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LA TURCHIA CONTEMPORANEA

L’ottocento fu un periodo di disordini e incertezze per l’impero ottomano. La crisi si


era espressa nella perdita di territori, nella mancanza di fiducia nei propri mezzi, in
un sentimento di declino diffuso, nell’incapacità del sistema imperiale e nella crisi
della monarchia. La situazione internazionale non era favorevole agli ottomani,
avevano perso la Crimea a favore della Russia, la superiorità nel Mediterraneo a
favore della Gran Bretagna, c’erano state rivolte in Serbia tra il 1804 e il 1813 e la
Grecia era riuscita a raggiungere l’indipendenza nel 1829. Alla fine del XVIII secolo
iniziò un periodo di riforme e trasformazioni dell’impero nel tentativo di salvarlo
dall’inesorabile declino. Nel 1793 il sultano Selim III (1789-1807) attuò un piano di
riforme, proclamando un “nuovo ordine” (nizam-i cedid, 1793-1807), che in un
primo momento sembrarono sufficienti per frenare il declino ottomano. Le riforme
riguardavano l’amministrazione e l’esercito, nel tentativo di recuperare
militarmente e politicamente in paesi europei. Le riforme ebbero un iniziale
successo, permettendo il miglioramento dell’esercito ottomano, ma si scontrarono
anche con l’opposizione del corpo dei Giannizzeri (unità dell’esercito che con il
tempo avevano assunto sempre più potere, fino ad arrivare a determinare la scelta
del Sultano e la politica dell’impero). Nel 1807 il Sultano Selim fu deposto da una
rivolta dei Giannizzeri (dopo un fallimentare tentativo di sciogliere il corpo armato) e
successivamente giustiziato (1808), finirono così le riforme del “nuovo ordine”. I
Giannizzeri furono definitivamente eliminati nel 1826 dal Sultano Mahmud II (1808-
1839), dato il loro rifiuto e rivolta allo scioglimento proclamato dal Sultano. Le
riforme continuarono anche con Mahmud II e soprattutto con il successore
Abdulmecit I (1839-1861) e Abdul Aziz (1861-1876). Nel 1839 fu proclamata una
nuova era detta della “riorganizzazione” (tanzimat, 1839-1876), con il fine di
modernizzare l’impero, contrastare le spinte indipendentiste e favorire
l’integrazione tra turchi e non nella società ottomana. Le riforme introdussero il
diritto proprietà privata, l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti gli ottomani senza
distinzione di religione o razza, introduzione delle banconote, riforme dell’esercito,
riorganizzazione del codice civile e penale e della tassazione e riforme
dell’amministrazione (lotta alla corruzione) e accentramento amministrativo. Il 23
novembre 1876 le riforme furono incluse nella prima costituzione ottomana, che
limitava i poteri del Sultano e creava un Parlamento bicamerale con una camera
elettiva. Le riforme erano ispirate anche dalla volontà di europeizzare l’impero, la
costituzione però fu soppressa nel 1878 dal Sultano Abdul Hamid II (1876-1909) e
nel complesso le riforme non riuscirono a fermare i nazionalismi e la disgregazione
territoriale dell’impero. Sul piano internazionale il 13 giugno 1878 il congresso di
Berlino riconobbe l’indipendenza della Serbia, della Romania e del Montenegro,
mentre la Bulgaria ottenne una larga autonomia e la Bosnia-Erzegovina passarono
sotto il controllo militare austriaco. Il trattato di Berlino fu l’esito della sconfitta degli
ottomani nella guerra Russo-Turca del 1877-1878 e della pace di Santo Stefano. Il
disastro militare interruppe le riforme e portò all’annullamento della costituzione e
allo scioglimento del parlamento da parte del Sultano. Negli ultimi anno del XIX
secolo continuò l’avvicinamento all’Europa dell’impero e i suoi legami con essa, da
cui fu fortemente influenzata nelle successive riforme e cambiamenti nell’esercito,
istruzione e stampa. Contemporaneamente si instaurò un regime sempre più
autocratico, centralizzato e conservatore, ostile all’occidentalizzazione del paese.
Iniziò in questi anni anche la turchesizzazione dell’Anatolia, i massacri degli Armeni
nel 1894-95, furono il primo passa verso il tentativo di rendere l’Anatolia un
territorio culturalmente ed etnicamente omogeneo, ovvero turco e musulmano,
eliminando le popolazioni non turche e non musulmane come i Greci, i Curdi, gli
Armeni e gli Arabi. Nel 1895 nacquero anche i Giovani turchi, un movimento di
opposizione, composto da intellettuali ed ufficiali dell’esercito musulmani ottomani
e non, che mirava a modificare l’impero in una monarchia costituzionale e a
modernizzarlo/ occidentalizzarlo, inizialmente si trattava di una corrente di idee
divisa in fazioni opposte. All’inizio del secolo emersero due correnti dominanti:
l’Unione Ottomana (ribattezzata poi Comitato unione e progresso) diretta da Ahmet
Riza e l’Organizzazione dell’iniziativa privata e della decentralizzazione, guidata dal
nipote del sultano, Sabahaddin. La prima corrente si orientò sempre di più verso il
nazionalismo turco e il panturanismo, che mirava alla riunificazione dei popoli
turchi, mentre la seconda voleva trasformare l’impero con l’iniziativa privata e il
decentramento. Il Sultano provò a eliminare l’organizzazione, colpendo soprattutto
i militari che ne facevano parte, però nel 1908, la parte armata del’organizzazione
fece un colpo di stato e impose il ritorno della costituzione del 1876 e nuove
elezioni, nacquero nuove organizzazioni politiche, una stampa libera e sindacati.
L’annuncio della rivoluzione spinse contemporaneamente la Bulgaria a dichiarare
l’indipendenza nel 1908, Creta fu annessa alla Grecia e la Bosnia-Erzegovina
all’Impero Austro-Ungarico. La rivoluzione dei Giovani turchi accelerò il disfacimento
e l’indebolimento dell’impero, che ormai non era più capace di tenere insieme
popoli etnicamente, culturalmente e religiosamente diversi. Nel 1912 l’Albania
dichiarava l’indipendenza, con la guerra italo-turca (1911-1912) l’impero perdeva la
Libia e il Dodecanneso e le guerre dei Balcani (1912 e 1913) posero definitivamente
fine alla presenza ottomana nel Balcani e in Europa. Presto il Comitato di unione e
progresso prese il sopravvento riducendo a nulla il debole pluralismo parlamentare,
sostenuto dall’esercito creò un nuovo ordine repressivo, furono soppresse le
elezioni, la libertà di stampa e sciolte le nuove organizzazioni. Nel 1909 i sostenitori
del principe Sabahaddin e parte dei militari si ribellarono a causa delle nuove
repressioni e costrinsero il Comitato alla fuga. Successivamente il Comitato riuscì a
reprimere la rivolta e a riprendere il potere, il sultano fu sostituito da Mehemet V
(1909-1918), privo in realtà di potere. Il partito liberale (Ahrar) di opposizione,
guidato da Sabahaddin, fu reso illegale e la libertà di stampa annullata.
L’opposizione però si riorganizzò in un nuovo partito, Libertà e intesa. Nei successivi
anni seguirono scontri armati tra le due fazioni e vari colpi di stato, finché il potere
effettivo non finì in mano a una trojka composta da tre pascià (Enver, Cemal e Talat),
che dirigevano l’azione del governo. Infine il partito Libertà e intesa fu bandito e il
Comitato creò un regime a partito unico nel 1913/1914. Il Comitato divenne un
partito unico e il portavoce del nazionalismo turco, l’obbiettivo del Comitato
divenne quello di rendere l’Anatolia turca per poi riunificare tutti i turchi in un unico
paese., tra il 1911 e il 1912 nacquero molte organizzazioni nazionaliste, e il
nazionalismo turco in questi anni si strutturò, diffuse e acquisì una propria ideologia
grazie al teorico Ziya Gokalp, che fissò i tre obbiettivi della corrente nazionalista
turca: turchesizzazione dei settori sociali, economici e politici del paese (per creare
un paese che unisse i turchi dell’Anatolia e dell’Asia), l’islamizzazione e
occidentalizzazione (per modernizzare e rafforzare il paese). La realizzazione di
questo programma comportava la creazione di uno stato forte e la soppressione dei
diritti individuali. Il nazionalismo unionista si ispirava al darwinismo sociale.
L’economia era l’aspetto più importante della politica unionista, si voleva creare una
economia e una borghesia nazionale, in questo, le minoranze non musulmane erano
viste come uno ostacolo (anche e non avevano un ruolo economico importante). Il
nazionalismo turco finì per rafforzare il nazionalismo albanese, arabo e curdo per
reazione. Gli albanesi si ribellarono nel 1910 e proclamarono l’indipendenza nel
1911, nel 1912 nacque un partito che chiedeva l’autonomia delle province arabe e
dopo il 1908 si affermò un nazionalismo curdo e armeno. Il 29 ottobre 1914 la trojka
decise di entrare in guerra con la Germania (il governo ne fu informato solo dopo),
la guerra si rivelò un fallimento per i turchi, che furono più volte sconfitti. La guerra
segnò la fine delle aspirazioni panturaniche e nel 1916 la rivolta araba sostenuta
dagli inglesi, portava alla perdita delle province ararbe e segnò di fatto la fine
dell’impero, che si riduceva alla solo Anatolia. Il 30 novembre 1918 fu firmato
l’armistizio di Mudros e i tre pascià fuggirono. Gli unionisti avevano scelto di entrare
in guerra per consolidare il regime a partito unico, rafforzare il nazionalismo, erano
convinti di una vittoria rapida tedesca, la guerra era un modo per rompere la
dipendenza economica dalla Francia e dalla Gran Bretagna, vendicarsi delle sconfitte
con la Russia e conquistare l’Asia centrale. La guerra provocò la fine dell’impero e
l’islamizzazione dell’Anatolia, la prima dinamica era già apparsa chiara nel 1877 e nel
1912/13, la prima guerra mondiale pose fine alla presenza ottomana nelle province
arabe. La guerra offriva l’opportunità di islamizzare l’Anatolia, con lo sterminio degli
armeni iniziato nel 1915 con le deportazioni e l’espropriazione dei beni, anche i
curdi parteciparono allo sterminio, alleandosi con Unione e progresso. L’esproprio
dei beni armeni, permise la nascita di una borghesia nazionale. Il 4/7/1918
Maometto VI divenne l’ultimo Sultano dell’ impero (1918-1922). L’armistizio di
Mudros fu seguito dall’occupazione e dalla divisione dell’Impero: la Gran Bretagna si
impossessò dell’Iraq, Francia e Italia dell’Anatolia meridionale e la Grecia occupò
Smirne. La Grecia vide l’opportunità di creare una grande Grecia tra le due sponde
dell’Egeo e occupò parte dell’interno dell’Anatolia, nel 1919 Istanbul fu occupata da
francesi, inglesi e italiani. Con il trattato di Sèvres (10/8/1920) fu ufficializzata la fine
dell’impero, il suo smembramento e la divisione dell’Anatolia. La Tracia occidentale
passò alla Grecia, come Smirne (anche se dopo un periodo di cinque anni), la Francia
ottenne delle province meridionali, gli stretti furono affidati a un controllo
internazionale, fu prevista la nascita di uno stato armeno e di una zona autonoma
curda. Dopo il trattato (accettato dal Sultano e dal governo) si formò in tutto il paese
un opposizione nazionalista che trovò nel generale Mustafa Kemal (ex membro dei
Giovani Turchi e vicino al Comitato, nazionalista e laicista) una guida e portavoce.
Mustafa Kemal si oppose all’occupazione alleata e il 22/6/1919 invitò a ribellarsi al
governo di Istanbul (sostenitore della cooperazione con le forze di occupazione) e si
affermò come leader della rivolta nell’estate del 1919. Il 23/4/1920 nacque un
parlamento ad Ankara (la grande assemblea nazionale turca) e un nuovo governo,
che si opponeva al governo di Istanbul. La resistenza divenne una guerra di
indipendenza, combattuta contro gli armeni prima (dicembre 1920) e poi con i greci.
Nel luglio 1921, francesi e italiani decisero di lasciare l’Anatolia in quanto non
volevano impegnarsi in ulteriori combattimenti. Nell’aprile del 1920 furono sconfitte
le truppe fedeli al Sultano. Tra agosto e settembre 1922 i greci furono sconfitti e
scacciati dall’Anatolia, il 9 settembre cadde Smirne e il 19 ottobre i Dardanelli e
Istanbul (evacuati senza combattere), segnando la fine della guerra. Il primo
novembre 1922 fu abolito il sultanato e l’ultimo sultano lasciò Istanbul per l’esilio il
17 novembre. L’èlite Kemalista proveniva da Unione e progress, lo stesso Mustafa
Kemal era vicino e legato al Comitato, i dirigenti kemalisti avevano rinunciato alla
riunificazione di tutti i popoli turchi, ma erano rimasti ferventi nazionalisti, convinti
che l’Anatolia dovesse avere un carattere turco. Zaiya Gokalp rimase un ideologo
popolare tra i kemalisti, nel 1922 elaborò il primo programma politico di Mustafa
Kemal e fu alla base della futura ideologia kemalista. Il kemalismo si rifaceva e
traeva le sue basi sul piano politico all’eredità unionista, trovò supporto dai settori
sociali che già avevano appoggiato gli unionisti: notabili di provincia, conservatori,
borghesia (arricchitasi con il genocidio armeno), gli ulema e i curdi (già collaboratori
con gli unionisti durante la guerra). Come il potere unionista, il governo kemalista
univa legalità e illegalità.

