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Giorgio

Nardone, allievo di Paul Watzlawick, ha alle spalle trent’anni di attività


terapeutica e decine di migliaia di casi trattati con successo. Ha fondato e dirige
il Centro di Terapia Strategica di Arezzo che ha affiliati in tutto il mondo. Tra i
suoi libri ricordiamo: Correggimi se sbaglio, Il dialogo strategico, Cavalcare la
propria tigre, La nobile arte della persuasione, Oltre sé stessi, Emozioni.
Istruzioni per l’uso, e i recenti La solitudine e Pragmatica della comunicazione
digitale, tutti pubblicati da Ponte alle Grazie.

Federica Cagnoni, psicologa e psicoterapeuta, è ricercatore associato presso il


Centro di Terapia Strategica di Arezzo diretto da Giorgio Nardone, e docente
della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica. Ha pubblicato
con Ponte alle Grazie, Perversioni in rete e Cambiare il passato. Da anni
insegna in master clinici all’Italia e all’estero. Vive e lavora tra Carpi e Torino.

Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta, è ricercatore associato presso il


Centro di Terapia Strategica di Arezzo, diretto da Giorgio Nardone, e docente
della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica. È responsabile
organizzativo del Master in Comunicazione strategica, Coaching, Problem
Solving e Scienza della Performance di Milano, dove vive e lavora. È autrice di
numerose pubblicazioni per Ponte alle Grazie, la più recente delle quali è
L'ingannevole paura di non essere all'altezza.
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In copertina: illustrazione di Lorenzo Mattotti


Progetto grafico: / theWorldofDOT
Realizzazione editoriale: Alessio Scordamaglia

Ponte alle Grazie è un marchio


di Adriano Salani Editore s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

© 2021 Adriano Salani Editore s.u.r.l. – Milano

ISBN 978-88-3331-756-4

Prima edizione digitale: giugno 2021


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Capitolo 1
Esperienze che feriscono: uno sguardo evolutivo

L’esperienza è un gioiello e deve essere così,


perché viene spesso comprata ad un prezzo infinito.
William Shakespeare

Agata ha tredici anni, frequenta la terza media e forse troppo precocemente ha


iniziato a utilizzare lo smartphone. Le è stato regalato per la promozione e, come
tutte le adolescenti, lo utilizza soprattutto per socializzare. Un giorno Agata
riceve da una compagna di classe lo screenshot di una conversazione tra la
compagna stessa e una terza amica, in cui compare tra i vari scambi il seguente
messaggio: «Agata si veste in modo ridicolo e il fatto che non se ne renda conto
la fa sembrare anche stupida».
La ragazzina da quel giorno non pensa ad altro, si rifiuta di tornare a scuola da
mesi, piange e fatica a mangiare. Un banale messaggino via WhatsApp ha avuto
conseguenze inimmaginabili.
La mattina del 29 maggio 2012 Gianni era al lavoro quando, per 20
interminabili secondi, la terra ha tremato facendo crollare buona parte
dell’edificio in cui si trovava. Quando giunge a chiedere il nostro aiuto non
riusciva a pensare ad altro, non andava più al lavoro da mesi e provava forti stati
di ansia in luoghi che non fossero a piano terra.
Nella scala delle dieci maggiori esperienze traumatiche i terremoti compaiono
tra le prime posizioni, i messaggini di WhatsApp non sono neppure contemplati.
Quanto appena affermato può apparire provocatorio, ma ci serve a uno scopo
ben preciso. Innanzi tutto per distanziarci sin da subito, e in modo netto, da un
approccio che voglia definire eziologicamente ciò che possa essere o non essere
definito un evento traumatico (per usare parole tanto di moda adesso), o
comunque, un’esperienza in grado di sconvolgere completamente la nostra vita.
In secondo luogo per avvicinare il lettore, sin dalle prime battute di questo testo,
a una visione delle conseguenze di un evento che abbia al centro la percezione
che l’individuo ha di sé, degli altri e del mondo che lo circonda, a seguito di
qualcosa che solo l’esperienza soggettiva può trasformare (inconsapevolmente)
in profondamente doloroso. Non possiamo quindi decidere cosa possa o non
possa essere definita un’esperienza traumatica senza considerare la percezione
dell’individuo che l’ha subita.
Silvia ha trentatré anni, due figli e un cancro al seno, già operato e asportato, a
detta dei medici, con successo. Glielo hanno diagnosticato un anno prima che
arrivasse da noi. Ricorda molto bene lo shock al momento della diagnosi, ricorda
perfino come era vestita, come era pettinata la dottoressa incaricata di dirglielo e
il pugno allo stomaco avvertito in quel momento. Quella stretta allo stomaco non
se n’è più andata, la sente ogni mattina quando si alza e solo verso sera la
abbandona prima di dormire. Silvia non pensa al passato, mai. Vive ogni
giornata pensando di non avere più un futuro. Un futuro cancellato da una
parola: tumore.
Maria invece non ha più il presente. Lo ha perso il giorno in cui il suo ex
marito ha saputo della sua nuova relazione e ha cominciato a perseguitarla per
ritornare con lei. Inizia quindi il suo percorso con noi nel bel mezzo della
tempesta, con la tachicardia che non l’abbandona quasi mai, la paura di uscire di
casa da sola ma l’obbligo di portare avanti la sua vita e quella di suo figlio di
dieci anni. Ha perso il piacere di fare qualunque cosa, arriva a sera a fatica e non
vede l’ora di chiudersi in casa e di andare a dormire.
Che cosa hanno in comune questi casi? In seguito a un accadimento, talvolta
anche apparentemente banale (un messaggino), talvolta invece decisamente
catastrofico (il terremoto o il tumore) o talvolta inserito in un’esperienza di vita
ormai considerata nella norma (la separazione conflittuale) le persone arrivano a
non poter più percepire passato, presente e futuro come lo hanno fatto fino a quel
momento.
Un evento più o meno improvviso, un’esperienza apparentemente banale
divengono come linee di demarcazione: che si resti intrappolati nel passato,
deprivati della propria visione del futuro o vittime di un presente a cui non si
riesce più a fare fronte, una cosa è certa: quell’esperienza viene vissuta e
percepita chiaramente come spartiacque della propria esistenza. Ne abbiamo tutti
alcune, le ricordiamo perfettamente, e ne conserviamo impressi nella memoria
dettagli che altrimenti non ricorderemmo neppure.
Sappiamo come eravamo vestiti il giorno che siamo stati lasciati o traditi e lo
abbiamo scoperto; sappiamo dove eravamo quando ci hanno chiamato al
telefono per dirci che è mancato un nostro caro; sappiamo con chi eravamo
quando ci è stata comunicata la diagnosi di una malattia spaventosa, e così
ricordiamo ogni volta che il dolore è entrato a gamba tesa nella nostra vita. A
volte lo ha fatto improvvisamente, a volte lentamente, dando anche qualche
segnale di preavviso, ma non per questo non ne conserviamo la traccia.
Il dolore lascia sempre il segno. Nella migliore delle ipotesi ne conserviamo il
ricordo, consapevoli di essere ciò che siamo anche grazie a questo. Nella
peggiore ci ferisce indelebilmente, provocando in noi reazioni che nel lungo
termine divengono disfunzionali e possono addirittura portare alla formazione di
veri disturbi. Ferite che non divengono fisiologicamente cicatrici, ma non si
sanano mai, provocando altro dolore ed emozioni complesse a esso connesse. Li
chiamiamo «traumi», ferite, perché il dolore ferisce e lacera, e proprio come una
ferita che non viene adeguatamente curata può causare svariate conseguenze.
Queste conseguenze sono sempre il risultato del bagaglio emotivo (innanzi
tutto) e cognitivo che ognuno di noi si costruisce e modella costantemente
nell’arco della propria esistenza, perché non siamo mai gli stessi e siamo un
complesso insieme di biologia e biografia, le quali si influenzano reciprocamente
nell’arco della vita sino alla morte (LeDoux, 2002).
Parlare di eventi dolorosi e traumatici significa quindi, innanzi tutto, parlare di
cambiamento e di esperienza emozionale correttiva (Alexander, French, 1946).
Chi vive un’esperienza di questo tipo viene travolto, talvolta improvvisamente,
talvolta in maniera più graduale, da uno o più eventi che introducono un
cambiamento nella sua percezione emotiva della realtà, che da quel momento
verrà anche gestita diversamente.
Il lettore già esperto del nostro approccio conoscerà la modalità prettamente
operativa con cui siamo soliti avvicinarci allo studio di una realtà, modalità che
ci permette sin da subito di intervenire nella maniera più efficace possibile
(Nardone, Watzlawick, 1990, 2000; Nardone, Portelli, 2005; Nardone, Balbi,
2008). In quest’ottica, anche di fronte a questo tipo di problematiche non
potrebbe esserci stata ricerca senza un intervento diretto all’interno del sistema,
intervento che ha come obiettivo quello di cambiarne il funzionamento in modo
da disvelarne i meccanismi di persistenza. Ovvero: si conosce un problema
attraverso la sua soluzione. È grazie a questa metodologia di ricerca-intervento,
per propria natura in costante autocorrezione ed evoluzione, che già nella prima
decade degli anni 2000 presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo era stato
messo a punto il protocollo di intervento del disturbo post-traumatico da stress
(Nardone, Cagnoni, Milanese, 2007; Cagnoni, Milanese, 2009). In questo caso
avevamo evidenziato come l’esperienza dolorosamente travolgente ritorni e
invada costantemente il presente della persona che, nel tentativo di liberarsi del
ricordo, lo conferma e lo fissa aggravandone gli effetti. Come in tanti altri tipi di
psicopatologie, anche qui la ricerca-intervento ci aveva permesso di acquisire
ulteriori informazioni sulle modalità di persistenza di questo disturbo, portandoci
in particolar modo a identificare delle coping reaction disfunzionali messe in
atto dal soggetto, talvolta consapevolmente talvolta no, nel tentativo di reagire.
Proprio queste strategie difensive, solo in parte coscienti, sono alla base di ciò
che intrappola la vittima di un’esperienza traumatica all’interno dei propri
ricordi e la conduce a costruire nuovi limiti, portando con sé angoscia, paura,
dolore e rabbia.
Può essere il caso di Gianni, che dopo mesi ancora ha immagini intrusive del
terremoto accompagnate da forti stati di ansia; o quello di Pietro, che ancora si
sveglia nel cuore della notte di soprassalto, credendo di sentire il telefono
squillare, proprio come quella sera in cui la polizia lo aveva chiamato per
informarlo dell’incidente del figlio. Ricordi che talvolta si fissano indelebili
nella mente delle persone, rievocando non solo i contenuti, ma anche l’intero
travolgimento emotivo che l’evento aveva suscitato. Un presente costantemente
inondato dal passato, che come un fiume in piena spacca, trascina e lascia detriti.
Un evento che come un fulmine squarcia il cielo non permettendo più a chi lo
guarda di vederlo come prima. Si tratta di un’esperienza che introduce in modo
improvviso un cambiamento percettivo di tipo «catastrofico», rapidissimo, in
grado di produrre un cambiamento immediato nella percezione della realtà.
Ma un’esperienza dolorosa può avere ripercussioni anche diverse da questa.
Può bloccarci in un presente che ci prende in ostaggio e non ci lascia via di fuga.
In molti casi di terremoto, per esempio, in cui a una prima scossa ne succedono
tante altre più piccole, si può assistere a un effetto «esponenziale» dell’allerta
innescato dalla prima scossa che, quando non provoca conseguenze da
cambiamento catastrofico, imprigiona la persona in un presente fonte di ansia e
angoscia costanti in attesa che accada «qualcosa». Lo stesso vale in molti casi di
stalking, in cui ogni evento persecutorio produce un «effetto accumulo»
bloccando la vittima nel proprio presente che, anche qui esponenzialmente, si
trasforma in un incubo quotidiano in cui passato e futuro perdono sostanza.
La gestione del presente in questi casi diviene fondamentale. Innanzitutto, per
contenere il travolgimento emotivo in atto ed evitare un eventuale
peggioramento sia della situazione che della sintomatologia; in secondo luogo, a
livello preventivo. Difatti, sono molte le situazioni in cui un’esperienza
emotivamente travolgente prolungata nel tempo produce effetti che possiamo
definire «da accumulo», talvolta con la costruzione di un vero e proprio disturbo
a sé stante. Non possiamo quindi sottovalutare l’impatto che un cambiamento
della percezione del proprio presente, vissuto a lungo come fonte di dolore,
ansia, angoscia, talvolta anche colpa o rabbia possa avere sulla propria modalità
percettiva. Non solo la persona coinvolta non si percepirà più come prima, ma
nemmeno gli altri e ciò in cui credeva, i suoi valori, i significati che dava alle
esperienze e al mondo che la circonda saranno più percepiti nello stesso modo.
Cosa accade invece quando un evento ci toglie il futuro? Al pari di come
alcune esperienze finiscono per fissarsi in maniera indelebile nella nostra
memoria per l’impatto traumatico che hanno avuto sulla nostra vita, altre ci
privano della possibilità di percepire quel futuro che prima davamo per scontato.
Lo stesso terremoto che ritorna sotto forma di flashback e incubi notturni o
che ha intrappolato qualcun altro nell’angoscia del presente, a qualcuno ha tolto
la prospettiva futura. È il caso di chi perde la casa o il lavoro, o peggio i propri
cari. In questo scenario non ci sono flashback, ma solo angoscia e incapacità di
reagire. Come se un interruttore si spegnesse gettando buio su tutto ciò fino a
poco tempo prima aveva confini e margini chiari.
Mentre scriviamo questo libro siamo in piena pandemia da Covid-19 e già ora
stiamo assistendo a numerosi casi di conseguenze psicopatologiche a seguito di
questo evento. Tra queste, una delle più subdole è quella in cui le persone si
sentono deprivate della possibilità di programmare il proprio futuro. Sono quei
casi in cui, al di là della paura del contagio che può essere più o meno forte, ciò
che emerge è il dolore della perdita del proprio panorama futuro, unita
all’angoscia relativa al non vedere la fine, non poter definire un termine oltre cui
tutto tornerà come prima, in particolar modo dopo questa seconda ondata
autunnale e invernale.
Vivere un presente senza un futuro per un periodo di tempo più o meno lungo
produce degli effetti sul nostro modo di percepire la realtà. Si tratta di un vero e
proprio «effetto valanga», in cui un evento dopo l’altro producono un
cambiamento esponenziale nel modo di percepire la realtà per una sorta di
meccanismo di accumulo di esperienze traumatiche.
Se poi abbiamo la certezza che il futuro non potrà proprio più esserci come
prima (come nei casi di lutto, di invalidità a seguito di gravi incidenti, di
diagnosi infauste o perdita del lavoro) questa percezione può cambiare
bruscamente e portare con sé conseguenze talvolta molto pericolose. In questi
casi l’evento che introduce il cambiamento catastrofico non torna continuamente
alla memoria come nel disturbo post-traumatico puro, ma produce effetti
talmente devastanti nella vita della persona da non permetterle una visione futura
di sé che non provochi dolore, angoscia, paura o rabbia intollerabili. E questi
sono i casi in cui più frequentemente possono anche verificarsi tentativi (a volte
portati anche a termine) di suicidio.
Sono quindi tre le dimensioni temporali in cui un’esperienza emotivamente
devastante può produrre i suoi effetti: passato, presente e futuro. Non esiste solo
il passato che ritorna sotto forma di incubo o immagine intrusiva, un passato
incancellabile, ma archiviabile; esistono anche un presente che si trasforma in
incubo angosciante quotidiano e un futuro che improvvisamente perde di
significato, sparisce o assume valenze di perdita intollerabili.
A questo proposito è importante sottolineare non solo che eventi nettamente
diversi tra loro possono portare a conseguenze simili, ma anche come il
medesimo evento può aprire scenari completamente diversi. Nel caso del Covid-
19, ad esempio, possiamo trovare persone intrappolate nel passato, come ci
raccontano molti sanitari che non riescono a togliersi dalla mente le immagini
dei pazienti intubati; può farci ostaggi del presente, sottoponendoci ad un intenso
stress e a una lotta che sembra senza fine; o farci perdere il futuro, impedendoci
di vedere quell’«oltre» progettuale che avevamo sempre dato per scontato prima
che questa emergenza si abbattesse su di noi.
Stesso evento, conseguenze diverse, differenti modalità percettivo-reattive su
cui lavorare, differenti tecniche da utilizzare e talvolta anche differenti modalità
comunicative.
Una cosa è certa: qualunque sia l’asse temporale su cui il disturbo si struttura,
avrà sempre un sottile fil rouge che accomuna tutte queste esperienze: il dolore.
E la sofferenza difficilmente viaggerà da sola, ma sarà spesso accompagnata
dalla paura e dall’angoscia, altre volte dalla rabbia e da un insieme di altre
emozioni complesse altrettanto travolgenti.
Lavorare con i disturbi legati a esperienze potenzialmente traumatiche e
dolorose significa quindi saper intervenire ad hoc sulla modalità percettivo-
emotiva della persona coinvolta, aiutandola, a seconda dei casi, a ricollocare gli
eventi nel passato, a gestire un presente angosciante e spaventoso (prevenendo
talvolta la formazione di un vero e proprio disturbo) o a riaprire uno spiraglio di
luce sul futuro.
Capitolo 2
Le emozioni della mente ferita

Non dimentichiamo che le emozioni


sono i grandi capitani della nostra vita
e che obbediamo a loro senza saperlo.
Vincent Van Gogh

1. Se curi la mente curi il cervello


Negli ultimi trent’anni gli enormi progressi delle neuroscienze, resi possibili
soprattutto dallo sviluppo delle moderne tecniche di neuroimaging (Risonanza
Magnetica Funzionale e Tomografia a Emissioni di Positroni), non solo ci hanno
fatto fare grandi passi avanti nello studio dei meccanismi che regolano le
funzioni del cervello, ma ci hanno anche fornito la possibilità di vedere e
documentare gli effetti a livello cerebrale degli interventi psicoterapeutici
(Pagani, Carletto, 2019). Come evidenziato in una recente rassegna sul tema
(Emmelkamp et al., 2014), è ormai scientificamente assodato che la psicoterapia
è efficace nella cura di una vasta gamma di disturbi mentali. Un buon intervento
psicoterapeutico produce cambiamenti importanti non solo a livello di
sintomatologia del disturbo ma anche a livello neurofisiologico, determinando
un ripristino del corretto funzionamento cerebrale. Numerose indagini di
neuroimaging, eseguite prima e dopo la psicoterapia, mostrano che il cervello si
riorganizza plasticamente nel corso del trattamento e che questo cambiamento è
tanto maggiore quanto più il trattamento ha successo (Furman et al., 2002;
Paquette et al, 2003; Goldapple et al., 2004; Martin et al., 2004). La psicoterapia,
quindi, non si limita a produrre cambiamenti percettivo-emotivi e cognitivo-
comportamentali, ma è anche in grado di «ricablare» il cervello (Kandel, 1998;
Etkin et al, 2005; Doidge, 2015).
Non tutti i tipi di psicoterapia sono però parimenti efficaci nel produrre questi
effetti ed è proprio il funzionamento del nostro cervello ad aiutarci a capirne il
perché. La nostra parte più arcaica del cervello (il paleoencefalo,1 sede di
elaborazione delle emozioni) e quella più moderna (il telencefalo,2 sede delle
cognizioni) comunicano tra di loro attraverso due vie: quella top-down (dall’alto
al basso, che va dal telencefalo al paleoencefalo) e la bottom-up (dal basso
all’alto, che fa il percorso inverso) (Kock, 2012). Queste due parti sono in
costante comunicazione e influenzamento reciproco: studi di neuroimaging
hanno mostrano che, in persone sopraffatte da stati emotivi alterati (rabbia, paura
o dolore), l’attivazione delle aree sottocorticali paleoenecefaliche coincide
sempre con una ipoattivazione delle aree dei lobi frontali del telencefalo (Van
Der Kolk, 2006). Le due vie, però, non sono equivalenti dal punto di vista di
efficacia dell’intervento. Come sottolinea uno dei più importanti neuroscienziati,
Joseph LeDoux (2002), il paleoencefalo influenza profondamente il nostro
telencefalo ma non il contrario; in altri termini le esperienze emozionali
determinano in modo decisivo i nostri vissuti e le nostre rappresentazioni
coscienti, mentre queste ultime determinano ben poco le nostre risposte emotive.
Il canale top-down, dalla mente moderna a quella antica, dunque, è ben poco
capace di effettuare quei cambiamenti che invece si realizzano nel senso inverso
(bottom-up).
Questo è particolarmente evidente quando si tratta di intervenire su vissuti
traumatici, in cui la componente emozionale è decisamente prioritaria rispetto a
quella cognitiva e la razionalità niente può contro l’invasione continua delle
emozioni nella coscienza. È quindi indispensabile intervenire in primo luogo
sulle emozioni primarie (paura, piacere, dolore, rabbia), ovvero quelle emozioni
che si scatenano al di là del nostro controllo cosciente come risposta adattiva
immediata a stimoli interni ed esterni (Nardone, 2019). Si tratta di quelle che
Daniel Dennet (2018) ha definito «competenze senza comprensione» che ci
permettono di sopravvivere e di adattarci rapidamente all’ambiente senza
bisogno di un intervento mediato dalla coscienza. A partire dalla gestione delle
emozioni primarie poi, con una sorta di «effetto domino», si arriverà a
intervenire efficacemente anche su tutte le altre.
Quando la nostra mente viene «ferita» a causa di esperienze troppo dolorose o
spaventose, le emozioni che siamo soliti vivere nel nostro quotidiano, e che nella
maggior parte dei casi abbiamo imparato a gestire, possono diventare
ingovernabili. Ci si troverà quindi di fronte all’esplosione di tre delle quattro
emozioni primarie: il dolore, la paura e la rabbia. Non in tutti i casi saranno
presenti tutte e tre; si tratterà quasi sempre della prevalenza di una o due, a cui si
associeranno spesso le componenti fisiologiche dell’ansia o dell’angoscia.
Un dolore intollerabile può essere riattivato ogni volta che riemerge un ricordo
del passato, come nel caso di chi soffre di disturbo post-traumatico da stress, in
cui i ricordi fanno rivivere esattamente l’impatto emotivo sperimentato durante il
trauma. Un’angoscia paralizzante può invadere il presente, quando si stia
vivendo in maniera reiterata nel tempo un’esperienza che crea un forte
sovraccarico emotivo, come nel caso della pandemia in corso. Infine,
un’esperienza può modificare improvvisamente la nostra percezione della realtà,
come nel caso di una diagnosi infausta nostra o di un nostro caro, facendoci
perdere, tutto a un tratto, il nostro scenario futuro. Situazioni in cui dolore per la
perdita, rabbia verso ciò che l’ha provocata e la paura di andare avanti
divengono scomodi condottieri della nostra vita.
Considerando che le emozioni non si sfogano (come qualche luogo comune
vorrebbe) e non si controllano (come la loro natura adattiva vuole), è
fondamentale imparare a conoscerle e gestirle. Le emozioni, inoltre, non
rispettano le logiche razionali ma richiedono atti mentali e comportamentali che
spesso contraddicono la logica ordinaria (Nardone, 2019). Per tutte queste
ragioni, le psicoterapie che fanno leva solo sulle cognizioni hanno effetti molto
limitati su chi sta vivendo o ha vissuto esperienze emotive traumatiche e
dolorose, perché si focalizzano per lo più su processi mediati a livello corticale,
che hanno poca possibilità di intervento sulle aree sottocorticali di tipo
emozionale, le principali implicate in questi disturbi (Manna, Daniele, 2014).
Quando la mente è «ferita», l’intervento dovrà quindi essere primariamente
orientato a produrre quella che è stata definita «esperienza emozionale
correttiva» (Alexander, French, 1946), ovvero dei vissuti concreti, legati ai sensi
piuttosto che alla ragione, in grado di attivare nuove risposte psicofisiologiche
funzionali, e solo in un secondo momento lavorare sul piano cognitivo (Nardone,
Milanese, 2018). Difatti, se è vero che le emozioni primarie sono meccanismi
universali e adattativi, la loro espressione è differente per ognuno di noi poiché
cambia a seconda degli apprendimenti acquisiti e può quindi essere plasmata
mediante l’esperienza ripetuta. Come sostenuto da Tommaso d’Aquino: «Nulla
giunge all’intelletto che non passi prima per i sensi», aspetto ribadito da
moltissimi neuroscienziati, che hanno dimostrato come tutto ciò che è in grado
di produrre forti esperienze emotive finisca per influenzare non solo la
riorganizzazione neuroplastica del cervello, ma addirittura l’espressione genica
(Gabbard, 2000).
L’esperienza emozionale correttiva potrà essere prodotta tramite indicazioni
concrete, prescrizioni da mettere in pratica tra una seduta e l’altra, ma anche
essere frutto di potenti suggestioni comunicate durante la seduta, tramite una
comunicazione suggestivo-evocativa, come vedremo più avanti.
Solo una volta realizzato questo primo essenziale obiettivo si dovrebbe
procedere alla realizzazione di tutti gli ulteriori cambiamenti necessari per
raggiungere il fine ultimo dell’intervento, lavorando anche a livello cognitivo
(Nardone, Milanese, 2018).
Un’ultima notazione importante. Quando parliamo di «mente ferita» non ci
riferiamo solo a persone che abbiano già sviluppato un disturbo psicopatologico
strutturato, come nel caso del disturbo post-traumatico da stress, ma anche a
coloro che stanno vivendo esperienze ripetute a forte impatto emotivo, nei
confronti delle quali l’intervento sarà quindi di tipo preventivo per evitare la
formazione di eventuali disturbi. In entrambi i casi, il lavoro terapeutico avrà
come punto di partenza proprio la gestione delle emozioni primarie, utilizzando
strategie che calzino in maniera precisa ai loro meccanismi di funzionamento.

