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L’ARTE DI AIUTARE

The Art of Helping è l’opera fondamentale di R. Carkhuff arrivata alla VI edizione (1987),
ed è destinata a un pubblico molto eterogeneo che va dagli specialisti massimi della
relazione umana (psicoterapeuti), fino ai meno esperti che vogliano apprendere i
“fondamentali” di un relazionarsi più umano e più costruttivo.
Carkhuff è stato originariamente allievo di Carl Rogers, promotore dell’orientamento
“approccio centrato sulla persona”; ben presto però Carkuff si staccò dal maestro
arrivando a sviluppare un suo metodo, il Client centred Approach.Tuttavia se Rogers ebbe
molto successo, le innovazioni di Carkhuff invece ebbero molto meno risuono e al riguardo
sono state fatte alcune ipotesi: forse Rogers ebbe più successo poiché più sensibile e
umano nel suo modello, a differenza di un C. più freddo, razionale, pragmatico e legato
agli aspetti tecnici della relazione di aiuto.
La questione dell’efficacia delle professioni di aiuto
Agli inizi degli anni ’60, Carkhuff rimase colpito dalle affermazioni di J. Eysenck, psicologo
comportamentista inglese. Questo notò che non ci fossero differenze di possibilità di
guarigione tra un gruppo di pazienti in terapia per cinque anni e un gruppo di controllo con
analoghi sintomi in partenza ma il quale viene lasciato per tutto quel tempo senza
trattamento. Dunque Eysenck si soffermò sull’importanza di rendere i trattamenti
terapeutici più “brevi” per anticipare quegli effetti migliorativi. Carkhuff, partì da questo
contributo per sottolineare invece quanto fosse più importante la qualità dei processi
terapeutici rispetto la durata.
Carkhuff ha concentrato tutti i suoi studi proprio sul “miglioramento dei processi
terapeutici” e per farlo era necessario partire dal miglioramento dei processi interpersonali
nella terapia. Se è vero che un miglioramento delle tecniche psicoterapiche è importante
esse non sono i soli aspetti importanti; ad essere efficace è infatti anche la
capacità personale dei terapeuti (gli helper) di costruire (building) una relazione efficace
con la persona. L’helper efficace è colui che sa collegarsi con la persona, non
semplicemente giudicandola con test o diagnosi cliniche: solo questo tipo di helper sarà
davvero in grado di operare a vantaggio dell’altro.
Questo problema dell’efficacia dell’helping professions, se negli anni ’60 ancora non era
presa realmente in considerazione, oggi questo problema si pone in modo ben più
pressante. Con lo sviluppo del Welfare state le professioni di aiuto sono aumentate
esponenzialmente (psicoterapeuti, counselor, assistenti sociali, educatori, operatori di
comunità ecc) anche quelle di “volontariato” ed è per questo che oggi è ancor più
importante focalizzare l’attenzione su come e se funzionano gli interventi di aiuto; è
fondamentale accertare se si agisce nella cura produttivamente.
Tra i problemi più allarmanti abbiamo il noto fenomeno della burning out syndrome ,cioè la
“sindrome al collasso motivazionale e all’abbandono di responsabilità” soprattutto tra gli
operatori delle professioni di aiuto. Capita che a causa di carenze tecniche di base e a
causa della complessità dei compiti verso i quali sono chiamati gli operatori, essi
sviluppino un senso di inefficacia, impotenza di fronte alla situazione di aiuto verso
l’utente; e quindi oltre che una mancanza di aiuto nei suoi confronti questa situazione
potrò creare una progressiva “learnead helplessness” (sensazione di impotenza appresa)
che potrebbe deprimerlo sempre più.
Dunque le complessità delle relazioni di aiuto dipendo da diversi fattori come abbiamo
visto. Sicuramente è importante migliorare le tecniche e le sovrastrutture ma abbiamo
visto come primario sia anche il miglioramento della relazione d’aiuto helper utente. Ma
altrettanto importanti sono tutte quelle relazioni che definiremo “quotidiane”, quella “rete
sociale” di rapporti che ci sono al di fuori della seduta specifica di psicoterapia o di
counseling; esse possono essere “per il meglio” e aiutare quindi in senso curativo il
paziente e offrire anche esse un supporto. Il lavoro terapeutico va necessariamente a
sfumarsi in quello sociale della vita del paziente al di fuori del rapporto con il professionista
d’aiuto.
Ecco perché il lavoro di Carkhuff non si limita ad essere indirizzato solo per i “professional
helper” poiché il lavoro socio-terapeutico interessa non solo psichiatri, psicologi o
comunità terapeutiche ma anche volontari, familiari, amici e gli stessi utenti.

Relazione di aiuto, counseling, psicoterapia


Dunque il modello di Carkhuff rappresenta una base su come fare in modo che le relazioni
umane diventino di aiuto; le relazioni di aiuto possono essere più semplici e spontanee
nella vita quotidiana di tutti i giorni fino ad arrivare a quelle più complesse, come il
counseling e la psicoterapia.
Ma che cos’è il counseling? È imprecisa la traduzione con “consulenza”, dare consigli ecc.
Il counseling è piuttosto una forma di intervento diversa dalle altre modalità di aiuto (come
per esempio dare consigli, l’insegnamento, un’azione diretta ecc.). in tutte queste strategie
l’aiuto dipende direttamente dalla competenza di chi aiuta. Nel counseling invece c’è
qualcosa di più profondo, poiché parte dal presupposto che “il modo migliore
per aiutare non è quello di dire alla persona ciò che deve o non deve fare, quanto piuttosto
aiutarlo a comprendere la situazione e a gestire il problema”. L’operatore che vuole
impegnarsi in un processo di counseling non deve dunque vedere il problema dell’utente
con i suoi occhi, offrendo soluzioni; il problema infatti non è il suo ma di
un’altra persona e le soluzioni del counselor potrebbero non essere adeguate per
quell’utente, essendo estranee per il suo modo di essere e dunque inefficaci. Le soluzioni
devono venire per quanto possibile dalla persona e dunque il compito del counselor è
quello di un lavoro lungo, paziente e laborioso nel riattivare le risorse interiori del
paziente. Visto così l’ambito della psicoterapia e del counseling non sono poi così distinti
tra loro: potremmo dire che se la terapia psicologica di questioni più legate a disfunzioni e
patologie di personalità, il counseling si occupa di difficoltà legate nel non saper gestire
situazioni della vita più o meno oggettivamente complicate (un lavoro insoddisfacente, una
vedova incapace di elaborare un lutto ecc.). Il counseling inoltre non è solo da intendersi in
“situazioni sulla crisi”, ma ha un’utilità anche per coloro che ricercano una crescita e uno
sviluppo “developmental counseling” per scelta personale. Il counseling può essere
dunque un modo per attivare una modifica anche prima che si avvii un fallimento o una
situazione ingestibile. Inoltre, le attività di counseling non sono esclusive in un rapporto
uno ad uno, ma possono instaurarsi anche in sessioni di gruppo, utili per instaurare anche
relazioni laterali.
