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Geralt di Rivia è uno strigo, un

assassino di mostri. Ed è il migliore:


solo lui può affrontare un basilisco,
sopravvivere a un incontro con una
sirena, sgominare un'orda di goblin o
portare un messaggio alla regina delle
driadi, fiere guerriere dei boschi che
uccidono chiunque si avventuri nel
loro territorio... Geralt però non è un
mercenario senza scrupoli, disposto a
compiere qualsiasi atrocità dietro
adeguato compenso: al pari dei
cavalieri, ha un codice da rispettare.
Ecco perché re Niedamir è sorpreso di
vederlo tra i cacciatori da lui radunati
per eliminare un drago grigio, un
essere intoccabile per gli strighi. E, in
effetti, Geralt è lì per un motivo ben
diverso: ha infatti scoperto che il re ha
convocato pure la maga Yennefer,
l'unica donna che lui abbia mai
amato. Lo strigo sarà dunque
obbligato a fare una dolorosa scelta:
difendere il drago e perdere Yennefer
per sempre, o infrangere il codice
degli strighi pur di riconquistare il suo
cuore...
Andrzej Sapkowski è nato a Lòdz, in Polonia,
nel 1948. Nonostante gli studi di economia, ha
sempre amato raccontare storie e, all'inizio degli
anni '90, con la pubblicazione della serie che ha
come protagonista Geralt di Rivia, ha ottenuto un
travolgente successo prima in patria e poi
all'estero, coronato, nel 2007, dall'uscita di The
Witcher, il videogioco ispirato ai suoi romanzi.
Attualmente è uno degli scrittori fantasy più letti
d'Europa e di recente gli è stato conferito il
prestigioso David Gemmell Legend Prize,
attribuitogli dopo una votazione che ha coinvolto
i lettori di 75 Paesi. Dopo II guardiano degli
innocenti (Nord, 2010), La spada del destino è il
secondo episodio delle avventure di Geralt.
VOLUME 081
Grafica: Rumore Bianco
In copertina: illustrazione di Gabriele Sina
www.editricenord.it

Titolo originale
Miecz przeznaczenia

ISBN 978-88-429-1664-2

Visita www. InfiniteStorie.it


il grande portale del romanzo

© 1993 by Andrzej Sapkowski


Published by arrangement with
Literary Agency Agence de l'Est

© 2011 Casa Editrice Nord s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Questo libro è stampato col sole


Azienda carbon-free

Narrativa Nord - Volume n. 437 - marzo 2011


Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano
in data 2/2/1980, n. 49
Direttore responsabile: Stefano Mauri
Finito di stampare nel mese di marzo 2011
per conto della Casa Editrice Nord s.u.r.l. da
Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)
Printed in Italy
AVVISO AL LETTORE

Su richiesta di Andrzej Sapkowski, questo libro è stato tradotto


dal polacco, senza l'«intermediazione» di altre lingue. È stata una
richiesta rivolta dall'autore a tutti i suoi editori stranieri e da tutti
accolta; ovviamente pure la Casa Editrice Nord è stata ben felice di
recepirla, consapevole di quanto siano importanti le scelte stilistiche
e formali di un autore. Per questo motivo, i lettori appassionati
di The Witcher, il videogioco ispirato ai romanzi di Andrzej
Sapkowski, potranno trovare alcune differenze nei nomi dei luoghi e
dei personaggi, qui resi appunto con la maggiore fedeltà possibile ai
nomi originali.
I LIMITI DEL POSSIBILE

L'uomo coperto di pustole scosse la testa. «Non verrà più fuori, vi


dico. Ormai è un'ora e un quarto che è là dentro. Sarà bell'e morto.»
I cittadini accalcati tra le rovine tacevano, gli occhi fissi sulla nera
buca ingombra di detriti che si apriva tra le macerie e conduceva al
sotterraneo. Un grassone in farsetto giallo spostò il peso da un piede
all'altro, si schiarì la voce e usò la berretta sgualcita per asciugarsi il
sudore dalle sopracciglia rade. «Aspettiamo un altro po'.»
Il pustoloso sbuffò. «Aspettare cosa? Laggiù nelle segrete c'è un
basilisco, l'avete dimenticato, capovillaggio? Basta entrarvi per essere
spacciati. Sono forse morti in pochi? Aspettare cosa, dunque?»
«Ma avevamo un accordo, no?»
«L'accordo l'avevate con un vivo, capovillaggio», disse il
compagno del pustoloso, un gigante con indosso un grembiule di
cuoio da macellaio. «Ma ora è crepato, è chiaro come il sole. Si
sapeva fin da subito che sarebbe morto, come gli altri che lo hanno
preceduto. È entrato senza portare con sé neppure uno specchio,
solo la spada. Ed è impossibile uccidere un basilisco senza specchio,
lo sanno tutti.»
«Tutto denaro risparmiato, capovillaggio», aggiunse il pustoloso.
«Non dovrete pagare nessuno per la pelle del basilisco. Ora andate
tranquillamente a casa. Al cavallo e alle cose del mago pensiamo
noi, sarebbe un peccato se andassero perduti.»
«Già. Una giumenta robusta e bisacce belle piene. Vediamo un po'
che cosa c'è dentro», fece il macellaio.
«Ma come? Che fate?»
«Zitto, capovillaggio, e non v'immischiate, se non volete guai», lo
ammonì l'uomo coperto di pustole.
«Una giumenta robusta», ripeté il compagno.
«Lascia in pace quel cavallo, dolcezza.»
Il macellaio si girò lentamente verso lo straniero che era appena
sgusciato fuori di una breccia nel muro, alle spalle della gente riunita
intorno all'ingresso delle segrete. Aveva folti capelli ricci, una tunica
marrone sopra una giubba imbottita e alti stivali da cavaliere. E
nessun'arma.
«Allontanati dal cavallo», ripeté con un sorriso sarcastico. «Ma
come? Si tratta del cavallo, delle bisacce e delle cose di un altro, e tu
osi posarci sopra i tuoi occhi cisposi, allungare la tua manaccia
rognosa? È così che si fa?»
Il pustoloso guardò il macellaio e infilò lentamente una mano
nella giubba. Il compare annuì e fece un cenno alla volta del gruppo,
dal quale uscirono altri due uomini tarchiati coi capelli tagliati corti.
Erano armati entrambi di bastoni, di quelli usati al macello per
stordire gli animali.
«E voi chi sareste per insegnarci cosa si fa e cosa non si fa?» chiese
il pustoloso.
«Non ti riguarda, dolcezza.»
«Siete disarmato.»
«È vero», confermò lo straniero accentuando il sorriso sarcastico.
«Fate male.» L'uomo coperto di pustole sfilò dalla giubba la mano
serrata intorno a un lungo pugnale. «Fate malissimo a girare
disarmato.»
Anche il macellaio estrasse una lama simile a un coltello da caccia.
Gli altri due si fecero avanti sollevando i bastoni.
«Non ne ho bisogno. Le mie armi mi seguono», ribatté lo straniero
senza muoversi da dov'era.
Due giovani fanciulle uscirono a passo leggero e sicuro da dietro
le rovine. La piccola folla si fece subito da parte, arretrò, si diradò.
Le due fanciulle sorrisero scoprendo i denti scintillanti e
socchiusero le palpebre, ai cui angoli era tatuata una larga striscia blu
che giungeva fino alle orecchie. Le pelli di lince che cingevano loro i
fianchi lasciavano scoperte le cosce vigorose, mentre dai guanti di
maglia di ferro s'intravedevano le braccia nude e tornite. Dalle spalle
di ognuna, protette anch'esse da giachi, sporgeva il manico di una
sciabola.
Il pustoloso piegò le ginocchia piano, molto piano, e lasciò cadere
il coltello.
Dalla buca tra le macerie si sentì raspare, smuovere sassi, quindi
dall'oscurità emersero due mani che si aggrapparono al bordo
frastagliato del muro. Poi apparvero una testa dai capelli bianchi
cosparsi di polvere di mattone, un volto pallido e il manico di una
spada che spuntava al di sopra della spalla. La folla mormorò.
L'uomo dai capelli bianchi issò fuori della buca un corpo strano e
massiccio, ricoperto di polvere e impregnato di sangue. Tenendo il
mostro per la lunga coda da lucertola, lo gettò senza dire una parola
ai piedi del corpulento capovillaggio. Questi balzò indietro e
inciampò su un pezzo di muro, fissando il becco ricurvo da uccello,
le ali membranose e gli artigli falcati sulle zampe coperte di scaglie. Il
gozzo gonfio, un tempo vermiglio, ora di un rosso sporco. Gli occhi
vitrei, infossati.
«Ecco il basilisco», disse l'uomo dai capelli bianchi togliendosi la
polvere dai calzoni. «Come pattuito. I miei duecento lintar, di grazia.
Dei bei lintar poco tagliati. Controllerò, vi avverto.»
Con le mani tremanti, il capovillaggio tirò fuori una borsa.
L'uomo dai capelli bianchi fissò per un istante il pustoloso e il
coltello ai suoi piedi. Poi spostò lo sguardo sullo straniero con la
tunica marrone, sulle fanciulle cinte da pelli di lince. «È sempre la
stessa storia. Io rischio la pelle per voi in cambio di quattro soldi, e
intanto voi cercate d'impadronirvi delle mie cose. Non cambierete
mai, che la peste vi colga.»
Il macellaio indietreggiò. «Non le abbiamo toccate, signore.»
I due tizi armati di bastone si erano confusi da un pezzo tra la
folla.
L'uomo dai capelli bianchi sorrise. «Me ne rallegro molto.»
Alla vista di quel ghigno che si schiudeva sul volto pallido come
una ferita aperta, la piccola folla cominciò a disperdersi in fretta.
«Perciò, fratello, non sarai toccato neanche tu. Vattene in pace.
Ma fallo alla svelta.»
Il pustoloso voleva battere anche lui in ritirata. Le pustole
risaltavano orribilmente sul viso sbiancato.
«Ehi, aspetta, hai dimenticato qualcosa», gli disse l'uomo con la
tunica marrone.
«Che cosa... signore?»
«Di avermi puntato contro il coltello.»
A un tratto la più alta delle fanciulle si dondolò sulle gambe
aperte e fece ruotare i fianchi. La sciabola, estratta senza che nessuno
se ne accorgesse, produsse un sibilo acuto. La testa del butterato
schizzò in alto tracciando un arco e cadde nella buca che conduceva
alle segrete. Il corpo, rigido e pesante come un tronco abbattuto,
piombò tra i mattoni frantumati. La folla gridò. L'altra fanciulla, la
mano sull'impugnatura dell'arma, si girò rapidamente per
fronteggiare eventuali attacchi. Inutilmente. La folla, inciampando
sulle rovine, fuggiva a gambe levate verso la città. Davanti a tutti
correva a grandi balzi il capovillaggio, precedendo di appena
qualche tesa il gigantesco macellaio.
«Bel colpo», commentò in tono freddo l'uomo dai capelli bianchi,
riparandosi gli occhi dal sole con la mano guantata. «Bel colpo di
sciabola zerrikaniana. M'inchino davanti all'abilità e alla bellezza
delle libere guerriere. Sono Geralt di Rivia.»
Lo straniero indicò lo stemma scolorito sul davanti della tunica
marrone, raffigurante tre uccelli neri allineati in campo giallo. «Sono
Borch, detto Tre Taccole, e queste sono le mie ragazze, Tea e Vea.
Le chiamo così perché a pronunciare i loro veri nomi si rischia di
mordersi la lingua. Come hai indovinato, vengono entrambe da
Zerrikania.»
«Mi sembra che sia merito loro se ho ancora il cavallo e le mie
cose. Vi ringrazio, guerriere. E grazie anche a voi, signor Borch.»
«Tre Taccole. E lascia perdere il 'signore'. C'è qualcosa che ti
trattenga in questa cittadina, Geralt di Rivia?»
«Al contrario.»
«Perfetto. Ho una proposta: non lontano di qui, a un crocevia
lungo la strada che conduce al porto fluviale, c'è una locanda. Si
chiama Al Drago Pensieroso. La sua cucina non ha eguali in tutta la
regione. Mi ci sto giusto recando per passare la notte. Sarei felice se
volessi farmi compagnia.»
L'uomo dai capelli bianchi diede le spalle al cavallo e guardò lo
sconosciuto negli occhi. «Borch, vorrei mettere subito le cose in
chiaro tra noi. Sono uno strigo.»
«L'avevo supposto. Ma hai usato un tono come se dicessi: 'Sono
un lebbroso'.»
«C'è chi preferisce la compagnia dei lebbrosi a quella di uno
strigo.»
«C'è anche chi preferisce le pecore alle ragazze», ribatté Tre
Taccole con una risata. «Ebbene, c'è solo da compatirli, gli uni e gli
altri. Rinnovo la proposta.»
Geralt si tolse il guanto e strinse la mano che gli veniva tesa.
«Accetto, rallegrandomi di aver fatto la tua conoscenza.»
«In cammino, dunque! Mi è venuta una gran fame.»
II

Il locandiere passò uno strofinaccio sulle ruvide assi del tavolo,


s'inchinò e sorrise. Gli mancavano i due denti davanti.
Tre Taccole guardò un istante il soffitto annerito dalla fuliggine e i
ragni che vi si muovevano seguendo percorsi imprevedibili. «Bene.
Innanzitutto... Innanzitutto birra. Per non dover fare due volte la
strada, portane un intero barilotto. E poi... Che cosa ci proponi con
la birra, dolcezza?»
«Del formaggio?» arrischiò il locandiere.
«No, il formaggio lo prendiamo per dessert», rispose Borch con
una smorfia. «Con la birra vogliamo qualcosa di aspro e piccante.»
«Ai vostri comandi. Anguillette all'aglio in olio d'oliva e aceto, o
peperoni verdi marinati?» domandò il locandiere con un sorriso
ancora più largo. I denti davanti non erano i soli a mancargli.
«Le une e gli altri. Poi la zuppa, la stessa che ho mangiato qui una
volta: vi galleggiavano svariati molluschi, pesciolini e non so quali
altre gustose porcherie.»
«La zuppa dello zatteriere?»
«Esatto. Poi arrosto di agnello con cipolle. E una sessantina di
gamberi. Getta in pentola tutto l'aneto che c'entra. Poi formaggio di
pecora e insalata. E infine si vedrà.»
«Ai vostri comandi. Lo stesso per tutti e quattro?» La zerrikaniana
più alta fece di no con la testa e si diede delle pacche eloquenti sui
fianchi, stretti in un'attillata camicia di lino.
«Dimenticavo, le ragazze si preoccupano della linea», mormorò
Tre Taccole a Geralt. «Locandiere, l'agnello solo per noi due. Portaci
subito la birra con le anguille. Per il resto aspetta ancora un po', in
modo che non si freddi. Non siamo venuti qui per rimpinzarci, ma
per passare civilmente il tempo chiacchierando.»
«Capisco.» Il locandiere s'inchinò di nuovo.
«Il giudizio è una cosa importante nel tuo mestiere. Qua la mano,
dolcezza.»
Tintinnarono delle monete d'oro. Il taverniere spalancò la bocca
ai limiti del possibile.
«Questo non è un acconto, è un extra. E adesso corri in cucina,
buonuomo», lo esortò Tre Taccole.
Nell'alcova faceva caldo. Geralt si slacciò la cintura, si tolse la
giubba e si rimboccò le maniche della camicia. «Vedo che non sei
assillato dalla mancanza di contante. Vivi dei privilegi derivanti dallo
stato di cavaliere?»
«In parte.» Tre Taccole sorrise, senza entrare nei dettagli.
Fecero piazza pulita in un baleno delle anguille e di un quarto di
barilotto. Le zerrikaniane, che avevano bevuto parecchio, erano
visibilmente allegre e sussurravano tra loro. Vea, la più alta, a un
tratto scoppiò in una risata gutturale.
«Le ragazze parlano la lingua comune?» chiese a bassa voce Geralt,
guardandole con la coda dell'occhio.
«Male. E sono poco loquaci. Il che è lodevole. Che ne pensi della
minestra, Geralt?»
«Mmm.»
«Beviamo.»
«Mmm.»
Tre Taccole posò il cucchiaio e ruttò sonoramente. «Geralt,
torniamo al discorso che facevamo lungo la strada. Da quanto ho
capito, tu vaghi da un capo all'altro del mondo e, se t'imbatti in un
mostro, lo uccidi. E ricevi in cambio del denaro. Consiste in questo il
mestiere di strigo?»
«Più o meno.»
«E ti capita mai di essere chiamato appositamente da qualche
parte? Diciamo, per una commissione speciale? In tal caso che fai, vai
ed esegui?»
«Dipende da chi chiama e perché.»
«E dal compenso?»
Lo strigo si strinse nelle spalle. «Anche. Tutto diventa sempre più
caro e bisogna pur vivere, come diceva una maga di mia
conoscenza.»
«Un approccio che definirei piuttosto selettivo e molto pratico.
Eppure alla sua base deve esserci un'idea, Geralt. Il conflitto tra forze
dell'Ordine e forze del Caos, come diceva un mago di mia
conoscenza. Immaginavo che tu adempissi una missione, difendessi la
gente dal Male, sempre e ovunque. Senza distinzioni. Che stessi da
una parte ben precisa della barricata.»
«Forze dell'Ordine, forze del Caos. Parole terribilmente
ampollose, Borch. Vuoi per forza collocarmi da una parte della
barricata in un conflitto che tutti ritengono eterno, che ha avuto
inizio molto prima di noi e sarà ancora in corso quando noi saremo
morti da un pezzo? Da che parte sta il fabbro che ferra il cavallo? E il
nostro locandiere, che sta accorrendo con un pentolone di agnello
arrosto? Cos'è, a tuo parere, a determinare il confine tra Caos e
Ordine?»
Tre Taccole lo guardò dritto negli occhi. «Semplicissimo. Il Caos
rappresenta una minaccia, è la parte aggressiva. L'Ordine invece è la
parte minacciata, che ha bisogno di essere difesa. Di un difensore.
Ma ora beviamo. E facciamo onore all'agnello.»
«Giusto.»
Durante il pasto, le zerrikaniane, preoccupate com'erano della
linea, fecero una pausa che occuparono bevendo a tutto spiano.
Vea, china sulla spalla della compagna, le sussurrava di nuovo
qualcosa, sfiorando il piano del tavolo con una treccia. Tea, la più
piccola, scoppiò a ridere, ammiccando allegramente con le palpebre
tatuate.
«Ebbene, continuiamo la conversazione, se permetti», disse Borch
rosicchiando un osso. «Da quanto ho capito, non ti va a genio essere
collocato dalla parte di nessuna delle due forze. Fai solo il tuo
mestiere.»
«Già.»
«Tuttavia non sfuggi al conflitto tra Caos e Ordine. Benché ti sia
servito di questo paragone, tu non sei un fabbro. Ho visto come
lavori. Entri in un sotterraneo e ne esci col cadavere di un basilisco.
C'è una bella differenza, dolcezza, tra il ferrare un cavallo e uccidere
un basilisco. Hai detto che, se il compenso è conveniente, corri in
capo al mondo e accoppi qualunque mostro t'indichino. Se un
terribile drago, mettiamo, devasta...»
«Un esempio poco calzante. Vedi, fai subito una gran confusione.
Io non uccido i draghi, che rappresentano senza dubbio il Caos.»
Tre Taccole si leccò le dita. «E come mai? Accidenti! Eppure, tra
tutti i mostri, il drago è probabilmente il più odioso, crudele e
spietato. Il rettile più ripugnante. Attacca la gente, sputa fuoco e
rapisce le fanciulle. Si sentono forse pochi racconti al riguardo? È
impossibile che tu, uno strigo, non abbia un paio di draghi sulla
coscienza.»
«Non do la caccia ai draghi. Ai codaforcuta, certo. Agli oszluzgi.
Ai colughi volanti. Ma non ai draghi veri e propri, verdi, neri e rossi.
Prendine semplicemente atto.»
«Mi stupisci. E va bene, ne prendo atto. Del resto, basta parlare di
draghi, vedo all'orizzonte qualcosa di rosso, sono sicuramente i
nostri gamberi. Beviamo!»
Iniziarono a rompere rumorosamente i gusci rossi coi denti,
succhiando la carne bianca. L'acqua salata, molto irritante, colava
fino ai polsi. Borch versava la birra, raschiando ormai il fondo del
barilotto col mestolo. Le zerrikaniane, sempre più allegre, si
guardavano intorno con un sorriso che non lasciava presagire nulla
di buono: lo strigo era convinto che cercassero un'occasione per
attaccar briga. Anche Tre Taccole doveva averlo notato, perché a un
tratto le minacciò brandendo un gambero per la coda. Le ragazze
ridacchiarono e Tea, sporgendo le labbra come per dare un bacio,
gli fece l'occhiolino, cosa che sul suo viso tatuato produsse
un'impressione macabra.
«Sono selvagge come gatti selvatici», borbottò Tre Taccole.
«Bisogna starci attenti. Se hai a che fare con loro, dolcezza, basta un
niente e quando meno te l'aspetti ti ritrovi il pavimento disseminato
di budella. Ma valgono tutti i soldi che vengono pagate. Sapessi cosa
sono capaci di fare...»
«Lo so. Difficile trovare una scorta migliore. Le zerrikaniane sono
guerriere nate, addestrate sin dall'infanzia al combattimento.»
Borch sputò una zampa di gambero sul tavolo. «Ma non è questo
che intendevo. Alludevo a come sono a letto.»
Geralt lanciò uno sguardo inquieto alle ragazze. Sorridevano
entrambe. Vea allungò la mano verso il vassoio con un movimento
fulmineo, quasi impercettibile. Guardando lo strigo con le palpebre
socchiuse, spezzò un guscio fra i denti con uno scricchiolio. Bagnate
dall'acqua salata, le sue labbra brillarono.
Tre Taccole fece un gran rutto. «Dunque, Geralt, non vai a caccia
di draghi, né verdi né di altri colori. Ne ho preso atto. Ma perché, se
è lecito chiederlo, solo di questi tre colori?»
«Quattro, per essere precisi.»
«Tu ne hai nominati tre.»
«Vedo che l'argomento t'interessa, Borch. C'è una ragione
particolare?»
«Pura curiosità.»
«Ah. È con questi colori che si è soliti definire i draghi veri e
propri. Anche se non è una definizione precisa. I draghi verdi, i più
noti, sono piuttosto grigiastri, come i comuni oszluzgi. I rossi in
realtà sono più color mattone. È invalso l'uso di chiamare neri i
grandi draghi color marrone scuro. I più rari sono i draghi bianchi,
non ne ho mai visto uno. Vivono nel lontano Nord. O almeno così
si dice.»
«Interessante. E sai di quali altri draghi ho sentito parlare?»
Geralt mandò giù un sorso di birra. «Sì. Di quelli di cui ho sentito
parlare anch'io. Quelli dorati. Non esistono.»
«Su quali basi lo affermi? Perché non ne hai mai visto uno? A
quanto pare non ne hai mai visto neppure uno bianco.»
«Non è questo il punto. Al di là dei mari, a Ofir e Zangwebar,
vivono cavalli bianchi a strisce nere. Non ho mai visto neanche loro,
ma so che esistono. I draghi dorati invece sono esseri mitici.
Leggendari. Come la fenice, per esempio. Fenici e draghi dorati non
esistono.»
Vea, appoggiata ai gomiti, lo guardava con interesse.
Borch si versò della birra dal barilotto. «Sai sicuramente il fatto
tuo, sei uno strigo. Ma penso che ogni mito, ogni leggenda debba
avere delle radici. E in queste radici c'è qualcosa.»
«Certo. Il più delle volte una fantasticheria, un desiderio, una
nostalgia. Le fede che non ci siano limiti al possibile. A volte il caso.»
«Giusto, il caso. E se un tempo fosse esistito un drago dorato? Una
mutazione unica, irripetibile?»
«In tal caso, avrà incontrato il destino di tutti i mutanti. Era
troppo diverso dagli altri per perpetuarsi.» Lo strigo girò la testa.
«Ah, ma così neghi le leggi della natura, Geralt. Quel mago di mia
conoscenza era solito sostenere che in natura ogni creatura viene
perpetuata e sopravvive, in un modo o nell'altro. La fine di una
coincide con l'inizio di un'altra, non ci sono limiti al possibile. Per lo
meno la natura non ne conosce nessuno.»
«Quel tuo conoscente era un grande ottimista. Tuttavia non
prendeva in considerazione una cosa: un errore commesso dalla
natura. O da coloro che giocavano con lei. Il drago dorato e gli altri
mutanti come lui, sempre che siano esistiti, non potevano
perpetuarsi. Glielo impediva un limite molto naturale.»
«Quale limite?»
I muscoli della mandibola di Geralt furono scossi da un forte
tremito. «I mutanti... I mutanti sono sterili, Borch. Si perpetuano solo
nelle leggende. Solo la leggenda e il mito non conoscono limiti al
possibile.»
Tre Taccole rimase in silenzio. Lo strigo guardò le ragazze:
all'improvviso i loro visi si erano fatti seri. Vea si chinò verso di lui e
gli mise un braccio intorno al collo. Geralt sentì sulla guancia le sue
labbra umide di birra.
«Si sentono attratte da te. Che il diavolo mi porti», disse
lentamente Tre Taccole.
«Che c'è di strano?» domandò lo strigo con un sorriso triste.
«Niente. Ma bisogna berci su. Padrone! Un altro barilotto!»
«Non esagerare. Al massimo una brocca.»
«Due brocche!» urlò Tre Taccole. «Tea, devo uscire un istante.»
La zerrikaniana si alzò, prese la sciabola dalla panca e osservò
l'intera sala. Sebbene in precedenza lo strigo avesse notato molti
sguardi interessati alla borsa rigonfia, nessuno si affrettò a seguire
Borch, che vacillava leggermente verso la porta che dava sul cortile.
Tea alzò le spalle e lo seguì.
«Qual è il tuo vero nome?» chiese Geralt alla ragazza rimasta al
tavolo.
Vea fece balenare i denti candidi. Aveva la camicia
generosamente slacciata, fin quasi ai limiti del possibile. Lo strigo non
dubitava che fosse un ennesimo modo per provocare gli avventori
della locanda. «Alveaenerle.»
«Bello.» Era sicuro che la zerrikaniana gli avrebbe mandato un
bacio. Non si era sbagliato. «Vea?»
«Mmm?»
«Perché viaggiate con Borch? Voi, libere guerriere? Puoi
rispondere?»
«Mmm.»
«'Mmm' cosa?»
«Lui è...» La zerrikaniana aggrottò la fronte, in cerca delle parole.
«È... il più... bello.»
Lo strigo annuì. I criteri in base ai quali le donne valutavano il
fascino degli uomini erano sempre stati un enigma per lui.
Tre Taccole fece irruzione nel locale abbottonandosi i pantaloni e
urlando le ordinazioni al locandiere. Tea, che lo seguiva a due passi
di distanza, fece girare per la locanda uno sguardo falsamente
annoiato, che i mercanti e gli zatterieri evitarono con cura. Nel
frattempo Vea succhiava un altro gambero, gettando in
continuazione occhiate eloquenti allo strigo.
Tre Taccole si sedette pesantemente, facendo tintinnare la cintura
slacciata. «Ho ordinato un'altra anguilla a testa, questa volta arrosto.
Mi sono talmente stancato con quei gamberi, che mi è venuta fame.
Ah, Geralt, dormirai qui, è tutto sistemato. È assurdo che tu vada in
giro di notte. Ce la spasseremo ancora. Alla vostra salute, ragazze!»
«Vessekheal!» Vea sollevò il bicchiere verso di lui.
Tea socchiuse gli occhi e si stiracchiò. Con gran sorpresa di Geralt,
il suo bel seno non fece saltare i bottoni della camicia.
«Ce la spasseremo.» Tre Taccole si sporse al di sopra del tavolo
per dare una pacca sul sedere a Tea. «Ce la spasseremo, strigo. Ehi,
padrone! Vieni qui!»
Il locandiere accorse prontamente pulendosi le mani sul
grembiule.
«Hai un mastello? Di quelli in cui si lavano i panni, solido e
grande?»
«Quanto grande, signore?»
«Per quattro persone.»
Il locandiere spalancò la bocca. «Per... quattro...»
«Per quattro», confermò Tre Taccole tirando fuori di tasca la borsa
rigonfia.
«Si può fare.» Il locandiere si leccò le labbra.
«Magnifico! Ordina di portarlo di sopra, nella mia stanza, e di
riempirlo di acqua bollente. Alla svelta, dolcezza. E fai portare anche
della birra, almeno tre caraffe.»
Le zerrikaniane ridacchiarono.
«Quale preferisci? Eh? Geralt?» chiese Tre Taccole.
Lo strigo si grattò la nuca.
«È una scelta difficile, lo so. Io stesso a volte mi trovo in difficoltà.
Bene, ci penseremo nel mastello. Ehi, ragazze! Aiutatemi a salire le
scale!»
III

Il ponte era sbarrato. L'accesso era impedito da una trave lunga e


solida collocata su cavalletti di legno, accanto ai quali erano schierati
alcuni alabardieri con giubbe di cuoio chiodate e cappucci di maglia
di ferro. Sullo sbarramento sventolava fiacca una bandiera purpurea,
la cui insegna raffigurava un grifone dorato.
Tre Taccole si avvicinò col cavallo al passo. «Che scherzo è
questo? Non si può proseguire?»
«Avete il lasciapassare?» chiese l'alabardiere più vicino senza sfilarsi
di bocca il ramoscello che masticava, chissà se per fame o per
ammazzare il tempo.
«Quale lasciapassare? Che c'è, la peste? La guerra? Per ordine di
chi bloccate la strada?»
La guardia spostò il ramoscello all'altro angolo della bocca e
indicò la bandiera. «Di re Niedamir, signore di Caingorn. Senza
lasciapassare non si va sulle montagne.»
«Che idiozia», disse Geralt con voce stanca. «Questa non è
Caingorn, ma la Contrada di Holopole. È Holopole, e non
Caingorn, a incassare il pedaggio dei ponti sul Braa. Che c'entra
Niedamir?»
«Non chiedetelo a me. Non è affar mio. Io devo solo controllare i
lasciapassare. Se volete, parlate col nostro decurione», rispose la
guardia sputando il ramoscello.
«E dov'è?»
«Laggiù, si scalda al sole dietro il casotto dell'esattore del
pedaggio.» L'alabardiere non guardava Geralt, ma le cosce nude
delle zerrikaniane, che si stiracchiavano pigramente in sella alle loro
cavalcature.
Su un mucchio di ceppi secchi dietro il casotto dell'esattore del
pedaggio, era seduta una guardia occupata a disegnare sulla sabbia
una donna col manico dell'alabarda, anzi ne tratteggiava una parte
del corpo vista da una prospettiva inconsueta. Semidisteso accanto a
lui c'era un uomo snello che sfiorava delicatamente le corde di un
liuto. Calcato sugli occhi portava un estroso cappelluccio color susina
ornato da un fermaglio d'argento e da una piuma di airone lunga e
nervosa.
Geralt conosceva quel cappelluccio e quella piuma, famosi dal
fiume Buina allo Jaruga, ben noti nei palazzi, nei castelli, nelle
osterie, nelle locande e nei bordelli. Soprattutto nei bordelli.
«Ranuncolo!»
Il cappello scivolò all'indietro, e spuntarono due allegri occhi
azzurri. «Geralt! Accidenti! Anche tu qui? Non avresti per caso un
lasciapassare?»
Lo strigo smontò di sella. «Cos'è che avete tutti quanti con questo
lasciapassare? Che succede, Ranuncolo? Volevo attraversare il Braa
col cavaliere Borch Tre Taccole e con la sua scorta, ma a quanto
pare non si può.»
«Lo stesso vale per me. Non vogliono farmi attraversare il fiume.
Io, Ranuncolo, il menestrello e poeta più famoso nel raggio di mille
miglia, mi vedo impedito il passaggio da questo decurione, sebbene
sia anche lui un artista, come vedete.» Il bardo si alzò, si tolse il
cappello e fece un inchino esageratamente galante alle zerrikaniane.
«Senza lasciapassare non faccio attraversare nessuno», disse il
decurione in tono cupo, quindi completò il suo disegno con un
dettaglio finale, dando dei colpetti sulla sabbia con l'estremità
dell'asta.
«Non importa. Seguiremo la riva sinistra. Da questa parte la strada
per Hengfors è più lunga, ma occorre fare di necessità virtù», disse lo
strigo.
«Per Hengfors? Non starai mica andando da Niedamir, Geralt? Per
via del drago?» domandò Ranuncolo stupito.
«Quale drago?» chiese Tre Taccole.
«Non lo sapete? Davvero non lo sapete? Be', allora devo
raccontarvi tutto, signori. Tanto mi tocca aspettare qui, magari
arriverà qualcuno che mi conosce con un lasciapassare e mi
permetterà di unirmi a lui. Sedetevi.»
«Un momento», fece Tre Taccole. «Il sole è quasi a tre quarti dello
zenit, e ho una sete del diavolo. Non chiacchiereremo con la gola
secca. Tea, Vea, tornate al trotto in città e comprate un barilotto di
birra.»
«Mi piacete, signor...»
«Borch, detto Tre Taccole.»
«Ranuncolo, detto l'Impareggiabile. Da alcune fanciulle.»
«Racconta, Ranuncolo. Non abbiamo intenzione di bivaccare qui
fino a stasera», disse lo strigo in tono impaziente.
Il bardo impugnò il manico del liuto e colpì con forza le corde.
«Preferite che parli in versi o normalmente?»
«Normalmente.»
«Come volete», rispose Ranuncolo senza deporre lo strumento.
«Dunque ascoltate, nobili signori, cos'è accaduto una settimana fa nei
pressi della libera città di Holopole. Ebbene, era un'alba pallida, il
sole appena sorto tingeva di rosa i veli di nebbia sospesi sui prati...»
«Avevamo detto normalmente», gli rammentò Geralt.
«E non è quello che sto facendo? E va bene, va bene. Ho capito.
Brevemente, senza metafore. Sui pascoli fuori Holopole è sceso in
volo un drago.»
«Nientemeno. Mi sembra impossibile. Sono anni che nessuno
vede un drago da queste parti. Non sarà stato un comune oszluzgo?
Ce ne sono di grandi quasi quanto...»
«Non offendermi, strigo. So quello che dico. L'ho visto. Il caso ha
voluto che mi trovassi giusto alla fiera di Holopole e che abbia visto
tutto. La ballata è già pronta, ma non avete voluto...»
«Racconta. Era grande?»
«Lungo quanto tre cavalli e alto non più di uno, ma molto più
grosso. Grigio come la sabbia.»
«Un drago verde, quindi.»
«Sì. È arrivato in volo all'improvviso, è piombato dritto su un
gregge di pecore, ha disperso i pastori, ha accoppato una dozzina di
bestie, ne ha divorate quattro ed è volato via.»
Geralt annuì. «È volato via... Ed è finita lì?»
«No. Il mattino seguente è tornato, questa volta più vicino alla
città. È piombato su un gruppo di donne che lavavano i panni in
riva al Braa. Sono scappate a gambe levate, amico! Non avevo mai
riso tanto in vita mia. Il drago ha fatto due giri su Holopole ed è
volato sui pascoli, dove ha assalito di nuovo le pecore. Solo allora
sono cominciati lo scompiglio e la confusione, perché il giorno prima
erano stati in pochi a credere ai pastori. Il borgomastro ha
mobilitato la milizia cittadina e le corporazioni ma, prima che si
organizzassero, la popolazione ha preso in mano la faccenda e l'ha
risolta.»
«E come?»
«Con un interessante rimedio popolare. Il mastro calzolaio del
luogo, un tale Mangiacapre, ha ideato un modo per disfarsi del
rettile. Hanno scannato una pecora e l'hanno riempita ben bene di
elleboro, belladonna, cicuta minore, zolfo e pece da calzolaio. Per
sicurezza, il farmacista del luogo ci ha versato dentro due quarti di
una sua mistura contro i foruncoli, quindi il cappellano del tempio di
Kreve ha recitato alcune preghiere sulla carogna. Infine hanno messo
la pecorella così trattata in mezzo a un gregge, appoggiata a un
paletto. A dire il vero nessuno credeva che quello stupido drago si
sarebbe fatto tentare da una simile schifezza che puzzava a un miglio
di distanza, ma la realtà ha superato le nostre aspettative. Dando
prova di un profondo disprezzo per le pecore vive e belanti, il rettile
ha divorato l'esca con tutto il paletto.»
«E poi? Parla, Ranuncolo.»
«Cosa credi che stia facendo? Non faccio che parlare. Ascoltate
cosa è successo poi. Non era ancora passato il tempo necessario a un
uomo svelto per slacciare il corsetto di una dama, che a un tratto il
drago ha cominciato a gridare e a sputare fuoco, davanti e didietro.
Ha fatto qualche capriola, ha provato ad alzarsi in volo, poi si è
afflosciato ed è rimasto immobile. Due volontari sono andati a
controllare se il bestione avvelenato respirasse ancora. Erano il
becchino e lo scemo del posto, nato dalla figlia ritardata del
boscaiolo e da mezzo reparto di picchieri mercenari che erano
passati per Holopole ancora all'epoca della rivolta del voivoda
Nelumbo.»
«Stai mentendo, Ranuncolo.»
«Non mento, colorisco soltanto, c'è una bella differenza.»
«Come no. Racconta, non sprechiamo altro tempo.»
«Dunque, il becchino e l'ardimentoso idiota si sono avviati in
qualità di esploratori. In seguito abbiamo innalzato loro un tumulo
piccolo, ma gradevole alla vista.»
«Ah. Ciò vuol dire che il drago era ancora vivo», fece Borch.
«Eccome se era vivo!» disse tutto allegro Ranuncolo. «Ma era
talmente debole che non ha divorato né il becchino né il babbeo,
limitandosi a leccarne il sangue. E poi è volato via tra la
preoccupazione generale, decollando a fatica. Ogni cubito e mezzo
cadeva di schianto e balzava di nuovo su. A tratti camminava,
strascicando le zampe posteriori. I più coraggiosi lo hanno seguito
senza perderlo di vista. E sapete una cosa?»
«Parla, Ranuncolo.»
«Il drago è piombato nelle gole delle Montagne dei Gheppi, nei
pressi delle sorgenti del Braa, e si è nascosto laggiù, in una grotta.»
«Ora è tutto chiaro», disse Geralt. «Probabilmente il drago era in
quelle grotte da secoli, sprofondato nel letargo. Ho sentito di casi
del genere. E là deve trovarsi anche il suo tesoro. Ora capisco perché
bloccano il ponte. Qualcuno vuole mettere le mani sul tesoro. E quel
qualcuno è Niedamir di Caingorn.»
«Esatto», confermò il trovatore. «D'altronde, tutta Holopole
ribolle di rabbia per questo motivo, i suoi abitanti credono che il
drago e il tesoro appartengano a loro. Ma esitano ad attaccar briga
con Niedamir: è un moccioso che non ha ancora cominciato a
radersi, ma è già stato capace di dimostrare che non conviene
mettergli i bastoni tra le ruote. E poi tiene terribilmente a questo
drago, perciò ha reagito con tanta prontezza.»
«Tiene al tesoro, vorrai dire.»
«In realtà tiene più al drago che al tesoro. Vedete, Niedamir
smania d'impadronirsi del vicino principato di Malleore. Qui, dopo
l'improvvisa e strana morte del principe, è rimasta una principessa in
età, per così dire, da marito. I magnati di Malleore guardano con
ostilità a Niedamir e agli altri pretendenti, perché sanno che il nuovo
sovrano farebbe di tutto per controllarli, al contrario di quella
mocciosa della principessa. Hanno dunque riesumato non so dove
una vecchia profezia polverosa secondo cui la corona e la mano
della fanciulla andranno a colui che sconfiggerà un drago e, poiché
erano secoli che nei paraggi non se ne vedevano, pensavano di
poter dormire tra due guanciali. Naturalmente Niedamir si è fatto
beffe della leggenda, avrebbe preso Malleore con le armi e amen
ma, quando si è sparsa la notizia del drago di Holopole, ha capito di
poter rendere ai nobili di Malleore pan per focaccia. Se si presentasse
là con la testa del bestione, il popolo lo saluterebbe come il monarca
inviato dagli dei e i magnati non oserebbero neppure fiatare. Perché
dunque vi stupite se è corso dietro al drago come fa un gatto con un
rognone? Tanto più che questo drago si trascina a malapena sulle
zampe. Per lui è un dono del cielo, un sorriso del destino, accidenti.»
«E ha bloccato la strada alla concorrenza.»
«Chiaro. E anche agli abitanti di Holopole. Ha sguinzagliato per
tutta la regione cavalieri muniti di lasciapassare destinati a chi si
prenderà la briga di uccidere il drago, perché Niedamir non arde
certo dalla voglia di entrare personalmente nella grotta armato di
spada. In men che non si dica ha radunato i più celebri uccisori di
draghi. Credo che tu li conosca quasi tutti, Geralt.»
«È possibile. Chi è venuto?»
«Eyck di Denesle, tanto per cominciare.»
Lo strigo emise un fischio sommesso. «Accipicchia... Il devoto e
virtuoso Eyck, cavaliere senza macchia e senza paura, in carne e
ossa.»
«Lo conosci, Geralt? È davvero un gran cacciatore di draghi?»
chiese Borch.
«Eyck se la cava con qualsiasi mostro. Ha ucciso perfino manticore
e grifoni. E mi è giunta voce che abbia fatto fuori anche qualche
drago. È in gamba. Ma mi rovina la piazza, il furfante, perché non
accetta denaro. Chi altri è venuto, Ranuncolo?»
«Gli Irriducibili di Crinfrid.»
«Be', allora il drago è già morto. Anche se si è ripreso. Quei tre
sono una banda affiatata, combattono raramente, ma con ottimi
risultati. Hanno sterminato tutti gli oszluzgi e i codaforcuta di
Redania, e già che c'erano hanno mandato all'altro mondo tre
draghi rossi e uno nero, il che non è cosa da poco. Sono tutti?»
«No. Si sono uniti al gruppo anche cinque nani barbuti al
comando di Yarpen Zigrin.»
«Non lo conosco.»
«Del drago Ocvist della Montagna di Quarzo hai sentito parlare?»
«Sì. E ho visto le gemme appartenute al suo tesoro. C'erano zaffiri
di un colore rarissimo e diamanti grossi come ciliegie.»
«Be', sappi che sono stati proprio Yarpen e i suoi nani a fare fuori
Ocvist. Sull'episodio è stata composta una ballata, ma è noiosa,
come tutte quelle di cui non sono l'autore. Se non l'hai sentita non ti
sei perso niente.»
«Sono tutti?»
«Sì. Senza contare te. Hai detto che non sapevi nulla del drago e
chissà, forse è anche vero. Ma ormai lo sai. Ebbene?»
«Ebbene niente. Quel drago non m'interessa.»
«Ah! Sei furbo, Geralt. Comunque non hai il lasciapassare.»
«Quel drago non m'interessa, ti ripeto. E tu, Ranuncolo? Che cosa
ti attira da queste parti?»
Il trovatore fece spallucce. «Il solito. Chi fa il mio mestiere deve
seguire da vicino gli avvenimenti e le situazioni straordinari. Della
lotta con questo drago si parlerà in lungo e in largo. Certo, potrei
comporre una ballata basandomi sui racconti, ma suonerà ben
diversa se l'autore ha visto il combattimento coi propri occhi.»
Tre Taccole rise. «Il combattimento? Probabilmente ricorderà più
l'uccisione di un porco o lo squartamento di una carogna. Più vi
ascolto e più trasecolo. Famosi guerrieri che accorrono qui a spron
battuto per finire un drago mezzo morto, avvelenato da un villico.
Mi viene voglia di ridere.»
«Ti sbagli», disse Geralt. «Se il drago non è morto sul colpo per il
veleno, il suo organismo lo ha sicuramente debellato e la bestia ora è
nel pieno delle sue forze. Del resto, non ha grande importanza. Gli
Irriducibili di Crinfrid lo uccideranno comunque, ma lo scontro, se
vuoi saperlo, è inevitabile.»
«Dunque tu scommetti sugli Irriducibili, Geralt.»
«Certo.»
«Macché. Quel drago è un mostro magico e non può essere ucciso
che da incantesimi. Se c'è qualcuno che avrà la meglio su di lui, è la
maga che è passata di qui ieri», s'intromise la guardia-artista, rimasta
silenziosa fino a quel momento.
«Chi?» chiese Geralt inclinando la testa.
«Una maga. Ve l'ho detto.»
«Vi ha detto il suo nome?»
«Sì, ma l'ho dimenticato. Aveva il lasciapassare. Era giovane e
bella, a suo modo, ma con certi occhi... Sapete com'è, signore. A un
uomo vengono i brividi, quando si sente guardato da una donna
così.»
«Ti dice qualcosa, Ranuncolo? Chi può essere?»
Il bardo fece una smorfia. «Giovane, bella e con certi occhi... Che
me ne faccio di indicazioni simili? Sono tutte così. Nessuna di quelle
che conosco, e ne conosco tante, dimostra più di venticinque,
trent'anni, e ho sentito dire che alcune ricordano i tempi in cui la
foresta primordiale stormiva là dove ora sorge Novigrad. In fondo,
non servono forse a questo gli elisir di mandragora? E si mettono
anche le gocce di mandragora negli occhi per farli brillare.
Tipicamente femminile.»
«Aveva i capelli rossi?» chiese lo strigo.
«No, signore, neri», rispose il decurione.
«E il cavallo, che manto aveva? Sauro con una stella bianca?»
«No. Morello come la padrona. Già, signori, vi dico che sarà lei a
uccidere il drago. Un drago è un lavoro da maghi. Le armi degli
uomini sono inutili contro di lui.»
«Sarei curioso di sapere l'opinione del calzolaio Mangiacapre al
riguardo», disse Ranuncolo con una risata. «Se avesse avuto sotto
mano qualcosa di più potente dell'elleboro e della belladonna, ora la
pelle del drago starebbe ad asciugare su una palizzata di Holopole,
la ballata sarebbe pronta e io non starei qui a sbiadire al sole...»
Geralt lanciò un'occhiata torva al poeta. «Come mai Niedamir
non ti ha preso con sé? Eppure eri a Holopole, quand'è partito.
Forse il re non ama gli artisti? Per quale motivo te ne stai qui a
sbiadire invece di strimpellare accanto alla staffa del re?»
«È stato per via di una giovane vedova», rispose Ranuncolo in
tono cupo. «Che il diavolo la porti. Mi sono gingillato, e il giorno
dopo Niedamir e gli altri erano già al di là del fiume. Hanno portato
con sé perfino quel Mangiacapre e gli esploratori della milizia
cittadina, solo di me si sono dimenticati. Ho spiegato più volte al
decurione, ma lui niente...»
«Chi ha il lasciapassare attraversa», annunciò l'alabardiere con aria
impassibile, orinando sulla parete del casotto. «Chi non ce l'ha resta
qui. Sono gli ordini...»
«Oh, ecco le ragazze di ritorno con la birra», lo interruppe Tre
Taccole.
Ranuncolo si alzò. «E non sono sole. Guardate che cavallo.
Sembra un drago.»
Le zerrikaniane si avvicinavano di gran carriera da un boschetto di
betulle e tra loro avanzava un cavaliere in sella a un nervoso stallone
da combattimento di dimensioni imponenti.
Anche lo strigo si alzò.
Il cavaliere portava una giubba di velluto viola con una
guarnizione d'argento e un corto mantello bordato di pelliccia di
zibellino. Dritto in sella, osservava i presenti con occhi fieri. Geralt
conosceva certi sguardi. E non ne andava pazzo.
«Salve, signori. Sono Mastro Dorregaray. Negromante», si
presentò il cavaliere, smontando da cavallo in modo lento e
dignitoso.
«Mastro Geralt. Strigo.»
«Mastro Ranuncolo. Poeta.»
«Borch, detto Tre Taccole. Quanto alle mie ragazze, che stanno
giusto sfilando lo zaffo dal barilotto, le conoscete già, signor
Dorregaray.»
«È vero. Ci siamo scambiati un inchino, io e le belle guerriere
zerrikaniane», disse il mago senza sorridere.
Ranuncolo distribuì i bicchieri di cuoio portati da Vea. «Be', alla
salute! Bevete con noi, signor mago. Signor Borch, ne diamo anche
al decurione?»
«Certo. Vieni tra noi, soldato.»
«Credo che è il mio stesso fine a portare lorsignori davanti allo
sbarramento del ponte», disse il negromante bevendo un piccolo
sorso con modi distinti.
«Se alludete al drago, signor Dorregaray, in effetti è proprio così»,
confermò Ranuncolo. «Vorrei essere là a comporre una ballata.
Purtroppo questo decurione, evidentemente uomo senza nessuna
educazione, non vuole farmi attraversare il fiume. Esige un
lasciapassare.»
L'alabardiere mandò giù un sorso di birra. «Chiedo scusa, ma mi è
stato ordinato pena la morte di non far transitare nessuno senza
lasciapassare. Sembra che tutta Holopole sia salita sui carri e voglia
andare sulle montagne in cerca del drago. Mi è stato ordinato...»
Dorregaray aggrottò la fronte. «I tuoi ordini, soldato, riguardano
la gentaglia che può essere d'intralcio, le prostitute che possono
diffondere malattie schifose, i ladri, la feccia e i furfanti. Ma non
me.»
«Non farò attraversare nessuno senza lasciapassare. Lo giuro...»
«Non giurare, bevi, piuttosto», lo interruppe Tre Taccole. «Tea,
riempi il bicchiere a questo coraggioso soldato. Ma sediamoci,
signori. Bere in piedi, in fretta e senza l'adeguata solennità non si
addice ai nobili.» Si accomodarono su alcune travi sistemate intorno
al barilotto. L'alabardiere appena promosso a nobile era rosso per la
soddisfazione.
«Bevi, valoroso centurione», lo sollecitò Tre Taccole.
«Sono decurione, non centurione.» L'alabardiere divenne ancora
più rosso.
«Ma diventerai centurione, per forza. Un tipo in gamba come te
fa carriera in un battibaleno», disse Borch digrignando i denti.
Dorregaray, rifiutata una seconda razione di birra, si rivolse a
Geralt. «Nella cittadina si fa ancora un gran parlare del basilisco,
illustre strigo e, a quanto vedo, vai già in cerca di un drago. Sarei
curioso di sapere se sei a secco di contante, o se uccidi le creature a
rischio di estinzione per puro diletto.»
«Strana curiosità da parte di chi corre a rotta di collo pur di
assistere all'uccisione del drago ed estrargli i denti, così preziosi per
produrre medicine ed elisir. È vero, illustre mago, che quelli estratti a
un drago vivo sono i migliori?»
«Sei sicuro che vada là per questo, strigo?»
«Sì. Ma qualcuno vi ha preceduto, Dorregaray. Una vostra
consorella munita del lasciapassare che voi non avete è riuscita ad
arrivare prima di voi. Ha i capelli neri, se v'interessa.»
«E monta un cavallo morello?»
«Così pare.»
Dorregaray si rabbuiò. «Yennefer.»
Calò il silenzio, interrotto soltanto da un rutto del futuro
centurione. «Nessuno... senza lasciapassare...»
«Duecento lintar bastano?» Geralt estrasse tranquillamente di tasca
la borsa avuta dal grasso capovillaggio.
«Geralt, ma cosa...» fece Tre Taccole con un sorriso enigmatico.
«Scusa, Borch. Mi spiace, non verrò con voi a Hengfors. Magari
un'altra volta. Magari c'incontreremo ancora.»
«Non c'è nulla che mi attiri a Hengfors. Nulla di nulla, Geralt»,
disse adagio Tre Taccole.
«Mettete via quella scarsella, signore. Questa è corruzione, come
al solito. Non vi lascerò passare neppure per trecento», fece il futuro
centurione.
Borch tirò fuori la sua borsa. «E per cinquecento? Metti via la
scarsella, Geralt. Pagherò io il pedaggio. Comincio a divertirmi.
Cinquecento, signor soldato. Cento a testa, contando le mie ragazze
come un'unica bella testa. Ebbene?»
«Ahi, ahi! Che cosa dirò al re?» Il futuro centurione nascose la
borsa di Borch sotto la giubba.
Dorregaray estrasse dalla cintura una bacchetta di avorio
decorata. «Gli dirai che la paura ti ha messo le ali ai piedi, quando
hai visto...»
«Che cosa, signore?»
Il mago mosse la bacchetta e gridò una formula magica. Il pino
che cresceva sulla scarpata del fiume esplose e in un istante fu
completamente avvolto, dalle radici alla cima, da un inferno di
fiamme.
Ranuncolo, balzando in piedi, si gettò il liuto sulle spalle. «A
cavallo, signori! E signore!»
«Togliete la barriera», gridò agli alabardieri il ricco decurione con
grandi possibilità di diventare centurione.
Sul ponte, al di là dello sbarramento, Vea tirò le redini e il cavallo
si mise a danzare facendo risuonare le assi sotto gli zoccoli. La
ragazza, agitando le trecce, lanciò un urlo penetrante.
«Giusto, Vea! Avanti, illustri signori, a cavallo! Cavalchiamo alla
zerrikaniana, con strepito e fischi!» gridò a sua volta Tre Taccole.
IV

«Guardate un po'», disse il più anziano degli Irriducibili, Boholt,


enorme e massiccio come il tronco di una vecchia quercia. «Dunque
Niedamir non vi ha cacciato in malo modo, illustri signori, com'ero
convinto che avrebbe fatto. Ebbene, non sta a noi plebei mettere in
dubbio le decisioni del re. V'invitiamo al nostro fuoco. Preparatevi
un giaciglio, ragazzi. Detto tra noi, strigo, di cosa hai parlato col re?»
Geralt si appoggiò più comodamente alla sella sistemata vicino
alle fiamme. «Di niente. Non è neppure uscito dalla tenda per
incontrarci. Ha soltanto mandato quel suo factotum, come si
chiama...»
«Gyllenstiern», suggerì Yarpen Zigrin, un nano tarchiato e barbuto,
infilando nel fuoco un enorme ceppo resinoso trascinato fin lì dalla
boscaglia. «Un pallone gonfiato. Un grasso porco. Al nostro arrivo è
venuto da noi, dandosi tante arie da sollevarsi quasi in cielo.
'Quindi, nani', dice, 'ricordatevi chi è che comanda qui, a chi bisogna
obbedire: qui comanda re Niedamir, la sua parola è legge', e via
dicendo. Me ne stavo lì fermo ad ascoltare con una gran voglia di
ordinare ai miei ragazzi di gettarlo a terra e di pisciargli sul mantello.
Ma ho rinunciato, sapete, sarebbe di nuovo girata la voce che i nani
sono maligni, aggressivi, dei figli di cagna, che con loro è impossibile
qualsiasi... come si chiama, maledizione... covosistenza, o come si
dice. E non so dove, in qualche cittadina, ci sarebbe stato subito un
altro pogrom. Perciò sono stato ad ascoltare educatamente, facendo
di sì con la testa.»
«Ne risulta che il signor Gyllenstiern non sa fare altro. Ha detto
anche a noi la stessa cosa, e anche a noi è toccato fare di sì con la
testa», osservò Geralt.
Il secondo degli Irriducibili sistemò una coperta da cavallo su un
mucchio di foglie secche. «Secondo me, è stato un male che
Niedamir non vi abbia cacciato. Sono tutti sulle tracce del drago, è
spaventoso. È un formicaio. Non è più una spedizione, ma un corteo
funebre. Non mi piace battermi tra la calca.»
«Calmati, Luccio», disse Boholt. «In gruppo si viaggia più sicuri.
Cos'è, non sei mai andato a caccia di draghi? Hanno sempre una
folla di gente che li segue, una vera e propria fiera, un bordello su
ruote. Ma, quando il rettile si mostrerà, sai bene chi rimarrà sul
campo. Noi, nessun altro.» Tacque un istante, bevve un generoso
sorso da una grande fiasca rivestita di vimini, si soffiò
rumorosamente il naso e si schiarì la gola. «Ma la pratica ha
dimostrato che spesso solo dopo l'uccisione del drago hanno inizio
l'euforia e il macello, e le teste volano come pere. Solo quando si
divide il tesoro i cacciatori si azzuffano. Vero, Geralt? Eh? Ho
ragione? Strigo, dico a te.»
«Mi sono noti casi del genere», confermò Geralt in tono secco.
«Ti sono noti, dici. Certo, per sentito dire, perché non mi è mai
giunto all'orecchio che tu abbia cacciato draghi. Da che campo non
ho mai sentito che uno strigo ne sia andato a caccia. Il che rende
molto strana la tua presenza qui.»
«È vero», disse a denti stretti Kennet, detto Pagliuzza, il più
giovane degli Irriducibili. «È strano. E noi...»
«Aspetta, Pagliuzza. Sto parlando io», lo interruppe Boholt. «Del
resto, non intendo continuare ancora a lungo. Lo strigo comunque
sa già cosa ho in mente. Io conosco lui e lui conosce me, finora non
ci siamo intralciati e probabilmente continueremo a non farlo.
Immaginate, ragazzi, che io, per esempio, voglia mettere i bastoni
tra le ruote allo strigo o soffiargli il bottino da sotto il naso. Lui mi
farebbe il contropelo col suo rasoio da strigo, e ne avrebbe ben
donde. Ho ragione?»
Nessuno confermò né obiettò.
Non sembrava che Boholt tenesse particolarmente all'una o
all'altra cosa. «Già. In gruppo, come ho detto, si viaggia più sicuri. E
in una compagnia lo strigo può tornare utile. La regione è selvaggia
e spopolata, se veniamo attaccati da un panicoforo o da un
ilyocoris, o da una strige, potremmo avere seri problemi. Ma non
con Geralt nei paraggi, perché questa è la sua specialità. Ma il drago
non lo è. No?»
Di nuovo nessuno confermò né obiettò.
Boholt passò la fiasca al nano. «Quanto al signor Tre Taccole, è
con Geralt, e questo mi basta come garanzia. Dunque chi ti disturba,
eh, Luccio, e a te, Pagliuzza? Certo non Ranuncolo!»
«Ranuncolo capita sempre dove succede qualcosa d'interessante e
tutti sanno che non disturba, non aiuta e non ritarda la marcia. È
come una lappola sulla coda di un cane. Non è vero, ragazzi?»
Yarpen Zigrin porse la fiasca al bardo.
I «ragazzi», robusti nani barbuti, sghignazzarono facendo tremare
le barbe.
Ranuncolo spostò il cappelluccio sulla nuca e bevve dalla fiasca.
«Ooooh, peste! C'è di che perdere la voce. Ma cos'è, un distillato di
scorpioni?»
«C'è una cosa che non mi piace, Geralt. Il fatto che tu abbia
portato qui questo mago. Il posto pullula già di maghi», disse
Pagliuzza ricevendo il recipiente dalle mani del menestrello.
«È vero. Ben detto, Pagliuzza. Quel Dorregaray ci serve come una
sella a un porco. Da non molto abbiamo già la nostra strega
personale, la nobile Yennefer, puah», ribatté il nano.
Boholt si grattò la nuca taurina, da cui un attimo prima aveva
tolto un collare di cuoio irto di chiodi di acciaio. «Già. Qui ci sono
troppi maghi, signori miei. Due di troppo, per la precisione. E stanno
troppo appiccicati al nostro Niedamir. Guardate un po': noi stiamo
qui sotto le stelle, intorno a un fuoco, mentre loro, signori miei, se
ne stanno al calduccio e tramano, quelle volpi astute. Niedamir, la
strega, il mago e Gyllenstiern. E Yennefer è la peggiore di tutti. E
volete sapere che cosa tramano? Come imbrogliarci, ecco cosa.»
«E si rimpinzano di carne di capriolo», intervenne in tono cupo
Pagliuzza. «Mentre noi cosa abbiamo mangiato? Una marmotta! E la
marmotta che cos'è? Un ratto, ve lo dico io. Nient'altro. Che cosa
abbiamo mangiato? Un ratto!»
«Poco male. Tra non molto assaggeremo coda di drago. Non c'è
nulla che eguagli una coda di drago arrostita sul carbone», lo consolò
Luccio.
«Yennefer è una donna orribile, maligna e dalla lingua lunga»,
proseguì Boholt. «Non come le vostre ragazze, signor Borch. Loro
sono silenziose e dolci, oh, guardate, si sono sedute vicino ai cavalli
per affilare le sciabole e, quando sono passato lì accanto e ho fatto
una battuta tanto per attaccare discorso, hanno scoperto i denti in
un sorriso. Loro sì che mi piacciono, non come Yennefer, lei non fa
che tramare. Credete a me, bisogna stare in guardia, o il nostro
accordo andrà in fumo.»
«Quale accordo, Boholt?»
«Che dici, Yarpen, lo diciamo allo strigo?»
«Non vedo perché no», disse il nano.
«L'acquavite è finita», intervenne Pagliuzza capovolgendo la fiasca.
«E allora portane altra. Sei il più giovane, signor mio. Quanto
all'accordo, Geralt, lo abbiamo ideato perché non siamo mercenari
né leccapiedi prezzolati, e Niedamir non ci manderà certo a
combattere contro il drago facendoci l'elemosina di pochi pezzi
d'oro. La verità è che noi possiamo sbrigarcela col drago anche senza
Niedamir, mentre Niedamir non può fare a meno di noi. Da questo
si deduce chi vale di più e a chi spetti la parte di tesoro più grossa.
Perciò abbiamo fatto un patto onorevole: chi combatterà in prima
persona e abbatterà il drago, ne avrà la metà. A Niedamir, in virtù
della nascita e del titolo, ne andrà comunque un quarto. Gli altri,
sempre che si diano da fare, si divideranno il rimanente in parti
uguali. Che ne pensi?»
«E Niedamir che ne pensa?»
«Non ha risposto né sì né no. Ma è meglio che non si opponga,
quello sbarbatello. Come ho detto, non andrà contro il drago da
solo, deve affidarsi a degli esperti, cioè a noi Irriducibili, a Yarpen e
ai suoi ragazzi. Noi, e nessun altro, affronteremo il drago a distanza
di spada. Gli altri, compresi i maghi, se si saranno resi utili,
divideranno tra loro un quarto del tesoro.»
«Oltre ai maghi, chi includete in questi 'altri'?» chiese Ranuncolo.
«Sicuramente non i giocatori né i poetastri. Includiamo coloro che
lavorano di ascia, non di liuto», sghignazzò Yarpen Zigrin.
«Ah. E di cosa lavorano il calzolaio Mangiacapre e la sua
marmaglia?» domandò Tre Taccole guardando il cielo stellato.
Yarpen Zigrin sputò sul fuoco borbottando qualcosa nella lingua
dei nani.
«La milizia di Holopole conosce queste montagne di merda e ci
farà da guida, dunque è giusto ammetterla nella spartizione», disse
piano Boholt. «Col calzolaio invece è un altro paio di maniche.
Vedete, non è bene che questa gentaglia si convinca che, quando un
drago si farà vivo nei paraggi, invece di mandare a chiamare degli
esperti basti dargli un'esca e continuare ad amoreggiare con le
ragazze nel grano. Se una simile procedura si diffondesse,
probabilmente ci toccherebbe andare a chiedere l'elemosina. Che ne
dite?»
«È vero. Perciò penso che al calzolaio debba capitare per caso
qualcosa di brutto, prima che quel bastardo entri nella leggenda»,
aggiunse Yarpen.
«Se deve capitargli, vuol dire che gli capiterà. Lasciate fare a me»,
affermò Luccio deciso.
«E Ranuncolo scriverà una ballata in cui gli farà un culo cosi e lo
metterà alla berlina. In modo che sia ricoperto di vergogna e
d'infamia nei secoli dei secoli», continuò il nano.
«Avete dimenticato una cosa», disse Geralt. «C'è qualcuno che può
mandare a monte i vostri piani. Che non accetterà nessuna divisione
e nessun accordo. Eyck di Denesle. Ci avete parlato?»
«E di che? Con Eyck è inutile parlare, Geralt. Non s'intende di
affari.» Boholt sistemò con un bastone i ciocchi nel fuoco.
«Mentre ci avvicinavamo al vostro accampamento, lo abbiamo
incontrato. Era inginocchiato sulle pietre in armatura completa e
scrutava il cielo», disse Tre Taccole.
«Lo fa in continuazione. Medita o recita preghiere. Dice di
doverlo fare, perché gli dei gli hanno ordinato di proteggere
l'umanità dal male», aggiunse Pagliuzza.
«Da noi a Crinfrid, quelli come lui li teniamo nella stalla, in
catene, e gli diamo un pezzetto di carbone, allora tracciano strani
disegni sulle pareti», borbottò Boholt. «Ma basta spettegolare del
prossimo, parliamo di affari.»
Una giovane non troppo alta, con indosso un mantello di lana e i
capelli neri raccolti in una reticella, entrò silenziosamente nel cerchio
di luce.
«Che cos'è questa puzza? Non è zolfo, per caso?» chiese Yarpen
Zigrin fingendo di non vederla.
Boholt annusò platealmente, guardando da un'altra parte. «No. È
muschio o qualche altra sostanza aromatica.»
Il nano storse il naso. «Ma no, dev'essere... Ah! È l'illustre signora
Yennefer! Benvenuta, benvenuta.»
La maga girò lentamente lo sguardo sui presenti, trattenendo un
istante gli occhi scintillanti sullo strigo.
Geralt accennò un sorriso.
«Permettete che mi sieda?»
«Ma certamente, nostra benefattrice. Sedete qui, sulla sella. Alza le
chiappe, Kennet, e cedi la sella all'illustre maga.» Boholt fu scosso da
un singhiozzo.
Yennefer si sedette allungando davanti a sé le gambe avvolte
nelle calze nere. «Vi ho sentito parlare di affari. Senza di me?»
«Non abbiamo osato scomodare una persona così importante»,
disse Yarpen Zigrin.
Lei socchiuse gli occhi e girò la testa in direzione del nano. «Tu è
meglio che taccia. È dal primo giorno che mi tratti ostentatamente
come se fossi fatta d'aria, dunque continua a farlo, non disturbarti.
La cosa non disturba neanche me.»
Yarpen sorrise, mostrando i denti irregolari. «Ma che dite, signora.
Che possa essere infestato dalle zecche se non vi tratto meglio
dell'aria. L'aria, per esempio, mi capita di guastarla, cosa che non
oserei fare in nessun caso con voi.»
I «ragazzi» barbuti si misero a ridere sguaiatamente, ma tacquero
all'istante alla vista del chiarore bluastro che a un tratto avvolse la
maga. «Ancora una parola e di te non rimarrà che aria guasta,
Yarpen. E una macchia nera sull'erba.»
Boholt tossicchiò, rompendo il silenzio che era calato. «In effetti...
Taci, Zigrin. Sentiamo cosa ha da dirci Yennefer. Si è appena
lamentata che stavamo parlando di affari senza di lei. Ne deduco che
abbia una proposta da farci. Sentiamo dunque di che si tratta, illustri
signori. Purché non ci proponga di far fuori il drago da sola coi suoi
incantesimi.»
Yennefer alzò la testa. «Cos'è? Lo reputi impossibile, Boholt?»
«Sarà pure possibile, ma svantaggioso per noi, perché in quel caso
esigereste sicuramente la metà del tesoro del drago.»
«Come minimo», confermò la maga in tono gelido.
«Be', vedete da sola che per noi non sarebbe certo un affare. Noi,
signora, siamo dei poveri guerrieri, se ci soffiano il bottino sotto il
naso ci aspetta la fame. Noi viviamo di romice e chenopodio...»
«... a volte, giusto nei giorni di festa, ci capita di mangiare una
marmotta», intervenne Yarpen Zigrin con voce mesta.
«Beviamo acqua sorgiva.» Boholt tracannò un sorso dalla fiasca e
rabbrividì leggermente. «Per noi, signora Yennefer, non c'è via
d'uscita. O rimediare un bottino, o gelare all'addiaccio. Le locande
costano.»
«E anche la birra», aggiunse Luccio.
«E anche le ragazze di facili costumi», disse Pagliuzza trasognato.
Boholt alzò gli occhi al cielo. «Perciò uccideremo noi il drago,
senza bisogno d'incantesimi né del vostro aiuto.»
«Ne sei così sicuro? Ricorda che ci sono dei limiti al possibile,
Boholt.»
«Può darsi, ma io non li ho mai incontrati. Nossignora. Lo ripeto,
uccideremo noi il drago, senza nessun incantesimo.»
«Tanto più che sicuramente anche per chi fa incantesimi ci sono
limiti al possibile che, contrariamente ai nostri, non conosciamo»,
aggiunse Yarpen Zigrin.
«Ci sei arrivato da solo o te l'ha suggerito qualcuno? Non sarà
stata la presenza di uno strigo a infondere una tale tracotanza in
questa pregiata compagnia?» chiese lentamente Yennefer.
Boholt guardò Geralt, che sembrava sonnecchiare, pigramente
disteso su una coperta da cavallo, la testa appoggiata alla sella. «No,
lo strigo non ha niente a che fare con questo. Ascoltate, illustre
Yennefer. Abbiamo fatto una proposta al re, che non ci ha ancora
degnato di una risposta. Siamo pazienti, aspetteremo fino al
mattino. Se il re accetterà l'accordo, continueremo insieme.
Altrimenti ce ne andremo.»
«Anche noi», ringhiò il nano.
«Non scenderemo a compromessi», continuò Boholt.
«Delle due, l'una. Ripetete le nostre parole a Niedamir, signora
Yennefer. E, credetemi, è un accordo conveniente anche per voi e
Dorregaray, sempre che riusciate a intendervi con lui. A noi, badate
bene, non serve la carogna del drago, prendiamo solo la coda. Il
resto sarà tutto vostro, non avrete che da scegliere. Non vi
lesineremo né i denti né il cervello, niente di quanto vi è necessario
per le vostre magie.»
«Certo. La carogna andrà a voi maghi, nessuno ve la porterà via.
A meno che non lo facciano gli avvoltoi», aggiunse Yarpen Zigrin,
ridacchiando.
Yennefer si alzò gettandosi il mantello sulle spalle. «Niedamir non
aspetterà fino al mattino. Accoglie le vostre condizioni fin d'ora.
Nonostante, sappiatelo, il consiglio mio e di Dorregaray.»
«Niedamir dimostra una saggezza che stupisce in un sovrano così
giovane. Per me, signora Yennefer, la saggezza è anche la capacità di
non prestare orecchio ai consigli sciocchi o disonesti», disse a denti
stretti Boholt.
Yarpen Zigrin sbuffò nella barba.
La maga mise le mani sui fianchi. «Cambierete registro quando
domani il drago vi farà a pezzi, vi trapasserà, vi spezzerà le tibie. Mi
leccherete le scarpe e implorerete aiuto. Come al solito. Vi conosco
bene, li conosco bene quelli come voi. Vi conosco fino alla nausea.»
Detto ciò, si girò e si allontanò nelle tenebre senza una parola di
congedo.
«Ai miei tempi, le maghe se ne stavano nelle torri a leggere libri
dotti e a rigirare il mestolo nei crogioli», disse Yarpen Zigrin. «Non
stavano tra i piedi ai guerrieri, non s'immischiavano nei nostri affari.
E non agitavano il sedere davanti agli occhi degli uomini.»
«Un sedere, per essere sinceri, niente male», commentò Ranuncolo
accordando il liuto. «Eh, Geralt? Geralt? Ehi, dov'è finito lo strigo?»
«Che ce ne importa? Se n'è andato. Magari per un bisogno, illustri
signori. Sono affari suoi», borbottò Boholt gettando altra legna nel
fuoco.
«Certo. Vi canto qualcosa?» Il bardo accennò un accordo sul liuto.
Yarpen Zigrin sputò. «Canta pure, maledizione. Ma non credere
che ti dia un solo centesimo per i tuoi belati, Ranuncolo. Qui,
ragazzo mio, non siamo mica alla corte reale.»
«Si vede», disse il trovatore con un cenno del capo.
V

«Yennefer.»
La maga si girò quasi fosse sorpresa, sebbene lo strigo non
dubitasse che lei lo avesse sentito arrivare. Posò a terra un piccolo
mastello di legno, si raddrizzò e si scostò dalla fronte i capelli sfuggiti
alla reticella dorata e che ora le ricadevano sulle spalle in riccioli
ondulati. «Geralt.»
Come al solito, portava due soli colori. I suoi colori: il nero e il
bianco. Capelli neri, lunghe ciglia nere che invitavano a indovinare la
sfumatura degli occhi che nascondevano. Una gonna nera, un corto
giubbetto nero con un colletto di pelliccia bianco. Una camicia
bianca del lino più fine. Al collo un nastro di velluto nero ornato da
una stella di ossidiana tempestata di piccoli diamanti.
«Non sei cambiata affatto.»
Yennefer storse le labbra. «Neanche tu. E in entrambi i casi è
altrettanto normale. O, se preferisci, altrettanto anormale. La tua è
comunque un'osservazione assurda, pur essendo forse un modo
passabile d'iniziare la conversazione. Non credi?»
«Sì.» Geralt annuì e guardò verso la tenda di Niedamir e i fuochi
degli arcieri reali, nascosti dalle sagome scure dei carri. Da un fuoco
più lontano giunse la voce sonora di Ranuncolo che cantava Le stelle
sulla via, una delle sue ballate d'amore più riuscite.
«Bene, strigo, ci siamo lasciati i convenevoli alle spalle. Cos'altro
hai da dirmi? Ti ascolto.»
«Vedi, Yennefer...»
«Vedo, ma non capisco. Perché sei venuto qui, Geralt? Non certo
per il drago, credo. Sotto questo aspetto non dovrebbe essere
cambiato nulla, no?»
«No. Non è cambiato nulla.»
«E allora, domando, perché ti sei unito a noi?»
«Se ti dico che è per te, mi crederai?»
Lo guardava in silenzio, e nei suoi occhi sfavillanti c'era qualcosa
di poco piacevole. «Ti credo, perché no? Agli uomini piace
incontrare le loro vecchie amanti, ravvivare i ricordi. Immaginare
che il trasporto amoroso provato un tempo dia loro una sorta di
diritto di proprietà a vita sulla donna. Ha un effetto positivo sul loro
morale. Non sei un'eccezione. Nonostante tutto.»
Geralt sorrise. «Nonostante tutto hai ragione, Yennefer. La tua
vista ha un effetto meraviglioso sul mio morale. In altre parole, sono
felice di vederti.»
«Tutto qui? Be', allora diciamo che sono felice anch'io. E, dopo
essermi rallegrata, ti auguro la buonanotte. Come vedi, vado a
riposare. Prima ho intenzione di lavarmi, e per farlo ho l'abitudine di
spogliarmi. Dunque vattene, per assicurarmi gentilmente un minimo
di discrezione.»
«Yen...» Allungò una mano verso di lei.
«Non chiamarmi così!» sibilò Yennefer facendo un balzo indietro e
puntando contro di lui le dita, dalle quali si riversarono scintille
azzurre e rosse. «E se mi tocchi ti brucio gli occhi, furfante.»
Lo strigo arretrò.
La maga, lievemente placata, si scostò di nuovo i capelli dalla
fronte e gli si piazzò davanti coi pugni sui fianchi. «Che cosa pensavi,
Geralt? Che avremmo fatto quattro chiacchiere in allegria, che
avremmo ricordato i vecchi tempi? E che magari alla fine della
conversazione saremmo saliti insieme su un carro e avremmo fatto
l'amore stesi su pelli di montone, così, tanto per ravvivare i ricordi?
Eh?»
Geralt, non sapendo se Yennefer si stesse servendo della sua
magia per leggergli nel pensiero o se tirasse a indovinare, taceva con
un sorriso storto sul viso.
«Questi quattro anni non sono trascorsi invano, Geralt. Ormai mi
è passata, ed è unicamente per questo che prima, quando ti ho visto,
non ti ho sputato in faccia. Ma non lasciarti ingannare dalla mia
gentilezza.»
«Yennefer...»
«Taci! Ti ho dato più che a qualsiasi altro uomo, canaglia. Non so
neanch'io perché proprio a te. E tu... Ah, no, caro mio. Io non sono
una puttana e neppure un'elfa incontrata per caso nel bosco, che un
bel mattino si può piantare in asso senza svegliarla e lasciando sul
tavolo un mazzolino di viole. Che si può esporre al pubblico
ludibrio. Attento! Di' una sola parola e te ne pentirai!»
Geralt, che percepiva chiaramente la rabbia di Yennefer, non disse
neppure una parola.
La maga si scostò di nuovo i riccioli ribelli dalla fronte e lo guardò
negli occhi, da vicino. «Ci siamo incontrati, pazienza. Non diamo
spettacolo. Manteniamo la faccia. Fingiamo di essere buoni
conoscenti. Ma non commettere errori, Geralt. Tra te e me non c'è
più niente. Niente, capisci? E devi essere contento, perché significa
che ho abbandonato certi progetti che fino a poco tempo fa avevo
in serbo per te. Ma ciò non significa affatto che ti abbia perdonato.
Non ti perdonerò mai, strigo. Mai.» Si girò di scatto, raccolse il
mastello rovesciando l'acqua e andò dietro un carro.
Geralt scacciò una zanzara che gli ronzava vicino all'orecchio e si
allontanò adagio in direzione del fuoco intorno al quale l'esibizione
di Ranuncolo veniva premiata da rari applausi. Guardò il cielo blu
scuro al di sopra della nera linea dentellata delle montagne. Aveva
voglia di ridere. Non sapeva perché.
VI

«Attenzione laggiù! Occhio! Più vicini alla roccia! Occhio!» gridò


Boholt, seduto a cassetta, girandosi verso la colonna.
I carri avanzavano traballando sui sassi. I guidatori Sprecavano
frustando i cavalli con le redini, piegandosi in avanti, guardandosi
intorno inquieti per controllare se le ruote fossero a distanza
sufficiente dall'orlo del burrone lungo il quale correva la strada
stretta e irregolare. In basso, in fondo all'abisso, il fiume Braa
ribolliva di schiuma bianca tra i massi.
Geralt frenò il cavallo stringendosi alla parete rocciosa ricoperta
di rado muschio marrone e di bianche efflorescenze simili a licheni.
Lasciò che il carro degli Irriducibili lo superasse.
Dalla testa della colonna giunse al galoppo Pagliuzza, che guidava
il corteo insieme con gli esploratori di Holopole. «Bene! Svelti! Più
avanti la strada si allarga!»
Re Niedamir e Gyllenstiern, entrambi a cavallo e scortati da alcuni
arcieri, raggiunsero Geralt. Dietro di loro rimbombavano i carri reali.
Ancora oltre avanzava quello dei nani, guidato da Yarpen Zigrin, che
urlava senza posa.
Niedamir, un adolescente mingherlino e lentigginoso in
pellicciotto bianco, superò lo strigo lanciandogli uno sguardo
borioso, sebbene palesemente annoiato. Gyllenstiern si raddrizzò e
frenò il cavallo. «Permetti, signor strigo?» disse in tono imperioso.
«Vi ascolto.» Geralt diede due colpetti di tallone alla giumenta e si
avviò lentamente a fianco del cancelliere. Era stupito che, con
l'enorme pancia che si ritrovava, Gyllenstiern preferisse stare in sella
piuttosto che viaggiare comodamente su un carro.
«Ieri hai detto che il drago non t'interessa. Dunque cos'è che
t'interessa, signor strigo? Perché vieni con noi?» Gyllenstiern tirò
leggermente le redini ornate di borchie dorate, lasciando che il
mantello turchese gli scivolasse dalle spalle.
«Questo è un paese libero, signor cancelliere.»
«Certo. Ma, in questo corteo, signor Geralt, ognuno deve
conoscere il proprio posto. E il ruolo che deve svolgere,
conformemente alla volontà di re Niedamir. Lo capisci?»
«Di che si tratta, signor Gyllenstiern?»
«Vengo al dunque. Ho sentito dire che ultimamente è difficile
intendersi con voi strighi. Il fatto è che, ogni volta che gli s'indica un
mostro da uccidere, lo strigo, invece di prendere la spada e colpire,
comincia a rimuginare se la cosa sia legittima, se oltrepassi o no i
limiti del possibile, se non sia contraria al codice e se il mostro sia
effettivamente un mostro, come se non si capisse a prima vista. Mi
sembra che abbiate semplicemente cominciato a essere troppo
corretti. Ai miei tempi gli strighi non puzzavano di soldi, ma di pezze
per i piedi. Non discutevano, ma colpivano ciò che veniva loro
indicato, senza badare se fosse un licantropo, un drago o un esattore
delle tasse. L'importante era che facessero bene il proprio lavoro.
Che ne pensi, Geralt?»
«Avete un incarico da affidarmi, Gyllenstiern? Dite pure di che si
tratta. Vedremo. Se invece non l'avete, è un peccato sprecare il fiato,
no?»
«Un incarico? No, non ce l'ho. Qui si tratta di un drago, il che
oltrepassa chiaramente i tuoi limiti del possibile, strigo. Preferisco gli
Irriducibili. Volevo soltanto avvertirti. Avvisarti. Re Niedamir e io
possiamo anche tollerare le bizzarrie degli strighi, che dividono i
mostri in buoni e cattivi, ma non desideriamo sentirne parlare né
tanto meno vederle messe in pratica. Non immischiarti nelle
faccende del re, strigo. E non fraternizzare con Dorregaray.»
«Non sono solito fraternizzare coi maghi. Come vi è venuto in
mente?»
«Dorregaray supera in bizzarrie perfino gli strighi. Non si limita a
dividere i mostri in buoni e cattivi. Li ritiene tutti buoni.»
«Esagera un po'.»
«Senza dubbio. Ma difende le sue idee con sorprendente
ostinazione. A dire il vero, non mi stupirei se gli fosse successo
qualcosa. E poi, il fatto che si sia unito a noi in così strana
compagnia...»
«Non sono un compagno di Dorregaray. E viceversa.»
«Non interrompere. È una strana compagnia. Uno strigo pieno di
scrupoli come una pelliccia di volpe lo è di pulci. Un mago che non
fa che ripetere le frottole dei druidi sull'equilibrio nella natura. Il
taciturno cavaliere Borch Tre Taccole e la sua scorta venuta da
Zerrikania, dove, com'è noto, si fanno sacrifici davanti all'effigie di
un drago. E tutti costoro si uniscono di punto in bianco alla caccia.
Strano, vero?»
«Ve lo concedo.»
«Sappi dunque che i problemi più spinosi trovano sempre, come
dimostra la pratica, le soluzioni più semplici. Non costringermi a
servirmene, strigo.»
«Non capisco.»
«Ma sì che capisci. Grazie della conversazione, Geralt.»
Lo strigo si fermò. Gyllenstiern incitò il cavallo per unirsi a
Niedamir dietro i carri reali. Eyck di Denesle, con indosso una giubba
di pelle chiara trapuntata che mostrava i segni della corazza, gli
passò accanto tirando un cavallo da soma che portava un'armatura,
uno scudo completamente argentato e una lancia possente. Geralt lo
salutò con un cenno della mano, ma il cavaliere errante girò la testa
di lato serrando le labbra sottili e diede un colpo di speroni al
cavallo.
«Non si può certo dire che ti adori. Eh, Geralt?» osservò
Dorregaray avvicinandosi.
«Evidentemente.»
«La concorrenza, non è vero? Voi due fate un mestiere simile.
Solo che Eyck è un idealista, e tu un professionista. Una differenza di
poco conto, soprattutto per chi uccidete.»
«Non paragonatemi a Eyck, Dorregaray. Lo sa il diavolo a chi dei
due rechiate torto con questo paragone, ma non fatelo.»
«Come vuoi. Per me, a dire il vero, siete entrambi ugualmente
ripugnanti.»
«Grazie.»
Il mago diede delle pacche sul collo al cavallo, spaventato dalle
grida di Yarpen e dei suoi nani. «Non ce di che. Per me, strigo,
chiamare l'assassinio 'vocazione' è ripugnante, infame e sciocco. Il
nostro mondo è in equilibrio. L'annientamento, l'uccisione di
qualsiasi creatura che lo popoli turba tale equilibrio. E ciò favorisce
l'annientamento, l'annientamento e la fine del mondo come noi lo
conosciamo.»
«La teoria dei druidi. La conosco. Me l'ha esposta una volta un
vecchio ierofante, ancora a Rivia. Due giorni dopo la nostra
conversazione, è stato sbranato dai ratti mannari. Be', non si è
riscontrata nessuna incrinatura nell'equilibrio.»
Dorregaray gli lanciò un'occhiata indifferente. «Il mondo, ripeto, è
in equilibrio. Un equilibrio naturale. Ogni specie ha i suoi
nemici naturali, ognuna è un nemico naturale per le altre specie. Ciò
riguarda anche gli umani. Lo sterminio dei nemici naturali dell'uomo
cui ti sei dedicato - e che comincia a essere ormai evidente - minaccia
di far degenerare la razza.»
«Sapete, mago, una volta o l'altra passate da una madre il cui
bambino è stato divorato da un basilisco e ditele che deve rallegrarsi,
perché ciò ha contribuito a salvare la razza umana dalla
degenerazione. Vedrete cosa vi risponderà.»
«Una buona argomentazione, strigo. E tu, Dorregaray, attento a
come parli», osservò Yennefer raggiungendoli in sella al suo grande
morello.
«Non sono abituato a nascondere le mie idee.»
Yennefer s'infilò tra loro. Lo strigo notò che la reticella dorata era
stata sostituita da un fazzoletto bianco arrotolato. «Meglio che
cominci a farlo quanto prima, Dorregaray. Soprattutto davanti a
Niedamir e agli Irriducibili, già sospettosi che tu voglia impedire che
il drago venga ucciso. Finché ti limiti a parlare, ti tratteranno come
un pazzo innocuo. Ma, se proverai a intraprendere alcunché, ti
torceranno il collo prima ancora che tu riesca a sospirare.»
Il mago sorrise con aria sprezzante e sdegnosa.
«Inoltre esternando certe idee rovini il prestigio del nostro
mestiere e della nostra vocazione», aggiunse Yennefer.
«Come sarebbe?»
«Puoi riferire le tue teorie a qualsiasi creatura, Dorregaray, a
qualsiasi insetto. Ma non ai draghi. Perché i draghi sono i nemici
naturali - e i peggiori - dell'uomo. Qui non è in gioco la
degenerazione della razza umana, ma la sua perpetuazione. E perché
la perpetuazione sia possibile occorre sbarazzarsi dei nemici, di
coloro che la minacciano.»
«I draghi non sono nemici dell'uomo», intervenne Geralt.
La maga lo guardò e sorrise. Soltanto con le labbra. «Su tale
questione, lascia giudicare noi umani. Tu, strigo, non sei fatto per
giudicare, ma per eseguire i compiti che ti vengono assegnati.»
«Come un golem privo di volontà?»
«Il paragone è tuo, non mio. Comunque è calzante», ribatté la
maga, gelida.
«Yennefer, per una donna della tua istruzione e della tua età dici
delle incredibili sciocchezze», fece Dorregaray. «Perché hai promosso
proprio i draghi a principali nemici degli uomini? Perché non altre
creature cento volte più pericolose, che hanno sulla coscienza vittime
cento volte più numerose dei draghi? Perché non i lupi?»
«Te lo dico subito. La superiorità dell'uomo sulle altre razze e
specie - insieme col posto che gli compete nella natura, il suo spazio
vitale - potrà affermarsi solo quando verrà definitivamente eliminato
il nomadismo, lo spostarsi da un luogo all'altro alla ricerca di
nutrimento secondo il calendario delle stagioni. In caso contrario,
non si raggiungerà il dovuto ritmo di riproduzione: i piccoli degli
umani impiegano troppo tempo a diventare autonomi e solo al
sicuro dietro le mura di una città o di una fortezza una donna può
partorire col giusto ritmo, cioè una volta all'anno. La fecondità,
Dorregaray, è sviluppo, è la condizione per perpetuarsi e dominare.
E qui veniamo ai draghi. Solo il drago, nessun altro mostro, può
minacciare una città o una fortezza. Se i draghi non saranno
sterminati, gli umani si disperderanno invece di unirsi, perché le
fiamme di un drago in un insediamento fittamente costruito sono un
incubo, provocano centinaia di vittime, terribili stragi. Perciò i draghi
devono essere sterminati dal primo all'ultimo, Dorregaray.»
Il mago la guardò con uno strano sorriso sulle labbra. «Sai,
Yennefer, non vorrei vivere fino al momento in cui si realizzerà la
tua idea sul dominio dell'uomo e i tuoi simili occuperanno il posto a
loro dovuto nella natura. Per fortuna ciò non avverrà mai. Prima
che ciò si verifichi, vi massacrerete a vicenda, vi avvelenerete,
creperete per la febbre petecchiale e per il tifo, perché sono la
sporcizia e i pidocchi, e non i draghi, a minacciare le vostre
magnifiche città, dove le donne partoriscono ogni anno, ma solo un
neonato su dieci vive più di dieci giorni. Sì, Yennefer, fecondità,
fecondità e ancora fecondità. Dedicati a mettere al mondo i
bambini, è una funzione più naturale per te. Ti occuperà il tempo
che attualmente perdi a inventare sciocchezze. Addio.» Poi lanciò il
cavallo al galoppo e si diresse verso la testa della colonna.
Geralt, dopo aver lanciato un'occhiata al viso di Yennefer, che era
pallido e stravolto dalla rabbia, lo compatì in anticipo. La situazione
gli era chiara. Come quasi tutte le maghe, Yennefer era sterile ma, a
differenza della maggior parte di esse, ciò la faceva soffrire e,
quando le veniva ricordato, reagiva con autentico furore.
Dorregaray senza dubbio lo sapeva. Quello che probabilmente non
sapeva era quanto lei fosse vendicativa. «Si attirerà dei guai. Oh, sì.
Attento, Geralt. Non credere che ti difenderò, se succederà qualcosa
e non mostrerai giudizio.»
Geralt sorrise. «Non temere. Noi, strighi e golem senza volontà,
agiamo sempre con giudizio. Infatti i limiti del possibile entro i quali
dobbiamo muoverci sono tracciati in maniera inequivocabile e
chiara.»
Yennefer, tuttora pallida, lo fissò. «Guarda guarda. Ti sei espresso
come una fanciulla cui si rinfacci la mancanza di virtù. Sei uno strigo,
non puoi cambiare la realtà. La tua vocazione...»
«Piantala con questa vocazione, Yen, comincia a venirmi la
nausea.»
«Ti ho già detto di non chiamarmi così. E le tue nausee
m'interessano poco. Come tutte le altre reazioni del limitato
ventaglio di uno strigo.»
«Ciò non toglie che ne vedrai qualcuna, se non la smetterai di
dispensarmi storie con sublimi morali sulla lotta per il bene degli
umani. E sui draghi, i loro terribili nemici. Ne so più di te.»
Yennefer socchiuse gli occhi. «Ah, sì? E che cosa sai, strigo?»
Geralt ignorò il brusco tremito ammonitore del medaglione che
portava al collo. «Se non altro che, se i draghi non avessero dei
tesori, non se ne interesserebbe neppure un cane con una zampa
zoppa, e men che meno i maghi. È curioso come intorno a ogni
caccia a un drago ronzi sempre un mago legato a doppio filo alla
Gilda dei Gioiellieri. Come te. Poi, quando sul mercato dovrebbero
affluire gemme a profusione, chissà come ciò non succede e il loro
prezzo non cala. Dunque non venirmi a parlare di vocazione e di
lotta per la perpetuazione della razza. Ti conosco troppo bene e da
troppo tempo.»
«'Da troppo tempo'», ripeté lei storcendo le labbra con aria
malevola. «Purtroppo. Ma non pensare di conoscermi bene, figlio di
cagna. Maledizione, che stupida sono stata... Ah, va' al diavolo! Non
sopporto più la tua vista!» Lanciò il suo morello al galoppo verso la
testa del convoglio.
Lo strigo frenò il cavallo e lasciò passare il carro dei nani, che
urlavano e imprecavano suonando pifferi d'osso. Tra loro c'era
anche Ranuncolo, che strimpellava il liuto stravaccato su alcuni
sacchi di avena.
«Ehi! C'è qualcosa di nero sulla strada! Curioso, no? Sembra una
giumenta!» gridò Yarpen Zigrin seduto a cassetta, indicando
Yennefer.
Ranuncolo si fece scivolare il cappelluccio color prugna sulla nuca.
«È una giumenta, senza dubbio! In groppa a un castrone!
Incredibile!»
Le barbe dei ragazzi di Yarpen tremarono, scosse da una risata
corale. Yennefer finse di non sentire.
Geralt cedette il passo anche agli arcieri a cavallo di Niedamir.
Dietro di loro, a un certa distanza, avanzava lentamente Borch,
seguito a ruota dalle zerrikaniane, che costituivano la retroguardia
della colonna. Geralt aspettò che si avvicinassero e si affiancò a
Borch. Procedettero in silenzio.
«Strigo, voglio farti una domanda», disse a un tratto Tre Taccole.
«Dimmi pure.»
«Perché non torni sui tuoi passi?»
Lo strigo lo fissò per un istante senza parlare. «Vuoi proprio
saperlo?»
«Sì», rispose Tre Taccole girando il viso verso di lui.
«Rimango qui perché sono un golem senza volontà. Perché sono
un fascio di stoppie che il vento sospinge lungo la strada. Dove devo
andare, dimmi? E a che prò? Qui almeno c'è una compagnia di
persone con cui parlare. Che non interrompono la conversazione
quando mi avvicino. Che, se non mi amano, me lo dicono in faccia,
non mi tirano sassi da dietro gli steccati. Le seguo per lo stesso
motivo per cui ho seguito te alla locanda degli zatterieri. Perché
tutto mi è indifferente. Non ho un posto dove andare. Non c'è uno
scopo alla fine del mio cammino.»
Tre Taccole si schiarì la gola. «Alla fine di ogni cammino c'è uno
scopo. Ce l'hanno tutti. Perfino tu, anche se credi di essere diverso.»
«Adesso ti faccio io una domanda.»
«Avanti.»
«Tu hai uno scopo alla fine del cammino?»
«Sì.»
«Sei fortunato.»
«La fortuna non c'entra, Geralt. C'entra in cosa credi e a cosa ti
consacri. Nessuno dovrebbe saperlo meglio di... di uno strigo.»
Geralt sospirò. «Oggi non faccio che sentir parlare di vocazione.
La vocazione di Niedamir è impadronirsi di Malleore. La vocazione
di Eyck di Denesle è proteggere la gente dai draghi, mentre
Dorregaray si sente chiamato a qualcosa di completamente opposto.
Yennefer, a causa di certi cambiamenti subiti dal suo organismo, non
può esaudire la sua vocazione ed è in tremende angustie.
Maledizione, solo gli Irriducibili e i nani non sentono nessuna
vocazione, se non quella di riempirsi le tasche. Forse per questo sono
così attratto da loro?»
«Non sei attratto da loro, Geralt di Rivia. Non sono cieco né
stupido. Non è il suono dei loro nomi che ti ha fatto tirare fuori la
borsa sul ponte. Credo...»
«Nessuno ti ha pregato di credere qualcosa», disse lo strigo senza
ira.
«Scusami.
«Non devi scusarti.»
Frenarono i cavalli appena in tempo per non andare a sbattere
contro la colonna di arcieri di Caingorn, che si era arrestata
all'improvviso.
Geralt si mise in piedi sulle staffe. «Che cosa è successo? Perché ci
siamo fermati?»
«Non lo so.» Borch girò la testa.
Vea, il viso stranamente contratto, pronunciò svelta alcune
parole.
«Faccio un salto alla testa della colonna. Per controllare», disse lo
strigo.
«Resta.»
«Perché?»
Tre Taccole rimase un po' in silenzio con lo sguardo a terra.
«Perché?» ripeté Geralt.
«Va'. Forse è meglio così», rispose Borch.
«Che cosa è meglio così?»
«Va'.»
Il ponte che univa i due bordi del precipizio sembrava solido,
costruito com'era con grosse travi di pino e sorretto da un sostegno
quadrangolare sul quale la corrente s'infrangeva scrosciando in
lunghi schizzi di schiuma.
«Ehi, Pagliuzza! Perché ti sei fermato?» urlò Boholt accostando il
carro.
«Come faccio a sapere in che stato è il ponte?»
Gyllenstiern si avvicinò. «Perché passare di qua? Non mi va di far
avanzare i carri su questa passerella. Ehi, calzolaio, perché ci conduci
di qua e non lungo la strada? Anche quella prosegue verso ovest,
no?»
L'eroico avvelenatore di Holopole si avvicinò, togliendosi il
berretto di pelle di montone. L'aderente piastrone di foggia antica -
senza dubbio dell'epoca di re Sambuk - che indossava sopra la tunica
di tela grezza gli conferiva un aspetto assai comico. «Di qua la strada
è più breve, maestà», disse non al cancelliere, ma direttamente a
Niedamir, il cui volto continuava a esprimere una noia addirittura
dolorosa.
«Come sarebbe?» chiese Gyllenstiern corrugando il viso.
Niedamir non degnò il calzolaio della minima attenzione.
Mangiacapre indicò le tre cime frastagliate che dominavano il
paesaggio. «Quelle sono Kiava, Roccia Desolata e Dente di Corsiero.
La strada porta alle rovine della vecchia fortezza e gira intorno a
Kiava da nord, alle spalle delle sorgenti del fiume. Grazie al ponte
accorceremo il cammino. Procedendo lungo il burrone, giungeremo
a una pianura tra le montagne. Se là non troveremo tracce del
drago, continueremo verso est, cercheremo nelle forre. Ancora più a
oriente ci sono degli alpeggi pianeggianti e una strada diritta che
conduce a Caingorn, ai vostri domini, sire.»
«Dove hai preso tante informazioni su queste montagne,
Mangiacapre? Dalle forme per le scarpe?» chiese Boholt.
«Nossignore. Qui da giovane pascolavo le pecore.»
Boholt, a cassetta, si sollevò e guardò in basso, verso il fiume
coperto di schiuma. «E il ponte regge? Il precipizio sarà profondo
quaranta tese.»
«Regge, signore.»
«Cosa ci fa un ponte in un territorio così selvaggio?»
«E stato costruito dai troll in tempi remoti», rispose Mangiacapre.
«Chi passava di qui doveva pagare loro un pedaggio salato. Ma,
siccome passava poca gente, i troll hanno fatto armi e bagagli. Il
ponte però è rimasto.»
«Lo ripeto, abbiamo carri con equipaggiamenti e foraggio,
potremmo rimanere bloccati in quei luoghi impervi. Non è meglio
seguire la strada?» Gyllenstiern era davvero arrabbiato.
«Si può anche seguire la strada. Ma il re ha detto che ha fretta di
raggiungere il drago, che è impaziente di trovarlo, che non vede
l'oro.»
«L'ora», lo corresse il cancelliere.
«Vada per l'ora», convenne Mangiacapre. «Col ponte comunque il
cammino è più breve.»
«Dunque muoviamoci, Mangiacapre. Avanzate, tu e la tua truppa.
Noi abbiamo l'abitudine di mandare avanti i più valorosi», dichiarò
Boholt.
«Non più di un carro alla volta», avverti Gyllenstiern.
Boholt frustò il cavallo e il carro si avviò rimbombando sulle travi
del ponte. «Bene. Seguici, Pagliuzza! Attento che le ruote avanzino
dritte!»
Geralt frenò il cavallo: gli bloccavano la strada gli arcieri di
Niedamir, affollati davanti all'imboccatura di pietra del ponte con le
loro giubbe purpureo-dorate.
La giumenta dello strigo sbuffò.
La terra tremò. Le montagne si scossero, il bordo dentellato della
parete rocciosa si dissolse all'improvviso sullo sfondo del cielo,
mentre la parete stessa emetteva un rimbombo sordo.
«Attenzione laggiù!» gridò Boholt, che aveva già oltrepassato il
ponte.
Le prime pietre, ancora piccole, cominciarono a scivolare con un
brusio e a rimbalzare sul pendio squassato dalle scosse. Geralt vide
un tratto di strada aprirsi in una nera fenditura che si allargava con
spaventosa rapidità, staccarsi e volare giù nel precipizio con un
fragore assordante.
«In sella! Maestà! Per l'altra strada!» gridò Gyllenstiern.
Niedamir, la testa affondata nella criniera del cavallo, si precipitò
sul ponte, seguito da Gyllenstiern e da alcuni arcieri. Poi fu la volta
del carro del re, su cui sventolava la bandiera col grifone.
«È una frana! Via dalla strada!» Yarpen Zigrin frustò il cavallo e
superò il secondo carro di Niedamir urtando gli arcieri. «Via dalla
strada, strigo! Via dalla strada!»
Accanto al carro dei nani, passò al galoppo Eyck di Denesle, dritto
in sella. Non fosse stato per il viso mortalmente pallido e per la
bocca serrata in una smorfia tremante, si sarebbe potuto credere che
il cavaliere errante non si accorgesse nemmeno dei massi e delle
pietre che cadevano sulla strada. Alle loro spalle, dal gruppo degli
arcieri si levò un grido selvaggio, i cavalli nitrirono.
Geralt diede uno strattone alle redini e spronò il cavallo. Davanti
a lui, la terra ribolliva dei massi che volavano dall'alto. Il carro dei
nani rimbombò con fracasso sulle pietre poi, appena prima del
ponte, sobbalzò e si adagiò di schianto su un fianco, sull'asse
spezzato. La ruota rimbalzò sul parapetto e volò giù, nei gorghi.
La giumenta dello strigo, colpita da frammenti appuntiti di roccia,
s'impennò. Geralt voleva saltare giù, ma il fermaglio di uno stivale
gli rimase impigliato nella staffa e lui cadde di fianco. La giumenta
nitrì e partì al galoppo verso il ponte che ondeggiava sul precipizio,
sul quale già correvano i nani urlando e imprecando.
«Più svelto, Geralt!» gridò Ranuncolo.
«Salta su, strigo!» Dorregaray si agitò in sella per trattenere il
cavallo imbizzarrito.
Alle loro spalle, tutta la strada sprofondava nella nuvola di
polvere sollevata dai massi che volavano e fracassavano i carri di
Niedamir. Lo strigo si aggrappò con le dita alle cinghie delle bisacce
agganciate dietro la sella del mago. Sentì un urlo.
Yennefer cadde insieme col cavallo, rotolò di fianco, lontano
dagli zoccoli che scalciavano all'impazzata, e piombò a terra,
riparandosi la testa con le mani. Lo strigo mollò la sella e corse verso
di lei, tuffandosi nella pioggia di pietre e scavalcando i crepacci che
gli si aprivano sotto i piedi. Yennefer, ferita al braccio, si mise in
ginocchio. Aveva gli occhi sbarrati, da un sopracciglio tagliato le
colava un rivolo di sangue che raggiungeva già il lobo dell'orecchio.
«Alzati, Yen!»
«Geralt! Attento!»
Un enorme blocco di roccia piatto che precipitava stridendo
lungo la parete del dirupo si dirigeva dritto su di loro. Geralt si
lanciò sulla maga per proteggerla. In quel preciso istante, il blocco
esplose, frantumandosi in miliardi di frammenti appuntiti che
ricaddero su di loro come pungiglioni di vespe.
«Più svelto!» gridò Dorregaray, mentre il suo cavallo sembrava
danzare. Poi, agitando la bacchetta magica, ridusse in polvere gli altri
massi che scivolavano giù dal dirupo. «Sul ponte, strigo!»
Yennefer agitò la mano e gridò qualcosa d'incomprensibile. Le
pietre, entrando in contatto con la volta azzurrina spuntata
all'improvviso sopra le loro teste, scomparvero come gocce d'acqua
che cadano su una lamiera arroventata. «Sul ponte, Geralt! Stammi
vicino!»
Si misero a correre inseguendo Dorregaray e alcuni arcieri
appiedati. Il ponte ondeggiava e tremava, le travi si piegavano da
tutte le parti scaraventandoli da un parapetto all'altro.
«Più svelti!»
Il ponte all'improvviso cedette. Con uno schianto penetrante, la
metà che avevano già superato si staccò e si schiantò nel precipizio
insieme col carro dei nani, che si fracassò sugli speroni di pietra
mentre i cavalli nitrivano all'impazzata. La parte su cui si trovavano
reggeva, ma a un tratto Geralt capì che stavano ormai correndo in
salita su una superficie sempre più ripida. Yennefer imprecò.
«Giù, Yen! Reggiti!»
Il resto del ponte stridette, cigolò e si abbassò come un piano
inclinato. La maga e lo strigo si attaccarono alle fessure fra le travi.
Yennefer non si resse. Lanciò un acuto grido da fanciulla e precipitò.
Tenendosi con una mano sola, Geralt estrasse il pugnale e lo
conficcò fra le travi, quindi agguantò l'impugnatura con tutte e due
le mani. I suoi gomiti scricchiolarono quando Yennefer si aggrappò,
rimanendo sospesa alla cinghia e al fodero della spada che lo strigo
portava sulla schiena. Il ponte s'inclinò ulteriormente, quasi in
verticale.
«Yen... Fa' qualcosa... Maledizione, lancia una formula magica!»
gemette lo strigo.
«E come? Sto qui appesa!»
«Libera una mano!»
«Non posso...»
«Ehi! Vi tenete? Ehi!» urlò Ranuncolo dall'alto.
Geralt non ritenne opportuno rispondere.
«Datemi una corda! Presto, accidenti!» strillò Ranuncolo.
Accanto al trovatore comparvero gli Irriducibili, i nani e
Gyllenstiern.
Geralt sentì le parole sommesse di Boholt: «Aspetta, cantore. Tra
non molto la maga cadrà. Allora tireremo su lo strigo».
Yennefer sibilò come una serpe dimenandosi sulla schiena di
Geralt.
«Yen? Riesci a trovare un appiglio? Coi piedi? Puoi fare qualcosa
coi piedi?»
«Sì, dibattermi!»
Geralt abbassò lo sguardo sul fiume che ribolliva tra i massi
appuntiti, contro i quali urtavano alcune travi del ponte, un cavallo
e un cadavere con gli sgargianti colori di Caingorn. Dietro i massi, in
un trasparente abisso smeraldino, lo strigo scorse i corpi affusolati di
grosse trote che si muovevano pigri nella corrente. «Ti tieni, Yen?»
«Ancora un po'... sì...»
«Tirati su. Devi aggrapparti...»
«No... non ce la faccio...»
«Datemi una corda! Cos'è, vi siete rimbecilliti? Cadranno tutti e
due!» urlò Ranuncolo.
«Non sarebbe meglio?» si chiese Gyllenstiern, tenendosi in
disparte.
Il ponte scricchiolò e cedette ancora di più.
Geralt cominciò a perdere la sensibilità delle dita, serrate intorno
al manico del pugnale. «Yen...»
«Chiudi il becco... e smettila di agitarti...»
«Yen?»
«Non chiamarmi così...»
«Ti reggi forte?»
«No», rispose lei in tono gelido. Non si dibatteva più, gli pendeva
dalla schiena come un peso morto, inerte.
«Yen?»
«Chiudi il becco.»
«Yen. Perdonami.»
«No. Mai.»
Qualcosa strisciò giù lungo le travi. Velocemente. Come un
serpente.
Una corda che emanava un chiarore freddo, curvandosi e
contorcendosi quasi fosse viva, trovò tastoni il collo di Geralt, gli
s'infilò sotto le ascelle, si strinse in un nodo lento. Sotto di lui, la
maga gemette prendendo aria. Lo strigo era sicuro che fosse
scoppiata in singhiozzi. Si sbagliava.
«Attenzione! Vi tiriamo su! Luccio! Kennet! Issateli! Tirate!» gridò
Ranuncolo dall'alto.
Uno strattone, poi la pressione dolorosa, soffocante, della corda
tesa. Yennefer respirava a fatica. Salirono in fretta, strusciando con la
pancia contro le travi ruvide.
Una volta in alto, Yennefer fu la prima a mettersi in piedi.
VII

