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Lezione 10 marzo

Proseguiamo in questa descrizione delle forme di connessione che possono intercorrere tra parti
diverse e dedichiamo due parole a due forme di connessione per identità di petitum, ovvero la
connessione per incompatibilità e la connessione per alternatività.
Dunque, la connessione per incompatibilità si ha nel caso in cui più soggetti affermino di essere
titolari di rapporti giuridici autonomi, quindi acquistati separatamente, ma che hanno lo stesso
contenuto ed hanno lo stesso oggetto, lo stesso bene. Qual è l’esempio tipico? Abbiamo A e B che
si affermano contemporaneamente proprietari di un certo bene, ma esiste anche un ulteriore
soggetto che ritiene di essere a sua volta proprietario dello stesso bene. Ecco l’incompatibilità.
Quindi, i rapporti giuridici che sono autonomi, perché, fra questi soggetti non è intercorso, fra i
primi due soggetti ed il terzo non si presuppone la precedente esistenza di un rapporto giuridico,
quindi rapporti autonomi, ma si connotano per aver lo stesso contenuto e per avere ad oggetto lo
stesso bene. Trattandosi di rapporti di tipo reale è chiaro che si tratta di rapporti che non possono
sussistere nello stesso istante temporale. L’esistenza della proprietà di un soggetto esclude
automaticamente l’esistenza della proprietà di un altro soggetto.
Quando viene in evidenza la connessione per incompatibilità? Viene in evidenza spesso nel caso in
cui, appunto, sorga una lite fra due soggetti, attore e convenuto, avente ad oggetto l’esistenza del
diritto, del rapporto giuridico, ma c’è un soggetto terzo che è estraneo a questo processo che ritiene
di essere il titolare dello stesso diritto. Il processo in queste ipotesi può validamente svolgersi fra
l’attore e il convenuto. Cioè, stante l’autonomia dei rapporti, è chiaro che non è configurabile
assolutamente il litisconsorzio necessario. Quindi il processo è un processo che si può validamente
svolgersi fra le parti originarie.
Possiamo fare anche un passettino ulteriore e puntualizzare fin da subito che la sentenza resa ad
esito di questo processo, qualunque ne sia il contenuto, è una sentenza che non potrà produrre la
propria efficacia nei confronti del terzo, perché si tratta di un tema che si lega a quello dei c.d. limiti
soggettivi del giudicato che andremo ad esaminare a conclusione di questa panoramica sulle forme
di connessione fra le parti diverse.
Questa è una sentenza che validamente emessa fra le parti non può produrre alcun effetto nei
confronti del terzo. Perché? Perché abbiamo detto che per definizione si fa riferimento a casi in cui
il terzo è titolare di un rapporto autonomo, seppur incompatibile, con il rapporto controverso tra le
parti ed accertato dal giudice con autorità di cosa giudicata. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire
che non essendo in alcun modo vincolato il terzo all’altrui sentenza, questo giudicato che si è
formato fra le parti non può impedire al terzo di aprire un secondo ed autonomo processo nei
confronti di una delle parti. Lo instaurerà nei confronti della parte uscita vittoriosa naturalmente o
nei confronti di entrambe le parti, chiedendo al secondo giudice di accertare la sua titolarità, la
titolarità del proprio diritto su quello stesso bene.
Questa forma di connessione mette in gioco, entra a pieno titolo, nell’ambito di quelle forme di
connessione che danno luogo a ipotesi di processi litisconsortili. È perfettamente immaginale che il
terzo, venendo a conoscenza del processo che è in corso di svolgimento tra l’attore e il convenuto,
tra A e B, decida di intervenire, di entrare, in questo processo. Ci troviamo di fronte, lo vedremo
nelle prossime lezioni, ad una forma di intervento volontario, compresa nella previsione
dell’art.105 c.1 cpc, che prende il nome di intervento principale: il terzo entra e propone una
domanda nei confronti di entrambe le parti chiedendo al giudice di accertare, nei confronti di
entrambe le parti, l’esistenza del suo diritto duo bene controverso. Questo è un rimedio preventivo
per il terzo.
Non possiamo escludere che, invece, il processo litisconsortile sia instaurato fin dall’origine e che
quindi sia l’attore che proponga contestualmente la domanda di accertamento del suo diritto nei
confronti di entrambi i soggetti. Nel nostro esempio è perfettamente immaginabile che A proponga
la sua domanda di accertamento nei confronti di B e nei confronti di C. Anche in questo caso il
giudice accerterà una volta per tutti a chi appartiene questo bene, chi è il titolare di questo diritto sul
bene controverso. Se il processo litisconsortile non si instaura, abbiamo detto che la sentenza resa
fra le parti non vincola sul piano giuridico il terzo, perché il terzo è titolare di un rapporto autonomo
e quindi questa sentenza non può esplicare alcuna efficacia nei suoi confronti.
Ciò non toglie che questa sentenza possa dar noia al terzo, lo possa pregiudicare a livello di certezza
delle relazioni giuridiche perché potete immaginare che se c’è una sentenza la quale dichiara che la
casa in cui vivete e che sapete essere di vostra proprietà appartiene ad un altro soggetto, questa
sentenza, per quanto non vincolante nei vostri confronti, è una sentenza che vi può danneggiare e
darvi fastidio. Per esempio, nel momento in cui volete vendere la vostra casa la circostanza che ci
sia un giudicato che ha accertato che quella casa appartiene invece a tizio vi può danneggiare,
perché certamente inciderà sul prezzo del bene.
Infatti, questo terzo ha a sua disposizione una serie di rimedi anche di tipo successivo.
Uno l’abbiamo già visto, non essendo vincolato all’altrui sentenza il terzo è libero di aprire un
secondo ed autonomo processo nei confronti di una parte, sarà la parte uscita vittoriosa, o di
entrambe le parti del processo originario.
Il terzo ha anche un altro rimedio: il terzo titolare di un rapporto autonomo ed incompatibile viene
ritenuto legittimato a esperire l’opposizione di terzo ordinaria, art. 404 c.1 cpc: è un mezzo di
impugnazione c.d. straordinario, perché esperibile anche contro una sentenza coperta dall’autorità
di cosa giudicata. È l’unica forma di impugnazione che non è soggetta ad un termine di decadenza e
per il cui tramite ottenere l’annullamento della sentenza e l’accertamento nei confronti di entrambe
le parti del processo originario di esistenza del proprio diritto.
Quindi, un rimedio preventivo ed un rimedio successivo.
Nel caso in cui si realizzi il processo litisconsortile, in via originaria o, per intervento del terzo nel
processo, quindi un processo litisconsortile che si è formato in corso di causa, naturalmente le
regole di svolgimento di questo processo, secondo il principio che abbiamo introdotto fin dall’inizio
di questo ciclo di lezioni, non varia. Finché è in gioco la questione “appartenenza del bene”,
secondo l’opinione preferibile, si devono applicare le norme relative al litisconsorzio unitario, quasi
necessario. Cioè, un litisconsorzio che, per quanto non necessario quanto all’instaurazione, lo
abbiamo già detto, è necessario quanto a trattazione e decisione. Quindi, una volta che si è formato
il processo litisconsortile / il processo cumulativo, il giudice deve accertare una volta per tutte nei
confronti di tutte le parti chi è il proprietario del bene / a chi appartiene il bene / chi è il titolare del
diritto.
