infatti ad anelare qualcosa di «nuovo» che possa apportare
pace, ricchezza ed eguaglianza nelle masse piegate dalla crisi.
In questa cornice si inserisce la massoneria moderna, che «si
proclama superiore a questo corpo sociale; per ragioni prati-
che, vuol evitare di entrar in conflitto con esso, poiché la guer-
ra e i torbidi non dànno profitto, ma non accetta di mantenere
l'ordine a vantaggio della collettività, né di sacrificare i propri
membri alle preoccupazioni dell'interesse comune: si pone al
disopra dello Stato e della nazione, cercando del resto di non
far troppo chiasso»9.
Nella Francia del XVIII non mancarono neppure i preti fran-
cesi tra le fila della fratellanza massonica, ma né il governo di
Luigi XV né quello di Luigi XVI si avvidero del pericolo, mante-

296
nendo nei suoi confronti un atteggiamento di «disdegnosa in-
differenza»10. Per salvare la civiltà alla deriva, la massoneria of-
friva al mondo

un'aristocrazia nuova, fatta di dotti e di nobili; crea quest'aristo-


crazia e propone alla nobiltà di divenirne il nucleo centrale. È questo
accordo tacitamente proposto e tacitamente accettato, da entrambe
le parti assai bene inteso e cosciente, che unisce in un modo così
stretto nobiltà e massoneria nell'Europa del Settecento. I nobili non
ignorano che, entrando nella massoneria, sacrificano qualcosa dei lo-
ro antichi privilegi e rischiano una parte dei loro diritti attuali, ma ca-
piscono di acquistare dei titoli nuovi, e d'impossessarsi d'una mag-
11
giore autorità .

Inoltre la massoneria viveva una situazione diversa che ne-


gli altri Paesi e diventava «forte e influente»12, entrando «così
bene nei costumi di Francia che ormai è impossibile sapere
dove cessa il suo dominio»13. Si trattava cioè d'una forza trop-
po grande perché non esercitasse il suo influsso sul corso degli
avvenimenti, ed è naturale che si sia voluto scorgere nella mas-
soneria la madre o la madrina delle rivoluzioni che hanno ca-
ratterizzato l'ultimo quarto del secolo XVIII14. La massoneria
francese seppe cioè approfittare dell'ora e dell'occasione, insi-
nuandosi nei parlamenti, nei reggimenti, nelle accademie e
perfino a Corte, decretando così il
«suicidio massonico» dell'alta nobiltà. Gli storici che vedono nella
Rivoluzione l'esito fatale degli «abusi» del vecchio regime, si com-
piacciono nel mostrare le ragioni che potevano avere il popolino, i
contadini, gli operai per sollevarsi contro il governo di Luigi XVI; e per
spiegare questi fenomeni trovano dei motivi economici, sociali, poli-
tici, che li soddisfano. Ma di solito toccano appena della parte di
questa alta nobiltà, senza la quale tuttavia la Rivoluzione non avreb-
be mai potuto mettersi in moto. L'impulso rivoluzionario, i fondi rivo-
luzionari, i capi rivoluzionari, durante i primi due anni della Rivoluzio-
ne, provengono dalle classi privilegiate. Se il Duca d'Orléans, Mirabe-
au, La Fayette, se la famiglia di Noailles, i La Rochefoucauld, i Bouil-
lon, i Lameth e gli altri nobili liberali non avessero disertato la nobiltà
per abbracciare la causa del Terzo Stato e della Rivoluzione, ai rivolu-

297
zionari sarebbe mancato il complemento che permise loro di trionfa-
re fin dall'inizio. Ora, tutti questi nobili che abbracciarono alla prima
la causa delle idee nuove, sebbene in seguito dovessero perdervi il
patrimonio, lo stato sociale, il rango e la vita, tutti erano massoni, e
non si può scorgervi un caso fortuito, a meno di voler negare l'evi-
15
denza .

La rivoluzione bolscevica

Se la «forza bruta e cieca» della massa, spinta dalla crisi e-


conomica, può giustificare l‟intensità iniziale della protesta,
ben più difficili da spiegare, in termini socio-economici, sono
gli esiti di una rivoluzione come quella del 1789, con il suo co-
rollario ideologico-simbolico di chiara derivazione massonica, i
suoi culti alla «Dea ragione» o la sua spietata persecuzione an-
ticattolica (divenuta genocidio in regioni come La Vandea o la
Bretagna o degenerata in vero e proprio vandalismo a danno
delle opere d‟arte ispirate al Cristianesimo), in una nazione do-
ve la Fede Romana era fortemente radicata proprio nelle mas-
se contadine ed operaie.
Un caso ancor più clamoroso di misteriose e ambigue con-
nivenze tra forze «rivoluzionarie» e Poteri Forti è rappresentato
dalla Rivoluzione Bolscevica russa; ed è questo un argomento
su cui, per ovvie motivazioni ideologiche, un velo di omertà è
sceso inesorabilmente fino a pochi decenni fa. Si tratta
dell‟enorme sostegno economico-finanziario che alcuni grandi
potentati economici occidentali hanno fornito ai bolscevichi e,
senza i quali, l‟esito della rivoluzione «proletaria» del 1917 sa-
rebbe stato molto diverso. Lo stesso «Trotsky, nelle sue memo-
rie, fa riferimento a prestiti di finanzieri inglesi fin dal 1907» 16,
mentre a partire «dal 1917 [ovvero dall‟anno in cui ebbero ini-
zio i moti rivoluzionari, n.d.a.] i maggiori aiuti finanziari della
rivoluzione furono organizzati da Sir George Buchanan e da
Lord Alfred Milner (dell‟alleanza Morgan-Rothschild-Rhodes, la
cosiddetta "Tavola Rotonda")»17.
298
Non solo l‟Impero Britannico, ma tutto il mondo della fi-
nanza e dei Poteri Forti occidentali sembra essere stato coin-
volto da questa frenetica attività di finanziamento e soccorso a
quel bolscevismo leninista che, almeno in apparenza, sembrava
presentarsi come il più feroce avversario del grande capitali-
smo. Persino su un quotidiano come il New York Journal-
American, queste curiose operazioni furono messe in luce18, in
particolare i finanziamenti a «fondo perduto» che la banca
Khun&Loeb (della famiglia Rothschild) aveva donato ai bolsce-
vichi, nella persona del presidente Jacob Schiff, per una cifra
complessiva di 20 milioni di dollari. Le stesse autorità america-
ne, diligentemente, non mancarono di registrare questa enor-
me movimentazione di denaro, la cui documentazione è con-
servata in una raccolta di atti diplomatici pubblicati dal Dipar-
timento di Stato USA (Paper Relations of the United States –
1918 – Russia – Three Volumes, United States, Government
Printing Office, Washington 1931), in uno dei quali, a titolo
d‟esempio, si può leggere: «Sig. Raphael Scholnickan – Hapa-
randa. Caro amico, l’ufficio della banca Warburg, in seguito al
telegramma del sindacato Westphalo-Renano, ha aperto un
credito al compagno Trotsky. L’incaricato si è procurato delle
armi»19.
Alla luce di queste ed altre testimonianze, le motivazioni
della politica internazionale non sembrano essere quelle che
appaiono sui libri di storia propinati alle «masse»: emerge
semmai uno schema simile a quello che ritroviamo oggi con le
Rivoluzioni Colorate e la Primavera Araba in cui i Potentati
hanno finanziato i «ribelli» (e le forze estremiste vicine ad Al
Qaida) pur di sovvertire i regimi che si intendevano colpire (da
Ben Ali in Tunisia ad Assad in Siria).
Nel caso specifico della Russia, in particolare, possiamo az-
zardare l‟ipotesi che, dietro il desiderio di distruggere il domi-
nio zarista (che ancora oggi si pone come l'ostacolo per eccel-
lenza sulla scacchiera geopolitica statunitense) ci fosse la seco-
lare ossessione e l‟atavico odio del mondo anglo-sassone ver-

299
so quel «mondo» slavo-ortodosso, euroasiatico e arcaico, si-
tuato in quella che i geopolitici britannici indicavano come la
Heartland (il Cuore del mondo20) e apparentemente inassimi-
labile sia alla cultura «moderna» che ad ogni sorta di progetto
«mondialista», che da certi «circoli» occidentali era identificato
come Il Nemico per eccellenza. A tale scopo – ovvero annienta-
re quell‟enorme nucleo identitario etnico-religioso che era la
Russia - anche una carta estrema come quella del bolscevismo
poteva apparire evidentemente come «un rischio accettabile»
agli occhi di alcuni Poteri Forti; un rischio che forse solo dopo
la svolta nazionalistico-patriottica di Stalin può essere diventa-
to davvero tale per le potenze anglosassoni e mondialiste.
Dopo aver superato 70 anni di comunismo e la ancor più
disastrosa fase post-dittatoriale, la nuova Russia identitaria e
ortodossa di Vladimir Putin è tornata ad essere forse l‟unico,
concreto ostacolo all‟instaurazione del Nuovo Ordine Mondia-
le così come concepito dalle lobby occidentali e ammesso
candidamente da strateghi quali Zbigniew Brzezinski (consi-
gliere per la Sicurezza Nazionale sotto la presidenza di Jimmy
Carter e mentore di Obama).

[L'autore principale è qui in leggero disaccordo con l'amica


Perucchietti, credendo invece che l'opposizione Russia-Stati Uniti
sia stata di nuovo concordata a tavolino per suggerire alle mas-
se la necessità di una sovrastruttura politica mondiale che im-
pedisca simili pericolosi contrasti]

In ogni caso, tali esempi storici dovrebbero essere più che


sufficienti a far capire come, nell‟ottica elitaria dei Poteri Forti,
e soprattutto dei paladini del NWO, i dualismi politico-culturali
che dividono destra e sinistra, progressismo e conservatori-
smo, ricchi e poveri, e che tanto hanno «accalorato» e diviso le
masse, non hanno in fondo che ben poca importanza rispetto
ad altri e ben più ambiziosi fini, e rientrano in definitiva nel ce-
lebre motto del Divide et Impera che soggioga l'opinione pub-

300
blica tenendola divisa su obiettivi solo all'apparenza contra-
stanti per renderla così debole e facilmente governabile.
Fini che, come ammetteva Nour, esigono qualunque mezzo
per essere conseguiti.

La longa manus di George Soros

Un incrollabile consenso mediatico e un incondizionato


appoggio politico bipartisan hanno caratterizzato una dopo
l'altra le Rivoluzioni Colorate e la Primavera Araba. I focolai di
protesta in Medio Oriente hanno però conseguito un risultato
ben diverso da quanto la propaganda avesse fatto sperare,
precipitando nel caos tutte le aree interessate.
Per quanto riguarda l'attuale situazione in Ucraina, Giulietto
Chiesa ha quotidianamente offerto un'informazione «alternati-
va», documentando i retroscena di quella che considera una
«falsificazione, organizzata dal mainstream occidentale» a fa-
vore di una crisi mondiale che potrebbe precipitare il mondo
intero in una guerra globale:

Si va in guerra, purtroppo, con alta probabilità. La grancassa degli


ignoranti e dei mestatori risuona assordante: la colpa è tutta dei rus-
si, di chiunque possa essere messo alla gogna. La russofobia si sposa
con l‟anticomunismo, sebbene non c‟entri niente il comunismo in
questa storia, se non in termini di storia. La folla è abbastanza istupi-
dita per andare alla guerra a testa bassa. Senza nemmeno avere capi-
to di che si tratta e perché. Roba da manuale21.

I media occidentali diffondono l'immagine del Cremlino


desideroso di scatenare una Terza Guerra mondiale22, mentre i
media russi sottolineano il carattere neonazista (e banderista)
del golpe. Rimane anche il nodo economico, con l'Ucraina in
debito verso la Russia di ben 3 miliardi di euro per la fornitura
di gas già utilizzato. I contratti contengono inoltre una clausola
che dà il diritto alla Russia di chiedere il pagamento anticipato
per le forniture future, diritto però che Putin non ha ancora vo-

301
luto far scattare e che metterebbe in ginocchio l'Ucraina in
quanto gli USA e la UE non sembrano intenzionati (e in grado)
di sobbarcarsi tale debito.
Al di là delle rivendicazioni del popolo, il braccio di ferro,
come al solito, si gioca sulla scacchiera geopolitica, dove a
contare sono i soldi e le forniture energetiche. Il 53% del gas
che arriva in Europa passa infatti per i gasdotti russi, che però il
neogoverno ucraino vuole privatizzare attraverso l'americana
Chevron23. Il «rubinetto» del gas russo diventerebbe così ame-
ricano ma potrebbe condurre anche a un aumento di prezzo
dell'energia in Europa fino al 40%.
L'ex capo dei servizi di sicurezza ucraini, Aleksandr Yaki-
menko, esule in Russia, ha raccontato la sua versione degli
scontri a Kiev culminati il 20 febbraio 2014 nella carneficina di
piazza Maidan, dichiarando apertamente che a dirigere la rivol-
ta fosse la CIA: «Si tratta di uomini legati direttamente ai servizi
segreti americani». L'eversione in Ucraina non sarebbe stata né
spontanea, né improvvisata: il centro di comando è «l'amba-
sciata americana a Kiev», alla quale dev'essere aggiunto il rap-
presentante a Kiev dell'Unione Europea, il «cittadino polacco»
signor Jan Tombinsky24.
Come già ampiamente spiegato in Governo Globale25, die-
tro la Primavera Araba – e prima ancora le proteste in Serbia,
Georgia, Ucraina, Kirghizstan fino alla Russia - ci sarebbe in re-
altà la regia di Washington. Lo stesso si è ripetuto con le pro-
teste in Ucraina a cavallo tra il 2013 e il 2014 in merito alla
mancata adesione all'Unione Europea. La rivolta qui ha portato
alla deposizione dell'ex presidente Victor Janukovich (22 feb-
braio 2014), alla scarcerazione dell'ex primo ministro (e oligar-
ca) Julija Tymošenko (coinvolta in un procedimento penale per
malversazione di fondi pubblici, con l'accusa di aver siglato
con la compagnia russa Gazprom un contratto per la fornitura
di gas naturale giudicato inutilmente oneroso per il paese) e
all'indipendenza della Crimea con conseguente annessione alla
Russia (11 marzo 2014).

302
Per mettere al riparo il proprio potere dalla minaccia di «ri-
voluzioni orchestrate dall‟Occidente», i presidenti di Kazaki-
stan, Tagikistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Uzbekistan ave-
vano già dichiarato guerra nel 2005 a quello che veniva consi-
derato l‟ispiratore e il finanziatore di questi movimenti destabi-
lizzatori: il multimiliardario «filantropo» statunitense George
Soros, e la sua fondazione internazionale Open Society (Società
Aperta).
Tramite i progetti nazionali avviati dalla fondazione in deci-
ne di Paesi, Soros ha infatti finanziato organizzazioni non go-
vernative, associazioni giovanili, gruppi universitari, radio e
giornali, conferenze e seminari sulla democrazia e i diritti uma-
ni, dando così vita a movimenti di opposizione che sono stati
capaci di organizzare pacifiche e vittoriose rivoluzioni popolari.
Così è andata in Serbia, dove il movimento sostenuto da
Soros, Otpor!, promosse le massicce manifestazioni di Belgrado
che influirono nella destituzione del presidente Slobodan Milo-
sevic.
L‟esperimento fu esportato tre anni dopo in Georgia, dove
la fondazione Soros e i veterani serbi di Otpor! diedero vita al
movimento giovanile Kmara, protagonista delle proteste con-
tro il presidente Eduard Shevardnadze che sfociarono nella Ri-
voluzione delle Rose del 23 novembre 2003.
Stessa strategia in Ucraina nel 2004, dove Soros ha pro-
mosso il movimento studentesco Porà, principale animatore
delle proteste degli «arancioni» sostenitori di Viktor Juščenko
(rivale di Janukovich, impegnato allora nel suo primo mandato
da primo ministro, 2002 - 2004) e che nel 2014 sono tornati in
piazza per protestare contro il governo (con Janukovich stavol-
ta presidente) e chiedere l'adesione all'UE. Osserva Maurizio
Blondet:

Janukovich stava per firmare con la UE un trattato di libero scam-


bio totale, che avrebbe eliminato le protezioni su quel che resta della
povera industria ucraina già devastata dalle privatizzazioni del 1990 e
seguenti: lo svela un documento di 1200 pagine dal titolo orwelliano

303
eurocratico: Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA),
il cui primo capitolo annuncia: «La massima parte delle tariffe doga-
nali saranno eliminate appena l‟accordo entrerà in vigore – L‟Ucraina
e l‟Unione Europea elimineranno rispettivamente il 99,1% e il 98,1%
delle tariffe». Avrebbe significato chiusura di fabbriche e licenziamen-
ti in massa, mentre il Paese sarebbe stato invaso dalle merci estere. Ci
sarebbero stati in più gli incalcolabili costi necessari a conformare la
propria legislazione alle 20 mila norme europee (normative tecniche,
direttive ambientali, eccetera), valutabili in decine di miliardi di euro.
E, come se non bastasse, il trattato comportava una clausola di ar-
monizzazione tra UE ed Ucraina nella «sicurezza» (leggi: preparazione
per l‟integrazione nella NATO) in base a cui il Paese, che attualmente
destina alla difesa lo 1,1% del Pil, avrebbe dovuto alzarla al livello dei
Paesi membri della UE, oltre il 2%: più spese militari, meno disponibi-
lità per le spese interne. A guadagnarci sarebbero stati più Northrop
Grumman e Lockheed che la gente ucraina.
A questo punto il Governo Janukovich deve aver finalmente intui-
to che l‟Europa non era il paradiso promesso. Bisogna dire che le
speranze che facevano balenare i politici europei erano straordinarie:
in un incontro a Yalta il 20 settembre 2013, il Ministro svedese Carl
Bildt aveva detto agli ucraini che, se avessero aderito all‟Unione do-
ganale con Mosca, il Pil ucraino sarebbe sprofondato del 40%, men-
tre con l‟adesione alla UE, Bildt prometteva un aumento del Pil del
12%: tassi di crescita da far invidia alla Cina.
Erano ovviamente menzogne sfrontate, e il Governo Janukovich
aveva iniziato a capirlo26.

Scrive invece Thierry Meyssan:

Dall‟indipendenza [dalla Russia, nel 1991], il governo [ucraino] è


progressivamente collassato. Approfittando della confusione, gli Stati
Uniti hanno organizzato la «rivoluzione arancione» (2004), portando
al potere un clan mafioso pro-atlantista. Mosca ha risposto annullan-
do le sovvenzioni ai prezzi del gas, ma il governo arancione non ha
potuto contare sui suoi alleati occidentali per poterlo pagare al prez-
zo di mercato. In definitiva ha perso le elezioni presidenziali del 2010
a favore di Viktor Janukovich [già presidente nel 2004], un politico
corrotto e talvolta filo-russo. Il 21 novembre 2013, il governo ha ri-
nunciato ai negoziati per un accordo di associazione con l‟Unione eu-
ropea. L‟opposizione ha risposto con proteste a Kiev e nella parte oc-
cidentale del Paese, che ben presto hanno assunto aspetti insurre-
zionali. Ha chiesto elezioni presidenziali e legislative anticipate e ha

304
rifiutato di formare un governo quando il Presidente Janukovich
gliel'ha proposto e il Primo ministro si è dimesso. Gli eventi sono stati
battezzati da Radio Free Europe (radio del dipartimento di Stato USA)
27
Euromaidan e quindi Eurorivoluzione .

Il sistema Tymošenko

Una delle pedine centrali nel braccio di ferro che si sta con-
sumando sul suolo ucraino è, come anticipato, Julija Tymošen-
ko - la pasionaria che in un'intercettazione telefonica auspicava
lo sterminio atomico per 8 milioni di russi in Ucraina... Sebbene
i media occidentali l'abbiano ribattezzata la Giovanna d'Arco
della Rivoluzione Arancione, bisogna ricordare che la leader
dell'opposizione, lungi dall'essere una pulzella devota a Dio e
al proprio Paese, è un ex oligarca che si è arricchita con l'e-
sportazione di metalli e la privatizzazione di gas. Durante gli
anni Novanta fu soprannominata la «principessa del gas» per
le accuse di aver stoccato enormi quantità di metano, facendo
aumentare le tasse sulla risorsa. Mentre era un'economista
stabilì relazioni d'affari con molti uomini importanti dell'Ucrai-
na; come Janukovich dopo di lei, ha seguito il modello del
Fondo Montario Internazionale, della UE e più in generale della
Scuola di Chicago, aprendo il Paese alla privatizzazione selvag-
gia, come già fatto da Eltsin in Russia.
Per quanto acclamata dai media, la pasionaria è stata però
anche fortemente contestata dalla piazza, restia a rivedere vec-
chi volti rientrare in parlamento, soprattutto se sono quelli di
politici e oligarchi corrotti e ricattabili. Maurizio Blondet ricor-
da inoltre come

ll Governo auto-proclamato di Kiev (il 23 febbraio 2014, il giorno


dopo le dimissioni forzate di Janukovich, nda) ha nominato due oli-
garchi come governatori delle regioni di Dnepropetrovsk e del Do-
netz: Igor Kolomoisky (Privat Bank) e Sergei Taruta; e i due hanno ri-
cevuto l‟appoggio di un terzo oligarca, il più ricco di tutti, Rinat A-
khmetov. I primi due sono legati al «sistema Timoshenko», è gente di

305
pessima reputazione, con collegamenti alla malavita. Ciò permette di
capire meglio uno dei moventi del putsch: alcuni oligarchi si sono
vendicati del clan Janukovich28.

A ciò si aggiunga un vero e proprio mistero: il 7 marzo


2014

un grosso aereo privo di insegne e sotto pesante scorta armata


viene caricato con 40 casse piene di lingotti d‟oro. I media occidentali
non ne parlano, ovviamente. Ne parlano i media russi e un sito im-
beccato dai russi, Newswire 24, ipotizzando che le casse siano state
prese in consegna da Zio Sam per sicurezza, nel timore
dell‟improbabile invasione russa, senza escludere l‟altra ipotesi: che
l‟abbiano fatte volare in Svizzera per dividersele la Timoshenko e i
suoi compari29.

40 casse di lingotti equivalgono a quasi l'intera riserva aue-


ra del Paese. Nello stesso periodo l'Iraq ha comprato altrettanti
lingotti (per la precisione 36 tonnellate) al prezzo di 1,5 miliardi
di dollari, senza però che il mercato lo abbia registrato e ne
abbia tenuto conto. Un'anomalia che ha spinto alcuni ricerca-
tori, tra cui Blondet, a domandarsi se l'oro acquistato da Ba-
ghdad non sia stato in realtà comprato sul mercato nero e sia
stato quello ucraino:

I soliti esperti si chiedono: come ha fatto un così grosso acquisto


a non alterare i corsi? L‟anno scorso, la sola voce che Cipro sarebbe
stata costretta a mettere in vendita parte delle sue riserve, di sole
13,9 tonnellate, ha fatto cadere il mercato in un attacco di panico,con
perdite che non si vedevano da trent‟anni. E ora la Banca Centrale di
Baghdad compra tre volte il tonnellaggio e il mercato non lo registra,
nessuno speculatore di Londra prova a fare un po‟ d‟arbitraggio... no,
non è possibile. Anzi no, correggono gli esperti: è possibile, se l‟Iraq
non ha comprato sul mercato libero.
È l‟oro ucraino quello che è finito in Iraq? Sapendo che l‟Ucraina è
ormai un satellite USA, e Baghdad è sotto liberazione americana, è
legittimo sospettarlo. Google Map ci mostra anche la fattibilità del
misterioso volo. Sul perché, le ipotesi si possono solo sprecare. Forse
è il pagamento anticipato di future forniture petrolifere, ora che Mo-
sca ha raddoppiato i prezzi a Kiev? O qualche altro motivo più occul-

306
to e inconfessabile? Fatto sta che gli ucraini sono stati espropriati
delle loro riserve. Benvenuti in Occidente, fratelli30.

I rivoluzionari di piazza Maidan

Come insegnato dai «padri» di Otpor!, anche i ribelli ucraini


inizialmente hanno fatto attenzione a non violare la legge cer-
cando di distruggere tramite la «disobbedienza» quel regime
che stando alle loro stesse voci, «ci tratta come animali»31. Gli
attivisti chiedevano quel sistema occidentale di regole, legali
ed economiche che l'Occidente stesso sta mettendo in discus-
sione. Scrive il giornalista Domenico Quirico inviato a Kiev:
Il crollo sovietico è stato un evento senza destino, una quercia di-
vorata dai vermi, dall'interno. La loro vera liberazione è questa, oggi.
A Kiev cercano di dare un nuovo nome all'ideale [di libertà], cercano
di tenerlo in vita, lo chiamano Europa, un'entità che forse esiste solo
nei libri, che assiste indifferente, pavida. Forse bisognerebbe metterli
in guardia dalla eventuale delusione, bisogna spiegar loro che le de-
lusioni sono l'inizio dell'età adulta, che in ogni delusione c'è qualcosa
che dà forza e fermezza32.

Mentre molti Paesi membri dell'UE - come l'Italia - si do-


mandavano se fosse possibile «uscire» dall'Europa, la Germa-
nia vigilava sull'ente sovranazionale e alla Conferenza di Mo-
naco del 2014 ha incoronato il leader dell'opposizione ucraina
Vitali Klitschko. L'ex pugile è stato ricevuto anche dal Segreta-
rio di Stato statunitense John Kerry e dal presidente europeo
Van Rompuy, incassando persino la benedizione del senatore
repubblicano John McCain che lo ha definito
un'«ispirazione»33. Osserva ancora Meyssan:

Inizialmente, il movimento sembra essere un tentativo di riavviare


la «rivoluzione arancione». Ma il potere sulle piazze cambia di mano
il 1° gennaio 2014. Il partito nazista «Libertà» organizza una fiaccola-
ta di 15000 persone in memoria di Stepan Bandera (1909-1959) il
leader nazionalista alleatosi ai nazisti contro i sovietici. Da allora la
307
capitale viene coperta di scritte antisemite e persone sono aggredite
per strada perché ebree. L‟opposizione filo-europea è composta da
tre partiti:

* L‟Unione pan-ucraina «Patria» (Batkivshna), dell‟oligarca ed ex-


premier Julija Tymoshenko (attualmente in carcere dopo la condanna
per appropriazione indebita), ora guidata dall‟avvocato ed ex-
presidente del parlamento Arsenij Jatsenjuk. Difende la proprietà pri-
vata e il modello liberale occidentale. Ha avuto il 25,57% dei voti alle
elezioni parlamentari del 2012.
* L‟Alleanza democratica per la riforma ucraina (Udar), dell‟ex-
campione del mondo di pugilato Vitalij Klishko. Sostiene di essere
democristiana ed ha ottenuto il 13,98% dei voti alle elezioni del 2012.
* L‟Unione pan-Ucraina per la libertà (Svoboda), del chirurgo Oleg
Tjagnibok. Questa formazione proviene dal Partito Nazionalsocialista
d‟Ucraina. Supporta la denaturalizzazione degli ebrei ucraini. Ha avu-
to il 10,45% dei voti alle elezioni parlamentari del 2012.

Questi partiti parlamentari sono sostenuti da:

* Congresso dei nazionalisti ucraini, un gruppo nazista nato dalle


vecchie reti stay-behind [gladio,ndr] della NATO nel blocco orientale.
Sionista, sostiene la denaturazione e la deportazione degli ebrei u-
craini in Israele. Ha ricevuto l‟1,11% dei voti nel 2012.
* Autodifesa ucraina, un gruppo nazionalista che ha inviato i
membri a combattere contro i russi in Cecenia e Ossezia durante il
conflitto georgiano. Ha ricevuto lo 0,08% dei voti nel 2012.

L‟opposizione riceve inoltre il sostegno della Chiesa ortodossa


ucraina, in rivolta contro il Patriarcato di Mosca. Da quando il partito
nazista ha occupato le piazze, molti manifestanti indossano caschi e
uniformi paramilitari, erigono barricate e attaccano edifici governati-
vi. Alcuni elementi delle forze di polizia dimostrano gravi brutalità
torturando dei detenuti. Una decina di manifestanti è stata uccisa e
quasi 2000 feriti. I disordini si diffondono nelle province occidentali.
Secondo le nostre informazioni, l‟opposizione ucraina cerca di procu-
rarsi materiale bellico sui mercati paralleli. Non è ovviamente possibi-
le comprare armi in Europa occidentale e trasportarle senza il con-
senso della NATO. La strategia di Washington in Ucraina sembra un
miscuglio di «rivoluzioni colorate» collaudate e dalle più recenti svi-
luppatesi durante la «Primavera araba» . Gli Stati Uniti, inoltre, non si
nascondono: hanno inviato due funzionari, Victoria Nuland (vice di

308
John Kerry) e John McCain (che non è solo un senatore repubblicano,
ma anche presidente dell‟IRI, ramo repubblicano della NED) a soste-
nere i manifestanti. A differenza di Libia e Siria, Washington non può
contare sui jihadisti per seminare il caos (tranne gli estremisti Tartari,
ma solo in Crimea). Pertanto ha deciso di affidarsi ai nazisti con cui il
dipartimento di Stato ha collaborato contro i sovietici e ne aveva or-
ganizzato i partiti politici dopo l‟indipendenza34.

Perché tutta questa attenzione degli USA per la situazione


ucraina? Perché arrivare a sostenere apertamente dei movi-
menti che nascondono tra le proprie fila degli estremisti, addi-
rittura dei neonazisti?
L‟Ucraina è stata a lungo al centro dell‟ingerenza occiden-
tale nell‟ambito di un grande gioco geostrategico volto a con-
trastare la Russia, l'unica potenza che si oppone ideologica-
mente ed attivamente alla costituzione di un Nuovo Ordine
Mondiale sulla scacchiera degli equilibri globali.

[Di nuovo, si veda la differenza di pensiero dell'autore prin-


cipale, specificata più sopra]

Con le sue risorse e l'accesso al Mar Nero, l'Ucraina gioca


un ruolo di primaria importanza per gli equilibri globali. Lo
stratega polacco Brzezinski - strenuo difensore della strategia
di accerchiamento della Russia e della Guerra Fredda perma-
nente - spiegava nel 1994 che «non può essere sottolineato
abbastanza fortemente che senza l‟Ucraina, la Russia cessa di
essere un impero, ma con l‟Ucraina resa subalterna e quindi
subordinata, la Russia diventa automaticamente un impero» e
ancora, nel 1997 ne La Grande Scacchiera: «la Russia senza
l‟Ucraina […] diverrà un impero sostanzialmente asiatico, pro-
babilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni
dell‟Asia Centrale»35. Con l'Ucraina, cioè, i potentati angloame-
ricani sperano di indebolire il nemico russo: in quest'ottica si
comprende come la destabilizzazione dei Paesi filorussi o delle
nazioni confinanti rientri in una strategia di contenimento di
Mosca affinché non torni a essere una super potenza in grado
309
di schiacciare le velleità imperiali degli Stati Uniti. Quel diritto a
espandersi e ad esportare la democrazia che è divenuto il mar-
chio di fabbrica della Casa Bianca.
Washington aveva già chiarito pubblicamente, tramite
l‟allora Segretario di Stato Hillary Clinton, che avrebbero fatto
tutto ciò che era in loro potere per respingere gli sforzi inte-
grazionisti economici della Russia, con l'obiettivo esplicito di
«rallentare» e «impedire» la cooperazione economica tra U-
craina e Russia.

