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Teorie, riflessioni e strumenti operativi per il teatro di V.

Santagata 0

Fonetica e ortoepìa:
teorie, riflessioni e
strumenti operativi

Corso di Torino
Teorie, riflessioni e strumenti operativi per il teatro di V. Santagata 1

Premessa del corso

Dizione:
è un termine molto ampio che sta a indicare tanto la capacità di discriminare le accentazioni dei suoni vocalici,
quanto quella di controllare il ritmo e la scansione di un discorso, sia la padronanza di natura espressiva sia
quella articolatoria e intonativa. Più in generale, una persona abile nel pronunciare le sue frasi, capace di
porgere bene le sue parole, in grado di tenere alta l'attenzione del suo uditorio è, secondo il senso comune, dotato
di una "buona dizione".

La voce, usata male, si sfibra, provocando patologie alle corde vocali, i discorsi, privi di chiari riferimenti
espressivi e argomentativi, si avvitano rendendosi contorti e non lineari; la fluenza fonetica, non controllata, si
appanna e si traduce in una errata percezione acustica nei nostri interlocutori e ascoltatori. Prendono il
sopravvento voci sfibrate e monotone, cantilenanti e alterate, mentre la dimensione posturale e retorica si
traduce, sovente, in un messaggio informe e indeterminato: poco chiaro nei suoi snodi narrativi e altrettanto
sgradevole nella sua tensione intontiva e comunicativa.

Per andare incontro a questi problemi, trasversali ma molto acuti e avvertiti, il corso che state per frequentare si
prefigge il compito di affrontare cinque specifici temi tra loro molto contigui:

1. il rapporto tra respirazione e voce;


2. la conoscenza e il controllo dell'apparato fonatorio;
3. la fonetica italiana e lo studio ortoepico degli accenti;
4. la prosodia e le convenzioni intonative più sedimentate;
5. la dialettica tra voce e corpo.

Fonetica:
scienza che si è sviluppata nell’ottocento in relazione a diverse esigenze: educazione al canto e alla recitazione,
cura dei difetti articolatori, migliore comunicabilità tra le persone.
Nell’ambito della fonetica rientra l’ortoepia che è la retta pronuncia di una lingua, considerata dal punto di vista
istituzionale, quindi non con riferimento a eventuali difetti di fonazione dovuti a imperfezioni organiche, nè con
riferimento agli effetti estetici dovuti a una dizione più o meno accurata. In poche parole studia la pronuncia
corretta di una lingua.
In specifico, la fonetica può essere definita come la scienza che studia i suoni della lingua, ovvero studia la
produzione e la successione dei suoni che si uniscono per formare le parole, le frasi e più in specifico gli atti
comunicativi verbali.
E' quindi una disciplina che studia la natura dei suoni linguistici visti nella loro fisicità. Si occupa quindi della
sostanza fonica dell'espressione.
La fonetica e di conseguenza l’ortoepia, studia l’espressione linguistica come sostanza, nelle sue proprietà
linguistiche. Impulsi nervosi partenti dal cervello fanno si che alcuni organi dell’uomo, il cui insieme costituisce
l’apparato di fonazione, si muovano in modo tale da produrre vibrazioni sonore percepibili dal nostro udito.
Cominciamo dunque con i tratti soprasegmentali, punti necessari al nostro studio.

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- TRATTI SOPRASEGMENTALI

Con tratti soprasegmentali, detti anche tratti prosodici, si fa riferimento ai fenomeni che caratterizzano la
sequenza fonemica (sillabe e frasi). Per questi aspetti infatti, non si fa più riferimento all’articolazione delle
singole unità ma all’intera catena parlata.
Il termine soprasegmentale si riferisce al fatto che se alcuni fenomeni possono essere considerati lineari,
ovvero segmentali, (per esempio la successione di fonemi che compone una parola), vi sono altri aspetti che
possono essere rappresentati come sovrapposti ai segmenti propriamente detti e che, quindi, non sono lineari.
Il termine prosodia, invece, risale ai Greci, ed era utilizzato per “designare, indipendentemente
dall’articolazione essenziale di un suono, ogni particolarità accessoria della sua pronuncia, come l’intonazione,
l’aspirazione, e la stessa quantità”.1

Tratti soprasegmentali sono:

¾ accento

¾ durata o quantità

¾ intensità

¾ intonazione

¾ pausa

¾ velocità e ritmo

- L’ ACCENTO

1. L'accento espiratorio (lat. ad cantum).

E' detto anche intensivo o dinamico; a seconda della sua posizione le parole si distinguono in:

Tronche: quando l'accento cade sull'ultima sillaba (virtù).


Piane: quando cade sulla penultima (amóre).
Sdrucciole: quando cade sulla terzultima (tàvola).
Bisdrucciole: quando cade sulla quartultima (fàbbricalo).

Quando per la esatta dizione di una parola le vocali e ed o, debbono avere suono chiuso o aperto, questo viene
indicato dall'accento acuto ( é ó; es. déllo, vói ) o grave ( è ò; es. lèi, pòrta ).

1
G. Mounin, Guida alla linguistica, Feltrinelli, Milano, 1971

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I suoni prolungati e le contrazioni dell'uso poetico ( tôrre, per togliere; amâro, per amarono ) si indicano con
l'accento circonflesso ( â î ê ô ).
Nella lingua italiana l'uso grafico dell'accento è facoltativo, tranne che nelle parole tronche, in alcuni monosillabi
con dittongo che potrebbero essere scambiati per bisillabi (può, più) e nei casi di omografia, quando ciò serve a
distinguere due parole che si differenziano nell'accento fonico sulla stessa vocale (bòtte - percosse; bótte -
contenitore) o che si differenziano nell'accento tonico (intùito - sostantivo; intuìto - da intuire).

2. Altre notizie sull'accento.

L'accento a seconda della sua posizione può essere:

fisso, limitato o libero.