«Di tutto il convoglio abbiamo salvato un solo carro, maestà,


senza contare quello degli Irriducibili», disse Gyllenstiern. «Della
scorta sono rimasti sette arcieri. Dall'altra parte del precipizio la
strada è scomparsa, non restano che un mucchio di detriti rocciosi e
una parete liscia, da quanto permette di vedere la curva. Non
sappiamo se si sia salvato qualcuno di coloro che sono rimasti di là
del ponte al momento del crollo.»
Niedamir non rispose.
Eyck di Denesle si mise sull'attenti davanti al re, fissandolo con
occhi scintillanti, febbrili. Sollevò le braccia. «Siamo perseguitati
dall'ira degli dei. Abbiamo peccato, re Niedamir. Questa era una
spedizione santa, una spedizione contro il male. Perché il drago
rappresenta il male, sì, ogni drago è l'incarnazione del male. Io non
passo con indifferenza accanto al male, io lo schiaccio sotto il
calcagno... Lo anniento. Sì, come ordinano gli dei e il Libro Santo.»
«Che frottole va dicendo?» Boholt aggrottò la fronte.
«Non lo so. Non ho capito nemmeno una parola», rispose Geralt
mentre sistemava i finimenti della giumenta.
«State zitti. Sto cercando di memorizzarle, magari mi torneranno
utili quando cercherò delle rime», disse Ranuncolo.
Eyck ormai urlava. «Il Libro Santo dice che dall'abisso affiorerà un
serpente, un drago ripugnante con sette teste e dieci corna! E avrà in
groppa una donna con indosso vesti purpuree e scarlatte, con in
mano una coppa dorata e il marchio della dissolutezza sulla fronte!»
«La conosco! È Cilia, la moglie del capovillaggio Sommerhalder!»
esclamò Ranuncolo.
«Chetati, signor poeta. E voi, cavaliere di Denesle, siate più
esplicito, di grazia», disse Gyllenstiern.
«Il male, maestà, va affrontato con cuore e coscienza, a testa alta!
E qui chi vediamo? Nani, che nascono nelle tenebre e adorano
oscure potenze! Maghi blasfemi che si arrogano diritti, forze e
privilegi divini! Uno strigo, che è un mutante disgustoso, una
creatura maledetta, contro natura. E vi stupite che la punizione si sia
abbattuta su di noi? Re Niedamir! Abbiamo raggiunto i limiti del
possibile! Non mettiamo alla prova la benevolenza divina. V'invito,
maestà, a ripulire le nostre file da questa sozzura, prima che...»
«E su di me neppure una parola. Neppure una parolina sui poeti.
Nonostante tutti i miei sforzi», intervenne in tono lamentoso
Ranuncolo.
Geralt sorrise a Yarpen Zigrin, che accarezzava la lama dell'ascia
fissata alla cintura con un lento movimento della mano. Il nano,
divertito, digrignò i denti. Yennefer si girò ostentatamente, dando a
vedere che la gonna strappata fino alla coscia la affliggeva più delle
parole di Eyck.
«Abbiamo esagerato un po', signor Eyck», disse Dorregaray in
tono brusco. «Ma senza dubbio per nobili motivi. Considero
assolutamente fuori luogo che ci mettiate a parte del vostro giudizio
su maghi, nani e strighi. Anche se credo che ci siamo tutti abituati a
tali opinioni, che non sono né gentili né cavalleresche, signor Eyck. E
del tutto incomprensibili, dato che voi e nessun altro avete gettato la
corda magica allo strigo e alla maga. Da quanto dite si evince che
avreste dovuto piuttosto pregare che cadessero.»
«Accidenti. È stato lui a dare la corda? Eyck? Non Dorregaray?»
sussurrò Geralt a Ranuncolo.
«No. In effetti, è stato lui», borbottò il bardo.
Geralt scosse la testa, incredulo.
Yennefer imprecò sottovoce e si raddrizzò. «Cavaliere Eyck, ma
come? Sono una sozzura e mi salvate la vita?» disse con un sorriso
che tutti, tranne Geralt, avrebbero potuto ritenere cordiale e
benevolo.
Lui fece un rigido inchino. «Siete una dama, signora Yennefer. E il
vostro viso bello e sincero induce a credere che prima o poi
rinnegherete la magia.» Boholt sbuffò.
«Vi ringrazio, cavaliere. E vi ringrazia anche lo strigo. Ringrazialo,
Geralt.»
«Manco morto», replicò lo strigo con una sincerità disarmante, e
sospirò. «E di cosa poi? Sono uno sporco mutante, e il mio brutto
viso non lascia prevedere nessuna speranza di redenzione. Il
cavaliere Eyck mi ha tirato su dal precipizio senza volerlo, solo
perché la bella dama era aggrappata a me con tutte le sue forze. Se
fossi stato penzoloni sull'abisso da solo, non avrebbe mosso un dito.
Non mi sbaglio, vero, cavaliere?»
«Ti sbagli, signor Geralt. Non rifiuto il mio aiuto a chiunque si
trovi in difficoltà. Neppure a uno strigo», ribatté con calma il
cavaliere errante.
«Ringrazia, Geralt. E chiedi scusa», disse la maga in tono aspro. «In
caso contrario, confermerai che, almeno nei tuoi confronti, Eyck
aveva visto giusto. Non sai convivere con la gente. Perché sei
diverso. La tua partecipazione a questa spedizione è un errore. Ti ha
portato qui un fine assurdo. Il buonsenso vuole che tu ci lasci. Credo
che tu lo abbia già capito da solo. In caso contrario, è giunto il
momento che lo capisca.»
«Di che fine parlate, signora?» intervenne Gyllenstiern.
La maga lo guardò senza rispondere. Ranuncolo e Yasper Zigrin si
scambiarono un sorriso eloquente, facendo però in modo che la
maga non lo scorgesse.
Lo strigo guardò Yennefer negli occhi. Erano gelidi. Poi chinò la
testa. «Mi scuso e ringrazio, cavaliere di Denesle. Ringrazio tutti i
presenti. Per il pronto salvataggio effettuato senza starci neanche a
pensare. Mentre ero appeso, vi ho sentito precipitarvi l'uno dopo
l'altro in nostro aiuto. Prego tutti i presenti di scusarmi, a eccezione
della nobile Yennefer, che ringrazio senza chiedere nulla. Addio. La
sozzura lascia la compagnia di sua spontanea volontà. Perché la
sozzura ne ha abbastanza di voi. Addio, Ranuncolo.»
«Un momento, Geralt!» gridò Boholt. «Non fare i capricci come
una giovinetta, non fare di un fuscello una trave. Al diavolo...»
«Genteeee!» Mangiacapre accorse dall'imbocco del burrone
insieme con alcuni membri della milizia di Holopole che erano stati
mandati in avanscoperta.
«Che c'è? Perché urla tanto?» Luccio sollevò la testa.
«Gente... illustri... signori...» disse il calzolaio ansando.
«Sputa l'osso, amico», lo esortò Gyllenstiern infilando i pollici nella
cintura dorata.
«Il drago! Laggiù, il drago!»
«Dove?»
«Oltre il burrone... Su un terreno piano... Signore, lui...»
«A cavallo!» ordinò Gyllenstiern.
«Luccio! Sul carro! Pagliuzza, monta a cavallo e seguimi!» gridò
Boholt.
«Di gran carriera, ragazzi! Di gran carriera, maledizione!» urlò
Yarpen Zigrin.
Ranuncolo si gettò il liuto in spalla. «Ehi, aspettate! Geralt!
Prendimi a cavallo!»
«Monta su!»
Il burrone terminava con un accumulo di rocce chiare disposte in
un cerchio irregolare. Dietro di esse il terreno digradava lievemente
in un alpeggio erboso ondulato, chiuso su ogni lato da pareti
calcaree disseminate di migliaia di aperture. Vi confluivano tre stretti
canyon, sbocchi di torrenti prosciugati.
Boholt, arrivato per primo al galoppo alla barriera di massi,
fermò all'improvviso il cavallo e si alzò sulle staffe. «Ah, peste! Ah,
peste gialla. Non può... non può essere!»
«Che cosa?» chiese Dorregaray.
Yennefer, saltata giù dal carro degli Irriducibili per avvicinarsi a
lui, si appoggiò alla barriera rocciosa, guardò, arretrò, si strofinò gli
occhi.
«Cos'è? Che cosa c'è, Boholt?» Ranuncolo fece capolino al di sopra
delle spalle di Geralt.
«Il drago... è dorato.»
La creatura era seduta a meno di cento passi dall'imbocco del
burrone da cui erano sbucati, sulla strada verso il canyon che
conduceva a nord, su una bassa altura oblunga. Il lungo collo snello
era piegato a formare un arco regolare, la testa china sul petto
bombato, la coda avvolta intorno alle zampe anteriori.
C'era nella creatura, nella posizione in cui sedeva, una grazia
inesprimibile, un qualcosa di felino, qualcosa che negava la sua
evidente natura di rettile. Innegabilmente di rettile. Il drago era
infatti ricoperto di squame che scintillavano con un abbagliante
sfavillio d'oro chiaro, giallo. Perché la creatura era dorata, dalla
punta degli artigli conficcati in terra all'estremità della lunga coda,
che si muoveva leggermente tra i cardi che ricoprivano l'altura.
Guardandoli coi grandi occhi aurei, il drago spiegò le ampie ali
dorate da pipistrello e rimase immobile, facendosi ammirare.
«Un drago dorato... È impossibile... Una leggenda vivente!»
sussurrò Dorregaray.
Luccio sputò. «Non esistono i draghi dorati, accidenti. So quello
che dico.»
«E allora cos'è quello seduto sull'altura?» chiese Ranuncolo in tono
pratico. «Un imbroglio.»
«Un'illusione.»
«Non è un'illusione», disse Yennefer. «È un drago dorato. Un
drago dorato in carne e ossa», confermò Gyllenstiern.
«I draghi dorati esistono solo nelle leggende!»
«Smettetela», intervenne Boholt. «Non è il caso di scaldarsi.
Qualunque babbeo vede che è un drago dorato. E che differenza c'è,
illustri signori, tra un drago dorato, bluastro, color merda o a
quadretti? Non è grande, lo faremo fuori in un baleno. Pagliuzza,
Luccio, scaricate il carro, tirate fuori l'attrezzatura. Per me non fa
nessuna differenza che sia dorato o no.»
«La differenza c'è, Boholt», disse Pagliuzza. «E fondamentale. Non
è il drago cui diamo la caccia. Quello avvelenato fuori Holopole,
che se ne sta in una grotta seduto su gemme e pietre preziose.
Questo è seduto soltanto sul suo culo. Cosa diavolo ce ne facciamo?»
«Questo drago è dorato, Kennet! Ne hai mai visto uno così? Ma
non capisci? Per la sua pelle riceveremo più di quanto non
ricaveremmo da un banale tesoro», ringhiò Yarpen Zigrin.
«E senza rovinare il mercato delle pietre preziose», aggiunse
Yennefer con un sorriso sgradevole. «Yarpen ha ragione. L'accordo è
tuttora valido. C'è comunque qualcosa da spartirsi, no?»
«Ehi, Boholt», urlò Luccio dal carro mentre frugava
rumorosamente tra l'attrezzatura. «Con cosa ci proteggiamo, noi e i
cavalli? Che cosa può sputare il rettile dorato, eh? Fuoco? Acido?
Vapore?»
«Lo sa il diavolo, illustri signori. Ehi, mago! Le leggende sui draghi
dorati dicono anche come ucciderli?» domandò Boholt preoccupato.
«Come ucciderli? Al solito modo! Non c'è da stare tanto a
pensare, portate subito un animale. Riempiamolo di qualcosa di
velenoso e lanciamolo al rettile, che crepi», gridò all'improvviso
Mangiacapre.
Dorregaray guardò il calzolaio di traverso, Boholt sputò,
Ranuncolo girò la testa con una smorfia di disgusto. Yarpen Zigrin
sorrise in modo lascivo, mettendosi le mani sui fianchi.
«Cosa avete da guardare? Al lavoro, bisogna decidere di cosa
riempire l'esca, in modo che il rettile crepi al più presto. Dev'essere
qualcosa di terribilmente velenoso, tossico o marcio», continuò
Mangiacapre.
«Qualcosa di velenoso, schifoso e puzzolente... Sai una cosa,
Mangiacapre? A conti fatti quel qualcosa sei tu», intervenne di nuovo
il nano, senza smettere di sorridere.
«E cioè?»
«Una merda. Allontanati da qui, guastascarpe, che i miei occhi
non si posino su di te.»
Boholt si avvicinò al mago. «Signor Dorregaray, mostratevi utile.
Ricordate leggende e miti. Cosa sapete sui draghi dorati?»
Il mago sorrise, raddrizzandosi in maniera boriosa. «Cosa so sui
draghi dorati, chiedi? Poco, ma quanto basta.»
«Dunque sentiamo.»
«Sentite attentamente. Davanti a noi c'è un drago dorato. Una
leggenda vivente, forse in assoluto l'ultima creatura del suo genere
che si sia salvata dalla vostra follia assassina. Non si uccidono le
leggende. Io, Dorregaray, non vi permetterò di toccare quel drago.
Intesi? Potete fare armi e bagagli, legare le bisacce alla sella e tornare
alla vostre case.»
Geralt era convinto che sarebbe scoppiato un putiferio. Si
sbagliava.
Il silenzio fu interrotto dalla voce di Gyllenstiern: «Illustre mago,
badate a cosa dite e a chi. Re Niedamir può ordinare a voi,
Dorregaray, di legare le bisacce alla sella e di andarvene al diavolo.
Ma non viceversa. Chiaro?»
«No. Non lo è. Perché io sono Mastro Dorregaray e non prendo
ordini da qualcuno che regna su un territorio visibile dall'alto della
palizzata di una fortezza schifosa, sporca e smerdata. Sapete, signor
Gyllenstiern, che mi basta pronunciare una formula magica e agitare
la mano per trasformare voi in sterco di vacca e quel marmocchio
del vostro re in qualcosa d'indicibilmente peggiore? Chiaro?»
Gyllenstiern non fece in tempo a rispondere perché Boholt afferrò
Dorregaray per un braccio e lo costrinse a guardarlo in faccia. Luccio
e Pagliuzza scivolarono silenziosi e cupi alle sue spalle.
«State un po' a sentire, signor mago», disse piano il gigantesco
Irriducibile. «Prima che cominciate a muovere la mano, ascoltate.
Potrei spiegarvi con tutta calma, illustre signore, che cosa me ne
faccio dei vostri divieti, delle vostre leggende e delle vostre stupide
chiacchiere. Ma non ne ho voglia. Dunque vi basti questo come
risposta.» Si schiarì la voce, si portò un dito al naso e se lo soffiò da
distanza ravvicinata, lasciando cadere il moccio sulla punta degli
stivali del mago.
Dorregaray impallidì, ma non si mosse. Vedeva - come tutti - la
mazza ferrata dal manico lungo un cubito che Luccio teneva in
mano. Sapeva - come tutti - che il tempo necessario per lanciare una
formula magica sarebbe stato assai più lungo di quello necessario a
Luccio per spaccargli la testa.
«Bene. E adesso fatevi cortesemente da parte, illustre signore. E, se
vi verrà voglia di aprire di nuovo il becco, ficcatevi dentro alla svelta
un ciuffo d'erba. Se sento un'altra volta i vostri lamenti, giuro che vi
ricorderete di me.» Boholt si girò e si fregò le mani. «Su, Luccio,
Pagliuzza, al lavoro, se non vogliamo che il rettile finisca per
scapparci.»
«Non sembra che abbia intenzione di scappare. Guardatelo un
po'», disse Ranuncolo.
Il drago dorato sbadigliò, sollevò la testa, agitò le ali e sferzò la
terra con la coda. «Re Niedamir, cavalieri!» sbraitò con una voce che
ricordava il suono di una tromba di ottone. «Sono il drago
Villentretenmerth! Come vedo, la frana che io, non per vantarmi, ho
abbattuto sulle vostre teste non è riuscita a fermarvi tutti. Siete
arrivati fin qui. Sapete che da questa valle ci sono solo tre uscite.
Una a est, verso Holopole, e una a ovest, verso Caingorn. Potete
servirvi di una di queste. Ma per il burrone a nord, signori, non
passerete, perché io, Villentretenmerth, ve lo proibisco. Se però
qualcuno non vorrà rispettare il mio divieto, lo sfido a battersi in un
leale duello cavalleresco. Con un'arma convenzionale, senza
incantesimi e senza sputare fuoco. Un duello all'ultimo sangue.
Aspetto una risposta attraverso un vostro araldo, come esige la
consuetudine!» Rimasero tutti a bocca aperta. «Parla! Straordinario!»
ansimò Boholt. «E per di più in modo tremendamente forbito.
Qualcuno sa che cos'è un'arma confessionale?» domandò Yarpen
Zigrin.
Yennefer aggrottò la fronte. «Normale, non magica. Ma c'è altro
che mi dà da pensare. Non può parlare in modo articolato, avendo
la lingua biforcuta. Il furfante usa la telepatia. E badate, la cosa
funziona nelle due direzioni. Può leggervi nel pensiero.»
«È completamente rincretinito o cosa? Un duello leale? Con uno
stupido rettile? Attacchiamolo in gruppo! L'unione fa la forza!»
esclamò Kennet Pagliuzza, irritato.
«No.» Eyck di Denesle era già a cavallo, armato di tutto punto, la
lancia appoggiata alla staffa. Sotto la visiera sollevata dell'elmo
ardevano due occhi accesi, biancheggiava il volto pallido. «No,
signor Kennet. O dovrete passare sul mio cadavere. Non permetterò
che in mia presenza venga oltraggiato l'onore cavalleresco.» Poi
parlò più forte, la sua voce esaltata si spezzava e tremava di
eccitazione. «Chi oserà infrangere le regole del duello d'onore, chi
offende l'onore offende anche me, e il suo sangue scorrerà su questa
terra estenuata. La bestia esige un duello? Benissimo! Che l'araldo
annunci il mio nome con squilli di tromba! Che siano gli dei a
decidere! Il drago ha dalla sua la forza delle zanne e degli artigli,
nonché una malvagità infernale, io...»
«Che cretino...» bofonchiò Yarpen Zigrin.
«... io ho dalla mia la rettitudine, la fede, le lacrime delle vergini
che questo rettile...»
«Finitela, Eyck, fate venir voglia di vomitare! Avanti, scendete in
campo! Battetevi col drago, invece di cianciare!» sbraitò Boholt.
«Ehi, aspetta! Hai dimenticato l'accordo? Se Eyck farà fuori il
rettile, si prenderà metà...» disse il nano accarezzandosi la barba.
«Eyck non prenderà un bel niente. Lo conosco. Gli basterà che
Ranuncolo componga una canzone su di lui.»
«Silenzio!» ordinò Gyllenstiern. «E sia. Ad affrontare il drago sarà il
nobile cavaliere errante Eyck di Denesle, che combatterà coi colori di
Caingorn in qualità di lancia e spada di re Niedamir. Così ha deciso il
re!»
«Magnifico. La lancia e la spada di Niedamir. Il reuccio di
Caingorn ci ha messi nel sacco. E ora?» fece Yarpen Zigrin a denti
stretti.
Boholt sputò. «E ora niente. Non vorrai certo attaccar briga con
Eyck, Yarpen? Dice un mucchio di sciocchezze ma, visto che è già
montato a cavallo ed è tutto infervorato, sarà meglio togliersi dalla
sua strada. Che vada, peste, e faccia fuori il drago. Poi si vedrà.»
«Chi farà l'araldo? Il drago reclamava un araldo. E se lo facessi io?»
chiese Ranuncolo.
«No, Ranuncolo, qui non si tratta d'intonare canzoni. Lo farà
Yarpen Zigrin. Ha una voce da toro», rispose Boholt con espressione
corrucciata.
«Va bene, per me fa lo stesso. Datemi un portabandiera con le
insegne, in modo che tutto sia fatto a puntino», disse Yarpen.
«Però parla in maniera garbata, signor nano. E cortese», lo
ammonì Gyllenstiern.
Yarpen gonfiò il petto con aria fiera. «Non venite a insegnarmi il
mestiere! Io partecipavo a missioni diplomatiche quando voi
chiamavate ancora il pane 'pae' e le mosche 'ocche'.»
Il drago continuava a starsene seduto tranquillo sull'altura,
agitando tutto allegro la coda.
Il nano si arrampicò sul masso più grande, si schiarì la voce e
sputò. «Ehi, tu, laggiù! Drago fottuto! Ascolta cosa ti dice l'araldo,
che poi sarei io! Il primo ad azzuffarsi onorevolmente con te sarà il
cavaliere errato Eyck di Denesle! E ti conficcherà la lancia nella trippa
secondo la santa consuetudine, per tua disgrazia e per la gioia delle
povere vergini e di re Niedamir! Il combattimento avverrà in
maniera leale e secondo la legge, non dovrai sputare fuoco e
dovrete darvele solo in maniera confessionale, finché uno dei due
non esalerà l'ultimo respiro o non morirà! Cosa che ti auguriamo con
tutta l'anima e il cuore! Hai capito, drago?»
La creatura sbadigliò e agitò le ali, sollevandosi in aria; quindi,
scesa di nuovo a terra, scivolò lesta dall'altura sul terreno
pianeggiante. «Ho capito, virtuoso araldo! Scenda pure in campo il
nobile Eyck di Denesle. Sono pronto!»
Boholt sputò osservando con sguardo fosco Eyck, che usciva al
passo dalla barriera di massi. «Una vera commedia. Ora ci faremo
quattro risate, dannazione...»
«Chiudi il becco, Boholt. Guarda, Eyck va alla carica! Accidenti, ne
verrà fuori una magnifica ballata!» Ranuncolo si fregò le mani.
«Urrà! Viva Eyck!» gridò qualcuno dal gruppo degli arcieri di
Niedamir.
«Io... io per sicurezza l'avrei comunque imbottito di zolfo»,
commentò in tono cupo Mangiacapre.
Eyck, ormai in campo, salutò il drago sollevando la lancia, chiuse
rumorosamente la visiera dell'elmo e affondò gli speroni nei fianchi
del cavallo.
«Però! Sarà anche stupido, ma effettivamente quanto a caricare sa
il fatto suo. Guardate un po'!» disse il nano.
Incollato alla sella, Eyck partì al galoppo e abbassò la lancia. Il
drago, contrariamente alle aspettative di Geralt, non balzò via né
eseguì un mezzo giro, ma si scagliò ventre a terra contro il cavaliere.
«Colpitelo! Colpitelo, Eyck!» urlò Yarpen.
Eyck, per quanto irruento, non effettuò un assalto frontale, alla
cieca. All'ultimo momento cambiò agilmente direzione e brandì la
lancia al di sopra della testa del cavallo, quindi si alzò sulle staffe e
cercò di conficcarla con tutte le sue forze nel fianco del drago. Tutti
urlarono all'unisono. Geralt non si unì al coro.
Il drago schivò il colpo con un movimento circolare delicato, agile
e pieno di grazia, poi, guizzando come un nastro animato, allungò
una zampa sotto la pancia del cavallo, in modo fulmineo ma
armonioso, proprio come un gatto. L'animale lanciò un nitrito e
sollevò la groppa, facendo ondeggiare in sella il cavaliere, che però
non mollò la lancia. Nel momento in cui il cavallo stava quasi
toccando terra con le froge, il drago disarcionò Eyck con un brusco
colpo di zampa. Tutti videro le varie parti della corazza volare in
alto, tutti sentirono il tintinnio e lo strepito con cui il cavaliere
piombò a terra.
Il drago si sedette e schiacciò il cavallo con la zampa, quindi
abbassò le fauci zannute. Il cavallo nitrì in maniera straziante, si
dibatté e rimase immobile.
Nel silenzio che seguì, tutti sentirono la voce profonda del drago
Villentretenmerth: «Potete portare il prode Eyck di Denesle fuori del
campo, non è in grado di continuare a combattere. Il prossimo,
prego».
«Porca puttana», disse Yarpen Zigrin nel silenzio che era calato.
VIII

Yennefer si pulì le mani su uno straccio di lino. «Tutte e due le


gambe. E probabilmente qualcosa alla spina dorsale. L'armatura è
schiacciata sulla schiena, come se fosse stato colpito da un battipalo.
Non monterà tanto presto a cavallo. Sempre che possa mai tornare a
farlo.»
«Sono i rischi del mestiere», borbottò Geralt. La maga si accigliò.
«È tutto quello che hai da dire?»
«Cos'altro vorresti sentire, Yennefer?»
«Quel drago è incredibilmente veloce. Troppo veloce perché un
uomo possa battersi con lui.»
«Capisco. No, Yen. Non io.»
«Si tratta di principi o di normale, normalissima paura? È l'unico
sentimento umano che non ti sia stato estirpato?» chiese la maga con
un sorriso sarcastico.
«Una cosa e l'altra. Che differenza fa?» ammise lo strigo in tono
impassibile.
Yennefer gli si avvicinò. «Hai ragione. Nessuna. I principi si
possono infrangere, la paura si può vincere. Uccidi quel drago,
Geralt. Fallo per me.»
«Per te?»
«Per me. Voglio quel drago. Voglio averlo solo per me.»
«Usa la magia e uccidilo.»
«No. Uccidilo tu. Io con la magia tratterrò gli Irriducibili e gli altri,
in modo che non ti mettano i bastoni tra le ruote.»
«Ci saranno dei morti, Yennefer.»
«E da quando in qua ciò ti disturba? Battiti col drago, e io mi
occuperò degli umani.»
«Yennefer, non riesco a capire. A che ti serve quel drago? Fino a
che punto ti abbaglia il colore dorato delle sue squame? E non
parlarmi di vocazione, ti prego.»
La maga rimase in silenzio. Infine, storcendo le labbra, diede un
calcio a un sasso che si trovava nell'erba. «C'è qualcuno che può
aiutarmi. Pare... sai di cosa parlo... pare che la cosa non sia
irreversibile. C'è una possibilità. Posso ancora avere... Capisci?»
«Capisco.»
«È un'operazione complicata, costosa. Ma in cambio di un drago
dorato... Geralt?» Lo strigo taceva.
«Quand'eravamo appesi al ponte, mi hai chiesto una cosa.
Esaudirò la tua richiesta. Nonostante tutto.»
Lo strigo sorrise mestamente, poi toccò con l'indice la stella di
ossidiana al collo di Yennefer. «Troppo tardi, Yen. Non siamo più
appesi. Non me ne importa più. Nonostante tutto.»
Si aspettava il peggio: cascate di fuoco, fulmini, uno schiaffo,
insulti, maledizioni. Si stupì nel vedere soltanto un tremito trattenuto
delle labbra. Yennefer si girò lentamente. Geralt si pentì delle
proprie parole. Si pentì delle emozioni che avevano suscitato. Il
limite del possibile, una volta superato, si spezzò come una corda di
liuto. Guardò Ranuncolo e lo vide girare svelto la testa, evitare il suo
sguardo.
«Be', ormai ci siamo tolti il pensiero dell'onore cavalleresco, illustri
signori», gridò Boholt, già con l'armatura indosso, in piedi davanti a
Niedamir, che continuava a sedere su un sasso con un'immutata
espressione annoiata sul volto. «L'onore cavalleresco è steso laggiù e
geme piano. È stata una cattiva idea, illustre signor Gyllenstiern,
mandare Eyck in qualità di vostro cavaliere e vassallo. Non faccio
nomi, ma so a chi Eyck deve le zampe rotte. Sì, ci siamo sicuramente
liberati di due seccature con un colpo solo. Di un folle che nella sua
follia voleva ravvivare le leggende sui cavalieri coraggiosi che
sconfiggono i draghi a duello, e di un imbroglione che voleva
guadagnarci sopra. Sapete di chi parlo, Gyllenstiern, eh? gene. E ora
tocca a noi. Ora il drago è nostro. Ora noi Irriducibili lo faremo
fuori. Ma per il nostro tornaconto.»
«E l'accordo, Boholt? Che ne è dell'accordo?» domandò il
cancelliere a denti stretti. «Me ne fotto dell'accordo.»
Gyllenstiern pestò i piedi a terra. «Inaudito! Questa è lesa maestà!
Re Niedamir...»
Boholt si appoggiò all'enorme spada a due mani. «Il re cosa? Il re
ha forse voglia di affrontare personalmente il drago? O sarete forse
voi, suo fedele cancelliere, a ficcare il vostro pancione nell'armatura
e a scendere in campo? Perché no, prego, noi aspetteremo, illustre
signore. Avete avuto la vostra occasione, Gyllenstiern, se Eyck avesse
sbudellato il drago ve lo sareste preso intero e a noi non sarebbe
rimasto nulla, nemmeno una squama dorata della sua groppa. Ma
ora è troppo tardi. State a guardare. Non c'è più nessuno che si batta
coi colori di Caingorn. Non troverete un altro stupido come Eyck.»
«Non è vero!» Il calzolaio Mangiacapre si precipitò verso il re,
ancora occupato a fissare un punto all'orizzonte visibile solo a lui.
«Signor re! Aspettate solo un pochino che arrivino i nostri da
Holopole, e vedrete! Sputate su questi nobilucci saccenti, mandateli
al diavolo! Vedrete chi è davvero coraggioso, chi è forte nel pugno e
non nella lingua!»
«Chiudi il becco, zoticone, o te lo chiuderò io facendoti finire i
denti in gola.» Boholt strofinò via una macchia di ruggine dal
pettorale.
Mangiacapre, vedendo avvicinarsi Kennet e Luccio, arretrò svelto
e si nascose tra i membri della milizia di Holopole.
«Maestà! Maestà, che cosa ordinate?» gridò Gyllenstiern.
L'espressione di noia scomparve di colpo dal viso di Niedamir. Il
giovane monarca arricciò il naso lentigginoso e si alzò. «Che cosa
ordino? Finalmente lo chiedi, Gyllenstiern, invece di decidere e
parlare al mio posto e a mio nome. Me ne rallegro molto. Che le
cose rimangano così, Gyllenstiern. D'ora in avanti tacerai e ascolterai
gli ordini. Ecco il primo: raduna degli uomini e ordina di caricare
Eyck su un carro. Torniamo a Caingorn.»
«Signore...»
«Non una parola, Gyllenstiern. Signora Yennefer, nobili signori, vi
saluto. Ho perso un po' di tempo in questa spedizione, ma ne ho
tratto un gran giovamento. Ho imparato molto. Vi ringrazio per le
vostre parole, signora Yennefer, signor Dorregaray, signor Boholt. E
grazie per il tuo silenzio, signor Geralt.»
«Maestà, ma come? Il drago è vicino, vicinissimo. Basta allungare
una mano. Maestà, il vostro sogno...» farfugliò Gyllenstiern.
«Il mio sogno ancora non ce l'ho. E se rimarrò qui... forse non ce
l'avrò mai.»
«E Malleore? E la mano della principessa?» proseguì il cancelliere
incapace di rassegnarsi, agitando le braccia. «E il trono? Maestà, la
popolazione di Malleore vi riconoscerà...»
«Me ne fotto di quella popolazione, per dirla col signor Boholt»,
rispose Niedamir con una risata. «Il trono di Malleore è mio
comunque, perché a Caingorn ho trecento corazzieri e
millecinquecento fanti a fronte dei loro mille miseri portatori di
scudo. E mi riconosceranno comunque. Quanto alla loro principessa,
è un vitello grassoccio e me ne infischio della sua mano, a me serve
soltanto il suo culo, che mi partorisca un successore, e poi magari la
farò avvelenare. Col metodo di Mastro Mangiacapre. Basta parlare,
Gyllenstiern. Comincia a eseguire gli ordini ricevuti.»
«È proprio vero, ha imparato molto», sussurrò Ranuncolo a
Geralt.
«Già», confermò lo strigo guardando l'altura sulla quale il drago
dorato, abbassata la testa triangolare, leccava qualcosa che giaceva
accanto a lui. «Ma non vorrei essere suo suddito, Ranuncolo.»
«E adesso cosa pensi che succederà?» Lo strigo guardò
tranquillamente la piccola creatura grigio-verde che svolazzava con
alucce di pipistrello accanto agli artigli dorati del drago. «E tu come
giudichi tutto ciò, Ranuncolo? Che ne pensi?»
«Che importanza ha ciò che penso io? Io sono un poeta, Geralt.
La mia opinione ha un qualche significato?»
«Sì.»
«Be', allora te la dico. Geralt, quando vedo un rettile, un serpente,
per esempio, o una lucertolina, tremo tutto, a tal punto aborro e
temo quella schifezza. Ma questo drago...»
«Be'?»
«Lui... lui è bello, Geralt.»
«Ti ringrazio, Ranuncolo.»
«Di cosa?»
Geralt girò la testa, allungò la mano verso la fibbia della cintura
che gli attraversava il petto e la accorciò di due buchi. Poi verificò
che l'elsa della spada fosse nella posizione giusta.
Il poeta lo osservava a occhi spalancati. «Geralt! Intendi...»
«Sì. C'è un limite al possibile. Ne ho abbastanza di tutto ciò. Vai
con Niedamir o rimani, Ranuncolo?»
Il trovatore si chinò, depose con cautela il liuto sotto una pietra e
si raddrizzò. «Rimango. Come hai detto? Un limite al possibile?
Tengo in serbo questo titolo per la ballata.»
«Potrebbe essere l'ultima.»
«Geralt?»
«Eh?»
«Non ucciderlo... Puoi?»
«Una spada è una spada, Ranuncolo. Una volta estratta...»
«Fai il possibile.»
«Lo farò.»
Dorregaray ridacchiò, si rivolse verso Yennefer e gli Irriducibili, e
indicò il corteo reale che si stava allontanando. «Ecco, re Niedamir se
ne va. Non emetterà più ordini per bocca di Gyllenstiern. Se ne va
dimostrando giudizio. Meno male che sei qui, Ranuncolo. Ti
propongo di cominciare a comporre una ballata.»
«Su che cosa?»
Il mago sfilò dalla giubba la bacchetta magica.
«Su come Mastro Dorregaray spedì a casa una masnada di furfanti
che volevano uccidere l'ultimo drago dorato rimasto al mondo.
Fermo, Boholt! Yarpen, via le mani dall'ascia! Non muoverti di un
centimetro, Yennefer! Avanti, furfanti, appresso al re, come si segue
la mamma. Via a cavallo e sui carri. Vi avverto, di chi farà un
movimento inopportuno non rimarranno che la puzza di
bruciaticcio e una macchia umida sulla sabbia. Non scherzo.»
«Dorregaray!» sibilò Yennefer. «Illustre mago», disse Boholt in
tono conciliante. «Ma conviene...»
«Taci, Boholt. Ho detto che non toccherete quel drago. Non si
uccide una leggenda. Dietrofront, filate via.» A un tratto la mano di
Yennefer schizzò in avanti e la terra intorno a Dorregaray esplose tra
fiamme azzurrine, ribollì in un turbine di ghiaia e zolle erbose
strappate. Il mago vacillò, circondato dal fuoco. Luccio balzò in
avanti e gli sferrò un pugno in faccia. Dorregaray cadde, e dalla sua
bacchetta partì un fulmine rosso che si spense tra i massi. Pagliuzza,
accorso dal lato opposto, sferrò un calcio al mago disteso e ruotò su
se stesso per fare il bis. Geralt si lanciò tra loro, spinse via Pagliuzza,
estrasse la spada e colpì di taglio, mirando tra lo spallaccio e il
pettorale dell'armatura. Boholt impedì che il colpo andasse a segno
parandolo con la larga lama della sua spada a due mani. Ranuncolo
fece lo sgambetto a Luccio, ma invano: l'Irriducibile si aggrappò al
farsetto iridato del bardo e gli sferrò un pugno in mezzo agli occhi.
Yarpen Zigrin, balzando da dietro, fece cadere Ranuncolo
colpendolo alle gambe con la grossa ascia alla piega delle ginocchia.
Geralt schivò la spada di Boholt con una piroetta e colpì
Pagliuzza, che gli si era scagliato contro, strappandogli il guanto di
ferro. Pagliuzza arretrò d'un balzo, inciampò e cadde. Boholt
gemette e fece compiere alla spada un movimento circolare, quasi
fosse una falce. Geralt saltò al di sopra della lama, colpì con forza
Boholt sul pettorale col pomo della spada, la ritrasse e ripeté la
mossa, mirando alla guancia. Boholt, vedendo che non sarebbe
riuscito a parare il colpo, si gettò all'indietro, cadendo di schiena. Lo
strigo fece per saltargli addosso, ma in quel momento si sentì
mancare la terra sotto i piedi. Vide l'orizzonte diventare verticale.
Cercando invano di formare un Segno di Difesa con le dita, andò a
sbattere pesantemente a terra col fianco, lasciando cadere la spada
dalla mano indolenzita. Si sentiva pulsare e ronzare le orecchie.
«Legateli, tutti e tre, finché agisce la formula magica», disse
Yennefer da un punto in alto e molto lontano.
Dorregaray e Geralt, intontiti e inermi, si fecero legare al carro
senza opporre resistenza e senza fiatare. Ranuncolo si dibatteva e
imprecava, perciò prima di essere legato rimediò un pugno.
«Perché legarli, questi traditori, questi figli di cane? Accoppiamoli
subito e pace», disse Mangiacapre, avvicinandosi.
«Sei anche tu un figlio, ma non di cane. Non offendere i cani.
Sparisci, vecchia ciabatta», ribatté il nano.
«Siete terribilmente coraggiosi. Vedremo se avrete coraggio a
sufficienza quando arriveranno i miei da Holopole e gli darete
un'occhiata. Vedre...»
Yarpen, girandosi con un'agilità inaspettata per la sua
costituzione, gli assestò un colpo d'ascia in mezzo alla fronte. Luccio,
che stava lì accanto, gli sferrò un calcio. Mangiacapre volò a qualche
tesa di distanza e cadde bocconi sull'erba. «Ve ne ricorderete! Tutti
voi...»
«Ragazzi! Facciamo il culo al calzolaio, accidenti a quella tomaia
di sua madre! Acchiappalo, Luccio!» ruggì Yarpen Zigrin.
Mangiacapre non stette ad aspettare. Scattò su e corse a gambe
levate in direzione del canyon orientale. Gli esploratori di Holopole
lo seguirono, filandosela alla chetichella. I nani li bersagliarono di
pietre in mezzo a fragorosi sghignazzi.
«Chissà com'è, di colpo l'aria si è rinfrescata. Su, Boholt,
affrontiamo il drago», disse Yarpen ridendo.
Yennefer sollevò una mano. «Piano. L'unica cosa che potete
affrontare è la strada del ritorno. Tutti, dal primo all'ultimo.»
«Come sarebbe? Cosa dite, illustre signora strega?» Boholt
s'ingobbì, e i suoi occhi scintillarono di un bagliore ostile.
«Seguite a ruota il calzolaio. Tutti. Me la sbrigherò da sola col
drago. Usando un'arma non convenzionale. E prima di andarvene
ringraziatemi. Non fosse stato per me, avreste assaggiato la spada
dello strigo. Su, su, svelto, Boholt, prima che m'innervosisca. Vi
avverto, conosco una formula magica che potrebbe trasformarvi in
cavalli castrati. Mi basta un gesto.»
«Eh, no», protestò Boholt. «La mia pazienza ha raggiunto il limite
del possibile. Non mi lascerò trattare come uno sciocco. Pagliuzza,
stacca la stanga dal carro. Sento che avrò bisogno anch'io di un'arma
non convenzionale. Tra non molto qui qualcuno avrà le ossa rotte,
illustri signori. Non faccio nomi, ma tra non molto una strega
schifosa avrà le ossa rotte.»
«Provaci soltanto, Boholt. Renderai più piacevole la mia
giornata.»
«Yennefer. Perché?» domandò il nano in tono di rimprovero.
«Forse perché non mi piace dividere?» Yarpen sorrise. «Accipicchia.
Profondamente umano. Talmente umano da essere quasi degno di
un nano, piacere vedere le proprie qualità in una maga. Perché
neanche a me piace dividere, Yennefer.» Si curvò in un breve
movimento fulmineo. Una sfera di acciaio estratta non si sa da dove
né quando sibilò in aria e colpì Yennefer in mezzo alla fronte.
Prima di potersi riprendere, la maga si ritrovò in aria: Pagliuzza e
Luccio la tenevano per le braccia, mentre Yarpen le legava le caviglie
con una fune. Lei urlò furiosamente, ma uno dei ragazzi di Yarpen
che si trovava alle sue spalle le passò delle redini al di sopra della
testa e strinse forte, ficcandole una cinghia in bocca per soffocare le
grida.
«E allora, Yennefer, come farete a trasformarmi in un cavallo
castrato, se non potete neppure muovere la mano?» Boholt le
strappò il collo del farsetto, lacerò e sbottonò la camicia.
Yennefer cacciò un urlo soffocato dalle redini. Boholt iniziò a
palparla tra le risate sguaiate dei nani. «Ora non ho tempo, ma
aspettate un po', strega. Non appena avremo sistemato il drago, ce
la spasseremo. Legatela per bene a una ruota, ragazzi. Tutte e due le
zampette sul cerchione, così, in modo che non possa muovere
neppure un dito. E ora, maledizione, che nessuno la tocchi, illustri
signori. Stabiliremo i turni a seconda di quanto ci faremo onore
combattendo col drago.»
Geralt, legato al carro, parlò a bassa voce, in tono tranquillo e
minaccioso. «Boholt. Attento. Ti troverò, foss'anche in capo al
mondo.»
«Sono sorpreso. Al tuo posto io me ne starei fermo e zitto.
Conoscendoti, mi vedo costretto a prendere sul serio la tua
minaccia. Non ho alternative. Potresti non uscire vivo da questa
storia, strigo. Ma torneremo sulla questione. Luccio, Pagliuzza, a
cavallo.»
«Che iella! Perché diavolo mi sono immischiato in questa
faccenda?» gemette Ranuncolo.
Dorregaray chinò la testa e prese a fissare le dense gocce di sangue
che gli colavano dal naso sulla pancia.
«E smettila una buona volta di guardarmi a bocca spalancata!»
gridò la maga a Geralt, dimenandosi come una serpe per liberarsi
dalle funi e soprattutto per nascondere le grazie denudate.
Lo strigo girò obbediente la testa. Ranuncolo no. «Da quel che
vedo, devi avere usato un'intera botte di elisir di mandragora,
Yennefer. Hai la pelle di una sedicenne, che mi venga un colpo!»
«Chiudi il becco, figlio di puttana!» urlò la maga.
«Quanti anni hai in realtà? Duecento o giù di lì? Be', diciamo
centocinquanta. E ti sei conservata così...» Yennefer si girò e gli sputò
addosso, ma non lo colpì.
«Yen», la rimproverò lo strigo asciugandosi l'orecchio sporco di
sputo sulla spalla.
«Deve smetterla di guardarmi!» Ranuncolo non accennò
nemmeno ad abbassare gli occhi dal piacevole spettacolo. «Neanche
per sogno. È colpa sua se siamo in questo pasticcio. Possono anche
tagliarci la gola. Mentre lei al massimo la violenteranno, il che alla
sua età...»
«Falla finita, Ranuncolo», lo ammonì Geralt.
«Non ci penso nemmeno. Anzi ho appunto intenzione di
comporre una ballata su due tette. Vi prego di non disturbarmi.»
«Ranuncolo, sii serio.» Dorregaray tirò su col naso sanguinante.
«Lo sono, accidenti.»
Boholt, sorretto dai nani, s'issò a fatica in sella, pesante e irrigidito
dall'armatura cui aveva applicato delle protezioni di cuoio. Luccio e
Pagliuzza erano già a cavallo, le enormi spade a due mani posate
sulla sella.
«Bene. Andiamo dal drago», grugnì Boholt.
«Ma no. Sono venuto io da voi!» disse la voce profonda che
ricordava il suono di una tromba di ottone. Da dietro il cerchio di
massi emersero un lungo muso scintillante d'oro, un collo sottile
munito di una fila di protuberanze triangolari dentellate, due zampe
artigliate. Da sotto le palpebre cornee guardavano due malvagi occhi
da rettile con la pupilla verticale. «Non ce la facevo più ad aspettare
sul campo, dunque sono venuto io. Come vedo, sono sempre in
meno ad avere voglia di battersi.»
Boholt si mise le redini tra i denti e afferrò la spada a due mani.
«O'a batta! Viei a commattee, ettile!» disse in maniera indistinta
mordendo la cinghia.
«Eccomi.» Il drago inarcò la groppa e sollevò provocatoriamente
la coda.
Boholt si guardò intorno. Luccio e Pagliuzza aggirarono adagio la
creatura da entrambi i lati, in maniera ostentatamente tranquilla.
Dietro, le asce in pugno, erano in attesa Yarpen Zigrin e i suoi
ragazzi.
«Aaaargh!» Boholt colpì violentemente il cavallo coi talloni e alzò
la spada.
Il drago si sollevò in aria, ripiombò a terra e alzò la coda sopra la
groppa, come uno scorpione, mirando non a Boholt ma a Luccio,
che stava per attaccarlo sul fianco e che cadde insieme col cavallo tra
tintinnii, grida e nitriti. Boholt, accorso al galoppo, vibrò un colpo
tremendo, ma il drago evitò la larga lama con un agile balzo.
L'impeto del galoppo trascinò oltre Boholt. Il drago si girò e, stando
ritto sulle zampe posteriori, diede un colpo di artigli a Pagliuzza,
squarciando allo stesso tempo la pancia del cavallo e la coscia del
cavaliere. Boholt, piegandosi all'indietro sulla sella, riuscì a far girare
la cavalcatura tirando le redini coi denti e attaccò di nuovo.
Il drago sferzò con la coda i nani che correvano verso di lui
rovesciandoli tutti a terra, quindi si gettò su Boholt, cogliendo
l'occasione per schiacciare al suolo Pagliuzza che cercava di alzarsi.
Boholt, scuotendo la testa, si sforzava di manovrare il cavallo
lanciato al galoppo, ma il drago era di gran lunga più veloce e più
agile. Si accostò a Boholt da sinistra, per rendergli difficile menare un
fendente, e lo colpì con la zampa artigliata. Il cavallo s'impennò e si
gettò di fianco, Boholt fu sbalzato via di sella, perse spada ed elmo e
cadde all'indietro sbattendo la testa contro un masso.
«Filiamo via, ragazzi! Sulle montagne!» urlò Yarpen Zigrin
superando le grida di Luccio, che era rimasto schiacciato sotto il
cavallo.
Le barbe al vento, i nani corsero verso le rocce a una velocità
sorprendente per le loro gambette corte. Il drago non li inseguì.
Stava seduto tranquillamente e si guardava intorno. Luccio si
dibatteva e urlava sotto il cavallo. Boholt giaceva immobile.
Pagliuzza strisciava verso le rocce come un enorme granchio di ferro.
«Incredibile», sussurrò Dorregaray.
Ranuncolo diede uno strappo alle funi, tanto da far tremare il
carro. «Ehi! Che cos'è? Laggiù! Guardate!»
Dalla parte orientale della gola videro una grossa nuvola di
polvere, e poco dopo udirono un gran frastuono di grida e scalpiccii.
Villentretenmerth allungò il collo per guardare.
Tre grandi carri pieni di uomini armati entrarono lentamente nella
pianura. Si separarono e cominciarono a circondare il drago.
«Sono... accidenti, sono la milizia e le corporazioni di Holopole!
Hanno girato intorno alle sorgenti del Braa! Sì, sono loro! Guardate,
sono guidati da Mangiacapre!» gridò Ranuncolo.
Il drago abbassò la testa e spinse delicatamente verso il carro una
piccola creatura grigiastra e piagnucolante. Poi colpì il suolo con la
coda, lanciò un urlo possente e si lanciò come una freccia contro gli
abitanti di Holopole.
«Che cos'è quel piccolo? Quello che gironzola tra l'erba? Geralt?»
chiese Yennefer.
«È ciò che il drago proteggeva da noi. Ciò che poco fa ha visto la
luce in una grotta, là, nel canyon settentrionale. Il piccolo uscito
dall'uovo della draghessa avvelenata da Mangiacapre», rispose lo
strigo.
Il piccolo drago, inciampando e sfiorando la terra con la pancia
sporgente, trotterellò verso il carro, emise dei versi striduli, si rizzò
sulle zampe di dietro, distese le alucce, quindi si strinse al fianco della
maga. Yennefer, con un'espressione assai confusa, sospirò.
«Gli piaci», borbottò Geralt.
Ranuncolo cercò di girarsi nonostante i legacci. «È piccolo, ma per
niente stupido. Guardate dove ha ficcato la testolina, vorrei essere al
suo posto, maledizione. Ehi, piccolo, scappa! Quella è Yennefer, il
terrore dei draghi! E degli strighi. O almeno di uno strigo...»
«Sta' zitto, Ranuncolo. Guardate là, sul campo! Lo stanno
attaccando, la peste li colga!» gridò Dorregaray.
I carri degli abitanti di Holopole, rimbombando come bighe da
combattimento, si lanciavano contro il drago.
«Fatelo a pezzi, compari! Non abbiate pietà!» gridava
Mangiacapre aggrappato alle spalle del guidatore.
Il drago evitò d'un balzo il primo carro, scintillante di lame di
falci, forconi e picche, ma finì in mezzo agli altri due, da dove gli fu
scagliata addosso una grande rete da pesca doppia munita di cinghie.
Villentretenmerth vi rimase impigliato, ruzzolò, si raggomitolò,
divaricò le zampe. Dal primo carro gli furono gettate sopra altre reti,
che lo avvilupparono completamente. Gli altri due carri girarono a
loro volta e si precipitarono sul drago, sobbalzando sulle buche.
«Sei finito nella rete, carassio! Ora ti raschiamo via le squame!»
gridò Mangiacapre.
Il drago urlò e sprigionò un torrente di vapore che schizzò verso il
cielo. I membri della milizia di Holopole si riversarono giù dai carri,
attorniandolo. Il drago lanciò un nuovo urlo, disperato, vibrante.
Dal canyon settentrionale giunse in risposta un alto grido di
battaglia.
Lanciate a un galoppo folle, facendo svolazzare le trecce bionde
ed emettendo fischi penetranti, circondate dai vividi barbagli delle
sciabole, dalla gola si precipitarono...
«Le zerrikaniane!» gridò lo strigo dando inutili strattoni alle funi.
«Oh, maledizione! Geralt! Capisci?» gli fece eco Ranuncolo.
Le zerrikaniane passarono attraverso la calca come un coltello
rovente che tagli un panetto di burro, smontarono in corsa da
cavallo e si piazzarono accanto al drago che si dibatteva nelle reti. Il
primo dei membri della milizia che si avvicinò a loro ci rimise la
testa. Il secondo fece per colpire Vea con un forcone, ma la
zerrikaniana, tenendo la sciabola a due mani con la punta diretta
verso il basso, lo spaccò in due dal perineo allo sterno. Tutti gli altri
si affrettarono a fuggire.
«Sui carri! Sui carri, compari! Investiamole coi carri!» gridò
Mangiacapre.
All'improvviso Yennefer piegò le gambe legate e le infilò con
movimento repentino sotto il carro, accanto alle mani dello strigo,
annodate dietro la schiena. «Geralt! Il Segno Igni! Brucia la fune! La
senti? Bruciala, maledizione!»
«Così alla cieca? Ti scotterò, Yen!»
«Fallo! Sopporterò!»
Lo strigo obbedì, e sentì un formicolio nelle dita che formavano il
Segno Igni subito sopra le caviglie della maga.
Yennefer girò la testa e affondò i denti nel collo del farsetto per
soffocare un gemito. Il piccolo drago al suo fianco agitò le alucce,
emettendo suoni striduli.
«Yen!»
«Brucia!» urlò lei.
La fune cedette nel momento in cui il nauseante, stomachevole
fetore della carne abbrustolita era divenuto insopportabile.
Dorregaray emise uno strano verso e svenne, rimanendo appeso ai
legacci fissati alla ruota del carro.
La maga, una smorfia di dolore sul viso, si alzò, quindi gridò con
voce irata, piena di dolore e di rabbia. Il medaglione al collo di
Geralt tremò quasi fosse vivo. Yennefer agitò la gamba verso i carri
della milizia di Holopole che stavano attaccando il drago e urlò una
formula magica. L'aria tremò e s'impregnò di un forte odore di
ozono.
«Per gli dei! Che ballata verrà fuori, Yennefer!» esclamò
Ranuncolo ammirato.
La magia non riuscì a puntino. Il primo carro e tutto il suo
contenuto assunsero semplicemente un color giallo ranuncolo, cosa
di cui i guerrieri di Holopole, nell'ardore del combattimento,
neppure si accorsero. Col secondo carro andò meglio: tutto il suo
equipaggio si tramutò in un batter d'occhio in una compagnia di
enormi rane ruvide che si dispersero saltellando tra buffi gracidii. I
cavalli, fra nitriti isterici, fuggirono via trascinandosi dietro la stanga
spezzata.
Yennefer si morse le labbra e agitò nuovamente la gamba in aria.
Il carro color ranuncolo, tra le note di un'allegra musica proveniente
dalle montagne, si trasformò a un tratto in un nugolo di fumo dello
stesso colore, mentre tutto il suo equipaggio cadeva di schianto tra
l'erba e rimaneva stordito, in un ammasso pittoresco di braccia e
gambe. Le ruote del terzo carro divennero quadrate, con
conseguenze istantanee. I cavalli s'impennarono, il carro si ribaltò e
l'armata di Holopole cadde a terra. Yennefer, ormai per pura
vendetta, continuava ad agitare la gamba e gridava formule
magiche, trasformando gli occupanti dei carri in tartarughe, oche,
millepiedi, fenicotteri e porcellini a righe. Le zerrikaniane finivano gli
altri con abilità e metodo.
Il drago, ridotte finalmente a brandelli le reti, saltò su, agitò le ali,
gridò e si scagliò contro Mangiacapre che, sopravvissuto al pogrom,
si dava alla fuga. Geralt, vedendo aprire le fauci e balenare i denti
affilati come pugnali, distolse lo sguardo. Sentì un macabro urlo e
uno scricchiolio orribile. Ranuncolo emise un grido soffocato.
Yennefer, il viso bianco come un cencio, si piegò in due, si girò di
fianco e vomitò sotto il carro.
Calò il silenzio, interrotto unicamente da occasionali schiamazzi,
gracidii e grugniti dei superstiti della milizia di Holopole.
Vea, un sorriso sgradevole sul volto, si mise sopra Yennefer a
gambe divaricate e brandì la sciabola. La maga, pallida, sollevò la
gamba.
«No», disse Borch detto Tre Taccole, seduto su un sasso. Teneva
sulle ginocchia il piccolo drago, tranquillo e soddisfatto.
«Non uccideremo la signora Yennefer», ripeté il drago
Villentretenmerth. «Le cose sono cambiate. Anzi ora siamo grati alla
signora Yennefer per l'inestimabile aiuto. Liberali, Vea.»
Ranuncolo si massaggiò le braccia intorpidite. «Capisci, Geralt?
Capisci? È come nell'antica ballata sul drago dorato. Il drago dorato
può...»
«Può assumere qualsiasi forma, anche umana. L'avevo sentito dire
anch'io. Ma non ci credevo», borbottò lo strigo.
«Signor Yarpen Zigrin!» gridò Villentretenmerth al nano,
aggrappato a una roccia verticale a duecento cubiti da terra. «Cosa
cerchi lassù? Le marmotte? Non sono di tuo gusto, se ben ricordo.
Scendi e occupati degli Irriducibili. Hanno bisogno di aiuto. Non
verrà più ucciso nessuno. Nessuno.»
Ranuncolo, lanciando sguardi inquieti alle zerrikaniane che si
aggiravano attente sul campo di battaglia, cercava di rianimare
Dorregaray, ancora privo di sensi. Geralt medicava le caviglie
ustionate di Yennefer spalmandoci sopra dell'unguento. La maga
gemeva dal dolore e borbottava formule magiche.
Sbrigata quell'incombenza, lo strigo si alzò. «Rimanete qui. Io
devo fare due chiacchiere con lui.»
Yennefer si alzò e lo prese a braccetto. «Vengo con te, Geralt.
Posso? Ti prego, Geralt.»
«Con me, Yen? Pensavo...»
«Non pensare.» Si strinse al suo braccio.
«Yen?»
«Va già meglio, Geralt.»
La guardò negli occhi. Erano pieni di calore. Come un tempo.
Chinò la testa e la baciò sulla bocca, che era ardente e morbida.
Come un tempo.
Si avvicinarono. Yennefer, sostenuta da Geralt, fece un profondo
inchino, come davanti a un re, sollevando la veste con la punta delle
dita.
«Tre Tac... Villentretenmerth...» disse lo strigo.
«Liberamente tradotto nella vostra lingua, il mio nome significa
'Tre Uccelli Neri'», chiarì Villentretenmerth.
Il piccolo drago, aggrappato con gli artigli al suo avambraccio,
offrì la nuca alle carezze.
Villentretenmerth sorrise. «Caos e Ordine. Ricordi, Geralt? Il Caos
è l'aggressione, l'Ordine la difesa. Vale la pena correre in capo al
mondo per opporsi all'aggressione e al male, non è vero, strigo?
Soprattutto - come hai detto - quando il compenso è conveniente. E
questa volta lo era. Era il tesoro della draghessa Myrgtabrakke,
quella avvelenata fuori Holopole. È stata lei a chiamarmi affinché la
aiutassi, fermando il male che la minacciava. Myrgtabrakke è volata
via poco dopo che Eyck di Denesle è stato condotto fuori del
campo. Ha avuto abbastanza tempo per farlo mentre voi
chiacchieravate e litigavate. Ma mi ha lasciato il suo tesoro, il mio
compenso.»
Il piccolo drago emise un verso stridulo e sbatté le ali.
«Dunque tu...»
«Sì», lo interruppe il drago. «Eh, che tempi. Da un po' le creature
che voi siete abituati a chiamare mostri si sentono sempre più
minacciate dagli umani. Non sanno più cavarsela da sole. Hanno
bisogno di un difensore. Di qualcuno come... uno strigo.»
«E la meta... La meta che si trova alla fine della strada?»
Villentretenmerth sollevò l'avambraccio. Il piccolo drago emise un
gridolino spaventato. «È lui. L'ho appena raggiunta. Grazie a lui mi
perpetuerò, Geralt di Rivia, dimostrerò che non ci sono limiti al
possibile. Anche tu un giorno troverai una simile meta, strigo.
Perfino coloro che sono diversi possono perpetuarsi. Addio, Geralt.
Addio, Yennefer.»
La maga, afferrando con più forza il braccio dello strigo, s'inchinò
di nuovo.
Villentretenmerth si alzò e la guardò. Aveva un'espressione molto
seria. «Perdona la franchezza e la sincerità, Yennefer. È scritto sui
vostri visi, non devo neanche sforzarmi di leggervi nel pensiero. Siete
fatti l'uno per l'altra, tu e lo strigo. Ma da questa unione non nascerà
nulla. Nulla. Mi dispiace.»
Yennefer impallidì leggermente. «Lo so, Villentretenmerth. Ma
anch'io vorrei credere che non ci siano limiti al possibile. O almeno
che siano ancora molto lontani.»
Vea si avvicinò, toccò il braccio di Geralt e pronunciò svelta
alcune parole.
Il drago si mise a ridere. «Geralt, Vea dice che ricorderà per un
pezzo il mastello del Drago Pensieroso. Conta sul fatto che
c'incontreremo ancora.»
«Come?» chiese Yennefer socchiudendo gli occhi.
«Niente», disse svelto lo strigo. «Villentretenmerth...»
«Ti ascolto, Geralt di Rivia.»
«Puoi assumere qualsiasi forma. Qualsiasi forma tu voglia.»
«Sì.»
«Perché dunque quella umana? Perché Borch coi tre uccelli neri
sullo stemma?»
Il drago sorrise allegramente. «Non so, Geralt, in quali circostanze
si siano incontrati per la prima volta i lontani antenati delle nostre
razze. Ma una cosa è certa: per i draghi non c'è nulla di più
ripugnante dell'uomo. L'uomo risveglia in loro una ripugnanza
istintiva, irrazionale. Per me è diverso. A me... siete simpatici.
Addio.»
Non accadde gradualmente, i contorni di Borch non svanirono a
poco a poco e neppure tremolarono o vibrarono vaghi, come per
un'illusione. Accadde all'improvviso, come un battito di palpebre.
Nel luogo in cui fino a un secondo prima stava il cavaliere ricciuto
con indosso la tunica ornata da tre uccelli neri, ora c'era il drago
dorato, il lungo collo sottile graziosamente proteso. Spiegò le ali, che
lanciarono abbaglianti riflessi dorati nei raggi del sole.
Yennefer fece un sonoro sospiro.
Vea, ormai in sella accanto a Tea, agitò la mano.
«Vea, avevi ragione», disse lo strigo.
«Mmm?»
«È davvero il più bello.»
UNA SCHEGGIA DI GHIACCIO

Il cadavere della pecora, gonfio e tumefatto, le zampe irrigidite


rivolte al cielo, si mosse. Geralt, accucciato contro il muro, estrasse
lentamente la spada, stando attento a non far stridere la lama contro
le guarnizioni del fodero. A dieci passi da lui, il mucchio di rifiuti a
un tratto si gonfiò e ondeggiò. Lo strigo balzò via prima di essere
raggiunto dall'ondata di fetore proveniente dall'immondizia.
Un tentacolo terminante in un ispessimento oblungo, affusolato e
irto di punte schizzò all'improvviso dall'immondizia e sfrecciò verso
di lui a una velocità straordinaria. Lo strigo atterrò sui resti di un
mobile fracassato che giaceva in bilico su un mucchio di verdure
marce, oscillò, ritrovò l'equilibrio e recise il tentacolo con un breve
colpo di spada, mozzando la ventosa claviforme. Quindi balzò
indietro, ma questa volta scivolò dalle assi, sprofondando fino alle
cosce nel letamaio melmoso.
Il mucchio di rifiuti esplose, facendo volare da tutte le parti denso
grasso maleodorante, frammenti di pentole, stracci putrefatti e
pallide strisce di cavolo inacidito, dai quali spuntò un tronco bulboso
grosso e informe, simile a una grottesca patata, che sferzava l'aria
con tre tentacoli e col moncone del quarto.
Geralt si girò di scatto e troncò di netto un altro tentacolo. I
restanti due, spessi come grossi rami, gli si scagliarono addosso con
forza, conficcandosi ancora più in profondità nei rifiuti. Il tronco
scivolò verso di lui, avanzando nel mucchio di sozzura come una
botte che venga trascinata. Geralt vide lo schifoso bulbo fendersi,
aprendo la larga bocca piena di grossi denti aguzzi.
Lo strigo lasciò che i tentacoli gli circondassero la vita,
emergessero con uno schiocco dal grasso maleodorante e lo
trascinassero verso il tronco, che penetrava con movimenti circolari
nel mucchio di rifiuti. Le fauci dentate si aprivano e si chiudevano in
maniera selvaggia, furiosa. Attirato verso l'enorme bocca, Geralt
sferrò un colpo con la spada impugnata a due mani e la lama
penetrò con facilità, senza incontrare nessuna resistenza. Si propagò
un disgustoso fetore dolciastro che toglieva il respiro. Il mostro sibilò
e sussultò; i tentacoli, agitandosi convulsi in aria, mollarono la presa.
Geralt, ormai impantanato nell'immondizia, lo colpì nuovamente col
piatto della lama, che emise un suono sgradevole e stridette contro i
grossi denti scoperti. Il mostro gorgogliò, si afflosciò, ma subito
dopo si gonfiò, sibilando e schizzando immondizia maleodorante
contro lo strigo. Geralt si divincolò e prese ad avanzare smuovendo
il lerciume col petto come fa un nuotatore con l'acqua, poi affondò
la lama nel tronco, proprio in mezzo agli occhi fosforescenti. Il
mostro lanciò un gemito gorgogliante, si dibatté e riversò sul
mucchio di letame una sorta di vescica bucata dalla quale
emanavano ondate di fetore caldo. I tentacoli tremavano e si
contorcevano nel marciume.
Lo strigo uscì a fatica dalla densa poltiglia e si ritrovò su un
terreno malfermo e bagnato, ma stabile. Si sentiva strisciare sul
polpaccio qualcosa di appiccicoso e ripugnante che gli era entrato
nello stivale. Al pozzo, ripulirsi al più presto da tutto questo schifo.
Lavarsi, pensò. I tentacoli del mostro si contorsero ancora una volta
tra i rifiuti, provocando alti schizzi, poi s'immobilizzarono.
Una stella cadente ravvivò col suo bagliore momentaneo il nero
firmamento screziato di lucine immobili. Lo strigo non espresse
desideri.
Respirava a fatica, emettendo suoni rochi; sentiva che l'effetto
degli elisir bevuti prima del combattimento stava svanendo. Alla luce
delle stelle, il gigantesco cumulo d'immondizia e rifiuti che,
addossato alle mura della città, scendeva ripidamente verso il nastro
lucente del fiume aveva un aspetto affascinante. Lo strigo sputò.
Il mostro era morto. Faceva ormai parte del cumulo di rifiuti in
cui aveva dimorato fino a quel momento.
Geralt vide un'altra stella cadente. «Un mucchio di rifiuti...
Sporcizia, marciume e merda.»
II

«Puzzi, Geralt. Fatti un bagno», disse Yennefer con una smorfia


senza staccare lo sguardo dallo specchio davanti al quale si stava
struccando.
Lui diede un'occhiata alla tinozza. «Non c'è acqua.» La maga si
alzò e aprì ancora di più la finestra. «A questo c'è rimedio. La
preferisci di mare o normale?»
«Di mare, tanto per cambiare.»
Yennefer distese bruscamente le braccia e gridò una formula
magica eseguendo un breve gesto complicato con le mani.
All'improvviso dalla finestra aperta entrò un freddo intenso, umido,
le imposte sbatterono e nella stanza irruppe con un sibilo un turbine
verde dalla forma di una sfera irregolare. La tinozza si riempì d'acqua
schiumosa, che ondeggiò sbattendo contro i bordi e schizzando sul
pavimento. La maga si sedette, tornando alla sua occupazione
precedente. «È andata bene? Che cosa c'era nell'immondezzaio?»
«Uno zeugl, come pensavo.» Geralt si tolse le scarpe, fece
scivolare a terra i vestiti e infilò un piede nella tinozza. «Peste, Yen, è
gelata. Non puoi riscaldarla, quest'acqua?»
La maga avvicinò il viso allo specchio e si mise qualcosa in un
occhio con l'aiuto di una pipetta di vetro. «No. Quella formula
magica è terribilmente stancante e mi fa venire la nausea. E poi, visto
che hai bevuto gli elisir, un po' di freddo ti farà bene.»
Geralt non stette a discutere. Discutere con Yennefer non aveva
senso.
«Lo zeugl ti ha creato dei problemi?» Lei immerse la pipetta in un
flacone e si mise qualcosa anche nell'altro occhio, storcendo la bocca
in modo molto buffo.
«Niente di particolare.»
Dalla finestra aperta giunsero uno strepito, un acuto schianto di
legno spezzato e una voce che balbettava in maniera stonata e
caotica il ritornello di una canzone popolare oscena.
La maga prese un altro flacone dalla fitta schiera che stava sul
tavolo e lo stappò. Nella stanza si diffuse un profumo di lillà e uva
spina. «Uno zeugl. Te l'avevo detto. Anche in città è facile trovare
lavoro per uno strigo, non devi vagabondare per luoghi desolati.
Sai, Istredd sostiene che ormai sta diventando una regola. I mostri
che vivono in boschi e paludi, ora in via d'estinzione, vengono
sostituiti da qualcos'altro, da qualche nuova mutazione ormai
adattata all'ambiente artificiale creato dall'uomo.»
Come al solito, nel sentir nominare Istredd, Geralt fece una
smorfia. Cominciava ad averne abbastanza dell'ammirazione di
Yennefer per la genialità di Istredd. Anche se lui aveva ragione.
«Istredd ha ragione. Guarda tu stesso: pseudoratti nelle fogne e
nelle cantine, zeugl negli immondezzai, planocoris nei fossi sudici e
nelle cloache, liliopsidi nelle gore dei mulini. È quasi una simbiosi,
non credi?» La maga si passò l'unguento odoroso di lillà e uva spina
sulle guance e sulle palpebre.
E i ghul dei cimiteri, che divorano i defunti già all'indomani della
sepoltura. Una simbiosi perfetta, pensò Geralt sciacquando via il
sapone.
Lei allontanò flaconcini e vasetti. «Anche qui si può trovare lavoro
per uno strigo. Credo che prima o poi ti stabilirai per sempre in città,
Geralt.»
Manco morto, pensò lui. Ma non lo disse a voce alta.
Contraddire Yennefer, come sapeva, portava inevitabilmente a un
litigio, e un litigio con lei non era tra le cose più raccomandabili.
«Hai finito, Geralt?»
«Sì.»
«Esci dalla tinozza.» Senza alzarsi, Yennefer agitò la mano e
pronunciò una formula magica. L'acqua nella tinozza, insieme con
quella versata sul pavimento e quella che grondava da Geralt, si
raccolse in una sfera semitrasparente e volò via dalla finestra con un
sibilo. Si sentì uno scroscio sonoro.
«La peste vi colga, figli di puttana!» urlò qualcuno dal basso. «Non
avete un altro posto per svuotare il vostro piscio? Possiate farvi
mangiare vivi dai pidocchi, prendervi la lebbra e crepare!» La maga
chiuse la finestra.
Lo strigo ridacchiò. «Accidenti, Yen. Avresti potuto gettarla un po'
più in là.»
«È vero. Ma non ne avevo voglia.» Prese una lucernetta dal
tavolo e gli si avvicinò. La camicia da notte bianca, che le aderiva al
corpo a ogni minino movimento, la rendeva incredibilmente
attraente. Più di quand'è nuda, pensò Geralt. «Voglio esaminarti. Lo
zeugl potrebbe averti ferito.»
«Non mi ha ferito. Me ne sarei accorto.»
«Dopo aver bevuto gli elisir? Ma non farmi ridere. Non ti saresti
accorto neppure di una frattura esposta finché l'osso sporgente non
si fosse impigliato nelle siepi. Lo zeugl avrebbe potuto avere di tutto,
compresi il tetano e la tossina cadaverica. In tal caso siamo ancora in
tempo per prendere provvedimenti. Girati.»
Geralt sentiva sul corpo il morbido calore della fiamma della
lucernetta nonché, di quando in quando, il tocco dei capelli di
Yennefer.
«Mi pare che sia tutto a posto. Stenditi, prima che gli elisir ti
mettano al tappeto. Quei miscugli sono dannatamente pericolosi. A
poco a poco ti distruggeranno.»
«Devo prenderli prima di combattere.» Yennefer non rispose. Si
sedette di nuovo davanti allo specchio, si pettinò lentamente gli
scintillanti ricci neri. Lo faceva sempre prima di coricarsi. Geralt la
riteneva una stramberia, ma adorava osservarla durante
quell'operazione. E sospettava che Yennefer lo sapesse.
A un tratto gli venne un gran freddo. Gli elisir in effetti gli
provocavano forti tremori, gli irrigidivano il collo, provocavano
vortici di nausea. Lui imprecò sottovoce e si lasciò cadere sul letto,
continuando a osservare Yennefer.
Un movimento in un angolo della stanza catturò la sua
attenzione: sulle corna di cervo attaccate di traverso alla parete e
ricoperte di ragnatele si era posato un piccolo uccello nero come la
pece, che girò la testa di lato e guardò lo strigo con un occhio giallo
e immobile.
«Che cos'è, Yen? Da dove è spuntato fuori?»
«Che cosa? Ah, quello. È un gheppio.»
«Un gheppio? I gheppi sono chiazzati di rosso, e questo è nero.»
«È un gheppio magico. L'ho fatto io.»
«A che prò?»
«Mi serve.»
Geralt non fece altre domande, sarebbe stato inutile. «Domani vai
da Istredd?»
La maga spostò i flaconcini verso l'orlo del tavolo, ripose il
pettine in un cofanetto e chiuse lo specchio a trittico. «Sì. Di buon
mattino. Perché?»
«Così.»
Yennefer si stese su un fianco senza spegnere la lucernetta. Non
sopportava di addormentarsi al buio. Che si trattasse di una
lucernetta, di una lanterna o di una candela, dovevano bruciare sino
alla fine. Sempre. Un'altra stramberia. Yennefer aveva
un'inverosimile quantità di stramberie.
«Yen?»
«Sì?»
«Quando ce ne andremo di qui?»
Lei diede un brusco strappo al piumino. «Non seccarmi. Siamo
arrivati solo tre giorni fa, e mi hai fatto questa domanda almeno
trenta volte. Ti ho detto che ho delle faccende da sbrigare qui.»
«Con Istredd?»
«Sì.»
Geralt sospirò e la abbracciò, senza fare mistero delle sue
intenzioni.
«Ehi! Hai preso gli elisir...»
«E con ciò?»
«Niente.» Yennefer ridacchiò come una ragazzina e si strinse a lui,
per poi sfilarsi la camicia.
Come al solito, vedere il suo corpo nudo gli fece correre un
brivido lungo la schiena, gli fece formicolare le dita a contatto con la
pelle di lei. Le sfiorò con le labbra i seni tondi e delicati, dai
capezzoli così chiari che si distinguevano unicamente grazie alla
forma. Le infilò le dita tra i capelli odorosi di lillà e uva spina.
La maga si abbandonava alle sue carezze facendo le fusa come un
gatto, stringendogli le ginocchia piegate contro i fianchi.
Ben presto si rivelò che - come al solito - Geralt aveva
sopravvalutato la propria resistenza agli elisir degli strighi, aveva
dimenticato il loro effetto nocivo sull'organismo. Ma forse non sono
gli elisir, pensò, forse è la stanchezza provocata dal combattimento,
dal rischio, dal pericolo e dalla morte. Una stanchezza cui sono
talmente abituato da non farci più caso. Ma il mio organismo,
sebbene artificialmente modificato, non si assoggetta alla routine.
Reagisce in maniera naturale. Solo che lo fa quando non dovrebbe.
Peste!
Ma Yennefer - come al solito - non si fece deprimere da una
simile sciocchezza. Geralt si sentì toccare, la sentì mormorargli
qualcosa all'orecchio. Come al solito, rifletté suo malgrado sulle
innumerevoli occasioni in cui doveva servirsi di quella utilissima
formula magica. Poi smise di riflettere.
Come al solito, fu straordinario. Geralt guardava le labbra di lei,
ai cui angoli tremolava un sorriso inconsapevole. Conosceva bene
quel sorriso, ogni volta gli sembrava più una manifestazione di
trionfo che non di felicità. Non glielo aveva mai chiesto. Sapeva che
lei non avrebbe risposto.
Il gheppio nero posato sulle corna di cervo scrollò le ali e sbatté il
becco ricurvo. Yennefer girò la testa e sospirò. Con gran tristezza.
«Yen?»
«Niente, Geralt.» Lo baciò.
La fiamma della lucernetta tremolava. Un topo raspava dietro la
parete, nel cassettone uno scolito produceva un sommesso
picchiettio ritmico, monotono.
«Yen?»
«Mmm?»
«Andiamocene di qui. Non mi ci trovo bene. Questa città ha un
effetto disastroso su di me.»
La maga si girò su un fianco, gli scostò i capelli dal viso, lasciò
scivolare giù le dita, toccò le ruvide cicatrici che gli attraversavano
un lato del collo. «Sai cosa significa il nome di questa città? Aedd
Gynvael?»
«No. È nella lingua degli elfi?»
«Sì. Significa 'scheggia di ghiaccio'.»
«Strano. Non si addice affatto a questo buco schifoso.»
«Tra gli elfi circola la leggenda della Regina d'Inverno, che durante
le bufere percorre il paese su una slitta trainata da cavalli bianchi,
seminando tutt'intorno piccole schegge di ghiaccio dure e appuntite.
Guai a chi viene colpito da una di queste schegge all'occhio o al
cuore. È perduto. Nulla potrà più rallegrarlo, tutto ciò che non avrà
il biancore della neve diverrà per lui brutto, ripugnante, disgustoso.
Non avrà pace, abbandonerà tutto e inseguirà la Regina, i propri
sogni e il proprio amore. Naturalmente non li troverà mai e morirà
di desiderio. Pare sia accaduto qui, in questa città, in tempi remoti.
Una bella leggenda, vero?»
Geralt le sfiorò il braccio con le labbra. «Gli elfi sanno esprimere
tutto con belle parole. Non è affatto una leggenda, Yen. È la
descrizione suggestiva di quell'orribile fenomeno che è la Caccia
Selvaggia, una maledizione di certe contrade. Un'inspiegabile follia
collettiva che costringe la gente a seguire un corteo spettrale che
percorre il cielo. Io l'ho visto. In effetti, accade spesso d'inverno. Mi
hanno offerto una bella somma per porre fine a questa piaga, ma
non ho accettato. Contro la Caccia Selvaggia non c'è niente da
fare...»
Gli baciò una guancia. «Strigo, non hai un briciolo di
romanticismo. Invece io... io amo le leggende degli elfi, sono così
belle. Peccato che gli uomini non ne abbiano di simili. Forse un
giorno ne avranno? Ne creeranno? Ma di cosa parleranno?
Tutt'intorno, ovunque si spinga lo sguardo, ci sono grigiore e
banalità. Persino ciò che ha un inizio promettente sfocia ben presto
in noia e mediocrità, in questo rituale umano, in questo tran tran
chiamato 'vita'. Ah, Geralt, non è facile essere una maga, ma a
paragone della comune esistenza umana... Geralt?» Gli mise la testa
sul petto, che si muoveva al ritmo lento del respiro. «Dormi. Dormi,
strigo.»
III

La città gli faceva un brutto effetto.


