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L’AMORE NELL’EPOS OMERICO

I poemi omerici sono alla base di tutta la cultura occidentale e, dunque, partiremo
dall’amore nell’epos omerico.

 Elena di Sparta e l’amore per Paride


Archetipo della bellezza e della sensualità femminili, Elena di Troia permea da secoli
la cultura occidentale incarnando i modelli della bellezza fisica.
Regina di Sparta, moglie di Menelao, si innamorò di Paride con cui fuggì a Troia e
per la quale scoppiò l’omonima guerra.
In realtà, benché sia considerata la causa della guerra, appare solo in quattro episodi,
neppure tanto estesi.
Nel primo episodio, mentre infuria il combattimento, sale sulle Porte Scee per
assistere al combattimento tra Menelao e Paride, dove viene presa da nostalgia del primo
marito e della sua vita precedente. A Troia Elena non venne mai accettata e fu sempre
considerata fonte di terribile sventura.
Solo Priamo, padre di Paride, la tratta con affettuosa benevolenza, attribuendo non a
lei ma a Zeus la causa della guerra.
Elena suscita più compassione che sdegno: la sua stupenda bellezza è stato un dono
più funesto che fonte di felicità, da quando Teseo la rapì ancora bambina a quando Afrodite
la offrì come compenso a Paride se costui avesse dato a lei la vittoria nella gara della
bellezza piuttosto che a Hera o ad Atena.
Fu il suo un amore felice?
Mentre Elena è intenta a tessere le imprese degli Achei e dei troiani, giunge come
messaggera Iride

1.
Iride intanto giunse messaggera a Elena dalle bianche braccia. ...
La trovò nell’appartamento delle donne. Lei andava tessendo una grande tela, un mantello doppio di
larghezza, color porpora, e vi ricamava molte lotte e fatiche dei Troiani domatori di cavalli e degli Achei
rivestiti di bronzo. Le si metteva vicino e disse Iride dai celeri piedi: «Vieni qui, figliola cara! Vedrai le cose
meravigliose che avvengono fra Troiani e Achei. Loro prima si facevano a vicenda una ben triste lotta nella
pianura, smaniosi di scontri e di distruzione: e ora, credi, siedono là in silenzio, la guerra è finita, i
combattenti sono appoggiati agli scudi, e accanto stanno piantate al suolo le lunghe lance. Ma con le lunghe
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lance battaglieranno per te Alessandro e il valoroso Menelao: e chi riesce vincitore ti chiamerà sua propria
sposa.»
Così diceva la dea e le mise in cuore un dolce desiderio del suo primo uomo e della sua città e dei genitori.
Subito si avvolgeva con un ampio candido velo e usciva dalla stanza piangendo lacrime di tenerezza: non era
sola, insieme a lei andavano due ancelle, Etra figlia di Pitteo e Climene dai grandi occhi bovini. E ben presto
arrivarono dove si trovava la porta Scea.
Qui era Priamo con il suo seguito... Sedevano questi anziani del popolo al di sopra della porta Scea: avevano
smesso la guerra per via della vecchiaia. Ma erano valenti parlatori: somigliavano alle cicale che per la selva
effondono, posate su una pianta, la loro voce armoniosa. Tali erano i capi dei Troiani e stavano seduti sulla
torre. Quando essi videro Elena venir sulla torre, a bassa voce dicevano tra loro: «Non c’è ragione di
condannare Troiani e Achei se da tanto tempo soffrono dolori per una tale donna. Ella somiglia nell’aspetto
alle dee immortali in maniera incantevole, da far paura. Ma anche così, bellissima com’è, faccia ritorno sulle
navi e non resti qui, quale sciagura per noi e per i nostri figli in avvenire!»
Così dicevano. E Priamo chiamò Elena vicino: «Vieni qui, figlia mia! Siediti davanti a me!
Vedrai in tal modo il tuo primo marito e i parenti e i tuoi cari - tu per me non hai colpa, ma sono gli dei, sì, a
mio parere, i responsabili, loro che mi mandarono addosso la guerra degli Achei, dalle molte lacrime. E
anche mi dirai il nome dell’eroe là straordinario, chi è quell’acheo nobile e grande nella persona. Ci sono, è
vero, altri ben più alti di lui della testa intera, ma io non ho mai visto prima d’ora uno bello così né così
maestoso: ha tutta l’aria, sai, di essere un re.»
E a lui rispondeva Elena, la divina tra le donne: «Mi fai tanta soggezione, suocero mio, e paura. Oh, mi fosse
piaciuta la mala morte, i giorni che seguivo tuo figlio fin qui e abbandonavo la mia stanza nuziale e i
familiari, la figliola tenera e l’amabile stuolo delle compagne. Ma questo non è avvenuto: così da tempo mi
struggo in pianto. E ora voglio dirti ciò che mi domandi e richiedi: quello là è l’Atride Agamennone
dall’ampio potere, un valente sovrano e insieme guerriero gagliardo. Mio cognato egli era, se pur mai lo fu -
cagna che non son altro.»

