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La vita di Nikola Tesla è circondata di così tante leggende che si potrebbe

persino dubitare del fatto che egli sia esistito veramente. Ingegnere
straordinario, dotato di un’immaginazione prodigiosa, che gli permetteva di
visualizzare le sue macchine nei minimi particolari senza doverne disegnare i
modelli su carta, fu uno dei grandi innovatori della fisica moderna, un
inventore geniale che riuscì a tradurre in realtà quasi trecento delle sue
«visioni» e che anticipò la futura robotica (sviluppata con il nome di
«teleautomatica»).
Bistrattato a lungo, quando non dimenticato, fu un personaggio eccentrico:
giocatore d’azzardo e incallito fumatore in gioventù, si votò poi
completamente, con severa autodisciplina, agli studi di ingegneria e alla
ricerca tecnica. Convinto che lo scopo della scienza fosse quello di preservare
la vita degli uomini e di dominare il mondo materiale per il benessere e le
necessità umane, a questo lavorò con instancabile energia fino alla morte,
conducendo un’esistenza solitaria e modesta.
Tesla pubblicò questa incredibile autobiografia a puntate, nel corso del 1919,
sulla rivista «Electrical Experimenter», rivolgendosi soprattutto ai giovani
lettori con la speranza di stimolarli a coltivare con passione i primi slanci
creativi, che spesso modellano in modi imprevedibili i futuri destini.

«La scienza è solo una perversione se non ha come fine ultimo il


miglioramento delle condizioni dell’umanità».

Questa nuova edizione è arricchita da uno scritto di Tesla del 1905 sulla
trasmissione senza cavi, attraverso l'atmosfera, della corrente elettrica: la
soppressione della distanza, un progresso visionario, descritto con
stupefacente chiarezza come «il più potente strumento di pace» che l'uomo
abbia mai avuto.
Nikola Tesla (1856-1943) è stato un ingegnere elettrico, inventore e fisico
serbo-croato, naturalizzato statunitense nel 1891. È conosciuto per il suo
lavoro rivoluzionario e i numerosi contributi nel campo
dell’elettromagnetismo (di cui è stato un geniale pioniere). Elaborò un
prototipo per la comunicazione senza fili (la radio) e diede origine alla
moderna ingegneria elettrica con lo sviluppo della corrente alternata. Per i
suoi contributi alla scienza e la sua vita straordinaria, i suoi ammiratori
contemporanei arrivano a definirlo «l’uomo che inventò il XX secolo».
I Libri della Nuova Era
Nikola Tesla

LE MIE INVENZIONI
L’autobiografia di un genio

NUOVA EDIZIONE

CON IL SAGGIO DI NIKOLA TESLA


La trasmissione dell’energia elettrica senza fili come mezzo per promuovere
la pace
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catalogo.

Titolo originale: My Inventions


Il testo fu pubblicato in più puntate, nel 1919, sulla rivista «Electrical Experimenter»

Traduzione dall’inglese di Valentina Di Tommaso

La traduzione dall’inglese del saggio The transmission of electrical energy without wires as
a means for furthering peace (1905) è a cura di Federico Zaniboni (Il Quadrante s.r.l.)

© 2017 Edizioni L’Età dell’Acquario


L’Età dell’Acquario è un marchio di Lindau s.r.l.
etadellacquario@etadellacquario.it

Lindau s.r.l.
corso Re Umberto 37 - 10128 Torino

Seconda edizione eBook: settembre 2019


ISBN 978-88-3336-145-1
LE MIE INVENZIONI
1

La mia infanzia

Il progressivo sviluppo dell’uomo è strettamente legato alle sue


invenzioni. Esse sono il risultato più alto del suo genio creativo, il cui scopo
ultimo è il completo dominio della mente sul mondo materiale, la
sottomissione delle forze della natura alle necessità umane. È questo il
difficile compito dell’inventore, spesso incompreso e non riconosciuto.
Tuttavia egli viene ben ricompensato dai piacevoli esercizi delle sue facoltà
intellettuali e dalla consapevolezza di appartenere a una categoria
straordinariamente privilegiata, senza la quale il genere umano si sarebbe
estinto molto tempo fa, nell’amara sfida contro gli spietati elementi naturali.
Per quanto mi riguarda, sono stato più che appagato da questo delizioso
diletto, tanto che per diversi anni la mia vita ha rasentato una beatitudine
assoluta. Sono sempre stato considerato un lavoratore instancabile, e se
pensiero è sinonimo di lavoro forse lo sono davvero, dal momento che ho
dedicato a esso quasi ogni ora del giorno. Ma se per lavoro si intende una
prestazione resa a un’ora prestabilita secondo rigide regole, allora potrei
essere il peggiore dei pigri. Ogni sforzo fatto sotto costrizione richiede un
sacrificio di energia vitale. Non ho mai pagato un simile prezzo. Al contrario,
ho prosperato sui miei pensieri.
Nel cercare di fornire un resoconto organico e fedele delle mie attività, in
questa serie di articoli che saranno presentati con il supporto dei redattori
dell’«Electrical Experimenter» e che sono destinati innanzitutto ai nostri
giovani lettori, devo soffermarmi, mio malgrado, su certe impressioni della
mia giovinezza e su circostanze ed eventi che sono stati decisivi nel
determinare la mia carriera.
I nostri primi tentativi sono puramente istintivi, sollecitati da
un’immaginazione vivace e ribelle. Invecchiando la ragione si fa valere e
diventiamo sempre più metodici e pianificatori. Ma quei primi slanci, anche
se non immediatamente produttivi, sono di grande importanza e potrebbero
influenzare i nostri stessi destini. Senza dubbio, oggi sento che se li avessi
capiti e coltivati anziché sopprimerli, avrei aggiunto un valore significativo al
mio lascito per il mondo. Ma prima di diventare adulto non ho mai realizzato
di essere un inventore.
Il che è riconducibile a una serie di motivi. Per cominciare avevo un
fratello dal talento straordinario – uno di quei rari fenomeni mentali che la
ricerca scientifica non è riuscita a spiegare. La sua morte prematura lasciò i
miei genitori avviliti. A quei tempi avevamo un cavallo che ci era stato
donato da un caro amico. Era un animale magnifico di razza araba, possedeva
un’intelligenza quasi umana, e tutta la famiglia lo coccolava e gli voleva
bene, avendo una volta, in circostanze particolari, salvato la vita di mio padre.
Una notte d’inverno, infatti, mio padre fu chiamato a svolgere un compito
urgente e, mentre attraversava le montagne infestate dai lupi, il cavallo si
spaventò e corse via, facendolo cadere violentemente a terra. L’animale
arrivò a casa sanguinante ed esausto, ma dopo aver dato l’allarme scappò
subito via di nuovo per tornare nel luogo dell’accaduto; prima di giungere
troppo lontano, la squadra di soccorso si imbatté in mio padre, il quale aveva
ripreso coscienza ed era rimontato sul cavallo, senza rendersi conto di essere
rimasto diverse ore nella neve. Questo cavallo è stato però responsabile delle
ferite che hanno provocato la morte di mio fratello. Io assistetti al tragico
episodio e nonostante da allora siano trascorsi cinquantasei anni, quelle
immagini non hanno affatto perso la loro vividezza. La memoria dei suoi
traguardi rendeva ogni mio risultato esiguo al confronto.
Qualsiasi cosa di meritevole io concludessi portava solamente i miei
genitori a sentire la loro perdita più intensamente. Sono dunque cresciuto con
poca fiducia in me stesso. Ma non ero di certo uno stupido, a giudicare da un
incidente di cui conservo ancora un profondo ricordo. Un giorno i membri del
consiglio municipale passavano in una via dove stavo giocando con altri
ragazzi. Il più anziano di questi rispettabili signori – un ricco cittadino – si
arrestò per consegnare a ciascuno di noi una moneta d’argento. Venendo
verso di me si fermò all’improvviso e ordinò: «Guardami negli occhi».
Incontrai il suo sguardo, la mia mano si protese per ricevere la preziosa
moneta quando, con mio sgomento, disse: «No no, non avrai proprio nulla da
me, sei troppo sveglio». A casa mia erano soliti raccontare storie divertenti su
di me. Avevo due anziane zie col viso segnato dalle rughe, una aveva due
denti che sporgevano come zanne d’elefante e che conficcava nella mia
guancia ogni volta che mi dava un bacio. Nulla mi terrorizzava di più
dell’idea di essere abbracciato da queste due sorelle tanto affettuose quanto
repellenti. Una volta, mentre ero in braccio a mia madre, accadde che mi
domandassero chi fra le due fosse la più carina. Dopo aver esaminato con
attenzione i loro volti, indicandone una, risposi meditatamente: «Questa qui
non è brutta quanto l’altra».
Fin da subito, inoltre, sono stato destinato alla professione clericale e
questo pensiero mi ha sempre oppresso. Desideravo essere un ingegnere ma
mio padre era inflessibile. Era figlio di un ufficiale in servizio nell’esercito
del grande Napoleone e, come suo fratello, professore di matematica in un
illustre istituto, aveva ricevuto un’educazione militare ma, cosa piuttosto
singolare, in seguito abbracciò il clero e grazie alla sua vocazione raggiunse
l’eminenza. Era molto dotto, un filosofo nato, poeta e scrittore, e si diceva
che i suoi sermoni fossero eloquenti come quelli di Abramo di Santa Chiara.
Aveva una memoria prodigiosa e citava sovente e in maniera diffusa opere in
diverse lingue. Spesso sottolineava scherzosamente che se qualcuno dei
classici fosse andato perduto lui avrebbe potuto riscriverlo. Lo stile dei suoi
scritti era molto apprezzato. Componeva frasi brevi e lineari ed era un uomo
di satira e di grande arguzia. Le sue osservazioni umoristiche erano sempre
originali e mirate. Per provarlo potrei citare uno o due aneddoti. Tra i
domestici c’era un uomo con gli occhi storti di nome Mane che si occupava
della fattoria. Un giorno stava spaccando la legna, sollevò l’ascia e mio
padre, che era in piedi lì vicino, non sentendosi al sicuro lo mise in guardia:
«Per amor di Dio, Mane, non prendere ciò che stai guardando ma ciò che
intendi colpire». Un’altra volta era uscito con un amico che, sbadatamente,
fece strusciare il proprio costoso cappotto di pelliccia sulla ruota della
carrozza. Nel farglielo notare, mio padre disse: «Tira dentro il cappotto, che
mi rovini lo pneumatico». Aveva la strana abitudine di parlare da solo e
spesso conversava in maniera vivace con sé stesso e, variando il tono della
voce, si abbandonava a un dibattito acceso. Un ascoltatore trovatosi per caso
fuori dalla sua stanza avrebbe potuto giurare che fossero presenti più persone.
Nonostante debba ricondurre all’influenza di mia madre qualsiasi
inventiva io possegga, la formazione da lui ricevuta deve essersi rivelata
utile. Comprendeva qualsiasi genere di esercizio – come indovinare i pensieri
di una persona, trovare i difetti di alcune forme o espressioni, ripetere lunghe
frasi o recitare calcoli a mente. Queste lezioni quotidiane avevano lo scopo di
potenziare la memoria e il ragionamento e, soprattutto, di sviluppare il senso
critico, e furono indubbiamente molto proficue.
Mia madre proveniva da una delle più antiche famiglie del paese e da una
stirpe di inventori. Sia suo padre sia suo nonno crearono numerosi strumenti
per uso domestico, agricolo e di altro genere. Era veramente una gran donna,
di raro talento, coraggio e forza, che affrontò le bufere della vita e superò
diverse esperienze difficili. Quando aveva sedici anni una violenta pestilenza
dilagò nel paese. Suo padre venne chiamato lontano per conferire i
sacramenti ai moribondi e durante la sua assenza lei, da sola, prestò aiuto alla
famiglia dei vicini colpiti dalla terribile malattia. Erano cinque in tutto,
furono contagiati uno dopo l’altro. Lei lavò, vestì e preparò i corpi,
decorandoli con i fiori secondo le tradizioni del paese e quando suo padre
ritornò trovò tutto pronto per una sepoltura cristiana. Mia madre fu
un’inventrice di prim’ordine e, credo, avrebbe realizzato grandi cose se non
fosse stata così distante dalla vita moderna e dalle sue molteplici opportunità.
Ha inventato e costruito ogni sorta di arnese e di congegno e ha tessuto i più
raffinati motivi con il filo che era lei stessa a filare. E piantava addirittura i
semi, coltivava le piante e separava le fibre da sé. Lavorava senza sosta,
dall’alba fino a tarda notte, e la maggior parte degli indumenti e del mobilio
della casa era fatta con le sue mani. Quando ebbe passato i sessant’anni, le
sue dita erano ancora così agili che avrebbe perfino potuto fare tre nodi a un
ciglio.
C’è un’ulteriore e ben più importante ragione alla base del mio risveglio
tardivo. Durante la mia giovinezza ho sofferto di un particolare disturbo
dovuto alla comparsa di immagini, spesso accompagnate da forti lampi di
luce, che compromettevano la vista degli oggetti reali e interferivano con i
miei pensieri e le mie azioni. Erano riproduzioni di cose e situazioni che
avevo visto realmente, e mai solo immaginato. Quando mi dicevano una
parola, l’immagine dell’oggetto designato si presentava con vividezza davanti
ai miei occhi e a volte non ero del tutto in grado di distinguere se ciò che
vedevo fosse tangibile o meno. La cosa mi provocava un grande disagio e
molta ansia. Nessun esperto di psicologia o fisiologia consultato ha mai
saputo spiegarmi in modo soddisfacente tali fenomeni. Pare fossero rari ma io
ero probabilmente predisposto, considerando che mio fratello aveva un
disturbo simile. La mia teoria è che le immagini fossero la conseguenza di un
riflesso del cervello sulla retina quando era sotto forte eccitazione. Non si
trattava certamente delle stesse allucinazioni che prendono forma nelle menti
malate e tormentate, poiché sotto altri aspetti ero una persona normale ed
equilibrata. Per dare un’idea della mia pena, supponiamo che io avessi
assistito a un funerale o a qualche scena incresciosa. Più tardi,
inevitabilmente, nella quiete della notte, una vivida immagine di quella
circostanza si sarebbe piantata davanti ai miei occhi e vi sarebbe rimasta
nonostante tutti i miei sforzi per scacciarla. Alle volte poteva addirittura
restare immobile nello spazio, anche se protendevo la mia mano su di essa.
Se la spiegazione che mi sono dato è corretta, dovrebbe essere possibile
proiettare su uno schermo l’immagine di qualsiasi oggetto si possa concepire
rendendolo pertanto visibile. Una scoperta del genere rivoluzionerebbe ogni
relazione umana. Sono convinto che questo prodigio può essere e sarà
realizzato nei tempi a venire; posso aggiungere che mi sono dedicato molto
alla ricerca di una soluzione del problema.
Per liberare me stesso da queste fastidiose apparizioni, provavo a
concentrare la mia attenzione su qualcos’altro che avevo visto, e spesso in
questo modo trovavo un momentaneo sollievo; ma per riuscirci dovevo
evocare continuamente nuove immagini. Non molto tempo dopo capii di aver
esaurito tutte quelle a mia disposizione; la bobina era finita, per così dire,
poiché avevo visto poco del mondo – mi limitavo agli oggetti di casa mia e
delle immediate vicinanze. Pertanto, dopo aver compiuto tali operazioni
mentali una seconda e una terza volta al fine di scacciare le apparizioni dalla
mia vista, il rimedio perse gradualmente tutta la sua efficacia. Allora
cominciai istintivamente a spaziare oltre i confini del piccolo mondo che
conoscevo, e visualizzai scenari nuovi. All’inizio erano molto confusi e
indistinti, e schizzavano via quando provavo a concentrarvi la mia attenzione,
ma di lì a poco riuscii a fissarli; acquistarono forza e nitidezza e alla fine
assunsero la concretezza degli oggetti reali. Scoprii presto di raggiungere il
mio stato ideale quando mi spingevo ancora più lontano nella mia visione,
ricevendo ogni volta nuove impressioni, e così cominciai a viaggiare – certo,
nella mia mente. Tutte le notti (e talvolta durante il giorno), quando ero solo,
iniziavo le mie peregrinazioni – visitavo nuovi luoghi, città e paesi – vivevo,
incontravo gente, facevo conoscenze, stringevo amicizie e, per quanto
incredibile, è un dato di fatto che queste persone mi fossero care proprio
come quelle della vita vera e nelle loro manifestazioni non erano affatto meno
intense.
Continuai così fino a quando ebbi pressappoco diciassette anni e i miei
pensieri si rivolsero con determinazione alle invenzioni. Osservai allora con
piacere che riuscivo a visualizzare con la massima facilità. Non mi
occorrevano modelli, schizzi o esperimenti. Potevo figurarli tutti nella mia
mente come fossero reali. Pertanto sono stato indotto, senza rendermene
conto, a sviluppare quello che considero un nuovo metodo per materializzare
concetti creativi e idee, un metodo radicalmente opposto a quello puramente
sperimentale e, a mio parere, molto più rapido ed efficiente. Quando uno
costruisce un congegno per mettere in pratica l’abbozzo di un’idea che ha in
mente, viene inevitabilmente assorbito dai dettagli e dalle imperfezioni
dell’apparecchio. Continuando ad apportare modifiche e ricostruire, il suo
grado di concentrazione diminuisce ed egli perde di vista l’importante
principio di fondo. Si possono ottenere sì dei risultati ma sempre a spese della
qualità.
Il mio metodo è differente. Io non mi precipito sul lavoro materiale.
Quando mi viene un’idea inizio subito a costruirla nella mia testa. Ne cambio
la struttura, introduco miglioramenti e gestisco il congegno nella mia mente.
Per me è assolutamente irrilevante far funzionare la turbina nei miei pensieri
o testarla in laboratorio. Riesco addirittura a percepire quando non è
bilanciata. Non c’è alcuna differenza, il risultato è lo stesso. In questo modo
sono in grado di sviluppare e perfezionare rapidamente un’idea senza toccare
niente. Quando ho incluso nell’invenzione qualsiasi dettaglio immaginabile e
non vedo alcun difetto, do una forma concreta al risultato finale dei miei
pensieri. Immancabilmente il mio congegno funziona nella maniera che mi
ero prefigurato, e l’esperimento viene esattamente come pianificato. In
vent’anni non c’è mai stata neppure un’eccezione. Come potrebbe essere
altrimenti? I risultati della progettazione, sia elettronica che meccanica, sono
certi. È raro trovare qualcosa che non si possa trattare dal punto di vista
matematico e di cui non sia possibile calcolare gli effetti o determinare i
risultati a partire dai dati teorici e pratici a disposizione. Ritengo che la
realizzazione pratica di un’idea appena abbozzata, se condotta come si fa di
solito, non è altro che una perdita di energia, di denaro e di tempo.
Il mio antico disturbo ebbe, peraltro, un ulteriore risvolto. L’incessante
sforzo mentale sviluppò le mie capacità di osservazione e mi permise di
scoprire una verità di grande importanza. Avevo notato che la comparsa di
immagini era sempre preceduta dalla reale visione di scene avvenute in
condizioni particolari e generalmente eccezionali e fu così che in ogni
occasione fui spinto a individuare l’impulso originario. Dopo un po’ mi
venne quasi in automatico e acquisii una grande facilità nel connettere causa
ed effetto. Presto realizzai, con mia grande sorpresa, che qualsiasi pensiero
concepissi era ispirato da un’impressione esterna. E non solo, anche ogni mia
azione veniva indotta allo stesso modo. Col passare del tempo mi fu
perfettamente chiaro di essere soltanto un automa capace di muoversi,
rispondere agli stimoli degli organi di senso, pensare e agire di conseguenza.
Il risultato pratico di questa riflessione fu l’arte della teleautomatica che
finora è stata portata avanti soltanto in modo inadeguato. Le sue possibilità
latenti, ad ogni modo, prima o poi verranno mostrate. Ho passato anni a
progettare automi autocontrollati e credo sia possibile produrre meccanismi
che agiranno come se fossero dotati di ragione, ma in misura limitata, e che
avvieranno una rivoluzione in molti settori commerciali e industriali.
Avevo circa dodici anni quando per la prima volta riuscii
intenzionalmente a scacciare una delle mie immagini dalla vista, ma sui lampi
di luce menzionati poco sopra non ho mai avuto alcun controllo. Sono stati,
probabilmente, l’esperienza più strana e inspiegabile della mia vita. Si
presentavano sempre quando mi trovavo in una situazione pericolosa o
angosciante, o anche quando ero particolarmente euforico. Delle volte ho
visto tutta l’aria intorno a me riempirsi di lingue di fuoco vivo. L’intensità di
questi lampi di luce, invece di diminuire, aumentava col passare del tempo e
parve raggiungere il culmine quando avevo all’incirca venticinque anni.
Mentre ero a Parigi, nel 1883, un importante industriale francese mi fece
recapitare un invito per una partita di caccia, e io accettai. Ero stato a lungo
confinato in laboratorio e l’aria fresca ebbe su di me un meraviglioso effetto
rinvigorente. Quando tornai in città quella sera ebbi la precisa sensazione che
il mio cervello avesse preso fuoco. Vedevo una luce che sembrava contenere
un piccolo sole e passai tutta la notte ad applicare impacchi freddi sulla testa
dolente. Alla fine i bagliori si fecero meno frequenti e intensi ma ci misero
più di tre settimane prima di passare completamente. Quando mi fu rivolto un
secondo invito la mia risposta fu un deciso «No!».
Questi fenomeni luminosi di tanto in tanto si manifestano ancora, come
quando mi balena un’idea che apre a nuovi sviluppi, ma non mi mettono più
in agitazione, essendo di intensità relativamente ridotta. Se in quei momenti
chiudo gli occhi, dapprima vedo immancabilmente uno sfondo blu molto
scuro e uniforme, non dissimile dal cielo in una notte serena ma senza stelle.
In pochi secondi questo campo si anima di innumerevoli scaglie verdi
scintillanti, che si dispongono su livelli differenti e avanzano verso di me.
Poi, sulla destra, compare un bel disegno con due serie di linee vicine e
parallele, fra loro perpendicolari, di tutti i colori ma con una predominanza di
giallo-verde e oro. Subito dopo le linee si fanno più luminose e il tutto si
cosparge di fitti punti di luce sfavillante. Questa visione attraversa lentamente
il campo visivo e in circa dieci secondi si dilegua a sinistra, lasciando dietro
di sé una zona di un grigio spento e alquanto tetro che cede rapidamente il
posto a un fluttuante mare di nubi, le quali pare cerchino di plasmarsi in
forme dotate di vita. È curioso come in questo grigio io non riesca a
proiettare una forma finché non sopraggiunga la seconda fase. Ogni volta,
prima di addormentarmi, immagini di persone e di oggetti guizzano davanti
ai miei occhi. Quando le vedo so che sto per perdere coscienza. Se non ci
sono e rifiutano di presentarsi significa che passerò una notte in bianco.
Posso mostrare quanto l’immaginazione abbia giocato un ruolo
importante nella mia infanzia tramite un’altra singolare esperienza. Come alla
maggior parte dei bambini, mi piaceva saltare e sviluppai un forte desiderio
di rimanere sospeso in aria. Alle volte dalle montagne soffiava un forte vento
stracarico di ossigeno che mi rendeva leggero come il sughero e allora avrei
potuto balzare e fluttuare a lungo nello spazio. Una piacevolissima
sensazione, ma quando poi mi disingannavo la delusione era forte.
In quel periodo cominciai a sviluppare una serie di strane predilezioni,
insofferenze e abitudini, alcune ero in grado di ricondurle a impressioni
esterne mentre altre erano inspiegabili. Avevo una profonda avversione per
gli orecchini delle donne mentre altri ornamenti, come i braccialetti, mi
piacevano o meno a seconda del modello. La vista di una perla mi faceva
quasi venire un colpo ma ero affascinato dal luccichio dei cristalli o degli
oggetti dai bordi affilati e le superfici piane. Non avrei mai toccato i capelli di
qualcun altro se non, forse, minacciato da una rivoltella. Se solo guardavo
una pesca mi saliva la febbre, e se c’era un pezzetto di canfora in un punto
qualsiasi della casa avvertivo un profondo fastidio. Perfino adesso non sono
insensibile ad alcuni di questi stimoli molesti. Se ad esempio faccio cadere
dei quadratini di carta in un piatto pieno di liquido, percepisco sempre un
particolare e orribile sapore in bocca. Contavo i passi quando passeggiavo e
calcolavo il volume di piatti fondi, tazzine da caffè, e porzioni di cibo –
altrimenti non gradivo il pasto. Ogni atto o azione reiterata che compissi
doveva essere divisibile per tre e se fallivo sentivo di dover rifare tutto da
capo, avessi dovuto metterci delle ore.
Fino all’età di otto anni ho avuto una personalità debole e indecisa. Non
avevo neppure il coraggio e la forza di prendere una decisione definitiva. I
miei sentimenti sopraggiungevano come onde e cavalloni e pulsavano
incessanti tra un estremo e l’altro. Le mie aspirazioni mi esaurivano le forze e
si moltiplicavano come le teste dell’idra. Mi sentivo oppresso dal pensiero
del dolore, dalla morte e dal timore religioso. Ero condizionato dalle
superstizioni e vivevo nella paura costante dello spirito del male, di fantasmi,
orchi e altri mostri delle tenebre. Poi, all’improvviso, si verificò un
meraviglioso mutamento che fece cambiare il corso della mia intera
esistenza. Amavo i libri più di ogni altra cosa. Mio padre aveva una vasta
biblioteca e ogni volta che potevo cercavo di soddisfare la mia passione per la
lettura. Ma lui non me lo permetteva e se mi coglieva sul fatto andava in
collera. Quando scoprì che leggevo in segreto nascose le candele. Non voleva
che mi rovinassi gli occhi. Ma rimediai del sego, fabbricai gli stoppini e li
sistemai negli stampi di latta, e ogni notte coprivo il buco della serratura, le
fessure, e leggevo, spesso fino all’alba, mentre gli altri dormivano e mia
madre iniziava le sue faticose mansioni quotidiane. Una volta mi imbattei in
un romanzo intitolato Abafi (il figlio di Aba), una traduzione in serbo del ben
noto scrittore ungherese Josika. Quest’opera risvegliò in qualche modo la mia
sopita forza di volontà e iniziai a esercitarmi nell’autocontrollo. In principio i
miei propositi svanivano come la neve ad aprile, ma in poco tempo sconfissi
la mia debolezza e provai un piacere mai conosciuto prima – quello di agire
secondo la mia volontà. Con il passare del tempo tale poderoso esercizio
mentale mi venne spontaneo. All’inizio dovetti reprimere le mie aspirazioni
ma gradualmente finii per far coincidere desiderio e volontà di conquistarlo.
Dopo anni in cui mi applicai in questa disciplina acquisii una tale padronanza
di me stesso che mi trastullai con quelle passioni che avevano portato alla
rovina alcuni tra gli uomini più risoluti. A una certa età sviluppai infatti una
mania per il gioco d’azzardo che preoccupò molto i miei genitori. Per me
stare seduto a un tavolo da gioco era la quintessenza del piacere. Mio padre
conduceva una vita esemplare e non poteva perdonare che io assecondassi
tale perdita di tempo e di denaro senza senso. Avevo una forte
determinazione, ma scarsa morale. Gli dicevo: «Posso smettere quando
voglio, ma vale la pena rinunciare a ciò che mi procura le gioie del
paradiso?». Più di una volta diede sfogo alla rabbia e allo sdegno, invece mia
madre era diversa. Comprendeva bene la natura umana e sapeva che si può
raggiungere la salvezza solo attraverso i propri sforzi. Ricordo che un
pomeriggio avevo perso tutti i miei soldi e smaniavo per giocare, lei venne da
me con un rotolo di banconote e disse: «Vai e divertiti. Prima perdi quel che
possediamo meglio è. So che ne uscirai». Aveva ragione. In quel preciso
istante dominai la mia passione e rimpiansi che non fosse cento volte più
forte. Non solo la sconfissi ma la sradicai dal mio cuore al punto che non vi
rimase neppure una traccia di desiderio. Da quel momento in poi rimasi
indifferente a qualsiasi genere di gioco d’azzardo come se davanti a me ci
fosse uno stuzzicadenti.
C’è stato poi un periodo in cui fumavo troppo, rischiando di rovinarmi la
salute. Allora la mia volontà si impose e non solo smisi ma eliminai qualsiasi
eventuale propensione a fumare. Tanto tempo fa soffrivo di un problema al
cuore e ho poi scoperto che era legato all’innocua tazza di caffè che prendevo
la mattina. Vi rinunciai immediatamente, ma confesso che non fu facile. Ho
sorvegliato e domato allo stesso modo altre mie passioni e abitudini e, oltre
ad aver salvaguardato la mia vita, posso dire di aver ricavato un’immensa
soddisfazione da ciò che la maggior parte degli uomini considererebbe una
privazione e un sacrificio.
Terminati gli studi all’Istituto Politecnico di Graz e all’Università, ebbi
un vero e proprio esaurimento nervoso, e durante la malattia osservai molti
strani e incredibili fenomeni.
2

