Sei sulla pagina 1di 550

PRINCIPI DEL METODO PSICOLOGICO NELLA SUA APPLICAZIONE A

PROBLEMI DI SCIENZA, RELIGIONE E ARTE

Traduzione di Alessandro Staiti e Giampiero Cara

EDIZIONI MEDITERRANEE-ROMA

Indice
Prefazione alla seconda edizione
Nota introduttiva
Introduzione

Capitolo I - ESOTERISMO E PENSIERO MODERNO

L'idea di una conoscenza nascosta - Povertà dell'immaginazione umana - Difficoltà nel


formulare i desideri - Una storia indiana - Leggenda di Salomone - Leggenda del Sacro
Graal - Idea del tesoro nascosto - Differente rapporto con l'Ignoto - Estensione dei
limiti della conoscenza - Valore cognitivo di stati “mistici” - Identità di esperienze
mistiche - Misticismo e conoscenza nascosta – Cerchio interno dell'umanità - Analogia
tra il genere umano e l'uomo - Cellule cerebrali - Idea di evoluzione nel pensiero
moderno - Ipotesi che è diventata una teoria - Confusione di evoluzione di varietà con
evoluzione della specie - Vari possibili significati di evoluzione - Evoluzione e
trasformazione - Religione dei Misteri - Quel che era dato dall'iniziazione - Dramma
del Cristo come Mistero - Idea del cerchio interno e pensiero moderno - Epoca "
Preistorica » - Selvaggi - Conservazione della conoscenza - Contenuto dell’idea di
esoterismo - Scuole - Coltura artificiale di civilizzazioni - Approccio al cerchio
esoterico - Religione, filosofia, scienza e arte - Pseudo-vie e pseudo-verità - Differenti
livelli di uomini - Successive civilizzazioni - Principio di barbarie e principio di
civilizzazione - Cultura moderna - Crescita parallela di barbarie e cultura - Vittoria
della barbarie - Posizione del cerchio interno – “Progetto” nella natura - Mimesi -
Rassomiglianza protettiva - La vecchia teoria della mimesi - L'ultima spiegazione della
mimesi - Inconsistenza delle teorie scientifiche – “Teatralità” – “Moda” nella natura -
Il “Grande Laboratorio” - Forze autoevolventi - La prima umanità - Adamo ed Eva -
Animali e uomini - Prime culture - Esperienza degli sbagli - Organismi sociali - Piante
animali - Uomo individuale e masse - Mito del Grande Diluvio - La Torre di Babele -
Sodoma e Gomorra e i dieci uomini giusti - Miti di razze non umane - Formiche e api
e la loro “evoluzione” - Causa della rovina di precedenti razze di esseri autoevolventi
- Realizzazione dell'ordine socialistico - Perdita di contatto con le leggi di Natura -
Automatismo - Civiltà di termiti – Sacrificio dell'intelligenza – “Evoluzione” e
dogmatismo moderno - Il metodo psicologico.

Capitolo II - LA QUARTA DIMENSIONE.

L'idea di una conoscenza nascosta - Il problema del mondo invisibile e il problema


della morte - Il mondo invisibile nella religione, nella filosofia e nella scienza - Il
problema della morte e le sue varie interpretazioni - L'idea della quarta dimensione -
Vari approcci ad essa - La nostra posizione in rapporto al “campo della quarta
dimensione” - Metodi di studio della quarta dimensione - Le idee di Hinton - La
geometria e la quarta dimensione - L'articolo di Morosoff - Un mondo immaginario a
due dimensioni - Il mondo del miracolo perpetuo - I fenomeni della vita - La scienza e
i fenomeni inclassificabili - Vita e pensiero - Percezione di esseri-piani - Differenti
livelli di comprensione del mondo di un essere piano - Ipotesi della terza dimensione -
Il nostro rapporto con “l'invisibile” - Il mondo dell'illimitato intorno a noi - Irrealtà dei
corpi a tre dimensioni – La nostra quarta dimensione - Deficienze nella nostra
percezione - Proprietà di percezione nella quarta dimensione - Fenomeni inspiegabili
del nostro mondo - Il mondo psichico e tentativi di interpretarlo – Il pensiero e la quarta
dimensione - Espansione e contrazione dei corpi - Crescita - Il fenomeno della
simmetria - Diagrammi della quarta dimensione in Natura - Movimento dal centro
lungo i raggi - Le leggi della simmetria - Stati della materia - Rapporto di tempo e
spazio nella materia - Teoria degli agenti dinamici - Carattere dinamico dell'universo -
La quarta dimensione tra noi - La “sfera Astrale” - Ipotesi di stati sottili della materia
- Trasformazione dei metalli – Alchimia – Magia - Materializzazione e
smaterializzazione - Prevalenza di teorie e assenza di fatti nelle ipotesi astrali –
Necessità di una nuova comprensione di “spazio” e “tempo”.

Capitolo III - IL SUPERUOMO.

Permanenza dell'idea di superuomo nella storia del pensiero - Immaginaria novità


dell'idea di superuomo - Il superuomo nel passato e il superuomo nel futuro - Il
superuomo nel presente - Il superuomo e l'idea di evoluzione - Il superuomo secondo
Nietzsche - Può il superuomo essere complicato e contraddittorio? - L 'uomo come
forma transizionale - Dualismo dell'anima umana - Conflitto tra passato e futuro -
L'uomo “medio” - Il superuomo come scopo della storia - Impossibilità dell'evoluzione
delle masse - Concezione ingenua del superuomo - Proprietà che possono essere
sviluppate senza essere un superuomo - Il superuomo e l'idea del miracoloso -
Attrazione verso il misterioso - Il superuomo e la conoscenza nascosta - Il “tipo
zoologico superiore” - Supposta amoralità del superuomo - Incomprensione dell'idea
di Nietzsche - Cristo secondo Nietzsche e secondo Renan - Nietzsche e l'occultismo -
Demonismo - Il diavolo di Dostoevsky - Pilato - Giuda - L 'uomo sotto il controllo
delle influenze esterne - Costante cambiamento di “io” - Assenza di unità - Che cos'è
la “volontà”? - Estasi - Il mondo interiore del superuomo - Lontananza dell'idea di
superuomo - Gli antichi Misteri - Iniziazione graduale - Idea del rito della magia - Il
mago che invocò uno spirito più forte di lui stesso - Il volto di Dio - La Sfinge e il suo
enigma - Differenti ordini di idee - Approccio inesperto alle idee - Il problema del
tempo - Eternità - Il mondo delle infinite possibilità - Comprensione interiore ed
esteriore del superuomo – Il problema del tempo e l'apparato psichico – “L'Uomo
Perfetto” di Gichtel - Il superuomo come “io” superiore - Conoscenza reale -
Comprensione esteriore dell'idea di superuomo - Giusto modo di pensare - Leggenda
Talmud su Mosè.

Capitolo IV - CRISTIANESIMO E NUOVO TESTAMENTO.

Esoterismo nei Vangeli - Necessità di separare i Vangeli dagli Atti e dalle Epistole -
Complessità del contenuto dei Vangeli - La strada verso la saggezza nascosta - Idea
dell'esclusività della salvezza - Storia dei Vangeli - Elemento emozionale nei Vangeli
- Psicologia delle distorsioni dei testi del Vangelo - L'astratto che diviene reale - L'idea
del diavolo - Vade retro, Satana, invece di “seguitemi” – “Pane quotidiano” - Leggenda
e dottrina nei Vangeli - Il “dramma di Cristo” - Origine di determinate leggende dei
Vangeli - Condizione di figlio del Cristo - Elementi dei miti greci - Elementi dei Misteri
- Idea della redenzione - Significato del Regno dei Cieli - Eliphas Lévi sul Regno dei
Cieli - Il regno dei Cieli in vita - Due linee di pensiero – “Coloro che hanno orecchie
per intendere” - Varietà dei significati dei passaggi e delle parole - Difficoltà di
approccio con il Regno dei Cieli - Il “povero di spirito” - Coloro che sono perseguitati
per amore del giusto - Inaccessibilità dell'esoterismo per la maggioranza - Differenza
dei valori - Difesa delle idee dell'esoterismo - Difficoltà del modo - Atteggiamento del
cerchio interno e di quello esterno - Risultati nel predicare l'esoterismo -
“Attaccamento” - Parabola del seminatore - Differenza tra i discepoli e gli altri uomini
- Idea delle parabole - Renan sulle parabole - Parabola della zizzania - Il grano nei
Misteri – “Grano” e “paglia” - Brevi parabole come quella del Regno dei Cieli - Idea
della selezione - Potere della vita - L 'uomo “ricco” - Atteggiamento dell'uomo nei
confronti dell'esoterismo - Parabola del fattore - Parabola del pranzo di nozze -
Parabola dei talenti - Parabola del seme che cresce segretamente - Idea del “raccolto”
- Opposizione della vita all'esoterismo - Nuova nascita - L 'Inno Pasquale - Il “cieco”
e “coloro che possono vedere” - Miracoli - Idea del miracolo interiore - La linea del
lavoro scolastico - Preparazione della gente per il lavoro esoterico - Lavoro dei
“pescatori di uomini” - Regole per i discepoli – “Integrità dei Farisei” – “Sorveglianza”
- Parabola delle vergini - Padrone e discepoli - Capacità di tacere - Idea della
conservazione dell'energia - La mano sinistra e la mano destra - Parabola dei lavoratori
- Attesa di ricompensa - Relazione di Cristo con la Legge - Verità esteriore ed interiore
- Osservanza delle leggi e della disciplina - Non resistenza al diavolo - Il Padre Nostro
- Regole per quanto riguarda il rapporto tra di loro dei discepoli – “Misericordia” e
“Sacrificio” – “Figli” – “Chi il più grande” - Il “vicino” - Parabola del buon samaritano
- Sulla pseudo-religione – “Ingiuria” - Parabola del giudice ingiusto - Perdono dei
peccati – Blasfemia contro lo Spirito Santo - Calunnia - Gli insegnamenti di Cristo non
in favore della morte, ma della vita - Applicazione delle idee di Cristo.

Capitolo V - IL SIMBOLISMO DEI TAROCCHI.

Il mazzo dei Tarocchi - I ventidue Arcani Maggiori - Contenuto Interiore dei Tarocchi
- Divisione dei Tarocchi e loro rappresentazione simbolica - Significato dei Tarocchi -
I Tarocchi come sistema e sinossi delle scienze “Ermetiche” - Simbolismo
dell'Alchimia, Astrologia, Cabala e Magia - Comprensione simbolica e grossolana
dell'Alchimia - Oswald Wirth sul linguaggio dei simboli - Il nome di Dio e i quattro
principi della Cabala - Il mondo in se stesso - Parallelismo dei quattro principi
dell'Alchimia, della Magia, dell'Astrologia e delle Rivelazioni - I quattro principi negli
Arcani Maggiori e Minori dei Tarocchi - Significato numerico e simbolico degli Arcani
Maggiori - Letteratura sui Tarocchi - Difetti generali dei commentari sui Tarocchi -
Eliphas Lévi sui Tarocchi - Origine dei Tarocchi secondo Christian - Tracce degli
Arcani Maggiori dei Tarocchi assenti in Egitto e in India - Natura e valore del
simbolismo - Filosofia Ermetica - Necessità di esprimere la verità per il linguaggio
figurativo - Sistemazione delle carte dei Tarocchi in paia - Unicità nel dualismo -
Significato separato delle ventidue carte numerate - Carattere soggettivo degli
acquerelli dei Tarocchi - Gli Arcani Maggiori divisi in tre gruppi di sette - Il loro
significato - Altri giochi originatisi dai Tarocchi – “Leggenda” intorno all'invenzione
dei Tarocchi.

Capitolo VI - CHE COSA È LO YOGA?


II mistero dell'Oriente - Insegnamenti segreti dell'India - Cosa significa la parola
“Yoga”? - La differenza tra Yogi e fachiri - L 'uomo secondo gli insegnamenti dello
Yoga - Parte teorica e pratica dello Yoga - Scuole di Yogi - Chela e Guru - Cosa dà lo
Yoga - I cinque sistemi dello Yoga - Creazione di un “Io” permanente - Necessità di
un temporaneo ritiro dalla vita - L'uomo come materiale - Raggiungimento della
coscienza superiore. Hatha-Yoga - Un corpo in salute come primo scopo – Equilibrio
dell'attività dei vari organi - Ottenere il controllo sulle varie coscienze del corpo -
Necessità di un insegnante - “Asana” - Sequenze di Asana - Il superamento del dolore
- Differenza tra fachiri e Hatha Yogi. Raja-Yoga - Superamento delle illusioni -
Collocazione della coscienza - Quattro stati di coscienza - Capacità di non pensare -
Concentrazione - Meditazione - Contemplazione – Liberazione - Karma-Yoga -
Cambiamento del destino - Successo ed insuccesso - Non-attaccamento. Bhakti-Yoga
- Lo Yogi Ramakrishna - Unità delle religioni - Allenamento emozionale - Pratica
religiosa in Occidente - Il pericolo della pseudo-chiaroveggenza - I metodi della
“Dobrotolubiye” – “I Racconti di un Pellegrino” - I monasteri del Monte Athos -
Differenza tra monachesimo e Bhakti-Yoga - Jnana-Yoga - Il significato della parola
“Jnana” - A vidya e Brahma-Vidya - Retto pensiero - Lo studio dei simboli - L'idea del
Dhanna - Fonte comune di tutti i sistemi dello Yoga.

Capitolo VII - LO STUDIO DEI SOGNI E L'IPNOSI

La strana vita dei sogni – “Psicoanalisi” - Impossibilità di osservare con i metodi usuali
– “Stati di sogno parziale” - Sogni ricorrenti - Loro semplice natura - Sognare di volare
- Sogni con scale – False osservazioni - Gradi differenti di sonno - Sogni della testa -
Impossibilità di pronunciare il nome di qualcuno durante il sonno - Diverse categorie
di sogni - Personificazione - Sogni imitativi - Sogno di Maury - Sviluppo dei sogni
dalla fine all'inizio - Sogni emozionali - Sogno di Lennontoff - La costruzione di
immagini visive - Un uomo in due aspetti - Materiale dei sogni - Il principio di
“compensazione” - Il principio dei toni complementari - Possibilità di osservare i sogni
in stato di veglia - La sensazione del “già accaduto” - Ipnotismo - Ipnotismo come
mezzo per portare allo stato di massima suggestionabilità - Il controllo della coscienza
e della logica ordinarie e impossibilità della loro completa sparizione - Fenomeni
medianici - Applicazione dell'ipnosi nella medicina - Ipnosi di massa - Il “trucco della
corda” - Auto-ipnosi - Suggestione - Necessità di studiare questi due fenomeni
separatamente - Suggestionabilità e suggestione - Come la dualità si crea nell'uomo -
Due tipi di autosuggestione - Impossibilità di un'autosuggestione volontaria.
Capitolo VIII - MISTICISMO SPERIMENTALE

Magia e misticismo - Proposizioni di base - Metodi delle operazioni magiche -


Proposito dei miei esperimenti - L 'inizio degli esperimenti - Prime realizzazioni -
Sensazione di dualità - Un mondo sconosciuto - Assenza di separatezza - Infinito
numero di nuove impressioni - Cambio di relazione tra soggettivo e oggettivo - Mondo
di complicate relazioni matematiche - Formazione di un disegno - Tentativi di
esprimere con parole impressioni visive - Tentativi di conversare durante gli
esperimenti - Connessione tra la respirazione e il battito cardiaco - Momento di seconda
transizione – “Voci” dello stato di transizione - Ruolo dell'immaginazione negli stati
di transizione - Il nuovo mondo al di là delle seconda soglia – Infinito - Mondo mentale
“Arupa” - Realizzazione di pericolo - Emozionalità delle esperienze - Il numero tre -
Un altro mondo all'interno del solito mondo - Connessione di tutte le cose - Vecchie
case – Un cavallo sulla Nevsky - Tentativi di formulazione – “Pensare in altre
categorie” - Venire a contatto con se stessi – “Io” ed “Egli” – “Posacenere” –“Ogni
cosa è vivente” - Simbolo del mondo - Segni mobili delle cose o simboli - Possibilità
di influenzare il destino di un altro uomo - Coscienze del corpo fisico - Tentativi di
vedere a distanza - Due casi di capacità di percezione che si rinforza – Errore
fondamentale del nostro pensiero - Idee inesistenti - Idea di triade - Idea di “Io” -
Sensazione ordinaria di “Io” - Tre modi di apprendere differenti - Interesse personale -
Magia - Facoltà di apprendere basata sul calcolo - Sensazioni connesse con la morte –
“Lungo corpo di vita” - Responsabilità per eventi nella vita di un altro uomo -
Connessione con il passato e con altre persone - Due aspetti dei fenomeni del mondo -
Ritorno allo stato ordinario – Mondo morto al posto del mondo vivente - Risultati degli
esperimenti.

Capitolo IX - IN CERCA DEL MIRACOLOSO

Notre-Dame de Paris - L 'Egitto e le Piramidi - La Sfinge - Il Buddha con gli occhi di


zaffiro - L 'anima dell’imperatrice Mumtaz-i Mahal - I Dervisci Mevlevi.

Capitolo X - UN NUOVO MODELLO DELL'UNIVERSO


I

La questione della forma dell'universo - Storia della questione - Spazio geometrico e


fisico - Dubbio sulla loro identità - La quarta coordinata dello spazio fisico - Relazione
delle scienze fisiche con la matematica - Vecchia e nuova fisica - I principi basilari
della vecchia fisica - Lo spazio considerato come separato dal tempo - Il principio
dell'unità delle leggi - Il principio di Aristotele – Quantità indefinite nella vecchia fisica
- Il metodo della divisione usato al posto di quello della definizione - Materia
organizzata e non organizzata - Materia degli elementi - Relatività del movimento -
Misurazione delle quantità - Unità assolute di misura - Legge della gravitazione
universale - Actio distans - Etere - Ipotesi sulla luce - L 'esperimento di Michelson-
Morley - Velocità della luce come velocità limite - Fisica matematica - La teoria di
Einstein - Contrazione di corpi in movimento Il principio speciale e quello generale
della relatività - Continuum quadridimensionale - Geometria emendata e integrata
secondo Einstein - Rapporto della teoria della relatività con l'esperienza - Il “mollusco”
del Prof. Einstein - Spazio finito - Spazio sferico bidimensionale - Il Prof. Eddington
sullo spazio - Sullo studio della struttura dell'energia radiante - Vecchia e Nuova Fisica.

II

Insufficienza delle quattro coordinate per la costruzione di un modello dell'universo -


Assenza di approcci al problema dal punto di vista matematico - Artificialità della
designazione delle dimensioni per potenze - Necessaria limitazione dell'universo in
relazione alle dimensioni - La tridimensionalità del moto - Il tempo come una spirale -
Tre dimensioni di tempo - Spazio esadimensionale – “Periodo di sei dimensioni” - Due
triangoli che si intersecano o una stella a sei punte - Solido di tempo - Il “Tempo
storico” come quarta dimensione - Quinta dimensione - Il ti tessuto li e il ti ricamo li -
Numero limitato di possibilità in ogni momento - L'Eterno Ora - Attualizzazione di
tutte le possibilità - Linee rette - Limitatezza dell'universo infinito - La dimensione zero
- La linea della impossibilità - La settima dimensione - Il moto - Quattro tipi di moto -
Divisione della velocità - Percezione della terza dimensione da parte degli animali - La
velocità come un angolo - Velocità limite - Spazio - Eterogeneità dello spazio -
Dipendenza delle dimensioni dal formato - Variabilità dello spazio - Materialità e suoi
gradi – Il mondo all'interno della molecola – “Attrazione” - Massa – Spazio celeste -
Vuoto e pieno dello spazio - Tracce di moto - Gradazioni nella struttura della materia
- Impossibilità di descrivere la materia come consistente in atomi o in elettroni - Il
mondo delle spirali interconnesse - Il principio della simmetria - Infinità - Infinità nella
matematica e nella geometria - Incommensurabilità - Differenti significati dell'infinità
matematica, geometrica e fisica - Funzione e dimensioni - Transizione di fenomeni
spazio/i in fenomeni temporali - Passaggio del moto nell'estensione - Quantità zero e
quantità negative - Estensioni interatomiche - Analisi del raggio di luce - Quanti di luce
- L'elettrone - Teoria delle vibrazioni e teoria delle emissioni - Durata dell'esistenza di
piccole unità - Durata dell'esistenza dell'elettrone.

Capitolo XI - LA RICORRENZA ETERNA E LE LEGGI DI MANU.

Enigmi della nascita e della morte - Loro connessione con l'idea di tempo - Il “tempo”
nel pensiero comune - Idee di reincarnazione - Trasmigrazione delle anime - Idea della
ricorrenza eterna - Nietzsche - Idea di ripetizione tra i pitagorici - Gesù - L'apostolo
Paolo - Origene - Idea di ripetizione nella letteratura moderna - La curva del tempo -
La linea dell'eternità - La figura della vita - Modi usuali di intendere la vita futura -
Due modi di capire l'eternità - Ripetizione della vita - Sensazione del “già accaduto” -
Impossibilità di provare la ricorrenza - Insufficienza delle teorie comuni che spiegano
il mondo interiore dell'uomo - Differenti tipi di vite - Tipo di ripetizione assoluta -
Gente di " byt » - Personaggi storici - Personalità “forti” e “deboli” - Gli eroi e la massa
- Tipo con tendenza al declino - Differenti tipi di morti delle anime - Una regola dei
Misteri - Tipo di successo - Il successo nella vita - Vie evolutive - Evoluzione e ricordo
- Un punto di vista diverso sull'idea di reincarnazione - Idea di karma - Reincarnazione
in direzioni diverse di eternità - Morte come fine del tempo - Eterno presente - Analogia
di Brahma con un fiume - Movimento nel futuro - Movimento nel presente -
Movimento nel passato - Allusioni alla reincarnazione nel Vecchio Testamento -
Movimento verso l'inizio del tempo - Male e violenza nel passato – “Storia del crimine”
- Lotta contro le cause del male - Reincarnazione nel passato - Movimento evolutivo
nella corrente della vita - Difficoltà di reincarnazione nel futuro - Spazi vuoti che “si
aprono” – “Ruoli” naturali e “ruoli” consci - Impossibilità di ruoli consci contraddittori
- Impossibilità di fare il male coscientemente - Ruoli consci e inconsci nel “dramma di
Cristo” - Forme pervertite di Cristianità - Il Buddhismo come scuola – Esistono “teorie
sociali” nell'esoterismo? - Divisione in caste - Le “Leggi di Manu” - Le caste e la loro
funzione - Passaggio da una casta più bassa ad una più elevata - Leggi di matrimonio -
Le caste come una divisione naturale della società - Le caste nella storia – Epoche di
cultura più avanzata come epoche di divisioni in caste – Che cos'è l'intellighenzia? -
Fiducia nelle teorie - Circolo vizioso - Impossibilità di ricostruire la società dal basso
- Dov'è la via d'uscita? – “Ciechi che guidano altri ciechi”.
Capitolo XII - SESSO ED EVOLUZIONE

Morte e nascita - Nascita e amore - Morte e nascita negli antichi insegnamenti - Essenza
dell'idea dei Misteri - L'uomo come seme - Nuova nascita - Il significato della nascita
sul nostro piano – Vita “eterna” - Scopi del sesso - Enorme energia del sesso - Il sesso
e la “preservazione delle specie” - Caratteri sessuali secondari – “Sesso intermedio” -
Evoluzione del sesso stesso - Sesso normale – Infra-sesso - Degenerazioni ovvie e
nascoste - Assenza di coordinazione tra il sesso e le altre funzioni come segno di
degenerazione - Anormalità sessuali - Condanna del sesso - Pseudo-moralità - Norma
delle forme patologiche - Psicologia del lupanare e la ricerca dello sporco nel sesso -
Assenza di riso nel sesso - Pornografia come ricerca del comico nel sesso - Spreco di
energia come risultato del sesso anormale - Emozioni morbose - Fenomeni patologici
considerati come espressione di nobiltà di pensiero - Caratteristiche del sesso normale
- Sensazione di inevitabilità collegata con il sesso - Differenza dei tipi – “Stranezza
d'amore” - Matrimonio e ruolo “dell'iniziato” nel matrimonio - L'allegoria di Platone
nel “Simposio” - Sopra-sesso - Infra-sesso preso per sopra-sesso - Tracce di
insegnamento sul sesso nelle dottrine esoteriche - Trasmutazione - Trasmutazione ed
ascetismo - Buddhismo - Visione cristiana del sesso - Passi sugli eunuchi in vista del
regno dei cieli, sulla mano tagliata e l'occhio strappato via - Visioni opposte a quelle
Buddhista e Cristiana - Endocrinologia - Comprensione del ruolo duale del sesso nella
scienza moderna - Buddha e Cristo - I trentadue segni di buddhità - Buddha come tipo
endocrinologico - Evoluzione del sesso - Lato psicologico di approccio al sopra-sesso
- Sesso e misticismo - Sesso come pregustazione di sensazioni mistiche -
Contraddizioni della teoria della trasmutazione - Impossibilità di contraddizione nelle
idee esoteriche - Differenti modi di sopra-sesso per tipi differenti - Insufficienza della
conoscenza scientifica moderna per determinare i modi di evoluzione reale - Necessità
di un nuovo studio dell'uomo.

Prefazione alla seconda edizione

Uno dei recensori americani della prima edizione di «Un Nuovo Modello
dell'Universo» nota che due idee in questo libro presentano difficoltà per lui: l'idea di
esoterismo e l'idea del metodo psicologico.
Non si può negare che, in generale, queste idee siano molto lontane dal pensiero
moderno.
Ma poiché non ha senso leggere il mio libro senza avere una qualche concezione del
significato di queste due idee, proverò qui a mostrare alcuni modi per avvicinarvisi.
Prima di tutto entrambe le idee necessitano il riconoscimento del fatto che il pensiero
umano può lavorare su livelli molto differenti.
L'idea di esoterismo è principalmente l'idea di una mente superiore. Per capire
chiaramente cosa significa questo, dobbiamo prima di tutto renderei conto che la nostra
mente comune (compresa la mente di un genio) non è la più alta classe possibile di
mente umana. La mente umana può arrivare ad un livello quasi inconcepibile per noi,
e possiamo vedere il risultato del lavoro di menti superiori, quelle molto accessibili per
noi nei Vangeli, e poi nelle Scritture Orientali: nelle Upanishad, nella Mahabharata; in
opere d'arte come la Grande Sfinge di Gizah, e in altri resoconti, sebbene siano scarsi
in letteratura e arte.
La vera valutazione del significato di questi e di resoconti simili, e il riconoscimento
della differenza tra essi ed altri che sono stati creati da uomini comuni, o anche da un
genio, necessitano esperienza, conoscenza e uno speciale allenamento della mente,
discernimento e, forse, speciali facoltà che non tutti hanno.
Cosicché il primo passo verso la comprensione dell'idea di esoterismo è la
realizzazione dell'esistenza di una mente superiore, cioè una mente umana, ma che
differisce dalla mente comune così come, lasciatecelo dire, la mente di un uomo adulto
intelligente ed educato differisce dalla mente di un bambino di sei anni. Un genio è
soltanto un «Wunderkind». Un uomo di mente superiore possiede una nuova
conoscenza che l'uomo comune, per quanto abile e intelligente, non può avere. Questa
è conoscenza esoterica.
Se persone dalla mente superiore esistano ora e siano sempre esistite, o se esse appaiano
sulla terra soltanto a lunghi intervalli, è irrilevante. D punto importante è che esistono
e che noi possiamo entrare in contatto con le loro idee e, attraverso queste idee, con la
conoscenza esoterica. Questa è l'essenza dell'idea di esoterismo.
Per comprendere quel che intendo per «metodo psicologico» è necessario prima
rendersi conto che la mente dell'uomo comune, quella che conosciamo, può anche
lavorare a livelli molto differenti, e poi trovare la relazione del «metodo psicologico»
con il «metodo esoterico».
Possiamo vedere differenti livelli di pensiero nella vita ordinaria. La mente più
comune, possiamo chiamarla la mente logica, è sufficiente per tutti i semplici problemi
della vita. Possiamo costruire una casa con questa mente, ottenere cibo, sapere che due
più due fanno quattro, che il «Volga si getta nel Mar Caspio» e che «i cavalli mangiano
avena e fieno». Cosicché al suo giusto posto la mente logica è realmente soddisfacente
e realmente utile. Ma quando la mente logica si imbatte in problemi troppo grossi, e
quando non si ferma dinanzi ad essi ma intende risolverli, inevitabilmente cade in
basso, perde contatto con la realtà e diventa infatti «difettosa». A questa «mente
difettosa» e al «metodo difettoso» di osservazione e di ragionamento l'umanità deve
tutte le superstizioni e le false teorie che iniziano con il «diavolo col piede d'oca» e
finiscono con il marxismo e la psicoanalisi.
Ma una mente logica che conosce la sua limitatezza ed è forte abbastanza da resistere
alla tentazione di avventurarsi in problemi al di là dei suoi poteri e delle sue capacità
diventa una «mente psicologica». Il metodo usato da questa mente, cioè il metodo
psicologico, è prima di tutto un metodo per distinguere tra differenti livelli di pensiero
e per capire il fatto che le percezioni cambiano secondo le facoltà e le proprietà
dell'apparato percettore. Il metodo psicologico può vedere i limiti della «mente logica»
e le assurdità di una «mente difettosa» - essa può comprendere la realtà dell'esistenza
di una mente superiore e di una conoscenza esoterica, e scorgerla nelle sue
manifestazioni. Questo è impossibile per una semplice mente logica.
Se un uomo dalla mente logica sente parlare di esoterismo, vorrà subito sapere dove
sono le persone che appartengono al circolo esoterico, chi le ha viste, e come e quando
potrà vederle anche lui. E se si sentirà rispondere che per lui è impossibile, egli dirà
allora che è tutto un nonsenso e che non esiste assolutamente alcun circolo esoterico.
Logicamente egli avrà proprio ragione. Ma psicologicamente è chiaro che con tali
domande non andrà lontano nella sua conoscenza dell'esoterismo. Un uomo deve
essere preparato, cioè deve capire la limitatezza della propria mente e la possibilità
dell'esistenza di un'altra mente migliore.
Né le idee esoteriche, cioè idee provenienti da una mente superiore, diranno molto ad
un uomo logico. Egli chiederà, per esempio: «Dove sono le prove che i Vangeli furono
scritti da persone dalla mente superiore?».
Dove sono, in realtà, le prove? Sono lì, ovunque, in ogni frase e in ogni parola, ma
soltanto per coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per ascoltare. Ma la mente
logica non può vedere né ascoltare al di là di un raggio molto esiguo o delle cose più
elementari.
Questa limitatezza della mente logica la rende impotente anche di fronte ai più semplici
problemi della vita comune nel momento in cui essi vanno al di là dei limiti della sua
scala abituale.
L'uomo dalla mente logica che chiede prove per ogni cosa, al giorno d'oggi, per
esempio, cerca le cause della crisi politica ed economica ovunque, eccetto dove esse
realmente risiedono.
E anche se gli vien detto che le cause della crisi risiedono nell'esistenza del governo
Sovietico in Russia, e nel riconoscimento e nell'aiuto di questo governo da parte di altri
governi, egli non lo comprenderebbe mai. È abituato a pensare in un certo modo ed è
incapace a pensare differentemente. Per lui i bolscevichi sono un «partito politico»
come ogni altro partito, e il governo Sovietico è un «governo» come ogni altro governo.
Egli è incapace di vedere che questo è un nuovo fenomeno differente da qualunque
altra cosa egli conoscesse prima.
Dove sono le prove di ciò? egli chiederebbe.
E non vedrà mai che questo non necessita di prove. Come non vi è bisogno di prove
dell'inevitabile comparsa della peste nella propria casa quando c'è la peste nella casa di
fronte contro la quale nessun tipo di provvedimento è stato subito preso. Ma un uomo
dalla mente logica non può vedere che la Russia Sovietica è una casa infestata dalla
peste. Egli preferisce credere nel «più grande esperimento sociale della storia», o
nell'«evoluzione del bolscevismo», o nei «bolscevichi che rinunciano alla
propaganda»; come se la peste possa «rinunciare» alla propaganda e come se negoziati,
trattative e «patti» con la peste siano possibili. In questo caso particolare, naturalmente,
l'uomo dalla mente logica sbaglia quasi coscientemente perché non può resistere alla
tentazione di trarre vantaggio dall'opportunità di strappar via un profitto dalla casa
infestata dalla peste. L'inevitabile risultato è che la peste compare nella sua casa. Ma
anche quando essa appare, l'uomo dalla mente logica ancora non vuole comprendere
da dove essa sia venuta, e chiede «prove».
Ma le «prove» non sono assolutamente sempre necessarie per accettare o per negare
una data proposizione. Vi sono «prove psicologiche» che significano molto più dei
fatti, perché i fatti possono ingannare, ma le prove psicologiche no. Ma si deve esser
capaci di sentirle.
Il termine «metodo psicologico» viene da «prove psicologiche». Sulle basi di queste
prove è possibile vedere i difetti del pensiero logico in regioni inaccessibili ad esso o
in problemi troppo grandi per esso, esattamente nello stesso modo in cui è possibile
spesso vedere la direzione nella quale si trova la probabile soluzione ai problemi che
sembrano o si presentano insolubili. Ma questo non significa che con l'aiuto del metodo
psicologico sarà sempre possibile trovare soluzioni a problemi troppo difficili o troppo
grandi per la mente logica. Soluzioni reali possono venire soltanto da una mente
superiore che possiede una conoscenza superiore, cioè dall'esoterismo. Questa è la
differenza tra il metodo psicologico e il metodo esoterico.
Proviamo ad immaginare i quattro metodi di osservazione e ragionamento in relazione
alla stanza nella quale sto scrivendo. Il metodo difettoso si basa su un'occhiata alla
stanza attraverso il buco della serratura o attraverso una stretta fessura e la sua
caratteristica tipica è la certezza che quel che si vede attraverso il buco della serratura
o dalla fessura rappresenti tutto quel che vi è e che non vi è, e che non vi possa essere
nulla in esse eccetto che quello che è visibile in quel modo. Data una certa
immaginazione e una tendenza verso la superstizione, il metodo difettoso può riuscire
a fare di una comune stanza qualcosa di molto strano o di mostruoso.
Il metodo logico si basa su uno sguardo alla stanza da un punto definito ad una precisa
angolazione, e di solito senza la luce sufficiente. Una troppo grande fiducia in esso e
la difesa di questo punto di vista rende il metodo logico difettoso.
Il metodo psicologico comparato con i primi due sarebbe come una vista della stanza
alla luce del giorno, girando in essa in varie direzioni, conoscendo gli oggetti in essa e
così via. È piuttosto chiaro che è possibile imparare di più sulla stanza in questo modo
che con il metodo logico, e che è possibile trovare molti errori e conclusioni errate del
metodo difettoso.
Il metodo esoterico di approccio allo studio della stanza includerebbe non solo l'intera
stanza con ogni cosa che essa contiene, ma l'intera casa, tutte le persone in essa con
tutte le loro relazioni e le loro occupazioni; e inoltre, la posizione della casa nella strada,
della strada nella città, della città nel paese, del paese nella terra, della terra nel sistema
solare e così via. Il metodo esoterico non è limitato da alcunché e connette sempre ogni
cosa data, per quanto essa possa essere piccola, con il tutto.
Esempi di pensiero «psicologico», «logico» e «difettoso» abbondano intorno a noi.
Occasionalmente ci imbattiamo nel metodo psicologico nella scienza. Nella psicologia
stessa il «metodo psicologico» conduce inevitabilmente al riconoscimento del fatto che
la coscienza umana è semplicemente un caso particolare di coscienza, e che esiste
un'intelligenza che è molte volte superiore all'ordinaria intelligenza umana. E soltanto
una psicologia che parta da questa asserzione e che abbia questa asserzione alla sua
base può esser detta scientifica. In altre sfere di conoscenza il pensiero psicologico si
trova alla radice di tutte le reali scoperte, ma usualmente non viene mantenuto a lungo.
Voglio dire che appena le idee che sono state scoperte ed enunciate dal metodo
psicologico divengono proprietà di ognuno ed iniziano ad essere considerate come
permanenti e accettate, divengono logiche e, nella loro applicazione a fenomeni di
maggior grandezza, difettose. Per esempio Darwin: le sue scoperte e le sue idee furono
il prodotto di un pensiero psicologico di altissima qualità. Ma esse erano già diventate
logiche con i suoi seguaci e, più tardi, esse divennero indubbiamente difettose, perché
presero il posto del libero sviluppo del pensiero.
È esattamente quello che il Dr. Stockmann di Ibsen voleva dire quando parlava di verità
invecchiate.
Vi sono verità, egli dice, che hanno raggiunto una tale età che sono davvero
sopravvissute a loro stesse. E quando una verità diventa così tanto vecchia è sulla buona
strada per diventare una bugia ... Sì, sì, puoi credermi o no, ma le verità non sono
vecchie come Matusalemme, come la gente immagina che esse siano. Una verità
normalmente costruita vive come una legge, diciamo quindici, sedici, al massimo
vent'anni, raramente di più. Ma tali verità invecchiate diventano terribilmente misere e
inflessibili. E la maggioranza, essendo stata creata soprattutto da esse, più tardi le
raccomanda all'umanità come un sano cibo spirituale. Ma io posso assicurarti che non
vi è così tanto nutrimento in tale cibo. Devo parlare di queste cose come dottore. Tutte
le verità appartenenti alla maggioranza sono come vecchio bacon rancido o come
verdastro prosciutto marcito; e da esse proviene tutta la meschina morale che sta
divorando sé stessa nella vita della gente intorno a noi.
L'idea della degenerazione di verità accettate non può essere espressa meglio. Verità
che diventano vecchie diventano decrepite e inattendibili; talvolta si fa in modo che
tirino avanti artificialmente per un certo tempo, ma non vi è vita in esse. Questo spiega
perché rivolgersi a vecchie idee, quando la gente diventa delusa delle nuove idee, non
aiuta molto. Tali idee potrebbero essere troppo vecchie.
Ma in altri casi vecchie idee possono facilmente essere proprio troppo logiche e talvolta
difettose.
Possiamo vedere molti curiosi esempi del conflitto tra il pensiero logico e quello
psicologico, che poi per necessità diventa difettoso, in varie riforme «intellettuali» di
vecchie abitudini e costumi. Prendiamo, ad esempio, le riforme nei pesi e nelle misure.
Pesi e misure che sono stati creati attraverso i secoli, e che sono differenti nei vari
paesi, sembrano al primo sguardo aver preso una forma o l'altra per caso, ed essere
troppo complicati. Ma in realtà essi sono sempre basati su un principio definito. In ogni
classe separata di cose o materiali da misurare, si usa un differente divisore (o
moltiplicatore), talvolta molto complicato, come nel sistema inglese di pesi - 16 ounces
per un pound, 14 pounds per uno stone per pesi comparativamente leggeri, e per pesi
maggiori 28 pounds per un quarter, 112 pounds per un hundredweight, 20
hundredweight per una tonnellata; o, per esempio, un semplice moltiplicatore come 8
nella misurazione russa del grano che non è mai ripetuto in relazione a nessun'altra
cosa. Questo è un vero metodo psicologico creato dalla vita e dall'esperienza perché,
grazie a differenti coefficienti in differenti casi, un uomo che fa calcoli mentali
comprendenti le misure di parecchi materiali differenti non può confondere né oggetti
né differenti denominazioni o le misure di differenti paesi (qualora egli avesse a che
fare con le misure di differenti paesi) perché ogni specie di moltiplicatore in sé gli dice
cosa è misurata e con quale misura. Quello a cui non piacciono questi vecchi sistemi
complicati sono gli insegnanti scolastici che sono, come è ben noto, le persone più
logiche del mondo. Differenti pesi e misure sembrano ad essi inutilmente confusionari.
Nel 1793 la Convenzione decise di rimpiazzare le esistenti misure francesi con una
misura «naturale». Dopo lunghe e complicate attività e ricerche «scientifiche» tale
misura fu riconosciuta come un decimilionesimo della quarta parte del meridiano
terrestre, che fu chiamata un metro.
Non vi è una prova diretta di ciò, ma sono sicuro che l'idea di una misura «naturale» e
il sistema metrico nacque nelle menti di insegnanti di aritmetica, perché è così tanto
più semplice dividere e moltiplicare ogni cosa per dieci, avendo soppresso tutti gli altri
divisori e moltiplicatori. Ma per tutte le ordinarie necessità della vita il sistema metrico
di pesi e misure è molto meno pratico dei vecchi sistemi, e indebolisce
considerevolmente l'abilità dell'uomo ad operare dei semplici calcoli mentali, che è
molto marcato nei paesi dove il sistema metrico è stato adottato.
Esattamente la stessa cosa ha luogo nei tentativi di cambiare la vecchia ortografia. Tutte
le ortografie devono essere certamente adattate a nuove richieste, diciamo, una volta
ogni cento anni, e questo accade di per sé, in modo naturale. Ma violente riforme e
l'introduzione della cosiddetta compitazione «fonetica» (soltanto «cosiddetta» poiché
una reale sillabazione fonetica è impossibile in ogni lingua) generalmente sconvolge
l'intero andamento del normale sviluppo di una lingua, e molto presto la gente inizia a
scrivere in modi differenti e poi a pronunciare in modi differenti, cioè ad adattare la
pronuncia alla nuova sillabazione. Questo è il risultato dell'applicazione del metodo
logico ad un problema che va al di là dei limiti della sua possibile azione. Ed è piuttosto
chiaro perché: il processo di leggere e scrivere non è un processo di leggere e scrivere
lettere, è un processo di leggere e scrivere parole e frasi. Conseguentemente più le
parole differiscono una dall'altra nella loro forma e apparenza e più facile procede il
processo di leggere e scrivere, e più esse assomigliano una all'altra (come è inevitabile
nella sillabazione «fonetica») più lentamente e più difficile è il processo di leggere e
scrivere. È davvero possibile che sia più facile insegnare la sillabazione «fonetica» che
la sillabazione normale, ma per il resto della sua vita un uomo che è stato istruito in
questo modo viene lasciato con uno dei più insoddisfacenti strumenti per imparare le
idee di altre persone e per esprimere le proprie.
Questo è esattamente quanto sta accadendo ora in Russia. Proprio prima della
rivoluzione una commissione di insegnanti (non vi è alcun dubbio in questo caso) sotto
la presidenza del Rettore dell'Università di Mosca era stata formata per indagare sui
modi di riformare la compitazione. La commissione se ne uscì con una «nuova
sillabazione» realmente assurda, assolutamente inadatta alla lingua Russa, infrangendo
tutti i principi della grammatica e contraddicendo tutte le leggi dello sviluppo naturale
della lingua. Questa «sillabazione», non sarebbe mai stata accettata se l'Accademia e i
circoli letterari avessero avuto il tempo di esprimere la propria opinione, cioè se la
rivoluzione non fosse sopravvenuta proprio in quel momento. Ma essendo andati al
potere, i bolscevichi introdussero questa nuova «sillabazione». E sotto la sua influenza
la lingua improvvisamente iniziò a deteriorarsi e a perdere la sua forza e la sua
chiarezza. Se la compitazione «fonetica» fosse stata introdotta nei paesi di lingua
inglese, la lingua inglese scomparirebbe molto velocemente e venti o trenta varietà di
«inglese-corrotto» prenderebbero il suo posto.
Un altro interessante esempio di metodo logico opposto a quello psicologico, uno di
quelli generalmente accettato in numerosi paesi, è l'istruzione mista di ragazzi e
ragazze. Logicamente l'istruzione mista sembra essere piuttosto giusta, ma
psicologicamente è assolutamente sbagliata, perché per mezzo di questo sistema sia i
ragazzi che le ragazze perdono molti dei loro tratti caratteristici, particolarmente quelli
che dovrebbero essere sviluppati in essi, e acquisiscono entrambi altre caratteristiche
che non dovrebbero mai possedere. E inoltre, entrambi imparano a mentire
incommensurabilmente di più di quanto avrebbero potuto perfino nella migliore delle
scuole del vecchio tipo.
Prendiamo altri esempi. Cosa poteva essere più logico della Santa Inquisizione con le
sue torture e i roghi per gli eretici; o del bolscevismo, che iniziò a distruggere scuole,
università e istituti tecnici, distruggendo in questo modo il proprio approvvigionamento
di specialisti istruiti necessari per la nuova industrializzazione che è stata così tanto
pubblicizzata? Se non è così, allora perché i bolscevichi hanno bisogno di ingegneri
stranieri? Sotto questo punto di vista la Russia è vissuta per lungo tempo delle sue
risorse. E inoltre cosa può essere più logico e allo stesso tempo più infruttuoso di ogni
possibile proibizione dell'esperimento americano di proibire le bevande alcoliche? E
cosa può essere più semplice? Qualunque sciocco, se ha potere nelle sue mani, può
trovare qualcosa da proibire e in questo modo mostrare la sua vigilanza e le sue buone
intenzioni. Tutto questo è il risultato del metodo logico. Il pericolo del metodo logico
in tutte le possibili sfere della vita risiede nel fatto che ad una prima occhiata esso è il
modo più semplice e più efficace.
Il metodo psicologico è molto più difficile e, in più, è spesso molto deludente perché,
seguendo il metodo psicologico un uomo spesso si rende conto di non capire nulla e
che non sa cosa fare. Mentre seguendo il metodo logico egli capisce ogni cosa e sa
sempre cosa fare.

1934
Nota introduttiva

Quello che l'autore ha scoperto nel corso dei viaggi ai quali si fa riferimento
nell'«Introduzione», e, più tardi, particolarmente durante il periodo dal 1915 al 1919,
sarà descritto in un altro libro. n presente volume fu iniziato e praticamente completato
prima del 1914. Ma tutto, anche quello che è stato già pubblicato separatamente (La
Quarta Dimensione, Il Superuomo, Il Simbolismo dei Tarocchi e Cos'è lo Yoga?) è
stato da tempo revisionato e connesso più coerentemente. L'autore potrebbe aggiungere
molto poco alla seconda parte del Capitolo X (Un nuovo modello dell'Universo) a
dispetto di tutto ciò che è apparso durante gli ultimi anni nel campo della «nuova
fisica». Ma nel presente libro il capitolo inizia con uno schizzo in generale sulle nuove
idee in fisica, che costituiscono la prima parte del capitolo. Ovviamente questo schizzo
non persegue lo scopo indipendente di informare i lettori su tutte le teorie esistenti e su
tutta la letteratura esistente sui soggetti menzionati. Similmente, in altri capitoli nei
quali l'autore ha dovuto fare riferimento alla letteratura sulle questioni toccate, non è
mai stata sua intenzione esaurire tutta questa letteratura o indicare le sue correnti
principali o le opere più importanti o le ultime idee. Tutto ciò che ha desiderato fare in
questi casi è stato di mostrare esempi di una o di un'altra corrente di pensiero.
L'ordine dei capitoli nel presente libro non sempre corrisponde all'ordine nel quale essi
furono originariamente scritti, poiché molte cose furono scritte simultaneamente e
servono come spiegazione per un'altra. Ma ogni capitolo è datato con l'anno nel quale
fu iniziato e con l'anno nel quale fu revisionato o finito.

Londra, 1930
Introduzione

Vi sono momenti nella vita, separati da un lungo intervallo di tempo, ma collegati l'un
l'altro dal loro intimo contenuto e da una certa sensazione singolare peculiare ad essi.
Parecchi di questi momenti ricorrono sempre alla mia mente insieme, e sento allora che
è stato questo ad aver determinato la tendenza più importante della mia vita.
L'anno 1890 o 1891. Una classe serale nel Secondo «Ginnasio» (l) di Mosca. Una larga
stanza illuminata da lampade al kerosene con grosse ombre.
Armadi gialli lungo i muri. Collegiali in camiciotti olandesi, macchiati d'inchiostro, si
curvano sui loro banchi. Alcuni sono immersi nei loro compiti, alcuni stanno leggendo
sotto il banco un romanzo proibito di Dumas o Gaboriau, alcuni stanno chiacchierando
con i loro compagni di banco. Ma esternamente sembrano tutti uguali. In cattedra siede
l'insegnante di turno, un tedesco alto e magro, «Passo da Gigante», nella sua uniforme,
una marsina blu dai bottoni dorati. Attraverso una porta aperta, si vede un'altra classe
nell'aula adiacente.
Io sono uno scolaro della seconda o terza «classe». Ma invece che la grammatica latina
dello Zeifert, consistente interamente di eccezioni che a volte vedo nei miei sogni a
tutt'oggi, o dei «Problemi» di Evtushenky, con il contadino che andava in città a
vendere il fieno, e la cisterna cui conducono tre condotti, ho dinanzi a me la «Fisica»
di Malinin e Bourenin. Mi son fatto prestare questo libro da uno dei ragazzi più grandi
e sto leggendo avidamente e con entusiasmo, sopraffatto ora da rapimento, ora da
terrore dinanzi ai misteri che mi si stanno svelando innanzi. Tutt'intorno a me mura
vanno in rovina e orizzonti infinitamente remoti e incredibilmente belli si rivelano.
Come se dei fili, precedentemente sconosciuti e insospettabili, iniziassero a stendersi e
a legare insieme le cose. Per la prima volta in vita mia il mio mondo emerge dal caos.
Ogni cosa diventa connessa, formando un tutto ordinato e armonioso. Comprendo,
leggo insieme una serie di fenomeni che erano sconnessi e sembravano non avere nulla
in comune. Ma cosa sto leggendo?
Sto leggendo il capitolo sulle leve. E tutt'insieme una moltitudine di semplici cose, che
io conoscevo come indipendenti e non aventi nulla in comune, poi, diventano connesse
e unite in un grande tutto. Un bastone posto sotto una pietra, un temperino, una pala,
un'altalena, tutte queste cose sono identiche, sono tutte «leve». In questa idea vi è
qualcosa di terrificante e allo stesso tempo attraente. Come mai non ne sapevo nulla?
Perché nessuno me ne ha mai parlato?
Perché mi si fanno imparare migliaia di cose inutili e non mi si dice nulla su questo?

(l)
Scuola classica statale divisa in otto classi, per ragazzi dai dieci ai diciotto anni circa
Tutto quello che sto scoprendo è così meraviglioso e così miracoloso che io divento
sempre più rapito, e sono preso da un certo presentimento di ulteriori rivelazioni che
mi attendono. È come se io avvertissi già l'unità di tutto e sono sopraffatto dal timore
alla sensazione.
Non posso più tenere dentro di me tutte le emozioni che mi fanno fremere. Voglio
provare a dividerle con il mio compagno di banco, un mio grande amico con il quale
spesso ho discorsi che mozzano il fiato. Sussurrando inizio a raccontargli delle mie
scoperte. Ma sento che le mie parole non gli trasmettono nulla e che io non posso
esprimere ciò che sento. n mio amico mi ascolta assente, non sentendo in modo
evidente neanche la metà di ciò che dico. Me ne accorgo e mi sento ferito, voglio
smettere di parlargli. Ma l'alto tedesco in cattedra si è già accorto che stiamo
«parlando» e che sto mostrando qualcosa al mio amico sotto il banco. Ci sgrida, e subito
dopo il mio amato «Fisica» è nelle sue stupide e antipatiche mani.
«Chi ti ha dato questo libro? Non puoi capirne nulla, comunque. E sono sicuro che non
hai preparato i tuoi compiti».
Il mio «Fisica» è ora sulla cattedra.
Sento intorno a me commenti e sussurri ironici sul fatto che Ouspensky legge la fisica.
Ma non mi importa. Riavrò «Fisica» domani; e l'alto tedesco è tutto fatto di grosse e
piccole leve!
Gli anni passano, uno dopo l'altro.
È il 1906 o il 1907. La redazione del quotidiano di Mosca Il Mattino. Ho appena
ricevuto i giornali stranieri, e devo scrivere un articolo sulla prossima Hague
Conference. Giornali francesi, tedeschi, inglesi, italiani. Frasi, frasi, frasi solidali,
critiche, ironiche, volgari, pompose, menzognere e, peggio ancora, completamente
automatiche, frasi che sono state usate centinaia di volte e che saranno usate ancora in
occasioni differenti, forse contraddittorie.
Io devo fare un compendio di tutte queste parole ed opinioni, pretendendo di prenderle
sul serio e proprio seriamente, scrivere qualcosa per conto mio. Ma cosa posso dire?
È tutto così noioso. Diplomatici e ogni sorta di uomini di stato si riuniranno insieme e
parleranno, i giornali approveranno o disapproveranno, simpatizzeranno o non
simpatizzeranno. Poi ogni cosa sarà come prima, o anche peggio.
È ancora presto, dico a me stesso; forse mi verrà in mente qualcosa più tardi. Spingendo
a lato i giornali apro un cassetto della mia scrivania. L'intera scrivania è piena zeppa di
libri dagli strani titoli, Il Mondo Occulto, La Vita dopo la Morte, Atlantide e Lemuria,
Dogmi e Rituali dell'Alta Magia, il Tempio di Satana, I Sinceri Racconti di un
Pellegrino e simili. Questi libri ed io siamo stati inseparabili per un intero mese, e il
mondo della Hague Conference e gli articoli di fondo diventano sempre più vaghi,
estranei e irreali per me.
Apro uno dei libri a casaccio, sentendo che il mio articolo non sarà scritto oggi. Bene,
può andare al diavolo! L'umanità non perderà nulla se vi è un articolo in meno sulla
Conferenza dell'Aia.
Tutti questi discorsi su una pace universale sono soltanto i sogni di Maniloff di
costruire un ponte sullo stagno (2). Non verrà mai fuori nulla da essa, prima di tutto
perché la gente che organizza le conferenze e quelli che stanno per dibattere sulla pace,
prima o poi inizieranno una guerra. Le guerre non iniziano da sole, né la «gente» le
inizia, per quanto ne sia accusata. Sono soltanto quegli uomini con le loro buone
intenzioni che sono di ostacolo alla pace. Ma è possibile aspettarsi che essi lo
capiscano? Qualcuno ha mai compreso la propria inutilità?
Una gran quantità di pensieri malvagi sulla Conferenza dell'Aia mi invade, ma capisco
che nessuno di essi è pubblicabile. L'idea della Conferenza dell'Aia proviene da
altissime fonti; perciò se uno scrive qualcosa sull'intera faccenda, deve scriverne
amichevolmente, specialmente se anche quelli dei nostri giornali, che sono
generalmente i più sospettosi e critici di tutti quelli che vengono dal governo,
disapprovano soltanto l'atteggiamento della Germania verso la conferenza. Il direttore
non passerebbe mai quello che potrei scrivere se dicessi tutto ciò che penso. E se per
qualche miracolo lo passasse, non sarebbe mai letto da nessuno. Il giornale sarebbe
sequestrato nelle strade dalla polizia, e sia l'editore che io saremmo costretti a fare un
viaggio molto lungo. Questa prospettiva non mi attrae, in fondo. Che utilità vi è nel
cercare di mostrare le bugie quando la gente le apprezza e vive in esse? È affar suo; ma
io sono stanco di mentire. Vi sono abbastanza bugie anche senza le mie.
Ma qui, in questi libri, c'è uno strano sapore di verità. Lo sento in modo particolarmente
forte, ora, perché per molto tempo ho tenuto me stesso, ho costretto me stesso tra
artificiali limiti «materialistici», ho negato a me stesso ogni sogno che non potesse
rientrare tra questi limiti. Ero vissuto in un mondo essiccato e sterilizzato, con un
infinito numero di tabù imposti al mio pensiero.
E improvvisamente questi strani libri abbatterono tutti i muri intorno a me, e mi fecero
pensare e sognare di cose che per molto tempo avevo temuto di pensare e sognare.
Improvvisamente iniziai a trovare strani significati in antiche fiabe; boschi, fiumi,
montagne divennero esseri viventi; una vita misteriosa pervase la notte; con nuovo
interesse e nuove aspettative, iniziai a sognare ancora di viaggi lontani e ricordai molte
cose straordinarie che avevo sentito intorno a vecchi monasteri.

(2)
Maniloff è il nome di un proprietario terriero sentimentale in Le Anime Morte di Gogol.
Idee ed emozioni che da allora avevano cessato di interessarmi, improvvisamente
iniziarono ad assumere importanza ed interesse.
Un profondo significato e molte sottili allegorie apparvero in ciò che soltanto ieri
sembravano essere ingenue fantasie popolari o crude superstizioni. E il più grande
mistero e il più grande miracolo fu che divenne possibile il pensiero che la morte forse
non esiste, che quelli che sono andati potrebbero non essere scomparsi del tutto, ma
che esistono da qualche parte e in qualche modo, e che forse un giorno potrei rivederli.
Sono diventato così abituato a pensare «scientificamente» che ho perfino paura di
immaginare che possa esservi qualcos'altro al di là del manto di vita esterno. Mi sento
come un uomo condannato a morte, i cui compagni sono stati impiccati e che si è già
abituato al pensiero che a lui tocca la stessa sorte; e improvvisamente viene a sapere
che i suoi compagni sono vivi, che sono scappati e che vi è speranza anche per lui. Ed
egli teme di crederlo, perché sarebbe così terribile se si scoprisse che è falso, che nulla
rimarrebbe se non la prigione e l'aspettazione dell'esecuzione.
Sì, lo so che tutti questi libri sulla «vita dopo la morte» sono molto ingenui. Ma
conducono da qualche parte; c'è qualcosa dietro di loro, qualcosa che avvicinai prima;
ma mi spaventò, e volai via da esso al nudo ed arido deserto del «materialismo».
La «Quarta Dimensione»!
Questa è la realtà che confusamente sentii tanto tempo fa, ma che poi mi sfuggì. Ora
vedo la mia strada; vedo il mio lavoro, e vedo dove può condurre.
La Conferenza dell'Aria, i giornali, è tutto così distante da me. Perché le persone non
comprendono che sono soltanto ombre, soltanto silhouettes di sé stesse e che l'intera
vita è soltanto un'ombra, soltanto una silhouette di qualche altra vita?
Gli anni passano.
Libri, libri, libri. Leggo, trovo, perdo, trovo ancora, ancora perdo. Infine un certo
insieme si forma nella mia mente. Vedo l'ininterrotta linea di pensiero e di conoscenza
che passa di secolo in secolo, di età in età, di paese in paese, da una razza all'altra, una
linea profondamente nascosta fra strati di religioni e filosofie che sono, infatti, soltanto
distorsioni e perversioni di idee appartenenti a questa linea. Vedo un'estesa letteratura
colma di significato che era quasi sconosciuta per me fino a poco tempo prima ma che,
come ora mi appare chiaro, nutre la filosofia che noi conosciamo, sebbene essa sia
scarsamente menzionata nei libri di testo di storia e filosofia. E sono stupito, ora, di
non averla conosciuta prima, che vi siano così pochi che ne hanno sentito parlare. Chi
sa, per esempio, che un comune mazzo di carte da gioco contenga un profondo e
armonioso sistema filosofico? Questo è così completamente dimenticato che sembra
quasi nuovo.
Decido di scrivere, di raccontare quel che ho trovato. E allo stesso tempo vedo che è
perfettamente possibile far andare d'accordo le idee di questo pensiero nascosto con i
dati della conoscenza esatta, e capisco che la «quarta dimensione», è il ponte che può
esser gettato tra l'antica e la nuova conoscenza. E vedo e trovo idee della quarta
dimensione nel simbolismo antico, nelle carte dei Tarocchi, nelle immagini degli dèi
Indiani, nei rami di un albero, e nelle linee del corpo umano.
Raccolgo materiale, scelgo citazioni, preparo riassunti con l'idea di mostrare la
particolare connessione interiore che io ora vedo tra metodi di pensiero che
ordinariamente sembrano separati e indipendenti. Ma nel mezzo di questo lavoro,
quando ogni cosa è ormai pronta, ogni cosa prende forma, improvvisamente inizio a
sentire un brivido di dubbio e di stanchezza strisciare su di me.
Bene, sarà scritto un nuovo libro, ma già ora, mentre sto appena iniziando a scriverlo,
so come andrà a finire. Conosco i limiti al di là dei quali è impossibile andare. Il lavoro
è fermo. Non posso mettermi a scrivere sulle illimitate possibilità della conoscenza
quando già da me stesso ne vedo il limite. I vecchi metodi non sono buoni; è necessario
qualche altro metodo. La gente che pensa di poter ottenere qualcosa con i propri sforzi
è cieca quanto quelli che ignorano completamente le possibilità della nuova
conoscenza.
Abbandono il lavoro sui libri.
Trascorrono i mesi e divengo completamente assorbito in strani esperimenti che mi
portano molto al di là dei limiti del conosciuto e del possibile.
Spaventose e affascinanti sensazioni. Tutto diventa vivo! Non vi è nulla di morto o
inanimato. Avverto il battito del polso della vita. «Vedo» l'Infinito.
Poi ogni cosa svanisce. Ma ogni volta mi dico, poi, che questo è successo, perciò
esistono cose che sono differenti dall'ordinario. Ma rimane così poco; posso raccontare
a me stesso soltanto una parte infinitesimale di quel che è stato. E non posso controllare
nulla, dirigere nulla. Qualche volta questo accade, qualche volta no. Qualche volta
arriva soltanto orrore, qualche volta una luce accecante. Talvolta un po' rimane nella
memoria, talvolta assolutamente nulla. Qualche volta comprendo molte cose, si
dischiudono nuovi orizzonti, ma soltanto per un momento. E questi momenti sono così
brevi che non posso mai essere certo di aver visto qualcosa o no. La luce divampa e
muore prima che io abbia il tempo di dirmi quel che ho visto. E ogni giorno, ogni volta,
diventa sempre più difficile accendere questa luce. Spesso sembra che il primo
esperimento mi abbia dato tutto, che poi non vi sia stato altro che una ripetizione delle
stesse cose nella mia coscienza, soltanto un riflesso. So che questo non è vero e che
ogni volta ricevo qualcosa di nuovo. Ma è difficile sbarazzarsi di questo pensiero. E
ciò aumenta la sensazione di impotenza che avverto di fronte al muro dietro il quale
posso guardare per un momento, ma mai abbastanza a lungo da poter raccontare a me
stesso quel che ho visto. Ulteriori esperimenti accentuano la mia incapacità di afferrare
il segreto. n pensiero non afferra, non rende quel che a volte sento chiaramente. n
pensiero è troppo lento, troppo breve.
Non vi sono parole e forme per rendere quel che uno vede e sa in tali momenti. Ed è
impossibile fissare questi momenti, arrestarli, renderli più lunghi, più obbedienti alla
volontà. Non vi è possibilità di ricordare ciò che si è trovato e compreso, e più tardi
ripeterlo a sé stessi. Scompare come un sogno. Forse non è altro che un sogno.
Eppure allo stesso tempo non è così. So che non è un sogno. In questi esperimenti ed
esperienze vi è un sapore di realtà che non può essere limitato e sul quale non ci si può
sbagliare. So che tutto questo esiste. Sono convinto di ciò. L 'Unità esiste. E so già che
è infinita, ordinata, animata e cosciente. Ma come legare «ciò che è in alto» con «ciò
che è in basso»?
Sento che è necessario un metodo. Vi è qualcosa che uno deve sapere prima di iniziare
degli esperimenti. E sempre più spesso inizio a pensare che questo metodo può essere
offerto soltanto da quelle scuole Orientali di Yogi e di Sufi delle quali si legge e si
sente parlare, se tali scuole esistono e se possono essere penetrate. n mio pensiero si
concentra su questo. La questione della scuola e di un metodo acquista per me un
significato predominante, sebbene non sia ancora chiara e sia connessa con troppe
fantasie e idee basate su teorie molto dubbie. Ma una cosa vedo chiaramente, che da
solo, da me stesso, non posso fare nulla.
E decido di iniziare un lungo viaggio con l'idea di cercare quelle scuole o persone che
possano indicarmi la via ad esse.

1912

•••

La mia via conduceva in Oriente. I miei precedenti viaggi mi avevano convinto che era
rimasto ancora molto in Oriente che da molto tempo aveva cessato di esistere in
Europa. Allo stesso tempo non ero completamente sicuro che avrei trovato
precisamente quello che volevo. E soprattutto non potevo dire con certezza cosa
esattamente dovevo cercare. La questione delle «scuole» (sto parlando, naturalmente,
di scuole «esoteriche» o «occulte») conteneva ancora molto che non era chiaro. Ma
non potevo dire se era necessario presumere l'esistenza fisica di tali scuole sulla terra.
Talvolta mi sembrava che le vere scuole potessero esistere soltanto su un altro piano e
che noi potessimo approcciarle soltanto in speciali stati di coscienza, senza un effettivo
cambiamento di luogo o di condizioni. In quel caso il mio viaggio diventava inutile.
Eppure mi sembrava che potessero esserci metodi tradizionali di approccio
all'esoterismo ancora conservati in Oriente.
La questione delle scuole coincideva con la questione della successione esoterica.
Alcune volte mi sembrava possibile ammettere un'interrotta successione storica. Altre
volte mi sembrava che fosse possibile soltanto una successione «mistica», cioè che la
linea di successione si spezzi, scompaia dal nostro campo visivo. Rimangono soltanto
tracce di essa: opere d'arte, memoriali letterari, miti, religioni. Poi, forse, solo dopo un
lungo intervallo di tempo, le stesse cause che un tempo crearono il pensiero esoterico
iniziano a lavorare ancora, e nuovamente inizia il processo di raccolta della
conoscenza, sono create delle scuole, e l'antico insegnamento emerge dalla sua forma
nascosta. Questo significherebbe che durante il periodo intermedio potrebbero non
esservi scuole completamente o correttamente organizzate, ma soltanto scuole di
imitazione o scuole che preservano la lettera dell'antica legge pietrificata in forme fisse.
Comunque questo non mi scoraggiava. Ero pronto ad accettare qualunque cosa che i
fatti che speravo di trovare mi avessero mostrato.
C'era anche un'altra questione che mi interessava prima del mio viaggio e durante la
prima parte di esso.
Si dovrebbe e si potrebbe tentare di fare qualcosa qui ed ora con una conoscenza,
ovviamente insufficiente, di metodi, modi e possibili risultati?
Chiedendomi questo avevo in mente vari metodi di respirazione, alimentazione,
digiuno, esercizi di attenzione e immaginazione e, soprattutto, di superamento di
momenti di passività e lassismo.
Rispondendo a questa domanda le voci in me erano divise: «Non importa quel che si
fa, si deve soltanto fare qualcosa» diceva una voce; «ma non si dovrebbe sedere e
attendere che qualcosa arrivi a sé stessi».
«In realtà non si dovrebbe precisamente fare nulla» diceva un'altra voce, «finché non
si conosce sicuramente e definitivamente cosa si dovrebbe fare per raggiungere un
determinato scopo. Se si comincia a fare qualcosa senza sapere esattamente cosa è
necessario per un certo obiettivo, questa conoscenza non arriverà mai. n risultato sarà
il "lavoro su sé stessi" di vari libri "occulti" e "teosofici", cioè finzione».
E ascoltando queste due voci dentro di me ero incapace di decidere quale di esse fosse
quella giusta.
Dovrei provare o dovrei attendere? Capivo che in molti casi era inutile provare. Come
potrei provare a dipingere un quadro? Come si potrebbe provare a leggere il Cinese?
Si deve prima studiare e sapere, cioè essere capace di farlo.
Allo stesso tempo comprendevo che in queste ultime argomentazioni vi era un gran
desiderio di scansare difficoltà o perlomeno di posporle. Comunque la paura di tentativi
amatoriali di «lavorare su sé stessi» aveva più importanza del resto. Dicevo a me stesso
che nella direzione in cui volevo andare era impossibile procedere alla cieca, che
bisognava vedere o sapere dove si stava andando. Inoltre non desideravo neanche alcun
cambiamento in me stesso. Stavo andando alla ricerca di qualcosa. Se nel mezzo di
questo processo di ricerca avessi iniziato a cambiare, forse avrei potuto esser
soddisfatto di qualcosa completamente differente da quello che volevo cercare. Mi
sembrava che questo fosse esattamente quello che accadeva alle persone sulla strada
della ricerca «occulta». Esse iniziano a provare vari metodi su sé stesse e pongono tante
aspettative, tanto lavoro e sforzo in questi tentativi che alla fine scambiano i risultati
soggettivi dei loro sforzi con i risultati della loro ricerca. Volevo evitare questo a tutti
i costi.
Ma uno scopo completamente differente e quasi inaspettato per il mio viaggio iniziò a
delinearsi fin dai primi mesi dei miei spostamenti.
Quasi in ogni posto in cui andavo, e anche durante il viaggio, incontravo gente
interessata alle stesse idee cui io ero interessato, che parlavano la stessa lingua che io
parlavo, gente con la quale si stabili istantaneamente una comprensione del tutto
caratteristica. Dove questa speciale comprensione avrebbe portato non ero
naturalmente in grado di dire, a quel tempo, ma nelle condizioni e con il materiale di
idee che possedevo allora, anche una tale comprensione sembrava quasi miracolosa.
Alcune di queste persone si conoscevano l'un l'altra, altre no. E io sentivo che stavo
stabilendo un legame tra loro, che io stavo, appunto, tenendo un filo che, secondo il
piano originale del mio viaggio, doveva diffondersi nel mondo.
C'era qualcosa che mi attraeva e che era pieno di significato in questi incontri. Ad ogni
uomo che incontravo parlavo di quelli incontrati prima, e talvolta sapevo in anticipo le
persone che avrei incontrato poi.
San Pietroburgo, Londra, Parigi, Genova, il Cairo, Colombo, Galle, Madras, Benares,
Calcutta, erano unite da invisibili fili di comuni speranze e comuni aspettative. E più
gente incontravo, più questo lato del mio viaggio mi prendeva. Era come se fosse sorta
da esso una certa società segreta, senza nome, forma, senza leggi convenzionali, ma
strettamente unita da comunanza di idee e di linguaggio. Spesso pensavo a quanto
avevo scritto io stesso nel Tertium Organum circa persone di una «nuova razza». E mi
sembrava che non ero stato lontano dalla verità e che c'è effettivamente in corso il
processo di formazione, se non di una nuova razza, almeno di una nuova categoria di
uomini, per i quali esistono valori differenti da quelli di altra gente.
In connessione con questi pensieri giunsi di nuovo alla necessità di mettere in ordine e
di disporre sistematicamente tutto quello che nell'intera nostra conoscenza conduce a
«nuovi fatti». E decisi che dopo il mio ritorno avrei ripreso il lavoro sul mio libro,
abbandonato, ma con nuovi scopi e nuove intenzioni.
Allo stesso tempo iniziai a fare certe conoscenze in India e a Ceylon e mi sembrava
che in breve tempo sarei stato capace di dire che avevo trovato fatti concreti.
Ma arrivò un brillante e soleggiato mattino quando, al mio ritorno dall'India, stavo sul
ponte della nave a vapore che andava da Madras a Colombo, e doppiando Ceylon da
sud. Questa era la terza volta che mi avvicinavo a Ceylon durante questo periodo, in
ogni occasione da una differente direzione. La spiaggia pianeggiante con le colline blu
in lontananza rivelava simultaneamente quello che non poteva mai esser visto quando
si era lì sul posto. Attraverso i miei occhiali vedevo la piccola ferrovia che andava a
sud e improvvisamente alcune piccole stazioni, che sembravano essere quasi una a
fianco dell'altra. Sapevo anche i loro nomi: Kollupitiya, Bambalapatiya, Wellawatta, e
altri.
Avvicinarmi a Colombo mi eccitava. Ero lì per sapere: primo, se avessi trovato ancora
l'uomo che avevo incontrato prima del mio ultimo viaggio in India e se mi avesse
ripetuto la proposta di incontrare alcuni Yogi; secondo, dove sarei andato poi: se sarei
tornato in Russia, o sarei andato più avanti verso Bruma, Siam, Giappone e America.
Ma non mi aspettavo quel che in realtà trovai.
La prima parola che udii sbarcando fu: guerra. Iniziarono allora giorni strani,
disordinati. Tutto era gettato nella confusione. Ma io già sentivo che la mia ricerca in
un certo senso era già finita, e compresi allora perché avevo sempre sentito che era
necessario affrettarsi. Un nuovo ciclo stava iniziando.
Ed era quasi impossibile sapere come sarebbe stato e a cosa avrebbe portato.
Una sola cosa fu chiara fin dall'inizio, che ciò che era possibile ieri diventava
impossibile oggi. Tutta la melma stava riaffiorando dal fondo della vita. Tutte le carte
si mischiarono. Tutti i fili si spezzarono.
Rimase soltanto ciò che avevo provato da me stesso. Nessuno poteva togliermelo. E
sentivo che soltanto ciò poteva portarmi avanti.

1914 - 1930
Capitolo I
ESOTERISMO E PENSIERO MODERNO
L'idea di una conoscenza che superi tutta la comune conoscenza umana e che sia
inaccessibile alla gente comune, ma che esista in qualche luogo e appartenga a
qualcuno, permea l'intera storia del pensiero umano fin dai più remoti periodi. E
secondo alcuni memoriali del passato, una conoscenza piuttosto differente dalle nostre
formava l'essenza e il contenuto del pensiero umano in quei tempi quando, secondo
opinioni altrui, l'uomo differiva molto poco, o per niente, dagli animali.
La «conoscenza nascosta» è perciò talvolta chiamata «antica conoscenza». Ma
naturalmente questo non spiega nulla. Bisogna notare, comunque, che tutte le religioni,
tutti i miti, tutte le credenze, tutte le leggende eroiche di tutti i popoli e paesi sono basati
sul riconoscimento dell'esistenza in qualche tempo e in qualche luogo di una
conoscenza molto superiore alla conoscenza che noi possediamo o possiamo
possedere. E ad un certo grado il contenuto di tutte le religioni e di tutti i miti consiste
di forme simboliche che rappresentano tentativi di trasmettere l'idea di una conoscenza
nascosta.
D'altro canto nulla dimostra così chiaramente la debolezza del pensiero o
dell'immaginazione umana come idee esistenti quanto l'argomento di una conoscenza
nascosta. La parola, il concetto, l'idea, l'aspettativa esistono, ma non vi sono concrete
forme di percezione connesse con questa idea. E molto spesso è stato necessario
disseppellire l'idea stessa da montagne di bugie, sia intenzionali che involontarie, da
inganno e auto-inganno e da ingenui tentativi di presentare in forme intelligibili
adottate per la vita comune quel che nella sua stessa natura non può rassomigliarvi.
Il trovare tracce di una antica o nascosta conoscenza, o anche accenni della sua
esistenza, assomiglia al lavoro di archeologi che cercano vestigia di qualche antica e
dimenticata civiltà, e le trovano seppellite tra parecchi strati di cimiteri lasciati da
persone che una volta avevano vissuto in quel luogo, probabilmente separati da
migliaia di anni e inconsapevoli dell'esistenza gli uni degli altri.
Ma ogni volta che un investigatore giunge al tentativo di esprimere in un modo o
nell'altro il contenuto di una conoscenza nascosta, egli invariabilmente nota la stessa
cosa, e cioè l'incredibile povertà dell'immaginazione umana di fronte a questa idea.
L'umanità, di fronte all'idea di una conoscenza nascosta ricorda alcuni personaggi di
fiabe ai quali viene promesso, da alcune dee, fate o maghi, che otterranno tutto quello
che vogliono a condizione che dicano esattamente quel che vogliono. E normalmente
nelle favole i personaggi non sanno che cosa chiedere. In alcuni casi la fata o il mago
offrono di esaudire almeno tre desideri, ma anche questo è inutile. In tutte le fiabe di
ogni epoca e di ogni gente, gli uomini si perdono senza speranza appena vengono messi
a confronto con il problema di quello che vogliono e di quello che piacerebbe loro
avere. Sono proprio incapaci a formulare il proprio desiderio. O in quel momento essi
ricordano soltanto alcuni desideri senza importanza, o essi esprimono parecchi desideri
contraddittori che si annullano l'uno con l'altro; o anche, come nella favola de «Il
Pescatore e il Pesce» (l), essi non sono capaci di mantenersi nei limiti del possibile e,
desiderando sempre più, finiscono col tentare di soggiogare le forze superiori, non
essendo coscienti della povertà dei propri poteri e delle proprie capacità.
E così ancora una volta falliscono, ancora perdono tutto quel che avevano acquisito,
perché essi stessi non sanno chiaramente quel che vogliono.
In una forma divertente questa idea della difficoltà di formulare desideri e del raro
successo degli uomini in essa è espressa in una storia indiana:
Un mendicante, che era nato cieco, conduceva vita solitaria e viveva della carità dei
suoi vicini. Egli per lungo tempo e incessantemente assillava una particolare deità con
le sue preghiere. Quest'ultima fu infine commossa dalla sua continua devozione, ma
temendo che il suo voto non potesse essere facilmente soddisfatto, ebbe cura di
vincolarlo con un patto: di non chiedere più di una singola benedizione.
Ciò confuse il mendicante per un lungo periodo, ma infine la sua professionale
ingenuità venne in suo aiuto.
«Mi sono affrettato ad obbedirti per il meglio, generoso Signore!» iniziò, «e questo
solo desiderio è tutto quel che chiedo alle tue mani, e cioè che io possa vivere fino a
vedere il nipote di mio nipote che gioca in un meraviglioso palazzo aiutato da una
schiera di attendenti per il suo pasto di riso e latte in una coppa dorata». E concluse
esprimendo la speranza di non aver ecceduto il limite di un solo desiderio che gli era
stato generosamente concesso.
La deità vide che egli aveva agito onestamente, che sebbene in forma singola il
mendicante chiedeva le incluse benedizioni della salute, ricchezza, lunga vita,
riacquisto della vista, matrimonio e progenie. Soltanto per la grande ammirazione
dell'astuzia del suo devoto e per il suo impeccabile tatto, se non in adempimento della
sua parola, la deità si sentì costretta a garantirgli tutto quello che egli aveva chiesto (2).
Nella leggenda di Salomone (I Re, 3,5-1 5) troviamo una spiegazione di quel che gli
uomini possono ricevere se soltanto sanno cosa desiderare.
Il Signore apparve a Salomone in un sogno, di notte, a Gibeon; e Dio disse: Chiedi e ti
verrà dato.

(l)
Una favola in versi di Puskin, molto popolare in Russia, basata su un'antica storia di fate.
(2) Indian Tales, pubblicato da G.A. Natesan and Co. (Madras, 1 920), p. 134.
E Salomone disse ... Non sono che un bambino: non so come uscire, né come entrare
E il tuo servo è in mezzo alla gente ...
Concedi perciò al tuo servo un cuore comprensivo per giudicare la tua gente, che io
possa discernere tra bene e male ...
E al Signore piacquero le parole con le quali Salomone aveva chiesto questa cosa.
E Dio gli disse: Poiché tu hai chiesto questa cosa e non lunga vita per te stesso; né hai
chiesto ricchezze per te stesso, né hai chiesto la vita dei tuoi nemici; ma hai chiesto per
te stesso comprensione ...
Guarda, ho fatto secondo le tue parole; ti ho dato un cuore saggio e comprensivo; così
che non vi è stato nessuno, come te prima di te, né dopo di te nascerà alcuno come te.
E io ti ho dato anche quello che non hai chiesto, sia ricchezza che onore ... e allungherò
i tuoi giorni.
L'idea di una conoscenza nascosta e la possibilità di trovarla dopo una lunga ed ardua
ricerca è il contenuto della leggenda del Sacro Graal.
Il Sacro Graal, la coppa alla quale Cristo bevve (o il piatto nel quale mangiò) durante
l'Ultima Cena e nella quale Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo, fu,
secondo una leggenda medioevale, portata in Inghilterra.
A coloro che lo vedevano, il Graal dava immortalità ed eterna giovinezza. Ma doveva
esser guardato soltanto da persone perfettamente pure di cuore. Se gli si avvicinava
qualcuno che non fosse puro abbastanza, il Graal scompariva. Da qui seguì la leggenda
della ricerca del Sacro Graal da parte di casti cavalieri.
Soltanto tre cavalieri di Re Artù riuscirono a vedere il Graal.
Molte storie e miti, quello del Vello d'Oro, l'Uccello di Fuoco (del folklore Russo), la
lampada di Aladino, e quelli su ricchezze e tesori segreti custoditi da draghi o altri
mostri, servono ad esprimere il rapporto tra l'uomo e la conoscenza nascosta.
Anche la «pietra filosofale» degli alchimisti simboleggiava la conoscenza nascosta.
Tutti i modi di vedere la vita sono divisi in due categorie su questo punto. Vi sono
concezioni del mondo interamente basate sull'idea che viviamo in una casa nella quale
c'è qualche segreto, qualche tesoro nascosto, qualche nascosta riserva di cose preziose,
che qualcuno ad un certo momento può trovare e che occasionalmente, infatti, è stata
trovata. E allora da questo punto di vista, l'intero scopo e l'intero significato della vita
consiste nella ricerca di questo tesoro, poiché senza esso il resto non ha valore. E vi
sono altre teorie e sistemi nei quali non vi è idea del «tesoro trovato», per la quale tutto
è ugualmente visibile e chiaro, oppure tutto è invisibile e oscuro.
Se ai nostri giorni sono diventate predominanti teorie della seconda specie, cioè quelle
che negano la possibilità di una conoscenza nascosta, non dobbiamo dimenticare che
esse lo sono diventate soltanto molto recentemente e soltanto tra una piccola, sebbene
molto rumorosa, parte dell'umanità. La grande maggioranza della gente, in realtà,
ancora crede nelle «favole» e crede che vi siano momenti in cui le favole diventano
realtà.
Ma per sua sfortuna, in quei momenti in cui qualcosa di nuovo e di sconosciuto diventa
possibile, l'uomo non sa quello che vuole e l'opportunità che improvvisamente era
apparsa, altrettanto improvvisamente scompare.
L'uomo è conscio di essere circondato dal muro dell'Ignoto, e allo stesso tempo crede
che può andare al di là del muro e che altri l'hanno fatto; ma non può immaginare, o
immagina molto vagamente, quel che può esservi dietro questo muro. Egli non sa
quello che gli piacerebbe trovare lì o quello che significhi possedere conoscenza. Non
gli viene neanche in mente che un uomo possa essere in diversi rapporti con l'Ignoto ...
L'Ignoto non è conosciuto. Ma l'Ignoto può essere di diverse specie, proprio come nella
vita comune. Un uomo può non avere una precisa conoscenza di una particolare cosa,
ma può pensare, dare giudizi e fare supposizioni su di essa, può congetturarla e
prevederla con un tale grado di correttezza e accuratezza che le sue azioni e aspettative
in rapporto a ciò che è ignoto, in un caso particolare, possono anche essere giuste.
Esattamente nello stesso modo, rispetto al Grande Ignoto, un uomo può essere in
differenti rapporti, o può non fare alcuna supposizione, o può dimenticare ogni cosa
intorno alla reale esistenza dell'Ignoto. In questi ultimi casi, quando non fa supposizioni
o dimentica l'esistenza dell'Ignoto, allora, anche quello che era possibile in altri casi,
cioè l'accidentale coincidenza di congetture e speculazioni con la realtà sconosciuta,
diventa impossibile.
In questa incapacità dell'uomo di immaginare ciò che esiste al di là del muro del
conosciuto e del possibile giace la sua principale tragedia, e in questo, come è stato già
detto, giace la ragione per cui così tanto gli rimane nascosto e per cui vi sono così tante
domande alle quali non potrà mai trovare risposta.
Nella storia del pensiero umano vi sono molti tentativi di definire i limiti della
conoscenza possibile. Ma non vi sono tentativi interessanti dì concepire quello che
l'estensione di questi limiti voglia significare e dove possa necessariamente portare.
Una tale asserzione può sembrare un paradosso intenzionale. La gente solleva spesso
un così gran clamore sulle illimitate possibilità della conoscenza, sugli immensi
orizzonti che si aprono di fronte alla scienza, e così via, ma effettivamente tutte queste
«illimitate possibilità» sono limitate dai cinque sensi - vista, udito, odorato, tatto e
gusto - più la capacità di ragionare e dì comparare - al di là dei quali un uomo non può
mai andare.
Non teniamo sufficientemente conto di questa circostanza, o la dimentichiamo, e
questo spiega perché siamo incerti quando vogliamo definire la «conoscenza comune»,
la «conoscenza possibile» e la «conoscenza nascosta», o le differenze tra esse.
In tutti i miti e le favole di tutti i tempi troviamo l'idea di «magia», «incantesimo» e
«stregoneria» che, man mano che ci avviciniamo al nostro tempo, prende la forma di
«spiritualismo», «occultismo» e simili. Ma anche la gente che crede in queste parole
comprende in modo molto imperfetto cosa esse realmente significhino ed in quali
aspetti la conoscenza di un «mago» o di un «occultista» differisca dalla magia di un
uomo comune; e perciò tutti i tentativi dì creare una teoria della conoscenza magica
finiscono per fallire. n risultato è sempre qualcosa di indefinito ma, sebbene
impossibile, non fantastico poiché il «mago» di solito appare come un uomo comune
dotato di qualche esagerata facoltà in una direzione. E l'esagerazione di qualcosa su
strade conosciute già da lungo tempo non può creare nulla dì fantastico.
Anche se la conoscenza «miracolosa» è un approccio alla conoscenza dell'Ignoto, le
persone non sanno come avvicinarsi al miracoloso. In questo esse sono grandemente
ostacolate dall'interferenza della letteratura «pseudo-occulta», che spesso si batte per
abolire le divisioni sopra menzionate e per provare l'unità della conoscenza scientifica
e di quella «occulta».
Così, in una tale letteratura, spesso ci si imbatte in asserzioni che la «magia» o la
conoscenza «magica» non sono altro che conoscenze in anticipo sul proprio tempo. Per
esempio si dice che alcuni medici medioevali possano aver avuto qualche nozione di
elettricità. Per il loro tempo questo era «magia». Per questo non ha cessato di essere
magico. E quel che può apparire magico per noi potrebbe cessare di essere magico per
le future generazioni.
Una tale asserzione è piuttosto arbitraria e, distruggendo le necessarie divisioni, ci
impedisce di stabilire un corretto atteggiamento verso i fatti. La conoscenza magica o
occulta è una conoscenza basata su sensi che sorpassano i nostri cinque sensi, e su una
capacità di pensiero che sorpassa il pensiero comune, ma è conoscenza tradotta in
linguaggio logico comune, se ciò è possibile o per quanto sia possibile.
Parlando del linguaggio comune, è necessario ripetere ancora una volta che, sebbene il
contenuto della conoscenza non sia costante, cioè sebbene cambi e cresca, cresce
sempre lungo linee definite e rigorosamente fissate. Tutti i metodi scientifici, tutti gli
apparati, tutti gli strumenti e i congegni non sono altro che un miglioramento e
un'estensione dei «cinque sensi», mentre la matematica e tutti i possibili calcoli non
sono altro che l'allargamento dell'ordinaria capacità di comparazione, ragionamento e
del tirare le conclusioni. Ma allo stesso tempo alcune costruzioni matematiche vanno
talmente al di là del regno della comune conoscenza da perdere ogni contatto con esso.
La matematica trova tali relazioni di grandezze o relazioni di relazioni che non hanno
equivalenti nel mondo fisico che osserviamo. Ma siamo incapaci di fare uso di queste
conquiste matematiche, perché in tutte le nostre osservazioni e i nostri ragionamenti
siamo legati ai «cinque sensi» e alle leggi della logica.
In ogni periodo storico la conoscenza umana, sarebbe a dire la «conoscenza comune»
o la conoscenza «nota», «accettata», abbracciava un definito ciclo di osservazioni e le
deduzioni tratte da esse. Col trascorrere del tempo questo ciclo si fece più esteso ma,
se così si può dire, rimase sempre sullo stesso piano. Non è mai andato al di là di esso.
Credendo nella possibilità e nell'esistenza della «conoscenza nascosta» la gente vi
ascriveva sempre nuove proprietà, sempre la considerava come se si innalzasse al di
sopra della conoscenza comune e si allargasse al di là dei limiti dei «cinque sensi».
Questo è il vero significato di «conoscenza nascosta», di magia, di conoscenza
miracolosa e così via. Se togliamo dalla conoscenza nascosta l'idea che essa vada al di
là dei cinque sensi, perderebbe ogni significato e importanza.
Se, tenendo tutto questo in considerazione, diamo uno sguardo alla storia del pensiero
umano nella sua relazione con il Miracoloso, possiamo trovare materiale per accertare
il possibile contenuto dell'Ignoto. Questo dovrebbe esser possibile perché, a dispetto
della propria povertà di immaginazione e della divergenza dei suoi tentativi, l'umanità
ha fatto alcuni tentativi nel modo giusto.
Un tale sommario delle aspirazioni dell'umanità di penetrare nel regno
dell'incomprensibile e del misterioso è interessante specialmente al momento presente,
in cui lo studio psicologico dell'uomo ha dimostrato la realtà degli stati di coscienza
che a lungo sono stati considerati patologici, e ha ammesso il loro valore cognitivo,
cioè il fatto che in questi stati di coscienza l'uomo è capace di conoscere quello che non
può conoscere in stati ordinari. Ma questo studio è arrivato ad un punto morto e non è
andato più avanti.
È stato riconosciuto che, rimanendo in campo scientifico, è impossibile considerare lo
stato ordinario di coscienza nel quale siamo capaci di pensiero logico come l'unico
possibile, e il più chiaro. Al contrario è stato stabilito che in altri stati di coscienza, che
sono rari e sono stati studiati molto poco, possiamo imparare e comprendere quello che
non si può comprendere nel nostro ordinario stato di coscienza. Questo a sua volta
serviva per stabilire il fatto che lo stato «ordinario» di coscienza è soltanto un
particolare esempio di coscienza, e che la nostra concezione «ordinaria» del mondo è
soltanto un particolare esempio di concezione del mondo.
Lo studio di questi insoliti, rari ed eccezionali stati dell'uomo ha stabilito, inoltre, una
certa unità, una certa connessione e consecutività, e una completamente illogica
«logicità» nel contenuto dei cosiddetti stati «mistici» di coscienza.
A questo punto, comunque, lo studio degli «stati mistici di coscienza» è giunto ad un
punto morto e non ha progredito oltre.
È piuttosto difficile definire uno stato mistico di coscienza per mezzo della comune
terminologia psicologica. A giudicare dai segni esteriori un tale stato ha molto in
comune con stati sonnambulici e psicopatologici. Non v'è nulla di nuovo intorno al
riconoscimento del valore cognitivo degli stati «mistici» di coscienza. Questo fatto è
nuovo soltanto per la «scienza». La realtà e il valore degli stati mistici di coscienza
sono stati riconosciuti senza eccezione da ogni religione che esiste o che sia mai
esistita. Secondo la definizione dei teologi della Chiesa Ortodossa, gli stati mistici di
coscienza non possono sciogliere o giungere nuovi dogmi che sono già conosciuti per
mezzo della rivelazione.
È evidente da ciò che questi stati mistici di coscienza non sono opposti alla rivelazione
di base, ma sono, appunto, considerati come fenomeni della stessa natura, sebbene di
minor forza. Essi possono spiegare dogmi dati dalla rivelazione, ma non possono
aggiungerne di nuovi. Sfortunatamente le interpretazioni teologiche si mantengono
sempre nei limiti dei dogmi e delle leggi canoniche di una particolare religione; non
possono valicare questi limiti a causa della loro propria natura.
Per quanto riguarda la scienza ho già detto che essa ha mostrato scarso interesse nel
misticismo, assegnandolo alla sfera della patologia o, al meglio, alla sfera
dell'immaginazione.
La parola «misticismo» è usata in molti sensi diversi; per esempio, nel senso di un certo
tipo di teoria o di insegnamento. Secondo una interpretazione non insolita nei dizionari,
la parola «misticismo» include tutti quegli insegnamenti e credenze che riguardano la
vita al di là della morte, l'anima, spiriti, forze nascoste nell'uomo, Divinità, che non
rientrano nei comuni e riconosciuti insegnamenti religiosi.
Ma l'uso di questa parola in un tale senso è completamente sbagliata, dal momento che
il suo fondamentale significato è così distrutto. Di conseguenza, in questo libro la
parola «misticismo» sarà usata d'ora innanzi soltanto nel suo senso psicologico, cioè
nel senso di speciali stati di coscienza, e idee e concezioni del mondo direttamente
risultanti da questi stati. E se sarà menzionata in un altro senso, per esempio nel senso
di certe teorie, questo fatto sarà denotato in modo speciale.
Un esame di quel che è conosciuto del misticismo e degli stati di coscienza mistici è di
grande interesse in relazione all'idea di conoscenza nascosta. Se noi non seguiamo né
la visione scientifica né quella religiosa, ma cerchiamo di comparare le descrizioni
delle esperienze mistiche di persone di razze interamente differenti, di differenti periodi
e di differenti religioni, troveremo una impressionante rassomiglianza tra queste
descrizioni, che non può in nessun caso essere spiegata con la somiglianza di
preparazione o con la rassomiglianza di modi di pensare e di sentire. Negli stati mistici,
gente completamente differente in condizioni completamente differenti impara la
stessa identica cosa, e ciò che è ancora più impressionante è che negli stati mistici non
v'è differenza di religioni.
Tutte le esperienze sono assolutamente identiche; la differenza può sussistere soltanto
nel linguaggio e nella forma della descrizione. Nel misticismo di differenti paesi e
differenti popoli le stesse immagini, le stesse scoperte sono invariabilmente ripetute.
Come dato di fatto può esservi abbastanza di questo materiale sul quale costruire una
nuova religione sintetica. Ma le religioni non sono costruite dalla ragione. Le
esperienze mistiche sono intelligibili soltanto negli stati mistici. Tutto quel che
possiamo ottenere da uno studio intellettuale degli stati mistici sarà soltanto
un'approssimazione ad un indizio di una certa comprensione. Il misticismo è
interamente emozionale, interamente fatto di sottili, incomunicabili sensazioni che
sono ancora più incapaci di espressioni verbali e definizioni logiche di quanto possano
esserlo cose come il suono, il colore e la linea.
In relazione all'idea di conoscenza nascosta il misticismo può essere considerato come
un farsi breccia della conoscenza nascosta nella nostra coscienza.
Questo non vuoi dire, comunque, che tutti i mistici invariabilmente riconoscano
l'esistenza della conoscenza nascosta e la possibilità di acquisirla mediante lo studio e
il lavoro. Per molti mistici le loro esperienze sono un atto di grazia, un dono di Dio, e
dal loro punto di vista nessuna conoscenza potrà mai condurre le persone a questa
grazia o rendere l'acquisizione di essa più facile.
Quindi, da un certo punto di vista, il misticismo non potrebbe esistere senza la
conoscenza nascosta, e l'idea della conoscenza nascosta non potrebbe essere conosciuta
senza il misticismo. Da un altro punto di vista l'idea di conoscenza nascosta che è
posseduta da qualcuno e che può esser trovata attraverso mezzi intellettuali non è
necessaria per il misticismo, poiché l'intera conoscenza è contenuta nell'anima
dell'uomo, e il misticismo è la via a questa conoscenza e la via a Dio.
In considerazione di questo duplice atteggiamento del misticismo nei confronti della
conoscenza nascosta è necessario operare una distinzione tra queste due idee.
La conoscenza nascosta è un'idea che non è contenuta in nessun'altra idea.
Se è ammessa l'idea di conoscenza nascosta, è ammessa come appartenente a certe
persone, ma persone che non conosciamo, ad un cerchio interno dell'umanità.
Secondo questa idea, l'umanità viene vista come due cerchi concentrici.
Tutta l'umanità che conosciamo e alla quale apparteniamo forma il cerchio esterno.
Tutta la storia dell'umanità che conosciamo è la storia del cerchio esterno. Ma
all'interno di questo cerchio ve n'è un altro del quale gli uomini del cerchio esterno non
sanno nulla, e l'esistenza del quale talvolta essi confusamente sospettano, sebbene la
vita del cerchio esterno nelle sue più importanti manifestazioni, e particolarmente nella
sua evoluzione, sia effettivamente guidata dal cerchio interno. L'interno del cerchio
esoterico forma, appunto, una vita dentro la vita, un mistero, un segreto nella vita
dell'umanità.
L'umanità esterna, o essoterica, alla quale apparteniamo, è come le foglie di un albero
che mutano ogni anno. A dispetto di ciò gli uomini considerano essi stessi come il
centro della vita, non comprendendo che l'albero ha un tronco e delle radici, e che
insieme alle foglie porta fiori e frutti.
Un cerchio esoterico è, appunto, l'umanità all'interno dell'umanità ed è il cervello, o
meglio l'anima immortale dell'umanità, dove tutte le conquiste, i conseguimenti e i
risultati di tutte le culture di tutte le civiltà sono conservati.
Si può considerare la questione da un'altra visuale e cercare di trovare nell'uomo stesso
un'analogia con il rapporto tra i cerchi esoterico ed essoterico dell'umanità.
Una tale analogia può essere trovata nell'uomo; consiste nel rapporto tra il «cervello»
con il resto del corpo umano. Se prendiamo l'organismo umano ed esaminiamo la
relazione dei tessuti «più alti» o «più nobili», cioè soprattutto la materia dei nervi e del
cervello con altri tessuti dell'organismo, come il tessuto muscolare, il tessuto
connettivo, le cellule della pelle e così via, troveremo una quasi completa analogia con
il rapporto tra cerchio interno e cerchio esterno.
Uno dei più misteriosi fenomeni nella vita dell'organismo umano è la storia della vita
delle cellule cerebrali. È stato più o meno definitivamente stabilito dalla scienza, e può
essere accettato come un fatto, che le cellule cerebrali non si moltiplicano come le
cellule degli altri tessuti. Secondo una certa teoria, tutte le cellule cerebrali compaiono
ad un'età molto precoce. Secondo un'altra esse crescono di numero fino a che
l'organismo ha raggiunto i dodici anni circa. Ma come esse crescano e a causa di cosa
crescano rimane sconosciuto.
Ragionando logicamente, la scienza dovrebbe aver riconosciuto le cellule cerebrali
come immortali in confronto con le altre cellule.
Questo è quasi tutto quel che può esser detto intorno alle cellule cerebrali, se rimaniamo
su un terreno scientificamente riconosciuto. Ma quel che è accettato è lontano dall'esser
sufficiente per la comprensione della natura della vita delle cellule cerebrali. Troppi
fatti devono essere ignorati prima che divenga possibile accettare la teoria di una
quantità permanente di cellule cerebrali che diminuisce in continuazione. Questa teoria
di una quantità permanente è completamente in disaccordo con l'altra teoria secondo la
quale le cellule cerebrali periscono o sono bruciate in gran quantità ad ogni processo
di pensiero, specialmente durante un intenso lavoro mentale. Se fosse così, non importa
quante fossero, non sarebbero durate a lungo! E tenendo a mente ciò siamo costretti ad
ammettere che la vita delle cellule cerebrali rimane ancora non spiegata e molto
misteriosa.
In realtà, sebbene non sia riconosciuto dalla scienza, la vita delle cellule è molto breve
e il ricambio di vecchie cellule con le nuove in un normale organismo procede
continuamente e può essere anche aumentato. Non rientra nello scopo del presente libro
dimostrare come questa affermazione possa essere provata. Per gli attuali metodi
scientifici, ogni osservazione della vita delle cellule individuali nell'organismo umano
presenta delle difficoltà quasi insormontabili. Perciò se, ragionando puramente per
analogia, supponiamo che le cellule cerebrali devono essere nate da qualcosa simile ad
esse, e se allo stesso tempo accettiamo come provato che le cellule cerebrali non si
moltiplicano, allora dobbiamo presumere che esse evolvano da alcune altre cellule.
La possibilità della rigenerazione o dell'evoluzione o della trasformazione di un tipo di
cellule in un altro tipo è definitivamente stabilita poiché, dopotutto, tutte le cellule
dell'organismo si sviluppano da una cellula madre. La sola domanda è: da quale tipo di
cellule evolve la cellula cerebrale? La scienza non può rispondere a questa domanda.
Si può soltanto dire che se le cellule di un certo tipo si rigenerano in cellule cerebrali,
proprio per questo fatto esse scompaiono dal proprio piano precedente, lasciano il
mondo della loro famiglia, muoiono su un piano e sono nate su un altro, così come
l'uovo di una farfalla, diventando un bruco, muore come uovo, cessa di essere un uovo;
così come un bruco, diventando una crisalide, muore come bruco, cessa di essere un
bruco; e come una crisalide, diventando una farfalla, muore come crisalide, cessa di
essere una crisalide, cioè lascia il mondo della propria specie e passa ad un altro piano
di esistenza. Similmente le future cellule cerebrali, passando ad un altro piano di
esistenza, cessano di essere quel che erano state prima, muoiono nel loro precedente
piano di esistenza e iniziano a vivere su un nuovo piano di esistenza. Su questo nuovo
piano pur rimanendo invisibili e sconosciute, esse governano la vita di altre cellule, sia
nel loro proprio interesse sia nell'interesse dell'intero organismo. E parte della loro
attività consiste nel trovare tra i tessuti più evoluti cellule capaci di evolvere in cellule
cerebrali, poiché le cellule cerebrali non si moltiplicano da sole.
Così troviamo nell'organismo umano, nel rapporto delle cellule cerebrali con le altre
cellule, un'analogia con il rapporto tra il cerchio interno e i cerchi esterni dell'umanità.
Prima di procedere oltre è necessario stabilire l'esatto significato di alcuni concetti che
incontreremo costantemente più tardi.
Il primo di questi è l'«evoluzione».
L'idea di evoluzione ha occupato un posto predominante nel pensiero occidentale.
Dubitare dell'evoluzione è stato considerato a lungo come il decisivo segno di
retrogressione. L'evoluzione è diventata una specie di chiave universale che apre tutte
le serrature.
Questa generale accettazione di un'idea molto ipotetica genera dubbi di per sé. L'idea
di evoluzione è relativamente nuova. Darwin considerava la «selezione naturale» come
una prova dell'evoluzione in senso biologico.
Ma la divulgazione dell'idea di evoluzione in senso generale è dovuta a Herbert
Spencer, che fu il primo a spiegare processi cosmici, biologici, psicologici, morali e
sociologici dal punto di vista di un principio generale. Ma tentativi individuali di
considerare il progredire del mondo come il risultato dell'evoluzione meccanica
esistevano molto prima di Spencer. La filosofia astronomica da una parte e le scienze
biologiche dall'altra crearono la moderna concezione di evoluzione, che ora è applicata
letteralmente ad ogni cosa nel mondo, dalle forme sociali ai segni di punteggiatura,
sulle basi del principio generale, accettato a priori, che ogni cosa evolve. Si selezionano
alcuni «fatti» per sostenere questo principio. Quel che non si adatta al principio di
evoluzione viene rigettato.
Secondo la comune definizione del dizionario, la parola «evoluzione» significa «un
ordinato e progressivo sviluppo» governato da leggi esatte ma sconosciute.
Per comprendere l'idea, bisogna notare che nel concetto di evoluzione non è importante
soltanto ciò che è incluso in questa parola, ma anche quel che è escluso da essa. L'idea
di evoluzione prima di tutto esclude l'idea di un «piano» e di una mente conduttrice.
L'evoluzione è un processo indipendente e meccanico. Inoltre, l'evoluzione esclude
l'«accidente», che è il sopravvenire di nuovi fatti in processi meccanici, che
incessantemente cambiano la loro direzione. Secondo l'idea di evoluzione, ogni cosa
sempre procede nella stessa direzione. Un «accidente» corrisponde ad un altro. E, oltre
a ciò, la parola «evoluzione» non ha antitesi, anche se, per esempio, dissoluzione e
degenerazione non possono essere chiamate evoluzione.
Il significato dogmatico che è attribuito alla parola evoluzione costituisce la sua
principale caratteristica. Ma questo dogmatismo non ha alcun fondamento. Al
contrario, non esiste un'idea più artificiale e debole di quella dell'evoluzione generale
di ogni cosa che esiste.
I fondamenti scientifici dell'evoluzione sono: nebulose teorie sull'origine del mondo,
con tutte le aggiunte, restrizioni e alterazioni che davvero non cambiano nulla
nell'originale equivoco del processo meccanico di costruzione; e, secondo, la teoria di
Darwin sull'origine delle specie, anche con tutte le successive aggiunte e alterazioni.
Ma le teorie nebulose, non importa quale nome sia collegato ad esse, appartengono al
campo della pura speculazione. Infatti è soltanto una classificazione di fenomeni
supposti che, attraverso un malinteso e in mancanza di qualcosa di meglio, è
considerata come una teoria del progredire del mondo. In quanto una teoria, non è
basata su alcun fatto o legge osservabile.
L'evoluzione di forme organiche, nel senso dello sviluppo di nuove specie e classi in
tutti i regni di Natura, è scientificamente basata su un'intera serie di fatti, che si suppone
la confermino, dall'anatomia comparata, morfologia, embriologia, paleontologia etc.;
ma in realtà tutti questi «fatti» sono stati scelti artificialmente per provare la teoria.
Ogni decade nega i fatti della precedente decade e li rimpiazza con nuovi fatti, ma la
teoria rimane irremovibile.
Proprio all'inizio, nell'introdurre l'idea di evoluzione nei concetti biologici, fu fatta
un'audace supposizione, poiché senza di essa nessuna teoria potrebbe essere formata.
Mi riferisco alla famosa «origine delle specie».
Il punto è che, attenendosi strettamente ai fatti, è possibile accettare un'evoluzione
basata su selezione, adattamento ed eliminazione soltanto nel senso di «conservazione
delle specie», perché soltanto questo può essere osservato. In realtà la comparsa di
nuove specie, la loro formazione e la transizione delle forme inferiori alle superiori non
sono mai state osservate da nessuna parte. L'evoluzione nel senso di «sviluppo» di
specie è sempre stata soltanto un'ipotesi, che è diventata una teoria semplicemente per
equivoco. Il solo fatto qui è la «conservazione delle specie». Come esse compaiano
non lo sappiamo e non dobbiamo ingannarci su questo punto.
A questo punto la scienza, con un trucco, ha sostituito una carta con un'altra. Cioè,
avendo stabilito l'evoluzione di varietà o razze, ha applicato la stessa evoluzione alle
specie, usando il metodo dell'analogia. Questa analogia è completamente illegittima, e
definendola una sostituzione per mezzo di un trucco in fondo non esagero.
L'evoluzione di varietà è un fatto stabilito, ma tutte le varietà rimangono tra i limiti
delle particolari specie e sono molto instabili, cioè, con l'alterazione delle condizioni
esse cambiano dopo parecchie generazioni o ritornano al tipo originale. Le specie sono
un tipo fermamente stabilito e, come ho già detto, un cambiamento di specie non è mai
stato osservato.
Questo ovviamente non significa che ogni cosa che è chiamata specie sia un tipo
fermamente stabilito. La specie è un tipo fermamente stabilito soltanto in confronto
con le varietà o razze, che sono tipi mutanti proprio davanti ai nostri occhi.
In vista dell'enorme differenza tra varietà e specie, applicare alle specie quello che è
stato stabilito soltanto in rapporto alle varietà è quanto meno uno «sbaglio
intenzionale». Ma la grandezza di questo sbaglio intenzionale e la quasi generale
accettazione di esso come verità non ci obbliga in nessun modo a tenerlo in conto o a
presumere al di là di esso una possibilità nascosta.
Inoltre, i dati della paleontologia, lungi dal confermare l'idea di un ordinato
cambiamento di specie, fa crollare completamente l'idea delle specie in sé stesse come
qualcosa di definito e stabilisce i fattori di salti, ritardi, ritorni, l'improvvisa apparizione
di forme totalmente nuove, etc., che sono inspiegabili dal punto di vista di
un'evoluzione ordinata. Anche i dati dell'anatomia comparata, alla quale gli
«evoluzionisti» sono molto inclini a far riferimento, iniziano a rivoltarsi contro di essi;
per esempio, si è trovato completamente impossibile stabilire qualunque evoluzione
nel caso di organi separati quali l'occhio o gli organi dell'odorato e simili.
A questo deve essere aggiunto che il concetto di evoluzione nel suo significato
strettamente scientifico è stato già sottoposto ad un considerevole cambiamento. E c'è
ora una grande differenza tra il significato popolare della parola in «saggi» e «profili»
limitativamente scientifici, e il suo reale significato scientifico.
L'evoluzione non è stata ancora negata dalla scienza. Ma già si ammette che la parola
stessa non ha avuto molto successo, e sono stati fatti tentativi per trovare un'altra parola
che possa esprimere un'idea meno artificiale e che possa comprendere non soltanto il
processo di «integrazione», ma anche il processo di dissoluzione.
Quest'ultima idea diverrà chiara se comprendiamo il fatto prima indicato che la parola
evoluzione non ha antitesi. Il significato di questo emerge con particolare precisione
nei tentativi di applicare la parola evoluzione alla descrizione di fenomeni sociali o
politici, dove i risultati della degenerazione e della disintegrazione sono costantemente
presi per evoluzione, e dove l'evoluzione, che per il significato della parola non può
dipendere dalla volontà di qualcuno, è costantemente confusa con i risultati dei processi
volontari, che sono anche riconosciuti come possibili. In realtà la comparsa di nuove
forme politiche o sociali non dipende né dalla volontà né dall'evoluzione, e nella
maggior parte dei casi sono soltanto infruttuose, incomplete e contraddittorie
realizzazioni o, per dirla meglio, non-realizzazioni di programmi teorici, al di là dei
quali giacciono interessi personali.
La confusione di idee nei confronti dell'evoluzione è in gran parte dipendente dalla
comprensione, che non può essere completamente cancellata dalla mente degli uomini,
del fatto che nella vita non c'è un solo processo ma molti processi, che si incrociano
l'un l'altro, si scontrano l'un l'altro e portano in un altro nuovi fatti.
Molto approssimativamente, questi processi possono esser divisi in due categorie:
processi creativi e processi distruttivi. Entrambi i tipi sono ugualmente importanti,
poiché se non vi fossero processi distruttivi non vi sarebbero processi creativi. I
processi distruttivi forniscono materiale per quelli creativi. E tutti i processi creativi,
senza eccezione, passano prima o poi in processi distruttivi. Ma questo non significa
che i processi costruttivi e i processi distruttivi insieme costituiscano quel che può esser
chiamato evoluzione.
Il pensiero occidentale, nel creare la teoria dell'evoluzione, ha trascurato i processi
distruttivi. La ragione di questo risiede nel campo visivo artificialmente ristretto della
cultura europea degli ultimi secoli. Grazie a ciò, si costruiscono teorie su
un'insufficiente quantità di fatti, nessuno dei processi osservati è preso nella sua
interezza; e, nell'osservare soltanto parte del processo, gli uomini dicono che questo
processo consiste nel suo progressivo cambiamento o nell'evoluzione. È curioso che il
processo inverso su larga scala non possa esser concepito da gente del nostro tempo.
Distruzione o degenerazione o dissoluzione procedendo su larga scala appariranno
inevitabilmente ad essi come un progressivo cambiamento o evoluzione.
A dispetto di tutto quel che è stato stabilito, il termine «evoluzione» può esser molto
utile e, applicato a fatti realmente esistenti, aiuta a chiarirne il loro contenuto e la loro
profonda dipendenza da altri fatti.
Per esempio, lo sviluppo di tutte le cellule di un organismo da una cellula madre può
essere chiamata l'evoluzione della cellula madre. Il continuo sviluppo di cellule di
tessuti superiori da cellule di tessuti inferiori può esser chiamato l'evoluzione delle
cellule.
In senso stretto, tutti i processi di trasformazione possono esser detti evolventi. Lo
sviluppo di un pollo da un uovo, lo sviluppo di una quercia da una ghianda, lo sviluppo
del grano da un seme, lo sviluppo di una farfalla da un uovo, un bruco e una crisalide;
tutti questi sono esempi di evoluzione attualmente esistente nel mondo.
L'idea di evoluzione (nel senso di trasformazione) nel pensiero comune differisce
dall'idea di evoluzione nel pensiero esoterico in questo: che il pensiero esoterico
riconosce la possibilità di trasformazione o evoluzione dove il pensiero scientifico non
vede o non riconosce tale possibilità. Cioè, il pensiero esoterico riconosce la possibilità
di trasformazione dell'uomo in superuomo, che è il più alto significato della parola
«evoluzione».
Al di là di questo significato, la parola «evoluzione» può essere usata per la
designazione di processi che favoriscono il miglioramento della razza e la
conservazione delle specie, come opposta ai processi che indeboliscono la razza e
portano alla degenerazione delle specie.
Per ritornare all'idea di esoterismo in sé stessa, si dovrebbe comprendere che in molti
antichi paesi, l'Egitto e la Grecia, ad esempio, esistevano, l'una a fianco dell'altra, due
religioni, una dogmatica e cerimoniale, e l'altra mistica ed esoterica. La prima
consisteva di culti popolari, rappresentando le forme semidimenticate di antichi miti
mistici ed esoterici, mentre la seconda era la religione dei Misteri. Quest'ultima
religione andava ben al di là dei culti popolari, spiegando i significati allegorici e
simbolici di miti e unendo coloro che erano collegati al circolo esoterico o si stavano
battendo per esso.
Si sa relativamente poco intorno ai Misteri. Il loro ruolo nella vita delle antiche
comunità e la parte che essi occuparono nella creazione di antiche culture ci sono
completamente sconosciuti. Tuttavia sono precisamente i «Misteri» a spiegarci molti
enigmi storici e, tra gli altri, forse il più grande enigma storico, l'improvvisa comparsa
della cultura greca nel VII secolo, dopo l'VIII e il IX completamente oscuri.
Nella Grecia storica i Misteri appartenevano a società segrete di un tipo particolare.
Queste società segrete di sacerdoti e iniziati organizzavano ogni anno, o a intervalli
definiti, speciali celebrazioni, accompagnate da rappresentazioni teatrali allegoriche.
Queste rappresentazioni allegoriche, alle quali era dato in particolare il nome di
Misteri, erano tenute in differenti posti - le più famose a Delfi ed Eleusi in Grecia e
sull'isola di File in Egitto. Il carattere delle rappresentazioni teatrali e dei drammi
allegorici che lì venivano recitati era piuttosto costante. Sia in Grecia che in Egitto
l'idea era sempre la stessa, e cioè la morte del dio e la sua resurrezione. Il filo di questa
idea si dispiegava in tutti i Misteri.
Il suo significato può essere interpretato in parecchi modi. Probabilmente è più corretto
pensare che i Misteri rappresentassero il viaggio dei mondi o il viaggio dell'anima, la
nascita dell'anima nella materia, la sua morte e resurrezione, cioè il suo ritorno alla vita
precedente. Ma le rappresentazioni teatrali, che per la gente formavano l'intero
contenuto dei Misteri, erano effettivamente di importanza secondaria. Al di là di queste
rappresentazioni stavano le scuole, che erano l'essenza dell'intera storia. Lo scopo di
queste scuole era la preparazione di uomini all'iniziazione. Soltanto coloro che erano
iniziati a certi segreti potevano prender parte ai Misteri.
L'iniziazione era accompagnata da complicate cerimonie, alcune delle quali erano
pubbliche, e con numerose prove che il candidato all'iniziazione doveva superare.
Per la folla, per le masse, questo costituiva il contenuto dell'iniziazione, ma le
cerimonie di iniziazione non erano davvero altro che cerimonie. Le prove reali avevano
luogo non al momento immediatamente prima dell'iniziazione formale, ma dopo un
intero corso, in alcuni casi molto lungo, di studi e preparazione. E l'iniziazione non era,
ovviamente, un miracolo istantaneo, quanto piuttosto una consecutiva e graduale
introduzione ad un nuovo ciclo di pensiero e di sentimento, come accade per
l'iniziazione in qualunque scienza, in qualunque branca di conoscenza.
Esistono parecchie supposizioni rispetto a quali idee prevalessero tra i popoli nel
periodo immediatamente connesso con i Misteri, intorno a quale iniziazione dessero o
potessero dare.
Ed una di queste supposizioni era che l'iniziazione desse l'immortalità. I Greci, e anche
gli Egiziani, avevano un'idea molto cupa della vita dopo la morte - tale era l'Ade di
Omero, tali erano le idee degli Egiziani sulla vita nell'aldilà. L'iniziazione dava la
libertà da queste tenebre, forniva una scappatoia dall'infinita angoscia delle «dimore
della morte», dava una sorta di vita nella morte.
Questa idea è espressa più chiaramente che altrove nell'Inno Pasquale della Chiesa
Ortodossa, che indubbiamente ha origini nella lontanissima antichità pre-Cristiana e
collega l'idea cristiana con quella dei Misteri.
Cristo è risorto dalla morte; ha conquistato la morte con la morte, e ha dato vita a coloro
che erano nelle tombe.
C'è una notevole analogia tra il contenuto dei Misteri e la vita terrena di Cristo. La vita
di Cristo, presa così come la conosciamo dai Vangeli, rappresenta lo stesso Mistero di
quelli che erano praticati in Egitto sull'isola di File, in Grecia ad Eleusi e in altri luoghi.
L'idea era la stessa, e cioè la morte del dio e la sua resurrezione. La sola differenza tra
i Misteri, così come erano compiuti in Egitto e in Grecia, e il Mistero che fu adempiuto
in Palestina risiede nel fatto che quest'ultimo fu rappresentato nella vita reale, non sul
palcoscenico ma nel mezzo della vera natura, nelle strade e nei luoghi pubblici di città
reali, in un paese reale, con il cielo, le montagne, i laghi e gli alberi per lo scenario, con
una folla reale, con emozioni reali di amore, malizia e odio, con chiodi reali, con reali
sofferenze. Tutti gli attori in questo dramma conoscevano le loro parti e le misero in
scena in accordo con un piano generale, secondo lo scopo e il fine della
rappresentazione (3).
In questo dramma non vi fu nulla di spontaneo, inconscio o accidentale.
Ogni attore sapeva quali parole doveva pronunciare e il modo esatto in cui doveva
pronunciarle. Questo fu un dramma con il mondo intero come pubblico per centinaia
di migliaia di anni. E il dramma fu interpretato senza il minimo errore, senza la minima
inesattezza, in accordo con il disegno dell'autore e il piano del produttore, poiché in
conformità all'idea di esoterismo deve certamente esservi stato sia un autore che un
produttore.
L'idea e lo scopo dei Misteri erano ben nascosti così come la sostanza dell'iniziazione.
Per coloro che conoscevano l'esistenza della conoscenza nascosta i Misteri aprivano la
porta a questa conoscenza. Questo era lo scopo dei Misteri, questa era la loro idea.