Cap. 2

Il 24/7/1923 fu firmato il trattato di Losanna, che ufficializzava la vittoria di Mustafa


Kemal. Nel trattato non era più previsto uno stato armeno e un’autonomia curda. Il
trattato riconosceva la repubblica turca, che cedeva: Cipro (alla Gran Bretagna) e la
Libia e il Dodecanneso (riconosciuti all’Italia). Furono stabiliti i nuovi confini con la
Siria e l’Iraq, Mosul sarebbe stata amministrata dalla Società delle Nazioni, furono
stabiliti anche i confini con la Grecia e la Bulgaria. Il trattato fu positivo per Mustafa
Kemal, che si vide riconosciuto tutti i territori ripresi con la guerra di indipendenza e
il suo potere. Il trattato ufficializzò anche uno scambio di popolazione tra Grecia e
Turchia, le rispettive minoranze sarebbero dovute tornare nei rispettivi paesi. Il
trattato di scambio di popolazioni (fatto prima del trattato di Losanna, ma applicato
dopo) portò a un vasto trasferimento di cristiani ortodossi (tra cui molti di lingua
turca) verso la Grecia e di musulmani (compresi i grecofoni) verso la Turchia. Questo
esodo forzato fece della Turchia un paese al 99% musulmano. I successivi trattati di
Ankara, Londra e Baghdad firmati nel 1926, segnarono l’annessione di Mosul all’Iraq
e nel 39 la città di Alessandretta fu ceduta dalla Siria francese e annessa alla Turchia.
Il 29 ottobre 1923 fu proclamata la Repubblica turca e Mustafa Kemal ne divenne il
primo presidente. Già con l’abolizione del sultanato (1/11/1922) si segnò la rottura
definitiva con il vecchio passato imperiale e ciò permise al potere kemalista di creare
un nuovo regime distinto da quello del Comitato unione e progresso. Il sistema
politico nel 1923 era pluralista, ma subordinato all’autorità di Mustafa Kemal. Si era
infatti formato un secondo partito che univa liberali ed ex unionisti, che però uscì
indebolito dalle elezioni dell’aprile 23. Si sviluppò a partire dal 21 un partito
comunista e all’interno delle forze nazionaliste anche una corrente islamica.
Nessuno di questi gruppi di potere era però capace di mettere in discussione il
potere di Mustafa Kemal (che univa comando militare e dirigenza politica). Tra il 23
e il 24 emersero due partiti politici che raggrupparono i gruppi precedenti: il Partito
del Popolo (poi, partito repubblicano del popolo) nato l’11/9/23 di Mustafa Kemal e
il Partito progressista repubblicano (17/11/24). Il primo era un partito nazionalista e
statalista, il secondo era liberale e moderato. Nel 1925 il pluralismo fu limitato, a
causa di una rivolta curda del 24 (fatta a favore della religione e contro le scelte
laiche del regime), furono introdotte delle leggi che riportavano in vita i tribunali
speciali e che limitavano la stampa e i giornalisti, il partito progressista repubblicano
fu bandito. Nel 26, dopo un fallito attentato alla sua persona, Mustafa Kemal sfruttò
l’occasione per consolidare nuovamente il suo potere, eliminando gli oppositori
politici, gli ex unionisti e alleati durante la guerra di indipendenza. Dal 26/27 il
potere era accentrato nelle sue mani, si crea un regime a partito unico basato sul
culto del leader. Nell’agosto/novembre 1930, Mustafa Kemal fu obbligato a tentare
una nuova esperienza pluralista: la crisi economica del 29 aveva indebolito e
impoverito il paese, convincendo Mustafa Kemal a tenere un dibattito pluralista
sulle scelte economiche da prendere, inoltre la sua popolarità stava calando tra la
popolazione. Tutto ciò lo convinse ad accettare un’opposizione integrata che non
mettesse in dubbio il suo potere. Ali Fethi (compagno di Mustafa Kemal) fu
incaricato di formare un secondo partito, il Partito liberale. L’ opposizione non
doveva avere un ruolo politico rilevante, ma la popolazione accolse con favore il
nuovo partito e molti turchi decisero di sostenerlo, in alcuni casi si ebbero
manifestazioni e segni di ribellione all’autorità. Il partito ottenne successo alle
elezioni amministrative e iniziò a competere per il potere. Per reazione, il partito
liberale fu sciolto dal regime e la politica economica fu incentrata sull’intervento
statale. L’esperienza pluralista fu breve, ma mostrò la grandezza del rifiuto del
regime tra la popolazione. Si decise di creare organizzazioni intermedie per
avvicinare regime e società e di dotare il kemalismo di un’ideologia, per attuare
queste riforme furono presi come modello il regime fascista in Italia e quello
bolscevico in Unione Sovietica. Il partito fu rifondato sulla base di quello fascista e
comunista, furono create riviste e organizzazioni (case del popolo) per indottrinare
ed educare le masse. Il kemalismo iniziò a considerarsi come un terzo polo (tra
fascismo e comunismo) di un nuovo modello antiliberale e antidemocratico. Il
Kemalismo si diede una propria filosofia, un insieme di nazionalismo populista e
corporativismo, riassumibili nelle “sei frecce”(elaborate nel 31 e inserite nella
costituzione nel 37): nazionalismo, repubblicanesimo, populismo, statalismo,
laicismo e rivoluzionarismo. Dal 37 in poi il regime si trasformò da regime a partito
unico a regime a partito stato, in quanto gli organismi del partito si confondevano
con quelli dello Stato stesso. Negli anni 30 si rafforzò il culto di Mustafa Kemal
(chiamato dal 34 Ataturk). Mustafa Kemal durante il suo regime cercò di
occidentalizzare il paese e fece molte riforme: spostò la capitale ad Ankara, adottò
l’alfabeto latino (1928), in politica estera mantenne la neutralità, fu raggiunta la
parità tra uomo e donna, vietata la poligamia e il velo, diritto di voto per le donne
(1934), il califfato fu eliminato (1924), laicizzò il paese, nel 28 l’islam non fu più
considerato religione di Stato, le istituzioni religiose furono limitate (24), furono
vietate le confraternite religiose (25), vietati copri capi al di fuori del cappello (25),
fu adottato il calendario gregoriano (28) e il giorno di riposo divenne la domenica
(35), furono chiuse le facoltà di teologia, furono adottati nuovi codici civili, penali e
commerciali sulla base di quelli europei, la politica estera era mirata
all’mantenimento dll’indipendenza e dell’integrità della Nazione, per questo
mantenne la neutralità e fu cauto, furono firmati trattati di amicizia con molti paesi
e anche uno di neutralità con l’URSS. Il regime e il kemalismo furono molto critici e
negativi nei confronti dell’eredità imperiale e ogni riferimento al passato fu vietato,
la storia fu modificata a favore della visione che voleva dare il regime,
demonizzando il passato imperiale. Il kemalismo fu un’esperienza laica, ma che si
inseriva in una serie di esperienze e riforme laiche preesistenti, lo stesso impero
ottomano era una entità politica estremamente laicizzata, le riforme laiche del
regime ebbero degli effetti significativi sulla società, ma dopo la morte di Mustafa
Kemal e con il passare del tempo, appariva chiaro che le riforme più radicali erano
