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ZEISS 

BIOGON  38mm f

ZEISS  BIOGON  38mm f/4,5:

ORIGINI,  SCHEMI  INEDITI,  PROTOTIPI,

APPLICAZIONI  INSOLITE  E  PROVA  DI  RISOLUZIONE

SULL'IMMORTALE  SUPERGRANDANGOLO  PER  HASSELBLAD

ABSTRACT

A small compendium  about the famous


Bertele's  90°  near-perfect lens for 6x6cm  format:

it's family tree starting from the Aviogon project and ending with the  38mm
f/2,8 prototype,

all drawings, NASA versions, unusual applications and a resolution test for this
immortal lens.02/09/2008L'immortale Biogon f/4,5 da 90° di
Ludwig Bertele
è già stato dibattuto nel pezzo generale che

riguarda gli obiettivi Hypergon-Topogon-Biogon-Hypergon-Russar-Hologon


(troverete il relativo

link in calce alla pagina), tuttavia ho voluto scendere un po' nel dettaglio per
rimarcare degnamente

il ruolo preminente ricoperto negli ultimi 50 anni da questo eccezionale


obiettivo nella versione 38mm

per il formato 6x6cm, che in abbinamento all'essenziale ma efficacissima


Hasselblad Super-Wide ha

rappresentato la quintessenza dell'apparecchio grandangolare per generazioni di


fotografi, sempre

rinnovato ma sempre uguale a se stesso perchè, in fondo, era stato


ingegnerizzato in modo perfetto

e la resa ottica del Biogon era di un livello tale che passarono lustri prima
che le emulsioni convenzionali

fossero in gradi di avvicinare la sua risoluzione elevatissima, così come


nessun grandangolare

retrofocus ha ancora avvicinato l'estrema correzione della sua distorsione


fotogrammetrica e che non

eccede il valore di 0,25%; in realtà, come già annotato in precedenza, il


Biogon da 90° f/4,5 per uso

convenzionale si articolò su una vera famiglia di obiettivi con identico schema


ottico ma differenti

lunghezze focali, coprendo l'intervallo che spaziava dal 24x36mm al 9x12cm; vide
così la luce il 21mm
per il formato 24x36mm, il 38mm per il formato 6x6cm, fu abbozzato un 45mm
dedicato al 6x7cm e

furono prodotti anche un 53mm per il formato 6x9 ed un 75mm che copriva il
9x12cm.Si tratta di obiettivi dotati dello
stesso schema ottico, di pari
luminosità ed angolo di campo e caratterizzati

da identica ed eccellente nitidezza, tuttavia mentre le altre focali furono


prodotte in tiratura molto limitata

ed oggi fanno parlare di se soprattutto come rarità di modernariato per


collezionisti, il 38mm dedicato al 6x6,

grazie all'abbinamento alla fortunatissima Hasselblad Super Wide, incontrò un


successo planetario che lo

mantenne in produzione per decenni e lo vide impiegato nei settori più critici
e disparati, esplorazioni

spaziali comprese, dove raccolse continui ed unanimi consensi, fino a farlo


definire a furor di popolo

"il grandangolare perfetto"; naturalmente buona parte del merito va


anche riconosciuto al minimale corpo

macchina: leggero e trasportabile, semplice ma assemblato con la consueta


precisione, metteva a

disposizione del fortunato e facoltoso proprietario tutto quello che serviva per
ottenere una immagine

soddisfacente: precisissima messa in bolla, tolleranze meccaniche minime,


obiettivo eccelso.

Il Biogon 38mm f/4,5 (qui in versione


C-T* nero su SWC del 1977) è stato

per mezzo secolo l'obiettivo di riferimento per l'architettura e la foto


industriale

in interni ed esterni, grazie alle sue eccezionali qualità ottiche; quest'apparecchio