Il Nuovo Medio Oriente

Ma perché nessuno si è posto un‟altra domanda: chi ha fi-


nanziato e coordinato la rivoluzione nel centro di Kiev, dove
sono arrivati gli ultrà polacchi, i giovani bielorussi e i veterani
serbi di Otpor!?
I movimenti giovanili ucraini, e più in generale del Medio
Oriente, hanno ricevuto ingenti finanziamenti secondo un me-
todo che si ripete in modo costante e che vede l'adozione da
parte dei leader delle proteste di tecniche non violente ispirate
alle opere di Gene Sharp, autore del manuale di liberazione
non violenta Come abbattere un regime,

che insegnano a screditare il potere, a spingere i cittadini all'a-


zione civica e alla resistenza pacifica. Innanzitutto vi è la comparsa di
movimenti giovanili simili per organizzazione e modalità d'azione. Il
movimento deve presentarsi come apolitico e fare perno soprattutto
sugli indecisi. Inoltre, il gruppo deve usare una comunicazione basata
su messaggi semplici ed efficaci, connotandosi di un aspetto roman-
tico e libertario. Infine, gli attivisti devono cercare l'appoggio del cir-
cuito internazionale dei media, filtrandosi e selezionando le informa-
zioni in modo da presentare le manifestazioni come eventi spontanei
di una gioventù che aspira alla libertà e alla democrazia e che inten-
de collaborare con la comunità internazionale. Più o meno quello che
è accaduto in Tunisia e in tutti i paesi scossi dalla Primavera Araba 36.

310
Giulietto Chiesa spiega in estrema sintesi le tecniche inse-
gnate da Sharp che sono state utilizzate nelle Rivoluzioni colo-
rate, nella Primavere araba e in ultimo, in ordine di tempo, in
Ucraina, portando alla crisi mondiale del 2014:
La tattica consiste nel «sollevare» gli scontenti. Prima tappa. Co-
me? Insufflando a suon di milioni le idee dell‟Occidente. Comprando
le catene televisive e i giornali. Cioè stipendiando legalmente centi-
naia di giornalisti e propagandisti. Pagando stipendi e grants a centi-
naia di professori universitari. Erogando fondi a centri di ricerca e
fondazioni che lavoreranno a tempo pieno per organizzare la rivolta.
Pacifica s‟intende, soprattutto giovanile, s‟intende.
Poi, seconda tappa, si passa all‟offensiva con una serie di manife-
stazioni esterne. Non importa se sono piccole. Ci pensano i media a
ingigantirle. Ci sarà qualche scaramuccia nelle strade. Anche queste
verranno ingigantite dalla televisioni locali e dai grandi network in-
ternazionali. Di regola i governi di coloro che verranno immediata-
mente bollati con la qualifica di dittatori sanguinari, sono impreparati
a fare fronte. Non conoscono le strategie comunicative
dell‟Occidente. Se non reprimono dovranno cedere subito. Se repri-
mono faranno il gioco dei Gene Sharp di turno. La gente semplice
vedrà il sangue e sarà così convinta che il dittatore è davvero sangui-
nario. E la protesta crescerà. Alimentata dal sostegno dei governi e-
sterni, tutti democratici e prosperi. Fino a che la repressione comin-
cerà davvero. Ma sarà tardi, perché tutto il mondo «civile» sarà ormai
schierato a difesa della «democrazia».
E, a quel punto, entreranno in funzione le squadre paramilitari
(nel caso ucraino palesemente naziste) che, nel frattempo, alla cheti-
chella, saranno stato addestrate, armate, istruite, foraggiate da deci-
ne di ricchissime fondazioni, americane ed europee37.

Stepan Bandera

L'ex capo dell'intelligence ucraina, Yakimenko, ha chiamato


in causa l'ex presidente Juščenko, il vincitore della ormai sfiori-
ta rivoluzione arancione. Sarebbe stato lui a lasciare che si
moltiplicassero i campi paramilitari in cui si sono preparati al
golpe i nazisti e gli estremisti nazionalisti seguaci di Stepan

311
Bandera38. Infatti, fin dall‟inizio, dalla fine del novembre 2013,
le proteste sul suolo ucraino hanno coinvolto neonazisti di-
chiarati, picchiatori di estrema destra e veterani delle guerre in
Afghanistan, Cecenia e Georgia. Secondo il parlamentare ucra-
ino Oleg Tsarjov, 350 ucraini sarebbero rientrati dalla Siria, nel
gennaio 2014, dopo aver combattuto con i ribelli siriani e an-
cora con i gruppi di al-Qaida quali il Fronte al-Nusra e lo Stato
Islamico d‟Iraq e Siria (SIIS)39.
Tra i numerosi vessilli, simboli e bandiere del nazionalismo
ucraino fa capolino il ritratto di un uomo dalla fronte alta e
stempiata, i tratti sottili e lo sguardo di ghiaccio. Pochi lo rico-
noscono in Occidente: è Stepan Bandera, già leader dello OUN
(in ucraino: Органiзацiя Украïнських Нацiоналiстiв, Orhaniza-
tsiya Ukrayins'kykh Nationalistiv o ОУН), Organizzazione dei
Nazionalisti Ucraini, e fondatore dell'Esercito Insurrezionale U-
craino (UPA). Nel gennaio 2010 era stato nominato «eroe na-
zionale» dall'allora presidente Victor Juščenko, salito a tal cari-
ca - come ricorda l'Executive Intelligence Review Research
Team (EIR) - «con una campagna di piazza eterodiretta e for-
temente finanziata dalla Fondazione Rinascimento Internazio-
nale di George Soros e da altre 2000 organizzazioni non go-
vernative di Europa e USA, dopo essere stato ufficialmente di-
chiarato perdente alle presidenziali contro Viktor Janukovich.
[...] La seconda moglie di Juščenko, Katerina Shumachenko, era
membro del gruppo giovanile dell‟OUN-B banderista di Chica-
go, dove secondo alcune fonti sarebbe nata. Nel 1980, la Shu-
machenko era a capo degli uffici di Washington del Comitato
del congresso ucraino di America (in cui l‟influenza dell‟OUN-B
era grande al momento, secondo l‟Internet Encyclopedia of U-
craina) e del Comitato nazionale delle nazioni in cattività, pri-
ma di passare all‟Ufficio per i diritti umani del dipartimento di
Stato»40.
Dal coinvolgimento con il Terzo Reich, al presunto arruo-
lamento nell'MI6 britannico e poi nei servizi segreti tedeschi
(BND), Bandera è stato un personaggio complesso e contro-

312
verso. Un rapporto del 1954 dell‟MI6 lo descriveva quale «sa-
botatore professionale dal passato di terrorista dalle nozioni
spietate delle regole del gioco». I russi accusano oggi i militan-
ti ucraini di essere dei seguaci di Bandera e di essere dunque
dei fascisti. La questione è controversa e alcuni commentantori
respingono queste accuse definendo il Maidan un movimento
di presa di coscienza nazionale.
La guerra fredda tra Russia e USA si gioca soprattutto sul
fronte mediatico: «le televisioni russe forniscono dati e notizie
sui neonazisti di Ucraina che hanno preso in mano la rivoluzio-
ne di piazza, guidandola a loro uso e consumo, dall'altra Wa-
shington e Bruxelles tacciono e sostengono senza se e senza
ma il governo provvisorio del premier Arsenij Jatsenjuk. Ma
dov'è la verità? Difficile a dirsi, soprattutto quando a sparare è
il fuoco incrociato delle opposte propagande»41. Filtrano però
dei dati inequivocabili, come il finanziamento statunitense alla
rivoluzione «marrone» o le dichiarazioni di Catherine Ashton -
che dal 2009 ricopre l'incarico di Alto rappresentante per gli
affari esteri e la politica sicurezza all'Unione Europea - che in
una conversazione telefonica «rubata» ammetteva che a spara-
re in piazza Maidan fossero i cecchini dell'ultradestra ucraina e
non i sostenitori dell'allora presidente Janukovic (a cui venne
però addossata la colpa della carneficina)42. Si tratterebbe cioè
dell'ennesima montatura per legittimare dinanzi all'opinione
pubblica la deposizione di Janukovich, in quanto indesiderato
agli occhi dell'UE e della Casa Bianca.
A fine febbraio, periodo dell'escalation di violenza a Kiev,
inizia a circolare una lettera di Rostislav Stepanovich Vasilko, il
primo segretario del Comitato regionale del partito comunista
ucraino nella città di Lvov: nella missiva si accusano i seguaci di
Bandera di aver collaborato al golpe e di aver sostenuto il go-
verno provvisorio di Arseniy Yatsenyuk che ha posizionato i
suoi uomini nelle poltrone-chiave dell'esecutivo. Nomi che
all'occidente sono ovviamente oscuri,

313
ma che rappresentano l'anatomia ultranazionalista della «nuova»
Ucraina e che, se si va a scavare a fondo, costituiscono l'esercito an-
cora in vita del defunto Stepan Bandera, la cui gigantografia è stata
srotolata sulla facciata del municipio di Kiev subito dopo la «presa»
dei manifestanti di piazza Maidan il 23 febbraio scorso. Ma la storia
non può essere messa nel cassetto ed è bene ricordare chi è Bandera,
osannato da molti come un «eroe» e un martire, tanto che nel 2010
l'ex presidente ucraino Viktor Yushchenko lo onora con la medaglia
postuma di «Eroe di Ucraina», su pressione proprio di Svoboda e dei
43
suoi adepti, che costituiscono la quarta forza politica del Paese .

Ancora una volta aleggia l'ombra di Bandera sulla rivolu-


zione «marrone». Scrive Anna Zafesova:

Per i russi, e per alcuni commentatori occidentali, la sua presenza


in forma di ritratto è il segno che sul Maidan si consuma una vendet-
ta storica contro la Russia, e che i militanti della piazza che oggi rie-
sumano la sua immagine sono «nazisti». Il personaggio è più che
controverso, e per la storiografia sovietica trasmigrata senza emen-
damenti nella propaganda russa è un nemico, un ammiratore di Hit-
ler, un carnefice spietato. La realtà è un po‟ più complessa (per una
ricerca si può cominciare da
http://en.wikipedia.org/wiki/Stepan_Bandera): originario della Galizia
ancora asburgica, aveva combattuto contro i polacchi, che l‟avevano
condannato all‟ergastolo, e dopo l‟annessione sovietica dell‟Ovest u-
craino contro i russi. Come tanti leader nazionalisti dell‟Est europeo
cercò l‟aiuto di Hitler contro Stalin, ma una settimana dopo aver pro-
clamato l‟Ucraina indipendente i tedeschi lo chiusero in un campo di
concentramento, contestandogli tra l‟altro «l‟indifferenza» verso gli
ebrei. Lo liberarono solo verso la fine della guerra, come alleato infi-
do ma indispensabile nella guerra contro i russi. Nel corso della sua
lotta armata (che proseguì in Galizia fino agli anni ‟50) ha combattuto
indifferentemente polacchi, russi, tedeschi e «bolscevichi ebrei», for-
nendo però anche rifugio e documenti falsi a molti ebrei in fuga. Per
l‟Ucraina occidentale è un padre della patria, per l‟Est e per i russi
giustifica l‟equazione «nazionalisti=nazisti» anche oggi44.

Se Bandera era un personaggio complesso, di cui a livello


storico non si può ricordare solo la parentesi di collaborazioni-
smo nazista, dall'altra i banderisti di oggi sono meno sfaccetta-
ti. Essi sono confluisti nel partito neonazista ucraino, Svoboda:
314
«i neonazisti di Svoboda sono rappresentati al governo dal vi-
cepremier, Oleksandr Sych, e da quattro ministri: alla Difesa
hanno Igor Tenjukh, all'Ambiente Andriy Mokhnik, all'Agricol-
tura Igor Shvajka e alla pubblica istruzione Sergej Kvit. Per la
cronaca, Oleksandr Sych ha tenuto il 4 febbraio scorso un di-
scorso in Parlamento nel quale sosteneva che "la dittatura fa-
scista è il modo migliore per governare un Paese"»45. Non solo.
Osserva Anna Mazzone dalla pagine di «Panorama»:

Oggi a Kiev la Storia torna a mostrare il suo sorriso marcio e


sdentato, con le foto di Oleh Tyahnybok, il capo supremo di Svobo-
da, che stringe sorridente la mano a Lady Ashton prima e a John
Kerry poi. Insomma, sembra proprio che in Ucraina le «uova del ser-
pente» nazista siano state covate a puntino e abbiano dato vita e
forza a squadroni di «pulcini», che adesso sono chiamati a gestire,
insieme agli altri dell'alleanza anti-Janukovich, i soldi che arrivano
dall'Europa (11 miliardi di euro), dagli Usa (1 miliardo di dollari) e dal
Fondo Monetario Internazionale (1 miliardo di dollari).
Per questi «pulcini» neonazisti, i russi e gli ebrei continuano a co-
stituire il grande nemico. Il 20 luglio del 2004 proprio Tyahnybok è
stato espulso dal gruppo parlamentare «La nostra Ucraina», dopo
aver tenuto un discorso sulla tomba di un comandante neonazista
della stirpe di Bandera, durante il quale aveva arringato i suoi seguaci
contro «la mafia russo-ebrea che tuttora governa l'Ucraina».
Ma gli strali del leader di Svoboda colpiscono anche i polacchi e,
sostanzialmente, tutti quelli che non possono vantare «puro sangue
ucraino». Un'idiozia palese, vista la composizione variegata della po-
polazione ucraina, ma - intanto - senza saper né leggere né scrivere
un rabbino ucraino, Moshe Reuven Azman, qualche giorno fa ha
messo in allarme la comunità ebraica, chiudendo le scuole e consi-
gliando agli ebrei di lasciare la città per non diventare «vittime del
caos». Pessimo segnale.
Ma, anche di fronte alle stringenti preoccupazioni degli ebrei
l'Europa e gli Usa sembrano preferire tenere la testa sotto la sabbia.
Perché? La verità è difficile da cogliere quando la foschia regna so-
vrana, ma è evidente che ci sono informazioni che vengono taciute,
da una parte e dall'altra. Appoggiare senza se e senza ma il governo
provvisorio di Kiev da parte degli Usa e dell'Europa potrebbe essere
46
un'imprudenza fatale, molto simile a quanto è già accaduto in Libia .

315
Esportare le rivoluzioni... made in USA

Mazzone osserva oggi come la modalità da parte della Ca-


sa Bianca di supportare i ribelli sul suolo straniero - anche a
costo di sostenere un golpe di stampo neonazista - non sia
nuova e che anzi riveli una continuità insospettata ai più con le
precedenti rivoluzioni che hanno scosso il Medio Oriente, cul-
minando con la cacciata e l'uccisione di Gheddafi.
Il giornalista Alfredo Macchi, che ha invece seguito in prima
linea le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia nel 2011, aveva già
documentato nel suo Rivoluzioni s.p.a. la regia occulta, il finan-
ziamento e l'addestramento di Washington:
Negli ultimi trent'anni a Washington è cresciuta una rete capillare
di organizzazioni governative e non governative, società ed enti, che
costituiscono una vera e propria diplomazia parallela, e in buona par-
te privata, che il Dipartimento di Stato e la CIA utilizzano per portare
a buon fine i propri piani strategici senza comparirvi ufficialmente 47.

In particolare Macchi dimostra, documenti alla mano, come

diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Bel-


grado e a Doha [in Qatar], hanno offerto assistenza agli attivisti. Al-
cuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si
possono intravedere la CIA o altri servizi segreti 48.

Con questa strategia (simile a quella utilizzata dalle orga-


nizzazioni legate a Stay Behind) il Governo americano avrebbe
manipolato le insurrezioni degli ultimi decenni, cambiando gli
equilibri geopolitici in base agli interessi di Washington, tanto
che nel 2008 Condoleeza Rice coniò il termine «Nuovo Medio
Oriente» per indicare l'ultimo tassello per la costituzione del
NWO: una regione che avrebbe dovuto assumere i connotati
richiesti dai poteri occulti in modo da ridisegnare un'area di
importanza strategica in vista dell'accerchiamento della Russia.

316
Ma soprattutto, una regione che si apra in maniera compatta al
libero mercato e alla globalizzazione:

Sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizio-


nali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è
una scelta obbligata per Washington. Un cambio di rotta, per gli Stati
Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma
che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremi-
49
ste più ostili .

Presente dal principio delle sommosse egiziane, Macchi os-


serva come

I ragazzi del Cairo sono preparati e organizzati per la battaglia;


nulla sembra scelto a caso, dall'abbigliamento alle scarpe. Molti han-
no addirittura maschere antigas e occhialetti da piscina per proteg-
gersi dai lacrimogeni. Alcuni in motorino si muovono avanti e indie-
tro per segnalare la posizione dei poliziotti. Quasi tutti hanno mac-
chine fotografiche e smartphone pronti a riprendere gli abusi degli
agenti50.

Non a caso a partire proprio dalla Tunisia, i leader deposti


credevano di essere protetti da Washington e di godere con
esso dell'appoggio dei paesi occidentali51.
Come fanno invece i manifestanti a essere così «preparati»
ed esperti di tecniche di disobbedienza civile e protesta non
violenta in modo da riuscire a portare al crollo di regimi in così
poco tempo?
I manifestanti sono entrati in possesso di manuali di «tatti-
ca di guerriglia urbana» con tanto di figure e schemi in arabo e
inglese. I capi dei movimenti sono stati arruolati e addestrati in
America e una volta tornati a casa hanno potuto insegnare le
tecniche di protesta civile per far crollare i governi in maniera
veloce ma «pacifica», ovvero senza l'uso della forza. Al centro
di questa rete di movimenti di protesta si pone il già citato O-
tpor!,

il movimento di protesta civile lontano dai tradizionali partiti, che


diverrà in breve protagonista della rivolta contro il dittatore serbo
317
Slobodan Milosevic. Il gruppo studentesco sceglie come simbolo un
pugno chiuso stilizzato su fondo nero e si dota dell'ironia come arma
principali52.

Queste tecniche sono state teorizzate da Srdja Popovic e


prima ancora dal politologo americano Gene Sharp.
Quest‟ultimo è stato duramente attaccato nel 2007 dal defunto
presidente venezuelano Hugo Chavez e nel 2008 dal regime
iraniano che in un video di propaganda l‟ha definito «un agen-
te della CIA».
Sharp parte dal presupposto che «che sia possibile preveni-
re la tirannia e lottare con successo contro le dittature senza
ricorrere a colossali bagni di sangue, e che sia possibile estir-
pare i regimi dittatoriali in modo che dalle loro ceneri ne sor-
gano di nuovi»53, ben sapendo che «la caduta di un regime
non sfocia nell‟utopia. Piuttosto apre la strada a un duro e fati-
coso lavoro per costruire relazioni sociali, economiche e politi-
che, sradicare altre forme di ingiustizia e oppressione»54.
Da questa speranza, l‟autore desume le azioni di ribellione
nonviolenta che si devono intraprendere in vista di una som-
mossa, che elenca come segue:

1) dileggio dei funzionari di regime;


2) marce, parate, cortei motorizzati;
3) boicottaggio da parte dei consumatori;
4) non collaborazione personale generalizzata;
5) ritiro totale dei depositi bancari;
6) disobbedienza civile contro leggi illegittime.

Queste azioni costituiscono la base della protesta non vio-


lenta, in quanto «la guerriglia non è una soluzione scontata,
soprattutto se si considera la sua tendenza a incrementare
paurosamente la quantità di vittime nella popolazione stessa
[...] Persino quando ha successo la guerriglia comporta conse-
guenze strutturali negative»55. Per questo Sharp è chiaro:

318
Per abbattere una dittatura nel modo più efficace e con perdite
minime, bisogna intervenire subito su quattro fronti:
- rafforzare la determinazione, la sicurezza nei propri mezzi e la
resistenza della popolazione oppressa;
- rafforzare i gruppi sociali indipendenti e le istituzioni di quella
stessa popolazione;
- creare una potente forza di resistenza interna;
56
- sviluppare e implementare un piano di liberazione .

Sharp spiega che l'esperienza così acquisita sul campo dai


ribelli permetterà alla protesta di espandersi come un'epide-
mia e divampare su larga scala57: come successo negli ultimi
quindici anni, in cui abbiamo assistito alla nascita di Otpor! e
alla diffusione dello schema serbo fino alla Primavera Araba.

Otpor!

Il libro nasce clandestino ma si diffonde velocemente su


internet in quasi trenta lingue. Nel ‟93 esce in Thailandia, due
anni dopo il regime birmano cerca inutilmente di contrastarne
la diffusione: nel 2005 chiunque venga trovato in possesso di
una copia del libello viene arrestato e condannato a sette anni
di prigione.
Durante il governo di Milošević una copia arriva anche a
Belgrado. Viene tradotta in serbo e adottata dal movimento
locale di resistenza, Otpor!. Il movimento giovanile di Belgrado
diventerà poi il punto di riferimento per il gruppo di protesta
egiziano nel 2011. Ma in entrambi i casi, spiega Macchi, tro-
viamo «finanziamenti milionari a questi gruppi studenteschi
che arrivano direttamente da Washington e da società di con-
sulenza che insegnano agli aspiranti rivoluzionari di ogni paese
attraverso veri e propri workshop».
Così il fondatore di Otpor! e poi dell'istituto Canvas (Center
for applied nonviolent action and strategies) con sede a Belgra-
do, Srdja Popovic, spiega: «Noi non insegniamo quando o per-
ché fare la rivoluzione, ma forniamo gli strumenti utili per or-

319
ganizzarla». Costoro infatti insegnano agli aspiranti attivisti «un
modus operandi basato sulla non violenza, la guerra psicologi-
ca e la manipolazione mediatica, che possiamo chiamare "me-
todo Canvas"».
Inoltre Srdja Popovic, e sua moglie sarebbero stati dipen-
denti di Stratfor, la società d‟intelligence privata del Texas. Se-
condo Carl Gibson e Steve Horn, che hanno studiato le email
di Stratfor svelate da Wikileaks e verificato i fatti con le parti
interessate, Popovic avrebbe inviato a Startfor sia la sua rubrica
che le copie delle email all‟insaputa dei suoi corrispondenti.
Così, l‟azienda è stata in contatto e ha spiato tutte le organiz-
zazioni militanti e, se necessario, evitato che venissero prepara-
te operazioni contro le multinazionali loro clienti.
Popovic avrebbe lavorato anche come consulente della so-
cietà, sviluppando anche un piano per rovesciare l'allora presi-
dente del Venezuela Hugo Chavez: come per la rivoluzione
bolscevica e prima ancora quella francese, dietro alle sommos-
se organizzate di piazza troviamo una regia occulta che muove
le proteste come pedine per scopi ben diversi da quelli civili, di
libertà e uguaglianza.
Nulla di più diverso, dunque, dall'idea romantica di rivolu-
zione che abbiamo appreso sui banchi di scuola, perché, come
osserva Macchi,

Le insurrezioni però non nascono quasi mai dal nulla, soprattutto


in zone con un controllo poliziesco capillare come il Nord Africa e il
Medio Oriente. Dietro a cortei e proteste c'è il lavoro faticoso, ri-
schioso e spesso ricco di delusioni di pochi attivisti. E c'è anche lo
zampino di chi, dall'interno e dall'esterno, li aiuta, li finanzia e li indi-
rizza. Qualcuno insomma che ha interesse a soffiare sul fuoco del
malcontento, ad alimentarlo e a spingerlo verso esiti in certi casi ben
diversi da quelli che sogna chi manifesta58.

Nel caso della rivolta contro Milošević,

Il piccolo e combattivo gruppo studentesco Otpor! riceve anche


importanti finanziamenti da benefattori negli Stati Uniti per centinaia
di migliaia di dollari, confermati da alcuni ex leader della formazione

320
serba. I soldi arrivano a Belgrado attraverso una rete inestricabile di
fondazioni e organizzazioni americane, finanziate a loro volta dal go-
verno di Washington. Andando a spulciare i bilanci ufficiali si scopre
per esempio che il National Endowment for Democracy, diretta ema-
nazione del Congresso degli Stati Uniti, ha effetto donazioni ad O-
tpor! per 237 mila dollari nel 2000. Una delle varie associazioni non
governative coinvolte nel sostegno all'opposizione serba in nome
della «democrazia» ha un nome evocativo, Freedom House e dopo la
caduta di Milosevic assume due attvisti di Otpor!, Alexander Maric e
Stanko Lazendic come consulenti per i movimenti in Ucraina e Bielo-
59
russia .

Arriviamo così alle insurrezioni in Medio Oriente del 2011 e


ancora alle proteste degli indignados e di Occupy Wall Street
tra i quali si infiltrano e confondono proprio gli attivisti di O-
tpor!. Anche questi ultimi due gruppi, infatti, hanno utilizzato
in maniera massiccia i social network per organizzare le prote-
ste e attirare il più vasto numero di partecipanti.
Tra i progetti della citata Freedom House, inoltre,
c'è un programma mirato a diffondere tra gli attivisti pro-
democrazia le opportunità offerte dai media digitali e dalla rete web.
Si tratta di un network globale, dove scambiarsi esperienze e cono-
scenze, parlare di tecnologie per aggirare la censura e confrontarsi
sugli ultimi software in grado di superare i controlli messi in atto sul
web dai vari regimi. Alla guida del progetto c'è Robert Guerra, perso-
naggio molto attivo su Twitter durante la rivolta tunisina, accusato
dai giornali cubani di essere vicino alla CIA, per la sua partecipazion-
me all'«Operazione surf», nel gennaio 2007, il tentativo di introdurre
nell'isola caraibica parabole satelliatri per collegarsi clandestinamente
a Internet, camuffate da tavole per cavalcare le onde. Iniziativa fallita
a causa del doppio gioco di un agente dell'Avana. Il primo aprile dle
2009 Freedom House lancia Freedom in Net, un monitoraggio delle
censure operate dai governi sul web. Tra i primi paesi messi sotto os-
servazione ci sono Cuba, Cina, Russia, Iran, Tunisia ed Egitto 60.

Da notare inoltre che tra «le fondazioni e organizzazioni


americane finanziate a loro volta da Washington», citate da
Macchi, troviamo: la Fondazione Adenauer, la United States

321
Agency for International Development e l'Open Society Institute
dell'onnipresente magnate mondialista George Soros.
Lo scopo di questi ingenti finanziamenti, che risalgono co-
me vedremo tra poco all'amministrazione Reagan
è quello di diffondere una «democrazia aperta al libero mercato»
e di creare una classe «amica» nei paesi strategicamente rilevanti. Se
nei primi anni l'attenzione è rivolta soprattutto al Sud America,
nell'ultimo decennio spazia ovunque. [...] Nel 2010 hanno ricevuto
milioni di dollari molti dei paesi che hanno visto nei mesi successivi
esplodere le proteste della Primavera Araba. Analizzando l'elenco si
scopre che in Tunisia sono stati donati 183 mila dollari al Center for
International Private Enterprise «per promuovere l'adozione dei prin-
cipi di buona dirigenza aziendale tra le società e reponsabilità limita-
tanel settore privato tunisino». Trentamila dollari sono andati al Mo-
hamed Ali Center for Reserach, Studies and Training «per rafforzare
la capacità dei giovani attivisti della società civile nella gestione e
amministrazione di organizzazioni non governative».
In Egitto le cifre sono molto più cospicue. Oltre un milione di dol-
lari al Center for International Private Enterpris: per la precisione, set-
tecentocinquantamila per «promuovere la governance democratica
nelle istituzioni egiziane», duecentomila per «costruire consenso sulle
priorità della riforma della business community» e centonovantamila
per coinvolgere «le organizzazioni della società civile nella partecipa-
zione al processo democratico, rafforzando la loro capacità di soste-
gno alla riforma legislativa in favore del libero mercato»61.

Queste organizzazioni possono così operare alla luce del


sole anche nel finanziare i movimenti di protesta contro i go-
verni ostili a Washington o semplicemente ostili al libero mer-
cato e alla costituzione del Nuovo Ordine Mondiale: in questo
modo gli USA non devono ricorrere ai finanziamenti coperti
della CIA che possono essere scoperti e destare scandalo, co-
me nel caso dei mujaheddin (talebani) in Afghanistan.
La Freedom House riceve la maggior parte dei suoi finan-
ziamenti dal NED, il National Endowment for Democracy, «una
società privata e senza scopo di lucro, una sorta di cassa depo-
sito con sede al 1025 F Street NW, Suite 800 di Washington,
con una dote annuale che attualmente sfiora i 100 milioni di

322
dollari, da destinarsi al sostegno della democrazia (americana)
nel mondo».
L'operato occulto di queste organizzazioni dimostra come
la teoria alla base della dottrina della guerra preventiva non sia
nata esattamente con Bush e soprattutto non sia finita con la
sua amministrazione. Anzi, con il governo democratico Obama,
le tecniche per promuovere la «democrazia» americana nel
mondo si sono semplicemente affinate: invece di basarsi sulla
forza, prediligono ora finanziamenti, pressioni, manipolazioni
di massa.
Il progetto degli aiuti internazionali in questa forma risale
come anticipato a Ronald Reagan: grazie alla costituzione di
una rete di associazioni non governative, che si suppone erro-
neamente essere indipendente da Washington, il Governo a-
mericano controlla attivamente dal 1981 la politica estera, sen-
za dover più ricorrere ai fondi neri della CIA. Grossi scandali,
infatti, avevano portato alla luce
decenni di manipolazioni e operazioni non convenzionali svolte
all'estero, in particolare in Sud America e in Asia, dalla più importante
agenzia spionistica di Washington, la CIA. La diffusione di queste car-
te segrete ha creato non pochi malumori tra gli stessi alleati degli
Stati Uniti e una valanga di critiche sulla stampa. Il neo Presidente
[Reagan] si mette subito al lavoro con un team di esperti per indivi-
duare nuovi e più discreti strumenti per questo genere di operazioni,
in modo da non coinvolgere direttamente e ufficialmente né la Casa
Bianca né i servizi segreti62.