Elena è ben consapevole che l’ammirazione e la comprensione di alcuni non bastano a


compensare l’odio e il rancore che prova la maggior parte dei troiani e, soprattutto, le donne
della casa di Priamo. L’aspra severità con cui Elena giudica se stessa rende evidente quanto
cocente sia il senso di colpa per ciò che ha fatto.
Subito dopo il duello, che dovrebbe decidere della sorte di Elena e nel quale Paride, preso
da terrore, scampa alla furia di Menelao solo per l’intervento di Afrodite, il poeta descrive,
unica volta nei poemi, un incontro amoroso fra i due.
Elena non fa mistero del suo iroso disprezzo per il figlio di Priamo che, eccezion fatta per la
sua bellezza, non ha alcuna qualità virile propria degli eroi omerici.
La donna non vuole recarsi da Paride, ma Elena è costretta a cedere sotto le pesanti minacce
di Afrodite:
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2.
Andava in collera la divina Afrodite e le diceva: «Smettila di irritarmi, o caparbia, se non vuoi
che nella mia indignazione io ti abbandoni, e prenda a odiarti, così come ti ho amata perdutamente. Posso, lo sai, in
mezzo ai due popoli, Troiani e Achei, suscitarti contro odi mortali: e tu faresti una misera fine.»
Così parlava. Ed ebbe terrore Elena, la figlia di Zeus, e si mosse tutta ravvolta dentro la sua
veste di un candore abbagliante: andava via in silenzio, senza farsi notare da nessuna delle Troiane. La precedeva la
dea. E quando giunsero alla casa bellissima di Alessandro, le ancelle prontamente si volgevano alle loro faccende: Elena
invece, la divina tra le donne, si diresse alla stanza nuziale dall’alto soffitto. Per lei Afrodite amica del sorriso prendeva
uno scanno e lo pose giù di fronte ad Alessandro. Qui si sedeva Elena, la figlia di Zeus egioco, volgendo indietro gli
occhi, e rimproverò duramente il marito: «Ben tornato dalla battaglia! Oh, fossi tu morto laggiù, abbattuto a terra dal
guerriero gagliardo che era il mio primo sposo! E dire che tu in passato ti vantavi di essere superiore al prode Menelao
per la tua prestanza fisica, per le tue braccia e la lancia. Su, vai ora, sfidalo, Menelao, un’altra volta a combattere. fronte
a fronte!... Ah, il consiglio che ti do, per parte mia, è di smetterla, e di non scendere più in campo a scontrarti con il
biondo Menelao a duello, tanto sconsideratamente: non vorrei che un giorno o l’altro fossi ucciso da lui con l’asta.» E a
lei rispondeva Paride: «Non offendermi così, donna, con i tuoi aspri rimproveri! Oggi, vedi, con l’aiuto di Atena il
vincitore è Menelao, e un’altra volta sarò io a batterlo. Anche me, sai, assistono gli dei. Ma ora, via, andiamo a giacere e
godiamo l’amore. Mai, ti confesso forte così mi avviluppò il desiderio, neppure quando ti rapivo via dall’incantevole
Lacedemone veleggiando per mare con le navi, e là nell’isola di Cranae mi unii con te la prima volta in un giaciglio
d’amore. Tanto ora sono innamorato di te e una dolce voglia mi prende!» Disse e per primo si avviò verso il letto: lo
seguiva la moglie. Così loro due si coricarono insieme sul letto traforato: e intanto l’Atride tra la turba dei Troiani si
aggirava come una belva in cerca di Alessandro, se riusciva a scorgerlo da qualche parte.