I miei primi tentativi di inventore

Mi soffermerò brevemente su queste straordinarie esperienze, sia per


l’eventuale interesse che potrebbero costituire per gli studenti di psicologia e
di fisiologia, sia perché questo periodo tormentato è stato cruciale per il mio
sviluppo mentale e per i miei successivi contributi. È pertanto indispensabile
comprendere prima di tutto le circostanze e le condizioni che li precedettero e
nelle quali si potrebbe trovare una loro parziale spiegazione.
Fin dall’infanzia sono stato costretto a concentrare l’attenzione su me
stesso. Questo fatto mi provocava una grande sofferenza ma, dal mio attuale
punto di vista, si trattava di una benedizione in incognito poiché mi ha
insegnato ad apprezzare l’immenso valore dell’introspezione nella vita, e si è
rivelato uno strumento per il successo. L’ansia di trovare un impiego e il
continuo flusso di impressioni che si riversa sulle nostre coscienze attraverso
tutte le vie del sapere rendono l’esistenza moderna rischiosa sotto vari punti
di vista. La maggior parte delle persone è così presa dalla contemplazione del
mondo esterno da ignorare completamente ciò che avviene dentro di sé.
La morte prematura di milioni di persone è in primo luogo riconducibile a
questo. Anche tra coloro che procedono con cura è un errore comune quello
di evitare l’immaginario e ignorare i pericoli reali. E ciò che è vero per il
singolo, in linea di massima vale per la comunità nel suo insieme. Lo
testimonia, per esempio, il proibizionismo. In questo Paese è appena stata
introdotta una soluzione drastica, se non incostituzionale, per prevenire il
consumo di alcol, quando è un dato di fatto che caffè, tè, tabacco, gomma da
masticare e altri stimolanti, liberamente concessi anche in tenera età, siano
largamente più nocivi per la salute nazionale, a giudicare dal numero delle
persone che ne muoiono. Infatti, ad esempio, negli anni in cui studiavo ho
dedotto dai necrologi pubblicati a Vienna, patria dei consumatori di caffè, che
le morti causate da problemi cardiaci alle volte raggiungevano il 67%.
Probabilmente dovrebbero condurre indagini simili in città dove vi è un
eccessivo consumo di tè. Queste deliziose bevande sovreccitano e logorano
gradualmente le sottili fibre del cervello. Inoltre interferiscono seriamente
con la circolazione arteriosa e, dal momento che i loro effetti deleteri sono
lenti e impercettibili, si dovrebbero assumere con maggiore moderazione. Il
tabacco, d’altra parte, favorisce semplici e piacevoli riflessioni e distoglie
dalla profondità e dalla concentrazione necessarie a qualsiasi sforzo
intellettuale originale e vigoroso. La gomma da masticare per un po’ è utile
ma in breve tempo drena il sistema endocrino e arreca danni irreparabili, per
non parlare del disgusto che provoca. A piccole dosi l’alcol è un tonico
eccellente, ma ha un’azione tossica quando se ne assimilano quantità
maggiori – piuttosto irrilevante che venga assunto come whiskey o prodotto
nello stomaco dallo zucchero. Ad ogni modo non si dovrebbe sottovalutare
che stiamo parlando di potenti elementi distruttivi che, agendo come fanno,
aiutano la natura nella sua severa ma giusta legge di sopravvivenza del più
forte. I zelanti riformatori dovrebbero inoltre essere consapevoli dell’assoluta
perversione umana che considera l’incurante laissez faire di gran lunga
preferibile al rigido controllo.
La verità è che abbiamo bisogno di stimolanti per lavorare al meglio nelle
condizioni di vita di oggi, e che dobbiamo moderare e controllare i nostri
appetiti e le nostre inclinazioni in ogni dove. È quello che ho fatto per anni, e
in questo modo mi sono mantenuto giovane nel corpo e nello spirito. Non ho
mai gradito l’astinenza ma trovo una grande soddisfazione nelle piacevoli
esperienze che sto facendo adesso. Ne evocherò un paio, nella speranza di
persuadere qualcuno dei miei precetti e delle mie convinzioni.
Poco tempo fa stavo facendo ritorno al mio hotel. Era una notte con un
freddo pungente, il terreno era scivoloso e non c’erano taxi. Mezzo isolato
dietro di me c’era un uomo che mi seguiva, chiaramente impaziente di
infilarsi sotto le coperte come me. All’improvviso mi ritrovai gambe all’aria.
Nello stesso istante un lampo mi attraversò la testa, i nervi reagirono, i
muscoli si contrassero, feci un giro di 180 gradi e atterrai sulle mani. Ripresi
a camminare come se non fosse accaduto nulla quando lo sconosciuto mi
raggiunse. «Quanti anni ha?» mi chiese, scrutandomi con sguardo indagatore.
«Oh, cinquantanove,» replicai. «E con ciò?». «Be’, – disse lui, – lo avevo
visto fare a un gatto, ma a un uomo mai». Circa un mese prima volevo
ordinare dei nuovi occhiali e andai da un oculista che mi sottopose ai soliti
esami. Quando lessi con scioltezza i caratteri più piccoli da una distanza
notevole mi guardò incredulo. Ma quando gli dissi di avere più di
sessant’anni restò a bocca aperta dallo stupore. I miei amici osservano spesso
che i completi che indosso mi calzano a pennello, ma non sanno che tutti i
miei vestiti sono fatti su misure prese circa trentacinque anni fa e che non
sono mai cambiate. In questo lasso di tempo il mio peso non è variato
neppure di mezzo chilo.
A questo proposito potrei raccontare una storia divertente. Una sera, era
l’inverno del 1885, il signor Edison, Edward H. Johnson, Presidente della
Edison Illuminating Company, il signor Batchellor, Direttore dei lavori, e io,
entrammo in un piccolo locale di fronte al 65 della Fifth Avenue dove si
trovavano gli uffici della Società. Qualcuno suggerì di indovinare il peso di
ognuno e io fui invitato a salire su una bilancia. Edison mi tastò qua e là e
disse: «Tesla pesa 69 chili», ed era proprio così. Senza vestiti pesavo 65 chili,
che è ancora il mio peso. Sussurrai al signor Johnson: «Come ha fatto Edison
a indovinare esattamente il mio peso?». «Be’», disse abbassando la voce «te
lo dirò in via confidenziale, ma non devi dire nulla. Ha lavorato a lungo in un
macello di Chicago dove pesava un migliaio di maiali al giorno! Ecco come
ha fatto». Ho un amico, l’onorevole Chauncey M. Depew, che racconta di un
inglese a cui egli rivelò uno dei suoi singolari aneddoti, quello lo ascoltava
con un’espressione perplessa, e – un anno dopo – ne rideva di gusto.
Ammetto onestamente che mi ci volle più di un anno per cogliere lo scherzo
di Johnson.
Ora, il mio benessere è semplicemente il risultato di uno stile di vita
attento e misurato e, forse, la cosa più sorprendente è che per tre volte durante
la mia giovinezza la malattia mi ha reso un relitto umano che i medici davano
per spacciato. Tra l’altro, per ignoranza e frivolezza, mi sono trovato in ogni
tipo di difficoltà, di pericolo e di guaio e ne sono uscito come per incanto. Ho
rischiato di annegare una dozzina di volte; sono stato quasi bollito vivo e per
poco non sono stato incenerito. Mi sono trovato seppellito, disperso,
congelato. Sono riuscito a fuggire per un pelo da cani rabbiosi, cinghiali e
altri animali feroci. Ho superato terribili malattie e sono andato incontro agli
incidenti più insoliti e, a oggi, essere vivo e vegeto mi sembra un miracolo.
Ma nel rievocare questi episodi mi convinco che la mia salvezza non è stata
del tutto accidentale.
Il compito di un inventore consiste fondamentalmente nel preservare la
vita degli uomini. Che sfrutti le forze, sviluppi congegni, o procuri comodità
e servizi, egli è addetto alla sicurezza della nostra esistenza. È anche più
qualificato di un individuo medio per difendersi dal pericolo, poiché è
coscienzioso e intraprendente. Se non avessi avuto la certezza di possedere
una certa dose di queste qualità, l’avrei certamente acquisita grazie ad alcune
esperienze personali. Se riporto uno o due episodi il lettore sarà in grado di
giudicare da sé. Una volta, quando avevo circa quattordici anni, volevo
spaventare alcuni amici con cui facevo il bagno. Il piano consisteva
nell’andare in immersione sotto una lunga struttura galleggiante fuoriuscendo
tranquillamente dall’altra parte. Andavo sott’acqua e nuotavo con la
naturalezza di un pesce ed ero certo di poter compiere l’impresa. Perciò mi
tuffai e, quando non fui più visibile, mi voltai e avanzai velocemente verso il
lato opposto. Pensando di essere di sicuro oltre la struttura, riemersi, ma con
mio sgomento sbattei contro una trave. Ovviamente, mi reimmersi subito e
proseguii in avanti con rapide bracciate finché non iniziò a mancarmi il
respiro. Quando risalii una seconda volta, la mia testa venne di nuovo a
contatto con una trave. A quel punto cominciai ad andare nel panico.
Ciononostante, raccogliendo tutta la mia energia, feci un terzo disperato
tentativo ma il risultato fu lo stesso. La tortura di trattenere il fiato stava
diventando insostenibile, mi girava la testa e sentivo di affondare. In quel
momento, quando sembrò che non ci fosse più alcuna speranza, vidi uno di
quei lampi di luce ed ebbi una visione della struttura sopra di me. Vidi,
oppure immaginai, che c’era un piccolo spazio tra la superficie dell’acqua e
le tavole poggiate sulle travi, allora quasi incosciente, tornai a galla, spinsi la
mia bocca vicino alle assi e riuscii a inalare un po’ d’aria, purtroppo
mischiata con degli spruzzi d’acqua che quasi mi soffocarono. Ripetei questa
procedura più volte come fossi in un sogno finché il cuore, che mi batteva
all’impazzata, si calmò e tornai in me. Dopodiché, avendo completamente
perso il senso dell’orientamento, tentai un certo numero di immersioni senza
successo, ma alla fine riuscii a liberarmi dalla trappola allorché i miei amici
mi avevano già dato per spacciato ed erano alla ricerca del mio corpo.
Quella stagione balneare fu rovinata dalla mia incoscienza ma dimenticai
presto la lezione e solo due anni dopo mi trovai in una situazione ancora più
difficile. Vicino alla città in cui studiavo c’era un grande mulino a macina
con una diga che attraversava il fiume. Come di consueto, il livello dell’acqua
era solo qualche centimetro al di sopra della diga e raggiungerla a nuoto era
uno sport non così pericoloso che mi concedevo spesso. Un giorno andai al
fiume da solo per divertirmi come al solito. Quando fui a breve distanza dalla
parete della diga, però, rimasi terrorizzato nel notare che l’acqua era salita e
mi stava trascinando via rapidamente. Cercai di allontanarmi ma era troppo
tardi. Fortunatamente, comunque, riuscii a evitare di essere travolto
aggrappandomi al muro con entrambe le mani. La pressione contro il mio
torace era forte e riuscivo a malapena a tenere la testa fuori dall’acqua. Non
c’era un’anima e la mia voce era soffocata dal fragore della cascata. A poco a
poco mi ritrovai senza forze e incapace di resistere più a lungo allo sforzo.
Proprio quando ero sul punto di mollare e stavo per essere scaraventato sulle
rocce in basso, vidi in un lampo di luce uno schema familiare che illustrava il
principio idraulico secondo cui la pressione di un fluido in movimento è
proporzionale all’area esposta, e automaticamente mi girai sul fianco sinistro.
Come per magia la pressione venne ridotta e in quella posizione trovai
relativamente facile resistere alla forza della corrente. Tuttavia dovetti
continuare a fronteggiare il pericolo. Sapevo che prima o poi sarei stato
trasportato giù, perché anche se avessi attirato l’attenzione, non era possibile
che qualcuno giungesse in tempo per aiutarmi. Ora sono ambidestro ma
allora ero mancino e avevo relativamente poca forza nel braccio destro. Per
questo motivo non mi arrischiai a girarmi dall’altra parte per riposare e non
mi rimase altro che trascinare il mio corpo lungo la diga. Dovevo
allontanarmi dal mulino verso il quale ero rivolto dato che lì la corrente era
molto più rapida e profonda. Fu un calvario lungo e doloroso e verso la fine
stavo quasi per non farcela perché dovetti superare una rientranza della
parete. Riuscii ad arrivare dall’altra parte con l’ultimo briciolo delle mie forze
e quando raggiunsi la sponda caddi svenuto nel punto in cui poi fui trovato.
Mi si era praticamente scorticata tutta la pelle sul lato sinistro e ci vollero
varie settimane prima che la febbre calasse e io mi riprendessi. Questi sono
solo due dei molti esempi ma dovrebbero bastare a mostrare che se non fosse
stato per il mio istinto di inventore non sarei stato qui a raccontarli.
Mi è stato spesso domandato come e quando io abbia iniziato a inventare.
Posso solo rispondere in base ai miei ricordi attuali, alla luce dei quali il
primo tentativo di cui ho memoria fu piuttosto ambizioso poiché riguardava
l’invenzione di uno strumento e di un metodo. Venni anticipato nel primo ma
il secondo fu una novità. Ecco come accadde. Uno dei miei compagni di
giochi era entrato in possesso di un amo e di una canna da pesca, cosa che
provocò una notevole eccitazione in paese infatti, la mattina seguente, presero
tutti a cacciare rane. Io restai solo a causa di una lite con questo ragazzino.
Non avevo mai visto un amo vero e me lo figuravo come qualcosa di
meraviglioso, dotato di qualità particolari e mi disperavo di non essere con gli
altri. Spinto dalla necessità, in qualche maniera entrai in possesso di un pezzo
di fil di ferro duttile, con due pietre ne martellai un’estremità fino a ottenere
una punta acuminata, gli diedi la forma, e lo legai a uno spago resistente.
Tagliai quindi una canna, raccolsi qualche esca, e andai giù al torrente dove
c’erano rane in abbondanza. Ma non riuscii a catturarne nessuna ed ero ormai
scoraggiato quando mi venne in mente di far penzolare l’amo vuoto davanti a
una rana appollaiata su un tronco. Prima si accasciò ma di lì a poco i suoi
occhi si gonfiarono e si iniettarono di sangue, raddoppiò le sue dimensioni e
fece uno scatto aggressivo verso l’amo. La tirai immediatamente su. Provai a
fare la stessa cosa più e più volte e il metodo si rivelò infallibile. Quando i
miei compagni, che nonostante l’attrezzatura idonea non avevano preso
niente, vennero da me, erano verdi d’invidia. Tenni il mio segreto a lungo e
godetti dell’esclusiva ma alla fine mi arresi allo spirito del Natale. Ogni
ragazzo poté allora fare come me e l’estate seguente ci fu una strage di rane.
Con il mio tentativo successivo ho l’impressione di aver agito secondo
quel primo impulso istintivo da cui in seguito fui dominato – piegare le
energie della natura alle necessità dell’uomo. Vi approdai grazie ai
maggiolini – che in America chiamano june-bags – che erano una vera piaga
da quelle parti e alle volte spezzavano i rami degli alberi solo con il peso dei
loro corpi. Quando arrivavano, i cespugli diventavano neri. Ne attaccavo fino
a quattro ai bracci di una croce rotante disposta su un sottile mandrino,
trasmettevo quindi il moto di questa a un grande disco, ricavandone così una
notevole «potenza». Queste creature erano straordinariamente efficienti, una
volta partite non erano intenzionate a fermarsi e continuavano a girare
vorticosamente per ore e ore e più faceva caldo più lavoravano sodo. Tutto
andò bene finché da quelle parti non arrivò uno strano ragazzo. Era il figlio di
un ufficiale in pensione dell’Esercito Austriaco. Questo discolo mangiava
maggiolini vivi e gli piacevano come fossero ostriche Blue Point di prima
scelta. Quello spettacolo disgustoso mise fine alle mie iniziative in questo
promettente campo e da allora non sono più riuscito a toccare un maggiolino,
e a dirla tutta nessun altro insetto.
Più tardi, se ricordo bene, cominciai a smontare e assemblare gli orologi
di mio nonno. Ero sempre in grado di compiere la prima operazione ma
fallivo nella seconda. Così avvenne che mio nonno, in maniera non troppo
delicata, fece subire un immediato arresto alla mia attività e dovetti attendere
trent’anni prima di avere di nuovo a che fare con quei meccanismi. Poco
dopo mi cimentai nella costruzione di una specie di pistola giocattolo che
includeva un tubo vuoto, un pistone, e due tappi di canapa. Sparando, il
pistone era spinto contro lo stomaco e il tubo veniva tirato indietro
velocemente con entrambe le mani. L’aria tra i tappi si comprimeva e si
scaldava finché uno dei due veniva espulso con un forte scoppio. Il trucco
consisteva nel selezionare tra i fusti cavi un tubo con la giusta conicità.
Andava proprio bene quella pistola ma la mia attività interferiva con i vetri
delle finestre di casa e fui preso da un amaro sconforto. Se non ricordo male,
iniziai poi a creare spade usando pezzi di mobili che potevo recuperare
facilmente. In quel periodo ero affascinato dalla poesia serba e pieno di
ammirazione per le prodezze degli eroi. Ero solito passare ore e ore a
sconfiggere i miei nemici sotto forma di steli di granturco, rovinando il
raccolto e guadagnandomi parecchi sculaccioni da mia madre. E non erano
per niente leggeri, si trattava di sculaccioni veri.
Avvenne tutto questo e anche di più prima di compiere sei anni e aver
frequentato un anno di scuola elementare a Smilijan, dove sono nato. A
questo punto ci trasferimmo nella vicina cittadina di Gospić. Per me questo
cambiamento fu una disgrazia. Separarmi dai nostri piccioni, dai polli e dalle
pecore quasi mi spezzò il cuore, e il nostro magnifico stormo di oche che si
alzavano in volo al mattino e tornavano dal pascolo al calare del sole in una
formazione da combattimento così perfetta da mettere in imbarazzo uno
squadrone composto dai migliori aviatori odierni. Nella nostra nuova casa mi
sentivo prigioniero, mentre osservavo la strana gente che si intravedeva
attraverso le tende delle finestre. Ero talmente timido che avrei preferito
affrontare un leone che ruggiva piuttosto che uno di quei tipi eleganti che
facevano due passi. Ma la prova più dura era di domenica quando dovevo
vestirmi e andare a messa. E proprio in chiesa mi capitò un incidente, che per
anni al solo pensiero mi faceva gelare il sangue. Era la mia seconda
disavventura in una chiesa. Non molto tempo prima infatti ero rimasto
rinchiuso per una notte in un’antica cappella posta su un monte inaccessibile
e visitabile solo una volta l’anno. Fu un’esperienza orribile, ma non peggiore
di quest’altra. C’era una ricca signora in città, una brava donna, solo molto
appariscente, che veniva in chiesa sontuosamente truccata, con lo strascico e
accompagnata dai suoi servitori. Una domenica avevo appena finito di
suonare la campana nella torre del campanile e, mentre questa gran signora
stava per uscire, mi precipitai giù dalle scale e finii dritto sul suo strascico. Si
udì il rumore dello strappo, sembrava una salva di moschetto sparata da
reclute inesperte. Mio padre divenne livido dalla rabbia. Mi tirò uno
schiaffetto sulla guancia, la sola punizione corporale che mi abbia mai inferto
ma che posso sentire ancora oggi. L’imbarazzo e la confusione che seguirono
sono indescrivibili. Venni praticamente ostracizzato finché non accadde un
fatto che mi fece guadagnare la stima della comunità.
Un giovane e intraprendente commerciante aveva allestito un reparto dei
vigili del fuoco. Fu acquistata una nuova autopompa, furono fornite le
uniformi e gli uomini si esercitarono per il servizio e la parata. L’autopompa
aveva per l’appunto una pompa che veniva fatta funzionare da sedici uomini
ed era splendidamente dipinta di rosso e di nero. Un pomeriggio venne
allestita l’inaugurazione ufficiale e la vettura fu trasportata al fiume. Tutta la
popolazione vi affluì per assistere al grande spettacolo. Quando si conclusero
tutti i discorsi e le cerimonie, fu dato il comando di azionare la pompa, ma
dalla bocchetta non uscì nemmeno una goccia. Professori ed esperti tentarono
invano di individuare il problema. Lo spettacolo si era ormai risolto in un
fiasco quando sopraggiunsi io. Le mie conoscenze riguardo a quel
meccanismo erano pari a zero e non sapevo praticamente nulla sulla
pressione dell’aria, ma istintivamente tastai il tubo di aspirazione che era in
acqua e lo trovai piegato. Quando entrai nel fiume e lo dischiusi l’acqua
fuoriuscì all’improvviso e furono rovinati non pochi abiti della domenica.
Archimede che correva nudo tra le strade di Siracusa gridando «Eureka» a
squarciagola non fece più scalpore di me. Mi portarono in trionfo e fui l’eroe
di quella giornata.
Appena stabilito in città, frequentai le scuole elementari, propedeutiche al
corso del Ginnasio. In questo periodo proseguirono i miei sforzi e le mie
imprese giovanili, oltre ai miei problemi. Tra le altre cose ottenni l’esclusivo
riconoscimento nazionale di campione della caccia al corvo. La mia tecnica
era estremamente semplice. Andavo nel bosco, mi nascondevo tra i cespugli,
e imitavo il verso degli uccelli. Di solito ricevevo diverse risposte e dopo
poco un corvo volava giù tra gli arbusti vicino a me. Dopodiché non mi
rimaneva che lanciare un pezzo di cartone per distrarlo, saltare su e
acchiapparlo prima che potesse liberarsi dalla sterpaglia. In questa maniera ne
catturavo quanti volevo. Ma una volta accadde una cosa che mi indusse a
rispettarli. Avevo preso un bel paio di uccelli e stavo tornando a casa con un
amico. Quando lasciammo il bosco, migliaia di corvi si radunarono facendo
un frastuono spaventoso. Dopo pochi minuti si alzarono in volo venendo
verso di noi e in un attimo ci circondarono. Fu divertente fino a quando, a un
certo punto, non ricevetti un colpo sulla nuca che mi fece cadere per terra.
Allora mi attaccarono brutalmente. Dovetti liberare i due uccelli e fui felice
di raggiungere il mio amico che si era rifugiato in una grotta.
In classe avevamo alcuni modelli meccanici che destavano il mio
interesse e che mi fecero rivolgere l’attenzione alle turbine ad acqua. Ne
costruivo molte e trovavo una gran soddisfazione nel farle funzionare. Un
episodio potrebbe dare l’idea di quanto straordinaria sia stata la mia vita. Per
mio zio questi miei passatempi erano inutili e mi ammonì più di una volta.
Ero affascinato da una descrizione che avevo letto a proposito delle cascate
del Niagara, e mi ero immaginato una grande ruota che veniva fatta girare
dalle cascate. Dissi a mio zio che sarei andato in America e avrei messo in
opera il mio progetto. A distanza di trent’anni ho visto le mie idee
concretizzarsi sul fiume Niagara e sono rimasto meravigliato dall’insondabile
mistero della mente.
Ho realizzato ogni sorta di marchingegno e di arnese ma le balestre
rimangono il mio risultato migliore. Le mie frecce, quando venivano
scoccate, sparivano dalla vista e da una distanza ravvicinata attraversavano
un’asse di pino spessa due centimetri e mezzo. A tendere ripetutamente gli
archi, la pelle sopra l’ombelico diventò molto simile a quella di un
coccodrillo e spesso mi chiedo se sia dovuto a questa pratica la mia capacità
di digerire anche le pietre! Non posso certo passare in silenzio le mie imprese
con la fionda che mi avrebbero consentito di sfoggiare una sorprendente
esibizione all’Ippodromo. Adesso racconterò quindi una delle mie prodezze
con questo antico strumento di guerra che metterà alla prova la credulità del
lettore. Mi stavo allenando mentre passeggiavo con mio zio lungo il fiume. Il
sole stava per tramontare, le trote giocavano e di tanto in tanto ne guizzava
una in aria, il corpo luccicante si delineava nitidamente sullo sfondo di un
masso che spuntava dietro. Naturalmente chiunque avrebbe potuto colpire un
pesce sotto condizioni così favorevoli, ma io mi prefissai un obiettivo molto
più difficile e preannunciai a mio zio, nei minimi dettagli, cosa intendevo
fare. Volevo lanciare un sasso per raggiungere il pesce, pressarne il corpo sul
masso e tagliarlo in due. Detto fatto. Mio zio mi guardò e quasi spaventato a
morte esclamò: «Vade retro Satana!» e passarono due giorni prima che mi
rivolgesse di nuovo la parola. Tralascerò ulteriori resoconti, per quanto
grandiosi, grazie ai quali sento che potrei beatamente riposarmi sugli allori
per un migliaio di anni.
3