destinate a fallire, la religione musulmana rimase un carattere fondamentale della
società turca e la sua appartenenza era fondamentale per potersi definire turchi,
anche se formalmente la religione fu bandita dalla vita pubblica. La laicità divenne
un nuovo elemento comune alla nazione turca, ma solo come complemento al
carattere turco e all’islam, laicità non significava pluralità religiosa o tolleranza. La
laicità kemalista mirava anche a creare una religione nazionale , nel 24 fu imposto il
controllo della religione da parte dello stato e i riferimenti alla religione furono
molto usati dal regime per imporre le sue riforme. Il regime attuò anche una serie di
politiche nazionaliste, con il fine di rendere turchi tutti gli abitanti del paese:
imposizione dell’uso della lingua turca e divieto di altre lingue, esaltazione del
carattere turco, l’islam usato come fattore di identità nazionale, la storia
dell’Anatolia fu turchizzata e modificata a favore del regime (dimostrando
falasamente come i popoli mesopotamici fossero turchi e come i turchi fossero
arrivati in Anatolia molto prima rispetto alla realtà), si cercò di mostrare l’origine
ariana della razza turca, il regime abbandonò però l’irredentismo e il panturanismo.
La politica nazionalista danneggiò soprattutto i Curdi, che si ribellarono
continuamente all’imposizione di queste politiche nazionaliste, riconoscendosi
invece nel nazionalismo curdo. In realtà le rivolte curde avevano anche un’altra
origine, il Kurdistan ottomano era stato diviso in più Stati, si sentirono traditi da
Mustafa Kemal che non mantenne la loro iniziale alleanza, non accettarono
l’abolizione del califfato e le politiche laiche, tutto ciò convinse i Curdi a ribellarsi per
cercare di ottenere l’indipendenza. Le rivolte curde univano due diverse opposizioni:
una che mirava a creare uno Stato indipendente curdo e una che si opponeva alla
laicizzazione del paese. Ci furono tre rivolte che misero in crisi il regime di Mustafa
Kemal: 1925 (di Sheikh Sait), 1930 (di Ararat) e 1936-1938 (di Dersim, chiamata
anche “guerra di indipendenza interna”). La repressione era coerente con la paura
del regime che la Turchia fosse smembrata e divisa, inoltre, il potere contava sulla
politica di assimilazione dei curdi e di turchizzazione del Kurdistan, tramite le
deportazioni e l’insediamento di coloni e abitanti di cultura e lingua turca e
l’eliminazione dell’identità curda. Oltre ai curdi, anche le minoranze greche, arabe e
armene furono considerate nemiche dello Stato. Anche gli ebrei erano visti come
una minaccia, non potevano circolare liberamente in Anatolia e persero i loro lavori
nell’amministrazione pubblica (come greci e armeni). Negli anni 30 l’antisemitismo si
diffuse anche in Turchia, nel 34 fu fatta una campagna contro gli ebrei che non
parlavano turco e decisero di espellere gli ebrei dalla Tracia. Le campagne
antisemite perdurarono fino al 1944. Nel corso degli anni 30 ci furono rivolte anche
fuori dal Kurdistan per motivi religiosi contro il regime e forme di resistenza
collettiva di parte della popolazione, l’adesione della società alla rivoluzione
nazionale rimase bassa inizialmente, nonostante l’indottrinamento operato dal
regime. L’adesione della gioventù agli ideali kemalisti arrivò solo negli anni 30 e gli
intellettuali/insegnanti mostrarono solo un adesione di facciata al regime, non
credendo alle modifiche attuate alla storia turca. Sempre sotto il regime nacquero
confraternite e comunità religiose clandestine. Per riassumere, il Kemalismo fu un
regime autoritario di tendenze corporative e fasciste, lo stesso Mustafa Kemal non
credeva alla lotta di classe e alla divisione sociale in classi. Mustafa Kemal morì il
10/11/1938, lasciando un regime consolidato e incentrato sul culto della sua
persona, tanto che ogni azione politica, economica e culturale dei regimi successivi e
di parte della popolazione stessa, sarebbero state giustificate facendo riferimento a
lui e ai suoi scritti, molto spesso in maniera contraddittoria tra loro. Dopo la sua
morte, il suo collaboratore, Ismet Inonu, già primo ministro dal 1923 al 1937,
divenne presidente della repubblica, fino al 1950 (fu poi nuovamente primo ministro
dal 61 al 65). Nel 1938, la Turchia era ancora un paese arretrato e prevalentemente
agricolo, anche se grazie alle politiche pubbliche erano state create industrie pesanti
e il paese aveva avuto una fase di sviluppo significativa dal 30 al 39, ma gli aiuti
statali non avevano permesso un vero decollo industriale o una
industrializzazione/sviluppo significativo del paese. Durante il periodo di governo di
Inonu il regime e il culto della personalità del leader si rafforzarono ulteriormente.
La politica estera di Inonu fu molto cauta ma efficace, il 19/10/39 firmò un trattato
di difesa comune con Francia e Gran Bretagna, il 24/3/41 firmò un trattato di non
aggressione con l’URSS, ma nel giugno del 41 la politica turca cambiò direzione, il
18/6/41 firmò un trattato di amicizia e non aggressione con la Germania e nel
novembre 41 Ankara discusse con i tedeschi di un’espansione turca a danno
dell’URSS in Asia centrale (furono riproposti i progetti panturanici). Inonu però
(memore della prima guerra mondiale) preferì mantenere una politica di neutralità,
politica che si rivelò corretta soprattutto a partire dal 43, con la sconfitta di
Stalingrado, infatti, il 2/8/44 Ankara ruppe le relazioni diplomatiche con Berlino e il
23/2/45 dichiarò guerra alla Germania. Durante i primi anni di guerra Ankara
mantenne una politica ostile alle minoranze interne ed antisemita (il 28/6/38 era
stata approvata una legge che rendeva difficile per gli ebrei perseguitati entrare in
Turchia e dal 42 le minoranze grece, armene ed ebree furono deportate in parte in
campi di lavoro). L’8/5/45 finì non solo la guerra, ma anche il governo di Inonu e il
regime a partito unico (che fu indebolito dal crollo del fascismo in Italia e del
nazismo in Germania), Inonu si presentò allora come difensore della democrazia,
desideroso di schierarsi nel blocco occidentale sotto la protezione americana, infatti,
Mosca era intenzionata a punire la Turchia per la sua collaborazione con i tedeschi e
chiedeva la cessione di alcune province orientali anatoliche. Il calo di popolarità del
presidente, obbligarono lo stesso Inonu ad autorizzare la formazione di partiti di
opposizione (un opposizione che ovviamente doveva essere controllata e sciolta in
caso di necessità). Le cose però andarono diversamente il 7/1/46 nacque il Partito
Democratico di Celal Bayar e Adnan Menderes. Le elezioni pluraliste di quell’anno
(sebbene non del tutto libere) indebolirono il regime e il 14/5/50 con le nuove
elezioni, il Partito Democratico vinse con il 53,6%, ponendo fine al regime.
Cap. 3 (50-83)