2. Il dolore, il protagonista
Abbiamo definito il dolore il sottile fil rouge che accompagna tutte le esperienze
traumatiche, indipendentemente dalle conseguenze che queste provocano sia sul
piano temporale che sul nostro modo di percepire la realtà. Infatti, anche laddove
vi siano altre emozioni travolgenti, il dolore non manca mai. Perfino nei casi in
cui la paura sia inizialmente l’emozione di base prevalente (come in molti casi di
disturbo post-traumatico da stress in cui sono presenti anche gli attacchi di
panico), una volta superata questa, ecco che emerge il dolore sottostante.
La parola «dolore» va di pari passo con la parola «perdita». Possiamo provare
dolore per la perdita di qualcosa di fondamentale (come la casa o la fiducia), di
un nostro ruolo (ad esempio il lavoro) o di qualcuno a noi caro (che sia per morte
o per abbandono). Ma possiamo anche provare dolore per aver visto gli altri
soffrire terribilmente. Immaginiamo, ad esempio, chi accompagna un proprio
caro nel decorso di una lunga malattia che porta sofferenza e infine morte.
Il dolore rappresenta un’esperienza talmente rinnegata da far considerare la
sua assenza già fonte di benessere: esso viene così continuamente allontanato
come se fosse la peggiore delle sciagure, perché è l’opposto dell’agognato
piacere (Nardone, 2020b). Ma non è così, e il lavoro coi pazienti ce lo mostra
quotidianamente. Chi ha superato un dolore ha risorse che altri non hanno, come
la sensibilità e le capacità di adattamento e di attutire altri urti della vita. Chi non
ha mai provato dolore ed evitando esperienze emotivamente travolgenti è
riuscito a sfuggirgli, non è affatto più forte, ma potenzialmente più fragile e
destabilizzabile.
Tolstoj in Guerra e Pace scrive: «Se non ci fosse la sofferenza, l’uomo non
conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso». Il nostro dolore ci dà
la misura di ciò che siamo, ci impone di riflettere e mettere in dubbio le nostre
convinzioni. Si tratta di un’emozione sentinella, che ci avverte su ciò da cui ci
dobbiamo difendere, ma che dobbiamo sfruttare anche per la nostra guarigione.
Ma tutto ciò risulta comprensibile solo dopo averlo superato. Si può meditare
sulla propria esperienza dolorosa solo dopo averla attraversata.
Mentre si soffre non si è lucidi. Proprio come quando si ha paura. E proprio
come accade talvolta per la paura, anche il dolore paralizza. Al contrario infatti
di quello che la visione eroica del dolore ci suggerisce (l’eroe reagisce al dolore
con forza e rabbia), questa emozione, quando è vissuta in maniera travolgente,
toglie forza e demoralizza, annullando apparentemente ogni capacità di reazione.
Per non soffrire faremmo qualunque cosa: persino rinunciare a vivere. Pur di non
vivere il dolore della perdita, potremmo rimanere con persone che ci maltrattano.
Pur di non soffermarci a pensare a ciò che ci affligge potremmo diventare
iperattivi e cercare costantemente attività che distraggano il nostro pensiero,
oppure immergerci in un sonno che funga da anestesia dei sensi e della mente,
spegnendoci lentamente per non sentire più nulla. Potremmo rinunciare per
sempre al piacere, a patto di non soffrire. O ancora, potremmo assumere farmaci
in grado di intorpidirci e renderci meno sensibili al dolore. In tutti questi casi
avremmo comunque un unico esito: una psicopatologia, e di conseguenza altro
dolore. La nostra è la generazione degli antidolorifici dell’anima, che ha tolto al
dolore il suo grande potere taumaturgico. Come mirabilmente espresso da Emil
Cioran: «Il coraggio che manca ai più è quello di soffrire per cessare di soffrire».
Il dolore, invece, va attraversato, va vissuto pienamente, va sentito,
sperimentato e sofferto: il dolore si cura col dolore ed è grazie al dolore che la
ferita diventa cicatrice. Proprio come l’ossigeno, disinfetta e cura, ma talvolta,
per non sentirlo, inventiamo stratagemmi che ci illudono momentaneamente di
poterlo eludere, ma che nei fatti non funzionano mai. Possiamo cercare di «non
pensare», distraendoci forzatamente, o di sedarlo chimicamente, trasformandolo
in un’agonia senza fine a cui non riusciremo più a reagire. Parte dell’intervento
terapeutico, quindi, riguarda proprio il far accettare che il dolore vada vissuto,
innanzi tutto, come momento fondamentale di guarigione.
Parlando di dolore e di esperienze che lasciano un segno, non possiamo non
menzionare il senso di colpa (Nardone, Cagnoni, Milanese, 2021). Per quanto ci
sembri sempre ingombrante, il senso di colpa funge da segnale e ci avverte
ogniqualvolta rischiamo di uscire dai nostri confini morali o etici e ci evita di
prendere decisioni che possano comportare conseguenze su noi stessi o sugli
altri di cui in futuro potremmo pentirci. Questa scomoda emozione, però, supera
spesso la propria funzione adattiva, che dovrebbe essere quella di mantenere il
ricordo degli errori commessi in modo tale da impedirci di ricommetterli in
futuro, e si trasforma in un sentimento invadente e invasivo che ci limita o
addirittura ci blocca nel portare avanti la vita con serenità. Pensiamo ad esempio
a una donna che, da giovanissima, aveva deciso di abortire, certa che avrebbe
avuto tutto il tempo per avere un figlio in futuro, e che invece scopre con
rammarico di non riuscire più ad averne. Il non avere figli e doversi rassegnare
può risvegliare il senso di colpa per l’aborto, che si assocerà al dolore della
perdita. L’elaborazione di questo rimorso dovrà essere parte integrante del
lavoro terapeutico, poiché la colpa del passato si associa al dolore e alla rabbia
del presente.
È piuttosto frequente che sia una situazione del presente a risvegliare
improvvisamente scelte del passato che, viste con gli occhi delle conseguenze,
assumono valenze dolorose e devastanti. E questo vale anche per il rimpianto.
Spesso questo sentimento viene sperimentato in funzione di una attuale
situazione di mancanza che fa riemergere qualcosa di «incompiuto», un
traguardo non raggiunto, una mancata soddisfazione o un’esperienza non vissuta
pienamente nel passato. Spesso anche nel lutto si ha il rimpianto di essersi goduti
poco la persona cara che ora non c’è più, e se il lutto è avvenuto in situazioni
traumatiche il rimpianto diviene benzina sul fuoco del dolore.
Nel rimpianto le persone vivono nell’idea che il presente sia peggio di quanto
avrebbe potuto essere se solo avessero avuto il coraggio, la volontà o la capacità
di fare qualcosa di diverso. «Se avessi finito gli studi», «se avessi accettato quel
lavoro» sono solo alcuni tra i tipici rimpianti che le persone si portano addosso
come macigni pesantissimi. In questi casi, è proprio l’assenza di un’esperienza
che avrebbe potuto esserci ma non c’è stata a creare paradossalmente nella vita
della persona la presenza bruciante di ciò che è mancato. I rimpianti arrivano
spesso nella vita delle persone nei momenti di difficoltà, di insoddisfazione o
frustrazione. Sono dei boomerang, lanciati molto tempo prima, che ritornano
inesorabili a ricordare un nostro atto mancato.
Pur non essendo responsabile di un danno vero e proprio o di aver infrante
regole morali o etiche, come nel caso del rimorso, chi vive il rimpianto è spesso
preda di forti sensi di colpa e si porta addosso tutto il peso della responsabilità.
Difatti, non si si rimpiange qualcosa su cui non si sarebbe comunque potuto fare
nulla di diverso da ciò che si è fatto. Questo viene confermato anche da alcuni
studi effettuati attraverso le tecniche di neuroimaging. Un recente studio, infatti,
ha localizzato l’emozione legata al sentirsi in colpa nell’aver fatto star male
qualcuno in un’area del cervello differente da quella che si attiva quando
assistiamo a una sofferenza altrui di cui però non siamo i fautori (Mancini et al.,
2011).
Il senso di colpa porta spesso a una ruminazione dolorosa costante. Questo
meccanismo, comune a tutte le situazioni accompagnate dal dolore nella nostra
esistenza, conduce a una vera sensazione di impotenza di potersi liberare di
alcuni pensieri dolorosi e angoscianti. La mente pare condannata a ripensare
costantemente a ciò che vorrebbe dimenticare. Questa tendenza alla ruminazione
di fronte a eventi negativi, per quanto sia associata a meccanismi
prevalentemente patologici, pare avere una funzione adattiva (Milanesi, 2019).
Un’esperienza negativa, infatti, processata tante volte consecutivamente dalle
strutture superiori e di controllo della coscienza, dovrebbe essere lentamente
assimilata (a riprova del fatto che il solo rielaborarla più volte può portare a
un’elaborazione del dolore). Ma quando il richiamo alla memoria riapre vecchie
ferite (e con esse le relative emozioni) si assiste a un aumento esponenziale
dell’intensità delle emozioni stesse che sfocia nel bisogno di «riprocessare»
sempre di più l’evento. Questo circolo vizioso fa perdere la funzione adattiva del
senso di colpa, creando una dinamica disfunzionale e dolorosamente patologica.
Il senso di colpa, infine, ha anche il potere di tenerci in scacco quando ci
blocca in una trappola paradossale in cui la sola idea di potersi lasciare alle
spalle il senso di colpa stesso finisce per alimentarlo sempre di più. Come non è
possibile elaborare un dolore senza viverlo pienamente, non è possibile neppure
elaborare un rimorso, o una serie di atti disastrosi che si sono commessi, senza
contemplarli dolorosamente. Fare i conti con le proprie responsabilità, reali o
presunte, accettandole come parte inevitabile della propria storia è quindi
fondamentale e talvolta fornisce anche l’occasione di scoprire che le colpe con
cui ci si tormenta non sono state tutte nostre, o che magari non sono così gravi
come prima le percepivamo.
Quando la colpa la si sente, non per qualcosa che abbiamo fatto o omesso, ma
perché in funzione di una nostra azione modifichiamo negativamente la
percezione di noi stessi, viviamo un’emozione differente: la vergogna. Si tratta
di un’emozione universale e rappresenta il fallimento della nostra dignità,
dell’immagine di noi stessi ai nostri occhi e a quelli degli altri. Possiamo
vergognarci per qualcosa che abbiamo fatto anche senza che altri lo sappiano,
sperimentando un senso di inadeguatezza che non conosce soluzione. Tradire la
fiducia di qualcuno ci può far vivere questa emozione profonda come qualcosa
di irrimediabile, facendoci apparire ai nostri occhi come persone disgustose,
indegne dell’amore e della stima dell’altro. La vergogna si distingue proprio
dalla colpa per questo: pur non avendo provocato nulla di concreto e specifico ad
altri, viviamo l’onta dell’essere qualcuno che non avremmo mai creduto o voluto
essere.
Quando la vergogna ci viene inflitta da una situazione esterna a noi stessi, per
esempio da un’umiliazione subita, si aggancia alla rabbia trasformandosi in una
ruminazione in cui, attraverso la rabbia, si cerca di delegare la responsabilità
all’esterno, ma non funziona. Per quanto possiamo non esserne gli artefici, la
vergogna resta un problema di chi la sperimenta.
Adattivamente la vergogna dovrebbe tutelarci dal non mettere in atto condotte
di cui appunto potremmo biasimarci, ma molto spesso diviene fonte di limiti e
patologie. Nella nostra attività clinica si riscontrano sempre di più disturbi basati
sulla paura di vergognarsi o sull’incapacità di andare oltre questa esperienza
emotiva. Le persone arrivano a vergognarsi di essere stati lasciati, non riuscendo
quindi a elaborare in modo sano il dolore della perdita, bloccate dalla vergogna
della condizione che stanno subendo. Ci sono vittime di violenze che vivono il
paradosso della vergogna, a causa della quale diventano vittime due volte. Lo
stesso vale per chi ha contratto patologie legate all’immagine sociale, come ad
esempio l’HIV, che vivono spesso, oltre alla disgrazia della malattia, anche il
peso della vergogna.
Il dolore può assumere quindi molti volti, ed è particolarmente importante
saperli riconoscere per aiutare le persone ad attraversarlo pienamente in modo
terapeutico, ricordando sempre le parole di Hermann Hesse: «Incominciai anche
a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci
scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci».

3. La paura
La paura rappresenta sicuramente la principale emozione primaria, in quanto
direttamente correlata all’istinto di sopravvivenza. È un’emozione arcaica
estremamente potente che si attiva nell’arco di millesimi di secondo in risposta
alla percezione di un pericolo, ed è in grado di innescare numerose altre risposte
emozionali secondarie. È la paura a permetterci di scartare di colpo un’auto che
appare all’improvviso, o a farci recuperare rapidamente l’equilibrio mentre
stiamo inciampando. Proprio per queste sue caratteristiche fondamentali, quando
supera la soglia di attivazione fisiologica funzionale si trasforma in un limite e
spesso dà vita a reazioni invalidanti (Nardone, 2019).
Di fronte a un evento traumatico la paura è l’emozione che si attiva per prima:
può irrompere nella nostra vita in modo scioccante e improvviso o insinuarsi e
permanere nella nostra quotidianità in modo subdolo, come capita a chi si sente
minacciato da una persona, da una malattia o da una condizione generale di
emergenza. In questi casi può generare uno stato di vigilanza costante che, nel
tempo, può sfociare in attacchi di panico, ma anche in altri tipi di disturbo.
La naturale risposta di attivazione fisiologica alla paura è l’ansia. Si tratta di
una risposta sana e funzionale, finalizzata a mettere la persona in condizione di
reagire al pericolo grazie ai cambiamenti fisiologici che innesca (accelerazione
della frequenza cardiaca, del ritmo respiratorio e del riflesso elettrogalvanico)
che attivano l’organismo, nell’ordine dei millesimi di secondo, per affrontare
l’eventuale fuga o lotta. L’ansia diviene patologica solo quando supera la soglia
della funzionalità, perché l’eccesso di stress psicofisico rende incapaci di reagire
in modo adeguato e causa profonda sofferenza. Alcuni studi mostrano come in
stati di iperattivazione dell’amigdala (in cui il soggetto prova paura costante) il
continuo rilascio di adrenalina nel circolo provochi danni somatici e psichici e
come nel tempo queste persone abbiano difficoltà a gestire e regolare la propria
ansia in svariate condizioni della vita, anche laddove l’ansia può essere definita
fisiologica.
Quando questo meccanismo è ripetutamente sollecitato, si può stabilire una
circolarità perversa tra paura e ansia in cui la paura produce ansia che a sua volta
incrementa la paura (la cosiddetta «paura della paura») fino alla perdita di
controllo delle reazioni e allo scatenarsi di un vero e proprio tilt psicofisiologico:
il panico. Anche in questi casi, però, è importante ricordare che la paura è una
forma di percezione, l’ansia (e il panico) sono invece una reazione. Questa
differenza è fondamentale nell’ottica del trattamento, poiché se ansia e paura
fossero la stessa cosa, per estinguere una paura dovrebbe essere sufficiente
ridurre la reazione ansiosa dei soggetti (Nardone, 2000). In realtà, è stato ormai
ampiamente dimostrato che ridurre l’ansia di un soggetto può inibire le sue
reazioni ma non altera le sue percezioni; di conseguenza, la paura resta e il
disturbo non si risolve (LeDoux, 2015). Per intervenire efficacemente sull’ansia
dal punto di vista terapeutico è quindi necessario produrre in primo luogo un
cambiamento nella percezione di paura che genera l’ansia; una volta ottenuto
questo, come effetto si otterrà anche il riallineamento dei parametri fisiologici di
attivazione dell’organismo (cioè dell’ansia) entro le soglie funzionali (Nardone,
Watzlawick, 1990, 2000; Nardone, 1993, 2000, 2003a, 2016).

4. L’angoscia
L’angoscia è uno stato emotivo estremamente sgradevole, un misto di paura e
dolore, caratterizzato da un senso di forte apprensione per un pericolo a cui la
persona sente di non poter sfuggire e di fronte a cui si sente impotente. A
differenza dell’ansia che, come abbiamo visto, è una risposta sana e adattativa
dell’organismo quando rimane entro parametri di funzionalità, l’angoscia è
sempre uno stato di disagio, mai di attivazione positiva. Si tratta di uno stato di
aspettativa negativa rispetto agli eventi futuri basata sulla certezza che le cose
andranno per il peggio, senza possibilità di intervento. Un’emozione che,
purtroppo, da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19 sta dilagando
enormemente e interessando un numero sempre maggiore di persone. Di fronte a
un nemico invisibile per il quale non esistono ancora cure efficaci e che ci
obbliga a una situazione di vita innaturale, molte persone stanno passando dalla
paura – l’emozione prevalente all’inizio della pandemia – all’angoscia. A
differenza dell’impaurito, che di fronte al pericolo si attiva per combattere o
difendersi in qualche modo, l’angosciato sente di aver subito una condanna alla
quale non è possibile sfuggire. Può trattarsi del sentire che, inevitabilmente,
prima o poi il virus colpirà noi o i nostri cari, ma anche che la vita di prima è
ormai svanita e saremo condannati per sempre a vivere isolati gli uni dagli altri,
o che niente di quello che avevamo progettato per il nostro futuro potrà mai
realizzarsi. Nell’angoscia la speranza non esiste più, è come un cono d’ombra
gettato sul nostro presente e futuro, che non lascia penetrare nemmeno il più
sottile raggio di luce.
Ma non è necessaria una pandemia per farci sperimentare angoscia; per essere
invasi da questa emozione è sufficiente percepire di essere in qualche modo
«condannati» e senza possibilità di scampo. La condanna può essere dovuta a
qualcosa che è già accaduto nel passato e a cui non si può più rimediare, a
qualcosa che sto vivendo nel presente e che non posso modificare, o a qualcosa
che avverrà nel futuro e non potrò impedire. Troviamo quindi chi, come Bruno,
si è accorto troppo tardi di aver sbagliato facoltà universitaria ed è convinto che
questo errore gli impedirà di realizzarsi nella vita. Per lui ormai «i giochi sono
fatti», l’errore è stato fatale e l’ha gettato in uno stato di profonda depressione.
Passa le sue giornate a rimuginare sull’errore commesso, immerso nell’angoscia
di una vita senza futuro, in cui talvolta l’unica via di uscita sembra essere il
suicidio. Nel caso di Emma, invece, la condanna è frutto di un banale
suggerimento del medico di base. Il papà di Emma era morto qualche anno
prima per un tumore al colon e anche alla mamma era appena stato diagnosticata
una neoplasia. «Mi raccomando, faccia i controlli ogni anno, visto che c’è
familiarità per questo tipo di patologie» le aveva detto il suo medico al termine
di una visita di routine. Da quel momento la vita di Emma si era trasformata in
una lenta agonia nell’attesa della diagnosi infausta. Come chi ha ricevuto il
responso di un oracolo e non può che aspettare che si realizzi, la donna non
progetta più niente e vive le sue giornate in preda all’angoscia del condannato a
morte a cui non è stata concessa nemmeno la grazia di conoscerne il momento.
Non ha il coraggio di fare visite mediche per paura di vedere realizzata la
profezia, ma vive come se la profezia si fosse già realizzata. Una vita in scacco
di una profonda angoscia.
A differenza dell’ansia che attiva l’organismo, l’angoscia lo deprime e lo
spinge alla rinuncia. Di fronte a una battaglia che è già persa in partenza, infatti,
non ha senso combattere: l’unica opzione è la resa, totale o parziale. Per questa
ragione l’angoscia non è mai un’emozione utile o adattativa.
Anche a livello cerebrale gli studi di neuroimaging hanno evidenziato che le
aree che si attivano nelle persone angosciate sono quelle legate al dolore fisico.
La cosa non deve sorprendere, dal momento che la percezione di essere in
qualche modo condannati – analogamente a quello che avviene in altre situazioni
di forte dolore come il lutto – implica la percezione di male fisico. Può trattarsi
della perdita della vita che avevamo, di quella che avremmo voluto avere, della
nostra autostima, della fiducia di vivere in un mondo giusto o sicuro, o di
qualunque altra cosa di cui la condanna ci ha privato in maniera inesorabile e
irreversibile. La sensazione sarà comunque quella di essere schiacciati
fisicamente e fare enorme fatica a riattivarsi; il corrispettivo sintomatico più
frequente dell’angoscia è infatti uno stato depressivo e un senso di oppressione
costante al petto, come di un macigno che preme e rende difficile fare respiri
profondi. Lo stato di alterazione è totale, non solo mentale, ma anche somatico
ed organico. Sono frequenti risposte emozionali esasperate, rimuginazioni,
effetti psicosomatici e alterazioni del sonno e dell’appetito. L’angoscia eccessiva
o protratta può sfociare in disturbi fobico-ossessivi, disturbi paranoici o
depressivi, abuso di sostanze, ma anche portare a crisi bulimiche, ricerca di
piaceri intensi o recupero di vecchie sintomatologie psicologiche come tentativo
di fuga dalla tensione costante della condanna. Il senso di impotenza è
particolarmente preoccupante perché correla anche con una depressione del
sistema immunitario e con una prognosi peggiore in caso di malattia. Aspetto per
niente trascurabile, se pensiamo all’angoscia che spesso viene innescata da una
diagnosi infausta, come quella di alcune patologie oncologiche, o alla situazione
di angoscia che molte persone sperimentano in situazioni di gravi emergenze,
come quella pandemica a cui stiamo assistendo.
Come per l’ansia, l’intervento terapeutico dovrà focalizzarsi sulla percezione
che innesca la reazione e non sulla reazione di per sé. Nel caso dell’angoscia
bisognerà quindi intervenire per modificare la percezione di condanna che
inchioda la persona e a riaprire la porta alla speranza e alla possibilità di
cambiamento. Come recita il bellissimo aforisma di san Francesco: «basta un
singolo raggio di luce per dissipare mille oscurità».

5. La rabbia
Come tutte le emozioni primarie, anche la rabbia ha una funzione adattiva e
contribuisce attivamente alla nostra sopravvivenza e alla nostra capacità di
gestire la realtà. La rabbia è la risposta emozionale a uno stato di frustrazione
che appare tutte le volte che percepiamo la presenza di un ostacolo tra ciò che
desideriamo e la possibilità di raggiungerlo. La sua funzione è quella di
innescare una reazione psicofisiologica che attiva le nostre reazioni, in modo tale
da superare l’ostacolo e raggiungere il nostro obiettivo. Ma la rabbia ha anche un
ruolo difensivo quando si sia vissuto un evento traumatico: si attiva di fronte
all’ingiustizia o alla catastrofe affinché non ci si arrenda alle conseguenze ma si
trovi la forza di evolvere comunque.
«Tutti a dire della rabbia fiume in piena e nessuno della violenza degli argini
che la costringono». Queste parole del poeta e commediografo Bertolt Brecht
esprimono in maniera molto efficace la rabbia provata dopo un’esperienza
traumatica. Dover contenere un’emozione così fisiologica come la rabbia quando
si è vittime di un’ingiustizia o si prova un dolore insopportabile non è altro che
violenza oltre la violenza. Allontanare da noi una persona che ci maltratta,
risorgere dopo un licenziamento, rimettersi in gioco dopo un abbandono,
prendersi cura di sé dopo essere stati umiliati, sono tutti esempi di come la
rabbia possa aiutarci ad andare oltre, verso il meglio per noi e per gli altri. Il
tempo medio stimato per esaurire un’arrabbiatura è di 15 minuti, ma la rabbia
provata in seguito a un’esperienza traumatica può essere talmente travolgente da
non poter dare immediatamente il via a un processo di cambiamento evolutivo e
rimanere invece imprigionata nella mente di chi ha subito l’evento come una
palla di fuoco che incendia cuore e cervello.
Anche la rabbia può trasformarsi in ruminazione costante: pensieri ricorrenti
danno il via a un circolo vizioso in cui determinati contenuti vengono richiamati
alla memoria, riaprendo ferite che a loro volta richiamano l’emozione di base,
ovvero, appunto, la rabbia. La ruminazione rabbiosa ha un impatto negativo non
solo dal punto di vista psicologico, ma favorisce anche l’insorgenza di alcune
malattie fisiche, come i disturbi cardiovascolari (Barcaccia, Mancini, 2013). In
questi casi di superamento della soglia è quindi fondamentale mettere in atto
strategie efficaci per far defluire la rabbia per evitare che divenga folle
condottiero delle nostre azioni. Come mirabilmente espresso da Gandhi,
«perdere la pazienza significa perdere la battaglia».
Spesso al dolore rabbioso della ruminazione segue il piacere della vendetta.
Conosciamo il potere calmante del piacere, ed è proprio a questa funzione
gratificante che assolve il pensiero di potersi vendicare. In realtà la vendetta non
solo non dà alcun sollievo, ma anzi amplifica i sentimenti negativi, favorendo
alla lunga disturbi ansiosi e depressivi (Carlsmith et al., 2008). Coltivare la
vendetta significa rimanere incatenati a chi ci ha danneggiati, prigionieri di
emozioni tossiche, logoranti e pervasive. Scoperta di certo non nuova, visto che
già Confucio suggeriva: «Prima di imbarcarti per un viaggio di vendetta, scava
due tombe». Al contrario il perdonare, inteso come «lasciare andare il passato»,
permette di liberarsi da questo doppio legame e ha tutta una serie di effetti
benefici anche sulla salute: migliora la qualità del sonno, abbassa la pressione
arteriosa, rinforza il sistema immunitario e riduce l’abuso di alcol e di altre
sostanze (Barcaccia, Mancini, 2013).
La gestione della rabbia diviene quindi fondamentale in prima battuta sia per
disinnescare il meccanismo della ruminazione, che agirebbe come un acido su
una ferita impedendole di cicatrizzarsi, che per evitare atti da cui potrebbero
scaturire problematiche ancora più devastanti, o azioni delle quali la persona
potrebbe provare rimorso.
Talvolta assistiamo a situazioni in cui la rabbia diviene timone dell’esistenza
di persone che non hanno apparentemente motivo di essere arrabbiate. Non
hanno subito ingiustizie, non hanno commesso errori di cui incolparsi e
nemmeno sono stati vittime di esperienze che possano aver innescato una miccia
in grado di dare il via al fuoco della rabbia. Si tratta di persone che soffrono per
ciò che non hanno, ma soprattutto soffrono rabbiosamente se ciò che non hanno
lo vedono in qualcun altro. Si chiama invidia, e i più fortunati di noi non l’hanno
mai conosciuta. Chi la sperimenta beve quotidianamente il veleno che si
autoproduce, intossicandosi giorno dopo giorno. Questo pericoloso mix di rabbia
e dolore, che dovrebbe avere come funzione adattiva quella di reagire al dolore
della mancanza dandosi da fare, di adattivo ha spesso molto poco. Ciò che
accade spesso all’invidioso non è infatti una sana reazione proattiva per
raggiungere un determinato scopo, ma un atteggiamento rabbioso di squalifica di
chi ha quello che lui non è riuscito ad avere, cosa che alimenta ulteriormente il
dolore che dovrebbe invece lenire. A volte questa emozione può essere innescata
da un’esperienza traumatica, come un abbandono amoroso, la perdita del lavoro
o una gravidanza tanto desiderata ma non andata a buon fine. In tutti i casi,
anziché vivere fino in fondo il dolore e riemergerne magari più forte di prima, la
persona si rinchiude in una spirale di rabbia e dolore che la porterà
inevitabilmente a un profondo senso di inadeguatezza, fallimento e incapacità.
Per l’invidioso vale dunque il folgorante aforisma di Emil Cioran: «Tutti i nostri
rancori derivano dal fatto che, rimasti al di sotto di noi stessi, non siamo stati in
grado di raggiungere la nostra meta. Questo non lo perdoneremo mai agli altri».