Le mie imprese successive

La scoperta del campo magnetico rotante

All’età di dieci anni feci il mio ingresso al Reale Ginnasio di Gospić, un


nuovo istituto organizzato piuttosto bene. Nel reparto di fisica c’erano diversi
modelli delle classiche strumentazioni scientifiche, sia elettriche che
meccaniche. Le dimostrazioni e gli esperimenti eseguiti di volta in volta dagli
insegnanti mi affascinavano e costituivano indubbiamente un potente
incentivo all’invenzione. Anche la matematica mi appassionava molto e
spesso mi guadagnavo la lode del professore per il calcolo rapido. Questo
grazie alla facilità che acquisii nel visualizzare figure ed eseguire operazioni
non nella consueta maniera intuitiva, ma come se fossero una realtà concreta.
Fino a un certo grado di complessità scrivere i simboli alla lavagna o farli
apparire nella mente per me era uguale. Invece il disegno a mano libera, a cui
erano dedicate molte ore, era una seccatura che non riuscivo a sopportare. Ed
era una cosa piuttosto curiosa, dal momento che la maggior parte dei miei
familiari eccelleva in quella disciplina. Forse la mia avversione era solo
dovuta al fatto che preferivo riflettere indisturbato. Se non fosse stato per
qualche ragazzo estremamente ottuso, che non riusciva a concludere proprio
nulla, i miei voti sarebbero stati i peggiori. Era un vero handicap dato che
sotto l’allora vigente programma scolastico, essendo il disegno materia
obbligatoria, questa insufficienza minacciò di rovinare la mia intera carriera e
mio padre si preoccupò notevolmente di farmi passare alla classe successiva.
Durante il secondo anno in questo istituto cominciai ad avere l’ossessione di
voler ricavare il moto continuo dalla pressione costante dell’aria. Dopo
l’episodio della pompa, di cui ho già parlato, la mia giovane immaginazione
era divampata ed ero rimasto impressionato dalle illimitate capacità di un
vuoto. Cominciai a desiderare ardentemente di sfruttare questa energia
inesauribile ma brancolai a lungo nel buio. Alla fine, comunque, i miei sforzi
si materializzarono in un’invenzione che mi permise di realizzare quello che
nessun mortale aveva mai tentato.
Immaginiamo un cilindro libero di ruotare su due cuscinetti e
parzialmente racchiuso da un trogolo rettangolare che lo avvolga
perfettamente. Il lato aperto del trogolo è chiuso parzialmente in senso
longitudinale dimodoché il segmento cilindrico all’interno del contenitore
divida quest’ultimo in due scomparti perfettamente separati da un giunto
scorrevole ermetico. Sigillato uno dei due scomparti e creato il vuoto al suo
interno, lasciando aperto l’altro, risulterebbe una rotazione perpetua del
cilindro, o almeno così pensavo. Costruii e misi a punto con enorme cura un
modello in legno e quando applicai la pompa da una parte e osservai
effettivamente la tendenza a ruotare, impazzii di gioia. Il volo meccanico era
la sola cosa che volevo realizzare anche nonostante lo scoraggiante ricordo di
una brutta caduta che ebbi saltando da un edificio con un ombrello. Ogni
giorno ero solito immaginare di volare verso luoghi lontani ma non riuscivo a
capire come avrei potuto farlo davvero. Ora sì che avevo qualcosa di concreto
– una macchina volante con niente più che un albero rotante, delle ali che
sventolavano, e – un vuoto di illimitata potenza! Da quel momento in poi
compivo le mie quotidiane escursioni aeree in un veicolo di una comodità e
di un lusso tali che avrebbe potuto confarsi a re Salomone. Mi ci vollero anni
per capire che la pressione atmosferica agiva perpendicolare alla superficie
del cilindro e che il debole sforzo rotatorio osservato era dovuto a una
perdita. Sebbene lo appresi gradualmente, fu un duro colpo.
Avevo con fatica completato gli studi al Ginnasio quando fui prostrato da
una grave malattia, anzi, da un gran numero di malattie, e finii in condizioni
così disperate che i medici mi diedero per spacciato. In questo periodo avevo
sempre il permesso di leggere, ricevevo i libri dalla biblioteca pubblica che
era stata abbandonata e poi affidata a me per la classificazione delle opere e
la preparazione dei cataloghi. Un giorno mi consegnarono alcuni volumi della
più recente letteratura: essa non aveva nulla a che vedere con quanto avessi
mai letto prima ed era così coinvolgente da farmi completamente dimenticare
il mio pessimo stato di salute. Si trattava delle prime opere di Mark Twain e
probabilmente dovetti a esse la miracolosa guarigione che seguì. Venticinque
anni dopo, quando conobbi il signor Clemens e diventammo amici, gli
raccontai di quella esperienza e mi colpì vedere quel grand’uomo sempre
incline al riso scoppiare in lacrime.
I miei studi proseguirono al Reale Ginnasio superiore di Karlstadt1, in
Croazia, dove viveva una mia zia. Era una signora distinta, moglie di un
colonnello, un anziano veterano che aveva partecipato a molte battaglie. Non
potrò mai dimenticare i tre anni passati con loro. Nessuna fortezza in tempo
di guerra fu sotto più ferrea disciplina. Mi nutrivano come un canarino. Ogni
pasto era di qualità sopraffina e cucinato in modo delizioso ma le porzioni
erano infinitesimali. Le fette di prosciutto che tagliava mia zia sembravano
carta velina. Quando il Colonnello mi metteva qualcosa di sostanzioso nel
piatto, lei lo tirava via e diceva nervosamente: «Sta’ attento, Niko è molto
debole». Avevo una fame insaziabile e soffrivo come Tantalo. Ma vivevo in
un ambiente di una raffinatezza e di un gusto artistico piuttosto rari per quei
tempi e quelle condizioni. La zona era bassa e paludosa e mentre ero lì la
febbre malarica non mi abbandonò un momento, nonostante l’enorme
quantità di chinino che assumevo. Alle volte il fiume si ingrossava e portava
dentro gli edifici un esercito di ratti che divorava qualsiasi cosa, addirittura le
trecce di paprica piccante. Per me queste pesti erano una piacevole
distrazione. Sfoltivo le loro fila con qualsiasi mezzo, cosa che mi valse
l’invidiabile riconoscimento di miglior cacciatore di ratti del quartiere. Alla
fine portai a termine i miei studi, il supplizio ebbe fine, e ottenni il diploma di
maturità che mi condusse a un punto di svolta.
In tutti quegli anni i miei genitori non vacillarono mai sulla decisione di
farmi abbracciare la vita religiosa, il cui solo pensiero mi riempiva di timore.
Il mio interesse per i fenomeni elettrici era cresciuto molto sotto la stimolante
influenza del mio professore di fisica, che era un uomo geniale e spesso
dimostrava i principi mediante strumentazioni di propria invenzione. Ricordo
che tra questi c’era un congegno costituito da un bulbo libero di ruotare,
rivestito di alluminio, che era concepito per girare velocemente quando
collegato a un generatore elettrostatico. Trovo impossibile dare un’idea esatta
delle forti sensazioni provate assistendo alle dimostrazioni di questi fenomeni
misteriosi. Ogni impressione produceva mille eco nella mia testa. Volevo
saperne di più su questa meravigliosa forza; desideravo con tutto me stesso
fare esperimenti e studiare, ma mi rassegnai all’inevitabile con il cuore in
pena.
Proprio mentre mi preparavo per il lungo viaggio verso casa mi giunse
notizia che mio padre desiderava che io partecipassi a una battuta di caccia.
Era una strana richiesta visto che si era sempre opposto con decisione a
questo tipo di sport. Ma qualche giorno dopo venni a sapere che in quella
zona imperversava il colera, così, approfittando della circostanza, tornai a
Gospić disattendendo il volere dei miei. È incredibile quanto le persone
fossero del tutto ignoranti in merito alle cause di questa piaga che affliggeva
il paese ogni quindici, vent’anni. Credevano che gli agenti che provocano la
morte si trasmettessero per via aerea e allora riempivano l’aria di fumi e odori
pungenti. Intanto bevevano l’acqua infetta e morivano in massa. Contrassi il
terribile morbo proprio il giorno del mio arrivo e nonostante sopravvissi alla
crisi, fui confinato nel letto per nove mesi con quasi nessuna possibilità di
movimento. La mia energia si esaurì completamente e per la seconda volta mi
ritrovai a un passo dalla morte. In un momento di paura che credemmo essere
l’ultimo, mio padre si precipitò in camera mia. Ho ancora negli occhi il suo
volto pallido mentre provava a tirarmi su di morale con un tono che tradiva la
sua fermezza. «Forse,» dissi, «potrei riprendermi se mi permettessi di
studiare ingegneria». «Frequenterai il migliore istituto di tecnologia del
mondo,» replicò solennemente, e sapevo che diceva sul serio. Mi tolsi un
gran peso dallo stomaco ma tale sollievo sarebbe arrivato troppo tardi se non
fosse stato per una cura prodigiosa consistente in un decotto amaro di un
particolare fagiolo. Tornai a vivere come un secondo Lazzaro con l’assoluto
stupore di tutti.
Mio padre insistette affinché passassi un anno a compiere salutari esercizi
fisici all’aperto e io, seppur riluttante, acconsentii. La maggior parte del
tempo girovagai in montagna, portandomi dietro l’attrezzatura da cacciatore e
un mucchio di libri, e il contatto con la natura mi rese più forte nel corpo e
nella mente. Ragionai e progettai, e concepii molte idee quasi sempre
illusorie. La mia visione era abbastanza chiara ma la comprensione dei
principi molto limitata. In una delle mie invenzioni proposi di trasportare
lettere e pacchi oltremare con un tubo sottomarino, riponendoli in contenitori
sferici sufficientemente robusti da resistere alla pressione idraulica.
L’impianto di pompaggio, che doveva spingere l’acqua nel tubo, era stato
pensato e progettato con cura ed era stato calcolato ogni altro particolare.
Trascurai soltanto un piccolo dettaglio, di scarso rilievo. Ipotizzai per l’acqua
una velocità arbitraria e, per di più, mi divertii ad aumentarla, giunsi quindi a
un eccellente risultato basato su calcoli esatti. Successive considerazioni sulla
resistenza dei condotti allo scorrere di un fluido mi convinsero poi a rendere
questa invenzione di dominio pubblico.
Un altro mio progetto consisteva nel costruire un anello attorno
all’equatore che, ovviamente, avrebbe fluttuato liberamente e il cui moto
rotatorio avrebbe potuto essere frenato tramite forze di reazione, permettendo
così di viaggiare a una velocità di circa 1500 chilometri orari, cosa
impossibile su rotaia. Il lettore sorriderà. Il progetto era difficile da realizzare,
lo ammetto, ma non era neppure lontanamente tanto tremendo quanto l’idea
di un ben noto professore di New York, che voleva pompare l’aria dalle zone
torride a quelle temperate, dimenticando del tutto che il Signore ci ha fornito
un macchinario gigante destinato proprio a tale scopo.
Un altro modello ancora, molto più importante e affascinante, consisteva
nel ricavare potenza dall’energia di rotazione dei corpi terrestri. Avevo
scoperto che sulla superficie terrestre gli oggetti, a causa della rotazione
giornaliera del globo, sono spinti alternatamente nella stessa direzione e in
quella contraria al movimento di traslazione. Da questo risulta una grande
variazione della quantità di moto che potrebbe essere utilizzata, nel modo più
semplice immaginabile, per fornire forza motrice a ogni regione abitata del
mondo. Non riesco a trovare le parole per descrivere la mia delusione
quando, più tardi, capii di trovarmi nella stessa situazione di Archimede, alla
vana ricerca di un punto fisso nell’universo.
Al termine delle vacanze fui mandato al Politecnico di Graz, in Stiria, che
mio padre aveva scelto in quanto uno dei più antichi e rinomati istituti.
Avevo atteso con ansia quel momento e iniziai gli studi sotto buoni auspici e
fermamente intenzionato ad avere successo. Fino ad allora, grazie agli
insegnamenti di mio padre e alle opportunità che mi erano state offerte, avevo
ricevuto una formazione sopra la norma. Avevo acquisito la conoscenza di un
certo numero di lingue e mi ero sciroppato i libri di varie biblioteche,
raccogliendo informazioni più o meno utili. Ma ora, per la prima volta,
potevo scegliere le materie che volevo, e il disegno a mano libera non mi
avrebbe più seccato.
Mi ero deciso a fare una sorpresa ai miei genitori così, durante tutto il
primo anno, iniziavo sempre a studiare alle tre del mattino e continuavo fino
alle undici di sera, compresa la domenica e le vacanze. Poiché la maggior
parte dei miei compagni di corso prendeva la cosa con leggerezza, conseguii
con molta facilità i risultati migliori. Quell’anno superai nove esami e i
professori pensavano che meritassi ancora più dei voti massimi. Munito dei
loro lusinghieri certificati, quando tornai a casa per un breve periodo di
riposo, mi aspettai un trionfo, ma restai mortificato quando mio padre sminuì
gli onori che avevo raggiunto con fatica. La mia ambizione venne
praticamente distrutta; e quando mio padre morì, mi addolorai nel trovare un
pacco di lettere che gli avevano scritto i professori, i quali ritenevano che se
non fossi stato ritirato dall’Istituto, sarei stato ucciso dal troppo studio.
Da allora in poi mi dedicai principalmente alla fisica, alla meccanica e
alla matematica, passando il tempo libero nelle biblioteche. Avevo la vera e
propria ossessione di portare a termine qualsiasi cosa iniziassi, il che spesso
mi metteva in difficoltà. Una volta cominciai a leggere le opere di Voltaire
ma poi appresi, con mio sgomento, che erano all’incirca cento i grossi
volumi, dai caratteri molto piccoli, che quel mostro aveva scritto bevendosi
settantadue tazze di caffè al giorno. Dovevo farlo, ma quando riposi l’ultimo
libro fu un vero sollievo, e dissi: «Mai più!».
I risultati del primo anno mi avevano fatto guadagnare la stima e
l’amicizia di alcuni professori. Tra questi il professor Rogner, che insegnava
aritmetica e geometria; il professor Poeschl, che aveva la cattedra di fisica
teorica e sperimentale, e il dottor Alle, che insegnava il calcolo integrale ed
era esperto di equazioni differenziali. Quest’ultimo era il docente più brillante
che avessi mai ascoltato. Prese particolarmente a cuore i miei progressi e
spesso restava una o due ore in aula a darmi dei problemi che mi divertivo a
risolvere. Gli parlai di una macchina volante da me concepita, non
un’invenzione utopistica, ma qualcosa che si basa su solidi principi
scientifici, che è diventata realizzabile grazie alla mia turbina e sarà presto
consegnata al mondo. Sia il professor Rogner sia il professor Poeschl erano
uomini singolari. Il primo si esprimeva in modo particolare e, quando lo
faceva, era uno spasso, poi seguiva una pausa lunga e imbarazzante. Il
professor Poeschl era un metodico, un tedesco con i piedi ben piantati per
terra. Aveva le mani e i piedi enormi come le zampe di un orso, ma eseguiva
ogni suo esperimento abilmente, con estrema precisione e senza il minimo
sbaglio.
Fu durante il secondo anno di studi che ricevemmo una dinamo Gramme
da Parigi consistente in un magnete lamellare a ferro di cavallo e un’armatura
provvista di commutatore sulla quale era avvolto del filo. Se collegata era
possibile osservare i diversi effetti della corrente. Quando il professor
Poeschl svolgeva le dimostrazioni utilizzando l’apparecchio come un motore,
le spazzole davano dei problemi e facevano molte scintille, così osservai che
sarebbe stato possibile far funzionare un motore senza di esse. Ma il
professore dichiarò che non sarebbe stato possibile e mi fece l’onore di tenere
una lezione sull’argomento, alla fine della quale sottolineò: «Il signor Tesla
può realizzare grandi cose, ma di certo mai niente del genere. Sarebbe come
convertire una forza attrattiva costante, come quella di gravità, in una spinta
rotatoria. È il modello del moto perpetuo, un’idea impossibile». Ma l’istinto è
qualcosa che trascende la conoscenza. Abbiamo, senza dubbio, alcune fibre
più sottili che ci consentono di percepire la verità quando la deduzione logica,
o qualsiasi altro ostinato sforzo della mente, si rivela inutile. Per un po’ di
tempo esitai, impressionato dall’autorità del professore, ma presto mi
convinsi di avere ragione e mi misi al lavoro con tutto l’entusiasmo e la
smisurata fiducia tipica dei giovani.
Cominciai dapprima a figurarmi nella mente una macchina a corrente
continua, a metterla in funzione e a seguire il cambiamento del flusso della
corrente nell’armatura. Quindi immaginai un alternatore ed esaminai i
processi che avvenivano in maniera simile. Visualizzai poi i dispositivi che
costituiscono i motori e i generatori e li azionai in vari modi. Le immagini
che vedevo mi sembravano assolutamente reali e tangibili. Per tutto il tempo
che rimasi a Graz mi impegnai in questo genere di lavoro intenso ma
infruttuoso, e giunsi quasi alla conclusione che il problema fosse irrisolvibile.
Nel 1880 andai a Praga, in Boemia, esaudendo il desiderio di mio padre
che voleva completassi la mia formazione presso l’Università di quella città.
Qui compii un passo decisivo, e cioè staccai il commutatore dalla macchina e
studiai i fenomeni in queste nuove condizioni, tuttavia continuai a non
ottenere risultati. L’anno seguente cambiai improvvisamente la mia visione
della vita. Mi resi conto che i miei genitori avevano fatto sacrifici troppo
grandi per me e decisi di sollevarli da questo peso. L’onda del telefono
americano aveva appena raggiunto il continente europeo e stavano per
installare l’impianto a Budapest, in Ungheria. Sembrava un’opportunità
ideale, tanto più che un nostro amico di famiglia era a capo del progetto. Fu
allora che accusai il terribile esaurimento nervoso al quale ho già accennato.
Quello che ho patito durante questa malattia va oltre ogni immaginazione.
Ho sempre avuto una vista e un udito straordinari. Riuscivo a distinguere
chiaramente oggetti a una distanza da cui altri non ne avrebbero colto la
minima traccia. Da giovane ho evitato diverse volte che le case dei vicini
andassero a fuoco: lo scoppiettio era troppo debole per interrompere il loro
sonno, ma io riuscivo a percepirlo e chiamavo aiuto.
Nel 1889, quando avevo più di quarant’anni e realizzavo i miei
esperimenti in Colorado, ero in grado di sentire distintamente i rombi di
tuono da una distanza di quasi 550 miglia. La capacità uditiva dei miei
giovani assistenti superava a malapena il limite delle 150 miglia. Avevo
dunque un orecchio di oltre tredici volte più sensibile. Eppure all’epoca ero,
come si suol dire, sordo come una campana, se penso a quanto fosse acuto il
mio udito durante quel periodo di tensione nervosa. A Budapest riuscivo a
sentire il ticchettio di un orologio a tre stanze dalla mia. Se una mosca si
posava sopra un tavolo in camera avvertivo un tonfo sordo nell’orecchio. Una
carrozza che passava a qualche miglio di distanza mi scuoteva tutto. Il fischio
di una locomotiva lontana trenta o quaranta miglia faceva vibrare così forte la
panchina o la sedia su cui mi trovavo che il dolore era insopportabile. Il
terreno tremava di continuo sotto i miei piedi. Per riuscire a dormire dovevo
mettere dei cuscinetti di gomma sotto le gambe del letto. Il frastuono che mi
giungeva sia da vicino che da lontano spesso produceva l’effetto del parlato,
cosa inquietante se non ero in grado di distinguere i diversi rumori che lo
costituivano. Quando a volte intercettavo i raggi del sole, era come ricevere
dei colpi così forti alla testa che mi tramortivano. Per passare sotto a un ponte
o ad altre strutture dovevo fare appello a tutta la mia forza di volontà dato che
avvertivo sempre una tremenda pressione sul cranio. Al buio avevo la
percezione di un pipistrello e potevo rilevare la presenza di un oggetto a una
distanza di quasi quattro metri grazie a una particolare sensazione sulla
fronte. Le mie pulsazioni potevano variare dai pochi battiti fino ai 260 al
minuto e ogni tessuto del corpo era sollecitato da spasmi e tremori,
probabilmente la cosa più dura da sopportare. Un rinomato medico, che mi
somministrò ogni giorno abbondanti dosi di bromuro di potassio, dichiarò che
avevo una malattia rara e incurabile.
Ho sempre rimpianto di non essere stato seguito da esperti di fisiologia e
psicologia in quel periodo. Mi aggrappavo disperatamente alla vita, senza
tuttavia aspettarmi di guarire. Riuscireste a immaginare che un tale relitto
umano senza speranze potesse mai trasformarsi in un uomo dalla tenacia e
dalla forza sbalorditive, capace di lavorare per trentotto anni senza pressoché
un giorno di interruzione, e scoprirsi ancora forte e vivace nel corpo e nella
mente? Eccomi qui. Un fortissimo desiderio di vivere e continuare a lavorare,
e l’assistenza di un fedele amico, nonché atleta, compirono il miracolo. La
salute tornò e con essa il vigore mentale. Approcciandomi nuovamente alla
mia ricerca, quasi rimpiansi che la sfida stesse per giungere al termine. Avevo
davvero tanta energia da vendere. Quando mi misi al lavoro lo feci senza
quella determinazione che spesso accompagna le persone. Per me era un voto
sacro, una questione di vita o di morte. Sapevo che sarei morto se avessi
fallito. E in quel momento sentii di aver vinto la battaglia. La soluzione era
nei profondi meandri della mente, ma ancora non riuscivo a esternarla. Un
pomeriggio, che rimarrà sempre nei i miei ricordi, passeggiavo serenamente
con un amico nel parco della città e recitavo poesie. A quell’epoca sapevo
interi libri a memoria, parola per parola. Uno di questi era il Faust di Goethe.
Il sole stava tramontando e mi fece venire in mente quel magnifico passo:
Sie rückt und weicht, der Tag ist überlebt,
Dort eilt sie hin und fördert neues Leben.
O daß kein Flügel mich vom Boden hebt,
Ihr nach und immer nach zu streben!
[…]

Ein schöner Traum, indessen sie entweicht.


