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Coronavirus.

Quel che serve per controllare l’epidemia (e le scemenze)


Giancarlo Cesana
27 febbraio 2020

Da chi o da cosa dobbiamo guardarci nell’epoca del Covid-19? Giancarlo Cesana,


professore di Igiene e Sanità pubblica, mette in fila numeri e fatti che possono aiutare a
capire

Come va la vita? Non tanto bene, sembrerebbe. Siamo in tempo di epidemia. Per quanto in
pensione, sono professore di Igiene e Sanità pubblica. Mi sento in dovere di intervenire
perché le epidemie, o meglio il loro controllo, fanno parte del mio mestiere.
Tuttavia la sanità pubblica è un campo molto vasto e chi vi è coinvolto, in particolare se
ricercatore, non si occupa di tutto, ma di alcuni settori specifici, che per me sono
l’epidemiologia e la medicina sociale: come le abitudini di vita, i fattori psicologici, culturali ed
economici che concorrono a determinare le malattie. Dico questo non per esibire il mio
curriculum, ma per far capire che quando gli scienziati parlano, se parlano di cose che non
hanno studiato e praticato, possono dire scemenze come gli altri. E adesso è un momento in
cui si parla molto, anche per esorcizzare la fifa di ammalare e morire a causa del
coronavirus, l’agente dell’epidemia che ci affligge.
Non essendo un virologo, mi rifaccio a un editoriale pubblicato dal British Medical Journal,
firmato il 19 febbraio scorso da due esperti infettivologi, Lisa F P Ng e Julian A Hiscox, che
lavorano tra Liverpool e Singapore nel campo delle zoonosi (malattie degli animali) e
dell’immunologia. Gli autori non dicono cose nuove, ma mettono bene in ordine quelle che si
sanno, in modo da aiutare a rendersi conto dei problemi e ad affrontarli.
DAGLI ANIMALI AGLI UOMINI
Il coronavirus, che tanto ci sta preoccupando, appartiene a un gruppo di virus scoperti negli
anni Sessanta come agenti, nell’uomo, del comune raffreddore e, nel pollame, di una
bronchite acuta e di altri disordini spesso mortali, anche in altre specie di uccelli. Similmente
a quanto è accaduto per i virus influenzali, nonostante decenni di ricerca non è stato trovato
un vaccino efficace contro tutte le diverse varianti di questi virus, che mutano in alcune
componenti del loro involucro esterno (capside), così da non essere riconoscibili dagli
anticorpi prodotti per distruggerli.
Fino agli inizi degli anni Duemila, questi virus erano per così dire trascurati perché nessuno
di loro sembrava poter produrre effetti seri negli umani. Le cose cambiarono nel 2002-2003
con l’emergenza, in Cina, di un coronavirus in grado di causare grave insufficienza
respiratoria (Sars, severe acute respiratory syndrome), e quindi nel 2012 con la comparsa in
Arabia Saudita della Mers (Middle East respiratory syndrome). Le origini di entrambi i virus
vennero individuate (non sicuramente) nei pipistrelli con ospiti intermedi – riserve zoonotiche
(certe) – rispettivamente le genette e i dromedari. Il controllo di queste riserve è piuttosto
complicato: vi sono ancora periodiche e isolate epidemie di Mers; per fermare la Sars, 8.000
casi in tutto il mondo, ci volle un anno.
LA RICERCA DI UNA TERAPIA
Il nuovo coronavirus identificato è ufficialmente denominato Sars-CoV-2, perché simile al
virus della Sars e, apparentemente, molto vicino ai virus dei pipistrelli. Anch’esso causa
raffreddori e sindromi influenzali che possono sfociare in polmoniti con conseguente
insufficienza respiratoria. Le malattie, quando si manifestano con sintomi non specifici,
comuni a diversi agenti, si chiamano sindromi e in questo “scoppio” di casi Covid-19, a