(3)
Ho trovato una certa coincidenza con questa idea nel libro di John M. Robertson Pagan Christ (pubblicato per la
Rationalist Press Association, Ltd) nel capitolo «The Gospel Mystery-Play».
Quando i Misteri scomparvero dalla vita della gente il legame che esisteva tra l'umanità
terrestre e la conoscenza nascosta si spezzò. L'idea stessa di questa conoscenza
gradualmente divenne sempre più fantastica, e diversa sempre più dalla visione della
vita accettata come realistica. Ai nostri giorni l'idea di esoterismo è opposta a tutte le
usuali visioni della vita.
Dal punto di vista delle moderne opinioni scientifiche, psicologiche e storiche, l'idea
del cerchio interno è ovviamente del tutto assurda, fantastica e senza fondamento.
Appare anche ugualmente fantastica dal punto di vista della filosofia idealista, poiché
quest'ultima ammette il celato e l'incomprensibile esistenti soltanto al di fuori della vita
fisica, al di fuori del mondo fenomenico.
Dal punto di vista di dottrine meno intellettuali, come la dogmatica Chiesa Cristiana,
lo spiritualismo e simili, l'idea di esoterismo nella sua forma pura è ugualmente
inammissibile perché, da una parte, essa contraddice l'autorità della Chiesa e molti dei
dogmi accettati e, dall'altra, espone povere teorie animistiche che vanno sotto il nome
generale di spiritualismo o spiritismo, e «miracoli» con tavoli e sedie. Allo stesso
tempo l'idea di esoterismo porta il misterioso e il miracoloso nel reale, nella vita
quotidiana, e fa capire che la vita non è quella che appare sulla superficie sulla quale
la maggior parte degli uomini vede sé stessa.
Per capire la sostanza dell'idea di esoterismo si deve prima capire che la storia
dell'umanità è più lunga di quanto usualmente si supponga. Ma si dovrebbe osservare
che l'usuale visione dei libri di testo e i popolari «profili» di rappresentazione teatrale
simile ai Misteri. E la prima impressione che dà questo capitolo è che l'autore dica
esattamente le stesse cose che sono state dette sopra. In realtà, però, la coincidenza non
è completa, sebbene ciò sia molto curioso. L'autore di Pagan Christ, attraverso lo studio
degli antichi Misteri da una parte e del testo del Vangelo dall'altra, arriva alla
conclusione che i Vangeli non descrivono eventi storici, ma una rappresentazione che
fu interpretata per uno scopo speciale e che nella sua idea è simile agli antichi Misteri,
mentre nella forma è analoga ai tardi Misteri medioevali.
Egli mette assieme l'idea degli antichi Misteri e l'idea dei Misteri medioevali, che
consistevano di episodi della vita di Cristo, e asserisce che la leggenda del Cristo
storico era basata precisamente su una tale rappresentazione sacra, composta di cinque
atti - L'Ultima Cena, La Preghiera nell'Orto dei Getsemani, la Passione, la flagellazione
e la Crocifissione - ai quali più tardi fu aggiunta la Resurrezione della Morte, una
rappresentazione che era stata interpretata non si sa bene dove e quando, e che fu
descritta nei Vangeli come un evento reale accaduto in Gerusalemme.
L'autore giunge molto vicino all'idea del «dramma di Cristo» come di una «storia», che
contengono un periodo storico molto breve e più o meno un'età oscura prima di questo,
è in realtà molto lontana dalle più recenti visioni scientifiche. Al giorno d'oggi la
scienza della storia sta iniziando a guardare il periodo «preistorico» e l'«età della
pietra» piuttosto differentemente dal modo in cui erano considerati cinquanta o
sessanta anni fa. Non si può considerare il periodo preistorico come un periodo di
barbarie, perché contro questa visione parlano gli studi dei resti delle culture
preistoriche, resoconti di arte e letteratura antica, lo studio dei costumi religiosi e dei
riti di differenti popoli, lo studio comparativo delle religioni e particolarmente lo studio
della lingua, cioè i dati della filologia comparativa, che mostrano la sorprendente
ricchezza psicologica delle lingue antiche.
Al contrario, in opposizione alla vecchia visione già esistono molte teorie e compaiono
nuove teorie sulla possibilità di antiche civiltà preistoriche. Inoltre l'«età della pietra»
è considerata più probabilmente come un periodo non dell'inizio, ma della caduta e
della degenerazione di civiltà precedentemente esistenti.
A questo proposito è molto caratteristico il fatto che tutti gli odierni «selvaggi», senza
eccezione, cioè popoli che la nostra cultura ha trovato in uno stato selvaggio o semi-
selvaggio, siano discendenti degenerati di popoli più colti.
Questo fatto molto interessante è normalmente passato sotto silenzio. Ma non una sola
razza selvaggia che noi conosciamo, cioè nessun popolo selvaggio o semi-selvaggio
incontrato finora dalla nostra cultura ha mostrato qualsiasi segno di evoluzione in atto,
in qualunque aspetto.
Al contrario, in ogni caso, senza eccezione, sono stati osservati segni di degenerazione.
Non parlo di degenerazione conseguente al contatto con la nostra cultura, ma di
degenerazione che è stata in atto per secoli prima del contatto con la nostra cultura, ed
è in molti casi perfettamente chiaro ed evidente.
Tutti i popoli selvaggi o semi-selvaggi hanno racconti e tradizioni di un'età dell'oro, o
di un periodo eroico. Ma in realtà questi racconti e tradizioni parlano del proprio
passato, della propria civiltà antica. Le lingue di tutti i popoli contengono parole e idee
per le quali non v'è più posto nella vita odierna. Tutti i popoli avevano prima migliori
armi, migliori navi, migliori città e più alte forme di religione. Lo stesso fatto spiega la
superiorità del paleolitico, cioè disegni più antichi trovati nelle cave, sul neolitico, cioè
disegni più recenti. Questo anche è un fatto che usualmente è taciuto o lasciato senza
spiegazione.
Secondo le idee esoteriche di molte civiltà sconosciute alla nostra scienza della storia
si sono succedute l'una con l'altra sulla terra, e alcune di queste civiltà raggiunsero vette
molto più alte della nostra civiltà, che noi consideriamo come la più elevata mai
raggiunta dalla razza umana. Di molte di queste civiltà antiche non rimangono tracce
visibili, ma le conquiste scientifiche di questi remoti periodi non sono mai andati
completamente perduti.
La conoscenza conseguita è stata conservata di secolo in secolo, di epoca in epoca, ed
è stata tramandata da una civiltà all'altra. Scuole di una particolare specie erano custodi
della conoscenza, ed essa era protetta in esse contro le persone non iniziate che
avrebbero potuto mutilarla o distorcerla, ed era passata soltanto da un insegnante ad un
allievo che si era sottoposto ad una prolungata e difficile preparazione.
Il termine «occultismo», che è spesso usato in relazione al contenuto degli
insegnamenti «esoterici», ha un duplice significato. Sia quello di una conoscenza
segreta nel senso di una conoscenza tenuta in segreto, sia quello di conoscenza del
segreto, cioè di segreti occultati al genere umano dalla natura.
Questa definizione è la definizione di «Saggezza Divina» o, se usiamo i termini dei
filosofi alessandrini del m secolo, è la definizione della «Saggezza degli Dei» o
«Teosofia», nel senso più largo del termine, o della «Brahma Vidya» della filosofia
indiana.
L'idea del cerchio interno dell'umanità o l'idea di esoterismo ha molte sfaccettature:
a) L'esistenza storica dell'esoterismo, cioè del cerchio interno dell'umanità in sé, e la
storia e le origini della conoscenza che possiede.
b) L'idea dell'acquisizione di questa conoscenza da parte degli uomini, cioè
l'iniziazione e le «scuole».
c) La possibilità psicologica connessa con questa idea, cioè la possibilità di cambiare
le forme della percezione, di estendere la capacità di conoscenza e di comprensione,
poiché i comuni mezzi intellettuali sono considerati inadeguati per l'acquisizione della
conoscenza esoterica.
Prima di tutto l'idea di esoterismo ci rivela la conoscenza che è stata accumulata per
decine di migliaia di anni ed è stata tramandata di generazione in generazione
all'interno di ristretti circoli di iniziati; questa conoscenza spesso fa riferimento ad
ambiti ancora non ancora trattati dalla scienza. Per acquisire questa conoscenza, e
anche il potere che essa dà, un uomo deve passare attraverso difficili preparazioni e
prove preliminari e lavoro prolungato, senza il quale è impossibile assimilare questa
conoscenza e imparare ad usarla. Questo lavoro per la padronanza della conoscenza
esoterica, e i metodi che le appartengono, costituisce in sé un separato ciclo di
conoscenza a noi sconosciuto.
È necessario inoltre comprendere che, secondo l'idea di esoterismo, le persone non
nascono già nel cerchio esoterico, e uno dei compiti dei membri del cerchio esoterico
è la preparazione dei loro successori, ai quali essi possano tramandare la propria
conoscenza e tutto quel che è collegato ad essa.
Per questo scopo persone appartenenti alle scuole esoteriche compaiono ad intervalli
definiti nella nostra vita come leaders e insegnanti di uomini. Essi creano e lasciano
dietro di loro sia una nuova religione, o un nuovo tipo di scuola filosofica, o un nuovo
sistema di pensiero, che indica alla gente di quel periodo e paese, in una forma
intelligibile ad essa, la via che essi devono seguire per avvicinarsi al cerchio interno.
La stessa idea invariabilmente si trova in tutti gli insegnamenti derivati da queste
persone, e cioè l'idea che soltanto molto pochi possono entrare nel cerchio esoterico,
sebbene molti possano desiderarlo e possano anche tentarvi.
Le scuole esoteriche che conservano l'antica conoscenza, tramandandola da una
all'altra in successione, e le persone che appartengono a queste scuole sono separate,
appunto, dalla comune umanità, alla quale apparteniamo. Allo stesso tempo le scuole
rivestono un ruolo molto importante nella vita dell'umanità; ma noi non sappiamo nulla
di questo ruolo e, se ne sentiamo parlare, comprendiamo imperfettamente in cosa
consista, e siamo riluttanti a credere nella possibilità di qualcosa del genere.
Questo è dovuto al fatto che per comprendere la possibilità dell'esistenza del cerchio
interno e del ruolo rivestito dalle scuole esoteriche nella vita dell'umanità, è necessario
essere in possesso di una tale conoscenza concernente la natura essenziale dell'uomo e
il suo destino nel mondo, che non è in possesso della scienza comune né,
conseguentemente, dell'uomo comune.
Alcune razze hanno significative tradizioni e leggende costruite sull'idea del cerchio
interno. Tali, per esempio, le leggende Tibeto-Mongoliche del «Regno Sotterraneo»,
del «Re del Mondo», la Città Misteriosa di Agartha e così via, sempre che queste idee
esistano effettivamente in Mongolia e nel Tibet e non siano l'invenzione di viaggiatori
o «occultisti» europei.
Secondo l'idea di esoterismo, applicata alla storia del genere umano, nessuna civiltà
inizia mai da sola. Non esiste evoluzione che inizi accidentalmente e proceda
meccanicamente. Soltanto la degenerazione e il deterioramento possono procedere
meccanicamente. Una civiltà non inizia per crescita naturale, ma soltanto con una
cultura artificiale.
Le scuole esoteriche sono nascoste agli occhi dell'umanità comune; ma l'influenza delle
scuole persiste ininterrottamente nella storia e ha lo scopo, per quanto possiamo capire
questo scopo, di aiutare, quando ciò appare possibile, razze che sono cadute in uno
stato barbaro di qualsiasi tipo ad emergere da quello stato e ad intraprendere una nuova
civiltà, o una nuova vita.
Un popolo selvaggio o semi-selvaggio o un'intera nazione sono presi in mano da un
uomo che possiede potere e conoscenza. Egli inizia ad educare e ad istruire la gente.
Dà loro una religione, promulga leggi, costruisce templi, introduce sistemi di scrittura,
crea l'inizio dell'arte e delle scienze, fa emigrare le genti in un altro paese se necessario,
e così via. Il governo teocratico è una forma di tale cultura artificiale. La storia biblica
da Abramo, e forse anche prima, da Salomone, è un esempio della civilizzazione di un
popolo selvaggio da parte di membri del cerchio interno.
Secondo la tradizione, i seguenti personaggi storici appartenevano a scuole esoteriche:
Mosè, Gautama il Buddha, Giovanni Battista, Gesù Cristo, Pitagora, Socrate e Platone;
anche i più mitici Orfeo, Ermete Trismegisto, Krishna, Rama e certi altri profeti e
maestri dell'umanità. A scuole esoteriche appartenevano anche i costruttori delle
Piramidi e della Sfinge; i sacerdoti dei Misteri in Egitto e in Grecia, molti artisti in
Egitto e altri antichi paesi; alchimisti; gli architetti che costruirono le cattedrali
«gotiche» del Medio Evo; i fondatori di alcune scuole e ordini di Sufi e dervisci; e
anche certe persone che sono apparse nella storia per brevi momenti e rimangono un
enigma storico.
Si dice che al giorno d'oggi alcuni membri di scuole esoteriche vivano in certe parti
remote ed inaccessibili del globo, come l'Himalaya o il Tibet, o alcune regioni
montuose dell'Africa. Mentre altri, stando a simili storie, vivono tra la gente comune,
senza differire per nulla esternamente da essa, e spesso appartengono anche alle classi
incolte e sono impegnati in insignificanti e forse, dal punto di vista ordinario, perfino
volgari professioni. Così un autore occultista francese affermava di aver imparato
molto da un orientale che vendeva pappagalli a Bordeaux. Ed è stato sempre così fin
dai tempi antichi.
Gli uomini appartenenti al cerchio esoterico, quando appaiono tra l'umanità ordinaria,
indossano sempre una maschera attraverso la quale molto pochi riescono a penetrare.
L'esoterismo è remoto e inaccessibile, ma ogni uomo, che viene a sapere o crede
nell'esistenza dell'esoterismo, ha la probabilità di avvicinare una scuola o può sperare
di incontrare persone che lo aiuteranno e gli mostreranno la strada. La conoscenza
esoterica è basata sull'insegnamento orale diretto, ma prima che un uomo possa
raggiungere la possibilità di uno studio diretto delle idee dell'esoterismo deve imparare
tutto ciò che è possibile sull'esoterismo nel modo ordinario, cioè attraverso lo studio
della storia della filosofia e della religione. E deve cercare. Poiché le porte del
miracoloso si aprono solo per chi cerca:
Bussa e ti sarà aperto; chiedi, e ti sarà dato.
Sorge molto spesso la domanda: perché, se realmente il cerchio esoterico esiste, non fa
nulla per aiutare l'uomo comune ad emergere dal caos delle contraddizioni nelle quali
vive e ad arrivare alla vera conoscenza e comprensione?
Perché il cerchio esoterico non aiuta l'uomo a regolare la propria vita sulla terra e
perché permette violenza, ingiustizia, crudeltà, guerre e così via.
La risposta a tutte queste domande risiede in ciò che è stato appena detto.
La conoscenza esoterica può esser data soltanto a coloro che cercano, soltanto a coloro
che l'hanno cercata con una certa consapevolezza, cioè con la comprensione di quanto
differisca dalla conoscenza ordinaria e di come possa esser trovata. Questa conoscenza
preliminare può essere ottenuta con mezzi comuni, dalla letteratura conosciuta ed
esistente, facilmente accessibile a tutti.
E l'acquisizione di questa conoscenza preliminare può esser considerata come la prima
prova. Soltanto coloro che superano questa prima prova, coloro, cioè, che acquisiscono
la conoscenza necessaria dal materiale accessibile a tutti, possono sperare di
intraprendere il passo successivo, punto al quale un diretto aiuto individuale sarà loro
accordato. Un uomo può sperare di avvicinare l'esoterismo se ha acquisito una giusta
comprensione dalla conoscenza comune, cioè se può trovare la sua via in un labirinto
di sistemi, teorie e ipotesi contraddittorie, e comprenderne il loro contenuto e
significato generale.
La prova è qualcosa come un esame competitivo aperto all'intera razza umana, e l'idea
di un esame competitivo soltanto spiega perché il cerchio esoterico appare riluttante ad
aiutare l'umanità. Ma non è riluttante. Si fa tutto il possibile per aiutare gli uomini, ma
gli uomini non fanno o non possono fare gli sforzi necessari da sé stessi. E non possono
essere aiutati con la forza.
La storia biblica del Vitello d'Oro è un'illustrazione dell'atteggiamento della gente del
cerchio esterno nei confronti degli sforzi del cerchio interno e un'illustrazione di come
la gente del cerchio esterno si comporti proprio nel momento in cui la gente del cerchio
interno sta lottando per aiutarla.
Quindi, dal punto di vista dell'idea di esoterismo, il primo passo verso la conoscenza
nascosta deve esser fatto in una sfera d'azione aperta a tutti. In altre parole, le prime
indicazioni per la via alla vera conoscenza possono essere trovate da chiunque nella
comune conoscenza accessibile a tutti. Religione, filosofia, leggende, fiabe, abbondano
di informazioni sull'esoterismo. Ma si devono avere occhi per vedere e orecchie per
intendere.
La gente del nostro tempo possiede quattro vie che conducono all'Ignoto, quattro forme
di concezione del mondo: religione, filosofia, scienza e arte. Queste vie diversero
tempo fa. E proprio il fatto della loro divergenza mostra la lontananza della sorgente
della loro origine, cioè dall'esoterismo. Nell'antico Egitto, in Grecia, in India in alcuni
periodi le quattro vie costituirono un insieme.
Se applichiamo il principio di Abba Dorotheos, che ho citato in Tertium Organum,
all'esame generale di religione, filosofia, scienza e arte, vedremo chiaramente perché
le nostre forme di concezione del mondo non possono servire come via alla verità. Esse
saranno sempre infrante, sempre divise, e sempre finiscono per contraddirsi l'una con
l'altra oltre che con sé stesse. Ovviamente più esse sono frammentarie e separate una
dall'altra, tanto più si allontanano dalla verità. La verità è nel centro, dove le quattro
vie convergono. Di conseguenza più vicine esse sono l'una all'altra, più vicine sono alla
verità, più lontane l'una dall'altra, più lontane dalla verità.
Inoltre la divisione di ognuna di queste vie al proprio interno, cioè la suddivisione in
sistemi, scuole, chiese e dottrine, denota una gran lontananza dalla verità; e infatti
vediamo che la quantità di divisioni, più che diminuire, aumenta in ogni campo e in
ogni sfera dell'attività umana.
Questo a sua volta può mostrarci, sempre che possiamo percepirlo, che la tendenza
generale dell'attività umana porta non alla verità, ma nella direzione completamente
opposta.
Se proviamo a definire il significato delle quattro vie della vita spirituale dell'umanità
vediamo, innanzitutto, che esse cadono in due categorie. Filosofia e scienza sono vie
intellettuali; religione e arte vie emozionali. Inoltre ognuna di queste vie corrisponde
ad un definito tipo di essere umano intellettuale o emozionale.
Ma questa divisione non spiega tutto quel che può sembrarci inintelligibile o
enigmatico nella sfera della religione, dell'arte o della conoscenza, poiché in ognuno di
queste sfere dell'attività umana vi sono fenomeni e aspetti che sono completamente
incommensurabili e che non si fondono uno nell'altro. E poi è soltanto quando saranno
combinati in un unico insieme che essi cesseranno di distorcere la verità e di condurre
gli uomini fuori dalla giusta via.
Molte persone protesteranno ovviamente con veemenza e perfino si rivolteranno al
suggerimento che religione, filosofia, scienza e arte rappresentano simili, equivalenti
ed ugualmente imperfette vie di ricerca della verità.
Ad un uomo religioso, l'idea apparirà irrispettosa nei confronti della religione. Ad un
uomo di scienza sembrerà un insulto alla scienza. Ad un artista sembrerà una derisione
dell'arte. E ad un filosofo apparirà come un'ingenuità basata su una mancanza di
comprensione di quel che è la filosofia.
Proviamo ora a definire le basi della divisione delle quattro vie al giorno d'oggi.
La religione si fonda sulla rivelazione.
La rivelazione è qualcosa che proviene direttamente dalla coscienza superiore o dalle
potenze superiori. Se non vi è l'idea della rivelazione non v'è religione. E nella religione
c'è sempre qualcosa di inconoscibile da parte della mente comune e dal pensiero
ordinario. Per questa ragione nessun tentativo di creare una religione sintetica e
artificiale per mezzo di metodi intellettuali ha mai condotto o potrà mai condurre da
qualche parte. n risultato non è religione, ma soltanto cattiva filosofia. Tutte le riforme
e i tentativi di semplificare o razionalizzare una religione provocano risultati negativi.
D'altro canto una «rivelazione», o quel che è dato per mezzo della rivelazione, deve
superare ogni altra conoscenza. E quando troviamo, invece, che la religione è secoli o
perfino, come accade in molti casi, migliaia di anni in ritardo rispetto alla scienza e alla
filosofia, la conclusione principale è che essa non è religione, ma soltanto pseudo-
religione, la salma avvizzita di quel che un tempo era o poteva essere stata una
religione. Sfortunatamente tutte le religioni a noi note nella loro forma chiesastica sono
soltanto «pseudo-religioni».
La filosofia è basata sulla speculazione, sulla logica, sul pensiero, sulla sintesi di quel
che sappiamo e sull'analisi di quel che non conosciamo. La filosofia deve comprendere
tra i suoi confini l'intero contenuto di scienza, religione e arte? Ma dove trovare una
tale filosofia?
Tutto quel che conosciamo al giorno d'oggi col nome di filosofia non è filosofia, ma
semplicemente «letteratura critica», o l'espressione di opinioni personali, soprattutto
con Io scopo di combattere, rovesciare e distruggere altre opinioni personali.
Oppure, il che è ancora peggio, la filosofia non è altro che una dialettica auto-
soddisfatta di sé stessa che si circonda con un'impenetrabile barriera di terminologia
incomprensibile ai non iniziati e che risolve per sé stessa tutti i problemi dell'universo
senza alcuna possibilità di provare queste spiegazioni o di renderle intelligibili ai
comuni mortali.
La scienza si basa su esperimenti e osservazioni. Non deve conoscere timore, non avere
dogmi, non deve creare «tabù» di per sé. Ma la scienza contemporanea, per il semplice
fatto di essersi tagliata fuori bruscamente dalla religione e dal «misticismo», cioè
avendo stabilito di per sé un preciso «tabù», è diventata uno strumento di pensiero
accidentale e inaffidabile.
La costante sensazione di questo «tabù» fa sì che essa chiuda gli occhi dinanzi ad una
intera serie di inesplicabili ed inintelligibili fenomeni, la priva della sua interezza ed
unità e come risultato causa che «non abbiamo una scienza, ma scienze» (4).
L'arte si basa sulla comprensione emozionale, sul sentimento dell'Ignoto che giace
dietro al visibile e al tangibile, e sul potere creativo, il potere, cioè, che ricostruisce in
forme visibili o udibili le sensazioni, i sentimenti, le visioni e gli stati d'animo
dell'artista, e soprattutto una certa fuggevole sensazione, che è infatti la percezione
dell'armoniosa interconnessione e unità di tutto e la percezione dell'«anima» di cose e
fenomeni.
Come la scienza e la filosofia, l'arte è una precisa «via di conoscenza».

(4)
Le parole di Bazaroff, l'eroe della novella di Turghenieff, Padri e Figli.
L'artista, nel creare, impara molto di quanto non conosceva prima. Ma un'arte che non
rivela misteri, che non conduce alla sfera dell'Ignoto, che non produce nuova
conoscenza è una parodia dell'arte, e ancor più spesso non è neanche una parodia, ma
semplicemente un commercio o un'industria.
Pseudo-religione, pseudo filosofia, pseudo-scienza e pseudo-arte è praticamente tutto
quel che conosciamo. Veniamo nutriti di surrogati, di «margarina» in tutti gli aspetti e
le forme. Molti pochi di noi conoscono il sapore delle cose genuine.
Ma tra la religione genuina, l'arte genuina, la scienza genuina da un lato, e i «surrogati»
che chiamiamo religione, arte e scienza dall'altra, esistono molti piani intermedi,
corrispondenti ai differenti livelli di sviluppo dell'uomo, con differenti comprensioni
appartenenti ad ogni livello. La causa dell'esistenza di questi differenti livelli risiede
nell'esistenza della profonda, radicale ineguaglianza che esiste tra gli uomini. È molto
difficile definire questa differenza tra· gli uomini, ma essa esiste, e le religioni come
tutto il resto sono divise in relazione ad essa.
Non si può dire, per esempio, che esiste il paganesimo e che esiste il Cristianesimo.
Ma si può dire che vi sono pagani e che vi sono Cristiani. Un Cristianesimo può essere
paganesimo, e un paganesimo Cristianesimo. In altre parole, vi sono molte persone per
le quali il Cristianesimo è paganesimo, vale a dire, per quelle persone che trasformano
il Cristianesimo in paganesimo, proprio come trasformerebbero ogni altra religione in
paganesimo.
In ogni religione vi sono differenti livelli di comprensione; ogni religione può esser
compresa in un modo o in un altro. Comprensione letterale, deificazione della parola,
della forma, del rituale, fa del paganesimo la più elevata, la più sottile religione. La
capacità di discriminazione emozionale, di comprensione dell'essenza, dello spirito, del
simbolismo, della manifestazione delle percezioni mistiche, può rendere una religione
eccelsa lontano da quel che esternamente può sembrare un culto primitivo di selvaggi
o di semi-selvaggi.
La differenza non risiede nelle idee, ma negli uomini che ricevono e riproducono le
idee, e così è nell'arte, nella filosofia e nella scienza. La stessa, identica idea è compresa
in diversi modi da uomini di differenti livelli, e spesso accade che la loro comprensione
differisca completamente.
Se capiamo questo, ci apparirà chiaro che non possiamo parlare di religione, arte, o
scienza, eccetera. Differenti persone hanno differenti scienze, differenti arti e così via.
Se sapessimo come e in che rapporto gli uomini differiscono uno dall'altro, dovremmo
comprendere come e in quale rapporto varie religioni, arti e scienze differiscono tra
loro.
Questa idea può essere espressa più precisamente (prendendo l'esempio della religione)
dicendo che tutte le comuni divisioni come il Cristianesimo, il Buddhismo, l'Islamismo
e l'Ebraismo, così come le divisioni all'interno del Cristianesimo come la Chiesa
Ortodossa, Cattolica, Protestante e ulteriori sotto-divisioni all'interno di ogni credo,
come le sette e così via, sono per così dire divisioni su un solo piano. Bisogna
comprendere che dietro queste divisioni esistono divisioni di livelli, cioè c'è il
Cristianesimo di un livello di comprensione e percezione e c'è il Cristianesimo di un
altro livello di comprensione e percezione, a partire da un rituale esterno molto modesto
o livello ipocrita, che va dalla persecuzione di tutto il pensiero eterodosso fino al livello
molto alto di Gesù Cristo stesso.
Ora queste divisioni, questi livelli sono a noi sconosciuti e possiamo comprendere la
loro idea e il loro principio soltanto attraverso le idee del cerchio interno. Questo
significa che, se noi ammettiamo che vi sia la verità all'origine di ogni cosa e che vi
siano differenti gradi di distorsione della verità, vedremo che in questo modo la verità
è gradualmente portata giù fino al nostro livello, sebbene, naturalmente, in una forma
completamente irriconoscibile.
L'idea di esoterismo raggiunge le persone anche sotto forma di pseudo-esoterismo,
pseudo-occultismo. La causa di ciò risiede ancora nella differenza prima menzionata
dei livelli di uomini stessi. La maggior parte delle persone può accettare la verità
soltanto sotto forma di bugia. Ma mentre alcuni di essi rimangono soddisfatti con una
bugia, altri iniziano a cercare oltre e possono, alla fine, arrivare alla verità.
Il Cristianesimo della Chiesa ha completamente distorto le idee del Cristo ma, partendo
dalla forma della Chiesa, alcune persone che sono «pure di cuore» possono, attraverso
il sentimento, arrivare ad una corretta comprensione della verità originale. È difficile
per noi realizzare che siamo circondati da distorsioni e perversioni e che, a parte queste
distorsioni e perversioni, non possiamo ricevere nulla dall'esterno.
Abbiamo delle difficoltà a comprendere questo, perché la tendenza fondamentale del
pensiero contemporaneo consiste precisamente nell'esaminare i fenomeni nell'ordine
opposto a quello appena menzionato. Siamo abituati a concepire ogni idea, ogni
fenomeno, sia nel campo della religione che in quello dell'arte o della vita pubblica,
manifestantesi dapprima in una forma rude e primitiva, sotto forma di un semplice
adattamento a condizioni organiche e di rudi e selvaggi istinti di paura, desiderio, o
dalla memoria di qualcosa ancor più elementare, ancor più primitivo. animale.
vegetale, embrionico, e gradualmente evolventesi, divenendo più rifinita e più
complicata, occupante sempre più aspetti della vita, e quindi avvicinantesi alla forma
ideale.
Naturalmente una tale tendenza di pensiero è direttamente opposta all'idea di
esoterismo, che ritiene che per la grandissima maggioranza le nostre idee non siano il
prodotto dell'evoluzione, ma il prodotto della degenerazione di idee che esistettero in
un certo periodo o che ancora esistono da qualche parte in forme più alte, più pure e
più complete.
Per il moderno modo di pensare questa è una mera assurdità. Siamo così certi di essere
il più alto prodotto dell'evoluzione, di conoscere tutto, così sicuri che non vi possa
essere su questa terra alcun fenomeno significativo come le scuole o i gruppi o i sistemi
che finora non sono stati conosciuti o riconosciuti o scoperti, che abbiamo delle
difficoltà anche nell'ammettere la possibilità logica di una tale idea.
Se vogliamo dominare anche gli elementi dell'idea, dobbiamo comprendere che essi
sono incompatibili con l'idea di evoluzione nel senso ordinario di questa parola. È
impossibile considerare la nostra civiltà come l'unica o la più elevata; essa deve essere
considerata come una delle molte culture che si sono succedute una all'altra sulla terra.
Inoltre queste culture, ognuna a suo modo, distorsero l'idea di esoterismo che giace alla
loro fondazione, e nessuna di esse mai si innalzò, neanche approssimativamente, al
livello della propria sorgente.
Ma una tale visione sarebbe troppo rivoluzionaria, poiché scuoterebbe le fondamenta
di tutto il pensiero moderno, comporterebbe una revisione di tutte le filosofie
scientifiche del mondo, e renderebbe perfettamente inutili, persino ridicole, intere
collane di libri scritti sulle basi della teoria dell'evoluzione. E soprattutto sarebbe
necessario l'allontanamento dalla scena di un'intera serie di «grandi uomini» del
passato, del presente e del futuro. Questa visione, perciò, non potrà mai diventare
popolare e non è probabile che prenda posto a fianco di altre vedute.
Ma se proviamo a proseguire con questa idea di successive civiltà, vedremo che ogni
grande cultura del grande ciclo dell'intera umanità consiste di un'intera serie di culture
separate, appartenenti a razze e genti separate. Tutte queste culture separate procedono
ad ondate: sorgono, raggiungono il punto del loro più elevato sviluppo e decadono.
Una razza o un popolo che abbia raggiunto un livello di cultura molto alto può iniziare
a perdere la propria cultura e gradualmente passare ad uno stato di assoluta barbarie. I
selvaggi del nostro tempo, come è stato detto prima, possono essere i discendenti di
razze altamente acculturate di un tempo. Un'intera serie di queste culture razziali e
nazionali, prese su un periodo di tempo molto lungo, costituisce quella che può essere
chiamata una grande cultura o la cultura di un grande ciclo. La cultura di un grande
ciclo è anche un'ondata costituita, come ogni ondata, di un certo numero di ondate più
piccole; e questa cultura, come le culture separate, razziali o nazionali, sorge, raggiunge
il più alto punto e infine sprofonda nella barbarie.
Naturalmente la divisione in periodi di barbarie e periodi di cultura non deve essere
presa alla lettera. Una cultura può scomparire completamente in un continente ed essere
conservata in parte in un altro che non mantiene alcuna comunicazione con il primo.
Possiamo pensare esattamente in questo modo per la nostra cultura, poiché tempi di
indubitabile, profonda barbarie in Europa possono essere stati tempi di una certa
cultura in parti dell'America del Sud o dell'America Centrale, forse in alcuni paesi
dell'Africa, dell'Asia e della Polinesia. La possibilità che una cultura sia conservata in
alcune parti del mondo in un periodo di generale decadenza non intacca il principio più
importante che la cultura procede per grandi ondate, separate da lunghi periodi di più
o meno completa barbarie.
Ed è molto probabile che ricorrano periodi, particolarmente se coincidono con
cataclismi geologici, con cambiamenti nello stato della crosta terrestre, quando ogni
parvenza di cultura scompare ed i superstiti di tutta l'umanità precedente iniziano una
nuova cultura dal principio, dall'età della pietra.
Secondo l'idea di esoterismo, non tutte le cose di valore raggiunte dall'umanità durante
i periodi di cultura vanno perdute in periodi di barbarie. La sostanza principale di ciò
che è stato guadagnato dall'umanità in un periodo di cultura è conservato nei centri
esoterici durante un periodo di barbarie, e successivamente serve per l'inizio di una
nuova cultura.
Ogni cultura sorge e decade. La ragione è che in ogni cultura, come possiamo
osservare, per esempio nella nostra, principi completamente opposti come il principio
di barbarie e quello di civiltà si sviluppano ed evolvono allo stesso tempo.
L'inizio di una cultura proviene dal cerchio interno dell'umanità, e spesso arriva per
mezzo della violenza. Missionari del cerchio interno civilizzano razze selvagge talvolta
con ferro e fuoco, perché non può esservi altro mezzo che la violenza per trattare con
gente selvaggia. Più tardi si sviluppano i principi di civiltà e gradualmente si creano
quelle forme di manifestazione spirituale dell'uomo che sono chiamate religione,
filosofia, scienza e arte e anche quelle forme di vita sociale che creano per l'individuo
una certa libertà, agiatezza, sicurezza e la possibilità di auto-manifestazione in più alte
sfere di attività.
Questa è civiltà. Come è stato notato il suo inizio, cioè l'inizio di tutte le sue idee e
principi e tutta la sua conoscenza, proviene dal cerchio esoterico.
Ma simultaneamente all'inizio di una civiltà era ammessa la violenza, e il risultato è
che anche la barbarie cresce a fianco a fianco con la civiltà. Questo significa che
parallelamente alla crescita delle idee che provengono dal cerchio esoterico evolvono
altri lati della vita che si sono originati nell'umanità in stato barbaro. Questi principi
non esistono e non devono esistere in una civiltà.
Nella nostra cultura è molto semplice tracciare queste due linee: la linea della civiltà e
la linea della barbarie.
Il selvaggio uccideva il proprio nemico con una clava. L'uomo colto ha a sua
disposizione ogni sorta di apparato tecnico, esplosivi di terribile potenza, elettricità,
aeroplani, sottomarini, gas venefici e così via. Tutti questi mezzi e congegni per la
distruzione e lo sterminio non sono altro che forme evolute della clava. E differiscono
da essa soltanto nella potenza della loro azione. La cultura dei mezzi di distruzione e
la cultura dei mezzi e dei metodi di violenza sono la cultura della barbarie.
Inoltre, una parte essenziale della nostra cultura consiste di schiavitù e ogni altra
possibile forma di violenza nel nome dello stato, nel nome della religione, nel nome
delle idee, nel nome delle morali, nel nome di ogni cosa immaginabile.
La vita interiore della società moderna, i suoi gusti e i suoi interessi, sono pieni di tratti
barbari. Passione per spettacoli e divertimenti, passione per competizioni, sport, giochi
d'azzardo, grossa suggestionabilità, propensione a sottomettersi ad ogni genere di
influenza, al panico, alla paura, ai sospetti. Tutte queste sono caratteristiche di barbarie.
E tutte fioriscono nella nostra vita, facendo uso di tutti i mezzi e gli apparati della
cultura tecnica, come la stampa, il telegrafo, il telegrafo senza fili, veloci mezzi di
comunicazione e così via.
Una cultura lotta per stabilire un confine tra essa e la barbarie. Le manifestazioni di
barbarie sono chiamate «crimini». Ma la criminologia esistente è insufficiente per
isolare la barbarie. È insufficiente perché l'idea di «crimine» nella criminologia attuale
è artificiale, poiché quel che è chiamato crimine è realmente un'infrazione di «leggi
esistenti», laddove le «leggi» sono spesso una manifestazione di barbarie e di violenza.
Tali sono le leggi proibitive di differenti specie che abbondano nella vita moderna. Il
numero di queste leggi è in costante crescita in tutti i paesi e, grazie a ciò, quello che è
chiamato crimine è molto spesso niente affatto un crimine, poiché non contiene alcun
elemento di violenza o di offesa. Da un altro punto di vista, indiscutibili crimini
sfuggono al campo di visione della criminologia, sia perché non hanno la forma
riconosciuta del crimine sia perché sorpassano una certa scala.
Nella criminologia attuale vi sono concetti: un uomo criminale, una professione
criminale, una società criminale, una setta criminale, una casta criminale e una tribù
criminale, ma non vi è alcun concetto di uno stato criminale, o di un governo criminale,
o di una legislazione criminale. Conseguentemente i più grandi crimini sfuggono
realmente dall'essere chiamati crimini.
Questa limitazione del campo di visione della criminologia assieme all'assenza di
un'esatta e permanente definizione del concetto di crimine è una delle principali
caratteristiche della nostra cultura.
La cultura della barbarie cresce simultaneamente con la cultura della civiltà. Ma il
punto importante è il fatto che i due non possono svilupparsi su linee parallele
all'infinito. Arriva inevitabilmente il momento in cui la cultura della barbarie arresta lo
sviluppo della civiltà e gradualmente, o forse molto velocemente, la distrugge
completamente.
Ci si potrebbe chiedere perché la barbarie deve inevitabilmente distruggere la civiltà,
perché la civiltà non possa distruggere la barbarie.
È facile rispondere a questa domanda. Prima di tutto non si è mai saputo che una tale
cosa sia accaduta in tutta la storia che conosciamo, mentre il fenomeno opposto, cioè
la distruzione della civiltà per opera della barbarie, la vittoria della barbarie sulla civiltà
è sempre accaduta e sta accadendo ora. E, come è stato detto prima, possiamo giudicare
il fato di una grossa ondata di cultura dal fato delle ondate di cultura minori di singole
razze e genti.
La causa radicale dell'evoluzione della barbarie risiede nell'uomo stesso; in lui sono
innati i principi che promuovono la crescita della barbarie. Per distruggere la barbarie
è necessario distruggere questi principi. Ma possiamo vedere che mai, fin dall'inizio
della storia che conosciamo, la civiltà è stata capace di distruggere questi principi di
barbarie nell'animo umano; e perciò la barbarie sempre evolve parallelamente alla
civiltà. Inoltre la barbarie usualmente evolve più velocemente della civiltà, e in molti
casi la barbarie frena lo sviluppo della civiltà proprio all'inizio. È possibile trovare
molti esempi storici della civiltà di una nazione che sia stata arrestata dallo sviluppo
della barbarie proprio in quella nazione.
È abbastanza probabile che in casi separati di piccole o anche relativamente grandi ma
isolate culture, la civiltà temporaneamente abbia conquistato la barbarie. Ma in altre
culture esistenti allo stesso tempo era la barbarie a superare la civiltà, e col tempo
invadeva e superava la civiltà di quelle culture separate che nei loro propri paesi
avevano vinto la barbarie.
La seconda ragione della vittoria della barbarie sulla civiltà, come è sempre accaduto,
risiede nel fatto che le forme originali di civiltà coltivavano certe forme di barbarie per
la protezione della propria esistenza, della propria difesa, del proprio isolamento, come
l'organizzazione di una forza militare, un esercito, l'incoraggiamento e la
legalizzazione di varie forme di schiavitù, la codificazione di costumi barbari e così
via.
Queste forme di barbarie molto presto superarono in crescita la civiltà.
Molto presto iniziarono a scorgere lo scopo della propria esistenza in sé stesse.
La loro forza risiede nel fatto che esse possono esistere di per sé stesse, senza aiuto
dall'esterno. La civiltà, al contrario, essendo provenuta dall'esterno, può esistere e
svilupparsi soltanto ricevendo aiuto dall'esterno, cioè l'aiuto del cerchio esoterico. Ma
le forme evolventi di barbarie molto presto tagliano fuori la civiltà dalla propria fonte,
e quindi la civiltà, perdendo fiducia nella ragione della sua esistenza separata, inizia a
servire le forme sviluppate di barbarie, nella convinzione che lì giace il suo scopo e il
suo destino. Tutte le forme create dalla civiltà sottostanno ad un processo di
cambiamento e si adattano ad un nuovo ordine di cose, cioè diventano serviti nei
confronti della barbarie.
Il governo teocratico si trasforma in dispotismo. Le caste, se sono state riconosciute,
diventano ereditarie. La religione, prendendo la forma di «chiesa», diventa uno
strumento nelle mani del dispotismo o delle caste ereditarie. La scienza si trasforma in
tecnica, serve gli scopi di distruzione e di sterminio. Le arti degenerano e diventano un
mezzo per tenere le masse al livello dell'imbecillità.
Questa è la civiltà al servizio della barbarie, imprigionata dalla barbarie.
Un tale rapporto tra civiltà e barbarie può essere osservato lungo tutto l'arco della vita
storica. Ma un tale rapporto non può esistere all'infinito. La crescita della civiltà si
arresta. La civiltà viene, come sempre, rimaneggiata nella cultura della barbarie. Infine
deve arrestarsi del tutto. Allora la barbarie, senza ricevere un afflusso di forza dalla
civiltà, inizia a discendere verso forme sempre più elementari, ritornando gradualmente
al suo stato primitivo, fino a che diventa quello che realmente è ed è stata durante
l'intero periodo nel quale era stata camuffata in fastose bardature dalla civiltà.
La barbarie e la civiltà possono coesistere in questo mutuo rapporto, che possiamo
osservare nella nostra vita storica, soltanto per un periodo comparativamente breve di
tempo. Deve arrivare un periodo in cui la crescita della tecnica di distruzione inizierà
ad avanzare così repentinamente che distruggerà la sorgente delle proprie origini, e
cioè la civiltà.
Quando esaminiamo la vita moderna, vediamo quale piccolo e insignificante posto sia
occupato in essa dai principi della civiltà che non sono schiavi della barbarie. Che
piccolo posto, invece, è occupato nella vita dell'uomo medio dal pensiero o dalla ricerca
della verità! Ma i principi della civiltà in forme falsificate sono già usati per gli scopi
della barbarie come un mezzo per soggiogare le masse e mantenerle in soggezione, ed
in queste forme essi fioriscono.
E sono soltanto queste forme falsificate ad essere tollerate nella vita. Religione,
filosofia, scienza ed arte, che non sono in immediata servitù della barbarie, non sono
riconosciute nella vita se non in forme deboli e limitate. Ogni tentativo da parte loro di
crescere al di là dei limiti molto ristretti loro assegnati è immediatamente arrestato.
L'interesse dell'umanità quotidiana in questa direzione è molto debole e indifeso.
L'uomo vive nella soddisfazione dei propri appetiti, nelle paure, nella lotta, nella vanità,
nelle distrazioni e nei divertimenti, in stupidi sport, in giochi d'abilità e di fortuna,
nell'avidità del nella sensualità, nel monotono lavoro quotidiano, nelle preoccupazioni
e ansietà del giorno, e più di ogni altra cosa nell'obbedienza e nell'apprezzamento
dell'obbedienza, poiché non vi è nulla che piaccia all'uomo medio più dell'obbedire; se
egli cessa di obbedire ad una forza, immediatamente inizia ad obbedire ad un'altra. Egli
è infinitamente lontano da qualunque cosa che non sia connessa direttamente con gli
interessi o le preoccupazioni del giorno, da ogni cosa che stia un po' al di sopra del
livello materiale della sua vita. Se non chiudiamo gli occhi a tutto questo, capiremo che
non possiamo, al meglio, chiamarci altro che barbari civilizzati, cioè barbari che
posseggono un certo grado di cultura.
La civiltà del nostro tempo è pallida, mal cresciuta, e può difficilmente mantenersi in
vita nell'oscurità di una profonda barbarie. Invenzioni tecniche, mezzi di
comunicazione e metodi di produzione migliori, crescenti poteri nella lotta contro la
natura tolgono alla civiltà probabilmente più di quanto possano dare. La vera civiltà
esiste soltanto nell'esoterismo. È il cerchio interno che è, infatti, la porzione di umanità
realmente civilizzata, e i membri del cerchio interno sono uomini civili che vivono in
un paese di barbari, tra i selvaggi.
Questo getta luce da un altro punto di vista sulla questione che spesso si pone e alla
quale ho già fatto allusione: perché i membri del cerchio interno non aiutano gli uomini
nella loro vita, perché non prendono posizione dalla parte della verità, perché non sono
desiderosi di sostenere la giustizia, di aiutare i deboli, di rimuovere le cause della
violenza e del male?
Ma se immaginiamo un piccolo numero di uomini civili che vivono in un grande paese
popolato di tribù barbare e selvagge in perpetua ostilità e guerra l'una con l'altra; perfino
se immaginiamo che queste persone civili vivano lì come missionari con pieno
desiderio di portare l'illuminazione alle masse selvagge, vedremo che certamente esse
non interferiranno nella lotta di differenti tribù o non si porranno da una parte o
dall'altra in conflitti che potrebbero nascere. Supponiamo che degli schiavi facciano
una rivolta in questo paese; questo non significa che gli uomini civili debbano aiutare
gli schiavi, poiché l'obiettivo degli schiavi è quello di soggiogare i loro padroni e
renderli propri schiavi, mentre essi diverrebbero padroni.
La schiavitù, nelle sue forme più varie, è una delle principali caratteristiche di questo
paese selvaggio, e i missionari non possono nulla contro di essa; possono soltanto
offrire, a chiunque lo desideri, di farlo entrare in una scuola e farlo studiare, e così
diventare libero.
Per coloro che non entrano nelle scuole, le condizioni di vita non possono essere
alterate.
Questa è un'accurata descrizione della nostra vita e del nostro rapporto con
l'esoterismo, se l'esoterismo esiste.
Se ora consideriamo la vita della razza umana come una serie di ondate che nascono e
muoiono, giungiamo alla questione dell'inizio e delle origini dell'uomo, l'inizio e le
origini di culture nascenti e morenti, l'inizio e le origini della razza umana. Come è già
stato detto, quella che comunemente è chiamata la «teoria dell'evoluzione» in rapporto
all'uomo, cioè tutte le teorie di ingenuo darwinismo sembrano essere improbabili e
completamente infondate, almeno da come oggi sono presentate.
Ancor meno reali sono le varie teorie sociologiche, cioè tentativi di spiegare alcune
qualità e tratti individuali dell'uomo con l'influenza delle sue condizioni ambientali o
con le richieste della società nel mezzo della quale egli vive.
Se ora esaminiamo il lato biologico, allora nell'origine e nella variazione delle specie
appaiono, anche per una mente scientifica, molte circostanze assolutamente
inspiegabili con l'accidente o l'adattamento. Queste circostanze ci costringono a
considerare l'esistenza di un piano nel lavoro di quella che noi chiamiamo Natura. E
una volta che supponiamo o ammettiamo l'esistenza di un piano, dobbiamo ammettere
l'esistenza di un qualche tipo di mente, di una certa intelligenza, vale a dire l'esistenza
di alcuni esseri che lavorano su questo piano e controllano la realizzazione di esso.
Per comprendere le leggi della possibile evoluzione o trasformazione dell'uomo, è
necessario comprendere le leggi dell'attività della Natura e i metodi del Grande
Laboratorio che controlla tutta la vita e che il pensiero scientifico tenta di rimpiazzare
con un «accidente» che si verifica sempre nella stessa direzione.
Talvolta per comprendere fenomeni più grandi è utile trovare fenomeni minori nei quali
si manifestano le stesse cause che operano nel fenomeno più grande. Talvolta per
comprendere la complessità dei principi che sono alla base di un grande fenomeno è
necessario capire la complessità di un fenomeno che sembra piccolo e insignificante.
Vi sono molti fenomeni in Natura che non sono mai stati completamente analizzati e
che, presentati sotto una falsa luce, formano una base per varie false teorie e ipotesi.
Allo stesso tempo, visti sotto la giusta luce e correttamente compresi, questi fenomeni
spiegano molte cose dei principi e dei metodi dell'attività della Natura.
Come illustrazione alle precedenti proposizioni, prenderò i fenomeni di mimesi e, in
generale, di somiglianza e similitudine nei regni vegetale ed animale. Secondo le più
recenti definizioni scientifiche, la parola «mimesi» si riferisce soltanto ai fenomeni di
imitazione da parte di forme viventi di altre forme viventi; inoltre sono ascritti ad essa
alcuni scopi utilitaristi e alcune limitazioni.
In altre parole, sono riferiti alla mimesi soltanto fenomeni di una certa, definita classe
e carattere, come distinti dalla più ampia classe di «somiglianza protettiva».
In realtà i due fenomeni appartengono allo stesso ordine ed è impossibile separarli.
Inoltre, il termine «somiglianza protettiva» non è affatto scientifico, perché presuppone
una spiegazione già pronta del fenomeno della somiglianza, che in realtà non è
assolutamente spiegato e contiene molti tratti che contraddicono la definizione di
protettiva.
In vista di ciò, la parola «mimesi» è d'ora in poi presa nel suo pieno significato, cioè
nel senso di qualunque imitazione o copia da parte di forme viventi sia di altre forme
viventi che delle condizioni naturali che le circondano.
I fenomeni di mimesi si manifestano più chiaramente nel mondo degli insetti.
Alcuni paesi sono particolarmente ricchi di insetti che incorporano nella loro struttura
o colorazione le varie condizioni delle condizioni ambientali o delle piante sulle quali
vivono, o di altri insetti. Vi sono insetti-foglia, insetti-ramo, insetti-pietra, insetti-
muschio e insetti-stella-lucciole. Perfino uno studio generale e casuale di questi insetti
rivela un intero mondo di miracoli. Farfalle, le cui ali piegate rappresentano una larga
foglia secca dai contorni serrati, con macchie simmetriche, venature e un intricato
disegno, attaccate all'albero o roteanti nel vento. Scarafaggi che imitano il muschio
grigio. Meravigliosi insetti, i corpi dei quali sono l'esatta copia di piccoli rami verdi,
talvolta con un'ampia foglia alla fine. Questi ultimi insetti, ad esempio, si trovano sulle
rive del Mar Nero nel Caucaso. A Ceylon c'è un grande insetto verde che vive in alcune
specie di cespugli e copia l'esatta forma, colore e dimensioni delle foglie di questa
pianta (Phyllium siccifolium).
Alla distanza di circa un metro è proprio impossibile distinguere l'insetto tra le foglie
da una foglia vera. Le foglie sono quasi di forma rotonda, da mezzo centimetro a un
centimetro e mezzo di diametro, con la fine appuntita, relativamente spessa, con
venature e contorni dentellati, e con un peduncolo rosso al di sotto. E precisamente le
stesse venature e dentellature sono fedelmente riprodotte sulla parte superiore
dell'insetto. Al di sotto, dove il peduncolo inizia sulla vera, vi è un corpicino rosso con
zampette sottili e una testa con antenne.
È assolutamente invisibile dal di sopra. La «foglia» lo ricopre e lo protegge dagli occhi
dei curiosi.
La mimesi fu spiegata per lungo tempo «scientificamente» come il risultato della
sopravvivenza del più forte, che possiede migliori strumenti di adattamento. Così, per
esempio, si diceva: uno degli insetti poteva essere «accidentalmente» nato di colore
verdastro. Grazie a questo colore verdastro, esso riuscì a confondersi tra le foglie verdi,
era maggiormente capace di eludere i propri nemici ed aveva una maggiore chance di
lasciare una progenie. In questa progenie gli esemplari di colore verdastro
sopravvissero più facilmente ed ebbero una possibilità più grande di continuare questa
specie. Gradualmente, dopo migliaia di generazioni, risultò un insetto che era
interamente di colore verde. Ad uno di questi accadde «accidentalmente» di essere più
piatto degli altri e, grazie a questo, era meno visibile tra le foglie. Poteva nascondersi
ai suoi nemici ed ebbe una maggiore possibilità di lasciare una progenie.
Gradualmente, ancora dopo migliaia di generazioni, ne risultò una varietà verde e
piatta. Uno di questi insetti verdi della varietà piatta rassomigliava nella forma ad una
foglia; grazie a questo fu più capace di nascondersi tra le foglie, ed ebbe una maggiore
probabilità di lasciare una progenie, e così via.
Questa teoria fu ripetuta così tante volte in varie forme dagli scienziati che divenne
quasi universalmente accettata, sebbene in realtà essa sia, naturalmente, la più ingenua
delle spiegazioni.
Se si esamina un insetto che rassomiglia ad una foglia verde, o una farfalla le cui ali
ripiegate sono come una foglia avvizzita, o l'insetto che imita un ramo verde con una
foglia, si vede in ognuno di essi non un aspetto che li rende simili ad una pianta, non
due o tre caratteristiche, ma migliaia di caratteristiche, ognuna delle quali, secondo la
vecchia teoria «scientifica», deve essersi formata separatamente, indipendentemente
da altre, poiché è assolutamente impossibile supporre che un insetto improvvisamente,
«accidentalmente», divenga simile ad una foglia verde in tutti i suoi dettagli.
L'«accidente» può essere ammesso in una sola direzione, ma è quasi impossibile
ammetterlo in migliaia di direzioni alla volta. Dobbiamo presumere o che tutti i più
minuti dettagli si siano formati indipendentemente uno dall'altro, o che un certo
«piano» esisteva. La scienza non potrebbe ammettere un «piano». Un «piano» non è
assolutamente un'idea specifica. Restava dunque soltanto l'«accidente». In quel caso
ogni venatura sul dorso dell'insetto, ogni zampa verde, il collo rosso, la testa verde con
le antenne, tutti i dettagli più minuti, ogni più fine caratteristica, tutte queste cose
devono essersi formate indipendentemente l'una dall'altra. Per formare un insetto
esattamente come una foglia della pianta sulla quale viva, non uno, ma migliaia. forse
anche decine di migliaia di accidenti ripetuti sarebbero stati necessari.
Coloro che inventarono le spiegazioni «scientifiche» della mimesi non tenevano in
conto l'impossibilità matematica di questa sorta di «accidentali» serie di combinazioni
e ripetizioni.
Se tracciamo la somma di lavoro intenzionale e, fino ad un certo punto, conscio, che è
necessario per ottenere una comune lama di coltello da un blocco di minerale ferroso,
non penseremo mai che una lama di coltello viene ad esistere «accidentalmente».
Sarebbe un'idea assolutamente non scientifica aspettarsi di trovare sulla terra lame già
pronte con il marchio di fabbrica di Sheffield e Solingen su di esse. Ma la teoria della
mimesi si aspetta molto di più. Sulla base di questa o di similari teorie ci si potrebbe
aspettare di trovare in qualche strato di roccia una macchina da scrivere, che si è
formata naturalmente ed è perfettamente pronta per l'uso.
L'impossibilità di accidenti combinati è precisamente quello che non fu preso in
considerazione per lungo tempo nel pensiero «scientifico».
Quando un tratto rende un animale invisibile nel suo ambiente, così come una lepre
bianca è invisibile nella neve o una rana verde nel prato, può essere spiegato
«scientificamente» a malapena. Ma quando il numero di questi tratti diventa quasi
incalcolabile, una tale spiegazione perde ogni possibilità logica.
In aggiunta a quanto è stato detto, l'insetto-foglia possiede un'altra caratteristica che
richiede attenzione. Se si trova un tale insetto morto, si vedrà che esso rassomiglia ad
una foglia stinta, mezza avvizzita e arricciata.
Nasce la domanda: perché se un insetto vivo rassomiglia ad una foglia viva, un insetto
morto rassomiglia ad una foglia morta? Una cosa non si spiega con l'altra. A dispetto
della somiglianza esteriore, la struttura istologica dell'uno e dell'altro deve essere
abbastanza differente. Allora la somiglianza dell'insetto morto con la foglia morta è
anche essa un tratto che deve essersi formato proprio separatamente e
indipendentemente. Come può la scienza spiegare ciò?
Cosa è stata capace di dire? Che all'inizio un solo insetto somigliava vagamente ad una
foglia sbiadita. Grazie a ciò esso ebbe una maggiore possibilità di nascondersi ai
nemici, di generare una progenie più numerosa e così via. La scienza non poteva dire
nient'altro, poiché questa è una necessaria deduzione del principio delle somiglianze
protettive o utilitariste.
La scienza moderna non può seguire queste direttive completamente, e sebbene
conservi la terminologia darwiniana e post-darwiniana di «protettività», di «amici» e
«nemici», non può considerare ora i fenomeni di somiglianza e di mimesi soltanto dal
punto di vista utilitarista.
Sono stati notati molti fatti strani; per esempio, sono noti molti casi in cui un
cambiamento di colorazione e di forma rende un insetto o un animale più vistoso,
soggetto a maggior pericolo, più attraente e più invitante ai suoi nemici.
Il principio dell'utilitarismo deve essere abbandonato. E nei moderni trattati scientifici
ci si può imbattere ora con insignificanti e diffuse spiegazioni che il fenomeno della
mimesi deve le sue origini all'«influenza dell'ambiente circostante che agisce
similmente su differenti specie» o ad una «risposta fisiologica ad una costante
esperienza mentale, come la sensazione del colore» (5).
È chiaro che anche questa non è affatto una spiegazione.
Per comprendere i fenomeni di mimesi e rassomiglianza in generale nei mondi animale
e vegetale, è necessario avere una veduta molto più ampia, e solo poi sarà possibile
(5)
Enc. Brit. 14esima ed. vol. 15, Mimesi.
riuscire a trovare il loro principio conduttore.
Il pensiero scientifico, a causa delle sue definite limitazioni, non può scorgere questo
principio.
Questo principio è la tendenza generale della Natura nei confronti della decorazione,
«teatralità», la tendenza ad essere o ad apparire differente da quello che essa realmente
è in un dato tempo e luogo.
La Natura tenta sempre di abbellirsi e di non essere sé stessa. Questa è la legge
fondamentale della sua vita. Sempre si veste sfarzosamente, sempre cambia i suoi
costumi, sempre si rigira davanti allo specchio, guardandosi da tutti i lati, ammirandosi
- e poi ancora si sveste e si riveste.
Le sue azioni spesso ci sembrano accidentali e senza scopo, perché cerchiamo sempre
di attribuire loro qualche significato utilitarista. In realtà, comunque, nulla può essere
più lontano dalle intenzioni della Natura che un lavoro verso l'«utilità». L'utilità è
raggiunta soltanto strada facendo, casualmente.
Quel che può esser considerato permanente e intenzionale è la tendenza verso la
decoratività, il mascherarsi senza fine, l'infinita messa in scena, per mezzo della quale
la Natura vive.
Invece tutti questi piccoli insetti dei quali ho parlato, sono sfarzosamente vestiti e
camuffati; indossano tutti maschere e vestiti dai colori vivaci. La loro vita trascorre sul
palcoscenico. L'inclinazione della loro vita non è ad essere sé stessi, ma ad assomigliare
a qualcos'altro, ad una foglia verde, ad un pezzo di muschio, ad una pietra luccicante.
Tuttavia uno può imitare soltanto ciò che effettivamente vede. Anche l'uomo è incapace
d'inventare o ideare nuove forme. Un insetto o un animale è costretto a prenderle in
prestito dall'ambiente circostante, ad imitare qualcosa nelle condizioni tra le quali è
nato. Un pavone si veste con rotonde macchie dì sole, che batte sul suolo con i raggi
che passano tra le foglie. Una zebra si ricopre con le ombre dei rami degli alberi. Un
pesce che vive su un fondo di mare sabbioso copia la sabbia nei suoi colori. Lo stesso
pesce che vive su un fondale nero e melmoso imiterà la melma nella sua colorazione.
Un insetto che vive tra le foglie verdi di un particolare cespuglio di Ceylon si camufferà
come una foglia di questo cespuglio. Non potrebbe camuffarsi da niente altro. Pur se
dovesse sentire un'inclinazione verso la decoratività e la teatralità, una tendenza ad
indossare strani vestiti e a mascherarsi, sarà costretto ad imitare le foglie verdi tra le
quali vive. Queste foglie son tutto ciò che conosce e vede e non può inventare niente
altro. È circondato da foglie verdi, e si veste sfarzosamente come una foglia verde,
pretende di essere una foglia verde, fa la parte di una foglia verde.
Possiamo vedere in questo soltanto una cosa: una tendenza a non essere sé stessi, ad
apparire qualcosa che non si è (6).
Naturalmente è un miracolo, ed un miracolo che contiene non uno, ma molti enigmi.
Prima di tutto, chi o cosa si traveste, chi o cosa lotta per essere o apparire qualcosa che
non è?
Ovviamente non i singoli insetti o animali. Un singolo insetto è soltanto un costume.
Vi è qualcuno o qualcosa dietro di lui.
Nel fenomeno della decoratività, nelle forme e nei colori delle creature viventi, nel
fenomeno della mimesi, perfino nella «protezione», può esser scorto un piano,
un'intenzione e uno scopo definiti; e molto spesso questo piano non è affatto utilitarista.
Al contrario, il travestimento spesso contiene molte cose pericolose, non necessarie e
svantaggiose.
Di che cosa si tratta allora?
È la moda, la moda in Natura!
Ora, cos'è la «moda» nel mondo umano? Chi la crea, chi la governa, quali sono i suoi
principi conduttori, ed in cosa risiede il segreto del suo essere così perentoria? Essa
contiene un elemento decorativo, sebbene questo sia spesso mal compreso, un
elemento di protezione, un elemento di sottolineatura dei tratti secondari, un elemento
di desiderio a non apparire o a non essere quel che si è, e anche un elemento di imitare
quel che più colpisce l'immaginazione.
Perché nel XIX secolo, con l'inizio del regno delle macchine, colti Europei, con i loro
alti cappelli, calzoni e redingotes neri, furono trasformati in stilizzate ciminiere?
Cos'era questa? «Somiglianza protettiva?».
La mimesi è una manifestazione di questa stessa «moda» nel mondo animale. Tutte le
imitazioni, tutte le copie, tutti gli occultamenti sono «moda».
Rane verdi tra il verde, gialle sulla sabbia, quasi nere sulla terra nera – questa non è
semplicemente «protezione». Possiamo delineare qui un elemento di ciò che è «fatto»,
che è rispettabile, che tutti fanno. Nella sabbia una rana verde attrarrebbe troppa
attenzione, sarebbe troppo evidente, sarebbe uno «sconcio». Evidentemente, per
qualche ragione, questo non è permesso, è considerato contrario al buon gusto della
Natura.
I fenomeni di mimesi stabiliscono due principi per comprendere il lavoro della Natura:
il principio dell'esistenza di un piano in ogni cosa che fa la Natura, e il principio
dell'assenza di un semplice utilitarismo in questo piano.
(6)
Questa tendenza a non essere sé stessi e la tendenza alla teatralità (nella vita umana) sono spiegate in modo interessante
nel libro di N.N. Evreinov, The Theatre in Life (St. Petersbourg, 1915. G.G. Harrap & Co., London).
Questo ci porta alla questione dei metodi, alla questione di come ciò viene fatto. E
questa questione porta a sua volta immediatamente ad un'altra: come viene fatto non
soltanto questo, ma ogni cosa in generale?
Il pensiero scientifico è costretto ad ammettere la possibilità di strani «salti» nella
formazione di nuovi tipi biologici. La tranquilla e ben equilibrata teoria dell'origine
delle specie dei bei tempi andati fu abbandonata molto tempo fa, e non vi è alcuna
possibilità ora di difenderla. I «salti» sono evidenti e abbattono l'intera teoria.
Secondo alcune teorie biologiche che divennero «classiche» nella seconda metà del
XIX secolo, tratti acquisiti diventano permanenti soltanto dopo ripetizioni accidentali
in molte generazioni. Per dire la verità, comunque, nuovi tratti vengono trasmessi
molto spesso improvvisamente ad un grado intensificato.
Questo fatto da solo distrugge completamente il vecchio sistema e ci obbliga a
presumere l'esistenza di qualche specie di forze che regolano la comparsa e la
stabilizzazione di nuovi tratti.
Da questo punto di vista è possibile supporre che quelli che sono chiamati i regni
animale e vegetale siano il risultato di un complicato lavoro fatto da un
Grande Laboratorio. Guardando ai mondi vegetale ed animale possiamo pensare che
in qualche immenso ed incomprensibile laboratorio della Natura vengono prodotti, uno
dopo l'altro, una serie di esperimenti. Il risultato di ogni esperimento è posto in una
provetta a parte che viene sigillata ed etichettata, e così entra nel nostro mondo. Noi lo
vediamo e diciamo «mosca». Altro esperimento, altra provetta - e noi diciamo «ape»;
un altro ancora - «serpente», «elefante», «cavallo», e così via. Tutti questi sono
esperimenti del Grande Laboratorio. Per ultimo viene il più difficile e complicato
esperimento, l'«uomo».
Inizialmente non vediamo alcun ordine o scopo in questi esperimenti. E alcuni
esperimenti, come gli insetti nocivi e i serpenti velenosi, ci sembrano un malizioso
scherzo della Natura a spese dell'uomo.
Ma gradualmente iniziamo a scorgere un sistema e una direzione definita nel lavoro
del Grande Laboratorio. Iniziamo a comprendere che il Laboratorio sperimenta
soltanto con l'uomo. Lo scopo del Laboratorio è quello di creare una forma che si
evolve da sola, cioè in condizioni di aiuto e di sostegno, ma con le sue proprie forze.
La forma auto-evolvente è l'uomo.
Tutte le altre forme sono sia esperimenti preliminari per procurare materiale per nutrire
forme più complicate, sia esperimenti per produrre definite proprietà o parti della
macchina; o esperimenti non riusciti, o scarti di produzione, o materiale usato.
Il risultato di tutto questo complicato lavoro è la prima umanità: Adamo ed Eva.
Ma il Laboratorio iniziò a lavorare molto tempo prima della comparsa dell'uomo. Una
moltitudine di forme fu creata, ognuna delle quali per perfezionare questo o quel tratto,
questo o quello strumento. E ognuna di queste forme, per poter vivere, comprendeva
in sé stessa ed esprimeva alcune leggi cosmiche fondamentali, apparendo come il loro
simbolo o geroglifico.
Grazie a ciò le forme già create non scomparvero dopo aver servito il loro scopo, ma
continuarono a vivere finché le condizioni rimasero favorevoli o fino a quando non
furono distrutti da forme simili ma più perfezionate.
Gli «esperimenti», per così dire, sfuggirono al Laboratorio e iniziarono a vivere da soli.
La Natura, ovviamente, non aveva in progetto alcuna evoluzione per questi
«esperimenti» che sfuggirono. Talvolta, nel creare queste forme sperimentali, la Natura
impiegò materiali che erano già stati usati nell'uomo, che erano inutili per lui e incapaci
di trasformazione in lui.
In questo modo tutto il lavoro del Grande Laboratorio aveva in vista un solo scopo: la
creazione dell'Uomo. Oltre ad esperimenti preliminari e scarti di produzione v'erano
animali formati.
Gli animali, che sono i nostri «antenati» secondo Darwin, sono in realtà non i nostri
progenitori, ma molto spesso proprio i «discendenti» di razze umane scomparse da
lungo tempo come noi. Noi siamo i loro discendenti, e così anche gli animali. In noi
sono incorporate le loro proprietà di un certo tipo, negli animali sono incorporate le
loro proprietà di un altro tipo. Gli animali sono nostri cugini. La differenza tra noi e gli
animali è che noi, con successo o meno, ci adattiamo alle condizioni mutevoli, o in
ogni caso abbiamo la facoltà di adattamento. Gli animali, perciò, si sono fermati ad un
solo aspetto, una proprietà che essi esprimono, e non vanno oltre. Se le condizioni
cambiano, gli animali muoiono. Sono incapaci di adattarsi. In essi sono incorporate
proprietà che non possono cambiare. Gli animali sono l'incarnazione di quelle proprietà
umane che divennero inutili e impossibili nell'uomo.
Ecco perché spesso gli animali sembrano essere caricature di uomini.
L'intero mondo animale è una continua caricatura della vita umana. Vi è molto
nell'uomo che deve essere scartato prima che esso diventi un vero uomo.
E le persone sono spaventate da questo perché non sanno quel che dovranno
abbandonare. Forse qualcosa rimarrà, ma molto poco. E qualcuno avrebbe il coraggio
di fare un tale esperimento? Forse alcune persone lo faranno. Ma dove sono?
Le proprietà che sono destinate, presto o tardi, al giardino zoologico ancora governano
la nostra vita, e le persone sono impaurite di abbandonarle perfino nei loro pensieri
perché sentono che se esse le perdono, non vi rimarrà nulla. E la cosa peggiore è che
nella maggioranza dei casi hanno perfettamente ragione.
Ma torniamo indietro al momento in cui il primo uomo, «Adamo ed Eva», venne fuori
dal Laboratorio e apparve sulla Terra. L'umanità primigenia non poté iniziare alcuna
cultura. Non v'era alcun cerchio interno ad aiutarla, per guidarla nei suoi primi passi.
E l'uomo doveva ricevere aiuto dai poteri che lo crearono. Questi poteri dovevano fare
la parte poi occupata dal cerchio interno.
La cultura iniziò e, poiché il primo uomo non aveva ancora l'abitudine agli errori, né la
pratica dei crimini, né la memoria della barbarie, la cultura si sviluppò con straordinaria
velocità. Inoltre questa cultura non sviluppava lati negativi, ma soltanto positivi.
L'uomo viveva in piena unione con la Natura, vedeva le proprietà intrinseche in tutte
le cose, in tutti gli esseri, comprendeva queste proprietà e diede nomi a tutte le cose
secondo le loro proprietà. Gli animali lo obbedivano; era in costante conversazione con
i poteri superiori che lo avevano creato. E l'uomo si elevò a grandi vette, e crebbe con
gran rapidità perché non aveva errori nella sua ascesa. Ma questa incapacità a
commettere errori e l'assenza della pratica di errori mentre da un lato affrettava il suo
progresso, dall'altro Io espose ad un gran pericolo, perché portava con sé l'incapacità
di evitare i risultati degli errori, che nondimeno rimanevano possibili.
Infine l'uomo commise un errore. E lo commise quando era già asceso ad un'alta vetta.
Questo errore consisteva, inizialmente, nel suo considerarsi come un essere ancor più
grande di quanto egli fosse in realtà. Egli pensò di conoscere già cosa era bene e cosa
era male; pensò di poter guidare e dirigere la propria vita da sé stesso e senza alcun
aiuto dall'esterno.
Questo errore avrebbe potuto, forse, non essere così grande, i suoi risultati avrebbero
potuto essere corretti o alterati, se l'uomo avesse saputo come comportarsi con i risultati
dei propri errori. Ma non avendo alcuna esperienza degli errori, egli non seppe come
contrastare i risultati dei propri errori. Lo sbaglio iniziò a crescere, ad assumere
proporzioni gigantesche, finché non iniziò a manifestarsi in tutti gli aspetti della vita
umana. L'uomo iniziò a decadere. L'ondata discese. L'uomo rapidamente scese al
livello dal quale aveva iniziato, più il peccato acquisito.
E dopo un più o meno lungo periodo stazionario, l'ardua ascesa con l'aiuto dei poteri
superiori iniziò nuovamente.
L'unica differenza era che, questa volta, l'uomo aveva la capacità di commettere errori,
aveva un peccato.
E la seconda ondata di cultura iniziò con il fratricidio, con il crimine di Caino, che fu
posto come pietra angolare della nuova cultura.
Ma a parte il «karma» del peccato, l'uomo acquisì una certa esperienza attraverso i suoi
precedenti errori e quando, perciò, il momento dell'errore fatale ritornò, non fu l'intera
umanità a commetterlo. Così accadde che vi fu un certo numero di persone che non
avevano commesso il crimine di Caino, che non si associarono con esso in alcun modo,
o che ne trassero alcun profitto.
Da quel momento i sentieri dell'umanità si divisero. Coloro che commisero l'errore
iniziarono a decadere finché non raggiunsero nuovamente il più basso livello. Ma nel
momento in cui cominciarono ad aver bisogno di aiuto, coloro che non erano decaduti,
cioè coloro che non avevano commesso l'errore, erano ora capaci di fornire questo
aiuto.
Questo, in breve, è lo schema delle primissime culture. Il mito di Adamo ed Eva è la
storia della prima cultura. La vita nel Giardino dell'Eden fu la prima forma di civiltà ad
esser raggiunta dalla prima cultura. La Caduta dell'Uomo fu il risultato del suo tentativo
di sbarazzarsi dei poteri superiori che guidarono la sua evoluzione e di iniziare una vita
per conto proprio, facendo affidamento sul proprio giudizio. Ogni cultura commette
questo errore fondamentale a modo suo. Ogni nuova cultura sviluppa alcune nuove
caratteristiche, arriva a nuovi risultati e poi perde tutto. Ma tutto quel che è realmente
di valore è conservato da coloro che non fanno errori, e ciò serve come materiale per
l'inizio della cultura successiva.
Nella prima cultura l'uomo non aveva esperienza degli errori. La sua crescita fu molto
rapida, ma non sufficientemente complessa, non sufficientemente varia. L'uomo non
sviluppò in sé stesso tutte le possibilità che erano in lui, poiché molte cose furono
raggiunte da lui troppo facilmente. Ma dopo una serie di cadute, con tutto il suo
bagaglio di errori e crimini, l'uomo dovette sviluppare altre possibilità inerenti in lui
per controbilanciare il risultato di quegli errori.
Più avanti verrà dimostrato che lo sviluppo di tutte le possibilità inerenti in ogni punto
della creazione forma l'oggetto del progresso dell'Universo, e la vita dell'Umanità deve
esser studiata anche in relazione a questo principio. Nella vita più recente della razza
umana e nelle sue più recenti culture lo sviluppo di queste possibilità viene effettuato
con l'aiuto del cerchio interno. Da questo punto di vista tutta l'evoluzione possibile
all'umanità consiste nell'evoluzione di un piccolo numero di individui, esteso
possibilmente per un lungo periodo di tempo. La massa dell'umanità in sé non evolve;
semplicemente varia un poco, adattandosi al cambiamento delle condizioni circostanti.
L'umanità, come un organismo, evolve per mezzo dell'evoluzione di un certo numero,
molto esiguo, di cellule delle quali consiste. Le cellule evolventi passano, appunto, nei
tessuti superiori dell'organismo, e quindi questi tessuti superiori ricevono nutrimento
assorbendo le cellule evolventi.
L'idea dei tessuti superiori è l'idea del cerchio interno.
Come ho detto prima, l'idea del cerchio interno contraddice tutte le teorie sociologiche
riconosciute concernenti la struttura della società umana, ma questa idea ci porta ad
altre teorie che ora sono dimenticate, e che non ricevettero la dovuta attenzione al loro
tempo.
Così, di tanto in tanto, sorse in sociologia la domanda se l'umanità poteva essere
considerata come un organismo e le comunità umane come organismo minori; cioè, è
possibile una visione biologica del fenomeno sociale? Il pensiero sociologico
contemporaneo adotta un atteggiamento negativo nei confronti di questa idea, ed è stato
considerato a lungo non scientifico guardare ad una comunità come ad un organismo.
L'errore giace comunque nel modo in cui il problema in sé è formulato. Il concetto di
«organismo» è preso in senso troppo stretto e con un'idea preconcetta.
Cioè, se una comunità umana, una nazione, un popolo, una razza vengono presi come
un organismo, questo viene considerato come un organismo o analogo all'organismo
umano, oppure superiore all'organismo umano. Effettivamente, quindi, questa idea può
essere corretta soltanto in relazione all'intera umanità. Gruppi umani separati, non
importa quanto grandi essi possano essere, non potranno mai essere analoghi all'uomo,
e ancor meno potranno essergli superiori.
La biologia sa, e ha dimostrato, l'esistenza di ordini di organismi completamente
differenti. E se esaminando il fenomeno della vita sociale teniamo a mente la differenza
tra gli organismi dei differenti gradini della scala biologica, la visione biologica dei
fenomeni sociali diventa molto più possibile. Ma questo soltanto se comprendiamo che
ogni comunità umana, come una razza, un popolo, una tribù, è un organismo minore
se comparato ad un singolo uomo.
Una razza o una nazione considerate come un organismo non hanno nulla in comune
con l'organismo altamente sviluppato e complesso di un singolo individuo, che per ogni
funzione ha uno speciale organo e ha grandissime capacità di adattamento, liberi
movimenti, eccetera. In confronto con un singolo uomo, una razza o una nazione come
organismi stanno ad un livello molto basso, quello delle «piante animali». Questi
organismi sono amorfi, la maggior parte immobili, masse, esseri che non hanno organi
speciali per ognuna delle loro funzioni, e non posseggono la capacità di libero
movimento, ma sono fissi in un posto definito. Emettono qualcosa come delle antenne
in differenti direzioni, e per mezzo di queste afferrano altri esseri simili a loro e li
mangiano. L'intera vita di questi organismi consiste nel loro mangiarsi l'un l'altro.
Vi sono alcuni organismi che hanno la capacità di assorbire una quantità di organismi
più piccoli, e così temporaneamente diventano molto grandi e forti. Poi due di questi
grandi organismi si incontrano l'un l'altro, e inizia una lotta tra di loro, nella quale o
uno soltanto o entrambi vengono distrutti o indeboliti.
L'intera storia esterna dell'umanità, la storia delle lotte tra popoli e razze, consiste
proprio nel processo, che è stato appena descritto, delle «piante animali» che si
mangiano l'una con l'altra.
Ma nel mezzo di tutto questo, al di sotto di tutto questo, così procede la vita e l'attività
del singolo uomo, cioè della singola cellula che forma questi organismi. L'attività di
questi singoli uomini produce quella che chiamiamo cultura o civiltà. L'attività delle
masse è sempre ostile a questa cultura, la distrugge sempre. La gente non crea nulla.
Distrugge soltanto. Sono i singoli uomini a creare. Tutte le invenzioni, le scoperte, i
miglioramenti, tutti i progressi tecnici, il progresso della scienza, dell'arte,
dell'architettura e dell'ingegneria, tutti i sistemi filosofici, tutti gli insegnamenti
religiosi, tutto ciò è il risultato dell'attività dell'uomo individuale. La distruzione dei
risultati di questa attività, la loro distorsione, l'annichilimento, l'obliterazione dalla
faccia della terra - questa è l'attività delle masse umane.
Questo non significa che gli individui non servano la distruzione. Al contrario,
l'iniziativa della distruzione su larga scala sempre dipende da singoli uomini, e le masse
sono semplicemente l'agente esecutivo. Ma le masse non possono mai creare nulla,
sebbene possano distruggere per conto proprio.
Se comprendiamo che le masse dell'umanità, cioè popoli e razze, sono esseri inferiori
se comparati con l'uomo individuale, comprenderemo che i popoli e le razze non
possono evolvere nella stessa misura del singolo uomo.
Noi non abbiamo neanche un'idea della possibile evoluzione di un popolo o di una
razza, sebbene spesso parliamo di una tale evoluzione. Come dato di fatto, tutti i popoli
e le nazioni nei limiti della nostra osservazione storica seguono lo stesso corso.
Crescono, si sviluppano, raggiungono un certo grado di statura e potenza, e poi iniziano
a dividersi, declinano e cadono. Infine scompaiono interamente e diventano parti
componenti di qualche altro essere simile a loro. Razze e nazioni muoiono nello stesso
modo del singolo uomo. Ma gli individui hanno alcune altre possibilità oltre la morte
che i grandi organismi delle masse umane non hanno, poiché le anime di queste sono
amorfe come i loro corpi.
La tragedia dell'uomo individuale risiede nel fatto che egli vive, appunto, all'interno
della densa massa di un tale essere inferiore, e tutta la sua attività consiste nel servizio
delle funzioni puramente vegetali di questo organismo gelatinoso. Tuttavia l'attività
individuale cosciente dell'uomo, i suoi sforzi nel campo del pensiero e del lavoro
creativo vanno in direzione opposta a questi grandi organismi, nonostante e a dispetto
di essi. Ma naturalmente non sarebbe vero dire che tutte le attività individuali dell'uomo
consistono in una lotta cosciente contro questi grandi organismi.
L'uomo viene conquistato e reso schiavo. E spesso accade che l'uomo pensa che stia
servendo e che deve servire questi grandi organismi con la sua attività individuale. Ma
le manifestazioni superiori dello spirito umano, le attività superiori dell'uomo, sono
interamente non necessarie ai grandi organismi; nella maggior parte dei casi, invece,
sono loro sgraditi, ostili e spesso pericolose, poiché divengono verso il lavoro
individuale forze che altrimenti potrebbero essere assorbite nel vortice della vita del
grande organismo. In modo inconscio, meramente fisiologico, il grande organismo
tenta di appropriarsi dì tutti i poteri delle singole cellule che sono i suoi componenti,
usandole per i propri interessi, vale a dire soprattutto per combattere altri organismi
simili.
Ma quando ricordiamo che singole cellule, cioè gli uomini, sono esseri altamente più
organizzati dei grandi organismi, e che le attività dei primi vanno molto al di là delle
attività possibili a questi ultimi, comprenderemo questo perpetuo conflitto tra uomo e
le totalità umane, comprenderemo che quello che viene chiamato progresso o
evoluzione è quello che è lasciato in sospeso delle attività individuali dopo che tutte le
lotte tra le masse amorfe e questa attività individuale hanno avuto luogo.
Il cieco organismo delle masse lotta con la manifestazione dello spirito evoluzionario,
lo annienta e lo soffoca, e distrugge quello che è stato creato da esso. Ma anche così
esse non possono annientarlo completamente. Qualcosa rimane, e questo è quello che
chiamiamo progresso o civiltà.
L'idea di evoluzione nella vita sia del singolo uomo che delle comunità umane, l'idea
di esoterismo, la nascita e la crescita di culture e civiltà, le possibilità del singolo uomo
collegate con periodi di ascesa e caduta, tutte queste e molte altre cose sono espresse
in tre miti biblici.
Questi tre miti non sono connessi nella Bibbia e sono separati, ma in realtà essi
esprimono la stessa identica idea e si completano reciprocamente l'un l'altro.
Il primo mito è la storia del Diluvio Universale e dell'Arca di Noè; il secondo è la storia
della Torre di Babele, della sua distruzione e della confusione delle lingue; e il terzo è
la storia della distruzione di Sodoma e Gomorra, della visione di Abramo e dei dieci
uomini giusti, per amore dei quali Dio acconsentì a risparmiare Sodoma e Gomorra,
ma che non potettero essere trovati li.
Il Diluvio Universale è un'allegoria della caduta della civiltà, della distruzione della
cultura. Una tale caduta deve essere accompagnata dall'annullamento della maggior
parte della razza umana come conseguenza di sconvolgimenti geologici, o di guerre, o
della migrazione di masse umane, epidemie, rivoluzioni e cause simili. Molto spesso
tutte queste cause coincidono. L'idea dell'allegoria è che, al momento dell'apparente
distruzione di ogni cosa, quello che è realmente di valore viene salvato secondo un
piano preparato e meditato precedentemente. Un ristretto gruppo di uomini sfugge alla
legge generale e salva tutte le più importanti idee e conquiste di quella particolare
cultura.
La leggenda dell'Arca di Noè è un mito che si riferisce all'esoterismo. La costruzione
dell'«Arca» è la «Scuola» di preparazione degli uomini all'iniziazione, per il passaggio
ad una nuova vita, per una nuova nascita. «L'Arca di Noè», che viene salvata dal
Diluvio, è un cerchio interno dell'umanità.
Il secondo significato dell'allegoria si riferisce all'uomo come individuo. Il diluvio è la
morte, inevitabile, inesorabile. Ma l'uomo può costruire in sé stesso un'«Arca» e
raccogliere in essa esemplari di ogni cosa di valore presente in lui.
In tal caso questi esemplari non periranno. Sopravvivranno alla morte e rinasceranno.
Proprio come l'umanità può esser salvata soltanto per mezzo del suo collegamento con
il cerchio interno, così un singolo uomo può raggiungere la «salvezza» personale solo
per mezzo di un legame con il cerchio interno che è in sé stesso, cioè collegandosi con
le più alte forme di coscienza.
E questo non può esser fatto senza un aiuto esterno, cioè senza l'aiuto del «cerchio
interno».
Il secondo mito, quello della Torre di Babele, è un'altra versione del primo; ma il primo
parla di salvezza, cioè di coloro che vengono salvati, mentre il secondo parla soltanto
di distruzione, cioè di quelli che periranno.
La Torre di Babele rappresenta la cultura. Gli uomini sognano di costruire una torre di
pietra «la cui cima possa raggiungere il cielo», di creare una vita ideale sulla terra. Essi
credono in metodi intellettuali, in mezzi tecnici, in istituzioni formali. Per un lungo
periodo la torre si innalza sempre più alta al di sopra della terra. Ma immancabilmente
arriva il momento in cui gli uomini cessano di comprendersi l'un l'altro, o meglio
capiscono che non l'hanno mai fatto. Ognuno comprende a modo suo la vita ideale sulla
terra. Ognuno vuole realizzare le proprie idee. Ognuno vuole adempiere il proprio
ideale. Questo è il momento in cui la confusione delle lingue inizia. Gli uomini cessano
di comprendersi l'un l'altro perfino nelle cose più semplici; la mancanza di
comprensione provoca discordia, ostilità, lotta. Gli uomini che costruiscono la torre
iniziano ad uccidersi l'un l'altro e a distruggere quello che hanno costruito. La torre
cade in rovina.
Esattamente la stessa cosa accade nella vita di tutta l'umanità, nella vita di popoli e
nazioni, e nella vita del singolo uomo. Ogni uomo costruisce una Torre di Babele nella
propria vita. Le sue lotte, i suoi scopi nella vita, le sue conquiste, queste cose sono la
sua Torre di Babele.
Ma arriva il momento inevitabile in cui la torre cade. Un leggero shock, uno sfortunato
accidente, una malattia, un piccolo calcolo errato e della sua torre nulla rimane. L'uomo
lo sa, ma è già troppo tardi per correggere o modificare il tutto.
Oppure può arrivare un momento, nella costruzione della torre, in cui i differenti «Io»
della personalità dell'uomo perdono fiducia l'uno nell'altro, vedono tutte le
contraddizioni dei propri scopi e desideri, capiscono di non avere nessuno scopo in
comune, cessano di comprendersi l'un l'altro o, più esattamente, cessano di pensare di
comprendere. Allora la torre deve cadere, lo scopo illusorio deve scomparire, e l'uomo
deve sentire che ogni cosa che ha fatto è stata infruttuosa, che non lo ha portato e non
potrebbe portarlo a nulla, e che dinanzi a lui v'è soltanto un fatto reale: la morte.
L'intera vita dell'uomo, l'accumulazione di ricchezze, o potere, o cultura, costituisce la
Torre di Babele, poiché essa deve finire nella catastrofe, cioè nella morte, che è il fato
di ogni cosa che non può passare ad un nuovo piano di essere.
Il terzo mito - quello della distruzione di Sodoma e Gomorra – mostra ancor più
chiaramente dei primi due il momento di interferenza delle forze superiori e le cause
di questa interferenza. Dio era d'accordo nel risparmiare
Sodoma e Gomorra per amore di cinquanta uomini giusti, per amore di quarantacinque,
per amore di trenta, per amore di venti, e infine per amore di dieci. Ma poi non si
poterono trovare dieci uomini giusti e le due città furono distrutte. La possibilità di
evolversi era stata persa. Il «Grande Laboratorio» mette fine a un esperimento non
riuscito. Ma Lot e la sua famiglia furono salvati. L'idea è la stessa degli altri due miti,
ma sottolinea in particolare la prontezza della volontà conduttrice nel fare ogni
possibile concessione finché vi sia qualunque speranza per la realizzazione dello scopo
stabilito per gli esseri umani. Quando questa speranza scompare, la volontà conduttrice
dovrà inevitabilmente interferire, salvare ciò che merita salvezza e distruggere il resto.
L'espulsione di Adamo ed Eva dal Giardino dell'Eden, la caduta della Torre di Babele,
il Diluvio Universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra sono tutte leggende e
allegorie che si riferiscono alla storia dell'umanità, alla evoluzione umana. Oltre a
queste leggende, e a molte altre ad esse simili, quasi tutte le razze hanno leggende,
storie e miti di strani esseri non-umani, che passarono lungo la stessa strada prima
dell'uomo. La caduta degli angeli, dei Titani, di dei che tentavano di sconfiggere altri
dei più potenti, la caduta di Lucifero il demone, o Satana, sono tutte cadute che
precedettero la caduta dell'uomo.
Ed è indubbio che il significato di tutti questi miti ci sia profondamente celato. È
perfettamente chiaro che le usuali interpretazioni teologiche e teosofiche non spiegano
nulla, poiché introducono la necessità di riconoscere l'esistenza di razze invisibili o
spiriti, che allo stesso tempo sono simili all'uomo nel loro rapporto con le forze
superiori. L'inadeguatezza di una tale spiegazione «per mezzo dell'introduzione di
cinque nuove e sconosciute quantità per la definizione di una nota quantità» è evidente.
Tuttavia sarebbe sbagliato lasciare tutti questi miti senza nessun tentativo di
spiegazione, poiché con la loro incredibile persistenza e ripetizione tra differenti popoli
e razze essi sembrano attirare la nostra attenzione verso certi fenomeni che non
conosciamo, ma che dovremmo conoscere.
Le leggende e le epiche di tutti i paesi contengono molto materiale che si riferisce ad
esseri non umani che precedettero l'uomo o anche esistettero contemporaneamente
all'uomo, ma che differivano dall'uomo per molte cose.
Questo materiale è così abbondante e significativo che non tentare di spiegare questi
miti significherebbe chiudere intenzionalmente i nostri occhi di fronte a qualcosa che
dovremmo vedere. Tali, per esempio, sono le leggende di giganti e delle cosiddette
strutture «Ciclopiche» che involontariamente si associano con queste leggende.
A meno che non vogliamo ignorare molti fatti o credere in «spiriti» tridimensionali
capaci di costruire edifici di pietra, dobbiamo supporre che le razze pre-umane fossero
fisiche come l'uomo e che provenivano, proprio come l'uomo, dal Grande Laboratorio
della Natura, che la Natura avesse fatto tentativi di creare esseri auto-evolventi prima
dell'uomo. E inoltre dobbiamo supporre che tali esseri fossero rilasciati dal Grande
Laboratorio nella vita, ma che essi fallirono nel soddisfare la Natura nel suo ulteriore
sviluppo e, invece di realizzare i disegni della Natura, si rivoltarono contro di essa. E
allora la Natura abbandonò il proprio esperimento con loro e iniziò un nuovo
esperimento.
Strettamente parlando, non abbiamo argomenti per considerare l'uomo come il primo
o il solo esperimento di essere auto-evolvente. Al contrario, i miti sopra menzionati ci
danno la possibilità di presumere l'esistenza di tali esseri prima dell'uomo.
Se è così, se abbiamo argomenti per supporre l'esistenza di razze fisiche di esseri auto-
evolventi pre-umani, dove dovremmo allora cercare i discendenti di queste razze, e
siamo giustificati, in qualche modo, nel supporre l'esistenza di tali discendenti?
Dobbiamo partire dall'idea che in tutta la sua attività la Natura mira alla creazione di
un essere auto-evolvente.
Ma si può supporre che l'intero regno animale sia il sottoprodotto di una linea di lavoro
la creazione dell'uomo?
Questo può essere ammesso per quanto riguarda i mammiferi, potremmo includervi
anche tutti i vertebrati, potremmo considerare molte forme inferiori come forme
preparatorie, e così via. Ma quale posto dovremmo assegnare in questo sistema agli
insetti, che rappresentano un mondo in sé stesso, un mondo non meno complesso di
quello dei vertebrati?
Non si potrebbe supporre che gli insetti rappresentino un'altra linea nel lavoro della
Natura, una linea non collegata con quella che risultò nella creazione dell'uomo, ma
forse che la precedette?
Passando ai fatti, dobbiamo ammettere che gli insetti non sono in alcun modo una fase
preparatoria alla formazione dell'uomo. Né potrebbero essere considerati come il
sottoprodotto dell'evoluzione umana. Al contrario, gli insetti rivelano, nella loro
struttura e nella struttura delle loro parti separate e degli organi, forme che spesso sono
più perfette di quelle dell'uomo o degli animali.
E non possiamo aiutarci vedendo che per alcune forme di insetti che osserviamo non
v'è spiegazione senza ipotesi molto complicate, che necessitano la ricognizione di un
passato molto ricco dietro di loro e ci costringono a considerare le presenti forme che
osserviamo come forme degenerate.
Quest'ultima considerazione si riferisce principalmente alle comunità organizzate di
formiche e api. È impossibile venire a conoscenza della loro vita senza abbandonarsi a
impressioni emozionali di meraviglia e stupore. Sia le api che le formiche richiamano
la nostra ammirazione per la meravigliosa completezza della loro organizzazione, e
allo stesso tempo ci repellono e ci impauriscono, e provocano una sensazione di
indefinibile avversione per l'invariabile freddo ragionare che domina la loro vita e per
l'assoluta impossibilità per un individuo di sfuggire alla ruota della vita del formicaio
o dell'alveare. Siamo terrificati al pensiero di poter loro rassomigliare.
Quale posto, invece, occupano le comunità di formiche ed api nello schema generale
delle cose sulla nostra terra? Come son potute venire all'esistenza così come le
osserviamo? Tutte le osservazioni della loro vita e della loro organizzazione ci porta
inevitabilmente ad una conclusione. L'organizzazione originaria dell'«alveare» e del
«formicaio» nel passato remoto indubbiamente richiese ragionamento e intelligenza
logica di grande potenza, sebbene allo stesso tempo l'esistenza successiva, sia
dell'alveare che del formicaio, non richiedesse alcuna intelligenza o ragionamento.
Come può essere accaduto ciò?
Questo potrebbe essere accaduto soltanto in un modo. Se le formiche o le api, o
entrambe, naturalmente in periodi differenti, fossero state animali intelligenti ed esseri
evolventi e poi persero la loro intelligenza o la loro capacità di evolvere, questo
potrebbe essere accaduto soltanto se la loro «intelligenza» fosse andata contro la loro
«evoluzione», in altre parole poiché nel pensare che stavano aiutando la loro
evoluzione esse riuscirono in qualche modo ad arrestarla.
Si potrebbe supporre che sia le api che le formiche provenissero dal Grande
Laboratorio e fossero inviate sulla terra con il privilegio e la possibilità di evolvere. Ma
dopo un lungo periodo di lotta e sforzi entrambe rinunciarono al loro privilegio e
cessarono di evolvere o, per essere più esatti, cessarono di mandare avanti una corrente
evolvente. Dopo questo la Natura doveva prendere le proprie misure e, dopo averle
isolate in un certo modo, iniziare un nuovo esperimento.
Se ammettiamo questa possibilità, potremmo supporre che le vecchie leggende delle
cadute che precedettero la caduta dell'uomo si riferissero alle api e alle formiche?
Potremmo trovarci sconcertati dalla loro misura ridotta se comparata alla nostra. Ma la
misura degli esseri viventi è, prima di tutto, una cosa relativa, e in secondo luogo
cambia molto facilmente in alcuni casi. Nel caso di certe classi di esseri, per esempio i
pesci, gli animali anfibi e gli insetti, la Natura tiene nelle proprie mani i fili che
regolano la loro misura e non lascia mai andare questi fili. In altre parole, la Natura ha
il potere di cambiare la misura di questi esseri viventi senza alterare alcunché in essi, e
può effettuare questo cambiamento in una generazione, cioè improvvisamente,
semplicemente arrestando il loro sviluppo ad una certa fase.
Ognuno di noi ha visto piccoli pesci esattamente simili a grandi pesci, piccole rane,
eccetera. Questo è ancor più evidente nel mondo vegetale. Ma naturalmente non è una
legge universale, e alcuni esseri come l'uomo e la maggior parte dei mammiferi
superiori raggiungono la misura più grande possibile.
Per quanto riguarda gli insetti, le formiche e le api, molto probabilmente potrebbero
essere molto più grossi di quanto siano ora, sebbene questo punto potrebbe essere
discusso; ed è possibile che il cambiamento di misura dell'ape o della formica
necessiterebbe una considerevole alterazione nella loro organizzazione interna.
È interessante qui notare le leggende delle formiche giganti in Tibet riportate da
Erodoto e Plinio (Erodoto, Storia, Libro XI; Plinio, Storia Naturale, Libro III).
Naturalmente sarà difficile sulle prime immaginare Lucifero come un'ape, o i Titani
come formiche. Ma se rinunciamo per un momento all'idea della necessità della forma
umana, la maggior parte della difficoltà scompare.
L'errore di questi esseri non umani, cioè la causa della loro caduta, deve
inevitabilmente essere stata della stessa natura dell'errore compiuto da Adamo.
Essi dovettero convincersi di sapere cosa era bene e cosa era male, e dovettero credere
che essi stessi potevano agire secondo la loro comprensione. Essi rinunciarono all'idea
di una conoscenza superiore e del cerchio interno della vita e riposero la loro fede nella
propria conoscenza, nei propri poteri e nella propria comprensione degli scopi e dei
propositi della propria esistenza. Ma la loro comprensione era probabilmente molto più
errata e il loro errore molto meno ingenuo di quello di Adamo, e i risultati di questo
errore furono probabilmente così tanto più seri che api e formiche non solo arrestarono
la propria evoluzione in un solo ciclo, ma la resero impossibile alterando proprio il loro
essere.
L'ordinamento della vita delle api e delle formiche, la loro ideale organizzazione
comunistica, indicano il carattere e la forma della loro caduta. Si può immaginare che
in differenti occasioni sia le api che le formiche avessero raggiunto una cultura molto
elevata, per quanto unilaterale, basata interamente su considerazioni intellettuali di
profitto e utilità, senza alcuna possibilità per l'immaginazione, senza alcun esoterismo
o misticismo. Esse organizzarono la loro intera vita sui principi di una specie di
«marxismo» che sembrava loro molto esatto e scientifico. Realizzarono l'ordine delle
cose socialistico, soggiogando interamente l'individuo agli interessi della comunità
secondo la loro comprensione di quegli interessi. E così distrussero ogni possibilità per
un individuo di svilupparsi e separarsi dalle masse generali.
Eppure era precisamente questo sviluppo degli individui e la loro separazione dalle
masse generali che costituiva lo scopo della Natura sul quale era basata la possibilità
di evoluzione. Né le formiche né le api vollero riconoscere questo. Vedevano il loro
scopo in qualcos'altro, lottarono per soggiogare la Natura. E in qualche modo
alterarono il piano della Natura, resero l'esecuzione di questo piano impossibile.
Dobbiamo tenere a mente che, come è stato detto prima, ogni «esperimento» della
Natura, cioè ogni essere vivente, ogni organismo vivente, rappresenta l'espressione di
leggi cosmiche, un simbolo o un geroglifico complesso. Avendo iniziato ad alterare il
proprio essere, la propria vita e la propria forma, api e formiche, prese come individui,
troncarono la loro connessione con le leggi della Natura, cessarono di esprimere queste
leggi individualmente e iniziarono ad esprimerle soltanto collettivamente. E allora la
Natura alzò la sua bacchetta magica, ed essi divennero piccoli insetti, incapaci di
apportare qualunque danno alla Natura.
Nel corso del tempo le loro capacità pensanti, assolutamente non necessarie in un
formicaio o in un alveare ben organizzato, si atrofizzarono, abitudini automatiche
iniziarono ad esser tramandate automaticamente di generazione in generazione, e le
formiche divennero «insetti» come noi le conosciamo; le api divennero perfino utili (7).
Invece, quando osserviamo un formicaio o un alveare, siamo sempre colpiti da due
cose: primo, dall'apparente evidenza di intelligenza e di calcolo riposti nella loro
organizzazione generale e, secondo, dalla completa assenza di intelligenza nelle loro
attività.
L'intelligenza riposta in questa organizzazione era molto ristretta e rigidamente
utilitarista, calcolava correttamente all'interno di determinate condizioni e non vedeva
nulla al di là di queste condizioni. Ma anche questa intelligenza fu necessaria soltanto
per il calcolo e la stima originari. Una volta iniziato, il meccanismo di un alveare o di
un formicaio non richiedeva nessuna intelligenza; abitudini e costumi automatici
appresi e tramandati, questo assicurava la loro conservazione immutata.
L'«intelligenza» non è soltanto inutile in un alveare o in un formicaio, ma sarebbe
perfino pericolosa e dannosa. L'intelligenza non potrebbe tramandare tutte le leggi, i
ruoli e i metodi di lavoro con la stessa esattezza di generazione in generazione.
(7)
La natura dell'automatismo che governa la vita di un alveare o di un formicaio non può essere spiegata con i concetti
psicologici esistenti nella letteratura europea. E ne parlerò in un altro libro in connessione con l'esposizione dei principi
dell'insegnamento che era menzionato nell'introduzione.
L'intelligenza può dimenticare, può distorcere, può aggiungere qualcosa di nuovo.
L'intelligenza potrebbe ancora condurre al «misticismo», all'idea di un'intelligenza
superiore, all'idea di esoterismo. Era necessario, prima, bandire l'intelligenza da un
ideale, socialistico alveare o formicaio come un elemento dannoso per la comunità -
quale infatti è.
Naturalmente potrà esserci stata una lotta, un periodo in cui gli antenati delle formiche
o delle api, che non avevano ancora perso il potere del pensiero, videro chiaramente la
situazione, l'inevitabile inizio della degenerazione e lottarono per combattere tutto
questo, cercando di liberare l'individuo dalla sua incondizionata sottomissione alla
comunità. Ma la lotta era senza speranza e non poté avere alcun risultato. Le ferree
leggi del formicaio e dell'alveare molto presto sistemarono l'elemento inquieto e dopo
poche generazioni tali recalcitranti probabilmente cessarono di nascere, e sia l'alveare
che il formicaio gradualmente divennero l'ideale stato comunistico.
Nel suo libro La Vita della Formica Bianca, Maurice Maeterlinck ha raccolto molto
materiale interessante sulla vita di questi insetti, che sono ancor più impressionanti
delle formiche e delle api.
Affrontando lo studio della vita delle formiche bianche, Maeterlinck provò un forte
sentimento emozionale:
... le rende quasi nostri fratelli, e da alcuni punti di vista, fa che questi infelici insetti,
più delle api o di qualunque altra creatura vivente sulla terra, divengano i messaggeri,
forse i precursori del nostro stesso destino.
Più avanti, Maeterlinck si sofferma sull'antichità delle termiti, che sono molto più
vecchie dell'uomo, e sul numero e la gran varietà delle loro specie.
La loro civiltà, che è la più antica, è la più curiosa, la più complessa, la più intelligente
e, in un certo senso, la più logica e la più adatta alle difficoltà dell'esistenza, che sia
mai apparsa prima della nostra su questo globo. Da molti punti di vista questa civiltà,
sebbene, sinistra e spesso repellente, è superiore a quella delle api, delle formiche e
perfino dell'uomo.
Nel termitaio gli dei del comunismo diventano insaziabili Moloch. Più si dà, più essi
richiedono; e persistono nelle loro richieste finché l'individuo è annientato e la sua
miseria completa. Questa terribile tirannia è senza pari nell'umanità, poiché mentre tra
noi almeno pochi ne traggono beneficio, nel termitaio nessuno ne trae profitto.
La disciplina è più feroce di quella delle Carmelitane o dei Trappisti; e la volontaria
sottomissione alle leggi o alle regole, che non si sa da dove derivi, non ha uguali in
alcuna società umana. Una nuova forma di calamità, forse la più crudele di tutte, la
calamità sociale verso la quale noi stessi stiamo lasciandoci trasportare, si è aggiunta a
quelle che abbiamo già incontrato e considerato ormai abbastanza. Non v'è riposo se
non nell'ultimo sonno: la malattia non è tollerata, e la debolezza porta con sé la sentenza
di morte. Il comunismo è spinto ai limiti del cannibalismo e della coprofagia.
... richiedendo il sacrificio e la miseria dei molti per il vantaggio o la felicità di nessuno
- e tutto questo perché una sorta di disperazione universale possa essere continuata,
rinnovata e moltiplicata fino alla fine del mondo. Queste città per insetti, che
apparirono prima di noi, potrebbero almeno servire come una caricatura di noi stessi,
come un'imitazione del paradiso terrestre al quale molti popoli civilizzati stanno
tendendo.
Maeterlinck mostra per mezzo di quali sacrifici si ottenga il regime ideale.
Avevano ali, ora non le hanno più. Avevano occhi che abbandonarono. Avevano un
sesso; lo hanno sacrificato (8).
L'unica cosa che omette è che prima di sacrificare le ali, la vista e il sesso, le termiti
dovettero sacrificare la propria intelligenza.
A dispetto di ciò, il processo attraverso il quale le termiti passarono viene chiamato da
Maeterlinck evoluzione. Questo accade perché, come ho detto prima, ogni
cambiamento di forma che avviene durante un lungo periodo di tempo viene chiamato
evoluzione del pensiero moderno. Il potere di questo stereotipo obbligatorio del
pensiero pseudo-scientifico è realmente sbalorditivo.
Nel Medio Evo filosofi e scienziati dovettero fare in modo che tutte le loro teorie e
discussioni concordassero con i dogmi della Chiesa, e ai nostri giorni il ruolo di questi
dogmi è giocato dall'«evoluzione». È piuttosto chiaro che il pensiero non può
svilupparsi liberamente in queste condizioni.
L'idea di esoterismo ha un significato particolarmente importante al presente livello di
sviluppo del pensiero umano, poiché rende piuttosto non necessaria l'idea di evoluzione
nel senso comune di questa parola. È stato detto prima quel che poteva significare il
termine «evoluzione» in senso esoterico, cioè la trasformazione degli individui. E
soltanto in questo significato l'evoluzione non può essere confusa con la degenerazione
come viene fatto costantemente dal pensiero «scientifico», che considera perfino la
propria degenerazione come evoluzione.
La sola via d'uscita da tutti i vicoli ciechi creati sia dal pensiero «materialista» che da
quello metafisica è nel metodo psicologico. Il metodo psicologico non è altro che la
rivalutazione di tutti i valori dal punto di vista del loro significato psicologico,
indipendentemente dai fatti esteriori o concomitanti sulla base dei quali essi sono
generalmente giudicati. I fatti possono mentire.
(8)
The Life Of The White Ant, di M. Maeterlinck, traduzione inglese di Alfred Suto (George Alleo and Unwin, London,
1927, pp. l7, 152, 163).
Il significato psicologico di una cosa, o di un'idea, non può mentire. Naturalmente
anch'esso può essere compreso in modo sbagliato. Ma questo può essere combattuto
studiando e osservando la mente, cioè il nostro apparato di cognizione.
Generalmente la mente è considerata troppo semplicemente, senza tener conto che i
limiti dell'azione utile della mente, primo, sono molto ben conosciuti; secondo, sono
molto ristretti. Il metodo psicologico prende in considerazione queste limitazioni nello
stesso modo in cui noi prendiamo in considerazione, in tutte le circostanze ordinarie
della vita, le limitazioni di macchine o strumenti con i quali dobbiamo lavorare.
Se esaminiamo qualcosa al microscopio, teniamo in considerazione la potenza del
microscopio; se lavoriamo con qualche particolare strumento, prendiamo in
considerazione le proprietà e le qualità dello strumento: peso, precisione eccetera.
Il metodo psicologico tende a fare lo stesso con la nostra mente, cioè tende a mantenere
costantemente la mente nel suo campo d'azione, e a considerare tutte le conclusioni e
le scoperte relativamente allo stato o al tipo di mente.
Dal punto di vista del metodo psicologico non vi sono elementi per pensare che la
nostra mente, cioè il nostro apparato di cognizione, sia il solo possibile o il migliore
esistente. Ugualmente, non vi sono elementi per pensare che tutte le verità scoperte e
stabilite rimarranno sempre verità. Al contrario, dal punto di vista del metodo
psicologico, non vi può essere alcun dubbio che dovremo scoprire molte nuove verità,
anche verità totalmente incomprensibili, la cui esistenza non avremmo mai sospettato,
o verità fondamentalmente contraddittorie rispetto a quelle che abbiamo riconosciuto
finora.
Naturalmente nulla è più terrificante e più inammissibile per ogni tipo di dogmatismo.
Il metodo psicologico distrugge tutti i vecchi e nuovi pregiudizi e superstizioni; non
permette al pensiero di fermarsi e rimanere soddisfatto dei risultati raggiunti, non
importa quanto seducenti e piacevoli questi risultati possano apparire, e non importa
quanto simmetriche e scorrevoli tutte le deduzioni ottenute da essi possano essere. Il
metodo psicologico dà la possibilità di riesaminare molti principi che sono stati
considerati come finali e fermamente stabiliti, e trova in essi significati interamente
nuovi e inaspettati. Il metodo psicologico rende possibile in molti casi trascurare fatti
o quelli considerati tali, e ci permette di vedere al di là dei fatti. Sebbene sia soltanto
un metodo, il metodo psicologico tuttavia ci porta in una direzione ben definita, cioè
verso il metodo esoterico che è in realtà un metodo psicologico allargato, ma in quel
senso nel quale non possiamo allargarlo per mezzo dei nostri sforzi.

