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normovedente = persona che vede regolarmente, compresi chi ha disturbi

di vista o vista debole e deve usare occhiali o lenti a contatto

non vedente = persona totalmente cieca

ipovedente = persona sofferente di cataratta, retinite pigmentosa o


ganglite, lo sguardo assente e i problemi a muoversi fanno spesso
considerare dai normovedenti questa persona come non vedente

Introduzione

Sono stato condotto a intraprendere questa lunga ricerca, della quale questo
piccolo saggio è solo un primo approdo, dalla ripetuta osservazione di strani
comportamenti in persone non vedenti o ipovedenti, di ogni età e di ambo i
sessi, ma sopratutto donne. Noi, i sedicenti "normovedenti" ci siamo abituati a
relazionarci con il "cieco" come con una persona estremamente limitata in tutti
i suoi movimenti, con bastone da passeggio e cane guida, qualcuno che ha
bisogno di essere condotto, guidato, accudito, sorvegliato, coccolato, come un
bimbo o un animale domestico. Siamo sicuri che è il giusto modo di
relazionarci? Nel suo racconto "L'isola dei cieci", racconto spesso citato da
Oliver Sacks, lo scrittore, celebre per alcuni romanzi di fantascienza, Herbert
George Wells immagina un viaggio in una terra sita tra le Ande Ecuadoriani,
rimasta isolata per generazioni, dove tutti gli abitanti sono ciechi da sempre. Il
paradosso è che essi non vivono questa situazione come una malattia oppure un
handicap, al contrario è il viaggiatore-narratoreche è considerato da loro
malato, disturbato, folle, bisognoso di aiuto. Dicono "queste strane cose
chiamate occhi, create per formare sul viso una gradevole conca, sono malati
in lui e gli creano disturbi mentali, i suoi occhi sono innaturalmente estesi, le
palpebre si muovono, per questo la sua mente è in un costante stato di
irritazione e aggressività. Un tipico paradosso fantascientifico, ma da non
trascurare. Nel famoso fumetto Daredevil ( più nei fumetti che nel film, più nei
vecchi fumetti che nei più recenti ), l'avvocato Matt Murdock è cieco, ma
essendo un supereroe Marvel, ovvero una persona geneticamente modificata, i
suoi superpoteri consistono in un eccezionale capacità da parte dei rimanenti
quattro sensi: nella sua mente appare una proiezione schematica di ogni
ambiente percorso, una sorta di circuito televisivo interno. Non è quindi un
cieco come lo intendiamo, perché ha come una telecamera a circuito chiuso
posta nel suo cervello, ancora più potente della vista perché non soggetta a
tutte le alterazioni, fraintendimenti, allucinazioni che accadono ai
normovedenti.

"Dal giorno del mio incidente mi sembra di poter fare ogni cosa molto meglio di prima... anche
senza la vista! E' come se la natura avesse potenziato tutti i miei sensi per compensare la mia
cecità! Ora tutto mi sembra facile! Tutti i miei sensi si sono affinati! Il mio udito è così acuto che
posso individuare la presenza di una persona in una stanza solo dal suo battito cardiaco! E non
dimentico mai un'odore dopo che l'ho sentito una volta! Potrei riconoscere una qualsiasi ragazza
dal suo profumo... o un uomo dalla sua lozione... anche le mie dita sono diventate sensibilissime!
Posso dedurre quante pallottole ci sono in una pistola solo dal peso del tamburo... mentre il mio
senso del gusto si è talmente sviluppato che posso dire esattamente quanti granelli di sale in un
salatino... ma la più importante delle mie nuove capacità è una specie di radar incorporato che
pare io abbia sviluppato! mi permette di camminare senza urtare nulla... quando mi avvicino a un
ostacolo solido, sento come uno strano tintinnio che mi avverte da che parte girare..." ( L'origine
di Devil, di Stan Lee, aprile 1964 )

In un episodo cruciale, Daredevil perde, temporaneamente questo "circuito


televisvio interno" e si muove nello spazio senza nessuno controllo, inciampa,
cade per terra, tra lo sbalordimento di amici e colleghi che lo avevano sempre
visto muoversi in totale disinvoltura, è come se fosse diventato
improvvisamente cieco davvero! Faccio un esempio allacciandomi al cinema,
durante la realizzazione di un film il regista e il direttore della fotografia
hanno al collo un obiettivo fotografico col quale vedono la scena come appare
secondo l'angolazione cinemtaografico, ovvero con un ampiezza che varia dai
30mm ( grandandolo ) ai 200 ( teleobiettivo ) e non come appare ad occhi
nudo, nel quale si ha visione dello schermo a 360 mm. In effetti, i registi
cinematografici non molto capaci restano delusi al momento di visionare il
risultato del loro lavoro: la scena che si immaginavano in un certo modo non è
quella che appare ripresa dall'obiettivo! Non sono riusciti a trasportare la loro
idea di immagine sulla pellicola, una padronanza che invece i grandi registi
come Fellini o Kubrick avevano.
Questo saggio e questo mio lungo studio si basa, si ispira a tutti questi strani
comportamenti, dai quali si può partire per una sorta di terapia psicomotoria
riabilitativa, particolarmente rivolta agli ipovedenti più che ai non vedenti.
Non si tratta qui di ridare la vista ai ciechi, cosa che faceva un signore più
importante di me vissuto duemila anni fa, si tratta di una liberazione
sistematica e progressiva da una serie di gabbie e sovrastrutture, di
condizionamenti culturali, familiari, sociali.
Spero davvero che troviate questo saggio interessante, sicuramente vi sarete
accorti che è molto frammentario, diviso in vari sezioni, proprio perché scritto
a ritagli nel corso del tempo. L'aspetto positivo è la possibilità di leggere il
volumetto non da capo a fondo come un romanzo, ma di saltare alcune sezioni
per approfondirne altre, usarlo come un testo di consultazione.

