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Diritto dell’unione europea

1) Cronologia dell’integrazione europea :

Prima tappa : conclusione del trattato di Roma (1957), che prende il nome dal luogo in cui
è stato redato e firmato, che ha istituito quella che a quei tempi veniva ancora chiamata
Comunità economica europea (CEE). Il concetto di Unione europea però esisteva già in
precedenza, infatti si possono contare due precedenti prototipi, ossia la Comunità
europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e la Comunità europea dell’energia atomica
(EURATOM). Lo scopo era mettere insieme da un lato l’industria energetica, quella più
problematica da un punto di vista economico a seguito della seconda guerra mondiale,
dall’altro quella dell’industria pesante; le due si mettevano in comune, creando quindi una
comunità produttiva, in particolar modo per la Germania e la Francia, ossia i due paesi
che più avevano patito i debiti della guerra appena terminata.

Il processo di integrazione europea dopo il 1957, creato da quelli che erano inizialmente i
sei paesi ideatori (Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo), che si è poi
successivamente espansa fino ad arrivare agli attuali 27 paesi membri.

Seconda tappa : conclusione del Trattato di Maastricht (1992), che prende il nome dalla
città olandese in cui è stato approvato, che ha istituito la Comunità europea (CE). Fino a
questa data, l’impianto dell’architettura costituzionale della comunità europea è all’incirca
rimasta invariata. La CEE cessa di esistere trasformandosi in CE. Le modifiche sono
significative:

- accresciuto ruolo del parlamento europeo (PE) tutti gli atti incominciarono ad essere co-
decisi

- istituzione dell’Unione economica e monetaria (UEM) che ha al suo interno lo strumento


che di fatto rappresenta lo strumento di base dell’aspetto monetario dell’unione
europea. Non bisogna dimenticare che ciò però coinvolge anche un aspetto economico
e politico. Si parla delle quattro grandi libertà (circolazione delle persone, delle merci,
dei capitali e dei servizi), tre delle quali erano già esistenti e solo quella riguardo la
circolazione dei capitali introdotta attraverso il Trattato di Maastricht. Viene introdotto il
patto di stabilità e crescita, che contiene delle regole di così detta disciplina di bilancio,
che servono a monitorare e ad evitare che lo stato non rischi la possibilità di finire in
banca rotta.

- ha introdotto così una nuova persona giuridica di diritto internazionale (essere persona
giuridica significa essere destinatario di diritti ed obblighi) nella quale ci sono due
soggetti, le organizzazioni internazionali e gli stati. Le organizzazioni internazionali
dipendono in un certo senso dagli stati, poiché se gli stati non creano le organizzazioni,
esse non possono nascere da sole, al contrario degli stati che invece possono nascere
e non sono dipendenti. Accanto alla Comunità europea (a qui commonoteur) viene
creata una seconda organizzazione, l’Unione europea che constava di due pilastri.
Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e Giustizia e affari interni (GAI) oggi
Spazio di libertà, sicurezza e giustizia (SLSG e terzo pilastro aggiuntivo). Il secondo e
terzo pilastro, pur non rientrando più sotto un cappello separato, continuano ad essere
autonomi e monitorati da differenti regole e direttive; le maggioranze che si applicano
nella PESC non sono le stesse della GAI. Ciò che è valido nella politica estera, non è
per forza valido negli affari interni o in un pilastro differente.

Tappe intermedie : Trattato di Amsterdam (1997), Trattato di Nizza (2001) che oggi è
invece parte integrante dell’orientamento giuridico.

Terza tappa : conclusione del Trattato di Lisbona (2007) che ha istituito l’Unione europea
quale unico soggetto giuridico comprendente CE + UE. Viene meno la struttura a pilastri,
ma restano sostanziali differenze riguardo i campi di competenza del PESC e SLSG.

Il processo di integrazione europea è un processo che è stato segnato dalle continue crisi
che hanno attraversato il territorio; nascono per rispondere alle crisi complessive, quindi
non solo economica, che avevano portato allo scoppio della guerra mondiale. È un modo
per risolvere un problema e la creazione dell’Unione Europea sarebbe dovuta esserne la
chiave.

- Anni Sessanta : la crisi innescata dalla “politica della sedia vuota” (uno stato membro di
primo ordine, la Francia, decise di boicottare i lavori della CEE, in questo caso per il
previsto lancio della politica agricola comune) e dalla reazione anomala della Corte di
giustizia, ossia la pronuncia di sentenze epocali e di carattere fortemente
integrazionista.

- Primi anni Duemila : il fallimento della Costituzione europea ha dato nuovo slancio al
processo di integrazione, creando le condizioni per la firma del Trattato di Lisbona.
(fallimento dovuto all’esito negativo del referendum sia in Francia che in Belgio)

- Secondo decennio del Duemila : la crisi finanziaria ha portato alla creazione di


strumenti nuovi come il Meccanismo europeo di stabilità (MES) che ha avuto un ruolo in
un certo senso decisivo nella salva guardia dei conti pubblici.

- Attualità : l’emergenza sanitaria sta creando le condizioni per una futura


mutualizzazione del debito nell’area Euro; i confini erano chiusi, influendo
negativamente sull’intero concetto alla base del progetto dell’Unione europea. Si è
finalmente fatto un piccolo passo in direzione dell’Unione fiscale, contro l’attuale
situazione caratterizzata dall’esistenza di 27 realtà e ordinanze diverse.

Uno dei padri dell’Unione europea aveva detto “L’Europe se fera dans lei crises et ella
sera la somme des solutions apportées à ces crises”.

L’idea alla base dell’Unione europea è quella di creare una comunità politica tra Stati
europei, così da poter prevenire l’insorgere di nuovi conflitti armati tra le potenze europee
che avevano dato luogo al secondo conflitto mondiale. Spesso, soprattutto nei dibattiti
che hanno preceduto la Brexit, veniva citato il modo in cui l’Unione di era trasformato in
qualcosa di diverso da quello che in passato i loro padri avevano approvato e supportato.
Pensavano fosse un’area di libero scambio, ma la verità è che quello non era mai stato
l’obiettivo primo dell’Unione europea, se non quello di poter evitare scontri e mantenere
un certo legame pacifico tra i vari stati.

Numeri sulla dimensione umana del processo di integrazione :

- 30% di cittadini europei ha studiato o lavorato in un altro stato membro dell’UE

- 3.5% vive stabilmente in un altro stato membro

- 6% dell’intera forza lavoro dell’UE è composta da lavoratori transfrontalieri

- 54% dei cittadini europei è in grado di parlare almeno un’altra lingua dell’UE

- 25% è in grado di parlare altre due lingue dell’UE

- 10% parlano altre tre lingue dell’UE

Adesione nuovi stati

Qualsiasi stato europeo può chiedere di diventare membro dell’unione.La procedura e le


condizioni sono regolate dall’art 49 TUE che in seguito alla modifica apportata dal trattato
di Lisbona, conferisce al consiglio europeo il potere di stabilire ulteriori criteri di
ammissibilità (requisito geografico non solo oggettivo, ma anche storico-culturale, deve
rispettare e promuovere i valori fondamentali dell’UE) Pensiamo ad esempio alla dibattuta
questione dell’adesione della Turchia e se essa possa considerarsi stato europeo, non
tanto per la sua collocazione geografica quanto piuttosto per le sue tradizioni culturali,
religiose e sociali. L’adesione è preceduta da una fase di pre-adesione rivolta a preparare
l’ingresso dello stato nell’unione.La commissione ha il compito di verificare che esso
soddisfi i criteri giuridici, economici e politici necessari per diventare membro. Il
parlamento europeo inoltre ha stabilito che prima della firma dell’accordo di adesione, il
testo sia sottoposto alla sua approvazione.

Cittadinanza europea

Lo status di cittadino europeo si acquisisce automaticamente in quanto consegue al


possesso della cittadinanza di uno degli stati membri, cioè la cittadinanza europea
rappresenta un completamento di quella nazionale. Il trattato di Lisbona (art 9 TUE)
conferisca maggiore autonomia a tale status precisando che la cittadinanza europea si
aggiunge a quella nazionale; da ciò derivano due conseguenze: solo coloro che hanno la
cittadinanza di uno stato membro possono essere cittadini anche europei; agli individui ai
quali sia negata non possono considerarsi cittadini europei. Tuttavia la corte di giustizia
ha precisato che la competenza degli stati membri in materia di cittadinanza deve
esercitarsi comunque nell’osservanza del diritto dell’unione e che l’attribuzione o la
privazione della cittadinanza non può risultare in violazione di tale diritto. Allo status di
cittadino europeo, viene collegata l’attribuzione automatica di alcuni diritti; gran parte di
tali diritti conseguirebbero ugualmente dall’essere semplicemente cittadini di uno stato
membro, quindi quello status non comporta un’estensione ratione personae dei trattati. S.
Micheletti

2) I fondamenti teorici del progetto europeo

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale ha inizio il processo di


organizzazione della cooperazione tra gli Stati europei, volto a mettere in atto forme di
unione dotate di strutture istituzionali a carattere intergovernativo con competenze in
settori specifici: nel campo economico e dello sviluppo, nel campo della difesa, nel
campo politico. Sebbene anche se fosse volto a creare una più stretta solidarietà tra gli
Stati europei, il processo di integrazione europea si discosta dal quadro classico
connotandosi di aspetti originali e specifici. L'obiettivo di questa prima organizzazione era
quello di creare le basi per una futura unione a carattere federale e, obiettivo che però fu
ritenuto perseguibile solo attraverso un metodo funzionale, ossia attraverso la
realizzazione di quelle che Schumann definiva solidarietà di fatto, che avrebbero poi
portato ad una cooperazione estesa a vasti settori economici. L'obiettivo politico
immediato invece era quello di ancorare stabilmente la Germania all'Europa e di annullare
completamente le rivalità fra Francia e Germania, quindi costruire una comunità politica
tra Stati europei nasce dall’esigenza di prevenire l’insorgere di nuovi conflitti armati tra
le potenze europee che avevano dato luogo al secondo conflitto mondiale.
La teoria dei vantaggi comparati (o modello ricardiano) è stata concepita a partire dai
concetti essenziali dall'economista inglese David Ricardo e si inserisce nel contesto delle
teorie riguardanti il commercio internazionale. L'assunto su cui si basa è che un paese
tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè
la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri
paesi). La creazione del mercato unico europeo è infatti il mezzo attraverso cui
raggiungere il fine ultimo della pace e della prosperità. Questo incarico fu poi assegnato
alla comunità economica europea, ossia promuovere mediante l'instaurazione di un
mercato comune e il graduale avvicinamento delle politiche economiche degli Stati
membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nel insieme della comunità,
portando così a una sempre più stretta unione fra i popoli europei.

• Vantaggio: il libero commercio incentiva la specializzazione, la specializzazione porta


con sé un aumento della produttività e più in generale la massimizzazione
dell’efficienza di un sistema produttivo.
• Svantaggio: inevitabili costi sociali (es. fallimento dei panettieri francesi).
• Vantaggio: Italia e Francia dipendono reciprocamente l’una dall’altra. 


3) I tratti distintivi dell’ordinamento giuridico dell’UE e


natura dell’Unione stessa

L’unione europea può essere definita un ordinamento sui generis, un unicum nel
panorama internazionale. È considerata di natura ibrida per le sue caratteristiche che ci
permettono di affermare che si distingue da un’associazione internazionale tradizionale.
Si arriva quindi a parlare di un tetrium genus, non possedendo ancora una definizione ben
chiarificata.

«L'essere umano, homo sapiens, è un'evoluzione della scimmia. Un tempo, tuttavia,


c'erano soltanto le scimmie. In una prima fase dell'evoluzione le scimmie persero molto
pelo: erano, queste, scimmie con poco pelo, ma pur sempre scimmie. Dopodiché
iniziarono a camminare su due zampe anziché quattro: erano scimmie bipedi, ma
restavano pur sempre scimmie. Ad un certo punto, tuttavia, iniziarono a sviluppare una
capacità di ragionare di gran lunga superiore alle capacità intellettive di qualsiasi altro
essere vivente, persino della più intelligente scimmia. Ora, dal punto di vista genealogico,
ci si può riferire a tale ultimo tipo di essere vivente come a delle scimmie dotate di
un'intelligenza superiore. Genealogicamente, non è scorretto definire gli essere umani
come 'scimmie evolute', o se si vuole 'scimmie sperimentali'. Tuttavia, mettendo da parte
la genealogia, ad un certo punto inizia ad affermarsi la necessità - giustificata non
soltanto da ragioni lessicali e quindi formali, ma anche di natura sostanziale - di fare
distinzione tra gli 'umani' e le 'scimmie', ad esempio per introdurre categorie come l'etica
o la moralità, che mal si concilierebbero con le scimmie».

L’uomo sapiens : Unione Europea - Le altre scimmie : altre organizzazioni internazionali.

Le origini genealogiche sono le stesse, però ad un certo punto, pur conservando delle
similitudini, l’Unione Europea presenta comunque alcune innovazioni, soprattutto dal
punto di vista della natura giuridica.

L’Unione è comunque un’organizzazione internazionale (non esiste una definizione


unanimemente condivisa, ma presentano degli elementi comuni che la definiscono in
quanto tale):

- istituzione per mezzo di un trattato (primo di Roma e ultimo di Lisbona)

- aperta alla membership di soli Stati (solo i 27 Stati, nessun altro presente)

- possesso di una personalità giuridica autonoma (destinatario di obblighi e titolare di


diritti; esistono organizzazione internazionali che non hanno una disposizione simile,
ma posseggono comunque una personalità giuridica)

- hanno un budget interamente finanziato dagli Stati membri (le risorse sono contributi
degli Stati, che vengono ottenuti tramite dei pagamenti ottenuti tramite il calcolo del
prodotto interno lordo di ogni economia; esistono però anche delle risorse autonome
all’interno dell’organizzazione stessa, come per esempio alcune tasse che vengono
pagate e i soldi arrivano direttamente nelle casse dell’Unione : una percentuale del
22% dell’IVA e gli importatori che vogliono importare prodotti da paesi terzi, pagando
delle tariffe doganali)

Attributi peculiari dell’Unione europea, ciò che la rende un homo sapiens e non una
scimmia:

- L’UE è dotata di un ampio potere legislativo e di conclusione di accordi interazioni con


Stati terzi, nei limiti del principio di attribuzione. Quando l’Unione è dotata di
competenza ha la possibilità di poter appunto concordare questi accordi, come per
esempio quello con il mercato comune dell’Unione del sud America. C’è anche un
accordo con la Turchia che concerne il controllo del flusso migratorio; l’Unione ha ampi
poteri da un lato di adottare norme sul lato interno, quindi di redare dei regolamenti che
appunto sono atti legislativi.

- Presenza del metodo sovranazionale, che si affianca al più tradizionale metodo


intergovernativo. La cooperazione intergovernativa è una cooperazione tra governi e
tutte le organizzazioni internazionali (nazioni unite, l’organizzazione del commercio);
quando ci sono riunioni degli organi di tali organizzazioni, significa che i membri
rappresentano sé stessi, rappresentano gli interessi della nazione che stanno
presentando. Nell’UE questo metodo è presente nelle attività del consiglio, dove
siedono i governi degli stati membri (per l’Italia siede il presidente del consiglio,
presentando il potere esecutivo del nostro Stato) ognuno con i propri interessi nel
tentativo appunto di fare i propri interessi. Si cercherà quindi di raggiungere un
compromesso che possa realizzare gli interessi, spesso anche contrastanti, dei vari
Stati. Il metodo sovranazionale invece significa che nell’UE c’è un istituzione che invece
che rappresentare gli interessi degli Stati, tutela gli interessi dell’Unione in quanto unità,
anche quando gli interessi effettivamente non coincidono tra di loro. La commissione
europa viene definito il potere esecutivo dell’Unione europea. Anche il Parlamento ha
una funzione si può dire sovranazionale, poiché dovrebbero votare sulla base
dell’appartenenza non nazionale, ma idealistica, cosa che invece non sempre accade.

- È dotata di un’assemblea legislativa eletta a suffragio universale, che partecipa


pienamente all’approvazione degli atti normativi.

- È dotata di un servizio diplomatico, denominato Servizio europea per l’azione esterna


(SEAE) e i membri sono paragonati a dei veri e propri ambasciatori.

- È l’unica organizzazione internazionale cui gli Stati membri hanno ceduto competenze
in via esclusiva ed irreversibile; gli stati hanno ceduto la competenza sovrana per
esempio a stabilire contatti con stati terzi, come nel caso del Canada e della Turchia, in
maniera del tutto irreversibile. Le Nazioni Unite per esempio hanno il potere di decidere
l’intervento o il non intervento in un conflitto armato, che interviene solitamente nel
momento in cui la pace è messa a repentaglio e quindi poter far partire una
“spedizione” di pace, oppure per fornire un sostegno economico nel momento in cui vi
sono difficoltà nello stipulare il contratto di pace. I contingenti da inviare rimangono
decisi dai singoli Stati, ma il punto è che gli Stati presi singolarmente, anche quelli più
potenti, non hanno il potere di intervenire in un conflitto armato, altrimenti sarebbero
loro direttamente a violare il divieto internazionale di utilizzare la forza (il cui utilizzo è
concesso solo in alcuni casi). Con le organizzazioni internazionali classiche gli Stati non
si privano di un potere, ma creano delle organizzazioni per poter dar vita ad una
possibilità che nel singolo non sarebbero riusciti a realizzare ed esercitare. Non hanno
trasferito porzioni di potere, ma hanno aggiunto possibilità. Con l’Unione invece gli
Stati si spogliano di alcuni attributi della sovranità, diventando un po’ meno Stati nel
momento in cui attribuiscono delle materie di competenza all’organizzazione,
attribuendola volontariamente; gli Stati hanno quindi il divieto di agire, rischiando di
violare le leggi di attribuzione.

4) I principi fondamentali dell’ordinamento giuridico


dell’Unione

L’ordinamento giuridico dell’Unione europea è parte integrante della nostra realtà politica
e sociale. Sulla base dei trattati dell’Unione vengono adottate ogni anno migliaia di
decisioni, che concorrono in modo determinante a formare il contesto in cui si collocano
gli Stati membri e i loro cittadini. La costruzione di un’Europa unita si fonda su semplici
valori che gli Stati membri hanno sottoscritto e per i quali si sono impegnati tramite
l’articolo 2 del TUE (l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana,
della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei
diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono
comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non
discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne
e uomini) e di cui gli organi esecutivi dell’UE sono gli artefici. Tra questi valori
fondamentali vi sono il rispetto della dignità umana, dell’uguaglianza, della libertà e della
solidarietà. L’Unione si fonda esplicitamente sui principi di libertà e democrazia e sul
rispetto dello stato di diritto, principi che sono comuni a tutti gli Stati membri. Inoltre
è vincolata alla tutela dei diritti dell’uomo. Questi principi non sono solo vincolanti per gli
Stati che intendono aderire in futuro all’UE, anzi le violazioni gravi e persistenti di tali
principi e valori da parte di uno Stato membro possono essere sanzionate ai sensi
dell’articolo 7 del TUE (arma nucleare). A tal fine è necessaria la constatazione unanime
da parte dei capi di Stato o di governo del Consiglio europeo dell’esistenza di una
violazione grave e persistente dei valori e dei principi dell’Unione. Con l’istituzione dell’UE
si è creata la base di un ordinamento europeo fondato sulla pace che esclude qualsiasi
possibilità di una nuova guerra tra i paesi membri; essa ha anche ricevuto il premio Nobel
per la pace per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti
umani in Europa.

Tra i valori fondamentali e gli ideali su cui è fondata l’UE rientrano anche i diritti soggettivi
dei cittadini dell’Unione. La storia dell’Europa è caratterizzata da oltre due secoli da sforzi
costanti volti a rafforzare la tutela di tali diritti. A partire dalle dichiarazioni dei diritti
dell’uomo e del cittadino del XVIII secolo, i diritti e le libertà fondamentali sono parte
integrante delle costituzioni della maggior parte dei paesi civili, in particolare degli Stati
membri dell’UE. Gli ordinamenti giuridici di questi ultimi si basano infatti sulla
salvaguardia dei diritti, nonché sul rispetto della dignità, della libertà e delle possibilità di
sviluppo della persona umana.

L’art. 3, par. 1 TUE individua gli obiettivi che l’Unione europea si prefigge:

• la pace

• il rispetto dei valori UE

• il benessere dei suoi popoli.

L’UE, inoltre, offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia che assicura
la libera circolazione delle persone e dove vengono garantite le misure appropriate per
quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione
della criminalità organizzata e la lotta contro quest’ultima

5) Lo stato di diritto

Lo Stato di diritto (rule of law) è uno dei valori su cui si fonda l’Unione Europea, così
come previsto dall’art. 2 TUE. Esso implica che tutti i membri di una società – compresi i
governanti e i parlamentari – siano uguali di fronte alla legge e soggetti al controllo di
organi giurisdizionali indipendenti e imparziali. L’UE, in particolare, dispone di diversi
strumenti procedurali e legislativi che garantiscono lo Stato di diritto. La Corte di Giustizia
dell’UE ha riconosciuto in capo alla Commissione europea la responsabilità di assicurarne
il rispetto in conformità alle norme dei Trattati europei: è la Commissione europea, infatti,
che esercita l’iniziativa legislativa e propone eventuali procedure di inadempimento contro
gli Stati membri dell’UE. Presupposto fondamentale affinché si possa dire garantito lo
Stato di diritto nell’UE è l’esistenza di una base costituzionale che disciplini il
funzionamento dell’ordinamento giuridico.

Ogni persona ed autorità all’interno di uno Stato, sia essa di natura pubblica o privata, è
sottoposta ai vincoli stabiliti - nonché destinataria dei benefici riconosciuti - da leggi non
retroattive (entrate in vigore prima dell’attivazione) approvate in modo trasparente, ed
applicate in modo altrettanto trasparente dei giudici.

Esistono due trattati fondativi, il TUE (trattato dell’Unione Europea, con norme formative e
generali e norme relative a politica estera) e il TFUE (trattato sul funzionamento
dell’Unione Europea).

L’Articolo 2 spiega che L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della
libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti
umani, compresi i diritti delle perone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni
agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione,
dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini. In senso
formale, lo stato di diritto esige il rispetto della separazione dei poteri, del principio di
legalità, della certezza del diritto, del divieto di arbitrarietà del potere esecutivo, e
l’effettività della tutela giurisdizionale.

Ed è proprio sullo spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia e sul rispetto dei valori
che si fonda lo Stato di diritto nell’UE. Questi ultimi trovano una disciplina precipua
nell’art. 2 TUE e sono dichiarati essere comuni agli Stati membri: esso richiama la dignità
umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, il rispetto dei diritti umani e, per l’appunto,
lo Stato di diritto.

In buona sostanza, tenendo in considerazione quest’ultima riflessione, gli altri valori


europei – la cui piena attuazione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia –
possono trovare una sostanziale garanzia solo se viene assicurato lo Stato di diritto; in
caso contrario, l’art. 2 TUE avrebbe una mera portata formale, tale da privare i cittadini
europei e gli Stati membri di qualsiasi tutela efficace in caso di violazioni gravi.

Recesso 50 TUE e procedura di infrazione

Un membro può recedere autonomamente, ma non esiste effettivamente la possibilità di


essere espulsi, non essendo una decisione estremamente conforme all’ideologia
dell’Unione. Quindi, anche nel caso delle democrazie liberali come Polonia e Ungheria,
che nel tempo si sono pian piano allontanati dai principi cardine dell’Unione Europea.
Esiste però un Articolo, il 7, che risolve la situazione in cui uno Stato si ritiene
completamente non conforme alle linee guida dell’UE scanditi con precisione nell’Articolo
2. Non è contemplata l’espulsione, ma la sospensione e prevede, per mano interamente
del Consiglio (dentro al quale stanno i governi) un allontanamento che deve comunque
essere votato in modo unanime chiamata “bomba atomica”.