è il mio esemplare personale, e le sue origini sono da raccontare: fu venduto


nuovo

in Olanda ed acquistato nel 1992 da un commerciante italiano alla fiera francese


di

Bievres da un collega turco proveniente dalla Germania, che a sua volta l'aveva

acquistato dal primo proprietario olandese... la sua storia degna di un film


d'azione

non le impedisce di impressionare tuttora negativi entusiasmanti; quest'apparecchio

del 1977 (notare la finitura laccata nera, con magazzino cromato) appartiene
alla

serie SWC immediatamente antecedente alla SWC/CM, da non confondere con la

successiva SWC/M, dotata di Biogon in montatura gommata CF; la SWC/CM è

identica a questa SWC, monta un Biogon della stessa generazione (C-nero T*) ma

presenta una minima modifica allo zoccolo di attacco rapido al cavalletto che
permette

l'applicazione del dorso Polaroid 100, preclusa all'esemplare della foto per
questioni

di interferenze meccaniche.
nel corso di mezzo secolo, fermo restando l'obiettivo in
dotazione e le caratteristiche

di base, l'Hasselblad SWC si è evoluta passando attraverso molti, piccoli


affinamenti:

il modello originale del 1954, che all'epoca della presentazione fece scalpore
per l'angolo

di campo e la correzione garantita, era definito Hasselblad SWA, acronimo di


Supreme

Wide Angle; all'epoca non era ancora stata impostata la serie di obiettivi C con
otturatore

centrale Syncro Compur della Deckel (lanciata nel 1957), ed i corpi macchina
reflex erano

dotati di otturatore a tendina sul piano focale... Per ragioni di complessità


meccanica (il

sottilissimo corpo macchina, praticamente un distanziale, garantiva poco spazio


per i meccanismi

dell'otturatore) si decise di trattare il Biogon 38mm alla stregua dei 53mm e


75mm già pianificati

per Linhof ed assemblati alla stregua di obiettivi da grande formato, su


otturatore centrale.

Il corpo SWA non prevedeva dunque alcun otturatore, mentre un modello centrale
della Deckel

era inserito nell'obiettivo all'altezza del diaframma; la caratteristica


distintiva della prima SWA

consiste nel fatto che l'otturatore viene armato e fatto scattare tramite
levette poste sull'otturatore

spesso, proprio come avviene sugli obiettivi da banco ottico, e non esiste alcun
rinvio meccanico

col corpo macchina nè accoppiamento col sistema di avanzamento del film; dal
momento che

l'otturatore viene attivato da un bilanciere sull'obiettivo, il corpo macchina


è privo di pulsante di scatto.

Accogliendo le lamentele dei primi utenti (con l'apparecchio all'occhio era


difficile identificare

"a tasto" il comando di scatto sull'obiettivo), la meccanica del


Biogon fu rapidamente modificata,

dando vita al modello SW (per Super Wide), la cui principale miglioria consiste
nell'applicazione

di un asse esterno che trasmette l'impulso di scatto dal corpo macchina


all'obiettivo stesso,

agendo su un convenzionale pulsante di scatto posizionato sul frontale in basso


a sinistra, come

sui corpi Hasselblad reflex; viceversa, il riarmo dell'otturatore era ancora


manuale ed indipendente,

ed andava attuato mettendo in tensione l'apposita levetta sull'obiettivo.

Nel 1957, con l'introduzione della 500C e dei relativi


obiettivi Zeiss C, il sistema Hasselblad fu

rivoluzionato. abbandonando l'otturatore sul piano focale in sottilissimo


acciaio Sandvik (fonte

di grattacapi fin dai primi modelli) ed impostando tutto il parco macchine su


obiettivi dotati di

otturatore centrale Syncro-Compur, riconoscibili per la nuova caratterizzazione


estetica con
finitura anodizzata bianca e design più moderno; in quest'ottica, anche il
Biogon fu rimontato,

eliminando la necessità di armare manualmente l'otturatore, operazione ora


accoppiata al

sistema di riavvolgimento film, a sua volta aggiornato adottando la manovella


telescopica in

luogo del nottolino rotante; questa versione del 1957, ribattezzata SWC (Super
Wide Compur),

incarnò l'estetica definitiva e "storica" di questo longevo modello,


quella più radicata nei cuori

degli utenti, un aspetto fuori dal tempo e dalle mode che rimase invariato per
oltre 25 anni

(fino all'introduzione del Biogon con finitura gommata CF), con due uniche
varianti per l'ottica:

l'anodizzazione nera anzichè satinata cromo e l'applicazione dell'antiriflessi


T*.

Il biogon 38mm originale, antecedente alla serie C, assieme


alla versione CF gommata

dei primi anni '80 e a quella CFi, priva di vetri inquinanti a base di Arsenico,
Piombo e

Cadmio e dotata di passivazioni antiriflesso più efficaci all'interno del


barilotto, frutto

dell'esperienza sulle ottiche Zeiss cinematografiche; il primo esemplare è


relativo al

modello SW, dotato di albero esterno per interfacciare il corpo macchina


all'otturatore.

