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LEZIONE 5

Discorso legato agli itinerari (altra serie di fonti che riguarda lo studio dei cimiteri tardo-antichi e antichi
e che ci danno un’idea di fondo in merito a quello che era il fenomeno del pellegrinaggio soprattutto nel
corso dell’Alto Medioevo). Come abbiamo detto e visto si tratta di documenti piuttosto particolari e
particolareggiati che in qualche modo sembrano configurarsi come delle guide, dei manuali volti
appositamente ad indicare ed elencare quelli che erano i luoghi martiriali, i luoghi della devozione della
Roma dell’Alto Medioevo. Parliamo di Alto Medioevo perché come abbiamo detto più volte, si tratta di
documenti (principalmente tre testi, tre carte) che dobbiamo riferire tra la prima metà del VII secolo d.C.
e la metà dello stesso. Sono documenti estremamente interessanti ma anche complessi per strutture e
caratteristiche perche effettivamente ci parlano di queste realtà devozionali del suburbio di Roma in
modo piuttosto peculiari che hanno mosso difficoltà interpretative riguardo a chi le ha redatte e a chi
fossero destinate. Da questo punto di vista le ipotesi che sono state prodotte sono varie: quella più
immediata che principalmente sembrava essere una lettura unica ed efficace prevedeva che queste
guide fossero state scritte da pellegrini per pellegrini (un gruppo o uno di loro che recatosi presso i
santuari di Roma avesse redatto la guida con l’esplicita funzione di renderla fruibile per i futuri
pellegrini). Una seconda ipotesi (sposata da Pasquale Testini) vuole invece che queste guide fossero
redatte dal clero romano in qualche modo sull’impronta di un’organizzazione assodata dei pellegrinaggi
e dei loca santa di Roma, non si esclude che il clero stesso avesse previsto la realizzazione di manuale del
devoto, del pellegrino utili per stranieri ma non solo, per circuire i cimiteri e i luoghi santi del suburbio
romano. Ultima ipotesi (più recente) prevede una situazione diversa al momento della redazione perché
non pensa che si possa trattare di guide destinate ad un’utenza specifica (pellegrini per pellegrini o clero
romano per pellegrini) ma alla stregua di diario di viaggio ipotizzando che il pellegrino recatosi a Roma
avesse autonomamente per se composto un diario di viaggio annotando strade percorse, santuari e
addirittura (cosa singolare) il posizionamento delle tombe venerate rispetto al sopra terra e al
sottosuolo. Dunque, non dobbiamo stupirci di questo fenomeno. È un fenomeno piuttosto antico quello
della ricognizione sistematica e organizzata dei santuari di Roma e quindi dei martiri sepolti a Roma. Lo
sappiamo da fonti molto più antiche di questa, in momento forse piuttosto precoce quando ancora la
chiesa non aveva organizzato il panorama della devozione e della presenza devozionale nel suburbio di
Roma ma che comunque stando sempre a queste fonti sembra già essere presente almeno a partire dal
IV secolo d.C. D’altronde lo abbiamo visto per altri versi guardando il cronografo del 354 a tutti gli effetti,
il cronografo ci dice con la depositio episcoporum e la depositio martirum che la chiesa aveva previsto e
stabilito alcune e specifiche festività in connessione ai martiri presenti a Roma. Vale a dire che la loro
presenza materiale, il loro potere cultuale era ben noto e ben chiaro ed era in qualche modo indirizzato
anche all’attenzione dei fedeli che ne commemoravano in un giorno specifico la data di deposizione e
possiamo immaginare che sempre in quel giorno si recavano per la commemorazione proprio nel luogo
dove si trovava la tomba per venerarlo. S. Girolamo ce lo dice in maniera chiarissima nel commentario
ad Ezechiele. Descrive gli anni che passa a Roma tra il 360-67 quando era giovane e specifica che era
solito recarsi con un gruppo di compagni proprio nel suburbio utilizzando il verbo circuire (muoversi in
cerchio tra i luoghi devozionali in una sorta di tour, indirizzati alle tombe dei martiri). Girolamo, in
maniera estremamente sintetica nel IV secolo, ci parla di queste catacombe, dei lucernari, dei cubicoli. È
chiarissima l’attenzione data, per fini diversi, da questo padre della chiesa a questi luoghi sotterranei
come contenitori delle spoglie dei santi e martiri. Dopo Girolamo abbiamo un’altra testimonianza
importante del poeta spagnolo Prudenzio. Prudenzio – lo sappiamo dal suo Peristephanon – si reca
certamente a Roma per vedere da straniero e con i propri occhi tutti i luoghi santi descritti nelle epistole
che aveva scambiato con tanti personaggi ma che erano anche già al tempo conosciute in ambito
internazionale e ci ricorda all’interno dei suoi componimenti quello che doveva essere lo stato dei
monumenti visti. Nell’undicesimo inno del Peristephanon ci racconta in particolare cosa accadeva presso
la tomba di S. Lorenzo sulla via Tiburtina nel giorno della sua commemorazione. Oltre a darci una
descrizione dettagliata di quello che doveva essere il percorso utilizzato per raggiungere la tomba, ci dice
anche della gran quantità di persone che si recavano durante la festa a visitare e pregare il martire
Lorenzo presso la sua tomba. Il pellegrinaggio quindi si muove in maniera decisamente antica: viene e
proviene da una prassi che sembra strutturarsi prima in forma autonoma. Nella triglia di San Sebastiano
già nel III secolo i pellegrini si recavano a commemorare Pietro e Paolo. Poi in forma sempre più
istituzionalizzata Girolamo e Prudenzio in qualche modo sembrano dircelo, poi diventerà un fenomeno a
tutti gli effetti internazionale anche a quanto descritto dalle fonti. Fonti più tarde in effetti – Paolo
Diacono e Fulgenzio di Ruspe – ci parlano ad esempio di una gran quantità di sassoni, di personaggi
provenienti dalla Britannia che attraversavano la Manica proprio con il fine ultimo di recarsi presso i
famosissimi santuari dei martiri romani primi fra tutti Pietro e Paolo. Siamo arrivati così muovendoci tra
Girolamo e Prudenzio tra il IV e V secolo passando ancora per Paolo Diacono e Fulgenzio di Ruspe
addirittura nel pieno Medioevo in un frangente prossimo, in alcuni casi posteriore, a quello che a noi
interessa in modo particolare perché quello che coincide con la redazione degli itinerari. Ecco,
riprendendo quello che stavamo dicendo ieri non c'è dubbio che rispetto a questi itinerari quello più
importante, quello più significativo soprattutto per la sua confidenza col materiale archeologico ancora
disponibile perché è certamente quello più veritiero stando anche alle ricerche condotte nel passato
prossimo e remoto nelle catacombe romane; è la Notitiae Ecclesiarum Urbis Romae, nota come
itinerario Salisburgo. Il documento viene in prima istanza messo in evidenza da Giovanni Battista de
Rossi che può consultarlo al tempo – siamo nell'Ottocento – direttamente nella Biblioteca di Vienna.
