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Raccolta di Politica Internazionale

Il meglio da “Risiko-Geopolitica e dintorni”- “BloGlobal” - “Prospettiva Internazionale”


risikoblog.org blogloball.blogspot.com prospettiva internazionale.blogspot.com

Numero 5 - Maggio 2011

Perché “Chaos”
La politica internazionale è una cosa difficile da comprendere fino in fondo e, per questo, è difficile seguirla. Essa è
molto di più di un semplice sistema di relazioni internazionali, di rapporti interstatali, di interconnessioni economiche,
di collegamenti fra sistemi regionali, molto di più di quella che — spesso riduttivamente — viene chiamata
―globalizzazione‖. Tra le diverse teorie che hanno tentato di spiegare tale complessità, ne è stata formulata recente-
mente una davvero particolare: applicare le leggi che regolano la biologia, la fisica quantistica e la ―teoria del caos‖
anche alle scienze politiche e alle relazioni internazionali (―Mondo Caos‖, di Roberto Menotti, edito da Laterza -
2010).
Da qui nasce l‘idea di ―Chaos‖ (scritto in inglese, con 5 lettere, come i 5 continenti): una raccolta dei migliori articoli
pubblicati da alcuni emergenti blog italiani, ―BloGlobal‖, ―Risiko-Geopolitica e dintorni‖ e ―Prospettiva internazionale‖.
Essi hanno lo scopo di promuovere la conoscenza della politica internazionale e di spiegare, in termini accessibili a
tutti, i fattori e le dinamiche che muovono il mondo e la sua, appunto, caoticità. Comprenderle permette di prendere
consapevolezza delle nostre radici e, ora come non mai, del nostro futuro!

In evidenza questo mese:


bin Laden, il Pakistan, Israele: il lungo maggio degli USA

La morte di bin Laden e lo spettro pakistano - di Redazione di BloGlobal - 2.05.2011

Alle 5.30, ora italiana, Osama bin Laden, alias Sceicco del Terrore, è stato ucciso in Pakistan. Il leader di al-Qaeda si
nascondeva a Nord di Islamabad, in una valle vicino Abbottabad, sede di una base militare pachistana. L'annuncio uffi-
ciale della morte di Bin Laden è stato dato dal Presidente americano Barack Obama. I dettagli sull'operazione sono an-
cora pochi e confusi: le fonti parlano di un intervento mirato organizzato congiuntamente dai servizi segreti americani,
forse quelli pakistani e Navy Seals, i reparti speciali d'elite della US Navy, la marina statunitense. A portare
i Seals nell'area incriminata sembra sia stato il tradimento di una persona fidata di bin Laden. L'area dove era nascosto
rappresenta una zona cruciale a metà strada tra l‘Afghanistan, le aree tribali pakistane, il Kashmir e il confine con
l‘India. Un‘area che ha visto la presenza di numerosi gruppi jihadisti pakistani dove negli ultimi anni ci sono stati diversi
scontri con i militari di Islamabad.
Secondo quanto affermato dal Ministero degli Esteri pakistano in una nota ripresa dalla televisione satellitare al Arabiya,
"il blitz che ha condotto alla morte del leader di al-Qaeda è stato condotto direttamente dagli Stati Uniti". A dare confer-
ma dell'operazione condotta dagli americani, anche le televisioni indiane dicono che Islamabad è stata tenuta all'oscuro
dei fatti.
Nell'annuncio del Presidente Obama si tiene a specificare che, pur essendo il risultato più importante nella lotta al terro-
rismo internazionale, quella che si combatte non è una guerra contro l'Islam. La domanda che potremmo porci è se è
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realmente Bin Laden ad essere morto o se si tratta di un camuffamento di Washington. Il dubbio potrebbe suscitarlo
anche il fatto che il corpo sarebbe già stato gettato in mare, in una zona non precisata, per evitare fanatismi e isteri-
smi popolari. Tuttavia, anche altre volte si era parlato di bin Laden morto in un bunker sperduto dell‘Afghanistan, o di
un bin Laden gravemente malato, ma alla notizia non veniva mai data questa risonanza. Questa volta i fatti sono
riportati dallo stesso Obama che dichiara di essere stato egli stesso a dare l via libera alle operazioni dei servizi se-
greti, esponendosi, perciò, in prima persona e parlando di un grande traguardo politico per il suo governo. Sebbene
il successo dell‘operazione rappresenti un toccasana per la traballante giunta democratica e si prospetti come un
volano per le prossime elezioni presidenziali, sarebbe azzardato per il Presidente americano programmare una mes-
sinscena di così vasta eco.
La morte del cinquantaquattrenne Bin Laden probabilmente segna l‘inizio di uno spostamento del teatro di guerra
dall‘Afghanistan al Pakistan. Non a caso proprio quest'ultimo Paese è sempre stato un alleato ambiguo di Washin-
gton, perchè da un lato combatteva i Taliban in casa propria, ma, dall'altro, finanziava loro e la guerriglia del mondo
jihadista in Afghanistan in funzione anti-americana e anti-occidentale, in genere. Pertanto ora cambiano gli scenari.
Anche i rischi di nuovi attentati terroristici, in risposta all'omicidio del leader qaedista, sono molto alti. Proprio per
questo motivo diviene di vitale importanza il Pakistan.
L‘operazione contro Bin Laden arriva in un momento in cui le relazioni diplomatiche e di intelligence tra i due Paesi
avevano, tra l‘altro, raggiunto un minimo storico, a causa della cattura, a fine gennaio, di Raymond Davis, con le ine-
vitabili ripercussioni politiche. Il 27 gennaio scorso, a Lahore, il cittadino americano Raymond Davis, agente della
CIA, uccise due membri doppio-giochisti dell'ISI, il servizio segreto pakistano. L'uomo era in missione per conto del
governo USA, ma l'azione è stata poco gradita ad Islamabad, tanto da incarcerare Davis per l'atto commesso. Wa-
shington ha dunque scatenato un‘offensiva diplomatica senza precedenti per riprendersi Davis, minacciando il go-
verno pakistano di interrompere ogni aiuto finanziario, rimandando un paio di vertici internazionali, giurando che Da-
vis sarebbe comunque stato processato in patria e, infine, spedendo di corsa a Lahore John Kerry per cercare di
risolvere il pasticcio. La questione è stata risolta in sostanza secondo la legge islamica e tribale (Shari'a), che preve-
de il ‗perdono‘ e quindi l‘assoluzione dell‘assassino se ai congiunti della vittima viene pagato quello che si definisce
‗prezzo del sangue‘. L'episodio ha provocato polemiche velenose e il congelamento delle relazioni tra Pakistan e
Stati Uniti. Per l'opinione pubblica pakistana tale atto è l'ennesima conferma di una penetrazione americana nel terri-
torio attraverso spie, mercenari e basisti. In secondo luogo, nonostante in teoria CIA e ISI lavorino insieme nella
―guerra contro il terrorismo‖, gli americani ultimamente hanno proceduto autonomamente nelle operazioni militari e
di intelligence: tramite l’ammiraglio Mullen, gli USA hanno lanciato nuove pesanti accuse all'intelligence pakistana,
colpevole di tenere ancora in piedi strette relazioni con il network terroristico di Haqqani che fornisce armi, addestra-
mento e risorse ai guerriglieri che combattono le truppe della coalizione in Afghanistan. Non solo: da gennaio in poi i
servizi segreti pakistani sono stati bersaglio di una rinnovata campagna denigratoria da parte di Washington e di pe-
santi accuse di connivenza con militanti islamici vari. Se aggiungiamo anche i recenti raid americani nel Waziristan
(la parte settentrionale del Paese al confine con l'Afghanistan, dove si ritiene siano presenti cellule terroristiche),
che hanno ucciso per errore diversi civili, allora la frittata è fatta.
Secondo l‘intelligence indiana, vicino ad Abbottabad, dove è stato ucciso bin Laden, si troverebbero alcuni campi di
addestramento dei Taliban e di al Qaeda. Possibile, pertanto, che l'ISI non sapesse che a pochi km di distanza da
una sua base militare si trovava l'uomo più ricercato al mondo? Al di là del vuoto di potere politico esistente in Paki-
stan, della vera o presunta spaccatura tra gli stessi servizi segreti, tra i servizi segreti e l‘esercito (o parte di esso) e
tra l‘esercito e un governo debolissimo, rimane un problema: il rischio è che la morte di bin Laden possa segnare
una svolta negativa nella lotta al terrorismo, incrementando gli attacchi dei militanti, anzitutto su suolo pakistano, e, di
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conseguenza, l‘esacerbarsi del conflitto afghano. La scomparsa del leader di turno non comporta certamente la fine
delle varie organizzazioni islamiste che agiscono nell‘area, in quanto un cambio al vertice è stato già digerito e, pre-
sumibilmente, al-Zawahiri subentrerà nel comando dell'organizzazione. Quello che accadrà da adesso in poi sarà
una riorganizzazione del network terroristico transnazionale che perseguirà nuove tecniche e tattiche per colpire i
governi ―miscredenti‖. Il vero problema che ora sembra profilarsi è in seguente: affrontare non tanto l‘Afghanistan,
ma il caos all‘interno del Pakistan.

Come è stato scovato Osama bin Laden: una valutazione del metodo Gillepsie-Agnew - di
Prospettiva Internazionale - 2.05.2011
Nel febbraio del 2009 sulle pagine web del MIT International Reviewappariva una ricerca dal titolo Finding Osama
bin Laden: An Application of Biogeographic Theories and Satellite Imagery condotta dal Prof. John Agnew e dal Prof.
Thomas W. Gillespie. Lo scopo della pubblicazione era quello di fornire ai servizi d'intelligence delle linee guida per
poter operare la ricerca di Osama bin Laden seguendo dei parametri scientifici.
Oggi, a seguito della cattura del capo di bin Laden, possiamo valutare la bontà del metodo Agnew-Gillespie.

IL METODO GILLESPIE-AGNEW
I due professori di geografia dell'UCLA hanno diviso lo spazio ideale di ricerca in tre livelli corrispondenti a tre scale
geografiche: globale, regionale, locale. Ad ognuno di questi livelli hanno poi applicato un diverso tipo di canone spa-
ziale d'indagine. Le moderne tecnologie satellitari hanno permesso di procedere all‘individuazione concreta dei risul-
tati ideali identificati ad ogni livello di analisi.
Su scala globale e regionale sono state applicate due teorie della biogeografia utilizzate per indagare le leggi della
distribuzione della vita e dell'estinzione. I parametri di ricerca da seguire su scala globale sono stati mutuati dal-
la distance decay theory. Questa teoria afferma che esiste una relazione diretta tra la distanza di due luoghi e la va-
riazione che si riscontra nella composizione delle specie, funzione della relazione indiretta tra distanza e interazione.
Fissando come punto di partenza per l'indagine l'ultimo luogo in cui il target è stato avvistato con certezza (nel 2001
si trattava di Tora Bora e da allora non ci sono stati altri avvistamenti certi) la predizione della distance decay the-
ory su scala globale è che Osama si sarebbe nascosto in un luogo vicino al luogo dell'ultimo avvistamento, simile per
composizione dell'ambiente fisico e politico-socio-culturale. Secondo questa affermazione, per Bin Laden le probabi-
lità di essere eliminato sarebbero cresciute man mano che si fosse allontanato dai luoghi del suo background socio
culturale dunque, di riflesso, le probabilità di trovarlo sarebbero state maggiori nei luoghi affini alle sue caratteristiche
politico-culturali.
E‘ stato usato un semplice modello esponenziale (P(d) = k^d) dove k è la costante derivata dall‘ipotesi che ci sia l‘1%
di probabilità che Osama bin Laden sia a Washington D.C. ed il 99% di probabilità che sia nella zona in cui è stato
visto l‘ultima volta, d è la distanza dall‘ultima localizzazione e P(d) è la conseguente probabilità che si trovi a quella
distanza. Quindi, secondo la distance-decay theory, se si suppone che Osama bin Laden sia più lontano da Tora
Bora e più vicino a Washington, sarà minore la probabilità che sia effettivamente localizzabile in quel punto.
L‘equazione risultante P(d) = 0.99959058977238^d è usata per calcolare i singoli valori di probabilità ad una certa
distanza.

