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SENECA

TERZO ANNO

di Giacomo Marciani
a.s. 2008/2009
SENECA
TERZO ANNO

L’Età Giulio-Claudia
Il consolidamento imperiale dell’età augustea entrò
in crisi nel momento della successione di Augusto.
Si venne a creare un principato dinastico che vide
susseguirsi nell’ordine Tiberio (figlio di Livia
Drusilla, seconda moglie di Augusto), Caligola,
Claudio e Nerone, il cui suicidio pose fine alla
dinastia Giulio-Claudia nel 68 d.C.
Con Tiberio venne ridotta la spinta espansionistica
(conquista della sola Cappadocia), si mirò
fondamentalmente al consolidamento del potere
territoriale (rafforzamento del limes settentrionale
per timore di attacchi sul confine reniano e
danubiano).
1. Lucio Anneo Seneca Caligola non si dimostrò all’altezza del ruolo: il suo
dispotismo orientalizzante gli costò la morte per
mano di senatori e pretoriani congiurati.
Claudio tentò di emulare le politiche espansionistiche di Augusto con l’attenzione continua al
mantenimento di ottimi rapporti con il senato l’esercito e le province e alla difesa dei confini di
Tiberio. Venne assassinato dalla moglie Agrippina, dopo aver inoltre sofferto le ostilità di
senato ed esercito per l’istituzione di un organo burocratico liberto.
Il governo di Nerone vide un primo quinquennium felix alla luce dei retti consigli di Burro e
Seneca, seguito poi da un impeto autarchico e dispotico orientalizzante fortemente demagogico.
La rivolta delle province, la congiura di Pisone e la vergogna che si era tirato addosso lo
spinsero a suicidarsi nel 68 d.C.
Si susseguirono quattro imperatori nell’arco di un anno in cui l’esercito e i generali in primis si
accorsero di detenere un potere indescrivibile: quello di eleggere e destituire imperatori
secondo il proprio arbitrio. L’ultimo imperatore dei quattro, Vespasiano, rimase al trono per
nove anni (70-79 d.C,), dando inizio alla dinastia Flavia.

***

Profilo di Seneca
Lucio Anneo Seneca Il Giovane o Il Filosofo (per distinguerlo dal padre, chiamato Il Vecchio o
Il Retore) nacque presumibilmente a Cordova intorno al 4 d.C. Arrivato a Roma per
intraprendere la carriera forense godette degli insegnamenti di Attalo, Sozione e Fabiano, ma
soprattutto dell’influenza sincretista della Scuola dei Sestii. Venne mandato in esilio in Corsica
per la relazione adulterina intrattenuta con la moglie di Claudio. Durante l’esilio si avvicinò alla
filosofia stoica mentre il viaggio in Egitto gli fece assumere alcune sfumature neopitagoriche.
La disillusione per un potere imperiale filosoficamente orientato che gli fece soffrire Nerone
dopo il quinquennium felix e la morte di Burro lo convinsero a ritirarsi a vita privata.
Considerato complice della congiura di Pisone ricevette l’ordine di suicidarsi dall’imperatore e
nel 65 d.C. attuò il gesto con stoica fermezza.

Dobbiamo considerare due aspetti dello stesso Seneca: il filosofo utopista e l’uomo soggetto
alle dinamiche del potere. Seneca filosofo risentì dell’influsso delle correnti platoniche,
neopitagoriche, epicuree, scettiche, ma soprattutto stoiche.

II
L’impostazione filosofica generale si evince dal Dialogorum Libri e nel Epistulae Morales ad
Lucilium.
Lo stoicismo può essere evinto dal De Ira (necessario allontanamento dall’ira, in quanto
desiderio del male altrui), De Vita Beata (felicità raggiungibile attraverso la virtù e non
attraverso il piacere epicureo), De Constantia Sapientis (riguardo la libertà spirituale del
saggio), De Otio (benefici egualitari della vita contemplativa e della vita pratica) e De
Tranquillitate Animi (medietà del saggio come fonte di tranquillità).
L’epicureismo rifulge nella concezione del tempo del De Brevitate Vitae: siamo noi a rendere
breve il tempo e ad ossessionarci al pensiero della morte perché non facciamo tesoro del tempo
concessoci.
Altre opere importanti sono Ludus de Morte Claudii, De Clementia (clementia necessaria nei
rapporti servo-padrone), De Beneficiis (risolta la problematicità della ricchezza: per un filosofo
la ricchezza non può essere dannosa, anzi diviene mezzo benefico), De Naturales Quaestiones
(interessi scientifici di Seneca esplicati nello studio dei fenomeni meteorologici e celesti, fusi
ad un platonismo incentrato sulla concezione gerarchica dell’universo, in cui, a partire da Dio
trascendente e immateriale, si giunge per gradi decrescenti di Ratio allo stato umano).

La produzione teatrale di Seneca si limita alle tragedie cothurnatae di argomento mitologico


caratterizzate da una forte carica emotiva ed un simbolismo pedagogico perfettamente
esplicante l’impostazione filosofica dell’autore. Non si sa se fossero destinate alla lettura o alla
scenografia in quanto potevano essere considerate abbastanza fuori dal tempo in un periodo
dominato dalla passione per l’atellana.

Lo stile di Seneca si basa interamente sulla concinnitas (asimmetria sintattica), sull’attento


impiego della figurazione retorica (discorre spesso per anafore e antitesi) e sulla variatio (la
paratassi viene spesso segmentata da tratti ipotattici molto descrittivi).

La scelta di rifuggire il negotium per dedicarsi totalmente all’otium nacque dalla disillusione
per la Pax Romana: non potendo realizzare se stesso e gli altri in ambito pubblico decise di
dedicarsi interamente alla propria interiorità. Tuttavia il linguaggio dell’interiorità viene
spesso e volentieri arricchito dal linguaggio della predicazione: è così che si viene a creare
l’unione indissolubile fra il tema della libertà interiore e le tensioni didattiche ed imperative.
Dimostra di essere un grande innovatore della lingua per il suo scarso ricorso ai grecismi a la
sua spinta neologistica.

Il suo stile anticonformista e neoclassico piacque molto ai giovani del suo tempo e assai meno
agli intellettuali a lui contemporanei. L’avvento del cristianesimo comportò una
controtendenza. Nel Rinascimento vennero anche rivalutate le sue opere teatrali, dalle quali
venne ripresa la forza drammatica e gli spunti antitirannici. L’interesse contemporaneo
risedette nel valore esistenzialistico e documentario del suo corpus.

***

Il Genere: Epistola Filosofica


I primi problemi di coloro che studiano l’epistolografia sono la “falsità” delle epistole (cioè
non destinate a creare una vera corrispondenza e trattanti argomenti di fantasia) e l’eterogeneità
dei temi trattati tanto da non poterne delineare gli ambiti tematici. Ad esempio le epistole di
Cicerone sono spesso collegate al tema filosofico, ma un vero studioso sa che la filosofia
dell’epistolario ciceroniano è solo un aspetto caratterizzante e non un fine determinante.

Il primo e più importante epistolario è quello di Platone, ma si pensano essere autentiche solo
l’epistola VI e VII. Nelle epistole Platone fa calare le sue dottrine nella quotidianità:
- nella VI Platone elogia Ermia, tiranno di Atarneo in Misia, il quale aveva donato terreni a due
discepoli di Platone per la fondazione di scuole filosofiche, una delle quali, quella di Asso,
assicurò la prima formazione di Aristotele.

III
- nella VII si rivolge a Dione di Siracusa, suo discepolo, e la filosofia si fonde con l’attualità
politica (Platone voleva orientare filosoficamente la tirannia di Dionigi) e spunti autobiografici
(il voltafaccia di Dionigi e l’assassinio di Dione).

Dell’epistolario di Epicuro ci sono pervenute solo tre epistole:


- Epistola ad Erodoto: esposizione delle teorie fisiche
- Epistola a Pitocce: di dubbia autenticità, tratta di meteorologia
- Epistola a Miceneo: abbraccia l’intero sistema teologico ed etico

Non vengono tuttavia considerate vere e proprie lettere, in quanto ad Epicuro sembra
interessare maggiormente produrre un sentenzioso compendio delle proprie dottrine più che
realizzare una vera corrispondenza.