Dal 1982 la NED distribuisce il suo budget a quattro grandi


organizzazioni: IRI, vicino al partito Repubblicano, NDI, vicino
al partito Democratico, ACILS, che fa riferimento ai sindacati,
CIPE, affiliato alla Camera di Commercio statunitense. In que-
sto modo tutti i fronti sono finanziati e quindi «coperti», a di-
mostrazione della virtualità degli schieramenti politici.
L'ACILS tra l'altro, lavorando a stretto contatto con i sinda-
cati venezuelani CTV, è stato coinvolto nel fallito golpe contro il
Presidente Hugo Chavez. Il fallimento del colpo di stato milita-

323
re rese pubblico il coinvolgimento, seppur ufficioso, della Casa
Bianca nella destituzione del leader venezuelano, creando non
pochi imbarazzi a Washington che aveva sottovalutato la fe-
deltà dell'esercito e del popolo a Chavez.
Ma nel corso degli anni il NED
ha finanziato circa sei mila organizzazioni politiche e sociali nel
mondo, compresi istituti di ricerca e di sondaggi elettorali, dal sinda-
cato polacco Solidarnosc al movimento Carta11 in Cecoslovacchia, da
media come RadioB92 in Serbia ai nuovi quotidiani venuti alla luce
dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq.
Il NED aiuta indirettamente, finanziando organizzazioni che a loro
volta li sostengono, singoli candidati alle elezioni di vari paesi, do-
tandoli di maggiori possibilità di spesa rispetto ai concorrenti e inter-
ferendo così, di fatto, con il libero e democratico svolgimento delle
competizioni elettorali. Alan Weinstein, uno degli uomini incaricato
dal Presidente Reagan di fondare il NED, in un'intervista al Washin-
gton Post il 22 settembre 1991 afferma: «molto di quello che faccia-
63
mo veniva fatto 25 anni fa di nascosto dalla CIA» .

Tutto ebbe inizio con Reagan

Con l'insediamento di Reagan (nel 1981) la politica estera


americana imboccò infatti una strada più vicina alle lobby, i-
naugurando cioè una politica estera di facciata all'insegna
dell'intrigo e della corporatocrazia:

Reagan, viceversa, era senz'altro un costruttore dell'impero glo-


bale, un servitore della corporatocrazia. Quando fu eletto, mi sembrò
appropriato che fosse un attore hollywoodiano, un uomo abituato a
seguire gli ordini dei grandi produttori, uno che sapeva obbedire.
Quella sarebbe stata la cifra distintiva. Avrebbe servito i funzionari
che facevano la spola tra i piani alti delle corporation, i consigli di
amministrazione delle banche e i palazzi del governo. Avrebbe servi-
to i funzionari che apparentemente erano a lui sottoposti ma che in
realtà controllavano il governo, uomini come il vicepresidente Geor-
ge H. W. Bush, il segretario di Stato George Schultz, il segretario della
difesa Caspar Weinsenberg, Dick Cheney, Richard Helms e Robert
McNamara. Avrebbe perorato le cause sostenute da quegli uomini:

324
un'America che controllasse il mondo che obbedisse agli ordini
dell'America, un esercito statunitense che facesse rispettare le regole
dettate dall'America e un sistema commerciale e bancario interna-
zionale che sostenesse il ruolo dell'America come dirigente suprema
64
dell'impero globale .

La costituzione dell'impero globale è passata così attraver-


so la strada dei finanziamenti di organizzazioni e fondazioni
non governative legate però in modo occulto a lobby e Casa
Bianca:
Ne risulta un complesso intreccio tra fondazioni private, spesso
finanziate dal Congresso, ai cui vertici siedono personaggi di primo
piano della vita pubblica, ed istituzioni direttamente create da Wa-
shington, con alla testa privati cittadini ma sovvenzionate da gruppi
industriali. Una sorta di gioco delle scatole cinesi, nel quale è facile
smarrire la via dei dollari. La politica estera americana è anche il risul-
tato dei rapporti di forza di questo sistema, dominato da una plurali-
tà di centri di potere e dall'intreccio di interessi pubblici e privati, che
si muovono però all'unisono in nome della «democrazia» e degli in-
teressi fondamentali della Patria65.

Si comincia come abbiamo visto in Serbia con Otpor!


nell'ottobre del 2000 e si esporta il modello di finanziamento
dei gruppi rivoluzionari agli altri paesi con le rivoluzioni avve-
nute dal 2000 al 2008 nell'ex Unione Sovietica fino al Medio
Oriente con Tunisia, Egitto, Yemen, Libia, Iran, Siria nella pri-
mavera del 2011, la Russia, infine l'Ucraina.
Coma ha spiegato in un'intervista al New York Times il di-
rettore esecutivo del Project on Middle East Democracy di Wa-
shington, Stephen McInerney, la rivoluzione è stata «una loro
scelta. Noi non li abbiamo finanziati e aiutati per scatenare la
protesta, li abbiamo sostenuti nello sviluppare le capacità or-
ganizzative di mobilitazione», che in fondo è la stessa cosa.
Non a caso sul sito del POMED troviamo teorizzata la «priorità
strategica» di indurre riforme democratiche in Medio Oriente.
Se l'esito delle precedenti Rivoluzioni Colorate è stato
«quasi sempre quello di rafforzare la politica americana e della

325
NATO ai confini di Mosca, assicurando a Washington impor-
tanti basi militari in posizione strategica e l'accesso ai corridoi
energetici nel cuore dell'Eurasia», quello delle rivoluzioni arabe
ha visto operare la strategia della tensione che ha portato a
destabilizzare gli equilibri della regione in vista di nuovi inse-
diamenti vicini a Washington ma, soprattutto, aperti al libero
mercato e all'impero globale di cui ha parlato diffusamente l'ex
banchiere John Perkins, autore del bestseller autobiografico,
Confessioni di un sicario dell'economia.
«I sicari dell‟economia», scrive Perkins, «sono professionisti
ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a
diversi paesi in tutto il mondo. I loro metodi comprendono il
falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e
omicidi».
Il lavoro di un sicario dell'economia consiste nel convincere
paesi strategicamente importanti per gli Stati Uniti – come I-
raq, Indonesia, Panama, Arabia Saudita, Iran – ad attuare politi-
che favorevoli agli interessi del governo e multinazionali ame-
ricane (che spesso comprendono nei propri consigli di ammi-
nistrazioni Presidenti, Ministri, Segretari di Stato...).
Quando il lavoro di un sicario dell'economia fallisce, spiega
Perkins, entrano in scena gli «sciacalli» (che con falsi «inciden-
ti» sopprimono fisicamente coloro che ostacolano il processo
di globalizzazione). Nel caso del mancato successo anche dei
sicari, tocca agli eserciti eliminare coloro che si sono macchiati
della colpa di essersi rifiutati di asservirsi a Washington: per fa-
re questo si devono creare le condizioni per giustificare un in-
tervento bellico, oppure finanziare le opposizioni al governo
nel Paese che si intende abbattere arrivando anche a sostenere
economicamente e mediaticamente gli estremisti. Come spie-
gava Nour, qualunque mezzo è giustificato per «rimpiazzare» i
regimi nemici. L'elenco è lungo e tocca simili finanziamenti in
Libia, Yemen, Iran. Alla luce di queste cifre Macchi commenta,
Come si può vedere, c'è stata una vera pioggia di dollari ad or-
ganizzazioni della società civile, attive in molti campi e in diversi pae-

326
si, indubbiamente giustificata da ottimi propositi, ma in ogni caso in-
trusiva nella politica interna di molti Paesi. Forse i veri dittatori, che di
fronte alle ribellioni delle piazze denunciano «ingerenze straniere»
nei loro affari, non hanno poi tutti i torti. Che succederebbe se gli
Stati Uniti scoprissero che paesi stranieri finanziano organizzazioni
impegnate nel vigilare il rispetto dei diritti umani o blogger e attivisti
per addestrarli ad aggirare i loro sistemi di sicurezza? 66

Dai social network ad Anonymous

Un elemento comune al nuovo paradigma di protesta è la


presenza costante di cellulari e smartphone in grado di ripren-
dere manifestazioni o atti di disobbedienza civile e le conse-
guenti reazioni delle forze dell'ordine.
Si può dire pertanto che le recenti rivoluzioni o proteste
come quelle degli Indignados e Occupy Wall Street hanno avu-
to come colonna portante un uso capillare dei social network –
facebook e twitter su tutti – per veicolare immagini, video e
dare appuntamenti o informazioni utili ai manifestanti. Il pas-
saggio delle proteste dal mondo virtuale dei social network è
facile e utile per convogliare il più alto numero di persone. Così

un interessante studio dell'Università di Washington, che ha pre-


so in esame tutto quello che è passato in rete nei giorni delle rivolte
tunisina ed egiziana, compresi tre milioni di tweet, è arrivato alla con-
clusione che i social media sono stati fondamentali. Secondo i ricer-
catori si riscontra un picco nelle conversazioni politiche on-line prima
di ogni manifestazione di rilievo e il web ha favorito il propagarsi del-
67
le idee democratiche oltre le frontiere .

Ma un aspetto che lo studio in questione non rivela è l'at-


tenzione che i servizi segreti rivolgono al mondo del web e dei
social network: da un lato essi provvedono ad un controllo di
post e tweet anti regime che sfora sovente nella censura,
dall'altro consentono ai governi di manipolare e disinformare
le masse facendo ricorso a notizie false e profili fittizi.

327
La cronaca ha evidenziato non solo le comodità che il web
e in particolare i social network ci offrono, ma anche i limiti di
un nuovo stile di vita che impone di essere sempre «connessi».
Al di là dell'evidente spersonalizzazione dell'individuo che pas-
sa più tempo a «cinguettare», chattare o postare contenuti in
rete, dedicando sempre più spazio alla «digitalizzazione» che
alla vita reale, si deve considerare che tale comportamento of-
fre ai Poteri e in particolare ai servizi segreti la possibilità gra-
tuita di scandagliare nelle vite di ogni cittadino scavalcando
qualunque limitazione della privacy e accedere ai dati persona-
li.
In che modo? Basta semplicemente entrare in possesso dei
contenuti che ogni utente pubblica sul proprio profilo in rete,
traendo un quadro approfondito di pensiero, abitudine, posi-
zione, status, abitudini, etc.
Non c'è bisogno del Grande Fratello che spia ogni nostro
movimento se siamo noi stessi i primi a condividerlo con un
tweet. Anche su questo fronte aveva ragione Aldous Huxley:
accompagnando «dolcemente» le masse con «miracoli e cir-
censi» ad accogliere dei metodi di restrizione della privacy,
queste accettano un maggiore controllo senza neppure accor-
gersene e senza dover adottare un metodo coercitivo.
Una parte del lavoro di raccolta di dati da parte
dell'intelligence avviene infatti sulle cosiddette «fonti aperte»,
da qui il nome Open Source Intelligence (OSINT). Spiega Aldo
Giannuli:

Il boom dell'OSINT iniziò a determinarsi negli anni Novanta con


l'esplosione di internet; decine e poi in breve tempo centinaia di mi-
lioni di computer connessi tra loro da una rete che cresce con ritmi
esponenziali [...] Questo ha fatto di internet il maggior medium mon-
diale, attraverso il quale passa la maggior parte dei flussi informativi.
Ma questo ha portato con sé anche un altro fattore di evoluzione: il
TAL (trattamento automatico della lingua). [...] Il TAL consente, attra-
verso programmi molto evoluti, di ridurre a pacchetti concentrati di
notizie le grandi masse di informazioni che è possibile ottenere attra-
verso la «pesca a strascico» nei social network. In questo modo – e

328
applicando le teorie del collective behavior – è possibile calcolare
l'andamento delle simpatie elettorali, le reazioni di panico o di eufo-
ria dei consumatori o dei piccoli investitori, il possibile successo di un
libro o di un film, persino l'emergere di determinate mode ecc. E non
c'è bisogno di intercettare alcunché: è sufficiente chiedere e ottenere
l'amicizia del numero più esteso possibile di contatti per accedere, in
modo del tutto legittimo, a tutte le informazioni che si cercano. Un
68
classico lavoro da OSINT .

A conferma dell'analisi di Giannuli riportiamo le dichiara-


zioni di Eric Emerson Schmidt, amministratore delegato di Go-
ogle dal 2001 al 2010 e ora presidente del consiglio di ammini-
strazione del Gruppo:

Non abbiamo bisogno che voi scriviate qualcosa. Sappiamo dove


siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo più o meno sapere a cosa
state pensando. Di fatto credo che molte persone non vogliono che
Google risponda alle loro domande. [...] Essi vogliono che Google di-
ca loro cosa devono fare dopo. Sappiamo tutto ciò che state facendo
e il governo può seguirvi. Sapremo costantemente la vostra posizio-
ne fino all‟ultimo centimetro. La vostra macchina si guiderà da sola, è
stato un errore che le macchine siano state inventate prima dei com-
puter... voi non siete mai soli, non siete mai annoiati... 69

Schmidt è entrato anche far parte attivamente del Gruppo


Bilderberg, dimostrando come Google stia esercitando una
crescente influenza sui governi britannici e americani. In tal
modo, spiega Olga Chetverikova,

L'interferenza di Google negli affari interni delle nazioni europee


è diventata così attiva che anche la Commissione Europea ha fatto
recentemente un'indagine sul suo abuso della sua posizione di do-
minio nel mercato di servizi di informazione.
Lo stesso capo di Google non ha mai nascosto la sua ambizione
di controllare totalmente la società; egli ha parlato a questo riguardo
diverse volte nei suoi discorsi, enfatizzando che la privacy è un relitto
del passato e che ha in progetto di trasformare Google nell'ultimo
Grande Fratello che fa sembrare 1984 di George Orwell una favola
per bambini70.

329
«Ciò è reso più semplice – continua la Chetverikova - dal
fatto che Eric Schmidt è membro del US President‟s Council of
Advisors on Science and Technology, capo della New America
Foundation senza fini di lucro, ed è stato un consulente e
sponsor delle campagne presidenziali di Obama. Gli è stata
addirittura offerta la carica di segretario del Tesoro america-
no».
Secondo Chetverikova, il passaggio dalla digitalizzazione
dell'individuo al Transumanesimo71 sarebbe infatti un punto
fondamentale dell'Agenda del Club Bilderberg:
Una fonte interna del sito alternativo infowars.com ha fornito in-
formazioni più dettagliate sull'agenda, dicendo che due gruppi di
tematiche sarebbero state discusse nell'incontro. Il primo ha a che
vedere con i problemi economici [...]
Il secondo gruppo di argomenti è più esteso e tocca problemi di
controllo militare, politico e psicologico: attaccare i siti nucleari in I-
ran se non riduce i suoi programmi in tre anni, prolungare la guerra
in Siria armando l'opposizione, la minaccia di una pandemia mondia-
le (considerando che i laboratori di Bilderberg stanno lavorando alla
diffusione di virus), controllare la stampa 3D, controllo statale di
internet per raggiungere flessibilità cibernetica (una vecchia idea di
Bill Clinton) e creare «città intelligenti», capaci di osservare tutti gli
aspetti della vita e del comportamento della popolazione, ovvero,
creare un sistema di sorveglianza totale.
Per raggiungere questi obiettivi, la sfera tecnocratica deve essere
ristrutturata velocemente, cosa che sta accadendo di fronte ai nostri
occhi. Come hanno fatto notare gli autori di infowars.com Paul Jo-
seph e Alex Jones, il gruppo Bilderberg, come altre organizzazioni
ombra, è entrato in un periodo di seria trasformazione; ha formato
un'unione con Google sotto il controllo del suo amministratore dele-
gato, Eric Emerson Schmidt, che partecipa regolarmente agli incontri
del gruppo [...]
Mentre i Bilderberg hanno la reputazione di cospiratori, Google
può controllare le cose apertamente, dal momento che è presuppo-
sto nella sua funzione stessa di essere un fornitore di servizi d'infor-
mazione. Ciò vuol dire, sotto le spoglie di una compagnia democrati-
ca e addirittura filantropica c'è un'organizzazione totalitaria che i
giornalisti indipendenti hanno già chiamato «Google-Berg» («Bilder-
berg è... stato riproposto come Google-Berg»).

330
Google si è rivelato essere un modo altamente conveniente per
mascherare le operazioni delle agenzie di intelligence. Come hanno
scoperto gli stessi investigatori indipendenti, i principali organizzatori
della «Primavera Araba», che ha preso le sembianze di disturbo civile,
erano reclutati da Google e hanno partecipato alle conferenze
Zeitgeist al Grove. È ben documentato, per esempio, che l'uomo re-
sponsabile dell‟impulso alla rivoluzione in Egitto, che ha portato
all'insediamento della dittatura dei fratelli musulmani, era il capo di
Google del marketing nel medio Oriente e nord Africa, l'egiziano
Wael Ghonim. Eric Schmidt sostiene che è orgoglioso di ciò che ha
fatto Ghonim, e enfatizza che l'uso di Facebook, Twitter e strumenti
telematici per far partire le proteste in Egitto è «un buon esempio di
72
trasparenza» .

Un altro fenomeno che è assurto a fama mondiale durante


e dopo le rivolte arabe è stato il gruppo collettivo di hacker
denominato Anonymous, noto per avere come simbolo la ma-
schera di Guy Fawkes, il cospiratore inglese del diciassettesimo
secolo, indossata anche dal protagonista del film dei fratelli
Wachowsky, V per Vendetta. Questa Quinta colonna cyberneti-
ca ha offerto in diverse occasioni il proprio sostegno alla Pri-
mavera Araba attaccando i siti governativi tunisini ed egiziani
nei giorni più caldi delle proteste e diffondendo in rete i ma-
nuali di autodifesa e di guerriglia urbana in diverse lingue, tra
cui anche l'arabo.
I rappresentanti dei Fratelli Musulmani non hanno solo be-
neficiato di ingenti finanziamenti ma, come riferito il 6 novem-
bre 2011 da Al Dyinar, si sarebbero incontrati numerose volte –
a partire dall'11/9 – con uomini della CIA. In uno di questi in-
contri sarebbe stato presente il numero uno dei servizi segreti
americani, David Petraeus, allo scopo di convincere la Fratel-
lanza a contrastare i gruppi estremisti.
Questo genere di incontri – e l'insediamento recente della
Fratellanza al potere in regioni come la Libia – dimostra come
«tra Washington e l'organizzazione islamica non ci sarebbe poi
tutta questa distanza. L'ideologia dei Fratelli Musulmani, da
una parte vicina ai movimenti salafiti e sunniti, dall'altra ostile

331
ai gruppi estremisti sciiti, ismailiti e alawiti, è un'occasione per
farne un potenziale alleato nella lotta all'estremismo»73.
Il pericolo di una manipolazione da parte dei servizi dei di-
versi Paesi esiste ed è stata accertata da diversi ricercatori: in
questo senso il controllo dei social network – attraverso mani-
polazione o all'opposto censura - sta diventando fondamenta-
le per i regimi autoritari.
Già Lenin aveva sostenuto che i rivoluzionari dovevano es-
sere dei «professionisti della politica», cioè degli esperti orga-
nizzatori di movimenti di massa, e per tale ragione riteneva che
dovessero esercitare le loro mansioni (agitazione, propaganda,
attività culturale, politica, sindacale ecc.) a tempo pieno, sti-
pendiati in un certo senso dalle stesse masse che, grazie a
questa leadership competente, sarebbero dovute andare al po-
tere.
Dal giornalismo spettacolo e dalla virtualità del web nasce
così un altro fenomeno, quello delle agenzie di comunicazione
che – come nella guerra del Golfo e poi in Serbia – vengono
utilizzate da un determinato governo per diffondere e mettere
in risalto la tesi di una delle due parti del conflitto. Queste so-
cietà di pubbliche relazioni ibride si occupano cioè di creare in
modo virtuale l'informazione rendendo verosimile la realtà e
offrendo così degli spaccati unilaterali e addirittura fittizi degli
avvenimenti, in modo da influenzare l'opinione a sostegno di
una delle due parti del conflitto. Queste stesse PR sono dispo-
nibili a organizzare mobilitazioni sui social network da profili
fittizi o tramite una rete di blogger e utenti a libro paga, utiliz-
zando anche software sofisticati in grado di generare migliaia
di contatti, adesioni o tweet, dimostrando ancora una volta la
virtualità del sistema mediatico e la facilità con la quale – con i
giusti finanziamenti – si può manipolare e influenzare l'opinio-
ne pubblica.

332
Siria: le quattro mosse per far cadere Damasco

L‟ex inviato in Medio Oriente sotto cinque amministrazioni


democratiche e repubblicane, già assistente speciale di Obama
nella zona e per un anno consigliere speciale del Segretario di
Stato Hillary Clinton sull‟Iran, Dennis Ross, aveva chiarito
nell'estate del 2012 la strategia di Washington per far cadere
Assad senza abbracciare l‟intervento militare:

un intervento militare sul modello della Libia non è praticabile,


per varie ragioni. La Russia si oppone, e questo impedisce il consenso
su una risoluzione all‟Onu. La Siria ha difese aeree molto più attrezza-
te e sofisticate, e quindi l‟operazione sarebbe più difficile. L‟Europa in
Libia ha quasi esaurito le sue scorte di armi di precisione, e in sostan-
za rischieremmo di provocare una lunga guerra civile 74.

Partendo da queste premesse, Ross aveva contemplato


quattro mosse per accelerare la fine del regime di Damasco:

Primo, spingere Mosca ad abbandonarlo, offrendo a Putin la pos-


sibilità di rivendicare il merito della caduta, e chiedendo agli arabi di
porre il Cremlino davanti alla scelta netta tra la loro amicizia e quella
con Assad. Secondo, far capire agli alawiti che hanno un futuro anche
senza Assad, e quindi lui ha torto quando dice che devono combat-
tere col regime fino alla morte perché non esistono alternative. Ter-
zo, costituire una zona di sicurezza nel Nord del Paese con
l‟appoggio della Turchia. Quarto, costringere l‟opposizione a prende-
re una posizione unitaria75.

Ross sembrava quindi paventare la caduta imminente del


regime, mentre sul fronte Iran tutto dipende invece dalla vo-
lontà di Israele di bruciare le tappe per dichiarare guerra a Te-
heran, decisione che trascinerebbe inevitabilmente anche USA
ed Europa nel conflitto:

Noi americani possiamo aspettare più a lungo, per vedere se le


sanzioni funzionano [...] gli israeliani hanno più fretta, e per evitare la
guerra bisogna ottenere risultati prima. [...] La chiave, da parte ameri-
cana, è parlare con gli iraniani, offrire loro una via d‟uscita per salvare

333
la faccia, ma essere molto chiari sul fatto che non accetteremo mai
l‟atomica76.

Ross ammetteva cioè che Israele avrebbe spinto per


l‟intervento già per ottobre del 2012, mentre Washington a-
vrebbe cercato di frenare l‟impazienza sionista attraverso for-
me di mediazione diplomatica. Se Washington si trova dunque
a cercare di frenare la bellicosità di Israele, il nodo più com-
plesso da sciogliere per la Casa Bianca rimane l‟opposizione
della Russia all‟interventismo. Putin infatti si oppone con forza
all‟intervento in Iran e Siria e più in generale al progetto di in-
staurazione del NWO.

Assad denuncia il complotto

Sul fronte siriano, rimarrebbe, stando alle parole di Ross, la


via della diplomazia con la Russia e la costituzione di
un‟opposizione unitaria e forte all‟interno del Paese. Anche per
questo Assad ha denunciato l‟esistenza di un vero e proprio
complotto per screditare a livello internazionale il suo regime.
Il giornalista Djerrad Amar concorda con Assad:

La destabilizzazione di questo paese [Siria] entra nel quadro di un


progetto di smembramento del mondo arabo su basi etniche, tribali
o confessionali, ispirato dal Piano Yinon del 1982. Nel suo caso si
prevede di ricostituire le federazioni del tempo del mandato france-
se, create dal generale Gouraud nel 1920, vale a dire gli Stati di Da-
masco, Aleppo, Alauiti e Drusi, che furono un fallimento.
Di conseguenza tutti i mezzi, anche i più abietti, sono permessi
per raggiungere questo obiettivo. La disinformazione costituisce il
metodo terribile per manipolare le coscienze. Tutti i loro
[dell‟opposizione guidata indirettamente da Washington] articoli, re-
portage, rendiconti e «info» ci svelano, ogni giorno di più, i dettagli e
i segreti della loro cospirazione.
La Siria, paese della resistenza contro il sionismo e l‟egemonia
USA, è dunque bene immunizzata, dalla propria esperienza, nei con-
fronti della manipolazione e della sovversione, tanto più che gli o-
biettivi dei nemici sono chiari e dichiarati e i loro mezzi individuati. Il
334
suo esercito è forte e coerente, il popolo unito e istruito. […] Dopo
avere utilizzato, senza successo, ogni possibile astuzia, eccoli usare la
loro ultima carta politica prima del suono della campana che annun-
cerà il fallimento di ogni loro strategia in questa regione ed oltre.
La missione di Kofi Annan [che ha evocato una «guerra a tutto
campo»] non è che l‟espressione del fallimento dei loro progetti nel
Medio Oriente contro il baluardo di Damasco – che costituiva una
tappa decisiva che ha come obiettivo l‟influenza crescente dell‟Iran
(alleato della Siria) che disturba i loro piani geo-strategici per spezza-
re l‟asse Cina-Russia-Iran, organizzati nel blocco denominato BRICS –
certamente l‟ultimo tentativo/tattica per giustificare la necessità di
«andare in soccorso dei civili» con un intervento militare internazio-
nale legalizzato dall‟ONU. L‟ultimo, dopo che quello della «Lega ara-
77
ba» era fallito a vantaggio della Siria .

Il «progetto di distruzione del Paese» a cui alludeva Assad


troverebbe conferma nella manipolazione mediatica di notizie
relative al regime siriano e alle stragi commesse in questa re-
gione. In questo senso, chiarisce Amar:
La scappatoia [dei media] di citare come fonte l‟Osservatorio si-
riano per i diritti dell‟uomo (OSDH), con sede a Londra, che fornisce
informazioni a molti media occidentali, è un altro grosso imbroglio
che i media conoscono perfettamente come un artificio. Questo
OSDH, che non esiste da nessun‟altra parte, è stato creato dalla CIA
per necessità strategiche. Secondo Alexandre Loukachevitch, il porta-
voce del ministero russo degli Affari esteri, questo osservatorio è co-
stituito da due sole persone: il direttore e il suo segretario-interprete.
È diretto da un certo Rami Abdel Rahmane, che «non possiede né
formazione giornalistica né giuridica e neppure istruzione seconda-
ria». Nel corso di un‟intervista accordata ai media nel novembre scor-
so, ha rivelato che questo Rami «risiedeva permanentemente a Lon-
dra, era cittadino inglese ed esercitava il mestiere di imprenditore
(proprietario di uno snack bar)». Loukachevitch sottolinea anche che
gli operatori dell‟OSDH evitano ogni contatto coi diplomatici russi.
Malauguratamente numerosi media, che fanno opinione soprat-
tutto nei paesi arabi, si sono trasformati in megafoni della loro pro-
paganda ripetendo, come pappagalli, le loro informazioni: anche se
servono gli interessi del loro paese, in più pagando 78.

335
Fatto sta che la Siria non ha, come l'Iran (o Israele), un pro-
getto di armamento nucleare, né sembra intenzionata a svi-
lupparne uno nel prossimo futuro. Spiega Paolo Sensini:

L'imputazione che gli [alla Siria, n.d.a] viene spesso mossa è quel-
la di avere stretti rapporti con organizzazioni come Hezbollha e Ha-
mas (con quest'ultima, in realtà il sodalizio si è interrotto dopo lo
scoppio della cosiddetta «primavera Araba»), organizzazioni che Isra-
ele definisce senza mezzi termini come «terroriste» ma che, tuttavia,
godono di una loro legittimità politico-istituzionale essendo state vo-
tate in regolari competizioni elettorali da vaste fasce di cittadini sia in
Libano che a Gaza. Ma c'è democrazia e democrazia, si sa, e alcune
79
sono meno uguali di altre .

Inoltre, al contrario di quanto ha cercato di sostenere Wa-


shington (secondo cui il regime di Assad comprerebbe petrolio
dai gruppi di Al Nusra e Isis per indebolire i ribelli)80, la Siria è
un paese laico (ricordiamo l'apprezzamento pronunciato da
Napolitano alla presenza di Assad nel marzo 2011 per «l'e-
sempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medio orien-
te»81), multietnico e ha sempre combattuto contro i fondamen-
talismi del calibro di Al Qaeda, fornendo anche informazioni di
intelligence su Osama bin Laden all'amministrazione Bush
all'indomani dell'Undici Settembre.
I suoi rapporti, inoltre, con Paesi quali gli USA o l'Italia sono
stati buoni in passato, mentre è con Israele che la Siria ha avu-
to problemi fin dalla sua fondazione nel 1948, come ricorda
ancora Sensini:

Per quanto attiene Israele, invece, i rapporti con la Siria [...] sono
via via degenerati da quando lo Stato ebraico ha occupato le alture
del Golan [...] nella guerra del giugno 1967 scacciando 80.000 siriani
dalle proprie case. Da quel momento i leader israeliani non hanno
più avuto alcun interesse a riaprire colloqui di pace con Damasco,
nonostante esista una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'O-
NU, la numero 497 del 17 dicembre 1981, che dichiara «illegale»
l'annessione delle alture del Golan da parte di Israele e chieda che
venga «annullata».

336
Così, per giustificare la propria intransigenza, gli israeliani cerca-
no di rappresentare la Siria in ogni occasione come uno «Stato cana-
glia» di cui non ci si può fidare e che capisce soltanto il «pugno di
ferro». Ecco perché lo Stato ebraico e i suoi supporter americani
hanno profuso un grande impegno affinché il governo statunitense
tratti la Siria «come parte integrante dell'Asse del Male e una forza
che incoraggia il terrorismo in tutto il Medio Oriente»82.

Nell'estate del 2012, un reportage del Guardian83 aveva


dimostrato come i militanti di Al Qaeda - lungi dall'avere rap-
porti con il regime di Assad - addestravano i ribelli siriani alla
costruzione di ordigni esplosivi. L'Esercito siriano libero (FSA) è
infatti una
una rete a maglie larghe di brigate «indipendenti» che, a loro
volta, sono costituite da numerose cellule paramilitari che operavano
autonomamente in diverse zone del paese. L'FSA non esercita quindi
effettive funzioni di comando e nemmeno funge da collegamento fra
le diverse entità paramilitari. Queste ultime erano controllate da a-
genti delle forze speciali e d'intelligence, supportati da Stati Uniti,
GCC, Israele, NATO e incorporati nei ranghi di determinate formazio-
ni terroristiche84.