Lo schema ottico dei tre obiettivi è teoricamente identico, ma sul modello CFi
sono stati

impiegati vetri alternativi a quelli inquinanti, il cui valore di


rifrazione/dispersione non è

assolutamente identico a quello previsto da Bertele ad inizio anni '50, così lo


schema

ottico di quest'ultima versione è stato leggermente ricalcolato e modificato


per supplire

a queste lievi differenze...


Una vista di profilo di una 903 SWC col Biogon sezionato; questo schema

ci consente di apprezzare il ridottissimo spazio retrofocale del Biogon 38,

circa 18mm, assolutamente incompatibile col tiraggio del corpi Hasselblad

reflex; questa caratteristica impose la realizzazione del corpo Super Wide,

accettando la limitazione della messa a fuoco su scala metrica; en passant,

l'obiettivo serie C dispone di una scala di riferimenti molto più nutrita, ed


in

particolare il primo punto di fede scendendo da infinito si posiziona a 15m,

mentre nel più moderno obiettivo CF (come quello dell'illustrazione) la serie

di riferimenti metrici si è inspiegabilmente "rarefatta", e dopo


infinito il primo

marker è al 6m; considerando che parliamo comunque di un 38mm, una focale

non così corta, credo che sarebbe stato auspicabile fornire lo stesso numero di

riferimenti su scala del primo modello C... E' comunque possibile applicare

al corpo macchina il dispositivo di messa a fuoco con vetro smerigliato, anche

se i primi modelli garantiscono una visione poco luminosa e rendono difficile

la valutazione dell'esatto piano di fuoco; su questo adattatore con vetro


smerigliato

(da applicare al posto del magazzino porta-pellicola) è possibile montare un

pozzetto Hasselblad per corpi reflex e persino un pentaprisma TTL, con il quale
teoricamente è praticabile la lettura esposimetrica throu the lens, anche se vi
sono

ovvi problemi di calibratura fra le varie generazioni di adattatore (con o senza

vetro smerigliato al laser, molto più luminoso) e pentaprisma esposimetro

(tarato in fabbrica o meno per la trasparenza dei vetri acute-matte piuttosto


che

ground-glass standard); infine, per utilizzare questo adattatore, è necessario

aprire completamente il diaframma e mantenere l'otturatore spalancato in posa B;

prevedendo questa necessità, tutti i corpi a partire dall'SWC del 1957


dispongono

di una levetta coassiale al pulsante di scatto, ruotando la quale il pulsante


stesso

resta abbassato: quest'operazione, con l'obiettivo settato su B, mantiene


l'otturatore

aperto indefinitamente, e per chiuderlo basta riportare la levetta coassiale


nella

posizione iniziale, svincolando il pulsante di scatto.

credits: picture: Hasselblad, remastered

Lo schema ottico del Biogon f/4,5 da 90° deriva


strettamente dal tipo Aviogon, un obiettivo

aero-fotogrammetrico progettato da Bertele ed utilizzato dall'azienda svizzera


Wild Heerbrugg;

Bertele, rientrato in Europa dopo il conflitto, scelse di vivere un esilio


dorato al di fuori della sua

Germania, trovando dimora e nascendo ad una seconda vita nel cantone San Gallo,
nei pressi

della stessa Wild; in realtà Bertele, oculatamente, non era un dipendente


ufficiale della Wild

Heerbrugg ma agiva piuttosto come un free-lance, brevettando a suo nome i nuovi


calcoli partoriti

dalla sua mente geniale ed offrendoli successivamente in concessione ai


potenziali clienti, scelta

che gli garantì una vecchiaia decisamente agiata grazie alle royalties
garantite dai progetti...

Nel corso del 1951 Bertele registrò in


Svizzera sia il progetto base per una versione dell'Aviogon

(altre sarebbero seguite nei successivi tre lustri) sia quello relativo ad un
wide f/4,5 da 90° che

sarebbe divenuto leggenda col nome di Zeiss Biogon; analizzando i prototipi Aviogon,
il modello di

produzione da 115mm f/4,5 e lo schema del Biogon di pari luminosità si può


tracciare in modo

molto chiaro la discendenza diretta di quest'ultimo dal celebre obiettivo


aero-fotogrammetrico;

in particolare, le grandi analogie con l'Aviogon 115mm di produzione hanno


portato alcuni esperti,

anche di chiara fama, a dichiarare che esisterebbero versioni del Biogon a 10


lenti: questo è

ovviamente un falso, e l'unica ottica in produzione basata su 10 elementi singoli