Giovanni Battista de Rossi immediatamente capisce le potenzialità di questo testo il cui nome Notitiae
Ecclesiarum Urbis Romae, cioè le notizie delle chiese della città di Roma è però un nome erudito perché
il testo originario non ha titolo, quindi, comincia direttamente l'itinerario con il suo percorso
descrivendo le varie tappe senza però avere un titolo, quindi, è un titolo assegnato in qualche modo. De
Rossi si occupa di verificare le informazioni date dalla notizia con i monumenti a quel tempo già scoperti;
ne verifica effettivamente la veridicità e l'esattezza della maggior parte delle menzioni mentre in altri
casi e in altre circostanze procede proprio all'inverso cioè rintraccia nuovi monumenti o nuovi settori dei
monumenti o le tombe dei martiri addirittura proprio basandosi sulle descrizioni della Notizia
Ecclesiarum. Quindi anche a catacomba nota o addirittura a catacomba sconosciuta recuperando quanto
la Notizia effettivamente indicava per alcune tombe altrimenti non note di martiri e di personaggi
venerati, comincia le sue indagini archeologiche all’interno dei singoli contesti fino a ritrovare in molti
casi i resti della tomba venerata o dei santuari venerati in passato. Il VII secolo è un momento cruciale
perché a partire dalla metà del VII secolo comincerà il grande fenomeno delle traslazioni. Fino a quel
momento la chiesa di Roma, ce lo dicono le fonti in maniera chiarissima in maniera netta, osteggia in
tutti i modi anche soltanto l'idea di toccare i corpi dei santi forse anche in virtù di una legge altrettanto
severa rispetto all'inviolabilità del sepolcro che arriva proprio dalla radice culturale romana e quindi
anche profana, ma rielaborata anche in chiave teologica. Questo noi lo sappiamo da vari documenti:
almeno fino alla metà del VII secolo come vi dicevo le tombe dei martiri rimangono inviolate, cioè
rimangono posizionate nei luoghi originari. Non c’è possibilità, non c’è deroga a quella che sembra
essere a tutti gli effetti una legge stabilita dalla chiesa occidentale stessa. Questo comporta che i
redattori della Notizia che effettivamente si stanno muovendo poco prima di questo lasso di tempo
ancora possono a tutti gli effetti vedere e a tutti effetti conoscere questi santuari per il loro stato
originario benché modificato grazie agli atti energetici dei vari Pontefici, così come la collocazione delle
singole tombe o delle singole salme o spoglie o reliquie dei martiri. Sono quindi delle istantanee in
qualche modo che ci restituiscono il quadro agiografico del suburbio di Roma fissandolo almeno al punto
così com'era nella prima metà del VII secolo d.C. La Notizia da questo punto di vista è estremamente
chiara: la cronologia, quella che stiamo un po' accennando, quella che stiamo un po' toccando, si ricava
stando agli studi del De Rossi proprio da una serie di elementi interni presenti all'interno delle varie
descrizioni che la Notizia fa. In effetti il redattore anonimo di questo documento specifica che il
pellegrino che sta percorrendo questo tour tra i cimiteri suburbani di Roma si imbatte almeno in tre
basiliche che sono: San Valentino qua sulla via Flaminia; Sant'Agnese qua sulla via Nomentana e ancora
qui San Pancrazio che si trova collocato da quest'altro lato. Si imbatte in queste basiliche che chiama
basiliche nuove. Cioè ne enfatizza – ed è questo il dettaglio estremamente interessante perché per altri
contesti monumentali questo non lo fa – il loro stato costruttivo: sono delle basiliche nuove, sono delle
costruzioni nuove. Ora per noi è sufficiente recuperare qualche dato anche dal Liber Pontificalis per
sapere che tutte e tre le basiliche sono delle fondazioni volute da papa Onorio che sistema santuari
precedenti, in altri casi li modifica, creando strutture assolutamente monumentali e assolutamente
eccezionali sia per apparato decorativo che per apparato architettonico. Questo che cosa ci suggerisce?
Ci suggerisce che se il pellegrino che è implicitamente descritto all’interno della Notizia può vedere
questi tre santuari (S. Pancrazio, S. Agnese e S. valentino) e può vedere le nuove basiliche costruite,
chiaro è che siamo in un momento successivo o immediatamente successivo, proprio il pontificato di
papa Onorio (625-638) perché è Onorio che le fa costruire. Il pellegrino le vede quindi è chiaro che il
testo non può essere sato scritto prima di questa data.