Tra il 45 e il 50, Inonu aveva avviato un riorientamento della politica estera turca,
nel 49 la Turchia aderì al Consiglio d’Europa e si avvicinò agli USA (la Turchia infatti
fu al centro della dottrina Truman insieme alla Grecia e fece parte del piano
Marshall). Il nuovo governo democratico era un ammiratore del modello americano
e continuò questa politica filo-americana. Il paese divenne (insieme alla Germania, il
fronte più avanzato della guerra fredda e dal 17/10/51 della NATO). L’alleanza tra
Turchia e USA ebbe momenti di crisi solo con l’invasione turca di Cipro nel 74, che
obbligò gli USA a imporre un embargo militare al paese , ma nel complesso l’alleanza
con gli USA è continuata, garantendo ad Ankara una costante sicurezza esterna. La
Turchia divenne anche membro del FMI e della BM, in questo modo la Turchia ebbe
accesso a fondi e investimenti esteri che aiutarono l’economia e lo sviluppo del
paese, infatti, in pochi decenni la Turchia divenne (insieme ad Israele) l’unico paese
industrializzato in Medio Oriente. La Turchia però finì per dipendere eccessivamente
dagli investimenti esteri e ciò fu alla base delle crisi economiche successive, che
periodicamente colpivano il paese, provocando momenti di altissima inflazione della
lira turca e una crescita enorme del settore pubblico (che fungeva da sussidio
governativo e fonte di consenso dei partiti al potere). Queste debolezze strutturali
provocavano forti crisi economiche che ogni volta richiedevano aggiustamenti
strutturali e riforme che a loro volte indebolivano il potere, aumentavano la povertà
e l’economia sommersa (a vantaggio della mafia). A partire dal 1950 la popolazione
iniziò a crescere, passando dai 21.000.000 di persone nel 50 ai 45.000.000 nel 1980,
anche le città conobbero una grande espansione e crebbe l’urbanizzazione del
paese, contemporaneamente si verificò un fenomeno migratorio vero i paesi
europei. Il Partito Democratico vinse le elezioni anche nel 54 e nel 57,
successivamente, nel corso degli anni 50, adottò politiche sempre più nazionaliste e
populiste, favorendo le sommosse anti-greche del 55, in questi anni era sorta anche
la questione di Cipro (colonia britannica, abitata da una minoranza greca e una
turca, che la Grecia voleva annettere, contro la volontà turca e inglese, nel 58/59 ci
furono colloqui e negoziati tra greci, turchi e britannici, che decisero nel 59 con il
Trattato di Zurigo per l’indipendenza di Cipro, che divenne effettiva nel 60) le nuove
violenze spinsero i non musulmani a nuove partenze di massa dalla Turchia. Allo
stesso modo, il governo si trasformò in un potere autoritario, le leggi elettorali
furono modificate per garantire la vittoria al Partito Democratico contro il Partito
repubblicano del popolo diretto da Ismet Inonu e nel 57 si sviluppò una guerra
aperta contro l’opposizione, con l’intento di arrivare a creare un nuovo regime a
partito unico. Le misure governative finirono per radicalizzare l’opposizione e a far
nascere un movimento studentesco, le manifestazioni dell’opposizione del 60
furono represse. Un altro fattore che aggravò la situazione politica, fu l’opposizione
(nata a partire dal 50) dell’élite kemalista e dell’esercito contro il governo
democratico di Menderes (primo ministro dal 50 al 60, Bayar fu invece presidente
sempre nello stesso periodo). L’opposizione repubblicana si rifaceva alla figura di
Mustafa Kemal e trovò in essa una fonte di resistenza e di radicalizzazione, tra gli
ufficiali, gli studenti e gli intellettuali nacque un neokemalismo basato sull’eredità di
Mustafa Kemal. Le concessioni in campo religioso (insegnamento della religione
nelle scuole e nascita delle facoltà di teologia) e il ritorno della religione nella vita
pubblica fu visto come un tradimento dai kemalisti della rivoluzione, che vedevano
nel ritorno al kemalismo un modo per ristabilire la dignità della Turchia e risolvere i
suoi problemi. Durante gli anni 50 si strutturò questa opposizione e nacquero gruppi
kemalisti formati soprattutto da militari, l’ultimo nato nel 60, il Comitato di unione
nazionale (formato da ufficiali e simpatizzanti di sinistra), insieme al generale Cemel
Gursel ( primo ministro dal 60 al 61 e presidente della Turchia dal 60 al 66) rovesciò
il governo con un colpo di stato il 27/5/1960. Il regime militare filo-kemalista
provocò forti reazioni nella società, soprattutto tra gli elettori conservatori del
Partito Democratico con la condanna a morte dell’ex primo ministro Menderes. Il
coplo di stato avrebbe potuto portare a un nuovo regime autoritario o totalitario,
ma in realtà il Comitato fece preparare una nuova costituzione più liberale della
precedente (approvata da un voto popolare il 9/7/61) e decise di indire nuove
elezioni (riservando però la presidenza a Gursel, considerato il garante della
rivoluzione del 27 maggio). Le lezioni del 15/10/61 fecero capire che la rivoluzione
del 27 maggio non aveva un seguito e un supporto popolare, il governo fu affidato a
Ismet Inonu (considerato l’erede di Mustafa Kemal), ma si assistette alla
riabilitazione del Partito Democratico grazie al successo del suo successore, il Partito
della giustizia (che riuscì quasi a superare il Partito Repubblicano del popolo). Con le
nuove elezioni del 10/10/65, il nuovo partito (guidato da Suleyman Demirel) ottenne
la vittoria e riuscì a vincere anche le elezioni del 69 a danno sempre del partito di
Ismet Inonu, tutto ciò segnò il fallimento della rivoluzione del 27 maggio. Negli anni
60 si assistette a un fenomeno di radicalizzazione dello scontro politico e il
Kemalismo iniziò a subire la concorrenza di altre ideologie e altri progetti sociali,
nacquero infatti una sinistra e una destra radicali, un movimento islamico e una
contestazione curda. Il 9/2/69 nacque una formazione di destra radicale, il Partito
d’azione nazionalista (che si rifaceva alla tradizione panturanica degli anni 40),
voleva uno stato turco omogeneo, il ritorno di una grande turchia imperiale basata
sull’organizzazione corporativa e militare, Ataturk restava un punto di riferimento,
ma non era il più importante del partito. Il partito fu sostenuto dall’esercito e dalla
polizia contro la sinistra , fu tollerato dal potere e dal presidente Sunay, il partito si
dotò di un braccio armato i “lupi grigi”. Contemporaneamente si formò una gioventù
di sinistra alimentata dai testi di Mustafa Kemal e dai colpi di stato del 60 (che
l’avevano innalzata a forza dinamica della società), questa forza era sostenuta dal
movimento operaio (in crescita negli anni 60 e 70) e dal movimento contadino. Il
movimento di sinistra nacque anche dall’influenza degli eventi del 68 in Europa
(soprattutto da ciò che accade in Francia). I membri di questo movimento erano
soprattutto studenti giovani e i suoi leader erano membri del partito comunista e
operaio turco. Attirò soprattutto giovani curdi e aleviti provenienti dalle province.
Tra il 65 e il 69 il movimento abbandonò il Kemalismo (influenzato dalle lotte latino-
americane e asiatiche). Dopo diversi scontro con i lupi grigi e le forze dell’ordine, nel
1970 la sinistra radicale decise di passare alla lotta armata, nacque una guerriglia
urbana e rurale. Il terzo polo politico era costituito da militari islamici filo-americani
e contro il regime considerato infedele, fedeli alla sharia. I militari islamici fedeli a
Necmeddin Erbakan (e non ostili al sistema parlamentare) fondarono ne 69 un
partito, il Partito di ordine nazionale. Il quarto polo politico era costituito dai
nazionalisti curdi, che fino alla fine degli anni 60 si confusero con la sinistra radicale.
