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La ghiandola pineale, o epìfisi, è una ghiandola endocrina del cervello dei

vertebrati.

Essa sporge all'estremità posteriore del terzo ventricolo e appartiene


all'epitalamo. È collegata mediante alcuni fasci nervosi pari e simmetrici
(peduncoli epifisari) alle circostanti parti nervose. Le sue cellule, dette
pinealociti, producono la melatonina che regola il ritmo circadiano sonno-
veglia[1], reagendo alla poca luce e influisce sull'attività delle ovaie. Si
ipotizza che l'alterazione dell'attività della ghiandola pineale (indotta da talune
sostanze) possa avere un ruolo nello sviluppo della dipendenza da droghe.

La ghiandola è nota fin dall'era antica e si caratterizza per la sua calcificazione


in età matura. Le sue dimensioni sono di circa un centimetro di lunghezza per mezzo
di larghezza, e il suo peso si aggira intorno al mezzo grammo[2].

L'influenza di tale ghiandola sul ritmo circadiano ha trovato conferma


nell'osservazione della reazione dell'organismo dopo un volo transcontinentale:
l'organismo stesso necessita di un certo tempo per adeguarsi al nuovo ritmo luce-
buio nel corso delle 24 ore (fenomeno definito jet lag o discronia circadiana) e la
durata del periodo di adattamento è sensibilmente ridotta a seguito di assunzione
orale di melatonina[3].
Indice

1 Fisiologia
1.1 Embriologia
1.2 Istologia
1.3 Vascolarizzazione
1.4 Innervazione
1.5 Secrezione della melatonina
2 Storia degli studi sulla ghiandola pineale
2.1 Antichità
2.2 Medioevo
2.3 Rinascimento
2.4 Epoca moderna
2.4.1 Visione cartesiana
2.4.2 Sviluppi scientifici
2.4.3 Teosofia
2.5 Antroposofia
2.6 Rosacroce
2.7 Metafisica
3 Riviste specializzate
4 Note
5 Bibliografia
5.1 Bibliografia scientifica
5.2 Bibliografia umanistica e metafisica
6 Altri progetti
7 Collegamenti esterni

Fisiologia
Embriologia

L'epifisi si origina dall'ectoderma. Dal punto di vista filogenetico essa origina


altresì da cellule fotorecettoriali sensibili alla luce e capaci di generare un
impulso elettrico. Gli antenati dei mammiferi hanno sviluppato nel corso
dell'evoluzione un intricato sistema nervoso che permettesse agli impulsi
provenienti dai recettori retinici oculari di raggiungere l'epifisi, per cui questo
vero e proprio occhio pineale è andato perduto, mantenendo solo la struttura
neuroendocrina interna.[4].
Istologia
Pinealocita di una ghiandola pineale con calcificazioni
Immagine a ingrandimento intermedio di una ghiandola pineale

Il parenchima epifisario è organizzato in strutture cordonali. Al suo interno vi


sono due tipi di cellule: quelle parenchimali o pinealociti e quelle
interstiziali[5], come da schema sottostante:
Tipo di cellule Descrizione
Cellule parenchimali Anche dette pinealociti, sono deputate alla sintesi di
melatonina. Sono di origine neuroepiteliale e presentano aspetto epitelialoide. Il
metodo di impregnazione argentea mette in evidenza la basofilia del citoplasma e
l'aspetto dendritico (con sottili e lunghi prolungamenti che terminano in
prossimità dei capillari). Inoltre i pinealociti producono una matrice proteica che
va incontro a calcificazione. Infatti anche dopo la pubertà sono presenti
concrezioni calcaree denominate acervuli[5].
Cellule interstiziali Esse costituiscono l'aliquota stromale. Sono elementi
gliali modificati, anch'essi di origine neuroepiteliale. Sono presenti fagociti,
immersi tra le cellule interstiziali e in prossimità dei capillari che irrorano
l'epifisi. Questi svolgono il ruolo di APC[5].
Vascolarizzazione

L'epifisi appartiene alla famiglia degli organi circumventricolari (pertanto


risulta sprovvista di barriera ematoencefalica). Ciononostante la ghiandola pineale
è un organo altamente vascolarizzato. In particolare, il sangue arterioso giunge
tramite le arterie coroidee posteriori, mentre quello venoso affluisce nelle vene
cervicali interne[1].
Innervazione
Innervazione dell'epifisi di un mammifero.
SCG = ganglio cervicale superiore; SCN = nucleo soprachiasmatico; MFB = fascio
prosencefalico mediale; RHT = fascio retinoipotalamico

L'epifisi riceve informazioni fotosensoriali provenienti dall'occhio da canali


neuronali indiretti. La luce percepita dalle cellule gangliari retiniche viene
trasformata in impulso elettrico e trasferita al nucleo soprachiasmatico (SCN)
tramite il fascio retinoipotalamico (RTH)[1].