Fig1. Planimetria tridimensionale della più recente


localizzazione di Bin Laden a Tora Bora. Fon-
te:Finding Osama bin Laden: An Application of Bio-
geographic Theories and Satellite Imagery
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Fig2. Modello esponenziale distance-decay con distanza e probabilità Fig3. Modello della probabilità di
della localizzazione di Bin Laden. Fonte:Finding Osama bin Laden: An localizzazione di Bin Laden su sca-
Application of Biogeographic Theories and Satellite Imagery la globale basato sulla distance-
decay theory. Fonte:Finding Osa-
ma bin Laden: An Application of
Biogeographic Theories and Satel-
lite Imagery

Su scala regionale è stata applicata l'island biogeography theory, secondo la quale i tassi di estinzione di specie che
vivono in isole piccole sono più elevati e i tassi di emigrazione verso queste sono minori. Seguendo i dettami di que-
sta teoria si è giunti a pensare che Osama bin Laden si sarebbe nascosto con maggiore probabilità in una città me-
dio-grande che non in una caverna o in una isolata piccola città. Con l‘ausilio di strumenti GIS si procede al calcolo
delle dimensioni areali e delle metriche di isolamento delle diverse città e con l‘ausilio di foto satellitari si rilevano
centri urbani a maggior intensità luminosa notturna, individuando dunque i principali candidati. Il procedimento si ap-
plica in modo scalare partendo dalle zone a maggior probabilità risultanti dall‘analisi del livello globale verso quello a
minore probabilità.
Nell‘esempio operazionale proposto da Gillespie e Agnew alla luce dei due criteri citati fin qui, la scelta è ricaduta su
Parachinar[1].
Arrivati a questo punto bisogna seguire dei criteri che orientino la ricerca su scala locale. Per individuare il tipo di
struttura adatta a nascondere Bin Laden sono state prese in considerazione sei caratteristiche peculiari del soggetto
ricercato:

Tab1. Corrispondenza tra caratteristiche di Bin Laden e caratteri-


stiche della struttura in cui si nasconde. Fonte: Adattamento da
Finding Osama bin Laden: An Application of Biogeographic Theo-
ries and Satellite Imagery
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Il risultato finale, nel caso in esame di Parachinar, è che Bin Laden si sarebbe nascosto in una di queste strutture:

Fig4. StrutturaA N 33.901944° E


70.093746°. Fonte:Finding Osama bin
Laden: An Application of Biogeogra- Fig6. StrutturaCFinding Osama bin Laden:
phic Theories and Satellite Imagery An Application of Biogeographic Theories
Fig5. StrutturaB N 33.911694° E and Satellite Imager y
70.0959°. Fonte:Finding Osama bin La-
den: An Application of Biogeographic
Theories and Satellite Imagery

RISCONTRO A SEGUITO DELLA CATTURA DI OSAMA BIN LADEN


Il 2 maggio 2011 Osama bin Laden è stato scovato ed eliminato nella città di Abbottabad nella regione di Hazara
vicino al confine nord orientale pakistano. La pista è partita da una confessione di alcuni detenuti di Guantanamo
che hanno rivelato lo pseudonimo di un corriere di Osama. E‘ seguito un lavoro di otto mesi da parte dei servizi
d‘intelligence che ha portato ad individuare il luogo in cui si nascondeva Osama bin Laden[2].
Abbottabad dista circa 250 km dal complesso montuoso di Tora Bora (Spin Ghar), come in Afghanistan la regione in
cui è situata Abbottabad è a prevalenza Pashtun e si stima che ci siano circa 1,5 milioni di rifugiati afghani[3]. Il ri-
scontro con la distribuzione di probabilità del livello globale del modello Gillespie-Agnew, colloca Abbottabad nel
segmento spaziale caratterizzato da una probabilità 90%-100%.

Fig7. Abbottabad nel modello esponenziale distance-decay Fig8. Illuminazione notturna di Abbottabad

Anche la parametrica dell‘analisi su scala regionale ha un forte riscontro positivo. Abbottabad è infatti un rilevante
centro urbano ed un importante centro del commercio[4].
Su scala locale le caratteristiche della struttura in cui Bin Laden si nascondeva corrispondono alle caratteristiche che
Gillespie-Agnew hanno dedotto a partire dalle caratteristiche del target. Il nascondiglio di Bin Laden aveva pareti alte
fino a 5 metri, fornitura elettrica, mura di cinta e filo spinato, poche finestre, sistemazioni per le guardie del corpo e
per i membri della famiglia e vegetazione circostante. Segue un paragone fotografico tra la tipologia di edificio indivi-
duato da Gillespie-Agnew e l‘edificio in cui è stato trovato Osama bin Laden.
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Fig9. Struttura in cui è stato trova- Fig4. StrutturaA N 33.901944° E


to Bin Laden N 34.169314° E 70.093746°. Fonte:Finding Osama bin La-
73.242304°. den: An Application of Biogeographic Theo-
ries and Satellite Imagery

Fig10. Struttura in cui è stato trovato bin Fig6. StrutturaC N 33.888207° E


Laden N 34.169314° E 73.242304°. 70.113308°. Fonte:Finding Osama bin La-
den: An Application of Biogeographic Theo-
ries and Satellite Imagery

[1] Pare però che ai due autori sia sfuggito che la scelta di Parachinar sarebbe in contrasto con gli assunti del livello globale di
analisi in quanto Parachinar al 2009 era una città a maggioranza sciita. Questa piccola svista operativa però non inficia la
valenza generale del modello.
[2] cfr. Detective Work on Courier Led to Breakthrough on Bin Laden, www.nytimes.com 2 5 2011
[3] cfr. Pakistani TV delves into lives of Afghan refugees, United Nations High Commissioner for Refugees 30 4 2008
[4] cfr. Bin Laden's "Cave": A Golf Course, An Army Base & Hospital - and a Red Onion Restaurant,
www.huffingtonpost.com 2 5 2011

Le cinque domande da porsi dopo l’uccisione di bin Laden - di Alessandro Badella


(Risiko) - 2.05.2011
1. Bin Laden è morto davvero? Domanda non da poco, visto che a Peacereporter non quadra qualcosa. Anche le
rapidissime modalità di occultamento del cadavere (sepolto in mare) sembrano ricordare la sepoltura parigina di Jim
Morrison. Con annessa alimentazione del "mito".
2. Era necessario eliminare la primula rossa del terrorismo islamico? Ovvero, non era forse meglio catturarlo vivo e
farsi raccontare qualcosa? Alla fine, Bin Laden, la "mente" ed il "profeta" del terrorismo internazionale sarebbe forse
servito più da vivo che da morto. Da non sottovalutare "l'effetto martire".
3. Che relazione c'é tra il calo di consensi di Obama, l'imminente start della campagna presidenziale e la morte del
nemico n.1 degli USA? Riformulata potrebbe essere: l'uccisione di Bin Laden è il frutto della necessità di riprendersi
un po' dei consensi perduti da Obama durante il primo mandato? Dalle manifestazioni di giubilo popolare alle con-
gratulazione dell'ex presidente Bush jr., c'é da scommettere che Obama saprà giocarsi questa carta nel corso della
campagna per la rielezione.
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4. Come cambieranno (o sono cambiati) i rapporti tra USA e Pakistan? Il fatto che Bin Laden fosse comodamente
ospitato all'interno del territorio pakistan non giova certo all'immagine del paese asiatico agli occhi di Washington. Un
po' come quando si arresta un boss mafioso in casa sua al centro di Palermo. Sorge appunto la domanda: "Come è
stato possibile non scovarlo prima?". Probabilmente in questi mesi è cambiato qualcosa nel rapporto tra i due paesi
che ha permesso di procedere con le operazioni di intelligence che hanno portato all'uccisione di Bin Laden.
5. Come cambierà la guerra al terrorismo? E soprattutto, come si modificherà il terrorismo internazionale? In questi
dieci anni di caccia all'uomo, al-Qaeda ha sempre mostrato una grande facilità nell'organizzarsi e ri-strutturarsi nono-
stante le decapitazioni subite, proprio come una grande multinazionale che sostituisce i propri quadri con grande
rapidità ed efficienza. Bin Laden, che potrebbe essere considerato un AD della multinazionale del terrore, potrebbe
accadere lo stesso.

Il Pakistan tra Cina e USA - di Alessandro Badella (Risiko) - 10.05.2011

Le modalità poco chiare del blitz che ha portato all'uccisione della mente del terrorismo internazionale, il nemico pub-
blico numero uno, Osama Bin Laden, hanno anche aperto una profonda ferita nell'allenza pakistano-americana. Il
fatto che la Casa Bianca, poi, non avesse avvisato i pakistani dell'operazione in corso la dice lunga sul grado di dete-
rioramento dei rapporti tra leintelligence dei due paesi. Ed anche a livello politico le cose non sembrano andare me-
glio. Ovviamente,il Pakistan sta perdendo credito per la propria instabilità politico-istituzionale e per un evidente dop-
piogioco tra alleanze geopolitiche e spinte integraliste.
L'India, al contrario, ha trovato molto giovamento da questi dissidi interni alla coalizione ed infatti David Rothkopf, la
colloca tra i vincenti dell'operazione americana. Questa manna dal cielo è calata proprio poco dopo la visita di Oba-
ma in India. Proprio durante il viaggio dello scorso novembre, erano stati cautamente avanzati dubbi sul ruolo duale
del Pakistan. Evidentemente, pochi mesi dopo la conferma è arrivata.
Per gli americani, però, il vero problema rimane l'alleato disobbediente pakistano. Il dilemma dell'Afpak è il nodo cru-
ciale della politica statunitense dell'inizio del XXI secolo. Difficilmente sarà possibile abbandonare un ex alleato (il
Pakistan) e un paese che si era invaso per tentare un export democratico (l'Afghanistan) a sé stessi. C'é chi pensa
ad una sorta di bilancia di interessi che potrebbe aiutare a stabilizzare l'intera regione.
"U.S. interests are broadly shared by China, Pakistan's primary ally and a major investor in the country's economic
success", scrive Patrick Doherty su Foreign Policy. In pratica, coinvolgendo anche la Cina negli investimenti in Paki-
stan si contribuirebbe a stabilizzare il paese. Certamente gli americani dovrebbero rinunciare al monopolio concla-
mato della gestione degli accordi commerciali con il paese asiatico. Questo multipolarismo è già da tempo entrato
nell'agenda dell'amministrazione Obama. D'altro canto, questo power sharing consente all'America, in un periodo
economico non certo felice, di non ergersi sempre ed inevitabilmente come "parafulmine" per i conflitti internazionali
che si profileranno nel futuro prossimo venturo. La crisi libica è stato un piccolo esempio di una leadership condivisa
con altri paese. E gli USA non hanno fatto nemmeno il primo passo per attaccare Gheddafi.
Certamente, ci sono ancora attriti importanti tra USA e Cina. Una su tutti è la questione dei diritti umani. Infatti, pro-
prio mentre Doherty tracciava le linee guida per una stabilizzazione sino-americana del Pakistan, gli Stati Uniti piaz-
zavano l'ennesima frecciata a Pechino. Lunedì Wang Qishan, vicepresidente cinese, era alla Casa Bianca per un
incontro bilaterale, dove la controparte americana ha espressoprofonda preoccupazione per la sorte dei dissidenti
come il premio Nobel Liu Xiaobo. Soprattutto Joe Biden ha invitato la Cina a fare di più proprio sul tema dei diritti
umani.
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Il vero problema pakistano - di Alessandro Badella (Risiko) - 17.05.2011
La morte di Bin Laden ha causato una vera e propria escalation nei rapporti tra Stati Uniti e Pakistan. Ne ho già par-
lato in precedenza, ma è bene soffermarsi su quello che potrebbe essere uno scenario di frattura decisamente futuri-
bile. Alcuni analisti si aspettano anche che, da pc sequestrati nel covo pakistano dello sceicco del terrore, saltino
fuori verità scomode sull'alleato regionale americano e sulla sua connivenza con il terrorismo di matrice islamica.
E tutto potrebbe cambiare, così come l'agenda della amministrazione Obama su Islamabad. Tanto più che, proprio
oggi, è scoppiato un mezzo caso diplomatico proprio tra il Pakistan e la NATO. Un'operazione dell'Alleanza Atlantica
in Waziristan del Nord non è stata ben accetta ai pakistani che hanno denunciato una violazione dello spazio aereo.
Nei prossimi giorni è probabile aspettarsi un chiarimento da ambo le parti, ma la "malsopportazione" reciproca sta
alzando imprevedibilmente la tensione.
Da qui, Kamrany, docente alla University of Southern California, ha voluto tracciare alcuni scenari possibili. O me-
glio, si tratterebbe di una vera e propria road map che gli americani potrebbero\dovrebbero intraprendere per
"punire" il Pakistan per questo doppio gioco, sottraendogli gran parte dei supporti economici e militari finora garantiti.
Per l'appunto, scrive Kamrany, si dovrebbe:
1. Take out Pakistan's atomic facilities, thereby neutralizing its ability to detonate atomic weapons in any future
conflicts.
2. Dismantle the ISI apparatus and arrest its leadership for crimes against humanity, including judicial criminal
prosecutions that have caused the death and dismemberment of thousands of American soldiers and Afghan sol-
diers and civilians in Afghanistan. But for Pakistan's duplicity, the United States and Afghanistan would not have
suffered sustained casualties inside Afghanistan. ISI of Pakistan was the ring leader of a criminal conspiracy who-
se members included bin Laden and Al Qaeda, the Pakistani Taliban, the Jalaluddin Huqqani group, the Mullah
Mohammad Omar and the Afghani Taliban, and the Gulbuddin Hekmatyar group.
3. Impose war reparation upon Pakistan equal to the present and future value of the following: Work-life earnings
loss and the value of life of every American and Afghan soldier and civilian killed since 2001, and the present va-
lue and future value of every American and Afghan soldier and civilian who sustained partial or total disabilities
for the remainder of their life, plus the military and civilian expenditures of the U.S. war in Afghanistan since 2001
(had Pakistan turned over bin Laden to the U.S. in 2001, there would have been no U.S. war involvement in Af-
ghanistan. Plus $20 billion -- the amount of assistance that Pakistan has received from the United Sates since
2001, plus punitive damages for bad faith.
4. Dissect Pakistan into three smaller states -- Baluchistan for the Baluchi separatists including the city of Quetta,
Pashtunistan for the Pashtun separatists covering the Pashtun tribal areas including Peshawar and the border
areas, and Pakistan proper including Lahore and the Karachi areas. The ongoing domestic dissent in the Pashtun
and Baluchi areas are rooted in the exploitative and discriminatory practices of the ruling class of Pakistan -- the
Lahore elite -- who have alienated those groups.
5. Create a strong civilian government in Pakistan by dismantling the ISI, reducing Pakistan's military prowess
and supporting the educated and secular population. Pakistan has a strong judiciary and press at this time. A
strong civilian government is needed to implement democratic institutions and processes.
6. At a minimum, Pakistan must turn over to the United States Gulbuddin Hekmatyar from the Peshawar are-
a, Jalaluddin Haqqani from the northern Waziristan area and Mullah Mohammad Omar from Quetta, Baluchistan
area. These insurgents are shooting at American and Afghan soldiers inside Afghanistan and enjoy safe havens
that are provided by ISI and are being sheltered in Pakistan.
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Si tratterebbe di una sorta di imposizione americana su uno stato sovrano. Alcune disposizioni sono, poi, assoluta-
mente arbitrarie: in pratica gli Stati Uniti dovrebbero imporre una divisione del territorio ad uno stato sovrano. Un po'
come se Obama chiamasse Napolitano dicendo: "Dovete creare uno stato padano!"...una cosa da pazzi. Ci vorreb-
be, in pratica, un'altra guerra, un Afghanistan bis. Lo stesso dicasi per lo smantellamento dell'ISI, i servizi segreti
pakistani che sono stati creati proprio con i fondi dell'intelligence statunitense, soprattutto durante la guerra fredda.
La situazione chiaramente impone un reset da parte dell'amministrazione americana ed un monitoraggio molto più
stretto sui fondi che gli Stati Uniti devolvono al Pakistan. Tuttavia, a mio avviso, potrebbe essere un grosso erro-
re lasciare il paese a se stesso. Con tutta probabilità si potrebbe ricreare una situazione molto simile a quella dell'Af-
ghanistan. Per poi meditare un nuovo intervento armato, proprio come contro i talebani? Questo potrebbe voler dire
non aver imparato nulla dalla storia recente.
Gran parte del problema pakistano è un problema americano, un problema storico però. Storico ed auto-indotto. L'I-
SI, che rappresenta un attore politico indipendente sulla scena pakistana, è di fatto il risultato di una politica di como-
do che andava benissimo alle varie amministrazioni americana durante la guerra fredda, proprio come andavano
bene i colonnelli in Argentina. Meglio una"democrazia sequestrata" che lo spettro dell'invasione del comunismo. Il
Pakistan, così come l'Afghanistan fu una di quelle linee di confine in cui venne tracciato il solco profondissimo tra i
limiti economici e geopolitici dell'URSS e il capitalismo statunitense, sancendo così la sconfitta della prima e la defi-
nitiva pax americana.
Dalla metà degli anni Ottanta gli scenari sono decisamente cambiati però. Anche il buon Ben Alì, l'egiziano Mubarak
ed il confortevole nemico Gheddafi sono stati spazzati via dalle proprie poltrone. Gli assetti geopolitici sono cambiati,
così come sta mutando anche il corso degli eventi in Siria. Probabilmente, allontanandosi dalle sovvenzioni "di co-
modo" avremo rivolte di piazza e giustizia anche in Pakistan. Con buona pace dell'ISI.