Il nazionalismo curdo nacque sul ricordo delle vecchie repressioni subite e come
reazione alla destra radicale nazionalista turca e all’ostilità del presidente Gursel
verso il loro popolo. Il nazionalismo curdo fu influenzato anche dalle rivolte curde in
Iraq del 61, guidate da Mustafa Barzani, dalle rivolte per l’indipendenza in Asia e in
Africa, si iniziò nuovamente a comunicare e a scrivere in curdo. Questo movimento
curdo (marxista-leninista) diventò autonomo rispetto alla sinistra radicale turca
verso la fine degli anni 60 e creò strutture autonome. All’inizio degli anni 70 la
Turchia divenne il centro di scontri quotidiani e spinte radicali che indebolirono la
classe politica, la crisi economica (con l’inflazione e la svalutazione) accelerò
l’impoverimento delle classi urbane e rurali, le disuguaglianze sociali e gli effetti
dell’urbanizzazione, radicalizzò il movimento operaio, contadino e studentesco e
provocò forti manifestazioni a Istanbul (6/7 giugno 70). Si crearono nuove giunte
dentro l’esercito e giovani ufficiali kemalisti tentarono un colpo di stato il 9/3/71. In
risposta, la gerarchia militare decise di intervenire per ristabilire l’unità dell’esercito
e il kemalismo. Dopo aver ristabilito l’unità dell’esercito, l’esercito lanciò un
ultimatum (con il consenso del presidente Sunay, presidente dal 66 al 73, succeduto
a Gursel dopo la sua morte) l’11 marzo 71, obbligando il governo di Demirel a
dimettersi. Alcune fazioni di sinistra e l’élite neokemalista furono favorevoli
all’ultimatum e al nuovo governo di Nihat Erim, che però presto impose uno stato
repressivo, con l’approvazione dello stato d’assedio, la costituzione dei tribunali
militari e il divieto delle manifestazioni. Il partito islamista di Erbakan fu sciolto e i
militari presero di mira la sinistra e i nazionalisti curdi (molti dei dirigenti e dei
membri di queste forze furono arrestati e giustiziati), il fine ultimo era distruggere le
opposizioni di sinistra e curde, per riportare l’ordine nel paese. Il regime militare
però subì presto una crisi di legittimità che i cambi di primi ministri a guida del
governo non riuscì a risolvere, di fatto, l’autorizzazione allo svolgimento di nuove
elezioni nell’ottobre 1973 segnò la fine del regime militare. Il Partito repubblicano
del popolo trovò una nuova guida in Bulent Ecevit (che succedette a Inonu) che
riuscì a raggiungere una vasta fama popolare, capace di unire la sinistra e le
popolazioni urbane. Sotto la sua direzione, il partito era ora capace di sfidare il
Partito della giustizia di Suleyman Demirel. Nacque un nuovo partito islamico, il
Partito della salvezza nazionale, fondato da Erbakan l’11/10/72. Le elezioni videro il
successo di Ecevit e in misura minore di Erbakan, i due leader diedere vita a una
coalizione che emarginò il partito di Demirel (26 gennaio- 17 novembre 74). In
seguito al colpo di stato di Nikos Sampson a Cipro (sostenuto dalla giunta al potere
in Grecia con il fine di annettere l’isola), il governo di Ecevit decise di intervenire
militarmente il 20 luglio, con l’intento di occupare militarmente l’isola, l’operazione
si risolse con l’occupazione del nord dell’isola e l’espulsione verso sud della
minoranza greca. Dal 73 all’80 si ebbe una serie di crisi politiche che segnarono un
periodo di ingovernabilità. Dopo l’invasione di Cipro, Ecevit si dimise nella speranza
di vincere le successive elezioni, in realtà, Erbakan arrivò ad un accordo con Demirel
per creare un fronte nazionalista che includesse la destra radicale (31 marzo 75-21
giugno 77), le elezioni del 5/6/77 videro indebolire questo fronte (che comunque
conservò la maggioranza parlamentare), il nuovo governo Ecevit non ottenne la
fiducia parlamentare i così si dovette creare un nuovo secondo fronte nazionalista
(21/7/77) che rimase in carica fino al 5/1/78, quando cadde a causa delle nuove
proteste e violenze dovute alla crisi economica. Ecevit riuscì così a creare un nuovo
governo (5 gennaio 78-12 novembre 79), ma non riuscì a risolvere la crisi economica
e a riportare un clima di pace civile. Ecevit si dimise e fu succeduto da Demirel, il cui
governo (12 novembre 79-12 settembre 80) fu altrettanto impotente di fronte alle
violenze e alla crisi economica. La situazione socio economica turca peggiorò
drasticamente tra il 1975 e il 1980, crebbero le violenze e gli omicidi politici,
crebbero gli attacchi della destra radicale contro i curdi e gli aleviti, partecipò al
governo nel 75, era tollerata dalla destra tradizionale in quanto ritenuta uno
strumento valido contro la sinistra radicale il partito di Ecevit. I “lupi grigi” erano
responsabili di omicidi e spedizioni punitive contro gli oppositori. Dopo la vittoria in
diverse province alle elezioni del 77, la destra radicale scelse la strategia della
tensione, contro gli aleviti, gli intellettuali di sinistra, i giornalisti e ci fu un tentativo
di colpo di stato nel 78 (organizzato dal generale Ersin). Il movimento di sinistra si
divise e si militarizzò, alla sinistra turca se ne aggiunse una curda, che con il tempo si
armò. Il PKK (partito operaio del Kurdistan) e i KUK (liberatori nazionali del
Kurdistan), fondati nel 78, decisero di passare alla lotta armata, il PKK ci passò
dall’84. In questi anni il paese rischiò una guerra civile tra le due fazioni. La crisi
economica degli anni 70 (dovuta alla crisi energetica del 73, embargo occidentale
per l’invasione di Cipro nord e fine degli investimenti esteri) aggravò la situazione
sociale e l’instabilità politica. L’impossibilità di dialogo tra i diversi partiti che non
permettevano di creare un governo stabile e capace di risolvere la crisi economica e
di eleggere un nuovo presidente (il settennato di Fahri Koruturk era finito 73-80),
portarono a un nuovo colpo di stato militare, un Consiglio nazionale di sicurezza
formato da militari, prese il potere il 12 settembre 1980, immediatamente furono
arrestati molti esponenti politici (Ecevit, Demirel, Erbakan e Turkes, leader della
destra radicale), fu sciolta l’assemblea nazionale e vietata l’attività sindacale. Bulent
Ulusu fu nominato primo ministro e racchiuse in se sia il potere esecutivo che
legislativo (indirettamente anche quello giudiziario grazie ai tribunali militari). La
giunta militare puntò a ristabilire l’ordine, il kemalismo, assicurare la stabilità
politica, porre fine alle violenze civili e imporre riforme economiche. Quando questi
obbiettivi furono raggiunti (a prezzo della violazione dei diritti umani, uccisioni,
incarcerazioni e perseguimenti, soprattutto a spesa della sinistra e dei curdi), la
giunta militare lasciò il potere nel 1983. Il regime era vicino alle idee della destra
radicale, era nazionalista e conservatore, non furono accettate altre ideologie al di
fuori del kemalismo, nessuna altra etnia da quella curda e nessuna altra religione se
non l’islam sunnita. Furono costruite moschee nei villaggi aleviti e l’uso del curdo fu
vietato. Il kemalismo imposto alla società era influenzato da un islamismo puritano.
Fu fatta una nuova costituzione che nominava il generale Evren presidente della
repubblica (82-89), successivamente i militari crearono un loro partito di destra (il
partito della democrazia nazionalista di Sunalp) e autorizzarono la creazione di uno
di sinistra (il partito populista di Calp) e uno liberale (il partito della madrepatria di
Ozal). Le elezioni del 6/11/83 però furono vinte dal partito liberale (ANAP) che
ottenne la maggioranza assoluta dell’assemblea nazionale, seguito poi dal partito
populista.