In seguito, l'impulso passa all'ipotalamo laterale; da qui al tronco cerebrale


tramite il fascio prosencefalico mediale e alla colonna intermediolaterale della
porzione cervicale del midollo spinale[1].

A questo punto l'impulso giunge al ganglio cervicale superiore e da qui nel


tentorio del cervelletto. Infine attraverso i nervi epifisari giunge
all'epifisi[1].
Secrezione della melatonina
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Melatonina.

La melatonina è una sostanza prodotta dai pinealociti a partire dal


neurotrasmettitore serotonina (5-idrossi-triptamina) per N-acetilazione e ossi-
metilazione, in virtù del fatto che tali cellule contengono l'enzima idrossi-
indolo-ossi metil transferasi (HIOMT), enzima marker dell'epifisi[5].

La ghiandola pineale si trova a stretto contatto con il liquido cefalorachidiano.


Per spiegare la presenza degli ormoni pineali nel plasma e nelle urine è stata
ipotizzata una secrezione pineale anche a livello vascolare. La sede principale di
azione della melatonina è nel cervello, ma può agire direttamente anche sulla
ghiandola ipofisaria e su altri organi periferici. Anche i livelli liquorali,
ematici e urinari della melatonina variano in relazione alla luminosità ambientale
con picchi nelle ore in cui quest'ultima è scarsa[6].
Storia degli studi sulla ghiandola pineale
Antichità
Galeno (Vignéron, litografia)

La prima descrizione e le prime speculazioni sulla ghiandola pineale si trovano nei


voluminosi scritti di Galeno, che trattò la ghiandola pineale nel suo De usu
partium. In esso Galeno spiega che la ghiandola deve il suo nome alla sua
somiglianza, per forma e dimensioni, a un pinolo. La chiamò ghiandola a causa del
suo aspetto ed equiparò la sua funzione a quella delle altre ghiandole del corpo,
che nella sua concezione servivano principalmente come sostegno ai vasi sanguigni.
Galeno si oppose fermamente a una concezione all'epoca diffusa secondo la quale la
ghiandola pineale regola il flusso di spirito, sostanza vaporosa di cui si riteneva
fossero pieni i ventricoli cerebrali. Galeno rifiutò questa idea innanzitutto
perché la ghiandola pineale è attaccata all'esterno del cervello e non può muoversi
autonomamente e, quindi, non avrebbe potuto orientare il flusso di spirito nei
ventricoli dell'encefalo. Egli, infatti, sostenne che il verme cerebellare (posto
nella parte mediana del cervelletto) fosse più qualificato a svolgere tale
funzione[7].

Più tardi le teorie di Galeno furono riprese per espanderle o talora modificarle.
Nemesio di Emesa, per esempio, le ampliò aggiungendovi l'idea della localizzazione
ventricolare, secondo la quale a ogni parte del cervello corrisponde una diversa
facoltà: al ventricolo anteriore l'immaginazione, al ventricolo mediano la ragione
e a quello posteriore la memoria. Tale teoria rimase in voga fino alla metà del XVI
secolo[8].
Medioevo

In un trattato chiamato Sulla differenza tra spirito e anima Qusta ibn Luqa combinò
le teorie di Nemesio e la concezione di Galeno riguardante la regolazione dello
spirito attraverso il verme cerebellare. A tal proposito applicò la sua teoria per
giustificare il flusso di coscienza: secondo le sue ipotesi, coloro che volevano
ricordare guardavano in alto in modo che questa appendice vermiforme aprisse il
passaggio e permettesse il fluire della memoria. Coloro che volevano pensare, al
contrario, guardavano in basso in modo che si chiudesse il passaggio e lo spirito
della ragione non fosse corrotto da quello della memoria. Il trattato di Qusta
influenzò molto la scolastica europea medioevale[9].
Mondino dei Liuzzi, Anathomia, 1541