Esiste un altro strumento, la procedura d’infrazione, dove viene fatto valere


l’inadempimento ad una delle basi dell’UE; al giorno d’oggi, contro la Polonia, sono state
mandate fino a cinque procedure d’infrazione (causa C-619/18). Le azioni sono state
ritenute in contrasto con lo Stato di diritto, tra cui una legge che prevedeva
l’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici; è un vecchio trucco per ottenere un
risultato, ossia quello di far fuori dei giudici ritenuti scomodi, perché alla Corte Suprema si
arriva a carriera inoltrata, quelli più prossimi alla pensione. Abbassando l’età pensionabile
si fa fuori metà delle persone che possiedono questo posto, così che il governo non
benefici della sua stessa legge e rimuovendo il legame. Questo è espresso con
l’inamovibilità del giudice, nessuno è sottratto alla giurisdizione del proprio giudice
naturale. Il caso della Polonia, le cui sentenze di condanna hanno portato alla decisione
della corte costituzionale polacca, secondo la quale il diritto privato avrebbe avuto la
meglio. Se gli stati non rispettano i valori, possono essere sanzionati e condannati, poiché
non vi sono altri strumenti nel diritto dell’Unione Europea; l’unico modo è l’attivazione
dell’Articolo 7, che è comunque molto difficile da attivare, poiché l’unanimità raramente
viene raggiunta e l’infrazione per violazione viene utilizzata più che altro per problemi
tecnici e di ampia portata.

La Commissione individua possibili violazioni del diritto dell’UE sulla base delle proprie
indagini o di denunce da parte di cittadini, imprese e altre parti interessate. Se il paese
dell'UE interessato non ha comunicato le misure che recepiscono completamente le
disposizioni delle direttive o non rettifica la presunta violazione del diritto dell’UE, la
Commissione può avviare una procedura formale di infrazione. La procedura si articola in
più tappe stabilite nei trattati dell’UE, ciascuna delle quali si conclude con una decisione
formale:

1. la Commissione invia una lettera di costituzione in mora con cui richiede ulteriori
informazioni al paese in questione, che dovrà inviare una risposta dettagliata entro
un termine preciso, in genere due mesi.

2. Se la Commissione giunge alla conclusione che il paese è venuto meno ai propri


obblighi a norma del diritto dell’UE, può inviare un parere motivato, vale a dire una
richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui spiega perché ritiene che
il paese violi il diritto dell’UE. La Commissione chiede inoltre al paese interessato di
comunicarle le misure adottate entro un termine preciso, in genere due mesi.

3. Se il paese continua a non conformarsi alla legislazione, la Commissione può


decidere di deferirlo alla Corte di giustizia. La maggior parte dei casi viene risolta
prima di essere sottoposta alla Corte.

4. Se un paese dell'UE non comunica le misure che attuano le disposizioni di una


direttiva in tempo utile, la Commissione può chiedere alla Corte di imporre sanzioni.

5. Se la Corte ritiene che il paese in questione abbia violato il diritto dell’Unione, le


autorità nazionali devono adottare misure per conformarsi alle disposizioni della
sentenza della Corte.

Se, nonostante la sentenza della Corte di giustizia, il paese continua a non rettificare la
situazione, la Commissione può deferirlo dinanzi alla Corte.

Principi generali e diritto internazionale generico :

Principi generali del diritto UE: non discriminazione, libera circolazione, proporzionalità,
sussidiarietà, competenze enumerate (attribuite), ecc. Principi generali comuni agli
ordinamenti giuridici degli Stati membri: rule of law (Stato di diritto), certezza del diritto,
protezione delle aspettative legittime, proporzionalità. Protezione dei diritti fondamentali:
mancanza iniziale di regole nei Trattati; dichiarazione comune del 1977, giurisprudenza
della Corte di giustizia law. La Carta di Nizza dei diritti fondamentali dell’UE (2000):
assenza di effetti giuridici vincolanti fino al Trattato di Lisbona: art. 6(1) TUE. Dignità,
libertà, uguaglianza, solidarietà, diritti dei cittadini; adesione alla CEDU

6) L’eccezionalismo dell’Unione Europea e principio


dell’autonomia

Esso trova espressione nel principio dell’autonomia. La corte di giustizia ha valorizzato


questi attributi creando il principio formativo dell’Unione, principio creato e introvabile
nelle trascrizioni nei trattati (pretorio). L’autonomia non è un concetto assoluto e da vita
all’eccezionalismo dell’Unione stessa. Quando l’Inghilterra faceva ancora parte
dell’Unione possedeva uno status speciale. Ma quando si parla di autonomia, da chi avrà
necessità di emanciparsi per poter vivere appieno questa sua sovranità? Si parla di
autonomia interna e esterna, dagli Stati stessi e da influenze esterne. La necessità di
parlare di autonomia è nata quando alla creazione dell’Unione, gli stati avevano
l’atteggiamento classico di dire “noi abbiamo creato questa istituzione e quando vogliamo
possiamo riprendercela” (se uno stato commette un illecito nei confronti di un altro stato,
lo stato violato ha il diritto di lamentarsene). Alla creazione era proprio questa l’idea, che
però non era condivisa dalla corte di giustizia e facendo leva sui principi cardini
dell’Unione Europea, ha creato il principio dell’autonomia.

Sentenza Van Gend en Loos (1963)

Fa causa all’Olanda che aveva violato una delle normative. Proviene però da un impresa e
non da uno stato nello specifico. Il caso van Gend & Loos ha costituito il fondamento del
principio di efficacia diretta di alcune categorie di norme comunitarie, elevando l’allora
Comunità Economica Europea a un rango diverso da quello su cui si ponevano le comuni
organizzazioni internazionali. Punto focale della sentenza risiede nell’enunciazione della
Corte per cui “Il Trattato CEE va al di là di un accordo che si limiti a creare degli obblighi
reciproci fra gli Stati contraenti. […] La Comunità costituisce un ordinamento giuridico di
nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati hanno
rinunziato, anche se in settori limitati, ai loro poteri sovrani, ordinamento che riconosce
come soggetti, non soltanto gli Stati membri ma anche i loro cittadini. Pertanto il diritto
comunitario, indipendentemente dalle norme emananti dagli Stati membri, nello stesso
modo in cui impone ai singoli degli obblighi, attribuisce loro dei diritti soggettivi”. È
proprio la sentenza Van Gend & Loos a delinearne i tratti di originalità:

• a presenza di organi investiti istituzionalmente di poteri sovrani da esercitarsi nei


L
confronti sia degli Stati membri che dei loro cittadini

• La partecipazione dei cittadini al funzionamento della [Comunità] e alla formazione


delle sue norme attraverso il Parlamento Europeo

• L’esistenza di una Corte di Giustizia volta ad assicurare l’uniforme applicazione del


diritto comunitario da parte dei giudici nazionali

• Il riconoscimento a questi diritto “di un’autorità tale da poter essere fatto valere dai
cittadini davanti a detti giudici”

La Corte: «la Comunità costituisce un ordinamento giuridico di nuovo genere nel


campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati hanno rinunziato, anche se
in settori limitati, ai loro poteri sovrani, ordinamento che riconosce come soggetti, non
soltanto gli Stati membri ma anche i loro cittadini».

Sentenza Costa c. ENEL (1964)

La Corte di Giustizia si è pronunciata sulla base di un rinvio pregiudiziale e i protagonisti


del caso sono il Sig. Costa e l'ENEL. Il sig. Costa riceve una bolletta dell'ENEL e decide di
non pagarla, perchè l'ENEL è stata costituita in base ad una legge in contrasto con
l'ordinamento comunitario che attribuiva l'erogazione di energia elettrica da parte
dell'ENEL in qualità di unica impresa erogatrice. La Corte quindi rileva che, a differenza
dei comuni trattati internazionali, il Trattato CEE ha istituito un proprio ordinamento
giuridico, integrato nell’ordinamento giuridico degli Stati membri all'atto dell’entrata in
vigore del Trattato e che i giudici nazionali sono tenuti ad osservare. Infatti, istituendo una
Comunità senza limiti di durata, dotata di propri organi, di personalità,
di capacita giuridica, di capacita di rappresentanza sul piano internazionale, ed
in ispecie di poteri effettivi provenienti da una limitazione di competenza o da un
trasferimento di attribuzioni degli Stati alla Comunità, questi hanno limitato, sia pure in
campi circoscritti, i loro poteri sovrani. Ciò prevede quindi una limitazione, secondo la
quale un atto legislativo non conforme a quello della Comunità sarebbe del tutto privo di
efficacia e la Corte di Giustizia, quindi, afferma la “prevalenza del diritto comunitario sul
diritto interno” e “uniformità pratica di applicazione del diritto comunitario”. La
preminenza del diritto comunitario trova conferma nell'art. 189, a norma del quale i
regolamenti sono obbligatori e direttamente applicabili in ciascuno degli Stati membri.

Corte: «Scaturito da una fonte autonoma, il diritto nato dal Trattato non potrebbe, in
ragione appunto della sua specifica natura, trovare un limite in qualsiasi provvedimento
interno senza perdere il proprio carattere comunitario e senza che ne risultasse scosso il
fondamento giuridico della stessa Comunità».

In conseguenza della nascita di questo principio, si usa dire che gli Stati non sono più i
padroni del trattato, cosa che solitamente invece può accadere in una qualsiasi
organizzazione internazionale, ma che invece vale per quanto riguarda l’ambito
dell’Unione europea. L’unico modo per sottrarsi da queste regole e tornare ad essere
padroni dei trattati è uscire dalla’Unione stessa, poiché saranno sempre bloccati dalla
Corte di giustizia, che si occupa appunto di regolarizzare questi movimenti. Gli Stati sono
comunque sempre liberi di compiere questo atto estremo.

7) Principio di attribuzione

Il principio di attribuzione costituisce uno dei fondamenti dell’organizzazione e del


funzionamento della Comunità europea (CE) (Comunità economica europea). Implicito nel
sistema originariamente istituito dal Trattato di Roma del 1957, tale principio è stato
formalmente iscritto all’articolo 5, primo comma, del Trattato CE in seguito alle riforme
introdotte con il Trattato di Maastricht del 1992. La delimitazione delle competenze
dell'Unione si fonda sul principio di attribuzione. L'esercizio delle competenze dell'Unione
si fonda sui principi di sussidiarietà e proporzionalità. In virtù del principio in questione, la
Comunità può agire esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono conferite dal
Trattato CE e nell’ambito degli obiettivi da esso previsti. Ciò si traduce concretamente
nella necessità che ogni atto giuridico o altra iniziativa assunta dalle Istituzioni
comunitarie trovi fondamento in una o più specifiche disposizioni del Trattato CE, le
cosiddette basi giuridiche. Tali disposizioni di norma indicano in dettaglio il tipo di azione
da adottare, la procedura da seguire a tal fine, le condizioni e gli eventuali limiti dell’azione
in questione. Va tuttavia tenuto presente che il Trattato CE definisce agli articoli 2 e 3
rispettivamente gli obiettivi della Comunità europea e le politiche da attuare al fine della
loro realizzazione in termini molto generali, spesso definite in funzione non tanto – o non
solo – dei settori d’intervento, quanto piuttosto degli obiettivi fissati nel trattato. Il Trattato
di Lisbona – che modifica profondamente gli attuali Trattati CE e UE – conferma il
carattere fondamentale del principio di attribuzione ai fini della delimitazione delle
competenze dell’Unione europea, precisando peraltro che le competenze non attribuite
espressamente all’Unione appartengono agli Stati membri.

8) La teoria dei principi impliciti

Temperamento al principio di attribuzione deriva dal ricorso alla teoria dei poteri impliciti,
applicata dalla corte di giustizia nella sua giurisprudenza, che comporta la possibilità di
riconoscere all’unione poteri non espressamente conferiti dai trattati ma che risultino
indispensabili per un esercizio efficace delle competenze attribuite, quindi strumentali e
funzionali per l’espletamento dei compiti affidati alle istituzioni, o per conferire un effetto
utile alle disposizioni dei trattati. Teoria di derivazione giurisprudenziale per cui l’Unione
può considerarsi competente all’adozione di determinate misure, pur in mancanza di una
espressa attribuzione di competenza, quando l’adozione di tale misure risulti necessaria
per l’esercizio di un potere espressamente attribuito all’Unione: la competenza
dell’Unione può pertanto desumersi anche in via implicita da altre disposizioni dei trattati
e dagli atti adottati dalle istituzioni.

9) Clausola di flessibilità

Ulteriore temperamento a questo sistema basato sul principio di attribuzione, avviene


mediante l’utilizzo della clausola di flessibilità (art.352 TFUE), che consente all’unione, a
seguito di una deliberazione unanime del consiglio, su proposta della commissione e
previa approvazione del parlamento europeo, di adottare le disposizioni necessarie per
realizzare uno degli scopi istituzionali, quando il trattato non abbia previsto i poteri di
azione richiesti a tale scopo, o anche quando quelli previsti siano insufficienti, senza
quindi ricorrere alla procedura di revisione dei trattati. Essa ha lo scopo di sopperire alle
eventuali lacune esistenti nel sistema dei poteri conferiti alle istituzioni per raggiungere gli
obiettivi prefissati. Utilizzando tale strumento, il consiglio quindi può adottare atti
normativi che impongono nuovi obblighi agli stati o ai singoli, o attribuire nuovi poteri alle
istituzioni o creare nuovi mezzi di intervento o nuovi organi. Il presente articolo non può
servire di base per il conseguimento di obiettivi riguardanti la politica estera e di sicurezza
comune.

Competenze :

Argomento centrale nella convenzione del funzionamento dei diritti dell’UE. Gli Stati
Membri tramite i trattati donano delle competenze attributive di poteri all’Unione. Principio
di attribuzione che afferma che l’Unione può fare solo ciò che gli è stato attribuito. Il
potere dello Stato ha due limiti sul livello statuale, un limite interno e uno esterno. La
legge stessa è il limite poiché nessuno stato può porre provvedimenti che vanno al di là
della legge; se un governo vuole modificare o abolire una legge ha bisogno di una
maggioranza e di un processo particolarmente complicato, quindi per quanto
possibilmente alterabile, rappresenta comunque un grosso limite statuale. Ci sono però
delle norme della costituzione che non possono essere cambiate, come per esempio
alcuni diritti fondamentali (articolo 3 diritto di uguaglianza). Il limite esterno è invece la
sovranità degli altri Stati che coincide con la loro giurisdizione; le acque territoriali e i cieli
sono parti integranti del territorio e per questo per azioni o spostamenti, bisogna sempre
stabilire un accordo

Il principio di attribuzione (articolo 5 TUE) stabilisce i limiti essenziali dell’Unione Europea.

L’articolo 352 serve per conferire all’Unione un potere o la possibilità di agire, in base alla
necessità che essa possiede, anche nel momento in cui quel potere specifico non
appartenga dal principio all’Unione stessa. Il Consiglio deliberando all’unanimità su
proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le
disposizioni adeguate. La Commissione poi stando a considerare il controllo del principio
di sussidiarietà, richiama l’attenzione dei parlamenti nazionali sulle proposte fondate
sull’Articolo 5. Le misure fondate sul presente articolo non possono comportare
un’armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri nei
casi in cui i trattati la escludono; non è possibile obbligare gli Stati membri a cambiare le
proprie leggi. È escluso l’utilizzo di questo articolo per il conseguimento di obiettivi
riguardanti la politica estera e di sicurezza comune. La Corte Europea non ha solo
competenze espressamente attribuite, ma anche implicite (sentenza AETS che concerne
la competenza sui trasporti); quando la comunità adotta delle disposizioni contenenti
norme comuni, gli Stati membri non hanno più il potere di contrarre con gli Stati terzi
obbligazioni che incidano su dette norme.

10) Competenze esclusive Articolo 3 TFUE

1.L'Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori e in tali casi solo l’unione può
legiferare, mentre gli stati membri possono farlo solo se autorizzati dall’unione o per
recepire atti dell’unione : a) unione doganale; b) definizione delle regole di concorrenza
necessarie al funzionamento del mercato interno; c) politica monetaria per gli Stati
membri che hanno adottato l'euro; d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel
quadro della politica comune della pesca; e) politica commerciale comune.

2. L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali


allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione o è necessaria per
consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può
incidere su norme comuni o modificare la portata,

Articolo 207 del TFUE : politica commerciale comune. Il primo paragrafo dice cos’è il
contenuto, gli accordi e gli aspetti commerciali, gli investimenti e le materie che rientrano
nel concetto di politica commerciale comune. Il secondo paragrafo parla della procedura
che dev’essere utilizzata, mentre nel terzo ci spiega le modalità con la quale questa
proceduta viene applicata.

Art. 3, par. 2 TFUE : L’Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di


accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione
o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella
misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

11) Competenze concorrenti Articolo 2(2) TFUE

Quando i trattati attribuiscono all’Unione una competenza concorrente con quella degli
Stati membri in un determinato settore, l’Unione e gli Stati membri possono legiferare e
adottare atti giuridicamente vincolanti in tale settore. Gli Stati membri esercitano la loro
competenza nella misura in cui l’Unione non ha esercitato la propria. Gli Stati membri
esercitano nuovamente la loro competenza nella misura in cui l’Unione ha deciso di
cessare di esercitare la propria. Una materia concorrente è per esempio i trasporti,
l’Unione europea ha un pacchetto associato ai diritti dei passeggeri, che prevedono degli
obblighi nei confronti dei soggetti (per esempio nei casi dei ritardi, sono previsti dei
rimborsi proporzionati al ritardo effettivo). I membri non possono adottare le proprie leggi,
dal momento in cui l’Unione adopera le sue norme comunitarie; gli Stati sono quindi
esautorati. (mercato interno, politica sociale, coesione economica, sociale e territoriale,
agricoltura e pesca, ambiente, problemi di sicurezza in materia di sanità pubblica). Una
regola particolare vale per alcune competenze “parallele”, come in materia di sviluppo
tecnologico e aiuti comunitari, per le quali l’unione conduce una politica autonoma senza
impedire però agli stati membri di esercitare le loro competenze.

Poteri degli Stati membri in caso di competenze concorrenti:

1. Non vi è la pre-emption, cioè uno svuotamento dei poteri degli Stati membri, quindi
ciò si realizza sul piano esterno nell’ordinamento dell’Unione europea

2. Gli Stati membri incontrano sempre il limite della conformità con le norme emanate
dall’Unione, quindi non possono emettere qualcosa che non sia ad esse conforme

3. Di solito, vi è l’obbligo di rispettare lo standard minimo stabilito dalle norme comuni, al


di sotto la quale gli Stati membri non possono andare. Restano liberi di andare al di là
di quanto stabilito, ma non possono abbassare le tutele stabilite dall’Unione europea.
Conservano sempre una frazione, spesso anche parecchio alta, di potere decisionale.

Articolo 4 TFUE : lista non esaustiva delle competenze concorrenti, residuali, poiché nel
momento in cui una competenza non viene inserita in quelle esclusive, viene
automaticamente considerata come competenza concorrente. L’Unione ha competenza
concorrente con quella degli Stati membri quando i trattati le attribuiscono una
competenza che non rientra nei settori di cui agli articoli 3 e 6.

- Competenze concorrenti ordinarie: a) mercato interno; b) politica sociale, per quanto


riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato; c) coesione economica, sociale e
territoriale; d) agricoltura e pesca, tranne la conservazione delle risorse biologiche del
mare; e) ambiente; f) protezione dei consumatori; g) trasporti; h) reti trans-europee;
i) energia; j) spazio di libertà, sicurezza e giustizia; k) problemi comuni di sicurezza in
materia di sanità pubblica, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato.
- Competenze concorrenti complementari: a) ricerca, sviluppo tecnologico e spazio;
b) cooperazione allo sviluppo ed aiuto umanitario.

Articolo 87 del TFUE : l’ordine pubblico è un affare interno, una questione interna che non
ha proiezioni estere. Appartiene all’ex terzo pilastro che appartiene alle competenze
concorrente. Le liste non ci dicono che è effettivamente parte di questo gruppo e lo
stesso non viene citato nemmeno all’interno dell’articolo stesso. Viene spiegato solo
l’ambito in cui si applica e il modo in cui esso deve essere applicato.

Gli Stati membri esercitano nuovamente la loro competenza nella misura in cui l’Unione
ha deciso di cessare di esercitare la propria. Non esiste nessun caso di competenze
concorrenti esercitate dall’Unione, dove all’improvviso l’Unione stessa ha deciso di non
esercitarla più.

12) Competenze del terzo tipo Articolo 6 TFUE

In taluni settori e alle condizioni previste dai trattati, l’Unione ha competenza per svolgere
azioni intese a sostenere, coordinare o completare l’azione degli Stati membri, senza
tuttavia sostituirsi alla loro competenza in tali settori. Quindi si tratta di materie di
competenza degli stati membri ma per le quali l’unione può apportare un valore aggiunto.
Gli atti giuridicamente vincolanti dell’Unione adottati in base a disposizioni dei trattati
relative a tali settori non possono comportare un’armonizzazione delle disposizioni
legislative e regolamentari degli Stati membri. Durante l’emergenza Covid-19, per
esempio, l’Unione accompagna e completa l’azione degli Stati membri. (salute umana,
industria, cultura, turismo, istruzione, gioventù, sport e protezione civile)

13) Principio di sussidiarietà art. 5.3 TUE

Ha origine nella prassi dell’Impero romano, a seguito delle conquiste di nuovi territori e
noto per l’atteggiamento classista nei confronti dei territori conquistati, che prevedeva
nell’impostazione di una milizia di riserva speciale, che interveniva in casi estremi e
cercando di essere quanto più invisibile possibile, chiamata subsidium (milizie di riserva).
Secondo il principio adesso, le decisioni politiche e amministrative vadano prese dal
livello di governo più vicino ai destinatari della decisione. Secondo l’Articolo 5 comma 3,
in virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di una competenza
esclusiva, l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non
possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né
a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in
questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione. Viene espresso quindi un grande
favore per l’azione degli Stati membri, che viene ritenuta più adeguata e regola solo
l’esercizio delle competenze concorrenti, che quindi rientra nella competenza sia
dell’Unione che degli Stati membri secondo un rapporto reciproco ed organizzato. Il
problema di questo principio sta nella valutazione di come possono essere meglio
conseguiti gli obbiettivi; per aggirare questo ostacolo si è arrivata ad una
proceduralizzazione del principio stesso.

Protocollo n. 2 sull’applicazione dei principi


di sussidiarietà e di proporzionalità

L’articolo 5 del TUE e il protocollo n. 2 conferiscono ai parlamenti nazionali il diritto di


opporsi agli atti dell’Unione sulla base del principio di sussidiarietà attraverso un sistema
che prevede un «cartellino giallo» (articolo 7, paragrafo 2, del protocollo n. 2) e un
«cartellino arancione» (articolo 7, paragrafo 3, del protocollo n. 2). Ai sensi dell’articolo 8
del protocollo n. 2, i paesi dell’UE possono chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione
europea di riesaminare la legittimità degli atti comunitari. Sono state stabilite delle
procedure che prevedono un controllo dei Parlamenti nazionali, che vengono informati di
ogni nuova proposta. Sono previste due procedure:

- il cartellino giallo : legato alla procedura legislativa originale, ossia tramite l’ottenimento
di un voto di almeno 1/3 per ogni Parlamento. A tal fine, ciascun Parlamento nazionale
dispone di due voti; per i parlamenti bicamerali ciascuna delle Camere dispone di un
voto, due per Parlamenti monocamerali. La soglia per l'obbligo di riesame è abbassata
a un quarto nel caso di proposte della Commissione o di iniziative di un gruppo di Stati
membri relative allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Al termine del riesame, il
progetto di atto legislativo in questione può essere mantenuto, modificato o ritirato.