E' fisso se cade sempre in una determinata posizione: per esempio, in francese sull'ultima sillaba, in cèco sulla
prima, in polacco sulla penultima.
E' limitato se può cadere su determinate sillabe, ad esempio in latino classico sulla penultima o sulla terzultima:
l'accento cadeva sulla penultima sillaba se questa era lunga, sulla terzultima se la penultima era breve.
E' libero se può cadere su qualsiasi sillaba, come in italiano (bontà, màno, córrere, càpitano, telèfonaglielo).
L'accento intensivo nelle trascrizioni fonetiche si segna con un trattino verticale posto davanti alla sillaba tonica.
Es. lòdo ('lodo), lodò (lo'do).
L'accento grafico va segnato sui monosillabi che rischierebbero di confondersi con omografi, come si ricava
dal seguente specchietto:

ché perché, raro affinché che tutti gli altri usi.


dà indicativo di dare da preposizione
è verbo e congiunzione
là avverbio la articolo
lì avverbio li pronome
né congiunzione ne pronome
sé pronome tonico se pronome atono e congiunzione
sì avverbio si pronome
tè bevanda te pronome

- DURATA

La durata è relativa ai singoli segmenti fonologici della catena parlata , ovvero alle vocali, alle consonanti e alle
sillabe.
Un aspetto tipicamente legato al parametro della durata è quello relativo alle consonati doppie.
Nel caso infatti di una consonante doppia non abbiamo, secondo molti fonetisti, una ripetizione di fonema, ma
un prolungamento di fonema.
In italiano le consonanti che possono essere raddoppiate sono:

/p/, /b/, /t/, /d/, /k/, /g/, /f/, /v/, /s/, /c/, /g/, /m/, /n/, /l/, /z/

Nella lingua italiana, comunque, vi è una preponderanza di suoni singoli anziché doppi.

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- INTENSITA’ E INTONAZIONE

Intensità e intonazione sono collegate con l’accento che ha la funzione di mettere in rilievo un particolare
segmento della catena parlata.
L’intensità è strettamente collegata alle variazioni respiratorie, mentre l’intonazione è data dalle variazioni
dell’altezza sonora o tonalità ed è quindi legata alla frequenza delle vibrazioni delle corde vocali. Le variazioni di
altezza nel parlato vengono anche definite melodia o modulazione melodica.

Non tutte le sillabe e non tutte le parole sono pronunciate con uguale forza.
L’intensità sonora di un discorso varia secondo:

* la sonorità fisica dell’ambiente

* le emozioni individuali

* il criterio interpretativo di chi parla

* la motivazione del discorso e gli interlocutori

L’intensità, correlata all’intonazione e alla durata della frase, può avere una funzione espressiva, per esempio
quando mi consente di distinguere tipi di enunciati con significati diversi. E’ questo il caso, della differenza tra:

frasi enunciative o affermative (es. andiamo al cinema.)


frasi interrogative (es. andiamo al cinema?)
frasi esclamative (es. andiamo al cinema!)

L’intonazione, può conferire particolare rilievo agli elementi, alle porzioni di enunciato, che si vogliono mettere
in evidenza.

Ad esempio in:

Marco incontrerà Paolo domani

io posso mettere il cosiddetto accento di frase o su Paolo o su domani, a seconda di ciò che mi interessa
sottolineare, ovvero se ciò che è importante è il fatto che Marco incontri Paolo o il fatto che l’incontro avvenga
domani.

- PAUSA

La pausa è un’interruzione, un intervallo di silenzio, che separa un segmento da un altro nel continuum fonico.
La durata di questo intervallo può essere variabile.
All’interno del discorso un diverso uso delle pause può contribuire a variare e a differenziare, per esempio, il
significato di una frase.

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Nel caso di:

una vecchia porta la sbarra


possiamo avere due diverse pause:

(1) una vecchia porta la sbarra


(2) una vecchia porta la sbarra

In questo esempio, inoltre la pausa ha anche la funzione di sottolineare funzioni sintattiche diverse degli elementi
costitutivi dell’enunciato; infatti in

(1)

una è un articolo
vecchia è un sostantivo
porta è un verbo
la è un articolo
sbarra è un sostantivo

mentre in

(2)

una è un articolo
vecchia è un modificatore
porta è sostantivo
la è un pronome
sbarra è un verbo

La pausa opera spesso in associazione con l’intonazione.


Facciamo l’esempio di due enunciati :2

Come posso fare io da solo?


Come? Posso fare io da solo?

In questo caso i due enunciati sono identici dal punto di vista segmentale, ma si differenziano per l’intonazione e
per la presenza nel secondo di una pausa.

2
R. Simone, Fondamenti di linguistica, Laterza, Roma, 1990

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- VELOCITA’ E RITMO

La velocità dell’eloquio è strettamente correlata alla durata e può essere influenzata da fattori emotivi e
interpretativi e, per ogni lingua, secondo modismi regionali.
Ciononostante vi sono dei limiti fisiologici alle variazioni di durata.
Infatti se il linguaggio è troppo rapido la comprensibilità è compromessa, come compromesse sono una corretta
articolazione e l’efficacia comunicativa. Si parlerà in questo caso di tachilalia.
Il caso contrario è quello della bradilalia, in cui il parlare acquista un ritmo lento, innaturale e monotono.
E’ per questi motivi che, nel caso della lettura a voce alta, a seconda dell’ambiente in cui ci si trova si deve
regolare il proprio ritmo, rendendolo più o meno veloce.
Per esempio più l’ambiente è grande e più il ritmo della comunicazione deve necessariamente essere lento.
Tutto questo per consentire una buona comprensione e una migliore ricezione del messaggio.

- ALTRE NOTIZIE SULL’ACCENTO

Occorre buon senso e cautela nel non allargare o stringere troppo le vocali in modo da evitare di dire “ bane ”
per bène o “ nume ” per nóme.
Le vocali non accentate hanno suono semiaperto.