6. Il piacere
Nella mente ferita tra le emozioni primarie il «grande assente» è sicuramente il
piacere. Il travolgente coinvolgimento emotivo evocato dal dolore, infatti, ha
solitamente come primo effetto proprio quello di creare una sorta di «anestesia
emotiva» rispetto alle percezioni piacevoli. Questo appare evidente non solo in
chi ha subito abusi sessuali e non riesce a lasciarsi andare al piacere del contatto
fisico, ma anche in tutti coloro che hanno vissuto altri tipi di situazioni
traumatiche o stanno vivendo situazioni di forte angoscia. In tutti questi casi il
piacere è completamente spento: una volta intervenuti efficacemente sulle altre
emozioni sarà quindi importante guidare la persona a recuperare anche questa
dimensione percettivo-emotiva fondamentale, in modo tale da ristabilire una
condizione di vita soddisfacente ed equilibrata.
Capitolo 3
Rimanere intrappolati nel passato

Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio,


ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale.
C. S. Lewis

1. Un fulmine all’improvviso: il trauma


Paola e Simone hanno appena festeggiato il primo mese di vita della loro prima
figlia, Elena. In un momento di grande difficoltà legato al Covid, il fatto di dover
lavorare da casa per via delle restrizioni è reso bello dalla possibilità di passare
intere giornate insieme a godersi la piccolina e progettare il futuro. Un
pomeriggio Paola decide di portare fuori Elena per una boccata d’aria; stanno
fuori solo un’oretta e poi rientrano a casa. Simone è sdraiato sul divano. «Che
pigrone» pensa sorridente Paola. Ma Simone, purtroppo, non sta dormendo, è
morto, così all’improvviso, e sarà necessaria una autopsia per chiarire le cause
della morte di un uomo di soli 35 anni, senza alcun tipo di patologia pregressa. A
distanza di otto mesi da quel giorno Paola ha impresso nella mente ogni singolo
istante di quella terribile scoperta. Ed è come se rivivesse continuamente il suo
rientro a casa e la visione di Simone sdraiato sul divano; nessun ricordo della
loro vita di prima, anzi, più si sforza di ricordare i tanti momenti belli vissuti col
marito, più si impone terribile e inesorabile la visione di lui, morto sul divano.
Ma non solo. Paola vive nel terrore che possa capitare qualcosa anche alla sua
amata Elena, e infatti non riesce a lasciarla sola nemmeno un attimo. Il mondo
non è più un luogo sicuro per lei, angosciata che, da un momento all’altro, possa
capitare un’altra tragedia.
In linea con il suo significato etimologico di «ferita», il trauma produce spesso
una profonda lacerazione nella vita della persona, una vera e propria frattura
biografica. Che si tratti di un terremoto, uno tsunami, una violenza fisica, aver
assistito a un omicidio o un incidente stradale, il trauma è come un fulmine che
all’improvviso squarcia il senso di realtà determinando un cambiamento
«catastrofico» nella vita di chi l’ha attraversato. A partire da questa terribile
«esperienza emozionale correttiva» (Alexander, French, 1946), la vita della
persona sarà suddivisa in un «prima» – in cui il mondo era sicuro e prevedibile –
e un «dopo», in cui niente è più sotto controllo e il trauma continua a riproporsi
come in una sorta di eterno presente.
Siamo di fronte a quello che la letteratura specialista definisce disturbo post-
traumatico da stress (DPTS), in cui la persona è continuamente tormentata dal
ricordo del trauma vissuto. Chi soffre di questo disturbo vive ricordi ricorrenti e
intrusivi dell’evento fino a veri e propri flashback, incubi molto vividi
dell’esperienza traumatica, insonnia, irritabilità, ansia e tensione generalizzate. A
questi sintomi di aumentata attivazione può associarsi uno stato fisico di
stordimento, marcata riduzione dell’interesse ad attività precedentemente
piacevoli e sensazione di distacco o di estraneità nei confronti delle altre
persone. Spesso sono associati sensi di colpa per quello che è successo o per
come ci si è comportati (o per non aver potuto evitare il fatto), il più delle volte
esagerati e incongruenti con il reale svolgimento dei fatti e le responsabilità
oggettive. Capita spesso, infatti, che chi ha subito un atto di violenza,
un’aggressione, un abuso, si senta profondamente in colpa per non essere
riuscito ad evitarlo. «Sono stato un ingenuo», «Non avrei dovuto uscire da sola a
quell’ora…», fino ad arrivare ai terribili sensi di colpa di chi è stato abusato,
magari in tenera età, e si sente profondamente colpevole di non aver reagito o
chiesto aiuto.
In tutti questi casi, potremmo dire che la persona rimane letteralmente
«intrappolata» nel passato, che continua a invadere e sommergere il presente di
paura, dolore e rabbia. Dal punto di vista neurofisiologico la «trappola» è ormai
ben documentata grazie alle sofisticate tecniche di neuroimaging di cui
disponiamo. Alcuni studi che si sono occupati di valutare l’impatto che un
trauma produce a livello cerebrale hanno rilevato come questo interessi
essenzialmente la memoria «procedurale» o «implicita», ovvero la parte della
memoria relativa a comportamenti automatici, reazioni emotive e abitudini
semiautomatiche, non dipendenti dalla nostra attivazione volontaria (Van der
Kolk et al., 1996; Manna, Daniele, 2014). Questa memoria non è mediata dalla
corteccia cerebrale (il telencefalo) ma da strutture del nostro cervello più arcaico
e sottocorticale (il paleoencefalo). I ricordi relativi al trauma, quindi, non
sembrano essere codificati nella memoria «dichiarativa» o «esplicita», di tipo
biografico e cognitivo, che registra le esperienze rievocabili volontariamente,3
ma smembrata e immagazzinata come stati emozionali e come senso-percezioni
(sensazioni somatiche, immagini, visive, suoni, odori…) separate dalle altre
esperienze percettive. Per questa ragione, i ricordi traumatici non vanno incontro
a un’elaborazione e a un continuo rimaneggiamento come gli altri ricordi, sono
spesso frammentari, non necessariamente in sequenza cronologica e pieni di
lacune. Chi ha subito un trauma può ricordare dettagli molto specifici
dell’esperienza traumatica e poco o nulla di altre informazioni (Halligan et al.,
2003; Manna, Daniele, 2014).
È interessante notare come questo tipo di effetto possa prodursi non solo in
seguito a un’esperienza relativa alla morte o alla minaccia molto grave per la
propria o altrui incolumità, come nel caso di Paola, ma anche in seguito a eventi
di natura diversa e che, agli occhi altrui, potrebbero sembrare addirittura di
scarso rilievo. È il caso di Anna che, tornata un giorno a casa dal lavoro prima
del solito, trova il compagno a letto con un’altra donna. A partire da quel
momento le immagini viste, le voci ascoltate, gli odori percepiti in quel
momento continuano a tormentarla, invadendo la sua giornata e le sue notti.
Anna non è più riuscita a dormire nella sua camera da letto e sta seriamente
pensando di cambiare casa. Ad Antonio, invece, si ripropone continuamente
l’immagine del capo che gli comunica il suo improvviso licenziamento, e tutte le
volte che si propone di guardare gli annunci di lavoro quelle immagini ritornano,
così come le parole udite nella circostanza e il profondo senso di sgomento e
umiliazione che ha provato.
Se è vero che la qualità dell’evento che determina la ferita del trauma può
variare notevolmente, è importante sottolineare che non tutte le persone esposte
a uno stress traumatico, anche di tipo «estremo», sono destinate a sviluppare
sintomi e rimanere intrappolate nel passato. Una rassegna dell’OMS condotta in
ben 24 Paesi ha analizzato la probabilità di sviluppare un disturbo post-
traumatico da stress in relazione a vari tipi di eventi traumatici (Kessler et al.,
2014). Le percentuali stimate vanno dal 33% per chi ha subito una violenza
sessuale, al 30% per chi ha sperimento la morte improvvisa di una persona cara
o una forte minaccia per la propria salute, al 28% delle persone coinvolte in un
attacco terroristico di massa fino al 12% per chi ha vissuto disastri naturali o
incidenti. Segno di come noi essermi umani siamo tutti naturalmente
equipaggiati per superare le esperienze traumatiche che sono parte integrante
della vita.

2. Di fronte al trauma: le coping reactions


La nostra ricerca-intervento condotta su persone che sono rimaste «intrappolate
nel passato» a causa di un evento traumatico ha evidenziato come esse ricorrano
solitamente ad alcune strategie difensive nel tentativo di superare il trauma
vissuto. Si tratta di quelle che abbiamo definito coping reactions (Cagnoni,
Milanese, 2009), ovvero reazioni spesso spontanee e non necessariamente scelte
che la persona mette in atto nell’illusoria speranza di poter cancellare il trauma
dalla propria memoria ma che, purtroppo, finiscono invece per mantenerlo
ancora più vivido e presente.
La coping reaction principale è il tentativo di controllare i propri pensieri e
dimenticare l’esperienza traumatica. La persona è costantemente impegnata in
una battaglia per controllare i pensieri, nell’illusione di poter in qualche modo
dimenticare il trauma vissuto e tenere sotto controllo le spaventose sensazioni a
esso correlate. Il «cercare di non pensare o di dimenticare», però, produce
paradossalmente un pensare ancora di più a ciò che invece si vorrebbe
dimenticare. Come mirabilmente espresso da Michel de Montaigne: «niente fissa
una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticarla».
La seconda tipica coping reaction è l’evitamento di tutte le situazioni
associabili al trauma: la persona tende a evitare i luoghi, le persone e le
situazioni direttamente collegati all’evento, ma può arrivare anche a evitare tutto
ciò che può suscitare in lei emozioni simili a quelle esperite durante il trauma (ad
esempio, in caso di stupro o abuso fisico, qualsiasi tipo di contatto fisico). Ogni
evitamento porta però inevitabilmente a una catena di progressivi evitamenti che
se sul momento possono dare l’illusione di proteggere, finiscono per confermare
a chi li mette in atto la pericolosità di una gamma sempre crescente di situazioni
e la sua incapacità nel gestirle. L’effetto finale sarà quello di incrementare
ulteriormente la paura e il dolore del trauma e invalidare sempre di più la vita
della persona.
Una terza reazione è la richiesta d’aiuto e rassicurazioni, ossia la tendenza a
essere sempre accompagnati e confortati da qualcuno che si presti a intervenire
in caso di crisi o che sia disponibile semplicemente a rassicurare verbalmente.
L’effetto di tale strategia inizialmente appare decisamente rassicurante per la
persona ma gradualmente, al pari dell’evitamento, conduce all’aggravamento
della paura. Difatti, proprio la possibilità di avere qualcuno pronto a intervenire
in aiuto conferma al soggetto la sua incapacità di affrontare da solo le situazioni
temute e gestirne le conseguenze. Anche questo processo tende quindi a
generalizzarsi e porta spesso la persona a instaurare vere e proprie forme di
dipendenza dagli altri.
A volte il coinvolgimento degli altri prende la forma della «lamentela», in cui
la persona sente il bisogno di continuare a parlare del trauma vissuto e delle
sensazioni a esso correlate nell’illusione di «sfogarsi». Il parlare produce un
duplice effetto: sul momento la sensazione di un sollievo legato all’aver «buttato
fuori» ciò che aveva dentro e condiviso il proprio malessere; in un secondo
momento però questo si traduce in un sempre più pressante bisogno di sfogo e in
una sempre maggiore incapacità di gestire da soli le proprie sensazioni.
Nei casi più severi, la persona si sente a tal punto sovrastata dal malessere da
arrivare a un lento e progressivo ritiro dalla vita, una vera e propria «rinuncia»
che può sfociare in disturbi depressivi severi.

3. Trasformare la ferita in cicatrice: il romanzo


del trauma
Tutte le coping reactions sopra esposte, a ben guardare, rimandano in realtà a
uno stesso meccanismo di fondo: il disperato tentativo di cancellare il passato
traumatico e placare la tempesta emotiva che esso ha scatenato nella vita del
paziente. L’intervento terapeutico dovrà quindi essere orientato primariamente a
sbloccare questi meccanismi disfunzionali guidando il paziente a «rimettere il
passato nel passato».
Come abbiamo visto, le aree cerebrali interessante nel mantenimento di questo
disturbo sono quelle sottocorticali più arcaiche, legate alle emozioni. Ricordi e
impatto emotivo viaggiano insieme e ritornano implacabili al di là di ogni atto di
volontà o disperato tentativo di trovare pace. Che si tratti di paura, dolore o
rabbia, la persona è continuamente soverchiata da queste ondate emotive
estremamente intense e spesso incontrollate. Non avrebbe quindi senso che
l’intervento terapeutico fosse concentrato sulla consapevolezza e la cognizione,
che appartengono invece alle aree superiori del cervello come la corteccia
cerebrale. Gli interventi psicoterapeutici squisitamente cognitivi (orientati
primariamente alla memoria semantica ed episodica) hanno infatti poche
possibilità di ottenere risultati apprezzabili con questo tipo di disturbo (Peres et
al., 2005). D’altra parte, chi ha vissuto un trauma è perfettamente consapevole
degli accadimenti che hanno dato vita al problema che sta vivendo e sa che certe
sensazioni non hanno più motivo di esistere, ma questa consapevolezza non lo
aiuta minimamente a superare il proprio malessere.
Sarà quindi indispensabile guidare la persona a vivere delle nuove esperienze
emozionali correttive positive che le permettano di superare gli effetti deleteri di
quella traumatica (Nardone, Milanese, 2018). La tecnica principe messa a punto
per questo è la prescrizione che abbiamo denominato romanzo del trauma
(Nardone, Cagnoni, Milanese, 2007; Cagnoni, Milanese, 2009).
Al termine del primo incontro chiediamo alla persona di mettere per iscritto,
come in una sorta di racconto, tutti i ricordi del trauma passato – immagini,
sensazioni, ricordi, pensieri – nella maniera più dettagliata possibile. Ogni
giorno dovrà ripercorrere per iscritto quei terribili momenti, fino a quando non
sentirà di avere riportato tutto ciò che è necessario dire. È importante che la
narrazione sia quotidiana, ridondante e il più dettagliata possibile. Una volta
scritto, dovrà firmare e mettere il tutto in una busta. Alla seduta successiva,
consegnerà tutti i suoi scritti al terapeuta.
La logica di questa manovra è egregiamente espressa nell’aforisma di Robert
Frost: «Se vuoi venirne fuori devi passarci nel mezzo», una maniera fortemente
evocativa per far sentire alla persona quanto sia indispensabile accettare di
immergersi nel proprio dolore per poterne finalmente uscire.
Il romanzo del trauma guida la persona a ricollocare nel passato l’evento
traumatico – potremmo dire ad «archiviarlo» – facendo in modo che non dilaghi
più nel presente, grazie a quattro importanti effetti.
Il primo è quello di esternalizzare tutti i ricordi, le immagini, i flashback che il
paziente sperimenta, ovvero di tirare fuori quello che prima era dentro.
Trasferendo i ricordi su carta quotidianamente, a poco a poco, il paziente scopre
che può far defluire questo intenso flusso emotivo, riorganizzandolo in forma
narrativa, fino a liberarsene. Scrivere permette di far emergere elementi di cui
talvolta non si è nemmeno consapevoli, e dalla penna possono sgorgare dettagli
ed emozioni che prima, a voce, la persona non avrebbe saputo esprimere.
La ripetizione quotidiana della narrazione innesca un secondo importante
effetto: un processo di «abituazione» fisiologica ai ricordi traumatici, fenomeno
per cui uno stimolo che si ripete uguale a sé stesso ottunde la percezione e riduce
l’attivazione della risposta emotiva specifica.4 Nel ricercare attivamente e
quotidianamente i ricordi peggiori e le sensazioni più paurose e dolorose per
trascriverle, la persona finirà per non viverle più come qualcosa di intrusivo e
incontrollabile, bensì come qualcosa di oramai gestibile, proprio perché ricercate
volontariamente e non più subite. In virtù di questo processo di abituazione, nel
corso dei giorni il ripercorrere per iscritto il tragico evento permette di
distaccarsi gradualmente dalla paura, dal dolore e dalla rabbia che questo ha
provocato. Il punto di arrivo finale sarà quello di ricollocare temporalmente il
passato nel passato.
Tramite il romanzo del trauma, la ferita lasciata aperta si trasforma a poco a
poco in una cicatrice che, pur non scomparendo completamente, permette alla
persona di riappropriarsi del proprio presente (Nardone, Cagnoni, Milanese,
2007; Cagnoni, Milanese, 2009).
Il dover consegnare il romanzo al terapeuta, infine, rappresenta una sorta di
«rito di passaggio», di superamento dell’evento traumatico che amplifica in
maniera suggestiva l’effetto prodotto dall’esecuzione della prescrizione. Negli
incontri successivi la prescrizione viene ribadita ma non più come indicazione
quotidiana, bensì come strumento utilizzabile «al bisogno», nel caso in cui
alcuni ricordi o immagini dolorose riaffiorino e abbiano bisogno di essere
trascritte e archiviate.
Il potere della scrittura nell’elaborazione delle esperienze traumatiche (e non
solo) è ormai documentato da più parti. Sloan et al. (2015, 2018) ne hanno
evidenziato l’estrema efficacia nel trattamento del trauma e hanno ipotizzato che
ciò possa essere legato al suo effetto di esternalizzazione e di rielaborazione
degli eventi traumatici. Anche Pennabaker e Smyth (2016) sottolineano come gli
effetti terapeutici della scrittura non siano dovuti a una semplice catarsi emotiva,
ma legati a un profondo processo di rielaborazione dei vissuti emotivi legati al
trauma. La scrittura, inoltre, produce anche importanti benefici fisici, a livello
del sistema immunitario, del sistema nervoso autonomo e di quello
cardiovascolare. I risultati ottenuti tramite la scrittura sono non solo rapidi ma
anche persistenti nel tempo (Thompson-Hollands et al., 2018, 2019; Pavlacic et
al., 2019) e in grado di potenziare la resilienza di chi ha vissuto un trauma (Glass
et al., 2019).
L’efficacia del romanzo del trauma trova ulteriore conferma anche nelle
conoscenze neuroscientifiche, poiché produce una esperienza emozionale
correttiva che permette di intervenire in primo luogo sulle aree arcaiche del
cervello, quelle preposte alle emozioni. La narrazione scritta dell’evento
traumatico, infatti, permette di reintegrare in un unico racconto i ricordi
traumatici, spesso frammentati in tracce emotive molto intense ma isolate le une
dalle altre. In questo modo produce non solo uno stemperamento della loro
carica emotiva, ma anche una riorganizzazione neuroplastica delle reti neurali
coinvolte e la ricollocazione dei frammenti spazio-temporali della memoria
traumatica in una trama coerente (Manna, Daniele, 2014). Lo scrivere facilita il
ristabilire i collegamenti tra la memoria procedurale-implicita e quella
dichiarativa-verbale, permettendo così di «dare voce» a tutte quelle emozioni,
ricordi e sensazioni che erano rimasti «bloccati» all’interno delle parti più
arcaiche e preverbali del sistema nervoso (Van der Kolk, 1994) e ristabilendo i
collegamenti tra le diverse zone del nostro cervello (Janssen, 2006).
Possiamo quindi considerare il romanzo del trauma la tecnica principale e
distintiva nel trattamento dei traumi che intrappolano nel passato, proprio perché
interviene direttamente sulla coping reaction basilare – cercare di non ricordare
– e sui suoi meccanismi neurofisiologici di base. La sua efficacia è altissima e
può produrre già un primo sblocco tra la prima e la seconda seduta della terapia.
La manovra, inoltre, è perfettamente calzata sulle caratteristiche dei pazienti
traumatizzati poiché coniuga incisività con delicatezza, direttività con totale
rispetto della libertà della persona nello scegliere cosa si sente di scrivere e
come.
L’aspetto più difficile di questa manovra risiede nella capacità del terapeuta di
farla accettare al paziente, poiché si tratta di una tecnica piuttosto dolorosa,
soprattutto nei primi giorni della sua applicazione, e che talvolta richiede al
terapeuta anche diverse sedute di tempo perché il paziente decida di metterla in
pratica. Per questa ragione, come vedremo nel capitolo 6, è indispensabile che il
terapeuta presti estrema attenzione alla relazione e alla comunicazione con il
paziente, utilizzando una modalità fortemente suggestiva e ricorrendo a
immagini evocative in grado di ridurre al minimo la resistenza del paziente e
aumentare la sua compliance alla prescrizione.