L'amministrazione Obama ed Israele hanno inoltre inviato


ai ribelli siriani oltre settantasei milioni di dollari in «aiuti uma-
nitari» ai quali, in base a ulteriori direttive della Casa Bianca, si
sono aggiunte nel 2012 e nel 2013 iniezioni di fondi e armi per
duecentocinquanta milioni di dollari.

La guerra di «quarta generazione» in Kosovo

Osserva Sensini:

In una guerra di questo tipo il confronto militare non è diretto,


almeno nella fase iniziale, e il grosso delle operazioni è svolto invece
da una massiccia attività di guerra psicologica che si realizza con un
diretto attacco alle menti dei membri del fronte nemico, soprattutto
ai danni dei suoi leader. In pratica si tratta di far vacillare la volontà

337
politica dell'avversario, ottenendo così un'importante posizione di
vantaggio. Se nel tipo di guerra di terza generazione si cercava di oc-
cupare direttamente il territorio nemico, nel nuovo modello l'obietti-
vo centrale è il Regime Change nel paese aggredito.
In pratica, secondo questo modello, bisogna creare una sinergia
tra le minacce diplomatico-mediatiche che si predispongono all'este-
ro e le azioni di destabilizzare dentro il paese. Combinando in manie-
ra sapiente l'uso dei «mezzi d'informazione» e l'invio di armamenti
«ribelli», si cerca di ottenere l'effetto voluto.
In generale si può dire che nel modello di «quarta generazione»
si cerca di ridurre al minimo, da parte delle potenze «mandatarie»,
l'uso diretto e palese della forza militare per dare il colpo di grazia al
nemico già indebolito con tutta una serie di iniziative che non com-
portano, per gli aggressori, spese eccessive e soprattutto perdita di
vite umane. La guerra è basata soprattutto su azioni di carattere psi-
cologico, menzogne e manipolazioni dei media, pressioni diplomati-
che, sanzioni e sostegno a gruppi terroristici e a forze di opposizione
armata85.

Obiettivo di questo modello di guerra di «quarta genera-


zione» è stata inizialmente la Repubblica federale Jugoslava
(cioè Serbia e Montenegro) di Miloševic. Questo schema è sta-
to poi abilmente esportato in Libia e poi in Siria.
In questo senso il saggio Massoneria e sette segrete86 offre
un'inquietante quanto documentata interpretazione alternativa
alla guerra nei Balcani:
È ad esempio interessante rilevare come nella guerra del Kosovo
si sia fatto ampio ricorso all'impiego della tecnica televisiva di elimi-
nazione di ogni piano generale a favore della polarizzazione ripetitiva
su un piano particolare, in modo da massimizzare l'importanza di
quest'ultimo e indurre nello spettatore la sostituzione dei due piani.
La ben collaudata teleguidabilità delle reazioni delle folle ha fatto se-
guire, nella fattispecie, una mobilitazione massiccia di sostegno ai
kosovari, mentre tragedie di dimensioni ben maggiori, come il Sudan
87
o il Rwanda rientravano, quasi inosservate, nel rumore di fondo .

Su questo punto concorda addirittura Brzezinski che a pro-


posito della politica estera dell'amministrazione Clinton ha no-
tato che

338
il contrasto tra il coinvolgimento statunitense in Iugoslavia e la
reticenza in Africa non passò inosservato. L'impressione di indifferen-
za da parte dell'America per l'Africa venne aggravata dalla prolunga-
ta passività di fronte al genocidio che devastò il Rwanda dal 1994 al
1995. La comunità internazionale di fatto rimase a guardare. […] Per
contro Clinton reagì con grande risolutezza ed efficienza alla crisi nei
88
Balcani, questione che nella fase iniziale ereditò da Bush .

La strategia di Washington nei Balcani complicò addirittura


i rapporti con la Russia, già aggravati dall'espansione della
NATO. Nel 2004, quando Clinton era stato costretto a lasciare
la presidenza, il comando delle forze NATO in Bosnia passò
dagli Stati Uniti all'Europa, a riprova che
la decisione di Clinton di inviare le truppe in Bosnia, compiuta a
dispetto della risoluzione del Congresso a maggioranza repubblica-
na, e poi di usare la forza per costringere la Serbia a ritirarsi, fu un e-
89
lemento critico per la stabilizzazione della ex Iugoslavia .

Ne convenne a quindici anni di distanza Massimo D'Alema,


che in un'intervista rilasciata a Il Riformista90, ammise che il
bombardamento di Belgrado fosse stato un errore, così come
l'intera campagna di mancata negoziazione con la Serbia: «Fu
un eccidio indiscriminato di civili ma al tempo stesso ci parve
la soluzione migliore per far cessare la repressione antialbane-
se in Kosovo»91.
L'intervento fu infatti giustificato dalle presunte operazioni
di pulizia etnica compiute dall'esercito jugoslavo contro i mu-
sulmani in Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo.
Fu proprio l'Esercito di Liberazione del Kosovo (ELK o UCK,
sigla del nome albanese Ushtria Çlirimtare e Kosovës) a ricopri-
re un ruolo di primo piano nella guerra. L'UCK era una struttu-
ra terroristica, notoriamente legata al terrorismo internazionale
e al crimine organizzato albanese, e finanziava le proprie ope-
razioni con i proventi derivanti dal traffico internazionale di
droga che va dalla Turchia all'Europa attraverso i Balcani.

339
In un'intervista rilasciata nel 1999 al quotidiano britannico
Sunday Times, il capo dei servizi segreti albanesi, Fatos Klosi92,
rivelò che l'UCK godeva di una rete di appoggio organizzata in
Albania da Osama bin Laden. I legami con Al Qaida e altre or-
ganizzazioni terroristiche islamiche sono riemersi successiva-
mente agli attentanti dell'11/9. Ciononostante, nel 1998, per
consentire agli esponenti politici del movimento di prender
parte alle trattative (in vista degli accordi di Rambouillet che
avrebbero dichiarato l'autonomia del Kosovo), gli Stati Uniti
espunsero l'UCK dalla propria lista di organizzazioni terroristi-
che, imitati subito dopo dal Regno Unito93. In questo modo le
due nazioni riconoscevano al movimento la piena eticità e le-
gittimità.
Perché Londra e Washington arrivarono a stringere pubbli-
camente degli accordi diplomatici con una struttura paramilita-
re guerrigliera che si sapeva essere terroristica?
Si deve tenere conto che le cifre astronomiche provenienti
dal traffico di droga (in Italia è stato chiaramente stabilito dalla
giustizia che l'UCK aveva legami con la mafia albanese ed era
implicato nella tratta di esseri umani, traffico di armi e droga) 94
fanno parte essenziale del sistema bancario e finanziario mon-
diale e il traffico illecito di narcotici ha rivestito un ruolo cen-
trale anche nella guerra in Afghanistan.
Un'inchiesta coordinata da Dick Marty per il Consiglio d'Eu-
ropa e svoltasi tra il 2008 e il 2010 ha identificato nel primo
ministro kosovaro Hashim Thaçi il vertice di una rete di traffico
internazionale di armi, droga e organi umani: l'attività criminale
avrebbe avuto inizio nel 1999 e sarebbe direttamente legata
alle precedenti attività dell'UCK. Secondo Marty, la comunità
internazionale avrebbe deciso di chiudere un occhio sui crimini
dell'organizzazione paramilitare, perché evidentemente la prio-
rità era destituire Milosevic. Si è scelto di scendere a patti con
guerriglieri e terroristi invischiati nei peggiori crimini (prostitu-
zione, riduzione in schiavitù, traffico d'organi) legittimando il
bombardamento della NATO in Jugoslavia (Operazione Allied

340
Force) come «missione umanitaria»! Commenta il noto ricerca-
tore Daniel Estulin:

Quindi ci troviamo con un terrorista internazionale (Osama Bin


Laden) armato e finanziato dalla Cia; un'organizzazione terrorista in-
ternazionale (l'Elk [UCK] anzi, chiedo scusa, i Corpi di Protezione del
Kosovo) finanziati e addestrati dai servizi segreti britannici, statuni-
tensi e tedeschi così come dalle forze speciali; e un establishment
nordamericano (Clinton, Gore, Clark, Albright, Holbrooke, Lieberman
- tutti membri del Club Bilderberg e del Cfr, che rappresentano gli
interessi del Nuovo ordine mondiale) che lotta per ristabilire la «de-
mocrazia» e per rendere giustizia a un popolo che soffre da molto
tempo e che da molto tempo è oppresso. La verità, una volta svelata,
95
spesso supera la finzione .

Il Club Bilderberg dietro la guerra?

Per Estulin, dietro l'intervento in Serbia a la destituzione di


Milošević vi sarebbe proprio l'ombra del Club Bilderberg. Nel
1996 il Club avrebbe deciso di liberarsi del suo ex «uomo», co-
lui che secondo i piani originari «avrebbe portato a termine le
"riforme economiche" richieste dal Fondo Monetario Interna-
zionale (FMI), dalla Banca Mondiale e dall'Unione Europea96»
ma che poi aveva optato per salvaguardare la sovranità del suo
Paese. Racconta Estulin:

Il piano fu ideato durante la riunione a King City, una piccola e


ricca cittadina a una trentina di chilometri a Nord di Toronto, in On-
tario, Canada. La guerra del Kosovo e la successiva sconfitta del pre-
sidente jugoslavo furono le conseguenze della strategia politica ac-
cordata nel corso della conferenza segreta del Club Bilderberg. Il
programma era chiaro. Al momento opportuno avrebbero portato a
termine il loro piano risolvendo così i «problemi politici» che sareb-
bero insorti con la sopravvivenza dell'amministratore Milosevic e dei
suoi metodi socialisti, in netto contrasto con quelli capitalistici dei
bildeberghiani: trasformare l'Europa in un «libero mercato»97.

341
Anche Epiphanius analizza la progressiva demonizzazione
della Serbia attraverso una guerra altrettanto violenta fatta di
«bombardamenti» di notizie anche false e pilotate a senso uni-
co
ricorrendo anche a diffusione di immagini, come quelle riprese
da un satellite del «massacro» sul campo da calcio di Srebenica nel
1995, funzionale in quel momento a distogliere l'attenzione dall'eso-
98
do forzoso dei serbi dalla Krajina manu militari ad opera dei croati .

La manipolazione a senso unico dei media avverrebbe die-


tro specifiche disposizioni governative, in modo da creare, in
base alle esigenze, un clima di pregiudizio o di odio razziale,
culturale, etnico contro il nemico di turno. A occuparsi di que-
sto genere di indottrinamento sarebbero
società private specialistiche che, su incarico del governo ameri-
cano, nella vicenda jugoslava hanno operato in direzione di «influssi»
pilotati sulla popolazione occidentale. Si tratta principalmente della
Hill&Knowloton e della famosa Ruder&Finn, legate (il solito caso) a
centri di potere come il CFR, il World Affairs Council, i Circoli Bilder-
berg o la Rockefeller Foundation oltre, naturalmente, che alla CIA o
alla DIA (versione militare della CIA), strutture tutte in grado di in-
fluenzare in modo efficacissimo l'opinione pubblica attraverso un ac-
curato orientamento di giornalisti, uomini politici, club, università,
etc. Fu una di queste società, la Ruder&Finn, a creare il montaggio
dei «campi serbi di pulizia etnica» accostandoli abilmente a quelli na-
zionalsocialisti, in un transfert di valenze che permise di porre Milo-
sevic e compagni sul piano di Hitler, e di far propendere l'influente
comunità ebraica americana a fianco di bosniaci e albanesi 99.

Una volta diffuse notizie negative sul conto di qualcuno,


seppure sfacciatamente false, la smentita non sortisce quasi al-
cun effetto. Così, per compattare l'opinione pubblica verso una
certa direzione, è sufficiente creare dei pregiudizi, alimentando
lo sdegno collettivo attraverso la diffusione di notizie pilotate
che facciano presa sul lato emotivo delle persone. Lo stesso
James Harff, ex direttore della sezione Affari Pubblici della Ru-
der&Finn, ha ammesso il ricorso a tecniche di condizionamen-

342
to psicologico al fine di incanalare l'opinione pubblica nelle di-
rezioni «indicate» dal governo americano: «noi sappiamo per-
fettamente che la prima affermazione è quella che conta. Le
smentite non hanno alcuna efficacia». Una volta innescato il
meccanismo di diffamazione verso qualcuno la smentita non
serve a cancellare l'impressione emotiva e il dubbio suscitati
riguardo la vittima della denigrazione.
Il titolare della Ruder&Finn, David Finn si è spinto ancora
oltre scrivendo nell'articolo Perché mentiamo: «Dire la verità
non è uno dei dieci comandamenti». Si può ben comprendere
che sulla base di queste premesse «morali» non solo l'etica
giornalistica di questi signori si sconfessi da sé, ma getti ulte-
riori dubbi sull'arte dell'informazione.
Tra le tecniche di plagio collettivo, una delle più frequenti
sarebbe quella di creare delle vere e proprie cause umanitarie
ad hoc, in modo da screditare da un lato il «nemico» di turno,
dall'altro far leva sui sentimenti della gente, ricorrendo a paro-
le-chiave universali ad alto contenuto emotivo quali: verità, li-
bertà, giustizia, democrazia, diritti dell'uomo, genocidio, purifi-
cazione, fosse comuni, etc. Caricando questi termini del voluto
significato, si intende ottenere come risultato il biasimo collet-
tivo ad esempio nei riguardi di un leader per legittimare così
un provvedimento altrimenti giudicabile cinico, violento o esa-
gerato, come un embargo piuttosto che un vero e proprio
conflitto bellico.
Il presidente serbo - che di certo non era immacolato - ha
dovuto invece arrendersi alla potenza dei media internazionali
e ha riservato le sue requisitorie durante il processo. Pochi me-
si prima della misteriosa morte100, dichiarò con feroce realismo,

…se questo Tribunale per quanto illegale, riesce anche a ignorare


le falsità clamorose contenute negli atti di incriminazione […] tanto
vale che leggiate la sentenza contro di me, la sentenza che siete stati
ammaestrati ad emettere. Se la Corte non si rende conto
dell‟assurdità del rinvio a giudizio letto ieri in aula, dove si sostiene
che la Jugoslavia non è stata vittima di un attacco della NATO, ma ha

343
aggredito sé stessa, è consigliabile risparmiare tempo e passare di-
rettamente alla sentenza. Leggetela e non mi annoiate…101

Per concludere con quello che si può definire il suo testa-


mento politico, dove evoca il concetto di sacrificio di sangue
implicito nella costituzione di un nuovo ordine sociale e tanto
caro a livello «esoterico» agli Illuminati:

Penso che la pace sia ciò che è ragionevole, l‟obiettivo ragione-


vole. Al contrario, se il messaggio verrà inteso che i serbi non deside-
rano la pace, questo potrebbe giustificare altri crimini contro i serbi e
questo è qualcosa che dovrete considerare. Nel momento in cui la
strada verso la pace si sta aprendo, dovrete spiegare alla gente per-
ché dovrebbe sacrificare ancora le proprie vite, già provate dagli e-
venti crudeli vissuti finora. Non riuscirete a spiegarne i motivi al po-
polo serbo in Bosnia o in Serbia. […] E lasciatemelo dire per conclu-
dere: uno deve sacrificare tutto per la gente tranne la gente. Non po-
tete sacrificare la gente. Non avete il diritto di fare questo come As-
semblea del popolo o come qualsiasi altra cosa…

La misteriosa morte di Milošević

Per una beffa del destino, Milošević morì lo stesso giorno


in cui Agim Ceku, ex comandante dell'ELK e suo acerrimo ne-
mico, veniva eletto primo ministro del Kosovo. Era l'11 marzo
2006 e l'ex presidente serbo venne trovato morto nella sua cel-
la, apparentemente vittima di un attacco di cuore. Appena tre
giorni prima aveva scritto una lettera al ministro degli Esteri
russo, per esprimere il dubbio che lo stessero avvelenando in
carcere e per chiedere che gli venisse concesso il permesso di
andare in Russia per ricevere cure mediche. Nella lettera Milo-
šević si lamentava anche della somministrazione del Rifampi-
cin.
Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, era infatti
scoppiato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue
dell'ex presidente serbo era stato rilevato l'antibiotico Rifampi-
cin capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che usava per la

344
pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Neppure il refer-
to positivo al Rifampicin portò ad un maggior controllo: Milo-
sevic era stato scaricato molto tempo prima e l'autopsia si rive-
lò una palese copertura.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto inoltre deci-
dere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in
aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con We-
sley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'inter-
vento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Miloše-
vić precedette di qualche mese la data presumibile della con-
clusione del processo a suo carico e mise in grave imbarazzo il
Tribunale: il 14 marzo 2006 estinse ufficialmente l'azione pena-
le e chiuse senza una sentenza il più importante processo per il
quale era stato istituito102. Racconta Estulin:
È evidente che la morte di Milosevic continui a destare sospetti.
Stando alle mie fonti all'interno del Kgb bielorusso, al servizio di Ste-
pan Sukhorenko - la cui versione dei fatti è stata confermata in modo
categorico da quella del ministro degli Affari Esteri russo e degli a-
genti statunitensi di alto rango che avevano vigilato il processo di
Milosevic - il «tempismo» della morte dell'ex Presidente fu nient'altro
che uno sfacciato omicidio. L'ex leader serbo stava diventando un
imbarazzo per gli Stati Uniti e per le altre potenze che invano cerca-
vano di far condannare vecchi criminali di guerra, per cui ala fine era
scattato l'ordine di sbarazzarsi di lui.
Se Milosevic fosse andato in Russia, fuori dalla portata di una pal-
lottola assassina, o in questo caso del veleno, sarebbe potuto diven-
tare il punto di raccolta di una nuova Serbia di cittadini più che disil-
lusi nei confronti dell'amichevole abbraccio dell'alleanza capitanata
103
dai bilderberghiani .

Quale che sia la verità, Estulin conclude con amarezza no-


tando che la morte di Milošević «ha fatto sì che la ex Jugosla-
via fosse ancor più pronta ad essere saccheggiata» e, come
aggiunge Epiphanius,

la distruzione impietosa della Serbia doveva servire di monito per


i popoli europei che ancora coltivassero velleità di indipendenza na-

345
zionale, in un momento in cui occorreva costruire un'Europa federale
secondo i piani anglosassoni.104

Operazione Horseshoe

Fino a quel momento le notizie erano infatti viaggiate a


senso unico. Dopo l'impeachment di Clinton il timone della
NATO passato all'Europa, con la morte di Milošević, infine, si
metteva la parola fine a un conflitto le cui modalità avrebbero
fatto scuola: a partire dalle famigerate «fosse comuni» che ab-
biamo ritrovato anche sul suolo libico e che sono rispuntate in
Siria.
Non si è infatti tenuto conto delle testimonianze che pro-
venivano dagli stessi comandanti ONU o ex NATO e che mo-
stravano un'altra realtà, ben diversa da quella sbandierata dai
media. Così non sono state prese in considerazione le testimo-
nianze dirette dei comandanti ONU della zona di Sarajevo co-
me il generale britannico Sir Michael Rose o il generale Ma-
cKenzie che sostennero «le pesantissime responsabilità assun-
te dai miliziani musulmani bosniaci nell'assassinio, mediante
cecchini e mortai, di centinaia dei loro compatrioti, con l'unico
fine di farne ricadere la responsabilità sui serbi». Un forma di
sacrificio «necessario» per legittimare la guerra.
Allo stesso modo «il giudice trentino Giovanni Kessler, pre-
sente a Pristina all'inizio dei bombardamenti in veste di vice-
capocommissione italiana in OCSE105 in Kosovo aveva pubbli-
camente dichiarato che nessuna strage – e men che meno ge-
nocidio – era stata fino a quel momento segnalata».
Una delle testimonianze realistiche più dure da digerire è
quella del generale tedesco Heinz Loquai, ex capo dei consi-
glieri militari tedeschi dell'OCSE di Vienna, che in un'intervista
pubblicata a maggio del 2000 da «LiMes» dichiarava quanto
segue:

346
Conosco bene i rapporti sulla situazione provenienti dagli Esteri e
dalla Difesa tedeschi: prima del 24 marzo 1999, prima dell'inizio della
guerra non si fa mica cenno a pulizie etniche di massa o a genocidio
in atto […] La catastrofe umanitaria è iniziata dopo gli attacchi aerei
della NATO. E le catastrofi umanitarie sono state due: prima quella
degli albanesi durante la guerra e poi quella dei serbi, cacciati dal Ko-
sovo dopo la fine della guerra. In breve: la NATO ha impedito una ca-
tastrofe umanitaria e fittizia, provocando due catastrofi umanitarie re-
ali106.

Persino Lord Peter Carrington, ex segretario NATO (1984-


1988), noto esponente del mondialismo, membro del Club Bil-
derberg, affiliato alla Pilgrims, Trilaterale e RIIA, uomo di fidu-
cia dei Rothschild e dei Rockefeller, ha dovuto ammettere che
«[...] gli attacchi aerei NATO sulla Serbia hanno incoraggiato la
pulizia etnica nei Balcani piuttosto che frenarla».
Eppure, tutte queste testimonianze sono state semplice-
mente scartate, a favore invece di una bufala architettata da un
giornalista serbo che ha assunto la consistenza di una fonte
autorevole.
Secondo il ricercatore geopolitico Alexandre Del Valle, che
ha raccolto numerose delle più autorevoli testimonianze citate,
dietro i conflitti in Serbia e Iraq vi sarebbe la cosiddetta strate-
gia della «cintura verde», ovvero il tentativo di frenare la cre-
scita strategica della Russia, secondo uno schema di accer-
chiamento dell'Eurasia e dei suoi alleati che ritroviamo teoriz-
zato nella Grande Scacchiera di Brzezisnki.
In questo senso il bombardamento della Serbia sarebbe
servito a Washington in funzione di «contenimento» dell'ex
blocco comunista-slavo-ortodosso in una vera e propria guerra
fredda sotterranea che si giocherebbe ancora oggi tra la Casa
Bianca e il Cremlino (e Pechino) per il controllo delle «vie del
petrolio». Così nel 2001 Del Valle argomentava che

Anche la guerra in Cecenia è in gran parte il risultato di una guer-


ra molto più complessa e planetaria, la guerra tra Washington e Mo-
sca per il controllo delle vie del petrolio, il «nuovo Grande gioco» del
secolo XXI. L'analisi geopolitica permette di capire meglio perché gli

347
Stati occidentali decidono di intervenire in alcuni luoghi piuttosto che
in altri e le motivazioni geopolitiche ciniche che si nascondono sem-
pre dietro le giustificazioni morali, indipendentemente dal fatto che i
regimi colpiti come quelli di Milosevic o di Saddam Hussein erano
senza dubbio anti-democratici.
[…] Questa strategia chiamata anche della «cintura verde» ha
come scopo di impedire alla Russia di ridiventare un attore geostra-
tegico maggiore nel mondo e farle perdere i suoi punti d'appoggio
in particolare nel Caucaso, in Asia Centrale e nei Balcani.
Alla luce di questa griglia di lettura, la «guerra del Kosovo» era
fondata su quattro principali obiettivi strategici a medio e lungo ter-
mine:
* creare Stati musulmani pro-turchi nei Balcani, focolai di tensio-
ne e d'instabilità, per fomentare «scontri di civiltà», non solamente
tra Islam e Ortodossia ma sopratutto tra Europa occidentale ed Euro-
pa post-Bizantino-ortodossa. [...]
* controbilanciare (e farsi «perdonare»), tramite questa strategia
islamica, la politica pro-israeliana di Washington, dando all'Islam
nuove basi in Europa, e lasciando perdere poco a poco i nazionalisti
israeliani (accordi di Oslo).
* appoggiare i separatisti musulmani albanesi per conservare
buoni rapporti con l'Islam, che possiede 75% delle risorse di petrolio
nel mondo, e che rappresenta più di un miliardo di fedeli, sempre più
anti-occidentali, ma, allo stesso tempo consumatori di prodotti e
tecnologie americane senza essere concorrenti [...]
* impedire la costruzione di un'Europa indipendente, favorendo
l'entrata della Turchia in Europa (in nome della NATO), e trasforman-
dola (escludendone Russi e Serbo-Iugoslavi, contrari all'estensione
della NATO verso l'Est) in un protettorato americano, una «testa di
ponte geostrategica dell'America» (Z. Brzezinski), ma prima di tutto
un luogo di consumo dei prodotti americani 107.

Alla vigilia dell'11/9, Del Valle prevedeva che i segnali di di-


stensione lanciati dall'amministrazione Bush jr fossero solo di
facciata e che presto da lì a poco «l'arroganza americana108»
avrebbe trovato nuovi obiettivi per continuare la «Nuova guer-
ra fredda» che sarebbe scoppiata proprio con la guerra del Ko-
sovo, «vero schiaffo per Mosca e avvertenza per Pechino, che
continua a credere che il bombardamento dell'ambasciata ci-

348
nese in Serbia non fu un errore e che non ha dimenticato “l'of-
fesa”»109.
Anche Estulin ha documentato le manipolazione mediati-
che in merito alla «pulizia etnica», dimostrando come l'eccidio
di innocenti non abbia riguardato solo i serbi:
La questione degli omicidi di massa è il punto più sensibile
dell'intervento in Kosovo. I serbi erano colpevoli di uccidere persone
innocenti, così come lo erano i croati, i bosniaci, i macedoni e l'Elk.
Provocare intenzionalmente tensioni razziali in una terra che è stata
l'epicentro di due guerre mondiali può difficilmente considerarsi un
fatto positivo. Durante il secondo conflitto globale, i simpatizzanti
croati del regime nazista bruciarono intere cittadine serbe, seppel-
lendo vivi gli abitanti. Anche i partigiani serbi si erano macchiate le
mani di stupri e omicidi nei confronti dei popoli croati e bosniaci. La
guerra provoca massicci spostamenti di popolazioni minacciate. E
durante la guerra nei Balcani molta gente imparò il significato di ter-
rore.
Questi spostamenti però non giustificavano di per sé l'accordo
per un intervento militare. La scusa fu l'apparente scoperta di piani
segreti e dettagliati, elaborati dal regime Milosevic nel 1998, per
permettere all'esercito regolare jugoslavo e ai gruppi paramilitari di
portare a compimento la pulizia etnica degli albano-kosovari. Secon-
do la Nato, la guerra avrebbe potuto impedire quell'evenienza. L'e-
110
sercito tedesco fu il maggior promotore di tale raggiro .

Il testo di questo piano «segreto» (Operazione Horsesho-


e111) non fu mai controllato e il contenuto venne giudicato
«confidenziale» e in quanto tale rimase un mistero fumoso,
negato dagli ufficiali dell'esercito jugoslavo e dallo stesso Mi-
lošević che accusò il Ministro della Difesa tedesco, Rudolf
Scharping, di aver «fabbricato» il dossier112.
Il già citato generale di brigata in pensione Heinz Loquai
dichiarò in un libro sul conflitto edito nel 2000 che il piano era
stato progettato a partire da relazioni ordinarie dell'intelligence
bulgara113. Anche Loquai accusò Scharping di aver occultato le
origini dell'Operazione, trasformando una relazione approssi-
mativa proveniente da Sofia in un piano vero e proprio. L'o-
biettivo dei militari serbi sarebbe stato, invece, quello di di-
349
struggere l'Esercito di liberazione del Kosovo e non quello di
espellere la popolazione albanese, come invece sostenuto da
Sharping e dalla Nato per giustificare l'intervento bellico.
Si sarebbe trattato, anche in questo caso, di una colossale
menzogna orchestrata dalla Germania per promuovere e legit-
timare l'ennesima guerra di cui i bildeberghiani avevano biso-
gno. Si torna quindi alle analoghe campagne diffamatorie che
sono «esplose» nel 1990 e 2003 nei confronti di Saddam Hus-
sein e nel 2011 contro Gheddafi e che hanno trascinato in bre-
ve tempo gli USA e l'Europa a entrare in guerra rispettivamen-
te contro l'Iraq e la Libia.

Gheddafi e il «trattamento Milošević»

Sebbene alcuni ricercatori abbiano additato il ruolo da


doppiogiochista che il Colonnello avrebbe svolto in virtù delle
sue origini ebraiche, fino all'ultimo egli si è mostrato un risolu-
to oppositore del capitalismo occidentale e dell‟integralismo
islamico, venendo al contempo accusato di antisemitismo.
Gheddafi nell'ultimo ventennio ha rappresentato sia sotto il
governo di centrosinistra, sia del centrodestra, un partner im-
portante per l'Italia. Fu infatti il centrosinistra a promuovere la
«normalizzazione» dei rapporti con la Libia. Non solo. Il Colon-
nello portava petrolio, gas, affari con le opere infrastrutturali
da costruire nel suo paese e ingenti capitali che, attraverso la
finanziaria di famiglia o il fondo sovrano libico confluivano in
Italia per acquisire quote di Unicredit, Finmeccanica o Juventus,
com'era accaduto in passato con FIAT.
Perché nel bene e nel male quell‟uomo preso a calci e ucci-
so con un colpo alla tempia sinistra è stato uno dei protagoni-
sti assoluti della storia del XX secolo. Quasi trent‟anni fa, in
un'intervista video rilasciata alla Principessa giapponese Kaoru
Nakamaru, Gheddafi prevedeva come la politica espansionisti-

350
ca americana avrebbe portato alla militarizzazione non solo
della Libia ma dell‟intero Medio Oriente:

L‟America vuole eliminare il Terzo Mondo e sottomettere l‟intera


zona sotto la sua influenza […] Lo puoi vedere chiaramente, la CIA
organizza cospirazioni in continuazione, contro i regimi nazionalisti o
populisti, contro l‟indipendenza e la libertà della gente povera gente,
114
dappertutto .

Bisogna ora capire perché l‟ex alleato Gheddafi, accolto da


Italia e Francia su tutte nel lusso più sfrenato, sia diventato
all‟improvviso un nemico da eliminare: perché gli sia stato ap-
plicato lo stesso «trattamento» riservato a Miloševic.
La motivazione dei diritti umani come scopo primario per
l'intervento non regge alla prova dei fatti, in quanto agli alleati
europei Gheddafi faceva comodo quando gli squadroni della
morte del Colonnello uccidevano decine di esuli a partire dagli
anni '80 in Europa, Usa e Medio Oriente, quando il Paese prati-
cava la pena di morte, quando i dissidenti venivano arrestati
senza processo o le manifestazioni studentesche represse nel
sangue.
Quali interessi si nascondono realmente dietro i proclami
umanitari sbandierati dai media per mesi?
La strategia del ribaltamento della diplomazia115 ha prece-
denti nel conflitto nei Balcani quando la «guerra giusta» era
contro la Serbia e il «nemico dell'anno»116 era Miloševic.
Successivamente, sull'onda della paranoia indotta dall'e-
motività collettiva post 11/9 si passò all'invasione dell'Afghani-
stan e nel 2003 dell'Iraq dietro la falsa notizia dell'esistenza di
armi di distruzione di massa.
Come ha fatto notare Enrico Mentana, il modello adottato
contro Gheddafi è stato proprio quello del cosiddetto

trattamento Milosevic usato dodici anni fa precisi: improvvisa-


mente si decise che il presidente serbo era da rimuovere, ed esplose
l'emergenza Kosovo. Sto ancora aspettando un resoconto reale delle
fosse comuni che dovrebbero documentare la pulizia etnica di Milo-

351
sevic ai danni dei kosovari. Intanto però, con il beneplacito della co-
munità internazionale, al vertice del nuovo Kosovo ci sono trafficanti
di armi e droga117.