indicare l’anno di insorgenza. Poiché il numero di casi è di gran lunga superiore a quello
della Sars, è probabile che si sviluppi una epidemia mondiale, o pandemia, e che questa
richieda almeno lo stesso tempo della Sars, o assai più per essere fermata.
Non esistono terapie antivirali o vaccini disponibili per il trattamento e la prevenzione delle
infezioni da coronavirus negli umani. Si sta lavorando sul trattamento del coronavirus della
Mers, ma i farmaci, che sembravano funzionare nel modello animale, non si sono dimostrati
efficaci negli umani e sempre bisogna considerare l’emergenza di ceppi resistenti. Una via
alternativa potrebbe essere quella di colpire le componenti delle cellule che ospitando i virus
ne favoriscono la moltiplicazione. Un simile approccio potrebbe essere efficace verso il
Sars-CoV-2 e vari coronavirus, che pur essendo diversi condividono lo stesso meccanismo
di replicazione. La Mers costituisce anche l’obiettivo degli studi sui vaccini, che, pur essendo
nella prima fase di sperimentazione, sembrano promettenti anche contro il virus della
Covid-19; ci vorrà comunque ancora tempo per ottenere risultati definitivi.
I PRIMI ALLARMI
Pertanto, l’epidemia andrà avanti. Al momento in cui scrivo (25 febbraio), i casi nel mondo
sono 80.142 con 2.698 morti, 77.779 e 2.666 in Cina, 2.363 e 32 morti in 34 altri paesi. Noi,
l’Italia, siamo il terzo paese per numero di casi, 283, con 7 persone decedute; dopo di noi, in
Europa viene la Germania con 16 casi, quindi Regno Unito e Francia con rispettivamente 13
e 12 casi, infine altre nazioni in cui si segnalano 1-2 casi. Un po’ attoniti, ci domandiamo
cosa ci è successo, cosa abbiamo fatto, o meglio non fatto. Siamo alluvionati da pareri di
esperti, che, litigando sempre meno cautamente tra loro, non convincono e, anzi,
aumentano le perplessità. Il paziente 0, quello che avrebbe infettato per primo, è risultato
negativo e un altro non si è ancora trovato.
Da chi o da cosa dobbiamo guardarci? Ci sono alcuni fatti che possono aiutare a capire.
I primi casi di Covid-19 vennero segnalati nella città di Wuhan intorno alla metà di dicembre
2019; la prima segnalazione cinese di casi di polmonite all’Organizzazione mondiale della
sanità è del 31 dicembre; il virus agente della malattia è stato identificato, sempre in Cina, il
9 gennaio 2020; date le difficoltà di trattamento, si sono messi in opera massicci interventi di
prevenzione non vaccinale: mascherine, tute, controlli, isolamenti e quarantene.
COME È ARRIVATO IN ITALIA IL COVID-19
Per un mese e mezzo gli italiani hanno viaggiato normalmente da e per la Cina. L’Italia, il 30
gennaio, ha bloccato i voli. Gli italiani in Cina per rientrare hanno preso voli diretti in Europa
e quindi in Italia, che era ed è nel pieno di un’epidemia di influenza “normale”. Questa, come
viene continuamente spiegato, manifesta gli stessi sintomi della stragrande maggioranza dei
casi di Covid-19. È molto verosimile, pertanto, che nostri concittadini, che hanno contratto
Sars-CoV-2, risultandone poco o per nulla ammalati, stiano confusi e dispersi nella
popolazione, soprattutto delle aree industrializzate di maggior interscambio con la Cina,
Lombardia e Veneto, per l’appunto.
Non a caso la Covid-19 è venuta alla ribalta quando si è eccezionalmente manifestata in
modo, per così dire, puro, in un trentottenne robusto, sano e sportivo. Dopo due ricoveri in
pronto soccorso, i sanitari hanno pensato al coronavirus cinese, risultato positivo. Da lì sono
cominciati controlli a tappeto – quali non si fanno da altre parti, anche all’estero – che