4. Quando il disturbo si complica


Il romanzo del trauma è la prima e fondamentale manovra che viene utilizzata
per il trattamento del disturbo post traumatico da stress, ma ovviamente non è
l’unica. Una volta ricollocato il passato nel passato sarà indispensabile lavorare
anche sulle altre coping reactions sino alla completa risoluzione del disturbo.
Rimandiamo al volume Cambiare il passato (Cagnoni, Milanese, 2009) per la
trattazione dettagliata del protocollo di intervento sul disturbo post-traumatico da
stress.
Se il disturbo è «puro», ovvero non ha dato origine ad altri tipi di disturbi,
questo sarà di per sé sufficiente a risolverlo completamente. In una percentuale
di casi compresa tra il 62% e il 92%, però, esso evolve in altre direzioni,
strutturandosi spesso come origine di un disturbo differente (Davidson et al.,
1991; Shore et al., 1989).
L’evoluzione più comune è la creazione di un disturbo fobico, e si verifica
quando l’evitamento comportamentale diventa la reazione dominante della
persona, spesso in associazione alla richiesta di aiuto alle persone intorno a lei.
La persona può limitare i suoi evitamenti a certi tipi di situazioni o oggetti, in
questo caso sviluppando una fobia specifica: a seguito di un incidente, ad
esempio, può non essere più in grado di guidare in autostrada, pur continuando a
farlo altrove. Ma potrebbe anche entrare in un meccanismo in cui, a partire dalle
situazioni più vicine al trauma, tende via via a generalizzare gli evitamenti fino
ad evitare la maggior parte delle attività quotidiane. Parallelamente, può
richiedere la continua presenza delle altre persone che avrebbero la funzione di
«aiutanti» nel caso si sentisse male o fosse in difficoltà. Sono i casi più
complessi, in cui la vita quotidiana risulta gravemente invalidata e la persona
finisce per intrappolarsi all’interno di un disturbo fobico generalizzato e severo.
Il disturbo post-traumatico da stress può anche evolvere in un disturbo
ossessivo-compulsivo. In questi casi i rituali tipici del disturbo si sviluppano
come tentativi della persona di ristabilire quel controllo sulla sua vita che è
andato in frantumi a causa del trauma (Nardone, Portelli, Bartoletti, 2008).
Possiamo così incontrare persone che attuano rituali preventivo-propiziatori –
formule magiche da ripetersi nella mente o azioni da eseguire con l’illusione di
scongiurare il ripresentarsi di una esperienza traumatica e propiziare eventi
positivi – oppure rituali di tipo «riparatorio» tramite cui la persona cerca di
annullare gli effetti dell’esperienza traumatica: ad esempio, impegnandosi
quotidianamente in estenuanti rituali di lavaggio e decontaminazione per «lavare
via» lo sporco di un abuso subito.
Le persone che hanno subito un evento traumatico finiscono spesso per
chiudersi, isolandosi dal mondo, e sviluppare un disturbo di abuso o dipendenza
da sostanze (Cash, 2006) come estremo tentativo di gestire i devastanti effetti
del trauma. L’ingannevole sensazione iniziale di sollievo prodotta da questo tipo
di sostanze si traduce infatti, molto rapidamente, in un aumento della percezione
dell’angoscia stessa e, una volta passato l’effetto, in un innalzamento del livello
di ansia. Il nostro sistema sensoriale è programmato per avvertire le sensazioni
in base ai contrasti, per cui, più si riesce a ottenere sollievo con una sostanza, più
la sensazione si avvertirà in modo amplificato in assenza della sostanza stessa.
Ciò può lentamente portare a un abuso di benzodiazepine che, in quanto
deprimenti del tono dell’umore, a lungo termine rendono ancora più buio lo
scenario iniziale. Lo stesso vale per l’alcol, che avendo un iniziale effetto
nell’alleviare la pesantezza di ansia e angoscia, diviene poi nel tempo un
problema a sé stante, talvolta non solo di abuso ma di vera e propria dipendenza.
Sono questi i casi in cui il peggiore esito è spesso garantito proprio dall’utilizzo
errato di psicofarmaci o sostanze psicotrope, come hashish o marijuana, che nel
tempo, funzionando come perfetti deprimenti del sistema nervoso, non solo
inibiscono qualunque tentativo di accesso alle risorse sane delle persone, ma si
trasformano in un disturbo secondario non meno grave del primo (Lisak, 1994;
Simpson, Miller, 2002; Kilpatrick, Acierno, 2003; Walsh, Fortier, Dilillo, 2010;
Rogosch et al., 2010; Banducci et al., 2014; Caputo, Milanese, 2017). In altri
termini, la sostanza che dovrebbe servire a cancellare il ricordo dell’evento
traumatico e ad alleviare lo stato emotivo alterato, non solo fallisce nello scopo,
ma finisce per imprigionare la persona in un ulteriore disturbo.
Un’altra comune evoluzione del disturbo post-traumatico da stress è lo
sviluppo di un disturbo depressivo. Posta di fronte ai propri fallimentari tentativi
di superare il trauma, la persona finisce per sviluppare un forte senso di
impotenza che la spinge alla rinuncia. In questi casi, la quotidiana battaglia
(persa) contro i pensieri e le emozioni travolgenti cede gradatamente il passo alla
resa. La depressione, quindi, non rappresenta la reazione primaria all’evento
traumatico in sé, quanto piuttosto il punto di arrivo finale di una lotta estenuante.
Allo sviluppo in senso depressivo concorrono spesso anche i sensi di colpa,
molto frequenti soprattutto in chi ha vissuto traumi quali lo stupro, un abuso
fisico o un incidente. «Non mi sarei dovuta vestire in maniera provocante»,
«Avrei dovuto accorrere subito ad aiutare la persona sull’altra auto», «Non avrei
dovuto uscire da solo di notte» sono frasi che spesso le persone che hanno
vissuto un trauma continuano a ripetere a sé stesse e agli altri. E a niente serve
che tutti ricordino loro che non sono loro i responsabili di quanto è avvenuto: la
colpa si insinua sempre più subdolamente nella vita della persona, contribuendo
alla sua resa depressiva. Anzi, più gli altri cercano di rincuorare e rassicurare più
finiscono paradossalmente per confermare lo status di vittima della persona
traumatizzata e la sua tendenza alla rinuncia.
Non possiamo poi dimenticare tutti i casi in cui al trauma è associato anche il
lutto per la perdita di una persona cara. In questi casi, all’intenso dolore per la
perdita si affianca spesso anche una forte rabbia, che può essere diretta verso chi
ha causato il trauma oppure verso il destino, la sorte o Dio se il trauma è stato
provocato dalle forze della natura (alluvioni, terremoti e altri disastri naturali).
Se non viene efficacemente gestito, questo mix di dolore e rabbia può
gradatamente accumularsi fino al punto di esplodere in direzione autodistruttiva
o rivolta verso gli altri, strutturandosi talvolta come punto di origine di un
disturbo paranoico (vedremo nel capitolo 5 come da un’esperienza traumatica si
possa arrivare a costruirsi una vera e propria condanna).
In tutti questi casi di «comorbidità» il terapeuta, partendo dai sintomi più
invalidanti, dovrà condurre il paziente al superamento dei vari disturbi fino alla
riorganizzazione di un sistema percettivo-reattivo funzionale (per il cui
trattamento dei vari disturbi si rimanda il lettore all’estesa bibliografia
strategica).5
Esiste una casistica di pazienti che giunge a chiedere aiuto per disturbi che, in
un secondo momento, assumono il significato di apparente «copertura» del
problema originario. Si tratta di quelle situazioni in cui la sintomatologia portata
in terapia rappresentava un’iniziale tentativo di risoluzione del problema che non
solo non era stato superato, ma aveva condotto al costituirsi di una situazione
ancora più grave.
Accade infatti che in conseguenza di un’esperienza dolorosamente traumatica,
nel disperato tentativo di alleviare la sofferenza insopportabile che ne consegue,
le vittime di queste situazioni arrivino a procurarsi dolore fisico per non
avvertire quello emotivo troppo travolgente. Gli atti di autolesionismo
(tagliuzzarsi, prodursi piccole ustioni, pungersi con aghi, scorticarsi la pelle,
mordersi...) rappresentano infatti una delle modalità purtroppo più frequenti,
soprattutto in età adolescenziale, messe in atto come antidoto contro il dolore
emotivo. Talvolta possono nascere come atti punitivi per espiare un senso di
colpa insopportabile, talvolta invece nascono proprio come unica modalità per
spostare l’attenzione dalla sfera emotiva a quella fisica. Questi comportamenti,
nel tempo, assumono la dimensione di veri e propri comportamenti compulsivi
che, aumentando di frequenza, gradatamente possono arrivare a trasformarsi in
sottile piacere (Nardone, Selekman, 2011). L’aspetto piacevole assunto da queste
forme di auto-tortura viene troppo spesso ignorato, a causa di pregiudizi e
resistenze morali, ostacolando quindi l’eventuale processo terapeutico che, come
più volte sottolineato, deve proprio partire dalla caratteristica più emergente, sia
questo ancora basato sul tentativo di placare un dolore o già evoluto nella forma
del sottile piacere.
Inoltre, non è raro svelare dietro un disturbo alimentare un trauma subito in
passato, come per esempio un abuso. In questi casi, una volta sbloccato il
problema per cui la paziente ci aveva chiesto aiuto e creatosi un clima di fiducia,
emerge la parte dolorosa che l’aveva portata inizialmente a crearsi l’armatura
anoressica o la piacevole compulsione di mangiare e vomitare come atto
lenitivo. Quanto appena descritto rappresenta in modo concreto come una
situazione problematica severa si regga su una complessa concatenazione di
tentate soluzioni che portano a sviluppare differenti disturbi, i quali non sono
altro che il punto d’arrivo di un disperato tentativo di porre fine al dolore.
Un’ultima, ma non meno importante casistica riguarda tutte quelle situazioni
in cui esperienze traumatiche hanno portato a disturbi di livello superiore, come i
disturbi di personalità. Sia dalla nostra osservazione in campo clinico di migliaia
di casi in oltre trent’anni di pratica terapeutica, sia dal lavoro di altri autori che si
sono occupati di questo argomento, sembrerebbe emergere che questi disturbi
siano collegati a una serie di esperienze disfunzionali vissute nel tempo. Non si
tratterebbe quindi, nella maggior parte dei casi, di un’esperienza singola che
impatta emotivamente sulla persona causandone il disturbo, ma una serie di
esperienze «potenzialmente traumatiche», soggettivamente disturbanti,
caratterizzate da una percezione di sé che può oscillare dal pericolo, alla
vergogna, all’umiliazione, al non essere amati e accuditi sin da piccoli e così via.
Essere per esempio vittime di abusi ripetuti o violenze fisiche o morali durante
l’infanzia non avrà lo stesso esito che subirle in età adulta, ma non sempre
nell’anamnesi di un disturbo borderline troveremo veri e propri traumi impattanti
sulla vita della persona. Talvolta si tratta invece di eventi che presi
singolarmente potrebbero non costituire un’esperienza traumatica, ma che
ripetuti nel tempo con una certa costanza e all’interno di una relazione
significativa possono andare a incidere sulla personalità del soggetto (Nardone et
al., 2017).
Avere assistito durante tutta l’infanzia agli incontri sessuali che la madre
aveva con i suoi «clienti» aveva portato Marco a sviluppare un odio rabbioso
verso le donne, con cui non era mai riuscito a stabilire alcuna relazione duratura.
Aveva invece stabilito un rapporto simbiotico con la madre con cui viveva e da
cui, pur essendo cinquantenne, non riusciva a separarsi, giustificando ciò che
aveva vissuto come l’unico modo in cui lei aveva potuto prendersi cura di lui.
Conservava invece una vera e propria paranoia sul fatto che le donne lo
avrebbero solo usato sessualmente e mai lo avrebbero amato davvero.
Questo, e molti casi simili in cui gli eventi ripetuti non hanno portato al
costituirsi di un disturbo post traumatico da stress ma a un disturbo di ordine
superiore, sono esempi in cui gli eventi, come le gocce della famigerata tortura
cinese, riescono a scavare un solco indelebile nella vita delle persone e in cui la
terapia dovrà procedere in modo decisamente differente da quella utilizzata in un
post trauma.
Appare quindi evidente quanto risulti fondamentale la capacità del terapeuta di
procedere sempre dall’alto verso il basso, partendo cioè sempre dalla situazione
che invalida il paziente nel presente per poi passare, a mano a mano, ai livelli
successivi. Una volta che sul trauma si è innescato un disturbo secondario, il
trauma stesso non rappresenta il «limite» invalidante nell’immediato della vita
del paziente, e solo secondariamente, se sarà necessario, si procederà con un
lavoro che lo riguardi. Nella maggior parte dei casi, strutturatasi la patologia
secondaria, l’esperienza traumatica sarà solo un ricordo già elaborato e superato.
In tale ottica emerge in modo inequivocabile ancora una volta, l’importanza di
un intervento precoce ed efficace in situazioni potenzialmente traumatiche, come
quelle che vedremo nel prossimo capitolo.
Capitolo 4
Essere ostaggi del presente

Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta


inaspettata e furiosa
Papa Francesco, piazza San Pietro, 27 marzo 2020

A generare effetti traumatici può non essere un unico evento catastrofico, ma


una sequenza di eventi ripetuti o prolungati nel tempo, ciascuno dei quali, preso
singolarmente, può essere considerato anche di lieve entità, ma che nel loro
insieme possono avere un impatto devastante sull’equilibrio della persona. Si
tratta in questi casi di quello che è stato definito «trauma cumulativo»,6 in cui
l’effetto traumatico si struttura in modo «graduale», come una sorta di ragnatela
che viene tessuta a poco a poco intorno alla persona fino a intrappolarla. I
microeventi traumatici possono avere lo stesso effetto dannoso degli eventi
traumatici di grande intensità e portare allo sviluppo di disturbi psicologici di
vario tipo che vanno dall’area fobico-ossessiva, all’abuso di sostanze, ai disturbi
paranoici e depressivi (Manna, Daniele, 2014).
Sonia è la giovane mamma di due bambini: Paolo di sei anni ed Enrico di due.
Una mattina, mentre era con la nonna, Enrico ha cominciato a dibattersi in preda
a convulsioni fortissime. Episodi analoghi, sebbene di minore intensità, si sono
ripetuti anche nei giorni successivi. «Epilessia» hanno sentenziato i dottori, ma,
pur essendo passati già alcuni mesi, non sono ancora riusciti a trovare una
terapia efficace. È quindi importante che i genitori siano vigili per intervenire di
fronte a una possibile crisi. Da allora Sonia vive in uno stato di costante allerta:
non riesce più a dormire bene e trascorre le giornate con i nervi a fior di pelle.
Alla speranza che possa esserci finalmente una cura si alterna la consapevolezza
del fatto che, anche nel migliore dei casi, Enrico dovrà comunque affrontare
molte difficoltà e convivere con una pesante terapia farmacologica. Sonia
trascorre il tempo libero cercando su Internet informazioni sull’epilessia e le
possibili cure, ma si sente sempre più confusa e scoraggiata. «Mi sento come in
un incubo senza fine» racconta.
Mattia vive in una zona del Paese a forte rischio sismico. Qualche anno fa c’è
stato un terremoto un po’ più forte e poi, nei mesi successivi, tante piccole
scosse minori ma sempre frequenti e che hanno spesso fatto uscire le persone per
strada. Per Mattia non c’è differenza tra ieri e oggi: vive in uno stato di
attivazione permanente per la paura che possa arrivare un’altra scossa forte. Non
dorme più in camera da letto, ma sul divano vicino alla porta di casa e con le
scarpe a portata di mano per essere pronto a scappare. La sua intera vita ruota
intorno a tutte le precauzioni che prende nel tentativo di proteggersi dalla
prossima scossa, ma la paura non sembra passare, anzi.
E che dire di Luisa? Da quando ha lasciato il marito lui continua a insultarla e
a minacciare di portarle via i figli. «Sei una pessima madre, hai anche sofferto di
depressione e preso psicofarmaci, vedrai che il giudice ti toglierà i bambini!»
continua a ripeterle, più per il desiderio di tormentarla e vendicarsi che per un
genuino slancio paterno. E Luisa si dispera angosciata: anche se l’avvocato le
dice che non ha niente da temere, ha letto su Internet tante storie di ingiustizia. I
nervi a pezzi, non riesce più a guardare i figli senza piangere, né a concentrarsi
sul lavoro. Si sente come un condannato a morte di fronte a un plotone di
esecuzione che non è dato sapere quando sparerà. Telefona continuamente alle
amiche nel tentativo di farsi rassicurare, ma non sembra funzionare: l’angoscia
non la abbandona mai e comprende che sta gradualmente risprofondando nella
depressione.
Sonia, Enrico e Luisa non sono intrappolati nel passato, ma tenuti in scacco da
un presente ansiogeno e angoscioso che sembra essersi dilatato all’infinito. Chi è
ostaggio del presente lotta quotidianamente per cercare di liberarsi, ma senza
successo. L’ansia del combattente si alterna all’angoscia di chi sente che la
guerra è, in realtà, già persa, e l’unica possibilità è la resa. La condizione di
queste persone ricorda quella di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere ogni
giorno un masso dalla base alla cima di un monte, per vederlo però
inesorabilmente ricadere giù e dover riiniziare tutto daccapo il giorno
successivo. Di fronte a questo supplizio che pare senza fine, alcuni continuano a
combattere, altri finiscono per arrendersi all’angoscia che li divora. Se non
adeguatamente supportate, le persone ostaggio del presente sono ad alto rischio
non solo di un progressivo esaurimento psicofisico, ma anche di insorgenza di
disturbi psicologici severi, come quelli depressivi o paranoici.
Intervenire precocemente e in maniera efficace sul piano psicologico è quindi
indispensabile per aiutare le persone a imparare quanto prima a cavalcare le onde
dell’emergenza traumatica senza venirne travolti, diventando abili surfisti e
magari – perché no – meglio equipaggiati per affrontare futuri mari in tempesta.

1. In mezzo alla tempesta: la pandemia da Covid-19


L’esempio di sicuro più attuale e paradigmatico di cosa significa essere ostaggi
di un presente a rischio trauma è la situazione di pandemia da Covid-19 che
stiamo vivendo ormai da un anno al momento della stesura di questo libro. A
distanza di cento anni dalla più grave forma di pandemia nella storia
dell’umanità – l’influenza «spagnola» – che costò la vita a ben cinquanta milioni
di persone, il 2020 ci ha colto di sorpresa con il coronavirus che nell’arco di
pochissimi mesi si è diffuso in tutto il pianeta mettendoci improvvisamente di
fronte non solo alla nostra vulnerabilità e impotenza, ma anche al fallimento
della fiducia incondizionata nel progresso medico-scientifico, ritenuto da molti
addirittura onnipotente, perlomeno nella cura delle malattie infettive (Nardone,
2013, 2017; Bormolini et al., 2020). Un nemico sconosciuto, invisibile e fuori
dal nostro controllo ci ha costretti ad adottare misure precauzionali mai viste
prima: da un giorno all’altro abbracciare i nostri cari significava potenzialmente
infettarli se non ucciderli, non abbiamo più potuto darci la mano, baciarci, ma
nemmeno uscire in gruppo, avvicinarci agli altri, e la mascherina è diventata la
nostra compagna di vita. Cinema, teatri, palestre, e poi bar, ristoranti, negozi
hanno dovuto chiudere, nella speranza di poter contenere la diffusione del virus
nell’attesa dell’agognata cura o vaccino. Anche il nostro linguaggio si è
arricchito di vocaboli nuovi, che i mass media ripropongono incessantemente:
«distanziamento sociale», «divieto di assembramento», «smartworking»,
«didattica a distanza», fino ad arrivare al «confinamento» o «lockdown». Alla
crisi sanitaria si è venuta inevitabilmente ad aggiungere quella economica, che
sta contribuendo a mettere a dura prova non solo la salute fisica, ma anche quella
psicologica di larga parte della popolazione. Già a fine marzo 2020 un gruppo di
ricercatori dell’Università di Harvard7 aveva allertato rispetto a una possibile
emergenza psicologica in Italia se non si fossero presi in carico efficacemente
anche tutti gli altri aspetti connessi alla pandemia, in particolar modo quelli
legati al lockdown, oltre a quelli strettamente medici. Nell’editoriale di giugno
2020 del World Psychiatry8 il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, trasforma l’allerta in un grido di
allarme: la pandemia da Covid-19 non è solo una minaccia per la salute fisica,
ma anche per quella mentale. Disturbi come depressione, disturbo post
traumatico da stress e disturbo da uso di sostanze sono in deciso aumento, come
accaduto già in Asia durante l’epidemia di SARS del 2003. Secondo l’Istituto
Europeo per il Trattamento delle Dipendenze (IEuD) il lockdown ha portato a un
incremento dell’uso di droghe e dell’uso e abuso di psicofarmaci, in particolar
modo di benzodiazepine, con un tasso di crescita di oltre il 4% nei primi sei mesi
del 2020.9
Anche la violenza domestica appare in aumento, complice l’obbligo di
confinamento per lunghi periodi di nuclei familiari tra le mura domestiche.
Secondo il direttore dell’OMS, l’emergenza di cui dovremmo occuparci è
dunque quella riguardante la salute mentale e non solo quella fisica.

1.1. Le emozioni della pandemia

La paura è l’emozione principale che si è scatenata allo scoppio della pandemia,


diffondendosi ancora più rapidamente del virus stesso. Alla paura di ammalarsi o
di perdere i propri cari si è gradatamente aggiunta quella legata a un futuro
economico incerto e nebuloso, così come la paura di perdere le proprie abitudini
e sicurezze, l’impossibilità di relazionarsi con gli altri, in generale la paura di
perdere quella «normalità» che avevamo sempre data per scontata.
E si è scatenata anche la rabbia, declinata in tutte le forme possibili: la rabbia
per le restrizioni che ci sono state imposte o per chi non le rispettava, perché si
riteneva che fosse stato fatto troppo o troppo poco, rabbia verso gli ipotetici
«untori» o verso chi eccedeva con le precauzioni e, ad oggi, rabbia di chi ritiene
che sia importante vaccinarsi o di chi ritiene che non ci si debba vaccinare.
Con il lockdown la casa, da luogo di intimità, è diventata luogo di reclusione,
scatenando dinamiche interpersonali spesso conflittuali che hanno portato a un
incremento della violenza domestica. Come animali in cattività, sottoposti a uno
stress enorme e senza la possibilità di intervenire efficacemente per ristabilire un
po’ di controllo sula nostra vita, stiamo diventando sempre più preda della
rabbia, bisognosi di un «nemico da combattere» che ci dia l’illusione di poter
fare comunque qualcosa.
Ma per quanto possano diventare disfunzionali nel loro eccesso, la paura e la
rabbia «attivano» l’organismo e hanno quindi effetti meno devastanti di un altro
stato emotivo che si sta diffondendo sempre più: l’angoscia. Di fronte a un
nemico invisibile e fuori del nostro controllo, consapevoli dell’inevitabile crisi
economica appena iniziata, senza più le certezze che fino a pochi mesi fa
sembravano scontate, le persone possono arrivare a sperimentare un forte senso
di impotenza, un mix di paura e dolore che deprime piuttosto che attivare.
Mentre l’ansia indotta dalla paura, se non va oltre soglia, induce a combattere e
mantiene in qualche modo attivi, l’angoscia abbatte, è un tormento costante che
consuma chi la sperimenta. Come abbiamo visto più sopra, chi è angosciato vive
con una costante sensazione di oppressione al petto che toglie il respiro e con la
intima certezza di essere in qualche modo «condannato» dalla situazione che sta
vivendo. Se il «nemico» non si può combattere o sfuggire, l’unica possibilità è
una resa, un lasciarsi andare che sul piano fisiologico corrisponde a una
depressione del sistema immunitario, su quello psicologico può portare allo
sviluppo di severi disturbi psicologici, soprattutto di tipo depressivo.
Amplificate enormemente da un utilizzo compulsivo della rete e dal fenomeno
noto come «infodemia» (ovvero il diffondersi rapido e incontrollato di notizie,
sia vere che fake), paura, rabbia e angoscia sono diventate sempre più virali fra
la popolazione, portando a un diffuso contagio emotivo e a un ulteriore
peggioramento delle condizioni psicologiche già messe a dura prova dalla
pandemia.
Non dimentichiamo infine il dolore che ha travolto tutti coloro che hanno
perso un proprio caro a causa del virus, ma anche per altre ragioni, e non hanno
potuto stargli vicino negli ultimi momenti di vita a causa delle restrizioni
imposte dall’emergenza sanitaria. Si parla in questi casi di «lutti senza corpo»
(Solomita, Franza, 2020), lutti dalla difficile elaborazione, per il mancato
accompagnamento e saluto del morente e, durante il primo lockdown, anche per
la impossibilità di svolgimento del rito funebre; tutti gesti fondamentali per una
sana elaborazione del lutto che, oltre a essere un’esperienza soggettiva,
comprende una fondamentale parte sociale. La morte al tempo del Covid-19 è
diventata quindi una «morte per annullamento» (Bormolini et al., 2020), in cui
chi rimaneva ha vissuto letteralmente la «scomparsa» della persona cara,
dapprima isolata in ospedale e poi occultata definitivamente dentro una bara.
Per non parlare del dolore di chi il virus l’ha avuto e combattuto in prima
persona, in ospedale separato dai propri cari, spesso con ventilazione assistita e
l’angoscia di non sapere cosa ne sarebbe stato di lui, o anche a casa, con il
disagio e la sofferenza dell’isolamento e il terrore di poter peggiorare da un
momento all’altro.
Un discorso a parte merita la condizione di chi sta combattendo in prima linea
contro il virus: il personale sanitario. Sottoposti a uno stress eccezionale, medici
e infermieri stanno affrontando da mesi non solo un aumento enorme di carico di
lavoro, ritmi estenuanti e serrati, ma anche il senso di impotenza di fronte alle
sofferenze, fisiche e psicologiche, dei pazienti e agli alti tassi di mortalità. Una
pressione difficile da sostenere soprattutto per chi lavora in rianimazione e nelle
terapie intensive, che viene talvolta chiamato a dover prendere decisioni
difficilissime dal punto di vista etico ed emozionale. Questo intenso stress è
aggravato anche dalla consapevolezza dell’elevato rischio di infezione e
dall’essersi dovuti spesso allontanare dai propri cari per proteggerli dal contagio.
E a questa situazione di per sé già difficile si aggiunge il progressivo
deterioramento della percezione della figura dei sanitari da parte di un numero
purtroppo sempre più consistente di persone. Considerati dapprima eroi, sono
stati poi stigmatizzati come «untori» fino ad arrivare a oggi, momento in cui sta
iniziando la campagna vaccinale in tutto il mondo, a essere accusati di collusione
o di essere al servizio delle lobby farmaceutiche, interessate solo a vendere il
vaccino. Questo sovraccarico emozionale rende i sanitari una popolazione ad
alto rischio di sviluppare disturbi psicologici, in particolar modo di tipo post-
traumatico, legati non tanto a un singolo trauma, quando a un susseguirsi di
microtraumi, i cui esiti, se non gestiti già da ora, si evidenzieranno una volta
superata la fase di emergenza, dal momento che le ferite del guerriero si sentono
solo una volta terminata la battaglia (Dutheil et al., 2020; Jianbo et al., 2020;
Nardone, 2020a).10
In conclusione, se è inevitabile che una crisi come questa scateni emozioni
intense di paura, angoscia, rabbia, dolore, è altresì indispensabile intervenire
tempestivamente in un’ottica preventiva, per evitare che questi disagi si
trasformino in disturbi psicologici strutturati (Brooks et al., 2020). In un
momento di emergenza sanitaria, in cui tutti noi siamo chiamati ad adottare
comportamenti fondamentali per la nostra ed altrui salute, non possiamo infine
dimenticare quanto affermato fortemente dall’OMS nella Dichiarazione di
Helsinki: «Non c’è salute, senza salute mentale». Una cattiva salute mentale,
infatti, è associata anche ad una ridotta adesione agli interventi riguardanti la
salute fisica in generale; intervenire sul piano psicologico appare quindi
fondamentale anche per aumentare l’aderenza e la compliance delle persone alle
linee guida fornite dalle autorità sanitarie.

2. Cercare di rimanere a galla: le psicotrappole della pandemia


Vista l’importanza e attualità del tema, tratteremo qui in dettaglio i principali
meccanismi disfunzionali – le cosiddette «psicotrappole» (Nardone, 2013) –
messi in atto dalle persone per cercare di gestire la situazione legata al Covid-19
e le principali strategie funzionali che possono essere usate per aiutarle ad
affrontare l’emergenza. È importante però sottolineare che le stesse
psicotrappole, e quindi le stesse strategie, si possono ritrovare in tutte le
situazioni in cui la persona è «ostaggio del presente» indipendentemente dal
contenuto specifico di ciò che «tiene in ostaggio».
Quando il mare è in tempesta, cercare di cavalcarne le onde, o perlomeno di
rimanere a galla, mette a dura prova le abilità di navigazione di chi nemmeno
poteva immaginare di dover uscire in mare e che esistessero onde del genere.
Dalle reazioni funzionali per gestire il momento critico dato dalla pandemia si è
così facilmente scivolati verso reazioni decisamente disfunzionali, che invece di
ridurre il carico di malessere emozionale e di stress lo hanno involontariamente
amplificato. Buone strategie di gestione si sono trasformate in pessime strategie
per eccesso di dosaggio, al pari di come un farmaco si trasforma in veleno se
assunto in quantità eccessive.
Stiamo parlando di quelle che altrove abbiamo definito «psicotrappole»,
ovvero copioni percettivo-reattivi che si sono strutturati nel corso della nostra
vita con successo ma che, se esasperati o irrigiditi, possono diventare
decisamente disfunzionali. Vediamo quali sono le principali psicotrappole legate
alla pandemia.
L’evitamento, sotto forma di distanziamento sociale, è la principale forma di
protezione proposta per ridurre al minimo il rischio di contagio e la
propagazione del virus. La chiusura di tutte le attività di incontro (ristoranti,
palestre, discoteche...), il divieto di assembramento, le regioni divise per fasce di
colore, fino ad arrivare al vero e proprio lockdown appartengono tutti a questo
tipo di ambito: evitare i contatti per evitare la propagazione del virus. La paura
del contagio ha portato però alcune persone a un evitamento generalizzato che va
ben oltre le raccomandazioni sanitarie. Troviamo quindi persone che evitano di
aprire le finestre per timore che entri il virus, altre che vivono praticamente
rinchiuse in casa, o che preferiscono mangiare e dormire in stanze separate dai
propri cari.
Se l’evitamento «sano» ci permette non solo di salvaguardare noi stessi e gli
altri, ma anche di ridurre la paura del contagio, il suo eccesso produce invece
l’effetto opposto: quanto più evito tanto più aumenta la mia percezione di essere
in grave pericolo, dando vita a un circolo vizioso in cui evitamenti via via
progressivi portano a un graduale peggioramento della paura che dovrebbero
invece allontanare.
Oltre all’evitamento, l’altro pilastro su cui si è basato l’intervento di gestione
del virus è quello del controllo e delle precauzioni: procedure di igienizzazione
personali e dell’ambiente, uso obbligatorio di mascherine, uso di guanti,
potenziamento delle difese immunitarie con integratori sono tutti strumenti
prescritti o consigliati per proteggersi dal contagio. Come per l’evitamento,
anche l’eccesso di controllo o di precauzioni non necessarie (tenere i guanti
continuamente, disinfettare ripetutamente gli oggetti, e così via) produce effetti
psicologici dannosi. Quanto più mi proteggo, tanto più aumenta la percezione di
essere a rischio, cosa che porterà a intensificare ancora di più le precauzioni,
innescando un’escalation senza fine.
Soprattutto all’inizio della pandemia, l’incertezza e la mancanza di
informazioni sicure sul virus e su come proteggersi ha reso fondamentale poter
accedere a fonti attendibili, come quelle del Ministero della Salute, che
indicassero i comportamenti adeguati da tenere. Questo bisogno sano si è però
rapidamente trasformato in una vera e propria ricerca compulsiva di
informazioni, non solo quelle provenienti dalle fonti di informazione ufficiali,
ma anche e soprattutto quelle trovate in rete, nei social network che sono
pressoché esplosi, complice anche il lungo periodo di lockdown. La ricerca di
informazioni è passata così dal bisogno di informarsi al tentativo di rassicurarsi,
producendo invece l’effetto opposto: persone ammorbate dal bollettino
giornaliero sui morti sono diventate sempre più angosciate per sé e i propri cari;
altre sono cadute preda di fake news, false notizie sulle origini del virus, sulla
sua natura, su come curarlo, oltre a innumerevoli teorie complottiste. Questo
eccesso di informazione ha alimentato moltissimo non solo la paura e l’angoscia,
ma anche la rabbia, che ha trovato nei social network l’ambiente ideale per
propagarsi e alimentarsi sempre di più.
Particolarmente subdolo è poi il meccanismo del «socializzare» quello che si
pensa e si prova. Siamo abituati a pensare che parlare delle nostre paure, ansie e
angosce, condividendole con altri, sia un modo efficace per liberarsene e ridurne
il peso. In realtà, anche in questo caso il problema sta nel dosaggio: parlare
continuamente delle proprie paure, rabbie o angosce con l’illusione di «sfogarsi»
produce proprio l’effetto opposto: quanto più la socializzo, tanto più l’emozione
che vorrei ridurre si amplifica, inducendomi a parlarne ancora di più, in un
circolo vizioso senza fine. Anche quando il parlarne è volto alla ricerca di
rassicurazioni l’effetto che si ottiene è peggiorativo: delegare ad altri il compito
di contenere le nostre emozioni, infatti, non solo le scatena, ma ci rende sempre
più bisognosi di parole di conforto, in una sorta di «effetto ansiolitico» della
rassicurazione che, sul momento sembra funzionare, ma poi ci rende sempre più
dipendenti dagli altri e incapaci di gestire da soli le nostre emozioni.
In epoca di pandemia, infine, un aspetto particolarmente critico è quello
relativo alle richieste di aiuto medico. A differenza di quello che era sempre
avvenuto, ovvero consultare il proprio medico di base o andare al pronto
soccorso in caso di sintomi preoccupanti, la pandemia ha richiesto che il contatto
con le strutture sanitarie avvenisse seguendo particolari protocolli. Le persone
che accusavano sintomi sospetti erano caldamente invitate a prendere contatto
con le strutture sanitarie preposte, ma solo in presenza di particolari condizioni
mediche. Molte persone, però, soprattutto nei primi mesi, in preda all’ansia sono
ricorse a visite e accertamenti medici non necessari o al di fuori delle procedure
di sicurezza. Abbiamo quindi assistito a intasamenti dei Pronto soccorso da parte
di persone che accusavano sintomi di scarso rilievo, quando le stesse non
tormentavano i medici di base, già oberati da mille incombenze, per ricevere
rassicurazioni. Parallelamente, si verificava un’allarmante tendenza contraria:
persone che avrebbero avuto urgente bisogno di assistenza medica, come ad
esempio i cardiopatici, hanno preferito non andare al Pronto soccorso per paura
del contagio. Questo atteggiamento ha purtroppo portato ad un notevole
incremento delle morti per accidenti cardiovascolari. Come emerso da uno
studio condotto dalla Società Italiana di Cardiologia (De Rosa et al., 2020), nel
primo trimestre della pandemia da Covid-19 in Italia la mortalità da infarto è
addirittura triplicata.

