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Zoe Battifora 5°B

"La violenza della prima guerra mondiale; dalla guerra allo sterminio del nemico."

La Prima Guerra Mondiale fu il risultato inevitabile di una serie di circostanze politiche, economiche e
sociali.

Il casus belli di questo conflitto fu indubbiamente l'eccidio di Sarajevo (28 giugno 1914), in cui trovarono
la morte l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e la moglie, ad opera di uno studente
irredentista serbo, Gavrilo Princip.

Ma le vere cause della guerra sono ben più remote e complesse, i principali motivi scatenanti furono: il
contrasto austro-russo per l'egemonia nei Balcani. Il contrasto franco-tedesco per l'Alsazia e la Lorena
perse durante la guerra franco prussiana. La crescente rivalità economica fra Germania ed Inghilterra. Gli
irredentismi, come nel caso dell'Italia che aspirava a Trento e Trieste; e della Serbia che aspirava alla
Bosnia e all'Erzegovina

Inoltre in quegli anni si vide una crescita esponenziale di ideali: nazionalisti, xenofobi, razzisti e
antisemiti, che favorirono l’esaltazione della guerra e della violenza come strumenti di pulizia finalizzati
alla creazione di una società nuova e migliorata.

Questi fondamentali motivi di attrito, incrinarono il sistema politico e sociale, già precario, degli Stati
europei, determinano la formazione di due schieramenti ostili, quello dell' Alleanza e dell’Intesa.

Ben presto però si videro sfumare i piani idealizzati di guerra lampo che avrebbe ripulito la società,
dando luogo ad una delle più sanguinose carneficine della storia.

Il conflitto fu da subito caratterizzato dall'uso di armamenti dal potenziale sempre più distruttivo, mai
visti prima: carri armati, aereoplani, gas asfissianti, sommergibili, artiglieria di ogni genere.

Le atrocità di questa Grande Guerra furono sperimentate specialmente dai soldati in trincea.

Le avanzate e le ritirate erano minime sul fronte occidentale. Le vittime si contavano a centinaia di
migliaia per ogni battaglia che faceva perdere o guadagnare pochi chilometri.

Migliaia di giovani, per 4 lunghi anni, furono costretti ad una vita d’inferno, in grado di scoraggiare e
distruggere il corpo e la psiche.

Le atroci sofferenze cui fu costretto ciascun soldato possono essere difficilmente comprese, da chi non si
è trovato a condividere quel massacro, che cancellò, per sempre, un’intera generazione.

Le truppe al fronte si trovavano a convivere continuamente con la morte; nelle interminabili ed


estenuanti ore di stallo in trincea, cercando di creare, nei limiti del possibile, le parvenze di una normale
vita quotidiana; il pericolo era sempre in agguato: un cecchino, una granata, una raffica di mitragliatrice,
un assalto improvviso; i soldati erano costretti a misurare ogni minimo gesto o movimento.

Finchè non sopraggiungeva il fischio degli ufficiali, che ordinava l’assalto alle linee nemiche; a centinaia si
lanciavano all’arma bianca, con la baionetta innestata, contro i nemici; tanti cadevando,
immediatamente, falciati dall'artiglieria nemica, altri restavano feriti, sul terreno, destinati a morire
dissanguati, senza possibilità di aiuto, perché lo spazio tra le due linee di trincee rappresentava la
cosiddetta "terra di nessuno", irraggiungibile per chiunque, soccorritori compresi.

Le perdite erano spaventose ed inutili: si moriva a migliaia per la conquista di pochi metri che potevano
essere persi poco dopo, allo sbaraglio, per folli ordini di comandanti, lontani dal fronte e insensibili alle
continue morti e sofferenze dei loro uomini.

Andare in guerra significava morire, ma la diserzione non era un'opzione; a decine venivano fucilati,
senza processo, per vigliaccheria o per ammutinamento e, se non si individuavano i responsabili, si
procedeva alla strategia della decimazione: un soldato su dieci, innocente o colpevole, veniva sorteggiato
e mandato di fronte al plotone di esecuzione, senza pietà.

Il fronte era insomma, un inferno di morte e devastazione, nel quale i due opposti schieramenti si
affrontavano senza riuscire a prevalere gli uni sugli altri.

Man mano che il conflitto procedeva, furono introdotti nuovi, orribili strumenti di morte, come i gas
asfissianti, che bruciavano gli occhi, la gola ed i polmoni e che causavano la morte nel giro di poco
tempo, al termine di una spaventosa agonia.

Se il problema principale era quello di sopravvivere a quel bagno di sangue, non meno gravi erano
comunque le drammatiche condizioni di vita che la vita di trincea riservava.

Tormentati dal freddo e dalla fame, muniti spesso di equipaggiamento e abbigliamento inadeguato, i
soldati vivevano seppelliti da un mare di fango; sdraiarsi per riposare era praticamente impossibile ed
alzarsi significava esporsi al fuoco dei cecchini nemici.

Le condizioni igieniche erano poi a dir poco precarie.

Seppellire i morti era spesso impossibile, costringendo i soldati a vivere accanto ai cadaveri dei compagni
assassinati, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

Pur di sfuggire a questo quadro apocalittico, si era pronti a tutto, autolesionismo, mutilazioni.

Bastarono poche settimane a togliere l’iniziale entusiasmo alle reclute che si erano arruolate volontarie
per amore della patria a seguito dell'ingannevole propaganda. E che ben presto compresero la cruda e
realtà di un conflitto, privo di rispetto per la vita umana.