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ORTOEPÌA

"Dalla nascita alla morte, ogni giorno, viviamo in un oceano di parole. Poche, spesso, le
nostre. Ma una valanga le altre. Viviamo comunque o sbalestrati, o invece padroni,
come pesci nell'acqua di questo mare. Ci muoviamo rapidi o impacciati. Inconsapevoli
respiriamo la lingua come l'aria, la produciamo come un atto fisiologico naturale.
Raramente ci pensiamo su. Eppure la parola è uno dei più potenti mezzi che abbiamo
per capire, per convincere... Le parole sono potenti. plasmano il pensiero dell'uomo. Ne
canalizzano i sentimenti, ne dirigono volontà e azione. La parola... è un dono che
possiamo usare bene o usare male, come tutte le cose importanti di questo mondo. Invece
di tenerlo a mezzo servizio sarebbe bene avvantaggiarsene a tempo pieno."3

Saper usare correttamente lo strumento linguistico è l'arma più potente che può possedere un essere umano, e
questo sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista della forma.
Ma se ciò che si deve comunicare dipende solamente dalla capacità di elaborare pensieri di ciascuno, la capacità
di pianificare correttamente un discorso è un'abilità che si può acquisire attraverso lo studio e l'applicazione.
E se ormai la conoscenza della sintassi dell'italiano è diventato patrimonio comune della stragrande maggioranza
dei parlanti, la conoscenza delle regole di fonetica e di dizione è ancora ben lungi dall'esserlo.
Eppure anche la corretta pronuncia è un fattore determinante per l'intelligibilità di un discorso. Soprattutto in
una lingua come l'italiano.
Come molto spesso osserva il linguista Gaetano Berruto le variazioni regionali dell'italiano costituiscono un
continuum i cui estremi sono molto lontani: un dialettofono proveniente da una regione del nord difficilmente
comprenderà un dialettofono siciliano.
La diversità dei dialetti italiani, poi, si riflette anche sulla morfosintassi e soprattutto sulla pronuncia
dell'italiano standard, che subiscono dunque variazioni non indifferenti lungo tutta la penisola.
Naturalmente a questo punto viene da chiedersi quale sia la corretta pronuncia.
In questo scritto ci si riferirà ai dettami della scuola attoriale toscana, libera dalle inflessioni romane e
meneghine che purtroppo oggi campeggiano nei mass media. Il fatto che ci si ispiri ad una tradizione teatrale
non deve però intimorire: gli attori sono obbligati a conoscere la dizione, perché la parola è il loro utensile
primario come artigiani della voce, ma come loro tutti coloro che fanno ampio uso della comunicazione verbale (
e chi si sente escluso da questa categoria, scagli la prima pietra!) dovrebbero, se non applicare automaticamente,
almeno conoscere le regole fondamentali della dizione italiana. Naturalmente tutto questo non significa perdere il
ricchissimo patrimonio culturale del dialetto, significa semplicemente acquisire la capacità di riflettere sulla
struttura formale della lingua per utilizzarla nel modo più corretto possibile, in relazione sempre alle esigenze
professionali e personali di ciascuno.
Iniziamo dunque il viaggio attraverso l'ortoepia, cominciando a muovere i primi passi con i verbi ausiliari e delle
tre coniugazioni italiane.

3
G.L. Beccaria, Italiano, Garzanti, Milano, 1988.

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- I Verbi ausiliari

Il verbo èssere Il verbo avére


Indicativo
presente imperfetto presente imperfetto
sóno èro hò avévo
sèi èri hài avévi
è èra hà avéva
siàmo eravàmo abbiàmo avevàmo
siète eravàte avéte avevàte
sóno èrano hànno avévano

Passato remoto futuro Passato remoto futuro

fùi sarò èbbi avrò


fósti sarài avésti avrài
fù sarà èbbe avrà
fùmmo sarémo avémmo avrémo
fóste saréte avéste avréte
fùrono sarànno èbbero avrànno

Congiuntivo
presente imperfetto presente imperfetto
sìa fóssi àbbia avéssi
sìa fóssi àbbia avéssi
sìa fósse àbbia avésse
siàmo fóssimo abbiàmo avéssimo
siàte fóste abbiàte avéste
sìano fóssero àbbiano avéssero

Condizionale
presente presente
sarèi avrèi
sarésti avrésti
sarèbbe avrèbbe
sarémmo avrémmo
saréste avréste
sarèbbero avrèbbero

Gerundio
presente presente
essèndo avèndo

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- Verbi (-are; -ere; -ire)

Lod-àre Tem-ére Dorm-ìre

Indicativo
presente imperfetto presente imperfetto presente imperfetto

lòdo lodàvo tèmo o témo temévo dòrmo dormìvo


lòdi lodàvi tèmi o témi temévi dòrmi dormìvi
lòda lodàva tème o téme teméva dòrme dormìva
lodiàmo lodavàmo temiàmo temevàmo dormiàmo dormivàmo
lodàte lodavàte teméte temevàte dormìte dormivàte
lòdano lodàvano tèmono témono temévano dòrmono dormìvano

Passato remoto Futuro Passato remoto Futuro Passato remoto Futuro

lodài Loderò temètti Temerò dormìi dormirò


lodàsti loderài temésti temerài dormìsti dormirài
lodò loderà temètte temerà dormì dormirà
lodàmmo loderémo temémmo temerémo dormìmmo dormirémo
lodàste loderéte teméste temeréte dormìste dormiréte
lodàrono loderànno temèttero temerànno dormìrono dormirànno

Congiuntivo

presente imperfetto presente imperfetto presente imperfetto

lòdi lodàssi tèma o téma teméssi Dòrma dormìssi


lòdi lodàssi tèma o téma teméssi dòrma dormìssi
lòdi lodàsse tèma o téma temésse dòrma dormisse
lodiàmo lodàssimo temiàmo teméssimo dormiàmo dormìssimo
lodiàte lodàste temiàte teméste dormiàte dormìste
lòdino lodàssero tèmano o témano teméssero dòrmano dormìssero