Fin dal mattino. Fin dal mattino tutto lo metteva di malumore, lo
deprimeva e lo irritava. Tutto. Quel giorno lo irritò l'aver dormito
fino a tardi, ragion per cui il mattino era diventato praticamente
mezzogiorno. Lo stizzì l'assenza di Yennefer, uscita prima del suo
risveglio.
La maga doveva essere andata via di fretta, perché gli oggetti che
di solito riponeva con cura nei cofanetti erano sparsi in disordine sul
tavolo, come ossicini gettati da un indovino durante una
divinazione. Pennelli dalle setole delicate - grandi, per incipriare il
viso, più piccoli, per passare il rossetto sulle labbra, e piccolissimi,
per l'henné con cui la maga si tingeva le ciglia -, matite colorate e
bastoncini per palpebre e sopracciglia. Pinzette e cucchiaini
d'argento. Vasetti e bottigliette di porcellana e di vetro lattescente
che contenevano elisir e unguenti dagli ingredienti banali, come
salvia, grasso d'oca e succo di carota; e pericolosamente misteriosi,
come mandragora, antimonio, belladonna, cannabis, sangue di
drago e veleno concentrato di scorpioni giganti. E, al di sopra di
tutto ciò, aleggiava nell'aria una fragranza di lillà e uva spina, il
profumo che Yen portava sempre.
Lei era in quegli oggetti. Era in quell'odore.
Ma non era lì.
Geralt scese di sotto, sentendosi montare dentro l'inquietudine e
una rabbia crescente. Nei confronti di tutto.
Lo irritò la frittata fredda e dura che il locandiere gli servì per
colazione, staccandosi un istante dalla ragazza cui palpava il didietro.
Lo irritò che la ragazza avesse al massimo dodici anni. E le lacrime
agli occhi.
Il calore primaverile e l'allegro cicaleccio della strada brulicante di
vita non migliorarono l'umore di Geralt. Continuava a non piacergli
nulla di Aedd Gynvael, una cittadina che, si era reso conto,
sembrava una brutta parodia di tutte quelle che conosceva: era più
rumorosa, più soffocante, più sporca e snervante, insomma, una
caricatura.
Continuava a sentirsi i vestiti e i capelli leggermente impregnati
del fetore dell'immondezzaio. Decise di andare ai bagni.
Lì lo irritò l'espressione con cui l'addetto ai bagni guardava il
medaglione di strigo e la spada appoggiata al bordo della tinozza.
Lo irritò non sentirsi offrire una prostituta. Non intendeva giovarsi
dei servigi di una prostituta, ma ai bagni venivano offerti a tutti,
perciò lo stizzì l'eccezione fatta per lui.
Quando uscì, spandendo un intenso odore di sapone grigio, il suo
umore non era migliorato e Aedd Gynvael non era diventata affatto
più bella. Continuava a non esserci nulla che potesse piacergli. Non
gli piacevano i mucchi di letame disseminati per le strade. Non gli
piacevano i mendicanti accucciati contro il muro del tempio. Non gli
piaceva la scritta sghemba sul muro:

CHIUDIAMO GLI ELFI IN UNA RISERVA!


Non lo fecero entrare nel castello, lo mandarono dallo starosta
alla gilda mercantile. Ciò lo innervosì. Lo innervosì anche l'anziano
della corporazione, un elfo, che gli disse di cercare lo starosta al
mercato guardandolo con disprezzo e con una superiorità insolita in
chi rischiava di finire in una riserva.
Il mercato brulicava di gente; era pieno di bancarelle, carri,
cavalli, buoi e mosche. Su una piattaforma c'era una gogna: vi era
imprigionato un malfattore ricoperto di fango e sterco dalla
plebaglia. Con un controllo davvero ammirevole, indirizzava insulti
osceni ai suoi tormentatori, senza alzare troppo la voce.
Geralt, che aveva una discreta pratica di certe situazioni, capiva
perfettamente perché lo starosta si trovasse in mezzo a quel baccano.
I mercanti forestieri alla guida delle carovane stabilivano i prezzi
delle merci includendovi bustarelle che andavano consegnate a
qualcuno. Lo starosta, anche lui avvezzo a tali usanze, era andato fin
lì per non farli incomodare.
Il luogo in cui esercitava la sua carica era contraddistinto da un
baldacchino color azzurro sporco. Là sotto, seduto a un tavolo
assediato dai mercanti, c'era lo starosta Herbolth, che non faceva
mistero del disdegno e del disprezzo dipinti sul suo viso scialbo.
«Ehi! E tu da dove vieni?»
Geralt girò adagio la testa. E immediatamente represse la rabbia,
controllò l'irritazione, s'irrigidì in una scheggia di ghiaccio dura e
gelida. Non poteva più permettersi emozioni.
L'uomo che gli aveva sbarrato la strada aveva i capelli giallastri,
come le penne del rigogolo, e uguali sopracciglia che incorniciavano
gli occhi smorti, vuoti. Teneva le mani sottili, dalle lunghe dita,
appoggiate a una cintura fatta di massicce piastre di ottone e
appesantita da una spada, una mazza ferrata e due pugnali. «Ah. Ti
riconosco. Sei lo strigo, non è così? Vai da Herbolth?»
Geralt annuì senza smettere di osservare le mani dell'uomo.
Sapeva che era pericoloso perderle di vista.
Anche l'uomo dai capelli gialli fissava attentamente le mani di
Geralt. «Ho sentito parlare di te, sgominatore di mostri. Sebbene mi
sembri che non ci siamo mai incontrati, anche tu avrai sentito
sicuramente parlare di me. Sono Ivo Mirce. Ma tutti mi chiamano
Cicala.»
Lo strigo fece segno di sì con la testa. Conosceva anche
l'ammontare della taglia sulla testa di Cicala a Wyzima, Caelf e
Vattweir. Se gli avessero chiesto un parere, avrebbe detto che era
bassa. Ma non glielo avevano chiesto.
«Bene. Da quanto so, lo starosta ti aspetta. Puoi andare, strigo.
Ma la spada, amico, devi lasciarla qui. Vedi, sono pagato per badare
a che il cerimoniale venga rispettato. Nessuno ha il diritto di
avvicinarsi armato a Herbolth. Capito?»
Geralt fece spallucce, si slacciò la cintura e, dopo averla avvolta
intorno al fodero, consegnò la spada a Cicala, che sorrise.
«Accipicchia, che gentilezza. Neppure una parola di protesta. Sapevo
che le voci sul tuo conto erano esagerate. Mi piacerebbe che una
volta fossi tu a chiedermi la spada, allora vedresti la mia reazione.»
«Ehilà, Cicala!» chiamò all'improvviso lo starosta, alzandosi.
«Lascialo stare! Vieni subito qui, signor Geralt, benvenuto,
benvenuto. Fatevi da parte, signori mercanti, lasciateci un istante. I
vostri interessi devono cedere il passo a questioni più importanti per
la città. Presentate pure le petizioni al mio segretario!»
La finta cordialità con cui era stato accolto non ingannò Geralt.
Sapeva che serviva esclusivamente come elemento di contrattazione.
Così i mercanti avevano più tempo per riflettere se le bustarelle
fossero abbastanza alte.
«Suppongo che Cicala cercasse di provocarti», disse Herbolth,
rispondendo con un cenno negligente della mano all'inchino
altrettanto negligente dello strigo. «Non preoccupartene. Mette
mano alle armi solo su mio ordine. È vero, morde il freno, ma finché
è sul mio libro paga gli toccherà obbedire, altrimenti fuori dei piedi,
lo rimetto in mezzo a una strada. Non preoccuparti di lui.»
«A cosa diavolo vi serve uno come Cicala, starosta? Questo posto
è così pericoloso?»
«Non lo è proprio perché c'è Cicala!» Herbolth rise. «La sua fama
giunge lontano e questo mi fa comodo. Vedi, Aedd Gynvael e le
altre città della valle del Toina sono soggette ai governatori di
Rakverelin. E negli ultimi tempi i governatori cambiano ogni
stagione. Del resto non si sa perché, visto che comunque uno su due
è un mezzelfo o un quartelfo... sangue e razza maledetti, gli elfi sono
la causa di tutti i mali.»
Geralt non aggiunse che lo erano anche i carrettieri, perché quella
battuta, per quanto nota, non era ritenuta divertente da tutti.
«Ogni nuovo governatore comincia col rimuovere i borgomastri e
gli starosta del precedente regime per installare nelle varie poltrone
parenti e amici. Ma, dopo il trattamento riservato da Cicala agli
inviati di uno di questi governatori, nessuno prova più a
soppiantarmi e sono lo starosta più vecchio, risalente al regime più
vecchio, non ricordo neanche più quale. Be', ma noi stiamo qui a
chiacchierare e intanto la casa brucia, com'era solita dire la mia
prima moglie di santa memoria.
Veniamo al dunque. Che razza di rettile si era annidato nel mio
immondezzaio?»
«Uno zeugl.»
«In vita mia non ho mai sentito parlare di nulla di simile.
Immagino che sia bell'e morto?»
«Sì.»
«Quanto costerà questo scherzo alle casse cittadine? Settanta?»
«Cento.»
«Su, su, signor strigo! Cos'è, hai mangiato l'erba matta? Cento
marchi per avere ucciso un qualunque verme che vive in un mucchio
di merda?»
«Verme o non verme, starosta, aveva divorato otto persone,
come avete affermato voi stesso.»
«Persone? Stai scherzando! Il mostro, come mi è stato riferito, si è
mangiato il vecchio Zipolo, famoso per non essere mai stato sobrio,
una vecchia donna del borgo e alcuni bambini del carrettiere Sulirad,
cosa che abbiamo scoperto con un certo ritardo, perché Sulirad non
sa neanche lui quanti figli ha, li fa troppo in fretta per tenere il
conto. Altro che persone! Ottanta.»
«Se non avessi ucciso lo zeugl, tra non molto avrebbe divorato
qualcuno di più importante. Il farmacista, per esempio. E allora dove
avreste preso l'unguento per l'ulcera venerea? Cento.»
«Cento marchi sono un mucchio di soldi. Non so se darei tanto
neanche per un'idra a nove teste. Ottantacinque.»
«Cento, signor Herbolth. Badate che, sebbene non si trattasse di
un'idra a nove teste, nessuno qui, compreso il famoso Cicala, era
riuscito in qualche modo a sbrigarsela con lo zeugl.»
«Perché nessuno qui è abituato a sporcarsi nello sterco e nei rifiuti.
Novanta, è la mia ultima offerta.»
«Cento.»
«Novantacinque, per tutti i demoni e per tutti i diavoli!»
«D'accordo.»
«Affare fatto. Sei sempre così bravo a mercanteggiare, strigo?»
«No. Piuttosto di rado. Ma volevo farvi piacere, starosta.»
Herbolth sghignazzò. «E ci sei riuscito, che la peste ti colga. Ehi,
Capasanta! Vieni qui! Portami il libro e la borsa e contami subito
novanta marchi.»
«Avevamo detto novantacinque.»
«E la tassa non la calcoli?»
Lo strigo imprecò sottovoce. Lo starosta appose una sigla sulla
ricevuta, quindi si stuzzicò l'orecchio con l'estremità pulita della
piuma. «Spero che ora nell'immondezzaio sia tutto tranquillo. Eh,
strigo?»
«Dovrebbe. C'era un solo zeugl. È vero che avrebbe potuto fare in
tempo a riprodursi. Gli zeugl sono ermafroditi, come le lumache.»
Herbolth lo guardò storto. «Che frottole mi vai raccontando? Per
riprodursi bisogna essere in due, un maschio e una femmina. Cos'è,
gli zeugl nascono forse come le pulci o i ratti, dalla paglia marcia dei
giacigli? Ogni stupido sa che non ci sono topi maschi e femmine, che
sono tutti uguali e si riproducono da soli nella paglia marcia.»
«E che le lumache nascono dalle foglie bagnate», intervenne il
segretario Capasanta, continuando a disporre le monete in
colonnine.
Geralt sorrise amichevolmente. «Lo sanno tutti. Non ci sono
lumache maschi e femmine. Ci sono solo le foglie. Chi la pensa
diversamente sbaglia.»
Lo starosta lo guardò con sospetto. «Basta. Ne ho abbastanza di
questi insetti. Ti ho chiesto se potrebbe spuntare di nuovo qualcosa
nel nostro immondezzaio, perciò sii tanto gentile da rispondere, in
maniera chiara e concisa.»
«Tra circa un mese bisognerebbe ispezionarlo, meglio se coi cani. I
piccoli di zeugl non sono pericolosi.»
«E non potresti farlo tu, strigo? Quanto al compenso, ci
metteremo d'accordo.»
Geralt prese il denaro portogli da Capasanta. «No. Non intendo
rimanere nella vostra incantevole città neanche una settimana,
figuriamoci un mese.»
Herbolth fece un sorriso storto e lo guardò dritto negli occhi.
«Davvero interessante. Io penso invece che resterai qui più a lungo.»
«Pensate male, starosta.»
«Credi? Sei venuto qui con quell'indovina, come si chiama, l'ho
dimenticato... Guinever, mi pare. Hai preso alloggio con lei allo
Storione. Nella stessa stanza, dicono.»
«E con questo?»
«Il fatto è che lei non se ne va mai tanto presto da Aedd Gynvael.
Sai, è già stata qui da noi diverse volte.» Capasanta fece un largo
sorriso eloquente, mostrando la bocca sdentata. Herbolth
continuava a fissare lo strigo negli occhi con espressione seria. Geralt
sorrise a sua volta, nel modo più sgradevole che poteva.
Infine lo starosta distolse lo sguardo, grattando la terra col tacco.
«Del resto, io non ne so niente. Me ne importa quanto lo sterco di
cane. Ma tieni presente che qui da noi il mago Istredd è una persona
importante. Insostituibile per questa città. Inestimabile, direi. Gode
del rispetto della gente, del posto e di fuori. Noi non ficchiamo il
naso nella sua magia e non siamo particolarmente curiosi neppure
degli altri suoi affari.»
«Forse è giusto così. E dove abita, se è lecito?» domandò lo strigo.
«Non lo sai? Proprio là! Vedi quella casa bianca, alta, ficcata tra il
magazzino e l'arsenale come - perdonami il paragone - una candela
nel culo? Ma ora non lo troverai. Qualche tempo fa, Istredd ha
dissotterrato non so cosa presso il terrapieno meridionale e adesso
passa il tempo a scavare come una talpa. Mi hanno portato a vedere
gli scavi. Vado e gli domando gentilmente: 'Perché, maestro, scavate
buche come i bambini? La gente si mette a ridere. Che cosa c'è in
questa terra?' Lui mi ha guardato come se fossi un poveretto e fa: 'La
storia'. 'Ma che storia?' chiedo. E lui: 'La storia dell'umanità. Risposte
alle domande. Alla domanda su cosa c'era e alla domanda su cosa ci
sarà'. 'Prima che costruissero la città c'erano la merda, campi incolti,
arbusti e licantropi', gli faccio. 'E cosa ci sarà dipende da quale altro
mezzelfo schifoso sarà nominato governatore a Rakverelin. Nella
terra non c'è nessuna storia, non c'è un bel niente se non forse i
lombrichi, per chi ha voglia di andare a pesca.' Pensi che mi abbia
dato ascolto? Macché. Continua a scavare. Perciò, se vuoi
incontrarlo, vai al terrapieno meridionale.»
Capasanta sogghignò. «Signor starosta, adesso è a casa.
Figuriamoci se va agli scavi, ora che...»
Herbolth gli lanciò un'occhiata minacciosa.
Capasanta s'ingobbì e si schiarì la gola, spostando il peso da un
piede all'altro. Lo strigo, continuando a sorridere in maniera
sgradevole, incrociò le braccia sul petto.
«Già, ehm, ehm», balbettò lo starosta. «Chissà, forse ora Istredd è
davvero a casa. Del resto, cosa me ne importa...»
«Statemi bene, starosta. Vi auguro una buona giornata.» Senza
sforzarsi a fare neppure la parodia di un inchino, Geralt andò da
Cicala, che gli stava venendo incontro fra un gran tintinnare di armi.
«Vai di fretta, strigo?»
«Sì.»
«Ho esaminato la tua spada.» Geralt lo misurò con uno sguardo
che con tutta la buona volontà non poteva definirsi affabile.
«È qualcosa di cui vantarsi. Poche persone l'hanno fatto. E ancora
meno sono andate in giro a raccontarlo.»
Cicala fece balenare i denti. «Davvero minaccioso, mi sono venuti
addirittura i brividi. Mi ha sempre incuriosito, strigo, perché la gente
abbia tanta paura di voi. E ormai penso di saperlo.»
«Ho fretta, Cicala. Dammi la spada, di grazia.»
«Fumo negli occhi, strigo, nient'altro che fumo negli occhi.
Spaventate la gente come l'apicoltore spaventa le api col fumo e con
la puzza: coi vostri visi di pietra, con le chiacchiere e le dicerie che
sicuramente voi stessi diffondete sul vostro conto. Le api, sciocche,
scappano davanti al fumo invece di conficcare il pungiglione nel culo
degli strighi, che si gonfierebbe come tutti gli altri. Dicono che voi
non sentite il dolore come gli uomini. Fandonie. Se uno di voi
rimediasse una coltellata, la sentirebbe eccome.»
«Hai finito?»
Cicala gli restituì la spada. «Sì. Sai cosa m'interessa, strigo?»
«Sì. Le api.»
«No. Mi chiedo: se tu entrassi armato di spada da un lato di una
stradina e io dall'altro, chi di noi arriverebbe al lato opposto? La
cosa mi sembra degna di una scommessa.»
«Perché mi stuzzichi, Cicala? Cerchi la lite? Che cosa vuoi?»
«Niente. M'incuriosisce solo sapere quanto c'è di vero in quello
che dice la gente. Che voi strighi siete tanto bravi in combattimento
perché non avete né cuore, né anima, né pietà, né coscienza. Basta
questo? Perché di me, per esempio, dicono lo stesso. E non senza
motivo. Perciò sono terribilmente curioso: chi di noi due, entrando
in una stradina, ne uscirebbe vivo? Eh? Varrebbe la pena
scommettere? Che ne pensi?»
«Ho detto che ho fretta. Non perderò il mio tempo a riflettere su
certe sciocchezze. E non sono abituato a scommettere. Ma, se un
giorno ti salterà in mente di sbarrarmi il cammino in una stradina,
Cicala, ti consiglio con tutto il cuore di fermarti prima.»
Cicala sorrise. «Fumo negli occhi, strigo. Niente di più.
Arrivederci, chissà, magari c'incontreremo in una stradina.»
«Chissà.»
IV

«Qui potremo chiacchierare liberamente. Siedi, Geralt.»


Ciò che più di tutto saltava agli occhi nel laboratorio era l'enorme
numero di libri che occupava quasi tutto lo spazio dell'ampio locale.
Grossi tomi riempivano gli scaffali alle pareti, curvavano i ripiani,
erano ammucchiati su casse e canterani. Dovevano valere una
fortuna, valutò lo strigo. Naturalmente non mancavano altri pezzi
d'arredamento tipici dei maghi: un coccodrillo impagliato, un pesce
istrice appeso al soffitto, uno scheletro umano impolverato e
un'enorme collezione di barattoli contenenti ogni mostruosità
possibile e immaginabile, scolopendre, ragni, serpenti, rospi, nonché
innumerevoli campioni umani e non, soprattutto viscere. C'era
perfino un homunculus o qualcosa che ricordava un homunculus, ma
avrebbe potuto benissimo essere un neonato affumicato.
Geralt non rimase impressionato dalla collezione. Aveva abitato
sei mesi da Yennefer a Vengerberg, e Yennefer possedeva una
raccolta ancora più interessante, comprendente perfino un fallo di
dimensioni straordinarie che si pensava fosse appartenuto a un troll
montano. Aveva anche un rinoceronte perfettamente impagliato
sulla cui groppa amava fare l'amore. Geralt era dell'avviso che, se
c'era un posto meno adatto di quello, poteva essere soltanto la
groppa di un rinoceronte vivo. A differenza di lui, che considerava il
letto un lusso e apprezzava tutti i possibili usi di quello splendido
mobile, Yennefer poteva essere tremendamente stravagante. Geralt
ricordava dolci momenti trascorsi in sua compagnia su un tetto
spiovente, in un albero cavo pieno di legno imputridito, su un
balcone - per giunta altrui -, sul parapetto di un ponte, su una
barchetta in balia di un fiume impetuoso e levitando a trenta tese da
terra. Ma il rinoceronte era la cosa peggiore. Un bel giorno però il
fantoccio era crollato sotto il suo peso, si era spaccato ed era andato
in pezzi, facendoli ridere a più non posso.
«Cos'è che ti diverte tanto, strigo?» chiese Istredd, seduto a un
lungo tavolo il cui piano era ricoperto di un'infinità di teschi
imputriditi, ossa e ferraglia arrugginita.
Lo strigo si accomodò di fronte a lui e indicò i barattoli. «Ogni
volta che vedo queste cose, mi chiedo se in realtà non sia possibile
fare magie senza tutti questi orrori, la cui sola vista fa venire il
voltastomaco.»
«Questione di gusti. E di abitudine. Ciò che ripugna a uno, chissà
perché non fa nessun effetto a un altro. E a te, Geralt, cos'altro ti
disturba? Sarebbe interessante sapere cosa possa fare orrore a
qualcuno che, come ho sentito dire, per soldi è perfino capace di
sprofondare fino al collo nel letame e nell'immondizia. Sono
davvero curioso di sapere cosa possa suscitare un senso di disgusto in
uno strigo.»
«Be', in quel barattolo non tieni per caso sangue mestruale di una
vergine illibata, Istredd? Sappi che mi ripugna immaginare te, un
mago serio, con una bottiglietta in mano, mentre cerchi di procurarti
quel prezioso liquido, stilla dopo stilla, inginocchiato... come dire,
alla sua fonte.»
«Bravo. Naturalmente mi riferisco alla battuta arguta, perché il
contenuto del barattolo non l'hai indovinato.»
«Ma a volte ti servi di quel sangue, no? Ho sentito dire che per
certe formule magiche non si può fare a meno del sangue di una
vergine, meglio ancora se uccisa durante la luna piena da un fulmine
a ciel sereno. Per curiosità, cos'è che rende quel sangue tanto
migliore di quello di una vecchia bagascia ubriaca caduta da una
palizzata?
«Nulla», convenne il mago con un amabile sorriso sulle labbra.
«Ma, se si scoprisse che si potrebbe utilizzare altrettanto bene sangue
di porco, tanto più facile da procurarsi, qualsiasi canaglia si
metterebbe a fare esperimenti magici. Se invece a queste canaglie
toccherà raccogliere e utilizzare il sangue di vergine che tanto ti
affascina, o le lacrime di drago, il veleno di tarantole bianche, il
brodo di manine di neonati o di un cadavere esumato a mezzanotte,
più d'una ci penserà due volte.»
Rimasero in silenzio. Istredd, che sembrava sprofondato nelle
riflessioni, tamburellava con le unghie su un cranio spaccato e privo
di mandibola posato davanti a lui, passando l'indice sull'orlo
dentellato dell'apertura che si spalancava sotto l'osso temporale.
Geralt lo osservava senza darlo a vedere. Si chiese quanti anni
potesse avere il mago. Sapeva che i più abili riuscivano a frenare il
processo d'invecchiamento in modo permanente e a un'età qualsiasi.
Gli uomini, per motivi di reputazione e prestigio, preferivano un'età
piuttosto avanzata, che suggeriva conoscenza ed esperienza. Le
donne - come Yennefer - si preoccupavano meno del prestigio e più
della bellezza. Istredd sembrava essere giunto del tutto
meritatamente nel pieno degli anni, non ne dimostrava infatti più di
una quarantina. Aveva i capelli lisci, leggermente brizzolati, che gli
arrivavano alle spalle, e numerose rughe che gli conferivano
autorevolezza sulla fronte, intorno alla bocca e agli angoli delle
palpebre. Geralt non sapeva se la profondità e la saggezza dei miti
occhi grigi fossero naturali o provocate mediante incantesimi. Dopo
un istante giunse alla conclusione che non aveva nessuna
importanza.
A un certo punto lo strigo interruppe il silenzio con aria
imbarazzata. «Istredd, sono venuto qui perché volevo vedere
Yennefer. Mi hai invitato a entrare anche se non c'era. Per parlare.
Di che? Della marmaglia che cerca di spezzare il vostro monopolio
sull'uso della magia? So che in quella marmaglia includi anche me.
Non è una novità. Per un momento ho avuto l'impressione che ti
saresti dimostrato diverso dai tuoi confratelli, che spesso mi
coinvolgono in serie conversazioni solo per farmi sapere che non
vado loro a genio.»
«Non intendo chiederti scusa da parte dei miei 'confratelli', come
li hai chiamati. Li capisco, perché come loro ho dovuto sudare sette
camicie per conseguire una certa abilità nella magia. Quand'ero solo
un marmocchio, sgobbavo sui manoscritti mentre i miei coetanei
correvano nei campi armati di archi, pescavano o giocavano a pari e
dispari. Tossivo tanto da farmi uscire gli occhi dalle orbite per la
polvere dei vecchi rotoli e il mio maestro, il vecchio Roedskilde, non
perdeva mai occasione di accarezzarmi la schiena con la frusta,
ritenendo evidentemente che in caso contrario non avrei fatto
progressi soddisfacenti nello studio. Non ho partecipato a risse, non
ho toccato né una donna né una birra negli anni migliori, quando
questo genere di svaghi dà più gusto.»
«Poverino. Mi viene addirittura da piangere», disse lo strigo con
una smorfia.
«Perché questa ironia? Provo a spiegarti le ragioni per cui i maghi
non vanno pazzi per i ciarlatani di paese, per gli incantatori, i
guaritori, le fattucchiere e gli strighi. Chiamala come vuoi, anche
normale invidia, ma è proprio qui che risiede la causa dell'antipatia.
Ci arrabbiamo quando vediamo la magia, un'arte che ci hanno
insegnato a considerare elitaria, un privilegio dei migliori, un santo
mistero, nelle mani di profani e dilettanti. Anche quando si tratta di
una magia misera, povera e ridicola. Perciò i miei confratelli non ti
amano. E neanch'io, tra parentesi.»
Geralt ne aveva abbastanza di discussioni, di elucubrazioni, e di
quello sgradevole senso d'inquietudine che si sentiva strisciare come
una lumaca lungo la nuca e la schiena. Guardò Istredd dritto negli
occhi e serrò le dita sull'orlo del tavolo. «Si tratta di Yennefer, non è
vero?»
Il mago sollevò la testa, continuando a tamburellare leggermente
con le unghie sul cranio posato sul tavolo. «Mi congratulo per la
perspicacia. Hai tutto il mio apprezzamento. Sì, si tratta di Yennefer.»
Geralt taceva. Una volta, anni prima, molti, molti anni prima,
quand'era ancora un giovane strigo, aveva teso un agguato a una
manticora. Aveva intuito che si stava avvicinando. Non la vedeva né
la sentiva. Ma la percepiva. Non aveva mai dimenticato quella
sensazione. Ora ne provava una identica.
«La tua perspicacia ci risparmierà molto del tempo che ci avrebbe
richiesto il perderci in convenevoli: così la situazione è chiara.»
Geralt non fece commenti.
«La mia relazione con Yennefer risale a molto tempo fa, strigo. È
stato a lungo un rapporto senza obblighi, fatto di periodi più o
meno lunghi, più o meno regolari che trascorrevamo insieme.
Questo tipo di legame non vincolante è largamente praticato tra la
gente che svolge la nostra professione. Ma all'improvviso ha smesso
di soddisfarmi. Ho deciso di proporle di rimanere con me in maniera
stabile.»
«Che cosa ha risposto?»
«Che ci avrebbe pensato. Le ho dato il tempo di riflettere. So che
per lei non è una decisione facile.»
«Perché me lo dici, Istredd? Che cosa ti spinge a farlo, oltre a una
sincerità degna di rispetto ma sorprendente, così rara tra chi fa la tua
professione? Qual è il tuo scopo?»
Il mago sospirò. «Uno scopo prosaico. Vedi, la tua persona
impedisce a Yennefer di prendere una decisione. Dunque ti prego di
farti da parte. Di scomparire dalla sua vita, di smettere di dare
impaccio. Per farla breve: di andare al diavolo. Meglio ancora se con
discrezione e senza addii, cosa che, a quanto mi risulta, sei uso fare.»
Geralt fece un sorriso forzato. «In effetti, la tua schietta sincerità
mi fa restare ancor più di stucco. Tutto mi sarei aspettato, fuorché
una richiesta del genere. Non credi che invece avresti dovuto
colpirmi alle spalle con un fulmine globulare? Nessun impedimento,
solo un po' di fuliggine che ti sarebbe toccato raschiare via dal muro.
Un metodo più semplice e sicuro. Perché, vedi, a una richiesta si può
dire di no, ma non certo a un fulmine globulare.»
«Non prendo in considerazione la possibilità di un rifiuto.»
«Perché? Allora la tua strana richiesta sarebbe solo un
avvertimento prima del fulmine o di un'altra spassosa formula
magica? Oppure la richiesta è sostenuta da argomenti sonanti? Da
una somma che faccia girare la testa all'avido strigo? Quanto intendi
pagarmi perché mi tolga dalla strada che conduce alla tua felicità?»
Il mago smise di tamburellare sul cranio, ci mise la mano sopra,
serrò le dita. Geralt notò che le nocche gli erano diventate bianche.
«Non era mia intenzione offenderti con un'offerta del genere. Ero
ben lungi dal farlo. Ma... se... Geralt, sono un mago, e non dei
peggiori. Non penso di vantarmi di essere onnipotente, ma potrei
esaudire molti dei tuoi desideri, se solo tu volessi esprimerli. Alcuni
anche molto facilmente.» Fece un gesto della mano, con negligenza,
come per scacciare una zanzara. L'aria sopra il tavolo si riempì a un
tratto di uno sciame di farfalle parnassius dai fantastici colori.
«Il mio desiderio, Istredd, è che tu la smetta di intrometterti tra
me e Yennefer», disse lo strigo scacciando gli insetti che gli
svolazzavano davanti al viso. «M'importa poco delle proposte che le
fai. Avresti potuto fargliele quando stava con te. Prima. Perché
adesso è con me. Devo farmi da parte, facilitarti le cose? Mi rifiuto.
Non solo non ti aiuterò, ma ti metterò i bastoni tra le ruote secondo
le mie modeste possibilità. Come vedi, non sono da meno di te
quanto a sincerità.»
«Non hai il diritto di rifiutare. Non tu.»
«Che opinione hai di me, Istredd?»
Il mago si chinò al di sopra del tavolo e lo guardò dritto negli
occhi. «Penso che tu sia un amoretto passeggero. Una passione
momentanea, nel migliore dei casi un capriccio, un'avventura tra le
centinaia che Yenna ha avuto, perché Yenna ama giocare con le
emozioni, è impulsiva e imprevedibile nei suoi capricci. Ecco che
opinione ho di te, giacché, dopo questo breve colloquio, ho
rigettato la possibilità che ti abbia trattato in maniera esclusivamente
strumentale. E, credimi, ciò le accade molto spesso.»
«Non hai capito la domanda.»
«Ti sbagli, l'ho capita. Ma parlo volutamente solo delle emozioni
di Yenna. Perché tu sei uno strigo e non puoi provare nessuna
emozione. Non vuoi esaudire la mia richiesta perché ti sembra di
tenere a lei, pensi che... Geralt, tu stai con lei solo perché lei lo
vuole, e starai con lei quanto lei vorrà. Ciò che provi è una
proiezione delle sue emozioni, dell'interesse che ti dimostra, per tutti
i demoni degli Abissi, Geralt, non sei un bambino, lo sai chi sei. Sei
un mutante. Non fraintendermi, non lo dico per offenderti o per
mostrarmi sprezzante. Constato un fatto. Sei un mutante, e una delle
caratteristiche interessanti della tua mutazione è la totale insensibilità
alle emozioni. Sei stato creato così perché potessi esercitare questa
professione. Capisci? Non puoi sentire nulla. Ciò che prendi per
sentimento è una memoria cellulare, somatica, sempre che tu
conosca questa parola.»
«Figurati che la conosco.»
«Tanto meglio. Dunque stai a sentire. Ti chiedo qualcosa che
posso chiedere a uno strigo, ma non a un uomo. Sono sincero con
uno strigo, con un uomo non potrei permettermi di esserlo. Geralt,
io voglio dare a Yenna comprensione e stabilità, amore e felicità.
Puoi sostenere la stessa cosa mettendoti una mano sul cuore? No,
non puoi. Per te sono parole prive di significato. Tu ronzi appresso a
Yenna, felice come un bambino per la simpatia momentanea che ti
dimostra. Fai le fusa come un gatto inselvatichito cui tutti tirano
sassi, contento di avere finalmente trovato qualcuno che non abbia
paura di accarezzarlo. Capisci che cosa intendo? Oh, lo so che
capisci, non sei uno sciocco, è chiaro. Perciò sai bene di non avere il
diritto di dire no alla mia gentile richiesta.»
«Ce l'ho eccome, come tu hai quello di farla, e con questo i nostri
diritti si annullano a vicenda, si torna al punto di partenza, e questo
punto è il seguente: Yen evidentemente se ne infischia della mia
mutazione e delle sue conseguenze, visto che adesso sta con me. Ti
sei dichiarato a lei, è tuo diritto. Ha detto che ci penserà? È suo
diritto. Hai l'impressione che io le impedisca di prendere una
decisione? Che io sia il motivo della sua esitazione? Be', questo è mio
diritto. Se esita, avrà le sue buone ragioni. Evidentemente le do
qualcosa, anche se forse non ci sono parole per definirlo nella lingua
degli strighi...»
«Ascolta...»
«No, sei tu che devi ascoltare me. Un tempo è stata con te, dici?
Chissà, forse tu, e non io, sei stato per lei solo un amoretto
temporaneo, un capriccio, un motivo per quell'abbandonati alle
emozioni così tipico in lei. Istredd, non posso neanche escludere che
allora non abbia trattato te in maniera esclusivamente strumentale.
Non è da escludersi, signor mago, anche solo sulla base della nostra
conversazione.»
Istredd non ebbe neppure un fremito, non serrò neppure le
mascelle. Geralt ammirò il suo autocontrollo. Nondimeno, il silenzio
prolungato sembrava dimostrare che il colpo era andato a segno.
«Giochi con le parole, strigo. Ti inebri di parole. Vuoi sostituirle ai
normali sentimenti umani che non hai. Le tue parole non esprimono
sentimenti, sono come i suoni emessi da questo cranio se ci si
tamburella sopra. Sei vuoto come questo cranio. Non hai il diritto...»
«Smettila! Smettila di negare caparbiamente i miei diritti, ne ho
abbastanza, mi senti? Ti ho detto che i nostri diritti sono uguali. No,
per tutti i diavoli, i miei sono superiori», lo interruppe bruscamente
Geralt, forse perfino troppo bruscamente.
Il mago impallidì leggermente, procurando in tal modo un
indicibile piacere a Geralt. «Davvero? E perché?»
Lo strigo rifletté un istante e decise di dargli il colpo di grazia.
«Perché ieri notte ha fatto l'amore con me e non con te.»
Istredd si avvicinò al cranio, lo accarezzò.
Geralt notò con inquietudine che la sua mano non era scossa dal
minimo tremito.
«E questo, secondo te, ti darebbe un qualche diritto?»
«Solo uno. Quello di trarre conclusioni.»
«Ah. Bene. Come vuoi. Con me ha fatto l'amore oggi, prima di
mezzogiorno. Trai le tue conclusioni. Io l'ho già fatto.»
Il silenzio durò a lungo.
Geralt cercava disperatamente le parole. Non ne trovò. Neanche
una. «Questa chiacchierata è stata una perdita di tempo. Vado.» Si
alzò, arrabbiato con se stesso, perché la frase era suonata brusca e
sciocca.
«Va' al diavolo», replicò Istredd altrettanto bruscamente, senza
degnarlo di uno sguardo.
V

Quando Yennefer entrò, Geralt era steso sul letto, vestito, con le
mani incrociate dietro la nuca. Fingeva di guardare il soffitto. Invece
guardava lei.
Yennefer si chiuse lentamente la porta alle spalle. Era bella.
Com'è bella, pensò lo strigo. Tutto in lei è bello. E pericoloso. I
suoi colori, il contrasto di nero e bianco. Bellezza e pericolo. I ricci
corvini. Gli zigomi pronunciati, messi in evidenza dalla ruga che il
sorriso - sempre che ritenga opportuno sorridere - le forma accanto
alla bocca, meravigliosamente sottile e pallida sotto il rossetto. Le
sopracciglia meravigliosamente irregolari quando lava via il
carboncino con cui le mette in risalto durante il giorno. Il naso
meravigliosamente troppo lungo. Le piccole mani meravigliosamente
nervose, irrequiete e abili. La vita, sottile e flessuosa, sottolineata
dalla cintura legata troppo stretta. Le gambe snelle, che nel muoversi
modellano forme oblunghe sotto la gonna nera. Bella.
Yennefer si sedette al tavolo senza una parola e appoggiò il
mento sulle mani intrecciate. «E va bene, cominciamo pure. Questo
silenzio prolungato e pieno di drammaticità è troppo banale per me.
Regoliamo la faccenda. Alzati, non startene a guardare il soffitto con
espressione offesa. La situazione è abbastanza sciocca e non ha senso
renderla ancora più sciocca di così. Alzati, ti dico.»
Lui obbedì, senza indugio, e si sedette a cavalcioni sulla sedia di
fronte a lei.
Yennefer non evitava il suo sguardo. Doveva aspettarselo. «Lo
ripeto, regoliamo la faccenda in fretta. Per evitarti qualsiasi
imbarazzo, risponderò subito a tutte le domande, non dovrai
neanche farle. Sì, è vero, ti ho condotto ad Aedd Gynvael per
vedere Istredd e sapevo che, quando lo avessi incontrato, ci sarei
andata a letto. Non credevo che si sarebbe saputo, che vi sareste
vantati l'uno con l'altro. So come ti senti adesso, e me ne dispiace.
Ma, no, non mi sento in colpa.»
Geralt taceva.
Yennefer scosse la testa, i neri ricci scintillanti le ricaddero a
cascata dalle spalle. «Geralt, di' qualcosa.»
«Lui...» Lo strigo si schiarì la gola. «Lui ti chiama Yenna.»
«Sì. E io lo chiamo Val. È il suo nome. Istredd è un soprannome.
Lo conosco da anni, Geralt. Mi è molto caro. Non guardarmi così.
Anche tu mi sei caro. Il problema è tutto qui.»
«Stai pensando di accettare la sua proposta?»
«Sappi che, sì, ci sto pensando. Ti ho detto che ci conosciamo da
anni. Da... molti anni. Mi legano a lui interessi, obiettivi, ambizioni.
Ci capiamo senza bisogno di parlare. Può darmi sostegno e chissà,
forse verrà un giorno in cui ne avrò bisogno. E soprattutto... Lui... mi
ama. Almeno credo.»
«Non ti sarò di ostacolo, Yen.»
Yennefer rigettò indietro la testa, e i suoi occhi violetti si accesero
di un fuoco bluastro. «Di ostacolo? Ma non capisci proprio niente,
idiota? Se mi fossi di ostacolo, se mi mettessi semplicemente i bastoni
tra le ruote, in un batter d'occhio mi sbarazzerei di te, ti
teletrasporterei in capo al promontorio di Bremervoord o ti farei
scaraventare da una tromba d'aria nel paese di Hannu. Con un
minimo sforzo, ti fonderei in un pezzo di quarzo e ti metterei in un
giardino, nel bel mezzo di un'aiuola di peonie. Potrei anche farti il
lavaggio del cervello, in modo da farti dimenticare chi sono e come
mi chiamo. E tutto ciò se solo ne avessi voglia. Potrei semplicemente
dire: 'È stato bello, addio'. Potrei scappare di nascosto, come hai
fatto tu quando sei fuggito dalla mia casa a Vengerberg.»
«Non gridare, Yen, non essere aggressiva. E non tirare in ballo la
storia di Vengerberg, eravamo d'accordo di non tornarci più sopra.
Non ce l'ho con te, Yen, non ti faccio rimproveri. So che è
impossibile applicarti un metro comune. Quanto al dispiacere che
provo... al fatto che il solo pensiero di perderti mi uccide... è una
memoria cellulare. I resti atavici dei sentimenti di un mutante che è
stato privato di emozioni...»
«Non sopporto quando parli così! Non sopporto quando usi
quella parola. Non usarla più in mia presenza. Mai più!»
«Cambia forse la sostanza delle cose? Sono comunque un
mutante.»
«Non c'è nessuna sostanza. Non pronunciare quella parola
davanti a me.»
Il gheppio nero posato sulle corna di cervo agitò le ali e fece
stridere gli artigli. Geralt guardò l'uccello, il suo occhio giallo
immobile. Yennefer appoggiò nuovamente il mento sulle mani
intrecciate.
«Yen.»
«Ti ascolto, Geralt.»
«Hai promesso di rispondere alle mie domande. A domande che
non avrei neppure dovuto fare. Ne è rimasta una, la più importante.
Quella che non ti ho mai fatto. Che avevo paura di farti. Rispondi a
quella.»
«Non posso, Geralt.»
«Non ti credo, Yen. Ti conosco troppo bene.»
«È impossibile conoscere bene una maga.»
«Rispondi alla mia domanda, Yen.»
«Ti rispondo: non lo so. Ma che risposta è?» Rimasero in silenzio.
Il brusio che giungeva dalla strada si calmò, si attutì.
Il sole che volgeva al tramonto fece divampare dei fuochi tra le
fessure degli scuri, proiettando strisce di luce nella stanza.
«Aedd Gynvael... La scheggia di ghiaccio... Lo sentivo. Sapevo che
questa città... mi era ostile. Nefasta», mormorò lo strigo.
«Aedd Gynvael. La slitta della regina degli elfi. Perché? Perché,
Geralt?»
«Io ti vengo dietro, Yen, perché i finimenti della mia slitta si sono
impigliati nei pattini della tua. Intorno a me c'è la bufera. E il gelo.
Fa freddo.»
«Il caldo scioglierebbe la scheggia di ghiaccio con cui ti ho colpito.
L'incantesimo si dileguerebbe e mi vedresti come sono realmente.»
«Allora frusta i cavalli bianchi, Yen, falli sfrecciare verso nord,
dove il disgelo non arriva. Che non arrivi mai. Voglio ritrovarmi al
più presto nel tuo castello di ghiaccio.»
La bocca di Yennefer tremò in una smorfia. «Quel castello non
esiste. È un simbolo. E il nostro viaggio in slitta è l'inseguimento di
un sogno irraggiungibile. Perché io, la regina degli elfi, desidero il
caldo. Questo è il mio segreto. Perciò ogni anno la mia slitta avvolta
in una bufera di neve mi porta attraverso una città e ogni anno
qualcuno colpito dal mio incantesimo rimane incastrato ai miei
pattini. Ogni anno. Ogni anno qualcuno di nuovo. Senza fine.
Perché il caldo che tanto desidero annienta al tempo stesso
l'incantesimo, annienta la magia e il sortilegio. Il prescelto colpito da
una stella di ghiaccio diventa all'improvviso un normale nessuno. E
ai suoi occhi liberati dal gelo io non appaio migliore delle altre...
mortali...»
«Ma sotto il biancore immacolato viene alla luce la primavera.
Viene alla luce Aedd Gynvael, una brutta cittadina con un bellissimo
nome. Aedd Gynvael e il suo immondezzaio, un enorme, fetido
mucchio d'immondizia in cui io devo entrare perché sono pagato
per farlo, perché sono stato creato per questo, per entrare nella
sozzura che ad altri ispira disgusto e ripugnanza. Sono stato privato
della capacità di sentire, affinché non capissi quanto mostruosamente
sozza è questa sozzura, affinché non arretrassi, non fuggissi davanti a
essa, turbato dall'orrore. Sì, sono stato privato dei sentimenti. Ma
non completamente. Chi l'ha fatto ha compiuto un lavoro
imperfetto, Yen.»
Rimasero in silenzio. Il gheppio nero distese e ripiegò le ali,
facendo frusciare le piume.
«Geralt...»
«Ti ascolto.»
«Adesso rispondi tu alla mia domanda. Alla domanda che non ti
ho mai fatto. Quella di cui avevo paura... Non te la farò neanche
adesso, ma rispondi. Perché... perché desidererei tanto ascoltare la
tua risposta. È una parola, una sola, che non mi hai mai detto.
Pronunciala, Geralt. Ti prego.»
«Non ci riesco.»
«Per quale ragione?»
«Non lo sai?» chiese lui con un sorriso mesto. «La mia risposta non
sarebbe altro che una parola. Una parola che non esprime sentimenti
né emozioni, perché mi sono stati tolti. Una parola che sarebbe
soltanto il suono emesso da un cranio vuoto e freddo su cui si
tamburella.»
Lo guardava in silenzio. I suoi occhi spalancati divennero di un
violetto acceso. «No, Geralt, non è vero. O forse lo è, ma non del
tutto. Non ti hanno tolto i sentimenti. Ora lo vedo. Ora so che...»
Tacque.
«Finisci, Yen. Hai già deciso. Non mentire. Ti conosco. Lo vedo
nei tuoi occhi.»
La maga non abbassò lo sguardo.
Geralt lo sapeva. «Yen...»
«Dammi la mano.» Gli prese la mano tra le sue.
Geralt sentì subito formicolare e pulsare il sangue nelle vene
dell'avambraccio. Yennefer sussurrò alcune formule magiche con
voce calma, cadenzata, ma la sua fronte era imperlata di gocce di
sudore per lo sforzo, le pupille dilatate per il dolore.
Poi gli lasciò la mano e accarezzò con gesto affettuoso una forma
invisibile. L'aria tra le sue dita cominciò a addensarsi e a intorbidarsi,
a gonfiarsi e a pulsare come fumo.
Geralt osservava rapito. La magia creatrice, considerata il massimo
conseguimento dei maghi, lo affascinava sempre, molto più
dell'illusione o della magia trasformatrice. Sì, Istredd aveva ragione:
a paragone di una simile magia i miei Segni sembrano semplicemente
ridicoli, pensò.
Tra le mani di Yennefer, che tremavano per lo sforzo, si andava
materializzando lentamente la forma di un uccello nero come il
carbone. Le dita della maga accarezzavano delicatamente le piccole
piume ritte, la testa piatta, il becco ricurvo. Ancora un movimento,
così fluido da sembrare ipnotico, affettuoso, e il gheppio nero scrollò
la testa e gracchiò forte. Il suo gemello, ancora immobile sulle corna
di cervo, emise un gracchio di risposta.
«Due gheppi neri creati con la magia. Suppongo che ti siano
necessari entrambi», disse piano Geralt.
«Bravo», rispose lei a fatica. «Mi sono necessari entrambi. Mi
sbagliavo a credere che me ne bastasse uno. Quanto mi sbagliavo,
Geralt... A un tale errore mi ha condotto la superbia della Regina
d'Inverno, convinta della sua onnipotenza. Ma ci sono cose... che
non si possono ottenere neppure con la magia. E ci sono doni che
non si possono ricevere se non si è in grado di ricambiare... con
qualcosa di altrettanto prezioso. In caso contrario, un tale dono
scivola tra le dita, si scioglie come una scheggia di ghiaccio stretta in
mano. Rimane solo il rimpianto, un sentimento di perdita e di torto
subito...»
«Yen...»
«Sono una maga, Geralt. Il potere che possiedo sulla materia è un
dono. Un dono ricambiato. Ho pagato per esso... con tutto ciò che
possedevo. Non è rimasto nulla.»
Geralt taceva.
La maga si passò una mano tremante sulla fronte. «Mi sbagliavo.
Ma correggerò il mio errore. Emozioni e sentimenti...» Toccò la testa
del gheppio nero. L'uccello arruffò le penne e aprì il becco ricurvo
senza emettere nessun suono. «Emozioni, capricci e bugie, passione e
gioco. Sentimenti e assenza di sentimenti... doni che non si possono
accettare... menzogna e verità. Che cos'è la verità? L'opposto della
menzogna? O l'affermazione di un fatto? E, se il fatto è una
menzogna, che cos'è allora la verità? Chi è pieno di sentimenti che lo
tormentano, e chi il guscio vuoto di un cranio gelido? Chi? Che cos'è
vero, Geralt? Che cos'è la verità?»
«Non lo so, Yen. Dimmelo tu.»
Lei abbassò gli occhi. «Non posso, Geralt. Non posso dirtelo. Te
lo dirà questo uccello creato dal tocco della mia mano. Uccello? Che
cos'è la verità?»
«La verità è una scheggia di ghiaccio», disse il gheppio.
VI

Sebbene gli sembrasse di vagare per i vicoli senza uno scopo, a


casaccio, d'un tratto si trovò davanti al muro meridionale, nell'area
degli scavi, in mezzo a una rete di buche che attraversavano le
rovine e procedevano a zigzag tra le antiche fondamenta.
Istredd era là. Portava una camicia con le maniche rimboccate e
alti stivali e lanciava grida ai garzoni che, muniti di zappe, scavavano
la parete di una fossa in cui si sovrapponevano strati multicolori di
terra, argilla e carbone di legna. Lì accanto, su alcune tavole,
giacevano ossa annerite, frammenti di pentole e altri oggetti
irriconoscibili, corrosi, fatti a pezzi dalla ruggine.
Il mago lo notò immediatamente. Gridò alcuni ordini a quelli che
scavavano, poi saltò fuori della fossa e si avvicinò allo strigo
strofinandosi le mani sui calzoni. «Ti ascolto, di che si tratta?» chiese
bruscamente.
Geralt, immobile davanti a lui, non rispose. I garzoni li
osservavano attentamente, fingendo di lavorare e sussurravano tra
loro.
Istredd fece una smorfia. «Sprizzi addirittura odio. Di che si tratta,
dimmi? Ti sei deciso? Dov'è Yenna? Spero che...»
«Non nutrire troppe speranze, Istredd.»
«Oh. Cos'è che sento nella tua voce? Percepisco bene quello che
provi?»
«E cosa percepisci?»
Istredd appoggiò i pugni sui fianchi e guardò lo strigo con aria
provocatoria. «Non inganniamoci a vicenda. Tu odi me e io odio te.
Mi hai offeso, dicendo che Yennefer... sai cosa. E io ti ho risposto in
modo altrettanto offensivo. Tu dai fastidio a me, io do fastidio a te.
Sistemiamo la faccenda da uomini. Non vedo altra soluzione. È per
questo che sei venuto qui, non è vero?»
«Sì. Hai ragione, Istredd. Sono venuto per questo. Non c'è
dubbio», disse Geralt sfregandosi la fronte.
«Bene. Non si può andare avanti così. Solo oggi sono venuto a
sapere che da qualche anno Yenna fa la spola tra noi due come una
palla di stracci. Una volta è con me, una volta con te. Scappa da me
per venire a cercare te e viceversa. Quelli che frequenta negli
intervalli non contano. Contiamo solo noi due. Non può durare. Di
due deve rimanerne uno.»
«Sì. Hai ragione», ripeté Geralt senza allontanare la mano dalla
fronte.
«Nella nostra presunzione pensavamo che Yenna avrebbe scelto il
migliore senza esitare. Quanto a chi fosse il migliore, nessuno dei
due aveva dubbi. Siamo arrivati al punto di contenderci i suoi
sguardi come mocciosi, e proprio come mocciosi immaturi
credevamo di sapere cosa significassero quegli sguardi. Credo che tu
abbia riflettuto come me e sappia quanto ci siamo sbagliati. Pur
ammettendo che saprebbe scegliere tra me e te, Yenna non ha la
minima intenzione di farlo. No, dovremo risolvere la questione tra
noi. Io non intendo dividere Yenna con nessuno, e la tua presenza
qui dimostra che la pensi allo stesso modo. La conosciamo entrambi
fin troppo bene. Finché saremo in due, nessuno potrà essere sicuro
di lei. Deve rimanerne uno. L'hai capito, è vero?»
«Sì», rispose lo strigo muovendo a fatica le labbra irrigidite. «La
verità è una scheggia di ghiaccio...»
«Cosa?»
«Niente.»
«Che ti succede? Sei malato, ubriaco? O pieno fino agli occhi di
erbe degli strighi?»
«Non ho niente. Mi è entrato qualcosa... qualcosa nell'occhio.
Istredd, deve restarne uno. Sì, sono venuto qui per questo. Non c'è
dubbio.»
«Lo sapevo. Sapevo che saresti venuto. Del resto, sarò sincero con
te. Hai anticipato le mie intenzioni.»
«Un fulmine globulare?» chiese lo strigo con un debole sorriso.
Istredd aggrottò la fronte. «Forse. Forse sarà un fulmine globulare.
Ma di sicuro non alle spalle. In maniera leale, faccia a faccia. Sei uno
strigo, questo pareggia le chance. Be', decidi dove e quando.»
Geralt rimase soprappensiero. E decise. «Quella piazzetta... Sono
passato di là...» Indicò la direzione con la mano.
«Ho capito. C'è un pozzo, si chiama la Chiave Verde.»
«Allora accanto al pozzo. Sì. Accanto al pozzo... Domani, due ore
dopo il sorgere del sole.»
«Bene. Sarò lì all'ora convenuta.» Rimasero un istante immobili
senza guardarsi. Alla fine il mago mormorò qualcosa sottovoce,
mollò un calcio a una zolla di argilla e la frantumò con un colpo di
tacco. «Geralt?»
«Che c'è?»
«Non ti senti uno sciocco?»
«Sì», ammise lo strigo di malavoglia.
«Ciò mi consola, perché mi sento come l'ultimo degli idioti. Non
avrei mai supposto che un giorno avrei dovuto battermi all'ultimo
sangue con uno strigo per una donna.»
«So come ti senti, Istredd.»
«Già... Il fatto che alla fine mi sia deciso a una cosa tanto lontana
dalla mia natura dimostra che... che è necessaria», disse il mago con
un sorriso forzato.
«Lo so, Istredd.»
«Naturalmente sai pure che quello di noi che sopravvivrà dovrà
fuggire alla svelta e nascondersi a Yenna foss'anche in capo al
mondo?»
«Lo so.»
«E naturalmente conti sul fatto che, quando le sarà passata
l'arrabbiatura, il sopravvissuto potrà tornare da lei?»
«Naturalmente.»
«Be', la cosa è sistemata.» Il mago fece per girarsi, ma dopo un
istante di esitazione gli tese la mano. «A domani, Geralt.»
«A domani, Istredd.» Lo strigo gli strinse la mano.
VII

«Ehi, strigo!»
Geralt sollevò la testa dal tavolo su cui tracciava soprappensiero
fantasiosi arabeschi con della birra versata.
«Non è stato facile trovarti.» Lo starosta Herbolth si sedette e
allontanò brocche e boccali. «Alla locanda mi hanno detto che eri
andato alle scuderie, alle scuderie ho trovato solo il cavallo e i
bagagli. Ed eccoti... Questa dev'essere la bettola più schifosa di tutta
la città. Ci viene solo la peggior feccia. E tu cosa ci fai qui?»
«Bevo.»
«Vedo. Volevo fare quattro chiacchiere con te. Sei sobrio?»
«Come un bambino.»
«Mi fa piacere.»
«Di che si tratta, Herbolth? Come vedete, sono occupato.» Geralt
sorrise alla serva che metteva sul tavolo l'ennesima brocca.
«Si è diffusa la voce che tu e il nostro mago avete deciso di
battervi.»
«Sono affari nostri. Suoi e miei. Non v'immischiate.»
«No, non sono affari vostri. Istredd ci è necessario, non possiamo
permetterci un altro mago.»
«Allora andate al tempio e pregate che vinca.»
«Non prendermi in giro! E non fare il saccente, vagabondo. Per gli
dei, se non sapessi che il mago non me lo perdonerebbe, ti getterei
nelle segrete, in fondo a una grotta, ti farei trascinare fuori della città
da una pariglia di cavalli oppure ordinerei a Cicala di scannarti come
un maiale. Ma purtroppo Istredd ha il pallino dell'onore e non me la
farebbe passare liscia. Lo so che non me la farebbe passare liscia.»
Lo strigo scolò l'ennesimo boccale e sputò sotto il tavolo un filo di
paglia che ci era finito dentro. «Perfetto. Ho avuto fortuna, non c'è
che dire. È tutto?»
«No.» Herbolth tirò fuori del mantello un sacchetto rigonfio.
«Eccoti i cento marchi, strigo, prendili e vattene da Aedd Gynvael.
Vattene di qui, meglio se subito, in ogni caso prima del sorgere del
sole. Ho detto che non possiamo permetterci un altro mago, non
lascerò che il nostro rischi la vita in un duello con uno come te per
una ragione sciocca, per una...» S'interruppe senza finire la frase,
anche se lo strigo non aveva fatto una piega.
«Porta via da questo tavolo il tuo muso schifoso, Herbolth. E
ficcati nel culo i tuoi cento marchi. Vattene, la tua vista mi dà la
nausea, se resti ancora un po' ti coprirò di vomito dal berretto alle
babbucce», disse Geralt.
Lo starosta ripose il sacchetto e mise le mani sul tavolo. «Se è no è
no. Volevo convincerti con le buone, ma se è no è no. Battetevi,
tritatevi, bruciatevi, fatevi a pezzi per quella puttana che allarga le
gambe a chiunque lo voglia. Penso che Istredd ti batterà, brigante
prezzolato, di te rimarranno solo le scarpe ma, in caso contrario,
prima che il suo cadavere si sarà raffreddato, ti acchiapperò e ti
spezzerò tutte le ossa sotto tortura. Neppure un pezzetto del tuo
corpo rimarrà intero...»
Non riuscì a ritirare le mani dal tavolo, il movimento dello strigo
fu troppo svelto, il braccio schizzò da sotto il piano del tavolo come
una macchia indistinta sotto gli occhi dello starosta e il pugnale si
conficcò con un rumore secco tra le dita della sua mano.
Lo strigo serrò il pugno sul manico del pugnale, gli occhi fissi sulla
faccia esangue di Herbolth. «Può darsi che mi uccida. Ma se non
avverrà... Me ne andrò di qui e tu, sudicia spazzatura, non proverai
a fermarmi, se non vuoi che i vicoli della vostra sporca città si
riempiano di sangue. Fila via.»
«Signor starosta! Che succede qui? Ehi, tu...»
«Calmo, Cicala.» Herbolth fece scivolare lentamente la mano sul
tavolo, sempre più lontano dalla lama del pugnale. «Non è successo
niente. Niente.»
Cicala rinfoderò la spada estratta a metà.
Geralt non lo guardò. Non guardò neppure lo starosta che usciva
dalla bettola mentre Cicala lo proteggeva dagli zatterieri e dai
carrettieri barcollanti. Guardava un ometto dal viso da topo e dai
penetranti occhi neri seduto qualche tavolo più in là. Mi sono
irritato, constatò sorpreso. Mi tremano le mani. Davvero, mi
tremano le mani. È incredibile ciò che mi succede. A meno che non
significhi che... Guardò l'uomo dal viso di topo. Sì. Probabilmente è
così. Dev'essere così. Che freddo... Si alzò. Guardò l'ometto e sorrise.
Poi scostò la falda del farsetto, tirò fuori del sacchetto rigonfio due
monete d'oro e le gettò sul tavolo. Le monete tintinnarono. Una di
esse, rotolando, colpì la lama del pugnale ancora conficcato nel
legno liscio.
VIII

Il colpo giunse inaspettato, il bastone sibilò sommessamente


nell'oscurità, così veloce che mancò poco che lo strigo non facesse in
tempo a proteggere la testa col braccio, che non riuscisse ad attutire
il colpo con un'elastica flessione del corpo. Balzò via ricadendo su un
ginocchio, ruzzolò a terra, si mise in piedi, percepì il movimento
dell'aria spostata da un altro colpo di bastone, lo evitò con un'abile
piroetta, si fece largo tra le due figure che lo accerchiavano nelle
tenebre, allungò la mano al di sopra della spalla destra. Per prendere
la spada.
La spada non c'era.
Nulla estirperà da me questi riflessi, pensò eseguendo un morbido
balzo indietro. Routine? Memoria cellulare? Sono un mutante,
reagisco come un mutante. Ricadde di nuovo sul ginocchio, evitando
i colpi, allungando la mano verso il gambale per prendere il pugnale.
Il pugnale non c'era.
Fece un sorriso storto e ricevette un colpo di bastone in testa.
Vide un lampo davanti agli occhi, il dolore s'irradiò fino alle
estremità delle dita. I muscoli si rilassarono e cadde, senza smettere
di sorridere.
Un uomo gli piombò addosso schiacciandolo a terra. L'altro gli
strappò il sacchetto dalla cintura. Geralt scorse il balenio di un
coltello. Il tipo in ginocchio sul suo petto gli strappò il farsetto,
afferrò la catena, tirò fuori il medaglione. E lo lasciò subito andare.
«Per Belzebù! È uno strigo... un mago...»
Il compare imprecò ansimando. «Non aveva la spada... Per gli
dei... Pfui, pfui, tocchiamo ferro, facciamo gli scongiuri. Filiamo,
Radgast! Non toccarlo, pfui, pfui!»
La luna per un istante trapassò una rada nube. Geralt vide sopra
di sé uno smilzo viso da topo, due neri occhietti scintillanti. Sentì lo
scalpiccio dell'altro uomo che si dileguava in un vicolo da cui
emanava puzza di gatti e di grasso bruciacchiato.
L'ometto dal viso di topo gli tolse lentamente il ginocchio dal
petto. «La prossima volta che vorrai suicidarti, strigo, non
coinvolgere altre persone. Impiccati semplicemente a un paio di
redini in una stalla.»
IX

Durante la notte doveva aver piovuto.


Geralt uscì dalla stalla strofinandosi gli occhi. Si passò la mano tra
i capelli per toglierne i fuscelli di paglia. Il sole nascente splendeva sui
tetti bagnati, riempiva le pozzanghere di riflessi dorati. Lo strigo
sputò, continuava ad avere un cattivo sapore in bocca, il bernoccolo
sulla testa gli provocava un dolore sordo.
Sul muretto davanti alla stalla un magro gatto nero si leccava
tutto concentrato una zampa.
«Micio micio», disse lo strigo.
Senza muoversi, il gatto gli rivolse uno sguardo ostile, abbassò le
orecchie e soffiò scoprendo i denti.
«Lo so. Neanche tu mi piaci. Scherzavo soltanto», disse Geralt con
un cenno della testa.
Con gesti lenti tirò forte i fermagli e le fibbie del farsetto, spianò
le increspature dei vestiti, controllò se in qualche punto non gli
intralciassero i movimenti. Si gettò la spada sulla schiena, sistemò la
posizione del manico sulla spalla destra. Si cinse la fronte con una
fascia di cuoio, scostando i capelli dietro le orecchie. S'infilò i lunghi
guanti da combattimento, irti di corti spuntoni d'argento.
Guardò di nuovo il sole, stringendo le pupille fino a ridurle a
fessure verticali. Una bella giornata per battersi, pensò. Sospirò,
sputò e percorse lentamente la stradina, passando lungo muri che
emanavano un acuto odore penetrante d'intonaco bagnato e di
calcina.
«Ehi, straniero!»
Lo strigo si guardò intorno. Cicala era seduto su un mucchio di
travi collocate lungo il terrapieno in compagnia di tre individui
armati dall'aria poco raccomandabile. Si alzò, si stiracchiò e
guadagnò il centro della stradina evitando con cura le pozzanghere.
«Dove te ne vai?» chiese appoggiando le mani sottili alla cintura
carica di armi.
«Non è affar tuo.»
«Tanto per mettere le cose in chiaro, non m'importa un fico secco
dello starosta, del mago e di tutta questa città di merda», disse
Cicala, scandendo lentamente le parole. «M'importa solo di te,
strigo. Non arriverai alla fine di questa stradina. Mi senti? Non avrò
pace finché non controllerò quanto sei abile in combattimento.
Fermo, ti dico.
«Togliti di mezzo.»
Cicala mise la mano sull'elsa della spada. «Fermo!
Non mi hai capito? Ci batteremo! Ti sfido! Ti farò vedere io chi è
il migliore!»
Geralt fece spallucce senza rallentare il passo.
«Ti sfido a batterti! Mi senti, mutante? Cosa aspetti? Sguaina la
spada! Cos'è, ti è venuta paura? O forse affronti soltanto quelli che
hanno scopato la tua strega, come Istredd?» gridò Cicala sbarrandogli
di nuovo la strada.
Geralt andò oltre, costringendo Cicala ad arretrare goffamente.
Gli individui che lo accompagnavano si alzarono dal mucchio di
travi e li seguirono, ma tenendosi indietro, a una certa distanza.
Geralt sentiva il fango schioccare sotto i loro stivali.
«Ti sfido! Mi senti, peste di uno strigo? Cosa ti ci vuole ancora?
Devo sputarti sul muso?» ripeté Cicala diventando alternativamente
pallido e paonazzo.
«Sputa.»
Cicala si fermò e inspirò davvero aria nei polmoni, sporgendo le
labbra come per sputare. Guardava lo strigo negli occhi, non
osservava le sue mani. Fu un errore. Senza rallentare il passo e senza
prendere lo slancio, flettendo soltanto le ginocchia, Geralt gli mollò
un pugno col guanto irto di spuntoni. Lo colpì in bocca, dritto sulle
labbra, che si spaccarono, esplosero come ciliegie schiacciate. Lo
strigo s'ingobbì e colpì di nuovo, nello stesso punto, questa volta con
un breve slancio, sentendo defluire anche la rabbia insieme con la
forza e l'impeto del colpo. Cicala, un piede nel fango e l'altro in aria,
girò su se stesso vomitando sangue e cadde supino in una
pozzanghera. Lo strigo, sentendo stridere alle sue spalle una lama nel
fodero, si fermò e si girò con un movimento fluido, la mano sull'elsa
della spada. «Su, prego», disse con voce tremante di rabbia.
Quello che aveva estratto l'arma lo fissò negli occhi. Per un
istante. Poi distolse lo sguardo. Gli altri due cominciarono a
indietreggiare. Prima piano, poi sempre più velocemente.
Rendendosene conto, l'uomo con la spada arretrò a sua volta,
muovendo le labbra senza emettere suoni. Il più lontano si girò e si
mise a correre schizzando fango da tutte le parti. I suoi compari
s'irrigidirono sul posto, non provarono ad avvicinarsi.
Cicala rotolò nel fango, si sollevò sui gomiti, farfugliò qualcosa,
scatarrò, sputò una sostanza biancastra insieme con un gran fiotto di
sangue. Passandogli accanto, Geralt gli sferrò con noncuranza un
calcio sulla guancia, fracassandogli lo zigomo e facendolo cadere
nella pozzanghera.
Poi si allontanò senza guardarsi indietro.
Istredd era già accanto al pozzo, appoggiato al telaio di legno del
verricello verde di muschio. Alla cintura aveva una spada terganiana
bella e leggera, con l'elsa semichiusa. La parte ferrata del fodero
batteva contro il gambale luccicante dello stivale. Sulla spalla del
mago era posato un uccello nero dall'espressione vigile.
Un gheppio.
«Sei qui, strigo.» Istredd fece salire il gheppio sulla mano
inguantata e lo depose delicatamente e con cautela sul coperchio del
pozzo.
«Sono qui, Istredd.»
«Non credevo che saresti venuto. Pensavo fossi partito.»
«Non sono partito.»
Il mago emise una risata libera, sonora, rigettando la testa
all'indietro. «Voleva... voleva salvarci. Tutti e due. Non importa,
Geralt. Incrociamo le lame. Deve rimanerne uno.»
«Intendi combattere con la spada?»
«Ti stupisce? Eppure anche tu intendi combattere con la spada.
Avanti, in guardia.»
«Perché, Istredd? Perché con la spada e non con la magia?»
Il mago impallidì, le labbra gli tremavano per il nervosismo. «In
guardia, ti dico! Non c'è tempo per le domande, il tempo delle
domande è passato! Ora è il tempo delle azioni!»
«Voglio saperlo. Voglio sapere perché la spada. Voglio sapere da
dove viene quel gheppio e perché è con te. Ho il diritto di saperlo.
Ho il diritto di conoscere la verità, Istredd.»
«La verità? Già, forse hai ragione. I nostri diritti sono uguali. Il
gheppio, dici? È volato da me all'alba, bagnato di pioggia. Ha
portato una lettera. Brevissima, la so a memoria. Addio, Val.
Perdonami. Ci sono doni che non si possono accettare e in me non
c'è niente con cui potrei ricambiarti. È la verità, Val. La verità è una
scheggia di ghiaccio. Ebbene, Geralt? Ti ho accontentato? Ti sei
avvalso del tuo diritto?»
Lo strigo annuì adagio.
«Bene. Ora io mi avvarrò del mio. Non terrò conto di questa
lettera. Non posso vivere senza di lei... preferisco... In guardia, al
diavolo!» S'ingobbì ed estrasse la spada con un movimento veloce e
abile che lasciava intuire una notevole destrezza. Il gheppio gracchiò.
Lo strigo rimase immobile con le braccia distese lungo i fianchi.
«Cosa aspetti?» sbraitò il mago.
Geralt alzò adagio la testa, lo guardò per un istante, poi girò sui
talloni. «No, Istredd. Addio.»
«Cosa significa, maledizione?»
Lo strigo si fermò. «Istredd, non coinvolgere altre persone. Se
proprio devi, impiccati a un paio di redini in una stalla.»
«Geralt!» gridò il mago, e la voce gli si spezzò all'improvviso, colpì
l'orecchio dello strigo con una nota falsa, sgradevole. «Non rinuncio!
Non sfuggirmi! La seguirò a Vengerberg, la seguirò in capo al
mondo, la troverò! Non rinuncerò mai a lei! Sappilo!»
«Addio, Istredd.» Geralt imboccò un vicolo senza voltarsi neppure
una volta. Camminava senza fare attenzione alla gente che si
allontanava svelta dalla sua strada, alle porte e alle imposte sbattute
in fretta. Non si accorgeva di nessuno e di niente.
Pensava alla lettera che lo aspettava alla locanda.
Affrettò il passo. Sapeva che sulla testiera del letto lo aspettava un
gheppio nero bagnato di pioggia con la lettera nel becco ricurvo.
Voleva leggerla al più presto. Anche se ne conosceva già il
contenuto.
IL FUOCO ETERNO

«Porco! Maledetto cantastorie! Imbroglione!»


