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Liceo Artistico “C.

Piazza”
Prof.ssa Di Bernardo Cristina

“IL FURIOSO”: POEMA SIMBOLO DELLA


CULTURA RINASCIMENTALE

Il tema essenziale de “L’Orlando Furioso” riguarda il conflitto tra l’ideale che


si sogna e la dura realtà che invece si deve vivere.
La contrapposizione tra ideale e reale è un tema ricorrente nella cultura
rinascimentale, nella quale, infatti, coesistono due visioni del mondo diverse e,
a volte, contrapposte:

1) la tendenza propria dell’Umanesimo ad idealizzare la realtà elaborando


modelli astratti e perfetti per ogni attività umana, imitando i modelli
classici, modelli perfetti per eccellenza;

2) la tendenza al realismo , allo studio attento della realtà e alla sua


rappresentazione concreta, anche se poco edificante.

Questo contrasto tra ideale e reale è presente nella vita dello stesso Ariosto
che desiderava, per esempio, la pace degli studi letterari ed è invece obbligato
a fare il, funzionario di corte. La stessa vita di corte, da molti vista come il
modello ideale del mondo, sede privilegiata di armonia, arte, raffinatezza,
ordine e valori ai quali la cultura rinascimentale aspira, in realtà è sede di
intrighi, falsità, ipocrisie, clientelismi.
Il desiderio di qualcosa, dunque, si scontra sempre con la sua irraggiungibilità e
così è per l’amore, la gloria guerresca, o letteraria.

Orlando diventa folle proprio perché non riesce ad accettare questo divario tra
ideale e reale, né che “la divina e perfetta” Angelica sia una donna terrena,
reale e sottoposta alle conseguenti passioni.
Orlando è uno sconfitto dalla vita. Perdendo Angelica, ha perso in colpo molti
ideali: si è comportato da perfetto cavaliere rispettando e proteggendo
Angelica, ma lei si è data ad un altro, ha difeso i valori di amicizia e fedeltà e la
donna da lui amata è stata messa in palio come premio.
Orlando è l’ironico simbolo del destino umano: tanta fatica per non stringere
nulla!

Per Ariosto, invece, il contrasto tra ideale e reale può trovare la sua sintesi
nell’arte in generale e nella letteratura in particolare, grazie all’ironia che
permette di comprendere le cose a fondo, mantenendo però un distacco
superiore.
La letteratura non deve, quindi, essere solo divertimento e mezzo per fuggire
dalla realtà , ma anche la più alta espressione della dignità umana e della
capacità dell’uomo di comprendere e dominare la realtà anche quando è

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negativa e dolorosa. Per Ariosto l’uomo deve essere capace di guardare la vita
con serena e laica tolleranza, senza cadere nell’ottimismo o nel pessimismo
estremi.
La dignità e la saggezza dell’uomo stanno anche nell’accettazione dei propri
limiti, nella consapevolezza dell’esistenza di contraddizioni che vanno
affrontate, però, a testa alta.

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LA PERDITA DELL’OGGETTO DEL DESIDERIO: LA
FOLLIA FURIOSA

Il titolo del poema ariostesco: ”0rlando furioso” , mira a sottolineare il


collegamento con la tradizione cavalleresca (Orlando) , ma vuole anche
proporre uno dei temi tipici della cultura rinascimentale: quello della follia.
Ariosto, infatti trasforma le vicende personali del grande paladino di Francia in
un’allegoria della più generale follia umana. Ma cosa si intende, nel
Rinascimento per follia?

Nel’500 è in corso una mutazione profonda nella valutazione della sofferenza


umana: il laicismo emergente sta modificando la percezione medievale della
povertà ed anche della pazzia.
Nel Medioevo, infatti, poveri e folli erano simboli religiosi, erano, cioè,
l’immagine terrena di una realtà ultraterrena. Il povero rappresentava Cristo
pellegrino in terra, mandato da Dio a morire per cancellare il peccato originale.
La povertà e il vagabondaggio non erano dunque, nella mentalità medievale
elementi di disordine, ma, al contrario, garanzia dell’ordine.

Anche la follia era collegata alla dimensione ultraterrena , con un duplice


significato, però. Essa si coniugava contemporaneamente sia col mondo del
diabolico, che con quello del divino. La dimensione diabolica era quella delle
tentazioni, della magia nera e da questo punto di vista , la follia diventava il
luogo della perdizione. Ma essa era anche il suo contrario: l’incontro col divino,
il mistico abbandono della terrena razionalità per perdersi nell’infinito di Dio. Il
rifiuto di ogni forma di razionalità e di sapere umano permetteva di avvicinarsi
maggiomente alla verità della Rivelazione.
La follia che giunge nel Rinascimento dal Medioevo , dunque , è una realtà
terrena che rimanda però ad altro, ad un aldilà fuori dalla Terra.