Il contributo tecnico di Robert Carkuff alla relazione di aiuto
Come abbiamo visto Carkhuff parte dal modello rogersiano. In particolare lo riprende
rispetto: l’analisi delle disposizioni personali dell’operatore di aiuto e l’articolazione
dell’apparato tecnico-metodologico. Rispetto le disposizioni personali dell’operatore di
aiuto, e dunque su quali siano gli atteggiamenti personali e le dimensioni del sé idonee per
rendere efficace chi aiuta in una relazione, Rogers aveva individuato una “triade” di
atteggiamenti che considerava condizioni necessarie perché i processi interpersonali si
dispieghino in senso costruttivo e dunque di aiuto. Questi atteggiamenti sono tre e
importanti in ordine così come elencati:
1. La prima disposizione umana è la genuinità (o spontaneità dell’operatore di aiuto): un
operatore di aiuto per creare una relazione interpersonale efficace deve essere sempre sé
stesso, esprimere la propria personalità, essere congruente tra ciò che pensa, dice, fa ed
è. Egli non deve innalzarsi su un piedistallo rispetto l’utente né nascondersi dietro la sua
“professionalità”, ma essere semplicemente sé stesso, ovviamente non dando
semplicemente sfogo a sé stesso ma esserlo in senso costruttivo. La genuinità è la base
per l’aiuto.
2. La seconda disposizione umana è l’accettazione incondizionata (o considerazione
positiva incondizionata): il terapeuta deve comunicare al suo cliente il profondo e sincero
interesse per lui come persona senza dare giudizi. Questo non significa che l’operatore
non debba restare indifferente agli aspetti etici connessi a ciò che la persona dice o fa, ma
è importante che ciò non si trasformi in disapprovazione verso l’utente. Il poter trovare un
interlocutore non giudicante e affettuoso è per Rogers la condizione essenziale per lo
sviluppo di una piena maturità della persona.
3. La terza disposizione è la “comprensione empatica” cioè la capacità dell’helper di
cogliere accuratamente la situazione personale di colui che gli sta di fronte. “capacità di
mettersi al posto altrui, di vedere il mondo come lo vede lui”. Questa comprensione
dell’altro non deve però essere troppo condizionata dall’emotività. La comprensione
accurata dell’altro dovrebbe prodursi con un mix di coinvolgimento affettivo e intelligenza
percettiva.
Queste tre disposizioni sono dunque fondamentali da possedere per l’helper, per creare
un clima nel quale la persona sia accolta e ben protetta. Allo stesso tempo però l’helper
deve saper accogliere il paziente ma anche indirizzarlo quando necessario, dirigerlo e
dunque la triade degli atteggiamenti rogersiano sono importanti, ma non sufficienti sempre
e comunque. Quindi possiamo dire che se Rogers ha reso chiaro che l’aiuto si può
realizzare molto partendo proprio da quelle tre disposizioni, per Carkhuff bisogna andare
oltre, con l’azione e il comportamento (action oriented approach), organizzando gli
interventi di aiuto.
Sulla base di queste considerazioni, Carkhuff ha elaborato un suo primo modello di aiuto
(nel 1969), aggiungendo degli atteggiamenti attivi necessari all’helper oltre la triade
rogersiana.
a. Il confronto,competenza molto importante che deve avere nel modello di Carkhuff un
helper. Tramite questa competenza, si aiuta il cliente a rendersi conto di alcuni elementi
contraddittori o incoerenti a livello psicologico e comportamentale.
b.c. Attraverso il confronto si può aiutare il cliente a capire sue incoerenze al livello
psicologico, a farlo rendere conto della sua incapacità di prendere la realtà così com’è,
senza distorcerla. Il confronto è una competenza che richiede grandi capacità
nell’operatore; se non abilmente manovrata, può essere controproducente.
d. L’immediatezza (o detta relazione al momento o relazione tu-me) è la capacità
dell’helper di comunicare all’altro in modo aperto e diretto, le impressioni su come si sta
svolgendo la loro relazione. L’helper deve dunque capire implicitamente come l’altro sta
vivendo la relazione con lui. L’immediatezza serve a parlare apertamente del rapporto e
aiuta a la persona a fare la stessa cosa.
Rispetto l’apparato tecnico-metodologico abbiamo anticipato come Carkhuff abbia creato
un modello nuovo, un modello operativo della relazione di aiuto, centrato sulle abilità da
possedere mettere in atto sequenzialmente; infatti, seppur ogni relazione sia a sé, unica e
irripetibile, vi è sempre e comunque una struttura che rimane fissa, invariata da colloquio
a colloquio e che appunto Carkhuff cerca di descrivere.
Questo modello si presenta come:
1. Bipolare, descrive sia la dinamica dei processi intrapersonali (cosa succede nella
persona man mano che l’aiuto si realizza) sia la dinamica interpersonale (le abilità
relazionali a carico dell’helper). Ciascuna abilità dell’helper è collegata ad una fase di
maturazione nell’helper (il paziente).
2. Sequenziale nel senso che questo modello parte da abilità più semplici (osservazione,
ascolto) ad abilità più complesse (personalizzazione, confronto, problem solving). Il
modello è inoltre sequenziale perché scandisce le priorità e l’ordine con cui le abilità
dell’helper vanno introdotte. Carkhuff sottolinea più volte questo punto affermando che sia
infatti necessaria disciplina e sistematicità nell’helper.
3. Bifasico formato da una fase “discendente” (interiorizzante) in cui la persona si
immerge in sé stessa, prende conoscenza di sé, del suo problema; è un lavoro di riordino
mentale profondo, e una fase ascendente (esteriorizzante) dove si passa all’azione e
rappresenta il momento della risalita.
4. Sincretico è un modello formato dall’integrazione di vari orientamenti.
Prefazione
Oggi assistiamo ad un crescente bisogno di helper abili (persone capaci di dare aiuto) e
questo libro offre proprio un modello per imparare a sviluppare quelle abilità interpersonali
dell’helper: se egli avrà alti livelli di abilità interpersonali avrà anche un maggior numero di
helpee (persone che ricevono aiuto) con benefici. Dunque bisogna che gli helper
sviluppino buone abilità nei processi interpersonali.
Nella relazione di aiuto, importante risulterà sia il contributo dell’helpee (colui che riceve
aiuto) che dell’helper (colui che da aiuto).
1Introduzione
L’evoluzione dell’aiuto
Le relazioni di aiuto informale sono sempre esistite nella storia dell’umanità ma solo
nell’era industriale si sviluppano approcci più strutturati con lo sviluppo della psicologia e le
scienze sociali. A mano a mano che le condizioni di vita cambiavano e il benessere
dell’uomo aumentava, le persone cominciarono a riflettere sulla loro nuova esperienza
umana e sulle loro condizioni. Così nacquero i primi approcci terapeutici e le prime scuole
che differenziavano essenzialmente rispetto gli orientamenti nel trattamento.
In particolare c’era una grossa differenza tra:
• Gli analisti e i neo-analisti che puntavano nel loro trattamento molto sull’insight, cioè
facevano partire i pazienti dalla comprensione razionale della propria situazione, perché
sono convinti che da qui i pazienti avrebbero funzionato in maniera più efficace.
• I behavioristi, neo-behavioristi e altri, che privilegiavano l’azione, essi avevano la
convinzione che attraverso la creazione di nuove e più efficaci risposte condizionate e/o il
contro condizionamento di risposte vecchie ed inefficaci, il paziente avrebbe potuto
funzionare più efficacemente.
Questi due approcci, tendevano a non incontrarsi mai. Ad un certo punto peròi
professionisti iniziarono a comprendere che questi due approcci non erano in realtà così
distanti tra loro.