La pace non può essere imposta: soprattutto ad Israele- di Gianpiera Mancusi (BloGlobal)
- 24.05.2011
Sono molti gli israeliani che possono dirsi soddisfatti del discorso tenuto dal presidente Obama dinanzi all'American
Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Tra questi c'è di sicuro Benyamin Netanyahu: il Premier israeliano, infatti,
non ha tardato a commentare positivamente l'intervento del Presidente americano. Non solo perché Obama ha fatto
menzione di due temi piuttosto cari ad Israele: l'amicizia tra i due Stati, basata sulla condivisione di valori fondamen-
tali, e la sicurezza nazionale (un vero pallino per uno Stato che sente costantemente minacciata la sua esistenza).
Obama ha di fatto posto fine all'equivoco nato intorno alle parole pronunciate giovedì. «La mia posizione sui confini
del '67 è stata mal interpretata da molti. Ciò che io ho sostenuto significa che Israele e Palestina negozieranno un
confine diverso da quello che esisteva il 4 giugno del 1967». Se avesse confermato la precedente versione (ossia il
ritorno ai confini pre-Guerra dei Sei Giorni) Obama avrebbe davvero dato una svolta alla politica estera americana.
Ma in America è già tempo di campagna elettorale e l'appoggio della lobby ebraica diventa fondamentale per essere
rieletti. Possono, quindi, tirare un sospiro di sollievo i circa 300.000 mila coloni che vivono in Cisgiordania. Meno con-
tenti i Palestinesi: nessuna menzione del loro diritto a ritornare nei territori dai quali furono scacciati a partire dal
1948. Il Presidente ha poi criticato il recente accordo tra Hamas e Fatah, definendo la prima un'organizzazione terro-
ristica e riconoscendo come unico interlocutore il governo di Ramallah.
Ma ciò che è più importante, per lo stato d'Israele e per l'intera comunità ebraica, è la volontà americana di non dare
alcun seguito qualora, durante la prossima Assemblea Generale, le autorità dell'OPT (Occupied Palestinian Territo-
ries) proclamassero la costituzione dello Stato palestinese (che comprenderebbe West Bank, Gaza e Gerusalemme
Est). Se messa ai voti, tale dichiarazione passerebbe di sicuro, non solo per l'appoggio da parte di tutto il mondo
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arabo, ma anche perché molti Paesi europei (tra cui la Francia) hanno già preannunciato il loro assenso. Ma avere il
sostegno della superpotenza americana, si sa, conta più dei voti: e questo Netanyahu lo sa bene. Sebbene gli Usa
non abbiano potere di veto in seno all'Assemblea (dove seggono tutti i rappresentanti degli Stati membri dell'ONU),
nei prossimi mesi la diplomazia americana userà tutti gli strumenti diplomatici a disposizione per scongiurare un tale
"tsunami politico". D'altronde "nessun voto alle Nazioni Unite potrà mai creare uno Stato Palestinese indipendente".
Alla faccia del cambiamento e della democrazia.

Il discorso di Obama all’AIPAC - Parte I- di Alessandro Badella (Risiko) - 23.05.2011


Domenica scorsa, il presidente Obama è intervenuto alla AIPAC Policy Conference, l'annuale meeting della più po-
tente lobby pro-israeliana degli Stati Uniti. Un tempismo perfetto, perché questo appuntamento cadeva proprio a po-
chissimi giorni dalle esternazioni di Obama sul futuro del Medio Orientee di rapporti israelo-americani. Soprattutto il
gelo tra la presidenza e Netanyahu della settimana scorsa avrebbero potuto tendere insidie pericolose alla comparsa
di Obama in una sede così delicata ed importante (anche in prospettiva elettorale).
Gran parte delle aspettative del mondo politico si concentravano proprio su una eventuale precisazione di Obama su
quanto affermato al premier di Israele e sulla questione dei "confini del 1967". Ci si aspettava insomma un gesto di
riavvicinamento od una clamorosa rottura. Certamente Obama ha voluto ricucire lo strappo (vero o presunto) tra Sta-
ti Uniti ed Israele. Pertanto, proprio in apertura ha voluto ricordare che:

"A strong and secure Israel is in the national security interest of United States not simply because we
share strategic interests, although we do both seek a region where families and their children can live
free from the threat of violence. It's not simply because we face common dangers, although there can
be no denying that terrorism and the spread of nuclear weapons are grave threats to both our nations".

Da qui è difficile pensare una politica estera molto distante da quella intrapresa dai predecessori.Impossibile stacca-
re la spina da una alleanza buona e giusta e strategicamente vantaggiosa, insomma. Soprattutto la definizio-
ne "strong Israel" sembra più da stratega militare che da democtratico liberal, apparentemente aperto al dialogo per
la pace. In conclusione:

"Because we understand the challenges Israel faces, I and my administration have made the security of
Israel a priority".

La principale minaccia per Israele, secondo Obama, rimane il regime iraniano ed il presidente elenca tutte le misure
intraprese, sotto l'ègida dell'Onu per prevenire la fruizione di armamenti nucleari da parte di Teheran. Abbastanza
prevedibile e scontato il sostegno all'esistenza di Israele:

"You also see our commitment to Israel's security in our steadfast opposition to any attempt to de-
legitimize the State of Israel. As I said at the United Nation's last year, "Israel's existence must not be a
subject for debate," and "efforts to chip away at Israel's legitimacy will only be met by the unshakeable
opposition of the United States."
Numero 5 - Maggio 2011 Pagina 12

Il discorso di Obama all’AIPAC - Parte II- di Alessandro Badella (Risiko) - 28.05.2011


Nella seconda parte del suo intervento, il presidente Obama ha cercato di chiarire i punti in sospeso con Israele, che
peraltro erano apparsi evidenti nell'incontro con il premier israeliano. Se, nel corso delle prime battute, Obama ha
cercato di indorare la pillola ad Israele, il secondo step consisteva nel presentare la malattia ed una terapia.
Qui il presidente è stato breve e conciso nel focalizzarsi sulla sua analisi di partenza della situazione mediorienta-
le: "The status quo is unsustainable". Questa conclusione, il vero succo del raffreddamento nei rapporti con Israele,
è stata suggerita ad Obama da tre componenti dinamiche fondamentali:

"First, the number of Palestinians living west of the Jordan River is growing rapidly and fundamentally
reshaping the demographic realities of both Israel and the Palestinian Territories. This will make it har-
der and harder, without a peace deal, to maintain Israel as both a Jewish state and a democratic state.
Second, technology will make it harder for Israel to defend itself in the absence of a genuine peace.
Third, a new generation of Arabs is reshaping the region. A just and lasting peace can no longer be
forged with one or two Arab leaders. Going forward, millions of Arab citizens have to see that peace is
possible for that peace to be sustained".

Per prima cosa, abbiamo una valutazione di carattere demografico: i palestinesi fanno figli e crescono numericamen-
te, mentre gli israeliani no. Quindi i territori palestinesi occupati potrebbero diventare una sorta di bomba demografi-
ca molto pericolosa per Israele. Il secondo punto rimane abbastanza oscuro ed il termine "tecnologia" si presta a
molteplici interpretazioni...Israele sarà oggetto di attacchi informatici? La stabilità regionale sarà messa a dura prova
dalle rivoluzioni twitteriane? Non si capisce bene.
Il punto più importante è forse il terzo citato da Obama. Le proteste di piazza e le rivolte del mondo islamico stanno
effettivamente cambiando il corso della storia. E potrebbe essere, secondo Obama, un momento propizio per pren-
dere la palla al balzo e provare ad imbastire un dialogo con un'opinione pubblica islamica che finalmente si mostra
pubblicamente, sconfessando chi negava la sua esistenza.
Grossomodo l'obiettivo della politica mediorientale degli Stati Uniti dovrebbe essere all'incirca questo:

The United States believes that negotiations should result in two states, with permanent Palestinian
borders with Israel, Jordan and Egypt and permanent Israeli borders with Palestine. The borders of
Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps so that secured
and recognized borders are established for both states. The Palestinian people must have the right to
govern themselves and reach their potential in a sovereign and contiguous state.

Obama, ha quindi riaffermato la sua convinzione della bontà dei confini del 1967 come base di partenza per un ac-
cordo che crei effettivamente due popoli e due stati, il vero obiettivo finale della pacificazione in Palestina.
Obama sembra credere maggiormente ad un accordo bilaterale, come se fosse una prova generale per la creazione
di due entità statali indipendenti con potere di imperio sul proprio territorio e quindi anche con la possibilità di impe-
gnarsi politicamente sul piano internazionale. Questa soluzione dovrebbe essere alternativa a piani di pace o road
maps quasi sempre proposte da consessi internazionali multilaterali od organizzazioni internazionali.
Pagina 13 CHAOS

Caro Obama, Israele ringrazia - di Prospettiva Internazionale - 30.05.2011


I. Ripensare il Nord Africa e reinventare il Medio Oriente. Nel contesto di un discorso di tale portata il Presidente de-
gli Stati Uniti il 18 maggio 2011 aveva auspicato un ritorno di Israele entro i confini del 1967.
Circa una settimana dopo però all'AIPAC, nella tana del leone, Obama ha corretto il tiro nell'intenzione di rassicurare
Israele circa le intenzioni della sua amministrazione: le parti, israeliani e palestinesi, devono impegnarsi a negoziare
un confine che può essere diverso da quello del'67, la pace non può essere imposta.
Ovviamente i due discorsi vanno valutati alla luce dei rispettivi contesti.
Il primo è un bel discorso di marca idealista tenuto al cospetto di diplomatici americani, elargito ad uso e consumo
dell'opinione pubblica statunitense, imbastito per cavalcare l'onda di entusiasmo generata dall'idea che gli Stati Uniti
sono determinati a giocare un ruolo importante alla guida dei processi di cambiamento (reali o presunti) che sono in
atto e che muteranno i lineamenti del panorama internazionale. Yeah!.
Il secondo invece è un discorso tenuto al cospetto di quella che, con un bilancio di circa 80 milioni di dollari, rappre-
senta la più importante lobby filoisraeliana degli Stati Uniti. Politicamente parlando non c'è niente di strano nelle am-
biguità di Obama: se avesse mantenuto all'AIPAC la stessa linea tenuta una settimana prima dinanzi al suo
entourage avrebbe praticamente messo un piede nella fossa in vista delle presidenziali 2012, palesando finalmente
al mondo intero (e in particolare al mondo del cinema) che un delitto perfetto richiede parametri di ricorsività e una
buona dose d'ingenuità.
L'America dunque non ha intenzione di partecipare all' "imposizione della pace" tra israeliani e palestinesi. Questa
affermazione messa in certi termini potrebbe addirittura sembrare un naturale prolungamento dell'approccio dell'am-
ministrazione Obama secondo cui in Nord Africa e in Medio Oriente la democrazia non può essere imposta ma deve
essere sollecitata qualora si manifestino istanze di cambiamento. Niente di più inappropriato.
Dal discorso tenuto all'AIPAC si evince che Israele può dormire sonni tranquilli: affermando che i palestinesi devono
avere diritto ad un loro Stato e che la via per il raggiungimento di questo obbiettivo passa attraverso una negoziazio-
ne tra le parti in causa, Obama ha praticamente sgravato Israele dal peso psicologico derivante dall'aspettativa di
possibili ingerenze statunitensi a favore della causa palestinese. Nelle parole di Obama ―azioni simboliche volte ad
isolare Israele alle Nazioni Unite non creeranno uno Stato indipendente[...] gli sforzi volti a delegittimare Israele falli-
ranno" .
Tradotto in termini operativi Obama ha praticamente fornito una rassicurazione in merito alla linea che gli USA adot-
teranno a settembre in occasione della richiesta di riconoscimento dello Stato sovrano che i palestinesi avanzeranno
in seno all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Più in generale Obama pare abbia comunicato che gli USA con-
tinueranno ad utilizzare il loro potere di veto nel Consiglio di Sicurezza a favore di Israele (come hanno fatto in ultimo
a febbraio, sorprendendo alcuni, in merito alla risoluzione di condanna delle attività di insediamento).