Geralt, incuriosito, condusse la giumenta oltre l'angolo della
stradina. Prima ancora d'individuare la fonte delle urla, sentì un
suono basso e vischioso di vetri rotti. Un barattolo di marmellata di
ciliegie. Questo è il rumore di un barattolo di marmellata di ciliegie
scagliato contro qualcuno da una grande altezza o con una gran
forza, pensò lo strigo. Ricordava bene che a Yennefer, quando
vivevano insieme, capitava di scagliargli addosso dei barattoli di
marmellata. Erano tutti doni dei clienti: Yennefer non aveva idea di
come si preparassero le marmellate, e della magia sotto tale aspetto
non c'era troppo da fidarsi.
Oltre l'angolo della stradina, sotto una stretta casa dipinta di rosa,
si era raccolto un nutrito gruppetto di curiosi. Su un balconcino
fiorito subito sotto la sporgenza del tetto spiovente, una ragazza
bionda in camicia da notte piegò il braccio morbido e tornito che
s'intravedeva sotto i falpalà e lanciò con tutte le sue forze un vaso da
fiori sbreccato.
«Ti prego, Vespula! Non credere ai pettegolezzi! Ti sono stato
fedele, possa morire fulminato se non è vero!» gridò un uomo con
un cappelluccio ornato da una piuma.
«Furfante! Figlio di un demonio! Vagabondo!» La biondina paffuta
si nascose nei recessi della casa, indubbiamente alla ricerca di altri
proiettili.
Lo strigo avanzò sul campo di battaglia in groppa alla giumenta,
che opponeva resistenza e sbuffava. «Ehi, Ranuncolo! Come va? Che
succede?»
«Il solito. È sempre la stessa solfa. Salve, Geralt. Che ci fai di bello
qui? Attento, maledizione!»
Una piccola coppa di stagno sibilò in aria e rimbalzò con un
tintinnio sull'acciottolato. Ranuncolo la sollevò, la esaminò e la gettò
in un canale di scolo.
«Porta via questi stracci! E sparisci dalla mia vista! Non mettere
più piede qui, musicista da due soldi!» urlò la biondina con un
grazioso ondeggiare di falpalà sul seno prosperoso.
Ranuncolo raccolse da terra dei calzoni da uomo dalle gambe di
colori diversi. «Questi non sono miei! In vita mia non ho mai avuto
pantaloni del genere.»
«Vattene! Non voglio vederti mai più! Tu... tu... Sai come sei a
letto? Una nullità! Una nullità, mi senti? Avete sentito, gente?»
Un altro vaso sibilò in aria, facendo frusciare lo stelo secco che ne
spuntava. Ranuncolo fece appena in tempo a scostarsi. Appresso al
vaso volò giù un pentolone di rame dalla capienza di almeno due
galloni e mezzo. La folla di curiosi, che si teneva fuori tiro, si
scompisciava dalle risate. I più burloni applaudivano e incitavano la
biondina a continuare.
«Non avrà per caso in casa una balestra?» chiese lo strigo
preoccupato.
Il poeta alzò la testa verso il balcone. «Non è da escludersi. In casa
ha un ripostiglio che fa paura. Hai visto i calzoni?»
«Allora forse sarà meglio andarcene. Tornerai quando si sarà
calmata.»
«Per tutti i diavoli, non tornerò in una casa da cui mi si lanciano
calunnie e pentole di rame. Considero rotto questo effimero legame.
Aspettiamo solo che mi getti il... Oh, mamma mia, no! Vespula! Il
mio liuto!» Ranuncolo si lanciò in avanti tendendo le braccia,
inciampò, cadde e afferrò il liuto all'ultimo momento, a un pollice
dal suolo. Lo strumento emise un suono lamentoso. «Uff, l'ho preso.
Tutto bene, Geralt, ora possiamo andare. A dire il vero ho lasciato
da lei anche un mantello col colletto di martora, ma pazienza.
Quello non lo lancerà di certo.»
«Girovago bugiardo! Vagabondo! Fagiano arrochito!» La biondina
sputò dal balcone.
«Perché ce l'ha tanto con te? Cos'hai combinato, Ranuncolo?»
Il trovatore scrollò le spalle. «Niente di che. Pretende la
monogamia, come tutte le altre, e poi mi getta contro dei calzoni
altrui. Hai sentito che cosa mi urlava? Per gli dei, anch'io conosco
parecchie donne che sono molto più brave di lei, ma non lo grido
certo ai quattro venti. Andiamocene di qui.»
«Dove proponi di andare?»
«Tu che dici? Al tempio del Fuoco Eterno? Vieni, facciamo una
capatina alla Punta di Lancia. Devo calmarmi i nervi.»
Senza protestare, lo strigo tirò la giumenta dietro Ranuncolo, che
avanzava svelto nell'angusto vicolo. Mentre camminava, il trovatore
regolò i piroli del liuto, strimpellò per prova sulle corde, eseguì un
accordo profondo, vibrato.
C'è nell'aria un alito d'autunno profumato, le parole si perdono
nel vento che bisbiglia. Così dev'essere, nulla potrà essere cambiato
dagli umidi brillanti che ti adornano le ciglia...
S'interruppe, agitò allegramente la mano verso due ragazze che
passavano loro accanto con dei cestini pieni di ortaggi. Le ragazze
ridacchiarono. «Cosa ti porta a Novigrad, Geralt?»
«Delle compere. Finimenti, un po' di equipaggiamento. E un
nuovo farsetto.» Lo strigo si aggiustò il cuoio che ancora scricchiolava
e odorava di nuovo. «Che te ne pare, Ranuncolo?»
«Be', non sei decisamente all'ultima moda», rispose il bardo con
una smorfia, scuotendo via una piuma di pollo dalla manica della
sua lustra giubba color fiordaliso, dalle maniche a sbuffo e dal
colletto dentellato. «Ah, sono contento che ci siamo incontrati a
Novigrad, la capitale del mondo, il centro e la culla della cultura.
Qui una persona colta può respirare a pieni polmoni!»
«Forse è il caso che andiamo a respirare una via più in là»,
propose Geralt guardando un vagabondo che, accovacciato,
defecava in un vicolo.
«Questo tuo eterno sarcasmo sta diventando irritante. Novigrad,
ti dico, è la capitale del mondo. Quasi trentamila abitanti, Geralt,
senza contare i forestieri, te l'immagini? Case in muratura, strade
principali acciottolate, un porto, magazzini, quattro mulini ad acqua,
quattro macelli, segherie, una grande manifattura di scarpe, e poi
tutte le corporazioni e tutti i mestieri immaginabili. Una zecca, otto
banche e diciannove monti di pietà. Un castello e un corpo di
guardia da mozzare il fiato. E divertimenti: un patibolo, una forca
con botola, trentacinque locande, un teatro, un serraglio, un bazar e
dodici bordelli. E templi, non ricordo più quanti. Molti. Be', e poi le
donne, Geralt, pulite, coi capelli arricciati, profumate, vestite di raso,
velluto e seta, con le stecche di balena e le fettucce... Ah, Geralt!» I
versi si affollarono spontaneamente alle labbra.
Il luogo in cui vivi di neve è ammantato, laghetti e stagni son
coperti di ghiaccio beffardo. Così dev'essere, nulla potrà essere
cambiato dalla nostalgia in agguato nel tuo sguardo...
«Una nuova ballata?»
«Sì. La chiamerò Inverno. Ma non è ancora pronta, non riesco a
finirla, sono tutto scombussolato da Vespula e le rime non mi
vengono. Ah, Geralt, dimenticavo di chiederti, come va con
Yennefer?»
«Non va.»
«Capisco.»
«Non capisci un cavolo. Allora, dov'è questa taverna, manca
ancora molto?»
«È qui dietro l'angolo. Oh, ci siamo. Vedi l'insegna?»
«Sì.»
Ranuncolo sorrise alla giovanetta che spazzava le scale. «Vi saluto
con un cortese inchino! Vi hanno mai detto che siete bella,
signorina?»
Quella arrossì e strinse forte la scopa tra le mani. Per un attimo
Geralt credette che volesse spezzarne il manico in testa al trovatore.
Si sbagliava. La giovanetta sorrise dolcemente e batté le ciglia.
Ranuncolo, come al solito, non ci fece caso. «I miei saluti!
Buongiorno!» tuonò entrando nella locanda e passando con forza il
pollice sulle corde. «Mastro Ranuncolo, il più famoso poeta del
paese, fa visita al tuo sudicio locale, padrone, perché è stato assalito
dalla voglia di bere una birra! Apprezzi l'onore che ti faccio,
strozzino?»
Il taverniere si sporse dal banco. «Come no. Sono contento di
vedervi, signor cantore. Constato che siete davvero un uomo di
parola. Infatti avevate promesso di venire qui questa mattina stessa
per pagare le prodezze di ieri. E pensare che l'avevo presa per una
balla, come al solito. Me ne vergogno come un ladro.»
«Un imbarazzo del tutto inutile, buonuomo, perché non ho il
becco di un quattrino. Ne parleremo più tardi.»
«No. Ne parliamo subito. Non si fa più credito, illustre signor
poeta. Nessuno può imbrogliarmi due volte di seguito», ribatté il
taverniere in tono gelido.
Ranuncolo appese il liuto a un gancio che sporgeva dalla parete,
si sedette a un tavolo, si tolse il cappelluccio e accarezzò
soprappensiero la penna di airone che vi era fissata. «Hai del denaro,
Geralt?» chiese con un filo di speranza nella voce.
«No. Ho speso tutto ciò che avevo per il farsetto.»
«Male, male. Maledizione, non c'è un'anima viva, nessuno che
possa offrirci qualcosa. Padrone, come mai oggi il tuo locale è così
vuoto?»
«Per i soliti clienti è troppo presto. I manovali invece, quelli che
restaurano il tempio, sono già stati qui e sono tornati al cantiere in
compagnia del loro capomastro.»
«E non c'è nessuno, proprio nessuno?»
«Nessuno a parte l'egregio mercante Biberveldt, che fa colazione
nell'alcova grande.»
«C'è Dainty? Dovevi dirlo subito. Vieni nell'alcova,
Geralt. Conosci Dainty Biberveldt, il mezzuomo?» domandò
allegro Ranuncolo.
«No.»
«Poco male. Lo conoscerai. Oh! Sento giungere da ovest il
profumo e l'alito della zuppa di cipolle, tanto grato alle mie narici.
Cucù! Siamo noi! Sorpresa!»
Al tavolo centrale dell'alcova, sotto una colonna decorata con
ghirlande di aglio e fasci di erbe, era seduto un mezzuomo paffuto e
ricciuto con un panciotto verde pistacchio. Nella mano destra aveva
un cucchiaio di legno, con la sinistra teneva una scodella di
terracotta. Alla vista di Ranuncolo e Geralt, aprì la bocca e
s'immobilizzò, i grandi occhi nocciola spalancati per la paura.
«Ciao, Dainty», disse Ranuncolo agitando allegramente il
cappelluccio.
Il mezzuomo rimase nella stessa posizione e non chiuse la bocca.
La mano, notò Geralt, gli tremava leggermente, facendo ondeggiare
come un pendolo un lungo filo di cipolla cotta che pendeva dal
cucchiaio. «Sa-salve, Ranuncolo», balbettò.
«Hai il singhiozzo? Vuoi che ti faccia prendere uno spavento?
Attento: hanno visto tua moglie alla barriera della città! Sarà qui a
momenti! Gardenia Biberveldt in carne e ossa! Ah, ah, ah!»
«Sei proprio sciocco, Ranuncolo», disse il mezzuomo con aria di
rimprovero.
Il cantore fece un'altra risata cristallina eseguendo
contemporaneamente due complicati accordi sulle corde del liuto.
«Be', hai una faccia straordinariamente sciocca, amico mio, e ci fissi
con gli occhi sbarrati come se avessimo corna e code. O forse ti ha
spaventato lo strigo? Eh? Forse pensi che sia stata aperta la stagione
della caccia ai mezzuomini? Forse...»
Geralt, che si stava avvicinando al tavolo, non si trattenne.
«Smettila. Perdonalo, amico. Ranuncolo oggi ha vissuto una grave
tragedia personale, non si è ancora riavuto. Si sforza di camuffare la
tristezza, l'avvilimento e la vergogna con le spiritosaggini.»
Il mezzuomo sorbì infine rumorosamente il contenuto del
cucchiaio. «Non me lo dite. Lo indovino da me. Vespula ti ha messo
finalmente alla porta, eh, Ranuncolo?»
«Non discuto di argomenti delicati con individui che mangiano e
bevono, facendo rimanere in piedi gli amici», disse il trovatore,
quindi, senza aspettare, si sedette.
Il mezzuomo prese un cucchiaio di zuppa e leccò i filamenti di
formaggio che ne penzolavano. «Quel che è giusto è giusto. Avanti,
v'invito. Sedete e siate miei ospiti. Gradite una zuppa di cipolla?»
«Di regola non mangio così di buon mattino. Ma sia pure,
mangerò. Non a stomaco vuoto, però. Ehilà, padrone! Birra, di
grazia! E alla svelta!» fece Ranuncolo.
Una ragazza con una grossa treccia che le arrivava alle natiche
portò i boccali e le scodelle di zuppa. Fissandole le labbra piene e
ricoperte di peluria, Geralt pensò che avrebbe avuto una bella
bocca, se solo si fosse ricordata di chiuderla.
Ranuncolo baciò la mano alla ragazza. «Driade del bosco! Silfide!
Fata! Creatura divina dagli occhi simili a laghi azzurri! Sei bella come
il mattino, la forma delle tue eccitanti labbra socchiuse...»
«Dategli la birra, presto, o succederà un putiferio», gemette
Dainty.
«Ma no, ma no», lo rassicurò il bardo. «Non è vero, Geralt? È
difficile trovare persone più tranquille di noi due. Io, signor
mercante, sono poeta e la musica ingentilisce i costumi. Quanto allo
strigo qui presente, non pensa che ai mostri. Te lo presento: Geralt
di Rivia, terrore delle strigi, dei licantropi e di qualsiasi altra sozzura.
Avrai sentito parlare di Geralt, no, Dainty?»
Il mezzuomo lanciò un'occhiata sospettosa allo strigo. «Sì. Cosa...
Cosa fai di bello a Novigrad, signor Geralt? Vi sono forse comparsi
mostri spaventosi? Sei... ehm, ehm... stato assoldato?»
Lo strigo sorrise. «Sono qui per svago.»
Dainty agitò nervosamente i piedi pelosi sospesi a mezzo cubito
dal pavimento. «Oh. Bene...»
Ranuncolo inghiottì un cucchiaio di zuppa che annaffiò con un
sorso di birra. «Cos'è bene? Intendi forse sostenerci, Biberveldt? Negli
svaghi, intendo. Benissimo. Qui alla Punta di Lancia intendiamo
prenderci una sbornia. E poi progettiamo di fare un salto da
Passiflora, una casa di piacere di ottimo livello e molto cara dove
potremmo offrirci una mezzelfa e chissà, magari anche un'elfa di
sangue puro. Ma abbiamo bisogno di un mecenate.»
«Di chi?»
«Di qualcuno che paghi.»
«Mi pareva. Mi dispiace. Primo, ho un appuntamento d'affari.
Secondo, non ho i mezzi per pagare certi svaghi. Terzo, da Passiflora
sono ammessi esclusivamente gli umani», borbottò Dainty.
«E noi che cosa siamo, civette? Ah, capisco. Non sono ammessi i
mezzuomini. È vero. Hai ragione, Dainty. Qui siamo a Novigrad. La
capitale del mondo.»
«Già... Ora vado. Ho un appuntamento...» disse il mezzuomo
continuando a guardare lo strigo con una strana smorfia.
La porta dell'alcova si aprì con fracasso ed entrò...
Dainty Biberveldt.
«Per gli dei!» gridò Ranuncolo.
Il mezzuomo sulla soglia era assolutamente identico al mezzuomo
seduto al tavolo, se si escludeva il fatto che quello al tavolo era
pulito e quello sulla soglia sporco, arruffato e con gli abiti
spiegazzati.
«Ti ho trovato, figlio di cagna! Ladro!» ringhiò il mezzuomo
sporco gettandosi verso il tavolo.
Il suo gemello pulito saltò in piedi, rovesciando lo sgabello e
facendo cadere le stoviglie. Geralt reagì in maniera istintiva e
fulminea: raccolse dal banco la spada inguainata e colpì Biberveldt
alla nuca con la pesante cintura. Il mezzuomo crollò sul pavimento,
rotolò e si tuffò tra le gambe di Ranuncolo. Mentre correva carponi
verso la porta, a un tratto le gambe e le braccia gli si allungarono
come le zampe di un ragno. A quella vista, il Dainty Biberveldt
sporco imprecò, urlò e balzò da parte, andando a sbattere contro il
tramezzo di legno. Geralt gettò via il fodero della spada e spostò la
sedia con un calcio, lanciandosi all'inseguimento. Il Dainty Biberveldt
pulito, che ormai non assomigliava più a Dainty Biberveldt se non
per il colore del panciotto, saltò via come una cavalletta e piombò
nella sala comune, scontrandosi con la ragazza dalle labbra
socchiuse. Alla vista delle sue zampe lunghe e della fisionomia
deforme, caricaturale, lei spalancò al massimo la bocca ed emise un
grido da perforare le orecchie. Approfittando della perdita di tempo
provocata dallo scontro con la ragazza, Geralt raggiunse il mostro in
mezzo alla stanza e lo atterrò con un abile calcio su un ginocchio.
«Non muoverti, amico.» Appoggiò la punta della spada al collo della
bizzarra creatura.
Il locandiere accorse con un manico di pala in pugno.
«Che succede qui? Cosa c'è? La guardia! Dechka, corri a chiamare
la guardia!»
«Noooo! Pietà, noooo!» urlò il mostro appiattendosi sul
pavimento e deformandosi ancora di più.
«Nessuna guardia!» gli fece eco il mezzuomo sporco,
precipitandosi fuori dell'alcova. «Acchiappa la ragazza, Ranuncolo!»
Il trovatore afferrò Dechka, che urlava, scegliendo con cura i
punti da agguantare malgrado la fretta. Dechka mandò un gridolino
e si accucciò sul pavimento ai suoi piedi.
«Calmo, padrone. È una faccenda personale, non chiameremo la
guardia. Vi pagherò tutti i danni», disse Dainty Biberveldt.
«Non c'è nessun danno», replicò il taverniere, guardandosi
intorno.
«Ma ce ne saranno, perché ora lo picchierò. Eccome. Lo picchierò
a lungo e con accanimento, in modo che se ne ricordi, e lui sfascerà
tutto qui dentro.»
Sul pavimento, la caricatura deforme e dalle lunghe zampe
piagnucolò pietosamente.
«Non se ne parla.» Il locandiere strizzò le palpebre e sollevò
leggermente il manico della pala. «Picchiatelo a volontà in strada o
nel cortile, signor mezzuomo. Non qui. O chiamo la guardia. Sono
costretto a farlo, ci penso io. È... è un mostro!»
Geralt s'intromise, senza diminuire la pressione della lama sul
collo della strana creatura. «Signor padrone, mantieni la calma.
Nessuno romperà niente, nulla andrà distrutto. La situazione è sotto
controllo. Sono uno strigo, e come vedi ho il mostro in pugno. Ma,
siccome sembra effettivamente una faccenda privata, la chiariremo
tranquillamente nell'alcova. Lascia la ragazza, Ranuncolo, e vieni qui.
Nella sacca ho una catena d'argento. Tirala fuori e lega per bene le
zampe del messere all'altezza dei gomiti, dietro la schiena. Non
muoverti, amico.»
Il mostro mugolò piano.
«Fatto, Geralt», disse Ranuncolo. «Andate pure nell'alcova. E tu,
padrone, perché te ne stai lì impalato? Ho ordinato della birra. E
quando ordino della birra devi continuare a servirmela finché non
mi sentirai gridare: 'Acqua'.»
Lo strigo spinse il mostro nell'alcova e lo mise a sedere di
malagrazia sotto la colonna. Dainty Biberveldt si accomodò a sua
volta e lo guardò con disgusto. «Ha proprio un aspetto ripugnante.
Sembra un mucchio di pasta in fermentazione. Guardagli il naso,
Ranuncolo, sta per cadergli, dannazione. E ha le orecchie come mia
suocera poco prima del suo funerale. Brrr!»
«Un momento, un momento. Tu sei Biberveldt? Be', sì, non c'è
dubbio. Ma lo era anche quello che ora è seduto sotto la colonna. Se
non sbaglio. Geralt! Tutti gli occhi sono rivolti verso di te. Sei uno
strigo. Che cosa sta succedendo, per tutti i diavoli? Che cos'è?»
domandò Ranuncolo.
«Un mimik.»
«Mimik sarai tu», ribatté il mostro con voce gutturale, facendo
ondeggiare il naso. «Io sono un doppler e mi chiamo Tellico
Lunngrevink Letorte. In breve Penstock. Per gli amici Dudu.»
«Ora te lo do io il Dudu, figlio di cagna! Dove sono i miei cavalli?
Ladro!» gridò Dainty, agitando il pugno verso di lui.
«Signori, avete promesso che avreste mantenuto la calma», li
ammonì il locandiere, entrando con una brocca e una bracciata di
boccali.
«Ah, della birra. Ho molta fame, accidenti. E che sete!» sospirò il
mezzuomo.
«Anch'io berrei un goccio», annunciò gorgogliando Tellico
Lunngrevink Letorte. Fu completamente ignorato.
«Che cos'è?» chiese il taverniere osservando il mostro, che alla
vista della birra aveva tirato fuori una lunga lingua dalle labbra
flaccide e pastose.
«Un mimik», ripeté lo strigo senza badare alle smorfie del mostro.
«Del resto, ha molti nomi. Cangior, duplex, vexling, sosius. O
doppler, come si è definito lui stesso.»
«Un vexling! Qui, a Novigrad? Nel mio locale? Svelti, bisogna
chiamare la guardia! E i sacerdoti! Ci penso io...»
«Piano, piano», brontolò Dainty Biberveldt finendo di mangiare la
zuppa di Ranuncolo dalla scodella che si era salvata per miracolo.
«Avremo tutto il tempo di chiamare chi di dovere. Ma più tardi.
Questo furfante mi ha derubato, e non intendo consegnarlo alle
autorità locali prima di essere tornato in possesso dei miei beni. Vi
conosco, voi novigradesi e i vostri giudici. Ne riavrei forse un
decimo, non di più.»
«Abbiate pietà! Non consegnatemi agli uomini! Sapete che cosa
fanno a quelli come me?» gemette il doppler in tono straziante.
«Certo che lo sappiamo», rispose il locandiere con un cenno del
capo. «I sacerdoti eseguono esorcismi sui doppler catturati. Poi li
legano a un bastone e li ricoprono di uno spesso strato di argilla
mescolata a trucioli di metallo, fino a formare una palla, quindi li
cuociono nel fuoco finché l'argilla non s'indurisce e diventa mattone.
Così almeno si faceva prima, quando questi mostri s'incontravano
più spesso.»
«Un'abitudine barbara, davvero tipica degli uomini», disse Dainty
con una smorfia, allontanando la scodella ormai vuota. «Ma forse è
la giusta punizione per il furto. Su, parla, furfante, dove sono i miei
cavalli? Presto, se non vuoi che ti faccia passare quel naso in mezzo
alle gambe e te lo ficchi nel culo! Dove sono i miei cavalli?»
«Li ho ven... venduti», gemette Tellico Lunngrevink Letorte, e le
orecchie flaccide si attorcigliarono a un tratto in due palline che
ricordavano dei cavolfiori in miniatura.
«Venduti! Avete sentito? Ha venduto i miei cavalli!»
«Certo, ne ha avuto tutto il tempo. È qui da tre giorni. È da tre
giorni che ti vedo... cioè, lo vedo... Maledizione, Dainty, questo
significa...» Ranuncolo s'interruppe.
«Certo! Mi ha rapinato lungo la strada, a un giorno di viaggio
dalla città! È venuto qui spacciandosi per me, capite? E ha venduto i
miei cavalli! Lo ammazzo! Lo strangolo con le mie mani!» urlò il
mercante pestando i piedi pelosi.
«Raccontateci che cosa è successo, signor Biberveldt.»
«Geralt di Rivia, se non erro. Lo strigo?»
Geralt fece di sì con la testa.
«Meno male. Sono Dainty Biberveldt di Prato Centinodio, fattore,
allevatore e mercante. Chiamami Dainty, Geralt.»
«Racconta, Dainty.»
«Sì, ecco come è andata. Io e i miei stallieri portavano a vendere i
cavalli al mercato di Guado del Diavolo. A un giorno di viaggio
dalla città abbiamo fatto l'ultima sosta. Siamo andati a dormire dopo
esserci scolati un barilotto di acquavite al caramello. Nel cuore della
notte mi sveglio, manca poco che mi scoppi la vescica, perciò scendo
dal carro e, già che ci sono, penso, do un'occhiata a che cosa
combinano i miei cavallini al pascolo. Esco, una nebbia da tagliare
col coltello, a un tratto vedo arrivare qualcuno. 'Chi va là', chiedo. E
lui niente. Mi avvicino e vedo... me stesso. Come allo specchio. Non
dovevo bere l'acquavite, quel maledetto intruglio, penso. E questo
qui mi colpisce alla testa! Ho visto le stelle e sono andato a gambe
all'aria. La mattina mi sveglio in una dannata boscaglia con un
bernoccolo grande quanto un cetriolo, intorno non c'è anima viva,
nessuna traccia del nostro accampamento. Ho vagato tutto il giorno
prima di trovare finalmente la strada, poi mi sono trascinato per altri
due giorni mangiando radici e funghi crudi. E lui... questo Dudulico
di merda o come si chiama nel frattempo era venuto a Novigrad
sotto le mie spoglie e aveva venduto i miei cavalli! Ora lo... Quanto
ai miei stallieri, li fustigherò, darò a ciascuno cento frustate sul culo
nudo, a quei ciechi! Come si fa a non riconoscere il principale, a farsi
ingannare così! Sciocchi, teste di cavolo, ubriaconi...»
«Non devi volergliene, Dainty. Non hanno nessuna colpa. Il
mimik imita l'originale con tale precisione che non c'è verso di
distinguerlo dalla vittima prescelta. Non hai mai sentito parlare dei
mimik?» chiese Geralt.
«Sì, ma credevo fossero tutte invenzioni.»
«Non lo sono. A un mimik basta osservare da vicino la vittima per
adattare in maniera fulminea e perfetta la bruttura della propria
materia alla sua. E ti faccio notare che non si tratta di un'illusione,
ma di una trasformazione completa, precisa. Nei minimi particolari.
In che modo i mimik la attuino, non si sa. I maghi sospettano che sia
resa possibile dallo stesso componente del sangue attivo nella
licantropia, ma io credo che si tratti di qualcosa di completamente
diverso o di mille volte più potente. In fondo il licantropo assume
solo due, al massimo tre forme, mentre il doppler può tramutarsi in
tutto ciò che vuole, purché la massa corporea più o meno
corrisponda.»
«La massa corporea?»
«Be', non può tramutarsi in un mastodonte. E neppure in un
topo.»
«Capisco. E la catena con cui l'hai legato a cosa serve?»
«Argento. Per un licantropo è micidiale, a un mimik, come vedi,
impedisce semplicemente di trasformarsi. Perciò se ne sta buono
buono nelle sue vere sembianze.»
Il doppler serrò la bocca che si stava staccando e lanciò allo strigo
uno sguardo cattivo con gli occhi torbidi che, perso ormai il colore
nocciola delle iridi del mezzuomo, erano diventati gialli.
«E meno male che se ne sta buono buono, quel figlio di cagna
sfrontato. E pensare che si è perfino fermato qui, alla Punta di
Lancia, dove sono solito prendere alloggio! Ormai si era messo in
testa di essere me!» ringhiò Dainty.
Ranuncolo scosse il capo. «Dainty, lui era te. Sono tre giorni che
lo incontro qui. Aveva il tuo aspetto e parlava come te. Pensava
come te. E, quando si è trattato di offrire, è stato tirchio quanto te.
Forse anche di più.»
«Quest'ultimo punto non mi preoccupa, perché vuol dire che
forse recupererò una parte dei miei soldi. Mi fa schifo toccarlo.
Prendigli la borsa, Ranuncolo, e controlla quanto c'è dentro.
Dovrebbe essere bella piena, se questo ladro ha venduto davvero i
miei cavallini.»
«Quanti cavalli avevi, Dainty?»
«Dodici.»
«Calcolando secondo i prezzi correnti altrove, quanto c'è qui
dentro basterà forse per un cavallo, purché vecchio e arrembato.
Calcolando invece secondo i prezzi di Novigrad, ce n'è per due, al
massimo tre capre», ipotizzò il trovatore sbirciando nella scarsella.
Il mercante non disse nulla, ma sembrò sul punto di scoppiare in
lacrime.
Tellico Lunngrevink Letorte lasciò penzolare ancora di più il naso
e il labbro inferiore, quindi gorgogliò piano.
Il mezzuomo sospirò. «In breve sono stato rapinato e rovinato da
una creatura la cui esistenza ritenevo una favola. Questa sì che si
chiama sfortuna.»
«Né più e né meno.» Lo strigo gettò uno sguardo al doppler che si
faceva piccolo piccolo sulla sedia. «Anch'io ero convinto che i mimik
fossero stati sterminati da un pezzo. Ho sentito dire che,
anticamente, in questi boschi e sull'altipiano, ne vivevano molti. Ma
le loro capacità di mimetizzarsi disturbavano molto i primi coloni e
hanno cominciato a dar loro la caccia. In maniera piuttosto efficace.
Ben presto sono stati eliminati quasi tutti.»
«Per fortuna!» esclamò il locandiere. «Lo giuro sul Fuoco Eterno,
preferisco un drago o un diavolo, che sono sempre un drago o un
diavolo e si sa come regolarsi. Ma la licantropia, le trasformazioni e
le mutazioni sono un'attività obbrobriosa, diabolica, un imbroglio,
una trappola insidiosa inventata da queste schifezze per il danno e la
rovina degli uomini! Datemi retta, chiamiamo la guardia e facciamo
bruciare questo orrore!»
«Geralt? Sentirei volentieri il parere di uno specialista. Davvero
questi mimik sono così pericolosi e aggressivi?» chiese Ranuncolo.
«La loro capacità imitativa è una proprietà che serve più alla
difesa che all'aggressione. Non ho sentito dire...»
Dainty picchiò un pugno sul tavolo. «Maledizione! Se una botta in
testa e una rapina non sono un'aggressione, non so che cosa siano.
Smettetela di fare i sapientoni. La questione è semplice: sono stato
assalito e derubato, non solo di beni conseguiti col duro lavoro, ma
anche della mia identità. Esigo soddisfazione, non avrò requie...»
«La guardia, bisogna chiamare la guardia. E i sacerdoti! E bruciare
questo mostro, questo... non-umano!» insistette il locandiere.
Il mezzuomo sollevò di colpo la testa. «Smettila, padrone. Diventi
noioso con la tua guardia. Ti faccio notare che a te questo 'non-
umano' non ha fatto un bel niente, ha recato danno solo a me. E,
detto tra parentesi, anche io non sono umano.»
Il taverniere fece una risata nervosa. «Ma che dite, signor
Biberveldt! C'è una bella differenza tra lui e voi. Voi siete quasi un
uomo, mentre lui è un mostro. Mi stupisco, signor strigo, che te ne
stai seduto così tranquillamente. E poi, scusa, perché sei qui? È o non
è affar tuo ammazzare i mostri?»
«I mostri. Ma non i rappresentanti di razze intelligenti», rispose
Geralt in tono gelido.
«Ma, signore, adesso esageri un pochino!» disse il locandiere.
«Eccome! Hai passato i limiti, Geralt, parlando di razza
intelligente. Guardalo!» intervenne Ranuncolo.
In quel momento, effettivamente, Tellico Lunngrevink Letorte
non sembrava il rappresentante di una razza pensante. Sembrava
piuttosto una bambola fatta di fango e farina che fissava lo strigo
con uno sguardo implorante. Neanche i versi che emetteva dal naso,
che ormai toccava il piano del tavolo, si confacevano a una razza
intelligente.
«Basta con queste fandonie!» urlò all'improvviso Dainty
Biberveldt. «Non c'è niente di cui discutere! L'unica cosa che conta
sono i miei cavalli e il danno che ho subito! Mi senti, maledetto
boleto? A chi hai venduto i miei cavalli? Che cosa ne hai fatto dei
soldi? Sputa l'osso, o ti prendo a calci, ti frantumo, ti scortico!»
Dechka socchiuse la porta e infilò la testolina bionda nella stanza.
«Ci sono dei clienti nella taverna, padre. I manovali del cantiere e
altri. Li servo io, ma non gridate così forte, cominciano a chiedersi
cosa succede nell'alcova.»
«Per il Fuoco Eterno!» esclamò il locandiere spaventato guardando
il doppler informe. «Se qualcuno dà un'occhiata qui dentro e lo
vede... Oh, succede il finimondo. Se proprio non dobbiamo
chiamare la guardia... Signor strigo! Se è davvero un vexling, digli di
trasformarsi in qualcosa di decente, affinché non lo riconoscano. Per
il momento.»
«Giusto. Che si trasformi in qualcosa, Geralt», disse Dainty.
«Ma in cosa? Posso assumere la forma di qualcosa che ho
osservato per bene. In chi di voi devo dunque trasformarmi?»
«Non in me», disse svelto il taverniere.
«E neanche in me. Del resto, sarebbe un pessimo camuffamento.
Mi conoscono tutti, perciò la vista di due Ranuncoli a uno stesso
tavolo farebbe più scalpore di quella di costui nel suo vero aspetto»,
s'indignò Ranuncolo.
Geralt sorrise. «Lo stesso vale per me. Rimani tu, Dainty. E tutto
sommato è un bene. Non offenderti, ma lo sai anche tu che gli
umani distinguono a fatica un mezzuomo dall'altro.»
Il mercante rimase a lungo soprappensiero. «E va bene. E sia.
Togligli la catena, strigo. Avanti, trasformati in me, razza
intelligente.»
Una volta liberato, il doppler si strofinò le zampe simili a pasta, si
tastò il naso e sgranò gli occhi sul mezzuomo. La pelle flaccida del
viso si tese e acquistò colore. Il naso si curvò e si allungò con uno
schiocco sordo, sul teschio calvo spuntarono dei capelli ricciuti.
Dainty sbarrò gli occhi, il locandiere aprì la bocca in un'espressione
di muto stupore, Ranuncolo sospirò ed emise un gemito.
L'ultima cosa a cambiare fu il colore degli occhi.
Dainty Biberveldt II si schiarì la gola, si allungò sul tavolo, afferrò
il boccale di Dainty Biberveldt I e lo portò avidamente alle labbra.
«Non può essere, non può essere», sussurrò Ranuncolo. «Guardate
come lo ha copiato fedelmente. Impossibile distinguerli. Due gocce
d'acqua. Questa volta ha perfino le bolle di zanzara e le macchie sui
calzoni... Già, i calzoni! Geralt, una cosa del genere non riesce
neanche ai maghi! Tasta qui, questa è vera lana, non è un'illusione!
Straordinario! Ma come fa?»
«Non lo sa nessuno», borbottò lo strigo. «Neanche lui. Ho detto
che è perfettamente capace di mutare a suo piacimento la struttura
della materia, ma è una capacità organica, istintiva...»
«Ma i calzoni... I calzoni come li ha fatti? E il panciotto?»
«È la sua pelle trasformata. Non credo che si libererebbe volentieri
di quei pantaloni. Del resto, perderebbero all'istante le caratteristiche
della lana...»
«Peccato. Mi stavo giusto domandando se non ordinargli di
trasformare un secchiello di materia in un secchiello d'oro», fece
Dainty, dando prova di arguzia.
Doppler, ora copia fedele del mezzuomo, si mise comodo e fece
un largo sorriso, palesemente contento di essere al centro
dell'attenzione. Era seduto nella medesima posizione di Dainty e
agitava allo stesso modo i piedi pelosi. «Sei ben ferrato sui doppler,
Geralt.» Bevve un sorso dal boccale, fece schioccare la lingua e ruttò.
«Per gli dei, ha anche la voce e i modi di Biberveldt. Qualcuno ha
per caso una strisciolina di taffetà rosso? Bisogna contrassegnarlo,
dannazione, o può succedere una disgrazia», disse Ranuncolo.
Danty I si offese. «Ma che dici, Ranuncolo. Non mi scambierai
mica con lui? La differenza si vede...»
«... a colpo d'occhio. In verità per scambiarci bisognerebbe essere
più scemi di un culo di giumenta», terminò Dainty Biberveldt II, e
ruttò di nuovo.
Ranuncolo era davvero stupefatto. «Che avevo detto? Pensa e
parla come Biberveldt. Impossibile distinguerli...»
«È un'esagerazione», ripeté il mezzuomo sporgendo le labbra.
«No. Non è un'esagerazione. Che tu ci creda o no, in questo
istante lui è te, Dainty. Non si sa come, ma un doppler copia
esattamente anche la psiche della vittima», ribatté Geralt.
«La psi... cosa?»
«Be', le caratteristiche della mente, il carattere, i sentimenti, i
pensieri. L'anima. Il che confermerebbe tutto ciò che viene negato
dalla maggior parte dei maghi e da tutti i sacerdoti. Che l'anima è
anch'essa materia.»
«Bestemmie...» sussurrò il locandiere.
«E frottole», aggiunse Dainty Biberveldt. «Non raccontare favole,
strigo. Le caratteristiche della mente, davvero. Copiare il naso e i
calzoni altrui è una cosa, ma l'intelletto non è mica una scoreggia. Te
lo dimostro subito. Se quel doppler pidocchioso avesse copiato il
mio intelletto mercantile, non avrebbe venduto i cavalli a Novigrad,
dove non ce n'è richiesta, ma sarebbe andato a Guado del Diavolo,
al mercato dei cavalli, dove i prezzi sono all'asta, prende il cavallo
chi paga di più. Là non ci si rimette...»
«Certo che ci si rimette.» Il doppler fece la parodia dell'espressione
oltraggiata del mezzuomo e sbuffò in maniera caratteristica. «Primo,
i prezzi all'asta a Guado del Diavolo sono bassi, perché i mercanti si
mettono d'accordo sulle offerte da fare. E, come se non bastasse,
bisogna anche pagare la provvigione ai banditori.»
«Non venirmi a insegnare il commercio, stronzo! Io a Guado del
Diavolo avrei preso novanta o anche cento a capo. E tu quanto hai
ottenuto da quei furbacchioni di Novigrad?»
«Centotrenta», rispose il doppler.
«Menti, farabutto.»
«Non mento. Ho condotto i cavalli dritti al porto, signor Dainty,
e là ho trovato un mercante di pellicce d'oltremare. Per formare le
carovane i mercanti di pellicce non usano i buoi, perché sono troppo
lenti. Le pellicce sono leggere ma preziose, perciò bisogna viaggiare
velocemente. A Novigrad non c'è richiesta di cavalli, dunque non ci
sono neanche cavalli. Io avevo gli unici disponibili, così ho imposto
il prezzo. Semplice...»
«Non starmi a insegnare, ti ho detto! E va bene, hai guadagnato. E
dove sono i soldi?»
«Li ho investiti. I soldi, signor Dainty, devono girare, un affare
deve portarne un altro», disse tutto fiero Tellico imitando il gesto
tipico con cui il mezzuomo si passava le dita tra i capelli.
«Stai attento che non sia io a portarti al cimitero! Di', che cosa hai
fatto coi soldi avuti per i cavalli?»
«Te l'ho detto. Ho comprato della mercanzia.»
«Che mercanzia? Cosa hai comprato, mostro?»
«Co... Cocciniglia. Cinquecento stai di cocciniglia, sessantadue
quintali di corteccia di mimosa, cinquantacinque brocche di essenza
di rose, ventitré barilotti di olio di pesce, seicento scodelle di
terracotta e ottanta libbre di cera d'api. L'olio di pesce, tra parentesi,
l'ho comprato a prezzo stracciato perché era un po' irrancidito. Ah,
dimenticavo. Ho comprato anche cento cubiti di corda di cotone.»
Calò un lungo, lunghissimo silenzio.
«Olio di pesce», disse infine Dainty pronunciando molto
lentamente le singole parole. «Corda di cotone. Essenza di rose.
Probabilmente sto sognando. Sì, è un incubo. A Novigrad si può
comprare di tutto, qualsiasi oggetto prezioso e richiesto, e questo
cretino spreca i miei soldi per certa merda. Sotto le mie spoglie.
Sono finito, i miei soldi sono perduti, è perduta la mia reputazione
di mercante. No, ne ho abbastanza. Prestami la spada, Geralt. Lo
infilzo su due piedi.»
La porta si aprì con uno scricchiolio. «Mercante Biberveldt! È qui il
mercante Biberveldt?» esclamò con voce stridula l'individuo smilzo
che entrò nell'alcova con una toga color porpora che lo faceva
assomigliare a un attaccapanni. In testa aveva un berretto di velluto
a forma di vaso da notte rovesciato.
«Sì», risposero all'unisono i due mezzuomini.
Nell'istante successivo uno dei due Dainty Biberveldt schizzò il
contenuto del suo boccale in faccia allo strigo, allontanò con un
calcio la sedia da sotto Ranuncolo e sfrecciò in direzione della porta,
atterrando di passaggio l'individuo dal buffo berretto.
«Un incendio! Si salvi chi può! Si ammazzano! Al fuoco!» si mise a
urlare piombando nella stanza comune.
Geralt, scuotendosi di dosso la schiuma, si lanciò all'inseguimento,
ma l'altro Biberveldt, che correva anche lui verso la porta, scivolò
sulla segatura e cadde ai suoi piedi. Stramazzarono entrambi sulla
soglia. Ranuncolo, uscendo goffamente da sotto il tavolo, lanciò
tremende imprecazioni.
«Un'aggressione!» urlò dal pavimento il nuovo arrivato che,
poveretto, non riusciva a districarsi dalla toga color porpora.
«Un'aggressione! I banditiii!»
Geralt rotolò appresso al mezzuomo, piombò nella taverna e
scorse il doppler precipitarsi in strada dando spinte agli avventori. Si
gettò al suo inseguimento, però si vide sbarrare la strada da un muro
di gente elastico ma compatto. Riuscì ad atterrare un tizio sporco di
argilla e puzzolente di birra, ma fu bloccato dalla stretta d'acciaio di
spalle robuste. Si dibatté furiosamente provocando un secco schianto
di fili spezzati e di pelle lacerata, e sentì i movimenti più liberi sotto
l'ascella destra. Lo strigo imprecò, smettendo di divincolarsi.
«L'abbiamo preso! Abbiamo preso il bandito. Ora che facciamo,
capomastro?» gridarono i muratori.
«La calce!» gridò questi sollevando di scatto la testa dal piano del
tavolo e girando intorno gli occhi senza vedere nulla.
«Guardie! È stato aggredito un funzionario! Guardie! Questo ti
costerà il patibolo, malfattore!» ruggì l'individuo con la toga color
porpora strisciando fuori dell'alcova a quattro zampe.
«L'abbiamo preso!» ripeterono i muratori.
«Non è lui! Acchiappate il ribaldo! Inseguitelo!» urlò l'individuo in
toga. «Chi?»
«Biberveldt, il mezzuomo! Inseguitelo, inseguitelo! Portatelo nelle
segrete!»
«Un momento, un momento. Che significa, signor Schwann? Non
nominate a vanvera il mio nome. E non date l'allarme, non ce n'è
bisogno», disse Dainty, emergendo dall'alcova.
Schwann tacque, guardando sbalordito il mezzuomo. Dall'alcova
emerse Ranuncolo col cappelluccio di traverso, esaminando il suo
liuto. I muratori, dopo aver sussurrato tra di loro, lasciarono
finalmente Geralt. Lo strigo, sebbene furioso, si limitò a sputare
abbondantemente sul pavimento.
«Mercante Biberveldt! Cosa significa? Assalire un funzionario
comunale può costarvi caro... Chi era quel mezzuomo che è
fuggito?» gridò con voce stridula Schwann socchiudendo gli occhi
miopi.
«Un cugino», rispose svelto Dainty.
«Sì, sì», gli venne subito in soccorso Ranuncolo, sentendosi nel
proprio elemento. «Un lontano cugino di Biberveldt. Noto come
Biberveldt lo Svitato. La pecora nera della famiglia. Da bambino è
finito in un pozzo. Asciutto. E per disgrazia gli è caduto il secchio in
testa. Di solito è tranquillo, ma la vista del colore purpureo lo
manda su tutte le furie. Comunque non c'è da preoccuparsi, si calma
all'istante alla vista dei peli rossi su un grembo femminile. Perciò è
corso diritto da Passiflora. Vi dico, signor Schwann...»
«Basta, Ranuncolo. Chiudi il becco», sibilò lo strigo.
Schwann si aggiustò la toga, ne scosse via la segatura e si
raddrizzò, assumendo un'espressione boriosa. «Fate più attenzione ai
vostri parenti, mercante Biberveldt, sapete bene che ne siete
responsabile. Se sporgessi querela... Ma non ne ho il tempo. Io sono
qui, Biberveldt, per questioni di servizio. In nome delle autorità
comunali, v'invito a pagare le tasse.»
«Eh?»
Il funzionario gonfiò le labbra in una smorfia sicuramente copiata
a qualcuno molto più importante di lui. «Che vi prende? Vi siete
fatto contagiare da vostro cugino? Quando si fanno affari bisogna
pagare le tasse. O si finisce in gattabuia.»
«Io!? Io, affari? Io ho subito solo perdite, maledizione! Io...»
«Attento, Biberveldt», sibilò lo strigo, e Ranuncolo diede di
nascosto un calcio sulla caviglia pelosa del mezzuomo.
Dainty tossicchiò, riuscendo a fatica a evocare un sorriso sul viso
paffuto. «È chiaro. È chiaro, signor Schwann. Se si fanno affari,
bisogna pagare le tasse. Buoni affari, tasse alte. E viceversa,
suppongo.»
«Non sta a me giudicare i vostri affari, signor mercante.» Il
funzionario assunse un'espressione acida, si sedette al tavolo e tirò
fuori degli abissali recessi della toga un abaco e un rotolo di
pergamena che distese sul piano del tavolo, dopo averlo strofinato
con la manica. «Il mio compito è calcolare e incassare. Sììì... dunque
facciamo il calcolo... fanno... mmm... abbasso due, riporto uno...
sììì... millecinquecentocinquantatré corone e venti kopper.»
Dalla gola di Dainty Biberveldt scaturì un rantolo sordo. I
muratori mormorarono stupiti. Il locandiere lasciò cadere la scodella.
Ranuncolo sospirò.
«Be', arrivederci, ragazzi. Se qualcuno chiedesse di me, sono in
gattabuia», disse il mezzuomo in tono amaro.
II

«Ho tempo fino a domani a mezzogiorno», gemette Dainty. «Quel


figlio di cagna, quello Schwann, che gli venga un colpo, vecchio
disgustoso, avrebbe anche potuto concedermi una proroga. Più di
millecinquecento corone, dove li trovo entro domani tanti soldi?
Sono finito, rovinato, morirò in galera! Ma non stiamocene seduti
qui, maledizione, acchiappiamo quel furfante di un doppler, vi
dico!»
Erano seduti tutti e tre sul bordo di marmo di una fontana spenta,
al centro di una piccola piazza circondata da palazzetti lussuosi ma di
pessimo gusto, di proprietà dei mercanti. L'acqua nella vasca era
verde e terribilmente sporca, i pesci rossi che nuotavano tra i rifiuti
sottoponevano a un duro lavoro le branchie e inspiravano l'aria
dalla superficie con le boccucce aperte. Ranuncolo e il mezzuomo
masticavano delle frittelle che il trovatore aveva sgraffignato poco
prima passando accanto a una bancarella.
«Al tuo posto abbandonerei la caccia e comincerei a cercare
qualcuno che mi presti del denaro. Che cosa ricaverai dalla cattura
del doppler? Pensi forse che Schwann lo accetterà in controvalore?»
disse il bardo.
«Sei uno sciocco, Ranuncolo. Una volta acciuffato il doppler, gli
riprenderò i miei soldi.»
«Quali soldi? Quello che aveva nella borsa è servito per risarcire i
danni e per la bustarella a Schwann. Non ne aveva altri.»
«Ranuncolo, sarai forse un esperto di poesia, ma di faccende
commerciali, scusa, sei completamente a digiuno. Hai sentito che
tasse mi ha calcolato Schwann? E su che cosa si pagano le tasse? Eh?
Su che cosa?»
«Su tutto, io le pago anche per cantare. E, quando spiego che
canto per necessità interiore, se ne infischiano.»
«Sei uno sciocco, lo dicevo io. In affari le tasse si pagano sul
profitto. Sul profitto, Ranuncolo! Capisci? Quel farabutto di doppler
si è spacciato per me e ha concluso degli affari sicuramente
fraudolenti. E ci ha guadagnato! Ha avuto un profitto! E a me
toccherà pagare le tasse, e per giunta saldare i debiti di quel
pezzente, se ne ha fatti! Altrimenti finirò nelle segrete, mi
marchieranno pubblicamente, mi manderanno nelle miniere! Peste!»
«Ah, non hai via d'uscita, Dainty. Devi lasciare di nascosto
Novigrad. Sai una cosa? Ho un'idea. Ti avvolge remo in una pelle di
montone. Varcherai le porte della città gridando: 'Sono una
pecorella, bee, bee'. Nessuno ti riconoscerà.»
«Ranuncolo, chiudi il becco, o ti prendo a calci. Geralt?»
«Che c'è, Dainty?»
«Mi aiuterai a catturare il doppler?»
«Ascolta. Siamo a Novigrad. Trentamila abitanti tra umani, nani,
mezzelfi, mezzuomini e gnomi, e sicuramente altrettanti forestieri.
Come vuoi trovare qualcuno in una simile folla?» rispose lo strigo
cercando invano di ricucire la manica strappata del farsetto.
Dainty inghiottì una frittella e si leccò le dita. «E la magia, Geralt?
I vostri incantesimi da strigo su cui girano tante storie?»
«Si può scoprire un doppler tramite la magia solo quand'è nelle
proprie sembianze, e non è certo così che gira in strada. E, anche se
lo facesse, la magia non servirebbe a niente, perché la città è piena di
deboli segnali magici. Una casa su due è munita di serratura magica,
e tre quarti della gente portano gli amuleti più vari contro ladri,
pulci, intossicazioni alimentari, e chi più ne ha più ne metta.»
Ranuncolo passò le dita sul manico del liuto, strimpellò sulle
corde. «Torna la primavera, odorosa di tiepida pioggia! No, non va
bene. Torna la primavera, col sole... No, accidenti. Non mi viene.
Niente da fare...»
«Smettila di gracchiare, mi dai sui nervi», ringhiò il mezzuomo.
Ranuncolo gettò il resto della frittella ai pesci e sputò nella vasca.
«Guardate. Pesci dorati. Si dice che esaudiscano i desideri.»
«Veramente sono rossi», osservò Dainty.
«Che vuoi che sia un simile dettaglio. Maledizione, siamo in tre,
perciò esaudiranno tre desideri. Uno a testa. Che ne dici, Dainty?
Non vorresti che un pesciolino pagasse le tasse per te?»
«Certo. E anche che qualcosa cadesse dal cielo e colpisse il doppler
in testa. E poi...»
«Stop, stop. Anche noi abbiamo dei desideri. Io vorrei che un
pesciolino mi suggerisse la fine della ballata. E tu, Geralt?»
«Lasciami in pace, Ranuncolo.»
«Non fare il guastafeste, strigo. Dimmi cosa vorresti.»
Lo strigo si alzò. «Vorrei che il motivo per cui stanno provando a
circondarci si rivelasse un malinteso.»
Da un vicolo di fronte alla fontana uscirono quattro individui
vestiti di nero con berretti di pelle rotondi e si diressero adagio verso
la vasca. Dainty si guardò intorno e imprecò sottovoce.
Dalla stradina alle loro spalle ne uscirono altri quattro, che si
distanziarono e ne bloccarono l'accesso, senza avvicinarsi alla
fontana. Tenevano in mano delle aste cilindriche dall'aspetto strano
che ricordavano pezzi di cavi arrotolati. Lo strigo guardò di qua e di
là e mosse le spalle, aggiustando la spada appesa alla schiena.
Ranuncolo gemette.
Dietro gli individui neri spuntò un uomo basso con una giubba
bianca e un corto mantello grigio. La catena d'oro che portava al
collo scintillava a tempo coi suoi passi, mandando riflessi dorati.
«È Chappelle...» gemette Ranuncolo. Gli uomini neri alle loro
spalle avanzarono lentamente verso la fontana. Lo strigo allungò la
mano verso la spada.
«No, Geralt. Per gli dei, non estrarre l'arma. È la guardia del
tempio. Se facciamo resistenza, non usciremo vivi da Novigrad. Non
toccare la spada», sussurrò il bardo, avvicinandoglisi.
L'uomo con la giubba bianca si accostò loro a passo veloce. Gli
individui neri lo seguirono e circondarono la vasca, piazzandosi in
punti strategici scelti con cura. Geralt li osservava con attenzione,
leggermente ingobbito. Le strane aste cilindriche che tenevano in
mano non erano, come aveva pensato all'inizio, normali fruste.
Erano lamie.
L'uomo con la giubba bianca si avvicinò.
«Geralt, per tutti gli dei, conserva la calma», sussurrò il bardo.
«Non mi farò toccare. Non mi farò toccare, di chiunque si tratti.
Attento, Ranuncolo... Quando comincerà a far caldo, datevela a
gambe. Io li terrò occupati... per un po'...»
Ranuncolo non rispose. Si mise in spalla il liuto e fece un
profondo inchino all'uomo con la giubba bianca riccamente ricamata
con fili d'oro e d'argento che componevano un minuto motivo a
mosaico. «Venerabile Chappelle...»
Chappelle si fermò e si guardò intorno. I suoi occhi, osservò
Geralt, erano terribilmente glaciali e avevano il colore dell'acciaio. La
fronte pallida era coperta di un sudore malsano, le guance di chiazze
rosse irregolari. «Il signor Dainty Biberveldt, mercante. Il talentuoso
signor Ranuncolo. E Geralt di Rivia, rappresentante del raro mestiere
di strigo. Una riunione di vecchi amici? Qui da noi a Novigrad?»
Nessuno rispose.
«Per colmo di sfortuna, v'informo che contro di voi è stata sporta
una denuncia», proseguì Chappelle.
Ranuncolo impallidì leggermente, il mezzuomo cominciò a
battere i denti. Lo strigo non guardava Chappelle. Non staccava gli
occhi dalle armi degli individui neri in berretto di pelle che
circondavano la fontana. Nella maggior parte dei paesi conosciuti da
Geralt, la fabbricazione e il possesso di lamie irte di spine, chiamate
anche «staffili di Mayhe», erano severamente proibiti. Novigrad non
era un'eccezione. Geralt aveva visto persone colpite in viso da una
lamia. Visi che era impossibile dimenticare.
«Il proprietario della locanda alla Punta di Lancia ha avuto la
spudoratezza di accusare le signorie illustrissime di maneggi con un
demonio, con un mostro chiamato 'cangior' o 'vexling'», continuò
Chappelle.
Nessuno rispose.
Chappelle incrociò le braccia sul petto e rivolse loro uno sguardo
gelido. «Mi sono sentito in obbligo di mettervi a parte di tale
denuncia. V'informo inoltre che il sunnominato locandiere è stato
rinchiuso nelle segrete. È sorto il sospetto che farneticasse sotto
l'effetto di cattiva birra o di acquavite. Eh, cosa non s'inventa la
gente! In primo luogo, i vexling non esistono. Sono l'invenzione di
contadini superstiziosi.»
Nessuno commentò.
«In secondo luogo, quale vexling oserebbe avvicinarsi a uno strigo
senza venirne immediatamente ucciso? Non è vero? L'accusa del
taverniere sarebbe dunque degna di riso, non fosse per un
particolare fondamentale.» Chappelle annuì, facendo una pausa a
effetto.
Lo strigo sentì Dainty sospirare.
«Già, un particolare fondamentale», ripeté Chappelle. «Perché
abbiamo a che fare con eresia e bestemmie sacrileghe. È infatti
risaputo che nessun vexling, nessuno, come anche nessun altro
mostro, potrebbe avvicinarsi alle mura di Novigrad, dove in ben
diciannove templi arde il Fuoco Eterno, la cui sacra potenza
protegge la città. Chi afferma di aver visto un vexling alla Punta di
Lancia, a un tiro di schioppo dall'altare principale del Fuoco Eterno,
è un eretico blasfemo e dovrà rimangiarsi le sue affermazioni. Se non
vorrà farlo, lo aiuteremo noi con le risorse e i mezzi che, credetemi,
ho a mia disposizione nelle segrete. Dunque come vedete non c'è di
che preoccuparsi.»
Le espressioni del viso di Ranuncolo e del mezzuomo
testimoniavano che i due erano chiaramente di parere diverso.
«Non c'è assolutamente nulla di cui angustiarsi. Lorsignori possono
lasciare Novigrad senza impedimenti. Non vi tratterrò. Devo
tuttavia insistere affinché le signorie illustrissime non parlino in giro
delle compassionevoli fandonie del locandiere, né commentino ad
alta voce questo avvenimento. Noi modesti servi della chiesa
dovremmo trattare tutte le dichiarazioni che minano la potenza
divina del Fuoco Eterno - a prescindere dalle intenzioni - come
eresie, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Le convinzioni
religiose personali delle signorie illustrissime, che io rispetto, non
significano nulla. Credete in ciò che volete. Io sono tollerante finché
qualcuno rispetta il Fuoco Eterno e non bestemmia contro di esso. Se
bestemmierà, ordinerò di bruciarlo e basta. A Novigrad sono tutti
uguali davanti alla legge. E la legge è uguale per tutti: chiunque
bestemmi contro il Fuoco Eterno va sul rogo e i suoi beni vengono
confiscati. Ma ora basta parlare di questo. Lo ripeto, potete varcare
senza impedimenti le porte di Novigrad. Meglio...» Chappelle fece
un lieve sorriso, risucchiò le guance in una smorfia furba, lasciò
scorrere lo sguardo nella piazzetta.
Alcuni passanti, osservata la scena, affrettavano il passo, giravano
svelti la testa.
«... meglio se subito. Immediatamente. Certo, per quanto riguarda
l'onorevole mercante Biberveldt, questo 'immediatamente' significa
'immediatamente dopo aver regolato le questioni tributarie'. Vi
ringrazio per il tempo che mi avete dedicato.»
Dainty, giratosi, mosse le labbra senza emettere suono. Lo strigo
non dubitava che quella parola muta fosse «stronzo».
Ranuncolo abbassò la testa sorridendo con aria ebete.
«Signor strigo, di grazia, una parola a quattr'occhi», fece a un
tratto Chappelle.
Quando Geralt gli si fu avvicinato, Chappelle allungò leggermente
la mano. Se mi tocca il gomito lo colpisco, accada quel che
accada, pensò lo strigo.
Ma lui non toccò il gomito di Geralt. «Signor strigo, mi è noto che
alcune città, a differenza di Novigrad, sono prive della protezione
divina del Fuoco Eterno. Supponiamo dunque che un mostro simile
a un vexling ne saccheggi una. Sarei curioso di sapere quanto
prenderesti per catturarlo vivo.»
Lo strigo fece spallucce. «Non mi faccio assumere per dare la
caccia a mostri in città popolate. Infatti potrebbe rimetterci un
estraneo.»
«E ti sta tanto a cuore la sorte degli estranei?»
«Sì. Perché di solito me ne viene addossata la responsabilità. Con
tutto ciò che ne consegue.»
«Capisco. E la preoccupazione per la sorte degli estranei non
sarebbe inversamente proporzionale all'entità del compenso?»
«No.»
«Il tuo tono, strigo, non mi piace troppo. Ma non importa,
capisco cosa suggerisce. Suggerisce che non vuoi fare... ciò che potrei
chiederti, quale che fosse l'entità del compenso. E il tipo di
compenso non t'interessa?»
«Non capisco.»
«Non credo.»
«Davvero.»
«In linea puramente teorica, sarebbe possibile che il compenso per
il tuo servigio fosse la garanzia che tu e i tuoi amici usciate vivi da...
da questa ipotetica città. In tal caso?» disse Chappelle piano, con
calma, senza ira o minaccia nella voce.
Lo strigo fece un sorriso sgradevole. «A questa domanda non si
può rispondere in linea teorica. Bisognerebbe che la situazione di cui
parlate, venerabile Chappelle, si verificasse nella pratica. Non ne ho
molta voglia, ma se sarà necessario... Se non ci sarà altra via
d'uscita... Sono disposto a provare.»
«Ah, forse hai ragione. Stiamo facendo troppa teoria. E, quanto
alla pratica, vedo che non posso contare su nessuna collaborazione.
Forse è meglio così. In ogni caso, mi auguro che ciò non sarà motivo
di conflitto tra noi.»
«Me lo auguro anch'io», disse Geralt.
«Dunque che questa speranza arda in noi, Geralt di Rivia. Sai che
cos'è il Fuoco Eterno? Una fiamma che non si spegne, un simbolo di
durevolezza, una strada nell'oscurità, l'annuncio di un progresso, di
un domani migliore? Il Fuoco Eterno, Geralt, è la speranza. Per tutti,
senza eccezione. Perché se c'è qualcosa che si condivide... che è per
te, per me... per gli altri... questo è proprio la speranza. Ricordalo.
Piacere di averti conosciuto, strigo.»
Geralt fece un inchino rigido, senza dire una parola.
Chappelle lo fissò per un istante, poi si girò e marciò attraverso la
piazzetta senza guardare la scorta. Gli uomini armati di lamie lo
seguirono in una fila ordinata.
«Oh, mammina mia. Abbiamo avuto una gran fortuna. Purché sia
finita qui. Purché ora non ci arrestino...» piagnucolò Ranuncolo
osservando timoroso gli uomini che si allontanavano.
«Calmati e smettila di lamentarti. Non è successo niente», disse lo
strigo.
«Sai chi era, Geralt?»
«No.»
«Era Chappelle, il governatore preposto alla sicurezza. I servizi
segreti di Novigrad dipendono dalla chiesa. Chappelle non è un
sacerdote, ma è l'eminenza grigia della gerarchia, l'uomo più potente
e più pericoloso della città. Tutti, perfino il Consiglio e le
corporazioni, se la fanno sotto al suo cospetto, perché è un furfante
della più bell'acqua, Geralt, ebbro di potere come un ragno lo è del
sangue di mosca. Anche se, a bassa voce, in città si racconta cosa sia
capace di fare. Gente che scompare senza lasciar traccia. False accuse,
torture, assassini proditori, terrore, ricatti e comuni rapine.
Estorsioni, truffe e raggiri. Per gli dei, in che bella storia ci hai
cacciato, Biberveldt.»
«Calmati, Ranuncolo. Tu non hai nulla da temere. Per motivi che
mi sono ignoti, nessuno tocca i trovatori», sbuffò Dainty.
«A Novigrad anche un poeta intoccabile può finire sotto un carro
lanciato a tutta velocità, mangiare un pesce avvelenato o annegare
per disgrazia in un fosso. Chappelle è uno specialista di simili
incidenti. Considero insolito che ci abbia parlato. Una cosa è certa,
non l'ha fatto senza motivo. Sta tramando qualcosa. Vedrete, ben
presto ci affibbieranno qualche accusa, ci metteranno ai ferri e ci
trascineranno alla tortura in nome della legge. Qui si fa così!»
«C'è molto di vero in quanto dice», ribadì il mezzuomo a Geralt.
«Dobbiamo stare attenti. Come farà poi quel briccone di Chappelle a
essere ancora sulla faccia della terra... Da anni dicono che è malato,
che il sangue gli ristagna, e tutti aspettano che tiri le cuoia...»
Il trovatore si guardò intorno con aria impaurita. «Taci,
Biberveldt! Qui anche i muri hanno orecchie. Guardate, ci fissano
tutti. Filiamo via, vi dico. Vi consiglio di prendere sul serio quanto
Chappelle ci ha detto sul doppler. Io, per esempio, in vita mia non
ne ho mai visto uno, se sarà necessario lo giurerò davanti al Fuoco
Eterno.»
«Guardate! Qualcuno corre verso di noi», disse a un tratto il
mezzuomo.
«Scappiamo!» gridò Ranuncolo.
Dainty sorrise e si passò le dita tra i capelli. «Calma, calma, è
Moscardino, un mercante di qui, il tesoriere della corporazione.
Abbiamo fatto affari insieme. Ehi, guardate che faccia! Sembra che si
sia cacato nei calzoni. Ehi, Moscardino, cerchi me?»
Ansimando, Moscardino fece scivolare il berretto di volpe sulla
nuca e si asciugò la fronte con una manica. «Lo giuro sul Fuoco
Eterno, ero sicuro che ti avrebbero trascinato nel barbacane. È un
vero miracolo. Sono stupito...»
«Carino da parte tua stupirti. Rallegraci ancora di più dicendoci
perché», lo interruppe il mezzuomo in tono sarcastico.
Moscardino corrugò la fronte. «Non fare il finto tonto,
Biberveldt! Tutta la città ormai sa che affare hai fatto con la
cocciniglia, ne parlano tutti. Naturalmente anche la gerarchia e
Chappelle devono aver saputo con quanta furbizia e astuzia hai
guadagnato grazie a quanto è successo a Poviss.»
«Di cosa vaneggi, Moscardino?»
«Oh, per gli dei, smettila una volta per tutte di nascondere le tue
prodezze, come la volpe che cancella le proprie orme con la coda.
Hai comprato la cocciniglia quasi per niente, cinque e venti allo
staio, no? Approfittando della scarsa richiesta hai pagato con una
lettera di cambio avallata, senza sborsare neppure un centesimo in
contanti. Ebbene? In un solo giorno hai venduto tutto il carico a un
prezzo quattro volte maggiore, e in moneta sonante. Avrai forse la
sfrontatezza di sostenere che si è trattato di un caso, o magari di
fortuna? Che comprando la cocciniglia non sapevi nulla del colpo di
Stato a Poviss?»
«Cosa? Di che parli?»
«A Poviss c'è stato un colpo di Stato! E una... come si dice... una
provolozione! Re Rhyd è stato rovesciato e ora il potere è nelle
mani del clan dei Thyssen! Il colore dei cortigiani, della nobiltà e
dell'esercito di Rhyd era l'azzurro, perciò i tessitori del luogo
compravano solo l'indaco. Invece il colore dei Thyssen è lo scarlatto,
dunque il prezzo dell'indaco è sceso e quello della cocciniglia è salito
alle stelle, e proprio allora è venuto fuori che tu, Biberveldt, avevi
messo le zampe sull'unico carico disponibile! Ah!»
Dainty taceva, rabbuiato.
«Scaltro, Biberveldt, non c'è che dire. E senza farne parola a
nessuno, neanche agli amici. Se me ne avessi parlato, avremmo
potuto guadagnarci tutti, avremmo potuto perfino aprire una filiale
in comune. Ma tu hai preferito fare da solo, alla chetichella.
Padronissimo, ma non contare più su di me. Per il Fuoco Eterno, è
proprio vero, tutti i mezzuomini sono furfanti egoisti, cani merdosi.
A me Vimme Vivaldi non concede mai un avallo su una lettera di
cambio, e a te? Immediatamente. Fate sempre comunella, voi
maledetti non-umani, mezzuomini e nani della malora. Che la peste
vi colga!» Moscardino sputò, fece dietrofront e si allontanò.
Dainty, soprappensiero, si grattava la testa tanto forte da far
crepitare i capelli. «Ora comincio a capire, ragazzi. Ora so cosa
dobbiamo fare. Andiamo in banca. Se c'è qualcuno che può venirne
a capo è appunto il banchiere Vimme Vivaldi, mio buon
conoscente.»
III

«Me la immaginavo diversa una banca. Dove tengono i soldi,


Geralt?» sussurrò Ranuncolo girando lo sguardo per il locale.
«Lo sa il diavolo. Forse in cantina?» rispose piano lo strigo,
nascondendo la manica strappata del farsetto.
«Merda. Ho guardato in giro. Qui non c'è nessuna cantina.»
«Allora sicuramente in soffitta.»
«Prego, accomodatevi nel mio ufficio, signori», disse Vimme
Vivaldi.
Giovani umani e nani di età indefinita sedevano a lunghi tavoli,
intenti a riempire rotoli di pergamena di sfilze di lettere e numeri.
Tutti senza eccezione erano curvi e tenevano la punta della lingua
tra le labbra. Il lavoro, che allo strigo parve terribilmente monotono,
sembrava assorbirli totalmente. In un angolo, su un basso sgabello,
era seduto un vecchietto con l'aspetto del mendicante occupato a
temperare piume. Procedeva lentamente.
Il banchiere chiuse con cautela la porta dell'ufficio e si accarezzò la
lunga barba bianca ben curata, sebbene macchiata qua e là
d'inchiostro, e si aggiustò il farsetto di velluto bordò, abbottonato a
fatica sulla pancia prominente. Poi si sedette all'enorme tavolo di
mogano ricoperto di pergamene. «Sapete, signor Ranuncolo,
v'immaginavo completamente diverso. Conosco le vostre canzoni,
già, le ho sentite. Quella sulla regina Vanda che si annegò nel fiume
Duppa perché nessuno la voleva. O quella sul martin pescatore che
cadde nel cesso...»
«Quella non è mia, non ho mai scritto niente del genere!» disse
Ranuncolo paonazzo di rabbia.
«Ah. Allora mi scuso.»
«E se venissimo al sodo? Il tempo incalza, e voi parlate di
stupidaggini. Sono in pasticci seri, Vimme», intervenne Dainty.
«Lo temevo. Se ben ricordi, ti avevo avvertito, Biberveldt. Tre
giorni fa ti avevo detto di non impegnare denaro in quell'olio di
pesce rancido. Che importa se è a buon mercato, il prezzo nominale
non conta, quello che conta è il tasso dei profitti alla rivendita. Lo
stesso vale per l'essenza di rose e la cera, e per le scodelle di
terracotta. Come ti è saltato in mente di comprare quella merda, e
per giunta in moneta sonante, invece di pagare giudiziosamente con
una credenziale o una lettera di cambio? Ti avevo pur detto che a
Novigrad i costi d'immagazzinamento sono molto alti, in due
settimane supereranno di tre volte il valore della merce. Ma tu...»
«Avanti, parla, Vivaldi. Io cosa?» gemette piano il mezzuomo.
«Ma tu hai risposto che non c'era da temere, che avresti venduto
tutto in ventiquattr'ore. E adesso vieni a dirmi che sei nei pasticci, e
lo fai con quel sorriso sciocco e disarmante. Non va, vero? E le spese
aumentano, no? Ah, male, male. Come faccio a tirartene fuori,
Dainty? Se almeno avessi assicurato quella porcheria, manderei
subito uno dei miei scrivani a dare fuoco al magazzino. No, tesoro
mio, l'unica cosa che si può fare è prenderla con filosofia e dirsi: 'Sarà
per un'altra volta'. Il commercio è fatto così, una volta si guadagna,
un'altra si perde. Del resto, quanti soldi hai speso per l'olio, la cera e
l'essenza? Una somma ridicola. Parliamo di affari più seri. Dimmi se
devo già vendere la corteccia di mimosa, le offerte hanno
cominciato a stabilizzarsi su cinque e cinque sesti.»
«Eh?»
«Sei rincitrullito?» chiese il banchiere con una smorfia. «L'ultima
offerta è esattamente cinque e cinque sesti. Spero che tu sia tornato
per chiudere. Sette non ne otterrai comunque, Dainty.»
«Tornato?»
Vivaldi si accarezzò la barba e ne cavò delle briciole di treccia
dolce. «Sei venuto qui un'ora fa con l'ordine di tenere fino a sette.
Sette volte il prezzo che hai pagato fa due corone e quarantacinque
kopper la libbra. È troppo, Dainty, anche per un mercato così
favorevole. Le concerie ormai devono aver mangiato la foglia e
manterranno compatte l'offerta. Ci scommetterei la testa...»
La porta si aprì e un essere con un berretto di feltro verde e un
pellicciotto di etniglio pezzato stretto in vita da una corda di canapa
fece irruzione nell'ufficio. «Il mercante Sulimir offre due corone e
quindici!» grugnì.
«Sei e un sesto. Che facciamo, Dainty?» domandò Vivaldi.
«Vendere! Sei volte il prezzo, e tu ci stai anche a pensare,
maledizione?» gridò il mezzuomo.
Nell'ufficio fece irruzione un altro essere con un berretto giallo e
una guarnacca che ricordava un vecchio sacco. Come quello che
l'aveva preceduto, era alto circa due cubiti. «Il mercante Biberveldt
ordina di non vendere al di sotto di sette!» urlò, si pulì il naso con la
manica e corse fuori.
Dopo un lungo istante di silenzio, il nano disse: «Ah. Un
Biberveldt ordina di vendere, un altro Biberveldt ordina di aspettare.
Situazione interessante. Che facciamo, Dainty? Cominci subito a
spiegare, o aspettiamo che un terzo Biberveldt ordini di caricare la
corteccia sulle galere e di portarla nel Paese dei Cinocefali? Eh?»
Ranuncolo indicò l'essere col berretto verde, che stava ancora sulla
soglia. «Che cos'è, dannazione?»
«Un giovane gnomo», disse Geralt.
«Senza dubbio non è un vecchio troll. Del resto, che importanza
ha?» confermò seccamente Vivaldi. «Allora, Dainty, ti ascolto.»
«Vimme, ti prego, non fare domande. È successo qualcosa di
terribile. Sappi solo che io, Dainty Biberveldt di Prato Centinodio,
onesto mercante, non ho idea di che cosa stia accadendo.
Raccontami tutto per filo e per segno. Gli avvenimenti degli ultimi
tre giorni. Ti prego, Vimme.»
«Interessante... Be', per la provvigione che prendo devo esaudire i
desideri del committente, quali che siano. Dunque ascolta. Tre giorni
fa hai fatto irruzione qui dentro tutto trafelato, mi hai dato in
deposito mille corone e hai chiesto l'avallo per una lettera di cambio
di duemilacinquecentoventi, al portatore. E io te l'ho dato.»
«Senza garanzie?»
«Sì. Ti voglio bene, Dainty.»
«Continua, Vimme.»
«Il giorno seguente hai fatto irruzione qui di buon mattino
strepitando e battendo i piedi, esigendo che ti emettessi una
credenziale per una banca di Wyzima. Per la somma non da poco di
tremilacinquecento corone. Il beneficiario doveva essere, se ben
ricordo, un tale Ther Lukokian, alias Tartufo. Be', e io ho emesso la
credenziale.»
«Senza garanzie?» domandò il mezzuomo con voce speranzosa.
«La mia simpatia nei tuoi confronti, Biberveldt, termina sulle
tremila corone. Questa volta ho ricevuto da te l'impegno scritto che,
in caso d'insolvenza, il mulino è mio.»
«Quale mulino?»
«Il mulino di tuo suocero, Arno Hardbottom, a Prato
Centinodio.»
«Non torno a casa. Mi troverò un ingaggio su una nave e
diventerò pirata», dichiarò Dainty in tono cupo ma deciso.
Vimme Vivaldi si grattò l'orecchio e lo guardò con sospetto. «Che
esagerato! Hai ritirato e strappato da un pezzo quell'impegno. Sei
solvibile. Non c'è da stupirsi, con certi guadagni...»
«Guadagni?»
«Già, dimenticavo. Non dovevo stupirmi di nulla.
Hai fatto un buon affare con la cocciniglia, Biberveldt. Vedi, a
Poviss c'è stato un colpo di Stato...»
«Lo so già, il prezzo dell'indaco è calato e quello della cocciniglia
è salito. E io ho guadagnato. È vero, Vimme?»
«Sì. Hai depositato presso di me seimilatrecentoquarantasei
corone e ottanta kopper. Al netto della mia provvigione e delle
tasse.»
«Hai pagato le tasse per me?»
«Sarebbe stato impossibile fare altrimenti! Un'ora fa sei stato qui e
mi hai ordinato di pagarle. Lo scrivano ha già portato l'intera somma
in municipio. Saranno state più o meno millecinquecento corone,
perché naturalmente c'era inclusa anche la vendita dei cavalli.»
La porta si aprì con fracasso e nell'ufficio fece irruzione un essere
con un berretto molto sporco. «Due corone e trenta! Il mercante
Hazelquist!» urlò.
«Non vendere! Aspettiamo un prezzo migliore! Svelti, tornate
tutti e due alla borsa!» gridò Dainty.
Lo gnomo afferrò le monete di rame gettate loro dal mezzuomo
e sparirono.
«Dunque, dov'ero rimasto?» rifletté Vivaldi giocherellando con un
grosso cristallo di ametista dalla forma bizzarra che serviva da
fermacarte. «Ah, alla cocciniglia comprata con la lettera di cambio.
La lettera di credito cui ho accennato ti è servita invece per
comprare un grosso carico di corteccia di mimosa. Ne hai comprata
molta, ma piuttosto a buon mercato, a trentacinque kopper la
libbra, da un mediatore di Zangwebar, quel Tartufo o Spugnola che
dir si voglia. La galera è entrata in porto ieri. È così che è
cominciato.»
«Immagino», gemette Dainty.
«A che cosa serve la corteccia di mimosa?» non si trattenne
Ranuncolo.
«A niente, purtroppo», borbottò il mezzuomo.
«La corteccia di mimosa, signor poeta, viene usata per conciare le
pelli», spiegò il nano.
«Se qualcuno fosse così sciocco da comprare la corteccia di
mimosa oltremare, quando per due soldi si può avere quella di
quercia a Temeria», intervenne Dainty.
«È proprio questo il punto!» esclamò Vivaldi. «A Temeria, i druidi
hanno annunciato che, se non si smetterà all'istante di distruggere le
querce, colpiranno il paese con un flagello di locuste e ratti. Ai druidi
hanno dato manforte le driadi, e il re del luogo ha un debole per le
driadi. In breve: da ieri c'è l'embargo totale sulle querce di Temeria,
perciò la mimosa è andata alle stelle. Hai avuto buone informazioni,
Dainty...»
Dalla cancelleria giunse uno scalpiccio, quindi nell'ufficio si
precipitò ansimando l'essere col berretto verde. «L'egregio mercante
Sulimir ha ordinato di riferire che il mercante Biberveldt, il
mezzuomo, è un cinghiale irto di setole, uno speculatore e uno
scroccone, e che lui, Sulimir, gli augura di prendersi la rogna. Offre
due corone e quarantacinque ed è la sua ultima parola.»
«Vendere! Avanti, piccolo, corri a confermare. Fa' il conto,
Vimme», esclamò il mezzuomo.
Vivaldi allungò la mano sotto i rotoli di pergamena e tirò fuori un
abaco dei nani, un vero ninnolo. A differenza di quelli usati dagli
uomini, gli abachi dei nani avevano la forma di piccole piramidi
traforate. In più, quello di Vivaldi era fatto di fili dorati sui quali
correvano frammenti sfaccettati di rubino, smeraldo, onice e agata
nera. Con movimenti veloci e abili del pollice, il nano spostò per un
po' i gioielli in alto, in basso e di lato. «Fa... mmm... mmm... Detratti
i costi e la mia provvigione... Detratte le tasse... Sì lì.
Quindicimilaseicentoventidue corone e venticinque kopper. Niente
male.»
«Se calcolo bene, complessivamente dovrei avere presso di te...»
«Esattamente ventunmilanovecentosessantanove corone e cinque
kopper. Niente male, Dainty.»
«Niente male? Niente male? Con quella cifra si compra un grosso
villaggio o un piccolo castello! In vita mia non ho mai visto tanti
soldi tutti in una volta!» esclamò Ranuncolo.
«Neanch'io. Ma non farti prendere dall'entusiasmo, Ranuncolo. Al
momento nessuno ha ancora mai visto quei soldi e non si sa se li
vedrà mai», disse il mezzuomo.
«Ehi, Biberveldt, perché questi pensieri cupi?» fece il nano con aria
sdegnata. «Sulimir ti pagherà in contanti o con una lettera di cambio,
e le lettere di cambio di Sulimir sono sicure. Dunque che c'è? Temi di
aver perso su quel puzzolente olio di pesce e sulla cera? Con questi
guadagni coprirai allegramente le perdite...»
«Non è questo il problema.»
«E allora qual è?»
Dainty si schiarì la voce e abbassò la testa ricciuta. «Vimme,
Chappelle ci tiene d'occhio», disse, lo sguardo fisso sul pavimento.
Il banchiere fece schioccare la lingua. «Malissimo. Bisognava
aspettarselo. Vedi, Biberveldt, le informazioni di cui ti sei servito per
le tue transazioni hanno un significato non solo commerciale, ma
anche politico. Nessuno sapeva niente di cosa sarebbe successo a
Poviss e in Temeria, neppure Chappelle, e a Chappelle piace sapere
le cose per primo. Dunque immaginerai che ora si starà scervellando
su come l'hai saputo tu. E penso che ormai l'abbia capito. Come l'ho
capito io.»
«Interessante.»
Vivaldi fece scorrere lo sguardo su Ranuncolo e Geralt arricciando
il grosso naso. «Interessante? Interessante è la tua combriccola,
Dainty. Un trovatore, uno strigo e un mercante. Mi congratulo. Il
signor Ranuncolo gira di qua e di là, frequenta anche le corti reali, e
tende sicuramente l'orecchio. E lo strigo? Una guardia del corpo?
Uno spauracchio per i debitori?»
«Conclusioni affrettate, signor Vivaldi. Non siamo una
combriccola», osservò in tono gelido Geralt.
«Quanto a me, non tendo nessun orecchio. Sono un poeta, non
una spia!» si difese Ranuncolo paonazzo.
Il nano fece una smorfia. «Girano voci diverse. Molto diverse,
signor Ranuncolo.»
«Bugie! Tutte stronzate!» urlò il trovatore.
«E va bene, ci credo, ci credo. Ma non so se ci crederà Chappelle.
Chissà, magari finirà tutto in una bolla di sapone. Ti dirò, Biberveldt,
dopo l'ultimo attacco di apoplessia, Chappelle è molto cambiato.
Sarà la paura di morire che gli si è ficcata su per il culo e lo ha
costretto a riflettere? Comunque sia, non è più lo stesso. È diventato
quasi gentile, ragionevole, calmo e... e onesto, in qualche modo.»
«Chappelle onesto? Gentile? Impossibile.»
«Ti dico solo come stanno le cose. E poi ora la chiesa ha per la
testa un altro problema, un problema che si chiama Fuoco Eterno.»
«Come sarebbe?» chiese Dainty.
«Il Fuoco Eterno deve ardere ovunque, come si dice, tutti i
dintorni, devono essere costruiti altari a esso consacrati. Una gran
quantità di altari. Non chiedermi i particolari, non mi raccapezzo
granché nelle superstizioni degli uomini. Ma so che in pratica tutti i
sacerdoti, compreso Chappelle, non si occupano d'altro che del
fuoco e di questi altari. Si fanno grandi preparativi. Le tasse
andranno alle stelle, questo è certo.»
«Be', magra consolazione, ma...» La porta dell'ufficio si aprì
nuovamente e vi fece irruzione l'essere col berretto verde e col
pellicciotto di coniglio già noto allo strigo. «Il mercante Biberveldt
ordina di comprare pentole, casomai venissero a mancare. Senza
badare al prezzo.»
«Benissimo. Compriamo una montagna di pentole, la volontà del
mercante Biberveldt è per noi un ordine. E cos'altro dobbiamo
comprare? Cavoli? Catrame? Rastrelli di ferro?» domandò il
mezzuomo con un sorriso che lo fece somigliare al muso storto di un
grosso gatto selvatico.
«Inoltre il mercante Biberveldt chiede trenta corone in contanti,
perché alla Punta di Lancia tre avanzi di galera gli hanno rubato la
borsa e gli servono per dare una bustarella, mangiare qualcosa e
bersi una birra», aggiunse l'essere col panciotto.
«Ah. Tre avanzi di galera, eh? Già, questa città ne sembra
pullulare. E dov'è ora l'egregio mercante Biberveldt, se è lecito?»
«E dove potrebbe essere se non al Bazar Occidentale?» rispose
l'essere tirando su col naso.
«Vimme, non fare domande, ma trovami da qualche parte un
grosso bastone solido. Ho intenzione di andare al Bazar Occidentale,
ma non posso farlo senza un bastone. Laggiù ci sono troppi ladri e
avanzi di galera» disse Dainty in tono minaccioso.
«Un bastone, dici? D'accordo. Però, Dainty, una cosa vorrei
saperla, perché mi tormenta. Non dovevo fare domande, dunque
non ne farò, ma tirerò a indovinare, e tu confermerai o negherai. Va
bene?»
«Spara.»
«L'olio di pesce rancido, l'essenza, la cera, le scodelle e quella
dannata corda... era tutta una mossa tattica, vero? Volevi distogliere
l'attenzione della concorrenza dalla cocciniglia e dalla mimosa?
Creare caos sul mercato? Eh, Dainty?»
La porta si aprì violentemente e nell'ufficio entrò di corsa un
essere senza berretto. «Oxyria riferisce che è tutto pronto! Chiede se
bisogna cominciare a versare.»
«Versare! Versare subito!» tuonò il mezzuomo.
«Per la barba fulva del vecchio Rhundurin!» urlò Vimme Vivaldi
non appena la porta si richiuse dietro lo gnomo. «Non ci capisco
niente! Che cosa succede qui? Versare cosa? E dove?»
«Non ne ho idea. Ma un affare, Vimme, deve portarne un altro»,
rispose Dainty.
IV

Facendosi strada a stento tra la folla, Geralt andò dritto verso una
bancarella sommersa da casseruole di rame, calderoni e padelle che
mandavano bagliori rossastri al sole del tardo pomeriggio. Dietro la
bancarella c'era un nano dalla barba rossa, con un cappuccio verde
oliva e pesanti scarpe di pelle di foca. Sul suo volto era dipinta
un'evidente avversione... per dirla in breve, sembrava lì lì per
sputare su una cliente che faceva ondeggiare il busto, scuoteva i
riccioli dorati e irritava il nano con un incessante torrente di
chiacchiere.
La cliente altri non era che Vespula, che Geralt ricordava nel ruolo
di lanciatrice di proiettili. Senza aspettare che lo riconoscesse, si
confuse di nuovo nella folla.
Il Bazar Occidentale brulicava di vita, farsi strada attraverso la
calca equivaleva ad aprirsi un varco in un cespuglio di biancospino.
A ogni pie' sospinto qualcosa rimaneva impigliato a maniche e
calzoni, ora bambini scappati alle mamme quando quelle
trascinavano via i mariti dalla tenda della mescita, ora le spie del
corpo di guardia, ora venditori illegali di cappelli invisibili, afrodisiaci
e scenette oscene ritagliate in legno di cedro. Geralt smise di
sorridere e cominciò a imprecare, lavorando di gomiti.
Sentì dei suoni di liuto e una risata cristallina a lui ben nota che
giungevano da una bancarella dipinta in colori fantasiosi ornata dalla
scritta: VENDIAMO PORTENTI, AMULETI ED ESCHE PER PESCI.
«Vi ha mai detto nessuno che siete bella?» strillava Ranuncolo
seduto sulla bancarella e agitando allegramente le gambe. «No? Non
può essere! Questa è una città di ciechi, nient'altro che una città di
ciechi. Avanti, brava gente! Chi vuole sentire una ballata d'amore?
Chi vuole commuoversi e arricchirsi spiritualmente getti una moneta
nel cappello. Ehi, cosa mi hai rifilato, idiota? Conserva il rame per i
mendicanti, non offendere un artista con del rame. Io potrei anche
perdonarti, ma l'arte mai!»
Geralt si avvicinò. «Ranuncolo, mi pare che ci fossimo divisi per
cercare il doppler. E tu dai concerti. Non ti vergogni a cantare nelle
fiere come un vecchio accattone?»
«Vergognarmi? L'importante è che cosa e come si canta, e non
dove si canta. E poi ho fame, e il proprietario della bancarella mi ha
promesso il pranzo. Per quanto riguarda il doppler, cercatelo da soli.
Inseguimenti, zuffe e linciaggi non fanno per me. Sono un poeta.»
«Avresti fatto meglio a evitare di metterti in mostra, poeta. Nei
paraggi c'è la tua fidanzata, potrebbero nascerne dei guai.»
Ranuncolo strizzò nervosamente le palpebre. «Fidanzata? Di chi si
tratta? Ne ho svariate.»
Vespula, tenendo in mano una padella di rame, si fece strada tra
la folla di ascoltatori con l'impeto di un uro alla carica. Ranuncolo
balzò via dalla bancarella e si diede alla fuga, scavalcando agilmente
alcune ceste di carote. Vespula si girò verso lo strigo con le narici
dilatate. Geralt arretrò e andò a sbattere con le spalle contro la dura
parete della bancarella.
«Geralt, presto, presto! L'ho visto! Oh, è laggiù, scappa!» Dainty
Biberveldt balzò fuori della folla urtando Vespula.
«Ci rincontreremo, scostumati! E allora regolerò i conti con la
vostra sporca banda! Bella compagnia! Un fagiano, uno straccione e
un nanerottolo dai calcagni pelosi! Vi ricorderete di me!» urlò
Vespula ritrovando l'equilibrio.
«Di qua, Geralt!» urlò Dainty, travolgendo in corsa un gruppo di
scolari intenti a giocare a tre conchiglie. «Là, là, è scappato tra i carri!
Bloccagli la strada da sinistra! Presto!»
Si gettarono all'inseguimento, a loro volta inseguiti dalle
maledizioni di venditori e compratori. Geralt evitò solo per miracolo
d'inciampare in un moccioso che gli era capitato tra i piedi. Lo
scavalcò, ma rovesciò due barili di aringhe. Il pescatore imbestialito
gli mollò una frustata sulla schiena con un'anguilla viva che stava
giusto mostrando ai clienti.
Scorsero il doppler che cercava di fuggire lungo il recinto delle
pecore.
«Dall'altra parte! Bloccalo dall'altra parte, Geralt!» gridò Dainty.
Il doppler schizzò come una freccia lungo la recinzione, facendo
balenare il panciotto verde. Era chiaro perché non avesse assunto
sembianze altrui: nessuno poteva eguagliare un doppler quanto ad
agilità. Nessuno. A parte un altro doppler. O uno strigo.
Geralt lo vide cambiare bruscamente direzione, sollevando un
nugolo di polvere e tuffarsi agilmente in un foro nello steccato che
circondava la grande tenda che fungeva da macello e macelleria. Lo
vide anche Dainty. Scavalcò la stanga e cominciò a farsi largo tra il
gregge di montoni belanti accalcati nel recinto. Era chiaro che non ci
sarebbe riuscito. Geralt girò e si gettò sulle tracce del doppler tra le
assi dello steccato. A un tratto sentì uno strappo e uno schianto di
pelle lacerata, e il farsetto divenne all'improvviso più lento anche
sotto l'altra ascella.
Lo strigo si fermò. Imprecò. Sputò. E imprecò di nuovo.
Dainty si precipitò nella tenda appresso al doppler. Dal suo
interno giunsero urla, echi di colpi, maledizioni e un rumore
spaventoso.
Lo strigo imprecò per la terza volta in maniera straordinariamente
triviale, quindi digrignò i denti, sollevò la mano destra e formò con
le dita il Segno Aard, dirigendolo verso la tenda. Quella sembrò una
vela in balia di un uragano, al suo interno risuonarono un ululato
infernale, fracasso e muggiti di buoi. Infine si afflosciò.
Il doppler, strisciando sulla pancia, se la filò da sotto il telone e si
lanciò verso un'altra tenda più piccola, probabilmente la ghiacciaia.
Senza starci a pensare su, Geralt puntò la mano verso di lui e lo
raggiunse alle spalle col Segno. Il doppler crollò a terra come
fulminato, ruzzolò, ma saltò subito su e si precipitò nella tenda. Lo
strigo gli stette alle calcagna.
All'interno c'era odore di carne. E buio.
Tellico Lunngrevink Letorte era là, trafelato, abbracciato a mezzo
maiale appeso a una pertica. Dalla tenda non c'era altra via d'uscita,
era fissata a terra in maniera solida e compatta.
«È un vero piacere rivederti, mimik», disse Geralt in tono gelido.
Il doppler respirava a fatica, emettendo suoni rochi. «Lasciami in
pace. Perché mi perseguiti, strigo?»
«Tellico, fai domande sciocche. Per entrare in possesso dei cavalli
e delle sembianze di Biberveldt, gli hai spaccato la testa e l'hai
abbandonato in un luogo deserto. Continui a servirti della sua
identità e ti stupisci dei guai che in tal modo gli procuri. Lo sa il
diavolo quali altri piani hai, ma io t'impedirò di realizzarli, in un
modo o nell'altro. Non voglio né ucciderti né consegnarti alle
autorità, ma devi lasciare la città. E farò in modo che la lasci.»
«E se non volessi?»
«Allora ti porterò via su una carriola, chiuso in un sacco.»
All'improvviso il doppler si gonfiò, poi di colpo divenne più
snello e cominciò a crescere, mentre i capelli castani ricciuti
diventavano bianchi e lisci, raggiungendo le spalle. Il panciotto verde
del mezzuomo lanciò un bagliore viscoso e si trasformò in pelle
nera, sulle braccia e sui polsi sfavillarono spunzoni d'argento. Il viso
rosso e paffuto si fece lungo e pallido.
Da sopra la spalla destra spuntò il manico di una spada. «Non ti
avvicinare», disse con voce roca il secondo strigo, e sorrise.
Accidenti, che sorriso orribile che ho, pensò Geralt allungando la
mano verso la spada. Accidenti, che faccia orribile. Accidenti, che
occhi orribili. Dunque è questo il mio aspetto? Peste!
La mano del doppler e la mano dello strigo toccarono
contemporaneamente le impugnature, entrambe le spade
schizzarono via contemporaneamente dai foderi. Entrambi gli strighi
eseguirono contemporaneamente due veloci passi felpati. Entrambi
sollevarono la spada e tracciarono con essa un breve mulinello
sibilante.
Entrambi s'immobilizzarono all'istante, bloccati in posizione.
«Non puoi ammazzarmi. Io sono te, Geralt», ringhiò il doppler.
«Ti sbagli, Tellico. Butta la spada e riprendi le sembianze di
Biberveldt. O te ne pentirai, ti avverto.»
«Io sono te. Non puoi sconfiggermi. Non puoi ammazzarmi,
perché io sono te!»
«Non hai neanche idea di che cosa significhi essere me, mimik.»
Tellico abbassò la mano serrata sulla spada. «Io sono te», ripeté.
«No, non lo sei. E sai perché? Perché sei un piccolo, povero
doppler bonario. Un doppler che avrebbe potuto uccidere
Biberveldt e nasconderne il corpo tra gli arbusti, acquistando in tal
modo l'assoluta sicurezza e certezza di non essere mai smascherato
da nessuno, inclusa la moglie del mezzuomo, la bella Gardenia
Biberveldt. Ma non l'hai ucciso, Tellico, perché non eri in grado di
farlo. Perché sei un piccolo, povero doppler bonario, che gli amici
chiamano Dudu. E rimarrai tale sotto qualsiasi sembianza. Sai copiare
solo quanto c'è di buono in noi, perché quanto c'è di cattivo non lo
capisci. Ecco come sei, doppler.»
Tellico indietreggiò, appoggiando le spalle contro il telone della
tenda.
«Perciò ora ti tramuterai in Biberveldt e gli porgerai gentilmente la
mano. Non sei in grado di oppormi resistenza, perché io sono ciò
che non riuscirai mai a copiare. Lo sai molto bene, Dudu. Perché per
un solo attimo hai avuto accesso ai miei pensieri.»
Tellico si raddrizzò di colpo. I lineamenti del suo viso, che era il
viso dello strigo, si disfecero e si sciolsero, i capelli bianchi
ondeggiarono e cominciarono a scurirsi. «Hai ragione, Geralt», disse
in maniera indistinta, perché le sue labbra stavano cambiando forma.
«Ho avuto accesso ai tuoi pensieri. Per poco tempo, ma è stato
sufficiente. Sai cosa farò ora?»
Il farsetto di pelle dello strigo acquistò uno sfavillante color
fiordaliso. Il doppler sorrise, si aggiustò il cappelluccio color prugna
con la piuma di airone e tese la cinghia del liuto gettato sulla spalla.
Liuto che fino a un attimo prima era stato una spada. «Te lo dirò io,
strigo», fece Ranuncolo con una risata sonora e cristallina. «Me ne
andrò, m'infilerò nella folla e mi tramuterò di soppiatto in una
persona qualunque, foss'anche un mendicante. Perché preferisco
essere un mendicante a Novigrad che non un doppler in un luogo
deserto. Novigrad mi deve qualcosa, Geralt. La città ha rovinato
l'ambiente in cui noi doppler avremmo potuto vivere nelle nostre
sembianze naturali. Ci hanno sterminati,
ci hanno dato la caccia come a cani rabbiosi. Io sono uno dei
pochi sopravvissuti. Voglio sopravvivere. In passato, quando
d'inverno ero inseguito dai lupi, mi tramutavo in lupo e seguivo il
branco per alcune settimane. E sono sopravvissuto. Farò così anche
ora, perché non voglio più vagare nei boschi e svernare nelle buche
degli alberi abbattuti, non voglio soffrire sempre la fame, non voglio
essere continuamente bersaglio di frecce. Qui a Novigrad fa caldo,
c'è da mangiare, si può guadagnare e molto di rado ci si tirano
frecce. Novigrad è un branco di lupi. Mi unisco a esso e sopravvivrò.
Capisci?»
Dopo un attimo d'indugio, Geralt annuì.
Il doppler storse le labbra nel sorriso sfrontato di Ranuncolo.
«Avete dato una qualche possibilità di assimilarsi a nani, mezzuomini
e gnomi, perfino agli elfi, perché dovrei essere peggiore di loro?
Perché mi si nega questo diritto? Cosa devo fare per poter vivere
qui? Tramutarmi in un'elfa con occhi di capriolo, capelli setosi e
gambe lunghe? Eh? Perché un'elfa è meglio di me? Perché se vedete
un'elfa sgambettate e se vedete me avete voglia di vomitare, mi
direte. Ma andate a farvi friggere. Io sopravvivrò comunque. So
come fare. Ho corso sotto forma di lupo, ho ululato e morso
insieme con agli altri per una femmina. Come abitante di Novigrad
commercerò, intreccerò cestini di vimini, mendicherò o ruberò,
trasformato in uno di voi farò ciò che fa di solito uno di voi. Chissà,
magari mi sposerò perfino.»
Lo strigo taceva.
«Come ho già detto, me ne vado. E tu, Geralt, non proverai a
trattenermi, non ti muoverai neppure. Perché io, Geralt, per un
istante ho conosciuto i tuoi pensieri. Anche quelli che non vuoi
riconoscere, che nascondi perfino a te stesso. Perché per trattenermi
dovresti uccidermi. E l'idea di uccidermi a sangue freddo ti ripugna.
Non è vero?»
Lo strigo taceva.
Tellico aggiustò nuovamente la cinghia del liuto, si girò e si mosse
verso l'uscita. Camminava con aria baldanzosa, ma Geralt si accorse
che aveva la nuca contratta e le spalle curve, in attesa del sibilo della
sua lama.
Lo strigo rinfoderò la spada.
Il doppler si fermò a metà di un passo e si voltò. «Addio, Geralt.
Ti ringrazio.»
«Addio, Dudu. Buona fortuna.»
Il doppler si girò e si avviò in direzione del bazar affollato col
passo lesto, allegro e ondeggiante di Ranuncolo. Proprio come
Ranuncolo agitava forte la mano sinistra e proprio come Ranuncolo
elargiva larghi sorrisi alle ragazze che gli passavano accanto. Geralt
lo seguì lentamente. Lentamente.
Mentre camminava, Tellico prese il liuto e, rallentato il passo,
eseguì due accordi. Quindi, dopo avere strimpellato abilmente una
melodia nota a Geralt, si girò leggermente e cominciò a cantare.
Proprio come Ranuncolo.
Torna la primavera, di pioggia le strade son bagnate,
i cuori si scaldano al tepore che avanza.
Così dev'essere, perché in noi le fiamme son celate
del Fuoco Eterno chiamato speranza.
«Ripetila a Ranuncolo, se te la ricorderai. E digli che Inverno è un
titolo orribile. Questa ballata deve intitolarsi Il Fuoco Eterno. Addio,
strigo!»
«Ehi, fagiano!» urlò qualcuno alle sue spalle.
Colto di sorpresa, Tellico si girò. Da dietro un banco spuntò
Vespula, facendo ondeggiare con impeto il busto e squadrandolo
con uno sguardo malevolo. «Ti volti a guardare le ragazze,
imbroglione? Intoni canzoncine, furfante?»
Tellico si tolse il cappellino e s'inchinò, facendo il largo sorriso
tipico di Ranuncolo. «Vespula, mia cara, sono lieto di vederti.
Perdonami, dolcezza mia. Ti sono debitore...»
«Altroché se lo sei! Ed è giunta l'ora che tu paghi! Prendi questo!»
Un'enorme padella di rame scintillò al sole e si abbatté con un
profondo, sonoro rimbombo sulla testa del doppler.
Tellico, il volto irrigidito, vacillò con una smorfia
indescrivibilmente sciocca e cadde con le braccia spalancate. La sua
fisionomia cominciò a cambiare, a sciogliersi e a perdere somiglianza
con chicchessia. Nel vedere ciò, lo strigo gli balzò accanto afferrando
in corsa un grande tappeto da una bancarella. Stese il tappeto a
terra, con due calci vi fece ruzzolare sopra il doppler e lo arrotolò
alla svelta, ma ben stretto.
Poi, sedutosi sull'involto, si asciugò la fronte con la manica.
Vespula, stringendo la padella, gli lanciava sguardi ostili, mentre la
folla si assiepava intorno a loro.
«È malato. È per il suo bene. Non spingete, brava gente, lasciate
respirare questo poveretto», disse lo strigo con un sorriso forzato.
«Avete sentito? Vi prego di non fare capannello! Vi prego di
disperdervi! Gli assembramenti sono vietati. Pena una multa!» gridò
Chappelle in tono calmo, facendosi largo tra la folla.
In un batter d'occhio, la folla sbandò di lato, lasciando
intravedere Ranuncolo che si avvicinava a passo svelto,
accompagnato dal suono del liuto. Alla sua vista,
Vespula strillò spaventata, lasciò la padella e si lanciò di corsa
attraverso la piazza.
«Che cosa le è successo? Ha visto il diavolo?» chiese Ranuncolo.
Geralt si alzò dall'involto, che cominciava a muoversi
leggermente.
Chappelle si avvicinò adagio. Era solo, della sua guardia personale
non c'era traccia.
«Io non mi avvicinerei. Se fossi in voi, signor Chappelle, non mi
avvicinerei», disse piano Geralt.
«Dici?» Chappelle strinse le labbra sottili guardandolo
freddamente.
«Fossi in voi, signor Chappelle, fingerei di non aver visto niente.»
«Sì, certo. Ma tu non sei me.»
Dainty Biberveldt corse fuori della tenda ansante e sudato. Alla
vista di Chappelle, si fermò fischiettando, mise le mani dietro la
schiena e finse di ammirare il tetto di un magazzino.
Chappelle andò vicino a Geralt, molto vicino. Lo strigo non si
mosse, si limitò a socchiudere le palpebre. Si guardarono per un
istante, poi Chappelle si piegò sull'involto. «Dudu», disse agli stivali di
cordovano di Ranuncolo che sporgevano dal tappeto arrotolato,
stranamente deformati. «Copia Biberveldt, svelto.»
«Come? Cosa?» gridò Dainty, smettendo di fissare il magazzino.
«Silenzio! Allora, Dudu, come va?» domandò Chappelle.
Dal tappeto risuonò un gemito soffocato. «Ecco... Un momento...
Gli stivali di cordovano che sporgevano dal rotolo si sciolsero, si
disfecero e si trasformarono nei piedi nudi e pelosi del mezzuomo.
«Striscia fuori, Dudu», disse Chappelle. «E tu, Dainty, stai zitto. Per
gli umani tutti i mezzuomini sono uguali. Non è vero?»
Dainty borbottò qualcosa d'indistinto. Geralt lanciò uno sguardo
sospettoso a Chappelle. Il governatore si raddrizzò nuovamente e si
guardò intorno, al che dei curiosi che si trovavano ancora nelle
vicinanze non rimase che uno scalpiccio di zoccoli di legno sempre
più lontano.
Dainty Biberveldt II uscì goffamente e rotolò fuori dell'involto,
starnutì, si sedette, si stropicciò gli occhi e il naso. Ranuncolo si
sedette su una cassa là accanto e strimpellò il liuto con un'espressione
di moderata curiosità sul volto.
«Chi è, Dainty? Ti assomiglia molto, non trovi?» chiese in tono
mite Chappelle.
Il mezzuomo digrignò i denti. «È mio cugino. Un parente molto
stretto. Dudu Biberveldt di Prato Centinodio, un gran bernoccolo
per gli affari. Ho appena deciso...»
«Sì, Dainty?»
«Ho deciso di nominarlo mio mediatore a Novigrad. Che ne
pensi, cugino?»
«Oh, grazie, cugino.» Il parente stretto, vanto del clan dei
Biberveldt, gran bernoccolo per gli affari, fece un largo sorriso.
Anche Chappelle sorrise.
«Il sogno si è realizzato? Di vivere in città? Che cosa ci trovate in
questa città, Dudu... e voi, Chappelle?» mormorò Geralt.
«Se tu fossi vissuto nelle brughiere, se ti fossi nutrito di radici, ti
fossi inzuppato e intirizzito, lo sapresti. Anche noi abbiamo diritto ad
avere qualcosa dalla vita, Geralt. Non siamo peggiori di voi»,
mormorò in risposta Chappelle.
«È vero. Non lo siete. Capita perfino che siate migliori. E che mi
dici del vero Chappelle?»
«Gli è preso un colpo, circa due mesi fa. Apoplessia. Che la terra
gli sia lieve e il Fuoco Eterno lo illumini. Ero giusto nei paraggi...
Nessuno si è accorto di nulla... Geralt? Non vorrai...»
«Di cosa non si è accorto nessuno?» chiese lo strigo rimanendo
impassibile.
«Grazie», mormorò Chappelle.
«Ci sono altri di voi qui?»
«È importante?»
«No», convenne lo strigo.
Da dietro i carri e le bancarelle uscì al trotto una figurerà alta due
cubiti, con un berretto verde e un pellicciotto di coniglio pezzato.
«Signor Biberveldt», disse ansimando lo gnomo, e s'impappinò,
spostando lo sguardo da un mezzuomo all'altro.
«Penso, piccolo, che tu abbia delle questioni da sottoporre a mio
cugino, Dudu Biberveldt. Parla, parla. Eccolo», intervenne Dainty.
«Oxyria riferisce che è stato venduto tutto a quattro corone il
pezzo.» Lo gnomo fece un largo sorriso, mostrando i denti aguzzi.
«Credo di sapere di che si tratta. Peccato che Vivaldi non sia qui,
avrebbe calcolato il guadagno in un batter d'occhio», commentò
Dainty.
«Lascia che lo calcoli io, cugino. Ho una memoria infallibile per i
numeri. Nonché per altre cose», disse Tellieo Lunngrevink Letorte, in
breve Penstock, per gli amici Dudu, e per tutta Novigrad membro
della numerosa famiglia dei Biberveldt.
«Prego, cugino», fece Dainty con un inchino.
«I costi sono stati bassi. Diciotto per l'essenza, otto e cinquanta per
l'olio di pesce, mmm... In tutto, compresa la corda, quarantacinque
corone. Introito: seicento pezzi per quattro corone, ovvero
duemilaquattrocento. Nessuna provvigione, in assenza
d'intermediari...»
«Vi prego di non dimenticare le tasse. Innanzi a voi c'è un
rappresentante delle autorità cittadine ed ecclesiastiche che esercita il
proprio dovere con coscienza e serietà», aggiunse Chappelle II.
«È esentasse. Si è trattato di una vendita a fini sacri», ribatté Dudu
Biberveldt.
«Eh?»
«Occorre mescolare nelle adeguate proporzioni l'olio di pesce, la
cera e l'essenza colorata con un briciolo di cocciniglia in ciotole di
terracotta e immergere in ciascuna un pezzo di corda», spiegò il
doppler. «La corda accesa dà una bella fiamma rossa, che brucia a
lungo e puzza poco. Il Fuoco Eterno. Ai sacerdoti servivano fiaccole
per gli altari del Fuoco Eterno. Ora non ne hanno più bisogno.»
«Maledizione... hai ragione... servivano fiaccole... Dudu, sei un
genio!» esclamò Chappelle.
«L'ho preso da mia madre», disse modestamente Tellico.
«Eccome, è tutto sua madre. Basta guardare quegli occhi azzurri.
Tutta Begonia Biberveldt, la mia adorata zia», confermò Dainty.
«Geralt, nel giro di tre giorni ha guadagnato più di quanto io col
canto in tutta la mia vita!» gemette Ranuncolo.
«Al tuo posto abbandonerei il canto e mi darei al commercio.
Magari ti prende come apprendista, chiediglielo», disse lo strigo con
aria seria.
Tellico gli tese la mano. «Strigo, dimmi come posso...
contraccambiare...»
«Ventidue corone.»
«Come?»
«Per un farsetto nuovo. Guarda com'è ridotto il mio!»
«Sapete una cosa? Andiamo tutti alla casa di piacere! Da Passiflora!
Offrono i Biberveldt!» gridò all'improvviso Ranuncolo.
«Ma lasciano entrare i mezzuomini?» si preoccupò Dainty.
«Che provino a non farvi entrare. Che solo ci provino, e accuserò
tutto il loro bordello di eresia», disse Chappelle con un'espressione
minacciosa.
«Be', tutto è bene quel che finisce bene. Geralt? Tu vieni?»
Lo strigo fece una risata sommessa. «Sì, Ranuncolo, molto
volentieri.»
UN PICCOLO SACRIFICIO

La sirena emerse dall'acqua fino alla cintola e ne colpì


violentemente la superficie con le mani. Geralt pensò che aveva un
bel seno, addirittura perfetto. L'unica pecca era costituita dal colore:
i capezzoli erano verde scuro e le areole circostanti solo poco più
chiare. Facendosi portare abilmente da un'onda appena
sopraggiunta, la sirena si curvò con grazia, scrollò i capelli verde
pallido e intonò un canto melodioso.
Il principe si chinò sulla fiancata della cocca. «Cosa? Che dice?»
«Rifiuta», rispose Geralt.
«Le hai spiegato che l'amo? Che non immagino la mia vita senza
di lei? Che voglio sposarla? Solo lei e nessun'altra?»
«Sì.»
«Ebbene?»
«Niente da fare.»
«Allora ripetiglielo.»
Lo strigo si toccò le labbra con le dita ed emise un trillo vibrante.
Scegliendo a fatica le parole e la melodia, cominciò a tradurre la
confessione del principe.
La sirena si mise sul dorso e lo interruppe. «Non affaticarti a
tradurre, ho capito. Quando dice di amarmi ha sempre
quell'espressione sciocca. Ha aggiunto qualcosa di concreto?»
«Non molto.»
«Peccato.» La sirena si rigirò, si tuffò e, inarcando vigorosamente
la coda, fece schiumare l'acqua con la pinna sottile, che ricordava
quella di una triglia di scoglio.
«Cosa? Che cosa ha detto?» chiese il principe.
«Che è un peccato.»
«Che cos'è un peccato? Cosa significa che è un peccato?»
«Mi è sembrato un rifiuto.»
«lo non accetto un rifiuto!» gridò il principe negando l'evidenza
dei fatti.
«Signore, le reti sono pronte, basta gettarle e sarà vostra...»
borbottò il comandante della cocca, avvicinandosi.
«Non lo consiglierei. Non è sola. In acqua ci sono altre sirene, e
negli abissi sotto di noi potrebbe esserci un kraken», disse Geralt a
bassa voce.
Il comandante trasalì, divenne bianco come un cencio e si portò
tutte e due le mani al sedere in un gesto insensato. «Un kra-kraken?»
«Un kraken. Non consiglio di provare a fare scherzi con le reti.
Basta un suo grido, perché di questa barca non rimangano che assi
galleggianti e noi finiremmo affogati come gattini.»
«Io l'amo», disse in tono reciso Agloval. «Voglio che sia mia
moglie. E che abbia le gambe, non una coda squamosa. La soluzione
c'è: per due libbre di magnifiche perle ho comprato un elisir magico
assolutamente garantito. Basta che lo beva perché le spuntino le
gambe. Soffrirà poco, solo tre giorni, non di più. Chiamala, strigo,
diglielo di nuovo.»
«Gliel'ho già detto due volte. Ha opposto un secco rifiuto, non è
d'accordo. Ma ha aggiunto che conosce una maga acquatica, una
strega del mare, che è disposta a trasformare le vostre gambe in
un'elegante coda. Con una formula magica del tutto indolore.»
«Dev'essere impazzita! Io dovrei avere una coda di pesce? Mai e
poi mai! Chiamala, Geralt!»
Lo strigo si chinò ancora di più sulla fiancata. Nell'ombra
proiettata dalla cocca, l'acqua era verde e sembrava densa come
gelatina. Non dovette chiamare. La sirena spuntò fuori
all'improvviso in una fontana d'acqua. Per un momento rimase
addirittura ritta sulla coda, quindi si lasciò ricadere su un'onda e si
girò sulla schiena, mostrando quanto aveva di più bello in tutto il
suo splendore. Geralt deglutì.
«Ehi, voi, ne avete ancora per molto? Mi si screpolerà la pelle per
il sole! Capelli bianchi, chiedigli se è d'accordo», cantò la sirena.
«Non lo è. Sh'eenaz, devi capire che lui non può avere la coda,
non può vivere sott'acqua. Tu puoi respirare l'aria, ma per lui
sott'acqua è assolutamente impossibile respirare!» cantò in risposta lo
strigo.
«Lo sapevo!» gridò la sirena con la sua voce acuta. «Sciocche,
ingenue scuse e neppure un briciolo di sacrificio! Chi ama deve
sacrificarsi! Io per lui mi sono sacrificata, sono salita ogni giorno sugli
scogli, mi sono logorata le squame del didietro, mi sono sfilacciata la
pinna, mi sono raffreddata per lui! E lui non vuole sacrificare per me
quelle due zampe disgustose? Amare non significa solo prendere,
bisogna anche saper rinunciare, sacrificarsi! Ripetiglielo!»
«Sh'eenaz! Non capisci? Non può vivere in acqua!» gridò Geralt.
«Non accetto sciocchi pretesti! Anch'io... Anch'io lo amo e voglio
avere dei pesciolini da lui, ma come fare se non vuole diventare un
pesce maschio? Dove gli depositerò le uova? Nel berretto?»
«Che dice?» gridò il principe. «Geralt! Non ti ho portato qui per
farti conversare con lei, ma...»
«Persiste nella propria opinione. È arrabbiata.»
«Gettate quelle reti!» urlò Agloval. «La terrò un mesetto in una
vasca, e poi...»
«Tie'!» gridò a sua volta il comandante, facendo un eloquente
gesto col braccio. «Sotto di noi può esserci un kraken! Avete mai
visto un kraken, signore? Saltate in acqua, se volete, e prendetela a
mani nude! Io non m'intrometto. Io vivo di questa cocca!»
«Tu vivi grazie al mio favore, furfante! Getta le reti, o ti faccio
impiccare!»
«Andate a quel paese! Su questa cocca la mia volontà vale più
della vostra!»
«State zitti, tutti e due! Sta dicendo qualcosa, è un dialetto
difficile, devo concentrarmi!» gridò Geralt in preda all'ira.
«Ne ho abbastanza!» urlò melodiosamente Sh'eenaz. «Ho fame!
Be', capelli bianchi, che decida, e subito. Ripetigli che non mi esporrò
più allo scherno e smetterò di frequentarlo, se continuerà ad avere
questo aspetto da stella di mare a quattro punte. Ripetigli che per i
trastulli che mi propone sugli scogli ho delle amiche molto più brave
di me! Io li considero uno spasso infantile, buono per i piccoli che
devono ancora cambiare le squame. Io sono una sirena normale,
sana...»
«Sh'eenaz...»
«Non interrompermi! Non ho ancora finito! Sono sana, normale e
matura per la deposizione e la fecondazione delle uova e, se lui mi
desidera davvero, deve avere la coda, la pinna e tutto il resto, come
un normale tritone. Altrimenti non voglio più saperne di lui!»
Geralt tradusse velocemente, cercando di non essere volgare. Non
gli riuscì del tutto.
Il principe divenne paonazzo e lanciò orribili imprecazioni.
«Impudente! Maccarella frigida! Che si trovi un merluzzo!»
«Che ha detto?» chiese Sh'eenaz, avvicinandosi a nuoto.
«Che non vuole avere la coda!»
«Allora digli... digli di andare a essiccarsi!»
«Che ha detto?»
«Ha detto che dovete andare ad affogarvi», tradusse lo strigo.
II