- Cartellino arancione : anche qui si può modificare, ritirare o confermare, però se i


Parlamenti votano contro e la Commissione conferma, sia il PE che il Consiglio
possono rigettare la proposta a maggioranza semplice. Qualora i pareri motivati sul
mancato rispetto del principio di sussidiarietà rappresentino almeno la maggioranza
semplice dei voti attribuiti ai Parlamenti nazionali, è previsto che il Consiglio, a
maggioranza del 55% dei membri, o il Parlamento europeo, a maggioranza dei voti
espressi, possano dichiarare la proposta non compatibile con il principio di
sussidiarietà, nel qual caso essa non forma oggetto di ulteriore esame. È limitato alle
materie in cui si applica la procedura legislativa ordinaria, con conseguenze più
impattanti sul destino dell’atto.

14) Principio di proporzionalità art. 5.4 TUE:

secondo l’articolo 5 comma 4 in virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la


forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli
obbiettivi dei trattati. Limita l’azione dell’UE a quando strettamente necessarie se non in
materie di competenza esclusiva, esprimendo un favore per l’autonomia degli Stati
membri. Ci sono alcuni atti più invasivi di altri (come i regolamenti rispetto alle direttive). Il
controllo della proporzionalità è difficile da fare, poiché è difficile capire quando ci siano
soluzioni migliori, difficile capire cosa possa essere ritenuto un’esagerazione. Ogni qual
volta si è di fronte a atti di natura tecnica e ad eventuali previsioni e valutazioni
complesse, occorre riconoscergli, in tale contesto, un ampio potere discrezionale; non si
controlla la conformità, ma l’eventuale manifestazione di discontinuità e errori di
valutazione. Questo tipo di approccio nei confronti della responsabilità e del processo
decisionale è anche adottato nell’ambito della politica di coesione. Le norme di
ammissibilità, ad esempio, sono concordate principalmente a livello nazionale piuttosto
che europeo.

15) Accordi misti :

In aree di competenza non interamente esclusiva dell'Unione, alcuni accordi

internazionali possono essere conclusi dall'UE e assieme agli Stati membri. Se l’oggetto
di un accordo non rientra nella competenza esclusiva dell’UE, anche i paesi dell’UE
devono firmare l’accordo. Questi sono noti come accordi misti. Ciò significa che, oltre alla
stessa UE, i paesi dell’UE diventano parti contraenti nei confronti delle parti contraenti
extra UE. Gli accordi misti possono altresì prevedere che un atto interno dell’UE venga
adottato per ripartire gli obblighi tra i paesi dell’UE e l’UE.

- Mandatory mixity: accordi che non rientrano nella competenza esclusiva dell'UE e nella
competenza esclusiva degli Stati membri, devono essere conclusi da entrambi come
accordi misti (competenza concorrente)

- Facultative mixity: scelta politica. L'accordo potrebbe venir concluso solamente dall'UE
esercitando le sue competenze condivise o solamente dagli Stati membri

Accordi di associazione ART 217 TFUE : L’Unione può concludere con uno o più paesi
terzi o organizzazioni internazionali accordi che istituiscono un'associazione caratterizzata
da diritti ed obblighi reciproci, da azioni in comune e da procedure particolari.

Accordi degli Stati membri in un ambito diventato successivamente di competenza

dell’Unione. In alcuni casi come questo, gli accordi conclusi dagli Stati membri possono
essere parte integrante dell'ordinamento giuridico europeo

C-366/10 ATTA (Air Transport Association of America) ed altri

La Corte stabilisce che la Convenzione di Chicago non fa parte dell'ordinamento UE. Per
essere vincolata da un accordo concluso dagli Stati membri, l'Unione deve aver assunto

esclusivamente le competenze precedentemente esercitate dagli Stati membri.

16) La politica commerciale comune (PCC)


Nell'ambito della Comunità europea gli Stati membri hanno dato vita ad un'unione
doganale che prevede un regime comune per le importazioni provenienti da paesi terzi. La
politica commerciale comune della Comunità poggia quindi su una tariffa esterna comune
applicata in maniera uniforme in tutti gli Stati membri. Allorché fu firmato il trattato di
Roma, l'economia della Comunità e il suo commercio con l'estero erano imperniati
essenzialmente sulla produzione e sullo scambio di prodotti industriali. La situazione è
oggi radicalmente cambiata dato che il settore dei servizi rappresenta non solo la
principale fonte d'occupazione nell'Unione europea, ma anche una quota elevatissima dei
suoi scambi commerciali col resto del mondo. Questa evoluzione si spiega soprattutto
con la fortissima concorrenza nei settori tradizionali da parte dei nuovi paesi
industrializzati e con le trasformazioni provocate dalle nuove tecnologie dell'informazione
e della comunicazione nell'economia mondiale.

La politica commerciale comune è una competenza esclusiva dell’UE, che si accosta al


funzionamento del mercato interno, il quale si configura come un’unione doganale che
assicura la libera circolazione interna delle merci, compresi i prodotti di Paesi Terzi in
libera pratica (art. 28 TFUE). Tra le finalità di tale unione vi è quella di promuovere gli
scambi commerciali fra Stati membri e Paesi terzi (art. 32 TFUE). Include il commercio
internazionale in tutte le sue manifestazioni economiche, quali lo scambio di beni e
servizi, appalti pubblici, nonché investimenti diretti.

La politica commerciale comune: caratteristiche


principali

LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI:


Comporta l'abolizione fra gli Stati membri dei dazi doganali all'importazione e
all'esportazione nonché delle restrizioni quantitative delle altre misure di effetto
equivalente; inoltre comporta lista orazione di una tariffa doganale comune nei rapporti
con i paesi terzi, incontrando così i medesimi oneri qualsiasi sia il luogo di ingresso
nell'area comunitaria.restrizioni quantitative o misure di effetto equivalente possono
essere consentite purché non discriminatorie e non costituiscano restrizioni dissimulata al
commercio tra gli Stati membri. Importante è il principio del mutuo riconoscimento,
secondo cui la disciplina di uno Stato membro in materia di produzione e di
commercializzazione di un dato bene deve essere riconosciuta in tutti gli Stati membri, a
meno che non si opponga a una delle ragioni imperative.

LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE:


Riguarda principalmente la libera circolazione dei lavoratori dipendenti e del diritto di
stabilimento dei lavoratori autonomi.il principio generale è quello del divieto di qualsiasi
discriminazione, sia in termini di retribuzione che di condizioni di lavoro, effettuata sulla
base della nazionalità. I lavoratori hanno diritto di rispondere ad offerte di lavoro, spostarsi
liberamente nel territorio degli Stati membri, di desideri, di rimanervi dopo aver occupato
un impiego.

LIBERA PRESTAZIONE DEI SERVIZI:


Prevede la soppressione delle restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno della
comunità nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in un paese della comunità
diverso da quello del destinatario della prestazione. Il prestatore può svolgere la sua
attività nel paese ove la prestazione è fornita alle stesse condizioni ivi previste per i propri
cittadini.

LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI:


Disponeva che gli Stati membri sopprime essere gradualmente le restrizioni movimenti dei
capitali appartenenti a persone residenti negli Stati membri.la libera circolazione dei
capitali sebbene fosse considerata un completamento necessario della libera circolazione
dei servizi, era sottoposta ad un obbligo di liberalizzazione meno assoluto rispetto alle
altre libertà. In realtà, la corte di giustizia, operando una distinzione tra pagamenti correnti
e movimenti di capitali concluso con la disposizione sulla liberalizzazione dei pagamenti
correnti avesse carattere direttamente applicabile.

17) Politica estera e di sicurezza comune (PESC) -


Art. 2(4) TUE

L’Unione Europea ha competenza, conformemente alle disposizioni del trattato


sull’Unione Europea, per definire e attuare una politica estera e di sicurezza comune,
compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune. Attualmente in
termini per quanto concerne la difesa non si può parlare di integrazione in senso stretto,
quanto meglio dire cooperazione PESC che ha come obbiettivi di lungo periodo
(lunghissimo) quelli della creazione di meccanismi di difesa comune, un esercito
dell’Unione che un giorno dovrebbe vedere la luce; ci si limita per ora a forme più o meno
intense di cooperazione.

Le varie competenze hanno tre tipologie (esclusiva, concorrente, sostegno). La PESC non
appartiene a nessuna di queste tipologie. Viene definita una competenza parallela, poiché
nel momento in cui l’Unione Europea ha azione, non avviene nessun meccanismo di
esclusione; entrambi possono prendere tutte le azioni che ritengono necessarie sul piano
della politica estera. Fermo restando il principio di leale cooperazione, perchè nonostante
sia parallela, non si può esattamente dire che entrambi sono liberi di fare ciò che
preferiscono. L’Unione non può entrare in aperto contrasto con quanto fatto dagli stati
membri e viceversa, essendo un rapporto di cooperazione univoca. L’aspetto più
problematico oggi è l’incapacità dell’Unione di imporsi sull’ambito internazionale come
punto di riferimento, perchè manca la capacità di presentarsi unitariamente come
soggetto con un solo ed unico obbiettivo (spesso gli stati membri hanno pareri troppo
differenti e quindi l’Unione non può rappresentare una posizione unica).

Ambito della competenza - Art.24(1) TUE

La competenza dell’Unione in materia di politica estera e di sicurezza comune riguarda


tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione,
compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre a
una difesa comune. L’Unione deve arrestarsi e non può pronunciarsi sugli argomenti su
cui non ha competenza (limite materiale interno), mentre sull’ambito estero non incontra
limiti, ha possibilità illimitati, potendo intervenire su qualsiasi questione appartenente alla
politica estera. Il consiglio può definire una posizione comune ogni volta che lo ritenga
necessario e gli Stati membri si impegnano a condurre le loro politiche nazionali in
conformità a tale posizione comune.

La PESC ha una serie di peculiarità : La politica estera e di sicurezza comune è soggetta


a norme e procedure specifiche. Essa è definita e attuata dal Consiglio europeo e dal
Consiglio che deliberano all'unanimità, salvo nei casi in cui i trattati dispongano
diversamente. È esclusa l'adozione di atti legislativi. La politica estera e di sicurezza
comune è messa in atto dall'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la
politica di sicurezza e dagli Stati membri in conformità dei trattati. Il ruolo specifico del
Parlamento europeo e della Commissione in questo settore è definito dai trattati. La Corte
di giustizia dell'Unione europea non è competente riguardo a tali disposizioni, ad
eccezione della competenza a controllare il rispetto dell'articolo 40 del presente trattato e
la legittimità di talune decisioni

18) Istituzioni chiave nell’ambito PESC

È il Consiglio europeo che stabilisce gli interessi, gli obbiettivi e le linee guida della PESC
e il consiglio traduce tali orientamenti in atti PESC nella speciale configurazione del
Consiglio degli Affari esteri (ci sono solo loro). Il vice presidente della commissione
preside il consiglio affari esteri in qualità di altro rappresentante, oltre al capo di governo
attualmente in carica. Nell’ambito della PESC si vota ad unanimità (tranne alcune
eccezioni, come esempio nell’Art 33 TUE) con regola dell’astensione costruttiva (ossia
l’attenzione non pregiudica il raggiungimento e non influenza negativamente i voti a
favore). L’Unione adotta gli atti PESC, ossia le azioni che l’Unione può compiere e i modi
in cui ad essa deve rivolgersi. Negozia l’Alto rappresentante (servizio europeo per l’azione
esterna come sostegno), mentre il Parlamento europeo nonostante venga informato, non
ha effettivo potere di voto. Nell’ambito della PESC il ruolo della commissione è molto
ridotto: essa può solo appoggiare l’Alto rappresentante dell’Unione nel sottoporre al
consiglio questioni relative alla politica estera, quindi ha una funzione meramente
consultiva.

L’Alto rappresentante è vice presidente della commissione, partecipa al consiglio europeo


(come il presidente di commissione) è assistito da un servizio di sostegno (servizio
europeo per l’azione esterna), rappresenta l’Unione europea in ambito PESC e può riferire
al consiglio qualsiasi questione appunto riguardante la PESC, di investire il consiglio di
qualsiasi questione in ambito di politica estera; non è detto che il consiglio agisca. La
commissione ha un ruolo limitato, il Parlamento ha poteri limitati, ma ha mostrato grande
capacità di tutelare quelle poche prerogative che ha. La giurisdizione della corte di
giustizia è esclusa per quanto riguarda le questioni relative alla PESC; è una scelta poco
coerente, ma pur sempre una scelta presa dagli stati membri per poter proteggere la
propria discrezionalità, per essere sempre padroni delle proprie azioni. vi sono due limiti:
articolo 40, la PESC lascia impregiudicata l’applicazione delle procedure e la rispettiva
portata delle attribuzioni delle istituzioni previste dai trattati per l’esercizio delle
competenze dell’Unione di cui gli articoli da 3 a 6 del trattato (riguardanti le competenze);
l’altra eccezione è il 275, ossia la possibilità che le persone colpite da sanzioni, possano
fare ricorso anche se sancite da regole relative alla PESC.

19) Tipologia di fonti del diritto

A stabilire quali sono le fonti del diritto non può che essere la legge per eccellenza: la
nostra Costituzione. Quest’ultima definisce quali sono i soggetti autorizzati ad emanare le
norme giuridiche e i procedimenti che devono rispettare. Le fonti del diritto sono costituite
dalle fonti di produzione e dalle fonti sulla produzione del diritto oggettivo e vanno tenute
distinte dalle cosiddette fonti di cognizione, che sono i documenti attraverso cui si
acquisisce la conoscenza delle fonti di produzione, l’insieme dei documenti che
forniscono la conoscibilità legale della norma e sono, quindi, i documenti che raccolgono
i testi degli atti recanti disposizioni normative, come la Gazzetta Ufficiale. 

• Per "fonti di produzione" s'intendono gli atti e i fatti idonei a produrre norme
giuridiche (costituenti il diritto oggettivo o sistema normativo).

• Per "fonti sulla produzione" s'intendono le particolari fonti di produzione che


individuano i soggetti cui è attribuita la potestà normativa e che fissano le
particolari procedure di formazione degli atti normativi da essi prodotti.

20) Fonti primarie : i Trattati

- sono il TUE e il TFUE che disciplina le sue funzionalità

- Entrambi sono «trattati quadro» che stabiliscono linee guida da elaborare attuare/
completare nel diritto derivato

- 38 Protocolli con lo stesso status dei trattati e 65 Dichiarazioni di cui però non tutte
hanno valore di diritto primario

- I trattati sono in tutte le lingue ufficiali dell'UE - tutte hanno uguale autorità formale

Il TFUE è più lungo e molto più complesso del TUE, che è un nucleo di norme primarie,
alla quale va poi aggiunto il trattato sul funzionamento delle norme europee. Non c’è un
livello di controllo dell’UE uguale, dato che le competenze e il livello di integrazione
variano.

Gli ambiti di applicazione dei trattati UE si sono molto ampliati, dal solo carbone e acciaio
alla maggior parte dei settori della vita economica e sociale, compresa la politica
monetaria, la cooperazione giudiziaria e di polizia, gli aiuti umanitari e parti della politica
estera.

Ma il livello di integrazione e controllo dell'UE varia a seconda dell'area, ad esempio


inferiore per la politica estera. Il TUE e TFUE non sono fonti statiche, ma possono venir
modificate da "trattati di riforma”. Modifiche ai Trattati viene trattata nell’Art. 48 TUE:

- Procedura ordinaria

- Procedura semplificata (solo per Parte III del TFUE; comma 7 Titolo V)

I trattati : direttamente applicabili

Il diritto primario è direttamente applicabile —> incorporato automaticamente

Fonti primarie : carta dei diritti e delle libertà

La Carta dei diritti e delle libertà fondamentali

Al momento della sua proclamazione nel 2000 non aveva effetto giuridicamente
vincolante per gli Stati membri. A seguito del Trattato di Lisbona viene allegata ai Trattati
assumendo il loro stesso stato di diritto primario (vd. art. 6(1) TUE e Dichiarazione 1).

Non intendeva replicare i diritti enunciati nella già esistente Convenzione europea sui
diritti dell'uomo (CEDU) (Consiglio d'Europa) ma fornire un insieme di diritti rilevanti per
l'UE in gran parte già espressi nella giurisprudenza della Corte, le costituzioni degli Stati
membri e le convenzioni internazionali. Vi però delle sovrapposizioni con la CEDU.

Divisa in sei capitoli di diritti sostanziali (dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, diritti dei

cittadini e giustizia) e un settimo dedicato a disposizioni generali applicabili all'intero testo

Protocollo 30 (Polonia e Regno Unito) e Capitolo 7 (articolo 51(1): « i diritti fondamentali


garantiti dalla Carta devono essere rispettati quando una normativa nazionale rientra
nell'ambito di applicazione del diritto dell'Unione, non possono quindi esistere casi
rientranti nel diritto dell'Unione senza che tali diritti fondamentali trovino applicazione.

L'applicabilità del diritto dell'Unione implica quella dei diritti fondamentali garantiti dalla
Carta.» Quando gli Stati membri attuano i requisiti delle direttive, il diritto nazionale che le
traspone è soggetto all'applicazione della Carta, ma anche quando sebbene non adottate
per trasporre la direttiva sanzionano una violazione della direttiva. Ampia nozione di
“applicazione del diritto UE”.

Articolo 52(1) Clausola di deroga

"Carta ammette limitazioni all'esercizio di siffatti diritti, purché tali limitazioni siano
previste dalla legge e rispettino il contenuto essenziale di detti diritti e che, nel rispetto del
principio di proporzionalità, esse siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di
interesse generale riconosciute dall'Unione o all'esigenza di proteggere i diritti e le libertà
altrui.» (34)

Articolo 53 Clausola di salvaguardia del più elevato standard di protezione

eventualmente riconosciuto

“E vero che l'articolo 53 della Carta conferma che, quando un atto di diritto dell'Unione
richiede misure nazionali di attuazione, resta consentito alle autorità e ai giudici nazionali
applicare gli standard nazionali di tutela dei diritti fondamentali, a patto che tale
applicazione non comprometta il livello di tutela previsto dalla Carta, come interpretata
dalla Corte, né il primato, l'unità e l'effettività del diritto dell'Unione.» (60)

Fonti intermedie : principi generali del diritto UE

- Supremazia/primato (causa 26/62 Van Gend en Loos; causa 6/64, Costa contro ENEL)

- Effetto diretto (CGUE, stessa causa 26/62 Van Gend en Loos)

- Proporzionalità e sussidiarietà (art. 5 TUE)

- Responsabilità dello Stato in caso di violazione del diritto dell'UE (causa Francovich)

- Il principio di leale cooperazione (art. 4, comma 3, TUE)…

- Alcuni principi comuni negli ordinamenti giuridici: Certezza del diritto

La Corte ha considerato questo argomento nel caso C-101/08 Audiolux SA v GBL.

Essa ha ritenuto che, per essere riconosciuto come principio generale, un principio di

diritto debba possedere un carattere generale e comprensivo che è naturalmente

inerente ai principi generali. Ha rifiutato di riconoscere dal diritto societario una «tutela
della parità di trattamento degli azionisti di minoranza» a causa della sua natura limitata e
specifica.

Diritti fondamentali come principi generali

Evoluzione nell'approccio della CGUE ai diritti fondamentali

Approccio iniziale: indifferenza e rifiuto

La svolta: la Corte considera i diritti fondamentali come principi generali di diritto


comunitario

Causa 29/69, Stauder contro Città di Ulm

«7. Ciascuno degli stati membri puo' pertanto scegliere fra vari metodi di
individualizzazione. Così interpretata, la disposizione di cui e causa non rivela alcun
elemento che possa pregiudicare i diritti fondamentali della persona, che fanno parte dei
principi generali del diritto comunitario, di cui la corte garantisce l'osservanza»

Causa 11/70 Internationale Handelsgesellshaft

2. La tutela dei diritti fondamentali costituisce parte integrante dei principi giuridici
generali di cui la corte di giustizia garantisce l' osservanza. La salvaguardia di questi
diritti, pur essendo informata alle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri, va
garantita entro l'ambito della struttura e delle finalità della comunità.»

Fonti intermedie: Accordi Internazionali

Gli accordi internazionali conclusi dall'Unione sono «parte integrante dell'ordinamento»


dell' UE (Causa C-181/73 Hageman, para.3-5) ma restano subordinati ai Trattati

- Conclusi nei limiti delle competenze e delle regole stabilite dai Trattati

- Compatibilità con le caratteristiche dell'ordinamento giuridico UE (richiesta di un Parere


consultivo art. 218(11) TFUE)

Potere di concludere accordi internazionali Art. 216 TFUE

1. L'Unione può concludere un accordo con uno o più paesi terzi o organizzazioni

internazionali qualora i trattati lo prevedano o qualora la conclusione di un accordo sia


necessaria per realizzare, nell'ambito delle politiche dell'Unione, uno degli obiettivi fissati
dai trattati, o sia prevista in un atto giuridico vincolante dell'Unione, oppure possa
incidere su norme comuni o alterarne la portata.

2. Gli accordi conclusi dall'Unione vincolano le istituzioni dell'Unione e gli Stati membri.

Tipologie di accordi internazionali

Accordi conclusi dall'UE (autonomamente) o dall'UE assieme agli Stati membri (accordi
misti) con stati terzi per aderire ad trattati e convenzioni di organizzazioni internazionali

Accordi conclusi dagli Stati membri :

- Inter-se

- con stati terzi

Fonti secondarie 288 TFUE

Le fonti di diritto secondarie si collocano al terzo grado della scala gerarchica e sono
costituite da vari tipi di regolamenti adottati dal potere esecutivo (Governo) oppure dagli
enti pubblici territoriali (Regioni, Comuni). Le fonti secondarie non possono contenere
norme in contrasto con le leggi altrimenti sarebbero illegittimi. Lo scopo dei regolamenti è
stabilire le norme per l'applicazione delle leggi.

- Regolamenti esecutivi: quando le leggi si limitano a regolare una certa materia spetta al


potere esecutivo definire le modalità di attuazione della stessa.

- Regolamenti indipendenti: emanati dal potere esecutivo, disciplinano materie che non


sono regolate dalla legge.

REGOLAMENTI :

ART.288 TFUE: “Il regolamento ha portata generale. Esso è obbligatorio in tutti i suoi
elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri” Si rivolge a tutti i
soggetti giuridici dell’ordinamento, che nel caso dell’Unione include anche gli Stati
membri, essendo soggetti obbligati a seguire e non andare contro i regolamenti; sono
direttamente applicabili, pur avendo efficacia diretta in alcune circostanza. Non
necessitato di attuazione da parte degli organi interni; nel momento in cui viene condiviso
sulla gazzetta dell’Unione, a seguito della pausa che intercorre tra la pubblicazione di un
atto e la sua entrata in vigore (15 giorni o breve) è automaticamente entrato in vigore,
quindi valido e applicabile. Non sempre i regolamenti risultano “autosufficienti”. Pertanto
essi richiedono talvolta un successivo intervento affidato o alle istituzioni dell’Unione o ai
legislatori interni. I regolamenti, per loro natura, sono espressioni di un potere normativo
completo e sono quindi obbligatori in tutti i loro elementi per le stesse istituzioni, per gli
Stati membri e per i loro cittadini; e mai possono trovare applicazione solo parziale o
selettiva, né subire modifiche o variazioni dagli Stati membri.

Esecuzione dei regolamenti :

ART.291(2) TFUE : “Allorché sono necessarie condizioni uniformi di esecuzione degli atti
giuridicamente vincolanti dell’Unione, questi conferiscono competenze di esecuzione alla
Commissione o, in casi specifici debitamente motivati e nelle circostanze previste all
articoli 24 e 26 del trattato sull’Unione europea, al Consiglio.”

