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Storia

Nemo e le lampade di Le Corbusier


Redazione 26 aprile 2017

Uno spazio che propone una serie di casi esemplari della


relazione fra luce e design, declinati ogni volta da una parola
guida.

Parola guida: STORIA

Marsiglia, Unité d’Habitation. Lo scatto La relazione tra ricerca storica e design andrebbe maggiormente
fotografico presenta gli arredi originari
sostenuta e promossa da parte di aziende e istituzioni perché
con la lampada disegnata da Le
Corbusier l’Europa (e l’Italia in particolare) possiede i giacimenti culturali
più significativi riguardanti gli archivi delle imprese e degli studi
di architetti e designer che hanno operato nel corso del
Novecento.

Va dato merito ad alcuni imprenditori del design italiano l’aver saputo, molti anni or sono,
intercettare la potenzialità della storia nel generare idee di prodotto, attraverso operazioni
raffinate di studio e riproposizione.

Primo fra tutti Dino Gavina, che volò negli USA per incontrare Marcel Breuer il quale, cedendogli i
diritti per la riedizione delle sue sedie, dichiarò tuttavia di non possedere alcun disegno originale
degli oggetti: toccò allora ad un giovanissimo Tobia Scarpa, nei primi anni Sessanta, ridisegnare
per Gavina, sulla base di modelli, le sedie ‘Cesca’ e ‘Wassily’. Memorabile, a partire dal 1965, il
lavoro condotto da Filippo Allison per Cassina con l’operazione “I Maestri”, in cui vennero
riproposti i capolavori di Le Corbusier, Rietveld, Mackintosh, Wright.

Recentemente, per il cinquantenario della morte di Le Corbusier (2015), Cassina ha


sviluppato alcune versioni colorate dei “classici”, giustificando la versione ‘picta’ con il
ritrovamento di disegni d’archivio che testimoniavano questa primitiva intenzione dell’architetto.

Su questo filone di ricerca Nemo, azienda italiana del campo dell’illuminazione guidata da
Federico Palazzari, ha sviluppato – in collaborazione con la Fondation Le Corbusier e i Charlotte
Perriand Archives – un progetto complessivo di riedizione di apparecchi d’illuminazione progettati
tra gli anni ’30 e gli anni ’60 e presentati lo scorso ottobre in una mostra alla Biennale Interieur a
Kortrijk in Belgio.

Si tratta di un tipo particolare di re-design, che consiste nel risvegliare un potenziale


progettuale che potremmo definire “dormiente” attraverso lo studio di materiali d’archivio
eseguito con una certa competenza filologica. L’obiettivo è quello di riproporre con cognizione di
causa gli oggetti senza tradire le intenzioni originali degli autori, e puntando, allo stesso tempo,
come afferma Valentina Folli (designer e art director di Nemo, che ha tenuto le relazioni con gli
archivi e curato il ridisegno dei prodotti), a renderli “scevri da melanconia”, per evitare ogni
effetto retrò.

Il rapporto di Le Corbusier con la luce artificiale

Mentre è noto il rapporto di Le Corbusier con la luce naturale (“l’architettura è il gioco sapiente,
rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”), meno conosciuto risultava il suo lavoro sulla luce
artificiale, realizzato a partire dagli anni ’20 disegnando apparecchi utili a rispondere, caso per
caso, a precise funzioni d’illuminazione negli interni e negli esterni delle sue architetture,
un’attività spesso coadiuvata, nella messa a punto dei progetti, da Charlotte Perriand,
collaboratrice nello studio in rue de Sèvres fin dal 1927 (e poi instancabile e versatile
progettista), considerata co-autrice di molte delle idee di design di Le Corbusier.

Gli oggetti della coppia Le Corbusier-Perriand che Nemo, attraverso un paziente lavoro di
relazione con i due archivi, ha messo a punto progettualmente e ri-ingegnerizzato, spaziano dalla
“Potence pivotante” del 1938, ad una serie di oggetti disegnati negli anni ’50 come l’ “Escargot”,
le “Borne Béton”, “le Projecteur”, quest’ultimo nato nel 1954 per l’illuminazione dei palazzi di
Chandigarh.

Tra tutte affascina, per la riuscita integrazione tra disegno e funzione illuminotecnica,
la cosiddetta “Lampe de Marseille”, ideata per illuminare gli appartamenti delle celebri Unitées
d’habitation realizzate a Marsiglia tra il 1947 e 1955.

Si tratta di un apparecchio a luce diretta e indiretta, che una


serie di materiali d’archivio (disegni e foto) permettono di datare
al 1949, ma di cui esistono diverse varianti realizzate, all’epoca,
dalla ditta Ouvrard – Villars & Guilux, costruttori di apparecchi
d’illuminazione per la marina e le ferrovie francesi.

Uno sketch di studio di Le Corbusier La lampada trova la sua giustificazione in un problema


per la “Lampe de Marseille” (courtesy: illuminotecnico posto dalla conformazione dei moduli abitativi
Fondation Le Corbusier)
delle Unitées: nella tipologia di alloggio che presenta il soggiorno
a doppia altezza infatti, la parte più interna in cui sono collocate
cucina e zona pranzo si trova sotto al mezzanino dove, a causa dell’altezza ridotta, risulta
impossibile collocare efficacemente lampade a soffitto.

La lampada congegnata da Le Corbusier, e riproposta da Nemo, utilizza una doppia parabola


tronco-conica fissata a parete tramite un’asta tubolare ad L che – grazie agli snodi – permette
un’ottima orientabilità nello spazio.
Le due parabole, una a fascio
stretto e l’altra a fascio
ampio,consentono di avere sul
tavolo da pranzo una luce ideale,
che mescola la componente
diretta a quella morbida di una di
La “Lampe de Marseille”, progettata luce riflessa dal basso solaio del
dall’architetto nel 1949-52, qui nella
mezzanino.  Una “machine à
riedizione a cura di Nemo. La lampada
ha due snodi sul braccio e un attacco a (courtesy photo: Nemo) lumière pivotante”, dunque,
parete che ne permette la rotazione. E’
ancor oggi di grande praticità.
realizzata in alluminio con diffusore
tornito in lastra. Con emissione
luminosa diretta e indiretta, dispone di
(Dario Scodeller – critico e storico del design, Venezia)
una doppia accensione (courtesy
photo: Nemo)

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