«Ah, peccato che non sia potuto venire in barca con voi. Ma che
fare, in mare vomito che è una bellezza. Sai, in vita mia non ho mai
parlato con una sirena. Accidenti, che peccato», disse Ranuncolo.
«Se ti conosco bene, scriverai comunque la ballata», rispose Geralt
legando le bisacce.
«Certo. Ho già le prime strofe. Nella mia ballata la sirena si
sacrifica per il principe, cambia la coda di pesce in due belle gambe,
ma a prezzo della perdita della voce. Il principe la tradisce, la
abbandona, e allora lei muore di dolore, si trasforma in spuma
marina mentre i primi raggi di sole...»
«Chi crederà a queste frottole?»
«Non ha importanza! Non si scrive una ballata perché la gente ci
creda. La si scrive per commuoverla. Ma che parlo a fare con te, di
queste cose non capisci un cavolo. Di' piuttosto, quanto ti ha pagato
Agloval?»
«Non mi ha pagato un fico secco. Ha sostenuto che non ho
portato a termine l'incarico. Che si aspettava qualcosa di più, e che
lui paga per il risultato, non per le buone intenzioni.»
Ranuncolo annuì, si tolse il cappelluccio e guardò lo strigo con
una smorfia triste sulle labbra. «Significa che siamo ancora al verde?»
«Così pare.»
Il bardo assunse un'espressione ancora più triste. «È tutta colpa
mia. Geralt, sei arrabbiato con me?»
No, lo strigo non era arrabbiato con Ranuncolo. Per niente.
Che la colpa di quanto era capitato fosse di Ranuncolo, non
c'erano dubbi. Nient'altri che lui aveva insistito perché si recassero
alla sagra di Quattro Aceri. L'organizzazione delle sagre, aveva
spiegato il poeta, soddisfaceva profondi e naturali bisogni umani. Di
quando in quando, a suo parere, una persona doveva incontrarsi coi
suoi simili in un luogo dove si potesse ridere e cantare, mangiare a
volontà spiedini e ravioli, bere birra, ascoltare musica e stringere
nelle danze le curve delle ragazze madide di sudore. Se ogni persona
avesse voluto soddisfare tali bisogni singolarmente, in maniera
spontanea e non organizzata, sarebbe sorta una confusione
indescrivibile. Perciò erano state inventate le feste e le sagre. E, dal
momento che c'erano le feste e le sagre, bisognava prendervi parte.
Geralt non si era opposto, sebbene la partecipazione alle sagre
occupasse una posizione molto bassa nella lista dei suoi bisogni
profondi e naturali. Tuttavia aveva acconsentito ad accompagnare
Ranuncolo, perché in un tale assembramento di gente contava di
ottenere informazioni su un eventuale incarico o lavoro, visto che da
un pezzo nessuno aveva fatto ricorso ai suoi servigi e la sua scorta di
contante si stava pericolosamente assottigliando.
Lo strigo non era arrabbiato con Ranuncolo per aver attaccato
briga coi Forestali. Neppure lui era esente da colpa, sarebbe potuto
intervenire e fermare il bardo. Se non l'aveva fatto, era perché non
sopportava neanche lui i famigerati Guardiani della Foresta, detti
semplicemente Forestali, un corpo di volontari nato per combattere
i non-umani. Geralt s'indignava nel sentire le loro spacconate su elfi,
borowik e driadi trapassati di frecce, sgozzati o impiccati. Ma
Ranuncolo, che girando in compagnia dello strigo si era convinto di
godere di una piena impunità, aveva superato se stesso. All'inizio i
guardiani non avevano reagito alle sue beffe, alle provocazioni e alle
insinuazioni oscene, che avevano suscitato un uragano di risate tra i
contadini che assistevano alla scena. Quando però il bardo aveva
eseguito una strofetta sconcia e oltraggiosa composta su due piedi e
terminante con le parole: Vuoi essere una nullità totale? Diventa
pure un Forestale, erano scoppiati un putiferio e una violenta rissa
generale. Il capannone che fungeva da sala da ballo era andato in
fumo. Erano intervenute le truppe del reggente Budibog, detto
Zuccapelata, nei cui possedimenti era situato Quattro Aceri. I
Forestali, Ranuncolo e Geralt erano stati riconosciuti colpevoli in
solido di tutti i danni e i reati, inclusa la seduzione di una minorenne
muta dai capelli rossi che, dopo l'accaduto, era stata trovata fra i
cespugli dietro un granaio, paonazza, con un sorriso ebete sulla
faccia e la camicia sollevata fin sotto le ascelle. Per fortuna il
reggente Zuccapelata conosceva Ranuncolo, dunque tutto si era
ridotto al pagamento di una multa, che però aveva completamente
prosciugato le loro finanze. Per giunta erano dovuti scappare a
spron battuto da Quattro Aceri, perché i Forestali cacciati dal
villaggio minacciavano di vendicarsi, e nei boschi adiacenti c'era un
loro reparto composto da più di quaranta uomini, occupato a dare
la caccia alle ondine. Geralt non aveva la minima voglia di buscarsi
le frecce dei Forestali: avevano le punte dentate come arpioni e
procuravano terribili ferite.
Dunque avevano dovuto abbandonare il loro programma, che
prevedeva un giro dei villaggi al limitare della foresta, dove lo strigo
sperava di trovare lavoro, e avevano seguito la costa fino a
Bremervoord. Purtroppo, lo strigo non aveva trovato altro incarico
che intervenire nella storia d'amore tra il principe Agloval e la sirena
Sh'eenaz, che non lasciava prevedere nulla di buono. Si erano già
mangiati l'anello con sigillo di Geralt e la spilla di alessandrite che
una volta il trovatore aveva ricevuto in ricordo da una delle sue
numerose fidanzate. Le cose andavano male. Ma, no, lo strigo non
era arrabbiato con Ranuncolo.
«No, Ranuncolo. Non sono arrabbiato con te.»
Il trovatore rimase in silenzio, segno evidente che non gli aveva
creduto. Diede delle pacche sul collo del cavallo e rovistò per
l'ennesima volta nelle bisacce. Geralt sapeva che non vi avrebbe
trovato nulla da vendere. L'odore di cibo che la brezza portava da
una vicina taverna stava diventando insopportabile.
«Maestro? Ehi, maestro!» gridò qualcuno.
«Sì?» Geralt si girò.
Da un carro a due ruote attaccato a una coppia di onagri che si
era fermato lì accanto scese un omone goffo dalla grossa pancia, con
stivali di feltro e un pesante mantello di pelli di lupo. «Mmm... no.
Non dicevo a voi, signore, intendevo... Solo Mastro Ranuncolo...»
disse imbarazzato il pancione, avvicinandosi.
«Vi ascolto. Che cosa vi serve, buonuomo?» Il poeta si aggiustò il
cappelluccio con la piuma di airone.
«Sono Teleri Drouhard, mercante di spezie, anziano della locale
Gilda. Mio figlio Gaspard si è appena fidanzato con Dalia, la figlia di
Mestvin, il comandante della cocca.»
«Ah. Mi congratulo e auguro ogni felicità alla giovane coppia. In
cosa posso esservi d'aiuto? Si tratta forse dello ius primae
noctis! Quello non lo rifiuto mai», disse Ranuncolo, mantenendo una
serietà piena di boria.
«Eh? No... no... Cioè, questa sera ci sarà il banchetto per la festa
di fidanzamento. Quando si è diffusa la notizia che eravate venuto
qui a Bremervoord, maestro, mia moglie ha cominciato a darmi il
tormento... Sapete come fanno le donne. Mi fa: 'Senti, Teleri,
dimostriamo a tutti che non siamo degli zotici, che quanto a cultura
e ad arte valiamo quanto loro. Che il banchetto sarà un banchetto
spirituale, non servirà solo a ubriacarsi e vomitare'. 'Stupida donna',
le dico io, 'abbiamo già assoldato un bardo, non basta?' E lei giù a
dire che uno è poco, che Mastro Ranuncolo, ooooh, è una tale
celebrità, accipicchia, i vicini creperanno d'invidia. Maestro? Fateci
questo onore... Venticinque talleri sonanti, a titolo simbolico, si
capisce... Solo per sostenere l'arte...»
«Cosa odono le mie orecchie? Io, io dovrei essere il secondo
bardo? Fare da spalla a un altro musico? Io?
Non ero mai caduto tanto in basso, egregio signore, da dover
accompagnare qualcuno!»
Drouhard arrossì. «Scusate, maestro... non intendevo questo... ma
mia moglie... scusate... fateci l'onore...»
«Ranuncolo, non storcere il naso. Qualche soldo ci fa comodo»,
sibilò piano Geralt.
«Non farmi la lezione!» urlò il poeta. «Io storco il naso? Ma
guardatelo! E tu, allora, che un giorno sì un giorno no rifiuti
proposte vantaggiose? Non uccidi l'hirikka, perché è in via di
estinzione, non uccidi il mecottero, perché è inoffensivo, e neppure
la noctua, perché è graziosa, del drago neanche a parlarne, perché il
codice lo vieta. Be', anch'io ho il mio amor proprio, figurati. Anch'io
ho il mio codice!»
«Ranuncolo, ti prego, fallo per me. Un piccolo sacrificio, niente di
più. Ti prometto che neanch'io farò lo schizzinoso davanti al
prossimo incarico che mi capiterà. Su, Ranuncolo...»
Il trovatore guardò a terra e si grattò il mento ricoperto di una
morbida barba chiara.
Drouhard, a bocca spalancata, si avvicinò ancora. «Maestro...
fateci questo onore. Mia moglie non mi perdonerà di non essere
riuscito a convincervi. Su... facciamo trenta.»
«Trentacinque», ribatté perentoriamente Ranuncolo.
Geralt sorrise e aspirò con aria speranzosa l'odore di cibo
proveniente dalla taverna.
«D'accordo, maestro, d'accordo», disse svelto Teleri Drouhard,
così svelto che fu chiaro che all'occorrenza sarebbe arrivato anche a
quaranta. «Ma ora... La mia casa, se volete ripulirvi e riposare, è la
vostra casa. E voi, signore... come vi chiamate?»
«Geralt di Rivia.»
«Naturalmente siete invitato anche voi, signore. A mangiare
qualcosa, a bere...»
«Certo, con piacere. Mostrateci la strada, caro signor Drouhard. E,
detto tra noi, l'altro bardo chi è?» chiese Ranuncolo.
«La nobile signora Essi Daven.»
III

Geralt strofinò ancora una volta con la manica gli spunzoni


d'argento del farsetto e la fibbia della cintura, si passò le dita tra i
capelli tenuti indietro da una fascia pulita e lustrò gli stivali sfregando
una tomaia contro l'altra. «Ranuncolo?»
Il bardo lisciò la penna di airone fissata al cappelluccio, si aggiustò
e sistemò il farsetto. Tutti e due avevano trascorso un'intera giornata
a ripulire i vestiti e a rimetterli più o meno in ordine. «Che c'è,
Geralt?»
«Cerca di comportarti in modo che ci caccino dopo la cena, e non
prima.»
«Vorrai scherzare? Pensa tu piuttosto a comportarti bene.
Entriamo?»
«Entriamo. Senti? Qualcuno sta cantando. Una donna.»
«L'hai sentita solo ora? È Essi Daven, detta Occhietto. Cos'è, non
hai mai incontrato un trovatore donna? Ah, già, dimenticavo che tu
eviti i luoghi in cui fiorisce l'arte. Occhietto è una poetessa e una
cantante in gamba ma, ahimè, non priva di difetti dei quali, come ho
sentito, la sfrontatezza non è il minore. Quella che sta cantando è
una mia ballata. Tra poco sentirà un paio di paroline che le faranno
lacrimare l'occhietto.»
«Ranuncolo, abbi pietà. Ci cacceranno.»
«Non t'intromettere. Sono questioni di lavoro. Entriamo.»
«Ranuncolo?»
«Sì?»
«Perché 'Occhietto'?»
«Lo vedrai.»
Il banchetto aveva luogo in uno spazioso magazzino sgomberato
delle botti di aringhe e di olio di pesce. L'odore era stato eliminato -
non completamente - con fasci di vischio e brugo appesi in vari punti
del locale e ornati di nastri colorati. Qua e là, come voleva la
consuetudine, erano appese anche ghirlande di agli destinate a
tenere alla larga i vampiri. Tavoli e panche, addossati alle pareti,
erano ricoperti di teli bianchi, mentre in un angolo era stato
improvvisato un gran focolare con sopra uno spiedo. C'era ressa, ma
non chiasso. Cinquecento persone dei più svariati ceti e mestieri,
oltre al fidanzato foruncoloso e alla fidanzata dal naso all'insù che
non gli staccava gli occhi di dosso, ascoltavano concentrati e in
silenzio la graziosa e melodiosa ballata cantata da una ragazza che
indossava un modesto abito azzurro, seduta su una pedana col liuto
appoggiato su un ginocchio. Non poteva avere più di diciotto anni
ed era molto snella. I capelli, lunghi e soffici, avevano il colore
dell'oro scuro. Nel momento del loro ingresso, la ragazza finì la
canzone, ringraziò per l'enorme applauso chinando la testa e scosse
indietro i capelli.
Drouhard, tutto vestito a festa, saltellò vivacemente verso di loro
e li condusse al centro del magazzino. «Benvenuto, maestro,
benvenuto. Benvenuto anche a voi, signor Geralt... onoratissimo...
Sì... Permesso... Gentili signore, gentili signori! Ecco il nostro
onorevole ospite, che ci ha fatto l'onore e ci ha onorato... Mastro
Ranuncolo, celebre cantante e scribac... poeta, cioè, ci ha onorato
con grande onore... Dunque onoriamolo...»
Si levarono grida e applausi, giusto in tempo perché Drouhard
non s'impappinasse a morte con tutto quell'onore. Ranuncolo,
paonazzo per l'orgoglio, assunse un'espressione altezzosa e s'inchinò
con negligenza, quindi agitò una mano verso le ragazze sedute su
una lunga panca come galline su un posatoio, sotto la scorta di
vecchie matrone. Le ragazze sedevano rigide, dando l'impressione di
essere attaccate alla panca con la colla da falegname o con un altro
prodotto altrettanto efficace. Tenevano tutte senza eccezione le
mani spasmodicamente strette sulle ginocchia e la bocca semiaperta.
«E ora avanti, bevete birra e mangiate a quattro palmenti, amici!
Prego, prego! Fatevi sotto!» gridò Drouhard.
La ragazza col vestito azzurro si fece largo tra la folla, che andò a
infrangersi come un'onda marina sui tavoli ricoperti di cibo. «Salve,
Ranuncolo.»
Geralt considerava la definizione «occhi come stelle» trita e
banale, soprattutto da quando aveva cominciato a viaggiare con
Ranuncolo, che era solito lanciare quel complimento a destra e a
manca, il più delle volte, del resto, in maniera infondata. Ma in
relazione a Essi Daven perfino qualcuno poco portato per la poesia
come lo strigo doveva riconoscere che si trattava di un'espressione
azzeccata. Nel piccolo visetto simpatico, che non si distingueva per
nulla di particolare, ardeva infatti uno splendido occhio blu scuro
grandissimo, sfavillante, dal quale non si riusciva a staccare lo
sguardo.
L'altro occhio era quasi sempre coperto da un ricciolo dorato che
ricadeva sulla guancia. Di quando in quando Essi scostava il ricciolo
con uno scossone del capo o con un soffio, e allora appariva
evidente che anche quello non era affatto da meno del primo.
«Salve, Occhietto», disse Ranuncolo con una smorfia. «Bella la
ballata che cantavi poco fa. Hai notevolmente migliorato il
repertorio. Ho sempre sostenuto che, se non si sanno scrivere poesie,
occorre fare ricorso a quelle altrui. Ne hai utilizzate molte?»
«Alcune», rispose subito Essi Daven con un sorriso che mise in
mostra i suoi dentini bianchi. «Due o tre. Avrei voluto utilizzarne di
più, ma non ho potuto. I testi sono tremendi guazzabugli e le
melodie, sebbene gradevoli e senza pretese nella loro semplicità -
per non dire rozzezza -, non corrispondono alle aspettative del mio
pubblico. Hai scritto qualcosa di nuovo, Ranuncolo? Non mi è
capitato di sentire niente di tuo.»
«Non me ne stupisco. Canto le mie ballate in luoghi dove
vengono invitate solo persone dotate e famose, e tu non li
frequenti.»
Essi arrossì leggermente e scostò il ricciolo con un soffio. «È vero,
non frequento i bordelli, la loro atmosfera ha un effetto deprimente
su di me. Ti compiango per dover suonare in certi posti. Ma che
fare... non c'è niente da fare. Quando non si ha talento, non si può
scegliere il proprio pubblico.»
Ora fu Ranuncolo ad arrossire visibilmente.
Occhietto invece emise una risata gioiosa, gli gettò
inaspettatamente le braccia al collo e gli schioccò un bacio sonoro
sulla guancia. Lo strigo si stupì, ma non troppo. Una collega di
Ranuncolo non poteva essere molto diversa da lui quanto a
imprevedibilità.
«Ranuncolo, vecchio fringuello, sono felice di rivederti in buona
salute e nelle tue piene facoltà mentali», disse Essi senza staccarsi dal
collo del bardo.
Ranuncolo afferrò la ragazza per la vita, la sollevò e la fece
roteare facendo frusciare il vestito. «Ah, Bambolina! Sei stata
fantastica, per gli dei, era un pezzo che non sentivo malignità cosi
belle. Litighi ancora meglio di quanto canti! E hai un aspetto
semplicemente meraviglioso!»
«Ranuncolo, quante volte ti ho chiesto di non chiamarmi
Bambolina? E poi è ormai giunto il momento che mi presenti il tuo
compagno. Come vedo, non appartiene alla nostra confraternita.»
Essi soffiò sul ricciolo e lanciò uno sguardo a Geralt.
Il trovatore rise. «Gli dei ce ne scampino! Lui, Bambolina, non ha
né voce né orecchio, ed è capace unicamente di far rimare 'culo' con
'mulo'. È un rappresentante della corporazione degli strighi, Geralt di
Rivia. Avvicinati, Geralt, bacia la manina a Occhietto.»
Lo strigo si avvicinò senza sapere troppo bene cosa fare. Di solito
si baciava la mano o l'anello esclusivamente alle dame dalla duchessa
in su, davanti alle quali bisognava anche inginocchiarsi. Rispetto alle
donne di rango più basso, un simile gesto al Sud era considerato
inequivocabilmente erotico e come tale riservato solo alle coppie
intime.
Ma Occhietto fugò i suoi dubbi allungando sollecitamente la
mano. Geralt la prese senza garbo e v'impresse un bacio.
Essi, continuando a squadrarlo col suo bellissimo occhio, arrossì.
«Geralt di Rivia. Non frequenti certo gente qualunque, Ranuncolo.»
«È per me un onore, signora...» borbottò lo strigo, consapevole di
eguagliare in eloquenza Drouhard.
Ranuncolo sbuffò. «Al diavolo! Non confondere Occhietto con
questo balbettio e con certi titoli. Lei si chiama Essi, lui si chiama
Geralt. Fine delle presentazioni. Parliamo di cose serie, Bambolina.»
«Se mi chiami un'altra volta Bambolina, ti mollo un ceffone. Quali
sono le cose serie di cui dobbiamo parlare?»
«Bisogna stabilire come canteremo. Io propongo a turno, un paio
di ballate ciascuno. Per un effetto migliore. Naturalmente, ognuno
eseguirà le proprie ballate.»
«Si può fare.»
«Quanto ti paga Drouhard?»
«Non è affar tuo. Chi comincia?»
«Tu.»
«D'accordo. Ehi, guardate un po' chi arriva. Sua altezza il principe
Agloval. Sta giusto entrando, vedete?»
«Eh, eh», si rallegrò Ranuncolo. «Il livello del pubblico sale. Anche
se, d'altra parte, non si può certo contare su di lui. È un taccagno.
Geralt può confermarlo. Il principe di Bremervoord odia mettere
mano alla borsa. Assolda la gente, sì, ma quanto a pagarla...»
Essi, guardando Geralt, si scostò il ricciolo dalla guancia. «L'ho
sentito dire. Se ne parlava giù al porto, al molo. Si tratta della
famosa Sh'eenaz, vero?»
Agloval rispose con un cenno del capo ai profondi inchini delle ali
di folla davanti alla porta, si avvicinò quasi subito a Drouhard e lo
trascinò in un angolo, facendo capire che non voleva nessuna
manifestazione di deferenza e non desiderava essere collocato al
posto d'onore in mezzo alla sala. Geralt lo osservava con la coda
dell'occhio. Parlavano piano, ma era evidente che erano entrambi
agitati. Drouhard si asciugava continuamente la fronte con la
manica, scuoteva la testa, si grattava il collo. Faceva domande alle
quali il principe, cupo e torvo, rispondeva con una scrollata di
spalle.
Essi si accostò a Geralt. «Il signor principe sembra preoccupato.
Non si tratterà di nuovo di faccende di cuore? Del malinteso che ha
avuto luogo questa mattina con la famosa sirena? Eh, strigo?»
Geralt guardò di traverso la poetessa, stupito e stranamente
irritato dalla sua domanda. «Forse. Be', ognuno ha i suoi problemi.
Ma non tutti gradiscono che se ne canti alle fiere.»
Occhietto impallidì leggermente, soffiò sul ricciolo e lo guardò
con aria di sfida. «Dicendo così intendevi ferirmi o solo offendermi?»
«Né l'uno né l'altro. Volevo soltanto prevenire altre domande sui
problemi di Agloval e della sirena. Domande cui non mi sento
autorizzato a rispondere.»
«Capisco. Dunque non ti metterò davanti a un simile dilemma.
Non ti farò le domande che intendevo farti e che, per essere sincera,
consideravo esclusivamente un preambolo e un invito a una
piacevole conversazione. Be', questa conversazione non avrà luogo e
non devi temere che il suo contenuto venga cantato in qualche fiera.
È stato un piacere.» Si girò bruscamente e si avviò verso i tavoli,
dove fu subito accolta con tutti gli onori.
Ranuncolo spostò il peso da un piede all'altro e tossicchiò in
maniera eloquente. «Non posso dire che tu sia stato di una gentilezza
squisita con lei, Geralt.»
«Sono stato uno sciocco. Davvero, l'ho offesa senza motivo. E se
andassi da lei a scusarmi?»
«Lascia perdere, non c'è mai una seconda occasione per fare la
prima impressione. Vieni, beviamoci piuttosto una birra.»
Ma non ebbero il tempo di bersi una birra. Drouhard si fece largo
tra un gruppo di borghesi che chiacchieravano. «Signor Geralt,
permettete? Sua altezza vuole parlarvi.»
«Arrivo.»
Ranuncolo lo tirò per la manica. «Geralt, non dimenticare.»
«Che cosa?»
«Hai promesso di accettare qualsiasi incarico senza fare lo
schizzinoso. Ti prendo in parola. Com'è che hai detto? Un piccolo
sacrificio?»
«Bene, Ranuncolo. Ma come fai a sapere che Agloval...»
«Questione di fiuto. Ricorda, Geralt.»
«Va bene, Ranuncolo.» Lo strigo segui Drouhard in un angolo
della sala, lontano dagli ospiti.
Agloval era seduto a un tavolo basso in compagnia di un uomo
abbronzato, con indosso abiti variopinti e con una corta barba nera,
che prima Geralt non aveva notato. «Ci rivediamo, strigo. Sebbene
questa mattina avessi giurato di non volerti più incontrare. Ma non
ho sotto mano un altro strigo, perciò devi bastarmi tu. Ti presento
Zelest, mio balivo e responsabile della pesca di perle. Parla, Zelest.»
«Questa mattina ho pensato di allargare l'area della pesca. Una
barca si è spinta più a ovest, verso il promontorio, in direzione delle
Zanne del Drago», disse a bassa voce l'uomo abbronzato.
«Le Zanne del Drago sono due grandi scogliere vulcaniche
all'estremità del promontorio. Si vedono dal nostro litorale»,
intervenne Agloval.
«Già», confermò Zelest. «Di solito non si naviga laggiù, perché ci
sono dei vortici, è pericoloso tuffarsi. Ma sul litorale le perle sono
molto meno numerose. Insomma, una barca si è spinta fin laggiù.
Sette anime di equipaggio, due marinai e cinque tuffatori, compresa
una donna. Non vedendoli tornare per sera, abbiamo cominciato a
preoccuparci, sebbene il mare fosse calmo come l'olio. Ho mandato
alcuni battelli veloci e ben presto abbiamo trovato la barca, che
andava alla deriva. Non si sa che cosa sia successo. Ma dev'esserci
stato un combattimento, poco ma sicuro. C'erano tracce...»
«Di che tipo?» chiese lo strigo socchiudendo gli occhi. «Be', il ponte
era tutto macchiato di sangue.»
Drouhard fischiò e si guardò intorno inquieto.
Zelest abbassò la voce. «È come dico! La barca era un lago di
sangue. Sembrava che sul ponte avesse avuto luogo una vera e
propria carneficina. Qualcosa ha ucciso quella gente. Dicono sia stato
un mostro marino. Sì, è stato senza dubbio un mostro marino.»
«Non i pirati? O i cercatori di perle della concorrenza? Escludete
la possibilità di una normale resa dei conti?» chiese piano Geralt.
«Assolutamente», rispose il principe. «Qui non ci sono nessun
pirata e nessuna concorrenza. E poi, nemmeno in una resa dei conti
si finisce per ammazzare tutti i contendenti. No, Geralt. Zelest ha
ragione. È un mostro marino, nient'altro. Ascolta, nessuno ha il
coraggio di uscire in mare, neppure nelle zone di pesca vicine e
accessibili. La gente è terrorizzata e il porto è paralizzato. Neanche le
cocche e le galere lasciano il molo. Capisci, strigo?»
Geralt annuì. «Chi m'indicherà il posto?»
Agloval mise una mano sul tavolo e tamburellò con le dita. «Ah!
Mi piace. Un tipico comportamento da strigo. Si va subito al sodo,
senza chiacchiere inutili. Sì, mi piace. Vedi, Drouhard, che ti avevo
detto, un buono strigo è uno strigo affamato. Eh, Geralt? Non fosse
stato per il tuo amico musico, oggi saresti di nuovo andato a letto
senza cena. Sono bene informato, non è vero?»
Drouhard abbassò la testa. Zelest fissava davanti a sé con
espressione ebete.
«Chi m'indicherà il posto?» ripeté Geralt, fissando gelido Agloval.
«Zelest t'indicherà le Zanne del Drago e la strada per arrivarci.
Quando vuoi metterti al lavoro?» rispose il principe smettendo di
sorridere.
«Domani di prima mattina. Trovatevi al molo, signor Zelest.»
«Bene, signor strigo.»
Il principe si fregò le mani e tornò a sorridere in modo beffardo.
«Perfetto. Geralt, conto che con questo mostro saprai far meglio che
con la faccenda di Sh'eenaz. Ah, un'altra cosa. Ti proibisco di mettere
in giro chiacchiere su questa storia, non voglio suscitare un panico
maggiore di quello che devo già fronteggiare. Intesi, Drouhard? Ti
punirò col taglio della lingua, se non tieni la bocca chiusa.»
«Intesi, principe.»
Agloval si alzò. «Bene. Ora vado, non voglio turbare il vostro
divertimento né suscitare pettegolezzi. Addio, Drouhard, augura ai
fidanzati ogni bene da parte mia.»
«Grazie, principe.»
Essi Daven, seduta su uno sgabello attorniata da un folto
capannello di ascoltatori, cantava una ballata melodiosa e
malinconica sulla compassionevole sorte di un'amante tradita.
Ranuncolo, appoggiato a una colonna, borbottava qualcosa tra sé,
contando sulle dita le battute e le sillabe. «Allora? Hai un lavoro?»
«Sì.» Lo strigo non si diffuse in particolari, che del resto non
interessavano il bardo.
«Te l'ho detto, ho naso per i soldi. Bene, benissimo. Io
guadagnerò, tu guadagnerai, ci sarà di che fare baldoria. Andremo a
Cidaris in tempo per la festa della vendemmia. E adesso scusami un
momento. Là su quella panca ho scorto qualcosa d'interessante.»
Geralt seguì con lo sguardo il poeta, ma non vide nulla
d'interessante oltre a una quindicina di ragazze con la bocca
semiaperta. Ranuncolo si aggiustò il farsetto, inclinò il cappelluccio
sull'orecchio destro e avanzò a balzelli verso la panca. Evitata con
un'abile manovra laterale la sorveglianza delle matrone, diede il via
al suo solito rituale a base di grandi sorrisi.
Essi Daven terminò la ballata, fu applaudita e ricevette una
piccola borsa e un gran mazzo di crisantemi belli ma un po' avvizziti.
Lo strigo girò tra gli ospiti cercando l'occasione di prendere
finalmente posto alla tavola imbandita di cibo. Guardava
mestamente le aringhe marinate, i piccioncini coi cavoli, le teste di
merluzzo bollite e le cotolette di montone, i rocchi di salsiccia e i
capponi a pezzi, i salmoni affumicati tagliati col coltello e i prosciutti
che sparivano a un ritmo spaventoso. Il guaio era che sulle panche
intorno al tavolo non c'erano posti liberi.
Le ragazze e le matrone, lievemente scosse, assediarono
Ranuncolo chiedendogli con voce stridula di esibirsi. Il bardo
sorrideva in maniera affettata e rifiutava, ostentando falsa modestia.
Geralt, superato l'imbarazzo, si spinse fino alla tavola. Un signore
avanti negli anni, da cui emanava un forte odore di aceto, gli fece
posto sulla panca con sorprendente cortesia e sollecitudine,
mandando quasi a gambe all'aria i suoi vicini. Geralt attaccò
immediatamente a mangiare e in un batter d'occhio spazzolò l'unico
vassoio alla sua portata. Il signore che odorava di aceto gliene
avvicinò un altro. Per riconoscenza, lo strigo ascoltò tutto
concentrato una lunga tirata sui tempi moderni e sulla gioventù
moderna. Il signore si accaniva a paragonare la libertà di costumi a
una «scarica di diarrea», ragion per cui Geralt aveva qualche difficoltà
a mantenersi serio.
Essi stava contro la parete sotto alcuni fasci di vischio, sola, e
accordava il liuto. Lo strigo vide avvicinarsi un giovane con una
camicia di broccato stretta in vita e dire qualcosa alla poetessa
accennando un sorriso. Essi guardò il giovane storcendo lievemente
le belle labbra e disse lesta alcune parole, al che lui fece una smorfia
e si allontanò alla svelta. Le sue orecchie, divenute rosse come rubini,
avvamparono ancora a lungo nella penombra.
«... schifo, vergogna e disonore. Un'unica grande scarica di
diarrea», proseguì il signore che odorava di aceto.
«È vero», assentì incerto Geralt, pulendo il piatto col pane.
«Gentili signore, gentili eccellenze, si prega di fare silenzio», gridò
Drouhard raggiungendo il centro della sala. «Il celebre Mastro
Ranuncolo, nonostante la fatica e una lieve indisposizione, ci canterà
ora la celebre ballata della regina Marienne e del Corvo Nero! Lo
farà su ardente richiesta della signorina Veverka, la figlia del
mugnaio, alla quale, a sua detta, non può dire di no.»
La signorina Veverka, una delle ragazze meno graziose tra quelle
sedute sulla panca, in un batter d'occhio divenne più bella.
Risuonarono urla e applausi, che soffocarono l'ennesima scarica di
diarrea del signore che odorava di aceto. Ranuncolo aspettò che si
facesse un silenzio assoluto, eseguì al liuto un preambolo a effetto,
quindi cominciò a cantare senza staccare gli occhi dalla signorina
Veverka, che diventava più bella di strofa in strofa. Questo figlio di
cagna è più efficace delle essenze e delle creme magiche che
Yennefer vende nel suo negozietto di Vengerberg, pensò Geralt.
Vide Essi passare alle spalle del fitto semicerchio di ascoltatori di
Ranuncolo e uscire sulla terrazza. Guidato da uno strano impulso,
Geralt sgusciò via svelto dalla tavola e la seguì.
Stava curva, appoggiata coi gomiti al parapetto del pontile, la
testa incassata tra le spalle minute. Guardava il mare increspato che
luccicava alla luce della luna e dei fuochi che ardevano nel porto.
Un'asse sotto i piedi di Geralt scricchiolò. Essi si raddrizzò.
«Scusa, non volevo disturbare», disse lo strigo in tono freddo,
cercando sulle sue labbra quella smorfia improvvisa che poco prima
aveva elargito al giovane vestito di broccato.
Lei sorrise e scostò il ricciolo. «Non mi disturbi. Non sono venuta
qui in cerca di solitudine, ma di aria fresca. Anche tu eri infastidito
dal fumo e dalla puzza?»
«Un po'. Ma m'infastidisce di più la consapevolezza di averti
offeso. Sono venuto a chiederti scusa, Essi, a cercare di recuperare
un'occasione per una piacevole conversazione.»
«Sono io che ti devo delle scuse. Ho reagito troppo bruscamente.
Reagisco sempre troppo bruscamente, non so controllarmi.
Perdonami e dammi un'altra possibilità. Per una conversazione.»
Geralt si accostò e si appoggiò al parapetto, vicinissimo a lei. Sentiva
il suo calore e un lieve profumo di verbena. Gli piaceva il profumo
della verbena, sebbene non fosse quello del lillà e dell'uva spina.
«A che cosa associ il mare, Geralt?» chiese a un tratto Essi.
«All'inquietudine», rispose lui quasi senza rifletterci.
«Interessante. Eppure sembri così calmo e controllato.»
«Non ho detto che provi inquietudine. Mi hai chiesto quali
associazioni mi suscitasse il mare.»
«Le associazioni sono il riflesso dell'anima. Ne so qualcosa, sono
poetessa.»
«E tu, Essi, a cosa associ il mare?» chiese svelto, per porre un limite
alle divagazioni sulla sua pretesa inquietudine.
«Al moto perpetuo», rispose Essi dopo un attimo di esitazione. «Al
cambiamento. E all'enigma, al mistero, a qualcosa che non
comprendo, che potrei descrivere in mille modi, in mille poesie,
senza mai arrivare al nocciolo, all'essenza della cosa. Sì,
probabilmente a questo.»
«Dunque anche ciò che provi tu è inquietudine. Eppure sembri
così calma e controllata», disse Geralt, sentendo crescere l'effetto
della verbena su di lui.
Essi si girò verso di lui, scostò il ricciolo dorato e lo fissò coi suoi
bellissimi occhi. «Non sono né calma, né controllata.»
Successe all'improvviso, in maniera del tutto inaspettata. Il gesto
che Geralt compì, e che doveva essere un semplice tocco, un leggero
tocco sulla spalla di Essi, si trasformò in una stretta vigorosa che le
circondò la vita sottile, in un attrarla a sé con impeto, ma senza
violenza, fino a un subitaneo contatto dei loro corpi che gli fece
ribollire il sangue. All'improvviso Essi s'irrigidì, si tirò indietro,
appoggiò le mani su quelle di lui, come se volesse togliersele di
dosso, e invece le strinse, piegò la testa in avanti, socchiuse la bocca,
esitò. «Perché... Perché?» sussurrò. Il suo occhio era spalancato, il
ricciolo dorato le era ricaduto sulla guancia.
Geralt piegò la testa con calma, adagio, avvicinò il viso e
all'improvviso le loro labbra si unirono in un bacio. Ma neanche
allora Essi gli lasciò le mani e continuò a inarcare con forza la
schiena, evitando il contatto col corpo dello strigo. Rimanendo così
si girarono lentamente, come ballando. Lo baciò con piacere,
sapientemente. E a lungo.
Poi Essi si liberò dalle sue braccia abilmente, senza sforzo, si
appoggiò di nuovo al parapetto. Geralt a un tratto si sentì
spaventosamente sciocco. Quella sensazione lo trattenne
dall'avvicinarsi, dall'abbracciare le spalle ingobbite di lei.
«Perché? Perché l'hai fatto?» Essi non si girò, limitandosi a
guardarlo con la coda dell'occhio.
A un tratto lo strigo capì di essersi sbagliato. A un tratto si rese
conto che la falsità, la menzogna, la finzione e la spacconeria lo
stavano portando dritto in una palude nella quale a dividerlo
dall'abisso ci sarebbero stati soltanto erbe e muschio ammonticchiati
in un manto sottile, pronti da un momento all'altro a cedere,
fendersi, strapparsi.
«Perché?» ripeté Essi.
Non rispose.
«Cerchi una donna per questa notte?»
Non rispose.
Essi si girò adagio, gli toccò la spalla. «Torniamo insala», disse poi
in tono disinvolto, ma quella disinvoltura non ingannò Geralt, che
percepiva quanto fosse tesa. «Non fare quella faccia. Non è successo
niente. E il fatto che io non cerchi un uomo per questa notte non è
colpa tua. Non è vero?»
«Essi...»
«Toniamo, Geralt. Ranuncolo ha dato già tre bis. Tocca a me.
Vieni, canterò...» Gli rivolse uno sguardo strano e scostò il ricciolo
dall'occhio con un soffio. «Canterò per te...»
IV

«Oh! Sei tu? Pensavo che non saresti tornato per la notte»,
esclamò lo strigo fingendosi stupito.
Ranuncolo chiuse la porta col chiavistello, appese a un piolo il
liuto e il cappelluccio con la piuma di airone, si tolse il farsetto, lo
scosse e lo mise sui sacchi ammucchiati in un angolo della stanzetta.
Oltre ai sacchi, a un mastello e a un gran pagliericcio riempito di
paglia di piselli, nella stanzetta ricavata nella soffitta non c'era altra
mobilia, perfino la candela era posata sul pavimento, in una piccola
pozza di cera rappresa. Drouhard ammirava Ranuncolo, ma
evidentemente non al punto di mettergli a disposizione una camera
o un'alcova.
«E perché mai pensavi che non sarei tornato per la notte?» chiese
Ranuncolo togliendosi gli stivali. Lo strigo si sollevò tra gli scricchiolii
della paglia di piselli. «Pensavo che saresti andato a cantare una
serenata sotto la finestra della signorina Veverka, davanti alla quale
sei stato tutta la sera con la lingua di fuori come un bracco alla vista
di una femmina.»
«Ah, ah. Sei davvero sciocco. Non hai capito niente. Veverka? Me
ne infischio di Veverka. Volevo solo suscitare una fitta di gelosia
nella signorina Akeretta, alla quale farò la corte domani. Spostati.»
Ranuncolo si lasciò cadere sul pagliericcio e tirò via la spessa coperta
da Geralt.
Lo strigo, in preda a una strana rabbia, girò la testa verso la
finestrella attraverso la quale, non fosse stato per i ragni laboriosi, si
sarebbe visto il cielo stellato.
«Perché sei irritato? Ti disturba che faccia la corte alle ragazze? E
da quando? Sei forse diventato un druido e hai fatto voto di castità?
O forse...»
«Smettila di cianciare. Sono stanco. Non hai notato che è la prima
volta in due settimane che abbiamo un pagliericcio e un tetto sopra
la testa? Non ti rallegra l'idea che domani mattina non ci pioverà sul
naso?»
«Per me un pagliericcio senza una ragazza non è un pagliericcio. È
una fortuna imperfetta, e cos'è mai una fortuna imperfetta?» disse
Ranuncolo trasognato.
Geralt emise un gemito sordo, come sempre quando Ranuncolo
aveva un attacco di loquacità notturna.
«Una fortuna imperfetta è come... Come un bacio interrotto...
Perché digrigni i denti, si può sapere?»
«Sei terribilmente noioso, Ranuncolo. Per te non esistono che
pagliericci, ragazze, culetti, tette, fortune imperfette e baci, interrotti
dai cani che ti aizzano contro i genitori delle tue fidanzate. Be',
evidentemente non puoi fare altrimenti. Evidentemente solo la
frivolezza, per non dire la depravazione sconsiderata, ti permette di
comporre ballate, scrivere poesie e cantare. Evidentemente, bada
bene, è il rovescio della medaglia del talento.» Aveva detto troppo e
non aveva usato un tono abbastanza freddo.
Ranuncolo capì al volo e senza fallo. «Ah. Essi Daven detta
Occhietto. Il leggiadro occhietto di Occhietto si è posato sullo strigo
e lo ha confuso. Lo strigo si è comportato con Occhietto come uno
scolaretto con la figlia del re. E, invece d'incolpare se stesso, incolpa
lei e cerca i suoi lati oscuri.»
«Tu vaneggi, Ranuncolo.»
«Eh, no, mio caro. Essi ti ha colpito, non nasconderlo. Del resto,
non ci vedo niente di riprovevole. Ma attento a non commettere
errori. Non è come credi. Se il suo talento ha dei lati oscuri, non
sono sicuramente quelli che immagini.»
«Suppongo che tu la conosca molto bene», disse lo strigo
controllando la voce.
«Abbastanza. Ma non come pensi. No.»
«Piuttosto strano per te, ammettilo.»
Il bardo si stiracchiò e mise le mani sotto la nuca. «Sei uno sciocco.
Conosco Bambolina da quand'era poco più di una bambina. Per me
è... be'... Come una sorella minore. Lo ripeto, non fare stupidi errori
con lei. La faresti soffrire molto, perché anche tu l'hai colpita.
Ammetti di desiderarla?»
«Anche se fosse, a differenza di te non sono abituato a parlare di
certe cose. E neppure a comporci sopra una canzone. Ti ringrazio di
quanto hai detto di lei, perché forse mi hai davvero evitato uno
stupido errore. Ma con questo basta. Considero esaurito
l'argomento.»
Ranuncolo rimase un po' immobile e in silenzio, ma Geralt lo
conosceva troppo bene. «Lo so. So già tutto», disse infine il poeta.
«Non sai un cavolo, Ranuncolo.»
«Sai qual è il tuo problema? A te sembra di essere diverso. Tu
ostenti questa diversità, questa 'anormalità', senza capire che per la
maggior parte della gente di buonsenso sei la persona più normale
sulla faccia della terra, magari fossero tutti così normali. Che importa
se sei più veloce degli altri, se al sole le tue pupille si restringono fino
a diventare verticali? Se vedi al buio come i gatti? Se t'intendi di
magia? Figuriamoci. Io, mio caro, una volta conoscevo un locandiere
che mollava scoregge senza interruzione per dieci minuti, riuscendo a
eseguire la melodia del salmo Benvenuta, benvenuta, aurora
mattutina. A parte questo insolito talento, era la più normale delle
persone normali, aveva una moglie, dei figli e una nonna
paralizzata...»
«Cos'ha a che vedere tutto ciò con Essi Daven? Me lo spieghi?»
«Certo. Ti è sembrato che Occhietto si fosse interessata a te spinta
da una curiosità morbosa, addirittura perversa, che ti guardasse
come una mosca bianca, un vitello a due teste o una salamandra in
un serraglio. E hai messo subito il broncio, alla prima occasione le hai
fatto una reprimenda sgarbata e ingiusta, hai restituito un colpo che
non aveva inferto. Lo dico perché ne sono stato testimone. Non ho
assistito al successivo corso degli avvenimenti, ma vi ho visto lasciare
la sala e ho scorto il suo rossore al vostro ritorno. Sì, Geralt, ti metto
in guardia dal fare un errore che hai già compiuto. Volevi vendicarti
di lei per la sua curiosità a tuo giudizio morbosa. Hai deciso di
approfittare di quella curiosità.»
«Vaneggi, lo ripeto.»
«Hai provato a vedere se non fosse possibile stendersi con lei sul
fieno, se non fosse curiosa di sapere com'è fare l'amore con una
persona bizzarra, con un mutante, con uno strigo? Per fortuna Essi si
è rivelata più saggia di te e ha avuto magnanimamente pietà della
tua stupidità, comprendendone la ragione. Lo deduco dal fatto che
non sei tornato dal pontile col muso gonfio.»
«Hai finito?»
«Sì.»
«Be', allora buonanotte.»
«Lo so perché t'infuri e digrigni i denti.»
«Certo. Tu sai tutto.»
«So chi ti ha guastato così, chi ha fatto sì che tu non riesca a capire
una donna normale. La tua Yennefer ti fa vedere i sorci verdi, che il
diavolo mi porti se so che cosa ci trovi in lei.»
«Lascia stare, Ranuncolo.»
«Davvero non preferisci una ragazza normale, una come Essi? Che
cos'hanno le maghe che Essi non ha? Forse l'età? Occhietto non sarà
di primo pelo, ma ha gli anni che dimostra. E sai che cosa mi ha
confessato una volta Yennefer dopo qualche bicchierino? Ah, ah...
Mi ha detto che la prima volta che l'ha fatto con un uomo è stato
esattamente un anno dopo che era stato inventato l'aratro
bivomere.»
«Menti, Yennefer non ti può soffrire e non si sarebbe mai
confidata con te.»
«E sia, ho mentito, lo ammetto.»
«Non devi. Ti conosco.»
«Ti sembra solo di conoscermi. Non dimenticare che sono un
uomo complicato.»
Lo strigo sospirò, ormai davvero assonnato. «Ranuncolo, tu sei un
cinico sporcaccione, un puttaniere e un bugiardo. E in questo non c'è
niente, credimi, niente di complicato. Buonanotte.»
«Buonanotte, Geralt.»
V

«Sei mattiniera, Essi.»


La poetessa sorrise, sistemandosi i capelli scompigliati dal vento,
quindi si avviò lungo il molo, evitando i buchi e le tavole marce.
«Non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di vedere uno strigo
all'opera. Mi prenderai di nuovo per una ficcanaso? Del resto non
nascondo di esserlo. Come va?»
«Perché me lo chiedi?»
«Oh, Geralt, tu sottovaluti la mia curiosità, il mio talento per
raccogliere e interpretare le informazioni. So già tutto di quanto è
capitato ai pescatori, conosco i particolari del tuo accordo con
Agloval. So che cerchi un marinaio disposto a portarti laggiù, alle
Zanne del Drago. L'hai trovato?»
Geralt le rivolse per un istante uno sguardo indagatore, poi
all'improvviso si decise a rispondere. «No. Non l'ho trovato.
Neanche uno.»
«Hanno paura?»
«Già.»
«Dunque come intendi andare in ricognizione, se non puoi servirti
di una barca? Non potendo andare per mare, come vuoi conciare
per le feste il mostro che ha ucciso i pescatori di perle?»
Geralt la prese per mano e la condusse via dal pontile.
Camminarono lentamente lungo la riva, sulla spiaggia sassosa, lungo
barconi tirati in secca, tra ali di reti tese su pali, tra cortine di pesci
fatti a pezzi e stesi a essiccare, agitati dal vento. Inaspettatamente
Geralt constatò che la compagnia della poetessa non lo disturbava
affatto, non era fastidiosa né importuna. Inoltre sperava che una
chiacchierata tranquilla potesse cancellare gli effetti di quello stupido
bacio sulla terrazza. Il fatto che Essi fosse venuta al molo gli faceva
sperare che non gli portasse rancore. Era contento. «'Conciare per le
feste il mostro.' Se solo sapessi come. Non m'intendo granché di
spauracchi marini.»
«Interessante. Da quanto ne so, in mare ci sono molti più mostri
che sulla terraferma, sia dal punto di vista del numero sia della
quantità di specie. Dunque dovrebbe essere un discreto campo
d'azione per gli strighi.»
«Non è così.»
«Perché?»
Geralt si girò. «I viaggi per mare sono storia recente. Degli strighi
c'è stato bisogno prima, sulla terraferma, nella tappa iniziale della
colonizzazione. Non siamo tagliati per lottare coi mostri che vivono
in mare, sebbene ce ne siano parecchi. Ma i nostri poteri di strighi
non bastano contro i mostri marini. Per noi sono o troppo grandi, o
troppo ben corazzati, o troppo sicuri nel loro elemento. O tutte
queste cose insieme.»
«E il mostro che ha ucciso i pescatori di perle? Non intuisci di cosa
si tratta?»
«Forse di un kraken?»
«No. Il kraken avrebbe distrutto la barca, ed era intatta. E, a
quanto dicono, piena di sangue.» Occhietto deglutì e impallidì
visibilmente. «Non pensare che faccia la saccente. Sono cresciuta in
riva al mare, ho visto tante creature...»
«Dunque cosa potrebbe essere? Un calamaro gigante? Avrebbe
potuto trascinare gli uomini giù dal ponte.»
«Non ci sarebbe stato spargimento di sangue. Non si tratta di un
calamaro, Geralt, e neppure di un'orca o di un tartarudraco, perché
non ha distrutto né rovesciato la barca. È salito sul ponte e ha
compiuto un massacro. E se commettessi un errore a cercarlo in
mare?»
Lo strigo rimase a lungo in silenzio. «Comincio ad ammirarti, Essi»,
disse infine.
La poetessa arrossì.
«Hai ragione. Avrebbe potuto attaccare dal cielo. Potrebbe essere
un ornitodraco, un grifone, una viverna, un colugo volante o un
codaforcuta. Forse perfino un roc...»
«Scusami. Guarda chi c'è.»
Agloval veniva loro incontro lungo la riva, solo, completamente
zuppo. Era visibilmente furioso, e nel vederli divenne addirittura
paonazzo di rabbia.
Essi fece un piccolo inchino, Geralt piegò la testa portandosi un
pugno al petto.
Agloval sputò. «Sono stato seduto sugli scogli tre ore, quasi dalle
prime luci dell'alba! Non si è nemmeno fatta vedere. Tre ore, come
uno sciocco, sugli scogli spazzati dalle onde.»
«Mi dispiace...» borbottò lo strigo.
«Ti dispiace? Ti dispiace? È tutta colpa tua. Hai mandato tutto a
rotoli. Hai rovinato tutto.»
«Che cosa ho rovinato? Io ho solo fatto da interprete...»
«Maledetto mestiere!» Agloval si girò. Aveva un profilo davvero
regale, degno di essere battuto sulle monete. «Sarebbe stato meglio
se non ti avessi assoldato. Sembra paradossale ma, finché non
avevamo un interprete, c'intendevamo meglio, Sh'eenaz e io, se sai
cosa voglio dire. Si sussurra che i pescatori di perle siano morti
perché ho fatto imbestialire la sirena. Che sia una sua vendetta.»
«Assurdità», commentò lo strigo in tono freddo.
«Come faccio a sapere che sono assurdità? O cosa le hai
raccontato? E come faccio a sapere di cosa è capace? Con quali
mostri fraternizza laggiù negli abissi? Avanti, dimostrami che sono
assurdità. Portami la testa della bestia che ha ucciso i pescatori di
perle. Mettiti all'opera, invece di amoreggiare sulla spiaggia...»
Geralt era davvero irritato. «All'opera? E come? Devo salpare a
cavalcioni di una botte? Il vostro Zelest ha minacciato i marinai di
torture, del patibolo, ma nonostante ciò nessuno vuole prendere il
mare. Lo stesso Zelest non arde dalla voglia di farlo. Dunque
come...»
«Che m'importa di come?» urlò Agloval. «È affar tuo! Gli strighi
non servono forse a far sì che la gente per bene non debba
scervellarsi su come uccidere i mostri? Ti ho assoldato per questo
lavoro ed esigo che sia eseguito. Altrimenti fila via di qui, se non
vuoi che ti cacci ai confini del mio dominio a forza di frustate!»
«Calmatevi, illustre principe», disse Occhietto con voce ferma, ma
il pallore e il tremito delle mani tradivano il suo nervosismo. «E non
minacciate Geralt, ve ne prego. Sapete, io e Ranuncolo abbiamo
parecchi amici. Re Ethain di Cidaris, tanto per fare un nome, ama
molto le nostre ballate. Re Ethain è un sovrano illuminato e dice
sempre che le nostre ballate non sono solo rime e musiche allegre,
ma un mezzo per trasmettere conoscenza, la cronaca dell'umanità.
Volete comparire in questa cronaca, illustre principe? Potrei aiutarvi.»
Agloval la guardò un istante con occhi freddi, sprezzanti. «I
pescatori che sono morti avevano mogli e figli. Gli altri, quando la
fame comincerà a farsi sentire, si affretteranno a riprendere il mare. I
pescatori di perle, spugne, ostriche e astici, e tutti gli altri. Adesso
hanno paura, ma la fame vince sempre. Prenderanno il mare. Ma
torneranno? Che ne pensi, Geralt? E voi, signorina Daven? Sarei
curioso di sentire una vostra ballata sull'argomento. Una ballata sullo
strigo che se ne sta con le mani in mano sulla riva e guarda il ponte
insanguinato della barca, e i bambini in lacrime.»
Essi divenne ancora più pallida, sollevò la testa e soffiò sul ricciolo
accingendosi a rispondere, ma Geralt le afferrò svelto la mano e
gliela strinse, anticipandola. «Basta. In tutto questo fiume di parole
una sola cosa ha davvero significato. Mi avete assoldato, Agloval.
Ho accettato un incarico e lo eseguirò, sempre che sia possibile.»
«Ci conto. Arrivederci, allora. I miei rispetti, signorina Daven.»
Essi non s'inchinò, si limitò a un cenno del capo. Agloval si tirò su
i calzoni bagnati e si allontanò in direzione del porto, barcollando
sui sassi. Solo ora Geralt si rese conto di tenere ancora per mano la
poetessa, che dal canto suo non faceva il minimo tentativo di
liberarsi. La lasciò.
Essi, riprendendo lentamente i suoi colori naturali, girò il viso
verso di lui. «È facile indurti a correre dei rischi. Basta qualche parola
su donne e bambini. E dire che si fa un gran parlare dell'insensibilità
di voi strighi. Geralt, Agloval se ne infischia di donne, vecchi e
bambini. Vuole soltanto che venga ripresa la pesca delle perle,
perché ogni giorno che non ne incassa costituisce una perdita per lui.
Ti rifila la storia dei bambini affamati, e tu sei subito pronto a
rischiare la vita...»
«Essi. Sono uno strigo. Rischiare la vita è il mio mestiere. I bambini
non c'entrano niente.»
«Non m'inganni.»
«Perché pensi che voglia farlo?»
«Perché, se fossi il freddo professionista per cui vuoi farti passare,
avresti provato ad alzare il prezzo. E invece non hai neppure
accennato al compenso. Ma basta parlare di questo. Torniamo?»
«Passeggiamo ancora.»
«Con piacere. Geralt?»
«Sì?»
«Come ti ho detto, sono cresciuta in riva al mare. So governare
una barca e...»
«Toglitelo dalla testa.»
«Perché?»
«Toglitelo dalla testa», ripeté seccamente lo strigo.
«Potresti formulare la risposta in modo più cortese.»
«Certo, ma lo prenderesti per... lo sa il diavolo per cosa. E io sono
uno strigo insensibile e un freddo professionista. Rischio la mia vita.
Non quella degli altri.»
Essi tacque. Geralt ne indovinò le labbra serrate, il movimento
brusco della testa. Una raffica di vento le scompigliò di nuovo i
capelli, coprendole per un attimo il viso con un groviglio di ciuffi
dorati. «Volevo solo aiutarti», disse.
«Lo so. Grazie.»
«Geralt?»
«Dimmi.»
«E se nelle voci cui accennava Agloval ci fosse del vero? Sai che le
sirene non sono sempre e ovunque amichevoli. Ci sono stati casi...»
«Non credo.»
«Streghe del mare, nereidi, tritoni, ninfe marine. Chissà di cosa
sono capaci. E Sh'eenaz... aveva motivo...»
«Non credo», la interruppe.
«Non credi, o non vuoi credere?»
Geralt non rispose.
«E tu vorresti farti passare per un freddo professionista? Per
qualcuno che pensa col filo della spada? Se vuoi, ti dirò chi sei
veramente», continuò Essi con uno strano sorriso.
«Lo so chi sono veramente.»
«Sei sensibile. Nel profondo della tua anima, che è piena
d'inquietudine. Non m'ingannano il tuo viso di pietra e la tua voce
gelida. Sei sensibile, ed è proprio la tua sensibilità che ora ti fa
temere che quanto devi affrontare con la spada in pugno possa
avere una sua ragione...»
«No, Essi. Non cercare in me il tema per la commovente ballata
sullo strigo con l'anima lacerata. Forse vorrei che fosse così, ma non
lo è. I miei dilemmi morali vengono sciolti per me dal codice e
dall'educazione. Dall'addestramento.»
«Ma smettila», replicò Essi con un moto di stizza. «Non capisco
perché cerchi di...»
«Essi. Non voglio che ti faccia false fantasie su di me. Non sono un
cavaliere errante.»
«Non sei nemmeno un assassino freddo e calcolatore.»
«No. Non lo sono, sebbene alcuni la pensino diversamente. Ma
non sono la mia sensibilità o i pregi del mio carattere a pormi più in
alto, bensì la fierezza tronfia e arrogante del professionista convinto
del proprio vaio-re. Un professionista cui è stato instillato che il
codice del suo mestiere e la fredda routine sono più giusti
dell'emozione, perché gli impediscono di commettere gli errori in cui
potrebbe incorrere se rimanesse impegolato nei dilemmi di Bene e
Male, Ordine e Caos. No, Essi. Non sono io a essere sensibile, ma tu.
Del resto, la tua professione lo richiede, no? Sei stata tu a turbarti al
pensiero che una sirena apparentemente simpatica, offesa nel suo
orgoglio, abbia attaccato i pescatori di perle in un gesto di disperata
vendetta. Cerchi subito giustificazioni per lei, circostanze attenuanti,
fatichi ad accettare l'idea che uno strigo pagato dal principe assassini
la bella sirena solo perché ha osato cedere alle emozioni. Ma uno
strigo, Essi, è libero da tali dilemmi. E da emozioni. Se anche si
rivelasse che è stata la sirena, lo strigo non la ucciderebbe, perché il
codice glielo impedisce. Il codice risolve il dilemma per lo strigo.»
Occhietto lo guardò e sollevò di colpo la testa. «Ogni dilemma?»
chiese svelta.
Sa di Yennefer, pensò Geralt. Lo sa. Ah, Ranuncolo, maledetto
pettegolo... La guardò. Cosa si nasconde nei tuoi occhi azzurri, Essi?
Curiosità? Fascino per la diversità? Quali sono i lati oscuri del tuo
talento, Occhietto?
«Scusa. Era una domanda stupida. E ingenua. Che faceva supporre
che avessi creduto a quanto hai detto. Torniamo. Questo vento mi
penetra nelle ossa. Guarda il mare com'è mosso.»
«Lo vedo. Sai, Essi, è curioso...»
«Cos'è curioso?»
«Avrei scommesso la testa che la roccia sulla quale Agloval
incontra la sirena fosse più vicina alla riva e più grande. E ora invece
non si vede.»
«L'alta marea. Ben presto l'acqua arriverà laggiù, alla scogliera.»
«Fin laggiù?»
«Sì. Qui l'acqua monta e cala con grande irruenza, molto al di
sopra dei dieci cubiti, perché qui, nello stretto e nella foce del fiume,
sono presenti i cosiddetti 'echi di marea', come li chiamano i
marinai.»
Geralt guardò verso il promontorio, e le Zanne del Drago assalite
da frangenti schiumosi. «Essi, quando comincerà la bassa marea?»
«Come?»
«Quanto arretrerà il mare?»
«Ma... Ah, capisco. Sì, hai ragione. Arretrerà fino alla linea dello
zoccolo della terraferma.»
«La linea di cosa?»
«Be', è una specie di ripiano creato dal fondale, una secca piatta
che è interrotta da un bordo al limite dell'abisso.»
«E le Zanne del Drago...»
«Sono proprio sul bordo.»
«E saranno raggiungibili a piedi. Quanto tempo avrei?»
«Non lo so. Bisognerebbe chiedere alla gente del posto. Ma non
mi sembra un'idea brillante, Geralt. Guarda, tra la terraferma e le
Zanne ci sono degli scogli, tutta la costa è scavata da baie e fiordi.
Quando comincerà la bassa marea, là si creeranno gole, conche
piene d'acqua. Non so se...»
Dal mare, dagli scogli appena visibili, giunse loro uno sciabordio.
E un sonoro grido melodioso. «Capelli bianchi!» chiamò la giovane
sirena cavalcando con grazia la cresta delle onde e colpendo l'acqua
con brevi ed eleganti colpi di coda.
«Sh'eenaz!» gridò in risposta Geralt agitando una mano.
La sirena si avvicinò a nuoto agli scogli, rimase sospesa in verticale
nel verde abisso schiumoso e si spinse i capelli indietro con tutte e
due le mani, mostrando contemporaneamente il busto in tutto il suo
fascino. Geralt lanciò un'occhiata a Essi. La ragazza arrossì
leggermente e guardò per un istante con espressione rammaricata e
imbarazzata le proprie grazie, appena visibili sotto il vestito.
«Dov'è il mio amato? Doveva essere qui», cantò Sh'eenaz
avvicinandosi ancora.
«Ed era qui. Ha aspettato tre ore e se n'è andato.»
La sirena emise un alto trillo stupito. «Andato? Non ha aspettato?
Non ha resistito tre misere ore? Come pensavo. Neppure un piccolo
sacrificio! Niente! Schifoso, schifoso, schifoso! E tu che cosa ci fai qui,
capelli bianchi? Sei venuto a passeggiare con la tua amata? Sareste
una bella coppia, non fosse per le gambe che vi deturpano.»
«Questa non è la mia amata. Ci conosciamo appena.»
«Ah, sì? Peccato. Siete ben assortiti, state bene insieme. Chi è?»
«Sono Essi Daven, poetessa. Felice di conoscerti, Sh'eenaz», intonò
Occhietto con un tono e una melodiosità a confronto dei quali la
voce dello strigo suonava come il gracchio di una cornacchia.
La sirena colpì la superficie dell'acqua con le mani e sorrise
graziosamente. «Che bello! Conosci il mio nome! Parola mia, voi
umani mi stupite. Davvero, non ci separano tante cose come si dice.»
Lo strigo era stupito non meno della sirena, anche se avrebbe
dovuto supporre che Essi, colta e istruita, conoscesse meglio di lui la
Parlata Antica, la lingua degli elfi, di cui sirene, streghe del mare e
nereidi usavano una versione cantata. Avrebbe dovuto essergli
chiaro pure che l'armonia e la complessa melodia della parlata delle
sirene, che per lui costituivano un ostacolo, per Occhietto erano
un'agevolazione. «Sh'eenaz! Qualcosa tuttavia ci separa, e questa
volta è il sangue versato! Chi... chi ha ucciso i pescatori di perle,
laggiù, nei pressi dei due scogli? Dimmelo!»
La sirena si tuffò facendo agitare l'acqua. Un attimo dopo saltò di
nuovo in superficie, il bel viso contratto in una brutta smorfia. «Non
vi azzardate! Non vi azzardate ad avvicinarvi alla scala! Non è per
voi! Non attaccate briga con loro! Non è per voi!»
«Cosa? Che cosa non è per noi?»
«Non è per voi!» urlò Sh'eenaz, gettandosi di schiena su un'onda.
Si levarono alti schizzi. Videro ancora per un momento la sua
coda, la sottile pinna biforcuta che colpiva le onde. Poi scomparve
negli abissi.
«Non sapevo che conoscessi così bene la Parlata Antica, Essi»,
osservò Geralt schiarendosi la gola.
«Non potevi. Perché... perché mi conosci appena», disse lei con
evidente amarezza nella voce.
VI

Ranuncolo si guardò intorno fiutando come un cane da caccia.


«Geralt, non trovi che ci sia una puzza terribile qui?»
«Non saprei. Sono stato in posti ben più puzzolenti. Questo è solo
l'odore del mare.»
Il bardo girò la testa e sputò tra i massi. L'acqua gorgogliò nelle
fenditure tra le rocce, spumeggiando, nascondendo le gole ghiaiose
lavate dalle onde.
«Guarda com'è tutto bello asciutto, Geralt. Dov'è finita l'acqua?
Come funziona, maledizione, con le basse e le alte maree? Da dove
spuntano fuori? Non te lo sei mai chiesto?»
«No. Avevo altro cui pensare.»
«Io credo che, laggiù negli abissi, proprio sul fondo di questo
dannato oceano, si celi un enorme mostro, un grosso obbrobrio
squamoso, un rospo con le corna sulla testa ripugnante. E che ogni
tanto risucchi l'acqua nella sua pancia gigantesca, e con l'acqua tutto
quanto è vivo e commestibile, pesci, foche, tartarughe, tutto. E che
poi, una volta divorata la preda, vomiti l'acqua, provocando l'alta
marea. Che ne pensi?»
«Penso che sei uno sciocco. Una volta Yennefer mi ha detto che le
maree sono provocate dalla luna.»
Ranuncolo sghignazzò. «Che dannata fandonia! Che cosa c'entra
la luna col mare? Solo i cani ululano alla luna. La tua bugiarda ti ha
ingannato, Geralt, si è fatta beffe di te. E, da quanto ne so, non è la
prima volta.»
Lo strigo non commentò. Guardò i massi scintillanti di umidità
nelle gole messe a nudo dalla bassa marea. Sebbene l'acqua
continuasse a esplodervi e a spumeggiarvi, sembrava che sarebbero
potuti passare. Quindi lui si alzò e si aggiustò la spada sulla schiena.
«Be', sarà meglio mettersi all'opera. Non possiamo più aspettare,
altrimenti non ce la faremo prima dell'alta marea. Insisti sempre nel
voler venire con me?»
«Sì. Gli argomenti per le ballate non sono mica pigne, non si
trovano sotto gli abeti. E poi domani è il compleanno di
Bambolina.»
«Non vedo il nesso.»
«Peccato. Tra noi persone normali è invalsa l'abitudine di fare
regali in occasione dei compleanni. Non posso permettermi di
comprarle nulla. Le troverò qualcosa in fondo al mare.»
«Un'aringa? Una seppia?»
«Sciocco. Troverò dell'ambra, o magari un cavalluccio marino o
una bella conchiglia. Dev'essere una cosa simbolica, una
dimostrazione di attenzione e simpatia. Voglio bene a Occhietto e
desidero farle piacere. Non capisci? Lo sapevo. Muoviamoci. Vai
avanti tu, potrebbero esserci dei mostri.»
Lo strigo scivolò giù dalla scogliera ricoperta di alghe. «Bene.
Vado avanti io, così posso proteggerti. Come dimostrazione di
attenzione e simpatia. Ma ricorda, quando griderò: 'Fila a gambe
levate', vedi di obbedire e di non finirmi sotto la spada. Non
andiamo a raccogliere cavallucci marini. Andiamo a misurarci con un
mostro mangiauomini.»
Scesero nelle fenditure del fondale messo a nudo, avanzando a
tratti nell'acqua che continuava a ribollire nei camini rocciosi.
Sguazzavano in avvallamenti rivestiti di sabbia e fuchi. Come se non
bastasse, si mise a piovere, perciò ben presto furono zuppi da capo a
piedi. Ranuncolo si fermava in continuazione per scavare con un
bastoncino nella ghiaia e nei grovigli di alghe. «To', guarda, Geralt,
un pesciolino. Tutto rosso, che il diavolo mi porti. Ed ecco qui una
piccola anguilla. E questo? Cos e? Sembra una grande pulce
trasparente. E questo... Madre mia! Geraaaalt!»
Lo strigo si girò di colpo, la spada in pugno.
Era un teschio umano bianco che era scivolato sui sassi e si era
conficcato in una fessura rocciosa piena di sabbia. Non solo. In
un'orbita serpeggiava un policheto, alla cui vista Ranuncolo tremò
ed emise un verso sgradevole. Lo strigo fece spallucce e si diresse
verso una spianata sassosa scoperta dalle onde, verso i due scogli
dentati chiamati Zanne del Drago, che ora sembravano montagne.
Procedeva con cautela. Il fondo era disseminato di oloturie,
molluschi e mucchi di alghe. Nelle pozze e negli avvallamenti
ondeggiavano grandi meduse e roteavano ofiuridi. Piccoli granchi
colorati come colibrì scappavano davanti a loro procedendo di
sbieco con lesti movimenti delle chele.
Geralt scorse in lontananza un cadavere sprofondato tra i sassi. La
cassa toracica, che s'intravedeva sotto le alghe, si muoveva, anche se
in realtà l'annegato aveva ben poco da muovere. Brulicava di
granchi, fuori e dentro. Non poteva essere in acqua da più di un
giorno, ma i crostacei lo avevano ridotto in uno stato tale che
rendeva inutile qualsiasi esame. Lo strigo cambiò di colpo direzione,
facendo un ampio giro intorno al cadavere.
Ranuncolo non si accorse di nulla. «C'è puzza di marcio. Per
giunta diluvia e fa freddo. Mi raffredderò, perderò la voce,
maledizione...» Raggiunse Geralt, quindi sputò e scosse via l'acqua
dal cappelluccio.
«Non frignare. Se vuoi tornare indietro, conosci la strada.»
Subito oltre la base delle Zanne del Drago si estendeva un ripiano
roccioso, e ancora oltre si spalancava l'abisso marino, le cui acque
erano lievemente agitate dalle onde. Il limite della bassa marea.
Ranuncolo si guardò intorno. «Ah, strigo, a quanto pare, il tuo
mostro ha avuto abbastanza buonsenso da arretrare in mare aperto.
Tu invece pensavi che sarebbe stato spaparanzato a pancia all'aria
nei paraggi, aspettando che venissi a catturarlo?»
«Stai zitto.» Lo strigo si avvicinò al bordo del ripiano,
s'inginocchiò, appoggiò con cautela le mani sugli aguzzi molluschi
che ricoprivano gli scogli. Non vide nulla, l'acqua era scura e la
superficie torbida, resa opaca dalla pioggerella.
Ranuncolo penetrava nei recessi degli scogli staccandosi dai piedi
a forza di calci i granchi più invadenti, osservava e tastava le rocce
grondanti d'acqua e ricoperte di barbe di alghe pendule, screziate di
ruvide colonie di crostacei e molluschi. «Ehi, Geralt!»
«Che c'è?»
«Guarda quei molluschi. Sono ostriche perlifere, non è vero?»
«No.»
«Te ne intendi?»
«No.»
«Allora vacci cauto coi giudizi finché non comincerai a
intendertene. Sono ostriche perlifere, ne sono sicuro. Mi metto
subito a raccogliere perle, almeno da questa spedizione non ricaverò
solo del catarro, ma anche un profitto. Posso raccoglierle, Geralt?»
«Fai pure. Il mostro attacca i pescatori. Anche i raccoglitori di
ostriche rientrano in questa categoria.»
«Devo fare da esca?»
«Raccogli, raccogli. Prendi i molluschi più grossi, se non ci saranno
perle ci prepareremo una zuppa.»
«Ci mancava solo questo. Prenderò solo le perle, i gusci vadano
pure al diavolo. Accidenti... Porca puttana. Come si... maledizione...
aprono? Non hai un coltello, Geralt?»
«Non hai nemmeno portato un coltello?»
«Sono un poeta, non un macellaio. Ah, che gli prenda un colpo,
le ammucchierò nella borsa, le perle le tireremo fuori più tardi. Ehi,
tu! Va' via!»
Un granchio scacciato con un calcio volò sopra la testa di Geralt e
finì in un'onda con un tonfo. Lo strigo avanzava lentamente lungo il
bordo del ripiano, fissando l'impenetrabile acqua nera. Sentiva i
ritmici colpi dei sassi con cui Ranuncolo staccava i molluschi dallo
scoglio. «Ranuncolo! Vieni qui, guarda!»
Il ripiano frastagliato e screpolato terminava all'improvviso con
un affilato bordo uniforme che scendeva giù ad angolo retto. Sotto
la superficie dell'acqua, si scorgevano chiaramente enormi blocchi di
marmo bianco spigolosi, regolari, ricoperti di alghe, molluschi e
attinie che ondeggiavano come fiori al vento.
«Che cos'è? Sembra... Una scala.»
«Perché è una scala», sussurrò Ranuncolo meravigliato. «Ooooh, è
una scala che conduce a una città sottomarina. Alla leggendaria Ys,
che fu inghiottita dalle onde. Hai mai sentito la leggenda della città
degli abissi, Ys Sotto Le Acque? Oooh, ci scriverò sopra una ballata
da far impallidire la concorrenza. Devo vederla da vicino... Guarda,
là c'è un mosaico, sopra c'è inciso o scolpito... qualcosa... Iscrizioni?
Spostati.»
«Ranuncolo! Là ci sono gli abissi! Scivolerai giù...»
«Macché. E poi sono comunque bagnato. Guarda, qui su questo
primo gradino l'acqua è bassa, arriva appena alla cintola. E c'è lo
spazio di una sala da ballo. Oh, accidenti...»
Geralt saltò fulmineo in acqua e afferrò il bardo per il collo.
«Grazie. Sono scivolato su questa schifezza.» Ranuncolo,
ansimando, rabbrividì e sollevò con tutte e due le mani un grosso
mollusco piatto dal guscio color cobalto ricoperto di ciuffi di alghe.
«La scala ne è piena. Ha un bel colore, non trovi? Dai, lo metterò
nella tua borsa, la mia è già piena.»
«Esci di lì. Subito, Ranuncolo. Non è un gioco», ringhiò lo strigo
arrabbiato.
«Zitto. Hai sentito? Cos'era?»
Geralt aveva sentito. Il suono veniva dal basso, da sott'acqua.
Sordo, grave, ma al tempo stesso esile, sommesso, breve, troncato. Il
suono di una campana.
Ranuncolo risalì a fatica. «Una campana, che il diavolo mi porti.
Avevo ragione, Geralt. È la campana di Ys, la città sommersa, la città
dei fantasmi, soffocata dal peso degli abissi. Sono i dannati che ci
ricordano...»
«Vuoi chiudere il becco una buona volta?»
Il suono si ripeté. Molto più vicino.
«... ci ricordano la loro terribile sorte», proseguì il bardo
strizzando le falde zuppe del farsetto. «Questo suono ci
ammonisce...»
Lo strigo smise di fare attenzione alla voce di Ranuncolo e acuì gli
altri sensi. Percepiva qualcosa.
Ranuncolo tirò fuori la punta della lingua, com'era solito fare
quando si concentrava. «È un ammonimento. Un ammonimento,
perché... mmm... Affinché non dimentichiamo... mmm... mmm... Ho
trovato!»
Il cuore della campana intona una sorda canzone di morte,
morte che è più facile da sopportare dell'oblio...
L'acqua accanto allo strigo esplose. Ranuncolo urlò. Un mostro
dagli occhi sporgenti emerse dalla schiuma e attacco Geralt con una
larga lama dentata simile a una falce. Geralt aveva la spada in pugno
già nel momento in cui l'acqua cominciava a gonfiarsi, perciò si
limitò a ruotare sui fianchi e a menare un fendente al flaccido collo
squamoso del mostro. Quindi si girò subito da un'altra parte, dove
l'acqua era agitata da un secondo mostro con un elmo bizzarro e
quella che ricordava un'armatura di rame coperta di una patina
verdastra. Con un ampio colpo di spada, lo strigo respinse la lama
della corta lancia puntata contro di lui e, approfittando dello slancio
del colpo, fendette il muso dentato che ricordava quello di un pesce.
Poi balzò all'indietro, verso il bordo del ripiano roccioso, tra alti
schizzi d'acqua. «Scappa, Ranuncolo!»
«Dammi la mano!»
«Scappa, maledizione!»
Un altro mostro emerse dalle onde facendo sibilare una sciabola
curva tenuta nella ruvida zampa verde. Lo strigo rimbalzò con la
schiena sul bordo dello scoglio irto di molluschi e si mise in
posizione, ma il mostro dagli occhi da pesce non si avvicinava. Era
alto quanto Geralt, l'acqua arrivava anche a lui alla cintola, ma
un'imponente cresta ritta sul capo e le branchie dilatate lo facevano
sembrare più grande. La smorfia che storceva le larghe fauci munite
di denti poteva essere benissimo scambiata per un sorriso crudele.
Senza prestare attenzione ai due corpi tremanti che galleggiavano
nell'acqua rossastra, il mostro sollevò la sciabola tenendola con
entrambe le mani per il lungo manico privo di elsa poi, rizzando
ancora di più la cresta e le branchie, la roteò con destrezza. Geralt
sentì la lama affilata sibilare e frusciare in aria.
Il mostro avanzò di un passo, mandando un'onda a infrangersi
contro lo strigo. Geralt reagì facendo mulinare la spada, quindi si
avvicinò, accettando la sfida.
Le lunghe dita di occhi-di-pesce cambiarono abilmente la presa sul
manico della sciabola, poi abbassò lentamente le braccia dotate di
carapace e rivestite di rame e le immerse fino al gomito,
nascondendo l'arma sott'acqua. Lo strigo afferrò la spada con tutte e
due le mani - la destra sotto l'elsa e la sinistra intorno al pomo - e
sollevò l'arma leggermente di lato, al di sopra della spalla. Guardò
negli occhi il mostro, ma erano occhi da pesce opalescenti, occhi
dalle iridi a goccia che lanciavano gelidi bagliori metallici. Occhi che
non esprimevano nulla e non lasciavano trapelare nulla. Nulla che
facesse prevedere un assalto.
Dagli abissi, dal fondo della scala che si dileguava nelle nere
profondità marine, i suoni della campana giungevano sempre più
vicini, sempre più distinti.
Occhi-di-pesce avanzò estraendo la spada dall'acqua e attaccò
veloce come il pensiero con un fendente laterale basso. Geralt ebbe
semplicemente fortuna: parò l'attacco e incrociò di piatto la sciabola
dell'avversario. Ora tutto dipendeva da chi dei due avrebbe spostato
più velocemente le dita sul manico, da chi sarebbe passato dal
contatto statico delle lame al colpo, un colpo cui si stavano
preparando entrambi spostando il peso del corpo sulla gamba giusta.
Geralt sapeva già che erano ugualmente veloci.
Ma occhi-di-pesce aveva le dita più lunghe.
Lo strigo menò un colpo di lato, al di sopra dell'anca, eseguì un
mezzo giro e spinse più a fondo la spada, premendo con forza sulla
lama, evitando il colpo disordinato, disperato e privo di grazia
sferrato dal mostro. Quello, aprendo il muso da pesce senza
emettere suono, scomparve sott'acqua, dove si addensavano nugoli
rosso scuro.
«Dammi la mano! Presto! Arrivano a nuoto, sono un'infinità! Li
vedo!» urlò Ranuncolo.
Lo strigo afferrò la destra del bardo e balzò fuori dell'acqua
atterrando sul ripiano roccioso. Alle sue spalle comparve un'ampia
onda.
Cominciava l'alta marea.
Si diedero velocemente alla fuga, incalzati dall'acqua che si
andava ingrossando. Geralt si guardò indietro e vide sorgere dal
mare molti altri mostri dalle fattezze di pesce, che si gettarono al
loro inseguimento balzando abilmente sulle gambe muscolose. Senza
dire una parola, accelerò la corsa.
Ranuncolo ansimava, correva a fatica facendo schizzare l'acqua
che arrivava ormai alle ginocchia. A un tratto inciampò, cadde e
sguazzò tra i fuchi appoggiandosi sulle mani tremanti. Geralt lo
afferrò per la cintola e lo strappò dalla schiuma che ribolliva
tutt'intorno. «Corri! Li trattengo!»
«Geralt...»
«Corri, Ranuncolo! Tra poco l'acqua riempirà la fenditura, e allora
non usciremo più di qui! Corri più veloce che puoi!»
Con un gemito, Ranuncolo riprese la fuga. Lo strigo gli si lanciò
alle calcagna, sperando che nel corso dell'inseguimento il numero dei
mostri si assottigliasse. Sapeva che in uno scontro con l'intera
masnada non avrebbe avuto nessuna possibilità.
Lo raggiunsero proprio nella fenditura, perché ormai il livello
dell'acqua si era alzato al punto di permettere loro di nuotare,
mentre lui si arrampicava a fatica tra la schiuma sugli scogli scivolosi.
Ma nella fenditura c'era troppo poco spazio perché potessero
assalirlo da tutte le parti. Geralt si fermò nell'avvallamento in cui
Ranuncolo aveva trovato il teschio.
Si fermò, si girò. E riacquistò la calma.
Colpì il primo con la punta della spada là dove avrebbe dovuto
esserci la tempia. Trafisse il ventre del secondo, armato di una sorta
di corta ascia da guerra. Il terzo scappò.
Lo strigo si gettò verso la parte superiore della gola, ma proprio
in quel momento l'onda che montava rimbombò, esplose in una
pioggia di schiuma, ribollì con un vortice che strappò Geralt dai
massi e lo trascinò giù, nel gorgo. Qualcuno lo afferrò per i piedi e
lo tirò a fondo. Lui sbatté con la schiena contro uno scoglio e aprì gli
occhi, appena in tempo per vedere le forme scure dei mostri e due
rapidi lampi. Il primo lo parò con la spada, dal secondo si protesse
istintivamente con la mano sinistra. Sentì il colpo, una fitta acuta, e
subito dopo l'intenso bruciore provocato dal sale. Spinse i piedi
contro il fondo e schizzò in alto, verso la superficie, formando un
Segno con le dita. Ci fu un'esplosione sorda che gli ferì le orecchie
con un dolore breve ma devastante. Se ne uscirò vivo, pensò
battendo mani e piedi, andrò da Yen a Vengerberg e proverò ancora
una volta... Se ne uscirò... Gli sembrò di sentire un suono di tromba.
O di corno.
L'onda, esplodendo di nuovo, lo sollevò in alto e lo scaraventò di
pancia su un grosso masso. Ora sentiva chiaramente un suono di
corno, unito alle urla di Ranuncolo, che sembravano giungere
contemporaneamente da tutti i lati. Soffiò via l'acqua salata dal naso
e si guardò intorno, scostando i capelli bagnati dal viso.
Era sulla riva, vicinissimo al luogo da cui erano partiti.
Tutt'intorno la risacca ribolliva di schiuma candida.
Dietro di lui, nella gola che si era ormai trasformata in una stretta
baia, danzava sulle onde un grande delfino grigio con in groppa la
sirena, che agitava la chioma verde pallido. I suoi seni erano
magnifici. «Capelli bianchi! Sei vivo?» cantò facendogli segno con la
mano, in cui teneva una grossa conchiglia conica a spirale.
«Sì», rispose lo strigo stupito. La schiuma intorno a lui si tinse di
rosa. Il braccio sinistro era rigido e bruciava per il sale. Su una
manica del farsetto c'era uno strappo netto da cui sgorgava del
sangue. Ne sono uscito vivo, mi è andata di nuovo bene. Ma non
andrei da nessuna parte, pensò.
Vide Ranuncolo correre verso di lui inciampando sui ciottoli
bagnati.
«Li ho fermati! Ma non per molto! Scappa e non tornare più,
capelli bianchi! Il mare... Non fa per voi!» cantò la sirena, e soffiò di
nuovo nella conchiglia.
«Lo so! Lo so! Grazie, Sh'eenaz!»
VII

Occhietto strappò coi denti l'estremità della benda e la annodò


sul polso di Geralt. «Ranuncolo, mi spieghi da dove viene quel
mucchio di gusci di lumaca sotto la scala? La moglie di Drouhard sta
pulendo e non fa mistero di cosa pensa di voi due.»
«Gusci? Quali gusci? Non ne ho idea. Li avranno lasciati cadere
delle anatre passate in volo», rispose Ranuncolo.
Geralt sorrise, girando il viso verso la parte in ombra della stanza.
Sorrise al ricordo delle imprecazioni del bardo, che aveva passato
l'intero pomeriggio ad aprire i molluschi e a frugare nella loro carne
viscida, ferendosi le dita e sporcandosi la camicia, senza trovare
nemmeno una perla. E non c'era da stupirsi, giacché non erano
affatto ostriche perlifere, ma comuni cozze. Avevano abbandonato
l'idea di preparare una zuppa non appena Ranuncolo aveva aperto il
primo guscio: il mollusco aveva un aspetto poco appetitoso e
puzzava tanto da far venire le lacrime agli occhi.
Occhietto terminò la fasciatura e si sedette sul mastello rovesciato.
Lo strigo la ringraziò, guardandosi il braccio medicato ad arte. La
ferita, profonda e piuttosto lunga, si estendeva fino al gomito, che
gli faceva un male tremendo quando lo muoveva. Era già stata
medicata alla bell'e meglio in riva al mare, ma aveva ripreso subito a
sanguinare. Una volta a casa, poco prima che la ragazza li
raggiungesse, Geralt aveva versato sull'avambraccio squarciato un
elisir che coagulava il sangue, cui ne aveva aggiunto uno
anestetizzante. Essi lo aveva sorpreso mentre lui e Ranuncolo
provavano a ricucire la ferita con un filo fissato a un amo da
pescatore. Occhietto li aveva insultati e si era incaricata della
medicazione. Nel frattempo il bardo le aveva elargito un colorito
racconto del combattimento, precisando più volte di avere l'esclusiva
sulla ballata che l'avrebbe descritto. Essi naturalmente riversò su
Geralt una valanga di domande cui lo strigo non seppe rispondere,
mandandola su tutte le furie: evidentemente aveva avuto
l'impressione che le nascondesse qualcosa. Mise il broncio e smise.
«Agloval sa già tutto. Vi hanno visto tornare, e la moglie di
Drouhard, scorto il sangue sugli scalini, si è precipitata a spettegolare.
La popolazione è accorsa sugli scogli nella speranza che le onde
rigettassero qualcosa, c'è ancora chi gironzola nei paraggi ma, da
quanto ne so, non hanno trovato nulla.»
«E non lo troveranno», disse lo strigo. «Mi recherò da Agloval
domani; se puoi, avvertilo d'impedire alla gente di girare intorno
alle Zanne del Drago. Di una cosa ti prego: non fare il minimo
accenno alla scala e neppure alle fantasie di Ranuncolo sulla città di
Ys. Spunterebbero subito fuori dei cercatori di tesori e di sensazioni
forti e ci sarebbero altri morti...»
Essi scostò bruscamente il ricciolo dalla fronte. «Non sono una
pettegola! Se ti chiedo qualcosa, non è per correre al pozzo e
raccontarlo alle lavandaie.»
«Scusa.»
All'improvviso Ranuncolo si alzò. «Devo uscire. Ho
appuntamento con Akeretta. Geralt, prendo il tuo farsetto, il mio è
terribilmente sporco e ancora bagnato.» Occhietto toccò con
ribrezzo i capi di vestiario sparsi in giro con la punta della scarpetta.
«Qui è tutto bagnato. Ma com'è possibile? Bisogna stenderli, farli
asciugare a dovere... Siete un disastro.»
«Si asciugheranno da soli.» Ranuncolo s'infilò il farsetto umido
dello strigo e osservò con curiosità gli spunzoni d'argento sulle
maniche.
«Non dire sciocchezze. E questo cos'è? Ma guarda un po', questa
borsa è ancora piena di melma e di alghe! E questo... Cos'è questo?
Pfui!»
Geralt e Ranuncolo osservarono in silenzio il guscio azzurro
cobalto che Essi teneva tra due dita. Se ne erano completamente
dimenticati. Il mollusco era leggermente aperto ed emanava una
gran puzza.
«È un regalo. Domani è il tuo compleanno, non è vero,
Bambolina? Be', quello è un regalo per te», disse il trovatore
arretrando verso la porta.
«Questo?»
«Bello, no?» Ranuncolo lo annusò e si affrettò ad aggiungere: «È
da parte di Geralt. È stato lui a sceglierlo per te. Oh, si è fatto tardi.
Addio...»
Dopo che fu uscito, Occhietto rimase un po' in silenzio. Lo strigo
guardò il mollusco puzzolente e si vergognò. Per Ranuncolo e per
sé.
«Ti sei ricordato del mio compleanno? Davvero?» chiese adagio
Essi tenendo il mollusco a una certa distanza.
«Dammelo», disse bruscamente lo strigo, quindi si alzò dal
pagliericcio proteggendo il braccio bendato. «Ti chiedo scusa per
quell'idiota...»
Lei tirò fuori un coltellino da un fodero fissato alla cintura. «No. È
davvero un bel mollusco, lo terrò per ricordo. Bisogna solo lavarlo,
e prima ancora liberarsi del... contenuto. Lo butterò dalla finestra,
che lo mangino i gatti.»
Qualcosa cadde sul pavimento e rotolò. Geralt allargò le pupille e
vide di cosa si trattava molto prima di Essi.
Era una perla. Una bella perla azzurro pallido che mandava un
bagliore opalescente, grande quanto un pisello gonfio.
«Per gli dei! Geralt... Una perla!» esclamò Occhietto.
Lui rise. «Una perla. Nonostante tutto hai ricevuto un vero regalo,
Essi. Me ne rallegro.»
«Geralt, non posso accettarla. Questa perla vale...»
«È tua. Anche se fa sempre il pagliaccio, Ranuncolo si è ricordato
davvero del tuo compleanno. Voleva davvero farti felice. L'ha detto
chiaro e tondo. Be', il destino l'ha sentito e l'ha esaudito.»
«E tu, Geralt?»
«Io?»
«Tu... Anche tu volevi farmi felice? Questa perla è così bella...
dev'essere immensamente preziosa... non ti dispiace privartene?»
«Sono contento che ti piaccia. E, se c'è una cosa che mi dispiace, è
che sia solo una. E di...»
«Sì?»
«Di non conoscerti da tanto tempo quanto Ranuncolo,
abbastanza da potermi ricordare del tuo compleanno. Da poterti
fare dei regali e renderti felice. Da poterti... chiamare Bambolina.»
Essi si avvicinò e all'improvviso gli gettò le braccia al collo. Lui ne
anticipò abile e svelto i movimenti, evitò la sua bocca e la baciò
freddamente sulla guancia, cingendola col braccio sano in maniera
goffa, discreta, delicata. Sentì la ragazza irrigidirsi e arretrare
lentamente, anche se non tolse le braccia dalle spalle di lui. Geralt
sapeva cosa si aspettava, ma non lo fece. Non la attirò a sé.
Essi lo lasciò e si girò verso la finestrella sporca socchiusa. «Certo.
Mi conosci appena. Avevo dimenticato che mi conosci appena...»
«Essi, io...»
«Anch'io ti conosco appena! E con questo? Ti amo. Non posso
farci niente. Niente», esplose lei.
«Essi!»
«Sì. Ti amo, Geralt. Non m'importa cosa pensi. Ti amo dal primo
momento che ti ho visto, là, alla festa di fidanzamento...» Tacque e
abbassò la testa.
Stava davanti a lui e Geralt si rammaricava che non si trattasse del
mostro con gli occhi da pesce e la sciabola nascosta sotto la
superficie dell'acqua. Con occhi-da-pesce avrebbe avuto una
possibilità. Con lei no.
«Non dici niente. Niente, neppure una parola.»
Sono stanco, e maledettamente debole, pensò lo strigo. Devo
sedermi, mi si offusca la vista, ho perso troppo sangue e non ho
toccato cibo... Devo sedermi. Dannata stanzetta, possa bruciare
colpita da un fulmine durante il prossimo temporale. Ci fosse
almeno qualche mobile, dannazione, due stupide sedie e un misero
tavolino tra me e lei, così da parlare in maniera facile, sicura,
tenendosi perfino per mano. E invece devo accontentarmi del
pagliericcio, e chiederle di sedersi accanto a me. E un pagliericcio
imbottito di paglia di piselli è pericoloso, impossibile sgattaiolare,
fuggire... «Siediti accanto a me, Essi.»
Lei obbedì. Esitando. Con cautela. Lontano. Troppo vicino.
La ragazza interruppe il lungo silenzio. «Quando ho saputo...
quando ho sentito che Ranuncolo ti aveva trascinato qui tutto
insanguinato, mi sono precipitata fuori di casa come una pazza, ho
corso alla cieca, senza badare a niente. E allora... Sai cosa ho pensato
allora? Che mi avessi fatto un incantesimo, che mi avessi ammaliato
di nascosto, a tradimento, con un Segno, col tuo medaglione con la
testa di lupo, che mi avessi fatto il malocchio. Nonostante questo,
però, non mi sono fermata, continuavo a correre, perché avevo
capito che desideravo... desideravo essere in tuo potere. Tuttavia la
realtà si è rivelata più terribile. Non mi hai fatto nessun incantesimo,
non ti sei servito di nessuna magia. Perché, Geralt? Perché non mi hai
ammaliato?»
Lo strigo taceva.
«Se si trattasse di magia, sarebbe tutto così semplice, facile. Mi
sottometterei al tuo potere e sarei felice. Ma così... devo... Non so
cosa mi succede...»
Al diavolo! Se quand'è con me Yennefer si sente come mi sento io
adesso, la compiango. Non mi stupirò più. Non la odierò più...
Mai, pensò lo strigo. Già, forse Yennefer sente ciò che sento io
adesso: l'assoluta sicurezza che io debba realizzare l'impossibile,
ancora più impossibile del legame tra Agloval e Sh'eenaz; la certezza
che qui non basti un piccolo sacrificio, che si debba sacrificare tutto,
e chissà poi se basterebbe. No, non odierò più Yennefer perché non
può e non vuole darmi un piccolo sacrificio. Ora so che un piccolo
sacrificio è qualcosa d'incommensurabile.
«Geralt, mi vergogno tanto. Mi vergogno di ciò che provo... è
come una dannata malattia, come la malaria, come il fiato corto...»
Geralt taceva.
«Ho sempre pensato che, sebbene rendesse infelici, fosse uno stato
d'animo bello ed elevato, nobile e degno. Quante ballate ho
composto sul tema. Invece è qualcosa di fisiologico, Geralt, di
dolorosamente fisiologico. Può sentirsi così solo qualcuno che è
malato, qualcuno che ha bevuto del veleno ed è pronto a tutto in
cambio dell'antidoto. A tutto. Anche all'umiliazione.»
«Essi. Ti prego...»
«Sì. Mi sento umiliata, umiliata per averti confessato tutto
dimenticando la dignità, che impone di soffrire in silenzio. Per averti
messo in imbarazzo con la mia confessione. Mi sento umiliata perché
sei imbarazzato. Ma non potevo fare altrimenti. Sono impotente.
Abbandonata al mio destino, come chi è prostrato dalla malattia.
Ho sempre temuto la malattia, il momento in cui sarei stata debole,
indifesa e sola. Ho sempre temuto la malattia, ho sempre creduto
che la malattia fosse quanto di peggio potesse capitarmi...»
Geralt taceva.
«Lo so. Lo so, dovrei esserti grata per... per non avere
approfittato della situazione. Ma non ti sono grata. E anche di
questo mi vergogno. Perché odio questo tuo silenzio, questi tuoi
occhi spaventati. Ti odio. Perché taci. Perché non menti, perché
non... E odio anche lei, la tua maga, le darei volentieri una
coltellata, perché... La odio. Ordinami di uscire, Geralt. Ordinami di
uscire di qui. Perché da sola, per mia volontà, non ce la faccio,
eppure voglio uscire, andare in città, alla locanda... Voglio
vendicarmi di te per la mia vergogna, per l'umiliazione, voglio
trovare il primo venuto...»
Geralt sentiva la voce di Essi precipitare come una palla di stracci
che rotoli giù da una scala. Maledizione. Si metterà a piangere, non
c'è dubbio, si metterà a piangere. Che fare, dannazione, che fare?
Le spalle curve di Essi furono percorse da un violento tremito. La
ragazza girò la testa e si mise a piangere. Il suo era un pianto
sommesso, spaventosamente calmo, non trattenuto.
Non sento nulla, constatò Geralt con orrore. Nulla, neppure la
minima emozione. Se ora le cingerò le spalle sarà un gesto
premeditato, ponderato, non spontaneo. L'abbraccerò perché sento
che devo, non perché lo desideri. Non sento nulla.
Quando la abbracciò, Essi smise subito di piangere e si asciugò le
lacrime, girandosi in modo che Geralt non potesse vederle il viso.
Poi si strinse forte a lui, premendo il capo contro il suo petto.
Un piccolo sacrificio. Solo un piccolo sacrificio. Questo la calmerà:
un abbraccio, un bacio, qualche carezza delicata... Non vuole di più.
E anche se lo volesse? Un piccolo sacrificio, piccolissimo, perché è
bella e lo merita... Se volesse di più... La calmerà. Un atto d'amore
silenzioso, delicato, tranquillo. E io... A me è tutto indifferente,
perché Essi profuma di verbena, non di lillà e uva spina, non ha la
pelle fredda, elettrizzante; i capelli di Essi non sono un nero tornado
di riccioli lucenti, gli occhi di Essi sono belli, dolci, caldi e azzurri,
non ardono di un profondo colore violetto, gelido e impassibile.
Dopo Essi si addormenterà, girerà la testa, schiuderà le labbra, non
sorriderà con aria trionfante. Perché Essi... Essi non è Yennefer. E per
questo non posso. Non posso decidermi a compiere questo piccolo
sacrificio. «Ti prego, Essi, non piangere.»
Si staccò da lui molto lentamente. «Non lo farò. Capisco. Non
può essere altrimenti.»
Tacevano, seduti l'uno accanto all'altra sul pagliericcio imbottito
di paglia di piselli. Si avvicinava la sera.
«Geralt, e se... se accadesse... come con quel mollusco, con quello
strano regalo? Se malgrado tutto trovassimo una perla? Più tardi?
Dopo qualche tempo?» disse all'improvviso Essi con voce tremante.
«Vedo questa perla incastonata nell'argento, in un fiorellino
d'argento dai petali fini. La vedo al tuo collo, appesa a una catenina
d'argento, portata come io porto il mio medaglione. Sarà il tuo
talismano, Essi. Un talismano che ti proteggerà da qualsiasi male.»
Lei abbassò la testa. «Il mio talismano. La mia perla, che
incastonerò nell'argento, da cui non mi separerò mai. Il mio gioiello,
che ho ricevuto come surrogato. Un simile talismano può portare
fortuna?»
«Sì, Essi. Stanne certa.»
«Posso restare ancora qui? Con te?»
«Sì.»
Stava calando il crepuscolo e si stava facendo buio, e loro
sedevano sul pagliericcio imbottito di paglia di piselli, nella stanzetta
in soffitta, dove non c'era mobilio, dove c'erano solo un mastello e
una candela spenta sul pavimento, in una pozza di cera rappresa.
Rimasero seduti senza aprire bocca, in silenzio, molto a lungo. E
poi arrivò Ranuncolo. Lo sentirono avvicinarsi strimpellando sul
liuto e canticchiando. Ranuncolo entrò, li vide e non disse nulla,
neppure una parola. Essi, anche lei in silenzio, si alzò e se ne andò
senza guardarli.
Ranuncolo non disse neppure una parola. Ma lo strigo vedeva nei
suoi occhi le parole che non aveva pronunciato.
VIII