DIRETTIVE :

ART.288 TFUE : “La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il
risultato da raggiungere, salvo restando la competenza degli organi nazionali in merito alla
forma e ai mezzi.” I principali destinatari sono gli organi legislativi (Parlamento e
legislatori). Un obbligo di agire che da attuazione, che permette il raggiungimento
dell’obbiettivo stabilito dalle direttive. Le direttive, per il fatto che si rivolgono solo agli
(eventualmente solo ad alcuni) Stati membri, non hanno carattere direttamente
applicabile, soltanto in casi particolari le direttive possono produrre effetti giuridici diretti
all’interno degli Stati membri

Caratteristiche principali :

- obbligo di adottare la normativa di attuazione entro la scadenza fissata

- obbligo di attuazione non viene meno sue la direttiva produce effetti diretti

- le direttive non attuate producono effetti diretti verticali ma non orizzontali

- le direttive producono un obbligo di interpretazione conforme

21) Gerarchia delle fonti dell’Unione europea

in base al carattere giuridico di particolari fonti del diritto dell’UE, si distinguono i seguenti
tipi di fonti formali e informali, sono comunque rispondere a tre requisiti ossia chiarezza,
precisione e carattere incondizionato) :

- Diritto primario: Trattati, Carta dei diritti fondamentali, Protocolli;


- Fonti intermedie: principi generali, diritto internazionale generale, trattati internazionali;
- Diritto derivato: regolamenti, direttive, decisioni.

Classificazione alternativa :

Una classificazione alternativa del diritto dell'UE è in base all’ambito/funzione:

- Diritto istituzionale ("costituzionale"): riguarda la struttura/costituzione dell'UE, le


principali istituzioni, le fonti del diritto dell'UE, le nozioni speciali del diritto dell'UE
(supremazia, effetto diretto), il rapporto tra le istituzioni e con il mondo UE; per lo più
diritto primario

- Diritto procedurale ("amministrativo"): riguarda il controllo/controllo giurisdizionale


nell’UE le azioni che possono essere intraprese da/contro le istituzioni, gli Stati membri,
le persone fisiche e giuridiche ai sensi del diritto dell'UE; principalmente diritto primario
e principi generali del diritto

- Diritto sostanziale ("economico", ma ora molto più ampio): riguarda tutti i settori politici
sui quali si concorda l'integrazione nell'UE (libera circolazione delle merci, dei
lavoratori, delle persone e dei capitali; agricoltura; uguaglianza; ecc.); in gran parte
diritto derivato

L’approccio del diritto dell’UE : deduttivo

Il sistema giuridico dell'UE è “deduttivo" (come nei sistemi di civil law), non
"induttivo" (come nei sistemi di common law): il diritto si applica dal generale al
particolare. Ciò vale anche per il modo in cui la CGUE si pronuncia nelle sue sentenze:
spesso riferendosi agli obiettivi generali dell'UE e dei suoi trattati istitutivi, per giungere a
decisioni in casi particolari.

Obbligo di disapplicazione del diritto interno

Nella sentenza Fratelli Costanzo, la Corte ha affermato che tutte le componenti


dell’amministrazione dello Stato hanno l’obbligo di dare efficacia diretta alle disposizioni
di diritto dell’UE, disapplicando il diritto interno. Bisogna applicare quelle disposizioni
contenute nella direttiva che avessero carattere incondizionato e sufficientemente
preciso, disapplicando, all’occorrenza, un’eventuale normativa nazionale contrastante
con quella comunitaria.

22) Effetto diretto

Per efficacia diretta (o applicabilità diretta) si intende la possibilità per i singoli cittadini di
invocare direttamente l’applicazione di una norma europea dinanzi a una giurisdizione
nazionale o europea. Tale principio si applica unicamente ad alcuni atti europei ed è
inoltre subordinato a diverse condizioni. Il principio dell’efficacia diretta garantisce quindi
l’applicabilità e l’efficacia del diritto europeo negli Stati membri. Tuttavia, la CGUE ha
definito diverse condizioni da soddisfare affinché un atto giuridico europeo possa essere
direttamente applicabile. Gli effetti diretti si verificano, in primo luogo, quando la direttiva
imponga obblighi negativi agli Stati (non tenere un certo comportamento) In secondo
luogo, la direttiva può ritenersi direttamente efficace quando si limita a confermare,
chiarendone la portata, un obbligo già previsto da una norma dei Trattati e produttiva di
effetti diretti. L'efficacia diretta del diritto europeo è stata introdotta dalla Corte di giustizia
con la sentenza Van Gend en Loos del 5 febbraio 1963. In tale sentenza la Corte ha
stabilito che il diritto europeo non solo impone obblighi agli Stati membri ma attribuisce
anche diritti ai singoli. I singoli possono pertanto avvalersi di tali diritti e invocare
direttamente le norme europee dinanzi alle giurisdizioni nazionali ed europee. Non è
quindi necessario che lo Stato membro recepisca la norma europea in questione nel
proprio ordinamento giuridico interno.

Per quanto riguarda il diritto primario, ossia i testi fondanti dell'ordinamento giuridico
europeo, la Corte di giustizia, nella sentenza Van Gend en Loos, ha sancito il principio
dell'efficacia diretta, subordinandolo tuttavia alla condizione che gli obblighi siano precisi,
chiari e incondizionati e non richiedano misure complementari di carattere nazionale o
europeo. Nella sentenza Becker del 19 gennaio 1982, la Corte di giustizia ha negato
l'efficacia diretta qualora gli Stati abbiano un seppur minimo margine discrezionale
nell'attuazione della disposizione considerata. Il principio dell’efficacia diretta riguarda
anche gli atti di diritto derivato, ossia adottati dalle istituzioni sulla base dei trattati
istitutivi. Tuttavia, la portata dell'efficacia diretta varia a seconda del tipo di atto. La
Corte ha quindi stabilito nella sentenza Van Duyn che una direttiva ha efficacia diretta
quando le sue disposizioni sono incondizionate e sufficientemente chiare e precise e
qualora lo Stato membro dell'Unione non abbia recepito la direttiva entro il termine fissato

Possono essere provviste di effetto diretto:

1. le norme dei Trattati;

2. le disposizioni di accordi internazionali stipulati dalla Comunità con Paesi terzi e le


decisioni degli organi istituiti da tali accordi;

3. le norme di un atto di diritto comunitario vincolante (regolamento, decisione o


direttiva);

4. i principi generali del diritto comunitario.

In linea di principio, i presupposti dell’effetto diretto sono gli stessi, a prescindere dal tipo
di norma comunitaria rispetto alla quale il problema si pone. Tuttavia, le caratteristiche
proprie di ciascuna fonte determinano alcune differenze di approccio e talvolta, come nel
caso delle direttive, soluzioni peculiari sulle quali occorre soffermarsi.

Effetto diretto degli accordi internazionali :

Effetto diretto: la capacità di un individuo (persona fisica o giuridica) di invocare e far


valere i diritti conferitegli dal diritto internazionale in una controversia pendente dinanzi a
un tribunale nazionale. Gli accordi internazionali non hanno automaticamente effetto
diretto nell'ordinamento UE. La CGUE ha elaborato un'analisi dell'efficacia diretta con due
livelli nella causa C-104/81 Kupferberg

1) Gli effetti diretti potrebbero essere esclusi dalla natura e dalla struttura dell’accordo

- La mancanza di reciprocità non è un motivo valido.

- L'esistenza di una struttura di governance interna non esclude effetti diretti.

- Le clausole di salvaguardia non escludono effetti diretti.

2) Se il primo livello del test è superato, il secondo livello è l'analisi della singola

disposizione. In particolare, una disposizione deve essere sufficientemente chiara, precisa


e incondizionata (stessi requisiti degli effetti diretti delle direttive). L’effetto diretto è una
caratteristica dell’ordinamento dell’Unione. Se da una norma discende una situazione
giuridica oggettiva attiva, con precisione, chiarezza e senza condizioni, si può chiedere
l’applicazione di una direttiva o di un trattato dal quale possono scaturire dei diritti.

Obbligo di rimozione del diritto interno incompatibile

La circostanza che una disposizione del Trattato produca effetti diretti non esime lo Stato
membro dal rimuovere il diritto interno incompatibile. Permane un obbligo di fare e di
risultato, ossia bisogna raggiungere il risultato, non bisogna solo fare il possibile per
poterlo raggiungere (si chiamerebbe obbligo di mezzo nel momento in cui si fa il possibile,
senza però avere un obbligo effettivo di ottenere un risultato). I soggetti deputati a dare
attuazione nell’ordinamento nazionale alle leggi ed atti aventi forza di legge, siano essi
organi giurisdizionali o amministrativi, sono tenuti a disapplicare norme interne
incompatibili con la normativa comunitaria sovraordinata, se direttamente applicabile.

23) Gli effetti delle direttive non attuate


Ci sono direttive che per il loro carattere non poso produrre effetti diretti nemmeno a
scadenza del termine perchè non chiare; in quel caso, il primo obbligo è quello
dell’interpretazione conforme, ossia a preferire l’interpretazione che meglio si addice alle
finalità della direttiva stessa. Un caso famoso è quello quella sentenza Francovich, la
Corte ha affermato la responsabilità dello Stato per i danni causati, a condizione che:

1. La direttiva attribuisca un diritto soggettivo;

2. Il diritto è facilmente ricavabile dalla direttiva;

3. Esiste il nesso di causalità fra la non attuazione della direttiva e il danno causato.

Secondo tale sentenza “sarebbe messa a repentaglio la piena efficacia delle norme
comunitarie e sarebbe privata di validità la tutela dei diritti da esse riconosciuti se i singoli
non avessero la possibilità di ottenere un risarcimento ove i loro diritti siano lesi da una
violazione del diritto comunitario.

Possono quindi riconoscersi effetti diretti alle direttive, che non abbiano trovato
applicazione allo spirare del tempo limite, al verificarsi delle seguenti condizioni:

• Pongano obblighi con un contenuto precettivo sufficientemente chiaro e preciso da


non lasciare margine di discrezionalità agli Stati

• Abbiano carattere incondizionato, tale cioè da non richiedere ulteriori atti di diritto
interno

• Creino diritti a favore dei singoli chiaramente individuabili nel loro contenuto (cd.
Effetti diretti verticali) 


Specularmente, lo Stato destinatario, non potrà imporre alle persone obblighi scaturenti
da una direttiva non (o non completamente) recepita. Divieto di effetti diretti verticali
inversi. La mancata adozione di una direttiva pone in essere una violazione del diritto
dell’Unione e giustifica quindi un’azione di risarcimento del danno nei confronti dello
Stato membro inadempiente. In definitiva, spetta allo Stato membro accertarsi che i
singoli vengano risarciti, a prescindere dalla pubblica autorità che ha commesso la
violazione

24) Interpretazione conforme

Nel diritto dell'Unione europea il principio consiste nell'obbligo gravante sul giudice
nazionale (e su ciascun interprete del diritto nazionale) di prendere in considerazione tutte
le norme del diritto interno ed utilizzare tutti i metodi di interpretazione da esso
riconosciuti per addivenire ad un risultato conforme a quello voluto dall'ordinamento
comunitario; esso discende dal principio di leale cooperazione tra gli organi e gli Stati
dell'Unione europea. Consiste, in estrema sintesi, nell'interpretare il diritto interno
nazionale conformemente a quello comunitario e assicura il continuo adeguamento del
primo al contenuto ed agli obiettivi dell'ordinamento comunitario.

È attraverso questo obbligo che gli atti privi di efficacia diretta possono assumere
rilevanza all'interno dei singoli ordinamenti nazionali, in quanto possono "suggerire" al
giudice una interpretazione conforme al loro disposto.

l’obbligo di interpretazione conforme delle norme interne alla direttiva sussiste anche se si
tratta di direttive non dotate di effetto diretto e «a prescindere dal fatto che si tratti di
norme [interne] precedenti o successive». Qualora si tratti di effetti orizzontali, il giudice è
tenuto comunque a tentare la strada della interpretazione conforme.

25) Effetti orizzontali e verticali:

L’efficacia diretta ha due aspetti: verticale e orizzontale.

• L’efficacia diretta verticale deriva dai rapporti tra le persone fisiche e il paese. Ciò
significa che le persone fisiche possono invocare una disposizione del diritto
dell’Unione nei confronti dello Stato inadempiente. Emerge dalla giurisprudenza
della Corte, che le direttive possono produrre effetti diretti solo verticali, ossia le
disposizioni di una direttiva non attuata, possono essere fatte valere dai privati solo
nei confronti dello Stato inadempiente (compresi tutti gli organi dello Stato, anche
privati, che siano incaricati di prestare servizio di interesse pubblico);

• L’efficacia diretta orizzontale deriva dai rapporti tra persone fisiche. Ciò significa
che una persona fisica può invocare una disposizione del diritto dell’Unione nei
confronti di un’altra persona fisica, producendo effetti nei rapporti tra privati
evocate dagli individui riguardo i rapporti con altri enti privati;

• A seconda del tipo di atto in questione, la Corte ha approvato un’efficacia diretta


piena (orizzontale e verticale) o un’efficacia diretta parziale (solo verticale).

Sentenza Angonese : cittadino italiano di madrelingua tedesca, residente a Bolzano


perfeziona gli studi in Austria, dove ottiene una certificazione di bilinguismo. Rientrato a
Bolzano si candida per un posto presso la Cassa di Risparmio di Bolzano, ente privato.
Candidatura respinta per assenza di un certificato di bilinguismo rilasciato dalla Provincia
autonoma di Bolzano. Corte: la condotta della Banca è discriminatoria, quindi illegittima
PRINCIPIO UGUAGLIANZA

26) La supremazia del diritto dell’Unione

Origine pretoria del principio : Affermato per la prima volta in Costa c. ENEL, poi meglio
definito nelle successive sentenze. Con il Trattato di Lisbona, un riferimento a tale
principio è stato inserito nella Dichiarazione n. 17. Costa c. ENEL ha posto le basi per la
dimensione costituzionale, la valenza di maggioranza delle norme comunitarie nei
confronti di quelle nazionali.

Sentenza Simmenthal : Contrasto tra legge nazionale e regolamento UE che vietava


l'imposizione di tributi nei confronti degli importatori: la Corte afferma che anche le norme
unionali direttamente applicabili prevalgono sul diritto interno difforme. "Qualsiasi giudice
nazionale, adito nell'ambito della sua competenza, ha l'obbligo di applicare integralmente
il diritto comunitario e di tutelare i diritti che questo attribuisce ai singoli, disapplicando le
disposizioni eventualmente contrastanti

della legge interna, sia anteriore sia successiva alla norma comunitaria”. Nel caso di
specie veniva quindi disapplicata la norma interna al fine di dare diretta applicazione
all’art 30 del Trattato CEE, che prevede la libera circolazione delle merci su territorio
europeo.

Articolo 11 Cost. "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un
ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

A seguito della sentenza Costa c. ENEL, emerge che la prevalenza del diritto dell’UE
basata sull’art. 11 Cost. E la necessità di un giudizio di costituzionalità in caso di
incompatibilità con il diritto dell’UE. Ne derivava un sistema lento e macchinoso.

Vicende della norma nel giudizio di costituzionalità :

La sentenza di incostituzionalità di una norma: La dichiarazione di incostituzionalità è


considerata con effetto ex tunc (un determinato atto giuridico che ha efficacia non dal
momento in cui viene compiuto, ma da un momento anteriore, più o meno lontano nel
tempo: si tratta quindi di un atto retroattivo) per cui la norma invalidata dal
giudizio di legittimità non può essere applicata neppure alle situazioni verificatesi
sotto la sua vigenza. Ha efficacia erga omnes, ossia nei confronti di tutti.

Vicende della norma incompatibile : Vige per il legislatore l'obbligo di rimozione e gli altri
organi dello Stato sono tenuti a disapplicarla (sentenza Fratelli Costanzo).

Contrasto tra norme dell’UE e norme costituzionali degli SM : Il caso Melloni, il primo
caso nel quale una Corte costituzionale nazionale ha sottoposto alla Corte di giustizia
dell'UE una questione che concerne direttamente la potestà degli Stati membri di far
valere 'controlimiti', in materia di tutela dei diritti fondamentali, rispetto agli obblighi di
adeguamento  dell'ordinamento nazionale al diritto UE.

1. Cittadino italiano condannato in contumacia dopo regolare costituzione in giudizio.

2. Trova rifugio in Spagna, a cui l'Italia invia richiesta di mandato d'arresto europeo.

3. Melloni eccepisce l'incompatibilità con l'art. 24 della costituzione spagnola, che vieta
il processo in contumacia per reati gravi

4. La Corte costituzionale spagnola si rivolge alla Corte di giustizia.

I principi del giusto processo così come formulati dal diritto dell’Unione (in particolare,
dalla Carta dei diritti fondamentali) prevalgono su quelli nazionali difformi, anche se
riconoscono dei livelli di tutela più elevati. In parole più semplici, questo il messaggio
della Corte di giustizia: la Spagna non può legittimamente rifiutarsi di eseguire i propri
obblighi europei, adducendo che tale esecuzione comporterebbe a sua volta la violazione
dei diritti fondamentali del signor Melloni, così come riconosciuti nell'ordinamento
spagnolo.

La terza fase dell’evoluzione della giurisprudenza della corte costituzionale si è avuta con
la sentenza Granital del 1984, in cui muove sempre dalla premessa che i due ordinamenti
sono distinti e sono tra loro autonomi anche se coordinati. .L’art 11 della cost. viene ora
considerato come la disposizione capace di conferire diretta applicazione alle norme
comunitarie nell’ordinamento interno: la legge di esecuzione del trattato ha trasferito, in
forza dell’art 11 cost., agli organi comunitari le competenze che essi esercitano nelle
materie loro attribuite.Ne consegue che la norma comunitaria provvista di effetto diretto
va applicata immediatamente dal giudice in luogo della norma nazionale confliggente,
senza bisogno di ricorrere al giudizio di costituzionalità

La primazia ed i limiti strutturali dell’ordinamento dell’Unione : l’ordinamento dispone di


strumenti assai limitati per assicurare la sua prevalenza in caso di norme non direttamente
applicabili e non dotate di effetti diretti. Residua infatti l’obbligo di rimozione in capo allo
SM, eventualmente sanzionatile con procedura di infrazione.

27) La natura costituzionale dei Trattati istitutivi

Al vertice delle fonti vi sono i Trattati istitutivi. Il TUE e il TFUE costituiscono l’atto
fondante dell’Unione e l’atto che disciplina da un lato le competenze di questa e le sue
procedure di funzionamento e, dall’altro i principi e le regole di base su cui è modellato
l’intervento delle istituzioni nei diversi settori di loro competenza. Le norme contenute nei
Trattati sono quindi norme sovraordinate rispetto a tutte le altre norme, in quanto i
procedimenti produttivi di queste traggono la loro idoneità a farlo dalle norme dei Trattati.
La collocazione dei Trattati al vertice del sistema delle fonti spiega il fatto che si sia
parlato più di una volta degli stessi in termini di <Costituzione>; il <Trattato.. benché sia
stato concluso in forma d’accordo internazionale, costituisce la Carta costituzionale di
una comunità di diritto>. Richiamando un fenomeno tipico delle esperienze costituzionali
nazionali, in particolare la possibilità di revisione dei Trattati che incontrerebbe un limite
nei <principi fondamentali della Comunità>, i quali non tollererebbero modifiche, pur se
venissero adottate in conformità al procedimento di emendamento previsto dagli stessi
Trattati. Ai Trattati istitutivi manca la stessa struttura di una carta costituzionale, non
contiene solo i principi strutturali e materiali dell’ordinamento ma ne disciplinano fin nei
dettagli i settori di competenza e la relative regole di funzionamento.

I Trattati oggi usciti dal Trattato di Lisbona, la cui costruzione in due testi separati
prefigura per la prima volta, nel TUE, l’esistenza di un trattato base del processo
d’integrazione europea e quindi di un nucleo di norme superiori alle altre. Sul piano
normativo i due Trattati hanno pur sempre uguale valore giuridico e costituiscono perciò
un complesso normativo unico nel quale sarebbe difficile subordinare norme dell’uno ad
un principio di conformità con le norme dell’altro. La tendenza a vedere nei Trattati
istitutivi un fenomeno costituzionale ne sottolineano la peculiarità che li caratterizzano in
rapporto ai normali accordi internazionali. Ciò è vero in primo luogo circa il modo in cui le
norme dei Trattati vanno interpretate. <Ogni disposizione di diritto comunitario va
ricollocata nel proprio contesto e interpretata alla luce dell’insieme delle disposizioni del
suddetto diritto, delle sue finalità, del suo stadio di evoluzione al momento in cui va data
applicazione alla disposizione di cui trattasi>.

28) I rapporti inter-ordinamentali dal punto di vista


della Corte costituzionale

Negli ordinamenti nazionali, il dialogo tra corti è assicurato dalla struttura piramidale dei
sistemi giurisdizionali, con una corte suprema (es. Corte di cassazione) posta al vertice ed
investita della funzione nomofilattica. Gli ordinamenti sono equipaggiati per far fronte alle
diverse interpretazioni difformi. Il dialogo tra le corti e il diritto è basato su un sistema
ibrido, perchè l’unione non ha una struttura a piramide ben definita, ma basata su
relazioni dirette e proprio per questo vi si incontrano presto diversi momenti di
conflittualità, che comunque si è dimostrato efficace e fruttuoso. L’impostazione è stata
evidente, per evitare che gli SM si muovessero con troppa libertà, assumendo verifiche e
disposizioni differenti, si è dovuto passare ad un sistema di superiorità e non uno di
eguaglianza, proprio per poter stabilire una fonte autonoma; anche se non tutte le corti
costituzionali degli Stati membri sono state d’accordo, si è comunque stabilita la
prevalenza delle leggi dell’unione (comunitarie) rispetto a quelle nazionali.

Nel 1963 inquadra i rapporti inter-ordinamentali nelle logiche tradizionali del diritto
internazionale, considerando il Trattato formativo alla stregua di qualsiasi altro trattato
internazionale (v. Posizione del governo olandese nella sentenza Van Gend & Loos).

La corte costituzionale recepisce Costa c. ENEL ancorando la superiorità del diritto


dell’Unione all’art. 11 cost. Insoddisfazione della Corte di giustizia, che sfocia nella
sentenza Simmenthal. La seconda sentenza, che si alimenta all’incirca sullo stesso
frangente, viene chiamata a seguito del nome della impresa scatenante, Granital,
sentenza n.170 del 1984. Esso istituisce una sorta di riserva di campo, che porta alla
disapplicazione del diritto interno confliggente, andando incontro alle richieste della Corte
di giustizia. Da un lato viene garantita la supremazia dell’UE, dall’altra si preserva
l’intangibilità della costituzione italiana (principio irrinunciabile di qualsiasi costituzione).

Non possono essere messi in discussione, ne derogarci sopra, se non provando un


rovesciamento dei principi dello Stato. Ci sono principi sulla quale non si può derogare,
perchè significherebbe cambiare regime, creando quindi una rivoluzione (non per forza in
modo violento, ma magari anche semplicemente in maniera documentale). Cosa succede
però se l’Unione Europea possiede una legge che viola o va contro uno dei diritti
fondamentali della Costituzione di un qualsiasi Stato nel suo singolo (è estremamente
lontano, ma anche possibile. In questi casi la Corte non sindaca il diritto dell’Unione, la
corte costituzionale sindaca la validità dell’esecuzione dei trattati secondo la teoria dei
controlimiti. La corte costituzionale si riserva di sindacare la compatibilità del diritto
dell’Unione con i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, o i diritti
inalienabili della persona umana. Fino al 2009 non c’era una carta dei diritti fondamentali,
solo a seguito del trattato di Lisbona e la carta di Nizza; all’epoca si piena un problema
legittimo, non essendoci appunto codesta carta, problema che poi in seguito non si è più
posto, avendo una base dalla quale attingere.