II. Se in Nord Africa e in altri paesi mediorientali gli Stati Uniti attendono che le istanze di cambiamento si manifestino
per poi decidere eventualmente di appoggiarle, in Israele-Palestina il gioco è diverso. Nessuna azione unilaterale
palestinese, come il ricorso alle organizzazioni internazionali, sarà presa in seria considerazione, saranno ritenute
istanze di cambiamento solo gli sforzi bilaterali e gli impegni tra le parti volti alla costituzione dei famigerati due Stati.
Per capire in che misura questo atteggiamento statunitense sia a favore dello status quo in Israele-Palestina ricor-
diamo brevemente solo alcuni dei problemi (che le parti dovrebbero affrontare e risolvere) insiti in tale formula.
In primo luogo bisognerebbe sciogliere il nodo della sovranità. I palestinesi ovviamente aspirano ad avere uno Stato
sovrano nel senso pieno del termine mentre i leader israeliani anche accettando la terminologia dei due Stati imma-
Numero 5 - Maggio 2011 Pagina 14

-ginano una sovranità di serie C: uno Stato palestinese economicamente (e idricamente) indipendente con un suo
esercito ed il controllo dei suoi confini? Ma siamo pazzi!? In merito alla definizione della sovranità e del significato
dell'espressione "due Stati" si ricordi cosa avvenne al summit di Taba nel 2001.
Quanto alla definizione dei confini i palestinesi non accetteranno variazioni significative rispetto alla linea del '67. De-
marcazione che Israele non potrà mai accettare dato che significherebbe smantellare tutti gli insediamenti presenti
sul territorio di questo fantomatico Stato palestinese.
I due Stati saranno secolari? Come potrebbero mai accordarsi le parti in merito? Israele avendo a disposizione un
posto verso cui sfrattare i palestinesi che attualmente vivono entro i confini dello Stato ebraico potrebbe finalmente
coronare il suo sogno e, liberandosi di quella "anomalia" costituita dai suoi cittadini di serie b, divenire uno Stato e-
braico al 100%. Oltre al fatto che questo milione e mezzo di cittadini israeliani potrebbero non voler abbandonare
le proprie case e che il problema concerne la più complicata questione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi,
uno Stato israeliano che afferma il suo diritto ad essere al 100% ebraico potrebbe mai accettare uno Stato palestine-
se e mettiamo musulmano?
Caro Obama, Israele ringrazia.

Palestina: alla ricerca dello Stato perduto - di Eleonora Peruccacci (Risiko) - 30.05.2011
La Lega Araba ha recentemente votato favorevolmente sulla possibilità che le Nazioni Unite appoggino
la formalizzazione di uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza. La capitale risiederebbe nella parte Est di Gerusa-
lemme. Ma cosa più importante sarebbe il possibile seggio in sede ONU conferito proprio al neo-Stato.
Il presidente dell‘Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, nel corso del meeting svoltosi a Doha sul processo di pace
in Medio Oriente, ha spiegato che la decisione di chiedere un riconoscimento formale all‘Assemblea Generale
dell‘Onu il prossimo settembre ―non è una manovra tattica ma una scelta politica presa alla luce del sole che solo un
negoziato di pace che partisse su nuove basi potrebbe cambiare‖.
Questo avvenimento potrebbe lasciare aperto uno spiraglio per la prosecuzione del processo di pace, sebbene Ab-
bas ammetta che Israele non ha dato molti segni di apertura. La Lega Araba sta così cercando di fare pressione su-
gli israeliani e spingerli a fare quelle concessioni che, a oggi, Netanyahu rifiuta.
In tutto questo, Obama spera ancora di poter ricoprire un ruolo di fondamentale importanza, attraverso u-
na mediazione diplomatica statunitense. C‘è comunque da dire che, l‘eventuale votazione per un seggio palestinese
in seno all‘ONU potrebbe essere osteggiata proprio dagli Stati Uniti, che non solo hanno diritto di veto, ma sono da
sempre storici alleati israeliani.
Dopo le dichiarazioni perentorie di Netanyahu, in effetti, il presidente nordamericano si è subito sbrigato a dire che
l‘opzione del ritorno ai confini precedenti al 1967 era stata fraintesa. Questa remissività, dunque, lascia sperare ben
poco verso un‘apertura dell‘ONU all‘ingresso della Palestina. In sede di votazione i nodi verranno al pettine e Obama
non potrà esimersi da un ri-schieramento a favore di Israele.
Pagina 15 CHAOS

Mediterraneo e Medio Oriente

La riconciliazione palestinese: un’opportunità per la pace? - di Giuseppe Dentice