 Ettore e Andromaca
Le battaglie tra i guerrieri continuano a infuriare, Ettore, dopo essersi recato da
Paride, che rimprovera aspramente per il vile comportamento, raggiunge la moglie
Andromaca. Costei, dopo avergli ricordato le disgrazie che ha già patito a causa di Achille,
lo scongiura di abbandonare la battaglia per amore suo e del loro figlioletto Astianatte.

3.
Ben presto (Ettore) giungeva allora alla sua casa. Ma non trovò in sala Andromaca dalle bianche braccia: lei stava con il
figlio e l’ancella dal bel peplo in cima alla torre, a lamentarsi e a struggersi in lacrime. ... Quando giunse, attraversando
l’ampia città, alla porta Scea di dove aveva da uscire sulla pianura, ecco che gli venne incontro di corsa la sposa dai
molti doni nuziali, Andromaca — la figlia del magnanimo Eezione che abitava ai piedi del Placo boscoso, a Tebe
Ipoplacia, e regnava sui Cilici. Sì, sua figlia l’aveva in moglie Ettore, l’eroe armato di bronzo. Ella gli andò allora
incontro, e insieme con lei si moveva l’ancella stringendosi al seno un bambinello vispo, piccino com’era, il figlio
adorato di Ettore: era una stella. Ettore amava chiamarlo Scamandrio, ma gli altri tutti gli davano il nome di Astianatte:
lui da solo, Ettore, lo sapevano bene, salvava Ilio.
Egli sorrise, l’eroe, a guardare in silenzio il bimbo. E Andromaca gli si faceva vicino tutta in
lacrime, gli prese con slancio la mano, gli si rivolse e disse: «Benedetto uomo, la tua furia qui ti perderà! E non hai
compassione del tenero piccolo né di me infelice, che ben presto rimarrò vedova. Sì, ben presto gli Achei ti
uccideranno, assalendoti tutti insieme. E allora per me sarebbe meglio, se tu non ci sei più, andare sotterra. Non avrò,
credi, alcun altro conforto, mai, quando tu andassi incontro al destino di morte, ma soltanto dolori. Non mi resta il
padre, non la madre. Già lo sai: mio padre l’ammazzò il divino Achille, e distrusse la città popolosa dei Cilici, Tebe
dalle alte porte. ...
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Vedi, così tu, Ettore, sei ora per me il padre e la madre, per me tu sei un fratello, sei il mio
fiorente marito. Via allora, abbi commiserazione in questo momento e rimani qua sulla torre, se non vuoi rendere orfano
il figlio e vedova la tua sposa.
E a lei rispose il grande Ettore dall’elmo lampeggiante: «Sì, anch’io ci penso a tutto questo, o
moglie. ...
Non mi preme tanto la sorte dolorosa dei Troiani in avvenire, né quella della stessa Ecuba o di Priamo sovrano, quanto
ho pena per te, al pensiero che uno degli Achei ti trascinerà via in lacrime, togliendoti la libertà di questi tuoi giorni. E
allora — ah, può succedere — starai laggiù nella terra d’Argo a tessere davanti al telaio, al cenno di una straniera,
oppure a portare acqua dalla fonte Messeide o Iperea, senza voglia, per forza, sotto il peso della dura necessità. E forse
uno un giorno dirà, al vederti piangere: “Ecco qui la donna di Ettore, il primo in campo, sempre, tra i Troiani domatori
di cavalli, al tempo che si guerreggiava intorno a Ilio.” Così qualcuno dirà. E per te sarà un nuovo dolore avvertire la
mancanza di un uomo, ben capace di tenerti lontano i giorni della schiavitù. Ma io mi auguro di essere già morto, e che
la terra qui mi ricopra, prima di dover ascoltare le tue grida e vederti menar via prigioniera.»
Così parlava e si protese con le braccia, lo splendido Ettore, verso suo figlio.