Il trattato di Lisbona, a differenza dell’art I-6 del trattato costituzionale, non contiene la c.d
clausola di supremazia, ai sensi della quale la costituzione e il diritto adottato dalle
istituzioni dell’unione nell’esercizio delle competenze a queste attribuite prevalgono sul
diritto degli stati membri. Tuttavia il principio del primato del diritto dell’unione europea sul
diritto interno degli stati membri ritorna a pieno titolo nel testa della dichiarazione allegata
al trattato di Lisbona, lasciando immutate le cose. Questo principio è stato recepito e
riconosciuto anche dalle corti costituzionali interne, e soprattutto è stato accompagnato
da una riserva concernente l’esistenza di “controlimiti” a tutela dei principi fondamentali e
irrinunciabili del proprio ordinamento costituzionale. Si ripropone allora il quesito se la
clausola di supremazia venga a significare una sicura prevalenza del diritto dell’unione
anche sui principi essenziali delle costituzioni interne e renda improponibili allora, le
riserve, sollevate da alcune corti costituzionali, relative alla possibilità di sindacare le
norme dell’unione lesive dei principi fondamentali delle proprie costituzioni, vanificando
cosi la dottrina dei controlimiti: per cui l’eventuale conflitto tra quei principi e
l’ordinamento dell’unione, o sui principi fondamentali, debba risolversi sempre e
comunque a favore di quest’ultimo; oppure se, fermo restando il principio di supremazia,
non possano individuarsi comunque dei confini oltre i quali il principio non possa più
operare. Innanzitutto è da ritenersi che il principio di prevalenza operi solo se e nella
misura in cui rispetti le delimitazioni delle competenze attribuite all’unione dai trattati;
inoltre l’art 51 della carta dei diritti fondamentali precisa che le sue disposizioni si
applicano agli stati membri esclusivamente quando diano attuazione al diritto dell’unione
e nel rispetto dei limiti delle competenze ad essa conferite nei trattati. Infine ricordiamo
che il compito di accertare se l’esercizio delle competenze sia avvenuto nel rispetto del
principio di attribuzione e di interpretare e valorizzare le strutture costituzionali nazionali
spetta alla corte di giustizia.

29) La teoria dei contro-limiti

La teoria dei controlimiti, come elaborata dalla Corte costituzionale, postula l’intangibilità
dei principi supremi e dei diritti fondamentali dell’ordinamento costituzionale dello Stato,
al fine di salvaguardare l’essenza dell’ordinamento interno nei suoi caratteri peculiari da
qualunque forma di aggressione e/o interferenza che possa provenire dalle fonti interne o
esterne all’ordinamento considerato. Detta teoria ha recentemente vissuto un ritorno di
attualità, a causa delle polemiche registratesi a seguito della nota vicenda Taricco, e
dell’esito della medesima, poiché lo strumento dei controlimiti, lungi dall’avere portata
disgregativa, è parso configurarsi quale elemento in grado di ricercare il miglior equilibrio
tra il procedimento di integrazione europea e le esigenze di mantenimento della specifica
identità nazionale di ciascuno Stato membro.

La dottrina giuridica definisce controlimiti tutti i rafforzamenti della capacità di


una Costituzione (già di per sé rigida) di resistere a modificazioni; essi sono di origine
essenzialmente giurisprudenziale, affidati al controllo del giudice delle leggi. Il ruolo di
supremazia ricoperto dalle fonti del diritto comunitario anche nei confronti della
Costituzione stessa ha indotto l'organo di controllo costituzionale ad elaborare la teoria
dei controlimiti, volta a risolvere le antinomie tra i più fondamentali ed inalienabili diritti
dell'ordinamento interno e le fonti comunitarie, consentendone sulla base della suddetta
teoria la sindacabilità costituzionale delle relative leggi di autorizzazione alla ratifica.

Tale teoria è stata elaborata nelle sentenze Solange e Solange II, il BVG, affermando di
rinunciare al sindacato di costituzionalità del diritto dell’UE nella fintantoché esso non si
ponga in contrasto con un principio fondamentale dell’ordinamento. Solange vuol dire
esattamente fintantoché (= espressione inglese “so long as”, o “as long as”).

La saga Taricco : La prima volta in cui si richiese concretamente la necessità di fare


ricorso ai controlimiti fu in occasione del famoso caso Taricco, che si risolse con un
costruttivo dialogo tra Corte Costituzionale e CGUE, chiarendo definitivamente la
relazione esistente tra la prescrizione degli illeciti penali disciplinata dal nostro
ordinamento e i reati di frode di rilevanza comunitaria

- Gup (giudice udienza preliminare) di Cuneo effettua un rinvio alla Corte di giustizia sulla
compatibilità con il diritto UE delle regole del c.p. italiano in tema di prescrizione dei
reati, con particolare riferimento ai reati fiscali.

- Con sentenza C-105/14 la Corte afferma che il diritto penale italiano viola l’art. 325
TFUE, che obbliga gli Stati membri a tutelare adeguatamente gli interessi finanziari
dell’UE.

Tale pronuncia solleva enormi problemi interpretativi, specie in merito all’irretroattività


della legge penale sfavorevole (favor rei). Si pensa che per alcuni reati sia efficace punire il
colpevole solo dopo un determinato lasso di tempo, altrimenti il processo viene prescritto
e decade.

La corte costituzionale minaccia l’attivazione dei controlimiti. Se l’applicazione dell’art.


325 del TFUE comportasse l’ingresso nell’ordinamento giuridico di una regola contraria al
principio di legalità in materia penale, come ipotizzano i rimettenti, questa Corte avrebbe il
dovere di impedirlo. Nella seconda sentenza, si sottolinea che spetta al giudice interno
bilanciare l’esigenza di tutela di cui al 325 TFUE con la certezza del diritto. Se
l’applicazione della regola Taricco “ad un numero considerevole di casi di frode grave che
ledono gli interessi finanziari… spetta al giudice interno valutare il momento a partire dal
quale la regola debba essere applicata, fermo restando l’esigenza di evitare che le
persone siano “retroattivamente assoggettate ad un regime di punibilità più severo di
quello vigente al momento della commissione del reato”.

30) La carta dei diritti fondamentali

La Carta è stata proclamata ufficialmente a Nizza nel dicembre 2000 dal Parlamento
europeo, dal Consiglio e dalla Commissione. La Carta è diventata giuridicamente
vincolante nell'UE con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, a dicembre 2009, ed ora
ha lo stesso effetto giuridico dei trattati dell’Unione. È divisa in sette capi: dignità, libertà,
uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia e disposizioni generali. La Carta si applica
alle istituzioni europee nel rispetto del principio della sussidiarietà e in nessun caso può
ampliare le competenze ed i compiti a queste attribuiti dai trattati. Essa si applica anche
ai paesi dell’UE nell’ambito della loro attuazione della normativa dell’UE. Qualora uno
qualsiasi dei diritti corrisponda ai diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti
dell’uomo del 1950, il suo significato e campo d’applicazione deve essere uguale a quello
definito dalla convenzione, anche se il diritto comunitario può prevedere una maggiore
tutela. Si può concludere dall’analisi sin qui effettuata, che la Carta dei diritti
fondamentali, pur avendo formalmente lo stesso rango del Trattato ed in astratto essendo
sottoposta agli stessi principi strutturali (attribuzione, primato, effetti diretti) di
quest’ultimo, in realtà risulta per alcuni versi una fonte primaria attenuata dall’interno. 

I popoli europei nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di
condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio
spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di
libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello
stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza
dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce al
mantenimento e allo sviluppo di questi valori comuni, nel rispetto della diversità delle
culture e delle tradizioni dei popoli europei, dell’identità nazionale degli Stati membri e
dell’ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale; essa cerca
di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile e assicura la libera circolazione delle
persone, dei beni, dei servizi e dei capitali nonché la libertà di stabilimento. A tal fine è
necessario, rendendoli più visibili in una Carta, rafforzare la tutela dei diritti fondamentali
alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e
tecnologici. La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti della
Comunità e dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle
tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dal
trattato sull’Unione europea e dai trattati comunitari, dalla convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate
dalla Comunità e dal Consiglio d’Europa, nonché i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza
della Corte di giustizia delle Comunità europee e da quella della Corte europea dei diritti
dell’uomo. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti
degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future.

31) Procedura legislativa ordinaria

Trilogo : prassi istituzionale non prevista dai Trattati che permette l’adozione di molti atti in
prima lettura. Una riunione informale a cui partecipano rappresentanti di qualsiasi
ordinamento e la commissione, che fa la proposta sugli indirizzi del consiglio, sulla base
del mandato dato dal consiglio europeo; non presenta proposte non ricollegabili alle
proposte legislative del consiglio.

Prima lettura : se vie è accordo di trigolo, il Parlamento europeo formula la posizione


concordata se il consiglio ovviamente approva. Se invece ciò non succede e il consiglio
formula una posizione difforme dal Parlamento europeo, possono vedersi tre diversi
scenari:

- il PE approva o non si pronuncia nel termine di 3 mesi = atto adottato

- il PE respinge a maggioranza dei membri = atto non adottato

- il PE propone emendamenti a maggioranza dei membri = si torna in Consiglio

- La Commissione presenta una proposta al Parlamento europeo e al Consiglio.

- Il Parlamento europeo adotta la sua posizione in prima lettura e la trasmette al


Consiglio.

- Il Consiglio può approvare o non approvare, se non approva torna al Parlamento. In


questo caso esso adotta la sua posizione in prima lettura e informa le motivazioni

- Se entro tre mesi il Parlamento approva la posizione del Consiglio in prima lettura o non
si è pronunciato, l'atto in questione si considera adottato, se respinge la posizione del
Consiglio in prima lettura a maggioranza dei membri che lo compongono, l'atto
proposto si considera non adottato.

- Se, entro un termine di tre mesi dal ricevimento degli emendamenti del Parlamento
europeo, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, approva tutti gli
emendamenti, l'atto in questione si considera adottato, oppure se non approva tutti gli
emendamenti, il presidente del Consiglio, d'intesa con il presidente del Parlamento
europeo, convoca entro sei settimane il comitato di conciliazione.

- Il comitato di conciliazione, che riunisce i membri del Consiglio o i loro rappresentanti


ed altrettanti membri rappresentanti il Parlamento europeo, ha il compito di giungere ad
un accordo su un progetto comune a maggioranza qualificata dei membri del Consiglio
o dei loro rappresentanti e a maggioranza dei membri rappresentanti il Parlamento
europeo entro un termine di sei settimane dalla convocazione, basandosi sulle
posizioni del Parlamento europeo e del Consiglio in seconda lettura.

- La Commissione partecipa ai lavori del comitato di conciliazione e prende ogni


iniziativa necessaria per favorire un ravvicinamento fra la posizione del Parlamento
europeo e quella del Consiglio.

- Se, entro un termine di sei settimane dalla convocazione, il comitato di conciliazione


non approva un progetto comune, l'atto in questione si considera non adottato. Se,
entro tale termine, il comitato di conciliazione approva un progetto comune, il
Parlamento europeo e il Consiglio dispongono ciascuno di un termine di sei settimane
a decorrere dall'approvazione per adottare l'atto in questione in base al progetto
comune. il Parlamento europeo delibera a maggioranza dei voti espressi e il Consiglio a
maggioranza qualificata. In mancanza di una decisione, l'atto in questione si considera
non adottato. Se il progetto non raggiunge un accordo, bisogna ricominciare da capo.

32) Procedure speciali :

Queste procedure sono seguite solo in determinati casi. Di norma, il Consiglio dell’UE è
l’unico legislatore e il Parlamento europeo è tenuto a dare la sua approvazione riguardo a
una proposta legislativa o a essere consultato in proposito. Più raramente il solo
Parlamento europeo (previa consultazione del Consiglio) può adottare atti giuridici.
Previste dall’art. 289, par. 2, TFUE, si distinguono in: procedura di approvazione (il
Parlamento europeo ha il potere di accettare o respingere una proposta legislativa con
votazione a maggioranza assoluta, ma non la può modificare) e procedura di
consultazione (il Parlamento europeo può approvare o respingere una proposta
legislativa, o proporre emendamenti) In esse, il ruolo del PE è meno rilevante. In ordine
decrescente di intensità del ruolo del PE:

1. Il PE vota senza potere di modifica di un atto (es. art. 352 TFUE).

2. Il PE emette un parere obbligatorio ma non vincolante (es. politica fiscale, politica


sociale).

3. Il PE ha diritto di essere informato (es. PESC).

Cronologia dei fatti

• Il 22 marzo 2010 il Consiglio ha autorizzato l'Alto rappresentante dell'Unione per gli


affari esteri e la politica di sicurezza ad avviare negoziati con la Repubblica di Mauritius.

• Con lettera in pari data, il Consiglio ha informato il Parlamento di tale decisione.

• Il 12 luglio 2011 il Consiglio, ha adottato la decisione mediante la quale ha autorizzato la


firma dell’Accordo UÉ-Mauritius. Tale decisione è stata pubblicata nella Gazzetta
ufficiale dell’Unione europea il 30 settembre 2011,

• L’ Accordo UE-Mauritius è stato firmato il 14 luglio 2011 e viene applicato in via


provvisoria da tale data.

• Il Consiglio ha informato il Parlamento dell'adozione della decisione impugnata


mediante lettera del 17 ottobre 2011.

SABRINAD

Decisione della Corte

«risulta dal fascicolo sottoposto alla Corte che, dopo aver annunciato al Parlamento
l'avvio dei negoziati, il Consiglio l'ha informato dell'adozione della decisione impugnata e
della firma di detto accordo soltanto tre mesi più tardi e 17 giorni dopo la loro
pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.

Ne consegue che il Consiglio ha violato l'articolo 218, paragrafo 10, TFUE.

Tale conclusione non può essere rimessa in discussione dall'argomento del Consiglio
secondo cui, in ogni caso, la decisione impugnata era stata pubblicata nella Gazzetta
ufficiale dell’Unione Europea cosicché il parlamento aveva potuto prendere conoscenza.
Infatti, tale pubblicazione è prevista dall'articolo 297 TFUE e risponde ai requisiti di
pubblicazione con cui un atto dell'Unione soggiace per entrare in vigore, mentre invece
l'obbligo di informazione imposto dall'articolo 218, paragrafo 10, TFUE è previsto al fine
di garantire che il Parlamento sia messo in condizione di esercitare un controllo
democratico sull'azione esterna dell'Unione e, più specificamente, di verificare che le
proprie attribuzioni siano rispettate precisamente in conseguenza della scelta della base
giuridica di una decisione relativa alla conclusione di un accordo.»

33) Impugnazione degli atti UE Art. 263 TFUE

Sono impugnabili gli atti del Consiglio, della Commissione e della BCE che non siano
raccomandazioni o pareri, oltreché gli atti del PE e del Consiglio europeo che siano
destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi, nonché altri atti di organi ed
organismi dell'UE che producano effetti giuridici nei confronti di terzi.

Ricorrenti privilegiati : Consiglio, Commissione e parlamento possono impugnare


qualsiasi atto senza dimostrare l’interesse dell’impugnazione. Non possono chiederla di
atti mandati da loro stessi. BCE, CDC, comitato delle regioni posso ricorrere solo per
lesioni alle loro competenze (mancata informazione, mancata ricezione di informazioni) il
consiglio europeo non può ricorrere nei confronti di altre istituzioni e può essere solo
portato in causa dalle stesse per atti con effetti verso terzi, ma per aderenza di
orientamento il ricorso può essere presentato dal consiglio dei ministri senza che il
consiglio risulti sbilanciato nelle proprie possibilità di azione. Agli stati membri sono
permessi particolari ricorsi per annullamento in base al principio di sussidiarietà. Non
possono farlo le regioni e devono chiederlo ai proprio governi e parlamento (passato
Belga), possono porre ricorso solo in quanto persone giuridiche al pari delle altre, quindi
senza trattamento favoritario, anche se potrebbero spingere i governi centrali ad agire nei
loro interessi. Le persone fisiche e giuridiche possono invece impugnare solo atti che le
riguardino direttamente ed in modo individuale, o emessi esattamente nei loro confronti,
per cui il ricorso è stato respinto perchè non riguardante atti che investono i privati in
modo particolare e non al pari della generalità, rendendoli di fatto pari ai destinatari di
emissione. (sentenza Plaumann).

In ogni caso è sempre opportuno analizzare le circostanze dei casi particolari per evitare
di ledere il diritto fondamentale all’effettiva tutela giurisdizionale, presente all’art. 47 della
Carta di Nizza, ma in caso di mancanza di requisiti per l’accettazione del ricorso ai sensi
del 263 TFUE, esistendo la possibilità alternativa di ricorrere nei tribunali nazionali e di far
rivolgere questi alla Corte in via pregiudiziale, resta possibile chiedere requisiti di
accettazione per i soggetti privati perché questi possono comunque agire indirettamente
per ottenere un’analisi dalla Corte, per quanto con dei limiti temporali entro cui far valere
la propria impugnazione davanti al Tribunale UE, dopo la cui scadenza non è più possibile
rivolgersi ai giudici locali per ottenere un rinvio pregiudiziale, mentre è invece possibile il
rinvio richiesto d’ufficio dai tribunali nazionali.

I Motivi per poter impugnare sono: Incompetenza, derivante dall’assenza di un potere


dell’Unione o delle istituzioni ad emanare l’atto, Violazione delle forme sostanziali,
Violazione dei trattati e Sviamento di potere.

34) Procedura d’infrazione

Il ricorso per infrazione ha lo scopo di consentire al giudice dell’Unione(al momento solo


la Corte di giustizia) di esercitare un controllo sul rispetto, da parte degli Stati membri,
degli obblighi loro derivanti dalle regole dell’ordinamento dell’Unione e in pari tempo di
determinarne l’esatta portata in caso di divergenze interpretative. La sua funzione
principale è quella di ristabilire la legalità, più che sanzionare lo Stato colpevole, e
rappresenta un estremo rimedio, da utilizzare solo quando altri rimedi non hanno prodotto
risultati. Oggetto del ricorso può essere formato da qualsiasi violazione di uno Stato
membro su obblighi imposti dal diritto dell’Unione, siano essi scaturenti da norme di
Trattati, o da norme derivate, o da accordi internazionali, o da una sentenza della Corte di
giustizia, o infine dai principi generali dell’ordinamento.

Sono previste 2 apposite procedure dal Trattato: Su iniziativa della Commissione o su


iniziativa di uno o più Stati membri. Quando la Commissione ritenga che uno Stato
membro abbia mancato a uno o più obblighi derivanti dal diritto dell’Unione, per
conoscenza diretta o su richiesta di uno Stato membro, o sollecitata da un esposto di
provati, può d’ufficio iniziare la procedura per inadempimento. La Commissione invia una
«lettera d’intimazione», concedendo allo SM un termine per presentare «osservazioni».
Ricevuta la risposta (o scaduto il termine), la Commissione formula un «parere motivato»
con il quale enuncia ciò che lo SM deve fare per porre fine alla violazione. A seguito delle
spiegazioni dello Stato, se la Commissione le ritenga soddisfacenti e lo Stato abbia posto
termine all’infrazione, può archiviare il caso. In caso contrario emette un parere motivato
che chiude la fase pre-contenziosa, nel quale si ingiunge allo Stato di mettere fine alla
infrazione entro un termine che fissa discrezionalmente a seconda della gravità del caso.

La fase contenziosa si apre con la presentazione del ricorso alla Corte nel caso in cui lo
SM decida di non adeguarsi. L’azione tuttavia non è soggetta ad alcun termine, essendoci
sempre la grande discrezione della Commissione. Incombe alla Commissione l’onere di
provare l’esistenza di una violazione. L’adempimento da parte dello Stato, interrompe la
procedura, se interviene successivamente nel corso del giudizio, ma prima della fase
orale, la Commissione può comunque rinunciare a dar seguito al pronunciamento. La
Corte può, inoltre, ordinare su richiesta della Commissione i provvedimenti provvisori che
ritenga necessari, quali misure cautelari.

Se lo Stato non si conforma alla decisione della Corte, presta il fianco alla possibilità per
la Commissione di intraprendere una nuova azione di infrazione. L’articolo del TFUE
prevede la possibilità per la Corte di individuare una sanzione pecuniaria da infliggere allo
Stato inadempiente, sotto forma di pagamento di una somma forfettaria e/o di una
penalità di mora, sulla base delle richieste avanzate dalla Commissione. La Corte può
decidere l’entità della sanzione senza però tener conto delle richieste della Commissione

Procedura d’infrazione accelerata

Introdotta dal Trattato di Lisbona. Limitata al caso di mancata comunicazione delle misure
adottate in attuazione di una direttiva. In tal caso, già nel primo ricorso la Commissione
può richiedere l’applicazione di una sanzione. In caso di accoglimento del ricorso, la
Corte è vincolata alla richiesta della Commissione.


35) Il rinvio pregiudiziale Art. 267 TFUE


È previsto che i giudici nazionali possano rivolgersi alla Corte affinché questa si pronuncia
su qualsiasi questione relativa all’interpretazione delle norme dell'Unione, nonché sulla
validità delle norme di diritto derivato. Il meccanismo in esame garantisce l'uniforme
applicazione del diritto dell'UE: 'la chiave di volta dell’ordinamento’.

L’art. 267 del TFUE attribuisce alla CGUE la competenza a pronunciarsi, in seguito a
richiesta di un organo giurisdizionale di uno stato membro, “a) sull'interpretazione dei
trattati” e “b) sulla validità e l'interpretazione degli atti compiuti dalle istituzioni, dagli
organi o dagli organismi dell’Unione.” L’istituto in questione è fondamentale per
assicurare l’omogeneità dell’applicazione del dritto europeo su tutto il territorio e per
favorire il colloquio tra i giudici nazionali e quelli europei al fine di chiarire il significato e la
validità di particolari disposizioni normative.

Il rinvio pregiudiziale può essere sollevato solo qualora la questione sia indispensabile per
la risoluzione della controversia pendente avanti gli organi interni, non invece nei casi in
cui nulla aggiungerebbe alla questione interna l’interpretazione o la validità della norma
europea.

I commi secondo e terzo dell’art. 267 TFUE distinguono due diversi scenari: quello in cui
le questioni pregiudiziali vengono sollevate da organi giurisdizionali le cui decisioni siano
appellabili e quelle sollevate da organi giurisdizionali di ultima istanza. Mentre nel primo
caso il giudice ha la facoltà di sollevare la questione presso la CGUE nel secondo caso
ha l’obbligo e la ratio è chiara: essendo un organo giudicante di ultima istanza c’è la
massima preoccupazione che il diritto europeo venga applicato correttamente e ne venga
chiarita la validità, non essendo più possibile impugnare la decisone dinnanzi altri organi.
La Corte osserva che nella valutazione della chiarezza della norma bisogna tenere conto
di alcuni fattori propri del diritto europeo: 1) visto che le norme europee vengono rese in
lingue differenti per i singoli stati, la chiarezza con cui potrebbe presentarsi la questione al
giudice di uno Stato potrebbe non esservi per il giudice di un altro Stato e per i giudici
della CGUE; 2) il diritto europeo si avvale di concetti e istituti propri, che potrebbero non
coincidere con quelli interni.

Legittimazione processuale attiva

La legittimazione ad agire è la posizione in cui taluno può chiedere in nome proprio al


giudice (legittimazione attiva) o nei confronti di taluno può essere chiesto (legittimazione
passiva) di pronunciare in merito su una determinata controversia. Per riconoscere la
legittimazione ad un soggetto non è necessario che sia effettivamente titolare del diritto
controverso, essendo sufficiente che egli si affermi tale.

Stati membri, PE, Consiglio e Commissione possono sempre proporre ricorso (c.d.
ricorrenti privilegiati). Inizialmente, non era previsto che il PE potesse impugnare gli atti
delle altre istituzioni. La Corte lo ha affermato con la sentenza C-70/88 Parlamento c.
Consiglio (Chernobyl).

• BCE, Corte dei conti e Comitato delle regioni solo al fine di tutelare le proprie
prerogative.

• Articolazioni interne degli SM solo in quanto persone giuridiche.

• Novità: nella sentenza C-872/19 P Venezuela c. Consiglio, la Corte ha considerato Stati


terzi alla stregua di persone giuridiche.

Persone fisiche e giuridiche

1. In caso di atto adottato specificamente nei suoi confronti (es.decisioni in materia di


concorrenza).