Un insight può essere seguito da “azioni” programmate per favorire maggior benessere nel
cliente. E analogamente delle azioni possono essere seguite, sostenute mediante insight.
E dunque la crescita e lo sviluppo di una persona nel corso della vita si può schematizzare
in un paradigma di questo tipo: Insight-Azione-Insight-Azione all’infinito…
Proprio la scoperta della compresenza tra i due sta alla base del modello di Carkhuff. È
stato dimostrato che l’efficacia di una relazione di aiuto si può ricondurre a due fattori
generali: il rispondere e l’iniziare. Il fattore rispondere viene da parte dell’helper e dalla sua
abilità di entrare nello schema di riferimento degli helpee, dunque importanti sono da parte
dell’helper fattori come l’empatia, la sensibilità, il rispetto, la concretezza dell’helper di
mettere a fuoco il vissuto dell’helpee ecc. L’abilità del rispondere dell’helper porta da parte
dell’helpee una maggiore e migliore esplorazione del loro vissuto e lo sviluppo di insight.
In un secondo tempo inizia ad entrare in gioco il fattore iniziare, momento in cui le
esperienze degli helpee vengono ad essere filtrate attraverso le esperienze degli helper. In
questo modo helper e helpee possono iniziare una serie di azioni finalizzate alla
risoluzione dei problemi dell’helpee. In questa fase sono molto importanti da parte
dell’helper caratteristiche quali la genuinità, la capacità di aprirsi all’altro, di condividere le
proprie esperienze e la capacità di rilevare le contraddizioni presenti nei comportamenti
dell’helpee tramite il confronto.
Grazie a varie ricerche comunque, le fasi dell’aiuto sono state successivamente raffinate e
si è scoperto un altro fattore: il personalizzare.Un bravo helper capace di personalizzare le
esperienze dell’helpee aiuta a facilitare la comprensione di quest’ultimo. Tale fattore si
inserisce tra il rispondere e l’iniziare. L’utilizzo competente di queste tre abilità (rispondere,
personalizzare, iniziare) da parte dell’helper, permette all’helpee di intraprendere dei
percorsi intrapersonali per esplorare la loro esperienza, in modo da comprenderla e agire
consequenzialmente per giungere dove vorrebbero arrivare.
Questo modello è stato poi completato con l’aggiunta del fattore preaiuto (prestare
attenzione);se l’helper presta maggiore attenzione agli helpee essi mostreranno maggiore
impegno. Il fattore preaiuto si colloca prima del rispondere. Maggiore sarà l’attenzione da
parte dell’helper maggiore sarà il coinvolgimento del helpee.
Attraverso l’azione, gli helpee producono e ricevono un feedback e le fasi dell’aiuto si
riattivano nuovamente, riciclandosi. Di conseguenza ci sarà sempre maggiore
esplorazione, comprensione e nuove azioni più efficaci da parte dell’helpee.
Fasi dell’aiuto:
PREAIUTO
Helper; 1.Prestare attenzione 2.Rispondere 3.Personalizzare 4.Iniziare
Helpee: 1.Coinvolgimento 2.Esplorazione 3.Comprensione 4.Azione(Dove mi trovo?
Dove desidero essere? Cosa devo fare per andare? Dove dovrei essere?dove desidero
essere?) 5. Feedback

2. Il processo di aiuto
Le radici dell’aiuto stanno nelle abilità e nelle informazioni che i partecipanti a questo
processo portano con sé.
Gli helpee portano la loro storia, le loro esperienze e l’educazione ricevuta. Ma anche gli
helper portano nel processo di aiuto la loro personale esperienza e insieme, interagiscono
per facilitare la rielaborazione (esplorazione, comprensione, azione) dei problemi e degli
obiettivi degli helpee. Questa è l’essenza della relazione di aiuto.
Il contributo dell’helpee al processo di aiuto.
Con l’era dell’informazione, molte persone si ritrovano sommerse da un flusso continuo di
informazioni e questo “sentirsi sommersi” può essere la prima ragione che spinge a
cercare aiuto. Dunque gli helpee devono cercare di elaborare queste informazioni. Tutto il
processo di aiuto sarà quindi un lavoro di elaborazione intrapersonale che
richiede delle abilità: Esplorazione (delle esperienze umane), Comprensione (degli
obiettivi), e Azione (seguendo dei programmi per giungere a gli obiettivi). Prima che inizi
questo lavoro di elaborazione dell’esperienza, è importante che ci sia il Coinvolgimento
dell’helpee, che avverrà se ci sarà un’attenzione totale da parte dell’helper.
Il coinvolgimento è fondamentale perché è proprio esso che porta ad esplorare
l’esperienza che l’helpee sta vivendo. L’esplorazione intrapersonale dell’helpee significa
che egli guarda dentro di sé, mettono a fuoco i loro “occhi interni” per esplorare i più
reconditi anfratti del loro vissuto. Si può dire che una persona esplora ad “alti livelli”
quando comunica con un’intensa immediatezza emotiva, comunicando in maniera precisa,
specifica e non astratta.
COINVOLGIMENTO e ESPLORAZIONE
L’esplorazione è la premessa per arrivare ad una comprensione degli obiettivi che la
persona potrebbe stabilire per sé stessa. Comprendere significa che l’helpee cerca
un’alternativa al suo modo abituale di agire. Attraverso la comprensione si cerca di capire
dove si desidera o si dovrebbe essere. Si capisce che l’helpee si trova ad “alti livelli di
comprensione” quando ha già messo a fuoco i suoi obiettivi e riesce a comprendere sé
stesso con accuratezza.
COINVOLGIMENTO ESPLORAZIONE COMPRENSIONE
La comprensione degli obiettivi è la premessa per poter agire. L’azione deve essere quindi
programmata, progettata rispetto tali obiettivi. Si agisce dunque per giungere a ciò che si
desidera o si dovrebbe essere. I programmi per agire in maniera esatta per il
raggiungimento di determinati obiettivi devono essere accurati.
COINVOLGIMENTO ESPLORAZIONE COMPRENSIONE AZIONE
Il processo è incompleto finché non avvengono continui feedback che scaturiscono
dall’azione. L’informazione contenuta nel feedback viene ricevuta come nuovo imput e
viene utilizzata dall’helpee per riiniziare con una migliore esplorazione della propria
esperienza, una comprensione più esatta degli obiettivi ed una più efficace azione con
programmi più completi. A mano a mano gli helpee continueranno dunque a “riciclare”
questo processo di esplorazione comprensione azione (ECA) anche senza l’helper ed è
proprio questo “riciclaggio” che starà alla base di una crescita e di uno sviluppo continui.
Il contributo dell’helper – le abilità di aiuto
Se prima abbiamo parlato delle abilità intrapersonali dell’helpee (coinvolgimento,
esplorazione, comprensione, azione), esse sono in un certo senso stimolate dal lavoro
dell’helper nella loro relazione di aiuto. L’helper deve così mettere in moto delle “abilità
interpersonali” che consistono nel prestare attenzione all’helpee, fornire di volta in volta
delle risposte a precise esperienza dall’helpee comunicate, personalizzare i loro problemi
e relativi obiettivi ed iniziare una serie di azioni per risolvere i problemi e raggiungere gli
obiettivi posti dall’helpee. Tali abilità interpersonali dell’helper facilitano i processi
intrapersonali dell’helpee. (vedi schema pp.5)
Nella fase di preaiuto, gli helper devono prestare attenzione agli helpee per coinvolgerli
nella relazione di aiuto.