La cultura del ‘500 modifica questa visione e segna una frattura con la
mentalità medievale. Il laicismo, infatti priva la povertà e la follia del rimando
ultraterreno ed esse divengono solo un terreno disordine umano. Esse sono,
quindi un problema di ordine pubblico. Non a caso, è proprio nel ‘500 che
compaiono le prime leggi contro la mendicità ed il vagabondaggio. Per quanto
riguarda la follia il problema è ancora più serio. Essa riguarda la profondità
dell’animo umano ed è difficile ridurla ad un problema di ordine sociale (questo
avverrà nel secolo successivo, quando negli Stati nazionali assoluti verranno
costruiti degli appositi edifici nei quali poveri, vagabondi e folli,
indistintamente, verranno rinchiusi e trattati come un problema da risolvere
con misure di Polizia)

Nel ‘500 la follia viene generalmente considerata come compagna


dell’avventura umana: (è del 1509 “L’Elogio alla Pazzia” di Erasmo da
Rotterdam). E su questa linea si pone Ariosto. Egli pensa che la follia non abbia
nulla di divino e nemmeno di diabolico, ma che faccia parte dell’uomo ; è un
modo di stare al mondo. A volte, però, l’uomo va oltre il limite della “normale
pazzia” che gli serve per vivere e viene trascinato fuori dal sentimento,

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diventando “furioso”. Questo avviene quando non accetta di non poter
raggiungere l’oggetto del suo desiderio , quando cerca a tutti i costi di
raggiungere un sogno irraggiungibile e non accetta quindi la realtà. A tutti gli
uomini capita prima o poi, di inseguire una qualsiasi Angelica, o di perdersi in
un palazzo di Atlante; ogni uomo insegue un ideale irraggiungibile e quindi
tutti siamo condannati a non veder realizzato il nostro desiderio.
Esiste, tuttavia, una via di uscita: l’autoinganno (si dà la colpa a qualcun
altro, al destino, alla malasorte…). Ci si autoconvince cioè, di avere ancora la
possibilità di raggiungere l’oggetto del desiderio e si nega l’atroce verità che
esso non ci sia più.

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IL PALAZZO DI ALTLANTE : GLI UOMINI
PRIGIONIERI DEL DESIDERIO

Il Palazzo di Atlante, luogo magico e metaforico in cui i destini dei cavalieri


(uomini) si incrociano e si intrecciano è per Ariosto un’allegoria dell’esistenza
stessa. In esso tutti hanno qualcosa da inseguire, nessuno raggiunge mai
niente, tutti perdono.

Al centro della riflessione di Ariosto sull’uomo sta la coraggiosa consapevolezza


della fragilità umana. Gli uomini possono sbagliare e perdersi vanamente nei
propri sogni , ma lo fanno con coraggio e sincerità. Lo fanno con l’eroismo di
chi e prigioniero di un gioco dal quale non può uscire : la vita (palazzo di
Atlante). Essi non l’hanno scelta , ma una volta dentro, devono viverla con
dignità. Gli uomini devono darsi uno scopo nella vita che la giustifichi e questo
è il desiderio , l’ideale che ognuno deve porsi. Senza una meta da raggiungere
l’uomo è perso (es. Orlando quando perde Angelica).

Il tema della ricerca è tipico della letteratura romanzesca, tuttavia nel “Furioso”
, esso assume toni diversi rispetto, per esempio, i romanzi cortesi o arturiani. In
Ariosto la ricerca non porta mai a nulla, non è un percorso di formazione , è
spesso una ricerca a vuoto, l’inseguimento di un sogno vano, correndo dietro al
quale ci si può perdere nel labirinto della vita

Ariosto, poeta di corte e disincantato, spinge il lettore a convivere col suo


sistematico scacco di fronte alla realtà. L’uomo è prigioniero del proprio
desiderio, ma può vivere questa situazione con distacco superiore, con ironia,
con un senso della misura e dell’armonia. E’0 questo il messaggio
dell’Umanesimo: l’uomo deve essere cosciente della propria grandezza
percependo i propri limiti.

ANGELICA: SIMBOLO DELLA VARIETA’


UMANA

Angelica è descritta da Ariosto con pochi tratti e non ha una personalità ben
delineata. L’unica costante, nel suo personaggio è la fuga. Ella fugge in
continuazione e il variare dei suoi sentimenti non dipende da lei, ma da una
condizione esterna.
Più che una donna in carne ed ossa, è un puro simbolo dell’Eros, è l’oggetto del
desiderio che coinvolge tutti e sconvolge l’ordine sociale.
Angelica è inafferrabile, sfuggente, tenera e diabolica, astuta ed ingenua,
preda e cacciatrice. E’ una cosa ed il suo contrario, è il simbolo della varietà
umana. Non solo: Angelica è metafora della vita stessa, in quanto tutti la
inseguono per dare pienezza al proprio essere , ma nessuno la raggiunge mai,
è l’inafferrabile oggetto del desiderio.

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Angelica rappresenta, inoltre, l’amore, ideale irraggiungibile, ma anche primo
motore delle nostre azioni. L’amore è il sentimento che dà pienezza
all’esistenza ed è capace di spingerci a grandi imprese, pur rimanendo però,
sempre un passo avanti , vicino, ma irraggiungibile. Il filo conduttore di tutto il
poema di Ariosto è dunque l’amore come scopo a cui tendere.
La descrizione dell’amore come desiderio non appagato ha un forte valore
metaforico: l’uomo è un essere sognate e desiderante e ognuno ha il suo fine
da raggiungere per dare senso alla vita. Angelica è il simbolo dello scopo di cui
ogni uomo ha bisogno per sapere di esserci. Per questo Angelica è
perennemente in fuga. Lei dà senso alla storia finché è irraggiungibile. Quando
un Medoro qualsiasi la possiede , lei esce dalla narrazione. Questo vuol
significare che l’ideale, una volta conquistato non è più importante, non dà più
senso alla vita. All’uomo che è privato dell’oggetto del desiderio non rimane più
nulla se non la rabbia, la furia, la perdita della ragione.