«Una razza intelligente. Una civiltà sottomarina. Uomini pesce che


vivono in fondo al mare. Una scala che conduce negli abissi. Geralt,
devi considerarmi un principe tremendamente credulone», disse
Agloval, il gomito appoggiato al bracciolo della poltrona e il mento
sul pugno.
Occhietto, che stava accanto a Ranuncolo, sbuffò adirata.
Ranuncolo scosse la testa incredulo.
Lo strigo non fece una piega. «Che mi crediate o no, è
indifferente. Ma è mio dovere avvertirvi: se una barca si avvicina
alle Zanne del Drago o se qualcuno vi si reca a piedi durante la bassa
marea, correrà un grave rischio. Un rischio mortale. Se volete
controllare quanto dico, se volete rischiare, è affar vostro. Io mi
limito ad avvertirvi.»
«Ah», fece a un tratto il balivo Zelest, che sedeva alle spalle di
Agloval nella nicchia della finestra. «Se si trattasse di mostri come elfi
o altri goblin, non ci farebbero paura. Temo che sia qualcosa di
peggio e, gli dei ce ne guardino, di stregato. Da quanto dice lo
strigo, dovrebbe trattarsi di spiriti di annegati o di altri mostri
acquatici. Esistono mezzi per combattere gli spiriti degli annegati. Ho
sentito di un mago che li ha fatti fuori in un batter d'occhio sul lago
Mokva. Ha versato in acqua un barilotto di filtro magico e per quei
merdosi è stata la fine. Non ne è rimasta traccia.»
«È vero. E non è rimasta traccia neanche di abramidi, lucci,
gamberi e anodonti. Sono marcite anche le elodee sul fondale e si
sono seccati gli ontani sulle rive», disse Drouhard, che fino a quel
momento era rimasto in silenzio.
«Magnifico. Grazie per l'ottimo suggerimento, Zelest. Ne hai degli
altri?» domandò Agloval in tono beffardo.
Il balivo era paonazzo. «Be', lo ammetto, il mago ha esagerato un
pochino con la bacchetta, l'ha agitata troppo. Ma possiamo
sbrigarcela anche senza maghi, principe. Lo strigo dice che è possibile
combattere quei mostri e anche ucciderli. Dunque è la guerra,
signore. Come un tempo. Non è una novità per noi, no? Sulle
montagne vivevano i bobolak, e adesso dove sono? Nei boschi
vagano ancora elfi selvatici e driadi, ma fra non molto la faremo
finita anche con loro. Conquisteremo ciò che è nostro, come i nostri
avi...»
Il principe fece una smorfia. «E le perle le vedranno i miei nipoti?
Significherebbe aspettare troppo, Zelest.»
«Be', a questo c'è rimedio. Vediamo... Ecco: per ogni barca di
pescatori manderemo due barche di arcieri. Ridurremo quei mostri a
più miti consigli. Insegneremo loro cos'è la paura. Non è vero, signor
strigo?»
Geralt gli rivolse un'occhiata gelida, senza degnarlo di una
risposta.
Agloval mostrò il nobile profilo e digrignò i denti. Poi guardò lo
strigo con le palpebre strette e corrugò la fronte. «Non hai portato a
termine il tuo compito, Geralt. Hai di nuovo rovinato tutto. Non
nego che tu abbia dimostrato buona volontà, ma io non pago per il
tentativo. Pago per il risultato. Per l'effetto. E l'effetto è stato nullo.
Perciò non hai guadagnato nulla.»
«Benissimo, illustre principe», intervenne Ranuncolo in tono
beffardo. «Peccato soltanto che voi non siate stato con noi laggiù,
alle Zanne del Drago. Magari io e lo strigo avremmo potuto farvi
incontrare uno di quei tizi spuntati fuori del mare con la spada in
pugno. Allora forse avreste capito di cosa si tratta e avreste smesso di
tergiversare sul compenso...»
«Come una verduraia», aggiunse Occhietto.
«Non sono solito tergiversare, mercanteggiare e neppure
discutere», rispose calmo Agloval. «Ho detto che non ti pagherò un
soldo, Geralt. L'accordo diceva: eliminare il pericolo, eliminare la
minaccia, rendere possibile la pesca delle perle senza rischio per le
persone. E tu? Vieni a parlarmi di una razza intelligente che vive in
fondo al mare. Mi consigli di tenermi alla larga dal luogo che mi
fornisce un introito. Che hai fatto? Ne avresti uccisi... quanti?»
Geralt impallidì leggermente. «Non ha importanza quanti.
Almeno non per voi, Agloval.»
«Giusto. Tanto più che non ci sono prove. Se avessi portato
almeno le mani destre di quei pesci-rospi, chissà, forse ti avrei
accordato un normale compenso, come quello che riceve il mio
guardaboschi per un paio di orecchie di lupo.»
«Bene. Non mi rimane che congedarmi», disse lo strigo in tono
gelido.
«Ti sbagli. Qualcosa ti rimane. Un lavoro fisso in cambio di una
retribuzione e di un sostentamento più che decente. E il brevetto di
capitano della mia guardia armata, che d'ora in avanti scorterà i
pescatori di perle, almeno fino a quando quella presunta razza
intelligente non diventerà tanto intelligente da tenersi alla larga dalle
mie barche, da fuggirle come il diavolo l'acqua santa. Che ne dici?»
«Grazie, ma non approfitterò della vostra offerta. È un lavoro che
non mi si addice. Considero un'idiozia fare guerra ad altre razze.
Forse è un ottimo passatempo per principi annoiati. Ma non per
me.»
Agloval sorrise. «Oh, che fierezza. Che boria. Non c'è che dire,
rifiuti la mia proposta in un modo che farebbe onore a non pochi re.
Rinunci a una discreta somma di denaro con l'espressione di un
riccone che abbia appena finito un lauto pranzo. Geralt, oggi hai
pranzato? No? E domani? E dopodomani? Mi pare che tu abbia
poche possibilità, strigo, molto poche. Ti è già difficile guadagnare
normalmente, ma ora, con un braccio al collo...»
«Come osate!» gridò Occhietto con voce acuta. «Come osate
parlargli così, Agloval! Il braccio che ha al collo gli è stato squarciato
mentre eseguiva l'incarico che gli avevate dato! Come potete essere
così abietto...»
«Smettila, Essi. Non ha senso», la interruppe Geralt.
«Non è vero! Ce l'ha eccome. Qualcuno deve finalmente dirgli in
faccia la verità, a questo principe che si è autonominato tale
approfittando del fatto che nessuno gli contendeva il titolo e il
possesso di questo pezzo di costa rocciosa, e che adesso ritiene gli sia
concesso offendere gli altri.»
Agloval arrossì e serrò le labbra, ma non disse una sola parola,
rimase immobile.
«Sì, Agloval. Vi diverte, vi rallegra la possibilità di offendere gli
altri, gioite del disprezzo che potete mostrare allo strigo disposto a
rischiare la pelle per i vostri soldi. Ma sappiate che lo strigo se ne
infischia del vostro disprezzo e dei vostri oltraggi, non gli fanno la
minima impressione, non ci bada neppure. No, lo strigo non prova
neanche ciò che provano i vostri servi e sudditi, Zelest e Drouhard, e
loro provano vergogna, una vergogna profonda, cocente. Lo strigo
non prova quello che proviamo noi, io e Ranuncolo, e noi
proviamo ribrezzo. E sapete perché, Agloval? Ve lo dirò. Lo strigo sa
di essere migliore. Di valere più di voi. E questo gli infonde la forza
di cui dà prova.» Essi tacque e abbassò la testa, non abbastanza in
fretta perché Geralt non facesse in tempo a scorgere la lacrima che
brillava all'angolo del suo bellissimo occhio. La ragazza sfiorò con la
mano il fiorellino dai petali d'argento che portava al collo, al cui
centro si trovava una grande perla azzurra. Il fiorellino aveva fini
petali intrecciati ed era di una fattura magistrale.
Drouhard era stato all'altezza del compito, pensò lo strigo.
L'artigiano da lui consigliato aveva fatto un buon lavoro. E non
aveva preso neanche un soldo. Aveva pagato tutto Drouhard.
Occhietto sollevò la testa. «Perciò, illustre principe, non rendetevi
ridicolo proponendo allo strigo il ruolo di mercenario nell'esercito
che volete mettere su contro l'oceano. Non esponetevi al ridicolo,
perché la vostra proposta può provocare soltanto risa. Non l'avete
ancora capito? Potete pagare lo strigo perché esegua un compito,
potete assoldarlo perché protegga la gente dal male, perché
prevenga il pericolo che la minaccia. Ma non potete comprare lo
strigo, non potete servirvene a scopi personali. Perché lo strigo,
perfino se ferito e affamato, è migliore di voi. Vale più di voi. Perciò
se ne infischia della vostra misera offerta. Avete capito?»
«No, signorina Daven. Non ho capito. Anzi capisco sempre meno.
La cosa fondamentale che sicuramente non capisco è perché non
abbia ancora ordinato di far impiccare voi tre, dopo avervi fatto
prima frustare e marchiare con un ferro arroventato. Voi, signorina
Daven, vi sforzate di dare l'impressione di una persona che sa tutto.
Ditemi dunque perché non lo faccio.»
«Certo. Non lo fate, Agloval, perché da qualche parte dentro di
voi, nel profondo, cova una scintilla di decenza, un avanzo di onore
non ancora soffocato dalla boria dell'arricchito e del bottegaio.
Dentro di voi, Agloval. In fondo al cuore. Un cuore che, nonostante
tutto, è capace di amare una sirena.»
Agloval divenne pallido come un cencio e serrò le mani sui
braccioli della poltrona.
Brava, Essi, magnifico, pensò lo strigo. Era fiero di lei. Ma al
contempo provava dispiacere, un terribile dispiacere.
«Andatevene. Dove volete. Lasciatemi in pace», disse Agloval
piano.
«Addio, principe. E, nel congedarmi, accettate un buon consiglio.
Un consiglio che dovrebbe darvi lo strigo, ma non voglio che lo
faccia. Che si abbassi a darvi consigli. Lo farò io per lui», aggiunse
Essi.
«Vi ascolto.»
«L'oceano è grande, Agloval. Nessuno ha ancora esplorato che
cosa c'è laggiù, oltre l'orizzonte, sempre che ci sia qualcosa. L'oceano
è più grande delle foreste in cui avete cacciato gli elfi. È meno
accessibile di una qualsiasi delle montagne e delle gole in cui avete
massacrato i bobolak. E là, in fondo all'oceano, vive una razza che fa
uso di armi, che conosce i segreti della lavorazione dei metalli. State
attento, Agloval. Se farete scortare i pescatori di perle da arcieri,
comincerete una guerra con qualcosa che non conoscete. Ciò che
volete stuzzicare potrebbe rivelarsi un nido di calabroni. Vi consiglio
di lasciare a loro il mare, poiché il mare non è per voi. Non sapete e
non verrete mai a sapere dove conduce la scala che scende negli
abissi delle Zanne del Drago.»
«Siete in errore, signorina Essi. Verremo a sapere dove conduce
quella scala. Anzi la percorreremo. Verificheremo che cosa c'è in
quella parte dell'oceano, sempre che ci sia qualcosa. E ne estrarremo
tutto quanto c'è da estrarre. Se non noi, i nostri nipoti o i nipoti dei
nostri nipoti. È solo questione di tempo. Sì, lo faremo, anche se
questo oceano dovesse tingersi di rosso per il sangue versato. E voi
lo sapete bene, Essi, saggia Essi, che scrivete la cronaca dell'umanità
nelle vostre ballate. Ma la vita non è una ballata, piccola, povera
poetessa dai begli occhi, smarrita tra le vostre belle parole. La vita è
una lotta. Una lotta che ci è stata insegnata proprio da questi strighi
che valgono più di noi. Sono stati loro a mostrarci la strada, ad
aprirla per noi, a ricoprirla dei cadaveri di coloro che erano
d'impedimento e d'intralcio a noi umani, i cadaveri di coloro che
hanno difeso questo mondo prima di noi. Noi, Essi, ci limitiamo a
continuare questa lotta. Siamo noi, e non le vostre ballate, a
stendere la cronaca dell'umanità. Oggi non abbiamo più bisogno
degli strighi, ormai nulla potrà fermarci. Nulla.»
Essi, impallidita, soffiò sul ricciolo e scrollò violentemente la testa.
«Nulla, Agloval?»
«Nulla, Essi.» La poetessa sorrise.
Dalle anticamere giunsero un frastuono, grida, rumori di passi.
Nel salone fecero irruzione paggi e guardie che s'inginocchiarono o
s'inchinarono davanti alla Porta, facendo ala.
Sulla soglia comparve Sh'eenaz.
Aveva arricciato ad arte i capelli verde pallido, fermati da uno
splendido diadema di coralli e perle. Indossava un abito acqua
marina con gale candide come spuma. Il vestito aveva una profonda
scollatura, sicché, sebbene fossero parzialmente nascoste da una
collana di nefriti e lapislazzuli, era sempre possibile ammirare le
grazie della sirena.
Agloval cadde in ginocchio. «Sh'eenaz... Mia... Sh'eenaz...»
La sirena si avvicinò adagio, la sua andatura era morbida e piena
di grazia, fluida come un'onda in movimento. Si fermò davanti al
principe e sorrise, facendo balenare i dentini bianchi, quindi afferrò il
vestito con le piccole mani e lo sollevò, abbastanza perché ognuno
potesse valutare la qualità del lavoro della strega del mare.
Geralt deglutì. Non c'erano dubbi: la strega sapeva com'era fatto
un bel paio di gambe e come riprodurlo.
«Ah! La mia ballata... È esattamente come nella mia ballata... Per
lui ha rinunciato alla coda per le gambe, ma ha perso la voce!» gridò
Ranuncolo.
«Non ho perso un bel niente. Per il momento. Dopo l'operazione
sono come nuova», disse Sh'eenaz melodiosamente nella più pura
lingua comune.
«Parli la nostra lingua?»
«Perché, è forse vietato? Come stai, capelli bianchi? Oh, c'è anche
la tua amata, Essi Daven, se ben ricordo. Ormai la conosci meglio, o
ancora appena appena?»
Agloval si avvicinò a lei. «Sh'eenaz, amore mio! Mia amata...
unica... Dunque, finalmente... Dunque, Sh'eenaz!»
La sirena gli porse la mano da baciare con gesto grazioso. «Sì.
Anch'io ti amo, sciocchino. E che amore sarebbe, se non fossi capace
di fare un piccolo sacrificio?»
IX

Lasciarono Bremenvoord in una fredda alba, tra la nebbia che


attutiva l'intensità della rossa sfera del sole appena spuntato
all'orizzonte. Partirono tutti e tre. Avevano deciso così. Non ne
avevano parlato, non avevano fatto piani. Volevano semplicemente
stare insieme. Per un po'.
Si allontanarono dal promontorio roccioso, dissero addio alle
falesie frastagliate e scoscese che sovrastavano le spiagge, alle strane
formazioni di rocce calcaree sferzate dalle onde e dai venti. Ma,
quando discesero nella verde valle fiorita di Dol Adalatte, avevano
ancora nelle narici il profumo del mare e nelle orecchie il fragore
della risacca e gli spaventosi, selvaggi gridi dei gabbiani.
Ranuncolo parlava incessantemente, senza posa, saltava da un
argomento all'altro senza portarne a termine quasi nessuno.
Raccontava del Paese di Bars, dove una sciocca consuetudine
imponeva alle ragazze di vegliare sulla propria virtù fino al
matrimonio, degli uccelli di ferro dell'isola d'Inis Porhoet, dell'acqua
viva e dell'acqua morta, del sapore e delle strane proprietà del vino
di zaffiro chiamato «cill», dei quattro gemelli reali di Ebbing,
marmocchi crudeli e molesti chiamati Putzi, Gritzi, Mitzi e Juan
Pablo Vassermiller. Raccontava delle nuove tendenze lanciate dalla
concorrenza in musica e in poesia, a suo parere simulacri di una vita
fittizia.
Geralt taceva. Anche Essi taceva oppure rispondeva a mezze
parole. Lo strigo sentiva il suo sguardo su di sé. Uno sguardo che lui
evitava.
Attraversarono il fiume Adalatte su un traghetto, di cui dovettero
tirare loro stessi la corda, giacché il traghettatore, ubriaco, era in uno
stato pietoso: di un pallore cadaverico, rigido e tremante, lo sguardo
fisso sull'acqua, non mollava il palo della tettoia cui si teneva
aggrappato con entrambe le mani, e rispondeva a tutte le domande
che gli rivolgevano con un unico suono gutturale: «Vurg».
La contrada sull'altra riva dell'Adelatte piacque allo strigo: i
villaggi situati lungo il fiume erano per lo più circondati da steccati, il
che lasciava prevedere qualche possibilità di trovare lavoro.
Quando abbeverarono i cavalli, nel primo pomeriggio, Occhietto
gli si avvicinò, approfittando di una breve assenza di Ranuncolo. Lo
strigo non fece in tempo ad allontanarsi. Lo prese alla sprovvista.
«Geralt, io... non ce la faccio più. È al di sopra delle mie forze.»
Lui cercò di evitare di doverla guardare negli occhi. Essi non glielo
permise. Stava davanti a lui giocherellando con la perla azzurra
incastonata nel fiorellino d'argento che portava al collo, e Geralt si
rammaricò nuovamente che non fosse un mostro dagli occhi da
pesce con la sciabola nascosta sotto la superficie dell'acqua.
«Geralt... Dobbiamo fare qualcosa, no?»
Aspettava una sua risposta. Una parola. Un piccolo sacrificio. Ma
lo strigo non aveva nulla da sacrificarle, lo sapeva. Non voleva
mentire. E non era capace di dire la verità, perché non poteva
decidersi a farle del male.
A salvare la situazione fu Ranuncolo, l'immancabile Ranuncolo,
che comparve all'improvviso. Ranuncolo col suo immancabile tatto.
Lanciò in acqua con forza un bastoncino, che andò a smuovere i
giunchi e le grandi ortiche di fiume. «Certo che dovete fare qualcosa,
sarebbe anche ora! Non ho voglia di stare ancora a guardare questo
vostro teatrino! Che cosa ti aspetti da lui, Bambolina? L'impossibile?
E tu, Geralt, su cosa conti? Sul fatto che Occhietto ti legga nel
pensiero, come... come l'altra? E che si accontenti di ciò,
permettendoti di tacere comodamente, di non dover spiegare,
promettere, rifiutare nulla? Di non doverti scoprire? Di quanto
tempo, di quanti fatti avete bisogno voi due per capire? E quando
vorrete intendervi, tra qualche anno, nei ricordi? Domani dobbiamo
separarci, al diavolo! Oh, ne ho abbastanza, per gli dei, ne ho le
tasche piene di tutti e due, oh! Bene, state a sentire, ora staccherò un
ramo di nocciolo e andrò a pescare, e voi avrete un po' di tempo
tutto per voi, potrete dirvi tutto. Ditevi tutto, cercate di
comprendervi. Non è così difficile come credete. E poi, per gli dei,
fatelo. Fallo con lui, Bambolina. Fallo con lei, Geralt, e cerca di
renderla felice. E allora, dannazione, o vi passerà, o...» Ranuncolo si
girò di scatto e si allontanò, rompendo un giunco e imprecando. Si
fece una canna da pesca con una verga di nocciolo e un crine di
cavallo con l'intenzione di pescare fino al calar delle tenebre.
Dopo che se ne fu andato, Geralt ed Essi rimasero a lungo
immobili, appoggiati a un salice contorto curvo sulla corrente,
tenendosi per mano. Quindi lo strigo parlò, parlò piano e a lungo, e
l'occhietto di Occhietto si riempì di lacrime.
E poi, per gli dei, lo fecero.
E andò tutto bene.
X

Il giorno seguente organizzarono una sorta di cena d'addio. In un


villaggio che si trovava sul loro cammino, Essi e Geralt comprarono
un agnellino già preparato. Mentre loro due mercanteggiavano,
Ranuncolo sgraffignò di soppiatto aglio, cipolla e carote dall'orto
dietro la casupola. Allontanandosi, rubarono anche un paiolo dal
recinto dietro la fucina. Era leggermente bucato, ma lo strigo lo
saldò col Segno Igni.
La cena ebbe luogo in una radura nel fitto della foresta. Il fuoco
crepitava allegro, il paiolo gorgogliava. Geralt vi rimestava
premurosamente con un cucchiaio di legno ricavato da un ramo
d'abete scortecciato. Ranuncolo sbucciava le cipolle e raschiava le
carote. Occhietto, che non aveva idea di cosa volesse dire cucinare,
li intratteneva suonando il liuto e cantando strofette sconce.
Era una cena d'addio. Al mattino infatti si sarebbero separati, al
mattino ognuno di loro avrebbe preso la propria strada alla ricerca
di qualcosa che già aveva. Ma non sapevano di averlo già, non lo
sospettavano neppure. Non sapevano dove li avrebbero condotti le
strade su cui si sarebbero incamminati al mattino. Ognuno per conto
proprio.
Dopo che si furono rimpinzati e ubriacati con la birra regalata
loro da Drouhard, che ebbero chiacchierato e riso, Ranuncolo ed Essi
organizzarono una gara di canto. Geralt, le mani sotto la testa, era
steso su un giaciglio di ramoscelli di abete e pensava di non avere
mai sentito voci così belle e ballate altrettanto belle. Pensava a
Yennefer. Pensava anche a Essi. Aveva il presentimento che...
Per finire, Occhietto eseguì con Ranuncolo il famoso duetto di
Cyntia e Vertvern, una magnifica canzone d'amore che cominciava
con le parole: Più d'una lacrima ho versato... A Geralt sembrò che
perfino gli alberi si chinassero nel sentire i due trovatori.
Poi Occhietto, che profumava di verbena, gli si stese accanto, si
rannicchiò sulla sua spalla, gli posò la testa sul petto, sospirò una
volta o due e si addormentò tranquilla. Lo strigo prese sonno molto,
molto più tardi.
Ranuncolo, gli occhi fissi sul fuoco che si consumava, rimase
seduto ancora a lungo, da solo, strimpellando piano il liuto.
Cominciò con alcune battute che si trasformarono in una bella
melodia tranquilla. Il testo nasceva contemporaneamente, le parole
si fondevano con la musica, vi rimanevano come insetti intrappolati
in frammenti di ambra dorata trasparente.
La ballata raccontava di uno strigo e di una poetessa. Di come lo
strigo e la poetessa si fossero incontrati sulla riva del mare, tra i gridi
dei gabbiani, e di come si fossero innamorati al primo sguardo. Di
come fosse bello e forte il loro amore. Di come nulla, neppure la
morte, fosse in grado di distruggere quell'amore e di dividerli.
Ranuncolo sapeva che pochi avrebbero creduto alla storia
raccontata dalla ballata, ma non se ne preoccupava. Sapeva che non
si scrive una ballata perché la gente ci creda, ma perché ne ricavi
emozioni.
Alcuni anni più tardi, Ranuncolo avrebbe potuto cambiare il
contenuto della ballata, scrivere che cosa accadde veramente. Non
lo avrebbe fatto. La storia vera infatti non avrebbe emozionato
nessuno. Chi avrebbe voluto sentire che lo strigo e Occhietto si
erano separati e non si sarebbero incontrati mai più, neanche una
volta? Che quattro anni dopo Occhietto sarebbe morta di vaiolo
durante un'epidemia a Wyzima? Che lui, Ranuncolo, l'avrebbe presa
tra le braccia e trasportata tra cumuli di cadaveri bruciati, per poi
sotterrarla lontano dalla città, nel bosco, sola e tranquilla, e con lei -
su sua richiesta - avrebbe sepolto due cose: il liuto e la perla azzurra?
La perla da cui non si separava mai.
No, Ranuncolo avrebbe mantenuto la prima versione della
ballata. Che comunque non avrebbe cantato mai. Mai. A nessuno.
Sul far del giorno - era ancora buio - un licantropo affamato e
furioso si avvicinò di soppiatto al bivacco ma, vedendo che si
trattava di Ranuncolo, rimase un po' in ascolto e se ne andò.
LA SPADA DEL DESTINO

Il primo cadavere lo trovò verso mezzogiorno.


La vista dei morti turbava raramente lo strigo, di solito li
osservava con assoluta indifferenza. Questa volta non rimase
indifferente.
Il ragazzo aveva circa quindici anni. Giaceva supino, le gambe
divaricate e la bocca irrigidita in quella che sembrava una smorfia di
terrore. Nonostante ciò, Geralt sapeva che era morto sul colpo, non
aveva sofferto e probabilmente non se n'era neppure reso conto. La
freccia lo aveva colpito in un occhio, era affondata in profondità nel
cranio, nell'osso dell'occipite. L'impennaggio - fatto di remiganti di
fagiano striate tinte di giallo - spuntava al di sopra dei ciuffi d'erba.
Geralt si guardò intorno e trovò alla svelta ciò che cercava:
un'altra freccia, identica, conficcata nel tronco di un pino, circa sei
passi indietro. Sapeva cos'era successo. Il ragazzo non aveva capito
l'avvertimento, la prima freccia lo aveva spaventato ed era corso
nella direzione sbagliata. Verso la donna che gli aveva ordinato di
fermarsi e di arretrare all'istante. Il fischio sibilante, velenoso, il breve
colpo della punta della freccia che si conficca nel legno. Non un
passo di più, amico, dicono quel fischio e quel colpo. Via, amico, fila
subito via da Brokilon. Hai conquistato tutto il mondo, amico,
ovunque è pieno delle tue tracce, ovunque porti con te ciò che
chiami «modernità, era di cambiamenti», ciò che chiami «progresso».
Ma qui non vogliamo né te, né il tuo progresso. Non desideriamo i
cambiamenti che porti. Non vogliamo nulla di ciò che porti. Un
sibilo e un colpo. Via da Brokilon!
Via da Brokilon, amico, pensò Geralt. Non importa che tu abbia
quindici anni e t'inoltri nel bosco folle di paura, non riuscendo a
trovare la strada di casa. Non importa che tu ne abbia diciassette e
debba andare a raccogliere ramoscelli secchi, altrimenti sarai
considerato un peso morto e cacciato dalla casupola a pancia vuota.
Non importa che tu ne abbia sei e sia stato attratto dai fiori azzurri
sbocciati in una radura inondata dal sole. Via da Brokilon! Un sibilo
e un colpo. Una volta, prima di scoccare la freccia per uccidere
avvisavano due volte. Perfino tre. Una volta. Già, il progresso.
Il bosco non sembrava meritare la terribile fama di cui godeva.
Certo, era spaventosamente selvaggio e faticoso da attraversare, ma
erano difficoltà che s'incontravano in qualsiasi foresta, in cui ogni
chiarore, ogni chiazza di sole filtrata dai rami e dalle fronde dei
grandi alberi veniva subito utilizzata da decine di giovani betulle,
ontani e carpini; dai rovi, dai ginepri e dalle felci che ricoprivano
con fitti virgulti la molle poltiglia di legno marcio, di rami secchi e
dei tronchi imputriditi degli alberi più vecchi, che nella lotta per la
sopravvivenza avevano avuto la peggio. Tuttavia non v'incombeva
quel silenzio minaccioso, pesante, che sarebbe stato più consono al
luogo. No, Brokilon viveva. Gli insetti ronzavano, piccole lucertole
si muovevano frusciando sul terreno; nel sottobosco sfrecciavano
carabidi iridescenti, le ragnatele tessute da migliaia di ragni
scintillavano di goccioline, i picchi martellavano i tronchi con sonore
serie di colpi, le ghiandaie gridavano.
Brokilon viveva.
Ma lo strigo non si lasciava ingannare. Sapeva dov'era. Non
aveva dimenticato il ragazzo con la freccia nell'occhio. Tra il muschio
e gli aghi delle conifere scorgeva di quando in quando bianche ossa
brulicanti di formiche rosse.
Proseguì con cautela, ma velocemente. Le tracce erano fresche.
Contava di fare in tempo, di riuscire a fermare e a far tornare sui
suoi passi chi lo precedeva. S'illudeva che non fosse troppo tardi.
Si sbagliava.
Non si sarebbe accorto del secondo cadavere, non fosse stato per
il riflesso del sole sulla lama della corta spada che la vittima stringeva
in pugno. Era un uomo adulto. Il semplice abito di un pratico colore
grigio-bruno ne tradiva l'umile origine. Il vestito - se non si
contavano le macchie di sangue intorno alle due frecce conficcate nel
petto - era nuovo e pulito, perciò non poteva trattarsi di un comune
garzone.
Geralt si guardò intorno e vide un terzo cadavere con indosso un
farsetto di pelle e un corto mantello verde. La terra intorno alle
gambe della vittima era smossa, il muschio e gli aghi delle conifere
scavati fino alla sabbia sottostante. Non c'era dubbio, quell'uomo
aveva impiegato molto tempo a morire.
Sentì un gemito.
Scostò in fretta i ginepri e intravide la buca di un albero sradicato.
Lì, sulle radici scoperte di un pino, giaceva un uomo di corporatura
robusta, dai capelli neri ricci come la barba, che contrastavano col
pallore terribile, addirittura cadaverico del volto. La giubba chiara di
pelle di cervo era rossa di sangue.
Lo strigo balzò nella buca. Il ferito aprì gli occhi. «Geralt... Oh,
dei... sto sognando...»
«Freixenet? Tu qui?»
«Io... oooh...»
Geralt gli s'inginocchiò accanto. «Non muoverti. Dove sei ferito?
Non vedo la freccia...»
«Mi ha trapassato... da parte a parte. Ho spezzato la punta e l'ho
tirata fuori... Ascolta, Geralt...»
«Taci, Freixenet, altrimenti ti soffocherai col tuo sangue. Hai un
polmone perforato. Peste, devo tirarti fuori di qui. Che cosa facevate
a Brokilon, diavolo? Questo è territorio delle driadi, il loro
santuario, da qui nessuno esce vivo. Non lo sapevi?»
Freixenet gemette e sputò sangue. «Poi ti racconterò... adesso
tirami fuori... Oh, maledizione! Più delicatamente... oooh...»
«Non ci riesco. Sei troppo pesante.» Geralt si raddrizzò e si guardò
intorno.
«Lasciami. Lasciami, pazienza... ma salva lei... per gli dei,
salvala...»
«Chi?»
«La principessa... oh... trovala, Geralt...»
«Rimani qui tranquillo, per tutti i diavoli! Ora escogiterò qualcosa
per trascinarti fuori di qui.»
Freixenet tossì forte, sputò di nuovo e un lungo, denso filo di
sangue gli rimase appeso alla barba. Lo strigo imprecò, saltò fuori
della buca, si guardò intorno. Aveva bisogno di due alberelli giovani.
Avanzò velocemente verso il bordo della radura, dove prima aveva
visto una macchia di ontani.
Un sibilo e un colpo.
Geralt si bloccò dov'era. La freccia, conficcata nel tronco
all'altezza della sua testa, aveva un impennaggio di piume di
sparviere. Guardò nella direzione indicata dall'asta di frassino e
individuò il punto da cui era stata tirata. A una cinquantina di passi,
c'erano un'altra buca e un albero abbattuto, con un groviglio di
radici puntate verso l'alto, che serravano un'enorme zolla di terra
sabbiosa. Intorno crescevano folti prugnoli e regnava una densa
oscurità, interrotta solo dalle strisce più chiare dei tronchi delle
betulle. Geralt non vide nessuno. Se l'aspettava. Alzò le mani, molto
lentamente. «Ceddmil! Va an Eithné meàth e Duén Canell! Esseà
Gwynbleidd!»
Questa volta sentì il sommesso stridere della corda e scorse la
freccia. Era stata scoccata in modo che lui la vedesse. Dritta verso
l'alto. Lo strigo la guardò levarsi in aria, interrompere il volo e
ricadere con una traiettoria obliqua. Non si mosse. La freccia si
conficcò nel muschio a due passi da lui. Quasi subito un'altra si
piantò lì accanto, con la medesima angolazione. Geralt temeva che
forse non avrebbe visto la successiva. «Meàth Eithné! Esseà
Gwynbleidd!»
«Glàeddyv vort!»
Una voce come un alito di vento. Una voce, non una freccia. Era
vivo. Slacciò adagio la fibbia della cintura, estrasse la spada e la gettò
via. Un'altra driade emerse senza fare rumore da dietro il tronco di
un abete circondato di ginepri, a non più di dieci passi da lui.
Sebbene fosse piccola e molto esile, il tronco sembrava più sottile
ancora. Geralt non aveva idea di come avesse potuto non notarla
quando si era avvicinato. Forse era camuffata dal vestito, una
combinazione di pezzi di stoffa cuciti insieme in modo bizzarro, per
lo più di colore verde e marrone, che, pur essendo cosparso di foglie
e frammenti di corteccia, non deformava il corpo aggraziato. I
capelli, legati sulla fronte da un fazzoletto nero, erano di un verde
oliva, il viso era solcato da strisce dipinte con mallo di noce.
Naturalmente aveva l'arco teso e puntato su di lui.
«Eithné...» cominciò Geralt.
«Thaess aep!»
Lo strigo tacque obbediente e rimase immobile, le mani lontane
dal corpo.
La driade abbassò l'arco. «Dunca! Braenn! Caemm vort!»
Quella che aveva tirato per prima balzò fuori dei prugnoli e
sgusciò lungo il tronco abbattuto, scavalcando abilmente la buca.
Sebbene vi fosse un mucchio di rami secchi, Geralt non ne sentì
scricchiolare neppure uno sotto i suoi piedi. Dietro di sé, vicino, sentì
un lieve rumore, come un frusciare di foglie al vento. Sapeva di
avere la terza alle spalle.
E fu appunto quella che, scivolando fulminea di lato, raccolse la
sua spada. Aveva i capelli color miele, legati con una fascia di
giunco. Sulla schiena le dondolava una faretra piena di frecce.
La più lontana, quella nella buca, si avvicinò svelta. I suoi vestiti
non si distinguevano da quelli delle compagne. Sui capelli di un rosso
mattone opaco portava una ghirlanda intrecciata di trifoglio e
brugo. L'arco non era teso, ma la freccia era incoccata. «T'en thesse in
medth aep Eithné llev? Ess' Gzvynbleidd?» chiese avvicinandosi.
Aveva una voce straordinariamente melodiosa, occhi grandissimi e
neri.
«Aé... aessed...» cominciò Geralt, ma le parole del dialetto di
Brokilon, che suonavano come un canto in bocca alla driade, a lui
s'impigliavano nella gola e gli irritavano le labbra. «Nessuna di voi
parla la lingua comune? Non conosco troppo bene...»
«An vaili Vort llinge», lo interruppe la driade.
«Sono Gwynbleidd, il Lupo Bianco. La signora Eithné mi conosce.
Ho un'ambasceria per lei. Sono già stato a Brokilon. A Duén Canell.»
La driade dai capelli rosso mattone socchiuse gli occhi.
«Gwynbleidd. Vatt'ghern?»
«Sì. Uno strigo», confermò lui.
Quella color oliva sbuffò irata, ma abbassò l'arco. La sua
compagna color mattone lo guardava con gli occhi spalancati. Il suo
viso a strisce verdi era completamente immobile, morto, come
quello di una statua; non si poteva classificare come bello o brutto,
dava piuttosto un'idea d'indifferenza e insensibilità, se non di
crudeltà. Nel sorprendersi a umanizzare ingannevolmente la driade,
Geralt si rimproverò per quel giudizio. Avrebbe dovuto sapere che
era semplicemente più anziana delle altre due. Nonostante
l'apparenza era molto, molto più anziana di loro.
Rimanevano in un silenzio irresoluto. Geralt sentiva Freixenet
gemere, lamentarsi e tossire. Anche la driade color mattone dovette
sentire qualcosa, ma il suo viso non ebbe neppure un tremito. Lo
strigo si mise le mani sui fianchi. «Là nella buca c'è un ferito. Se non
lo aiuteremo, morirà.»
«Thàess aepl» La driade color oliva tese l'arco, dirigendo la punta
della freccia contro il suo viso.
«Lo farete morire? Permetterete che si soffochi piano piano col
proprio sangue, così, semplicemente? In tal caso meglio ucciderlo»,
aggiunse Geralt senza alzare la voce.
«Chiudi il becco!» sbraitò la driade, passando alla lingua comune.
Tuttavia abbassò l'arco e allentò la tensione della corda. Rivolse uno
sguardo interrogativo a quella color mattone, che annuì, indicando
la buca. L'altra corse via svelta e silenziosa.
«Voglio incontrare la signora Eithné. Porto un'ambasceria...» ripeté
Geralt.
La driade color mattone indicò quella color miele «Lei ti condurrà
a Duén Canell. Va'.»
«Frei... e il ferito?»
La driade lo guardò. Continuava a giocherellare con la freccia
agganciata alla corda. «Non angustiarti. Va'. Lei ti accompagnerà.»
«Ma...»
«Va'en vort!» lo interruppe, serrando le labbra.
Geralt si girò con una scrollata di spalle verso la driade dai capelli
color miele. Sembrava la più giovane delle tre, ma poteva sbagliarsi.
Notò che aveva gli occhi azzurri. «Allora andiamo.»
«Sì. Andiamo.» Dopo un breve istante di esitazione, la driade gli
restituì la spada.
«Come ti chiami?» le chiese.
«Chiudi il becco.»
Avanzava attraverso il folto della foresta molto velocemente,
senza voltarsi. Geralt doveva fare un grosso sforzo per non restare
indietro. Sapeva che la driade lo faceva di proposito, voleva che
l'uomo rimanesse impigliato negli arbusti o crollasse a terra esausto,
incapace di proseguire. Evidentemente non sapeva di non avere a
che fare con un uomo, bensì con uno strigo. Era troppo giovane per
sapere cosa fosse uno strigo.
La ragazza - Geralt si era reso conto che non era una driade di
sangue puro - si fermò all'improvviso e si girò. Lo strigo vide il suo
seno ondeggiare impetuosamente sotto il farsetto a chiazze nello
sforzo di non respirare con la bocca. «Rallentiamo?» propose lui con
un sorriso.
«Yeà. Aeén esseath Sidh ?»
«No, non sono un elfo. Come ti chiami?»
«Braenn», rispose lei riprendendo la marcia, ma ormai a passo più
lento, senza cercare di precederlo. Camminavano affiancati, vicini.
Geralt sentiva l'odore del suo sudore, il normale sudore di una
giovane donna. Quello delle driadi profumava di foglie di salice
strofinate tra le mani. «E prima come ti chiamavi?»
Lo guardò, e all'improvviso le sue labbra si contrassero. Geralt
pensò che si sarebbe sdegnata o gli avrebbe ordinato di tacere. Ma
lei non lo fece. «Non ricordo», disse dopo una breve esitazione.
Lo strigo non le credette. Non dimostrava più di sedici anni, e
non poteva essere a Brokilon da più di sei, sette. Se ci fosse arrivata
prima, quand'era più piccola o addirittura neonata, Geralt non
avrebbe capito che era umana. Anche le driadi potevano nascere con
gli occhi azzurri e i capelli biondi. Le loro figlie, concepite attraverso
rapporti rituali con elfi o umani, ereditavano esclusivamente i tratti
fisici delle madri ed erano esclusivamente femmine. Tuttavia molto
di rado, di regola in una delle generazioni successive, nasceva a volte
un bambino con gli occhi o i capelli di un anonimo capostipite
umano. Ma Geralt era sicuro che Braenn non avesse in sé neppure
una goccia di sangue di driade. Del resto, non aveva molta
importanza. Sangue o non sangue, adesso era una driade.
«E tu come ti chiami?» gli chiese guardandolo di traverso.
«Gwynbleidd.»
Lei annuì. «Allora andiamo... Gwynbleidd.»
Camminavano più adagio di prima, ma sempre di buon passo.
Braenn, naturalmente, conosceva Brokilon. Se fosse stato solo,
Geralt non sarebbe stato in grado né di tenere quel ritmo, né di
procedere nella giusta direzione. Braenn penetrava nel folto della
foresta lungo sentieri serpeggianti, mimetizzati, superava gole
correndo svelta su tronchi abbattuti quasi si trattasse di ponti,
sguazzava audacemente nelle scintillanti distese delle paludi verdi di
lenticchie d'acqua, dove lo strigo non avrebbe mai osato
avventurarsi e che avrebbe aggirato, perdendo in tal modo ore, se
non giorni.
La presenza di Braenn non lo proteggeva soltanto dai pericoli del
bosco: c'erano luoghi in cui la driade rallentava il passo e procedeva
con grande prudenza, tastando il sentiero col piede, tenendolo per
mano. Geralt sapeva perché. Sulle trappole di Brokilon circolavano
molte leggende, si parlava di fosse piene di bastoni appuntiti, di
frecce che partivano da sole, del terribile «riccio», una sfera irta di
spine appesa a una corda che calava all'improvviso, spazzando tutto
ciò che si trovava sul sentiero. C'erano luoghi in cui Braenn si
fermava e fischiava melodiosamente, ricevendo in risposta altri fischi
dagli arbusti. C'erano luoghi in cui si fermava con la mano su una
freccia nella faretra, ordinandogli di tacere, e aspettava tutta tesa che
ciò che frusciava nel folto della boscaglia si allontanasse.
Nonostante il ritmo sostenuto della marcia, dovettero fermarsi
per la notte. Braenn scelse il posto a colpo sicuro: una collinetta
dove, a causa della differenza di temperatura, giungevano soffi di
aria calda. Dormirono su felci secche, vicinissimi, secondo il costume
delle driadi.
Nel cuore della notte, Braenn lo abbracciò, si strinse forte a lui.
Niente di più. La abbracciò. Niente di più. Era una driade. Era solo
per stare al caldo.
All'alba, ancora quasi al buio, si rimisero in cammino.
II

Superarono una serie di alture ricoperte di boschi più radi,


procedendo a zigzag, in conche piene di nebbia, attraverso ampie
radure erbose e spiazzi in cui gli alberi erano stati abbattuti dal
vento.
Braenn si fermò di nuovo, si guardò intorno. Dava l'impressione
di avere perso la strada, ma Geralt sapeva che era impossibile.
Tuttavia, approfittando della sosta, si sedette su un tronco
abbattuto.
Fu allora che sentì il grido. Esile. Acuto. Disperato.
Braenn s'inginocchiò all'istante, estraendo due frecce dalla faretra.
Ne afferrò una coi denti e incoccò l'altra, quindi tese l'arco mirando
alla cieca, attraverso i cespugli, in direzione della voce.
«Non farlo!» Geralt scavalcò il tronco e si precipitò tra gli arbusti.
In una piccola radura ai piedi di un dirupo petroso, una creaturina
con indosso un piccolo farsetto grigio stava con le spalle contro un
carpine secco. Davanti a lei, a una distanza di circa cinque passi,
qualcosa avanzava lentamente smuovendo l'erba. Era lungo circa
due tese ed era marrone scuro. In un primo momento, Geralt lo
scambiò per un serpente. Ma, scorgendo le mobili appendici gialle
uncinate e i piatti segmenti di un lungo tronco, capì che non era un
serpente. Che era qualcosa di molto peggio.
La creaturina stretta contro il tronco continuava a gemere. Il
gigantesco miriapode sollevò le lunghe antenne vibranti con cui
percepiva gli odori e il calore.
«Non muoverti!» Lo strigo pestò i piedi per attirare su di sé
l'attenzione dello scolopendromorfo. Ma il mostro, le cui antenne
avevano ormai individuato l'odore della vittima più prossima, non
reagì. Mosse le appendici, si arrotolò e avanzò. Le sue zampe di un
giallo sgargiante balenavano tra l'erba come i remi di una galera.
«Yghern!» gridò Braenn.
In due balzi, Geralt fece irruzione nella radura estraendo in corsa
la spada, spinse via la creaturina pietrificata sotto l'albero e la
scaraventò di lato, tra i cespugli di rovo. Lo scolopendromorfo
frusciò nell'erba, trotterellò sulle appendici e gli si lanciò contro,
sollevando i segmenti anteriori e facendo stridere le chele grondanti
veleno. Eseguendo una sorta di danza, Geralt saltò sopra il grosso
corpo piatto, fece una mezza piroetta e menò un fendente, mirando
al punto più soffice, tra le piastre corazzate del tronco. Ma il mostro
era troppo veloce, la spada colpì il guscio chitinoso senza spaccarlo.
Geralt balzò via, ma non abbastanza agilmente. Lo
scolopendromorfo gli avvolse la parte posteriore del grosso corpo
intorno alle gambe con una forza mostruosa. Lo strigo cadde, si girò
e provò a divincolarsi. Invano.
Il miriapode s'incurvò e si girò per raggiungerlo con le chele. Nel
farlo si agganciò all'albero, scalfendolo in profondità. In quell'istante,
sulla testa di Geralt sibilò una freccia che trafisse con uno schianto la
corazza, inchiodando il mostro al tronco. Il miriapode si arrotolò,
spezzò la freccia e si liberò, ma fu subito centrato da altri due dardi.
Con un calcio, lo strigo allontanò da sé l'addome tremolante e
rotolò di lato.
Braenn, in ginocchio, tirava frecce a un ritmo incredibile,
conficcandole l'una dopo l'altra nello scolopendromorfo. Il
miriapode spezzava gli impennaggi e si liberava, ma il dardo
successivo lo inchiodava di nuovo al tronco. La luccicante testa piatta
rosso scuro del mostro sbatacchiava e strideva con le chele nei punti
colpiti, cercando invano di raggiungere il nemico.
Geralt saltò di lato e pose fine alla lotta con un ampio colpo di
spada. L'albero fece da ceppo del boia.
Braenn si avvicinò lentamente con l'arco teso, diede un calcio al
tronco del mostro che si contorceva tra l'erba agitando le appendici
e ci sputò sopra.
«Grazie», disse lo strigo, schiacciando a colpi di tacco la testa recisa
del miriapode.
«Eh?»
«Mi hai salvato la vita.»
La driade lo fissò. In quello sguardo non c'era né comprensione,
né emozione. «Yghern. Mi ha rotto alcuni dardi.» Colpì con lo stivale
il grosso corpo che si contorceva.
«Hai salvato la vita sia a me sia a questa piccola driade...
Maledizione, dov'è?»
Braenn scostò lesta i cespugli di rovo e affondò il braccio tra i
virgulti spinosi. «È come pensavo. Guarda tu stesso, Gwynbleidd.»
Tirò fuori della macchia la creaturina dal farsetto grigio.
Non era una driade. Non era neanche un elfo, una silfide, un
puck o un mezzuomo. Era la bambina umana più normale che ci
fosse. Nel cuore di Brokilon, il luogo meno comune per una comune
bambina umana. Aveva i capelli biondo cenere e grandi occhi verde
veleno. Non poteva avere più di dieci anni.
«Chi sei? Come sei capitata qui?» chiese Geralt.
La piccola non rispose.
Dove l'ho già vista? Dove l'ho già vista? Lei, o qualcuno che le
assomiglia molto, pensò lo strigo. «Non avere paura», disse in tono
incerto.
«Non ho paura», brontolò la piccola in maniera indistinta.
Doveva essere raffreddata.
Braenn si guardò intorno. «Filiamo via di qui. Dove c'è un yghern
ce n'è sempre un altro. E mi sono rimaste poche frecce.»
La ragazzina la guardò e aprì la bocca, poi si passò il dorso della
mano sul visetto per pulirlo dalla polvere.
Geralt si chinò. «Chi sei, per tutti i diavoli, chi sei? Che cosa ci fai
in... in questo bosco? Come ci sei arrivata?»
La ragazzina abbassò la testa e tirò su col naso chiuso.
«Sei diventata sorda? Chi sei, ti chiedo? Come ti chiami?»
«Ciri.»
Geralt si girò.
Braenn, intenta a esaminare l'arco, gli lanciò un'occhiata.
«Ascolta, Braenn...»
«Che c'è?»
«È possibile... è possibile che sia... scappata da Duén Canell?»
«Eh?»
«Non fare la finta tonta. So che rapite le bambine. Anche tu, sei
forse arrivata a Brokilon cadendo dal cielo? Ti chiedo se è
possibile...»
«No. Non l'ho mai vista prima», lo interruppe la driade. Geralt
studiò la bambina. I capelli biondo cenere erano arruffati, pieni di
aghi di conifere e foglie, ma profumavano di pulito, non di fumo, di
stalla o di grasso. Le mani, sebbene incredibilmente sporche, erano
piccole e delicate, senza cicatrici o calli. L'abito che indossava, un
farsetto da bambina col cappuccio, non forniva nessun indizio, ma
gli stivaletti erano di pelle di vitello morbida e costosa. No, non era
sicuramente una piccola campagnola. Freixenet. Freixenet cercava
lei. È entrato a Brokilon per seguirla, pensò a un tratto lo strigo. «Da
dove vieni, ti dico, mocciosa?»
«Come osi parlarmi così!» La bambina sollevò altezzosa la testa e
pestò il piedino a terra. Il muschio soffice guastò completamente
l'effetto del gesto.
Lo strigo sorrise. «Ah, sei una principessa. Almeno nell'eloquio,
perché l'aspetto è davvero miserevole. Sei di Verden, non è vero? Sai
che ti cercano? Non preoccuparti, ti accompagnerò a casa. Ascolta,
Braenn...»
Non appena lo strigo girò la testa, Ciri si girò in tutta fretta e si
mise a correre per il bosco, lungo il dolce pendio dell'altura.
«Bloede turdl Caemm 'ere!» urlò la driade allungando la mano
verso la faretra.
La bambina correva alla cieca nel bosco facendo scricchiolare i
rami secchi.
«Ferma! Dove vai, dannazione!» gridò Geralt.
Braenn tese l'arco con gesto fulmineo. La freccia emise un sibilo
minaccioso, descrisse una parabola piatta e si conficcò con un colpo
secco nel tronco, sfiorando quasi i capelli della bambina. La piccola si
rannicchiò e cadde a terra.
«Maledetta idiota! Avresti potuto ucciderla!» sibilò lo strigo,
avvicinandosi alla driade.
Braenn estrasse con destrezza un'altra freccia dalla faretra. «Qui
siamo a Brokilon.»
«Ma è una bambina!»
«E con questo?»
Geralt guardò l'impennaggio della freccia. Era fatto con remiganti
di fagiano striate tinte di giallo in un decotto di corteccia. Non disse
una parola. Si girò e s'inoltrò svelto nel bosco.
La bambina giaceva ai piedi dell'albero, rannicchiata, sollevò
guardinga la testa e fissò la freccia conficcata nel tronco. Balzò in
piedi non appena sentì lo strigo che si avvicinava, ma Geralt la
raggiunse con un breve balzo e l'afferrò per il cappuccio rosso del
farsetto. Ciri girò la testa e guardò prima lui, poi la mano che teneva
il cappuccio.
Lo strigo la lasciò. «Perché scappavi?»
Lei tirò su col naso. «Non è affar tuo. Lasciami in pace, tu... tu...»
«Stupida marmocchia! Qui siamo a Brokilon. Non ti è bastato il
miriapode? Da sola in questo bosco non sopravvivresti fino a
domattina. Non l'hai ancora capito?»
«Non toccarmi! Villano che non sei altro! Sono una principessa,
cosa credi!» urlò la piccola.
«Sei una stupida mocciosa.»
«Sono una principessa!»
«Le principesse non girano da sole nei boschi. Le principesse
hanno il naso pulito.»
«Ti farò tagliare la testa! E anche a lei!» La piccola si pulì il naso
con una mano e guardò con aria ostile la driade che si avvicinava.
Braenn scoppiò a ridere.
«E va bene, ora basta. Perché scappavi, principessa? E dove? Di
cosa avevi paura?» domandò Geralt.
La bambina rimase in silenzio, tirando su col naso.
Geralt strizzò l'occhio alla driade. «Bene, come vuoi. Noi
andiamo. Vuoi rimanere da sola nel bosco? Padronissima. Ma, la
prossima volta che sarai assalita da un yghern, non gridare. Non si
addice alle principesse. Le principesse muoiono senza emettere un
solo gemito, dopo essersi soffiate per bene il naso. Andiamo,
Braenn. Addio, vostra altezza.»
«A-spetta.»
«Sì?»
«Vengo con voi.»
«Ne siamo molto onorati. Non è vero, Braenn?»
«Ma non mi porterai di nuovo da Kistrin? Lo prometti?»
«Chi è... Ah, maledizione. Kistrin. Il principe Kistrin? Il figlio di re
Ervyll di Verden?» chiese Geralt.
La bambina fece boccuccia, si soffiò il naso e girò la testa.
«Basta con questi giochetti. Andiamo», disse Braenn in tono cupo.
Lo strigo si raddrizzò e guardò la driade. «Un momento, un
momento. I nostri piani subiscono un cambiamento, mia bella
arciera.»
«Eh?» Braenn sollevò le sopracciglia.
«La signora Eithné aspetterà. Devo accompagnare questa piccola a
casa. A Verden.»
La driade socchiuse gli occhi e allungò la mano verso la faretra.
«Non andrai da nessuna parte. E nemmeno lei.»
Lo strigo fece un sorriso storto. «Attenta, Braenn. Io non sono il
moccioso cui ieri hai ficcato una freccia in un occhio in un agguato.
Io so difendermi.»
«Bloede arss! Andrai a Duén Canell, e anche lei! Non a Verden!»
La bambina dai capelli biondo cenere si gettò verso la driade e si
strinse alla sua coscia snella. «No! Non a Verden! Io vengo con te!
Che ci vada da solo a Verden, da quello stupido Kistrin, se proprio
vuole!»
Braenn non la guardò neppure, non distoglieva gli occhi da
Geralt. Ma abbassò l'arco. «Ess turd! E va bene. Vai pure dove ti
guideranno gli occhi! Voglio vedere se ci riuscirai. Creperai prima di
uscire da Brokilon.»
Ha ragione. Non ho nessuna possibilità. Senza di lei non uscirò da
Brokilon e non arriverò neppure a Duén Canell. Geralt sorrise. «Be',
Braenn, non arrabbiarti, bellezza. Bene, facciamo pure a modo tuo.
Andiamo tutti a Duén Canell. Dalla signora Eithné.»
La driade borbottò qualcosa sottovoce e tolse la freccia dalla
corda. «In marcia, allora. Abbiamo già perso abbastanza tempo.»
«Aaah!» gemette la bambina facendo un passo. «Che c'è?»
«Mi è successo qualcosa... Al piede.»
«Aspetta, Braenn! Vieni, mocciosa, ti prendo a cavalluccio.» Era
calda e odorava come un passero bagnato. «Come ti chiami,
principessa? L'ho dimenticato.»
«Ciri.»
«E dove sono le tue terre, se è lecito?»
«Non te lo dico. Non te lo dico e basta.»
«Sopravvivrò. Stai ferma e non smocciolarmi sull'orecchio. Che
cosa facevi a Brokilon? Ti eri persa? Avevi sbagliato strada?»
«Certo che no! Io non sbaglio mai strada.»
«Stai ferma. Sei scappata da Kistrin? Dal castello di Nastrog? Prima
o dopo le nozze?»
«Come sai delle nozze?» chiese tirando su col naso, turbata.
«Sono straordinariamente intelligente. Perché sei scappata proprio
a Brokilon? Non c'erano direzioni più sicure?»
«Quello stupido cavallo si è imbizzarrito.»
«Menti, principessa. Con la tua taglia potresti montare al massimo
un gatto. E docile.»
«Ero sul cavallo di Marck, lo scudiero del cavaliere Voymir. Nel
bosco è caduto e si è spezzato una zampa. E ci siamo persi.»
«Hai detto che non ti capita mai.»
«È stato lui a sbagliare strada. C'era nebbia. E ci siamo persi.»
Vi siete persi, pensò Geralt. Il povero scudiero del cavaliere
Voymir, che ha avuto la sfortuna d'imbattersi in Braenn e nelle sue
compagne. Il povero sbarbatello, che sicuramente non sapeva cos'è
una donna, aiuta questa mocciosa dagli occhi verdi a fuggire, perché
ha sentito un'infinità di racconti cavallereschi su fanciulle costrette a
sposarsi. L'aiuta a fuggire, per finire ucciso dalla freccia dipinta di una
driade, che a sua volta sicuramente non sa che cos'è un uomo. Ma sa
già uccidere. «Ti ho chiesto se sei scappata dal castello di Nastrog
prima o dopo le nozze.»
«Sono scappata e basta, che te ne importa? La nonna ha detto che
dovevo andare a conoscerlo. Quel Kistrin. Solo conoscerlo. Ma suo
padre, quel pancione del re...»
«Ervyll.»
«... subito a parlare di nozze, non parlava d'altro. Ma io non lo
voglio, quel Kistrin. La nonna ha detto...»
«Ti suscita tanta ripugnanza il principe Kistrin?»
«Non lo voglio. È grasso, stupido e gli puzza il fiato. Prima che
andassi là, mi hanno mostrato un ritratto, e non era grasso. Non
voglio un marito così. Non voglio nessun marito.»
«Ciri, Kistrin è ancora un bambino, come te. Tra qualche anno
potrebbe diventare un ragazzo molto attraente.»
«Allora mi mandino un altro ritratto fra qualche anno. E anche a
lui. Mi ha detto che sul ritratto che gli hanno mostrato ero molto più
bella. E ha confessato di amare Alvina, una dama di corte, e di voler
essere il suo cavaliere. Vedi? Lui non vuole me e io non voglio lui.
Che senso hanno queste nozze?»
«Ciri, lui è un principe e tu una principessa. Principi e principesse si
sposano proprio in questo modo e non altrimenti. È la
consuetudine.»
«Parli come tutti gli altri. Pensi che, siccome sono piccola, mi si
possa mentire.»
«Non mento.»
«Sì, invece.»
Geralt tacque.
Braenn, che li precedeva, si guardò indietro, sicuramente stupita
dal silenzio. Scrollò le spalle e riprese la marcia.
«Dove andiamo? Voglio saperlo!» esclamò Ciri. Geralt rimase in
silenzio.
La bambina sbuffò. «Rispondi, quando ti si fa una domanda! Sai
chi... chi ti sta seduto sopra?»
Geralt non reagì.
«Guarda che ti mordo l'orecchio!» urlò. Lo strigo ne aveva
abbastanza. Si tolse la principessa dalle spalle e la depose a terra. Poi
disse in tono severo, giocherellando con la fibbia della cintura:
«Stammi a sentire, mocciosa, ora ti metto sulle mie ginocchia, ti calo
le mutande e ti prendo a cinghiate sul sedere. Nessuno me lo
impedirà, perché qui non siamo a corte, e io non sono né un tuo
cortigiano né un servo. Ora ti pentirai di non essere rimasta a
Nastrog. Ora vedrai che è meglio essere la moglie di un principe che
una mocciosa smarrita in un bosco. Perché la moglie di un principe
può comportarsi in maniera insopportabile senza che nessuno la
prenda a cinghiate sul sedere se non, al massimo, il signor principe in
persona».
Ciri si rannicchiò e tirò su alcune volte col naso.
Braenn, appoggiata a un albero, osservava impassibile.
Lo strigo si arrotolò la cintura intorno al pugno. «Allora? Ci
comporteremo in maniera decente e composta? In caso contrario,
cominceremo a picchiare di santa ragione il sedere di vostra altezza.
Ebbene? Sì o no?»
La bambina si mise a singhiozzare tirando su col naso, quindi si
affrettò a fare di sì con la testa.
«Sarai gentile, principessa?»
«Sì», brontolò.
«Tra poco farà buio. Muoviamoci, Gwynbleidd», disse la driade.
Il bosco si diradò. Ora avanzavano attraverso un terreno sabbioso
coperto di giovani arbusti, attraverso brughiere e prati ammantati di
nebbia su cui pascolavano branchi di cervi. Faceva sempre più
freddo.
«Nobile signore...» cominciò Ciri dopo un lungo, lungo silenzio.
«Mi chiamo Geralt. Che c'è?»
«Ho una fame da lupi.»
«A momenti ci fermeremo. Tra poco calerà il crepuscolo.»
«Non resisto. Non mangio da...»
«Non frignare. Tieni.» Geralt infilò la mano nella bisaccia, ne
estrasse un pezzo di lardo, un dischetto di formaggio e due mele.
«Che cos'è questa cosa gialla?»
«Lardo.»
«Non lo mangio», brontolò Ciri.
Lo strigo si ficcò il lardo in bocca. «Benissimo. Mangia il
formaggio. E una mela. Una.»
«Perché una sola?»
«Non scaldarti. Mangiale tutte e due.»
«Geralt?»
«Mmm?»
«Grazie.»
«Non c'è di che. Mangia e buon prò ti faccia.»
«Non... non era per questo. Anche per questo, ma... Mi hai
salvato da quel centopiedi... Brrr... per poco non sono morta di
paura...»
«Per poco non sei morta», confermò Geralt con aria seria. Per
poco non sei morta in maniera dolorosa e orribile. «Dovresti
ringraziare Braenn.»
«Chi è?»
«Una driade.»
«Una ninfa dei boschi?»
«Sì.»
«Ma lei ci... loro rapiscono i bambini! Ci ha rapito? Eh, eppure tu
non sei piccolo. E perché parla in modo così strano?»
«Come parla non ha importanza. L'importante è come tira le
frecce. Non dimenticare di ringraziarla, quando ci fermeremo.»
«Non lo dimenticherò.»
«Stai ferma, principessa, futura moglie del principe di Verden.»
«Non sarò la moglie di nessun principe!»
«Va bene, va bene. Non sarai la moglie di un principe. Diventerai
un criceto e vivrai in una piccola tana.»
«Non è vero! Tu non sai niente!»
«Non strillarmi nell'orecchio. E non dimenticare la cinghia!»
«Non sarò la moglie di un principe. Sarò...»
«Be'? Che cosa?»
«È un segreto.»
«Ah, già, un segreto. Benissimo.» Geralt alzò la testa. «Che cosa è
successo, Braenn?»
La driade, che si era fermata, scrollò le spalle e guardò il cielo.
«Sono stanca. E lo sarai sicuramente anche tu, che porti la bambina,
Gwynbleidd. Fermiamoci qui. Presto farà buio.»
III

«Ciri?»
«Mmm?» La bambina si mosse, facendo frusciare i rami su cui era
distesa.
«Non hai freddo?»
Lei sospirò. «No. Oggi fa caldo. Ieri... ieri ho avuto un freddo
tremendo.»
Braenn slacciò le cinghie dei lunghi stivali morbidi. «Strano. È uno
scricciolino, eppure ha percorso un bel pezzo di foresta. Ha resistito
alle sentinelle, al terreno paludoso, alla boscaglia più fitta. È robusta,
sana e coraggiosa. Davvero, è fatta... è fatta per vivere come noi.»
Geralt gettò subito uno sguardo alla driade, ai suoi occhi che
scintillavano nella penombra.
Braenn si appoggiò con le spalle a un albero, si tolse la fascia dai
capelli e li sistemò con un brusco movimento del capo. «È entrata a
Brokilon. È nostra, Gwynbeidd. Andiamo a Duén Canell», borbottò,
anticipando i commenti di Geralt.
«Sarà la signora Eithné a decidere», ribatté lo strigo in tono aspro.
Ma sapeva che Braenn aveva ragione. Guardò la bambina che si
agitava sul giaciglio verde. Peccato. Una piccola così risoluta. Dove
l'ho già vista? Non importa. Ma peccato. Il mondo è tanto grande e
bello. E ormai il suo universo sarà Brokilon, sino alla fine dei suoi
giorni. Pochi giorni, forse. Forse solo fino a quando non stramazzerà
nelle felci, tra le grida e il sibilo di una freccia, combattendo questa
assurda guerra per il bosco dalla parte di coloro che devono
perdere. Devono. Prima o poi. «Ciri?»
«Sì?»
«Dove abitano i tuoi genitori?»
«Non ho i genitori. Sono annegati in mare quand'ero piccola.»
Già, questo spiega molte cose, pensò lo strigo. Una principessa
orfana. Chissà, magari la terza figlia dopo quattro maschi. Un titolo
che in pratica conta meno di quello di ciambellano o scudiero. Un
affarino dagli occhi verdi e dai capelli biondo cenere che gira per la
corte e di cui bisogna liberarsi dandola in moglie. E al più presto,
prima che maturi e diventi una piccola donna, una minaccia di
scandalo, mésalliance o incesto, cosa non difficile nella stanza da
letto comune di un castello.
La sua fuga non stupiva lo strigo. Gli era capitato spesso
d'incontrare principesse, e perfino regine, che vagabondavano in
compagnie di attori girovaghi, felici di essere sfuggite a un re
decrepito ma sempre desideroso di eredi. Aveva visto figli di re che
preferivano l'incerto destino del mercenario a una regina scelta per
loro dal padre, zoppa o butterata dal vaiolo, la cui verginità
rinsecchita o dubbia doveva essere il prezzo di un'alleanza e di una
parentela dinastica.
Si mise accanto alla bambina e la coprì col suo farsetto. «Dormi.
Dormi, orfanella.»
«Ma figurati! Sono una principessa, non un'orfana. E ho una
nonna. Mia nonna è una regina, cosa credi. Quando le dirò che
volevi picchiarmi con una cinghia ti farà tagliare la testa, vedrai.»
«Ma è terribile! Ciri, abbi pietà!»
«Come no!»
«Eppure sei una brava bambina. Il taglio della testa fa un male
tremendo. È vero che non dirai niente?»
«Lo dirò.»
«Ciri.»
«Lo dirò, lo dirò, lo dirò! Hai paura, eh?»
«Molta. Sai, Ciri, se si taglia la testa a qualcuno ne può morire.»
«Mi prendi in giro?»
«Non oserei mai.»
«Abbasserai la cresta, vedrai. Con mia nonna non si scherza, le
basta battere un piede a terra perché i più grandi guerrieri e cavalieri
le s'inginocchino davanti, l'ho visto coi miei occhi. E, se qualcuno
disobbedisce, zac, niente più testa.»
«Terribile. Ciri?»
«Eh?»
«Probabilmente taglieranno la testa anche a te.»
«A me?»
«Certo. La regina tua nonna ha concordato il matrimonio con
Kistrin e ti ha mandato a Verden, a Nastrog. Hai disobbedito.
Quindi non appena torni... zac! Niente più testa.»
La bambina rimase in silenzio, smise perfino di muoversi.
Geralt la sentiva schioccare la lingua mordendosi il labbro
inferiore e tirare su col naso chiuso.
«Non è vero. La nonna non mi farà tagliare la testa, perché...
perché è mia nonna, no? Eh, al massimo riceverò una lezione...»
Geralt rise. «Ah. Con tua nonna non si scherza, eh? Allora hai già
assaggiato la verga?» Ciri sbuffò.
«Sai una cosa? Diremo a tua nonna che te le ho già suonate io...
per lo stesso reato non si può essere puniti due volte. D'accordo?»
Ciri si sollevò sui gomiti, facendo frusciare i rami. «Sei proprio
sciocco! Quando la nonna sentirà che mi hai picchiato ti farà tagliare
la testa come niente!»
«Dunque ti dispiace un po' per la mia testa?»
La bambina tacque, poi tirò di nuovo su col naso. «Geralt...»
«Che c'è, Ciri?»
«La nonna sa che devo tornare. Non posso essere una principessa
e neppure la moglie di quello stupido di Kistrin. Devo tornare e
basta.»
Devi. Purtroppo questo non dipende né da te né da tua nonna.
Dipende dall'umore della vecchia Eithné. E dalle mie capacità di
persuasione, pensò lo strigo.
«La nonna lo sa. Perché io... Geralt, giura che non lo dirai a
nessuno. È un segreto tremendo. Terribile, ti dico. Giura.»
«Giuro.»
«Be', allora te lo dico. Mia madre era una maga, pensa un po'. E
anche mio padre era vittima di un incantesimo. Mi ha raccontato
tutto la mia vecchia bambinaia.
Quando la nonna è venuta a saperlo è successo il finimondo.
Perché sono predestinata, sai?»
«A che cosa?»
«Non lo so. Ma sono predestinata. Così diceva la bambinaia. E la
nonna ha detto che non l'avrebbe permesso, che piuttosto tutto il
madel... madeletto castello sarebbe crollato. Capisci? E la bambinaia
ha risposto che contro la predestinazione non c'è niente da fare. Ah!
E poi la bambinaia si è messa a piangere e la nonna a urlare. Vedi?
Sono predestinata. Non diventerò la moglie di quello stupido di
Kistrin. Geralt?»
Lo strigo sbadigliò tanto da far scricchiolare la mandibola.
«Dormi, Ciri.»
«Raccontami una favola.»
«Cosa?»
«Una favola. Come faccio a dormire senza una favola?
Impossibile!»
«Non conosco nessuna favola, accidenti. Dormi.»
«Non mentire. Ne conosci. Quando eri piccolo nessuno ti
raccontava le favole? Perché ridi?»
«Per niente. Mi sono ricordato qualcosa.»
«Ah! Vedi. Be', racconta.»
«Che cosa?»
«La favola.»
Geralt rise di nuovo, poi si mise le mani sotto la testa e guardò le
stelle che baluginavano dietro i rami sopra le loro teste. «C'era una
volta... un gatto. Un normale gatto striato che dava la caccia ai topi.
Una volta questo gatto partì solo soletto per una spedizione in un
bosco oscuro, spaventoso. Cammina, cammina...»
«Non credere che mi addormenti prima che arrivi da qualche
parte», borbottò Ciri stringendosi a lui.
«Zitta, mocciosa. Insomma... Cammina, cammina, finalmente
incontrò una volpe. Una volpe rossa.»
Braenn sospirò e si stese dall'altra parte dello strigo, stringendosi
anch'essa leggermente a lui.
«Su. Racconta cos'è successo poi», lo incitò Ciri tirando su col
naso.
«La volpe guardò il gatto. 'Chi sei?' chiese. 'Sono un gatto', rispose
lui. 'Ah', fece la volpe, 'e non hai paura di girare da solo nel bosco? E
se il re andasse a caccia? Con cani e battitori a cavallo? Credimi,
gatto, le cacce sono una disgrazia tremenda per quelli come noi. Tu
e io abbiamo la pelliccia, e i cacciatori non risparmiano quelli come
noi, perché hanno fidanzate e amanti cui si gelano mani e collo,
perciò ci trasformano in manicotti e colli da far indossare a quelle
sgualdrine.'»
«Che cosa sono i manicotti?» chiese Ciri.
«Non interrompere. E la volpe aggiunse: 'Io, gatto, so superarli in
astuzia, ho milleduecentottantasei modi per farmi gioco dei
cacciatori, tanto sono scaltra. E tu, gatto, quanti modi hai per
metterli nel sacco?'»
Ciri si strinse ancora più forte allo strigo. «Oh, che bella favola.
Racconta, e il gatto?»
«Già. E il gatto?» sussurrò dall'altro lato Braenn. Lo strigo girò la
testa. Gli occhi della driade scintillavano, aveva le labbra semiaperte
e ci passava sopra la lingua. Certo, le piccole driadi sono assetate di
favole. Come i piccoli strighi. Perché sia le une sia gli altri raramente
ascoltano favole prima di addormentarsi. Le piccole driadi si
addormentano sentendo stormire gli alberi. I piccoli strighi
sentendosi dolere i muscoli. Anche a noi risplendevano gli occhi
come a Braenn quando ascoltavamo le favole di Vesemir, laggiù, a
Kaer Morhen. Ma è stato tanto tempo fa... Tanto tempo fa...
«Be'? E poi?» fece Ciri, spazientita.
«Allora il gatto disse: 'Io, volpe, non ho nessun modo per metterli
nel sacco. So fare una sola cosa: hop, saltare su un albero. Dovrebbe
bastare, no?' E la volpe giù a ridere. 'Sei proprio uno sciocco. Alza
quella tua coda striata e fila via di qui: se i cacciatori ti circondano,
per te è finita.' E all'improvviso, di punto in bianco, risuonarono i
corni da caccia! E i cacciatori spuntarono fuori dei cespugli, videro il
gatto e la volpe e si gettarono su di loro!»
«Ahimè!» Ciri tirò su col naso e la driade si agitò.
«Zitte. Si gettarono su di loro urlando: 'Avanti, scuoiamoli!
Trasformiamoli in manicotti, in manicotti!' E aizzarono i cani contro
di loro. E il gatto, hop, sull'albero, alla maniera dei gatti. Proprio in
cima. E i cani, zac, presero la volpe! Prima che la volpe rossa riuscisse
a servirsi di uno dei suoi astuti modi per fare fessi i cacciatori, era già
stata trasformata in collo di pelliccia. Quanto al gatto, che soffiava
contro i cacciatori dalla cima dell'albero, loro non potevano fargli
niente, perché era dannatamente in alto. Rimasero giù, imprecarono
a più non posso, ma dovettero andarsene con un pugno di mosche.
E allora il gatto scese dall'albero e se ne tornò tranquillamente a
casa.»
«E poi?»
«E poi niente. È finita.»
«E la morale? Le favole hanno la morale, no?» chiese Ciri.
«Come? Che cos'è la morale?» fece Braenn stringendosi più forte a
Geralt.
«Una buona favola ha la morale e una cattiva non ce l'ha», rispose
Ciri convinta, tirando su col naso.
La driade sbadigliò. «Questa era una buona favola. Non le
mancava niente. Per sfuggire all'yghern, scricciolo, dovevi salire
sull'albero, come quel gatto intelligente. Senza stare a riflettere,
bastava che ti arrampicassi sull'albero. Qui sta tutta la saggezza.
Sopravvivere. Non cedere.»
Geralt rise sommessamente. «Non c'erano alberi nel parco del
castello, Ciri? A Nastrog? Invece di scappare a Brokilon, ti saresti
potuta arrampicare su un albero e rimanere lì, proprio in cima,
finché a Kistrin non fosse passata la voglia di sposarsi.»
«Mi prendi in giro?»
«Sì.»
«Sai una cosa? Non ti sopporto.»
«Terribile, Ciri, mi hai dato una coltellata al cuore.»
«Lo so.» La bambina annuì tutta seria tirando su col naso, quindi
gli si strinse più forte.
«Dormi bene, Ciri», mormorò lo strigo aspirando il suo buon
profumo di passero. «Dormi bene. Buonanotte, Braenn.»
«Déarme, Gwynbleidd.»
Sopra le loro teste, Brokilon stormiva con un miliardo di rami e
centinaia di miliardi di foglie.
IV

Il giorno seguente arrivarono agli Alberi. Braenn s'inginocchiò e


chinò la testa. Geralt sentì di dover fare lo stesso. Ciri sospirò
ammirata.
Gli Alberi - per lo più querce, tassi e noci bianchi - avevano
circonferenze superiori alle dieci tese. Non c'era modo di stabilire
quanto in alto arrivassero le loro chiome. Il punto in cui le poderose
radici contorte si tramutavano in tronchi regolari era comunque
molto al di sopra delle loro teste. Lì potevano andare più spediti: i
giganti crescevano radi, e nella loro ombra non attecchiva
nessun'altra vegetazione, c'era solo un tappeto di foglie putrefatte.
Potevano andare più spediti. Ma andavano piano. In silenzio. A
testa china. Lì tra gli Alberi, loro erano piccoli, insignificanti,
secondari. Non contavano niente. Perfino Ciri era più silenziosa: non
aprì bocca per quasi mezz'ora.
Dopo un'ora di marcia superarono la zona degli Alberi e
s'inoltrarono nuovamente in gole e umide faggete.
Il raffreddore non dava tregua alla piccola. Geralt non aveva
fazzoletti e, stufo del suo incessante tirare su col naso, le insegnò a
soffiarselo con le dita. Cosa che alla bambina piacque moltissimo.
Guardando il suo sorrisetto e gli occhi che luccicavano, lo strigo era
profondamente convinto che si rallegrasse alla prospettiva di poter
ben presto fare sfoggio del nuovo trucco a corte, durante un convito
solenne o l'udienza di un ambasciatore d'oltremare.
Braenn si fermò all'improvviso e si girò. «Gwynbleidd, vieni. Ti
bendo gli occhi. È necessario», disse, sciogliendo il fazzoletto verde
che portava avvolto intorno al gomito.
«Lo so.»
«Ti condurrò io. Dammi la mano.»
«No, lo condurrò io. Va bene, Braenn?» chiese Ciri.
«Va bene, scricciolo.»
«Geralt?»
«Sì?»
«Che cosa significa Gwyn... bleidd?»
«Lupo Bianco. Così mi chiamano le driadi.»
«Attento, una radice. Non inciampare! Ti chiamano così perché
hai i capelli bianchi?»
«Sì... Accidenti!»
«Te l'avevo detto che c'era una radice.» Proseguirono. Adagio. Il
terreno sotto i loro piedi era reso scivoloso dalle foglie cadute.
Geralt sentì del calore sul viso, il bagliore del sole penetrò attraverso
il fazzoletto che gli copriva gli occhi.
«Oh, Geralt, è così bello qui!» esclamò Ciri. «Peccato che tu non
possa vederlo. Ci sono tanti fiori. E uccelli. Senti come cantano? Oh,
quanti ce ne sono. Un'infinità. Oh... e scoiattoli. Attento, ora
attraverseremo un ruscello su un piccolo ponte di pietra. Non cadere
in acqua. Oh, quanti pesci! È pieno. Nuotano nell'acqua, sai? Ci sono
tanti animali qui, accidenti. Da nessun'altra parte devono essercene
altrettanti...»
«Da nessun'altra parte. Qui siamo a Brokilon», borbottò Geralt.
«Cosa?»
«Brokilon. L'Ultimo Luogo.»
«Non capisco...»
«Nessuno lo capisce. Nessuno vuole capirlo.»
V

Braenn affondava fino al ginocchio in un fitto tappeto di nebbia.