In molti testi medioevali, tra i quali quelli di Mondino dei Liuzzi, a tale
appendice vermiforme fu dato il termine pinea, comportando una certa ambiguità, in
quanto esso poteva riferirsi sia al verme cerebellare sia alla ghiandola
pineale[10].
Rinascimento

All'inizio del XVI secolo l'anatomia fece progressi e una prima lettura più
scientifica della ghiandola pineale fu resa pubblica: Niccolò Massa scoprì che i
ventricoli cerebrali non sono riempiti di spirito ma di fluido (il liquido
cerebrospinale). Andrea Vesalio, inoltre, respinse tutte le teorie riguardanti la
localizzazione ventricolare e quelle secondo le quali la ghiandola pineale o il
verme cerebellare regolano il flusso di spirito, dissolvendo l'ambiguità creatasi
nel Medioevo[11][12].
Epoca moderna
Ritratto di René Descartes di Frans Hals
Visione cartesiana

«Articolo 32

Come si vede che questa ghiandola è la principale sede dell'anima.


Mi sono convinto che l'anima non può avere in tutto il corpo altra localizzazione
all'infuori di questa ghiandola, in cui esercita immediatamente le sue funzioni,
perché ho osservato che tutte le altre parti del nostro cervello sono doppie, a
quel modo stesso che abbiamo due occhi, due mani, due orecchi, come, infine, sono
doppi tutti gli organi dei nostri sensi esterni. Ora, poiché abbiamo d'una cosa, in
un certo momento, un solo e semplice pensiero, bisogna di necessità che ci sia
qualche luogo in cui le due immagini provenienti dai due occhi, o altre duplici
impressioni provenienti dallo stesso oggetto attraverso gli organi duplici degli
altri sensi, si possano unificare prima di giungere all'anima, in modo che non le
siano rappresentati due oggetti invece di uno: e si può agevolmente concepire che
queste immagini, o altre impressioni, si riuniscano in questa ghiandola per mezzo
degli spiriti che riempiono le cavità del cervello; non c'è infatti nessun altro
luogo del corpo dove esse possano esser così riunite, se la riunione non è avvenuta
in questa ghiandola»
([13])

Cartesio era molto interessato all'anatomia e alla fisiologia umana. Egli tratta
largamente della ghiandola pineale, in particolar modo nel trattato De homine e nel
suo ultimo libro Le passioni dell'anima.[14]
Relazione tra la percezione e la ghiandola pineale secondo Cartesio

Il punto di vista del "De homine” è puramente meccanicistico: in esso infatti


Cartesio vede il corpo come nient'altro che una macchina le cui funzioni sono
riducibili ai principi fisici della meccanica classica. Non a caso, le teorie
cartesiane saranno tra le principali ispiratrici della dottrina medica
Iatromeccanica. All'interno di questa macchina la ghiandola pineale gioca un ruolo
centrale, poiché coinvolta nella percezione, immaginazione, memoria e nella
causalità dei movimenti corporei.[15]
Cartesio, diagramma del cervello e del sistema nervoso

Molte delle supposizioni anatomiche e fisiologiche base di Cartesio erano


totalmente sbagliate, non solo per la nostra epoca, ma anche alla luce di ciò che
era già noto al suo tempo. Innanzitutto Cartesio pensava che la ghiandola pineale
fosse sospesa in mezzo ai ventricoli, mentre non lo è, come già sottolineato da
Galeno; pensava che fosse piena di “spiriti animali”, trasportati da piccole
arterie, mentre già Galeno confermava che a circondare la ghiandola vi fossero più
vene che arterie; descrisse questi spiriti animali come un vento molto fine, o come
una fiamma pura e vivace che gonfia i ventricoli[15], ma Massa aveva scoperto un
secolo prima che i ventricoli sono pieni di liquido e non di spirito[11].

Le passioni dell'anima potrebbe essere visto come una continuazione del trattato
Sull'uomo: molti dei temi discussi in esso riguardanti la ghiandola pineale
ricorrono. Cartesio approfondisce maggiormente il concetto di anima Martha
Nussbaum: emozioni per una teoria etica
di Michela La Grotteria|Pubblicato 30/05/2020

Quella alle emozioni non è un tipo di educazione che si prende in considerazione di


frequente. Eppure, negli ultimi decenni, studi di pedagogia, psicologia e
neuroscienze hanno rilevato il valore di una solida educazione emotiva in età
infantile. Impartendo al bambino la capacità di usufruire correttamente del
patrimonio di emozioni, gli si fornisce un’indicazione su come relazionarsi alla
società nel modo più equilibrato.

