Sei sulla pagina 1di 3

L’altro elemento è quello della combinazione.

Le funzioni si combinano tra loro in molti modi diversi, ma


solamente nei modi previsti dal numero di funzioni esistenti, e anche seguendo una logica intrinseca che fa
sì che determinate funzioni debbano succedersi in un modo logico e cronologico esatto. Ogni funzione ha un
simbolo per creare una funzione algebrica.
In tutte le fiabe c’è una situazione iniziale (I), cioè l’esposizione delle premesse della fiaba. Per esempio,
«C’era una volta un re e una regina che non potevano avere figli.» Poi, iniziano le funzioni, cioè le possibili
azioni che compiono i personaggi. Anche questi sono in numero finito, cioè 7, e sono una conseguenza delle
azioni che compiono.
Vediamo che molte funzioni sono organizzate in logica binaria: se c’è divieto (k), c’è infrazione (q). k  q.
Il tranello (j) spesso consiste nel mostrarsi in incognito.
Nella nona funzione subentra l’eroe, che sarà punto focale delle funzioni che seguono. Ci sono due tipi di
eroe secondo Propp: l’eroe cercatore, che su mandato del re lotta con l’antagonista, o l’eroe vittima, per
esempio nella storia di Prezzemolina in cui le stessa è eroina-vittima che con l’aiuto dell’aiutante, Memè,
riesce a sconfiggerle e a fuggire. L’eroina è quindi lo stesso oggetto di danneggiamento.
Anche il donatore, spesso, è sotto copertura.
La fiaba si conclude sempre con una funzione che non può mancare: le nozze (N) tra l’eroe e la principessa
che può essere sostituito da eventi paragonabili alle nozze, per esempio con la ricompensa.
Questa è la struttura della fiaba, quindi, che ha sempre una mancanza iniziale alla quale si supplisce con una
serie di azioni interne e che finisce con la risoluzione e il festeggiamento finale. Anche altri generi usano
questo schema, ma secondo Propp è utile per individuare le fiabe. L’autore si sofferma molto sulle coppie
binarie, come abbiamo già visto con il divieto e l’infrazione, ma anche con il binomio lotta-vittoria,
persecuzione-salvataggio.
Questa logica binaria è anche un’estetica: questa struttura crea simmetrie più o meno perfette ed evidenti,
e la funzione di queste simmetrie è proprio estetica. Il lettore non può non apprezzare l’ordine intrinseco
nella fiaba.
Propp osserva anche che ci sono elementi ausiliari che servono per collegare le funzioni, come la triplicazione,
segnata con tre punti in verticale , che ha una funzione di raccordo e serve per esempio per triplicare le
prove dell’eroe, oppure può servire per ottenere un risultato positivo dopo due risultati negativi. Per
esempio, nelle storie dei tre fratelli in cui il minore, il terzo, si dimostra essere il migliore, abbiamo spesso tre
prove che risultano non essere portate a termine dai primi due.
I personaggi, come abbiamo detto, sono sette:
1. un antagonista, che compare consapevolmente, anche dopo investigazioni, spesso sotto mentite
spoglie per due volte: all’inizio per danneggiare e alla fine per essere rintracciato e sconfitto;
2. un donatore, che trova l’eroe per dargli un oggetto magico. Di solito viene incontrato per caso nel
bosco, luogo d’incontri privilegiato, e di solito appare sotto mentite spoglie;
3. un aiutante, che è diverso dal donatore anche se in alcuni casi possono coincidere;
4. un re/padre/marito, colui che ha la funzione di mandante dell’eroe;
5. l’oggetto della ricerca dell’eroe: una principessa, una fanciulla senza titolo, uno o più fratelli
scomparsi;
6. un eroe;
7. un falso eroe, che pretende di essere tale.
Mentre il Motif Index descrive ogni tipo di motivo, Propp riduce agli elementi minimi questi motivi dando
luogo a quelle che lui chiama funzioni e che altri studiosi chiamano motivemi, cioè elementi minimi dei motivi.
Propp è stato criticato per aver escluso dall’analisi gli attributi dei personaggi, come l’età, il sesso o la ragione
sociale, che in realtà l’autore afferma come importanti ma anche come variabili, mentre la disciplina secondo