1912-1929
Capitolo II
LA QUARTA DIMENSIONE

L'idea dell'esistenza di una conoscenza nascosta, che superi tutta la conoscenza che un
uomo può raggiungere per mezzo dei suoi sforzi, deve crescere e rafforzarsi nella
mente della gente dal momento in cui si comprende l'insolubilità di molte questioni e
problemi che si pongono ad essa.
L'uomo può ingannarsi, può pensare che la propria conoscenza cresca e si sviluppi, che
egli sappia e comprenda più di quanto abbia saputo e compreso prima, ma talvolta può
essere sincero con sé stesso e vedere che in rapporto ai problemi fondamentali
dell'esistenza è indifeso come un selvaggio o un bambino piccolo, sebbene abbia
inventato molte abili macchine e strumenti che hanno complicato la sua vita ma non
l'hanno resa assolutamente più comprensibile.
Parlando ancor più sinceramente con sé stesso, l'uomo può riconoscere che tutti i suoi
sistemi scientifici e filosofici e le sue teorie sono simili a quelle macchine e a quegli
strumenti, poiché servono soltanto a complicare i problemi senza spiegare nulla
Tra i problemi insolubili dai quali l'uomo è circondato, due occupano una posizione
speciale - il problema del mondo invisibile e il problema della morte.
In tutta la storia del pensiero umano, in tutte le forme, senza eccezione, che il quarto
pensiero ha assunto, la gente ha sempre diviso il mondo in visibile e invisibile; e ha
sempre capito che il mondo visibile accessibile alla sua diretta osservazione e al suo
studio rappresenta qualcosa di molto esiguo, forse perfino qualcosa di inesistente in
confronto all'enorme mondo invisibile esistente.
Una tale asserzione, cioè che la divisione del mondo in visibile ed invisibile sia esistita
sempre ed ovunque, potrebbe sembrare strana a prima vista, ma in realtà tutti gli
esistenti schemi generali del mondo, dal più primitivo al più sottile ed elaborato,
dividono il mondo in visibile ed invisibile e non possono mai liberarsi da questa
divisione. Questa divisione del mondo in visibile ed invisibile è il fondamento del
pensiero umano sul mondo, non importa come egli definisca o chiami questa divisione.
Il fatto di una tale divisione diviene evidente se proviamo ad enumerare i vari sistemi
di pensiero sul mondo.
Prima di tutto dividiamo tutti i sistemi di pensiero sul mondo in tre categorie:
l. Sistemi religiosi.
2. Sistemi filosofici.
3. Sistemi scientifici.
Tutti i sistemi religiosi, senza eccezione, da quelli teologicamente elaborati fin nei
minimi dettagli, come il Cristianesimo, il Buddhismo, l'Ebraismo, alle religioni dei
«selvaggi», completamente degenerate, che sembrano «primitive» alla conoscenza
moderna, invariabilmente dividono il mondo in visibile ed invisibile. Nel
Cristianesimo: Dio, angeli, demoni, diavoli, anime di gente morta e viva, paradiso o
inferno. Nel paganesimo: dei personificanti forze della natura, tuono, sole, fuoco, spiriti
di montagne, boschi, laghi, spiriti dell'acqua, spiriti della casa - tutto questo è il mondo
invisibile.
In filosofia c'è il mondo degli eventi e il mondo delle cause, il mondo delle cose e il
mondo delle idee, il mondo dei fenomeni e il mondo dei noumeni.
Nella filosofia indiana, specialmente in alcune sue scuole, il mondo visibile o
fenomenico, cioè Maya o illusione, che significa una sbagliata concezione del mondo
invisibile, non esiste affatto.
Nella scienza, il mondo invisibile è il mondo delle piccole quantità e, per quanto possa
sembrar strano, anche il mondo delle grandi quantità. La visibilità del mondo è
determinata dalla scala. il mondo invisibile è da una parte il mondo dei micro-
organismi. le cellule, il mondo microscopico ed ultramicroscopico; inoltre è il mondo
delle molecole, degli atomi, degli elettroni, delle «vibrazioni», e, dall'altra, il mondo
delle stelle invisibili, di altri sistemi solari, universi sconosciuti. Il microscopio espande
i limiti della nostra visione in una direzione, il telescopio nell'altra. Ma entrambi
migliorano la visibilità molto poco in confronto con quello che rimane invisibile. La
fisica e la chimica ci mostrano la possibilità di investigare fenomeni in quantità
talmente piccole e in mondi talmente distanti che mai potrebbero esserci visibili. Ma
questo rafforza soltanto l'idea fondamentale dell'esistenza di un enorme, invisibile
mondo intorno al piccolo mondo visibile.
La matematica va ancora oltre. Come abbiamo accennato prima, calcola tali relazioni
di grandezze e le relazioni tra queste relazioni in quanto non hanno nulla di simile nel
mondo visibile che ci circonda. E siamo costretti ad ammettere che il mondo invisibile
differisce dal visibile non solo per la grandezza, ma per alcune altre proprietà che non
possiamo neanche definire o comprendere e che ci mostrano soltanto che le leggi, da
noi dedotte dal mondo visibile, non possono riferirsi al mondo invisibile.
In questo modo i mondi invisibili, il religioso, il filosofico e lo scientifico sono, dopo
tutto, più strettamente collegati l'uno all'altro di quanto potrebbe apparire a prima vista.
E questi mondi invisibili, o differenti categorie, posseggono proprietà identiche comuni
a tutti. Queste proprietà sono: primo, incomprensibilità da parte nostra, cioè
incomprensibilità dal punto di vista ordinario, o dei mezzi di cognizione ordinari;
secondo, il fatto che essi contengono le cause dei fenomeni del mondo visibile.
Questa idea delle cause è sempre associata con il mondo invisibile. Nel mondo
invisibile dei sistemi religiosi, forze invisibili governano le persone e i fenomeni
visibili. Nel mondo invisibile scientifico le cause dei fenomeni visibili sempre
provengono dal mondo invisibile delle piccole quantità e delle «vibrazioni». Nei
sistemi filosofici il fenomeno è soltanto la nostra concezione del noumeno, cioè
un'illusione, la cui causa reale rimane nascosta e inaccessibile per noi.
Questo dimostra che a tutti i livelli del suo sviluppo ha sempre compreso che le cause
dei fenomeni visibili e osservabili giacciono al di là della sfera della sua osservazione.
Ha capito che tra i fenomeni osservabili alcuni fatti possono essere considerati come
cause di altri fatti, ma queste deduzioni erano insufficienti per la spiegazione di tutto
quel che accadeva in lui stesso e attorno a lui. Perciò per essere capaci di spiegare le
cause fu necessario per lui avere un mondo invisibile che consistesse sia di spiriti, o di
«idee» o di «vibrazioni».
L'altro problema che attrasse l'attenzione degli uomini per la sua insolubilità e che per
la forma della sua approssimata soluzione determinò la direzione e lo sviluppo del
pensiero umano, fu il problema della morte, cioè la spiegazione della morte, l'idea di
una vita futura, dell'anima immortale, o l'assenza dell'anima immortale, e così via.
L'uomo non può rassegnarsi all'idea della morte come scomparsa. Troppe cose la
contraddicono. Vi erano in lui stesso troppe tracce dei morti, le loro facce, parole, gesti,
opinioni, promesse, segni premonitori, i sentimenti che suscitavano, paura, gelosia,
desiderio. Tutte queste cose continuavano a vivere in lui, e il fatto della loro morte era
sempre più dimenticato. Un uomo vedeva il proprio amico morto, o il proprio nemico,
nei sogni. Appariva esattamente come prima. Evidentemente era vivo da qualche parte,
e poteva venire da qualche parte durante la notte.
Così fu molto difficile credere nella morte, e l'uomo ebbe sempre bisogno di teorie per
la spiegazione dell'esistenza dopo la morte.
D'altro canto, echi di insegnamenti esoterici sulla vita e sulla morte talvolta
raggiungevano l'uomo. Poteva essere venuto a sapere che la vita visibile, terrena,
osservabile dell'uomo è soltanto una piccola parte della vita che gli appartiene. E
l'uomo, naturalmente, comprese a proprio modo questi frammenti che lo
raggiungevano, li cambiò secondo il proprio uso, li adattò al proprio livello di
comprensione e costruì su di essi alcune teorie sull'esistenza futura, simile all'esistenza
sulla terra.
La maggior parte degli insegnamenti religiosi sulla vita futura la collega con l'idea della
ricompensa o della punizione, talvolta in forma manifesta, talvolta velata. Paradiso e
inferno, trasmigrazione delle anime, reincarnazione, la ruota delle vite - tutte queste
teorie contengono l'idea della ricompensa o della punizione.
Ma le teorie religiose spesso non soddisfano l'uomo, e in aggiunta alle idee riconosciute
e ortodosse sulla vita dopo la morte, ne esistono altre, per così dire idee illegittime sul
mondo al di là della tomba, o sul mondo degli spiriti, che permettono una grande libertà
d'immaginazione.
Nessun insegnamento religioso, nessun sistema religioso può soddisfare da solo la
gente. C'è sempre altro, più antico sistema di credenze popolari che sta alla base di
esso, o nascosto dietro di esso. Dietro il Cristianesimo esteriore, dietro il Buddhismo
esteriore, vi sono i resti di antiche credenze pagane (nel Cristianesimo i resti delle
credenze e delle abitudini pagane, nel Buddismo «il culto del diavolo»), che talvolta
incidono un profondo segno sulla religione esteriore. Nei moderni paesi Protestanti,
per esempio, dove i resti dell'antico paganesimo sono già completamente estinti, sono
venuti fuori, sotto la maschera apparente del Cristianesimo logico e morale, sistemi di
paradiso primitivi sul mondo dopo la tomba, come lo spiritualismo e simili
insegnamenti.
E le teorie sull'esistenza al di là della tomba sono sempre collegate con le teorie sul
mondo invisibile: le prime sono sempre basate sulle ultime.
Tutto questo si riferisce alla religione e alla «pseudo-religione». Non vi sono teorie
filosofiche sull'esistenza al di là della tomba. Tutte le teorie sulla vita dopo la morte
possono esser definite religiose o, più correttamente, pseudo-religiose.
Inoltre, è difficile prendere la filosofia come un insieme, tanto diversi e contraddittori
sono i vari sistemi speculativi. Tuttavia, fino ad un certo punto, è possibile accettare
come uno standard di pensiero filosofico la visione che può scorgere l'irrealtà del
mondo fenomenico e l'irrealtà dell'esistenza dell'uomo nel mondo delle cose e degli
eventi, l'irrealtà dell'esistenza separata dell'uomo e l'incomprensibilità da parte nostra
delle forme di reale esistenza, sebbene questa visione possa essere basata su
fondamenti molto differenti, sia materialisti che idealisti. In entrambi i casi la questione
della vita e della morte assume un nuovo aspetto e non può essere ridotta alle ingenue
categorie del pensiero ordinario. Per una tale visione non v'è particolare differenza tra
la vita e la morte, poiché, strettamente parlando, per essa non vi sono prove di
un'esistenza separata, di vite separate.
Non v'è e non può esservi alcuna teoria scientifica dell'esistenza dopo la morte perché
non vi sono fatti in favore della realtà di una tale esistenza, mentre la scienza, con
successo o meno, desidera avere a che fare con i fatti.
Nel caso della morte il punto più importante per la scienza è un certo cambiamento
nello stato dell'organismo, che ferma tutte le funzioni vitali, e la decomposizione del
corpo che ne segue. La scienza non vede nell'uomo alcuna vita psichica indipendente
dalle funzioni vitali, e tutte le teorie sulla vita dopo la morte, dal punto di vista
scientifico, sono pura invenzione.
Moderni tentativi di investigazione «scientifica» di fenomeni spiritualistici e cose
simili non conducono da nessuna parte, poiché v'è uno sbaglio, qui, proprio nel porre
il problema.
A dispetto della differenza tra le varie teorie sulla vita futura, esse hanno tutte una
caratteristica comune. O raffigurano la vita al di là della tomba simile alla vita terrena,
oppure la negano completamente. Non tentano, e non possono farlo, di concepire la
vita dopo la morte in nuove forme o nuove categorie. E proprio questo rende tutte le
usuali teorie sulla vita dopo la morte insoddisfacenti. n pensiero filosofico e quello
strettamente scientifico ci mostrano la necessità di riconsiderare il problema da punti
di vista completamente nuovi. Alcuni suggerimenti provenienti dall'insegnamento
esoterico, parzialmente noti, ci indicano lo stesso.
Diventa subito evidente che se il problema della morte e della vita dopo la morte può
essere affrontato in molti modi, deve però essere affrontato proprio da una nuova
angolazione. Nello stesso modo, la questione del mondo invisibile anche deve essere
affrontata da una nuova angolazione. Tutto quel che sappiamo, tutto quel che abbiamo
pensato finora ci mostra la realtà e la vitale importanza di questi problemi. Fino a
quando non avrà risposto in un modo o nell'altro alle questioni del mondo invisibile e
della vita dopo la morte, l'uomo non potrà pensare a nient'altro senza creare un'intera
serie di contraddizioni.
Giusto o sbagliato, l'uomo deve pur darsi qualche spiegazione. E deve basarsi circa il
problema della morte, sulla scienza, sulla religione, e sulla filosofia.
Ma per un uomo raziocinante sia il diniego «scientifico» sulla possibilità della vita
dopo la morte sia l'ammissione pseudo-religiosa di essa (poiché non conosciamo altro
che pseudo-religione), come anche le teorie spiritualiste, teosofiche e simili, appaiono
molto giustamente ugualmente ingenue.
Né l'astratta visione filosofica può soddisfare l'uomo. Una tale visione è troppo lontana
dalla sua vita, troppo remota da sensazioni reali e dirette. Non si può vivere per mezzo
di essa. In rapporto ai fenomeni della vita e delle loro possibili cause, a noi sconosciute,
la filosofia è proprio come l'astronomia in rapporto alle stelle distanti. L'astronomia
calcola il movimento di stelle che stanno a colossali distanze da noi. Ma tutti i corpi
celesti sono simili per essa.
Non vi è altro che puntini in movimento.
Inoltre, la filosofia è troppo lontana dai problemi concreti come il problema della vita
futura. La scienza non conosce il mondo al di là della tomba; la pseudo-religione crea
l'altro mondo ad immagine di quello terreno.
Questa impotenza dell'uomo di fronte ai problemi del mondo invisibile e della morte
diventa particolarmente ovvia quando iniziamo a capire che il mondo è molto più
grande e molto più complesso di quanto abbiamo pensato finora, e che quel che noi
pensiamo di sapere occupa soltanto un posto molto insignificante tra tutto quello che
non conosciamo.
La nostra concezione basilare del mondo deve essere allargata. Già avvertiamo e
sappiamo che non possiamo più fidarci degli occhi con i quali vediamo, o delle mani
con le quali tocchiamo. n mondo reale sfugge a questi tentativi di accertarne la sua
esistenza. È necessario un metodo più sottile, e mezzi più efficienti.
Le idee sulla «quarta dimensione», idee cioè di uno «spazio multidimensionale,
mostrano la via attraverso la quale possiamo arrivare all'allargamento della nostra
concezione del mondo».
L'espressione «quarta dimensione» la si incontra spesso nel linguaggio comune e in
letteratura, ma molto raramente qualcuno ha un'idea chiara di cosa significhi realmente.
Generalmente la quarta dimensione è usata come sinonimo di misterioso, miracoloso,
«soprannaturale», incomprensibile e inconoscibile, come una sorta di definizione
generale dei fenomeni del mondo «super-fisico».
«Spiritualisti» ed «occultisti» di varie scuole spesso fanno uso di questa espressione
nella loro letteratura, assegnando alla sfera della quarta dimensione tutti i fenomeni del
«mondo dell'al di là» o della «sfera astrale». Ma non spiegano quel che significa e da
quel che dicono si capisce soltanto che la principale proprietà che essi ascrivono alla
quarta dimensione è l'«inconoscibilità».
Collegare l'idea della quarta dimensione con le esistenti teorie sul mondo invisibile o
sull'al di là è certamente fantastico poiché, come è stato già detto, tutte le teorie
religiose, spiritualiste e teosofiche e altre sul mondo invisibile prima di tutto lo rendono
esattamente simile al mondo visibile, e di conseguenza «tridimensionale».
Perciò la matematica, piuttosto giustamente, si oppone alla visione stabilita della quarta
dimensione come qualcosa di appartenente all'«al di là».
L'idea originaria della quarta dimensione deve essere sorta in stretta connessione con
la matematica o, per meglio dire, in stretta connessione con l'idea di misurare il mondo.
Deve essere nata dalla supposizione che, oltre alle tre dimensioni dello spazio -
lunghezza, profondità e altezza - doveva anche esistere una quarta dimensione,
inaccessibile alla nostra percezione.
Logicamente, la supposizione dell'esistenza della quarta dimensione può esser basata
sull'osservazione di quelle cose ed eventi nel mondo che ci circonda per i quali la
misurazione in lunghezza, profondità e altezza non è sufficiente, o che eludono
qualsiasi misurazione; poiché vi sono cose ed eventi la cui esistenza non suscita alcun
dubbio, ma che non può essere espressa in nessun termine di misurazione. Come ad
esempio molti effetti di processi vitali e psichici; come tutte le idee, le immagini
mentali e i ricordi; come i sogni. Se li consideriamo esistenti in senso reale, oggettivo,
possiamo supporre che essi abbiano qualche altra dimensione oltre a quelle a noi
accessibili, cioè qualche estensione per noi incommensurabile.
Esistono tentativi di definizione puramente matematica della quarta dimensione. Si
dice per esempio: «In molti problemi di matematica pura ed applicata, ci si imbatte in
formule ed espressioni matematiche contenenti quattro o più variabili quantità, ognuna
delle quali, indipendentemente dalle altre, può essere positiva o negativa e stare tra +
00 e - 00. E come ogni formula matematica ogni equazione, può avere una espressione
dimensionale, così da questo si deduce un'idea dello spazio che ha quattro o più
dimensioni» (l).
Il punto debole di questa definizione è l'affermazione, accettata come indiscutibile, che
ogni formula matematica, ogni equazione, può avere un'espressione dimensionale. In
realtà una tale asserzione è completamente senza fondamento, e questo priva la
definizione di ogni significato.
Ragionando per analogia con le dimensioni esistenti, si deve supporre che se la quarta
dimensione esistesse, significherebbe che, al nostro fianco vi è qualche altro spazio che
non conosciamo, non vediamo e nel quale non siamo capaci di passare. Sarebbe
possibile allora tracciare una linea da ogni punto del nostro spazio in questo «campo
della quarta dimensione» in una direzione a noi sconosciuta e impossibile perfino da
definire o comprendere. Se potessimo visualizzare la direzione di questa linea che esce
fuori dal nostro spazio dovremmo vedere il «campo della quarta dimensione».
Geometricamente questa affermazione ha il seguente significato. Possiamo concepire
simultaneamente tre linee perpendicolari e non parallele l'una all'altra. Queste tre linee
vengono da noi usate per misurare l'insieme del nostro spazio, che è perciò chiamato
tridimensionale. Se il «campo della quarta dimensione» al di fuori del nostro spazio
esiste, ciò significa che oltre alle tre perpendicolari a noi note, determinanti la
lunghezza, la larghezza e l'altezza dei solidi, deve esistere anche una quarta
perpendicolare, determinante qualche nuova estensione a noi sconosciuta. Quindi lo
spazio misurabile con queste quattro perpendicolari potrebbe essere definito
quadridimensionale.
Siamo incapaci di definire geometricamente, o di concepire, questa quarta
perpendicolare, e la quarta dimensione rimane ancora estremamente enigmatica. Ci si
imbatte talvolta nell'opinione che i matematici sappiano qualcosa di inaccessibile ai
comuni mortali sulla quarta dimensione.
(l)
L'articolo «Four-dimensional space» nell'Enciclopedia Russa di Brockhaus e Efron.
Talvolta si dice, e si possono perfino trovare tali asserzioni nella letteratura, che
Lobatchevsky «scoprì» la quarta dimensione. Durante gli ultimi venti anni la scoperta
della quarta dimensione è spesso stata attribuita a Einstein o a Minkovsky.
In realtà la matematica può dire molto poco sulla quarta dimensione. Non vi è nulla
nella ipotesi sulla quarta dimensione che la renderebbe inammissibile da un punto di
vista matematico. Questa ipotesi non contraddice nessuno degli assiomi accettati e, a
causa di ciò, non incontra una particolare opposizione da parte dei matematici. Gli
stessi matematici ammettono la possibilità di stabilire la relazione che dovrebbe
esistere tra lo spazio quadridimensionale e quello tridimensionale, cioè alcune
proprietà della quarta dimensione. Ma essi lo fanno in una forma molto generale e
piuttosto indefinita. Non esiste in matematica nessuna esatta definizione della quarta
dimensione.
Lobatchevsky effettivamente trattò la geometria di Euclide, cioè la geometria dello
spazio tridimensionale, come un particolare caso di geometria, che avrebbe dovuto
essere applicabile ad uno spazio di qualunque numero di dimensioni.
Ma questa non è matematica nel senso stretto del termine, è soltanto metafisica su temi
matematici; e le deduzioni che se ne traggono non possono essere formulate
matematicamente o possono esserlo soltanto in espressioni condizionali specialmente
costruite.
Altri matematici considerarono gli assiomi accettati nella geometria di Euclide come
artificiali o scorretti, e tentarono di confutarli tenendo conto di alcune deduzioni tratte
dalla geometria sferica di Lobatchevsky, e di provare, ad esempio, l'incontro delle linee
parallele. Essi sostenevano che gli assiomi accettati sono corretti soltanto per lo spazio
tridimensionale, e sulla base dei loro argomenti, che smentivano questi assiomi,
costruirono una nuova geometria di molte dimensioni.
Ma tutto questo non è geometria a quattro dimensioni.
La quarta dimensione potrebbe essere considerata come geometricamente provata
soltanto quando la direzione della linea sconosciuta partente da un qualunque punto del
nostro spazio e andante nella regione della quarta dimensione potesse essere
determinata, cioè quando si trovasse un mezzo per costruire la quarta perpendicolare.
È difficile descrivere anche approssimativamente il significato che la scoperta della
quarta perpendicolare nel nostro universo avrebbe per la nostra conoscenza. La
conquista dell'aria; vedere e ascoltare a distanza; stabilire collegamenti con altri pianeti
o con altri sistemi solari; tutto questo è nulla in confronto con la scoperta di una nuova
dimensione. Ma finora non è stata scoperta. Dobbiamo riconoscere di essere impotenti
di fronte all'enigma della quarta dimensione, e dobbiamo provare ad esaminare il
problema entro limiti a noi accessibili.
Dopo una più stretta ed esatta investigazione del problema in sé, giungemmo alla
conclusione che non poteva esser risolto nelle condizioni attuali. Il problema della
quarta dimensione, sebbene puramente geometrico ad una prima occhiata, non può
essere risolto con mezzi geometrici. La nostra geometria a tre dimensioni è
insufficiente per l'investigazione del problema della quarta dimensione come una
semplice planimetria è insufficiente per l'investigazione di problemi di stereometria.
Dobbiamo trovare la quarta dimensione, se esiste, in modo puramente sperimentale, e
trovare anche un mezzo per una rappresentazione proiettiva di essa nello spazio
tridimensionale.
Soltanto poi saremo capaci di creare una geometria a quattro dimensioni.
Perfino una ristretta conoscenza del problema della quarta dimensione mostra la
necessità di studiarla dal punto di vista psicologico e fisico.
La quarta dimensione è inconoscibile. Se esiste, e tuttavia non possiamo saperlo,
evidentemente significa che manca qualcosa al nostro apparato psichico, nelle nostre
facoltà di percezione; in altri termini i fenomeni della regione della quarta dimensione
non sono riflessi nei nostri organi di senso.
Dobbiamo scoprire perché dovrebbe essere così, quali sono i difetti dai quali quella
nostra non-ricettività dipende, e dobbiamo trovare le condizioni (anche se soltanto
teoricamente) che renderebbero la quarta dimensione a noi comprensibile ed
accessibile. Queste sono tutte questioni che si riferiscono alla psicologia e, forse, alla
teoria della conoscenza.
Inoltre sappiamo che la regione della quarta dimensione (sempre che esista) non solo
è inconoscibile per il nostro apparato psichico, ma è inaccessibile in senso puramente
fisico. Questo deve dipendere non dai nostri difetti, ma dalle particolari proprietà e
condizioni della regione della quarta dimensione in sé. È necessario esaminare quali
siano queste condizioni, cosa renda inaccessibile per noi la regione della quarta
dimensione, e trovare la relazione tra le condizioni fisiche della regione della quarta
dimensione e la condizione fisica del nostro mondo. Avendo stabilito ciò, è necessario
vedere se, nel mondo a noi circostante, vi sia qualcosa di simile a queste condizioni,
cioè se vi sia qualsiasi relazione analoga alle relazioni tra la regione delle tre
dimensioni e quella delle quattro dimensioni.
Parlando in generale, prima di tentare di costruire una geometria a quattro dimensioni
è necessario creare una fisica delle quattro dimensioni, cioè trovare e definire leggi
fisiche e condizioni che potrebbero esistere nello spazio a quattro dimensioni.
Molte persone hanno lavorato al problema della quarta dimensione.
Fechner ha scritto moltissimo sulla quarta dimensione. Dalle sue discussioni sui mondi
ad una, due, tre e quattro dimensioni segue un metodo molto interessante di
investigazione della quarta dimensione per mezzo della costruzione di analogie tra i
mondi di differenti dimensioni, cioè tra un mondo immaginario su un piano e il mondo
tridimensionale, e tra il mondo tridimensionale e il mondo delle quattro dimensioni.
Questo metodo è usato quasi da tutti quelli che hanno studiato il problema delle
dimensioni superiori, e avremo occasione di imbatterci in esso più avanti.
Il professar Zollner sviluppò la teoria della quarta dimensione da osservazioni di
fenomeni «medianici», soprattutto di fenomeni di cosiddetta «materializzazione». Ma
le sue osservazioni sono state a lungo considerate dubbie a causa del fatto stabilito
dell'elaborazione insufficientemente rigorosa dei suoi esperimenti (Podmore e Hislop).
Un compendio molto interessante di tutto quel che sia mai stato scritto sulla quarta
dimensione fino agli anni novanta del secolo scorso si trova nei libri di C.H. Hinton.
Questi libri contengono anche molte idee personali di Hinton; ma, sfortunatamente, a
fianco di idee valide c'è un sacco di inutile dialettica, come sempre se ne accumula
intorno alla questione della quarta dimensione.
Hinton fa parecchi tentativi di formulare una definizione della quarta dimensione sia
dal punto di vista fisico che da quello psicologico. Un posto considerevole nei suoi libri
è occupato dalla descrizione di un metodo da lui inventato, di abituare la mente alla
percezione della quarta dimensione. Esso consiste di una lunga serie di esercizi per
l'apparato di percezione e di visualizzazione, con delle serie di cubi colorati, da
memorizzare prima in una posizione, poi in un'altra, poi in una terza, e infine da essere
visualizzati in differenti combinazioni.
L'idea fondamentale che guidò Hinton nella creazione di questo metodo di esercizi è
che il risveglio della «coscienza superiore» richiede la «messa da parte del sé» nella
visualizzazione e nella percezione del mondo, cioè l'abituarsi a conoscere e concepire
il mondo, non da un punto di vista personale (così come noi generalmente lo
concepiamo), ma per quello che è.
Per questo è necessario, prima di tutto, imparare a visualizzare le cose non per come
esse ci appaiono, ma per quello che sono, anche se soltanto in senso geometrico; da
questo deve svilupparsi la capacità di conoscerle, cioè di vederle per come esse sono
anche da altri punti di vista al di là del geometrico.
Il primo esercizio suggerito da Hinton consiste nello studio di un cubo composto da 27
cubi più piccoli colorati differentemente e aventi nomi definiti.
Dopo aver imparato a fondo il cubo fatto di cubi più piccoli, esso deve esser capovolto
e imparato e memorizzato al contrario. Poi la posizione dei cubi più piccoli deve esser
cambiata e memorizzata in quell'ordine, e così via. Come risultato, secondo Hinton, è
possibile mettere da parte nel cubo studiato i concetti di «alto e basso», «destra e
sinistra» e così via, e di conoscerlo indipendentemente dalla posizione rispetto ad un
altro dei cubi più piccoli che lo compongono, cioè probabilmente a visualizzarlo
simultaneamente in differenti combinazioni. Questo dovrebbe essere il primo passo
verso l'eliminazione di elementi personali nella concezione del cubo.
Inoltre vi è descritto un elaborato sistema di esercizi con serie di cubi differentemente
colorati e differentemente denominati, con i quali sono composte varie figure. Tutto
questo ha lo stesso scopo, eliminare gli elementi personali nella percezione e in questo
modo sviluppare una coscienza superiore.
Eliminare gli elementi personali nella percezione, secondo le idee di Hinton, è il primo
passo verso lo sviluppo di una consapevolezza superiore e verso la percezione della
quarta dimensione.
Egli dice che se esiste la capacità di vedere nella quarta dimensione, cioè se siamo
capaci di vedere gli oggetti del nostro mondo come se li osservassimo dalla quarta
dimensione, allora li vedremmo non per come li vediamo nel modo ordinario, ma
piuttosto differentemente. Di solito vediamo oggetti sia al di sopra che al di sotto di
noi, o sul nostro stesso livello, da destra o da sinistra, dietro o davanti a noi, e sempre
da un solo lato - quello che ci sta di fronte - e in prospettiva. Il nostro occhio è uno
strumento estremamente imperfetto; ci dà un quadro del mondo assolutamente
scorretto. Quel che noi chiamiamo prospettiva è in realtà una distorsione di oggetti
visibili prodotta da uno strumento ottico malamente costruito - l'occhio. Noi vediamo
tutti gli oggetti distorti. E li visualizziamo nello stesso modo, ma li visualizziamo in
questo modo proprio grazie all'abitudine di vederli distorti, cioè grazie all'abitudine
creata dalla nostra visione difettosa, che ha indebolito la capacità di visualizzazione.
Ma, secondo Hinton, non vi è necessità di visualizzare oggetti del mondo esterno in
forma distorta. Il potere di visualizzazione non è limitato dal potere della vista.
Vediamo oggetti distorti, ma sappiamo come essi sono in realtà. E possiamo liberarci
dall'abitudine di visualizzare gli oggetti per come li vediamo, e possiamo imparare a
visualizzarli per come sappiamo che essi veramente sono. L'idea di Hinton è
precisamente questa: che prima di pensare di sviluppare la capacità di vedere nella
quarta dimensione, dobbiamo imparare a visualizzare gli oggetti come si vedrebbero
dalla quarta dimensione, cioè, prima di tutto, non in prospettiva, ma da tutti i lati
contemporaneamente, come essi sono noti alla nostra «coscienza». È proprio questo
potere che dovrebbe essere sviluppato dagli esercizi di Hinton. Lo sviluppo di questo
potere di visualizzare gli oggetti da tutti i lati contemporaneamente sarà l'eliminazione
degli elementi personali nelle immagini mentali. Secondo Hinton, «eliminare gli
elementi personali nelle immagini mentali deve portare ad eliminare gli elementi
personali nelle percezioni». In questo modo lo sviluppo del potere di visualizzare gli
oggetti da tutti i lati sarà il primo passo verso lo sviluppo del potere di vedere gli oggetti
per come sono in senso geometrico, cioè lo sviluppo di quel che Hinton chiama una
«coscienza superiore».
In tutto questo v'è una gran quantità di cose giuste, ma anche una gran quantità di cose
arbitrarie e artificiali. Prima di tutto, Hinton non prende in considerazione la differenza
tra i vari tipi psichici di uomini. Un metodo che risulterebbe soddisfacente per lui stesso
potrebbe non produrre effetti o anche risultati opposti in altre persone.
Secondo, proprio il fondamento psicologico del suo sistema di esercizi è troppo
instabile. Normalmente non sa quando fermarsi, porta le sue analogie troppo innanzi e
così priva molte delle sue conclusioni di ogni risultato.
Dal punto di vista della geometria, secondo Hinton, la questione della quarta
dimensione può essere esaminata nel seguente modo.
Conosciamo geometricamente figure di tre tipi:
Figure ad una dimensione - linee.
Figure a due dimensioni - piani.
Figure a tre dimensioni - solidi.
Una linea è qui considerata come la traccia di un punto che si muove nello spazio.
Un piano - come la traccia di una linea che si muove nello spazio.
Un solido - come la traccia di un piano che si muove nello spazio.
Immaginiamo una linea retta limitata da due punti, e designiamo questa linea con la
lettera a. Immaginiamo questa linea a che si muove nello spazio in una direzione
perpendicolare a sé stessa e che lascia la traccia del suo movimento. Quando essa ha
attraversato una distanza uguale alla sua lunghezza, la traccia da essa lasciata avrà la
forma di un quadrato, i lati del quale sono uguali alla linea a, cioè a2.
Immaginiamo questo quadrato che si muove nello spazio in una direzione
perpendicolare a due dei suoi lati adiacenti e che lasci una traccia del suo movimento.
Quando avrà attraversato una distanza uguale alla lunghezza di uno dei lati del
quadrato, la sua traccia avrà la forma di un cubo, cioè fiJ.
Ora, se immaginiamo il movimento di un cubo nello spazio, quale forma assumerà la
traccia lasciata da tale movimento, cioè la figura et?
Esaminando le correlazioni di figure ad una, due e tre dimensioni, cioè linee, piani e
solidi, possiamo dedurre la regola che una figura di una dimensione superiore può
essere considerata come la traccia del movimento su una dimensione inferiore.
Sulla base di questa regola possiamo considerare la figura et come la traccia del
movimento di un cubo nello spazio. Ma cosa è questo movimento di un cubo nello
spazio, la cui traccia diventa una figura di sei dimensioni? Se esaminiamo il modo in
cui figure di dimensioni superiori sono costruite dal movimento di figure di dimensioni
inferiori, scopriremo diverse proprietà comuni e diverse leggi in comune in queste
formazioni.
Infatti, quando consideriamo un quadrato come la traccia del movimento di una linea,
sappiamo che tutti i punti di questa linea si sono mossi nello spazio; quando
consideriamo un cubo come la traccia del movimento di un quadrato, sappiamo che
tutti i punti del quadrato si sono mossi. Inoltre la linea si muove in una direzione
perpendicolare a sé stessa; il quadrato in una direzione perpendicolare a due delle sue
dimensioni.
Di conseguenza, se consideriamo la figura et come la traccia del movimento di un cubo
nello spazio, dobbiamo ricordare che tutti i punti del cubo dato si sono mossi nello
spazio. Inoltre, possiamo dedurre dall'analogia precedente che il cubo si muoveva nello
spazio in una direzione che non è contenuta dal cubo in sé stesso, cioè una direzione
perpendicolare alle sue tre dimensioni. Questa direzione, allora, sarà la quarta
perpendicolare a noi sconosciuta nel nostro spazio e nella nostra geometria a tre
dimensioni. Inoltre potremmo determinare una linea come un infinito numero di punti;
un quadrato come un infinito numero di linee; un cubo come un infinito numero di
quadrati. Per analogia con questo potremmo determinare la figura et come un infinito
numero di cubi.
Inoltre, guardando il quadrato non vediamo altro che linee; guardando il cubo vediamo
le sue superfici, o forse soltanto una delle sue superfici.
È proprio possibile che la figura et ci apparirebbe come un cubo. Per dirla in modo
differente, il cubo è quel che noi vediamo della figura et.
Inoltre, un punto può esser determinato come una sezione trasversale di una linea; una
linea come la selezione trasversale di una superficie; una superficie come una sezione
trasversale di un solido; un corpo tridimensionale può perciò esser determinato come
una sezione trasversale di un corpo quadridimensionale.
Generalmente parlando, in ogni corpo quadridimensionale vedremo la sua proiezione
o sezione tridimensionale. Un cubo, una sfera, una piramide, un cono, un cilindro,
possono essere proiezioni o sezioni trasversali di corpi quadridimensionali a noi
sconosciuti.
Nel 1908 mi imbattei in un curioso articolo sulla quarta dimensione (in Russo)
pubblicato nella rivista Sovremenny Mir.
Era una lettera scritta da N.A. Morosoff (2) nel 1891 ad un suo compagno di prigionia
nella fortezza di Schliisselburg. È interessante soprattutto perché contiene, in forma
molto pittoresca, un'esposizione del teorema fondamentale del metodo di ragionamento
sulla quarta via per mezzo di analogie, che era sopra menzionato.
Si suppone, generalmente, che i muri delle fortezze non esistano nella quarta
dimensione, e questa fu probabilmente la ragione per cui la quarta dimensione era uno
dei soggetti prediletti delle conversazioni tenute a Schliisselburg per mezzo di
tamburellamenti.
La lettera di N.A. Morosoff è una risposta alle domande rivoltegli in una di queste
conversazioni. Scrive:
Mio caro amico, la nostra breve estate a Schliisselburg sta volgendo al termine, e le
oscure, misteriose notti d'autunno stanno arrivando. In queste notti, spiegandosi come
un nero mantello sopra il tetto della nostra prigione e avvolgendo con la sua
impenetrabile oscurità la nostra piccola isola con le sue vecchie torri e bastioni, sembra
che le ombre dei nostri amici e predecessori che perirono qui volteggino invisibilmente
attorno a queste mura, ci osservino attraverso le finestre ed entrino in misteriosa
comunicazione con noi che siamo ancora vivi. E noi stessi non siamo forse le ombre di
quel che eravamo un tempo? Non ci siamo trasformati in una specie di spiriti
tamburellanti, che conversano non visti l'uno con l'altro attraverso muri di pietra che ci
dividono, come fanno quelli delle sedute spiritistiche.
Per tutto il giorno ho pensato alla vostra discussione di oggi sulla quarta, la quinta e le
altre dimensioni dello spazio dell'universo che ci sono accessibili. Con tutta la mia
forza ho provato ad immaginare almeno la quarta dimensione del mondo, quella nella
quale, come affermano i metafisici, tutto quel che è sotto chiave può improvvisamente
apparire aperto, e nella quale tutti gli spazi confinanti possono essere penetrati da esseri
capaci di muoversi non solo lungo le tre dimensioni, ma anche lungo la quarta, alla
quale noi non siamo abituati.
Voi mi chiedete un esame scientifico del problema. Parliamo prima del mondo a sole
due dimensioni; e poi vedremo se ci darà la possibilità di trarre alcune conclusioni sui
differenti mondi.

(2)
N. A. Morosoff, raffinato scienziato, apparteneva ai partiti rivoluzionari dei settanta e degli ottanta. Fu arrestato in
concomitanza con l'assassinio dell'Imperatore Alessandro II e trascorse 23 anni in prigione, soprattutto nella fortezza di
Schliisselburg. Liberato nel 1905 scrisse diversi libri, uno sull'Apocalisse di San Giovanni, un altro sull'Alchimia, sulla
Magia, etc. che trovarono moltissimi lettori nel periodo prima della Guerra. Era piuttosto curioso che il pubblico
apprezzasse nei libri di Morosoff non quello che egli scriveva realmente, ma quello su cui egli scriveva. Le sue rea li
intenzioni erano molto limitate e in rigoroso accordo con le idee scientifiche dei settanta. Egli provò a presentare «soggetti
mistici» in modo razionale; per esempio, spiegò l'Apocalisse come null'altro che la descrizione di un temporale. Ma
essendo un bravo scrittore, Morosoff diede un'esposizione molto vivida dei suoi temi, e talvolta aggiunse del materiale
poco noto. Così i suoi libri produssero un risultato piuttosto inaspettato, e molte persone si interessarono ai soggetti mistici
e alla letteratura mistica dopo aver letto i libri di Morosoff. Dopo la rivoluzione Morosoff si unì ai Bolscevichi e rimase
in Russia. Sebbene, per quanto se ne sappia, non abbia preso parte personalmente all'opera distruttiva, non ha scritto
niente altro ed in occasioni solenni espresse la sua ammirazione ufficiale per il regime Bolscevico. (Nota alla traduzione
inglese) P.O.
Prendiamo un certo piano - per esempio quello che separa la superficie del Lago
Ladoga che ci circonda, dall'atmosfera al di sopra di esso, in questa quieta sera
autunnale. Supponiamo che questo piano sia un mondo separato a due dimensioni,
popolato dai suoi esseri, che si possono spostare soltanto su questo piano, come le
ombre delle rondini e dei gabbiani che volteggiano in tutte le direzioni sulla superficie
dell'acqua che ci circonda, ma rimangano per sempre nascosti a noi dietro questo orlati
parapetti.
Supponiamo che, essendo sfuggito da dietro i nostri bastioni di Schliisselburg, voi
andiate a fare un bagno nel lago.
Come esseri di tre dimensioni, anche voi avete le due dimensioni che stanno sulla
superficie dell'acqua. Occuperete un posto definito nel mondo degli esseri ombra. Tutte
le parti del vostro corpo, al di sopra e al di sotto del livello dell'acqua non saranno loro
percepibili, ed essi saranno consapevoli soltanto del vostro contorno, che è tracciato
dalla superficie del lago. Il vostro contorno deve apparir loro come un oggetto del loro
mondo, ma molto stupefacente e miracoloso. Il primo miracolo, dal loro punto di vista,
sarà la vostra improvvisa apparizione tra di loro.
Si può affermare con piena convinzione che l'effetto che voi creereste non sarebbe in
alcun modo inferiore all'inaspettata apparizione tra di noi di qualche spettro da un
mondo sconosciuto. Il secondo miracolo consisterebbe nella sorprendente cangiabilità
della vostra forma esteriore.
Quando voi siete immerso fino alla cintola, la vostra forma sarà quasi ellittica per loro,
poiché soltanto la linea sulla superficie che circonda la vostra cintola, per loro
impenetrabile, sarà loro percettibile. Quando voi iniziate a nuotare assumerete ai loro
occhi il contorno di un uomo.
Quando voi attraversate a guado un posto poco profondo, così che la superficie sulla
quale essi vivono vi circonderà le gambe, apparirete loro trasformato in un essere con
la forma di due anelli. Se, desiderosi di tenervi in un posto, essi vi circondano da tutte
le parti, voi potete scavalcarli e trovarvi libero da essi in un modo proprio inconcepibile
per loro. Ai loro occhi sarete un essere onnipotente - abitante di un mondo superiore,
simile a quegli esseri soprannaturali dei quali ci parlano i teologi e i metafisici.
Ora, se supponiamo che a parte questi due mondi, il mondo piano e il mondo nel quale
viviamo, esista un mondo a quattro dimensioni, superiore al nostro, sarà chiaro che in
rapporto a noi i suoi abitanti saranno esattamente come noi siamo in rapporto agli
abitanti di un piano. Essi devono apparire tra di noi nello stesso modo inaspettato e
sparire dal nostro mondo secondo la loro volontà, spostandosi lungo la quarta o qualche
altra dimensione superiore.
In una parola, l'analogia, finora, è completa. Più avanti troveremo nella stessa analogia
una completa confutazione di tutte le nostre ipotesi.
Se invece gli esseri del mondo quadridimensionale non fossero una nostra pura
invenzione, la loro apparizione tra di noi sarebbe un comune avvenimento quotidiano.
Più avanti Morosoff discute sul fatto se abbiamo qualche motivo di supporre che
«esseri soprannaturali» esistano realmente, e arriva alla conclusione che non abbiamo
argomenti per una tale ipotesi, a meno che non siamo preparati a credere nelle fiabe.
La sola indicazione degna della nostra attenzione dell'esistenza di tali esseri può essere
trovata, secondo Morosoff, negli insegnamenti dello spiritismo. Ma la sua personale
esperienza dello «spiritismo» lo convinse che nonostante gli strani fenomeni che
indubbiamente accadono nelle sedute spiritiche, gli «spiriti» non vi prendono parte. La
cosiddetta «scrittura automatica», di solito citata come prova della cooperazione di
forze intelligenti di un altro mondo a queste sedute, è, secondo le sue osservazioni, un
risultato di lettura del pensiero. Consciamente o inconsciamente un «medium» «legge»
i pensieri dei presenti e da questi pensieri ottiene la risposta alle loro domande.
Morosoff partecipò a varie sedute, ma non si imbatté mai in un caso in cui vi fosse
qualcosa, nelle risposte ricevute, che non fosse nota a qualcuna delle persone presenti.
Perciò, pur non dubitando della sincerità della maggioranza degli spiritisti, Morosoff
conclude che gli «spiriti» non hanno nulla a che fare con i fenomeni delle sedute.
La sua esperienza dello spiritismo, dice, lo aveva convinto, infine, molti anni prima
che i fenomeni che assegnava alla quarta dimensione in realtà non esistono. Egli dice
che a tali sedute spiritistiche le risposte sono date inconsciamente da gente reale,
presente, e che perciò tutte le supposizioni concernenti l'esistenza della quarta
dimensione sono pura immaginazione.
Queste conclusioni di Morosoff sono piuttosto inaspettate, ed è difficile comprendere
come vi si potette giungere. Nulla può esser detto contro la sua opinione sullo
spiritismo. Il lato psichico dei fenomeni spiritistici è indubbiamente piuttosto
«soggettivo». Ma è proprio incomprensibile perché Morosoff veda la «quarta
dimensione» soltanto nei fenomeni spiritistici e perché, negando gli «spiriti», egli
neghi la quarta dimensione. Questa sembra una soluzione già pronta offerta dal
«positivismo» ufficiale al quale Morosoff aderì e dal quale fu incapace di staccarsi. I
suoi argomenti precedenti portavano in una direzione completamente differente. Oltre
agli «spiriti» esiste un certo numero di fenomeni davvero reali per noi, cioè di
quotidiana occorrenza, ma assolutamente inspiegabili senza l'aiuto di ipotesi che
possano mettere in relazione questi fenomeni con il mondo della quarta dimensione.
Ma noi siamo troppo abituati a questi fenomeni e non ci accorgiamo del loro «carattere
miracoloso», non ci accorgiamo di vivere in un mondo di perpetui miracoli, nel mondo
del misterioso, dell'inesplicabile e, soprattutto, dell'incommensurabile.
Morosoff descrive come apparirebbero miracolosi i nostri corpi tridimensionali ad
esseri piani, come questi esseri non potrebbero sapere donde vengano i nostri corpi e
dove essi scompaiano, come spiriti apparsi da un mondo sconosciuto.
Ma in realtà non siamo noi proprio fantastici e mutevoli nella nostra apparenza per ogni
oggetto statico, una pietra o un albero? Inoltre non possediamo noi le proprietà di
«esseri superiori» per gli animali? E non vi sono per noi fenomeni, ad esempio tutte le
manifestazioni della vita delle quali non sappiamo donde vengano e dove vadano;
fenomeni come la comparsa di una pianta da un seme, la nascita delle cose viventi,
altre cose simili; e inoltre i fenomeni della natura, temporali, pioggia, primavera,
autunno, che non possiamo né spiegare né interpretare? Non è ognuno di questi
fenomeni della natura preso separatamente qualcosa di cui possiamo sentire soltanto
un po', toccare soltanto una parte, come gli uomini ciechi della vecchia favola orientale
che definivano un elefante ognuno a modo suo: uno per le gambe, uno per le orecchie
e il terzo per la coda?
Continuando i ragionamenti di Morosoff riguardanti le relazioni tra il mondo a tre
dimensioni e il mondo a quattro dimensioni, non abbiamo argomenti per cercare
quest'ultimo soltanto nel campo dello «spiritismo».
Prendiamo una cellula vivente. Essa può essere esattamente uguale per lunghezza,
profondità ed altezza ad un'altra cellula morta. Eppure v'è qualcosa nella cellula vivente
che manca a quella morta, e che siamo incapaci di misurare.
Noi diciamo che è «forza vitale», cercando di spiegare la forza vitale come una sorta
di movimento. Ma in realtà non spieghiamo nulla con questo, diamo soltanto un nome
ad un fenomeno che rimane inspiegabile. Secondo alcune teorie scientifiche la forza
vitale deve essere riconducibile ad elementi psico-chimici, a forze più semplici. Ma
nessuna di queste teorie può spiegare come l'una passi nell'altra e in che rapporto l'una
stia con l'altra. Siamo incapaci di esprimere in una formula psico-chimica le più
semplici manifestazioni dell'energia vitale. E fino a quando saremo incapaci di farlo,
non abbiamo diritto, in stretto senso logico, a considerare i processi vitali come identici
ai processi psico-chimici.
Possiamo accettare il «monismo» filosofico, ma non abbiamo ragioni per accettare il
monismo psico-chimico impostaci di tanto in tanto che identifica processi vitali e
psichici con processi psico-chimici. La nostra mente potrebbe arrivare in modo astratto
alla conclusione dell'unità dei processi psico-chimici, vitali e psichici, ma per la
scienza, per la conoscenza esatta e concreta queste tre classi di fenomeni sono una ben
separata dall'altra.
Per la scienza le tre classi di fenomeni - forza meccanica, forza vitale e forza psichica
- sconfinano una nell'altra soltanto parzialmente e apparentemente senza alcuna
proporzione fissata o calcolabile. Perciò gli saranno giustificati nello spiegare i processi
vitali e psichici come una sorta di movimento soltanto quando avranno trovato il mezzo
per trasformare il movimento in energia vitale e psichica, e viceversa, e per calcolare
una tale trasformazione. Questo significa che una tale affermazione sarà possibile
soltanto quando si saprà quale numero di calorie contenute in una definita quantità di
carbone è necessario per iniziare la vita di una sola cellula, o quante atmosfere di
pressione sono necessarie per la formazione di un solo pensiero o di una deduzione
logica.
Fino a quando queste cose non si sapranno, i fenomeni fisici, biologici e psichici, come
sono studiati dalla scienza, prendono posto su differenti piani.
La loro unità può essere presunta, ma nulla circa tale unità può essere affermato
definitivamente.
Se una stessa forza agisce nei processi psico-chimici, vitali e psichici, si può supporre
che essa agisca in differenti sfere solo parzialmente contigue.
Se la scienza realmente possedesse la conoscenza dell'umanità almeno dai fenomeni
vitali e psico-chimici, sarebbe capace di creare organismi viventi. In questa aspettativa
non vi è nulla di stravagante. La gente costruisce macchine e apparati che sono molto
più complicati esternamente di un semplice organismo unicellulare. Eppure non è
capace di costruire un tale organismo. Questo significa che vi è qualcosa in un
organismo vivente che non esiste in una macchina inanimata. Una cellula vivente
contiene qualcosa che manca a quella morta. E abbiamo ogni diritto di definire questo
qualcosa ugualmente inesplicabile e incommensurabile. Ed esaminando l'uomo
abbiamo buone ragioni per porci la domanda: quale parte è maggiore, la misurabile o
l'incommensurabile?
«Come posso rispondere alla vostra domanda» (sulla quarta dimensione), scrive
Morosoff nella sua lettera al suo compagno di carcere, «quando io stesso non ho
dimensione nella direzione da voi indicata?».
Ma quali reali argomenti ha Morosoff per affermare così sicuramente di non avere
questa dimensione?
Può misurare ogni cosa in sé stesso? Due delle principali funzioni dell'uomo, la vita e
il pensiero, sono nel campo dell'incommensurabile.
Sappiamo così vagamente e così imperfettamente quel che realmente è l'uomo, e
abbiamo in noi stessi così tanto di enigmatico e incomprensibile dal punto di vista della
geometria a tre dimensioni, che non abbiamo ragione di negare la quarta dimensione
negando gli «spiriti». Al contrario abbiamo ampi argomenti per cercare la quarta
dimensione precisamente in noi stessi.
E dobbiamo confessare a noi stessi chiaramente e definitamente che non sappiamo, alla
fin fine, cosa sia l'uomo. Per noi è un enigma, e dobbiamo accettare questo enigma
come tale.
La «quarta dimensione» promette di spiegare qualcosa di questo enigma.
Proviamo a vedere cosa possa dare la «quarta dimensione» se noi la approcciamo con
i vecchi metodi ma senza i vecchi pregiudizi a favore o contro lo spiritismo.
Immaginiamo un mondo di esseri piani che posseggano soltanto due dimensioni,
lunghezza e larghezza, e che abitino una superficie piatta (3).
Immaginiamo, su questa superficie, esseri viventi che abbiano la forma di figure
geometriche, capaci di muoversi in due direzioni.
Proprio all'inizio dell'esame delle condizioni di vita di questi esseri piatti ci troviamo a
faccia a faccia con un fatto molto interessante.
Questi esseri saranno capaci di muoversi soltanto in due direzioni sul loro piano.
Saranno incapaci di alzarsi al di sopra di questo piano o di abbandonarlo. Nello stesso
modo saranno incapaci di vedere e sentire qualunque cosa che stia al di fuori del loro
piano. Se uno di questi esseri si alzerà al di sopra del piano, trapasserà completamente
dal mondo degli altri esseri a lui simili, svanirà, scomparirà - nessuno sa dove.
Se supponiamo che gli organi della vista di questi esseri siano sui loro spigoli, sulle
linee esterne; allora essi non saranno capaci assolutamente di vedere il mondo che si
estende al di fuori del loro piano. Vedranno soltanto linee che stanno sul loro piano.
Vedranno sé stessi non come realmente sono, cioè sotto forma di linee. Allo stesso
modo tutti gli oggetti del loro mondo appariranno loro come linee. E, quel che più
importa, tutte le linee, sia dritte, che curve o con angoli, o giacenti a differenti angoli
della linea del loro margine, appariranno loro simili; essi non saranno capaci di vedere
alcuna differenza nelle linee stesse. Ma allo stesso tempo le linee differiranno, per loro,
per strane proprietà che essi probabilmente chiameranno il movimento o la vibrazione
delle linee.
Il centro di un cerchio sarà interamente inaccessibile ad essi.
Saranno proprio incapaci di vederlo. Per raggiungere il centro di un cerchio un essere
bidimensionale dovrà scavare o tagliare la propria strada attraverso la massa della
figura piana che ha lo spessore di un atomo. Il processo di scavo gli sembrerà come
un'alterazione della linea della circonferenza.

(3)
In questi ragionamenti su mondi immaginari seguirò parzialmente il piano di Hinton, ma questo non significa che io
condivida tutte le opinioni di Hinton.
Se un cubo è posto su questo piano, allora questo cubo gli apparirà sotto forma di
quattro linee vincolanti il quadrato che tocca il suo piano. Dell'intero cubo soltanto
questo quadrato esisterà per lui. Sarà incapace perfino di immaginare il resto del cubo.
Il cubo non esisterà per lui.
Se diversi corpi venissero a contatto con il suo piano, per un essere piano esisterà in
ognuno di essi una sola superficie che è venuta a contatto con il suo piano. Questa
superficie, cioè le linee che lo vincolano, gli apparirà come un oggetto del suo mondo.
Se attraverso il suo spazio, cioè attraverso il suo piano, passasse un cubo multicolore,
il passaggio del cubo gli apparirà come un graduale cambiamento di colore delle linee
che vincolano il quadrato che giace sul suo piano.
Se supponiamo che a questo essere piano fosse concesso di vedere con la sua faccia
piatta, quella che fronteggia il nostro mondo, è facile immaginare quale errata
concezione del nostro mondo egli ne riceverebbe.
L'intero universo gli apparirebbe sotto forma di un piano. È molto probabile che egli
chiamerà questo piano etere. Di conseguenza, egli negherà completamente tutti i
fenomeni che hanno luogo al di fuori di questo piano, o li considererà come se
accadessero sul suo piano, nel suo etere. Incapace di spiegare sul suo piano tutti i
fenomeni da lui osservati, potrebbe definirli miracolosi, al di sopra della sua
comprensione, al di là del suo spazio, nella «terza dimensione».
Avendo osservato che gli inesplicabili eventi accadono con un certo ordine
conseguente, in una certa dipendenza l'uno dall'altro, e probabilmente anche in
dipendenza di certe leggi, l'essere piano cesserà di considerarli miracolosi e tenterà di
spiegarli per mezzo di più o meno complicate ipotesi.
La comparsa della confusa idea di un altro piano parallelo sarà per un essere piano il
primo passo verso la corretta comprensione dell'universo.
Immaginerà allora tutti i fenomeni che è incapace di spiegare sul proprio piano come
se accadessero su quel piano parallelo. A questo livello di sviluppo l'intero nostro
mondo gli apparirà come un piano parallelo al proprio piano. Né rilievo né prospettiva
esisteranno ancora per lui. Un paesaggio montano gli apparirà come una piatta
fotografia. La sua concezione del mondo sarà certamente molto povera, e piena di
errori. Le grandi cose verranno scambiate per piccole, e le piccole per grandi, e tutto
quanto, vicino o lontano, gli apparirà egualmente remoto e inaccessibile.
Avendo riconosciuto che c'è un mondo parallelo al suo mondo piano, l'essere
bidimensionale dirà di non saper nulla sulla vera natura del rapporto tra questi due
mondi.
Nel mondo parallelo molte cose appariranno inspiegabili per un essere bidimensionale.
Per esempio una leva o un paio di ruote su un asse. La loro azione apparirà piuttosto
inconcepibile per l'essere piano, la cui concezione delle leggi del movimento è limitata
dal movimento su un piano. È proprio possibile che questo fenomeno venga
considerato soprannaturale e poi definito, in modo più scientifico, «soprafisico».
Nello studiare questi fenomeni soprafisici l'essere piano potrebbe inciampare sull'idea
che una leva, o le ruote, contengono qualcosa di incommensurabile, ma nondimeno
esistente.
Da questo punto c'è un solo passo verso l'ipotesi della terza dimensione.
L'essere piano baserà questa ipotesi precisamente su fatti inesplicabili, come la
rotazione delle ruote. Potrebbe chiedersi se l'inesplicabile non possa essere realmente
l'incommensurabile, e quindi iniziare gradualmente a delucidare a sé stesso le leggi
fisiche nello spazio tridimensionale. Ma egli non sarà mai capace di provare
matematicamente l'esistenza della terza dimensione, perché tutte le sue speculazioni
geometriche procederanno soltanto su un piano, su due dimensioni, e perciò proietterà
su un piano i risultati delle sue conclusioni matematiche, distruggendo in questo modo
tutto il loro significato.
L'essere piano sarà capace di ottenere la sua prima nozione sulla natura della terza
dimensione semplicemente per mezzo di ragionamenti logici e di comparazioni.
Questo significa che nell'esaminare l'inesplicabile che sta nella fotografia piatta (che
rappresenta per lui il mondo) l'essere piano potrebbe arrivare alla conclusione che molti
fenomeni sono per lui inspiegabili, perché negli oggetti che causano questi fenomeni
potrebbe esservi una certa differenza che egli non comprende e che non può misurare.
Inoltre potrebbe concludere che un corpo reale differisce in qualche modo da uno
immaginario. E una volta ammessa l'ipotesi della terza dimensione, dovrà dire che il
corpo reale, a differenza del corpo immaginario, deve possedere almeno una piccola
terza dimensione.
Nello stesso modo l'essere piano potrebbe arrivare a riconoscere che egli deve
necessariamente possedere la terza dimensione.
Dopo essere arrivato alla conclusione che un corpo reale a due dimensioni non può
esistere, che non è altro che una figura immaginaria, l'essere piano dovrà dire a sé stesso
che, dal momento che la terza dimensione esiste, egli stesso deve possedere la terza
dimensione, perché altrimenti, avendo soltanto due dimensioni, egli non sarebbe altro
che una figura immaginaria, cioè che esiste soltanto nella mente di qualcuno.
L'essere piano ragionerà nel seguente modo: «Se la terza dimensione esiste, o io sono
un essere a tre dimensioni o non esisto nella realtà ma soltanto nell'immaginazione di
qualcuno».
Nel riflettere sul perché egli non veda la terza dimensione, l'essere piano potrebbe
arrivare a pensare che la sua estensione lungo la terza dimensione, proprio come
l'estensione di altri corpi lungo la terza dimensione, è molto piccola. Queste riflessioni
potrebbero portare l'essere piano alla conclusione che per lui la questione della terza
dimensione è connessa con il problema delle piccole grandezze.
Nell'investigare il mondo in modo filosofico, l'essere piano dubiterà di tanto in tanto
della realtà di ogni cosa che lo circonda e della realtà di sé stesso.
Egli potrebbe allora pensare che la sua concezione del mondo è sbagliata e che non
vede neanche come in realtà esso sia. Da tutto ciò potrebbero seguire dei ragionamenti
sulle cose per come esse appaiono e su come esse sono realmente.
L'essere piano potrebbe pensare che nella terza dimensione le cose appaiano per come
esse sono, cioè che egli vedrebbe nelle stesse cose più di quanto veda in due
dimensioni.
Verificando tutti questi ragionamenti dal nostro punto di vista, cioè dal punto di vista
di esseri a tre dimensioni, dobbiamo riconoscere che tutte le conclusioni dell'essere
piano sono perfettamente giuste e che lo conducono alla corretta comprensione del
mondo e alla percezione, sebbene inizialmente teorica, della terza dimensione.
Possiamo approfittare dell'esperienza dell'essere piano e provare a capire se vi sia
qualcosa nel mondo nei confronti della quale siamo nello stesso rapporto che l'essere
piano ha nei confronti della terza dimensione.
Nell'esaminare le condizioni fisiche della vita dell'uomo troviamo in esse una quasi
completa analogia con le condizioni di vita dell'essere piano che inizia ad essere
consapevole della terza dimensione.
Inizieremo analizzando la nostra relazione nei confronti dell'«invisibile».
A prima vista l'uomo considera l'invisibile come miracoloso e soprannaturale.
Gradualmente, con l'evoluzione della conoscenza, l'idea del miracoloso diventa sempre
meno necessaria. Ogni cosa nella sfera accessibile all'osservazione (e sfortunatamente
molto al di là da essa) viene considerata come esistente secondo certe leggi definite,
come il risultato di certe cause definite. Ma le cause di molti fenomeni rimangono
nascoste, e la scienza è costretta a limitarsi alla classificazione di questi fenomeni
inspiegabili.
Nello spiegare il carattere e le proprietà dell'«inspiegabile» in differenti branche della
nostra conoscenza, in fisica e chimica, in biologia e psicologia, possiamo arrivare a
certe conclusioni generali concernenti il carattere dell’inspiegabile.
Questo significa che possiamo formulare il problema come segue: non è l'inspiegabile
il risultato di qualcosa di «incommensurabile» per noi che esiste, primo, in quelle cose
che, per come ci appaiono, possiamo misurare completamente e, secondo, in cose nelle
quali, per come ci appaiono, possono essere misurate?
Possiamo pensare che proprio questa inspiegabilità possa essere il risultato del fatto
che esaminiamo e cerchiamo di spiegare, entro i limiti delle tre dimensioni, fenomeni
che passano nel campo di una dimensione superiore.
In altre parole, non siamo noi nella posizione dell'essere piano che cerca di spiegare
come se accadessero su un piano fenomeni che hanno luogo nello spazio
tridimensionale.
Vi sono molti elementi che confermano la probabilità di una tale supposizione. È
proprio possibile che molti fenomeni inspiegabili siano inspiegabili soltanto perché
desideriamo spiegarli sul nostro piano, cioè entro il nostro spazio tridimensionale,
mentre in realtà accadono al di fuori del nostro piano, nel campo delle dimensioni
superiori.
Essendo giunti alla conclusione che siamo circondati dal mondo
dell'incommensurabile, dobbiamo ammettere che, finora, abbiamo avuto una
concezione completamente sbagliata degli oggetti del nostro mondo.
Sapevamo già da prima che vediamo le cose e ce le rappresentiamo non per come esse
sono. Ora possiamo dire più precisamente che non vediamo nelle cose quella parte di
esse che è incommensurabile per noi, che sta nella quarta dimensione.
Quest'ultima conclusione ci porta all'idea della differenza tra l'immaginario e il reale.
Abbiamo visto che l'essere piano, essendo arrivato all'idea della terza dimensione, deve
concludere che, se vi sono tre dimensioni, un corpo reale di due dimensioni non può
esistere Un corpo bidimensionale sarebbe soltanto una figura immaginaria, una sezione
di un corpo a tre dimensioni o la sua proiezione nello spazio bidimensionale.
Ammettendo l'esistenza della quarta dimensione, dobbiamo riconoscere nello stesso
modo che se vi sono quattro dimensioni un corpo reale di tre dimensioni non può
esistere. Un corpo reale deve possedere almeno una piccolissima estensione lungo la
quarta dimensione, altrimenti sarà soltanto una figura immaginaria, la proiezione di un
corpo a quattro dimensioni in uno spazio tridimensionale, come un «cubo» disegnato
su un foglio.
In questo modo dobbiamo arrivare alla conclusione che potrebbero esistere un cubo a
tre dimensioni e un cubo a quattro dimensioni, e che soltanto il cubo a quattro
dimensioni esisterà effettivamente.
Esaminando l'uomo da questo punto di vista arriviamo a deduzioni molto interessanti.
Se esiste la quarta dimensione, due cose sono possibili. Sia che noi stessi possediamo
la quarta dimensione, cioè siamo esseri a quattro dimensioni, o che possediamo soltanto
tre dimensioni e in questo caso non esistiamo assolutamente.
Se esiste la quarta dimensione mentre noi ne possediamo soltanto tre significa che non
abbiamo un'esistenza reale, che esistiamo soltanto nell'immaginazione di qualcuno e
che tutti i nostri pensieri, le nostre sensazioni ed esperienze hanno luogo nella mente
di qualche altro essere superiore, che ci visualizza. Non siamo altro che prodotti della
sua mente e l'intero nostro universo non è altro che un mondo artificiale creato dalla
sua fantasia.
Se non vogliamo essere d'accordo con questo, dobbiamo riconoscere di essere degli
esseri a quattro dimensioni.
Contemporaneamente dobbiamo riconoscere che la nostra stessa quarta dimensione,
proprio come la quarta dimensione dei corpi che ci circondano, è conosciuta e avvertita
da noi soltanto molto poco e che ne congetturiamo l'esistenza soltanto per mezzo
dell'osservazione di fenomeni inesplicabili.
Una tale cecità nei confronti della quarta dimensione può esser causata dal fatto che la
quarta dimensione dei nostri corpi e di altri oggetti del nostro mondo è troppo esigua
ed inaccessibile ai nostri organi di senso, o agli apparati che allargano la sfera della
nostra osservazione, esattamente nello stesso modo in cui le molecole dei nostri corpi
e molte altre cose sono inaccessibili all'osservazione immediata. Per quanto riguarda
gli oggetti che posseggono una più grande estensione nella quarta dimensione, li
avvertiamo a volte in certe circostanze, ma ci rifiutiamo di riconoscerli come realmente
esistenti.
Queste ultime considerazioni ci forniscono argomenti sufficienti per credere che,
almeno nel nostro mondo fisico, la quarta dimensione deve riferirsi al campo delle
piccole grandezze.
Il fatto che non vediamo nelle cose la loro quarta dimensione ci porta nuovamente al
problema dell'imperfezione delle nostre percezioni in generale.
Anche se lasciamo da parte altri difetti della nostra percezione e consideriamo la sua
attività soltanto in relazione alla geometria, dovremmo ammettere che vediamo ogni
cosa molto diversa da come è realmente.
Noi non vediamo corpi, non vediamo altro che superfici, facce e linee.
Non vediamo mai un cubo; vediamo soltanto una piccola parte di esso, non lo vediamo
mai da tutti i lati contemporaneamente.
Dalla quarta dimensione deve essere possibile vedere il cubo da tutti i lati
contemporaneamente e dall'interno, come dal suo centro.
Il centro di una sfera ci è inaccessibile. Per raggiungerlo dobbiamo tagliare o aprirci la
strada attraverso la massa della sfera, cioè agire esattamente nello stesso modo in cui
ha agito l'essere piano nei confronti del cerchio. il processo di aprirsi una strada ci
apparirà come un graduale cambiamento nella superficie della sfera.
La completa analogia del nostro rapporto con la sfera con la relazione dell'essere piano
con il cerchio ci fornisce argomenti per pensare che nella quarta dimensione, o lungo
la quarta dimensione, il centro della sfera sia così facilmente accessibile come il centro
del cerchio nella terza dimensione. In altre parole abbiamo il diritto di supporre che
nella quarta dimensione sia possibile raggiungere il centro della sfera da qualche
regione a noi sconosciuta, lungo qualche incomprensibile direzione, pur rimanendo
intatta la sfera stessa. Quest'ultima circostanza ci sembrerebbe una sorta di miracolo,
ma proprio come miracolosa deve apparire all'essere piano, la possibilità di
raggiungere il centro del cerchio senza disturbare la linea della sua circonferenza, senza
spezzare il cerchio.
Continuando ad immaginare inoltre le proprietà della vista o della percezione nella
quarta dimensione, dovremo riconoscere che non soltanto in senso geometrico, ma
anche in molti altri sensi, è possibile vedere dalla quarta dimensione negli oggetti del
nostro mondo molto di più di quanto vediamo.
Il prof. Helmholtz disse una volta, a proposito del nostro occhio, che se un ottico gli
avesse spedito uno strumento così mal fatto, egli non lo avrebbe mai accettato.
Indubbiamente il nostro occhio non vede una gran parte delle molte cose che esistono.
Ma se nella quarta dimensione vediamo senza l'aiuto di un tale imperfetto strumento,
dovremmo essere costretti a vedere molto di più, cioè a vedere ciò che è invisibile per
noi e a vedere ogni cosa senza la rete dell'illusione che ci vela l'intero mondo e rende
il suo aspetto esteriore molto diverso da quello che è realmente.
Potrebbe sorgere la domanda se dovremmo vedere nella quarta dimensione senza
l'aiuto degli occhi, e cosa ciò significhi.
Sarà possibile rispondere a queste domande definitamente solo quando si saprà
definitamente che la quarta dimensione esiste e, una volta che lo si è saputo, cosa
realmente sia. Ma per ora è possibile considerare soltanto quel che dovremmo essere
nella quarta dimensione, e perciò non può esservi alcuna risposta definitiva a queste
domande.
La visione nella quarta dimensione dovrebbe avvenire senza l'aiuto degli occhi. I limiti
della vista sono noti, ed è risaputo che l'occhio umano non può mai raggiungere la
perfezione neanche col microscopio o col telescopio. Ma questi strumenti, con tutto il
miglioramento di potenza di visione che apportano, non ci portano, in definitiva, più
vicino alla quarta dimensione. Così si può concludere che la visione nella quarta
dimensione deve essere qualcosa di piuttosto differente dalla visione ordinaria. Ma
cosa può realmente essere? Probabilmente sarà qualcosa di analogo alla «visione» con
la quale un uccello che vola sulla Russia Settentrionale «vede» l'Egitto, ove migra per
l'inverno; o la visione di un piccione viaggiatore che «vede», da centinaia di chilometri,
la piccionaia dalla quale è stato prelevato in un cestino chiuso; o la visione di un
ingegnere che fa i primi calcoli e i primi abbozzi disegnati di un ponte, che «vede» il
ponte e il treno che vi passa sopra; o la visione di un uomo che, consultando una tabella
degli orari, « vede » se stesso arrivare alla stazione di partenza e il suo treno che arriva
a destinazione.
Ora, avendo delineato alcune caratteristiche delle proprietà che la visione dovrebbe
avere nella quarta dimensione, dobbiamo sforzarci di definire più esattamente quel che
sappiamo sui fenomeni di quel mondo.
Facendo nuovamente uso dell'esperienza dell'essere bidimensionale, dobbiamo porci
la seguente domanda: sono tutti i «fenomeni» del nostro mondo spiegabili dal punto di
vista delle leggi fisiche?
Vi sono così tanti fenomeni inspiegabili intorno a noi che semplicemente per il fatto
che ci sono troppo familiari cessiamo di avvertirne la loro inspiegabilità e,
dimenticandola, iniziamo a classificare questi fenomeni, a dar loro dei nomi, a
includerli in diversi sistemi e, infine, perfino a negarne la loro inspiegabilità.
Strettamente parlando, tutto è ugualmente inesplicabile. Ma siamo abituati a
considerare alcuni tipi di fenomeni come più spiegabili, e altri tipi come meno
spiegabili. Poniamo i meno spiegabili in un gruppo speciale, e creiamo con essi un
mondo separato, considerato come parallelo a quello «spiegabile».
Questo si riferisce innanzitutto al cosiddetto «mondo psichico», cioè al mondo delle
idee, delle immagini e dei concetti, che noi consideriamo parallelo al mondo fisico.
Il nostro rapporto con la psiche, la differenza che per noi esiste tra il fisico e la psiche,
dimostra che i fenomeni psichici dovrebbero essere assegnati alla sfera della quarta
dimensione (4). Nella storia del pensiero umano il rapporto con la psiche è molto simile
al rapporto tra gli esseri piani e la terza dimensione. I fenomeni psichici sono
inspiegabili sul «piano fisico», perciò vengono considerati opposti al fisico. Ma la loro
unità è vagamente avvertita, e vengono fatti continuamente tentativi per interpretare i
fenomeni psichici come una specie di fenomeni fisici, o i fenomeni fisici come una
specie di fenomeni psichici.

(4)
L'espressione fenomeni «psichici» è usata qui nel solo possibile senso di fenomeni psicologici o mentali, cioè quelli
che costituiscono il soggetto della psicologia. Dico questo perché nella letteratura spiritualista e teosofica la parola
«psichico» è usata per la designazione di fenomeni supernormali o superfisici.
La divisione dei concetti si è rivelata infruttuosa, ma non vi sono mezzi per la loro
unificazione.
In primo luogo la psiche è considerata come separata dal corpo, come una funzione
dell'«anima», non soggetta ad alcuna legge fisica. L'anima vive da sé stessa, e il corpo
da sé stesso, e l'una è incommensurabile con l'altro. Questa è la teoria di un ingenuo
dualismo o spiritualismo. Il primo tentativo di un ugualmente ingenuo monismo
considera l'anima come una diretta funzione del corpo. Viene così detto allora che «il
pensiero è un movimento della materia».
Questa era la famosa formula di Moleschott.
Entrambi i punti di vista conducono in un vicolo cieco. Il primo perché l'ovvia
interdipendenza di processi psichici e fisiologici non può essere ignorata; il secondo
perché il movimento resta pur sempre movimento e il pensiero rimane pensiero.
Il primo punto di vista è analogo al rifiuto, da parte dell'essere a due dimensioni, di
ogni realtà fisica in fenomeni che accadono al di fuori del suo piano. Il secondo punto
di vista è analogo al tentativo di considerare dei fenomeni come se accadessero su un
piano, e invece accadono al di sopra o al di fuori di esso.
Il passo successivo è l'ipotesi di un piano parallelo sul quale abbiano luogo tutti i
fenomeni inspiegabili. Ma la teoria del parallelismo è molto pericolosa.
L'essere piano comincia a comprendere la terza dimensione quando comincia a capire
che quello che egli considera parallelo al suo piano può, in realtà, trovarsi a differenti
distanze da esso. L'idea del rilievo e della prospettiva apparirà così nella sua mente, e
il mondo e le cose prenderanno per lui la stessa forma che hanno per noi.
Comprenderemo più correttamente il rapporto tra i fenomeni fisici e quelli psichici
quando comprenderemo chiaramente che lo psichico non è sempre parallelo al fisico e
può essere piuttosto indipendente da esso. E parallele che non sono sempre parallele
sono evidentemente soggette a leggi che sono incomprensibili per noi, a leggi del
mondo a quattro dimensioni.
Al giorno d'oggi si dice spesso: non sappiamo nulla sull'esatta natura dei rapporti tra i
fenomeni fisici e quelli psichici; la sola cosa che possiamo affermare, e più o meno
stabilita, è che, per ogni processo psichico, pensiero o sensazione, vi è un
corrispondente processo fisiologico, che si manifesta almeno con una debole
vibrazione nei nervi e nelle fibre cerebrali e in cambiamenti chimici nei differenti
tessuti. La sensazione è definita come la coscienza di un cambiamento nei nostri organi
di senso. Questo cambiamento è un certo movimento che viene trasmesso ai centri
cerebrali, ma in quale modo il movimento venga trasformato in un sentimento o in un
pensiero non si sa.
Sorge la domanda: non è possibile supporre che il fisico sia separato dalla psiche da
uno spazio quadridimensionale, cioè che il processo fisiologico, passando nella sfera
della quarta dimensione, produca lì effetti che noi chiamiamo sentimento o pensiero?
Sul nostro piano, cioè nel mondo del movimento e delle vibrazioni accessibile alle
nostre osservazioni, siamo incapaci di comprendere o di determinare il pensiero,
esattamente come l'essere bidimensionale, sul suo piano, è incapace di comprendere o
determinare l'azione di una leva o il movimento di un paio di ruote intorno ad un asse.
Per un certo periodo le idee di E. Mach, esposte principalmente nel suo libro Analysis
of Sensations and Relations of the Physical to the Psychic, furono in gran voga. Mach
nega assolutamente ogni differenza tra il fisico e la psiche.
A suo parere tutto il dualismo dell'usuale visione del mondo è risultato dalla concezione
metafisica della «cosa in sé» e dalla concezione (erronea secondo Mach) del carattere
illusorio della nostra conoscenza delle cose. Secondo Mach, non possiamo percepire
nulla in modo sbagliato. Le cose sono esattamente come appaiono essere. n concetto
di illusione deve scomparire completamente. Elementi delle sensazioni sono elementi
fisici. Quelli che vengono chiamati «corpi» sono soltanto complessi di elementi delle
sensazioni: sensazioni di luce, sensazioni di suono, sensazioni di pressione, etc. Le
immagini mentali sono simili complessi di sensazioni. Non vi è differenza tra il fisico
e la psiche; entrambi sono costituiti dagli stessi elementi (delle sensazioni). La struttura
molecolare dei corpi e la teoria atomica sono accettati da Mach soltanto come simboli,
ed egli nega loro qualsiasi realtà.
In questo modo, secondo la teoria di Mach, il nostro apparato psichico costituisce il
mondo fisico. Una «cosa» è soltanto un complesso di sensazioni.
Ma parlando della teoria di Mach è necessario ricordare che l'apparato psichico
costruisce soltanto le «forme» del mondo (cioè rende il mondo così come noi lo
percepiamo) da qualcos'altro cui non giungeremo mai. Il blu del cielo è irreale, il verde
dei campi è anche irreale; questi «colori» appartengono ai raggi riflessi. Ma
evidentemente vi è qualcosa nel «cielo», cioè nell'aria della nostra atmosfera, che lo fa
sembrare blu, proprio come vi è qualcosa nell'erba del campo che la fa apparire verde.
Senza questa precisazione un uomo avrebbe potuto facilmente dire, sulle basi delle idee
di Mach: questa mela è un complesso delle mie sensazioni, perciò sembra soltanto che
esista, ma non esiste nella realtà.
Questo sarebbe sbagliato. La mela esiste. Ed un uomo può, in modo più reale,
convincersene. Ma non è in realtà quello che sembra essere in un mondo
tridimensionale.
La psiche, in quanto opposta al fisico o al tridimensionale, è molto simile a quello che
dovrebbe esistere nella quarta dimensione, e abbiamo ogni diritto di dire che il pensiero
si muove lungo la quarta dimensione.
Per esso non esistono ostacoli o distanze. Penetra gli oggetti impenetrabili, visualizza
la struttura degli atomi, calcola la composizione chimica delle stelle, studia la vita sul
fondo dell'oceano, i costumi e le istituzioni di una razza scomparsa decine di migliaia
di anni fa ...
Nessun muro, nessuna condizione fisica frena la nostra fantasia, la nostra
immaginazione.
Morosoff e il suo compagno non sono volati, nella loro immaginazione, molto al di là
dei bastioni di Schliisselburg?
Morosoff stesso, nel suo libro Revelation in Tempest and Thunderstorm, non ha forse
viaggiato attraverso lo spazio e il tempo quando, mentre stava leggendo le Rivelazioni
nel «Ravelin», Alexeivsky della Fortezza Petropavlosky vide le nuvole correre lungo
l'Isola di Patmos nell'Arcipelago Greco, alle cinque del pomeriggio del 30 settembre
dell'anno 395?
Non viviamo noi, nel sonno, in un fantastico regno di fiaba ove ogni cosa è capace di
trasformarsi, ove non vi è la stabilità che appartiene al mondo fisico, ove un uomo può
diventare un altro o due uomini allo stesso tempo, ove le cose più improbabili sembrano
semplici e naturali, ove gli eventi spesso accadono al contrario, dalla fine all'inizio, ove
vediamo le immagini simboliche delle idee e degli stati d'animo, ove parliamo con i
morti, voliamo per aria, passiamo attraverso i muri, anneghiamo o bruciamo, moriamo,
e rimaniamo vivi?
Tutto questo preso insieme ci dimostra che non abbiamo bisogno di pensare che gli
spiriti che appaiono o non riescono ad apparire alle sedute spiritiche debbano essere i
soli possibili esseri a quattro dimensioni. Possiamo avere un'ottima ragione per dire
che noi stessi siamo esseri a quattro dimensioni e siamo girati verso la terza dimensione
soltanto con uno dei nostri lati, cioè soltanto con una piccola parte del nostro essere.
Soltanto questa parte di noi vive in tre dimensioni, e noi siamo consci soltanto di questa
parte del nostro corpo.
La maggior parte del nostro essere vive nella quarta dimensione, ma siamo inconsci di
questa più grande parte di noi stessi. O sarebbe più vero dire che viviamo in un mondo
quadridimensionale, ma siamo consci di noi stessi soltanto in un mondo
tridimensionale. Questo significa che viviamo in un tipo di condizioni, ma
immaginiamo di essere in un altro.
Le conclusioni della psicologia ci portano alla stessa idea, ma da una strada differente.
La psicologia arriva, sebbene molto lentamente, a riconoscere la possibilità del
risveglio della nostra consapevolezza, cioè la possibilità di un particolare stato di essa,
quando vede e sente sé stessa in un mondo reale, non avendo nulla in comune con
questo mondo di cose e fenomeni - in un mondo di pensieri, immagini mentali e idee.
Nel discutere, prima, le proprietà della quarta dimensione, ho detto che il ipercubo,
cioè a', può essere ottenuto dal movimento di un cubo nello spazio, a condizione che
tutti i punti del cubo si muovano.
Di conseguenza, se supponiamo che da ogni punto del cubo venga tracciata una linea
che questo movimento deve seguire, la combinazione di queste linee formerà allora la
proiezione di un corpo a quattro dimensioni. Questo corpo, che è il ipercubo, come
abbiamo visto prima, può essere considerato come un infinito numero di cubi che
crescono, appunto, dal primo cubo.
Vediamo ora se conosciamo qualche esempio di un tale movimento, che implica il
movimento di tutti i punti del cubo dato.
Il movimento molecolare, cioè il movimento di minute particelle di materia, aumentato
dal calore e diminuito dal freddo, è il più appropriato esempio di movimento lungo la
quarta dimensione, a dispetto di tutte le idee erronee dei fisici riguardo a questo
movimento.
In un articolo intitolato «Possiamo sperare di vedere le molecole?»(5) il professor
Goldgammer scrive che, secondo la visione moderna, le molecole sono corpi la cui
sezione lineare è qualcosa tra la milionesima e la decimilionesima parte di un
millimetro. È stato calcolato che la miliardesima parte di un millimetro cubo, cioè un
micron cubo, alla temperatura di 0°C. e a pressione normale, contiene circa 30 milioni
di molecole di ossigeno. «Le molecole si muovono molto velocemente; quindi in
condizioni normali la maggioranza delle molecole di ossigeno hanno la velocità di circa
450 metri al secondo. Le molecole non si disperdono in tutte le direzioni
istantaneamente nonostante la loro grande velocità, soltanto perché esse collidono ogni
momento l'una con l'altra e a causa di ciò cambia la direzione del loro movimento.
Grazie a ciò la traiettoria di una molecola ha l'aspetto di uno zigzag molto intricato, ed
effettivamente "segna il tempo", appunto, in un solo punto».
Lasciando da parte per il momento l'intricato zigzag e la teoria delle molecole collidenti
(movimento Browniano), dobbiamo provare a capire quali risultati sono prodotti dal
movimento molecolare lungo la quarta dimensione nel mondo visibile.
Per trovare un esempio di movimento lungo la quarta dimensione dobbiamo trovare un
movimento per cui il dato corpo si muova effettivamente e non rimanga in un solo
posto (o in un solo stato).

(5)
Nella rivista Naoutchnoye Slovo, febbraio 1903.
Esaminando tutte le specie osservabili di movimento dobbiamo ammettere che
l'espansione e la contrazione dei corpi si avvicina maggiormente alle condizioni
indicate.
Espansione di gas, liquidi e solidi significa che le molecole si allontanano l'una
dall'altra. Contrazione di solidi, liquidi e gas significa che le molecole si avvicinano
una all'altra. La distanza tra loro diminuisce. Qui vi è uno spazio e vi sono distanze.
Non è possibile che questo spazio si trovi nella quarta dimensione?
Un movimento in questo spazio significa che tutti i punti del dato corpo geometrico,
cioè tutte le molecole del dato corpo fisico, si muovono.
La figura risultante dal movimento di un cubo nello spazio quando il cubo si espande
o si contrae avrà la forma di un cubo, e possiamo immaginarla come un infinito numero
di cubi.
È giusto supporre che l'assemblaggio delle linee tracciate da ogni punto di un cubo, sia
interno che esterno, le linee lungo le quali i punti si avvicinano uno all'altro o si
allontanano l'uno dall'altro, costituisce la proiezione di un corpo quadridimensionale?
Per rispondere a questo è necessario determinare cosa siano queste linee e cosa sia
questa direzione.
Queste linee congiungono tutti i punti del corpo dato con il suo centro.
Conseguentemente la direzione del movimento indicato sarà dal centro lungo i raggi.
Nell'investigare le traiettorie dei movimenti dei punti (o delle molecole) di un corpo
nel caso dell'espansione e della contrazione, troviamo in esse molte caratteristiche
interessanti.
Non possiamo vedere la distanza tra le molecole. Non possiamo vederla nel caso dei
solidi, dei liquidi e dei gas perché è estremamente ridotta, e nel caso di materia
altamente rarefatta, come ad esempio quella nei tubi di Crookes, ove questa distanza è
probabilmente aumentata a proporzioni percepibili da noi o dal nostro apparato, non
possiamo vederla perché le particelle stesse, le molecole, sono troppo piccole per essere
accessibili alla nostra osservazione. Nel sopra citato articolo il Prof. Goldgammer
afferma che, date certe condizioni, le molecole potrebbero essere fotografate se rese
luminose. Egli scrive che quando la pressione nei tubi di Crookes è ridotta alla
milionesima parte di un'atmosfera, un micron conterrà soltanto 30 molecole di
ossigeno. Se fossero luminose potrebbero essere fotografate sopra uno schermo.
Fino a quale punto questa fotografia sia realmente possibile è un'altra questione. Per
l'argomento presente, una molecola come reale quantità rispetto ad un corpo fisico può
rappresentare un punto nel suo rapporto ad un corpo geometrico.
Tutti i corpi devono necessariamente consistere di molecole; di conseguenza devono
possedere una certa, sebbene molto ridotta, dimensione di spazio intermolecolare.
Senza questo non possiamo concepire un corpo reale, ma soltanto corpi geometrici
immaginari. Un corpo reale consiste di molecole e possiede un certo spazio
intermolecolare.
Questo significa che la differenza tra un cubo a tre dimensioni, al, ed un cubo a quattro
dimensioni, rt, sarà che un cubo a quattro dimensioni consiste di molecole, mentre un
cubo di sole tre dimensioni in realtà non esiste, ed è soltanto una proiezione di un corpo
quadridimensionale nello spazio tridimensionale.
Nell'espandersi o nel contrarsi, cioè, muovendosi lungo la quarta dimensione, se si
accettano i precedenti argomenti, un cubo o una sfera rimane per noi sempre un cubo
o una sfera, cambiando soltanto di misura.
Hinton osservava piuttosto giustamente in uno dei suoi libri che il passaggio di un cubo
di una dimensione superiore trasversalmente al nostro spazio apparirebbe a noi come
un cambiamento nelle proprietà della materia del cubo dinanzi a noi. Dice anche che
l'idea della quarta dimensione sarebbe dovuta nascere dall'osservazione di una serie di
cubi o sfere progressivamente crescenti o diminuenti. Quest'ultima idea lo porta
proprio vicino alla giusta definizione di movimento nella quarta dimensione.
Una delle più chiare e più comprensibili forme di movimento nella quarta dimensione
è questo senso di crescita, il cui principio risiede nell'espansione.
Non è difficile spiegarne il perché. Ogni movimento nei limiti dello spazio
tridimensionale è allo stesso tempo un movimento nel tempo. Le molecole o i punti di
un cubo in espansione non ritornano al loro posto precedente in contrazione. Tracciano
una certa curva, ritornando non al punto nel tempo in cui sono partite, ma ad un altro.
E se supponiamo che generalmente esse non ritornano, la distanza tra esse e il punto
originario nel tempo aumenterà continuamente.
Immaginiamo il movimento interno di un corpo nel corso del quale le sue molecole,
essendosi allontanate l'una dall'altra, non si avvicinino più, ma la distanza tra loro è
colmata da nuove molecole, che a loro volta si muovono separatamente e fanno spazio
ad altre. Tale movimento interno di un corpo sarebbe la sua crescita, o almeno uno
schema geometrico della crescita. Se compariamo una piccola mela verde appena
formata dall'ovario con un grosso frutto rosso, capiremo che le molecole che
compongono l’ovario non potevano creare la mela muovendosi soltanto nello spazio
tridimensionale. Hanno bisogno, oltre a questo, di un continuo movimento nel tempo,
di una continua deviazione nello spazio che giace al di fuori della sfera tridimensionale.
La mela è separata dal l’ovario dal tempo. Da questo punto di vista la mela rappresenta
il movimento di tre o quattro mesi delle molecole lungo la quarta dimensione. Se
immaginiamo l'intero percorso dall'ovario alla mela, vedremo la direzione della quarta
dimensione, cioè la misteriosa quarta perpendicolare - la linea perpendicolare alle altre
tre perpendicolari del nostro spazio e non parallela a nessuna di esse.
Nel complesso Hinton si trova così vicino alla corretta soluzione del problema della
quarta dimensione che qualche volta congettura il posto della «quarta dimensione»
nella vita, sebbene non possa determinarne esattamente il posto. Inoltre dice che la
simmetria della struttura degli organismi viventi può essere spiegata soltanto dal
movimento delle loro particelle lungo la quarta dimensione.
Tutti sanno, dice Hinton (6), il modo per ottenere su un foglio di carta delle immagini
rassomiglianti ad insetti viventi. Poche macchie di inchiostro vengono schizzate su un
pezzo di carta e il foglio viene piegato in due. Si ottiene un'immagine simmetrica molto
complicata, che assomiglia ad un fantastico insetto. Se un'intera serie di queste figure
fosse vista da un uomo assolutamente ignaro del loro metodo di produzione, allora,
pensando puramente in maniera logica, dovrebbe concludere che esse si sono originate
dal piegamento della carta in due, vale a dire che i loro punti simmetricamente disposti
sono stati in contatto.