ed uno schema

analogo al Biogon da 90° è solamente l'appena citato Aviogon 115mm, un


obiettivo che - per

luminosità, risoluzione e contrasto già a piena apertura e distorsione


contenuta sotto i 10 micron

su tutto il campo - rimpiazzò rapidamente i vari Metrogon, Topogon, etc. sulla


flangia delle più

famose aero-fotocamere, con grande gioia del committente svizzero!Ho personalmente disegnato i vari schemi
che scandiscono l'origine e la storia del
Biogon f/4,5

da 90°, e per la prima volta è possibile analizzarli chiaramente in sequenza.


Biogon ed Aviogon derivano sicuramente uno dall'altro, tuttavia la loro

genesi è cronologicamente quasi contemporanea, il che mi porta ad ipotizzare

che Bertele, anzichè completare l'Aviogon e poi ricavare il Biogon dalla

semplificazione del primo, abbia concepito i due progetti contemporaneamente,

senza demarcazioni cronologiche precise; la storia di questo schema parla di

una costante semplificazione e rarefazione, forse anche alla ricerca di costi

inferiori: lo schema Aviogon di partenza (un f/6,3 da circa 125° di campo) era

basato su ben 12 lenti, su un impianto quasi simmetrico con tre menischi


spaziati

ad aria ad ogni estremità e due tripletti collati ai lati del diaframma, con
raggi di

curvatura a contatto secondo la progressione concave-convex-concave; questo

primo e sofisticato prototipo presenta le prime tre lenti realizzate in vetro a


bassa

dispersione, con valori progressivamente sempre più estremi, passando dal


numero

di Abbe 66,7 del "vecchio" Schott BK-10 (ora sostituito dal tipo N
ecologico) al

70,3 del tipo FK-5 al 95,2 della terza lente realizzata in Fluorite, cui segue
un quarto

elemento in moderno (per l'epoca) Schott LAK10; pur nella sua complessità,
questo

prototipo contiene già tutte le caratteristiche del Biogon definitivo. Per un


ulteriore

controllo fine dell'aberrazione cromatica, critica con simili angoli di campo,


le due

piccole lenti affacciate sul diaframma hanno rifrazione leggermente differente


ma

identica dispersione (vD= 51,0).

Il secondo prototipo di Aviogon presente nello schema si avvicina di più al


tipo Biogon

perchè il suo angolo di campo è stato ridotto da 125° a 90°, esattamente


come nell'obiettivo

Zeiss, aumentando anche la luminosità ad f/5,6, step intermedio verso il valore


f/4,5 garantito

dal Biogon; in questo esemplare i tre menischi anteriori sono stati ridotti a
due, con una

configurazione che è già simile a quella del Biogon; anche in questo caso i
menischi anteriori

sono realizzati con vetro a bassa dispersione (entrambi in Schott FK-5), seguiti
da una lente

il Schott LAK10 (nD= 1,72050  vD=50,3).

Il terzo schema è relativo all'Aviogon 115mm f/4,5 (destinato


ad aero-fotocamere da 18x18cm),

e rispetto al secondo prototipo presenta una ulteriore semplificazione, dal


momento che in questo

caso i menischi esterni di grande diametro sono due sia anteriormente che
posteriormente, avvicinando

ancor di più la configurazione del Biogon.

Il quarto schema raffigura il classico Biogon f/4,5 da 90°, e come potete


notare rappresenta

un modello strettamente derivato dall'Aviogon 115mm di produzione tramite un


ulteriore processo

di semplificazione: dai tre menischi posteriori del prototipo Aviogon da 90° si


è passati a due nell'Aviogon

di produzione e ad uno soltanto nel Biogon; contestualmente, anche il tripletto


collato posto davanti

al diaframma è stato semplificato in doppietto, sostituendo i due elementi


interni con una lente singola.

La gestazione coeva ai prototipi Aviogon è confermata dalle caratteristiche dei


primi tre vetri, analoghi

a quelli dei prototipi: prima lente in Schott BK-10 a bassa dispersione e


seconda lente in Schott

 FK-5 (a dispersione ancora più ridotta), come nel primo prototipo, e


terza lente in Schott LAK10,

un vetro ad altra rifrazione e dispersione proporzionalmente ridotta, come nel


secondo prototipo.