Similmente in Iraq, dopo l'uccisione di Saddam, si è inse-


diato un governo fantoccio che garantisce la «democrazia» a
corrente alternata secondo la formula decisa dagli USA: ovve-
ro, gli appalti e i contratti per la ricostruzione e lo sfruttamento
dei campi petroliferi avvengono dietro le direttive di Washin-
gton. Come fa notare Mentana, le risorse iraquene come quelle
serbe sono ora «in buone mani».
Stessa dinamica in Libia dove la Banca Centrale pubblica è
stata privatizzata dai ribelli, il progetto del dinaro oro abban-
donato, le risorse del suolo libico (petrolio, gas, acqua) ripartite
«equamente» tra i Paesi invasori, il governo scivolato nell'in-
stabilità dalla quale fatica a risollevarsi.

Gheddafi finanzia Sarkozy

Diversamente da quello che è stato raccontato dai media,


le motivazioni che hanno condotto a dichiarare guerra alla Li-
bia sono prettamente «economiche» e intuibili dalle stesse di-
chiarazioni dei promotori del conflitto, Sarkozy in prima linea e
Obama nascosto nell'ombra (per il presidente americano il
conflitto libico «non era tecnicamente un'azione ostile», in
quanto Washington non aveva le truppe sul territorio libico) 118.
Sarkozy è stato colui che più ha spinto per l'intervento mili-
tare, abbandonandosi anche a dichiarazioni esplicite come
quando ammise di aver finanziato e armato i ribelli di Bengasi:
«Siamo noi ad aver creato il Consiglio dei ribelli, e senza il no-
stro sostegno, il nostro denaro e le nostre armi, il Consiglio
non esisterebbe119».
Il Colonnello si era arrischiato a seguire le orme di Saddam
Hussein pensando non solo di poter rimanere indipendente a
livello politico e soprattutto economico, ma di poter attuare

352
una riforma che avrebbe avuto effetti devastanti sull‟economia
statunitense ed europea. Il suo «peccato originale» doveva es-
sere talmente grave da far dimenticare non solo la collabora-
zione con gli altri Paesi europei, Italia e Francia in primis, ma
soprattutto la vendita di equipaggiamento militare da parte
del Governo francese a Gheddafi per ben dieci miliardi di eu-
ro!120
A ciò si aggiunge lo scoop di Mediapart121 che il 12 marzo
2012 ha reso pubblica la notizia di un presunto finanziamento
in nero di Gheddafi di 50 milioni di euro alla prima campagna
presidenziale di Sarkozy122, fondi trasferiti su un conto svizzero
e uno panamense grazie alla mediazione di un trafficante
d'armi, Ziad Takiedine.
Primo Paese occidentale ad accogliere il leader libico, la
Francia ha onorato l‟evento con ricevimenti ufficiali, e ben due
incontri a tu per tu con Sarkozy, all‟epoca deciso a diventare il
«principale sponsor del ritorno della Libia nel novero dei Paesi
frequentabili e a far approfittare le imprese francesi dei rap-
porti privilegiati instaurati con Tripoli».
In Italia abbiamo avuto un gran parlare della «personalizza-
zione» del rapporto tra Berlusconi e Gheddafi. Del baciamano,
del rimborso tributato al Colonnello, delle follie che gli sono
state concesse quali la lezione di Corano alle biondissime ho-
stess pagate dai contribuenti italiani. Ma ci siamo dimenticati
la tenda beduina personale di Gheddafi installata nel giardino
dell‟Hotel de Marigny, la residenza degli ospiti d‟onore
dell‟Eliseo, il dispositivo di sicurezza eccezionale, la visita priva-
ta a Versailles, la battuta di caccia. Ci siamo dimenticati soprat-
tutto dell‟accordo da 10 miliardi di euro stipulato per la «coo-
perazione nel settore dell‟energia nucleare a uso civile» ma so-
prattutto per i «negoziati esclusivi con la Francia per l‟acquisto
di equipaggiamento militare». Tradotto: a parte la «fornitura di
uno o più reattori nucleari […] per il sostegno alle attività di
prosperazione e sfruttamento dei giacimenti di uranio», la Libia
ha acquistato dalla Francia 14 caccia Rafale e 35 elicotteri da

353
combattimento francese per un valore di 5,4 miliardi di euro.
Per non parlare dell‟acquisto di 21 aerei di linea della Airbus,
per altri 3,2 miliardi di euro.
La Francia ha prima armato Gheddafi e poi lo ha scaricato.
Perché?

Il peccato del Colonnello: il dinaro oro

Franco Bechis ha fatto notare come l'accordo preliminare


con l'Eliseo contenuto in quel pacchetto del 2007 sia stato reso
carta straccia dallo stesso Gheddafi che «di volta in volta ha
sostituito le imprese francesi con quelle russe o quelle italiane,
facendo schiumare di rabbia Sarkozy. Che ha una sola fortuna:
oggi in Libia non sta bombardando né interessi né infrastruttu-
re francesi123». È così che il Sarkò passò alla contro offensiva,

trovando la leva per sollevare molti segreti del regime libico. In


quei giorni è arrivato a Parigi con tutta la sua famiglia uno degli uo-
mini più vicini al colonnello, Nouri Mesmari, capo del protocollo di
Gheddafi. Ufficialmente era in Francia per affrontare una delicata o-
perazione. Ma si trattava solo di una scusa. Lo ha capito subito il co-
lonnello, che ha firmato di suo pugno un mandato di cattura interna-
zionale nei suoi confronti. Mesmari è stato fermato formalmente dal-
la polizia francese e ai primi di dicembre ha fatto domanda a Sarkozy
di asilo politico per sé e la sua famiglia. Da quel momento è diventa-
to il più prezioso collaboratore della Francia, svelando tutti i segreti
militari ed economici della Libia. E offrendo a Parigi le chiavi del pae-
se. A patto naturalmente di sgombrare la Libia dalla presenza di
Gheddafi e della sua corte124.

Da qua Sarkò fece in modo che Gheddafi venisse dipinto


come un tiranno orribile e sanguinario, immagine presto con-
divisa da Washington e dagli altri Paesi alleati.
È ancora Brzezisnki, a spiegare in che modo la Casa Bianca
si occupasse sotto l'amministrazione Clinton di manipolare l'o-
pinione pubblica creando «il nemico dell'anno». In base ai
propri interessi (geopolitici, economici, finanziari, raramente

354
«umanitari») Washington utilizza da sempre i mass media e le
lobby per imbarcarsi periodicamente in

Campagne di stampa seguite da risoluzioni e discorsi congres-


suali ostili si concentrarono, per esempio, sulla Libia, sull'Iraq, sull'I-
ran, sulla Cina, ogni volta forzando il pericolo che ciascuno di questi
paesi poteva rappresentare per gli Stati Uniti. Il paradosso è che
un'America oggettivamente sicura e potente, vittoriosa nella guerra
fredda, con questa ricerca di demoni globali che potessero giustifica-
re l'insicurezza soggettiva, creò un terreno fertile per le paure che di-
vennero tanto pervicaci dopo l'11 settembre.

Dopo la Serbia la stampa americana ha coinvolto i media


internazionali nel demonizzare il Medio Oriente, Iraq e Afgha-
nistan in primis, in modo da giustificarne l'invasione: è stato
poi il turno di Algeria, Tunisia, Egitto con la cacciata dei rispet-
tivi presidenti per concentrare l'attenzione sulla Libia. Come
per la Serbia i media hanno iniziato a diffondere notizie sulle
stragi dei ribelli e su ipotetiche fosse comuni, proprio come ac-
caduto due anni dopo con la Siria. L'appello ai diritti umani fa
sempre presa sulla cittadinanza «globale», anche quando sem-
bra focalizzarsi con un mirino di precisione sui Paesi che si vo-
gliono rivoluzionare.
Brzezinski ammetteva l'ipocrisia americana nel fronteggiare
determinate cause umanitarie tralasciando altre ben peggiori.
Sotto Clinton, ad esempio «il contrasto tra il coinvolgimento
statunitense in Iugoslavia e la reticenza in Africa [Somalia] non
passò inosservato». Il genocidio che devastò il Rwanda dal
1994 al 1995 venne affrontato con indifferenza: «la comunità
internazionale rimase a guardare».
Perché Washington agì con risolutezza nei Balcani (a di-
spetto della risoluzione del Congresso) e poi in Libia trala-
sciando di fatto le altre crisi umanitarie? Perché a Gheddafi
venne applicato il cosiddetto «trattamento Milošević»? Che co-
sa aveva realmente commesso Gheddafi da attirarsi contro la
comunità internazionale?

355
Anche nel caso di Gheddafi sarebbero intervenuti prima i
sicari e poi gli sciacalli se teniamo fede alle rivelazioni dell'a-
gente disertore dell'MI-5 David Shayler che riferì di un fallito
tentato assassinio al leader libico avvenuto nel 1995, per il
quale l'MI-6 britannico aveva pagato 100.000 sterline da invia-
re a una filiale di al Qaeda. Il fallimento dei sicari avrebbe an-
che in questo caso comportato l'intervento dell'esercito. Il
momento sarebbe stato scelto in base agli ultimi provvedi-
menti del Colonnello nel campo monetario.
Sugli interessi economici che si celavano dietro i proclami
umanitari che hanno spinto Francia, Gran Bretagna e USA a di-
chiarare guerra a Gheddafi, si è espresso chiaramente Noam
Chomsky:
L'attacco militare alla Libia da parte del triumvirato imperiale di
Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti e dei riluttanti «volenterosi» non
ha nulla di «umanitario». È una guerra, punto e basta. Le motivazioni
addotte dai leader politici e opinionisti per questo intervento invo-
cando scopi «umanitari» è inesistente, perché ogni ricorso alla vio-
lenza militare viene da sempre giustificata, anche dai peggiori mostri
come Hitler, per autoconvincersi della verità di quanto asseriscono.
Basti pensare a Mussolini quando invase l'Etiopia. I massacri della
popolazione civile vennero vantati «per apportare i benefici della ci-
vilizzazione alla popolazione oppressa e l'apporto di un futuro mera-
viglioso». Questo sarebbe quello che chiamiamo umanitario? Anche
Obama può credere che la motivazione dell'intervento militare in Li-
bia è a scopi «umanitari»125.

Che poi conclude:

Ma un quesito essenziale e molto semplice da porsi sulle reali


motivazioni per l'intervento in Libia è un altro. Questi nobili intenti
espressi dal triumvirato imperiale che si definisce «intervento umani-
tario e alla responsabilità di proteggere le vittime» è diretto alle vit-
time dei brutali crimini da loro commessi, oppure dei crimini com-
messi dai loro clienti? Ha Obama, per esempio, invocato la no-fly zo-
ne durante la criminale e distruttiva invasione del Libano da parte di
Israele nel 2006 e da loro appoggiata? Non ha forse Obama strom-
bazzato con vanto, durante la campagna elettorale, che in Senato a-

356
veva sottoscritto l'invasione israeliana del Libano con la richiesta di
punizioni per l'Iran e la Siria per essersi espressi contro?126

Le risorse del suolo libico

La Libia oltre a essere classificata nona come regione al


mondo con 42 miliardi di barili di petrolio, la sua potenzialità
non sfruttata sembra essersi rivelata ben maggiore con inoltre
grosse quantità di gas. «Controllo del petrolio e si controllano
le nazioni, controllo alimentare e si controllano le persone» di-
chiarava 40 anni fa Henry Kissinger. E chi controlla ora il petro-
lio libico? La British Petroleum, la francese Total e l‟americana
Chevron, mentre l‟ENI ha perso le concessioni a favore di BP,
Total e Chevron.
Gheddafi aveva inoltre rifiutato la proposta di costituire
una Banca Unita africana; al contrario, aveva avviato una gold
standard, facendo ricorso all‟uso di dinari d‟oro ed emancipan-
dosi così dalla Federal Reserve o dalla BCE. Proprio dopo che la
Cina aveva annunciato il conio dello Yaun d‟oro127.
La banca pubblica di Gheddafi stampava moneta e prestava
denaro allo Stato senza interessi per finanziare le opere pub-
bliche, tra cui il famoso fiume sotterraneo artificiale che utilizza
le acque fossili del Sahara per irrigare l‟area agricola del Nord
della Libia, che tra l‟altro è esentasse.
Una banca pubblica, prestando denaro a interesse zero, ri-
duce grandemente il costo dei progetti pubblici di investimen-
to, riducendolo fino al 50%. Stando infatti ai dati del FMI, la
Banca centrale libica di Gheddafi possedeva 144 tonnellate di
oro nei suoi forzieri. Educazione e assistenza medica gratuite.
Le coppie che si sposavano ricevevano l‟equivalente di 50 mila
dollari in fondo perduto. Ciò che confonde è infatti la decisio-
ne dei ribelli, ancora prima di costituire un governo provviso-
rio, di istituire la Banca Centrale di Libia, privata e non pubblica
come quella di Gheddafi. Quasi come se dietro la decisione dei

357
ribelli di privatizzare la Banca centrale ci fosse stata la regia del
mondialismo finanziario.
La politica adottata da Gheddafi era infatti l‟opposto del si-
stema occidentale e americano che è stato adottato ora (oltre
alla reintroduzione della sharja). Il mondo occidentale fa paga-
re la maggior parte dei servizi – vedasi gli USA – e ha inoltre
privatizzato le banche centrali che fanno pertanto pagare gli
interessi allo Stato al quale forniscono i fondi.
Per questo la Libia sotto Gheddafi, a differenza degli altri
paesi africani, non era indebitata con la Banca Mondiale o con
il FMI: in questo senso, come ha fatto notare Marcello Pamio,
Gheddafi poteva dettare le regole e non subirle.
Gheddafi aveva inoltre proposto di creare una moneta uni-
ca africana, il Dinaro Oro, come valuta dei Paesi aderenti
all‟Unione Europea. Moneta d‟oro in sostituzione della moneta
cartacea. Una moneta dal valore indicato dalla quantità d‟oro,
non legata a un ipotetico valore come le banconote. Un po‟
come il dirham d‟argento della Malesia. Una moneta dal valore
reale.

La rovina del dollaro e dell’euro

Il dinaro d'oro avrebbe rischiato di mettere al bando e di


svalutare il dollaro americano e l‟euro, divenendo la moneta
più apprezzata nel mondo africano e arabo per gli scambi
commerciali. Come metalli preziosi con un valore intrinseco,
l‟oro e l‟argento sono necessariamente più resistenti alle flut-
tuazioni del mercato e alla svalutazione, in confronto al dollaro
e all‟euro128.
Nel progetto del Colonnello c‟era anche quello di utilizzare
la nuova valuta per i pagamenti delle risorse energetiche, pri-
ma tra tutte il petrolio e il gas naturale. In questo modo il dina-
ro d‟oro avrebbe impoverito l‟economia di quelle nazioni che
ancora utilizzano dollari ed euro negli scambi e avrebbe co-

358
stretto USA, Gran Bretagna, Francia, Italia e gli altri partners
commerciali a tenere riserve di questa nuova moneta per po-
tersi permettere le transazioni commerciali con i Paesi dell'U-
nione Africana.
In sintesi, il dinaro d‟oro avrebbe sovvertito il signoraggio
basato su un criterio monetario fasullo e non più in mano agli
Stati ma a super banche sopranazionali e private. A commen-
tare il progetto a lungo caldeggiato da Gheddafi, il dottor Ja-
mes Thring, del Ministry of Peace and Legal Action Against War:

È una di quelle cose che devi progettare in gran parte al segreto


perché, appena dirai che hai intenzione di passare dal dollaro a qual-
cos‟altro, sarai considerato un obiettivo da colpire. […] Ci sono state
due conferenze che hanno avuto questo come oggetto, nel 1986 e
nel 2000, organizzate da Gheddafi. Tutti erano molto interessati, la
maggior parte degli Stati Africani era entusiasta.

Avrebbero infatti venduto petrolio e le altre risorse in dinari


d‟oro, spostando l‟ago della bilancia dell‟economia mondiale,
perché il valore di una nazione sarebbe dipeso dall‟oro conser-
vato nei propri forzieri e non da quante banconote scambiate.
Ciò avrebbe costretto i Paesi occidentali a dotarsi di una
scorta d‟oro, mentre la Libia con i suoi 3,3 milioni di abitanti ne
possiede 144 tonnellate. Il Regno Unito ne ha il doppio ma con
una popolazione dieci volte superiore.
Anche il fondatore del Daily Bell, Anthony Wile, ha posto
l‟accento sui rischi ai quali andava incontro Gheddafi con que-
sta rivoluzione monetaria:

Se Gheddafi avesse l‟idea di riprezzare il petrolio o qualsiasi altra


cosa il Paese riesca a vendere sul mercato globale e accettare qualsi-
asi altra divisa o addirittura lanciare una moneta d‟oro, una mossa del
genere non sarebbe certo bene accettata dall‟élite al potere, che è
responsabile del controllo delle banche centrali mondiali.

Wile ha concluso la sua disamina con una profezia che


sembra essersi avverata: «Sì, sarebbe certamente un qualcosa
che potrebbe provocare una sua immediata deposizione e la

359
ricerca di altre ragioni che possano giustificare la sua [di
Gheddafi] immediata deposizione e la ricerca di altre ragioni
che possano giustificare la sua rimozione dal potere». E le ra-
gioni sono state trovate proprio grazie ai venti che spirava la
Primavera araba. Venti, come abbiamo visto, sobillati da agenti
CIA presenti sul territorio da mesi prima delle sommosse e che
spingono verso l'instaurazione di un nuovo ordine mondiale
che, per compiersi, deve ora puntare verso la Siria e l'Iran.

Verso uno Stato Africano Unico

Gheddafi si era spinto così oltre da proporre la creazione di


uno Stato Africano Unito129. Il progetto che avrebbe affiancato
e inglobato il dinaro oro è stato ovviamente osteggiato dalle
lobby politico-economiche. Spiega Sensini:

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realiz-
zazione dei tre organismi finanziari varati dall'Unione africana: la
Banca africana d'investimento con sede a Sirte (Libia); il Fondo mone-
tario africano (FMA), con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centra-
le africana, con sede ad Abuja (Nigeria). [...] La creazione del nuovo
organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l'autonomia
monetaria e finanziaria del continente. [...] Il principale compito del
FMA è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato co-
mune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al pro-
gresso dell'economia del continente che potrebbe decretare la fine
del franco CFA, la moneta che sono costretti a usare quattordici pae-
si, ex colonie francesi130.

In Europa si è alzato il grido di allarme tramite Sarkozy che


aveva dichiarato: «I libici hanno attaccato la sicurezza finanzia-
ria del genere umano131», anche se forse l'ex Presidente france-
se non ha ben chiara la distinzione tra lobbisty e genere uma-
no. Come ha osservato Marcello Pamio,
Gheddafi ha in pratica deciso di ripetere i tentativi del generale
francese De Gaulle, di abbandonare […] il dollaro, e tornare all‟oro.

360
Verso la metà degli anni ‟60 infatti il generale De Gaulle con l‟aiuto di
un influente monetarista francese, Jacques Reuf, denunciò la perico-
losa egemonia del dollaro, proponendo per questo il ritorno all‟oro
come mezzo di regolazione delle transizioni internazionali (abbando-
nò anche la NATO).

In modo ovviamente diverso, ma sulla strada possibile


dell‟emancipazione della carta straccia del dollaro avviata da
De Gaulle, Gheddafi ha tentato di attaccare il sistema bancario
internazionale, senza rendersi conto del cul del sac in cui si sta-
va spingendo. O, forse, annebbiato dal potere che deteneva da
quarant‟anni ha pensato di potersi permettere una mossa tal-
mente azzardata che gli è infatti costata il potere e la vita.
Se non si è trattato di delirio di onnipotenza o scollamento
dalla realtà dovuto al potere di cui godeva da quarant'anni,
che cosa può aver spinto il Colonnello a non preoccuparsi del-
le reazioni ai suoi ultimi provvedimenti?

L’oro blu

Petrolio e gas non sono le uniche risorse di cui la Libia è


ricca. Le falde libiche sono ricche di acqua, un tesoro prezioso
quanto o più del petrolio e denominato per questo l‟oro blu.
Sembra infatti che i lavori per l‟acquedotto sotterraneo abbia-
no raccolto un bacino d‟acqua di circa 35 mila chilometri cu-
bi132: una risorsa grande quanto la Germania! Spiega Paolo
della Sala:
Nessuno può immaginare quanta acqua ci sia nel sottosuolo libi-
co. Un mare grande quanto la Germania, a una profondità tra i 600 e
i 100 metri, una riserva di oro blu grande almeno 35.000 chilometri
cubici. Il tesoro fu scoperto negli anni ‟50, nel corso di esplorazioni
petrolifere. In seguito Gheddafi diede vita all‟ambizioso – e va detto -
riuscito Libya Great Man Made River Project, il fiume artificiale sotter-
raneo più grande al mondo. In quegli anni in Libia si bevevo ancora
acqua dissalata, e le lagune salmastre di Bengasi a nord di Tripoli si
erano saldate con le falde dolci, lasciando a secco le coltivazioni della

361
Pirenaica, che al tempo di Erodoto (450 a. C.) erano fertili quanto la
Mesopotamia, con ben tre raccolti anni133.

Nel 1983 il Colonnello creò un Ente che si sarebbe poi oc-


cupato della realizzazione del fiume sotterraneo, prelevando
l‟acqua dalle falde del deserto per immetterla nelle condutture
artificiali sotterranee che si dirigono verso la costa. In questo
modo l‟acqua dolce è arrivata in pochi anni fino a Bengasi e
Tripoli e la Libia, grazie all‟aiuto di giapponesi e coreani, «è di-
ventata un‟autorità nel campo dell‟ingegneria idraulica134».
Insomma, può darsi che l‟occasione che si era fatta sfuggire
Mussolini, inconsapevole delle risorse acquifere della Libia, ora
che sono state rese note possano aver fatto gola a USA, Gran
Bretagna e Francia. L‟Italia, sebbene partecipi a qualsiasi con-
flitto richieda il nostro tributo, rimane anche una volta fuori dai
giochi. Anzi, finisce col vedersi «scippata» Unicredit, la cui quo-
ta di maggioranza era proprio libica.135

Le origini ebraiche di Gheddafi

Thierry Meyssan ha proposto un'altra interpretazione so-


stenendo che il Colonnello avesse intrapreso invece una sorta
di «doppio gioco»:
Gheddafi è specialista da anni in un tortuoso doppio gioco [...] Ha
sempre tenuto un discorso ultra-estremista contro l‟imperialismo
americano e il sionismo, ma spesso ha servito i loro interessi, spe-
cialmente liquidando su loro ordine alcuni dei loro principali opposi-
tori [...]. Non ha mai intrapreso alcuna azione contro Israele e s‟è ri-
conciliato con Washington dal 2003.

Aisha, la figlia di Gheddafi, esule ad Algeri durante il con-


flitto del 2011, aveva confessato che si sarebbe sentita sicura
soltanto ad Israele. Il sito web Intelligenceonline.com pubblicò
la notizia secondo la quale Aisha avrebbe confessato ad alcuni
amici europei di essere addirittura intenzionata a chiedere asilo

362
allo Stato ebraico o di rivendicarne la cittadinanza come, in vir-
tù della «legge del ritorno», può fare chiunque possa dimo-
strare di essere figlio o nipote di un ebreo. Questo perché, se-
condo il sito di informazione francese, suo padre sarebbe stato
in realtà figlio di una ebrea.
A rilanciare questo sospetto era stata la rete televisiva i-
sraeliana Channel Two che aveva dichiarato: «Gheddafi non so-
lo è d‟origine ebraica, è ebreo per la legge giudaica!».
A prova di ciò, TV2 aveva intervistato due israeliane nate in
Libia, Gita Brown e sua nipote Rachel Saada. Le due avevano
raccontato quanto segue sulle origini del Colonnello: «La non-
na di Gheddafi, una giudea sposata ad un giudeo che la mal-
trattava, scappò dal marito crudele e sposò uno shaik musul-
mano. La bambina nata da quell‟unione era la madre di Ghed-
dafi». Secondo il Talmud, infatti, il figlio di madre ebrea è e-
breo a pieno titolo e in virtù della Legge del Ritorno, Gheddafi
avrebbe potuto chiedere asilo a Israele che sarebbe stato co-
stretto ad accoglierlo, e con lui i propri figli.
Persino The Economist sostiene che la storia riportata da
Gita Brown troverebbe riscontro nei ricordi di molti suoi con-
cittadini: «Molti israeliani di origine libica ricordano anche che
Gheddafi partecipò a un matrimonio ebraico negli Anni „60,
molto prima che diventasse il leader della Libia», ha scritto il
settimanale britannico citando Pedazur Benattia, fondatore del
centro di promozione della cultura libica in Israele «Or Sha-
lom».
Seguendo l'ipotesi di Meyssan, Maurizio Blondet ha accet-
tato come vera la notizia delle origini ebraiche di Gheddafi:
Il che finalmente spiega molti misteri. Fra cui l‟ultimo: che Ghed-
dafi abbia chiesto alla ditta di military contractors israeliani Global
CST di reclutare e fargli arrivare 50 mila mercenari (sempre esagera-
to, il colonnello) e il governo Nethanyahu abbia dato il via libera alla
ditta per salvare il suo dittatore preferito. La CST è una emanazione
del regime israeliano, e ve ne sono molte prove: è stata per esempio
la CST ad inquadrare ed addestrare le forze della Georgia per poi
lanciarle allo scontro con le truppe russe per liberare l‟Ossezia del

363
Nord. Il suo direttore è il generale Israel Ziv, oggi a riposo, ma che
nel 2006, da capo delle operazioni di Tsahal, è fra i grandi responsa-
bili dei crimini di guerra commessi da Israele in Libano: bombarda-
menti che sterminarono 1.187 civili, distrussero 15 mila edifici e ri-
dussero un milione di persone alla condizione di profughi.

Le sole guerre condotte da Gheddafi, ricorda Blondet, con-


tro l‟imperialismo ebraico americano

sono guerre di parole, nel cui oltranzismo è certamente imbatti-


bile. Peccato che ogni sua altra iniziativa apparentemente anti-
israeliana sembri escogitata per danneggiare i nemici di Sion. Così,
nel 1980, per far pagare al presidente egiziano Anwar Sadat il corag-
gioso trattato di pace con Israele, il colonnello espulse dalla Libia 200
mila lavoratori immigrati egiziani, con le conseguenze sociali imma-
ginabili in Egitto. Nel 2003, quando volle tornare nelle grazie di Wa-
shington, Londra e Sion, Gheddafi apertamente rinunciava al (ridico-
lo) programma nucleare libico: approfittando dell‟occasione, rivelò le
cooperazioni sul nucleare degli altri Paesi arabi e musulmani, Paki-
stan, Algeria, Siria.
Fra gli atti compiuti dal colonnello per tornare agli onori del
mondo, ed ottenere la fine dell‟embargo, c‟è stata l‟assunzione di re-
sponsabilità – prima sempre negata – per l‟attentato dell‟aereo della
PanAm precipitato a Lockerbie nel 1988. Gheddafi ammise di essere
il mandante della strage (270 morti) e accettò di pagare 10 milioni di
dollari per ogni vittima. Perché? 136

A rispondere è il giornalista del Corriere Antonio Ferrari,


esperto di Medio Oriente: «È come se [Gheddafi] si fosse as-
sunto le colpe di altri. E il giorno dopo è tornato ad essere o-
norato, abbracciato, anzi qualcuno si è pure genuflesso davanti
a lui» e ancora, «Gheddafi ha sempre svolto un ruolo di coper-
tura».
Come nota Blondet, il giudizio di Ferrari coincide singolar-
mente con quello di Meyssan: «il colonnello libico è un tortuo-
so doppiogiochista» e avrebbe svolto un ruolo di «costante e
sistematico provocatore della politica internazionale per scopi
tutti da chiarire e che sollevano più di una domanda».

364
Si spiegherebbe in questo senso anche il cospicuo finan-
ziamento in nero a un altro leader di origini ebraiche, Nicolas
Sarkozy.
Se così fosse, anche Gheddafi avrebbe fatto parte di quella
stirpe millenaria a cui facciamo riferimento con il nome di
«Serpente Rosso»?

E se Gheddafi fosse ancora vivo?