Fig. I - Un diagramma della Quarta Dimensione in Natura


(6)
The Fourth Dimension, 1921, pp. 18, 19.
Nello stesso modo, esaminando e studiando forme strutturali di esseri organizzati che
assomigliano molto fortemente alle figure ottenute sulla carta con il metodo sopra
descritto, possiamo concludere che queste forme simmetriche di insetti, foglie, uccelli
e altri animali sono prodotte per mezzo di un processo simile a questo piegamento. E
potremmo spiegare la struttura simmetrica di esseri organizzati, se non dal piegamento
in due dello spazio quadridimensionale, comunque, con una disposizione in modo
simile al piegamento delle più piccole particelle dalle quali sono formati.
Esiste invece in natura un fenomeno molto interessante che ci dà diagrammi
perfettamente corretti della quarta dimensione. È necessario soltanto sapere come
leggere questi diagrammi. Si vedono nelle forme fantasticamente varie ma sempre
simmetriche dei fiocchi di neve e anche nel disegno di fiori, stelle, felci e merletti che
il gelo fa sui vetri delle finestre. Gocce d'acqua che si posano dall'aria sopra un vetro
della finestra freddo, o sul ghiaccio già formato su di esso, iniziano istantaneamente a
ghiacciare e ad espandersi, lasciando tracce del loro movimento lungo la quarta
dimensione sotto forma di intricati disegni.
Questi tracciati ghiacciati sui vetri delle finestre, come i disegni dei fiocchi di neve,
sono figure della quarta dimensione, la misteriosa tf. Il movimento di una figura minore
per attenerne una maggiore, come immaginato in geometria, qui si realizza realmente,
e la figura risultante, in effetti, rappresenta la traccia lasciata dal movimento della
figura minore, poiché il gelo conserva tutti gli stadi di espansione del congelamento
delle gocce d'acqua.
Forme di corpi viventi, fiori viventi, felci viventi sono create secondo gli stessi principi,
sebbene con un ordine più complesso. n profilo di un albero che gradualmente si
dispiega in rami e ramoscelli è, appunto, un diagramma della quarta dimensione, tf.
I rami spogli d'inverno o nella prima parte della primavera presentano spesso
diagrammi della quarta dimensione molto complicati e straordinariamente interessanti.
Li oltrepassiamo senza notarli perché pensiamo che un albero esista nello spazio
tridimensionale. Simili meravigliosi diagrammi si possono vedere nei disegni di alghe,
fiori, giovani virgulti, alcuni semi, etc…etc... Talvolta è sufficiente ingrandirli un po'
per vedere i segreti del «Grande Laboratorio» che sono nascosti ai nostri occhi.
Alcune illustrazioni molto notevoli delle precedenti affermazioni possono essere
trovate dal lettore nel libro del Prof. K. Blossfeldt sulle forme d'arte in natura(7).
Gli organismi viventi, i corpi di animali ed esseri umani, sono costruiti sui principi dei
movimenti simmetrici. Per comprendere questi principi prendiamo un semplice
esempio schematico di movimento simmetrico.

(7)
Art Forms in Nature, del Prof. Karl Blossfeldt, con una introduzione di Karl Nierendorf (London: A Zwemmer, 1929).
Immaginiamo un cubo composto da 27 piccoli cubi, e immaginiamo questo cubo che
si espande e si contrae. Durante il processo di espansione tutti i 26 cubi giacenti attorno
al cubo centrale si allontaneranno da esso e in contrazione vi si avvicineranno
nuovamente. Per convenienza di ragionamento e per aumentare la somiglianza del cubo
ad un corpo formato da molecole, supponiamo che i cubi non abbiano dimensioni, che
non siano altro che punti. In altre parole, prendiamo soltanto i centri dei 27 cubi e
immaginiamoli collegati da linee sia con il centro che tra di loro.
Visualizzando l'espansione di questo cubo, composto da 27 cubi, possiamo dire che per
evitare di collidere con un altro cubo e ostacolare il suo movimento, ognuno di questi
cubi deve allontanarsi dal centro, vale a dire lungo la linea che connette il suo centro
con il centro del cubo centrale.
Questa è la prima regola.
Nel corso dell'espansione e della contrazione le molecole si muovono lungo le linee
che le collegano con il centro.
Inoltre, vediamo nel nostro cubo che le linee che collegano i 26 punti con il centro non
sono tutte uguali. Le linee tracciate dal centro dai centri dei cubi agli angoli sono più
lunghe delle linee tracciate dai centri dei cubi giacenti nel mezzo delle facce del grande
cubo.
Se supponiamo lo spazio infra-molecolare raddoppiato dall'espansione, allora tutte le
linee colleganti i 26 punti con il centro sono allo stesso tempo raddoppiate in lunghezza.
Le linee non sono uguali; perciò le molecole si muovono con velocità diseguale, alcune
più velocemente, alcune più lentamente; quelle situate più lontano dal centro si
muovono più velocemente, quelle giacenti più vicine al centro si muovono più
lentamente.
Da questo possiamo dedurre una seconda regola.
La velocità del movimento delle molecole nell'espansione e nella contrazione di un
corpo è proporzionale alla lunghezza delle linee che collegano queste molecole con il
centro.
Osservando l'espansione del grande cubo, vediamo che le distanze tra tutti i 27 cubi
sono aumentate proporzionalmente alle precedenti distanze.
Se designiamo con la lettera a le linee che collegano i 26 punti con il centro, e con la
lettera b le linee che collegano i 26 punti l'uno con l'altro, allora, avendo costruito
diversi triangoli all'interno del cubo che si espande e che si contrae, vedremo che le
linee b si sono allungate proporzionalmente alla lunghezza delle linee a.
Da questo deduciamo una terza regola.
Nel processo di espansione kl distanza tra le molecole aumenta proporzionalmente
all'aumento della loro distanza dal centro.
Questo significa perciò che i punti che si trovano ad un'uguale distanza dal centro
rimarranno ad un'uguale distanza da esso, e due punti che erano ad un'uguale distanza
da un terzo punto rimarranno ad un'uguale distanza da esso.
Inoltre, se osserviamo questo movimento non dal centro, ma da ognuno dei punti, ci
sembrerà che questo punto è il centro dal quale procede l'espansione, vale a dire, ci
sembrerà che tutti gli altri punti si allontanano o si avvicinano a questo punto,
conservando la loro precedente relazione con esso e tra loro, mentre questo punto stesso
rimane stazionario. «Il centro è ovunque!».
Le leggi di simmetria nella struttura degli organismi viventi sono basate su quest'ultima
regola. Ma gli organismi viventi non sono costruiti soltanto per mezzo dell'espansione.
L'elemento del movimento nel tempo vi entra. Nel corso della crescita ogni molecola
traccia una curva risultante dalla combinazione di due movimenti, movimento nello
spazio e movimento nel tempo. La crescita procede nella stessa direzione, lungo le
stesse linee, come espansione. Perciò le leggi di crescita devono essere analoghe alle
leggi di espansione. Le condizioni di espansione, cioè la terza regola, assicurano la più
rigorosa simmetria nei corpi che liberamente si espandono, poiché se i punti che si
trovavano originariamente ad un'uguale distanza dal centro continuano sempre a
rimanere ad un'uguale distanza da esso, il corpo crescerà simmetricamente.
Nella figura prodotta dall'inchiostro sparso sul foglio di carta piegato in due, la
simmetria di tutti i punti era ottenuta perché i punti di un lato venivano in contatto con
i punti dell'altro lato. Ad ogni punto su un lato corrispondeva un punto sull'altro lato e,
quando il foglio veniva piegato, questi punti si toccavano l'un l'altro. Dalla terza regola
prima formulata deve seguirne che tra i punti opposti di un corpo quadridimensionale
esiste qualche rapporto, qualche affinità, che non abbiamo ancora notato. Ad ogni
punto lì corrisponde come se uno o diversi altri fossero legati ad esso in qualche modo
a noi incomprensibile.
Cioè, questo punto è incapace a muoversi indipendentemente; il suo movimento è
collegato con il movimento degli altri punti corrispondenti, che occupano posizioni
analoghe a lui stesso nel corpo che si espande e si contrae. E questi punti sono
precisamente i punti opposti ad esso. È, appunto, legato ad essi, legato nella quarta
dimensione. Un corpo in espansione sembra essere piegato in differenti modi e questo
stabilisce una certa strana connessione tra i suoi punti opposti.
Fig. 2 - Movimento dal centro lungo i raggi

Proviamo ad esaminare il modo in cui si effettua l'espansione della più semplice figura.
Prenderemo questa figura non nello spazio, ma su un piano. Prenderemo un quadrato.
Collegheremo i quattro punti ai suoi angoli con il centro. Poi collegheremo con il centro
i punti giacenti nel mezzo dei lati, e poi i punti giacenti a metà strada tra essi. I primi
quattro punti, cioè quelli giacenti agli angoli, li chiameremo punti A; i quattro punti
giacenti nel mezzo dei lati del quadrato li chiameremo punti B; e infine i punti giacenti
anche sui lati del quadrato tra A e B (ve ne saranno otto) li chiameremo punti C.
I punti A, i punti B e i punti C giacciono a differenti distanze dal centro, e perciò durante
l'espansione devono muoversi con velocità diseguale, conservando per tutto il tempo il
loro rapporto con il centro. Contemporaneamente tutti i punti A sono collegati tra loro,
proprio come i punti B sono collegati tra loro e come i punti C sono collegati tra loro.
Tra i punti di ogni gruppo vi è uno strano collegamento interno. Essi devono rimanere
ad un'uguale distanza dal centro.
Supponiamo ora che il quadrato si espanda o, in altre parole, che tutti i punti A, B e C
si allontanino dal centro lungo i raggi. Fino a quando l'espansione della figura procede
senza intralci, il movimento dei punti seguirà le regole sopra menzionate e la figura
rimarrà un quadrato e conserverà una simmetria più che precisa. Ma supponiamo che
improvvisamente siano sorti alcuni ostacoli sulla traiettoria di uno dei punti C,
forzandolo a fermarsi. In tale caso vi sono due possibili alternative. Sia che tutti gli
altri punti C continueranno a muoversi come se niente fosse accaduto, o che essi si
fermeranno. Se continuano a muoversi la simmetria della figura verrà spezzata. Se si
fermano, ciò significherà una stretta osservanza della deduzione dalla terza regola,
secondo la quale i punti ad un'uguale distanza dal centro devono, durante l'espansione,
restare ad un'uguale distanza da esso. Infatti se tutti i punti C1, obbedendo alla
misteriosa affinità che esiste tra loro e il punto C che incontra l'ostacolo, si fermano,
mentre i punti A e B continuano a muoversi, allora il quadrato si trasformerà in una
stella regolare, perfettamente simmetrica. È piuttosto possibile che una cosa simile
accada nel processo di crescita delle piante e degli organismi viventi.
Prendiamo una figura più complessa, nella quale il centro dal quale parte l'espansione
non è un punto, ma una linea, e nella quale tutti i punti che si allontanano dal centro
durante l'espansione siano disposti su entrambi i lati di quella linea. Un'analoga
espansione produrrà allora non una stella, ma qualcosa di simile ad una foglia dentata.
Se prendiamo questa figura come giacente nello spazio tridimensionale invece che su
un piano e supponiamo che i centri dai quali si sviluppa l'espansione risiedano non su
uno solo ma su diversi assi, otterremo, durante l'espansione, una figura che potrebbe
assomigliare ad un corpo vivente con estremità simmetriche, etc.; e se supponiamo un
movimento degli atomi di questa figura nel tempo, otterremo la «crescita» di un corpo
vivente.
Le leggi di crescita, cioè, del movimento che si origina dal centro e che procede lungo
i raggi in espansione e in contrazione, fonda una teoria che potrebbe spiegare la causa
della struttura simmetrica dei corpi viventi.
La definizione di stati di materia in fisica ha iniziato ad essere sempre più
condizionante. Ad un certo punto ci fu un tentativo di aggiungere ai tre stati
generalmente conosciuti - solido, liquido e gassoso - un quarto, «materia radiante»,
come venivano chiamati i gas fortemente rarefatti nei tubi di Crookes.
Esiste inoltre una teoria che considera lo stato colloidale (gelatinoso) come uno stato
indipendente della materia, differente dal solido, liquido e gassoso. La materia
organizzata, dal punto di vista di questa teoria, è una sorta di materia colloidale o è
formata dalla materia colloidale. n concetto di materia in questi stati era opposto al
concetto di energia. Poi apparve la teoria elettronica, nella quale il concetto di materia
diventa poco differente dal concetto di energia; più tardi arrivarono le varie teorie sulla
struttura dell'atomo, che introducevano molte idee nuove nel concetto di materia.
Ma in questo campo più che in ogni altro, le teorie scientifiche differiscono molto dai
concetti della vita ordinaria. Per un preciso orientamento nel mondo dei fenomeni è
necessario distinguere i tre stati della materia - solido, liquido e gassoso. Allo stesso
tempo bisogna riconoscere che anche questi tre stati di materia a noi noti sono da noi
distinti chiaramente e indisputabilmente solo nella loro più «classica» forma, come un
pezzo di ferro, l'acqua in un fiume, l'aria che respiriamo. Ma le forme di transizione si
sovrappongono e non sono chiare. Perciò molto spesso non sappiamo esattamente
quando uno stato passa in un altro, non possiamo tracciare una definita linea di
demarcazione tra gli stati della materia, non possiamo dire quando un solido è stato
trasformato in un liquido, quando un liquido è stato trasformato in un gas. Noi
presumiamo che i differenti stati della materia dipendano da una differente coesione
delle molecole, dalla velocità e dalle proprietà del movimento molecolare, ma
distinguiamo questi stati soltanto per i loro tratti esterni, che sono molto incostanti e
spesso si mescolano tra loro.
Si può dire definitivamente che più fine è lo stato della materia e più viene considerato
energetico, vale a dire, come se contenesse meno sostanza e più movimento. Se la
materia è opposta al tempo, sarà possibile affermare che ogni stato più fine contiene
più tempo e meno materia di uno stato più grezzo.
Vi è più «tempo» in un liquido che in un solido; vi è più «tempo» in un gas che in un
liquido.
Se accettiamo la possibilità dell'esistenza di stati di materia ancora più fini, essi
dovrebbero essere più energetici di quelli riconosciuti dalla fisica; dovrebbero
contenere, secondo quanto detto sopra, più tempo e meno spazio, ancora più
movimento e ancora meno sostanza.
La necessità logica di stati energetici di materia è stata accettata da lungo tempo in
fisica ed è provata da un ragionamento molto chiaro.
Cos'è, dopo tutto, la sostanza? (8). La definizione di sostanza non è mai stata molto
chiara fin dalle scoperte della scienza moderna. È possibile, per esempio, definire come
sostanza un misterioso agente ai quali i fisici sono ricorsi per la spiegazione dei
fenomeni di calore e luce? Questo agente, questo strumento, questo meccanismo -
chiamatelo come vi pare - tuttavia esiste, poiché si manifesta in azioni indiscutibili.
Inoltre è privato dalle qualità senza le quali è difficile immaginare una sostanza. Non
ha peso, e forse non ha massa; non produce alcuna impressione diretta su nessuno dei
nostri organi di senso; in una parola non possiede una sola caratteristica che
indicherebbe ciò che precedentemente era chiamato «materiale».

(8)
Essais sur fil phìlosophìe des sciences. C. de Freycinet (Gauthier Villars & Fils, éditeurs). Parigi, 1896, p. 300-302
D'altronde non è uno sputo, o almeno nessuno ha mai pensato di chiamarlo così. Ma
significa che è necessario negare la sua realtà solo perché non può essere considerato
come sostanza?
È necessario, nello stesso modo e per la stessa ragione, negare la realtà del meccanismo
per mezzo del quale la gravitazione viene trasmessa nelle profondità dello spazio con
una velocità infinitamente maggiore a quella della luce (9) che Laplace considerava
istantanea? Il grande Newton considerava impossibile farlo senza questo agente. Colui
che scoperse la gravitazione universale scriveva a Bentley: «Questa Gravità dovrebbe
essere innata, inerente ed essenziale alla Materia, così che un Corpo possa agire su un
altro a Distanza attraverso un Vuoto, senza la Mediazione di qualunque altra cosa, con
e per mezzo della quale la loro Azione e Forza possa essere trasmessa da uno all'altro,
è per me una tale enorme Assurdità che io credo che nessun Uomo che abbia una
competente Facoltà di pensiero in Argomenti filosofici possa mai cadere in essa. La
Gravità deve essere causata da un Agente che agisce costantemente secondo alcune
leggi; ma se questo Agente sia materiale o immateriale, ho lasciato alla Considerazione
dei miei Lettori» (terza lettera a Bentley, 25 febbraio 1692).
La difficoltà di assegnare un posto a questi agenti è così grande che alcuni fisici, per
esempio Hirn, che ha spiegato questa idea nel suo libro Structure of Celestial Space,
considerano possibile immaginare una nuova classe di agenti che occupi una posizione,
per così dire, nel mezzo, tra l'ordine materiale e quello spirituale e serva come una
grande sorgente per le forze della natura.
Questa classe di agenti, definiti dinamici da Hirn, dalla concezione dei quali egli
esclude ogni idea di massa e peso, serve, appunto, a stabilire rapporti, a provocare
azioni a distanza tra differenti parti della materia.
La teoria degli agenti dinamici di Hirn si basa sul seguente ragionamento: non
possiamo mai determinare quale materia e forza realmente fossero, ma in ogni caso li
consideriamo sempre opposti uno all'altro, vale a dire, non possiamo definire la materia
soltanto come qualcosa di opposto alla forza e la forza come qualcosa di opposto alla
materia, ma ora i vecchi punti di vista sulla materia come qualcosa di solido e di
opposto all'energia sono considerevolmente cambiati.
Un atomo fisico, prima considerato come indivisibile viene ora riconosciuto un insieme
di parti, composto di elettroni. Gli elettroni, comunque, non sono particelle materiali
nel significato comune del termine. Vengono meglio definiti come momenti di
manifestazione di energia, momenti o elementi di forza.
Per metterla diversamente, gli elettroni che rappresentano la più piccola divisione
possibile della materia, sono allo stesso tempo la più divisione della forza.
(9)
Questo è stato scritto nell'ultimo decennio del secolo scorso.
Gli elettroni possono essere positivi o negativi. È possibile pensare che la differenza
tra materia e forza consista semplicemente in differenti combinazioni di elettroni
positivi e negativi. In una combinazione essi producono su di noi l'impressione di
materia, in un'altra combinazione, l'impressione di forza. Da questo punto di vista la
differenza tra materia e forza, che costituisce finora le basi della nostra visione della
natura, non esiste. Materia e forza sono la stessa cosa, o piuttosto differenti
manifestazioni della stessa cosa. In ogni caso non vi è una differenza essenziale tra
materia e forza, e l'una deve passare nell'altra.
Da questo punto di vista la materia non è altro che energia condensata. E se è così,
allora è piuttosto naturale che gradi di condensazione possano essere differenti. Questa
teoria spiega come Hirn fosse incapace di concepire agenti semi-materiali, semi-
energetici. Fini stati di materia rarefatti devono infatti occupare una posizione
intermedia tra materia e forza.
Nel suo libro Unknown Forces of Nature, C. Flammarion scriveva: «La materia non è
quella che appare ai nostri sensi, al tatto o alla vista... Essa rappresenta un solo insieme
con l'energia ed è la manifestazione del movimento di invisibili e imponderabili
elementi. L'Universo ha un carattere dinamico. Guillaume de Fontenay dà la seguente
spiegazione della teoria dinamica. Nella sua opinione la materia non è in alcun modo
la sostanza inerte che comunemente viene considerata».
Prendiamo una ruota di un carro e poniamola orizzontalmente sull'asse.
La ruota non si muove. Prendiamo una palla di gomma e facciamola cadere tra i raggi.
Ora facciamo muovere lentamente la ruota. La palla urterà spessissimo i raggi e si
fermerà nuovamente. Se aumentiamo la rotazione della ruota la palla non farà tutto
questo tragitto; la ruota diventerà per essa una sorta di disco impenetrabile. Possiamo
fare un esperimento simile piazzando la ruota verticalmente e spingendo una bacchetta
attraverso essa. La ruota di una bicicletta si presterà bene allo scopo, poiché i suoi raggi
sono fini. Quando la ruota è ferma, la bacchetta passerà attraverso essa nove volte su
dieci. Quando è in movimento la ruota respingerà la bacchetta sempre più spesso.
Quando la velocità del suo movimento viene aumentata diventerà impenetrabile, e ogni
sforzo di trafiggerla urterà come contro un'armatura d'acciaio (10).
A vendo ora esaminato nel mondo a noi circostante quelle risposte alle condizioni
fisiche di un più elevato spazio dimensionale, possiamo porre la domanda in modo più
preciso: cosa è la quarta dimensione?
Abbiamo visto che è impossibile provarne l'esistenza matematicamente o determinarne
le sue proprietà e soprattutto definirne la sua posizione in relazione al nostro mondo.
La matematica ammette soltanto la possibilità dell'esistenza di dimensioni superiori.
(10)
Camille Flammarion, Les forces naturelles inconnues. Parigi 1927 (E.Flammarion éditeur), p. 568.
Proprio all'inizio, mentre definivo l'idea della quarta dimensione, facevo notare che se
essa esistesse, ciò significherebbe che oltre alle tre perpendicolari a noi note deve
esisterne una quarta. E questo a sua volta significherebbe che da ogni punto del nostro
spazio può essere tracciata una linea in una direzione sconosciuta e inconoscibile per
noi, e inoltre che proprio vicino, al nostro fianco, ma in una direzione sconosciuta,
giace qualche altro spazio che siamo incapaci di vedere e nel quale non possiamo
passare.
Ho spiegato poi perché siamo incapaci di vedere questo spazio e ho determinato che
esso deve giacere non al nostro fianco in una direzione sconosciuta, ma dentro di noi,
dentro gli oggetti del nostro mondo, nella nostra atmosfera, nel nostro spazio.
Comunque questa non è la soluzione dell'intero problema, sebbene sia un passo
necessario sulla via della soluzione, poiché la quarta dimensione non è soltanto dentro
di noi, ma noi stessi siamo dentro essi, cioè nello spazio a quattro dimensioni.
Ho detto prima che «spiritisti» ed «occultisti» di differenti scuole spesso usano
l'espressione «quarta dimensione» nella loro letteratura, assegnando alla quarta
dimensione tutti i fenomeni della «sfera astrale».
La «sfera astrale» degli occultisti che permea il nostro spazio è un tentativo di trovare
un posto per i fenomeni che non rientrano nel nostro spazio. E di conseguenza è, fino
ad un certo punto, quella continuazione del nostro mondo interiore di cui abbiamo
bisogno.
La «sfera astrale» da un punto di vista ordinario può essere definita come il mondo
soggettivo, proiettato fuori di noi e preso per il mondo oggettivo.
Se qualcuno effettivamente riuscisse a stabilire l'esistenza obiettiva o anche una
porzione di quel che è chiamato «astrale», questa sarebbe il mondo della quarta
dimensione.
Ma proprio il concetto di «sfera astrale» o di «materia astrale» è cambiato molte volte
negli insegnamenti.
Nel complesso, se consideriamo i punti di vista sulla natura di «occultisti» di differenti
scuole, vedremo che sono basate sul riconoscimento della possibilità di studiare
condizioni di esistenza diverse da quelle fisiche, e nell'usare la conoscenza di queste
altre condizioni di esistenza con lo scopo di influenzare le nostre condizioni fisiche. Le
teorie «occulte» generalmente iniziano dal riconoscimento di una sostanza di base, la
conoscenza della quale fornisce una chiave alla conoscenza di misteri della natura. Ma
il concetto di questa sostanza non è definito. Talvolta è compreso come un principio,
come una condizione di esistenza, e talvolta come materia. Nella prima istanza la
sostanza di base contiene in sé stessa le radici e le cause delle cose e degli eventi; nella
seconda istanza la sostanza di base è la materia prima dalla quale viene ottenuta ogni
altra cosa. Il primo concetto è naturalmente molto più sottile e il risultato di più
elaborati pensieri filosofici. Il secondo concetto è più crudo e nella maggior parte dei
casi un segno del declino del pensiero, un segno di un ignorante che maneggia idee
difficili e profonde.
Filosofi-alchimisti chiamavano questa sostanza «Spiritus Mundi» - lo spirito del
mondo. Ma gli alchimisti - cercatori d'oro - consideravano possibile mettere lo spirito
del mondo in un crogiolo e sottoporlo a manipolazioni chimiche.
Questo dovrebbe essere tenuto a mente per comprendere le «ipotesi astrali» dei
moderni teosofi e occultisti. Saint-Martin e, più tardi, Eliphas Lévi ancora
comprendevano la «luce astrale» come un principio, come condizioni di esistenza
diverse dalle nostre condizioni fisiche. Ma nel caso dei moderni spiritualisti e teosofi
la «luce astrale» è stata trasformata in «materia astrale», che può essere vista e perfino
fotografata. La teoria della «materia astrale» si basa sulle ipotesi di «fini stati di
materia». Le ipotesi di fini stati di materia erano ancora possibili nell'ultima decade
della vecchia fisica, ma è difficile trovare posto ad esse nel moderno pensiero psico-
chimico.
D'altro canto la moderna fisiologia devia sempre più da spiegazioni psicomeccaniche
di processi vitali e arriva a riconoscere l'enorme influenza di tracce di materia, cioè di
materia imponderabile e chimicamente indefinibile, che sono tuttavia chiaramente
viste dai risultati della loro presenza, come «ormoni», «vitamine», «secrezioni interne»
e così via.
Perciò, a dispetto del fatto che le ipotesi dei fini stati di materia non si pongono in alcun
rapporto con la nuova fisica, tenterò qui di dare una breve esposizione della «teoria
astrale».
Secondo questa teoria le particelle risultanti dalla divisione di atomi fisici producono
una sorta di fine materia speciale - «materia astrale» - non soggetta all'azione della
maggioranza delle forze fisiche, ma soggetta all'azione di forze non agenti sulla materia
fisica. Inoltre questa «materia astrale» è soggetta all'azione dell'energia psichica, della
volontà, di emozioni e desideri, che sono forze reali nella sfera astrale. Ciò significa
che la volontà dell'uomo, e anche le sue reazioni sensoriali e impulsi emozionali,
agiscono sulla «materia astrale» proprio come l'energia fisica agisce sui corpi fisici.
Inoltre, la trasformazione in stato astrale della materia che compone i corpi e gli oggetti
visibili è riconosciuta come possibile. Questa è la dematerializza-zione, cioè, dal punto
di vista fisico, una completa scomparsa di oggetti fisici non si sa dove senza alcuna
traccia o resto. Anche il processo contrario, cioè la trasformazione di materia astrale in
stato fisico, è riconosciuto come possibile.
Questa è la materializzazione, cioè la comparsa di cose, oggetti e persino esseri viventi
da non si sa dove.
Inoltre, è riconosciuto come possibile che la materia che entra nella composizione del
corpo fisico, dopo essere stata trasformata in stato astrale, possa «ritornare» allo stato
fisico in un'altra forma. In questo modo vengono spiegati i processi alchemici con il
temporaneo trasferimento di qualche corpo, più spesso qualche metallo, in uno stato
astrale ove la materia è soggetta all'azione della volontà (o degli spiriti) e può cambiare
interamente sotto l'influenza di questa volontà e ricomparire nel mondo fisico sotto
forma di un altro metallo; così il ferro può essere cambiato in oro.
Viene riconosciuto come possibile compiere questa trasformazione di materia da uno
stato all'altro e la trasformazione di un corpo in un altro per mezzo dell'influenza
mentale, assistita da alcuni rituali, etc. Inoltre è considerato possibile vedere nella sfera
astrale eventi che non sono ancora accaduti nella sfera fisica, ma che devono accadere
e devono influenzare sia il passato che il futuro.
Tutto questo, preso assieme, costituisce il contenuto di ciò che viene chiamato magia.
Magia, nella comprensione usuale di questo termine, significa la capacità di compiere
quel che non può essere compiuto mediante i comuni mezzi fisici.
Tale sarebbe, ad esempio, il potere di influenzare psichicamente le persone e gli oggetti
a distanza, farli scomparire dal nostro mondo e farli apparire in posti inaspettati; la
capacità di cambiare il proprio aspetto e perfino la propria natura fisica, trasferire sé
stessi, in qualche modo inconcepibile, a grandi distanze, passare attraverso i muri,
eccetera.
Gli «occultisti» spiegano tutti questi atti con la conoscenza delle proprietà della «sfera
astrale» posseduta dai maghi e con la loro abilità nell'agire mentalmente sulla materia
astrale e attraverso questa sulla materia fisica.
Alcuni tipi di «incantesimo» possono essere spiegati con l'impartire speciali proprietà
agli oggetti inanimati. Ciò viene raggiunto influenzando psichicamente la loro «materia
astrale», per mezzo di un tipo speciale di magnetizzazione psichica di essi; in questo
modo i maghi possono impartire agli oggetti qualunque proprietà desiderino, far loro
eseguire la propria volontà, portare bene o male ad altra gente, avvertirli contro
imminenti disastri, dare o togliere forza. A tali pratiche magiche appartengono, ad
esempio, la «benedizione dell'acqua», che ora è divenuta un rito nelle pratiche religiose
cristiane e buddhiste. Originariamente era un'operazione intrapresa allo scopo di
saturare psichicamente l'acqua con certe radiazioni o emanazioni, con l'intento di
fornirle le qualità desiderate, curative o altro.
Nella letteratura teosofica e occultista moderna vi sono molte descrizioni pittoresche
della sfera astrale. Ma nessuna prova dell'esistenza oggettiva della sfera astrale viene
fornita da qualche parte.
Prove «spiritistiche», cioè fenomeni alle sedute o fenomeni «medianici» in generale,
«comunicazioni», etc., ascritti agli spiriti, cioè ad anime disincarnate, non sono prove
in alcun senso, poiché tutti questi fenomeni possono essere spiegati molto più
semplicemente. Nel capitolo sui sogni delineo il possibile significato di fenomeni
spiritistici come risultati di impersonificazione. Le spiegazioni teosofiche basate sulla
«chiaroveggenza» richiedono prima di tutto prove dell'esistenza della chiaroveggenza,
che rimane non provata a dispetto della quantità di libri nei quali gli autori hanno
descritto quello che hanno ottenuto o quel che hanno trovato per mezzo della
chiaroveggenza.
Non è generalmente noto che in Francia esiste un premio, istituito molti anni fa, che
offre una considerevole somma di denaro a chiunque riesca a leggere una lettera chiusa
in una busta. n premio finora non è stato vinto.
Sia le teorie spiritistiche che quelle teosofiche soffrono di un difetto comune che spiega
perché le ipotesi «astrali» rimangano sempre le stesse e non ricevano alcuna prova.
«Spazio» e «tempo» vengono considerati nelle teorie astrali sia teosofiche che
spiritistiche esattamente nello stesso modo in cui faceva la vecchia fisica cioè
separatamente uno dall'altro. «Spiriti disincarnati» o «esseri astrali» o forme pensiero_
vengono considerati spazialmente come corpi della quarta dimensione, ma nel tempo
come corpi fisici. In altri termini essi rimangono nelle stesse condizioni di tempo dei
corpi fisici. Ed è precisamente questo che è impossibile. Se «fini stati di materia»
producono corpi di differente esistenza spaziale, questi corpi devono avere una
differente esistenza temporale. Ma questa idea non rientra nel pensiero teosofico o
spiritualistico.
In questo capitolo è stato raccolto soltanto il materiale storico relativo allo studio della
«quarta dimensione», o meglio quella parte del materiale storico che ci porta più vicini
alla soluzione del problema o almeno ad una sua formulazione più esatta.
In questo libro, nel capitolo «Un Nuovo Modello dell'Universo», dimostro quanto i
problemi di «spazio-tempo» siano connessi con i problemi della struttura della materia,
e di conseguenza, della struttura del mondo, e come essi conducano ad una giusta
comprensione del mondo reale, evitando un'intera serie di inutili ipotesi, sia pseudo-
occulte che pseudo-scientifiche.

1908-1929
Capitolo III
IL SUPERUOMO
Accanto all'idea della conoscenza nascosta corre lungo l'arco della storia del pensiero
umano l'idea di superuomo.
L'idea di superuomo è antica come il mondo. Attraverso tutti i secoli, attraverso
centinaia di secoli della sua storia, l'umanità è vissuta con l'idea del superuomo. Detti
e leggende di tutte le genti antiche sono pieni di immagini di un superuomo. Eroi di
miti, Titani, Semi-dei, Prometeo che portava il fuoco dal cielo; profeti, messia e santi
di tutte le religioni; eroi di fiabe e canzoni epiche; cavalieri che liberano principesse
imprigionate, risvegliano bellezze dormienti, battono draghi e combattono giganti e
orchi - tutte queste sono immagini di un superuomo.
La saggezza popolare di tutti i tempi e di tutti i popoli ha sempre compreso che l'uomo,
così com'è, non può governare la propria vita da sé stesso; la saggezza popolare non ha
mai considerato l'uomo come il supremo traguardo della creazione. Ha sempre
compreso il posto dell'uomo, e sempre accettato e ammesso il pensiero che possono e
debbono esservi esseri che, sebbene anche umani, siano molto superiori, più forti, più
complessi, più «miracolosi» dell'uomo comune. È soltanto il pensiero opaco e
sterilizzato degli ultimi secoli della cultura europea ad aver perso contatto con l'idea di
superuomo e pone come proprio scopo l'uomo così come è, come egli è sempre stato e
sempre sarà. E in questo periodo di tempo relativamente breve il pensiero europeo ha
dimenticato così totalmente l'idea di superuomo che, quando Nietzsche rivelò la
propria idea all'Occidente, essa apparve nuova, originale e inaspettata. In realtà questa
idea è esistita fin dai primissimi inizi del pensiero umano a noi noto.
Dopo tutto, il superuomo non è mai completamente scomparso nel moderno pensiero
occidentale. Cos'è, ad esempio, la leggenda napoleonica e cosa sono simili leggende se
non tentativi di creare un nuovo mito del superuomo?
Le masse, a modo loro, ancora vivono con l'idea del superuomo; non sono mai
soddisfatte dell'uomo così com'è; e la letteratura fornita alle masse invariabilmente dà
loro un superuomo. Cos'è infatti il Conte di Monte Cristo, o Rocambole, o Sherlock
Holmes, se non una moderna espressione della medesima idea di un essere forte,
potente, contro il quale l'uomo comune non può lottare, perché lo sorpassa in energia,
abilità e furbizia, la cui forza ha sempre qualcosa di misterioso, magico e miracoloso?
Se proviamo ad esaminare le forme nelle quali l'idea di superuomo è stata espressa nel
pensiero umano nei diversi periodi storici, vedremo che esse ricadono in alcune definite
categorie.
La prima idea di superuomo lo ritraeva nel passato, lo collegava con l'idea della
leggendaria Età dell'Oro. L'idea è sempre stata la stessa. La gente sognava, o ricordava,
tempi molto antichi in cui la sua vita era governata da superuomini, che combattevano
contro il male, sostenevano la giustizia e agivano come mediatori tra gli uomini e la
Divinità, governandoli secondo la volontà della Divinità, dando loro leggi, portando
loro comandamenti. L'idea di teocrazia è sempre collegata con l'idea di superuomo.
Dio, o dei, comunque fossero chiamati, sempre governarono la gente con l'aiuto e la
mediazione dei superuomini - profeti, capi, re, di una misteriosa origine superumana.
Gli dei non potevano mai trattare direttamente con gli uomini. L'uomo non fu mai e
non si considerò mai sufficientemente forte da guardare il volto della Divinità e
ricevere direttamente delle leggi. Tutte le religioni iniziano con l'avvento di un
superuomo. La «Rivelazione» avviene sempre attraverso un superuomo. L'uomo non
si è mai considerato capace di fare qualcosa di reale importanza.
Ma i sogni del passato non potevano soddisfare l'uomo; egli iniziò a sognare sul futuro,
di un tempo in cui il superuomo sarebbe venuto di nuovo. Da ciò ne risultò una nuova
concezione del superuomo.
La gente cominciò ad aspettare il superuomo. Egli stava per venire ad aggiustare le sue
cose, a governarla, ad insegnarle ad obbedir alla legge, o a portargliene una nuova, un
nuovo insegnamento, una nuova conoscenza, una nuova verità, una nuova rivelazione.
Il superuomo stava per arrivare per salvare gli uomini da loro stessi, così come da
malvagie forze circostanti. Quasi tutte le religioni contengono una tale aspettazione di
un superuomo, un'aspettazione di un profeta, di un messia.
Nel Buddhismo l'idea di superuomo rimpiazza completamente l'idea di Divinità;
poiché Buddha non è Dio; è soltanto un superuomo.
L'idea di superuomo non è mai stata assente dalla coscienza dell'umanità.
L'immagine di un superuomo era formata da vari elementi. Talvolta ricevette una forte
mescolanza di fantasie popolari che introdussero in essa concetti derivanti dalla
personificazione della natura, del fuoco, del tuono, della foresta, del mare; la stessa
fantasia talvolta unì in una singola immagine vaghe voci riguardanti alcune persone
lontane, sia più selvagge o, al contrario, più civilizzate.
Così, le storie dei viaggiatori sui cannibali furono unite nell'immaginazione degli
antichi greci con l'immagine del Ciclope Polifemo, che divorò i compagni di Ulisse.
Un popolo sconosciuto, una razza sconosciuta venivano trasformati molto facilmente
in miti in un solo essere superumano.
Perciò, l'idea di superuomo nel passato, o nel presente in paesi sconosciuti, è sempre
stata vivida e ricca di contenuti. Ma l'idea di un superuomo come profeta o messia, del
superuomo che la gente stava aspettando, era sempre molto oscura. La gente aveva una
concezione molto debole del superuomo, non comprendeva in che modo il superuomo
doveva differire dall'uomo comune.
E quando il superuomo arrivò, la gente lo lapidò o lo crocifisse perché non rispondeva
alle loro aspettative. Tuttavia l'idea non morì, sebbene in una forma indistinta e
confusa, e servì da metro per misurare la nullità dell'uomo. E l'idea fu gradualmente
dimenticata quando l'uomo iniziò a perdere la realizzazione della propria nullità.
Per la moderna visione scientifica del mondo, l'idea di superuomo rimane da parte,
come una specie di curiosità filosofica non collegata a nessun'altra cosa. Il pensiero
occidentale moderno non sa come dipingere l'idea di superuomo con i giusti toni.
Distorce sempre tale idea, è sempre timoroso delle deduzioni finali che se ne possono
trarre e, nelle sue teorie sul futuro, esso nega ogni collegamento con questa idea.
Questo atteggiamento nei confronti dell'idea di superuomo è basata su una sbagliata
concezione dell'idea di evoluzione. I principali difetti della moderna comprensione
dell'evoluzione sono stati delineati in un precedente capitolo.
Il «Superuomo», sempre che entri nel pensiero scientifico, è considerato come il
prodotto dell'evoluzione dell'uomo, sebbene, come regola, questo termine non viene
mai usato e viene rimpiazzato dal termine «un tipo superiore di uomo». In questa
connessione, le teorie evoluzionistiche sono diventate la base di un'ingenua visione
ottimistica della vita e dell'uomo.
È come se la gente dicesse a sé stessa: ora che l'evoluzione esiste e ora che la scienza
riconosce l'evoluzione, ne segue che tutto va bene e che in futuro andrà ancora meglio.
Nell'immaginazione dell'uomo moderno che ragiona dal punto di vista delle idee
dell'evoluzione, tutto dovrebbe avere un lieto fine. Una storia dovrebbe
necessariamente finire con un matrimonio ... È precisamente qui che giace l'errore
principale delle idee sull'evoluzione. L'evoluzione, comunque venga compresa, non è
certa per tutti e per ogni cosa. La teoria dell'evoluzione significa soltanto che nulla
rimane fermo, nulla rimane come era, ogni cosa inevitabilmente va su o giù, ma non
tutto necessariamente su; pensare che ogni cosa vada su e mai giù - questa è la più
fantastica concezione delle possibilità dell'evoluzione.
Tutte le forme di vita che noi conosciamo sono sia il risultato dell'evoluzione che il
risultato della degenerazione. Ma noi non possiamo discriminare tra i due processi, e
spesso confondiamo i risultati della degenerazione con i risultati dell'evoluzione.
Soltanto in un aspetto non commettiamo alcun errore: sappiamo che nulla rimane così
come era. Tutto «vive», ogni cosa è trasformata.
L'uomo anche viene trasformato, ma se egli stia andando su o giù è un grosso problema.
Inoltre l'evoluzione nel vero senso della parola non ha nulla in comune con il
cambiamento antropologico del tipo, anche se consideriamo un tale cambiamento di
tipo come stabilito. Né l'evoluzione ha nulla in comune con il cambiamento delle forme
sociali, dei costumi e delle leggi, né con la modificazione e l'«evoluzione» di forme di
schiavitù o di mezzi di guerra. L'evoluzione verso il superuomo è la creazione di nuove
forme di pensiero e di sentimento, e l'abbandono delle vecchie forme.
Inoltre dobbiamo ricordare che lo sviluppo di un nuovo tipo viene raggiunto a spese
del vecchio tipo, che deve scomparire per mezzo dello stesso processo. Il nuovo tipo
creato da quello vecchio lo sorpassa, per così dire, lo conquista, occupa il suo posto.
II Zarathustra di Nietzsche parla di questo con le seguenti parole:
Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere sorpassata. Cosa avete
fatto, voi, per sorpassare il superuomo?
Cos'è la formica per l'uomo? Una razza ridicola, o un'amara disgrazia! E proprio lo
stesso l'uomo sarà per il superuomo - una razza ridicola, o un'amara disgrazia (l).
Perfino il più saggio tra voi non è altro che un conflitto, e un ibrido tra una pianta e un
fantasma.
L'uomo è una corda sopra un abisso. Una pericolosa traversata, un pericoloso cammino,
un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso tremare e fermarsi. Quel che è grande
nell'uomo è che egli è un ponte e non un fine; quel che è amabile nell'uomo è che egli
è fatto per andare al di là, e per scendere in basso (2).
Queste parole di Zarathustra non sono entrate nel nostro pensiero comune. E quando
ci figuriamo un superuomo accettiamo e approviamo in lui soltanto quei lati della
natura umana che dovrebbero essere scartati sulla via.
Il superuomo ci appare come un essere molto complicato e contraddittorio. In realtà il
superuomo deve essere un essere chiaramente definito. Egli non può avere in lui
quell'eterno conflitto interiore, quella dolorosa divisione interiore che l'uomo sente
continuamente, e che viene ascritto perfino agli dei.
Allo stesso tempo non possono esserci due tipi opposti di superuomo. Il superuomo è
il risultato di un movimento definito, di un'evoluzione definita.
Nel pensiero comune il superuomo appare come un uomo ipertrofico con tutti i lati
della propria natura grandemente esagerati. Questo ovviamente è proprio impossibile,
perché un solo lato della natura umana può svilupparsi soltanto a spese di altri lati, e il
superuomo può essere l'espressione di uno soltanto di questi, e per di più di un lato
molto definito della natura umana.
Queste errate concezioni del superuomo sono dovute in particolar modo al fatto che il
pensiero ordinario considera l'uomo come un tipo molto più finito di quanto sia in
realtà.
(l)
Thus Spoke Zarathustra, di F. Nietzsche (Thomas Common, 1908), Prologo, p. ll.

(2) Ibid., p. l3
Lo stesso ingenuo punto di vista sull'uomo si trova in tutte le scienze e teorie sociali
esistenti. Tutte queste teorie hanno per oggetto soltanto l'uomo e il suo futuro. Esse si
sforzano sia di prevedere il possibile futuro dell'uomo, o raccomandano i migliori
metodi, dal loro punto di vista, di organizzare la vita dell'uomo, di dare ogni possibile
felicità, di liberare l'uomo dalla sofferenza non necessaria, dall'ingiustizia e così via.
Ma la gente non vede che i tentativi per una forzata applicazione di tali teorie alla vita
hanno come risultato soltanto un aumento di sofferenza e di ingiustizia. Nel cercare di
prevedere il futuro, tutte queste teorie vogliono che la vita serva e obbedisca all'uomo,
e nel fare così non tengono in conto che l'uomo stesso deve cambiare. La gente,
credendo in queste teorie, vuole costruire senza tenere a mente che un nuovo maestro
deve venire e che un nuovo maestro potrebbe anche non apprezzare ciò che essi hanno
costruito o hanno iniziato a costruire.
L'uomo è preminentemente una forma di transizione, costante soltanto nelle sue
contraddizioni e nella sua incostanza - che si muove, diviene, cambia sotto i nostri
occhi. Anche senza uno studio speciale è perfettamente chiaro che l'uomo è un essere
piuttosto incompleto, che differisce giorno per giorno da ciò che è stato ieri e che
differirà domani da ciò che è stato oggi.
Così tanti opposti principi lottano nell'uomo che un'armoniosa coordinazione di essi è
quasi impossibile. Questo spiega perché un tipo di uomo «positivo» è quasi
impossibile. L'animo dell'uomo è una combinazione troppo complessa per tutte le voci
che tacciono in lui per diventare unite in un solo, armonioso coro. Tutti i regni della
natura vivono nell'uomo. L'uomo è un piccolo universo. In lui procedono la morte e la
nascita continue, l'incessante inghiottirsi di un essere con l'altro, il divorarsi del più
forte con il più debole, evoluzione e degenerazione, crescita e morte. L'uomo ha in sé
ogni cosa, dal minerale a Dio. E il desiderio di Dio nell'uomo, cioè le forze dirigenti
del suo spirito, conscio della propria unità con l'infinita coscienza dell'universo, non
può essere in armonia con l'inerzia di una pietra, con l'inclinazione di particelle per la
cristallizzazione, con il sonnolento scorrere della linfa in una pianta, con il lento
volgersi di una pianta verso il sole, con il richiamo del sangue in un animale, con la
coscienza « tridimensionale » dell'uomo che si basa sul suo separarsi dal mondo, sul
suo opporsi al mondo del proprio «Io» e nel suo riconoscere come reali tutte le
apparenti forme e divisioni.
E quanto più l'uomo si sviluppa interiormente, tanto più egli inizia a sentire le differenti
parti della sua anima simultaneamente; e quanto più fortemente egli sente se stesso,
tanto più fortemente cresce in lui il desiderio di sentire sempre più, e infine egli inizia
a desiderare così tante cose che non è mai capace di ottenere subito tutto quel che
desidera; la sua immaginazione lo porta in posti differenti, con gente differente, in
differenti situazioni, vuole riconciliare l'inconciliabile e combinare l'incombinabile.
Il suo spirito non desidera riconciliarsi con le limitazioni di corpo e anima, con le
limitazioni di tempo e spazio.
La sua immagine viaggia infinitamente al di là di ogni possibilità di realizzazione,
proprio come il suo sentimento emozionale viaggia infinitamente al di là delle
formulazioni e delle conquiste dell'intelletto.
L'uomo supera sé stesso, ma allo stesso tempo inizia ad essere soddisfatto della sola
immaginazione, senza cercare di realizzarla. E nei suoi rari tentativi di realizzazione
egli non vede che ottiene cose diametralmente opposte a ciò che crede di stare per
raggiungere.
Il complicato sistema dell'anima umana spesso appare come duale, e vi sono seri motivi
per una tale visione. Vivono in ogni uomo, appunto, due esseri: un essere che
comprende il mondo minerale, vegetale, animale e l'umano «tempo e spazio»; l'altro
essere che appartiene a qualche altro mondo. Uno è l'essere del «passato», l'altro quello
del «futuro».
Ma quale sia l'essere del passato e quello del futuro noi non lo sappiamo.
E il passato e il futuro si trovano in un'eterna lotta e in un eterno conflitto nell'anima
dell'uomo. si potrebbe affermare senza la minima esagerazione che l'animo umano è il
campo di battaglia del passato e del futuro.
Lo Zarathustra di Nietzsche afferma con tali interessanti parole:
Io sono di oggi e di prima, ma qualcosa è in me che è del domani e del giorno seguente
e del futuro (Così Parlò Zarathustra).
Ma Zarathustra non parla del conflitto, egli parla della pienezza che include oggi e il
passato, domani e il futuro, una pienezza che giunge quando le contraddizioni, la
molteplicità e il dualismo sono stati vinti.
La necessità di lottare contro l'uomo per raggiungere il superuomo è quel che il
pensiero moderno rifiuta totalmente di ammettere. Questa idea contrasta interamente
con l'esaltazione dell'uomo e della sua debolezza che è così caratteristica dei nostri
tempi.
Allo stesso tempo questo non significa che l'idea di superuomo non giochi alcun ruolo
nel nostro tempo. Se alcune scuole di pensiero moderno rigettano l'idea del superuomo,
o sono spaventate da essa, altre al contrario sono interamente basate su questa idea e
non potrebbero esistere senza di essa. L'idea di superuomo separa il pensiero
dell'umanità in due categorie nettamente divise e molto definite.
l. Concezione dell'uomo senza l'idea di superuomo: concezione «scientifica»
dell'uomo, e anche una considerevole parte della concezione filosofica dell'uomo.
2. Concezione dell'uomo dal punto di vista dell'idea di superuomo: concezione mistica,
occulta e teosofica dell'uomo (sebbene dovrebbe essere annotato qui che quasi tutto
quel che si conosce sotto questi appellativi è pseudo-mistico, pseudo-occulto e pseudo-
esoterico).
Nel primo caso l'uomo è preso come un essere completo. Si compiono studi sulla sua
struttura anatomica, sulle sue funzioni fisiologiche e psicologiche, sulla sua posizione
presente nel mondo, sul suo destino storico, sulla sua cultura e civiltà, sulla possibilità
di migliori organizzazioni della sua vita, sulle sue possibilità ·di conoscenza, etc.; in
tutto questo l’uomo viene considerato così com'è. In tale caso l'attenzione principale
viene concentrata sui risultati delle attività umane, sulle loro conquiste, scoperte,
invenzioni. E in questo caso tali risultati delle attività umane sono considerati come
prove della sua evoluzione, sebbene, come spesso accade, essi dimostrino proprio il
contrario.
L'idea di evoluzione in questa concezione dell'uomo è considerata come l'evoluzione
generale di tutti gli uomini, dell'intera umanità. L'umanità viene considerata in
evoluzione. E sebbene una tale evoluzione non abbia alcunché di analogo ad essa in
natura, e non possa essere spiegata con nessun esempio biologico, il pensiero
occidentale non è in alcun modo sconcertato da questo e continua a parlare di
evoluzione.
Nel secondo caso l'uomo viene considerato come un essere incompleto, dal quale
potrebbe risultare qualcosa di differente. E l'intero significato dell'esistenza di questo
essere risiede, in questo caso, nella sua transizione verso questo nuovo stato. L'uomo è
visto come un granello, come una larva, come qualcosa di temporaneo e soggetto a
trasformazione. E in questo caso tutto quel che si riferisce all'uomo è considerato dal
punto di vista di questa trasformazione; in altre parole, il valore di ogni cosa nella vita
dell'uomo è determinato dalla considerazione se sia utile o meno per questa
trasformazione.
Ma l'idea di trasformazione in sé stessa rimane molto oscura. E la concezione dell'uomo
dal punto di vista del superuomo non può essere considerata né come popolare né
progressista. Rientra come un indispensabile attributo in insegnamenti semi-occulti,
semi-mistici, ma non gioca alcun ruolo nelle filosofie scientifiche, o nelle più aperte
filosofie pseudo-scientifiche della vita.
La ragione di questo, a parte ogni altra considerazione, è da ricercarsi nella completa
divergenza della cultura occidentale dal pensiero religioso. Se non fosse per questa
divergenza, la concezione dell'uomo dal punto di vista dell'idea di superuomo non
sarebbe andata perduta, perché il pensiero religioso, nel suo vero senso, è impossibile
senza l'idea di superuomo.
L'assenza dell'idea di superuomo dalla maggioranza delle moderne filosofie di vita è
dovuta, in grossa parte, al terribile caos di pensiero nel quale vive l'umanità moderna.
Se gli uomini provassero a collegare l'idea di superuomo con tutte le opinioni più o
meno accettate, vedrebbero che essa mostra tutto sotto una nuova luce, presentando da
nuove angolature le cose che essi pensavano di conoscere piuttosto bene, ricordando
loro il fatto che l'uomo è soltanto un temporaneo visitatore, soltanto un passeggero sulla
terra.
Naturalmente una tale visione non può essere popolare. Le moderne filosofie di vita (o
almeno una gran parte di esse) sono costruite sulla sociologia, o su quella che viene
chiamata sociologia. E la sociologia non pensa mai ad un tempo così remoto in cui un
nuovo tipo si sarà sviluppato dall'uomo, ma è interessata soltanto al presente o col
vicino e immediato futuro. Ma è proprio questo atteggiamento che serve a mostrare
soltanto lo scolasticismo di una tale scienza. La sociologia, come ogni altra scienza
scolastica, non ha a che fare con fatti viventi, ma con astrazioni artificiali. La
sociologia, trattando del «livello medio» e dell'«uomo medio», non vede il rilievo delle
montagne, non comprende che né l'umanità né l'individuo sono qualcosa di piatto e
uniforme.
L'umanità, proprio come l'individuo, è una catena montuosa con alte vette innevate e
profondi precipizi e, inoltre, in quell'incerto periodo geologico in cui ogni cosa è in via
di formazione, quando intere catene di montagne scompaiono, quando deserti
compaiono al posto di mari, quando sorgono nuovi vulcani, quando campi e foreste
sono seppelliti sotto fiumi di lava bollente, quando continenti emergono e scompaiono,
e quando i periodi glaciali vanno e vengono.
Un «uomo medio», del quale soltanto la sociologia può occuparsi, non esiste nella
realtà più di quanto non esistano le «medie cime di una montagna».
È impossibile indicare il momento in cui un tipo più stabile si formerà. È in via di
continua formazione. La crescita prosegue senza interruzioni. Non vi è mai un
momento in cui qualcosa è completa. Un nuovo tipo di uomo sta per essere formato
ora e tra noi. La selezione procede in tutte le razze e le nazioni della terra, eccetto che
nelle razze più arretrate e in via di degenerazione; quest'ultima comprende le razze
usualmente considerate come le più avanzate, cioè quelle completamente assorbite
nella pseudo-cultura.
Il superuomo non appartiene al futuro storico. Se il superuomo può esistere sulla terra,
egli deve esistere sia nel passato che nel presente. Ma egli non rimane nella vita, appare
e va via.
Proprio come un chicco di grano, divenendo una pianta, esce dalla sfera della vita dei
chicchi; proprio come una ghianda diventando una quercia esce dalla vita delle
ghiande; proprio come un bruco diventando una crisalide muore per i bruchi e
diventando una farfalla va completamente al di là della sfera di osservazione dei bruchi,
nello stesso modo il superuomo sfugge alla sfera di osservazione delle altre persone,
esce dalla loro vita storica.
Un uomo comune non può vedere un superuomo o conoscere la sua esistenza, proprio
come un bruco non può sapere dell'esistenza di una farfalla.
Questo è un fatto che noi troviamo estremamente difficile da ammettere, ma è
naturalmente e psicologicamente inevitabile. Il tipo superiore non può in nessun senso
essere controllato dal tipo inferiore; ma il tipo inferiore può essere controllato dal
superiore e può sottostare all'osservazione del superiore. E da questo punto di vista
l'intera vita e l'intera storia possono avere un significato e uno scopo che non possiamo
comprendere.
Questo significato, questo scopo è il superuomo. Tutto il resto esiste per il solo scopo
che dalle masse dell'umanità che strisciano sulla terra possa, di tanto in tanto, emergere
un superuomo, e proprio per questo fatto allontanarsi dalle masse e diventare
inaccessibile e invisibile ad esse.
L'ordinaria visione della vita non trova scopo nella vita o lo identifica con la
«evoluzione delle masse». Ma l'evoluzione delle masse è un'idea fantastica e illogica,
come potrebbe esserlo, per esempio, l'idea di un'identica evoluzione di tutte le cellule
di un albero o di un organismo. Noi non capiamo che l'idea di evoluzione delle masse
è equivalente all'aspettarsi che tutte le cellule di un albero, cioè le cellule delle radici,
dei rami, delle fibre del legno e delle foglie, siano trasformate tutte in cellule di fiori e
frutti, cioè aspettarsi che l'intero albero venga trasformato in fiori e frutti.
L'evoluzione, che normalmente è considerata come evoluzione delle masse, non può
essere mai altro, in realtà, che l'evoluzione di pochi. E nell'umanità una tale evoluzione
può soltanto essere conscia. È solo da degenerazione che procede inconsciamente negli
uomini.
La natura non ha garantito in alcun modo un superuomo. Essa ha in sé ogni possibilità,
anche la più sinistra. L'uomo non può essere promosso a superuomo come se si trattasse
di una ricompensa, sia per un lungo termine di servizio come uomo, o per condotta
irreprensibile, o per le sue sofferenze, che siano accidentali o create da lui stesso non
intenzionalmente con la propria stupidità o inadattabilità alla vita, o anche
intenzionalmente per poter ottenere la ricompensa in cui spera.
Nulla conduce al superuomo eccetto che la comprensione dell'idea di superuomo, ed è
precisamente questa comprensione che sta diventando sempre più rara.
A causa di tutte queste cose inevitabili l'idea di superuomo non è affatto chiara. I
lineamenti psicologici del superuomo eludono l'uomo moderno come se fosse
un'ombra. L'uomo crea il superuomo a propria immagine e somiglianza, fornendolo
delle proprie qualità, dei propri gusti e difetti in forma esagerata.
Al superuomo sono ascritte caratteristiche che sono interamente contraddittorie e
incompatibili, che si privano l'una con l'altra di ogni valore e si distruggono
vicendevolmente. L'idea di superuomo è approcciata generalmente dall'angolatura
sbagliata; è presa o troppo semplicemente, meramente su un solo piano, o troppo
fantasticamente, senza alcun collegamento con la realtà. Il risultato è che l'idea viene
distorta, e il trattamento che l'uomo ne fa diventa sempre più erroneo.
Per trovare un giusto approccio a quest'idea, dobbiamo prima di tutto creare per noi
stessi un quadro armonioso del superuomo. Vaghezza, indefinitezza e prolissità non
sono in alcun modo attributi necessari del quadro del superuomo. Possiamo saperne di
più su di lui di quanto pensiamo, se solo vogliamo e sappiamo come porci di fronte a
questo problema. Abbiamo linee di pensiero perfettamente chiare e distinte per
ragionare sul superuomo e nozioni perfettamente definite, alcune collegate con l'idea
di superuomo e altre opposte ad essa. Tutto ciò che viene richiesto è di evitare di
confonderle. Allora la comprensione del superuomo, la creazione di un quadro
armonioso del superuomo cesserà di essere un sogno così irraggiungibile come talvolta
appare.
La crescita interiore dell'uomo segue sentieri piuttosto definiti, altrimenti, quando l'idea
del superuomo è ormai accettata in una forma o nell'altra, ma non è collegata con la
vita dell'uomo, prende forme strane, talvolta grottesche o mostruose. La gente che
pensa ingenuamente si figura il superuomo come una sorta di uomo esagerato, nel quale
sia il lato positivo che quello negativo della natura umana si sono sviluppati con eguale
libertà e hanno raggiunto i massimi limiti del loro possibile sviluppo. Ma questo è
esattamente ciò che è impossibile. La più elementare conoscenza della psicologia,
certamente se consideriamo la psicologia come reale comprensione delle leggi
dell'essere interiore dell'uomo, mostra che lo sviluppo di caratteristiche di un certo tipo
può soltanto avvenire a spese di caratteristiche di un altro tipo. Vi sono molte qualità
contraddittorie nell'uomo che non possono in nessun caso svilupparsi su linee parallele.
L'immaginazione dei popoli primitivi descriveva il superuomo come un gigante, un
uomo di forza erculea, estremamente longevo. Dobbiamo rivedere le qualità del
superuomo, cioè le qualità ascritte al superuomo, e determinare se queste qualità
possano essere sviluppate soltanto nell'uomo. Se le qualità che possono esistere
separatamente da lui sono attribuite al superuomo, diventa evidente che queste qualità
sono collegate a lui in modo sbagliato. Solo quelle qualità devono svilupparsi nel
superuomo, quelle che possono svilupparsi in lui soltanto; per esempio, la taglia
gigantesca non può essere assolutamente una qualità di assoluto valore per il
superuomo. Gli alberi possono essere ancor più alti; case, torri, montagne possono
essere più alte del più alto gigante che la terra possa generare.
Allora altezza e taglia non possono servire come scopo dell'evoluzione del superuomo.
Inoltre, la moderna biologia sa molto bene che l'uomo non può superare una certa
altezza, cioè il suo scheletro non sopporterebbe un peso che supera grandemente il peso
del suo corpo umano. Né un'enorme forza fisica presenta un valore assoluto. L'uomo
con le sue deboli mani è capace di costruire macchine più potenti di qualunque gigante.
E per la «Natura», per la «Terra», l'uomo più forte, perfino un gigante, è solo un pigmeo
impercettibile sulla sua superficie. Neanche la longevità, per quanto possa essere
notevole, è un segno di crescita interiore. Gli alberi possono esistere per centinaia di
anni. Una pietra può esistere per decine o centinaia di migliaia di anni.
Tutte queste qualità non hanno valore per il superuomo, poiché esse possono essere
manifestate separatamente da lui.
Nel superuomo devono svilupparsi qualità che non esistono in un albero o in pietra,
qualità con le quali né le alte montagne né i terremoti possano competere.
Lo sviluppo del mondo interiore, l'evoluzione della coscienza, questo è un valore
assoluto, che nel mondo a noi noto può svilupparsi soltanto in un uomo e non
separatamente da esso.
L'evoluzione della coscienza, la crescita interiore dell'uomo è l'«ascesa verso il
superuomo». Ma la crescita interiore procede non soltanto lungo una sola linea, ma
lungo diverse linee simultaneamente. Queste linee devono essere stabilite e
determinate, poiché mescolate ad esse vi sono molte false e ingannevoli vie, che
portano l'uomo lontano, lo riportano indietro, lo conducono in vicoli ciechi.
È ovviamente impossibile dogmatizzare su una forma di sviluppo intellettuale ed
emozionale del superuomo. Ma diversi aspetti di esso possono essere mostrati con
perfetta esattezza.
Allora la prima cosa che può essere detta è che il superuomo non può essere esaminato
sul comune piano «materialistico». Il superuomo deve necessariamente essere
collegato con qualcosa di misterioso, qualcosa di magico e stregonesco.
Di conseguenza, un interesse diretto verso il «misterioso» e l'«inesplicabile», una
gravitazione attorno l'«occulto» sono inevitabilmente collegati con l'evoluzione nella
direzione del superuomo. L'uomo improvvisamente sente che non può continuare a
ignorare tutto quello che gli è sembrato, finora, non degno di attenzione.
Improvvisamente egli inizia a vedere ogni cosa come se avesse nuovi occhi, e tutto il
«fiabesco», il «mistico», che soltanto ieri egli rigettava, sorridendo, come
superstizione, acquista inaspettatamente per lui qualche nuovo significato profondo,
sia simbolico che reale.
Trova nuovi significati nelle cose, inaspettate e strane analogie. L'interesse per lo studio
delle religioni, antiche e moderne, appare in lui. Il suo pensiero penetra il significato
interiore di allegorie e miti, egli trova un profondo e strano significato in cose che
precedentemente sembravano evidenti e senza interesse. Talvolta l'interesse per il
misterioso e il miracoloso creano la più importante parola d'ordine che serva a unire
gli uomini che iniziano a scoprire il significato nascosto della vita. Ma lo stesso
interesse nel misterioso e nel miracoloso serve anche per mettere alla prova la gente.
Un uomo che abbia conservato le possibilità di credulità o superstizione infallibilmente
rovinerà su una delle rocce sommerse delle quali il mare dell'«occultismo» è pieno;
egli soccomberà alla seduzione di qualche miraggio - e perderà, in un modo o nell'altro,
il proprio scopo.
Allo stesso tempo il superuomo non può essere semplicemente un «grande uomo
d'affari» o un «grande conquistatore» o un «grande uomo di stato» o un «grande
scienziato». Deve essere inevitabilmente sia un mago che un santo.
Le leggende eroiche russe attribuiscono sempre ai loro eroi tratti di magica sapienza,
cioè di «conoscenza segreta».
L'idea del superuomo è direttamente collegata con l'idea della conoscenza nascosta.
L'aspettazione di un superuomo è l'aspettazione di qualche nuova rivelazione, di una
nuova conoscenza.
Ma, come è stato detto prima, qualche volta l'aspettazione di un superuomo è collegata
con le usuali teorie dell'evoluzione, cioè con l'idea di una generale evoluzione, e il
superuomo è considerato in questo caso come un possibile prodotto dell'evoluzione
umana. b curioso come questa teoria, apparentemente la più logica, distrugga
completamente l'idea di superuomo. La causa di ciò risiede, naturalmente, nella visione
errata dell'evoluzione in generale, che è stata già delineata.
Inoltre, per qualche ragione, il superuomo non può essere considerato come un tipo
zoologicamente superiore rispetto all'uomo, come un prodotto della legge generale di
evoluzione. Vi è, in questa visione, qualche errore radicale che è chiaramente avvertito
in ogni tentativo di formare un'immagine del superuomo del lontano e sconosciuto
futuro. Il quadro appare troppo nebuloso e diffuso; l'immagine del superuomo in questo
caso perde ogni colore e diventa quasi repulsiva, come se ciò accadesse proprio per il
fatto di divenire legale e inevitabile. D superuomo dove avere qualcosa di illegale in
sé, qualcosa che violi il corso generale delle cose, qualcosa di inaspettato e non
soggetto a qualunque legge generale.
Quest'idea è espressa da Nietzsche:
Io voglio insegnare agli uomini il senso della loro esistenza, che è il superuomo,
l'illuminazione dell'oscuro uomo-nuvola (Così Parlò Zarathustra).
Nietzsche capiva che il superuomo non poteva essere considerato come il prodotto di
uno sviluppo storico che possa essere realizzato nel lontano futuro, che egli non poteva
essere considerato come una nuova specie zoologica. L'illuminazione non può essere
considerata come il risultato dell'«evoluzione della nuvola».
Ma il sentimento di «illegalità» del superuomo, la sua «impossibilità» dal punto di vista
ordinario, fa sì che la gente gli attribuisca caratteristiche che sono realmente
impossibili, e così il superuomo è spesso dipinto come una sorta di automobile
Juggemaut, che schiaccia persone sul suo cammino.
Malizia, odio, orgoglio, vanità, egoismo, crudeltà, sono tutti considerati «superumani»
alla sola condizione che raggiungano i massimi limiti possibili e non si fermino di
fronte ad alcun ostacolo. La completa liberazione da ogni freno morale viene
considerata superumana o vicino al superumano. Il «Superuomo», nel senso volgare e
falsificato della parola, significa: tutto è permesso.
La supposta amoralità del superuomo è associata con il nome di Nietzsche. Ma
Nietzsche non è colpevole di questa idea. Al contrario, forse, nessuno ha mai posto
nella filosofia del superuomo una tale ricerca per la vera moralità e per il vero amore
come Nietzsche.
Egli stava soltanto distruggendo la vecchia morale pietrificata che da lungo tempo era
ormai diventata anti-morale. Egli si ribellava contro la moralità sfruttata, contro le
invariabili forme che in teoria sono obbligatorie sempre per tutti, e nella pratica sono
sempre violate da tutti.
In verità ho preso da voi forse un centinaio di formule, e i vostri giocattoli preferiti
della virtù; e ora voi mi sgridate, come si sgridano i fanciulli.
Essi giocavano in riva al mare - poi arrivò un'onda e trascinò i loro giocattoli al fondo;
e ora essi piangono.
E inoltre:
Quando venni tra gli uomini li trovai adagiati su un'antica infatuazione: ognuno di essi
pensava di conoscere molto bene ciò che era buono o cattivo per gli uomini.
lo disturbai questa sonnolenza insegnando loro che nessuno ancora sa ciò che è buono
o cattivo - se non il creatore (Così Parlò Zarathustra).
In Nietzsche il sentimento morale è quello della creazione artistica, il sentimento del
servizio.
Spesso è un sentimento molto severo e spietato. Dice Zarathustra:
Oh, mio confratello, sono allora crudele? Ma io dico: ciò che cade dovrà anche poter
... (Così Parlò Zarathustra).
Ovviamente queste parole sono condannate alla incomprensione e ad una cattiva
interpretazione. La crudeltà del superuomo nietzschiano è considerata la sua principale
caratteristica, come il principio che nasconde il suo trattamento dell'uomo. La grande
maggioranza delle critiche mosse a Nietzsche non desiderano vedere che questa
crudeltà del superuomo è rivolta contro qualcosa di interiore, qualcosa in sé stesso,
contro qualcosa che è «umano, troppo umano», piccolo, volgare, prosaico e inerte, che
rende l'uomo il cadavere che Zarathustra carica sulle sue spalle.
La non comprensione di Nietzsche è uno dei più curiosi esempi di una non
comprensione che è quasi intenzionale. L'idea di Nietzsche del superuomo è chiara e
semplice. È sufficiente leggere l'inizio di Zarathustra.
Tu, grande stella! Quale sarebbe mai la tua felicità se non avessi coloro per i quali
splendi?
Per dieci anni sei stata all'altezza della mia grotta; tu saresti stata soddisfatta della luce
del tuo viaggio se non fosse stato per me, per la mia aquila e per il mio serpente.
Ma noi ti aspettavamo ogni mattino, invia ciò che hai in eccesso su di noi e mandaci le
tue benedizioni per questo.
Io volentieri avrei concesso e distribuito ...
Perciò devo discendere nel profondo, come tu fai a sera ...
Benedici la coppa, allora, che sta per traboccare, che l'acqua possa sgorgare dorata fuori
da essa, e riflettere ovunque la tua beatitudine.
E più avanti:
Zarathustra se ne andò da solo verso la montagna, e nessuno lo incontrò.
Quando, però, si addentrò nella foresta, d'improvviso comparve dinanzi a lui un
vecchio ... E così parlò il vecchio a Zarathustra:
Non è uno straniero per me questo vagabondo. Molti anni sono trascorsi.
Il suo nome era Zarathustra, ma lui è cambiato.
Allora tu hai portato le tue ceneri nelle montagne; porterai ora il fuoco nelle valli? Non
temi di esser condannato come incendiario?
Sì, io ho riconosciuto Zarathustra. Puro è il suo sguardo, e la sua bocca non nasconde
alcun disgusto ...
Zarathustra rispose:
Io amo gli uomini.
E dopo ciò, le idee di Nietzsche furono considerate come una delle cause dello
sciovinismo e del militarismo germanico.
Tutta questa mancanza di comprensione di Nietzsche è curiosa e caratteristica, poiché
può essere comparata soltanto con la mancanza di comprensione da parte di Nietzsche
stesso nei confronti del Cristianesimo e dei Vangeli.
Nietzsche comprese il Cristo secondo Renan. Il Cristianesimo era per lui la religione
dei deboli e dei miserabili. Egli si ribellò nei confronti del Cristianesimo, oppose il
superuomo al Cristo, e non voleva vedere che stava combattendo la stessa cosa che
aveva creato lui e le sue idee (3).
La principale caratteristica del superuomo è il potere. L'idea del «potere» è molto
spesso collegata con l'idea del demoniaco. E allora appare l'uomo demoniaco.
Molte persone si sono entusiasmate con il demonico, tuttavia l'idea è assolutamente
falsa e, nella sua essenza, di un ordine non molto elevato. Come dato di fatto, il «bel
demoniaco» che noi conosciamo è una delle «pseudo-idee» con le quali vive la gente.
Noi non conosciamo e non vogliamo conoscere il vero demonismo, così come
dovrebbe essere secondo il giusto significato dell'idea. Il male consiste sempre nella
trasformazione di qualcosa di grande in qualcosa di piccolo. Ma come può la gente
riconciliarsi con una tale idea? Deve necessariamente avere «un grande male».
Il male è una delle idee che esistono nella mente dell'uomo in forma falsificata, sotto
forma delle loro «pseudo-immagini». La nostra intera vita è circondata da tali pseudo-
immagini. Abbiamo uno pseudo-Cristo, una pseudo-religione, una pseudo-civiltà,
pseudo scienze, etc. etc…
Ma, generalmente parlando, possono esservi due tipi di falsificazione: una, la più
usuale, quando al posto della cosa reale viene dato un sostituto - «invece del pane una
pietra, o invece di un pesce un serpente» -; l'altra, un po' più complessa, quando la «vile
verità» viene «trasformata» in un'«esaltante» bugia. Questo accade quando un'idea o
un fenomeno, costante e comune nella nostra vita, e piccolo e insignificante nella sua
natura, è ridipinto e decorato con un tale zelo che infine la gente inizia a vedere in esso
una certa fastidiosa bellezza e alcune caratteristiche che invitano all'imitazione.

(3)
Nietzsche non comprese o non volle comprendere che il suo superuomo era, in molti sensi, il prodotto del pensiero
cristiano. Inoltre Nietzsche non era generalmente molto franco, neanche con sé stesso, sulle fonti delle sue ispirazioni.
Non ho mai trovato, anche nelle sue biografie o nelle sue lettere, alcuna indicazione della sua conoscenza della
contemporanea letteratura «occulta». Eppure egli la conosceva bene e ne fece uso.

È molto interessante tracciare un parallelo tra alcuni passi del capitolo «La Virtù che si concede» nello Zarathustra di
Nietzsche e il capitolo IX di Dogme et Rituel de le Haute Magie di Eliphas Lévi.
Un «Triste demone, spirito d'esilio» molto bello viene creato proprio mediante una tale
falsificazione della chiara e semplice idea del «diavolo». L'idea del diavolo (il
calunniatore), lo spirito del male e delle menzogne, è intelligibile e necessaria nella
filosofia dualistica del mondo. Ma allora il diavolo non ha caratteristiche attraenti,
mentre il «demone» o «Satana» posseggono molte qualità belle e positive: potere,
intelligenza, disprezzo di ogni cosa piccola e volgare? Nessuna di queste è una
caratteristica del diavolo.
Il demone, o Satana, è un diavolo abbellito e falsificato. n vero diavolo è, al contrario,
la falsificazione di tutto ciò che è forte e brillante; è contraffazione, plagio, svilimento,
volgarizzazione, la «strada», i «bassifondi».
Nel suo libro su Dostoevsky, A.L. Volynsky pose una particolare attenzione al modo
in cui Dostoevsky dipingeva il diavolo nei «Fratelli Karamazoff».
Il Diavolo che Ivan Karamazoff vede è un parassita in pantaloni a quadrotti che soffre
di reumatismi e che si è vaccinato un po' tardi contro il vaiolo.
Il diavolo è volgarità e trivialità incarnata. Ogni cosa che vede è grossolana e vile; è
scandalo, è sporca insinuazione, il desiderio di giocare con i lati più repulsivi della
natura umana. La completa sordidezza della vita parlava ad Ivan Karamazoff nella
persona del diavolo. Noi siamo, comunque, inclini a dimenticare la reale natura del
diavolo e siamo più propensi a credere ai poeti che lo abbelliscono e ne traggono un
demone lirico. Gli stessi tratti demoniaci sono attribuiti al superuomo. Ma è sufficiente
considerarli più da vicino per vedere che essi non sono niente altro che pura
falsificazione ed inganno.
Generalmente parlando, per capire l'idea del superuomo è utile tenere a mente ogni
cosa che si opponga a questa idea. Da questo punto di vista è interessante notare che
dietro un diavolo in pantaloni a quadroni che si è vaccinato, vi è un altro tipo molto
ben conosciuto, che unisce in sé tutto quello che nell'uomo è maggiormente opposto al
superuomo. Tale è il procuratore romano della Giudea al tempo di Gesù - Ponzio Pilato.
II ruolo di Pilato nella tragedia del Vangelo è estremamente caratteristico e
significativo, e se fu un ruolo conscio, sarebbe stato uno dei più difficili. Ma è strano
notare che forse, di tutti i ruoli del dramma evangelico, il ruolo di Pilato necessita
almeno di essere conscio.
Pilato non poteva «commettere un errore», non poteva agire in un modo o nell'altro, e
perciò fu preso nel suo stato naturale come parte dei contorni e delle condizioni, proprio
come la gente che si riunì in Gerusalemme per la Pasqua ebraica e la folla che gridò
«crocifiggilo». E il ruolo di Pilato è identico ai ruoli dei «Pilat» nella vita in generale.
Non è sufficiente dire che Pilato processò Gesù, voleva liberarlo, e infine lo mandò a
morte. Questo non determina l'essenza della sua natura. n punto principale risiede nel
fatto che Pilato fu quasi il solo a comprendere Gesù. Egli lo comprese, naturalmente,
nel suo modo romano; eppure, a dispetto della comprensione, lasciò che fosse flagellato
e giustiziato.
Pilato era indubbiamente un uomo molto intelligente, ben educato e colto.
Egli vide molto chiaramente che l'uomo che si trovava dinanzi a lui non era un
criminale che «predicava la rivolta alla gente» o che «la incoraggiava a non pagare le
tasse» etc., così come gli era stato detto dalla «vera gente Giudea» (4) di quel tempo;
che quell'uomo non era un pretendente al trono, né un impostore che si faceva chiamare
Re della Giudea, ma semplicemente un «filosofo», come poteva definire Gesù a sé
stesso.
Questo «filosofo» attrasse la sua simpatia, perfino la sua compassione. I Giudei che
chiedevano con clamore il sangue di un uomo innocente gli repellevano. Egli provò ad
aiutare Gesù. Ma era troppo, per lui, combattere per Gesù ed incorrere in una zelante
antipatia, così, dopo una breve esitazione, Pilato lo lasciò in mano ai Giudei.
Nella sua mente pensava probabilmente di star servendo Roma e in questo caso
particolare stava salvaguardando la pace dei suoi sovrani, mantenendo l'ordine e la
quiete tra le genti soggette, allontanando la causa di un possibile fermento, anche
sacrificando un uomo innocente per questo. Lo aveva fatto nel nome della politica, nel
nome di Roma, e la responsabilità sembrò ricadere su Roma. Certamente Pilato non
avrebbe potuto sapere che i giorni di Roma erano già contati, e che egli stesso stava
creando una delle forze che avrebbero distrutto Roma. Ma il pensiero di Pilato non
andò mai così lontano. Inoltre Pilato aveva una filosofia molto conveniente nei riguardi
delle sue azioni: tutto è relativo, tutto è una questione di punti di vista, nulla è di
particolare valore. Era un'applicazione pratica del «principio della relatività».
Nell'insieme Pilato è un uomo molto moderno. Con una tale filosofia è facile trovare
la via tra le difficoltà della vita.
Gesù stesso lo aiutò, dicendo:
Per questa causa io sono venuto al mondo, perché portassi testimoni alla verità.
«Qual è la verità?» rispose ironicamente Pilato.
E questo subito lo riportò al suo abituale modo di pensare e di agire, gli ricordò chi era
e dove era, gli mostrò come doveva considerare le cose.

(4)
Un'allusione ad un'organizzazione patriottica con forti tendenze al progrom nella Russia ante-guerra: «la vera gente
Russa».
La caratteristica essenziale di Pilato è che egli vede la verità ma non desidera seguirla.
Per evitare di seguire la verità che vede, egli deve crearsi un atteggiamento beffardo e
particolarmente scettico proprio nei confronti dell'idea della verità e verso coloro che
aderiscono a questa idea. Nel suo cuore non è capace di considerarli come criminali;
egli ha fatto crescere troppo in lui questo atteggiamento; ma deve coltivare in sé stesso
un certo atteggiamento blandamente ironico verso di loro, che gli permetterà poi di
sacrificarli quando è necessario.
Pilato si spinse così innanzi da tentare perfino di liberare Gesù, ma naturalmente non
avrebbe permesso a sé stesso di fare qualcosa che avrebbe potuto comprometterlo.
Questo lo avrebbe reso ridicolo ai suoi stessi occhi. Quando i suoi tentativi fallirono,
come probabilmente aveva previsto, si presentò alla gente e si lavò le mani, mostrando
con questo di declinare ogni responsabilità.
L'intero Pilato è in questo. D simbolico lavarsi le mani è indissolubilmente legato
all'immagine di Pilato. h tutto in questo gesto.
Per un uomo di reale sviluppo interiore non può esservi alcun lavaggio di mani. Questo
gesto di inganno interiore non può mai appartenere ad un tale uomo.
«Pilato» è un tipo che esprime ciò che nell'umanità colta impedisce lo sviluppo
interiore dell'uomo, e forma l'ostacolo principale sulla via al superuomo. La vita è piena
di piccoli e grandi Pilato. «La crocifissione del Cristo» non può mai essere compiuta
senza il loro aiuto.
Essi vedono e comprendono perfettamente la verità. Ma ogni «spiacevole necessità»,
o interessi politici, così come sono compresi da loro, o interessi della loro posizione,
possono forzarli a tradire la verità e così a lavarsi le mani.
In rapporto all'evoluzione dello spirito, Pilato è fermo. La reale crescita consiste nello
sviluppo armonioso della mente, dei sentimenti e della volontà.
Uno sviluppo unilaterale, cioè, in questo caso, lo sviluppo della mente e della volontà,
senza il corrispondente sviluppo del sentimento, non va lontano. Per tradire la verità,
Pilato doveva rendere la stessa verità relativa. E questa relatività della verità adottata
da Pilato lo aiuta a trovare una via d'uscita alle difficili situazioni nelle quali la sua
comprensione della verità lo pone. Allo stesso tempo proprio questa relatività della
verità ferma il suo sviluppo interiore, la crescita delle sue idee. Non si può andare
lontano con la verità relativa. «Pilato» è destinato a trovarsi in un cerchio chiuso.
Un altro tipo notevole del dramma del Vangelo, un altro tipo che si oppone a tutto
quello che nell'umanità comune conduce al superuomo, è Giuda.
Giuda è una figura molto strana nella tragedia del V angelo. Non vi è nessuno intorno
al quale è stato scritto così tanto come su Giuda. Nella moderna letteratura europea vi
sono tentativi di rappresentare e di interpretare Giuda da ogni possibile punto di vista.
Contrariamente alla usuale interpretazione di Giuda da «Chiesa», come di un
grossolano e avido «ebreo» che vendette Cristo per trenta pezzi d'argento, egli è talvolta
rappresentato come una figura anche più elevata di Cristo, come un uomo che sacrificò
se stesso, la sua salvezza e la sua «vita eterna» per fare in modo che il miracolo della
redenzione fosse compiuto; o come un uomo che si rivoltò contro Cristo, perché Cristo,
a suo parere, rovinava la «causa», si circondava di gente senza valore, si poneva in una
posizione ridicola, e così via.
In realtà, comunque, Giuda non è neanche un «ruolo», e certamente non è un eroe
romantico, né un cospiratore desideroso di rinforzare l'unione degli apostoli con il
sangue di Cristo, né un uomo che lottava per la purezza di una idea. Giuda è
semplicemente un piccolo uomo che si trovò al posto sbagliato, un uomo comune,
pieno di sospetti, di paure e turbamenti, un uomo che non avrebbe dovuto trovarsi tra
gli apostoli, che non comprese nulla di quel che Gesù disse ai suoi apostoli, ma un
uomo che per qualche ragione fu accettato come uno di essi e al quale fu anche data
una posizione responsabile ed una certa autorità. Giuda era considerato uno dei
discepoli prediletti da Gesù; a lui erano affidate le sistemazioni domestiche degli
apostoli, era il loto tesoriere. La tragedia di Giuda fu che egli temette di essere esposto;
egli si sentì al posto sbagliato e tremava al pensiero che un giorno Gesù potesse rivelare
questo agli altri. E infine non poté sopportarlo più a lungo. Egli non comprese alcune
parole di Gesù; forse egli avvertì una minaccia in queste parole, forse un suggerimento
o qualcosa che soltanto lui e Gesù sapevano. Turbato e impaurito, Giuda andò via dalla
cena di Gesù e dei suoi discepoli e decise di esporre Gesù. I famosi trenta pezzi
d'argento non giocarono alcun ruolo in questo.
Giuda agì sotto l'influenza dell'offesa e della paura; egli desiderava trasgredire e
distruggere ciò che non comprendeva, ciò che lo disgustava e lo umiliava per il solo
fatto che quelle cose erano al di là della sua comprensione. Egli ebbe bisogno di
accusare Gesù e i suoi discepoli di crimini per sentirsi nel giusto.
La psicologia di Giuda è tra le più umane, la psicologia di calunniare ciò che non si
comprende.
Il porre Pilato e Giuda a fianco a fianco con Gesù è una caratteristica meravigliosa del
dramma evangelico; sarebbe stato impossibile trovare o immaginare un contrasto più
acceso.
Se i Vangeli dovessero essere considerati soltanto un'opera letteraria, un'opera d'arte,
allora il porre assieme a Cristo Pilato e Giuda indicherebbe la mano di un grande autore.
In brevi scene, in poche parole, sono mostrate qui contraddizioni che non solo non sono
scomparse nella razza umana in duemila anni, ma sono cresciute e si sono sviluppate
con grande rigogliosità.
Invece di avvicinarsi all'unità interiore, l'uomo se ne allontana sempre più, ma il
problema di raggiungere questa unità è la più essenziale questione dello sviluppo
interiore dell'uomo. Se egli non raggiunge l'unità interiore, l'uomo non può avere un
«Io», non può avere volontà. n concetto di «volontà» in rapporto all'uomo che non ha
raggiunto l'unità interiore è interamente artificiale.
Per la maggior parte le nostre azioni sono indotte da motivi involontari.
L'intera vita è composta di piccole cose cui noi continuamente obbediamo e che
serviamo il nostro «Io» cambia in continuazione come un caleidoscopio.
Ogni evento esterno che ci colpisce, ogni improvvisa emozione suscitata, diviene
califfo per un'ora, inizia a costruire e a governare, e a sua volta è deposto e rimpiazzato
da qualcos'altro. E la coscienza interiore, senza tentare di disperdere l'illusorio disegno
creato dall'agitazione del caleidoscopio e senza comprendere che in realtà il potere che
decide e agisce non è sé stessa, approva ogni cosa e dice di questi momenti della vita
nei quali differenti forze esterne sono al lavoro: «Questo sono lo, questo sono Io».
Da questo punto di vista «la volontà» può essere definita soltanto come la «risultante
di desideri». Di conseguenza, finché i desideri non sono diventati permanenti, l'uomo
è il giocattolo di stati d'animo e impressioni esterne. Egli non sa mai quel che dirà o
farà in seguito. Non solo il giorno seguente, ma perfino il momento successivo è a lui
nascosto dal muro dell'accidente.
Quel che appare come la conseguenzialità delle azioni degli uomini trova la sua
spiegazione nella povertà di motivi e desideri, o nella artificiale disciplina innestata
dall' «educazione» o, soprattutto, nella mutua imitazione degli uomini. Così come gli
uomini con una cosiddetta «forte volontà» sono normalmente uomini in cui predomina
un desiderio, nei quali tutti gli altri desideri scompaiono.
Se non comprendiamo l'assenza di unità nel mondo interiore dell'uomo, non
comprendiamo la necessità di una tale unità nel superuomo, proprio come non
comprendiamo molte altre delle sue caratteristiche. Così il superuomo ci appare come
un essere arido, razionale e privo di emozioni, mentre in realtà l'emozionalità del
superuomo, cioè la sua capacità di sentire, eccede di gran lunga l'emozionalità dei
comuni esseri umani.
L'estasi è così tanto superiore alle altre esperienze possibili all'uomo che non abbiamo
né parole né mezzi per descriverla.
Gli uomini che hanno sperimentato l'estasi hanno spesso tentato di comunicare agli
altri la propria esperienza, e queste descrizioni, spesso provenienti da differenti secoli,
da gente che non si era neanche conosciuta, sono meravigliosamente simili e
soprattutto contengono simili aspetti conoscitivi dell'Ignoto.
Inoltre, le descrizioni di reale estasi contengono una certa verità intrinseca che non può
essere confusa, la cui assenza viene avvertita immediatamente nei casi di falsa estasi,
come accade nelle descrizioni dei «santi» delle religioni formali.
Ma, generalmente parlando, una descrizione in semplici parole delle esperienze
dell'estasi presenta difficoltà pressoché insormontabili. Soltanto l'arte, cioè la poesia,
la musica, la pittura, l'architettura, possono riuscire a trasmettere, sebbene in modo
molto flebile, il reale contenuto dell'estasi. Tutta la vera arte non è altro, infatti, che un
tentativo di trasmettere la sensazione dell'estasi.
E soltanto l'uomo che si trova in questo stato di estasi capirà e sentirà l'arte.
Se definiamo l'«estasi» come il più alto grado di esperienza emozionale - che è
probabilmente una definizione perfettamente corretta - diverrà chiaro come lo sviluppo
dell'uomo verso il superuomo non possa consistere nella crescita del solo intelletto.
Anche la vita emozionale deve evolvere, in forme certo non facilmente comprensibili.
E il principale cambiamento nell'uomo deve provenire precisamente dalla vita
emozionale.
Ora, se immaginiamo l'uomo che si avvicina al nuovo tipo, dobbiamo comprendere che
egli vivrà una certa peculiare vita sua propria, che sarà molto poco simile alle vite degli
uomini comuni e difficile per noi da comprendere. Ci sarà molta sofferenza nella sua
vita - vi saranno sofferenze che ci affliggono ancora in modo molto marginale -, e vi
saranno anche gioie delle quali gli uomini comuni non hanno neanche idea, e anche un
debole riflesso di quel che ci arriva soltanto molto raramente.
Ma per l'uomo che non intraprende alcun cambiamento attraverso il contatto con l'idea
del superuomo, vi è in questa idea una certa caratteristica che gli impartisce uno aspetto
molto malinconico. Questa è la lontananza dell'idea, il fatto che il superuomo è molto
lontano, tagliato fuori da noi, dalla nostra vita ordinaria. Noi occupiamo un posto nella
vita, egli ne occupa uno differente, e non ha alcun rapporto con noi eccetto per il fatto
che in qualche modo noi lo creiamo. Quando la gente inizia a capire il suo rapporto
con il superuomo da questo punto di vista, un certo vago dubbio inizia a serpeggiare, e
gradualmente si sviluppa in un sentimento più definito e molto spiacevole, che viene
forgiato in una visione dell'idea complessivamente piuttosto negativa.
La gente potrebbe ragionare e spesso ha ragionato in questo modo: ammettiamo pure
che verrà un superuomo e che sarà esattamente come ce lo siamo immaginato, un essere
nuovo ed illuminato, e che sarà, in un certo senso, il risultato della globalità della nostra
vita. Ma cosa ne sarà di noi se costui sarà ad esistere, e non noi? In che rapporto siamo
con lui? Siamo come il terreno, sul quale crescerà un bellissimo fiore? Argilla, dalla
quale sarà modellata una bella statua? Ci viene promessa una luce che non vedremo
mai. Perché dovremmo servire come luce che illuminerà altri? Siamo mendicanti,
all'oscuro e al freddo, e veniamo confortati con la vista delle luci della casa di un ricco.
Siamo affamati e ci viene detto di un magnifico banchetto al quale non prendiamo
parte. Spendiamo la nostra intera vita nel raccogliere meschine briciole di conoscenza,
e poi ci viene detto che tutta la nostra conoscenza è illusione; che nell'anima di un
superuomo una luce brillerà chiara, nella quale egli vedrà in un lampo tutto quello che
noi abbiamo così impazientemente cercato, aspirato e non abbiamo mai potuto trovare.
E i sospetti che assalgono la gente quando viene a contatto con l'idea del superuomo
hanno basi molto solide. Non possono esser trascurate. Non vi si può rispondere
sbrigativamente dicendo che l'uomo deve trovare la felicità nell'essere conscio del suo
collegamento con l'idea del superuomo. Queste non sono altro che parole: «l'uomo
deve»! E cosa accade se non sente la felicità?
L'uomo ha il diritto di sapere, di chiedere: perché deve servire l'idea del superuomo,
perché deve sottomettersi a questa idea, perché deve fare ogni cosa?
Per poter trovare il vero significato dell'idea del superuomo, è necessario comprendere
che questa idea è molto più difficile di quanto generalmente si pensi. È così perché
l'idea richiede, per una sua giusta espressione e comprensione, nuove parole, nuovi
concetti e una conoscenza che molto facilmente un uomo non possiede. Tutto quel che
è stato detto innanzi, tutto quello che ritrae il superuomo, anche se introduce qualcosa
di nuovo nella comprensione dell'idea, è lontano dall'essere sufficiente. Idee come
quella del superuomo non possono essere considerate al livello delle comuni idee
relative alle cose e ai fenomeni del mondo tridimensionale. L'idea del superuomo
recede all'infinito e, come tutte le idee che recedono all'infinito, richiede un approccio
molto particolare, e cioè dalla direzione dell'infinito.
Negli antichi Misteri esisteva un ordine di iniziazione consecutivo e graduato. Per
essere elevati al livello superiore, per ascendere al gradino successivo, l'uomo da
iniziare doveva passare attraverso un particolare e definito corso di preparazione.
Quindi veniva sottoposto alle prove richieste, e soltanto dopo aver esaurito tutti i test e
provato che la sua preparazione era stata seria e condotta sulle giuste direttive, gli
venivano aperte innanzi le porte attraverso le quali poteva penetrare più profondamente
all'interno del tempio dell'iniziazione.
Una delle prime cose che l'uomo da iniziare imparava e doveva apprezzare era
l'impossibilità di seguire un sentiero personalmente scelto e il pericolo che lo attendeva
se non avesse espletato tutti i rituali preparatori e le cerimonie richieste prima
dell'iniziazione, e qualora avesse fallito nell'imparare tutto quel che era richiesto di
sapere, se avesse fallito nel ricordare tutto quello che andava ricordato. Veniva
avvertito delle tremende conseguenze che derivavano dalla violazione dell'ordine di
iniziazione, le terribili punizioni che attendevano un uomo da iniziare che osasse
entrare nel santuario senza aver osservato tutte queste regole. E quel che gli veniva
chiesto prima di ogni altra cosa, era il capire la necessità di avanzare per gradi. Egli
doveva capire che era impossibile per lui superare sé stesso e che ogni tentativo in
questa direzione non poteva che finire tragicamente.
Una rigorosa conseguenzialità dello sviluppo interiore era una regola fondamentale dei
Misteri. Se proviamo ad analizzare psicologicamente l'idea dell'iniziazione,
comprenderemo che l'iniziazione era un'introduzione in un circolo di nuove idee. Ogni
grado successivo di iniziazione rappresentava il dischiudersi di una nuova idea, un
nuovo punto di vista, una nuova angolatura. E nei Misteri le nuove idee non venivano
dischiuse ad un uomo finché non avesse provato di essere sufficientemente preparato
a riceverle.
In questo ordine di iniziazione a nuove idee può essere scorta una profonda
comprensione del mondo delle idee. Gli antichi compresero che la ricezione di ogni
nuova idea richiedeva una speciale preparazione; essi compresero che un'idea afferrata
di passaggio può facilmente essere vista sotto una falsa luce, o ricevuta in modo
sbagliato, e che un'idea ricevuta in modo sbagliato può produrre risultati molto
indesiderabili e perfino disastrosi.
I Misteri e le iniziazioni graduali servivano a proteggere la gente dalla mezza-
conoscenza che spesso è molto peggiore della mancanza di conoscenza,
particolarmente su questioni riguardanti l'Eterno, con il quale i Misteri avevano a che
fare.
Lo stesso sistema di preparazione graduale di persone per la ricezione di nuove idee
viene presentato in tutti i rituali magici.
La letteratura sulla magia e sull'occultismo fu ignorata completamente per un lungo
periodo dal pensiero filosofico e scientifico occidentale, o rigettata come un'assurdità
e una superstizione. Ed è da poco che la gente sta iniziando a comprendere che tutti
questi insegnamenti devono essere presi in modo simbolico, come un quadro
complesso e sottile di relazioni psicologiche e cosmiche.
Una stretta e costante osservanza di varie piccole regole, che spesso sembrano banali,
incomprensibili e slegate da qualsiasi cosa importante, viene richiesta da tutti i rituali
di cerimonie magiche. E sono anche descritti gli orrori che attendono l'uomo che ha
spezzato l'ordine delle cerimonie, o lo ha cambiato da sé stesso, o ha omesso qualcosa
per negligenza. Vi sono molte leggende di maghi che invocavano uno spirito ma non
avevano poi il potere di dominarlo. Questo accadeva sia perché il mago dimenticava le
parole dell'invocazione, o in qualche modo aveva spezzato il rituale magico, o perché
aveva invocato uno spirito più forte di lui stesso, più forte di tutte le sue invocazioni e
figure magiche.
Tutte queste istanze, degli uomini che infransero il rituale dell'iniziazione ai Misteri, o
dei maghi che invocarono spiriti più forti di loro stessi, rappresentano ugualmente, in
forma allegorica, la posizione dell'uomo in rapporto a nuove idee che sono troppo forti
per lui e che non può sostenere perché non ha la preparazione richiesta. La stessa idea
fu espressa nelle leggende e nelle fiabe del fuoco sacro che consumava il non-iniziato
che incautamente vi si avvicinava, e nei miti degli dei e delle dee il cui sguardo non era
permesso ai mortali, che morivano se essi li guardavano.
La luce di certe idee è troppo forte per gli occhi dell'uomo, specialmente quando le
vede per la prima volta. Mosè non poté guardare al cespuglio in fiamme; sul Monte
Sinai non poté guardare il volto di Dio. Tutte queste allegorie esprimono lo stesso
identico pensiero, quello del terribile potere e del pericolo di nuove idee che appaiono
inaspettatamente.
La Sfinge con il suo enigma esprimeva la stessa idea. Essa divorava quelli che le si
avvicinavano e non potevano risolvere l'enigma. L'allegoria della Sfinge significa che
si sono domande di un certo ordine che l'uomo non deve approcciare senza che sappia
come rispondervi.
Una volta entrato in contatto con certe idee, l'uomo non è più capace di vivere come
faceva prima; deve andare avanti, oppure morire schiacciato da un fardello troppo
pesante per lui.
L'idea del superuomo è strettamente connessa col problema del tempo e dell'eternità,
con l'Enigma della Sfinge. In ciò risiede la sua attrazione e il suo pericolo; ed ecco
perché così fortemente si imprime nell'animo umano.
Come si accennava prima, la moderna psicologia non capisce l'immenso pericolo di
alcuni temi, idee e domande. Perfino nella filosofia primitiva, quando gli uomini
dividevano le idee in divine e umane, essi compresero meglio l'esistenza di differenti
ordini di idee. Il pensiero moderno non le riconosce affatto. La psicologia attuale e la
teoria della conoscenza non insegnano alla gente a discriminare tra differenti ordini di
idee, a non sottolineare che alcune idee sono molto pericolose e non possono essere
avvicinate senza una lunga e complicata preparazione. Questo accade perché la
moderna psicologia generalmente non prende in considerazione la realtà delle idee, non
comprende questa realtà.
Per una mente moderna le idee sono astrazioni di fatti; ai nostri occhi le idee non hanno
una propria esistenza. Ecco perché talvolta rimaniamo così scottati quando tocchiamo
certe idee. Per noi i «fatti», che non esistono, sono reali, e le idee, che sole esistono,
sono irreali.
La psicologia antica e quella medioevale compresero meglio la posizione della mente
umana in rapporto alle idee. Capirono che la mente non poteva trattare con le idee in
un giusto modo finché non le fosse chiara la loro realtà.
E inoltre, la vecchia psicologia comprese che la mente era incapace di ricevere idee di
specie differenti simultaneamente, o comunque senza un preciso ordine; non poteva
passare, cioè senza preparazione, da idee di un certo ordine a idee di un altro ordine.
Comprese il pericolo di un rapporto così irregolare e disordinato con le idee. La
domanda è: in cosa consiste la preparazione? Di cosa parlano le allegorie dei Misteri e
dei rituali magici?
Prima di tutto, parlano della necessità di una adeguata conoscenza per ogni ordine di
idee, poiché vi sono cose che non possono essere approcciate senza una conoscenza
preliminare.
In altri campi noi capiamo perfettamente questo. È impossibile, senza un'adeguata
conoscenza, manovrare una macchina complicata; è impossibile, senza conoscenza ed
esercizio, condurre una locomotiva; è impossibile senza saperne nulla dei dettagli,
toccare le varie parti di una macchina elettrica ad alto voltaggio.
Ad un uomo viene mostrata una macchina elettrica: gliene vengono spiegate le parti e
gli viene detto: «Se tocchi questa o quella parte muori». E chiunque lo comprende e
capisce che per conoscere la macchina è necessario imparare una grossa quantità di
nozioni e per lungo tempo. E ognuno capisce anche che macchine di tipo differente
richiedono una differente conoscenza e che, avendo imparato a lavorare con una
macchina di un certo tipo, non si diventa capaci di manovrare tutti i tipi di macchine.
Un'idea è una macchina di enorme potenza.
Ma questo è esattamente quello che il pensiero moderno non comprende.
Ogni idea è una complicata e delicata macchina. Per sapere come manovrarla, è
necessario innanzitutto possedere una gran quantità di conoscenza puramente teorica
e, comunque, una grossa esperienza e un addestramento pratico. L'incauto trattamento
di una idea può produrre l'esplosione di questa idea; un fuoco inizia, l'idea brucia e
consuma ogni cosa attorno a sé.
Dal punto di vista di una comprensione moderna, l'intero pericolo è confinato al
ragionamento errato, e lì finisce. In realtà, comunque, questo è lontano dall'essere la
fine del problema. Un solo errore nel ragionare conduce ad un'intera serie di altri errori.
E alcune idee sono così potenti, contengono un tale quantitativo di energia nascosta,
che una deduzione, giusta o sbagliata, da esse produrrà enormi risultati. Vi sono idee
che raggiungono i più intimi recessi dell'animo umano e che, una volta che vi si sono
posate, lasciano una traccia eterna. Inoltre, se l'idea è presa nel modo sbagliato, lascia
una traccia erronea, conducendo un uomo fuori strada e avvelenando la sua vita.
Un'idea del superuomo ricevuta in modo sbagliato agisce esattamente in questo modo.
Distacca l'uomo dalla vita, semina profonda discordia nel suo animo e, non dandogli
nulla, lo priva di quel che aveva. Non è colpa dell'idea in sé stessa, ma un approccio
sbagliato nei suoi confronti.
In cosa, allora, deve consistere un giusto approccio?
Poiché l'idea del superuomo ha punti di contatto con il problema del tempo e con l'idea
dell'infinito, non è possibile entrare in contatto con l'idea del superuomo senza aver
chiarificato i mezzi di approccio al problema del tempo e all'idea dell'infinito. Il
problema del tempo e l'idea dell'infinito contengono le leggi di azione della macchina.
Senza conoscere queste leggi un uomo non saprà che effetto si produrrà quando
toccherà la macchina, quando avrà spinto una leva o un'altra.
Il problema del tempo è il più grande enigma che l'umanità abbia mai cercato di
risolvere. La rivelazione religiosa, il pensiero filosofico, l'investigazione scientifica e
la conoscenza occulta, tutti convergono su un punto; cioè il problema del tempo, e tutti
alla stessa visione di esso.
Il tempo non esiste! Non esiste una perpetua apparizione e sparizione dei fenomeni, né
una fontana dall'incessante flusso di eventi sempre apparenti e sempre scomparenti.
Tutto esiste sempre! C'è soltanto un solo eterno presente, l'Eterno Presente, che la
debole e limitata mente umana non può né afferrare né concepire.
Ma l'idea dell'Eterno Presente non è affatto l'idea di una fredda e spietata
predeterminazione di ogni cosa, di un'esatta e infallibile pre-esistenza. Sarebbe
piuttosto errato affermare che se tutto già esiste, se il lontano futuro esiste ora, se le
nostre azioni, i nostri pensieri e sentimenti sono esistiti per dieci, cento e mille anni e
continueranno ad esistere per sempre, significa che non vi è vita, movimento, crescita
o evoluzione.
La gente dice e pensa questo perché non comprende l'infinito e vuole misurare
l'incommensurabile profondità dell'eternità con la sua debole e limitata finita mente.
Naturalmente è destinata ad arrivare alla più disperata di tutte le possibili soluzioni del
problema. Tutto è, nulla può cambiare, tutto esiste in anticipo ed eternamente. Tutto è
morto e inamovibile in forme congelate all'interno delle quali batte la nostra coscienza,
che ha creato per sé stessa l'illusione del movimento da ogni cosa attorno a sé, un
movimento che in realtà non esiste.
Ma anche una tale debole e relativa comprensione dell'idea di infinito come è possibile
per il limitato intelletto umano, sempre che si sviluppi lungo giuste linee, è sufficiente
a distruggere «questo mesto fantasma di disperata immobilità».
Il mondo è un mondo di infinite possibilità.
La nostra mente segue lo sviluppo delle possibilità sempre e soltanto in una direzione.
Ma infatti ogni momento contiene un numero di possibilità molto elevato. E tutte
queste possibilità sono attualizzate, solo che noi non le vediamo e non le conosciamo.
Noi vediamo sempre una sola delle attualizzazioni, e in questo risiede la povertà e la
limitazione della mente umana.
Ma se noi proviamo ad immaginare l'attualizzazione di tutte le possibilità del momento
presente, poi quelle del momento successivo, e così via, sentiremo il mondo crescere
infinitamente, moltiplicandosi senza sosta da sé stesso e divenendo
incommensurabilmente ricco e completamente dissimile dal piatto e limitato mondo
che ci siamo raffigurato fino ad ora.
Avendo immaginato questa infinita varietà sentiremo un «sapore» d'infinito per un
momento e comprenderemo quale infinita ricchezza di tempo procedente in tutte le
direzioni sia necessaria per l'attualizzazione di tutte le possibilità che sorgono ogni
momento. E comprenderemo che proprio l'idea della comparsa e della scomparsa delle
possibilità è creata dalla mente umana, perché altrimenti essa brucerebbe e perirebbe
dal solo e singolo contatto con l'infinita attualizzazione. Simultaneamente a questo
sentiremo l'irrealtà di tutte le nostre pessimistiche deduzioni se comparate con la vastità
di inspiegabili orizzonti. Sentiremo che il mondo è così infinitamente grande che il
pensiero dell'esistenza di qualunque limite in esso, il pensiero che vi sia qualsiasi cosa
che non possa essere contenuta all'interno di esso ci apparirà ridicola.
Dove, allora, dobbiamo rivolgerei per cercare la vera comprensione del «tempo» e
dell'«infinito»? Ove cercare questa infinita estensione in tutte le direzioni da ogni
momento? Quale via conduce ad essa? Quali vie conducono al futuro che esiste ora?
Ove trovare giusti metodi di trattare con esso. Dove trovare giusti metodi per trattare
l'idea del superuomo? Queste sono domande alle quali il pensiero moderno non dà
risposta.
Ma il pensiero umano non è mai stato così impotente di fronte a questi problemi. Sono
esistiti ed esistono altri tentativi per risolvere gli enigmi della vita.
L'idea del superuomo appartiene al «cerchio interno». Le antiche religioni e i miti
sempre descrissero, nell'immagine del superuomo, l'«Io» superiore dell'uomo, la
coscienza umana. L'«Io» superiore, o coscienza superiore, è stato sempre rappresentato
come nettamente separato dall'uomo comune ma, in un certo senso, vivente all'interno
dell'uomo.
Dipendeva dall'uomo stesso condursi più vicino a questo essere, divenire come lui, o
porsi lontano da esso, o perfino rompere con esso completamente.
Molto spesso l'immagine del superuomo come essere appartenente al futuro remoto o
all'Età dell'Oro o al presente mitico, simbolizzava questo essere interiore, l'«Io»
superiore, il superuomo nel passato, nel presente e nel futuro.
Cosa fosse simbolo e cosa realtà dipendeva dal modo di pensare del particolare uomo
in questione. La gente che era incline a considerare l'esterno come oggettivamente
esistente considerava l'interno come simbolo dell'esterno. La gente che comprendeva
in modo differente, e sapeva che l'esterno non rappresentava l'oggettivo, considerava i
fatti esterni come simboli di possibilità del mondo interiore.
Ma in realtà l'idea del superuomo non è mai esistita separata dall'idea della coscienza
superiore.
Il mondo antico non fu mai superficialmente materialistico. seppe sempre come
penetrare le profondità di un'idea e come trovare in essa non soltanto un solo
significato, ma molti. n mondo di oggi, avendo reso l'idea del superuomo concreta in
un solo senso, l'ha privata della sua forza interna e della sua freschezza. n superuomo
come nuova specie zoologica è soprattutto tedioso. È concepibile e ammissibile
soltanto come «coscienza superiore».
Che cos'è la coscienza superiore?
Qui, comunque, è necessario notare che ogni divisione in «superiore» ed «inferiore»,
come per esempio la divisione in matematica superiore e inferiore, è sempre artificiale.
In realtà, naturalmente, l'inferiore non è altro che una limitata concezione dell'intero, e
il superiore è una più larga e meno limitata concezione di esso. In rapporto alla
coscienza, questa questione di «superiore» ed «inferiore» sta nei seguenti termini: la
coscienza inferiore è una limitata autocoscienza dell'intero, mentre la coscienza
superiore è una totale autocoscienza.
Tu hai fatto la tua strada dal verme all'uomo, e molto è ancora in te del verme. Un
tempo foste formiche, e perciò l'uomo è più di una formica di ognuna delle formiche
(Così Parlò Zarathustra).
Naturalmente queste parole di Zarathustra non hanno nulla a che fare con la «teoria di
Darwin». Nietzsche parlava della discordia nell'animo dell'uomo, della lotta tra passato
e futuro. Egli comprese la tragedia, che risiede nel fatto che nel suo animo vivono
simultaneamente un verme, una formica e un uomo.
In che rapporto, allora, sta una tale comprensione dell'idea del superuomo con il
problema del tempo e con l'idea dell'infinito? E dove cercare il «tempo» e l'«infinito»?
Sempre nell'animo umano, è la risposta degli antichi insegnamenti. Tutto è dentro
l'uomo, e non vi è nulla al di fuori di lui.
Come può essere compreso questo?
Il tempo non è una condizione dell'esistenza dell'universo, ma soltanto una condizione
della percezione del mondo del nostro apparato psichico, che impone nel mondo
condizioni di tempo, altrimenti l'apparato psichico sarebbe incapace a concepirlo.
Il pensiero occidentale, almeno la parte evolvente di esso, quella parte che non
costruisce alcuna barriera dogmatica per sé stessa, trova anche «ulteriori possibilità di
studiare i problemi del tempo nel passare a questioni di psicologia» (Minkovsky).
Il «passare a questioni di psicologia» in problemi di spazio e di tempo, della cui
necessità parla Minkovsky, significherebbe per la scienza naturale l'accettazione
dell'affermazione di Kant che lo spazio e il tempo non sono altro che forme del nostro
senso percettivo e si originano nel nostro apparato psichico.
Noi siamo, comunque, incapaci di concepire l'infinito senza rapporto allo spazio e al
tempo. Perciò, se lo spazio e il tempo sono forme della nostra percezione e giacciono
nel nostro animo, ne consegue che le radici dell'infinito devono essere piantate anche
dentro di noi, all'interno del nostro animo. E potremmo forse definirle come un'infinita
possibilità dell'espansione della nostra coscienza.
Le profondità nascoste all'interno della coscienza umana furono ben comprese da
filosofi-mistici il cui pensiero era strettamente connesso con sistemi paralleli di
filosofia Ermetica, alchimia, Cabala e altro.
«L'uomo contiene in sé stesso il paradiso e l'inferno», essi dicevano; e le loro
rappresentazioni dell'uomo spesso lo mostravano con le diverse facce di Dio ed i mondi
di «luce e oscurità» in lui. Essi affermavano che penetrando all'interno delle profondità
di sé stesso, l'uomo può trovare ogni cosa, ottenere ogni cosa. E quel che raggiungerà
dipende da quel che cerca e da come cerca.
Ed essi non comprendevano questo come un'allegoria. L'animo umano realmente
appariva loro come una finestra o come diverse finestre che guardano all'infinito. E
l'uomo della vita comune appariva loro come vivente, e lo era, sulla superficie di sé
stesso, ignorante e perfino inconscio di ciò che giace nelle sue profondità.
Se pensa all'infinito, lo concepisce esterno a lui. In realtà l'infinito è dentro di lui. E
penetrando coscientemente all'interno della sua anima l'uomo può trovare l'infinito
dentro sé stesso, può entrare in contatto con esso ed entrare in esso.
Gichtel, un mistico del XVll secolo, dà un disegno dell'«uomo perfetto» nel suo
notevole libro Theosophia Practica.
L'uomo perfetto è l'Adamo Kadmon Cabalistico, cioè l'umanità o il genere umano, del
quale l'uomo individuale è una copia.
Il disegno rappresenta la figura di un uomo sulla testa del quale (proprio sulla fronte)
è mostrato lo Spirito Santo; nel cuore, Gesù, nel «plesso solare», Jehovah. La parte
superiore del suo torace con gli organi della respirazione (e probabilmente con gli
organi della parola) contiene la «Saggezza» o lo «Specchio di Dio», e la parte inferiore
del corpo con i suoi organi contiene il «Mondo Oscuro» o le «Radici dell'Anima nel
Centro dell'Universo».
Fig. 3 - L'Uomo Perfetto di Gichtel
Poi questo disegno rappresenta nell'uomo cinque vie verso l'infinito. L'uomo può
sceglierne una; e ciò che troverà dipende dalla sua direzione, cioè da quale via
intraprende.
L'uomo è diventato così terreno ed esterno, dice Gichtel, che cerca lontano, al di là del
cielo stellato, nella superiore eternità ciò che è proprio vicino a lui, nel centro interiore
della sua anima.
Quando l'anima inizia a lottare per distaccare la sua volontà dalla costellazione esterna
ed abbandona ogni cosa visibile per rivolgersi a Dio, al suo Centro, questo richiede un
lavoro disperato.
Più l'anima penetra all'interno di sé stessa, più vicino raggiunge Dio, fino a che
finalmente si ferma dinanzi alla Santissima Trinità. Allora essa ha raggiunto una
profonda conoscenza (5).
Una tale comprensione interiore dell'idea dell'infinito è molto più vera e profonda della
sua comprensione esterna, ed offre un più corretto approccio all'idea del superuomo,
una più chiara comprensione di essa. Se l'infinito giace nell'animo dell'uomo e se egli
è capace di entrare in un contatto con esso penetrando all'interno di sé stesso, ciò
significa che il «futuro» e il «superuomo» sono nel suo animo, e che egli può trovarli
dentro sé stesso se li cerca nel giusto modo.
La particolarità e la caratteristica distintiva delle idee del mondo «reale», cioè del
mondo così com’è, è che, alla luce del materialismo, esse appaiono assurde. Questa è
una condizione necessaria. Ma questa condizione e la sua necessità non sono mai
comprese correttamente, e questo accade perché le idee del «mondo a molte
dimensioni» spesso produce sulla gente un tale effetto da incubo.
Il superuomo è una delle possibilità che giacciono nelle profondità dell'animo umano.
Sta all'uomo stesso portare questa idea più in superficie oppure portarla lontano. La
vicinanza o la lontananza del superuomo dall'uomo non risiede nel tempo, ma
nell'atteggiamento umano verso l'idea, e non solo in un'attitudine mentale, ma in un
rapporto attivo e pratico con essa. L'uomo è separato dal superuomo non dal tempo,
ma dal fatto che non è preparato a ricevere il superuomo. II tempo, nella sua interezza,
risiede all'interno dell'uomo stesso. Il tempo è l'ostacolo interiore per una diretta
sensazione di una cosa o di un'altra, e non è nient'altro.
La costruzione del futuro, il servire il futuro non sono che simboli, simboli
dell'atteggiamento dell'uomo verso sé stesso, nei confronti del proprio presente. È
chiaro che se viene accettata questa visione, e si riconosce che tutto il futuro è
contenuto all'interno dell'uomo stesso, sarà ingenuo chiedere: che cosa ho a che fare io
con il superuomo?
(5)
J. G. Gichtel, Theosophia Practica (1696), Pubblicato nella Biblioteca Ermetica delle Edizioni Mediterranee.
È evidente che l'uomo ha a che fare con il superuomo, perché il superuomo è l'uomo
stesso.
Eppure la visione del superuomo come l'«Io» superiore dell'uomo, come qualcosa
all'interno di lui stesso, non contiene tutta la comprensione possibile.
La conoscenza del mondo così com'è è qualcosa di più sottile e più complesso; non
richiede alcuna negazione dell'esistenza esteriore del fenomeno in questione. Ma
l'aspetto esteriore del fenomeno è conosciuto, in questo caso, dall'uomo, nella sua
relazione con l'aspetto interiore. Inoltre, la caratteristica distintiva della giusta
conoscenza è l'assenza di ogni negazione in essa, specialmente l'assenza della
negazione di una visione opposta. La conoscenza «reale», cioè multidimensionale e
completa, differisce dalla conoscenza materiale o logica (cioè irreale) soprattutto nel
suo non includere la visione opposta. La vera conoscenza comprende in sé tutte le
visioni contraddittorie, naturalmente dopo averle svestite preliminarmente di tutte le
complicazioni artificiali e le interpretazioni superstiziose. Si deve comprendere che
l'assenza della negazione dell'opposto non significa la necessaria accettazione del falso,
dell'illusorio e del superstizioso. La conoscenza è una corretta separazione del reale dal
falso, e questo viene ottenuto non per mezzo della negazione, ma per mezzo
dell'inclusione. La verità include tutto in sé stessa, e ciò che non può entrarvi mostra
con questo stesso fatto la sua falsità e la sua scorrettezza.
Nella verità vi sono antitesi; una visione non esclude l'altra.
Perciò, in relazione all'idea del superuomo, è vera soltanto questa comprensione che
include entrambe le visioni, l'esteriore e l'interiore.
Non abbiamo elementi, però, per negare la possibilità di un reale superuomo vivente
nel passato, o nel presente, o nel futuro. Contemporaneamente dobbiamo riconoscere
nel nostro mondo interiore la presenza dei semi di qualcosa di superiore di quello con
cui viviamo comunemente, e dobbiamo riconoscere la possibilità del germoglio di
questi semi e la loro manifestazione in forme momentaneamente incomprensibili per
noi.
Il superuomo nel passato o nel futuro non è in contraddizione con la possibilità di una
coscienza superiore nell'uomo che vive adesso. Al contrario, l'uno rivela l'altro.
Gli uomini consci del superuomo dentro di loro, consci della rivelazione di nuove forze
dentro di loro, diventano, in virtù di questo fatto, connessi con l'idea del superuomo nel
passato o nel futuro. E gli uomini che cercano un reale superuomo vivente nel presente
rivelano perciò un principio superiore nelle loro anime.
L'idea del superuomo è difficile da comprendere e perciò pericolosa, poiché rende
necessaria la conoscenza di come accordare due visioni opposte. Un solo aspetto
esteriore o un solo aspetto interiore non possono soddisfare l'uomo.
E ognuno di questi aspetti è sbagliato a suo modo. Ognuno di essi è, a suo modo, una
distorsione dell'idea. E in una forma distorta questa idea diventa il suo opposto e non
solo non eleva l'uomo, ma al contrario lo spinge verso pessimistiche negazioni, o lo
conduce al passivo «non-fare», ad uno stop.
La disillusione della vita, e degli scopi della vita, quando nasce dall'idea del
superuomo, proviene da una comprensione errata di essa, soprattutto dalla sensazione
della lontananza e dell'inaccessibilità del superuomo nella vita esteriore.
D'altro canto, una comprensione esclusivamente interiore dell'idea del superuomo
comunque distacca l'uomo dalla vita e rende ogni attività inutile e non necessaria ai
suoi occhi. Se il superuomo è dentro di me, se è necessario soltanto scendere
profondamente in me stesso per trovarlo, a cosa servono tutti i tentativi di fare qualcosa
o di trovarlo al di fuori di me?
Queste sono le due rocce sommerse che giacciono nelle profondità dell'idea del
superuomo.
L'uomo trova il superuomo dentro di sé quando inizia a cercarlo al di fuori, e può
trovare il superuomo al di fuori di sé quando ha iniziato a cercarlo dentro sé stesso.
A vendo compreso e visualizzato l'immagine del superuomo per quello che lui è,
l'uomo può ricostruire la sua intera vita in modo tale da non contraddire questa
immagine ... se può. Questo rivelerà l'idea del superuomo nel suo animo.
Un approccio intellettuale con l'idea del superuomo è possibile soltanto dopo un
allenamento molto lungo e persistente della mente. L'abilità nel pensare è il primo
livello necessario d'iniziazione, che assicura una certa sicurezza nell'avvicinarsi a
questa idea. Cosa significa essere capaci di pensare? Significa essere capaci di pensare
differentemente dal modo in cui siamo abituati a pensare, vale a dire, concepire il
mondo in nuove categorie. Abbiamo semplificato troppo la nostra concezione del
mondo, ci siamo abituati a raffigurarcelo troppo uniforme, e dobbiamo ora imparare
nuovamente a comprenderne la sua complessità. Per fare questo è necessario
comprendere ancora, e comprendere ancora in un nuovo modo, che noi non sappiamo
assolutamente cosa sia l'uomo, e realizzare che l'uomo è indubbiamente qualcosa di
molto differente da ciò che pensiamo che sia.
Nei nostri cuori conosciamo molto bene certe cose; ma non possiamo mai concentrarci
su di esse. Comprendiamo un certo ciclo di idee, ma viviamo in un altro ciclo di idee.
La vita gira attorno a noi, e noi giriamo con essa, e attorno a noi girano le nostre ombre.
Nulla è fuori di noi. Ma ce ne dimentichiamo ad ogni momento (Così Parlò
Zarathustra).
Nelle leggende ebree del Talmud vi è una sensazionale storia su Mosè che contiene
l'intera idea dell'evoluzione dell'uomo nel vero senso della parola.