L’epistolario di Seneca consta di 124 lettere, raggruppate in 20 libri (si pensa che
originariamente fossero 22). Il corrispondente risulta essere sempre Lucilio, amico più giovane
di lui, nato a Pompei ed avente assunto numerosi incarichi imperiali, quali procuratore di
Sicilia. Non si è tuttavia sicuri che si trattasse di una reale corrispondenza, in quanto
nell’epistola 21,5 Seneca parla di voler destinare alla pubblicazione i suoi carteggi.
I modelli senecani sono l’epistola-trattato epicurea e la diatriba cinico-stoica. Il nucleo
concettuale sul quale si dispiega il pensiero senecano dell’epistolario è la morte, in cui l’uomo
verrà spogliato di tutto e rimarrà solo con se stesso.

La Lettera a Marcella del neoplatonico Porfirio (III d.C.), pur prefigurandosi come
consolazione rivolta alla moglie del filosofo, sembra in realtà consistere in un manifesto del suo
credo filosofico.
L’autore influenzò molto, pur nel suo paganesimo, alcuni autori cristiani. Egli pensava infatti
che il male nel mondo fosse solo apparente, nato dall’idolatria dell’uomo, e che Dio mettesse
continuamente alla prova l’uomo per liberarlo dalle passioni e farlo approdare alla dimore
celeste.

IV
Epistulae Morales Ad Lucilium
L’opera consta di 124 lettere, prescindenti da un reale criterio di sistemazione, indirizzate
all’amico Lucilio, il quale insieme alla moglie Paolina arricchì di affetto il ritiro a vita privata
di Seneca. L’opera è a ragione considerata il testamento spirituale di Seneca, in quanto
all’interno di una trattazione epistolare reale o fittizia si dispiega l’intero pensiero filosofico
senecano. Si sa ben poco su Lucilio: campano dai modesti natali, più giovane di Seneca,
appartenente all’ordine equestre e avente ricoperto più d’una carica politica.

Dopo aver rinunciato al suo ruolo di precettore di Nerone, ed essendosi ritirato in otium,
Seneca trova in Lucilio un nuovo allievo delineando per quest’ultimo un iter formativo verso
una coscienza di sé votata alla sapienza. Seneca non si limita quindi al linguaggio
dell’interiorità, ma ne amplia le potenzialità attraverso il linguaggio della predicazione. La
raccolta epistolare di Seneca costituì una vera e propria novità per il mondo letterario latino, in
quanto Seneca fu il primo a considerare la pratica epistolare come strumento di crescita, esame
introspettivo e comunicazione della sapienza. Per la prima volta inoltre l’autore si coinvolge nel
processo di correzione morale, ponendo se stesso come soggetto del miglioramento; da tale
impostazione personale derivano l’iterata presenza della prima persona e il tono colloquiale.

L’opera si prefigura come un graduale cammino di emancipazione verso la sapienza. Seneca


predispone anzitutto un sostrato di pensiero necessario a proseguire autonomamente la
riflessione filosofica. Per questo Seneca venne spesso paragonato ad un ape, le quali da
molteplici varietà di nettare provvedono alla fabbricazione di un solo miele.

Nei libri rimanenti è da notarsi l’splicita differenza fra la filosofia romana e quella greca: la
prima ignora infatti la finalità esclusivamente speculativa della filosofia, concentrandosi
fortemente sull’ambito pratico della stessa. Per questo in questi ultimi libri, che vanno
assumendo la forma del trattato monotematico, la sapienza si insinua sottovoce tramite la
pratica quotidiana della filosofia. Ciò che è vero infatti, non deve limitarsi ad esserlo: il
miglioramento in potenza deve divenire miglioramento in atto.

***

Epistola I – “Riscatta te stesso”

[Introduzione]
Seneca vi attribuisce un valore programmatico per l’intera opera introducendo la tematica del
tempo. Vengono ripresi i concetti fondamentali già precedentemente espressi nel De Brevitate
Vitae. La stultitia mortalium valorizza solo apparentemente il tempo concesso all’uomo
revisionando il passato e fantasticando sul futuro, perdendo quindi di vista il presente. Il suo
pensiero si esplica nell’invito rivolto a Lucilio di dedicarsi immediatamente alla filosofia, di
rivendicare se stesso riconoscendo nella sapientia l’unica fonte di pura libertas raggiungibile. Il
filosofo lo invita all’otium, capace di vincere anche la morte. Ogni giorno infatti moriamo un
po’ e per Seneca non ci si dovrà limitare al carpe diem graziano, ma bensì impiegare bene il
proprio tempo al fine di perseguire la completezza personale nel nome della sapientia. Non si
limita a fornire suggerimenti all’amico, ma pone spesso se stesso in esame, condividendo così
la propria esperienza; il dialogo epistolare è infatti un sinolo di docere e discere.

[Traduzione]

V
[1]Fa’ ciò mio Lucilio: rivendica a te il possesso di te stesso, e raccogli e conserva il tempo che
finora o (ti) è stato tolto o sottratto o andava perduto. Convinciti che ciò è così come scrivo: una
parte del tempo ci è tolta, una parte è sottratta, una parte scorre via. Tuttavia la perdita (di
tempo) più vergognosa è quella che avviene per la nostra negligenza. E se vorrai stare attento,
gran parte della vita sfugge a coloro che agiscono male, massima parte a coloro che non fanno
nulla, tutta la vita intera a coloro che fanno altro. [2]Chi mi troverai che stabilisca un prezzo al
tempo, che dia un valore al giorno, che capisca di morire ogni giorno? Infatti in questo
c’inganniamo, cioè che vediamo lontano la morte: gran parte di essa è già passata: la morte
possiede tutto il tempo che è dietro. Fa’ dunque, mio Lucilio, ciò che (mi) scrivi di fare, metti a
frutto (lett.: “tieni stretta”) ogni ora; così accadrà che, se avrai messo le mani sul presente,
dipenderai meno dal domani. Mentre rinviamo (i nostri impegni), la vita trascorre. [3]Tutto il
resto, Lucilio, è degli altri, solo il tempo è nostro; la natura ci mise in possesso di questa unica
cosa fuggevole e incerta, (possesso) da cui scaccia chiunque voglia. E la stoltezza dei mortali è
tanto grande che (essi, i mortali) permettono che oggetti che sono insignificanti e di pochissimo
valore, ma certamente recuperabili, siano messi in conto, una volta ottenuti mentre nessuno che
abbia ricevuto il tempo pensa di dovere alcunchè; quando invece questo è l’unico bene che
nemmeno il riconoscente può restituire. [4]Forse mi chiederai che cosa faccia io che ti consiglio
codeste cose. Te lo confesserò ingenuamente: ciò che giunge presso una persona lussuriosa ma
diligente: tengo i conti della spesa. Non posso dire di non sprecare nulla, ma potrei dirti quanto
spreco e perché e come; ti potrei dire le cause della mia povertà. Ma mi capita ciò che accade a
chi è ridotto alla miseria non per sua colpa: tutti l perdonano, ma nessuno lo aiuta. [5]E allora?
Non considero povero colui al quale basta quel poco che gli rimane, tuttavia preferisco che tu
custodisca le tue cose e comincerai per tempo. infatti come sembrò ai nostri antenati: “Quando
si è arrivati al fondo è troppo tardi per essere economi”; infatti sul fondo rimane non tanto la
più piccola parte ma la peggiore. Stammi bene.