E questo litisconsorzio unitario deve restare tale, finché la questione “appartenenza” è in
discussione, anche nel passaggio di fronte al giudice superiore, quindi si applica la disciplina delle
cause inscindibili.
Tuttavia, se ad un certo punto a chiusura di un grado di giudizio la questione “appartenenza del
bene” viene accertata dal giudice e le parti accettano questa decisione, quindi, la causa prosegue nei
gradi ulteriori di giudizio solo con riferimento a domande secondarie / a domande accessorie, tipo le
domande di restituzione o le domande di risarcimento del danno, allora è immaginabile che la causa
possa subire una semplificazione e che cioè, la parte che è risultata estranea al rapporto e che
accetta questa decisone del giudice possa non prendere parte ai gradi di impugnazione. Quindi, in
queste ipotesi, si può accettare che il processo nei gradi ulteriori di giudizio possa proseguire tra
alcune soltanto delle parti originarie. Però attenzione, è una possibilità che è legata all’esito a cui è
pervenuta la controversia, al soggetto che assume l’iniziativa impugnatoria e ai motivi su cui si base
l’iniziativa impugnatoria. Quindi, è possibile che si realizzi, in relazione a questi elementi che vi ho
richiamato, una semplificazione del processo.
In ogni caso si dovrà escludere che nell’ambito del primo grado di giudizio il giudice possa disporre
la separazione delle cause. Quindi, nel primo grado è sicuramente un’ipotesi di processo di
litisconsorzio c.d. unitario o quasi necessario. Siccome la sentenza deve necessariamente essere una
sentenza una ed unica, una sentenza emanata nei confronti di tutti coloro che hanno preso parte al
processo e avente lo stesso contenuto, è necessario che le attività e i poteri processuali esercitati
dalle parti vengano coordinati. Quindi alle parti non si potrà riconoscere una piena autonomia, ma le
diverse iniziative in qualche modo debbono essere coordinate.
Non molto lontana da questa forma di connessione per identità di petitum è la connessione c.d. per
alternatività. Si parla di connessione per alternatività nei casi in cui vi è incertezza in ordine alla
titolarità attiva o passiva di un rapporto giuridico, tendenzialmente un rapporto di tipo obbligatorio.
Prendiamo l’ipotesi in cui il danneggiato, per esempio la vittima di un incidente stradale, proponga
una domanda di risarcimento del danno nei confronti del presunto danneggiante e pensiamo
all’ipotesi in cui il danneggiante si difenda affermando di non essere lui il vero danneggiante, ma
attribuendo la responsabilità del sinistro ad un soggetto terzo. A fronte di questa ipotesi è
perfettamente ammissibile che l’attore chieda al giudice l’autorizzazione a chiamare in causa questo
terzo proponendo una domanda di condanna alternativa rispetto a quella originaria. Quindi chiederà
al giudice di accertare chi è il responsabile del sinistro stradale. È una forma di cumulo condizionale
di domande. Naturalmente è ben possibile che se questa incertezza è emersa già prima dell’apertura
del processo sia l’attore a proporre fin da subito la doppia domanda, quindi proponga una domanda
contestualmente, in base all’art 103, nei confronti di due convenuti chiedendo al giudice di accertare
chi sia il vero responsabile.
È possibile che l’incertezza riguardi anche il lato attivo del rapporto. Per esempio il creditore agisce
nei confronti del debitore per ottenere l’adempimento dell’obbligazione e il debitore chiama in
causa un soggetto terzo affermando che quel credito è stato ceduto al terzo e quindi chiede al
giudice di accertare chi sia il vero titolare attivo del rapporto di credito/debito. Anche in questa
ipotesi siamo di fronte ad una forma di cumulo di domande connesse per alternatività. Vedete
che anche in questa ipotesi siamo di fronte ad una forma di cumulo condizionale di domande.
(Apro una parentesi, ricordatevi che nel primo semestre abbiamo già avuto modo di toccare con
mano altre forme di cumulo condizionale. Per esempio le domande proposte in via subordinata, o le
domande proposte in via di cumulo successivo. Queste sono forme di condizionamento che si
possono prospettare anche fra le stesse parti. Invece il cumulo per alternatività si può prospettare
anche tra parti diverse, appunto nell’ipotesi che vi ho appena introdotto).
Anche in questa ipotesi possiamo svolgere osservazioni analoghe a quelle che abbiamo già svolto
con riferimento alla connessione per incompatibilità, nel senso che, anche in questa ipotesi, siamo
di fronte ad un litisconsorzio che, almeno finché è in discussione la questione “titolarità attiva o
passiva del rapporto giuridico controverso”, deve essere trattato come un litisconsorzio unitario o
quasi necessario. Quindi un litisconsorzio che se non era necessario quanto all’instaurazione, è
necessario quanto a trattazione e decisione, perché il giudice deve decidere, nella sua sentenza
emanata nei confronti di tutte le parti del processo, la questione “appartenenza della titolarità attiva
o passiva del rapporto giuridico controverso. Quindi il giudice, anche in questo caso, non potrà
disporre la separazione delle cause né in fase istruttoria né in fase decisoria, ma dovrà emanare una
sentenza in cui accerta l’esistenza e la titolarità del rapporto giuridico controverso.
Nel passaggio di fronte al giudice superiore possiamo anche in questo caso ritenere che, se rimane
ancora controversa la questione “titolarità del rapporto”, si debba applicare la disciplina delle cause
inscindibili, cioè l’art. 331, ovvero si deve ritenere anche in questo caso che al giudizio di
impugnazione debbano prendere parte tutte le parti del grado precedente di giudizio. Ancora una
volta perché? Perché la questione “titolarità del rapporto” deve essere decisa dal giudice nei
confronti di tutti.
Viceversa se le parti accettano la decisione del giudice precedente sulla titolarità e la causa
prosegue di fronte al giudice superiore soltanto in riferimento a profili diversi, ad esempio soltanto
in riferimento al profilo quantitativo, allora non c’è motivo per imporre la partecipazione necessaria
di colui che è risultato estraneo a questo rapporto. Quindi è possibile immaginare e accettare una
semplificazione del processo, è possibile accettare che si applichi l’art. 332 e quindi colui che è
risultato estraneo al rapporto giuridico controverso possa non essere chiamato nel giudizio di
impugnazione.
Vedremo che con riferimento alla connessione per alternatività trova applicazione anche una forma
particolare di intervento che è l’intervento per ordine del giudice, art 107, ma su questo torneremo
successivamente.
Fatti questi brevi cenni a queste forme di connessione per identità di petitum, passiamo adesso ad
analizzare la connessione per pregiudizialità di pendenza fra parti diverse. In particolare, vorrei
quest’oggi soffermarmi sulla chiamata in garanzia, perché è il settore più importate di connessione
per pregiudizialità di pendenza.