(BloGlobal) - 17.05.2011
Lo scorso 4 maggio, al Cairo, è stato firmato un accordo di riconciliazione tra Abu Mazen (Mahmoud Ab-
bas), leader di Fatah e Presidente dell‘Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e Khaled Meshaal, capo dell‘ala politi-
ca di Hamas. A questo accordo hanno preso parte anche le altre undici fazioni palestinesi che hanno dichiarato
l‘obiettivo comune di costruire un nuovo governo di unità nazionale formato da tecnocrati indipendenti ma graditi alle
diverse fazioni con il compito di organizzare, entro un anno, le elezioni presidenziali. Oltre al governo di unità nazio-
nale sono stati trovati accordi per le elezioni del rinnovo del Presidente e del Parlamento dell‘ANP e del Consiglio
Nazionale Palestinese – organo legislativo dell‘Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Al Cairo,
sotto la regia di Amr' Moussa, Presidente della Lega Araba, e di Nabil al-Arabi, neo Ministro degli Esteri egiziano,
erano presenti molti altri politici giunti da Ramallah e da Gaza, come Moussa Abu Marzouk, leader di Hamas in Siria,
e 'Azzam al-Ahmed, delegato di Fatah. Il testo e le clausole dell‘attuale accordo riprendono in sostanza i contenuti di
quello del 2009 mediato dall'allora Presidente egiziano Hosni Mubarak e firmato soltanto da Fatah.
Le due fazioni erano divise dal giugno 2007 a causa dei numerosi incidenti e scontri con le autorità israeliane avve-
nuti a Gaza, i quali sancirono la divisione politica de facto dei Territori Occupati Palestinesi in due entità: la Striscia di
Gaza sotto il controllo di Hamas e la Cisgiordania sotto la guida di Fatah. I rapporti tra le due organizzazioni furono
caratterizzati da violenze e da accuse reciproche di collaborazionismo con il vicino israeliano e di fomentare il terrori-
smo islamista sul territorio palestinese. Pertanto ogni tentativo di una possibile intesa è sempre naufragato misera-
mente. L'attuale accordo, però, dovrebbe ricucire la spaccatura e restituire una parvenza di unità. Israele, colta di
sorpresa dall'accordo, storicamente ha sempre lavorato per dividere la causa palestinese, ha bollato l'iniziativa come
uno sciagurato accordo e ha suggerito all'ANP ―di scegliere tra la pace e Hamas‖.
In realtà, i primi avvicinamenti tra Hamas e Fatah sono partiti lo scorso 15 marzo, allorquando è partita la rivolta ara-
ba in Siria. Contemporaneamente, i giovani della Striscia di Gaza e del West Bank manifestavano pacificamente,
prendendo spunto dalle altre rivolte arabe, chiedendo la fine dello scontro tra palestinesi e un accordo tra le due for-
ze in vista di un rilancio dell'unità nazionale e della convocazione di nuove elezioni. La popolazione prima dei suoi
stessi politici ha avvertito che il duro braccio di ferro tra le due organizzazioni ha indebolito la resistenza palestinese
di fronte all'occupante israeliano, ma ha anche portato all'interno dei Territori Occupati una guerra intestina che ha
paralizzato tutte le strutture di governo e ha indebolito ulteriormente la già fragile economia palestinese.
La riconciliazione nazionale palestinese è stata strettamente legata al cambio di potere in Egitto ed alla repressione
interna in Siria. Infatti, più che una reale volontà di cambiamento e di unità di intenti tra le fazioni in lotta, sono inter-
venuti il realismo politico e le rivolte regionali che hanno fatto propendere per una tregua.
Per quanto riguarda Fatah, lo stallo del processo negoziale con Israele, la caduta di Mubarak in Egitto e le manife-
stazioni popolari a Gaza e Ramallah hanno convinto Abu Mazen della necessità di una svolta politica con Hamas,
cercando, appunto, una riconciliazione. Per quanto riguarda Hamas, Siria, Hezbollah e Iran costituivano i naturali
alleati regionali e avevano sempre offerto a livello internazionale il sostegno diplomatico e politico di cui necessitava.
L'attuale situazione siriana, congiuntamente a quella di Hezbollah in Libano – impegnato in un difficile processo ne-
goziale per la costituzione di un nuovo governo nel Paese e di riabilitarsi dopo il verdetto del Tribunale Speciale per il
Libano che incrimina alcuni suoi membri per l'omicidio Hariri – e all'Iran – diviso tra un tentativo di rilancio dei propri
rapporti diplomatici con l'Egitto, interrotti oltre 30 anni fa per protesta contro i trattati di Camp David firmati dal Presi-
dente egiziano Sadat con Israele, e i litigi interni alla stessa Repubblica islamica tra vertici religiosi e quelli politici - ,
Numero 5 - Maggio 2011 Pagina 16
hanno lasciato Hamas isolata a livello regionale. A ciò si aggiunga anche il lungo embargo israeliano nella Striscia e
il fatto che è stata appena inaugurata la nuova difesa anti-missilistica di Tel Aviv (Iron Dome).
Dietro l'accordo palestinese si muovono sotto traccia altri attori regionali interessati: Egitto e Israele su tutti. La nuo-
va leadership egiziana è sembrata voler abbandonare la politica di appeasement verso Israele seguita da Mubarak
in questi anni per una linea di apertura politica agli altri Paesi della regione e ad un maggior protagonismo nell'area.
Infatti, la riapertura del valico di Rafah che ha sancito di fatto la fine del blocco egiziano in vigore dal 2007 nella Stri-
scia di Gaza, il riavvicinamento con Teheran e la condotta delle trattative di riconciliazione palestinese con due egi-
ziani sulla scena politica (Amr' Moussa e Nabil al-Arani) sono significativi segnali di cambiamento rispetto al passato.
La nuova ribalta egiziana pone, allo stesso tempo, dei problemi anche al ―quasi-storico‖ alleato israeliano. Tel Aviv
non ha gradito particolarmente il cambio al vertice al Cairo e anche il nuovo protagonismo egiziano ha irrigidito i suoi
rapporti politici, fino ad ora ottimi, con il Paese del Levante. Il premier Netanyahu e il Ministro degli Esteri israeliano
Lieberman hanno affermato di non avere alcuna intenzione di negoziare con un nuovo governo palestinese che in-
cluda Hamas. L'accordo ha creato un serio imbarazzo in Israele che si è trovata impreparata e che ha proposto co-
me unica contromisura all'intesa il congelamento dei trasferimenti dei fondi delle tasse palestinesi. A conferma
dell'imbarazzo del governo è intervenuto, inoltre, un sondaggio posto in Israele ai cittadini sul cosa fare dopo la mor-
te di bin Laden. Il ben 48% degli intervistati hanno affermato come sia necessario riconoscere uno Stato di Palestina,
pur mantenendo gli insediamenti, per dare una svolta allo stallo delle trattative di pace.
Pertanto, per entrambe le parti l'intesa pone alcuni dubbi: sarà capace l'ANP di convincere i suoi interlocutori occi-
dentali e, sopratutto, gli USA che inserimento di Hamas in un futuro governo tecnico continuerà ad avvenire sotto la
guida dell'ANP stessa, nel rispetto delle stesse regole sancite dal Quartetto? Inoltre, la stessa ANP sarà capace di
garantire la rinuncia ad atti di resistenza armata di Hamas almeno per i prossimi 24 mesi? Risposte certe non ce ne
sono, ma dietro ad una presa di posizione formale ed ufficiale di Hamas di rinnegare la violenza e di stare ai patti,
forse ci potrebbe essere una svolta storica. Alla luce di ciò, Stati Uniti ed Unione Europea hanno preferito, fino a
questo momento, temporeggiare e capire le reali intenzioni di Hamas e Fatah.
L'unica difficoltà concreta sarebbe il rifiuto categorico di Israele ad aprire un dialogo con un governo che includa Ha-
mas. L'ostacolo si potrebbe aggirare con il sostegno degli USA ed il loro impegno ad esercitare pressioni su Israele,
oltre che con una eventuale garanzia egiziana all'azione palestinese. Tuttavia il veto americano, lo scorso 18 febbra-
io, alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che condannava Israele per gli insediamenti nei Territori Occupati
non avrebbe convinto del tutto i Palestinesi sulle reali intenzioni degli USA. Infatti, non sarebbe scontato che questi
ultimi possano indurre Israele a fare delle concessioni alla causa palestinese. Inoltre, neanche l'Unione Europea si è
espressa sul merito dell'accordo. Probabile che questo avvenga nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri
degli Esteri europeo del 23 maggio. Come nel caso degli Stati Uniti, è probabile che dietro un impegno formale del
nuovo governo palestinese ad aderire ai tre principi necessari per qualsiasi trattativa politica ( il riconoscimento
dell‘esistenza di Israele, il rispetto degli accordi precedenti, la rinuncia alla violenza) l‘UE potrebbe anche appoggiare
la riconciliazione nazionale di Hamas con Fatah.
Pertanto, se la riconciliazione avrà successo, per i Palestinesi si aprirà una nuova stagione di pace. In attesa del ri-
conoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite nella prossima sessione di settembre – la quale
modificherebbe secondo il diritto internazionale la natura stessa del conflitto, da confronto regionale a classico con-
fronto tra Stati – la riunificazione potrebbe portare ad una situazione mai vista nella storia della regione dal 1948 ad
oggi. Israele rischia così di subire le decisioni e le azioni della controparte, senza poter contare su alcun piano politi-
co da opporre.
Pagina 17 CHAOS
Le regole del gioco - di Maria Serra (BloGlobal) - 21.05.2011
A sei mesi dall‘inizio della cosiddetta Primavera araba, il Medio Oriente continua ad essere oggetto dell‘attenzione
mondiale, epicentro di conflitti ed instabilità, facendo temere, a seconda delle singole circostanze, importanti riper-
cussioni economiche e geopolitiche. Arrivati a questo punto della storia – perché di una pagina di storia dei manuali
che i nostri figli studieranno si tratta – si possono trarre numerose considerazioni, che vanno ben al di là dell‘analisi
di singole proteste o avvenimenti.
Per la prima volta nella storia di questi Paesi non si è trattato di guerre o invasioni, né tanto meno dell‘avanzata isla-
mista: questa volta il protagonista è stato il popolo, cittadini di Paesi diversi ma mobilitati per un‘unica causa, senza
alcuna organizzazione politica o partitica e, soprattutto, senza base religiosa o ideologica. Nelle strade di Damasco,
in piazza Tahrir, nei centri libici sotto assedio, nelle vie di Sana‘a e Manama non è stato sventolato alcun segno reli-
gioso, nessun turbante verde o nero, nessun grido ―Allah è grande‖, nessun riferimento alla guerra santa, nessun
riferimento a repubbliche islamiste, nessuno ha rivendicato la sharia’a. E, cosa più sorprendente – ma nemmeno
troppo – nessun riferimento ad attori esterni, nessun slogan contro l‘imperialismo americano. Solo alcu-
ni leader politici – Assad in testa – hanno fatto riferimento ad una possibile ingerenza da parte degli USA in un‘ottica
antisionista e destabilizzatrice dell‘area mediorientale (invero, chi ci rimetterà proprio in termini di capacità di influen-
za nell‘area in questione saranno proprio gli USA). I manifestanti, invece, hanno chiesto riforme economiche, libertà,
un sistema maggiormente rappresentativo, la possibilità di esprimere democraticamente forme di opposizione. In
breve, liberarsi delle ―cleptocrazie‖ delle famiglie al potere.
A fotografare la situazione in tempi non sospetti, infatti, era stato l‘Arab Human Development Report del Programma
di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), che nel 2002 constatava la maggiore arretratezza economica del mondo
arabo rispetto ai Paesi asiatici e latinoamericani con cui per lungo tempo aveva mantenuto gli stessi standard di sot-
tosviluppo. La spiegazione risiede, dunque, nel fatto che questi Paesi non hanno conosciuto alcun tipo
di governance partecipativa: non esiste un solo Stato arabo democratico, a prescindere dal tipo di regime. Allo stes-
so modo questi Paesi registrano il più basso tasso di partecipazione delle donne al processo produttivo e il più basso
livello di finanziamento alla ricerca, alla produzione scientifica, all‘apertura agli input culturali e scientifici provenienti
dall‘esterno. Da qui si comprende perché in questo tipo di rivolta – e non ancora rivoluzione – non vi può esser stato
nulla di ideologico.
Rivolta – e non rivoluzione – perché questi popoli dovranno dimostrare di saper tradurre l‘azione in una nuova forma
istituzionale: trovare dirigenti politici all‘altezza delle aspettative popolari, evitare le insidie dell‘anarchia, ricostruire
legami politici e sociali compromessi dai regimi dittatoriali, scongiurare i pericoli del fondamentalismo islamico. E qui
il contesto cambia. Perché cittadini scesi in piazza senza alcuna affiliazione ideologica fra di loro, potranno operare
un effettivo cambiamento solo attraverso forme politiche organizzate. E queste forme politiche non ancora mature
per affrontare le sfide della transizione è più facile che lascino il posto alle gerarchie già organizzate dell‘esercito o,
ancora, ai movimenti, già strutturati, come quelli islamici. Ciò, tuttavia, non per forza dovrà corrispondere ad una de-
riva islamista delle società arabe, in quanto i fondamentalisti sono diventati per la maggior parte democratici e, a par-
te alcune frange che hanno continuato a fomentare la guerra santa e a girare per il Sahel alla ricerca di ostaggi, so-
no giunti alla conclusione della generazione che ha fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) in Turchia:
si può scegliere solo tra la dittatura o la democrazia. Rivolta – e non rivoluzione – perché tutto quello che sta avve-
nendo dovrebbe portare ad un cambiamento di regime e non soltanto ad una sostituzione dei vertici di un regime
non democratico. E, in questo senso, dunque, si deve riflettere sul ruolo degli eserciti.
Ma naturalmente il quadro cambia di Stato in Stato, perché diverse sono le società in cui si inscrivono le proteste,
perché diverse sono le motivazioni che risiedono alla base. Ma questa ―Primavera araba‖ ci dice che qualcosa sta
Numero 5 - Maggio 2011 Pagina 18
ugualmente cambiando. Di certo alla fine di questo anno ricco di avvenimenti non si potrà parlare di democrazia e
libertà: queste sono conquiste che si raggiungono a prezzo di lunghe lotte. L‘Europa di questo dovrebbe esserne
consapevole, visto che la sua storia di affermazione di diritti e libertà è il frutto di un lungo percorso che è iniziato con
la Rivoluzione Francese e si è concluso, almeno per una parte del Continente, solo con la fine della seconda guerra
mondiale. E anche gli Stati Uniti dovrebbero esserne perfettamente consci, anche se questi, essendo fondamental-
mente il frutto di un‘esportazione europea, hanno spesso confuso la democrazia come punto di partenza con la de-
mocrazia come punto di arrivo.
La caduta di Ben Alì e di Mubarak non significheranno molto all‘interno delle società arabe, se non nella misura in
cui si baseranno le relazioni interstatali in Medio Oriente e su quali basi procederà il difficile processo di pacificazione
del conflitto arabo-israeliano. Tanto meno una sconfitta di Gheddafi o un‘eventuale caduta di Saleh in Yemen o degli
al-Khalifa in Bahrein potrebbero mettere in ballo le regole del gioco. Solo se Assad dovesse uscire sconfitto dalle
rivolte del suo popolo qualcosa potrebbe iniziare davvero a cambiare. Perché a quel punto anche l‘Iran dovrà com-
prendere che le relazioni internazionali non sono fatte solo di deterrenza nucleare o alleanze politico-militari, ma an-
che del grado di concessione fatto ai cittadini.
Cittadini che, in un mondo sostanzialmente immobile, subiscono le regole del mondo globalizzato e che attraverso
Twitter e Facebook possono intravedere un mondo diverso, mettersi a paragone, rivendicare la loro sete di ugua-
glianza. E imporre loro le regole del gioco.

Il ricercato Gheddafi - di Alessandro Badella (Risiko) - 17.05.2011


La Corte penale internazionale ha emesso oggi un ordine di cattura nei confronti del raiss libico. Conquesto annun-
cio, la Corte ha voluto spiegare le motivazioni della decisione presa.
Secondo l'organismo internazionale:

The Office gathered direct evidence about orders issued by Muammar Gaddafi himself, direct eviden-
ce of Saif Al Islam organizing the recruitment of mercenaries, and direct evidence of the participation
of Al Sanousi in the attacks against demonstrators. Additionally the Office documented how the three
held meetings to plan the operations.
The evidence shows that civilians were attacked in their homes; demonstrations were repressed using
live ammunition, heavy artillery was used against participants in funeral processions, and snipers pla-
ced to kill those leaving the mosques after the prayers.

Praticamente Gheddafi e parte dell'esecutivo sono accusati di aver deliberatamente utilizzato la violenza contro civili
inermi. Il ministro Frattini si è subito lanciato in una previsione abbastanza "ingombrante", che probabilmente sarà
scarsamente realizzabile. Sta di fatto, però, che il regime libico ne esce ancor più isolato di quanto già non fosse da
febbraio a questa parte.
Pagina 19 CHAOS