Condizionale - Gerundio

presente presente presente presente presente presente

loderèi lodàndo temerèi temèndo dormirèi dormèndo


loderésti temerésti dormirésti
loderèbbe temerèbbe dormirèbbe
loderémmo temerémmo dormirémmo
loderéste temeréste dormiréste
loderèbbero temerèbbero dormirèbbero

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- Altri verbi:

Potere Volere

Indicativo. Indicativo.

presente: presente:

pòsso, puòi, può, possiàmo, potéte, pòssono. vòglio, vuòi, vuòle, vogliàmo, voléte, vògliono.

imperfetto: imperfetto:

potévo. volévo.

futuro: futuro:

potrò, potrà, potrémo, potréte. vorrò, vórrai, vorrémo, vorréte.

pass. rem.: pass. rem.:

potéi, potésti, poté, potémmo, potéste, potérono. vòlli, volésti, vòlle, volémmo, voléste, vòllero.

Congiuntivo. Congiuntivo.

presente: presente:

pòssa, pòssano. vòglia, vogliàmo, vogliàte, vògliano.

imperfetto: imperfetto:

potéssi, potéssimo, potéste, potéssero. voléssi, voléssimo, voléste, voléssero.

Condizionale. Condizionale.

presente: presente:

potrèi, potrésti, potrèbbe, potrémmo, potréste, vorrèi, vorrésti, vorrèbbe, vorrémmo, vorréste,
potrèbbero. vorrèbbero.

Gerundio. Gerundio.

presente: presente:

potèndo. volèndo.

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- I numeri

Ùno ùndici Cènto


dùe dódici Milióne
tré trédici miliàrdo
quàttro quattórdici
cìnque quìndici
sèi sédici
sètte diciassètte
òtto diciòtto
nòve diciannòve
dièci vénti

- I numerali

prìmo sèsto undicèsimo


secóndo sèttimo dodicèsimo
tèrzo ottàvo ventèsimo
quàrto nòno centèsimo
quìnto dècimo millèsimo

- I pronomi personali

ìo mé
tù té
égli, élla, ésso lèi,lùi (riflessivo sè)
nói
vói
éssi lóro (riflessivo sè)

- Aggettivi e pronomi possessivi

mìo, mìa, mièi nòstro


tùo, tùa, tuòi vòstro
sùo, sùa, suòi lóro

- Aggettivi e pronomi dimostrativi

Quésto/a, codésto/a, quéllo/a, quél, quégli, quéi

- Aggettivi e pronomi indefiniti

Alcùno, talùno, certùno, cèrto, ciascùno, nessùno, tròppo, parécchio, mólto, pòco, divèrso,ecc.

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- Preposizioni semplici

Dì, à, dà, ìn, cón, pér, sù, frà, trà

- Preposizioni articolate

Déllo, délla, délle, dégli, néllo, nélla, nélle, négli, néi, déi

Appunti:

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La dizione
...è l’eleganza verbale.

CHIAREZZA + VERITÁ = ELEGANZA

La CHIAREZZA la si ottiene con una esatta e nitida pronuncia (Si può pronunciare bene e articolare male e
viceversa). Elementi base sono la voce e il respiro.
La VERITÁ è l'essere credibile; non allontanarsi perciò dal proprio naturale, ma eserci- tarsi al suo
miglioramento, rispettando la pausa ed evitando il birignao, la cantilena e l'enfasi.
L'ELEGANZA la si ottiene sommando la chiarezza alla verità.

LA VOCE

L'organo sul quale bisogna spingere per ottenere una buona sonorità è l'addome. Fare esercizi tendendo il plesso
come un tamburo cercando di ottenere suoni nella più bassa tonalità possibile.
Le corde vocali, che sono due appaiate, per realizzare suoni gravi producono vibrazioni lente e brevi. Si evita così
la frustata delle corde col relativo sfregamento dell'una contro l'altra che crea seri guai come lo sgranamento
della voce, afonie, formazione di polipi sulle corde stesse.
La voce con tono basso, contrariamente a quello che si può credere, ha una resa maggiore anche sul piano
dell'ascolto che non il falsetto o l'acuto, raggiungendo con la pressione sull'addome spazi più distanti.
E non si creda che per esprimere grande potenza vocale sia necessario produrre una fuoriuscita esorbitante di
fiato. Questo è un altro errore: la sonorità, ripeto, è determinata soprattutto dalla pressione che si esercita
sull'addome e su tutti i muscoli dell'apparato vocale, cioè quelli dell'esofago, della glottide e dell'epiglottide, per
non parlare di quelli della zona retropalatale.
Le donne per natura non possiedono la voce d'addome, anzi sfuggono per istinto dall'impararla proprio perché
la natura si preoccupa in anticipo di proteggere l'eventuale figlio che si collocherà nel ventre e che per questo ha
spostato l'apparato vocale più in alto.
Per la donna, quindi, gli esercizi per riattivare il plesso e ripristinare l'impiego dovranno svolgersi senza forzare,
per gradi, e logicamente sarà difficile apprenderne la tecnica.
Per educare e sviluppare la potenza e l'incisività vocale, oltre che la chiarezza dei suoni ("masticando" le parole
in modo che risultino il più intelligibili possibile) non ci si può affidare a metodi stabiliti e applicabili
schematicamente a tutti i soggetti.
Ognuno deve preoccuparsi di arrivare a conoscere come è strutturato il proprio apparato vocale e cercare caso
per caso la pratica più corretta e gli esercizi più efficaci per ben ARTICOLARE e sviluppare SONORITÁ e
POTENZA partendo sempre dal proprio naturale.
Ma attenzione a quanto diceva Sarah Bernhardt: « La belle voix est souvent un don funeste, si l'artiste ne s'en
sert que pour donner du son ».