Cap. 4 (1983-2002)

Turgut Ozal fu primo ministro dall’83 all’89 e poi presidente dall’89 al 93. L’ANAP fu
un partito populista e demagogico, si considerava il difensore delle classi medie.
Ozal era conservatore, sfruttò la situazione lasciata dal regime militare (molti politici
rimasero privi dei diritti civili fino all’87) e si considerava il difensore del
nazionalismo turco e di uno stato forte, voleva una società religiosa ma
occidentalizzata. Tornarono gli ex leader politici, Erbakan era presidente del partito
della prosperità (refah) nuova formazione islamica e Turkes era presidente del
partito del lavoro nazionalista (poi partito di azione nazionalista). Ecevit presidente
del partito della sinistra democratica (dsp), Demirel presidente del partito della
giusta via (dyp), nacque anche il partito socialdemocratico del popolo (shp), poi
partito repubblicano del popolo, diretto da Erdal Inonu, figlio di Ismet. Con le
elezioni del 1991 il Dyp e l’Shp (il primo di destra e il secondo di sinistra) crearono
una coalizione che mandò all’opposizione l’ANAP diretto da Mesut Yilmaz, il Refah e
il partito della sinistra democratica di Ecevit. Demirel divenne poi presidente dal 93
al 2000 (dopo essere stato primo ministro dal 91 al 93), succeduto poi da Ahmet
Sezer (2000-2007), poi da Abdullah Gul (2007-2014) e infine da Erdogan. Gli anni 90
si aprirono in un clima di riconciliazione sociale e di aspettative democratiche, i
nazionalisti curdi entrarono nell’SHP, Demirel riconobbe l’esistenza della realtà
curda nel paese, l’islamismo fu considerato una componente legittima della società,
alle opposizioni violente che avevano quasi portato il paese in una guerra civile nel
1980 si sostituiva l’idea di una società civile riconciliata. La situazione economica,
dopo l’impoverimento degli anni 70 e 80, migliorò, il paese uscì dalla crisi del regime
militare (che aveva vietato gli scioperi e bloccato gli stipendi, dall’80, all’83 i salari
erano calati, ricrebbero poi negli anni 90), crebbero gli investimenti esteri e le
esportazioni verso altri paesi (spinta soprattutto dallo sviluppo dei paesi del golfo
Persico). Gli anni 90 avrebbero potuto creare un paese stabile e capace di convivere
con le sue minoranze interne, ma in realtà furono anni di crisi. L’esercito riuscì a
riprendere il comando indiretto del governo, influenzando le scelte di Demirel, che
ne divenne dipendente. Nel 92 l’esercito represse nuovamente i curdi, Demirel
dovette smettere di sostenere la realtà curda e prese a sostenere le azioni militari.
Ozal morì nel 93 e ciò influenzò negativamente la situazione politica, era infatti stato
lui a sostenere di risolvere la questione curda e armena con metodi pacifici e
democratici. Fu sostituito da Demirel, che abbandonò ogni promessa di
democratizzazione del paese, divenne un forte sostenitore del kemalismo, dei
militari e della costituzione del 12 settembre. Primo ministro divenne Tansu Ciller,
fortemente nazionalista, sostenitrice dell’esercito e kemalista. Il partito di sinistra di
Erdal Inonu era alleato della Ciller e si limitò a qualche critica sui diritti umani in
deterioramento. Nelle elezioni del 24/12/95 il partito della Ciller perse parecchi voti,
ma i militari imposero una nuova coalizione tra la Ciller e la destra di Yilmaz
(presidente del partito ANAP) che crollò poco dopo, a quel punto la Ciller si avvicinò
ad Erbakan che aveva vinto le elezioni con il suo partito islamico e che divenne
primo ministro (con la Ciller come vice), questa coalizione però fu contrastata dai
militari e il Consiglio nazionale di sicurezza il 28/2/97 decise di porre un ultimatum al
governo islamico, intimandogli di bloccare ogni attività islamica in Turchia, il governo
fu così obbligato a dimettersi nel giugno 97, anche il successivo governo di Yilmaz
durò poco. Il 2/12/98 l’esecutivo fu affidato a Ecevit, un sostenitore del
nazionalismo radicale, che riuscì a vincere le elezioni dell’aprile 99. La crisi degli anni
90 fu il frutto delle conseguenze del golpe del 1980, che aveva distrutto il sistema
politico bipolare turco, ma era anche il frutto delle divisioni sociali e religiose
presenti nel paese. Il PKK svolse attività di guerriglia già dal 77 all’80 e divenne uno
degli obbiettivi del regime del 12 settembre, tanto che molti dei suoi membri furono
uccisi o imprigionati. Il PKK si riorganizzò in Siria e Libano e nell’84 decise di
riprendere la guerriglia contro lo stato Turco, continuata fino agli anni 2000. Nell’87
il governo turco decise di dichiarare lo stato di emergenza in tutto il Kurdistan e di
porre la zona sotto un governatorato militare, all’inizio degli anni 90 fu adottata
dall’esercito una strategia di guerra di bassa intensità, la dottrina dell’esercito
consisteva nel considerare la questione curda come una fonte di terrorismo
separatista, ogni espressione dell’identità curda fu considerata una minaccia, furono
distrutte città curde e vennero fatte incursione anche nel kurdista iracheno.
Intellettuali curdi e politici curdi furono assassinati. Nel 93 il presidente Ozal aveva
deciso di arrivare a un compromesso con il PKK, decentrando il governo turco su
modello degli stati federali e dando più autonomia e potere alle regioni curde del
paese, dove avrebbero governato esponenti curdi locali. Il progetto portò a un
cessate il fuoco. All’accordo si oppose l’esercito e alcuni membri estremisti del PKK,
la morte di Ozal fece fallire il compromesso e riprendere le ostilità. Anche la classe
politica curda si radicalizzò e uscita dal partito socialdemocratico fondarono nel 91
l’HEP (partito del lavoro del popolo), nel 94 i parlamentari curdi furono in parte
espulsi dal parlamento e arrestati e anche partiti filo curdi come: DEP, OZDEP e
HADEP furono banditi. In questi anni si affermò anche l’islam politico e il partito di
Erbakan (il Refah, tra i cui membri sarà presente anche Erdogan) si affermò sulla
scena politica, ciò costituì un ulteriore elemento di tensione sociale, in quanto
l’esercito gli era ostile. Il partito era di ispirazione religiosa ma non estremista, il suo
successo fu dovuto alla perdita di credibilità degli altri partiti. Nel 94 il Refah vinse le
elezioni amministrative a Istanbul e Ankara (fu così che Erdogan divenne sindaco di
Istanbul fino al 98). Con il tempo il partito divenne meno islamista e più moderato,
ciò gli permise di attrarre voti in più strati sociali e di aumentare la sua base
elettorale (fu sostenuto anche dai curdi). Erbakan divenne primo ministro dal 96 al
97 e durante il suo governo mantenne la fedeltà all’esercito, eseguendo ogni
decisione presa dal consiglio nazionale di sicurezza, il partito fu comunque
considerato una minaccia dal regime militare. La campagna propagandistica
dell’esercito e diffamatoria contro il Refah, portarono il partito a perdere le elezioni
nel giugno 97 e poi fu vietato nel gennaio 98. Il 28/6/98 Erdogan fu condannato a 10
mesi di prigione. Nascerà nel 99 un nuovo partito islamico, il Fazilet, poi bandito nel
2001 (Erbakan fu arrestato nel 2000). Gli Aleviti (comunità confessionale musulmana
rappresenta il 20% della popolazione e furono spesso perseguitati nel periodo
repubblicano, tra il 36 e il 38 i suoi membri curdi erano stati uccisi e perseguitati,
con la nascita del pluralismo votarono per il partito democratico, per poi
abbandonarlo e passare ad altri partiti di sinistra, negli anni 70 molti appoggiarono
la sinistra radicale e furono vittime della destra radicale, furono perseguitati dal
regime del 12 settembre che cercò di sunnitizarli, anche negli anni 90 continuò la
violenza nei confronti di questa minoranza ), si erano sentiti danneggiati
dall’affermazione del Refah e minacciati dall’islamismo politico e della destra
radicale, negli anni 90 continuarono la loro lotta pacifica soprattutto sul piano
culturale e religioso (chiedevano il riconoscimento della pluralità confessionale,
diritto di culto più libertà religiosa e soluzione pacifica della questione curda). Parte
della minoranza alevita rimase fedele alla sinistra (nonostante la repressione subita
dalla sinistra radicale negli anni 80) e sopravvissero gruppi marxisti e maoisti. La
destra radicale guidata dopo la morte di Turkes nel 97 da Devlet Bahceli, si è
imposta negli anni 90 come una protagonista della scena politica e molti dei suoi
membri facevano parte dell’esercito e dei servizi segreti, oltre che di organizzazioni
criminali. I membri della destra radicale erano giunti al potere infiltrandosi dentro gli
apparati statali grazie alla lotta fatta negli anni 70 contro la sinistra e l’appoggio che i
militarli gli avevano dato, questo portò alla nascita di gruppi di potere criminali e
mafiosi all’interno dello stato, che spesso riuscivano ad arrivare a controllare vasti
territori turchi. La destra radicale rimase nel tempo un movimento di massa, capace
di modernizzarsi e di individuare sempre nuovi nemici dello stato da colpire. Negli
anni 90 misero da parte il progetto panturanico di unire tutti gli stati di etnia turca e
si concentrò sulla difesa dello stato da nemici reali o meno, sostituendo al
terrorismo degli anni 70 il patriottismo degli anni 90. Erano anti europei e anti
americani in quanto temevano che gli occidentali volessero creare uno stato curdo
in Iraq. Nel 95 ottenne il 10% dei voti (il suo miglior risultato). La Turchia degli anni
90 non era più divisa dal conflitto destra sinistra come negli anni 70, ma da una serie
di conflitti: curdi- turchi, aleviti-sunniti, kemalisti e islamici, comunque, ciò non portò
a una nuova implosione sociale. Negli anni 80 e 90 nacque una classe media turca a
causa dei cicli di crescita e della facile mobilità sociale, crebbe inoltre il lavoro nero e
l’economia sommersa. Gli anni 80 sono stati un periodo di apertura della società
turca sul mondo, è cresciuta l’influenza occidentale ed europea sul paese, ma le
iniziative occidentali e degli immigrati turchi e curdi presenti in Europa a favore dei
diritti umani, non hanno avuto grande effetto sulla società turca, anzi crearono un
conflitto tra la borghesia urbanizzata filo europea e il resto del paese più povero e
