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Simbolismo e Magia del Teschio nei Tantra delle Yogini

David B. Gray
Santa Clara University

I. Il Sostrato Religioso

I Tantra Buddisti costituiscono una categoria unica della letteratura buddista.


Sviluppandosi dai primi orientamenti, nel pensiero e nella pratica buddisti,
hanno anche costituito una seria sfida all’identità buddista, largamente dovuta
al fato che molti di questi contengono passaggi che sembrano trasgredire i
principi della moralità buddista. La letteratura tantrica si è allontanata
gradualmente dalle norme retoriche del Buddismo Mahayana. Mentre i primi
Tantra hanno mantenuto lo stile retorico dei Sutra Mahayana, i Tantra
successivi, e in particolare i Tantra delle Yogini, si allontanarono radicalmente
da questo stile. Questo saggio esplorerà una piccola sfaccettatura del vasto
assortimento di elementi inusuali che possono essere trovati in questa
letteratura, vale a dire l’immagine del teschio e l’uso dei teschi nei rituali
tantrici. Al pari di altri elementi, questo dispiegamento dei teschi nei Tantra
appariva per alcuni inquietante, capace di evocare l’atmosfera angosciante dei
cimiteri. Attraverso questa esplorazione argomenterò che i teschi sono simboli
poliedrici nella letteratura tantrica, evocanti simultaneamente sia la morte sia il
risveglio. Come risultato, erano simboli potenti, fruttuosamente dispiegati nella
letteratura tantrica in modi interessanti.
Il genere di letteratura tantrica buddista nella quale i teschi e gli associati
simboli dei cimiteri sono più potenti, sono i Tantra delle Yogini. Questi testi
furono composti in India iniziando dal tardo VII secolo o primo VIII (con la
composizione del Sarvabuddhasamayoga-dakinijalasamvara-tantra) e
continuarono a essere composti sino al declino finale del Buddismo in India, dal
XIII fino al XVI secolo.
Questi Tantra sono caratterizzati dalla loro attenzione su divinità feroci,
particolarmente Yogini e Dakini, che sembra siano state originariamente
conosciute come demonesse mangiatrici di carne che infestavano i cimiteri e le
aree selvagge. Come James Sanford scrisse, “loro furono inserite nel pantheon
e trasformate da terrorizzanti vecchie megere nascoste nei cimiteri in
bellissime guide spirituali.” Nonostante questa trasformazione, conservarono
elementi della loro spaventosa origine e sono tipicamente raffigurate come
abbigliate con ornamenti derivati dai cimiteri.
Quali testi, incentrati su una tale terrificante categoria di Dee, sono
naturalmente impregnati del simbolismo derivante dallo spaventoso scenario
del cimitero o campo crematorio (Shmashan). Le loro divinità sono adornate
con insegne cimiteriali, in particolar modo crani e coppe di teschi (kapala). I
cimiteri sono l’ambientazione ideale per la celebrazione di molti dei riti descritti
in questi testi, come il noto Vetala Sadhana nel quale l’adepto cerca di invocare
uno spirito per animare un corpo allo scopo di costringerlo a concedergli poteri
magici.
Questi testi, almeno nominalmente Buddisti, non sembra derivino dalla cornice
normativa buddista cioè l’ambiente monastico. Secondo i racconti tradizionali
derivano invece dallo scenario sociale liminale dei Siddha, i grandi santi
tantrici, quali Luipa/Matsyendranath, che erano visti come gli originatori di
entrambe le tradizioni tantriche, Buddista e Shivaita. Infatti, i cimiteri erano da
lungo tempo il ritrovo dei rinuncianti Shaiva. La primitiva divinità del cimitero è
chiaramente Shiva, le cui paradossali inclinazioni per l’ascetismo e la sessualità
gli fecero concretamente guadagnare uno stato liminale nella mitologia Indù.
Egli è iconograficamente collegato al luogo del cimitero attraverso le sue
inclinazioni per le ceneri e gli ornamenti di osso, articoli che si vi trovano
abbondantemente, come anche la compagnia macabra di cui amava
circondarsi. Il suo stato liminale è registrato in numerosi Purana, dove troviamo
passaggi come il seguente in cui suo suocero Daksha, che disapprovava la sua
apparenza spaventosa e i compagni feroci, lo maledì:

Tu sei escluso da questi rituali e sei circondato da fantasmi nel campo


crematorio; ancora manchi di onorarmi mentre tutti gli dei mi attribuiscono
grande onore. Un buon uomo deve disprezzare tutti gli eretici; perciò io ti
maledico a essere fuori dal sacrificio, fuori casta; tutti i Rudra saranno fuori dai
Veda, confessando dottrine eretiche, i Kapalika e i Kalamukha.

La forma di Shiva che più chiaramente incarna lo spirito dei cimiteri è Bhairava,
la feroce e distruttiva forma assunta da Shiva per la decapitazione di Brahma in
un noto episodio della mitologia Indù. Come penitenza per questo crimine,
Shiva nella forma di Bhairava vagò per il mondo con il teschio di Brahma
attaccato alla sua mano, guadagnandosi così il titolo di kapalin. Somadeva, nel
suo lavoro del XI secolo Vetalapancha-vimshatika, descrive il campo crematorio
(cimitero) come la virtuale incarnazione di Bhairava:

Era oscurato da una densa e terribile cappa di oscurità, e il suo aspetto era
reso orribile dalle spaventose fiamme delle pire funerarie ardenti, e che
produce orrore con le ossa, scheletri e teschi umani che vi compaiono. In esso
erano presenti formidabili Bhuta e Vetala, giosamente occupati nelle loro
orribili attività, ed era vivo con il forte grido degli sciacalli così da sembrare
come una misteriosa e tremenda forma di Bhairava.

La penitenza di Shiva come l’ascetico Bhairava portatore del teschio, era


assunta come la “grande osservanza” (mahavrata) dei Kapalika, un famigerato
gruppo settario Shaiva famoso per le pratiche estreme implicanti violenza e
sessualità, come David Lorenzen ha mostrato.
Ad ogni modo, gli Shaiva non erano chiaramente i soli a passare il tempo nei
cimiteri dell’India nel primo medioevo. L’assoluto orrore dello Shmashana si
credeva lo rendesse un luogo ideale per i rinuncianti eroici che cercavano di
tagliare completamente tutti gli attaccamenti al mondo. Tra questi c’erano
anche i Buddisti.
L’associazione dei Buddisti con i cimiteri è chiaramente altrettanto antica.
Scavi archeologici hanno mostrato che i monasteri buddisti erano spesso
costruiti sopra o vicino a complessi cimiteriali, come Gregory Schopen ha
riscontrato. Assumendo il tumulo reliquiario (stupa) come uno dei poli centrali
del culto, i Buddisti implicitamente rigettarono le nozioni d’impurità
brahmanica derivanti dalla morte. L’associazione buddista con i siti connessi
con la morte non era senza implicazioni sociali perché, scegliendo questi siti
deliberatamente, si misero in una posizione liminale all’interno della grande
società indiana, una posizione che implicava un rifiuto delle idee brahmaniche
di purezza e corruzione.
Soprattutto, il cimitero era il luogo per un certo genere di meditazione, la
“meditazione sull’impurità” (ashubhabhavana). Meditare nei cimiteri col
proposito di contemplare la morte e l’impermanenza è un’antica pratica
buddista, la quale è giustificata dalla leggenda che una delle quattro visioni
che inspirarono Siddhartha Gautama a intraprendere il viaggio spirituale, che
culminerà con la sua realizzazione del risveglio, fu la vista di un cadavere.
Il Mahasatipatthana-sutta e il Satipatthana-sutta descrivono entrambi le nove
contemplazioni del cimitero o “meditazioni sull’impurità” che richiedevano la
contemplazione dei corpi nei vari stadi di dissoluzione. La pratica di questa
meditazione è persistita attraverso il tempo, come evidenziato dal continuo
interesse su questo soggetto nella letteratura scolastica, dove troviamo analisi
dei corpi che variano in nove o dieci tipi. Troviamo questo tema trattato anche
nella letteratura Mahayana, e pure i siti web contemporanei descrivono
minuziosamente gli stati di dissoluzione del corpo, illustrati per interesse dei
meditanti che non possono accedere ai cimiteri. Questo tipo di meditazioni
erano ritenute servire da antidoto contro l’attaccamento al corpo o ai piaceri
sensuali.
Altrove nel Majjhima-nikaya, il Buddha raccomanda i cimiteri come luoghi di
meditazione e descrive le sue austerità come un bodhisattva in questo modo:
“Farei il mio letto in un cimitero, usando le ossa del morto come cuscino.”
Dimorare nei cimiteri divenne un’attitudine gradita per i rinuncianti buddisti,
almeno dall’inizio dell’era attuale e da quel tempo designati come
shmashanika (in Pali, Sosanika). Il Vimuttimagga, un testo composto in Pali da
Upatissa nel I o II secolo D.C., descrive i benefici di questa pratica tra cui la
comprensione della morte e dell’impermanenza, la vittoria sulla paura e il
guadagnare la riverenza di esseri soprannaturali.