Cosa notiamo subito conversando, relaziondoci con un non vedente? L'intuito,


la sensibilità di distinguere tutte le sfumature della voce, percepire i
sentimenti di chi sta parlando e anche quello che la persona non dice, ma
pensa, le parole non dette, i sottotesti, il significato segreto nelle parole e
nelle modulazioni della voce, la capacità di cogliere ogni minima variazione di
tono da una parola ad un'altra, un'attenzione totale ad ogni parola usata, le
parole si imprimono nella mente come carta stampata, per questo motivo la
persona è ipersuscettibile, facile ad irritarsi, facilmente si sente accusata
oppure offesa. Tutti noi, durante il sonno, riceviamo continui stimoli sensoriali,
suoni piacevoli come quelli della natura ( un cane che abbaia, uccellini che
cantano, per chi vive sul mare o sul lago come me il rollio delle barche
sull'acqua, onde che si infrangono sulla spiaggia ) e suoni sgradevoli ( voci,
schiamazzi, macchine che passano, operai al lavoro, il ronzio degli
elettrodomestici ). Il silenzio totale non esiste mai, nemmeno nel luogo più
tranquilllo e isolato. Questo avvolgente tessuto di suoni, questa colonna sonora
è sempre presente e influenza inconsciamente il nostro sonno e i nostri sogni.
Un esempio personale recente: ho ricevuto un sms nel pieno della notte mentre
sognavo, il tono da me impostato è molto dolce e scintillante, nel sogno questo
è divenuta una potente musica angelica. Nella eccezionale percezione del non
vedente e dell'ipovedente questo tessuto sonore agisce non solo a livello
subconscio ma anche a livello conscio, la persona è "senza pelle", ovviamente
ipersensibilità dei sensi porta, oltre alla ipersuscettibilità di cui sopra, ad una
eccezionale capacità di individuare e distinguere i diversi tipi di suoni, come un
direttore d'orchestra o un esperto ascoltatore di musica sa riconoscere i diversi
strumenti e la loro posizione in un un concerto.
Sono convinto che dobbiamo partire da un audio-comunicazione col soggetto
prima di praticare con i rimanenti tre sensi. Dovremmo parlare a lungo col
"paziente", se non è già una persona che conosciamo bene, instaurare
pazientemente un rapporto di fiducia da parte sua nei nostri confronti, come
avviene nell'ipnosi regressiva.
Fiducia è la parola giusta, fiducia in noi ma anche in se stesso/a.
La fiducia in se stessi non abbonda, ancora più negli ipovedenti che nei non
vedenti, non è facile perdere la vista progressivamente, giorno dopo giorno,
significa perdere ogni giorno di più la relazione con gli oggetti, la
concentrazione, l'autostima, è qualcosa che cambia anche il rapporto con gli
altri e con il mondo circostante.
L'idea di avere una malattia che, lentamente ma incessante, si sviluppa è molto
irritante e frustante, come nelle persone sofferenti di tumore. Dopo avere
guadagnato la fiducia e la confidenza col paziente, cominciamo a guidarlo
usando la nostra voce: quello che dobbiamo fare è semplicemente sbloccarlo,
ovvero togliergli tutte quelle sovrastrutture che ha accumulato per anni, a
volte dalla nascita, non dalla nascita nel caso della Retinite Pigmentosa che è
una malattia degenerativa, bisogna "spogliare" il soggetto da quella corazza di
sovrastrutture che si è creato.

II

Le combinazioni di cellule costituiscono i tessuti


Le combinazioni di tessuti costituiscono gli apparati
Le combinazioni di apparati costituiscono gli organi
Le combinazioni di organi costituiscono i sistemi