Ach! Zu des Geistes Flügeln wird so leicht
Kein körperlicher Flügel sich gesellen.2

Non appena pronunciai queste parole ispiratrici, ecco l’idea


sopraggiungere come un lampo di luce e in un attimo fu svelata la verità. Con
un bastoncino disegnai sulla sabbia gli schemi che avrei poi mostrato durante
il mio intervento presso l’American Institute of Electrical Engineers, e il mio
compagno li capì perfettamente. Le immagini che vedevo erano
assolutamente nitide e chiare e avevano la solidità del metallo e della pietra,
al punto che gli dissi: «Guarda qui il mio motore; sta’ a vedere come lo
inverto». Non riesco a trovare le parole per descrivere le mie sensazioni.
Quando Pigmalione vide la sua statua prendere vita non sarà stato più
emozionato di me. Avrei dato mille segreti della natura nei quali avrei potuto
inciampare per caso in cambio di ciò che le avevo estorto contro ogni
probabilità di riuscita e a rischio della mia esistenza.
1 L’attuale Karlovac.
2 «Il sole si sposta e cala; il giorno è finito e quello che si affretta ridesta nuova vita. O
perché non mi solleva da terra un’ala per tendere sempre più verso di lui! […] Un bel
sogno, mentre il sole scompare. Ah! All’ali dello spirito non si accompagnano facilmente
le ali del corpo» (trad. it. tratta da Johann Wolfgang von Goethe, Faust e Urfaust, vol. 1,
testo tedesco a fronte, Feltrinelli, Milano 2002).
4

La scoperta della bobina di Tesla e il trasformatore

Per qualche tempo mi sono totalmente dedicato all’intenso piacere di


immaginare macchine ed escogitare nuovi modelli. Era uno stato mentale di
assoluta felicità che non ho mai più provato nella vita. Mi veniva un’idea
dopo l’altra e la mia unica difficoltà era trattenerle. Le parti degli apparati che
concepivo erano del tutto reali e tangibili in ogni dettaglio, perfino nei più
piccoli particolari e segni di usura. Mi divertivo a pensare a motori
costantemente in funzione, perché in quel modo erano ancora più affascinanti
agli occhi della mia immaginazione. Quando l’inclinazione naturale evolve in
un desiderio ardente, si procede verso il proprio obiettivo a passi da gigante.
In meno di due mesi elaborai virtualmente ogni genere di motore e di
modifica di sistemi che oggi portano il mio nome. Forse furono
provvidenziali le necessità della vita che occasionalmente imponevano un
arresto a questa travolgente attività della mente. Arrivai a Budapest spinto da
un rapporto sbrigativo sulla compagnia telefonica e, ironia della sorte, dovetti
accettare un posto come progettista presso l’Ufficio telegrafico centrale del
Governo ungherese con uno stipendio che ritengo un mio diritto non rivelare!
Fortunatamente presto attirai l’attenzione dell’Ispettore capo e poco dopo mi
occupai di calcoli, progetti e stime che riguardavano le nuove installazioni,
fino a che non fu avviato l’Ufficio telefonico e ne divenni il responsabile. Le
conoscenze e la competenza pratica che acquisii nel corso di questa
esperienza furono davvero preziose e il lavoro mi diede grandi opportunità
per esercitare le mie facoltà inventive. Apportai vari miglioramenti
all’impianto della stazione centrale e perfezionai un ripetitore, o
amplificatore, telefonico, che non fu mai brevettato o presentato
pubblicamente ma che perfino oggi mi verrebbe accreditato. In
riconoscimento del mio efficiente servizio, il signor Puskas, Coordinatore del
progetto, appena si sbarazzò degli affari di Budapest, mi offrì un posto a
Parigi che accettai con piacere.
Non potrò mai dimenticare la profonda impressione che mi provocò
questa magica città. Per alcuni giorni dopo il mio arrivo vagai per le strade
nel più assoluto stupore di fronte al nuovo spettacolo. C’erano tante
irresistibili attrattive, ma, ahimè, non appena ricevevo lo stipendio lo
spendevo tutto. Quando il signor Puskas mi chiese come mi trovassi nel
nuovo ambiente, in una frase descrissi esattamente la situazione: «Gli ultimi
29 giorni del mese sono i più duri!». Conducevo una vita piuttosto attiva in
uno stile che oggi chiamerebbero rooseveltiano. Tutte le mattine, a
prescindere dal meteo, mi recavo da Boulevard Saint Marcel, dove vivevo,
fino a una stazione balneare sulla Senna, mi immergevo in acqua, compivo
ventisette giri del circuito e poi camminavo per un’ora per raggiungere Ivry,
dove si trovava lo stabilimento della Società. Qui, alle 7,30, facevo una
colazione degna di un taglialegna e attendevo con entusiasmo l’ora del
pranzo, togliendo nel frattempo le castagne dal fuoco al Direttore dei lavori, il
signor Charles Batchellor, amico privato e assistente di Edison. In quel
periodo fui messo in contatto con alcuni americani che furono alquanto
affascinati da me per via della mia abilità a biliardo. Spiegai le mie
invenzioni a queste persone e uno di loro, il signor Cunningham, Caporeparto
del settore meccanico, mi offrì di creare una società per azioni. La proposta
mi parve estremamente divertente. Non avevo neppure la vaga idea di cosa
significasse se non che si trattava di una maniera americana di fare le cose.
Comunque non se ne fece nulla e per alcuni mesi dopo dovetti viaggiare da
un posto all’altro in Francia e in Germania per porre rimedio alle pecche delle
centrali elettriche. Quando tornai a Parigi presentai a uno degli
amministratori della Società, il signor Rau, un progetto per migliorare i loro
generatori e mi fu data un’opportunità. Fu un successo totale e i direttori,
entusiasti, mi accordarono il privilegio di sviluppare dei regolatori automatici
che erano molto ambiti. Poco dopo ci fu qualche problema con l’impianto di
illuminazione che era stato installato nella nuova stazione ferroviaria di
Strasburgo, in Alsazia. Il cablaggio era difettoso e in occasione della
cerimonia di apertura, a causa di un cortocircuito, era crollata gran parte di
una parete proprio di fronte all’ormai anziano imperatore Guglielmo I. Il
Governo tedesco rifiutò di accettare l’impianto e la Società francese dovette
affrontare una grave perdita. Data la mia conoscenza del tedesco e la mia
esperienza passata, mi venne affidato il difficile compito di sistemare la
faccenda e agli inizi del 1883 andai in missione a Strasburgo. Alcuni degli
episodi accaduti in quella città mi hanno lasciato una traccia indelebile nella
memoria. Per una strana coincidenza, un certo numero di persone che
conquistarono la fama, a quel tempo vivevano lì. Anni dopo ero solito dire:
«C’erano i batteri della grandezza in quella vecchia città. Alcuni hanno
contratto la malattia ma io l’ho scampata!». Il lavoro, la corrispondenza e le
riunioni con i funzionari mi tennero impegnato giorno e notte, ma non appena
potei intrapresi la costruzione di un semplice motore in un negozio di
meccanica di fronte alla stazione ferroviaria, essendomi portato del materiale
da Parigi con quell’idea. Tuttavia la realizzazione dell’esperimento fu
rimandata all’estate di quell’anno quando finalmente ebbi la soddisfazione di
osservare una rotazione per effetto delle correnti alternate di fasi differenti, e
senza contatti striscianti né commutatore, come avevo immaginato un anno
prima. Fu un piacere immenso, ma non comparabile al delirio di gioia che
seguì la prima rivelazione.
Tra i miei nuovi amici c’era l’ex sindaco della città, il signor Bauzin, che
avevo già fatto parzialmente familiarizzare con questa e con altre mie
invenzioni e dal quale cercavo sempre di ottenere l’appoggio. Teneva
sinceramente a me e aveva sottoposto i miei progetti all’attenzione di varie
persone facoltose ma, con mia delusione, non ricevette alcuna risposta.
Voleva aiutarmi in ogni modo possibile e oggi, nel 1919, l’avvicinarsi del
primo luglio mi fa tornare alla mente che da quest’uomo adorabile ricevetti
una forma di «assistenza» tutt’altro che monetaria, ma non per questo meno
apprezzata. Quando i tedeschi invasero il Paese, nel 1870, il signor Bauzin
aveva sotterrato un buon quantitativo di Saint-Estèphe del 1801 e concluse
che non conosceva persona più degna di me per bere quel vino prezioso.
Questo, posso dirlo, è uno di quegli episodi indimenticabili a cui mi riferivo.
Il mio amico insisteva perché tornassi a Parigi il prima possibile in cerca di
un appoggio. Ero impaziente di andare ma il lavoro e le negoziazioni si
dilungarono per ogni minimo problema, tanto che certe volte mi sembrava
una situazione senza speranza.
Solo per dare un’idea della meticolosità ed «efficienza» tedesche,
accennerò a un’esperienza piuttosto divertente. Dovevamo mettere una
lampada a incandescenza da 16 cd3 in corridoio e, quando venne scelto il
punto adatto, ordinai al monteur di collegare i cavi. Dopo averci lavorato un
po’, concluse che bisognava consultare l’ingegnere e lo facemmo. Questi
mosse una serie di obiezioni ma sostanzialmente decise che la lampada
doveva essere posta a cinque centimetri dal punto che avevo stabilito io, al
che ci rimettemmo al lavoro. Poi l’ingegnere cominciò a preoccuparsi e mi
disse che doveva essere informato l’ispettore Averdeck. Questa persona
importante ci interrogò, indagò, discusse, e decise che la lampada doveva
essere spostata cinque centimetri indietro, cioè nel posto che avevo indicato
io. Tuttavia, non passò molto tempo, che Averdeck cominciò ad andare nel
panico anche lui e mi avvisò di aver informato della faccenda Ober-Inspector
[l’Ispettore capo] Hieronimus e che avrei dovuto attendere la sua decisione.
Passarono diversi giorni prima che l’Ober-Inspector riuscisse a liberarsi dagli
altri impegni urgenti ma, infine, arrivò e ci fu una discussione di due ore, in
cui deliberò di trasferire la lampada cinque centimetri più in là. La speranza
che si trattasse dell’ultimo atto andò in frantumi quando l’Ober-Inspector
tornò e mi disse «Regierungsrath [Consigliere di Stato] Funke è così
meticoloso che non oserei dare un ordine sulla posizione di questa lampada
senza la sua esplicita approvazione». Si avviarono quindi i preparativi per la
visita di questo illustre personaggio. Cominciammo a sistemare e a lucidare la
mattina presto. Ognuno si diede una ripulita, io indossai i miei guanti e
quando Funke giunse col suo seguito venne accolto con tutte le cerimonie.
Dopo due ore di discussione all’improvviso esclamò: «Devo andare» e,
indicando un punto sul soffitto, mi ordinò di mettere lì la lampada. Era
esattamente il posto che avevo scelto in principio.
Le giornate procedevano così senza particolari cambiamenti, ma ero
determinato a farcela a qualunque costo e alla fine i miei sforzi furono
ricompensati. Per la primavera del 1884 ogni divergenza fu appianata,
l’impianto venne formalmente accettato, e io feci ritorno a Parigi con delle
piacevoli aspettative. Uno degli amministratori, infatti, mi aveva promesso
una generosa retribuzione in caso di successo e, inoltre, un discreto compenso
per le migliorie apportate ai loro generatori, contavo quindi di realizzare una
bella somma. C’erano tre amministratori che per convenienza indicherò con
A, B e C. Quando chiesi ad A egli mi disse che avrei dovuto rivolgermi a B.
Questo secondo signore sosteneva che avrebbe potuto decidere soltanto C e
quest’ultimo era pienamente sicuro che solo ad A competesse il potere di
agire. Dopo qualche giro di questo circolo vizioso, fu chiaro che il mio
compenso sarebbe stato un castello in Spagna. Quando vidi fallire ogni
tentativo per raccogliere i fondi per le mie ricerche fui ancora più deluso, così
quando il signor Batchellor insistette affinché andassi in America con l’idea
di ridisegnare le macchine di Edison, mi decisi a cercare fortuna in quella
terra piena di opportunità. Ma rischiai quasi di non arrivarci. Vendetti i miei
modesti beni, mi assicurai un alloggio e mi trovai in stazione quando il treno
era pronto a partire. In quel momento mi resi conto che i miei soldi e il mio
biglietto erano scomparsi. Cosa potevo fare? Ercole aveva avuto un sacco di
tempo per riflettere, io mi ritrovavo invece a dover prendere una decisione
mentre correvo lungo il treno con una serie di sentimenti opposti che mi
crescevano dentro come le oscillazioni di un condensatore.
Con prontezza, al momento opportuno, trionfò la determinazione e dopo
esser passato per le solite trafile, tanto banali quanto noiose, riuscii a
imbarcarmi per New York con ciò che restava dei miei averi, qualche poesia
e alcuni articoli che avevo scritto, e un mucchio di calcoli relativi alle
soluzioni di un integrale irrisolvibile e alla mia macchina volante. Durante il
viaggio rimasi la maggior parte del tempo seduto a poppa controllando che
non ci fosse qualcuno da salvare da un eventuale annegamento, senza avere la
minima idea del pericolo. In seguito, quando avevo assimilato un po’ di senso
pratico americano, rabbrividivo ripensando a quel ricordo e mi stupivo della
mia follia.
Spero di riuscire a esprimere a parole la prima impressione che ebbi di
questo Paese. Nelle fiabe arabe ho letto come i geni trasportassero le persone
nella dimensione dei sogni per immergerle in piacevoli avventure. A me
accadde esattamente il contrario. I geni mi avevano condotto dal mondo dei
sogni a quello reale. Quello che avevo lasciato era bello, creativo e
affascinante sotto tutti i punti di vista; quel che vidi qui era macchinoso, poco
curato e sgradevole. Ricordo un grosso poliziotto che faceva ruotare un
manganello che mi sembrava grande come un ciocco di legno. Mi rivolsi a lui
educatamente per chiedere indicazioni. «Avanti per sei isolati, poi a sinistra,»
disse con uno sguardo da assassino. «È questa l’America?» mi chiesi con
triste sorpresa. «A livello culturale è un secolo dietro l’Europa». Ma nel
1889, quando lasciai il Paese – trascorsi quindi cinque anni dal mio arrivo –
mi convinsi che fosse più di cento anni AVANTI rispetto all’Europa e finora
non è successo niente che mi abbia fatto cambiare opinione.
L’incontro con Edison è stato un episodio memorabile della mia vita. Fui
colpito da tutto quello che quest’uomo meraviglioso, senza alcun appoggio
iniziale né formazione scientifica, fosse riuscito a realizzare. Avevo studiato
una dozzina di lingue, esplorato a fondo l’arte e la letteratura, passato i miei
migliori anni in biblioteca a leggere qualsiasi cosa mi capitasse fra le mani,
dai Principia di Newton ai romanzi di Paul de Kock, e mi sentivo come se
avessi sprecato la maggior parte della mia vita. Ma non ci misi molto a
riconoscere che era stata la cosa migliore che avessi mai potuto fare. In poche
settimane mi guadagnai la fiducia di Edison, e avvenne più o meno così.
L’S.S. Oregon, il battello a vapore per passeggeri più veloce dell’epoca,
aveva entrambi gli impianti luminosi fuori uso e ne fu ritardata la partenza.
Poiché la sovrastruttura era stata montata dopo l’installazione degli impianti,
non era possibile rimuoverli dalla stiva. Era una situazione molto seria ed
Edison era molto irritato. In serata presi gli strumenti necessari, salii a bordo
dell’imbarcazione e passai lì la notte. Le dinamo erano in cattive condizioni a
causa di una serie di cortocircuiti e interruzioni, ma con l’assistenza
dell’equipaggio riuscii a rimetterli in buono stato. Alle cinque della mattina,
mentre percorrevo la Fifth Avenue per raggiungere l’ufficio, incontrai Edison
con Batchellor e altri che stavano tornando a casa a dormire. «Ecco il nostro
parigino che se ne va in giro di notte», disse. Quando gli raccontai che stavo
tornando dall’Oregon e che avevo riparato entrambi gli impianti, mi guardò
in silenzio e andò via senza dire una parola. Ma quando fu a una certa
distanza lo sentiti commentare: «Batchellor, quello lì è un uomo
maledettamente in gamba», e da quel momento in poi ebbi la massima libertà
nel dirigere i lavori. Per quasi un anno lavorai tutti i giorni dalle 10,30 del
mattino fino alle 5,00 del giorno dopo senza saltare un giorno. Edison mi
disse: «Ho avuto parecchi assistenti, dei gran lavoratori, ma tu li batti tutti».
In quel periodo progettai ventiquattro tipi di macchine standard differenti con
nuclei corti e struttura uniforme che sostituirono quelli vecchi. Il Direttore mi
aveva promesso cinquantamila dollari a lavoro ultimato, ma si rivelò uno
scherzo. Fu davvero un brutto colpo, rassegnai così le mie dimissioni.
Subito dopo, alcune persone mi contattarono per propormi di creare una
società di lampade ad arco a mio nome, e io accettai. Potevo finalmente avere
l’occasione di sviluppare il motore ma, quando affrontai l’argomento con i
miei nuovi soci, mi dissero: «No, ci importa solo della lampada ad arco. Non
ci interessa questa sua corrente alternata». Nel 1886 il mio sistema di
illuminazione ad arco fu perfezionato e approvato per l’illuminazione
aziendale e municipale, e io fui libero, ma non possedevo nient’altro che un
certificato azionario di ipotetico valore molto ben stampato. Seguì un periodo
molto duro in un nuovo campo per il quale non mi sentivo portato, ma alla
fine ottenni la mia ricompensa e, nell’aprile del 1887, nacque la Tesla
Electric Company, fornita di laboratorio e attrezzature. I motori che vi
costruii erano esattamente come li avevo immaginati. Non tentai di
migliorarne il design, riprodussi semplicemente le immagini così come
apparivano nelle mie visioni e il risultato era sempre come mi aspettavo.
Nella prima parte del 1888 ci fu un accordo con la Westinghouse
Company di Pittsburgh per la fabbricazione di motori su larga scala. Ma
c’erano ancora dei grossi problemi da risolvere. Il mio sistema era basato
sull’uso di correnti a bassa frequenza mentre i tecnici della Westinghouse
avevano adottato una frequenza di 133 hertz per garantire dei vantaggi in fase
di trasformazione. Visto che non volevano cambiare i valori standard dei loro
apparati, concentrai i miei sforzi sull’adattamento del motore a quelle
condizioni. Un’altra necessità fu quella di produrre un motore in grado di
funzionare efficientemente a tale frequenza su due fili conduttori, cosa non
facile da realizzare.
Alla fine del 1889, comunque, non essendo più necessario che io restassi
a Pittsburgh, tornai a New York e ripresi i miei esperimenti in un laboratorio
di Grand Street, dove iniziai subito a progettare macchine ad alta frequenza.
Costruire in questo campo inesplorato faceva emergere problemi nuovi e
piuttosto singolari e mi imbattei in molte difficoltà. Temendo che avrebbe
potuto non produrre onde sinusoidali perfette, che erano davvero importanti
per la risonanza, lasciai perdere il motore a induzione. E se non fosse stato
per questo mi sarei risparmiato una grande mole di lavoro. Un altro aspetto
scoraggiante dell’alternatore ad alta frequenza sembrava essere l’instabilità
della velocità che minacciava di imporre dei seri limiti al suo utilizzo. Avevo
già fatto notare, in occasione delle mie dimostrazioni presso l’American
Institution of Electrical Engineers, che diverse volte c’era stato un problema
di sintonizzazione che necessitava qualche modifica, e ancora non
immaginavo – cosa che avrei scoperto molto tempo dopo – che esistesse un
modo per far funzionare una macchina di questo tipo a una velocità che si
mantenesse costante al punto da non subire variazioni superiori a una piccola
frazione di un giro tra i due estremi di carico.
Tenendo conto di molte altre considerazioni sembrava opportuno
inventare un congegno più semplice per la produzione di oscillazioni
elettriche. Nel 1856 Lord Kelvin aveva esposto la teoria della scarica del
condensatore, ma non seguì alcuna applicazione pratica di quell’importante
insegnamento. Io ne intravidi le potenzialità e iniziai a sviluppare un apparato
a induzione basato su tale principio. I risultati arrivarono così rapidamente
che nel 1891, in occasione di una mia lezione, riuscii a mostrare una bobina
che generava scintille di dieci centimetri. Quella volta rivelai francamente
agli ingegneri un difetto del mio nuovo metodo che si verificava durante la
trasformazione, vale a dire delle perdite nello spinterometro. Le indagini
successive hanno mostrato che, indipendentemente dal mezzo impiegato, sia
esso aria, idrogeno, vapore di mercurio, olio o un fascio di elettroni,
l’efficienza è la stessa. È una legge molto simile a quella che regola la
trasformazione dell’energia meccanica. Che si lasci cadere a terra un peso da
una certa altezza o che ce lo si porti seguendo un qualsiasi percorso
alternativo, è irrilevante in termini di quantità di lavoro. Fortunatamente,
però, l’inconveniente non risulta fatale dal momento che, se si regola
opportunamente il circuito risonante, si può ottenere un’efficienza dell’85%.
Fin dalle prime dichiarazioni che feci riguardo a questa invenzione essa è
stata ampiamente utilizzata e in molti settori ha provocato una rivoluzione.
Ma la attende un futuro ancora più grande. Quando nel 1900 ottenni potenti
scariche di oltre trenta metri e diffusi una corrente intorno al globo, mi
ricordai della prima minuscola scintilla che avevo osservato nel mio
laboratorio di Grand Street e fui commosso dalle stesse emozioni che provai
quando scoprii il campo magnetico rotante.
3 Abbreviazione di candela, l’unità di misura di base dell’intensità luminosa.
5