Prestare attenzione all’helpee significa dimostrargli che c’è una totale attenzione nei suoi
confronti e interesse per le sue esperienze che sta comunicando. Se dunque l’helpee si
sentirà coinvolto, egli sarà più propenso a lasciarsi coinvolgere dalla relazione di aiuto e di
conseguenza si aprirà di più. Come si presta attenzione? Attraverso un’attenzione fisica
per poter trovare la posizione migliore per osservare, in modo da poter ascoltare più
efficacemente.
L’attenzione fisicaè importante stare uno di fronte all’altro, alla stessa altezza, con una
giusta inclinazione del corpo e a contatto con lo sguardo.
L’osservare l’helper da importanza ai comportamenti e all’aspetto dell’helpee.
L’ascoltare l’helper capta il tono, lo spirito delle espressioni verbali dell’helpee.
Nella fase del rispondere, gli helper devono essere in grado di rispondere appunto alle
esperienze comunicate dagli helpee per facilitare la loro esplorazione. L’helper può
rispondere in tre modi:
 Rispondendo ai contenuti cioè riformulando quanto detto dall’helpee e riflettendoci.
 Rispondendo ai sentimenti >comunicano all’helpee come egli si può sentire rispetto
a quell’evento
 Rispondendo al significato unendo contenuti e sentimenti danno un’unica risposta
che rifletta il significato complessivo dell’esperienza per l’helpee.
Se la fase del rispondere è accurata da parte dell’helper, ciò stimola una maggiore
esplorazione della propria esperienza da parte dell’helpee.
Nella fase del personalizzaregli helper si occupano di far comprendere meglio gli obiettivi
agli helpee. Parliamo anche di “interiorizzazione”. L’helper personalizza in tre differenti
livelli:
 Personalizza il significato, il significato delle esperienze dell’helpee: lo fa
comunicando a lui le implicazioni di tali esperienze.
 Personalizza i problemi , l’helper aiuta afar interiorizzare il problema all’helpee.
 Personalizza gli obiettivi, l’helper aiuta a far interiorizzare gli obiettivi all’helpee.
Se accurata, la personalizzazione permette una completa comprensione da parte
dell’helpee.
Nella fase culminante dell’iniziare, gli helper devono cominciare a elaborare insieme agli
helpee, dei programmi sulla base dei quali l’helpee possono agire. In questa fase gli
helper devono stabilire modi e tempi per il raggiungimento degli obiettivi per l’helpee. Alla
fine gli helpee attuano i programmi. Dunque la fase dell’iniziare è così composta:
Si definiscono obiettivi (insieme all’helpee), si sviluppano dei programmi, si fissano
scadenze e rinforzi, si prepara la realizzazione dei passi fino alla verifica vera e
propria.
Infine gli helper dovranno partire dall’azione dell’helpee per facilitare feedback per lo
stesso. Gli helper dovranno essere sensibili su tutti i risultati raggiunti dall’helpee per
renderli coscienti di come hanno realizzato le loro
azioni.
Concludendo, grazie alle abilità interpersonali di aiuto (ARPI: attenzione, rispondere,
personalizzare, iniziare), gli
helper possono entrare in contatto con lo schema di riferimento degli helpee e fare in
modo che si impegnino nei
loro processi intrapersonali (ECA) per la loro crescita e sviluppo. In seguito gli helper
potranno insegnare a loro
volta agli helpee le abilità interpersonali di aiuto (ARPI) in modo che essi stessi possano
essere responsabili della
loro personale efficacia nella vita. Tutti hanno infatti bisogno di possedere sia abilità intra
che inter personali.
3. Le abilità di aiuto
Prestare attenzione- coinvolgere l’helpee
Il compito come helper è innanzitutto quello di facilitare il passaggio degli helpee nelle
varie fasi (esplorazione, comprensione, azione), ma dobbiamo iniziare Coinvolgendo gli
helpee alla relazione di aiuto. Quindi il primo compito in qualità di helper sarà Prestare
attenzione. Essa è una pre condizione necessaria. Prestare attenzione
significa per l’helper riuscire a vedere e sentire meglio l’helpee.
Ma quali sono le abilità di attenzione per l’helper che fanno sì che l’helpee si senta
davvero coinvolto?
Prepararsi all’attenzione, il primo compito nel prestare attenzione è prepararsi ad essa. Ci
sono tre livelli di preparazione all’attenzione. Bisogna preparare gli helpee, contattandoli in
maniera formale, stabilendo un punto di vista comune riguardo il loro scopo. Informando
gli helpee e incoraggiandoli, fornendo a loro motivazione per lasciarsi coinvolgere. (Se gli
helpee non saranno stati adeguatamente preparati ad entrare in contatto vi
saranno minori probabilità che la relazione di aiuto possa aver luogo).
Bisogna poi preparare il contesto, predisponendo il mobilio in modo da facilitare una
comunicazione aperte: l’ideale sarebbe poter stare seduti su due sedie una di fronte
all’altra senza barriere di mezzo. Se gli helpee sono più di uno meglio mettere le sedie a
cerchio; predisponendo oggetti nell’ambiente che siano familiari all’helpee
che possano aiutarli a farli sentire a proprio agio; il luogo dove helper ed helpee si
incontrano deve essere ordinato e pulito, poiché in questo modo viene comunicato agli
helpee che siamo liberi da faccende e siamo pronti a concentrarci su di loro. Se l’ambiente
fisico non sarà preparato a ricevere gli helpee essi non saranno invogliati a tornare).
Infine bisogna preparare noi stessi (helper) all’incontro con l’helpee, ripassando ciò che
sappiamo della situazione degli helpee con appunti, registrazioni ecc; rivedendo gli
obiettivi del processo di aiuto e tenendoli sempre a mente; rilassandoci, alleggerendo
mente e corpo con esperienze piacevoli, esercizi per rilassare i muscoli ecc. (L’helper
stesso deve essere preparato ad essere attento agli helpee).
Prestare attenzione alla persona
Prestando attenzione alla persona la si riesce a far “entrare” in contatto con noi; ciò è
possibile se assumiamo una posizione che permetta la nostra totale attenzione. Bisogna
dunque mettersi di fronte,sia in piedi che seduti, ma l’importante è averla sullo stesso
piano. Se lavoriamo con una coppia o più persone l’helper deve predisporsi al vertice di un
angolo retto in modo da poter vedere tutti. Bisogna poi inclinare il corpo in avanti, ad
esempio stando seduti di fronte l’helpee poggiando gli avambracci sulle cosce, oppure in
piedi avvicinandoci all’helpee, mettendo una gamba più avanti dell’altra ci inclineremo
leggermente verso lui. Molto importante infine è il contatto con gli occhi; mantenere il
contatto visivo testimonia attenzione verso l’altro.
È importante dunque che l’helper stia attento alle proprie espressioni e al suo
comportamento; per esercitarsi è utile apprendere una migliore postura attraverso uno
specchio o con le persone che si incontrano tutti i giorni. Presto le capacità dell’helper
miglioreranno.