[Osservazioni]
Ita fac: il lettore viene introdotto in medias res, sembra presupporsi una continuità dialogica ed inoltre
viene sin da subito affermato il carattere esortativo dell’epistola.
Vindica te tibi: il passaggio del verbo vindicare dall’ambito giuridico a quello morale appartiene alla
tradizione letteraria latina post-ciceroniana. L’espressione rinforzata dal poliptoto viene vista da Traina
come la formula più incisiva del linguaggio senecano dell’interiorità. L’accumulazione pronominale è
inoltre molto frequente in Seneca.
Tempus…Die: tempo e giorno rappresentano due concetti ben distinti. Uno è l’assoluto, l’altro la
frazione concessa all’uomo.
Se cotidie mori: nodo concettuale del pensiero senecano sul tempo.
Quod mortem propiscimus: non intende dire “la morte avanti a noi” volendo criticare con mezzi
epicurei l’umana paura della morte, ma la tendenza dell’uomo a proiettare la morte in un futuro
indeterminato, non accorgendosi della sua cotidie mors.
Omnia aliena sunt: l’idea della dicotomia fra ciò che appartiene all’uomo e ciò che non gli appartiene è
di matrice stoica.
Tempus tantum nostrum est: l’allitterazione vuole conferire ancora più forza al secondo nodo
concettuale dell’epistola.
Interrogabit…praecipio: è l’unica nota autobiografica.
Luxuria: è la ricerca del superfluo, opposta alla frugalitas.
Tu…tua: nella proposizione si ripete volutamente il suono “t” e viene ripreso il concetto del “collige et
serva” dell’inizio dell’epistola. Inoltre malo non è seguito da ut, ma solo dal congiuntivo “serves” per
esprimere valore desiderativo.
Sera parsimonia in fundo est: il proverbio deriva dalle Opere e Giorni di Esiodo.
Bono tempore incipies: da qui si capisce che il monito di Seneca di sfruttare bene il tempo è rivolto
fondamentalmente a se stesso, in quanto Lucilio, essendo più giovane, può prepararsi per tempo.

[Paradigmi]
Facio, facis, feci, factum, facere
Vindico, vindicas, vindicavi, vindicatum, vindicare
Aufero, aufers, abstuli, ablatum, auferre
Surripio, surripis, surripui, surreptum, surripere
Excido, excidis, excidi, excisum, excidere

VI
Colligo, colligas, colligavi, colligatum, colligare
Servo, servas, servavi, servatum, servare
Sum, es, fui, esse
Scribo, scribis, scripsi, scriptum, scribere
Eripio, eripis, eripui, ereptum, eripere
Subduco, subducis, subduxi, subductum, subducere
Effluo, effluis, effluxi, effluctum, effluere
Fio, fis, cactus sum, fieri
Volo, vis, volui, velle
Attendo, attendis, attendi, attentum, attendere
Elabor, elaberis, elapsus sum, elabi
Ago, agis, egi, actum, agere
Do, das, dedi, datum, dare
Pono, ponis, posui, positum, ponere
Aestimo, aestimas, estimavi, aestimatum, aestimare
Intellego, intellegis, intellexi, intellectum, intellegere
Morior, moriris, mortuus sum, moriturus, mori
Fallo, fallis, fefelli, falsum, fallere
Prospicio, prospicis, prosperi, prospectum, prospicere
Praetereo, praeteris, praeterivi, praeterire
Teneo, tenes, tenui, tentum, tenere
Complector, complecteris, complexus sum, complectere
Pendeo, pendes, pependi, pendere
Inicio, inici, inieci, iniectum, inicere
Differo, differì, distali, dilatum, differre
Transcurro, transcurris, transcurri, transcursum, transcurrere
Mitto, mittis, misi, mittum, mittere
Expello, espellis, expepelli, expulsum, espellere
Imputo, imputas, imputavi, imputatum, imputare
Impetro, impetras, impetravi, impetratum, impetrare
Patior, patiris, passus sum, pati
Iudico, iudicas, iudicavi, iudicatum, iudicare
Debeo, debes, debui, debitum, debere
Accipio, accipis, accepi, acceptum, accipere
Possum, potes, potui, posse
Reddeo, reddes, reddii, redditum, reddere
Interrogo, interrogas, interrogavi, interrogatum, interrogare
Praecipio, praecipis, praecepi, praeceptum, praecipere
Fateor, fateris, fassus sum, fateri
Evenio, evenis, eveni, eventum, evenire
Consto, constas, constiti, constaturus, constare
Dico, dicis, dixi, dictum, dicere
Perdo, perdis, perdidi, perditum, perdere
Redigo, redigis, redegi, redactum, redigere
Ignosco, ignoscis, ignovi, ignotum, ignoscere
Succurro, succurris, succurri, succursum, succurrere
Puto, putas, putavi, putatum, putare
Supersum, superes, superfui, superesse
Incipio, incipis, incepi, inceptum, incipere
Videor, videris, visus sum, videri
Remaneo, remanes, remansi, remansum, rimanere
Valeo, vales, valui, valitum, valere

***

Epistola XCVII – “Il Problema della Schiavitù”


[Introduzione]
La lettera è interamente dedicata alla definizione dei rapporti servo-padrone. Dopo essersi
congratulato con Lucilio per il riconosciuto un comportamento nei confronti dei suoi servi,
Seneca rovescia la concezione antropologica della condizione servile (introdotta da Aristotele

VII
in Politica) introducendo la concezione etica dello stoicismo. Non sarà più servo colui che
serve il padrone, ma colui che è interiormente servo, di se stesso come di qualsiasi altra cosa.
Gli uomini, siano essi servi o padroni, sono tutti soggetti ai molteplici rovesciamenti del caso,
sia in ambito etico che in quello delle dinamiche sociali. Il brano si conclude con un concetto
affrontato in apertura: è meglio essere oggetti di riverenza piuttosto che di paura, poiché la
riverenza viene normalmente tributata alla divinità e spinge il servo a dare finanche la propria
vita per il padrone.
[Traduzione]
[1]Seneca saluta il suo Lucilio. Ho sentito con piacere da persone che vengono da te che tratti
con familiarità i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua
educazione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, sono compagni di tenda.
"Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se penserai che
alla fortuna è permesso cambiare la sorte di entrambe. [2]Perciò rido coloro che giudicano
disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non per una
superba consuetudine si vuole che intorno al padrone che mangia ci sia una turba di servi in
piedi? Egli mangia oltre la sua capacità e con grande avidità riempie il ventre rigonfio
disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. [3]Ma a quegli
schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è messo a
tacere col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori involontari, la tosse, gli
starnuti, il singhiozzo: a caro prezzo si sconta il silenzio interrotto da una parola; rimangono
tutta la notte digiuni e zitti. [4]Così accade che costoro parlino male del padrone nella maniera
nella quale non possono parlare in presenza del padrone. Ma quelli ai quali era permesso
parlare non solo in presenza del padrone, ma anche con questo, la cui bocca non era cucita,
erano pronti a offrire la vita per lui e a stornare (da lui) un pericolo imminente attirandolo su di
sè; parlavano durante i banchetti, ma tacevano di fronte ai tormenti. [5]Inoltre, si dice
comunemente con quella medesima arroganza il proverbio: "ci sono tanti schiavi, quanti
nemici": loro, non li abbiamo come nemici, ma ce li rendiamo tali. Inoltre tralascio le altre cose
disumane, per cui non ci serviamo degli schiavi come uomini, ma ne abusiamo come fossero
bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, curvo sotto il divano,
raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. [6]Uno taglia volatili costosi; muovendo la mano
esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi, poveretto, vive solo
per quest’unica cosa, e cioè trinciare decentemente il pollame; se non fosse che è più infelice
colui che insegna tutto per suo piacere di chi impara per necessità. [7] Un altro, addetto al vino,
vestito da donna, lotta con l'età: non può uscire dalla fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo
ormai in età di portare le armi, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la
notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e
da servo durante il pranzo. [8]Un altro che ha il compito di giudicare i convitati, se ne sta in
piedi, poveretto, e guarda quali l’adulazione e l’intemperanza nel mangiare o nel parlare possa
far sì che siano richiamati il giorno dopo. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste che
conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno il sapore di quale vivanda lo stuzzichi, di
quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni
quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non sopporta di mangiare
con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo
servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. [9] Ho visto stare davanti alla porta di
Callisto il suo ex padrone e colui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita, che lo
aveva messo tra gli schiavi di scarto mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori. Gli rese il
contraccambio quello schiavo gettato tra i primi dieci, in cui il banditore prova la voce: e fu lui
a rifiutarlo a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma
Callisto come ha ripagato il suo padrone! [10]pensa che questo che tu chiami tuo schiavo è nato
dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tanto tu puoi vederlo
libero quanto lui può vedere te schiavo. Con la strage di Varo la sorte umiliò molti uomini di
nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: rese
qualcuno tra quelli pastore, qualche altro guardiano di un casolare. E ora disprezza pure l'uomo
di quella condizione, nella quale proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare. [11]Non voglio
cacciarmi in un argomento troppo lungo e discutere sul trattamento degli schiavi verso i quali
siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Ecco tuttavia in breve i miei insegnamenti:

VIII
comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore si comportasse con te. Tutte le
volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, ti venga in mente che altrettanto
potere ha su di te il tuo padrone. [12]"Ma io", ribatti, "non ho padrone." Sei ancora giovane; ma
forse lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone,
e Diogene? [13]Sii clemente con il tuo servo e anche cordiale; ammettilo nei discorsi, nei
consiglio, nei banchetti. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente
di più umiliante, niente di più vergognoso." Io però potrei sorprendere costoro a baciare la
mano di servi altrui. [14]E non vedete neppure come i nostri antenati abbiano voluto eliminare
ogni invidia verso i padroni, ogni oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il
padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno
festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello;
concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la
giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. [15]"E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti
gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché
esercita un lavoro troppo umile, come per esempio quel mulattiere e quel bifolco. Non li
giudicherò secondo i mestieri, ma secondo i comportamenti: ciascuno è responsabile della
propria condotta, il mestiere lo assegna il caso. Alcuni cenino con te perché ne sono degni, altri
perché lo diventino; se infatti c'è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente
umile, il frequentare persone più degne lo eliminerà. [16]Non è il caso, o mio Lucilio, che
cerchi gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso
un buon materiale rimane inerte senza artefice: prova a farne esperienza. Colui che sul punto di
comprare un cavallo non esamina quello, ma la sella e le briglie, è in qualche modo stolto, così
è ancora più stolto colui che giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che
ci sta addosso come un vestito. [17]"È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno
schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo sia: uno è schiavo della lussuria, uno
dell'avidità, uno dell'ambizione, tutti della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console
che era schiavo di una vecchietta, un ricco di un'ancella, ti mostrerò giovani nobilissimi schiavi
di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò questi schizzinosi
non devono distoglierti dall'essere cordiale con i tuoi servi e superiore non in modo superbo: ti
rispettino più che temerti. [18]Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che
voglio abbattere l'autorità dei padroni, perché ho detto "rispettino il padrone più che temerlo".
"Proprio così?" chiederanno. "Lo rispettino come i clienti, come i salutatori?" Chi dicesse
questo dimenticherà che ai padroni non basta ciò che invece è sufficiente ad un dio. Chi è
rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al timore. [19]Dunque ritengo che tu
agisca benissimo a non voler essere temuto dai tuoi servi e a servirti come castigo delle parole:
con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce ci fa anche male; tanto che
tutto ciò che non va come vogliamo provoca la nostra ira. [20]Ci comportiamo come dei
sovrani; anche quelli, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in
escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, ma dal pericolo di una cosa del
genere l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro. E non ignorano questo,
ma, lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di aver ricevuto un oltraggio
per poterlo fare. [21] Non voglio trattenerti più a lungo; infatti non hai bisogno di esortazioni.
La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. Il vizio è incostante
e cambia spesso, non in meglio, ma in altro. Stammi bene.

[Osservazioni]
Seneca…salutem: come sempre è sottinteso dicit.
Hoc…hoc: in anafora sembra sottolineare l’assenso di Seneca per il comportamento di Lucilio.
Servi sunt…immo conservi: il dialogo immaginario ed anaforico tra il filosofo stoico ed il comune
mortale soggetto alle convenzioni di una società schiavista; lo stile è quello epigrammatico della diatriba
cinico-stoica e l’uso di Immo è tipico dello stile senecano.
Superbissima consuetudo: la consuetudo è superbissima perché presuppone una differenza naturale tra
il libero e lo schiavo; questa differenziazione antropologica era stata codificata da Aristotele in Politica
(Libro I); per gli stoici invece la differenza si sposta da un piano antropologico ad un piano etico.
Est: è una forma del verbo edere.
Ut maiore…ingessit: è una proposizione fortemente ellittica.
Ne in hoc: in hoc è prolettico della finale.

IX
Ne quidam: l’anafora sottolinea la fiscalità dei padroni.
Consuebatur: introdotta qui una metafora ampiamente nota.
Periculum…avertere: disposizione chiastica rispetto a porrigere cervicem.
Totidem hostes…servos: la forma proverbiale si trova anche in Platone ed Aristotele.
Non habemus…facimus…abutimur: la prima persona plurale viene ribadita per ammonire se stesso.
Alia…praetereo: preterzione.
Toro subditus: la scena qui presentata si trova in termini quasi analoghi in De Brevitate Vitae.

[Paradigmi]
Venio, venis, veni, ventum, venire
Conosco, cognoscis, cognomi, cognitum, conoscere
Vivo, vivis, vixi, victum, vivere
Deceo, deces, decui, decere
Sum, es, fui, esse
Cogito, cogitas, cogitavi, cogitatum, cogitare
Licet, licuit, licitum est, licere
Rideo, rides, risi, risum, ridere
Existimo, existimas, existimavi, existimatum, existimare
Ceno, cenas, cenavi, cenatum, cenare
Sto, stas, steti, statum, stare
Circumdo, circumdas, circumdedi, circumdatum, circumdare
Capio, capis, cepi, cautum, capere
Onero, oneras, oneravi, oneratum, onerare
Ago, agis, egi, actum, agere
Ingero, ingerii, ingessi, incessum, ingerire
Moveo, moves, movi, motum, movere
Loquor, loqueris, locutus sum, loqui
Compesco, compescis, compescui, compescere
Excipio, excipis, excepi, exceptum, excipere
Interpello, interpellas, interpellavi, interpellatum, interpellare
Luo, luis, lui, luitum, luere
Persto, perstas, persteti, perstatum, perstare
Fio, fis, cactus sum, fieri
Consuo, consuis, consui, consutum, consuere
Paro, paras, paravi, paratum, parare
Porrigo, porrigis, porrei, porrectum, porrigere
Immineo, immines, imminui, imminitum, imminere
Averto, avertis, averti, aversum, avertere
Taceo, taces, tacui, tactum, tacere
Iacio, iacis, ieci, iactum, iacere
Habeo, habes, habui, habitum, habere
Facio, facis, feci, factum, facere
Praetereo, praeteris, praeterivi, praeteritum, praeterire
Abutor, abuteris, ausus sum, abuti
Discumbo, discumbis, discubui, discubitum, discumbere
Detergeo, deterges, detersi, detersum, detergere
Colligo, colligis, collegi, collectum, colligare
Scindo, scindis, scidi, scissum, scindere
Excutio, excutis, escussi, excussum, escutere
Seco, secas, secui, sectum, secare
Doceo, doces, docui, doctum, docere
Disco, discis, didici, discere

X
De Providentia
Il dialogo si rivolge sempre a Lucilio. C’è chi colloca l’opera nel primo periodo dell’esilio in
Corsica (intorno al 41 d.C.) e chi invece verso la fine della vita di Seneca.
Il dialogo nasce da una domanda posta da Lucilio a Seneca: se il mondo è veramente regolato
da una provvidenza ordinatrice e giusta, per quale motivo le cose brutte accadono anche alle
persone giuste?
Seneca non tratta delle varie forme della provvidenza, come invece avevano fatto Crisippo nel
III secolo a.C. e Filone di Alessandria tra il I a.C. e il I d.C., ma del principio secondo il quale
le disgrazie che capitano agli uomini giusti debbano essere considerate prove attraverso il cui
superamento l’uomo giusto possa divenire esempio per l’intera umanità. Il saggio sa di
appartenere ad un piano provvidenziale che gli metterà davanti ardue prove; tuttavia non potrà
mai esserne vittima, in quanto da esse trarrà solo vantaggi. Si ritiene che tale pensiero sia stato
almeno in parte influenzato dall’esilio in Corsica durante l’impero di Claudio. Il saggio stoico
non solo si ritiene libero dalla paura e dal dolore, le due passioni su cui si era concentrata l’etica
e la terapeutica delle principali filosofie post-aristoteliche, ma giunge persino a sfidarle.