IL RITRATTO DI MOSÈ (6)

Tutto il mondo fu scosso e affascinato dal miracolo dell'Esodo. Il nome di Mosè era
sulle labbra di tutti. Notizie del grande miracolo raggiunsero anche il saggio re
dell'Arabistan. Il re convocò presso di lui il suo miglior pittore e gli ordinò di andare
da Mosè, di dipingere il suo ritratto e di riportarlo a lui.
Quando il pittore ritornò il re riunì assieme tutti i saggi, esperti nella scienza della
fisiognomica, e chiese loro di definire, dal ritratto, il carattere di Mosè, le sue qualità,
inclinazioni, abitudini e la fonte del suo miracoloso potere.
«Re», risposero i saggi, «questo è il ritratto di un uomo crudele, altero, avido di
guadagnare, posseduto dal desiderio del potere e da tutti i vizi che esistono nel mondo».
Queste parole causarono l'indignazione del re.
«Come è possibile», esclamò, «che un uomo le cui meravigliose azioni risuonano in
tutto il mondo possa essere di tal genere?».
Iniziò una disputa tra il pittore e i saggi. Il pittore affermava che il ritratto di Mosè era
stato da lui dipinto molto accuratamente, mentre i saggi asserivano che il carattere di
Mosè era stato determinato da loro in modo infallibile secondo il ritratto.
Il saggio re dell'Arabistan decise di verificare quale delle parti disputanti avesse
ragione, e si recò personalmente per il campo di Israele.
Fin dalla prima occhiata il re si convinse che il volto di Mosè era stato ritratto senza
fallo dal pittore. Nell'entrare nella tenda dell'uomo di Dio, egli si inginocchiò, si prostrò
a terra e raccontò a Mosè della disputa tra l'artista e i saggi.
«Inizialmente, finché non ho visto il tuo volto», disse il re, «pensavo che l'artista avesse
dipinto malamente l'immagine, poiché i miei saggi sono uomini molto esperti nella
scienza della fisiognomica. Ora mi sono convinto che sono proprio uomini senza alcun
valore, e che la loro saggezza è vana e di poco valore».
(6)
Agada, leggende, parabole, e detti dal Talmud e i Midrashim, in quattro parti. Compilato da fonti originali da I.H.
Ravnitsky e H.JIJ. Bialik. Traduzione autorizzata in Russo con introduzione di S.G. Frug. Pubblicato da S.D. Saltsman,
Berlino, Parte l, p. 104.
«No», rispose Mosè, «non è così; sia il pittore che i fisionomisti sono uomini altamente
dotati, ed entrambe le parti hanno ragione. Sappi che tutti i vizi dei quali i saggi hanno
parlato sono stati effettivamente assegnati a me dalla natura e forse anche ad un grado
superiore di quanto loro hanno ricavato dal mio ritratto. Ma io ho lottato con i miei vizi
con lunghi ed intensi sforzi di volontà e gradualmente li ho vinti e soppressi in me
finché tutto il loro opposto è diventato la tua seconda natura. E in questo risiede il tuo
più grande orgoglio».

1911 - 1929
Capitolo IV
CRISTIANESIMO E NUOVO TESTAMENTO
L'idea dell'esoterismo occupa un posto molto importante negli insegnamenti Cristiani
e nel Nuovo Testamento se questi ultimi sono propriamente compresi.
Ma allo scopo di comprenderli entrambi, sia l'uno sia l'altro, è prima di tutto necessario
separare distintamente ciò che si riferisce all'esoterismo (o più esattamente, ciò in cui
l'idea esoterica occupa il posto più importante) e ciò che non si riferisce all'esoterismo,
cioè che non segue l'idea esoterica.
Nel Nuovo Testamento l'idea esoterica occupa il posto più importante nei quattro
Vangeli, Lo stesso può essere detto per la Rivelazione di San Giovanni.
Ma con l'eccezione di numerosi passaggi, le idee esoteriche nell'Apocalisse sono
«cifrate» ancora più che nei Vangeli e nelle loro parti cifrate che non rientrano nei
seguenti esami.
Gli Atti e le Epistole sono lavori di una gravità specifica molto differente dai quattro
Vangeli. In essi si incontrano idee esoteriche, ma queste idee non occupano un posto
predominante, e gli stessi potrebbero esistere senza queste idee.
I quattro Vangeli sono scritti per pochi, per gli allievi delle scuole esoteriche. Per
quanto intelligente ed educato in modo ordinario un uomo possa essere, egli non capirà
i V angeli senza speciali indicazioni e senza una speciale conoscenza esoterica.
Allo stesso tempo è necessario notare che i quattro Vangeli sono l'unica fonte grazie
alla quale conosciamo Cristo e i suoi insegnamenti.
Gli Atti e le Epistole degli Apostoli aggiungono numerose caratteristiche essenziali,
ma introducono anche molti elementi che non esistono nei Vangeli e che contraddicono
i Vangeli stessi. In ogni caso dalle Epistole non sarebbe possibile ricostruire sia la
persona di Cristo, sia il dramma del Vangelo, o l'essenza dell'insegnamento del
Vangelo.
Le Epistole degli Apostoli, e specialmente le Epistole dell'Apostolo Paolo, sono le
fondamenta della Chiesa. Esse sono l'adattamento delle idee dei Vangeli, la
materializzazione di esse, l'applicazione di esse alla vita, molto spesso un'applicazione
che va contro l'idea esoterica.
L'aggiunta degli Atti e delle Epistole ai quattro Vangeli nel Nuovo Testamento ha un
duplice significato. Primo (dal punto di vista della Chiesa) dà la possibilità alla Chiesa,
la quale in effetti ha origine dalle Epistole, di stabilire una connessione con i Vangeli
e con il «dramma di Cristo». E, secondo (dal punto di vista dell'esoterismo), dà la
possibilità ad alcuni uomini che cominciano con il Cristianesimo della Chiesa, ma sono
capaci di comprendere l'idea esoterica, di entrare in contatto con la prima fonte e forse
di riuscire a trovare la verità nascosta.
Storicamente, il ruolo principale nella formazione del Cristianesimo fu svolto non
dall'insegnamento di Cristo ma da quello di Paolo. n Cristianesimo della Chiesa sin
dagli inizi ha contraddetto sotto molti aspetti le idee di Cristo stesso. Successivamente,
la divergenza divenne ancora più ampia. È ben lungi dall'essere una nuova idea che
Cristo, se fosse nato sulla terra successivamente, non solo non potrebbe essere il capo
della Chiesa Cristiana, ma probabilmente non sarebbe capace neanche di appartenervi,
e nei periodi più fulgidi della forza e del potere della Chiesa sarebbe stato dichiarato
molto probabilmente un eretico e bruciato sul rogo. Anche ai nostri tempi più
illuminati, quando le Chiese Cristiane, se non hanno perso le loro caratteristiche anti-
Cristiane, hanno in ogni caso cominciato a dissimularle, Cristo avrebbe potuto vivere
senza soffrire le persecuzioni degli «scribi e dei Farisei» standosene forse
semplicemente da qualche parte in un eremo russo.
Quindi il Nuovo Testamento, ed anche l'insegnamento Cristiano, non possono essere
considerati come un tutt'uno. Deve essere ricordato che culti successivi deviano
nettamente dall'insegnamento fondamentale di Cristo stesso, che in primo luogo non è
mai un culto.
Inoltre, è certamente impossibile parlare di «paesi Cristiani», «nazioni Cristiane»,
«culture Cristiane». In realtà tutti questi concetti hanno solo un significato storico-
geografico.
Sulle basi delle asserzioni fatte sopra, parlando del Nuovo Testamento dovrei d'ora in
poi considerare solo i quattro Vangeli e in due o tre occasioni l'Apocalisse.
E parlando del Cristianesimo o dell'insegnamento Cristiano (o del Vangelo), dovrei
tenere presente solo l'insegnamento che è contenuto nei quattro Vangeli. Tutte le
successive aggiunte, basate sulle Epistole degli Apostoli, sulle decisioni dei consigli,
sulle opere dei Padri della Chiesa, sulle visioni dei mistici e sulle idee dei riformatori,
non sono incluse entro i limiti della mia materia.
Il Nuovo Testamento è un libro molto strano. È scritto per coloro che hanno un certo
grado di comprensione, per coloro che posseggono una chiave.
È un grande sbaglio pensare che il Nuovo Testamento sia un libro semplice, e che sia
intelligibile per i semplici e gli umili. È impossibile leggerlo semplicemente così come
è impossibile leggere semplicemente un libro di matematica, pieno di formule,
espressioni speciali, riferimenti aperti e nascosti a letteratura matematica, allusione a
differenti teorie note solo agli «iniziati» e così via.
Allo stesso tempo vi sono nel Nuovo Testamento dei numeri di passi che possono
essere compresi emozionalmente, vale a dire, che possono produrre una certa
impressione emotiva, differente per differenti persone, o anche per lo stesso uomo in
differenti momenti della sua vita. Ma è certamente sbagliato pensare che queste
impressioni emotive esauriscano l'intero contenuto dei Vangeli. Ogni frase, ogni parola
contengono idee nascoste, ed è solo quando uno comincia a portare queste idee
nascoste alla luce, che il potere di questo libro e la sua influenza sulla gente, che è
durata per duemila anni, diventano chiari.
È sorprendente come dall'attitudine verso il Nuovo Testamento, dal modo in cui lo
legge, da ciò che egli ne comprende, da ciò che da esso deduce, ogni uomo mostri sé
stesso. Il Nuovo Testamento è un esame generale per l'intera umanità. Al giorno d'oggi
nei paesi istruiti tutti conoscono il Nuovo Testamento; per questo non è necessario
essere ufficialmente un Cristiano. Una certa conoscenza del Nuovo Testamento e del
Cristianesimo entra a far parte dell'educazione generale. E ogni uomo, dal modo in cui
legge il Nuovo Testamento, da ciò che ne trae, da ciò che non riesce a trame, persino
dal fatto che non lo legge neanche, mostra la propria evoluzione e il proprio stato
interiore.
In ognuno dei quattro Vangeli vi sono molte cose consciamente meditate e basate su
una grande conoscenza e su una profonda comprensione dell'animo umano. Certi passi
sono scritti con il calcolo preciso che un uomo dovrebbe comprenderli in un modo, un
altro in un altro modo ed un terzo in un terzo modo, e che questi uomini non dovrebbero
mai essere capaci di essere d'accordo su ciò che riguarda l'interpretazione e la
comprensione di ciò che hanno letto; e che allo stesso tempo dovrebbero essere
egualmente in torto, e il vero significato consiste in qualcosa che mai verrebbe loro in
mente di loro stessi.
Una mera analisi letteraria dello stile e del contenuto dei quattro Vangeli mostra
l'immenso potere di queste narrazioni. Essi furono scritti coscientemente per uno scopo
deciso da uomini che conoscevano più di quanto abbiano scritto. I Vangeli ci parlano
in modo diretto ed esatto dell'esistenza del pensiero esoterico, e sono in loro stessi una
delle principali evidenze letterarie dell'esistenza di questo pensiero.
Quale significato e quale scopo ha un simile libro se presumiamo che è stato scritto
coscientemente? Probabilmente non uno ma molti scopi, ma prima di tutto,
indiscutibilmente, lo scopo di mostrare all'uomo che c'è solo un modo verso la
conoscenza nascosta, se desidera ed è capace di andare per quella strada. Per parlare
più precisamente, questo scopo potrebbe essere di mostrare la strada a coloro che sono
adatti ad essa, e nel mostrarla fare una selezione di quelli che sono idonei, per dividere
le persone in adatte e non adatte, da questo punto di vista.
La dottrina Cristiana è una religione molto rigorosa, infinitamente più lontana dal
Cristianesimo sentimentale creato dai predicatori moderni.
Fra tutte le dottrine, nel suo vero significato, si trova l'idea che il «Regno dei Cieli»,
qualsiasi cosa queste parole significhino, appartiene a pochi. così angusto è il cancello
e stretta è la strada, e solo pochi possono passarvi attraverso e quindi ottenere la
«salvezza», e coloro che non vanno sono solo paglia che sarà bruciata.
Già la scure è posta alla radice degli alberi, ed ogni albero che non ha buon frutto sarà
tagliato e gettato nel fuoco.
Egli tiene nella sua mano il ventilabro per purificare bene la sua aia e raccogliere il
frumento nel suo granaio mentre brucerà la pula con un fuoco in estinguibile. (Matt. 3.
10, 12).
L'idea dell'esclusività e difficoltà della «salvezza» è così definita e così spesso
enfatizzata nei Vangeli. che tutte le menzogne e le ipocrisie del Cristianesimo moderno
sono di fatto necessarie per dimenticarla ed attribuire a Cristo l'idea sentimentale di
salvezza generale. Queste idee sono tanto lontane dal vero Cristianesimo quanto il
ruolo di riformatore sociale, anche questo attribuito a Cristo, lo è da Cristo.
Sempre lontana dal Cristianesimo è certamente la religione dell'«Inferno e Peccato»
adottata da rigorosi settari di un particolare tipo che sono apparsi in un tempo o in un
altro in tutti i rami del Cristianesimo, ma soprattutto nel Protestantesimo.
Parlando del Nuovo Testamento, è prima dì tutto necessario stabilire le proprie
concezioni, anche se solo approssimativamente, per quanto riguarda le versioni
esistenti del testo e della storia dei Vangeli.
Non c'è alcuna ragione per supporre che i Vangeli siano stati scritti dalle persone a cui
sono attribuiti, cioè i discepoli di Gesù. È una supposizione molto più probabile che
tutti i quattro Vangeli abbiano storie differenti e siano stati scritti molto più tardi di
quanto sia supposto nelle spiegazioni ufficiali della Chiesa. È molto probabile che i
Vangeli siano il risultato del lavoro di molte persone, che forse raccolsero dei
manoscritti che circolavano tra i seguaci degli Apostoli e contenevano testimonianze
degli eventi miracolosi accaduti in Giudea. Ma allo stesso tempo c'è ragione di pensare
che queste raccolte di manoscritti furono redatte da uomini che perseguivano uno scopo
ben definito e che previdero l'enorme diffusione e il significato che il Nuovo
Testamento avrebbe ottenuto.
I Vangeli differiscono molto uno dall'altro. Il primo, che è il Vangelo secondo San
Matteo, può essere considerato come il principale. C'è chi suppone che originariamente
fosse scritto in Aramaico, che è la lingua in cui si ritiene Cristo parlasse, e che fu
tradotto in lingua greca all'incirca alla fine del secolo; però vi sono anche altre
supposizioni, per esempio, che Cristo insegnò agli uomini in Greco, dato che a quel
tempo in Giudea la lingua Greca era parlata tanto quanto l'Aramaico. I Vangeli secondo
San Marco e San Luca furono compilati mediante lo stesso materiale che servì per il
Vangelo secondo San Matteo. Molto probabilmente, secondo le asserzioni di Renan,
entrambi i Vangeli furono scritti in Greco.
Il Vangelo di San Giovanni, che fu scritto successivamente, è completamente diverso.
Inoltre esso fu scritto in Greco e probabilmente da un Greco, certamente non da un
Ebreo. Un altro piccolo punto caratterizzante. In ogni caso dove negli altri Vangeli si
dice «la gente», nel Vangelo secondo San Giovanni si dice «Ebrei».
O per esempio, la seguente spiegazione, la quale non potrebbe essere scritta in nessuna
circostanza da un Ebreo:
Poi presero il corpo di Gesù, e lo legarono con bende di lino insieme con gli aromi,
come è usanza di seppellire presso i Giudei. (Gv.19.40).
Il Vangelo secondo San Giovanni è un lavoro letterario abbastanza eccezionale. È stato
scritto con un tremendo sconvolgimento emotivo. E può produrre un'impressione
completamente inesprimibile su un uomo già di per sé in uno stato altamente emotivo.
Non è possibile leggere il Vangelo secondo San Giovanni intellettualmente.
Vi è molto dell'elemento emotivo anche negli altri Vangeli, ma è possibile
comprenderli con la mente. Il V angelo secondo San Giovanni non può assolutamente
essere compreso con la mente. Si sente in esso un eccitamento emotivo al livello
dell'estasi. In questo stato di eccitamento rapidamente parla o scrive determinate parole
o frasi piene di significato per lui e piene di significato per le persone che si trovano
nel suo stesso stato, ma prive di ogni senso per coloro che ascoltano con un udito
ordinario e pensano con una mente ordinaria. È difficile compiere un simile
esperimento, ma se a qualcuno dovesse capitare di leggere il Vangelo secondo San
Giovanni durante uno stato altamente emotivo, egli capirà cosa vi è detto e capirà che
si tratta di un lavoro veramente eccezionale, che non può essere misurato con canoni
comuni o giudicato sullo stesso livello di quei libri scritti intellettualmente che possono
essere letti e compresi intellettualmente.
Il testo di tutti e quattro i Vangeli in lingua moderna è piuttosto corrotto, ma meno di
quanto ci si possa aspettare. n testo è stato corrotto senza dubbio durante la trascrizione
nei primi secoli e, successivamente, ai nostri tempi, nella traduzione. n testo autentico
originale non è stato preservato, ma se confrontiamo le traduzioni presenti con i testi
antichi esistenti, Greci, Latini e della Chiesa Slava, notiamo una differenza di carattere
ben definito. Le distorsioni e le alterazioni sono simili tra loro. La loro natura
psicologica è sempre la stessa, vale a dire, in ogni caso in cui un'alterazione viene
notata si può vedere che il traduttore o lo scriba non comprese il testo; qualcosa era
troppo difficile, troppo astratto per lui. Così lo corresse leggermente, aggiungendo una
piccola parola, dando in questo modo al testo in questione un chiaro e logico significato
al livello della sua capacità di comprensione.
Questo fatto non lascia il minimo dubbio e può essere verificato nelle traduzioni
successive.
I più antichi testi conosciuti, vale a dire quello Greco e la prima traduzione in Latino,
sono molto più astratti delle traduzioni successive. Molto dei primi testi si trova in
forma di un'idea astratta, che nelle traduzioni seguenti si trasforma in un'immagine
concreta, una figura concreta.
La trasformazione più interessante di questo genere è accaduta con il diavolo. In molti
passi dei Vangeli dove siamo abituati ad incontrarlo, egli è invece completamente
assente nei testi precedenti. Nel Padre Nostro, per esempio, ciò che è entrato a far parte
del pensiero abituale dell'uomo comune, le parole «liberaci dal male» nelle traduzioni
inglesi e tedesche corrispondono ai testi Greci e Latini; ma per la Chiesa Slava e per
quella Russa è: «liberaci dall'infido»; in Francese (in alcune traduzioni): «mais délivre-
nous du malin»; e in Italiano: «liberaci dal male».
La differenza tra la prima traduzione latina e quella successiva redatta da Theodore
Beza (XVI secolo), è molto caratteristica a questo proposito. Nella prima traduzione la
frase è «sed libera nos a malo», nella seconda invece «sed libera nos ab illo improbo»
(dal maligno).
Parlando in generale, l'intera mitologia del Vangelo è stata molto alterata.
«Il Diavolo», che è il «calunniatore» o il «tentatore», era nel testo originale
semplicemente un nome o una descrizione che potrebbe essere applicato a qualsiasi
«calunniatore» o «tentatore».
Ed è possibile supporre che questi nomi fossero spesso usati per designare il visibile,
ingannevole, illusorio, mondo fenomenico, «Maya». Ma siamo troppo sotto l'influenza
della demonologia medioevale. Ed è difficile per noi comprendere che nel Nuovo
Testamento non c'è nessuna idea generale del diavolo.
C'è l'idea del maligno, l'idea della tentazione, l'idea dei demoni, l'idea dello spirito
impuro, l'idea del principe dei demoni; c'è Satana che ha tentato Gesù; ma tutte queste
idee sono separate e distinte l'una dall'altra, sempre allegoriche e molto lontane dalla
concezione medioevale del Diavolo.
Nel quarto capitolo del Vangelo secondo San Matteo, nella scena della tentazione nel
deserto, Cristo dice al diavolo secondo il testo Greco, κυνήγησέ με, «vai dopo di me»
e secondo il testo della Chiesa Slava, «seguimi». Ma nei testi Russi, Inglesi, Francesi
e Italiani è tradotto: «vade retro, Satana». Nel nono verso dopo questo (Matt.4. 19)
Cristo dice ai pescatori, che trova vicino al lago mentre gettano le reti, praticamente le
stesse parole «seguitemi» o «venite dietro di me»; in Greco, κυνήγησέ με.
La somiglianza nel rivolgersi al «diavolo», che ha tentato Gesù, e ai pescatori che Gesù
prende come suoi discepoli e a cui promette di fame «pescatori di uomini», deve avere
un significato preciso. Ma al traduttore questo è certamente sembrato un'assurdità.
Perché Cristo dovrebbe volere che il diavolo lo segua? n risultato fu la famosa frase
«vade retro, Satana». Satana in questo caso rappresenta semplicemente il mondo
visibile, fenomenico, il quale non deve «arretrare» (vade retro) ad ogni costo, ma deve
solo servire il mondo interiore, seguirlo, andargli dietro.
Per un ulteriore esempio di distorsione del testo del Vangelo si possono considerare le
ben conosciute parole a proposito del pane quotidiano - «dacci oggi il nostro pane
quotidiano».
Il fatto è che la qualificazione del pane come, «quotidiano», «quotidien», «daily»,
«tiiglich», non esiste affatto nei testi Greci e Latini. Il testo Greco dice:
τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον;
quello latino:
panem nostrum supersubstantialem da nobis hodie.
La parola Greca σήμερον, (che è tradotta in Latino con la parola supersubstantialis)
secondo la spiegazione di Origene non esisteva nella lingua Greca ed è stata inventata
specialmente per la traduzione del corrispondente termine Aramaico. Ma il testo
Aramaico del Vangelo secondo San Matteo, se mai esistito, non è stato preservato, ed
è impossibile stabilire quale parola è stata tradotta con la parola σήμερον, o
supersubstantialis. In ogni caso questa parola non era «necessario» e neanche
«quotidiano» poiché supersubstantialis significa «super-esistente», «super-
sostanziale»; un'idea sicuramente lontana da «necessario» o «quotidiano». Allo stesso
tempo come possiamo sapere cosa significasse la parola slava «Hacy Hbi» quando è
stata creata? Questa parola molto probabilmente non esisteva in Bulgaro antico, così
come la parola σήμερον, non esisteva in Greco. Il suo significato deve essere stato
cambiato più tardi, ed entrato a far parte della lingua parlata con un senso
completamente differente. All'inizio può darsi significasse supersostanziale, e
successivamente è diventato «necessario per la vita».
La possibilità di tradurre σήμερον, come «necessario» o «quotidiano» è spiegata anche
da un gioco di parole. C'è un tentativo di spiegare la parola σήμερον, derivandola non
da είμαι («essere» ma da πηγαίνω «andare». In questo caso ερχομός significherà
«venendo». Questa traduzione è adottata nella traduzione nuovamente revisionata del
Nuovo Testamento. Ma essa contraddice la prima traduzione Latina, nella quale
troviamo la parola supersubstantialis («super-esistente»), per il cui uso c'era
evidentemente una ragione precisa.
La distorsione del senso nella traduzione, partendo dal fatto che il traduttore non riuscì
a comprendere il profondo significato astratto del passo dato, è specialmente evidente
in un'alterazione del senso, molto caratteristica nella traduzione Francese di un
passaggio nell'Epistola agli Efesini.
... che voi, essendo radicati e fondati nell'amore, possiate comprendere con tutti i Santi,
quale sia la larghezza, la lunghezza, la profondità e l'altezza. (Efesi 3. 17, 18).
Queste strane parole, di indiscutibile origine esoterica, che parlano della cognizione
delle dimensioni dello spazio, certamente non erano comprese dal traduttore, e nella
traduzione Francese egli inserì la piccola parola en che diede il significato:
... et qu'étant enracinés et fondés dans la charité vous puissiez comprendre, avec tous
les saints, quelle en la longueur, la profondeur et la hauteur.
... che voi possiate comprendere, essendo radicati e fondati nell'amore con tutti i santi,
quale ne sia la lunghezza, la larghezza, la profondità e l'altezza.
Gli esempi precedenti mostrano il carattere delle distorsioni dei testi del Vangelo nelle
traduzioni. Ma in generale esse non sono molto importanti.
L'idea che si incontra a volte nelle dottrine occulte moderne, che il testo esistente dei
Vangeli non sia completo e che ci sia (o vi fosse) un altro testo completo, non ha infatti
alcuna base e non sarà presa in considerazione in quanto segue.
Inoltre, studiando il Nuovo Testamento è necessario separare l'elemento leggendario,
il quale è spesso preso a prestito da storie di vita di altri Messia e Profeti, dalla
narrazione della vita stessa di Gesù, e poi separare le leggende e gli eventi in esso
descritte dalla dottrina.
Il «dramma di Cristo» e la sua relazione con i Misteri sono già stati riferiti. Proprio
all'inizio di questo dramma appare la figura enigmatica di Giovanni Battista. I più
oscuri passi del Nuovo Testamento si riferiscono a Giovanni Battista. Vi sono dottrine
che lo considerano come la figura principale dell'intero dramma e relegano Cristo ad
una posizione secondaria. Ma troppo poco è conosciuto in modo preciso di queste
dottrine per far sì che su di esse si possa basare qualcosa, ed inoltre, il dramma che si
svolse in Giudea verrà considerato come il «dramma di Cristo».
Gli eventi in Giudea che si conclusero con la morte di Gesù occupavano un posto molto
piccolo nella vita delle persone di quel tempo. È un fatto molto noto che nessuno,
eccetto gli immediati partecipanti, conoscesse quegli eventi.
Nessuna evidenza storica che Gesù esistesse è ancora presente oltre che nei Vangeli.
La tragedia dei Vangeli acquista il suo significato, la sua importanza e grandezza solo
gradualmente, così come la dottrina di Cristo crebbe e si espanse. In tutto questo una
grande parte è giocata dalle oppressioni e dalle persecuzioni. Ma evidentemente c'era
qualcosa nella tragedia stessa e nella dottrina ad essa associata e dalla quale deriva, che
le distingue entrambe l'una e l'altra dai comuni movimenti settari. Questo qualcosa era
la connessione con i Misteri.
La parte leggendaria introduce nella vita di Cristo molte figure prettamente
convenzionali, e - appunto - lo designa un profeta, un insegnante, o un Messia. Queste
leggende adattate a Cristo sono tratte dalle più svariate fonti.
Ve ne sono di Indiane, Buddhiste e leggende del Vecchio Testamento, ed alcune
caratteristiche prese dai miti Greci.
Il «massacro degli innocenti» e la «fuga in Egitto» sono figure prese dalla vita di Mosè.
L'«Annunciazione», vale a dire l'apparizione dell'angelo che annunciò la venuta della
nascita di Cristo, è una figura dalla vita di Buddha.
Nella storia di Buddha era un bianco elefante che discese dai cieli e annunciò alla
Regina Maya la venuta della nascita del Principe Gautama. Segue poi la figura del
vecchio uomo Simeone il quale attende l'infante Gesù nel tempio dicendo che ora
potrebbe morire dopo aver visto il Salvatore del mondo appena nato - «Lascia ora che
il tuo servo vada in pace». Questo è un episodio interamente preso dalla storia della
vita di Buddha.
Quando Buddha nacque, Asita, un vecchio eremita, discese dall'Himalaya al
Kapilavastu. Venendo a corte, egli fece dei sacrifici ai piedi del bambino. Poi Asita
camminò tre volte attorno al bambino e prendendolo per le mani, riconobbe in lui i 32
segni della Buddhità, che vide con la sua vista interiore aperta (l).
La strana leggenda connessa con Cristo, che per un lungo periodo fu punto di
disaccordo tra le varie scuole e sette nella crescita del Cristianesimo e divenne alla fine
la base delle dottrine dogmatiche di quasi tutti i credi Cristiani, è la leggenda della
nascita di Gesù dalla Vergine Maria direttamente da Dio stesso.
Questa leggenda si presentò più tardi nel testo dei Vangeli.
Cristo si nominò il figlio di Dio o il figlio dell'uomo; parlò continuamente di Dio come
di suo padre; disse che egli e il padre erano uno solo; disse che chiunque gli avesse
obbedito avrebbe obbedito anche a suo padre e così via.
Eppure le parole di Cristo non creano la leggenda; non creano il mito. Esse possono
essere comprese allegoricamente e misticamente nel senso che Cristo si sentiva tutt'uno
con Dio, o si sentiva Dio stesso. E a parte tutto questo, possono essere comprese nel
senso che ogni uomo può diventare il figlio di Dio se obbedisce alla volontà e alle leggi
di Dio.
(l)
Jatakamila di M.M. Higgins, Colombo, 1914, p. 205
Nel Sermone sul Monte, Cristo dice: Beati i fautori di pace, perché saranno chiamati
figli di Dio. (R V. Matteo, 5.9).
E in un altro passo:
Avete udito che fu detto: «Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico». Ma io vi
dico: Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori affinché siate figli del
Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sopra i cattivi e sopra i buoni
e manda la sua pioggia sopra i giusti e sopra gli ingiusti. (R V. Matt.5. 43, 45).
Questa traduzione concorda con le traduzioni Greche, Latine, Francesi e Russe. Nella
Versione Inglese Autorizzata, e anche in quella Tedesca si trova «i figli di Dio» ed «i
figli di vostro Padre». Ma questo è il risultato dell'adattamento del testo del Vangelo
da parte dei teologi per i loro scopi.
Questi testi mostrano che originariamente l'espressione «Figlio di Dio» aveva un
significato completamente diverso da quello datogli successivamente.
Il mito di Cristo come figlio di Dio nel senso letterale fu creato gradualmente durante
numerosi secoli. Ed anche se i Cristiani dogmatici negherebbero sicuramente l'origine
pagana di questa idea, essa è indubbiamente presa dalla mitologia Greca.
In nessun'altra religione vi sono rapporti così precisi tra gli dei e gli uomini come nei
miti Greci. Tutti i semi-dei, Titani ed eroi della Grecia, erano sempre diretti figli degli
dei. In India gli dei stessi si incarnavano nei mortali, o discendevano sulla terra e
assumevano a volte la forma di uomini o di animali.
Ma considerare grandi uomini come figli degli dei è un modo di pensare prettamente
greco (che successivamente è passato a Roma) a proposito del rapporto tra gli dei e i
loro messaggeri sulla terra. E stranamente, ma è cosi, questa idea dei miti Greci è
passata al Cristianesimo e ne è divenuto il dogma principale.
Nel Cristianesimo dogmatico Cristo è il figlio di Dio esattamente nello stesso senso in
cui Ercole era il figlio di Zeus o come Esculapio era il figlio di Apollo (2).
L'elemento erotico, che nei miti Greci penetra decisamente nell'idea della nascita di
uomini o semi-dei dagli dei, è assente nel mito Cristiano, così come è assente nel mito
della nascita del Principe Gautama.

(2)
Platone era anche chiamato figlio di Apollo. Alessandro il Grande nel Tempio di Giove Ammone fu dichiarato il figlio
di Giove e di conseguenza rinnegò suo padre Filippo di Macedonia e fu riconosciuto dagli Egiziani il figlio di Dio.
Giustino Martire, nella sua «Prima Apologia» rivolgendosi all'imperatore Adriano, scrive: «Il figlio di Dio chiamato Gesù,
anche se solo un uomo di comune generazione, eppure tenendo conto della sua saggezza è degno di essere chiamato figlio
di Dio ... e se noi affermiamo che è nato da una vergine, accetta questo come accetti di Perseo».

(Mysticism and the Creeds, di W.F. Cobb, Macmillan, 1914, p. 144).


Questo fatto è connesso con la caratteristica «negazione del sesso» nel Buddhismo e
nel Cristianesimo, le cui cause sono tuttora lungi dall'essere chiare.
Ma senza dubbio Cristo è divenuto il figlio di Dio secondo l'idea «pagana». A parte
l'influenza dei miti Greci, Cristo è diventato un dio in accordo con l'idea generale dei
Misteri.
La morte del dio e la sua resurrezione erano le idee fondamentali dei Misteri. Al giorno
d'oggi vi sono tentativi di spiegare l'idea della morte del dio nei Misteri come la
sopravvivenza di un'abitudine ancora più antica dell'«uccisione dei re» (The Golden
Bough di Sir J.G. Frazer, Parte III). Queste spiegazioni sono connesse con la tendenza
generale di «evoluzione» pensata per cercare l'origine di complesse e incomprensibili
manifestazioni nelle manifestazioni più semplici, primitive o anche patologiche. Da
tutto ciò che è stato detto precedentemente a proposito dell'esoterismo, tuttavia,
dovrebbe essere chiaro che questa tendenza non porta da nessuna parte e che al
contrario, più semplici e primitive, o anche criminali abitudini, sono solitamente
degenerate forme di sacramenti o riti di natura molto elevata.
Il secondo posto, come importanza, del Cristianesimo «teologico», dopo l'idea della
condizione di figlio e quella di divinità di Cristo, è occupato dall'idea di redenzione e
dal sacrificio di Cristo.
L'idea di redenzione e di sacrificio, che divenne la base del Cristianesimo dogmatico,
appare nel Nuovo Testamento nelle seguenti parole:
Il giorno dopo Giovanni vide venire Gesù e disse: Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il
peccato del mondo. (Gv. 1. 29).
Quindi Gesù era associato con l'agnello pasquale, il quale era un'offerta peccato.
Nei Vangeli quello in cui si parla di più del sacrificio di Cristo è quello di San Giovanni.
Gli altri evangelisti anche fanno dei riferimenti al sacrificio e alla redenzione, per
esempio, nelle parole di Cristo:
Perché lo stesso Figlio dell'uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e per
dare la sua vita in riscatto per molti. (Matt. 20. 28).
Ma tutti questi ed altri simili passi che iniziano con le parole di Giovanni Battista e
finiscono con le parole di Cristo stesso, hanno un significato fortemente allegorico ed
astratto.
L'idea divenne concreta solo nelle Epistole, soprattutto nelle Epistole dell'Apostolo
Paolo. Era necessario spiegare la morte di Gesù ed era necessario spiegare la sua morte
indicando che egli era allo stesso tempo il figlio di Dio e Dio stesso. L'idea dei Misteri
e del «dramma di Cristo» non avrebbe mai potuto diventare patrimonio comune, perché
per la sua spiegazione non vi erano né parole né comprensione, neanche in coloro che
avrebbero dovuto spiegarlo.
Fu necessario trovare un'idea più vicina, più comprensibile che avrebbe dato la
possibilità di spiegare alla folla perché Dio abbia autorizzato gente criminale e senza
valore, a torturarlo e ucciderlo. La spiegazione fu trovata nell'idea di concreta
redenzione. Fu detto che Gesù lo fece per gli uomini, che sacrificando sé stesso, liberò
gli uomini dai loro peccati; successivamente fu aggiunto dal peccato originale, dal
peccato di Adamo.
L'idea del sacrificio che redime era comprensibile agli Ebrei, per questo giocò un
grande ruolo nel Vecchio Testamento in offerte rituali e cerimonie.
Vi era un rito che si eseguiva nel «Giorno dell'Espiazione» quando era sacrificato un
agnello come offerta per i peccati della gente e un altro agnello veniva macchiato con
il sangue dell'agnello ucciso, e portato nel deserto o gettato giù da un precipizio.
L'idea di Dio che sacrifica sé stesso per la salvezza degli uomini esiste anche nella
mitologia Indiana. Il dio Shiva bevve il veleno che stava per avvelenare tutta l'umanità;
per questo molte delle statue che lo rappresentano hanno la gola dipinta di blu.
Le idee religiose viaggiarono da un paese all'altro, e questa caratteristica, cioè quella
di un concreto sacrificio per gli uomini, deve essere stata attribuita a Gesù nello stesso
modo in cui gli vennero attribuite le caratteristiche della vita di Buddha che sono state
menzionate precedentemente.
Il connettere l'idea della redenzione con l'idea del trasferimento del male come è fatto
dall'autore nel sopra menzionato libro, The Golden Bough, non ha alcun fondamento.
La magica cerimonia del trasferimento del male psicologicamente non ha nulla in
comune con l'idea del sacrificio volontario. Ma ovviamente la distinzione può non
avere alcun significato per il pensiero evoluzionista, che non rientra in distinzioni così
sofisticate.
L'idea di espiazione del Vecchio Testamento contraddice il pensiero esoterico. Nelle
dottrine esoteriche è reso perfettamente chiaro che nessuno può liberarsi dal peccato
per costrizione o senza la sua stessa partecipazione. Gli uomini erano e sono tuttora in
una simile posizione che allo scopo di mostrare loro la via verso la liberazione è
necessario un grande sacrificio. Cristo mostrò la via verso la liberazione. E lo dice
direttamente: lo sono la via. (Gv. 1. 4, 6).
Io sono la porta. Chi entrerà passando per me sarà salvo, ed entrerà ed uscirà e troverà
pascoli.
E del luogo dove vado, voi conoscete la via. (Gv. 14. 4).
Gli disse Tommaso: «Signore noi non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere
la via?». Rispose Gesù: «Io sono la Via, la Verità, e la Vita: nessuno viene al Padre se
non per mezzo mio». (Gv. 14. 5, 6).
Gli domandarono dunque: «Tu chi sei?». Rispose loro Gesù: «Quello che vi dico dal
principio». (Gv. 8. 25).
Allo scopo di cominciare a comprendere i Vangeli e la dottrina del Vangelo è
necessario prima di tutto capire cosa significhi Regno dei Cieli o Regno di Dio.
Queste espressioni sono la chiave alla parte più importante della dottrina del Vangelo.
A meno che queste non siano correttamente comprese, niente potrà essere compreso.
Allo stesso tempo siamo così abituati all'usuale interpretazione della Chiesa che il
Regno dei Cieli significhi o il posto o lo stato in cui le anime dei giusti si ritrovano
dopo la morte, che non immaginiamo neanche un'altra possibile comprensione di
queste parole.
Le parole del Vangelo «il Regno dei Cieli è in te» ci suonano irreali ed inintelligibili,
e non solo non ne spiegano la principale idea, ma soprattutto tentano di oscurarla. Gli
uomini non comprendono che dentro di loro giace la via al Regno dei Cieli e che il
Regno dei Cieli non giace necessariamente oltre la soglia della morte.
Il Regno dei Cieli, il Regno di Dio, significa esoterismo, vale a dire il cerchio interno
dell'umanità, ed anche la conoscenza delle idee di questo cerchio.
Lo scrittore occultista Francese Abbé Constant, lo strano e a volte molto intelligente
Eliphas Lévi, scrive nel suo libro, Dogme et Rituel de la Haute Magie (1961):
Dopo aver passato la nostra vita alla ricerca dell'Assoluto nella religione, nella scienza
e nella giustizia, dopo aver ruotato nell'orbita di Faust, abbiamo raggiunto l'originale
dottrina e il primo libro dell'Umanità. A questo punto indulgiamo avendo scoperto il
segreto dell'onnipotenza umana e del progresso indefinito, la chiave di tutti i
simbolismi, la prima e la finale dottrina: arriviamo a capire cosa si intendeva con
l'espressione così spesso usata nel Vangelo: il Regno di Dio (3).
E nello stesso libro in un'altra parte Eliphas Lévi dice:
La magia che l'uomo dell'antichità denominò il Sanctum Regnum – il Regno Sacro o il
Regno di Dio, Regnum Dei esiste solo per i re e per i sacerdoti. Siete voi dei re? Siete
voi dei sacerdoti?
Il sacerdozio della Magia non è un volgare sacerdozio e la sua sovranità non entra in
competizione con i principi di questo mondo. I monarchi della scienza sono i principi
della verità e la loro sovranità è nascosta dalla moltitudine, come le loro preghiere e i
loro sacrifici.
(3)
Transcendental Magie, tradotto da A.E. Waite, edizione 1923, p. 27.
I re della scienza sono uomini che conoscono la verità, i quali la verità ha reso liberi,
secondo la promessa specifica data dai più possenti di tutti gli iniziatori. (Gv. 8. 32) (4).
Dice poi:
Per ottenere il Sanctum Regnum, in altre parole, la conoscenza e il potere dei Magi, vi
sono quattro condizioni indispensabili: un'intelligenza illuminata dallo studio,
un'intrepidezza che niente può fermare, una volontà che non può essere spezzata, e una
prudenza che niente può corrompere.
SAPERE, OSARE, VOLERE, TACERE - queste sono le quattro parole del Mago...
che possono essere combinate in quattro modi e spiegate quattro volte una con l'altra
(5)
.
Eliphas Lévi notò un fatto che ha colpito molti di quelli che hanno studiato il Nuovo
Testamento sia prima che dopo di lui, cioè che il Regno dei Cieli e il Regno di Dio
significano esoterismo, il cerchio interno dell'umanità.
Non significa un Regno dei Cieli, ma un Regno sotto il potere dei Cieli, sotto le leggi
dei Cieli. L'espressione il «Regno dei Cieli» in relazione al cerchio esoterico ha
esattamente lo stesso significato che aveva l'antico titolo ufficiale della Cina: «il
Celeste Impero». Non significava un impero dei Cieli, ma un impero sotto il diretto
potere dei Cieli, sotto le leggi dei Cieli.
I teologi hanno distorto il significato del Regno dei Cieli, lo hanno collegato con l'idea
del Paradiso, «i Cieli», vale a dire il posto o la condizione in cui si trovano, secondo
loro, le anime dei giusti dopo la morte.
Infatti si può notare chiaramente dai Vangeli che Cristo predicando parlò del Regno di
Dio sulla terra, e nei Vangeli vi sono passi ben precisi che mostrano che, come egli
insegnò, il Regno dei Cieli può essere raggiunto durante la vita.
In verità vi dico; alcuni di quelli che sono qui presenti non morranno prima d'aver
veduto il Figlio dell'uomo venire con il suo Regno.
È molto interessante notare qui che Cristo parla del suo «Regno» e allo stesso tempo
si definisce «Figlio degli uomini», vale a dire semplicemente un uomo.
Successivamente nel Vangelo secondo San Marco dice: In verità vi dico: Alcuni di
quelli che sono qui presenti non moriranno prima di aver veduto il Regno di Dio venire
con potenza. (Mc. 9. l).
(4)
Trascendental Magie, tradotto da A.E. Waite, edizione 1 923, p. 34.
(5)
Ibid., p. 37.
E in quello di San Luca:
Ma in verità vi dico: Alcuni di quelli qui presenti, non moriranno prima di aver visto il
Regno di Dio. (Le. 9. 27).
Questi passi furono compresi nel senso della prossimità del secondo avvento. Ma in
questo senso tutto il loro significato andò naturalmente perduto quando tutti i discepoli
personali di Cristo morirono. Ma dal punto di vista della comprensione esoterica questi
passi hanno preservato fino ai nostri tempi lo stesso significato che avevano al tempo
di Cristo.
Il Nuovo Testamento era un'introduzione alla conoscenza nascosta o alla saggezza
segreta. Vi sono numerose linee di pensiero definite che possono essere ritrovate
chiaramente all'interno di esso. Tutto ciò che segue si riferisce alle due linee principali.
Una linea dichiara i principi del Regno dei Cieli o cerchio esoterico e la sua
conoscenza; questa linea enfatizza l'esclusività e la difficoltà di apprendere la verità. E
l'altra linea mostra ciò che l'uomo deve fare per avvicinarsi alla verità e ciò che non
bisogna fare, cioè ciò che può aiutarlo e ciò che può ostacolarlo; i metodi e le regole
per studiare e lavorare su se stessi; l'occulto e le regole della scuola.
Alla prima linea appartiene il detto che l'approccio con la verità richiede sforzi e
condizioni eccezionali. Solo pochi possono avvicinare la verità. Nessuna frase è più
ripetuta nel Nuovo Testamento del detto solo quelli che hanno orecchie possono
intendere. Queste parole sono ripetute nove volte nel Vangelo, ed otto volte nella
Rivelazione di San Giovanni, in tutto diciassette volte.
L'idea che sia necessario sapere come sentire e vedere, ed essere capaci di vedere e
sentire, e che non tutti possono vedere e sentire, è anche messa in evidenza nei seguenti
passi:
Per questo parlo loro in parabole, perché vedano senza riuscire a vedere ed ascoltino
senza riuscire ad ascoltare né capire. Così si compie per essi la profezia di Isaia la quale
dice:
«Voi udrete con le orecchie, ma non intenderete; e vedrete con gli occhi, ma non
comprenderete, poiché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: e hanno indurito
le orecchie, e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi, e per non sentire
con le orecchie, e per non intendere con il cuore e convertirsi, e io li guarisca.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità vi dico che molti profeti e giusti hanno bramato di vedere ciò che voi vedete,
e non l'hanno veduto; e di udire ciò che voi udite, e non l'hanno udito». (Matt. 13. 13,
17).
Affinché guardino bene, ma non vedano, ascoltino bene, ma non comprendano, perché
non si convertano e sia loro perdonato. (Mc. 4. 12).
Pur avendo occhi, non vedete, e avendo orecchi non udite, e non ricordate? (Mc. 8. 18).
Ed egli gli disse: «A voi è stato dato di conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli
altri se ne parla in parabole, affinché guardando non guardino ed ascoltando non
comprendano. (Lc. 8. 10).
Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete ascoltare la mia parola?
(...) Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; per questo voi non le ascoltate, perché non
siete da Dio. (Gv. 8. 43, 47).
Avrei ancora molte cose da dirvi, ma per adesso non potete sostenerle. (Gv. 16. 12).
Tutti questi passi si riferiscono alla prima linea, che spiega il significato di come il
Regno dei Cieli appartenga a pochi, come l'idea del cerchio interno dell'umanità o l'idea
dell'esoterismo.
La seconda linea si riferisce ai discepoli.
Lo sbaglio delle solite interpretazioni della Chiesa è che ciò che si riferisce
all'esoterismo è considerato come se si riferisse alla vita futura, e ciò che si riferisce ai
«discepoli» è considerato come se si riferisse a tutti gli uomini.
Deve essere inoltre notato che le differenti linee di pensiero sono tra loro mischiate
all'interno dei Vangeli. Spesso lo stesso passo si riferisce a differenti linee. Spesso passi
differenti, o passi formulati differentemente, esprimono un'idea che si riferisce ad
un'unica e stessa linea. A volte passi che si succedono e apparentemente l'uno segue
l'altro, trattano invece di idee completamente diverse.
Vi sono passi, per esempio «siate voi come bambini», i quali hanno allo stesso tempo
dozzine di differenti significati. La nostra mente rifiuta di concepire, di comprendere
questi significati. Anche se scriviamo questi differenti significati quando ci vengono
spiegati o quando noi stessi arriviamo a comprenderli, e dopo leggiamo le annotazioni
prese nei differenti momenti, ci sembrano freddi e vuoti, privi di significato, perché la
nostra mente non può afferrare simultaneamente più di due o tre significati di un'idea.
Oltre a questo vi sono molte parole strane nel Nuovo Testamento, delle quali non
conosciamo realmente il significato, come «fede», «misericordia», «redenzione»,
«sacrificio», «preghiera», «elemosina», «cecità», «povertà», «ricchezza», «morte»,
«nascita», e molte altre.
Se riusciamo a comprendere il significato nascosto di queste parole ed espressioni, il
contenuto generale diventa subito chiaro e intelligibile e spesso completamente in
opposizione a ciò precedentemente supposto.
In ciò che segue, mi occuperò solo delle due linee di pensiero sopra menzionate. Quindi
la spiegazione che darò non esaurirà in alcun modo il contenuto della dottrina dei
Vangeli e ambirà solo a mostrare la possibilità di spiegare come alcune idee del
Vangelo sono in comune con le idee dell'esoterismo e della «saggezza nascosta».
Se leggiamo i Vangeli tenendo a mente che il Regno dei Cieli significa circolo interno
dell'umanità, tutto acquisterà di colpo un nuovo significato ed un nuovo senso.
Giovanni Battista dice:
Convertitevi: perché il Regno dei cieli è vicino. (Matt. 3. 2).
E dice immediatamente dopo che gli uomini non devono sperare di ricevere il Regno
dei Cieli restando come sono, che questo non è in nessun modo un loro diritto, che in
realtà essi si meritano qualcosa veramente diverso.
Diceva dunque Giovanni quando vide molti dei Farisei e dei Sadducei che venivano a
farsi battezzare da lui: «Razza di vipere! Chi vi ha convinto di potervi sottrarre all'ira
imminente? Fate dunque frutti che abbiano valore di conversione; e non crediate di dire
dentro di voi: "abbiamo Abramo per padre", giacché io vi dico che Iddio può trarre figli
ad Abramo anche da queste pietre». (Matt. 3. 7, 9).
Giovanni Battista enfatizzò con straordinaria potenza l'idea che il Regno dei Cieli è
ottenuto solo da pochi che lo meritano. Per il resto, per quelli che non lo meritano, non
lascia alcuna speranza.
Già la scure è posta alla radice degli alberi, e ogni albero che non fa buon frutto sarà
tagliato e gettato nel fuoco. (Matt. 3. 10).
Inoltre, parlando di Cristo, egli pronuncia parole dimenticate più di ogni altre:
Egli tiene nella sua mano il ventilabro per purificare bene la sua aia e raccogliere il
frumento nel suo granaio mentre brucerà la pula con un fuoco inestinguibile. (Matt. 3.
1, 2).
Gesù parlando del Regno dei Cieli, evidenzia molte volte l'eccezionale significato della
predicazione di Giovanni Battista: Dal tempo di Giovanni Battista fino al presente, il
Regno dei cieli si ottiene con violenza, e i violenti se ne impadroniscono. (Matt. 11.
12).
La legge e i Profeti arrivano fino a Giovanni: da allora il Regno di Dio è annunciato ed
ognuno vi si introduce a forza. (Lc. l6. 16).
Gesù stesso, cominciando a predicare il Regno dei Cieli, usa le stesse parole di
Giovanni Battista:
Ravvedetevi: perché il regno dei cieli è vicino. (Matt.4. 17).
Nel Sermone della Montagna dice:
Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli. (Matt. 5. 3).
Povero di spirito è un'espressione molto enigmatica, che è stata interpretata in modo
errato e ha dato luogo alle più incredibili distorsioni delle idee di Cristo.
«Povero di spirito» naturalmente non significa debole di spirito, e certamente non
significa povero, cioè privo del suo senso materiale. Nel loro vero significato queste
parole contengono l'idea Buddhista del non attaccamento alle cose. Un uomo che con
la forza del suo spirito rende sé stesso non attaccato alle cose, come se ne fosse privo,
vale a dire, quando per lui le cose hanno così poca importanza come se non le avesse
mai possedute e non le avesse mai conosciute, sarà povero di spirito.
Questo non attaccamento è una condizione necessaria per avvicinarsi all'esoterismo o
al Regno dei Cieli.
Poi Gesù dice:
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. (Matt. 5.
10).
Il discepolo di Cristo deve aspettarsi di essere «perseguitato per amore della giustizia».
Coloro che appartengono al «cerchio esterno» odiano e perseguitano coloro che
appartengono al cerchio interno», soprattutto quelli che vengono per aiutarli. E Gesù
dice:
Beati sarete voi quando vi disprezzeranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male,
falsamente, contro di voi, per causa mia. Godete ed esultate perché grande è la
ricompensa vostra nei cieli: così infatti perseguitarono i profeti che vi precedettero.
(Matt. 5. 11, 12).
Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per
la vita eterna. (Gv. 12. 25)
Se il mondo vi odia, pensate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il
mondo amerebbe ciò che è suo; invece poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto
dal mondo, per questo il mondo vi odia. Pensate alla parola che vi ho detto: «un servo
non è da più del suo padrone». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.
(Gv. 15. 18, 20) Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi viene l'ora in cui chiunque vi
ucciderà crederà di rendere ossequio a Dio. (Gv. 16. 2).
Questi passi enfatizzano in modo molto preciso l'inaccessibilità delle idee esoteriche
per la maggioranza, per la folla.
Tutti questi passi contengono una profezia precisa dei risultati della predicazione
Cristiana. Ma generalmente questo è compreso come la profezia delle persecuzioni
della predicazione del Cristianesimo tra i pagani, mentre in realtà Gesù intendeva
sicuramente le persecuzioni per la predicazione del Cristianesimo esoterico tra gli
pseudo-Cristiani, o per gli sforzi fatti per preservare le verità esoteriche nel mezzo di
un Cristianesimo della Chiesa che stava diventando sempre più distorto.
Nel capitolo seguente Gesù parla del significato dell'esoterismo e del modo per arrivare
ad esso, ed enfatizza chiaramente la differenza tra i valori esoterici e i valori terreni.
«Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e corrosione distruggono e dove i ladri
penetrano e rubano; ma accumulate per voi tesori in cielo, dove né tignola né corrosione
distruggono e dove i ladri non penetrano né rubano. Perché dove è il tuo tesoro là sarà
pure il tuo cuore».
(...) «Nessuno può servire a due padroni, infatti odierà l'uno o amerà l'altro, oppure si
affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
(...)Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno
date di più. (Matt. 6. 19, 20, 21, 24, 33).
Questi passi di nuovo vengono compresi troppo facilmente, nel senso di opporre i
comuni desideri terreni di possesso e di potere al desiderio per la salvezza eterna. Gesù
era ovviamente molto più astuto e, mettendo in guardia contro l'ammassare tesori sulla
terra, egli metteva in guardia contro forme religiose esteriori, contro la pietà e la santità
esteriori, che successivamente divennero lo scopo del Cristianesimo della Chiesa.
Nel capitolo successivo Gesù parla della necessità di salvaguardare le idee
dell'esoterismo, e di non divulgarle indiscriminatamente, dato che vi sono persone per
le quali queste idee nella loro essenza sono inaccessibili; le quali, per quanto possano
comprenderle, le distorceranno inevitabilmente, faranno di loro un uso sbagliato e le
metteranno contro coloro che tentano di dare loro queste idee.
Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le
calpestino con le loro zampe e si rivoltino a sbranarvi. (Matt. 7. 6)
Ma immediatamente dopo questo, Gesù mostra che l'esoterismo non è nascosto per
coloro che realmente lo cercano.
Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; Perché chiunque
chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra?
O se gli chiede un pesce, darà una serpe?
Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre
vostro che è nei cieli darà buone cose a quelli che gliele domandano? (Matt. 7. 7, 11).
Segue poi un avvertimento molto significativo. L'idea è che è meglio non incamminarsi
affatto sul sentiero dell'esoterismo, meglio non iniziare il lavoro della purificazione
interiore, che iniziarlo e abbandonarlo, avviarsi e poi tornare indietro, o iniziare nel
modo giusto e poi distorcere ogni cosa.
Quando lo spirito immondo è uscito dall'uomo, va errando per luoghi aridi, in cerca di
riposo: e non trovandolo, dice: «Ritornerò nella casa mia dalla quale sono uscito». E
venuto la trova tutta spazzata e addobbata. Allora va e prende altri sette spiriti peggiori
di lui, ed entrati, vi si insediano: e l'ultima condizione di quell'uomo diviene peggiore
della prima. (Le. 11. 24, 26)
Questo anche può riferirsi al Cristianesimo della chiesa, il quale può rappresentare una
casa spazzata e addobbata.
Quindi, Gesù parla della difficoltà del sentiero e dei possibili errori.
Entrate per la porta stretta, perché è larga la porta e spaziosa la strada che conduce alla
perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la
strada che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!
Non chiunque mi dice: «Signore Signore!» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la
volontà del padre mio che è nei cieli. (Matt. 7. 13, 14, 21).
L'esoterismo qui è chiamato «vita». Questo è particolarmente interessante rapportato
con gli altri passi che parlano di vita comune come «morte» e della gente come «morti».
In questi passi si può vedere la relazione tra il cerchio interno e quello esterno, cioè
quanto grande è uno, quello esterno, e quanto piccolo l'altro, quello interno. In un'altra
occasione Gesù dice che il «piccolo» può essere maggiore del «grande».
E diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio? O in quale parabola lo
metteremo? È come un chicco di senapa, che, quando si semina sulla terra, è il più
piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma seminato che sia cresce e diventa più
grande di tutti gli ortaggi, e fa rami tanto grandi, che sotto la sua ombra possono
rifugiarsi gli uccelli del cielo». (Mc. 4. 30, 32).
Il capitolo seguente parla della difficoltà di avvicinare l'esoterismo e del fatto che
l'esoterismo non dà felicità terrene e a volte contraddice anche le forme e i doveri
terreni.
Ed avvicinatosi uno scriba, gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». E Gesù
gli dice: «Le volpi hanno tane e gli uccelli dei cieli nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha
dove posare il capo».
Un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio
padre». Ma Gesù gli replica: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».
(Matt. 8. 19, 22).
Alla fine del capitolo seguente si menziona il grande bisogno di aiuto che ha l'uomo da
parte del cerchio interno, e della grande difficoltà di aiutarlo.
E nel vedere le folle si impietosì, perché erano stanche e prostrate come pecore senza
pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi.
Pregate dunque il padrone della messe, affinché mandi operai alla sua messe». (Matt.
9. 36,38).
Nel capitolo seguente è spiegato ai discepoli in cosa consiste il loro lavoro.
E strada facendo, predicate che il Regno dei Cieli è vicino. (Matt. 10. 7).
Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce: e quello che udite all'orecchio,
predicatelo sui tetti. (Matt. 10. 27).
Ma immediatamente dopo questo Gesù aggiunge che predicare l'esoterismo dà risultati
molto differenti da quelli che, dal punto di vista della vita comune, i discepoli
potrebbero aspettarsi.
Gesù spiega che predicando la dottrina esoterica egli ha portato all'uomo tutto meno
che pace e tranquillità, e che la verità divide gli uomini più di ogni altra cosa, sempre
perché solo pochi possono ricevere la verità.
Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la
pace ma la spada. Perché sono venuto a separare l'uomo da suo padre, e la figlia da sua
madre, e la nuora dalla suocera: e nemici dell'uomo saranno i suoi familiari. Chi ama
il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di
me, non è degno di me. (Matt. 10. 34, 37).

L'ultimo verso è ancora l'idea Buddhista che un uomo non deve essere «attaccato» a
nessuno e a niente. («Attaccamento» in questo caso certamente non significa
«simpatia» o «affetto» nel senso in cui queste parole sono usate nei linguaggi moderni).
«Attaccamento» nel senso Buddhista (e del Vangelo) della parola significa un piccolo,
egoistico, abbietto sentimento. Questo non è affatto «amore», dal momento che un
uomo potrebbe odiare ciò a cui è attaccato, potrebbe tentare di liberarsi e non essere
capace di farlo. «Attaccamento» alle cose, alle persone, anche al proprio padre e alla
propria madre, è l'ostacolo principale sulla strada all'esoterismo.
Più avanti questa idea è enfatizzata ancora di più.
Ora giunsero da lui sua madre e i suoi fratelli; ma non si potevano avvicinare a lui a
causa della folla. E gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e vogliono
vederti». Ma egli, rispondendo, disse loro: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che
ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». (Lc. 8. 19, 21).
Dopo di questo Gesù comincia a parlare del Regno dei Cieli nelle parabole. La prima
è quella del seminatore.
Ed egli parlò a loro molto a lungo in parabole dicendo: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. E, nel seminare, una parte del seme cadde ai bordi della strada; vennero gli
uccelli e se lo beccarono. Altro seme cadde su angoli rocciosi, dove non c'era molta
terra; ma quando si levò il sole bruciò e per mancanza di radici seccò. Altro poi cadde
tra le spine; e le spine crebbero e lo soffocarono. E altro cadde nella terra buona, e portò
frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi per intendere,
intenda». (Matt. 13. 3, 9).
Questa parabola, che contiene una completa ed esatta descrizione della predicazione
dell'esoterismo e di tutti i suoi possibili risultati, e porta una diretta relazione con la
predicazione di Cristo stesso, è praticamente la centrale di tutte le parabole.
Il significato di questa parabola è perfettamente chiaro. Si riferisce, certamente, alle
concezioni esoteriche, alle concezioni del «Regno dei Cieli», che sono ricevute e
comprese solo da poche persone e per l'immensa maggioranza scompaiono senza
lasciare alcuna traccia.
E questa parabola ancora una volta finisce con le parole: «Chi ha orecchi per intendere,
intenda».
Nella seguente conversazione con i discepoli Gesù mette in rilievo la differenza tra i
discepoli e le altre persone.
Allora avvicinatisi i discepoli, gli dissero: «Perché parli loro per parabole?». Egli
rispose: «Perché a voi è stato concesso di conoscere i misteri del Regno dei Cieli,
mentre ad essi non è stato dato». (Matt. 13. 10, 11).
Questo è l'inizio delle spiegazioni che si riferiscono ad una «scuola» e a dei «metodi
scolastici». Come si vedrà più tardi, molto di quello che è detto nel Vangelo era
destinato solo ai discepoli e ha significato solo in una scuola, e solo in connessione con
altri metodi scolastici ed altre esigenze.
In questa connessione Gesù parla della legge psicologica e forse anche cosmica, che
sembra incomprensibile senza spiegazioni, ma le spiegazioni non sono esposte nel
Vangelo, perché ovviamente erano state date ai discepoli.
Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello
che ha. (Matt. 13. 12).
Poi Gesù torna alle parabole; cioè all'idea delle parabole.
Per questo parlo loro in parabole, perché vedano senza riuscire a vedere e ascoltino
senza riuscire ad ascoltare né capire. (Matt. 13. 1 3).
E lo stesso nel Vangelo secondo San Luca:
Ed egli disse: «A voi è stato dato di conoscere i misteri del Regno di Dio; ma agli altri
se ne parla in parabole, affinché guardando non guardino ed ascoltando non
comprendano». (Le. 8.10).
Ha accecato i loro occhi, e ha indurito il loro cuore, affinché non vedano con gli occhi
e non intendano con il cuore e si convertano, e così li guarisca. (Isaia 6. 10, Gv. 12.
40).
Poiché il cuore dì questo popolo si è fatto insensibile: e hanno indurito le orecchie, e
hanno chiuso gli occhi ...
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità
vi dico che molti profeti e giusti hanno bramato di vedere ciò che voi vedete, e non
l'hanno veduto; e di udire ciò che voi udite, e non l'hanno udito. (Matt. 1 3. 1 5-1 7).
Insegnare con le parabole era caratteristico di Cristo. Renan trova che nella letteratura
del Giudaismo non vi era nulla che potesse servire da modello per questa forma. Renan
scrive:
È particolarmente nella parabola che il maestro eccelle. Niente nel Giudaismo gli ha
dato un modello per questa deliziosa forma. È lui che l'ha creata.
C'est surtout dans le parabole que le maitre excellait. Rien dans le Judaisme ne lui avait
donné le modèle de ça genre délicieux. C'est lui qui l'a créé (6).
Più tardi, con la stupefacente incongruenza che caratterizza tutto il pensiero
«positivista» del XIX secolo, e soprattutto Renan stesso, aggiunge: È vero che si
trovano nei libri Buddhisti delle parabole esattamente dello stesso tono e della stessa
composizione delle parabole del angelo. Ma è difficile ammettere che un 'influenza
Buddhista fosse in esso esercitata.
n est vrai qu'on trouve dans les livres bouddhiques des paraboles exactement du meme
ton et de la meme facture que les paraboles évangeliques.
Mais il est difficile d'admettre qu'une influence bouddhique se soit exercéé en ceci (7).
In effetti, l'influenza buddhista nelle parabole vi è oltre ogni dubbio. E le parabole, più
di ogni altra cosa, mostrano che Cristo era a conoscenza delle dottrine orientali e
particolarmente del Buddhismo. Renan generalmente prova a rappresentare Cristo
come un uomo molto ingenuo, che provava molto, ma pensava poco e sapeva poco.
Renan era tutto meno che l'espressione del suo tempo o delle vedute della sua epoca.
La qualità caratteristica del pensiero Europeo è che si può solo pensare per estremi.
(6)
Vie de Jésus, par E. Renan (Nelson Editeurs), p. 116.

(7)
Ibid., p. 116.
O Cristo è Dio, o Cristo è un uomo ingenuo. Per la stessa ragione non riusciamo a
notare le astuzie delle distinzioni psicologiche che Cristo introduce nelle sue parabole
e nelle loro spiegazioni. Le spiegazioni delle parabole che Cristo dà ai suoi discepoli
non sono meno interessanti delle parabole stesse.
«Ascoltate dunque il significato della parabola del seminatore. Quando uno ode la
parola del Regno senza comprenderla, viene il Maligno e rapisce quel che è stato
seminato nel suo cuore. Questi è l'uomo che ha ricevuto la semente ai bordi della strada.
Quello che l'ha ricevuta su angoli rocciosi, è l'uomo che ascolta la Parabola, e subito
con gioia l'accoglie, ma non ha radici, è incostante: e quando viene la tribolazione o la
persecuzione a causa della Parola, subito soccombe. E il seme caduto fra le spine
raffigura colui che ascolta la Parola; ma le preoccupazioni di questo mondo e il fascino
delle ricchezze la soffocano e diviene infruttuosa». (Matt. 13. 18, 22).
Successivamente viene la parabola della zizzania:
E narrò loro un'altra parabola: «il Regno dei Cieli è simile alla vicenda di un uomo che
aveva seminato del buon grano nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il
suo nemico e seminò zizzania in mezzo al grano» poi se ne andò.
E quando il grano spuntò e fece la spiga, allora apparve anche la zizzania.
I servi andarono dal padrone e gli chiesero: «Signore, non seminasti buon grano nel
tuo campo? Come mai c'è della zizzania?».
Rispose loro: «Un nemico ha fatto questo». E i servi: «Vuoi dunque che andiamo a
levarla?». Ed egli: «No perché strappando la zizzania non abbiate a sradicare anche il
grano. Lasciateli crescere insieme fino alla mietitura; e al tempo della mietitura dirò ai
mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; poi raccogliete
il grano che sarà messo nel mio granaio». (Matt. l3. 24, 30).
La parabola del seminatore e quella della zizzania hanno molti significati differenti.
Prima di tutto, viene naturalmente il contrasto tra le pure idee esoteriche con le idee
mischiate alla «zizzania» seminate dal diavolo. In questo caso il grano o i semi
significano idee. In una parte Cristo dice: Il seminato re ha seminato la parola. (Mc. 4.
14).
In altri casi un grano o un seme simbolizza l'uomo.
Il «grano» giocò un ruolo molto importante negli antichi Misteri. L'idea della
«sepoltura» del grano nella terra, la sua «morte» e «resurrezione» sotto forma di verde
germoglio, simboleggia l'intera idea dei Misteri. Vi sono molti ingenui tentativi
pseudo-scientifici per spiegare i Misteri come un «mito agricolo», per esempio come
sopravvivenza degli antichi riti «pagani» di un popolo agricolo primitivo. In realtà
l'idea era ovviamente molto più grande e profonda ed era stata concepita certamente
non da un popolo primitivo, ma da una di quelle civiltà preistoriche da tempo
scomparsa. n grano rappresenta allegoricamente l'«uomo». Nei Misteri Eleusini ogni
candidato per l'iniziazione portava in una particolare processione un grano di cereale
in una piccola ciotola di terraglia. n segreto che era rivelato ad un uomo all'iniziazione
era contenuto nell'idea che un uomo poteva morire semplicemente come un grano, o
potesse risorgere in qualche altra vita. Questa era l'idea principale dei Misteri che era
espressa da molti simboli differenti.
Cristo utilizza spesso la stessa idea, e c'è un grande potere in essa. L'idea contiene una
spiegazione biologica di tutta una serie di intricati e complessi problemi della vita. La
natura è straordinariamente generosa, quasi prodiga, nei suoi metodi. Essa crea
un'enorme quantità di semi in quanto solo pochi di essi potrebbero germinare e portare
avanti la vita. Se l'uomo è visto come un grano, la legge «crudele» che è continuamente
enfatizzata nella dottrina evangelica diviene comprensibile, e cioè che la grande
maggioranza dell'umanità non è altro che «paglia» da bruciare.
Cristo spesso torna a quest'idea, e nelle sue spiegazioni l'idea perde la sua crudeltà,
perché diviene chiaro che nella «salvezza» o «perdizione» di ogni uomo non vi è nulla
di preordinato o inevitabile, e sia l'una che l'altra dipendono dall'uomo, dalla sua
attitudine verso sé stesso, verso gli altri uomini e verso l'idea del Regno dei Cieli. Nelle
parabole successive Cristo enfatizza ancora l'idea e il significato dell'esoterismo in
relazione alla vita, la piccola magnitudine esterna dell'esoterismo nei confronti della
vita, e ancora le immense possibilità e l'immenso significato dell'esoterismo e la qualità
particolare delle concezioni esoteriche: che si avvicinano a colui che comprende il loro
significato.
Queste brevi parole a proposito del Regno dei Cieli, ognuna delle quali include l'intero
contenuto della dottrina evangelica, sono straordinarie anche semplicemente come
opere d'arte.
Propose loro un'altra parabola: «Il Regno dei Cieli è come un chicco di senape che un
uomo prende e semina nel suo campo. È il più piccolo di tutti i semi; ma quando
germoglia, diventa un grande arbusto e poi un albero, così che gli uccelli possono farvi
il loro nido».
Un'altra parabola raccontò loro: «Il Regno dei Cieli è simile al lievito che una donna
prese e nascose in tre misure di farina finché tutta la massa fermentò».
Tutte queste cose Gesù le insegnò con delle parabole e non parlava alla folla se non
con le parabole.
«Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo: l'uomo che lo trova, lo
rinasconde, e tutto contento va, vende quanto possiede e compra quel campo. Ancora
il Regno dei Cieli è simile a un mercante che cerca belle perle e, trovata una perla di
gran prezzo, va, vende tutto quel che possiede, e la compra.
Il Regno dei Cieli è pure simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere
di pesci: quando è piena, i pescatori la traggono a riva e stando a sedere mettono i pesci
buoni nei canestri, e i cattivi li buttano via». (Matt. l3. 31, 34, 44, 48).
Nell'ultima parabola troviamo di nuovo l'idea della separazione, l'idea della selezione.
Successivamente Cristo dice:
Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai giusti, e
li getteranno nella fornace infocata, dove sarà pianto e stridore dei denti. «Avete capito
tutte queste cose?». Gli rispondono: «Sì». (Matt. 13. 49, 51).
Ma apparentemente i discepoli non capirono bene o capirono qualcosa di sbagliato,
confusero la nuova interpretazione con quella vecchia, perché Cristo disse
successivamente:
«Egli soggiunse: "Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è
simile a un padrone di casa che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie"».
(Matt. 13. 52).
Questo si riferisce ad uno studio intellettuale della dottrina evangelica, a tentativi di
interpretazioni razionalistiche, nelle quali elementi delle concezioni esoteriche sono
mischiati con una sterile dialettica scolastica, il nuovo con il vecchio.
Le parabole successive, così come le dottrine, contengono uno sviluppo di questa stessa
idea di selezione e di prova; solo un uomo che crea in sé il Regno dei Cieli con tutte le
sue regole e leggi può entrare a far parte del Regno dei Cieli di Cristo.
Infatti il Regno dei Cieli può essere paragonato a un re che volle regolare i conti con i
suoi servi. E per primo gli fu condotto davanti uno che gli era debitore di diecimila
talenti. Ma dato che egli non poteva pagare, quel padrone comandò che fosse venduto
lui con la moglie, i figli e tutto quello che possedeva, e così il debito fosse pagato.
Ma il servo, gettandosi ai suoi piedi, lo scongiurava dicendo: «Signore abbi pazienza
con me e ti renderò tutto». E quel signore, mosso a compassione di quel servo, lo lasciò
andare e gli condonò il debito. Appena uscito, il servo trovò uno dei suoi compagni che
gli doveva cento denari; e afferrandolo alla gola da strozzarlo gli disse: «Rendimi quel
che mi devi». Quel compagno, gettandosi a suoi piedi, lo supplicava dicendo:
«Abbi pazienza con me e ti renderò tutto». Ma l'altro non cedette, anzi andò e lo fece
gettare in carcere finché non avesse pagato il debito. I suoi compagni, veduto il fatto,
ne furono profondamente indignati e andarono a riferire al loro padrone tutto
l'accaduto. Allora egli lo fece chiamare e gli disse: «Servo malvagio, io ti condonai
tutto quel debito perché mi supplicasti, non dovevi anche tu avere pietà del tuo
compagno come io ho avuto pietà di te?». E il padrone indignato lo consegnò ai
torturatori finché non avesse pagato tutto quello che gli era dovuto. (Matt. 18. 23, 34).
Viene poi la storia del giovane uomo ricco, delle difficoltà, delle prove, degli ostacoli
creati dalla vita, delle attrazioni della vita, del potere della vita sugli uomini,
specialmente su quelli che hanno grandi beni.
Il giovane gli dice: «Tutto questo l'ho osservato; che cosa mi manca ancora?». Gesù gli
rispose: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri, e
avrai un tesoro nei cieli; poi vieni, seguimi».
Ma quando il giovane udì queste parole, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni.
Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico che difficilmente un ricco entrerà nel
Regno dei Cieli. Ve lo dico ancora: è più facile a un cammello entrare per la cruna di
un ago che a un ricco nel Regno di Dio». (Matt. 19. 20, 24).
«Ricco» ha naturalmente molti significati differenti. Prima di tutto, contiene l'idea di
«attaccamento», a volte l'idea di grande conoscenza, una grande mente, un grande
talento, posizione, fama - tutte queste sono «ricchezze» che chiudono l'entrata al Regno
dei Cieli. Anche l'attaccamento alla religione della Chiesa è una «ricchezza». Solo se
l'«uomo ricco» diventa «povero di spirito» allora il Regno dei Cieli a lui si apre.
I passi che seguono, nel Vangelo secondo San Matteo, trattano con differenti
atteggiamenti le idee esoteriche. Alcune persone vi si avvicinano, poi le abbandonano
velocemente; altre all'inizio resistono ma dopo vi si dedicano seriamente.
Questi sono due tipi di persone. Un tipo è quello dell'uomo che ha detto che sarebbe
andato e non è andato, e l'altro è l'uomo che ha detto che non sarebbe andato ma è
andato. Inoltre a volte la gente che non ha successo nella vita, o che occupa nella vita
una posizione molto bassa, gente anche criminale dal punto di vista della morale
comune, «i pubblicani e le prostitute», dimostrano di essere migliori, dal punto di vista
del Regno dei Cieli, degli uomini giusti che hanno fiducia in loro stessi.
«Che ve ne pare di questo? Un uomo aveva due figli, e rivoltosi al primo disse: "Figlio
mio va' oggi a lavorare nella vigna". Quello rispose: "Ci andrò signore", ma non vi
andò. Rivoltosi poi al secondo, ordinò lo stesso. E quello rispose: "No, io non voglio
andarci", ma poi, pentitosi, ci andò. Quale dei due fece la volontà del padre?». Dicono:
«L'ultimo» e Gesù: «In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precedono nel
Regno di Dio. Perché Giovanni venne a voi nella via della giustizia, e voi non gli avete
creduto, ma i pubblicani e le meretrici gli hanno creduto. E voi che avete veduto questo,
neppure dopo vi siete pentiti e avete creduto in lui». (Matt. 21. 28, 32).
Segue poi la parabola del fattore e la spiegazione, nella quale si sentono grandi idee di
ordine cosmico, che probabilmente si riferiscono alla successione dei cicli, vale a dire,
alla sostituzione di un esperimento senza successo con un nuovo esperimento (8).
(8)
Capitolo l, p. 65.
Questa parabola potrebbe riferirsi all'intera umanità e alla relazione tra il cerchio
interno e quello esterno dell'umanità.
«Ascoltate un'altra parabola. C'era un padrone, il quale piantò una vigna, la cinse di
siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre poi l'affittò ai vignaioli e partì per un
viaggio. Al tempo del raccolto mandò i suoi servi dai vignaioli per ritirare i suoi frutti.
Ma i vignaioli afferrarono quei servi, uno lo bastonarono, un altro lo uccisero e il terzo
lo lapidarono.
Ed egli mandò ancora dei servi, in numero maggiore dei primi, ma i vignaioli fecero
altrettanto anche con questi. Alla fine quel padrone mandò loro il suo figliolo,
pensando: "Avranno rispetto di mio figlio". Ma i vignaioli, veduto il figlio, si dissero
tra loro: "Ecco l'erede, venite, uccidiamolo e impossessiamoci della sua eredità". Lo
presero, lo gettarono fuori dalla vigna e l'uccisero».
«Ora quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaioli?».
Gli dicono: «Farà perire miseramente quegli scellerati, e affitterà la vigna ad altri
vignaioli, i quali gli renderanno i frutti alle loro stagioni». (Matt. 21. 33, 41)
Successivamente viene la stessa idea di selezione e quella delle differenti attitudini
della gente verso l'idea di Regno dei Cieli.
«Il Regno dei Cieli è simile a un re il quale fece la festa per le nozze di suo figlio. E
mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma essi non vollero venire e di
nuovo inviò altri servi per dire agli invitati: "Ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e
gli animali ingrassati sono stati uccisi, tutto è pronto: venite alle nozze".
Ma quelli non curandosene se ne andarono: chi al proprio campo, chi al proprio
commercio; gli altri poi presero i servi, li maltrattarono e li uccisero. Allora il re si
adirò e, spedite le sue milizie, fece sterminare quegli omicidi e incendiare la loro città».
(Matt. 22. 2, 7).
Segue poi la parabola di quelli che sono pronti e non sono pronti per l'esoterismo.
«Quindi disse ai suoi servi: "Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne erano degni.
Andate dunque ai crocicchi delle strade, e chiamate alle nozze quanti trovate". I servi
uscirono per le strade e raccolsero quanti trovarono, cattivi e buoni: e la sala delle nozze
si riempì di convitati. Entrato il re a vedere i convitati, notò un uomo che non indossava
l'abito di nozze. Egli disse: "Amico, come sei entrato qui senza l'abito di nozze?".
Quello tacque. Allora il re ordinò ai servi: "Legategli piedi e mani e gettatelo fuori nelle
tenebre: là sarà pianto e stridor di denti". Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
(Matt. 22. 8, 14).
Segue una delle parabole più conosciute, quella dei talenti.
«Infatti avverrà come di un uomo il quale, nel mettersi in viaggio, chiamò i suoi servi
e affidò loro i propri beni; a chi dette cinque talenti, a chi due, a chi uno: a ciascuno
secondo la sua capacità, e partì. Chi aveva ricevuto cinque talenti li trafficò senza
indugio e ne guadagnò altri cinque.
Così anche quello che ne aveva ricevuti due ne guadagnò altri due. Ma quello che ne
aveva ricevuto uno solo, se ne andò, fece una buca in terra, e vi nascose il denaro del
suo padrone. Dopo molto tempo torna il padrone di quei servi per regolare i conti con
loro. E venuto quello che aveva ricevuto cinque talenti, ne portò altri cinque dicendo:
"Signore, tu mi hai consegnato cinque talenti, ecco ne ho guadagnati altri cinque". Il
padrone gli disse: "Bravo, servo buono e fedele; tu sei stato fedele nel poco, ti darò
autorità su molto: entra nel gaudio del tuo Signore".
Venuto poi avanti quello che aveva ricevuto due talenti, disse: "Signore, tu mi affidasti
due talenti, ecco che ne ho guadagnati altri due". E il padrone gli disse: "Bravo, servo
buono e fedele; tu sei stato fedele nel poco; ti darò autorità su molto; entra nel gaudio
del tuo Signore". Infine, venuto avanti quello che aveva ricevuto un talento solo, disse:
"Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro che mieti dove non hai seminato e raccogli
dove non hai sparso: e, nel timore, andai e nascosi il tuo talento sotto terra; eccoti il
tuo". Ma gli rispose il padrone: "Servo malvagio e infingardo! Sapevi che io mieto
dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso!
Ti conveniva mettere il denaro mio presso dei banchieri, e io ritornando l'avrei ritirato
con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ne ha dieci. Perché a
chiunque ha sarà dato di più ed egli sovrabbonderà: ma a chi non ha. sarà tolto anche
quello che ha. E questo servo inutile gettatelo fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e
stridore di denti"». (Matt. 25. 14, 30).
Questa parabola contiene tutte le idee connesse con la parabola del seminatore ed anche
l'idea del cambio dei cicli e della distruzione del materiale cattivo. Nel Vangelo
secondo San Marco vi è una parabola interessante che spiega le leggi sotto le quali
l'influenza del cerchio interno è esercitata sull'umanità esterna.
E diceva pure ad essi: «Così è il Regno di Dio, come un uomo che sparge il seme nel
terreno: ch'egli dorma o vegli, di giorno e di notte, il seme germoglia e cresce, ed egli
non sa come. Da sé stessa la terra produce: prima erba, poi spiga, poi grano gremito
nella spiga. E quando il frutto è maturo, subito ci mette la falce perché è venuta la
mietitura». (Mc .4. 26, 29).
E con molte parabole simili annunziava loro la parola, secondo la loro capacità di
comprensione.
Senza parabole non parlava loro; ma ai suoi discepoli spiegava ogni cosa in privato.
(Mc. 4. 33, 34).
La continuazione di questa idea del «raccolto» si trova nel Vangelo secondo San Luca.
E disse loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore
della messe, che mandi operai alla sua raccolta». (Lc. 10. 2).
Nel Vangelo secondo San Giovanni la stessa idea è sviluppata in maniera ancora più
interessante.
Il mietitore riceve la sua ricompensa e raccoglie il frutto per la vita eterna: perché
insieme ne goda e colui che semina e colui che miete. In questo s'avvera il detto: «l'uno
semina e l'altro miete». Io vi ho mandati a mietere quello che non avete lavorato: altri
hanno lavorato: e voi siete subentrati nel loro lavoro. (Gv. 4. 36, 38).
Nei passi sopra citati, in connessione con l'idea del raccolto, sono toccate numerose
leggi cosmiche. Il «raccolto» può svolgersi solo in un determinato periodo, quando il
grano è maturato, e Gesù enfatizza la speciale caratteristica del periodo del raccolto, e
anche la concezione generale che non tutto può svolgersi in ogni momento. Momenti
differenti richiedono differenti azioni in relazione ad essi.
Allora gli si avvicinano i discepoli di Giovanni, dicendo: «Perché noi e i Farisei
digiuniamo, invece i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse
gli invitati a nozze essere in lutto, finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni
quando lo sposo sarà tolto loro e allora digiuneranno (Matt. 14. 15).
La stessa idea del differente significato di momenti diversi e di un certo lavoro
esoterico possibile solo in un determinato periodo si trova nel Vangelo secondo San
Giovanni.
Bisogna che noi compiamo le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno; poi
viene la notte, quando nessuno può agire. (Gv. 9. 4).
Successivamente viene l'opposizione tra la vita comune e la strada all'esoterismo. La
vita sostiene l'uomo. Ma coloro che intraprendono la strada all'esoterismo devono
dimenticare tutto il resto.
E un altro ancora gli disse: «io ti seguirò, Signore, ma prima permettimi di congedarmi
da quelli di casa mia». Gli rispose Gesù: «Chiunque guarda indietro, mentre mette
mano all'aratro, non è adatto al Regno di Dio». (Lc. 9. 61, 62).
La stessa idea è poi sviluppata in un senso particolare. Nella maggior parte dei casi la
vita conquista. I mezzi diventano scopi. La gente abbandona le proprie grandi
possibilità per amore del piccolo presente.
«Un uomo diede una grande cena e invitò molte persone. All'ora della cena mandò il
suo servo a dire agli invitati: "Venite, perché è già tutto pronto". Ma tutti
improvvisamente cominciarono a scusarsi. il primo gli disse: "Ho comprato un podere
e devo andare a vederlo: ti prego, abbimi per scusato". E un altro ancora: "Ho comprato
cinque paia di buoi e devo andare a provar li: ti prego, abbimi per scusato". E un altro
ancora: "Ho preso moglie e non posso venire"». (Lc. 4. 16, 20)
Nel Vangelo secondo San Giovanni la concezione della «nuova nascita» è introdotta
nella spiegazione dei principi dell'esoterismo.
Gesù gli rispose: «In verità, ti dico: se uno non nasce due volte, non può vedere il regno
di Dio». (Gv. 3. 3).
Segue successivamente l'idea della resurrezione, resuscitazione. La vita senza l'idea
dell'esoterismo è considerata come morte.
Infatti, come il Padre resuscita i morti, e dona loro la vita, così anche il Figlio dà la vita
a quelli che vuole. (Gv. 5. 21).
In verità, in verità vi dico che l'ora viene, ed è questa, nella quale i morti udiranno la
voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata vivranno ...
Non meravigliatevi di questo: viene l'ora nella quale tutti coloro che sono nei sepolcri
sentiranno la sua voce. (Gv. 5. 25, 28).
In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno.
(Gv. 8. 51).
Questi ultimi passi sono certamente male interpretati nelle dottrine pseudo-cristiane
esistenti.
«Coloro che sono nei sepolcri» non significa corpi morti seppelliti nella terra, ma, al
contrario, coloro che vivono in modo comune, ma morti dal punto di vista
dell'esoterismo. Questa idea si incontra molte volte nei Vangeli, dove gli uomini sono
paragonati ai sepolcri o tombe. La stessa idea è espressa nel meraviglioso inno Pasquale
della Chiesa Ortodossa, che è stato prima citato (9).
Cristo è risorto dai morti.
Egli ha conquistato la morte con la morte.
E ha dato vita a coloro che erano nelle tombe.
«Coloro nelle tombe» sono precisamente quelli che sono considerati viventi. Questa
idea è espressa molto chiaramente nelle Rivelazioni: Tu hai un nome, tu che sei vivo,
e sei morto. (Riv. 3. 1).
Il paragone tra gli uomini e i sepolcri o tombe si incontra molte volte sia in San Matteo
che in San Luca: Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri
imbiancati, i quali al di fuori appaiono splendidi e dentro sono pieni di ossa di morti e
d'ogni immondezza. (Matt. 23. 27).
(9)
Capitolo I, p. 46.
Guai a voi, perché siete come i sepolcri nascosti, e gli uomini vi camminano sopra
senza saperlo. (Lc. 11. 44).
La stessa idea è sviluppata successivamente nelle Rivelazioni. L'esoterismo dà vita.
Nella sfera esoterica non vi è morte.
A colui che ha orecchie, che si lasci intendere ciò che lo Spirito dice nelle Chiese; A
colui che vince Io darò da mangiare dell'albero della vita, che è nel mezzo del paradiso
di Dio ...
A colui che ha orecchie, che si lasci intendere ciò che lo Spirito dice nelle Chiese, Colui
che vince non sarà toccato dalla seconda morte. (Riv. 2. 7, 11).
A questo si riferiscono anche le parole del Vangelo secondo San Giovanni che
collegano le dottrine del Vangelo con la dottrina dei Misteri.
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo;
ma se muore, porta molto frutto. (Gv. 12. 24).
Nelle Rivelazioni vi sono alcune parole interessanti, nel terzo capitolo, che acquistano
un particolare significato in connessione con il significato che Gesù stesso attribuisce
sempre alle parole «ricco» e «povero» e «colui che vede».
Perché tu dici, io sono ricco, e accresciuto con beni, e non ho bisogno di nulla; e non
sai che sei infelice, miserabile, e povero, e cieco, e nudo:
io ti consiglio di comprare da me oro provato nel fuoco, ché tu possa essere ricco; e
bianche vesti, ché tu possa vestirti, affinché la vergogna della tua nudità non appaia; e
ungi i tuoi occhi con il balsamo, ché tu possa vedere. (Riv. 3. 17, 18).
Dei «ciechi» e di «coloro che possono vedere» Cristo parla nel Vangelo secondo San
Giovanni.
E Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio: affinché quelli che
non vedono, ci vedano, e quelli che vedono diventino ciechi».
Alcuni Farisei, che erano con lui, udirono ciò e gli domandarono: «Siamo forse ciechi
anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste peccato. Ma perché dite:
"Noi ci vediamo!" il vostro peccato rimane». (Gv. 9. 39, 41).
Le espressioni «cieco» e «cecità» hanno generalmente molti significati nel Nuovo
Testamento. ed è necessario comprendere che la cecità può essere esterna e fisica,
oppure la cecità interiore, così come può esserci la lebbra interiore, la morte interiore -
che sono molto peggiori che se fossero esterne.
Questo ci porta alla questione dei «miracoli». Tutti i «miracoli» - la guarigione del
cieco, la guarigione dei lebbrosi, la cacciata dei demoni, la resurrezione del morto -
possono essere spiegati in due modi se la terminologia del Vangelo viene correttamente
capita; o come miracoli fisici esterni o come miracoli interiori, la guarigione dalla
cecità interiore, la purificazione interiore, e la resurrezione interiore.
L'uomo nato cieco, che Gesù salva, usa parole straordinarie quando i Farisei e i
Sadducei tentano di convincerlo che dal loro punto di vista Gesù non aveva alcun diritto
di guarirlo.
Chiamarono dunque per la seconda volta l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà
gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Allora egli rispose: «Se
sia peccatore, non lo so; una sola cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». (Gv. 9. 24, 25).
L'idea del miracolo interiore e della convinzione interiore del miracolo sono
strettamente collegate con le precise parole di Cristo così come il significato del Regno
dei Cieli nei seguenti brani.
Interrogato dai Farisei quando doveva venire il regno di Dio, rispose loro dicendo: «il
regno di Dio non viene in modo che si possa osservare; né si potrà dire: "Eccolo qui o
là!"; perché ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». (Lc. 17. 20, 21).
Tutto quello che è stato detto fino ad ora e tutti i brani che sono stati citati appartengono
ad una linea di pensiero, che passa attraverso tutta la dottrina evangelica, vale a dire la
linea che sviluppa l'idea del significato dell'esoterismo o del Regno dei Cieli.
L'altra linea che pure attraversa tutti i Vangeli ha a che fare con i metodi dell'occulto e
con l'opera della scuola. Prima di tutto, mostra il significato dell'opera occulta in
relazione con la vita.
Segui temi, farò di voi pescatori di uomini. (Matt. 4. 19).
Queste parole mostrano che l'uomo che intraprende la strada dell'esoterismo deve
tenere a mente che deve lavorare per l'esoterismo, e lavorare in modo molto preciso,
vale a dire, trovare persone adatte per il lavoro esoterico e prepararle ad esso. La gente
non è nata nel «cerchio interno».
Il cerchio interno nutre il cerchio esterno. Ma solo pochi degli appartenenti al cerchio
esterno sono adatti per l'esoterismo. Per questo il lavoro di preparare la gente per il
cerchio interno, il lavoro dei «pescatori di uomini», è una parte molto importante per
l'opera esoterica. Queste parole: «Seguitemi, e farò di voi pescatori di uomini», come
molte altre, certamente non possono riferirsi a tutti gli uomini.
Essi, subito, lasciate le reti, lo seguirono. (Matt. 4. 20).
Successivamente Gesù dice, sempre rivolgendosi solo ai discepoli e spiegando il
significato dell'esoterismo e il ruolo e il posto di coloro che appartengono
all'esoterismo: Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa
lo si dovrà salare? Non serve a nulla, se non ad essere gettato via per venire calpestato
dalla gente.
Voi siete la luce del giorno. Non può rimanere nascosta una città situata in cima a un
monte. Né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul lucerniere,
affinché risplenda per tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce
dinanzi agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre
vostro che è nei Cieli. (Matt. 5. 13, 16).
Dopo di questo egli spiega i requisiti che sono posti prima della gente che si avvicina
all'esoterismo.
Perché vi dico che se la vostra giustizia non sarà più grande di quella degli scribi e
farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. (Matt. 5. 20).
Nell'interpretazione comune dei Vangeli questa seconda linea, che si riferisce solo ai
discepoli, è mal compresa tanto quanto la prima, che si riferisce al Regno dei Cieli o
all'esoterismo. Ogni cosa contenuta nella prima linea di pensiero è considerata,
nell'interpretazione comune, come se si riferisse alla vita futura. Ogni cosa contenuta
nella seconda linea di pensiero è considerata come insegnamento morale, che si
riferisce a tutta la gente in generale. In realtà queste sono regole per i discepoli.
Sempre ai discepoli si riferisce tutto quello che è detto a proposito della vigilanza, vale
a dire, a proposito della costante attenzione e osservazione che a loro sono richieste.
Quest'idea si incontra prima di tutto nella parabola delle dieci vergini.
Il Regno dei Cieli sarà allora simile a dieci vergini, che, prese le loro fiaccole, uscirono
incontro allo sposo. Cinque di loro erano stolte e cinque prudenti: difatti, le stolte
quando presero le fiaccole non si rifornirono d'olio; invece le prudenti insieme con le
fiaccole presero dell'olio nei vasi.
Siccome lo sposo tardava, tutte s'assopirono e presero sonno. Ma a mezzanotte risuonò
un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». Allora si destarono tutte quelle vergini
e prepararono le loro fiaccole. E le stolte dissero alle prudenti: «Dateci del vostro olio,
perché le nostre fiaccole stanno per spegnersi». Ma le prudenti risposero: «Non
basterebbe più né per noi né per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene».
Ma mentre quelle se ne andavano a comprare, arrivò lo sposo, e quelle che erano pronte
entrarono con lui alle nozze e la porta fu chiusa. Finalmente giungono anche le altre
vergini dicendo: «Signore, Signore, aprici!». Ma egli rispose: «In verità vi dico, non vi
conosco!».
Vegliate dunque, perché non conoscete né il giorno né l'ora. (Matt. 25. 1, 13).
L'idea che i discepoli non possono sapere quando sarà loro richiesto un lavoro attivo e
che devono essere pronti in ogni momento è enfatizzata nelle seguenti parole.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore. Questo però
sappiate, che se il padrone di casa conoscesse in quale veglia della notte viene il ladro,
veglierebbe e non gli permetterebbe di traforare la sua casa. Perciò anche voi tenetevi
pronti, perché nell'ora che non pensate, verrà il Figlio dell'uomo. (Matt. 24. 42, 44).
Successivamente l'opera del maestro stesso è menzionata e il fatto che egli possa
ricevere veramente poco aiuto persino dai suoi discepoli.
Allora dice loro: «L'anima mia è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».
(...) Poi torna dai discepoli e li trova addormentati. Allora torna e dice a Pietro: «Così
non avete potuto vegliare con me nemmeno un'ora? Vegliate e pregate, per non entrare
in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
(...) Poi torna verso i discepoli e dice loro: «Ormai dormite e riposate! Ecco, si avvicina
l'ora e il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. (Matt. 26. 38, 40,
41, 45).
Grande importanza è evidentemente data all'idea di «vigilare». È ripetuto molte volte
in tutti i Vangeli.
In quello secondo San Marco: State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà
quel tempo. Sarà come un uomo che partito per l'estero, lasciando la propria casa, diede
ai suoi servi ogni potere, a ciascuno il suo compito, e al portinaio ordinò di vegliare.
Vegliate dunque, perché non sapete quando verrà il padrone di casa se di sera, o a
mezzanotte, o al canto del gallo, o al mattino. Ché, venendo d'improvviso, non vi trovi
addormentati! E quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate! (Mc. 13. 33, 37).
In quello secondo San Luca sono di nuovo enfatizzate la necessità di essere pronti in
ogni momento e l'impossibilità di sapere anticipatamente.
Siano sempre cinti i vostri fianchi e le vostre lucerne accese.
(...) Beati quei servi, che il padrone al suo arrivo troverà vigilanti! In verità vi dico che
si cingerà, li farà mettere a tavola e verrà a servirli. E se giunge alla seconda o alla terza
veglia e li trova così, beati loro!
Però sappiate questo, che se il padrone di casa conoscesse in quale ora viene il ladro
non lascerebbe trafugare la sua casa. Anche voi tenetevi pronti, perché nell'ora che non
pensate, verrà il Figlio dell'uomo. (Lc. 12. 35, 37, 40).
E più in là: Vegliate, dunque, pregando in ogni tempo, per potere sfuggire a tutto quello
che sta per accadere, e comparire dinanzi al Figlio dell'uomo. (Lc. 21. 36).
Tutti i brani precedenti si riferiscono alla «vigilanza». Ma questa parola ha molti
differenti significati. È del tutto insufficiente comprenderla nel senso semplice di tutti
i giorni - essere pronti. La parola «vigilanza» contiene un'intera dottrina di psicologia
esoterica la quale è spiegata solo nelle scuole dell'occulto.
Le massime di Cristo sulla vigilanza sono molto simili alle massime di Buddha sullo
stesso argomento. Ma nella dottrina di Buddha lo scopo e il significato della vigilanza
sono anche più chiari. Tutta l'opera interiore di un «monaco» Buddha la risolve in
sorveglianza, e indica la necessità di un esercizio incessante nella vigilanza per il
conseguimento di una coscienza libera, per il superamento della sofferenza e per il
raggiungimento della liberazione (10).
Partendo da questo, il secondo requisito importante delle «regole occulte» è quello
della conoscenza e della capacità di tenere dei segreti, vale a dire, la conoscenza e la
capacità di restare in silenzio.
Cristo dà un'importanza speciale a questo, e il requisito dello stare in silenzio è ripetuto
nei Vangeli in forma letterale anche diciassette volte (come le parole, solo coloro che
hanno orecchie possono sentire).
Ed egli, stendendo la mano, lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii mondato!».
E subito fu mondato dalla lebbra. Allora Gesù gli dice: «Bada di non dirlo a nessuno,
ma va', fatti vedere dal sacerdote e offri il dono che Mosè ha prescritto, perché serva
loro come attestato». (Matt. 8. 3, 4).
E i loro occhi si aprirono. E Gesù li ammonì severamente: «Badate bene! Nessuno deve
saperlo». (Matt. 9. 30).
E mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa
visione». (Matt. l7. 9; Mc. 9. 9).
E subito, c'era nella loro sinagoga un uomo posseduto da uno spirito immondo, che si
mise a gridare, dicendo: «Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per mandarci
in rovina? So chi sei tu: il Santo di Dio!».
Ma egli lo rimproverò, dicendo: «Taci ed esci da costui!». (Mc. 1. 23, 25; Lc. 4. 33,
35).
Ed egli sanò molti malati da varie infermità e cacciò molti demoni; e non permetteva
ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. (Mc. 1. 34; Lc. 4. 41).
E subito la lebbra scomparve da lui, e fu mondato. Ma trattandolo severamente, lo
mandò subito via; e gli dice: «Bada di non dir niente a nessuno; ma va'». (Mc. l. 42,
44; Lc. 5. 13, 14).
E gli spiriti immondi, quando lo vedevano si prostravano davanti a lui e gridavano:
«Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli proibiva loro con insistenza di manifestarlo. (Mc. 3.
11, 12).
(10)
Die Reden Gotamo Buddhos aus der mittleren Sammlung Majjhimanikayo des Pali-Kanons, iibersetzt von Karl
Eugen Neumann (R. Piper & Co., Miinchen,1922), vol. I, pp. 122-123 e 634-635).
E subito la giovinetta si levò e si mise a camminare ... E raccomandò loro con insistenza
che nessuno venisse a saperlo. (Mc. 5. 42, 43).
E subito gli si aprirono gli orecchi e si sciolse il nodo della lingua e parlava
correttamente. Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno. (Mc. 35, 36).
Poi egli impose di nuovo le mani sugli occhi; ed egli ci vide bene e fu guarito, e
distingueva tutto distintamente, da lontano. Allora lo mandò a casa dicendogli: «Non
entrare affatto nel villaggio». (Mc. 8. 25, 26).
Egli allora domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispondendo, gli dice:
«Tu sei il Cristo». Allora ordinò loro di non parlare di lui con nessuno. (Mc. 8. 29, 30;
Lc. 9. 20, 21; Matt. l6 .20).
L'idea di mantenere dei segreti è collegata nell'esoterismo con l'idea della
conservazione dell'energia. Silenzio, segretezza, creano un circolo chiuso, vale a dire
un «accumulatore». L'idea attraversa tutti i sistemi occulti. L'abilità di mantenere il
silenzio o di dire solo ciò che è necessario, è il primo grado di controllo per sé stessi.
Nell'opera della scuola l'abilità di mantenere il silenzio include l'arte di dissimulare sé
stessi, non mostrandosi. L'«iniziato» è sempre nascosto al «non iniziato», benché il non
iniziato potrebbe ingannarsi pensando che vede, o può vedere, i motivi o le azioni
dell'«iniziato». L'«iniziato», secondo le regole esoteriche, non ha il diritto di, e non
deve, svelare il lato positivo della sua attività o di sé stesso a nessuno eccetto a coloro
il cui livello è vicino al loro, coloro che hanno già passato il test e hanno mostrato che
la loro attitudine e la loro comprensione sono giuste.
Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per farvi notare da loro;
altrimenti non meritate una ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque
fai elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle
sinagoghe e per le strade, per esser lodati dalla gente. In verità vi dico: essi hanno già
ricevuto la loro ricompensa. Ma quando tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra
quello che fa la tua destra, affinché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che
vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate come gli ipocriti, i quali amano pregare bene in vista nelle
sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere veduti dalla gente. In verità vi dico:
Essi hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma tu, quando preghi, entra nella tua
camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo, che è presente nel segreto; e il Padre tuo
che è presente nel segreto ti ricompenserà. Quando pregate non blaterate come i pagani;
infatti, credono di venire esauditi per la loro loquacità. (Matt. 6. 1, 7).
Una delle principali regole occulte, uno dei princìpi dell'opera esoterica, che i discepoli
devono imparare, è incarnato nelle parole di Cristo:
Non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra.
Uno studio del significato teorico e pratico di questo principio costituisce uno delle più
importanti parti dell'opera della scuola in tutte le scuole esoteriche senza eccezione.
Questo elemento della segretezza era molto forte nelle comunità cristiane dei primi
secoli. E l'esigenza della segretezza non era basata sulla paura delle persecuzioni, come
si pensa generalmente oggi, ma sulle ancora esistenti tradizioni delle scuole esoteriche,
con le quali al principio le comunità cristiane erano indubbiamente collegate (11).
Dopo di questo seguono delle conversazioni con i discepoli, nelle quali ciò che dice
Cristo si riferisce solo ai discepoli e non può riferirsi a nessun altro.
Allora, Pietro prendendo la parola, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti
abbiamo seguito; che cosa dunque ci toccherà?». Gesù disse loro: «In verità vi dico:
Voi, che mi avete seguito, nel rinnovamento del mondo, quando il Figlio dell'uomo si
assiderà sul suo trono di gloria, sederete anche voi su dodici troni per giudicare le
dodici tribù d'Israele. E chiunque ha lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre,
o moglie, o figli, o campi per amore del mio nome, riceverà il centuplo e avrà in eredità
la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi, e gli ultimi saranno i primi». (Matt. 19.
27, 30).
E sempre ai discepoli si riferisce il principio del seguente capitolo, vale a dire la
parabola dei contadini nel vigneto. La parabola perde tutto il suo significato se
applicata a tutte le persone.
Il Regno dei Cieli, infatti, è simile a un capo famiglia, il quale uscì di buon mattino a
prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. E, essendosi accordato con i
lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi all'ora terza,
vide altri che stavano sulla piazza sfaccendati, e disse loro: «Andate anche voi nella
mia vigna, e vi darò quello che sarà giusto»; e quelli vi andarono. Uscì ancora alla sesta
e alla nona ora e fece lo stesso. Circa l'ora undicesima, uscì nuovamente e incontrò
degli altri che stavano là e dice loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno in ozio?».
Gli rispondono: «Perché nessuno ci ha preso a giornata». Egli soggiunse: «Andate
anche voi nella vigna». Venuta la sera, il padrone della vigna dice al suo
amministratore: «Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino
ai primi».