 Odisseo e Penelope
Cugina di Elena, Penelope è ricordata per la sua poverbiale fedeltà, ma la sua figura è
forse tra le più contraddittorie dell’antichità e risente maggiormente di quella funzione
educativa affidata ai poemi: a lei spettò il compito di riassumere tutte le virtù che doveva
possedere una donna in un mondo in cui la donna era vista con profonda diffidenza. Anche
il suo nome si presta a diverse interpretazioni, se da un lato potrebbe ricollegarsi al nome il
termine filo della trama unito al verbo strappare (richiamando lo stratagemma della tela),
altrettanto intrigante è l’ipotesi che lo ricollega a Penelops, un’anitra selvatica caratterizzata
dalla fedeltà monogamica per il compagno.
Partito Odisseo per la guerra di Troia, morta la suocera Anticlea e abbandonato il
palazzo dal vecchio re Laerte, Penelope si trovò ad essere unica padrona di tutti i beni del
marito: finché non avesse abbandonato la casa di Odisseo ella rimaneva la depositaria non
solo dei beni ma anche della funzione regale dello sposo; e proprio tale funzione ha fatto sì
che ben 108 pretendenti aspirassero alla sua mano.
A più riprese e da diverse persone viene avanzato il dubbio sulla paternità di
Telemaco, figlio di Penelope e Odisseo: lo stesso Telemaco ha delle perplessità e,
interrogato a tal proposito, risponde di non saperlo con certezza.

4.
Le rispondeva l’accorto Telemaco: “ Straniero, ti voglio parlare in tutta franchezza.
Mia madre dice che di lui sono figlio, ma io non lo so: nessuno può riconoscere da sè il proprio seme.
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Ma, a leggere i poemi, Penelope si dimostra sempre fedele allo sposo, anche quando
è duramente messa alla prova nei vent’anni di solitudine.
Odisseo conquistò la mano di Penelope come premio in una gara di corsa; poiché il
padre Icario non voleva separarsi dalla figlia, chiese al genero di stabilirsi in casa sua,
rinunciando a tornare a Itaca. Odisseo rifiutò, ma lasciò libera Penelope di decidere se stare
con il padre o divenire la sua sposa e andare a Itaca.
La fanciulla non rispose, arrossì violentemente e si coprì il volto con il velo. Icario
allora acettò la volontà della figlia, che diede per la prima volta prova di quel pudore e di
quell’amore coniugale che la resero famosa.
Benché la sensibilità moderna faccia fatica ad accettare l’idea che un’unione
matrimoniale decisa dalla volontà del genitore possa essere felice, quella di Penelope e
Odisseo costituisce un grande esempio di armonia coniugale, stabile e duratura.
Ci lascia perplessi il fatto che dopo vent’anni di assenza, al suo rientro Odisseo non
sia corso subito dalla moglie a farsi riconoscere, ma si sia svelato solo al figlio e lo abbia
riconosciuto solo la nutrice Euriclea.
Le circostanze erano tali per cui Odisseo, che finge di essere un mendicante, doveva
prima liberarsi dei pretendenti che infestavano la sua casa. Egli si comporta in modo
accorto, ma Penelope è la sua degna consorte e mostra astuzia in ogni circostanza.
Calata la sera e terminata la cena, i pretendenti si allontanano; Penelope può
finalmente avvicinare il mendicante da cui spera di avere notizie dello sposo. Ella gli chiede
chi sia e da dove venga, ma il mendicante dice che sarebbe per lui troppo doloroso rievocare
il suo passato; con gentilezza Penelope respinge le lodi dello straniero, dicendo che la sua
bellezza si è spenta il giorno in cui Odisseo partì per la guerra.