3. Imparare a cavalcare le onde


Evitare, controllare eccessivamente, ricercare compulsivamente informazioni,
socializzare, cercare aiuto sono le principali psicotrappole dell’agire in cui è
facile cadere quando ci sente ostaggi del presente, indipendentemente dal fatto
che chi ci ha «sequestrati» sia un minuscolo virus, un evento naturale come un
terremoto, una persona che ci tormenta, o qualunque altra situazione che ci
sottoponga a continui microtraumi.
In più di trent’anni di ricerca clinico-sperimentale condotta presso il Centro di
Terapia Strategica di Arezzo è stata messa a punto tutta una serie di tecniche
create ad hoc proprio per intervenire su questi meccanismi disfunzionali e
ricondurli alla loro funzionalità (Nardone, Watzlawick, 1990, 2000, 2005;
Nardone, 1993, 2000, 2003a, 2017; Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone,
Portelli, 2005, 2013; Nardone, Balbi, 2008; Nardone, Salvini, 2013; Pietrabissa
et al., 2016). Queste tecniche hanno dimostrato di produrre effetti in tempi rapidi
non solo in ambito psicoterapeutico, ma anche in quello di prevenzione rispetto
al rischio di insorgenza di patologie psicologiche strutturate. Ovviamente, a
seconda del tipo di situazione, l’intervento sulla singola psicotrappola non deve
essere considerato come atto a sé stante, ma sempre inserito all’interno di un
percorso più articolato, in ambito sia psicoterapeutico, sia preventivo.
3.1. La paura dell’evitamento

Una ristrutturazione che si è rivelata decisamente efficace per sbloccare


rapidamente la tendenza all’evitamento disfunzionale delle persone impaurite è
quella che è stata messa a punto già a partire dagli anni ’90 del secolo scorso per
la cura dei disturbi fobico-ossessivi (Nardone, Watzlawick, 1990; Nardone,
1993) e utilizzata poi con successo in tutte le successive evoluzioni dei protocolli
per il trattamento di questi disturbi (Nardone, 2000, 2003a, 2016; Nardone,
Portelli, 2005; Nardone, Salvini, 2013). Si tratta di una manovra comunicativa
costruita per calzare perfettamente con la percezione della persona invalidata
dalla paura.
Sfruttando la logica del detto latino ubi maior, minor cessat, invece di
appellarsi alla ragionevolezza, si utilizza la forza della paura contro la paura
stessa, inducendo così in maniera indiretta il paziente a sbloccare la sua tendenza
all’evitamento. Nella sua formulazione tradizionale l’argomentazione che si
propone è la seguente:11 «Vorrei che lei cominciasse a pensare che,
ogniqualvolta evita qualcosa per paura, sta mettendo in moto due effetti paralleli.
Il primo è quello per cui il fatto di evitare la fa sentire meglio, più protetto,
poiché non deve affrontare ciò che teme; il secondo effetto, del tutto involontario
ma estremamente potente, è quello per cui più lei evita, più si conferma che non
è in grado di affrontare quella situazione o che se la avesse affrontata sarebbe
stato malissimo. E questo secondo effetto è proprio ciò che contribuisce non solo
a mantenere la sua paura, ma a farla peggiorare sempre di più. Ovviamente, non
le sto chiedendo di smettere di evitare, perché sappiamo che lei, in questo
momento, non è in grado di farlo, ma cominci a pensare che, ogniqualvolta evita,
sta contribuendo non solo a mantenere ma a peggiorare sempre di più la sua
paura».
Questa ristrutturazione è estremamente potente proprio perché fa leva
sull’emozione principale che tiene in scacco la persona (la paura), senza cadere
nella trappola di richiederle in maniera diretta di affrontare ciò che teme,
aggirando così la sua naturale resistenza al cambiamento. In virtù di questo, il
più delle volte la persona inizia spontaneamente ad affrontare cose che prima
evitava, scoprendo di avere le risorse per farlo e iniziando così anche a ridurre la
paura.
Ovviamente la ristrutturazione andrà adattata in maniera «chirurgica»
all’oggetto della paura del paziente, soprattutto nel momento in cui viene
utilizzata per intervenire su situazioni di paura relative a un pericolo reale e
concreto come quelle di chi è ostaggio del presente. Difatti, c’è un’enorme
differenza tra chi soffre di un disturbo fobico generalizzato, in cui la paura più
grande è proprio la cosiddetta «paura della paura», e chi deve confrontarsi tutti i
giorni con la paura di contagiarsi con il coronavirus, vivere una scossa di
terremoto o essere perseguitata da uno stalker. In tutti questi casi, inoltre,
l’evitamento al giusto dosaggio è un meccanismo protettivo sano e, come tale,
andrà salvaguardato, riducendolo solo nel suo eccesso. Nella ristrutturazione
proposta sarà quindi importante sottolineare che è solo quando sovradosato che
l’evitamento diventa disfunzionale.
Nel caso della paura del contagio da Covid-19, ad esempio, una volta ribadita
l’importanza di seguire gli evitamenti «sani» che ci vengono prescritti dalle
indicazioni sanitarie, si guiderà la persona a scoprire che l’evitamento eccessivo
porta a un continuo incremento della paura e dell’ansia correlata. A questa
considerazione ne andrà però aggiunta un’altra fondamentale: il fatto che la
costante attivazione fisiologica ansiosa, se protratta nel tempo, conduce
inevitabilmente a una depressione del sistema immunitario, il nostro più potente
sistema difensivo rispetto al virus. Più la persona evita, quindi, più la sua paura e
ansia aumentano, mettendola maggiormente a rischio proprio di contrarre il virus
da cui vorrebbe proteggersi. La paura di ammalarsi viene così sapientemente
utilizzata come leva di sblocco degli evitamenti patologici, aiutando la persona a
ricondurre quell’emozione entro un range adattativo, che le permetta di
affrontare il momento di emergenza nel migliore dei modi.
Mantenendo la medesima logica della manovra – creare una paura più che
grande che inibisca la più piccola – per ogni particolare situazione sarà
indispensabile trovare la «paura più grande» che calzi perfettamente con la
percezione della persona, aspetto che richiede da parte del terapeuta al tempo
stesso rigore e creatività.

3.2. I piccoli rischi e il «sano controllo»

La stessa logica utilizzata per sbloccare l’evitamento può essere adottata per il
tema delle precauzioni e dei controlli eccessivi. Immaginiamo, ad esempio, il
caso di Luisa, il cui ex marito continua a minacciare di portarle via i figli,
accusandola di essere una madre inadeguata. Terrorizzata da questa evenienza, la
donna ha cominciato a prendere tutta una serie di precauzioni per cercare di
mettersi al sicuro nel caso di una controversia giudiziale: controlla
ossessivamente che i figli facciano i compiti e prendano buoni voti a scuola, ma
allo stesso tempo ha cominciato a concedere loro tutto quello che chiedono, visto
che il padre cerca di accattivarseli con i regali. Ha anche smesso di concedersi
qualche serata con le amiche, dedicando loro ogni momento libero. Tutti questi
comportamenti, nella sua percezione, dovrebbero garantire il suo essere «madre
adeguata», ma la stanno rendendo invece sempre più nervosa e stressata, aspetto
che ricade inevitabilmente anche sulla sua relazione con i figli, soprattutto con il
più grande. Nel suo caso, una ristrutturazione efficace è stata quella di farle
rilevare come proprio i suoi tentativi di prevenire l’accusa di essere una cattiva
madre la stessero inducendo ad alterare il suo equilibrio e il suo comportamento
nei confronti dei figli al punto da farle davvero correre il rischio di diventare una
madre poco adeguata e quindi più facilmente attaccabile in caso di controversia.
A partire da questa paura più grande, la donna è stata guidata a correre ogni
giorno qualche piccolo rischio di esprimere la propria «spontaneità» materna, e a
scoprire in questo modo che non solo la cosa la aiutava a rasserenarsi e a ridurre
l’ansia, ma le permetteva anche di recuperare la propria autorevolezza
genitoriale e l’ottimo rapporto che aveva sempre avuto con i figli.
Nel caso di chi eccede nei controlli precauzionali per il Covid-19, invece, si è
rivelato efficace guidare la persona e realizzare che l’eccesso di controllo su
aspetti secondari o decisamente irrilevanti (ad esempio disinfettare più volte i
pacchetti della spesa o passare la giornata a pulire ossessivamente la casa)
rischiava di affaticarla così tanto da farle perdere lucidità rispetto ai controlli
davvero indispensabili. Questo eccesso di precazioni e controlli, dunque, non
solo non protegge, ma finisce per esporre a un maggior rischio di contagio. Una
volta effettuata questa ristrutturazione, per garantire che la persona continui a
mettere in atto i controlli precauzionali sani si può procedere a concordare con
lei una sorta di «protocollo» delle procedure preventive e di controllo efficaci a
cui attenersi, in modo tale da salvaguardare al medesimo tempo la salute fisica e
quella psicologica.

3.3. Ritualizzare la ricerca di informazioni

Come abbiamo visto, una delle modalità utilizzate per cercare di rassicurarsi
quando si è ostaggi del presente è la ricerca continua di informazioni, in
particolar modo in rete. Che si tratti di calamità naturali, Covid-19 o di
qualunque altro tipo di minaccia la persona stia vivendo, la rete è fonte
inesauribile di informazioni, purtroppo il più delle volte poco attendibili se non
tendenziose. Digitando la parola «stalking» sul motore di ricerca di Google si
trovano più di quarantasettemila voci, se si digita «epilessia infantile»
centoquarantasettemila, e nel caso di «Covid-19» più di sei miliardi. Siti di
informazioni, gruppi di autoaiuto, blog: si può trovare tutto e il contrario di tutto.
Ed è anche per questo che la ricerca delle informazioni su Internet può diventare
compulsiva e generare sempre più ansie ad angosce. A nulla servirebbe in questi
casi spiegare alla persona che dovrebbe evitare di cercare continuamente
informazioni: «Lo so, ma non riesco a frenarmi» è la risposta più frequente.
Utilizzando una tecnica che si è dimostrata decisamente efficace nella cura del
disturbo ossessivo compulsivo e ipocondriaco (Nardone, 2003a; Nardone,
Portelli, 2013; Bartoletti, Nardone, 2018) si provvederà a ritualizzare la ricerca
di informazioni da parte del paziente. Questi dovrà innanzitutto selezionare solo
fonti affidabili, evitando assolutamente i social network o i gruppi di discussione
su Internet. In secondo luogo, dovrà selezionare uno o al massimo due momenti
al giorno in cui dedicarsi alla ricerca di informazioni e per un tempo limitato; al
di fuori di quegli spazi dovrò evitare qualunque ricerca di informazioni. Con il
passare dei giorni questa manovra riduce notevolmente l’angoscia del paziente e
il suo bisogno compulsivo di ricerca, guidandolo a recuperare la giusta misura
tra il bisogno di informazione e la salvaguardia del proprio benessere emotivo.

3.4. Il pulpito serale

Il parlare continuamente delle proprie paure, rabbie, ansie e angosce è forse uno
dei meccanismi più pervasivi e universali dell’essere umano. Troviamo questa
psicotrappola trasversalmente in un’ampia gamma di disturbi, sebbene diventi
particolarmente dilagante proprio quando si sta vivendo una situazione di
emergenza. In questi casi, chiedere alla persona di smettere completamente di
socializzare i propri stati d’animo può risultare non solo inefficace ma addirittura
controproducente, soprattutto quando ansia e angoscia sono particolarmente
intense. Come un vaso che trabocca, la persona sente di non riuscire a contenere
da sola questa ondata emotiva ed è quindi importante concederle uno spazio
quotidiano in cui poterlo fare. A questo fine si utilizza una manovra che è stata
inizialmente messa a punto soprattutto per il trattamento dei disturbi depressivi e
delle presunte psicosi (Nardone, 1998; Nardone, Portelli, 2005; Muriana et al.,
2006), sebbene poi trasversalmente utilizzata in moltissime altre situazioni. Si
tratta della tecnica conosciuta come «pulpito serale».
Tutte le sere, prima di cena o dopo cena, la persona dovrà isolarsi in una
stanza della casa con colui o colei con cui sente maggiormente il desiderio d
sfogarsi (generalmente si tratta di un membro della famiglia), punterà una
sveglia in modo che suoni mezz’ora dopo e avrà mezz’ora di tempo per parlare
di tutto quello che vuole, lamentandosi di quello che la fa stare male.
L’ascoltatore dovrà restare in religioso silenzio, senza proferire parola. Quando
suona la sveglia, stop, ci si interrompe, evitando di commentare quanto detto,
dandosi appuntamento per ripetere il compito la sera successiva. Per tutto il resto
della giornata, però, la persona dovrà evitare di parlare con chicchessia di ciò
che la fa soffrire, rispettando quella che viene definita «congiura del silenzio».
Se darsi un tempo limitato per condividere il proprio malessere ha un effetto
liberatorio, continuare a parlarne è invece peggiorativo, al pari di innaffiare una
pianta con un fertilizzante speciale, e farla crescere sempre di più.
La reazione più usuale a questo tipo di compito è quella per cui le prime sere
la persona riesce veramente a riempire tutta o parte della sua mezz’ora. A poco a
poco, però, l’ansia e l’angoscia iniziano a stemperarsi e la persona scopre di
essere in grado di gestirle autonomamente, senza dover ricorrere continuamente
agli altri. Questo rappresenta spesso il primo passo dell’intervento, cui
seguiranno altre manovre di supporto per guidare la persona a imparare a stare in
equilibrio anche sulla corda tesa dell’emergenza.

3.5. La paura dell’aiuto medico

Anche nel caso in cui la persona ricorra continuamente a visite mediche si


possono usare ristrutturazioni che utilizzino la paura contro la paura, messe a
punto e sperimentate con efficacia nel trattamento del disturbo ipocondriaco
(Nardone, 2003a; Bartoletti, Nardone, 2018).
Nel caso del Covid-19, ad esempio, si potrà far leva sul fatto che recarsi negli
ambulatori o centri medici per essere continuamente visitati o fare degli
accertamenti non necessari aumenta inevitabilmente il rischio di contagio. Ma
anche chiamare continuamente il medico per essere rassicurati può essere
controproducente. In questo caso, infatti, non si produce solo l’effetto per cui più
cerco rassicurazioni più ne sentirò il bisogno, ma c’è anche il rischio di non
essere presi abbastanza sul serio nel momento in cui il bisogno fosse davvero
reale, come nella famosa storiella in cui il ragazzo che gridava sempre «al lupo,
al lupo» per divertimento, finisce per poi essere ignorato quando il lupo arriva
davvero.
3.6. Contenere le angosce

Quando si è ostaggi del presente potremmo dire che una certa quantità di
angoscia è praticamente inevitabile. Vivere immersi in una situazione di
emergenza può far sentire a tratti senza via di uscita anche le persone più forti e
combattive. Paradigmatico a questo proposito è il caso della categoria che è
maggiormente esposta agli effetti del Covid-19: i sanitari. Travolti da una
situazione inaspettata per tutti, medici e infermieri sono «sotto attacco» da più
punti di vista. Non solo la paura di contrarre il virus e di poter contagiare i propri
cari, ma anche il senso di impotenza rispetto ai malati gravi, la paura di non
essere all’altezza delle decisioni che andranno prese, il non sentirsi
sufficientemente supportati, e così via. È quindi inevitabile che molti di loro,
come purtroppo sta sempre più emergendo, affrontino la giornata lavorativa con
un pesante senso di angoscia in petto, angoscia che non li abbandona mai. In
questi casi, sarebbe irrealistico pensare di poterli liberare completamente da un
peso che, in qualche modo, non possono non portarsi addosso. Possiamo però
aiutarli a confinarlo in un momento particolare della giornata, in modo tale da
liberare gli altri momenti e dar loro un po’ di sollievo. Tutte le mattine, prima di
andare al lavoro, suggeriamo di immergersi completamente nelle proprie
angosce immaginandosi gli scenari peggiori che potrebbero realizzarsi,
concedendosi il pianto e qualunque altra reazione dovesse arrivare, fino a toccare
il fondo del proprio malessere e poi risalire a galla. Una volta fatto questo,
saranno pronti per iniziare la propria giornata lavorativa. L’angoscia, confinata
in un momento prefissato della giornata, da soverchiante diventa gestibile,
permettendo così alle persone di non essere travolte dalle onde della tempesta
che quotidianamente sono chiamati ad affrontare.

3.7. Recuperare il piacere

Uno degli effetti più evidenti dell’essere intrappolati nel presente è la completa
perdita del piacere, emozione fondamentale per il nostro equilibrio psicofisico.
Una volta intervenuti con manovre adeguate a sbloccare paura, ansia e angoscia,
sarà quindi importante guidare la persona a recuperare questa importantissima
dimensione della vita. A questo fine, le chiediamo di introdurre ogni giorno un
piccolissimo piacere nella sua giornata: potrà essere qualcosa di molto gustoso
da assaporare, una bella musica da ascoltare, un massaggio o un bagno caldo da
concedersi, qualcosa di bello da contemplare e così via. Non si tratta di andare
alla ricerca di grosse cose, spesso rese impossibili proprio dalla situazione di
difficoltà che la persona sta vivendo, ma di piccoli piaceri in grado di risvegliare
tutte quelle sensazioni gradevoli che sono state spente dall’emergenza.
Un caso particolare è quello del lockdown legato al Covid-19, in cui le persone
hanno perso la possibilità di dedicarsi alla maggior parte dei piaceri che prima
riempivano la loro vita e sono spesso preda dell’angoscia di un «vuoto» che non
sanno se si potrà tornare a colmare. Soprattutto fra i giovani si assiste sempre di
più a una sorta di assuefazione a questa situazione, che rischia di scivolare in una
rinuncia depressiva. In questi casi, per riaprire la porta alla speranza è importante
che la persona dedichi ogni giorno uno spazio di tempo per immaginare un
futuro piacevole, pensando a tutte le belle cose che farà una volta che questa
emergenza sarà risolta: riabbracciarci, viaggiare, vedere gli amici, andare al
cinema, a teatro, e qualunque altra cosa sia in grado di evocare forti sensazioni di
benessere. Un «viaggio» quotidiano fondamentale per mantenere aperta e viva la
nostra prospettiva del futuro e non soccombere all’angoscia del presente. Come
mirabilmente espresso dal neurofisiologo Fabrizio Benedetti (2018), non
dobbiamo dimenticare che «la speranza è un farmaco».
Capitolo 5
La perdita del futuro

Accade spesso, a chi ha perso tutto, di perdere sé stesso.


Primo Levi

Ci sono eventi che calano nella nostra vita come la notte, e proprio come la notte
cambiano la nostra visione di tutto ciò che fino a quel momento ci sembrava
chiaro. Talvolta assumono la dimensione metaforica di una mannaia, che scende
inesorabile nel nostro presente spezzando ogni filo di continuità col futuro.
Esperienze che talvolta improvvisamente, come una diagnosi infausta,
cancellano il nostro panorama futuro, che idealmente ci spingeva fino a quel
momento ad andare avanti e ci motivava in ogni piccola azione del quotidiano.
Ma ce ne sono altre che avanzano in sordina, talvolta travestite da opportunità
vantaggiose, che lentamente si rivelano in tutto il loro splendore catastrofico.
Essere vittime e nello stesso tempo artefici di un evento che cancella il nostro
futuro fa la differenza. Esserne consapevoli e non esserlo, ancora di più.