(11)
«Niente può essere più forte del linguaggio dei Padri della Chiesa del quinto secolo sulla protezione con cui il credo
doveva essere tenuto segreto. Doveva essere preservato solo nella memoria. Il nome Symbolum è usato per esso, la cui
più probabile spiegazione è che fosse una parola d'ordine per mezzo della quale i Cristiani si riconoscevano tra loro.
Sant'Agostino dice: "Non dovete scrivere niente che riguardi il credo perché Dio disse: 'Metterò la mia legge nei loro
cuori e nelle loro menti la scriverò'. Quindi il credo si impara sentendo e non è scritto su delle tavole o su qualsiasi
sostanza materiale ma nel cuore". Quindi non è sorprendente che non ci sia alcun tipo di credo fino alla fine del secondo
secolo, e veramente il più antico credo pubblico scritto è circa della fine del terzo secolo». (Estratto da The History of the
Creeds, di J.R Lumby, D.D. (Deighton Beli & Co.), 1887, pp. 2 e 3.
Vennero quelli dell'ora undicesima e ricevettero un denaro ciascuno. Venuti i primi,
pensavano di ricevere di più; ma anch'essi ebbero un denaro ciascuno.
Ma ricevendolo, mormoravano contro il padrone di casa, dicendo: «Questi ultimi
hanno lavorato un'ora sola e tu li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso
della giornata e il caldo». Ma egli rispose a uno di loro: «Amico, non ti faccio alcuna
ingiustizia. Non avevi convenuto con me un denaro? Prendi il tuo e vattene. Io voglio
dare a quest'ultimo come a te. O non mi è lecito fare quel che voglio del mio?
Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno i primi
e i primi gli ultimi. (Matt. 20. 1, 16).
Successivamente, vi è un brano molto interessante nel Vangelo secondo San Luca il
quale spiega che i discepoli non dovrebbero aspettarsi una ricompensa speciale per ciò
che stanno facendo. È loro dovere farlo.
Chi di voi, avendo un servo ad arare o a pascolare il bestiame gli direbbe quando torna
dalla campagna: «Presto, vieni a metterti a tavola.»? Non gli dirà invece: «Preparati da
cenare, cingiti e servimi, finché abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai
tu.»? Deve forse ritenersi obbligato verso il servo, perché ha fatto quello che gli era
stato comandato? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato
comandato, dite: «Siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che dovevamo fare». (Lc.
17. 7, 10).
Tutti questi brani si riferiscono ai «discepoli». Avendo spiegato a chi si riferisce, Gesù
nei brani successivi stabilisce la sua posizione in relazione alla «Legge», vale a dire, a
quei princìpi dell'esoterismo che erano già conosciuti antecedentemente, grazie agli
insegnamenti dei profeti: Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge o i Profeti,
non sono venuto per abolire, ma per compiere. (Matt. 5. 17).
Queste parole hanno un altro significato. Cristo enfatizza in modo ben preciso che egli
non era un riformatore sociale e che non era il suo scopo cambiare delle vecchie leggi
o mettere in evidenza i loro punti deboli. Al contrario le mette spesso in rilievo e le
intensifica, vale a dire, trova insufficienti i requisiti del Vecchio Testamento, perché si
riferiscono soltanto alla facciata esterna.
In alcuni casi le regole per i discepoli erano create in questo modo. Come, per esempio,
sono i brani: Avete udito che è stato detto: non commetterai adulterio. Io invece vi dico
che chiunque guarda una donna desiderandola, ha già commesso adulterio con lei nel
suo cuore. (Matt. 5. 27, 28).
Questo significa ovviamente che i discepoli non potevano mai giustificarsi con l'essere
formalmente innocenti in qualcosa quando erano interiormente colpevoli. In altri casi
Gesù, nel commentare le vecchie leggi, semplicemente ripete o di nuovo mette in
rilievo i precetti della vita, come per esempio i precetti del divorzio, che non avevano
alcuna relazione con i suoi insegnamenti, eccetto come indicazioni della necessità della
verità interiore e dell'insufficienza di quella esteriore.
È stato detto: chi ripudia la propria moglie, le dia un atto di divorzio. Lo invece, vi dico
che chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di fornicazione, la fa essere
adultera; e chi sposa una ripudiata commette adulterio. (Matt. 5. 31, 32).
Lo scopo in questo caso era di redigere con questi precetti, insieme alle regole per i
discepoli, un «contesto» che autorizzasse Gesù a dire ciò che intendeva e ciò che non
poteva essere detto senza una precisa introduzione.
Quindi i brani sopra citati, sia quelli che costituiscono le regole per i discepoli e quelli
che costituiscono i precetti per quanto riguarda il divorzio, sono necessari nei Vangeli
solo per introdurre i due versi seguenti, e allo stesso tempo, in parte, per distrarre
l'attenzione da questi versi.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di peccato, strappalo e gettalo via da te; perché è
meglio che vada perduta una delle tue membra, anziché l'intero tuo corpo sia gettato
nella geenna.
E se la tua mano destra ti è occasione di peccato, tagliala e gettala via da te; perché è
meglio per te che vada perduta una delle tue membra, anziché l'intero tuo corpo vada
a finire alla geenna. (Matt. 5. 29, 30).
Questi due versi, insieme ad un verso del diciannovesimo capitolo di San Matteo,
probabilmente hanno creato più malintesi che tutti i Vangeli. Ed effettivamente essi
contengono dozzine di possibilità di interpretazioni errate. Per una giusta
comprensione psicologica di essi bisogna prima di tutto separarli interamente dal corpo
e dal sesso. Essi si riferiscono a differenti «Io» come, a differenti personalità,
dell'uomo. Allo stesso tempo hanno un altro significato, occulto o esoterico, del quale
parlerò dopo, nel capitolo «Sesso ed Evoluzione». I discepoli potrebbero aver
compreso il significato di queste parole. Ma nei Vangeli essi rimangono certamente del
tutto incomprensibili.
Anche la presenza nei Vangeli dei precetti per quanto riguarda il divorzio non fu mai
compresa. Questi precetti rientrano nel testo del Nuovo Testamento e destano numerosi
commenti come le parole autentiche di Cristo. L'Apostolo Paolo e i successivi
predicatori della nuova religione hanno basato tutte le regole della legge su questi brani,
rifiutando del tutto di vedere che questi brani erano solo delle coperture e non potevano
avere un significato indipendente all'interno dell'insegnamento di Cristo.
Nello stesso momento Cristo dice che adempiere la legge non è sufficiente per i
discepoli. Essi sono soggetti ad una disciplina molto più rigida, basata su principi molto
più sottili.
Perché vi dico che se la vostra giustizia non sarà più grande di quella degli scribi e dei
farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli.
Avete udito che è stato detto dagli antichi: Non ucciderai, e chi uccide sarà sottoposto
al giudizio. lo, invece, vi dico che chiunque va in collera con suo fratello, sarà
sottoposto al giudizio. Chi dice a suo fratello: «Stupido», sarà sottoposto al Sinedrio; e
chi dice «Empio», sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque stai per presentare
la tua offerta all'altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì
la tua offerta davanti dall'altare, e prima va' a riconciliarti con tuo fratello, e poi ritorna
a presentare la tua offerta. (Matt. 5. 20, 24).
Dopo di questo segue il più confuso e difficile passo dei Vangeli, dato che questi passi
possono essere compresi come regole morali generali, costituenti ciò che è considerato
moralità cristiana e virtù cristiana. Allo stesso tempo qualsiasi comportamento degli
uomini contraddice queste regole. Gli uomini non possono adempiere a queste regole
e neanche comprenderle. Il risultato è un enorme ammontare di inganno e auto-
inganno. Le dottrine cristiane sono basate sui Vangeli, ma l'intera struttura e l'ordine
della vita delle persone cristiane va contro i Vangeli.
Ed è caratteristico in questo caso che tutta questa ipocrisia e tutta questa menzogna sia
del tutto inutile. Cristo non ha mai insegnato a tutti gli uomini a non resistere al male,
a porgere la guancia sinistra quando si è colpiti sulla destra, e a dare i loro mantelli a
coloro che vogliono togliersi il proprio soprabito.
Questi passi in nessun modo costituiscono delle regole morali generali, e non sono una
regola delle virtù cristiane. Essi sono regole per i discepoli, e non regole generali di
comportamento. Il vero significato di queste regole può essere spiegato solo in una
scuola occulta. E la chiave per questo significato è nelle parole: Voi dunque sarete
perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste. (Matt. 5. 40).
Successivamente segue la spiegazione: Avete udito che è stato detto: Occhio per occhio
e dente per dente. lo, invece vi dico, di non resistere al malvagio; ma se uno ti
schiaffeggia sulla guancia destra, porgigli anche l'altra. E a chi ti vuole portare dinanzi
al tribunale e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. A chi ti chiede, dà; e non
voltare le spalle a chi desidera da te un prestito.
Avete udito che è stato detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.
Io, invece, vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano; così
sarete figli del Padre vostro che è nei cieli: perché egli fa sorgere il sole sui cattivi e sui
buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti, amate quelli che vi amano,
quale ricompensa meritate? Non fanno lo stesso anche i pubblicani?
Voi dunque sarete perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste. (Matt. 5. 38, 40, 42,
46, 48).
Ognuno di questi passi forma il contenuto di un insegnamento speciale, complesso e
pratico. Questi insegnamenti pratici, presi insieme, costituiscono un sistema occulto od
esoterico di auto-allenamento e auto-educazione basato su dei principi sconosciuti al
di fuori delle scuole occulte.
Niente può essere più inutile ed ingenuo di un tentativo di comprendere il loro
contenuto senza delle istruzioni adeguate.
Dopo di questo segue la preghiera data da Cristo, che riassume l'intero contenuto della
dottrina del Vangelo e può essere considerata come una sinossi di esso, il Padre Nostro.
Le distorsioni nel testo di questa preghiera sono state già menzionate. L'origine della
preghiera è sconosciuta, ma nel Secondo Alcibiade di Platone, Socrate cita una
preghiera, che assomiglia notevolmente al Padre Nostro ed è molto probabilmente la
forma originale del Padre Nostro.
Re Zeus, donaci tutto ciò che è buono sia che noi te lo domandiamo o no, ma ordina
che tutto ciò che è maligno ci lasci anche se te lo domandiamo (12).
La somiglianza è così ovvia che non richiede commenti.
La preghiera citata da Socrate spiega un punto incomprensibile del Padre
Nostro, vale a dire, la parola «ma» dopo le parole «non ci indurre in tentazione, ma
liberaci dal male». Questo ma indica una continuazione della frase che era esistita
precedentemente la quale però manca nella preghiera del Vangelo.
Questa continuazione omessa, «anche quando ti domandiamo (cose maligne)», spiega
«ma» nella precedente frase.
Successivamente seguono le regole interiori, di nuovo per i discepoli, regole che non
possono riferirsi a tutte le persone.
Perciò vi dico: Non vi affannate per la vostra vita di quello che mangerete o che berrete,
né per il vostro corpo di che cosa vestirete. La vita non vale più del cibo e il corpo più
del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, né raccolgono
nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre. Voi non valete più di loro? Chi di
voi, per quanto s'affanni, può aggiungere un solo cubito alla durata della vita?
E perché vi affannate per il vestito? Considerate i gigli del campo come crescono! Non
faticano e non filano. Eppure vi dico che neanche Salomone in tutta la sua magnificenza
era vestito come uno di essi.
Ora, se Dio veste in tal modo l'erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel
forno, non lo farà molto più per voi, gente di poca fede?

(12)
Platone, Alcibiade, II, 143A.
Non vi affannate, dunque, dicendo: «Che cosa mangeremo?» oppure: «Che cosa
berremo?» oppure «Di che ci vestiremo?». Infatti, di queste cose ci assillano i pagani;
ma il vostro Padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il
Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.
Non vi affannate dunque per il domani; perché il domani si affannerà per sé stesso. A
ciascun giorno basta la sua pena. (Matt. 6. 25, 34).
Successivamente vengono le regole che governano i rapporti dei «discepoli» tra di loro,
di nuovo non avendo alcuna relazione con tutti gli uomini.
Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché sarete giudicati secondo il giudizio
con cui giudicate, e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave
che è nel tuo occhio? Oppure, come potrai dire al tuo fratello: «Permettimi che ti tolga
la pagliuzza dall'occhio», mentre nell'occhio tuo c'è una trave? Ipocrita! Togli prima la
trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del
fratello. (Matt. 7. 1, 5).
La tendenza generale dell'interpretazione comune è ancora quella di considerare questi
passi come regole di moralità cristiana e allo stesso tempo di considerarli come ideali
irraggiungibili.
Ma Cristo era molto più pratico, egli non insegnava ciò che non era attuabile.
Le regole che egli ha dato erano destinate ad essere eseguite, ma non da tutti, solo da
coloro ai quali l'adempimento di esse potesse recare beneficio e da coloro che erano in
grado di eseguirle.
Vi è una somiglianza interessante tra alcuni passi dei Vangeli e certi passi dei libri
Buddhisti.
Per esempio, nel Catechismo Buddhista vi sono le seguenti parole: La colpa degli altri
è facilmente percepita ma quella di sé stessi è difficile da percepire; un uomo esamina
le colpe del suo vicino come la paglia, ma nasconde la sua colpa, come un truffatore
nasconde il dado truccato da un giocatore (13).
Nel nono capitolo di San Matteo si parla della direzione generale del lavoro occulto e
dei suoi princìpi basilari. n primo di essi è che le persone devono essere consce di ciò
di cui hanno bisogno. Finché la gente non ha sentito un bisogno per l'esoterismo, non
potrà essere utile per loro e per loro non potrà esistere.
Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. (Matt. 9. 12).

(13)
The Buddhist Catechism (1915), p. 49, di Henry S. Olcott.
Seguono poi parole molto significative: Andate pure a imparare che cosa significhi:
Voglio misericordia e non sacrificio. Perché non · sono venuto a chiamare i giusti ma
i peccatori. (Matt. 9. 13).
E in un'altra parte Gesù dice: Ma se aveste compreso che cosa significa: Voglio
misericordia e non sacrificio, non avreste condannato degli innocenti. (Matt. 12. 7).
Le ordinarie interpretazioni sono molto lontane dal vero significato di questi passi. La
causa di questo risiede nel fatto che non comprendiamo cosa significhi la parola
«misericordia», cioè non comprendiamo cosa significhi la parola che è tradotta nelle
lingue europee come «misericordia», miséricorde, Barmherzigkeit.
Questa parola ha alcuni significati molto differenti che ci sfuggono. Ma l'etimologia
della parola russa offre un'idea del possibile significato corretto di questa parola e dei
passi in cui la incontriamo. Il termine russo non può essere tradotto del tutto in inglese.
Molto spesso significa diletto. Se potessimo coniare la parola «dilettità» sarebbe molto
vicina all'espressione russa tradotta come misericordia.
Più avanti, i seguenti passi si riferiscono alle regole occulte:
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: «Chi dunque è il più
grande nel Regno dei Cieli?». Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a
loro e disse: «In verità vi dico: Se non cambiate e diventate come i fanciulli, non
entrerete nel Regno dei Cieli». (Matt. 18. 1, 3).
I passi successivi hanno un grande significato occulto. Ma essi si riferiscono ai princìpi,
e non alle regole.
Allora gli furono presentati dei bambini, perché imponesse loro le mani e pregasse; i
discepoli però li sgridarono. Ma Gesù disse: «Lasciate stare i bambini e non impedite
loro di venire a me; perché il Regno dei Cieli è di quelli che sono come loro». (Matt.
19. 13, 14).
Passi che si riferiscono ai fanciulli sono ripetuti negli altri Vangeli.
Allora egli, postosi a sedere, chiamò i dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo,
sarà l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E preso un bambino lo pose in mezzo a loro e,
abbracciatolo, disse loro: «Chi accoglierà uno di questi bambini nel mio nome, accoglie
me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». (Mc. 9. 35, 37).
Gli presentavano anche i fanciulli, perché li toccasse; ma i discepoli, vedendo ciò, li
sgridavano! Gesù però li chiamò a sé, dicendo: «Lasciate che i bambini vengano a me,
e non glielo impedite; perché il Regno di Dio è di quelli che sono come loro. In verità
vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». (Lc.
18. 15, 17).
Tutti questi passi sono pieni del più profondo significato, ma di nuovo sono intesi solo
per i discepoli. Sul sentiero del lavoro della scuola un uomo cresciuto e ricco di
esperienza deve diventare al più presto come un bambino.
Deve accettare l'autorità degli altri uomini che conoscono più di lui. Deve aver fiducia
in loro ed obbedirgli. e sperare nel loro aiuto. Deve capire che da solo, senza la loro
giuda, egli non può fare nulla. In relazione a loro deve sentirsi un bambino. Deve dire
loro tutta la verità e mai nascondere qualcosa. Deve capire che non deve giudicarli. Ed
egli deve usare tutti i suoi poteri e tutte le sue forze per diventare capace di aiutarli. A
meno che un uomo non passi attraverso questo stadio, a meno che non diventi
temporaneamente un bambino, a meno che non sacrifichi i risultati della sua esperienza
di vita, non entrerà mai a far parte del cerchio interno, vale a dire il «Regno dei Cieli».
Per Cristo il «bambino» era un simbolo del discepolo.
La relazione tra il discepolo e il suo maestro è la relazione di un figlio con il padre, di
un fanciullo con un uomo adulto. In questa relazione il fatto che Cristo si definisse
sempre figlio e chiamasse Dio padre acquista un nuovo significato.
I discepoli di Gesù spesso discutono tra loro. Uno degli argomenti costanti delle loro
conversazioni era chi di loro fosse il più grande; e Gesù condannò sempre queste
dispute dal punto di vista dei princìpi e delle regole occulte.
Ma Gesù chiamatili a sé disse: «Voi sapete che i capi delle nazioni le tiranneggiano e i
grandi fanno sentire il loro potere su di esse. Tra voi non deve essere così; ma chi vuole
diventare grande tra voi, sia il vostro servo». (Matt. 20. 25, 26).
A volte queste dispute come su chi era il più grande assumono un carattere del tutto
tragico. Una volta Gesù parlò ai suoi discepoli della sua prossima morte e risurrezione.
E partiti di là, si mettevano in viaggio attraverso la Galilea, ed egli non voleva che
alcuno lo sapesse. Infatti, istruiva i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo
sarà consegnato nelle mani degli uomini, e lo uccideranno; ma, ucciso che sia, dopo tre
giorni risorgerà». Essi però non comprendevano quel discorso e temevano
d'interrogarlo.
E giunsero a Cafarnao; e quando fu in casa, domandava loro: «Di che cosa discutevate
per la strada?». Ma essi tacevano, perché durante il viaggio avevano questionato tra
loro chi fosse il più grande. (Mc. 9. 30, 34).
In queste ultime parole si sente la più tragica caratteristica del dramma evangelico - sia
che fosse recitato o reale -, il fallimento dei discepoli nel comprendere Gesù, il loro
ingenuo comportamento nei suoi confronti, e l'atteggiamento «troppo umano» tra loro
stessi. «Chi è il più grande?».
Nel Vangelo secondo San Luca vi è una spiegazione molto interessante della parola
«prossimo» che è piena di significato occulto. Questa parola è comunemente
considerata con un significato errato, come ogni uomo, o come colui con il quale ha a
che fare. Questa interpretazione sentimentale della parola «prossimo» è molto lontana
dal significato del Vangelo.
Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro,
facendo che cosa avrò parte alla vita eterna?». Gesù rispose: «Cosa sta scritto nella
Legge?». Quegli rispondendo, disse: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore
e con tutta la tua anima e con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo
tuo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene! Fa' questo e vivrai».
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù prese
a dire: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e si imbatté nei briganti, i quali,
dopo averlo spogliato e coperto di percosse, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella strada; e lo vide e girò alla larga.
Egualmente anche un levita, giunto sul luogo e vedutolo, girò alla larga. Ma un
Samaritano, che era in viaggio, arrivò vicino a lui e avendolo visto, ne ebbe
compassione. E avvicinatosi, gli fasciò le ferite, versandovi sopra olio e vino, e fattolo
salire sulla propria cavalcatura, lo condusse in un albergo e si prese cura di lui».
All'indomani trasse fuori due denari, li diede all'albergatore dicendo: «Prenditi cura di
lui, e quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno». «Chi di questi tre ti pare
che si sia comportato da prossimo per colui che era incappato nei briganti ?». Quegli
rispose: «Colui che gli ha usato misericordia». Gesù gli disse: «Va', anche tu fa' lo
stesso». (Le. 10. 25, 37).
La parabola del «buon Samaritano» mostra che «prossimo» non è ogni uomo come è
comunemente interpretato nel Cristianesimo sentimentale. I ladri che lo hanno
derubato e percosso, il sacerdote che avendolo visto gli girò alla larga, e il levita che
vedutolo girò anch'esso alla larga, non sono certamente «prossimo» nei confronti
dell'uomo che è stato aiutato dal Samaritano. Il Samaritano divenne il suo prossimo
aiutandolo. Se anch'egli avesse girato alla larga, così come hanno fatto gli altri, non
sarebbe stato il suo prossimo. Dal punto di vista esoterico il prossimo di un uomo sono
coloro che lo aiutano o possono aiutarlo nel suo sforzo o nel conoscere le verità
esoteriche o nell'avvicinarsi al lavoro esoterico.
Accanto alla linea delle regole occulte del Nuovo Testamento può essere vista la linea
della condanna spietata alle pseudo-religioni.
Ipocriti! Isaia ha profetato bene di voi dicendo: questo popolo mi onora con le labbra,
ma il loro cuore è lontano da me. (Matt. 15. 7, 8).
Seguono numerose pungenti e sarcastiche osservazioni che sfortunatamente sono
ancora vive ai nostri tempi così come lo erano al tempo di Cristo: Lasciateli, sono dei
ciechi che guidano altri ciechi! Ora, se un cieco guida un altro cieco, cadranno tutt'e
due in un fosso. (Matt. 15. 14).
Dopo una conversazione molto caustica con i Farisei e i Sadducei Gesù dice: Gesù
disse loro: «State attenti e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». (Matt. 16.
6).
Ma questo avvertimento fu dimenticato prima che Cristo morisse. In quello di San Luca
lo stesso avvertimento è dato, ma ancora più chiaramente: Guardatevi dal lievito dei
farisei che è ipocrisia. (Lc. 12. 1).
Questo è seguìto da un intero capitolo sulla pseudo-religione che mostra tutte le sue
caratteristiche, manifestazioni, effetti e risultati.
Allora Gesù rivolse la parola alle folle e ai suoi discepoli, dicendo: «Sulla cattedra di
Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quindi fate e osservate tutto quello che vi
dicono, ma non imitate le loro azioni; perché dicono e non fanno. Legano insieme dei
fardelli pesanti e insopportabili, e li pongono sulle spalle degli uomini; loro però non
vogliono smuoverli nemmeno col dito. Compiono tutte le loro opere per farsi vedere
dalla gente; infatti, fanno larghe le loro filatterie e allungano le frange. Ambiscono il
primo posto nei conviti e i primi seggi nelle sinagoghe, e ricevere i saluti nelle piazze
ed essere chiamati rabbi dalla gente, ma voi, non fatevi chiamare rabbi, perché uno solo
è il vostro Maestro, mentre voi siete tutti fratelli. E non chiamate padre nessuno fra voi
sulla terra; perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. Né fatevi chiamare
precettori, perché il vostro Precettore è solo Cristo.
Il più grande tra voi, sia vostro servo. Chi s'innalzerà sarà abbassato, e chi si abbasserà
sarà innalzato.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il Regno dei Cieli in faccia agli uomini!
Di fatto, voi non vi entrate, ma non lasciate entrare neppure quelli che vorrebbero.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un proselito,
e quando lo è diventato, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.
(...) Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'aneto e
del comino, e trascurate i punti più gravi della Legge: la giustizia e la misericordia e la
fedeltà! Ora bisognava fare queste cose, senza trascurare le altre. Guide cieche, che
filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che
purificate l'esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e di
intemperanza. Fariseo cieco! Purifica prima l'interno del bicchiere affinché l'esterno
diventi puro. Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati,
che al di fuori appaiono splendidi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni
marciume! Così anche voi al di fuori apparite alla gente come giusti, mentre dentro
siete colmi di ipocrisia e d'iniquità. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite i
sepolcri dei profeti e decorate le tombe dei giusti, e dite: "Se fossimo vissuti al tempo
dei nostri padri, non ci saremmo resi loro complici nello spargere il sangue dei
profeti!". Così testimoniate contro voi stessi d'essere figli di coloro che assassinarono
i profeti. E voi colmate pure la misura dei vostri padri!
Serpenti, razza di vipere! Come potrete sfuggire alla condanna della Geenna? Per
questo, ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: voi ne ucciderete e crocifiggerete,
e ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e perseguiterete di città in città». (Matt. 23. 1,
15, 23, 34).
In un'altra parte si trovano altre parole notevoli connesse con quanto sopra citato: Guai
a voi, dottori della Legge, che avete preso la chiave della scienza! Voi stessi non siete
entrati e l'avete impedito a quelli che volevano entrare. (Le. 11. 52).
Ciò che è più sorprendente nella storia di Gesù è che il suo insegnamento, dopo tutto
ciò che ha detto, sarebbe dovuto diventare, come tutte le altre dottrine nel mondo, la
fonte di pseudo-religioni.
Gli «Scribi» e i «Farisei» hanno adattato il suo insegnamento e nel suo nome
continuano a fare esattamente ciò che facevano prima.
La crocifissione di Cristo è un simbolo. Ricorre senza interruzione sempre ed ovunque.
Questa dovrebbe essere considerata la parte più tragica della storia di Cristo, se non
fosse stato possibile supporre che anch'essa entrasse a far parte del piano generale, e
che la capacità dell'uomo di distorcere e adattare ogni cosa al proprio livello era
calcolata e soppesata.
Di questa distorsione della dottrina se ne parla nei Vangeli. Secondo la terminologia
dei Vangeli questo è lo «scandalo».
Chi invece dà scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe più
conveniente per lui che gli fosse appesa al collo una macina da somaro e venisse
sommerso in alto mare. Guai al mondo a causa degli scandali! È inevitabile, infatti, che
avvengano gli scandali; però guai all'uomo per mezzo del quale avviene lo scandalo!
(Matt. 18. 6, 7) (14).
Lo «scandalo», vale a dire, «seduzione» o «corruzione», è certamente prima di tutto la
distorsione delle verità esoteriche, la distorsione degli insegnamenti dati alla gente,
contro i quali soprattutto Cristo si ribellò e lottò.
(14)
La parola «scandalo» è una traduzione della parola greca σκάνδαλο; nella Chiesa-Slava e in quella Russa la parola è
tradotta come «seduzione», che è più vicina al significato della parola greca. Altre possibili traduzioni sono: «corruzione»,
«sviante», «adescante». Così per comprendere il testo inglese è necessario sostituire la parola «scandalo» con la parola
«seduzione» o «corruzione», e «dare scandalo» con «sedurre» o «corrompere». Il significato quindi diventa chiaro.
Molte obiezioni e molti malintesi nascono di solito dalla parabola dell'amministratore
astuto, nel sedicesimo capitolo di San Luca.
Diceva inoltre ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, il quale
gli venne denunciato come dissipatore dei suoi beni. Allora lo fece chiamare e gli disse:
"Che è quello che sento di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai
più essere amministratore". Allora disse tra sé l'amministratore: "Che cosa farò ora che
il padrone mi ha tolto l'amministrazione? Per zappare non ho la forza, e mendicare mi
vergogno. So io che cosa farò, affinché mi accolgano in casa loro, quando sarò tolto
dall'amministrazione". E chiamati a sé uno per uno i debitori del suo padrone, diceva
al primo: "Quanto devi al mio padrone?". "Cento barili d'olio" rispose quello. Ma egli
gli disse: "Prendi la tua nota, siedi e scrivi subito cinquanta". Poi disse ad un altro: "E
tu quanto devi?". "Cento misure di grano", rispose. Gli disse: "Prendi la nota e scrivi
ottanta". E il padrone lodò l'amministratore disonesto, perché aveva agito con
accortezza. Poiché i figli di questo mondo sono più accorti dei figli della luce nel
trattare con i loro simili.
Ed io vi dico: Fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta, affinché quando verrà a
mancare, vi accolgano nei padiglioni eterni.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è ingiusto nel poco, è ingiusto
anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli con il denaro ingiusto, chi vi affiderà
quello vero? E se non siete stati fedeli con quello degli altri. chi vi darà il vostro?».
(Lc. 16. 1, 12).
Come deve essere compresa la parabola? Questa domanda provoca un'intera serie di
altre domande a proposito dell'interpretazione dei brani del Vangelo in generale. Senza
scendere nei dettagli, si può dire che la comprensione di brani difficili potrebbe a volte
essere basata su brani ad essi contigui, e su passi a loro vicini nel significato, nonostante
siano ben lontani da essi nel testo; a volte sulla comprensione della «linea di pensiero»
alla quale essi appartengono; e a volte su dei brani che esprimono il lato opposto
dell'idea e spesso sembrano non avere nessuna logica connessione con la prima.
Nel caso presente considerando la parabola dell'amministratore astuto, si può dire
subito che si riferisce a dei princìpi occulti, ovvero, alle regole dell'esoterico. Ma questo
non è sufficiente per la sua comprensione. Vi è qualche cosa di strano in questa
esigenza di falsità, in questa richiesta di inganno. Questa esigenza comincia ad essere
comprensibile solo quando consideriamo la natura delle falsità che sono richieste.
L'amministratore riduce i debiti dei debitori del suo signore, «condona» loro parte dei
loro debiti, e per questo il suo signore in seguito lo elogia.
Non è questo perdono dei peccati? Nel brano che segue subito dopo il Padre Nostro,
Gesù dice: Se infatti perdonate agli uomini le loro colpe, il vostro Padre celeste
perdonerà anche a voi; ma se non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro
perdonerà le vostre colpe. (Matt. 6. 14, 15).
Di solito questi brani sono interpretati come un consiglio per la gente di perdonare
coloro che hanno peccato contro di loro. Ma effettivamente questo non è detto affatto.
Ciò che è detto è semplicemente «perdona agli uomini i loro peccati». E se prendiamo
il brano letteralmente come è scritto, la parabola dell'amministratore astuto comincia
ad essere più comprensibile. Ci si raccomanda, in questa parabola, di perdonare alla
gente i loro peccati, non contro di noi, ma tutti i loro peccati in generale, qualsiasi essi
siano.
Il problema che potrebbe sollevarsi è a proposito di come noi possiamo perdonare i
peccati degli altri, peccati che non hanno alcuna relazione con noi.
La parabola dell'amministratore astuto dà a questo una risposta.
Possiamo farlo per mezzo di una certa pratica illegale, per mezzo di una falsificazione
di «conti», cioè, per mezzo di una certa alterazione intenzionale di ciò che vediamo. In
altre parole, possiamo, appunto, perdonare agli altri i loro peccati rappresentandoceli
migliori di quello che sono realmente.
Questa è una forma di falsità che non solo non è condannata, ma è effettivamente
approvata dalla dottrina del Vangelo. Per mezzo di una tale falsità un uomo si pone al
sicuro contro certi capitoli, «acquista degli amici» e sulla forza di questa falsità prova
di meritare fiducia.
Uno sviluppo molto interessante della stessa idea, sebbene senza alcun riferimento alla
parabola dell'amministratore astuto, può essere rinvenuto nelle Epistole di San Paolo.
In realtà molte di queste affermazioni paradossali sono un'espressione di questa idea.
Paolo comprese che il «perdono dei peccati» non porterà alcun beneficio ai «debitori
del Signore», sebbene arrechi beneficio a colui che sinceramente li perdona.
Esattamente nello stesso modo «l'amore per i nemici» non porterà beneficio ai nemici,
ma al contrario sarà una delle più crudeli vendette.
Perciò se un tuo nemico è affamato, nutrilo; se è assetato, dagli da bere; poiché così
facendo tu ammasserai carboni ardenti sul suo capo. (Rom. 12. 20).
La difficoltà è che si dovrà trattare di amore sincero. Se un uomo «ama i propri nemici»
con l'intenzione di ammassare carboni ardenti sul loro capo, egli certamente ammasserà
carboni sul proprio capo.
L'idea della parabola dell'amministratore astuto, cioè l'idea del beneficio di vedere le
cose migliori di come sono, entra anche nelle ben note affermazioni di San Paolo sul
«potere» e i «governanti».
Ogni persona sia sottomessa ai poteri superiori, perché non c'è potere se non da Dio e
i poteri che esistono sono istituiti da Dio.
Sicché, chi si oppone al potere, si oppone all'ordine stabilito da Dio, e quelli che vi
fanno opposizione si attirano addosso la condanna.
Perché i magistrati non sono da temere per le opere buone, bensì per quelle cattive.
Vuoi tu non avere da temere il potere? Fa' quel che è bene e ne riceverai lode.
Esso infatti è per te ministro di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male temi, perché esso
non porta la spada invano: poiché egli è il ministro di Dio, deve punire chi fa il male.
Perciò conviene star soggetti, non soltanto per timore dell'ira, ma anche per motivo di
coscienza.
Poiché è anche per questa ragione che voi pagate i tributi: perché sono ministri di Dio
addetti proprio a tale ufficio. Rendete a ognuno quello che gli è dovuto; a chi è dovuto
il tributo il tributo, a chi l'imposta, a chi il timore il timore, a chi l'onore. (Rom. 13. 17).
Anche qui Gesù disse: «Date a Cesare ciò che è di Cesare». Ma non ha mai detto che
Cesare sia Dio. Qui la differenza tra Cristo e Paolo, tra ciò che è esoterico e ciò che,
anche se molto elevato, è umano, diventa particolarmente evidente. Nell'idea della
parabola dell'amministratore astuto non vi è autosuggestione. Paolo introduce
l'autosuggestione; i suoi seguaci erano destinati a credere nei «conti falsificati».
Il significato della parabola dell'amministratore ingiusto diventa ancora più chiaro se
troviamo i passi che comprendono il lato opposto di quest'idea.
Questi sono i passi che parlano della bestemmia contro lo Spirito Santo.
Questi passi comprendono il lato opposto dell'idea espressa nella parabola
dell'amministratore astuto, perché essi non parlano di ciò che la gente può acquisire ma
di ciò che la gente perde e il modo in cui lo perde.
Perciò vi dico: Ogni peccato e bestemmia saranno perdonati agli uomini; ma la
bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. E chi avrà detto una parola
contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonato; ma chi l'avrà detta contro lo Spirito
Santo, non gli sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro.
In verità vi dico: Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e le bestemmie,
per quante ne abbiano dette; chi però avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non
otterrà perdono in eterno, ma è colpevole di eterno peccato. (Mc. 3. 28, 29).
E chiunque dirà una parola contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonato; ma a chi avrà
bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato. (Le. 12. 10).
L'uomo buono trae fuori dal buon tesoro cose buone, e l'uomo cattivo trae fuori dal
cattivo tesoro cose cattive. Ora vi dico: ogni parola infingarda che gli uomini abbiano
proferito, dovranno renderne conto nel giorno del giudizio. (Matt. 12. 35, 36).
Quale è il collegamento tra questi passi e la parabola dell'amministratore astuto? Che
cosa si intende per bestemmia contro lo Spirito Santo? Perché la bestemmia non si
perdona, e che cosa è lo Spirito Santo?
Lo Spirito Santo è ciò che è buono in ogni cosa. In ogni oggetto, in ogni uomo, in ogni
evento, vi è qualcosa di buono, non in senso filosofico né mistico, ma nel senso più
semplice e di ogni giorno. Se un uomo non vede questo buono, se condanna ogni cosa
irrevocabilmente, se cerca o vede solo il male, se è incapace di vedere il buono nelle
cose o nelle persone, allora questa è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Vi sono
differenti tipi di uomini. Alcuni sono capaci di vedere il buono anche quando ve ne è
molto poco. Essi sono persino inclini ad esagerare a volte. Altri, al contrario, sono
inclini a vedere ogni cosa peggiore di ciò che è nella realtà, sono incapaci di vedere
qualcosa di buono.
Prima di tutto, sempre e in ogni cosa, trovano qualcosa di male, cominciano sempre
con il sospetto, con l'accusa, con la calunnia. Questa è la bestemmia contro lo Spirito
Santo. Questa bestemmia non è perdonata; il che vuoi dire che lascia una traccia molto
profonda nella natura interiore dell'uomo stesso.
Di solito nella vita la gente prende la calunnia troppo alla leggera, la scusa troppo
facilmente sia per sé stessi che per gli altri. La calunnia costituisce la metà della loro
vita, colma metà dei loro interessi. La gente calunnia senza che essa stessa faccia caso
a ciò che sta facendo e automaticamente non si aspetta altro che la calunnia dagli altri.
Risponde alla calunnia degli altri con la calunnia e si sforza solo di prevenirli. Una
tendenza particolarmente notevole a calunniare è chiamata o una mente critica o
arguzia. Gli uomini non capiscono che anche la calunnia di tutti i giorni è l'inizio della
bestemmia contro lo Spirito Santo. Non per niente il Diavolo significa calunniatore. Il
passo del Vangelo «che dovranno rendere conto anche di ogni futile parola nel giorno
del giudizio», suona così strano e incomprensibile agli uomini perché non
comprendono che anche una piccola calunnia è l'inizio della bestemmia contro lo
Spirito Santo. Essi non comprendono che anche ogni futile parola rimane e che
calunniando ogni cosa attorno a loro potrebbero non intenzionalmente toccare qualcosa
che appartiene ad un differente ordine di cose e trovarsi incatenati alla ruota
dell'eternità nel ruolo di un piccolo ed impotente calunniatore.
Quindi l'idea della calunnia, che non sarà perdonata all'uomo, ha attinenza con la vita
comune. La calunnia lascia in loro una traccia più profonda di quanto gli uomini
pensino.
Ma la calunnia ha un significato speciale nel lavoro esoterico e Cristo mette in rilievo
questo significato.
E chi avrà detto una parola contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonato; ma chi l'avrà
detta contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonato né in questo mondo né in quello
futuro.
Queste notevoli parole vogliono dire che la menzogna e la calunnia dirette
personalmente contro Cristo possono essere perdonate. Ma come capo della scuola,
come padrone della scuola, egli non potrebbe perdonare la calunnia diretta contro la
scuola, contro l'idea del lavoro, della scuola, contro l'idea dell'esoterismo.
Questa forma di bestemmia contro lo Spirito Santo rimane con l'uomo per sempre. La
parabola dell'amministratore astuto si riferisce alla creazione dell'altro, della tendenza
opposta, vale a dire, la tendenza a vedere lo Spirito Santo o il «buono» anche dove ce
n'è molto poco, e in questo modo aumentare il buono in sé stessi e liberarci dai peccati,
cioè dal «male».
L'uomo trova ciò che cerca. Chi cerca il male trova il male; chi cerca il buono trova il
buono.
L'uomo buono trae fuori dal buon tesoro cose buone, e l'uomo cattivo trae fuori dal
cattivo tesoro cose cattive.
Allo stesso tempo non c'è niente di più pericoloso del comprendere l'idea di Cristo in
senso letterale o sentimentale, e cominciare a vedere il buono dove non ce n'è affatto.
L'idea che in ogni oggetto, in ogni uomo, in ogni evento c'è qualcosa di buono è corretta
solo in relazione a manifestazioni normali e naturali. Non può esserci Spirito Santo
nella bestemmia contro lo Spirito Santo, e vi sono cose, persone ed eventi che sono
solo per loro natura la bestemmia contro lo Spirito Santo. La loro giustificazione è la
bestemmia contro lo Spirito Santo.
Molto del male della vita accade solo perché la gente, per paura di commettere un
peccato o per paura di apparire non sufficientemente caritatevole o non
sufficientemente di larghe vedute, giustifica ciò che non ha bisogno di giustificazione.
Cristo non era sentimentale, egli non aveva mai paura di dire una verità sgradevole,
egli non aveva paura di agire. L'espulsione dei cambiavalute dal tempio è una
straordinaria allegoria che mostra l'atteggiamento di Cristo verso la «vita», che cerca
di adattare anche il tempio ai suoi fini.
E Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che vendevano e compravano nel tempio;
rovesciò le tavole dei cambiavalute e i banchi dei venditori di colombe; e disse loro:
«Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne fate una
spelonca di ladroni». (Matt. 21. 12, 13).
Rimangono da menzionare altre due idee, che sono spesso associate con la dottrina del
Vangelo e che gettano una falsa luce sia sui princìpi che su Cristo stesso.
La prima idea è che la dottrina del Vangelo non si riferisce alla vita terrena, che Cristo
non ha costruito nulla sulla terra, che tutta l'idea del Cristianesimo è quella di preparare
l'uomo per la vita eterna, per la vita oltre la soglia della morte.
E la seconda idea è che la dottrina del Vangelo è troppo ideale per gli uomini e per
questo impraticabile, che Cristo era un poeta e un filosofo nei suoi sogni, ma nella
sobria realtà non ci si può fissare su questi sogni e non si può prenderli seriamente in
considerazione.
Ma entrambe queste idee sono errate. Cristo non ha insegnato per la morte, ma per la
vita, e il suo insegnamento non ha mai incluso e mai potrebbe includere la vita intera.
Nelle sue parole, specialmente nelle sue parabole, compaiono continuamente molte
persone che stanno del tutto al di fuori delle sue idee: tutti i re, uomini ricchi, ladri,
preti, Leviti, servi dei ricchi, mercanti, Scribi e Farisei, e così via. E questa enorme ed
assurda vita, con la quale il suo insegnamento non aveva alcun rapporto, era ai suoi
occhi la Mammona che nessuno potrebbe servire insieme a Dio.
E Cristo non fu mai un «poeta» o un «filosofo» inattuabile.
Il suo insegnamento non è per tutti, ma è strettamente pratico in tutti i suoi dettagli. È
pratico soprattutto perché non è per tutti. Molti non sono capaci di apprendere altro che
false idee, e a loro Cristo non aveva nulla da dire.

1911 - 1929
Capitolo V
IL SIMBOLISMO DEI TAROCCHI
Nella letteratura occulta e simbolica, cioè nella letteratura basata sulla ricerca
dell'esistenza di una conoscenza nascosta, vi è un fenomeno di grande interesse.
Questi sono i Tarocchi.
I Tarocchi sono un mazzo di carte ancor oggi usato nell'Europa orientale per giocare e
per predire il futuro. Differisce molto poco dalle comuni carte da gioco, che sono un
mazzo di Tarocchi ridotto. Ha gli stessi Re, Regine, Assi, dieci e così via.
I Tarocchi sono noti fin dal quattordicesimo secolo, quando già esistevano tra gli
zingari spagnoli. Furono le prime carte ad apparire in Europa.
Vi sono diverse variazioni dei Tarocchi, che consistono di differenti numeri di carte.
Si considera che la più esatta riproduzione dei più antichi Tarocchi siano i cosiddetti
«Tarocchi di Marsiglia».
Questo mazzo consiste di 78 carte. Di queste, 52 sono comuni carte da gioco con
l'aggiunta di una «figura» in ogni seme, precisamente il «Cavallo», posto tra la Regina
e il Fante. Queste 56 carte sono divise in quattro semi, due rossi e due neri: Denari
(quadri), Coppe (cuori), Spade (picche) e Bastoni (fiori).
In aggiunta vi sono 22 carte numerate con nomi speciali non classificabili nei quattro
semi.
0. Il Matto 11. La Forza
l. Il Bagatto 12. L'Impiccato
2. La Papessa 13. La Morte
3. L'Imperatrice 14. La Temperanza
4. L'Imperatore 15. Il Diavolo
5. Il Papa 16. La Torre
6. L'Innamorato 17. La Stella
7. Il carro 18. La Luna
8. La Giustizia 19. Il Sole
9. L'Eremita 20. Il Giudizio
10. La Ruota della Fortuna 21. Il Mondo
Il mazzo dei Tarocchi, secondo la leggenda, rappresenta un libro di geroglifici egiziani,
costituito da 78 tavolette, che è arrivato fino a noi in modo miracoloso.
Si sa che nella biblioteca di Alessandria, oltre ai papiri e alle pergamene, c'erano molti
libri del genere, costituiti spesso da un gran numero di tavolette d'argilla o di legno.
Per quanto riguarda la storia successiva dei Tarocchi, si dice che originariamente
fossero medaglioni incisi con disegni e numeri; in seguito diventarono targhe di
metallo, poi carte di cuoio e, alla fine, di carta.
Esternamente i Tarocchi sono soltanto un mazzo di carte, ma il loro significato più
profondo rivela qualcosa di completamente diverso. Essi rappresentano un libro di
contenuto filosofico e psicologico, che può esser letto in tante maniere differenti.
Darò un esempio di interpretazione filosofica del contenuto generale del Libro dei
Tarocchi, com'era il suo titolo metafisico, che dimostrerà chiaramente al lettore come
questo «libro» non possa essere stato inventato dagli zingari illetterati del XN secolo.
Il mazzo dei Tarocchi è diviso in tre parti.
1 • parte - 21 carte numerate da l a 21.
2 • parte - una carta numerata con lo 0.
3" parte - 56 carte, divise in quattro semi di 14 carte ciascuno.
La seconda parte rappresenta un legame tra la prima e la terza. perché
tutte le 56 carte della terza parte insieme sono considerate equivalenti alla carta
numero zero (l).
Immaginiamo che le 21 carte della prima parte vengano disposte a triangolo, con 7
carte per lato; al centro del triangolo c'è un punto rappresentato dalla carta numero zero
(la seconda parte), e il triangolo è inscritto in un quadrato composto da 56 carte (la
terza parte), 14 per ogni lato del quadrato. Abbiamo così una rappresentazione della
relazione metafisica tra Dio, l'Uomo e l'Universo, oppure tra l) il mondo dei noumeni
(o mondo oggettivo), 2) il mondo psichico dell'uomo e 3) il mondo dei fenomeni (o
mondo soggettivo), cioè il mondo fisico.

(1)
Il filosofo francese e mistico del XVIII secolo Saint Martin (Le Philosophe Inconnu) intitolò il suo libro principale
Tavola naturale dei rapporti esistenti tra Dio, l'Uomo e l'Universo. Il libro consiste di 22 capitoli che sono dei commentari
sulle 22 carte principali dei Tarocchi.
Fig. 4

Il triangolo rappresenta Dio (la Trinità) o il mondo dei noumeni.


Il quadrato (quattro elementi) è il mondo visibile, fisico o dei fenomeni.
Il punto rappresenta l'anima dell'uomo, ed entrambi i mondi si riflettono nell'anima
dell'uomo.
Il quadrato è uguale al punto. Ciò significa che tutto il mondo visibile è contenuto nella
coscienza dell'uomo, cioè viene creato nell'anima dell'uomo ed è una sua
rappresentazione. E l'anima dell'uomo è un punto senza dimensioni al centro del
triangolo del mondo oggettivo.
Appare chiaro che una tale idea non poteva nascere da gente ignorante, ed è altrettanto
chiaro che i Tarocchi sono ben più di un semplice mazzo di carte da gioco o
divinazione.

È possibile esprimere il significato dei Tarocchi anche nella forma di un triangolo in


cui sia inscritto un quadrato (l'universo materiale) che contenga, a sua volta, un punto
(l'uomo).
È molto interessante cercare di determinare il senso, lo scopo e l'applicazione del libro
dei Tarocchi.
Prima di tutto è necessario osservare che i Tarocchi sono una «macchina filosofica»,
la quale nel suo significato e nelle sue possibili applicazioni ha molto in comune con
le macchine filosofiche che i filosofi del medioevo tentarono di inventare.
Esiste un'ipotesi secondo cui l'invenzione dei Tarocchi viene attribuita a Raimondo
Lullo, un filosofo e alchimista del XIII secolo, autore di numerosi libri mistici e occulti,
che propose nel suo libro Ars Magna uno schema di «macchina filosofica». Con l'aiuto
di questa macchina era possibile fare domande e riceverne le risposte. La macchina era
composta di cerchi concentrici di parole che designavano idee di mondi differenti,
disposti secondo un certo ordine. Quando certe parole venivano poste in una
determinata posizione in relazione l'una all'altra per formare una domanda, altre parole
davano la risposta.
I Tarocchi hanno una gran quantità di cose in comune con questa «macchina»,
paragonabile ad un pallottoliere filosofico.
a) Offrono la possibilità di esporre in differenti forme grafiche (come i summenzionati
triangolo, punto e quadrato) idee difficili se non impossibili da esprimere a parole.
b) Sono uno strumento della mente, possono servire per allenare il senso delle
associazioni, la capacità combinatoria e così via.
c) Permettono di esercitare la mente, per renderla più elastica, capace di abituarsi a
nuovi e più ampi concetti, di pensare in un mondo di dimensioni più elevate e di
comprendere i simboli.
Il sistema dei Tarocchi, nel suo senso più ampio, profondo e vario, sta nella stessa
relazione alla metafisica e al misticismo come un sistema di notazione, decimale o
altro, sta alla matematica. I Tarocchi possono essere solo un tentativo di creare un tale
sistema, ma anche il tentativo è interessante.
Per destreggiarsi con i Tarocchi è necessario avere una certa familiarità con le idee
della Cabala, dell'Alchimia, della Magia e dell'Astrologia.
Secondo l'opinione molto probabile di diversi commentatori dei Tarocchi, essi sono
una sinossi delle scienze Ermetiche con le loro varie suddivisioni, o piuttosto un
tentativo verso una tale sinossi.
Tutte queste scienze costituiscono un unico sistema di studio psicologico dell'uomo
nelle sue relazioni con il mondo dei noumeni (Dio, mondo spirituale) e con il mondo
dei fenomeni (il mondo fisico, visibile).
Le lettere dell'alfabeto ebraico e le varie allegorie della Cabala; i nomi dei metalli, degli
acidi e dei sali in alchimia; i nomi dei pianeti e delle costellazioni in astrologia; i nomi
degli spiriti benigni e maligni della magia - non erano altro che un linguaggio occulto
convenzionale che indicava idee psicologiche.
Uno studio non segreto della psicologia, nel suo senso più ampio, era impossibile.
Torture e roghi attendevano i ricercatori.
Se ci addentriamo in età ancor più remote, troviamo paure sempre maggiori nei
confronti di tutto ciò che riguarda i tentativi di studio dell'uomo. Come era possibile
parlare e agire apertamente in mezzo all'ignoranza, alla superstizione e alle tenebre di
quei tempi? Lo studio aperto della psicologia viene ancora sospettato ai giorni nostri,
in un'epoca considerata illuminata.
La vera essenza delle scienze Ermetiche veniva perciò nascosta dietro i simboli
dell'Alchimia, dell'Astrologia e della Cabala. Tra queste, l'Alchimia scelse come scopo
apparente la fabbricazione dell'oro, o la scoperta dell'elisir di lunga vita; l'Astrologia e
la Cabala si proponevano la divinazione e la Magia il dominio degli spiriti. Ma quando
il vero Alchimista parlava della ricerca dell'oro, intendeva la ricerca dell'oro nell'anima
dell'uomo. E quando parlava dell'elisir di lunga vita, intendeva la ricerca della vita
eterna e delle vie che conducono all'immortalità. In tali casi, egli chiamava «oro» ciò
che viene denominato nei Vangeli Regno dei Cieli e nel Buddhismo Nirvana. Quando
il vero Astrologo parlava di costellazioni e pianeti, intendeva le costellazioni e i pianeti
nell'anima dell'uomo, e cioè le proprietà dell'anima umana e le sue relazioni con Dio e
con il mondo. Quando il vero Cabalista parlava del Nome di Dio, egli cercava questo
nome nell'anima dell'uomo e nella Natura, non in libri morti, non nei testi biblici, come
facevano i cabalisti scolastici. Quando il vero Mago parlava della sottomissione degli
spiriti e degli elementi alla volontà dell'uomo, egli voleva intendere con questo la
sottomissione ad un'unica volontà dei differenti «io» dell'uomo, dei suoi svariati
desideri e tendenze. La Cabala, l'Alchimia, l'Astrologia e la Magia sono sistemi
simbolici paralleli di psicologia e metafisica.
Oswald Wirth parla in modo molto interessante dell'Alchimia (2):
L'Alchimia in realtà studia la metallurgia metafisica, cioè le operazioni che la Natura
compie negli esseri viventi; la più profonda scienza della vita veniva qui nascosta sotto
strani simboli ...
Ma tali immense idee avrebbero bruciato cervelli troppo limitati. Non tutti gli
alchimisti erano geni. La cupidigia attirava verso l'Alchimia uomini che cercavano
veramente l'oro, estranei a qualsiasi esoterismo; essi intendevano tutto letteralmente e
le loro follie spesso non conoscevano confini.
Da questa fantastica accolta di ciarlatani nacque la chimica moderna. Ma i veri filosofi,
degni di tale nome, gli amanti o gli amici della sapienza, separarono attentamente il
fine dal grosso: con cautela e previdenza, come era richiesto dalla Tavola di Smeraldo
di Ermete Trismegisto; costoro rifiutavano il significato letterale dei testi per dedicarsi
all'applicazione dello spirito più profondo della dottrina.

(2)
L'imposizione delle mani e la medicina filosofale. Edizioni Mediterranee, Roma
Nella nostra epoca noi confondiamo ciò che è saggio con ciò che è stolto e rigettiamo
interamente tutto ciò che non reca il sigillo ufficiale.
Lo studio del Nome di Dio nelle sue manifestazioni costituisce le basi della Cabala.
«Jehovah» è composto in ebraico di quattro lettere, Yod, He, Vau ed He. Queste quattro
lettere hanno ricevuto un significato simbolico. La prima lettera esprime il principio
attivo, l'iniziativa; la seconda, il principio passivo, l'inerzia; la terza, l'equilibrio, la
«forma»; e la quarta, il risultato o l'energia latente. I Cabalisti affermano che ogni
fenomeno e ogni oggetto è formato da questi quattro princìpi, cioè ogni oggetto ed ogni
fenomeno è dato dal Nome Divino. Lo studio di questo nome (in greco il
Tetragrammaton o la parola di quattro lettere) e la sua scoperta in ogni cosa costituisce
lo scopo principale della filosofia Cabalistica.
Qual è il significato reale di tutto ciò?
Secondo i cabalisti, i quattro princìpi permeano e compongono ogni singola cosa.
Quindi, scoprendo questi quattro princìpi in cose e fenomeni di categorie del tutto
differenti, tra le quali egli precedentemente non aveva notato nulla in comune, un uomo
comincia a vedere l'analogia tra queste cose. E gradualmente si convince che ogni cosa
nel mondo è costruita secondo le stesse leggi, seguendo il medesimo piano. Da un certo
punto di vista l'arricchimento dell'intelletto e la sua crescita consistono nell'ampliare le
sue capacità di scoprire analogie. Lo studio della legge delle quattro lettere, o del nome
di Jehovah, può pertanto costituire un mezzo per ampliare la coscienza. L'idea è
piuttosto chiara. Se il nome di Dio è realmente in ogni cosa (se Dio è presente in ogni
cosa), allora qualsiasi cosa dovrebbe essere analoga a qualsiasi altra, la parte più
piccola dovrebbe essere simile al tutto, il granello di polvere è paragonabile
all'Universo e tutto è simile a Dio. «Come in alto, così in basso».
La filosofia speculativa giunge alla conclusione che il mondo senza dubbio esiste, ma
il nostro modo di concepirlo è falso. Ciò significa che le cause delle nostre sensazioni
derivanti dall'esterno di noi stessi esistono davvero, ma la nostra concezione di tali
cause è falsa. Oppure, per dirla in un altro modo, ciò significa che il mondo in sé stesso,
cioè il mondo di per sé stesso, senza la nostra percezione di esso, esiste, ma noi non lo
conosciamo e non possiamo mai raggiungerlo, poiché tutto ciò che è accessibile al
nostro studio, cioè la totalità del mondo dei fenomeni o delle manifestazioni, è solo ciò
che noi percepiamo del mondo. Siamo circondati dal muro degli oggetti della nostra
percezione e siamo incapaci di guardare al di là di questo muro nel mondo reale.
La Cabala intende studiare il mondo per come è, il mondo in sé stesso. Le altre scienze
«mistiche» hanno precisamente lo stesso scopo.
In Alchimia i quattro princìpi di cui il mondo consiste vengono chiamati i quattro
elementi. Essi sono il fuoco, l'acqua, l'aria e la terra, che corrispondono esattamente nel
loro significato alle quattro lettere del nome di Jehovah.
Nella Magia i quattro elementi corrispondono a quattro classi di spiriti: spiriti di fuoco,
acqua, aria e terra (elfi, spiritelli d'acqua, silfidi e gnomi).
In Astrologia, i quattro elementi corrispondono, molto grossolanamente, ai quattro
punti cardinali, l'est, il sud, l'ovest e il nord, che a loro volta possono servire a designare
varie classificazioni dell'essere umano.
Nell'Apocalisse ci sono le quattro bestie, una con la testa di toro, la seconda con la testa
di leone, la terza con la testa d'aquila e la quarta con la testa di uomo. E tutte queste
insieme formano la Sfinge, l'immagine dei quattro princìpi fusi in uno.
I Tarocchi sono, oggi come un tempo, una combinazione della Cabala, dell'Alchimia,
della Magia e dell'Astrologia.
I quattro princìpi o le quattro lettere del Nome di Dio, o i quattro elementi alchemici,
o le quattro classi di spiriti, o le quattro categorie di uomo (le quattro bestie
dell'Apocalisse) corrispondono ai quattro semi dei tarocchi: bastoni, coppe, spade e
denari.
Ogni seme, ogni lato del quadrato che, considerato nella sua totalità, è uguale al punto,
rappresenta uno degli elementi, o governa una delle quattro classi di spiriti. I bastoni
sono il fuoco e gli elfi, le coppe rappresentano l'acqua e i suoi spiritelli, le spade l'aria
o le silfidi, i denari la terra o gli gnomi.
Inoltre, in ogni seme il Re rappresenta il primo principio o fuoco, la Regina il secondo
principio o acqua, il Cavallo il terzo principio o aria, il Fante il quarto principio o terra.
L'Asso significa ancora fuoco, il due acqua, il tre aria, il quattro terra. Poi il quarto
principio, che riassume in sé i primi tre, diventa l'inizio di un nuovo quadrato. Il quattro
diviene il primo principio, il cinque il secondo, il sei il terzo e il sette il quarto.
Continuando allo stesso modo, il sette è ancora il primo principio, l'otto il secondo, il
nove il terzo e il dieci il quarto, completando in tal modo l'ultimo quadrato.
I semi neri (bastoni e spade) esprimono qualità attive, energia, volontà, iniziativa, e i
semi rossi (coppe e denari) esprimono qualità passive ed inerzia.
Inoltre, i primi due semi, bastoni e coppe, stanno a significare il bene, ovvero
condizioni favorevoli o relazioni amichevoli, mentre gli ultimi due, spade e denari,
rappresentano il male, ossia condizioni sfavorevoli o relazioni ostili.
In questo modo ognuna delle 56 carte indica qualcosa di attivo o di passivo, di buono
o di cattivo, sia che provenga dalla volontà dell'uomo, sia che gli arrivi dall'esterno. I
significati delle carte vengono complicati in modi diversi dalla combinazione dei
significati simbolici dei semi e dei numeri. Tutte insieme le 56 carte presentano una
immagine completa di tutte le possibilità della vita dell'uomo. Questo è il principio su
cui si basa l'uso dei Tarocchi per la divinazione.
Il significato filosofico dei Tarocchi è però incompleto senza le altre 22 carte o «Arcani
Maggiori». Queste carte hanno un primo significato numerico, poi un altro simbolico
assai complesso. Prese nel loro aspetto numerico, le carte formano triangoli equilateri,
quadrati e figure simili, con significati differenti, a seconda delle carte che le
compongono.
La letteratura dedicata ai Tarocchi consiste in gran parte in una interpretazione delle
figure simboliche delle 22 carte. Molti autori di libri mistici hanno modellato le loro
opere sulla struttura dei Tarocchi. Ma i loro lettori spesso non sospettano questo, dal
momento che i Tarocchi non sempre vengono menzionati.
Ho già fatto riferimento al libro del «Filosofo Sconosciuto», Saint Martin.
Una Tavola Naturale delle Relazioni tra Dio, l'Uomo e l'Universo.
È precisamente nei Tarocchi, dice uno dei moderni seguaci di Saint Martin, che il
Filosofo Sconosciuto ha scoperto i legami misteriosi tra Dio, l'Uomo e l'Universo.
Dogme et Rituel de la Haute Magie, di Eliphas Lévi (1853) (3), è stato scritto anch'esso
sulla struttura dei Tarocchi. Ad ognuna delle 22 carte Eliphas Lévi dedicò due capitoli,
un capitolo nella prima parte e uno nella seconda. Eliphas Lévi fa riferimento ai
Tarocchi negli altri suoi libri, Histoire de la Magie, La Clef des Grands Mystères, La
Grande Arcane ed altri.
I commentatori dei Tarocchi si riferiscono sempre alla Storia della Magia, di Christian
(in Francese, 1854). Questo libro offre un'interpretazione astrologica delle 56 carte.
Esistono inoltre dei libri di S. de Guaita con strani titoli allegorici: Au Seuil du Mystère,
Le Temple de Satan e La Clef de la Magie Noire. il primo di questi libri è
un'introduzione, il secondo è dedicato alle prime sette carte da 1 a 7 (delle 22 del
mazzo), il terzo alle seconde sette carte, mentre il quarto, che avrebbe dovuto
completare questo studio dettagliato dei Tarocchi, non apparve mai Materiale
interessante per lo studio dei Tarocchi ci viene fornito dalle opere di Oswald Wirth,
che ripristinò le carte dei Tarocchi e pubblicò anche diversi libri dedicati al simbolismo
Ermetico e Massonico.
In lingua inglese ci sono libri di A. Waite, che scrisse brevi commentari sui Tarocchi
stampati in Inghilterra, offrendoci anche una piccola appendice bibliografica sulle
opere dedicate ai Tarocchi. Altro materiale per lo studio dei Tarocchi lo forniscono
Bourgeat, Decrespe, Pickard e il traduttore inglese della Cabala, MacGregor Mathers.

(3)
Trascendental Magie, its Doctrine and Ritual di Eliphas Lévi. Tradotto, annotato ed introdotto da Arthur Edward
Waite (William Rider & Son, London).
L'occultista francese «Dr. Papus» scrisse due libri particolarmente incentrati sui
Tarocchi (Tarot des Bohémiens e Tarot Divinatoire). E negli altri suoi libri vi sono
anche numerosi riferimenti e indicazioni sui Tarocchi, mischiati ad una gran quantità
di fantasie e di pseudo-misticismi.
Questo elenco non esaurisce, naturalmente, tutta la letteratura avente per oggetto i
Tarocchi. h doveroso altresì notare che la bibliografia dei Tarocchi non potrà mai essere
completa, dato che le informazioni più preziose e le chiavi d'accesso alla comprensione
dei Tarocchi si trovano nelle opere di Alchimia, Astrologia ed Esoterismo in generale,
i cui autori possono non aver mai pensato ai Tarocchi o fatto riferimento ad essi. Così,
per esempio, la comprensione della figura dell'uomo, come viene rappresentata dai
Tarocchi, può venire notevolmente aiutata dal libro di Gichtel Theosophia Practica
(risalente al XVII secolo) e in modo particolare ai suoi disegni. Il libro di Poisson,
Théories et Symboles des Alchimistes, è molto utile per capire i quattro simboli dei
Tarocchi.
Riferimenti ai Tarocchi sono contenuti anche nelle più importanti opere di H.P.
Blavatsky (The Secret Doctrine, Isis Unveiled).
Ognuno dei libri citati contiene qualcosa di interessante. sui Tarocchi. Ma accanto a
del materiale valido ed interessante, essi contengono una grande quantità di
sciocchezze, il che è una caratteristica della letteratura «occulta» in genere. Più
precisamente, troviamo innanzitutto uno studio meramente. scolastico del significato
letterale, poi delle conclusioni troppo affrettate, che nascondono con le parole ciò che
l'autore stesso non ha capito, non approfondiscono problemi difficili, ci vengono spesso
proposte soluzioni complicate senza motivo, e costruzioni prive di simmetria. I libri
del «Dr. Papus», ai suoi tempi il più popolare commentatore dei Tarocchi, sono, a
questo proposito, esemplari.
Tuttavia Papus stesso afferma che ogni complessità è sintomo d'imperfezione del
sistema. Egli dice: «La natura è affatto sintetica nelle sue manifestazioni, e la
semplicità sta alla base dei suoi fenomeni apparentemente più complicati». Tutto ciò è
sicuramente esatto, ma proprio la semplicità viene a mancare in tutte le spiegazioni del
sistema dei Tarocchi.
Per questo motivo anche uno studio sufficientemente completo di tutte queste opere
non porta il lettore molto lontano nella comprensione del sistema e del simbolismo dei
Tarocchi, e non gli dà alcuna indicazione circa l'applicazione pratica dei Tarocchi in
quanto mezzo per accedere alla metafisica e alla psicologia.
Tutti gli autori che hanno scritto qualcosa sui Tarocchi hanno esaltato questo sistema
definendolo Chiave Universale, ma non hanno poi mostrato come questa chiave
dovesse essere effettivamente usata.
Riporterò ora alcuni brani tratti dalle opere di autori che hanno cercato di spiegare e
interpretare i Tarocchi e il loro significato.
Scrive Eliphas Lévi nel suo già menzionato libro Dogme et Rituel (4): La chiave
universale delle opere magiche è quella di tutti gli antichi dogmi religiosi - la chiave
della Kabalah e della Bibbia, la Piccola Chiave di Salomone.
Ora, questa clavicola, considerata persa per secoli, è stata da noi ritrovata, e siamo stati
in grado di aprire i sepolcri del monto antico, di far parlare i morti, di osservare i
monumenti del passato in tutto il loro splendore, di svelare gli enigmi di qualsiasi
sfinge e di penetrare in tutti i santuari.
Presso gli antichi l'uso di questa chiave non era permesso ad alcuno all'infuori degli
alti sacerdoti, e persino tra loro il segreto era ristretto a pochi eletti tra gli iniziati ...
Ora, la chiave in questione era questa: un alfabeto geroglifico e numerico, che
esprimeva con figure e numeri una serie di idee universali ed assolute ...
Il gruppo quaternario simbolico, rappresentato nei Misteri di Memphis e Tebe dalle
quattro forme della sfinge - uomo, aquila, leone, toro -, corrispondeva ai quattro
elementi del mondo antico (acqua, aria, fuoco e terra) ...
Ora questi quattro segni, con tutte le loro analogie, spiegano l'unico mondo celato in
tutti i santuari ... Inoltre la parola sacra non veniva pronunciata, ma sillabata ed espressa
in quattro parole che sono le quattro parole sacre: Jod, He, Vau, He.
I Tarocchi sono una vera e propria macchina filosofica, che impedisce alla mente di
divagare, pur lasciandole iniziativa e libertà; si tratta di matematica applicata
all'Assoluto, l'unione di ciò che è logico con ciò che è ideale, una combinazione di
pensieri esatti come numeri, forse la concezione più semplice e più grande del genio
umano.
Una persona imprigionata, senza altro libro che quello dei Tarocchi, se sapesse come
usarlo potrebbe acquisire in pochi anni una conoscenza universale e sarebbe capace di
parlare di qualsiasi argomento con sapienza incomparabile ed eloquenza irresistibile.
P. Christian nella sua History of Magie (5) descrive (riferendosi a Giamblico) il rituale
d'iniziazione ai Misteri Egizi, nel quale rivestiva notevole importanza una serie di
immagini simili ai 22 Arcani dei Tarocchi.
L'iniziato vede una lunga galleria sorretta da cariatidi nella forma di 24 sfingi, dodici
per lato. Sulle parti di muro tra due sfingi ci sono affreschi che rappresentano immagini
mistiche e simboli. Questi 22 dipinti si trovano l'uno di fronte all'altro a coppie ...
(4)
Ibidem, pp. 462, 479, 480.
(5)
Histoire de la Magie du Monde Surnaturel et de la Fatalité à travers les temps et les peuples, par P. Christian, pp. 112
- 113 (Paris, Fume, Jouvet & Cie, éditeurs).
Mentre l'iniziato avanza lungo questo corridoio, riceve istruzioni da parte del sacerdote
...
Ogni Arcano, reso tangibile e visibile da ciascuno dei dipinti, è una formula della legge
dell'attività umana in relazione alle forze materiali e spirituali, la cui combinazione
produce i fenomeni della vita.
A questo proposito, devo sottolineare che nel materiale disponibile per lo studio del
simbolismo egiziano non si trova assolutamente alcuna traccia delle 22 carte dei
Tarocchi. Stando così le cose, dobbiamo compiere un atto di fede, supponendo che,
come egli dice, si possa far riferimento alle «cripte segrete del tempio di Osiride, di cui
non è rimasta traccia e con le quali gli altri monumenti egiziani che sono arrivati fino
a noi hanno ben poco in comune.
La stessa cosa si può dire dell'India. Non esistono tracce dei 22 Arcani Maggiori dei
Tarocchi nei dipinti o nelle sculture indiane.
(6)
Oswald Wirth, nel suo libro Le Symbolisme Hermétique , parla del linguaggio dei
simboli in una maniera molto interessante:
Un simbolo può essere studiato da un infinito numero di punti di vista; e ogni pensatore
ha il diritto di scoprire nel simbolo un nuovo significato conforme alla logica delle
proprie concezioni.
In effetti i simboli sono destinati a risvegliare le idee assopite nella nostra coscienza.
Fanno sorgere un pensiero attraverso la suggestione ed in tal modo portano alla luce le
verità sepolte nella profondità del nostro spirito.
Affinché i simboli possano parlare, è indispensabile che in noi esista il germe delle
idee, la cui rivelazione costituisce la missione dei simboli. Ma nessuna rivelazione è
possibile se la mente è vuota, sterile ed inerte.
Per questa ragione i simboli non possono parlare a chiunque. In modo particolare, essi
eludono quelle intelligenze che si definiscono positive e basano tutti i loro
ragionamenti esclusivamente su formule scientifiche dogmatiche, prive di vita. Non si
vuoi mettere in discussione l'utilità pratica di tali formule, ma dal punto di vista
filosofico esse corrispondono ad un pensiero rigido, congelato, artificialmente limitato,
immobilizzato a tal punto da sembrare morto rispetto al pensiero vivente, indefinito,
complesso e mobile che si riflette nei simboli.
Appare perfettamente chiaro che i simboli non sono fatti per tradurre quelle che
vengono definite verità scientifiche.

(6)
Le Symbolisme Hermétique, di O. Wirth, pp. 38-40 e 83 (Pubblications Initiatiques 4). (Ed. it. Il Simbolismo Ermetico,
Edizioni Mediterranee).
Per loro stessa natura devono rimanere elastici, vaghi e ambigui, come le sentenze di
un oracolo. La loro funzione essenziale consiste nello svelare i misteri, lasciando
all'intelletto tutta la sua libertà.
A differenza delle ortodossie più dispotiche, un simbolo favorisce l'indipendenza. Solo
il simbolo può liberare l'uomo dalla schiavitù delle parole e delle formule,
permettendogli di sfruttare tutte le possibilità del pensiero libero da costrizioni.
È impossibile evitare l'uso dei simboli se si vogliono penetrare i misteri, cioè quelle
verità che si trasformano in delusioni mostruose quando si tenta di esprimerle in un
linguaggio diretto, senza aiutarsi con allegorie simboliche. In ciò trova giustificazione
il silenzio che viene imposto agli iniziati. I segreti occulti richiedono per essere
compresi uno sforzo della mente, possono illuminarla interiormente, ma non possono
divenire oggetto di discussioni retoriche. La conoscenza occulta non può essere
trasmessa oralmente né in forma scritta. La si può acquisire soltanto attraverso una
profonda meditazione. È necessario penetrare profondamente dentro sé stessi per
scoprirla. Coloro i quali la cercano fuori di sé stessi sono sulla strada sbagliata. È questo
il senso in cui le parole di Socrate «Conosci te stesso» dovrebbero essere intese.
Nel campo del simbolismo, non bisogna tendere ad una precisione eccessiva. I simboli
corrispondono ad idee che nella loro natura più intima sono difficili da comprendere e
che è impossibile ridurre a definizioni scolastiche.
Gli scolastici analizzano soltanto parole, ossia qualcosa di completamente artificiale.
Per sua natura una parola è uno strumento di paradosso. Argomentando si può
difendere qualsiasi tesi, poiché ogni disciplina ha a che fare non con realtà che
raggiungono da sole la nostra coscienza, ma soltanto con le loro rappresentazioni orali,
fantasie del nostro intelletto, che si lascia ingannare da questa moneta falsa del
pensiero.
La filosofia ermetica si distingue per la sua capacità di tenersi lontano dalle parole e di
immergersi nella contemplazione delle cose di per sé stesse, nella loro essenza.
E non c'è nulla di sorprendente nel fatto che, stando così le cose, la filosofia si sia divisa
in due correnti nei secoli passati. Una, partendo dalla logica aristotelica, pretendeva di
arrivare alla verità procedendo per ragionamenti rigorosi, basati su premesse ritenute
incontestabili.
Era questa la filosofia ufficiale, che veniva insegnata pubblicamente nelle scuole e che
da ciò ha preso il nome di «scolastica».
L'altra filosofia seguiva una direzione diversa, sempre più o meno occulta, cioè
rimaneva sempre avvolta nel mistero e veniva diffusa attraverso insegnamenti
enigmatici, allegorici e simbolici. Attraverso Platone e Pitagora, questa filosofia
sosteneva di discendere dagli Ierofanti egizi e addirittura dal fondatore della loro
scienza, Ermete Trismegisto, da cui aveva preso il nome di «Ermetica».
Il discepolo di Ermete era silenzioso, rifuggiva qualsiasi argomentazione e non cercava
di convincere alcuno. Chiuso in sé stesso, era assorto in una profonda meditazione che
gli permetteva, alla fine, di penetrare i segreti della Natura. Si guadagnava allora le
confidenze di Iside ed entrava nella cerchia dei veri iniziati. La Gnosi gli rivelava i
princìpi delle antiche scienze sacre, da cui si formarono gradualmente l'Astrologia, la
Magia e la Cabala.
Tali scienze; oggi ufficialmente dichiarate morte, hanno tutte il medesimo campo
d'applicazione: la scoperta delle leggi nascoste che governano l'universo. Esse
differiscono dalla fisica, scienza ufficiale della natura, per il loro carattere più
misterioso e trascendentale. Queste scienze costituiscono la filosofia Ermetica.
Tale filosofia si distingue ulteriormente per il fatto di non accontentarsi di essere
puramente speculativa (teoretica). Infatti, ha sempre perseguito finalità pratiche,
cercando risultati concreti; da sempre la sua ambizione suprema è stata quel che si
definiva la Realizzazione della Grande Opera.
Nell'altro libro già citato L'imposition des mains, a p. 140 (Ed. it. L'imposizione delle
mani. Edizioni Mediterranee), Oswald Wirth scrive sull'argomento:
Un motivo particolare spiega perché teorie così popolari nel Medioevo e fino al XVIII
secolo hanno perso credito ai nostri occhi. Abbiamo smarrito la chiave del linguaggio
con cui queste teorie venivano espresse. Noi abbiamo oggi un modo di parlare
completamente diverso. In passato non si pretendeva di adoperare termini esatti e
letterali per ogni cosa. Si pensava che le approssimazioni fossero sufficienti, perché la
pura verità risultava fatalmente inesprimibile. La verità ideale non permetterà mai che
la si confini in una formula qualsiasi. Da ciò consegue che, in un certo senso, ogni
parola è una menzogna. L'intimo aspetto del pensiero, il suo spirito fondamentale, ci
sfugge. Questa è la divinità, che continuamente si rivela e che, ciononostante, si lascia
scorgere solo nelle sue immagini riflesse. Per questo motivo Mosè non riuscì a guardare
il volto di Jehovah.
Di conseguenza, quando è necessario esprimere idee trascendentali, si è costretti a
ricorrere a un linguaggio figurato. Altrimenti, senza l'uso di metafore e simboli, tale
impresa risulterebbe impossibile. Non è assolutamente questione di scelta, molto
spesso non c'è proprio altro modo per farsi capire.
Il pensiero puro non può essere trasmesso, è necessario rivestirlo con qualcosa. Ma
questo rivestimento è sempre trasparente per chi sa come guardare.
Perciò l'Ermetismo si rivolge a quei pensatori che una voce interiore spinge ad
esplorare le profondità di tutte le cose, mentre rimane incomprensibile per quelli che si
fermano al significato esteriore delle parole.
Dice S. de Guaita nel suo libro, Au Seuil du Mystère:
Racchiudere tutta la verità nel linguaggio parlato, esprimere i più elevati misteri occulti
in uno stile astratto; tutto ciò non sarebbe soltanto inutile, pericoloso e sacrilego, ma
anche impossibile. Esistono delle verità di ordine sottile, sintetico e divino, e il
linguaggio umano è incapace di esprimerle in tutta la loro inviolata completezza. Solo
la musica può far sì qualche volta che l'anima le senta; solo l'estasi può rivelarle nella
visione assoluta, e solo il simbolismo esoterico può spiegarle allo spirito in maniera
concreta (7).
Esaminando le 22 carte dei Tarocchi in combinazioni differenti e cercando di stabilire
relazioni possibili e permanenti tra di esse, troviamo possibile disporre le carte a
coppie, la prima con l'ultima, la seconda con la penultima, e così via. E vediamo che,
così sistemate, le carte acquistano un significato molto interessante.
La possibilità di una tale disposizione dei Tarocchi ci viene mostrata dalla successione
dei dipinti dei Tarocchi stessi nella galleria del mitico «tempio dell'iniziazione» di cui
parla Christian.
Le carte sono così disposte:
1 Il Bagatto - 0 Il Matto
6 L’Innamorato - 17 La Stella
2 La Papessa - 21 Il Mondo
7 Il Carro - 16 La Torre
3 L’Imperatrice - 20 Il Giudizio
8 La Giustizia - 15 Il Diavolo
4 L’Imperatore - 19 Il Sole
9 L’Eremita - 14 La Temperanza
5 Il Papa - 18 La Luna
10 La ruota della fortuna - 13 La Morte
11 La Forza - 12 L’Impiccato

(7)
Au Seuil du Mystère, di Stanislas de Guaita (nouvelle édition, Georges Carré éditeur, Paris, 1890), pp. l76-177.
Messe in questa maniera, ogni carta spiega l'altra e, ciò che è più importante, dimostra
che esse possono essere capite tutte insieme e mai spiegate separatamente (come nel
caso delle carte l e 0).
Studiando queste coppie di carte, la mente si abitua a vedere l'unità nella dualità.
La prima carta, «Il Bagatto», descrive il Superuomo, o il genere umano nel suo insieme,
che unisce la terra e il cielo. Il suo opposto è «Il Matto», carta 0. Quest'ultimo è un
individualista, un uomo debole. Le due carte insieme rappresentano i due poli, l'inizio
e la fine.
La seconda carta, «La Papessa», è Iside, o la Conoscenza Nascosta. Il suo opposto è la
carta 21, «Il Mondo» nel circolo del Tempo, in mezzo ai quattro princìpi, cioè l'oggetto
della conoscenza.
La terza carta, «L'Imperatrice», è la Natura. Il suo opposto è la carta 20, «Il Giorno del
Giudizio» o «La Resurrezione dei Morti». Questa è la Natura, la sua eterna attività
rigenerante e rivivificante.
La quarta carta, «L'Imperatore», è la Legge del Quattro, il principio portatore di vita,
mentre la sua opposta è la carta 19, «Il Sole», considerato quale reale espressione della
suddetta legge e sorgente visibile di vita.
La quinta carta, «Il Papa», è la Religione; il suo opposto è la carta 18, «La Luna», che
può essere interpretata come principio ostile alla religione, o come «Astrologia», cioè
come base della religione. In alcune vecchie carte dei Tarocchi, invece del lupo e del
cane, sulla diciottesima carta appare la figura di due uomini intenti a compiere
osservazioni astronomiche.
La sesta carta, «L'Innamorato» o Amore, rappresenta il lato emozionale della vita, e la
carta 17, «La Stella», è il lato emozionale della Natura.
La settima carta, «Il Carro», è la Magia nel senso di conoscenza incompleta, di «casa
costruita sulla sabbia», mentre il suo opposto, la carta 16, «La Torre», è la caduta che
inevitabilmente fa seguito ad un'ascesa artificiale.
L'ottava carta, «La Giustizia», è Verità; la carta 15, «Il Diavolo», è menzogna.
La nona carta, «L'Eremita», raffigura la saggezza, o la conoscenza e la ricerca della
conoscenza, mentre la carta 14, «La Temperanza» o Tempo, è il soggetto della
conoscenza, o ciò che viene conquistato attraverso di essa, o che serve a misurarla.
Finché un uomo non comprende il tempo, o finché la sua conoscenza non cambia la
propria relazione col tempo, tutto ciò che sa non ha alcun valore. Inoltre, il primo
significato della carta 14, «La Temperanza», indica l'autocontrollo, o la padronanza
delle proprie emozioni quale condizione necessaria per la «saggezza».
La decima carta è «La Ruota della Fortuna» e il suo opposto è la carta 13, «La Morte».
Vita e Morte sono un'unica cosa. La morte indica soltanto il volgere della ruota della
vita.
L'undicesima carta è «La Forza», il suo opposto è la carta 12, «L'Impiccato», che
significa Sacrificio, ovvero ciò che dà la forza. Più grande è il sacrificio che un uomo
compie, maggiore sarà la sua forza. La forza risulta proporzionale al sacrificio. Colui
che può sacrificare tutto, può fare tutto.
Dopo aver stabilito approssimativamente queste corrispondenze, è interessante cercare
di esaminare le figure delle carte dei Tarocchi, tenendo presente solo il significato che
dovrebbero avere; in altre parole, limitandosi a immaginare il loro significato.
Le seguenti «figure dei Tarocchi» sono in molti casi il risultato di un modo di
comprendere puramente soggettivo. Prendiamo come esempio la diciottesima carta:
essa, come abbiamo già detto, in alcuni vecchi Tarocchi ha il significato di
«Astrologia». In tal caso la sua relazione con la quinta carta è piuttosto diversa (8).
Inoltre, per continuare a esaminare possibili significati del mazzo dei Tarocchi, è
necessario dire che in molti dei libri citati, 21 carte dei 22 Arcani Maggiori sono prese
come una trinità o come un triangolo, ogni lato del quale è composto di sette carte. Le
tre parti dell'opera di de Guaita sono dedicate ognuna ad uno dei tre lati del triangolo,
ed in questo come in molti altri casi le sette carte sono prese in ordine da 1 a 22 (cioè
a 0).
Il fatto è, però, che costruiti in questo modo i triangoli, sebbene abbastanza precisi
numericamente, non hanno alcun significato a livello simbolico, sono piuttosto
eterogenei per quanto riguarda le figure che li compongono.
In nessuno dei lati del triangolo le immagini rappresentano qualcosa di completo e
sensato, tutto appare frutto di una disposizione fortuita.
La conclusione che se ne può trarre è che le figure devono essere prese e considerate
secondo il loro significato e non secondo il loro ordine nel mazzo.
In altre parole, carte che si trovano vicine l'una all'altra nel mazzo possono non
presentare alcuna connessione di significato.

(8)
In aggiunta a ciò, ritengo necessario sottolineare che nel 1911, quando scrissi Il Simbolismo dei Tarocchi, io possedevo
il moderno mazzo inglese dei Tarocchi, che era stato ridisegnato e in molti casi alterato secondo una interpretazione
teosofica. Soltanto in alcuni casi, quando le alterazioni mi sembravano particolarmente infondate e depistanti, come nel
caso della carta 0 (Il Matto), usai i Tarocchi di Oswald Wirth come appaiono nel libro di Papus Le Tarot des Bohémiens.
Più tardi ho riscritto le parti riguardanti alcune altre figure in accordo con le vecchie carte e con i Tarocchi di Oswald
Wirth P.O.
Esaminando inoltre il significato dei Tarocchi come è rivelato nei «penpictures», si può
vedere come tutte le 22 carte si dividano in tre gruppi di sette, ciascuno omogeneo nel
suo interno per quanto riguarda il significato delle immagini, più una carta che è il
risultato di tutte e tre le serie di sette; questa carta può essere sia 0 sia 21.
In questi tre gruppi di sette, che non devono venire scoperti attraverso i numeri, bensì
cercati nel significato dei simboli, si trova di nuovo la dottrina segreta (o un riferimento
ad essa), la cui espressione è il mazzo dei Tarocchi. In accordo con ciò, gli «Arcani
Maggiori» contengono in sé stessi la stessa divisione dei Tarocchi completi, cioè gli
«Arcani Maggiori» sono a loro volta divisi in Dio, Uomo e Universo.
Un gruppo di sette si riferisce all'Uomo. Un altro gruppo alla Natura, il terzo al mondo
delle idee (cioè a Dio o allo Spirito).
Le prime sette carte: l'Uomo.
«Il Bagatto» o «Mago» (Adamo Kadmon), l'umanità o il Superuomo;
«Il Matto» (l'uomo come individuo);
«L’Innamorato»
«Il Diavolo»
«Il Carro» (La ricerca illusoria);
«L'Eremita» (La ricerca reale);
«L'Impiccato» (il raggiungimento).
Carte l , 0, 6, 15, 7, 9, 12.

Le seconde sette: l'Universo


«Il Sole»;
«La Luna»;
«La Stella»;
«La Torre», il Lampo;
«Il Giudizio» la Risurrezione dei Morti;
«La Ruota della Fortuna», la Vita);
«La Morte».
Carte 19, 18, 17, 16, 20, 10, 13.
Le ultime sette: Dio.
«La Papessa», (conoscenza);
«L'Imperatrice» (potere creativo);
«L'Imperatore» (i quattro elementi);
«Il Papa» (religione);
«La Temperanza» o Tempo (l'eternità);
«La Forza» (amore, unione e l'infinito);
«La Giustizia» La Verità).
Carte 2, 3, 4, 5, 14, 11, 8.

Le prime sette carte rappresentano i primi sette passi sul sentiero dell'uomo, o le sette
facce dell'uomo che coesistono in lui e che si manifestano nei cambiamenti della
personalità umana, se vengono interpretate secondo il significato mistico della dottrina
dei Tarocchi.
Il secondo e il terzo gruppo di sette carte - l'Universo e il mondo delle idee o Dio -
rappresentano ciascuno separatamente, o anche in combinazione con il primo, un vasto
campo di studio. Ognuna delle sette immagini simboliche che si riferiscono
all'Universo collega in qualche modo l'uomo con il mondo delle idee.
Nessuno dei tre gruppi di sette include la ventunesima carta, «Il Mondo», che in questo
caso contiene in sé tutte le altre 21 carte, cioè il triangolo completo.
Ora, se noi costruiamo un triangolo di cui ciascun lato sia formato da uno dei gruppi di
sette, e piazziamo la ventunesima carta nel centro e disponiamo i quattro semi degli
Arcani minori in modo da formare un quadrato che circoscriva il triangolo, allora la
correlazione tra il quadrato, il triangolo e il punto diventa ancora più chiara.
Quando abbiamo messo la carta 0 nel centro, ci siamo serviti di un'interpretazione
simbolica dicendo che il mondo è contenuto nella mente dell'uomo.
Ma ora abbiamo il mondo nel centro: la ventunesima carta equivalente al triangolo e al
cerchio presi insieme. Il mondo è nel cerchio del tempo. tra i quattro princìpi (o quattro
elementi) rappresentati dai quattro esseri dell'Apocalisse.
Anche il quadrato rappresenta il mondo (o i quattro elementi di cui il mondo è
composto).
In conclusione, è interessante citare alcune curiose congetture del libro Le Tarot des
Bohémiens (9) riguardanti l'origine di altri giochi che conosciamo: gli scacchi, il domino
e così via, nonché una leggenda sulle origini dei Tarocchi.
I Tarocchi sono composti di numeri e figure, che si spiegano ed agiscono in relazione
reciproca. Ma se noi separiamo le immagini e le disponiamo su un foglio nella forma
di una ruota, facendo muovere i numeri coi dadi, otteniamo il gioco dell'Oca, col quale
Ulisse, secondo Omero, riuscì a compiere inganni dietro le mura di Troia.
Se fissiamo i numeri su quadrati bianchi e neri alternati e facciamo muovere le figure
meno importanti del nostro gioco su di essi - Re, Regina, Cavallo, Pedone o Fante,
Torre o Asso - abbiamo il Gioco degli Scacchi. Infatti, le primitive scacchiere avevano
incisi dei numeri e i filosofi le usavano per risolvere problemi di logica.
Se lasciamo da parte le figure per usare solo i numeri, otteniamo il gioco dei Dadi,
possiamo scrivere i numeri su tavolette orizzontali e creare il Gioco del Domino.
Allo stesso modo gli scacchi degenerano nel Gioco della Dama. Infine, il nostro mazzo
di carte non è apparso, come si è soliti pensare, sotto Carlo VI, ma è molto più antico.
Regolamenti spagnoli, ben più vecchi di quel regno, proibivano il gioco delle carte ai
nobili; ed i Tarocchi stessi risalgono a tempi anteriori.
I bastoni dei Tarocchi sono diventati fiori, le coppe cuori, le spade picche e i denari
quadri. Abbiamo anche perso le 22 figure simboliche e i quattro cavalli.
Nello stesso libro, Papus ci racconta una storia sui Tarocchi probabilmente inventata
da lui stesso: Ci fu un tempo in cui l'Egitto, non più in grado di combattere contro i
suoi invasori, si preparava a morire onorevolmente. Allora i sapienti egizi (o perlomeno
così assicura il mio misterioso informatore) indissero un'assemblea generale per
decidere come salvare dalla distruzione la conoscenza, che fino ad allora era stata
riservata ad una ristretta cerchia di uomini giudicati degni di riceverla.
Dapprincipio pensarono di confidare questi segreti ad uomini virtuosi segretamente
reclutati dagli stessi iniziati, i quali li avrebbero trasmessi di generazione in
generazione.
Però un sacerdote, osservando che la virtù è una cosa estremamente fragile, e molto
difficile da trovare, propose, al fine di assicurare più facilmente una certa continuità,
di affidare la tradizione scientifica al vizio.
Quest'ultimo, egli disse, non sarebbe mai completamente scomparso e attraverso di
esso sarebbe stata assicurata una lunga e durevole conservazione dei princìpi di
sapienza.
(9)
The Tarot of the Bohemiéns, di Papus, tradotto in inglese da A.P. Morton, Seconda edizione riveduta con prefazione
di A.E. White, capitolo XXI, p. 338. (William Riders & Son, Londra 1919).
Evidentemente fu adottata questa proposta, e si scelse come strumento il vizio del
gioco. Furono incise delle piccole tavolette con misteriose figure che insegnavano i più
importanti segreti scientifici, e da allora i giocatori hanno trasmesso questi Tarocchi di
generazione in generazione, assai meglio di quanto avrebbero potuto fare i più virtuosi
uomini della Terra.
Queste fantasie dell'«occultista» francese potrebbero essere interessanti se egli non
pretendesse di possedere una conoscenza esoterica. Ma naturalmente esse non
contengono alcunché di storico, le ho qui citate soltanto perché esprimono bene le
sensazioni suscitate dai Tarocchi e l'idea della loro incomprensibile origine.