Alcuni di questi vetri sono stati poi riproposti in versione N, ecologica, con
valori nD e vD leggermente

diversi, il che ha imposto una minima riprogettazione del Biogon per la versione
CFi.

Il quinto schema si riferisce a due prototipi realizzati nel


1968 (uno dei quali noto per la matricola

prototipica 2.589.267) su un progetto di Bertele del 1966, ed è relativo ad una


versione di Biogon 38mm

con luminosità portata da f/4,5 ad f/2,8, in previsione per l'impiego su una


SWC evoluta; questo Biogon

38mm f/2,8 non arrivò alla produzione di serie ma testimonia il definitivo


passo verso la semplificazione

del complicato schema originale: in questo caso i menischi esterni sono singoli
su entrambi i lati dell'ottica

e la principale innovazione consiste nel ritorno al tripletto


anteriore,spaziando ad aria due elementi;
ad ulteriore conferma della modernità del progetto troviamo la penultima lente
realizzata in vetro LASF43,

un materiale dalle caratteristiche elevate.

La leggera operazione di maquillage dello schema ottico


operata nel modello CFi è stata sempre sbandierata

dal Costruttore come l'occasione per migliorare ulteriormente la resa ottica del
Biogon 38mm, tuttavia - per

quello che valgono - i riscontri MTF originali parlano di una leggera flessione
al diaframma di lavoro ottimale

rispetto alla versione originale, assemblata con vetri non ecologici.

gli MTF del Biogon 38mm C e CFi a confronto: sul piano teorico
il modello

rivisto con vetri ecologici tiene un filo meglio sul campo ad f/4,5 e 40 l/mm

ma ad f/8 perde sensibilmente nelle zone centrali rispetto al modello originale;

non ho mai avuto modo di verificare in pratica se e in che termini queste


differenze

siano eventualmente visibili, e considerando anche le minime fluttuazioni nella

produzione di serie ritengo che sia un test difficilmente attuabile...


quello che non cambia in tutte le versioni del Biogon 38mm è l'eccezionale
correzione della

distorsione, dichiarata nell'ordine dello 0,25% (a barilotto) a 2/3 della


diagonale e praticamente

0% ai bordi estremi: avendo cura di effettuare una precisa messa in bolla


(operazione garantita

dall'efficace livella a bolla incorporata) la distorsione è praticamente


invisibile su tutti i 90° di

campo, anche con soggetti critici e con forti ingrandimenti; gli ultimi modelli
avevano trasferito

la bolla dal corpo macchina al mirino, e questo suscitò le perplessità di


alcuni utenti: se infatti

la bolla sul corpo è di assoluta affidabilità, quella incorporata nel mirino


dipende sostanzialmente

dal corretto allineamento del mirino stesso col corpo macchina...

Come anticipavo, la Super Wide col Biogon 38mm fu un apparecchio di grande


successo che in

virtù delle sue uniche caratteristiche ottiche e meccaniche ha trovato


applicazione nelle condizioni

d'uso più disparate, dando vita nel tempo ad una serie di modelli speciali,
modificati in funzione delle

esigenze contingenti; grazie all'attività della Casa d'aste Westlicht


Photographica Auction di Wien,

specializzata in modelli rari ed insoliti, è possibile documentare alcune di


queste Super Wide "fuoriserie".

Il Biogon deriva strettamente da uno dei più famosi obiettivi


aero-fotografici, quindi è ovvio

che a sua volta trovi applicazione nel settore; per un impiego motorizzato a
distanza, in modo

semi-automatico, fu allestita la speciale SWC-E, dotata della soletta-motore in


lega di Magnesio

del modello reflex ELX e di uno spartano quanto efficace rinvio di moto esterno
coperto da un

carter; la presa multipolare della soletta si può interfacciare a tutti i cavi


e comandi di scatto remoto

dell'equivalente modello reflex, e l'autonomia può essere aumentata in modo


significativo con un

magazzino 70mm da 70 pose; per impieghi ancora più severi fu allestita in


piccola serie la versione

MK-WE, dove M sta per Metric; infatti questo modello ricalca le impostazioni
meccaniche della

SWC-E con l'aggiunta sul piano focale della piastra reseau in vetro con
crocicchi fotogrammetrici

e la relativa ricalibratura della messa a fuoco sul Biogon; anche la staffa per
il mirino esterno è stata

spostata sul lato sinistro, come sui modelli MK dotati di Biogon 60mm f/5,6
metrico non retrofocus;

il modello illustrato è dotato di magazzino ad alta capacità per pellicola


biperforata da 70mm e sia

la SWC-E che la MK-WE esibiscono un Biogon 38mm f/4,5 T* in montatura gommata CF


ed

otturatore Prontor della Gauthier di Calmbach, più affidabile ed anche


economico rispetto al precedente

e glorioso Syncro-Compur.