Osservare
Le abilità dell’osservare sono fondamentali per un’efficace relazione di aiuto. Esse aiutano
ad apprendere molte cose sulle persone. L’helper efficace deve dunque disporre di buone
capacità per comprendere il comportamento non verbale dell’helpee. Dobbiamo osservare
il suo aspetto esteriore e il comportamento per capire il grado di energia fisica dell’helpee,
le informazioni sui suoi sentimenti, la sua disponibilità all’aiuto.
Il livello di energia fisica sarebbe la quantità di sforzo che l’helpee è in grado di investire
nello svolgimento di un compito; sapere quanto le persone mantengono alti livelli di
energia, aiuta a capire che tipo di vita conducono.
Solo le persone con alti livelli di energia conducono una vita “piena”. Si possono dunque
avere info sul livello di energia dell’helpee osservando la postura, le caratteristiche
corporee e se ha cura di sé.Si possono desumere informazioni rispetto il livello di energia
anche dal comportamento. (Es: una persona seduta scomposta, sottopeso e con un
aspetto sporco manifesta un livello di energia basso)
Osservando possiamo avere informazioni anche sui sentimenti attraverso l’analisi delle
espressioni del viso, della postura e dei movimenti dell’helpee. ( Es: un sorriso aperto,
sopracciglia sollevate, posizione vigile e movimenti rapidi e reattivi testimoniano che
l’helpee si sente “su”. Inoltre possiamo tramite le abilità di osservare, desumere
informazioni sulla disponibilità a ricevere aiuto ,sempre guardando all’aspetto esteriore e
ai comportamenti dell’helpee ( espressioni del viso, postura e movimenti)
Tuttavia è lecito ricordare che seppur tramite l’osservazione dei comportamenti e
dell’aspetto esteriore dell’helper possiamo ricevere molte informazioni, esse devono
rimanere comunque ipotesi, non devono costituire la base per giudizi affrettati su gli
helpee. Tramite l’osservazione è importante poi individuare se esistano delle
incongruenze/discrepanze nel comportamento o nell’aspetto degli helpee (cioè se una
persona non dimostra coerenza nei diversi aspetti del proprio comportamento e
dell’aspetto esteriore). L’incongruenza è un aspetto tipico di persone con problemi e gli
helpee desiderano più di ogni altra cosa essere congruenti.
Nella stessa maniera con cui osserviamo gli altri è lecito inoltre osservare noi stessi. In
qualità di helper infatti bisogna mantenere alti livelli di energia, essere congruenti e
mostrarci desiderosi di aiutare.
Ascoltare
Le informazioni maggiormente utili nella relazione di aiuto vengono ovviamente dalle
espressioni verbali degli helpee. Ciò che dicono e il modo in cui lo dicono fa capire molto
sugli helpee e la loro situazione attuale. Per l’helper è necessario migliorare sempre di più
le sue abilità di ascolto ed è possibile farlo attraverso diversi modi.
Avendo un motivo per ascoltare e l’obiettivo per tutti gli helper è quello di impegnarsi
nell’ascolto per raccogliere tutte le informazioni possibili collegate al problema dell’helpee.
Ascoltare non significa tuttavia concentrarsi solo sulle parole (il contenuto), ma anche sul
tono della voce perché testimonia i sentimenti dell’helpee e anche il modo che testimonia
il livello di energia.
Sospendendo il giudizio personale sull’helpee almeno in un primo momento. Dobbiamo
farci penetrare da ciò che l’helpee vuole trasmettere e ciò è possibile solo sospendendo i
nostri valori e opinioni personali. Le nostre sensazioni e i nostri schemi mentali non
centrano sulla con le esperienze degli helpee. È importante inoltre non dare “ soluzioni
premature” anche se sappiamo cosa è bene per l’helpee perché magari al livello lavorativo
abbiamo già vissuto un’esperienza simile. È importante ricordare a tal proposito che ogni
helpee ha un’esperienza unica
Concentrandosi sull’helpee e il contenuto, resistendo a distrazioni e concentrandosi
sull’ascolto, in un ambiente tranquillo e sul contenuto oggettivo di ciò che l’helpee dice.
Per essere certi di aver colto tutti i dettagli “concreti” delle esperienze degli helpee bisogna
chiedersi di volta in volta i punti chiavi del discorso dell’helpee (di chi parla? Cosa?
Perché? Ecc). Se non ricordiamo tutto dobbiamo continuare ad ascoltare meglio.
Ricordando le espressioni dell’helpee che testimoniano i sentimenti dello stesso.
Bisogna inoltre ricordare anche eventuali “buchi” cioè informazioni non dette dall’helpee.
Infine è importante imparare a cogliere i temi ricorrenti dell’helpee, perché saranno le
tematiche che più staranno al cuore all’helpee quelle su cui si concentrerà di più e ne
parlerà di più.
Concludendo, ascoltare è sicuramente un compito molto impegnativo che richiede molta
concentrazione. Un modo per esercitare le abilità di ascolto è quello di ripetere parola per
parola ciò che è stato detto dagli helpee. Se l’helper sarà attento alla persona, lo
osserverà e lo ascolterà potremmo definirlo pienamente attento ed efficace. Se
tutto ciò avverrà l’helpee si sentirà coinvolto nel processo di aiuto, si prepareranno agli
incontri con l’helper, cominceranno a condividere le loro esperienze dimostreranno di
essere pronti per la fase successiva; la fase dell’esplorazione della loro esperienza.
Rispondere – facilitare l’esplorazione
Successivamente l’abilità dell’helper sta nel rispondere. Tale abilità getta le basi per
aiutare e facilitare l’helpee ad esplorare la loro situazione. Per poter rispondere è
necessario prima prestare attenzione, osservare ed ascoltare (come visto prima). Per
rispondere, l’helper deve cercare di entrare nello schema mentale degli helpee e
comunicare loro ciò che sentiamo; due sono i tipi di abilità coinvolti:discriminare
accuratamente le esperienze degli helpee così come loro le vivono e comunicare
accuratamente agli helpee ciò che noi abbiamo “percepito” di loro.
Rispondere è un’abilità complessa: si risponde al contenuto, al sentimento e al significato.
Se l’helper risponderà agli helpee con accuratezza totale, allora gli helpee saranno
incoraggiati ad esplorare il punto in cui si trovano; inoltre le risposte dell’helper
rinforzeranno i tentativi di esplorazione fin lì effettuati dall’helpee e ne stimoleranno
dei nuovi.
Rispondere al contenuto
Rispondere al contenuto serve a mettere in luce quali sono gli ingredienti oggettivi delle
esperienze degli helpee e facilita l’esplorazione dell’helpee. Le informazioni del contenuto
saranno la base su cui poggeranno gli altri due livelli del rispondere (sentimento e
significato). Ma come possiamo ricavare noi helper tutti gli “ingredienti” del
contenuto? Attraverso le sei domande chiave che permettono di stabilire agli helper se gli
helpee hanno incluso tutti i dettagli della loro esperienza ( Chi? Cosa? Come? Perché?
Dove? Quando? ) o hanno trascurato qualcosa.
Successivamente l’helper dovrà parafrasare quel contenuto, sintetizzarlo con parole
proprie in punti principali.
Se una delle sei domande è rimasta senza risposta, l’helper dovrà incoraggiare ancor di
più l’esplorazione dell’helpee continuando a rispondere e non ponendo domande allo
stesso. Anche la parafrasi è molto importante perché tramite essa l’helper comunica
all’helpee cosa ha compreso pienamente il contenuto che quest’ultimo ha trasmesso.