Il gioco è qualcosa di molto importante nella formazione di una persona, si


tende a sottovalutare la sua importanza. Per i bambini il gioco è importante
quanto per gli adulti il lavoro, è un passaggio indispensabile, se ne vengono
privati, come purtroppo in certe situazioni succede, diventa un passaggio
mancante nella loro formazione caratteriale e comportamentale. Attraverso il
gioco i bambini si preparano per la vita, sviluppano istintivamente i loro
interessi e le loro tendenze, cominciano a relazionarsi con gli altri assumendo
uno schema, diverso per ogni bambino, il quale sarà poi rifinito e sviluppato
crescendo. Non sempre, ma molto spesso, gli interessi e le tendenze espressi
nel gioco infantile verrano conservati e trascinati nell'adolescenza e poi nell'età
adulta, per diventare un hobby o addirittura una professione, così un bambino
che ama giocare con le automobiline molto facilmente diventa una adulto
appassionato di motori, un bambino che ama le figurine di personaggi famosi e
i romanzi d'avventura diventa uno storico ed un importante uomo politico
( Spadolini ), un bambino che mostra tendenze organizzative e tende a guidare
gli altri bambini facendo una sorta di regista del gioco diventa un capitano
d'industria, diventa un generale dell'esercito ( Schwarzkopf ). Una bambina che
ama organizzare le sue bambole e le sue amiche in preparazione di immaginari
the pomeridiani finisce per lavorare in campi dove si organizza il lavoro umano,
quali eventi, matrimoni, negozi, e così via. Ho citato prima due esempi reali,
Spadolini e il generale Schwarzkopf, quello della prima guerra del Golfo, hanno
rivelato di avere veramente avuto da bimbi queste attitudini, ma avevo in
mente bambini e bambine con cui giocavo e quello che poi sono diventati.
Molti adulti rimuovono la loro componente ludico-infantile già nell'adolescenza,
in nome di un culto della personalità, di un ideale inconscio di adulto come
persona pratica e concreta, senza debolezze e senza fantasia, in realtà come ci
hanno insegnato i padri della psicoanalisi Freud e Jung, tutto quello che viene
represso consciamente, come degli oggetti gettati in cantina, finisce per
annidarsi nell'inconscio che è appunto la nostra cantina, condizionandoci
comunque. Altri adulti, non solo gli artisti, riescono a mantenere, pur
comportandosi da adulti maturi e responsabili, la fantasia e la spinta al gioco,
lo stupore e la creatività, il che finisce per renderli più equilibrati e meglio
disposti nei confronti della vita. Tutto questo è importante perché quanto si
propone è un vero gioco, ma nel senso più nobile della parola, play come jouer
significa anche suonare, recitare, l'interprete e l'attore è colui che agisce,
ripete degli schemi prestabiliti e fissati. Vogliamo cominciare il gioco?
Cominciamo togliendo la prima sovrastruttura: l'accompagnamento continuo.
Siamo sicuri che l'ipovedente o il normovedente abbia così bisogno di essere
continuamente portato, guidato, condotto, senza lasciargli spazio, senza
lasciarlo un momento? Siamo sicuri che se non lo guidiamo e accompagniamo,
se gli togliamo il bastone da passeggio o il nostro braccio, naturalmente
tenendoci sempre vicini, il nostro amico cadrà per terra, inciamperà,
barcollerà, urterà contro ogni cosa? E' possibile che succeda le prime volte, ma
noi saremo vicini e pronti ad aiutarlo, ma è quello che fanno gli uccelli con i
loro piccoli, quando gli insegnano a volare, il nostro "soggetto" non potrà
comunque farsi del male o distruggere la casa perché saremo a breve distanza
da lui, pronti a "salvarlo". Ho visto spettacoli teatrali e programmi televisivi
nei quali si cercava di fare immaginare ai vedenti come può essere la vita
quotidiana, la percezione del mondo privati della vista. Non ho mai visto
spettacoli dove si faceva immaginare cosa vuol dire essere continuamente
accompagnati in ogni movimento. Sappiamo che tutti gli organi, tutti i muscoli
hanno bisogno di allenamento, così il polmone di un nuotatore professionista o
di un maratoneta ha una potenza e una resistenza eccezionale, la capacità
intellettiva di un neo-laureato o di uno scienzato è straordinariamente
sviluppata, questo perché, dopo ore, mesi, anni di vasche in piscina o di studio,
di letture hanno sviluppato in modo notevole le capacità del polmone e del
cervello. Al contrario, una persona che ha smesso di studiare presto per
dedicarsi ad attività esclusivamente fisiche ha finito per atrofizzare il cervello,
chi non ha mai fatto palestra ha atrofizzato i propri muscoli. E' possibile però
recuperare, ma ci vorrà tempo e bisognerà andare per gradi, così chi non ha
mai studiato o non studia da anni non potrà studiare subito dieci ore al giorno
come un laureando, chi non ha mai fatto palestra deve fare non più di un'ora al
giorno per poi passare a due, tre e così via. La persona che è stata, tutta la
vita o per una lunga parte della vita, accompagnata e guidata, accudita come
un bambino, ha bisogno di tempo ed esercizio per rendersi indipendente. E qui
arrivo ai tanti casi osservati, sorprendenti: ho visto coi miei occhi, a Venezia,
un cieco con tanto di bastone e di cane, sedersi al tavolo di un bar, ordinare un
caffé, sgranchirsi le gambe facendosi un giretto nella piazzetta mentre il suo
cane si riposava, starsene un minuto in piedi a farsi scaldare dal sole, tornare
al proprio posto, risiedersi, pulirsi gli occhiali e bersi il proprio caffé. Posso
assicurare che era un cieco vero, perché ho visto i suoi occhi quando si è tolto
gli occhiali. Ho visto una cantante piuttosto famosa in Italia, sofferente di
Retinite Pigmentosa, cantare ad una trasmissione televisva, essere
accompagnata al microfono, cantare e alla fine, siccome la presentatrice
tardava ad arrivare, tornare verso il microfono, rimettere il microfono al suo
posto e per conto suo avviarsi decisa e sicura verso l'uscita. Di cose come
queste ne ho viste parecchie, insieme ad altri motivi personali e familiari è
quello che mi ha portato a questa ricerca e a questo mini saggio che sto
cercando di scrivere, chissà se forse altri non ci hanno fatto caso. Mi sono
sempre chiesto se queste persone sono talmente condizionate dal fatto di
dovere essere non vedenti o ipovedenti, da sentirsi obbligate ad essere
accompagnate, poi ogni tanto dimenticarsi di questo e muoversi liberamente,
per poi ricordarsi di dovere essere accompagnati e tornare a fare i "ciechi".
In un film che tutti, o quasi tutti, hanno visto "Il colore viola" di Spielberg, alla
protagonista, Miss Ceelie, viene detto con toni bruschi e cattivi, quando è
molto piccola, che il suo sorriso è un ghigno orribile. Questo, insieme a molti
altri insulti e offese ricevuti da piccola, finisce per condizionarla fino all'età
adulta, ogni volta che ride o sorride istintivamente si copre la bocca con le
mani, finchè trova una persona gentile che le dice che il suo è un sorriso
bellissimo e la abitua, con pazienza, a non coprirlo con le mani. Questi
condizionamenti mentali, che poi diventano nevrosi, tic, insicurezze, non
sono facili da eliminare, non si riesce da soli, ci vuole un'altra persona che li
tolga. Sono convinto che, guidato da una persona amica, il nostro ipovedente o
non vedente, riesce, non dico ad andarsene a spasso per la città o a giocare a
rugby ( ma forse a tennis sì, ci arrivo più avanti ) ma sicuramente a muoversi
con abilità sia in casa che fuori ed a maturare maggiore autostima e
autocoscienza di sé. Semplicemente, non ha bisogno di essere sempre
accompagnato in ogni gesto, ne dobbiamo essere convinti noi e lui, il che è
difficilissimo, bisogna andare per gradi, ogni giorno qualcosa in più, sempre
senza abbandonare il bastone o il cane guida ed il nostro accompagnamento.

E adesso... se non volete andare oltre, grazie comunque per la lettura, se


volete andare avanti, vi chiedo una collaborazione. Chiudete gli occhi per
favore, teneteli chiusi per cinque minuti, non per modo di dire, proprio cinque
minuti, 300 secondi, mettete una sveglia, un cronometro, vi assicuro che è un
tempo lunghissimo stando con gli occhi chiusi. Prima di chiuderli tenete accesa
una fonte di suono che può essere la radio o la televisione, poi chiudete gli
occhi e provate ad alzarvi e muovervi, andate a prendere qualcosa dal
frigorifero se siete a casa oppure andate a prendere qualcosa dal cassetto se
siete in un ufficio, poi tornate a sedervi davanti al computer. Cinque minuti,
poi riaprite gli occhi sul prossimo minuto.