2. Per atti che la riguardano direttamente ed individualmente.

Interpretazione del secondo requisito

Nella sentenza Plaumann, la Corte ha chiarito che un individuo può impugnare «qualora il
provvedimento lo tocchi a causa di determinate qualità personali, ovvero di particolari
circostanze atte a distinguerlo dalla generalità, e quindi lo identifichi alla stessa stregua
dei destinatari».

Rapporti tra art. 263 e 267 TFUE : Nella sentenza Union de pequenos agricultores, la
Corte ha chiarito che un individuo che non soddisfi i requisiti dell’impugnazione può
sempre contestare l’atto davanti al giudice interno per il tramite del rinvio pregiudiziale.

Sentenza TWD Textilwerke : La persona fisica o giuridica che, pur avendo i requisiti per
l’impugnazione non abbia presentato ricorso, non può contestare la validità di un atto
dell'UE attraverso il rinvio pregiudiziale.

Aspetti procedurali

• Termine perentorio di due mesi dall'adozione dell'atto.

• Ricorrenti privilegiati + BCE ricorrono davanti alla Corte di giustizia.

• Tutti gli altri davanti al Tribunale.

Motivi di ricorso

• Incompetenza (dell’Unione in quanto tale o dell’istituzione)

• Violazione delle forme sostanziali (vizi di forma che inficiano la validità dell’atto)

• Violazione dei trattati o di qualsiasi regola di diritto relativa alla loro applicazione.

• Sviamento di potere (Deriva dal diritto amministrativo francese, in cui vige l'istituto del
détournement de pouvoir. Si ha quando un atto adottato persegue un fine diverso da
quello dichiarato. V. Sentenza 105/75 Giuffrida)

Effetti delle sentenze di accoglimento

• Annullamento dell'atto.

• Obbligo per le istituzioni di prendere le misure necessarie, se del caso.

• La Corte può limitare gli effetti a seconda dei casi.

36) I rapporti tra organi giurisdizionali dell’Unione


La Corte di giustizia è costituita da un giudice per ciascuno Stato membro, in modo da
rappresentare tutti i 27 ordinamenti giuridici nazionali dell’UE. Tuttavia, per motivi di
efficienza, raramente la Corte si riunisce in seduta plenaria. Di norma, si tratta di riunioni
in “grande sezione”, costituita da 13 giudici, o in “sezioni”, rispettivamente di cinque o di
tre giudici. La Corte si riunisce in seduta plenaria in casi molto eccezionali tassativamente
previsti dai trattati e quando la Corte ritiene che una causa rivesta particolare importanza.

La Corte si avvale dell’assistenza di otto “avvocati generali”, che hanno il compito di


presentare, pubblicamente e con assoluta imparzialità, conclusioni motivate sulle cause
sottoposte alla propria giurisdizione.

I giudici e gli avvocati generali sono personalità d’indubbia imparzialità, in possesso delle
qualifiche o della competenza richieste per ricoprire le più alte cariche giurisdizionali nei
paesi di origine. Sono nominati alla Corte di giustizia in base ad un accordo congiunto tra
i governi degli Stati membri, e rimangono in carica per un periodo rinnovabile di sei anni. I
giudici della Corte designano tra loro il presidente della Corte con un mandato di 3 anni,
rinnovabile.

La tutela giurisdizionale dell’Unione europea è affidata a tre organi giurisdizionali con


differenti e coordinate competenze: la Corte di giustizia, il Tribunale di primo grado (1988)
e il Tribunale della funzione pubblica (2004).

Per coadiuvare la Corte nella gestione del gran numero di cause portate in giudizio e per
offrire ai cittadini una maggiore tutela giuridica, è stato, infatti, creato nel 1988 un
“Tribunale di primo grado”. Questo Tribunale, che affianca la Corte di giustizia, è
competente a pronunciarsi su determinati tipi di cause, quali azioni promosse da privati
cittadini, società e alcune organizzazioni, nonché su ricorsi inerenti il diritto della
concorrenza. Anche questo tribunale è composto da un giudice per ogni Stato membro.

Il Tribunale della funzione pubblica dell’Unione europea si pronuncia in merito alle


controversie tra le Comunità e i suoi agenti. È, quindi, l’organo giurisdizionale competente
a decidere in merito al contenzioso sul pubblico impiego. E’ composto da sette giudici ed
è affiancato al Tribunale di primo grado.

37) Gli effetti delle sentenze della Corte di giustizia


rese in via pregiudiziale

Effetti endoprocessuali: la decisione pregiudiziale ha portata vincolante per il giudice del


rinvio, e vincola anche le giurisdizioni di grado superiore chiamate a pronunciarsi sulla
medesima causa.

EFFETTI DELLE SENTENZE PREGIUDIZIALI DI INTERPRETAZIONE


1. Vincola il giudice a quo, che è tenuto a fare applicazione della norma dell’Unione così
come interpretata dalla Corte;

2. Gli altri giudici e le amministrazioni nazionali sono tenuti a fare applicazione delle
norme così come interpretate dalla Corte, salva sempre la possibilità di un ulteriore
rinvio pregiudiziale finalizzato a sollecitare un ripensamento della Corte sulla base di
nuovi elementi o ad ottenere un chiarimento sulla precedente pronuncia resa;

3. Obbliga gli Stati membri ad adottare tutte le misure idonee ad adeguare il proprio
ordinamento alla norma di diritto dell’Unione così come interpretata dalla Corte, pena
la violazione del principio di leale cooperazione e conseguente obbligo di risarcire i
danni.

EFFETTI DELLE SENTENZE PREGIUDIZIALI DI VALIDITA’


1. Quando la Corte si pronuncia nel senso della validità dell’atto dell’Unione, l’effetto è
strettamente limitato al caso di specie e ai motivi specifici della censura. Ciò lascia
inalterata la possibilità di contestare la legittimità dell’atto in un momento successivo
per motivi diversi;

2. Quando la Corte si pronuncia nel senso dell’invalidità dell’atto, si produce


sostanzialmente lo stesso effetto di una sentenza di annullamento ex art. 263 TFUE,
dunque l’effetto della cosa giudicata sia formale che sostanziale

EFFETTI NEL TEMPO DELLE SENTENZE PREGIUDIZIALI


Le sentenze rese dalla Corte a seguito di rinvio pregiudiziale hanno efficacia ex tunc, in
quanto la pronuncia definisce la portata della norma dell’Unione così come avrebbe
dovuto essere intesa ed applicata fin dal momento della sua entrata in vigore. L’efficacia
della sentenza si estende quindi anche a rapporti sorti in epoca precedente alla sentenza
stessa, purché non esauriti

Tra gli effetti delle sentenze pregiudiziali può esservi anche, in casi eccezionali, la messa
in discussione dell’autorità di cosa giudicata. Il principio di leale cooperazione di cui
all’art. 4, n. 3, TUE, infatti, «impone ad un organo amministrativo di riesaminare una
decisione amministrativa definitiva per tener conto dell’interpretazione della disposizione
pertinente nel frattempo accolta dalla Corte». Ciò a condizione che: 1) Il giudice disponga,
secondo il diritto nazionale, del potere di ritornare su tale decisione; 2) la decisione in
questione sia divenuta definitiva in seguito ad una sentenza di un giudice nazionale che
statuisce in ultima istanza; 3) tale sentenza, alla luce di una giurisprudenza della Corte
successiva alla medesima, risulti fondata su un’interpretazione errata del diritto
dell’Unione adottata senza che la Corte fosse stata adita in via pregiudiziale alle
condizioni previste dall’art. 267, n. 3, del Trattato

38) Gli effetti delle sentenze della Corte di giustizia


nella procedura d’infrazione

Se, nonostante la sentenza della Corte di giustizia, il paese continua a non rettificare la
situazione, la Commissione può deferirlo dinanzi alla Corte.

39) Inadempimenti e sanzioni

Quando un paese viene deferito alla Corte di giustizia per la seconda volta, la
Commissione propone che la Corte imponga sanzioni pecuniarie, che possono consistere
in una somma forfettaria e/o in pagamenti giornalieri.

Le sanzioni sono calcolate tenendo conto di vari elementi:

• l’importanza delle norme violate e gli effetti della violazione sugli interessi generali e
particolari

• il periodo in cui il diritto dell’Unione non è stato applicato

• la capacità del paese di pagare, con l'intento di assicurare che le sanzioni abbiano
un effetto deterrente.

40) Facoltà ed obbligo di rinvio pregiudiziale da parte


del giudice interno

L’amministrazione del diritto dell’UE è affidato in linea generale ai giudici interni, che
assumono le vesti di giudice dell’Unione ogniqualvolta sono chiamati ad applicare ed
interpretare il diritto unionale, fatta salva la possibilità di interpellare la Corte di giustizia.

Nozione di organo giurisdizionale interno

• Spetta al diritto dell'UE, quindi alla Corte, definire tale concetto, indipendentemente
dalla qualificazione data dallo SM.

• Sulla base di ciò, la Corte ha escluso i tribunali arbitrali.

• Le corti costituzionali sono ammesse.

Le istituzioni

Istituzioni politiche dell’Unioni europee (7 in totale, 4 politiche, 2 finanziarie, 1 giudiziaria)

- Politiche : Consiglio europeo, Consiglio, Commissione, Parlamento

- Finanziare : Banca centrale europea, Corte dei conti

- Giudiziaria : Corte di giustizia dell’Unione europea

Nella formulazione delle norme attinenti al funzionamento delle istituzioni abbiamo il


bisogno di riuscire a mantenere l’equilibrio tra poteri (i tre su cui si fonda uno stato
nazionale) con lo stesso obbiettivo e con meccanismi di natura costituzionale piuttosto
simili, per assicurarsi che nessuno dei tre sfori nelle associazioni di potere, inondano i
confini dell’altro. Potere esclusivo dell’Unione è quello di mantenere un interazione tra il
metodo intergovernativo (tutela l’interesse degli stati dell’Unione) e quello sovranazionale
(mira a tutelare l’interesse generale dell’Unione). Le norme sono costruite per alleggerire
le situazioni di conflitto e per in caso riuscire a superarle. Un altro punto fondamentale è
la sua legittimazione democratica delle istituzioni, che può essere diretta o indiretta.

41) Parlamento europeo e la rappresentanza


democratica

Il PE è l'Istituzione di espressione democratica e di controllo dell'Unione europea e


rappresenta gli oltre 500 milioni di cittadini dei 28 Stati che fanno parte dell'Unione. Il
Parlamento si riunisce a Strasburgo e a Bruxelles, mentre il Segretariato generale ha sede
a Lussemburgo. Ha funzione legislativa per approvazione degli atti insieme al Consiglio,
atti però non vincolanti ma dall’elevato valore simbolico. Vota a maggioranza, salvo
eccezioni. Il problema è l’assenza di una legge elettorale condivisa, che non garantisce
quindi la formazione di un organo coeso; non ci sono sinergie a livello europeo o
comunque è difficile da creare. Il Parlamento europeo esercita, come ogni Parlamento
nazionale, tre poteri fondamentali: il potere di bilancio, il potere legislativo e di controllo
democratico sull’Esecutivo. Il Parlamento esercita un controllo democratico sull'intera
attività comunitaria.

“Il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa”: così recita il


paragrafo I dell’articolo 10 del Trattato sull’Unione Europea. Ciò nonostante, l’Unione
(all’epoca ancora nominata ‘Comunità’) Europea è stata da sempre criticata in quanto
deficitaria dal punto di vista democratico; ciò dipendeva da una “diseguaglianza” di base
tra le Istituzioni interne alla CE, sbilanciate verso uno strapotere della Commissione e del
Consiglio piuttosto che del Parlamento europeo, inizialmente relegato alla mera funzione
consultiva.Quello che oggi è il Parlamento europeo, non è che il risultato di un’evoluzione,
della cd. “strategia di democraticizzazione” volta a conferire a tale istituzione poteri molto
più ampi ed incisivi di quelli che le furono attribuiti agli albori del processo di integrazione
europeo, ovvero dal trattato CECA del 1952. Stando a quanto ivi affermato, il Parlamento
era allora chiamato ‘Assemblea’ in quanto non rappresentava – come oggi – i cittadini
dell’UE, ma era composto da membri dei parlamenti nazionali selezionati dagli Stati
membri, ed aveva un ruolo consultivo e di supervisione, assai poco influente all’interno
del processo decisionale europeo.

L’accrescimento del peso di tale istituzione si deve ai due trattati di bilancio del 1970 e
1975, che hanno conferito una funzione di bilancio di pari livello a Parlamento e Consiglio.
Nel 1979 si è invece attuata per la prima volta l’elezione a suffragio universale diretto del
Parlamento UE da parte dei cittadini europei: da tale momento è emersa l’esigenza che
l’unica istituzione europea che godesse di una forte legittimazione democratica diretta
disponesse altresì di un potere legislativo effettivo. La ‘battaglia del deficit democratico’
così sorta ha portato al definitivo conferimento al Parlamento di tale funzione con il
trattato di Lisbona del 2007 (entrato in vigore nel 2009). Questo percorso istituzionale ha
portato ad avere oggi Consiglio e Parlamento perfettamente equiparati all’interno del
sistema UE, acquietando quindi gli euro-scetticismi relativi all’ormai colmato deficit
democratico dell’Unione. Il Parlamento ricopre oggi funzioni consultive, legislative,
di bilancio e di controllo politico, ma non è l’unica istituzione ad essere dotata di
legittimazione democratica. Il Consiglio dell’UE e il Consiglio Europeo sono composti,
rispettivamente, dai ministri e dai capi di Stato o di governo di ciascuno Stato membro;
ciò li rende dotati di una ‘doppia legittimazione democratica’, in quanto essi sono
chiamati ad operare sia all’interno dello Stato membro, che in qualità di rappresentanti nel
sistema dell’Unione.

42) Il deficit democratico

Non è vero che l’Unione Europea soffre di un deficit democratico. E’ vero che in alcuni
Stati-membri la democrazia funziona meglio di quella dell’Unione europea. Tuttavia, in
non pochi altri Stati-membri come, ad esempio, Ungheria, Polonia, Slovacchia e anche in
Italia, non soltanto la qualità della democrazia, ma il suo stesso funzionamento lasciano
molto a desiderare e la comparazione non va affatto necessariamente a favore degli Stati.

Il «deficit democratico» è una nozione invocata principalmente per sostenere che l'Unione
europea (UE) e le sue istanze soffrono di una mancanza di legittimità democratica e che
sembrano inaccessibili al cittadino a causa della complessità del loro funzionamento. Il
vero deficit democratico dell'UE sembra essere l'assenza di una politica europea. Gli
elettori europei non sentono di avere una modalità efficace per respingere un «governo»
che a loro non piace e per cambiare in qualche modo il corso delle politiche e della
politica. L'attuale forma di governance europea è tale che non c'è un «governo».

L'opinione pubblica è ancora generalmente pro-europea, ma non capisce il sistema


politico che viene percepito talvolta come minaccia alla vita quotidiana.

La disaffezione nei confronti dell'Europa è emersa dalla bassa affluenza alle ultime
elezioni europee, che ha raggiunto un minimo storico nel 2009 con una media di appena il
43 %. La questione della legittimità democratica è stata cruciale in ogni fase del processo
di integrazione europea. Essa è stata affrontata nelle conferenze intergovernative che
hanno portato alla firma dei trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza, dando maggiori
poteri al Parlamento europeo (PE) ed estendendo le aree in cui aveva poteri decisionali
congiunti con il Consiglio. Di conseguenza, il Parlamento europeo si è evoluto da
assemblea consultiva a co-legislatore. Il trattato di Lisbona ha rafforzato i poteri finanziari,
legislativi e di vigilanza del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ha acquisito una
notevole influenza nella nomina della Commissione e del suo presidente. Inoltre è stata
creata l'iniziativa dei cittadini europei e si è riconosciuta l'importanza del dialogo tra la
società civile e le istituzioni europee. In ultimo, alcune sessioni del Consiglio sono state
rese pubbliche per migliorare l'informazione dei cittadini.

COMPOSIZIONE :
Originariamente il parlamento europeo era formato dai delegati designati dai parlamenti
nazionali fra i propri membri, da qui la sua scarsa rappresentatività in quanto i
parlamentari non venivano eletti direttamente dai cittadini europei ma dai rappresentanti
di questi ultimi. Per entrare a far parte del parlamento europeo era necessario essere
membri di un Parlamento nazionale. La ripartizione dei seggi era stata attuata sulla base
del peso politico/demografico degli stati, garantendo comunque adeguata
rappresentanza agli stati membri. Col trattato di Lisbona è stato previsto che il Consiglio
stabilisce le disposizioni necessarie per consentire l’elezione dei membri del parlamento a
suffragio universale diretto secondo una procedura uniforme in tutti gli stati membri o
secondo principi ad essi comuni. Il consiglio ha previsto che le elezioni si svolgano con il
metodo proporzionale, lasciando gli stati membri liberi di scegliere i requisiti per
l’eleggibilità attiva e passiva, di disciplinare la procedura elettorale e di adottare lo
scrutinio di lista o uninominale preferenziale, purché non sia alterato il carattere
proporzionale del voto. I deputati sono eletti per 5 anni e con il Trattato di Lisbona è stato
anche previsto che il numero dei parlamentari europei ha una soglia minima di 6 seggi per
Stato, mentre a nessuno stato possono essere assegnati più di 96 seggi

ORGANIZZAZIONE :
Per quanto riguarda l’organizzazione interna, essa è regolata dai Trattati istitutivi e dal
regolamento interno, adottato dal parlamento stesso a maggioranza dei membri che lo
compongono. Il presidente è eletto per 2 anni e mezzo dall’assemblea a maggioranza
assoluta dei voti espressi nei primi 3 turni, mentre al quarto scrutinio viene effettuato un
ballottaggio tra i due candidati più votati dei turni precedenti (in caso di parità viene eletto
il candidato più anziano). Esso esercita importanti funzioni amministrative e disciplinari e
riveste, anche al di là delle sue competenze specifiche, un ruolo politico di primo piano.
Svolge anche funzioni protocollari e di rappresentanza dell’unione. Inoltre, dirige i lavori
dell’assemblea e presiede le sedute plenarie. All’interno del parlamento possiamo anche
trovare le “commissioni permanenti” (operano attualmente in numero di 20 nei vari
settori); i loro membri sono eletti per 2 anni e mezzo; preparano i suoi lavori in seduta
plenaria, esaminano le questioni loro sottoposte dal parlamento, predispongono pareri,
proposte e relazioni che poi possono essere sottoposte al voto dell’Assemblea plenaria.
Inoltre il parlamento può costituire delle commissioni temporanee, dette anche speciali, la
cui durata non può superare i 12 mesi. I parlamentari sono organizzati in gruppi politici,
per affinità politica e non per nazionalità; i deputati che non aderiscono a nessuno
gruppo, figurano nel gruppo dei non iscritti.

FUNZIONAMENTO :
La legislatura dura 5 anni. Il Parlamento tiene una sessione ordinaria annuale; esso si
riunisce di diritto il secondo martedì del mese di marzo.La sessione dura 1 anno ed è
suddivisa in periodi di sessione, che si tengono durante una settimana ogni mese. Prima
di ogni periodo di sessione, è redatto un progetto di ordine del giorno che è fissato dalla
conferenza dei presidenti, il progetto poi è distribuito ai deputati i quali fisseranno l’ordine
del giorno definitivo. Il voto è personale e non può essere delegato, manifestandosi
normalmente per alzata di mano, oppure per appello nominale o a scrutinio segreto.

POTERE DI INIZIATIVA :
Il Trattato istitutivo attribuisce il diritto di proposta normativa, solo alla Commissione. Ma il
Parlamento già da tempo aveva insistito nell’attribuirsi, sulla base del proprio regolamento
interno, un potere di iniziativa almeno indiretto, prevedendo la possibilità di adottare
risoluzioni, relativamente ad ogni argomento rientrante nell’ambito dell’attività della
comunità. Il potere di iniziativa del Parlamento è ora consacrato dal Trattato (art 225
TFUE), che gli riconosce la facoltà di chiedere alla commissione, deliberando a
maggioranza dei suoi membri, di presentare adeguate proposte legislative su ogni
questione per la quale ritenga necessaria l’adozione di un atto dell’unione ai fini
dell’attuazione dei trattati.

POTERE DI CONTROLLO :
Il controllo parlamentare trova la sua legittimazione già nei trattati istitutivi, dove operava
sostanzialmente nei confronti della commissione, prevedendo il dovere di quest’ultima di
rispondere ad interrogazioni parlamentari e di sottoporre, ogni anno, al parlamento un
rapporto sulla sua attività. In seguito alle modifiche apportate ai trattati originari, il potere
di controllo del parlamento si è via via esteso. La Commissione, oggi, è tenuta a
presentare annualmente al parlamento una relazione generale sull’attività dell’unione che
viene discussa in seduta pubblica, un rapporto annuale sull’applicazione del diritto
dell’unione negli stati membri, che viene trasmesso alle commissioni interne interessate
ed infine, entro il mese di ottobre, porta un programma di lavoro per l’anno successivo.

Lo strumento di controllo politico più radicale è la censura. Il parlamento può adottare


una mozione di censura nei confronti della commissione. Altro meccanismo che consente
un controllo del parlamento sull’operato delle istituzioni, è quello delle petizioni. Infatti
qualsiasi cittadino dell’unione, nonché ogni persona fisica o giuridica che risiede o abbia
la sede sociale in uno stato membro, ha diritto di presentare, individualmente o in
associazione con altre persone, una petizione al parlamento su una materia rientrante nel
campo di attività dell’unione e che lo concerna direttamente.

MEDIATORE :
Il Trattato di Maastricht ha introdotto ex novo la figura del Mediatore (art.228 TFUE), o
difensore civico, che viene a costituire un’ulteriore fonte di informazione per il parlamento.
Il mediatore è eletto all’inizio di ogni legislatura del parlamento europeo a scrutinio
segreto e a maggioranza dei voti espressi; egli rimane in carica fino all’assunzione del
mandato da parte del suo successore ed è rinnovabile. E’ scelto tra i cittadini dell’unione
che offrano garanzie di indipendenze e soddisfano o requisiti richiesti nel loro paese di
origine per l’esercizio delle funzioni giudiziarie. Riceve le denunce di qualsiasi cittadino
dell’unione, persona fisica o giuridica, che risieda o abbia la sede sociale in uno stato
membro, riguardanti casi di cattiva amministrazione degli organi e istituzioni dell’unione
ad eccezione della corte di giustizia nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali.

POTERI IN MATERIA DI BILANCIO :


In materia di bilancio il parlamento esercita un ruolo fondamentale, in quanto, trattando
da una posizione di parità con il consiglio -le due autorità di bilancio- riesce a far pesare
la sua volontà in un settore vitale per tutta l’attività dell’unione.

PARTECIPAZIONE AL PROCESSO DI FORMAZIONE DELLE NORME DELL’UNIONE :


I trattati istitutivi includevano sin dall’origine il parlamento nel procedimento normativo
comunitario, seppur con dei grossi limiti: esso aveva un ruolo marginale, cioè solo
consultivo. Solo col trattato di Lisbona il Parlamento ha assunto un ruolo fondamentale
nell’ambito del processo normativo: è stato stabilito che esercita, congiuntamente al
consiglio, la funzione legislativa e di bilancio

COMPETENZE IN MATERIA INTERNAZIONALE :


Il Trattato di Roma attribuiva alla Comunità il potere di concludere accordi internazionali
secondo una procedura che vedeva coinvolto anche il parlamento. La consultazione del
parlamento avveniva di solito dopo la firma dell’accordo e prima soltanto della
conclusione definitiva. Tuttavia il Parlamento si è sforzato di accrescere la sua influenza
nel procedimento decisionale in materia internazionale. aveva ottenuto di essere
informato regolarmente dalla commissione, tramite le commissioni interne competenti,
sull’andamento dei negoziati e di essere consultato prima della firma dell’accordo. Il
Trattato di Lisbona ha previsto la “previa approvazione” del parlamento per quanto
riguarda accordi di associazione e di adesione, mentre per gli altri casi è prevista la
consultazione obbligatoria prima della conclusione degli accordi internazionali.