RESPIRARE
Bisogna imparare a prendere i respiri rapidamente eseguendo le prese di fiato mentre si parla senza doversi
arrestare e magari spalancando la bocca. Tecnica che bisogna acquisire facendo esercizi che vedono coinvolti
anche il naso. All'inizio questa tecnica crea qualche difficoltà, poi si riesce senza che uno nemmeno se ne renda
conto. E’ una tecnica d'effetto che va usata però con parsimonia, spesso è meglio prendere i respiri del tutto
naturalmente ed anzi sottolinearli invece che mascherarli.

PAUSE
Soprattutto nella lettura e nella recitazione distinguerei due tipi di pausa:

PAUSA LOGICA e PAUSA PSICOLOGICA

Senza la pausa logica si parlerebbe scorrettamente, senza la pausa psicologica si parlerebbe senza vita.
La prima è formale, al servizio dell'intelligenza.
La seconda è sempre attiva e ricca di contenuto interiore.

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BIRIGNAO
Il consiglio è quello di far sempre mente locale, anche quando si parla con amici o parenti a casa: premere
costantemente sull'addome cercando toni bassi, anche quando si legge il giornale farlo a voce alta proiettando il
suono a costo di farsi passare per pazzi. Dopo un po' che si va d'addome, ci si accorge che anche la voce di
"maschera" e quella di "testa" e di "falsetto" riescono meglio. Bisogna cercare di impiegare tutte le gamme
possibili, ma sempre con molta misura e mai a sproposito ...e soprattutto bisogna evitare il BIRIGNAO.

Cos'è il Birignao?
E' termine gergale che indica quel dire lagnoso, zeppo di saliscendi contratti e stucchevoli.

LA CANTILENA E L'ENFASI
Evitare cantilene ed enfasi schiacciando il tono ...uniformarlo evitando anche i fiati contro tempo, solo così la
recitazione o la lettura diventa intonata. Non bisogna colorare, dare cadenze vistose. No, per essere credibili
bisogna appiattire, togliere ogni andamento cantato o cantilenante.
Caricare di enfasi è difetto che apprendiamo direttamente a scuola.
Come si fa ad evitare questi sballi ?
Bisogna imparare a comunicare le intenzioni che stanno dietro un discorso non le parole.

DISTINGUIAMO
ARTICOLARE: Esprimere chiaramente, distintamente le varie sillabe in modo che la parola sia comprensibile e
nitidamente pronunciata.
LEGGERE: Seguire con gli occhi quanto è scritto, sia tacitamente, sia esprimendo le singole frasi con la forza e
la limpidezza necessaria per farle intendere agli altri.
RECITARE: Dire ad alta voce e a memoria brani in prosa in versi, o interpretare intere opere teatrali con colori
espressivi e stile intonato.
DECLAMARE: Recitazione enfatica di poesie, drammi, orazioni. Recitazione e Declamazione sono di solito
accompagnate da gesti e movimenti efficaci e adatti.

Lettura: Alcuni Esercizi Pratici


1) Leggere molto lentamente scandendo il più possibile soprattutto in finale di parola.
2) Nei primi tempi lettura completamente inespressiva per concentrarsi meglio sulla dizione, sulla articolazione e
sulla pronuncia.
3) Ginnastica pratica delle labbra per renderle agili e pronte: pronuncia re prima le vocali una a una; unirle poi
a consonanti labiali come P - B, e a dittonghi. Naturalmente l'esercizio (utile per l'articolazione) va esteso a tutte
le possibili consonanti, abbinate alle diverse vocali: ma - me - ga - gu - la - lu ecc; e prr - brr - drr - trr ecc.
4) Abbassare ritmicamente la mandibola, tenendo la testa ferma, allargare e tendere le labbra al limite del riso e
restringerle fino alla u ; smorfie, gonfiamento delle guance: tutto ciò ecciterà il dominio dei muscoli facciali.
5) Non chinarsi troppo sul libro che si legge; una posizione eretta lascerà libera la respira- zione diaframmatica
tanto utile per i fiati rubati.
6) Portare lentamente la lettura in clima più espressivo: colorire, variare inflessione di voce,, crescere e
diminuire le tonalità, affrettare, rallentare frasi facili e difficili; lettura di testi dialogati e di versi.

Recitazione: Alcuni Consigli


1) Per meglio recitare è necessario sapere la parte a memoria.
2) Bisogna recitare come se noi stessi creassimo in quel preciso momento la frase, il pensiero da esprimere.
3) Sillabazione chiara, dizione corretta; varietà di inflessioni, di modulazioni di intonazioni, di accenti, di
espressioni, di colori. Crescendi e diminuendi alternati a pause, improvvisi silenzi e riprese di voce sulla stessa
tonalità o su tonalità diverse: la monotonia è la morte della recitazione. Segniamo il brano da leggere utilizziamo
questa tecnica:

a) doppio tratto verticale ( | | ) dopo la parola = pausa lunga


tratto verticale ( | ) dopo la parola = pausa breve, un respiro.
b) tratto orizzontale ( — ) sulla parola = rafforzamento
c) forchette divergenti e convergenti ( < > ) = crescendi - diminuendi
d) grande X = improvviso cambiamento d'intonazione della parola o di tutta la frase
e) parentesi quadra aperta = affrettando della frase seguente
f) parentesi quadra chiusa = rallentando della frase seguente

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REGOLE ORTOEPICHE.