III

Eccoci! Allora, avete distrutto la casa? No, vero? Mi ero dimenticato di dirvi di
chiudere il gas prima di fare questo esperimento. Tutto bene? Avete visto come
si allunga il tempo, come diventa tutto difficile? Fa paura, vero? Allora, cosa è
successo? Che la fonte sonora ha finito per fare da guida, dando un indicazione
di spazio, ha fatto da bussola, volevo andare a prendere un bicchiere di quelli
belli che stanno nell'armadio a vetri, nel mio caso il computer si trova vicino
alla finestra della stanza, mentre la televisione al centro e l'impianto stereo
sulla destra. Così, la televisione ha fatto da riferimento spaziale per dirmi che
da quella parte non c'è l'armadio a vetri, perché si trova più avanti sulla destra
e dalla parte opposta della sala. Bene, questo cos'è... una sedia,,, e questo? ha
una forma cilindrica, è di vetro, è una bottiglia di latte che ho usato prima per
riempirmi un bicchiere, bene vuole dire che l'armadio a vetro si trova
esattamente alle mie spalle... ma perché la stanza è diventata così grande,
improvvisamente è diventata enorme, le distanze tra i mobili sono infinite... lo
spazio si è allungato e anche il tempo, perché cinque minuti sono diventati
mezz'ora... riesco ad aprire l'armadio a vetri dove ci sono dei bicchieri di
valore, quasi quasi rinuncio, no insisto, andiamo con calma, queste sono le
tazze, questo è un posacenere, ecco ho preso il bicchiere, adesso torno
indietro e chiudo la porta a vetri, il ritorno è più facile perché vado da dove
sono venuto, già sto memorizzando la stanza, certo che non mi sembrava così
enorme la mia casa, è diventata un castello, eccomi, questa è la sedia davanti
al pc, ce l'ho fatta. E ho riaperto gli occhi. Sì, è durissima! Però, la seconda
volta, la decima, la cinquantesima non lo sarà più, avrò però sempre
l'impressione che gli spazi siano enormi e che il tempo sia dilatato, che gli
oggetti a me noti che contribuiscono a fare di una "casa" una "casa dolce casa"
( nel testo inglese scrivo "house" che è casa nel senso freddo di edificio e
"home" che è invece la casa dolce casa, il nido protettivo ) diventino ostili, ma
riuscirò a muovermi meglio nello spazio. Un aiuto fondamentale mi è stato
dato dalla televisione, senza il suo suono che mi faceva da riferimento
spaziale, senza avere che in quel punto c'era la televisione e da quello
visualizzare mentalmente tutti gli altri oggetti, sarebbe stato ancora più
difficile. E poi, vi siete accorti che non si è al buio, anche con gli occhi chiusi?
Abbiamo continuamente delle luci che si agitano davanti ai nostri occhi,
sopratutto se li abbiamo chiusi bruscamente, Queste luci, che sono come dei
fari di macchine lontani che passano davanti a noi nell'oscurità della notte,
sono più forti naturalmente se la stanza dove eravamo quando abbiamo fatto il
nostro esperimento.

Per chi non lo sa e anche per chi lo sa, che si fa un ripasso veloce:

Ecco che abbiamo avuto un esempio pratico, ancora più del cinema: le macchie
che sono rimaste davanti ai nostri occhi sono state create da questo,
corrispondono all'immagine che rimane per un secondo o poco più sopra uno
schermo televisivo rimasto a lungo acceso, quando lo si spegne. Abbiamo capito
che quando faremo il nostro lavoro, sopratutto se con una persona sofferente
di Retinite Pigmentosa, dobbiamo essere in un ambiente molto illluminato, la
persona devo stare sempre sotto la luce, dentro la luce, come un attore sotto i
riflettori.

IV

Nasciamo immersi nell'acqua, passiamo in un umore acqueo caldo i primi nove


mesi ( o sette ) della nostra vita, per il restante tempo l'acqua resta un
elemento fondamentale e primario per la nostra psiche o fisiologia. Il nostro
organismo è composto per la maggior parte di acqua, più acqua immettiamo
nel nostro organismo ( acqua pura oppure acqua contenuta in frutta e verdura )
meglio stiamo. L'acqua ripulisce gli organi, ossigena il sangue, accelera e
fluidifica il movimento degli apparati e dei sistemi. Conosciamo tutti la
sensazione di felicità quando, all'arrivo dell'estate, ci tuffiamo per la prima
volta in piscina o nel mare. Altrettanto gradevole è una doccia, un bagno caldo
quando si è stanchi, accaldati, sporchi. Senza parlare della teoria del brodo
primordiale, secondo la quale all'origine tutto era immerso in un umore
acqueo, che è lo stesso umore nel quale sono immersi i nostri occhi, il bagnarsi
è un ritorno ai primordi, alle piacevolezze dei primi nove mesi della nostra
vita, un rigenerarsi, considerando anche che quando ci immergiamo
normalmente siamo quasi nudi è un ritorno alla natura, alla selvaticità dei
primordi. E' possibile che la persona non vedente possa sentire particolarmente
beneficio dallo stare immerso a lungo nell'acqua, l'acqua contribuisce a togliere
sovrastrutture di nevrosi, rilascia sicurezza e autostima. Abbiamo fatto caso
che i pesci e gli uccelli d'acqua non sono nevrotici, anzi sono il simbolo della
serenità, che infondono a chi li guarda? La pallanuoto , pur essendo uno sport
piuttosto violento ed aggressivo, non meno del rugby o del footbal americano,
Dalla più remota antichità, Ippocrate, Galeno e Avicenna hanno trattato
dell'azione fortificante e curativa dei bagni in acqua. Euripide nel 420 A.C.
scrisse "Il mare lava i mali di tutti gli uomini", Erodoto scrisse "La cura di sole e
la cura di mare si impongono nella maggioranza delle infermità e sopratutto nei
malesseri femminili". I bagni marini, o le terme e le piscina che a quei tempi
erano cosa da ricchi, erano raccomandati ai depressi, agli asmatici, ai
nevrotici, agli esauriti, a chi accusavi disturbi alla circolazione, ai tisici. Ai
tempi degli antichi romani, si proseguì con la tendenza del trattamento delle
malattie mediante i bagni marini, suggestione che sembrò svanire nell'Alto e
Basso Medioevo, ritrovando rilevanza durante l'Umanesimo.
Ai nostri tempi si parla molto di talassoterapia, uso combinato e sorvegliato di
tutti gli aspetti benefici per il corpo e la psiche dell'idroterapia. Avrò modo,
nella parte conclusiva di questo mio breve saggio, di descrivere una serie di
"esperimenti" anche divertenti, eseguiti su persone normovedenti "in ammollo"
in piscina.