Diversamente però possiamo trovare, sempre grazie ad elementi interni al testo, anche il terminus ante
quem entro cui è stata redatta la Notizia. Questo terminus ante quem, più difficile da rintracciare ma
comunque presente, ci viene suggerito da un altro fatto: stando al percorso che la Notizia da’, in prima
istanza invita il suo lettore a visitare il santuario interno alle mura dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.
L’unico che viene menzionato perché presenta delle reliquie al suo interno. Dopodiché in maniera
immediata l'itinerario invita il pellegrino a raggiungere la porta Flaminia quindi qui e a recarsi al
santuario di San Valentino. Il fatto che venga menzionato un unico santuario intramuraneo con la
presenza di reliquie vuole dire quindi che al momento della redazione della Notizia ancora la chiesa di
Santo Stefano Rotondo non presentava le reliquie di Primo e Feliciano (traslate da Nomentum proprio
da papa Teodoro). Sappiamo dalle fonti e dall’edificio stesso che papa Teodoro, negli anni del suo
pontificato preleva dal Nomentum le reliquie dei santi Primo e Feliciano e le porta a Roma all'interno
delle mura nella chiesa di Santo Stefano Rotondo. Il fatto che nella Notizia questo santuario non venga
menzionato sta a dire quindi che il redattore scrive dopo Onorio perché le basiliche sono già finite e
vengono date come nuove ma scrive prima di Teodoro perché le reliquie portate da Teodoro non sono
menzionate. Come funziona la Notizia? Funziona come funzionerebbe oggi una guida che noi
compriamo prima di un viaggio. La Notizia è a tutti gli effetti l'equivalente di una nostra guida turistica: in
questo caso è ovvio deve essere equiparata ad una guida turistica per un luogo di devozione. Da questo
punto di vista e per questo aspetto come ogni guida che si rispetti moderna, la Notizia non solo ci indica
quali monumenti visitare e quali santuari visitare ma ci dice anche come arrivarci. Questo è un dettaglio
che ovviamente non può essere secondario e non può essere ignorato. In modo particolare, la Notizia
dopo aver indicato il pellegrino l'ipotetico pellegrino a visitare il santuario intramuraneo dei Santi
Giovanni e Paolo al Celio, suggerisce di arrivare alla porta Flaminia che è la prima tappa e dalla porta
Flaminia gli dice di proseguire la strada verso nord dove troverà la chiesa nuova di San Valentino e la
tomba del martire. Abbiamo anche visto però l'importanza della struttura dei percorsi della Notizia
perché la Notizia non fa come farebbe una guida moderna scadente il racconto unico del monumento
lasciandola appeso nel nulla, ma suggerisce al lettore anche le modalità quindi le strade da percorrere
per raggiungerlo. Ecco la completezza delle informazioni che ci restituisce e lo fa tra l'altro con una
massima attenzione sia dal punto di vista metrico quindi per le distanze che vengono indicate, sia anche
per il posizionamento dei vari santuari rispetto alla strada. Quindi se si trovavano a destra piuttosto che
a sinistra. Il pellegrino, dopo aver visitato i santuari della via Flaminia viene invitato a prendere un
diverticolo cioè una strada secondaria. Quindi da sud dalla porta si reca verso nord fino al santuario mi
dice cosa vedere dopodiché la guida dice prendi una strada e in questo caso è il Clivium Cucumeris,
percorrila se c'è un santuario anche questo diverticolo gli suggerisce di visitarlo ma certamente
l'attenzione è catalizzata dall'arrivo, dal raggiungimento della successiva via Consolare dove si trovano i
successivi santuari. Anche in questo caso la Notizia è estremamente dettagliata. Dato non secondario fa
massima attenzione perché questa volta l'elenco dei santuari della singola via vengono dati da nord a
sud. Quindi da sopra verso sotto. Di nuovo terminata la ricognizione dei santuari di un'unica via – in
questo caso siamo sulla via Salaria Vetus – la Notizia è attentissima e suggerisce di nuovo una via
secondaria utile per muoversi dalla via Salaria Vetus alla via Salaria Nova, quindi la successiva via
Consolare. Percorsa questa via, dice di nuovo la Notizia, sali ad aquilonem (vai di nuovo verso nord) e
troverai in ordine Santa Felicita a destra, San Saturnino a sinistra, Sant'Ilaria a destra, Sant'Alessandro a
sinistra e così via fino a quando il pellegrino non ha finito tutti i santuari entro il terzo miglio dalle mura.
Terminata la sua perlustrazione, il suo sopralluogo, di nuovo la Notizia dà la via secondaria al pellegrino.
Si percorre, se ci sono santuari li menziona, fa raggiungere la successiva via Consolare sempre ad
alternanza, ma questa volta si muove da nord a sud e segue tutto l'elenco. Finito l'elenco di nuovo va al
successivo diverticolo raggiunge la successiva via Consolare e di nuovo fa percorrere l'itinerario e così via
tutto con andamento bustrofedico (percorso a serpentina) sino a circuire, diceva Girolamo, tutte le vie di
Roma e tutto il suburbio di Roma entro il terzo miglio per terminare presso la Basilica di San Pietro che è
la meta ultima proprio del percorso della Notizia – da San Valentino a San Pietro in Vaticano. Questo
grado di dettaglio è fondamentale per l'interpretazione del documento che al di là della descrizione
attenta che fa dei santuari, al di là della precisione con cui specifica la loro collocazione rispetto al sopra
terra o al sottosuolo, al di là di tutti questi fattori intrinsechi, è fondamentale perché presta particolare
attenzione agli assi viari, alla viabilità principale e secondaria utile per percorrere tutti i tragitti e per
raggiungere i singoli santuari. La datazione è subito dopo papa Onorio e prima di quella di Teodoro
quindi siamo nell'ambito della prima metà del VII secolo; il percorso è bustrofedico e va in senso orario
muovendosi della via Flaminia fino a San Pietro in Vaticano.