Seguendo questa pista si sarebbe portati a interpretare in


modo diverso anche le indiscrezioni che erano state diffuse
nelle ore seguenti all'omicidio del Colonnello: a essere ucciso
non sarebbe stato Gheddafi, ma uno dei suoi 12 sosia, il più
famoso: Ahmid, Ali Majid Al Andalus 137. Se Gheddafi avesse
fatto parte della stirpe aristocratica degli Illuminati, infatti, non
sarebbe stato così facilmente «sacrificabile» come altri dittatori
quali Ben Ali o Mubarack.
La notizia dell'uccisione del suo sosia è rimbalzata pronta-
mente su facebook, abilmente censurata nel giro di mezz‟ora
dai server dietro la scusa di un virus che avrebbe potuto intac-
care chiunque si fosse connesso ai siti che ne avevano battuto
la notizia. Così anche molti messaggi di cordoglio sono stati
misteriosamente «censurati» dai social network. Solo un paio
di giorni dopo si sarebbero diffusi alcuni scatti che avrebbero
rimesso in discussione la versione ufficiale sulla morte del Co-
lonnello.
La possibilità che la vittima fatta passare per Gheddafi fosse
in realtà Ahmid, il sosia più noto del raiss che «era presente a
Villa Pamphili, a Roma, mentre cenava assieme a Tronchetti-
Provera e Afef» è quella più accreditata dai siti che urlano al
complotto.
Così il sito http://sitoaurora.splinder.com ha messo a con-
fronto gli scatti del presunto raiss giustiziato dai ribelli con del-
le foto precedenti di Gheddafi: a destare i sospetti che non si

365
trattasse in realtà del Colonnello sono in particolare due det-
tagli, il naso e la pelle. Innanzitutto il naso dell‟uomo ferito e
poi giustiziato dai ribelli non è aquilino come quello tipico dei
beduini e appare evidente che sia stato sottoposto a un inter-
vento chirurgico per smussare la punta e limare l‟arcata. Il naso
dell‟uomo, dunque, seppur colpito in pieno viso, non sembra
essere quello di Gheddafi, aquilino appunto. Lo si può notare
chiaramente confrontando due foto precedenti di Ahmid e del
Colonnello di profilo quando erano entrambi vivi.
In secondo luogo, la pelle del torace che viene ripresa
quando i ribelli lo trascinano per terra e gli alzano la maglia,
non può appartenere a un uomo di settant‟anni, ma al massi-
mo a un cinquantenne, età che corrisponderebbe a quella del
sosia Ahmid. A parte la pinguedine, la pelle del corpo è troppo
liscia, soda e senza rughe per poter essere del raiss. Inoltre nel
1971 il Colonnello era stato sottoposto a un‟operazione di ap-
pendicectomia (non in laparoscopia), ma sull‟addome del ca-
davere non risultano le cicatrici per il taglio. Così come sul
braccio destro portava i segni dello scoppio di una mina italia-
na che causò il suo ferimento e la morte di un suo cugino, ci-
catrice che però non sembra vedersi nelle foto e nei video che
sono stati diffusi. La mancanza di un‟autopsia in questo caso
non potrà che far passare tutti questi dubbi sotto silenzio. Dal-
le foto pubblicate anche i capelli – nonostante sia risaputo che
Gheddafi se li tingesse – suscitano dei dubbi, in quanto sem-
brano naturalmente di colore marrone chiaro senza la ricrescita
bianca che faceva capolino dalla chioma bruna del Colonnello.
Ma l‟elemento più inquietante è il fatto che il video che
immortala la salma di Gheddafi trascinato a forza sul pick up
dei ribelli sia stato postato su youtube il 19 ottobre alle 15.51,
ovvero il giorno prima della sua presunta morte, il 20 ottobre!
Anche in questo caso dovremmo rivedere la versione uffi-
ciale della storia, ma soprattutto delle parti che fingerebbero di
confrontarsi anche bellicosamente sulla scacchiera degli equi-
libri geopolitici, lasciandoci il dubbio che sia tutto un teatrino

366
per tenere occupate (e divise) le masse. Forse non esistono
«buoni» e «cattivi», ma attori di una tragedia il cui senso anco-
ra ci sfugge ma che ci tiene occupati secondo il celebre motto
del Divide et Impera mentre ai piani si portano avanti piani di
conquista e di riduzione in schiavitù di noi tutti...

367
Conclusione
La Vite e la Rosa: Sangue e Società Segrete

Il «Sistema» ci ha convinto che lo studio della storia sia privile-


gio e diletto di pochi sognatori benestanti, scevro di utilità per
chi ogni giorno deve sudarsi il pane.
E' una menzogna opportuna, così che nessuno si renda
conto di schemi e strategie che si ripetono identici a genera-
zioni alterne, lasciando giusto quell'intervallo di tempo che evi-
ti ai figli di sentirne parlare dai genitori. Invece avremmo biso-
gno di «sapere», prima di tutto per riconoscere il piano che si
sviluppa a nostro danno e anticiparne le mosse future; ancora
ci aiuterebbe a capire che istituzioni, religioni e sistemi di go-
verno sono soltanto il frutto ragionato di una strategia mille-
naria elaborata a freddo, la quale trascende la ragione e la vita
umana.
Ogni epoca storica ha visto il potere di numerosi membri
delle stesse famiglie, una cifra ben al di sopra di quanto il caso
farebbe supporre. Questa linea di sangue, confluita oggi nei
Rothschild, nei Windsor (ex Sassonia-Coburgo-Gotha, sovrani
in Inghilterra e Olanda), nei Rockefeller, gli Elkann, gli Harri-
man, i DuPont, i Morgan, gli Asburgo-Lorena, i Kravis, i Wal-
lenberg e pochi altri, è cominciata con gli Sciti nelle steppe tra
Mar Nero e Mar Caspio di 5.000 anni fa. Essi compongono la
«vite» di cui i moderni finanzieri sono i tralci. E in ogni vigneto
che si rispetti si trova una Rosa in testa ai filari. La Rosa si am-
mala delle stesse malattie della vite, ma si ammala prima, avvi-
sando il contadino del contagio imminente ponendolo in con-
dizione di rimediare per tempo. Così le «famiglie» hanno sem-
pre avuto la protezione di una fratellanza per cui la Rosa era il
simbolo maestro.
368
Un elenco veloce contempla l'Ordine degli Djedhi in Egitto,
l'Ordine di Bel Marduk a Babilonia, gli Esseni in Palestina, i
Druidi dei Celti, i Cabiri nel mondo greco, i Pitagorici in sud Ita-
lia, i Terapeuti ad Alessandria e i più noti Rosa+Croce, fondati
a Napoli nel 46 d.C. ma «esplosi» in Germania nel 1600. E non
possiamo dimenticare i Cavalieri Templari (1111) o gli Ospita-
lieri (1023).
A Roma la scuola pitagorica confluì nei collegi di costruttori
(Collegia Fabrorum). Dopo il crollo dell'impero occidentale (nel
476 d.C.) queste società sopravvissero grazie all'adozione di
segni in codice che permettevano il reciproco riconoscimento
dei membri senza che nulla trapelasse all'esterno. Gli artefici
osservavano un programma di incontri periodici tra di loro;
ogni maestro seguiva un percorso stabilito che comprendeva
città e soprattutto monasteri, che costituivano i luoghi d'incon-
tro coi colleghi. L'artigiano viaggiava sotto la protezione dei
monasteri e delle abbazie, che erano gli unici luoghi al riparo
in quei secoli agitati. L'artefice poteva andare dove voleva per-
ché vestiva il più delle volte l'abito dei monaci, che gli garanti-
va libertà e autonomia in un periodo in cui solo i signori erano
liberi. Tra i muratori del V-VI secolo, i più rinomati furono i
«maestri comacini», il cui quartier generale si trovava sull‟isola
Comacina del lago di Como. Qui esisteva una cittadella religio-
sa chiamata Cristopoli dove venivano conservati i principi co-
struttivi delle scuole romana e bizantina. Similmente in Lin-
guadoca operavano i «fratelli antoniani» (i pontifices), specia-
lizzati nella costruzione di ponti1.
I monaci benedettini, grazie alla volontà e allo slancio im-
partito dal fondatore, San Benedetto da Norcia, conobbero i
principi delle scienza costruttiva mettendosi in contatto con i
discendenti dei collegia fabrorum. Di fronte al carisma di San
Benedetto, la mente direttiva delle confraternite volle mettere i
propri segreti a disposizione di chi poteva tradurli in modo
nuovo, i benedettini appunto.

369
Si raccolsero tutte le conoscenze precedenti, che furono
quindi assimilate dai monaci in un'ottica cristiana. Lungi dal
combattere le dottrine pagane, l'ordine di San Benedetto ne
trasse la linfa vitale e consentì agli antichi collegia di rifugiarsi
all'ombra dei monasteri. Così scrive Antonella Roversi Monaco
ne I Segreti delle Cattedrali:

La fusione tra collegi e monasteri non fu affatto un processo ca-


suale, ma un preciso programma a lunga scadenza a cui San Bene-
detto diede il via e che si realizzò dopo una serie di passaggi preor-
dinati, come se uno sguardo lungimirante avesse saputo anticipare e
2
favorire il corso degli avvenimenti.

Questi artigiani restarono sotto la protezione dell'ordine


benedettino fino al momento in cui la loro sicurezza e le loro
libertà di movimento non furono assicurate da un altro ordine:
i Templari.
La riforma di Cluny (909 d.C.) diede un forte impulso
all‟ordine benedettino e favorì la diffusione dell‟arte romanica.
Vista la crescente richiesta di costruire cattedrali e abbazie, i
monaci dovettero reclutare manodopera anche tra i laici. In
quel momento definirono la struttura in tre gradi iniziatici e le
rispettive strette di mano della moderna massoneria: al secon-
do gradino c‟erano i «fratelli conversi» (maestri d‟arte facenti
voto di obbedienza, oggi «Compagni d‟Arte») e subito sotto
stavano i «fratelli barbuti» (assistenti dei maestri che portavano
la barba come segno distintivo, oggi «Apprendisti»). Al vertice
della piramide, al di sopra dei due gradi laici, l‟opera massonica
era diretta e controllata dai Priori dell‟Ordine di San Benedetto
(detti «il Capitolo», oggi «Maestri»). L‟intera corporazione era
chiamata «loggia».
La riforma di Cluny facilitò l'infiltrazione nelle logge di idee
gnostiche tramandate dai Rosa+Croce, allora diffusi in tutto il
Sud Italia. La riforma aveva seguito immediatamente la costru-
zione dell'abbazia, voluta dal duca di Aquitania e Alvernia Gu-
glielmo I il Pio, nobile discendente dei re merovingi di Francia,
il quale ne aveva donato il terreno per l'erezione.
370
E' in questo momento (909 d.C.) che nacque probabilmente
il Priorato di Sion, un sottogruppo della Rosa+Croce incaricato
di operare un'infiltrazione gnostica nelle logge benedettine. Fu
poi il Priorato di Sion a creare i Templari (nel 1111) affinché si
sostituissero ai Benedettini nella protezione dei muratori. Fino
al 1188 (data del cosiddetto «Taglio dell'Olmo»), Templari e
Priorato (sciolto nel 1629) ebbero lo stesso Gran Maestro.
Nella Britannia di re Giacomo (r.1603-1625) c‟erano ancora
queste logge (tornate laiche già da oltre 150 anni), tra cui la
più famosa era quella scozzese di Kilwinning, che aveva accolto
e inglobato i Templari fuggiti dal porto francese di La Rochelle
il 13 ottobre 1307, il giorno della violenta soppressione
dell'Ordine per mano di re Filippo. Certamente anch‟essi con-
tribuirono a incrementare l‟apparato rituale delle logge e della
futura massoneria.
Nello stesso periodo erano arrivati in Inghilterra i rappre-
sentanti della Rosa+Croce, costretti a fuggire da Praga dopo la
sconfitta dei Boemi nella battaglia della montagna bianca, l‟8
novembre 1620. La corte praghese di Federico V ed Elisabetta
Stuart ospitava infatti il quartier generale della fratellanza; sfor-
tunatamente (per la R+C), la stessa corte era anche la punta di
diamante delle forze cattoliche nella fase iniziale della Guerra
dei 30 anni (1618-1620). Osteggiati sul continente (a prevalen-
za cattolica), i Rosa+Croce ripararono in Inghilterra con il nome
meno sospetto di «Unioni Cristiane», guidate da Johann Valen-
tine Andreae, nipote del «Lutero del Württemberg» Jakob An-
dreae.
Proprio mentre assorbivano i reietti Templari e Ro-
sa+Croce, le logge benedettine d'Inghilterra iniziarono a chia-
marsi «massoniche». Da esse scaturì nel 1645 il cosiddetto
«Collegio Invisibile», in piena epoca repubblicana, ribattezzato
«Royal Society» nel 1660 con il ritorno della Monarchia. In
questo modo al controllo delle istituzioni si poté affiancare il
controllo delle scienze e dei loro ritrovati.

371
Una precisazione è d'obbligo: in loggia non sentirete mai
parlare di politica o economia. I veri intenti della massoneria si
svolgono fuori dalla loggia. La loggia serve a scegliere e so-
prattutto a forgiare i nuovi uomini da inserire nei gruppi di po-
tere (Bilderberg e affini) e nelle posizioni di rilievo negli Stati e
nei mass-media. É un gran bacino di raccolta e di selezione nel
quale si muovono furtivi i cosiddetti “osservatori”. Ma il pas-
saggio dalla massoneria al ruolo operativo viene discusso e
pianificato al di fuori della loggia. La loggia è silenziosa e na-
sconde bene i suoi segreti. Paradossalmente ci sono massoni
che lavorano su sé stessi in buona fede, occupandosi di miglio-
rare la propria vita interiore, i quali rimangono ignari delle
connessioni “politiche” per tutta la vita. Solo i pochi “scelti”
scoprono il vero scopo della loro iniziazione, e solitamente i
massoni “di buona fede” non rientrano tra questi.
Durante le riunioni dei circoli si insegnano e si apprendono
tecniche di lavoro mentale, talune effettivamente in grado di
espandere i limiti della percezione umana, altre più subdole
volte a creare delle connessioni cerebrali “parassite” che a loro
volta sviluppano nel praticante una forma deleteria di finta lo-
gica: l‟allievo arriva a supporre delle relazioni di causa-effetto
tra le azioni - anche le proprie - che tuttavia non hanno nulla
di reale. Una volta che l‟allievo massone ha creato le connes-
sioni necessarie, a quel punto può essere facilmente manovra-
to da chi è cosciente di quelle connessioni (perché forse le ha
progettate). L‟allievo intanto è «felice» perché convinto che la
sua alterazione sia imputabile in toto ad una maggiore sensibi-
lità verso il mondo spirituale. In realtà qualche cosa si è rotto.
La coreografia di tutto questo è eccezionale. La suggestio-
ne conta. Ci sono i mantelli, le maschere bianche e i cappucci
alla Eyes Wide Shut di Kubrick. Il soffitto è un cielo blu scuro
trapunto di stelle, il pavimento una scacchiera bianco-nera a
suggerire l‟eterna lotta tra il bene e il male. Ci sono i riti, pezzi
di storia sacra che vedono implicati fumi d‟incenso, spade, cali-

372
ci; l‟officiante racconta la storia e recita i motti del maestro,
mentre il postulante risponde secondo copione.
Al punto in cui stiamo, con la totale indifferenza - per non
dire compiacimento - dei governanti europei davanti alla mor-
te dei più deboli, non ci sono molti motivi per mostrarsi ottimi-
sti. La sola reale speranza si trova forse nelle divisioni interne
alla fratellanza, perché il potere chiama potere, e intenti a
strapparselo l'un l'altro i seguaci dell'Occhio che Tutto Vede
potrebbero rischiare di perderlo.

373
Appendici

374
-A-
Malta

In una data compresa tra il 13.000 e il 12.000 a.C., i vascelli dei


Pelasgi, che avevano risalito la costa occidentale africana, una
volta giunti a Gibilterra si divisero in due gruppi: il primo si di-
resse verso le Isole Britanniche costeggiando la penisola iberi-
ca, il secondo penetrò lo stretto. Platone nel Timeo riferisce
quanto i sacerdoti egiziani di Sais raccontarono al legislatore
ateniese Solone (640-561):
[I Pelasgi] governavano le regioni della Libia che sono al di qua
dello stretto sino all'Egitto, e l'Europa sino alla Tirrenia. Tutta questa
potenza, radunatasi insieme, tentò allora di colonizzare con un solo
assalto la vostra regione, la nostra, e ogni luogo che si trovasse al di
qua dell'imboccatura.1

Il racconto prosegue con una breve descrizione della guer-


ra che contrappose i Pelasgi ad un'alleanza dei popoli abitanti
il mediterraneo orientale guidati dalla città di Atene. Fino alle
regioni tirreniche e all'Egitto, essi poterono tuttavia insediarsi
pacificamente, convivendo con “l'uomo delle caverne” del Pa-
leolitico europeo. Per 3.000 anni il confine delle acque territo-
riali fu stabilito a oriente dell‟isola di Malta; 3.000 anni che se-
gnano il tempo trascorso dall‟arrivo dei primi coloni a Gibilter-
ra all‟espansione di re Minosse in Grecia, Egitto e Siria.2
In base ai rilevamenti fatti da Glenn Milne (che non tengo-
no conto dei movimenti tettonici), prima del cataclisma che
costrinse la popolazione all'emigrazione, l'Italia aveva una su-
375
perficie molto più vasta, e di conseguenza era molto più estesa
la massa continentale siculo-maltese (Schema 01).

Schema 01 – Massa continentale siculo-maltese 16.400 anni fa.

Malta faceva parte della terraferma italiana attraverso l'ist-


mo che la collegava alla Sicilia, a sua volta connessa alla Cala-
bria. L'istmo era largo circa venti volte più delle isole attuali e si
estendeva per novanta chilometri verso nord e per settanta a
sud e ad est. Lungo la costa nordorientale di Malta si estende-
va uno scudo di ampiezza variabile tra gli otto e i dodici chilo-
metri. Per quanto riguarda la costa sudoccidentale, ad eccezio-
ne di un ponte di terra tra Malta e la minuscola isola di Fifla
(non risolubile nelle mappe riportate), non si notano variazioni
notevoli. Questo è da imputare alla presenza di ripide pareti,
che superano in profondità i centoventi metri di variazione del
livello del mare misurati al termine dell'ultima glaciazione. L'o-
rigine di tali scogliere è da ricercarsi nei movimenti tettonici
ancora in atto presso la faglia di Pantelleria, le cui labbra spor-

376
genti verso l'alto creano le isole Pelagie, Lampedusa e Lampio-
ne a ovest e l'arcipelago maltese ad est. I lati della faglia conti-
nuano tuttora ad alzarsi: l'isola di Lampedusa continua ad in-
clinarsi verso sud mentre l'arcipelago maltese verso nord-est. É
anche possibile che una massa di terra unita alla costa sudoc-
cidentale di Malta sia crollata nel processo di allargamento
della faglia, causando lo spostamento di imponenti volumi
d'acqua, come sostiene Anton Mifsud della Società Preistorica
di Malta.3 Tracce di una tale inondazione, avvenuta intorno al
2200 a.C.4, sono state riscontrate nel sito di Tarxien, il cui tem-
pio restò sepolto sotto uno strato di limo sterile alto un metro.
Nella vicina Hal Saflieni sono stati rinvenuti gli scheletri di set-
temila individui mescolati alla rinfusa assieme a frammenti di
vasellame in una matrice di terra rossa, trascinati in un labirinto
sotterrano noto come “Ipogeo” dall'alluvione, che investì tra
l'altro una necropoli neolitica.
Quando i Pelasgi approdarono a Malta, essa si era ormai
staccata dalla terraferma ma, come si può notare dalle mappe
(Schema 02), ciò non comportò una perdita evidente di terre-
no. Qui incontrarono gli uomini che nel Paleolitico abitarono la
Sicilia; a tal proposito, esiste una chiara sequenza di utensili li-
tici datati al radiocarbonio, che risalgono in alcuni casi all'A-
cheuleano (600.000-75.000 anni fa).

377
Schema 02 – Massa continentale siculo-maltese 14.600 anni fa.

La presenza dell'uomo a Malta nel Paleolitico è al centro di


una controversia non del tutto risolta. Propendono a favore di
questa tesi i test datativi eseguiti dal professor Kenneth Oa-
kley, al Museo di Storia Naturale di Londra, su tre denti rinve-
nuti in uno strato ben isolato del Pleistocene nella caverna di
Ghar Dalam (assieme all'osso di una mano, coltelli, raschiatoi,
trapani e bulini) e sulle pitture rupestri nella caverna di Ghar
Hasan5. Di fatto le caverne siciliane contengono la stessa fauna
di Ghar Dalam, ovvero ippopotami, elefanti e cervi del Pleisto-
cene, e non esiste un motivo valido per cui gli esseri umani del
Paleolitico, che seguivano e cacciavano la stessa fauna in tutte
le altre regioni, non dovessero raggiungere anche Malta. Ema-
nuele Anati, professore di Paleontologia all'Università di Lecce,
riporta la presenza nella caverna di Ghar Hasan di venti disegni
rappresentanti vari animali, un disegno antropomorfo, varie
impronte di mani e una serie di ideogrammi. Almeno due figu-

378
re di animali erano elefanti, estinti a Malta prima della fine del
Pleistocene.6

I Templi dei Feaci

Delle vestigia lasciate dai Pelasgi sull'attuale terraferma,


sono stati ritrovati i resti di ben ventitré templi megalitici, sei
isolati e dieci appaiati, più un gruppo di tre ed uno di quattro.
Altre cinque strutture simili presentano una pianta irregolare
ed almeno altri venti siti mostrano blocchi megalitici sparpa-
gliati, che potrebbero essere tracce di altri templi.
Sull'isola di Gozo sorge il più antico e grande dei templi
maltesi, la “Torre del Gigante”, di Gigantija, ufficialmente data-
to attorno al 3.600 a.C. (Schema 03). Esso consiste di un muro
perimetrale di blocchi ciclopici alti fino a cinque metri e pesanti
anche più di quindici tonnellate, disposti a chiudere con ampie
curve uno spazio irregolare contenente altari e santuari. Pre-
senta poi due passaggi assiali megalitici aperti su portali di
pietra e orientati in direzione sud-est. L'asse orientale conduce
a quattro stanze absidali disposte a coppie di lobi opposti,
mentre quello occidentale conduce a cinque absidi, due abbi-
nate a coppia e le altre tre a forma di trifoglio. Le mura del
tempio raggiungono oggi gli otto metri, contro i probabili se-
dici originari. Altrettanto interessante a Gozo è una grotta sca-
vata nel sasso e chiamata “Grotta di Calipso”, quella che po-
trebbe aver accolto il naufrago Ulisse.
Per quanto vi siano a Malta tracce di costruzioni su scala ri-
dotta e tombe scavate nella roccia viva, gli scavi nell'arcipelago
non hanno portato alla luce nulla che permetta di ricostruire
un'evoluzione dell'architettura megalitica. In altre parole, lo
sviluppo dei templi maltesi è da ricercarsi al di fuori delle isole
anche se, per usare le parole del professor David Trump, “al di
fuori dell'arcipelago maltese, non esiste nulla che si possa an-
che lontanamente paragonare a uno di questi templi.”7

379
Curioso il legame che unisce Gozo e Ogigia, l'isola di Calip-
so.8 Plinio la collocava nella Locride, a nord del promontorio
Lacinio, luogo in cui un'isola Ogigia risulta segnata nelle carte
antiche. Omero invece ne parla come di un'isola posta in alto
mare e lontana dalla costa. Altri scrittori, tra cui il Cav. Mazza-
ra9, parlano dell'isola di Calipso riferendola all'isola di Gaulis,
l'attuale Gozo. Questa collocazione collima con le indicazioni
di Omero, confermate dalle antiche vestigia dell'arcipelago
maltese, anteriori all'epoca dei Greci. Molto più interessanti ed
attendibili sono le descrizioni che Omero fa dell'isola tramite
indicazioni astronomiche: Calipso, accomiatandosi da Ulisse, gli
indica la via da seguire per arrivare a Corcira (Corfù), terra dei
Feaci, e gli ricorda di navigare tenendo sempre l'Orsa sulla sini-
stra, quello che nella realtà succede navigando direttamente
da Gozo a Corfù.
Vediamo qui pertanto un‟alternativa alla teoria “silana”
proposta da Salvatore Tolone. Anche Malta potrebbe essere
infatti la patria originaria dei Feaci, prima che questi giunges-

380
sero a Corcira. Omero, che fa di essi i più esperti marinai dei
tempi antichi, ci informa che a causa dei contrasti con i ciclopi,
loro consanguinei, essi avrebbero abbandonato la patria gui-
dati da Nausitoo, figlio di Calipso, il loro ecista.10 La discenden-
za da Calipso e la parentela coi ciclopi (che abbiamo visto es-
sere i Pelasgi) non lascia dubbi sul fatto che ne fossero i diretti
discendenti. Per di più, il fatto che Calipso sapesse perfetta-
mente dove essi si trovassero, suggerisce l'esistenza un di le-
game fra le due isole. Ma i Feaci non primeggiavano solo nelle
arti nautiche; Omero li descrive come esperti e sapienti anche
in tutte le arti e le istituzioni civili: ci parla di soglie di bronzo,
pareti splendenti di rame con fregi in ceruleo metallo, stipiti
d'argento, anelli d'oro alle porte, immagini di cani d'argento
ed oro sull'ingresso. Le Feacesi erano senza eguali nella tessi-
tura; i loro orti erano pieni di varie e dolci specie di frutta mai
viste al mondo11; Omero li dice appassionati amatori dei balli,
della musica, dei lieti conviti, dei tiepidi bagni e del “mutar ve-
sti”.12
Il loro spostamento da Malta potrebbe far parte di
quell'ondata di migrazioni da un capo all'altro del Mediterra-
neo che seguì il secondo diluvio, nel 9.600 a.C., e nulla vieta
che esso sia avvenuto in due tappe, prima in Calabria e solo in
un secondo momento a Corfù.
Poniamo ora la nostra attenzione sull'ipogeo di Hal Saflieni
che sorge in prossimità della costa orientale: si tratta di un la-
birinto di tre piani scolpito nella roccia calcarea, disegnato da
passaggi, vani, scale, pozzi e tunnel interconnessi, su una pian-
ta di mezzo chilometro quadrato (Schema 04).

381
In un punto la roccia viva è perforata e scolpita in modo da
creare una porta megalitica sovrastata da un architrave deco-
rato con dodici dischi dipinti in ocra rossa. L'ocra rossa riveste
alcuni vani da cima a fondo; in altri sono dipinti spirali, dischi,
volute, cellette di alveare, animali, impronte di mani e ideo-
grammi, con l'ocra e con un pigmento nero ricavato dall'ossido
di manganese.
L'ipogeo fu scoperto nel 1902 da degli operai che stavano
scavando dei serbatoi per l'acqua. Nel 1903 fu scavato dal ge-
suita Emmanuel Magri della Commissione direttiva del Museo
de La Valletta e nel 1910 da Themistocles Zammit, curatore del
medesimo museo. Il primo rimosse tonnellate di terra “scura e
umida” dai primi due livelli, contenenti frammenti di ossa, va-
sellame e altri oggetti in una massa che appariva rovesciata nel
monumento dalla superficie. Il vasellame e i piccoli oggetti fu-
rono recuperati, mentre le ossa scomparvero misteriosamente.
I taccuini di padre Magri, che non aveva ancora stilato un rap-
porto, sparirono dopo la sua morte, avvenuta durante una mis-

382
sione a Sfax in Tunisia nel 1907, cosicché non sappiamo nulla
né del contesto, né delle associazioni di quanto rinvenuto.
Zammit sgomberò lo stesso deposito nel livello inferiore
senza riscontrare stratificazioni ma, anche in questo caso, in-
credibilmente, dei settemila scheletri rilevati non ci rimangono
che sei teschi conservati al National Museum di Malta.
Lo stesso tipo di deposito caotico è stato rinvenuto nell'I-
pogeo di Santa Lucia, distante meno di un chilometro, scavato
negli anni Settanta ed ora vergognosamente sigillato e coperto
da un cimitero moderno. Gli archeologici sono concordi nel ri-
tenere gli ipogei dei luoghi di culto destinati a poche persone
privilegiate o devote, diversamente dai “pubblici” templi di su-
perficie. Se così non fosse stato, il fumo delle torce dei fedeli
avrebbe macchiato e annerito il calcare delle pareti. Sulla pare-
te di fronte alla scala che scende al livello inferiore, era visibile
fino gli anni Sessanta una rozza immagine di un toro o bisonte
in pigmento nero. La tinta in ocra rossa della parete s'inter-
rompe esattamente all'altezza della figura, indicando che si
tratta di un'aggiunta successiva. L'utilizzo dell'ocra rossa è un
aspetto ben noto delle culture del Paleolitico superiore, mentre
le pitture in nero predominano nelle forme più antiche di arte
delle caverne. Il bisonte ed il toro erano, assieme al cavallo, un
tema dominante ed intere “sale” di caverne sono decorate con
immagini di tori, come nel famoso sito Paleolitico di Lascaux in
Borgogna. Bassorilievi con immagini di tori e di una vacca sono
presenti inoltre sulle grandi lastre di pietra all'ingresso del
complesso di Tarxien.
Campioni di ocra rossa, prelevati nella cosiddetta “Sala
dell'Oracolo” nell'Ipogeo, sono stati analizzati nel 1987 ai raggi
X e al microscopio elettronico, presso lo Smithsonian Institute
diWashington, rivelando la composizione tipica dei pigmenti
dell'arte Paleolitica. Uno studio del 1979, eseguito da Janusz
Lehman, riscontrò in campioni di ocra prelevati da decorazioni
del livello inferiore, tracce di biossido di manganese, sugge-

383
rendo che le decorazioni fossero state sovrapposte a un dise-
gno più antico.
Altra caratteristica dell'arte delle caverne in Europa è la
rappresentazione in dipinti o sculture di donne enormemente
grasse, come la Venere di Laussel (30.000 a.C.) o la Venere di
Lespegue (25.000 a.C.). L'archeologa Marija Gimbutas, ex do-
cente di archeologia all'UCLA di Los Angeles, sostenne con for-
za l'idea che tali figure fossero il simbolo di una Dea Madre.
Due dee madri sono state ritrovate nell'Ipogeo e sono note
come “Dame dormienti”: si tratta di donne dalle forme genero-
se, con la gonna aderente alle ampie cosce, sdraiate con la
mano destra sotto la testa a far da cuscino, la sinistra piegata
in avanti e sorretta dai seni enormi (Figura 1). Altre “Dame
grasse”, sedute o in piedi, sono state ritrovate in tutti i templi
di Malta.

Figura 1: Tipica “Dama dormiente” maltese.

384
Abbiamo quindi ragione di credere che i Pelasgi, giunti
sull'isola, non cercarono di sopraffare la popolazione, bensì di
mantenerla sotto controllo canonizzandone i culti e fornendole
locali per svolgere le funzioni religiose. Vedremo inoltre come
il ben noto culto Paleolitico e Neolitico dei “menhir” (megaliti
isolati di simbolismo prevalentemente fallico) trovi anch'esso
una regolarizzazione nei templi maltesi, per esempio ad Hagiar
Qim (Schema 05).

Hagiar Qim si trova sulla costa occidentale, in cima ad una


collina, ai piedi della quale sorge ad ovest il complesso di
Mnajdra. Esso si ritiene costruito tra il 3.600 a.C. e il 2.500 a.C. e
descrive un'ellisse irregolare di megaliti (ne rimane uno di oltre
sette metri, pesante più di venti tonnellate). Il tempio offre vari
allineamenti solari in coincidenza con il solstizio d'estate, ma
ciò che più ci interessa è un misterioso “menhir” o “altare a co-
lonna (Bètyle)” che si trova nell'abside sudoccidentale. È un pi-
lastro di calcare bianco e levigato, di sezione quasi circolare,
con un metro di circonferenza e un'altezza di un metro e mez-

385
zo. La sua posizione all'estremità dell'asse gli conferisce un si-
gnificato cultuale, e in un altro contesto sarebbe identificato
con uno Shivalingam (India) o un Benben (Egitto), simboli fallici
del dio della conoscenza, delle misure e dell'astronomia. Seb-
bene in alcune culture i “menhir” avessero interpretazioni
“femminili”, adattandosi ad essere simulacri della Dea Madre,
essi rimangono connessi al fenomeno delle meteoriti (concepi-
te inizialmente come gocce del seme del dio creatore) e sono
adorati come “pietre cadute dal cielo”.
Mnajdra (Schema 06) è costituito da tre templi: piccolo,
mediano ed inferiore. È concepito come un indicatore degli
equinozi e dei solstizi, attraverso un sistema di allineamenti
calcolati e osservati in rapporto all'orizzonte in pendenza della
collina di Hagiar Qim. Il tempio inferiore e mediano presenta-
no ciascuno quattro absidi megalitiche disposte a coppie con-
trapposte, mentre il tempio piccolo consta di tre absidi dispo-
ste a trifoglio.