Gesù guarisce (escludendo i lebbrosi e gli indemoniati)

-il figlio defunto di una vedova: Luca 7,11-17;


-una donna sofferente di emorragie: Matteo, 9,18-22;
-una fanciulla in morte apparente: Matteo, 9, 23-26;
-un servo paralizzato, Matteo, 8, 5-13
-un paralitico: Matteo, 9,1-8;
-un altro paralitico in piscina, Giovanni, 5, 1-15;
-un uomo con una mano rattrappita, Matteo, 12, 9-4;
-una donna curva da diciotto anni, Luc, 13, 10-13;
-un idropico, Luca, 14, 1-6;
-quando viene arrestato, ripristina il legamento dell’orecchio al suo servo,
dopo che questi era stato ferito da un soldato, Luca, 22, 50;

Un bravissimo medico generico, quindi, se consideriamo anche le molte altre


probabili guarigioni attuate in quegli anni, delle quali non è rimasto il
resoconto nei Vangeli, sinottici come apocrifi. Un abilissimo ed esperto
guaritore, il quale, movendosi in un ambiente sociale poverissimo ed incolto, in
base ad una sua personale sapienza medica che affondava le profonde radici
nella Grecia, nella Mesopotamia, nell’Antico Egitto, era capace in pochissimo
tempo, in alcuni minuti, di osservare i sintomi, individuare le cause ed attuare
prontamente la guarigione, usando scarsi mezzi: le mani in una sorta di
pranoterapia, a volte dell’acqua, della sabbia. Luca, il terzo Evangelista,
medico e studioso della lingua greca, è il più scientifico e preciso nel
descrivere queste guarigioni, come al contrario Marco, il secondo Evangelista, e
Giovanni, il quarto, volutamente, le trascurano, citando solo le più importanti,
preferendo insistere sopra altre tematiche, il più dovizioso, ma anche ripetitivo
nello stile, nel raccontarci queste imprese, finisce per essere Matteo, il primo
Evangelista.

Veniamo ora ai casi, risolti, di cecità. Insieme agli indemoniati, i ciechi sono la
categoria di malati più rappresentata nei sinottici, evidentemente le condizioni
di vita non certo sane di quei tempi e di quelle zone inficiavano gravemente il
sistema nervoso centrale, sono spesso dei giovani o dei giovanissimi ad essere
preda di queste malattie che molte volte risultano essere quelle che, sotto
l’attuale luce, del tutto diversa, degli studi freudiani e junghiani, appaiono
come delle psiconevrosi, degli isterismi che, non capiti e non curati, portano
fino alla paralisi, all’epilessia, alla gravidanza isterica, alla cecità isterica,
della quale parliamo più avanti.
Lo stesso Gesù rischia di cadere vittima di questa ignoranza diffusa, infatti
viene sospettato ed accusato di esercitare questa sorta d’attività da medico
ambulante perché a sua volta incaricato dal demonio.

L’intero capitolo 9 di Giovanni è dedicato alla guarigione del “cieco dalla


nascita”. Gesù “sputò per terra, fece del fango con la saliva e spalmò il fango
sugli occhi di lui”. Poi lo invia a lavarsi in una vicina piscina comune, al suo
svelto ritorno il cieco dalla nascita è guarito. Più volte, dalla voce di altre
persone e dello stesso cieco, viene ripetuta la narrazione dell’avvenimento.

Istantanea, senza contatto fisico e basata unicamente sulla fede,


quella dei due ciechi e del cieco epilettico in
Matteo 9,27-30, 12,22.

Invece il contatto, sempre tramite le taumaturghiche mani d Gesù, avviene in


Matteo, 20, 29-34 “toccò i loro occhi e subito essi recuperarono la vista”.

-un indemoniato cieco e muto, Matteo, 12, 22;


-una coppia di ciechi, Matteo, 9, 27-30;
-il cieco di Betsaida. Marco, 8, 22-26;
-il cieco dalla nascita, tutto il capitolo 9 di Giovanni;
-un’altra coppia di ciechi a Gerico, Matteo, 20, 29-34;
- Marco, 8, 22-26: questa guarigione è narrata soltanto in Marco. Non avviene in
modo spettacolare e improvviso, ma in disparte dalla folla e progressivamente.
Quando Gesù giunge a Betsaida, gli portano un cieco e lo supplicano di
toccarlo. Lo prende per la mano e con lui si allontana fuori dal villaggio, per
stare tranquilli, senza essere disturbati. Gli mette delle saliva sugli occhi, non
specificato se sua o del cieco e “gli impone le mani”. Vediamo come tutto
passa dalle mani, le mani abili e taumaturgiche di Gesù, e si usa l’acqua,
preziosa in quei luoghi ed a quei tempi, non avendone altra a disposizione
Gesù utilizza la saliva, non specificato di quale dei due, molto probabilmente
la propria. Non sappiamo quanto tempo è servito, come ha imposto le mani,
possiamo immaginare che abbia sparso la saliva sulle palpebre serrate e che
abbia massaggiato il bulbo oculare. Fatto questo, da bravo medico, chiede al
suo paziente “vedi qualcosa?” e questi guarda istintivamente verso l’alto e dice
“vedo degli uomini e li scorgo camminare come alberi”.
Allora, Gesù ripete pazientemente l’operazione, finché l’uomo ci vede
perfettamente, “vedeva nettamente ogni cosa, anche da lontano”. Ma
quest’uomo era proprio cieco? Forse era un ipovedente, soffriva di retinite, di
cataratta, da quanto si evince da queste brevi informazioni. Nell’ignoranza (uso
il termine letteralmente, non in senso offensivo, nel senso di non
conoscenza ) dalla quale era circondato, certo finiva per essere considerato
come cieco completo. Non abbiamo ulteriori informazioni sull’operazione
compiutà da Gesu’, tranne che appare molto sicuro di sé, come se l’operazione
fosse già stata ripetuta molte volte, la sicurezza di un infermiera alle prese con
una puntura. In questa sicurezza, Gesu’ sa benissimo che la guarigione non è
immediata, bensì avviene per gradi, il paziente nella prima fase non vede
nulla, poi vede “degli uomini e li scorgo camminare come alberi”, ovvero vede
delle luci, delle forme che non riesce a distinguere, infine ci vede
“nettamente”.
Da segnalare che si tratta della più lenta e articolata tra le guarigioni di ciechi
narrate nei sinoticci.