Dunque, la chiamata in garanzia trova la propria previsione in 3 disposizioni del cpc che vi fanno
espresso riferimento. Vi devo però dire che si tratta di una fattispecie a cui si applicano anche
norme diverse da quelle che vado a richiamare.
La chiamata in garanzia è innanzitutto prevista nell’art. 106 cpc, ovvero nella disposizione che
disciplina l’intervento su istanza di parte. Se voi prendete la dispostone infatti trovate scritto che
“ciascuna parte può chiamare nel processo un terzo al quale ritiene comune la causa o dal quale
pretende essere garantita”. Quindi quello che mi interessa è la seconda previsione, la chiamata del
terzo da cui pretende di essere garantita, questa è la chiamata in garanzia.
Accanto all’art. 106 richiamiamo l’art. 32 cpc, una norma che ormai sappiamo si inserisce fra
quelle disposizioni che, per facilitare il cumulo processuale delle cause, consentono una deroga ai
criteri originari di competenza. Infatti l’art 32 reca la rubrica “cause di garanzia” e prevede che “la
domanda di garanzia può essere proposta al giudice competente per la causa principale affinché sia
decisa nello stesso processo. Qualora essa ecceda la competenza per valore del giudice adito questi
rimette entrambe le cause al giudice superiore, assegnando alle parti un termine perentorio per la
riassunzione”. Naturalmente, come già abbiamo visto in relazione alle atre disposizione contenute
in questa sezione quarta del primo libro, la previsione dell’art 32 deve coordinarsi con la previsione
dell’art 40, che non a caso richiama in maniera espressa l’art 32, quindi le cause di garanzia. Così
come abbiamo detto nel primo semestre con riferimento alle cause connesse fra le stesse parti,
anche in questo caso gli spostamenti di competenza sono disciplinati dall’art 40 per quanto riguarda
gli spostamenti verticali, quindi il rapporto tra giudice di pace e tribunale, mentre invece sono
disciplinati dall’art 32 per quanto riguarda gli spostamenti orizzontali, gli spostamenti di tipo
territoriale.
Infine la chiamata in garanzia viene disciplinata dall’art. 108 cpc che si occupa dell’estromissione
del garantito. Cos’è l’estromissione? È un istituto che ha un effetto opposto rispetto all’intervento,
cioè è l’uscita di una parte. Colui che è parte nel processo ne esce perdendo la qualità di parte in
senso formale. “Se il garante comparisce e accetta di assumere la causa in luogo del garantito questi
può chiedere, qualora le altre parti non si oppongano, la propria estromissione. Questa è disposta dal
giudice con ordinanza, ma la sentenza di merito pronunciata nel giudizio spiega i suoi effetti anche
contro l’estromesso”. Si prevede quindi la possibilità che il garantito esca dal processo che continua
tra la parte originaria e il c.d. garante, garante che rimane in causa in veste di legittimato
straordinario, perché fa valere in nome proprio un diritto altrui. L’art 108 è una delle ipotesi
eccezionali in cui il legittimato straordinario sta in giudizio, mentre il legittimato ordinario, cioè
l’effettivo titolare del rapporto giuridico controverso, rimane fuori dal processo, in deroga alla
regola che abbiamo introdotto nella lezione di ieri. Ma anche di questo parleremo in un secondo
momento.
Cerchiamo di invece approfondire la nozione di chiamata in garanzia. La chiamata in garanzia è
una forma di intervento su istanza di parte. Quindi in tutti i casi che rientrano in questo istituto
abbiamo un processo che si svolge in via originaria fra un attore e un convenuto, A, attore, e B,
convenuto garantito, e successivamente abbiamo la chiamata in causa di un terzo generalmente da
parte di un convenuto. Questo terzo è il garante. Quindi la chiamata in garanzia è un intervento su
istanza di parte ed è quindi un’ipotesi in cui tendenzialmente il convenuto chiama in causa un terzo
proponendo nei suoi confronti una vera e propria domanda giudiziale.
Questo è molto importante prenderne atto: la chiamata in garanzia consiste nella proposizione di
una vera e propria domanda giudiziale. Da che cosa possiamo ricavare questa affermazione?
Dall’art 32: la circostanza che la chiamata in garanzia pone un problema di competenza ci dice, al di
là di ogni possibile dubbio, che, attraverso la chiamata in garanzia, viene proposta una vera e
propria domanda giudiziale.
Quindi si ha un ampliamento in senso non soltanto soggettivo, ma anche in senso anche oggettivo,
del processo. Quindi a seguito della chiamata in garanzia l’oggetto del processo è ampliato. Quindi
il giudice sarà chiamato ad accertare l’esistenza e il modo d’essere non soltanto del rapporto
giuridico oggetto originario del processo, ma anche del rapporto giuridico dedotto in giudizio
attraverso la chiamata in garanzia.
Il primo punto da chiarire è l’ambito applicativo di questo istituto. Quali sono le fattispecie che
danno luogo sul piano processuale a questa particolare forma di intervento su istanza di parte. In
effetti il panorama è piuttosto eterogeneo. Si tratta di una serie di istituti che sicuramente vi sono
anche noti perché li avete studiati a livello sostanziale e che sul piano processuale danno luogo a
questo particolare istituto.
Andiamo ad analizzare queste fattispecie perché l’analisi sostanziale ci consentirà di toccare con
mano e di evidenziare i tratti di questa particolare figura. Generalmente le fattispecie che danno
luogo alla chiamata in garanzia sono divise in 4 gruppi.
Il primo gruppo è il gruppo della c.d. garanzia in senso formale. Il prototipo ci viene offerto dalla
garanzia per evizione, che vi ricordo è una clausola del contratto di compravendita.
Il secondo gruppo è il gruppo della c.d. garanzia in senso personale. Il prototipo è offerto dalla
fideiussione e più in generale dalle obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo.
Il terzo gruppo invece rinviene il proprio prototipo nella figura della assicurazione contro la
responsabilità civile, in casi però diversi dalla responsabilità civile obbligatoria derivante dalla
circolazione dei veicoli e dei natanti.
Il quarto gruppo trova invece il proprio prototipo nelle c.d. vendite a catena, ma vedremo ci
rientrato in generale tutte le forme di subcontratto.
Cominciamo dall’analisi di questi istituti e cominciamo dall’analisi della garanzia per evizione. La
garanzia per evizione è l’istituto su cui storicamente è nata la chiamata in garanzia. La garanzia per
evizione è una clausola naturale del contratto di compravendita, ma ha un ambito applicativo ben
più esteso, perché questo istituto viene richiamato anche in una serie ulteriore di contratti che
producono un effetto traslativo. Per esempio, viene richiamato in tema di divisione ereditaria, in
tema di donazione, in tema di vendita del credito, in tema di vendita di eredità, in tema di permuta.