Carta l IL BAGATTO

Vidi un uomo dall'apparenza stravagante.


La sua figura, vestita da un variopinto costume da giullare, si stagliava tra il cielo e la
terra. I suoi piedi erano avvolti dall'erba e dai fiori; e la sua testa, coperta da un cappello
con l'orlo stranamente rialzato, quasi a formare il simbolo dell'infinito, scompariva tra
le nubi.
In una mano teneva il bastone magico, il segno del fuoco, con una estremità puntata al
cielo; con l'altra mano toccava un denaro, il segno della terra, che stava di fronte a lui
sopra un tavolo da prestigiatore ambulante, a fianco di una coppa e di una spada, i segni
dell'acqua e dell'aria.
Come in un lampo compresi che stavo vedendo i quattro simboli magici in azione.
Il volto del Bagatto era radioso e sicuro di sé. Le sue mani volteggiavano nell'aria con
leggerezza, come se stessero giocando coi quattro segni degli elementi, e io sentii che
stava tirando i misteriosi fili che collegano la terra agli astri lontani.
Ogni suo movimento era pieno di significato, e ogni nuova combinazione dei quattro
simboli creava lunghe serie di fenomeni inattesi. I miei occhi erano come abbagliati.
Non riuscivo a seguire tutto quello che mi si presentava.
Per chi è questa rappresentazione? Mi chiesi. Dov'è il pubblico?
Allora udii la voce che diceva:
«Sono necessari degli spettatori? Osservalo più da vicino».
Di nuovo alzai gli occhi verso l'uomo vestito da giullare e vidi che si trasformava
continuamente. Innumerevoli folle sembravano apparire e sparire in lui davanti a me,
troppo velocemente perché potessi fissarle. E allora capii che era contemporaneamente
il Bagatto e il pubblico.
Nello stesso momento vidi me stesso in lui, riflesso come in uno specchio, e mi sembrò
di guardare me stesso attraverso i suoi occhi. Ma un'altra sensazione mi avvertì che non
c'era nulla di fronte a me, a parte il cielo azzurro, e che dentro di me s'era aperta una
finestra, attraverso la quale vedevo e udivo cose e parole non di questa terra.

Carta 0 IL MATTO

Vidi un altro uomo.


Stanco e zoppo si trascinava lungo una strada polverosa, su una pianura desolata sotto
i raggi brucianti del sole.
Fissando stupidamente accanto a sé con occhi inespressivi, con un mezzo sorriso e una
mezza smorfia stampati sul volto, si trascinava senza guardare né sapere dove, immerso
nei suoi sogni chimerici, che si muovevano eternamente sempre nello stesso cerchio.
Il berretto a sonagli del matto stava sulla sua testa al contrario. I suoi vestiti erano
strappati sul di dietro. Una lince selvatica con occhi ardenti gli balzò addosso da dietro
un masso e conficcò i denti nella sua gamba.
Egli vacillò, quasi cadde, ma continuò ad arrancare portando sulla spalla un fagotto
carico di cose inutili, che solo la sua pazzia continuava a fargli reggere. Più avanti la
strada era ostruita da una frana. Un profondo precipizio attendeva il folle viandante ...
e un enorme coccodrillo con le fauci spalancate strisciò fuori dall'abisso.
Allora sentii la voce che mi diceva:
«Osserva. Questo è lo stesso uomo».
Ogni cosa divenne confusa nella mia testa.
«Che cosa porta nel fagotto?» domandai, non sapendo perché lo facessi.
Dopo una lunga pausa di silenzio, la voce rispose:
«I quattro simboli magici, il bastone, la coppa, la spada e il denaro. Il matto li porta
sempre con sé, ma non capisce cosa essi significhino».
«Non vedi che sei tu stesso?».
Con un brivido d'orrore, capii che si trattava di me anche in quel caso.
Carta 2 LA PAPESSA

Quando alzai il primo velo ed entrai nell'atrio esterno del Tempio delle Iniziazioni, vidi
nella semioscurità la figura di una Donna, seduta su un alto trono tra due colonne del
tempio, una bianca e una nera.
Il mistero aleggiava intorno alla sua figura.
Simboli sacri luccicavano sulle sue verdi vesti. Sul suo capo era posta una tiara dorata
sormontata da una mezzaluna. Sulle sue ginocchia, due chiavi incrociate ed un libro
aperto.
Tra le due colonne dietro la Donna era appeso un secondo velo, intessuto con foglie
verdi e frutti di melograno.
La voce mi disse:
«Per entrare nel tempio è necessario sollevare il secondo velo e passare tra le due
colonne. E per passare tra le due colonne bisogna ottenere il possesso delle chiavi,
leggere il libro e comprendere i simboli. La conoscenza del bene e del male ti aspetta».
«Sei pronto?».
Con profonda sofferenza sentii che avevo paura di entrare nel Tempio.
«Sei pronto?» ripeté la voce.
Rimasi in silenzio. n mio cuore si era quasi fermato per la paura. Non potevo
pronunciare una parola. Sentivo che un precipizio si stava aprendo dinanzi a me e che
io non avrei dovuto osare un singolo passo.
Allora la Donna seduta tra le due colonne si voltò verso di me e mi guardò senza dire
una parola.
E io capii che mi stava parlando, ma la mia paura aumentò.
Sapevo di non dover entrare nel Tempio.

Carta 21 IL MONDO

Una visione inaspettata apparve di fronte a me.


Un cerchio che sembrava una ghirlanda intessuta di arcobaleni e lampi ruotava tra cielo
e terra.
Ruotava a velocità pazzesca, accecandomi con la sua lucentezza radiosa, mentre
sentivo musica e canti sommessi e udivo anche il rombo del tuono, il ruggito
dell'uragano, il fracasso delle valanghe e il rumore sordo dei terremoti.
Il cerchio ruotava con terribile frastuono, toccando cielo e terra, e nel suo centro vidi
la figura danzante di una giovane e bella donna, avvolta in un luminoso scialle
trasparente, con una bacchetta magica in mano.
Ai lati del cerchio divennero visibili le quattro bestie dell'Apocalisse, una con
sembianze di leone, la seconda dall'aspetto di un toro, la terza col volto di un uomo, la
quarta con sembianze d'aquila.
La visione svanì improvvisamente com'era apparsa.
Una strana calma discese sulla terra.
«Che cosa significa?» chiesi stupito.
«È l'immagine del mondo», disse la Voce. Bisogna capirla prima che un uomo possa
attraversare i cancelli del Tempio. Questo è il mondo nel cerchio del tempo, tra i quattro
princìpi, questo è ciò che vedi sempre, ma non capisci mai.
«Devi capire che tutto quello che vedi, cose e fenomeni, non sono altro che geroglifici
di idee più elevate».

Carta 3 L'IMPERATRICE

Sentivo il respiro della primavera; e con la fragranza delle viole, dei gigli e delle bacche
selvatiche, giungeva fino a me il canto soave degli elfi.
I ruscelli mormoravano, le verdi cime degli alberi frusciavano, innumerevoli cori
d'uccelli cantavano, le api ronzavano e dappertutto c'era il respiro vivente della Natura
gioiosa.
Il sole splendeva caldo e dolce, una piccola nuvola bianca stava sospesa sopra i
boschi…
Nel mezzo di una verde radura dove cominciavano a fiorire le primule gialle, su un
trono ornato d'edera e gigli vidi l'Imperatrice.
Una verde ghirlanda adornava i suoi capelli d'oro. Dodici stelle splendevano sopra la
sua testa. Due ali bianche come neve erano visibili dietro la sua schiena, mentre in una
mano reggeva uno scettro.
Con un tenero sorriso l'Imperatrice si guardò intorno, e sotto il suo sguardo si aprivano
i fiori e sbocciavano le gemme.
L'intero suo vestito era coperto da fiori, come se ogni fiore che si apriva venisse riflesso
o stampato su di esso diventandone ornamento.
II segno di Venere, la Dea dell'Amore, era inciso sul suo trono di marmo.
«Oh, Regina della Vita», esclamai, «perché tutto è così radioso, felice e sereno intorno
a te? Non sai che esiste l'autunno grigio e stanco, e l'inverno freddo e bianco? Non sai
che c'è la morte, nere tombe, freddi sepolcri umidi, cimiteri?».
«Come puoi sorridere di gioia guardando i fiori che sbocciano quando tutto muore e
morirà, quando ogni cosa è condannata a morte, persino ciò che non è ancora nato?».
L'Imperatrice mi guardò sorridendo, e sotto il suo sorriso sentii improvvisamente che
nella mia anima si stava aprendo il fiore di una chiara comprensione, come se qualcosa
fosse sul punto di essermi rivelato, e il terrore della morte si allontanò da me.

Carta 20 IL GIUDIZIO

Vidi una distesa ghiacciata. Una catena di montagne innevate chiudeva l'orizzonte. Una
nuvola apparve e s'ingrossò fino a coprire un quarto del cielo.
Nel mezzo della nuvola apparvero due ali fiammeggianti. E vidi il messaggero
dell'Imperatrice.
Egli alzò la sua tromba ed emise un forte ed imperioso squillo.
Tremò la pianura in risposta, ed echeggiarono a lungo le montagne.
Una dopo l'altra le tombe che giacevano nella pianura cominciarono ad aprirsi e da esse
uscirono delle persone, bambini, vecchi, uomini e donne. Essi allungavano le braccia
verso il messaggero dell'Imperatrice, cercando di afferrare il suono della tromba.
E nel suono della tromba sentii il sorriso dell'Imperatrice. Nelle tombe aperte vidi i
fiori che sbocciavano, e nelle mani tese percepii l'odore fragrante dei fiori.
E capii il mistero della nascita nella morte.
Carta 4 L'IMPERATORE

Dopo che ebbi studiato i primi tre numeri mi fu data da comprendere la grande Legge
del Quattro - l'Alfa e l'Omega di tutto.
Vidi l'Imperatore su un alto trono di pietra decorato con quattro teste d'ariete.
Un elmo dorato luccicava sulla sua fronte. La barba bianca gli cadeva sul manto di
porpora. In una mano teneva una sfera, il simbolo dei suoi domìni, nell'altra uno scettro
a forma di croce egizia, il segno del suo potere sulla nascita.
«Io sono la Grande Legge», disse l'Imperatore.
«Io sono il nome di Dio».
«Le quattro lettere del Suo Nome sono in me e io sono in ogni cosa».
«Io sono i quattro princìpi, Io sono nei quattro elementi. Io sono nelle
quattro stagioni. lo sono nei quattro angoli della terra».
«Io sono nei quattro segni dei Tarocchi».
«Io sono azione, Io sono resistenza, Io sono compimento, Io sono risultato». «Per chi
conosce la via per vedermi, non ci sono misteri sulla terra».
«Come la terra contiene fuoco, acqua e aria, come la quarta lettera del nome contiene
le prime tre e diventa essa stessa la prima, così il mio scettro contiene il triangolo
completo e porta in sé il seme di un nuovo triangolo».
E mentre l'Imperatore parlava, il suo elmo e la dorata armatura che s'intravedeva sotto
il suo mantello risplendevano sempre più ardentemente, finché non potei più sopportare
la loro luce e abbassai gli occhi.
E quando tentai di sollevarli di nuovo, davanti a me c'era luce, fuoco e uno splendore
che tutto pervadeva. E io caddi prostrato ad adorare il Mondo Fiammeggiante.

Carta 19 IL SOLE

Dopo questo, appena vidi il Sole per la prima volta capii che esso stesso era la
manifestazione del Mondo Fiammeggiante e il segno dell'Imperatore.
Il grande astro splendeva e dava calore. In basso, alti girasoli reclinavano le loro
corolle.
E vidi due bambini in un giardino dietro una grande recinzione. Il sole riversava su di
loro i suoi caldi raggi e mi sembrava che una pioggia dorata cadesse su di loro, come
se il Sole versasse oro fuso sulla terra.
Per un istante chiusi gli occhi, e quando li aprii di nuovo vidi che ogni raggio del Sole
era lo scettro dell'Imperatore, che portava con sé la vita. E vidi come sotto questi raggi
sbocciavano ovunque i mistici fiori delle Acque, e come tutta la Natura continuava a
rinascere, dalla misteriosa unione dei due princìpi.

Carta 5 IL PAPA

Vidi il grande Maestro nel Tempio.


Stava seduto su un trono dorato, sopra una pedana purpurea; indossava le vesti d'un
grande sacerdote e aveva sul capo una tiara d'oro.
Sotto i suoi piedi vidi due chiavi incrociate, e due Iniziati erano inchinati davanti a lui.
Egli parlò loro.
Udii il suono della sua voce, ma non riuscivo a capire una parola di ciò che diceva. O
parlava in una lingua a me sconosciuta, oppure c'era qualcosa che m'impediva di capire
il significato delle sue parole.
E la Voce mi disse: «Egli parla soltanto per quelli che hanno orecchie per intendere».

«Ma siano maledetti quelli che credono di capire prima di avere veramente ascoltato,
o sentono ciò che egli non dice, o mettono le loro parole al posto delle sue. Essi non
riceveranno mai le chiavi della conoscenza. Di loro è stato detto che non entreranno
mai in sé stessi, né sopporteranno quelli che stanno per entrare».

Carta 18 LA LUNA

Una pianura desolata si stendeva di fronte a me. La luna piena guardava giù, come
immersa in profonda meditazione. Sotto la sua luce tremolante le ombre vivevano le
loro vite. Nere colline si stagliavano all'orizzonte.
Tra due torri grigie si snodava un sentiero, perdendosi a distanza. Su entrambi i lati del
sentiero sedevano, uno di fronte all'altro, un lupo e un cane che ululavano alla luna.
Da un ruscello, un grosso granchio nero s'arrampicava fin sulla sabbia. Una fredda e
pesante rugiada copriva il terreno.
Una sensazione di paura s'impadronì di me. Sentivo la presenza di un mondo
misterioso, un mondo di spiriti ostili, di cadaveri che sorgevano dalle tombe, di
fantasmi tormentati.
Nella pallida luce della luna mi sembrava di percepire la presenza di questi fantasmi:
pareva che le ombre attraversassero il sentiero, qualcuno mi stava aspettando dietro le
torri, ed era pericoloso voltarsi.

Carta 6 L'INNAMORATO (LA TENTAZIONE)

Vidi un giardino fiorito in una verde valle circondata da dolci colline.


Nel giardino vidi un uomo e una donna. Elfi, ninfe, silfidi e gnomi si avvicinarono a
loro senza paura; i tre regni della natura, pietre, piante e animali, li servivano.
A loro era stato rivelato il mistero dell'equilibrio universale, di cui essi stessi erano
simbolo ed espressione.
Due triangoli si univano in loro a formare una stella a sei punte, due calamite arcuate
formavano un'ellisse.
Alto su di loro vidi aleggiare lo Spirito che, non visto, li guidava.
Notai che da un albero su cui pendeva maturo il frutto dorato strisciava giù un serpente
che bisbigliò nell'orecchio della donna; e la donna ascoltava, sorridendo dapprima con
aria incredula, poi con curiosità. Quindi la vidi parlare all'uomo, che sorrise a sua volta,
indicando con la sua mano il giardino intorno a lui. Improvvisamente apparve una
nuvola che mi coprì la visione: «Questa è l'immagine della tentazione», disse la Voce.
«Ma che cosa costituisce la tentazione? Puoi comprendere la sua natura?».
«La vita è così bella», dissi, «e il mondo così meraviglioso, i tre regni della Natura e i
quattro elementi così obbedienti che i due si sono creduti i padroni del mondo e non
hanno potuto resistere alla tentazione».
«Sì», disse la Voce, «la saggezza che striscia sul terreno disse loro che sapevano
distinguere il bene dal male. Ed essi credettero questo, perché era piacevole pensare
che fosse così. Allora smisero di ascoltare la voce che li guidava. L'Equilibrio fu
distrutto, il mondo incantato divenne proibito per loro.
Ogni cosa apparve loro in una luce falsa. Ed essi divennero mortali. Questa caduta fu
il primo peccato dell'uomo che eternamente si ripete, perché l'uomo non smette mai di
credere in sé stesso e vive grazie a questa convinzione. Solo quando l'uomo si sarà
purificato da questo peccato con grande sofferenza potrà superare il potere della morte
e tornare alla vita».

Carta 17 LA STELLA

In mezzo ai cieli brillava una grande stella, e attorno ad essa c'erano sette stelle più
piccole. I loro raggi s'intrecciavano, riempiendo lo spazio con infinita luce e radiosità.
E ognuna delle otto stelle conteneva in sé tutte le altre.
Dietro le stelle splendenti, accanto ad un ruscello blu vidi una ragazza nuda, giovane e
bella. Inginocchiata, versava acqua da due anfore, una d'oro e una d'argento; su un
cespuglio un piccolo uccello spiegava le ali e si preparava a spiccare il volo.
Per un istante capii che stavo osservando l'anima della Natura.
«Questa è l'immaginazione della Natura», disse sommessamente la Voce.
«La Natura sogna, immagina, crea mondi. Impara a unire la tua immaginazione a quella
della natura; e nulla sarà impossibile per te».
«Ma ricorda che è impossibile vedere contemporaneamente bene e male. Una volta per
tutte devi fare una scelta, poi non ti sarà più possibile tornare indietro».

Carta 7 IL CARRO

Vidi un carro trascinato da due sfingi, una bianca e una nera. Quattro colonnine
sorreggevano un baldacchino azzurro tempestato di stelle a cinque punte. Sotto il
baldacchino, a guida delle sfingi, stava il Conquistatore in un'armatura d'acciaio, e nella
sua mano c'era uno scettro, sormontato da una sfera, un triangolo e un quadrato.
Un pentagramma dorato brillava sulla sua corona. Davanti al carro, sopra le sfingi,
pendevano una sfera alata e i mistici lingam e yoni, simbolo dell'unione.
«Ogni cosa in questa immagine possiede un significato. Guarda e cerca di capire», mi
disse la Voce.
«Questo è il conquistatore che non ha ancora conquistato sé stesso. Qui sono presenti
sia la volontà sia la conoscenza. Ma in tutto ciò è maggiore il desiderio di realizzazione
della realizzazione stessa».
«L'uomo sul carro cominciò a considerarsi conquistatore prima di aver realmente
conquistato. Decise che la conquista doveva venire naturalmente al conquistatore. In
questo ci sono molte possibilità reali, ma anche molte luci ingannatrici, e grandi
pericoli attendono l'uomo nel carro».
«Egli guida il carro con la forza della sua volontà e con la spada magica, ma lo sforzo
di volontà può logorarsi e le due sfingi potrebbero tirare ognuna in una direzione
diversa e spezzare in due lui stesso e il suo carro».
«Questo è il conquistatore contro il quale il conquistato può ancora ribellarsi. Vedi alle
sue spalle le torri della città conquistata? Forse la fiamma della rivolta arde già laggiù».
«Egli non sa che la città conquistata è dentro di lui, che nella sua interiorità le sfingi
osservano ogni suo movimento, e che dentro di lui grandi pericoli lo aspettano».
«E ricorda che si tratta dello stesso uomo che hai visto unire cielo e terra, e dell'altro
che si trascinava lungo una strada polverosa verso il precipizio dove lo attendeva il
coccodrillo».

Carta 16 LA TORRE

Vidi erigersi dalla terra al cielo un'alta torre, la cui cima oltrepassava le nubi. Era notte
fonda tutt'intorno e rimbombavano i tuoni.
E improvvisamente il cielo s'aprì, un rombo di tuono scosse la terra intera, e il lampo
colpì la cima della torre.
Lingue di fiamma scaturirono dal cielo; la torre si riempì tutta di fuoco e di fumo e vidi
i costruttori della torre cadere giù dalla cima.
«Guarda», disse la Voce; «la Natura odia l'inganno, e l'uomo non può sottrarsi alle sue
leggi. La Natura rimane paziente a lungo e poi all'improvviso stronca con un sol colpo
tutto ciò che va contro di essa.
«Se soltanto gli uomini potessero vedere che tutto ciò che conoscono si riduce alle
rovine di torri distrutte, forse smetterebbero di costruirle».
Carta 8 LA GIUSTIZIA (0 VERITÀ)

Quando entrai in possesso delle chiavi, quando ebbi letto il libro e compreso i simboli,
mi fu consentito di sollevare il velo del Tempio e di entrare nel santuario interno. Lì
vidi una donna con una corona d'oro e un mantello di porpora. In una mano teneva una
spada sguainata, e nell'altra i due piatti della bilancia. Vedendola tremai di paura,
perché il suo sguardo era infinitamente profondo e terribile, e mi faceva sprofondare
come in un abisso.
«Stai osservando la Verità», disse la Voce. «Ogni cosa viene pesata con questa bilancia.
Quella spada rimane eternamente alzata in difesa della giustizia e nulla può sfuggirle».
«Ma perché distogli i tuoi occhi dalla bilancia e dalla spada? Sei forse preoccupato?».
«Sì, ti privano delle tue illusioni e tu come potrai vivere sulla terra senza di esse?».
«Desideravi vedere la Verità e ora la vedi».
«Ricorda, però, ciò che attende un mortale quando ha visto la dea. Egli non sarà più
capace di chiudere i suoi occhi davanti a ciò che non gli piace, come invece faceva
prima. Vedrà la verità continuamente, sempre e ovunque».
«Puoi sopportare tutto questo? Hai visto la Verità. Ora devi proseguire anche se non
vorresti».

Carta 15 IL DIAVOLO

Una terribile notte nera avvolgeva la terra, e in lontananza brillava una fiamma
rossastra.
Una strana figura fantastica divenne visibile man mano che mi avvicinavo.
Alta sopra la terra scorsi la rossa faccia ripugnante del diavolo, con grandi orecchie
pelose, una barbetta appuntita e le corna ricurve di un caprone. Tra le corna sulla sua
fronte un pentagramma invertito splendeva di luce fosforescente. Due ali grigie,
membranose, come le ali di un pipistrello, erano spiegate. n diavolo alzò un braccio
nudo e flaccido col gomito piegato e la mano aperta, e sul palmo riconobbi il simbolo
della Magia nera. Nell'altra mano teneva una torcia fiammeggiante, rivolta verso il
basso, che emetteva nuvole di fumo nero e soffocante. n diavolo sedeva su un grosso
cubo nero, che avvinghiava in una stretta morsa con gli artigli delle sue zampe
animalesche.
Un uomo e una donna erano incatenati ad un anello di ferro di fronte al cubo. E io capii
che si trattava della stessa coppia che avevo visto nel giardino, ma adesso avevano
coma e code dalle punte fiammeggianti.
«Questa è l'immagine della caduta, la rappresentazione della debolezza», disse la Voce,
«l'immagine della menzogna e del male».
«Queste sono le stesse persone, che hanno però cominciato a credere in sé stesse e nei
loro poteri. Hanno detto di saper distinguere da sole ciò che è bene e ciò che è male.
Hanno scambiato per forza la loro debolezza e l'inganno le ha fatte schiave».
Allora udii la voce del diavolo.
«Io sono il male», disse, «per quanto il male possa esistere in questo che è il migliore
dei mondi possibili. Per accorgersi di me, bisogna guardare in modo tortuoso, limitato
e sbagliato. Tre sentieri conducono a me: l'inganno, il sospetto e la calunnia. Le mie
virtù principali sono la diffamazione e la maldicenza. Io completo il triangolo i cui altri
due lati sono la morte e il tempo.
«Per sfuggire a questo triangolo basta accorgersi della sua esistenza».
«Ma come riuscire a far questo non sta a me dirlo».
«Perché io sono il Male, che gli uomini inventarono per poter avere una giustificazione
con sé stessi e considerarmi la causa di tutte le azioni sbagliate di cui sono invece loro
stessi colpevoli».
«Mi chiamano il Re delle Menzogne, e in effetti sono il Re delle Menzogne, perché
sono il frutto più grande delle menzogne umane».

Carta 9 L'EREMITA

Dopo lunghe peregrinazioni in un deserto sabbioso e arido, dove vivevano soltanto


serpenti, incontrai un Eremita.
Era avvolto in un lungo mantello, con un cappuccio sulla testa; in una mano teneva un
lungo bastone e nell'altra una lanterna accesa, benché fossimo in pieno giorno e il sole
stesse splendendo.
«Cercavo l'uomo», disse l'Eremita, «ma da lungo tempo ho abbandonato la ricerca».
«Adesso sono in cerca del tesoro nascosto. Vuoi anche tu cercarlo? Prima però devi
procurarti una lanterna Senza una lanterna troverai lo stesso i tesori, ma il tuo oro si
trasformerà in polvere».
«E devi capire il primo mistero - noi non sappiamo quale tesoro stiamo cercando, se si
tratta di quello che fu sepolto dai nostri antenati, o di quello che verrà sotterrato dai
nostri discendenti».

Carta 14 LA TEMPERANZA (IL TEMPO)

Vidi un Angelo che si ergeva tra cielo e terra, avvolto in bianche vesti, con ali di
fiamma e un'aureola dorata sul capo. Stava con un piede sulla terra e un altro sul mare,
e dietro di lui stava sorgendo il sole.
Sul petto dell'Angelo c'era il segno del libro Sacro dei Tarocchi - il quadrato che
contiene il triangolo. Sulla fronte aveva il segno dell'eternità e della vita - il cerchio.
Nelle mani l'Angelo reggeva due coppe, una d'oro e una d'argento, e tra le coppe
scorreva incessantemente un ruscello, che scintillava di tutti i colori dell'arcobaleno.
Ma io non riuscivo a capire da quale anfora uscisse e in quale si versasse.
E con terrore compresi di essere arrivato agli ultimi misteri, dai quali non c'era ritorno.
Guardai l'Angelo, i suoi segni, le sue anfore e il ruscello coi colori dell'arcobaleno che
scorreva tra di esse, e il mio cuore umano fremette di paura, e la mia mente umana era
avvolta dall'angoscia dell'incapacità di comprendere.
«Il nome dell'angelo è Tempo», disse la Voce.
«Sulla sua fronte c'è il cerchio. Questo è il segno dell'eternità, il segno della vita».
«Nelle mani dell'angelo ci sono due anfore, d'oro e d'argento. Un'anfora rappresenta il
passato, l'altra il futuro. Il ruscello coi colori dell'arcobaleno che scorre tra di esse è il
presente. Come vedi, scorre in entrambe le direzioni».
«Questo è il Tempo nel suo aspetto più incomprensibile per l'uomo».
«Gli uomini pensano che ogni cosa scorra incessantemente in una sola direzione. Essi
non vedono che tutto s'incontra in eterno, che una cosa proviene dal passato e un'altra
dal futuro, e che il tempo è un insieme di cerchi che ruotano in direzioni diverse».
«Cerca di capire questo mistero e impara a distinguere le opposte correnti nel ruscello
del presente».
Carta 10 LA RUOTA DELLA FORTUNA

Camminavo assorto in meditazione profonda, sforzandomi di capire la mia visione


dell'Angelo.
E improvvisamente, alzando il capo, vidi in mezzo al cielo un immenso cerchio
ruotante, coperto di lettere cabalistiche e di segni.
Il cerchio ruotava a velocità vertiginosa e insieme ad esso, ora verso l'alto, ora verso il
basso, giravano le figure simboliche del serpente e del cane; e in cima al cerchio,
immobile, sedeva la sfinge.
Ai quattro angoli del cielo vidi sulle nuvole le quattro bestie alate dell'Apocalisse - una
simile a un leone, un'altra a un vitello, la terza col volto umano e la quarta simile ad
un'aquila in volo - e ognuna di esse leggeva un libro aperto.
E udii le voci degli animali di Zarathustra:
«Tutto va, tutto ritorna; la ruota dell'essere gira eternamente. Ogni cosa muore, ogni
cosa fiorisce di nuovo; eternamente scorre l'anno dell'essere».
«Tutto si rompe e tutto viene unito di nuovo; si ricostruisce eternamente la stessa casa
dell'essere. Tutto si divide, tutto si incontra di nuovo; l'anello dell'essere rimane
eternamente fedele a sé stesso».
«L'esistenza comincia in ogni "Ora", intorno ad ogni "Qui" ruota la sfera del "Là". Il
centro è ovunque. Ricurvo è il sentiero dell'eternità» (10).

Carta 13 LA MORTE

Abbacinato dallo scintillio della ruota della vita, caddi a terra e chiusi gli occhi. Ma mi
sembrava che la ruota continuasse a girare davanti a me e che le quattro bestie sulle
nuvole rimanessero ancora sedute a leggere i loro libri.
E improvvisamente, aprendo gli occhi, vidi un gigantesco cavaliere su un bianco
destriero, chiuso in un'armatura con un elmo e una piuma neri.
Un teschio s'intravedeva sotto la visiera. Una mano oscura reggeva un grande vessillo
nero, mentre l'altra impugnava le redini, ornate con un teschio e le ossa incrociate.
Ovunque il destriero bianco passasse, morte e notte lo seguivano, i fiori appassivano,
le foglie cadevano, la terra veniva coperta da un bianco sudario, apparivano tombe e
crollavano torri, palazzi e città.
Regnanti nel momento di massimo splendore del loro potere e della loro gloria, donne
bellissime, amanti e amate, alti sacerdoti investiti col potere di Dio, bambini innocenti,
tutti, all'approssimarsi del bianco destriero, si prostravano terrorizzati sulle ginocchia
di fronte ad esso e allargavano le braccia in preda alla disperazione e all'angoscia, e poi
cadevano per non rialzarsi più.
In lontananza, dietro le torri, tramontava il sole.
Il brivido della morte s'impadronì di me. Mi sembrava di sentire già sul mio petto i
bianchi zoccoli del cavallo, e vidi l'intero mondo precipitare in un abisso.
Improvvisamente, però, sentii qualcosa di familiare nel passo cadenzato del cavallo,
qualcosa che avevo già visto e sentito prima. Un altro istante, e percepii nel suo passo
il movimento della ruota della vita.
Mi illuminai, e guardando il cavaliere che si allontanava e il sole che tramontava, capii
che il sentiero della vita è fatto dai segni lasciati dagli zoccoli del destriero della Morte.
Il sole, tramontando da un lato, sorge dall'altro.
Ogni istante del suo movimento è tramonto in un punto e alba in un altro.
Capii che proprio come il sole sorge nel suo tramontare e tramonta nel suo sorgere,
così la vita muore quando nasce e nasce quando muore.
«Sì», disse la Voce; «tu pensi che il sole abbia soltanto uno scopo, quello di tramontare
e di sorgere. Sa, forse, il sole qualcosa della terra, delle persone, del tramonto o
dell'alba? Prosegue per la sua strada, lungo la sua orbita, intorno ad un Centro
Sconosciuto. Vita, Morte, alba, tramonto, non ti rendi conto che tutte queste cose non
sono altro che i pensieri, i sogni e le paure del Matto?».

Carta 11 LA FORZA

In mezzo a una verde pianura, circondata da dolci colline, vidi una donna con un leone.
Inghirlandata di rose, il segno dell'Eternità sul capo, la donna chiuse con calma e
sicurezza la bocca del leone, e il leone gli leccò delicatamente la mano.
«Questa è l'immagine della forza», disse la Voce, «cerca di capirne tutti i significati».
«Prima di tutto essa mostra la forza dell'amore. Non esiste nulla di più forte dell'amore.
Solo l'amore può vincere il male. L'odio genera sempre l'odio».
«Il male porta sempre altro male».
«Vedi quelle ghirlande di rose? Parlano della catena magica. L'unione dei desideri e
degli sforzi crea una tale energia che il selvaggio impeto incontrollabile si piega dinanzi
ad essa».
«Oltretutto, si tratta della forza dell'Eternità».
«Qui passi nel regno dei misteri. Per una coscienza consapevole del segno dell'Eternità
su di essa, non ci sono ostacoli né resistenze da parte dell'infinito».

Carta 12 L'IMPICCATO

Vidi un uomo che aveva le mani legate dietro la schiena, penzolante a testa in giù da
una grossa forca, in preda a tormenti atroci.
Intorno alla sua testa c'era un'aureola dorata.
Allora udii una Voce che mi parlava:
«Guarda, questo è l'uomo che ha visto la verità».
«Nuove sofferenze, tali che nessuna disgrazia terrena potrà mai procurare, aspettano
l'uomo sulla terra quando egli trova il sentiero verso l'Eternità e la comprensione
dell'Infinito».
«Egli è ancora un uomo, ma conosce già molte cose inaccessibili persino agli dei. E
questo conflitto nella sua anima tra ciò che è piccolo e ciò che è grande rappresenta la
sua tortura e il suo calvario».
«Nella sua anima è stata eretta una grande forca, dalla quale egli penzola in preda alla
sofferenza, sentendosi come appeso a testa in giù».
«Lui stesso ha scelto questa via».
«È perciò che ha intrapreso un lungo viaggio di prova in prova, di iniziazione in
iniziazione, attraverso fallimenti e cadute».
«E ora ha trovato la Verità e conosciuto sé stesso».
«Egli sa di essere colui che sta tra cielo e terra e che controlla gli elementi con i simboli
magici; ed è anche quello che cammina col berretto a sonagli del Matto lungo una
strada polverosa sotto il sole cocente verso l'abisso dove il coccodrillo l'attende. È lo
stesso che stava con la sua compagna nel giardino dell'Eden sotto la protezione del
genio benefico; è sempre lui che si trovava incatenato con lei al cubo nero delle
menzogne; è lui che si ergeva come conquistatore effimero sul carro ingannevole, tirato
dalle sfingi pronte a correre in direzioni opposte; ed è lui ancora che nel deserto cercava
la Verità con una lanterna nella piena luce del giorno».
«E adesso ha trovato la Verità».

1911 - 1929
Capitolo VI
CHE COSA È LO YOGA
Per l'Occidente, l'Oriente è sempre stato la terra del mistero e degli enigmi. Molte
leggende e storie fantastiche sono esistite ed ancora esistono sull'India in particolare,
soprattutto sulla misteriosa conoscenza dei saggi, dei filosofi, dei fachiri e dei santi
indiani.
Infatti molti accadimenti hanno da lungo tempo dimostrato che, a parte la conoscenza
contenuta negli antichi libri indiani, ·nelle sue sacre scritture, leggende, canzoni, poemi
e miti, esiste una certa altra conoscenza che non può essere astratta dai libri e che non
è rivelata apertamente, ma le cui tracce sono ben visibili. È impossibile negare che la
filosofia e le religioni dell'India contengano inesauribili fonti di pensiero. E la filosofia
europea ha fatto e sta facendo largo uso di queste fonti, ma piuttosto stranamente non
può mai prendere da esse quel che è più importante e più essenziale.
Questo fatto è stato capito da molti Europei che hanno studiato gli insegnamenti
religiosi e filosofici dell'Oriente. Essi hanno avvertito di ricevere dai libri non tutto
quello che gli Indiani sanno, e questa sensazione ha rinforzato l'idea che oltre alla
conoscenza contenuta nei libri ne esista un'altra, segreta, nascosta ai «non-iniziati»,
oppure che oltre ai libri conosciuti ve ne siano altri, tenuti nascosti, che contengono
l'«insegnamento segreto».
Un gran quantitativo di energia e di tempo è stato speso alla ricerca di questa dottrina
segreta dell'Est. E vi è una buona base per credere che in effetti esista non soltanto una,
ma molte dottrine sconosciute all'Occidente, che provengono da una sola radice
comune.
Ma, tralasciando le dottrine, note e sconosciute, esiste anche un certo numero di sistemi
di auto-disciplina che sono conosciuti sotto il nome di Yoga.
La parola Yoga può essere tradotta con il termine unità o unione o soggiogamento; nel
primo significato corrisponde alla parola «bardatura», dal termine sanscrito yug, al
quale corrisponde la parola inglese yoke e quella russa eego.
Uno dei significati del termine «Yoga» è «giusta azione».
Seguire lo Yoga significa sottomettersi al controllo di uno o di un altro sistema di
pensiero, emozioni, movimenti esterni ed interni Yoga, cioè le funzioni, la maggior
parte delle quali comunemente lavora senza controllo.
«Yogi» è il nome dato a coloro che vivono e agiscono secondo lo «Yoga», Vi sono
uomini che passano o sono passati attraverso una certa scuola e vivono secondo regole
che sono note solo a loro stessi e incomprensibili al non-iniziato, e secondo una
conoscenza che aumenta infinitamente i loro poteri se comparati con i poteri degli
uomini comuni.
Vi sono molte storie e credenze intorno agli «Yogi»; talvolta si dice che siano mistici
che conducono una vita di contemplazione, indifferenti al cibo e ai vestiti; altre volte,
che siano uomini dai poteri miracolosi, capaci di vedere e di ascoltare a distanza,
uomini ai quali le bestie feroci e le forze della natura obbediscono. Questi poteri e
queste capacità vengono acquisite con metodi ed esercizi che costituiscono il segreto
dello Yoga e che permettono agli Yogi di comprendere la gente e di agire correttamente
e opportunamente in tutte le circostanze e in tutte le occasioni della vita.
Gli Yogi non hanno nulla in comune con i «fachiri» cioè con quegli uomini che tentano
di. soggiogare il corpo fisico alla volontà per mezzo della sofferenza e che sono. molto
spesso ignoranti fanatici che torturano sé stessi per ottenere una beatitudine celestiale,
oppure prestigiatori che per soldi operano «miracoli» basati sull'abilità, sulla pazienza
e sull'abitudine del corpo ad assumere incredibili posture o nell'esercitarlo alle sue
funzioni in modo anormale.
Questi prestigiatori e fakiri spesso si definiscono Yogi, ma un vero Yogi si riconosce
sempre, perché non ha mai il fanatismo e il frenetico settarismo dei fakiri; egli non
dimostrerà nulla dietro pagamento, e soprattutto possederà una conoscenza che supera
la conoscenza degli uomini comuni.
«La scienza degli Yogi», cioè i metodi usati dagli Yogi per lo sviluppo in loro stessi di
straordinari poteri e capacità, deriva dalla più remota antichità.
Migliaia di anni fa i saggi dell'antica India sapevano che i poteri dell'uomo in tutte le
sfere e le zone della sua attività possono essere grandemente aumentati per mezzo di
un giusto allenamento e abituando l'uomo a controllare il suo corpo, la sua mente, la
sua attenzione, la sua volontà, le sue emozioni e i suoi desideri.
In relazione a ciò lo studio dell'uomo nell'antica India era ad un livello praticamente
inconcepibile per noi. Questo può essere spiegato soltanto con il fatto che le scuole
filosofiche esistenti a quel tempo erano direttamente connesse con scuole esoteriche.
L'uomo non era considerato come un'entità completa, ma come contenente in sé stesso
una moltitudine di poteri latenti. L'idea era che nella vita comune e nell'uomo comune
questi poteri sono dormienti, ma possono essere risvegliati e sviluppati per mezzo di
un certo modo di vita, di certi esercizi, da un certo lavoro su sé stessi. Questo è quel
che viene chiamato Yoga. La conoscenza delle idee dello Yoga permette all'uomo
innanzitutto di conoscere meglio sé stesso, di comprendere le sue capacità ed
inclinazioni latenti, di trovare e di determinare la direzione nella quale dovrebbero
essere sviluppate; e secondariamente di risvegliare le sue capacità latenti e imparare
come usarle in tutti i sentieri della vita.
«La scienza degli Yogi» o, per dirla più correttamente, il ciclo delle scienze degli Yogi,
consiste di descrizioni di questi metodi, adattati ad uomini di differenti tipi e di
differenti attività nella vita, ed anche dell'esposizione delle teorie collegate con questi
metodi.
Ognuna di queste «scienze» componenti lo Yoga si divide in due parti; la parte teorica
e quella pratica.
La parte teorica mira a fissare i princìpi fondamentali ed un prospetto generale del
soggetto dato come di un intero completo e collegato, senza scendere in dettagli non
necessari.
La parte pratica insegna i metodi e i modi del migliore allenamento per l'attività
desiderata, i metodi e i mezzi di sviluppo di capacità e poteri latenti.
È necessario dire, a questo punto, che anche la parte teorica non può essere appresa
realmente dai libri. I libri possono, al meglio, servire come sinossi soltanto allo scopo
di ripetizione e di ripasso, mentre lo studio delle idee dello Yoga richiede
l'insegnamento e la spiegazione orale diretti.
Per quanto riguarda la parte pratica, una piccola parte di essa può essere spiegata negli
scritti. Di conseguenza anche se vi sono libri che contengono tentativi di esposizione
del metodo pratico dello Yoga, essi non possono, forse, servire come manuale per un
lavoro pratico e indipendente.
Generalmente, parlando dello Yoga, è necessario chiarire che la relazione tra le parti
teoria e pratica è analoga alla relazione tra i lati teorico e pratico dell'arte. Esiste una
teoria della pittura, ma lo studio della teoria della pittura non permette di dipingere
quadri. Esiste una teoria della musica, ma lo studio della teoria della musica non
permetterà a qualcuno di suonare alcuno strumento musicale.
Nella pratica dell'arte, così come nella pratica dello Yoga, vi è qualcosa che non esiste
e non può esistere nella teoria. La teoria è derivata dalla pratica.
Le scienze dello Yoga in India furono tenute segrete per lungo tempo, e questi metodi,
che aumentano il potere dell'uomo in un modo quasi miracoloso, erano il privilegio di
speciali scuole o il segreto di asceti ed eremiti che avevano completamente rinunciato
al mondo. Nei templi indiani (o collegati ad essi) vi erano scuole dove gli allievi, Chela,
che avevano attraversato un lungo sentiero di prove e di educazione preparatoria, erano
iniziati alla scienza degli Yogi da speciali insegnanti, Guru. Gli Europei furono
incapaci ad ottenere qualsiasi informazione riguardo allo Yoga, e quel che era
usualmente riferito dai viaggiatori rispetto a tale questione era di carattere
assolutamente fantastico.
La prima informazione corretta sullo Yoga inizia ad apparire soltanto nella seconda
metà del XIX secolo, sebbene molti metodi di Yogi erano conosciuti nelle società
mistiche molto tempo prima.
Sebbene gli Europei abbiano mutuato una gran quantità di conoscenze dagli Yogi, essi
furono tuttavia incapaci di comprendere e realizzare tutto il significato delle «scienze
degli Yogi» prese nel loro insieme.
In realtà lo Yoga è la chiave per tutta l'antica saggezza dell'Est.
Gli antichi libri dell'India non possono essere comprensibili per gli scienziati
occidentali. Questo perché tutti quei libri furono scritti da Yogi, cioè da uomini che
possedevano non solo un intelletto sviluppato, ma poteri e capacità infinitamente
superiori ai poteri e alle capacità di un uomo comune.
I poteri che lo Yoga dà non sono limitati al rafforzamento della capacità di
comprensione. Lo Yoga aumenta la capacità creativa dell'uomo in tutte le sfere e i
campi della vita, gli dà la possibilità di una diretta penetrazione nei misteri della natura,
gli dischiude i segreti dell'eternità e gli enigmi dell'esistenza.
Allo stesso tempo lo Yoga aumenta i poteri dell'uomo; primo, per la lotta con la vita,
cioè con tutte le condizioni fisiche nelle quali l'uomo è nato e che gli sono ostili;
secondo, per la lotta con la Natura, che vuole sempre usare l'uomo per i propri fini; e,
terzo, per la lotta contro le illusioni della sua coscienza che, essendo dipendente dal
suo limitato apparato psichico, crea un numero enorme di miraggi e delusioni. Lo Yoga
aiuta l'uomo a lottare contro l'inganno delle parole, gli mostra chiaramente che un
pensiero espresso in parole non può essere vero, che non vi può essere verità nelle
parole, che al meglio esse possono soltanto alludere alla verità, rivelarla per un
momento e poi nasconderla. Lo Yoga insegna il modo per trovare la conoscenza
nascosta nelle cose, nelle azioni degli uomini, negli scritti dei grandi saggi di tutti i
tempi e popoli.
Lo Yoga si divide in cinque tipi:

l. Raya-Yoga o lo Yoga dello sviluppo della coscienza.


2. Jnana-Yoga (Gnyana o Gnana-Yoga), lo Yoga della conoscenza.
3. Karma-Yoga o lo Yoga delle giuste azioni.
4. Hatha-Yoga, lo Yoga del potere sul corpo.
5. Bhakti-Yoga, lo Yoga della giusta azione religiosa.
I cinque Yoga sono cinque sentieri che conducono alla stessa meta: alla perfezione,
alla transizione verso livelli superiori di conoscenza e di vita.
La divisione dei cinque Yoga dipende dalla divisione in tipi dell'uomo, le sue capacità,
la preparazione e così via. Un uomo può iniziare con la contemplazione, con lo studio
del suo «Io». Un altro necessita dello studio obiettivo della natura. Un terzo deve,
innanzitutto, comprendere le regole di condotta nella vita comune. Per un quarto, prima
di ogni altra cosa, è necessario acquisire controllo sul corpo fisico. Per un quinto è
necessario «imparare a pregare», comprendere i suoi sentimenti religiosi e imparare
come governarli.
Lo Yoga insegna a fare in modo corretto tutto quello che l'uomo fa. Soltanto studiando
lo Yoga l'uomo può vedere quanto si sia comportato in modo errato in tutte le occasioni
della sua vita; quanta della sua forza abbia speso quasi inutilmente, ottenendo soltanto
minimi risultati con un enorme impiego di energia.
Lo Yoga insegna all'uomo i princìpi della giusta economia delle forze. Gli insegna ad
essere capace di fare qualunque cosa egli voglia fare, consciamente, quando questo è
necessario. Questo aumenta incommensurabilmente i poteri dell'uomo e migliora i
risultati del suo lavoro.
Lo studio dello Yoga mostra innanzitutto all'uomo quanto grandemente si sia sbagliato
su sé stesso?
L'uomo si convince di essere molto più debole e molto più insignificante di quanto
abbia considerato, e allo stesso tempo che può diventare più forte e più potente di
quanto il più forte e più potente degli uomini possa immaginare.
Egli vede non soltanto quello che è, ma quel che può diventare. La sua concezione della
vita, del posto, del ruolo dell'uomo e dello scopo della vita, viene sottoposta ad un
completo cambiamento. Egli perde la sensazione di separazione e il sentimento della
natura insensibile e caotica della vita. Egli inizia a comprendere il proprio scopo e a
vedere che il perseguire questo scopo lo porta a contatto con altre persone che vanno
nella stessa direzione.
Lo Yoga non cerca, come obiettivo primario, di guidare l'uomo. Lo Yoga aumenta
soltanto i suoi poteri in ogni direzione della sua attività. Ma allo stesso tempo, usando
i poteri conferiti dallo Yoga, l'uomo può seguire soltanto una direzione. Se egli dovesse
cambiare direzione, lo Yoga stesso si rivolterebbe contro di lui, lo fermerebbe, lo
priverebbe di tutti i poteri, e forse potrebbe perfino distruggerlo. Lo Yoga porta un
enorme potere, ma questo potere può essere usato soltanto in una certa direzione.
Questa è una legge che diventa chiara a chiunque studi lo Yoga.
In ogni cosa che tocca, lo Yoga insegna all'uomo a discriminare tra il reale e il falso, e
questa capacità di corretta discriminazione aiuta l'uomo a trovare verità nascoste
laddove, invece, egli aveva visto o supposto che non vi fosse nulla di nascosto.
Quando un uomo che studia lo Yoga prende certi libri che egli pensava di conoscere
abbastanza bene, improvvisamente, con suo profondo stupore, trova in essi un'infinità
di cose nuove. Alcune profondità nascoste sembrano essergli rivelate in questi libri, e
con sorpresa e timore sente questa profondità e comprende che fino a quel momento
non ha visto altro che la superficie.
Un tale effetto è prodotto da molti libri appartenenti alle sacre scritture dell'India. Non
vi è alcuna necessità che questi libri siano tenuti nascosti. Essi potrebbero essere
accessibili a tutti, e comunque nascosti a tutti eccetto che a coloro che sappiano come
leggerli. E tali libri nascosti esistono in tutti i paesi e presso tutte le genti. Uno dei libri
più occulti, il Nuovo Testamento, è il più largamente conosciuto. Ma di tutti i libri è
quello che la gente sa meno come leggere, quello che viene più distorto nella sua
comprensione.
Lo Yoga insegna come cercare la verità e come trovare la verità in ogni cosa. Insegna
che non vi è nulla che non possa servire come punto di partenza per trovare la verità.
Lo Yoga non è accessibile immediatamente nella sua interezza. Ha molte gradazioni
di varia difficoltà. Questa è la prima cosa che deve essere realizzata da chiunque voglia
studiare lo Yoga.
I limiti dello Yoga non possono esser visti subito o da una certa distanza all'inizio della
via. Per l'uomo che studia Io Yoga nuovi orizzonti si schiudono dinanzi a lui mentre
continua nella sua strada. Ogni nuovo passo gli mostra qualcosa di nuovo e di ulteriore,
qualcosa che non ha mai visto e che potrebbe non aver mai visto prima. Ma un uomo
non può vedere molto lontano. E all'inizio dello studio dello Yoga egli non può sapere
tutto quello che questo studio gli darà. Lo Yoga è una via interamente nuova, e
intraprendendola è impossibile sapere dove condurrà.
In altre parole, lo Yoga non può essere definito nello stesso modo in cui si può definire
la medicina, la chimica e la matematica. Per definire cosa è lo Yoga sono necessari
studio e conoscenza.
Lo Yoga è una porta chiusa. Chiunque può bussare se desidera entrarvi.
Ma finché non è entrato egli non può sapere quel che troverà dietro questa porta. Un
uomo che intraprende la via dello Yoga con lo scopo di raggiungere le vette deve darsi
interamente allo Yoga, dare allo Yoga tutto il proprio tempo e la propria energia, tutti
i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri motivi.
Deve sforzarsi di armonizzare sé stesso, di raggiungere un'unità interiore, di creare in
sé stesso un " lo " permanente, di proteggere sé stesso dalle continue lotte, stati d'animo
e desideri che lo distolgono ora in una direzione, ora in un'altra.
Egli deve costringere tutte le sue forze a servire un solo scopo. Lo Yoga chiede tutto
questo, ma aiuta anche ad ottenerlo mostrando i mezzi e i metodi per mezzo dei quali
ciò può essere raggiunto. Per ogni specie di attività vi sono condizioni speciali che gli
sono favorevoli e che lo Yoga aiuta a definire.
Lo studio dello Yoga è impossibile nella condizione frammentaria di pensieri, desideri
ed emozioni tra cui vive un uomo comune. Lo Yoga chiede all'uomo la sua interezza,
tutto il suo tempo, la sua energia, tutti i suoi pensieri, tutte le sue emozioni, la sua intera
vita. Soltanto il Karma-Yoga permette all'uomo di rimanere nelle condizioni della sua
vita ordinaria. Tutti gli altri Yoga richiedono un immediato e completo ritiro dalla vita,
anche se solo per un certo periodo. Lo studio dei vari tipi di Yoga, con l'eccezione del
Karma-Yoga, è impossibile nelle circostanze della vita. Ugualmente impossibile è lo
studio dello Yoga senza un insegnante, senza il suo costante ed incessante controllo
sull'allievo.
Un uomo che spera di conoscere lo Yoga con la lettura di pochi libri rimarrà
grandemente deluso. In un libro, nelle esposizioni scritte, è impossibile trasmettere ad
un uomo qualunque conoscenza pratica - ogni cosa dipende dal lavoro dell'insegnante
su di lui e dal suo proprio lavoro su sé stesso.
Lo scopo comune di tutte le forma di Yoga è il cambiamento dell'uomo, l'allargamento
della sua coscienza. Alla base di tutti gli Yoga vi è un solo principio, cioè che l'uomo,
così come è nato e come vive, è un essere imperfetto e incompleto, ma che può essere
alterato e condotto allo sviluppo a lui possibile per mezzo di un'istruzione e di un
allenamento appropriato.
Dal punto di vista dei princìpi dello Yoga l'uomo è semplicemente un materiale sul
quale è possibile e necessario lavorare.
Questo si riferisce prima di tutto al mondo interiore dell'uomo, alla sua coscienza, al
suo apparato psichico, alle sue capacità mentali, alla sua conoscenza che, secondo gli
insegnamenti degli Yogi, possono essere completamente cambiati, liberati da tutte le
usuali limitazioni e rafforzati ad un grado che sorpassa ogni immaginazione. Come
risultato, l'uomo acquisisce nuove possibilità di conoscere la verità e nuovi poteri per
superare gli ostacoli sul suo cammino, non importa donde questi ostacoli sorgano.
Inoltre, ciò si riferisce al corpo fisico dell'uomo, che è studiato e gradualmente
soggiogato al controllo della mente e della coscienza, perfino in quelle sue funzioni
delle quali l'uomo non è comunemente affatto cosciente in sé stesso.
L'apertura verso una coscienza superiore è lo scopo di tutti gli Yoga.
Seguendo la via dello Yoga un uomo deve raggiungere lo stato di samadhi, cioè l'estasi
o illuminazione nella quale soltanto la verità può essere compresa.

I CINQUE YOGA

HATHA-YOGA
Lo Hatha-Yoga è lo Yoga del potere sul corpo e sulla natura fisica dell'uomo.
Secondo l'insegnamento degli Yogi, uno studio pratico dello Hatha-Yoga dona
all'uomo la salute ideale, allunga la sua vita e gli conferisce molti nuovi poteri e
capacità che un uomo comune non possiede e che sembrano quasi miracolosi.
Gli Yogi affermano che un corpo salutare e normalmente funzionante è più facilmente
soggetto al controllo della coscienza e della mente di un corpo malato, disordinato e
squilibrato, dal quale non si può mai sapere quel che ci si aspetta. Inoltre, è più facile
ignorare un corpo in salute, mentre un corpo malato soggioga l'uomo a sé stesso, lo
porta a pensare troppo a lui e chiede troppa attenzione per sé.
Perciò il primo scopo dello Hatha-Yoga è un corpo in salute.
Allo stesso tempo lo Hatha-Yoga prepara il corpo fisico dell'uomo a sopportare tutte le
privazioni connesse con il funzionamento in lui delle forze psichiche superiori:
coscienza superiore, volontà, emozioni intense, eccetera. Queste forze non funzionano
nell'uomo comune. Il loro risveglio e sviluppo produce una terribile tensione e
pressione sul corpo fisico. E se il corpo fisico non è allenato e preparato con speciali
esercizi, se è nelle sue ordinarie condizioni di malattia, è incapace di sopportare la
pressione e non può resistere all'inusuale intenso lavoro degli organi di percezione e di
coscienza, che è inevitabilmente connessa con lo sviluppo delle forze superiori e delle
possibilità dell'uomo. Per permettere al cuore, al cervello e al sistema nervoso (e anche
ad altri organi il cui ruolo nella vita psichica di un uomo è poco conosciuto, se non del
tutto ignoto, alla scienza occidentale) di sopportare la pressione di nuove funzioni,
l'intero corpo deve essere ben equilibrato, armonizzato, purificato, messo in ordine e
preparato per il nuovo e tremendamente duro lavoro che lo attende.
Vi sono molte regole elaborate dagli Yogi riguardo alla regolazione e al controllo delle
attività di differenti organi del corpo. Gli Yogi ritengono che il corpo non possa essere
abbandonato a sé stesso. L'istinto non guida le sue attività con sufficiente vigore;
l'intervento dell'intelletto è imperativo.
Una delle idee fondamentali degli Yogi riguardo al corpo è che, nel suo stato naturale,
il corpo non può esser preso assolutamente come un apparato ideale, come viene spesso
ritenuto. Molte funzioni sono soltanto necessarie a preservare l'esistenza del corpo in
varie condizioni sfavorevoli; e vi sono funzioni che sono il risultato di altre funzioni
sbagliate.
Inoltre, gli Yogi pensano che molte di queste condizioni sfavorevoli siano già
scomparse, mentre le funzioni create da esse continuano ad esistere. E gli Yogi
affermano che abolendo queste inutili funzioni è possibile aumentare grandemente
l'energia che può essere usata per un lavoro utile.
Ancora vi sono molte funzioni che si trovano allo stato rudimentale, ma che potrebbero
essere sviluppate ad un grado inconcepibile.
Il corpo fornito dalla natura è, dal punto di vista degli Yogi, soltanto materiale. E un
uomo sulla via per raggiungere i suoi più alti scopi può fare uso di questo materiale e,
dopo avergli dato una nuova forma e averlo rimodellato in modo appropriato, può
creare per sé stesso un'arma che gli permetterà di raggiungere i suoi scopi. Gli Yogi
affermano che le possibilità latenti nel corpo sono enormi.
E gli Yogi posseggono numerosi metodi e mezzi per diminuire le funzioni inutili del
corpo e per risvegliare e portare alla luce i nuovi poteri e le nuove capacità che
giacciono dormienti in esso.
Gli Yogi dicono che soltanto una proporzione insignificante dell'energia del corpo è
usata in modo proficuo (cioè nella conservazione della vita del corpo e nel servire gli
scopi superiori dell'uomo). La maggior parte dell'energia prodotta dal corpo è, a loro
opinione, spesa in modo del tutto inutile.
Ma essi considerano possibile fare in modo che tutti gli organi del corpo lavorino per
un singolo scopo, cioè considerano possibile prendere tutta l'energia creata dagli organi
e renderla disponibile per scopi superiori, i quali attualmente spesso impedisce
soltanto.
L'Hatha-Yoga è correlato con la natura fisica dell'uomo nel senso più stretto del
termine, cioè con le funzioni vegetative e animali. E riguardo a questa natura fisica gli
Yogi hanno posseduto la conoscenza, per lungo tempo, di certe leggi che soltanto di
recente sono state scoperte dalla scienza occidentale.
Primo, la straordinaria indipendenza degli organi separati del corpo e l'assenza di un
centro comune che governa la vita dell'organismo; e, secondo, la capacità di un solo
organo di fare, fino ad un certo punto e in certi casi, il lavoro di un altro. Osservando
l'indipendenza dei vari organi e delle varie parti del corpo, gli Yogi arrivarono alla
conclusione che la vita del corpo consiste di migliaia di vite separate. Ognuna di tali
«vite» presuppone un'«anima» o una «coscienza».
Gli Yogi riconoscono che queste «vite» indipendenti posseggono «anime» separate
non soltanto in tutti i vari organi, ma anche in tutti i tessuti e in tutte le sostanze del
corpo. Questo è il lato «occulto» dello Hatha-Yoga.
Queste «vite» e queste «coscienze» sono gli «spiriti» del corpo. Secondo la teoria dello
Hatha-Yoga, l'uomo è capace di subordinarli a sé stesso, fare in modo che essi servano
i suoi scopi.
Gli Hatha-Yoga imparano a controllare la respirazione, la circolazione del sangue e
l'energia nervosa. Si dice che essi siano capaci, trattenendo il respiro, di fermare quasi
tutte le funzioni del corpo, farle cadere in un letargo nel quale un uomo può rimanere
per qualsiasi periodo di tempo senza cibo o aria, e senza danneggiare se stesso. Da un
altro punto di vista, si dice che siano capaci di intensificare la respirazione e,
rendendola ritmica con il battito cardiaco, di incamerare un enorme
approvvigionamento di forza vitale, e di usare questa forza, per esempio, per la cura
delle malattie, sia proprie che di altre persone. Si suppone che, mediante uno sforzo di
volontà, gli Yogi siano capaci di sospendere la circolazione del sangue in ogni parte
del corpo o, al contrario, di dirigervi una maggiore scorta di nuovo sangue arterioso e
di energia nervosa. È precisamente su questo che si basa il loro metodo di cura.
Imparando a governare i propri corpi gli Yogi allo stesso tempo imparano a governare
tutto l'universo materiale.
Il corpo umano rappresenta un universo in miniatura. Esso contiene ogni cosa, dal
minerale a Dio. E questa, per loro, non è soltanto una figura retorica, ma la più reale
verità. Attraverso il suo corpo l'uomo è in contatto con l'intero universo, e con ogni
cosa in esso. L'acqua contenuta nel corpo umano collega l'uomo con l'acqua della terra
dell'atmosfera; l'ossigeno contenuto nel corpo umano collega l'uomo con l'ossigeno
nell'intero universo; il carbone con il carbone; il principio vitale con ogni cosa vivente
nel mondo.
È quindi chiaro perché deve essere così. L'acqua che entra nella composizione del
corpo umano non è separata dall'acqua al di fuori del corpo, è soltanto come se essa sia
scorsa attraverso l'uomo; accade lo stesso con l'aria, e con tutte le sostanze chimiche
del corpo, ecc.; viaggiano semplicemente tutte attraverso il corpo.
Imparando a controllare i vari principi («spiriti» secondo la terminologia occulta) che
compongono il proprio corpo, un uomo diventa capace di controllare gli stessi principi
nel mondo, cioè «gli spiriti di natura».
Allo stesso tempo una giusta comprensione dei principi dello Hatha-Yoga insegna
all'uomo a comprendere le leggi dell'universo e il suo proprio posto nel mondo.
Anche un'elementare conoscenza dei principi e dei metodi dello Hatha-Yoga mostra
l'impossibilità di studiare lo Yoga senza un insegnante e senza la sua costante
supervisione. Il risultato raggiunto con i metodi dello Hatha-Yoga sono sia il lavoro
sull'allievo stesso, sia il lavoro dell'insegnante dell'allievo.
In altri Yoga questo potrebbe non essere così chiaro. Ma nello Hatha-Yoga non può
esservi il minimo dubbio al riguardo, specialmente quanto un uomo che lo studia ha
compreso i principi delle «Asanas».
«Asanas» è il nome dato dallo Hatha-Yoga a certe speciali posture del corpo che uno
Yogi deve imparare ad assumere. Molte di queste pasture sembrano quasi impossibili
a prima vista, come se un uomo non dovesse avere alcun osso o dovesse spezzare tutti
i suoi tendini per eseguirle. Esiste un numero sufficiente di raffigurazioni fotografiche
e anche cinematografiche delle «Asanas», e la difficoltà di queste posture è evidente
per chiunque abbia l'opportunità di vedere tali fotografie. La stessa descrizione delle
«Asanas» che può esser trovata in certi libri di Hatha-Yoga mostra la loro difficoltà e
la loro impossibilità pratica per ogni uomo comune. Nondimeno gli Hatha-Yogi
studiano queste «Asanas», cioè allenano il corpo a tutte queste incredibili pasture.
Chiunque può provare una delle più semplici «Asanas». La «posizione di Buddha»,
cosiddetta poiché il Buddha seduto è di solito rappresentato in questa «Asana». La
forma più semplice di questa «Asana» è quando uno Yogi siede a gambe incrociate,
non «alla moda Turca», ma con un piede posto sul ginocchio opposto, e l'altro
ginocchio sull'altro piede; le gambe sono strettamente spinte al suolo e tra loro stesse.
Anche questa «Asana», la più semplice di tutte, è impossibile senza un allenamento
lungo e persistente. Ma, come dato di fatto, la postura appena descritta non è
un'«Asana» completa. Se si guardano attentamente le statue del Buddha, si vede che
entrambi i piedi poggiano sulle ginocchia, i talloni verso l'alto. In una tale posizione le
gambe sono intrecciate in una maniera che appare quasi impossibile se non con le ossa
rotte. Ma la gente che è stata in India ha visto e fotografato questa «Asana» nella sua
forma completa.
A parte le «Asanas» esteriori esistono anche «Asanas» interiori, che consistono nel
cambiare varie funzioni interne, come ad esempio rallentare o accelerare l'azione del
cuore e l'intera circolazione del sangue. Esse, inoltre, permettono all'uomo di
controllare un'intera serie di funzioni interiori che ordinariamente non solo sono al di
fuori del controllo dell'uomo, ma in molti casi completamente sconosciute alla scienza
Europea o si è appena iniziato a sospettarne l'esistenza.
Il significato e lo scopo ultimo delle «Asanas» interiori è precisamente il
raggiungimento del controllo sulle funzioni interne.
L'auto-istruzione nelle «Asanas» presenta insormontabili difficoltà. Vi sono
descrizioni di oltre settanta «Asanas». Ma perfino la più completa e dettagliata
descrizione non dà l'ordine in cui esse andrebbero studiate. E questo ordine non può
essere indicato nei libri perché dipende dal tipo fisico di un uomo.
Questo per dire che per ogni tipo fisico è necessario un differente ordine?
Per ogni uomo esistono una o diverse «Asanas» che può imparare e praticare più
facilmente che altre. Ma l'uomo stesso non conosce il proprio tipo fisico, e non sa quali
«Asanas» sono più facili per lui e con quali di esse deve cominciare. Inoltre, egli non
conosce gli esercizi preparatori, che sono differenti per ogni «Asana» e per ogni tipo
fisico.
Tutto questo può essere determinato per lui soltanto da un insegnante che possegga una
completa conoscenza dello Hatha-Yoga.
Dopo un certo periodo di osservazione e dopo alcuni esercizi di prova che prepara per
il suo allievo, l'insegnante determina il suo tipo fisico e gli dice con quali «Asanas»
dovrebbe iniziare. Un allievo deve iniziare con la diciassettesima «Asana», un altro
con la trentacinquesima, un terzo con la cinquantasettesima, e così via.
Avendo stabilito quale «Asana» l'allievo deve provare a padroneggiare, l'insegnante gli
affida speciali esercizi successivi e glieli dimostra. Questi esercizi gradualmente lo
portano all'«Asana» desiderata, cioè gli permettono di assumere e mantenere per un
certo tempo la richiesta postura del corpo.
Quando la prima «Asana» è raggiunta, l'insegnante determina l'«Asana» successiva che
l'allievo deve provare a raggiungere, e ancora gli dà esercizi che nel corso del tempo lo
portano a questa «Asana».
Lo studio di un'«Asana» sbagliata presenta difficoltà pressoché insormontabili. E, per
di più, come è molto ben rimarcato nei libri che trattano i principi dello Hatha-Yoga,
«un'Asana sbagliata uccide un uomo».
Tutto questo mostra piuttosto chiaramente che lo studio dello Hatha-Yoga, così come
lo studio degli altri Yoga, è impossibile senza un insegnante.
Il metodo principale dello Hatha-Yoga, il metodo che rende possibile subordinare alla
volontà il corpo fisico e perfino delle funzioni fisiche «inconsce», è il continuo lavoro
sul superamento del dolore.
Il superamento del dolore, il superamento della paura della sofferenza fisica, il
superamento del continuo ed incessante desiderio di quiete, agi e comodità, creano la
forza che trasferisce uno Hatha-Yogi ad un altro livello di essere.
Nella letteratura, soprattutto teosofica (l), che parla della storia dei principi e dei metodi
dello Yoga, esiste una differenza d'opinione che riveste un certo significato.
Vi sono autori che affermano che lo studio dello Yoga deve necessariamente iniziare
con Io Hatha-Yoga, e che senza lo Hatha-Yoga non può dare alcun risultato.
(l)
Per esempio: Old Diary Leaves, di H.S. Olcott, vol. 2 e 3.
E vi sono autori che affermano che lo Hatha-Yoga può essere studiato dopo gli altri
Yoga, specialmente dopo il Raja-Yoga, quando l'allievo è già in possesso di tutti i
poteri che la sua nuova coscienza gli ha conferito.
La soluzione più corretta della questione sarebbe quella di assumere che in questo caso,
così come in molti altri casi, la differenza dipende dal tipo; cioè, vi sono tipi di uomini
che devono necessariamente iniziare con lo Hatha-Yoga, e vi sono tipi per i quali sono
possibili sentieri attraverso gli altri Yoga.
Nei documenti scientifici di investigatori dell'«Ascetismo Indiano» che esiste nella
letteratura occidentale, gli Hatha-Yogi sono sfortunatamente confusi, spesso, con i
«fachiri». La causa di una tale confusione può essere facilmente compresa. Gli
investigatori che osservano i fenomeni esterni e non comprendono i principi dello Yoga
non riescono a distinguere i fenomeni originali dalle imitazioni (2). I Fachiri imitano gli
Hatha-Yogi. Ma ciò che è fatto dagli Hatha-Yogi per il raggiungimento di uno scopo
definito, che è chiaramente compreso da loro, diventa invece lo scopo per i Fachiri. I
Fachiri iniziano perciò con le cose più difficili, estreme, e soprattutto con pratiche che
danneggiano il corpo fisico. Essi mantengono alzate le loro braccia, o un solo braccio,
fino a che non avvizziscono; guardano il fuoco o il sole finché non diventano ciechi; si
lasciano divorare da insetti e simili. Per un certo periodo di tempo alcuni di essi, in
questo modo, sviluppano strane capacità supernormali, ma la loro via non ha nulla in
comune con la via degli Hatha-Yogi.

(2) Come in Fakire und Fakirtum, di Richard Schmidt.

RAJA-YOGA
Il Raja-Yoga è lo Yoga dell'educazione della coscienza. L'uomo che studia il Raja-
Yoga praticamente, acquista coscienza del suo «Io». Allo stesso tempo acquista
straordinari poteri interni, controllo su sé stesso e la capacità di influenzare altra gente.
Il Raja-Yoga, in rapporto al mondo psichico dell'uomo, alla sua autocoscienza, ha lo
stesso significato che lo Hatha-Yoga ha in rapporto al mondo fisico. Lo Hatha-Yoga è
lo Yoga del superamento del corpo, l'acquisizione del controllo sul corpo e le sue
funzioni; il Raja-Yoga è lo Yoga del superamento della illusoria ed erronea
autocoscienza dell'uomo e l'acquisizione del controllo sulla coscienza.
Il Raja-Yoga insegna all'uomo quel che costituisce la base della filosofia del mondo
intero - la conoscenza di sé stesso.
Proprio come lo Hatha-Yoga considera il corpo fisico imperfetto ma atto ad essere
modificato in meglio, così il Raja-Yoga considera l'apparato psichico dell'uomo
lontano dall'ideale, ma adatto ad essere sistemato e migliorato.
Il compito del Raja-Yoga è l'«impostazione della coscienza», che è completamente
analoga all'«impostazione della voce» nel canto. Il pensiero occidentale ordinario,
insomma, non realizza la necessità di «impostare la coscienza», trova, generalmente,
che la coscienza ordinaria è piuttosto sufficiente, e che l'uomo non può ottenere
nient'altro.
Il Raja-Yoga crede che la coscienza, come una voce potente, richieda una appropriata
«impostazione», che ne moltiplicherebbe i poteri e le qualità decuplicandoli, ne
aumenti l'efficienza, la faccia «suonare meglio», riproduca meglio, ricostruisca
l'interrelazione delle idee, abbracci più cose contemporaneamente.
La prima asserzione del Raja-Yoga è che l'uomo non conosce sé stesso completamente,
ha un'idea completamente falsa e distorta di sé stesso.
Questa mancanza di comprensione di sé stesso è la principale difficoltà dell'uomo sul
proprio cammino, la causa principale della sua debolezza. Se immaginiamo un uomo
che non conosce il proprio corpo, non conosce le parti del suo corpo, il loro numero e
le loro relative posizioni, che non sa di avere due braccia, due gambe, una testa e così
via, questo darà una esatta illustrazione della nostra posizione rispetto al mondo
psichico.
Dal punto di vista del Raja-Yoga, l'apparato psichico dell'uomo è un sistema di lenti
curvate ed oscurate attraverso le quali la coscienza guarda il. mondo e sé stessa,
ricevendone un'immagine che in nessun modo corrisponde alla realtà. Un uomo che
crede nel proprio apparato psichico è un uomo che crede nel campo visuale del
binocolo attraverso cui guarda, nella piena convinzione che quel che rientra nel campo
visuale del suo binocolo in quel momento esista separatamente da quello che non vi
rientra.
La nuova auto-conoscenza è ottenuta nel Raja-Yoga attraverso uno studio dei principi
del mondo psichico dell'uomo e attraverso una lunga serie di esercizi della coscienza.
Uno studio dei principi della vita psichica mostra all'uomo i quattro stati di coscienza
possibili per lui, che nella psicologia indiana usuale vengono chiamati:
sonno profondo,
sonno con sogni,
stato di veglia,
Turiya o stato di illuminazione.
(Negli insegnamenti esoterici questi stati di coscienza vengono definiti un po'
diversamente, ma rimangono quattro e la loro reciproca relazione rimane simile a
quella sopra descritta).
Dopo questo segue lo studio delle funzioni psichiche, il pensiero, l'emozione, la
sensazione e così vita, sia separatamente che nel loro rapporto reciproco; lo studio dei
sogni, lo studio dei processi psichici semi-consci e inconsci, lo studio delle illusioni e
degli auto-inganni, lo studio delle varie forme di auto-ipnosi e di autosuggestione, con
l'obiettivo di liberare sé stessi da tutto questo.
Uno dei primi compiti pratici presentati da un uomo che inizia a studiare il Raja-Yoga
è il raggiungimento della capacità di fermare i pensieri, la capacità a non pensare, cioè
il fermare la mente al comando della volontà, per dare un completo riposo all'apparato
psichico.
Questa capacità di fermare il pensiero è considerata come una condizione necessaria
per il risveglio di certi poteri e possibilità latenti all'interno dell'uomo, e come una
condizione necessaria per subordinare i processi psichici inconsci alla volontà. Soltanto
quando un uomo ha creato in sé stesso questa capacità di fermare lo scorrere dei propri
pensieri può avvicinarsi alla possibilità di ascoltare i pensieri di altre persone, e tutte le
voci che, incessantemente, parlano della natura, le voci di varie «piccole vite», che
sono parti componenti di sé stesso, e le voci delle «grandi vite», delle quali egli è una
parte componente. Soltanto quando ha acquisito la capacità di creare uno stato passivo
nella propria mente un uomo può sperare di sentire la voce del silenzio, che sola può
risvegliargli le verità e i segreti a lui nascosti.
Inoltre (e questa è la prima cosa che viene raggiunta), imparando a fermare il pensiero
con la volontà l'uomo acquisisce il potere di ridurre le inutili spese di energia psichica
consumata nel pensiero non necessario. Il pensiero non necessario è uno dei principali
mali della nostra vita interiore. Quante volte accade che alcuni pensieri arrivano nella
nostra mente, e la mente, non avendo il potere di rigettarli, li rigira in continuazione,
proprio come la corrente fa rotolare una pietra più volte nel suo letto.
Questo accade specialmente quando un uomo è agitato o annoiato oppure offeso,
timoroso di qualcosa, sospettoso di qualcosa, e così via. E la gente non capisce quale
enorme quantità di energia sia spesa in questo non necessario rimuginare degli stessi
pensieri e delle stesse parole nella mente. La gente non capisce che un uomo, senza
accorgersene, può ripetere molte migliaia di volte nel corso di un'ora o due alcune
stupide frasi o frammenti di versi che sono incollati nella sua mente senza alcun motivo.
Quando il «discepolo» ha imparato a non pensare, gli viene insegnato a pensare - a
pensare quel che lui vuole pensare, e non qualsiasi cosa gli viene in testa. Questo è un
metodo di concentrazione. La completa concentrazione della mente su un soggetto e la
capacità di non pensare a nient'altro contemporaneamente, la capacità di non essere
distratto da associazioni accidentali, dà all'uomo poteri enormi. Egli può allora
sforzarsi non soltanto a non pensare, ma anche a non sentire, a non ascoltare, a non
vedere nulla di quel che accade attorno a lui; egli può evitare di avere la sensazione di
qualsiasi tipo di disagio fisico, sia il caldo che il freddo o la sofferenza; egli è capace,
con un solo sforzo, di rendersi insensibile ad ogni dolore, perfino il più terribile. Questo
spiega una delle teorie per cui lo Hatha-Yoga diventa più facile dopo il Raja-Yoga.
Il passo seguente, il terzo, è la meditazione. l'uomo che ha studiato la concentrazione
viene istruito ad usarla, cioè a meditare, ad entrare profondamente in una data questione
per esaminarne i suoi differenti aspetti uno dopo l'altro, per trovare in essa correlazioni
ed analogia con tutto quel che conosce, con tutto quel che egli ha pensato o ascoltato
prima. La giusta meditazione dischiude all'uomo un'infinita quantità di aspetti nuovi in
cose che egli pensava precedentemente di conoscere. Questo gli mostra profondità sulle
quali non gli era mai capitato di soffermarsi a pensare e, soprattutto, lo conduce più
vicino alla «nuova coscienza», bagliori della quale, come lampi, cominciano ad
illuminare le sue meditazioni, rivelandogli per un momento orizzonti infinitamente
remoti.
Il passo successivo - il quarto - è la contemplazione. Viene insegnato all'uomo, dopo
avergli posto una certa domanda, di entrare al suo interno più profondamente possibile
senza pensare; oppure, anche senza porre alcuna domanda, di entrare profondamente
in un'idea, un'immagine mentale, un paesaggio, un fenomeno naturale, un suono, un
numero.
Un uomo che ha imparato a contemplare risveglia le facoltà superiori della propria
anima, si rende aperto ad influenze che provengono dalle sfere superiori della vita del
mondo e, appunto, in comunione con i più profondi misteri dell'universo.
Allo stesso tempo il Raja-Yoga rende l'«Io» dell'uomo l'oggetto della concentrazione,
della meditazione e della contemplazione. Avendo insegnato all'uomo ad
economizzare i suoi poteri mentali e a dirigerli secondo la volontà, il Raja-Yoga gli
chiede di dirigerli sull'auto-conoscenza, la conoscenza del suo vero «Io».
Il cambiamento dell'autocoscienza dell'uomo, e del suo «sentimento di sé stesso» è lo
scopo principale del Raja-Yoga. II suo obiettivo è di rendere capace l'uomo di sentire
realmente e di diventare cosciente delle altezze e delle profondità in sé stesso,
attraverso le quali egli entra in contatto con l'eternità e l'infinito, cioè cerca di far sentire
all'uomo che non è mortale, un temporale e finito granello di polvere nell'universo
infinito, ma una immortale, eterna e infinita quantità uguale all'intero universo, una
goccia dell'oceano dello spirito, ma una goccia che può contenere l'intero oceano.
L'espansione dell'«Io» secondo i metodi del Raja-Yoga è precisamente questo condurre
insieme l'autocoscienza dell'uomo con l'autocoscienza del mondo, il trasferimento della
messa a fuoco dell'autocoscienza da una piccola unità separata verso l'infinito. II Raja-
Yoga espande l'«Io» dell'uomo e ricostruisce la sua visione di sé stesso e il suo
sentimento di sé stesso.
Come risultato l'uomo raggiunge uno stato di straordinaria libertà e potenza. Non solo
controlla sé stesso, ma può controllare gli altri. Può leggere i pensieri di altre persone
sia che stiano a lui vicine o a distanza; può loro suggerire i suoi propri pensieri e
desideri e subordinare queste persone a sé stesso. Può acquisire chiaroveggenza, può
conoscere il passato e il futuro.
Tutto questo potrebbe apparire fantastico e impossibile al lettore europeo, ma molto
del «miracoloso» è in realtà non così completamente impossibile come sembra a prima
vista. Nei metodi del Raya-Yoga ogni cosa è basata sulla comprensione di leggi che
sono incomprensibili a noi, e sulla stretta consequenzialità e sul carattere graduale del
lavoro su sé stessi.
L'idea della «separazione del sé», del «non-attaccamento», occupa un posto molto
importante nella pratica del Raja-Yoga. Dopo questo segue l'idea dell'assenza di
permanenza e di unità nell'uomo e nel suo «Io» - e poi l'idea della non-esistenza della
separazione nell'uomo, l'assenza di qualunque divisione tra uomo, umanità e natura.
Lo studio del Raja-Yoga è impossibile senza la guida costante e diretta di un
insegnante. Prima che l'allievo inizi a studiare sé stesso viene studiato dall'insegnante,
che determina il modo in cui egli deve seguire, cioè la sequenza di esercizi che egli
deve fare, poiché gli esercizi non possono essere gli stessi per uomini differenti.
Lo scopo del Raja-Yoga è di portare l'uomo più vicino alla coscienza superiore,
provandogli la possibilità di un simile al risveglio dopo il sonno. Fino a che l'uomo non
conosce il gusto e la sensazione di questo risveglio, fino a che la sua mente è ancora
addormentata, il Raja-Yoga tende a rendere l'idea del risveglio comprensibile per lui
raccontandogli di altre persone che si sono risvegliate, insegnandogli a riconoscere i
frutti del loro pensiero e delle loro azioni, che sono interamente differenti dai risultati
dell'attività della gente comune.

KARMA-YOGA
Il Karma-Yoga insegna il giusto vivere. Il Karma-Yoga è lo Yoga dell'azione.
Il Karma-Yoga insegna la giusta relazione verso la gente e la giusta azione nelle
ordinarie circostanze della vita. Il Karma-Yoga insegna come diventare uno Yogi nella
vita senza andare nel deserto o entrare in una scuola di Yogi. Il Karma-Yoga è il
necessario supplemento a tutti gli altri Yoga; soltanto con l'aiuto del Karma-Yoga un
uomo può sempre ricordare il suo scopo e non perderlo mai di vista. Senza il Karma-
Yoga tutti gli altri Yoga non danno risultati oppure degenerano in qualcosa di opposto.
Il Raja-Yoga e lo Hatha-Yoga degenerano nella ricerca esterna dei miracoli, del
misterioso, per il terribile, cioè nello pseudo-occultismo. Il Bhakti-Yoga degenera in
pseudo-misticismo, in superstizione, nell'adorazione personale o nella lotta per una
salvezza personale.
Lo Jnana-Yoga degenera nello scolasticismo oppure, al meglio, nella metafisica.
Il Karma-Yoga è sempre collegato con lo scopo dello sviluppo interiore, del
miglioramento interiore. Aiuta l'uomo a non addormentarsi interiormente nelle
ingarbugliate influenze della vita, specialmente nel mezzo dell'ipnotizzante influenza
dell'azione. Gli fa ricordare che nulla di esterno ha qualche significato, che ogni cosa
deve essere fatta senza preoccuparsi dei risultati. Senza il Karma Yoga l'uomo diviene
assorbito nei più urgenti e visibili scopi e dimentica lo scopo principale.
Il Karma-Yoga insegna all'uomo a cambiare il proprio fato, a dirigerlo con la volontà.
Secondo l'idea fondamentale del Karma-Yoga ciò si ottiene soltanto modificando
l'atteggiamento interiore dell'uomo verso le cose e verso le sue proprie azioni.
La stessa azione può essere eseguita differentemente, uno stesso evento può essere
vissuto differentemente. E se un uomo altera il proprio atteggiamento verso quel che
gli accade, questo cambierà inevitabilmente, nel corso del tempo, il carattere degli
eventi che egli incontra sul proprio cammino. Il Karma-Yoga insegna all'uomo a
comprendere che quando gli sembra di stare agendo in prima persona, in realtà non è
lui ad agire, ha soltanto un potere che passa attraverso di lui. Il Karma-Yoga asserisce
che un uomo non è quello che egli pensa di essere, e insegna all'uomo a comprendere
che soltanto in casi molto rari egli agisce in prima persona e indipendentemente, e che
nella maggior parte dei casi egli agisce come parte di uno o di un altro grande insieme.
Questo è il lato «occulto» del Karma-Yoga, l'insegnamento che concerne le forze e le
leggi che governano l'uomo.
Un uomo che comprende le idee del Karma-Yoga sente continuamente di non essere
altro che una piccola vite o un piccolo ingranaggio della grossa macchina, e che il
successo o il fallimento di quel che lui pensa di star facendo dipende molto poco dalle
sue azioni.
Agendo e sentendo in questo modo, un uomo non può mai scontrarsi con il fallimento
in nessuna cosa, poiché il più grosso fallimento, il più grosso insuccesso può diventare
il successo del suo lavoro interiore, della sua lotta con sé stesso, se solo sa trovare il
giusto atteggiamento verso questo insuccesso.
Una vita governata dai principi del Karma-Yoga differisce molto da una vita comune.
Nella vita comune, non importa in quali condizioni, lo scopo principale dell'uomo
consiste nell'evitare le cose spiacevoli, le difficoltà e i disagi, almeno per quanto è
possibile.
In una vita governata dai principi del Karma-Yoga un uomo non cerca di evitare le cose
spiacevoli o i disagi. Al contrario, dà loro il benvenuto, poiché gli offrono una
possibilità per superarli. Dal punto di vista del Karma-Yoga, se la vita non presentasse
difficoltà sarebbe necessario crearle artificialmente. E perciò le difficoltà che si
incontrano nella vita sono considerate non come qualcosa di spiacevole che uno
dovrebbe cercare di evitare, ma come condizioni molto utili per gli scopi del lavoro
interiore e dello sviluppo interiore.
Quando un uomo capisce questo e lo sente costantemente, la vita stessa diventa il suo
insegnante.
Lo scopo principale del Karma-Yoga è il non-attaccamento. Un uomo che segue i
metodi del Karma-Yoga deve praticare il non-attaccamento sempre ed in ogni cosa, sia
verso il bene che verso il male, sia verso il piacere che verso il dolore. Non-
attaccamento non significa indifferenza. È un certo tipo di separazione di sé da ciò che
accade o da ciò che un uomo sta facendo. Non è freddezza, né il desiderio di staccarsi
dalla vita. È il riconoscimento e la costante realizzazione che tutto è fatto in base a certe
leggi e che ogni cosa nel mondo ha il suo fato.
Da un punto di vista ordinario seguire i principi del Karma-Yoga appare come
fatalismo. Ma non è fatalismo nel senso di accettare l'esatta e inalterabile
preordinazione di ogni cosa senza la possibilità di cambiare nulla. All'opposto il
Karma-Yoga insegna come cambiare il Karma - come influenzare il karma.
Ma dal punto di vista del Karma-Yoga questo influenzamento è un processo
completamente interiore. Il Karma-Yoga insegna che un uomo può cambiare le persone
e gli eventi intorno a lui cambiando il suo atteggiamento verso di essi.
Questa idea è molto chiara. Ogni uomo, dalla sua nascita, è circondato da un certo
karma, da certe persone e da certi eventi. E in accordo con la sua natura, con la sua
educazione, con i suoi gusti e le sue abitudini egli adotta un certo e definito
atteggiamento verso le cose, le persone e gli eventi. Fino a quando il suo atteggiamento
resta inalterato, le persone, le cose e gli eventi pure rimangono inalterati, cioè
corrispondenti al suo karma. Se egli non è soddisfatto del suo karma, se vuole qualcosa
di nuovo e di sconosciuto, egli deve cambiare il suo atteggiamento verso quel che ha e
allora i nuovi eventi arriveranno.
Il Karma-Yoga è la sola via possibile per le persone che sono vincolate dalla vita, che
sono incapaci di liberarsi dalle forme esteriori della vita, per le persone che, sia
attraverso la loro nascita, sia attraverso le loro forze e capacità, sono poste a capo di
gruppi o comunità umane, per le persone che sono collegate con il progresso della vita
umana, per i personaggi storici, per la gente la cui vita personale sembra essere
l'espressione della vita di un'epoca o di una nazione. Queste persone non possono
cambiare sé stesse visibilmente; esse possono cambiare se stesse soltanto
interiormente, rimanendo esteriormente le stesse di prima, dicendo le stesse cose,
facendo le stesse cose, ma senza attaccamento, come attori sul palcoscenico. Essendo
diventate tali attori in rapporto alla loro vita, esse diventano Yogi nel mezzo della più
varia ed intensa attività.
Allora può esservi pace nel loro animo, qualunque possa essere il loro problema. Il loro
pensiero può lavorare senza intralcio, indipendentemente da ciò che le circonda.
Il Karma-Yoga dà libertà al prigioniero in carcere e al re sul trono, se soltanto essi
possono sentire che sono attori che giocano il loro ruolo.

BHAKTI-YOGA
Il Bhakti-Yoga è lo Yoga della via religiosa. Il Bhakti-Yoga insegna come credere,
come pregare e come raggiungere una certa salvezza. Il Bhakti-Yoga può essere
applicato ad ogni religione. Le differenze tra le religioni non esistono per il Bhakti-
Yoga. C'è soltanto l'idea della via religiosa.
Lo Yogi Ramakrishna, che negli anni ottanta visse nel monastero di Dakshineswar,
vicino Calcutta, e divenne noto per le opere dei suoi allievi (Yivekananda, Abedananda
e altri), era un Bhakti-Yogi. Egli riconosceva come uguali tutte le religioni con tutti i
loro dogmi, sacramenti e rituali. Egli stesso apparteneva a tutte le religioni. Spese
dodici anni della sua vita nel seguire sempre più profondamente la via dell'ascetismo
secondo le regole, di volta in volta, di ognuna delle grandi religioni. E sempre pervenne
allo stesso risultato, allo stato di samadhi o estasi, che, come divenne convinto,
costituiscono lo scopo di tutte le religioni. Ramakrishna era solito perciò dire ai suoi
discepoli che dall'esperienza personale egli era arrivato alla conclusione che tutte le
grandi religioni sono una sola, ed era convinto che tutte conducono ugualmente a Dio,
cioè alla Conoscenza Suprema.
Nel condurre l'uomo più vicino al samadhi, il Bhakti-Yoga, se praticato separatamente
dagli altri Yoga, lo porta completamente lontano dal mondo.
L'uomo acquisisce enormi poteri, ma allo stesso tempo perde la capacità di usarli (come
anche la capacità di usare i suoi poteri ordinari) per scopi terreni.
Ramakrishna disse ai suoi discepoli che dopo essere stato varie volte nello stato di
samadhi cominciava a sentire di non essere più capace di prendersi cura di sé stesso.
Disse ai suoi discepoli di come una volta pianse, pensando allora di dover morire di
fame. Questo lo terrorizzò dapprima, finché si convinse che qualcuno si stava
comunque prendendo cura di lui.
Nel libro “Il Vangelo di Ramakrishna” è riportata un'interessante conversazione tra
Ramakrishna malato, vicino alla morte, e un saggio indiano, un Pundit, che andò a
trovarlo.
Pundit Sashadhar andò, un giorno, a porgere i suoi rispetti a Bhagavan Ramakrishna.
Vedendolo malato gli chiese: Bhagavan perché non concentri la tua mente sulla parte
malata per curarti?
Il Bhagavan rispose: Come posso fissare la mia mente, che ho donato a Dio, su questa
gabbia di carne e ossa?
Sashadhar disse: Perché non preghi la madre divina di curare le tue malattie?
Il Bhagavan replicò: Quando penso a mia madre il corpo fisico svanisce e sono
completamente al di fuori di esso, così è impossibile per me pregare per qualcosa che
riguarda il corpo (3).
Dunque tutto quel che l'uomo raggiunge su questa via non ha valore da un punto di
vista terreno e non può essere usato per l'acquisizione di agi terreni.
L'impossibilità di provare con argomenti ad un altro uomo l'esistenza di quel che egli
non sente emozionalmente portò Ramakrishna a insegnare che il Bhakti-Yoga è il
migliore di tutte le altre vie dello Yoga perché non richiede prove. Il Bhakti-Yoga si
rivolge direttamente ai sentimenti e riunisce assieme non gente che la pensa allo stesso
modo, ma gente che sente nello stesso modo.
Ramakrishna considerava anche il Bhakti-Yoga la più semplice e la più facile di tutte
le vie poiché questa via chiede la distruzione dell'attaccamento ad ogni cosa terrena,
l'auto-rinuncia, l'abbandono della propria volontà e la resa incondizionata di sé stessi a
Dio.
Ma poiché per molte persone questa via potrebbe, in effetti, essere la più difficile,
questo da solo dimostra che il Bhakti-Yoga è una via per persone di un certo tipo
definito e di una definita mentalità, e che il Bhakti-Yoga non può essere considerato
una via accessibile a tutti.
Il Bhakti-Yoga ha molto in comune con il Raja-Yoga. Come il Raja-Yoga, il Bhakti-
Yoga comprende metodi di concentrazione, meditazione e contemplazione, ma
l'oggetto della meditazione, della concentrazione e della contemplazione non è l'«Io»,
ma «Dio», cioè il Tutto nel quale la piccola scintilla della coscienza umana svanisce
completamente.
Il significato pratico del Bhakti-Yoga risiede nell'allenamento emozionale.

(3)
The Gospel of Ramakrishna, pubblicato da The Vedanta Society, New York, 1907, p. 49.
Il Bhakti-Yoga è un metodo per «domare» ed «imbrigliare» le emozioni per coloro le
cui emozioni sono particolarmente forti ma le cui emozioni religiose, che dovrebbero
controllare le altre emozioni, sono disperse, non concentrate, si presentano
improvvisamente molto di rado ma producono forti reazioni. Allo stesso tempo è un
metodo per sviluppare emozioni religiose per coloro che le hanno deboli. Il Bhakti-
Yoga è, in un certo senso, un supplemento ad ogni religione o un'introduzione alla
religione per un uomo del tipo non-religioso. Le idee del Bhakti-Yoga sono più vicine
ed intelligibili per l'Occidente delle idee degli altri Yoga, grazie all'esistenza nella
letteratura occidentale di opere sulla «pratica religiosa» affini al Bhakti-Yoga nel loro
spirito e significato, sebbene piuttosto differenti per qualità.
Opere di tale tipo nei paesi protestanti, per esempio i libri dei mistici della Germania
del XVI, XVII e XVIII secolo, sono spesso interessanti, ma il Protestantesimo si taglia
fuori troppo a fondo dalla tradizione, e gli autori di queste opere erano obbligati a
cercare, sia apertamente che furtivamente, per un supporto ai loro metodi
nell'«occultismo» o nella «teosofia» di una specie o di un'altra. E così le opere
protestanti non sono puramente religiose.
Nel Cattolicesimo ogni cosa che avesse un po' di vita in queste cose fu probabilmente
uccisa ai tempi dell'Inquisizione, e le opere cattoliche sulla pratica religiosa, così come
il ben noto libro di Ignazio di Loyola, non sono altro che manuali per creare
allucinazioni su un carattere definito e stereotipato - Gesù sulla Croce, La Vergine
Maria e il Bambino, Santi, Martiri, «Inferno», «Paradiso», e così via. In altre parole
essi insegnano il trasferimento dei sogni allo stato di veglia e la formazione di questi
sogni in certe definite immagini - un processo piuttosto possibile e chiamato nello
pseudo-occultismo «chiaroveggenza». Gli stessi identici metodi per creare la pseudo-
chiaroveggenza esistono e giocano una parte molto importante nel moderno
occultismo.
Una parodia molto divertente di questi metodi si trova nel libro di Eliphas Lévi “Dogme
et Rituel de la Hatue Magie”, dove egli descrive un'evocazione del diavolo (Rituel, p.
243). Sfortunatamente molti pochi lettori di Eliphas Lévi capiscono che si tratta di una
parodia.
La pseudo-chiaroveggenza, «i sogni nello stato di veglia», desiderate e attese
allucinazioni, sono chiamate nella letteratura mistica Ortodossa «bellezza» (4). È una
caratteristica molto radicata nel misticismo Ortodosso quella di ammonire la gente e di
metterla in guardia proprio contro quel che il misticismo cattolico e lo pseudo-
occultismo consigliano e suggeriscono.
Le opere più interessanti sulla pratica religiosa si trovano nella letteratura nella Chiesa
Orientale Ortodossa. Innanzitutto vi è una collezione di scritti in sei volumi sotto il
titolo di Dobrotolubiye (la maggior parte dei quali è stata tradotta dal greco), che
contiene descrizioni di esperienze mistiche, statuti e regole della vita monastica, regole
di preghiera e contemplazione, e descrizioni di metodi molto vicini ai metodi dello
Hatha-Yoga (adottati nel Bhakti-Yoga), come per esempio metodi di respirazione, di
differenti posture e posizioni per il corpo, e così via.
Al di là della Dobrotolubiye stessa deve essere tenuto in conto un piccolo libro
appartenente alla metà del XIX secolo, che era venduto in Russia prima della guerra
nella sua terza edizione del 1884. Questo libro si intitola “The Sincere Narrations of a
Pilgrim to his Spiritual Father”. È di un autore sconosciuto e in un certo senso è
un'introduzione alla Dobrotolubiye, sebbene sia, allo stesso tempo, un trattato
completamente indipendente sulla pratica religiosa molto vicino al Bhakti-Yoga. La
conoscenza di questo libretto offre un'idea esatta del carattere e dello spirito del Bhakti-
Yoga.
«The Narrations of a Pilgrim» è estremamente interessante anche soltanto dal punto di
vista letterario. È una delle gemme poco conosciute della letteratura russa. Sia il
pellegrino stesso che la gente che incontra e di cui parla sono tutti tipi russi viventi,
molti dei quali sono esistiti fino ai nostri giorni e che noi che stiamo vivendo ora
abbiamo visto e incontrato.
È difficile dire se il pellegrino sia effettivamente esistito e se i suoi racconti fossero
trascritti dalle sue parole dall'Archimandrita Paissy, l'autore dell'introduzione del libro,
o se questi racconti siano di Paissy o di qualche altro monaco istruito. Molto in questi
racconti porta a sospettare della penna e del pensiero non solo di un uomo di talento
istruito, ma estremamente colto. D'altro canto, coloro che sanno in quale straordinario
modo artistico alcuni russi come questo «pellegrino» possano raccontare storie su sé
stessi e su qualunque altra cosa, non riterranno impossibile che il pellegrino sia stato
una persona reale e vivente che stava effettivamente parlando di sé stesso.
The Narrations of a Pilgrim contiene una schematica spiegazione dei principi di uno
speciale esercizio di Bhakti-Yoga, che è chiamato preghiera costante o mentale, e una
descrizione dei risultati di questa preghiera.
Il «pellegrino» ripeteva la sua preghiera: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà
di me», inizialmente trecento volte consecutivamente ogni giorno, poi seicento, poi
milleduecento e infine senza più contarle.

(4)
La parola russa corrisponde alla traduzione del greco tentazione, seduzione. Ma la parola in lingua russa, al di là del
suo primo significato, «attrazione», ha un gran numero di associazioni connesse con il suo secondo significato «fascino»
o «bellezza». E nella traduzione inglese ho lasciato la parola «bellezza» perché rende meglio il significato posto in questa
parola nella Dobrotolubiye e in The Narrations of a Pilgrim Ciò mostra anche chiaramente il carattere delle esperienze
preferite nel misticismo cattolico e nello pseudo occultismo, cioè la loro «bellezza» esterna e formale opposta al loro
significato e contenuto interiore.
Quando la preghiera era diventata piuttosto automatica in lui, non richiedeva più alcuno
sforzo ed era ripetuta involontariamente, egli cominciava «a portarla nel cuore», cioè
a renderla emozionale, a collegarvi un definito sentimento. Dopo un certo tempo la
preghiera cominciava ad evocare questo sentimento e a rafforzarlo, arricchendolo fino
ad un grado straordinario di acutezza ed intensità.
«The Narrations of a Pilgrim» non può servire come un manuale per lo studio pratico
della «preghiera mentale», poiché la descrizione del metodo di studio contiene una
certa probabile intenzionale inesattezza, e precisamente una facilità ed una rapidità
troppo grandi nello studio da parte del pellegrino della «preghiera mentale». Tuttavia
questo libro offre un'idea molto chiara dei princìpi di lavoro su sé stessi secondo i
metodi del Bhakti-Yoga e, per molti aspetti, è una produzione unica in questo ambito.
I metodi della Dobrotolubiye non sono scomparsi dalla vita reale, come dimostra una
descrizione molto interessante, ma sfortunatamente troppo breve, del Monte Athos di
B. Zaitseff, che fu pubblicata in Russo a Parigi nel 1928.
B. Zaitseff descrive la vita quotidiana e il carattere della pratica religiosa nel monastero
russo di San Panteleimon nel Monte Athos. Dalla sua descrizione si può notare che la
«preghiera mentale» (la cella del dovere) gioca una parte molto importante nella vita
monastica.
Le basi di questa vita è l'esclusione della volontà personale e l'assoluta sottomissione
all'autorità gerarchica. Nessun monaco può uscire dalle porte del monastero senza aver
ricevuto la «benedizione» (il permesso) dell'abate. L'abate assegna ad ogni monaco la
sua «obbedienza», cioè il particolare lavoro che deve compiere. Vi sono allora monaci
pescatori, taglialegna, ortolani, agricoltori, vignaioli, seminatori e lavoratori più
intellettuali - monaci bibliotecari, «grammatici», pittori di icone, fotografi, e così via.
Al momento presente il monastero di San Panteleimon contiene circa cinquecento
fratelli. (...)
L'organizzazione della giornata nel monastero è fissata una volta per tutte e tutto si
muove in obbedienza soltanto alle lancette dell'orologio. Ma ogni cosa è inusuale nel
Monte Athos, così anche il tempo è sbalorditivo.
Fino al giorno della mia partenza non ho potuto abituarmici. È l'antico Oriente. Al
tramonto le lancette dell'orologio della torre vengono spostate alla mezzanotte. L'intero
sistema cambia secondo i momenti dell'anno, e ci si deve muovere con le stagioni e
adattarsi al tramonto. A maggio la differenza tra il Monte Athos e il tempo europeo
ammonta a circa cinque ore.
Quindi iniziava il Mattutino al monastero di San Panteleimon, mentre io ero lì, alle sei
del mattino (l'una del mattino del nostro tempo). Il Mattutino continua fino alle quattro,
quattro e mezzo del mattino (in questo caso e nei seguenti do il tempo europeo).
Dopo il Mattutino segue immediatamente la messa (la liturgia), che continua fino alle
sei del mattino; quindi quasi l'intera notte viene spesa nei servizi di chiesa; questa è
una caratteristica peculiare del Monte Athos. Poi tutti si riposano fino alle sette. Dalle
sette alle nove c'è «l'obbedienza» (5) quasi per tutti. Perfino i monaci più anziani vanno
a lavorare anche se sono in condizioni di salute soltanto relativamente buone (vanno
nella foresta, ai vigneti, agli orti; caricano i buoi con la legna e i muli con fieno e legna
da ardere). La prima colazione è alle nove, poi «obbedienza» ancora fino all'una.
All'una tè e riposo fino alle tre; poi «obbedienza» fino alle sei. Dalle cinque e mezzo
alle sei e mezzo vengono recitati i vespri nelle chiese. Molti pochi monaci a questi
servizi giornalieri, poiché la maggior parte di essi è al lavoro. Ma i vespri vengono letti
per loro al lavoro.Alle sei del pomeriggio c'è un secondo pasto, se non è giorno di
digiuno.
Se è lunedì, mercoledì o venerdì, invece del pasto hanno soltanto pane e tè. Dopo il
secondo pasto le campane della chiesa suonano le compiete, che continuano dalle sette
alle otto. Quindi segue il «dovere di cella», cioè la preghiera con le genuflessioni nella
cella. Dopo ogni breve preghiera (6) il monaco muove un grano del suo rosario e si
inginocchia a terra. Poi un monaco con la tonaca (il più basso grado monastico) compie
giornalmente seicento genuflessioni dalla parte centrale; un monaco «con il mantello»
ne compie circa un migliaio e un monaco investito da uno schema ne compie circa
millecinquecento (senza contare le corrispondenti genuflessioni a terra). Un monaco
con la tunica impiega circa un'ora e mezzo per portare a termine questi esercizi, un
monaco del più alto rango da tre a tre ore e mezzo. Di conseguenza un monaco con la
tunica è libero dalle dieci circa e gli altri intorno alle undici. Fino all'una, quando inizia
il mattutino, è il tempo in cui i monaci dormono (due o tre ore). A ciò talvolta viene
aggiunta un'ora al mattino e, forse, un'ora nel pomeriggio, dopo il tè. Ma poiché ogni
monaco ha le sue piccole cose da fare, e che prendono un certo tempo, si può supporre
che i monaci dormano non più di quattro ore, o forse meno.Per noi laici che abbiamo
visto questa vita, l'essenza della quale è che i monaci pregano di notte, lavorano di
giorno e hanno molto poco sonno e un cibo molto povero, è il mistero come essi
possano sopportare tutto ciò. Eppure essi vivono, e vivono fino ad un'età molto
avanzata (al momento presente per la maggior parte essi sono vecchi). Inoltre il tipo
più comune di monaco del Monte Athos mi sembra un tipo pieno di salute, calmo ed
equilibrato (7).