Ancora una volta, è possibile per l’helper esercitarsi a “rispondere al contenuto” nelle
situazioni di vita ordinarie e con lo studio dei casi.
Rispondere al sentimento
Rispondere al sentimento serve per cercare di capire quali emozioni sono legate a
quell’esperienza. Facendo ciò, l’helper deve dimostrare di comprendere l’esperienza
dell’helpee. Attenzione però, perché l’abilità di rispondere ai sentimenti è la più critica
all’interno del processo di aiuto, perché il sentimento riflette l’esperienza affettiva che
gli helpee hanno di sé stessi di fronte alla loro situazione.
Gli helpee alle volte esprimono verbalmente e direttamente i sentimenti che provano,
mentre altre volte no e si percepiscono tramite il tono e il modo in cui descrivono una
situazione.
In entrambi i casi l’obiettivo, in qualità di helper, è quello di mostrare comprensione dei loro
sentimenti. Questo darà la possibilità agli helpee di verificare la nostra efficacia come
helper. Per rispondere ai sentimenti degli helpee, dobbiamo fare diverse cose. Prima di
tutto osservare il loro comportamento e fare attenzione alle espressioni posturali e facciali,
poi è importante ascoltare attentamente le parole degli helpee. Una volta che abbiamo
ascoltato dobbiamo riformulare a parole il sentimento che abbiamo percepito attraverso
indizi osservati e sentiti. Per riformulare questo sentimento dobbiamo porci allora in qualità
di helper la cosiddetta Domanda dell’Empatia “Se fossi al posto dell’helpee e
facessi/dicessi queste cose, come mi sentirei?”. Nel rispondere a questa domanda allora
possiamo innanzitutto individuare la “ categoria ” di sentimento (felice, arrabbiato, triste
ecc) e poi l’ intensità (alta, media, bassa) dello stesso. Si sceglie poi una parola o una
frase che corrisponda a quella categoria e a quell’intensità per rispondere. Infine si verifica
se quella risposta è appropriata.
Esempio: Tom “ Le cose non mi stanno andando tanto bene. Né a scuola né con la mia
ragazza. Mi sento come bloccato. Cerco di fare finta di niente, ma dentro mi sento molto
giù, perché non sono sicuro di cosa vorrei fare o dove vorrei andare”
L’helper si chiede: “ Se fossi al posto…”
Helper “ Se fossi in te mi sentirei triste” Risposta al sentimento.

Tramite la domanda dell’empatia, si cerca quindi di capire il sentimento dell’helpee.


Rispondere veramente ai sentimenti degli helpee significa dunque dare una risposta che
sia intercambiabile con i sentimenti espressi, una risposta che esprima proprio lo stato
d’animo del helpee nella situazione narrata. Rispondere veramente ai sentimenti significa
che l’helper “riesce a tradurre l’essenza dei sentimenti dell’helpee in una o più parole
emozionali”.
Ovviamente gli stati d’animo degli helpee possono essere i più disparati e alle volte
possono anche trovarsi in una posizione intermedia tra due sentimenti agli estremi.
L’helper deve essere in grado di comunicare la comprensione dei sentimenti in ogni
situazione, con risposte semplici e accurate.
Rispondere ai sentimenti di tristezza : T: “ talvolta penso proprio di non riuscire” H: “ Ti
senti scoraggiato”
Rispondere ai sentimenti di felicità : anche in questi casi è altrettanto importante
rispondere e per molti helper sono proprio questi momenti i più difficili per dare una
risposta perché egli potrebbe non godere in quel momento della stessa felicità del suo
helpee.
T: “ Non vedo l’ora di incominciare” H: “ ti senti proprio eccitato”
Rispondere ai sentimenti di rabbia : a volte gli helpee ce l’hanno con il mondo. Il corpo è
contratto, lo sguardo violento e l’helper può trovarsi in difficoltà perché si ha paura di
lasciar sfogare questo sentimento per timore che sfoci in qualcosa di incontrollabile. Ma un
helper efficace è colui che deve essere in grado anche di affrontare sentimenti negativi e
bisogna che l’helpee esprima tale sentimento di rabbia anche perché più l’helper esplorerà
il suo sentimento di rabbia più sarà improbabile che agisca in modo violento più l’helpee
parlerà dei suoi sentimenti negativi più sarà facile che riesca a canalizzarli in maniera
costruttiva.
È importante che le risposte ai sentimenti da parte degli helper siano inoltre il più possibile
precise e complete per non rischiare di fallire nel nostro obiettivo: aiutare l’helpee. Bisogna
dunque conoscere il più possibile un vasto vocabolario di “parole emozionali” per cogliere
esattamente con le parole il sentimento del nostro helpee in quella situazione. Quindi un
modo per ampliare le nostre chances di helper e capire nel dettaglio l’helpee è quello di
organizzare i vocaboli di sentimento, classificarli per categoria e intensità ricordando
tuttavia che l’intensità è un qualcosa che dipende molto dalla persona (es: l’insicurezza
per qualcuno può essere angoscia per un altro).
Rispondere al significato
significa riuscire a combinare insieme “sentimento e contenuto” cioè fare entrare il
sentimento dentro il contenuto.
Rispondere al significato significa “riuscire a formulare risposte che colgano sia l’uno che
l’altro”. Se prima una frase tipo “ti senti triste” esprimeva i sentimenti dell’helpee, una frase
come “sei triste perché lei se ne è andata” esprime il significato perché unisce contenuto e
sentimento.
Capita inoltre che l’helper si trovi nella condizione di dover rispondere a più contenuti e più
sentimenti nello stesso tempo. È importante anche in questo caso stare attenti a tutti i
sentimenti e a tutti i contenuti perché le risposte dell’helper servono all’helper stesso ad
“inquadrare meglio le situazioni” con lo schema mentale che gli appartiene. Se si
risponderà con accuratezza alle espressioni degli helper, riusciremo a coinvolgerli
nell’esplorazione di sé stessi e l’helpee ci renderà partecipi di molte altre sue esperienze
personali.
La cosa importante è riuscire ad entrare nello schema mentale dell’helpee per
comprendere il sentimento e il contenuto espresso. Poi dobbiamo a nostra volta saper
comunicare quanto appreso con le nostre risposte, rimanendo sempre al livello con il
quale l’helpee ha espresso le sue preoccupazioni. Le risposte possibili sono
tantissime; tante quante le persone al mondo e come helper dobbiamo imparare a stare
attenti a tutte queste persone per entrare nel loro mondo personalizzando le risposte. Con
l’esperienza il nostro grado di abilità nel rispondere aumenterà e noi saremo sempre più
preparati ad entrare nello schema di riferimento degli helpee davanti a noi.
Per misurare il nostro grado di accuratezza delle risposte date ai nostri helpee basta
vedere se questi ultimi continueranno ad esplorare sé stessi; in tal caso vorrà dire che
siamo stati accurati nelle risposte, avremmo mostrato comprensione delle loro esperienze.
Concludendolo scopo del rispondere è facilitare l’auto esplorazione nell’helpee. Quando
questo sarà in grado di esplorare sé stesso, i suoi sentimenti, il contenuto e il significato
dell’esperienza, sarà pronto per l’obiettivo successivo: l’auto comprensione e dunque il
momento per l’helper di personalizzare.