1. Essere gli artefici della propria condanna: superare i sensi di colpa


Alberto aveva quarantacinque anni quando è arrivato da noi e aveva appena
realizzato di essersi rovinato la vita. Separato dalla moglie in seguito a una
relazione extraconiugale, aveva deciso di richiedere il trasferimento per stare
vicino alla nuova compagna. Era bastato un mese nel nuovo lavoro per
accorgersi di essersi lasciato alle spalle tutto ciò per cui aveva studiato, lavorato
e combattuto. Giorno dopo giorno andare a lavorare era diventato sempre più
difficile. Il lavoro che svolgeva ora non aveva nulla a che vedere con quello
precedente. La prima sensazione della mattina al risveglio era ormai diventata
quella di una forte pressione al petto, che lui chiamava ansia, ma noi sapevamo
essere angoscia. Impossibile tornare indietro, impossibile andare avanti. Una
condanna eterna che nella sua mente risuonava sotto forma di domanda: «Come
ho potuto commettere un errore del genere?»
Quando nella nostra percezione della realtà non vediamo soluzioni, ci
sentiamo condannati. Non a morte, in questo caso, ma alla sofferenza. Nel caso
di Alberto, sofferenza provocata dal sentirsi responsabile di una scelta errata. A
volte questa angoscia si alterna a momenti di speranza che può portare la
persona a reagire nel tentativo di combattere o almeno difendersi dagli effetti di
ciò che è capitato. Altre volte è un’angoscia disperata che annienta, quella di chi
ha perso ogni possibilità di salvezza; un’angoscia senza via d’uscita in cui la
persona non prova neppure a combattere e che porta alla resa depressiva, una
resa dolorosa e affollata di rimorsi e disperazione. È l’angoscia della condanna
senza sconti, della chiusura a ogni possibile scenario risolutivo, di chi vede solo
la parola fine senza nuovo inizio, la più pericolosa. Nella migliore delle ipotesi
apre le porte alla rassegnazione depressiva, nella peggiore al suicidio. Sono
infatti questi i casi più delicati e pericolosi in cui anche persone apparentemente
forti e di successo, di fronte alla perdita del loro «tutto» e non vedendo soluzione
possono compiere scelte drastiche. Può trattarsi di una decisione sbagliata, come
nel caso di Alberto, ma anche di un tradimento che non riusciamo a perdonarci
perché ha distrutto la nostra coppia, o di qualunque altra azione di cui ci
sentiamo responsabili e che pensiamo abbia rovinato irrimediabilmente la nostra
vita.
In situazioni come queste le persone lentamente smettono di fare qualunque
cosa, ripiegandosi su sé stesse in una visione buia e catastrofica della propria
esistenza. Talvolta utilizzano la lamentela con l’illusione di «sfogarsi», ma
dolore e angoscia non conoscono sfogo, anzi: il tentativo di liberarsene non fa
altro che aumentarli. Non c’è alcuna possibilità di rassicurazione, nessun rimedio
a qualcosa che non appare rimediabile. Le persone, affaticate da questo peso
intollerabile, perdono la motivazione a fare qualunque cosa, cercando spesso
rifugio nel sonno, nell’alcol o in altre sostanze. L’abuso di ansiolitici,
frequentemente prescritti dai medici di base come primo rimedio, o di altre
sostanze calmanti è abbastanza frequente (innescando il pericoloso meccanismo
di abuso da sostanze che abbiamo precedentemente descritto).
Alberto non dormiva più, rimuginava ossessivamente tutto il giorno, piangeva
e pensava a come non ci fosse più alcuna soluzione alla scelta disastrosa che
aveva compiuto. «Indietro non si torna, non c’è più niente da fare. Ho buttato via
tutto e non c’è soluzione. Tutto quello che faccio mi fa schifo, ogni volta che
entro in ufficio penso a quanto mi piacesse quello che facevo prima e a quanto
inutile e umiliante sia quello che faccio ora. Non so più chi sono, ho sempre solo
lavorato e non posso pensare di essere stato così stupido da non valutare
attentamente una scelta del genere, così non vado avanti, non lo accetto».
Un dolore profondo e lacerante, quello della perdita, che chiude lo stomaco,
toglie il fiato, rende faticosa qualunque attività. Un dolore simile al lutto, ma
reso ancor più inaccettabile dall’impossibilità di percepire una realtà al di là
della perdita. E, insieme al dolore, una rabbia silenziosa, quella di chi rimugina
quotidianamente pur non volendolo, incolpandosi per aver provocato la fine di
qualcosa di essenziale. La rabbia di chi è costretto a rivedere di continuo i frutti
della propria scelta disastrosa, di chi avrebbe potuto prevenire ma non ci è
riuscito e non può più rimediare al fatale errore commesso.
Nel caso di Alberto non abbiamo nessun evento catastrofico, nessuno shock
improvviso, nessuna ferita inflitta di sorpresa, come una concezione classica di
«trauma» vorrebbe, ma una scelta, seguita da una delusione, che introduce nella
percezione della realtà del paziente una reazione a catena: delusione dopo
delusione, lo porta al punto di saturazione, quindi al crollo. Un sipario sul futuro
che si chiude in accelerazione, ma non improvvisamente.
Il lavoro con lui è iniziato lasciando, come si conviene in questi casi, il tempo
dei silenzi e delle aperture spontanee, ridefinendo queste ultime in modo che
potesse sentirsi compreso, ma soprattutto aiutandolo a capire cosa in realtà gli
stesse accadendo. È infatti importante in questi casi che il paziente comprenda la
dinamica in atto dentro di lui.
«Prima, Alberto, hai detto di avere l’ansia; quella che senti non è ansia, è
angoscia. Spesso le confondiamo, perché talvolta hanno caratteristiche comuni,
ma sono in realtà emozioni differenti. Quello che stai percependo tu è uno
scenario che non lascia via di scampo, ti senti senza via d’uscita, e non c’è
spazio per l’ansia in un panorama di questo tipo. Al principio, quando ti sei reso
conto d’aver preso una decisione sbagliata, hai provato ansia e ti sei attivato alla
ricerca di una soluzione; ma quando hai realizzato l’impossibilità di tornare
indietro, l’ansia si è trasformata in angoscia. L’ansia attiva, allerta, ma se non
trova prospettive di salvezza si tramuta in angoscia. Ora ti senti oppresso,
schiacciato e incapace di reagire: sei angosciato. Come un generale che si rende
conto di aver commesso un terribile errore strategico e cerca di combattere
disperatamente per rimediare, ma poi realizza con sgomento che la guerra è
irrimediabilmente persa e l’unica possibilità è la resa».
Ridefinire la situazione è indispensabile, in primo luogo, per sintonizzarci
sulla sua percezione di condanna e fargli capire che abbiamo compreso come si
sente; in secondo luogo, ci permette di aprire la strada all’intervento che sarà
primariamente orientato alla gestione dell’angoscia che, come abbiamo
anticipato, richiede strategie diverse da quelle utilizzate per l’ansia.
L’angoscia invadeva completamente la giornata di Alberto che continuava a
lamentarsene con la compagna, i cui tentativi di rassicurazione non facevano
altro che aumentare ciò che avrebbero invece voluto ridurre. Per prima cosa,
quindi, abbiamo fatto notare come parlare continuamente delle angosce non solo
non servisse a sfogarle ma anzi, ne aumentasse sempre più l’intensità – come
innaffiare una pianta con un fertilizzante speciale che la fa crescere sempre di
più. A questa ristrutturazione, che calzava pienamente al vissuto di Alberto, è
seguita la prescrizione del pulpito serale, già vista nel capitolo precedente. Ogni
giorno, prima di cena, avrebbe avuto mezz’ora di tempo per condividere tutto il
suo malessere con la compagna, ma le rimanenti ventitré ore e mezza della
giornata avrebbe dovuto evitare di parlarne con lei come con chiunque altro
(«congiura del silenzio»). Ovviamente la compagna avrebbe dovuto ascoltare «in
religioso silenzio», senza dare alcun tipo di risposta o rassicurazione.
In un caso come questo sarebbe stato non solo inutile, ma addirittura
controproducente chiedere di evitare di parlare in toto del suo malessere.
L’angoscia intensa che l’uomo sperimentava, infatti, non gli avrebbe permesso
di riuscirci, e l’indicazione avrebbe finito per aumentare la sua frustrazione e il
suo senso di fallimento.
Al successivo incontro Alberto appariva più reattivo: l’angoscia, che aveva
invaso la sua mezz’ora di pulpito nei primi giorni di esecuzione del compito,
aveva gradatamente ceduto il passo a un’intensa rabbia per l’errore commesso.
Negli ultimi giorni aveva ridotto sempre di più i suoi sfoghi con la compagna,
ma continuava ad avvelenare le proprie giornate con un rimuginio rabbioso.
Dopo aver ridefinito in maniera positiva questa evoluzione emotiva,
sottolineando come la rabbia – a differenza dell’angoscia – fosse non solo una
reazione sana, ma anche funzionale se ben gestita e orientata, abbiamo proceduto
ad aiutare Alberto a farla defluire in modo tale da riportarla al «giusto
dosaggio».
A questo fine abbiamo utilizzato la tecnica definita epistolario della rabbia
(Nardone, Balbi, 2008; Nardone, 2019), che sfrutta ancora una volta il potere
terapeutico della scrittura. Abbiamo chiesto ad Alberto di ricavarsi un momento,
ogni giorno, per prendere carta e penna e scrivere una lettera indirizzata a sé
stesso, in cui permettersi di riversare tutta la rabbia che provava, lasciando
liberamente fluire tutti i pensieri, gli insulti, tutto ciò che sentiva di doversi dire.
Una volta scritta, la lettera doveva essere chiusa in una busta senza rileggerla
(pena il «ri-intossicarsi» della rabbia appena scaricata su carta) e consegnata poi
al terapeuta alla seduta successiva. Avrebbe dovuto continuare fino a quando
avesse sentito di essersi completamente liberato dal veleno della rabbia.
Questa manovra permette di canalizzare la rabbia in maniera molto efficace e
di farla defluire in tempi piuttosto rapidi, facendo emergere, quando ci sia,
l’emozione sottostante. Nel caso di Alberto, come sempre avviene quando si
parla di senso di colpa, era l’intenso dolore per tutto ciò che aveva perduto in
virtù della scelta sbagliata. Ed era quindi un Alberto non più angosciato né
arrabbiato quello che ci consegnava le lettere, ma un Alberto addolorato, che si
sentiva e profondamente «in lutto» per quanto avvenuto. Abbiamo ridefinito
questo effetto come un altro passo importante, sottolineando come, a differenza
della rabbia, il dolore non possa essere «sfogato» in tempi rapidi, ma, al pari di
un tunnel buio, debba essere attraversato lentamente fino a uscirne.
Per aiutarlo in questo abbiamo utilizzato una tecnica che abbiamo
evocativamente chiamato cronaca dei disastri realizzati (Nardone, Balbi, 2008;
Cagnoni, Milanese, 2009; Milanese, 2020; Nardone, Cagnoni, Milanese, 2021).
Ogni giorno avrebbe dovuto ripercorrere per iscritto e dettagliatamente tutti i
disastri commessi, immergendovisi completamente ed evocando tutte le
emozioni a essi collegate. Avrebbe dovuto farlo proprio come se stesse
scrivendo una cronaca o un romanzo, a ritroso dal presente al passato, senza mai
rileggere quanto scritto e consegnando poi tutto a noi. Ribadiamo che, così come
non possiamo elaborare un dolore senza viverlo pienamente, non possiamo
elaborare un rimorso, o una serie di disastri commessi, senza contemplarli
dolorosamente. Ogni giorno la persona dovrà quindi sedersi sulle macerie dei
propri disastri e contemplarle, descrivendole una ad una.
L’effetto di questa indicazione è duplice. Innanzitutto, il ripercorrere i disastri
del passato obbliga la persona a fare i conti con le proprie responsabilità reali,
accettandole come parte inevitabile della propria storia e modificando
lentamente la sensazione dolorosa che, a forza di essere rivissuta e contemplata,
lentamente si attenua. In secondo luogo può capitare che, obbligata a
contemplare quelle che parevano terribili macerie, la persona scopra che le colpe
con cui si tormentava non siano state tutte sue o magari non sono così gravi
come prima le percepiva. In entrambi i casi, la ferita della colpa viene
gradatamente rielaborata fino a trasformarsi in cicatrice.
Una volta liberato il campo dalle macerie delle colpe, il lavoro si è poi
concentrato sulla ricostruzione di un nuovo futuro, cosa che anche Alberto è
riuscito faticosamente a fare. D’altra parte, come recita un bellissimo aforisma di
Shakespeare: «Non c’è notte così lunga che non veda il giorno».

2. Quando la condanna arriva all’improvviso: gestire l’angoscia


A volte la perdita del futuro non è l’effetto di qualcosa che abbiamo fatto, ma di
qualcosa che ci è capitato nostro malgrado. È il caso di Elisabetta, ventotto anni,
che ha perso improvvisamente la mamma a causa del Covid-19. Sono passati sei
mesi ed Elisabetta non è solo preda dell’intenso dolore della perdita, un lutto
sano e fisiologico, ma è paralizzata dall’angoscia di non essere in grado di
portare avanti la sua vita senza la madre, da sempre suo unico punto di
riferimento. Era la madre la persona con cui si confidava, quella che la
consigliava in tutto e da cui Elisabetta, che si definisce fragile e insicura, correva
di fronte a ogni difficoltà. La morte della madre ha coinciso anche con un
cambiamento professionale, un passaggio per lei molto delicato viste le sue
insicurezze. Nel nuovo lavoro sono stati tutti molto comprensivi per la sua
perdita e le è stato dato un intero mese di ferie, ma da quando è rientrata
Elisabetta vive in un’angoscia terribile che le rende faticosissimo portare avanti
la giornata lavorativa. Non riesce più a dormire bene, vive con un costante peso
sul petto e, soprattutto, sta iniziando a commettere piccoli errori dovuti a scarsa
lucidità mentale. «Non sono in grado, senza la mamma non ce la farò, la mia vita
è finita» è la frase che ripete costantemente.
Il caso di Elisabetta ci permette di analizzare un’altra importante manovra che
viene utilizzata per intervenire sull’angoscia e impedire che questa dilaghi
continuamente nel quotidiano finendo per trasformarsi anche in una perfida
profezia che si autorealizza: quello che abbiamo definito contenitore
dell’angoscia. Ogni mattina, al risveglio, la persona deve immergersi
volontariamente nelle proprie angosce ritagliandosi un tempo definito
(generalmente mezz’ora), mettendo per iscritto tutto ciò che di catastrofico e
angosciante potrebbe avvenire nella sua vita. Dovrà evocare e mettere su carta
tutti i disastri a cui sente di essere condannata, tutto ciò che pensa avverrà di
ineluttabile. Una volta terminato, dovrà chiudere il foglio e evitare di rileggere,
lasciando lì le proprie angosce e affrontando la giornata. Questa manovra, come
suggerisce il nome, serve innanzitutto a contenere la pressione invadente
dell’angoscia nello spazio mattutino, liberando così il resto della giornata e
fornendo alla persona un po’ di sollievo. A poco a poco, nella sua ripetizione
quotidiana, il compito porta anche a una graduale riduzione dell’angoscia, anche
grazie al fatto che la persona, sempre più libera da questa terribile sensazione, ha
la possibilità di riscoprire le proprie risorse.
Una volta sbloccata l’angoscia, sarà quindi possibile procedere con il lavoro di
ricostruzione del futuro, cosa che non sarebbe stata possibile prima a causa dei
forti effetti invalidanti di quella a livello non solo emozionale ma anche fisico.
La riapertura dello scenario futuro potrà avvenire in maniera graduale, step by
step, o realizzarsi in virtù di un cambiamento esponenziale «a effetto valanga»
(Nardone, Balbi, 2008). Nel primo caso, il terapeuta guiderà il paziente a
introdurre tanti piccoli e graduali cambiamenti in successione, fino a condurlo al
raggiungimento dell’obiettivo desiderato. Con le parole di uno dei nostri maestri,
John Weakland, «Ogni cosa conduce a un’altra cosa che conduce a un’altra
cosa... se ti concentri sul fare la più piccola e poi la successiva e così via, avrai
fatto grandi cose avendo fatto solo piccole cose» (Weakland, Fisch, Watzlawick,
Bodin, 1974). È stato questo il caso di Elisabetta, che abbiamo accompagnato a
costruirsi per la prima volta la fiducia nelle proprie risorse e un senso di
autonomia, e che è arrivata a scoprire di essere in grado di vivere la sua vita
anche nella dolorosa assenza della madre. Nel secondo caso, i piccoli
cambiamenti che il paziente viene guidato a introdurre finiscono per dare vita a
una reazione a catena che porterà rapidamente al raggiungimento dello scenario
finale desiderato. Si tratta di quei casi in cui il lavoro terapeutico richiede di
«sbloccare» meccanismi emozionali che rendono impossibile vedere il futuro,
ma una volta fatto questo non è necessario lavorare su singoli nuovi
apprendimenti, come nel caso di Elisabetta, perché la persona già possiede tutte
le risorse necessarie per procedere verso il proprio futuro.
In entrambi i casi, nel delicato e tortuoso cammino verso il nuovo scenario
potranno riemergere anche ricordi nostalgici, che se possono inizialmente
apparire dolorosi – tanto da far venire la tentazione di volerli scacciare – sono
invece estremamente importanti, perché parte integrante della nostra storia di
vita. Nella nostalgia, infatti, insieme al dolore della perdita è presente il piacere
del ricordo, ed è anche grazie a questa emozione primaria che la perdita viene
pian piano elaborata. Un aspetto importantissimo, ad esempio, tutte le volte che
si interviene per aiutare una persona ad elaborare un lutto, in modo che possa
«salvare dentro di sé» il ricordo di chi non c’è più ma farà sempre parte di lei.

3. Essere gli artefici della propria condanna e non saperlo


Come Bertrand Russell argutamente notava, «una volta che una persona crede o
sente che qualcosa sia vero, indipendentemente dal fatto che lo sia oppure no,
agirà come se lo fosse». Perfetta descrizione di quella che è stata definita
«profezia che si autorealizza» (Watzlawick, 1981), in cui è proprio il nostro
agire «come se» qualcosa fosse già vero a determinare il suo realizzarsi. È la
tipica condizione di chi sente che sarà rifiutato e si irrigidisce a tal punto da
tenere effettivamente tutti a distanza, o di chi sente che gli altri lo
abbandoneranno e si comporterà in maniera talmente diffidente o aggressiva da
far sì che gli altri alla fine si allontanino davvero. La persona, come un novello
Edipo, percepisce di essere condannata a vivere qualcosa di terribile, cerca in
tutti i modi di sfuggirvi e finisce però per condannarsi con le sue stesse mani.
Come ha sostenuto il filosofo John Locke, spesso coloro che riteniamo folli sono
persone che «partendo da premesse sbagliate e usando una logica corretta e
stringente, giungono a conclusioni erronee».
Basta quindi partire da una credenza errata per ottenere i risultati più
disastrosi. Credenza che costruiamo, spesso inconsapevolmente, tramite le nostre
esperienze. Ma, a differenza di quello che comunemente si crede, non è
necessario che si tratti di un’esperienza travolgente, traumatica o particolarmente
dolorosa; basta che sia sufficientemente perturbante da inserire in noi una nuova
percezione della realtà. Può trattarsi anche solo di un dubbio («temo/sento») che
irrigidendosi progressivamente si trasforma in certezza («credo/ne sono
convinto»), fino a diventare una condanna («non può che essere così»).
Un’esperienza apparentemente banale, a cui talvolta non dedichiamo nemmeno
molta attenzione a livello consapevole, ma che emotivamente ci tocca e si
insinua trasformandosi da granello di sabbia in maestosa cattedrale. A volte è
qualcosa che ci ha inizialmente molto turbato, ma che crediamo di aver
archiviato, quando in realtà ne abbiamo archiviato solo il ricordo ma conservato
la credenza, che subdolamente agirà a nostra insaputa.
È questo il caso di Alessandro, incredulo di essere riuscito a sposare una
donna «troppo bella e troppo intelligente» per lui, cosa che anche tutti gli amici
continuavano scherzosamente a fargli notare il giorno del matrimonio. Un colpo
di fortuna così inaspettato da fargli sollevare il terribile dubbio: «cosa succederà
quando lei si accorgerà che non sono alla sua altezza?» Il dubbio dura un attimo,
ma le conseguenze agiranno subdole per il resto della loro storia. D’altra parte,
lo stesso sant’Agostino ci dimostra come il dubbio, alla fine, sia espressione di
una verità, che se non ci fosse non mi permetterebbe di dubitare.
E così Alessandro vedeva in ogni amicizia maschile della moglie il suo futuro
amante, in ogni piccola disattenzione della donna la prova del decadimento del
suo amore. La accusava di non amarlo abbastanza e di averne le prove. Prove
schiaccianti, come il tempo passato al cellulare anziché in sua compagnia, come
il tentativo di farsi bella per gli altri ogni volta che uscivano con amici. Aveva
poi smesso di cercarla sessualmente, convinto che tanto lei l’avrebbe rifiutato.
Arrivò da noi a disastro quasi compiuto, spaventato dal un lato dall’essere sul
punto di perdere la moglie, ormai esausta, ma dall’altro ancora convinto che
tanto le premesse di questa «tragedia annunciata» ci fossero sin dall’inizio, a
causa dell’enorme divario tra loro. La moglie aveva tentato di rassicurarlo in
tutti i modi, ma questo aveva finito per amplificare ancora di più la patologica
convinzione dell’uomo. Alessandro viveva in una realtà permeata dal dolore;
quel dolore di chi sente che ciò che teme si sta ineluttabilmente realizzando. E
quanto più cercava di sfuggire a quella terribile realtà da lui stesso
inconsapevolmente creata, tanto più finiva invece per alimentarla e trasformare il
suo piccolo granello di sabbia in cattedrale.
Di fronte a situazioni come questa occorre innanzitutto bloccare la spirale
vertiginosa di autodistruzione in cui la persona si è inserita senza esserne
consapevole. A tal proposito possiamo chiederle di porsi ogni mattina una
domanda: «Se io volessi farmi lasciare da mia moglie, se volessi proprio essere
sicuro di far finire la storia ed essere abbandonato, cosa potrei fare o non fare?»
Si tratta di una variante della tecnica del come peggiorare (Nardone, 1998, 2009;
Nardone, Salvini, 2013), adattata nei contenuti in modo che punti diritto alla
paura più grande e alla probabilità che questa si realizzi proprio grazie agli sforzi
fatti nel tentativo di difendersene.
Le risposte, infatti, appaiono ovvie: dovrebbe esattamente continuare a fare ciò
che fa. Sintonizzarsi ogni mattina sulla realizzazione della propria peggiore
realtà e mettere in forma scritta il proprio «piano di distruzione» farà toccare con
mano quanto questo sia già in via di realizzazione da tempo, aprendo così una
realtà percettiva diversa in cui dovremo addentrarci con le successive manovre
terapeutiche, una prima importante esperienza emozionale correttiva a cui
dovranno però seguirne altre. Aprire un varco non è infatti sufficiente: il
condannato ha bisogno di cominciare anche a percepire la possibilità che la
condanna non si compia. La semplice consapevolezza di essere l’artefice del
proprio disastro lo pone sicuramente nella posizione di contenersi rispetto a
determinate reazioni, ma non basta per lenire il dolore della propria convinzione.
Senza disconfermare la sua percezione della realtà, anzi accettandola come
ragionevole, abbiamo chiesto ad Alessandro di fare una piccola indagine proprio
per valutare se la condanna debba essere considerata definitiva o meno. Ogni
giorno dovrà andare alla ricerca di tutti i segni che gli fanno dire che la moglie lo
vuole lasciare. Ma, sottolineiamo, dovranno essere segni oggettivi e
inequivocabili; se ne trova dovrà annotarli in un taccuino e portarceli, così li
valuteremo insieme.
Questa prescrizione, nota come ricerca della prova contraddittoria (Nardone,
Balbi, 2008; Nardone, 2020a) permette di invertire completamente la relazione
tra il soggetto e le proprie percezioni. Apparentemente asseconda la visione
patologica, ma quando viene applicata porta al suo smantellamento, poiché
quanto più la persona cerca i segni oggettivi e inequivocabili tanto più trova il
contrario. Il dover cercare segni, infatti, la obbliga a modificare il proprio modo
di porsi verso gli altri: da sospettosa e sulle difensive diventa così più aperta al
contatto, iniziando a invertire il senso della profezia negativa. Anche qualora
dovesse trovare piccoli segni, il doverli classificare come «oggettivi ed
inequivocabili» fa sì che la persona realizzi che tali non sono, cosa che
contribuisce gradatamente a farla distanziare sempre di più dalla percezione
distorta della realtà.
Ed è proprio questo che è successo ad Alessandro: sempre più bravo a evitare
di mettere in atto comportamenti distruttivi, ha iniziato gradatamente a
modificare anche la propria percezione dei comportamenti della moglie, che in
virtù di questi cambiamenti è ritornata ad avvicinarsi. Un circuito virtuoso che
ha portato al sovvertimento completo della condanna e al recupero di una vita di
coppia finalmente libera e serena.