Il trasmettitore d’amplificazione

Nel ripercorrere gli episodi della mia vita mi accorgo di quanto siano
sottili gli influssi che modellano i nostri destini. Un ricordo di gioventù
potrebbe aiutare a comprendere questa considerazione. Era una giornata
d’inverno e mi trovavo a scalare una ripida montagna in compagnia di altri
ragazzi. La neve era abbastanza alta e un vento caldo proveniente da sud
rendeva la situazione perfetta per il nostro scopo. Ci divertivamo a tirare giù
dalla montagna le palle di neve che, rotolando, si ingrossavano a seconda di
quanta ne riuscissero a raccogliere, e in questo sport eccitante ognuno cercava
di primeggiare sugli altri. A un certo punto vedemmo una palla superare il
limite, raggiunse proporzioni enormi finché non fu grande quanto una casa e
si schiantò rombando nella valle con una tale forza da far tremare il terreno.
Io rimasi incantato, incapace di comprendere cosa fosse accaduto. Per
settimane mi restò l’immagine della valanga negli occhi e mi chiesi come
avesse fatto una cosa così piccola a crescere fino a diventare così immensa.
Da allora in poi mi affascinò il modo in cui un’azione debole potesse essere
amplificata e quando, anni dopo, mi dedicai allo studio sperimentale della
risonanza meccanica ed elettrica, ne fui subito molto interessato.
Verosimilmente, se non fosse stato per quella prima intensa emozione, avrei
rischiato di non dare seguito alla piccola scintilla che ottenni con la mia
bobina e di non sviluppare la mia invenzione migliore, di cui racconterò qui,
per la prima volta, la vera storia.
I «cacciatori di celebrità» mi hanno spesso chiesto quale delle mie
scoperte apprezzassi di più. Dipende dal punto di vista. Non sono pochi i
tecnici, sicuramente capaci nel loro settore, ma miopi e dominati da uno
spirito pedante, che hanno asserito che, a parte il motore a induzione, ho
donato al mondo solo poche cose di interesse pratico. Ma si sbagliano di
grosso. Una nuova idea non deve essere giudicata dai suoi impieghi
immediati. Il mio sistema di trasmissione a corrente alternata è arrivato in un
certo contesto psicologico, rappresentando una risposta alle insistenti
richieste industriali, e nonostante abbia dovuto superare una notevole
resistenza e, come sempre, conciliare interessi opposti, la sua immissione sul
mercato non potrà essere rinviata a lungo. Ora, si confronti questa situazione
con quella che deve affrontare, ad esempio, la mia turbina. Sarebbe ovvio
supporre che un’invenzione così semplice e così bella, sotto molti aspetti un
motore ideale, dovrebbe essere adottata immediatamente e senza dubbio a
condizioni simili a quelle della corrente alternata. Ma la differenza è che, in
prospettiva, il campo rotante non avrebbe avuto l’effetto di rendere inutili i
macchinari esistenti; al contrario, avrebbe conferito agli stessi un valore
aggiunto. Esso ha inoltre favorito la nascita di nuove imprese e il
miglioramento delle vecchie. La mia turbina è un tipo di progresso
completamente diverso. È un cambiamento radicale, nel senso che il suo
successo comporterebbe l’abbandono di quel vecchio tipo di motori su cui
sono stati investiti miliardi di dollari. In circostanze del genere è necessario
che il passo in avanti avvenga lentamente e può darsi che l’ostacolo maggiore
sia riscontrabile nei pregiudizi indotti negli esperti da un’opposizione
intenzionale.
Solamente l’altro giorno ho avuto un’esperienza sconfortante quando ho
incontrato il mio amico ed ex assistente Charles F. Scott, ora professore di
Ingegneria elettrica a Yale. Non lo vedevo da tanto tempo ed ero contento di
avere l’opportunità di scambiarci qualche chiacchiera nel mio ufficio. La
conversazione è finita naturalmente sulla mia turbina e io mi sono proprio
infervorato. «Scott», ho esclamato, spinto dalla prospettiva di un glorioso
futuro, «la mia turbina toglierà di mezzo ogni macchina termica del mondo».
Scott si è lisciato il mento e ha distolto lo sguardo pensieroso come se stesse
facendo dei calcoli a mente. «E farà un bel mucchio di rottami», ha aggiunto,
e se ne è andato via senza dire altro!
Queste comunque, come altre mie invenzioni, erano solo passi avanti su
strade già battute. Nello svilupparle ho semplicemente seguito quel senso
innato volto a migliorare i dispositivi odierni, senza alcuna particolare
preoccupazione per le nostre necessità più urgenti. Ma il trasmettitore
d’amplificazione è stato il risultato di un lavoro, durato anni, che ha come
obiettivo principale la risoluzione di problemi che per il genere umano sono
infinitamente più importanti del mero sviluppo industriale.
Se la memoria non mi tradisce, fu nel novembre del 1890 che eseguii uno
dei più straordinari e spettacolari esperimenti di laboratorio mai registrati
dagli annali di scienza. Studiando il comportamento delle correnti ad alta
frequenza mi ero persuaso che, in una stanza, si sarebbe potuto produrre un
campo elettrico di un’intensità tale da illuminare tubi sottovuoto senza
elettrodi. Feci pertanto costruire un trasformatore per verificare la teoria e il
primo esperimento si dimostrò uno straordinario successo. È difficile
apprezzare cosa significassero, a quell’epoca, questi strani fenomeni.
Bramiamo sensazioni sempre nuove ma in poco tempo rimaniamo
indifferenti di fronte a esse. Le meraviglie di ieri oggi sono all’ordine del
giorno. Quando i miei tubi furono mostrati in pubblico per la prima volta
furono accolti con uno stupore indescrivibile. Ricevetti da ogni parte del
mondo ripetuti inviti che declinai, numerosi riconoscimenti, e altri
incoraggiamenti lusinghieri.
Ma nel 1882 le richieste divennero irrefrenabili, andai così a Londra dove
tenni una lezione presso l’Institution of Electrical Engineers. Era mia
intenzione partire immediatamente per Parigi in adempimento di un impegno
simile, ma Sir James Dewar insistette perché andassi anche alla Royal
Institution. Ero un uomo di fermi propositi ma cedetti facilmente alle
convincenti argomentazioni del grande Scotchman. Egli mi spinse su una
sedia e mi riempì mezzo bicchiere di un meraviglioso liquido marrone che
rifletteva un’iridescenza di tutti i colori e sapeva di nettare. «In questo
momento», disse, «sei seduto sulla sedia di Faraday e stai gustando il
whiskey che beveva di solito». Era un’esperienza invidiabile da entrambi i
punti di vista. La sera dopo diedi una dimostrazione in quell’Istituto, al
termine della quale Lord Rayleigh si rivolse al pubblico e con le sue generose
parole mi diede per la prima volta l’impulso a proseguire nelle mie imprese.
Scappai via da Londra e poi da Parigi per sfuggire alle attenzioni che mi
opprimevano, e andai a casa mia dove affrontai una difficile e dolorosa
malattia. Una volta recuperata la salute iniziai a cercare una soluzione per
tornare a lavorare in America. Prima di allora non realizzai mai di possedere
un particolare dono nel fare scoperte ma ora me lo aveva detto Lord
Rayleigh, che ho sempre considerato un uomo di scienza esemplare, e se le
cose stavano così sentivo di dovermi concentrare su qualche grande idea.
Un giorno, mentre girovagavo in montagna, percependo l’arrivo di un
temporale cercai un riparo. Il cielo si era fatto minaccioso, le nuvole pesanti,
ma per qualche motivo la pioggia tardò ad arrivare finché, tutto a un tratto, ci
fu un lampo e pochi istanti dopo il diluvio. Questo fatto mi fece riflettere. Era
evidente che i due fenomeni fossero legati da un rapporto di causa effetto e,
ragionandoci un po’, giunsi alla conclusione che l’energia elettrica coinvolta
nella precipitazione dell’acqua fosse trascurabile, mentre il ruolo del lampo
era molto simile a quello di un innesco sensibile. Un’opportunità
straordinaria per realizzare qualcosa di eccezionale. Se fossimo capaci di
produrre effetti elettrici con determinate caratteristiche, l’intero pianeta e le
sue condizioni di vita potrebbero essere trasformati. Il sole fa evaporare
l’acqua degli oceani e i venti la portano in luoghi lontani dove essa rimane in
uno stato di equilibrio estremamente precario. Se avessimo il potere di
stravolgere tutto ciò quando e dove desideriamo, questo straordinario flusso
che soggiace alla vita potrebbe essere controllato a comando. Potremmo
irrigare i deserti, creare laghi e fiumi e fornire forza motrice in quantità
illimitata. Sarebbe il modo più efficiente di sfruttare il sole per le necessità
dell’uomo. La realizzazione di ciò dipendeva dalla capacità di sviluppare
forze elettriche dello stesso ordine di quelle naturali. Sembrava un’impresa
senza speranze, ma decisi di provarci lo stesso e, al mio ritorno dagli Stati
Uniti nell’estate del 1892, mi misi subito al lavoro, e fu oltremodo stimolante
perché avevo bisogno di uno strumento del genere per realizzare la
trasmissione dell’energia senza fili.
Ottenni il primo risultato gratificante nella primavera dell’anno
successivo, quando rilevai una tensione di 1.000.000 di volt con la mia
bobina conica. Non è un granché alla luce delle capacità odierne, ma
all’epoca era considerata una conquista. Avevo fatto continui progressi fino a
quando, nel 1885, il mio laboratorio venne distrutto da un incendio, si
consideri in proposito un articolo di T. C. Martin apparso sul numero di aprile
del «Century Magazine». Questo disastro mi riportò indietro sotto vari punti
di vista e la maggior parte dell’anno dovetti impegnarmi a pianificare e
ricostruire. Tuttavia, non appena le circostanze lo permisero, tornai al mio
lavoro.
Pur sapendo di poter ottenere forze elettromotrici più intense con
apparecchiature di dimensioni maggiori, istintivamente percepii che avrei
potuto realizzare l’obiettivo progettando in modo opportuno un trasformatore
relativamente piccolo e compatto. Eseguendo dei test con una seconda
spirale piatta, come mostrato nei miei brevetti, fui sorpreso dall’assenza di
scariche; non molto tempo dopo scoprii che era dovuto alla posizione delle
due spire e alla loro azione reciproca. Traendo vantaggio da quanto avevo
osservato, ricorsi all’uso di un conduttore ad alta tensione con spire dal
diametro di notevoli dimensioni e separate sufficientemente da limitare la
capacità distribuita e, allo stesso tempo, impedire l’eccessivo accumulo di
carica su ogni punto. Sulla base di questo principio riuscii a produrre
pressioni elettriche di 4.000.000 di volt, all’incirca il limite raggiungibile nel
mio nuovo laboratorio di Houston Street, visto che le scariche si propagavano
a una distanza di quasi cinque metri. Una fotografia di questo trasmettitore fu
pubblicata sull’«Electrical Review» nel novembre del 1898.
Per progredire ulteriormente su questa linea dovetti andare all’aperto, e
nella primavera del 1899, avendo concluso i preparativi per la costruzione di
un impianto senza fili, andai in Colorado dove rimasi per più di un anno. Qui
introdussi altri miglioramenti e rifiniture che resero possibile la produzione di
correnti a qualsiasi intensità desiderata. Chi fosse interessato troverà alcune
informazioni riguardo agli esperimenti che condussi lì nel mio articolo The
Problem of Increasing Human Energy su «Century Magazine» nel giugno del
1900, cui ho fatto riferimento in una precedente occasione.
Mi è stato chiesto dall’«Electrical Experimenter» di essere molto esplicito
riguardo al mio trasmettitore d’amplificazione dimodoché i giovani lettori
della rivista possano comprendere chiaramente la costruzione, il
funzionamento e gli scopi ai quali è destinato.
Bene allora: prima di tutto, si tratta di un trasformatore risonante con un
avvolgimento secondario in cui le spire, che sono caricate a un alto
potenziale, presentano un’area di notevoli dimensioni e sono disposte nello
spazio lungo superfici avvolgenti ideali con un raggio di curvatura molto
ampio, e si trovano a una certa distanza l’una dall’altra così da assicurare
ovunque una piccola densità elettrica di superficie che impedisca qualsiasi
perdita, anche se il conduttore è scoperto. È adatto a qualsiasi frequenza, da
pochi cicli al secondo a molte migliaia, e può essere impiegato nella
produzione di correnti di volume enorme e pressione moderata, o di minore
amperaggio e forza elettromotrice smisurata. Il valore massimo della tensione
elettrica dipende soltanto dalla curvatura delle superfici su cui si trovano gli
elementi carichi e dall’area di questi ultimi.
A giudicare dalla mia esperienza passata, fino a 100.000.000 volt è
assolutamente fattibile. D’altra parte nell’antenna possono essere ottenute
correnti di molte migliaia di ampere. Per prestazioni del genere basta un
impianto di dimensioni contenute. Teoricamente, per sviluppare una forza
elettromotrice di tale entità, è sufficiente un terminale con un diametro
inferiore ai 27 metri, mentre per correnti di antenna sui 2000-4000 ampere,
alle consuete frequenze, basta un diametro non più lungo di 9 metri.
Entrando più nel dettaglio, in questo trasmettitore senza fili la radiazione
hertziana rimane del tutto trascurabile rispetto all’energia totale, e tale
condizione comporta un fattore di smorzamento estremamente piccolo e
l’accumulo di una carica enorme nel condensatore ad alta capacità. Un
circuito del genere può quindi essere eccitato da impulsi di qualsiasi tipo,
anche di bassa frequenza, e produrrà oscillazioni sinusoidali e continue come
quelle di un alternatore.
Insomma, in parole povere, si tratta di un trasformatore risonante che,
oltre a possedere le suddette proprietà, è stato accuratamente conformato per
adattarsi al globo terrestre, alle sue costanti elettriche e alle sue proprietà, e in
virtù di questa struttura si rivela estremamente efficiente ed efficace nella
trasmissione dell’energia senza fili. La distanza è pertanto assolutamente
eliminata, non essendoci una diminuzione dell’intensità degli impulsi
trasmessi. È anche possibile fare in modo che le azioni vengano amplificate,
secondo una precisa regola matematica, all’aumentare della distanza
dall’impianto.
Questa invenzione era tra quelle raccolte nel mio «Sistema mondiale» di
trasmissione senza fili che decisi di commercializzare quando tornai a New
York nel 1900. Gli scopi immediati del mio progetto furono descritti con
chiarezza in una nota tecnica di quel periodo che riporto qui:
Il «Sistema mondiale» è il risultato di una combinazione di diverse scoperte fatte
dall’inventore nel corso della sua lunga e ostinata ricerca e della sua sperimentazione.
Esso rende possibile non solo la trasmissione immediata ed esatta di ogni tipo di
segnale, messaggio o carattere in ogni parte del mondo senza bisogno di fili, ma anche
l’interconnessione dei già esistenti telegrafi, telefoni, e altre stazioni trasmittenti senza
alcuna modifica del loro assetto attuale. Grazie a esso, ad esempio, un abbonato
telefonico qui può chiamare e parlare con qualsiasi altro abbonato del globo terrestre.
Un ricevitore poco costoso, non più grande di un orologio, gli permetterà di ascoltare
ovunque, sulla terraferma o in mare, un discorso o una musica suonata in qualche altro
luogo, per quanto distante esso sia. Abbiamo citato questi esempi soltanto per dare
un’idea delle possibilità di questo grande progresso scientifico, che annienta la distanza
e rende quel conduttore naturale perfetto, la Terra, utilizzabile per tutti gli innumerevoli
scopi che l’ingenuità umana ha finora raggiunto con la linea elettrica. Una conseguenza
di vasta portata è che qualsiasi dispositivo azionabile tramite uno o più fili (a distanza
ovviamente limitata) può anch’esso essere messo in funzione, senza conduttori
artificiali e con la stessa facilità e precisione, a distanze che non prevedano ulteriori
limiti che quelli imposti dalle dimensioni fisiche del globo terrestre. Di conseguenza,
questo metodo di trasmissione ideale, non aprirà soltanto la strada a nuovi campi
sfruttabili dal punto di vista commerciale, ma consentirà a quelli già esistenti di venire
notevolmente ampliati.
Il «Sistema mondiale» si basa sull’impiego delle importanti invenzioni e scoperte che
seguono:
1. Il Trasformatore di Tesla. Questo apparato è rivoluzionario per la produzione delle
vibrazioni elettriche tanto quanto lo fu la polvere da sparo per la guerra. Con questo
strumento l’inventore ha generato correnti molto più forti di qualsiasi altra generata nei
modi consueti, e scintille lunghe oltre 30 metri.
2. Il Trasformatore d’amplificazione. Si tratta della migliore invenzione di Tesla, un
particolare trasformatore appositamente adattato per eccitare la Terra, che sta alla
trasmissione dell’energia elettrica come un telescopio all’osservazione astronomica.
Grazie a questo prodigioso dispositivo, Tesla ha già messo a punto attività elettriche di
intensità maggiore di quella dei fulmini e fatto passare attorno al globo terrestre una
corrente tale da illuminare più di duecento lampade incandescenti.
3. Il Sistema senza fili di Tesla. Questo sistema comprende una serie di migliorie ed è il
solo mezzo conosciuto per trasmettere energia elettrica a distanza in modo economico,
senza bisogno di fili. Test accurati e misure in collegamento con una stazione
sperimentale molto attiva, costruita in Colorado dall’inventore, hanno dimostrato che
una qualsiasi quantità di corrente può essere convogliata, in ogni luogo della Terra se
necessario, con una perdita non superiore a qualche punto percentuale.
4. L’Arte dell’individualizzazione. Questa invenzione di Tesla sta alle sintonizzazioni
dei primordi come il linguaggio raffinato a un discorso sconnesso. Rende possibile la
trasmissione di segnali o di messaggi in assoluta segretezza ed esclusività sia in modo
attivo che passivo: non interferisce con niente e niente può interferire con essa. Ogni
segnale è come un individuo dall’identità inequivocabile e non c’è in pratica alcun
limite al numero di stazioni o strumenti che possono funzionare in contemporanea
senza il minimo disturbo reciproco.
5. Le Onde stazionarie terrestri. Questa scoperta straordinaria, in parole povere, mostra
che la Terra è in grado di rispondere alle vibrazioni elettriche a determinate frequenze
proprio come un diapason a certe onde sonore. Queste particolari vibrazioni elettriche,
capaci di eccitare fortemente il pianeta, si prestano a innumerevoli usi di grande
importanza sia a livello commerciale che sotto altri punti di vista.
La prima centrale elettrica del «Sistema mondiale» può essere messa in funzione in
nove mesi. Con questa centrale elettrica sarà possibile ottenere attività elettriche fino a
dieci milioni di cavalli vapore e inoltre è progettata per essere sfruttata in molte
applicazioni tecniche a costo zero. Tra queste possiamo citare:
1) l’interconnessione dei già esistenti uffici del telegrafo e centrali telegrafiche di tutto
il mondo;
2) la creazione di un servizio telegrafico governativo segreto e senza interferenze;
3) l’interconnessione di tutti gli attuali uffici del telefono e centrali telefoniche del
globo intero;
4) la diffusione universale delle notizie principali, via telegrafo o via telefono, in
collegamento con la stampa;
5) la creazione di una sorta di «Sistema mondiale» per le trasmissioni dell’intelligence a
uso esclusivamente privato;
6) l’interconnessione e la gestione di tutti i dati azionari mondiali;
(7) la creazione di un «Sistema mondiale» di distribuzione musicale ecc.;
(8) la sincronizzazione universale al secondo tramite orologi di poco costo che indicano
l’ora con precisione astronomica e che non richiedono alcuna manutenzione;
(9) la trasmissione a livello mondiale di caratteri digitati o scritti a mano, lettere,
assegni ecc.;
10) la creazione di un servizio marittimo universale, che permetta di governare
perfettamente qualsiasi imbarcazione senza bussola, di determinare posizione, ora e
velocità esatte, di evitare collisioni e disastri ecc.;
11) l’inaugurazione di un sistema di stampa a livello mondiale su terra e per mare;
12) la riproduzione in tutto il mondo di immagini fotografiche e di ogni genere di
disegno o registrazione.

Proposi anche di dare dimostrazione della trasmissione di energia elettrica


senza fili su scala ridotta ma comunque sufficiente da risultare convincente.
A parte queste ho fatto riferimento ad altre e incomparabilmente più
importanti applicazioni delle mie invenzioni che verranno rese note in un
prossimo futuro.
A Long Island venne costruito un impianto con una torre alta 57 metri e
un terminale sferico dal diametro di circa 20 metri. Queste dimensioni erano
adeguate per la trasmissione di praticamente qualsiasi quantità di energia. In
principio furono impiegati solo dai 200 ai 300 chilowatt ma mi proposi di
utilizzare diverse migliaia di cavalli vapore in futuro. Il trasmettitore era
concepito per emettere un’onda complessa con caratteristiche speciali e io
avevo ideato un metodo eccezionale di controllo telefonico di una qualsiasi
quantità di energia.
La torre è stata distrutta due anni fa, ma i miei progetti sono stati portati
avanti e costruiranno una nuova torre migliore sotto vari aspetti. A questo
proposito vorrei contraddire la voce, circolata in lungo e in largo, secondo cui
la struttura è stata demolita dal Governo per motivi legati alla guerra.
L’episodio potrebbe aver creato un pregiudizio nella mente di coloro che
forse non sanno che le carte che trent’anni fa mi conferirono l’onore di
divenire cittadino americano, sono sempre al sicuro, mentre le mie
onorificenze, i diplomi, i certificati, le medaglie d’oro e gli altri
riconoscimenti sono riposti in vecchi bauli. Se quella voce fosse fondata sarei
stato risarcito della grossa somma di denaro che spesi per la costruzione della
torre. Al contrario, era nell’interesse del Governo preservarla, in particolar
modo perché avrebbe reso possibile – per menzionare soltanto uno degli utili
sbocchi – localizzare un sottomarino in qualsiasi parte del mondo. Il mio
impianto, i servizi, e tutti i miei miglioramenti sono sempre stati a
disposizione dei funzionari del Governo e, dallo scoppio del conflitto
europeo, ho lavorato con tutto me stesso a diverse mie invenzioni legate alla
navigazione aerea, alla propulsione navale e alla trasmissione senza fili,
sicuramente di notevole importanza per il Paese. Chi è ben informato sa che
le mie idee hanno rivoluzionato l’industria degli Stati Uniti e non credo che
esista un inventore che, in questo senso, sia stato fortunato come me, per
quanto riguarda in particolare l’impiego delle proprie scoperte nella guerra.
Finora ho evitato di esprimermi pubblicamente su questo argomento poiché
mi sembrava poco opportuno soffermarmi su questioni personali mentre il
resto del mondo era in estrema difficoltà.
Vorrei inoltre aggiungere, in merito a varie voci che mi sono arrivate, che
il signor J. Pierpont Morgan non è interessato a me per questioni di affari ma
perché spinto dallo stesso grande spirito con cui ha sostenuto molti altri
pionieri. Ha eseguito alla lettera quello che aveva generosamente promesso, e
sarebbe stato irragionevole aspettarsi di più. Ha avuto il massimo riguardo
per le mie conquiste e mi ha sempre dato prova della sua completa fiducia
nella mia capacità di raggiungere ciò che mi ero proposto di realizzare. Non
sono disposto a dare a certi minorati mentali e invidiosi la soddisfazione di
dire che questo signore abbia frustrato i miei sforzi. Per me questa gente non
vale più dei microbi di un morbo disgustoso. Il mio progetto è stato ritardato
dalle leggi della natura. Era troppo in anticipo sui tempi e il mondo non era
pronto. Ma le stesse leggi alla fine prevarranno e allora sarà un trionfo.
6