La garanzia per evizione ha quindi un ambito applicativo ben più esteso del contratto di
compravendita. Vediamo che cos’è questo istituto. È un istituto che ha origini molto remote, risale
all’ordinamento romano. Attualmente trova la propria previsione nell’art. 1476 cc. L’art 1476
richiama la garanzia per evizione fra le obbligazioni principali del venditore. Infatti la norma recita
che “le obbligazioni principali del venditore sono quella di consegnare la cosa al compratore e poi
quella di fargli acquistare la proprietà della cosa o il diritto, se l’acquisto non è effetto immediato
del contratto e al n.3 appunto quella di garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa”.
Stando alla lettera dell’art 1476 sembrerebbe trattarsi di una obbligazione in senso tecnico, ma
questo non corrisponde al vero, perché la garanzia per evizione in verità è una forma di
responsabilità contrattuale del venditore. Voi avete studiato che il contratto di compravendita è un
contratto, nel nostro ordinamento, che produce innanzi tutto un effetto reale, l’effetto traslativo. È
un contratto c.d. a prestazioni sinallagmatiche. Il sinallagma corre non tra due obbligazioni in senso
tecnico, ma tra due prestazioni, perché la prestazione principale che è a carico del venditore è
appunto il c.d. effetto traslativo. L’effetto traslativo però nell’ordinamento italiano si produce
immediatamente nel momento in cui viene prestato il consenso. Quindi non è oggetto di
un’obbligazione in senso tecnico. La compravendita è un contratto che produce l’effetto traslativo e
non è sempre così. Ad esempio in Germania la compravendita è contratto ad effetti obbligatori, il
venditore si obbliga a trasferire la proprietà del bene al compratore. Non è così da noi. La regola
generale è che l’effetto traslativo si produce nel momento stesso in cui viene concluso il contratto.
A fronte dell’effetto traslativo la prestazione principale a carico del compratore è l’obbligo di
pagamento del prezzo. Questa è un’obbligazione in senso tecnico. È fra queste due prestazioni che
corre il c.d. sinallagma. Questa regola è una regola che subisce poche eccezioni, una di queste
eccezioni è data dalla figura della c.d. vendita di cosa altrui: è un’ipotesi in cui il contratto di
compravendita ha un effetto obbligatorio perché il venditore assume l’obbligazione di far acquisire
al compratore la proprietà del bene.
Veniamo alla nostra garanzia per evizione. Vi dicevo che nonostante l’art 1476 configuri la
garanzia per evizione come l’oggetto di un’obbligazione che fa carico al venditore, ciò non
corrisponde al vero, perché la garanzia per evizione non è affatto un’obbligazione in senso tecnico.
Che cos’è l’evizione intanto? L’evizione, stando alla disciplina contenuta nel codice civile, non è
altro che un fatto giuridico di accertamento definitivo della titolarità del bene compravenduto in
capo ad un soggetto terzo rispetto a compratore e venditore. L’evizione si può avere in casi diversi,
cioè può conseguire a fatti o atti molto diversi.
L’ipotesi paradigmatica su cui è nato l’istituto è la sentenza di condanna passata in giudicato che,
accertata l’esistenza del diritto del terzo sul bene compravenduto, ordina al compratore la consegna
del bene al terzo medesimo. Quindi, storicamente parlando, il prototipo dell’evizione è dato
dall’esercizio vittorioso di un’azione di rivendica con sentenza accolta, passata in giudicato.
Ma in base alla disciplina vigente l’evizione può conseguire anche a fatti o atti diversi. Per esempio,
si ha evizione anche nel caso in cui il compratore riconosca spontaneamente l’esistenza del diritto
del terzo sul bene compravenduto. In base all’art 1483 cc “se il compratore subisce l’evizione totale
della cosa per effetto di diritti che un terzo ha fatti valere su di essa, il venditore è tenuto a risarcirlo
del danno a norma dell’art 1479”. C’è un richiamo all’art 1479 che si occupa della vendita di cosa
altrui e dell’ipotesi in cui il venditore non adempie all’obbligo di procurare al compratore l’acquisto
del bene compravenduto. In virtù di questo richiamo all’art 1479 si ha che il contenuto principale
della garanzia per evizione è la risoluzione del contratto, la restituzione del prezzo e delle spese
sostenute, nonché il risarcimento del danno.
Il contenuto della garanzia per evizione ci consente di comprendere perché la garanzia per evizione,
come vi dicevo prima, non è affatto un’obbligazione in senso tecnico, ma è un forma di
responsabilità contrattuale del venditore. Responsabilità contrattuale che deriva dal mancato
assolvimento da parte del venditore della principale prestazione a suo carico, cioè quello di
procurare l’effetto traslativo. Nel momento in cui viene accertata la proprietà del terzo sul bene
compravenduto appare chiaro che il venditore ha mancato la sua prestazione più importante, ovvero
non si è prodotto l’effetto traslativo. Quindi l’accertamento definitivo del diritto del terzo, la c.d.
evizione, determina il venir meno di una delle prestazioni principali, di una delle prestazione c.d.
sinallagmatiche o dirimpettaie, e la garanzia per evizione non è altro che una reazione che
l’ordinamento attribuisce al compratore contro questa forma particolare di inadempimento. E questo
trova conferma proprio nel contenuto dell’azione di garanzia per evizione che è offerto dalla
risoluzione del contratto ed è appunto il tipico rimedio contro l’inadempimento contrattuale. Quindi
la garanzia per evizione, sul piano sostanziale, è un mezzo di tutela del compratore, una reazione
che l’ordinamento mette a disposizione del compratore a seguito dell’inadempimento del venditore,
a seguito del mancato adempimento del venditore alla sua prestazione principale che è l’effetto
traslativo.
Com’è che la garanzia per evizione dà luogo alla chiamata in garanzia? L’ipotesi classica è quella in
cui il terzo, colui che ritiene di essere proprietario del bene, il c.d. evincente, propone un’azione di
rivendica nei confronti del compratore affermando di essere il proprietario del bene e chiedendo al
giudice di condannare il convenuto compratore alla consegna o al rilascio del bene e il compratore,
attraverso la chiamata in garanzia, fa valere nei confronti del venditore la sua azione di garanzia per
evizione. Quindi, attraverso la chiamata in garanzia che il compratore propone nei confronti del
proprio venditore, il compratore fa valere il suo diritto di ottenere risoluzione del contratto,
restituzione del prezzo e delle spese oltre che degli interessi ed eventualmente anche il risarcimento
del danno.
Questo è il contenuto di questa prima ipotesi di chiamata in garanzia.
Vorrei subito richiamare la vostra attenzione sulla funzione economica assolta dalla chiamata in
garanzia, perché appare evidente che se la domanda principale viene accolta, cioè se il giudice
accerta che effettivamente il bene appartiene all’attore, al nostro evincente, e di conseguenza
condanna il nostro convenuto acquirente al rilascio o alla consegna del bene, il compratore subisce
una perdita patrimoniale, perché pensava di essere proprietario del bene e invece scopre che non lo
è perché il bene appartiene ad un soggetto terzo. Quindi, attraverso la chiamata in garanzia, che
consiste nella domanda di risoluzione del contratto, restituzione del prezzo, delle spese e degli
interessi, nonché nel risarcimento del danno, il compratore vuole recuperare dal suo venditore la
perdita economica, quindi le conseguenze economiche negative, che ha subito dall’accoglimento
della domanda proposta nel suoi confronti e quindi dalla soccombenza che ha riportato nei confronti
dell’attore.