70
lui deve concentrarsi sulle strutture invariabili. Facendo una comparazione con lo studio della lingua, occorre
studiare la struttura grammaticale, e non il lessico che è variabile. Allo stesso modo bisogna studiare la
struttura della fiaba e solo dopo si può fare un discorso sugli attributi, che possono essere compresi se e solo
se si è prima compresa la struttura.
D’ANNUNZIO
Non tutti i testi delle Novelle della Pescara sono interessanti dal punto di vista antropologico, ma alcune di
esse lo sono e ci permettono di vedere l’evoluzione della narrativa di D’Annunzio e cosa stia succedendo
nella letteratura italiana di fine secolo dopo il tramonto della poetica del verismo, che in realtà è un tramonto
relativo. Quando studiamo la letteratura del secondo Ottocento abbiamo un’immagine falsata: il verismo di
Verga ci viene rappresentato come il fenomeno letterario più importante del tempo, ma questo è il nostro
punto di vista, perché il verismo ottiene da parte del pubblico un riscontro molto meno ampio e importante
di quanto si potrebbe immaginare. Verga per i lettori degli anni ’70-’80 era il Verga mondano, tardo
romantico, mentre I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo ebbero un’importanza minore e un impatto meno
esteso. Negli anni ’80 dell’Ottocento le varie correnti letterarie – verismo, decadentismo, simbolismo – si
mescolano tra loro, ci sono istanze di tipo scientifico che si mescolano a interessi per il paranormale, per la
telepatia e lo spiritismo, per esempio in Capuana. Basti pensare al fatto che
nel 1881 escono contemporaneamente I Malavoglia e Il Piacere, da una
parte il capolavoro del verismo e dall’altra quello del decadentismo e del
simbolismo. Le Novelle della Pescara ci danno un’immagine fedele di ciò
che accade in questi anni perché se leggiamo questo libro vediamo come
le diverse istanze presenti alla fine del secolo in Italia, ma non solo – il
sistema letterario italiano è sempre satellite del sistema letterario francese
da cui provengono le correnti innovative,
Se vediamo il racconto La vergine Anna, preso da D’Annunzio dal Libro
delle vergini del 1884, vediamo che l’autore ha un fortissimo debito nei
confronti di Flaubert, perché se consideriamo sia la vicenda di Anna, questa
monaca laica che offre la propria verginità a Dio e che conduce fino alla fine
dei suoi giorni una vita di disgrazie e malattie, che lo stile impassibile e
chirurgico con cui viene raccontato il tutto, capiamo perfettamente che si
tratta di una ripresa molto evidente di un racconto molto famoso di Flaubert, Un cœur simple. Ci sono molti
elementi che riconducono alla figura di Félicité, persona di assoluta bontà e ingenuità, che sacrifica la propria
esistenza rinunciando a vivere. Nel racconto francese c’è Lùlù, pappagallo impagliato che fa compagnia alla
protagonista, e nella novella italiana diventa una testuggine, animale totemico come il pappagallo.
Ci sono anche descrizioni di usi e costumi della regione abruzzese che sottolineano pesantemente uno degli
elementi che vedremo analizzando altre novelle, cioè la connessione stretta tra il sacro e la violenza; questo
nesso è il nodo tematico che guida la nostra lettura di questo autore. Si vede molto bene il ruolo del
sincretismo religioso che caratterizza la fede popolare, un misto di elementi del cristianesimo e del
paganesimo arcaico.
Nel racconto della vergine Anna, D’Annunzio è ancora legato alla realtà del realismo flaubertiano, quindi il
punto di partenza è quello del realismo che appare ai lettori degli ultimi decenni dell’Ottocento non solo
come esempio di stile narrativo legato all’impersonalità, ma anche come rappresentazione degli aspetti più
turpi e crudi della realtà; basta andare a vedere le recensioni dei primissimi mesi a I Malavoglia come molte
di queste insistano sul verismo come messa a nudo di quanto c’è di più sgradevole, corrotto e abominevole
nella vita del popolo. Il realismo viene quindi visto dal lettore di impostazione neoromantica, quindi
idealistica, come un’insistenza gratuita che va evitata.
Lo sviluppo successivo della narrativa di D’Annunzio va però in un altro senso: non più la precisione
chirurgica, il distacco e l’impersonalità flaubertiane ma nel senso di una progressiva trasformazione dello stile