386
Quando il sole supera l'orizzonte il 21 marzo e il 21 set-
tembre, i suoi raggi dividono a metà la porta formata da tre
megaliti del tempio inferiore, proiettandosi in un piccolo san-
tuario nel recesso più profondo del complesso (Schema 07).

Il 21 dicembre la forma di una “bandiera” che sventola


sull'asta è proiettata dai raggi del sole su una lastra di pietra
eretta sul fondo del muro occidentale dell'abside nord del
tempio inferiore (H3). I raggi sfiorano il margine interno dello
stipite meridionale (H1) ed il margine inferiore dell'architrave
all'ingresso; colpiscono il margine interno di un megalite all'e-
stremità nordoccidentale (H2) del passaggio e infine colpisco-
no la lastra. Quindi, l'immagine non si realizza attraverso una
semplice fenditura nel muro, ma è il risultato della giustappo-
sizione di tre megaliti, due eretti a quattro metri l'un l'altro, più
l'architrave. Il 21 giugno appare la stessa immagine capovolta
proiettata su un'altra lastra di pietra in fondo al muro occiden-
tale dell'abside sud.

387
Chris Micallef (nipote di Paul Micallef, l'archeologo maltese
che per primo comprese che Mnajdra era un calendario solare
di pietra e ne decifrò gli allineamenti) ha fatto presente che ul-
teriori immagini luminose segnalano il cosiddetto “ottavo
giorno”, a metà tra ogni solstizio ed equinozio, e che altri alli-
neamenti lunari sono registrati accanto a quelli solari.
Attualmente, durante i solstizi l'immagine luminosa si for-
ma a due centimetri dal bordo della lastra di pietra; i calcoli di
P. Micallef mostrano che la “bandiera” toccava perfettamente
l'orlo nel 3.700 a.C. e nel 10.500 a.C.. La prima data è molto vi-
cina a quella di costruzione ufficiale dei templi (il tempio infe-
riore è datato al 2.800 a.C. sulla base del ritrovamento di vasel-
lame della cosiddetta fase di Tarxien). È curioso che la seconda
data coincida con gli anni in cui l'Egitto era un'immagine del
cielo di Orione e delle Iadi, Angkor in Cambogia un'immagine
del Drago e gli allineamenti solstiziali di Tiahuanaco in Perù
collimavano alla perfezione.13
Chris Micallef ha inoltre misurato il perimetro dei templi
maltesi secondo la “iarda megalitica”14, l'unità di misura indivi-
duata dall'archeoastronomo scozzese Alexander Thom e ri-
scontrata in tutti i siti megalitici da lui esaminati da Callanish a
Carnac. In questa unità, i perimetri erano dati da numeri interi,
segno che su tale misura si basarono anche i costruttori malte-
si. Possiamo quindi ricondurre questi antichi costruttori ad un
unico ceppo comune con i costruttori di Carnac e Callanish
(coloro che giunti a Gibilterra proseguirono verso le Isole Bri-
tanniche).

Un'isola molto più estesa

Un fenomeno tipico della zona di Malta è quello dei “solchi


di carri”, ovvero dei canali curvi paralleli scavati nella roccia,
concentrati prevalentemente nella località di “Clapman Jun-
ction”. Questi solchi, profondi fino a un metro e larghi quasi un

388
metro, sono incisi su una superficie di due chilometri quadrati
nella roccia calcarea che sale verso le pareti rocciose di Dingli e
Buskett Gardens, a circa cinque chilometri a ovest di Hagiar
Qim e Mnajdra. Essi non sembrano avere né un inizio né una
meta.
Nel 1842 il dottor Davy pubblicò un resoconto nel quale
osservava solchi di carri tra punta Marfa e Wied il-Qammieh, a
nordovest di Malta, i quali proseguivano senza interruzioni ol-
tre il ciglio delle scogliere.15
Nel 1776 Sanzio scrisse che “in vari siti marittimi intorno
all'isola di Malta si potevano vedere solchi di carri incisi pro-
fondamente nella roccia, che si estendevano per un tratto an-
che in mare”16. Nel 1804 De Boisgelin riportò che sul lato me-
ridionale di Buskett “si notano segni di ruote incisi in profondi-
tà nella roccia, che proseguono fino al mare… si possono se-
guire con lo sguardo anche sott'acqua fino a notevole distanza
e a grande profondità, anzi, fin dove l'occhio riesce a spingersi
tra i flutti”17. Padre Magri segnalò la presenza fino a fine otto-
cento di solchi di carri sull'isola di Fifla, a cinque chilometri a
sud di Mnajdra ed Hagiar Qim18; nel 1912 R.N. Bradley com-
mentava la presenza di solchi nei pressi di Hagiar Qim, notan-
do che proseguivano “oltre il ciglio del precipizio delle scoglie-
re prospicienti Fifla”19. Questi ultimi solchi passavano proba-
bilmente lungo un istmo Malta-Fifla, crollato in epoca relati-
vamente recente, dando luogo all'inondazione che nel 2.200
a.C. riempì di scheletri l'ipogeo. I solchi non testimoniano solo i
movimenti tellurici ma anche i cambiamenti del livello del ma-
re, che dall'ultimo massimo glaciale si protraggono fino ad
oggi con la costa di Malta che si abbassa tuttora di due milli-
metri l'anno.
Nel 2001 il ricercatore Graham Hancock visitò con il sub
Rupert Mifsud una caverna alla profondità di venticinque metri
al largo di punta Marfa. Descrisse una rampa levigata a qua-
rantacinque gradi verso l'alto, dal soffitto squadrato e regolare
e formata da massi deliberatamente tagliati e sbozzati. A cin-

389
que metri dall'ingresso erano presenti tre gradini o terrazze alti
mezzo metro ciascuno ed estesi per tutta l'ampiezza della ca-
verna, troppo simmetrici e squadrati per essere stati foggiati
da un processo naturale in una posizione tanto riparata. Tre
metri più avanti la caverna era bloccata da una parete su cui si
apriva una fenditura sufficiente al passaggio di una persona,
verso una seconda caverna dotata di ingresso proprio. Su una
zona pianeggiante al di sopra della parete su cui si apriva la
caverna, a una profondità di otto metri, erano presenti altri
solchi di carro larghi circa il doppio di quelli di Claphman Jun-
ction e più profondi. Appaiono divisi in due corsie da un rilievo
calcareo affilato alto circa un palmo ed i loro bordi si elevava-
no di trenta centimetri al di sopra della roccia circostante. Una
coppia di solchi si interrompeva su una “strada” perpendicola-
re che li cancellava in quel punto, per riprendere dalla parte
opposta, segno che quest'ultima era stata tracciata dopo i sol-
chi.20
Lo stesso Graham Hancock, stavolta con il sub Chris Angius,
visitò un canale orientato nord-sud lungo oltre trenta metri,
largo due metri e profondo almeno altrettanto, a diciotto metri
di profondità al largo di punta Qawra. Il canale era sovrastato
da un ponte ad arco dalla sommità piatta al livello della pianu-
ra circostante. La pareti verticali dell'arco mostravano i segni
degli attrezzi usati per scavare la roccia. L'arco non poteva
spiegarsi come un resto sopravvissuto al crollo di una caverna,
come sovente si trovano sul fondo del mare, poiché in questo
caso si trattava di una zona aperta, che prima di essere som-
mersa doveva esser stata aperta campagna. L'arco inoltre so-
vrastava un canale a fondo cieco, in netto contrasto con le
formazioni nella vicinanze.21
Grand Harbour, zona portuale di La Valletta, era la sede di
un tempio megalitico che secondo la testimonianza di Jean
Quintinus, nel 1536 si estendeva su una vasta zona del porto
spingendosi sino al mare.22 Nel 1606 Megeiser constatò che
era costituito da massi rettangolari di dimensioni incredibili23 e

390
nell'Ottocento i visitatori riferivano di pietre lunghe da un me-
tro e mezzo a due metri accostate a secco.24 Infine, alla pro-
fondità di sette metri e mezzo al largo di Sliema, sono stati
scoperti una tomba scavata nella roccia ed un tempio som-
merso, ed un cerchio di massi si trova nel canale tra Malta e
Comino.25
I numerosi ritrovamenti sommersi parlano dunque di una
Malta molto più estesa ed unita in un'unica isola al tempo in
cui essi erano in superficie, ovvero tra i 14.600 e i 13.500 anni
fa (secondo le carte di G. Milne).
Secondo Chris Micallef i concetti matematici necessari per il
calcolo del perimetro dei templi deriverebbero da una società
di naviganti, ed immagini di navi scolpite nella pietra si vedono
a Tarxien. Se presupponiamo che una società di naviganti sia
anche una società di cartografi, è naturale una domanda: qual-
cuno ha disegnato le coste di Malta quando essa era un'unica
isola molto più estesa?Alcune carte di copisti medievali (basate
su carte molto più antiche) si riferiscono con “Gaulometin” o
“Galonia Leta” ad un'unica isola che raggruppava Malta e Go-
zo, così com'era fino ad 11.000 anni fa. Inoltre, un'estensione
verso sud dell'arcipelago maltese è registrata negli annali del
geografo Claudio Tolomeo (ca. 90-168), il quale aveva accesso
illimitato alla biblioteca di Alessandria. Le coordinate fornite da
Tolomeo indicano un'estensione significativa di Malta a sud e a
ovest dell'attuale linea costiera nelle vicinanze di Fifla, dove si
ritiene avvenuto il crollo dell'istmo nel 2.200 a.C., con un'am-
piezza in latitudine di 30,8 chilometri contro i 21,5 chilometri
odierni. Le carte disegnate nel tardo Medioevo e nel primo Ri-
nascimento in base al modello tolemaico contengono delle
anomalie, che potrebbero essere un riflesso delle stesse fonti
antiche. Per esempio la Carta Ulm del 1482 mostra una grande
isola nel Mediterraneo centrale che, seppur spostata troppo ad
est, presenta forti somiglianze con Malta tra 14.600 e 13.500
anni fa. Un'isola simile appare nella Carta di Ebner del 1460,
che riportiamo (Figura 2).

391
Figura 2: La carta tolemaica presente nel manoscritto di Ebner
dell’anno 1460 mostra una grande isola fantasma a sud-ovest
della Sicilia. Isole del genere si vedono anche nella carta Kloster-
neuberg del 1450 (che dà l’impressione di fondere le isole
dell’arcipelago maltese in una massa unica) e in quella di Ulm del
1482. Fonte: Graham Hancock, Civiltà Sommerse, Corbaccio
2002, p. 595.

Un'altra carta, copiata da fonti antiche a Klosterneuberg


(Austria) nel 1450, mostra una massa di terra significativa tra la
Sicilia e il Nordafrica. È plausibile che le antiche fonti delle car-
te tolemaiche non siano altro che le carte originariamente
compilate dai Pelasgi costruttori dei templi maltesi. Come ab-
biamo visto, i templi a pianta curva sono un'esclusiva maltese,
diversamente dall'uso dei megaliti. Ricordiamo che i megaliti
erano usati per la costruzione di tombe e templi in tutto il Me-

392
diterraneo e non solo, ad esempio nei Dolmen di Puglia e Sar-
degna, l'Osirion di Abido sul delta del Nilo e le imponenti rovi-
ne di Baalbek in Libano. Queste strutture riportavano nella
pianta uno stile geometrico costituito da angoli retti e linee
dritte. Se vogliamo ascrivere ai Pelasgi tutta questa produzione
architettonica, dobbiamo quantomeno supporre che il gruppo
maltese ne avesse coscienza. Troviamo una conferma a
quest'ipotesi al Museo Nazionale de La Valletta: qui è presente
una raccolta di modellini di templi in terracotta o pietra, scavati
all'interno dei templi maltesi. Modelli di templi “geometrici”
appaiono accanto a riproduzioni fedeli dei templi curvi.
Concludiamo dando un veloce sguardo alle prove ufficiali
(solo cinque) su cui si basa la datazione al Carbonio 14 dei
templi megalitici di Malta in un periodo compreso tra il 3.600
a.C. e il 2.500 a.C.. La prima prova è costituita dal carbone di
legna ricavato dallo strato sottostante il pavimento (non me-
galitico) nel tempio di Mgarr. Questa è la prova più sicura ma
di fatto ci dice solamente l'età del pavimento, che può anche
essere un restauro. Abbiamo poi un campione di legna dalla
prima abside a destra del tempio meridionale di Tarxien. Le al-
tre tre prove sono definite “depositi lenticolari carbonizzati
provenienti da urne cinerarie” e sono state ritrovate dentro
contenitori di vetro nel Museo Nazionale di Malta, che si rite-
neva conservassero il contenuto di urne cinerarie scavate da
Themistocles Zammit nel 1915. Queste argomentazioni testi-
moniano l'uso del templi tra il 3.600 a.C. e il 2500 a.C., ma nulla
dicono sull'effettiva data di costruzione. L'utilizzo dei templi
come tavolozza per l'arte delle caverne nel Paleolitico e le
mappe tolemaiche di una Malta più estesa, ci inducono a col-
locare la costruzione dei templi ad opera dei Pelasgi tra 14.600
e 13.500 anni fa.

393
-B-
Il monoteismo dei Popoli del mare

Riportiamo qui alcune citazioni di testi antichi e moderni sul


monoteismo dei Popoli del mare.
I PDM sacrificavano primariamente ogni offerta orando agli Iddii,
né nome a niuno di essi imponendo, perché non ne avevano mai in-
teso; solo appellandoli Theoi, perché posero in ordine tutte le cose, e
tenevano d‟ogni distribuzione il governo.1

Erodoto parla di dei e non di Dio perché influenzato da conce-


zioni politeistiche. Tuttavia i PDM adoravano un solo Dio e per que-
sto non avevano alcun nome speciale che lo indicasse; infatti, se a-
vessero adorato più dèi, avrebbero sentito la necessità di imporre lo-
ro dei nomi per differenziarli.2

I PDM adoravano un solo dio.3

Avere essi credenza in uno Iddio, indicato coi nomi di Fato, di


4
Provvidenza e di Natura.

Alcuni scrittori dell‟antichità menzionarono are e templi dedicati


in Grecia alla «Divinità Ignota» che furono ben descritti da Pausania.
L‟ara del Dio ignoto esisteva ancora ad Atene ai giorni dell‟apostolo
Paolo, quando egli nell‟Areopago esclamava: «Oh, uomini ateniesi!
Tra i vostri simulacri io ho veduto un‟ara in cui sta scritto: allo iddio
ignoto. Ebbene io vengo ad annunciarvi questo Iddio che fece il cielo
e la terra e tutte le cose che stanno in essa, e che non abita nei tem-
pli eretti dalla mano degli uomini».5

394
Macrobio nel V secolo dichiarò che i nomi degli dèi non erano al-
tro che denominazioni sinonime di uno solo di essi, cioè del sole.6

Nell‟Egitto dei PDM la divinità finì col mescolare i suoi tratti con
quelli di “grandi uomini” reali e si sviluppò nel corso dei millenni nel-
le figure di Iside e Osiride. Col tempo le caratteristiche delle prime
divinità andarono suddividendosi, come accadde per esempio in E-
gitto dove la dea della maternità divenne Hator, assorbendo parte
dei tratti isiaci; Osiride passò da dio primordiale a pronipote di Atum
7
e il ruolo di creatore passò a quest‟ultimo.

Le vicende di Osiride e Seth furono iscritte in geroglifici su una


stele d‟oro del Tempio di Panchea, in Etiopia. Il tempio al centro
dell‟isola fu esplorato e descritto da Evemero da Messina (330-250
a.C.) come un palazzo «lungo sessanta metri e al quale si accedeva
tramite un viale lungo settecentoventi metri e largo trenta». Accanto
al nome di Osiride troviamo Thot, Iside, Seshat, Seth, Horus... ma nes-
suno di questi è indicato con l‟appellativo di «dio», ma come re, capi-
tano, sapiente, artista, pilota...8

Nel 1355 a.C. Akhenaton e Nefertiti accolsero un‟ambasceria


shardana che li esortava a ritornare al culto del Grande Dio. 9

Eusebio nella Preparazione evangelica (cap. VI e VII) riporta le


storie di Sanconiatone, stimato uomo fenicio che scrisse prima della
migrazione. Sanconiatone sostiene che la religione iniziale ricevuta
nel paese era rivolta a un solo Dio, di cui veneravano l‟immagine nel
sole, nella luna, nelle stelle e negli elementi. Poi accadde che alcuni
uomini furono adorati per le loro invenzioni come benefattori e pa-
droni; a loro vennero eretti simulacri e templi, finché non si giunse
alla creazione di dei mortali e immortali. Questi ultimi, ovvero il sole
e la luna, presero i nomi di Beelsamen e di Astarte (o Astharteth, raf-
figurata come l‟egiziana Iside).10

Gli Assiri sostenevano che il loro Dio e il loro oracolo principale


erano di derivazione egizia, nel periodo in cui tale culto in Egitto non
era ancora stato corrotto. Si tratta degli anni immediatamente suc-
cessivi alla colonizzazione pelasgica dell‟Egitto sotto Menes-Osiride.
Tale divinità era appellata col nome di Diu o Dia, ed era la sola
all‟inizio della loro storia.11

395
Tutti questi regni o imperi (assiro, persiano, medo, battriano, par-
tico) furono condizionati dalle dottrine di Zoroastro, il quale fu de-
nominato ora caldeo, ora assiro, medo, persiano, indiano o battriano,
a ragione delle sue peregrinazioni per tali paesi. In esse vediamo tra-
sfusa l‟antica dottrina pelasgica del Dio unico, incomprensibile e infi-
nito, vi è detto infatti: «Iddio è primo di ciò che non si corrompe;
sempiterno; non generato; simile a lui solo; moderator di tutti i beni.
Ei non aspetta presenti né offerte; ottimo è; prudentissimo; padre
della ragione; dottore di se stesso; perfetto di natura; sapiente; unico
fattore della natura sacra. Aggiungevano di più i ricordati frammenti
che anche ai sapienti si prestava un culto, essendo essi, dopo Iddio,
12
meritevoli di maggiore venerazione».

Constantin François de Chasseboeuf, conte di Volney (filosofo,


storico e orientalista francese), affermò che Zoroastro impiantò fra i
13
medi e i battriani il sistema religioso degli Egiziani più antichi.

Nella Grande iscrizione di Karnak (Stele di Merenptah) il faraone


egizio, riportando una vittoria militare su Libici, Achei e Sabini nel
1209 a.C., afferma la circoncisione dei Popoli del mare.

Gli Hyksos dedicavano al lato «femminile» della divinità dei bo-


schetti sacri, ai cui alberi appendevano nastri di tessuto colorato, tra-
dizione che abbiamo già visto esser perpetuata dagli Ebrei. Quando
gli alberi non erano disponibili essi usavano dei pali che portavano in
processione e piantavano poi presso un tempio. 14 In Sardegna so-
pravvive ancora oggi la tradizione sabea dei boschi sacri. Nelle cele-
brazioni dell‟Assunta (che assume il ruolo di Asherah) degli enormi
pali alti diversi metri, ornati di nastri e sormontati da una croce di
spighe, sono portati a spalla da decine di fedeli. 15

Gli Hyksos praticavano una religione di tipo misterico vicina alle


credenze dei testi ermetici e gnostici, che già abbiamo visto essere
una prosecuzione naturale dei culti pelasgici. Uno dei loro testi af-
ferma «i popoli della prima civiltà d‟Egitto, quelli di Menes, avevano
la nostra religione»16.

Essi non pregavano, da un lato perché lo consideravano un tenta-


tivo di delegare a Dio gli sforzi assegnati agli uomini, dall‟altro per-
ché secondo loro, in caso di necessità, Dio non aveva bisogno di farsi
pregare e li avrebbe aiutati subito.17 Si limitavano pertanto a lodarlo.

396
Credevano inoltre nella reincarnazione (credenza rimasta
nell‟induismo), erano vegetariani e non facevano sacrifici. 18

È gente che non uccide gli animali ... che non fa sacrifici di san-
gue agli déi, che non prega e non fa offerte. Addirittura non hanno
19
déi ma un dio solo e adorano l‟infinito e l‟invisibile.

I Macli e gli Ausei hanno il lago Tritonide a far da confine tra loro.
Qui finisce la Libya piatta e sabbiosa e iniziano i monti boscosi. Que-
sti sono i nomadi libici che abitano lungo la costa; al di là di essi, ver-
so l‟interno, c‟è la Libya delle fiere, e al di sopra della Libya delle fiere,
si estende un ciglione di sabbia che va da Tebe (d‟Egitto) fino alle
Colonne d‟Ercole. Ad altri dieci giorni di cammino c‟è un‟altra collina
di sale, acqua e uomini che vivono intorno alla collina. Si chiamano
Atlanti. Si narra che non si nutrano di alcun essere animato e che non
20
abbiano sogni [per questo non pregano?].

Tertulliano (De Anima): «Aristotele ricorda che vi era in Sardegna


un semidio in grado di privare dei sogni». Quindi Erodoto, parlando
degli Atlanti, si riferiva alla loro terra, l‟Atlantide-Sardegna di Plato-
ne.21

Gli uomini che abitano l‟isola hanno la carnagione bianca come i


raggi della Luna e sono devoti a Narayana ... Infatti, gli abitanti
dell‟Isola bianca venerano e credono in un unico Dio. ... Sono uomini
bianchi che non hanno mai dormito o mangiato.22 È ancora la Sarde-
gna di Platone e Aristotele, dove gli uomini non dormono/sognano?

397
-C-
Elenco delle larse sabine in Italia

Quanto grande è l‟insipienza e l‟ignoranza di coloro i quali affermano


che le città del Lazio dette pelasgiche, le cui mura megalitiche sono
tanto superiori all‟Opera Quadrata, sono state fabbricate dai Romani!

CESARE DE CARA, Gli Hetei-Pelasgi

Quello che segue è l‟elenco delle principali città italiane di ori-


gine sabina. Gli esempi di costruzioni in opera poligonale sono
numerosi, sparsi per tutta l‟Italia centro-meridionale. Molte di
queste mura ciclopiche devono ancora essere recuperate nel
loro eccezionale valore mediante opportuni scavi archeologici.
Tali avanzi imponenti si trovano specialmente nella «Ciociaria»,
terra che fin dall‟antichità fu considerata la culla di questo
straordinario sistema costruttivo che tanto attirò l‟attenzione
dell‟architetto di Augusto: Vitruvio Pollione.
In Grecia e nell‟Egeo, per merito di grandi esploratori come
Schliemann, si è fatta luce sulla civiltà micenea. Alcuni studiosi
hanno tentato di dimostrare l‟esistenza di una civiltà a essa
contemporanea sul nostro suolo, ma fin dal XIX secolo non
ebbero altrettanta fortuna.
L‟abate francese Petit-Radel elencò più di 120 Larisse o Lar-
se, cominciando dalle più famose, le città saturnie: Alatri, Ana-
gni, Arpino, Atina e Ferentino (Aertum). Le prime quattro fanno
da corona alla quinta, la città sacra a Fere (o Feronia), la grande
Dea madre, dea della fertilità, protettrice dei boschi e delle

398
messi. Le «città Saturnie», poste ai bordi di colli scoscesi,
all‟epoca della costruzione erano raggiungibili dal mare.
La descrizione dettagliata di ogni singola larsa è disponibile
sul sito personale dell‟autore.

Alatri (Aletrium)
Alba Fucense (Alba Fucens)
Alfedena (Aufidena)
Alife (Allifae)
Amelia (Ameria)
Anagni (Anagnia)
Ansedonia (Cosa)
Arce (Arx Volscorum O Arcae)
Arpino (Arpinum)
Artena
Ascoli Piceno (Ausculum)
Atina (Atina)
Cassino (Casinum)
Castro dei Volsci
Cori (Cora)
Cortona (Kurtu)
Esperia (Esperia)
Ferentino (Aertum)
Fondi (Fundi)
Formia (Formiae)
Frascati (Tusculum)
Marsiliana (Albinia)
Minturno (Minturne)
Moio della Civitella
Norma (Norba)
Orbetello
Palestrina (Praeneste)
Policastro Bussentino
San Felice Circeo (Circeii)
San Severa (Pyrgi)

399
Saracena
Saturnia
Segni (Signia)
Sezze (Setia)
Sora (Sora)
Spoleto (Spoletium)
Sutri
Talamone (Telamon)
Tarquinia (Tarku-Tarquinii)
Terracina (Anxur-Terracina o Traku)
Todi (Tuder)
Veroli (Verulae)

Sembra che i perimetri di alcune larse raffigurino costella-


zioni stellari, come nel caso di San Felice Circeo, dove l‟acropoli
seguirebbe il profilo della costellazione del Toro e il centro sto-
rico seguirebbe quello della costellazione di Perseo. Analoga-
mente, come già evidenziava don Giuseppe Capone, l‟acropoli
di Alatri riprodurrebbe col suo perimetro la costellazione dei
Gemelli.

400
-D–
Genealogie

401
402
403
404
405
-E-
Dal sumero-accadico al sardo

I nuraghi portavano nomi dedicatori appartenenti all’ambiente


sacro sumero; seguono alcuni esempi da II sistema linguistico
della civiltà nuragica del prof. Raffaele Sardella.

Artizzulus (Nur. a Nuragus): Dal sum. AR-TI-TU-LU = “la


pura o gloriosa abitazione a tholos”; 2) Dal sum. AR-TI-
TU-UL+u (vocale paragogica1) = “il puro o glorioso
tempio a tholos”.

Bardakolo (Nur. a Sorgono): Dal sum. BAR(2)-DA-KUL-


LUM/KUL+o (voc. par.) = “il profeta presso il tempio”.

Bolessene (Nur. ad Aidomaggiore): Dal sum. BUL-ESH(3)-


EN = “si eleva il tempio del sacerdote”.

Dòvaru (Nur. a Mamoiada): Dal sum. DU-BAR(2)+u/BAR


oppure DU(3)-BAR(2)+u (voc. par.) = “il fondamento
del tempio” oppure “il fondamento splendente, il fonda-
mento del dio Sole”.

Dovilineo (Nur. a Mamoiada): Dal sum. DU/DU(3)-BIL-I(3)-

406
NE(3)/NE(4) = “il fondamento del dio Fuoco è potente”;
2) Dal sum. DU/DU(3)-BIL-I(3)-NE(5) = “il fondamento
del dio Fuoco è il braciere”.

Gastea (Nur. a Seulo e a Monte Aritzo), Kalegastea (pozzo


sacro ad Abbasanta): Dal sum. KASH- DE(2)-A = “sa-
crificio di bestiame rivolto agli déi assieme a una liba-
gione di vino o birra”. Kelegastea deriva da KAL-E(2)-
KASH-DE(2)-A e indica il servo preposto alla prepara-
zione del suddetto sacrificio.

Gidifuìli (Nur. a Urzulei): Dal sum. GID-I-PU(2)-IL(2)+i


(voc. par.)/GID-I-PU(2)-I(3)-LI(2) = “alta e grande è la
sorgente” oppure “esaltato è il pozzo splendente”.

Gudunu (Nur, a Talana): Dal sum. GU-DU(4)-NU = “l’uomo


unto” (titolo sacerdotale); 2) Dal sum. GU- DU(4)-NU =
“la statua dell’unto, del sacerdote”; 3) Dal sum. GUD-
UNU(2) = “l’eroe, il dio del santuario”.

Istradèri (Nur. a Narbolia): Dal sum. ISH-TAR-DIDI = “la


grande Ishtar”.

Kugui (Nur. ad Arbus): Dal sum. KUG-ui (allitterazione par.)


= “puro”; 2) KUG-U-I = “il puro Signore glorioso”.

Ladumini (Nur. a Serri): Dal sum. LAH(3)-DU-MIN(3)+i


(voc. par.) = “lo splendente fondamento del dio Sole”.

407
Lopelie (Nur. a Baunei): Dal sum. LU(2)-PE(5)-LI(2)-E(3) =
“il Signore dio Fuoco alto, esaltato”; 2) Dal sum.
LU(2)-PE(5)-LI(2)-E(2) = “il custode del Fuoco splen-
dente del tempio”.

Nuri (Nur. ad Alà dei Sardi): Dal sum. NU-RI = “eterno”; tito-
lo dei templi a pozzo e del dio della Luna, in quanto le
sorgenti erano considerate eterne e il dio Luna veniva
detto “la barca eterna” per il suo aspetto prima del primo
quarto che tornava da sempre.

Ovau (Nur. a Marmoiada): Dal sum. UB-A-U = “il Signore


Della gloria”.

Pananges (Nur. nel Sulgis): Dal sum. PA-NA-AN-GESH, PA-


AN-GESH = “1’arco del cielo, 1’arco di Anu”. GESH =
60 è il numero simbolo del dio del cielo Anu, il più gran-
de secondo la numerazione adottata in seguito anche da
Assiri e Babilonesi.

Puttisules (Nur. nella zona di Makomer): Dal sum. PU(2)-TI-


SHUL-ESH(3) = “la sorgente dell’abitazione dell’eroe
del tempio”; 2) PU(2)-TE-SHUL-E(3) = “la sorgente del
tempio del dio Sole”.

Sokkorroni (Nur. a Makomer): Dal sum. SU-KUR-RU+uni


(all. par.) = nome divino fin dall’epoca proto-sumera. In
epoca neo-sumera risultano oblazioni a questa divinità
come dio poliade della città di Shuruppak.
408
Soldai (Nur.): Dal sum. SHUL-DA-I = “1’eroe, il dio forte e
glorioso”.

Solène (Nur. a Makumere): Dal sum. SHUL-EN-E(3) = “il sa-


cerdote del Sole”; 2) Dal sum. SHUL-E(3)-NE = “del dio
Sole”.

Tosinghene (Nur. a Sedilo): Dal sum. TU(D)-SIN-GIN+e


(voc. par.) = “il discendete del dio Sin è forte”.

Totori (Nur. a Makomer): Dal sum. TUR-TUR+i (voc. par.) =


la madre di Dumuzi.