L’arte della teleautomatica

Nessun argomento al quale io mi sia dedicato ha richiesto una tale


concentrazione e ha sottoposto a un livello di tensione così critico le più
sottili fibre del mio cervello come il sistema di cui il trasmettitore
d’amplificazione è la base. Ho riposto tutta l’energia e il vigore della
giovinezza nell’elaborazione delle scoperte relative al campo rotante, ma quei
primi sforzi erano di tipo differente. Seppure faticosi oltre ogni limite, essi
non esigevano quel discernimento scrupoloso ed estenuante cui si deve
ricorrere affrontando i molti e disorientanti problemi della trasmissione senza
fili. Nonostante la rara resistenza fisica che avevo allora, i nervi, maltrattati,
alla fine si ribellarono e subii un crollo totale, proprio quando il mio lungo e
arduo lavoro stava ormai per essere portato a compimento.
Avrei senza dubbio pagato un prezzo maggiore in futuro, e molto
probabilmente la mia carriera sarebbe stata stroncata prematuramente, se la
provvidenza non mi avesse dotato di un dispositivo di salvezza, che con
l’avanzare degli anni mi è parso migliorare e che infallibilmente entra in
gioco quando non ho più le forze. Finché funziona lui non sono in pericolo,
quel pericolo dovuto all’eccesso di lavoro che minaccia altri inventori; a
questo proposito, io non sono uno che ha bisogno di vacanze, indispensabili
per la maggior parte delle persone. Quando sono quasi sfinito faccio
semplicemente come «i negri», che «con naturalezza si addormentano mentre
i bianchi si danno da fare». Azzardando una teoria che non appartiene alla
mia sfera di competenza, probabilmente il mio corpo a poco a poco accumula
una determinata quantità di qualche agente tossico e sprofondo in uno stato
letargico che può durare mezz’ora come un minuto. Appena mi sveglio ho la
sensazione che gli eventi appena accaduti si siano verificati molto tempo
prima, e se tento di dare seguito al flusso interrotto del mio pensiero avverto
una vera e propria nausea mentale. Poi, involontariamente, mi occupo di
qualcos’altro e resto sorpreso dalla freschezza della mia mente e dalla facilità
con cui supero gli ostacoli che prima mi avevano disorientato. Dopo
settimane o mesi mi torna la voglia di ridedicarmi alle invenzioni
temporaneamente abbandonate e quasi senza sforzo trovo sempre le risposte
a qualsiasi dubbio esasperante.
A questo proposito racconterò una straordinaria esperienza che potrebbe
essere interessante per gli studenti di psicologia. Con il mio trasmettitore a
terra avevo realizzato un fenomeno sensazionale e cercai di valutare quanto
fosse vantaggioso per la propagazione della corrente attraverso la Terra.
Pareva un’impresa senza speranze, e vi lavorai per più di un anno senza
tregua, ma invano. Questo studio approfondito mi prese tanto intensamente
da portarmi a tralasciare tutto il resto, anche la mia salute che andava
indebolendosi. Alla fine, quando fui sul punto di crollare, la natura attivò la
sostanza riequilibrante che induceva il sonno fatale. Ma quando ripresi i sensi
realizzai costernato che non riuscivo a ricordare gli episodi della mia vita, a
eccezione di quelli dell’infanzia, i primi entrati a far parte della mia
coscienza. Molto curiosamente, essi cominciarono a ricomparire con
sorprendente nitidezza e ne fui piacevolmente sollevato. Sera dopo sera,
quando mi ritiravo, li rimuginavo e di volta in volta mi veniva svelato un
pezzo in più della mia passata esistenza. L’immagine di mia madre era
sempre la figura principale nelle scene che andavano lentamente palesandosi,
e a poco a poco mi assalì una voglia irrefrenabile di vederla di nuovo. Questo
sentimento divenne così forte che decisi di mollare tutto il lavoro e di
soddisfare il mio desiderio. Ma fu troppo difficile separarmi dal laboratorio,
così passarono diversi mesi durante i quali fui in grado di rivivere tutte le
sensazioni del mio passato fino al 1892. Nella scena che apparve subito dopo
dalla nebbia dell’oblio, vidi me stesso all’Hôtel de la Paix di Parigi, appena
tornato da uno dei miei singolari intervalli di sonno dovuto a un prolungato
sforzo cerebrale. Immaginate ora il dolore e l’angoscia che provai nell’attimo
in cui rividi che in quel preciso momento mi veniva consegnato un dispaccio
contenente la triste notizia che mia madre stava morendo. Mi ricordai il lungo
viaggio verso casa senza neanche un’ora di riposo e di come lei se ne andò
dopo settimane di agonia! Fu in particolar modo straordinario come in tutto
quel periodo, con la memoria parzialmente cancellata, fossi ben consapevole
di qualsiasi cosa avesse a che fare con l’argomento della mia ricerca. Potevo
ricordare i più piccoli dettagli e le osservazioni meno significative dei miei
esperimenti e perfino recitare pagine di testo e formule matematiche
complicate.
Sono fermamente convinto che esista una legge di compensazione. Le
vere ricompense sono sempre proporzionate alla fatica e ai sacrifici fatti.
Questa è una delle ragioni per cui sono certo che tra tutte le mie invenzioni, il
trasmettitore d’amplificazione si rivelerà la più importante e preziosa per le
generazioni future. A suggerirmi tale previsione non è tanto il pensiero della
rivoluzione commerciale e industriale a cui sicuramente porterà, quanto le
conseguenze umanitarie delle molteplici conquiste che permette di realizzare.
Sulla bilancia i fattori di puro e semplice interesse pesano poco rispetto ai più
importanti benefici per la civiltà. Siamo messi di fronte a problemi
insormontabili che non possono essere risolti solo provvedendo alla nostra
esistenza materiale, per quanto la cosa ci veda impegnati. Anzi, quando il
progresso va in questa direzione si carica di rischi e pericoli non meno
minacciosi di quelli che nascono dal bisogno e dalla sofferenza. Se stessimo
per liberare l’energia degli atomi o per scoprire qualche altro modo per
produrre energia a basso costo e in quantità illimitata in un qualsiasi punto
del pianeta, invece di essere una benedizione, potrebbe rivelarsi un disastro
per l’umanità, determinando dissenso e anarchia, il che alla fine
implicherebbe l’insediamento di un odiato regime basato sulla forza. Il più
grande vantaggio verrà dai progressi tecnici che mirano all’unità e
all’armonia, e il mio trasmettitore senza fili va prevalentemente in questa
direzione. Grazie a esso la voce umana e simili verranno diffusi ovunque e le
fabbriche verranno portate a mille miglia dalle cascate che forniranno loro
l’energia; le macchine aeree saranno spinte attorno alla Terra senza fermarsi
mai e l’energia del Sole verrà controllata con l’obiettivo di formare laghi e
fiumi per l’energia e trasformare i deserti in terra fertile. La sua introduzione
per finalità telegrafiche, telefoniche e simili eliminerà completamente le
scariche e tutte le altre interferenze che oggi impongono dei limiti
all’applicazione della trasmissione senza fili.
Su questo varrebbe proprio la pena spendere qualche parola. Negli ultimi
dieci anni alcune persone hanno sostenuto con presunzione di essere riuscite
a debellare tale impedimento. Ho esaminato attentamente tutti i congegni
descritti e ho testato la maggior parte di essi ben prima che venissero
divulgati pubblicamente, ma l’esito era uniformemente negativo. Un recente
comunicato ufficiale della marina statunitense potrebbe avere insegnato ad
alcuni nuovi ingenui redattori ad apprezzare queste notizie in base al loro
valore reale. Di regola i tentativi muovono da teorie talmente fallaci che ogni
volta che giungono a me non riesco a prenderle sul serio. Non molto tempo fa
è stata annunciata una nuova scoperta con un assordante squillare di trombe,
ma si è dimostrata la solita montagna che partorisce un topolino.
Questo mi riporta a una circostanza emozionante che si verificò anni fa
mentre stavo conducendo i miei esperimenti con la corrente ad alta frequenza.
Steve Brodie si era appena tuffato dal ponte di Brooklyn. La prodezza era
stata poi banalizzata per via degli imitatori, ma il primo resoconto al riguardo
aveva elettrificato New York. All’epoca ne rimasi molto impressionato e
parlavo spesso dell’audace stampatore. Un caldo pomeriggio sentii la
necessità di rinfrescarmi ed entrai in uno dei trentamila istituti popolari di
questa grande città dove veniva servita una deliziosa bevanda al 12% che ora
è possibile gustare soltanto se si fa un viaggio nelle povere e devastate
nazioni d’Europa. C’era una massa indistinta di gente e si discuteva di
qualcosa che mi diede l’occasione perfetta per un commento imprudente:
«Ecco cosa dissi quando saltai dal ponte». Non appena ebbi pronunciato
queste parole mi sentii come l’amico di Timoteo nel poema di Schiller. In un
attimo fu il caos e una dozzina di voci gridò: «È Brodie!». Gettai un quarto di
dollaro sul bancone e mi lanciai in direzione della porta ma la folla mi stava
alle calcagna e urlava: «Ferma, Steve!» che deve essere stato frainteso poiché
molti cercarono di trattenermi mentre correvo freneticamente verso il mio
rifugio di pace. Sfrecciando dietro agli angoli riuscii fortunatamente –
passando da una porta antincendio – a raggiungere il laboratorio dove mi
sbarazzai del cappotto, mi camuffai da fabbro e iniziai a forgiare. Ma queste
precauzioni si rivelarono superflue; avevo seminato i miei inseguitori. Per
vari anni, di notte, in quel momento in cui l’immaginazione trasforma in
spettri i futili problemi quotidiani, ho pensato spesso, rigirandomi nel letto, a
quale sarebbe stato il mio destino se quell’orda di gente mi avesse preso
scoprendo che non ero Steve Brodie!
Ecco, l’ingegnere che ultimamente ha presentato presso un ente tecnico
un rapporto su un rimedio contro le scariche basato su una «legge della natura
finora sconosciuta», sembra essere stato incauto quanto me quando ha
sostenuto che queste interferenze si propagano verso l’alto e verso il basso
mentre quelle di un trasmettitore procedono lungo la superficie terrestre.
Vorrebbe dire che un condensatore come il nostro pianeta, con il suo
involucro gassoso, potrebbe essere caricato e scaricato in un modo che
contrasterebbe del tutto con i precetti fondamentali spiegati in ogni
elementare manuale di fisica. Una supposizione del genere sarebbe stata
dichiarata erronea anche ai tempi di Franklin, poiché i fatti relativi a questi
argomenti erano già ben noti allora e l’identità tra l’elettricità atmosferica e
quella prodotta dalle macchine era completamente assodata. Ovviamente le
interferenze naturali e quelle artificiali si propagano attraverso la Terra e
l’aria esattamente alla stessa maniera e determinano entrambe forze
elettromotrici in senso sia orizzontale sia verticale. Le interferenze non
possono essere superate da nessun metodo simile a quelli proposti. Le cose
stanno così: attraverso l’aria il potenziale aumenta circa 50 volt ogni 30
centimetri d’altezza, il che rende possibile una differenza di pressione pari a
20.000 o addirittura 40.000 volt tra l’estremità superiore e quella inferiore
dell’antenna. Le masse dell’atmosfera carica sono costantemente in moto e
cedono elettricità al conduttore, non continuamente ma in maniera piuttosto
disordinata, e questo provoca un rumore stridulo in un ricevitore telefonico
sensibile. Più alto è il terminale e ampio lo spazio tra i fili, più importante è
l’effetto, anche se è chiaro che è soltanto locale e ha poco a che vedere con il
vero problema.
Nel 1900, quando perfezionavo il mio sistema di trasmissione senza fili,
avevo un apparato costituito da quattro antenne. Erano calibrate esattamente
alla stessa frequenza e collegate in parallelo con lo scopo di amplificare
l’azione nel ricevere da ogni direzione. Quando avevo intenzione di verificare
l’origine degli impulsi trasmessi, ogni coppia di antenne in diagonale veniva
collegata in serie con una spira primaria che forniva energia al circuito
rilevatore. Nel primo caso si sentiva un forte suono nel telefono; nel secondo
caso non c’era più: come previsto le due antenne si neutralizzavano a
vicenda, ma effettivamente le interferenze si manifestavano in entrambi i casi
e dovetti elaborare misure preventive che tenessero conto di principi
differenti.
Utilizzando ricevitori collegati a due punti a terra, come da me suggerito
tanto tempo fa, questo problema dovuto alla presenza di cariche nell’aria,
molto serio nelle strutture costruite oggigiorno, è ridotto a zero e, inoltre, le
problematiche dovute a qualunque tipo di interferenza, grazie alla natura
direzionale del circuito, vengono ridotte di circa la metà. Questo era del tutto
evidente, ma è giunto come una rivelazione ad alcuni ingenuotti della
trasmissione senza fili la cui esperienza è stata limitata ad apparati con
strutture tali che sarebbe stato possibile migliorarli con un’ascia, e così si
sono messi a vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Se questi
personaggi realizzassero davvero buffonate del genere, sarebbe facile
sbarazzarsi del problema ricevendo senza antenne. Invece, di fatto, un filo
sotterrato, che secondo il loro punto di vista dovrebbe essere del tutto
immune a certi impulsi esterni, è molto più sensibile di uno posto in verticale
nell’aria. A essere corretti, un piccolo progresso è stato fatto, ma non grazie a
un dispositivo o un metodo particolari. Vi si è giunti semplicemente
scardinando le enormi strutture, che non sono un granché per la trasmissione
ma sono del tutto inadatte per la ricezione, e adottando un tipo di ricevitore
più appropriato. Come ho sottolineato in un precedente articolo, per liberarsi
di questo inconveniente una volta per tutte, il sistema deve essere cambiato
radicalmente, e prima si fa meglio è.
Sarebbe disastroso, infatti, se ora che questa nuova arte è ai suoi albori e
la stragrande maggioranza delle persone, esperti compresi, non ha idea delle
sue enormi possibilità, attraverso il Parlamento venisse preso in fretta e furia
un provvedimento che la renda monopolio di Stato. Lo ha proposto qualche
settimana fa il segretario Daniels, e non c’è dubbio che questo illustre
funzionario abbia fatto il suo appello al Senato e alla Camera dei
rappresentanti con sincera convinzione. Ma, ciò che è evidente a tutti mostra
inequivocabilmente che i risultati migliori si ottengono sempre con una sana
concorrenza commerciale. Ad ogni modo ci sono delle ragioni speciali per
cui la trasmissione senza fili dovrebbe avere la massima libertà di sviluppo.
In primo luogo essa offre prospettive incommensurabilmente più grandi e
necessarie al miglioramento della vita umana di altre invenzioni o scoperte
della storia dell’uomo. E poi ancora, dobbiamo capire che questa
meravigliosa arte, nella sua interezza, è stata portata avanti qui e si può dire
«americana» con più diritto e più correttamente di quanto si dice del telefono,
la lampada a incandescenza o l’aereo. Alcuni intraprendenti addetti stampa e
operatori di borsa sono riusciti talmente bene a disinformare, che perfino una
rivista come la «Scientific American» ne accorda la paternità a un Paese
straniero. I tedeschi, certo, ci hanno dato le onde hertziane e gli esperti russi,
inglesi, francesi e italiani sono stati veloci a utilizzarle a scopo di
segnalazione. Era un’ovvia applicazione di quella nuova risorsa e realizzabile
con la classica vecchia bobina a induzione al suo stato originario – non molto
di più che una specie di eliografia. Il raggio di trasmissione era molto
limitato, i risultati ottenuti di scarso valore, e le oscillazioni di Hertz, come
mezzo per convogliare l’intelligenza, avrebbero potuto essere
vantaggiosamente sostituite dalle onde sonore, cosa che sostenevo nel 1891.
Tutti questi tentativi, inoltre, sono stati realizzati tre anni dopo la definizione
dei principi di base del sistema di trasmissione senza fili, ora impiegato
ovunque, e dopo che i suoi efficaci strumenti sono stati descritti con
chiarezza e sviluppati in America. Oggi non resta più alcuna traccia di quei
dispositivi. Abbiamo proceduto in una direzione diametralmente opposta e
ciò che è stato fatto è il prodotto delle menti e degli sforzi di cittadini di
questo Paese. I brevetti di base sono scaduti e le opportunità sono aperte a
tutti. L’argomento principale del segretario verte sull’interferenza. Secondo la
sua dichiarazione, riportata dal «New York Herald Tribune» del 29 luglio, i
segnali emessi da una potente stazione possono essere intercettati in ogni
paesino del mondo. Tenendo conto di questo fatto, dimostrato dai miei
esperimenti del 1900, sarebbe di scarsa utilità imporre delle restrizioni negli
Stati Uniti.
Volendo far luce su tale punto, potrei accennare al fatto che solo
recentemente un signore dall’aria eccentrica si è rivolto a me per avere la mia
assistenza nella costruzione di trasmettitori su scala globale in alcune regioni
lontane. «Non abbiamo soldi», ha detto, «ma possediamo una vagonata di
lingotti d’oro e gliene daremo una generosa quantità». Gli ho detto che
volevo prima vedere cosa si sarebbe fatto con le mie invenzioni in America, e
con questo il colloquio si è concluso. Ma sono contento che alcune forze
oscure siano al lavoro, e che col passare del tempo mantenere una
comunicazione continua sarà più difficile. L’unica soluzione è un sistema
immune alle interruzioni. È stato perfezionato, esiste, non resta che metterlo
in funzione.
Il terribile conflitto è ancora in cima ai nostri pensieri e forse sarà
attribuito un enorme valore al trasmettitore d’amplificazione se pensato come
una macchina per l’attacco e la difesa, soprattutto se connesso alla
teleautomatica. Questa invenzione è la conseguenza logica di osservazioni
che iniziai a fare in giovinezza e a cui ho poi continuato a dedicarmi nel corso
degli anni. Quando furono pubblicati i primi risultati, l’«Electrical Review»
dichiarò in un editoriale che essa sarebbe diventata uno dei «più potenti
fattori di progresso e civiltà dell’umanità». Non siamo lontani dal momento
in cui questa previsione si realizzerà. Nel 1898 e nel 1900 l’invenzione venne
proposta al Governo e forse sarebbe stata adottata se fossi uno di quelli che si
rivolgono al pastore di Alessandro quando vogliono un favore da Alessandro.
All’epoca credevo davvero che avrebbe abolito la guerra, data la sua
illimitata capacità distruttiva e l’esclusione del fattore soggettivo dal
combattimento. Ma da allora, senza aver perso fiducia nelle sue potenzialità,
ho cambiato opinione.
La guerra non può essere evitata finché non verrà rimossa la causa fisica
del suo ripetersi e cioè, in ultima analisi, la vasta estensione del pianeta su cui
viviamo. Solo grazie all’annullamento della distanza nei suoi molteplici
aspetti, dal trasferimento di informazioni, al trasporto di passeggeri, alla
fornitura e alla trasmissione dell’energia, un giorno avremo le condizioni che
ci assicureranno la stabilità dei rapporti amichevoli. Ciò che desideriamo di
più, al momento, è un contatto più stretto e una migliore comprensione tra gli
individui e le comunità di tutta la Terra, e l’eliminazione di quella fanatica
devozione per gli alti ideali dell’egoismo e dell’orgoglio nazionale che tende
sempre a far precipitare il mondo nella barbarie primordiale e nel conflitto.
Nessuna alleanza o atto parlamentare di alcun genere potrà mai impedire tale
calamità. Si tratta solo di nuovi espedienti per porre il debole alla mercé del
più forte. Mi sono espresso a questo proposito quattordici anni fa, quando
Andrew Carnegie sostenne una coalizione di alcuni governi guida – una sorta
di Santa Alleanza – della quale potrebbe essere a buon diritto considerato il
padre, avendola divulgata e avendole dato slancio più di chiunque altro,
prima ancora che vi si impegnasse il Presidente. Se è innegabile che un patto
del genere possa arrecare dei vantaggi materiali ad alcune popolazioni meno
fortunate, esso non può certo raggiungere il principale obiettivo atteso. La
pace può giungere solo come naturale conseguenza del lume universale e
della fusione delle razze, e noi siamo ancora lontani da questa beata
consapevolezza.
Per come vedo il mondo di oggi, alla luce dell’enorme conflitto cui
stiamo assistendo, sono pienamente convinto che gli interessi dell’umanità
sarebbero meglio serviti se gli Stati Uniti rimanessero fedeli alle proprie
tradizioni e si tenessero fuori da «alleanze vincolanti». Collocato come è,
geograficamente, lontano da teatri di scontri imminenti, senza incentivo
all’ampliamento territoriale, dotato di inesauribili risorse e con una splendida
popolazione totalmente permeata da uno spirito di libertà e giustizia, questo
Paese si trova in una posizione unica e privilegiata. Di conseguenza è capace
di esercitare in maniera autonoma il suo straordinario potere e la sua forza
morale a beneficio di tutti, più saggiamente ed efficacemente che se lo
facesse da membro di una coalizione.
In uno di questi articoli pubblicati sull’«Electrical Experimenter», mi
sono soffermato sulle circostanze della mia infanzia e ho raccontato di un
disturbo che mi costringeva a un incessante esercizio di immaginazione e di
autosservazione. Questa attività mentale, in principio innescata in maniera
involontaria dallo stress della malattia e della sofferenza, mi diventò a poco a
poco naturale e mi portò infine a riconoscere che non ero altro che un automa
privo del libero arbitrio del pensiero e dell’azione, capace solo di reagire agli
stimoli dell’ambiente. I nostri corpi hanno una struttura di una tale
complessità, i movimenti che compiamo sono così numerosi e complicati, e
le impressioni esterne sui nostri organi di senso sono tanto delicate e
sfuggenti che è difficile per l’individuo medio percepire questa condizione.
Eppure per lo studioso esperto nulla è più convincente della teoria
meccanicistica della vita, in parte compresa e proposta da Cartesio trecento
anni fa. Ma ai suoi tempi molte importanti funzioni del nostro organismo
erano sconosciute e, specialmente per quanto riguarda la natura della luce e la
struttura e il funzionamento dell’occhio, i filosofi erano all’oscuro.
Negli ultimi anni il progresso della ricerca scientifica in questi campi è
stato così intenso da non lasciare spazio ad alcun dubbio in merito a questa
teoria su cui diverse opere sono state pubblicate. Uno dei suoi più abili ed
eloquenti sostenitori è, probabilmente, Felix Le Dantec, ex assistente di
Pasteur. Il professor Jacques Loeb ha eseguito notevoli esperimenti nel
campo dell’eliotropismo, accertando con chiarezza il potere di controllo della
luce nelle forme inferiori di organismi, e il suo ultimo libro, Forced
Movements, è illuminante. Ma mentre gli uomini di scienza accettano questa
teoria come qualsiasi altra riconosciuta, per me si tratta di una verità che
dimostro a tutte le ore in ogni mia azione e in ogni mio pensiero. La
consapevolezza di un’impressione esterna che stimola una qualunque
reazione, fisica o mentale, è sempre viva nella mia mente. Solo in rare
occasioni, quando mi sono trovato in uno stato di eccezionale concentrazione,
ho avuto difficoltà a individuare gli impulsi originari.
La maggior parte degli esseri umani non è mai consapevole di cosa stia
succedendo intorno e dentro di sé, e sono in milioni a cadere vittime di
malattie e a morire prematuramente solo per questo. Le più comuni
circostanze quotidiane appaiono misteriose e inspiegabili alle persone.
Potrebbe capitare loro di sentire un’improvvisa ondata di tristezza e
setacciare il cervello in cerca di una spiegazione quando invece sarebbe
plausibile rintracciare la causa in una nuvola che blocca i raggi del sole.
Potrebbero figurarsi un caro amico in circostanze che considerano
incredibilmente particolareggiate, quando solo poco prima lo hanno
incrociato per strada o ne hanno visto una fotografia da qualche parte. Se
perdono un bottone del colletto si lagnano e imprecano per un’ora, senza
essere capaci di ripercorrere le azioni a ritroso e localizzare l’oggetto
all’istante. La carenza di osservazione non è altro che una forma di ignoranza
ed è responsabile del prevalere di diverse tendenze patologiche e idee
insensate. Non ci sarà più di una persona su dieci che non crede alla telepatia
e alle altre manifestazioni psichiche, come lo spiritismo e la comunicazione
con l’aldilà, e che rifiuterebbe di dare ascolto, volente o nolente, agli
imbroglioni.
Solo per mostrare quanto sia diventata profondamente radicata questa
tendenza perfino tra gli americani lucidi di mente, potrei citare un simpatico
episodio. Poco prima della guerra, quando la presentazione delle mie turbine
in questa città provocò un proliferare di commenti sui giornali di tecnologia,
mi aspettavo che tra gli industriali ci sarebbe stata una contesa per
aggiudicarsi l’invenzione, e io avevo puntato, in particolare, su quel tipo di
Detroit che aveva una straordinaria capacità nell’accumulare milioni. Ero così
convinto che un giorno si sarebbe fatto vivo che al mio collaboratore e agli
altri assistenti lo diedi per certo. Come previsto, una bella mattina si presentò
un gruppo di ingegneri della Ford Motor Company con la richiesta di
discutere con me su un importante progetto. «Che vi avevo detto?» osservai
trionfante con i miei dipendenti, e uno di loro mi disse: «Lei è incredibile,
signor Tesla; avviene esattamente tutto ciò che predice».
Non appena questi risoluti signori si sedettero, naturalmente iniziai subito
a decantare i magnifici aspetti della mia turbina, finché il portavoce mi
interruppe e disse: «Sì, sappiamo tutto, ma siamo qui per uno scopo ben
preciso. Abbiamo creato una società di psicologia per indagare sui fenomeni
psichici e vogliamo che lei si unisca a noi in questo progetto». Penso che
quegli ingegneri non abbiano mai saputo quanto sono andati vicino all’essere
cacciati via dal mio ufficio.
Da quando alcuni tra i migliori uomini dell’epoca, luminari della scienza
dai nomi immortali, mi dissero che sono dotato di una mente fuori dal
comune, ho completamente rivolto le mie facoltà mentali alla risoluzione di
problemi fondamentali, incurante del sacrificio. Per diversi anni ho cercato di
trovare risposta al mistero della morte, e ho atteso ansiosamente qualsiasi tipo
di indicazione spirituale. Ma in tutta la mia vita solo una volta ho vissuto
un’esperienza che per un momento mi ha turbato come se fosse qualcosa di
soprannaturale. Accadde alla morte mia madre. Ero stremato dal dolore e
dalla lunga veglia, e una notte dovetti recarmi in un edificio a circa due isolati
da casa. Mentre ero lì inerme, pensai che se mia madre fosse morta quando
non le ero affianco, mi avrebbe sicuramente mandato un segno. Due o tre
mesi prima mi trovavo a Londra in compagnia di un mio compianto amico,
Sir William Crookes, quando si cominciò a discutere di spiritismo, e io fui
totalmente coinvolto da quelle riflessioni. Potrei non aver prestato attenzione
agli altri, ma fui sensibile alle argomentazioni del mio amico visto che fu il
suo lavoro epocale sulla materia radiante, che avevo letto da studente, che mi
fece intraprendere una carriera imperniata sui fenomeni dell’elettricità. La
notte in cui dovetti allontanarmi da mia madre, pensai che le condizioni per
uno sguardo verso l’ignoto erano davvero molto favorevoli, poiché mia
madre era una donna geniale e particolarmente intuiva. Per tutta la notte ogni
fibra del mio cervello era in tensione per l’attesa, ma non successe nulla fino
alla mattina presto, quando mi addormentai, o forse svenni, e vidi una nuvola
che sosteneva delle figure angeliche di straordinaria bellezza: una di queste
mi guardò amorevolmente e a poco a poco assunse le sembianze di mia
madre. L’apparizione fluttuò lentamente nella stanza e poi svanì, e io fui
risvegliato da una melodia a più voci di una dolcezza indescrivibile. In quel
preciso istante mi assalì una certezza che non è possibile esprimere a parole e
che mi rivelava che mia madre era appena morta. Ed era vero. Non fui in
grado di cogliere il terribile peso della dolorosa consapevolezza cui giunsi in
anticipo, così scrissi una lettera a Sir William Crookes mentre mi trovavo
ancora sotto l’effetto di quelle sensazioni e in deboli condizioni fisiche.
Quando mi ripresi cercai a lungo la causa esterna di questa strana rivelazione
e, con mio grande sollievo, dopo diversi mesi di vani sforzi vi riuscii. Avevo
visto il quadro di un famoso pittore che doveva avermi decisamente colpito e
che rappresentava allegoricamente una delle quattro stagioni ritraendo una
nuvola con un gruppo di angeli che in effetti parevano fluttuare nell’aria. Era
proprio ciò che mi apparve in sogno, a parte la somiglianza con mia madre.
La musica proveniva invece dal coro della chiesa vicina durante la messa
della mattina di Pasqua, il che spiegava tutto in modo soddisfacente e in
conformità con i dettami scientifici.
Questo accadde molto tempo fa, e da allora non ho mai avuto neanche
una minima ragione per cambiare il mio punto di vista sui fenomeni psichici
e spirituali, non essendoci proprio nessun fondamento. Credervi è naturale
conseguenza dell’evoluzione intellettuale. I dogmi religiosi non vengono più
intesi nel loro senso ortodosso, eppure ogni individuo si aggrappa alla fede
come a una sorta di potere supremo. Dobbiamo avere tutti un ideale che
regoli la nostra condotta e ci assicuri delle soddisfazioni, ma è indifferente
che si tratti di un credo, dell’arte, della scienza o di qualsiasi altra cosa, basta
che possa funzionare come una forza smaterializzante. Per una pacifica
esistenza dell’umanità nel suo insieme è necessario che prevalga un’idea
comune.
Non sono riuscito a ottenere alcuna evidenza a supporto della disputa tra
psicologi e spiritisti, ma ho dimostrato, con mia grande soddisfazione,
l’automatismo della vita, sulla base non soltanto di ripetute osservazioni sulle
azioni dell’uomo, ma anche, in modo più definitivo, di fondate
generalizzazioni. Queste ultime fanno capo a un’invenzione che considero il
livello più alto della società umana e sulla quale mi soffermerò brevemente.
Ho avuto il primo sentore di questa verità sorprendente quando ero ancora
molto giovane, ma per diversi anni ho interpretato quello che notavo solo
come una coincidenza. In pratica, ogni volta che o io o una persona a cui ero
legato, o una causa a cui mi dedicavo, venivamo attaccati in una qualche
maniera che potrebbe generalmente essere meglio identificata come la più
ingiusta immaginabile, sentivo un dolore singolare e indefinibile che, in
mancanza di un termine migliore, ho qualificato come «cosmico»; di lì a
poco, immancabilmente, coloro che ne erano stati la causa, finivano male.
Dopo una serie di casi del genere mi confidai con un gruppo di amici che
ebbero l’opportunità di convincersi della veridicità della teoria che
gradualmente concepii e che potrei enunciare in questo modo:
I nostri corpi hanno tutti una struttura simile e sono soggetti agli stessi influssi esterni.
È ciò che emerge dalla somiglianza delle loro reazioni e dalla concordanza delle attività
generali su cui si basano tutte le nostre leggi, regole sociali o di altro genere. Siamo
automi totalmente controllati dalle forze dell’etere, sballottati come tappi di sughero
sulla superficie dell’acqua, e confondiamo il libero arbitrio con la risultante degli
impulsi esterni. I movimenti e le altre azioni che compiamo sono sempre in funzione
della conservazione della vita e, per quanto sembriamo abbastanza indipendenti gli uni
dagli altri, siamo connessi da linee invisibili. Finché l’organismo è in perfetto stato
risponde correttamente alle sollecitazioni, ma dal momento che in un individuo
qualsiasi sopraggiunge qualche complicanza, la sua forza auto-conservativa è
compromessa. Ognuno comprende, naturalmente, che se si diventa sordi, si indebolisce
la vista, o se ci si pregiudica gli arti, le speranze di vita si riducono. Ma questo vale
anche, e forse ancora di più, per certi difetti cerebrali che privano in qualche modo
l’automa di quella qualità vitale e che quindi lo trascinano alla distruzione. Un
individuo molto sensibile e attento, con il suo meccanismo altamente sviluppato in
perfetto stato e che quindi agisce in modo corretto quando risponde alle mutevoli
condizioni ambientali, è dotato di un senso meccanico superiore, che lo rende capace di
evitare pericoli troppo impercettibili per essere individuati facilmente. Quando entra in
contatto con altri esseri i cui organi di controllo sono decisamente compromessi, quel
senso si attiva e l’individuo avverte il dolore «cosmico». Tale verità è stata confermata
in centinaia di esempi e invito altri studiosi della natura a rivolgere l’attenzione
all’argomento, essendo convinto che con un impegno combinato e sistematico verranno
raggiunti risultati di incalcolabile valore per il mondo.