Quanto vi ho detto naturalmente vale con riferimento a tutte le forme contrattuali dove l’istituto
viene richiamato.
Andiamo ad esaminare adesso il secondo settore, il settore delle obbligazioni solidali ad interesse
unisoggettivo. Vi ho detto che il prototipo è la fideiussione, però vi ricordo come già anticipato che
lo stesso identico schema lo ritroviamo nelle altre forme di solidarietà ad interesse unisoggettivo.
Per esempio nell’art 2049 che disciplina la responsabilità dei padroni e committenti, nonché nell’art
2054 che prevede la responsabilità solidale del conducente e del proprietario dell’autoveicolo. Si
tratta di figure di obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo. Quando abbiamo studiato la
solidarietà abbiamo evidenziato che non esiste una sola forma di solidarietà. La solidarietà è una
nozione che è descritta nell’art 1292 cc. “Si ha l’obbligazione in solido quando più debitori sono
obbligati tutti per la medesima prestazione in modo che ciascuno può essere costretto
all’adempimento per la totalità”. Questa è la nozione di solidarietà.
Poi dalla lettura dell’art 1298 che si occupa dei rapporti interni tra i condebitori solidali abbiamo
dedotto che ci sono due forme di obbligazioni solidali:
- Ci sono le obbligazioni solidali ad interesse comune in cui l’obbligazione solidale si ripartisce tra
tutti i condebitori nei rapporti interni
- ed abbiamo invece le obbligazioni solidali ad interesse unisoggettivo ed è il caso in cui
l’obbligazione solidale viene contratta nell’interesse esclusivo di uno solo dei debitori che poi è
colui che dovrà sopportare il peso economico della stessa obbligazione.
L’esempio tipico di obbligazione solidale ad interesse unisoggettivo è la fideiussione. Che cos’è la
fideiussione? La fideiussione è una forma di garanzia personale. Quindi come forma di garanzia
personale a livello sostanziale è una forma di rafforzamento del credito. In che cosa consiste? Il
fideiussore assume nei confronti del creditore originario una propria obbligazione avente lo stesso
contenuto dell’obbligazione originaria che lega il creditore al c.d. debitore originario. Quindi il
fideiussore, a seguito del sorgere della fideiussione, di solito si forma in via contrattuale, il
fideiussore si obbliga in solido con il debitore originario. Questo vuol dire che il creditore è libero
di pretendere l‘adempimento dell’obbligazione sia dal debitore originario, sia dal fideiussore, che
generalmente è un soggetto economicamente più forte e più solvibile. In questo sta il rafforzamento
del credito, nella possibilità offerta al creditore di chiedere l’adempimento dell’intera prestazione
non solo al debitore originario, ma anche ad un altro soggetto che ha contratto questa obbligazione e
che è il fideiussore.
La fideiussione dà luogo ad un rapporto complesso perché in questa vicenda noi troviamo una
catena di relazioni giuridiche. Abbiamo il rapporto di credito/debito originario che è la base, a cui si
affianca il rapporto tra creditore e fideiussore e poi abbiamo anche i rapporti interni tra fideiussore e
debitore originario. In questa particolare ipotesi di obbligazione solidale la solidarietà opera a
vantaggio di uno solo dei condebitori che è il debitore originario. Che cosa vuol dire? Questo vuol
dire che se è il debitore originario a pagare e adempiere all’obbligazione la vicenda si chiude, al
contrario, se ad adempiere all’obbligazione è il fideiussore questi ha diritto di ripetere dal debitore
originario ciò che ha dovuto pagare, perché è il debitore originario, nel cui interesse è stato contratto
il vincolo solidale che deve sopportare il peso economico dell’obbligazione.
Questi rapporti interni passano attraverso due previsioni, gli artt 1949 e 1950 cc. L’art 1949 prevede
che il fideiussore che ha pagato il debito è surrogato nei diritti che il creditore aveva contro il
debitore, mentre il successivo art 1950 prevede che il fideiussore che ha pagato ha regresso contro il
debitore principale benché questi non fosse consapevole della prestata fideiussione. Quindi i
rapporti interni tra fideiussore e debitore principale prevedono che, al fine di recuperare quanto
corrisposto al creditore, il fideiussore in verità ha due distinte azioni. Perché l’art 1949 prevede una
forma di surrogazione legale, cioè il fideiussore una volta pagato si surroga nella posizione del
creditore quindi se e il fideiussore si surroga al creditore vuol dire che si rivolge al debitore facendo
valere il debito originario, perché prende la posizione del creditore. Viceversa, nell’art 1950 si
prevede l’azione di regresso, il fideiussore che ha pagato può rivolgersi al debitore attraverso
l’azione di regresso. L’azione di regresso è un’azione personale del fideiussore che quindi non si
surroga al creditore, ma esercita una sua azione. Questa azione, come si evince in maniera chiara
dall’art 1950, è un’azione che ha come presupposto l’avvenuto pagamento del creditore. Quindi,
soltanto dopo aver pagato il creditore, il fideiussore può rivolgersi al debitore chiedendogli, come ci
dice l’art 1950, il regresso. In che cosa consiste il regresso? Il regresso ha ad oggetto il pagamento
del capitale, degli interessi e delle spese che il fideiussore ha corrisposto al creditore originario.
Torniamo sul piano processuale, com’è che la fideiussione può dare luogo alla chiamata in
garanzia? Fate attenzione: se sul piano sostanziale appare evidente che il fideiussore svolge il ruolo
di garante, mentre il debitore originario svolge il ruolo di garantito, sul piano processuale le
posizioni si invertono. Perché la chiamata in garanzia si ha nel caso in cui il creditore propone una
domanda di adempimento nei confronti del fideiussore e questi chiama in garanzia il debitore
originario proponendo nei suoi confronti la domanda di regresso di cui all’art 1950 cc. Per cui a
livello processuale il fideiussore riveste il ruolo di convenuto garantito, mentre il debitore originario
svolge il ruolo di terzo chiamato in garanzia, quindi terzo garante. Vedete che le posizioni sono
rovesciate.
Naturalmente anche in questa ipotesi appare evidente la funzione economica svolta dalla chiamata
in garanzia, perché è evidente che attraverso la chiamata in garanzia il fideiussore esercita l’azione
di regresso e quindi mira anche in questo caso a recuperare dal fideiussore ciò che ha dovuto
corrispondere all’attore, che è il creditore, nel caso in cui la domanda di questi è stata accolta.
Quindi attraverso la chiamata in garanzia il fideiussore vuole riversare sul debitore originario, che è
il garante, le conseguenze economiche sfavorevoli che subisce a causa della soccombenza nella
causa originaria.