Un capitolo a parte andrebbe dedicato al Biogon nelle imprese


spaziali, come partner della NASA;

ai tempi delle missioni Gemini, a metà anni '60, l'Ente Spaziale americano era
molto interessato al

modello SWC ed al suo correttissimo Biogon 38 super-grandangolare, e molte fra


le più belle

immagini ad ampio respiro della superficie terrestre furono riprese proprio con
corpi SWC, leggermente

modificati per ottemperare ai rigidi protocolli di sicurezza per le missioni


spaziali (assenza di materiali che

possano staccarsi, o incollati, o infiammabili, o solubili in determinati


solventi, o viti non bloccate in sede

con resina epossidica, etc.); in realtà la SWC utilizzata dalle missioni Gemini
è estremamente simile al

modello civile, e la differenza più evidente riguarda il mirino esterno,


semplificato ed adattato ad una

visione da maggiore distanza, come richiesto dagli scafandri spaziali. Il Biogon


38mm serie C prodotto

per la NASA presentava una finitura grigio scuro (che anticipava di anni i nuovi
obiettivi C in livrea nera)

e l'assenza di prese di forza godronate sulle ghiere, sostituite da


"palette" sovradimensionate e più adatte

al maneggio con gli ingombranti guanti delle tute spaziali; i Biogon dello schema
(in realtà due esemplari

diversi, appartenenti allo stesso lotto di matricole) furono realizzati per la


NASA nel 1968, come confermato

dall'imballaggio grezzo in cartone.

Come già riferito nell'articolo specifico su questi obiettivi, l'acme fu


raggiunto nel Giugno 1966, quando

Michael Collins, fluttuando nel vuoto cosmico mentre era in orbita attorno alla
Terra con la sua Gemini 9,

lasciò sfuggire l'Hasselblad SWC che stava utilizzando e non fu più in grado
di recuperarla, trasformandola

nel primo satellite geostazionario svedese, come trionfalmente puntualizzarono


le prime pagine dei giornali

scandinavi; diplomaticamente, la NASA riferisce che Collins si lasciò sfuggire


un "maledizione!", ma in realtà

pare che si trattasse di un'espressione colorita di ben altro tenore, ovviamente


irriferibile...

A conferma dell'iniziale interesse della NASA per il Biogon


38mm ed il suo corpo SWC,

dopo la serie di missioni Gemini la NASA ordinò 25 corpi macchina


specificamente modificati

ed adattati per l'impiego sulla superficie lunare, palesando l'intenzione di


utilizzarla anche per il

primo sbarco umano sulla Luna... Successivamente si valutò che fosse


preferibile una focale

più lunga per ottenere una prospettiva più "decifrabile", ordinando


un 60mm fotogrammetrico

(a sua volta, peraltro, derivato da Glatzel dal progetto Biogon di Bertele e


denominato Biogon

60mm f/5,6), e questa specialissima Hasselblad "Lunar Surface Super Wide


Camera" dovette

rinunciare all'onore di vedere le stelle ed entrare nella leggenda...


L'obiettivo ricalca l'estetica

degli esemplari appena commentati, con l'aggiunta del classico polarizzatore


anteriore (presente

anche nel Biogon 60mm "lunare") e di un semplicissimo mirino a


crociera con riferimento di

centratura applicabile al cannotto anteriore dell'obiettivo; completa la


dotazione il classico

magazzino Hasselblad "lunare" 70mm - 200, per 200 esposizioni su una


speciale pellicola a

supporto molto sottile, che permetteva di stivare nel magazzino stesso un


metraggio largamente

superiore alla norma; quest'apparecchio, sviluppato all'Hasselblad dal tecnico


Jan Lundberg,
è uno dei modelli più rari e fetish della serie: l'esemplare illustrato ha
trovato casa per la cifra

di 32.400 euro, certamente adeguata al suo eccezionale pedigree...