Personalizzare – facilitare la comprensione
Personalizzare aiuta la comprensione, da parte degli helpee, delle loro esperienze. È
tuttavia una dimensione critica di ogni cambiamento o progresso umano, perché porta a
sviluppare le responsabilità che si hanno rispetto alla soluzione del problema da parte
dell’helpee. La comprensione da parte dell’helpee del problema, deve essere facilitata
dall’opera dell’helper e avviene quando appunto egli aggiunge con delicatezza qualcosa
alle espressioni dell’helpee. In questo modo avviene la personalizzazione.
Prima di tutto per poter personalizzare bisogna stabilire con l’helpee una base di
comunicazione (parliamo dunque di base intercambiabile di comunicazione ) cioè quando
l’helper dà risposte che racchiudono fedelmente sentimento e significato espresso
dall’helpee. (che poi sarebbe quanto detto prima nel paragrafo della risposta).
Dopo si può procede con la personalizzazione vera e propria che comprende:
personalizzare il significato, i problemi, gli obiettivi, i sentimenti.
Personalizzare il significato, significa che l’helper comunica quelle che sono le
implicazioni personali per gli helpee delle loro esperienze. È il primo passo per una vera e
propria comprensione e capire dunque dove sono, in rapporto a dove desiderano o
dovrebbero essere. L’helper che personalizza è colui che riferisce il significato delle
esperienze direttamente all’helpee per “farlo rendere conto”. La domanda quindi in questo
caso è “ Quali conseguenze ha questa situazione sugli helpee?”.
Personalizzare il significato richiede allora di individuare temi ricorrenti, interiorizzare le
esperienze, personalizzare le implicazioni.
I temi ricorrenti forniscono la base per costruire delle risposte personalizzate. Così come
prima nel paragrafo delle risposte, l’helper rispondeva al significato delle singole
espressioni dell’helpee, ora vengono formulate delle risposte personalizzate al significato
per le espressioni che gli helpee presentano più frequentemente, i temi ricorrenti appunto.
Le tematiche ricorrenti possono poi venire personalizzate interiorizzando le esperienze
degli helpee; spesso questi parlano in terza persona ponendo le loro esperienze al di fuori
di sé. Questo passaggio serve invece proprio per responsabilizzare gli helpee rispetto le
loro esperienze. Se prima rispondevamo “ Sei furioso perché ormai l’occasione è
perduta” ora è il momento di personalizzare il significato interiorizzando l’esperienza “ Sei
furioso perché TU sei stato fregato”. Poi arriva il momento di interiorizzare le implicazioni
personali per gli helpee. Bisogna chiedersi “perché questa esperienza è importante
per l’helpee” e guardare quindi alle conseguenze “ Sei furioso perché tu vieni sempre
lasciato da parte”. Mano a mano che il colloquio procede, con la personalizzazione
andranno a mutare anche i sentimenti.
Personalizzare i problemi è un passo molto critico perché è importante per interiorizzare
la responsabilità dell’helpee rispetto il deficit. Una volta capito questo sarà più facile capire
i nostri obiettivi. La personalizzazione dei problemi si basa sulla personalizzazione dei
significati (visti sopra). La domanda a cui si risponde adesso è “ Cosa c’è negli helpee
che contribuisce ai loro problemi?” quindi se prima nel personalizzare il significato si
guardava all’impatto che una certa situazione aveva sull’helpee ora si guarda al proprio
ruolo e per vedere cosa non va in loro e che è causa dei loro problemi. Personalizzare i
problemi richiede allora di concettualizzare i deficit per vedere quali siano gli elementi
mancanti nell’helpee che possano aver contribuito al problema. (ES: Ti
senti frustrato perché ti è mancata l’iniziativa). Una volta trovato il deficit poi bisogna
interiorizzare il deficit e quindi responsabilizzare gli helpee rispetto al ruolo che essi hanno
nei loro deficit. Essi devono cercare di rispondere alla domanda di interiorizzazione “cosa
c’è in me che ha contribuito al problema?” (ES: Ti senti frustrato perché tu non riesci ad
assumere l’iniziativa). Infine bisogna concretizzare il deficit, poiché una volta
che si è capito di cosa si ha bisogno o si difetta, sarà più facile concretizzare l’obiettivo.
(ES: Ti senti frustrato perché non riesci a fare i passi giusti al momento giusto)
concretizzazione del deficit “non riesci a…). Anche qui dovremmo poi mettere a fuoco i
nuovi sentimenti che si accompagnano alla messa a fuoco del problema una volta che
questo viene personalizzato, e dunque l’helper deve sempre farsi la domanda dell’empatia
“come mi sentirei di fronte a questa consapevolezza?”.
È possibile “accelerare” la personalizzazione del problema facendo ricorso alla tecnica del
“confronto”.
L’helper può mettere a confronto l’helpee con comportamenti che sono in contrasto con
quanto essi affermano verbalmente. Si può mettere confronto come gli helper vorrebbero
essere e come sono in realtà facendogli rilevare eventuali discrepanze. È importante non
presentare all’helpee le sue discrepanze in maniera esasperata e soprattutto bisogna
ricordare che il confronto può essere molto utile per “accelerare” ma bisogna stare attenti
perché può essere altresì dannoso se effettuato da un helper non troppo efficace.
Personalizzare gli obiettivi sarà il passo più semplice una volta che l’helpee ha compreso il
problema.
Personalizzare gli obiettivi significa “mettere a fuoco dove gli helpee desiderano
arrivare” in rapporto a dove si trovano. Personalizzare gli obiettivi è possibile tenendo
presente il problema, poiché essi non sono nient’altro che l’opposto di esso. Per
personalizzare gli obiettivi bisogna dunque concettualizzare le risorse , mettendo a fuoco
le risorse desiderate e dunque chiedersi “Cosa può contribuire a risolvere il problema?” e
anche qui le risorse si trovano ribaltando il deficit (es: ti senti deluso perché vorresti
avere iniziativa, ma non riesci). Risulta più difficile interiorizzare le risorse perché se
capiscono (concettualizzano) ciò che andrebbe fatto razionalmente, sarà però più difficile
sentire sé stessi in sintonia con quelle risorse. A questo punto può essere necessario
allora riciclare l’esplorazione e la comprensione (ritornando alle fasi precedenti) per
attingere alle potenzialità dell’helpee. Infine bisogna concretizzare le risorse desiderate
per fare in modo che gli obiettivi diventino realizzabili; iniziamo quindi a individuare quelle
risorse che saranno necessarie per raggiungere gli obiettivi degli helpee (nella fase
dell’azione). Anche qui dovremmo poi personalizzare i sentimenti che scaturiscono dalla
messa a fuoco delle risorse e degli obiettivi. I sentimenti saranno evoluti infatti, perché
come ai problemi di solito si accompagnano sentimenti negativi, di solito all’individuazione
di nuovi obiettivi si accompagnano sentimenti positivi o di felicità; improvvisamente gli
helpee si sentiranno fiduciosi di avere una direzione della vita. L’helper deve continuare a
farsi la domanda dell’empatia.
Alle volte capita che gli helpee saranno riluttanti all’idea di darsi finalmente da fare con le
proprie risorse (molti avranno paura del successo essendo abituati a non farcela)l’helper
può dunque riutilizzare anche qui il confronto rispetto i punti di forza (risorse) (es: Dici
che non sei sicuro di riuscire a raggiungere i tuoi obiettivi eppure sei a conoscenza delle
possibilità che hai di farcela).