5.
Fra essi cominciava a parlare la saggia Penelope: «Straniero, per prima cosa voglio farti questa domanda: Chi sei? Chi è
tuo padre? Dove hai città e genitori?». A lei rispondendo diceva lo scaltro Odisseo: «Donna, nessuno fra i mortali sulla
terra infinita potrebbe muoverti un rimprovero, anzi la tua fama raggiunge il vasto cielo al pari di quella di un sovrano
irreprensibile...
Adesso perciò chiedimi d'altro nella tua casa, non domandarmi della stirpe e della terra paterna se non vuoi riempirmi
l'animo ancor più di angosce attraverso il ricordo: sono oppresso da molti dolori; né bisogna che io sieda piangendo e
singhiozzando in casa d'altri
A lui replicava la saggia Penelope: «Straniero, la mia eccellenza e il mio aspetto e la mia figura li annientarono gli
eterni quando gli Argivi salpavano alla volta di Ilio, e andava con essi il mio sposo Odisseo. Se, tornando, egli si
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prendesse cura della mia vita, più grande e assai più bella sarebbe la mia fama. Ma ora io mi tormento, tante sono le
sventure che un nume spinse contro di me. Tutti i principi che signoreggiano sulle isole - Dulichio e Samo e Zacinto
selvosa - e quanti dominano in Itaca pietrosa mi corteggiano mio malgrado e mi saccheggiano la casa. Ecco perché non
mi curo né di stranieri né di supplici né di araldi che sono al servizio del popolo, ma mi struggo in cuore nel rimpianto
di Odisseo. Essi premono per le nozze e io dipano inganni. Dapprima un dio mi ispirò in cuore di drizzare sul telaio
l'ordito e di tessere una grande tela, sottile, smisurata, e subito dissi loro: "Giovani, miei pretendenti, ora che è morto il
nobile Odisseo aspettate, benché impazienti di sposarmi, che io termini questo lenzuolo - che i fili non mi si sperdano al
vento! -, il sudario dell'eroe Laerte, per il giorno in cui lo coglierà destino funesto di morte crudele, perché fra il popolo
nessuna delle Achee si sdegni con me nel vedere che giace senza un drappo un uomo che tanto acquistò". Dicevo così e
si lasciava persuadere il loro animo fiero. E dunque di giorno tessevo la grande tela ma di notte, mettendomi accanto le
torce, la disfacevo. Cosi per tre anni sfuggivo con l'inganno agli Achei e li persuadevo, ma, quando arrivò il quarto anno
e, logorandosi i mesi, le stagioni tornarono e i lunghi giorni ebbero fine, allora grazie alle serve, le cagne impudenti, essi
vennero e mi sorpresero sul fatto, poi mi minacciarono. Così l'ho finita contro voglia, costretta, ma ora non posso
sfuggire alle nozze né trovo un'altra astuzia: i genitori mi spingono a maritarmi, mio figlio si angustia che divorino i
beni e capisce: ormai è un uomo in grado di prendersi cura della casa e Zeus gli accorda ricchezza. Ma pure anche così
dimmi la tua stirpe e donde vieni: certo non sei nato dalla quercia o dalla roccia dell'antica leggenda».

Il riconoscimento tra Odisseo e Penelope, che si attendeva sin dallo sbarco dell’eroe
sull’isola, crea un’attesa drammatica e molto coinvolgente per il pubblico.
Euriclea si reca da Penelope ad annunziarle il ritorno di Odisseo e la strage dei pretendenti,
ma la regina accoglie incredula e diffidente il racconto.
Mentre si avvicina allo sposo, esita tra diversi pensieri, ma prevale la prudenza.
Telemaco viene fatto allontanare dai genitori; Odisseo viene lavato dalla sua vecchia nutrice
e reso più bello da Atena, poi si siede accanto alla moglie.