Attenzione, vorrei fin da subito evidenziare come in tutte queste ipotesi la chiamata in garanzia è
una facoltà che l’ordinamento accorda al convenuto, non è un obbligo. Il convenuto ha la possibilità
di chiamare in garanzia, nella prima ipotesi il venditore e nella seconda ipotesi il debitore
originario, ma non è un obbligo. In base al nostro ordinamento infatti il convenuto è libero di
aspettare l’esito della causa promossa nei suoi confronti prima di rivolgersi nel primo caso al
venditore, nel secondo caso al debitore originario, ed esercitare la garanzia per evizione e nel
secondo caso l’azione di regresso. Quindi è importante ricordarsi che rispettivamente il compratore
e il fideiussore sono liberi di far valere rispettivamente l’azione di garanzia per evizione e l’azione
di regresso anche nell’ambito di un secondo e separato processo.
È importante evidenziare anche che è vero che questi due soggetti hanno questa facoltà, ma si
espongono ad un rischio non irrilevante. Infatti ci sono due norme nel codice civile, l’una dettata
con riferimento alla garanzia per evizione, l’altra dettata con riferimento alla fideiussione, da cui si
ricava che se il venditore o il debitore originario non vengono chiamati in garanzia nel primo
processo, la sentenza resa ad esito di questo processo, non produce nei loro confronti un’efficacia
giuridica.
Andiamo a leggere queste disposizioni perché sono fondamentali. Si tratta di due disposizioni che si
occupano di limiti soggettivi del giudicato, cioè stabiliscono che il giudicato che è stato reso ad
esito di un processo che si è svolto tra due parti non vincola un soggetto terzo titolare di un rapporto
distinto rispetto al rapporto oggetto di questo primo processo, ma sicuramente connesso a questo
primo rapporto. Con riferimento alla garanzia per evizione rileva il disposto dell’art 1485 cc: questa
disposizione stabilisce che “il compratore convenuto da un terzo che pretende di avere diritti sulla
cosa venduta deve chiamare in causa il venditore”. Questa è la norma che prevede la chiamata in
garanzia. Quel “deve”, attenzione, lo dovete intendere chiaramente, non è un richiamo al
litisconsorzio necessario, perché come abbiamo detto è una facoltà. E poi prosegue “qualora non lo
faccia e sia condannato con sentenza passata in giudicato perde il diritto alla garanzia se il venditore
prova che esistevamo ragioni sufficienti per far respingere la domanda”. Quindi se il garantito, cioè
il compratore, non chiama in garanzia il venditore, quest’ultimo non è vincolato al giudicato di
condanna emesso nei confronti del compratore. Cioè nel secondo processo in cui il compratore
proporrà la sua azione di garanzia per evizione il fideiussore che non è vincolato all’accertamento
contenuto nella prima sentenza potrà rimettere in discussione l’accertamento compiuto dal primo
giudice. Ci dice la norma “potrà provare che esistevano ragioni sufficienti per far respingere la
domanda”, quindi potrà adoperarsi per dimostrare che la prima sentenza è un sentenza è una
sentenza ingiusta, che il diritto del terzo è un diritto non esistente. Quindi la norma consente al
nostro venditore di rimettere in discussione, sia pure incidenter tantum, soltanto ai fini della
decisione della lite avente ad oggetto l’azione di garanzia per evizione, il presupposto stesso di
questa azione che è l’evizione, cioè l’accertamento definitivo di esistenza del diritto del terzo.
Con riferimento alla fideiussione di applica l’art 1306 cc, che abbiamo avuto modo di leggere più
volte. È una norma che si applica a tutte le obbligazioni solidali ed è la norma che stabilisce che la
sentenza pronunciata contro un condebitore solidale non produce effetti nei confronti del
condebitore solidale che non ha preso parte al processo. È una norma anche questa che si occupa di
problematiche afferenti ai limiti soggetti del giudicato e che esprime la regola secondo cui ,in tema
di obbligazioni solidali, il giudicato sfavorevole non può essere utilizzato contro il condebitore che
al processo non ha preso parte. Questa disposizione, vi ho detto, si applica sicuramente alla
fideiussione. La conseguenza è che se il fideiussore non chiama in garanzia il debitore originario e
risulta soccombente nei confronti del creditore, nel momento in cui aprirà un secondo processo nei
confronti del debitore originario esercitando la sua azione di regresso, il debitore originario in
quanto condebitore solidale non subisce gli effetti della sentenza pregiudizievole. Quindi potrà
rimettere in discussione, ancora una volta incidenter tantum, ai fini della decisone della lite relativa
al diritto di regresso l’accertamento compiuto dal primo giudice.
Peraltro nell’ambito della fideiussione voglio ricordarvi quanto ho già cercato di evidenziare e cioè
che qui siamo di fronte ad una catena di rapporti giuridici. Cercherò successivamente di farvi
comprendere che si tratta di rapporti giuridici legati da un vincolo di connessione per pregiudizialità
di pendenza e il rapporto base su cui si innesca l’intera vicenda è il rapporto di credito/debito
originario di cui sono titolari il creditore e il debitore. Quindi appare evidente che nel processo che
vede opposto il creditore e il fideiussore il giudice accerterà l’esistenza del rapporto di
credito/debito originario, ma sarà un accertamento svolto senza autorità di cosa giudicata. Perché?
Perché il debitore non c’è e non si può accertare con autorità di cosa giudicata un rapporto
appartenete ad un soggetto che non è presente nel processo, lo si può accertare incidenter tantum.
Quindi è evidente che nel successivo processo instaurato dal fideiussore nei confronti del debitore
originario, avente ad oggetto il diritto di regresso, il debitore originario potrà rimettere in
discussione non soltanto l’accertamento di esistenza del rapporto tra debitore e fideiussore, ma a
maggior ragione potrà rimettere in discussione l’accertamento di esistenza del rapporto di
credito/debito originario di cui è lui stesso titolare.
Quindi, ripeto, il garantito ha la facoltà di chiamare in garanzia il garante e non l’obbligo, ma se non
lo fa si espone ad un rischio, perché per espressa previsione di legge né il venditore, né il debitore
originari, sono vincolati al giudicato cui mette capo il primo processo, il processo che si è svolto tra
l’attore e il convenuto c.d. garantito.

Andiamo ad esaminare il terzo settore, il settore dell’assicurazione contro la responsabilità


civile.
Vi ho detto che dobbiamo escludere da questo settore l’assicurazione obbligatoria derivante da
circolazione di veicoli e natanti, che peraltro abbiamo richiamato nell’ultima lezione ed è
disciplinata attualmente da questo Dlgs. 209/2005. L’art 144 prevede l’azione diretta del
danneggiato nei confronti dell’assicuratore e quindi la vicenda sul piano processuale assume una
forma diversa. È un’ipotesi appunto di azione diretta. Invece voglio fare riferimento a tutte le altre
forme di assicurazione contro la responsabilità civile, banalmente le assicurazione che stipulano il
liberi professionisti come gli avvocati, gli architetti ed i medici, in cui la legge non contempla
un’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicuratore. In tutte queste ipotesi invece il
danneggiato potrà esperire la sua azione di risarcimento del danno soltanto nei confronti del
danneggiante assicurato.