VI

Come è fatto l'occhio e come funziona ( un ripasso veloce per chi lo sa già... )

La formazione dell'apparato oculare è il risultato dell'attività di matrici di


natura varia: nervosa, mesenchimale ed ectodermica, e inizia molto
precocemente, verso la quarta settimana di vita intrauterina. Nell'uomo
l'occhio deriva da due processi distinti: 1. la formazione, verso la quarta
settimana, della vescicola oculare primitiva (per evaginazione della vescicola
cerebrale anteriore), la quale dà origine alla sclera, alla coroide, alla retina e
organi annessi; 2. la formazione della fossetta cristallinica (per invaginazione
dell'epidermide), da cui prendono origine il cristallino e l'umor vitreo.
L'occhio, presente in quasi tutti i vertebrati nonché in molti invertebrati,
provvede alla trasformazione dell'energia luminosa in segnali nervosi
comprensibili dai centri superiori. Consta di un globo, situato nella cavità
orbitale, in cui si distinguono un polo anteriore (corneale) e uno posteriore
(ottico) congiunti dall'asse anatomico (che pur essendo orientato nello stesso
modo non coincide con l'asse ottico percorso dai raggi luminosi).

L'occhio può essere paragonato a una camera oscura circolare la cui parete è
costituita da tre membrane concentriche: sclerotica (o sclera), tonaca
vascolare (o uvea) e retina. La sclerotica, biancastra e resistente, ha funzioni
protettive: è provvista di numerosi orifizi per il passaggio dei vasi e dei nervi e
anteriormente dà luogo alla cornea, lamina trasparente che presenta una
faccia anteriore convessa e una posteriore concava delimitante la camera
anteriore dell'occhio. La membrana vascolare, che a livello della superficie
interna della sclera è detta coroide, a livello della cornea forma una serie di
piccole pieghe raggiate (corpo ciliare) quindi un diaframma (iride) avente
colore variabile nei singoli individui, attraversato da un foro (pupilla) che si
allarga e si restringe in relazione all'intensità dei raggi luminosi. Lo strato
sensibile è rappresentato dalla retina, semitrasparente, formata dalle
terminazioni del nervo ottico e costituita da dieci strati concentrici di cellule e
fibre nervose, fra cui quello dei coni e dei bastoncelli incaricati
rispettivamente della percezione dei colori e dell'intensità luminosa.

L'occhio è dotato di mezzi rifrangenti, rappresentati (in senso anteroposteriore)


dalla cornea, dall'umor acqueo, liquido che riempie la camera anteriore,
delimitata dalla cornea e dall'iride, dal cristallino costituito da una lente
biconvessa posta dietro all'iride e avente la prerogativa di variare la propria
curvatura in base alla distanza dell'oggetto e dal corpo vitreo, o umor vitreo,
sostanza gelatinosa rivestita da una membrana ialina, che riempie lo spazio
compreso fra il cristallino e la porzione visiva della retina.
• Il globo oculare, mantenuto in situ posteriormente da una formazione
fibrosa, la capsula di Tenone, è ricoperto anteriormente dalla congiuntiva che
riveste anche la parete interna delle palpebre ed è lubrificata dalle lacrime,
prodotte dalle ghiandole lacrimali.
Gli altri annessi oculari od organi accessori dell'occhio sono rappresentati dalle
vie lacrimali che convogliano le lacrime, dai sei muscoli motori dell'occhio e
dalle palpebre con le ciglia.
L'irrorazione sanguigna dell'occhio è assicurata da un doppio sistema vascolare
consistente in arterie per la retina, rappresentate da rami dell'arteria oftalmica
(circolazione retinica), e in arterie ciliari che si distribuiscono alle altre parti
dell'occhio (circolazione ciliare). Il sangue della retina si raccoglie nella vena
della retina, mentre quello della circolazione ciliare converge nelle quattro
vene vorticose che sfociano nelle vene oftalmiche, tributarie del seno
cavernoso. Nel bulbo oculare non esistono vasi linfatici, ma il movimento della
linfa è assicurato da vari spazi e fessure che fungono da vie linfatiche.

I disturbi dell'occhio rilevano cause svariatissime: infettive, microbiche, virali, allergiche,


degenerative, dismetaboliche e possono essere localizzati all'apparato oculare, come le uveiti, la
panfotalmite, il glaucoma, il distacco di retina, alcune neoplasie, oppure possono dipendere da
malattie interessanti tutto l'organismo, come le retinopatie ipertensive e diabetiche; spesso le
malattie di un occhio si propagano anche all'altro (oftalmite simpatica). Per le infiammazioni,
affezioni o malformazioni localizzate a carico della congiuntiva, della cornea, dell'iride, della
coroide, della retina, delle palpebre, v. questi termini oltre a CONGIUNTIVITE e COROIDITE ;
per le lesioni delle vie nervose ottiche, v. AMAUROSI ; per l'opacità del cristallino, v.
CATARATTA ; per i disturbi della vista, v. ASTIGMATISMO , IPERMETROPIA , MIOPIA ,
PRESBIOPIA , VISIONE.