Anche per la personalizzazione sarà utile esercitarsi per esempio con colleghi o compagni,
prima in esperienze comuni poi più complesse. La chiave per riuscire a formulare delle
risposte personalizzare efficaci sarà la disciplina nel seguire le fasi del modello di aiuto.
L’efficacia della nostra personalizzazione può essere riscontrata osservando come gli
helpee reagiscono a questi nostri tentativi.
Iniziare – facilitare l’azione
Iniziare è la fase culminante del processo di aiuto che si traduce in agire per riuscire a
giungere gli obiettivi prefissati dall’helpee. L’azione degli helpee si basa su la
comprensione personalizzata che essi hanno dei loro obiettivi, ed è facilitata dall’helper. Il
primo compito nell’iniziare sarà definire degli obiettivi ; se riusciamo a definire l’obiettivo,
sarà poi chiara la strada che dobbiamo percorrere. Nel definire l’obiettivo bisogna allora
stabilire esattamente tutti gli elementi che lo compongono e possiamo individuarli tenendo
a mente le sei domande critiche e dunque: Chi o che cosa è coinvolto? Cosa deve
essere fatto per raggiungere l’obiettivo? Perché e come gli obiettivi devono essere
realizzati? Quando e dove ? È importante includere anche coloro che possono essere
un ostacolo per questo raggiungimento. Poi bisogna definire degli standard
comportamentali per capire “quando l’helpee abbia raggiunto quell’obiettivo”. Ciò significa
che ad esempio si dovrà stabilire “quante volte un comportamento dovrà essere fatto” in
termini di numero di volte o di quantità di tempo. Il secondo compito dell’iniziare sarà
quello di “ elaborare dei programmi ” e dunque tracciare la sequenza dei passi necessari
per raggiungere gli obiettivi. I programmi si ricavano direttamente avendo in mente gli
obiettivi, scomponendoli. Per elaborare un programma bisognerà dunque fissare i passi
iniziali , quelli intermedi e dei sotto-passi .
Il primo passo è fondamentale, dovrebbe essere la pietra angolare su cui si costruisce poi
tutto il programma. (Es: se l’obiettivo è quello di riuscire a percorrere un miglio in 8 minuti,
il primo passo potrebbe essere fare un giro camminando intorno all’isolato). I passi
intermedi fanno da ponte tra l’inizio e l’obiettivo, stanno a metà strada.
Nel nostro caso un passo intermedio potrebbe essere quello di correre un miglio in 12
min. Inoltre sono importanti i sotto-passi e nel nostro caso potrebbe essere passare da ¼
a ½ a ¾ fino poi a 1 miglio o per esempio da 12 a 10 a 9 fino a 8 min.
Il terzo compito dell’iniziare sarà poi fissare delle scadenze , una programmazione
dettagliata relativa ai tempi di realizzazione di ciascun obiettivo; questi scadenziari
servono per mettere a fuoco i programmi per evitare che essi si “sfilaccino” l’enfasi
maggiore va posta sui tempi di inizio (e nel nostro esempio si potrebbe iniziare subito a
camminare per il nostro obiettivo di correre un miglio in 8 min) e sui tempi di conclusione
(possiamo stabilire un tempo di sei mesi entro cui raggiungere il nostro obiettivo del
miglio). Importante sarà inoltre il monitoraggio dei passi intermedi della performance
dell’helpee.
Il quarto compito consisterà poi nell’individuare dei rinforzi cioè degli eventi o cose per
incoraggiare gli helpee a realizzare i passi necessari per giungere ai loro obiettivi;
qualsiasi cosa può essere un rinforzo, l’importante è che stimoli l’interesse dell’helpee e
che si adegui dunque con il suo schema di riferimento (ricordiamo che molti programmi di
aiuto sono falliti per l’aver scelto rinforzi inappropriati).
Quando parliamo di rinforzi positivi parleremo allora di “ricompense”; essi sono molto
potenti perché le persone tendono a impegnarsi di più per le cose a cui tengono molto ma
bisognerà lavorare con diligenza prima di attribuirsi o ricevere rinforzi.
Per quanto ci è possibile invece dovremmo evitare di usare rinforzi negativi “punizioni”
perché essi stimolano reazioni negative, come il rifiuto verso la persona che assegna la
punizione; dovremmo cercare di definire i rinforzi negativi semplicemente come “assenza
di rinforzi” (Se non completi… non potrai fare…).
Il quinto compito sarà quello di individualizzare i passi . Ogni passo della fase Iniziare
dovrebbe essere individualizzato attraverso una verifica fatta insieme agli helpee e anche
quando sono stati individualizzati va mantenuta un’accurata sintonia con l’altro, perché
siamo coinvolti in un processo umano molto delicato.
Il sesto compito dell’iniziare sarà, proseguendo, preparare la realizzazione vera e
propria dei passi . Vi sono tre passi che ci preparano alla realizzazione del programma.
Bisogna innanzitutto rivedere i passi per assicurare la completezza dei nostri passi; aiuta
ad accertare se mancano passi importanti e quindi si include una “revisione degli obiettivi,
dei programmi, delle scadenze, dei rinforzi e dei passi individualizzati”.
Poi bisogna provare i passi perché aiuta a rendere conto dei problemi concreti che si
possono incontrare all’atto della realizzazione di ciascuno; questo aiuterà a indirizzare
meglio la nostra performance finale (es nel nostro programma di corsa dovremmo metterci
alla prova in situazioni quotidiane dove è necessario correre). Infine bisogna correggere i
passi quando necessario, una volta realizzato l’interno programma.
Il settimo e ultimo compito dell’iniziare sarà quello di iniziare i passi di controllo. Proprio
quando pensiamo di essere pronti ad agire è possibile accorgersi che abbiamo bisogno di
sviluppare altri passi. Se programmiamo dei passi troppo lunghi rischiamo l’insuccesso.
Allora uno dei modi per costruire dei programmi efficaci è quello di sviluppare dei passi di
controllo (o passi di verifica) che sottolineano le cose su cui dobbiamo riflettere prima,
durante e dopo l’esecuzione di ciascun passo del programma.
I passi di controllo “ a priori ” enfatizzano le cose che dobbiamo fare prima di compiere
ciascun passo e quindi ci si chiede se si dispongono le risorse fisiche, emotive ed
intellettuali per eseguire con successo quel passo.
I passi di verifica in itinere enfatizzano le cose che dobbiamo fare durante l’esecuzione
e quindi ci si chiede se “è corretto ciò che si sta facendo” dal punto di vista fisico, emotivo
e intellettuale.
I passi di verifica “dopo” a posteriori, servono a enfatizzare se si sono raggiunti gli obiettivi
che si volevano. (esempio del corridore si verificherà se si saranno avuti benefici fisici).
A questo punto è possibile dire che un helper sarà totalmente abile seguendo questa
tabelle
5.0 Inizia i Passi
4.5 Definisce gli obiettivi
4.0 Personalizza il problema, il sentimento e l’obiettivo
3.5 Personalizza il significato
3.0 Risponde al significato
2.5 Risponde al sentimento
2.0 Risponde al contenuto
1.5 Attento
1.0 Non attento

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