Ora il codice civile prevede nell’art 1917 (la prof ha detto 1932 per errore, vedi infra) la c.d. azione
di manleva, cioè l’azione per il cui tramite il danneggiante che ha risarcito il danno nei confronti
del danneggiato, nella misura in cui l’illecito rientra nel rischio assicurato, può rivolgersi
all’assicuratore per ottenere la restituzione di quanto ha dovuto corrispondere al danneggiato. Sul
piano processuale che cosa succede? Sul piano processuale abbiamo l’azione del danneggiato nei
confronti del danneggiante ed abbiamo la chiamata in garanzia da parte del danneggiante assicurato
rivolta contro l’assicuratore. Quindi attraverso la chiamata in garanzia, che il convenuto assicurato
propone nei confronti della compagnia assicuratrice, viene esercitata la c.d. azione di manleva che è
l’azione per il cui tramite il nostro danneggiante assicurato chiede all’assicurazione la restituzione
delle somme che ha dovuto corrispondere al danneggiato.
Appare evidente anche in questa ipotesi che siamo di fronte ad una azione che svolge chiaramente
una funzione economica. Perché attraverso l’azione di manleva il danneggiante assicurato vuole
recuperare dalla propria compagnia assicuratrice quello che ha dovuto corrispondere al danneggiato.
Quindi vuole riversare sul garante le conseguenze economiche negative che ha subito a causa
dell’accoglimento dell’azione di risarcimento del danno che il danneggiato gli ha rivolto.
Ho detto 1932 ma non è questa la disposizione, scusate la devo cercare, l’assicurazione contro la
responsabilità civile è l’art 1917, che prevede appunto l’assicurazione della responsabilità civile e
contempla l’azione di manleva. (c.1) “Nell’assicurazione della responsabilità civile l’assicuratore è
obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il
tempo dell’assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel
contratto. Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi.” Il c. 4 in modo particolare prevede che
“l’assicurato convenuto dal danneggiato, può chiamare in causa l’assicuratore”. Questa è la nostra
chiamata in garanzia che ha ad oggetto la c.d. azione di manleva.
Come vi dicevo anche questo è un settore e si ritiene che lo stesso schema ricorra ad esempio nel
mandato. Quindi è possibile che si abbia la chiamata in garanzia anche nel caso in cui il terzo agisce
nei confronti del mandatario e il mandatario chiama in garanzia il mandante.

Veniamo all’ultimo settore che è il settore dei contratti a catena, quindi delle vendite a catena e
più in generale dei subcontratti. Possono essere contratti di appalto, di trasporto e via dicendo. Si
tratta di casi in cui vi sono una serie di contratti che sono stipulati l’uno in sequenza dell’altro,
quindi sono contratti stipulati in via subordinata. In particolare, si parla di vendite a catena, questo è
il prototipo di questo settore che trovate menzionato un po’ in tutti i manuali, quando lo stesso bene
è oggetto di una serie di contratti di compravendita stipulati in sequenza tra più soggetti. Pensate al
caso in cui lo stesso bene venga venduto dal produttore al grossista, poi dal grossista al dettagliante
e poi dal dettagliante al consumatore.
Non rientra nella chiamata in garanzia la responsabilità c.d. del produttore, perché la disciplina della
responsabilità del produttore è una disciplina che consente al compratore di agire direttamente nei
confronti del produttore per chiedere il ristoro dei danni subiti dal bene viziato. Si tratta di una
forma di responsabilità extracontrattuale che sul piano processuale non dà luogo a chiamata in
garanzia. Quindi questo settore lo accantoniamo.
Invece ci concentriamo sulla disciplina della garanzia per i vizi occulti. La garanzia per i vizi
occulti è anche questa contemplata nello stesso art 1476 accanto alla garanzia per evizione. Quindi
formalmente il codice la annovera tra le obbligazioni principali del venditore. Tuttavia, come
abbiamo già spiegato con riferimento alla garanzia per evizione non è affatto un’obbligazione in
senso tecnico, perché anche la garanzia per i vizi non è altri che una forma di responsabilità
contrattuale del venditore. Intanto ricordiamoci che anche questo è un istituto che ha delle origini
molto remote e che penso almeno in parte conosciate. La garanzia per i vizi ha come presupposto
che il bene venduto risulti affetto da un vizio c.d. occulto.
Laddove il bene risulti viziato nei termini stabiliti dalla legge l’ordinamento offre al compratore 2
rimedi: l’azione di risoluzione del contratto o l’azione di riduzione del prezzo. A questi due
rimedi si somma la possibilità di chiedere anche il risarcimento del danno. Possiamo dire che anche
la garanzia per i vizi è una forma di responsabilità contrattuale, ovvero si tratta di una reazione, di
uno strumento di tutela, che l’ordinamento accorda al compratore che ha subito un inadempimento.
Anzi, per essere più precisi, che ha subito una forma di inesatto adempimento. Infatti, come la
migliore dottrina e mi riferisco in modo particolare al famosissimo trattato sulla compravendita del
Professor Domenico Rubino nonché agli studi del Professor Bianca hanno dimostrato, proprio dalla
lettura della disciplina della garanzia per i vizi si ricava che …. (L’audio salta in questo punto
01.10.00) … secondo cui il venditore non è tenuto a vendere e a consegnare al compratore un bene
così com’è. Perché propria dalla lettura della disciplina della garanzia per i vizi e anche della
garanzia per mancanza delle qualità promesse si ricava che il venditore è obbligato/si impegna/
deve trasferire al compratore un bene esente da vizi, cioè un bene integro. Quindi, se invece il bene
che viene trasferito al compratore è viziato e il vizio risponde alle caratteristiche richieste dal codice
civile il venditore deve essere ritenuto inadempiente, cioè ha adempiuto in maniera inesatta alla sua
prestazione.
Ed è per questo motivo che l’ordinamento accorda al compratore i tipici rimedi avverso
l’inadempimento e cioè la risoluzione del contratto o in alternativa la riduzione del prezzo. Si tratta
di 2 rimedi per il cui tramite l’ordinamento reagisce alla rottura dell’equilibrio sinallagmatico.
Perché se il venditore trasferisce al compratore un bene viziato o un bene a cui mancano le qualità
promesse, appare chiaro che l’equilibrio sinallagmatico, l’equilibro fra le principali prestazioni che
fanno capo a compratore e venditore, si è rotto. Questo giustifica i rimedi che sono apprestati e che
sono i rimedi tipici contro l’inesatto adempimento.
Non è un caso che anche nella normativa europea la garanzia per i vizi, così come la garanzia per
mancanza delle qualità e anche la garanzia che deriva dalla consegna del c.d. aliud pro alio, siano
inserite proprio tra le forme di responsabilità contrattuale.