«Ora puoi toglierti il fazzoletto, Gwynbleidd. Siamo arrivati. Duén
Canell.»
Duén Canell, il Luogo della Quercia. Il cuore di Brokilon.
Geralt c'era già stato. Due volte. Ma non lo raccontava a nessuno.
Nessuno gli avrebbe creduto.
Una conca circondata dalle chiome di grandi alberi verdi.
Immersa nelle nebbie e nei vapori che scaturivano dalla terra, dalle
rocce, dalle sorgenti calde. Una conca...
Il suo medaglione da strigo tremava lievemente.
Una conca inondata di magia. Duén Canell. Il cuore di Brokilon.
Braenn sollevò la testa e si aggiustò la faretra sulle spalle.
«Andiamo. Dammi la mano, scricciolo.»
All'inizio la conca sembrava spopolata, deserta. Subito però si
levò un alto fischio modulato e una snella driade dai capelli scuri,
con indosso un abito mimetico a chiazze discese agilmente lungo
alcuni gradini appena visibili che giravano a spirale intorno al tronco
più vicino. «Cedei, Braenn.»
«Ceàd, Sirssa. Va'n vort medth Eithné a?»
La driade dai capelli scuri osservò lo strigo con uno sguardo
languido. «Neén, aefder. Ess' ae'n Sidh?» Quindi sorrise, facendo
balenare i denti candidi. Era straordinariamente bella, anche secondo
i parametri umani.
Geralt si sentì goffo e sciocco, consapevole che la driade lo stava
valutando senza pudore.
Braenn scosse la testa. «Neén. Ess' vatt'ghern, Gwynbleidd, a vàen
medth Eithné va, a'ss.»
La bella driade storse le labbra. «Gwynbleidd? Bloede caérmel
Aen'ne caen n'zvedd vort! T'ess foile!»
Braenn ridacchiò.
«Che sta dicendo?» chiese lo strigo, che si stava irritando.
Braenn ridacchiò di nuovo. «Niente. Andiamo.»
«Oh! Guarda, Geralt, che casette buffe!» Ciri era in visibilio.
In fondo alla conca, proprio sotto le chiome, aveva inizio la vera
Duén Canell. Le «casette buffe», che ricordavano nella forma enormi
palline di vischio, rivestivano i tronchi e i rami più robusti degli
alberi a svariate altezze, sia in basso, appena sopra il terreno, sia in
alto e perfino molto in alto. Geralt scorse anche alcune costruzioni
più grandi a terra, capanne di rami intrecciati ancora ricoperti di
foglie. Intravide dei movimenti nelle aperture degli alloggi, ma di
driadi non c'era quasi traccia. Ce n'erano molte di meno rispetto alle
sue visite precedenti.
«Geralt! Queste case crescono. Hanno le foglie!» sussurrò Ciri.
Lo strigo annuì. «Sono fatte di alberi vivi. È così che vivono le
driadi, così costruiscono le loro case. Nessuna driade, mai, farà del
male a un albero tagliandolo o segandolo. Amano gli alberi.
Tuttavia riescono a far sì che i rami crescano in modo da formare
delle casette.»
«Bello. Vorrei averne una così nel nostro parco.»
Braenn si fermò davanti a una delle capanne più grandi. «Entra,
Gwynbleidd. Aspetterai qui la signora Eithné. Va fàill, scricciolo.»
«Cosa?»
«Era un saluto, Ciri. Ha detto: 'Arrivederci'.»
«Ah. Arrivederci, Braenn.»
Entrarono. L'interno della casetta scintillava di chiazze di sole che
filtravano attraverso la struttura del tetto.
«Geralt!»
«Freixenet!»
«Sei vivo, che il diavolo mi porti!» Il ferito sorrise, facendo
scintillare i denti e sollevandosi sul giaciglio di ramoscelli di abete.
Quando vide Ciri incollata alla coscia dello strigo, fece tanto d'occhi
e arrossì. «Piccola canaglia! C'è mancato poco che morissi per colpa
tua! Oh, sei fortunata che non posso alzarmi, ti avrei già conciato
per le feste!»
Ciri arricciò il naso in maniera buffa. «Sei già il secondo che vuole
picchiarmi. Io sono una bambina, e le bambine non si possono
picchiare!»
Freixenet tossì. «Te lo farei vedere io... che cosa si può fare, peste
che non sei altro! Ervyll sta uscendo di senno... chiama a raccolta
guerrieri nel timore che tua nonna muova l'esercito contro di lui. Chi
crederà che te la sei filata da sola? Tutti sanno com'è fatto Ervyll e
che cosa gli piace. Tutti pensano che ti... abbia fatto qualcosa mentre
era ubriaco, e poi abbia ordinato di affogarti nello stagno! Siamo a
un passo dalla guerra con Nilfgaard, e per colpa tua il trattato e
l'alleanza con tua nonna sono andati in fumo! Vedi che cosa hai
combinato?»
«Non agitarti, potrebbe venirti un'emorragia. Come hai fatto ad
arrivare qui tanto in fretta?» domandò lo strigo.
«Lo sa il diavolo, sono rimasto svenuto quasi tutto il tempo. Mi
hanno versato in gola qualcosa di disgustoso. Mi hanno tappato il
naso e... che vergogna, maledizione...»
«Sei vivo grazie a ciò che ti hanno versato in gola. Ti hanno
portato qui?»
«Mi hanno trascinato su una lettiga. Ho chiesto di te, ma non mi
hanno detto niente. Ero sicuro che fossi stato colpito da una freccia.
Sei scomparso talmente all'improvviso... e invece eccoti qui, vivo e
vegeto, neppure in catene e, come se non bastasse, guarda un po',
hai salvato la principessa Cirilla... Che la peste mi colga, te la cavi in
qualsiasi situazione, Geralt, cadi sempre in piedi, come i gatti.»
Lo strigo sorrise e non rispose.
Freixenet tossì forte, girò la testa e sputò della saliva rosea. «Sì, ci
deve essere il tuo zampino anche nel fatto che non mi abbiano
finito. Ti conoscono, queste maledette driadi. È già la seconda volta
che mi togli dai guai.»
«Lascia stare, barone.»
Freixenet provò a mettersi seduto, ma rinunciò. «'Fanculo la mia
baronia. Ero barone a Hamm. Adesso sono una specie di voivoda di
Ervyll, a Verden. Cioè, lo ero. Ammesso che riesca a uscire in qualche
modo da questo bosco, a Verden ormai non c'è più posto per me, se
non forse sul patibolo. È dalla mia sorveglianza che è fuggita questa
piccola donnola di Cirilla. Pensi che sia venuto qui a Brokilon con
due compagni per capriccio? No, Geralt, me la sono filata anch'io,
potevo contare sulla pietà di Ervyll solo quando l'avessi riportata
indietro. Ma ci siamo imbattuti in queste maledette driadi... Non
fosse stato per te, avrei tirato le cuoia laggiù, nella buca di
quell'albero abbattuto. Mi hai salvato di nuovo. È destino, è chiaro
come il sole.»
«Esageri.»
Freixenet scosse la testa. «È destino. Era scritto nelle stelle che ci
saremmo incontrati di nuovo, strigo. Che mi avresti di nuovo salvato
la pelle. Ricordo che se ne parlava a Hamm, dopo che mi hai
liberato dell'incantesimo che mi aveva trasformato in uccello.»
«È stato un caso», disse Geralt in tono freddo. «
Macché caso. Porca miseria, non fosse stato per te sarei ancora un
cormorano, non c'è dubbio...»
«Sei stato un cormorano? Un vero cormorano? Un uccello?» gridò
Ciri tutta eccitata.
«Sì. Mi aveva fatto un incantesimo una... puttana... maledetta...
per vendetta», rispose il barone digrignando i denti.
«Evidentemente non le avevi dato una pelliccia... per fare un,
be'... un manicotto», affermò Ciri arricciando il naso.
«La ragione era un'altra.» Freixenet, leggermente arrossito, lanciò
un'occhiata minacciosa alla bambina. «Ma che te ne importa,
marmocchia!»
Ciri assunse un'espressione offesa e girò la testa.
Freixenet si schiarì la gola. «Già. Dov'ero rimasto... Ah, sì, a
quando mi hai liberato dall'incantesimo a Hamm. Non fosse stato
per te, Geralt, sarei rimasto un cormorano per il resto dei miei
giorni, avrei volato sul lago e avrei smerdato i rami degli alberi,
illudendomi di venire salvato da una camicia di fibre di ortica tessuta
dalla mia sorellina con una tenacia degna di miglior causa. Porca
miseria, quando mi viene in mente quella camicia mi viene voglia di
prendere a calci qualcuno. Quell'idiota...»
Lo strigo sorrise. «Non parlare così. Lei aveva le migliori
intenzioni. Era stata male informata, tutto qui. Gira un'infinità di
assurdi miti sullo scioglimento degli incantesimi. Comunque sei stato
fortunato, Freixenet. Avrebbe potuto ordinarti di tuffarti nel latte
bollente. Ho sentito di un caso del genere. Indossare una camicia di
ortiche, comunque lo consideri, è poco nocivo alla salute, anche se
di poco aiuto.»
«Bah, forse hai ragione. Forse pretendo troppo da lei. Eliza è
sempre stata bella e stupida, fin da bambina. In effetti un ottimo
materiale per la moglie di un re.»
«Che cos'è un bel materiale? E perché per fare la moglie?» chiese
Ciri.
«Ti ho detto di non immischiarti, marmocchia. Sì, Geralt, fortuna
che proprio allora tu abbia fatto la tua comparsa a Hamm. E che il re
mio cognato abbia acconsentito a spendere i pochi ducati che hai
chiesto per spezzare l'incantesimo.»
«Sai, Freixenet, che la notizia di quell'avvenimento si è largamente
diffusa?» disse Geralt con un sorriso ancora più largo.
«La vera versione?»
«Non proprio. Prima di tutto, ti hanno aggiunto dieci fratelli.»
Il barone si sollevò su un gomito e tossì. «Ma no! Quindi,
compresa Eliza, dovremmo essere in dodici? Che dannata idiozia!
Mia madre non era mica una coniglia!»
«Ma non è tutto. Il cormorano è stato ritenuto poco romantico.»
«Ed è vero! Non ha nulla di romantico!» esclamò il barone con
una smorfia, tastandosi il petto avvolto in strisce di corteccia di
betulla. «Dunque in cosa ero stato trasformato, stando ai racconti?»
«In cigno. Cioè, in cigni. Eravate dodici, non dimenticarlo.»
«E perché, tuoni e fulmini, un cigno sarebbe più romantico di un
cormorano?»
«Non lo so.»
«Neanch'io. Ma suppongo che nei racconti Eliza mi abbia tolto
l'incantesimo grazie alla sua terribile camicina di ortiche.»
«Indovinato. E che mi dici di Eliza?»
«Ha la tisi, poverina. Non le resta molto da vivere.»
«Mi dispiace.»
«Già», confermò Freixenet in tono indifferente, distogliendo lo
sguardo.
Geralt appoggiò le spalle alla parete di elastici rami intrecciati.
«Tornando all'incantesimo... non hai ricadute? Non ti crescono le
penne?»
Il barone sospirò. «Grazie agli dei, no. È tutto a posto. L'unico
lascito di quei tempi è la passione per il pesce. Per me, Geralt, nulla
eguaglia un'abbuffata di pesce. A volte, di buon mattino, vado dai
pescatori, al pontile e, prima che possano scegliermi qualcosa di più
nobile, prendo una o due manciate di alborelle direttamente dal
vivaio, un paio di lasche, leucischi o cavedani... È più un piacere che
un'abbuffata.»
«È stato un cormorano e tu gli hai tolto l'incantesimo... Sai fare le
magie!» Ciri guardò Geralt.
«È evidente. È uno strigo», disse Freixenet.
«Str-strigo?»
«Non sapevi che è uno strigo? Il famoso Geralt di Rivia? È vero,
come fa una marmocchia come te a sapere che cos'è uno strigo? Ora
non è più come una volta. Ora ce ne sono pochi, quasi non se ne
incontrano. Sicuramente in vita tua non ne hai mai visto uno.»
Ciri fece lentamente segno di no con la testa, senza distogliere lo
sguardo da Geralt.
«Uno strigo, marmocchia, è...» Vedendo Braenn entrare nella
capanna, Freixenet s'interruppe e impallidì. «No, non voglio! Non mi
farò versare nulla in bocca, mai e poi mai! Geralt! Dille...»
«Calmati.»
Braenn non degnò Freixenet che di uno sguardo fugace. Si
avvicino subito a Ciri, che era accovacciata accanto allo strigo.
«Vieni, scricciolo.»
«Dove? Non vengo. Voglio stare con Geralt», fece Ciri con una
smorfia.
Lo strigo fece un sorriso forzato. «Va'. Ti divertirai con Braenn e le
giovani driadi. Ti mostreranno Duén Canell...»
«Non mi ha bendato gli occhi», disse Ciri molto lentamente. «A te
li ha bendati. Perché non possa ritrovare questo posto, quando te ne
sarai andato. Ciò significa...»
Geralt guardò Braenn.
La driade fece spallucce, quindi strinse a sé la bambina.
«Ciò significa... ciò significa che non me ne andrò di qui. È così?»
La voce di Ciri si spezzò all'improvviso.
«Nessuno sfugge al proprio destino.»
Tutti girarono la testa al suono di quella voce. Sommessa ma
sonora, dura, decisa. Una voce che si faceva ascoltare, che non
ammetteva repliche. Braenn s'inchinò. Geralt piegò un ginocchio.
«Signora Eithné...»
La sovrana di Brokilon indossava un leggero vestito verde chiaro
con lo strascico. Come quasi tutte le driadi, era bassa e snella; il viso
fiero, dai lineamenti seri, marcati, e la bocca risoluta la facevano
sembrare più alta e robusta. Capelli e occhi avevano il colore
dell'argento fuso.
Entrò nella capanna scortata da due driadi più giovani armate di
arco. Senza una parola, fece un cenno a Braenn, che prese
immediatamente Ciri per mano e la trascinò verso la porta, tenendo
la testa bassa. La principessa, pallida e ammutolita, camminava in
maniera rigida e sgraziata. Quando le passò accanto, Eithné le
afferrò con rapido gesto il mento, lo sollevò e la guardò a lungo
negli occhi.
Geralt vide che Ciri tremava.
«Va', piccola. Non avere paura di nulla. Nulla è ormai in grado di
cambiare il tuo destino. Sei a Brokilon», disse infine Eithné.
Ciri trotterellò obbediente dietro Braenn. Sulla soglia si girò. Lo
strigo vide le sue labbra tremare e gli occhi verdi farsi vitrei per le
lacrime. Lui non disse neppure una parola. Continuava a stare con
un ginocchio a terra, la testa china.
«Alzati, Gwynbleidd. Salute.»
«Salute a te, Eithné, Signora di Brokilon.»
«Ho nuovamente il piacere di ospitarti nel mio Bosco. Sebbene
venga qui a mia insaputa e senza il mio consenso. Ed entrare a
Brokilon a mia insaputa e senza il mio consenso è rischioso, Lupo
Bianco. Anche per te.»
«Vengo con un'ambasceria.»
La driade fece un sorrisetto. «Ah... Di qui la tua audacia, che non
vorrei definire con un'altra parola molto più forte. Geralt, gli
ambasciatori sono intoccabili solo per gli uomini. Io non riconosco
nulla di quanto è umano. Qui siamo a Brokilon.»
«Eithné...»
«Taci. Ho ordinato di risparmiarti. Uscirai da Brokilon vivo. Non
perché sei un ambasciatore. Per altri motivi.»
«Non t'interessa sapere che ambasceria porto? Da dove vengo, nel
nome di chi?»
«Detto francamente, no. Qui siamo a Brokilon. Tu vieni
dall'esterno, da un mondo che non m'interessa. Perché dovrei
perdere tempo ad ascoltare ambascerie? Cosa possono rappresentare
per me delle proposte, degli ultimatum ideati da qualcuno che pensa
e sente in maniera diversa da me? Cosa può importarmi di ciò che
pensa re Venzlav?»
Geralt scosse la testa stupito. «Come fai a sapere che vengo da
parte di Venzlav?»
«È chiaro: Ekkehard è troppo stupido. Ervyll e Viraxas mi odiano
troppo. Altri territori non confinano con Brokilon.»
«Sai molto di quanto accade al di fuori di Brokilon, Eithné.»
«So moltissimo, Lupo Bianco. È il privilegio della mia età. Ora
però, se permetti, vorrei sbrigare una certa faccenda. Quell'uomo
dall'aspetto di orso è tuo amico?»
«Ci conosciamo. Una volta l'ho liberato da un incantesimo.»
«Il problema è che non so cosa fare con lui. Ormai non posso
ordinare di ucciderlo. Vorrei permettergli di ristabilirsi, ma costituisce
una minaccia. Non sembra un fanatico, piuttosto un cacciatore di
scalpi. So che Ervyll paga per ogni scalpo di driade. Non ricordo
quanto. Del resto, il prezzo aumenta insieme col crollo del valore
del denaro.»
«Ti sbagli. Non è un cacciatore di scalpi.»
«Allora perché si è introdotto a Brokilon?»
«Per cercare la bambina che era stata affidata alle sue cure. Ha
rischiato la vita per ritrovarla.»
«Molto sciocco da parte sua. È perfino difficile definirlo rischio. È
andato incontro a morte certa. Deve il fatto di essere vivo
unicamente alla sua salute di ferro e alla sua resistenza. Per quanto
riguarda la bambina, anche lei si è salvata per caso. Le mie ragazze
non le hanno tirato frecce perché pensavano che fosse un puck o un
lepricauno.» Spostò di nuovo lo sguardo su Freixenet, e Geralt vide
le sue labbra perdere la loro durezza ostile. «Be', ora festeggiamo in
qualche modo la giornata.» Si avvicinò al giaciglio di rami seguita
dalle due driadi che la accompagnavano.
Freixenet impallidì e cercò di farsi piccolo piccolo, senza peraltro
riuscirci.
Eithné lo guardò un istante. «Hai figli? Dico a te, balordo.»
«Eh?»
«Mi pare di essermi espressa in modo chiaro.»
Freixenet si schiarì la voce, tossì. «Non sono... non sono sposato.»
«Poco m'importa della tua vita familiare. M'interessa se sei capace
di far scoccare qualcosa nei tuoi lombi grassocci. Per il Grande
Albero! Hai mai messo incinta una donna?»
«Eh... sì... sì, signora, ma...»
Eithné si rivolse a Geralt. «Rimarrà a Brokilon finché non sarà
completamente guarito, e per un altro po'. Poi... che vada pure dove
vuole.»
«Ti ringrazio, Eithné.» Lo strigo fece un inchino. «E... la bambina?
Che ne sarà di lei?»
«Perché lo chiedi? Lo sai già.» La driade gli rivolse uno sguardo
gelido.
«Non è una comune bambina di campagna. È una principessa.»
«Questo non m'impressiona affatto. E non fa nessuna differenza.»
«Ascolta...»
«Non una parola di più, Gwynbleidd.»
Lo strigo tacque mordendosi le labbra. «E la mia ambasceria?»
La driade sospirò. «La ascolterò. No, non per curiosità. Lo farò per
te, perché possa presentarti a Venzlav e ricevere il compenso che
sicuramente ti ha promesso per arrivare fino a me. Ma non ora,
sono occupata. Vieni questa sera al mio Albero.»
Quando fu uscita, Freixenet si alzò su un gomito, gemette, tossì e
si sputò nella mano. «Che succede, Geralt? Perché devo rimanere
qui? E perché ha parlato di bambini? In che storia mi hai trascinato,
eh?»
Lo strigo si sedette. «Ti salverai la pelle, Freixenet. Sarai uno dei
pochi che sono usciti vivi di qui, almeno ultimamente. E diventerai
padre di una piccola driade. O magari di più d'una.»
«Come sarebbe? Devo fare... lo stallone da riproduzione?»
«Chiamalo come vuoi. Hai una scelta limitata.»
«Capisco. Ma, sì, ho visto prigionieri lavorare nelle miniere e
scavare canali. Tra i due mali, scelgo... spero solo che mi bastino le
forze. Sono in parecchie, qui...» borbottò il barone con un sorriso
lascivo.
«Smettila di sorridere come uno sciocco. E di sognare. Non
fantasticare di omaggi, musica, vino, ventagli e uno sciame di driadi
in adorazione. Ce ne sarà una, forse due. E nessuna adorazione.
Tratteranno tutta la faccenda in maniera molto pratica. E te ancora
di più.»
«Non proveranno piacere? Ma neanche dispiacere, mi auguro.»
«Non fare il bambino. Da questo punto di vista, non si
distinguono in nulla dalle donne. Almeno fisicamente.»
«E cioè?»
«Dipende da te se la driade proverà o no piacere. Ma ciò non
toglie che a lei importerà esclusivamente del risultato. La tua persona
ha un significato secondario.
Non aspettarti gratitudine. Ah, e non provare assolutamente a
fare nulla di tua iniziativa.»
«Di mia cosa?»
«Se la mattina la incontri, inchinati, ma senza sorrisetti o
strizzatine d'occhio, per mille diavoli. Per una driade è una questione
d'importanza capitale. Se sarà lei a sorriderti o ad avvicinarsi, potrai
parlarle. Meglio se di alberi. Se non t'intendi di alberi, del tempo.
Ma, se finge di non vederti, tieniti alla larga da lei e dalle altre
driadi. E tieni le mani a posto. Per una driade che non è pronta,
certe faccende non esistono. Se la tocchi rimedierai una coltellata,
perché non capirà le tue intenzioni.»
«Sei pratico delle loro usanze di accoppiamento. Ti è capitato di
sperimentarle?» chiese Freixenet con un sorriso.
Lo strigo non rispose. Davanti agli occhi aveva la driade bella e
slanciata, il suo sorriso sfrontato... Vatt'ghern, bloede caérme. Uno
strigo, che scalogna. Che cosa ci hai portato, Braenn? Perché a noi?
Uno strigo non serve a niente...
«Geralt?»
«Sì?»
«E la principessa Cirilla?»
«Dimenticala. Diventerà una driade. Fra due o tre anni
conficcherà una freccia nell'occhio di suo fratello, se proverà a
entrare a Brokilon.»
Freixenet aggrottò la fronte. «Porca miseria. Ervyll sarà furioso.
Geralt? Non si potrebbe...»
«No. Non provarci neppure. Non usciresti vivo da Duén Canell.»
«Vuol dire che la piccola è perduta.»
«Per voi, sì.»
VI

L'Albero di Eithné, naturalmente, era una quercia, anzi tre querce


saldate insieme, ancora verdi, sebbene secondo i calcoli di Geralt
avessero almeno trecento anni. All'interno erano vuote, e la cavità
aveva le dimensioni di una stanza piuttosto grande con un alto
soffitto a cono. L'interno, illuminato da una lucernetta che non
mandava fumo, era stato trasformato in un comodo alloggio
modesto, ma non primitivo.
Eithné era inginocchiata al centro della stanza su una sorta di
stuoia di fibra. Davanti a lei era seduta Ciri, a gambe incrociate,
rigida e immobile, come impietrita, lavata e guarita dal raffreddore, i
grandi occhi color smeraldo spalancati. Lo strigo notò che il suo
visetto, ora che ne erano scomparse la sporcizia e la smorfia da
diavoletto maligno, era bellissimo.
Eithné le pettinava i lunghi capelli, adagio e con tenerezza. «Entra,
Gwynbleidd. Siediti.»
Geralt si sedette, dopo essersi inginocchiato cerimoniosamente.
«Ti sei riposato? Quando puoi metterti sulla via del ritorno? Che
ne dici di domattina?» chiese la driade senza guardarlo e senza
smettere di pettinare Ciri.
«Non appena me lo ordinerai, Signora di Brokilon. Basta una tua
parola perché io cessi d'infastidirti con la mia presenza a Duén
Canell», rispose lui freddamente.
Eithné girò lentamente la testa. «Geralt, non fraintendermi. Ti
conosco e ti rispetto. So che non hai mai fatto del male a driadi,
ondine, silfidi o ninfe, anzi il contrario. Ti è capitato d'intervenire in
loro difesa, di salvare loro la vita. Ma ciò non cambia nulla. Troppe
cose ci dividono. Apparteniamo a mondi diversi. Non voglio e non
posso fare eccezioni. Per nessuno. Non ti chiederò se capisci, perché
so che è così. Ti chiedo se lo accetti.»
«Cosa cambia?»
«Niente. Ma voglio saperlo.»
«Lo accetto. E lei? Ciri? Anche lei appartiene a un mondo diverso.»
Ciri lo osservò timidamente, quindi spostò lo sguardo verso l'alto,
sulla driade.
Eithné sorrise. «Non per molto ormai.»
«Eithné, ti prego. Rifletti.»
«Su cosa?»
«Dalla a me. Falla tornare con me. Nel mondo cui appartiene.»
«No, Lupo Bianco. Non dico gli altri, ma tu dovresti capirlo.» La
driade affondò di nuovo il pettine nei capelli biondo cenere della
bambina.
«Io?»
«Tu. Anche a Brokilon giungono notizie dal mondo. Notizie su
uno strigo che in cambio di certi servigi esige a volte strani
giuramenti. 'Mi darai ciò che troverai a casa e non ti aspetti.' 'Mi
darai ciò che ancora non sai di avere.' Ti suona familiare? È da un po'
che voi strighi provate in tal modo a guidare il destino, cercando
bambini designati dalla sorte come vostri successori, per tutelarvi
dall'estinzione e dall'oblio. Dal nulla. Perché dunque ti stupisci di
me? Io mi preoccupo della sorte delle driadi. Non è forse giusto? Per
ogni driade uccisa dagli uomini prendiamo una bambina umana.»
«Trattenendola, susciterai ostilità e desiderio di vendetta, Eithné.
Susciterai un antico odio.»
«Non mi è affatto nuovo, l'odio degli uomini. No, Geralt. Non te
la darò. Tanto più che è sana. Ultimamente è una rarità.»
«Una rarità?»
La driade fissò i suoi grandi occhi argentei su di lui. «Ci rifilano le
bambine malate. Difterite, scarlattina, crup, ultimamente anche
vaiolo. Pensano che non ne siamo immuni, che un'epidemia ci
distruggerà, o almeno ci decimerà. Disilludili, Geralt. Abbiamo
qualcosa di più dell'immunità. Brokilon si prende cura delle sue
bambine.» Tacque, e si chinò per pettinare delicatamente una ciocca
di capelli aggrovigliati di Ciri, aiutandosi con l'altra mano.
«Ora posso comunicarti l'ambasceria del Venzlav?» chiese lo strigo
schiarendosi la voce.
Eithné sollevò la testa. «Non è una perdita di tempo? Perché darti
tanta pena? So perfettamente che cosa vuole re Venzlav. Almeno per
questo non sono necessarie facoltà profetiche. Vuole che gli ceda
Brokilon, sicuramente fino al torrente Vda che, come mi è noto,
considera o vorrebbe considerare il confine naturale tra Brugge e
Verden. In cambio suppongo mi offra un'enclave, un angolino di
bosco selvaggio. E sicuramente garantisce con la parola e la tutela
reale che questo angolino selvaggio, questo pezzo di fitta foresta mi
apparterrà nei secoli dei secoli e che nessuno oserà importunarvi le
driadi. Che le driadi potranno vivervi in pace. Eh, Geralt? Venzlav
vorrebbe porre fine alla guerra per Brokilon che dura ormai da due
secoli. E, per porle fine, le driadi dovrebbero cedere ciò per cui
muoiono da duecento anni? Così, semplicemente? Cedere Brokilon?»
Geralt taceva. Non aveva nulla da aggiungere.
La driade sorrise. «Era proprio questa la proposta reale,
Gwynbleidd? O forse era più sincera e diceva: 'Non alzare la testa,
spauracchio dei boschi, bestia della foresta, vestigio del passato, ma
ascolta ciò che noi, re Venzlav, vogliamo. Vogliamo il cedro, la
quercia e il noce bianco, vogliamo il mogano e la betulla dorata, il
tasso per gli archi e i pini per gli alberi delle navi, perché Brokilon si
estende a due passi da qui, e ora ci tocca far venire il legno da oltre
le montagne. Vogliamo il ferro e il rame che si celano sottoterra.
Vogliamo i giacimenti d'oro di Craag An. Vogliamo abbattere, segare
e scavare il terreno senza sentire il sibilo delle frecce. E ciò che più
conta: vogliamo finalmente essere un re cui appartenga tutto quanto
è nel regno. Non desideriamo Brokilon nel nostro regno, un bosco
cui non abbiamo accesso. La sua presenza c'irrita, ci fa adirare e
scaccia il sonno dalle nostre palpebre, perché siamo uomini e siamo
noi a regnare sul mondo. Se vogliamo, possiamo tollerare in questo
mondo qualche elfo, qualche driade e qualche ondina. Sempre che
non siano troppo sfrontati. Sottomettiti alla nostra volontà, Strega di
Brokilon. O muori'.»
«Eithné, hai ammesso tu stessa che Venzlav non è né uno sciocco
né un fanatico. Sai sicuramente che è un re giusto e amante della
pace. Il sangue versato qui lo addolora e lo affligge...»
«Se si terrà alla larga da Brokilon, non ne scorrerà neanche una
goccia.»
Geralt sollevò la testa. «Sai bene che non è così. Sono stati uccisi
molti uomini a Terrabruciata, a Ottavo Miglio, sulle Colline delle
Civette. Così come a Brugge, sulla riva sinistra del Nastro. Fuori
Brokilon.»
«I luoghi che hai nominato appartengono a Brokilon. Io non
riconosco né le mappe né i confini umani.»
«Ma là il bosco è stato abbattuto cento anni fa!»
«Che cosa significano cento anni per Brokilon? O cento inverni?»
Geralt rimase in silenzio.
La driade mise via il pettine e accarezzò Ciri.
«Accetta la proposta di Venzlav, Eithné.»
La driade lo guardò freddamente. «E cosa ne ricaveremmo? Noi,
figlie di Brokilon?»
«La possibilità di sopravvivere. No, Eithné, non interrompermi. So
cosa vuoi dire. Capisco il tuo orgoglio per l'indipendenza di
Brokilon. Ma il mondo sta cambiando. Qualcosa sta giungendo alla
fine. Che tu lo voglia o no, il dominio dell'uomo sul mondo è un
fatto. Sopravvivranno coloro che si assimileranno agli umani. Gli
altri periranno. Eithné, ci sono boschi dove le driadi, le ondine e gli
elfi vivono tranquillamente dopo aver stretto accordi con gli uomini.
Siamo così vicini. Gli uomini possono essere i padri dei vostri figli. A
cosa ti porterà la guerra che conduci? I padri potenziali dei vostri
figli muoiono sotto le vostre frecce. E con quale risultato? Quante tra
le driadi di Brokilon sono di sangue puro? Quante di loro sono
bambine umane rapite e plasmate a vostra immagine e somiglianza?
Devi approfittare perfino di Freixenet, non hai altra scelta. Vedo
poche piccole driadi in giro, Eithné. Vedo solo lei: una bambina
umana, spaventata e stordita dai narcotici, paralizzata dalla paura...»
Di punto in bianco, Ciri assunse per un istante la sua solita
espressione da diavoletto e gridò: «Non ho affatto paura! E non
sono stordita! Cosa credi? Qui non può accadermi nulla. Proprio
nulla! Non ho paura! Mia nonna dice che le driadi non sono cattive,
e mia nonna è la persona più saggia del mondo! Mia nonna... mia
nonna dice che dovrebbero esserci più boschi come questo...»
Tacque e abbassò la testa.
Eithné rise. «Una Bambina di Sangue Antico. Sì, Geralt. Al mondo
nascono ancora Bambini di Sangue Antico, quelli di cui parlano le
profezie. E tu dici che qualcosa sta finendo... Ti preoccupi della
nostra sopravvivenza...»
«La piccola doveva andare in moglie a Kistrin di Verden. Peccato
che non lo farà. Un giorno, alla morte di Ervyll, Kistrin prenderà il
potere e, su consiglio di una moglie con queste idee, potrebbe far
cessare le incursioni a Brokilon, no?»
«Non voglio quel Kistrin!» gridò la bambina con voce esile, e
qualcosa balenò nei suoi occhi verdi. «Che si trovi del materiale bello
e stupido! Io non sono nessun materiale! Non sarò la moglie di
nessun principe!»
La driade la strinse a sé. «Zitta, Bambina di Sangue Antico, non
gridare. Certo che non sarai la moglie di un principe...»
«Certo. Sia tu sia io, Eithné, sappiamo bene cosa diventerà. Vedo
che è già stabilito. Pazienza. Quale risposta devo riferire a re
Venzlav, Signora di Brokilon?» intervenne in tono acido lo strigo.
«Nessuna.»
«Come sarebbe 'nessuna'?»
«Nessuna. Capirà. Tempo fa, ormai tanto tempo fa, quando
Venzlav non era ancora al mondo, a Brokilon si avvicinavano araldi,
tuonavano corni e trombe, scintillavano armi, sventolavano
bandiere e stendardi. 'Sottomettiti, Brokilon!' gridavano. 'Re
Dentedicapra, sovrano di Monte Calvo e Prato Acquitrinoso, esige
che ti sottometti, Brokilon!' E la risposta di Brokilon era sempre la
stessa. Quando avrai ormai lasciato il mio bosco, Gwynbleidd,
voltati e resta in ascolto. Nello stormire delle foglie sentirai la
risposta di Brokilon. Trasmettila a Venzlav e aggiungi che non ne
sentirà mai un'altra finché si leveranno le querce di Duén Canell.
Finché qui crescerà anche un solo albero e vivrà anche una sola
driade.»
Geralt rimase in silenzio.
«Tu dici che qualcosa sta finendo, ma non è vero. Ci sono cose
che non finiscono mai. Mi parli di sopravvivenza? Io lotto per la
sopravvivenza. Perché Brokilon dura grazie alla mia lotta, perché gli
alberi vivono più a lungo degli uomini, basta solo proteggerli dalle
vostre scuri. Mi parli di re e principi. Chi sono? Quelli che conosco io
sono scheletri bianchi che giacciono nelle necropoli di Craag An, nel
fitto del bosco. In sepolcri di marmo, su mucchi di metallo giallo e
ciottoli luccicanti. Ma Brokilon dura, gli alberi stormiscono sulle
rovine dei palazzi, le radici spezzano il marmo. Il tuo Venzlav
ricorda chi erano questi re? E tu lo ricordi, Gwynbleidd? In caso
contrario, come puoi affermare che qualcosa stia finendo? Come fai
a sapere chi è destinato allo sterminio e chi all'eternità? Cosa ti
autorizza a parlare di destino? Sai almeno che cos'è il destino?»
«No. Non lo so. Ma...»
«Se non lo sai, non c'è 'ma' che tenga. Non lo sai. Non lo sai e
basta.» Tacque, si portò una mano alla fronte, girò la testa.
«Neppure quando sei stato qui per la prima volta, anni or sono, lo
sapevi. E Morénn... Mia figlia... Geralt. Morénn è morta. È morta sul
Nastro, difendendo Brokilon. Quando me l'hanno portata, non l'ho
riconosciuta. Aveva il viso sfracellato dagli zoccoli dei vostri cavalli.
Il destino? E oggi tu, strigo, tu che non hai potuto dare un figlio a
Morénn, mi porti lei, una Bambina di Sangue Antico. Una bambina
che sa che cos'è il destino. No, non è un sapere che ti si addica, che
tu possa accettare. Lei semplicemente crede. Ripeti, Ciri, ripeti ciò
che mi hai detto prima che entrasse lo strigo,
Geralt di Rivia, Lupo Bianco. Lo strigo che non sa. Ripeti,
Bambina di Sangue Antico.»
«Illustr... Nobile Signora», disse Ciri con voce che si spezzava.
«Non trattenermi qui. Io non posso... io voglio... andare a casa.
Voglio tornare a casa con Geralt. Io devo andare... con lui...»
«Perché con lui?»
«Perché lui... lui è il mio destino.»
Eithné si girò. Era molto pallida. «Che ne pensi, Geralt?»
Lo strigo non rispose.
Eithné batté le mani. Emergendo come uno spirito dalla notte che
regnava all'esterno, Braenn entrò nella quercia con una grande
coppa d'argento tra le mani. Il medaglione al collo dello strigo
cominciò subito a tremare ritmicamente.
«Che ne pensi?» ripeté la driade dai capelli argentei, alzandosi.
«Non vuole rimanere a Brokilon! Non desidera essere una driade!
Non vuole sostituire la mia Morénn, vuole andarsene, seguire il
proprio destino! È così, Bambina di Sangue Antico? È proprio questo
che vuoi?»
Ciri fece di sì con la testa china. Le sue spalle tremavano.
Lo strigo ne aveva abbastanza. «Perché ti accanisci su questa
bambina, Eithné? Tra un istante le darai l'Acqua di Brokilon e ciò che
vuole cesserà di avere qualsiasi significato. Perché lo fai? Perché lo fai
in mia presenza?»
«Voglio mostrarti che cos'è il destino. Voglio dimostrarti che nulla
sta finendo. Che tutto sta appena cominciando.»
Geralt si alzò. «No, Eithné. Mi dispiace rovinarti lo spettacolo, ma
non intendo assistere. Volendo sottolineare l'abisso che ci divide, ti
sei spinta troppo lontano, Signora di Brokilon. Voi, l'Antico Popolo,
amate ripetere che l'odio vi è estraneo, che è un sentimento noto
esclusivamente agli uomini. Ma non è vero. Sapete che cos'è l'odio e
siete capaci di odiare, però lo manifestate in maniera diversa, più
intelligente e meno violenta. Ma forse per questo più crudele.
Accetto il tuo odio, Eithné, a nome di tutti gli uomini. Me lo merito.
Mi dispiace per Morénn.»
La driade non rispose.
«È questa la risposta di Brokilon che devo trasmettere a Venzlav di
Brugge, non è vero? Un avvertimento e una sfida? La prova evidente
dell'odio e del Potere che sonnecchiano tra questi alberi, per volere
dei quali tra un istante una bambina umana berrà un veleno che
annienta la memoria, prendendolo dalle mani di un'altra bambina
umana, la cui mente e la cui memoria sono già state distrutte. È
questa risposta che deve portare a Venzlav lo strigo, che ha
conosciuto e amato entrambe? Lo strigo colpevole della morte di tua
figlia? Bene, Eithné, sia fatta la tua volontà. Venzlav sentirà la tua
risposta, sentirà la mia voce, vedrà i miei occhi e vi leggerà ogni
cosa. Ma non posso e non voglio stare a guardare cosa sta per
succedere qui.»
Eithné rimase in silenzio.
Geralt s'inginocchiò e abbracciò la bambina, le cui spalle furono
scosse da un tremito più violento. «Addio, Ciri. Non piangere. Sai
che qui non può accaderti nulla di male.»
Ciri tirò su col naso.
Lo strigo si alzò. «Addio, Braenn. Stammi bene e abbi cura di te.
Sopravvivi, Braenn, vivi a lungo quanto il tuo albero. Quanto
Brokilon. Ancora una cosa...»
«Sì, Gwynbleidd?» Braenn sollevò la testa, e nei suoi occhi scintillò
qualcosa di umido.
«È facile uccidere con l'arco, piccola. È facile pensare: Non sono
io, non sono io, è la freccia. Sulle mie mani non c'è il sangue di
questo ragazzo. È stata la freccia a uccidere, non io. Ma la freccia
non sogna nulla di notte. Auguro anche a te di non sognare nulla,
driade dagli occhi azzurri. Addio, Braenn.»
«Mona...» disse in maniera indistinta Braenn. La coppa che teneva
tra le mani tremava, facendo ondeggiare il liquido trasparente di cui
era colma.
«Cosa?»
«Mona! Sono Mona! Signora Eithné! Io...»
«Basta. Controllati, Braenn», disse Eithné in tono duro.
Geralt rise. «Ecco il tuo destino, Signora Silvestre. Rispetto la tua
ostinazione e la tua lotta. Ma so che tra breve lotterai da sola.
L'ultima driade di Brokilon che manda a morte le fanciulle che
ricordano ancora i loro veri nomi. Nonostante tutto, ti auguro ogni
felicità, Eithné. Addio.»
«Geralt... non lasciarmi... sola...» sussurrò Ciri, sempre seduta
immobile a testa bassa.
Eithné abbracciò le spalle curve della bambina. «Lupo Bianco!
Dovevi aspettare che te lo chiedesse? Di non lasciarla sola? Di
rimanere con lei sino alla fine? Perché vuoi abbandonarla in un
simile frangente? Dove vuoi fuggire, Gwynbleidd? E da cosa?»
Ciri chinò ancora di più la testa. Ma non si mise a piangere.
Lo strigo annuì. «Sino alla fine. Bene, Ciri. Non sarai sola. Ti starò
vicino. Non avere paura di niente.»
Eithné prese la coppa dalle mani tremanti di Braenn e la sollevò.
«Sai leggere le Antiche Rune, Lupo Bianco?»
«Sì.»
«Leggi che cosa è inciso sulla coppa di Craag An. Da essa
bevevano re che ormai nessuno ricorda.»
«Duettaeàn aef cirràn Càcrme Gldeddyv. Yn à essedth.»
«Sai che cosa significa?»
«'La spada del destino ha due lame. Una sei tu.'»
«Alzati, Bambina di Sangue Antico. Bevi. È l'Acqua di Brokilon.»
Nella voce della driade tintinnava come acciaio un ordine cui non ci
si poteva opporre, una volontà cui non ci si poteva non
sottomettere.
Geralt si morse le labbra fissando gli occhi argentei di Eithné. Non
guardava Ciri, che avvicinava lentamente la bocca all'orlo della
coppa. Aveva già visto quella scena una volta, tanto tempo prima.
Convulsioni, spasmi, un grido orribile, spaventoso, lento a
estinguersi. E il vuoto, il torpore e l'apatia negli occhi che si aprivano
piano. L'aveva già visto.
Ciri bevve. Sul viso immobile di Braenn scorreva lenta una
lacrima.
«Basta.» Eithné le tolse la coppa, la depose a terra, accarezzò con
tutte e due le mani i capelli che ricadevano sulle spalle della bambina
in onde biondo cenere. «Bambina di Sangue Antico, scegli. Vuoi
rimanere a Brokilon o seguire il tuo destino?»
Lo strigo scosse la testa, incredulo.
Ora Ciri respirava un po' più velocemente, rossa in viso.
Nient'altro. Niente. «Voglio seguire il mio destino», rispose la piccola
guardando negli occhi la driade.
«E sia», disse Eithné in tono gelido e secco.
Braenn sospirò.
«Voglio rimanere sola. Andate, ve ne prego.» Eithné girò loro le
spalle.
Braenn prese Ciri e sfiorò la spalla di Geralt, ma lo strigo
allontanò la sua mano. «Ti ringrazio, Eithné.»
La driade si girò lentamente. «E per cosa?»
Lo strigo sorrise. «Per il destino. Per la tua decisione. Non era
Acqua di Brokilon, vero? Il destino di Ciri era di tornare a casa. E tu,
Eithné, hai svolto il ruolo del destino. Per questo ti ringrazio.»
«Quanto poco sai del destino, strigo», ribatté la driade in tono
amaro. «Quanto poco. Mi ringrazi? Ringrazi per il ruolo che ho
svolto? Per uno spettacolo da fiera? Per un trucco, un inganno, una
mistificazione? Perché la spada del destino era fatta, come pensi, di
legno rivestito d'oro? Avanti dunque, smascherami, invece di
ringraziarmi. Tieni il punto. Dimostra che la ragione è dalla tua
parte. Gettami in faccia la tua verità, mostrami come trionfano la
lucida verità e il buonsenso umani, grazie ai quali pensate di
dominare il mondo. Ecco l'Acqua di Brokilon. Ne è rimasta ancora
un po'. Te la senti? Conquistatore del mondo?»
Sebbene irritato dalle sue parole, Geralt esitò, ma solo un istante.
L'Acqua di Brokilon, anche se autentica, non aveva nessun effetto su
di lui, era completamente immune ai tannini tossici e allucinogeni in
essa contenuti. Ma quella non poteva essere Acqua di Brokilon, Ciri
l'aveva bevuta e non era successo nulla. Prese la coppa con tutte e
due le mani guardando gli occhi argentei della driade.
All'improvviso la terra gli mancò sotto i piedi e gli ricadde sulla
schiena. Le querce possenti turbinarono e si scossero. Tastando a
fatica intorno a sé con mani tremanti, Geralt aprì gli occhi, e fu come
se avesse rimosso la lastra marmorea di una tomba. Vide su di sé il
visetto di Braenn, e dietro di lei gli occhi di Eithné che brillavano
come mercurio. E altri occhi ancora, verdi come smeraldi. No, più
chiari. Come l'erba primaverile. Il medaglione tremò, vibrò.
«Gwynbleidd, guarda attentamente. No, chiudere gli occhi non ti
servirà a nulla. Guarda, guarda il tuo destino. Ricordi?»
Un'improvvisa esplosione di luce che lacerò il fumo, grandi
candelabri carichi di candele che grondavano festoni di cera. Pareti
di pietra, scale ripide. Dalla scala scende una fanciulla dagli occhi
verdi e dai capelli biondo cenere con un piccolo diadema ornato di
una gemma finemente intagliata e un abito azzurro-argenteo il cui
strascico è tenuto da paggi con farsetti scarlatti.
«Ricordi?»
La propria voce che parlava... parlava...
«Tra sei anni tornerò...» Un pergolato, caldo, profumo di fiori, un
intenso, monotono ronzio di api. E lui in ginocchio, che porge una
rosa a una donna dai capelli biondo cenere che si spargono in riccioli
da uno stretto cerchietto dorato. Alle dita della mano che riceve la
rosa anelli di smeraldo, grandi cabochon verdi.
«Torna qui, se cambierai idea. Il tuo destino aspetterà», dice la
donna.
Non sono mai tornato, pensò lo strigo. Non sono mai... tornato
là. Non sono mai tornato a... dove?
Capelli biondo cenere. Occhi verdi.
Di nuovo la sua voce, nell'oscurità, nelle tenebre in cui tutto
svanisce. Ci sono solo fuochi, fuochi fino all'orizzonte. Un turbine di
scintille in un fumo purpureo. Belleteyn! La Notte di Maggio! Dai
nugoli di fumo guardano scuri occhi violetti che ardono in un pallido
volto triangolare nascosto da una nera tempesta ondulata di riccioli.
Yennefer!
A un tratto le labbra sottili dell'apparizione si torcono, sulla
guancia pallida scorre una lacrima, svelta, sempre più svelta, come
una goccia di cera che coli lungo una candela. «Troppo poco. Ci
vuole qualcosa di più.»
«Yennefer!»
«Nulla per nulla», dice l'apparizione con la voce di Eithné. «Il nulla
e il vuoto che sono in te, conquistatore del mondo che non è
neanche capace di conquistare la donna che ama. Che se ne va,
scappa, pur avendo il destino a portata di mano. La spada del
destino ha due lame. Una sei tu. Ma l'altra che cos'è, Lupo Bianco?»
«Non c'è il destino. Non c'è. Non c'è. Non esiste. L'unica cosa che
è destinata a tutti è la morte», dice la propria voce.
«È vero», risponde la donna dai capelli biondo cenere e dal sorriso
misterioso. Indossa un'armatura argentea, insanguinata, deformata,
forata dalle punte di picche o alabarde. Da un angolo della bocca
aperta in un sorriso misterioso, inquietante, le cola un sottile rivolo
di sangue. «Tu ti burli del destino. Ti burli di lui, giochi con lui. La
spada del destino ha due lame. Una sei tu. L'altra... è la morte? Ma
siamo noi a morire, moriamo a causa tua. La morte non può
raggiungerti, perciò si accontenta di noi. La morte ti segue passo
passo, Lupo Bianco. Ma sono gli altri a morire. A causa tua. Ti
ricordi di me?»
«Ca-Calanthe!»
Dietro la cortina di fumo, la voce di Eithné: «Puoi salvarlo,
Bambina di Sangue Antico. Prima che sprofondi nel nulla cui si è
affezionato. Nel bosco nero che non ha fine».
Occhi verdi come erba primaverile. Un tocco. Voci che gridano in
un coro incomprensibile. Volti.
Geralt non vedeva più nulla, volava nello spazio, nel vuoto,
nell'oscurità. L'ultima cosa che udì fu la voce di Eithné: «E sia».
VII

«Geralt! Svegliati! Svegliati, per favore!»


Lui aprì gli occhi e vide il sole, un ducato d'oro dai contorni netti
sopra le cime degli alberi, dietro la vaga cortina di nebbia mattutina.
Giaceva sul muschio umido, spugnoso, una radice dura gli premeva
contro la schiena.
Ciri era inginocchiata accanto a lui e gli tirava una falda del
farsetto.
Geralt si schiarì la voce e si guardò intorno. «Peste... dove sono?
Come sono finito qui?»
«Non lo so. Mi sono svegliata un attimo fa qui accanto a te, tutta
intirizzita. Non ricordo come... sai una cosa? Si tratta di magia!»
Lo strigo si mise seduto tirandosi fuori gli aghi di pino dal colletto.
«Hai sicuramente ragione, Ciri. L'Acqua di Brokilon, maledizione... A
quanto pare, le driadi si sono divertite a nostre spese.» Si alzò,
raccolse la spada che giaceva poco lontano, si gettò la cintura sulla
spalla. «Ciri?»
«Sì?»
«Anche tu ti sei divertita a mie spese.»
«Io?»
«Sei la figlia di Pavetta, la nipote di Calanthe di Cintra. Sapevi fin
dall'inizio chi ero?»
La bambina arrossì. «No. Non fin dall'inizio. Sei stato tu a liberare
mio padre dall'incantesimo, non è vero?»
«No. È stata tua madre. E tua nonna. Io ho solo dato una mano.»
«Ma la bambinaia diceva... diceva che sono predestinata. Perché
sono una Sorpresa. Una Bambina Sorpresa. Geralt?»
Lo strigo la guardò, scosse la testa e sorrise. «Ciri, credimi, sei la
più grande sorpresa che potesse capitarmi.»
Il viso della bambina si rischiarò. «Allora è vero! Sono
predestinata. La bambinaia diceva che sarebbe arrivato uno strigo
dai capelli bianchi e mi avrebbe preso con sé. E la nonna gridava...
Ah, che importa! Dove mi porterai, di'?»
«A casa. A Cintra.»
«Ah. Ma io pensavo che...»
«Penserai cammin facendo. Andiamo, Ciri, dobbiamo uscire da
Brokilon. Non è un posto sicuro.»
«Io non ho paura!»
«Ma io sì.»
«La nonna diceva che gli strighi non hanno paura di niente.»
«La nonna esagerava. In cammino, Ciri. Se solo sapessi dove...»
Guardò il sole. «Be', rischiamo... Andiamo di qua.»
Ciri arricciò il naso e indicò la direzione opposta. «No. È dall'altra
parte. Di là.»
«Come fai a saperlo?»
La piccola fece spallucce, rivolgendogli uno sguardo color
smeraldo, indifeso e stupito. «Lo so e basta. In qualche modo...
qualcosa, là... Non so.»
La figlia di Pavetta, pensò lo strigo. Una Bambina... una Bambina
di Sangue Antico? Forse lo ha ereditato dalla madre. Geralt si
sbottonò la camicia e ne estrasse il medaglione. «Ciri, toccalo.»
La piccola spalancò la bocca. «Oh! Ma è un lupo terribile. E che
zanne...»
«Toccalo.»
«Ah!»
Lo strigo sorrise. Aveva sentito anche lui il violento tremito del
medaglione, la distinta onda che aveva percorso la catena d'argento.
«Si è mosso!» sospirò la bambina. «Lo so. Andiamo, Ciri. Guida
tu.»
«Si tratta di magia, vero?»
«Certo.»
Era come pensava. La bambina intuiva la direzione. In che modo,
non lo sapeva. Ma presto, più presto di quanto si aspettasse,
uscirono sulla strada, in corrispondenza di un incrocio da cui si
diramavano tre sentieri. Era il confine di Brokilon, almeno secondo
gli uomini. Eithné, ricordò lo strigo, non lo riconosceva.
Ciri si morse il labbro, arricciò il naso, esitò guardando le strade
sabbiose e accidentate solcate dagli zoccoli e dalle ruote dei carri.
Ma Geralt ormai sapeva dov'era, non doveva e non voleva contare
sulle facoltà ancora incerte della piccola. Imboccò la strada che
portava a est, verso Brugge. Ciri, sempre accigliata, si girò vero il
sentiero che andava a ovest.
«Di là si va al castello di Nastrog. Ti è venuta nostalgia di Kistrin?»
le disse in tono beffardo.
La bambina brontolò e lo seguì obbediente, ma si girò ancora
qualche volta a guardare.
«Che c'è, Ciri?»
«Non lo so. Ma è una brutta strada, Geralt», sussurrò.
«Perché? Andiamo a Brugge, da re Venzlav, che vive in un bel
castello. Faremo un bagno, dormiremo in letti di piume...»
«È una brutta strada», ripeté Ciri.
«In effetti, ne ho viste di migliori. Smettila di arricciare il naso,
Ciri. Andiamo, e di buon passo.»
Superarono una svolta coperta di cespugli. E si rivelò che Ciri
aveva ragione.
Li circondarono all'improvviso. Uomini con elmetti conici, giachi
e tuniche azzurro scuro col motivo a scacchi neri e dorati di Verden
sul petto. Li attorniarono, ma nessuno si avvicinò né toccò arma.
«Da dove venite e dove andate?» sbraitò un tipo tarchiato con un
logoro vestito verde che stava davanti a Geralt a gambe arcuate.
Aveva il viso scuro e grinzoso come una prugna secca. Dalla schiena
gli spuntavano un arco e alcune frecce dall'impiumaggio bianco che
gli arrivavano ben sopra la testa.
«Da Terrabruciata. Torniamo a casa, a Brugge. Perché?» mentì con
disinvoltura lo strigo, stringendo in modo eloquente la mano di Ciri.
«Siamo al servizio del re», disse l'uomo dal viso scuro in tono più
gentile, come se avesse scorto solo in quel momento la spada sulle
spalle di Geralt. «Noi...»
«Portalo qui, Junghans!» gridò qualcuno che stava a una certa
distanza sulla strada.
I soldati fecero largo.
«Non guardare, Ciri. Voltati», fece svelto Geralt.
Sulla strada giaceva un albero abbattuto, che bloccava il passaggio
col groviglio dei suoi rami. La parte recisa, spezzata del tronco
biancheggiava tra la folta vegetazione che costeggiava la strada.
Davanti a quel tronco c'era un carro coperto da un telone che ne
nascondeva il carico. Piccoli cavalli dal pelo lungo giacevano a terra
impigliati nelle stanghe e nelle redini, crivellati di frecce, mostrando i
denti gialli. Uno era ancora vivo e sbuffava faticosamente tirando
calci.
C'erano anche cadaveri, immersi in scure pozze di sangue
assorbito dalla sabbia, appesi al carro o raggomitolati accanto alle
ruote.
Dal gruppo armato si staccarono lentamente due uomini, seguiti
subito dopo da un terzo. Gli altri - dovevano essere una decina -
rimasero immobili, trattenendo i cavalli.
«Che cosa è successo?» chiese lo strigo, mettendosi in modo da
nascondere la scena del massacro a Ciri.
Un uomo strabico, con indosso un corto giaco e stivali alti, lo
guardò con aria indagatrice e si stropicciò il mento facendo crepitare
i peli ispidi che lo ricoprivano. Sull'avambraccio sinistro aveva un
polsino logoro e lucido, di quelli usati dagli arcieri. «Un assalto. Le
driadi del bosco hanno ucciso dei mercanti. Siamo incaricati
dell'inchiesta.»
«Le driadi? Hanno assalito dei mercanti?»
«Come vedi, sono crivellati di frecce, sembrano ricci. Sulla via
maestra! Queste streghe del bosco si fanno sempre più sfacciate.
Ormai non si può più andare non solo nella foresta, ma neanche
lungo la strada che la costeggia.»
«E voi chi siete?» chiese lo strigo.
«Le truppe di Ervyll. Delle decurie di Nastrog. Eravamo al servizio
del barone Freixenet. Ma lui è caduto a Brokilon.»
Ciri aprì la bocca, ma Geralt le strinse forte la manina,
intimandole il silenzio.
«Sangue lava sangue, dico io!» tuonò il compagno dello strabico,
un gigante in giubba con guarnizioni di ottone. «Non si può lasciare
impunita una cosa del genere. Prima Freixenet e il rapimento della
principessa di Cintra, ora i mercanti. Per gli dei, vendetta, vendetta,
dico io! Altrimenti vedrete, domani o dopodomani cominceranno a
uccidere la gente sulla soglia delle loro capanne!»
«Brick ha ragione, vero? E tu, amico, di dove sei, di' un po'?»
domandò lo strabico.
«Di Brugge», mentì di nuovo lo strigo.
«E la bambina è tua figlia?»
«Sì.» Geralt strinse nuovamente la mano di Ciri.
Brick fece una smorfia. «Allora sappi, amico, che è proprio il tuo
re Venzlav a far imbaldanzire quelle orribili creature. Non vuole
allearsi col nostro Ervyll e con Viraxas di Kerack. Se attaccassimo
Brokilon da tre parti, ci libereremmo finalmente di quella sozzura...»
«Come si è giunti a questo massacro? Qualcuno lo sa? Tra i
mercanti c'è qualche sopravvissuto?» chiese lentamente Geralt.
«Non ci sono testimoni. Ma sappiamo che cosa è successo.
Junghans, il guardaboschi, legge le tracce come se fossero un libro.
Raccontagli, Junghans», lo esortò lo strabico.
«Sì», disse l'uomo dal viso grinzoso. «È andata così: i mercanti
procedevano lungo la via maestra. Si sono imbattuti nello
sbarramento. Vedete, signore, di traverso alla strada è stato
abbattuto di fresco un pino. Nel folto della vegetazione ci sono
molte tracce, volete vederle? Be', quando i mercanti si sono accinti a
spostare l'albero, in men che non si dica li hanno bersagliati di frecce.
Da lì, dai cespugli, dove c'è quella betulla curva. Anche là ci sono
delle tracce. E le frecce, badate, sono opera delle driadi, le piume
sono incollate con la resina, gli impennaggi attorcigliati con fibre
di...»
«Vedo. Mi sembra che ai sopravvissuti al tiro abbiano tagliato la
gola. Con un coltello», lo interruppe lo strigo guardando le vittime.
Da dietro i soldati che gli stavano di fronte ne emerse uno basso e
magro, con una giubba di pelle di alce. Aveva i capelli neri tagliati
molto corti, le guance rasate. Allo strigo bastò uno sguardo alle mani
piccole e sottili nei corti guanti neri senza le dita, agli occhi slavati da
pesce, alla spada, ai manici dei pugnali che spuntavano dalla cintura
e dal gambale dello stivale sinistro. Aveva visto abbastanza assassini
per riconoscerne un altro.
«Hai l'occhio svelto. Non c'è dubbio, vedi un sacco di cose», disse
molto lentamente l'uomo dai capelli neri.
«Benissimo», disse lo strabico. «Che racconti pure al suo re ciò che
ha visto, tanto Venzlav continua a sostenere che non bisogna
uccidere le driadi perché sono buone e gentili. Sicuramente le
incontra nella Notte di Maggio e se le scopa. Per quello forse sono
buone. Ce ne accerteremo noi stessi, se ne prenderemo qualcuna
viva.»
Brick sghignazzò. «Anche mezza viva. Be', maledizione, dov'è quel
druido? Manca poco a mezzogiorno, e ancora non si vede. E tempo
di muoversi.»
«Che intenzioni avete?» chiese Geralt senza lasciare la mano di
Ciri.
«E a te che te ne importa?» sibilò l'uomo dai capelli neri.
«Perché usare subito un tono così brusco, Levecque?» lo riprese lo
strabico con un brutto sorriso. «Siamo gente onesta, non abbiamo
segreti. Ervyll ci ha mandato un druido, un grande mago che sa
perfino parlare con gli alberi. Lui ci guiderà nel bosco per vendicare
Freixenet e provare a recuperare la principessa. Non sarà certo
un'inezia, amico, ma una spedizione pu... pu...»
«Punitiva», suggerì Levecque.
«Già. Mi hai tolto la parola di bocca. Dunque vattene con tua
figlia, amico, tra non molto qui potrebbe fare caldo.»
Levecque guardò Ciri. «Sìììì, qui è pericoloso, soprattutto con una
bambina. Le driadi potrebbero organizzare un agguato per catturare
una mocciosa così. Eh, piccola? La mamma ti aspetta a casa?»
Ciri, tremando, fece di sì con la testa. «Sarebbe un vero peccato se
dovesse aspettarti invano. Correrebbe certo da re Venzlav e direbbe:
'Siete stato indulgente con le driadi, re, e ora avete mia figlia e mio
marito sulla coscienza'. Chissà, forse allora Venzlav prenderebbe di
nuovo in considerazione un'alleanza con Ervyll...»
«Lasciateli andare, signor Levecque», ringhiò Junghans, e il viso gli
si fece ancora più grinzoso.
«Ciao, piccola.» Levecque allungò la mano e accarezzò la testa di
Ciri, che indietreggiò con un fremito. «Che c'è? Hai paura?»
«Hai del sangue sulla mano», disse piano lo strigo.
Levecque sollevò la mano. «È vero. È il loro sangue. Dei mercanti.
Ho controllato che qualcuno non si fosse salvato. Ma purtroppo le
driadi sono ottime arciere.»
«Le driadi? Oh, nobili cavalieri, vi sbagliate. Non possono essere
state le driadi!» disse con voce tremante Ciri, senza curarsi della
stretta di mano dello strigo.
«Che cosa squittisci, piccola?» Gli occhi di Levecque erano ridotti a
due fessure.
Geralt guardò a destra e a sinistra, calcolando le distanze.
«Non sono state le driadi, signor cavaliere. È chiaro!» ripeté Ciri.
«Eh?»
«Quell'albero... quell'albero è stato tagliato con una scure! E una
driade non taglierebbe mai un albero, no?»
Levecque guardò lo strabico. «È vero. Oh, che bambina
intelligente sei. Troppo intelligente.»
Lo strigo aveva già visto la sottile mano inguantata dell'assassino
scivolare come un ragno nero verso il manico di un pugnale.
Sebbene Levecque non staccasse lo sguardo da Ciri, Geralt sapeva
che il bersaglio del colpo sarebbe stato lui. Aspettò il momento in cui
Levecque toccò l'arma e lo strabico trattenne il respiro.
Tre movimenti. Solo tre. L'avambraccio ricoperto di spunzoni
d'argento colpì la testa di Levecque di lato. Prima che cadesse, lo
strigo era già tra Junghans e lo strabico, e la spada, guizzando con
un sibilo fuori del fodero, fischiò in aria spaccando la tempia di
Brick, il gigante con la giubba dalle guarnizioni di ottone.
«Scappa, Ciri!»
Lo strabico prese la spada e fece per balzare via, ma non fu
abbastanza veloce. Lo strigo gli trafisse il petto in diagonale, dall'alto
verso il basso e, subito dopo, sfruttando l'impeto del colpo, dal
basso verso l'alto, facendogli uno squarcio a forma di X.
«Ragazzi! A me!» urlò Junghans agli altri, impietriti per la sorpresa.
Ciri raggiunse un faggio contorto e si arrampicò come uno
scoiattolo sui rami più grossi, scomparendo nel fogliame. Il
guardaboschi le tirò una freccia, ma la mancò. Gli altri corsero via e
si disposero a semicerchio, impugnando gli archi ed estraendo le
frecce dalle faretre. Geralt, sempre in ginocchio, dispose le dita in
modo da formare il Segno Aard, non verso gli arcieri, che erano
troppo lontani, ma verso la strada sabbiosa davanti a loro,
investendoli con un turbine di polvere.
Junghans saltò via ed estrasse una lunga freccia dalla faretra.
«No! Lascialo!» Levecque scattò in piedi con la spada nella destra e
un pugnale nella sinistra.
Lo strigo si girò verso di lui con un movimento fluido.
Levecque scosse la testa, asciugandosi la guancia e la bocca con
l'avambraccio. «È mio, solo mio!»
Geralt fece un mezzo giro, ma Levecque passò subito all'attacco,
raggiungendolo con due balzi.
È bravo, pensò lo strigo respingendo a fatica la lama dell'assassino
ed evitando una pugnalata con un salto. Non restituì di proposito il
colpo, ma saltò indietro, sicuro che Levecque avrebbe provato a
raggiungerlo con un affondo lungo e teso che gli avrebbe fatto
perdere l'equilibrio. Ma l'assassino non era un novellino e fece un
mezzo giro con un passo felpato, da gatto. Poi inaspettatamente
saltò, fece mulinare la spada e roteò, accorciando le distanze. Lo
strigo non gli si fece sotto, si limitò a una veloce finta dall'alto che
costrinse l'assassino a indietreggiare. Levecque s'ingobbì ed eseguì una
guardia di quarta, nascondendo la mano col pugnale dietro la
schiena. Lo strigo non attaccò neppure questa volta, non accorciò le
distanze, fece un'altra mezza piroetta, aggirando l'avversario.
«Ah, prolunghiamo il gioco? Perché no? Non ci si stanca mai di un
bel gioco!» fece Levecque a denti stretti, raddrizzandosi.
Lo strigo saltò, colpì una, due, tre volte a ritmo veloce - un
affondo dall'alto con la spada e subito dopo, da sinistra, un colpo
piatto radente col pugnale -, parava, saltava via ed eseguiva
nuovamente un mezzo giro, costringendo l'assassino a voltarsi.
A un tratto Levecque arretrò ed eseguì un mezzo giro in direzione
opposta. «Ogni gioco deve avere una fine. Che ne dici di un ultimo
colpo, furbone? Un ultimo colpo, e poi abbatteremo la tua bastarda
sull'albero. Che ne pensi?»
Geralt vide che Levecque osservava la propria ombra aspettando
che raggiungesse l'avversario, che allora avrebbe avuto il sole negli
occhi. Smise di girare per facilitare il compito all'assassino. Poi strinse
le pupille fino a ridurle a due fessure verticali, due linee strettissime.
Infine, per salvare le apparenze, finse di essere abbagliato.
Levecque balzò, mantenendo l'equilibrio con la mano che reggeva
il pugnale, piroettò e colpì dal basso verso l'alto, col polso piegato in
modo innaturale, mirando al perineo. Geralt schizzò in avanti, si
girò, parò l'affondo, respinse l'assassino e gli ferì la guancia sinistra
con la punta della lama. Levecque barcollò, afferrandosi il viso. Lo
strigo compì un mezzo giro, spostò il peso del corpo sul piede
sinistro e con un breve colpo gli recise l'arteria cervicale. Levecque si
rannicchiò grondando sangue, cadde sulle ginocchia, si piegò e
affondò il viso nella sabbia.
Geralt si girò adagio verso Junghans. Questi, contorcendo il viso
grinzoso in una smorfia irosa, gli puntò contro l'arco. Lo strigo
agguantò la spada con entrambe le mani. Gli altri soldati alzarono a
loro volta gli archi. Non si sentiva volare una mosca.
«Cosa aspettate!» sbraitò il guardaboschi. «Tirate! Tirate contro...»
All'improvviso inciampò, barcollò, fece qualche saltello in avanti e
cadde di faccia con una freccia che gli spuntava dalla nuca.
L'impennaggio era di remiganti di fagiano striate tinte di giallo in un
decotto di corteccia.
Dalla nera parete del bosco arrivò un nugolo di frecce, fischiando
e sibilando in lunghe parabole. Volavano apparentemente lente e
tranquille facendo frusciare le piume, e sembravano acquistare
velocità e forza solo al momento di colpire il bersaglio. Che non
mancavano mai, falciando i mercenari di Nastrog, che si
accasciavano sulla sabbia della strada, inerti, falciati come girasoli
colpiti da un bastone.
I sopravvissuti si precipitarono verso i cavalli spintonandosi a
vicenda. Le frecce non cessavano di fischiare, li raggiungevano
mentre correvano, trafiggevano le selle. Solo in tre riuscirono a
lanciare i cavalli al galoppo e a fuggire urlando, speronando a
sangue i fianchi delle loro cavalcature. Ma neanche loro andarono
lontano.
Il bosco si chiuse, sbarrò loro la strada. All'improvviso non ci fu
più la via maestra inondata dal sole. Ci fu una compatta,
impenetrabile parete di tronchi neri.
I mercenari spronarono i cavalli, intimoriti e disorientati, e
cercarono di fare dietrofront, ma le frecce fioccavano senza posa
facendoli cadere di sella tra le grida, lo scalpitio e i nitriti dei cavalli.
Poi calò il silenzio.
La parete di tronchi che chiudeva la via maestra tremolò, si fece
indistinta, brillò di un bagliore iridescente e svanì. La strada era di
nuovo visibile, e con essa apparve anche un uomo in sella a un
cavallo leardo, un cavaliere robusto dalla lunga barba fulva, con un
farsetto di pelle di foca e una sciarpa di lana a quadri.
Il cavallo leardo morse il freno e avanzò sollevando bene in alto
gli zoccoli anteriori, sbuffando per i cadaveri e per l'odore del
sangue. A un cenno dell'uomo ritto in sella, un'improvvisa raffica di
vento percorse i rami degli alberi.
Dagli arbusti lungo il margine più lontano del bosco emersero
piccole sagome in tenute aderenti verdi e marroni, i volti solcati da
strisce dipinte con mallo di noce.
«Ceádmil, Wcdd Brokiloéne! Fáill, And Woedwedd! » gridò il
cavaliere.
«Fáill!» rispose dal bosco una voce simile a un alito di vento.
Le sagome verde-marrone cominciarono a sparire l'una dopo
l'altra, dileguandosi nel folto della foresta. Ne rimase solo una dai
capelli sciolti color miele. Avanzò di qualche passo, si avvicinò. «Va
fáill, Gwynbleidd!» gridò, avvicinandosi ancora.
«Addio, Mona. Non ti dimenticherò», disse lo strigo.
«Dimentica. Non c'è nessuna Mona. Mona era un sogno. Sono
Braenn. Braenn di Brokilon», ribatté lei con durezza aggiustandosi la
faretra sulle spalle. Gli fece di nuovo cenno con la mano. E
scomparve.
Lo strigo si girò, guardando il cavaliere sul cavallo leardo.
«Saccoditopo.»
Il cavaliere annuì, squadrandolo con un'occhiata gelida. «Geralt.
Interessante incontro. Ma cominciamo dalle cose più importanti.
Dov'è Ciri?»
«Qui! Posso scendere ora?» gridò la bambina, completamente
nascosta dal fogliame.
«Sì», disse lo strigo.
«Ma non so come fare!»
«Come sei salita, ma al contrario.»
«Ho paura! Sono proprio in cima!»
«Scendi, ti dico! Dobbiamo parlare, signorina!»
«E di cosa?»
«Del perché ti sei arrampicata lassù, maledizione, invece di
scappare nel bosco. Ti sarei venuto dietro, e non avrei dovuto... Ah,
dannazione. Scendi!»
«Ho fatto come il gatto della favola! Qualsiasi cosa faccia, non va
mai bene! Perché, vorrei proprio sapere?»
Il druido smontò da cavallo. «Vorrei saperlo anch'io. E anche tua
nonna, la regina Calanthe, vorrebbe saperlo. Avanti, vieni giù,
principessa.»
Dall'albero piovvero foglie e rametti secchi. Poi risuonò un acuto
schianto di stoffa strappata e infine comparve Ciri, che scendeva a
cavalcioni lungo il tronco. Invece del cappuccio, dal farsetto le
pendeva un brandello pittoresco. «Zio Saccoditopo!»
«In carne e ossa.» Il druido abbracciò la bambina.
«Ti ha mandato la nonna, zio? È molto preoccupata?»
Saccoditopo sorrise. «Non molto. È troppo occupata a inumidire
le verghe. Il viaggio fino a Cintra ci prenderà un po' di tempo, Ciri.
Dedicalo a escogitare delle spiegazioni per le tue imprese. Se vuoi il
mio consiglio, dovranno essere molto brevi e valide. Che si possano
esporre alla svelta, molto alla svelta. Comunque, credo che la parte
finale ti toccherà gridarla, principessa. A voce molto, molto alta.»
Ciri fece una smorfia di dolore, arricciò il naso e sbuffò piano,
mentre le sue mani correvano istintivamente verso il punto
minacciato.
«Andiamo via di qui, Saccoditopo», disse Geralt guardandosi
intorno.
VIII

«No. Calanthe ha cambiato i suoi piani, non vuole più il


matrimonio fra Ciri e Kistrin. Ha le sue ragioni», disse il druido.
«Inoltre non credo di doverti spiegare che, dopo questa brutta storia
dell'assalto simulato ai mercanti, re Ervyll ha perso molto ai miei
occhi, e nel regno i miei occhi contano. No, non passiamo neppure
per Nastrog. Porterò la piccola direttamente a Cintra. Vieni con noi,
Geralt.»
«E perché?» Lo strigo gettò uno sguardo a Ciri, che dormiva sotto
un albero, avvolta nel pellicciotto di montone di Saccoditopo.
«Sai bene perché. Questa bambina, Geralt, ti è destinata. È la terza
volta, sì, la terza volta che le vostre strade s'incontrano.
Metaforicamente, s'intende, soprattutto riguardo alle prime due.
Non vorrai certo chiamarlo un caso?»
Lo strigo fece un sorriso storto. «Che differenza fa come lo
chiamo? La sostanza delle cose non sta nel loro nome, Saccoditopo.
Perché dovrei venire a Cintra? Ci sono già stato, ho già, per usare le
tue parole, 'incrociato le nostre strade'. E cosa ne ho ricavato?»
«Geralt, allora hai preteso un giuramento da Calanthe, da Pavetta
e da suo marito. Il giuramento è stato rispettato. Ciri è la Sorpresa. Il
destino esige...»
«... che prenda con me questa bambina e ne faccia uno strigo?
Una bambina? Guardami bene, Saccoditopo. Riesci a immaginarmi
come una florida fanciulla?»
«Al diavolo il mondo degli strighi! Ma di cosa stai parlando?
Cos'ha a che fare una cosa con l'altra? No, Geralt, vedo che non
capisci niente, devo cercare delle parole più semplici. Ascolta,
qualsiasi sciocco, te compreso, può esigere un giuramento, può
estorcere una promessa, senza diventare per questo straordinario.
Ciò che è straordinario è il bambino. E straordinario è il legame che
s'instaura quando il bambino nasce. Devo essere ancora più chiaro?
Benissimo, Geralt, dal momento in cui Ciri è nata, ciò che vuoi e che
progetti ha smesso di contare, e non ha nessun significato neppure
ciò che non vuoi e cui rinunci. Tu, maledizione, non conti! Non
capisci?»
«Non gridare, la sveglierai. La nostra Sorpresa dorme. E quando si
sveglierà... Saccoditopo, anche alle cose straordinarie si può... si deve
a volte rinunciare.»
«Eppure sai che non potrai mai avere un figlio tuo», osservò il
druido guardandolo freddamente.
«Lo so.»
«E rinunci?»
«Rinuncio. Dovrebbe essermi consentito, no?»
«Ti è consentito eccome. Ma è rischioso. C'è una vecchia profezia
che dice che la spada del destino...»
«... ha due lame. L'ho sentita.»
Il druido voltò la testa e sputò. «Ah, fa' come credi. E pensare che
ero pronto a rischiare la pelle per te...»
«Tu?»
«Io. Contrariamente a te, io credo nel destino. E so che è
pericoloso giocare con una spada a doppio taglio. Non giocare,
Geralt. Approfitta dell'occasione che ti è capitata. Fai di quanto ti
lega a Ciri un normale, sano legame tra bambino e tutore.
Altrimenti... il legame può manifestarsi in maniera diversa. Più
terribile. In modo negativo, distruttivo. Voglio evitarlo sia a te sia a
me. Se volessi portarla con te, non mi opporrei. Mi assumerei il
rischio di spiegare il perché a Calanthe.»
«Come fai a sapere che Ciri vorrebbe venire con me? Dalle
vecchie profezie?»
«No. Dal fatto che si è addormentata solo dopo che l'hai stretta a
te. Che nel sonno borbotta il tuo nome e che la sua mano cerca la
tua», disse Saccoditopo con aria seria.
Geralt si alzò. «Basta, potrei commuovermi. Addio, barbuto. I
miei omaggi a Calanthe. Quanto a Ciri... inventa qualcosa.»
«Non riuscirai a fuggire, Geralt.»
«Dal destino?» Lo strigo tirò la cinghia a uno dei cavalli degli
assalitori, che aveva recuperato.
«No. Da lei», disse il druido guardando la bambina addormentata.
Lo strigo annuì e balzò in sella. Saccoditopo sedeva immobile,
frugando con un bastoncino nel fuoco che si stava estinguendo.
Geralt si allontanò lentamente attraverso i brughi che gli
arrivavano alle staffe, lungo il pendio che portava alla valle, al bosco
nero.
«Geraaalt!»
Si girò. Ciri stava in cima all'altura, una figurina grigia coi capelli
sciolti. «Non te ne andare!»
Lo strigo le fece un cenno con la mano.
«Non te ne andare!» urlò Ciri con la sua vocina.
Devo. Devo, Ciri. Perché... me ne vado sempre, pensò lui.
«Non ci riuscirai comunque! Cosa credi? Non fuggirai! Sono il tuo
destino, mi senti?»
Non c'è il destino, non esiste. L'unica cosa cui tutti sono destinati è
la morte. E la morte l'altra lama della spada a doppio taglio. Una
sono io. E l'altra è la morte, che mi segue passo passo. Non posso,
non mi è concesso mettere a repentaglio la tua vita, Ciri.
«Sono il tuo destino!» gli giunse dalla cima dell'altura, più piano,
in tono più disperato.
Geralt sfiorò il cavallo col tallone e avanzò, tuffandosi come in un
abisso nel bosco nero, freddo e umido, nell'ombra propizia,
familiare, che sembrava non avere fine.
QUALCOSA DI PIÙ

Quando gli zoccoli risuonarono all'improvviso sulle travi del


ponte, Yurga non alzò neppure la testa, emise soltanto un urlo
soffocato, lasciò il cerchione della ruota contro cui stava
combattendo e s'infilò sotto il carro il più alla svelta possibile.
Appiattito, la schiena che sfregava contro la ruvida crosta di concime
e fango che ricopriva la parte inferiore del veicolo, emetteva mugolii
spezzati e tremava di paura.
Il cavallo si avvicinò lentamente al carro. Yurga vedeva con
quanta delicatezza e cautela posava gli zoccoli sulle travi marce e
ammuffite.
«Esci di lì», ordinò il cavaliere fuori del campo visivo di Yurga, che
batté i denti e ficcò la testa tra le spalle. Il cavallo sbuffò, scalpitò.
«Buona, Rutilia», disse il cavaliere. Yurga lo sentì dare delle pacche
sul collo al cavallo. «Esci fuori di lì, amico. Non ti farò del male.»
Il mercante non credette affatto alle parole dello sconosciuto. Ma
nella sua voce, nonostante il timbro non certo gradevole, c'era
qualcosa d'intrigante e che al tempo stesso lo tranquillizzava. Yurga,
borbottando delle preghiere a una decina di dei
contemporaneamente, sporse con cautela la testa da sotto il carro.
Il cavaliere aveva i capelli bianchi come latte, trattenuti sulla
fronte da una fascia di cuoio, e un mantello di lana nero che
ricadeva sulla groppa della giumenta saura. Non guardava Yurga.
Chino sulla sella, osservava la ruota del carro, sprofondata fino al
mozzo fra le travi rotte del ponte. A un tratto sollevò la testa, sfiorò
il mercante con lo sguardo, osservò impassibile gli arbusti sull'orlo
della gola.
Yurga strisciò goffamente fuori del carro, sbatté le palpebre e si
pulì il naso con la mano, spalmandosi sul viso il catrame del mozzo
della ruota. Il cavaliere fissò su di lui gli occhi scuri socchiusi,
penetranti, acuti come pungoli. Yurga taceva.
Lo sconosciuto indicò la ruota incastrata. «In due non riusciremo a
tirarla fuori. Viaggiavi solo?»
«Eravamo in tre. Io e due servi, signore. Ma sono scappate, quelle
canaglie...»
Il cavaliere guardò sotto il ponte, in fondo alla gola. «Non mi
stupisce per niente. Credo che dovresti fare lo stesso. E subito.»
Yurga non seguì lo sguardo dello sconosciuto. Non voleva
scorgere il mucchio di crani, costole e tibie sparsi fra le pietre che
spuntava dalle bardane e dalle ortiche che ricoprivano il fondo del
torrente prosciugato. Temeva che bastasse solo un altro sguardo alle
orbite nere, ai denti scoperti e alle ossa screpolate perché dentro di
lui tutto crollasse, perché quei pochi resti di coraggio disperato
fuoriuscissero come aria dalla vescica di un pesce. Perché si mettesse
a correre su per la via maestra, tornando da dov'era venuto,
soffocando le urla come avevano fatto il conduttore del carro e il
garzone meno di un'ora prima.
«Che aspetti?» chiese piano il cavaliere, girando il cavallo. «Il
crepuscolo? Allora sarà troppo tardi. Loro verranno a cercarti non
appena farà buio. O forse anche prima. Avanti, monta a cavallo e
seguimi. Filiamo tutti e due via di qui, e al più presto.»
«E il carro, signore? E la merce? Un intero anno di lavoro buttato
al vento? Piuttosto crepo! Non lo lascioooo!» urlò con quanto fiato
aveva in corpo Yurga, non sapeva bene se per paura, disperazione o
ira.
«Mi sembra che tu non sappia ancora dove diavolo sei capitato,
amico.» Lo sconosciuto allungò una mano verso il mostruoso
cimitero sotto il ponte. «Non lascerai il carro, dici? Ma io ti assicuro
che, una volta calato il crepuscolo, neppure il tesoro di re Dezmod
potrà salvare te e tanto meno il tuo misero carro. Dannazione, come
ti è venuto in mente di scegliere come scorciatoia questo luogo
impervio? Non sai che cosa si annida qui fin dai tempi della guerra?»
Yurga scosse la testa.
Lo sconosciuto annuì. «Non lo sai. Ma hai visto che cosa giace là
sotto? Difficile non notarlo. Sono quelli che sono passati di qua per
accorciare la strada. E tu dici che non lascerai il carro? Ma che cosa ci
tieni, tanto per curiosità?»
Yurga non rispose. Guardando il cavaliere da sotto in su, non
sapeva se rispondere «stoppa» o «vecchi stracci».
L'altro non sembrava particolarmente interessato alla risposta.
Tranquillizzava la giumenta saura, che mordeva il freno e scuoteva la
testa.
«Signore... aiutatemi. Salvatemi. Vi sarò grato per il resto dei miei
giorni... non mi lasciate... vi darò ciò che vorrete, non avete che da
chiedere... salvatemi, signore», mormorò infine il mercante.
Lo sconosciuto, appoggiato con tutte e due le mani al pomo della
sella, girò la testa verso di lui. «Come hai detto?»
Yurga, la bocca spalancata, rimase in silenzio.
«Mi darai ciò che chiederò? Ripetilo.»
Yurga biascicò, chiuse la bocca e si rammaricò di non saper
frenare la sua linguaccia lunga. Gli girava la testa per le fantastiche
congetture sulla ricompensa che avrebbe potuto esigere lo strano
forestiero. Quasi nessuna, però, compreso il privilegio di approfittare
una volta alla settimana dei servigi di sua moglie Fildoro, sembrava
terribile quanto la prospettiva di perdere il carro o macabra quanto
la possibilità di giacere in fondo al burrone come uno dei tanti
scheletri sbiancati. La routine del mercante lo costringeva a fare
calcoli fulminei. Il cavaliere, sebbene non ricordasse uno straccione,
un vagabondo o uno dei tanti soldati sbandati di cui erano piene le
strade da quando la guerra era finita, non poteva assolutamente
essere neppure un magnate, un reggente o uno di quei fieri nobili
che avevano un'alta opinione di sé e provavano piacere a spillare
denaro al prossimo. Yurga lo valutò non più di venti pezzi d'oro. La
natura di mercante tuttavia lo tratteneva dal dire un prezzo. Si limitò
dunque a farfugliare di un'«imperitura riconoscenza».
«Ti ho chiesto se mi darai ciò che chiederò», gli rammentò
imperturbabile lo sconosciuto dopo avere aspettato che tacesse.
Non c'era via d'uscita. Yurga deglutì, chinò la testa e fece segno di
sì.
Il cavaliere, contrariamente alle sue aspettative, non scoppiò in
una risata malevola, anzi non sembrava affatto felice del suo trionfo
nella trattativa. Chinatosi sulla sella, sputò nel burrone. «Cosa devo
fare?» disse in tono cupo. «Qual è la cosa migliore da fare?... E va
bene. Proverò a tirarti fuori di questo pasticcio, anche se non sono
sicuro che non andrà a finir male per tutti e due. Ma, se andrà bene,
in cambio...»
Yurga si fece piccolo piccolo, prossimo al pianto.
«Mi darai ciò che troverai a casa al tuo ritorno, e che non ti
aspetti. Lo giuri?» recitò alla svelta il cavaliere dal mantello nero.
Yurga emise un gemito e annuì svelto.
«Bene. E adesso togliti. Sarà meglio che t'infili di nuovo sotto il
carro. Tra poco il sole tramonterà.» Smontò da cavallo e si fece
scivolare il mantello giù dalle spalle.
Yurga vide che lo sconosciuto portava una spada sulla schiena,
fissata a una cintura che gli attraversava diagonalmente il petto.
Aveva la vaga sensazione di avere già sentito parlare di qualcuno che
portava le armi a quel modo. La giubba di pelle nera lunga sino ai
fianchi, con gli alti polsini sfavillanti di spunzoni d'argento, poteva
indicare che lo sconosciuto veniva da Novigrad o dintorni, ma
ultimamente la moda di vestirsi a quel modo si era diffusa,
soprattutto tra i ragazzi. Lo sconosciuto però non era un ragazzo.
Il cavaliere tirò giù le bisacce dal cavallo e si girò. Sul petto gli
dondolava un medaglione rotondo appeso a una catenella
d'argento. Sotto il braccio teneva un bauletto ferrato e un involto
oblungo avvolto in pelli e legato da una cinghia. «Non sei ancora
sotto il carro?» chiese, avvicinandosi.
Yurga vide che il medaglione raffigurava una testa di lupo che
digrignava i denti. «Voi siete... uno strigo? Signore?»
Lo sconosciuto scrollò le spalle. «Hai indovinato. Uno strigo. E
adesso allontanati. Dall'altra parte del carro. Non uscire di lì e stai
zitto. Devo restare solo per un po'.»
Yurga obbedì. Si accoccolò accanto alla ruota, avvolgendosi in
una guarnacca. Non voleva vedere che cosa faceva lo sconosciuto
dall'altra parte del carro, e tanto meno le ossa in fondo alla gola.
Dunque guardò le proprie scarpe e i verdi germogli a forma di stella
del muschio che ricopriva le travi marce del ponte.
Uno strigo.
Il sole stava tramontando.
Sentì dei passi.
Lo sconosciuto uscì da dietro il carro, adagio, molto adagio, e
andò in mezzo al ponte. Era voltato di spalle. Yurga vide che la
spada sulla schiena dello strigo non era più quella che aveva visto in
precedenza. Quella era una bella arma: il pomo, l'elsa e le
guarnizioni di ferro del fodero luccicavano come stelle, riflettevano
la fievole luce del crepuscolo che stava calando. Si era spento perfino
il chiarore purpureo che fino a poco prima era sospeso sul bosco.
«Signore...»
Lo sconosciuto girò la testa.
Yurga trattenne a stento un grido. Il viso dello sconosciuto era
bianco e poroso, come formaggio appena tolto dal panno in cui è
stato messo a scolare. E gli occhi... Per gli dei, urlò qualcosa dentro
Yurga. Gli occhi...
«Dietro il carro. Subito», disse lo sconosciuto con voce roca. Non
era la voce che Yurga aveva sentito prima. A un tratto, il mercante
avvertì la dolorosa pressione della vescica piena. Lo sconosciuto si
girò e avanzò ancora sul ponte.
Uno strigo.
Il cavallo legato alla scaletta del carro sbuffò, nitrì, batté gli
zoccoli sulle travi.
Una zanzara si mise a ronzare vicino all'orecchio di Yurga. Il
mercante non mosse neppure la mano per scacciarla. Ne ronzò
un'altra. Interi nugoli di zanzare ronzavano negli arbusti sul lato
opposto del burrone. Ronzavano.
E urlavano.
Yurga, serrando i denti fino a provarne dolore, capì che non si
trattava di zanzare.
Dall'oscurità che s'infittiva sul pendio della gola ricoperto di
arbusti emersero piccole sagome mostruose. Non erano più alte di
quattro cubiti, ed erano spaventosamente magre, come scheletri.
Salirono sul ponte con una strana andatura da airone, sollevando in
alto le ginocchia ossute con movimenti bruschi e violenti. Sotto le
fronti piatte e solcate da rughe, i loro occhi mandavano bagliori
giallastri, nelle larghe fauci da rana scintillavano bianche zanne
appuntite. Si avvicinavano sibilando.
Lo sconosciuto, immobile come una statua in mezzo al ponte,
sollevò a un tratto la mano destra, disponendo in maniera strana le
dita. Gli orridi nani indietreggiarono, sibilarono più forte, ma subito
ripresero ad avanzare, svelti, sempre più svelti, sollevando le lunghe
zampe artigliate simili a stecchi.
Sulle travi a sinistra si sentirono stridere degli artigli e un ennesimo
mostriciattolo balzò fuori all'improvviso da sotto il ponte, mentre gli
altri si avvicinavano con saltelli inquietanti. Lo sconosciuto piroettò
sul posto brandendo la spada. Nessuno l'aveva visto estrarla dal
fodero. La testa del mostro che si arrampicava sul ponte volò a una
tesa di altezza, trascinandosi dietro una scia di sangue. L'uomo dai
capelli bianchi piombò su un altro gruppo di mostri e menò lesto
fendenti a destra e a sinistra. Le orribili creature, agitando le braccia
e urlando, gli si gettarono addosso da tre lati, senza curarsi della
lama scintillante e tagliente come un rasoio. Yurga si accoccolò
contro il carro.
Qualcosa gli cadde tra i piedi, imbrattandolo di sangue. Era una
lunga zampa ossuta, rugosa come quella di una gallina e munita di
quattro artigli.
Il mercante urlò.
Sentì qualcosa passargli accanto. Si rannicchiò per strisciare sotto il
carro e, in quel preciso istante, qualcos'altro gli atterrò sulla nuca e
due grosse zampe artigliate gli strinsero le tempie e le guance. Si
coprì gli occhi, saltò in piedi urlando e dimenando la testa e barcollò
fino al centro del ponte, inciampando sui corpi riversi sulle travi. Lì
infuriava la battaglia, ma Yurga non vedeva nulla oltre a un rabbioso
tumulto, un turbinio nel quale scintillava senza tregua il raggio della
lama argentea. «Aiutoooooo!» gridò, sentendo le zanne acuminate
trapassare il feltro del cappuccio e conficcarsi nella nuca.
«Giù la testa!»
Mentre premeva il mento sul petto, il mercante colse il bagliore
della spada. La lama urlò in aria, sfiorò il cappuccio. Yurga sentì uno
scricchiolio orribile, umido, quindi un liquido caldo gli inondò le
spalle, quasi fosse stato versato da un secchio. Cadde sulle ginocchia
spinto giù dal peso ormai inerte che gli pendeva dalla nuca.
Sotto i suoi occhi, altri tre mostri schizzarono fuori dal ponte.
Saltellando come bizzarre cavallette, si aggrapparono alle cosce dello
sconosciuto. Uno, raggiunto da un breve colpo sul muso da rospo,
trotterellò rigido e crollò sulle travi. Un altro, ferito con la punta
della spada, cadde rotolando e fu scosso da convulsioni. Gli altri
attaccarono l'uomo dai capelli bianchi come formiche e lo spinsero
verso il bordo. Un altro mostro volò fuori del tumulto; era piegato
all'indietro e spruzzava sangue, tremando e ululando. In quell'istante,
tutta l'orda rotolò in massa oltre il bordo e precipitò nella gola.
Yurga si lasciò cadere a terra, coprendosi la testa con le mani.
Da sotto risuonarono le grida trionfanti dei mostri, che a un tratto
si tramutarono in urla di dolore, in schiamazzi interrotti dal sibilo
della lama. Poi dalle tenebre giunsero un crepitio di sassi e uno
scricchiolio di scheletri calpestati, seguiti nuovamente dal sibilo della
spada che ricadeva e da uno stridio spezzato, disperato, che gelava il
sangue nelle vene.
Poi ci fu solo il silenzio, interrotto dal grido improvviso di un
uccello spaventato, nel profondo del bosco, tra gli alberi giganteschi.
E poi tacque anche lui.
Yurga sollevò la testa, si alzò a fatica. Il silenzio perdurava, non
stormivano neppure le foglie, tutto il bosco sembrava ammutolito
dal raccapriccio. Nuvole sfilacciate oscurarono il cielo.
«Ehi...»
Si girò, riparandosi istintivamente con le braccia sollevate.
Lo strigo stava davanti a lui, immobile, nero, la spada scintillante
nella mano abbassata.
Yurga vide che era un po' curvo, piegato da una parte. «Che
avete, signore?»
Lo strigo non rispose. Fece un passo, in maniera goffa e pesante,
trascinando la gamba sinistra. Allungò una mano, si aggrappò al
carro.
Yurga scorse il sangue, di un nero brillante, colare sulle travi.
«Siete ferito, signore!»
Lo strigo non rispose. Guardando il mercante dritto negli occhi, a
un tratto rimase appeso alla cassetta del carro e si lasciò cadere
lentamente sul ponte.
II

«Attenzione, piano... sotto la testa... qualcuno gli regga la testa!»