Libano: tra crisi interna e instabilità regionale - di Giuseppe Dentice (BloGlobal) - 29.05.2011
Lo scorso venerdì, intorno alle ore 16 italiane, una bomba è esplosa al passaggio di un mezzo UNIFIL con a bordo
militari italiani lungo l'autostrada da Beirut a Sidone, nei pressi del fiume Awwali, lo stesso luogo in cui il 1 agosto
2008 fu compiuto un attentato dinamitardo contro i caschi blu irlandesi. L’attentato ai caschi blu italiani a Sidone va
inserito all'interno del contesto regionale e internazionale, ma anche della cronica debolezza interna che pone il Pae-
se, tradizionalmente, come un terreno di scontro ―privilegiato‖ fra i numerosi interessi contrastanti. Infatti, sia la situa-
zione interna – caratterizzata dalla fuoriuscita di 11 ministri di Hezbollah dal governo di colazione Hariri, congiunta-
mente al verdetto di condanna del Tribunale Speciale per il Libano che ha incriminato alcuni suoi membri per l'omici-
dio di Rafiq Hariri –, sia quella regionale – con le rivolte siriane e con il sempre difficile rapporto con Israele che pon-
gono il Paese dei Cedri direttamente interessato alle possibili evoluzioni nell'area – rappresentano fattori di instabilità
da non sottovalutare.
Il Libano è un piccolo Paese le cui complesse componenti interne (sono riconosciute 18 differenti comunità etnico-
religiose) sono sempre state sollecitate da attori esterni (regionali o internazionali). Dal 2005, con la morte dell'ex
premier Hariri, la frammentazione interna riflette le divisioni regionali tra coloro che in maniera ferrea vorrebbero
mantenere lo status quo (Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti) e coloro che vorrebbero costruire una nuova idea di
Vicino e Medio Oriente (Iran e Siria su tutti). Il fronte nazionale si suddivide, grosso modo, tra un blocco espressione
della vecchia maggioranza di governo costituita dal gruppo ―Coalizione 14 marzo‖ – che al suo interno raccoglie i
sunniti di al-Mustaqbal di Saad Hariri, i cristiani maroniti del ―Kataeb‖ e delle ―Forze libanesi‖ e i drusi di Walid Jum-
blatt – e da un insieme di partiti di opposizione – gli sciiti di ―Hezbollah‖ e ―Amal‖, rispettivamente guidati da Hassan
Nasrallah e dallo speaker del Parlamento Nabih Berri, il Movimento Patriottico Libero dell'ex generale Michel Aoun, e
altri sunniti. Parlare di maggioranza e di opposizione in un Paese come il Libano rischia di essere fuorviante, in
quanto i delicati equilibri nati all'epoca della fondazione della Repubblica e della Costituzione nazionale (1922-1926)
e, successivamente, rafforzati con gli accordi di Ta'if (1975-1989) dopo la guerra civile, non definiscono competenze
e divisione dei poteri precisi tra le comunità, rendendo, pertanto, l‘attività di governo sterile ed esposta a continue
crisi politiche. Risulta evidente l'immagine di un Paese debole, con una vasta gamma di gruppi armati che, spesso,
operano al servizio degli interessi di altre potenze straniere.
Secondo la Banca Mondiale, il Libano possiede un‘economia aperta e di piccole dimensioni, fondata sul settore dei
servizi. Gli altri settori che aiutano ad implementare il PIL libanese sono l‘attività estrattiva per l‘industria del cemento
e l'agricoltura. L'economia libanese è basata essenzialmente sui servizi e sull'import-export che rappresentano un
settore fondamentale della ricchezza nazionale. Il calo di questi settori indica un rallentamento della produzione ine-
vitabilmente tradotta in una contrazione della ricchezza. Pur essendo un'economia solida rispetto alle altre della re-
gione, permangono alcune criticità. Come osservato dall'Economist Intelligence Unit, il PIL libanese è diminuito
nell'ultimo biennio (dal 7.5% al 6.2%). L'alta corruzione (su una scala di valori da 0-9 stilata da Transparency Interna-
tional, il Paese è al livello 3), l'alto livello della disoccupazione giovanile (secondo l'UNDP il dato è al 55%), l'elevato
debito pubblico (pari al 150% del PIL), l'alta percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà (il 28%, ma comun-
que al di sotto della media regionale), il farraginoso apparato burocratico e la crisi economica globale, hanno influito
ad peggioramento dell'economia nazionale. Ad ogni modo, i dati macro-economici sono influenzati, in maniera deter-
minante, dalla precaria situazione interna e dal caotico contesto regionale.
In questo momento, il Libano è un Paese con un governo debolissimo, retto da un contestatissimo nuovo Primo Mini-
stro, Najib Miqati, un ricco milionario sunnita sostenuto da Hezbollah e da Nasrallah in persona. Le condizioni econo-
miche e sociali del Paese sono peggiorate negli ultimi tempi e l‘attentato di venerdì non fa che sottolineare questa
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situazione di tensione e rischi. Le tensioni tra Hezbollah eAl-Mustaqbal, guidato dall‘anti-siriano Saad Hariri, figlio di
Rafiq, e, più in generale, tra sunniti e sciiti, si erano aggravate quando la scorsa estate si erano fatte sempre più pe-
santi le accuse verso Hezbollah di essere gli esecutori dell‘attentato in cui perse la vita Rafiq Hariri, nel 2005. Queste
accuse, confermate dal verdetto del Tribunale Speciale per il Libano, hanno aperto una lunga crisi politica da cui il
Paese non riesce ad uscire. Il nuovo Premier non riesce a coagulare intorno a sé tutte le anime politiche di cui il Pae-
se si compone, perpetrando così una diffusa instabilità. Il momento è quindi particolarmente teso. Chi vuole governa-
re il Libano deve fare i conti con Hezbollah, uno dei poteri forti della politica nazionale libanese. Hezbollah controlla
tantissime zone importanti del territorio libanese. Oltre ad avere sotto controllo interi quartieri di Beirut, ha le sue zo-
ne di influenza più radicate nel Sud, ai confini con Israele, strategicamente e militarmente importanti. Pertanto chi
vuole governare in Libano non può far a meno degli sciiti. Anche i drusi, però, risultano essere decisivi nella stabilità
della nazione. I Drusi sono una piccola comunità di origine musulmana guidata, in Libano, da Walid Jumblatt, anch'e-
gli un milionario libanese parte del movimento anti-siriano ―Coalizione 14 Marzo‖. Jumblatt, a differenza di Hariri, si è
dichiarato disponibile ad avviare trattative con Hezbollah e, pertanto, una sua alleanza con gli sciiti potrebbe risultare
decisiva nel rilancio politico del Paese. Infatti, una rapida soluzione dei problemi interni potrebbe evitare il diffondersi
della Primavera Araba anche nel Paese, in quanto l'instabilità politica libanese si riflette irrimediabilmente anche nel
contesto regionale.
Ad oggi, la situazione è ancora molto incerta e il futuro del Libano è legato al senso di responsabilità delle sue forze
politiche e sociali. Se sapranno unirsi, cercando di far prevalere il sentimento nazionale, ci saranno meno probabilità
per un risvolto rivoluzionario. Questo risultato potrebbe essere favorito, anche, grazie alla difficile situazione dei due
vicini più prossimi Siria e Israele. La Siria ha sempre influenzato la politica del Paese, ritenuto da sempre parte inte-
grante del disegno politico e storico della ―Grande Siria‖. Lo dimostrano gli eventi di questi anni e l'alleanza che l'ala-
wita Assad ha stretto con gli sciiti di Hezbollah. Al momento attuale, il regime di Assad è troppo preso dalle proteste
interne e dalle possibili ricadute su altri Paesi dell'area. Le preoccupazioni relative alla Siria lasciano spazio a quelle
relative ad Israele. Le varie invasioni subite dal Libano (nel 1982 e nel 2006) e le varie guerre susseguitesi hanno
alimentato molta diffidenza e hanno incancrenito anche i rapporti politici e diplomatici tra i due Paesi. La situazione
difficile farebbe propendere, per lo più, ad un mantenimento dello status quo. Nessuno vuole un nuovo conflitto per-
ché complicherebbe ulteriormente il quadro regionale. Avrebbe riflessi diretti verso i vicini e verrebbe utilizzato
dall‘Iran per rafforzare la sua posizione, trasformandosi in un vero egemone regionale. Si accrescerebbero così, ov-
viamente, i timori dell‘Arabia Saudita e degli stessi Stati Uniti che non potrebbero rimanere impassibili di fronte ad un
ulteriore rafforzamento iraniano. Per evitare tale rischio, sauditi e siriani, poco tempo fa negoziarono un compromes-
so: Hezbollah avrebbe accettato senza reagire la sentenza di condanna di taluni suoi membri, mentre il primo mini-
stro Saad Hariri si sarebbe dimesso – anche se questi non ha accettato. Oggi, però, le premesse sono cambiate a
causa delle rivolte che stanno rimodellando la geopolitica della regione, ma pare evidente che la crisi dell'area po-
trebbe favorire, paradossalmente, la riconciliazione nazionale. Questa potrà essere raggiunta solo se ognuna delle
componenti di questo intricato puzzle accetterà di ridimensionare il proprio potere per il bene nazionale. Sebbene il
quadro interno rimanga preoccupante, le volontà degli attori regionali di mantenere almeno il Libano stabile, sembra-
no escludere, in tempi brevi, che il Paese dei Cedri possa essere sconvolto da rivoluzioni. Il Libano, comunque, non
deve ritenersi al sicuro da eventuali contraccolpi regionali.
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Europa

Italia-Turchia: un asse nel Mediterraneo - di Maria Serra (BloGlobal) - 14.05.2011


La guerra in Libia e la mancanza di coordinamento politico-militare fra gli Stati membri dell‘Unione Europea hanno
messo in luce la debolezza politica dell‘architettura comunitaria e il sostanziale insuccesso dell‘ambizioso progetto di
Partenariato euro-mediterraneo che nel 1995 passò alla storia come Processo di Barcellona. Neanche l‘entrata in
vigore del Trattato di Lisbona ha saputo offrire una linea comune non tanto in materia di difesa, quanto in una pro-
spettiva di rilancio del Vecchio Continente in un quadro delle relazioni internazionali multipolarizzato e fortemente
globalizzato. Ancora una volta le strade che si aprono dinanzi ai leader europei sono due: quella più difficile, ossia la
formulazione di una nuova e originale strategia effettivamente comune verso il Mediterraneo e il Medio Oriente che
permetta all‘UE, data la sua posizione geograficamente strategica, di giocare un ruolo chiave nel processo di demo-
cratizzazione del mondo arabo, nonché di aprire una nuova epoca di cooperazione in materia economica e, soprat-
tutto, in materia di sicurezza; quella più ―semplice‖ – nel senso che è lecito supporre che possa prendere il soprav-
vento in un momento di incertezza – relativa ad una prospettiva ―individuale‖ da parte dei singoli Stati membri, che, a
seconda degli interessi e degli obiettivi di medio-breve termine, potrebbero intavolare nuovi rapporti bi-multilaterali
con i Paesi extra-europei.
L‘Italia, in questo secondo contesto, ha l‘opportunità di completare un percorso avviato – attraverso una diplomazia
di tipo ―commerciale‖ – nell‘ultimo decennio, ossia un ri-orientamento geopolitico nella direttrice orientale/sud-
orientale del mare nostrum. In questo senso, il nostro Paese avrebbe l‘opportunità di attuare una politica estera non
solo più autonoma dalle principali direttrici estere (quella statunitense e quella russa), ma che le permetta un rilancio
dei propri rapporti regionali e, soprattutto, internazionali. Si tratta di una prospettiva, cioè, che permette una proiezio-
ne al di fuori degli stretti confini occidentali e si allarga, dunque, dal mondo arabo a quello asiatico. La Turchia, in
questo contesto, rappresenta la porta d‘accesso per l‘Italia ad una possibile nuova epoca di relazioni internazionali.
La Turchia si trova al centro di una ―croce geopolitica‖ regionale delicata quanto strategicamente essenziale: ad o-
vest e a nord-ovest è rivolta al Mediterraneo e all‘Europa balcanica e danubiana; a sud e a sud-est è rivolta verso la
Siria, il Vicino Oriente, la Mesopotamia e la regione del Golfo; ad est e a nord-est è proiettata verso il Caucaso, le
regioni musulmane dell‘ex URSS e il Mar Nero. Da questo punto di vista la Turchia rappresenta un punto d‘incontro
tra civiltà, culture, religioni diverse (l‘Europa, il mondo arabo, il mondo asiatico e il mondo slavo), ma anche una re-
gione di scontro tra popolazioni e sistemi economici, politici e sociali che, se gestiti, offrono una miniera di opportuni-
tà di rilancio, da ogni punto di vista.
I rapporti fra turchi e Occidente, d‘altra parte, risale all‘epoca dell‘Impero Romano e alla diffusione della sua cultura e
dei suoi istituti nella Penisola anatolica. In particolare, i rapporti con l‘Italia sono stati, pur fra alti e bassi, sempre forti,
anche quando Bisanzio si contendeva con la Repubblica Marinara di Venezia il controllo del Mediterraneo, o ancora,
quando il nostro Paese occupò nel 1911-12 la Tripolitania, la Cirenaica e il Dodecaneso. Inoltre, a partire dal 1923,
con la nascita della Repubblica turca e sotto l‘impulso di Ataturk, lo sguardo politico turco è sempre stato rivolto ver-
so l‘Occidente, modello di modernizzazione e democratizzazione, che ha consentito ad Ankara per tutta l‘epoca suc-
cessiva al secondo conflitto mondiale di essere attore fondamentale nel mondo bipolare e di partecipare (oltre che al
Patto di Baghdad) a tutte le organizzazioni occidentali, dalla NATO al Consiglio europeo. La caduta del Muro di Berli-
no ha fatto perdere alla Turchia il ruolo di interlocutore chiave nei rapporti Est-Ovest, sicchè essa è stata libera di
operare un proprio ri-orientamento geopolitico, soprattutto nei rapporti con la Russia e con il Medio Oriente. L‘Italia,
dal canto suo, caratterizzata nei primi anni Novanta da una politica estera incerta, ondivaga e, secondo la definizione
di Sergio Romano, ―microgollista‖ (contenuta, cioè, in uno spazio geografico ristretto), solo all‘inizio del nuovo secolo
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si è proposta come paladino dell‘ingresso di Ankara nell‘Unione Europea, allacciando un partnership strategica di
tipo economico, che, data l‘attualità internazionale, può assumere una connotazione geopolitica.
Esistono, difatti, diverse affinità fra i due Paesi: entrambi sono penisole proiettate nel Mediterraneo e che, sebbene
abbiano alle loro spalle due contesti diversi (l‘Europa continentale e l‘Asia) hanno in comune il bacino mediorientale
e africano. Non di meno, il punto d‘incontro è rappresentato dall‘area balcanica sulla quale Roma e Ankara stanno
lavorando congiuntamente per garantirne la stabilizzazione politica (soprattutto in Bosnia-Erzegovina) e il processo
di inclusione euro-atlantica. L‘aspetto economico-commerciale è di altrettanta importanza: l‘economia turca è, infatti,
giovane, dinamica e in forte espansione. L‘Italia è il quarto partner commerciale, con oltre 800 imprese che nel 2008
si sono aggiudicate circa il 40% degli appalti pubblici vinti da società straniere per un valore di 626 milioni di euro.
Ma la Turchia assume un rilievo particolare anche nell‘ambito della diversificazione delle fonti energetiche, visto che
si trova all‘intersezione del mercato europeo e i grandi produttori di idrocarburi – Russia, Paesi del Caspio e del Me-
dio Oriente –. Attraverso Eni ed Edison, il nostro Paese sta avendo la possibilità di creare una rete di infrastrutture
che alleggeriscano la nostra dipendenza da Mosca e dalla stessa Libia. Anche la cooperazione in campo militare è
molto forte: la Turchia è il maggior acquirente delle armi italiane, il 35,6% dei nostri armamenti è destinato al mercato
anatolico, per un totale di 1092 milioni di euro. In particolare il governo turco acquista elicotteri di combattimento
dell‘Augusta Westland, utilizzati per ricognizione tattica e attacco bellico. Inoltre, una cooperazione con Finmeccani-
ca porterà entro il 2013 alla costruzione del primo satellite militare turco (Gokturk) a scopi di intelligence militare.
Roma e Ankara, non di meno, condividono una politica di soft-power, orientata al multilateralismo nelle relazioni in-
ternazionali e che cerca una via indipendente dalle scelte statunitensi. L‘asse turco-italiano, in questo senso, rappre-
senta un elemento chiave in due ambiti regionali: da un lato quello mediorientale, in quanto la Turchia rappresente-
rebbe un solido alleato per una risoluzione del conflitto arabo-israeliano e per un ridimensionamento delle aspirazioni
nucleari dell‘Iran; dall‘altro quello europeo, poiché un eventuale ingresso di Ankara nell‘Unione Europea – che l‘Italia
sta perorando fin dall‘inizio dei negoziati di adesione del 2005 – rappresenterebbe un nucleo fondamentale di con-
trapposizione politica all‘asse franco-tedesco e di contrapposizione militare all‘asse franco-britannico, nonché con-
sentirebbe uno spostamento del bacino europeo, ora sbilanciato verso il Baltico, verso il Mediterraneo e verso le are-
e da cui provengono le maggiori sfide del futuro.
L‘adesione della Turchia allo spazio europeo rappresenterebbe, dunque, un momento di avvicinamento e dialogo
con l‘Islam moderato e, allo stesso tempo, un contrafforte contro il radicalismo. Soprattutto alla luce di quanto sta
avvenendo in Siria – verso la quale l‘UE lo scorso 10 maggio ha adottato sanzioni economiche – la Turchia potrebbe
avere un ruolo di stabilizzazione della regione mediorientale. In questo contesto, dunque, l‘Italia ha l‘opportunità di
inaugurare un nuovo ciclo di relazioni e giocare un ruolo di prima linea nelle dinamiche principali del nuovo secolo.