Allora a causa del vizio si ritiene che il compratore subisca una perdita patrimoniale. In che cosa
consiste la perdita patrimoniale? La perdita patrimoniale consiste nel minor valore del bene rispetto
al prezzo che ha corrisposto il compratore. Ha pagato un certo prezzo per avere un bene avente un
determinato valore, ma se quel bene è viziato, o se a quel bene mancano le qualità promesse, è
chiaro che il bene ha un valore inferiore rispetto a quello che avrebbe dovuto avere. Ed ecco quindi
che al vizio, o alla qualità mancante, si correla una perdita patrimoniale per il compratore.
Tornando alla nostra chiamata in garanzia ci interessa il caso in cui abbiamo detto lo stesso bene ha
costituito l’oggetto di una sequenza di contratti stipulati tra soggetti diversi. Ci interessa il caso in
cui il bene oggetto dei successivi contratti è un bene viziato, ed è un bene viziato fin dall’inizio, e ci
interessa il caso in cui tutte le vendite sono avvenute a prezzo pieno. Cioè è stato pagato un prezzo,
lo stesso prezzo stabilito per il bene non viziato. È come se il vizio non fosse esistito. Che cosa può
succedere in queste ipotesi? Può succedere che l’ultimo anello della catena, sarà il consumatore e
quindi il soggetto che ha nelle sue mani il bene viziato, agisce nei confronti del proprio dante causa.
Ricordate che è un’azione di responsabilità contrattuale e quindi ciascuno di questi soggetti potrà
agire soltanto nei confronti del proprio immediato dante causa, cioè della controparte del contratto
di compravendita.
Quindi il caso che ci interessa è quello in cui il consumatore, il soggetto che ha nelle sue mani il
bene viziato, propone la sua azione di garanzia per i vizi nei confronti del proprio dante causa, che
nel nostro esempio era il dettagliante, e il dettagliante può chiamare in garanzia il proprio dante
causa, supponiamo il grossista, proponendo a sua volta un’azione di garanzia per i vizi.
Naturalmente è possibile che il grossista chiami in garanzia il produttore, perché l’ordinamento non
mette un limite. L’ordinamento processuale, lo vedremo nelle lezioni dedicate all’intervento su
istanza di parte, prevede la possibilità di successive chiamate. Quindi a sua volta il nostro grossista
può chiamare in garanzia il produttore proponendo a sua volta l’azione di garanzia per i vizi.
Merita di essere sottolineato fin da subito che anche in questa ipotesi la chiamata in garanzia ha ad
oggetto un’azione, che è sempre l’azione di garanzia per i vizi, che svolge chiaramente una
funzione economica. Perché abbiamo detto che il vizio…. (L’audio si blocca in questo punto
01.16.00) … di colui che ce l’ha, del compratore. Attraverso la garanzia per i vizi abbiamo detto
che il compratore reagisce a questa perdita patrimoniale e tenta di recuperare dal venditore questa
perdita economica.
Quello che è importante sottolineare però è che in presenza delle condizioni che abbiamo dettato,
cioè un bene affetto da un vizio occulto oggetto di una sequenza di contratti che sono stati stipulati a
prezzo pieno, in presenza di queste condizioni la reazione dell’ultimo avente causa, che è il nostro
consumatore, è una condizione indispensabile, perché il suo dante causa, che sarebbe il dettagliante,
possa a sua volta pretendere la garanzia per i vizi nei confronti del grossista e così via. Cioè finché
l’ultimo acquirente, il consumatore, non ha chiesto e ottenuto la garanzia per i vizi, il nostro
dettagliante, che è il suo dante causa, non può pretendere la garanzia per i vizi dal grossista, così
come il grossista non la può pretendere dal produttore. Perché la nostra ipotesi di lavoro è che tutti
questi contratti di compravendita siano stati stipulati a prezzo pieno, quindi il vizio per i soggetti
intermedi di questa catena non procura un danno immediatamente. Questi soggetti hanno un danno
legato al vizio solo nel momento in cui prestano la garanzia per i vizi al proprio avente causa.
E questo è molto importante perché affermare il contrario, cioè ritenere che anche il soggetto
intermedio di questa sequenza che ha venduto a prezzo pieno il bene (ha venduto il venduto a
prezzo pieno il bene e non ha più il bene) possa comunque pretendere la garanzia per i vizi dal suo
dante causa, significa farlo arricchire ingiustamente. Perché chi ha il bene, il nostro consumatore,
subisce un danno patrimoniale a causa del vizio, perché ha un bene nel suo patrimonio che ha un
valore diverso da quello che avrebbe dovuto avere, ma i precedenti danti causa, che non hanno più
il bene e lo hanno venduto a prezzo pieno, dal vizio non hanno subito alcun danno. Quindi
consentire loro di pretendere la garanzia per i vizi prima di averla dovuta, a loro volta, prestare nei
confronti del proprio avente causa significa consentire loro di arricchirsi indebitamente. Quindi è
importante sottolineare che la reazione dell’ultimo avente causa, quindi l’azione per il cui tramite il
consumatore chiede e poi ottiene la garanzia per i vizi dal nostro … si blocca 01.19.26… dal nostro
dante causa, quindi lo stesso grossista, possa a sua volta rivolgersi al precedente dante causa, che è
il nostro produttore, per ottenere la garanzia per i vizi. Quindi finché non c’è la reazione dell’ultimo
anello di questa catena di contratti, quindi la reazione del consumatore, i soggetti intermedi non si
possono attivare e questo perché se hanno venduto a prezzo pieno il bene viziato, si deve ritenere
che il vizio non ha causato loro alcuna perdita patrimoniale. Quindi per il soggetto intermedio la
perdita patrimoniale legata al vizio si verifica solo nel momento in cui prestano la garanzia per
evizioni al proprio avente causa.
Torniamo alla nostra chiamata in garanzia, abbiamo detto che in questo caso ci interessa l‘ipotesi in
cui il consumatore propone, a sua volta, un azione di garanzia per i vizi nei confronti del
dettagliante, il quale attraverso la chiamata in garanzia propone a sua volta l’azione di garanzia per i
vizi nei confronti del grossista, il quale se vuole potrà chiamare in garanzia il proprio produttore.
Anche in questa ipotesi è molto importante sottolineare fin da subito che la chiamata in garanzia
svolge una funzione economica, perché attraverso la chiamata in garanzia viene fatta valere l’azione
di garanzia per i vizi, che può consistere nella risoluzione del contratto, o nell’azione di riduzione
del prezzo più, eventualmente, il risarcimento del danno, e attraverso l’esercizio della chiamata in
garanzia il nostro convenuto mira a riversare sul proprio dante causa, che è il garante, le
conseguenze economiche negative che subisce a causa dell’accoglimento dell’azione di garanzia
per i vizi che è stata esercitata nei suoi confronti.
Quindi ciò che emerge anche in questa ipotesi è la chiara funzione economica svolta dall’azione
oggetto della chiamata in garanzia.
Proseguiremo l’analisi di questo istituto nella prossima lezione ed andremo a soffermarci sulla
struttura che lega questi rapporti e che vi ho già anticipato danno luogo ad una forma di connessione
per pregiudizialità di pendenza tra parti diverse.

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