L’uomo nasce dotato di un corredo emotivo innato: le emozioni infatti si attivano


spontaneamente in risposta a stimoli dall’ambiente esterno, ed è stato anche
dimostrato che gli impulsi ricevuti in fase prenatale (ad esempio la voce della
mamma, della musica, una risata) allenano il bambino alla competenza emotiva. Per
quanto i primi mesi siano in grado di creare un impatto, la fase più decisiva
sembra essere quella intorno al secondo anno di vita: in questo periodo
delicatissimo, solo con genitori equilibrati e sicuri il bambino può costruire le
sinapsi nervose che gli permettono di sviluppare una corretta stabilità emotiva.

Di questo si è occupata largamente Martha Nussbaum nel suo L’intelligenza delle


emozioni: nel saggio viene formulata la tesi secondo cui dopo la nascita il bambino
si trovi in una condizione di bisogno, una situazione di impotenza che segna la sua
realtà per una larga parte dell’infanzia. In questo nuovo mondo viene a incontrare
anche figure che sopperiscono a quei bisogni, i genitori, e sviluppa attaccamento
per loro: lo stesso adulto che è amato per come si prende cura di lui, sarà oggetto
della sua rabbia quando non lo fa. Nascono così nascono dolorosi conflitti, dalla
convergenza sulla stessa persona di sentimenti tanto lontani quanto l’amore e
l’odio.

Inoltre, la consapevolezza di dipendere da altri per il proprio benessere fa


sviluppare al bambino una rudimentale emozione di vergogna: una condizione di
disagio quasi freudiano, da cui però può trarre un insegnamento positivo e arrivare
alla fiducia. Affine alla vergogna è poi il disgusto, che viene ad essere maturato
attorno ai tre anni grazie a una componente di costruzione sociale: al bambino
appare un’altra serie di conflitti, il suo corpo comincia ad apparirgli
problematico. Il disgusto verso se stesso è intenso, e per non autodistruggere
l’immagine di sé il bambino proietta il disgusto per se stesso verso l’esterno. È
qui che si gettano i semi di alcuni problemi sociali che storicamente hanno causato
alcuni tra gli eventi storici più drammatici e alcuni tra i movimenti di reazione
più liberatori: misoginia, antisemitismo, omofobia.

Queste emozioni forti e disturbanti, apprese tutte assieme, possono generare una
crisi: ma anche qui il bambino ha gli strumenti per affrontarla, lo stupore e
l’immaginazione, risorse cognitive che fondano la capacità di cancellare le cose
della realtà sgradevoli, fastidiose e turbolente attraverso cose nuove, fresche e
positive. Su quest’educazione alle emozioni Nussbaum costruisce la sua teoria
sull’origine della moralità: invece che costruirsi come sistema di norme che
limitino le emozioni, la moralità di un individuo crescerebbe sulle emozioni
stesse, trarrebbe giovamento da una sana coltivazione dell’assetto emotivo e non
mirerebbe affatto a sopprimerlo attraverso imposizioni sociali. È su questo aspetto
che la teoria di Nussbaum è particolarmente interessante: stabilito che le emozioni
guidano l’agire umano e favoriscono azioni benevole come anche azioni distruttive –
tramite paura, vergogna, rabbia – risulta evidente la rilevanza delle emozioni per
l’etica dell’individuo. Quanto sono rilevanti le emozioni nel guidare la buona
azione dell’adulto? Le emozioni possono offrire un contributo positivo alle
decisioni etiche individuali e pubbliche?

Martha Nussbaum pensa di sì: le emozioni alimentano la moralità e dunque una teoria
etica deve fondarsi sull’educazione emotiva. Gli stoici la pensavano diversamente,
rifiutavano di riconoscere che le emozioni, così pericolosamente irrazionali,
potessero essere in qualche modo utili al consorzio umano. Per Nussbaum, il
pericolo viene invece dal non valorizzare le emozioni: un’etica normativa non
animata dalle emozioni potrà essere applicata in modo conformistico o essere
rispettata anche quando le sue norme siano disumane. Un esempio storico? Il
nazismo. L’unico mezzo sicuro per far apprendere, per esempio, la compassione, è
passare dall’intenso attaccamento per un adulto nel periodo infantile: estendendo
questo sentimento attraverso l’immaginazione, tipica della specie uomo, amore e
riconosc

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