II. Il Simbolismo del Teschio

I testi tantrici che invitano i praticanti a eseguire rituali quali la costruzione di


un Mandala nei cimiteri o a usare sostanze provenienti da questi luoghi nei
rituali, seguivano un onorabile antecedente. Un certo numero di tantra
precedenti, classificati in seguito come Kriya Tantra nello schema di
categorizzazione Indo-Tibetano, descrivono pratiche necessariamente
ambientate nei cimiteri. Questo probabilmente deriva da ciò che io ho
chiamato “Il culto del cimitero.” I testi derivanti da quest’ambiente sono
caratterizzati dalla loro focalizzazione sul cimitero (shmashana) quale luogo
ideale per la pratica e invitano il/la praticante a vestirsi con abbigliamento
prelevato da questo scenario, principalmente teschi e ornamenti di ossa, e di
vivere del cibo disponibile sul posto. Ad ogni modo, nella letteratura buddista la
cultura del cimitero arriva al suo compimento nei Tantra delle Yogini. Questo è
anche il genere di letteratura buddista che ha ricevuto il maggior grado
d’influenza dalle tradizioni Shaiva, forse non simultaneamente.

Oltre la subordinazione testuale al materiale Shaiva, i Tantra delle Yogini


buddisti traggono molto anche dalla iconografia Shaiva. Tra un vario numero di
elementi iconografici presi in prestito da fonti Shaiva vi è l’uso decorativo dei
teschi. In India il teschio è chiaramente un simbolo di morte e della paura di
questa ed è quindi considerato impuro e di cattivo auspicio. Negli ambienti
tantrici, sia Shivaiti sia Buddisti, il teschio è impiegato a significare che la
divinità che porta questo simbolo ha vinto la morte e ha trasceso il mondo
ordinario, in cui la paura della morte è pressoché universale.
La divinità Heruka, che è rilevante in un numero di testi di questo genere, è un
chiaro esempio di una divinità buddista modellata partendo da un precursore
Shaiva, in particolare le feroci divinità come Bhairava o Rudra. Egli è descritto
come segue nel Sarvabuddhasamayoga-dakinijalasamvara-tantra:

L’immensamente glorioso Vajraheruka è molto terrificante, sfavillante di


cenere; il suo volto risplende di blu per gli esseri, e il suo mandala di luce
risplende di rosso. Egli è feroce come il tempo finale della grande distruzione.
Grandemente furioso, la sua voce brucia come il fuoco del campo crematorio.
Egli ha una corona di teschi, feroce come il tempo finale della grande
distruzione. Possedendo mezzi come la collera, egli è terrificante come un
cimitero, con diverse facce e le ciglia inarcate dalla rabbia. Con il suo sguardo
violento e con la sua danza egli riduce i tre mondi completamente in cenere,
assieme a Mahadeva, Vishnu (Upendra), il Sole, la Luna, Yama e Brahma.