L’arresto di Mladic: la lunga strada della Serbia verso l’UE- di Maria Serra (BloGlobal) -
28.05.2011
Dopo 16 anni di latitanza, è stato arrestato Ratko Mladic, ex capo militare dei serbi di Bosnia e incriminato per geno-
cidio e crimini contro l‘umanità. Trionfante il Presidente serbo, Boris Tadic, che con l‘arresto del super-ricercato può
mettere fine ad una delle pagine più difficili della storia recente dell‘ex-Jugoslavia, dei Balcani e dell‘Europa inte-
ra. Esultante anche il governo di Mirko Cvetkovic, secondo cui il successo dell‘operazione ha accresciuto la credibili-
tà morale della Serbia e ha abbattuto, perciò, l‘ultimo ostacolo per il processo di adesione all‘Unione Europea. Non a
caso, l‘arresto avviene nel giorno in cui è in visita a Belgrado l‘Alto Rappresentante dell‘Unione Europea per la Politi-
ca Estera e di Difesa comune europea, Catherine Ashton, e a pochi giorni dalla presentazione in sede ONU di un
rapporto (negativo) del Tribunale Internazionale per l‘ex Jugoslavia sulla collaborazione serba.
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Tuttavia, non sarà l‘arresto del ―Boia di Srebrenica‖ a mitigare la considerazione che le organizzazioni occidentali
hanno della Serbia e ad influire sul successo dei negoziati con le istituzioni di Bruxelles. Belgrado – nonostante fac-
cia parte del Consiglio d‘Europa dal 2003, nonostante aderisca al programma di Partenariato per la Pace (promosso
dalla NATO per assistere i processi di riforma in materia di difesa dei Paesi sorti dalla dissoluzione del blocco sovieti-
co) e nonostante abbia concluso nel 2008 l‘Accordo di Associazione e Stabilizzazione previsto per una futura inte-
grazione dei Paesi dei Balcani Occidentali (anche se è entrato in vigore nel dicembre 2009 dopo l‘abolizione dei visti
per i cittadini serbi ed è attualmente in ratifica dai Paesi membri) – ha ancora in sospeso numerose questioni di cui
dovrà dare prova di maturità, a cominciare dalle sue relazioni esterne.
Alla fine del 2010, pur continuando a non riconoscerne l‘indipendenza, la Serbia ha accettato di aprire i negoziati con
il Kosovo e ha avviato i primi colloqui nei primi giorni di marzo di fronte ad alcuni rappresentanti dell‘Unione Europea.
Tuttavia, Tadic ha già avvisato la Polonia – che, tra l‘altro, si appresta a detenere per la prima volta il semestre di
presidenza dell‘UE – che non presenzierà al Summit dei Paesi dell‘Europa Centrale e Sudorientale che si svolgerà
nei prossimi giorni a Varsavia, poiché tra gli invitati risulta la neo-Presidentessa kosovara, Atifete Jahjaga, e che si
presenterà come Capo di Stato, alla pari, dunque, degli altri colleghi. Inoltre, come già fatto presente dal Parlamento
europeo nel corso della seduta del 19 gennaio, la Serbia avrà il compito di facilitare la cooperazione tra la missione
di polizia dell‘Unione Europea in Kosovo, EULEX, e serbi del Kosovo che risiedono nella parte settentrionale della
Repubblica che aspira all‘indipendenza; non di meno, Bruxelles, ha esortato Belgrado a smantellare le strutture pa-
rallele serbe in Kosovo, con riferimento alla regione di Mitrovica su cui Pristina non ha il controllo, poiché minano il
processo di decentramento ed impediscono la piena integrazione della comunità serba nelle istituzioni kosovare.
L‘Unione Europea sta molto premendo per una rapida riconciliazione dei rapporti fra i due Paesi, innanzitutto per le
potenzialità che una piena integrazione dei Balcani occidentali può offrire dal punto di vista economico e strategico: il
Corridoio 10 Lubiana-Belgrado-Nis-Sofia e Nis-Salonicco, più rapido del 4 che attraversa Ungheria e Romania e del
Corridoio 8 che mette in collegamento l‘Albania con la Romania passando attraverso il Kosovo, è la strada più breve
tra l‘Europa e il Medio Oriente. A ciò bisogna aggiungere l‘importanza rivestita dal Danubio che collega il Reno e il
Meno con il Mar Nero e dalla valle del fiume Morava che mette in collegamento il Nord europeo con la Grecia e, dun-
que, con il Mediterraneo. Non bisogna dimenticare nemmeno l‘importanza che la Serbia potrebbe assumere nei piani
di sicurezza energetica e l‘eventuale creazione di corridoi energetici tra Est Europa e Russia. E in relazione a questi
rapporti con la Russia, l‘integrazione della Serbia comporterebbe anche importanti effetti politici. Ne è un esempio la
NATO, che sarebbe disposta ad accogliere la Serbia nel proprio sistema pur di strapparla all‘influenza del Cremlino.
Tuttavia, per quanto Belgrado si dimostri dialogante, sembra ancora non intenzionata a rompere il cordone ombelica-
le con Mosca, né la Russia pare essere disposta a rinunciare al rapporto con un Paese che la proietta direttamente
verso l‘Europa Occidentale e il Mediterraneo.
Tra l‘altro il governo deve fare i conti con una parte dell‘opinione pubblica ultranazionalista, che ha parlato
dell‘arresto di Mladic come colpo gravissimo agli interessi nazionali della Serbia e che ha accusato Tadic di
―tradimento‖. Un atteggiamento già visto nel 2008 in occasione dell‘altro arresto eccellente di Karadzic. A ciò va ag-
giunto il fatto che altre larghe parti del Paesi ritengono che il Tribunale dell‘Aja sia tutt‘altro che imparziale. Tutto ciò
potrebbe quindi costituire una pericolosa spina nel fianco del Presidente nelle prossime consultazioni elettorali.
Il Parlamento Europeo ha in secondo luogo osservato che la corruzione è ancora diffusa nel Paese, evidenziando in
particolare il problema dei traffici illegali (provenienti soprattutto dal Sud-Est asiatico), i cui proventi vengono utilizzati
per alimentare le reti criminali. Il Parlamento ha richiamato anche l‘attenzione sul fatto che i funzionari detengono più
di un ufficio, il che comporta situazioni di pericolosi conflitti di interessi e altri casi di corruzione. Oltre alle grandi ri-
forme interne necessarie e all‘adeguamento all‘aquis comunitario, il Parlamento europeo ha sottolineato la necessità
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di migliorare l‘accesso all‘istruzione nella loro lingua originaria, così come all‘informazione, per le minoranze bosnia-
che, bulgare e rumene. A preoccupare è, soprattutto, la situazione dei rom (circa 400mila), che vivono in condizioni
di estrema povertà: solo il 5% di essi ha un lavoro a tempo determinato. Discorso analogo può esser fatto anche per
la libertà religiosa che, pur non essendo un criterio stringente per l‘ingresso nell‘UE, è certamente un parametro fon-
damentale per il rispetto dei diritti umani.
Prima di tirare le conclusioni sul futuro europeo della Serbia bisognerà dunque attendere il 10 ottobre prossimo,
quando la Commissione europea si pronuncerà sulla richiesta di candidatura ufficiale (avanzata per la prima volta,
peraltro, nel 2009). Il Commissario per l‘Allargamento, Stefan Fule, ha già fatto intendere che la strada dell‘ex Paese
jugoslavo è ancora lunga. Del resto manca ancora un criminale latitante da catturare: Goran Hadzic, serbo di Croa-
zia, persecutore dei croati in Slavonia durante la guerra dei Balcani. E se si pensa che un Paese meno problematico
come la Croazia ha dovuto rinviare il completamento del processo di adesione iniziato otto anni fa orsono (sembra
che la conclusione sia ora prevista per il 2013), la strada per Belgrado sembra profilarsi decisamente tortuosa.

America del Nord

La corsa all’oro (nero) - di Eleonora Peruccacci (Risiko) - 16.05.2011


Recentissimo l‘annuncio del presidente Obama sul via alle trivellazioni in Alaska, per cercare, e possibilmente sfrut-
tare, nuove risorse petrolifere. I prezzi del carburante, negli USA, sono alle stelle (circa 4 dollari al gallone), così
l‘affermazione del Capo di Stato arriva in un momento di forte pressione sia da parte dell‘elettorato che da parte dei
Repubblicani.

La vera corsa alle presidenziali non è ancora partita, ma il presidente statunitense già corre ai ripari: ―Intendo chiede-
re al Ministero degli Interni – ha detto Obama- di concedere ogni anno nuove licenze per sfruttare le riserve nazionali
di petrolio in Alaska, rispettando le aree sensibili, ma anche di accelerare la valutazione delle risorse petrolifere e di
gas nell‘Atlantico centrale e del Sud‖.

In un momento in cui l‘uscente presidente si deve confrontare con sondaggi non troppo lusinghieri nei suoi confronti,
iniziare subito a ―sparare qualche buona cartuccia‖ è essenziale se vuole puntare alla rielezione.

Non è bastato il famoso blitz contro il nemico pubblico n. 1 Osama bin Laden, blitz del quale per altro ancora non è
stata chiarita in toto la modalità, né sono state mostrate le tanto attese foto del cadavere, per far risalire i consensi
del presidente. Si potrebbe ben scommettere che le immagini, se mai verranno mostrate, saranno l‘asso nella mani-
ca per Obama? Dopotutto, i sondaggi hanno riscontrato una sua crescita di popolarità fra i cittadini dopo l‘annuncio
dell‘uccisione del capo di al-Qaeda.

Non è neanche bastata la notizia che Osama avesse nel suo nascondiglio numerosi filmati a sfondo pornografico
(come se questo implicasse un doveroso giudizio morale di sorta, connotando ancora più negativamente la sua figu-
ra), per rassicurare il presidente nordamericano sul suo futuro politico. L‘argomento economia sembra, dunque, pe-
sare molto di più di quello del terrorismo sulla campagna per le presidenziali del 2012.
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Asia

Gli americani e l’Afghanistan - di Alessandro Badella (Risiko) - 11.05.2011


Qualcuno ha cercato di misurare il Bin Laden effect sull'opinione pubblica americana. La società di consulenze stati-
stiche Gallup Organization ha messo in piedi un sondaggio per giudicare, alla luce della morte del leader del terrori-
smo internazionale, come siano state modificate le opinioni sulla politica estera, ed in particolare sulla missione in
Afghanistan.
Chiaramente, quello afghano è un tema centrale per le prossime presidenziali. Soprattutto si pensava che la decapi-
tazione di al-Qaeda avrebbe potuto portare a termine un impegno internazionale lungo ormai dieci anni. Il sondaggio
Gallup dimostra che, proprio in seguito ai recentissimi eventi di Abottabbad, il giudizio degli americani sulla guerra in
Afghanistan è migliorato in maniera significativa. Si è verificata anche una inversione apprezzabile.