***

Il Genere: Dialogo Filosofico


Jaeger e Wilamowitz, i due “mostri sacri” della filologia classica di età moderna, appartenenti
alla scuola tedesca, ritengono che la tradizione del dialogo filosofico abbia avuto inizio con I
Dialoghi di Platone. Tuttavia i più recenti orientamenti critici sono giunti alla conclusione che
nessuna tra le forme letterarie greche sia potuta nascere dal nulla.

XI
La prima osservazione da fare riguarda l’influenza della sofistica: Platone aveva infatti
condiviso con altri discepoli di Socrate il desiderio di mettere per iscritto la tecnica della
maieutica. Anche in Protagora ritroviamo infatti un dialogo filosofico in forma embrionale.
Tutto sta nel fatto che la cultura ateniese del tempo non potesse più prescindere dalle conquiste
spirituali della sofistica.
Inoltre nei Dialoghi platonici appare l’elemento drammatico della commedia. Il filosofo era
infatti convinto dell’inferiorità dello scritto rispetto al parlato (nel Fedone) e così facendo
avrebbe avvicinato il primo al secondo, elevandolo.

Anche Aristotele compose alcuni dialoghi, abbandonando tuttavia la tradizione platonica. Egli
non si attiene più alla forma delle libere conversazioni, ma delle lezioni impartite
dogmaticamente da un maestro ai propri discepoli. Queste lezioni venivano introdotte da un
proemio, e seguite dalla rivelazione di Aristotele come unico vero portatore di verità.

Cicerone fu il latino che maggiormente riuscì nell’intento di realizzare un unione fra i maggiori
spunti significativi da tutte le fonti del sapere filosofico greco. L’eclettismo e l’antidogmatismo
ciceroniano trovarono perfetto riscontro nella forma dialogica, ereditando in parte il modello
platonico (teatralità), in parte quello aristotelico (non elabora i concetti attraverso il flusso
dialogico, il sostrato di pensiero precede il dialogo).A volte sembra tuttavia che la cornice
dialogica sia una mera forzatura: manca talvolta l’elemento realistico e il vero scambio
dialogico. In questi casi dal dialogo filosofico si passa al trattato.

Le opere di Seneca vennero definite dialogiche da Quintiliano. A dir la verità non si tratta né di
veri e propri dialoghi, né di trattati filosofici: ci troviamo davanti a conversazioni di argomento
filosofico tra la direzione spirituale e l’intima meditazione introspettiva.
Persino le Consolationes, cioè predicazioni moraleggianti rivolte a qualche illustre personaggio,
nell’intento di consolarlo per il dolore provocato da un lutto recente, vengono annoverate come
dialoghi nel corpus senecano.

Benché appunto la Consolatio non avesse nulla a che spartire con la tradizione dialogica,
Boezio (VI secolo d.C.) si fece influenzare da tale impressione e compose un dialogo filosofico
e consolatorio (De Consolatione Philosophiae) rivolto alla figlia Tullia, dove gli interlocutori
sono lo stesso Boezio e la filosofia personificata. Questi dialoghi racchiudono in sé la
tradizione socratica (raggiungere attraverso la dialettica una verità comune) e quella
aristotelico-ciceroniana (ampie digressioni). Una volta creato il sostrato di pensiero nei primi
due libri, Boezio dedica il terzo volume ad una forma più strettamente dialogica, con l’intento
di chiarire i difficili passaggi dei ragionamenti filosofico-teologici esposti nei volumi
precedenti.

***

Capitolo VI, paragrafo VII – “Il Suicidio”

[Introduzione]
La prosopopea di Dio si conclude con l’apologia del suicidio, di cui il paragrafo seguente
rappresenta l’incipit. Il suicidio rappresenta il più grande dono della provvidenza, la porta
aperta durante le sofferenze, e mostra la sollecitudine di Dio nei confronti del vir bonus.

[Traduzione]
Prima di tutto ho provveduto che nessuno vi trattenesse contro voglia; la porta è aperta: se non
volete lottare, è possibile fuggire. Perciò fra tutte le cose che ho voluto per voi inevitabili nulla
ho reso più facile che morire. Ho posto la vita su un piano inclinato. Si trascina? Fate soltanto
un poco di attenzione e vedrete come sia breve e agevole la via che conduce alla libertà. Ho
posto meno ostacoli alla vostra uscita che al vostro ingresso; altrimenti la fortuna avrebbe avuto
un grande dominio su di voi, se l’uomo ci mettesse tanto a morire quanto a nascere.

XII
[Osservazioni]
Pugnare non vultis: intende il combattimento con la fortuna, di cui aveva trattato nel paragrafo VI.
Prono animam loco: l’iperbato rende perfettamente l’idea della vita posta al centro di un piano
inclinato; basta infatti pochissimo a far scivolare la vita nella morte.
Trahitur: rappresenta il male di vivere, quel male che perpetua per tutta l’esistenza.
Tarde: è frequente in Seneca l’uso di avverbi di durata in contemporanea a verbi di azione puntuale;
Seneca vuole creare una nuova sfumatura della nascita e della morte, in cui si noti il faticoso travaglio
della nascita e la lenta agonia della morte.

[Paradigmi]
Caveo, caves, cavi, cautum, cavere
Teneo, tenes, tenui, tentum, tenere
Pateo, pates, patui, patere
Pugno, pugnas, pugnavi, pugnatum, pugnare
Volo, vis, volui, velle
Licet, licuit/licitum est, licere
Fugio, fugis, fugi, fugiturus, fugere
Sum, es, fui, esse
Facio, facis, feci, factum, facere
Morior, moriris, mortuus sum, moriturus, mori
Pono, ponis, posui, positum, ponere
Traho, trahis, traxi, tractum, trahere
Attendo, attendis, attendi, attentum, attendere
Video, vides, vidi, visum, videre
Duco, ducis, duxi, ductum, ducere
Nascor, nasceris, natus sum, nasciturus, nasci

De Brevitate Vitae
L’opera è dedicata a Paolino, un alto funzionario imperiale, di cui Seneca non offre precise
informazioni. Probabilmente si trattava di Pompeo Paolino, prefetto dell’annona e padre di
Paolina, moglie di Seneca dal 49 d.C. La data di composizione è discussa: c’è chi la colloca nel
49 d.C., al rientro dalla Corsica, e chi invece nel 62 d.C., all’abbandono della scena politica da
parte dell’autore stesso.
La riflessione sul tempo, problema assai vivo in un’età imperiale caratterizzata da un
edonismo diffuso, dalla crisi istituzionale dilagante, dall’incertezza, dall’instabilità e dalle
predisposizioni dispotiche, e profondamente vissuto da un Seneca a cavallo tra il frenetico
attivismo ed il disimpegno forzato, è nodo concettuale sul quale prende forma l’intera opera.
Solo gli autodisciplinati sanno godere del tempo fisico e spirituale, dominando le passioni e le
contingenze che rendono schiavo l’uomo.
La tesi centrale del trattato confuta la comune riflessione sul tempo: la vita dell’uomo non è
predeterminatamene breve, ma arbitrariamente od inconsciamente resa breve dall’inutilizzo
della razionalità nella propria vita. L’errore fondamentale è quindi di non vivere per sé, ma
vivere per tutto il resto, per le contingenze. E’ inoltre necessario, al fine di vivere per sé, essere
coscienti di sé stessi nell’oggi, senza proiettare in modo indefinito sé stessi in un domani troppo
remoto.
La vivacità dimostrata da Seneca durante l’esposizione rivela un costante contatto con la vita
romana dell’età Giulio-Claudia.
L’elemento speculativo, arricchito dall’eleganza retorica propria dell’autore, viene quindi
calato nella concretezza della quotidianità. Il tempo non è infatti un principio astratto, ma

XIII
realtà viva radicata nell’esperienza di ognuno: è il nostro fiume in piena visto dall’occhio
esterno, ed il punto istantaneo, immobile e privo di dimensioni della nostra autocoscienza. Ed è
in questa visione prettamente negativa del tempo che si colloca l’opposizione fra occupati e
sapiens: i primi incapaci di vivere razionalmente il reale, i secondi tanto svincolati dal proprio
passato e liberi da ogni ansia per il futuro, valorizzano il presente cogliendo ogni giorno come
fosse l’ultimo. Il carpe diem oraziano viene rielaborato da Seneca, in quanto la riflessione sul
tempo non si plasma più sull’aspetto quantitativo della vita, quanto su quello qualitativo della
stessa. Compito dell’uomo non sarà più quindi quello di sfruttare edonisticamente la vita,
quanto quello di farla fruttare raggiungendo la dimensione dell’autocoscienza, raggiungibile
solo attraverso l’esercizio della filosofia.