E’ importante notare che nel buddismo tantrico c’è una lunga tradizione
nell’associare la morte con il risveglio. Per i primi Buddisti, l’emancipazione
finale, Parinirvana, non è ottenuta fino al momento della morte. Nelle tradizioni
dello Yoga tantrico era largamente creduto che in punto di morte si ottenesse
una visione di chiara luce, identificata con Dharmakaya o gnosi del risveglio,
significando che la morte procurava un’opportunità per il risveglio che è
difficile da ottenere in stati di coscienza normali. Perciò, queste spaventose
immagini evocanti la morte sono percepite anche come simboli del risveglio.
Come risultato, nell’arte e nella letteratura tantrica buddista, simboli evocanti
la morte, in particolare il simbolismo visivo del teschio, sono abbastanza
pervasivi, precisamente perché evocano anche il risveglio verso cui la
tradizione aspira. Questo tipo di simbolismo è associato particolarmente alle
figure autorevoli della tradizione, le Divinità, i Siddha, e i Guru o Lama, poiché
queste sono viste come figure risvegliate, capaci di conferire gli insegnamenti
della tradizione. Nel Chakrasamvara-tantra, per esempio, la divinità a capo
della tradizione, Heruka, è descritta come segue:

Metti nel centro del loto l’Eroe che è il terrore di Mahabhairava, che è luminoso
e brillante, e che emette il tremendo frastuono di una fragorosa risata.
Indossando un rosario di teschi, divini sono i suoi tre occhi e le quattro facce.
Coperto con una pelle d’elefante, le sue eccelse ciglia sono divise da un Vajra.
La sua mano brandisce un bastone Khatvanga ed è ornato con mezzo centinaio
di ghirlande.

Questo è immediatamente seguito dalla descrizione della sua consorte, la Dea


Vajravarahi:

La Dea che sta di fronte a lui è la veramente terrifica Vajravarahi, rivolta verso
la divintà Shri Heruka, con tre occhi e in forma feroce. La sua coppa ricavata da
un teschio è riempita d’intestini, il sangue gocciola dalla sua bocca. Lei
minaccia tutte le direzioni assieme agli dei, i titani e gli umani.

Come le divinità anche il maestro (acharya) deve indossare un abbigliamento


derivato dal cimitero quando esegue i rituali maggiori. Egli è descritto come
segue:

Egli ha la giusta conoscenza e comprende i Tantra e il Mantra di Shri Heruka.


Egli non è adirato, è puro e competente, capisce lo Yoga ed è senza difetti nella
conoscenza. La sua chioma è marcata con i teschi, le sue membra sono
strofinate con la cenere. Il suo corpo è decorato con ornamenti e ha una
ghirlanda di ossa. La sua capigliatura è raccolta in una treccia e indossa una
ghirlanda di ossa.

L’Hevajra-tantra aggiunge informazioni addizionali riguardo all’abbigliamento


del maestro, aggiungendo dettagli per la costruzione di una tiara di teschio che
evidenzi l’acconciatura del maestro, come pure la cenere e il sacro cordone,
come segue:

Ora egli, la cui natura è Hum, dovrebbe sistemare i suoi capelli raccolti come
una cresta e per l’esecuzione dello Yoga dovrebbe indossare la tiara di teschio,
rappresentante i cinque Buddha. Ottenendo pezzi di teschio lunghi quindici
centimetri, lui dovrebbe fissarli alla cresta. Dovrebbe indossare la corda
intrecciata due volte che simbolizza Saggezza e Metodo, le ceneri e il cordone
sacro.