Il De Locis è un documento simile per certi versi alla Notizia: ha uno scopo, ha una funzione piuttosto
assimilabile (anche qui vengono elencati i santuari di Roma, anche qui si presta attenzione alla destra e
alla sinistra della via a cui si fa riferimento, anche qui si fa una specifica distinzione tra i santuari di sopra
terra e santuari del sottosuolo ma a dire il vero – e questo è il primo dato che salta all'occhio – il grado di
precisione e attenzione del De Locis è di lunga inferiore a quello della Notizia. La Notizia è a tutti gli
effetti l’itinerario più attendibile. Il De Locis va sempre confrontato con la Notizia e con il monumento
stesso ma in alcuni casi non si rivela così attendibile come la Notizia. Il De Locis ha una datazione simile e
viene dedotta per ragioni simili a quella della Notitiae Ecclesiarum e il suo nome – De locis sanctis
martirum que sunt foris civitatis urbis Romae – è il nome originale dell’opera (siamo sicuri che si
intitolasse sicuramente così).

Quando è stato redatto questo De Locis? Allora, anche all’interno del De Locis, le basiliche di San
Pancrazio di Sant'Agnese e di San Valentino vengono indicate come di nuova costruzione. Questo dato
però vuole dire essendo Teodoro molto vicino ad Onorio che ovviamente le basiliche erano state
realizzate a pochi anni di distanza dal pontificato di Onorio. Anzi, notando come in relazione a San
Valentino e papa Teodoro venga addirittura riconosciuto un ruolo attivo di Teodoro nell’edificazione
della basilica di San Valentino, è stato detto che forse parte della decorazione fosse stata portata a
compimento dallo stesso papa greco, Teodoro. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere come
fondamentale per la datazione il fatto che venga già menzionata nel suburbio e, in modo particolare sto
parlando della via Laurentina, la presenza presso il sito delle acque salvie della testa di Sant'Anastasio. La
testa di Sant'Anastasio viene traslata proprio sotto papa Teodoro e portata presso il sito delle acque
salvie presso la via Laurentina. Il fatto che all’interno del De Locis le basiliche siano indicate come nuove
(una riferita come in costruzione perché probabilmente sia stava finendo la decorazione); il fatto che in
connessione della via Laurentina già si menzioni, cosa fondamentale, la presenza della testa di S.
Anastasio che siamo certi viene portata entro il 649 da Teodoro all’interno del santuario, ci dice quindi
che anche il De Locis è stato redatto nella prima metà del V secolo ma addirittura a ridosso della metà
dello stesso, sotto il pontificato di papa Teodoro. Questa indicazione data è utile per trovare un terminus
ante quem per la sua realizzazione perche il fatto che venga menzionata la testa di S. Anastasio non si
significa quindi che il pontificato di per sé è certamente quello di papa Teodoro, ma ci dà semplicemente
un terminus post quem, cioè un valore dopo il quale effettivamente è stato redatto il De Locis. In altri
termini il De Locis viene sicuramente redatto dopo che la testa di Sant'Anastasio è arrivata a Roma
quindi dopo o durante il pontificato di Teodoro. L'altra domanda è però prima di quando è stato
redatto? È stato però certamente redatto prima del pontificato di papa Leone II, perché i martiri presenti
nella catacomba di Generosa vengono menzionati ancora lì dentro quindi ancora non c'è stata la loro
traslazione che verrà invece fatta da Leone II. Quindi terminus ante quem è la traslazione delle reliquie
dei martiri di Generosa che sono ancora dove devono stare sulla Magliana; ma terminus post quem è il
pontificato di Teodoro. Il De Locis viene studiato in maniera attenta da un manoscritto recuperato entro
cui è contenuto e dove si è potuto notare che alcune delle inesattezze che lo connotano e alcuni
passaggi più veloci che lo caratterizzano possono essere il frutto di una versione più tarda del testo
originario perché effettivamente tanto in apertura dell’itinerario quanto in alcuni capitoli che lo
caratterizzano quindi in più punti del manoscritto si trova la scritta De Libro (dal libro). Si può ipotizzare
la luce di questo quindi che le discrepanze presente nel De Locis e invece assenti nella Notizia, siano da
imputare proprio a questa azione di riassunto di un testo originario che noi non abbiamo e che viene
generalmente riconosciuto come De Libro De Locis Sanctis Martirum Que Sunt Foris Civitatis Urbis
Romae (basta dire De Loci/De Libro De Locis). Se questa lettura è corretta quindi la versione così
stringata talvolta sbadata che ci è giunta, potrebbe essere semplicemente il frutto di questo riassunto
fatto direttamente a tavolino quindi probabilmente fatto da chi i santuari non li aveva visti in prima
persona e che si è portato dietro talvolta anche una serie di errori. Se torniamo a paragonare il De Locis
con la Notizia, salta immediatamente all'occhio una certa serie di notizie non coincidenti tra i due
documenti che se confrontate con i monumenti ancora esistenti però ci dicono che quella più attenta e
quella più precisa effettivamente è la Notizia rispetto al De Locis. Va anche rilevato però che il De Locis
ha una caratteristica che la Notizia non ha: mentre nella Notizia Ecclesiarum i santuari indicati sono tutti
compresi entro il raggio di tre miglia dalla cinta muraria cioè quella con cui generalmente si intende il