arretrato. La popolazione borghese filo occidentale delle grandi città era anche a
favore dell’esercito, visto come l’unica istituzione capace di difendere l’occidentalità
della Turchia, questa occidentalizzazione però non voleva dire più libertà, diritti, e
democrazia. Negli anni 90 il ruolo dell’esercito si è rafforzato e ha assunto il ruolo di
difensore della patria laica minacciata dall’emergere dell’islam politico. L’esercito
era un’istituzione autonoma nella sua gestione e funzionamento, indipendente da
ogni altra istituzione statale, capace di condizionare la vita del paese e disponeva di
un enorme budget pubblico che gestiva autonomamente e controllava l’industria
della difesa ed era un importante attore dell’economia turca dato che controllava
attività e industrie in diversi settori economici. Tramite il consiglio nazionale di
sicurezza, l’esercito era il vero centro del potere in Turchia da cui dipendevano le
scelte dei governi. L’esercito, il consiglio nazionale di sicurezza e il consiglio
costituzionale, hanno formato durante gli anni 80 e 90 un centro di potere detto
partito stato. Negli anni 90 ci sono state forme di ingerenza nella politica turca meno
evidenti ma significative, es. il rovesciamento del potere islamico nel 97 fu un colpo
di stato mascherato e senza l’intervento diretto dei militari. L’opposizione era
accettata, ma denunciata come tradimento ed emarginate, se non vietate. L’esercito
era avvantaggiato anche dal monopolio sull’informazione e sul sistema dei media,
ciò permetteva di screditare gli oppositori, i giornalisti indipendenti e le associazioni
per i diritti umani. Dopo l’84 fu abbandonata la pena di morte (poi abolita nel 2002)
ma in realtà appaltata a bande in uniforme. Anche il consiglio nazionale di sicurezza
(previsto in costituzione come un organo consultivo e che può dare consigli
all’esecutivo, ma che in realtà l’esecutivo non può rifiutare di seguire) ha accresciuto
il suo ruolo e il suo potere in questo decennio e la strategia di individuare sempre un
nemico allo stato turco ha permesso il mantenimento del potere ed eliminato ogni
altro progetto politico e sociale, permettendo di contrastare ogni opposizione nella
società e di difendere la laicità, il kemalismo e i caratteri turchi dello stato. Bulent
Ecevit è diventato primo ministro nel 99 e lo è rimasto fino al 2002, negli anni 2000
la Turchia è un paese ancora soggetto ai militari. Le elezioni dell 99 furono vinte dal
partito democratico della sinistra di Ecevit, il suo governo di colaizione (formato con
la destra radicale di Bahceli) ha ottenuto l’appoggio dell’esercito. Il nuovo governo è
riuscito ad emarginare il partito islamico e ha una visione radicale del problema
curdo. Ne venne fuori una situazione di tranquillità interna con il nuovo governo,
scomparvero le tradizionali minacce alla laicità e all’integrità del paese, anche il PKK
fu indebolito con l’arresto del suo leader (Ocalan) nel 99 e nel 2000 il partito ha
interrotto la lotta armata. A fine 99 la Turchia è stata candidata ufficialmente
all’ingresso nell’Unione Europea. Il governo Ecevit ha perso però popolarità a causa
del terremoto di Istanbul (99), della corruzione che lo caratterizzava e di una nuova
crisi economica che ha colpito il paese nel 2000 (l’ultima era stata nel 94). Il settore
pubblico è stato sempre usato come sistema di welfare per dare lavoro stabile alla
popolazione e acquisire consenso per i partiti, creando un sistema clientelare, ciò a
portato all’indebitamento del paese. La crisi ha provocato una nuova iper inflazione,
recessione, aumento del debito e un generale impoverimento della popolazione. Il
governo attuò anche una politica repressiva contro la sinistra radicale e i curdi (che
protestavano per poter avere più diritti e libertà culturale, come Ankara aveva
promesso di fare per poter entrare nell’Unione Europea). Dopo aver ottenuto lo
status di candidato all’Unione Europea, il governo ha fatto di tutto per non aderirvi,
lo stesso esercito era contrario all’ Europa e vedeva più con favore la Russia e l’Iran.
Le riforme per aderire all’Europa furono solo superficiali e non cambiarono il
sistema turco. Alla fine il governo è crollato nel 2002 a causa della mancanza di
coesione interna, parte dei membri del partito di Ecevit si sono ribellati alla sua
collaborazione con la destra radicale e hanno deciso di formare un nuovo partito,
facendo così cadere il governo. Le elezioni anticipate del 3/11/02 hanno segnato la
fine della vecchia classe politica turca, tutti i partiti politici tradizionali hanno
ottenuto pochissimi voti, uscendo così dalla scena politica. Solo due partiti sono
riusciti ad entrare in parlamento, l’AKP (partito della giustizia e dello sviluppo, frutto
di una scissione del vecchio partito islamico) di Erdogan che fu il vero vincitore delle
elezioni e il CHP di Deniz Baykal. La vittoria dell’AKP segnò il fallimento e la fine della
vecchia classe politica e dei partiti tradizionali, colpita da scandali e dalla corruzione,
inoltre anche i militari e il vecchio regime non riuscivano più a trovare una loro
legittimità nella società, dato che con la scomparsa del terrorismo curdo e dell’islam
politico, erano scomparsi i nemici tradizionali dello stato. L’AKP era stato fondato
nel 2001 ed è un partito di ispirazione islamica, ma che si considerava il garante del
laicismo e della democrazia in Turchia, inoltre desiderava l’adesione all’Europa. Il
suo programma politico riuscì ad attirare molto consenso nella società e ottenne
voti dai curdi, dagli islamici, dai liberali, dalla sinistra e dalla borghesia. Erdogan
riottenne i diritti civili nel 2003 e poté così diventare primo ministro (lo è rimasto
fino al 2014, quando è diventato presidente). Le prime crisi che Erdogan affrontò
furono, l’ingresso di Cipro nell’Unione Europea (04) e la guerra del golfo (03). La
Turchia mantiene il controllo di Cipro Nord (in quanto l’esercito si oppose al ritiro
dall’isola e all’integrazione delle due comunità dell’isola), ma l’Unione Europea ha
riconosciuto il governo di Nicosia come unico rappresentante del paese. La guerra
del golfo e la paura di veder nascere uno stato curdo in Iraq ha portato a una crisi
con gli USA e parte dell’esercito e della classe politica turca si oppose alla guerra in
Iraq. Il governo negli anni 2000 non è stato capace di riformare il sistema interno,
nel 2003 però c’è stata una modifica del consiglio nazionale di sicurezza (non si
riunisce più tutti i mesi e può essere presieduto da un civile) che però non ha
indebolito il suo ruolo o le sue funzioni (per quanto ci si sia provato). Al 2005 il
governo non disponeva di una grande libertà di azione e non era riuscito a rompere
il dominio dei militari sulla vita politica, a risolvere le divisioni sociali e a far aderire il
paese all’ Unione Europea. Il governo è stato obbligato a sostenere le posizioni dei
militari e non è riuscito ad uscire dal regime sorto il 12 settembre 1980 e
dall’adesione obbligatoria del kemalismo. L’AKP ha rischiato di essere l’ennesimo
partito che finiva assoggettato alla volontà dei militari (come negli anni 80 l’ANAP).
L’akp ha vinto le elezioni anche nel 2007, nel 2011 e nel 2015 (lo sbarramento in
Turchia è al 10%). Nel 2016 c’è stato un nuovo tentativo di colpo di stato. Il
referendum costituzionale del 2017 ha trasformato la Turchia in uno stato
presidenziale e ha dato al presidente molti poteri, minando la già debole democrazia
e l’indipendenza tra i poteri, il presidente infatti può sciogliere il parlamento e
influenzare il funzionamento della corte costituzionale e della magistratura.
DAL 1908 al 2003 il paese ha reagito alle scelte difficili con repressioni, violenze,
integralismo e chiusura. Nemmeno l’opportunità degli inizi anni 90 con il crollo
dell’URSS e il cambiamento di parte del mondo politico, sono riusciti a creare una
Turchia diversa, più aperta, moderna e integrata, in realtà gli anni 90 sono stati un
periodo di guerra civile e conflitti religiosi che hanno emarginato il paese. La fine
dell’impero ottomano è stato un evento traumatico per i turchi e questo ha
rafforzato le tendenze repressive e nazionaliste, inoltre la repubblica si è basata sul
rinnego del passato imperiale e sulla turchesizzazione forzata del paese, con
stermini e pulizie etniche, ogni identità locale è stata combattuta e anche l’islam è
stato ostacolato, allo stesso modo si è cercato di assimilare la popolazione di origine
balcanica e caucasica. L’ideologia kemalista è sopravvissuta nel tempo ed è stata
interpretata e usata all’occorrenza a seconda della necessità storica (negli anni 70 in
funzione di anticomunismo, negli anni 80 come nazionalismo islamizzante). Il
kemalismo concepisce la nazione come un corpo uniforme e omogene, dove le
diversità etniche e religiose costituiscono un pericolo per l’integrità del paese, ciò
richiede la loro eliminazione e una violenza costante. L’autore sottolinea
l’importanza per la Turchia di accettare le sue diversità etniche e religiose, di attuare
un piano di decentramento statale, libertà religiosa e culturale, rinuncia a ogni
ideologia, fine del consiglio nazionale di sicurezza e del ruolo politico dei militari e
riconoscimento del genocidio armeno e delle violenze passate. Negli anni 2000
c’erano condizioni favorevoli a un cambiamento: fine della lotta del PKK,
indebolimento della destra radicale e dei partiti kemalisti e volontà di aderire
all’Unione Europea. Il 17/10/05 sono iniziati i negoziati tra Turchia ed Unione
Europea per una possibile adesione, poi in realtà falliti. L’UE chideva il
riconoscimento dei diritti umani, garanzie alla democrazia, riconoscimento della
sovranità del governo di Nicosia su tutta l’isola di Cipro, diritti alle minoranze e più
libertà. Il codice penale del 2004 ha rafforzato le pratiche repressive delle
opposizioni, il potere giudiziario rimane uno strumento per colpire i giornalisti
indipendenti o gli intellettuali curdi/armeni. Il primo gennaio 2004 il PKK ha ripreso
la lotta armata contro lo Stato, in quanto Ankara si rifiuta di riconoscere la questione
curda e di dare maggiore libertà culturale e potere politico a questa minoranza.