Questo simbolismo pone indiscutibilmente questi testi all’interno dell’ambiente


della cultura del cimitero. Apparentemente, l’uso dei teschi nel rituale e
nell’iconografia tantrica buddista suscitò criticismo; l’autore o gli autori del
Chakrasamvara-tantra ipotizzarono che questo si sarebbe levato contro i testi e
così inclusero una risposta preventiva. Si presenta come segue:

Da chi è discreditato il teschio delle reliquie del corpo della realtà, nascendo
dalla tripartita causa di conchiglia, madreperla e perla? L’Eroe che ha una
ghirlanda di teschi ed è adornato con la mezzaluna è guardato come chi è nato
Eroe degli Eroi.

Mentre è sicuramente possibile che il criticismo possa essere venuto


dall’interno della comunità buddista, portato da Buddisti imbarazzati dal
simbolismo e dalle pratiche del cimitero, sembrerebbe più verosimile che
questi testi fossero indirizzati ai critici Indù, probabilmente Brahmani, che
potevano vedere tali strumenti di ossa come impuri. Questo è il caso suggerito
dal commentatore del tardo IX secolo Bhavabhatta, che spiegò: “Proprio come
una conchiglia e così via è purificante per i Brahmani Vedici, allo stesso modo
lo è il teschio.” In altre parole, il testo compara l’“impuro” teschio con i “puri”
oggetti di apparenza simile come la conchiglia, usata nei rituali vedici.
Questo passaggio si riferisce, in modo singolare, anche a un mito nel testo
canonico vedico, l’Atarva Veda, messo in relazione nello sforzo di legittimare
l’uso dei teschi nei rituali tantrici. Questo è il mito che ritiene che la perla e la
madreperla derivino dalle ossa del morto Asura Vrta. E’ particolarmente
interessante che l’autore di questo Tantra fosse familiare con l’Atarva Veda,
data la lunga associazione di questo testo con i gruppi Shaiva come i
Pashupata.
Mentre appare verosimile che questo testo sia stato composto nella previsione
di criticismo da parte dei circoli Indù, l’autore, o gli autori di questo testo (o,
forse, un revisore Buddista successivo) tentarono anche di legittimare l’uso dei
teschi nella maniera Buddista. Essi lo fecero in riferimento a un concetto
filosofico buddista chiave, attraverso la modifica del termine teschio (Kapalam)
con l’inusuale qualificazione “delle reliquie del corpo della realtà”
(Dharmakayashariranam). Alla prima occhiata questo sembra piuttosto strano.
Tecnicamente parlando i resti ossei dovrebbero essere classificati come
appartenenti a un “corpo della forma” del Buddha (Rupakaya), non
all’intangibile “corpo della realtà” Dharmakaya. Un termine strettamente
connesso, Dharmasharira, rimanda tipicamente ai “resti testuali”, spesso
Mantra o inscrizioni Dharini.
I testi qui associano un teschio con il Dharmakaya, il “corpo della realtà” di un
Buddha, che rappresenta entrambi, sia la collezione degli insegnamenti di un
Buddha o la gnosi di un Buddha (buddhajnana), sia la saggezza realizzata per
cui un Buddha è risvegliato. Questa associazione è radicata in numerosi
orientamenti del Buddismo Mahayana. Un fattore era lo sviluppo dei sistemi
gerarchici di classificazione degli insegnamenti Buddisti nei termini dei tre
corpi del Buddha. Un altro fattore fu l’ascesa del “culto delle reliquie” nelle
comunità buddiste, concentrato sugli stupa. Poiché gli stupa sono
fondamentalmente tumuli reliquiari, ritenuti custodire le reliquie fisiche di un
Buddha, la crescente popolarità di questo culto eleverebbe naturalmente il
significato di queste reliquie. Il famoso episodio dello stupa parlante nel Sutra
del Loto, per esempio, evidenzia non solo la credenza che lo stupa, in qualche
modo, rappresenta il Buddha e preserva la sua presenza ma persino che lo
stupa stesso potrebbe manifestare la voce di un Buddha (buddhavacana),
incarnando così il suo “corpo della realtà” allo stesso modo di una reliquia
testuale.
Con la composizione dei Tantra delle Yogini non sono solo gli stupa che
possono parlare e così manifestare la saggezza del Buddha. Anche teschi
parlanti si trovano sempre più nel bizzarro terreno della letteratura tantrica. Il
Buddhakapala Yoginitantraraja, un testo del nono secolo, inizia con un
passaggio di apertura Nidana che narra l’origine delle scritture. Questo collega
la morte del Buddha Sakyamuni come immediatamente conseguente la sua
unione sessuale con la yogini Citrasena. Sebbene morto fisicamente, la sua
presenza continua a vivere attraverso il suo teschio che pronuncia un discorso
e rivela anche questo stesso testo, il “Teschio di Buddha Re dei Tantra delle
Yogini.”
Questo testo, allora, indica chiaramente che cosa si voleva dire nell'ambiente
tantrico con un teschio che è “reliquia del corpo della realtà”, un teschio che
può manifestare la gnosi del Buddha. E’ un’immagine che unisce l’idea della
morte e del risveglio. Il teschio, dunque, è un simbolo particolarmente
significativo nel contesto tantrico, nel quale la morte è veramente vista come
un’occasione per la realizzazione del Dharmakaya e quindi del risveglio.