4. Quando la condanna si nasconde nel passato


Ci sono casi in cui l’incapacità di costruirsi il futuro si radica in una realtà subita
in passato e di cui, talvolta, ignoriamo la potenza distruttiva. Esperienze che
pensiamo di avere elaborato, non provando più né rabbia né dolore nel
ricordarle, ma che possono talvolta lasciare un segno indelebile e farci sentire
eternamente condannati a rivivere quanto vissuto in passato senza potervi porre
alcun rimedio.
Essere rifiutati dalle persone che amiamo e da cui vorremmo essere amati è
uno dei dolori più grandi che possiamo provare. Se poi questo dolore ci viene
inflitto da piccoli e da parte delle figure di riferimento questa esperienza può
trascinarsi lungo il cammino della nostra vita e influenzarla pesantemente.
Dario arriva da noi affranto da una situazione che pare portarsi dietro da
sempre. Ha raggiunto una buona posizione lavorativa, ha una famiglia, ma soffre
terribilmente di quello che i suoi famigliari definiscono «vittimismo». Non si
sente ascoltato né capito, vive in uno stato di profonda e costante tristezza, un
dolore che gli viene rinnovato quotidianamente da piccoli gesti, apparentemente
banali, che lo trafiggono come lame nel cuore. «Ha reazioni eccessive» afferma
la moglie, «un uomo adulto non può spegnersi e ritirarsi in camera come un
bambino se mentre parla non lo ascoltiamo come desidererebbe». Proprio così: a
Dario basta vedere un piccolo segnale di disattenzione nei suoi confronti, un
banale segno di disconferma o squalifica, per paralizzarsi, come se fosse travolto
dal dolore. Un dolore che arriva all’improvviso, come un pugno nello stomaco, e
lascia senza fiato e senza forze; che toglie ogni energia, spegne il cervello e fa
precipitare in una voragine buia, ma conosciuta. È la voragine che Dario abita da
quando è piccolo, ogni volta che percepisce indifferenza nei suoi confronti.
Quando sta così non può fare altro che sentire quel male e cominciare a
rimuginare, chiedendosi perché debba capitare a lui, cosa dovrebbe fare per
cambiare la situazione, per sentirsi considerato, e giungendo poi alla conclusione
che in fondo sia meglio stare soli e isolati: almeno, non si soffre. Così Dario sin
dall’adolescenza ha pian piano troncato ogni sua relazione significativa nel
momento in cui cominciava a sentire di non essere abbastanza importante per
l’altra persona. Fidanzate, amici, colleghi e parenti. L’unico con cui non ha mai
«chiuso» è il padre: un padre che cerca da sempre di assecondare in ogni modo,
nella speranza che si accorga finalmente di avere un figlio. L’uomo, infatti, lo
aveva affidato a una coppia di zii quando la mamma era morta di cancro. Un
dolore terribile per il bambino, che aveva dovuto elaborare il lutto della mamma
e in parte anche quello del papà. Papà a cui aveva comunque cercato
disperatamente di piacere, ma, a detta sua, senza mai riuscirci.
Dario sostiene di aver superato la cosa da tempo ormai, di non provare alcun
rancore verso il padre, che aveva fatto del suo meglio, ma è consapevole di
provare un dolore abnorme tutt’ora, a quasi cinquant’anni, ogni volta che il
padre lo tratta con sufficienza.
Ci sono ferite del passato che ci segnano irrimediabilmente, nel migliore dei
casi con una cicatrice, segno che la guarigione della ferita è avvenuta
completamente; e ci sono ferite che non si rimarginano mai del tutto e
periodicamente tornano a sanguinare. Capita spesso, infatti, che chi è stato
vittima di eventi dolorosi, spesso microtraumi vissuti durante l’infanzia o
l’adolescenza, pur non ripensando più a ciò che ha vissuto o agli attori coinvolti,
continui a «risuonare» dello stesso dolore ogniqualvolta si trova a vivere
esperienze simili, che hanno il potere di rievocare lo stesso tipo di emozioni. Si
può trattare di episodi di violenza (essere stati picchiati, umiliati, offesi), ma
anche di prese in giro da parte di coetanei o dell’essersi sentiti abbandonati o
rifiutati da parte di persone significative. In tutti questi casi spesso la persona
non riconduce il problema che sta vivendo nel presente al suo passato, pur
risentendone invece quotidianamente. Al di là della sua convinzione razionale,
infatti, continua a essere vittima della percezione per cui tutto è destinato a
ripetersi, come in una sorta di karma da cui non è possibile sfuggire; una
condanna che minuziosamente realizza senza accorgersene, nella convinzione di
essere in qualche modo predestinata e quindi già sconfitta in partenza. Come
nella storia del prigioniero di Kafka che, vedendo installare una forca nel cortile
del carcere in cui era rinchiuso, si convince che la forca sia stata predisposta per
lui e una notte, terrorizzato, riesce a fuggire dalla cella, corre in cortile e si
impicca da solo.
E così era capitato anche a Dario, che aveva piastrellato il suo percorso di
sconfitte, troncando ogni relazione perché dolorosa, impari, ingiusta e deludente.
Bastava anche solo un appuntamento disdetto all’improvviso, così come la
mancanza di puntualità di qualche amico ritardatario, una moglie distratta dai
figli, un collega poco interessato ai suoi discorsi: piccoli segnali, grandi
conferme, profondo dolore. Sempre la solita sequenza. Gesti che venivano
minimizzati da tutti, di cui nessuno comprendeva la portata catastrofica. Perfino
lo psicologo a cui si era rivolto in precedenza gli aveva fatto notare quanto le sue
reazioni fossero eccessive, e questo lo aveva ulteriormente convinto che non ci
fosse più molto da fare.
Non era difficile accorgersi che la parte di storia che Dario si portava dentro
dolorosamente, e che pensava di aver definitivamente superato, richiedeva
invece un’elaborazione che non fosse solo cognitiva, ma soprattutto emozionale.
Quando ci troviamo di fronte a situazioni come queste, per permettere una
definitiva elaborazione del passato e aiutare la persona a dare un senso logico
alla propria storia, utilizziamo un compito particolare: il romanzo criminale
(Muriana, Pettenò, Verbitz, 2006; Nardone, Balbi, 2008; Milanese, 2020).
Chiediamo alla persona, ogni giorno, di ripercorrere per iscritto e a ritroso
(partendo quindi dal presente in direzione del passato) tutte le esperienze
dolorose che ha vissuto, tutte le prese in giro o gli abbandoni, tutto ciò che ha
subito e che si porta ancora addosso come una sorta di «marchio a fuoco». Ogni
giorno dovrà aggiungere un pezzo al suo romanzo; una volta finito, lo scritto
andrà consegnato al terapeuta, senza ovviamente rileggerlo. Lo scopo di questo
compito è duplice: da un lato si comincia a dare un senso logico alla propria
storia dolorosa e, di conseguenza, al proprio problema nel presente. Per questa
ragione è importante che la narrazione venga fatta partendo dal presente e non
dal passato, permettendo alla persona di percepire come l’attuale situazione non
sia che la fisiologica conseguenza della propria storia di vita. Ridare una trama
congruente alla narrazione biografica permette così di dare un senso a quello che
si sta vivendo e di procedere andando oltre. In secondo luogo, come abbiamo già
sottolineato, lo scrivere narrando permette di rimettere i ricordi nel passato,
evitando che invadano il presente sotto forma di emozioni e percezioni
disfunzionali. Difatti, chi ha una storia fatta di sofferenze cerca sovente di
rifuggirla, accantonarla o minimizzarla nell’illusione che questo permetta in
qualche modo di dimenticarla: un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto,
che dà l’illusione che tutto sia a posto fino a quando qualcosa non ci obbliga a
farci i conti. La manovra richiede invece di immergersi nel dolore: dover
ripercorrere i «crimini» subiti obbliga a guardarli da vicino, senza possibilità di
fuga, fino ad arrivare a metabolizzarli come parte integrante della nostra storia
ed emanciparcene. Una logica paradossale in cui, ancora una volta, per venire
fuori da un tunnel ci si deve passare attraverso.
Ed è stato così che Dario ha scoperto quando dolore gli causassero ancora le
sue esperienze di bambino abbandonato, quante lacrime fosse ancora necessario
versare, ma anche quanto il ripercorrere la sua triste storia fosse liberatorio e gli
permettesse finalmente di comprendere il perché della sua estrema sensibilità.
Nonostante il dolore si fosse ridotto, Dario viveva ancora con la sottile
angoscia che, durante il giorno, potesse capitare qualcosa che lo facesse
riprecipitare nel baratro della sofferenza, cosa che puntualmente accadeva,
sebbene con intensità e frequenza decisamente minori di prima. Abbiamo quindi
cominciato a lavorare sulla dimensione del presente, utilizzando la manovra
delle profezie catastrofiche (Nardone, 2014a; Muriana, Verbitz, 2017),
estremamente efficace se applicata alle persone che, come la profetessa
dell’antica Grecia Cassandra, prevedono sempre sciagure. Persone che, nel
migliore dei casi, vivono immerse in un’angoscia costante, e nel peggiore
finiscono per realizzare proprio ciò che temono.
Ogni mattina la persona deve prevedere tutte le «catastrofi» che si potrebbero
realizzare in quella giornata e scriverle dettagliatamente su un foglio, insieme a
tutte le sensazioni che prova, a tutte le angosce più opprimenti. Nel caso di
Dario, tutto ciò che avrebbe potuto scatenargli quell’intenso dolore che
conosceva così bene. Solo a giornata terminata, avrebbe dovuto verificare quali
profezie si fossero avverate e quali no.
E così Dario aveva scoperto che non solo la maggior parte di ciò che temeva
non si realizzava, ma che anche quando qualcosa era capitato, il fatto di averlo
previsto aveva decisamente mitigato la sua reazione dolorosa, che in alcuni casi
non era nemmeno scattata.
Scrivere dettagliatamente le proprie angosce permette gradatamente alla
persona di distaccarsene emotivamente proprio perché ne accetta l’inesorabilità
e, parallelamente, concentra nella mattina tutte le emozioni negative, liberando
così il resto della giornata. Infine, il verificare la sera cosa si sia effettivamente
realizzato finisce per smontare definitivamente il meccanismo del pensiero
catastrofico. Nella maggior parte dei casi, infatti, come per Dario, sono poche le
profezie che si realizzano, a riprova del fatto che l’anticipazione riduce
l’angoscia e con essa la probabilità che si verifichi ciò che si teme.
E così, partendo dal ricostruire la trama della sua vita, a poco a poco Dario ha
iniziato a scrivere nuovi capitoli del suo romanzo, capitoli finalmente liberi dal
peso di un passato che non aveva più senso portarsi addosso.
5. Non essere artefici della propria condanna ma diventarlo
La diagnosi di positività all’HIV l’aveva ricevuta a diciassette anni. «Un regalo
del mio primo e unico fidanzato» aveva sottolineato Angela. Quando è arrivata
da noi ne aveva però ormai venticinque, e da allora non si era più fatta
avvicinare da un uomo.
Una diagnosi che come un boato nel mezzo del nulla le aveva comunicato la
fine della sua vita, e che le aveva fatto capire «che tanto non ci sarebbe più stato
nulla di buono ad attenderla», solo dolore e magari anche la morte. La donna
però non si era rivolta a noi per la paura della morte, anzi: aveva capito che
grazie alle nuove terapie avrebbe anche potuto vivere a lungo senza grandi effetti
collaterali e proprio per questo non avrebbe potuto tollerare di continuare a
vivere come negli ultimi sette terribili anni. Anni di rabbiosa rimuginazione sul
fidanzato, sfociata, di recente, nel desiderio di vendetta. La rabbia aveva avuto la
meglio anche sulla paura della morte, cosa non rara nei casi in cui la sentenza di
condanna giunga improvvisamente dall’alto e venga vissuta come qualcosa di
assolutamente ingiusto e immeritato. La rabbia corrode come un veleno e la
vendetta (fonte di immediato piacere per la mente) diviene il siero che,
apparentemente, allevia la sofferenza. Ma si era spinta troppo oltre, a detta sua,
cominciando addirittura a sperare che potesse accadere qualcosa di brutto alla
famiglia di quel ragazzo (che nel frattempo si era rifatto «ingiustamente» una
vita) e se ne era profondamente vergognata.
Rabbia (lecita e ovvia), voglia di vendetta (utilizzata come morfina per non
soffrire troppo), invidia (il dolore di ciò che non potrò avere ma che gli altri
hanno) e infine vergogna (per essere diventati ciò che non si avrebbe mai voluto
essere). Un cerchio che prende vita dal dolore e si chiude col dolore, ma passa
attraverso diverse emozioni, come spesso accade a chi si trova chiuso in un
presente che, come un disco rotto, ricomincia sempre daccapo.
Oltre a lavorare sulla rabbia attraverso l’epistolario di cui abbiamo già trattato,
in casi come questo si procede secondo la logica dell’antico stratagemma cinese
uccidere il serpente col suo stesso veleno (Nardone, 2003b). Abbiamo chiesto
alla donna di elaborare quotidianamente, in forma scritta, tutti i piani di vendetta
che avrebbe voluto mettere in pratica verso il suo ex fidanzato. Ogni giorno
avrebbe dovuto escogitarne uno nuovo e descriverlo dettagliatamente in ogni sua
parte. Una vera sceneggiatura che dalla progettazione prosegue sino all’epilogo
desiderato.
Questa manovra da un lato permette di concedersi il piacere della vendetta
senza provarne vergogna; parallelamente, però, smonta gradatamente il piacere
stesso che, proprio perché prescritto e reso volontario, alla fine non è più così
perturbante e piacevole. La vendetta perde così tutto il suo fascino, la rabbia
defluisce lasciando spazio al dolore, che emerge in tutto il suo splendore
disastroso.
È a questo punto che si comincia il lavoro su ciò che resta, spesso macerie da
rimuovere. Talvolta emerge un dolore antico mai vissuto pienamente e quindi
mai elaborato, talvolta invece una forte angoscia all’idea di dover continuare a
vivere con un segreto inconfessabile. Ci sono esperienze traumatiche che oltre al
dolore lasciano un segno indelebile di cui non si vorrebbe mai dover parlare: la
vergogna.
Vergognarsi di qualcosa di cui non si ha colpa non è meno invalidante del
vergognarsi di qualcosa di cui ci si sente responsabili. Questa invasiva
emozione, infatti, porta in entrambi i casi al desiderio di non essere visti. Sparire,
nascondersi, diventare invisibili appare dunque l’unico antidoto per non
«sentire» il male della propria onta. Per questo Angela non si era più fatta
avvicinare da nessuno: per la paura che gli altri vedessero ciò che lei per prima
non avrebbe mai voluto essere, un’«appestata», per usare le sue parole. Era come
se camminasse su una corda tesa tra il desiderio di essere amata e la paura che
gli altri potessero vedere in lei questa terribile realtà e la potessero quindi
giudicare e rifiutare per questo. Una situazione molto delicata, che richiede che il
terapeuta accompagni in maniera molto attenta. Questo coraggioso viaggio di
riapertura e fiducia verso il prossimo, quindi, doveva essere fatto nel totale
rispetto dei tempi della persona, guidandola a fare solo i passi che in quel
momento si sentiva in grado di fare, senza forzare o spingere. E, parallelamente,
aiutandola a gestire la paura di essere giudicata e rifiutata, in modo tale da non
innescare una terribile profezia che realizzasse la sua condanna, come in alcuni
esempi precedentemente descritti.
Angela si è fatta coraggiosamente accompagnare lungo tutto questo percorso,
con fiducia e determinazione. Ha incontrato un compagno meraviglioso e oggi
vive il suo presente con serenità, il passato oramai un lontano ricordo, il futuro
davanti che la aspetta.

6. Il lutto complicato
«Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate
pure il sole; svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco; perché da questo
momento niente servirà più a niente». La fine di questa bellissima poesia di W.
H. Auden rappresenta mirabilmente il vissuto di chi ha perso per sempre una
persona amata. Per quanto il dolore possa essere determinato da esperienze
differenti tra loro e caratterizzare scenari diversificati, la perdita di qualcuno
rappresenta una delle forme di dolore più acuto che una persona possa
sperimentare nella vita.
Tutti, prima o poi, piangeremo (lutto, dal latino lugere, piangere) la perdita di
qualcuno: questo aspetto doloroso dell’esistenza ci accomuna tutti. La capacità
di elaborare una perdita è alla base delle nostre competenze emotive e fa parte di
un processo che tutti gli esseri umani sono destinati ad affrontare. Da questo
punto di vista il lutto è un processo «fisiologico» e procede attraverso differenti
fasi, che ognuno di noi attraversa con i propri modi e tempi (Kübler Ross, 1976).
E ogni lutto, proprio come una ferita, ha il suo tempo di «guarigione» che varia a
seconda della sua profondità, di dove e come è stata inferta e da tutta un’altra
serie di caratteristiche che possono rendere più o meno lento il processo di
cicatrizzazione. In quanto «ferita», però, può anche infettarsi, dando origine a
quello che è stato definito «lutto complicato». Ciò che distingue i due tipi di
lutto non è il succedersi delle fasi, ma il fatto che nel lutto complicato, a un certo
punto, il soggetto si blocca e non permette la completa elaborazione del dolore e
della perdita. Si tratta di lutti «non risolti», in cui le forti sensazioni provocate
dalla perdita anziché produrre cambiamenti, evoluzioni e movimenti (che, per
quanto dolorosi, sono alla base di una sana elaborazione della perdita stessa)
arrivano a paralizzare il cammino.
Alla base di una sana elaborazione del lutto c’è sempre una coraggiosa
capacità di affrontare il dolore della perdita. Un dolore immenso non può essere
reso meno intenso da nulla, tranne che dalla capacità di viverlo appieno nel
tempo. Per questo motivo, concedersi spazi dedicati al dolore in cui immergersi,
lasciandosi andare emotivamente allo strazio della perdita, diviene un’utile e
preziosa manovra terapeutica da utilizzare anche nei casi di lutto fisiologico, per
agevolarne il normale processo di elaborazione. Si tratta di procurarsi uno spazio
giornaliero in cui tuffarsi nel dolore, toccare il fondo e riemergere, per poi
tornare a dedicarsi alle normali attività quotidiane. Questo momento, di per sé
inevitabile, se reso volontario, farà percepire il dolore come meno travolgente e
più «controllabile» e, contemporaneamente, eviterà di far mettere in moto
subdole (e inconsapevoli) strategie di evitamento del dolore, spesso alla base di
complicazioni di questo delicato processo.
Più avanti nel processo di elaborazione, questo spazio diurno quotidiano potrà
lasciare il posto a una manovra chiamata galleria dei ricordi (Nardone, 1998;
Milanese, Mordazzi, 2007; Cagnoni, Milanese, 2009). Attraverso questo
compito chiediamo al paziente, ogni sera, prima di addormentarsi nel proprio
letto, di rievocare immagini piacevoli di lui e della persona scomparsa, proprio
come fossero fotografie da incorniciare e mettere in un album di ricordi. Una
volta che si sia costruita nella mente questa sorta di galleria di ricordi, dovrà
andare a visitarla ogni notte, prima di dormire.
Questo tipo di manovra non calza ai casi di lutto appena avvenuto, poiché il
dolore troppo intenso richiede momenti specifici durante il giorno per essere
contenuto e coraggiosamente vissuto. Solo in un secondo tempo, quando la ferita
è meno recente e quindi già avviata verso la guarigione, la galleria di ricordi
aiuterà a rimandare a sera il momento malinconico e doloroso, ancora
inevitabile, ma più contenibile. La dose di dolore presente nella rievocazione
notturna e il piacere del ricordo provvederanno congiuntamente, pian piano, alla
trasformazione del dolore in malinconica nostalgia. Come recita il bellissimo
aforisma di sant’Agostino: «Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di
chi resta».
Ma ci sono situazioni in cui la capacità di concedersi questo dolore inevitabile
viene ostacolata da altre emozioni travolgenti. Trattare il lutto complicato
significa quindi saper individuare il punto su cui intervenire per poter favorire
l’inizio dell’elaborazione del processo.
Prendiamo per esempio un caso di lutto amoroso, in cui l’emozione prevalente
di chi è stato abbandonato sia la rabbia. Questa emozione può diventare talmente
travolgente da celare completamente la percezione della sofferenza. La persona
abbandonata potrà apparire talmente arrabbiata da non sembrare nemmeno
dispiaciuta, o magari di esserlo solo a tratti. In una dinamica rimuginatoria
rabbiosa di questa portata non potrà aver luogo nessun tipo di elaborazione
luttuosa, poiché proprio la rabbia impedisce di prendere atto della perdita e di
viverne la parte dolorosa. L’epistolario della rabbia (già visto in precedenza)
potrà essere d’aiuto per aprire successivamente lo spazio al dolore. Solo una
volta defluita la rabbia, infatti, emergerà questa parte emotiva che la persona
dovrà imparare a concedersi.
Immaginiamo, invece, i casi in cui la scomparsa di qualcuno lasci degli
incompiuti o dei rimorsi. Il senso di colpa diviene una leva fondamentale su cui
molti lutti complicati affondano le proprie radici. Diventa infatti difficile lasciar
andare qualcuno con cui si hanno dei sospesi. Proprio l’annullamento di questo
stato di sospensione potrà permettere al processo di elaborazione del lutto di
compiersi fisiologicamente, e creare un canale comunicativo con la persona
scomparsa diviene fondamentale strumento terapeutico. Anche in questo caso la
scrittura ci viene in aiuto: far scrivere lettere al defunto al fine di espiare le
proprie colpe, dire ciò che non si aveva avuto il coraggio di dire, far emergere i
propri rimpianti o porgere le proprie scuse, potrà servire a fare largo tra le
proprie macerie emotive e lasciare il campo al dolore: quello sano e inevitabile.
Talvolta l’incapacità di affrontare una perdita porta a comportamenti che nel
tempo possono diventare veri e propri disturbi. Assistiamo così a esasperati
tentativi di distrarsi forzatamente, impegnando le proprie giornate in iperattività
intense, entrando in circoli viziosi in cui la paura del non aver nulla da fare
diviene il motore di questa diabolica macchina. La calma e la noia assumono
l’aspetto di un fantasma da cui scappare: il fantasma del dolore. «Se mi fermo
comincio a pensare, se ci penso soffro» sono le parole che più frequentemente
vengono pronunciate in questi casi. Riuscire a rendere consapevoli i pazienti che
il dolore per essere elaborato debba essere vissuto rappresenta la componente
fondamentale della maggior parte degli interventi su lutti bloccati.
Oppure, possiamo assistere alla comparsa di comportamenti ossessivi o di
apparente negazione della realtà. Questo aspetto può comparire sia nei casi di
lutto amoroso (il più frequente) che in caso di lutto vero e proprio. Nel primo
caso, la persona abbandonata cerca costantemente la presenza dell’altro
telefonando, scrivendo o addirittura spiando. Atti persecutori per chi li riceve,
ma di illusorio (e deludente) tentativo di alleviare il dolore per chi li attua, il
quale finisce rapidamente in una spirale compulsiva in cui più ricerca la
vicinanza, più avverte la distanza. E così riparte la necessità di ricerca del
contatto, in una spirale senza fine.
La negazione del dolore arriva talvolta sotto forma di «congelamento» delle
emozioni: per non sentire il dolore non si sente più nulla. La persona
«superstite» continua la propria esistenza in una sorta di anestesia emotiva,
portando avanti i propri doveri, perdendo ogni stimolo e desiderio verso
qualunque forma di esperienza. Talvolta sembra non aver nemmeno sofferto
troppo la perdita, proprio a causa di questo stato di assenza di qualunque
emozione. Nel tempo si delinea un quadro apparentemente depressivo, che solo
dopo un’attenta analisi appare essere il risultato del non aver mai vissuto
pienamente il dolore della perdita. La comunicazione col paziente, in questi casi,
verterà proprio sul turbarlo emotivamente in modo da far emergere finalmente il
dolore e poterlo condurre verso una sana elaborazione del lutto.
Anche nel disturbo post-traumatico da stress l’eventuale lutto non viene spesso
processato poiché il paziente, intrappolato nel passato, rivive costantemente il
ricordo dell’evento traumatico e viene quindi travolto, prima che dal dolore,
dall’orrore e dalla paura. In casi come questo, quindi, è fondamentale accertarsi
che il disturbo sia stato sbloccato prima di procedere con qualunque manovra di
elaborazione del lutto, in quanto la persona verrebbe pervasa dalla paura ancora
prima che dalla sofferenza del ricordo.
In definitiva, lavorare sui lutti complicati significa intervenire sui diversi
sistemi percettivo-emotivi e saper identificare le emozioni di base su cui fare
leva, visto che non sempre il dolore è l’emozione che emerge per prima. Per far
questo il terapeuta deve avere a disposizione strumenti e modalità di
comunicazione in grado di far sentire al paziente la necessità di procedere verso
una sana elaborazione del lutto, pena l’impossibilità di superarlo. Si tratta spesso
di effettuare un lavoro dall’alto verso il basso, partendo dall’emozione
emergente per accompagnare delicatamente il paziente attraverso il proprio
dolore. Solo una volta sbloccato il meccanismo che lo teneva intrappolato nel
proprio lutto complicato la ferita, ancora aperta ma non più infetta, si avvierà
verso il proprio percorso di guarigione fino a trasformarsi in cicatrice.
Capitolo 6
Comunicare con la mente ferita

Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente


perché siamo entrambi rami di uno stesso albero.
William Butler Yeats

Da ciò che abbiamo sin qui esposto appare evidente quanto il livello della
comunicazione sia fondamentale nell’approccio al paziente con un disturbo
legato a un evento doloroso. Dato il forte coinvolgimento emotivo, il terapeuta
non può limitarsi ad avere a disposizione tecniche e strategie mirate per
intervenire sulle modalità di persistenza del disturbo, ma deve anche saper
padroneggiare la più potente arma di predisposizione al cambiamento: la
comunicazione suggestiva. Anche la tecnica più efficace perde tutto il suo potere
se non viene inserita all’interno di un contesto comunicativo in cui il terapeuta
non sia in grado di toccare, attraverso il suo modo di comunicare, le più sensibili
corde emozionali dell’altro.
Se è vero che ogni essere umano resiste al cambiamento del proprio equilibrio
per la nota legge dell’omeostasi, questo è particolarmente evidente in chi ha
subito ferite e vive in preda al dolore, all’angoscia o ad altre emozioni
invalidanti. Come abbiamo visto, in queste situazioni «parlare» alla parte
cognitiva del cervello con il linguaggio descrittivo ed esplicativo tipico degli
approcci cognitivi ha ben poco potere nell’incidere sul malessere del paziente. Il
linguaggio suggestivo-performativo, invece, punta dritto alla parte più arcaica
del nostro cervello ed è quindi in grado di far «sentire» ancora prima di «capire».
Proprio in virtù del suo lavorare direttamente sulle emozioni primarie, aggirando
le resistenze della volontà cosciente, la suggestione è uno strumento
estremamente potente nell’indurre quelle esperienze emozionali correttive
fondamentali per sbloccare in tempi rapidi la situazione del paziente (Nardone,
2020a).
Per questa ragione, la comunicazione suggestiva rappresenta lo strumento
principe per indurre un cambiamento nel modo di percepire e reagire degli
individui, tanto da rappresentare almeno la metà, se non i tre quarti, del lavoro
terapeutico. La capacità di comunicare efficacemente, inoltre, è fondamentale
per l’instaurarsi di una relazione terapeutica positiva, che faccia sentire l’altro
accolto, compreso, disponibile a lasciarsi guidare ad attraversare quelli che sono
spesso «gironi infernali» del suo malessere. Soprattutto nelle prime fasi
dell’intervento, quindi, sarà indispensabile utilizzare un linguaggio verbale, non
verbale e paraverbale in grado di indurre in chi ha «la mente ferita» uno stato
alterato di coscienza che ne amplifica le percezioni e ne riduce la resistenza al
cambiamento, ovvero quella che altrove abbiamo definito «ipnoterapia senza
trance» (Nardone, Watzlawick, 1990; Nardone et al., 2006; Nardone, 2015,
2020a).

1. Procedere «con i piedini di cristallo»: la prima seduta


Il primo incontro è sempre di importanza cruciale per l’evolversi dell’intero
processo terapeutico, ma lo è in particolar modo per la persona che ha vissuto o
sta vivendo una situazione di profondo dolore. Chi arriva in terapia in questa
condizione, infatti, è in una situazione di acuta sofferenza e ha quindi urgenza di
essere capito e aiutato a superare la situazione dolorosa che lo ha portato da noi,
sia questa rappresentata da un’invasione del passato, un blocco nel presente o
una scomparsa improvvisa del futuro.
Contemporaneamente, pur nell’urgenza, si trova spesso nella difficoltà di
riuscire a comunicare ciò che prova. Questo è particolarmente vero nel caso di
un disturbo post-traumatico da stress in cui la persona teme che dover descrivere
l’origine del proprio problema lo porti a rivivere il trauma e a non riuscire più a
liberarsene. Ma anche chi è attanagliato dall’angoscia nel presente o rassegnato
alla mancanza di speranza nel futuro può avere difficoltà nello spiegare il
proprio problema, proprio a causa delle forti emozioni che sta sperimentando. Si
tratta quindi di pazienti che hanno una grande motivazione al cambiamento, in
virtù della forte sofferenza che provano, ma al tempo stesso sono così
imprigionati nel proprio dolore, paura o angoscia da non riuscire a introdurre
nella propria vita neppure il più piccolo cambiamento.
Per queste caratteristiche, i bisogni di queste persone sono duplici. Da un lato
quello di trovarsi di fronte a un «tecnico specializzato», un esperto in grado di
guidarli in maniera efficace al rapido superamento del problema. Dall’altro, un
terapeuta in grado di creare una relazione di forte compartecipazione emotiva,
che faccia sentire loro che comprende le emozioni che provano. Il terapeuta deve
sapere gestire anche un’ulteriore ambivalenza del paziente con la «mente ferita»:
la sua forte esigenza di accoglimento e di vicinanza relazionale, che
difficilmente gli farebbe seguire un terapeuta troppo «freddo» o medicalizzante,
e al tempo stesso il bisogno di non sentirsi «invaso» dalle domande del
terapeuta. Quest’ultimo dovrà quindi camminare «con i piedini di cristallo»,
oscillando continuamente fra la dimensione di vicinanza-distacco e quella di
tecnicità-comprensione, in modo tale da sintonizzarsi perfettamente con i bisogni
del paziente e renderlo disponibile ad affidarsi alle sue indicazioni (Cagnoni,
Milanese, 2009).12
Per tutte queste ragioni, il primo incontro dovrà essere caratterizzato da una
comunicazione fortemente suggestiva, dando grande attenzione al linguaggio
non verbale e paralinguistico oltre che a quello verbale. Durante l’ascolto, per
esempio, lo sguardo non dovrà mai puntare in modo fisso e rigido il volto del
paziente, ma fluttuare e roteare sul suo volto e corpo dando cenni che
trasmettano partecipazione e comprensione. Sarà invece fondamentale guardare
il paziente negli occhi nel momento in cui si dovrà ingiungere o prescrivere, e
utilizzare un tono di voce che comunichi pathos, con un ritmo rallentato e
scandito (Nardone, 2020a).
Sin dal primo contatto è importante comunicare che siamo in paziente (ma
attiva) attesa, senza far sentire l’altro incalzato dal nostro bisogno di conoscere
ciò che a fatica sa di dover esprimere. La mimica facciale deve trasmettere
comprensione, ma non dolore: comunicare implicitamente un «anch’io provo
quello che provi» risulterebbe assolutamente fuori luogo; differente cosa è
invece comunicare «sento quello che provi e lo comprendo». Nella mimica
facciale, durante la fase di ascolto sono estremamente importanti gli «ammicchi»
di comprensione con cui il terapeuta punteggia la narrazione del paziente, in
modo da farlo sentire ascoltato e compreso. Anche il tono, il timbro e il volume
della voce devono essere modulati e sintonizzati su quelli del paziente, che
spesso, soprattutto nel primo incontro, inserisce pause e parla con tono
sommesso.
La relazione terapeutica dovrà essere «calda», caratterizzata da modalità
comunicative molto avvolgenti, che facciano sentire la persona accolta, libera di
esprimersi e mai incalzata a parlare. Parlando dell’evento può capitare che la
persona si lasci andare e, come un fiume in piena, inondi la stanza della terapia
di parole ed emozioni. In questo caso è estremamente importante che il terapeuta
ascolti, senza interrompere né domandare, lasciando al paziente tutto lo spazio di
cui ha bisogno. O può invece capitare che la persona mostri una grande difficoltà
a parlarne; il terapeuta potrà quindi domandare qualcosa, ma sempre in maniera
«soft» e rispettando completamente i tempi e le difficoltà della persona.
Dal punto di vista verbale, l’indagine sul trauma non deve apparire troppo
articolata e pressante: le domande devono essere misurate nel numero e nel ritmo
e devono soprattutto contenere al loro interno una ridefinizione della situazione
che faccia sentire al paziente che anche il terapeuta sta «sentendo». È infatti
grazie alla capacità di ridefinire del terapeuta che il paziente potrà avvertire di
essere stato colto in tutto il suo dolore e la sua angoscia.
L’abilità di terminare una frase difficile da pronunciare diviene in questo caso
una risorsa preziosa, essendo innumerevoli le volte in cui il paziente in difficoltà
può fermarsi, perché imbarazzato dall’argomento trattato, troppo angosciato
rispetto ai contenuti o travolto da ondate di emozioni troppo forti da poter essere
tenute sotto controllo.
Con chi ha subito traumi o ferite, quindi, l’utilizzo di un vero e proprio
«dialogo strategico», ovvero della modalità di conduzione solitamente
privilegiata nella prima seduta di una terapia evoluta (Nardone, Salvini, 2005),
risulterebbe non in sintonia con le esigenze del paziente, che deve essere guidato
dolcemente e senza forzature a esporre qualcosa di estremamente duro e
doloroso.