mettono in evidenza sempre più casi di Covid-19. Il numero di diagnosi, infatti, dipende dal
numero di malattie e, quando queste sono sintomaticamente poco riconoscibili, dal numero
di controlli.
IGNORANZA E SAGGEZZA DEI MEDIEVALI
Adesso siamo alla chiusura delle cittadine focolaio della malattia, delle università scuole,
luoghi di ritrovo, incluse le chiese, quarantene domiciliari e ospedaliere, singole e di gruppo,
accaparramenti nei supermercati e altro ancora. Fino a quando non si sa. È impressionante
come cose così piccole, come il Sars-CoV-2, che misura 80-150 nanometri (un nanometro è
un miliardesimo di metro), producano effetti così grandi, tanto da abbattere animali e uomini
e bloccare interi paesi nella vita lavorativa e nei commerci. Siamo veramente fatti di niente,
anche se riusciamo a combattere e a difenderci, almeno fino a un certo punto, perché alla
fine morire si deve.
Possiamo capire i medievali, i quali rendendosi conto della ignoranza e della incapacità dei
medici a controllare le grandi epidemie, in occasione della peste del 1300 pensarono a una
organizzazione socialmente preventiva, istituendo i Magisteri, prima a Milano, quindi a
Venezia e Firenze e poi in ogni comune italiano (nel resto dell’Europa solo dopo il
Cinquecento): regolavano l’accesso alle città, l’approvvigionamento di cibo, di acqua e di
altre merci; la “quarantena”, codificata per la prima volta a Reggio Emilia nel 1374; erano
previste norme per l’evacuazione ed il seppellimento dei cadaveri; proibite le manifestazioni
pubbliche e le processioni religiose; chiusi i locali pubblici e gli esercizi sospetti. Come sta
avvenendo oggi, in Lombardia e Veneto.
NON È LA PESTE
Però oggi non c’è la peste e la gente non muore come mosche. Come dice la stessa Oms,
la Covid-19 nell’80 per cento dei casi è lieve: raffreddore o poco più. La sua letalità –
numero di morti diviso numero di casi – è il 2 per cento; come stiamo vedendo, si tratta per
lo più di persone anziane, portatrici di patologie serie. Questo per l’Italia è sicuramente un
problema perché è un paese vecchio, con una delle attese di vita più lunghe del mondo. Ciò,
se da una parte è positivo, dall’altra espone una quota significativa di popolazione infragilita
a un maggiore rischio di mortalità prodotta da malattie infettive ed epidemie.
La letalità della Covid-19 è superiore di 20 volte a quella della normale influenza, sotto l’1
per mille, ma inferiore di 5 volte a quella della Sars, almeno per il momento scomparsa.
Sempre per farsi un’idea: i casi di influenza (normale), in questo inverno e in Italia sono
arrivati a oltre 5,6 milioni, con una stima di circa 6-7.000 morti collegate, verificatesi per lo
più in pazienti già ammalati; il virus dell’Ebola, che è un vero flagello, apparso nel 1976 in
Africa con recrudescenze periodiche, ha una letalità del 50 per cento.
BUONSENSO E RESPONSABILITÀ
Vedremo come andrà a finire. Le migliori speranze di controllo delle epidemie, come quella
in corso, non stanno tanto nel blocco delle attività sociali, ma in un accurato, onesto e
trasparente rapporto dei casi che si manifestano, per chiudere le catene di trasmissione,
individuare le risorse necessarie e proteggere la popolazione. È inutile giocare al piccolo
epidemiologo, bisogna rispettare le indicazioni delle autorità civili e sanitarie, richiamandole
però a grande buonsenso, particolarmente necessario nel nostro paese: non si può smettere
di vivere per non ammalarsi e non si risolvono i problemi con soluzioni apparentemente
radicali, ma intese solo a sgravare delle responsabilità.

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