III. La Magia del teschio

Passaggi come quelli sopra evidenziano chiaramente il significato dei teschi


nella letteratura tantrica buddista e ci aiutano a comprendere la loro centralità
nella relativa iconografia successiva. Sono molto importanti anche nei rituali
tantrici buddisti. I teschi, o più propriamente, le coppe ricavate da teschi, sono
elementi onnipresenti nelle pratiche rituali tantriche buddiste associate con i
Tantra delle Yogini. Nei contesti del Newar e del Buddismo Tibetano, queste
coppe sono formate dal parte superiore dell’emisfero di un teschio umano, il
cui interno è spesso ricoperto con uno strato di metallo decorativo che lo rende
impermeabile all’acqua. Queste coppe di teschi sono usate in numerosi tipi di
rituali come i riti d’iniziazione Abhiseka, solitamente assieme ad un Vajra.
Quando così dispiegato, la coppa di teschio sostituisce il loto, simbolizzando la
saggezza (Prajna), mentre il Vajra simbolizza l’opportunità (Upaya).
Tuttavia, nel resto di quest’articolo mi concentrerò sulle pratiche di diversi
rituali nei quali il teschio occupa un ruolo centrale, il vertere del rituale
piuttosto di un necessario ma periferico strumento rituale. In questi casi, il
teschio mantiene la sua associazione duale con il risveglio e la morte, e così
può servire come agente per l’una o l’altra di queste potenzialità.
L’esempio che accese il mio interesse per quest’argomento è il famigerato
Rituale Tachikawa del Teschio, studiato da Jim Sanford. Il testo sopravissuto
che descrive questo rituale lo dipinge come un metodo segreto per prodursi un
teschio parlante, un teschio che potrà raccontare i segreti del mondo. Mentre
non ho trovato un rituale per la produzione di teschi parlanti in nessuno dei
materiali indiani che ho studiato, nel mio studio del Chakrasamvara-tantra ho
trovato numerose pratiche rituali impieganti teschi che contengono elementi
del rituale Tachikawa, compresa l’unzione dei teschi con fluidi corporei e
l’associazione di questi rituali con le Dakini e gli sciacalli.
Nella letteratura tantrica il teschio è spesso usato nei rituali che impiegano
tecniche di magia simpatetica. Il capitolo XII del Chakrasamvara-tantra
descrive un rituale per procurare emorragia o cefalea al proprio nemico.
Questo rituale richiede la creazione di un simulacro del teschio del nemico che
è prima incantato con i Mantra e in seguito, ritualmente, si simula l’azione su
questo. Avviene in questo modo:

Con questo Mantra, la quintessenza della sostanza di Shri Heruka, usa un


teschio sostitutivo privo di carne e strofinalo con la punta dell’indice. Il suo
sangue uscirà da lui. Strofinandolo con il sinistro e vi rientrerà. Se, dopo averlo
incantato col Mantra il teschio è colpito col pugno, la testa di chi il nome è
stato pronunciato avrà dolore. Richiamando il Mantra nella mente riempi il
teschio con latte ed egli ne sarà alleviato.