43) Elementi di democraticità del sistema UE

Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri sono le basi
della democrazia rappresentativa. Un'importante caratteristica della democrazia moderna
è la separazione tra Stato e Chiesa, cioè l'indipendenza da tutte le religioni. Questo
principio è strettamente connesso con quello della laicità dello Stato. In seguito si è
diffuso il concetto che una democrazia moderna debba avere anche una stampa libera,
evidenziando così un quarto potere.

Come principi fondamentali identifichiamo i valori e gli obiettivi dell’unione, il maggior


risalto conferito alla cittadinanza europea, l’inserzione di un apposito titolo che rafforza
sia il principio della democrazia rappresentativa(rappresentanza diretta dei cittadini a
livello dell’unione attraverso il parlamento europeo), sia il principio della democrazia
partecipativa che implica un dialogo trasparente delle istituzioni con la società civile.

44) La conclusione di un trattato internazionale

Nel diritto internazionale esistono molti strumenti volti a regolare i rapporti tra gli Stati e gli
altri soggetti di diritto internazionale. Una delle forme più usate è il trattato. 

Spesso indicati con termini diversi quali accordo, convenzione, patto o scambio di note,
questi documenti rappresentano la volontà degli Stati di regolamentare le proprie relazioni
con altri Paesi, stabilendo delle regole. I trattati sono diversi dalle dichiarazioni: queste
ultime non sono giuridicamente vincolanti mentre i trattati, al contrario, impongono degli
obblighi in capo agli Stati parte. 


I trattati possono essere stipulati in forma scritta o in forma orale, senza incidere sul
valore e sulla validità dell’accordo. Inoltre, essi possono essere bilaterali o multilaterali.
Con bilaterale, si intende l’accordo che obbliga solo due Stati a rispettare quanto
prescritto nel documento; il trattato multilaterale è, invece, un patto tra diversi Stati che si
impegnano reciprocamente a rispettare gli obblighi sanciti nella convenzione. In questo
contesto, uno strumento di primaria importanza è la Convenzione di Vienna sul diritto dei
trattati, stipulata nel 1969 a seguito di una conferenza. La Convenzione, costituita da 85
articoli e un allegato, è un documento fondamentale del diritto internazionale dal
momento che rappresenta “il trattato sui trattati”. In essa, infatti, sono elencate regole e
disposizioni sulla stesura dei trattati in forma scritta e rappresenta ancora oggi uno degli
strumenti più importanti del diritto internazionale.

La Convenzione di Vienna all’articolo 7 stabilisce che i trattati possono essere conclusi


dai plenipotenziari (persona investita di pieni poteri nel trattare e concludere un
determinato accordo diplomatico). L’individuazione degli organi competenti ad adottare,
autenticare o fornire il consenso agli obblighi prescritti è regolamentata dal diritto
nazionale di ciascuno Stato. Ciononostante, la Convenzione di Vienna stabilisce alcune
norme che legittimano direttamente alcuni organi dello Stato a compiere determinati atti
relativi alla stipulazione dei trattati. L’art. 7 individua due categorie di persone:

1. persone che possono esprimere la volontà dello Stato in materia di stipulazione di


un trattato devono esibire i pieni poteri;

2. persone i cui pieni poteri sono previsti, a causa delle funzioni esercitate.

L’Unione può stipulare accordi internazionali quando:

• I Trattati lo prevedono

• La sua conclusione sia necessaria per realizzare uno degli obiettivi fissati dai trattati

• Sia prevista da un atto vincolante dell’unione

• Possa incidere su norme comuni già emanate.

Si ricorda che la competenza a concludere accordi internazionale dell’Unione è esclusiva


in merito alle materie in cui abbia competenza esclusiva a livello interno, e concorrente in
tali altre materie. Tale competenza concorrente però si trasforma in sussidiaria nel
momento in cui l’Unione stipuli accordi internazionale che siano necessari a consentirle
(all’unione) di esercitare le sue competenze a livello interno. 


1. La Commissione (o l’Alto Rappresentante dell Unione per gli affari esteri in materia
PESC) rivolge al Consiglio una raccomandazione con la quale richiede
l’autorizzazione ad aprire i negoziati

2. Il Consiglio accorda con maggioranza qualificata designando un negoziatore e


indicando le linee guida da seguire; il Consiglio può altresì designare un comitato
speciale, composto da rappresentanti degli stati membri, che deve essere
consultato durante la fase di negoziazione

3. Il negoziatore, una volta accordato il progetto del testo dell’accordo lo sottopone al


Consiglio, il quale adotta una decisione per autorizzare la firma

4. Il Consiglio, poi, su proposta del negoziatore, adotta una decisione relativa alla
conclusione dell’accordo e notifica alla controparte che sono terminate le procedure
di analisi interne. La conclusione definitiva si ha con lo scambio o il deposito
dell’atto di approvazione (procedura solenne).


Il Consiglio delibera di norma a maggioranza qualificata, tuttavia è richiesta l’unanimità


quando si tratta di accordi concernenti un settore per il quale a livello interno tale
unanimità è richiesta, e per altre materie specificamente indicate dai trattati.

E’ prevista anche una procedura semplificata in cui il Consiglio abilita il negoziatore a


concludere l’accordo con la semplice firma. In generale la decisione di conclusione viene
adottata previa consultazione del Parlamento che è invece richiesta in casi specifici. Il
Parlamento, quindi, a seconda dei casi, interviene nella procedura con pareri obbligatori
ma non vincolanti o con l’approvazione preventiva.

Quando l’accordo verte su materie rientranti nella competenza concorrente si esegue la


prassi degli accordi misti o in forma mista. Sono accordi conclusi sia dal Consiglio dell’
Unione che dai singoli Stati membri, i quali li ratificano secondo le norme loro interne. In
sostanza, l’Unione può concludere l’accordo solo quando la totalità degli Stati membri (o
di quelli coinvolti) l’abbiamo ratificato.

Nel caso di accordi relativi alla politica commerciale, la procedura subisce delle varianti,
che sostanzialmente di esplicano nella non partecipazione del Parlamento e i negoziati
sono condotti dalla Commissione in consultazione con un comitato speciale designato
dal Consiglio.

La politica commerciale - articolo 207

Riguarda il commercio internazionale, gli aspetti interni della disposizione. Il cuore sta nel
primo paragrafo, mentre nel secondo la procedura secondo la quale si deve deliberare sia
per l’adozione di atti interni (regolamenti) ì, ma anche gli accordi internazionali che sulla
base dello stesso articolo l’Unione Europea stabilisce (procedura legislativo ordinaria -
parlamento e consiglio approvano gli atti legislativi, quindi anche gli accordi firmati a
livello internazionale). Sul piano vi è una decisione di ratifica, approvata secondo la
procedura legislativo ordinaria, decisione basata sulla presa o mancata ratifica sul piano
interno.

Il terzo paragrafo dice quali sono gli step da seguire, ricalcando ciò che succede in piano
interno. Sul piano interno è la commissione che può fare proposte, presentando
raccomandazioni al consiglio che autorizza le eventuali proposte ricevute (direttive di
negoziazioni: direttive per la conduzione delle trattative che la commissione deve seguire
a seguito dell’eventuale autorizzazione). Tali negozianti sono condotti dalla commissione,
in consultazione con un comitato speciale designato dal consiglio (comitato delle
suocere) attraverso la quale arrivano le opinioni e le intenzioni dei singoli stati membri
dell’Unione Europea.

Il parlamento vota in merito agli accordi internazionali, ma all’interno del consiglio sono
presenti maggioranze differenti a seconda dei settori. Si parla in questo caso di settori
sensibili (servizi culturali, servizi nell’ambito dell’istruzione, della sanità e dei servizi più
generalmente sociali). Gli accordi di libero scambio non liberalizzano tutti gli aspetti della
vita economica di un paese; il mercato comune prevede la liberalizzazione di tutti i
prodotti, compresa la liberalizzazione umana, ma in questo caso l’unica effettivamente
effettuata è quella sull’ambito dei beni e dei servizi, degli appalti pubblici, nonché
investimenti diretti.

Fino al trattato di Lisbona si riteneva che la competenza (esclusiva) dell’Unione Europea


riguardasse solo il commercio di beni: per qualsiasi altro aspetto sull’ambito commerciale
la competenza era concorrente (ratifica congiunta, per affiancare l’Unione Europea nella
ratifica). Con la terziarizzazione dell’economia, l’importanza è andata a crescere e sempre
di più vengono conclusi con stati terzi degli accordi, prevedono l’abolizione o la riduzione
graduale delle tariffe doganali e la rimozione o riduzione delle barriere non tariffarie (non
sono un dazio, ma sono una barriera al commercio internazionale, mancato rispetto degli
standard di un determinato paese). Per incentivare una maggiore liberalizzazione, questi
accordi agiscono, anche se in maniera molto leggera, anche sulle barriere non tariffarie.

45) Ruolo dei parlamenti nazionali nell’ambito del


principio di sussidiarietà


Il trattato di Lisbona ha inoltre notevolmente rafforzato il ruolo dei parlamenti nazionali nel
quadro del processo legislativo dell'UE, introducendo un sistema di allarme rapido, ossia
un meccanismo che consente ai parlamenti nazionali di verificare il rispetto del principio
di sussidiarietà in tutte le proposte legislative (protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti
nazionali nell'Unione europea e protocollo n. 2 sull'applicazione dei principi di
sussidiarietà e di proporzionalità). Entro un termine di otto settimane a decorrere dalla
data di trasmissione della proposta legislativa, i parlamenti nazionali possono inviare ai
Presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione un parere motivato
che espone le ragioni per le quali ritengono che il progetto in causa non sia conforme al
principio di sussidiarietà. Le proposte legislative possono essere bloccate se viene
raggiunto il consenso dalla maggioranza delle camere.

• Il protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti nazionali, che incoraggia il coinvolgimento


dei parlamenti nazionali nelle attività dell’Unione e richiede che i documenti e le
proposte dell’Unione siano loro trasmessi tempestivamente, in modo che possano
esaminarli prima che il Consiglio adotti una decisione;

• Il protocollo n. 2, che richiede che la Commissione tenga conto della dimensione


regionale e locale di tutti i progetti di atti legislativi e faccia una dichiarazione
dettagliata su come viene rispettato il principio di sussidiarietà. Il protocollo
consente ai parlamenti nazionali di inviare un parere qualora ritenessero che tale
progetto di atto legislativo non sia conforme al principio. In tal caso la proposta
deve essere revisionata e può essere mantenuta, modificata o ritirata dalla
Commissione, oppure bloccata dal Parlamento europeo o dal Consiglio.

46) La Commissione : articolo 17(1) TUE

La Commissione promuove l'interesse generale dell'Unione e adotta le iniziative


appropriate a tal fine. Vigila sull'applicazione dei trattati e delle misure adottate dalle
istituzioni in virtù dei trattati. Vigila sull’applicazione del diritto dell'Unione sotto il controllo
della Corte di giustizia dell’Unione europea. Dà esecuzione al bilancio e gestisce i
programmi. Esercita funzioni di coordinamento, di esecuzione e di gestione, alle
condizioni stabilite dai trattati. Assicura la rappresentanza esterna dell'Unione, fatta
eccezione per la politica estera e di sicurezza comune e per gli altri casi previsti dai
trattati. Avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale dell'Unione per
giungere ad accordi inter-istituzionali. Un importante ruolo è svolto dalla commissione nel
quadro delle relazioni internazionali.In primo luogo, il trattato di Lisbona affida alla
commissione la rappresentanza esterna dell’unione europea.Essa inoltre negozia gli
accordi tra unione e stati terzi o organizzazioni internazionali nell’ambito delle direttive
stabilite dal consiglio; particolarmente rilevante è tale competenza in materia di accordi
commerciali.

La Commissione è un organo:

-Esecutivo: suo compito principale è far applicare i Trattati e gli atti.

-Indipendente: i commissari sono nominati a titolo individuale

-Collegiale: tutte le delibere vengono riferite alla Commissione nel suo complesso.

-A tempo pieno: si riunisce almeno una volta a settimana

La commissione rappresenta il perno del sistema dell’unione, ed è chiamata ad esprimere


il principio di sovranazionalità e a rappresentare e a garantire l’interesse generale
dell’unione in piena indipendenza rispetto sia agli stati membri sia ad ogni altra istituzione
o organo. Alla commissione spetta il compito di sorvegliare sulla corretta applicazione del
diritto dell’unione, di promuovere l’interesse dell’unione preparando l’adozione dei
provvedimenti appropriati a tal fine e avviando lo sviluppo delle sue politiche, assicura la
rappresentanza esterna dell’unione, dà esecuzione al bilancio, esercita funzioni di
coordinamento, di esecuzione e di gestione .I membri della Commissione sono scelti tra i
cittadini degli stati membri, uno per ciascun stato, in base alla loro competenza generale
e al loro impiego europeo e devono offrire garanzie di indipendenza. I componenti della
commissione saranno scelti in base a un sistema di rotazione, stabilito all’unanimità dal
consiglio europeo, secondo un principio di assoluta parità tra gli stati membri

COMPETENZE : POTERE DI INIZIATIVA


Le competenze della commissione sono indicate in via generale dall’art 17 TUE, ma si
ricavano anche da varie altre disposizioni dei trattati. L’aspetto più significativo dell’attività
della commissione è indubbiamente l’esercizio del potere generale di iniziativa per lo
sviluppo dell’integrazione europea. In primo luogo, essa adotta raccomandazioni e
formula pareri nei settori definiti dal trattato, quando ciò sia esplicitamente previsto
oppure ogni volta che lo ritenga necessario; inoltre rivolge raccomandazioni agli stati
membri e ad altre istituzioni od organi. Essa ha un potere determinante relativamente alla
procedura di formazione degli atti, infatti un atto legislativo può essere adottato solo su
proposta della commissione. La proposta della commissione deve contenere l’indicazione
della base giuridica su cui si fonda: in particolare, dopo l’introduzione del principio di
sussidiarietà, la commissione è tenuta a giustificare sempre la conformità della sua
proposta a tale principio.

POTERE DECISIONALE
La commissione ha un limitato potere decisionale nell’ambito della politica della

concorrenza: può constatare infrazioni con decisioni motivate, controllare la disciplina


delle imprese pubbliche e sorvegliare la compatibilità degli aiuti di stato col mercato
interno con una decisione la cui inosservanza da parte dello stato interessato può dar
luogo a un ricorso diretto per inadempimento davanti alla corte di giustizia.

POTERE DI ESECUZIONE
Nella disciplina precedente all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, era espressamente
previsto che il consiglio potesse delegare alla commissione la competenza per
l’esecuzione degli atti normativi da esso adottati, purché la delega fosse precisa e
indicasse i limiti della competenza delegata; la commissione era quindi titolare di un
potere autonomo di esecuzione. Nello stesso tempo si dava al consiglio la possibilità di
fissare le modalità con cui esplicare il potere delegato; fu cosi’ introdotta la procedura dei
comitati, composti dai rappresentanti degli stati membri, chiamati ad affiancare la
commissione nell’esercizio dei poteri attribuiti.

POTERE DI GESTIONE E DI CONTROLLO


Alla commissione spetta la gestione amministrativa dei programmi e strumenti finanziari e
degli stanziamenti destinati agli interventi pubblici dell’unione, nonché in collaborazione
con le autorità interessate. Svolge inoltre varie competenze nella gestione amministrativa
delle politiche settoriali(concorrenza, agricoltura, trasporti). La commissione ha il compito
di vigilare sull’applicazione delle norme dei trattati e del diritto derivato da parte degli stati
membri e da parte delle istituzioni. A titolo preventivo, può prendere l’iniziativa di
segnalare agli stati determinati comportamenti o misure che a suo giudizio comportano il
rischio di porsi in contrasto col diritto dell’unione: a tal fine rivolge agli stati pareri e
raccomandazioni.Inoltre sorveglia sulla compatibilità degli aiuti di stato col mercato
comune nonché sulla corretta applicazione delle clausole di salvaguardia.

La procedura di nomina della Commissione

La procedura di nomina attualmente prevede che il consiglio europeo, deliberando a


maggioranza qualificata, proponga al parlamento europeo un candidato alla carica di
presidente.Il presidente designato viene eletto dal Parlamento a maggioranza dei membri
che lo compongono( non più a maggioranza dei voti espressi).Se non vi è approvazione, il
Consiglio propone, sempre a maggioranza qualificata, entro un mese, un nuovo
candidato.Successivamente, il Consiglio, di comune accordo col presidente appena
eletto, adotta l’elenco delle altre personalità che propone di nominare come membri della
Commissione, in base alle proposte degli stati membri.Infine, il presidente e l’Alto
rappresentante sono soggetti ad un voto di approvazione da parte del Parlamento.In
seguito all’approvazione, la Commissione è formalmente nominata dal Consiglio
europeo.Per quanto riguarda l’Alto rappresentante, questo è nominato dal Consiglio con
l’accordo del presidente della Commissione.

47) Censura della Commissione


Sin dal trattato di Roma è prevista una mozione di censura (detta anche «voto di
sfiducia») nei confronti della Commissione. Oggi le disposizioni generali che conferiscono
al Parlamento il diritto di voto su una mozione di censura della Commissione sono
contenute nell'articolo 17, paragrafo 8, TUE e nell'articolo 234 TFUE. Tale mozione
richiede la maggioranza di due terzi dei voti espressi, e quindi la maggioranza dei membri
che compongono il Parlamento europeo. L'approvazione di una mozione di censura
comporta le dimissioni della Commissione in quanto collegio, compreso il vicepresidente
della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di
sicurezza, nell'ambito delle sue funzioni svolte all'interno della Commissione. Ad oggi il
Parlamento ha tentato più volte, senza successo, di avvalersi delle pertinenti disposizioni
del Trattato o delle disposizioni precedenti per sciogliere la Commissione. La discussione
sulla censura ha luogo solo quando siano trascorse almeno ventiquattr'ore dalla
comunicazione della mozione di censura ai deputati, mentre la votazione sulla mozione ha
luogo per appello nominale, quando siano trascorse almeno quarantott'ore dall'inizio
della discussione. Fatti salvi i paragrafi 4 e 5, la discussione e la votazione hanno luogo al
più tardi nel corso della tornata successiva alla presentazione della mozione.

Meccanismo sanzionatorio

1. La Commissione contesta l'inosservanza, cui lo SM può rispondere presentando


«osservazioni».

2. La Commissione può adire la Corte, chiedendo l'applicazione di sanzioni pecuniarie.

3. È possibile comminare sanzioni periodiche direttamente proporzionali alla durata del


ritardo, nonché somme forfettarie e penalità.

4. La Corte non è vincolata alla proposta della Commissione.

48) Il Consiglio europeo

Il consiglio europeo ha svolto un ruolo preminente e decisivo nel processo di integrazione


europea. La sua origine si deve all’iniziativa politica di alcuni governi, per affrontare i nodi
principali dell’integrazione comunitaria e dare impulso necessario al suo sviluppo. Il
sistema dei Vertici ebbe termine col vertice di Parigi del dicembre del 1974, quando fu
deciso di dare una cadenza periodica e regolare a tali riunioni, 3 volte l’anno e ogni volta
che fosse necessario: veniva cosi formalizzata la nascita del consiglio europeo. Esso
quindi ha il compito di far progredire l’integrazione comunitaria, di fornire gli indirizzi
politici su tutte le materie riguardanti la cooperazione tra gli stati membri e le materie di
interesse comune, e di realizzare una cooperazione politica europea.Il trattato dell’unione
europea, nella sua prima fase approvato a Maastricht, contemplava il consiglio europeo,
pur non figurando esso tra le istituzioni, riconoscendogli il compito di dare impulso
necessario allo sviluppo dell’unione; prevedeva inoltre che esso presentasse al
parlamento una relazione dopo ciascuna delle sue sedute nonché una relazione scritta
annuale sui progressi compiuti dall’unione. In questo contesto il Consiglio europeo poteva
già qualificarsi come organo dell’unione, pur se non inquadrato formalmente come tale.
Una svolta decisiva circa la configurazione del ruolo e la determinazione della natura del
consiglio europeo si ha con il Trattato di Lisbona; infatti con quest’ultimo, la natura di vera
e propria istituzione del consiglio europeo non può più essere messa in dubbio, figurando
infatti tra le istituzioni dell’unione.

IL consiglio europeo è chiamato a pronunciarsi e a deliberare da numerose norme dei


trattati in tutte le materie e politiche da essi contemplate, con la precisazione che esso
non può esercitare funzioni legislative. Si riunisce 2 volte a semestre su convocazione del
suo presidente. E’ composto oltre che dai capi di stato o di governo degli stati membri,
dal suo presidente e dal presidente della commissione europea; infine partecipa ai lavori
anche l’Alto rappresentante dell’unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Il
presidente del Consiglio europeo è eletto dai soli capi di stato o di governo a
maggioranza qualificata, per un periodo di 2 anni e mezzo.

Il consiglio europeo si pronuncia ancora per consensus, cioè secondo una tecnica usata
normalmente per l’adozione degli atti da parte di un organo internazionale
intergovernativo classico. Ci sono tuttavia anche casi in cui esso delibera all’unanimità,
come nell’azione esterna dell’unione e nella PESC, oppure a maggioranza semplice; il
consiglio europeo , poi decide a maggioranza qualificata, seguendo le stesse regole
previste per la votazione in seno al consiglio dell’unione, nelle ipotesi previste dai trattati:
è il caso dell’elezione dello stesso presidente del consiglio europeo, della designazione
dell’alto rappresentante dell’unione per gli affari esteri. Il presidente del consiglio europeo
e il presidente della commissione non partecipano al voto. Infine gli atti che il consiglio
europeo adotta sono soggetti a un controllo di legittimità da parte della corte di giustizia
quando destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi, ad eccezione di quelli
riguardanti la PESC.

Il Consiglio

Il Consiglio è l’unica istituzione composta dai rappresentanti degli stati membri. Esso è
investito della funzione legislativa generale, che esercita congiuntamente al parlamento
europeo, mediante l’adozione di regolamenti, direttive e decisioni, ed esercita la funzione
di bilancio. Inoltre il Consiglio ha il compito di assicurare la definizione e il coordinamento
delle politiche generali alle condizioni stabilite nei trattati. Il consiglio esprime una volontà
propria, distinta da quella degli stati che lo compongono anche quando le sue
deliberazioni raccolgano l’unanimità dei consensi: infatti uno stato può impugnare una
decisione del consiglio anche se il suo rappresentante abbia votato a favore. Il Consiglio è
formato da un rappresentante di ciascun stato membro; grazie alla modifica apportata dal
trattato di Maastricht si è inteso consentire la partecipazione al consiglio anche a membri
di organi di governo di enti territoriali autonomi purché giuridicamente in grado di
impegnare il proprio governo nazionale.

Il Trattato di Lisbona prevede espressamente le seguenti formazioni: il Consiglio “Affari


generali” che prepara le riunioni del consiglio europeo e ne assicura il seguito; il Consiglio
“Affari esteri” che elabora l’azione esterna dell’unione secondo le linee strategiche
definite dal consiglio europeo e assicura la coerenza dell’azione dell’unione; il Consiglio
degli affari economici e finanziari (ECOFIN), che si riunisce mensilmente per trattare del
coordinamento delle politiche economiche degli stati membri, della politica monetaria; il
Consiglio giustizia e affari interni (GAI).

La presidenza è esercitata a turno da ciascuno stato membro per 6 mesi. Viene


individuato un gruppo di 3 stati membri per un periodo di 18 mesi: ciascun membro di
tale gruppo esercita a turno la presidenza delle formazioni del consiglio per 6 mesi, gli
altri 2 membri lo assistono nello svolgimento dei suoi compiti.