71
in qualcosa di molto diverso: basta confrontare lo stile de La vergine Anna con La vergine Orsola, più tardo,
per rendersi conto di ciò che l’autore sta facendo in questi anni e dello stile proprio d’annunziano: uno stile
enfatico, denso di simbolismi e allusioni, di non detto, che spesso cerca la preziosità stilistica e rinuncia, di
fatto, all’impersonalità.
La vergine Orsola
La protagonista è Orsola, una ragazza di 27 anni che, esattamente come la Anna del racconto del 1884, ha
completamente dedicato la propria vita alla fede religiosa. La verginità è l’elemento principale del racconto.
È una monaca laica, non si è mai sposata e vive assieme alla sorella Camilla in un piccolo appartamento.
Insieme a lei guida una piccola scuola di canto religioso per i bambini. Siamo nel quartiere popolare di Pescara
e tutta l’ambientazione è di tipo popolare. Entrambe sono nubili, hanno rinunciato a sposarsi per amore di
Dio e la novella inizia con la malattia di Orsola, che si ammala di tifo e rischia di morire, e fortunatamente
dopo quattro settimane di malattia si riprende e vive una sorta di rinascita. In questo periodo di risorgimento
scopre anche delle emozioni che non ricordava di aver provato prima e viene stuprata da un uomo, un certo
Lindoro, che si era fatto tramite per un’altra persona che si era invaghita di Orsola e che la corteggiava a
distanza.
Orsola cerca conforto nella religione perché si sente in colpa: ha subito una violenza ma la ricorda con un
misto di dolore e piacere. Scopre di essere incinta e per evitare lo scandalo si reca dal famoso mago Spacone
in un paese a pochi chilometri di distanza per abortire. Non trova il mago ma sua moglie, una strega, che le
dà un filtro per farla abortire. Il filtro funziona ma è troppo potente per il fisico debilitato di Orsola, tanto che
la porta rapidamente alla morte.
«Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era la primizia della neve, su
tutte le case la neve. Ma in alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano sul
palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E nell'aria bianca, sul paese bianco
appariva ora subitamente il miracolo del sole.»
Ci sono molti toponimi pescaresi. Si nota subito che siamo lontani da uno stile verista: non c’è impersonalità
né la regressione al parlante, il narratore popolare. La voce narrante, qui, che è sempre una voce
eterodiegetica, è chiaramente letteraria. Non può essere un narratore popolare a usare espressioni e
metafore come «primizia», «appariva ora subitamente il miracolo del sole». Ci sono anche le ripetizioni, come
«neve» e «bianco». Si parla di viatico perché il sacerdote sta uscendo dalla chiesa per recarsi a casa di Orsola
per portare l’estrema unzione alla malata che sembra moribonda. La troviamo, infatti, sul letto in trema ai
tremori della febbre, descritta con molti particolari nel corpo e nel volto, e ci sono anche particolari come le
immagini dei santi che sono appese sulle pareti della stanza e l’immagine della Madonna di Loreto, «tutta
nera il volto il seno le braccia, come un idolo barbarico». È tutta nera, come le Madonne descritte poi da Levi,
e «idolo barbarico», chiaro accenno al sincretismo tra religione ufficiale cristiana e quella popolare pagana,
barbarica.
Viene introdotta la figura di Camilla che sta a letto con lei, il prete comincia a recitare le formule latine
dell’estrema unzione ma, apparentemente, Orsola «non sentì l'onda purificatrice che la rendeva più bianca
della neve innanzi al suo Signore»; c’è quindi un dubbio sull’efficacia delle parole che vengono quasi percepite
come le parole di un rituale magico, come le formule di un’arcana magia. Viene data anche l’Eucaristia.
«Camilla guardava con gli occhi rossi pieni di terrore e di dolore quella faccia terrea dove ogni segno
di vita mancava»
Il terrore è quello che si prova di fronte al sacro, come vedremo anche più avanti.
Improvvisamente, poi, i segni della malattia regrediscono alla quarta settimana. La Vergine inizia ad avere
sintomi tipici della quarta settimana, come la fame bestiale, tipica della convalescenza del tifo. Il narratore
continua nella descrizione di particolari molto morbosi:

72

Potrebbero piacerti anche