Per conoscere con esattezza la pronuncia delle parole della lingua italiana, come già anticipato, bisogna
ricorrere al vocabolario, all’interno del quale sempre viene evidenziato l’ accento da usare.
Per evitare di ricorrere sempre al vocabolario e per padroneggiare senza problemi una larga quantità di parole,
è possibile ricorrere ai “suffissi”, cioè a quelle particelle che legandosi alle parole già esistenti ne alterano o
modificano il senso.
Molte volte il suffisso è chiaramente visibile mentre altre volte è più mimetizzato all’interno delle parole, e una
attenzione fonetica potrà rivelarsi utile anche nella loro comprensione etimologica. Chiaramente anche in altri
casi
Cominciamo il nostro viaggio nel mondo delle regole con la lettera "e" che, nell'ortografia italiana, rappresenta
due vocali: la "è" foneticamente di suono aperto e la "é" foneticamente di suono chiuso.
Entrambe, come si può notare, si possono distinguere l'una dall'altra a seconda dell'accento tonico grave o
acuto.

- La vocale “E” con accento grave: “ è ” tonica aperta italiana.


Vediamo ora le regole che determinano l'apertura del suono della vocale “ è ”.

-Dittongo “ iè ”

Quando la “ e ” fa parte di un dittongo è sempre aperta tranne che in rare eccezioni.

Alcuni esempi: diètro, niènte, cavalière, mièi, pensièro, piètra, pièdi, dièci.

Fa eccezione:
1) quando fa parte di un suffisso che abbia una “e” chiusa (vecchiétto, macchiétta), generalmente i diminutivi.
2) nelle derivazioni etniche (ateniése, pugliése).
3) parola isolata: chiérico.

-Nelle terminazioni in -ènue, -èrio, -èdio

Alcuni esempi: tènue, critèrio, assèdio, commèdia, sèrio, putifèrio, ecc.

Fa eccezione:
1) nelle voci in -éguo (séguo, diléguo, trégua).
2) nelle voci in -égio: frégio, sfrégio.

-Quando è seguita da vocale “-èa, -èi, -èo”

Alcuni esempi: costèi, idèa, sèi, trincèa, ecc.

Fa eccezione:
1) quando fa parte delle desinenze dell'imperfetto.
2) quando fa parte della desinenza “éi” del pass.rem. (potéi).
3) nelle forme sincopate (néi, quéi, déi, ecc.).

-Nelle terminazioni in -èllo/a/e/i (anche -erèllo, -icèllo)

Alcuni esempi: bèllo, cappèllo, castèllo, ombrèllo, ecc.

Fa eccezione:
1) preposizioni articolate: déllo/a/e, néllo/a/i" (Anche le forme sincopate: néi, déi)
2) aggettivi e pronomi: quéllo/a/e/i. (Anche le forme sincopate: quei)
3) parole isolate: capéllo, stélla.

-Nelle desinenze in -èndo, -ènda, dei verbi

Alcuni esempi: attèndo, aprèndo, apprèndo, colpèndo, vivèndo, spèndo, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: scéndo, véndo.

Questo suffisso è spesso sovrapponibile alla terminazione “-èndo”. In tal caso, ogni volta che incontreremo parole con, all’interno, la
particella “end” potremo pronunciarle in modo aperto.

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Teorie, riflessioni e strumenti operativi per il teatro di V. Santagata 16

-Nelle terminazioni in -èndere dell'infinito

Alcuni esempi: intèndere, estèndere, offèndere, stèndere, rèndere, ecc.

-Nelle terminazioni in -èndo/a/e/i di nomi e aggettivi

Alcuni esempi: agènda, ammènda, orrèndo, tremènda, ecc.

-Nelle terminazioni in -èdine/i

Alcuni esempi: intercapèdine, torpèdine, ecc.

-Nei nomi terminanti in -ènza/e/i/o

Alcuni esempi: violènza, partènza, urgènza, lènza, sènza, ecc.

-Nelle terminazioni in -èsimo/a/e/i dei numerali

Alcuni esempi: trentèsimo, ottantèsimo, centèsimo, ecc.

-Nelle terminazioni in -ènne, -ènnio delle derivazioni numerali

Alcuni esempi: trentènne, sessantènne, trentènnio, sessantènnio, ecc.

-Nelle terminazioni in -èrto/a/e/i, -èrso/a/e/i, -èrvo/a/e/i

Alcuni esempi: copèrto, vèrso, cèrvo, apèrto, tèrso, sèrvo, ecc.

-Nelle terminazioni in -ènto/a/e/i

Alcuni esempi: cadènte, pezzènte, mordènte, evènto, accènto, vènto, ecc.

Questa terminazione preceduta dalla consonante “ m ” è sempre chiusa. (vedi regola pag. 18)

Fa eccezione:
1) terminazioni in –ménte (ricorda che questa è una regola)
2) parole isolate: vénti, trénta, ménte (intelletto).

-Nelle terminazioni in -ènse/i

Alcuni esempi: forènse, portuènse, amanuènse, ecc.

-Nei sostantivi terminanti in -èma/e/i/o

Alcuni esempi: problèma, sistèma, tèma (componimento), ecc.

-Nelle terminazioni in -èrro/a/e/i

Alcuni esempi: affèrro, tèrra, ecc.

-Nelle terminazioni in -èrno/a/e/i

Alcuni esempi: invèrno, pèrno, etèrno, infèrno, tèrno, patèrno, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: schérno.

-Nelle terminazioni in -èsto/a/e/i

Alcuni esempi: contèsto, cèsta, fèsta, lèsto, pèsto(sugo), ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: quésto, codésto, césto, désto, pésto (pestone).

-Nelle terminazioni in –èstre

Alcuni esempi: terrèstre, bimèstre, equèstre, ecc.

-Nelle terminazioni in -èrrimo dei superlativi

Alcuni esempi: acèrrimo, ecc.

-Nelle terminazioni in –èca

Alcuni esempi: bibliotèca, discotèca, enotèca, ecc.

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-Nelle terminazioni in -ètto/a/e/i dei sostantivi e aggettivi

Alcuni esempi: perfètto, affètto, rispètto, ecc.

N.B.: Molti sono i termini che fanno eccezione tra i quali, architétto, bigliétto, ecc.

-Nelle terminazioni in -ètti, -ètte, -èttero del passato remoto

Alcuni esempi: credètti, credètte, credèttero.