suburbio, nel caso del De Locis invece ci sono santuari che vanno a che oltre il terzo miglio, tanto che un
esempio tra tutti basterà, anzi due, viene sia menzionato il cimitero di Generosa alla Magliana (che nella
Notizia non c’è perché troppo distante) ma anche addirittura la basilica e il santuario di San Senatore ad
Albano, quindi siamo decisamente lontani dalla Roma e dalla cinta muraria. Diciamo che le questioni
sono queste ma dobbiamo ancora osservarne le caratteristiche dei percorsi. La distinzione è abbastanza
facile: la Notizia Ecclesiarum va in senso orario, il De Locis va in senso antiorario. Secondo distinguo: da
dove parte? La Notizia parte dalla Flaminia e finisce a S. Pietro, il De Locis fa esattamente l'opposto,
parte da S. Pietro e arriva fino a S. Valentino sulla via Flaminia. Oltre a ciò, la discrepanza maggiore,
quella più macroscopica è la modalità con sui i santuari vengono descritti rispetto alle vie. L’ho
schematizzato banalizzando un po’ quella che poteva essere l’indicazione di base ma che spero vi dia
l’idea. Mentre la Notizia segue un percorso di tipo bustrofedico ma anche se il termine può significare
poco, quello che a noi interessa e dire segue un percorso che prende in considerazione il tragitto
materiale che il pellegrino doveva compiere, il De Locis questo non lo fa. Pur rispettando la direzione
delle vie (date in ordine e in senso antiorario) quello che si limita a fare è elencare i santuari partendo di
volta in volta dalle mura e procedendo verso l'esterno. Non c'è nessuna intenzione di mettere in
collegamento dal punto di vista topografico i vari assi viari; l'unica attenzione è prestata al santuario
rispetto ad una specifica via. Viene sì indicata la direzione che puntualmente è una direzione che va
verso l'esterno quindi che si allontana dalle mura, ma una volta finito l'elenco semplicemente si passa il
capitolo successivo, che è la via successiva. Di nuovo si parte dalle mura verso l'esterno. Se io accostassi
entrambe le guide (Notizia e De Locis) e ancora oggi mi trovassi partendo dalla via Flaminia a percorrerla
con le due guide in mano verso l’esterno, entrambe sono funzionali perche entrambe mi dicono che
partendo dalle mura troverò a dx d sx questo o quell’altro santuario. Una volta finita la via, potrei aver
percorso anche 5 km a piedi essendo un pellegrino del Medioevo, mentre la Notizia mi dice che per
seguire gli altri santuari devo prendere questa via, il Clivium Cucumeris e ti ritrovi sulla Salaria Vetus e da
lì scendi verso le mura e ti trovi Sant'Ermete, Panfilo e via discorrendo; il De Loci questo non lo fa. Una
volta che ha finito il suo elenco della via Flaminia mi dice solo passiamo ora alla via Salaria Vetus e di
nuovo da lì quindi dalle mura vai verso l'esterno verso nord e ti trovi questo, quest'altro santuario. Non
c’è nessuna attenzione di tipo topografico e organizzativo in questo documento, è a tutti gli effetti un
elenco studiato a tavolino che tiene conto della successione delle strade ma che non vuole tener conto
di come raggiungerle.

Ultimo itinerario, quello meno dettagliato in assoluto; quello che per lo studio della topografia e dei
cimiteri del suburbio di Roma è forse meno utile ma non per questo che non debba essere consultato
ma molto più sommario, molti santuari mancano, alcuni dettagli vengono assolutamente scartati però ci
interessa per un altro aspetto: perché fa esplicito riferimento ai fenomeni di cristianizzazione
onomastica delle porte delle Mura di Roma. In altri termini per la prima volta in modo netto, solo in
questo itinerario, le varie porte da dove passano le vie consolari e prendono il nome proprio dal nome
della via stessa: porta Flaminiae, porta Salariae e ancora a porta Tiburtinae e così via, all'interno del
Malmesburiense cominciano a cristianizzare dal punto di vista del nome e cominciano a perdere
l'originale nome o quello connesso con la via e acquisire il nome più importante del martire sepolto sulla
via stessa su cui la porta è in asse. Questo itinerario è noto anche come itinerario Malmesburiense o
Notizia Portarum. Immagino che da soli possiate veramente capire perché, proprio perché c’è questo
dato essenziale delle porte; questa volontà del redattore di chiamare le porte da cui si muovono le varie
vie e di specificare quando effettivamente ormai lo scambio onomastico è avvenuto il loro nuovo nome
di matrice cristiana. Perché si chiama così? Perché il testo era incluso in una raccolta molto più ampia
delle XI-XII secolo scritta da un monaco benedettino e nota come Gesta Rerum Anglorum di Guglielmo di
Malmesbury. La Notizia Portarum si trova in una raccolta di testi curata da il monaco Guglielmo di
Malmesbury. In questa raccolta di testi del XI-XII secolo tra le altre cose si trova anche questo itinerario.
Certamente Guglielmo ha sottomano un documento più antico: su questo non ci sono dubbi. Un
documento più antico che dobbiamo datare però in modo più tardo rispetto a quelli visti fino ad ora
(Notizia prima, De Locis) dobbiamo datare alla seconda metà del VII secolo d.C. Come per il caso del De
Locis, possiamo dire che il testo è posteriore al pontificato di papa Teodoro perché vengono ricordate le
reliquie dei santi Primo e Feliciano a Santo Stefano Rotondo. Nel De Locis avevamo la testa di S.