Tanti morirono, ma furono i "fortunati" sopravvissuti a questo scempio a soffrire di una malattia fino ad
allora sconosciuta, chiamata shellshock.

I soldati stessi coniarono il termine shell shock (shock da granata o da esplosione) per indicare la
comparsa sempre più frequente di sintomi, quali stanchezza, tremore, confusione, incubi e disturbi della
vista e dell’udito.
Gli psichiatri cominciarono a occuparsi del disturbo e vennero istituiti ospedali vicino al fronte per
accogliere non solo i feriti nel corpo, ma anche quelli nella mente (con pratiche quali elettroshock o
ipnosi). La preoccupazione era che venissero sfoltite troppo le file dei combattenti. Tra gli psichiatri
prevalse l’idea che nei soldati che manifestavano il disturbo ci fosse una vulnerabilità di fondo e che in
molti casi si trattasse di simulazione. Nacque una specie di ossessione per cercare di smascherare chi
fingeva i sintomi. Il riconoscimento del “disturbo post-traumatico da stress” è avvenuto in psichiatria solo
nel 1980, in seguito allo studio dei reduci di guerra.

Il tema è stato raccontato anche in molte opere letterarie come in “Mrs. Dalloway“ di Virginia Woolf,
grazie al personaggio di Septimus che soffriva di disturbi mentali perché durante la guerra aveva visto il
suo migliore amico, Evans, morire di fronte a lui. Per questo motivo era costretto dalla moglie alle sedute
con lo psicologo William Bradshaw.

Ma le atrocità perpetrate durante la Prima Guerra Mondiale non si limitano alle trincee; anche sui i civili,
specialmente sulle donne si scatenò la violenza bellica. Il tema degli stupri durante il primo conflitto
mondiale è stato a lungo taciuto, ma migliaia furono le donne violentate dai soldati, purtroppo però
denunciare gli stupri di massa distruggeva un'idea di conflitto "cavalleresco" o "affare da uomini" che
non doveva coinvolgere i civili.

Tra il 1914 e il 1923 si compie inoltre, nell’area dell’ex impero ottomano, il genocidio del popolo armeno.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, furono brutalmente assassinati
due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini
islamizzati e le donne inviate negli harem.

L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione sistematica della comunità armena come soggetto storico,
culturale e politico. Non secondaria fu la depredazione dei beni e delle terre armene. Il governo e la
maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un
genocidio ai danni del popolo armeno.

Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare; poi ci fu la fase dei massacri e delle
violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia
verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero
la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati
in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.

In questo teatro di atrocità si respirava oramai un clima di stanchezza e disfattismo troppo forte. La
guerra non vedeva più né vincitori ne vinti, non portava soddisfazioni, ma solo voglia di pace. I
comandanti dovevano combattere contro il nemico e contro i disertori sempre più numerosi.

Così, con l’arrivo degli americani e lo schieramento dei primi carri armati da parte degli inglesi, la
Germania si arrese dando vita al trattato di Versailles (28 giugno 1919): che sancirà la fine della prima
guerra mondiale ma che getterà le basi per lo scoppio di una seconda guerra che insanguinerà non solo
l’Europa ma il mondo intero.
Alla fine del conflitto, le nazioni vincitrici decisero di adottare un criterio punitivo nei confronti delle
nazioni che avevano scatenato la guerra: gli Imperi dell’Europa Centrale, in particolar modo Austria e
Germania. Il popolo tedesco visse le imposizioni del Trattato di Versailles come una vera e propria
umiliazione e su questo malcontento fece leva Hitler per condurre le folle ad appoggiare il proprio
progetto visionario di rinascita del Reich.

Il presidente americano Wilson aveva steso inoltre quattordici punti che sarebbero serviti a mantenere la
pace tra le nazioni. In questi era prevista anche l’istituzione di un’organizzazione che sarebbe stata al di
sopra delle nazioni e che avrebbe garantito la pace.

"Ogni guerra o minaccia di guerra, che tocchi direttamente o indirettamente uno dei Membri della
Società, è considerata fin d'ora come materia interessante l'intera Società, e questa provvederà nei modi
più opportuni ed efficaci per salvaguardare la pace fra le Nazioni."

art. 11 SDN

Nacque così la Società delle Nazioni; prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di
accrescere il benessere e la qualità di vita degli uomini. Il suo principale impegno era quello di prevenire
le guerre e le nefandezze ad esse correlate, attraverso la gestione diplomatica dei conflitti e il controllo
degli armamenti.

Tuttavia quest’organizzazione non ebbe molto successo, non riuscendo a contollare gli autoritarismi di
destra che disposero le basi per la Seconda Guerra Mondiale a cui seguì la nascita di una nuova
organizzazione con l’identico scopo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nel 1945.

L’ONU cercò di correggere gli errori commessi dalla Società delle Nazioni, assicurandosi una forza
armata, che è tutt’oggi formata dai “caschi blu”, che può intervenire solo in casi accertati di violazione dei
diritti umani, ma senza usare la violenza. Quest’istituzione si impegna nel: prevenire altre guerre,
promuovere lo sviluppo sostenibile, fornire aiuti umanitari e proteggere i diritti umani che furono e sono
tutt'oggi calpestati durante guerre e conflitti armati.

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