Mi venne subito l’idea di costruire un automa per confermare la mia


teoria, ma non iniziai davvero a lavorarci fino al 1893, quando iniziai la mia
ricerca sulla trasmissione senza fili. Nei due o tre anni successivi fabbricai
diversi meccanismi automatici azionabili a distanza e li lasciai esposti nel
mio laboratorio a disposizione dei visitatori. Poi, nel 1896, disegnai un’unica
macchina capace di svolgere una moltitudine di operazioni, ma il
coronamento delle mie fatiche fu rimandato alla fine del 1897. Illustrai e
descrissi questa macchina in un mio articolo su «Century Magazine» del
giugno 1890 e in altre riviste dell’epoca e, quando fu mostrata per la prima
volta nel 1898, suscitò una reazione mai riscontrata per nessuna delle mie
invenzioni. A novembre dello stesso anno mi fu concesso un brevetto per
questa nuova arte, ma soltanto dopo che l’Esaminatore capo era venuto a
New York e aveva assistito alla dimostrazione, perché ciò che affermavo
sembrava incredibile. Mi ricordo che in seguito telefonai a un funzionario di
Washington con l’idea di proporre l’invenzione al Governo e mi scoppiò a
ridere in faccia quando gli raccontai cosa avevo realizzato. Nessuno all’epoca
credeva che ci fosse la benché minima possibilità di perfezionare un
congegno del genere. È un peccato che in questo brevetto, seguendo il
consiglio dei miei avvocati, io abbia indicato che il controllo avveniva tramite
un unico circuito e un ben noto tipo di rilevatore, questo perché non avevo
ancora registrato i miei metodi e la strumentazione per l’individuazione. Di
fatto le mie barche venivano controllate attraverso l’azione congiunta di
diversi circuiti e non c’erano interferenze di nessun tipo. In linea di massima
utilizzavo circuiti riceventi a forma di anello che includevano anche i
condensatori, perché le scariche del mio trasmettitore ad alta tensione
caricavano l’aria in una maniera tale che anche un’antenna molto piccola
avrebbe estratto elettricità dall’atmosfera circostante per ore. Tanto per
rendere l’idea, ho trovato per esempio che un bulbo sottovuoto con un
diametro di trenta centimetri e con un solo terminale a cui sia collegato un
filo corto, rilascerebbe almeno un migliaio di flash consecutivi prima di
neutralizzare tutta la carica dell’aria all’interno del mio laboratorio. L’anello
del circuito ricevitore non era sensibile a questi disturbi ed è curioso
osservare che negli ultimi tempi sta diventando famoso. In realtà raccoglie
molta meno energia delle antenne o di un lungo filo sotterrato, ma si dà il
caso che elimini diversi difetti tipici degli attuali dispositivi senza fili.
Durante le dimostrazioni che feci in pubblico, gli ospiti erano invitati a porre
una domanda qualunque, anche complessa, e l’automa avrebbe risposto con
dei segnali. All’epoca venne considerato un prodigio ma era estremamente
semplice, poiché ero io che rispondevo per mezzo del congegno.
Nello stesso periodo venne costruita un’altra, più grande, barca
teleautomatica, mostrata in una foto all’interno di questo numero
dell’«Electrical Experimenter». Era controllata da circuiti che avevano
diversi avvolgimenti all’interno dello scafo reso completamente
impermeabile e quindi immergibile in acqua. La strumentazione era simile a
quella utilizzata per la prima, a parte alcune caratteristiche speciali che
introdussi, come, ad esempio, delle lampadine a incandescenza che
mostravano il funzionamento del macchinario a livello visivo.
Questi automi, controllabili all’interno del raggio visivo dell’operatore,
costituivano solo i primi passi rudimentali nell’evoluzione dell’arte della
teleautomatica come io l’avevo concepita. Da qui si sarebbe automaticamente
proceduto applicando queste tecniche a meccanismi automatici posti oltre il
limite visivo e poi a notevole distanza dal centro di controllo, e io ho sempre
sostenuto che il loro impiego ai fini militari fosse preferibile alle pistole.
Oggi sembra che ciò sia stato riconosciuto, a giudicare da notizie sparse sui
giornali riguardo conquiste definite straordinarie, ma alle quali in ogni caso
non si riconosce alcuna novità. È possibile, ma in maniera non ancora
perfetta, far decollare un aeroplano, fargli mantenere approssimativamente
una certa rotta e fargli eseguire alcune operazioni a centinaia di miglia di
distanza. Un apparecchio di questo tipo può essere anche controllato
meccanicamente in vari modi e non ho dubbi che potrebbe dimostrarsi di una
qualche utilità in guerra. Ma oggi, sulla base delle mie conoscenze, non
abbiamo i mezzi per raggiungere con precisione un obiettivo del genere. Ho
dedicato anni di studio a questo argomento e ho elaborato strumenti e
realizzato con facilità simili e più splendide meraviglie.
Come ho affermato in una precedente occasione, quando ero studente
universitario ideai una macchina volante assai diversa dalle attuali. Il
principio di fondo era valido ma non poteva essere realizzata perché mancava
un motore primario sufficientemente potente. Negli ultimi anni sono riuscito
a risolvere questo problema e al momento sto progettando macchine aeree
prive di superfici di sostegno, alettoni, eliche e altri accessori esterni, che
saranno capaci di raggiungere altissime velocità e probabilmente nel
prossimo futuro rappresenteranno un argomento molto valido per la pace.
Tale macchina, sostenuta e spinta totalmente per reazione, è stata concepita
per essere controllata sia in modo meccanico che tramite energia trasmessa
senza fili – ed è osservabile a pagina 108 di questa rivista. Installando
impianti adeguati sarà possibile lanciare un missile siffatto in aria e lasciarlo
cadere praticamente sul punto stabilito, che potrebbe essere anche a mille
miglia di distanza. Ma non ci fermeremo qui. Alla fine verranno prodotti
degli automi, capaci di agire come se fossero dotati di una propria
intelligenza, e il loro avvento sarà una rivoluzione. Già nel 1898 proposi ai
rappresentanti di una grande azienda manifatturiera la costruzione e
l’esposizione pubblica di un’automobile che, da sé, avrebbe eseguito una
molteplicità di operazioni implicando qualcosa di affine alla capacità di
discernimento. Ma la mia proposta all’epoca fu ritenuta chimerica e non se ne
fece nulla.
Al momento molte delle menti più capaci stanno cercando di escogitare
degli espedienti per impedire il ripetersi del terribile conflitto che solo
teoricamente è giunto alla fine e del quale io avevo correttamente previsto la
durata e le principali conseguenze in un articolo comparso sul «Sun» il 20
dicembre del 1914. La proposta di una Lega non è un rimedio ma, al
contrario, come sostengono molti uomini competenti, può comportare esiti
esattamente opposti. In particolare è da biasimare che venga adottata una
politica punitiva nella formulazione dei termini di pace perché da qui a
qualche anno per le nazioni sarà possibile combattere senza eserciti, navi o
pistole, ma con armi ben più terribili, con un potere distruttivo e un raggio
d’azione praticamente senza limiti. Una città che si trovi in qualsiasi parte del
mondo, potrà essere distrutta dal nemico e nessun potere sulla Terra sarà in
grado di impedirlo. Se vogliamo evitare un disastro incombente e uno stato
delle cose che può trasformare questo pianeta in un inferno, dovremmo
favorire lo sviluppo delle macchine volanti e della trasmissione dell’energia
senza fili senza esitare un secondo e con tutta la forza e le risorse del Paese.
APPENDICE
La trasmissione dell’energia elettrica senza fili come mezzo
per promuovere la pace1