Com’è tipico nei Tantra, il testo dà una descrizione piuttosto scarna del rituale,
tralasciando numerosi elementi essenziali per la sua pratica. Per esempio, un
elemento tralasciato è che, quando si esegue il rituale per causare emorragia,
si deve visualizzare se stessi come la feroce divinità Vajrarudra e poi invocare
la feroce dea Khandaroha. La visualizzazione che si esegue è descritta come
segue dal commentatore del IX secolo Jayabhadra:

Per “con la punta dell’indice,” ecc., questo si riferisce a provocare


un’emorragia. La procedura è come segue: prendendo un teschio umano, il
Mantrin che ha eseguito il precedente trattamento, proferisce all’istante la
sillaba Hum mentre è in unione con Vajrarudra. Khandaroha, con una spada in
mano, scaturisce dalla narice destra della divinità. Visualizza che Lei trafigga in
cinque diverse parti la testa di chi è stato nominato e che il teschio si riempia
dei flussi del suo sangue.
Com’è peculiarmente il caso con questi rituali, il testo fornisce l’antidoto
rituale. In questo caso, bagnando il teschio con del latte, un elemento
pacificatore nella magia indiana, si scaccia il danno causato dal rito.
Il Chakrasamvara-tantra descrive anche un altro rituale, il più vicino al Rituale
Tachikawa del Teschio che ho trovato nella letteratura indiana. Come
quest’ultimo richiede l’unzione del teschio con fluidi sessuali ed è associato con
Dakini e sciacalli. Comunque, diversamente da quel rito, è un rituale violento,
usato per l’eliminazione dei propri nemici. Il capitolo 46 del Chakrasamvara-
tantra inizia con il seguente passaggio:

In seguito c’è il compimento di tutte le azioni rituali per mezzo delle cinque
sillabe Ha, grazie alle quali c’è un rapido coinvolgimento nel potere solamente
attraverso il conosciuto. Uno dovrebbe strofinare le sue mani su cui ci sono le
cinque sillabe: Ham, Hau, Ho, Hai, Hah. Con un (parola di) comando il proprio
nemico muore istantaneamente emettendo sangue dalla sua bocca. Si
dovrebbe ungere il teschio, che è il recipiente del proprio sangue, con il sangue
del proprio anulare, la vittima perirà quando questo secca. Si dovrebbe,
arrabbiati e con occhi arrossati, ripetere (le sillabe) con eccitazione, il re sarà
ucciso istantaneamente con il suo esercito e la sua cavalcatura. Fai un’offerta
del sacrificio Dakini (bali) con gatto, mangusta, cane, corvo, gru, e sciacallo;
non c’è dubbio che ciò, in questo Tantra, rapidamente frutta potere.