Domanda: In generale, come pensa stiano andando le cose per gli Stati Uniti in Afghanistan? [molto bene,moderatamente bene (i n verde scuro) -
molto male; moderatamente male (in verde chiaro)]

Questo pronto superamento della linea verde scura su quella verde chiara, cosa che non accadeva da metà 2009,
potrebbe essere un efetto immediato dell'operazione segreta autorizzata da Obama sul suolo pakistano. Il cd.
"effetto Bin Laden". E questo effetto potrebbe essere molto interessante alla luce delle prossime presidenziali del
2012.
Un altro dato sembra essere ancora più interessante. Un secondo sondaggio della Gallup chiedeva ad un campione
di americani: "Secondo voi, la missione degli americani in Afghanistan è terminata e quindi si possono riportare a
casa le truppe, oppure c'é ancora lavoro da svolgere?". Su questa domanda, gli intervistati sono stati divisi per ap-
partenenza politica. Questi i risultati:

A livello macroscopico, la percentuale di americani che vuole "far tornare a casa i ragazzi" è decisamente superiore
a quella dei favorevoli ad un prolungamento della missione. Il dato che reputo più significativo è il sostanzia-
le pareggio percentuale in seno all'elettorato repubblicano. Sarà un eventuale punto di frattura del partito repubblica-
no nella prossima campagna elettorale?
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Geografia e Geopolitica

La nuova lotta per l’egemonia - di Pier Francesco Prata (Risiko) - 01.05.2011


La presentazione del libro di Federico Rampini‗Occidente Estremo‘, è una preziosa occasione per discutere con
l‘autore sul rapporto tra le due maggiori superpotenze mondiali, USA e Cina. Il giornalista di Repubblica ha il grande
pregio con la sua opera di fermare e analizzare i cambiamenti di questo tempo, che spesso passano veloci e ci la-
sciano disorientati. La sua esperienza da inviato prima a San Francisco, poi a Pechino e ora a New York, ci conse-
gna un testimone privilegiato e competente di questi mutamenti."L‘allievo cinese ha raggiunto il maestro americano‖,
ricorda Rampini, ―ed entro il 2016, secondo il Fondo monetario Internazionale, Il Pil cinese potrebbe superare quello
statunitense‖.
L‘autore racconta nella sua opera ciò che osserva vivendo regolarmente nelle città che analizza e, tornando a New
York dopo aver vissuto cinque anni in una Pechino piena di novità e investimenti, ritrova una metropoli in crisi, sim-
bolo di un impero piombato dal nulla nel baratro e destinato a un‘inarrestabile parabola discendente. Allo stesso tem-
po, secondo Rampini, è proprio in questo momento che gli Stati Uniti possono ripensarsi e dare il meglio di sé, ela-
borando gli errori di una crescita senza controllo e riscoprendo un nuovo modo di vivere, più ragionato e sostenibile.
La raccolta di articoli studia il nuovo capitalismo ‗zen‘ ai tempi della presidenza Obama, in rapporto allo sviluppo smi-
surato dell‘impero cinese, ma anche osservando le iterazioni con i nuovi protagonisti della scena mondiale, dall‘India
fino al vicino Brasile. Un‘analisi attenta e necessaria, perché ―capire cosa succede tra USA e Cina oggi significa ca-
pire cosa sarà del nostro futuro‖.
Oltre alla decadenza dell‘America al suo tentativo di rialzarsi, l‘opera si concentra sui limiti della potenza orientale:
sottolinea Rampini che ―le rivolte del Nord Africa ci ricordano che certe aspirazioni e certi valori sono universali, e la
Cina prima o poi dovrà fare i conti con la richiesta di democrazia. In questo senso il libro rappresenta una riscoperta
dei valori occidentali da cui discende la nostra società‖. Il libro non è un percorso a senso unico, ma su questo punto
è chiaro: gli Stati Uniti hanno costruito il loro successo sul melting pot, sulla libertà di ribellarsi ai limiti imposti cercan-
do di fare sempre meglio, e soprattutto grazie a questo gli USA restano superiori a una dittatura con forti consensi
ma forti diseguaglianze, un paese monoetnico senza contaminazioni che sopprime con la violenza le più quotidiane
e fondamentali libertà.
E l‘Europa? In questo processo rischia di rimanere schiacciata tra i due nuovi poli dominanti. Rampini lascia però
aperto uno spiraglio: ―lo stato sociale europeo non è secondo a nessuno, e resta un modello per tutto il mondo. Ri-
partire da questa attenzione alla persona, soprattutto in un periodo di forti migrazioni, è la strada giusta‖. In chiusura,
c‘è spazio anche per una riflessione sull‘Italia: ―il nostro paese resta ovunque un simbolo ammirato e seguito per le
sue potenzialità, nonostante le vicissitudini dell‘attualità. Studiare l‘italiano nelle scuole americane è considerato uno
status symbol. Anche io resto sempre sorpreso di questa ammirazione, di cui forse dovremmo ringraziare più i nostri
antenati che i nostri contemporanei‖.

Uno sguardo politico sugli spazi verdi di Israele - di Prospettiva Internazionale - 09.02.2011

Quanto segue è una cernita di passaggi operata dal capitolo decimo del libro La pulizia etnica della Palestina del
Nuovo Storico israeliano Ilan Pappe. L'estratto riguarda i parchi turistici del Jewish National Fund in Israele ed il loro
collegamento con il memoricidio della Nakba. Non potevo non inserire questo contributo nel ciclo di post "appunti
sulla geografia politica del conflitto israeliano-palestinese".
Per motivi legati al mantenimento della coerenza del testo riportato (sono estratti) ho tolto dai periodi qualche frase
cercando di non snaturare il significato reso dall'autore dell'opera; ho inoltre privato il testo di alcune parti che faceva-
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no espresso riferimento al sito del JNF perchè dalla data di pubblicazione del libro (2006) ad oggi il sito in questione
è stato aggiornato e modificato. Buona lettura.

In Israele e nel mondo ebraico il JNF è visto come un'agenzia ecologicamente molto responsabile che deve la sua
reputazione al modo in cui si dedica a piantare alberi, a reintrodurre la flora e i paesaggi locali, facilitando l'apertura
di decine di luoghi di villeggiatura e di parchi naturali, con aree da picnic e spazi gioco per i bambini.
Dopo il 1948 quando fu stabilito di creare propri parchi nazionali sui siti dei villaggi palestinesi distrutti, la decisione
su che cosa piantare fu completamente nelle mani del JNF che, nel tentativo di far apparire il Paese più europeo e
per promuovere l'industria del legno, optò sin dall'inizio principalmente per le conifere invece che per la flora naturale
indigena della Palestina. Ecco perché nelle foreste all'interno di Israele oggi vi siano solo l'11 per cento di essenze
indigene e perché soltanto il 10 per cento di tutte le foreste risalgono a prima del 1948.
Ma tali specie particolari mal si adattano al terreno locale e, nonostante i ripetuti trattamenti, le piante si ammalano,
capita che i pini si spacchino in due e in mezzo al tronco spuntino degli ulivi come reazione naturale ad una flora a-
liena.
La vera missione del JNF è stata quella di nascondere i resti visibili della Palestina, non solo piantando alberi, ma
anche tramite una cronaca che nega l'esistenza dei villaggi. Nei parchi viene mostrata la storia ufficiale sionista, con-
testualizzando ogni luogo dentro la metanarrazione nazionale del popolo ebraico e di Eretz Israel, sovrascrivendola
a quella delle popolazioni indigene. Nella home page del sito web ufficiale del JNF si legge che l'agenzia si è assun-
ta il compito di far fiorire il deserto e di rendere il paesaggio storico arabo simile a quello europeo. Quello che non
viene detto ai visitatori è che il Fondo è inoltre la principale agenzia che ha il compito di evitare in queste "foreste"
ogni atto commemorativo della Nakba, tanto meno le visite dei profughi palestinesi le cui case giacciono sepolte sot-
to questi alberi e luoghi turistici.
Quattro delle più grandi e frequentate aree da picnic che appaiono sul sito web del JNF - la foresta di Birya, il parco
di Ramat Menashe, gli spazi verdi di Gerusalemme e la foresta d Sataf - oggi riassumono tutte, meglio di ogni altro
spazio in Israele, sia la Nakba sia la sua negazione.

LA FORESTA DI BYRIA
Situata nella regione di Safad (distretto Nord) è la più grande foresta dovuta all'opera dell'uomo in Israele è molto
frequentata e nasconde le case e le terre di almeno sei villaggi palestinesi. Anche qui come in molti siti del JNF, i
bustans - frutteti che i contadini palestinesi piantavano attorno alle fattorie - vengono attribuiti alla natura e la storia
della Palestina viene riportata ad un passato biblico e talmudico. Il medesimo destino che tocca ad uno dei villaggi
più conosciuti, Ayin al-Zaytun, evacuato nel maggio del 1948 con il massacro di molti abitanti. Il nome di Ayin al-
Zatun è citato, ma sentite come:
Ein Zeitun è diventato uno dei luoghi di maggiore attrazione e divertimento perché offre ampi tavoli da picnic e par-
cheggi per disabili. E' situato sul vecchio insediamento di Ein Zeitun, dove gli ebrei hanno vissuto dai tempi medioe-
vali fino al XVIII secolo. Ci sono stati quattro tentativi falliti di insediamento ebraico. Il parcheggio ha gabinetti biolo-
gici e aree giochi. Vicino al parcheggio c'è un monumento in memoria dei soldati caduti nella Guerra dei Sei Giorni.
Mescolando in modo fantasioso storia e informazioni turistiche, il testo cancella completamente dalla memoria collet-
tiva la florida comunità palestinese che le truppe ebraiche spazzarono via in poche ore. La narrazione accompagna il
lettore nel suo viaggio nella foresta e lo riporta indietro ad una presunta città talmudica saltando un intero millennio di
villaggi e comunità palestinesi.
Numero 5 - Maggio 2011 Pagina 28
IL PARCO DI RAMAT MENASHE
A sud di Birya si estende il parco Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza,
Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco si sono i resti del villag-
gio distrutto di Daliyat al-Rawha ora ricoperto dal kibbutz Rabat Menashe e sono ancora visibili le rovine delle case
fatte esplodere del villaggio Kafrayn.
Il tour nel parco guida dolcemente il visitatore da un punto all'altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi
distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza
umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all'altro viene attribuita dal JNF a una rete di stra-
de che furono lastricate nel "periodo inglese". Ma perché gli inglesi si preoccuparonoinformazioni che il JNF fornisce.

GLI SPAZI VERDI DI GERUSALEMME


Gli ultimi due esempi vengono dall'area di Gerusalemme. I pendii occidentali della città sono ricoperti dalla "foresta di
Gerusalemme". Nel 1956 Yossef Weitz si lamentò con il sindaco di Gerusalemme per l'arida vista delle colline occi-
dentali della città. Otto anni prima ricoperte dalle case e dalle terre coltivate dei villaggi palestinesi pieni di vita. Nel
1967 gli sforzi di Weitz dettero infine i loro frutti: il JNF piantò un milione di alberi sui 4.500 dunam di terra che circon-
dano Gerusalemme. A un'estremità meridionale, la foresta raggiunge le rovine del villaggio di Ayn Karim e ricopre
quello di Beit Mazmil. All'estremità occidentale la foresta si estende sulla terra e le case del villaggio distrutto di Beit
Horish, la cui popolazione fu espulsa nel 1949, e, ancora più in là, su Desir Yassin, Zuba, Sataf, Jura e Beit Umm al-
Meis.
Le informazioni fornite dal JNF pongono l'accento soprattutto sui vari terrazzamenti scavati lungo i pendii occidentali:
come dappertutto, questi terrazzamenti sono sempre "antichi" anche quando sono stati costruiti dai contadini palesti-
nesi meno di due o tre generazioni fa.
L'ultimo luogo geografico è il villaggio palestinese di Sataf, situato in uno dei punti più belli in cima alle montagne di
Gerusalemme. La principale attrazione del posto secondo il JNF, è la ricostruzione offerta dell' "antica" agricoltura
(kadum in ebraico). L'aggettivo "antico" è usato per ogni dettaglio: i sentieri sono "antichi", i gradini sono "antichi" e
così via. Sataf, in effetti, era un villaggio palestinese evacuato e quasi completamente distrutto nel 1948.
Qui la mescolanza di terrazze palestinesi e le rovine di quattro o cinque costruzioni quasi completamente intatte han-
no ispirato al JNF la creazione di un nuovo concetto, il bustanof (bustan più nof, la parola ebraica per 'panorama',
l'equivalente di qualcosa come 'vista sul frutteto').
A Sataf, il JNF promette ai visitatori più avventurosi un "giardino segreto" e una "sorgente nascosta", due gemme
che si possono scoprire tra le terrazze, "a testimonianza della vita umana di 6000 anni fa, culminata nel periodo del
Secondo Tempio". Non è così che queste terrazze venivano descritte nel 1949 quando gli immigrati ebrei provenienti
dai paesi arabi furono inviati a ripopolare il villaggio palestinese e a occupare le case rimaste in piedi. Solo quando
questi coloni si dimostrarono intrattabili, il JNF decise di trasformare il villaggio in un sito turistico.
Allora, nel 1949, il Comitato israeliano dei nomi fece una ricerca per trovare una corrispondenza biblica per quel luo-
go, ma non trovò alcuna correlazione con le fonti ebraiche. Perciò si escogitò di associare il vigneto che circondava il
villaggio a quelli menzionati nei Salmi biblici e nel Cantico dei Cantici. Per un po' venne inventato persino un nome di
fantasia per quel posto, "Bikura" -il primo frutto dell'estate-, ma non funzionò perché gli israeliani si erano già abituati
al nome Sataf.
Le informazioni sui cartelli installati dal JNF sono ovunque ampiamente disponibili. In Israele c'è sempre stata una
fiorente documentazione rivolta al turismo interno in cui la coscienza ecologica, l'ideologia sionista e la cancellazione
del passato spesso vanno a braccetto. Sembra che le enciclopedie, le guide turistiche e le illustrazioni create a
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questo scopo siano sempre più popolari e assai richieste, oggi più di prima. In questo modo il JNG "ecologizza" i
crimini del 1948 affinché Israele possa raccontare una storia cancellandone un'altra. Come ha scritto Walid Khalidi
col suo stile vigoroso: "E' luogo comune della storiografia che i vincitori delle guerre la facciano franca sia col bottino,
sia con la versione dei fatti".
Nonostante questa intenzionale banalità della storia, il destino dei villaggi che giacciono sepolti sotto i parchi ricreati-
vi in Israele è intimamente legato al futuro delle famiglie palestinesi che vi vivevano un tempo e che ora, quasi ses-
sant'anni dopo, abitano ancora nei campi profughi e in lontane comunità disperse.
La soluzione del problema dei profughi palestinesi resta la chiave per qualsiasi giusta e duratura soluzione del con-
flitto in Palestina: da quasi sessant'anni i palestinesi sono rimasti fermi, come nazione, nella richiesta di vedere rico-
nosciuti i loro diritti legali, in particolare il diritto al ritorno, già garantito dalle Nazioni Unite nel 1948.

Tratto da Ilan Pappe La pulizia etnica della Palestina.

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