Le ferite e le malattie dell'occhio possono determinare la perdita o l'abolizione della funzione (v.
CECITÀ ) oppure possono richiedere l'enucleazione del globo oculare o provocarne l'atrofia. Per
evitare la deformità risultante dalla mancanza di un occhio, si ricorre alle protesi, cioè
all'introduzione nell'orbita di un occhio artificiale. Quando l'occhio è solo parzialmente atrofizzato,
si applica sul moncone residuo un pezzo di smalto o di materia plastica che imita esternamente la
superficie dell'occhio sano; la protesi partecipa allora a tutti i movimenti del moncone e dà
un'illusione pressoché completa. (V. anche TRAPIANTO.)
v Invertebrati
Tutti gli organismi animali sono sensibili alle radiazioni luminose: anche gli unicellulari, i protozoi,
benché privi di organi fotorecettori, vengono attratti o respinti da radiazioni di diversa intensità e
lunghezza d'onda. Il più semplice organismo capace di percepire la presenza di una sorgente
luminosa è la medusa degli scifozoi che è munita sul margine dell'ombrello di cellule sensibili alla
luce. Talvolta le cellule fotorecettrici sono accompagnate da cellule pigmentate (es. turbellari e
anellidi policheti) o associate in macchie oculari (es. planaria). Alla patella, che vive ancorata agli
scogli, è offerta la possibilità di riconoscere il movimento della sorgente luminosa grazie agli
occhi a calice: in essa l'insieme delle cellule visive è posto in fondo a una fossetta in modo che un
oggetto luminoso in moto le impressiona in tempi successivi.
È nell'occhio del nautilo (cioè 500 milioni circa di anni fa, ché a tanto risale questo genere di
cefalopodo) che la natura ha inventato la prima camera oscura: le cellule visive sono poste in
fondo a una fossetta fornita di apertura molto stretta attraverso la quale i raggi luminosi proiettano
sulla parete opposta un'immagine rovesciata come in una camera oscura. Applicando all'apertura
dell'occhio a calice un mezzo diottrico (cornea e cristallino), la natura, alla fine, ha realizzato il
principio della macchina fotografica: quest'occhio, che chiameremo occhio a lente, è proprio dei
molluschi cefalopodi, degli aracnidi miriapodi e dei vertebrati, compreso l'uomo.
v Vertebrati
Generalmente sferico o subsferico, il globo oculare si presenta nei pesci abissali allungato in
senso anteroposteriore e sporge dall'orbita (occhi telescopici, che permettono di raccogliere le
minime quantità di luce diffuse negli strati più profondi). L'accomodazione del cristallino che nei
pesci è una sferetta rigida, è affidata a tre formazioni: il processo falciforme, una lamina
vascolarizzata che si stacca dalla coroide, il muscolo retrattore della lente (di fibre lisce) e la
campanula di Haller che, raggiunta la superficie posteriore della lente cristallina, vi si salda e può
perciò avvicinarla alla retina accomodando l'occhio alla visione degli oggetti lontani. Negli anfibi,
l'accomodazione, questa volta alla visione vicina, è compito di un muscolo protrattore, la cui
contrazione allontana il cristallino dalla retina. Nei rettili, negli uccelli e nei mammiferi
l'accomodazione è realizzata non con uno spostamento totale del cristallino, ma attraverso la
modificazione del suo raggio di curvatura: tale compito è svolto da una propaggine della coroide,
a forma di cono nei rettili trasformata in una lamina nera pieghettata (pettine) negli uccelli;
sembra però che le funzioni principali del pettine siano quella nutritiva e di regolatore della
pressione endoculare, in quanto l'accomodazione del cristallino è dovuta soprattutto all'azione dei
muscoli ciliari, come nei mammiferi.
La sclerotica, che nella maggior parte dei mammiferi e nei ciclostomi è fibrosa, si presenta
cartilaginea nei pesci, anfibi e monotremi, parzialmente ossificata in buona parte dei rettili e degli
uccelli.
Le palpebre appena accennate nei selaci, sono ridotte a pliche anulari nei teleostei (non hanno
ragione d'essere in occhi costantemente bagnati e puliti dall'acqua), ben sviluppate negli anfibi,
rettili (negli ofidi e in alcune lucertole si possono fondere in un'unica palpebra trasparente, detta
occhiale) e uccelli e accompagnate dalla membrananittitante e dalla ghiandola di Harder, che
secerne un liquido grasso e sbocca presso l'angolo interno dell'occhio nel sacco lacrimale.
Il campo visivo varia nelle diverse classi di vertebrati in relazione alla posizione degli occhi e alla
loro grandezza: negli animali con occhi laterali il campo visivo è più ampio rispetto a quelli con
occhi frontali (proscimmie, scimmie e uomo): ad es. l'ampiezza è di 300º negli uccelli contro i
160º dell'uomo, mentre il settore della visione binoculare è più ridotto (140º per l'uomo, da 60º a
30º per gli uccelli); tutti gli animali notturni (i rapaci tra gli uccelli, i lemuri tra i mammiferi) hanno
occhi notevolmente sviluppati rispetto alle dimensioni dell'animale perché, avendo abitudini
crepuscolari o notturne, devono utilizzare al massimo la poca quantità di luce disponibile. Un
caso unico è offerto dal camaleonte che ha gli occhi mobili in ogni direzione e indipendenti l'uno
dall'altro.
v Occhi composti
Negli insetti e in genere nei crostacei si realizzano due tipi di visione grazie a organi visivi
particolari, chiamati occhi composti perché costituiti da numerosi occhi semplici od ommatidi.
Ogni unità visiva è formata da una cornea (esagonale negli insetti, quadrata nella maggior parte
dei crostacei), un cristallino e una retinula; gli ommatidi, in ogni occhio composto, possono
raggiungere il rilevantissimo numero di quattromila (es. ape).
Quando il pigmento isola tra loro i singoli ommatidi, ogni retinula è impressionata soltanto dai
raggi di luce che giungono a colpirla direttamente attraverso la cornea dell'ommatidio e perciò
raccoglie una limitata porzione dell'immagine: in questo caso l'immagine completa risulta dal
mosaico di tante immagini parziali e si ha la visione per apposizione. Quando manca il pigmento,
i raggi emanati da ciascun punto dell'oggetto stimolano le retinule di più ommatidi e ciascuna di
queste raccoglie i raggi provenienti da più punti: in tal caso si realizza una maggiore fusione delle
singole immagini e si ha la visione per sovrapposizione. Lo stesso occhio composto può
funzionare nell'uno e nell'altro modo in seguito allo spostamento del pigmento: in piena luce si ha
il primo tipo di visione come se l'animale mediante una visione reticolata volesse localizzare gli
oggetti compresi nel campo visivo; nelle ore crepuscolari e notturne si ha la visione per
sovrapposizione. Secondo gli ultimi studi, la frequenza di fusione delle immagini nella mosca è
sei volte superiore a quella dell'uomo con la conseguenza che nella mosca si avrebbe un'analisi
molto più minuziosa dei movimenti rapidi.