Anastasio. Anche in questo caso però dobbiamo dire che sempre per gli stessi motivi interni è anteriore
al 682. Fatto sta che quello che a noi interessa è che chiudendo il cerchio siamo in un lasso di tempo
piuttosto ristretto che gravita fra la metà (quindi subito dopo il pontificato di Teodor)e la seconda metà
del VII secolo d.C. Come si compone? Solo in due casi sembra che i testi siano più descrittivi, siano molto
più vicini a quella che è la natura del De Locis e della Notizia Ecclesiarum. Questo probabilmente per le
ragioni che vi ho detto. Come era avvenuto per il De Locis anche Guglielmo potrebbe aver lavorato su un
testo più antico, questo della seconda metà del VII secolo, riassumendolo in maniera ancora più
stringata del De Locis. Lo capiamo anche perché in rarissimi casi all'interno dell’itinerario
Malmesburiense si assiste invece ad un aumento della descrizione del dettaglio, tale da far pensare che
il testo originario avesse ben altra caratteristica e che Guglielmo ne abbia lasciato solo raramente la
composizione originaria a favore di una composizione più stringata e sintetica. Rispetto alla via Salaria, in
particolare alla via Salaria Nova e rispetto alla via Appia, non solo i percorsi ci vengono indicati non
rigorosamente dalla porta verso l'esterno ma addirittura vengono anche indicate delle vie secondarie
come fa la Notizia. Questo significa che probabilmente la descrizione della via Salaria è un retaggio della
versione originale dell’itinerario, che poi Guglielmo non copia interamente. Non lo fa praticamente per
tutto il resto dell'opera preferendo invece sottoporre lettore una forma stringatissima che prevede di
nuovo lo stesso andamento del De Locis: ogni volta dopo aver indicato la porta elenca in maniera
sbrigativa i santuari, va verso l’esterno, non dà indicazione di vie secondarie per raggiungere le principali
e di nuovo ricomincia dalla porta verso l’esterno. Percorso a raggera, stellare. Qual è la direzione che
segue? È da San Pietro (come il De Locis) ma come la Notizia segue il senso orario per finire sulla via
Aurelia Vetus. Volendo sintetizzare al massimo i tre itinerari visti bisogna memorizzare questo: la Notizia
Ecclesiarum che è dato alla prima metà del VII secolo va in senso orario e ha un percorso bustrofedico
quindi che presta attenzione alle vie principali e alle vie secondarie; si muove da San Valentino e arriva a
San Pietro. Il De Locis invece ha un andamento delle descrizioni in qualche modo a raggiera: tutte le
volte parte dalle mura e va verso l'esterno. È costruito in senso antiorario e parte da San Pietro per
terminare a San Valentino sulla via Flaminia. Il Malmesburiense, l'ultimo, come la Notizia prosegue in
senso orario; come il De Locis elenca i santuari dalle porte verso l'esterno ma in maniera del tutto
inedita parte la sua descrizione da San Pietro e la termina sulla via Aurelia Vetus. La cosa che più
caratterizza questo testo è il nome delle porte che ci permette di capire come e quali porte entro questa
data quindi metà/seconda metà del VII secolo, avevano già cambiato il loro nome originario e quali no.
Partiamo da qui ovviamente da quella nota come porta Cornelia cioè da dove si muove la via Cornelia via
Aurelia Nova. Il Malmesburiense, la chiama già come Porta San Pietro quindi questa al VII secolo e ce lo
possiamo aspettare ha già cambiato il suo nome. Stiamo seguendo proprio l'itinerario e siamo alla via
Flaminia. Stando al Malmesburiense è già divenuta Porta San Valentino. Ecco il cimitero più importante
della via con la presenza del santo più importante. Proseguendo con l’itinerario arriviamo alla via
Salaria, nuova in particolare. Porta Salaria per il Malmesburiense ha già cambiato nome ed è diventata
Porta San Silvestro. Cimitero di S. Silvestro che coincide con Priscilla. Andando avanti abbiamo Porta
Nomentana che pure aveva presenze autorevoli da un punto di vista martiriale (almeno a Sant'Agnese),
stando al Malmesburiense, ancora viene chiamata Porta Nomentanae, quindi non ha preso il nome
agiografico. Porta Tibutinae ha cambiato nome ed è diventata Porta S. Lorenzo. Porta Santi Lorenzo e
ovviamente una presenza molto forte dal punto di vista attrattivo della toponomastica. Proseguiamo con
la Prenestina (che non ha grandi santuari) infatti il nome resta invariato e coincide con Porta Maggiore.
Porta Asinaria diventa San Giovanni perché la porta è quella che attualmente se arrivate da fuori Roma
proseguendo per l'Appia, per l'Appia nuova, passati gli archi passate la porta Asinaria e vi trovate subito
alla sinistra San Giovanni. Già diciamo così connotata dalla presenza della basilica e quindi diventa Porta
San Giovanni. In maniera stranissima la Porta Metronia e porta Appia associate non cambiano e
rimangono ancora così. L’Ostiense cambia nome e diventa Porta San Paolo. La Portuense non cambia
nome e quindi rimane ancora legata al suo toponimo originario mentre da ultimo l’Aurelia Vetus dove
finisce l'itinerario cambia invece nome e diventa S. Pancrazio.

Terminato con il Malmesburiense o Notizia Portarum, ci muoviamo dal punto di vista cronologico e ci
spostiamo almeno entro l’VIII secolo se non agli inizia del IX con un itinerario altrettanto famoso, più
complesso per cronologia, tipologia e caratteristiche ma comunque fondamentale per i nostri
ragionamenti; parliamo dell’itinerario di Einsiedeln. Partiamo dal nome: l’itinerario di Einsiedeln ci
interessa per gli aspetti generali, le caratteristiche essenziali (quasi un’ossatura) che lo connota e lo
contraddistingue. Il nome si deve alla località svizzera, il monastero presso cui il codice/manoscritto è
conservato. Rispetto a quelli visto sino ad ora qui viene data grande attenzione ai santuari intramuranei
quindi alle chiese e monumenti (non per forza solo i santuari) che sono inseriti all’interno delle mura
Aureliane. Gli itinerari previsti dal redattore del manoscritto di Einsiedeln sono all’incirca 11 (10
evidenziati), seguono dei percorsi specifici che si diramano attraverso la viabilità principale e secondaria
della città di Roma e prestano particolare attenzione (cosa più interessante) tanto ai monumenti cristiani
quanto ai monumenti profani che ancora connotavano il paesaggio urbano in questo specifico momento
cronologico. Passando alla struttura dell’itinerario dobbiamo dire che il codice all’interno del quale si
trova è un libro della metà del IX secolo (manoscritto riferibile a questo specifico momento cronologico).