(5)
Il lavoro quotidiano assegnato ad ogni monaco dall'abate.

(6)
Come il Padre Nostro, l'Ave Maria, la preghiera per i morti, la preghiera per i vivi, eccetera.

(7)
B. Zaitseff, Athos, Y.M.CA. Press (in Russo), Parigi.
La vita monastica, per quanto possa comportare severità e difficoltà, non è certamente
il Bhakti-Yoga. Il Bhakti-Yoga può essere applicato ad ogni religione (naturalmente
ad una religione reale, non ad una inventata); questo significa che il Bhakti-Yoga
comprende tutte le religioni e non riconosce alcuna differenza tra esse. Inoltre il Bhakti-
Yoga, così come gli altri Yoga, non richiede un completo abbandono della vita, ma
solo un temporaneo ritiro dalla vita per il raggiungimento di un definito scopo. Quando
Io scopo è raggiunto, lo Yoga diventa non più necessario. Inoltre lo Yoga richiede più
iniziativa e più comprensione. Lo Yoga è una via più attiva. La vita monastica è una
via più passiva.
Tuttavia lo studio della vita monastica e dell'ascetismo monastico risulta di grande
interesse dal punto di vista psicologico, poiché qui molte idee dello Yoga possono
essere viste nella loro applicazione pratica, sebbene forse in collocazione differente dal
vero Yoga.
Così come nei monasteri Ortodossi, le idee del Bhakti-Yoga occupano un posto molto
importante nei monasteri Maomettani dei Sufi e dei Dervisci, e anche in quelli
Buddhisti, specialmente a Ceylon, dove il Buddhismo è stato conservato nella sua
forma più pura.
Ramakrishna, del quale ho parlato, fu uno Yogi e un monaco allo stesso tempo, ma più
un monaco che uno Yogi. I suoi seguaci, per quanto possono essere giudicati dalle
informazioni che si trovano nella letteratura, sono andati in parte in una direzione
religiosa, in parte in una direzione filosofica, sebbene essi la chiamino Yoga. In realtà
la scuola di Ramakrishna non ha lasciato dietro di sé alcuna via verso uno Yoga pratico,
avendo deviato in descrizioni teoriche di queste vie.

JNANA-YOGA
Lo Jnana (Gnyana o Gnana) Yoga, così come è pronunciato in differenti posti
dell'India, è lo Yoga della conoscenza. La radice jna, gnya, gna (in Russo zna)
corrisponde alle radici delle parole: Inglese moderno know, in Tedesco kennen, in
Anglosassone cnawan, in Latino (g)noscere.
Lo Jnana-Yoga conduce l'uomo verso la perfezione cambiando la sua conoscenza sia
in relazione a sé stesso che in relazione al mondo che lo circonda.
Questo è lo Yoga degli uomini della via intellettuale. Libera la mente umana dalle
pastoie di un'illusoria concezione del mondo, la porta alla vera conoscenza, mostrando
le leggi fondamentali dell'universo.
Lo Jnana-Yoga usa tutti i metodi del Raja-Yoga. Inizia dall'affermazione che la debole
mente umana, educata alla contemplazione delle illusioni, non risolverà mai gli enigmi
della vita, che questo richiede uno strumento migliore, adattato in modo speciale allo
scopo. Insieme perciò allo studio dei princìpi che risiedono alla base delle cose, lo
Jnana-Yoga richiede lo speciale lavoro dell'educazione della mente. La mente viene
allenata alla contemplazione, alla concentrazione, a pensare in nuove e inesplorate
direzioni e su nuovi piani, connessi non soltanto con l'aspetto esteriore delle cose, ma
con i loro princìpi fondamentali; e soprattutto la mente è allenata a pensare
velocemente ed esattamente, sempre tenendo presente l'essenziale, e non perdendo
tempo con dettagli esterni e non importanti.
Lo Jnana-Yoga inizia dal fatto che la causa principale delle sfortune e dei disastri umani
è l'Avidya - Ignoranza. E l'oggetto dello Jnana-Yoga è quello di superare l'Avidya e
condurre l'uomo più vicino a ciò che viene chiamato Brahma-vidya, conoscenza divina.
Lo scopo dello Jnana-Yoga è la liberazione della mente umana da quelle condizioni
limitate di conoscenza nelle quali è posta dalle forme di percezione sensoriale e dal
pensiero logico basato sugli opposti. Dal punto di vista dello Jnana-Yoga un uomo deve
prima imparare il giusto pensiero. ll giusto pensiero e l'allargamento delle idee e delle
concezioni devono portare ad un'espansione della percezione, mentre l'espansione della
percezione deve condurre, infine, ad un cambiamento nelle sensazioni, cioè
all'abolizione di tutte le sensazioni false e illusorie.
Gli insegnanti indiani (guru) non mirano, in fondo, a che i loro discepoli accumulino
quanto più miscellanee di conoscenze possibili. Al contrario, essi vogliono che i loro
discepoli vedano in ogni cosa che studiano, per quanto piccola possa essere, i princìpi
che giacciono alla base di ogni cosa. Normalmente al discepolo viene dato, per la
meditazione, o qualche verso delle antiche scritture o qualche simbolo, ed egli medita
per un anno o due, possibilmente per dieci anni, portando di tanto in tanto al maestro i
risultati delle sue meditazioni.
Questo suona strano ad una mente occidentale, che cerca sempre di andare avanti, ma
forse questo è il metodo corretto per penetrare alla radice delle idee invece che
acquisire una conoscenza superficiale con il loro lato esterno facendo enormi collezioni
mentali di parole e fatti.
Nello studiare lo Jnana-Yoga l'uomo vede chiaramente che lo Yoga non può essere
soltanto un metodo. Un metodo corretto deve necessariamente portare a certe verità, e
nell'esporre un metodo è impossibile non entrare in contatto con queste verità. Tuttavia
deve essere ricordato che nella sua natura lo Yoga non può essere una dottrina e che
perciò non possono esservi sinossi o abbozzi generali delle idee dello Jnana-Yoga.
Nell'usare lo Yoga come un metodo l'uomo deve scoprire, sentire e realizzare le verità
che formano il contenuto della filosofia degli Yogi. Le stesse verità ricevute in forma
di dottrina da un'altra persona o dai libri non avranno lo stesso effetto sulla mente e
sull'animo delle verità che l'uomo ha scoperto da sé stesso, verità che per lungo tempo
ha visto e con le quali a lungo ha lottato prima di accettarle.
Lo Jnana-Yoga insegna che la verità per un uomo può essere soltanto quella che egli
ha sentito come verità. Inoltre, insegna all'uomo a verificare una verità con l'altra, ad
ascendere lentamente verso la vetta della conoscenza, senza mai perdere di vista il
punto di partenza e costantemente ritornando ad essa, per conservare un giusto
orientamento.
Lo Jnana-Yoga insegna che le verità realizzate dalla mente logica, educata
all'osservazione del mondo tridimensionale, non sono affatto verità dal punto di vista
di una coscienza superiore.
Lo Jnana-Yoga insegna all'uomo a diffidare di sé stesso, a diffidare delle proprie
sensazioni, immagini mentali, concetti, idee, pensieri e parole; soprattutto a diffidare
delle parole, a verificare ogni cosa e sempre a guardarsi intorno ad ogni passo, a
chiedersi se ogni cosa che è stata scoperta possa accordarsi con il testimone
dell'esperienza e con i princìpi fondamentali.
Le idee dello Jnana-Yoga sono state trasmesse fino ad oggi soltanto in forma simbolica.
Le immagini di dei indiani e le figure della mitologia indiana contengono molte idee
dello Jnana-Yoga. Ma la comprensione di esse richiede una spiegazione orale e dei
commenti.
Lo studio dello Jnana-Yoga sui libri è impossibile perché esiste un'intera serie di
princìpi che non sono mai stati esposti negli scritti. Alcune indicazioni su di essi, e
anche alcune definizioni, possono ·essere trovate nei libri, ma queste indicazioni sono
intelligibili soltanto a coloro che hanno ricevuto un insegnamento diretto. La difficoltà
di comprensione di questi princìpi è particolarmente grande perché non è sufficiente
comprenderli soltanto intellettualmente; è necessario imparare ad applicarli e ad usarli
per la divisione e la classificazione non solo di idee astratte, ma anche delle cose
concrete e dei fatti che l'uomo incontra nella propria vita.
L'idea del Dharma in uno dei suoi significati nella filosofia indiana è un'introduzione
allo studio di uno di questi princìpi, che può essere chiamato il principio della relatività.
Il principio della relatività nella scienza degli Yogi non ha nulla in comune con il
principio della relatività della fisica moderna e viene studiato non nelle sue applicazioni
ad una sola classe di fenomeni soltanto, ma in relazione a tutti i fenomeni dell'universo
su tutti i piani e a tutti i livelli, e poi, penetrando ogni cosa, esso connette ogni cosa in
un solo singolo tutto.
Tutto quel che è stato detto finora è un breve sommario di quel che può essere imparato
sullo Yoga dalla letteratura esistente e accessibile in lingua europea.
Ma per comprendere correttamente il significato più vero dei differenti Yoga è
necessario capire chiaramente che tutti i cinque Yoga, cioè ognuno separatamente,
sono un'abbreviazione e un adattamento per differenti tipi di persone di un solo ed
unico sistema generale. Questo sistema è insegnato oralmente in scuole particolari, che
differiscono dalle scuole degli Yogi così come le scuole degli Yogi differiscono dai
monasteri.
Questo sistema non ha nome e non è stato mai reso pubblico; allusioni ad esso si
incontrano molto raramente negli scritti occidentali. Molto di quel che è stato ascritto
allo Yoga appartiene in realtà a questo sistema. Allo stesso tempo il sistema non può
essere considerato semplicemente come una combinazione dei cinque Yoga. Tutti gli
Yoga sono stati originati da questo sistema; ogni Yoga in un certo senso è una
comprensione unilaterale di esso. Una è più espansa, l'altra più ristretta, ma tutte
espongono lo stesso identico sistema. La combinazione di tutti i cinque Yoga non lo
ricostruisce, poiché esso contiene molte idee, princìpi e metodi che non entrano in
nessuno degli Yoga.
Frammenti di questo sistema, per quanto l'autore è riuscito a venirne a conoscenza,
saranno esposti nel libro Man and the World in which he lives - Fragments of an
Unknown Teaching, che è in preparazione per la pubblicazione.

1912 - 1934
Capitolo VII
LO STUDIO DEI SOGNI E L’IPNOSI
Probabilmente la prima impressione interessante della mia vita è venuta dai sogni. Fin
dai primi anni della mia vita il mondo dei sogni mi ha attratto, mi ha spinto a cercare
spiegazioni dei suoi fenomeni incomprensibili ed a tentare di determinare il rapporto
reciproco tra il reale e l'irreale nei sogni. Certe esperienze piuttosto fuori dall'ordinario
sono state per me connesse coi sogni.
Quand'ero ancora un bambino mi svegliavo in diverse occasioni con la netta sensazione
di aver provato qualcosa di così interessante ed affascinante che tutte le cose da me
sperimentate in precedenza, che avevo visto o con cui ero entrato in contatto, mi
sembravano successivamente immeritevoli d'attenzione e vuote di qualsiasi interesse.
Inoltre, mi avevano sempre colpito i sogni ricorrenti, che si ripetevano nella stessa
forma, nelle stesse ambientazioni, finivano sempre nello stesso modo e mi lasciavano
le stesse sensazioni.
Intorno al 1900, quando avevo già letto tutto ciò che avevo potuto trovare sui sogni
nella letteratura psicologica (l), decisi di cercare di osservare sistematicamente i miei
sogni.
(l)
Parlando di letteratura sui sogni, non mi riferisco alla cosiddetta psicanalisi, cioè alle teorie di Freud e dei suoi seguaci,
Jung, Adler ed altri. Il motivo di ciò è che, per prima cosa, quando io cominciai ad interessarmi ai sogni la psicanalisi non
esisteva ancora, o comunque era molto poco conosciuta, e secondariamente, che, come mi convinsi in seguito, non c'è e
non c'era nella psicanalisi alcunché di valido, nulla che potrebbe farmi modificare la più piccola delle mie conclusioni,
sebbene esse risultino invariabilmente tutte opposte a quelle psicanalitiche.

Per non tornare più in seguito su tale questione, voglio sottolineare qui che altri aspetti della psicanalisi, oltre ai tentativi
non riusciti di studiare i sogni, sono altrettanto deboli e spesso innocui, perché promettono molto e ci sono persone che
credono a tali promesse e a causa di questo perdono completamente la capacità di distinguere il reale dal falso. L'unico
servizio che la psicanalisi ha reso alla psicologia nel suo insieme è la formulazione precisa del principio delle necessità
di osservazioni sempre più numerose in regioni precedentemente non comprese nella materia della psicologia. Ma è
proprio questo principio che la psicanalisi ha mancato di seguire perché, avendo portato avanti nei primi stadi della sua
esistenza una serie di generalizzazioni e di ipotesi molto dubbie, in uno stadio successivo le ha dogmatizzate e in tal modo
si è preclusa qualsiasi possibilità di sviluppo.

La specifica terminologia «psicanalitica» che è venuta fuori da queste ipotesi dogmatizzate ed è diventata una specie di
gergo, ci aiuta a riconoscere gli aderenti della psicanalisi e i loro seguaci indipendentemente da come essi stessi si
definiscono e da quanto cercano di negare la connessione fra diverse scuole e divisioni della psicanalisi e la loro origine
da una sorgente comune. Il tratto caratteristico di questo gergo è che consiste di parole riferentisi a fenomeni inesistenti,
ma accettati come esistenti dai seguaci della psicanalisi. Sull'esistenza immaginaria di tali fenomeni e sulle loro
immaginarie relazioni reciproche la psicanalisi ha costruito un sistema piuttosto complicato, qualcosa come la «filosofia
naturale» dell'inizio del XIX secolo, o come certi sistemi medievali che consistevano anch'essi nella descrizione e nella
classificazione di fenomeni inesistenti come, per esempio, varie e molto esatte e dettagliate demonologie. Il lato curioso
della psicanalisi, come mostra uno studio della sua storia, è che tutti i principali caratteri della psicanalisi più recente sono
stati dedotti dal Dottor Freud in base ad osservazioni su un singolo caso avvenuto verso la metà degli anni '80 del secolo
scorso.

Queste osservazioni su un 'unica paziente donna formano l'intera base della psicanalisi e di tutte le sue teorie e, ciò che è
particolarmente interessante, vennero fatte usando un metodo che fu in seguito condannato dallo stesso Freud. n metodo
consisteva nell'ipnotizzare la paziente e nel porle domande su sé stessa alle quali non avrebbe potuto rispondere in
condizioni normali.
Le mie osservazioni perseguivano un duplice scopo:
l. Volevo raccogliere quanto più materiale possibile per giudicare la struttura e l'origine
dei sogni e cominciai, come si raccomanda di solito, a scrivere i miei sogni
immediatamente dopo il risveglio,
2. Volevo verificare un'idea piuttosto fantastica che avevo avuto nell'infanzia: vedere
se fosse possibile conservare la coscienza durante i sogni, cioè sapere, mentre si sogna,
di essere addormentati, e pensare coscientemente come da svegli.
La prima cosa, cioè scrivere i sogni e così via, molto presto mi portò a comprendere
l'impossibilità di una realizzazione pratica dei metodi raccomandati usualmente per
osservare i sogni. I sogni non sopportano l'osservazione; l'osservazione li cambia. E io
mi accorsi presto che stavo osservando non quei sogni che avevo di solito prima, bensì
nuovi sogni creati dall'osservazione stessa.
Cera qualcosa in me che cominciò a inventare sogni quando sentì che essi attiravano
l'attenzione. Ciò rendeva ovviamente inutile l'abituale metodo di osservazione.
Il secondo tipo di esperimenti, cioè i tentativi di mantenere la coscienza durante il
sonno, creò, molto inaspettatamente per me, un nuovo modo di osservare i sogni che
non avevo mai sospettato prima. Vale a dire, questi tentativi crearono uno stato di
sogno parziale particolare. E io mi convinsi subito che senza l'ausilio di «stati di sogno
parziale» era impossibile osservare i sogni senza modificarli.
Gli «stati di sogno parziale» cominciarono ad apparire probabilmente come risultato
dei miei sforzi di osservare i sogni nei momenti immediatamente precedenti il sonno e
immediatamente successivi al risveglio, quando ancora ci si sente mezzo addormentati.
Non posso affermare esattamente quando questi stati cominciarono a presentarsi nella
loro forma completa. Probabilmente si svilupparono in modo graduale.
Come è stato stabilito con indubitabile accuratezza, sia prima sia dopo questo esperimento, tale metodo non può portare
a nulla perché insistendo su domande di questo tipo o l'ipnotizzatore senza accorgersene suggerisce le risposte al soggetto
ipnotizzato, oppure il soggetto ipnotizzato inventa teorie fantastiche o racconta storie immaginarie. In tal maniera il
famoso «complesso paterno» venne scoperto e portò con sé il «complesso materno» e poi l'intera scatola di trucchi, il
«mito di Edipo», eccetera. I principali fatti che si riferiscono a questo tragico aspetto della psicanalisi si possono trovare
in un libro di Stefan Zweig, uno dei più importanti apologeti di Freud. Fortunatamente l'autore presenta questi fatti, è
ovvio, senza comprendere affatto il loro significato.La più recente tendenza della psicanalisi è quella di autodefinirsi
psicologia e di parlare in nome della psicologia nel suo complesso.

Il lato divertente di tutto ciò è che, sotto la maschera della psicologia, la psicanalisi è penetrata nei domini della scienza
universitaria in diversi paesi e costituisce una parte del curriculum obbligatorio in certe scuole mediche e facoltà, cosicché
gli studenti sono obbligati a sostenere esami basati su tutto questo pasticcio.

L'indubitabile successo della psicanalisi nel pensiero moderno si spiega con la povertà delle idee, la timidezza dei metodi
e la completa mancanza di inclinazione verso qualsiasi applicazione pratica delle sue teorie su quella parte di psicologia
che rimane scientifica, e, soprattutto, con il bisogno molto penosamente avvertito di un sistema generale.

La popolarità della psicanalisi in certi circoli d'arte o di letteratura, o presso certe classi di pubblico, può venire spiegata
dalla giustificazione e dalla difesa che la psicanalisi fa dell'omosessualità.
Penso che cominciarono ad apparire per breve tempo prima del momento di
addormentarsi, ma se io lasciavo che la mia attenzione si concentrasse su di essi, dopo
non riuscivo a dormire. Arrivai quindi per gradi, attraverso l'esperienza, alla
conclusione che fosse molto più facile osservare gli «stati di sogno parziale» la mattina,
quando ero già sveglio ma stavo ancora nel letto.
Desiderando creare questi stati, dopo essermi svegliato chiudevo di nuovo gli occhi e
cominciavo a sonnecchiare, tenendo nello stesso tempo la mia mente su un'immagine
definita o su qualche pensiero particolare. E qualche volta in tali casi cominciarono
quegli strani stati che io chiamo «stati di sogno parziale». Senza sforzi precisi tali stati
non si presentavano. Come tutte le altre persone io dormivo o non dormivo, ma in
questi «stati di sogno parziale» dormivo e non dormivo nello stesso tempo.
Se considero il momento in cui questi «stati di sogno parziale» cominciavano appena,
cioè quando arrivavano al momento di andare a dormire, allora di solito il primo segno
del loro avvicinarsi erano le «allucinazioni ipnagogiche» descritte molte volte nella
letteratura psicologica Non mi soffermerò su questo. Ma quando gli «stati di sogno
parziale» si manifestavano prevalentemente la mattina, essi cominciavano di solito
senza essere preceduti da alcuna impressione visiva.
Per descrivere questi «stati di sogno parziale» e tutto ciò che con essi era collegato,
sarebbe necessario dire una gran quantità di cose. Ma cercherò di essere il più conciso
possibile, perché al momento presente non sono tanto interessato a tali stati, quanto
piuttosto ai loro risultati.
La prima sensazione che produssero in me fu di stupore. Mi aspettavo di trovare una
cosa e ne trovai un'altra. La sensazione successiva fu di gioia straordinaria che mi
diedero gli «stati di sogno parziale» insieme con la possibilità di capire le cose in modo
nuovo. La terza sensazione fu la paura di loro, perché notai molto presto che se lasciavo
che prendessero il loro corso essi cominciavano a crescere, ad espandersi e ad invadere
sia il sonno sia la veglia.
Perciò gli «stati di sogno parziale» da una parte mi attraevano e dall'altra mi
spaventavano. Sentivo in essi possibilità enormi e anche un grande pericolo.
Ma ciò di cui assolutamente mi convinsi era che senza questi «stati di sogno parziale»
non è possibile alcuno studio dei sogni e che tutti i tentativi verso un simile studio sono
inevitabilmente destinati al fallimento, a deduzioni sbagliate, a ipotesi fantastiche e
cose del genere.
Dal punto di vista, pertanto, della mia idea originale dello studio dei sogni, io potevo
essere molto contento dei risultati ottenuti. Possedevo la chiave d'accesso al mondo dei
sogni, e tutto ciò che appariva vago e incomprensibile in essi gradualmente si chiariva
e diventava comprensibile e visibile.
Il fatto è che negli «stati di sogno parziale» continuavo a fare gli stessi sogni che facevo
di solito. Ma ero pienamente conscio, potevo vedere e capire come questi sogni
venissero creati, di che cosa fossero fatti, quale fosse la loro causa e in generale cosa
fosse causa e cosa effetto. Inoltre, mi accorsi che negli «stati di sogno parziale» avevo
un certo controllo sui sogni. Potevo crearli e potevo vedere ciò che volevo vedere,
sebbene ciò non sempre riuscisse e non dovesse essere preso troppo alla lettera. Di
solito io davo solo il primo impulso, poi i sogni si sviluppavano da soli,
sorprendendomi molto talvolta con i loro strani e inaspettati sviluppi.
Negli «stati di sogno parziale» i sogni che facevo erano tutti quelli che potevo fare nel
modo ordinario. Gradualmente l'intero repertorio dei miei sogni mi passò davanti. Ed
ero capace di osservare questi sogni in modo abbastanza cosciente, potevo vedere come
si creavano, come si trasformavano l'uno nell'altro, e potevo comprendere tutti i loro
meccanismi.
I sogni, osservati in questo modo, vennero man mano classificati e divisi in categorie
definite.
Ad una di queste categorie assegnai tutti i sogni costantemente ricorrenti che avevo
avuto di tanto in tanto nel corso della mia vita a partire dalla prima infanzia.
Alcuni di questi sogni precedentemente erano soliti spaventarmi per la loro durata, la
loro frequente ripetizione e un certo strano carattere, e mi spingevano a cercare in essi
un significato nascosto o allegorico, una profezia o un avvertimento. Mi era sembrato
che questi sogni dovessero avere un certo significato, che dovessero riferirsi a qualcosa
della mia vita.
Parlando in generale, un modo di pensare ingenuo a proposito dei sogni comincia
sempre con l'idea che tutti, e specialmente quelli sistematicamente ricorrenti, debbano
avere un certo significato, debbano predire il futuro, mostrare i tratti più nascosti del
carattere di una persona, esprimere qualità fisiche, inclinazioni, stati patologici nascosti
e così via. In realtà invece, come mi convinsi molto presto, i miei sogni ricorrenti non
erano in alcun modo collegati con tratti o qualità della mia natura, o con eventi nella
mia vita.
E trovai per essi spiegazioni chiare e semplici che non lasciarono alcun dubbio sulla
loro vera natura.
Descriverò alcuni di questi sogni con le loro relative spiegazioni.
Il primo e più caratteristico sogno, che facevo molto spesso, era uno in cui vedevo una
palude o pantano particolare che non ero poi più in grado di descrivere a me stesso.
Spesso questa palude o pantano, o semplicemente uno strato profondo di melma, come
si vede nei sentieri russi e persino nelle strade di Mosca, appariva di fronte a me sul
terreno o anche sul pavimento della stanza, senza alcun nesso con la trama del sogno.
Facevo di tutto per evitare questa melma, per non camminarci sopra, per non toccarla
neppure. Ma invariabilmente ci finivo dentro, e la palude cominciava a risucchiarmi,
generalmente arrivava a coprirmi le gambe fino alle ginocchia. Facevo ogni sforzo
concepibile per venir fuori da questo fango o pantano, e qualche volta ci riuscivo, ma
allora di solito mi svegliavo.
Era molto forte la tentazione di interpretare questo sogno allegoricamente, come una
minaccia o un avvertimento. Ma quando cominciai a fare questo sogno in uno «stato
di sogno parziale», esso fu spiegato in modo molto semplice.
Il contenuto complessivo del sogno in questione veniva creato dalla sensazione delle
mie gambe impigliate nelle lenzuola o nella coperta, in tal modo che non potevo né
muovermi né girarmi. Se riuscivo a girarmi, sfuggivo alla palude, ma poi mi svegliavo
invariabilmente perché avevo fatto un movimento violento. Per quanto riguarda il
fango in sé e il suo carattere «peculiare», ciò era connesso, come mi convinsi ancora
durante lo «stato di sogno parziale», con la più immaginaria che reale «paura delle
paludi» che avevo nell'infanzia. Tale paura, che i bambini e talvolta anche le persone
adulte hanno in Russia, viene creata da racconti di pantani, paludi e «finestre» (2). E nel
mio caso, osservando questo sogno nello «stato di sogno parziale», potei ricostruire da
dove venisse la sensazione di quel particolare fango. Questa sensazione e l'immagine
visiva erano decisamente associate con racconti di pantani e «finestre» che si diceva
avessero un carattere «peculiare», che potevano essere riconosciute, che erano diverse
dalle paludi ordinarie, che «risucchiavano dentro» ciò che cadeva in esse, che erano
piene di una particolare melma soffice, e così via.
Negli «stati di sogno parziale» la sequenza di associazioni nell'intero sogno era
piuttosto chiara. Prima appariva la sensazione di gambe legate, poi il segnale: palude,
pantano, finestra, particolare fango soffice. Successivamente la paura, il desiderio di
liberarsi e solitamente il risveglio. Non vi era nulla, assolutamente nulla, di mistico e
di psicologicamente significativo in questi sogni.
Vi era un altro sogno che mi spaventava. Sognavo di essere cieco. Qualcosa stava
accadendo intorno a me, udivo voci, suoni, rumori, movimenti, sentivo qualche
pericolo che mi minacciava: e dovevo andarmene in qualche posto mettendo le mani
avanti per evitare di urtare contro qualcosa e facendo ogni momento sforzi terribili per
vedere cosa ci fosse intorno a me.
Negli «stati di sogno parziale» capii che lo sforzo che stavo facendo non era uno sforzo
per vedere, ma per aprire gli occhi. Ed era questo sforzo, unito alla sensazione delle
palpebre chiuse, a creare l'impressione di «cecità».

(2)
«Finestra» è il nome che viene dato a un piccolo punto, talvolta soltanto qualche metro quadrato di superficie, di
pantano «senza fondo» in una normale palude.
Qualche volta mi svegliavo a causa di questo sforzo. Ciò accadeva quando riuscivo
realmente ad aprire gli occhi.
Persino queste prime osservazioni di sogni ricorrenti mi dimostrarono che i sogni
dipendono molto di più dalle sensazioni dirette di un dato momento che da qualsiasi
altra causa generale. Gradualmente mi convinsi che quasi tutti i sogni ricorrenti erano
collegati con la sensazione neanche di uno stato, ma piuttosto di una posizione del
corpo in un determinato momento.
Quando mi capitava di comprimermi la mano con il ginocchio e la mano s'intorpidiva,
allora sognavo che un cane mi stava mordendo la mano. Quando volevo prendere
qualcosa nelle mani o alzarla, questa cosa mi cadeva perché le mie mani erano flosce
come stracci e rifiutavano di obbedirmi. Mi ricordo che una volta in un sogno dovevo
rompere qualcosa con un martello e il martello era come fatto di gomma; rimbalzava
dall'oggetto che stavo colpendo, e io non potevo dar forza ai miei colpi. Questa,
naturalmente, era semplicemente la sensazione dei muscoli rilassati.
Vi era un altro sogno ricorrente che mi spaventava sempre. In questo sogno io ero
paralitico o storpio; cadevo e non potevo rialzarmi, perché le mie gambe non mi
obbedivano. Anche questo sogno mi sembrava un presentimento di qualcosa che stesse
per accadermi, finché negli «stati di sogno parziale» mi convinsi che era causato
soltanto dalla sensazione delle mie gambe immobili con i muscoli rilassati, che
ovviamente non potevano obbedire ad impulsi di movimento.
Nel complesso notai che i nostri movimenti, specialmente i nostri impulsi al
movimento, e il senso di impotenza nel fare un movimento particolare, giocano il ruolo
più importante nella creazione dei sogni.
Alla categoria dei sogni costantemente ricorrenti appartenevano anche i sogni
riguardanti la possibilità di volare. Mi capitava di volare piuttosto spesso, e mi
piacevano molto questi sogni. Negli «stati di sogno parziale» mi accorsi che la
sensazione di volare dipendeva da quella lieve vertigine che di tanto in tanto accade di
avere durante il sonno senza alcun motivo patologico, ma probabilmente soltanto in
connessione con la posizione orizzontale del corpo. Non vi era alcun elemento erotico
nel sognare di volare.
Sogni divertenti che capitano molto spesso, quelli in cui ci si vede camminare svestiti
per strada o in mezzo alla gente, anch'essi non richiedevano teorie complicate per
essere spiegati. Derivavano semplicemente dalla sensazione del proprio corpo svestito
o semi-svestito. Come notai durante gli «stati di sogno parziale», questi sogni si
manifestavano principalmente quando sentivo freddo durante il sonno. n freddo mi
faceva realizzare di essere svestito, e tale sensazione penetrava nei miei sogni.
Alcuni sogni ricorrenti potevano essere spiegati soltanto in relazione ad altri. Tali erano
i sogni di scale, descritti sovente nella letteratura psicologica. Si tratta di sogni strani,
molte persone li fanno. Ti trovi a salire queste enormi, lugubri, interminabili scalinate,
scopri certi passaggi che ti portano verso l'uscita, ti ricordi la direzione, poi la
dimentichi, ti perdi in posti sconosciuti, non sai più da che parte andare, quale porta
aprire, eccetera. Questo è uno dei più tipici sogni ricorrenti. Di regola non vi si incontra
nessuno, ci si trova generalmente soli in mezzo a queste ampie scalinate vuote.
Come compresi durante gli «stati di sogno parziale», tali sogni risultano da una
combinazione di due motivi o reminiscenze. Il primo motivo viene creato dalla
memoria del centro motorio, la memoria della direzione. I sogni di scale non sono in
alcun modo diversi dai sogni di lunghi corridoi, con interminabili cortili attraverso cui
passare, con strade, vicoli, giardini, parchi, campi, boschi: in una parola, si tratta dei
sogni di strade o vie. Tutti noi conosciamo molte strade e vie; nelle case, su per le scale
o lungo i corridoi, nelle città, in campagna, sulle montagne; e possiamo vedere in sogno
tutte queste strade, sebbene assai spesso noi non vediamo le strade vere e proprie, ma
piuttosto la sensazione generale che esse provocano in noi. Ogni via ha una sua propria
sensazione.
Tali sensazioni vengono create da migliaia di piccoli dettagli riflessi e impressi in vari
angoli della nostra memoria. In seguito queste sensazioni sono riprodotte nei sogni,
anche se per la creazione delle sensazioni desiderate i sogni usano materiale accidentale
di immagini. A causa di ciò la «strada» che si vede nei sogni può non somigliare
esteriormente alla strada che realmente si conosce e si ricorda da svegli, ma produrrà
le stesse impressioni della strada conosciuta e familiare e darà le stesse sensazioni.
Le «scale» sono simili alle «strade», soltanto, come abbiamo già detto, contengono un
altro motivo in più. Tale motivo consiste in un certo significato mistico che le scale
hanno nella vita di ogni uomo. Ognuno nella sua vita sperimenta spesso sulle scale un
senso di qualcosa di nuovo e di sconosciuto che lo aspetta al piano successivo, dietro
una porta chiusa. Chiunque può ricordarsi di molti momenti simili nella sua vita. Un
uomo sale le scale senza sapere cosa lo aspetti. Per i bambini si tratta spesso del loro
arrivo a scuola, o generalmente della prima impressione ricevuta dalla scuola, che
rimane per tutta la vita. Inoltre, le scale rappresentano sovente il luogo scenico di
esitazioni, decisioni, cambiamento di decisioni e così via. Tutte queste cose prese
insieme e collegate con memorie di movimento creano i sogni di scale.
Per proseguire la descrizione generale dei sogni, devo osservare che le immagini visive
durante il sonno spesso non corrispondono alle immagini visive negli stati di veglia.
Un uomo che conosciamo molto bene nella vita può apparirci piuttosto diverso in un
sogno. Ciononostante, non dubitiamo per un attimo che sia lui e il suo aspetto poco
familiare non ci sorprende affatto. Accade di frequente che l'aspetto fantastico, e
persino innaturale e impossibile, di un uomo esprima certi tratti e certe qualità che
conosciamo di lui. In una parola, la forma esteriore di cose, persone ed eventi nei sogni
è molto ·più plastica che nello stato di veglia e molto più suscettibile all'influenza di
pensieri accidentali, sensazioni e umori che passano attraverso di noi.
Per quanto riguarda i sogni ricorrenti, la loro semplice natura e l'assenza in essi di
qualsiasi significato allegorico diventarono per me indiscutibili dopo averli osservati
diverse volte durante gli «stati di sogno parziale». Capii come cominciavano, potevo
spiegare chiaramente da dove venissero e come si formassero.
Vi era soltanto un sogno che non riuscivo a spiegare. Era il sogno in cui vedevo me
stesso correre a quattro zampe, e qualche volta molto velocemente.
Sembrava essere in certi casi il più veloce, sicuro e affidabile modo di muoversi. In un
momento di pericolo, o in qualsiasi situazione difficile in generale, preferivo sempre,
nel sogno, questo modo di muoversi a qualunque altro.
Per qualche ragione non ricordo questo sogno in «stati di sogno parziale». Compresi
l'origine di questo «correre a quattro zampe» solo più tardi, mentre stavo osservando
un bambino molto piccolo che cominciava appena a camminare. Riusciva a
camminare, ma per lui ciò costituiva una grande avventura e la sua posizione eretta
sulle due gambe era ancora molto incerta, instabile e molto poco affidabile. Sembrava
che il bambino non si fidasse di sé stesso in quella posizione. Perciò, se accadeva
qualcosa di inaspettato, se si apriva una porta o si udiva un rumore dalla strada, o
persino se il gatto saltava sul sofà, si metteva immediatamente giù carponi.
Osservandolo capii che da qualche parte, nei più intimi recessi della nostra memoria,
vengono conservati ricordi di queste prime impressioni motorie e di tutte le sensazioni,
le paure e gli impulsi motori connessi. Evidentemente vi è stato un tempo in cui
impressioni nuove e inaspettate creavano in noi l'impulso di metterei carponi, cioè
assumere una posizione più salda e stabile. In uno stato di veglia tale impulso non è
sufficientemente forte, ma agisce nei sogni e crea strane immagini, che mi erano
sembrate allegoriche o contenenti un significato nascosto.
Osservazioni dello stesso bambino mi spiegarono anche una gran quantità di cose a
proposito delle scale. Quando il bambino cominciava a sentirsi abbastanza sicuro di sé
sul pavimento, le scale rappresentavano ancora per lui una grande avventura. Nello
stesso tempo, nulla lo attraeva di più delle scale. Oltretutto, gli era proibito avvicinarsi
ad esse. E naturalmente nel periodo successivo della sua vita questo bambino visse
praticamente sulle scale. In tutte le case dove si trovava le scale lo attraevano prima di
tutto. E mentre lo osservavo non avevo dubbi sul fatto che le impressioni suscitate in
lui dalle scale gli sarebbero rimaste impresse per tutta la vita, collegate con tutte le
emozioni di carattere strano, attraente e pericoloso.
Ritornando ai metodi della mia osservazione, devo sottolineare un fatto curioso, che
dimostra come i sogni si modifichino per il solo fatto di venire osservati; diverse volte
infatti ho sognato che stavo osservando i miei sogni. Il mio scopo originario era quello
di creare uno stato di coscienza nei sogni, cioè di ottenere la capacità di rendermi conto
durante il sonno del fatto di stare dormendo. Negli «stati di sogno parziale» questa
capacità era presente dall'inizio.
Come ho già detto, dormivo e non dormivo nello stesso tempo. Ma presto
cominciarono ad apparire «false osservazioni», cioè semplicemente nuovi sogni.
Ricordo una volta di aver visto me stesso in un'ampia stanza vuota senza finestre. Oltre
a me c'era nella stanza soltanto un piccolo gattino nero. «Sto sognando», dico a me
stesso. «Come posso sapere se sono veramente addormentato o no? Supponiamo di
provare in questo modo. Lasciamo che questo gattino nero si trasformi in un grosso
cane bianco. Ciò sarebbe impossibile in uno stato di veglia, quindi se una cosa del
genere accade, vorrà dire che sto dormendo». Mi dico questo e immediatamente il
gattino nero si trasforma in un grande cane bianco. Nello stesso tempo scompare la
parete di fronte a me, schiudendo un paesaggio di montagna con un fiume come un
nastro argenteo che si perde nella lontananza.
«È strano», dico a me stesso; «io non ho ordinato questo paesaggio. Da dove è venuto
fuori?». Qualche flebile ricordo comincia ad agitarsi dentro di me, il ricordo di aver
visto da qualche parte questo paesaggio, connesso in qualche modo con il cane bianco.
Ma sento che se mi lascio andare dentro questo paesaggio dimenticherò la cosa più
importante che devo ricordare, ossia che sono sveglio e cosciente di me stesso, cioè in
uno stato che ho desiderato e cercato di ottenere a lungo. Faccio uno sforzo per non
pensare al paesaggio, ma in quel momento un misterioso potere sembra trascinarmi
indietro. Volo rapidamente attraverso il muro posteriore della stanza e continuo a
volare in linea retta, sempre all'indietro e con un terribile rumore nelle orecchie.
Improvvisamente arrivo a fermarmi e mi sveglio.
La descrizione di questo volare all'indietro e del rumore che l'accompagna si può
trovarla nella letteratura occulta, dove viene assegnato qualche significato speciale a
tali manifestazioni oniriche. In realtà, esse non hanno alcun significato, sono soltanto
conseguenze di una posizione scomoda della testa o di una circolazione sanguigna
leggermente alterata.
Era in questo modo, volando all'indietro, che le persone erano solite tornare dal Sabba
delle streghe.
Parlando in generale, le false osservazioni, cioè i sogni nei sogni, devono aver giocato
una parte importante nella storia della «magia», delle trasformazioni miracolose,
eccetera.
False osservazioni come quella descritta sono avvenute diverse volte, mi sono rimaste
vivamente impresse nella memoria e mi hanno aiutato moltissimo a spiegare il
meccanismo generale del sonno e dei sogni.
Vorrei ora spendere qualche parola su questo meccanismo generale del sonno.
Prima di tutto, è necessario capire chiaramente che il sonno può essere di gradi diversi,
di differenti profondità. Possiamo essere più o meno addormentati, più o meno vicini
alla possibilità di risveglio o lontani da essa. I sogni che facciamo nel sonno profondo,
cioè quando siamo lontani dalla possibilità di risveglio, non ce li ricordiamo affatto. Le
persone che dicono di non ricordare i propri sogni dormono molto profondamente.
Quelle invece che ricordano tutti i loro sogni, o la maggior parte di essi, si
addormentano, in realtà, soltanto in parte. Si trovano sempre vicine alla possibilità di
risveglio. E quindi. poiché una certa parte del lavoro istintivo interno del nostro
organismo si svolge nel modo migliore durante il sonno profondo e non può essere
portata a termine quando un uomo è solo parzialmente addormentato, è ovvio che
l'assenza di sonno profondo indebolisce l'organismo, gli impedisce di rinnovare le sue
forze spente e di eliminare le sostanze consumate, e così via. L'organismo non riposa
sufficientemente. Ne risulta che esso non può produrre un lavoro di qualità
sufficientemente buona, si stanca più rapidamente e si ammala con maggiore facilità.
In una parola, il sonno profondo, cioè quello senza sogni. è sotto ogni aspetto più utile
del sonno con i sogni. Pertanto, gli sperimentatori che incoraggiano le persone a
ricordare i propri sogni rendono loro davvero un cattivo servizio. Meno un uomo
ricorda i propri sogni. più profondamente dorme, e meglio è per lui.
Inoltre, è necessario notare che commettiamo un grosso errore quando parliamo di
creazione di immagini mentali nel sonno.
In questo modo, noi parliamo soltanto della testa, del cervello pensante, e gli
attribuiamo la parte principale nel lavoro di creazione dei sogni come dei nostri
pensieri. Ciò è estremamente inesatto. Anche le nostre gambe pensano, in modo
diverso e indipendente dalla testa. Anche le braccia pensano: posseggono una memoria
propria, le proprie immagini mentali, le proprie associazioni.
La schiena pensa, lo stomaco pensa, ogni parte del corpo pensa in modo indipendente.
Nessuno di questi processi di pensiero raggiunge la nostra coscienza nello stato di
veglia, quando il pensare con la testa, operando principalmente con parole ed immagini
visive, domina ogni altra cosa. Ma quando la coscienza mentale si affievolisce e si
offusca nello stato di sonno, specialmente nelle forme più profonde di sonno,
immediatamente altre coscienze cominciano a parlare, e precisamente quelle dei piedi,
delle mani, delle dita, dello stomaco, degli altri organi, dei vari gruppi di muscoli.
Queste coscienze separate in noi posseggono concezioni loro proprie di molte cose e
fenomeni, per i quali a volte abbiamo anche concezioni mentali e a volte non ne
abbiamo. Questo è ciò che maggiormente ci impedisce di capire i nostri sogni.
Nel sonno le immagini mentali che appartengono alle gambe, alle braccia, al naso, alle
punte delle dita, ai vari gruppi di muscoli motori, si mescolano con le nostre ordinarie
immagini verbali e visive. Non abbiamo parole o forme per esprimere concetti di un
tipo in concetti di un altro tipo. La parte visiva e verbale del nostro apparato psichico
non può ricordare tutte queste immagini estremamente incomprensibili ed estranee. Nei
nostri sogni, comunque, tali immagini svolgono un ruolo pari a quello delle immagini
verbali e visuali, se non addirittura di importanza maggiore.
Le due seguenti riserve che faccio qui dovrebbero essere ricordate in ogni tentativo di
descrizione e classificazione dei sogni. La prima è che esistono differenti stati di sogno.
Noi possiamo cogliere soltanto i sogni che passano vicino alla superficie; appena vanno
un po' più in profondità, li perdiamo. La seconda è che per quanto possiamo cercare di
ricordare e di descrivere esattamente i nostri sogni, noi ricordiamo e descriviamo solo
i sogni della testa, cioè sogni che consistono di immagini verbali e visuali; tutto il resto,
ovvero la stragrande maggioranza dei sogni, ci sfuggirà.
A questa si deve aggiungere un'altra circostanza di grandissima importanza. Nel sonno
la stessa coscienza della testa cambia. Ciò significa che un uomo non può pensare sé
stesso nel sonno a meno che il pensiero non sia esso stesso un sogno. Un uomo non
può mai pronunciare il suo nome nel sonno.
Se pronunciavo il mio nome nel sonno, mi svegliavo immediatamente. Così capii come
noi non ci rendiamo conto come la conoscenza del proprio nome appartenga già ad un
grado di coscienza diverso da quello del sonno.
Nel sonno non siamo consapevoli della nostra esistenza, non separiamo noi stessi dal
quadro generale che si muove intorno a noi ma, per così dire, ci muoviamo con esso.
La nostra sensazione di «Io» è molto più oscurata nel sonno che nello stato di veglia.
Questo è in realtà il principale tratto psicologico che determina lo stato di sonno ed
esprimere l'intera differenza tra il sonno e lo stato di veglia.
Come ho fatto notare in precedenza, l'osservazione dei sogni mi portò molto presto alla
necessità di una classificazione. Mi convinsi che i nostri sogni differiscono
enormemente nella loro natura. La definizione generale di «sogni» ci confonde. In
realtà i sogni differiscono l'uno dall'altro tanto quanto le cose e gli eventi che
osserviamo nello stato di veglia. Sarebbe decisamente insufficiente parlare
semplicemente di «cose», includendo in tale definizione i pianeti, i giocattoli dei
bambini, i primi ministri e i dipinti del periodo paleolitico. Questo è esattamente ciò
che facciamo in relazione ai sogni. Una cosa del genere rende praticamente impossibile
la comprensione dei sogni e crea molte false teorie, perché spiegare differenti categorie
di sogni sulla base di un principio comune è altrettanto impossibile quanto il voler
spiegare i primi ministri in relazione con i dipinti del paleolitico.
Per la maggior parte i nostri sogni sono interamente accidentali, caotici, non sono
connessi con alcunché e sono privi di significato. Questi sogni dipendono da
associazioni accidentali. Non vi è una coerenza in essi, né una direzione, né un'idea.
Descriverò un sogno del genere, osservato in uno stato di sogno parziale.
Mi sto addormentando. Puntini dorati, scintille e piccole stelle appaiono e scompaiono
davanti ai miei occhi. Queste scintille e stelle gradualmente si fondono in una rete d'oro
con maglie diagonali che si muove lentamente e con regolarità in sincronia col battito
del mio cuore, che riesco a sentire piuttosto distintamente. Nel momento successivo la
rete d'oro si trasforma in file di elmi d'ottone appartenenti a soldati romani che
marciano lungo la strada sottostante.
Odo il loro passo misurato e li guardo dalla finestra di una casa elevata a Galata, a
Costantinopoli, in un'angusta viuzza che conduce al vecchio molo e al Como d'Oro con
le sue barche, i battelli a vapore e i minareti di Stamboul dietro di essi. I soldati romani
continuano a marciare a ranghi compatti lungo la viuzza. Sento il loro pesante passo
cadenzato e vedo il sole che risplende sui loro elmetti. Poi improvvisamente mi stacco
dal davanzale della finestra su cui sono disteso e nella stessa posizione reclinata
comincio a volare lentamente sopra il viottolo, sopra le case, e poi sopra il Como d'Oro
nella direzione di Stamboul. Respiro l'odore del mare, sento il vento, il sole caldo. Il
volo mi dà una sensazione meravigliosamente piacevole, e non riesco ad evitare di
aprire gli occhi.
Questo è un tipico sogno della prima categoria, quella cioè dei sogni dipendenti da
associazioni casuali. Cercare un significato in questi sogni è esattamente come predire
il futuro per mezzo dei fondi del caffè. L'intero sogno descritto mi passò davanti mentre
mi trovavo in uno «stato di sogno parziale».
Dal primo momento all'ultimo osservai come le immagini apparissero e si
trasformassero l'una nell'altra. Le scintille dorate si trasformarono in una rete con
maglie regolari. Poi la rete d'oro si trasformò negli elmetti dei soldati romani.
La pulsazione che sentivo si trasformò nella cadenza regolare del passo di marcia. La
sensazione di questa pulsazione significa il rilassamento di molti piccoli muscoli, che
produce a sua volta una lieve sensazione di capogiro. Questa lieve sensazione di
capogiro si manifestò nel momento in cui vidi i soldati, mentre stavo disteso sul
davanzale della finestra di una casa piuttosto alta e guardavo giù; e quando questo senso
di vertigine aumentò un poco, mi sollevai dalla finestra e volai sopra il golfo. Ciò
immediatamente portò con sé per associazione la sensazione del mare, del vento e del
sole, e se non mi fossi svegliato, probabilmente nel momento successivo del sogno mi
sarei trovato in alto mare, su una barca, e così via.
Sogni di questo tipo sono qualche volta notevoli per una particolare assurdità e per le
impossibili combinazioni e associazioni.
Mi ricordo un sogno, in cui per qualche ragione recitava una parte importante un gran
numero di oche. Quindi qualcuno chiede: «Ti piacerebbe vedere una papera?
sicuramente non hai mai visto una papera». E in quel momento convengo di non aver
mai visto delle papere. Un momento dopo mi portano su un cuscino di seta arancione
uno strano gattino grigio addormentato, due volte più lungo e più magro di un gatto
normale. Allora con grande interesse esamino la papera e dico di non aver mai pensato
che potesse essere così strana.
Se noi mettiamo questi sogni di cui ho appena parlato, cioè caotici o incoerenti, nella
prima categoria, nella seconda dobbiamo inserire i sogni drammatici o inventati. Di
solito queste due categorie sono mischiate, perché un elemento di invenzione e di
fantasia entra a far parte dei sogni caotici, mentre i sogni inventati contengono molte
associazioni casuali] immagini e scene che molto spesso modificano la loro direzione
originaria. I sogni della seconda categoria sono i più facili da ricordare, poiché sono
più simili ai comuni sogni a occhi aperti.
In questi sogni un uomo vede sé stesso in tutti i tipi di situazioni drammatiche. Viaggia
verso terre lontane, combatte in guerre, si salva da qualche pericolo, insegue qualcuno,
si vede circondato da una folla di persone, incontra tutti i suoi amici e conoscenti vivi
e morti, vede sé stesso in periodi differenti della sua esistenza; sebbene adulto, vede sé
stesso a scuola e così via.
Accade che alcuni sogni di questo tipo siano molto interessanti nella loro tecnica.
Contengono una quantità di materiale di osservazione, di memoria e di immaginazione
così sottile che un uomo non possiede da sveglio. Questa fu la prima cosa che mi colpì
nei sogni di questo tipo quando cominciai a capirne qualcosa.
Se nel sogno incontravo un mio amico che non vedevo da diversi anni, egli mi parlava
col suo caratteristico linguaggio, con la sua propria voce, con le sue inconfondibili
intonazioni ed inflessioni, con i suoi gesti più tipici; e naturalmente diceva cose che
soltanto lui avrebbe potuto dire.
Ogni uomo ha una sua propria maniera di esprimere sé stesso, una propria maniera di
pensare, una propria maniera di reagire a fenomeni esterni.
Nessun uomo può parlare o agire come un altro. E la prima cosa che attrasse la mia
attenzione in questi sogni fu la loro meravigliosa esattezza artistica. Lo stile di ogni
uomo veniva mantenuto fino al più piccolo dettaglio. Accadeva che certi tratti
venissero esagerati o espressi simbolicamente. Ma non vi era mai nulla di sbagliato o
di incoerente rispetto al tipo.
In sogni di tal genere mi è capitato più di una volta di vedere simultaneamente dieci o
venti persone da me conosciute in periodi diversi della mia vita, e in nessuna di loro
sono mai riuscito a notare il minimo errore o la più lieve inesattezza.
Si trattava di qualcosa di più della memoria; si poteva parlare piuttosto di creazione
artistica, poiché mi appariva chiaro che molti dettagli che avevano abbandonato la mia
memoria venivano ricostruiti, per così dire, su due piedi, e corrispondevano
completamente a ciò che avrebbe realmente dovuto esserci al loro posto.
Altri sogni di questo tipo mi sorprendevano per la loro trama apparentemente studiata
da cima a fondo e molto elaborata. Possedevano una struttura drammatica chiara e ben
congegnata a me precedentemente sconosciuta. Tutti i personaggi apparivano al
momento giusto e dicevano e facevano tutto quello che dovevano dire e fare in
conformità con l'intreccio. L'azione poteva aver luogo e svilupparsi nelle condizioni
più varie, poteva essere trasferita dalla città alla campagna, in terre a me sconosciute o
sul mare; i tipi più strani potevano entrare a far parte di questi drammi;
Mi ricordo, per esempio, un sogno, pieno di movimento, di situazioni drammatiche e
delle emozioni più varie. Se non mi sbaglio, era durante la guerra giapponese. Nel
sogno, la guerra aveva luogo nella Russia stessa. Una parte di Russia era stata occupata
dalle armate di uno strano popolo con uno strano nome che ho dimenticato. Dovevo a
tutti i costi passare attraverso le linee nemiche per alcuni affari personali estremamente
importanti. In connessione con questo, accaddero delle serie di incidenti tragici,
divertenti, melodrammatici.
Tutte queste cose avrebbero costituito uno scenario completo per una produzione
cinematografica; ogni cosa si trovava nel posto giusto, nulla era fuori tono
nell'andamento generale della commedia. C'erano scene particolari e molti tipi
interessanti. Il monaco con cui parlai in un monastero vive ancora nella mia memoria;
era completamente al di fuori della vita e di tutto ciò che gli succedeva intorno, e allo
stesso tempo era pieno di quelle cure e di quelle piccole ansietà connesse con me in
quel momento. Lo strano colonnello dell'armata nemica, con la grigia barba puntuta e
gli occhi che si aprivano e si chiudevano in modo rapido e incessante, era in tutto e per
tutto un uomo vivente e allo stesso tempo un tipo molto chiaro e definito di uomo-
macchina, la cui vita si trova divisa in diversi compartimenti con partizioni
impenetrabili. Persino il tipo della sua nazionalità immaginaria, il suono del linguaggio
da lui usato per parlare con gli altri ufficiali, tutte queste cose erano in perfetta armonia.
Il sogno era pieno di piccoli dettagli realistici. Io galoppavo attraverso le linee nemiche
su un grosso cavallo bianco, e durante una delle fermate spazzolai via con la manica
alcuni peli bianchi sul mio cappotto.
Ricordo che questo sogno mi interessò molto perché mi dimostrava chiaramente che
c'era in me un artista, talvolta molto ingenuo, talaltra molto sottile, che lavorava a
questi sogni e li creava usando del materiale che io possedevo ma che non ero in grado
di usare appieno da sveglio. Mi accorsi anche che questo artista era straordinariamente
versatile nelle sue conoscenze, capacità e talenti. Era un commediografo, un
produttore, uno scenografo e un notevole attore-impersonatore. Quest'ultima capacità
era in lui la più sorprendente di tutte.
Ciò mi colpì in modo particolare perché possedevo molto poco questa capacità da
sveglio. Non ero mai riuscito ad imitare le persone, a riprodurre le loro voci e
intonazioni, i loro gesti e i loro movimenti; non avevo mai potuto ripetere le parole e
le frasi più caratteristiche neppure delle persone a me più familiari; allo stesso modo,
mai ero stato in grado di ricostruire accenti e altre particolarità del modo di parlare.
Però potevo fare tutto questo nei sogni. La sorprendente capacità di impersonare che si
manifestava nei sogni avrebbe indubbiamente potuto essere considerata un grande
talento se io mi fossi dimostrato in grado di fame uso da sveglio. Compresi tuttavia che
una cosa del genere non capitava soltanto a me. Questa capacità di recitazione, di
drammatizzazione, di stilizzazione, di simbolizzazione risiede all'interno di ogni uomo
e si manifesta nei suoi sogni. Sogni in cui le persone vedono dei loro amici morti
colpiscono in modo così forte l'immaginazione proprio a causa di questa ragguardevole
capacità di interpretazione inerente ad essi. Tale capacità può talvolta funzionare in
stato di veglia quando un uomo è assorto in sé stesso o si separa dall'influenza
immediata della vita, e dalle associazioni abituali.
In seguito alle mie osservazioni sulle capacità di impersonare qualcuno o qualcosa nei
sogni, smisi completamente di mostrarmi sorpreso di fronte a racconti di fenomeni
spiritualistici, di voci di persone morte da lungo tempo, di «comunicazioni» e consigli
provenienti da queste persone, eccetera. Si poteva addirittura ammettere che seguendo
tali consigli le persone avessero ritrovato oggetti smarriti, fasci di lettere, vecchi
testamenti, gioielli di famiglia o tesori sepolti. Certamente per la maggior parte le storie
di questo tipo sono pure invenzioni, ma qualche volta, sebbene molto di rado, cose
simili accadono, e in tal caso sono senza dubbio basate su questa capacità di
impersonare. La capacità di impersonare è un'arte, seppur inconscia, e l'arte contiene
sempre un forte elemento «magico»; e l'elemento magico implica nuove scoperte,
nuove rivelazioni. Una vera ed esatta personificazione di un nuovo morto da lungo
tempo può essere considerata magica in questo senso. L'immagine personificata in un
caso del genere può rivelare non soltanto ciò che l'uomo che la riproduce conosce
consciamente o con il suo subcosciente, cioè senza rendersene conto, ma può
addirittura dire cose che l'uomo stesso non conosce, cose che derivano dalla natura più
profonda del suo essere, dalla natura della sua vita, cioè da qualcosa di realmente
accaduto.
Nella mia personale esperienza, non andai molto oltre la riproduzione di ciò che una
volta avevo conosciuto, sentito o visto, con aggiunte molto piccole.
Ricordo due casi che mi spiegarono molte cose in relazione sia all'origine dei sogni,
sia alla «comunicazione spiritualistica» dall'aldilà. Accaddero entrambi in un periodo
successivo a quello in cui mi ero occupato del problema dei sogni, mentre ero in
viaggio verso l'India. Mi trovavo da solo. Il mio amico S., con cui avevo
precedentemente fatto dei viaggi in Oriente e che doveva venire in India con me, era
morto un anno prima, e involontariamente, in modo particolare all'inizio del viaggio,
pensai a lui e sentii la sua mancanza.
Allora accadde due volte - una prima volta a bordo di un battello sul Mare del Nord e
la seconda in India - che io udissi distintamente la sua voce, come se si introducesse
nella mia conversazione mentale con me stesso. In entrambe le occasioni egli parlò nel
modo in cui lui soltanto poteva parlare e disse cose che lui soltanto poteva dire. D suo
stile, la sua intonazione, la sua maniera di parlare, il suo modo di comportarsi con me,
tutte queste cose le ritrovai in poche frasi.
Entrambe le volte ciò accadde in occasioni senza importanza, entrambe le volte egli
scherzò con me nella sua maniera abituale. Naturalmente non pensai neppure per un
momento che vi potesse essere alcunché di «spiritualistico» in tutto ciò; ovviamente
egli era dentro di me, nel ricordo che avevo di lui, e qualcosa dentro di me lo
riproduceva, lo «impersonava» in quei momenti.
Questo tipo di personificazione talvolta ha luogo nelle conversazioni mentali con amici
assenti, che in tali conversazioni possono dirci cose che non sappiamo, esattamente
come possono fare le persone morte.
Nel caso di persone vive, incidenti del genere vengono spiegati con telepatia; nel caso
di persone morte, invece, con la loro esistenza dopo la morte e la possibilità per loro di
entrare in comunicazione telepatica con i vivi.
Questa è la maniera in cui le cose vengono spiegate di solito nei testi spiritualistici. È
molto interessante leggere questi libri spiritualistici dal punto di vista dello studio dei
sogni.
Potrei distinguere differenti categorie di sogni nei fenomeni spiritualistici descritti:
sogni inconsci e caotici, sogni inventati, sogni drammatici e sogni di un'importante
categoria che chiamerei imitativi. Questa categoria di sogni imitativi è curiosa per molti
rispetti, perché sebbene in molti casi il materiale di tali sogni sia chiaro nello stato di
veglia. non dovremmo essere capaci di usarlo cosi abilmente come quando siamo
addormentati. Qui di nuovo «l'artista» è al lavoro. Talvolta egli è un produttore, talaltra
un traduttore, talvolta ancora un evidente plagiario che cambia a modo suo e si
attribuisce delle cose che ha letto o ascoltato.
I fenomeni di personificazione sono stati descritti anche nella letteratura che affronta
scientificamente lo studio dello spiritismo. F. Podmore nel suo libro Modem
Spiritualism (Londra 1902, Vol. II, pp. 302-303), cita un caso interessante tratto da The
Proceedin of the Society for Psychica/ Research (vol. XI, pp. 309-316).
Il signor C.H. Tout, preside del Buckland College, descrive le sue esperienze di sedute
spiritiche. Durante queste sedute alcune persone venivano afflitte da contrazioni
spasmodiche alle mani e alle braccia e da altri movimenti involontari. In tali casi lo
stesso Tout sentiva un forte impulso di imitare questi movimenti.
Nelle sedute successive in diverse occasioni egli si abbandonò ad impulsi simili per
assumere una personalità estranea. In questo modo recitò la parte di una donna morta.
la madre di un amico presente in quel momento. Egli posò il braccio intorno alle spalle
dell'amico e lo accarezzò, come sua madre avrebbe potuto fare, e la personificazione
venne riconosciuta da coloro che vi assistettero come un caso autentico di «controllo
di uno spirito».
In un'altra occasione il signor Tout, dopo aver dato vita a varie personificazioni sotto
l'influenza della musica, alla fine si sentì oppresso da una sensazione di freddezza e di
solitudine, come quella di uno spirito disincarnatosi di recente. La sua infelicità e la
sua miseria erano terribili e alcuni partecipanti alla seduta impedirono al medium di
crollare a terra. A questo punto uno di loro fece l'osservazione che ricordo d'aver udito
di nascosto: «È il padre che lo controlla», e in quel momento mi sembrò di capire chi
ero e che cosa stavo cercando. Sentivo di avere i polmoni affaticati e sarei caduto se
non mi avessero tenuto per le mani e adagiato delicatamente sul pavimento. Mentre la
mia testa affondava all'indietro nel tappeto, sperimentai un terribile dolore ai polmoni
e non riuscivo a respirare. A quelli che stavano intorno a me facevo segni di mettermi
qualcosa sotto la testa. Essi immediatamente posero sotto di me i cuscini del sofà, ma
ciò non fu sufficiente - non ero ancora stato sollevato abbastanza per respirare senza
difficoltà - e perciò aggiunsero un altro cuscino. Ricordo perfettamente di aver tirato
un sospiro di sollievo mentre affondavo di nuovo come una persona debole e malata
sopra il cuscino fresco. In certa misura ero ancora conscio delle mie azioni, ma non
dell'ambiente intorno a me, e ricordo chiaramente di essermi visto nel personaggio di
mio padre morente che giaceva nel letto e mi sembrava di essere nella camera in cui
egli morì. Era una sensazione estremamente curiosa. Vidi le sue mani rimpicciolite e
la sua faccia rattrappita e vissi di nuovo i suoi ultimi istanti prima di morire; solo ora
io ero nello stesso tempo me stesso - sia pure in maniera indistinta - e mio padre, con i
suoi sentimenti e il suo aspetto.
Ricordo un caso curioso appartenente a questa categoria di pseudo-paternità Dev'essere
accaduto circa trent'anni fa.
Mi svegliai con un chiaro ricordo di una lunga e, almeno così mi sembrava, interessante
storia che pensavo di aver scritto nei miei sogni. Me la ricordavo in ogni dettaglio, e
decisi di scriverla nel primo momento libero, in primo luogo come esemplare di sogno
«creativo», e in secondo luogo pensando che avrei potuto usare quel tema un giorno,
sebbene la storia non avesse nulla in comune con ciò che io abitualmente scrivo. Ma
circa due ore dopo, quando cominciai a scrivere la storia, notai in essa qualcosa di
molto familiare e improvvisamente, con mia grande meraviglia, mi resi conto che si
trattava di un racconto di Paul Bourget, che avevo letto non molto tempo prima. La
storia era alterata in modo strano. L'azione che nel libro di Bourget cominciava a
svolgersi in un punto, nel mio sogno iniziava dall'estremo opposto. L'azione aveva
luogo in Russia, tutti i personaggi avevano nomi russi e una nuova persona era stata
aggiunta per portare un'atmosfera tipicamente russa. Mi pento oggi di non aver scritto
allora la storia come l'avevo costruita nel mio sogno. Essa conteneva senza dubbio
molti elementi d'interesse. Prima di tutto c'era la straordinaria velocità del lavoro. In
condizioni normali, da sveglio, un tale capovolgimento di una storia di simile
lunghezza scritta da qualcun altro, trasportando l'azione in un altro paese e
aggiungendo un nuovo personaggio che appare in quasi tutte le scene, avrebbe
richiesto, secondo la mia stima, almeno una settimana di lavoro.
Durante il sonno, invece, il lavoro non aveva richiesto alcun dispendio di tempo, ma
era stato svolto semplicemente nel corso del progresso dell'azione.
Questa straordinaria velocità del lavoro mentale durante il sonno ha attratto molte volte
l'attenzione dei ricercatori, e le loro osservazioni hanno dato adito a molte deduzioni
sbagliate.
Esiste un sogno piuttosto conosciuto, molto citato ma mai pienamente compreso, che
viene descritto da Maury nel suo libro Sonno e Sogni. In esso l'autore stabilisce che un
momento è sufficiente per un sogno molto lungo.
Ero leggermente indisposto e stavo sdraiato in camera mia; mia madre si trovava vicino
al mio letto. Sto sognando i giorni del Terrore. Sono presente alle scene di massacro;
appaio di fronte al Tribunale Rivoluzionario; vedo Robespierre, Marat, Fouquier-
Tinville, tutte le figure più scellerate di questa terribile epoca; discuto con loro;
finalmente, dopo molti eventi che ricordo solo vagamente, vengo giudicato,
condannato a morte, condotto in un carro, in mezzo ad una folla enorme, fino alla
piazza della Rivoluzione; salgo il patibolo; il boia mi lega alla tavola fatale e poi lascia
cadere la lama; sento la mia testa dissezionata dal corpo; mi sveglio in preda al più
violento terrore e sento sul collo l'asta del mio letto che si è staccata improvvisamente
ed è caduta sul mio collo come la lama della ghigliottina. Ciò accadde in un istante,
come mia madre mi confermò, e tuttavia fu questa sensazione esterna che io presi come
punto di partenza del sogno.
Nel momento in cui venni colpito il ricordo della terribile macchina, il cui effetto era
stato così ben riprodotto dall'asta del baldacchino del mio letto, aveva risvegliato in me
tutte le immagini dell'epoca di cui la ghigliottina era il simbolo (3).
Maury spiegò il suo sogno con la straordinaria velocità del lavoro d'immaginazione
durante il sonno, e si capiva dalla sua spiegazione che nella decima o centesima parte
di un secondo, che era trascorsa tra il momento in cui la sbarra di ferro aveva colpito il
suo collo e il suo risveglio, egli aveva costruito l'intero sogno, che era pieno di
movimento e di effetti drammatici, e sembrava durasse per un lungo periodo di tempo.
La spiegazione di Maury, tuttavia, non è sufficiente ed è sbagliata nella sua essenza.
Essa trascura una circostanza fondamentale. In realtà il sogno durò più a lungo di
quanto Maury avesse pensato, presumibilmente diversi secondi, un periodo
sufficientemente lungo per un processo mentale; mentre a sua madre il suo risveglio
potrebbe essere apparso istantaneo o molto veloce.
Ecco ciò che accadde in realtà. La caduta dell'asta portò Maury in uno «stato di sogno
parziale». In questo «stato di sogno parziale» il sentimento principale era la paura. Egli
aveva paura di svegliarsi, paura di spiegare a sé stesso ciò che gli era accaduto. Tutto
il suo sogno è stato creato da questa domanda: che cosa mi è accaduto? Questa
suspense, l'incertezza, il graduale dissolversi della speranza sono resi molto bene nel
suo sogno come egli lo racconta.
Esiste però un tratto ancor più caratteristico nel sogno di Maury che egli non notò. Mi
riferisco al fatto che gli eventi nel suo sogno non seguirono l'ordine da lui descritto, ma
si erano succeduti dalla fine verso l'inizio.
Ciò accade spesso nei sogni inventati, ed è una delle curiose qualità dei sogni, che
possono essere state magari notate da qualche parte nella letteratura dedicata
all'argomento. Sfortunatamente l'importanza e il significato di tale qualità non sono
stati sottolineati e l'idea non è entrata nell'uso del pensiero ordinario, sebbene questa
capacità dei sogni di svilupparsi a ritroso spieghi una gran quantità di cose.
Lo sviluppo a ritroso dei sogni significa che quando ci svegliamo al momento
dell'inizio del sogno ce lo ricordiamo come se cominciasse da questo momento, cioè
nella normale successione degli eventi. La prima impressione di Maury fu: O dio, cosa
mi è successo? Risposta: Sono stato ghigliottinato. L'immaginazione immediatamente
traccia il quadro dell'esecuzione, il patibolo, la ghigliottina, il boia. Allo stesso tempo
nasce la domanda: Come può essere accaduto tutto questo? Come sono arrivato a
trovarmi sul patibolo? In risposta ecco che arrivano le immagini delle strade di Parigi,
delle folle del tempo della Rivoluzione, del carro su cui i condannati venivano condotti
al patibolo.
(3)
Le sommeil et les réves, études psychologiques sur ces phénomènes, di L. F. Alfred Maury, Parigi, Didier et Cie,
éditeurs, 1861, pp. 133-134.
Poi ancora una domanda, con la stessa angoscia che stringe il cuore e con la stessa
sensazione che qualcosa di terribile e di irreparabile sia accaduto. E in risposta a queste
domande appaiono le immagini del Tribunale, le figure di Robespierre, Marat, scene
di massacri, immagini generiche del Terrore, come spiegazione di tutto ciò che è
accaduto. In questo momento Maury si svegliò, o meglio aprì gli occhi. In realtà si era
svegliato da molto tempo, probabilmente diversi secondi prima. Ma avendo aperto gli
occhi e ricordandosi l'ultimo momento del sogno, le scene del Terrore e di massacro,
cominciò immediatamente a ricostruire il sogno nella sua testa, cominciando proprio
da quel momento. n sogno cominciò a svolgersi davanti a lui nell'ordine normale,
dall'inizio degli eventi alla fine, dalla scena nel Tribunale alla caduta della lama della
ghigliottina, o, nella realtà, alla caduta dell'asta.
In seguito, quando scrisse o raccontò il suo sogno, egli non dubitò mai per un istante
di aver sognato veramente in quell'ordine, cioè a dire, non immaginò mai la possibilità
di sognare gli eventi di un sogno in un certo ordine e di ricordarli in un altro. Un
ulteriore problema sorto di fronte a lui: in che modo un sogno così lungo e complesso
avesse potuto passare come un lampo in un momento, dal momento che egli era certo
di essersi svegliato immediatamente (in realtà egli non ricordava lo «stato di sogno
parziale»). Tale problema egli lo risolse con la straordinaria velocità dello sviluppo dei
sogni, laddove in realtà la spiegazione richiede la comprensione in primo luogo degli
«stati di sogno parziale», e in secondo luogo del fatto che i sogni si possono sviluppare
in ordine inverso, dalla fine all'inizio, e possono essere ricordati nell'ordine giusto,
dall'inizio alla fine.
Lo sviluppo dei sogni dalla fine all'inizio avviene piuttosto spesso, ma naturalmente
noi ricordiamo sempre questi sogni nell'ordine normale perché finiscono con il
momento dal quale inizierebbero nel normale sviluppo degli eventi, ma vengono
ricordati o immaginati a partire da tale momento.
Gli stati emozionali in cui ci possiamo trovare durante il sonno producono spesso sogni
molto particolari. Essi colorano in un modo o in un altro i soliti sogni mezzo caotici e
mezzo inventati, li rendono meravigliosamente vivi e reali e fanno sì che noi cerchiamo
in essi significati profondi.
Citerò qui un sogno che senza dubbio potrebbe essere interpretato spiritisticamente,
sebbene naturalmente non vi sia alcuno spiritualismo in esso (feci questo sogno quando
avevo diciassette o diciotto anni).
Sognai Lermontoff (4). Non ricordo l'immagine visiva, ma egli mi disse con una strana
voce cupa e strozzata di non essere morto quando si pensava che fosse stato ucciso.

(4)
Poeta e narratore russo, Michail Lermontov nacque a Mosca nel 1814 e fu ucciso nel corso di un duello a Pjatigorsk
nel 1841 (N.d.T.).
«Fui salvato», disse, lentamente e a bassa voce. «I miei amici avevano organizzato
tutto. Il Circasso che saltò nella fossa e grattò la terra col suo pugnale, facendo finta
che ciò fosse necessario per aiutare la bara a passare ... Faceva parte del piano. Durante
la notte scavarono per tirarmi fuori.
Me ne andai all'estero e vissi là a lungo, anche se non scrissi più nulla. Nessuno
conosceva la verità a parte le mie sorelle. In seguito morii sul serio».
Mi svegliai da questo sogno in preda ad un insolito stato di depressione.
Stavo sdraiato sul lato sinistro, il mio cuore batteva forte e io sentivo un'angoscia
inesprimibile. Questa angoscia era in realtà il motivo principale che, in connessione
con immagini accidentali e associazioni, aveva creato l'intero sogno.
Per quanto posso ricordare, la mia prima impressione di «Lermontoff» fu la voce cupa
e strozzata, piena di una particolare tristezza. Perché ripetei a me stesso che si trattava
di Lermontoff è difficile dire. È possibile che ci fosse in questo un'associazione
emozionale. Molto probabilmente la descrizione della morte e della sepoltura di
Lermontoff poteva aver provocato su di me un'impressione simile a suo tempo. II fatto
che Lermontoff dicesse di non essere morto, di essere stato sepolto vivo, accentuò
ulteriormente il tono emozionale.
Un tratto curioso di questo sogno era il tentativo di connettere il sogno con i fatti. Nella
descrizione della sepoltura di Lermontoff riportata su alcune biografie viene affermato,
sulla base dei resoconti di alcuni testimoni oculari, che la bara non riusciva a passare
nella cavità a lato della fossa e che un montanaro saltò giù e grattò la terra col suo
pugnale. Nel mio sogno qualcosa era connesso con questo incidente. Poi c'erano le
«sorelle di Lermontoff», le quali soltanto sapevano che egli era vivo. Anche nel sogno
pensavo che egli dicesse «sorelle» per intendere «cugine», come se per una ragione o
per un'altra non volesse parlare chiaramente. Tutto ciò derivava dal motivo principale
del sogno, una sensazione di depressione e di mistero.
Non c'è dubbio che questo sogno sarebbe stato interpretato in senso spiritistico dagli
spiritisti. Parlando in generale, lo studio dei sogni è Io studio dello «spiritismo», perché
lo «spiritismo» trae tutti i suoi contenuti dai sogni. E come ho sottolineato in
precedenza, la letteratura spiritistica mi ha fornito materiali molto interessanti per la
spiegazione dei sogni.
A parte questo, la letteratura spiritistica crea indubbiamente intere serie di sogni
«spiritistici», proprio come il cinematografo o le storie di detectives senza dubbio
giocano una parte importante nella creazione dei sogni.
I moderni tentativi di investigazione dei sogni di regola tengono pochissimo in
considerazione il carattere delle letture di un uomo, e ancora meno i suoi svaghi
preferiti come il teatro, il cinema, le corse di cavalli, eccetera, mentre invece è proprio
da queste fonti che deriva il materiale più rilevante dei sogni, specialmente nel caso di
persone la cui vita di tutti i giorni contiene molte impressioni di questo tipo. Sono le
letture e i fatti spettacolari che vediamo a creare i sogni allegorici, quelli simbolici e
altri simili. Il ruolo svolto dagli annunci e dai cartelloni pubblicitari è ugualmente
sottovalutato.
La costruzione di immagini visive qualche volta è molto strana nei sogni.
Ho già menzionato il fatto che vengono costruite principalmente per mezzo di
associazioni di impressioni e non di associazioni di fatti. E, per esempio, nelle
immagini visive persone completamente diverse, con le quali noi entriamo in contatto
in periodi totalmente differenti delle nostre vite, spesso si fondono e si uniscono in una
sola persona.
Una giovane ragazza, una prigioniera politica che trascorse un lungo periodo di tempo
nella prigione Boutirsky di Mosca (dal 1906 al 1908), mi disse una volta durante una
delle mie visite, da dietro due file di sbarre, che nei suoi sogni le impressioni della
prigione si mischiavano completamente con le impressioni dell'«Istituto» (5) che lei
aveva lasciato solo sei anni prima. Nei suoi sogni i carcerieri si confondevano con le
«compagne di classe» e con le «ispettrici». Mandati di comparizione di fronte al
pubblico ministero e controinterrogatori erano lezioni, l'imminente processo era
l'esame finale, e ogni cosa veniva similmente confusa.
In questo caso il legame era senza dubbio la similarità di esperienze emozionali, la
noia, la continua coercizione e la generale assurdità di tutti gli ambienti.
Un altro sogno è rimasto nella mia memoria, questa volta uno divertente, in cui era
manifesto il principio della personificazione di idee opposte a quella descritta.
Molto tempo fa, quando ero piuttosto giovane, avevo un amico a Mosca che accettò
una situazione lavorativa nel sud della Russia e andò lì. Ricordo di averlo
accompagnato alla stazione ferroviaria di Kursk.
Circa dieci anni dopo lo vidi nel mio sogno. Eravamo seduti ad un tavolo del ristorante
della stazione bevendo birra esattamente come avevamo fatto quando lo avevo
accompagnato per salutarlo. Ma eravamo in tre: io, il mio amico come lo ricordavo, e
il mio amico come probabilmente doveva essere diventato in qualche parte della mia
immagine mentale di lui, un robusto uomo di mezza età molto più vecchio di quanto
egli avrebbe potuto essere in realtà, vestito con un cappotto col bavero di pelliccia, che
si muoveva con movimenti lenti e sicuri. Come accade di solito nei sogni, questa
combinazione non mi sorprese minimamente, e io la presi come se fosse la cosa più
normale del mondo.
(5)
Una scuola statale privilegiata per le ragazze, di un tipo stabilito in Russia nel XIII secolo sul modello dei conventi
francesi.
Ho menzionato finora diverse categorie di sogni, che non coprono però in alcun modo
tutte le categorie possibili ed esistenti. Una delle ragioni dell'interpretazione sbagliata
dei sogni è la comprensione inadeguata delle categorie e una divisione erronea dei
sogni.
Ho già sottolineato che i sogni differiscono tra di loro non meno dei fenomeni del
mondo reale. Tutti gli esempi dati finora si riferiscono a sogni «semplici», cioè a sogni
che si compiono sullo stesso livello della nostra vita ordinaria, del nostro modo di
pensare e di sentire nello stato di veglia. Ma esistono altre categorie di sogni. Questi
sogni si originano dai più intimi recessi della vita e si sollevano molto più in alto del
livello comune della nostra comprensione e della nostra percezione delle cose. Questi
sogni possono svelare una grande quantità di cose che ci rimangono sconosciute sul
livello ordinario di vita, mostrandoci, per esempio, il futuro, o i pensieri e i sentimenti
di altre persone, oppure eventi a noi sconosciuti o molto lontani da noi. Essi possono
svelarci persino i misteri dell'essere, mostrarci le leggi che governano la vita, portarci
in contatto con forze più alte. Capita molto di rado di fare sogni di questo tipo, e uno
degli errori principali che si fa nel modo usuale di trattare i sogni è proprio quello di
considerare questi sogni molto più frequenti di quanto essi siano in realtà. I loro
principi e le loro idee mi divennero comprensibili solo dopo gli esperimenti che
descriverò nel prossimo capitolo.
Dev'essere ben compreso che tutto quello che si può trovare in materia di sogni nella
letteratura psicologica si riferisce ai sogni «semplici». La confusione di idee a
proposito di questi sogni dipende in buona parte, oltre che dalla classificazione errata
dei sogni stessi, dalla definizione sbagliata del materiale di cui sono fatti i sogni. Si
ritiene che i sogni siano composti di materiale nuovo, dello stesso materiale che va a
creare i pensieri, i sentimenti e le emozioni della nostra vita da svegli. Questa è la
ragione per cui i sogni nei quali un uomo compie azioni o sperimenta emozioni, che
non avrebbe potuto compiere o sperimentare da sveglio, fanno sorgere tali moltitudini
di domande. Gli interpreti dei sogni prendono tutto ciò piuttosto seriamente e creano
la loro propria immagine dell'anima di un uomo sulla base di queste caratteristiche.
Tutto ciò è naturalmente sbagliato.
Con l'eccezione di sogni come quelli descritti all'inizio, come il sogno della «palude»
o «cecità», che sono creati da sensazioni ricevute durante il sonno, il materiale
principale che va a formare i sogni è l'immondizia della nostra vita psichica.
L'errore più grave è quello di pensare che i sogni ordinari possano rivelarci come siamo
nelle profondità sconosciute della nostra natura. I sogni non possono renderei questo
servizio; essi raffigurano o ciò che è stato ed è passato, oppure, ancor più spesso, ciò
che non è stato e non poteva essere. I sogni sono sempre una caricatura, un'esagerazione
comica, ma un'esagerazione che nella maggior parte dei casi si riferisce ad un qualche
momento inesistente nel passato o ad una situazione inesistente nel presente.
La domanda è: quali sono i sogni che creano questa caricatura? Perché i sogni
contraddicono la realtà? E qui ci incontriamo con un principio che, sebbene non
pienamente compreso, nondimeno è stato notato nella letteratura «psicoanalitica». Si
tratta del principio della «compensazione». Ma la parola stessa è infelice e crea
probabilmente associazioni infelici, ragion per cui il principio in questione non è stato
mai compreso appieno, ma al contrario ha fatto sorgere teorie completamente sbagliate.
Questa idea di «compensazione» è stata connessa con l'idea di insoddisfazione.
L'azione del principio è stata capita nel senso che un uomo il quale sia insoddisfatto di
qualcosa nella vita in relazione a sé stesso o agli altri, compensa questa sua
insoddisfazione nei sogni. Un uomo debole, infelice, codardo vede sé stesso
coraggioso, forte, in grado di ottenere qualsiasi cosa desideri. Un amico che soffre di
un male incurabile nei sogni lo vediamo guarito, pieno di forza e di speranza.
Similmente, persone che hanno sofferto di una lunga malattia e sono morte in
condizioni dolorose ci appaiono nei sogni guarite, felici e contente. In questo caso
l'interpretazione è molto vicina alla verità, ciò nondimeno è una verità a metà.
In realtà il principio è molto più ampio, e il materiale dei sogni è creato non sul
principio di compensazione preso in un semplice senso psicologico, ma sulla base di
ciò che io chiamerei il principio dei toni complementari, assolutamente senza relazione
alcuna con la nostra percezione emozionale di questi toni. Il principio in questione è
molto semplice. Se guardiamo per un po' di tempo un punto rosso e poi fissiamo lo
sguardo su un muro bianco, vedremo un punto verde. Così se guardiamo un punto verde
e poi distogliamo lo sguardo vedremo un punto rosso. Esattamente la stessa cosa accade
nei sogni. Non esiste per noi alcuna morale dei sogni, poiché per ciò che è buono o
cattivo la nostra vita è controllata da diverse regole morali. In ogni momento della
nostra vita siamo circondati da divieti e perciò questi divieti non esistono nei sogni.
Non esiste per noi nulla di straordinario nei sogni, perché nella vita ci stupiamo per
ogni nuova o inusuale combinazione di circostanze. Non esiste per noi alcuna legge di
consecuzione dei fenomeni nei sogni, perché questa legge governa ogni cosa nella vita,
e così via.
Il principio dei toni complementari svolge il ruolo principale nei nostri sogni, tanto in
quelli che ricordiamo quanto in quelli che non ricordiamo; e senza tener presente
questo principio è impossibile spiegare una serie di sogni in cui facciamo e
apparentemente sentiamo cose che non facciamo e non sentiamo mai nella vita.
Moltissime cose accadono nei sogni soltanto perché non accadono mai e non possono
mai accadere nella vita. I sogni sono molto spesso il negativo in relazione al positivo
della vita. Ma nuovamente è opportuno ricordare che ciò si riferisce solo ai dettagli. La
composizione dei sogni non è il semplice opposto della vita, ma un «opposto»
rovesciato più volte e in più sensi. Perciò i tentativi di ricostruire dai sogni le cause
nascoste dei sogni sono piuttosto privi di utilità, e non ha senso supporre che le cause
nascoste dei sogni siano i motivi nascosti della vita nello stato di veglia.
Mi rimangono da fare alcune osservazioni a proposito delle conclusioni che sono
risultate dai miei tentativi di studiare i sogni. Più osservavo i sogni e più si ampliava il
campo delle mie osservazioni. All'inizio pensavo che si potesse sognare solo in un
momento definito del sonno, quello vicino al risveglio. In seguito mi convinsi che noi
facciamo sogni continuamente, dal momento in cui ci addormentiamo fino a quando ci
svegliamo, ma ricordiamo solo i sogni che facciamo in prossimità del risveglio. Poi mi
resi conto che noi sogniamo continuamente, sia durante il sonno, sia nello stato di
veglia. Non smettiamo mai di sognare, anche se non ne siamo consapevoli.
Come risultato di quest'ultima osservazione, arrivai alla conclusione che i sogni
possono essere osservati nello stato di veglia. Non è affatto necessario essere
addormentati per osservare i sogni. I sogni non si fermano mai. Non ci accorgiamo di
loro nello stato di veglia, in mezzo allo scorrere incessante di sensazioni visuali,
auditive e di altro tipo, per la stessa ragione per cui non vediamo le stelle nel cielo
illuminato dalla luce del sole. Ma proprio come possiamo vedere le stelle dal fondo di
un pozzo profondo, allo stesso modo possiamo vedere i sogni che continuano a scorrere
dentro di noi, se, anche per un breve periodo di tempo, ci isoliamo accidentalmente o
intenzionalmente dall'afflusso di impressioni esterne. Non è facile spiegare come ciò
debba essere fatto. Il concentrarsi su un'idea può produrre questo isolamento. È
necessario un arresto della corrente di pensieri abituali e immagini mentali. È
necessario raggiungere per un breve periodo uno stato di «coscienza senza pensiero».
Quando si arriva a questo stato di coscienza le immagini dei sogni cominciano
lentamente a emergere attraverso le sensazioni abituali, e con stupore ci si può vedere
circondati da uno strano mondo di ombre, umori, conversazioni, suoni, immagini.
Si può capire allora come questo mondo sia sempre dentro di noi e non scompaia mai.
Si arriva dunque ad una conclusione chiara per quanto in qualche modo inaspettata: il
sonno e la veglia non sono due stati che si susseguono uno dietro l'altro. Le stesse
denominazioni non sono corrette. I due stati non si possono chiamare sonno e veglia,
ma piuttosto sonno e sonno più veglia. Ciò significa che quando siamo svegli il sonno
non scompare, ma si aggiunge allo stato di veglia, che smorza le voci dei sogni e ne
rende invisibili le immagini.
L'osservazione dei «sogni» nello stato di veglia presenta difficoltà molto minori che
l'osservazione nel sonno e, in più, l'osservazione in questo caso non cambia il carattere
dei sogni e non ne crea di nuovi.
Dopo qualche esperienza, persino l'arresto dei pensieri, la creazione di uno stato di
coscienza senza pensieri, diviene superfluo. I sogni sono sempre li.
È sufficiente dividere l'attenzione e ci si può accorgere di come nei pensieri abituali
della giornata, nelle conversazioni usuali, entrino pensieri, parole, figure, volti, scene,
provenienti o dal passato, dall'infanzia, dagli anni della scuola, da viaggi, oppure da
ciò che si è letto o sentito in qualche occasione, oppure ancora da cose che non sono
mai accadute ma che un giorno abbiamo pensato o ne abbiamo parlato.
Ai sogni osservabili solo durante lo stato di veglia appartiene (nel mio caso) la strana
sensazione nota a molti e descritta molte volte, sebbene mai completamente spiegata -
la sensazione che qualcosa sia già accaduto.
Improvvisamente in qualche nuova combinazione di circostanze, in mezzo a persone
nuove, in un posto nuovo, un uomo si ferma e si guarda intorno con stupore - tutto
questo è già accaduto! Ma quando? Egli non sa rispondere a questa domanda. Più tardi
dice a sé stesso che potrebbe non essere come gli era sembrato, egli non è mai stato qui
o nei paraggi, non ha mai visto queste persone.
Accade che talvolta sensazioni di questo genere siano persistenti e lunghe, talaltra
molto rapide e sfuggenti. Le più interessanti capitano con i bambini.
Una realizzazione chiara del fatto che qualcosa sia già accaduta talvolta è assente in
queste sensazioni. Qualche volta però accade che, senza alcuna causa visibile o
spiegabile, un oggetto in particolare, un libro, un giocattolo, un vestito, un volto, una
casa, un paesaggio, un suono, un motivo, una poesia, un odore, colpisca
l'immaginazione come qualcosa di familiare, ben conosciuto, toccando le corde più
nascoste dei nostri sentimenti, ed evochi una serie di associazioni vaghe e fugaci e
rimanga nella nostra memoria per tutta la vita.
Nel mio caso tali sensazioni (accompagnate dall'idea chiara e distinta che ciò che
sperimentavo fosse già accaduto, che lo avessi già visto) cominciarono quando avevo
circa sei anni. Dopo gli undici anni esse divennero molto più rare. Una di queste
sensazioni, straordinaria per vividezza e persistenza, mi si presentò quanto avevo
diciannove anni.
Le stesse sensazioni, ma senza un sentimento di ripetizione chiaramente pronunciato,
cominciarono ancora prima, fin dalla prima infanzia, e rimasero particolarmente vivide
negli anni in cui apparirono le sensazioni di ripetizione, cioè dai sei agli undici anni;
tornarono anche più avanti negli anni di tanto in tanto, in condizioni varie.
Di solito quando queste sensazioni vengono trattate nella letteratura psicologica, si
prendono in esame soltanto quelle del primo tipo, cioè le sensazioni con un'idea di
sensazione chiaramente pronunciata.
Secondo le teorie psicologiche, sensazioni di questo tipo sono prodotte da due cause.
In primo luogo, esse dipendono dai momenti in cui la coscienza improvvisamente
scompare per un momento quasi impercettibile e poi torna di nuovo. In questo caso la
situazione in cui ci si trova sembra essersi verificata in passato, forse in un tempo molto
lontano e sconosciuto. I «vuoti» di coscienza in sé stessi vengono spiegati per mezzo
della possibilità che la stessa funzione psichica sia svolta da parti diverse dell'apparato
intellettuale. Come risultato di ciò, quando una funzione si ferma accidentalmente in
una parte, essa viene immediatamente ripresa e continuata in un'altra parte, in tal modo
producendo l'impressione che la stessa situazione si sia già verificata in precedenza. In
secondo luogo, la stessa sensazione può essere prodotta da una somiglianza associativa
tra esperienze totalmente differenti, quando una pietra, un albero o un qualsiasi altro
oggetto possono ricordarci qualcuno che conoscevamo molto bene, o qualche luogo,
oppure un particolare incidente nella nostra vita. Ciò accade per esempio quando la
forma di una pietra ci ricorda qualche tratto caratteristico di un uomo o di un altro
oggetto: anche questo fatto può dare la sensazione che qualcosa sia già accaduto.
Nessuna di queste due teorie spiega la ragione per cui nella maggior parte dei casi la
sensazione di dejà vu si presenta principalmente nei bambini e tende quasi sempre a
scomparire più tardi. Al contrario, secondo queste teorie, le sensazioni descritte
dovrebbero aumentare con l'età.
Entrambe le teorie appena esposte sono lacunose perché non spiegano tutti i fatti
esistenti della sensazione di ripetizione. Osservazioni più precise mostrano tre
categorie di tali sensazioni. Le prime due categorie vengono spiegate (sebbene non
completamente) dalle teorie psicologiche di cui sopra. La particolarità di queste due
categorie consiste nel fatto che esse di solito si verificano in stati di coscienza
parzialmente oscurata, quasi in uno stato di sogno parziale, anche se il soggetto stesso
può non rendersene conto.
La terza categoria di sensazioni di dejà vu è piuttosto diversa dalle due precedenti, e la
sua peculiarità è che le sensazioni di ripetizione sono connesse in questi casi con uno
stato di veglia molto chiaro e con una intensa sensazione di sé.
Parlerò di queste sensazioni e del loro significato in altro luogo (6).
Parlando dello studio dei sogni è impossibile sorvolare su un altro fenomeno che è
direttamente connesso con tale studio ed, è rimasto inspiegato fino ad oggi, a dispetto
della possibilità di fare degli esperimenti con esso.
Mi riferisco all'ipnotismo. La natura dell'ipnotismo, ovvero le sue cause, ed altresì le
forze e le leggi che lo rendono possibile, rimangono sconosciute. Tutto ciò che si può
fare è stabilire le condizioni in cui possono verificarsi fenomeni di ipnotismo, e i
possibili limiti, i risultati e le conseguenze di tali fenomeni.

(6)
Capitolo XI, p. 426.
In questo caso è necessario notare che il pubblico dei lettori comuni ha attaccato alla
parola ipnotismo un tal numero di concezioni sbagliate che prima di parlare di ciò che
è possibile definire ipnotismo bisogna chiarire che cosa è impossibile.
L'ipnotismo nel significato popolare e fantastico della parola e l'ipnotismo nel senso
scientifico o reale rappresentano due idee completamente differenti.
Nel significato reale il contenuto di tutti i fatti uniti sotto la denominazione generale di
ipnotismo è molto limitato.
Soggetto a speciali tipi di trattamento, un uomo può essere portato ad uno stato
particolare, chiamato lo stato ipnotico. Sebbene esista una scuola la quale asserisce che
qualsiasi uomo può essere ipnotizzato in qualsiasi momento, i fatti contrastano questa
affermazione. Per farsi ipnotizzare, per cadere in uno stato ipnotico, un uomo
dev'essere perfettamente passivo, cioè deve essere consapevole del fatto di venire
ipnotizzato e non fare resistenza. Se non è consapevole, il corso ordinario dei pensieri
e delle azioni è sufficiente per proteggerlo dalla possibilità di un'azione ipnotica. I
bambini, gli ubriachi, i pazzi non si sottomettono all'ipnosi, o vi si sottomettono in
modo precario.
Esistono molte forme e gradazioni dello stato ipnotico, che possono essere create con
vari metodi. Toccamenti e carezze di un certo tipo, che provocano il rilassamento dei
muscoli, uno sguardo fisso negli occhi, un balenare di specchi, impressioni improvvise,
un forte grido, una musica monotona: sono tutti mezzi per ipnotizzare. Oltre a questi
vengono usati anche dei narcotici, benché l'uso di narcotici nell'ipnosi sia stato ·
studiato molto poco, ed è difficile trovare descrizioni del loro uso persino nella
letteratura specializzata sull'argomento. In ogni caso, i narcotici vengono usati molto
più spesso di quanto si pensi, e per due motivi: per l'indebolimento della resistenza
all'azione ipnotica e per il rafforzamento della capacità di ipnotizzare. Ci sono dei
narcotici che agiscono in modo diverso su persone diverse, mentre ce ne sono altri che
hanno un'azione più o meno uniforme. Quasi tutti gli ipnotizzatori professionisti
utilizzano la morfina o la cocaina per essere in condizioni di ipnotizzare. Differenti
narcotici vengono usati anche per la persona ipnotizzata; una piccola dose di
cloroformio accresce di molto la capacità di un uomo di sottomettersi all'ipnosi.
Che cosa accade realmente in un uomo che viene ipnotizzato e per mezzo di quale forza
un altro uomo lo ipnotizza, sono domande alle quali la scienza non può trovare risposta.
Tutto ciò che sappiamo fino ad oggi ci dà la possibilità di stabilire solo la forma esterna
dello stato ipnotico e i suoi risultati. Lo stato ipnotico comincia con un semplice
indebolimento della volontà. n controllo della coscienza ordinaria e la logica ordinaria
si indeboliscono. Ma non scompaiono mai completamente. Con un'azione esperta, lo
stato ipnotico può essere intensificato. In questo modo l'uomo può passare in uno stato
di tipo particolare; l'aspetto esterno di questo stato è caratterizzato dalla sua
somiglianza col sonno (negli stati profondi appaiono perdita di coscienza e persino
insensibilità), mentre l'aspetto interno presenta un aumento della suggestionabilità. Lo
stato ipnotico può quindi essere definito come lo stato di massima suggestionabilità.
L'ipnosi di per sé non comporta alcuna suggestione, ed è impossibile senza alcuna
suggestione, particolarmente se vengono usati mezzi puramente meccanici, come
specchi, eccetera. La suggestione però può giocare una certa parte nella creazione dello
stato ipnotico, in particolare nella ipnosi ripetuta. Questo fatto, come in generale la
confusione di idee per quanto riguarda i possibili limiti dell'azione ipnotica, rende
molto difficile per i non specialisti (come del resto per molti specialisti) distinguere
l'ipnosi dalla suggestione.
Nella realtà si tratta di due fenomeni totalmente distinti. L'ipnosi è possibile senza la
suggestione, così come la suggestione è possibile senza l'ipnosi.
Se però la suggestione, qualunque sia, ha luogo quando il soggetto si trova in uno stato
ipnotico, essa darà risultati notevolmente maggiori. Non c'è nessuna resistenza, o quasi
nessuna. Un uomo sotto ipnosi può essere indotto a fare cose che gli sembrano una
totale assurdità, ma solo cose che non hanno seria importanza. È ugualmente possibile
suggerire a un uomo qualcosa per il futuro (suggestione post-ipnotica), cioè è possibile
ordinare qualche azione, pensiero o sentimento per un momento determinato, per il
giorno seguente o più tardi.
Quindi l'uomo può essere svegliato. Non ricorderà nulla. Ma al momento prefissato,
puntuale come il meccanismo di un orologio, egli farà o almeno tenterà di fare ciò che
gli è stato «suggerito». Ma fino a un certo punto. È impossibile far fare ad un uomo
ipnotizzato o sotto l'effetto della suggestione post-ipnotica qualcosa che andrebbe
contro la sua natura, i suoi gusti, le sue abitudini, la sua educazione, le sue convinzioni
o anche semplicemente le sue azioni ordinarie; è impossibile fargli fare qualcosa che
provocherebbe in lui un conflitto interno.
Se un tale conflitto comincia, l'uomo non fa ciò che gli è stato suggerito. n successo
della suggestione sotto ipnosi o della suggestione post-ipnotica consiste esattamente
nel suggerire ad un uomo una serie di azioni indifferenti che non provochino in lui
alcun conflitto. Supposizioni come quelle che un uomo sotto ipnosi possa essere
portato a conoscere qualcosa che non conosceva nello stato normale e che
l'ipnotizzatore non sa, o che un uomo sotto ipnosi possa mostrare una capacità di
«chiaroveggenza», cioè di conoscere il futuro o di vedere eventi a distanza, non sono
confermate da alcun fatto. Al tempo stesso esistono molti casi conosciuti di suggestione
inconscia dell'ipnotizzatore e di una certa capacità di leggere i pensieri di quest'ultimo
da parte della persona ipnotizzata.
Tutto ciò che ha luogo nella mente dell'ipnotizzatore, cioè le associazioni semi-consce,
l'immaginazione e l'anticipazione di quanto secondo lui deve accadere, può essere
trasferito alla persona da lui ipnotizzata. È impossibile stabilire come avvenga questo
transfert, ma si tratta di un fatto molto facile da provare se ciò che sa l'uno viene
paragonato con quello che sa l'altro.
A questa categoria sono collegati i fenomeni del cosiddetto «medianismo».
Esiste un libro molto curioso di un autore francese, de Rochas, il quale descrive
esperimenti con persone che egli ipnotizzò e a cui fece «ricordare» le loro precedenti
«incarnazioni» sulla terra. Leggendo questo libro, mi sono stupito molte volte che
l'autore potesse rendersi conto del fatto che egli stesso fosse il creatore di tutte queste
«incarnazioni», anticipando ciò che il soggetto avrebbe detto e in tal modo
suggerendogli cosa dire.
Questo libro fornisce materiale molto interessante per capire il processo di formazione
dei sogni. Potrebbe anche aver fornito del materiale ancora più importante per lo studio
dei metodi e delle forme della suggestione inconscia attraverso il transfert.
Sfortunatamente però, l'autore, nella sua caccia alle fantastiche «rimembranze» di
incarnazioni, non ha scorto ciò che c'era di veramente valido nei suoi esperimenti e non
ha notato molti piccoli dettagli e particolari che gli avrebbero dato la possibilità di
ricostruire i processi di suggestione e di trasferimento del pensiero.
L'ipnotismo viene applicato in medicina come mezzo per agire sulla natura emozionale
di un uomo; per la lotta attraverso la suggestione contro gli umori depressi e
malinconici, contro le paure morbose e le tendenze e le abitudini poso salutari. Ed in
quei casi in cui le manifestazioni patologiche da cause fisiche profondamente radicate,
l'uso dell'ipnotismo dà risultati favorevoli. Comunque, riguardo a tali risultati, le
opinioni degli specialisti differiscono, e molti sostengono che l'uso dell'ipnotismo dà
soltanto dei risultati utili di breve durata con una reazione molto forte nella direzione
dell'incremento di tendenze indesiderabili, oppure, in presenza di risultati
apparentemente favorevoli, dà anche risultati negativi concomitanti, indebolisce la
volontà e la capacità di resistenza alle influenze indesiderabili e rende un uomo persino
meno stabile di quanto già non fosse.
In generale l'ipnotismo, in quei casi in cui la natura psichica del paziente è l'oggetto
dell'azione, rimane sul livello di un'operazione seria, e sfortunatamente viene applicato
spesso senza basi sufficienti e senza una sufficiente comprensione delle conseguenze
del suo uso.
Esiste un'altra sfera in cui l'ipnotismo potrebbe venire applicato in medicina senza
alcun rischio, e precisamente la sfera dell'azione diretta (cioè non attraverso la
mediazione della natura psichica del paziente) sui centri nervosi, sui tessuti, sugli
organi interni e sui processi interni in generale. Sfortunatamente, però, questa sfera è
stata studiata molto poco fino ad oggi.
Come abbiamo visto, i limiti della possibile influenza su un uomo allo scopo di portarlo
in uno stato ipnotico, come pure i limiti della possibile azione su un uomo che si trovi
in uno stato ipnotico, sono molto ben conosciuti e non contengono nulla di enigmatico.
Il rafforzamento dell'influenza è possibile solo sulla natura fisica dell'uomo considerata
a parte dal suo apparato psichico. Ma è proprio in questa direzione che l'attenzione è
stata rivolta meno. Al contrario, le concezioni correnti dell'ipnotismo ammettono
possibilità di azione sulla natura psichica dell'uomo molto più grandi di quante ne
esistano nella realtà dei fatti.
Esistono, per esempio, moltissime storie sull'ipnosi di massa. ma tutte queste storie, a
dispetto della loro ampia circolazione, sono pure invenzioni, e ancora più spesso si
tratta di ripetizioni di storie simili già esistenti.
Nel 1913 e nel 1914 cercai di trovare in India e a Ceylon esempi di ipnosi di massa,
con cui, secondo le descrizioni dei viaggiatori, vengono accompagnati gli spettacoli
dei prestigiatori indiani o dei «fachiri» e alcune cerimonie religiose. Ma non sono
riuscito a vedere nulla di significativo. Per la maggior parte gli spettacoli, come, per
esempio, quello di far crescere una pianta dal seme («il trucco del mango»), erano
semplici trucchi. Per quanto riguarda poi il «trucco della corda» così spesso descritto,
in cui una corda viene lanciata «in alto verso il cielo» e un ragazzo ci si arrampica
sopra, esso ovviamente non è mai esistito, perché non soltanto non sono mai riuscito a
vedere una cosa del genere io stesso, ma non ho neppure mai trovato un solo uomo
(europeo) che abbia assistito a un simile spettacolo; tutti lo conoscevano per sentito
dire.
Qualche Indù istruito mi ha detto di aver assistito al «trucco della corda», ma io non
posso accettare le loro affermazioni come credibili perché, a parte la fertile
immaginazione, ho notato in loro una strana riluttanza a deludere la gente che va in
India in cerca di miracoli.
Venni a sapere più tardi che durante i viaggi in India del Principe di Galles (nel 1921
e nel 1922) si cercò il «trucco della corda» apposta per lui, ma non lo si poté trovare.
Allo stesso modo si andò alla ricerca del «trucco della corda» per l'esposizione di
Wembley del 1924, ma non fu trovato nulla.
Un uomo che conosceva l'India molto bene mi disse una volta che l'unica cosa da lui
vista che somigliasse al «trucco della corda» erano i giochetti di un prestigiatore indù
con un sottile cerchio di legno all'estremità di una lunga canna di bambù. n prestigiatore
faceva scorrere il cerchio su e giù per la canna.
Può darsi che sia stata questa esibizione a dare inizio alla leggenda.
Nel secondo e terzo numero della Revue Metapsychique (Mars-Avril, Mai-Juin) per
l'anno 1928 c'è un articolo (di M.C. de Vesme) intitolato «La légende de l'hallucination
collective à propos du tour de la corde pendue au ciel».
In esso, l'autore fa un esame molto interessante della storia del «trucco della corda»,
citando descrizioni di testimoni oculari, storie raccontate da persone che hanno solo
sentito parlare di questo «trucco», e la storia dei tentativi fatti per stabilire la reale
esistenza del trucco in questione. Sfortunatamente, comunque, pur negando il miracolo,
lo stesso autore dell'articolo si lancia in alcune affermazioni ingenue. Per esempio, egli
riconosce la possibilità di una «diavoleria meccanica nascosta dentro la corda», che
permette alla corda di stare eretta in modo da permettere a un ragazzo di arrampicarvisi.
Più avanti nell'articolo, egli parla di una fotografia del «trucco della corda», in cui è
possibile distinguere un bambù all'interno della corda.
In realtà, se fosse possibile un congegno meccanico all'interno della corda, esso sarebbe
ancora più miracoloso del «trucco della corda» come viene solitamente descritto.
Dubito che persino la tecnica