La pace universale, supponendo che sia pienamente realizzabile, potrebbe


non richiedere eoni per il suo raggiungimento, per quanto improbabile ciò
possa apparire, a giudicare dallo sviluppo impercettibilmente lento di tutte le
idee riformatrici del passato. L’uomo, in quanto massa in movimento, è
inseparabile dalla lentezza e dalla persistenza delle sue manifestazioni vitali,
ma questo non significa che ogni fase di transizione, ogni stato permanente
della sua esistenza debbano necessariamente essere raggiunti attraverso un
processo stataclitico di sviluppo.
Le stime più consolidate sulla durata delle metamorfosi naturali, o dei
mutamenti in generale, sono state recentemente messe in dubbio. Le
fondamenta stesse della scienza sono state scosse. Non possiamo più credere
all’ipotesi di Maxwell sulle ondulazioni trasversali delle vibrazioni elettriche;
quest’ambito importantissimo dell’attività umana, soprattutto
nell’avanzamento della filantropia e della pace, è stato non poco intralciato
dall’affascinante illusione che da tempo cerco di dissipare. Ho notato con
soddisfazione i primi segni di cambiamento all’interno del pensiero
scientifico. La sensazionale scoperta di sostanze eccezionalmente
«radioattive», il radio e il polonio, da parte della signora Skłodowska Curie è
stata motivo di ulteriore gratificazione personale, essendo una conferma
eclatante delle mie prime dimostrazioni sperimentali di flussi radianti di
materia primitiva o emanazioni corpuscolari («Electrical Review», New
York, 1896-1897), che allora furono accolte con incredulità. Queste ci hanno
risvegliato dal sogno poetico di un intangibile trasmettitore di energia, l’etere
senza peso né struttura, in favore della semplice, concreta realtà di un mezzo
costituito da particelle grezze, veicoli corporei di forza. Ci hanno condotto
verso un’interpretazione radicalmente nuova dei cambiamenti e delle
trasformazioni che percepiamo. Illuminati da questa rivelazione, non
possiamo più dire che il sole è caldo, che la luna è fredda o che le stelle sono
luminose, perché potrebbero essere tutti fenomeni puramente elettrici. Se così
fosse, persino la nostra concezione dello spazio e del tempo potrebbe
risultarne modificata.
E anche per quanto concerne il mondo organico, una simile rivoluzione è
già osservabile. Nelle ricerche biologiche e zoologiche, le audaci idee di
Haensel hanno trovato sostegno in recenti scoperte. La convinzione eretica
circa la possibilità di produrre artificialmente aggregati di materia vivente, la
creazione spontanea di organismi complessi e il controllo intenzionale del
sesso, sta guadagnando terreno. Viene sempre osteggiata, certo, ma non più
con lo stesso disdegno pedantesco di prima. Il fatto è che la nostra fede nella
teoria ortodossa di un’evoluzione lenta e graduale si sta sgretolando!
Così, una condizione della vita umana vagamente definita
dall’espressione «pace universale», benché sia il risultato di sforzi compiuti
nei secoli passati, potrebbe rapidamente diventare realtà, in maniera non
diversa da un cristallo che si forma all’improvviso in una soluzione a lungo
preparata. Ma proprio come un effetto non può precedere la propria causa,
così questa condizione non può essere raggiunta per mezzo di un patto tra le
nazioni, per quanto solenne. L’esperienza avviene prima che sia formulata la
legge, e tra loro sono correlate come causa ed effetto. Finché saremo
chiaramente consci dell’aspettativa che la pace debba essere il risultato di una
decisione congressuale, avremo la certezza definitiva di non essere ancora
pronti. Solo quando ci renderemo conto che simili consessi internazionali non
sono che mere procedure formali, non necessari se non nella misura in cui
possono dare espressione ufficiale a un desiderio comune, la pace sarà
conseguibile.
A giudicare dagli eventi attuali, ci troviamo, in realtà, assai distanti da
questo radioso obiettivo. È pur vero che ci stiamo avvicinando a grandi passi.
Dovunque vi sono segni evidenti di questo progresso. Le ostilità razziali e i
pregiudizi si stanno decisamente riducendo. Una recente legge promulgata da
Sua Eccellenza, il presidente degli Stati Uniti, è molto significativa in questo
senso. Cominciamo a pensare in maniera cosmica. Le nostre antenne
dell’empatia comunicano anche a distanze remote. I batteri del weltschmerz2
sono su di noi. Eppure, finora, l’armonia universale è stata raggiunta solo in
un’unica sfera delle relazioni internazionali: il servizio postale. Il suo
meccanismo funziona in modo soddisfacente – eppure quanto siamo ancora
distanti dall’ossequioso rispetto della santità della borsa del postino! E quanto
è ancora distante la prossima pietra miliare lungo la strada per la pace – un
sistema giudiziario internazionale altrettanto affidabile quanto quello postale!
La prossima assemblea all’Aia, rimandata a data da destinarsi, può essere
considerata solo un espediente temporaneo. Essendo al momento il disarmo
generale del tutto fuori discussione, si potrebbe almeno raccomandare una
riduzione proporzionale degli armamenti. La sicurezza di qualsiasi paese e
dell’intero commercio mondiale dipende non dalla quantità assoluta, bensì
dalla quantità relativa di materiale bellico, e sarebbe questo, evidentemente, il
primo ragionevole passo da compiere per aspirare a un’economia e una pace
internazionali. Sarebbe però un compito improbo stabilire un’equa base da
cui partire. La popolazione, la forza navale, quella militare, l’importanza
commerciale, le risorse idriche e naturali in generale, reali o potenziali,
rappresentano standard ugualmente insoddisfacenti.
Per via di queste difficoltà, una misura suggerita da Carnegie potrebbe
essere adottata da poche potenze mondiali per spaventare i paesi più deboli e
costringerli alla pace. Ma nonostante, al momento, un simile metodo possa
apparire consigliabile, gli effetti benefici di questo trattamento omeopatico
della malattia bellica si rivelerebbero difficilmente duraturi. In primo luogo,
una coalizione di potenze mondiali non mancherebbe di costituire
un’opposizione organizzata, il che potrebbe provocare un disastro enorme,
quello che da molto tempo si cerca di evitare. E a quel punto verrebbe
riconosciuto il fallimento definitivo di queste nazioni virtuose e ordinatrici di
pace, con la stessa certezza della legge di gravitazione universale; sarebbe
estremamente demoralizzante. Di nuovo, in nessun modo la semplice autorità
potrebbe bastare.
Le conquiste per mezzo della forza bruta stanno diventando sempre più
ardue, giorno dopo giorno. La difesa riesce sempre più a prendere il
sopravvento sull’attacco, col progresso della scienza diabolica della
distruzione. La nuova arte di controllare elettricamente i movimenti e le
operazioni di automi individualizzati senza fili presto consentirà a ogni paese
di rendere le sue coste inattaccabili alle navi nemiche. A questo riguardo, mi
duole far notare che la proposta da me presentata anni fa alla Marina degli
Stati Uniti, allo scopo di introdurre questa invenzione, non ha ricevuto il
benché minimo sostegno. Inoltre, la mia offerta al ministro Long di realizzare
comunicazioni telegrafiche attraverso l’oceano Pacifico tramite il mio sistema
senza fili è stata gettata nel cestino a Washington, in modo alquanto
increscioso.
In quell’anno (1900) avevo già annunciato, sul «Century Magazine» di
giugno, la praticabilità della mia idea di «cinturare» il globo con impulsi
elettrici (onde stazionarie) e il mio «teleautoma» era stato mostrato in
pubblico. Ma la colpa non era degli ufficiali della Marina, tant’è che le mie
invenzioni erano state definite ardite e visionarie, e con ancora più enfasi
proprio da coloro che da allora sono divenuti delle specie di Creso delle
Promesse – promesse di accumulatori di carica «leggeri», telefonia
«oceanica» e telegrafo senza fili, tuttora rimaste tali –, Sisifo delle
Innovazioni. Se solo fossero stati costruiti e adottati dalla nostra Marina
alcuni siluri «automatici», la loro mera influenza morale si sarebbe fatta
potentemente e positivamente sentire nell’attuale polveriera orientale. Per
non parlare dei vantaggi che si sarebbero potuti ottenere mediante la
trasmissione diretta e istantanea di messaggi alle nostre colonie più remote e
coinvolte in barbari conflitti. Da quando ho introdotto quel principio, ho
apportato un gran numero di migliorie, rendendo possibile dirigere simili
siluri, volendo anche sommergibili, con precisione infallibile, verso
l’obiettivo da distruggere, a una distanza molto maggiore della gittata di
qualsiasi arma. Inoltre, cosa ancora più sorprendente, l’operatore non ha
bisogno di vedere o conoscere la posizione dell’ordigno infernale, e il nemico
non ha la minima possibilità di interferire con i suoi movimenti tramite mezzi
elettrici.
Uno di questi diabolici teleautomi sarà presto realizzato, e lo porterò
all’attenzione del governo. Lo sviluppo di quest’arte farà inevitabilmente
cessare la costruzione di costose navi da guerra, così come di fortificazioni
terrestri, rivoluzionando i mezzi e i metodi bellici. La distanza raggiungibile e
la forza distruttiva di una simile macchina semi-intelligente saranno
praticamente illimitate per ogni scopo pratico; le armi da fuoco, le corazze
delle navi e i muri delle fortezze perderanno la loro importanza e il loro
significato. Si può profetizzare, con la fiducia di un Davide, che saranno abili
elettricisti a risolvere le battaglie del domani. Ma non è tutto. Oltre ai suoi
effetti sulla guerra e sulla pace, l’elettricità offre ben altre possibilità, ancora
maggiori e più sensazionali. Porre fine alle guerre col perfezionamento di
dispositivi di distruzione capaci di combattere autonomamente potrebbe
richiedere secoli. Bisogna impiegare altri mezzi per accelerare la fine dei
conflitti.
Quali potrebbero essere? Prendiamoli in esame.
Gli scontri tra gli individui, così come tra i governi e le nazioni, derivano
invariabilmente da malintesi, nel senso più ampio del termine. I malintesi
possono sempre essere causati dall’incapacità di apprezzare il punto di vista
altrui. Anche questo è dovuto all’ignoranza dei soggetti coinvolti, non tanto
di sé stessi, quanto di ciò che hanno in comune. Il pericolo di un conflitto è
aggravato anche da un istinto più o meno predominante di bellicosità, insito
in ogni essere umano. Per resistere a questa tendenza interiore alla lotta, il
modo migliore è sempre stato quello di fugare l’ignoranza mediante una
sistematica diffusione della conoscenza. In vista di questo obiettivo, è molto
importante favorire lo scambio e l’interazione delle idee.
La comprensione reciproca sarebbe immensamente facilitata dall’uso di
una lingua universale. Ma la vera domanda è: quale potrebbe essere? Al
momento sembra che l’inglese sia la più utilizzata a questo scopo, anche se
bisogna ammettere che non è la più idonea. Ogni lingua, ovviamente, eccelle
in qualche aspetto particolare. L’inglese si presta a un’espressione chiara e
convincente dei fatti. Il francese è preciso e finemente accurato. L’italiano è
probabilmente la lingua più melodiosa e la più facile da imparare. Le lingue
slave sono molto ricche di suoni, ma estremamente difficili da padroneggiare.
Il tedesco non ha eguali per la facilità che offre nel combinare e coniare
nuove parole. Una risposta concreta alla nostra domanda capitale va per forza
rintracciata nei tempi a venire, essendo evidente che, adottando un’unica
lingua comune, la marcia in avanti dell’uomo verrebbe prodigiosamente
accelerata. Non credo che un miscuglio artificiale, come il volapük, troverà
mai accoglienza universale, per quanto faccia risparmiare tempo. Sarebbe
contrario alla natura umana. Le lingue sono radicate nei nostri cuori.
Considero piuttosto la possibilità di un ritorno al latino o al greco antico,
basandomi sulla legge del ritmo di Spencer (si vedano i suoi Primi principi).
È una disdetta che le nazioni anglofone, attualmente le più adatte a guidare il
mondo, pur essendo dotate di straordinaria energia e intelligenza pratica,
siano stranamente carenti in fatto di talento linguistico.
Il prossimo punto ci porta a considerare i documenti e le testimonianze di
qualsiasi tipo come mezzi per la diffusione dell’informazione, la conoscenza
degli sforzi reciproci che contribuisce primariamente all’armonia. Qui i
giornali giocano il ruolo più importante. Sono indubbiamente più efficaci di
tutte le istituzioni scolastiche, le biblioteche, i musei e la corrispondenza
individuale messi insieme. Le informazioni che veicolano sono, nel
complesso, superficiali e talvolta lacunose, ma sono convogliate in un flusso
enorme, che arriva quasi dappertutto. Tralasciando per il momento
l’influenza delle invenzioni elettriche, la forza del giornalismo sarebbe il
mezzo più potente per promuovere la pace. Le nostre scuole, in gran parte,
sono finalizzate al conseguimento di un sapere specialistico e minuzioso in
molti ambiti, che risulta nocivo alla concordia. Un mondo composto solo da
rozzi specialisti sarebbe perennemente in guerra. La diffusione di un sapere
generale attraverso le biblioteche e altre simili fonti di informazione è molto
lenta.
Quanto alla corrispondenza individuale, è utile principalmente come
ingrediente indispensabile per cementare l’interesse commerciale,
potentissimo materiale da costruzione tra eterogenee masse di umanità.
Sarebbe difficile sopravvalutare l’influenza benefica di quell’arte
meravigliosa e precisa che è la fotografia, senza ignorare le altre forme d’arte
o di comunicazione. Ma una semplice riflessione mostrerà che la forza
pacificatrice di tutti i documenti, scritti o meno, non è insita in essi. Deve
trovarsi altrove. E questo vale anche per la parola.
I nostri sensi ci permettono di percepire solo una minima porzione del
mondo esterno. Il nostro udito si estende a poca distanza. La nostra vista è
impedita da altri corpi e dall’oscurità. Per conoscerci l’un l’altro dobbiamo
oltrepassare la sfera delle nostre percezioni sensoriali. Dobbiamo trasmettere
la nostra intelligenza, viaggiare, trasportare materiali e trasferire le energie
necessarie per la nostra esistenza. Seguendo questo pensiero, ci rendiamo
conto, con evidenza tale da non richiedere discussioni, che tra tutte le
conquiste dell’uomo, senza eccezione, la più desiderabile, la più utile per
stabilire relazioni pacifiche universali è la soppressione totale della distanza.
Per compiere questo prodigio, l’elettricità è il solo e unico mezzo. Grazie
a questo potente fenomeno, la cui natura rimane un mistero, sono già stati
compiuti grandi progressi. Ma la nostra meraviglia per ciò che è stato
realizzato sarebbe incontrollabile se non fosse tenuta a freno dall’aspettativa
di miracoli futuri ancora maggiori. E il più grande di tutti può essere visto
sotto tre aspetti: diffusione dell’informazione, trasporto dell’energia,
trasmissione dell’energia.
Quanto alla prima, gli attuali sistemi di comunicazione telegrafica e
telefonica hanno una portata molto limitata. I conduttori sono costosi e hanno
una ridotta capacità di funzionamento. Sono affetti da un’elevata interferenza
induttiva, e inoltre i temporali rendono insicuro il servizio che, peraltro, è
ancora troppo costoso. Un grande miglioramento sarebbe rappresentato dalla
collocazione dei cavi sottoterra, isolandoli artificialmente tramite la
refrigerazione. La loro capacità di funzionamento potrebbe essere
indefinitamente aumentata anche facendo ricorso al nuovo principio
dell’individualizzazione, che ho recentemente esposto, il quale permette la
simultanea trasmissione di migliaia di messaggi telegrafici e telefonici, senza
interferenza, tramite un singolo cavo. Il pubblico starebbe già approfittando
di questi grandi vantaggi se non fosse per la stolida indifferenza delle
principali aziende coinvolte nella trasmissione dell’informazione. Ma ormai
sta emergendo un’attenzione nuova, e nel prossimo futuro assisteremo a
grandi trasformazioni riguardo a queste invenzioni. I cavi sottomarini sono
soggetti a limitazioni ancora maggiori. Vi sono ostacoli che sembrano
insuperabili per una rapida comunicazione attraverso di essi. I tentativi di
sormontarli sono stati numerosi, ma finora si sono rivelati vani.
Il celebre matematico O. Heaviside e altri validi scienziati, seguendo il
suo esempio, sono incappati nel singolare errore di pensare che fosse fattibile
una telefonia e una telegrafia rapida tramite cavi posati nell’oceano col
ricorso a rocchetti a induzione. Per certi versi, le induttanze sarebbero utili su
distanze relativamente brevi se isolate con spessi strati di carta; sulle lunghe
distanze, usando gomma o guttaperca per isolarle, si rivelerebbero
decisamente dannose. Non c’è dubbio, comunque, che saranno apportate
migliorie, e tuttavia una grande capacità elettrostatica e un’inevitabile perdita
di energia nell’isolamento e nei conduttori circostanti ridurranno sempre
l’utilità della trasmissione mediante conduttori artificiali, che resterà
necessariamente confinata a un ristretto numero di centrali.
È quindi evidente che l’abolizione di tutti questi inconvenienti tramite la
trasmissione di segnali o messaggi senza fili, come mi sono accinto a fare
nella mia telegrafia e telefonia «mondiale», sarà di primaria importanza nel
cammino verso la pace. L’influenza unificatrice di questo progresso sarà
ulteriormente apprezzata perché non solo annullerà la distanza, ma renderà
possibile controllare, da un singolo impianto di telegrafia «mondiale», un
numero illimitato di stazioni di ricezione distribuite in tutto il globo e con la
medesima facilità, a prescindere dalla loro ubicazione. Nel giro di pochi anni,
un semplice ed economico dispositivo portatile permetterà a ciascuno di
ricevere per terra o per mare le notizie principali, di ascoltare un discorso,
una lezione, una canzone o un’esecuzione strumentale, trasmessi da tutt’altra
parte del mondo. L’invenzione soddisferà anche il bisogno urgente di una
trasmissione più conveniente a grandi distanze, in particolare attraverso gli
oceani. La ridotta capacità operativa dei cavi e l’eccessivo costo della
comunicazione costituiscono, al momento, fatali impedimenti per la
diffusione delle informazioni, e potranno essere eliminati solo grazie a una
trasmissione senza fili.
Le carenze della telegrafia hertziana hanno suscitato nel pubblico
l’impressione che sia impossibile trasmettere messaggi esclusivi o privati
senza l’uso di canali artificiali. In realtà, niente potrebbe essere più errato. Fin
dalla sua prima comparsa, nel 1891, avevo negato le possibilità commerciali
del sistema di segnalazione tramite le onde hertziane o elettromagnetiche, e le
mie previsioni hanno trovato piena conferma. Si presta assai poco alla
sintonizzazione, e ancora meno ai sofisticati artifici
dell’«individualizzazione», e la trasmissione a considerevoli distanze è del
tutto fuori questione. Anni fa circolarono roboanti affermazioni su questo
metodo di comunicazione, ma si sono rivelate incapaci di superare la dura,
crudele prova del tempo.
Inoltre, ho appreso recentemente dalla principale rivista britannica
dedicata all’elettricità («Electrician», 27 febbraio 1903) che alcuni
sperimentatori hanno abbandonato i loro metodi per «convertirsi» ai miei e
alle loro applicazioni, senza nessuna approvazione o supervisione da parte
mia. Sono rimasto tanto sbalordito quanto addolorato: sbalordito dalla
nonchalance e dalla mancanza di riconoscenza di questi uomini, addolorato
dall’incapacità esibita nella messa a punto e nell’uso della mia attrezzatura.
Ma le mie più alte speranze, rinfocolate da quell’eccellente rivista, devono
ancora essere realizzate, avendo io accertato che Sua Maestà il re
d’Inghilterra, Sua Eccellenza il presidente degli Stati Uniti e altre illustri
personalità non mi hanno tuttora concesso l’imperituro onore di
condiscendere magnanimamente all’uso delle mie bobine, dei miei
trasformatori e dei metodi di trasmissione ad alto potenziale, pur avendomi
espresso i loro prestigiosi saluti via cavo, alla vecchia maniera. Gli effettivi
risultati raggiunti dalla telegrafia hertziana possono solo essere oggetto di
mere congetture.
Condizioni alquanto differenti, invece, sussistono nel mio sistema, nel
quale le onde o radiazioni elettromagnetiche vengono scientemente
minimizzate poiché il collegamento al suolo di uno dei due terminali del
circuito di trasmissione permette di ridurre di circa la metà l’energia delle
suddette radiazioni. Nel rispetto delle regole e degli accorgimenti appropriati,
la distanza ha conseguenze ridotte o nulle, e tramite un’abile applicazione del
principio di «individualizzazione», ripetutamente riferita ai messaggi, può
essere resa sia non-interferente che non-interferibile. Questa invenzione, che
ho descritto nelle pubblicazioni tecniche, si propone di imitare, in modo
alquanto approssimativo, il sistema nervoso del corpo umano. È il risultato di
lunghi esperimenti, che dimostrano l’impossibilità di soddisfare rigorosi
requisiti commerciali tramite il mio precedente sistema basato sulla semplice
sintonizzazione, in cui la qualità selettiva dipendeva da un singolo aspetto
caratteristico.
In questo successivo miglioramento, l’esclusività e non-interferibilità
degli impulsi trasmessi tramite un canale comune deriva dalla combinazione
cooperativa di diversi elementi distinti, e può essere spinta al livello
desiderato. Nella pratica effettiva si scopre che, combinando solo due
vibrazioni o segnali, si raggiunge un livello di privacy sufficiente per molti
scopi. Quando si combinano tre vibrazioni è estremamente difficile, anche
per un abile esperto, leggere o disturbare segnali non destinati a lui; con
quattro è addirittura inutile provarci. La probabilità di individuare le
combinazioni segrete nel momento e nell’ordine giusti è assai inferiore a
quella di fare contemporaneamente ambo, terna e quaterna a tombola. Sulla
base di dati sperimentali posso concludere che l’invenzione permetterà la
simultanea trasmissione di svariati milioni di messaggi separati e distinti
attraverso il terreno che, abbastanza stranamente, sotto questo aspetto è di
gran lunga superiore a un conduttore artificiale. Un numero più che
sufficiente a soddisfare le impellenti necessità della trasmissione di
informazioni per almeno un secolo. È importante rilevare che un unico
impianto di telegrafia «mondiale», quale quello che sto ultimando, avrà una
capacità operativa maggiore di tutti i cavi oceanici messi insieme. Una volta
che questi fatti saranno riconosciuti, questa nuova arte, che sto inaugurando,
investirà il mondo con la forza di un uragano.
Attualmente stiamo assistendo a grandi cambiamenti nei trasporti. Le
linee dei tram si stanno diffondendo, la locomotiva a vapore sta lasciando
spazio al motore elettrico. I transatlantici stanno adottando le turbine. I viaggi
via terra sono facilitati dalle automobili. Le cascate vengono sfruttate per la
loro energia, impiegata per la propulsione dei veicoli. I vantaggi della
generazione dell’elettricità tramite un motore primario sono sempre più
apprezzati. Agli occhi della maggioranza questa potrà apparire una via
indiretta, ma in realtà è tanto diretta quanto muovere una puleggia con
un’altra tramite una cinghia. L’idea viene già applicata nelle ferrovie e le
automobili di questa nuova categoria stanno cominciando a fare la loro
comparsa. Le navi transoceaniche seguiranno a loro volta.
Un immenso territorio vergine si aprirà ai produttori di macchinari
elettrici. L’anelito al risparmio di tempo e denaro è tipico di tutti i mezzi di
trasporto moderni. In molti di questi nuovi sviluppi l’isolamento artificiale
delle reti ad alta tensione tramite la refrigerazione si rivelerà molto utile. Per
quanto possa apparire paradossale, mediante questa invenzione si potrà
trasmettere energia per scopi industriali a distanze di migliaia di miglia, non
solo senza alcuna perdita, ma anche con un apprezzabile incremento
energetico. Questo è dovuto al fatto che il conduttore è molto più freddo del
mezzo circostante. L’operatività di questo metodo è ristretta all’uso di un
refrigerante gassoso, poiché nessun liquido conosciuto permette il
raggiungimento di una temperatura abbastanza bassa per la linea di
trasmissione. L’idrogeno è di gran lunga il miglior agente raffreddante.
Grazie al suo utilizzo, le ferrovie elettriche possono essere estese fino alla
distanza desiderata. Grazie alle ridotte perdite ohmiche, le obiezioni al
sistema multifase si dissolvono e si possono adottare motori a induzione con
armature a bobine chiuse. Ritengo che anche la trasmissione di grandi
quantità di energia tramite un cavo sottomarino, per esempio tra la Svezia e
l’Inghilterra, sia perfettamente praticabile. Ma la soluzione ideale del
problema del trasporto sarà ottenuta solo quando la completa soppressione
della distanza nella trasmissione dell’energia in grandi quantità sarà divenuta
una realtà commerciale. Quel giorno invaderemo il regno degli uccelli.
Quando l’atavico problema della navigazione aerea, per secoli rivelatosi una
sfida insuperabile, sarà risolto, l’uomo potrà avanzare a passi da gigante.
Che l’energia elettrica possa essere trasmessa in maniera economica
senza fili, a qualsiasi distanza terrestre, l’ho inequivocabilmente stabilito nel
corso di numerose osservazioni, esperimenti e misurazioni, qualitative e
quantitative. Ho dimostrato che nella trasmissione è possibile distribuire
l’energia da un impianto centrale in quantità illimitate, con una perdita che
non supera la minuscola frazione dell’1%, anche alle più grandi distanze –
12.000 miglia, quasi 20.000 chilometri, cioè dalla parte opposto del globo.
Ora questa impresa apparentemente impossibile può essere prontamente
compiuta da qualsiasi scienziato che conosca il progetto e la struttura del mio
«trasmettitore di amplificazione», il più sensazionale impianto elettrico che
conosca, che rende possibile la produzione di effetti di intensità illimitata
sulla terra e nell’atmosfera. Si tratta, essenzialmente, di un circuito
secondario di lunghezza definita che vibra liberamente, dotato di
un’autoinduzione molto elevata e una ridotta resistenza, in cui uno dei
terminali è collegato direttamente in profondità al terreno o tramite una
connessione induttiva, mentre l’altro è collegato a un conduttore
sopraelevato, e nel quale le oscillazioni elettriche di un circuito primario sono
impresse in condizioni di risonanza. Per dare un’idea delle capacità di questo
meraviglioso apparecchio, posso affermare che, tramite il suo utilizzo, sono
riuscito a ottenere scariche di scintille che si estendevano per più di mille
piedi (oltre 300 metri), dotate di correnti di mille ampere, forze elettromotrici
di approssimativamente venti milioni di volt, scie chimicamente attive capaci
di coprire aree di svariate centinaia di metri quadrati, e perturbazioni
elettriche nei mezzi naturali superiori in termini di intensità a quelle causate
dai fulmini.
Comunque vada in futuro, l’applicazione universale di questi grandi
principi è pienamente assicurata, anche se potrebbe farsi attendere a lungo.
Con l’apertura della prima centrale elettrica, l’incredulità lascerà spazio alla
meraviglia – e questa all’ingratitudine, come è sempre accaduto. Il tempo in
cui l’energia delle cascate diventerà l’energia dell’uomo non è lontano.
Finora il mio sistema di trasmissione di corrente alternata è riuscito a
imbrigliare all’incirca un milione di cavalli vapore. Non è molto, ma
corrisponde nondimeno alla somma di sessanta milioni di infaticabili
lavoratori, che lavorino teoricamente senza cibo né paga per l’intera
popolazione mondiale. I progetti di cui mi sto occupando, tuttavia,
contemplano lo sfruttamento di forze idriche pari a qualcosa come
centocinquanta milioni di cavalli vapore. Se venissero portati a termine nel
giro di un quarto di secolo, come pare probabile dalle attuali indicazioni, ci
saranno, in media, due instancabili lavoratori del genere per ogni individuo.
Ben prima di questo traguardo, il carbone e il petrolio dovranno cessare di
essere fattori così importanti per la sussistenza umana su questo pianeta.
Bisogna tenere a mente che l’energia elettrica ottenuta dallo sfruttamento
delle cascate è probabilmente cinquanta volte più efficace di quella prodotta
dal carburante. Essendo, inoltre, il modo più perfetto di rendere disponibile
l’energia del sole, la direzione del futuro sviluppo materiale dell’uomo è
chiaramente indicata: vivrà di «carbone bianco». Come un cucciolo
aggrappato al grembo della madre, si aggrapperà alla sua cascata. «Dacci
oggi la nostra cascata quotidiana»: sarà questa la preghiera delle future
generazioni. Deus futurus est deus aquae deiectus!
Ma il fatto che le onde stazionarie possano essere prodotte nel terreno
possiede una rilevanza speciale, ancora maggiore per lo sviluppo
dell’umanità. Spiegate in termini semplici, queste onde sono fenomeni
generalmente affini all’eco: sono il risultato di una riflessione. Esse
apportano prove chiare e incontrovertibili del fatto che la corrente elettrica,
dopo essere scesa nel terreno, si dirige verso la regione diametralmente
opposta rispetto a quest’ultimo e, di rimbalzo, ritorna al punto di partenza con
forza teoricamente inalterata. Le correnti in entrata e in uscita si scontrano,
formando nodi e anelli simili a quelli osservabili in una corda che vibra. Per
attraversare la distanza pari alla circonferenza del globo, circa
ventiquattromila miglia, la corrente richiede un certo intervallo di tempo, che
sono riuscito a determinare approssimativamente. Nel concederci questa
scoperta, la natura ci ha rivelato uno dei suoi più preziosi segreti, che ha
conseguenze inestimabili per l’uomo. Questo fenomeno è infatti così
sorprendente che sembra quasi che il Creatore in persona abbia progettato
questo pianeta dal punto di vista elettrico, proprio allo scopo di metterci in
condizione di realizzare autentici prodigi che, prima della mia scoperta, erano
impensabili, neanche dall’immaginazione più sfrenata. Un dettagliato
resoconto delle mie scoperte e dei miei progressi sarà consegnato al mondo in
uno speciale lavoro che sto preparando. Fino ad allora, tuttavia, essendo
legati a utilizzi industriali e commerciali, saranno rivelati in accurate
descrizioni finalizzate alla concessione del brevetto.
Come ho affermato in un recente articolo («Electrical World and
Engineer» del 5 marzo 1904), da tempo lavoro a progetti di una centrale
elettrica capace di trasmettere diecimila cavalli vapore senza fili. L’energia
deve essere raccolta sul terreno in diversi punti e in differenti quantità. Non
bisogna pensare che la realizzazione pratica di questa impresa sia troppo
lontana. I progetti potrebbero essere facilmente terminati questo inverno e se
nel frattempo si potesse fare un lavoro preliminare sulle fondamenta la
centrale potrebbe entrare in attività prima della fine del prossimo autunno.
Avremo allora a disposizione una macchina unica e inestimabile. Questo
oscillatore, da solo, farebbe avanzare il mondo intero di un secolo. La sua
influenza civilizzatrice sarebbe avvertita anche dal più umile abitante delle
terre selvagge.
Milioni di strumenti di ogni tipo, per tutti gli usi immaginabili, potrebbero
essere messi in funzione da quell’unica macchina. L’orario universale
potrebbe essere distribuito da semplici orologi poco costosi che non
richiedono particolare attenzione e funzionano con precisione quasi
matematica. La teleborsa, i movimenti sincronizzati e innumerevoli
dispositivi di questo genere potrebbero funzionare all’unisono su tutta la
terra. Potrebbero essere messi a punto strumenti che indichino le rotte navali,
la distanza percorsa, la velocità, l’ora in un determinato luogo, la latitudine e
la longitudine. Potrebbero essere assicurati vantaggi commerciali
incalcolabili ed evitati tantissimi incidenti e disastri. Qua e là una casa
potrebbe essere illuminata, e un lavoro che richieda una certa energia
pienamente svolto. Ma, ancora più importante, le macchine volanti potranno
essere pilotate in ogni parte del mondo. Potranno viaggiare rapidamente
grazie al loro peso ridotto e alla loro grande forza motrice. La mia intenzione
sarebbe quella di utilizzare questa prima centrale, più che come una fonte di
illuminazione, per frazionare la sua potenza in piccole quantità e distribuirla
nel maggior numero di direzioni possibili. Il sapere che pulsa al suo interno,
attraverso l’energia terrestre già disponibile, fungerà da potente stimolo per
gli studenti, i meccanici e gli inventori di tutti i paesi. Le conseguenze
positive saranno infinite. L’industria manifatturiera riceverà un nuovo e
potente incentivo. Si realizzeranno nuove condizioni mai esistite prima nel
commercio. Le risorse non saranno mai più inferiori alla domanda. Le
industrie del ferro, del rame, dell’alluminio, dei materiali isolanti, e molte
altre, non mancheranno di trarre importanti e durevoli benefici da questo
sviluppo.
La trasmissione economica dell’energia senza fili è di importanza
incalcolabile per l’uomo. Per mezzo di essa otterrà la completa padronanza
dell’aria, del mare e del deserto. Lo dispenserà dal dover estrarre, pompare,
trasportare e bruciare il carburante, e quindi da un gran numero di danni e
sprechi. Grazie a essa otterrà in qualsiasi luogo, e nelle quantità desiderate,
l’energia prodotta da remote cascate – per poter azionare i suoi macchinari,
costruire i suoi canali, tunnel e autostrade, lavorare i materiali che desidera,
gli abiti e il cibo, riscaldare e illuminare la sua casa – anno dopo anno, giorno
e notte, per sempre. Renderà il sole, gloriosa fonte di vita, il suo schiavo
obbediente e infaticabile. Questa invenzione porterà pace e armonia sulla
Terra.
Oltre cinque anni sono trascorsi da quella provvidenziale tempesta di
fulmini del 3 luglio 1899, di cui ho parlato in un articolo precedente, grazie
alla quale ho scoperto le onde terrestri stazionarie; cinque anni da quando ho
svolto il grande esperimento in quel giorno indimenticabile in cui l’oscuro
dio del tuono mi ha misericordiosamente dato accesso al suo enorme,
tonitruante laboratorio. All’epoca pensavo che sarebbe bastato un anno per
l’affermazione commerciale in tutto il mondo della mia «cintura» senza fili.
Ahimè, il mio primo impianto di «telegrafia mondiale» non è ancora
completato, la sua costruzione è progredita ma soltanto lentamente. La
macchina che sto costruendo al momento non è che un giocattolo, un
oscillatore capace di raggiungere un’attività massima di dieci milioni di
cavalli vapore, appena sufficiente da provocare un lieve tremore in questo
pianeta, tramite segnali e parole – telegrafo e telefono. Quando vedrò
finalmente completata la prima centrale elettrica, il grande oscillatore che sto
progettando? Dal quale una corrente più forte di quella di una macchina
saldatrice, a una tensione di cento milioni di volt, si sprigionerà in tutta la
terra! Produrrà energia al ritmo di mille milioni di cavalli vapore – pari a
cento cascate del Niagara messe insieme che colpiscono l’universo con la
loro potenza – una potenza che risveglierà dal loro sonno anche gli scienziati
più addormentati, se ne esistono, su Venere o Marte!
Non è un sogno, è una semplice opera di ingegneria elettrica
scientifica… caro mondo cieco, codardo e dubbioso!
L’umanità non è ancora abbastanza avanzata per lasciarsi guidare
dall’acuto senso di scoperta di un ricercatore. Ma chissà, forse è meglio che
nel mondo attuale un’idea o un’invenzione rivoluzionaria invece di essere
sostenuta e incoraggiata sia ostacolata e maltrattata fin dalla sua adolescenza
dalla mancanza di competenza, dall’interesse egoistico, dalla pedanteria,
stupidità e ignoranza; che sia attaccata e soffocata; che attraversi dure prove e
tribolazioni, nella lotta spietata per l’esistenza commerciale. È solo così che
potrà vedere la luce.
Così come tutto quello che di grande è stato compiuto nel passato è stato
ridicolizzato, condannato, combattuto, represso… solo per poi emergere dalla
lotta con ancora più forza e gloria.
1 Pubblicato su «Electrical World and Engineer» il 7 gennaio 1905, pp. 21-24.
2 Traducibile come «dolore cosmico», o «stanchezza del mondo». [N.d.R.]
Indice

LE MIE INVENZIONI

1. La mia infanzia
2. I miei primi tentativi di inventore
3. Le mie imprese successive
4. La scoperta della bobina di Tesla e il trasformatore
5. Il trasmettitore d’amplificazione
6. L’arte della teleautomatica
LA TRASMISSIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA SENZA FILI COME MEZZO PER PROMUOVERE LA PACE

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