Uana (Nur. a Dualki): Dal sum. U(2)-A-NA = “dell’addetto


all’approvvigionamento”, titolo di stregone.

Ulei (Nur. a Lanusei): Dal sum. UL-HE(2) = “orizzonte”; 2)


Dal sum. UL-E(3) = “la stella è sorta”.

Uzzu (Nur. a Barumini): Dal sum. UZU = “aruspicina, oraco-


lo”; 2) sum. UZU(2) = “profeta, visore delle offerte”.

Le divinità e le figure sacerdotali del sistema religioso nuragi-


co furono ridotte, sotto la pressione cristiana, a orribili mostri o
esseri degenerati. Vediamo qualche esempio tratto da Il siste-
ma linguistico della civiltà nuragica del prof. Raffaele Sardel-
la.

Ankalatzones (fantasticheria): Dal sum. AN-KALA-TUN =

409
“il dio forte distrugge”. Si collega ai geni tutelari che
avevano il titolo di AN-KAL.

Arzana, Arzanare, Arzane (venti del nord che danneggiano


la frutta; nome di erba): Dal sum. AR-ZA-NA = nome
proprio di stregone. Nel Glossario dell’antico accadi-
co2 di I.J. Gelb, UAR-ZA-AN è un nome divino; 2) Dal
sum. AR-ZA-NA = “orzo macinato grosso”.

Babbalòtti, Babbillòtti (insetto schifoso; confratello che par-


tecipa incappucciato alle processioni): Il primo deriva
dal sum. dBA-BA(6)-LU(2)-TI = “l’uomo della vita di
BA-BA(6)”. Il secondo discende dall’accadico “babilu-
tum” = “portatore di cereali”, titolo di stregone.

Erkitu (personaggio leggendario che di notte si trasformereb-


be in uomo-toro per opera diabolica): Dal sum. ER(2)-
KI-TUM = “sacerdote delle lamentazioni che porta alla
terra”, sacerdote addetto al culto dei morti.

Kaddòtzu (sporco, sozzo): Dall'accadico “qadush” = “santo,


puro”.

Kòga (strega): Dal sum. KU(3)-GA = “puro, splendente”, det-


to anche di boschi e alberi.

Maragòddi (spauracchio): Dal sum. MARA(2)-GU(3)-DI =


“il servo eletto”.

410
Maskàtzu (folletto): Dal sum. MASH-KA-ZU = “1’esorcista
MASH è saggio”.

Mommòdinu, Mommòti (chiasso provocato con barattoli usa-


ti come tamburi in occasione di un avvenimento insoli-
to come il matrimonio di una vedova o di una vecchia
con un giovane; uno spauracchio per spaventare i bam-
bini): Dal sum. MU(7)-MU(7)-TIN/TI = “1’urlatore, lo
stregone che dà la vita” (perché con le urla e col rullo
del tamburo scacciava dal malato lo spirito maligno che
lo possedeva.

Mustaiòne (spaventapasseri): Dal sum. MUSHDA-I = “a glo-


ria del dio MUSHDA”. Indicava uno stendardo o
un’immagine di MUSHDA, altro nome del dio delle
acque EA nel ruolo di architetto e di titolare dei templi
a pozzo. Ricorre anche nel toponimo tonarese Mustala-
tzà, dal sumero MUSHDA-LAH(3)-SA(6) = “il dio
MUSHDA puro e buono”.

Nurìle, Nurrile (erba selvatica che cresce in un terreno incol-


to): Dall’accadico “Nur-il-i” = “la luce di dio”. La va-
riazione del significato si spiega considerando che i cri-
stiani paragonavano i pagani all’erba selvatica: la ziz-
zania.

Nusku (odio; in epoca nuragica era il nome del dio della


fiamma): Dal dio della fiamma sumero, NUSKU.

411
Pissiràke (trottola): Dall’accadico “shir-a-k”+e (voc. par.) =
“colui che ti scioglie dalla magia”. Si tratta della carica-
tura del rito di uno stregone basato sulla recita di scon-
giuri accompagnati da contorsioni, simili a quelle di
una trottola che gira, per cacciare il demone dal malato.

Sùrbile, Sùrvile (vampiro che succhia il sangue dei bambini):


Dal sum. SHUR-BI-IL(2) o dal sum.+accadico SHUR-
BI-“il-i” = “l’ira eccelsa o l’ira del dio”. Il senso fon-
damentale del composto rimase nel verbo sardo neola-
tino assurvilare = “essere adirato”.

Urbìdu (passaggio tra gli arbusti): Dal sum. UR(2)-BI-DU(10)


= “il fondamento del tempio è buono”.

Zàndara, Zàntara (vergogna, ludibrio): Dal sum. ZANDA-


RA-SHID = “il dio Marduk”.

Zoròddu, Azzoròddu (pasticcio): Dal sum. ZUR-UDU = “il


sacerdote del dio Sole”; 2) Dal sum. ZUR-UDU = pre-
ghiera con il sacrificio di una pecora.

Diversi nomi di divinità, templi, cerimonie e sacerdoti sumeri e


accadici passarono a indicare un’erba. In quell’epoca l’uso di
piante e alberi sacri nei riti magici, apotropaici e superstiziosi
era parte integrante della religione, giustificando il nuovo si-
gnificato. In sumero i lemmi dLI ed EN(3)+i (voc. par.) indica-
vano il ginepro sacro, che ritroviamo nel sardo Eni, in riferi-

412
mento però al tasso. Da notare che tasso e ginepro appartengo-
no entrambi alle conifere e hanno entrambi il legno rosso. Da Il
sistema linguistico delta civiltà nuragica riportiamo alcuni
nomi di piante derivanti da figure religiose o divinità mesopo-
tamiche.

Arsana (Brassica arvensis): Era il nome proprio di uno stre-


gone dell’epoca di Ur III, AR-ZA-NA. Potrebbe alter-
nativamente derivare dal nome divino HAR-ZA- AN.
ARZANA significa anche “grano macinato grosso”, da
cui potrebbe derivare il senso sardo.

Asara (clematide, pianta rampicante delle siepi): Deriva da


ASARA, uno dei numerosi nomi del dio Shid-Marduk.

Autzara, Aussara (clematide, pianta rampicante delle siepi):


Probabile legame con il nome divino sumero A-USAR,
l’accadico “Ashar, Ashshur”, etrusco “aesar”.

Bonnànnaro (teucrium flavium): Dal sum. BU-NANNAR =


“la luce del dio della Luna nuova (NANNAR)”, accadi-
co “Nannaru”.

Kadone, Kadoni, Gadone (mercorella, erba puzzolente): Dal


sum. KA-DUH-U(3)+ne = “apertura della bocca”, ce-
rimonia cultuale per la consacrazione delle nuove statue
della divinità (diffusa anche in Egitto).

413
Nurrile, Nurrili (indica genericamente l’erba selvatica che
cresce nei territori incolti): Dall’accadico “nur-il-i” =
“la luce del dio”. Nella stessa lingua è anche nome pro-
prio e titolo solare.

Oriana (bixa orellana): Dal sum. UR-GI(6)-AN, UR-I(3)-AN


= “il servo della protezione del cielo; il servo è eccel-
so”. II significato originario si è mantenuto nelle già ci-
tate Orgianas.

Solla, Sallai (sulla, hedysarum coronarium): Dal sum. SUL-


LA(2) = nome dello stregone detto «il bagnato»; 2) Dal
sum. SHU-LA(2) = “purificare”.

Sunda (albicocco; mandorlo): Dal sum. SUN-DA = “il Signo-


re potente”. È possibile un legame con SHUN- DU =
un'arma di metallo.

Surgiana, medievale Surriakka (bagolaro; pianta delle mora-


cee): Dal sum. SUR-I(3)-AKA = “il sacerdote è il co-
struttore (del tempio)”.

Teti (smilace, pianta rampicante): Dal sum. TE-TI = “il tempio


della vita o del vivente; il tempio-abitazione (del dio)”.
Teti fu il nome di una divinità greca e di due faraoni e-
gizi della prima e terza dinastia.

Thurgusa (appio selvatico): Dal sum. ZUR-GUZA = “il trono


del sacerdote”.

414
Urtzula (smilace, pianta rampicante): Dal sum. UR-SU-UL-
LA(2) = “il servo «bagnato»”; 2) Dal sum. UR-SHUL-
A(K) = “il servo del dio Sole”; 3) Dal sum. UR-SHU-
LA’ = “il servo della purificazione”; 4) Dal sum. UR-
SHUL-E(2) = “il servo del dio che sorge”.

Urzali (pero): Dal sum. UR-ZAL-I = “il servo splendente della


lode (al dio)”.

Nelle antiche formule magiche sarde troviamo una pianta col


nome accadico “Eru” = “il corniolo”, la pianta Samulu
dall’accadico “Samullu”, e il Marrubio, dal sumero MAR-RU-
BI(3)-U(2) = “erba che cresce abbondante nelle paludi”. Altri
termini sacri, associati all’uso cultuale dell’acqua, finirono a
indicare sorgenti, pozzi e vie fluviali:

Orgoes (nome di una fonte a Talana): Dal sum. UR-SU-ESH =


“il grande servo del tempio (a pozzo)”.

Orgosa (sorgente): Dal sum. UR-GU-SA(6) = “il campo favo-


revole, come sede prescelta per l’accampamento perché
situato vicino a delle sorgenti”.

Urgalu (rigagnolo): Dal sum. UR-GAL+u (voc. par.) = “la


sorgente del grande servo”.

Thurgalu (scroscio d'acqua, canale, canalone dell’erosione):

415
Dal sum. SUR(3)-GAL+u (voc. par.) = “il grande cana-
le dell’acqua”; 2) Dal sum. ZUR-GAL = “il grande sa-
cerdote”.

416
-F-
Alla ricerca della “Camera Segreta”

Un riferimento al “muro del corvo” contenuto nell‟archivio di Ru-


mor suggerisce fortemente una connessione tra il pozzo di Osiride e
il pozzo di Hamid el-Samman. Il cunicolo che collega i due pozzi po-
trebbe condurre alla “camera segreta”.

Le steli e i testi funerari dell‟Antico Egitto fanno sovente ri-


ferimento ad una camera segreta sotterranea nei dintorni di
Giza (Rostau) che conserverebbe le reliquie di un‟età prece-
dente il diluvio. Per citarne alcuni ci sono la Stele del Sogno, la
Stele dell’Inventario, i Testi delle Piramidi, i Testi del Sarcofago, il
Libro di Ciò che è nel Duat e il Libro delle due Vie. La stessa ca-
mera ospiterebbe le spoglie mortali di Sokar, il dio dalla testa
di falco considerato il custode della necropoli menfita. Ma esi-
ste davvero qualcosa di simile? Recenti ritrovamenti e rivela-
zioni fanno supporre di sì.
La tradizione della camera segreta è sopravvissuta al tra-
monto del regno dei faraoni arricchendosi dei colori vivaci del-
la letteratura araba. Una versione in particolare attesta la pre-
senza di una città o un palazzo sotterraneo sotto il villaggio di
Nazlet el-Samman (Giza), meno di un chilometro a sud-est del-
le piramidi. Questo regno dimenticato sarebbe accessibile at-
traverso un tunnel a partire da un pozzo sacro consacrato ad
Hamid el-Samman, un maestro sufi vissuto a cavallo tra il XVIII
e il XIX secolo.
Il pozzo si trova nel cimitero musulmano del villaggio, pro-
tetto da una bassa parete circolare e circondato da un bo-
schetto di sicomori e palme da dattero. Hamid era solito se-

417
dervisi accanto per incontrare la gente e meditare. A sei metri
di profondità esso raggiunge il livello dell‟acqua, ma manca
un‟indagine subacquea per valutare la sua eventuale prosecu-
zione in condotti orizzontali.
Il cimitero è conosciuto come Aish el-Ghurob, che significa
“il nido del corvo”. Sul lato orientale confina con un cimitero
cristiano copto attraverso una spessa muraglia chiamata “muro
del corvo” (Heir el-Ghurob), a circa 150 metri dal pozzo. La pa-
rete si estende per 200 metri, larga 10 metri e alta altrettanto.
A metà percorso si apre un portale largo 2,30 metri, alto 7 me-
tri e coperto da enormi architravi in calcare.
Festeggiamenti annuali furono celebrati in onore di Hamid el-
Samman fino in epoca moderna, quando furono soppressi per
l‟erezione di un muro di sbarramento che blocca l‟accesso al
cimitero. In piena estate centinaia di persone si radunavano
per celebrare il santo con musica, canti e danze. Celebrazioni
minori (Zikr), consistenti in una danza religiosa con accompa-
gnamento musicale, avvenivano invece ogni venerdì all‟interno
e intorno a una tomba antica frequentata dal religioso. Situata
in una gola a sud-est della seconda piramide, la tomba acco-
glieva i resti di Debhen, un importante ufficiale di Micerino (r.
2514-2486 a.C.).
Secondo la tradizione, lo stesso tunnel che conduce alla
camera segreta sarebbe connesso con un altro pozzo nella
“valle del tempio di Chefren”. Questa “valle” comprende la
strada rialzata che unisce la seconda piramide al tempio di
Chefren detto appunto “a valle”. Proprio lungo questa strada si
apre l‟ingresso di un pozzo profondo 21 metri con un sarcofa-
go sul fondo.

L’Archivio di Rumor

Nel maggio 2010 è stato reso pubblico un archivio di do-


cumenti appartenuto a Giacomo Rumor (1906-2008), esponen-

418
te della Democrazia Cristiana e presidente della Camera di
Commercio di Vicenza (1947-65). Nel 1943 Franklin Delano
Roosevelt (presidente degli Stati Uniti) aveva istituito alcune
commissioni che si incontrarono in Europa fino alla fine degli
anni „50 (prevalentemente a Verona, Strasburgo, Vienna e Pa-
rigi) per stabilire le basi economiche, politiche e sociali di una
futura Europa Unita. Le commissioni comprendevano membri
della Resistenza dei Paesi non alleati, scelti su consiglio dei
servizi segreti vaticani, diretti all‟epoca da monsignor Montini
(futuro papa Paolo VI). Il coinvolgimento del Vaticano fu richie-
sto per garantire l‟estraneità dei membri agli ambienti comuni-
sti, la cui presenza nella Nuova Europa era poco auspicata sia
dagli USA che dalla Chiesa.
L‟uomo di fiducia per l‟Italia, membro del comitato provin-
ciale di Liberazione di Vicenza, era proprio Giacomo Rumor.
Egli aveva studiato Giurisprudenza all‟Università di Padova e
aveva conosciuto monsignor Montini frequentando la Federa-
zione Universitaria Cattolica Italiana, di cui il futuro papa era
assistente.
Da quanto trascritto da Paolo Rumor ne L’altra Europa1, si
evince la presenza di una fratellanza esoterica che avrebbe
progettato nascita ed evoluzione di strutture sovrannazionali
come l‟ONU e la UE. Rumor non riporta il nome della fratellan-
za, ma sottolinea il suo legame coi maggiori casati nobiliari eu-
ropei, in special modo con la famiglia scozzese dei Saint Clair
(o Sinclair).
L‟archivio di Rumor è prevalentemente politico ma aggiun-
ge informazioni notevoli su alcuni ritrovamenti archeologici
che avevano suscitato l‟interesse delle alte sfere. In particolare
contiene la trascrizione di una pergamena ritrovata a fine „800
nella sinagoga di Nusaybin (vicino a Urfa, nella Turchia sudo-
rientale, al confine con la Siria). Il testo della pergamena fa rife-
rimento alle tre piramidi di Giza e ad alcune iscrizioni che si
troverebbero lì attorno:

419
I Sorveglianti […] hanno posto le tre piattaforme rialzate sulla col-
lina di Giza a fianco del fiume Nilo, nel luogo in cui l‟alto e il basso
Egitto si incontrano, sul vertice del Delta, lungo la via d‟acqua che
serpeggia fra le canne, […] scrivendo con la pietra gli avvertimenti da
2
rispettare.

Il documento attesta la presenza di una “sala degli archivi” sot-


terranea su un‟altura nel Basso Egitto, scavata nella roccia viva
11.000 anni fa. La sala avrebbe nascosto 192 tavolette in gesso,
recanti iscrizioni in una lingua che precede il geroglifico.
Secondo l‟archivio di Rumor, la fratellanza avrebbe scoperto
il deposito egizio nel 1872. In quell‟anno le maggiori esplora-
zioni archeologiche nella piana di Giza erano dirette dai fratelli
John e Waynman Dixon, ingegneri edili scozzesi. Nel 1871 era-
no stati ammessi entrambi alla confraternita3 e nel 1872 ave-
vano già scoperto due nuovi passaggi all‟interno della pirami-
de di Cheope: non c‟è alcun dubbio che la ricerca del deposito
fosse diretta dai Dixon. Gli esploratori erano entrati

nel deposito situato dietro il vano del cunicolo sotterraneo che


collega la prima piattaforma rialzata [la piramide di Cheope] con il
«puntatore» [la Sfinge, puntatore al sole equinoziale]. Il vano è situa-
to nel «PR» ubicato sotto il predetto (puntatore), in un ambiente arti-
ficiale semiallagato con degli incavi laterali, al cui centro è stato rica-
vato un rialzo sul quale giacciono delle colonne cadute. L‟ambiente si
trova oltre il corridoio, dove parte il camino che sale in direzione del-
la pancia del «puntatore» [Sfinge], oltre la camera con le colonne ca-
dute che è ubicata al di sopra della faglia acquifera del fiume vicino,
4
subito dopo i tre sfiatatoi verticali.

Il memoriale è una chiara descrizione della cosiddetta tom-


ba o pozzo di Osiride, una struttura ipogea scavata in tre livelli
alle spalle della Sfinge. L‟accesso è un camino verticale che si
apre sulla strada rialzata del complesso di Chefren, ad un terzo
della strada partendo dalla Sfinge.

420
Curiosità: una leggenda locale afferma che la camera delle
testimonianze sarebbe connessa a un sistema di gallerie che
si protende fino alla zona di Al-Fayoum, 70 km a sud. Al-
Fayoum è nella zona dell‟antico XXI distretto, chiamato Si-
comoro del Nord. Subito a sud c‟era il distretto numero XX,
chiamato Sicomoro del Sud. 70 km sembrano troppi, ma se-
condo i testi antichi l‟accesso alla camera delle testimonian-
ze si troverebbe proprio tra due sicomori.

Il pozzo di Osiride

La più antica menzione del pozzo di Osiride (in epoca mo-


derna) si trova nelle relazioni di scavo dell‟archeologo Selim
Hassan, relative agli anni 1943-44. Hassan descrive la scoperta
del pozzo durante la sua sesta stagione di lavoro a Giza:
Sopra la superficie della strada rialzata, venne costruita una piat-
taforma avente le fattezze di una mastaba. […] Al centro di questa
sovrastruttura infossarono un pozzo che raggiunge la profondità di 9
metri. […] Sul fondo di questo pozzo c‟è una camera rettangolare, sul
pavimento della quale, sul lato orientale, si apre un secondo pozzo.
Questo discende circa 14 metri e termina in una sala spaziosa circon-
data da sette camere sepolcrali, in ognuna delle quali c‟è un sarcofa-
go. Due di questi sarcofagi, che sono di basalto e sono monolitici,
sono così enormi che subito ci siamo chiesti se contenessero i corpi
dei tori sacri. Nel lato est di questa sala c‟è ancora un altro pozzo,
profondo circa 10 metri, ma sfortunatamente è allagato. Attraverso
l‟acqua limpida abbiamo potuto vedere che esso finisce in una sala
colonnata, dotata anch‟essa di camere laterali contenenti sarcofagi. 5

È interessante il riferimento di Hassan a una sovrastruttura


dalla forma di mastaba. In pubblicazioni più moderne, i resti di
tale struttura non vengono citati. È possibile che le rovine della
sovrastruttura fossero ancora evidenti all‟epoca di Hassan, ma
che da allora siano scomparse.

421
Le misure di Hassan sono state aggiornate in anni recenti,
precisando come il primo pozzo si soffermi in un pianerottolo
spoglio a circa 6 metri di profondità (anziché 9), per continuare
a discendere fino a 15 metri sotto il livello del suolo. Si apre
quindi in un ambiente lungo 7 metri e largo 5, con un‟altezza
di 3 metri. Nelle pareti di destra e di sinistra si vedono ampie
nicchie praticate nello strato roccioso naturale. Un grosso sar-
cofago nero si trova in una delle nicchie di sinistra, mentre un
altro di granito rosso occupa una nicchia di destra. I coperchi
sono stati spostati e il loro interno è vuoto; non recano alcuna
iscrizione.
L‟ennesimo pozzo conduce al terzo livello, una caverna
sbozzata nella roccia, con una superficie di 9 × 9 metri, alta 3. Il
pavimento è allagato, lasciando solo al centro una specie di i-
sola di 5 metri per lato, sulla quale sono ammassati grossi resti
di colonne. Al centro è visibile il coperchio quasi nero di un
grosso sarcofago. Quest‟ultimo è poco lontano, totalmente
sommerso dall‟acqua. Da un angolo della stanza parte un cuni-
colo quadrato di 50 centimetri di lato, che si inoltra nella roccia
per 6 metri fino a intercettare il cunicolo citato da Rumor, che
dalla piramide di Cheope condurrebbe sul retro della Sfinge. Il
segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità egi-
zie, Zahi Hawass, disse di aver trovato «iscritta sul terreno [del
terzo livello] la parola geroglifica “PR”, che significa “casa”».6
Troviamo quindi una totale corrispondenza tra i documenti
di Rumor e i riscontri archeologici. C‟è tutto: gli incavi o nicchie
laterali, le colonne cadute, il rialzo, l‟acqua infiltrata dalla faglia
acquifera, il camino che porta nel ventre della Sfinge, e perfino
la scritta «PR»! Il locale semisommerso dall‟acqua (il piano in-
feriore) è descritto nelle tavolette come un «tabernacolo», do-
ve sarebbe custodita l‟«essenza spirituale» di coloro che ave-
vano messo in movimento la nuova era, dopo la distruzione di
quella precedente.
Purtroppo il cunicolo di Rumor è intasato dai detriti e la sua
prosecuzione fino alla piramide di Cheope è materia fideistica,

422
almeno finché non sarà condotta un‟adeguata operazione di
sgombro e una seguente esplorazione speleologica.

Fonte: Der Spiegel

Il messaggio delle tavolette

Stando all‟archivio, la squadra dei fratelli Dixon avrebbe tro-


vato nel deposito le tavolette di gesso e le avrebbe portate
nella cappella di Rosslyn, un tempio iniziatico della famiglia
Saint Clair in Scozia, presso Edimburgo. Insieme alle tavolette
sarebbero stati recuperati numerosi vasi di ceramica contenen-

423
ti sementi di varie specie vegetali, come se il deposito fosse
stato costruito in previsione di una catastrofe. Una volta in
Scozia, le tavolette sarebbero state custodite in alcuni bauli o
sarcofagi insieme alla pergamena di Nusaybin.
Negli anni „50 le tavolette sarebbero state tradotte
dall‟archeologo scozzese Alexander Thom, che nel ‟45-‟50 a-
vrebbe ricevuto la propria iniziazione alla fratellanza.7 Pare che
la scrittura fosse stata precedente al geroglifico, e tuttavia la
Pergamena di Nusaybin avrebbe contenuto ogni istruzione ne-
cessaria per effettuare la traduzione. Un gruppo di tavolette
avrebbe riguardato la rotazione eccentrica o sbilanciata di un
corpo celeste, probabilmente la Terra, e lo scivolamento-
spostamento del manto che avvolgeva questo corpo.
La possibilità di uno «scorrimento della crosta terreste» sul
mantello, con il conseguente spostamento delle fasce climati-
che, era stata teorizzata negli anni „50 da Charles Hutchins Ha-
pgood, membro della fratellanza dal 1952.8 Il fenomeno dava
una spiegazione per le ere glaciali e le alluvioni globali, richia-
mando l‟attenzione ai miti di Atlantide e del Diluvio universale.
È adesso evidente che gli antichi Egizi conoscevano lo “scorri-
mento della crosta terreste” molto prima di Hapgood!
È anche possibile che Charles Hapgood abbia dedotto (o
copiato) la propria teoria dall‟archivio affidato a Thom, visto
che entrambi furono affiliati alla fratellanza negli stessi anni. Lo
scrittore Andrew Collins ha intervistato direttamente il biografo
ufficiale di Thom, Robin Heath, scoprendo che l‟archeologo te-
neva in casa il manoscritto dell‟opera di Charles Hapgood sullo
scorrimento della crosta terrestre: ciò conferma che i due si
conoscevano molto bene.
Il legame tra Thom e l‟Egitto rimane tuttavia controverso. Lo
stesso Andrew Collins mi invita a frenare gli entusiasmi:

Entrambi siamo venuti in contatto con la stessa voce per cui il


professor Alexandre Thom sarebbe appartenuto a una fratellanza e
avrebbe avuto legami con l‟Egitto e Giza. È una materia che ho già
investigato con il biografo ufficiale di Thom, [Robin Heath,] che tra

424
l‟altro è un amico intimo del figlio. Al figlio è stato chiesto a proposi-
to della vociferata connessione con l‟Egitto, e non vi è alcuna prova
di nessun tipo. È una confabulazione, non è vera. Il figlio dovrebbe
conoscere tutti gli scritti di suo padre, ha lavorato al suo fianco per
molti anni prima che morisse, e i due hanno scritto molti articoli in-
9
sieme.

La mia obiezione è che Thom potrebbe aver lavorato sulle


tavolette senza sapere che esse venivano dall‟Egitto. Ci sono
ottant‟anni tra il rinvenimento delle tavolette e la presunta di-
samina di Thom, ottant‟anni in cui le tavolette si sarebbero tro-
vate in Scozia. Thom poteva aver supposto che appartenessero
all‟eredità dei Sinclair e che la loro origine fosse ignota. A
quanto pare la traduzione delle tavolette era un lavoro mecca-
nico per svolgere il quale bastava seguire pedissequamente le
istruzioni della pergamena di Nusaybin. Non era necessario
conoscerne il luogo d‟origine. Secondo Rumor la confraternita
era strutturata in livelli con un accesso progressivo alle infor-
mazioni. Forse Thom era un membro di basso livello, mentre
l‟origine delle tavolette era forse un‟informazione riservata ai
livelli più alti. Queste non contenevano né geroglifici né altri
elementi decorativi riconducibili all‟Egitto, per cui indovinarne
la provenienza era praticamente impossibile. Immaginiamo che
le cose siano andate così e proviamo ad andare avanti.
In base all‟archivio di Rumor, il pozzo di Osiride sarebbe
connesso geograficamente e funzionalmente a una costruzio-
ne battezzata «muro del corvo», costituente i resti di un am-
biente in cui venivano ricoverate delle barche.
Abbiamo visto sopra che il muro del corvo è una spessa pa-
rete presso il pozzo Hamid el-Samman. Ciò vorrebbe dire che il
cunicolo di Rumor si allunga dal pozzo di Osiride in entrambe
le direzioni: a nord-ovest verso la piramide di Cheope, e a sud-
est verso il pozzo di Hamid el-Samman. Vale la pena notare
che l’archivio di Rumor richiama il pozzo di Hamid el-Samman,
mentre la tradizione su quest’ultimo richiama il pozzo d’Osiride
(l‟altro pozzo nella “valle del tempio di Chefren”).

425
Riproduzione di una tavo-
letta. Le tavolette sono in-
cise su entrambi i lati. Per la
lettura si deve accostare un
certo numero di tavolette e
leggere la prima riga della
"pagina" così composta;
quindi si gira e si legge la
prima riga del retro, poi di
nuovo davanti, con la se-
conda riga, e via così... Per
uno studio sui caratteri si
veda la prossima appendi-
ce.

Quanto alle barche, sulla piana di Giza sono state riscontra-


te 7 “tombe” (in realtà delle fosse rivestite con lastre di calcare)
contenenti imbarcazioni in legno a remi lunghe oltre 40 metri,
con una cappella al centro del ponte. Barche del genere ave-
vano un ruolo chiave nella celebrazione annuale di Sokar, a
Menfi.
Nella cappella veniva collocato un idolo di pietra in cui si
pensava dimorasse l‟anima del dio. Per dieci giorni la barca sfi-
lava su una slitta ai confini della città. Durante il percorso il va-
scello percorreva un canale verso un santuario di Sokar limitro-
fo alla “camera segreta”, all‟interno del quale venivano decre-
tati i segreti o misteri del dio.10 Probabilmente la barca veniva

426
prelevata dalla “tomba” la notte precedente il primo giorno dei
festeggiamenti, tornando al suo posto alla chiusura
dell‟evento.
Due di queste barche sono state trovate alla base del lato
sud della piramide di Cheope, dove finisce il prolungamento
del condotto di Rumor se tracciato in linea retta attraverso i
due pozzi (Osiride e Hamid el-Samman).
Per concludere, la camera segreta, se esiste, non è stata an-
cora ritrovata. Esistono tuttavia due pozzi, ben noti, che hanno
la pretesa di condurre alla camera in questione. Ancora più
importante, le fonti di queste pretese sono completamente in-
dipendenti, venendo una da un archivio segreto occidentale di
stampo politico, e l‟altra da una tradizione araba connessa alla
figura di un santo sufi. Ciascuna tradizione fa infine riferimento
ad un secondo pozzo con connotati ben precisi, che ci permet-
tono di identificarlo con certezza con il pozzo dell‟altra tradi-
zione. In questo modo ciascuna tradizione conferma
l‟attendibilità dell‟altra.
La fonte occidentale colloca la stanza segreta da qualche
parte sotto o accanto alla piramide di Cheope (la “prima piat-
taforma”): unendo con una linea retta l‟ingresso dei due pozzi
e prolungando la linea verso nord-ovest andiamo a sbattere
contro il lato meridionale di tale piramide. Sembra così che la
tradizione della “camera segreta” si sovrapponga all‟altrettanto
diffusa tradizione di stanze segrete all‟interno della Grande Pi-
ramide. Fare altre ipotesi sarebbe comunque un mero sforzo
speculativo, mentre è più saggio incentivare un maggiore sfor-
zo investigativo sul campo, dato che i pozzi sono lì e bastereb-
be entrarci.

427
428
-G–
Analisi della tavoletta presentata da P.Rumor nel contesto
de L'Altra Europa
di Stefania Marin

Analizzando i segni grafici contenuti nella tavoletta, ci siamo


accorti di un‟interessante somiglianza con non pochi segni del-
la scrittura Brahmi (letteralmente “scrittura divina”), un alfabeto
impiegato dal III secolo a.C. al VII secolo d.C. per esprimere il
sanscrito e le lingue india