2. «Toccare il cuore»: l’importanza del linguaggio evocativo


Un aspetto fondamentale della comunicazione strategica è la capacità di
alternare un linguaggio esplicativo a uno suggestivo ed evocativo, in modo da
avvolgere e condurre il paziente a realizzare, già durante la prima seduta, i primi
fondamentali cambiamenti percettivo-emotivi, che verranno poi concretizzati
fuori dal setting terapeutico (Nardone, 2020a). Soprattutto quando il dolore è
l’emozione principale che la persona sta sperimentando, come in tutti i casi di
«mente ferita», il terapeuta deve saper utilizzare evocazioni intense non solo per
sintonizzarsi con la percezione dell’altro, ma anche per gestire la sua forte
resistenza alla messa in atto di alcune tra le prime fondamentali prescrizioni. Che
si tratti di romanzo del trauma, cronaca dei disastri realizzati o romanzo
criminale, infatti, al paziente viene richiesto di fare proprio quello che fino a ora
aveva cercato di evitare con tutte le sue forze: immergersi nel dolore e
ripercorrerlo in tutti i suoi dettagli. Soprattutto chi soffre di disturbo post-
traumatico da stress appare comprensibilmente molto resistente all’idea di dover
immergersi ogni giorno nel ricordo di quel trauma che sta disperatamente
cercando di cancellare. Ecco allora che le modalità comunicative di tipo
suggestivo del terapeuta sono fondamentali per far sì che la persona sia
disponibile a fare qualcosa di così devastante e apparentemente controintuitivo.
Riportiamo sotto uno stralcio di seduta con Matteo, quarant’anni, che arriva in
terapia lamentando uno stato depressivo per lui senza alcuna ragione apparente.
Ha una moglie che adora, tre splendidi figli e un lavoro gratificante, ma da
quando è tornato a vivere nel suo paese di origine non riesce più a godersi niente
e vive in uno stato di angoscia e di dolore. Durante la prima seduta emerge un
passato estremamente traumatico dell’uomo, che da giovanissimo, proprio in
quel paese, ha perso entrambi i genitori a seguito di un evento criminoso rimasto
impunito e, poco dopo, anche l’unica sorella per un incidente stradale. Il
terapeuta ha appena prescritto il romanzo criminale e Matteo ha manifestato con
veemenza tutta la sua resistenza all’idea di fare qualcosa di così doloroso. Il
terapeuta utilizza quindi numerose immagini evocative per sintonizzarsi con lui e
persuaderlo dolcemente ma fermamente a mettere in atto la prescrizione.13

T: Purtroppo il dolore, il lutto è una cosa dalla quale non si può guarire; si può
solo farlo decantare; e per farlo decantare più rapidamente ci si deve passare nel
mezzo. Se lei evita di farlo…
P: Ma io sono spaventato all’idea di farlo.
T: …rimanda, rimanda, rimanda, e lo trattiene.
P: Come ho sempre fatto. Mi sono sempre dedicato ad altre cose.
T: Ha cercato di distrarsi, ma è impossibile distrarsi da un dolore così forte, così
presente.
P: Ha ragione, non ha mai funzionato fino in fondo….
T: Pensare di non pensare è continuare a pensare. Cercare volontariamente di
dimenticare distraendosi è mantenersi fortemente ancor più abbarbicati a quelle
immagini del passato. Purtroppo, bisogna scendere veramente nell’inferno per
venirne fuori... Però se non vuole fare questo, se si rifiuta, mantiene questo
dolore nel suo presente.
P: (annuisce)
T: Purtroppo noi qui abbiamo a che fare con qualcosa che è irrisolvibile, non c’è
né soluzione né accettazione. È una cosa attraverso la quale si deve passare per
emanciparsene definitivamente, per far diventare la ferita cicatrice. Ma non ci
può essere assenza di dolore. È impossibile. E più si trascina cercando di evitarlo
più diventa massacrante, più diventa doloroso.
P: (annuisce)
T: Anche perché la cosa peggiore in questo senso è che rimanendo legato a
quelle sensazioni che non vuole rivivere, in realtà se le tiene attaccate addosso
come una zavorra e non le permettono di vivere il resto della vita.
P: (annuisce piangendo)
T: L’unico modo per venirne fuori è ripassarci dentro. Anche se purtroppo è una
cosa dolorosa che non le possiamo risparmiare. Non esiste magico stratagemma
per questo, ok? Noi possiamo solo aiutarla a farlo nel più rapido tempo possibile.
Però il dolore non glielo possiamo togliere. Ma se fa nel più rapido tempo
possibile questo le permette poi di ricominciare a vivere le altre cose tenendo
questa cosa nel suo cassetto, i suoi ricordi chiusi lì dentro. Altrimenti questo è un
muro, una prigione che le impedisce di vivere tutto il resto. Quindi mi dispiace,
ma devo farlo: devo chiederle tutti i giorni di fare questo viaggio nel suo inferno.
P: (annuendo) va bene, lo farò.

La ferita che deve diventare cicatrice, la medicina amara da accettare di bere per
poter guarire, il tunnel buio da attraversare per ritornare alla luce sono tutte
immagini analogiche che calzano perfettamente con il vissuto di chi è ferito e
deve essere accompagnato ad attraversare il dolore per venirne fuori.
Senza la capacità del terapeuta di comunicare anche con modalità fortemente
evocative, sarebbero davvero una minoranza i pazienti disponibili a mettere in
atto indicazioni che spesso, come primo effetto, hanno proprio quello di
obbligarli a riconnettersi con il loro dolore. Nel caso di disturbo post-traumatico
da stress, ad esempio, nella nostra ricerca intervento abbiamo rilevato solo due
tipologie di esiti terapeutici: casi in cui il paziente aveva accettato di mettere in
atto la prescrizione del romanzo del trauma, e aveva quindi completamente
risolto il proprio disturbo, e casi che erano rimasti immutati poiché il paziente,
anche dopo numerosi tentativi, si era invece rifiutato di farlo. Con questa
tipologia di disturbo, quindi, il fallimento terapeutico è essenzialmente un
fallimento di tipo comunicativo e relazionale, in cui il terapeuta non è riuscito ad
aggirare la resistenza emotiva del paziente di fronte a una prescrizione
inizialmente piuttosto espositiva e dolorosa come il romanzo del trauma.
Anche nel caso dei lutti complicati, in cui la persona cerca in tutti i modi di
sfuggire al dolore della perdita, la comunicazione terapeutica è spesso la chiave
di volta per il successo dell’intervento.
Sonia è una donna di trentacinque anni che chiede aiuto per quella che
definisce una «ossessione amorosa». Il fidanzato l’ha lasciata dopo sei anni di
intensa relazione, la data del matrimonio già fissata, e lei non riesce a smettere di
pensare a lui, continua a telefonargli, a cercarlo, seguirlo, controllare quello che
fa sui social network. L’ex fidanzato è stato chiaro: oramai non la ama più e sta
frequentando un’altra donna, l’ha anche bloccata sul telefono e non le risponde
più. Ma Sonia non riesce a fare a meno di chiamarlo e di parlare continuamente
di lui con tutte le amiche, che invano cercano di farle accettare che la storia è
oramai finita.

T: Se ho capito bene lei non accetta che l’amore sia finito e di non averlo più. Lei
nega dentro di sé una realtà.
P: Sì, sì, lo so.
T: Sa, si dice che gli amori accadono, gli amori accadono e finiscono. E il vostro
è accaduto ed è finito. Quindi, o lei riesce a mettersi in questa prospettiva e
accetta una realtà di sofferenza… non mi vuole più….
P: È questo che io non riesco proprio a fare!
T: Bene. Allora per farla arrivare a questa prospettiva deve pensare che più lei si
comporta come si sta comportando, più fa sì che questa persona provi sempre
più avversione nei suoi confronti. E lei affonda sempre più in sé stessa.
P: Questo è vero.
T: Farà cose sempre peggiori, farà cose sempre più umilianti. La rifiuteranno
tutti, persino le sue amiche.
P: Già me l’hanno detto… (comincia a piangere) Le amiche, tutti, io stessa per
prima, faccio schifo perché non sono mai stata così…
T: (le porge un fazzoletto)
P: Grazie…
T: Quindi il punto è che così facendo lei allontana tutti da sé… Perché alla fine
nessuno sopporta più chi insiste, sbatte la testa contro un albero, sperando che
l’albero si sposti.
P: (annuisce mentre continua a piangere)
T: C’è un’unica cosa da fare… Accettare il lutto… tutti i giorni si mette in
camera sua, abbassa la luce e piange, piange tutte le sue lacrime…
P: (continua a piangere)
T: Deve accettare la perdita. Deve toccare il fondo per tornare a galla. Deve
accettare la perdita… Ogni volta che lei lo cerca, sta rifiutando la perdita, ma
così lei gratta sulla sua ferita e non la fa mai rimarginare.
P: (smette di piangere e alza gli occhi sul terapeuta)
T: Purtroppo è la cosa più dolorosa che esista. Una perdita di una persona che è
ancora in vita è molto peggiore della morte di una persona, perché se uno muore
alla fine te ne fai una ragione. Se è ancora in vita non te ne fai una ragione,
perché è lui che ha deciso di lasciarti… Però, detto questo, lei deve riuscire ad
attraversare quotidianamente la sofferenza del lutto per riuscire ad accettarlo…
P: Ma come?
T: Si mette in camera sua e piange tutte le lacrime.
P: Ma io già piango.
T: Sì, ma ho bisogno che lei lo faccia volontariamente una volta al giorno, in
camera sua, proprio a sfinimento. Dopodiché, uscita di lì, si trucca e smette di
rovesciare su tutti la sua sofferenza, smetterà di parlare di lui ed esternare la sua
sofferenza. Quindi lei deve dare uno spazio quotidiano alla sua sofferenza, per il
tempo che sarà necessario…
P: (annuisce)… E se qualcuno me ne parla?
T: La risposta sarà «Mi sto leccando le ferite, ma non ne voglio parlare con
nessuno».
P: E se mi viene voglia di chiamarlo?
T: Si metta tutti i giorni lì a incontrare il suo dolore e accettare il lutto. Se accetta
il lutto e piange perché l’ha perso è inutile che lo chiami, l’ha perso. È perché lei
si rifiuta di accettare quello che non può cambiare che continua a chiamarlo.
Quindi tutti i giorni, dopo pranzo, va in camera sua, si chiude lì, chiude gli occhi,
abbassa la luce, si immerge in tutto ciò che le manca, si lascia andare a tutte le
lacrime, finché… poi… stop. Ci si lava il viso, ci si alza e ci si comporta
dignitosamente con tutti e si evita di parlarne con chiunque.
P: Infatti ne parlo con tutti.
T: E a chiunque chiede si dice «Mi sto leccando le ferite, devo evitare di
parlarne», sennò più ne parlo, più alimento.
P: (annuisce)
T: Sono stato abbastanza chiaro?
P: Sì, sì, chiaro, grazie.

A partire dall’intenso dolore della donna per l’abbandono del fidanzato e i


continui rifiuti che sta ricevendo da parte sua, il terapeuta sottolinea quanto il
continuare a inseguirlo non possa che incrementare il suo allontanamento. Ma
non solo, c’è anche il rischio che il continuo malessere che Sonia esprime
quotidianamente a tutti farà allontanare anche le altre persone care. Anticipare
questo dolore ancora più grande e intenso permette di iniziare a fare breccia
nella resistenza della donna ad accettare che la relazione è ormai finita e ad
affrontare il lutto in maniera coraggiosa e volontaria, immergendovisi
quotidianamente per tutto il tempo necessario e, parallelamente, interrompendo
il continuo parlarne con le amiche che, come grattare una ferita, impedisce di
rimarginarla. È iniziato così il lento processo di risalita di Sonia dal tunnel di
quella che definiva «ossessione amorosa», ma che invece era un lutto negato e
quindi non risolto.
Come speriamo di aver mostrato con queste brevi trascrizioni, quando la
mente è ferita è fondamentale che il terapeuta sappia coniugare dolcezza e
fermezza, accoglienza e direttività, senza mai far sentire l’altro colpevole o
inadeguato, ma trovando sempre le immagini adatte per condurlo ad accettare di
fare ciò che al principio sembra proprio inaccettabile. Solo in questo modo
l’altro sarà disposto a farsi accompagnare ad attraversare il suo personale inferno
per risalire poi, lentamente e insieme, «a riveder le stelle».
Capitolo 7
Oltre il dolore

Soffrire è avere un segreto in comune con Dio


Kierkegaard

Il dolore rappresenta un’esperienza universale che accomuna tutti gli esseri


umani. Ciò che li rende differenti è come escono da questa esperienza
travolgente. Sì, perché a dispetto di quanta paura faccia e di quanto la nostra
cultura ci conduca sempre di più a cercare strategie per sconfiggerlo, a partire
dal dolore possiamo evolverci.
Il dolore ci apre una strada, spaventosa e angosciante, talvolta anche colma di
rabbia, ma piena di opportunità. Lungo questo tragitto possiamo imparare molte
più cose di noi stessi che in qualunque momento felice della nostra vita. Questa
emozione tanto temuta, dopo averci spaventato, inizialmente indebolito, reso
sgomenti e averci fatto credere di non avere un futuro, in realtà ci mette di fronte
ai nostri limiti e fa scoprire di cosa possiamo essere capaci, nel bene e nel male.
Superare un’esperienza dolorosa significa quindi aver governato le proprie
emozioni più impetuose ed essersi condotti altrove. Ma dove?
In una nuova consapevolezza di sé, perché nel superamento del dolore siamo
chiamati a innescare un virtuoso processo di adattamento continuo, che ci
impone di creare forza dalla debolezza, di accettare la fragilità, la mancanza e
l’imperfezione, per costruirci quella caratteristica così fondamentale alla nostra
sana sopravvivenza che chiamiamo resilienza.
In fisica, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a un urto
improvviso senza spezzarsi ed è importante per prevedere come un materiale si
comporta se sottoposto a sollecitazioni applicate in modo brusco e improvviso
come, per l’appunto, un trauma. La parola resilienza è stata quindi trasportata
nell’ambito della psicologia per indicare la forza umana di reagire a eventi
traumatici (Short, Casula, 2004). Termine molto utilizzato nell’ultimo decennio,
spesso in modo improprio come sinonimo di forza, la resilienza rappresenta una
fondamentale capacità acquisita durante il nostro percorso di vita. La persona
resiliente soffre, si angoscia, si terrorizza, si infuria come tutte le altre, ma
gestisce e orienta questo tsunami emotivo per disegnare nuove traiettorie
(Meringolo, Chiodini, Nardone, 2016). Durante questo funambolismo emotivo la
sfiducia lascia il posto alla speranza, la paura diviene coraggio, la rabbia lascia il
posto alla pace interiore e il dolore diviene la forza trainante di questo virtuoso
processo di cambiamento.
Essere resilienti non è un merito, ma una conseguenza, poiché la resilienza
non è uno stato, ma un processo.
Se superare una difficoltà ci fa sentire forti e aumenta la nostra sicurezza in
noi stessi, attraversare il dolore concedendosi la sofferenza e gestendo le
emozioni connesse non può che farci evolvere a uno stadio emotivamente più
competente di noi stessi. La resilienza rappresenta una sorta di miracolo
compiuto: quello in cui dalla necessità di risoluzione di un problema nascono
nuove competenze. Si tratta del miracolo che si compie ogni volta che
affrontiamo una situazione problematica, in cui il nostro limite emotivo richiede
una gestione funzionale allo scopo di superarlo ed evolvere.
Dovremmo quindi scegliere di coltivare la resilienza nella vita, così come
decidiamo di studiare e accrescere le nostre competenze cognitive o di allenare il
nostro corpo in palestra. Il dolore ci offre questa occasione, ma non tutti la
colgono. Josephine Hart, nel suo primo libro, Il danno, scrive: «Chi ha subito un
danno è pericoloso, sa di poter sopravvivere». La persona resiliente non
sopravvive al dolore. Lo utilizza e si evolve. Il «sopravvissuto» a un’esperienza
dolorosa da cui esce spaventato, arrabbiato, deluso, raffreddato e insensibile, può
essere pericoloso, per sé e per gli altri. Perché il dolore reso sterile diviene come
l’acqua che entra nelle fessure e poi si ghiaccia e le spacca.
Di fronte al dolore dovremmo quindi sempre scegliere di attraversarlo in tutta
la sua complessità, ma poiché non siamo sempre gli stessi e la nostra percezione
del mondo, di noi stessi e degli altri è in costante cambiamento, potremmo
incontrare difficoltà nel superamento di esperienze dolorose anche dopo averne
superate di peggiori. Non deve stupirci quindi la fatica provata nell’affrontare
esperienze di portata talvolta inferiore rispetto ad altre, poiché la nostra
resilienza è mutevole, così come lo siamo noi, ma la riscopriremo e la
amplificheremo nel superamento dell’esperienza stessa.
Aver superato con successo un’esperienza dolorosa e vederne i frutti lascia
un’eredità altrettanto importante: la determinazione. Essere riusciti a protendersi
oltre la sofferenza, la paura e la rabbia, talvolta ricostruendo dal nulla il proprio
scenario futuro, talvolta liberandosi delle pesanti macerie del passato, alimenta la
nostra capacità di identificare obiettivi anche laddove non siano chiari e la
tenacia di dirigersi verso di essi fronteggiando gli ostacoli che incontriamo.
Nel faticoso percorso di attraversamento del dolore, esperienza dopo
esperienza, si crea un circolo virtuoso di apprendimenti emotivi che sono alla
base di resilienza e determinazione (Nardone, Bartoli, 2019). Due caratteristiche
fondamentali che nel corso del nostro cammino di costante apprendimento
coltiviamo ed espandiamo. Essere determinati significa intravedere la meta oltre
il dolore: per questo ogni volta che lo attraversiamo non diminuiamo la potenza
del vissuto di questa emozione, ma confidiamo inconsapevolmente nel
raggiungimento dell’obiettivo.
Per questa ragione dovremmo preoccuparci anche di guidare i nostri figli a
diventare resilienti. Siamo grottescamente portati a voler evitare loro ogni
esperienza dolorosa, non rendendoci conto che il dolore prima o poi farà
capolino nella loro vita e potrà trovarli completamente impreparati e spaventati
(Nardone et al., 2001). Si dice infatti da tempo ormai che l’Occidente è una
società priva di eroi, ma affollata di deboli che vorrebbero sentirsi eroici
(Nardone, Bartoli, 2019). Tra le esperienze più utili per acquisire la
consapevolezza dei propri limiti c’è proprio quella del dolore. Per questo occorre
responsabilizzare i genitori affinché diano supporto ai propri figli nel
superamento delle difficoltà, senza mai sostituirsi a loro né fare in modo che non
si trovino mai ad attraversare la sofferenza.
Anche l’esempio ricevuto farà la differenza. Aver visto all’interno del proprio
nucleo familiare l’esperienza del dolore vissuta mantenendo la rotta permetterà a
un figlio di conservare la consapevolezza che oltre quel dolore vi sia sempre un
nuovo scenario. Per quanto si possa soffrire, l’esito della sofferenza sarà un
insegnamento per tutti: protagonisti e spettatori.
Ma questo non è l’unico modo in cui possiamo trasmettere la resilienza ai
nostri figli. Pare che questa straordinaria capacità di adattamento evolutivo sia
anche ereditabile. Sono infatti sempre più numerosi gli studi di epigenetica14 che
mostrano come anche le risposte ad eventi traumatici possano essere trasmesse
ed ereditate. Questa affascinante disciplina ci ha aperto nuove porte e deve
renderci ancor più motivati a voler lasciare in eredità ai nostri figli il maggior
numero di risorse possibili, siano queste apprese o ereditate geneticamente.
La scoperta di come l’esperienza sia in grado di modificare non solo
l’organizzazione neuroplastica del cervello ma anche l’espressione genica,
infine, ci fa comprendere ancora meglio l’importanza del lavoro che facciamo
con i nostri pazienti. Come speriamo di aver evidenziato nel corso di tutto il
libro, una psicoterapia di successo produce importanti esperienze percettivo-
emotive che permettono non solo di intervenire sulle manifestazioni
sintomatiche di un disturbo o sul malessere sperimentato dalla persona, ma
anche di strutturare nuovi apprendimenti, in particolare quelli relativi alla
capacità di gestire efficacemente le emozioni: apprendimenti fondamentali in
particolar modo quando si parla di dolore e di perdita, inevitabili compagni della
nostra esistenza di esseri umani. Ecco allora che le ferite inferte dalla vita, anche
grazie a un puntuale accompagnamento terapeutico, possono trasformarsi da
fragilità in punti di forza che ci aiutano ad affrontare meglio le sfide future. Alla
fine del viaggio, non avremo solo accompagnato l’altro ad attraversare il dolore,
ma lo avremo condotto a evolvere e sviluppare la propria resilienza, e in questa
reciproca esperienza non avremo potuto esimerci dal fare altrettanto.
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Note

1 Il paleoencefalo è composto da locus ceruleus, ippocampo, insula, amigdala, corteccia orbitofrontale e


corteccia cingolata anteriore. L’amigdala appresenta una struttura fondamentale nell’elaborazione delle
emozioni, in particolar modo della paura, e sembra svolgere un ruolo primario nella memorizzazione e nel
consolidamento dei ricordi traumatici.
2 Il telencefalo è rappresentato dalla parte più moderna del cervello, quella della corteccia cerebrale
organizzata nei due emisferi. Di particolare importanza sono i lobi frontali, che possono essere considerati
la parte razionale del nostro cervello, attraverso la quale diamo un senso alle cose, progettiamo, riflettiamo e
immaginiamo le conseguenze delle nostre azioni.
3 La memoria esplicita è collocata dipende dal lobo temporale, in particolare dall’ippocampo e dalle
strutture corticali ad esso collegate funzionalmente.
4 Secondo il neuroscienziato Mani Rawasmani (2014) tutte le volte che uno stimolo produce l’attivazione
ripetuta di un qualsiasi gruppo di neuroni si produce anche una parallela attivazione di tipo negativo, che a
poco a poco finisce per inibire la risposta di quello stesso gruppo di neuroni. Si tratta di un meccanismo di
«economia mentale» fondamentale senza il quale saremmo continuamenti travolti da una miriade di stimoli
e non potremmo prestare attenzione a quelli nuovi e significativi, che richiedono invece maggior risalto
rispetto a quelli di scarsa importanza perché ripetitivi e familiari.
5 Per la bibliografia strategica si rimanda a https://www.centroditerapiastrategica.com/pubblicazioni-e-
ricerca/
6 La definizione originaria di «trauma cumulativo» si deve a Khan (1963), che l’aveva introdotta per
descrivere come eventi apparentemente non traumatici o eclatanti vissuti nell’età dello sviluppo potessero
avere un effetto patogeno sullo strutturarsi della personalità dell’individuo in virtù di una loro azione
ripetuta e stressante.
7 Il «Covid-19 International Behavioral Science Working Group», diretto da Gary King.
8 World Psychiatry 2020, June, 19:2.
9 https://magazine.istitutoeuropeodipendenze.it/aumento-abuso-psicofarmaci-Covid19/
10 https://www.sanitainformazione.it/lavoro/coronavirus-lo-psicologo-molti-medici-svilupperanno-disturbi-
post-traumatici-le-ferite-del-guerriero-si-sentono-finita-la-battaglia/
11 Nella versione evoluta di conduzione di una prima seduta strategica la ristrutturazione arriva come punto
finale di un dialogo strategico sapientemente condotto, fatto di domande, parafrasi ed evocazioni, che
condurrà l’altro tramite un percorso di scoperta congiunta con il terapeuta a rendersi conto della
disfunzionalità del proprio meccanismo di evitamento. Per approfondimenti sulla tecnica del dialogo
strategico si rimanda a Nardone, Salvini (2004).
12 Contribuiscono alla capacità di questo incontro importante sin dal primo istante anche i lobi frontali,
sede dei neuroni specchio, che essendo sensibili anche agli stati emotivi ci aiutano a entrare in sincronia e
sintonia con gli altri, spesso senza nemmeno rendercene conto (Rizzolatti, Craighero, 2004).
13 T = terapeuta, P = paziente
14 Il termine si riferisce all’esistenza di meccanismi «epi» genetici (ovvero «sopra» la genetica), che
modificano l’espressione del gene, silenziandolo, attivandolo o modulandolo. L’epigenetica studia i
meccanismi molecolari mediante i quali l’ambiente altera il grado di attività dei geni, senza tuttavia
modificare l’informazione in essi contenuta, ossia senza modificare le sequenze di DNA.
Indice

Capitolo 1. Esperienze che feriscono: uno sguardo evolutivo


Capitolo 2. Le emozioni della mente ferita
1. Se curi la mente curi il cervello
2. Il dolore, il protagonista
3. La paura
4. L’angoscia
5. La rabbia
6. Il piacere
Capitolo 3. Rimanere intrappolati nel passato
1. Un fulmine all’improvviso: il trauma
2. Di fronte al trauma: le coping reactions
3. Trasformare la ferita in cicatrice: il romanzo del trauma
4. Quando il disturbo si complica
Capitolo 4. Essere ostaggi del presente
1. In mezzo alla tempesta: la pandemia da Covid-19
1.1. Le emozioni della pandemia
2. Cercare di rimanere a galla: le psicotrappole della pandemia
3. Imparare a cavalcare le onde
3.1. La paura dell’evitamento
3.2. I piccoli rischi e il «sano controllo»
3.3. Ritualizzare la ricerca di informazioni
3.4. Il pulpito serale
3.5. La paura dell’aiuto medico
3.6. Contenere le angosce
3.7. Recuperare il piacere
Capitolo 5. La perdita del futuro
1. Essere gli artefici della propria condanna: superare i sensi di colpa
2. Quando la condanna arriva all’improvviso: gestire l’angoscia
3. Essere gli artefici della propria condanna e non saperlo
4. Quando la condanna si nasconde nel passato
5. Non essere artefici della propria condanna ma diventarlo
6. Il lutto complicato
Capitolo 6. Comunicare con la mente ferita
1. Procedere «con i piedini di cristallo»: la prima seduta
2. «Toccare il cuore»: l’importanza del linguaggio evocativo
Capitolo 7. Oltre il dolore
Bibliografia
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