***

Capitolo II – “Le Passioni e le Occupazioni che Abbreviano la Vita”

[Introduzione]
L’antitesi tempo-saggezza che percorre l’intero trattato si concretizza nella vita assurda degli
occupati, servi del tempo fisico, opposta alla vita del saggio, libero, in quanto autocoscienze di
sé nel presente, di godere del tempo spirituale. Questo capitolo esamina una colorata casistica
per spiegare come nessuno degli occupati, soggetti ad una vita frenetica, riesca mai ad avere un
po’ di tempo per autoesaminarsi, per capire di più sulla propria vita. Le passioni, le frenesie e i
desideri ottenebrano la mente rammollendo gli uomini, precludendo loro la via di quella
saggezza, nota invece al sapiens, che permetterebbe di arrestare la fuga dei giorni.

[Traduzione]
[1]Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Essa si è comportata in maniera benevola: la
vita è lunga, se sai farne uso. Ma qualcuno prende l’insaziabile avidità, la frenetica attività in
vuote occupazioni qualcun altro; uno è fradicio di vino, un altro è abbrutito dall’ozio; uno lo
stressa l’ambizione sempre dipendente dai giudizi altrui, un altro lo sfrenato desiderio di
commerciare per tutte le terre, (che lo) conduce per tutti i mari dal miraggio del guadagno;
alcuni tortura la smania della guerra, sempre intenti a creare difficoltà agli altri o preoccupati
per le proprie; vi sono alcuni che logora l’ingrato servilismo dei potenti in una volontaria
schiavitù; [2]molti fa prigionieri la brama dell’altrui fortuna o il lamento della propria; la
maggior parte, che non ha riferimenti stabili, sballotta verso nuovi progetti una leggerezza
volubile ed instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nulla a cui drizzar la rotta, ma i fati li
sorprendono intorpiditi e indolenti: sicché ciò che viene detto, sotto forma di oracolo, presso il
più grande dei poeti, non potrei dubitare che sia vero: "Piccola è la porzione di vita che
viviamo". [3]Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono ed assediano
da ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi a discernere il vero, ma li
schiacciano immersi ed inchiodati al piacere. Giammai ad essi è permesso rifugiarsi in se stessi;
se talora gli tocca per caso un attimo di tregua, come in alto mare, dove anche dopo il vento vi è
perturbazione, ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. [4]Pensi che io parli di
costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli, alla cui buona sorte si accorre: sono soffocati
dai propri beni. Per quanti le ricchezze costituiscono un fardello! Il sangue di quanti fa sputar
l’eloquenza e l’impegno quotidiano di ostentazione del proprio ingegno! Quanti sono pallidi per
i continui piaceri! A quanti non lascia nulla di libero l’ossessionante calca dei clienti! Dunque,
passa in rassegna tutti costoro, dai più umili ai più potenti: questo chiede di essere assistito,
questi assiste, quello esibisce le prove, quello difende, quello giudica, nessuno rivendica per se
stesso la propria libertà, ci si consuma l’uno per l’altro. Informati di costoro, i cui nomi si
imparano, vedrai che essi si riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello, quello di
quell’altro; nessuno appartiene a se stesso. [5]Insomma è estremamente irragionevole lo sdegno
di taluni: si lamentano del fastidio dei potenti, perché questi non hanno trovato il tempo di
venire incontro ai loro desideri (lett.: “a loro volenti”). Osa lagnarsi della superbia altrui chi non
ha tempo per sé? Quello almeno, chiunque tu sia, benché con volto arrogante ma qualche volta
ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue parole, ti ha accolto al suo fianco: tu non ti sei
mai degnato di guardare dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò di rinfacciare ad

XIV
alcuno questi servigi, poiché li hai fatti non perché desideravi stare con altri, ma perché non
potevi stare con te stesso.

[Osservazioni]
Quid…querimur?: riprende l’affermazione d’apertura del dialogo.
Benigne: riprende per contrasto il sintagma del capitolo I “de naturae malignitate”.
Scias: il congiuntivo eventuale esprime la concezione qualitativa, non quantitativa, del tempo.
Omnis: accusativo arcaico per Omnes.
Omnia…ducit: asindento.
Alium…alius…quondam…quos…multos: variatio e gradatio ascendente che culmina in plerosque.
Suae querella: suae è genitivo soggettivo.
Detinuit…aiactavi: perfetti gnomici; detenere è inoltre un composto intensivo di tenere tipico della
poesia amorosa.
Inconstans…levitas: la levitas e l’inconstantia sono considerate colpe dall’etica stoica.
Apud maximum poetarum: non si riferisce né ad Omero, né a Virgilio; probabilmente si voleva
intendere comicorum, riferito a Menandro.
Non dubitem: congiuntivo perché dipendente dall’ut consecutivo.
Ceterum: preferito a reliquum in quanto esprime la concezione qualitativa, non quantitativa del tempo.
Urgent…circumstant…resurgere…attollere: verbi attinti dal lessico militare.
Numquam…licet: nodo concettuale, problema degli occupati già espresso nel De Tranquillitate Animi.
In quo…volutatio est: riferimento al mondo della natura, frequente nella tradizione senecana.
Fluctuantur…stat: dativo di possesso e contrapposizione fra fluctuantur e stat.
Divitiae: pluralia tantum.
Quam multis…quam multorum…quam multi…quam multis: climax culminante in Omnis.
Advocat…Adest…Vindicat: verbi attinti dal lessico giuridico.
Illi illius…hic illius: poliptoto ille/illius e anafora ille illius…hic illius.
Quod ipsis…non vocaverint: causale al congiuntivo, in quanto non riporta direttamente il pensiero di
Seneca, ma di coloro che si lamentano.
Qui ipse: anastrofe per ipse qui.
Insolenti…respexi: concessiva; ille fa riferimento ad un ipotetico potente.
Ille te ad latus…tu non inspicere te umquam: antitesi pronominale ille/te/tu/te.
Non est itaque, quod : quod con valore esplicativo.

[Paradigmi]
Quaero, quaeris, quaesivi, quaesitum, quaerere
Gero, geris, gessi, gestum, gerere
Scio, sciis, scivi, scitum, scire
Sum, es, fui, esse
Teneo, tenes, tenui, tantum, tenere
Madeo, mades, madui, madere
Torpeo, torpes, torpui, torpitum, torpere
Defatigo, defatigas, defatigavi, defatigatum, defatigare
Suspendo, suspendi, suspendi, sespensum, suspendere
Mercor, mercaris, marcatus sum, mercari
Duco, ducis, duxi, ductum, ducere
Torqueo, torques, torsi, tortum, torquere
Intendo, intendis, intendi, intentum, intendere
Cosumo, consumas, consumavi, consumatum, consumare
Detineo, detines, detinui, detentum, detinere
Sequor, sequeris, secutus sum, sequeri
Iacto, iactas, iactavi, iactatum, iactare
Dirigo, dirigis, direi, cirectum, dirigere
Placeo, places, placui, placitum, placere
Deprehendo, deprehendis, deprehendi, deprehensum, deprehendere
Dico, dicis, dixi, dictum, dicere
Dubito, dubitas, dubitavi, dubitatum, dubitare
Vivo, vives, vixi, victum, vivere
Urgeo, urges, ursi, urgere
Circumsto, circumstas, circumsteti, circumstatum, circumstare
Resurgo resurgis, resurrexi, resurrectum, resurgere,
Attolleo, attollis, assustuli, assublatum, attollere