-Quando è seguita da un suffisso atono o da un elemento atono di parola composta (generalmente parole sdrucciole)

Alcuni esempi: telègrafo, telèfono, famèlico, ecc.

Fa eccezione:
1) terminazioni in -éfice.
2) parole isolate: medésimo, véscovo, débole, cénere, védovo, ecc.

-Nelle terminazioni in -èsi dei termini dottrinali

Alcuni esempi: catechèsi, esegèsi, tèsi, ecc.

-Nelle terminazioni in -èro

Alcuni esempi: ministèro, monastèro, pistolèro, torèro, ecc.

Suffisso aggettivale e sostantivale legato, in prevalenza, a funzioni o a luoghi di riconosciuta importanza. Spesso è legato a termini di
derivazione spagnola

-Nelle terminazioni in -èno/a/e/i di nomi etnici

Alcuni esempi: madrilèno, cilèno, slovèno, armèno, ecc.

-Nelle terminazioni in -èzio/a/e/i

Alcuni esempi: trapèzio, ecc.

-Le parole che terminano in consonante

Alcuni esempi: nègus, vademècum, ecc.

Fa eccezione:
1) nei troncamenti di parole che hanno la " é " chiusa (dél).

-Nei nomi tronchi di derivazione straniera

Alcuni esempi: bidèt, cachèt, ecc.

- La vocale “E” con accento acuto: “ é ” tonica chiusa italiana.


Vediamo ora le regole che determinano la chiusura della vocale “ é ”.

-Nelle terminazioni in -écchio, -écchia

Alcuni esempi: sécchio, orécchio, apparécchio,

Fa eccezione:
1) parole isolate: spècchio, vècchio.

-Nelle terminazioni in -éggio/a/e/i dei sostantivi e dei verbi

Alcuni esempi: cartéggio, légge (norma), postéggio, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: lègge (dal verbo: lèggere), règgia, pèggio, sèggio, protègge.

-In alcune parole tronche

Alcuni esempi: poiché, perché, giacché, ecc.

-Nelle terminazioni in -ménte e -ménto degli avverbi e sostantivi

Alcuni esempi: veraménte, sentiménto, accogliménto, ecc.

Fa eccezione:
1) tutte le parole prive della consonante “ m ”, quindi le terminazioni in -ènte. (vedi regola pag. 17)

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-Negli infiniti della seconda coniugazione

Alcuni esempi: godére, dovére, potére, volére, ecc.

-Nelle terminazioni in -ésco/a/e/i

Alcuni esempi: ésca, affrésco, pazzésco, ecc.

Fa eccezione:
1) le voci verbali del verbo uscire.
2) parole isolate: pèsca, pèsco (frutto e albero).

-Nelle terminazioni in -éte del presente indicativo oppure dell'imperativo e in -éto dei sostantivi

Alcuni esempi: vedéte, agruméto, ulivéto, fruttéto, ecc.

-Nelle terminazioni in -ése/o/a/i che indicano provenienza etnica e in generale

Alcuni esempi: danése, pugliése, piemontése, péso, accéso, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: catechèsi, esegèsi, tèsi, obèso.

-Nelle terminazioni in -ézzo/a

Alcuni esempi: debolézza, bellézza, brézza, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: mèzzo, prèzzo, disprèzzo.

-Nelle terminazioni in -étto/a/e/i dei diminutivi e collettivi

Alcuni esempi: trombétta, vecchiétto, terzétto, gabinétto (da cabina), sigarétta, ecc.

-Nelle terminazioni in -éccio/a/i/e di aggettivi e sostantivi

Alcuni esempi: fréccia, cicaléccio, caseréccio, pescheréccio, ecc.

Fa eccezione: fèccia.
Usato nella formazione di alcuni aggettivi e anche con funzione accrescitiva.

-Nelle terminazioni in -éfice

Alcuni esempi: artéfice, oréfice, pontéfice, ecc.

Esprime qualità, generalmente con funzione professionale e lavorativa.

-Nelle terminazioni in -éssa dei sostantivi

Alcuni esempi: contéssa, riméssa, ecc.

-Nelle terminazioni in -évole degli aggettivi

Alcuni esempi: amichévole, confortévole, miserévole, pieghévole, amorévole, arrendévole, onorévole, ecc.

Fa eccezione:
1) benèvolo, malèvolo, o termini di natura generale.

-Nelle terminazioni in -éguo/a/e/i

Alcuni esempi: diléguo, strégua, ecc.

-In alcuni mononosillabi

Alcuni esempi: é (cong.), mé, té, cé, né, vé, ré (monarca), tré, ecc.

-Quando la “ é ” tonica deriva da una “ i ” latina

Alcuni esempi: virgo : vérgine, ecc.

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- La vocale “ O ” con accento grave: “ ò ” tonica aperta italiana.


Come abbiamo visto per la “ e ”, anche con la lettera “ o ” l'ortografia italiana presenta due vocali: la “ ò “ aperta e la “ ó ” chiusa
distinguibili quando portano l'accento tonico.

-Dittongo “ uò ” (come “ iè ”)

Alcuni esempi: giuòco, casseruòla, fuòco, uòmo, tuòno, ecc.

Fa eccezione:
1) quando fa parte di un suffisso che abbia una “ ó ” chiusa (presuntuóso, liquóre).

-Nelle parole che finiscono per consonante

Alcuni esempi: stòp, factòtum, biberòn, paletòt, ecc.

-Nelle terminazioni in -òrio

Alcuni esempi: parlatòrio, refettòrio, conservatòrio, oratòrio, vittòria, ecc.

-Nelle terminazioni in -ò

Alcuni esempi: gridò, farò, cercherò, però, ciò, ecc.

-Nelle terminazioni in -òccio/a/e/i

Alcuni esempi: bòccia, bellòccio, cartòccio, chiòccia, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: dóccia, góccia.

-Nelle terminazioni in -òide

Alcuni esempi: asteròide, tiròide, andròide, ecc.