VII Dalla teoria alla pratica (with a litte help from Stanislavskij )

Posso affermare con orgoglio di avere contribuito alla divulgazione del famoso
Method a Milano e a Roma, avendone parlato con varie persone, avendo tenuto
dei laboratori, dei corsi, dei saggi, avendolo spiegato a varie persone che poi
hanno voluto approfondire l'argomento iscrivendosi a corsi oppure da
autodidatti con un percorso di letture. E' qualcosa in effetti che è poco
conosciuto in Italia, spesso se ne parla o, cosa assai grave, lo si insegna senza
conoscerlo, la prima cosa che salta in mente a nominarlo è l'identificazione,
anche fisica, tra attore e personaggio, agli opposti dello straniamento
brecthiano, che significa recitare il personaggio discutendolo e allontandosene,
diverso anche dalla scuola accademica italiana, che imposta tutto sulla dizione,
sulla voce e su di una fisicità esasperata. Cominciamo a dire che Kostantin
Stanislavskij, nella sua lunghissima vita, scrisse moltissime cose, lasciò molta
carta vergata, ma non scrisse mai un'opera o un saggio "Metodo S.". Difatti, tale
metodo venne teorizzato faticosamente tra i mille appunti e note di regia del
Maestro dai suoi allievi, il più noto è Mejerchold (ricordo anche una stretta
collaborazione con Cecov, che andava oltre la semplice rappresentazione dei
testi, si avvicinava ad una co-regia), questo spiega perché chi cerca
(disperatamente?) qualche libro sul Metodo viene dirottato sui due volumi "Il
lavoro dell'attore su ste stesso" e "Il lavoro dell'attore sul personaggio". Quando
si parla di Method, quello studiato e applicato da Robert De Niro e Paul
Newman, Tom Hanks e Robin Williams, ci si riferisce ad una ulteriore
rielaborazione, compiuta dal teorico-studioso-regista Lee Strasberg e dal più
celebre Elia Kazan, il regista di Fronte del Porto e Gli Ultimi Fuochi. Ecco
perché la definizione precisa è "The Method Stanislavskij-Strasberg". Si tratta di
un complesso lavoro su se stessi che è difficile riassumere brevemente, è una
ricerca affascinante sulle infinite sfumature del personaggio, su quello che si
nasconde tra le pieghe del testo, sulle motivazioni, il sottotesto, e così via.
Accenno a questo "Method" perché vorrei usarne alcuni elementi per il percorso
riabilitativo psicosensoriale che propongo. Dopo tutta questa teoria, è arrivato
il momento di tentare.
Come possiamo chiamare la persona ipovedente o non vedente che vorrà
prestarsi a questo esperimento (assolutamente non invasivo, senza nessun
rischio psicologico, non debilitante in alcun modo ): cavia, soggetto, paziente,
allievo, vittima?? Mi piacerebbe chiamarlo "amico" o "amica", dovrebbe essere
infatti una persona con cui siamo in buoni rapporti, con cui abbiamo parlato,
conversato, scherzato, qualcuno di cui abbiamo conquistato la confidenza e
l'amicizia, qualcuno, e questo è l'importante, che sia entusiasta quanto noi di
questo esperimento e lo veda come un gioco, un divertimento, una curiosità.
Utilizziamo un ambiente neutro, senza oggetti tranne quei pochi che useremo,
molto pulito, con dominanza di bianco, un ambiente dove si può saltare,
correre, sdraiarsi per terra: quindi una palestra o una sala danza.
Il nostro amico sarà in tuta o comunque molto comodo, non deve compiere
grandi acrobazie o sforzi fisici, deve solo stare a suo agio, mentalmente e
fisicamente. Per questo, avremo una fase di preparazione meditativa, dove
chiuderemo gli occhi ( tutti e due! ) e rifletteremo...
.... quando ci sentiremo pronti, apriremo gli occhi e lasciamo il nostro amico
a se stesso, non lo accompagniamo più, istintivamente cercherà il contatto con
noi, ma noi lo evitiamo, sapendo che non corre alcun rischio in un ambiente del
tutto neutro. Come noi ci possiamo abituare a muoverci senza vedere, anche
lui si abitua a non essere accompagnato. Sto descrivendo in poche righe un
percorso delicato che può durare ore.
Se si riesce a superare questo passaggio e l'amico ottiene una discreta
indipendenza, possiamo cominciare a migliorare l'addestramento usando dei
palloni (grandi, quelli che ci lancia in mare e che non fanno male, a differenza
dei palloni da calcio o da basket ). Gradualmente aumenteremo la luce non
tanto nella stanza, ma direttamente sul nostro amico, usando un sistema di
lampade incrociate, lo indonderemo di luce, cosa che potrebbe essere dannoso
per un vedente ma non per un non vedente.
La fase successiva potrebbe essere ripetere questi giochi e queste attività in
una piscina o in un idromassaggio, quindi la luce, l'acqua, la voce, il teatro in
quanto interpretazione di un personaggio diverso da sé.

A questo punto, se il nostro esperimento che qui dura poche righe ma in realtà
dura ore, giorni, settimana sarà riuscito, avremo un cambiamento importante
nel nostro amico, non avrà riacquistato la vita, bensì avrà conquistato fiducia
in se stesso/a, si sentirà indipendente, potrà anche fare degli sport o altre
attività.