XV
Sino, sinis, sivi, situm, sinere
Mergo, mergis,mersi, mersum, mergere
Infigo, infigis, infixi, infixum, infigere
Premo, premis, pressi, pressum, premere
Recurro, recurris, recarsi, recursum, recurrere
Licet, licuit/licitum est, licere
Contingo, contingis, contigi, contectum, contingere
Fluctuor, fluctuaris, flucuatus sum, fluctuari
Sto, stas, steti, statum, stare
Puto, putas, putavi, putatum, putare
Aspicio, aspicis, aspexi, aspectum, aspicere
Concurro, concurris, concurri, concursum, concurrere
Effoco, effocas, effocavi, effocatum, effocare
Ostento, ostentas, ostentavi, ostentatum, ostentare
Educo, educis, eduxi, eductum, educere
Palleo, palles, pallui, pallitum, pallere
Relinquo, relinquis, reliqui, relictum, relinquere
Pererro, pererras, pererravi, pererratum, pererrare
Advoco, advocas, advocavi, advocatum, avocare
Adsum, ades, adfui, adesse
Periclitor, periclitaris, periclitatus sum, periclitari
Defendo, defendes, defendi, defensum, defendere
Iudico, iudicas, iudicavi, iudicatum, iudicare
Vindico, vindicas, vindicavi, vindicatum, vindicare
Consumo, consumis, consumpsi, consumptum, consumere
Interrogo, interrogas, interrogavi, interrogatum, interrogare
Edisco, ediscis, edidici, ediscere
Dinosco, dinoscis, dinovi, dinotum, dinoscere
Video, vides, vidi, visum, videre
Adeo, adis, adivi, aditum, adire
Vaco, vacas, vacavi, vacatum, vacare
Audeo, audes, ausus sum, audere
Respicio, respicis, respexi, respectum, respicere
Demitto, demittis, demisi, demittum, demittere
Recipio, recipis, recepi, receptum, recipere
Inspicio, inspicis, inspexi, inspectum, inspicere
Audio, audis, audivi, auditum, audire
Imputo, imputas, imputavi, imputatum, imputare
Facio, facis, feci, factum, facere
Volo, vis, volui, velle
Possum, potes, potui, posse

***

Capitolo III – “In Molteplici Occasioni Dissipiamo il Nostro Tempo”

[Introduzione]
In questo capitolo Seneca esamina una contraddizione insita nell’uomo: la gelosia e l’avarizia
di tutte le cose futili della vita, e la disinteressata prodigalità del bene più grande ed
irrestituibile: il tempo. Il filosofo sfata l’assurdità di porre speranza in un futuro che sfugge al
controllo dell’uomo. Il saggio stoico sa, conoscendo i limiti dell’uomo, di poter fare
affidamento solo sul presente, rinunciando quindi a quella inconsistente ed ingiustificata
speranza che la maggior parte degli uomini ripone nel futuro.

[Traduzione]
[1]Per quanto siano concordi su questo solo punto gli ingegni più illustri che mai rifulsero, mai
abbastanza si meraviglieranno di questo appannamento delle menti umane: non tollerano che i
propri campi vengano occupati da nessuno e, se sorge una pur minima disputa sulla modalità
dei confini, si precipitano alle pietre ed alle armi: permettono che altri invadano la propria vita,

XVI
anzi essi stessi vi fanno entrare i suoi futuri padroni; non si trova nessuno che sia disposto a
dividere il proprio denaro: a quanti ciascuno distribuisce la propria vita! Sono avari nel tenere i
beni; appena si giunge alla perdita di tempo, diventano molto prodighi in quell’unica cosa in cui
l’avarizia è un pregio. [2]Prendiamo pure uno dalla folla degli anziani: "Vediamo che sei
arrivato al termine della vita umana, hai su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio della
tua vita (lett.: “richiama la tua vita a fare i conti”). Calcola quanto di questo tempo hanno
sottratto i creditori, quanto l’amante, quanto il re, quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie,
quanto i castighi dei servi, quanto le visite di dovere attraverso la città; aggiungi le malattie, che
ci siamo procurati con le nostre mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato: vedrai che hai
meno anni di quanti ne conti. [3]Ritorna con la mente a quando sei stato fermo in un proposito,
quanti pochi giorni si sono svolti così come li avevi programmati (lett.: “in qual numero ciascun
giorno è andato a finire come avevi deciso”), a quando hai avuto la disponibilità di te stesso, a
quando il tuo volto non ha mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso, che
cosa hai realizzato in un periodo tanto lungo (lett.: “che cosa a te sia di opera fatta in un periodo
tanto lungo”), quanti hanno depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di cosa stavi
perdendo, quanto ne ha sottratto un vano dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una
piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo: capirai che muori prematuro". Dunque
qual è il motivo? [4]Vivete come se doveste vivere in eterno (lett.: “come so foste in procinto di
vivere per sempre”), mai vi sovviene della vostra caducità, non osservate quanto tempo è già
trascorso; perdete come da una riserva piena ed abbondante, quando invece forse proprio quel
giorno, che si regala ad una certa persona od attività, è l’ultimo. Avete paura di tutto come
mortali, desiderate tutto come immortali. [5]Udirai la maggior parte dire: "Dai cinquant’anni mi
metterò a riposo, a sessant’anni mi ritirerò a vita privata". E che garanzia hai di una vita tanto
lunga? (lett.: “e chi prendi come garante di una vita tanto lunga?”) Chi permetterà che queste
cose vadano così come hai programmato? Non ti vergogni di riservare per te i rimasugli della
vita e di destinare alla sana riflessione solo il tempo che non può essere utilizzato in
nessun’altra cosa? Quanto tardi è allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che sciocca
dimenticanza della natura umana differire i buoni propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi
voler iniziare la vita lì dove pochi sono arrivati!

[Osservazioni]
Licet: congiunzione concessiva spesso usata in tono polemico.
De modo finium: sulla necessità di proteggere la proprietà privata si era già soffermato Cicerone in De
Officiis.
Vita: accezione figurativa, non intesa nel ristretto senso di esistenza biologica, ma nel senso di esistenza
razionale.
Immo: uso correttivo dell’avverbio, assai frequente in Seneca.
Distribuit: indica lo sperperare.
Profusissimi: eliso il verbo sunt.
Libet…: sfumatura concessiva come il precedente Licet; è inoltre tipicamente senecano e derivato dalla
tradizione diatribica il rivolgersi ad un interlocutore immaginario.
Duc: imperativo tronco, come dic e fac.
Quantum…Obstulerit…Quantum: martellante anafora di quantum, intervallato dal frequente
obstulerit.
Victuri vivitis: poliptoto.
Pleno et abundanti: neutri sostantivati.
Omnia tamquam…concupiscitis: anafora che evidenzia la struttura simmetrica ed allo stesso tempo
antitetica della sententia.
Perduxerunt: perfetto gnomico

[Paradigmi]
Licet, licuit/licitum est, licere
Fulgeo, fulges, fulsi, fulgere
Consentio, consentis, consensi, consensum, consentire
Miror, mirari, miratus sum, mirari
Occupo, occupas, occupavi, occupatum, occupare
Patior, patiris, passus sum, pati