-Nelle terminazioni in -òldo e -òlfo dei nomi propri

Alcuni esempi: Leopòldo, Adòlfo, ecc.

-Nelle terminazioni in -òlo/a/e/i, -uòlo/a/e/i, -aiòlo/a/e/i, -aiuòlo/a/e/i

Alcuni esempi: carriòla, fenòlo, barcaiòlo, museruòla, ecc.

-Nelle terminazioni in -òsi e -òsio, soprattutto dei termini medici

Alcuni esempi: artròsi, lattòsio, tubercolòsi, scleròsi, ecc.

-Nelle terminazioni in -òtto/a/e/i

Alcuni esempi: bambolòtto, baròtto, còtto, òtto, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: ghiótto, rótto, sótto.

-Nelle terminazioni in -òttolo/a/e/i

Alcuni esempi: pianeròttolo, collòttola, ecc.

-Nelle terminazioni in -òzzo/a/e/i

Alcuni esempi: tinòzza, nòzze, tavolòzza, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: sózzo, gózzo, pózzo, singhiózzo, rózzo.

-Nelle terminazioni in -òsto/a/e/i

Alcuni esempi: sòsta, còsta, ecc.

Fa eccezione:
1) i derivati del verbo pòrre: pósto, ripósto.
2) parole isolate: pósto, rispósta, agósto, ecc.

-Nelle terminazioni in -òrgio/a/e/i, -òlgio/a/e/i, -ògio/a/e/i, òggio/a/e/i

Alcuni esempi: fòrgia, bòlgia, orològio, piòggia, òggi, ecc.

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-Nelle terminazioni in -òscio/a/e/i

Alcuni esempi: còscia, ecc.

-Nelle terminazioni in -òlsi, -òlse, -òlsero del passato remoto

Alcuni esempi: còlsi, còlse, còlsero, ecc.

-Nelle terminazioni in -òsso del participio passato

Alcuni esempi: promòsso, mòsso, ecc.

-Quando è seguita da una consonante più due vocali

Alcuni esempi: baldòria, stòria, matrimònio, ecc.

-Nelle terminazioni in -òtico

Alcuni esempi: cervellòtico, nevròtico, dispòtico, ecc

- La vocale “ O ” con accento acuto: “ ó ” tonica chiusa italiana.


-Nei monosillabi terminanti per consonante

Alcuni esempi: cón, nón, ecc.

-Nelle terminazioni in -ógno/a/e/i e -ógnolo/a/e/i

Alcuni esempi: cicógna, vergógna, amarógnolo, verdógnola, asprógnolo, ecc.

-Nelle terminazioni in -óio/a/e/i

Alcuni esempi: corridóio, scorciatóia, rasói, galoppatóio, accappatóio, ecc.

-Nelle terminazioni in -óndo/a/e/i

Alcuni esempi: giocóndo, sónda, dónde, baraónda, fiónda, ecc.

-Nelle terminazioni in -óne/a dei sostantivi e terminazioni in genere

Alcuni esempi: padróne, garzóne trasfusióne, grassóne, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: zòne, testimòne.

-Nelle terminazioni in -ónto/a/e/i

Alcuni esempi: frónte, cónto, cónte, ecc.

-Nelle terminazioni in -ónzolo/a/e/i

Alcuni esempi: medicónzolo, ecc.

-Nelle terminazioni in -óro/a/e/i

Alcuni esempi: lavóro, fondatóre, rumóre, tenóre, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: Mòri, mòre, còro, ecc.

-Nelle terminazioni in -óce/i

Alcuni esempi: velóce, atróce, ecc.

-Nelle terminazioni in -óso/a/e/i

Alcuni esempi: piccóso, tuberósa, estróso, rósa (da verbo ródere).

Fa eccezione:
1) i vocaboli scientifici terminanti in òsi.
2) parole isolate: còsa, jòsa, qualcòsa, ròsa (fiore).

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-Nelle terminazioni in -órno/a/e/i

Alcuni esempi: fórno, giórno, ecc.

Fa eccezione:
1) parole isolate: còrna.

Appunti:

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-ESERCIZI DI ALLENAMENTO ARTICOLATORIO PER LE VOCALI

Leggere la seguente sequenza di vocali articolando dapprima lentamente poi sempre più
velocemente:

a è i é u ó ò
i é è a ò ó u

Leggere la seguente sequenza di dittonghi articolando dapprima lentamente poi sempre più
velocemente:

ié iè ia iò ió iu
ei eé eè ea eò eó eu
ai aé aè aò aó au
iu ué uè ua uò uó ui
oi oé oè oa ou

-ESERCIZI DI ALLENAMENTO ARTICOLATORIO PER LE CONSONANTI

Leggere le seguenti successioni ripetendole almeno una decina di volte.

Bilabiali
bi bé bè ba bò bó bu
pi pé pè pa pò pó pu
Labiodentali
fi fé fè fa fò fó fu
vi vé vè va vò vó vu
Bilabiale con risonanza nasale
mi mé mè ma mò mó mu

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Apico-alveolo-dentali
ti té tè ta tò tó tu
di dé dè da dò dó du
ri ré rè ra rò ró ru
li lé lè la lò ló lu
si sé sè sa sò só su (sia dolce che aspra)
zi zé zè za zò zó zu (sia dolce che aspra)
Dorso-palatali
chi ché chè ca cò có cu
ghi ghé ghè ga gò gó gu
gli glié gliè glià gliò glió gliù
sci scié sciè scià sciò sció sciù
gni gnié gniè gnià gniò gnió gniù
Palato-alveolari
ci cé cè cià ciò ció ciù
gi gé gè già giò gió giù

Leggere in successione le seguenti sequenze articolatorie:

pri pré prè pra prò pró pru


msi msé msè msa msò msó msu
pci pcé pcè pcia pciò pció pciu
dti dté dtè dta dtò dtó dtu

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