È diviso in 5 sezioni, la struttura prevede 5 sezioni di cui quella che a noi interessa è la quarta. Nella
quarta sezione si trova sia l’itinerario vero e proprio, sia una raccolta di iscrizioni molto significative
rispetto alla presenza dei martiri a Roma. È a tutti gli effetti una silloge (raccolta di iscrizioni). Quindi
l’itinerario ci offre una doppia possibilità di consultazione (quella canonica di itinerari che ci indica
percorsi e monumenti più importanti, dall’altra una porzione dello stesso è dedicata a raccolta di
iscrizioni che evidentemente almeno al momento della redazione erano state copiate da testimoni
oculari e trascritte su questo codice). Il redattore del codice recupera da varie fonti e raccoglie insieme le
iscrizioni. Queste sono fondamentali perché in molti casi le iscrizioni poste a corredo delle tombe dei
martiri non si cono giunte se non per piccoli frammenti. Possiamo ricostruirne il testo e contenuto
perche’ cono confrontabili con trascrizioni presenti all’interno del manoscritto di Einsiedeln. Alla luce di
questa caratteristica, è interessante notare come ci siano due aspetti diversificati dal punto di vista
topografico con cui i percorsi vengono dettati e descritti da parte dell’amanuense che si occupa di
redigere questa sezione del codice del IX secolo. In effetti noi abbiamo una parte, quella delle sillogi
dove si trovano una o due descrizioni estremamente dettagliate, discorsive che spiegano i monumenti
che sono disposti lungo l’itinerario descritto, spiegano la loro ubicazione e danni informazioni pertinenti
allo astato dei fatti al momento della redazione del documento. Dopo questo succede qualcosa di
singolare: il redattore smette di descrivere itinerari in questa maniera dettagliata e adotta una soluzione
assolutamente alternativa e caratteristica: immagine del codice che tratta in maniera singolarissima. In
altri termini, la trascrizione dei monumenti viene fatta sfruttando e strutturando la riga centrale di
rilegatura del manoscritto come se fosse la via vera e propria. Il redattore scriverà a dx e a sx i vari
monumenti rispettando la loro posizione dx e sx rispetto alla via stessa. In prima riga lui spiega
l’itinerario che sta descrivendo (a porta sancti petri ad santam luciam in orteam). Questa intestazione
viene data per intero in alto (da sx a dx). Una volta aver dato sulle due pagine le indicazioni dell’intero
itinerario scrive in D e in S (destra e sinistra) della via o delle vie che sta menzionando. A dx metterà tutti
monumenti che sono a dx della via e a sx tutti i monumenti che sono a sx in maniera stringatissima.
Poche informazioni, chiare, no informazioni metriche, però per gli itinerari dove sceglie questa
soluzione, non abbiamo dubbi sulla loro organizzazione e caratterizzazione. Interessante è come risolve
il problema legato ai monumenti dove la via passa in mezzo. Come lo fa? Se la via passa sotto un arco, il
titolo lo scriverà in parte a dx e in parte A SX; se lavia pass in un campo aperto come il Forum scriverà
parte del nome a dx e in parte a sx; se la via passa per la Subura lo stesso e così via. Malgrado la
stringatezza e immediatezza compositiva, anche ammettendo che a tutti gli effetti si tratti di un riassunto
estremo di un testo più lungo che il copista inizia a copiare mentre fa la silloge, abbandonando poi
l’intento e riassumendo come vediamo; è un documento estremamente interessante sia per forma che
caratteristiche e contenuto. Estrema sintesi, immediata consultazione. Problema è la datazione: allo
stato attuale delle ricerche la datazione più confortevole per elementi del; testo è quella che lo vede
redatto tra l’VIII e la prima metà del IX secolo d.C. perché viene menzionato il monastero di S. Silvestro
in capite (fondato da Paolo I tra il 757 e il 767) in altri termini, il fatto che un monastero fondato da
Paolo I sia menzionato sta a dire che quando il manoscritto è stato redatto il monastero era già in piedi.
Quello che hanno notato alcuni studiosi nel tentativo di rintracciare il terminus ante quem è l’assenza
nella descrizione della civitas leonina. Infatti, un monumento così importante come la città di s. Pietro
che non viene descritto può essere motivato solo con il fatto che nel momento in cui il manoscritto viene
redatto la civitas leonina non sia ancora stata edificata (quindi prima dell’848-852). Volendo utilizzare i
dati più semplici che non richiedono una complessità interpretativa eccessiva, potremmo dire che siamo
subito dopo il pontificato di papa Paolo I (seconda metà VIII secolo d.C.) ma prima della metà del IX
(fondazione civitas leonina). Molto più plausibilmente anche per una serie di caratteristiche come la
volontà di rinforzare la presenza di monumenti romani sia cristiani che profani, tutto sembra parlarci con
dati meno solidi ma plausibili di un milieu culturale che be si inserisce nell’età carolingia dove come
sappiamo la nuova Roma, la rinascenza di Roma, il rinvigorirsi dei monumenti cristiani grazie anche a
papa Adriano sono leit motif portati avanti tanto dall’entourage papale che da quello carolingio. I secoli
finali dell’VIII secolo sarebbero perfetti anche per le modalità con cui questo documento viene costruito.
Ad onore del vero bisogna però dire che si cono anche altre teorie che alla luce di altri elementi interni
forse meno solidi e sicuri vogliono anticipare di qualche decennio la datazione (cosa non così utile).
Termine post quem dato dal monastero di S. Silvestro in capite e il terminus ante quem dato
dall’assenza della civitas leonina. Ultimo documento, assolutamente anomalo perché mescola il
concetto vero e proprio di documento come fonte scritta trascritta e tramandata con quello del dato
archeologico (anch’esso tramandato ma che per caratteristiche risponde a tutt’altra natura ed evidenza).