CRONOLOGIA

1839: inizio delle riforme politiche ottomane (tanzimat)


1876: colpo di stato e incoronazione di Abdulaziz II e nascita della monarchia
costituzionale (finita nel 78)

1889: nascita giovani turchi

1894-96: stragi degli armeni

23-24 luglio 1908: rivoluzione costituzionale

1912/13: prima e seconda guerra balcanica

29/10/1914: entrata nella prima guerra mondiale

8/10/18: dimissioni del governo unionista

30/10/18: armistizio di Mudros e resa ottomana (10/8/20 trattato di Sevres)

1919/22: guerra di indipendenza

1/11/22: abolizione del sultanato

17/11/22: fuga dell’ultimo sultano

20/10/23: proclamazione della repubblica, Mustafa Kemal diventa presidente e


Ismet Inonu primo ministro

3/3/24: abolizione del califfato

24/7/24: trattato di losanna

Febbraio 1925: rivolta curda di Sheikh Sait e passaggio al regime di partito unico

1927-30: seconda rivolta curda di Ararat

1928: adozione dell’alfabeto latino e prime misure contro la religione

1930: politiche contro le confraternite religiose

1931: nazionalizzazione delle imprese e intervento pubblico in economia, adozione


delle sei frecce del kemalismo

1932: turchesizzazione della storia e dell’origine del popolo turco

5/2/37: le sei frecce entrano in costituzione

10/11/38: morte di Mustafa Kemal, Inonu diventa presidente


23/2/45: la Turchia dichiara guerra alla Germania

7/7/45: formazione di un partito di opposizione e inizio del pluralismo politico

1947/48: ingresso nel blocco occidentale e piano Marshall

22/5/50: dopo la vittoria elettorale del partito democratico, Bayar succede a Inonu
come presidente

17/10/51: la Turchia entra nella Nato

Febbraio 59: conferenza di Zurigo

27/5/60: colpo di stato militare

25/6/63: firma dell’accordo di collaborazione tra Turchia e CEE

1968: scontri e proteste studentesche

12/3/71: ultimatum militare e dimissioni del governo Demirel (che aveva vinto le
elezioni nel 65 e 69)

1971-73: regime militare

14/10/73: elezioni e vittoria di Ecevit e Erbakan

22/7/74: invasione di Cipro a seguito del colpo di stato di Sampson

1975-80: crisi politiche e violenza civile

5/5/77: vittoria alle elezioni di Ecevit e Demirel

12/9/80: colpo di stato militare e rovesciamento del governo Demirel

1980-83: regime militare

6/11/82: il capo della giunta militare Evren, diventa presidente dopo un referendum

6/11/83: l’ANAP vince le elezioni e Ozal diventa primo ministro (83-89)

15/11/83: nascita della repubblica di cipro nord

15/8/84: inizio della guerriglia del PKK (fino al 99)

14/4/87: la Turchia si candida per entrare nella CEE

8/11/89: Ozal diventa presidente


20/10/91: elezioni politiche e nuovo governo tra Demirel e il figlio di Inonu

17/4/93: morte di Ozal e Demirel diventa presidente (Ciller gli succede come primo
ministro)

Marzo 94: arresto dei deputati curdi, alle elezioni amministrative il Refah si afferma
come il secondo partito del paese

24/12/95: il Refah vince le elezioni politiche

28/6/96: Erbakan diventa primo ministro (Ciller è vice)

18/6/97: ultimatum militare che obbliga Erbakan alle dimissioni

16/1/98: il Refah diventa illegale

2/12/98. Governo Ecevit

16/2/99: arresto di Ocalan capo del pkk, finisce la guerriglia curda

18/4/99: elezioni politiche, nuovo governo Ecevit e Bahceli

11/12/99: la Turchia diventa candidata all’ingresso nell’Unione Europea

3/11/2002: elezioni politiche e vittoria di Erdogan

1/3/2003: crisi turco-americana a causa della guerra in Iraq

1/6/2004: il PKK riprende la guerriglia

3/10/2005: avvio negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea

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