XVII
Sum, es, fui, esse
Discorro, discurris, discorri/discucurri, discursum, discorrere
Incedo, incedis, incessi, incessum, incedere
Sino, sinis, sivi, situm, sinere
Induco, inducis, induxi, inductum, inducere
Invenio, invenis, inveni, inventum, invenire
Divido, dividis, divisi, divisum, dividere
Volo, vis, volui, velle
Distribuo, distribuis, distribui, distributum, distribuere
Contineo, contines, continui, contectum, continere
Libet, libuit/libitum est, libere
Comprehendo, comprehendis, comprehendi, comprehensum, comprehendere
Pervenio, pervenis, perveni, perventum, pervenire
Video, vides, visi, visum, videre
Premo, premis, pressi, pressum, premere
Revoco, revocas, revocavi, revocatum, revocare
Duco, ducis, duxi, ductum, ducere
Affero, affers, abstuli, ablatum, afferre
Adicio, adicis, adieci, adiectum, adicere
Iaceo, iaces, iacui, iaciturus, iacere
Habeo, habes, habui, habitum, habere
Numero, numeras, numeravi, numeratum, numerare
Repeto, repetis, repetivi, repetitum, repetere
Destino, destinas, destinavi, destinatum, destinare
Cedo, cedis, cessi, cessum, cedere
Facio, facis, feci, factum, facere
Diripio, diripis, diripui, direptum, diripere
Sentio, sentis, sensi, sensum, sentire
Perdo, perdis, perdidi, perditum, perdere
Relinquo, relinquis, reliqui, relictum, relinquere
Intellego, intellegis, intellexi, intellectum, intellegere
Morior, moriris, mortuus sum, mori
Vivo, vivis, vixi, victum, vivere
Succurro, succurris, succurri, succursum, succurrere
Observo, observas, observavi, observatum, observare
Transeo, transiis, transii, transitum, transire
Dono, donas, donavi, donatum, donare
Timeo, times, timui, timetum, timere
Concupisco, concupiscis, concupivi/concupii, concupitum, concupire
Audio, audis, audivi, auditum, audire
Dico, dicis, dixi, dictum, dicere
Secedo, secedis, secessi, secessum, secedere
Dimitto, demittis, dimisi, demittum, dimittere
Accipio, accipis, accepi, acceptum, accipere
Dispono, disponis, disposi, dispositum, disponete
Eo, is, ivi/ii, itum, ire
Reservo, reservas, reservavi, reservatum, reservare
Destino, destinas, destinavi, destinatum, destinare
Conferro, conferì, contuli, conlatum, conferre
Possum, potest, potui, posse
Incipio, incipis, incepi, inceptum, incipere
Disino, desinis, desivi/desii, desitum, desinere
Differo, differs, distuli, dilatum, differre
Inchoo, inchoas, inchoavi, inchoatum, inchoare
Perduco, perducis, perduxi, perductum, perducere

XVIII
De Ira
L’opera in tre libri, dedicata al fratello Marco Anneo Novato (ricordato per essersi rifiutato di
giudicare San Paolo con il nome di Gallione negli Atti degli Apostoli), venne scritta durante il
principato di Caligola e pubblicata tra il 41 d.C. ed il 52 d.C. Sebbene non sia annoverata tra le
opere più risolte del corpus senecano, la problematica proposta si inserisce degnamente nel
patrimonio speculativo delle tradizioni filosofiche post-aristoteliche: incentrate sull’uomo, sul
suo posto nel mondo e sulla sua condotta in vista del vero bene e della felicità.
Il De Ira prende in esame il tema delle diverse passioni che turbano l’animo umano
soffermandosi principalmente sulla problematica dell’iracondia, alla quale Seneca suggerisce
anche gli opportuni rimedi. In breve l’opera potrebbe essere a ragione considerata un trattato
fenomenologico delle passioni umane, tra le quali rifulge l’ira come la più deleteria delle
passioni, poiché spinge l’uomo, accecato dall’irrazionalità e dall’odio, a compiere i più
tremendi misfatti contro il prossimo, contro le cose e contro se stesso.
Sull’argomento si soffermarono anche Cicerone (Tuscolanae Disputationes), Plutarco,
Platone (ira compatibile con la temperanza ed il coraggio, in quanto passioni naturali)
Aristotele (distinzione fra uso morale ed immorale dell’ira, considerata passione naturale),
dagli epicurei (la drastica eliminazione dell’ira porta solo al suo rafforzamento; per questo può
essere giustificata fintanto che non procuri dolore e sofferenza al prossimo o a se stessi),
Crisippo (necessario estirpamento alla radice l’ira, in quanto impedisce di vivere secondo

XIX
natura, cioè, annullando la ragione, impedisce di conformarsi al Logos ordinatore
dell’universo), Panezio e Posidonio (recuperando istanze del pensiero platonico ed aristotelico
mossero una critica più blanda nei confronti dell’ira).
Nel primo, dopo aver fornito un’ampia e colorata descrizione della sua natura deplorevole,
viene data una definizione dell’ira e viene mossa una serrata polemica contro coloro che ne
giustificano le manifestazioni moderate. Nel secondo libro si rinnova la confutazione alla
concezione di un ira scusabile: il difetto deve essere vinto, prevenuto o curato; segue poi
l’enumerazione dei massimi pericoli a cui l’ira può condurre. Infine nel terzo ed ultimo libro
alla diagnosi e alla terapia fanno seguito la problematica delle masse accecate dall’ira e il
pensiero della fine come unico vero rimedio all’ira, in quanto in grado di calmare ogni tipo di
furore o rancore.

Medea

Versi 893-944 – “L’Estrema Decisione di Medea”


[Introduzione]

[Traduzione]
Ed io dovrei andarmene?Se fossi fuggita prima,
sarei tornata per questo. Assisto a nuove nozze.
Ma come, animo mio, esiti?Asseconda il tuo felice impulso.
Quanto vale questa parte di vendetta di cui godi?
Ancora ami, pazza, se per te è abbastanza
che Giasone (sia rimasto) vedovo. Cerca un castigo
inaudito e d’ora in poi tieniti pronta così:
venga meno ogni cosa sacra , se ne vada il ritegno cacciato via;
è una vendetta da niente (quella) che attuano mani pure.
Scendi nel cuore dell’ira e svegliati dal torpore
E tira fuori dal fondo del petto l’impeto di un tempo
Violento. Qualsiasi cosa sia stata compiuta fin qui,
si considerino atti di pietà. Avanti fa’ in modo che sappiano

XX
quanto lievi e di poco interesse furono
i delitti che commisi. Il rancore si è (solo) allenato
attraverso i dolori nostri: quale grandiosa impresa mani inesperte possono
osare? Che cosa il mio furore verginale?
Soltanto ora sono Medea; il mio carattere si è alimentato nei mali.
Mi piace, mi piace aver reciso il capo fraterno,
mi piace averlo fatto a pezzi e il padre
di averlo private della nascosta reliquia, mi piace contro il vecchio
aver armato le figlie. Oh dolore, cerca nutrimento:
ormai la tua mano destra è esperta nel commettere ogni delitto.
Dove dunque, rabbia, intendi indirizzarti? O quali
dardi intendi dirigere contro il perfido nemico? Non so quale orrenda
decisione abbia preso nell’animo e non ancora a me stessa
so confessare.Io da stolta ho avuta troppa fretta:
potesse il mio nemico dei figli dall’amante
aver avuti – qualsiasi creatura tu abbia avuto da lui,
Creusa l’ha generata. Mi piace questo genere di castigo,
a ragione mi piace: lo riconosco, (è proprio) il delitto più atroce
e l’animo deve prepararsi – Oh figli un tempo miei,
pagate voi il fio per le colpe paterne.
ma il cuore ha sconvolto l’orrore, le membra sono contorte dal gelo
e trema il petto. L’ira se ne è andata
e la madre cacciata via la moglie ritorna piena d’affetto.
Ed io dovrei dei miei figli e della mia prole
Spargere il sangue? Rinsavisci, oh cieca follia!
Questo delitto inaudito e di terribile infamia
Dovrebbe essere anche per me;che colpa dovrebbero espiare (questi) infelici?
Una colpa è avere Giasone come padre, ma colpa peggiore
(avere) come madre Medea – muoiano, non sono miei;
muoiano, perché sono miei. Non hanno commesso alcun crimine e non hanno colpa,
sono innocenti: lo riconosco, e anche (mio) fratello lo fu.
Perché, animo, esiti? Ora perché le lacrime rigano il volto
E ora quest’ira indecisa, ora quell’affetto
Divide? Un’opposta corrente mi trascina incerta;
come quando i venti impetuosi ferocemente s’azzuffano tra loro,
e i flutti turbinando l’uno contro l’altro sconvolgono il mare
che ribolle in se stesso, così il mio
cuore fluttua: l’ira caccia la pietà
e la pietà cacia l’ira – cedi all’affetto, rancore.

[Osservazioni]

[Paradigmi]

XXI