«Qui, qui, sul carro!»
«Per gli dei, si dissangua... signor Yurga, il sangue cola attraverso
la fasciatura...»
«Zitto! Dai, avanti, Pokwit, svelto! Coprilo con la pelliccia di
montone, Veli, non vedi come trema?»
«E se gli versassimo in bocca dell'acquavite?»
«Così svenuto com'è? Sei proprio rincretinito, Vell. Passala a me,
l'acquavite, devo bere qualcosa... Cani, lestofanti, ignobili vigliacchi!
Filarsela via così, lasciandomi solo!»
«Signor Yurga! Dice qualcosa!»
«Cosa? Cosa dice?»
«Qualcosa d'indistinto... sembra un nome...»
«Che nome?»
«Yennefer...»
III

«Dove... sono?»
«Rimanete steso, signore, non vi muovete, altrimenti si strappa e
si spacca di nuovo tutto. Quei mostri vi hanno morso la coscia fino
all'osso, avete perduto molto sangue... Non mi riconoscete? Sono
Yurga! Mi avete salvato sul ponte, ricordate?»
«Ah...»
«Avete sete?»
«Come diavolo...»
«Bevete, signore, bevete. La febbre vi consuma.»
«Yurga... dove siamo?»
«Viaggiamo sul carro. Non parlate, signore, non vi muovete.
Dobbiamo uscire dal bosco e raggiungere un insediamento umano.
Dobbiamo trovare qualcuno che sia in grado di curarvi. La fasciatura
che vi abbiamo fatto potrebbe non bastare. Il sangue non smette di
uscire...»
«Yurga...»
«Sì, signore?»
«Nel mio bauletto... il flacone... con la ceralacca verde. Strappa il
sigillo e dammelo... in una coppa. Lava bene la coppa, non far
toccare a nessuno il flacone... se vi è cara la vita... presto, Yurga.
Maledizione, come sobbalza questo carro... Il flacone, Yurga...»
«Ecco... bevete.»
«Grazie... e ora attento. Mi addormenterò subito. Mi agiterò,
delirerò, poi giacerò come morto. Non è niente, non temere...»
«State steso, signore, altrimenti la ferita si aprirà e perderete altro
sangue.»
Lo strigo si lasciò ricadere sulle pelli, mosse la testa di qua e di là,
sentì il mercante coprirlo con la pelliccia di montone e con una rozza
coperta che puzzava di sudore di cavallo. Il carro sobbalzò, ogni
scossa si ripercuoteva nella coscia e nel fianco con un dolore atroce.
Serrò i denti. Sopra di sé vedeva...
... miliardi di stelle. Così vicine, che sembrava bastasse allungare la
mano per toccarle. Appena sopra la testa, appena sopra le cime degli
alberi.
Procedeva scegliendo la strada in modo da tenersi lontano dalla
luce, dal fulgore dei fuochi, in modo da trovarsi sempre nella zona
delle ombre fluttuanti. Non era facile. Tutt'intorno ardevano cataste
di tronchi di abete che innalzavano fino al cielo un rosso chiarore
intessuto di scintille, segnavano l'oscurità con stendardi di fumo più
chiari, crepitavano, esplodevano con mille bagliori tra le sagome che
ballavano.
Geralt si fermò per lasciar passare lo scatenato corteo urlante e
selvaggio che avanzava verso di lui bloccando la strada. Qualcuno lo
afferrò per la spalla e cercò di ficcargli in mano un recipiente di
legno traboccante di schiuma. Rifiutò, allontanando da sé l'uomo
che barcollava rovesciando la birra da un barilotto che teneva sotto
il braccio. Non aveva voglia di bere.
Non in una notte come quella.
Non lontano, su un'impalcatura di tronchi di betulla che
torreggiava su un grande falò, il biondo Re di Maggio, con indosso
una ghirlanda e rozze brache, baciava la Regina di Maggio dai capelli
rossi, tastandole i seni attraverso la sottile camicia zuppa di sudore. Il
monarca era più che brillo, barcollava, si teneva in equilibrio grazie
alla regina, appoggiando sulle spalle il pugno serrato sul boccale di
birra. La regina, neanche lei troppo sobria, con la ghirlanda calata
sugli occhi, aveva le braccia strette intorno al collo del re. La folla
danzava sotto l'impalcatura, cantava, urlava, scuoteva pertiche
avvolte in ghirlande di fiori e verzura.
«Belleteyn!» gridò nell'orecchio di Geralt una giovane fanciulla di
piccola statura. Tirandolo per la manica, lo costrinse a girare in
mezzo al corteo che li circondava, poi si mise a ballargli al fianco,
facendo frusciare la gonna e agitando i capelli pieni di fiori. Lui si
lasciò trascinare nella danza, turbinò, evitando con destrezza di finire
tra i piedi delle altre coppie.
«Belleteyn! La Notte di Maggio!»
Accanto a loro, il tumulto, lo strepito, il riso nervoso di una delle
tante ragazze che simulavano di lottare e resistere al ragazzo che le
conduceva nelle tenebre, oltre il cerchio di luce. Il corteo
serpeggiava tra i roghi ardenti levando alte grida. Qualcuno
inciampò e cadde, spezzando la catena di mani, lacerando il corteo
in piccoli gruppi.
La fanciulla guardò Geralt da sotto le foglie che le ornavano la
fronte, si avvicinò, si strinse a lui cingendogli le spalle, ansimando. Lo
strigo la afferrò più violentemente di quanto non si fosse proposto,
lasciando che il corpo della ragazza lo scaldasse attraverso il lino
sottile. Lei sollevò la testa. Aveva gli occhi chiusi, i denti brillavano.
Odorava di sudore e di calamo aromatico, di fumo e di desiderio.
Perché no, pensò Geralt passandole la mano sul vestito e sulle
spalle, rallegrandosi del calore che percepiva sotto le dita. La
fanciulla non era il suo tipo - troppo piccola, troppo grassottella - e
il corpetto del vestito le schiacciava le spalle. Perché no, in una notte
come questa... Non significa nulla.
Belleteyn... I fuochi fino all'orizzonte. Belleteyn. La Notte di
Maggio.
La catasta più vicina consumò con uno schianto le pigne secche
che vi erano state gettate e prese a emanare un chiarore dorato, una
luce che inondava ogni cosa. La fanciulla aprì gli occhi guardando in
su, verso di lui. La udì inspirare forte, la sentì irrigidirsi, puntare
bruscamente le mani contro il petto di lui. Geralt la lasciò all'istante.
Lei esitò. Allontanò il busto senza staccare i fianchi dalle cosce di
Geralt. Abbassò la testa e ritrasse la mano, si scostò, guardando da
un'altra parte.
Rimasero un istante immobili, finché il corteo che tornava
indietro non li travolse di nuovo facendoli vacillare. La fanciulla si
girò svelta, fuggì, cercando sgraziatamente di unirsi alle danze. Si
guardò indietro. Solo una volta.
Belleteyn...
Che ci faccio qui?
Nell'oscurità luccicò una stella, sfavillò, attirò il suo sguardo. Il
medaglione tremò. Geralt dilatò istintivamente le pupille, penetrò
senza fatica le tenebre con lo sguardo.
La donna non era una contadina. Le contadine non portavano
neri mantelli di velluto. Le contadine, accompagnate o trascinate
dagli uomini tra i cespugli, gridavano, ridacchiavano, si dimenavano
e s'irrigidivano come trote tirate fuori dell'acqua. Nessuna di loro
avrebbe dato l'impressione di essere lei a condurre nell'oscurità l'alto
ragazzo biondo dalla camicia sbottonata.
Le contadine non portavano mai al collo nastri di velluto e stelle
di ossidiana tempestate di diamanti.
«Yennefer.»
Gli occhi violetti di lei, spalancati all'improvviso, ardevano nel
pallido viso triangolare. «Geralt...» Lasciò la mano del cherubino
biondo dal petto lucido di sudore, simile a una placca di rame.
Il giovane vacillò, cadde sulle ginocchia, girò la testa di qua e di
là, si guardò intorno, sbatté le palpebre. Si alzò lentamente, li
osservò con aria ottusa, imbarazzata, quindi si allontanò con passo
incerto in direzione dei fuochi. La maga non lo degnò di uno
sguardo. Fissava attentamente lo strigo, la mano serrata con forza
sull'orlo del mantello.
«Sono contento di rivederti», disse Geralt in tono disinvolto. Sentì
subito cadere la tensione che era montata tra loro.
Yennefer sorrise. Gli sembrava che in quel sorriso ci fosse qualcosa
di forzato, ma non ne era sicuro. «Anch'io. Una sorpresa graditissima,
non lo nego. Che cosa fai qui, Geralt? Ah... scusa, perdona la
mancanza di tatto. Evidentemente fai la stessa cosa che faccio io. E
Belleteyn. Come suol dirsi, mi hai colto con le mani nel sacco.»
«Ti ho disturbato.»
Lei rise. «Sopravvivrò. La notte non è ancora finita. Se voglio, ne
ammalierò un altro.»
«Peccato che a me non riesca. Una ragazza ha appena visto i miei
occhi alla luce ed è scappata», disse lui, fingendosi a gran fatica
indifferente.
«Sul far del mattino, quando si scateneranno per bene, non ci
faranno più caso. Ne troverai un'altra, vedrai...» ribatté Yennefer con
un sorriso ancora più forzato.
«Yen...» Le parole successive gli rimasero conficcate in gola. Si
guardarono a lungo, molto a lungo, e il bagliore rosso del fuoco
giocava sui loro visi.
A un tratto Yennefer sospirò, nascondendo gli occhi sotto le
ciglia. «Geralt, no. Non cominciamo...»
«È Belleteyn. L'hai dimenticato?»
Gli si avvicinò lentamente, gli mise le mani sulle spalle, si strinse a
lui con un movimento lento e cauto, appoggiò la fronte sul suo
petto.
Geralt le accarezzò i capelli corvini sparsi in ciocche serpeggianti.
Yennefer alzò la testa. «Credimi, non starei a pensarci neppure un
momento, se fosse in gioco solo... Ma non ha senso. Tutto
ricomincerà e finirà come prima. Non ha senso che...»
«Tutto deve avere senso? È Belleteyn.»
«È Belleteyn. E con ciò? Qualcosa ci ha attirato verso questi
fuochi, verso questa gente che si diverte. Avevamo intenzione di
ballare, spassarcela, stordirci leggermente e approfittare della
annuale libertà di costumi che regna da queste parti,
indissolubilmente legata alla festa del ciclo della natura che si ripete.
E guarda un po', c'incontriamo dopo... quanto tempo è passato da...
un anno?»
«Un anno, due mesi e diciotto giorni.»
«Mi commuovi. Lo fai di proposito?»
«Sì. Yen...»
All'improvviso lei si scostò, rigettando indietro la testa. «Geralt,
meglio essere chiari. Non voglio.»
Lui annuì, facendo capire che era stata abbastanza chiara.
Yennefer si gettò il mantello sulla spalla. Sotto indossava una
camicia bianca molto sottile e una gonna nera stretta in vita da una
cintura di maglie argentate. «Non voglio ricominciare. E l'idea di fare
con te... quello che avevo intenzione di fare con quel biondino...
secondo le stesse regole... non so come, Geralt, mi sembra davvero
pessima. Offensiva sia per te sia per me. Capisci?»
Geralt annuì di nuovo.
Lo guardò da sotto le ciglia abbassate. «Non te ne vai?»
«No.»
Yennefer rimase un po' in silenzio, poi scrollò inquieta le spalle.
«Sei arrabbiato?»
«No.»
«Be', allora vieni, sediamoci da qualche parte, lontano da questo
chiasso, parliamo un po'. Perché, vedi, sono contenta di questo
incontro. Davvero. Sediamoci un momento. Vuoi?»
«Va bene, Yen.»
Si allontanarono nell'oscurità inoltrandosi nella brughiera, verso la
nera parete del bosco, passando accanto alle coppie intrecciate. Per
trovare un posto tutto per loro dovettero raggiungere una collinetta
brulla su cui cresceva un alberello di ginepro slanciato come un
cipresso.
La maga sganciò la spilla del mantello, lo scosse, lo distese a terra.
Geralt si sedette accanto a lei. Aveva una gran voglia di abbracciarla,
ma non lo fece per dispetto. Yennefer si aggiustò la camicia - quasi
completamente sbottonata -, gli rivolse uno sguardo penetrante,
sospirò e lo abbracciò. Lui doveva aspettarselo. Per leggere nei
pensieri, Yennefer doveva fare un grande sforzo, ma intuiva
istintivamente le intenzioni altrui.
Rimasero in silenzio.
«Ah, maledizione», disse a un tratto la maga, scostandosi. Sollevò
una mano e gridò una formula magica. Sopra le loro teste si
alzarono in volo sfere rosse e verdi che scoppiarono a notevole
altezza, formando fiori colorati e piumati. Dalla parte dei fuochi
giunsero risate ed esclamazioni gioiose. «Belleteyn. La Notte di
Maggio... il ciclo si ripete... che si divertano... se possono.»
Nei paraggi c'erano altri maghi. Da lontano volarono in cielo tre
fulmini arancione e, da un'altra parte, nei pressi del bosco, esplose
un vero e proprio geyser di vorticanti meteore iridescenti. La gente
intorno ai fuochi lanciò sonore esclamazioni di ammirazione. Geralt,
teso, accarezzava i riccioli di Yennefer, aspirando il loro profumo di
lillà e uva spina. Se la desidererò con troppa intensità, pensò, lo
avvertirà e s'irriterà. Metterà il muso, diventerà scontrosa e mi
respingerà. Le chiederò con calma che novità...
«Nessuna novità. Niente che valga la pena raccontare», disse lei, e
nella sua voce tremò qualcosa.
«Non farmi questo, Yen. Non leggermi nel pensiero.
M'imbarazza.»
«Scusa. Lo faccio senza volere. E tu, Geralt, che novità hai?»
«Niente. Niente che valga la pena raccontare.»
Rimasero in silenzio.
«Belleteyn!» ringhio a un tratto la maga. «Si divertono.
Festeggiano il ciclo secolare della natura che rinasce. E noi? Che ci
facciamo qui? Noi, due relitti condannati all'estinzione, allo
sterminio e all'oblio? La natura rinasce, il ciclo si ripete. Ma noi no,
Geralt. Noi non possiamo ripeterci. Siamo stati privati di questa
possibilità. Ci è stata data la facoltà di fare cose straordinarie con la
natura, a volte perfino contrarie a essa. E al tempo stesso ci è stato
tolto ciò che in natura c'è di più semplice e naturale. Che importa
che viviamo più di loro? Al nostro inverno non seguirà una
primavera, non rinasceremo. Ma sia tu sia io siamo attratti da questi
fuochi, sebbene la nostra presenza a questa festa sia una beffa
malevola ed empia.»
Geralt taceva. Non gli piaceva quando Yennefer precipitava in
quello stato d'animo, di cui conosceva fin troppo bene la causa. Di
nuovo, ha di nuovo questo cruccio. C'è stato un tempo in cui
sembrava che avesse dimenticato, che se ne fosse fatta una ragione,
come le altre maghe. L'abbraccio, la strinse, la cullò delicatamente
come una bambina. Lei lo lasciò fare.
Lo strigo non se ne stupì. Sapeva che ne aveva bisogno.
«Sai, Geralt, più di tutto mi è mancato il tuo silenzio», disse
all'improvviso, ormai calma.
Le sfiorò con le labbra i capelli, l'orecchio. Ti desidero, Yen, lo sai.
Lo sai bene, Yen, pensò.
«Lo so», sussurrò lei.
«Yen...»
La maga sospirò di nuovo. Poi lo guardò con gli occhi spalancati.
«Solo oggi, solo questa notte che volerà via. Festeggiamo il nostro
Belleteyn. Domattina ci separeremo. Ti prego, non contare su nulla
di più, non posso, non potrei... Scusa. Se ti ho ferito, baciami e
vattene.»
«Se ti bacio non me ne andrò.»
«Ci contavo.» Inclinò la testa.
Le labbra di Geralt sfiorarono quelle di lei. Con delicatezza. Prima
quello superiore, poi quello inferiore. Le infilò le dita tra i capelli, le
toccò l'orecchio, l'orecchino di brillanti, il collo. Yennefer gli restituì
il bacio e si strinse a lui, mentre le sue dita abili slacciavano veloci e
sicure le fibbie del farsetto.
Si lasciò cadere supina sul mantello disteso sul muschio soffice. Lui
premette le labbra contro un seno, sentì il capezzolo indurirsi e
inturgidirsi sotto la stoffa sottile della camicia. La maga aveva il
respiro affannoso.
«Yen...»
«Non dire niente... ti prego...»
Il tocco della sua pelle nuda, liscia e fredda, che gli elettrizzava le
dita e il palmo delle mani. Il tremito lungo la schiena in cui erano
conficcate le sue unghie. Intorno ai fuochi grida, canti, fischi, il
lontano, distante turbine di scintille nel fumo purpureo. Una carezza.
Di lei.
Di lui. Un tremito. E l'impazienza. Il tocco delicato delle cosce
slanciate che gli cingevano i fianchi, serrandosi come una fibbia.
Belleteyn!
Il respiro, lacerato in sospiri. Balenii sotto le palpebre, profumo di
lillà e uva spina. La Regina di Maggio e il Re di Maggio? Una beffa
empia? L'oblio?
Belleteyn! La Notte di Maggio!
Un gemito. Di lei? I riccioli neri sugli occhi, sulle labbra. Le dita
intrecciate delle mani vibranti. Un grido. Di lei? Ciglia nere. Umide.
Un gemito. Di lui?
Silenzio. Tutta un'eternità in quel silenzio.
Belleteyn... I fuochi fino all'orizzonte...
«Yen?»
«Oh, Geralt...»
«Yen... piangi?»
«No!»
«Yen...»
«Mi ero ripromessa... ripromessa...»
«Non dire niente. Non occorre. Non hai freddo?»
«Sì.»
«E ora?»
«Va meglio.»
Il cielo si schiariva a un ritmo vertiginoso, la nera parete del bosco
affinò i contorni, sottraendo all'oscurità indistinta la netta linea
dentellata delle cime degli alberi. L'azzurro annuncio dell'alba che
strisciava da dietro si spanse lungo l'orizzonte, spegnendo le lucine
delle stelle. Si fece più freddo. Lo strigo la strinse più forte, la coprì
col mantello.
«Geralt?»
«Mmm?»
«Tra poco sorgerà l'alba.»
«Lo so.»
«Ti ho ferito?»
«Un po'.»
«Ricomincerà?»
«Non è mai finita.»
«Ti prego... mi fai sentire...»
«Non dire niente. Va tutto bene.»
L'odore del fumo che si propagava tra i brughi. L'odore di lillà e
uva spina.
«Geralt?»
«Sì?»
«Ricordi il nostro incontro sulle Montagne dei Gheppi? E il drago
dorato... come si chiamava?»
«Tre Taccole. Mi ricordo.»
«Ci ha detto...»
«Mi ricordo, Yen.»
Lo baciò nel punto in cui il collo si congiunge alla clavicola,
quindi c'infilò la testa, solleticandolo coi capelli. «Siamo fatti l'uno
per l'altra. E se fossimo destinati l'uno all'altra? Ma la nostra è una
storia che non ha futuro. È un peccato ma, quando sorgerà l'alba, ci
separeremo. Non può essere altrimenti. Dobbiamo separarci, per
non farci del male a vicenda. Noi, destinati l'uno all'altra. Fatti l'uno
per l'altra. Peccato. Colui o coloro che ci hanno creati l'uno per
l'altra avrebbero dovuto pensare a qualcosa di più. Solo il destino
non basta, è troppo poco. Ci vuole qualcosa di più. Scusami.
Dovevo dirtelo.»
«Lo so.»
«Sapevo che non aveva senso che facessimo l'amore.»
«Ti sbagliavi. Ce l'aveva. Nonostante tutto.»
«Vai a Cintra, Geralt.»
«Cosa?»
«Vai a Cintra. Vacci, e questa volta non rinunciare. Non fare ciò
che hai fatto allora... quando sei stato là...»
«Come lo sai?»
«So tutto di te. L'hai dimenticato? Vai a Cintra, vacci al più presto.
Si appressano brutti tempi. Molto brutti. Devi fare in fretta...»
«Yen...»
«Non dire niente, ti prego.»
Più freddo. Sempre più freddo. E sempre più chiaro.
«Non andartene ancora. Aspettiamo l'alba.»
«Aspettiamo.»
IV

«Non muovetevi, signore. Devo cambiarvi la medicazione, la


ferita è molto brutta e la gamba vi si è terribilmente gonfiata...
Bisogna trovare al più presto un medico...»
«Vada a farsi fottere il medico! Dammi il mio bauletto, Yurga. Sì,
quel flacone. Versa, direttamente sulla ferita. Ah, maledizione!
Niente, niente, versa ancora... Aaaah! Bene. Stringi forte e coprimi...»
gemette lo strigo.
«Signore, avete tutta la coscia gonfia. E la febbre vi consuma...»
«Vada a farsi fottere la febbre. Yurga?»
«Sì, signore?»
«Ho dimenticato di ringraziarti...»
«Non siete voi che dovete ringraziare, signore, ma io. Siete stato
voi a salvarmi la vita, a ridurvi così per difendermi. E io? Io che cosa
ho fatto? Ho medicato un uomo ferito e privo di sensi, l'ho caricato
sul carro, non l'ho lasciato crepare? È una cosa normale, signor
strigo.»
«Non poi così normale, Yurga. Sono già stato abbandonato... in
simili situazioni... come un cane...»
Il mercante, la testa bassa, rimase in silenzio. «Eh, sì, viviamo in un
mondo schifoso. Ma non è una buona ragione perché facciamo tutti
gli schifosi. Abbiamo bisogno del bene. A me lo ha insegnato mio
padre e io lo insegno ai miei figli.»
Lo strigo taceva, osservava i rami degli alberi che pendevano
sopra la strada e scivolavano via man mano che il carro avanzava.
La coscia gli pulsava. Non sentiva dolore. «Dove siamo?»
«Abbiamo attraversato a guado il fiume Trava, ormai siamo nei
Boschi di Alchechengi. Non più a Temeria, ma a Sodden. Al
momento di passare il confine, quando i doganieri hanno frugato il
carro, dormivate. Devo dirvi che si sono molto stupiti di voi. Ma il
capo vi conosceva, e ha ordinato di lasciarci passare senza indugio.»
«Mi conosceva?»
«Sì, non c'è dubbio. Vi ha chiamato Geralt. Ha detto così: 'Geralt
di Rivia'. È il vostro nome?»
«Sì...»
«Quel doganiere ha promesso di mandare avanti qualcuno per
avvertire che c'era bisogno di un medico. Gli ho messo in mano
qualcosina in modo che non si dimenticasse.»
«Ti ringrazio, Yurga.»
«No, signor strigo. Come ho già detto, sono io che ringrazio voi.
Vi sono debitore. Ci eravamo accordati... che avete, signore? Vi
sentite male?»
«Yurga... il flacone col sigillo verde...»
«Signore... vi capiterà di nuovo... avete gridato così
spaventosamente nel sonno...»
«Devo, Yurga...»
«Come volete. Aspettate, lo verso subito nella coppa... per gli dei,
c'è bisogno al più presto di un medico, altrimenti...»
Lo strigo girò la testa. Sentiva...
... le grida dei bambini che giocavano nel fossato interno - ora
prosciugato - che circondava i giardini del castello. Erano una decina.
I mocciosi facevano un chiasso assordante, urlandosi contro con voci
sottili, eccitate, che di quando in quando assumevano un timbro in
falsetto. Correvano avanti e indietro sul fondo del fossato come un
piccolo banco di pesci guizzanti che, pur cambiando direzione in
maniera fulminea e inaspettata, rimangono sempre insieme. Come
spesso capita, dietro ai ragazzini più grandi, secchi come
spaventapasseri, che gridavano come ossessi, correva un piccoletto
ansimante, che non aveva nessuna possibilità di raggiungerli.
«Sono tanti», osservò lo strigo.
Saccoditopo fece un sorriso acido tirandosi la barba, quindi
scrollò le spalle. «Sì, tanti.»
«E chi di loro... chi di quei ragazzini è la famosa Sorpresa?»
Il druido distolse lo sguardo. «Non posso dirtelo, Geralt...»
«Calanthe?»
«Certo. Non ti sarai illuso che ti consegnerà il bambino come se
niente fosse? Eppure la conosci. È una donna di ferro. Ti dirò
qualcosa di cui non dovrei fare parola, nella speranza che capirai.
Inoltre conto che non mi tradirai di fronte a lei.»
«Parla.»
«Quand'è nato il bambino, sei anni fa, mi ha chiamato e mi ha
ordinato di trovarti. E di ucciderti.»
«Hai rifiutato?»
Saccoditopo lo guardò dritto negli occhi con aria seria. «A
Calanthe non si rifiuta nulla. Stavo per mettermi in cammino,
quando mi ha richiamato. Ha ritirato l'ordine senza una parola. Stai
attento, quando le parlerai.»
«Lo farò. Saccoditopo, dimmi, che cosa è successo a Duny e
Pavetta?»
«Navigavano da Skellige a Cintra. Li ha sorpresi una tempesta.
Della nave non si è ritrovata neppure un'asse. Geralt... che il
bambino non fosse sulla nave è una cosa maledettamente strana.
Inspiegabile. Dovevano portarlo con loro, all'ultimo momento non
l'hanno fatto. Nessuno sa per quale ragione, Pavetta non si separava
mai da...»
«Calanthe come l'ha presa?»
«Tu che ne pensi?»
«Capisco.»
Urlando come una banda di goblin, i ragazzini si precipitarono su
per il pendio del fossato e sfrecciarono loro accanto. Geralt notò
che, non lontano dalla testa del gruppetto scalmanato, correva una
bambina, magra come i ragazzini, ma con una lunga treccia che
sventolava. Con grida selvagge, la piccola compagnia si riversò di
nuovo giù per il ripido pendio e almeno una metà, compresa la
bambina, lo discese sul sedere. Il più piccolo, che continuava a non
riuscire a tener loro dietro, si voltò, rotolò e, una volta giù, si mise a
piangere forte, tenendosi le ginocchia contuse. Gli altri lo
circondarono, prendendolo in giro, quindi ricominciarono a correre.
La bambina s'inginocchiò accanto al piccolo. Lo abbracciò e gli
asciugò le lacrime, spalmando polvere e sporcizia sul visetto
stravolto.
«Andiamo, Geralt. La regina ci aspetta.»
«Andiamo, Saccoditopo.»
Calanthe sedeva su un panchetto munito di schienale sospeso con
due catene a uno dei rami principali di un enorme tiglio. Sembrava
dormire, la tradiva solo il breve movimento della gamba che, di
quando in quando, metteva in movimento il dondolo. Era in
compagnia di tre giovani donne. Una sedeva sull'erba accanto al
dondolo, l'abito disteso che biancheggiava sul verde come una coltre
di neve. Le altre due, non lontano, chiacchieravano, allontanando
con attenzione i rami dei cespugli di lamponi.
Saccoditopo s'inchinò. «Signora.»
La regina sollevò la testa.
Geralt s'inginocchiò.
«Strigo», disse lei in tono secco. Come un tempo, si ornava di
smeraldi che si accordavano con la veste verde. E con gli occhi.
Come un tempo, portava uno stretto cerchio dorato sui capelli
biondo cenere. Ma le mani erano meno sottili di quanto ricordasse.
Era ingrassata.
«Vi saluto, Calanthe di Cintra.»
«Sii il benvenuto, Geralt di Rivia. Alzati. Ti aspettavo.
Saccoditopo, amico mio, accompagna le damigelle al castello.»
«Agli ordini, regina.»
Rimasero soli.
«Sei anni. Sei spaventosamente puntuale, strigo», disse Calanthe
senza sorridere.
Geralt non fece commenti.
«Ci sono stati momenti, ma che dico, ci sono stati anni in cui mi
sono illusa che ti saresti dimenticato. O che altre ragioni non ti
avrebbero permesso di venire. No, tutto sommato non ti ho
augurato una disgrazia, ma dovevo comunque tener conto del
carattere non troppo sicuro della tua professione. Dicono che la
morte ti segua passo passo, Geralt di Rivia, ma che tu non ti guardi
mai alle spalle. E poi... quando Pavetta... lo sai già?»
Geralt chinò la testa. «Sì. E vi faccio le mie più sincere
condoglianze...»
«No. È passato tanto tempo. Non porto più il lutto, come vedi.
L'ho portato a sufficienza. Pavetta e Duny, destinati l'una all'altro.
Sino alla fine. In questo caso come non credere alla forza del
destino?» Rimasero entrambi in silenzio. Calanthe mosse la gamba,
mettendo di nuovo in movimento il dondolo. «Ed ecco che, dopo i
sei anni pattuiti, lo strigo è tornato.» Sulle sue labbra aleggiò uno
strano sorriso. «È tornato per chiedere che il giuramento venga
rispettato. Che ne dici, Geralt, forse è proprio così che, tra cent'anni,
i cantastorie racconteranno il nostro incontro. Io penso di sì. Ma
coloriranno senz'altro il racconto, toccheranno corde sensibili,
faranno leva sulle emozioni. Sì, loro sanno farlo. Già me l'immagino.
Ascolta, ti prego. E disse il crudele strigo: 'Mantenete la promessa,
regina, o la mia maledizione ricadrà su di voi'. E la regina, inondata
di lacrime, cadde in ginocchio gridando: 'Pietà! Non togliermi il
bambino! Non mi è rimasto altro!'»
«Calanthe...»
«Non interrompermi. Sto raccontando una favola, non te ne sei
accorto? Ascolta ancora. Il malvagio, crudele strigo pestò i piedi,
agitò le braccia e gridò: 'Guardatevi, spergiura, guardatevi dalla
vendetta del destino. Se non manterrete il giuramento, non
sfuggirete alla punizione'. E la regina replicò: 'E va bene, strigo. Sia
fatta la volontà del destino. Oh, guarda, laggiù ci sono dieci bambini
che giocano. Riconosci quale tra loro ti è predestinato, prendilo e
lasciami col cuore spezzato'.»
Lo strigo taceva.
Il sorriso di Calanthe diveniva sempre più sgradevole. «Nella
favola, immagino che la regina permetterebbe allo strigo di fare tre
tentativi. Ma noi non siamo in una favola, Geralt. Siamo davvero
qui, tu, io e il nostro problema. E il nostro destino. Questa non è
una favola, è la vita. Schifosa, cattiva, pesante, che non risparmia
errori, torti, dolore, delusioni e disgrazie, non li risparmia a nessuno,
né agli strighi, né alle regine. Ecco perché, Geralt di Rivia, ti
concederò un solo tentativo.»
Lo strigo continuava a tacere.
«Solo un unico tentativo. Ma, come ho detto, questa non è una
favola, è la vita, e sta a noi riempirla di momenti felici, perché, come
sai, non si può contare sul destino e sul fatto che ci sorrida. Perciò, a
prescindere che indovini o no, non te ne andrai di qui a mani vuote.
Prenderai un bambino. Quello sul quale cadrà la tua scelta. Un
bambino di cui farai uno strigo. Sempre che sopporti la Prova delle
Erbe, s'intende.»
Geralt sollevò di scatto la testa.
La regina sorrise.
Lo strigo conosceva quel sorriso, brutto, malvagio e sprezzante,
giacché non nascondeva la propria artificiosità.
«Sei stupito. Be', ho studiato un po'. Visto che il figlio di Pavetta
potrebbe diventare uno strigo, mi sono data questa pena. Tuttavia le
mie fonti, Geralt, non dicono quanti bambini su dieci sopportano la
Prova delle Erbe. Non vorresti soddisfare la mia curiosità al
riguardo?»
Geralt si schiarì la gola. «Regina, vi siete data sicuramente
sufficiente pena, studiando, da sapere che il codice e il giuramento
mi vietano perfino di pronunciare quelle parole, e tanto più di
discuterne.»
Calanthe fermò bruscamente il dondolo conficcando il tacco nella
terra. Scosse la testa, fingendo di riflettere. «Tre, al massimo quattro
bambini. Una selezione dura, molto dura, direi, e a ogni tappa.
Prima la Scelta, poi le Prove. E poi i Cambiamenti. Quanti
adolescenti ricevono alla fine i medaglioni e le spade d'argento? Uno
su dieci? Uno su venti?»
Lo strigo taceva.
La regina ormai non sorrideva più. «Ci ho riflettuto a lungo, e
sono giunta alla conclusione che la selezione dei bambini nella tappa
della Scelta ha un significato trascurabile. In fin dei conti che
differenza fa quale bambino morirà o impazzirà riempito di
narcotici? Che differenza fa quale cervello sarà spappolato dalle
allucinazioni, quali occhi si spaccheranno e usciranno dalle orbite,
invece di diventare occhi di gatto? Che differenza fa se a crepare nel
proprio sangue e nel proprio vomito è il bambino indicato dal
destino, o uno scelto in maniera assolutamente casuale? Rispondimi.»
Lo strigo incrociò le braccia sul petto per dominarne il tremito. «A
che prò? Vi aspettate una risposta?»
«È vero, non me l'aspetto.» La regina tornò a esibire il suo sorriso.
«Come sempre, sei infallibile nelle deduzioni. Ma chissà, forse, pur
non aspettandomi una risposta, mi piacerebbe dedicarmi
graziosamente all'ascolto di parole spontanee e sincere da parte tua.
Parole che, chissà, forse vorresti strappare via da te insieme con ciò
che ti soffoca l'anima. Se non è così, pazienza. Avanti, mettiamoci
all'opera, bisogna fornire materiali ai cantastorie. Andiamo a
scegliere il bambino, strigo.»
Geralt la guardò dritto negli occhi. «Calanthe, non vale la pena
preoccuparsi dei cantastorie: se non avranno materiale a sufficienza,
inventeranno comunque qualcosa. E, se avranno a disposizione del
materiale autentico, lo deformeranno. Come avete giustamente
osservato, questa non è una favola, ma la vita. Schifosa e cattiva.
Dunque, peste e dannazione, viviamola in maniera decente, buona,
per quanto possibile. Limitiamo la quantità dei torti fatti agli altri al
minimo indispensabile. In una favola, certo, la regina deve
supplicare lo strigo, e lo strigo esigere ciò che gli spetta e pestare i
piedi. Nella vita, la regina può semplicemente dire: 'Non prenderti il
bambino, ti prego'. E lo strigo rispondere: 'Visto che lo chiedi, non lo
prenderò'. E andarsene in direzione del sole al tramonto. Così è la
vita. Ma, se concludesse in tal modo la favola, il cantastorie non
riceverebbe neppure un centesimo dall'ascoltatore, al massimo un
calcio in culo. Perché sarebbe noiosa.»
Calanthe smise di sorridere, nei suoi occhi balenò qualcosa che lo
strigo aveva già visto una volta. «E cioè?»
«Non giriamo intorno alla questione, Calanthe. Sapete cosa
intendo. Ripartirò così come sono venuto. Devo scegliere un
bambino? Per farne cosa? Pensate che sia così importante per me?
Che sia venuto qui a Cintra spinto dall'ossessione di portarvi via
vostro nipote? No, Calanthe. Forse volevo dare un'occhiata al
bambino, guardare negli occhi il destino... non lo so neanch'io... Ma
non temete. Non lo porterò via, basta che voi lo domandiate...»
Calanthe si alzò di scatto dal dondolo. Ora nei suoi occhi
divampava un fuoco verde. «Chiedere? A te? Temere? Io dovrei
temere te, maledetto mago? Osi sbattermi in faccia la tua pietà
sprezzante? Insultarmi con la tua compassione? Rinfacciarmi la mia
vigliaccheria, mettere in dubbio la mia volontà? La mia benevolenza
ti ha fatto alzare la cresta! Attento!»
Lo strigo decise di non scrollare le spalle, concludendo che era più
sicuro inginocchiarsi e piegare la testa. Non si sbagliava.
Calanthe era sopra di lui, le braccia lungo i fianchi, le mani serrate
in pugni irti di anelli. «Bene, finalmente. Questa è la posizione giusta.
È in una simile posizione che risponderai a una regina, se la regina ti
farà una domanda. Se non si tratterà di una domanda, ma di un
ordine, allora abbasserai la testa e andrai a eseguirlo senza un attimo
d'indugio. Hai capito?»
«Sì, regina.»
«Perfetto. Alzati.» Geralt si alzò.
Calanthe lo guardò mordendosi le labbra. «Ti ha offeso molto il
mio scatto? Parlo della forma, non del contenuto.»
«Non molto.»
«Bene. Cercherò di non avere più certi scatti. Dunque, come ho
detto, là nel fossato sta giocando una decina di bambini. Ne
sceglierai uno che ti sembrerà il più adatto, lo porterai con te e, per
gli dei, ne farai uno strigo, perché così vuole il destino. E, se non il
destino, sappi che sono io a volerlo.»
Lo strigo la guardò negli occhi e fece un profondo inchino.
«Regina, sei anni fa vi ho dimostrato che ci sono cose più forti della
volontà reale. Per gli dei, sempre che esistano, ve lo dimostrerò di
nuovo. Non mi costringerete a fare una scelta che non voglio fare.
Chiedo scusa per la forma, non per il contenuto.»
«Ho profonde segrete sotto il castello. Ti avverto, un altro istante,
un'altra parola, e ci marcirai.»
«Nessuno dei bambini che giocano nel fossato è adatto a fare lo
strigo. E nessuno di loro è il figlio di Pavetta», disse Geralt
lentamente.
Calanthe socchiuse gli occhi. Non ebbe neppure un fremito.
«Vieni», ordinò infine, girando sui talloni.
La seguì tra file di cespugli fioriti, tra aiuole e siepi. La regina entrò
sotto un pergolato. Quattro grandi sedie di vimini erano disposte
intorno a un tavolo di malachite. Sul piano solcato da venature
sostenuto da quattro grifoni c'erano una brocca e due coppe
d'argento.
«Siedi. E versa.» La regina bevve alla sua salute, in maniera brusca,
risoluta, come un uomo.
Geralt ricambiò, restando in piedi.
«Siedi. Voglio parlare.»
«Vi ascolto.»
«Come sapevi che il figlio di Pavetta non era tra i bambini nel
fossato?»
Geralt decise di essere sincero. «Non lo sapevo. Ho tirato a
indovinare.»
«Ah! Avrei dovuto intuirlo. E il fatto che nessuno di loro è adatto
a fare lo strigo? È la verità? E come hai potuto accertarlo? Con la
magia?»
«Calanthe, non ho dovuto né accertarlo né verificarlo. La verità
era in quanto avete detto prima. Ogni bambino è adatto. A decidere
è la selezione. In seguito.»
La regina scoppiò a ridere. «Per gli dei del mare, come dice il mio
sposo, beato chi lo vede! Dunque è tutto falso? La Legge della
Sorpresa e compagnia bella? Le leggende sui bambini che non ti
aspetti, su coloro che escono per primi ad accoglierti? Lo sospettavo!
È un gioco! Un gioco col caso, un trastullo col destino! Ma è un
gioco diabolicamente pericoloso, Geralt.»
«Lo so.»
«Un gioco a spese di qualcuno. Perché, rispondi, si costringono
genitori o tutori a giuramenti così difficili e gravosi? Perché si
portano via i bambini? Ce ne sono tanti, ovunque, che non bisogna
portare via a nessuno. Sulle strade ciondolano intere bande di senza
tetto e orfani. In ogni villaggio si può comprare a buon mercato un
bambino, nel periodo precedente il raccolto ogni contadino te lo
venderà volentieri, tanto ne farà subito un altro. Perché dunque?
Perché hai fatto giurare Duny, Pavetta e me? Perché ti presenti
esattamente sei anni dopo la nascita del bambino? E perché,
maledizione, non lo vuoi e dici che non t'importa niente di lui?»
Geralt taceva.
Calanthe fece un cenno con la testa, poi si appoggiò alla spalliera
della sedia. «Non rispondi. Riflettiamo sulla logica del tuo silenzio.
La logica è la madre di ogni conoscenza. E cosa ci suggerisce? Cosa
abbiamo qui? Uno strigo che cerca il destino nascosto nella strana e
dubbia Legge della Sorpresa. Lo strigo trova quel destino. E
all'improvviso rinuncia a esso. Non vuole, sostiene, il Figlio della
Sorpresa. Ha il viso di pietra, nella sua voce risuonano il ghiaccio e il
metallo. Crede che la regina - che è pur sempre una donna - si faccia
imbrogliare, raggirare da un'apparenza di dura virilità. No, Geralt,
non ti risparmierò. So perché rinunci a scegliere il bambino. Rinunci
perché non credi nel destino. Perché non sei sicuro. E tu, quando
non sei sicuro... cominci ad avere paura. Sì, Geralt. Ciò che ti guida è
la paura. Tu hai paura. Negalo, se puoi.»
Geralt depose adagio la coppa sul tavolo. Adagio, perché il
tintinnio dell'argento sulla malachite non tradisse il tremito della
mano che non riusciva a controllare.
«Non lo neghi?»
«No.»
Calanthe si chinò svelta, gli prese la mano. Forte. «Hai
guadagnato molto ai miei occhi.» E sorrise. Era un bel sorriso.
Suo malgrado, sicuramente suo malgrado, Geralt lo restituì.
«Come l'avete intuito, Calanthe?»
«Non l'ho intuito. Ho tirato a indovinare», rispose lei senza
lasciargli la mano.
Scoppiarono a ridere nel medesimo istante. Poi rimasero seduti in
silenzio nel verde e nel profumo dei pruni, nel caldo e nel ronzio
delle api.
«Geralt?»
«Sì, Calanthe?»
«Non credi nel destino?»
«Non so se in generale credo in qualcosa. Quanto al destino...
temo che non basti. Che ci sia bisogno di qualcosa di più.»
«Devo chiederti una cosa. Perché questo tuo atteggiamento? A
quanto pare, anche tu sei stato una Sorpresa. Saccoditopo sostiene...»
«No, Calanthe. Saccoditopo aveva in mente tutt'altro.
Saccoditopo... probabilmente sa. Ma, quando gli fa comodo, si serve
di questo facile mito. Non è vero che io sia stato un bambino che
non ci si aspettava di trovare a casa. Come non è vero che per
questo motivo sono diventato uno strigo. Sono un comune
trovatello, Calanthe. Il bastardo non voluto di una donna che non
ricordo. Ma so chi è.»
La regina gli rivolse uno sguardo penetrante, ma lo strigo non
proseguì. «Tutti i racconti sulla Legge della Sorpresa sono leggende?»
«Tutti. È difficile chiamare destino il caso.»
«Ma voi strighi non cessate di cercare.»
«No. Ma non ha senso. Nulla ha senso.»
«Credete che il bambino del destino supererà le Prove senza
nessun rischio?»
«Crediamo che un tale bambino non abbia bisogno di prove.»
«Un'altra domanda, Geralt. Piuttosto personale. Permetti?»
Geralt annuì.
«Si sa che non c'è metodo migliore di quello naturale per
trasmettere i tratti ereditari. Tu hai superato le Prove e sei
sopravvissuto. Se dunque ci tieni a un bambino dotato di qualità
speciali e resistenza... perché non ti trovi una donna che... sono
indelicata, vero? Ho colto nel segno?»
«Come sempre, siete infallibile nelle deduzioni, Calanthe. Avete
colto nel segno, certo. Ciò di cui parlate mi è impossibile», rispose lo
strigo con un sorriso triste.
«Scusa», disse la regina, e il sorriso svanì dal suo volto. «Be', è
umano.»
«Non è umano.»
«Ah... dunque nessuno strigo...»
«Nessuno. La Prova delle Erbe, Calanthe, è terribile. E ciò che
subiscono i bambini durante i Cambiamenti è ancora peggiore. E
irreversibile.»
«Però non autocommiserarti, non ti si addice. Non importa cosa ti
abbiano fatto. Vedo il risultato. Per i miei gusti, del tutto
soddisfacente. Se potessi supporre che un giorno il figlio di Pavetta
diventerà simile a te, non avrei un attimo di esitazione.»
«Il rischio è troppo grande. Sì, è come avete detto. Ne
sopravvivono al massimo quattro su dieci.»
«Al diavolo, forse che solo la Prova delle Erbe è rischiosa? Solo i
futuri strighi rischiano? La vita è piena di rischi, anche nella vita c'è
una selezione, Geralt. A volte è un caso infelice, una malattia, una
guerra. Anche opporsi al destino può essere rischioso, come mettersi
nelle sue mani. Geralt... ti darei volentieri il bambino. Ma ho paura
anch'io.»
«Non lo prenderei con me. Non potrei assumermene la
responsabilità. Non acconsentirei a scaricarla su di voi. Non vorrei
che il bambino un giorno vi ricordasse come... come io ricordo...»
«Odi quella donna, Geralt?»
«Mia madre? No, Calanthe. Suppongo che si sia trovata davanti a
una scelta... O magari non ne ha mai avuta nessuna. No, una scelta
l'aveva, sapete, bastava una formula magica o un elisir adatto... La
scelta. Una scelta che bisogna rispettare, perché è un diritto sacro e
incontestabile di ogni donna. Qui le emozioni non significano
niente. Aveva il diritto incontestabile di decidere, e ha deciso. Ma
credo che un incontro con lei, l'espressione che farebbe... mi darebbe
una sorta di piacere perverso, se sapete di cosa parlo.»
Calanthe sorrise. «So perfettamente di cosa parli. Ma hai scarse
possibilità di godere di un simile piacere. Non so valutare la tua età,
strigo, ma suppongo che tu sia molto più vecchio di quanto non
indichi il tuo aspetto. Tanto più questa donna...»
«Questa donna ora dimostra sicuramente molti meno anni di me»,
la interruppe in tono gelido.
«Una maga?»
«Sì.»
«Interessante. Pensavo che le maghe non potessero...»
«Lo pensava sicuramente anche lei.»
«Sicuramente. Ma hai ragione, non discutiamo del diritto di una
donna a decidere, perché è fuori discussione. Torniamo al nostro
problema. Non prenderai il bambino? È la tua ultima parola?»
«Sì.»
«E se... se il destino non fosse esclusivamente un mito? Se esistesse
davvero, non c'è da temere che possa vendicarsi?»
«Se si vendicherà, sarà su di me. Sono io che mi schiero contro di
esso. Voi avete assolto la vostra parte. Infatti, se il destino non fosse
una leggenda, dovrei scegliere il bambino giusto tra i dieci che mi
avete indicato. Ma il figlio di Pavetta non è tra quei bambini. O
invece sì?»
Calanthe abbassò lentamente la testa. «Sì. Vuoi vederlo? Vuoi
guardare negli occhi il destino?»
«No. Non voglio. Desisto, rinuncio. Rinuncio a quel bambino.
Non voglio guardare negli occhi il destino, perché non ci credo.
Perché so che per unire due persone il destino non basta. C'è
bisogno di qualcosa di più. Mi faccio beffe di un tale destino, non lo
seguirò come un cieco tenuto per mano, ingenuo e incapace di
capire. Questa è la mia decisione irrevocabile, Calanthe di Cintra.»
La regina si alzò. Sorrise. Geralt non riusciva a indovinare che cosa
si celasse sotto quel sorriso. «E sia, Geralt di Rivia. Che il tuo destino
fosse proprio rinunciare e desistere? Credo che fosse proprio così.
Sappi infatti che, se avessi scelto, se avessi scelto bene, avresti
confermato che il destino di cui ti fai beffe si è fatto crudelmente
beffe di te.»
Lo strigo guardò i suoi occhi verde veleno. Calanthe sorrideva.
Geralt non riusciva a decifrare quel sorriso.
Accanto al pergolato cresceva un cespuglio di rose. Lo strigo
spezzò un gambo, colse il fiore e glielo offrì tenendolo con tutte e
due le mani, a testa china.
«Peccato che non ti abbia conosciuto prima, capelli bianchi»,
mormorò Calanthe prendendo la rosa dalle sue mani. «Alzati.»
Lui obbedì.
«Se cambi idea... se decidi... torna a Cintra. Aspetterò. E anche il
tuo destino aspetterà. Forse non in eterno, ma sicuramente un altro
po'», disse la regina avvicinando la rosa al viso.
«Addio, Calanthe.»
«Addio, strigo. Abbi cura di te. Ho... un attimo fa ho avuto un
presentimento... uno strano presentimento... di averti visto per
l'ultima volta.»
«Addio, regina.»
V

Geralt si svegliò e constatò con stupore che il dolore alla coscia


era scomparso, e pure il gonfiore che pulsava e tendeva la pelle
sembrava non dargli più fastidio. Voleva allungare la mano, ma non
poteva muoversi. Prima di capire che a immobilizzarlo era soltanto il
peso delle pelli da cui era coperto, un terrore gelido, mostruoso gli
fluì nel ventre, gli si conficcò nelle viscere come gli artigli di uno
sparviere. Serrò e distese le dita, ritmicamente, ripetendosi
mentalmente: No, no, non sono...
Paralizzato.
«Sei sveglio.»
Un'affermazione, non una domanda. Una voce dolce, sommessa
ma distinta. Una donna. Giovane, sicuramente. Geralt girò la testa,
cercò di sollevarsi con un gemito.
«Non muoverti. O almeno non così bruscamente. Fa male?»
«Nnnn...» La patina che incollava le labbra si lacerò. «No. La ferita
non... la schiena...»
«È il decubito. A questo porrò rimedio. Tieni, bevi questo. Piano,
a piccoli sorsi.» Un tono freddo, impassibile, che non si addiceva a
quel dolce contralto.
Nel liquido prevalevano il profumo e il sapore del ginepro. Un
vecchio rimedio. Ginepro o menta, due ingredienti senza valore
aggiunti soltanto per mascherare la vera composizione, pensò.
Nonostante ciò riconobbe la cucimuffa e forse il racempuro. Sì,
sicuramente il racempuro, col racempuro si neutralizzano le tossine,
si purifica il sangue avvelenato dalla cancrena o dall'infezione.
«Bevi. Fino in fondo. Più piano, o soffocherai.»
Il medaglione si mise a vibrare leggermente. Quindi nella bevanda
c'era anche della magia. Spalancò a fatica le pupille. Ora che la
donna gli sollevò la testa poté vederla più precisamente. Era di
corporatura minuta. Portava abiti maschili. Aveva il viso piccolo e
pallido nell'oscurità.
«Dove siamo?»
«In una radura in cui si distilla il catrame.»
In effetti, nell'aria c'era odore di resina. Geralt sentiva delle voci
giungere dalla parte del fuoco. In quel momento, qualcuno ci gettò
dei rami secchi, e la fiamma si levò in alto crepitando. Lo strigo si
guardò intorno, approfittando della luce. La donna aveva i capelli
tenuti da una fascia di pelle di serpente. I capelli...
Un dolore opprimente alla gola e allo sterno. Le mani
improvvisamente serrate a pugno.
Lei aveva i capelli rossi, rosso fuoco. Illuminati dal bagliore delle
fiamme, sembravano color cinabro. La donna decifrò in maniera
sbagliata la sua espressione. «Ti fa male? Passa subito... ci vuole un
attimo...»
Lo strigo sentì un'improvvisa ondata di calore scaturire dalla
mano di lei e diffondersi fino alle spalle, per poi fluire giù, verso le
natiche.
«Ora ti giriamo. Non provare a farlo da solo. Sei molto debole.
Ehi, qualcuno può aiutarmi?»
Passi dalla parte del fuoco, ombre, sagome. Qualcuno si chinò.
Yurga. «Come vi sentite, signore? Va meglio?»
«Aiutatemi a girarlo a pancia sotto», disse la donna. «Con cautela,
piano. Così... bene. Grazie.»
Non doveva più guardarla. Steso a pancia sotto, non doveva più
rischiare di guardarla negli occhi. Geralt si calmò, controllò il tremito
delle mani. Non voleva che percepisse ciò che provava. Sentiva
tintinnare le fibbie della sua borsa, sbattere i flaconi e i vasetti di
porcellana. Sentiva il suo respiro, avvertiva il calore della sua coscia.
Gli stava inginocchiata accanto. «La mia ferita era grave?» chiese, non
riuscendo a mantenere il silenzio.
«Sì, un po'. Le lesioni provocate da morsi sono così. Il genere più
orribile di ferite. Ma per te non dev'essere una novità, strigo.» Gelo
nella voce.
Lo sa. Mi fruga nei pensieri. Li legge? Probabilmente no. E so
perché. Ha paura.
«Già, non dev'essere una novità», ripeté, facendo nuovamente
tintinnare i recipienti di vetro. «Ho visto che avevi delle cicatrici...
Ma le ho sistemate. Vedi, sono una maga. E anche una guaritrice. È il
mio campo.»
Quadra, pensò lo strigo. Non disse neppure una parola.
«Tornando alla ferita, devi sapere che a salvarti è stato il polso,
quattro volte più lento che in una persona normale. Altrimenti non
saresti sopravvissuto, mi assumo tutta la responsabilità di questa
affermazione. Ho visto come ti avevano bendato la gamba. Era la
brutta copia di una medicazione.»
Geralt rimase in silenzio.
Lei gli sollevò la camicia fino alla nuca. «Poi è subentrata
l'infezione, normale nelle ferite da morso. È stata arrestata.
Probabilmente da un elisir degli strighi, no? È stato di grande aiuto.
Però non capisco perché tu abbia preso anche gli allucinogeni. Mi
sono sorbita un'infinità di tuoi farneticamenti, Geralt di Rivia.»
Ma sì, mi legge nel pensiero. O forse Yurga le ha detto come mi
chiamo? O io stesso ho parlato nel sonno sotto l'influenza del
Gabbiano Nero? Lo sa il diavolo... ma sapere come mi chiamo non
le dà nessun elemento. Nessuno. Non sa chi sono. Non ha idea di
chi sia. Si sentì sfregare delicatamente la schiena con un freddo
unguento lenitivo dal forte odore di canfora. Aveva mani piccole e
molto soffici.
«Scusa se lo faccio nel modo classico. Potrei liberarti del decubito
con l'aiuto della magia, ma mi sono un po' sforzata con la ferita alla
gamba e non mi sento molto in forma. Ho bendato e fatto
cicatrizzare tutto il possibile, non ti minaccia più nulla. Nei prossimi
due giorni, però, non alzarti. Perfino i vasi sanguigni collegati con la
magia si rompono facilmente, avresti un'orribile ecchimosi. La
cicatrice naturalmente rimarrà. Un'altra da aggiungere alla
collezione.»
«Grazie...» Geralt premette la guancia contro le pelli per
deformare la voce, mascherarne il timbro naturale. «Posso sapere...
chi sto ringraziando?» Non lo dirà. O mentirà.
«Mi chiamo Visenna.»
Lo so, pensò. «Sono contento che le nostre strade si siano
incrociate, Visenna», disse adagio, sempre con la guancia contro le
pelli.
Lei gli abbassò la camicia sulle spalle e lo coprì con le pellicce di
montone. «Be', il caso ha voluto così», rispose fredda. «Ho saputo
che c'era bisogno di me dai doganieri del confine. E, se c'è bisogno di
me, vado. Ho questa strana abitudine. Ascolta, lascio l'unguento al
mercante, chiedigli di spalmartelo mattina e sera. Dice che gli hai
salvato la vita, dunque che ti ripaghi.»
«E io? Come potrei ripagarti, Visenna?»
«Non ne parliamo. Non mi faccio pagare dagli strighi. Chiamala
solidarietà, se vuoi. Solidarietà professionale. E simpatia. Proprio
perché mi sei simpatico, ti do un consiglio amichevole o, se
preferisci, una raccomandazione di guaritrice. Smettila di prendere
allucinogeni, Geralt. Le allucinazioni non curano. Niente.»
«Grazie, Visenna. Per l'aiuto e per il consiglio. Ti ringrazio... per
tutto.» Tirò fuori una mano da sotto le pelli, le tastò un ginocchio.
Visenna tremò, quindi mise una mano nella sua e la strinse
leggermente.
Geralt liberò le dita con cautela, le passò sulla mano di lei,
sull'avambraccio. Naturalmente. La pelle liscia di una giovane
fanciulla.
Lei tremò ancora più forte, ma non ritrasse il braccio. Geralt tornò
con le dita sulla sua mano, la strinse. Il medaglione si mise a vibrare,
si mosse. «Ti ringrazio, Visenna. Sono contento che le nostre strade si
siano incrociate», ripeté, controllando il tremito della voce.
«Il caso...» disse lei, ma questa volta nella sua voce non c'era gelo.
«O forse il destino? Tu credi nel destino, Visenna?» chiese Geralt,
stupito che all'improvviso l'eccitazione e l'irritazione lo avessero
abbandonato senza lasciare traccia.
«Sì», rispose lei dopo un breve indugio.
«E nel fatto che le persone legate dal destino s'incontrino sempre?»
«Anche in quello... che fai? Non girarti...»
«Voglio vedere il tuo viso... Visenna. Voglio guardarti negli
occhi... e tu devi guardare nei miei...»
Visenna fece come per alzarsi di scatto. Ma gli rimase accanto. Si
girò lentamente, le labbra contorte da una smorfia di dolore. C'era
più luce, qualcuno aveva aggiunto altra legna al fuoco. Non si mosse
più. Girò solo la testa di lato, di profilo, ma in tal modo Geralt vide
più chiaramente come le tremavano le labbra. Visenna gli premette
le dita sulla mano, con forza.
La guardava.
Non c'era nessuna somiglianza. Aveva un profilo completamente
diverso. Il naso piccolo. Il mento stretto. Visenna taceva. Poi a un
tratto si chinò e lo guardò dritto negli occhi. Da vicino. Senza
parlare.
«Ti piacciono?» chiese lo strigo con calma. «I miei occhi modificati?
Occhi così... sono poco comuni. Sai, Visenna, cosa si fa con gli occhi
degli strighi, per modificarli? E sai che non sempre riesce?»
«Smettila. Smettila, Geralt», disse lei dolcemente.
«Geralt.» Lo strigo sentì a un tratto qualcosa lacerarsi dentro di sé.
«È stato Vesemir a darmi questo nome.
Geralt di Rivia! Ho imparato perfino a imitare l'accento di Rivia.
Probabilmente per il bisogno interiore di possedere delle radici.
Sebbene inventate. Vesemir... mi ha dato il nome. E mi ha rivelato il
tuo. Piuttosto di malavoglia.»
«Zitto, Geralt, zitto.»
«Oggi mi dici che credi nel destino. E allora... allora ci credevi?
Ah, sì, dovevi crederci. Dovevi credere che il destino ci avrebbe fatto
incontrare. Bisogna ascrivere a questo il fatto che non abbia
sollecitato tu stessa questo incontro.»
Visenna taceva.
«Ho sempre voluto... riflettevo su ciò che ti avrei detto quando ci
saremmo finalmente incontrati. Pensavo alla domanda che ti avrei
fatto. Credevo che mi avrebbe procurato un piacere perverso...»
Ciò che luccicava sul viso di lei erano lacrime. Senza dubbio.
Geralt si sentì stringere la gola per il dolore. Si sentì esausto.
Assonnato. Debole. «Al chiarore del giorno... domani, alla luce del
sole, ti guarderò negli occhi, Visenna... e ti farò la mia domanda. O
forse non te la farò, ormai è troppo tardi. Oh, sì, Yen aveva ragione.
Non basta essere destinati l'uno all'altra. C'è bisogno di qualcosa di
più... ma domani ti guarderò negli occhi... alla luce del sole...»
«No», disse lei in tono amabile, sommesso, vellutato, con una
voce che penetrava e scoperchiava strati di memoria, una memoria
che non c'era più. Che non c'era mai stata, e tuttavia c'era.
«Sì. Sì. Lo voglio», protestò lo strigo.
«No. Ora ti addormenterai. E, quando ti sveglierai, cesserai di
volerlo. Perché dobbiamo guardarci alla luce del sole? Che cosa
cambia? Non si può più revocare nulla, cambiare nulla. Che senso ha
farmi delle domande, Geralt? Il fatto che non sia in grado di
rispondere ti procura davvero un piacere perverso? Cosa ricaviamo
dal farci del male a vicenda? No, non ci guarderemo alla luce del
sole. Dormi, Geralt. E, detto tra noi, non è stato affatto Vesemir a
darti questo nome. Anche se ciò non cambia nulla e non revoca
nulla, vorrei che lo sapessi. Stai bene e abbi cura di te. E non provare
a cercarmi...»
«Visenna...»
«No, Geralt. Ora ti addormenterai. E io... sarò stata un tuo sogno.
Stai bene.»
«No! Visenna!»
«Dormi.» Un ordine sommesso in una voce vellutata, un ordine
che spezzava la volontà, la lacerava come stoffa. Il calore emanato
all'improvviso dalle mani di lei. «Dormi.»
Si addormentò.
VI

«Siamo già a Oltreriva, Yurga?»


«Da ieri, signor Geralt. A momenti incontreremo il fiume Jaruga, e
poco oltre ce la mia terra. Guardate, perfino i cavalli procedono più
svelti, scuotono le teste. Sentono odore di casa.»
«Casa... abiti nella cinta del castello?»
«In un sobborgo.»
Lo strigo si guardò intorno. «Interessante... Non si vedono quasi
tracce di guerra. Eppure dicono che questo paese sia stato
terribilmente devastato.»
«Sì. Se c'era una cosa che non ci mancava erano le rovine.
Guardate più attentamente: quasi in ogni casupola, in ogni recinto è
tutto un biancheggiare di nuove opere di carpenteria. E, al di là del
fiume, vedete, là era ancora peggio, là era stato raso tutto al suolo
dal fuoco... Che volete, la guerra è guerra, e bisogna vivere.
Abbiamo vissuto un terribile sconquasso quando i Neri hanno
attraversato la nostra terra. È vero, allora sembrava che tutto stesse
andando in malora. Molti di coloro che sono fuggiti non sono mai
tornati. Ma al loro posto ne sono arrivati altri. Bisogna vivere.»
«È un fatto. Bisogna vivere. Qualunque cosa sia successa, bisogna
vivere...» borbottò Geralt.
«Avete ragione. Be', tenete, metteteli. Vi ho ricucito i calzoni, li ho
rattoppati. Sono come nuovi. Proprio come questa terra, signor
Geralt. È stata distrutta dalla guerra, rivoltata come dal ferro
dell'erpice, disfatta, insanguinata. Ma adesso sarà come nuova. E
darà frutti ancora migliori. Perfino quelli che vi sono marciti si
rivelano utili, fertilizzano il suolo. Per il momento arare è difficile, i
campi sono pieni di ossa e ferraglia, ma la terra avrà la meglio anche
sulla ferraglia.»
«Non avete paura che gli abitanti di Nilfgaard... che i Neri
tornino? Già una volta hanno trovato la strada attraverso le
montagne...»
«Sì, abbiamo paura. Ma che fare? Mettersi seduti a piangere,
tremare? Bisogna vivere. Sarà quel che sarà. È comunque impossibile
sfuggire a quanto ci è destinato.»
«Credi nel destino?»
«E come potrei non crederci? Dopo che ci siamo incontrati sul
ponte, in quel luogo desolato, dopo che mi avete salvato da morte
certa? Oh, signor strigo, sapete, la mia Fildoro si getterà ai vostri
piedi...»
«Smettila. Per essere sinceri, ti sono più debitore io. Là, sul
ponte... Quello è il mio lavoro, Yurga, il mio mestiere. Io difendo la
gente per soldi. Non per bontà d'animo. Ammettilo, Yurga, hai
sentito che cosa dice la gente degli strighi. Che non si sa cosa sia
peggio, loro o i mostri che uccidono...»
«Non è vero, signore, non so perché parliate così. Cos'è, non ho
forse occhi? Voi siete modellato nella stessa argilla di quella
guaritrice...»
«Visenna...»
«Non ci ha detto il suo nome. Ma ci è venuta dietro al galoppo
perché sapeva che c'era bisogno di lei, ci ha raggiunto la sera e si è
occupata subito di voi, non appena è smontata di sella. Oh, signore,
ha sudato sette camicie sulla vostra gamba, c'era tanta magia da far
crepitare l'aria, e noi per la paura siamo scappati nel bosco. E poi le
è uscito il sangue dal naso. Evidentemente non è così facile fare
magie. Oh, vi ha medicato con cura, davvero, come...»
«Come una madre?» disse Geralt serrando i denti.
«Sì. Avete detto bene. E quando vi siete addormentato...»
«Sì, Yurga?»
«Si reggeva in piedi a malapena, era pallida come un cencio. Ma è
venuta e ha chiesto se qualcuno di noi avesse bisogno di aiuto. Ha
curato uno dei distillatori di catrame cui era rimasta una mano
schiacciata da un tronco. Non ha preso neanche un centesimo, e ci
ha pure lasciato le medicine. No, signor Geralt, al mondo, lo so, si
dice peste e corna degli strighi e dei maghi. Ma non da noi. Noi di
Sodden Superiore e di Oltreriva sappiamo come stanno veramente le
cose. Siamo troppo debitori ai maghi, per non sapere come sono
fatti. Presso di noi il loro ricordo non è trasmesso da chiacchiere e
pettegolezzi, è tagliato nella pietra. Lo vedrete coi vostri occhi non
appena finirà questo boschetto. Del resto, lo sapete sicuramente
meglio di me. È stata una battaglia famosa in tutto il mondo, ed è
passato appena un anno. Ne avrete sentito parlare.»
«Non ero qui. Ero al Nord. Ma ne ho sentito parlare... la seconda
battaglia di Sodden...» mormorò lo strigo.
«Esatto. Vedrete insieme il colle e il blocco di pietra. Un tempo
chiamavamo abitualmente l'altura Colle del Nibbio, ma ora tutti la
chiamano Colle dei Maghi o Colle dei Quattordici. Perché lassù
c'erano ventidue maghi e ne sono caduti quattordici. È stata una
battaglia terribile, signor Geralt. La terra si sollevava, il fuoco si
riversava dal cielo come pioggia, cadevano fulmini... È stata
un'ecatombe. Ma i maghi hanno sopraffatto i Neri, hanno spezzato
la Potenza che li guidava. In quattordici hanno sacrificato la vita...
Che c'è, signore? Che avete?»
«Niente. Continua, Yurga.»
«È stata una battaglia terribile! Oh, non fosse stato per i maghi del
colle, chissà, magari oggi non saremmo qui sulla via di casa a parlare,
perché non ci saremmo né io né la casa, e forse neppure voi... già, e
tutto ciò grazie ai maghi. Quattordici ne sono morti per difendere
noi, la gente di Sodden e Oltreriva. Ah, certo, anche altri si sono
battuti là, guerrieri e nobili, e tutti i contadini che potevano armarsi
di un forcone o di un'ascia, o magari di un bastone... tutti si sono
comportati con coraggio e parecchi sono rimasti uccisi. Ma i maghi...
Non è difficile per un guerriero morire, è il suo mestiere, ha
comunque una vita breve. Ma i maghi possono vivere quanto
vogliono. Eppure non hanno esitato.»
Lo strigo si passò una mano sulla fronte. «Non hanno esitato. E io
ero al Nord...»
«Che avete, signore?»
«Niente.»
«Già... E adesso tutti noi abitanti della regione portiamo fiori
lassù, sul colle, e a maggio, per Belleteyn, lassù arde sempre un
fuoco. E arderà nei secoli dei secoli. E vivranno sempre nella
memoria della gente, quei quattordici. E una vita nella memoria è...
È... qualcosa di più! Di più, signor Geralt!»
«Hai ragione, Yurga.»
«Da noi, ogni bambino sa i nomi dei quattordici incisi nella pietra
in cima all'altura. Non ci credete? Ascoltate: Axel detto il Butterato,
Triss Merigold, Atlan Kerk, Vanielle di Brugge, Dagobert di Vole...»
«Smettila, Yurga.»
«Che avete, signore? Siete pallido come la morte!»
«Niente.»
VII

Saliva molto lentamente, con cautela, concentrato sui movimenti


dei tendini e dei muscoli curati con la magia. Sebbene sembrasse
completamente rimarginata, Geralt stava attento alla gamba e non
rischiava di appoggiarci il peso del corpo. Faceva caldo e il profumo
delle erbe dava alla testa, stordiva, ma era uno stordimento
piacevole.
L'obelisco non si trovava al centro della cima piatta del colle, era
arretrato, oltre un circolo di pietre spigolose. Se Geralt fosse arrivato
prima del tramonto, l'ombra del menhir, cadendo nel circolo, ne
avrebbe segnato l'esatto diametro, indicando la direzione in cui
erano rivolti i visi dei maghi durante la battaglia. Geralt guardò da
quella parte, verso gli sconfinati campi ondulati. Se là c'erano ancora
le ossa dei morti, e c'erano sicuramente, erano nascoste dall'erba
rigogliosa. Vi volteggiava sopra uno sparviere, tracciando lenti cerchi
con le ali spalancate. L'unico punto mobile nel paesaggio raggelato
dalla calura.
L'obelisco aveva una base così larga che per abbracciarlo ci
sarebbero volute quattro o cinque persone. Era evidente che senza
l'aiuto della magia non sarebbe stato possibile trascinarlo sul colle. La
faccia dell'obelisco rivolta verso il circolo di pietre era levigata con
cura e vi erano incise delle rune.
I nomi dei quattordici che erano morti.
Si avvicinò adagio. In effetti, Yurga aveva ragione. Alla base
dell'obelisco erano sparsi dei fiori - comuni fiori di campo -,
papaveri, lupini, malve, nontiscordardimé.
I nomi dei quattordici.
Lo strigo leggeva piano, dall'alto verso il basso, e davanti agli
occhi gli apparivano i volti di coloro che conosceva.
Triss Merigold dai capelli castani, allegra, che rideva per un
nonnulla, sembrava un'adolescente. L'amava. E anche lei lo amava.
Lawdbor di Murivel, con cui una volta per poco non si era
azzuffato a Wyzima, quando l'aveva sorpreso a manipolare dei dadi
mediante una leggera telecinesi.
Lytta Neyd detta Corallo. Doveva quel soprannome al colore del
rossetto che usava. Una volta Lytta aveva parlato male di lui a re
Belohun, tanto che era finito per una settimana nelle segrete.
Quando lo avevano liberato, era andato da lei a chiedere
spiegazioni. Senza sapere come, si era ritrovato nel suo letto e ci
aveva passato un'altra settimana.
Il vecchio Gorazd, che gli aveva offerto cento marchi se gli avesse
fatto esaminare i suoi occhi e ne avrebbe sborsati altri mille per
poterli sezionare, «non necessariamente oggi stesso», come si era
espresso allora.
Rimanevano tre nomi.
Sentì alle sue spalle un leggero fruscio e si girò.
Era a piedi nudi, in un semplice abito di lino. Sui lunghi capelli
chiari, che le ricadevano liberamente sulle braccia e sulle spalle,
portava una ghirlanda di pratoline intrecciate.
«Salve», disse Geralt.
Lei sollevò su di lui i freddi occhi azzurri, senza rispondere.
Geralt notò che non era abbronzata. Era strano che in quel
periodo, alla fine dell'estate, quando le ragazze di campagna di
solito erano cotte dal sole, avesse il viso e le braccia di un colore
solo lievemente dorato. «Hai portato dei fiori?» le chiese.
Lei sorrise, con le ciglia abbassate. Geralt sentì freddo. Gli passò
accanto senza una parola e s'inginocchiò ai piedi del menhir
sfiorando la pietra con la mano. «Io non porto fiori. Ma quelli sparsi
qui sono per me.»
La guardò. Era inginocchiata in modo da nascondere l'ultimo
nome inciso nella pietra. Era chiara, quasi in modo innaturale,
luminosamente chiara sullo sfondo scuro del masso. «Chi sei?» chiese
adagio lo strigo.
Lei sorrise, e fu investito da una folata gelida. «Non lo sai?»
Lo so, pensò Geralt guardando il freddo azzurro dei suoi occhi. Sì,
mi sembra di saperlo. Era tranquillo. Non poteva essere altrimenti.
Non più. «Sono sempre stato curioso di sapere che aspetto avessi,
signora.»
«Non devi chiamarmi così. Ci conosciamo da anni», ribatté lei a
bassa voce «Ci conosciamo. Dicono che mi segui passo passo.»
«È vero. Ma tu non ti sei mai girato a guardare. Fino a oggi. Oggi
ti sei girato a guardare per la prima volta.»
Lo strigo taceva. Non aveva niente da dire. Era stanco. «Come...
Come avverrà?» chiese infine, freddo e senza emozione.
Lei lo guardò dritto negli occhi. «Ti prenderò per mano. Ti
prenderò per mano e ti guiderò attraverso un prato. Nella nebbia
fredda e umida.»
«E poi? Che cosa c'è poi, oltre la nebbia?»
Sorrise. «Niente. Oltre non c'è più niente.»
«Mi hai seguito passo passo. E hai ghermito altri, quelli che
incrociavo lungo il cammino. Perché? Perché restassi solo, vero?
Perché cominciassi finalmente ad avere paura? Ti confesserò la
verità. Io ti ho sempre temuto, sempre. Non mi giravo a guardare
per paura. Per il timore di vedere che mi seguivi. Ho sempre avuto
paura, la mia vita è trascorsa nella paura. Ho avuto paura... fino a
oggi.»
«Fino a oggi?»
«Sì. Fino a oggi. Siamo qui faccia a faccia, e io non provo paura.
Mi hai portato via tutto. Mi hai portato via anche la paura.»
«Perché dunque i tuoi occhi sono pieni di timore, Geralt di Rivia?
Le tue mani tremano, sei pallido. Perché? Hai così paura dell'ultimo
nome, il quattordicesimo, inciso sull'obelisco? Se vuoi, ti dirò come
suona quel nome.»
«Non devi. Lo conosco. Il cerchio si chiude, il serpente affonda i
denti nella propria coda. Così dev'essere. Tu e quel nome. E i fiori.
Per lei e per te. Il quattordicesimo nome inciso nella pietra, il nome
che ho pronunciato nel cuore della notte e alla luce del sole, nelle
tenebre, nell'afa e nella pioggia. No, non lo pronuncerò adesso.»
«Ma sì, pronuncialo.»
«Yennefer... Yennefer di Vengerberg.»
«Ma i fiori sono per me.»
«Facciamola finita. Prendimi... Prendimi per mano», disse con
sforzo lo strigo.
Lei si alzò, si avvicinò.
Geralt sentì il gelo che emanava, un freddo intenso, penetrante.
«Non oggi. Un giorno lo farò. Ma non oggi.»
«Mi hai portato via tutto...»
«No. Io non porto via niente. Io prendo solo per mano. Affinché
nessuno sia solo, allora. Solo nella nebbia... Arrivederci, Geralt di
Rivia. Sarà per un'altra volta.»
Lo strigo non rispose. Lei si girò adagio e se ne andò. Nella nebbia
che all'improvviso aveva velato la cima dell'altura, nella nebbia in
cui era scomparso tutto, nella umida nebbia bianca in cui si erano
disciolti l'obelisco, i fiori sparsi ai suoi piedi e i quattordici nomi incisi
su di esso. Non c'era niente, c'erano solo la nebbia e le erbe umide,
scintillanti di gocce, le erbe...
... profumavano in maniera inebriante, intensa, dolciastra, tanto
da far dolere le tempie, da far scivolare nell'oblio, nella
spossatezza...
«Signor Geralt! Che avete? Vi siete addormentato?
Ve l'ho detto, siete ancora debole. Perché vi siete ostinato a salire
su in cima?»
Lo strigo si passò una mano sul viso, sbatté le palpebre. «Mi sono
addormentato, maledizione... Non è niente, Yurga, è questo
caldo...»
«Altro che caldo, avete un febbrone da cavallo... Dobbiamo
andare, signore. Venite, vi aiuterò a scendere il pendio.»
«Non è nulla...»
«Nulla, nulla. Allora sono curioso di sapere perché barcollate.
Perché diavolo siete salito sul colle con questo caldo? Volevate
leggere i loro nomi? Avrei potuto dirveli tutti io. Che avete?»
«Nulla... Yurga... Ricordi davvero tutti i nomi?»
«Sicuro.»
«Voglio verificare la tua memoria... L'ultimo nome. Il
quattordicesimo. Qual è?»
«Siete un bel diffidente. Non credete a nulla. Volete controllare
che non menta? Vi ho ben detto che da noi ogni marmocchio sa
quei nomi. L'ultimo, dite? Sì, l'ultimo è Yol Grethen di Carreras.
Forse lo conoscevate?»
Geralt si passò il dorso della mano sulla palpebra. E guardò il
menhir. Tutti i nomi. «No. Non lo conoscevo.»
VIII

«Signor Geralt?»
«Sì, Yurga?»
Il mercante inclinò la testa e rimase qualche istante in silenzio,
arrotolandosi sul dito il resto di una sottile cinghia con cui aveva
riparato la sella dello strigo. Infine si sollevò e batté leggermente col
pugno sulla schiena del garzone che guidava il carro. «Monta sul
cavallo sbrigliato, Pokwit. Guido io. Sedete con me a cassetta, signor
Geralt. Cos'hai da gironzolare intorno al carro, Pokwit? Su, vai
avanti! Noi qui vogliamo chiacchierare, e non sappiamo che farcene
delle tue orecchie!»
Rutilia, che trotterellava dietro il carro, nitrì e diede uno strappo
di lato, evidentemente gelosa della giumenta di Pokwit che
procedeva al trotto lungo la via maestra.
Yurga fece schioccare la lingua e frustò leggermente i cavalli con le
redini. «Già... Le cose stanno così, signore. Vi ho promesso... Allora,
sul ponte... Vi ho fatto una promessa...»
«Lascia stare», lo interruppe svelto lo strigo.
«No. La mia parola non è fumo. Ciò che troverò in casa e che non
mi aspetto, sarà vostro», disse bruscamente il mercante.
«Lascia perdere. Non voglio niente da te. Siamo pari.»
«No, signore. Se a casa troverò qualcosa che non mi aspetto,
l'avrà voluto il destino. E, se ci si fa beffe del destino, se gli si mente,
ti punisce severamente.»
Lo so, pensò lo strigo. Lo so.
«Ma... signor Geralt...»
«Sì, Yurga?»
«In casa non troverò nulla che non mi aspetti. Nulla, e
sicuramente non ciò su cui avete fatto affidamento. State a sentire,
signor strigo: Fildoro, mia moglie, non può più avere figli e,
comunque sia, in casa non ci sarà un nuovo bambino. A quanto pare
vi è andata male.»
Geralt non rispose.
Yurga rimase anch'egli in silenzio. Rutilia sbuffò di nuovo e scosse
la testa.
«Ma ho due figli», disse all'improvviso svelto svelto Yurga,
spingendo lo sguardo lungo la via maestra. «Due figli sani, forti e
svegli. Voglio che vadano a fare gli apprendisti da qualche parte.
Pensavo d'insegnare a uno il mestiere di mercante. Quanto
all'altro...»
Geralt rimase in silenzio.
Yurga girò la testa e lo guardò. «Che ne dite? Sul ponte mi avete
strappato una promessa. Vi premeva avere un bambino da prendere
con voi come apprendista strigo, nient'altro. Perché quel bambino
dovrebbe essere inatteso? Perché non potrebbe essere il contrario? Io
ne ho due, che uno dei due studi da strigo. È un mestiere come un
altro. Né migliore né peggiore.»
«Sei sicuro che non sia peggiore?» chiese piano Geralt.
Yurga socchiuse gli occhi. «Difendere la gente, salvare loro la vita,
a vostro parere è una cosa buona o cattiva? Quei quattordici
sull'altura, e voi sul ponte, che cosa avete fatto, del bene o del
male?»
«Non lo so, Yurga. A volte mi sembra di saperlo. Vorresti che tuo
figlio avesse certi dubbi?»
«Che li abbia pure. Perché sono una cosa umana e buona», rispose
il mercante con aria seria.
«Che cosa?»
«I dubbi. Solo il male, signor Geralt, non ne ha mai. Ma nessuno
sfugge al proprio destino.»
Lo strigo non rispose.
La via maestra svoltava sotto un'alta scarpata e sotto alcune
betulle contorte, aggrappate non si sa come al pendio verticale. Le
betulle avevano le foglie gialle. È di nuovo autunno, pensò Geralt. In
basso scintillava il fiume, biancheggiavano i tetti delle casupole, i pali
sgrossati di un pontile, la palizzata nuova di zecca di un posto di
guardia. Un argano scricchiolava. Il traghetto...
... giunse a riva facendo scivolare un'onda dinnanzi a sé,
spingendo l'acqua con la prua smussata, smuovendo le pagliuzze e le
foglie che galleggiavano in superficie, immobili su un sudicio strato di
polvere. Le funi tirate dai traghettatori scricchiolavano. La folla
ammassata sulla riva faceva chiasso, e in quel chiasso c'era di tutto:
grida di donne, imprecazioni di uomini, pianto di bambini, muggiti
di buoi, nitriti di cavalli, belati di pecore. Il monotono giro di basso
della paura.
«Via! Via, indietro, maledizione!» urlava un cavaliere con la testa
avvolta in un cencio insanguinato. Il cavallo, immerso nell'acqua fino
al ventre, s'impennava sollevando le zampe anteriori tra una pioggia
di schizzi. Sul pontile i soldati armati di scudi spingevano
brutalmente la folla, tra strepiti e grida, la schiacciavano dove
capitava coi manici delle lance.
«Via dal traghetto! Solo le truppe! Via, o vi spacco la testa!»
gridava il cavaliere brandendo la spada.
Geralt tirò le redini, frenando la giumenta che danzava sul bordo
della gola, lungo la quale, tra il tintinnio delle armi e delle armature,
scendevano di gran carriera soldati armati fino ai denti. I turbini di
polvere che sollevavano avviluppavano i portatori di scudo che li
seguivano a passo di corsa.
«Geraaaalt!»
Lo strigo guardò in basso. Su un carro pieno di gabbie di legno
che era stato allontanato dalla via maestra, saltellava e agitava le
braccia un uomo snello con un farsetto color amarena e un
cappellino con una piuma di airone. Nelle gabbie svolazzavano e
schiamazzavano polli e oche. «Geraaalt! Sono io!»
«Ranuncolo! Vieni qui!»
«Via, via dal traghetto!» urlava sul pontile il cavaliere con la testa
bendata. «Il traghetto è riservato alle truppe! Se volete passare
sull'altra riva, figli di cane, mano alle scuri, andate nel bosco e
costruite delle zattere alla bell'e meglio!»
«Per gli dei, Geralt», ansimò il poeta dopo essersi arrampicato sul
pendio della gola. Il farsetto color amarena era ricoperto di piume di
uccello candide come neve. «Vedi che succede? Quelli di Sodden
devono aver perso la battaglia, è cominciata la ritirata. Ma che dico,
ritirata? È una fuga, una vera e propria fuga in preda al panico!
Dobbiamo andarcene, Geralt. Sull'altra riva dello Jaruga...»
«Che fai qui, Ranuncolo? Da dove vieni?»
«Che faccio? E me lo chiedi? Scappo come tutti gli altri. È tutto il
giorno che viaggio scomodamente su quel carro! Questa notte un
figlio di puttana mi ha rubato il cavallo! Geralt, ti supplico, tirami
fuori di questo inferno! Ti dico che quelli di Nilfgaard possono
arrivare qui da un momento all'altro! Chi non metterà tra sé e loro
lo Jaruga, finirà sgozzato. Sgozzato, capisci?»
«Non farti prendere dal panico, Ranuncolo.»
In basso, sul pontile, i nitriti dei cavalli che, trascinati a forza sul
traghetto, battevano gli zoccoli sulle assi. Urla. Un brulichio di gente.
Lo sciabordio provocato da un carro spinto in acqua, il muggito dei
buoi che allungavano i musi al di sopra della superficie. Geralt vide i
fagotti e le casse del carro voltolarsi nella corrente, urtare la fiancata
del traghetto, allontanarsi. Urla, imprecazioni. Nella gola un nugolo
di polvere, scalpiccio.
«A turno! Con ordine, figli di cagna! A turno!» strillava il soldato
bendato, gettandosi sulla folla col cavallo.
Ranuncolo si aggrappò a una staffa dello strigo. «Geralt, vedi cosa
succede? Non ci basterà una vita per salire sul traghetto. Lo useranno
quanti più soldati possibile e poi lo bruceranno, in modo che non
serva agli uomini di Nilfgaard. Di solito si fa così, no?»
Lo strigo annuì. «Già. Di solito si fa così. Però non capisco come
mai tutto questo panico. Cos'è, la prima guerra che vedono, non ce
ne sono state altre? Come al solito, le truppe dei re si fanno a pezzi a
vicenda, dopodiché i re si mettono d'accordo, sottoscrivono un
trattato e con l'occasione si sbronzano insieme. Per quelli che in
questo momento si schiacciano le costole sul pontile, in sostanza,
non cambia niente. Dunque perché tutto questo trambusto?»
Ranuncolo lo guardò attentamente, senza lasciare la staffa. «Devi
avere avuto delle informazioni scorrette, Geralt. Oppure non sai
capirne il significato. Questa non è una normale guerra per la
successione al trono o per un fazzoletto di terra. Non è una
scaramuccia tra due feudatari cui i contadini assistono senza
interrompere la fienagione.»
«E allora cos'è? Illuminami, perché non so davvero di che si tratta.
Detto tra noi, tutto sommato non m'interessa granché, ma spiega, ti
prego.»
«Non c'è mai stata una guerra così. Le armate di Nilfgaard si
lasciano alle spalle terra bruciata e cadaveri. Interi campi di cadaveri.
È una guerra per la distruzione, per la distruzione totale. Nilfgaard
contro tutti. La crudeltà...»
«Non ci sono e non ci sono mai state guerre senza crudeltà.
Esageri, Ranuncolo. È come con quel traghetto: di solito si fa così. È,
per così dire, una tradizione militare. Da che mondo è mondo, le
truppe che marciano attraverso i paesi uccidono, saccheggiano,
incendiano e violentano, non necessariamente in questa successione.
Da che mondo è mondo, durante la guerra i contadini si
nascondono nei boschi con le donne e quello che riescono a portarsi
dietro e, quand'è tutto finito, tornano...»
«Non in questa guerra, Geralt. Dopo questa guerra non avranno
dove tornare e a cosa tornare. Nilfgaard si lascia alle spalle rovine
fumanti, le sue truppe avanzano in massa e annientano tutto.
Patiboli e pali da supplizio si susseguono per miglia sulle vie maestre,
il fumo s'innalza verso il cielo lungo tutto l'orizzonte. Hai detto che
da che mondo è mondo non c'è mai stato niente del genere? Sì, hai
colto nel segno. Sì, da che mondo è mondo. Il nostro mondo. A
quanto pare, le truppe di Nilfgaard sono venute da dietro le
montagne per distruggerlo.»
«Non ha senso. A chi potrebbe importare distruggere il mondo?
Non si fa una guerra per distruggere. Le guerre si fanno per due
ragioni. Una è il potere, l'altra i soldi.»
«Non filosofeggiare, Geralt! Non cambierai i fatti con la filosofia!
Perché non ascolti? Perché non vedi? Perché non vuoi capire?
Credimi, lo Jaruga non fermerà le truppe di Nilfgaard. D'inverno,
quando il fiume gelerà, andranno oltre. Ti dico che bisogna filarsela,
filarsela al Nord, là forse non arriveranno. Ma comunque il nostro
mondo non sarà più lo stesso. Geralt, non lasciarmi qui! Da solo non
me la caverò! Non lasciarmi!»
Lo strigo si chinò verso il bardo. «Devi essere impazzito,
Ranuncolo. Devi essere impazzito per la paura, se hai potuto pensare
che ti avrei lasciato qui. Dammi la mano, salta in sella. Qui non puoi
trovare nulla che faccia al caso tuo, e non riuscirai comunque a farti
largo fino al traghetto. Risaliremo il fiume, cercheremo una barca o
una zattera.»
«Gli uomini di Nilfgaard ci prenderanno. Ormai sono vicini. Hai
visto quei cavalieri? È evidente che hanno appena lasciato la
battaglia. Andiamo a valle, verso la foce dell'Ina.»
«Smettila di gracchiare. Passeremo, vedrai. Anche a valle del fiume
arrivano folle di gente, ogni traghetto sarà nella stessa situazione di
questo, hanno sicuramente già requisito tutte le barche. Andiamo a
monte, contro corrente, non temere, ti farò passare, foss'anche su un
tronco d'albero.»
«L'altra riva si vede appena!»
«Non frignare. Ho detto che ti farò passare.»
«E tu?»
«Monta a cavallo. Parleremo strada facendo. Ehi, al diavolo, non
con quel sacco! Vuoi che Rutilia si spacchi la groppa?»
«È Rutilia? Rutilia era baia, questa è saura.»
«Tutti i miei cavalli si chiamano Rutilia. Lo sai bene e non cercare
di distrarmi. Via quel sacco, ho detto. Che cosa hai là dentro,
maledizione? Oro?»
«Manoscritti! Poesie! E qualcosa da mangiare...»
«Buttalo nel fiume. Scriverai nuove poesie. Quanto al mangiare,
divideremo il mio.»
Ranuncolo fece un'espressione lamentosa, ma non stette troppo a
pensarci, prese lo slancio e gettò il sacco in acqua. Balzò a cavallo, si
dimenò un po', sistemandosi sulle bisacce e si aggrappò alla vita
dello strigo. «In cammino, in cammino. Non perdiamo tempo,
Geralt, inoltriamoci nel bosco, prima che...»
«Smettila, Ranuncolo, il tuo panico comincia a trasmettersi a
Rutilia.»
«Non prendermi in giro. Se avessi visto quello che ho visto io...»
«Chiudi il becco, maledizione. Andiamo, vorrei riuscire a farti
passare prima del calare del crepuscolo.»
«A me? E tu?»
«Io ho delle faccende da sbrigare da questa parte del fiume.»
«Sei pazzo, Geralt. Non ti è cara la vita? Quali faccende?»
«Non è affar tuo. Vado a Cintra.»
«A Cintra? Non c'è più Cintra.»
«Che vai dicendo?»
«Cintra non c'è più. È un cumulo di rovine brucianti e un mucchio
di macerie. Gli uomini di Nilfgaard...»
«Smonta, Ranuncolo.»
«Cosa?»
«Smonta!» Lo strigo si girò di scatto.
Il trovatore lo guardò in viso e balzò giù da cavallo, arretrò di un
passo, inciampò.
Geralt smontò lentamente. Gettò le redini al di sopra della testa
della giumenta, rimase un attimo indeciso, quindi si passò la mano
inguantata sul viso. Si sedette sull'orlo della buca di un albero
abbattuto, sotto un ampio cespuglio di sanguinella dai germogli
vermigli. «Vieni qui, Ranuncolo, siediti. E raccontami cos'è successo a
Cintra. Tutto.»
Il poeta obbedì e, dopo un istante di silenzio, cominciò: «Gli
uomini di Nilfgaard vi sono penetrati attraverso un valico. Erano
migliaia. Hanno circondato le truppe di Cintra nella valle di
Marnadal. C'è stata una battaglia che è durata un intero giorno,
dall'alba al tramonto. Gli uomini di Cintra si sono battuti
valorosamente, ma sono stati decimati. Il re è morto, e ora la loro
regina...»
«Calanthe.»
«Sì. Non si è fatta prendere dal panico, non ha permesso che si
sbandassero, ha raccolto intorno a sé e alla bandiera tutti quelli che
ha potuto, insieme hanno sfondato l'accerchiamento e sono arretrati
verso il fiume, in direzione della città. Chi c'è riuscito.»
«E Calanthe?»
«Con un pugno di cavalieri, ha protetto coloro che attraversavano
il fiume, ha coperto la ritirata. Dicono che si battesse come un uomo,
che si gettasse nella mischia come impazzita. E0 stata trafitta dalle
picche mentre andava alla carica contro la fanteria di Nilfgaard.
L'hanno trasportata in città gravemente ferita. Cosa c'è in questa
borraccia, Geralt?»
«Acquavite. Ne vuoi?»
«Magari.»
«Racconta. Continua a raccontare, Ranuncolo. Tutto.»
«La città in sostanza non era difesa, non c'è stato assedio, non
c'era più nessuno che potesse stare sulle mura. Il resto dei cavalieri
con le famiglie, i nobili e la regina... si sono barricati nel castello. I
soldati di Nilfgaard l'hanno espugnato in un batter d'occhio, i loro
maghi hanno ridotto in polvere la porta e una parte delle mura. Ha
resistito solo il torrione, evidentemente protetto da un incantesimo.
Nonostante ciò, dopo quattro giorni gli uomini di Nilfgaard vi
hanno fatto irruzione. Non hanno trovato nessuno vivo. Nessuno.
Le donne hanno ucciso i bambini, gli uomini hanno ucciso le donne
e si sono gettati sulle spade o... Che cos'hai, Geralt?»
«Racconta, Ranuncolo.»
«O... come Calanthe... buttandosi a capofitto giù dai merli, dal
punto più alto delle mura. Dicono che pregasse che la... Nessuno ha
voluto farlo. Dunque è strisciata fino ai merli e... A capofitto. Pare
che abbiano fatto cose orribili col suo corpo. Non voglio parlarne...
Che cos'hai?»
«Niente. Ranuncolo... a Cintra c'era... una bambina. La nipote di
Calanthe, avrà avuto dieci, undici anni. Si chiamava Ciri. Ne hai
sentito parlare?»
«No. Ma in città e nel castello c'è stato un massacro terribile e
quasi nessuno è stato lasciato vivo. Di quelli che difendevano il
torrione non si è salvato nessuno, te l'ho detto. E la maggior parte
delle donne e dei bambini delle famiglie più importanti era proprio
là.»
Lo strigo taceva.
«Calanthe... la conoscevi?»
«Sì.»
«E la bambina di cui hai chiesto? Ciri?»
«Conoscevo anche lei.» Dal fiume giunse una folata di vento,
increspò l'acqua, agitò i rami; dai rami volò un turbine luccicante di
foglie. È di nuovo autunno, pensò lo strigo. Si alzò. «Tu credi nel
destino, Ranuncolo?»
Il trovatore sollevò la testa, lo guardò con gli occhi spalancati.
«Perché me lo domandi?»
«Rispondi.»
«Be'... Sì, ci credo.»
«E sai che il solo destino non basta? Che c'è bisogno di qualcosa di
più?»
«Non capisco.»
«Non sei il solo. Ma è proprio così. C'è bisogno di qualcosa di più.
Il problema è che io... io ormai non saprò mai che cos'è.»
«Che hai, Geralt?»
«Niente, Ranuncolo. Vieni, monta. Andiamo, non perdiamo
l'intera a giornata. Chissà quanto tempo impiegheremo a trovare
una barca, e ce ne serve una grande. Non lascio certo Rutilia.»
«Passiamo insieme?» si rallegrò il poeta.
«Sì. Non ho più niente da cercare da questa parte del fiume.»
IX

«Yurga!»
«Fildoro!»
La donna corse via dal portone facendo svolazzare i capelli che si
erano liberati dal fazzoletto, inciampando, gridando. Yurga gettò le
redini al garzone, saltò giù dal carro, le corse incontro, l'afferrò per
la vita, forte, la sollevò da terra, la fece girare, piroettare. «Eccomi,
Fildoro! Sono tornato!»
«Yurga!»
«Sono tornato! Ehi, aprite la porta! Il padrone è tornato! Ah,
Fildoro!» Era bagnata, odorava di saponata. Evidentemente stava
facendo il bucato. La mise giù, ma lei non lo lasciò neanche allora,
rimaneva aggrappata a lui tutta agitata, calda. «Andiamo a casa,
Fildoro.»
«Per gli dei, sei tornato... La notte non riuscivo a dormire...
Yurga... Non ci riuscivo...»
«Sono tornato. Ah, sono tornato! E sono tornato ricco, Fildoro.
Vedi il carro? Ehi, sbrigati, varca il portone! Vedi il carro, cara
Fildoro? Porto merce a sufficienza da...»
«Yurga, che m'importa della merce, che m'importa del carro... sei
tornato... sano... tutt'intero...»
«Sono tornato ricco, ti dico. Ora vedrai...»
«Yurga? E lui chi è? Quell'uomo vestito di nero? Per gli dei, ha la
spada...»
Il mercante si girò. Lo strigo smontò da cavallo, rimase girato,
fingendo di sistemare la cinghia della sella e le bisacce. Non li
guardava, non si avvicinava. «Poi ti dirò. Ah, Fildoro mia, non fosse
stato per lui... Ma dove sono i bambini? Stanno bene?»
«Stanno bene, Yurga, bene. Sono andati nei campi a tirare sassi
alle cornacchie, ma i vicini diranno loro che sei a casa. Torneranno a
momenti, tutti e tre.»
«Tre? Che dici, Fildoro? Forse...»
«No... ma ho qualcosa da dirti... non ti arrabbierai?»
«Io? Con te?»
«Ho preso in casa una ragazzina, Yurga. Me l'hanno portata i
druidi, sai che dopo la guerra salvavano i bambini... Raccoglievano
nei boschi quelli senza tetto, smarriti... Vivi per miracolo... Yurga? Sei
arrabbiato?»
Yurga si portò una mano alla fronte, si girò. Lo strigo camminava
adagio dietro il carro, tirava il suo cavallo. Non li guardava, aveva
ancora la testa girata.
«Yurga?»
«Oh, dei... Oh, dei! Fildoro... È qualcosa che non mi aspettavo! In
casa!» gemette il mercante.
«Non essere arrabbiato, Yurga... Vedrai, ti ci affezionerai. È una
ragazzina intelligente, gentile, laboriosa... un po' strana. Non vuole
dire da dove viene, piange non appena glielo chiedi. E io non lo
faccio. Yurga, sai che ho sempre desiderato una bambina... Che hai?»
«Niente. Il destino. Per tutta la strada ha parlato nel sonno,
delirava per la febbre, niente, nient'altro che il destino... per gli dei...
Non sono cose per i nostri cervelli, Fildoro. Non siamo capaci di
afferrare ciò che pensano quelli come lui. Di cosa sognano. Non
sono cose per i nostri cervelli...»
«Papà!»
«Nadbor! Sulik! Siete cresciuti, come torelli! Sì, venite qui, da me!
Svelti...» S'interruppe vedendo la piccola creatura mingherlina dai
capelli biondo cenere che seguiva adagio i ragazzini.
La bambina lo guardò; il mercante vide due grandi occhi verdi
come l'erba primaverile che brillavano simili a stelline. Vide la
bambina scattare all'improvviso, correre... La sentì gridare con voce
sottile, penetrante: «Geralt!»
Lo strigo diede le spalle al cavallo con un movimento agile,
fulmineo. E le corse incontro. Yurga guardava incantato. Non
avrebbe mai pensato che un uomo potesse spostarsi così in fretta.
Si incontrarono in mezzo al cortile. La bambina dai capelli biondo
cenere con un abitino grigio. E lo strigo dai capelli bianchi con la
spada sulla schiena, tutto vestito di cuoio nero luccicante d'argento.
Lo strigo a passo lento, la bambina trotterellando, lo strigo in
ginocchio, le mani sottili della bambina intorno al collo, i capelli
biondo cenere sulla spalla di lui. Fildoro emise un grido sordo. Yurga
la abbracciò, la strinse a sé senza parlare, con l'altro braccio avvicinò
e cinse i due ragazzini.
«Geralt! Mi hai trovato! Lo sapevo! L'ho sempre saputo! Lo
sapevo che mi avresti trovata!» ripeteva la bambina stretta al petto
dello strigo.
«Ciri», disse lo strigo.
Yurga non vedeva il suo viso nascosto dai capelli biondo cenere.
Vedeva le mani nei guanti neri stringere le spalle e le braccia della
bambina.
«Mi hai trovato! Oh, Geralt! Ti ho aspettato tanto! Terribilmente
a lungo... Ormai staremo insieme, vero? Adesso staremo insieme, sì?
Dillo, Geralt! Per sempre! Dillo!»
«Per sempre, Ciri.»
«È come dicevano! Geralt! È come dicevano... Sono il tuo destino?
Dillo! Sono il tuo destino?»
Yurga vide gli occhi dello strigo. E si stupì molto. Sentiva il pianto
sommesso di Fildoro, avvertiva il tremito delle sue spalle. Guardava
lo strigo e aspettava, tutto teso, la sua risposta. Sapeva che non
avrebbe capito quella risposta, ma l'aspettava. E non aspettò invano.
«Sei qualcosa di più, Ciri. Qualcosa di più.»

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