Il Consiglio procede alla votazione su iniziativa del presidente, che è tenuto ad aprire la
procedura su richiesta di un membro del consiglio o della commissione, qualora la
maggioranza dei suoi membri lo decida. Le decisioni relative ad affari urgenti possono
essere adottate, al di fuori di una riunione, a mezzo di votazione espressa per iscritto, se il
consiglio decide all’unanimità. I sistemi di votazione previsti dai Trattati sono 3:
Maggioranza semplice che ormai trova scarsa applicazione; L’unanimità che si riferisce ai
votanti, infatti le astensioni dei membri presenti o rappresentati non costituiscono
ostacolo all’adozione delle deliberazioni; Maggioranza qualificata, nei casi previsti dai
trattati, secondo la ponderazione dei voti attribuiti a ciascuno stato membro, ossia il
differente “peso” assegnato al loro voto in ragione della loro importanza. Questo ultimo
sistema è divenuto la regola generale di votazione, salvo i casi in cui i trattati prevedono
una disciplina diversa.

49) Composizione e funzioni della BCE



La banca centrale europea(BCE), dotata di personalità giuridica è caratterizzata da
un’assoluta indipendenza, con competenze consultive e anche normative. Essa è l’organo
centrale dell’unione economica e monetaria al quale spetta la gestione della moneta unica
europea. Organi della BCE sono:

- Il consiglio direttivo composto dai membri del comitato esecutivo della BCE e dai
governatori delle banche centrali degli stati membri; ogni membro dispone di un voto,
le decisioni sono prese a maggioranza (il quorum per le votazioni è fissato in due terzi
dei membri).

- Il comitato esecutivo è responsabile della preparazione delle riunioni del consiglio


direttivo e degli affari correnti della Banca, attua la politica monetaria.Il presidente, il
vicepresidente e 4 membri sono nominati dal consiglio europeo a maggioranza
qualificata, per una durata di 8anni e non sono rinnovabili; deliberano a maggioranza
semplice, in caso di parità prevale il voto del presidente.

- Terzo organo decisionale della BCE, è il Consiglio generale, comprendente il presidente


e il vice presidente della BCE e i governatori delle banche centrali nazionali.

E’ fatto divieto alla BCE di sollecitare o accettare istruzioni delle altre istituzioni o degli
organi dell’unione, dai governi o da qualsiasi altro organismo; la BCE non è sottoposta al
controllo da parte di altre istituzioni dell’unione. Infine per l’assolvimento dei propri
compiti, la BCE dispone di un autonomo potere normativo: stabilisce regolamenti, prende
decisioni, formula raccomandazioni e pareri; i suoi atti vincolanti sono sottoposti al
controllo giudiziario della corte di giustizia e possono quindi formare oggetto di ricorso di
annullamento o di rinvio pregiudiziale. Infine la BCE dispone anche di un potere
sanzionatorio, potendo infliggere ammende o penalità di mora alle imprese in caso di
inosservanza degli obblighi imposti dai suoi atti.

La BCE concorre insieme alle banche centrali nazionali degli stati membri a formare il
Sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Obiettivo principale del sistema è
mantenere la stabilità dei prezzi e sostenere le politiche economiche generali dell’unione;
agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera
concorrenza. Tra i suoi compiti rientra anche la definizione e l’attuazione della politica
monetaria dell’unione, lo svolgimento delle operazioni sui cambi, promuovere il regolare
funzionamento dei sistemi di pagamento e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli
stati membri.

Public sector purchase programme della BCE (PSPP)

- Con ordinanza del luglio 2017, il BVG effettuava un rinvio pregiudiziale alla Corte di
giustizia chiedendo di valutare la legittimità, ai sensi del diritto UE, del PSPP.

Il BVG ha accolto nel merito la sentenza Weiss, confermando la legittimità del PSPP.
Tuttavia, esso ha affermato che l'assenza di un sindacato effettivo del rispetto della
proporzionalità rappresenta una violazione di un principio fondamentale dell'ordinamento
tedesco, applicando quindi la dottrina Solange.Le conseguenze sono gravi, soprattutto
sull’ambito del dialogo tra le varie corti. Vennero dati tre mesi di tempo alla BCE per la
presentazione di argomenti in sostegno della proporzionalità. Con spirito di
collaborazione, la BCE ha autorizzato la Bundesbank a condividere documenti riservati
con il BVG, che ne ha confermato la conformità con il principio di proporzionalità.
Procedimento in corso: proceduta d’infrazione contro la Germania.

Il cattivo esempio della Germania è stato però accolto e seguito dalla Polonia e con la
sentenza emessa il 6 ottobre 2021, K321, il Tribunale costituzionale polacco ha dichiarato
l’incostituzionalità dell’art. 1, 2 e 19 TUE nella misura in cui rendono inapplicabili le leggi
polacche sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario.

Comitato Werner 1969 fissò due obiettivi :

- totale convertibilità delle monete degli Stati membri

- assenza di fluttuazioni nei tassi di cambio

Il serpente monetario europeo (1972) : Tasso di cambio tra le monete degli SM minore o
uguale a 2,25%, superato il quale le BC avevano l'obbligo di intervenire con misure
correttive. Nel 1977, solo 5 Paesi su 9 erano all'interno del «serpente», gli altri non ci
riuscivano. Fu creato nel 78 il sistema monetario europeo, così da rimpiazzare il serpente,
e fun introdotta la prima moneta comunitaria (l’EURO) a sostituire l’ECU. Fu introdotto un
tasso di cambio fisso tra monete degli Stati membri, con obbiettivo di mantenerlo,
impegni che solo l’Italia e il Regno Unito non rispettarono. Venne quindi organizzato il
Comitato Delors 1988-1989, che prevedeva un piano in due fasi. La prima prevedeva i
criteri di convergenza :

1. Deficit inferiore al 3% ovvero in rapida diminuzione verso la soglia;

2. Debito inferiore al 60% del PIL ovvero in rapida diminuzione verso la soglia;

3. Assenza di volatilità monetaria

4. Tasso di inflazione superiore al massimo del 2% rispetto ai 3 migliori Stati membri

Seconda fase :

1. Istituzione della BCE nel 1998

2. Adozione della moneta unica nel 1999

3. Circolazione fisica a partire dal 1 gennaio 2002

Art. 199 TFUE

"1. Ai fini enunciati all'articolo 3 del trattato sull'Unione europea, l'azione degli Stati
membri e dell'Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l'adozione di una
politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche
degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta
conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza.

2. Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa


azione comprende una moneta unica, l'euro, nonché la definizione e la conduzione di una
politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l’obbiettivo principale
di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche
economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato
aperta e in libera concorrenza.

Funzioni del SEBC

"I compiti fondamentali da assolvere tramite il SEBC sono i seguenti:

- definire e attuare la politica monetaria dell’Unione

- svolgere le operazioni sui cambi in linea con le disposizioni dell'articolo 219

- detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri

- promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento

BCE

• Potere esclusivo di emissione della moneta.

• Potere normativo nei settori di sua competenza.

• Totale indipendenza da istituzioni politiche.

Eurogruppo

- ECOFIN ristretto ai Ministri dell’eurozona

- Presidente eletto per 2.5 anni

Componente economica dell'UEM

Il primo livello, c.d. braccio preventivo, si basa sull'obbligo per gli SM di coordinare le
proprie politiche economiche, sul presupposto che esse siano di interesse comune.

Il Consiglio europeo emana le c.d. «linee guida di politica economica».

Patto di stabilità e crescita - contiene i due noti requisiti:

1. Rapporto deficit/PIL non superiore al 3%.

2. Rapporto debito/PIL non superiore al 60%.

50) Corte di giustizia dell'Unione europea :

La funzione giudiziaria è svolta nell’ambito dell’unione dalla corte di giustizia dell’unione


europea con sede a Lussemburgo. Essa ha il compito di assicurare il rispetto del diritto
nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati”. La corte di giustizia è costituita da un
giudice per ogni stato membro nominati di comune accordo dagli stati membri previa
consultazione del comitato. L’innovazione più rilevante introdotta nel trattato di Lisbona è
data dall’aver configurato la corte di giustizia dell’unione come istituzione unica, articolata
in più organismi giudiziari: essa infatti comprende ora la Corte di giustizia, il Tribunale, ed i
tribunali specializzati. Il sistema di tutela giurisdizionale nell’ordinamento dell’unione si
articola su due livelli principali. Il primo contempla un controllo diretto da parte della corte
sulla legittimità degli atti e dei comportamenti delle istituzioni europee; Il secondo livello
prevede un controllo indiretto, perché affidato all’iniziativa di un giudice nazionale,
sull’interpretazione e la validità degli atti dell’unione, al fine di consentire la corretta
applicazione del diritto dell’unione in tutti gli stati membri.

il ruolo della corte di giustizia è stato quello di assicurare, nell’ambito delle competenze
attribuite, il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati. Tuttavia
alla luce delle successive modifiche del diritto primario dell’unione questo ruolo si è svolto
in maniera differente; infatti il trattato di Maastricht aveva escluso la giurisdizione della
corte di giustizia nei settori della PESC e della GAI. Alcune importanti novità furono poi
introdotte dal trattato di Amsterdam con riguardo alla competenza della corte: il risultato
più significativo era che ne usciva rinforzato il suo ruolo di organo giudiziario nel quadro
complessivo dell’unione. Tuttavia per quanto riguarda la PESC rimaneva esclusa ogni
possibilità di intervento della corte; mentre nell’ambito della cooperazione di polizia e
giudiziaria in materia penale la sua competenza continuava a subire limitazioni. Altra
novità di rilievo era rappresentata dall’attribuzione alla corte della competenza al controllo
sul rispetto dei diritti fondamentali quali garantiti dalla convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo.

L’attività della corte di giustizia è regolata dalle disposizioni del trattato. Le istituzioni e gli
stati nominano un agente per ciascuna causa, le altre parti devono essere rappresentate
da un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi ad un organo giurisdizionale di uno stato
membro. Nelle procedure pregiudiziali, trovano applicazione dinanzi alla corte le regole
del processo nazionale in cui viene operato il rinvio. La procedura comporta una fase
scritta e una fase orale:

- 1FASE SCRITTA: nelle procedure contenziose, la prima si apre con l’istanza trasmessa
al cancelliere, prosegue con lo scambio di memorie e contro memorie. Al termine della
procedura scritta, il giudice relatore presenta alla corte una relazione d’udienza che
riassume i termini della causa e le posizioni delle parti e contiene l’eventuale richiesta di
misure istruttorie.

- 2FASE ORALE:il suo inizio è fissato dal presidente della corte o della sezione.Essa è
consacrata all’audizione delle parti, cui è stata comunicata la relazione del giudice
relatore, e alle quali è concesso un tempo limitato per la discussione.L’avvocato
generale presenta le sue conclusioni, solitamente in un’udienza pubblica successiva ed
alle parti non è consentito replicare ma solo chiedere alla corte di riaprire
eccezionalmente la procedura orale

La sentenza ha carattere definitivo; tuttavia la stessa può essere oggetto di mezzi di


impugnazione straordinari: l’opposizione di terzo (a cura di uno stato membro, di una
istituzione, di una persona fisica o giuridica contro le sentenze che pregiudicano i loro
diritti quando rese senza essere stati chiamati in causa), la revocazione (può essere
chiesta in caso di scoperta di un fatto nuovo avente valore decisivo per la soluzione della
controversia. Inoltre le parti o le istituzioni, che dimostrino di avervi interesse, possono
chiedere alla corte l’interpretazione della sentenza quando questa risulta oscura nel senso
o nella portata. Nel caso di rinvio pregiudiziale, se la questione posta è identica ad altra
decisa dalla corte, questa può decidere con ordinanza motivata facendo riferimento alla
precedente sentenza. Inoltre le sentenze devono essere motivate, vengono lette in
pubblica udienza previa convocazione delle parti, hanno efficacia vincolante per le parti in
causa, hanno forza esecutiva negli stati membri.

Tribunale

Secondo organo giudiziario dell’unione, il Tribunale è stato istituito con decisione del
consiglio del 1988; la sua creazione ha risposto allo scopo di introdurre un doppio grado
di giurisdizione nel sistema giudiziario dell’unione e anche all’esigenza di alleggerire il
lavoro della corte. Tutte le cause decise in primo grado dal tribunale possono essere
oggetto di impugnazione, dinanzi alla corte di giustizia. Il Tribunale è composto da almeno
un giudice per ogni stato membro. Essi sono scelti e nominati secondo criteri analoghi a
quelli previsti per la corte, per la durata di 6 anni, con rinnovo parziale ogni 3 anni. I
giudici designano al loro interno il presidente per 3 anni. La presenza di un avvocato
generale è prevista obbligatoriamente solo quando il tribunale si riunisce in formazione
plenaria. Il tribunale si riunisce eccezionalmente in seduta plenaria in determinati casi
(difficoltà del diritto, importanza della causa o circostanza particolari).

Per quanto riguarda la competenza, essa era in un primo tempo limitata ai ricorsi
funzionari dell’unione contro le istituzioni, ai ricorsi individuali nell’ambito della politica
della concorrenza. In seguito il consiglio ha ampliato le competenze del tribunale a tutti i
ricorsi diretti (in annullamento, in carenza) proposte da persone fisiche o giuridiche. Nel
sistema attuale, il Tribunale è configurato come giudice di diritto comune dell’ordinamento
dell’unione in quanto investito di una competenza generalizzata di primo grado; per
quanto riguarda la competenza pregiudiziale, la corte di giustizia resta il giudice con
competenza generale, ma si ammette ora, seppur in via eccezionale, la competenza
anche del tribunale a conoscere delle questioni pregiudiziali in materie specifiche
determinate dallo statuto; tale decisioni emesse dal tribunale su questioni pregiudiziali
possono essere riesaminate dalla corte ove sussistono gravi rischi che l’unità e la
coerenza del diritto dell’unione siano compromesse.

Tribunali specializzati

La terza ed ultima componente del sistema giurisdizionale dell’unione è costituita dai


tribunali specializzati, che affiancano il Tribunale; la loro istituzione è prevista dal trattato
di Nizza. Viene affidato al parlamento e al consiglio il compito di istituire tribunali
specializzati affiancati al tribunale e incaricati di conoscere in primo grado di talune
categorie di ricorsi in materie specifiche. Le decisioni dei tribunali specializzati possono
essere oggetto di impugnazione per solo motivi di diritto o, qualora il regolamento
istitutivo lo preveda, anche per motivi di fatto. Per quanto riguarda la loro composizione, i
loro membri sono scelti tra persone che offrano garanzie di indipendenza e possiedano le
capacità per l’esercizio di funzioni giurisdizionali.

51) La nomina di giudici ed avvocati generali

Ai sensi dell’art.19 TUE viene espressamente previsto che la corte di giustizia è composta
da un giudice per ogni stato membro. I giudici vengono scelti fra personalità in grado di
offrire tutte le garanzie di indipendenza e competenza e che siano abilitati ad esercitare,
nei rispettivi paesi, le più alti funzioni giurisdizionali; sono nominati di comune accordo dai
governi degli stati membri per 6 anni e il loro mandato è rinnovabile. È previsto poi un
comitato composto da 7 personalità che è chiamato a rilasciare un parere, prima della
nomina da parte dei governi degli stati membri, sull’adeguatezza dei candidati a svolgere
le funzioni di giudice e di avvocato generale. La corte è assistita attualmente da 9
avvocati generali nominati per 6 anni dai governi degli stati membri di comune accordo;
essi concorrono alla svolgimento della funzione giudiziaria nell’ordinamento dell’unione.
Per quanto riguarda la loro designazione, viene previsto che uno sia indicato dai grandi
stati (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna), mentre per i restanti si applica un
sistema di rotazione tra gli altri stati. Il presidente della corte di giustizia viene eletto dai
giudici per 3 anni a scrutinio segreto e maggioranza assoluta ed è rinnovabile. Esso dirige
i lavori della corte e designa le sezioni competenti e il giudice relatore per ogni causa,
fissa le date dell’udienza ,decide sulle richieste di provvedimenti cautelari e d’urgenza,
presiede le udienze plenarie.

52) Principali caratteristiche del metodo


intergovernativo e metodo sovranazionale e loro
differenze
L'Unione europea non è una semplice organizzazione intergovernativa (come le Nazioni
Unite) né una federazione di Stati (come gli Stati Uniti d'America), ma un organismo sui
generis, alle cui istituzioni gli stati membri delegano parte della propria sovranità
nazionale. L’ Unione Europea è un’organizzazione SOVRANAZIONALE. Il trattato di
Maastricht istituisce l’ Unione Europea, programmata evoluzione delle precedenti
comunità europee (la CECA, l’EURATOM e la CEE), organizzazioni formalmente
intergovernative ma sostanzialmente sovranazionali.

Il metodo intergovernativo di associazione a livello internazionale è quello


che non prevede alcun sacrificio di sovranità da parte degli Stati che vi aderiscono. In
un’organizzazione di tipo intergovernativo il meccanismo decisionale si fonda
esclusivamente o comunque in modo prevalente sulla regola del consenso unanime degli
Stati partecipanti, con la conseguenza che ciascuna nazione, manifestando il proprio
dissenso, esercita sostanzialmente un diritto di veto.

Il metodo intergovernativo prevede che gli Stati collaborino oppure che al massimo si
consultino e il metodo che adoperano per coordinarsi è quello dell’unanimità. Quindi è
sufficiente il veto di un solo Paese per bloccare le proposte.

Intergovernativo è il metodo classico, confederale di relazioni tra i governi nazionali e le


diplomazie. Il processo decisionale è affidato ad organi di Stati, all’interno dei quali gli
individui agiscono nell’interesse e secondo le istruzioni del proprio Paese di
appartenenza. Una decisione comune viene adottata solo quando è nell’interesse di tutti
portarla avanti, evitando che le volontà di alcune nazioni vengano imposte a tutte le altre.
Ogni Stato è sovrano ed indipendente, le relazioni che sorgono fra le nazioni sono su un
piano di parità, sia per diritti che per doveri.

Sovranazionale è un metodo che prevede un’autorità centrale sopra le nazioni e quindi


più centralizzato. Gli Stati membri trasferiscono agli organismi comunitari la loro sovranità
in determinate materie, attribuendo ad essi il potere di emanare disposizioni pienamente
vincolanti e, in taluni casi, direttamente applicabili.

Le decisioni sono approvate non all’unanimità ma a maggioranza.

Il processo decisionale è affidato ad organi  composti da individui, i quali possono


esprimere le loro opinioni in modo indipendente rispetto agli Stati di provenienza.

Inoltre, decidendo di cedere la propria sovranità, gli Stati si sono vincolati al rispetto del
principio maggioritario, in base al quale è possibile l’adozione di atti applicabili a tutti i
Paesi aderenti, assunti tuttavia senza il loro consenso unanime.

Misure preventive

Se uno SM non si conforma alle linee guida o viola il Patto di stabilità e crescita, la
Commissione ed il Consiglio possono adottare raccomandazioni specifiche ed aggiuntive
per il singolo SM. Si tratta di misure di soft law. È il c.d. braccio preventivo, che prevede
misure di hard law. Procedura per deficit eccessivo, che può arrivare all'imposizione di
misure punitive che comprendono, tra le altre cose, il deposito di somme a garanzia della
solvibilità dello SM.

Nota bene : Con la crisi generata dal Covid-19 è stata attivata la c.d. clausola di
salvaguardia contenuta nel Patto di stabilità e crescita, che permette agli SM di non
rispettare i famosi due parametri. Tecnicamente il Patto di stabilità e crescita non è
sospeso. In reazione alla crisi dei debiti sovrani che ha interessato l'area euro negli anni
2008-2012, è stato approvato il Trattato di stabilità, coordinamento e crescita, noto come
Fiscal Compact, entrato in vigore nel 2013. Trattasi di accordo internazionale tra SM non
facente parte dell'ordinamento giuridico dell’Unione.

Giudici interni come giudici dell’Unione

L'amministrazione del diritto dell'UE è affidato in linea generale ai giudici interni, che
assumono le vesti di giudice dell’Unione ogniqualvolta sono chiamati ad applicare ed
interpretare il diritto unionale, fatta salva la possibilità di interpellare la Corte di giustizia.

Norme incompatibili

Per supportare l’efficacia del diritto dell’Unione e l’effettività dei diritti che questo
attribuisce agli individui, la Corte ha poi enunciato, nel tempo, tre rimedi, che i giudici
nazionali possono (e devono) utilizzare nel caso si trovino a giudicare del conflitto fra una
norma del proprio Stato ed il diritto dell’Unione europea. Essi, se si segue l’ordine in cui
sono stati affermati, sono: a) la disapplicazione, b) l’interpretazione conforme e c) il
risarcimento del danno.

Il primo rimedio, in base al quale i giudici degli Stati membri devono applicare il diritto
dell’Unione, disapplicando la norma nazionale contrastante con quest’ultimo, è stato
enunciato dalla sentenza Simmenthal. Nella sentenza, la corte ha precisato che le norme
interne successive incompatibili non si formano validamente e che l’efficacia del sistema
di controllo giurisdizionale sul rispetto del diritto comunitario, fondato sulla cooperazione
tra giudice comunitario e giudice nazionale, verrebbe ridotta se quest’ultimo non avesse il
diritto di fare immediata applicazione delle norme comunitarie. La corte di giustizia ha
affermato, nella sentenza Factortame, che una norma interna che ostacoli la protezione
giudiziale effettiva di un diritto che il singolo vanti in forza del diritto comunitario,
impedendo al giudice nazionale di concedere provvedimenti provvisori al fine di garantire
la piena efficacia della pronuncia giurisdizionale, deve essere da questi disapplicata.

Infatti in quella sentenza la Corte collegava la disapplicazione alla diretta applicabilità di


una serie di regolamenti, oltre agli effetti diretti delle disposizioni del Trattato CEE sulla
libera circolazione delle merci ed al primato. Ci si ricollegava dunque ai principi espressi
in Van Gend en Loos ed in Costa Enel, oltre che alla diretta applicabilità dei
regolamenti, mentre le direttive non erano in quel caso rilevanti.

La sentenza innanzitutto precisa che “l’applicabilità diretta va intesa nel senso che le
norme di diritto comunitario devono esplicare la pienezza dei loro effetti, in maniera
uniforme in tutti gli Stati membri, a partire dalla loro entrata in vigore e per tutta la durata
della loro validità; dette norme sono quindi fonte immediata di diritti e di obblighi per tutti
coloro che esse riguardano, siano questi gli Stati membri ovvero i singoli, soggetti di
rapporti giuridici disciplinati dal diritto comunitario”. La Corte inoltre afferma che “in forza
del principio della preminenza del diritto comunitario, le disposizioni del Trattato e gli atti
delle istituzioni, qualora siano direttamente applicabili, hanno l’effetto, nei loro rapporti col
diritto interno degli Stati membri, non solo di rendere la legge stessa inapplicabile, per il
fatto stesso della loro entrata in vigore, qualsiasi disposizione contrastante della
legislazione nazionale preesistente, ma anche — in quanto dette disposizioni e detti atti
fanno parte integrante, con rango superiore rispetto alle norme interne, dell’ordinamento
giuridico vigente nel territorio dei singoli Stati membri — di impedire la valida formazione
di nuovi atti legislativi nazionali, nella misura in cui questi fossero incompatibili con norme
comunitarie”.

Da un punto di vista teorico, la disapplicazione può essere scomposta in due passaggi


logici: il divieto di applicare la norma nazionale contrastante con quella europea e la
sostituzione della seconda alla prima.

La relazione tra diritto internazionale e diritto dell’Unione - L'UE è un sistema monista

Monismo: il diritto internazionale diventa automaticamente parte del diritto interno senza

necessità di ulteriore promulgazione e prevale su eventuali norme interne incoerenti

Dualismo: il diritto internazionale e diritto interno sono completamente separati ed è


necessaria un'attuazione specifica affinché il diritto internazionale entri a far parte del
diritto interno

Causa C-162/96 Racke: «le norme del diritto consuetudinario internazionale (...) vincolano
le istituzioni (...) e fanno parte dell'ordinamento giuridico» (para. 46)

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