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E dalla vasca uscì simile agli eterni nella figura e tornava a sedersi sul seggio donde si era alzato, di fronte alla sua
sposa, e le disse parola: «Crudele, più che in tutte le donne coloro che abitano l'OIimpo posero in te un cuore
impassibile: non starebbe un'altra donna con animo tanto tenace in disparte dal marito che dopo aver molto sofferto le
tornasse al ventesimo anno alla terra paterna. Su, mammina, preparami il letto sì che io mi corichi anche in solitudine:
in petto costei ha un cuore di ferro».
Da parte sua gli disse la saggia Penelope: «Crudele, no, non sono superba o sprezzante né mi meraviglio oltre misura,
ma so molto bene com'eri quando partisti da Itaca sulla nave dai lunghi remi. Su, Euriclea, preparagli il letto massiccio
fuori dal solido talamo che fabbricò con le sue mani. Trasportatelo lì fuori, il letto massiccio, e stendeteci sopra il
giaciglio: velli e manti e coltri sgargianti». Diceva così mettendo alla prova il marito e Odisseo, sdegnatosi, si rivolgeva
alla sposa fedele: «Donna, mi addolora davvero la parola che hai pronunciato! Chi ha spostato il mio letto? Sarebbe
stato difficile anche per un esperto se un dio non fosse venuto di persona e facilmente, volendo, lo avesse cambiato di
posto. Fra gli uomini nessun essere vivente, neppure nel vigore di giovinezza, potrebbe rimuoverlo facilmente: c'è un
gran segreto nel letto lavorato con arte che io fabbricai senza l'aiuto di alcuno. Dentro il recinto sorgeva un tronco
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d'olivo dalle foglie allungate, rigoglioso, fiorente, grosso come una colonna. Intorno ad esso costruii dal principio alla
fine la stanza con pietre fitte, la coprii per bene con un tetto, ci applicai battenti robusti, saldamente commessi, Poi segai
la chioma dell'olivo dalle foglie allungate e, dopo aver sgrossato il fusto su dalla base, lo levigai tutt'intorno con arte
provetta, lo livellai col filo cavandone un piede del letto, lo traforai tutto col trapano. Dunque cominciando dal fusto
piallavo il telaio del letto che alla fine ornavo d'oro, d'argento e d'avorio; infine tirai la correggia di bue sgargiante di
porpora. Questo è il segreto che ti rivelo e non so, donna, se il mio letto è ancora intatto o se ormai un uomo l'ha
spostato segando alla base il fusto d'olivo».
Diceva così: a lei di colpo si fiaccarono ginocchia e cuore riconoscendo i segni inconfutabili che le richiamò Odisseo e
scoppiando in lacrime corse diritta verso di lui e gli gettò al collo le braccia, gli baciò la testa e diceva: «No, Odisseo,
non essere in collera con me, tu che in tutto sei il più saggio degli uomini: i celesti ci davano in sorte di soffrire,
invidiando che noi godessimo la giovinezza e toccassimo la soglia della vecchiaia restando vicini. E dunque adesso non
nutrire rancore verso di me, non indignarti se non ti ho manifestato subito il mio affetto, appena ti ho visto. Sempre nel
petto il mio animo si gelava al pensiero che qualcuno venisse a ingannarmi con false parole: in molti architettano loschi
profitti. ...
Ma ora che hai nominato il segreto inconfutabile del nostro letto - il letto che nessuno ha mai visto se non tu ed io e
un'unica ancella, Attoride, che mio padre mi diede già quando venivo quaggiù e che ci sorvegliava la porta del solido
talamo -, sì, ora stai persuadendo il mio animo che pure è tanto indurito».
Diceva così e gli destò ancor più grande voglia di lacrime: piangeva stringendo la dolce sposa fedele.

Ma Odisseo, secondo la profezia di Tiresia, è destinato a ripartire e Penelope a


rimanere nuovamente sola
Altre donne ha incontrato Odisseo nel suo lungo viaggio, prima di tornare a Itaca:
mentre Penelope gli è incrollabilmente fedele, Odisseo conosce l’amore di altre creature
femminili: tuttavia, queste non sono mortali, ma divine.

 Odisseo e Calipso
Tenuto prigioniero dalla dea Calipso per lunghi anni, Odisseo non smette mai di
desiderare il suo rientro in patria, fino a che la dea, per ordine di Zeus, si rassegna a lasciarlo
partire.
Calipso è caratterizzata da un’umanità viva, e malinconica, Odisseo ha toccato il fondo delle
sue sventure: prigioniero, scoraggiato, consumato dalla nostalgia che gli divora l’animo e e
lo rende indifferente persinoall’amore di una dea e al dono dell’immortalità.

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Prese a parlare Calipso, luminosa fra le dee: «Laerziade divino, Odisseo vario di risorse, dunque ora vuoi andartene
subito a casa, alla terra dei padri? E allora, che tu sia felice, in ogni caso! Però, se tu sapessi in cuor tuo quante pene ti è
destino colmare prima di giungere alla terra dei padri, resteresti qui con me a custodire questa grotta e saresti immortale
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anche se tanto desideri rivedere tua moglie, per la quale sempre, ogni giorno sospiri. Eppure non mi riconosco a lei
inferiore per aspetto o figura, ché proprio non è possibile che donne mortali gareggino in figura e bellezza con le
immortali».
A lei rispondendo diceva lo scaltro Odisseo: «Dea possente, non adirarti per questo con me. Anch'io so bene che la
saggia Penelope vale tanto meno di te, a vederla, per figura e bellezza: ella è mortale, tu sei immortale e immune da
vecchiaia. Ma pure così voglio, bramo ogni giorno di arrivare alla mia casa e vedere il dì del ritorno. E se qualcuno
degli dèi ancora mi colpirà sul mare colore del vino, sopporterò: nel petto ho cuore paziente. Già tanto ho patito, già
tanto ho penato fra le onde e in guerra: dopo gli altri venga pure questo travaglio». Diceva così: il sole calò e scese la
tenebra.
Si ritirarono allora nel recesso della grotta cava e stretti l'uno all'altra gustavano l'amore.

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