Seguendo una tradizione che risale ai tempi della guerra,


molti prototipi Hasselblad

prendevano vita da maquettes in legno accuratamente sgorbiate e levigate: questo

prototipo realizzato intorno al 1970 si riferisce ad un'ipotesi di SWC dotata di


ampie

impugnature per facilitare il brandeggio (e - forse - anche per stoccare il


film?)

Questo modello SWC/M (evoluzione della SWC/CM con obiettivo CF)


è un "Dummy",

cioè un modello da vetrina solo apparentemente completo e funzionante: in


realtà, dietro

all'estetica di facciata, l'apparecchio è privo di qualsivoglia meccanismo,


mentre l'obiettivo,

per quanto privo del modulo posteriore, presenta tutto il gruppo ottico
anteriore montato,

probabilmente per conferire alla visione frontale del gruppo di lenti un aspetto
realistico;

l'ottica riporta un numero di matricola nell'ordine dei 2,5 milioni,


solitamente dedicato

ai prototipi.
Un prototipo datato 1988 per il corpo 903 SWC, il modello che
andò

a sostituire la SWC/M; notare le cascate di ingranaggi per il trasporto

del film, la srtuttura in alluminio monolitico del corpo macchina ed il

rinvio per armare l'otturatore.

A suo tempo l'Hasselblad forniva eccellenti e costosi


scafandri per impiegare

i suoi apparecchi sott'acqua; questi due articoli erano previsti per la SWC

e nel modello di sinistra è montato un correttore ottico Zeiss per il Biogon


38mm;

in entrambi gli scafandri è assente il mirino esterno, costituito da un


ingombrante

telaio a crociera.

La SWC è un patrimonio collettivo delle ultime due-tre


generazioni di fotografi, e molti ricordano con nostalgia

quando la tenevano in esercizio col potentissimo flash Multiblitz da 90° o


quando compivano piccoli miracoli

quotidiani e lasciavano i committenti a bocca aperta sia per le inquadrature che


per la qualità d'immagine: quando

ero un ragazzino, all'ingresso del Fotoclub era esposta una sorta di


"biglietto da visita": una stampa da circa 1,5

metri realizzata con un negativo della SWC, e la qualità non richiedeva


commenti...

Recentemente, proprio da alcuni "veterani" di questi momenti gloriosi


ho raccolto commenti fuori dal coro, che

lamentavano una certa "morbidezza" nel Biogon... Pur rispettando


l'opinione di chi ha più esperienza di me, ho

preso dal mucchio un negativo che impressionai nel 1992, utilizzando l'Hasselblad
SWC illustrata all'inizio di

questo pezzo, montandola su cavalletto, chiudendo il Biogon ad f/8-11 ed


impressionando della nitidissima

pellicola Kodak Technica-Pan 6415 a 25° ISO, sviluppandola in Kodak Technidol


(il suo rivelatore specifico)

per 9'30" @ 20°C.. Si tratta di un negativo che all'epoca scartai (si vede
la mia ombra, coperta nel mirino dalla

sagoma dell'obiettivo, ed anche la porzione di una persona, non visibile nello


stesso mirino quando ho scattato),

tuttavia è sicuramente adatto per valutare la risoluzione dell'obiettivo, dal


momento che una Technical-Pan

esposta a 25° ISO e sviluppata in Kodak Technidol dovrebbe superare le 300


l/mm...

D'altro canto, il Biogon è accreditato di oltre 200 l/mm, con un picco ottimale
di 250 l/mm; vediamo dunque di

cosa è capace quest'ottica così anziana!

L'immagine campione ottenuta col Biogon ad apertura ottimale


(fra f/8 ed f/11), scattando su

cavalletto ed utilizzando la Kodak Technical Pan in Technidol, una delle


accoppiate che

all'epoca garantiva la maggiore risoluzione, in grado di spremere al 100% i


migliori obiettivi;

non l'avevo mai stampata perchè il mirino esterno aveva "nascosto"


sia la mia ombra (il

Biogon entra nell'inquadratura in basso) sia la persona a desta (non inquadrata


dal sistema ottico).

ecco il formato originale del negativo (circa 56x56mm);


seguendo lo schema del celebre film

"Blow up", ho eseguito una stampa estremamente ingrandita del


dettaglio indicato nel settore rosso.

questo dettaglio, stampato con un Apo-Rodagon 50mm f/2,8 @ f/5,6 per usufruire

del massimo potere risolvente possibile, è stato ingrandito con un grosso IFF
Eurogon

ben 27,2 volte: se l'intero fotogramma fosse stampato a questo ingrandimento, la


stampa

misurerebbe 152x152cm, cioè un metro e mezzo di lato... Nonostante


l'ingrandimento

superiore a 27x, i dettagli della chiesa (la basilica di S. Appollinare in


Classe, a Ravenna)

sono ancora perfettamente leggibili; scegliendo dalla stampa 27x un piccolo


dettaglio, sono

andato oltre, scansionando il foglio di carta (una Agfa Multicontrast Classic FB


semi-matt)

a 1.200 DPi ed ingrandendolo fino ad una visualizzazione ai 96 Dpi effettivi del


monitor...