Questo passo sembra descrivere due rituali. Il primo è un rituale per uccidere
un nemico disegnando uno Yantra dalla forma di un loto con cinque petali sul
proprio palmo, nel centro del quale vengono scritti il nome della vittima e il
comando, e sui cui petali sono scritte le cinque sillabe mantra.
Il rituale del teschio apparentemente può assolvere lo stesso scopo ma anche
essere eseguito per uccidere su vasta scala, esplicitamente per l’eliminazione
di un re nemico con tutto il suo esercito. La descrizione del rituale è molto
scarna. Chiaramente implica un teschio, ma uno che sia “il ricettacolo del
proprio sangue”. È allora unto con il “sangue del proprio dito anulare.” Questo
sembra chiaro ma il commentatore Bhavabhatta, che visse circa nel 900 D.C.,
annota il termine “anulare” (anamika) come “donna senza figli” (anapatya) il
cui “sangue” è sangue uterino o emissione mestruale. Questo dettaglio,
assieme all’ingiunzione che si dovrebbe eseguire un sacrificio alle Dakini che
richiede la carne di un certo numero di animali compreso lo sciacallo, evoca la
cultura del cimitero che sembra essere la basilare origine, o ispirazione, non
solo del Chakrasamvara-tantra ma anche della tradizione dell’Asia Orientale
che ha dato origine al Rituale Tachikawa del Teschio.
La letteratura tantrica pone l’accento sui teschi umani, il che è naturale visto il
fatto che nell’India del primo medioevo questi siano stati facilmente disponibili
nei cimiteri, posti nelle periferie degli abitati e delle maggiori città. Peraltro, i
Tantra contengono anche rituali impieganti teschi animali. In questi casi sono
usati per invocare qualità associate con questi animali.
Per esempio, il capitolo 12 del Chakrasamvara-tantra descrive il seguente
rituale per far impazzire il proprio nemico o nemici. “Legando assieme i teschi,
congiunti e suggellati, ripeti (il Mantra della quintessenza) senza respirare.
Colui il cui nome il Feroce proferisce, diventerà improvvisamente pazzo. Una
quantità di persone pari a un migliaio impazzirà. UnoIn può mentalmente
congedarli.” Il commentatore del tardo IX secolo, Kambala, lo osserva come
segue:

Poni il diagramma magico (Yantra) intensificato con il nome di chiunque (sia la


vittima) dentro i sigilli del teschio congiunto, gli emisferi uniti del teschio di un
cane rabbioso, assieme ai cinque intossicanti. Ripeti (il Mantra) sette volte
senza respirare, poi legali e sigillali. Se si dovesse occultarlo assieme a quel
nome in un cimitero, egli diventerà pazzo.

Chiaramente, il rituale prevede l’utilizzo di teschi di cani rabbiosi per infliggere


un simile tipo di pazzia sulla vittima del rito. L’aura della pazzia che questo
rituale evoca è ulteriormente accresciuta dalla seguente descrizione scritta dal
commentatore tibetano del XV secolo Tsong Khapa:

Disegna una ruota intensificata con il nome della vittima. Prepara i semi, le
radici, gli steli, le foglie, e i rami della pianta della datura e ponili nella bocca
chiusa del teschio di un cane rabbioso. Chiudi le sue fessure con fango (fatto)
di cenere del cimitero, e ripeti il mantra della quintessenza intensificato sette
volte senza respirare. Se lo metti in un cimitero, colui il cui nome è pronunciato
impazzirà. Tanti quanti un migliaio di persone impazziranno. Se si bagna (il
teschio) con latte elencando con mente pacifica, loro saranno liberati.

L’aggiunta della potente e velenosa datura era chiaramente intesa ad


accrescere l’efficacia del rito. La descrizione di Tsong Khapa pone anche
questo rituale decisamente all’interno del contesto della cultura del cimitero.
In conclusione, è chiaro che il teschio è un potente simbolo, nel rituale e nella
letteratura tantrica. È un simbolo con doppio significato proprio come i rituali in
cui i teschi possono essere impiegati. Esattamente come “realizzazione”
(Siddhi) è compresa nella letteratura tantrica come doppia, manifestante la
definitiva conquista della buddità o il mondano ottenimento di fini terreni, il
teschio può essere un codice per lo stesso risveglio rappresentante la gnosi del
Buddha, e può essere impiegato nei rituali per invocare il risveglio, la conquista
della conoscenza illuminante. Sono anche usati però in rituali per ottenere fini
mondani, come il tormento o la distruzione dei propri nemici. Queste
applicazioni mondane sono perlopiù violente ma questo sembra comprensibile,
dato che il teschio è comunemente inteso come simbolo di morte e gioca
quindi un ruolo prominente nei violenti rituali buddisti Abhicara, intesi per
nuocere o distruggere i nemici.