Si tratta in particolare della Notula oleorum e dei Pittacia di Monza. Entrambi (sia il papiro – Notula, sia
le ampolle – collegate ai Pittacia) sono conservate nel duomo di Monza dove si trovano si dal tempo
della redazione di questo documento e alla realizzazione di questi manufatti. La temperie culturale entro
cui vengono a formularsi tanto la notula quanto le ampolle con i pittacia è l’età di papa Gregorio Magno
(590-604). Le fonti sono chiare: la regina Teodolinda invia un suo presbitero (tal Giovanni) a Roma dopo
una corrispondenza con lo stesso pontefice, a prelevare dai luoghi santi più venerati (le tombe dei
martiri) gli oli delle lanterne che ardevano nei pressi di questi sepolcri. Dal punto di vista archeologico
(anche se il documento sembra debole per i contenuti) si tratta di un’operazione che ancora riusciamo a
ricostruire con estrema chiarezza e perfezione perché queste ampolline di vetro per tipologia e
caratteristiche associabili tra il VI e VII secolo d. C. sono state portare dal presbitero Giovanni (una volta
riempite con gli oli) fino a Monza. Come opera Giovanni? Lo capiamo perfettamente dalla Notula
oleorum (elenco dei martiri che Giovanni visita e da cui preleva gli oli). L’ordine con cui questi vengono
elencati non è topografico. I pittacia invece ci danno dati topografici (pezzi di papiro con nome dei
martiri da cui l’olio veniva prelevato). Giovanni opra in questa maniera: si reca presso la tomba venerata,
mette l’olio nell’ampolla ma non la riempie totalmente. Se nello stesso cimitero ci sono più tombe
venerate ne aggiunge altre e così via. Preleva sistematicamente vari oli che mescola fino a riempire
l’ampolla. Quando l’ampolla è piena la sigilla e aggancia al collo del contenitore vitreo questo pittaceum
(brandello di papiro) su cui scrive i nomi dei martiri il cui olio è contenuto all’interno dell’ampolla.
L’ordine con cui questi martiri vengono elencati è a tutti gli effetti un ordine topografico. Il presbitero
Giovanni è un pellegrino, quindi, segue un percorso regolamentato che gli permette di vedere più
santuari possibili nel minor tempo possibile. Alla fine, riempie 13 ampolle lasciando altrettanti pittacia
con i nomi dei martiri scritti al di spora. La raccolta avviene poi riportata all’interno della notula senza
seguire l’ordine topografico. Perché la regina Teodolinda che riveste un ruolo principale riuscendo a
dialogare con il pontefice stesso fa questa richiesta? La risposta è legata proprio all’impossibilità per la
chiesa occidentale (soprattutto Roma) di concedere anche soltanto una parte dei corpi dei martiri.
Secondo la chiesa di occidente queste sepolture erano inviolabili e inalienabili e non potevano essere
toccate neanche dal vescovo di Roma. Diversamente però stando all’approccio agiografico della stessa
chiesa occidentale per il concetto di reliquia non si intendeva soltanto una parte del corpo o delle
spoglie del corpo del personaggio venerato ma anche un qualsiasi elemento che entra a contatto con
questo corpo fosse stato prelevato (per reliquia si intendeva anche un semplice pezzi di stoffa che calato
con un contrappeso andava a toccare le spoglie del martire e quindi per infusione diventata esso stesso
una reliquia). Gregorio Magno parla chiaramente di reliquie da contatto, quindi il potere santificante
della reliquia vera e propria era tale che qualsiasi elemento fosse entrato a contatto con quelli sarebbe
esso stesso diventato una reliquia. Ergo gli oli sono delle vere e proprie reliquie che la regina Teodolinda
chiede tanto da mandare un suo emissario a prelevarsi per riportarli a Monza dove ella risiedeva. Per
dare un’idea del criterio con cui tutta la questione dei martiri veniva gestita basta pensare ad un
episodio riguardante Gregorio Magno. L’imperatrice Costantina fa una richiesta a Gregorio Magno
abbastanza dura’: chiede che il pontefice inviasse la testa di S. Paolo o addirittura tutto il corpo del
santo. Gregorio Magno deve rispondere stando ai dettami della chiesa occidentale e in modo negativo,
di contro però sa bene che si tratta di una richiesta estremamente autorevole. Quindi dà una risposta
singolare e astuta (eloquente per comprendere la credenza del tempo). G. Magno risponde dicendo: so
che da voi è usanza spostare i corpi dei martiri (da voi in Oriente, G. Magno è consapevole che la chiesa
Orientale da tempo ha usanza di poter muovere le reliquie e tombe dei martiri), ma noi non lo facciamo
(Roma e in senso lato all’occidente). A quel punto G. Magno non può rispondere solo in modo negativo,
inizia così a raccontare una serie di aneddoti singolari e rocamboleschi legati ad eventi catastrofici
capitate a personaggi che involontariamente (neanche per volontà precisa) erano entrati in contatto con
le tombe venerate. Cita tra le altre cose un episodio avvenuto nei pressi della tomba di S. Lorenzo: lui
dice che mentre dei monaci e degli incaricati stavano lavorando vicino la tomba di S. Lorenzo per
sistemarne l’assetto, inavvertitamente e senza volerlo (G. Magno enfatizza l’accidentalità del fatto) sono
entrati a contatto con la tomba del santo. Si rendono conto dell’accaduto, vogliono riparare fatto sta che
dopo una settimana sono tutti morti. Menziona altri episodi per dissuadere l’imperatrice dal voler fare
una cosa di questo tipo (anche volendo farlo non è il caso di farlo!). Le vuole e può inviare reliquie ex
contacto.

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