Ecco il risultato del super-ingrandimento in cascata: la


stampa a 27,2x scansionata a 1.200 Dpi

ed osservata a 96 Dpi equivale ad un ingrandimento di 336,7 (trecentotrentasei


virgola sette) volte

rispetto al formato di partenza, e nonostante la catena cinematica sfavorevole


(con le variabili legate

a mosso - messa a fuoco e planeità dell'ingranditore e alla struttura della


carta nella successiva scansione)

sono ancora leggibili dettagli su un particolare che corrisponderebbe ad una


stampa da 18,85 metri per

18,85 metri di lato: se questo è morbido, ben vengano altri... (gli artefatti
sull'immagine sono riflessi della

superficie semi-matt alla lampada dello scanner CanonScan 9950 F).

SO  WHAT?

Parlare bene del Biogon 38mm f/4,5 è  fin troppo facile ed ovvio... La
scelta lungimirante e coraggiosa di

derivarlo senza mezzi termini dal più famoso grandangolare aero-fotogrammetrico


ha proiettato una sorta

di UFO mai visto prima sul mercato, con l'effetto di un macigno in una pozza d'acqua; il passare del tempo

non ha scalfito le eccezionali prerogative dell'obiettivo e dell'SWC nel suo


complesso, ed anche oggi che

i corrispondenti retrofocus Zeiss sono riusciti a bissarne le prestazioni (mi


riferisco in particolare al Distagon

40mm f/4 IF), questo sistema di rarefatta semplicità resta semplicemente


vincente in molti settori, grazie alla

leggerezza, agli ingombri ridotti e alla distorsione comunque inarrivabile per


un retrofocus; purtroppo il suo

prezzo di listino, mai abbordabile, nel tempo è lievitato fino a limiti


francamente grotteschi, azzerando quasi

completamente le vendite dei modelli nuovi di fabbrica ed alimentando un vivace


mercato dell'usato, dove

anche catorci male in arnese della prima ora continuano a spuntare valutazioni
più che dignitose; per mia

esperienza personale con una SWC degli anni '60, la presenza o meno
dell'antiriflessi T* non influisce in

modo avvertibile sul contrasto e sul flare, quantomeno nelle condizioni di


esercizio normali e senza andare

a cercare controluce "artistici", quindi anche un modello datato,


posta la condizione che l'otturatore sia in

buone condizioni di esercizio (ormai certi dettagli degli otturatori montati


sugli Zeiss C non sono più disponibili

da anni) è in grado di regalare grosse soddisfazioni al proprietario;


l'eccezionalità del Biogon 38mm è stata

ribadita persino sui dorsi digitali (che onestamente non sfruttano la copertura
fino ai bordi, non certo

telecentrici), sui quali il Biogon ha vinto in risoluzione e correzione


dell'aberrazione cromatica su ben più

moderni progetti "apo" calcolati per il digitale...

Un vero fuori quota, dunque, fortunatamente prodotto su numeri che lo rendono


mediamente accessibile

a tutti, e non soltanto ad una ristretta cerchia di fortunatissimi.

MARCOMETER

NATO  AD  UN  PASSO  DALLA


PERFEZIONE,  AI  SUOI  TEMPI

ERA  DI  UN  ALTRO  PIANETA;  SOLO  ORA 


LE  PELLICOLE,  AL

LORO  CREPUSCOLO,  POSSONO  VOLARE  A  SIMILI 


ALTEZZE;

QUESTE  QUALITA'  NE  HANNO  FATTO  UN 


SENZA  TEMPO,

INSENSIBILE  ALLE  RIVOLUZIONI  TECNICHE  E  ALLE 


MODE:

FARA'  FOTO  PERFETTAMENTE  SODDISFACENTI  PER  SEMPRE,

SU  UN  CORPO  ESSENZIALE  CHE  PROFUMA  DI 


SORGENTE.

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